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Matteo Maria Boiardo – La fontana dell’odio e la fontana dell’amore

D
ENTRO alla selva il barone amoroso
Guardando intorno se mette a cercare:
Vede un boschetto d’arboselli ombroso,
Che in cerchio ha un fiumlcel con onde chiare.
Preso alla vista del loco zoioso,
In quel subitamente ebbe ad intrare,
Dove nel mezo vide una fontana,
Non fabricata mai per arte umana.

Questa fontana tutta è lavorata
De un alabastro candido e polito,
E d’òr si riccamente era adornata,
Che rendea lume nel prato fiorito.
Merlin fu quel che l’ebbe edificata,
Perché Tristano, il cavalliero ardito,
Bevendo a quella lasci la regina,
Che fu cagione al fin di sua ruina.

Tristano isventurato, per sciagura
A quella fonte mai non è arivato,
Benché più volte andasse alla ventura,
E quel paese tutto abbia cercato.
Questa fontana avea cotal natura,
Che ciascun cavalliero inamorato,
Bevendo a quella, amor da sé cacciava,
Avendo in odio quella che egli amava.

Era il sole alto e il giorno molto caldo,
Quando fu giunto alla fiorita riva
Pien di sudore il principe Ranaldo;
Et invitato da quell’acqua viva
Del suo Baiardo dismonta di saldo,
E de sete e de amor tutto se priva;
Perché, bevendo quel freddo liquore,
Cangiosse tutto l’amoroso core.

E seco stesso pensa la viltade
Che sia a seguire una cosa si vana;
Né aprezia tanto più quella beltade,
Ch’egli estimava prima più che umana,
Anci del tutto del pensier li cade;
Tanto è la forza de quella acqua strana!
E tanto nel voler se tramutava,
Che già del tutto Angelica odiava.

Fuor della selva con la mente altiera
Ritorna quel guerrer senza paura.
Così pensoso, gionse a una riviera
De un’acqua viva, cristallina e pura.
Tutti li fior che mostra primavera,
Avea quivi depinto la natura;
E faceano ombra sopra a quella riva
Un faggio, un pino et una verde oliva.

Questa era la rivera dello Amore.
Già non avea Merlin questa incantata;
Ma per la sua natura quel liquore
Torna la mente incesa e inamorata.
Più cavallieri antiqui per errore
Quella unda maledetta avean gustata;
Non la gustò Ranaldo, come odete,
Però che al fonte se ha tratto la sete.

Mosso dal loco, il cavalier gagliardo
Destina quivi alquanto riposare;
E tratto il freno al suo destrier Bagliardo,
Pascendo intorno al prato il lascia andare
Esso alla ripa senz’altro riguardo
Nella fresca ombra s’ebbe adormentare.
Dorme il barone, e nulla se sentiva;
Ecco ventura che sopra gli ariva.

Angelica, dapoi che fu partita
Dalla battaglia orribile et acerba,
Gionse a quel fiume, e la sete la invita
Di bere alquanto, e dismonta ne l’erba.
Or nova cosa che avente odita!
Ché Amor vòl castigar questa superba.
Veggendo quel baron nei fior disteso,
Fu il cor di lei subitamente acceso.

Nel pino atacca il bianco palafreno,
E verso di Ranaldo se avicina.
Guardando il cavallier tutta vien meno,
Né sa pigliar partito la meschina.
Era dintorno al prato tutto pieno
Di bianchi gigli e di rose di spina;
Queste disfoglia, et empie ambo le mano,
E danne in viso al sir de Montealbano.

Pur presto si è Ranaldo disvegliato,
E la donzella ha sopra sé veduta,
Che salutando l’ha molto onorato.
Lui ne la faccia subito se muta,
E prestamente nello arcion montato
Il parlar dolce di colei rifiuta.
Fugge nel bosco per gli arbori spesso:
Lei monta il palafreno e segue apresso.

E seguitando drieto li ragiona:
– Ahi franco cavalier, non me fuggire!
Ché t’amo assai più che la mia persona,
E tu per guiderdon me fai morire!
Già non sono io Ginamo di Baiona,
Che nella selva ti venne assalire,
Non son Macario, o Gaino il traditore;
Anci odio tutti questi per tuo amore.

Io te amo più che la mia vita assai,
E tu me fuggi tanto disdignoso?
Vòltati almanco, e guarda quel che fai,
Se ‘l viso miti te dié far pauroso,
Ché con tanta ruina te ne vai
Per questo luogo oscuro e periglioso.
Deh tempra il strabuccato tuo fuggire!
Contenta son più tarda a te seguire.

Che se per mia cagion qualche sciagura
Te intravenisse, o pur al tuo destriero,
Seria mia vita sempre acerba e dura,
Se sempre viver mi fosse mistiero.
Deh volta un poco indrieto, e poni cura
Da cui tu fuggi, o franco cavalliero!
Non merta la mia etade esser fuggita,
Anci, quando io fuggessi, esser seguita. –

Queste e molte altre più dolci parole
La damigella va gettando invano.
Bagliardo fuor del bosco par che vole,
Et escegli de vista per quel piano.
Or chi saprà mai dir come si dole
La meschinella e batte mano a mano?
Dirottamente piange, e con mal fiele
Chiama le stelle, il sole e il cel crudele.

Ma chiama più Ranaldo crudel molto,
Parlando in voce colma di pietate.
– Chi avria creduto mai che quel bel volto, –
Dicea lei – fosse senza umanitate?
Già non me ha il cor amor fatto si stolto
Ch’io non cognosca che mia qualitate
Non se convene a Ranaldo pregiato;
Pur non diè sdegnar lui de essere amato.

Or non doveva almanco comportare
Ch’io il potessi vedere in viso un poco,
Che forse alquanto potea mitigare,
A lui mirando, lo amoroso foco?
Ben vedo che a ragion nol debbo amare;
Ma dove è amor, ragion non trova loco,
Perché crudel, villano e duro il chiamo;
Ma sia quel che si vòle, io così l’amo. –

E così lamentando ebbe voltata
Verso il faggio la vista lacrimosa:
– Beati fior – dicendo – erba beata,
Che toccasti la faccia graziosa,
Quanta invidia vi porto a questa fiata!
Oh quanto è vostra sorte aventurosa
Più della mia! Che mo torna a morire,
Se sopra, lui a me, dovesse venire. –

Con tai parole il bianco palafreno
Dismonta al prato la donzella vaga,
E dove giacque Ranaldo sereno,
Bacia quelle erbe e di pianger se appaga,
Così stimando il gran foco far meno;
Ma più se accende l’amorosa piaga.
A lei pur par che manco doglia senta
Stando in quel loco, et ivi se adormenta.
(Da L’Orlando Innamorato, Libro I, Canto III, 32-50)

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