> Niccolò Machiavelli – I decennali | classicistranieri.com

Niccolò Machiavelli – I decennali

Nicolaus Maclavellus
Alamanno Salviato
viro praestantissimo salutem.

Lege, Alamanne, postquam id efflagitas, transacti decennii labores Italicos, nostrum quindecim dierum opus. Fortasse nostri aeque ac Italiae vicem dolebis, dum quibus ipsa fuerit periculis obnoxia perspexeris, et nos tanta infra tam breves terminos perstrinxisse. Forsitan et ambos excusabis: illam necessitudine fati, cuius vis refringi non potest, et nos angustia temporis, quod in huiusmodi ocio nobis adsignatur. Verum obsecro te ut nobis non desis, sicut illi ac labanti patriae tuae non defuisti, si cupis carmina haec nostra, quae tuo invitatu edimus, non contemnenda. Vale.

V Idus Novembris MDIIII

Nicolaus Maclavellus
ediem

Leggete, Alamanno, poi che voi lo desiderate, le fatiche di Italia di dieci anni e la mia di quindici dì. So che c’increscerà di lei e di me, veggendo da quali infortunii quella sia suta oppressa, e me aver voluto tante gran cose infra sì brevi termini restringere. So ancora escuserete l’uno e l’altro: lei colla necessità del fato, e me colla brevità del tempo che mi è in simil ozio concesso, E perché voi, col mantenere la libertà di un de’ suoi primi membri, avete suvvenuto a lei, son certo suvverrete ancora a me delle sue fatiche recitatore; e sarete contento mettere di questi mia versi tanto spirito, che del loro gravissimo subietto e della audienzia vostra diventino degni. Valete

Die VII Novembris MDIIII

Decennale primo

Io canterò l’italiche fatiche,
seguìte già ne’ duo passati lustri
sotto le stelle al suo bene inimiche.
Quanti alpestri sentier, quanti palustri
narrerò io, di sangue e morti pieni,
pe ‘l variar de’ regni e stati illustri!
O Musa, questa mia cetra sostieni,
e tu, Apollo, per darmi soccorso,
da le tue suore accompagnato vieni.
Aveva ‘l sol veloce sopra ‘l dorso
del nostro mondo ben termini mille
e quattrocen novanta quattro corso,
dal tempo che Iesù le nostre ville
vicitò prima e, col sangue che perse,
estinse le diaboliche faville
quando, in sé discordante, Italia aperse
la via a’ Galli, e quando esser calpesta
da le genti barbariche sofferse.
E perché a sequitarle non fu presta
vostra città, chi ne tenea la briglia
assaggiò e’ colpi de la lor tempesta.
Così tutta Toscana si scompiglia
così perdesti Pisa e quelli stati
che dette lor la Medica famiglia.
Né possesti gioir, sendo cavati,
come dovevi, di sott’a quel basto
che sessant’anni v’aveva gravati;
perché vedesti el vostro stato guasto:
vedesti la cittate in gran periglio
e de’ Franzesi la superbia e ‘l fasto.
Né mestier fu, per uscir de lo artiglio
d’un tanto re e non esser vassalli,
di mostrar poco cuor o men consiglio.
Lo strepito de l’armi e de’ cavalli
non possé far che non fussi sentita
la voce d’un cappon fra cento galli;
tanto che ‘l re superbo fe’ partita,
poscia che la cittate esser intese,
per mantener sua libertate, unita.
E com’e’ fu passato nel sanese,
non prezzando Alessandro la vergogna,
si volse tutto contr’al Ragonese.
Ma ‘l Gallo, che passar securo agogna,
volle con seco del papa ‘l figliuolo,
non credendo a la fé di Catalogna.
Così col suo vittorioso stuolo
passò nel Regno qual falcon che cale,
o uccel ch’abbi più veloce volo.
Poi che d’una vittoria tanta e tale
si fu la fama ne li orecchi offerta
a quel primo motor del vostro male,
conobbe ben la sua stultizia certa;
e dubitando cader ne la fossa
che con tanto sudor s’aveva aperta,
né li bastando sua natural possa,
fece, quel duca, per salvar el tutto,
col papa, Imperio e Marco testa grossa.
Non fu per questo, però, salvo al tutto,
perch’Orliens, in Novara salito,
li diè de’ semi suoi el primo frutto.
Il che poi che da Carlo fu sentito,
del duca assai e del papa si dolse,
e del suo figlio che s’era fuggito;
né quasi in Puglia più dimorar volse;
lasciato ‘n guardia assai gente nel Regno,
verso Toscana col resto si volse.
In questo mezzo, voi, ripien di sdegno,
nel paese pisan gente mandasti
contro a quel popol di tanto odio pregno;
e, dopo qualche disparer, trovasti
nuovi ordini al governo: e furon tanti
che ‘l vostro stato popular fondasti.
Ma sendo de’ Francesi lassi alquanti
per li lor modi e termin disonesti,
e pe’ lor pesi che vi avéno infranti,
poi che di Carlo il ritorno intendesti,
desiderosi fuggir tanta piena,
la città d’arme e gente provvedesti.
E però giunto con sue genti a Siena,
sendo cacciato da più caso urgente,
n’andò per quella via ch’a Pisa il mena;
dove già di Gonzaga il furor sente,
e come ad incontrarlo sopra ‘l Taro
avea condotto la Marchesca gente.
Ma quei robusti e furiosi urtaro
con tal virtù l’italico drappello,
che sopra ‘l ventre suo oltre passaro.
Di sangue il fiume pareva a vedello,
ripien d’uomini e d’arme e di cavagli
caduti sotto al gallico coltello.
Così gl’Italian lasciorno andagli;
e lor, sanza temer gente avversara,
giunson in Asti e sanz’altri travagli.
Quivi la triegua si concluse a gara,
non estimando d’Orliens el grido
né pensando a la fame di Novara.
E ritornando e’ Franzesi al lor lido,
avendo voi a nuovi accordi tratti,
saltò Ferrando nel suo dolce nido;
donde co’ Vinizian sequirno e’ patti
per aiutarsi, e più che mezza Puglia
concesse lor, e signor ne gli ha fatti.
Qui la Lega di nuovo s’incavuglia
per obsistere al Gallo, e voi sol soli
rimanesti in Italia per aguglia;
e per esser di Francia buon figliuoli,
non vi curasti, in seguitar sua stella,
sostener mille affanni e mille duoli.
E mentre che nel Regno si martella
fra Marco e Francia con evento incerto
finch’e’ Franzesi affamorno in Atella,
voi vi posavi qui col becco aperto
per attender di Francia un che venisse
a portarvi la manna nel deserto,
e che le rocche vi restituisse
di Pisa, Pietrasanta e l’altra villa,
sì come ‘l re più volte vi promisse.
Venne alfin Lanciaimpugno e quel di Lilla,
Vitelli e altri assai, che v’ingannorno
con qualche cosa che non è ben dilla.
Sol Beumonte vi rendé Livorno,
ma li altri, traditori al ciel rebelli,
di tutte l’altre terre vi privorno;
e al vostro Leon trassor de’ velli
la Lupa con San Giorgio e la Pantera;
tanto par che fortuna vi martelli!
Da poi ch’Italia la francesca stiera
scacciò da sé, e sanza tempo molto
con fortuna e saper libera s’era,
volse verso di voi e ‘l petto e ‘l volto
insieme tutta, e dicea la cagione
esser sol per avervi a Francia tolto.
Voi, favoriti sol da la ragione,
contro lo ‘ngegno e forza lor un pezzo
tenesti ritto ‘l vostro gonfalone;
perché sapevi ben che per disprezzo
era grata a’ vicin vostra bassezza,
e gli altri vi volevon sanza prezzo.
Chiunque temea la vostra grandezza,
vi venia contra, e quelli altri eran sordi;
ch’ogni uomo esser signor di Pisa apprezza.
Ma, come volse il ciel, fra quest’ingordi
surse l’ambizion, e Marco e ‘l Moro
a quel guadagno non furon concordi.
Questa venir al vostro tenitoro
fece l’Imperio, e partir sanza effetto
la diffidenza che nacque fra loro
tanto ch’alfin la Biscia, per dispetto,
vi confortò a non aver paura
di star a Marco ed a sue forze a petto.
E quel condusse in su le vostre mura
el vostro gran rebel; onde ne nacque
di cinque cittadin la sepultura.
Ma quel ch’a molti molto più non piacque;
e vi fe’ disunir, fu quella scuola
sotto ‘l cui segno vostra città iacque:
i’ dico di quel gran Savonerola,
el qual, afflato da virtù divina,
vi tenne involti con la sua parola;
ma perché molti temen la ruina
veder de la lor patria a poco a poco
sotto la sua profetica dottrina,
non si trovava a riunirvi loco,
se non cresceva o se non era spento
el suo lume divin con maggior foco.
Né fu in quel tempo di minor momento
la morte del re Carlo, la qual fe’
del regno ‘l duca d’Orliens contento.
E perché ‘l papa non possea per sé
medesmo far alcuna cosa magna,
si rivolse a favor del nuovo re;
fece ‘l divorzio e diegli la Brettagna:
e, a l’incontro, il re la signoria
li promisse e li stati di Romagna.
Ed avendo Alessandro carestia
di chi tenessi la sua insegna eretta,
per la morte e la rotta di Candia,
si volse al figlio, che seguia la setta
de’ gran chercuti, e da quei lo rimosse
cambiandoli el cappello a la berretta.
In tanto ‘l Vinizian, con quelle posse
de la gente che in Pisa avea ridotta,
verso di voi la sua bandiera mosse;
tal che, successa del Conte la rotta
a Santo Regol, voi costretti fusti
dar la mazza al Vitel e la condotta.
E parendovi fier, forti e robusti
per virtù di queste armi esser venuti,
movesti ‘l campo contro a quelli ingiusti;
né vi mancando li sforzeschi aiuti
volevi con la insegna vitellesca
sopra ‘l muro di Pisa esser veduti.
Ma perché quel disegno non riesca,
Marradi prima, e di po’ il Casentino,
ferito fu da la gente Marchesca.
Voi voltasti il Vitello a quel cammino,
in modo tal, che rimase disfatto,
sotto le insegne sue, l’Orso e Urbino.
E ancor peggio si sare’ lor fatto,
se fra voi disparer non fussi suto
per la discordia fra ‘l Vitello e ‘l Gatto.
Da poi che Marco fu così battuto,
fece l’accordo con Luigi in Francia,
per vendicar el colpo ricevuto.
E perché ‘l Turco arrestava la lancia
contro di lor, tanto timor li vinse
di non far cigolar la lor bilancia,
ch’a far con voi la pace li sospinse,
e uscirsi di Pisa al tutto sparsi;
e ‘l Moro a consentirla voi costrinse,
per veder se possea riguadagnarsi
con questo benifizio el Viniziano,
li altri remedi iudicando scarsi.
Ma questo suo disegno ancor fu vano,
perché gli avien la Lombardia divisa
secretamente col gran re cristiano.
Così restò l’astuzia sua derisa,
e voi, sanza temer di cosa alcuna,
ponesti ‘l campo vostro intorno a Pisa;
dove posasti ‘l corso d’una luna
senz’alcun frutto, ch’a’ principii forti
s’oppose crudelmente la fortuna.
Lungo sarebbe narrar tutti e’ torti,
tutti l’inganni corsi in quello assedio,
e tutti e’ cittadin per febbre morti.
E non veggendo a l’acquisto remedio,
levasti ‘l campo, per fuggir l’affanno
di quella impresa e del Vitello el tedio.
Poco di poi, del ricevuto inganno
vi vendicasti assai, dando la morte
a quel che fu cagion di tanto danno.
El Moro ancor non corse miglior sorte
in questo tempo, perché la corona
di Francia li era già sopra le porte;
onde fuggì, per salvar la persona:
e Marco, sanz’alcun ostacul, messe
le ‘nsegne in Ghiaradadda ed in Cremona.
E per servar el Gallo le promesse
al papa, fu bisogno consentigli
che ‘l Valentin de le sue genti avesse;
el qual, sotto la insegna de’ tre gigli,
d’Imola e di Furlì si fe’ signore,
e cavonne una donna co’ suo’ figli.
E voi vi ritrovavi in gran timore,
per esser suti un po’ troppo infingardi
a sequitar el Gallo vincitore.
Pur, dopo la vittoria co’ Lombardi,
contento fu d’accettarvi, non sanza
fatica e costo pe ‘l vostro esser tardi.
Né fu appena ritornato in Franza
che Milan richiamava Lodovico;
per mantener la popular usanza;
ma ‘l Gallo, più veloce ch’io non dico,
in men tempo che voi non diresti ecco,
si fece forte contr’al suo nimico.
Volsono e’ Galli di Romagna el becco
verso Milan, per soccorrer e’ suoi,
lasciando il Papa e ‘l Valentino in secco.
E perché ‘l Gallo ne portassi poi,
come portò, la palma con l’ulivo,
non mancasti anche a darli aiuto voi;
onde che ‘l Moro d’ogni aiuto privo,
venne a Mortara co’ Galli alle mani,
e ginne in Francia misero e cattivo.
Ascanio, suo fratel, di bocca a’ cani
sendo scampato, per maggior oltraggio,
la lealtà provò de’ Viniziani.
Volsono e’ Galli, di poi, far passaggio
ne’ terren vostri, sol per isforzare
e ridurre e’ Pisani a darvi omaggio.
Così vennon avanti e, nel passare
che fece con sue genti, Beumonte
trasse a la Sega più d’un mascellare.
E come furno co’ Pisani a fronte,
pien di confusion, di timor cinti,
non dimostrorno già lor forze pronte,
ma dipartirsi quasi rotti, e tinti
di gran vergogna; e conobbesi ‘l vero,
come e’ Franzesi possono esser vinti.
Né fu caso a passarlo di leggero,
perché, se fece voi vili e abietti,
fu a’ Franzesi il primo vitupero;
né voi di colpa rimanesti netti,
però che ‘l Gallo ricoprir volea
la sua vergogna con gli altrui defetti,
né anche ‘l vostro stato ben sapea
deliberarsi; e mentre che ‘nfra dua
del re non ben contenti si vivea,
el duca Valentin le vele sua
ridette a’ venti e verso ‘l mar di sopra
de la sua nave rivoltò la prua;
e con sua gente fe’ mirabil opra
espugnando Faenza in tempo curto
e mandando Romagna sottosopra.
Sendo, di poi, sopra Bologna surto,
con gran fatica la Sega sostenne
la violenza di sue genti e l’urto.
Partito quindi, in Toscana ne venne,
sé rivestendo de le vostre spoglie,
mentre che ‘l campo sopra ‘l vostro tenne;
onde che voi per fuggir tante doglie
come color che altro far non ponno,
cedesti in qualche parte a le sue voglie.
E così le sue genti oltre passonno,
ma, nel passar, piacque a chi Siena regge
rinnovellar Piombin di nuovo donno.
A costor retro venne nuova gregge,
che sopra ‘l vostro stato pose ‘l piede,
non moderata da freno o da legge.
Mandava questi el re contr’a l’erede
di Ferrandin e, perché si fuggissi,
la metà di quel Regno a Spagna diede;
tanto che Federigo dipartissi,
vista de’ suoi la capuana pruova,
e ne le man di Francia a metter gissi.
E perché ‘n questo tempo si ritruova
Roano in Lombardia, voi praticavi
far col re, per suo mezzo, lega nuova.
Eri sanz’armi e ‘n gran timore stavi
pe ‘l corno ch’al Vitello era rimaso
e de l’Orso e del papa dubitavi.
E parendovi pur viver a caso
e dubitando non esser difesi
se vi avveniva qualche avverso caso
dopo ‘l voltar di molti giorni e mesi,
non sanza grande spendio, fusti ancora
in sua protezion da Francia presi;
sotto ‘l cui caldo vi pensasti allora
posser tòr a’ Pisan le biade in erba
e le vostre bandiere mandar fuora.
Ma Vitellozzo e sua gente superba,
sendo contra di voi di sdegno pieno,
per la ferita del fratello acerba
al Cavallo sfrenato ruppe ‘l freno
per tradimento, e Valdichiana tutta
vi tolse, e l’altre terre, in un baleno.
La guerra, che Firenze avea distrutta,
e la confusion de’ cittadini
vi fe’ questa ferita tanto brutta;
e da cotante iniurie de’ vicini
per liberarvi, e da sì crudo assalto,
chiamasti e’ Galli ne’ vostri confini.
E perché ‘l Valentino avea fatto alto
con sue genti a Nocera, e quindi preso
el ducato d’Urbin sol con un salto,
stavi col cuor e con l’almo sospeso
che col Vitello e’ non si raccozzassi
e con quel fussi a’ vostri danni sceso;
quando a l’un comando che si fermassi
pe’ vostri prieghi, el re di San Dionigi;
a l’altro furno e’ suo’ disegni cassi.
Trasse ‘l Vitel d’Arezzo e’ suo’ vestigi;
il duca in Asti si fu presentato
per iustificar sé col re Luigi.
Né sare’ tanto aiuto a tempo stato;
se non fussi la ‘ndustria di colui
che allora governava ‘l vostro stato,
forse che venavate ‘n forza altrui;
perché quattro mortal ferite avevi,
che tre ne fur sanate da costui:
Pistoia in parte rebellar vedevi
e di confusion Firenze pregna
e Pisa e Valdichiana non tenevi.
Costui la scala a la suprema insegna
pose, su per la qual condotta fusse
s’anima c’era di salirvi degna;
costui Pistoia in gran pace ridusse;
costui Arezzo e tutta Valdichiana
sotto l’antico iugo ricondusse.
La quarta piaga non possé far sana
di questo corpo, perché nel guarillo
s’oppose ‘l tempo a sì felice mana.
Venuto, dunque, el giorno sì tranquillo,
nel qual el popol vostro, fatto audace,
el portator creò del suo vessillo
né fur d’un cerbio due corna capace
acciò che sopra la lor soda petra
potessi edificar la vostra pace.
E s’alcun da tal ordine s’arretra
per alcuna cagion, esser potrebbe
di questo mondo non buon geométra.
Poscia che ‘l Valentin purgato s’ebbe
e ritornato in Romagna, la impresa
contro a messer Giovanni far vorrebbe;
ma come fu questa novella intesa,
par che l’Orso e ‘l Vitel non si contenti
di voler esser seco a tale offesa.
E, rivolti fra lor, questi serpenti
di velen pien cominciar a ghermirsi
e con gli unghioni a stracciarsi e co’ denti;
e mal possendo el Valentin fuggirsi,
li bisognò, per ischifar el rischio,
con lo scudo di Francia ricoprirsi;
e per pigliar e’ suoi nemici al vischio,
fischiò suavemente, e per ridurli
ne la sua tana, questo bavalischio.
Né molto tempo perse nel condurli,
che ‘l traditor di Fermo e Vitellozzo
e quelli Orsin, che sì nimici furli,
ne le sue insidie presto dier di cozzo;
dove l’Orso lasciò più d’una zampa,
e al Vitel fu l’altro corno mozzo.
Sentì Perugia e Siena ancor la vampa
de l’idra, e ciaschedun di que’ tiranni
fuggendo innanzi a la sua furia scampa.
Né ‘l cardinal Orsin possé li affanni
de la sua casa misera fuggire,
ma restò morto sotto mille inganni.
In questi tempi e’ Galli pien d’ardire
contro gl’Ispani voltorno le punte,
volendo el Regno a lor modo partire;
e le genti inimiche arien consunte
e del Reame occupato ogni cosa,
non essendo altre forze sopraggiunte;
ma, divenuta forte e poderosa
la parte ispana, fe’ del sangue avverso
la Puglia e la Calavria sanguinosa.
Onde che ‘l Gallo si rivoltò verso
Italia irato, come quel che brama
di riaver lo stato e l’onor perso.
El sir de la Tremoglia, uom di gran fama,
per vendicarlo, in queste parti corse
a soccorrer Gaeta che lo chiama;
né molto innanzi le sue genti porse,
perché Valenza e ‘l suo padre mascagno
di sequitarlo li metteno in forse.
Cercavon questi di nuovo compagno
che dessi lor degli altri stati in preda,
non veggendo col Gallo più guadagno.
Voi, per non esser del Valentin preda,
come eravate stati ciascun dì,
e che non fussi di Marzocco ereda,
condotto avevi di Can el baglì
con cento lance e altra gente molta,
credendo più securi star così;
con la qual gente, la seconda volta,
facesti Pisa di speranza priva
di potersi goder la sua ricolta.
Mentre che la Tremoglia ne veniva,
e che fra ‘l Papa e Francia umor ascoso
e collera maligna ribolliva
malò Valenza e, per aver riposo,
portato fu tra l’anime beate
lo spirto d’Alessandro glorioso;
del qual sequirno le sante pedate
tre sue familiari e care ancelle,
lussuria, simonia e crudeltate.
Ma come furno in Francia le novelle,
Ascanio Sforza, quella volpe astuta,
con parole suavi, ornate e belle,
a Roan persuase la venuta
d’Italia, promettendogli l’ammanto
che salir a’ cristiani in cielo aiuta.
E’ Galli a Roma s’eron fermi intanto,
né passar volson l’onorato rio
mentre che vòto stette ‘l seggio santo.
E così fu creato papa Pio;
ma pochi giorni stiè sott’a quel pondo
che gli avie posto in su le spalle Iddio.
Con gran concordia, poi, Iulio secondo
fu fatto portinar di Paradiso,
per ristorar de’ suo’ disagi ‘l mondo.
Poi ch’Alessandro fu dal ciel ucciso,
lo stato del suo duca di Valenza
in molte parte fu rotto e diviso.
Baglion, Vitelli, Orsin e la semenza
di Montefeltro in casa lor ne girno,
e Marco prese Rimini e Faenza.
Insino in Roma il Valentin sequirno
e’ Baglion e gli Orsin, per darli guai,
e de le spoglie sue si rivestirno.
Iulio sol lo nutrì di speme assai;
e quel duca in altrui trovar credette
quella pietà che non conobbe mai.
Ma poi ch’ad Ostia qualche giorno stette
per dipartirsi, el papa fe’ tornallo
in Roma, e a sue genti a guardia ‘l dette.
Intanto e’ capitan del fiero Gallo,
sopra la riva del Gariglian giunti,
facevan ogni forza per passallo;
e avendo in quel luogo invan consunti
con gran disagio molti giorni e notti,
dal freddo afflitti e da vergogna punti,
e non essendo insieme mai redotti,
per vari luoghi e ‘n più parti dispersi,
dal tempo e da’ nimici furon rotti.
Onde avendo l’onor e’ danar persi
a Salsa, a Roma e quivi, tutto mesto
si dolfe ‘l Gallo de’ suo’ casi avversi.
E parendo a l’Ispano aver in questo
conflitto avuto le vittorie sue,
né volendo giucar co’ Galli el resto,
forse sperando ne la pace piue,
fece fermar el bellico tumulto,
e de la triegua ben contento fue.
Né voi tenesti ‘l valor vostro occulto,
ma d’arme più gagliarde vi vestisti,
per posser meglio opporvi a ogni insulto.
Né da le offese de’ Pisan partisti,
anzi, togliesti lor le terze biade,
e per mare e per terra li assalisti.
E perché non temén le vostre spade,
voi vi sforzasti con varii disegni
rivolger Arno per diverse strade.
Or, per disacerbar li animi pregni,
avete a ciaschedun le braccia aperte,
ch’a domandar perdon venir si degni.
Intanto ‘l papa, dopo molte offerte,
fe’ di Furlì e de la rocca acquisto,
e Borgia si fuggì per vie coperte;
e benché fussi da Consalvo visto
con lieto volto, li pose la soma
che meritava un rebellante a Cristo.
E per far ben tanta superbia doma,
in Ispagna mandò legato e vinto
chi già fe’ tremar voi e pianger Roma.
Ha volto el sol duo volte l’anno quinto
sopra questi accidenti crudi e fieri,
e di sangue ha veduto il mondo tinto;
e or raddoppia l’orzo a’ suo’ corsieri,
acciò che presto presto si risenta
cosa, che queste vi pain leggieri.
Non è ben la fortuna ancor contenta,
né posto ha fine a l’italiche lite,
né la cagion di tanti mali è spenta;
non son e’ regni e le potenzie unite,
né posson esser, perché ‘l papa vuole
guarir la Chiesa de le sue ferite.
L’imperador, con l’unica sua prole,
vuol presentarsi al successor di Petro;
al Gallo el colpo ricevuto duole;
e Spagna, che di Puglia tien lo scetro,
va tendendo a’ vicin laccioli e rete,
per non tornar con le sue imprese a retro;
Marco, pien di paura e pien di sete,
fra la pace e la guerra tutto pende;
e voi di Pisa troppa voglia avete.
Per tanto facilmente si comprende
che ‘nfin al cielo aggiugnerà la fiamma,
se nuovo fuoco fra costor s’accende.
Onde l’animo mio tutto s’infiamma
or di speranza, or di timor si carca,
tanto che si consuma a dramma a
dramma; perché saper vorrebbe dove, carca
di tanti incarchi, debbe, o in qual porto,
con questi venti, andar la vostra barca.
Pur si confida nel nocchier accorto
ne’ remi, ne le vele e ne le sarte;
ma sarebbe il cammin facil e corto,
se voi el tempio riaprissi a Marte.

Decennale secondo

Gli alti accidenti e fatti furiosi,
che in dieci anni seguenti sono stati,
poi che, tacendo, la penna riposi,
le mutazion di regni, imperi e Stati,
successe pur per l’italico sito,
dal consiglio divin predestinati,
canterò io; e di cantare ardito
sarò fra molto pianto, benché quasi
sia pe ‘l dolor divenuto smarrito.
Musa, se mai di te mi persuasi,
prestami grazia, che ‘l mio verso arrivi
a la grandezza de’ seguiti casi;
e dal tuo fonte tal grazia derivi
di cotanta virtù, che ‘l nostro canto
contenti almanco quei che son or vivi.
Era sospeso il mondo tutto quanto;
ognun teneva le redine in mano
del suo destrier affaticato tanto,
quando Bartolomeo detto d’Alviano,
con la sua compagnia, partì del Regno,
non ben contento del gran Capitano;
e per dar loco al bellicoso ingegno,
o per qualunque altra cagion si fosse,
d’entrar in Pisa avea fatto disegno.
E benché seco avesse poche posse,
pur non di manco del futuro gioco
fu la prima pedona che si mosse.
Ma voi, volendo spegner questo foco,
vi preparaste bene e prestamente;
tal che ‘l disegno suo non ebbe loco;
che, giunto da la Torre a San Vincente,
per la virtù del vostro Giacomino,
fu prosternata e rotta la sua gente.
El qual, per sua virtù, pe ‘l suo destino,
in tanta gloria e tanta fama venne
quant’altro mai privato cittadino.
Questo per la sua patria assai sostenne,
e di vostra milizia il suo decoro
con gran iustizia gran tempo mantenne;
avaro de lo onor, largo de l’oro,
e di tanta virtù visse capace,
che merita assai più ch’io non lo onoro.
E or negletto e vilipeso iace
ne le sue case, pover, vecchio e cieco:
tanto a fortuna chi ben fa dispiace!
Di poi, se a mente ben tutto mi reco,
gisti contr’ai Pisan, con quella speme
che quella rotta avea recata seco;
ma perché Pisa poco o nulla teme,
non molto tempo il campo vi tenesti,
ch’ei fu principio d’assai tristo seme.
E se i danar ed onor vi perdesti,
seguitando il parer universale,
al voler popular satisfacesti.
Ascanio, intanto, mort’era, col quale
s’eran levati gran principi a gara
per renderlo al suo stato naturale.
Mort’era Ercule duca di Ferrara,
mort’era Federico, e di Castiglia
Elisabetta regina preclara.
Onde che ‘l Gallo per partito piglia
far pace con Ferrando e li concesse
per sua consorte di Fois la figlia;
e la sua parte di Napoli cesse
per dote di costei, e ‘l re di Spagna
li fece molte larghe l’impromesse.
In questo, l’arciduca di Brettagna
s’era partito che con seco avea
condotta molta gente de la Magna,
perché pigliar il governo volea
del regno di Castiglia, quale a lui,
e non al suocer suo, s’appartenea.
E come in alto mar giunse costui,
fu dai venti l’armata combattuta,
tanto che si ridusse in forza altrui;
ché la sua nave, dai venti sbattuta,
applicò in Inghilterra, la quale fue
pe ‘l duca di Soffolch male veduta.
Indi partito con le genti sue,
in Castiglia arrivò la sua persona,
dove Ferrando non istette piue;
ma ridotto nel regno d’Aragona,
per ir di Puglia il suo stato a vedere,
partì con le galee da Barzalona.
In questo, papa Iulio più tenere
non possendo il feroce animo in freno,
al vento dette le sacre bandiere,
e, d’ira natural e furor pieno,
contr’alli occupator d’ogni sua terra
isparse prima il suo primo veleno.
E per gittarne ogni tiranno in terra,
abbandonando la sua santa soglia,
a Perugia e Bologna ei mosse guerra.
Ma cedendo e’ Baglion a la sua voglia,
restorno in casa, e sol del Bolognese
cacciò l’antica casa Bentivoglia.
In questo, poi, maggior fuoco s’accese
per certo greve disparer che nacque
fra gli ottimati e ‘l popul genovese.
Per frenar questo, al re di Francia piacque
passar i monti e favorir la parte
che per suo amor prostrata e vinta giacque;
e con ingegno e con forza e con arte
lo stato genovese ebbe ridutto
sotto le sue bandiere in ogni parte.
Poi per levar ogni sospetto in tutto
a papa Iulio, che non l’assalisse,
si fu in Savona subito condutto;
ov’aspettò che Ferrando venisse,
ch’a governar Castiglia ritornava,
là dove poco inante dipartisse;
perché quel regno già tumultuava,
sendo morto Filippo, e nel tornare
parlò con Francia, dove l’aspettava.
L’Imperio, intanto, volendo passare,
secondo ch’è la lor antica usanza,
a Roma, per volersi incoronare,
una dieta avea fatto in Gostanza
di tutt’e’ suoi baron, dove del Gallo
mostrò l’iniurie e de’ baron di Franza;
e ordinò che ognun fusse a cavallo
con la sua gente d’arme e fanteria,
per ogni modo il giorno di san Gallo.
Ma Franza e ‘l Marco che questo sentìa
uniron la lor gente e, sotto Trento,
uniti ‘nsieme li chiuser la via.
Né Marco a le difese stiè contento;
ferìllo in casa, e a l’Imperio tolse
Gorizia con Trieste in un momento.
Onde Massimian far triegua volse,
veggendo contr’ai suoi tanto contrasto,
e le due terre d’accordo si tolse;
le qual di poi si furono quel pasto,
quel rio boccon, quel venenoso cibo
che di San Marco ha lo stomaco guasto.
Perché l’Imperio, sì come io vi scribo,
sut’era offeso, e al buon re de’ Galli
parve de’ Vinizian esser corribo.
Così perché il disegno a Marco falli
el papa e Spagna insieme tutt’a dua
s’uniron con l’imperio e i gigli gialli.
Né steron punto de’ patti infra dua,
ma subito convennon, in Cambrai
ch’ognun s’andassi per le cose sua.
In questo voi provvedimenti assai
avevi ratti, perché verso Pisa
tenevi volti gli occhi sempre mai,
non possendo posar in nulla guisa,
se non l’avevi; e Ferrando e Luigi
v’avien d’averla la via intercisa.
E li vostri vicini e’ lor vestigi
seguén, faccendo lor larga l’offerta,
movendovi ogni dì mille litigi;
tal che, volendo far l’impresa certa,
bisognò a ciascuno empier la gola
e quella bocca che teneva aperta.
Dunque, sendo rimasta Pisa sola,
subitamente quella circundasti,
non vi lasciando entrar se non chi vola:
e quattro mesi intorno ivi posasti
con gran disagi e con assai fatica,
e con assai dispendio l’affamasti.
E benché fussi ostinata inimica,
pur, da necessità costretta e vinta,
tornò piangendo a la catena antica.
Non era in Francia ancor la voglia estinta
di muover guerra, e per l’accordo fatto
una gran gente ha in Lombardia sospinta.
E papa Iulio ancor ne venne ratto
con le genti in Romagna, e Berzighella
assaltò e Faenza inanti tratto.
Ma poi che a Trevi e cert’altre castella
fra Franza e ‘l Marco alcun leggier assalto
fu, or con trista or con buona novella,
alfin Marco rimase in su lo smalto:
poscia che a Vailà misero salse,
cascò del grado suo ch’era tant’alto.
Che fia degli altri, se questo arse ed alse
in pochi giorni? e se a cotanto impero
iustizia e forza ed union non valse?
Gite, o superbi, omai col viso altero,
voi che li scettri e le corone avete,
e del futuro non sapete un vero!
Tanto v’accieca la presente sete,
che grosso tienvi sopra gli occhi un velo,
che le cose discosto non vedete.
Di quinci nasce che ‘l voltar del cielo
da questo a quello i vostri stati volta,
più spesso che non muta e ‘l caldo e ‘l gelo;
che se vostra prudenzia fusse volta
a cognoscer il mal e rimediarve,
tanta potenza al ciel sarebbe tolta.
I’ non potrei sì presto raccontarve
quanto sì presto poi de’ Viniziani,
dopo la rotta, quello stato sparve.
La Lombardia el gran re de’ cristiani
occupò mezza, e, quel resto che tiene,
col nome solo il seggio de’ Romani;
e la Romagna al gran Pastor perviene
sanza contrasto; e ‘l re de’ Ragonesi
anch’ei per le sue terre in Puglia viene.
Ma non sendo il Tedesco in que’ paesi
ancor venuto, da San Marco presto
e Padova e Trevigi fur ripresi.
Onde Massimian, sentendo questo,
con grande assembramento venne poi
per pigliar quello e non perdere il resto.
E benché fuss’adiutato da voi
e da Francia e da Spagna, non di manco
fe’ questo come li altri fatti suoi:
che, sendo stato con l’animo franco
a Padova alcun giorno, tutt’afflitto
levò le genti, affaticato e stanco;
e da la Lega sendo derelitto,
di ritornarsi ne la Magna vago,
perdé Vicenza per maggior despitto…

Both comments and trackbacks are currently closed.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: