Narrazioni, storie e libri

La segnalazione colta al volo dalla bacheca di un amico di Lsdi nonchè acclarato esperto italiano di questioni digitali  su un tema assai interessante, almeno alle nostre latitudini, ovvero le nuove tecniche di narrazione “digitale” e il giornalismo, ha fatto nascere qui a bottega l’esigenza di scrivere questo post. Raccontare la realtà è certamente da sempre uno dei temi principali del mestiere di giornalista. I nuovi strumenti, i nuovi ambienti che la tecnologia digitale prima e l’avvento dell’online poi hanno messo a disposizione di un sempre maggior numero di persone, hanno fatto il resto. Oggi ci troviamo con un’abbondanza – come spesso viene sottolineato da più parti – di contenuti e quindi anche di narrazioni, e forse la professione giornalistica non di questo dovrebbe occuparsi ma proprio della scelta, la cernita dei contenuti veri da quelli falsi. Ma rimandiamo per il momento l’annosa e forse oramai obsoleta polemica sulle – reggetevi – fake news, e proviamo oggi ad occuparci proprio di stili, e di forme narrative.

 

 

In particolare lo spunto ci arriva da un’iniziativa intrapresa dalla New York Public Library, che dimostrando nella propria dirigenza una lungimiranza assai spiccata oltre al “solito” pallino per il marketing – che in terra anglosassone è decisamente più marcato che alle nostre latitudini –  si sono inventati un modo davvero particolare per agguantare i millennials o meglio, le generazioni ancora più giovani e farli diventare lettori di libri e di conseguenza  loro “clienti”. Hanno inventato le book stories su Instagram. Insieme ad un gruppo di creativi di qualità, con l’aggiunta di tavole e disegni di grande caratura, e con una campagna di comunicazione ben realizzata hanno fatto in modo di adattare alcuni classici della letteratura, creando un nuovo formato di lettura dei medesimi adatto ed adattato ad  un social “nativo” come Instagram. Da   qualche giorno quindi gli utenti del social fotografico per eccellenza di proprietà del gruppo Facebook, possono aprire l’account della libreria pubblica newyorkese e sulla sezione stories trovare la prima parte di “Alice nel paese delle meraviglie” da leggere per intero in questo particolarissimo nuovo formato.

 

 

Perchè ci occupiamo di questo fatto? Per molteplici motivi ma soprattutto per parlare, come anticipato,  di giornalismo e di cultura digitale. Che Instagram sia uno strumento di comunicazione in forte ascesa presso una molteplicità di soggetti è un fatto acclarato. Che lo stesso social fotografico stia dimostrando di essere un eccellente strumento di lavoro per le aziende è piuttosto evidente…Ma che le stories di Instagram possano essere un formato narrativo di grande interesse e duttilità…Ecco questo ancora non molti l’avevano capito, e non solo alle nostre latitudini, diremmo senza tema di smentita un pò ovunque nel mondo. Qui sta la grande intuizione della NYPL e non solo per motivi di marketing e di target, quanto, a nostro personalissimo avviso, proprio per il fatto di aver compreso e iniziato di conseguenza ad usare questo specifico strumento per confezionare quello specifico particolare tipo di narrazione. Pensate a quante potenzialità ci possano essere in Instagram e anche naturalmente in tutti gli altri social e chat collettive condivise come Whatsapp e Telegram rispetto al raccontare storie. E con storie ci riferiamo ai fatti che costituiscono da sempre il fulcro del racconto giornalistico.

 

 

 

Bella scoperta, diranno in molti, come quella dell’acqua calda. Siamo nel bel mezzo della rivoluzione digitale, nell’epoca della disintermediazione, nel pieno della più grave crisi di sempre proprio per l’editoria d’informazione professionale e la colpa è  proprio l’avvento di strumenti come i social media, e cosa ci venite a raccontare?

 

 

Permetteteci d’insistere è proprio lì che sta la differenza. Sino ad oggi e quasi ovunque nel mondo del giornalismo di professione, gli strumenti come Facebook, Instagram e “compagnia bella” sono stati visti come antagonisti, o al massimo come qualcuno a cui cercare di spillare utenti e denaro,  o  peggio che mai come la  nemesi del giornalismo e dell’editoria d’informazione. I  cattivi, gli altri, quelli da combattere. Di contro le OTT hanno sempre negato la loro natura editoriale, e anzi si sono sempre schierate, almento a parole, a favore degli editori e dei professionisti dell’informazione, mettendo in campo anche iniziative concrete, vedi le Google DNI, ad esempio, a sostegno e per lo sviluppo di una crescita non solo tecnologica del comparto editoriale dentro la rivoluzione digitale e gli innumerevoli mondi online della rete. Iniziative concrete ma solo di facciata o presa di conoscenza per uno sviluppo armonico del settore anche per supplire alle carenze culturali evidenti contenute nella rivoluzione digitale? Mah, ai posteri l’ardua sentenza, citando il poeta. Quello che è evidente e con cui il comparto editoriale non sta facendo i conti è proprio questo enorme gap culturale con il mondo post rivoluzione digitale. L’iniziativa della NYPL coglie a nostro avviso questo aspetto che nessuno sembra voler prendere in esame per davvero. Un aspetto che nessun guru o paraguru del marketing potrà mai risolvere, è che viene spiegato molto bene proprio dai responsabili di questa “instagrammatizzazione” (permetteteci il neologismo, davvero bruttarello per altro) della libreria pubblica di New York:

 

 

Chissà se la gente in realtà leggerà un intero romanzo in questo formato (al contrario di un ebook), ma è uno sforzo accurato da parte della biblioteca per portare a  leggere  i libri là dove sono le persone”.  Perchè è questo che è successo con la smaterializzazione del mondo, con la sua digitalizzazione, con l’avvento dell’era della disintermediazione. Le persone sono da un’altra parte ed è lì che dobbiamo cercarle. O no?

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Tratto da: www.lsdi.it
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