Eugenio Barbarich – La campagna del 1796 nel Veneto

EText-No. 11305
Title: La Campagna del 1796 nel Veneto
Author: Barbarich, Eugenio, 1868-1931
Language: Italian
Link: 1/1/3/0/11305/11305-8.txt

EText-No. 11305
Title: La Campagna del 1796 nel Veneto
Author: Barbarich, Eugenio, 1868-1931
Language: Italian
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Cesare Balbo – Della storia d’Italia, v. 1-2 – dalle origini fino ai nostri giorni – Sommario

EText-No. 19808
Title: Della storia d’Italia, v. 1-2 – dalle origini fino ai nostri giorni – Sommario
Author: Balbo, Cesare, 1789-1853
Language: Italian
Link: 1/9/8/0/19808/19808-8.txt

EText-No. 19808
Title: Della storia d’Italia, v. 1-2 – dalle origini fino ai nostri giorni – Sommario
Author: Balbo, Cesare, 1789-1853
Language: Italian
Link: 1/9/8/0/19808/19808-8.zip

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Ida Baccini – Lezioni e racconti per i bambini

Fra i libri scolastici elementari, apparsi in quest’ultimo biennio, molti sono senza dubbio quelli che si raccomandano agli educatori, sì per la bontà degli intendimenti, come per la forma snella e schiettamente italiana.

Abbiamo infatti lodate operette che trattano di viaggi, di avventure fantastiche, di azienda domestica, di nozioni scientifiche; abbiamo succosi compendi di geografia, di storia patria, di aritmetica ragionata: abbiamo racconti patetici dove il sentimento si leva fin quasi alla lirica; ne abbiamo altri in cui è dimostrato, una volta di più quanto sia facile e breve il passo dal ridere al deridere.

EText-No. 17805
Title: Lezioni e Racconti per i bambini
Author: Baccini, Ida, 1850-1911
Language: Italian
Link: 1/7/8/0/17805/17805-h/17805-h.htm

EText-No. 17805
Title: Lezioni e Racconti per i bambini
Author: Baccini, Ida, 1850-1911
Language: Italian
Link: 1/7/8/0/17805/17805-8.txt

EText-No. 17805
Title: Lezioni e Racconti per i bambini
Author: Baccini, Ida, 1850-1911
Language: Italian
Link: 1/7/8/0/17805/17805-h.zip

EText-No. 17805
Title: Lezioni e Racconti per i bambini
Author: Baccini, Ida, 1850-1911
Language: Italian
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Ludovico Ariosto – Orlando Furioso

1 Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto, che furo al tempo che passaro i Mori d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto, seguendo l’ire e i giovenil furori d’Agramante lor re, che si diè vanto di vendicar la morte di Troiano sopra re Carlo imperator romano.

2 Dirò d’Orlando in un medesmo tratto cosa non detta in prosa mai, né in rima: che per amor venne in furore e matto, d’uom che sì saggio era stimato prima; se da colei che tal quasi m’ha fatto, che ‘l poco ingegno ad or ad or mi lima, me ne sarà però tanto concesso, che mi basti a finir quanto ho promesso.

EText-No. 3747
Title: Orlando Furioso
Author: Ariosto, Lodovico, 1474-1533
Language: Italian
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EText-No. 3747
Title: Orlando Furioso
Author: Ariosto, Lodovico, 1474-1533
Language: Italian
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EText-No. 3747
Title: Orlando Furioso
Author: Ariosto, Lodovico, 1474-1533
Language: Italian
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EText-No. 3747
Title: Orlando Furioso
Author: Ariosto, Lodovico, 1474-1533
Language: Italian
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EText-No. 3747
Title: Orlando Furioso
Author: Ariosto, Lodovico, 1474-1533
Language: Italian
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Giuseppe Cesare Abba – Le rive della Bormida nel 1794

CAPITOLO PRIMO

Chi si parte dalla marina del Finale, e su pel fianco dell’Appennino va verso le Langhe, si arresta trafelando ogni tratto a ripigliar lena, e a vedere quanta sarà ancora la salita, e quanto s’è scostato da quella spiaggia, diversa giù giù per foci di torrenti, per iscogliere tagliate a filo, per promontori neri, dirupati, somiglianti a mostri, che si inoltrano cimentosi nei flutti. Ma guadagnata che abbia la vetta del Settepani, sente l’affanno della via ripida e lunga, quetarsi in una vista maravigliosa. La catena dell’Alpi è di lassù un’occhiata infinita; e se vi si arriva all’apparire del sole, tutta la distesa di picchi, di coni, di aguglie, gli pare un mondo di cose vive e moventi. Si vorrebbe aver l’ali per lanciarsi su qualcuno di quei culmini, così alti nel cielo; e si abbassa di malavoglia lo sguardo, a cercare la via, giù per i gioghi avvolti ancora nell’ombra, lì sotto: dove per un lungo digradarsi di monti, si confondono villaggi, selve, burroni spaventosi; qua Montenotte, là Cosseria, castella e torri feudali per tutto; più lontana e più bella d’ogni altra quella di Vengore, che nera e solitaria si spicca su un altipiano, oltre il quale la nebulosa pianura.
Giù per le selve fumano le carboniere da mille siti. Le donne, colle ceste del mangiare in capo, s’affrettano verso quelle, pei dirotti sentieri; e ti guardano fantasticando sull’esser tuo: gli uomini, a mo’ di brusco saluto, ti dicono “animo,” o “allegri!” quasi lassù non potesse passare chi non è lieto o animoso. Non ti paia d’essere capitato fra gente mezza barbara; chè se tu chiederai loro qualche servigio ti saranno cortesi, e interrogati ti additteranno i ripari di pietre ferrigne, fatti dagli Alemanni, superati dai Francesi; e i tumuli erbosi sotto i quali giacciono i morti di quelle genti; gloriandosi di non averli turbati mai. Se l’ora sarà del riposo, e sederai con loro, ti narreranno leggende antiche come quella di Adelasia ed Aleramo; o forse qualche storia della sorta di questa mia, seguita in luoghi che si vedono di lassù; quando i repubblicani Francesi, calarono in Val di Bormida, a piantar alberi di libertà, e a ballare la carmagnola pei sagrati e sin nelle chiese.
Uno dei borghi di quella vallata, in cui per amenità di postura e pel genio allegro degli abitanti, facesse di quei tempi più bello stare, era quello di D…., bagnato dalle acque della Bormida, che ivi scorre con curve leggiadre, all’ombra d’alti pioppi e passa sotto le volte d’un ponte angusto, gettato sopra di esse a guisa d’un patto, stretto cautamente fra quel popolo, in età di poca concordia. Dico così perchè D…. se ne sta diviso in tre vichi; dei quali due giacciono in riva all’acque, di maniera che uno d’essi pare lì per tuffarsi; mentre il terzo li soggioga dalla vetta d’un colle ronchioso e popolato di cerri. La via onde si arriva su questo, serpeggia con repentine svolte per l’erta; e sebbene non tutta a petto, è di molta fatica a salirla. Ma come uno è sulla cima si sente rinato. Piace il sito della chiesa e il campanile che si leva più alto parecchie braccia, con una cupoletta, che miracolo se il vento non se la porta via: piacciono il presbiterio e l’orto; e invoglierebbero ogni uomo d’essere prete, per vivere lassù da curato. Alcune case che fanno corona alla chiesa, quantunque belle pongono anch’esse in cuore un funebre senso. Le ragnatele pendono dai balconi le cui imposte cascano sfasciate; e mentre si direbbe che questa o quella delle tante porte sia lì per aprirsi, dura sempre una quiete altissima, interrotta solo dalle ventate che empiono di suoni cupi le sale deserte. Lassù, nè la state nè il verno, mai che si vegga un comignolo a fumare, e se i nostri fossero altri tempi, a udire l’ore battute dall’orologio di quel campanile, si farebbe credere chi sa quale storia maravigliosa alla gente semplice del contado. Ma ognuno sa che il sagrestano della nuova chiesa parrocchiale, sorta da pochi anni in luogo più basso e più comodo agli abitanti del piano; sale ogni giorno il colle a caricare quel vecchio arnese; e il suo è il solo passo che rompa il silenzio dell’antica parrocchia, sempre vuota come le case che ha intorno. Non più messe grandi nè vespri cantati; non più conviti nè festini; l’ultimo dei pievani dorme da oltre mezzo secolo nel sepolcro dietro l’altare; e delle allegre donne e degli uomini buontemponi vissuti lassù, rimane appena il ricordo nella mente vagellante di qualche vecchio ottuagenario.
Questo gruppo di case per essere stato sede dei feudatari della terra si chiamava il castello; e gli abitanti venuti dopo costoro, padroni della parte più vasta e ubertosa del paese, erano tutti signori. Nei vichi a piè del colle, le famiglie agiate e le case di bell’aspetto erano poche; ma in quello della riva sinistra del torrente se ne vedeva una, notevole per la grandezza, e più alta di tutto un piano sul vicinato, quasi tutto catapecchie. Mostravano di qual sorta di gente fosse, il piazzale, l’atrio, il giardino che le fioriva da un lato; e più di tutto le finestre ampie e chiuse di vetriate, le quali sebbene fatte a riquadri strettissimi, costavano di quei tempi molto danaro.
A qualcuna di quelle finestre appariva talvolta una donna, cui si leggeva in faccia lo sconsolato pensiero di trovar quella casa troppo vasta per la sua poca famiglia; e i popolani della via la salutavano con rispettosa dimestichezza. Essi la chiamavano la vedova, e i ricchi la signora Maddalena. Aveva cinquant’anni, e mostrava la sessantina, sebbene i suoi capelli fossero ancora neri, e le pendessero dalle tempia due riccioloni, che nella sua giovinezza dovevano essere stati una leggiadria. Ma le guancie attenuate, alcune rughe della fronte, il pallore delle labbra, e più di tutto il portamento della persona scemata; le davano quelle apparenze che fanno pensare al sepolcro. Essa non era nata a D…… ma dall’altra vallata della Bormida, come da terra straniera, ve l’aveva condotta sposa giovanissima il padrone di quella casa; col quale erano vissuti sempre d’un animo e d’un cuore; e morendo la lasciava con un figliuolo che nel 1794 aveva venticinque anni. Questo giovane, venuto su bello e vigoroso, era stato avviato a modo negli studi di latinità da un buon prete del borgo di C….. grande amico del padre suo; e come si era scoperto in lui l’amore alla medicina, il maestro aveva fatto che la madre si era contentata di mandarlo allo studio di Torino. La povera signora, pur pregustando le benedizioni dei paesani, che non sarebbero più morti in mano ai chirurghi di quei tempi e di quei luoghi, castighi di Dio; al pensiero della lontananza che le pareva dell’altro mondo, a figurarsi la grande città in cui il figliuolo s’andava a smarrire, aveva tremato più che la madre d’un navigante che per la prima volta si metta in mare. Ma poi a poco a poco s’era quetata; e un anno dopo l’altro sempre aspettando le vacanze, sempre ricadendo nella malinconia al finire di queste: aveva finalmente veduto giungere l’ultimo anno, che egli sarebbe stato laggiù; forse per lei il più lungo. Tuttavia era lieta d’aver sofferto e di soffrire un altro po’ di mesi, perchè ogni volta che il suo figliuolo veniva in autunno, scopriva in lui i segni d’un giovane cresciuto di pregi. E così senza avvedersene aveva mescolato al suo amore grande di madre una certa venerazione; per cui s’abbandonava sovente ad una dolce contemplazione dell’ideale che se n’era formato: e a vederla in quei raccoglimenti, uno avrebbe creduto che stesse pregando. In casa non aveva altra compagnia che d’una fantesca, la quale non sapeva bene da quanti anni fosse al mondo, ma si rammentava d’aver portato bambino il marito di lei; e perchè aveva fatto da aia anche al figliuolo, essa non usava dire di lui nè il signorino, nè il padrone, nè altro; ma lo chiamava alla buona Giuliano, come egli chiamava lei la nonna Marta. Costei era sempre stata là dentro più da padrona che da serva, e sebbene già tanto vecchia non lasciava che altri vi si ingerisse di nulla. Essa in cucina, essa per le stanze, essa a far i bucati che governava meglio d’una biancaiuola di monastero; al tempo dei ricolti, faceva l’ufficio sin di gastaldo; e sempre le avvanzava qualche ora da godersela colla signora. Questa, di solito, stava seduta in una sala terrena ampia, sfogata, fresca d’estate, scaldata d’inverno da un gran camino, dinanzi al quale si tirava una cassapanca, che il rimanente dell’anno era lasciata nell’atrio a chi vi si volesse adagiare. Il tempo che erano insieme, la signora parlava del marito morto o del figlio lontano; e Marta raccontando cose antiche di castelli, di conti, di carnevali, si studiava di tenerla allegra; guardandola amorosa e con certa reverente dimestichezza; proprio come se fosse stata una sua figliuola, maritata per la sua bellezza e virtù alla buon’anima del padrone.
La sera della seconda festa di Pasqua, dell’anno 1794, esse stavano appunto sole, in quella sala terrena aspettando Giuliano; il quale era andato a C…. a visitarvi il suo vecchio maestro: e quella era la terza gita che egli vi faceva, in una settimana, dacchè era venuto da Torino, a far la Pasqua in famiglia. Sebbene la signora si fosse maravigliata di quella frequenza, non aveva dubitato neppure un istante che suo figlio non andasse proprio per amore del vecchio prete; e tutta la giornata era stata malinconica ma tranquilla. Però in sull’annottare aveva cominciato a mostrarsi inquieta. Affacciavasi ogni tantino alla finestra, aperta dalla parte di mezzogiorno, donde si scopriva la via di C…. per cui Giuliano doveva tornare; e dopo l’avemaria vedendo ch’egli non veniva, non trovava più posto ove potesse star ferma. Andava su e giù per la sala, pigliando di sul tavolino la lucerna deponendola e ripigliandola; tornava ad affacciarsi alla finestra, come avesse voluto rischiarare lontano la campagna; tendeva l’orecchio, si spazientiva, si toglieva di là sospirando e guardando Marta. Questa se ne stava colle mani in mano, badando a non mostrare quanto fosse anch’essa scontenta dell’indugio di Giuliano. Intanto l’ora in cui si soleva cenare, era passata di molto; e una grossa e vecchia gatta, levandosi di su certa stuoia su cui stava a fare le fusa, era già corsa parecchie volte a fregarsi le schiene contro gli stinchi della fantesca. A un tratto la signora non potendo più reggere, si volse, e quasi incalzando un discorso già incominciato, disse alla vecchia:
“Oh insomma, non istate a dirmi di no…! o egli è caduto da cavallo, o ebbe qualche cattivo incontro…. Chiamate Rocco, voglio mandarglielo incontro…. ditegli che venga da me…. subito….”
Marta uscì, e dopo alcuni momenti tornò a dire, che Rocco non era ancora rivenuto, da fare la merenda in campagna colla famigliuola.
“Benedetta anche la merenda! – sclamò la signora – e dunque chi manderemo?”
“Non si potrebbe aspettare un altro poco? – disse Marta – noi si sta col cuore tra due sassi, ma a chi è fuori, massime i giovani, pare sempre di far presto….”
“Pazienza gli altri tempi….! ma ora…. con questi Alemanni che sono in volta….”
“Gli Alemanni! – proruppe Marta, quasi offesa: – per essere, le so dire che gli Alemanni rispettano i signori, e a Giuliano gli farebbero buona compagnia!
“Dio voglia….”
“Ma certo! Eppoi, se egli vedesse uno mandato ad incontrarlo come a un fanciullo, potrebbe aversene a male….”
“Allora aspettiamo! – disse la signora, e affacciandosi di nuovo alla finestra, coi gomiti appoggiati sul davanzale, si mise a guardare nella notte. Marta sedette ancora, colle mani giunte e abbandonate sulle ginocchia, colla testa chinata sul seno, come la tengono le vecchie quando pare che dormano, e in cambio stanno pregando e forse pensando ai propri peccati. Essa non pregava, ma pensava agli Alemanni, de’ quali la signora Maddalena, mostrava d’avere tanta paura. Costoro erano venuti quell’anno parecchie migliaia di Lombardia, e avevano gli alloggiamenti in C…. a sostegno delle genti del Re di Sardegna: le quali fronteggiando i Francesi, sui monti di Nizza, s’erano la state innanzi condotte con grande valore al colle di Raus e a quello di Milleforche. I repubblicani non avevano trovato il verso di superare quei colli; ma fattisi più grossi nell’invernata s’andavano preparando a nuovi assalti: e quelle non se la sentendo di poter reggere, poche come erano; il Re aveva chiesto aiuti all’Imperatore d’Alemagna: il quale sebbene adagino s’era mostrato disposto a dargli un poco di spalla. Marta non sapeva queste cose a puntino, ma la venuta degli Alemanni le aveva recata gran gioia, perchè le pareva che fossero tornati i tempi della sua giovinezza; quando le Langhe essendo terre dell’impero, i popoli di quelle parti si tenevano per Alemanni anch’essi. Godeva poveretta ai cento ricordi che le nascevano dalla comparsa di quelle assise; le pareva d’essere in collo al padre suo, portata bambina a vedere le rassegne o il passaggio delle soldatesche Alemanne d’allora; si sentiva sulle guance grinzose passare la mano che le aveva carezzate quando erano fresche d’adolescenza, e vedeva d’innanzi a sè il soldato che le aveva fatto quel vezzo discorrendo coi suoi sulla soglia di casa; immagine lontana e già quasi sfumata nella sua memoria; forse anco qualche affetto rimasto in sul nascere, scuoteva nel suo cuore gli avanzi di qualche fibra; e così tra il pensiero della soldatesca imperiale antica e nuova, e quello di Giuliano che non arrivando affliggeva sua madre, la mente le ondeggiava come la fiamma della lucerna, la quale scossa lievemente dal venticello della finestra, spandeva per la sala una luce tremula e fioca, che s’addiceva in mesta maniera a quel raccoglimento ed a quel silenzio.
Fuori suonava un’allegrezza di canti, ed empievano l’aria le grida sin troppo festose delle brigate, che tornavano dalla merenda, menzionata da Marta nel parlare di Rocco. Il quale era un colono che conduceva il podere intorno alla casa della padrona; e appunto riveniva anch’egli da quella baldoria, che i popoli di quei monti escono a fare in campagna l’indomani di Pasqua. Festeggiano la primavera sui prati e nei vigneti; bevono del migliore e mangiano i resti del giorno innanzi, portati nei tovaglioli messi in bucato la settimana santa; dopo il pasto gli uomini continuano a bere, le donne a chiacchierare, i fanciulli si rincorrono, ruzzano, giuocano; e le zitelle tornano finalmente a danzare coi loro dami, dopo aver camminato ad occhi bassi tutta la quaresima, senza poter parlare con essi neppur sul sagrato.
Quei canti suonavano dunque da tutte le parti, ma la signora Maddalena, assorta come era in Giuliano, non vi badava. Questi intanto veniva o piuttosto si lasciava portare dalla sua giumenta; pensoso, raccolto, tanto che neanch’egli udiva quel chiasso festereccio; nè vedeva la via, nè forse la testa della sua cavalcatura, tra le cui orecchie pareva guardasse con occhi intenti. Parlava tra sè di quando in quando, a mezza voce; e allora la povera bestia incalzava un tratto, quasi per vedere se quelle parole toccassero alla sua andatura: poi si rimetteva tranquilla a quella che aveva mosso partendo da C. Giunta così a un certo segno, squassò forte il capo, nitrì fiutando l’aria della mangiatoia vicina; e allora soltanto scuotendosi, Giuliano s’accorse d’essere lontano dai luoghi, dov’era rimasto col pensiero e col cuore. La notte era fatta, il suo borgo nativo gli stava dinanzi, si discernevano le finestre illuminate fiocamente da dentro le case; e scoprendo le proprie, egli pensò che sua madre era là in pena ad aspettarlo. Si ricompose in sella, affrettò colle calcagna la giumenta, e sebbene agli altri suoi pensieri s’aggiungesse che gli pareva d’essere un cattivo figliuolo; pure provò un po’ di quel senso, che a sera rallegra soavemente il ritorno.
Era appunto in quella che la signora Maddalena, stanca d’aspettare, stava per dire a Marta, che Giuliano fosse o non fosse per aversene a male, voleva andargli incontro essa stessa; quando le pedate della bestia si fecero udire sul ciottolato del vicolo per cui si veniva nel piazzale.
“È qui!” sclamò essa, togliendosi dalla finestra tutta mutata nel viso e sorridendo; e lesta lesta attraversò la sala seguita dalla fantesca, che la raggiunse nell’atrio recando la lucerna.
Il giovane arrivò di trotto, e smontando a piè dei gradini dell’atrio disse alla signora: “non mi sgridi….. mi perdoni…. a un’altra volta tornerò più presto…..
“Ah…. te ne avvedi anche tu? Il perdono è un bel chiederlo…. ma a quest’altra volta…. vedremo….”
Giuliano non le lasciò finire l’amorevole rimprovero, ma guardandola umilmente negli occhi, le si avvicinò come per soggiungere qualcosa. Poi non trovando la parola, tenne dietro a Rocco, il quale avendolo udito arrivare, era corso mezzo brillo a pigliare la giumenta, e l’andava a riporre.
A quel fare insolito sbigottì la signora; e già chiedeva che ne pensasse a Marta, la quale s’ingegnava di riverberare colla palma i raggi della lucerna dietro Giuliano, sicchè essa rimaneva colla faccia e colla persona nell’ombra. Ma a stornarla dalla sua domanda, s’udirono alcuni tocchi lenti e lamentosi della campana di castello, venuti a mescolarsi, come la voce d’una terza persona, alla loro malinconia. A quel suono che segna la una di notte, il popolo di quei villaggi pensa a’ suoi morti, e in ogni casa s’interrompono i discorsi della veglia per recitare il deprofundis. La signora Maddalena, si segnò, e si mise a dire il salmo sublime, che ad ogni verso, ci soffia sull’anima l’aria fredda dell’abisso; e recando come un grido dell’altro mondo, ci fa levare gli occhi al cielo, in cerca d’un po’ di luce, d’un po’ di vita, di qualche novella dei sepolti quaggiù. Marta non sapendo le parole del salmo, che mai non aveva potuto mandare a memoria, teneva dietro coll’intenzione, a lei, guardandola nelle labbra, o picchiandosi il petto; e quando la signora mostrò d’avere finito segnandosi la seconda volta, essa disse: amen. Proprio in quel punto ricomparve Giuliano.
“Qualche cosa da dirmi l’avrà di certo” – bisbigliò la signora, e dall’atrio entrò nella sala, seguita da lui e da Marta; la quale sussurrò nell’orecchio al giovane, che per amore di sua madre, facesse viso allegro. Poi andò in cucina per dare in tavola, lasciando che essi passassero nella stanza di là dalla sala, in cui la famiglia soleva mangiare.
La signora non si era mai seduta là dentro, senza pensare al suocero ed a madonna, che essa non aveva conosciuti. E quando viveva il marito, aveva pigliato sempre un mesto diletto a farsi dire cenando la loro storia; storia che ripeteva sovente al figliuolo. Ma quella sera non pensò ai morti; e mentre Giuliano messosi a sedere, come fosse molto stanco, guardava i canestri di frutta dipinti nelle pareti, con quell’occhio che fissa e non vede: essa stendeva la tovaglia, metteva le posate e i tovaglioli, volendo e non trovando il verso d’appiccare discorso con lui, senza dargli a vedere l’ansietà che non le era cessata ancora. Al fine le venne alla mente il nome del buon prete di C……, e voltasi a Giuliano con quella dolcezza che sempre usava, sedette anch’essa e gli disse:
“Oh appunto! e che nuove mi porti di don Marco?
“Don Marco? Lo vidi da lungi e di fuga…. e mi parve triste….”
“Come da lungi e di fuga? O non hai detto stamattina che andavi a C…. proprio per veder lui?”
“Andai…. ma…. dopo il vespro egli era fuori pei monti, ad assistere non so che moribondo….”
“Egli pei monti? Ma il parroco, i curati, gli altri preti giovani…… come fanno a lasciar che vada quel povero vecchio?”
“Oh….! essi avevano altro a fare! Oggi c’era gran pranzo dal parroco: un pranzo di preti, di frati, di soldati, di signori e signore….! mezzo il borgo faceva le feste a quegli uggiosi Alamanni che sono colà!….”
La signora diede attorno un’occhiata, quasi temesse che qualcuno fosse stato a udire lo parole di Giuliano, poi mutò come potè il discorso, e proseguì: “hai detto che è triste nevvero? povero don Marco, capisco…. noi vecchi ci sentiamo fuggire il mondo….”
“Eh!…. a vedersi tra piedi quella turba di soldati, a sentire quello strascichio di sciabole, anco a non essere vecchi c’è da diventar tristi e far peggio….! Se gli Alemanni fossero a D…. non ci starei più un’ora….!
“Giuliano! – sclamò la signora, levandosi ritta – dimmelo, che tanto l’ho già indovinato….! Tu hai questionato con qualcuno di quei soldati! Oh…. no? Me lo accerti? Voleva vedere! Pensa che qui, essi hanno in mano tutto e tutti…; credi in cuor tuo quel che ti pare, ma bada a non darmi dispiaceri, chè se non te l’ho mai detto te lo dico ora: non sono più quella d’una volta e non potrei più sopportarli….!”
Giuliano sentì dar giù improvviso quel bollore che gli si era levato in petto, e guardando fisso sua madre, come se soltanto allora s’avvedesse che la salute le veniva scemando, provò uno sgomento sì forte che rispose pronto e pacato:
“Dispiaceri da me non ne avrà mai; ma questi Alemanni venuti quassù a proteggerci e a spogliarci….. gli odio…. gli aborro, vorrei vederli tutti morti.”
La signora tacque: e Marta che essendo entrata a mettere qualcosa in sulla mensa, aveva udito le ultime parole del signorino, si morse la lingua e tornò in cucina sbalordita, come vi fosse rotolata giù da un burrone, o quelle eresie fossero state ceffoni avuti in faccia. Odiare gli Alemanni, odiarli a segno da desiderarli tutti morti, non le pareva cosa che si potesse dire da un giovine dabbene, come era sempre stato Giuliano. Capì il gran mutamento che doveva essere avvenuto in lui nello stare lungi da casa; rammentò che questo mutamento, il pievano l’aveva predetto sin dal primo giorno che egli era andato a Torino; vide confusamente il male che ne poteva seguire, e una profonda malinconia mista a certo sdegno pesò sul suo vecchio cuore. Avesse visto entrare in casa la farfalla più scura del mondo; si fosse versata e rotta l’oliera; o la gallina a lei più cara avesse cantato da gallo in sul bel punto della mezza notte: essa non se lo sarebbe recato in malaugurio, quanto quelle amare parole, che biascicò due o tre volte, pesandole colla mente e chiudendo gli occhi, come se più non osasse guardare la luce.
Intanto i padroni mangiucchiando avevano mutati i discorsi; e sebbene il giovane di tanto in tanto lasciasse cadere le domande della madre, essa dalla tema di fargli saltare in capo d’andar fuori di nuovo, taceva in pazienza. Per sapere se qualcosa gli fosse avvenuto cogli Alemanni, disegnava di mandare l’indomani qualcuno a C…. con un biglietto per don Marco: ma pel momento, avendo in casa il figliuolo non temeva di nulla, e finì di cenare, senza essersi raccappezzata in quella tristezza e in quel viso scuro.
Marta chiamata a sparecchiare, venne dalla cucina imbroncita: e accesi due lumi da mano, uno ne porse alla padrona ed uno al giovane, ma non disse nulla. Egli salutata rispettosamente la madre, e data la buona notte alla vecchia, salì nella sua camera, al più alto piano della casa, proprio sopra quella della signora, alla quale non era mai parso di poter dormire tranquilla, se la notte egli non era in luogo da poterlo udire, solo che si movesse.
Rimasta sola colla signora, Marta volle sfogarsi, e giungendo le mani proruppe:
“Eh? L’ha inteso? E chi lo conosce più? Io da parecchi giorni vado in castello che mi pare di salire sul calvario…. e le occhiate del pievano comincio a capirle…”
“Che pievano…. che occhiate?”
“Certe occhiate bieche, come se volesse dirmi che io gli nascondo un peccato mortale….!”
“Oh smettetela un poco anche voi! – interruppe la signora Maddalena, con un impeto di collera non più provato da chi sa quanti anni: – questa sera n’ho già di troppo…. andate a letto….!”
Marta umiliata da quel tono insolito di parole, s’avviò alla porta che dava nell’atrio, per chiuderla come l’altre sere.
“Lasciate! – proseguì la signora – questa sera chiuderò io…. no no…. andate vi dico, Marta…. vorreste cominciare ora a disobbedirmi?
La vecchia chinò il capo, diede la buona notte con voce tremante, e andò a chiudersi nella sua cameretta terrena, in cui dormiva da sessant’anni. La signora pur sentendosi pentita del rabbuffo fattole, non istette a rattenerla per consolarla, come già il cuore le comandava. Ma, chiusa la porta con ogni diligenza, recò le chiavi con sè, salì nella sua camera anch’essa, le nascose sotto il guanciale; poi si chinò sull’inginocchiatoio, a canto al letto, e mescolando i suoi morti, i santi e Giuliano, cominciò a pregare.
In capo a un’ora volle coricarsi; ma non lo fece, perchè disopra s’udiva uno scarpiccio, come d’uomo che gira inquieto; ed era Giuliano, il quale aveva sentito rinascere i propri pensieri, a martellarlo urgenti ed acuti. Egli s’era messo parecchie volte a spogliarsi, ma sempre aveva finito per affacciarsi alla finestra, dove rimaneva un istante, poi andava passo passo fino all’uscio, dava di volta, tornava a sedere: parlava, sospirava, rifaceva tutte queste mosse, confusamente, combattuto, coi lineamenti della faccia che si facevano affilati, come lo crucciasse qualche fiera passione. Questo suo travaglio pareva crescere a smania; quando, chi sa come, gli tornarono alla mente i giorni della sua fanciullezza, e l’uso che allora aveva sua madre di non mai coricarsi, senza prima essergli venuta in camera, a dare un’occhiata alla finestra se fosse ben chiusa, a vedere se avesse acqua nella boccia, o se il lume fosse in luogo da non dar fuoco. Provò di quel ricordo una dolcezza, un aiuto; e si pregò che la madre venisse di sopra anche quella sera, perchè lì avrebbe avuto cuore da dirle una cosa, che solo a pensarla, il sangue gli faceva dentro un gran cavallone. A un tratto parve aver afferrato un’idea; stette un momento, si levò risoluto; e camminando diritto discese al piano di sotto, e picchiò all’uscio di sua madre.
La signora Maddalena, che non aveva voluto coricarsi finchè non fosse cessato quel rumore di sopra; udendolo discendere si rimescolò tutta, e si lodò d’aver portato seco le chiavi di casa. Ma inteso che veniva da lei, corse all’uscio, e mentre ch’egli picchiò, essa, già pronta, aperse, e dolcemente gli disse:
“Lo sapeva che tu avevi qualcosa da dirmi…. vieni” E tirandolo per la mano, s’andò a sedere su d’un seggiolone d’antica fattura; perchè sebbene facesse le viste d’essere tranquilla, non si sentiva di stare in piedi dal tremore; poi guardandolo amorosa soggiunse: ebbene?
“Ecco, – rispose Giuliano – io non poteva più reggere, e sono venuto a dirle…. che…. si ricorda? l’autunno passato la nostra casa le pareva troppo solitaria, e mi disse che le tardava mille anni che io fossi medico, perchè qui sola ci moriva di malinconia. Allora non osai… ma ora…. ora vorrei….
“Sposarti? – sclamò la signora Maddalena balzando in piedi dall’allegrezza, come a mensa aveva fatto dalla paura: – e spòsati, e sia benedetta la nuora che mi condurrai in casa….! Ma perchè mi hai tenuta tutta questa sera sulle spine? Ci voleva tanto a darmi questa bella nuova? Siedi, che ora non voglio vederti perdere la bella sicurezza di poco fa, per questo rimprovero; siedi e parliamo di lei. Già ho bell’e capito, essa è di C…. come si chiama?”
“Bianca dei N…. – rispose Giuliano colle vampe al viso.
“Oh? Dei N…. ce n’è una famiglia sola, credo… Sua madre dev’esser morta, e si chiamava la signora Costanza nevvero? Hai fatto bene a innamorarti d’un’orfana! E la conosco sai; sta un po’ a sentire: la vidi una volta, al convento dei Minori Osservanti di C….: mi ci aveva condotto tuo padre alla sagra della Madonna degli Angeli… miracolo, perchè le sagre egli non le poteva udire manco a menzionare! ebbene….. Bianca deve essere una di quelle due fanciulline che la signora Costanza si menava per mano, sotto i pergolati del convento: parevano due perle…. una era bionda, l’altra bruna….: ricordo che vedendole io dissi che la festa della Madonna degli Angeli era fatta per esse…. e tuo padre a ridere…. a ridere di sentimento…. e a chiamarmi invidiosa…. E qual è delle due?”
“La bruna.
“Ah! già perchè l’altra deve avere pochi anni….! La bruna! – Ripetendo questa parola la signora rimase cogli occhi fissi, forse pensando ai tempi in cui anch’essa era piaciuta al giovane forestiero, che poi le era diventato marito: – E sta bene, – continuò poi, – ma come non mi hai detto nulla, mai nulla? Te ne sei forse innamorato quest’oggi?
“Che so io? – rispose Giuliano, stato sino a quel punto come un barbero alle mosse: – gli anni che stetti a C…. l’ho veduta venir su sotto i miei occhi. La vedeva dal terrazzino di don Marco ogni giorno; la seguiva in ogni luogo dov’essa andasse a passeggiare, in chiesa badava sempre a trovare un posticcino da poterla guardare, e mi sentiva addosso un’allegrezza!…. altro che i canti della gente e dei preti!…. mi pareva che io avrei cantato colla voce d’un angelo! In tutto era diventato il primo tra miei compagni; allo studio, al giuoco, niuno se la sentiva più di vincermi: i pericoli io li cercava come fossero spassi: e mi ricordo d’una volta che ardeva una casa, e che io mi cacciai su fin sopra i tetti, e mi spiacque che non vi fosse una vecchia, un bimbo, Bianca stessa da salvare. Un’altra mi arrampicai su d’un pioppo, che aveva le cime curve sopra il torrente in piena, per vedere gli uccelletti di un nido, che era lassù. Le ventate mi dondolavano, e a mirare di sotto l’acqua furiosa, e lontano in faccia il balcone di Bianca, mi credeva d’essere in paradiso. Oh! quegli uccelletti come li baciai! Era diventato buono, così buono che non poteva udire i poveri pregare alla porta, e correva a portar loro il mio desinare. Don Marco diceva che ve n’erano troppi dei poveri…. e che i ricchi erano pochi e crudeli… Suvvia, io gridai una volta, facciamoci tutti poveri e così andrà meglio….! i miei compagni non capivano nulla…. e risero…. E la notte? La notte, se pioveva o tirava vento, io mi sentiva in cuore una pietà che non mi lasciava dormire, e mi doleva sin delle impannate, del cesto di basilico, delle pietre della via che pigliavano il freddo. Una vecchia, poi, ricordo una vecchia che aveva tre capre, la sua ricchezza; i compagni la canzonavano, io mi posi in capo di farla rispettare, e qualcuno le toccò sode! Poi vennero le malinconie; e talvolta tenni a mente dugento versi di Virgilio, solo a leggerli due volte, tal altra stetti settimane senza aprire un libro. Allora passava delle ore e delle ore coricato colla guancia sull’erba, in qualche campo solitario; e là mi pareva di udire quello che si faceva sotterra dai morti…. pensava sempre alla morte, e non so perchè, ma in quei giorni, incontrando Bianca, se qualcuno dei miei amici diceva che essa era bella, io avrei voluto morire. Mi pativa il cuore che l’aria me la guardasse. Eppure quelle malinconie erano nulla; le vere vennero di poi, quando andai a Torino la prima volta…. Allora sentii uno sgomento….! e mi parve che mi avessero fatto nel petto un buco tenebroso profondo, e che per uscire da quella pena bisognasse….”
Qui Giuliano s’avvide di parlare a sua madre, e di parlarle come ad un amico nelle mutue confidenze di amore. Arrossì, chinò il capo, e non osò più dire. La signora Maddalena stava ad ascoltare, come colui che camminando in sul far dell’alba, se ode il canto di un usignuolo, s’arresta e teme di sturbarlo che voli via. Ma intanto le entrava nell’anima un dolore, il dolore di avere scoperto che il suo figliuolo non era più tutto suo; e pensando a quella fanciulla che le rapiva tanta parte del cuore di lui, alfine si fece forza e gli chiese:
“E Bianca?”
“Io non le ho mai parlato: – bisbigliò Giuliano.
“E allora? E a C…. che cosa vi andavi a fare?
“A vederla.
“Via…., domani sarà di giorno: ora ho bisogno di raccogliermi…. tu frattanto m’hai tolto un gran masso dal cuore! Con quegli Alemanni m’avevi spaventata…. che t’han fatto, che c’entrano….? Basta! sono tranquilla, vattene, domani mattina riparleremo.”
Così dicendo lo accompagnò fuori dell’uscio, ed egli risalendo alla sua camera, dalla contentezza non toccava i gradini coi piedi. Là si mise a guardare il cielo dalla finestra; il cielo che in quell’ora, coi suoi splendori infiniti, gli pareva cosa meno lieta di quel che la terra stava per divenire nelle sue nozze vicine. Ma chinando gli occhi, vide nel giardino scuro, un tratto riquadro del suolo, su cui, traverso la finestra di sua madre, posavano i raggi del lume che essa teneva acceso. Quel tratto di suolo, lo percosse come la vista d’un sepolcro scoperchiato; e subito gli passò per la mente, fantasia maluriosa, l’ultima notte, in cui, la sua dolce madre sarebbe giaciuta morta sul proprio letto; e il lume funereo avrebbe posato i suoi raggi in quella maniera lugubre, da quell’istessa finestra, forse su quell’istesso tratto di suolo. Provò l’amaro desiderio di morire prima di quella notte, e chiuse le imposte pensando che grande miseria sarebbe stata quel giorno, in cui nè in casa nè fuori avrebbe più incontrato sua madre. “Che la vita sia corta è un bene: – mormorò allora avvicinandosi ad uno scaffale – e guai a noi se uno potesse farci dono dell’immortalità qui in terra, nel momento che ci muore la madre!…. Sì, che la vita sia corta è un bene, e chi se ne lagna ha torto; perchè coll’amore, collo studio, col lavoro, si può farla valere secoli.” Così dicendo prese un grosso volume, l’aperse sul tavolino, sedette, e raccolte le tempia fra le mani, si sprofondò nella lettura, o forse in chi sa quali pensieri. Ad ogni modo, chiunque l’avesse visto in quell’ora, avrebbe pensato che tanta meditazione, non fosse cosa da potersi rompere, senza togliere all’anima del giovine qualche ineffabile ed austera consolazione.

CAPITOLO II.

Marta essa sola, se fosse stata vicina a Giuliano, non avrebbe avuto rispetto alla sua meditazione; offesa, stizzita, afflitta, per le cose udite da lui. A quell’ora dava volta nel proprio letto, ora su d’un fianco ora sull’altro; colla mente piena d’Alemanni, col cuore travagliato dalla paura del pievano; il quale aveva predicato e fatto predicare dal capuccino del quaresimale, che guai a chi avesse negato qualcosa a qualcuno di quei soldati. Ora questo pievano non era uomo da farsi pigliare a gabbo; e quel che diceva faceva; e le cose della sua cura le conosceva a puntino; vedendo dentro le case come fossero state senza tetto, o avessero avuto le mura di vetro. Venuto trent’anni prima a quella pievania, la gente del borgo gli era nata più che mezza sotto gli occhi; e quelli che non erano stati battezzati da lui lo temevano, sebbene gli fossero meno reverenti. Rammentavano d’essere andati ad incontrarlo il giorno del suo arrivo, lontano un bel tratto, in processione, a suon di campane; e vivevano ancora quasi tutte le donne, che da giovinette tra le più belle e dei migliori casati, gli avevano fatto la fiorita per la via, vestite di bianco, e cantando lodi come al Nazzareno. Ma in cambio, a cavallo d’una gagliarda giumenta, accompagnato da un mulattiere carico di parecchie casse, e da una donnicciola che pareva venisse a morte su d’un’asina stanca; avevano visto comparire un prete prosperoso e di cera ardita; il quale ricevute le prime accoglienze, aveva subito comandato di dar volta ai maggiorenti che menavano la processione, e alle fanciulle che, dinanzi a lui, s’erano tutte confuse e messe cogli occhi bassi. Entrato al suo posto, era stato poco a mostrare d’aver preso alla lettera i nomi di pastore e di gregge: alcuni che avevano osato di badare alle opere sue, con due o tre esempi gli aveva fatti star zitti; e a poco a poco s’era acconciato in casa, come se fosse stato certo di campare cent’anni. E a dir vero, ai tempi di questa storia, aveva già fatti i funerali a una generazione intera, senza essersi mai lagnato d’un dolor di capo; e faceva conto di logorare un’altra ventina di calendari, prima che un successore fosse venuto a cantargli le esequie. Allora aveva sessant’anni, e a vederlo come vestiva lindo e con panni bene attagliati alla persona, si capiva che da giovane gli era piaciuto di parere un bel prete: ma i suoi occhi grigi, le guancie rubiconde e un tantino cascanti senz’essere flosce, i capelli sciolti e giù bassi sulla fronte; un paio d’orecchie grossissime, infiammate, ciondolanti a guisa di bargiglioni, gli davano piuttosto l’aspetto d’un uomo stato pronto e violento. Forse aveva sbagliato il mestiere, perchè sui fatti suoi, rispetto a certi voti, nessuno osava lodarlo; era avaro salvo che in certi casi che faceva il grande coi grandi; e per desinare da un amico non badava a fare mezza dozzina di miglia. Sebbene fosse di poca coltura, perchè appena uscito di Seminario aveva smesso di leggere; non isdegnava gli ecclesiastici dotti, se gli accadeva di incontrarne qualcuno: ma i laici che sapevano di lettere li teneva d’occhio, e godeva che il volgo li chiamasse stregoni e gli avesse sospetto. Anzi li gridava dal pulpito a dirittura uomini perniciosi, citando esempi, facendo allusioni, dando a capire di chi voleva parlare; e queste erano piccole giunte alle prediche che egli sapeva fare, e che ogni tre o quattro anni tornavano sempre ad essere le stesse; perchè egli le studiava in certi quaderni di carta ingiallita, scarabocchiati sulle copertine con frappe, con date antiche, con nomi diversi di preti, annestati a motti latini. Quei quaderni erano una sorta d’eredità passata per molte mani, e tenuta da lui molto riguardata in una cassetta, che il giorno del suo arrivo era parsa ai curiosi uno scrigno: e le più belle di quelle prediche le recitava dinanzi ai nobili, che dal Monferrato o da altra parte del Piemonte, capitavano la state a pigliare i freschi nei loro poderi di quelle valli. Era conosciuto da tutti costoro, perchè tutti ei visitava lontano sin dove poteva andare e tornare in una giornata; e ne aveva avuto sempre doni e carezze. Diceva spesso d’uno molto potente in corte al Re di Sardegna, che gli aveva dato a capire, di non sapere bene se i preti gli avesse a chiamare prima o seconda milizia dello Stato; e che a sentir suo, nella loro gerarchia, un pievano era pari e forse da più d’un capitano in quella dei soldati di sua Maestà. Del rimanente ogni volta che tornava fuori con questo discorso, finiva sempre dicendo che agli onori non si doveva badare; la massima che l’uomo non deve porre troppo affetto nelle cose terrene, nè in padre, nè in madre, l’aveva sulle labbra sovente, come fosse un suo proverbio; forse non aveva mai pianto, prosperava un anno più dell’altro; nel 1794 faceva quasi la sessantina e il suo nome era don Apollinare.
La donna arrivata con lui il giorno ch’egli chiamava del suo avvento, era una sua sorella più vecchia che ei si teneva in casa; creatura spersonita ed infermiccia, che proprio reggeva l’anima coi denti. Era così asciutta e grinzosa, che un parente tornato a vederla dopo mezzo secolo, non avrebbe osato abbracciarla, dalla tema di sentirsela scricchiolare tra le mani. Sotto la cuffia che colle guarnizioni faceva alla faccia scarna una cornice disadatta, mostrava corti capelli color di cenere, che forse erano una parrucca: un’aria soave di purità, spirava da tutta la sua esile persona; aveva di bello gli occhi, neri, grandi, pieni d’una profonda bontà. E buona la era davvero, sebbene la natura e la fortuna se la fossero presa in fra due; e la prima n’avesse formato una di quelle creature che stanno sulla terra lunghissimi anni, e paiono sempre vicino a morire; l’altra l’avesse posta tra quelle donne, costrette a rimanersi zitelle e ad invecchiare in casa a qualche congiunto, non care, non respinte, sofferte quasi da serve. La poveretta bisognosa di consolazioni più che d’aria per vivere; dopo la sua venuta a D…. non ne aveva avuto che di due maniere, quasi da celia. Ed una era questa che se la quaresima capitava al presbiterio qualcuno, recando uova e salati, e chiedendo licenza di mangiar latticini e di non digiunare, per sè o per un ammalato; essa con aria mistica e solenne mandava il supplicante, sciolto dalle discipline del magro e del digiuno; e non dimenticava mai di dire, che a concedere quelle licenze, il vescovo ci aveva messo il pievano, e il pievano ci aveva messo lei. L’altra delle sue allegrezze la provava ammanendo il caffè pel suo fratello ogni giorno, e le feste solenni per i sette od otto preti del borgo, che venivano a pigliarlo con lui dopo il desinare. Godeva a udirli sorbire quella bevanda, di cui allora si cominciava appena a parlare, come di cosa dell’altro mondo; ma essa non ne assaggiava, perchè la sua bocca non era da tanto. Si innebriava aspirandone il fumo, si teneva onorata d’avere in casa quella delicatura, che anco i più ricchi del borgo non avevano ancora; e se conversando dinanzi la porta, colle donne del vicinato, le riusciva di far cadere il discorso su tanta grazia di Dio; ne diceva da far venire l’acquolina a tutte; poi con certo suo piglio orgoglioso e cortese, saliva di sopra, e poco dopo s’affacciava con in mano un bricco lucente, donato al fratello da non so che marchesana di quelle parti. E porgendolo a vedere imitava, senza volerlo, l’atto che soleva fare il pievano, nell’alzare il reliquiario più venerato della chiesa, a scongiurare il mal tempo. I fanciulli, che non sapevano del celibato dei preti, sino a una certa età non la chiamavano altrimenti che la moglie del pievano; al suo nome di Placidia, si soleva aggiungere dai più il titolo nobilesco di donna; derisione inconsapevole a una povera creatura, che nulla aveva della donna salvo che i guai; nessuno avendola mai chiesta sposa, nessuno amata, e potendosi dire di lei, che la si aveva lasciata vivere per non commettere un peccato mortale.
Don Apollinare non aveva dato guari segni di voler bene a questa sua sorella, nei tempi quieti; ma in quelli torbidi che s’erano messi verso il 1790, la teneva come persona nudrita a posta, per poter darle in casa i resti delle invettive, che scagliava in chiesa e fuori contro le cose di Francia. Le quali in sul cominciare non gli erano parse di gran momento; e a chi glie n’aveva chiesto, s’era contentato di rispondere che erano follie di popolaglia, e che o pane o bastone, avrebbero finito in nulla. Ma il 1791 gli era cascato addosso come fosse stato la volta del Sancta Sanctorum, sfasciatasi mentre egli era all’altare; e d’allora in poi aveva tenuto l’orecchio alzato a tutte le novelle che poteva avere da quel paese. Ad ogni corriere, che capitava ogni mese una volta, si faceva sempre più pensoso; i notabili del borgo gli si raccoglievano intorno spauriti della sua cera: egli parlava loro un linguaggio pieno di misteri: e se qualcuno osava annunziare di suo, cosa che avesse inteso da gente d’altri borghi, o dai mulattieri, che pei loro traffichi praticavano verso la Provenza; quello agli occhi di lui, era pecora vicina a sbrancare, e cominciava a tenerlo d’occhio. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo, avuta per via dei suoi superiori, due anni dopo che se n’era udito parlare, gli aveva fatto passare il giorno più nero di tutto quel tempo. Letta, riletta, meditata a lungo quella scrittura; chiesto a sè stesso mille cose circa quei diritti, aveva finito col capire nulla di nulla; ma in cuor suo rese grazie a Dio d’aver fatto morire un tale cui quel foglio sarebbe giunto per certe vie ch’egli sospettava; un tale che avrebbe fatto le capriole dall’allegrezza solo a leggere quelle sciocche parole, e a dirne qualcosa fra il popolo della pieve! Dio non aveva concesso che in tempi di pericolo, il lupo stesse a rondinare intorno all’ovile, ed aveva fatto benissimo. Quel morto che da vivo gli era stato in ira, aveva lasciato dietro di sè un figliuolo ricco, giovane, non di buon ramo; ma egli sperava di poterlo raddurre; e ad ogni modo gli tornava meno molesto del padre, e confidava nell’opera della madre, che appunto era la signora Maddalena. Con questa si era lagnato parecchie volte, accusandola d’aver troppo allentato il freno al figliuolo; aveva predetto che le sarebbe stato cagione di grandi scontenti; e s’era lasciato andare sino a farle la confidenza, che Giuliano era la più acuta spina che avesse nella sua pieve. Pensava tuttavia che coll’aiuto del Signore, passati i bollori dell’età giovanile, arrivato ch’ei fosse in sui trenta, si sarebbe messo a vivere più assegnato, più da senno, più da buon cristiano; e su avesse voluto dire tutta la verità, non gli spiaceva che egli in quei tempi torbidi se ne stesse a Torino. Perchè i suoi superiori gli scrivevano sempre d’aprir gli occhi, di star sulle guardie; e senza che si aggiungesse la briga di dover badare a un giovane ricco fatto di sua testa, e che se la sentiva di disputare anche con un monsignore, a lui da fare gli pareva di averne già troppo. In fatti s’era messo a spiare più attento, a capitare improvviso nelle case altrui, a scrutare le donne chiacchierone; e come le cose di D…. stavano nei limiti egli credeva di molto operare per la salvezza del mondo. Ma un giorno, mentre che stava desinando, gli fu portato uno scritto del suo vescovo, che parlava di Re Luigi stato giudicato ed ucciso. “Non può essere! – esclamò egli dando il pugno sulla mensa, per modo che il bicchiere si rovesciò – questa è una celia che mi si vuol fare, guai all’autore, se lo scopro!” A queste grida donna Placidia che veniva recando un piatto, si fermò sulla soglia guardando il fratello, e le parve ammattito. Egli intanto, tenendo il pugno chiuso e teso verso di lei, rilesse la lettera, e vide ai bolli che non v’era da dubitare. “Portate via ogni cosa: – continuò allora con voce dimessa – i popoli ammazzano i re, e questi sono tempi da fare penitenza!” – A donna Placidia la novella non fece nè caldo nè freddo; tanto più che il vino versato sulla tovaglia e grondante dalla mensa sul pavimento, non era segno di disgrazia vicina. Ma egli credè d’udire i cardini del mondo stridere per uscire di posto; la pace da lui serbata in D…. non aveva giovato nulla e se ne doleva: prese il libro dell’Apocalisse, ora in capo, ora in fondo, lo lesse; lo rilesse, lo predicò dal pulpito; spaventando i fedeli che non l’avevano mai inteso parlare a quel modo. Tenne con sè quel libro giorno e notte quasi sperasse di poterne trarre qualche aiuto nell’ora dell’imminente ruina; dopo dieci, venti, trenta giorni, vedendo che il sole continuava ad alzarsi dallo stesso lato, si quetò su quel fatto del regicidio; ma gli rimase una gran paura dei Francesi nemici di Dio, uccisori di nobili e di preti, belve che non più frenate da nessuno, avrebbero invasa la terra, e forse anche il borgo di D…. A rimettergli il cuore in corpo, non vi vollero meno di quelle migliaia d’Alemanni, venuti di Lombardia e passati per D…. nell’andarsi a porre a campo vicino a C…. borgo tenuto in conto di capitale dell’alte Langhe. La vista di quelle genti, di quelle assise, che ridestavano i ricordi di Marta, levarono a speranza l’animo del pievano; il quale fu il primo ad ossequiare il capitano dell’impero, annoiandolo con certa orazione latina, che diceva come i popoli delle trentasette terre delle Langhe, rammentassero d’essere stati sudditi di sua Maestà Imperiale, sino a cinquant’anni addietro; e che bramavano d’essere tenuti dai signori Alemanni come cosa loro. Offerse agli ufficiali la sua casa, la sua cantina, tutto sè stesso: e se d’una cosa si dolse, fu d’aver udito che i più grossi eserciti d’Alemagna, si travagliassero in sul Reno, di cui egli non sapeva nè dove nè che cosa fosse. Quella, a sentir lui, era gente sciupata; quattro e quattro otto l’avrebbe voluta tutta lì in val di Bormida; tutta, da poterla vedere, affacciandosi al balcone; e allora si sarebbe messo a ridere dei Francesi. Tuttavia rifatto un po’ più tranquillo, tornò a mangiare gagliardamente, a dormire sonni quieti, a dire ogni mattina alla punta del giorno la sua messa; alla quale s’affollavano i contadini, prima d’andare a far giornata nei campi, e vi venivano le serve e le donicciuole più divote del borgo, tra le quali Marta non mancava mai.
La povera vecchia soleva alzarsi prima che fosse l’alba, e queta queta, si metteva in capo il mesero stampato ad augelli e ad alberi; poi camminando in punta di piedi, e frenando la sua tosse mattutina, usciva di casa e saliva in castello. Per l’età sua ogni onesto le avrebbe consigliato di astenersi da quel disagio; ma essa faceva quell’erta come a bersi un bicchier d’acqua. Sentita la messa tornava che di solito la padrona era ancora in camera; e s’accingeva alle sue faccende, talvolta cantarellando, talvolta brontolando, ma sempre festosa come una cuffia nuova sul capo d’una bella dama.
L’indomani di quella sera, in cui Giuliano ne aveva detto di così grosse; sebbene non avesse quasi dormito, la campana di castello cominciava appena a suonare l’avemaria, e Marta era bell’e vestita e pronta ad uscire. Pensiamo un po’ che stupore dovette essere il suo, quando giunta alla porta, o tesa la mano, per agguantare la chiave, non la trovò nella toppa! Subito si rammentò che la sera innanzi la padrona aveva voluto chiudere da sè; pensò che la chiave se l’era portata di sopra, e indovinò anche la cagione di quella novità; ma le parve che non fosse l’ora da andarla a disturbare. Però l’idea di mancare quel mattino alla messa, le fece avvampare il vecchio sangue, che già le impaludava nel cuore; e fattasi animo, salì dalla signora, la trovò desta, chiese perdono; e avuta la chiave s’affrettò a rimettere il tempo perso. Nell’aria si udiva tuttavia la romba della campana, ed essa già entrata in chiesa; si rannicchiò nel banco dei padroni, si segnò, guardò, e tra due moccoli accesi allora, vide il signor pievano che saliva all’altare. Lieta d’essere giunta a tempo, pur non potè difendersi dalla stizza della sera innanzi; e quella storia delle chiavi custodite dalla signora; i certi dubbi e paure che non sapeva donde venissero, le ingombrarono la mente, con i pensieri che non erano d’orazione, tornarono ad assalirla; si raccomandò al santi, alla Madonna, si morse le labbra, invano: la sua testa andava in volta, e la messa fu finita senza che, povera donna, le fosse riuscito di recitare un intero pater. Allora delle sue distrazioni ne fece un’offerta al Signore, e il pievano non era più all’altare da un quarto d’ora, quando essa, malcontenta di sè, si levò per tornare ai fatti suoi. Ed ecco don Apollinare che, l’aspettasse o no, le si fece incontro sul piazzale della chiesa, colla tabacchiera aperta, dicendo:
“Ebbene, nostra Marta, come state?
“Eh signor pievano, da vecchia bene anche troppo!
“Oh! vecchi non si è mai, finchè l’appetito ci serve! – e qui il prete porgeva alla donna la tabacchiera, che vi facesse dentro una pizzicata.
“L’appetito – rispondeva Marta sfregando le dita contro la veste, quasi per nettarle prima d’accostarle alla tabacchiera; – l’appetito come Dio vuole c’è, sebbene del mio pane n’abbia mangiato le nove parti…..
“Mangiate anche la decima, e vi rimarrà quello del paradiso: – disse il pievano – intanto a conti fatti avete visto nascere molti che sono già all’altro mondo; e molti vi passeranno innanzi, che credono di non morire mai perchè sono giovani…. A proposito di giovani, ho inteso che il signor Giuliano è qui in D….?”
Al modo altezzoso con cui don Apollinare dava del signore a Giuliano, Marta si sentì gelare il cuore, e a mala pena rispose:
“C’è venuto a fare la pasqua….
“La pasqua! E dove la fa la pasqua? A tavola, o forse a C…., dove è già andato tre o quattro volte, a trovare i giacobini che appestano quel borgo? Ah l’ha fatta pur grossa la vostra padrona, quando lasciò ch’egli andasse a studiare a Torino! Voleva farsi medico? Ebbene, non poteva fare come tanti altri? impratichirsi da qualcuno dei vecchi, che hanno sempre fatto il mestiere, senz’essere mai usciti da questi monti? Io l’avrei raccomandato al marchese di C….. al conte di P….., e quando fosse stato tempo, questi delle licenze di curare i malati, gliene avrebbero dato, per amor mio, non una ma dieci….! Ma egli, superbo, no….! questi dei nobili, che danno licenza ai medici, sono privilegi di medioevo; io non ci vado a trottare sulla mula tre o quattro anni pei monti, per essere poi ammesso al cospetto del marchese, a disputare dell’arte mia col prete di casa….! io non ci vado a farmi compatire dal nobiluomo, che colla parrucca in capo e colla pergamena già pronta, accennerà cortese o farà rabbuffi, se il pranzo non gli avrà fatto pro: io non ci anderò a tribolare l’umanità mandato da questi signori…. no….! ha detto così il superbo, e andò a Torino…. Almeno ci stesse per sempre laggiù! ma vedete come egli è ritornato pieno di religione? Voi dite che egli è venuto a fare la pasqua…..; tutti i galantuomini a quest’ora l’hanno già fatta, ma lui, lui chi l’ha veduto?
“Ma! sospirò Marta facendo spallucce, in guisa che parve una chiocciola che ritraesse le corna nel guscio.
“Basta! – soggiunse risoluto il pievano – vedremo che intenzione ha: ditegli che stamattina l’aspetto.”
E diede di volta, piantando la povera vecchia; la quale stata un poco, come non sapesse più ritrovare la via, partì, un passo innanzi l’altro, colla mente a quelle parole, che le suonavano col sordo rumore d’un temporale vicino. Discese di castello, con una gran guerra di pensieri nel capo; e giunta a casa, buttato il mesero su d’una sedia, si mise a rassettare e a spolverare gli arredi, senza badare a non far rumore; parendole che la padrona non avesse a rimproverarla d’averla sturbata, dacchè pel figliuolo di lei, le era toccato dal pievano quella mortificazione. A un tratto rimasta colla mano in alto, guardando il soffitto, stette a udire certe pedate nel corridoio di sopra, che le parvero di Giuliano; gioì al pensiero di potersi alfine sfogare, e smesso il suo lavoro, se lo vide comparire dinanzi.
Calzava gli stivali a ginocchiello, e aveva in gamba le brache di nanchino giallognole, che i signori di quei tempi tiravano fuori dagli armadi il giorno di pasqua, fosse questa alta o bassa, ossia nella stagione ancor fredda, o già nella dolce. A vederlo vestito proprio come la sera innanzi, quand’era tornato da C…., Marta credette che egli fosse in punto di ripartire e gli disse:
“Che tornate a C….? No? O allora toglietevi di gamba coteste brache che paiono di ghiaccio! Che si mettano la festa di pasqua per santificarla, sta bene….. ma…. e la pasqua starebbe anche meglio santificarla in un’altra maniera!
“State buona, nonna, – disse accarezzandola il giovane – stanotte non mi sono spogliato…..
“Già! vizi che si pigliano in città….! Nelle città se ne pigliano tanti dei vizi…. ma il più brutto…. il più…. Uno squillo di campanello troncò a Marta la parola, che di quel passo sarebbe forse finita coll’ambasciata di don Apollinare. Essa dovè correre di sopra a vedere la padrona; e Giuliano rammentando i discorsi che aveva tenuti a sua madre, e pensando che era sul punto di doversi presentare a lei; fu colto da un gran batticuore.
Marta, molto meravigliata, per aver trovata la padrona già vestita, e acconciata i cappelli, da parere più giovane di qualche anno; tornò giù a dire al signorino che sua madre lo voleva: ed allora fattosi animo, egli salì quella scala, ma lento come su per un monte.
“Vieni oltre – gli disse la signora Maddalena, incontrandolo sulla soglia e fissandolo negli occhi: – prima di sera, sapremo se Bianca verrà a farci felici…..
“Oh sì verrà – sclamò Giuliano stringendo fra le sue le mani della madre.
“Va, e chiama Anselmo che venga a pigliarmi, col calesse…
“Ma che vuole andare lei, colle vie che vi sono….
“Va.”
Giuliano obbedì; ed essa col cuore alla gola, levò le mani in alto e disse singhiozzando:
“Giuliano, Giuliano, se tu sapessi che dolore mi dai….!”
S’asciugò gli occhi, e si mise dinanzi all’immagine di suo marito, stata dipinta colla sua, quando si erano sposati. Stette un tratto a contemplare quella tela, come se tra lei e l’immagine fossero misteriose corrispondenze; quindi avvicinatasi a un cantarono antico, tirò una delle cassette, cavò di là dentro una veste di seta color di rosa, e la distese sul letto, dove apparve fatta alla foggia di molti anni addietro, stretta nelle maniche, rigonfia alle ascelle, accollata e lunga la gonna, quanto poteva bastare a far un po’ di strasico avendola indosso. Di quella vesta ne teneva di conto; e la tirava fuori ogni anno ricorrendo il giorno delle sue nozze: trasse ancora una scatola in cui erano alcuni vezzi d’oro, collane, maniglie, anella di vario lavoro; e la pose aperta vicina alla veste. Del suo corredo di sposa, non le sopravanzavano più che quelle cose; perchè le più le aveva date, un po’ alla volta a povere fanciulle del borgo, andate a marito; e dopo averle toccate e ritoccate, col pensiero ad altri tempi, uscì sommessa in queste parole: “S’ha un bel affligersi, ma nel giro di trent’anni si rinnovellano nelle case, feste e dolori! ora tocca a lui!”
Lasciò quella veste e quei vezzi così come gli aveva messi, forse desiderando che Giuliano li vedesse, mentre sarebbe stata lontana; poi sempre pensosa discese. A vedere Marta trasecolata come era, le parve di doverle dire qualcosa di quel che andava a fare, ma si rattenne senza sapere il perchè; e chiesto che le porgesse una tazza di latte, si pose a berne, mangiucchiando d’un pane casalingo, affettato lì per lì dalla vecchia, la quale dal rimescolamento e dalla rapina di non sapere qual aria volesse tirare, per poco non si tagliava le dita.
In questo mezzo Giuliano era venuto col calesse, sino all’arco, per cui s’entrava nel piazzale; e lasciato là Anselmo ad aspettare, Anselmo che aveva fatto le maraviglie per quell’andata della signora; corse a farne avvisata sua madre. Essa era pronta: nè avendo a far altro che mettersi in capo la cuffia, se l’acconciò da sè, salutò Marta, fu al calesse accompagnata da Giuliano; e senza volgersi addietro si mise dentro e partì.
Marta rimasta in forse a guardare dalla finestra della sala, colle braccia al seno, sentiva qualcosa crescere dentro, venir su a far groppo: e come la frusta d’Anselmo schioccò nell’aria, gli occhi le si empierono di lagrime, e corse verso l’uscio per andar fuori. Di certo all’abbrivo che aveva preso, avrebbe raggiunto il calesse; ma s’abbattè in Giuliano nell’atrio, e colla punta del grembiale, asciugandosi il viso lavato di lagrime, si piantò di faccia a lui e sclamò risoluta:
“Fate come volete, ma se a voi e a vostra madre piace ch’io scoppi, ho sempre obbedito! Che faccenda è questa che mi capita la prima volta, dacchè sono qua dentro? Sì, se io sono stimata un coraccio che non sente nulla, ditelo; e io faccio un fagotto della mia roba, e un cantuccio da morirvi lo troverò….
“Ma Marta…. – disse Giuliano – o che adesso impazzate….? Badate invece a star sana, che avremo fra poco bisogno di voi come del pane…! Ma non vi sgomentate; piglieremo una giovane che v’ajuti…, e la farete buona come voi…; qua l’orecchio…, mi sposo…
“Dio lodato! – proruppe allora la vecchia traendo lunga la voce, mutata in faccia che non pareva più quella: – ora so in che acque mi trovo…! Vi pareva? lasciare al bujo me, che posso dire d’aver visto fondare la casa; e ho portato vostro padre in collo, e fui sola a governargli la roba fin quando si sposò….?
“Giusto! ben rammentato! quando si sposò…! Io voglio fare ogni cosa come fece mio padre; animo, che feste avete fatto quando egli condusse la sposa?
“Eh! miracolo se si è mai visto altrettanto! – sclamò Marta levando le mani in alto, come a significare che le erano state cose da non poterle rifare: – le feste durarono mesi, e se le racconto vi paiono favole da narrarsi a canto al fuoco. State a sentire. In una sua gita a M…. nella valle di là, sapete dov’è, vostro padre ebbe una sfida al pallone. Egli non sapeva altro gioco, ma al pallone, capperi, era conosciuto sino in capo al mondo! In quella sua gita s’innamorò di vostra mamma, la quale stava con parecchie zitelle di colà a vedere i giocatori….; vostro padre, non faccio per dire, ma era un bellissimo giovane…. Tornò da quella gita pensoso, melanconico, crucciato, come voi ieri sera…: ed io che, non per vantarmi, gli faceva da madre, sin dall’anno quarantacinque, che i suoi erano morti della pestilenza…. anche quello fu un bell’anno…, basta..! io credei che egli, chi sa come, avesse perduto qualche gran somma, e volli sapere che cosa lo tribolasse a quel modo. Egli mi disse, così e così….; oh! sclamai io, tutto codesto? E gli consigliai quello che avrei consigliato a voi ieri sera, se avessi saputo che cosa vi frullava pel capo. V’era casa, v’era stato; non gli mancava nulla, appunto come ora a voi; forse che avete bisogno d’esser medico, di cavar sangue, per campare ammogliato, voi? Sposate quella ragazza, gli dissi, e che Dio vi benedica! Faremo festa per un anno e un giorno, come in casa i principi…! Mi diede retta, tornò due o tre volte a M…., parlò; e di là a due settimane, vostra madre veniva qui da padrona. E mi disse poi che anch’essa s’era innamorata di vostro padre sin dal primo giorno che l’aveva veduto. Erano due bei sposi ve’, e che accompagnatura! Vennero attraverso ai monti e in tanti, che non s’era mai visto una simile cosa a ricordo di vecchi. Signori, signore; a cavallo, in lettiga; musici che suonarono tutta la via; canti, schiopettate, sparate di pistole, una battaglia! E quando il corteo fu scoperto da qui a quel varco dei monti lassù, le campane di castello cominciarono a suonare a gloria, come venisse monsignor Vescovo a dare la cresima. Io era qui, in questo luogo, e un’occhiata dava al corteo che discendeva per quelle svolte come una processione; un’altra correva a darne in casa dove aveva un mondo di donne ad ammanire il pranzo: un pranzo di cento convitati, mica pochi, no; e che convitati! La sera poi un festino, che manco vi saprei dire se fossi un avvocato…; e la storia durò settimane… Chi mi avrebbe detto, tu Marta starai tanto al mondo, che queste cose le rivedrai una seconda volta? Pure una differenza v’è….; quegli erano tempi di gran pace e di gran gioia; la gioventù non s’immischiava di nulla…, al comando chi v’era vi stesse, e vostro padre era un uomo dabbene….
“Ed io…? – chiese Giuliano, che avrebbe dato il fiato alla vecchia perchè ricominciasse.
“Eh… voi… non siete cattivo…; ma alle volte…. per esempio ieri sera, che cosa vi facevano gli Alemanni….? E poi… sì… ve n’ho a dir una; – e dando un’occhiata all’arco in capo al piazzale, se spuntasse qualcuno, si fece più vicina a lui e continuò con dimestichezza; – stamane il signor pievano mi ha parlato di voi, e vi vorrebbe a fare la pasqua.”
Giuliano che, solo udendo menzionare gli Alemanni, già aveva perduto la rallegratura del viso; a quella novella del pievano divenne annuvolato del tutto; e disse a Marta severo:
“Domani, tornate lassù: e se vi chiede di me, ditegli che lasci in pace i cristiani.
“Che mi fate celia! – sclamò la vecchia indietreggiando: – manco se mi faceste diventare ricca come il mare! Il pievano vuole il vostro bene. E che credete di farne dell’anima? Questo è un altro grillo come quello di maledire quei poveri Alemanni.
“Non mi tornate a parlar di costoro! – gridò Giuliano avvampando: e Marta concedendo il poco pel molto:
“Bene….! ma il pievano, la pasqua almeno… Dio ha le braccia lunghe, e quando gli pare ci arriva! Date retta a me…. andate, o sarà tutt’una, il pievano verrà qua….
“E venga! – proruppe allora il giovane – venga!” E assettandosi su d’un sedile di pietra fuori dell’atrio, parve proprio risoluto ad aspettarvi il pievano.
Marta pregava, badasse a non guastare la sua e la pace della famiglia; ricordasse che anche la sera innanzi aveva promesso a sua madre di non darle mai dispiaceri; pensasse che stava per farsi sposo, e che quello non era tempo di cozzare coi preti; e che ad ogni modo senza che si fosse accostato ai sacramenti, la fanciulla amata non l’avrebbe potuto sposare…. Ma egli non le dava retta, e facendo a sè stesso col pensare, quello che il leone, sferzandosi colla coda; levatosi ritto come per andar incontro a qualcuno, diceva:
“Mi vuole…! E quando m’avrà avuto lassù a forza, bella religione la sua e la mia! O perchè non lasciano che l’anime si volgano a Dio, ciascuna su quell’ali che egli le diede? No…; essi le vogliono spingere in su ajutati da questi altri servi della spada, che ci tengono col capo nel fango. E intanto si fa il male da loro, da noi, da tutti; carne, carne, carne, null’altro che carne. O vento che soffi dalla Provenza…. o Francia insanguinata come vergine nel circo, tu sei la scolta di Dio! Vieni colle tue legioni, e facciamola finita una volta!”
Il petto di Giuliano pareva si fosse fatto più ampio, e l’occhio scintillante, come d’uomo rapito nel leggere una pagina dei profeti, gli era rimasto fisso nell’orizzonte, proprio verso quella parte, dove Marta aveva inteso dire che vi era la Francia. Le prime parole del giovane l’avevano sbigottita; tutto quello che potè capire delle ultime fu che egli le aveva dette, e con amore, ad una nazione, la quale empieva il mondo di terribili novelle, sicchè se ne parlava sino dai pulpiti nelle chiese; e, povera vecchia, non avea membro che tenesse fermo. Allora sì, che le balenò sul serio il pensiero d’andarsene da quella casa, dove sotto le spoglie del suo Giuliano d’un tempo, era venuto ad abitare chi sa che gran peccatore! E fu a un pelo di dirglielo lì per lì. Ma la grande passione di lui, le fece temere di udirlo prorompere in altre eresie; di che fattasi forza, con un martellamento di cuore che si sarebbe inteso discosto tre passi, si ricoverò in casa. Là pregò Dio caldamente, che pel bene della signora Maddalena e del pievano, rattenesse questo dal discendere di castello; perchè non sapeva neanch’essa che cosa avrebbe potuto seguire. Intanto colla fantasia si figurò di essere in volta col suo fardelletto sulle spalle, alla cerca d’una famiglia, da potervi servire buoni cristiani, gli altri pochi anni che le rimanevano di vita: e non vedeva l’ora che la padrona tornasse, per dirle ogni cosa e licenziarsi.
Giuliano quetatosi un poco, e rimessosi a sedere su quella pietra di poco prima, fissò lontano il calesse di sua madre, che s’andava dilungando, fin che gli fu uscito di vista. Poi l’accompagnò col desiderio e coi voti verso la meta, oltre la quale vedeva e pregustava la sua e la parte di paradiso d’un’altra persona. Sposarsi a Bianca, condursela in casa, dirle: “qua dentro ogni cosa è tua; sii l’angelo del mio focolare; ringiovanisci della tua giovinezza mia madre; e viviamo d’amore essa, tu, io” era per lui qualcosa più che aver l’ali da volare in capo al mondo, girarlo tutto, e salire sino alle stelle. E già la vedeva venuta, già aver fatto l’uso alla nuova casa; marito gli pareva d’aver acquistato in essa una seconda coscienza; medico si sentiva tratto per la campagna a far il bene, ispirato dal desiderio di poterlo dire, tornando stanco, “ho fatto questo, ho fatto quest’altro….” padre, (questo poi era pensiero in cui si sprofondava col diletto preso da giovane a tuffarsi nei pelaghetti della sua Bormida, in tempo di gran caldura, mentre il suo genitore stava a vederlo;) padre gli pareva che avrebbe educati figli, degni di dar gloria fra gli uomini a quel Dio, nella cui bilancia dovrà pesare più una goccia d’acqua data ad un assetato, che una intera vita passata a star ginocchioni dinanzi a lui; ah! i figli, i figli! quel calesse arrivasse a C…. col buon’augurio, Giuliano v’era già col cuore!
E il calesse andava, e tacerne sarebbe come voler nascondere al lettore, che di quei tempi gli abitanti di val di Bormida, non avevano mai veduto quattro ruote di quella fatta a girare. Eppure era un vecchio e gramo arnese, che ai giorni nostri farebbe sgomento al più modesto viaggiatore che se n’avesse a servire. Anselmo lo aveva comperato dagli eredi di non si sapeva che baroni del Monferrato; ed essendo uomo molto arricchito nei contrabbandi tra le terre della repubblica di Genova e del re di Sardegna, per quell’acquisto era così cresciuto di reputazione, che a D…., quasi più nessuno osava chiamarlo col vecchio nome di mulattiere. Ma egli punto insuperbito, se gli capitava di guadagnare s’alzava anche a mezzanotte. E sebbene pel suo far costare il nolo del calesse un occhio del capo, si durasse fatica a mettersi d’accordo con lui; la signora Maddalena non era stata quel giorno a parlare di danaro, ed egli la portava verso C…, certo di toccare una grassa mercede e un buon beveraggio.
La via correva a tratti sulle vestigia di quel ramo dell’Emilia, che per val di Bormida menava i Romani da Tortona all’antica Sabazia. I dotti, quando ne parlano, rammentano la tavola Pentingeriana, e l’itinerario di Antonino. Romana o no quella via era un macereto, e dava così gran disagio a farla in calesse, che camminare a piedi, sarebbe stata per la povera signora minor fatica. Ad ogni passo il legno pigliava tali scosse, che essa era sempre lì colle mani per toccare Anselmo che si fermasse: ma egli da uomo rotto a ben altre molestie, la confortava a non vi badare, e starsi sicura; e tirava innanzi per la terricciola di R…. alla volta del borgo di C…. Il quale a chi vi giunge da quelle parti apparisce amenissimo, sebbene schiacciato com’è fra il torrente ed una rupe alta e malinconica, parrebbe star meglio in mezzo alla pianura, che gli si apre dinanzi. Questa non è ampia molto, ma quanto basta per dare aspetto magnifico ad un anfiteatro di colli, sormontati su su da dossi più alti di monti selvosi, che col verde cupo dei loro fianchi, fanno bel contrasto coi sottoposti vigneti, colle piagge ridenti, coi prati e coi campi, dove si lavora in dolcissima pace. Sulla rupe che soggioga il borgo, sorse un castello che fu dei Del Carretto, ed era degli Scarampi quando Vittorio Amedeo, generale degli eserciti di Francia e di Savoia, guerreggiando gli Spagnuoli in quella vallata, lo trovò difeso da dugento di costoro, e ne gli scovò con centoquarantaquattro cannonate giuste. Era l’anno 1625, e di là a poco il Conte di Verrua tornato a combatterlo lo atterrava del tutto. Ai tempi della mia storia quel castello era già quale è ai nostri, roba di donnole e di volpi, nè dà alla gente del borgo niuna noia, salvo che quella di toglierle una bell’ora di sole in sul tramonto, e di minacciarla colle sue pericolanti rovine. Macchie di castagni, da lasciare in desiderio il più valente paesista, s’aggruppano su per il pendio sino a quelle; e ai segni dei secoli che hanno nei tronchi ispidi e muschiosi, mostrano d’aver fatto ombra alle castellane, se nelle ore calde saranno uscite a sedere sull’erba a piè delle mura. L’edera inviluppa le macerie; e le muraglie che stanno ancora irte di comignoli smisurati, spiccano tra quel verde, come dossi di giganti costretti a mordere la polvere, colle braccia poderose levate in alto a imprecare. La Bormida lenta in quel suo passaggio, per i molti pelaghetti che forma, pare vaga di riposarsi un tratto a far più bello il paese. Riverbera gaiamente il castello, le case del borgo, i bucati distesi sulle sue rive le donnicciuole che vi s’affaccendano intorno, e quelle che vi stanno a lavare; e a chi conosce di quali piene talvolta si gonfi, pare angusto quel letto in cui scorre poca e tranquilla. Laggiù laggiù, dalla parte donde tirano i venti di mezzogiorno, menando sovente a furia sulla selve e sulla pianura, le vette di San Giacomo e del Settepani fanno l’orizzonte sempre leggiadro: ma a vedere l’azzurro oltremarino di cui si tingono a sera, paiono in certa guisa sfumare nei colori del cielo. Allora lasciando varco alla fantasia di chi le guarda, e trova oltr’esse, i borghi, le terre e il mare di cui ha inteso a dire le meraviglie; chiudono malinconicamente la bellissima scena.

CAPITOLO III.

Sotto quel cielo, a piè di quel castello, viveva quella Bianca, che la signora Maddalena andava a cercare. Essa era una giovinetta in sui diciotto, e se io mi provassi a ritrarla; e dicessi che il suo viso pareva di questa o di quella statua; che l’occhio aveva grande, nero, intento, e l’incarnato delle guancie fresco e sincero come di bambino allattato sull’Alpi; i miei quattro lettori se la figurerebbero ognuno diversa e di sua fantasia: e però mi pare meglio dire in una parola che essa era bellissima. Bellissima e mesta, aveva il portamento d’una santa che ignorasse d’essere in terra; e forse per averla veduta guardare in cielo, coll’atto di chi aspetta di lassù qualcosa, Giuliano se ne era innamorato. Vicina a lei, quasi fosse il suo angelo custode, si vedeva sempre un’altra fanciulla, più giovane di qualche anno; la quale sebbene non le somigliasse punto, e fosse bellezza di tutt’altra sorta, era sua sorella e si chiamava Margherita. S’amavano, ma non osavano dirselo; e pareva ad esse di fondersi l’una coll’altra, d’essere la felicità in persona, quando potevano darsi del tu, senza il pericolo d’essere intese. Ma questa era cosa che accadeva assai di rado; perchè il babbo se le sue figliuole avessero usato tra loro questa confidenza, gli sarebbe parso d’udire tremar la casa dalle fondamenta, e guai alle poverette. Esse potevano dirsi le due gemme di C…. e già in chiesa, a vederle sotto quel velo bianco, aereo, che le fanciulle delle terre liguri sapevano, fin d’allora acconciarsi in capo con tanto garbo; la gioventù pensava più ad esse che alla preghiera. Orfane della madre sin dall’infanzia di Margherita, avevano vivo il padre che si chiamava il signor Fedele; uomo ricco, tirchio, rozzo, più che sessagenario, dottore di legge molto reputato nel borgo. Costui era di quella maniera di padri, che gli affetti, se ne hanno, li tengono bene nascosti: nè aveva pensato che a far roba, per arricchire le figlie. Della loro coltura manco s’era sognato, e se fosse rimasto da lui, le giovinette non avrebbero imparato che a leggere, tanto da poter cantare nella processione del Corpus Domini col libro in mano. Scrivere non sapevano, perchè non era cosa che di quei tempi si potesse insegnare alle donne, se non da parenti che le volessero usare al male. Ma lavoravano di cucito per bene, e in casa facevano tutto colle loro mani: perchè il padre, duro a spendere, permetteva solo che una donna venisse a cavar l’acqua e a rigovernare le stoviglie, e appena fatto se n’andasse, che egli gente d’altri in casa non ne voleva. Per compensarle delle loro fatiche, dava in carnovale una festicciuola da ballo, in cui si mostrava discreto spenditore; e una sera di quaresima le conduceva al teatrino del borgo, a vedervi la passione di Cristo, rifatta dai disciplinanti della sua confraternita, con gran pompa di mitre, d’elmi, e di turbe, che finivano col fico di Giuda; donde si vedeva spenzolare l’apostolo scellerato, tra le risa degli spettatori. Del rimanente la vita la passavano parte in borgo, parte in villa; il governo della famiglia era mantenuto dal signor Fedele con gran rigore; ed essendo egli di quei tali, che intendono gli uffici di capo di casa a una torta maniera; entrando od uscendo, sulla soglia mutava il viso; altro era dentro, altro di fuori, burbero ed alla mano. Quando in famiglia si parlava di lui non dico che si tremasse, ma i cuori si facevano piccini; fuori nessuno si lagnava dei fatti suoi, nessuno ne diceva male, ma era uno di quegli uomini che bisogna averli morti per sapere se furono amati o temuti. Si mostrava assai cosa di chiesa, dove o s’udiva a intuonare in coro il suo salmo, o si vedeva ritto in parte da essere scoperto da tutti; in piazza dava strette di mano a destra e a sinistra; se la faceva da amico con tutti i signori dei contorni, e coi preti del borgo, allora così numerosi, che dall’alba fino a mezzogiorno le campane non finivano mai di suonare a messa. Monete pel sottile ne aveva messe di molto.
Come mai quelle due giovinette senza madre, avessero potuto venire su così gentili, con quella sorta di babbo; è cosa che non si potrebbe spiegare, senza dire che la Provvidenza, proprio non soffre un male quaggiù, che lì vicino non vi ponga il rimedio. Una cognata del signor Fedele, viveva nella famiglia, recondita, mansueta buona a fare ogni bene, quantunque fosse cieca nata. Per la vita che aveva menata raccolta e meditativa, le si erano affinate le virtù dello spirito e del cuore; di maniera che miglior educatrice, non si avrebbe trovata nè in C…. nè in altre parti di quella valle. Si poteva dire di lei, che si fosse seduta al posto della sorella morta, a far da madre alle sue nipoti; e finchè erano state piccine non aveva provato gran dolore di non poterle vedere: ma ora sentendo Bianca cresciuta alla voce, ai detti, ai silenzi in cui cadono le giovinette nell’età della loro vita, che incomincia la donna; quel non poterla studiare nel viso, era divenuto un gran tormento per la povera cieca; la quale conosceva tutte le cose buone e le tristi del mondo, come per una misteriosa rivelazione. E non potendo altro, pregava Dio che per Bianca e per Margherita, quando fosse stato tempo da ciò avesse mandato due giovani, poveri o ricchi non montava, ma quali essa se li sapeva immaginare; poi che l’avesse presa. Nel borgo non la si vedeva, salvo che quando andava alla messa e ai vespri, franca di passo in mezzo alle nipoti; e nel tragitto essa capiva come camminassero confuse perchè guardate dalla gioventù del borgo: ma con quel suo viso calmo e muto, comandava rispetto a coloro che avessero osato fissarle di troppo. Nell’andare e nel tornare dalla chiesa le donne la salutavano: “damigella Maria:” ed essa si fermava fossero signore o popolane; appiccava discorso volentieri, interrogava e rispondeva benevola; e (tutti abbiamo qualche peccato) se quelle persone vestivano a nuovo, godeva a parlare della bella indiana, del rigatino, del bordato, che sapeva discernere al tatto e all’odore. E alle voci conosceva anche gli aspetti, e diceva delle cose e delle persone, servendosi sempre del verbo vedere, come se davvero avesse veduto. Passeggiava volentieri a lungo, ma fuori per i prati sulle rive del torrente, che col suo mormorìo gli pareva un compagno caro come le nipoti che le davano mano. Ma la sua felicità era l’estate, che se non s’andava in villa, poteva passare le ore su d’un’altana, ombrata di luppoli, la quale dava su di un vicoletto, e aveva di faccia la casa di quel don Marco, stato maestro di Giuliano. Da un terrazzino di quella casa benedetta, il giovane aveva veduta Bianca la prima volta, questa dall’altana aveva visto lui; l’intelletto d’amore s’era in essi destato; e per anni non era passato giorno, che non fossero stati ognuno al suo posto parecchie ore. Ma Bianca, trovandosi in gran confusione, si soleva tenere nascosta dietro certi vasi di fiori, col cuore che le pareva pieno di musiche, di canti, di quell’aura misteriosa che soffia la primavera. Non s’accorgeva di nulla la cieca, don Marco qualcosa del suo alunno capiva: tuttavia sapendo che l’amore nascente all’età di quei due è cosa divina, egli taceva.
Un giorno che ancora l’altana non era rinverdita, ma già si godeva a stare all’aperto pel tempo bellissimo; la cieca e le nipoti v’erano state confinate dal signor Fedele, il quale aveva in casa una persona, con cui gli bisognava parlare in gran secreto; una persona che Bianca sospettava chi fosse, e a pensarvi le pigliava un’uggia non mai provata. Damigella Maria, con una sua scusa, fatta andare Margherita nelle stanze disopra, stringeva coi discorsi Bianca; per sapere da lei, come mai cinque giorni prima, (il giovedì santo) andando in chiesa, fosse uscita in un grido mal represso, e quasi avesse inciampato a guisa di persona confusa da vista inaspettata. Quella era la quarta volta che la cieca tornava ad assalire la nipote con quei parlari; dubitando che questa avesse veduto qualcuno, che già potesse sopra il suo cuore; e voleva cavarle una confessione. Bianca si schermiva, combattuta dal desiderio di dire la verità, provando anzi il bisogno di sfogare qualcosa che le bolliva dentro; ma alla zia no…. sentiva di non potergliela dire.
Potevano essere quel giorno, le quindici ore d’Italia, e il calesse su cui veniva la signora Maddalena, giungeva a scoprire ii borgo di C….; e Anselmo ne faceva avvisata la viaggiatrice, la quale al cenno rispettoso di lui, alzò il capo, e guardò intorno quei luoghi non più riveduti dacchè vi era venuta col marito, a porre Giuliano a scuola in casa a don Marco. Rimirando quei luoghi, quasi sentendo d’averlo ancora allato, pregò l’anima di lui a starle vicino; e le torri brune di C…, le vette alte degli olmi che allora cingevano il borgo, il castello in rovina, le parve facessero segno di antica amicizia. Subito cercò coll’occhio i siti delle case a lei note; vi si mise dentro colla fantasia, s’immaginò le liete accoglienze; e un po’ raccapricciava, pensando ai mutamenti e alle morti che vi troverebbe avvenute; un po’ noverava le famiglie alle quali, appena avuta una risposta da chi doveva darla, sarebbe andata ad annunciare le nozze di Giuliano. E studiava le parole da dirsi; quando quel dolce lavoro della mente, le fu turbato da uno spettacolo non veduto altra volta. Pei campi e pei prati a sinistra della via, giostravano gli Alemanni, passati a D…, mesi prima; quegli Alemanni odiati tanto da suo figlio; e nei loro esercizi parevano governati da voci strane, alte, rabbiose; da squilli di trombe, da rumor di tamburi. Alcune coorti di cavalli galoppavano a briglia sciolta, varcando di lancio i fossati, balzando con turbinoso agitare di zampe per disopra alle siepi, divorando fragorose gli spazi a investire le squadre dei fanti; e allora urla e scompiglio come in vera battaglia. A piè d’un muricciuolo d’orti, di costa alla via, ardevano i fuochi del campo: nereggiavano appese sopra le fiamme grosse caldaie, intorno alle quali s’affaccendavano alcuni soldati luridi; mentre alcuni altri contendevano per cavar acqua da un pozzo, e ne facevano altalenare il mazzacavallo, come monelli. Da un poggio poco discosto, si diffondeva un’armonia di strumenti guerriera e pietosa, che faceva pensare all’Allemagna, alle famiglie di quei soldati, alle venture sanguinose, cui erano condotti così da lontano.
La signora Maddalena veniva guardando tutte queste cose, piena di compassione, e due o tre volte aveva affrettato coi cenni Anselmo curioso e restio; il quale dopo un altro po’ di trottata, uscì dicendo “siamo arrivati”.
Erano dove la via correva tra le ortaglie del borgo, quasi in ripa ad una gora, che mena anche adesso l’acque ad un antico mulino; e vedendo a man diritta una chiesetta campestre, la signora Maddalena si raccomandò al santo patrono di quella, qualunque egli fosse. Quella chiesetta era dedicata a Santa Marta, e sorgeva allora solitaria in mezzo a quegli orti; ma oggi la stringe dall’un dei lati, il cimitero, dove se ne va in pace la nostra gente; dall’altro stanno quattro muricciuoli a nascondere due tombe; nelle quali (molti lo credono) si dice che stia rinchiuso il bieco governatore di Sant’Elena, colla sua famiglia. In verità, sarebbe cosa da chiarirsi, se Hudson Low cacciato di terra in terra come un malfattore, sia riuscito davvero a finire i suoi giorni in quel villaggio, così vicino a Montenotte; dove il suo prigioniero era stato preso sull’ali dalla gloria e dalla fortuna. Il fatto è che in quelle due tombe, giace una famiglia di protestanti inglesi, venuti a dimorare e a morire in C…., saranno poco più di cinquant’anni; e i veterani di Spagna e di Russia, passando vicino a quelle tombe; in cambio di pregare, godevano di calcarsi in capo il cappello per far onta al morto, e tiravano oltre guardando losco e brontolando.
Quel giorno che le tombe credute di Hudson Low, e i veterani di Napoleone erano ancora di là da venire, Anselmo tirò oltre anch’egli; e indi a poco, il calesse fu a traversare il ponte lungo, stretto, basso di muricciuoli, i quali a ciascuna pigna formavano un angolo, dove i camminanti potevano, bisognando, cansarsi dalle file di muli, che allora varcavano numerose, spandendo per quelle valli la musica di centinaia di sonagliere. In capo al ponte, sorgeva un’altra cappelletta, (ve n’erano a tutti i passi) e questa serviva a deporvi i morti del contado, fino a che la confraternita li venisse a levare pel mortorio. Alcuni fanciulli vi ruzzavano baloccandosi a giocare alle palle di piombo avute dai soldati che sempre sono loro amici; e all’apparire del calesse stettero maravigliati, per non aver mai visto altrettanto. Ma altri più discoli che facevano alle piastrelle sul greto del torrente, s’affollarono su per la ripa a chi più corresse, a chi arrivasse alla carrozza; e l’avrebbero assalita a furia, senonchè il primo che potè agguantarla per di dietro toccò una frustata sulle mani; e gli altri si fermarono intorno a lui piangoloso e umiliato, che si fregava il bruciore zoppicando. La signora corrucciata, rimproverava ad Anselmo il suo giuoco bestiale, e si volgeva addietro a guardare pietosa il mal capitato.
Girando a manca repentinamente, di là a cinquanta passi s’era alla porta del borgo, ampia d’arco, munita ancora delle gravi imposte dei tempi, in cui si soleva chiuderla; e prolungata a guisa d’androne, sotto una volta, dalla quale si levava una torre, stata alta e forte, e poi mozza e divenuta casa di gente dabbene. In una delle pareti sotto la volta, si vedeva una rozza dipintura, che aveva ad essere l’immagine della Madonna; e di faccia a questa, in una stanza terrena, umida e tetra, v’era la guardia Alemanna.
Spiacque molto alla signora Maddalena, dover attraversare lo spazio tra il ponte e quella porta, perchè sott’essi gli olmi che in lunga fila sorgevano fuori le mura, sebbene per la stagione non rendessero ancora ombra, conversavano a capannelli i maggiorenti della terra. Uno di quegli olmi che per essere solitario e molto spanto pareva piantato là a posta per gente privilegiata, ed era il più vicino alla porta, si chiamava l’olmo dei preti. Nessuno che non fosse stato prete o frate, avrebbe osato di fermarvisi sotto; e in quel momento che la signora passava, vi stavano a crocchio discorrendo assai caldamente, mezzo il clero del borgo e mezzi i frati di un convento poco discosto, che vedremo tirando innanzi. Qua e colà, soldati infermi all’aspetto, sedevano al sole, fumando le loro pipe di Boemia, accidiosi e mesti; o accosciati in molti, l’uno dopo l’altro, s’acconciavano tra loro i capelli, s’intrecciavano le lunghe code; sudici, cenciosi motteggiandosi nei loro linguaggi, come mostravano alle risa e agli sdegni.
I discorsi di quei signori e di quegli ecclesiastici, volgevano su cose di sì gran momento; che alla vista del calesse niuno si mosse tra i curiosi sfaccendati, che in altra occasione avrebbero fatto folla come i scimuniti. E bisogna sapere che questo avveniva perchè appunto quella mattina era giunta la nuova che i Francesi, fattisi grossi, all’improvviso, sul confine della repubblica di Genova, da Mentone a Ventimiglia, ne avevano invaso il territorio, tentavano di guadagnare i varchi e le vette dell’Alpi Marittime; e a calarsi da queste nelle valli della Bormida vi avrebbero messa poca fatica.
La signora Maddalena gli udì litigare sui nomi dei luoghi invasi dai Francesi e sulle distanze; e lietissima di non essere badata, si mise dentro l’androne, e tirò diritto per la via maestra del borgo. Gli artigiani si affacciavano agli sporti guardandole dietro un istante, mettendosi poi a chiaccherare colle mogli, o chiedendosi da bottega a bottega quella donna chi fosse. Essa smontò ad una porta, che Giuliano le aveva descritto così bene, che neanco cieca avrebbe potato sbagliare; disse ad Anselmo che desse di volta e andasse ad aspettarla, oltre il ponte, presso certa casuccia di costa alla via; poi salì le scale, d’onde s’udiva venir giù una pedata grave e sonora di sproni. E subito comparve un uffiziale Alemanno, allegro in vista come tornasse dall’aver vinto un’esercito; uomo tozzo e impersonato, si che ad ogni mossa, muscoli e polpe parevano lì per isquarciargli i panni. Portava in capo uno di quei berrettoni da ulano, che i vecchi di quelle parti rammentano, paragonandoli per la forma a un manticetto, e ne aveva coperta la fronte fin sulle sopraciglia; sotto le quali balenavano un par d’occhi verdastri, grandi, mirabilmente accompagnati a due mostacchi rossicci, folti, attorciati come le branche d’uno scorpione. Ad averlo visto una volta, lo si avrebbe potato ritrarre dal più inesperto con tre pennellate, di scorcio, di profilo, di prospetto tanto la sua vista colpiva; ma da gentil cavaliero, s’accostò al muro, lasciando spazio, quanto la sua persona ne poteva concedere alla dama; la salutò con garbo tra soldatesco e paesano; e questa continuò a salire fino all’uscio che andava a picchiare.
Damigella Maria e Bianca non s’erano per anco mosso di su l’altana; e una donna che aveva vista la signora Maddalena entrare dal signor Fedele, passando pel vicolo, levò in alto la faccia, e disse alla cieca: “damigella Maria, le viene in casa una signora forastiera.” A Bianca il cuore fece dentro un gran moto, e proprio in quel punto s’udì uno squillo del campanello. Essa, vi fosse o non vi fosse sua padre a sgridarla, corse ad aprire; e la signora Maddalena non aveva lasciato, sto per dire, il cordoncino del campanello, che l’uscio fu spalancato, e le apparve Bianca, dimessa le vesti e in tutta la semplicità della sua bella persona. Vederla, ravvisarla per quella che le aveva detto Giuliano, prenderle fra le mani la testa e baciarla in fronte, fu per lei un solo atto. E la giovinetta si lasciava fare tra desiderosa e soprafatta, sentendosi discendere molto addentro l’occhio di quella donna, che aveva i segni in viso d’una dolcezza infinita. Nè sapeva, ma le pareva d’averla conosciuta; l’immagine di Giuliano veduta a C… tre o quattro volte in quella settimana, la rivedeva lì; non osava richiedere del suo nome la forestiera, ma era certa che n’avrebbe risposto uno caro, già noto, chi sapeva quale? E non pensava lei sola a Giuliano; perdio la signora Maddalena, guardandola la paragonava per la bellezza a lui, qual era alto, aitante e fiero; le pareva di vederlo cogli occhi nerissimi ora fulminei, ora mesti, intenti nella fanciulla; gioì per essa che l’avrebbe trovato uomo degno d’altissimi amori, la cui anima accesa di lei sarebbe divenuta luce; e la castità della vita che brillava in volto al giovine, stimò degna dalla vergine che aveva dinanzi.
Non v’è da meraviglirsi se in quel momento che quasi era in estasi, la signora Maddalena credè già il parentado bell’e fatto; nè se passato il primo silenzio parlò alla fanciulla con materna dimestichezza, dandole del tu, o chiedendole dove fosse suo padre. Allora Bianca capì di più, e tramando per la gioia, metteva lei in una sala; dove andando e tornando alcuni passi, chiedendo confusa e rispondendo colle vampe nel viso, seppe il dolce nome e corse come potè a chiamare il proprio padre.
Chi pensasse che la sala del signor Fedele, sebbene tra le più belle del borgo, fosse arredata con fasto, s’ingannerebbe di molto. I tempi chiedevano poco, e il padrone d’arredi non si curava molto. Poche sedie, coperte di cordovano nero die vi stava appiccato con borchie di ottone; un divano scuro; uno specchio, che a guardarvi dentro si pareva butterati; due quadri antichi, uno dei quali rappresentava il sogno di Giacobbe, l’altro la Samaritana al pozzo: ecco tutto quello che là dentro si poteva vedere in un’occhiata. A una persona nuova, quella sala sarebbe forse paruta d’un israelita usuraio; ma Bianca aveva lasciato negli occhi della signora Maddalena tanto bagliore, che questa non avrebbe veduta più splendida la dimora d’un re. Rimasta collo sguardo fisso là donde Bianca era sparita, quasi continuasse a vederla, ad ammirarla, pensava a quella bellezza, mai più immaginata, agli anni che avrebbe vissuto con essa nella felicità della sua casa di D…, e benediceva Giuliano d’averla voluta per sua.
La tolse da quella sorta di rapimento la voce grossa del signor Fedele, che veniva di stanza in stanza, approssimandosi con certi oh! lunghi e pieni di reverenza; e indi a poco comparì egli stesso frettoloso e grave, col dorso ossequente, e con una mano tesa ad una accoglienza rispettosa, coll’altra acconciandosi tra l’orecchio e la tempia una grossa penna di pollo d’India. Portava calzette nere, come le portano i preti, e brache di stoffa tralucente e nere anch’esse; le grandi fibbie d’argento delle sue scarpe lustravano da far gola ad ogni mariuolo; le catenelle dei due orologi che aveva nel panciotto di seta cangiante, gli battevano sonore sulle cosce; e quella penna l’aveva presa passando dallo scrittoio, così per parere.
“Oh! suonate a gloria campane! sclamò egli appena vide la visitatrice – la signora Maddalena! Ma che miracolo, che buon vento, che fortuna è la mia? segga, si metta a sedere, la prego!” E voltando dieci inchini; prima che la signora avesse potuto dire una parola, già l’aveva ridotta a sedere sul divano, e le si metteva di faccia sulla prima scranna che gli capitò d’agguantare – “Dunque ella sta bene, proseguiva, ed anche suo figlio? n’ho piacere! So della disgrazia del marito… eravamo amici, fratelli! sono dolori, ma che vuole! uno alla volta s’ha da partir tutti! E laggiù il signor pievano, che è sempre grasso, rosso….? questa quaresima hanno avuto un predicatore di qui, mio grande amico e grande oratore…. com’è piaciuto?
“Piacque; – rispose la signora, cui quel tempestare del signor Fedele, metteva addosso non sapeva che confusione.
“Eh……! Bisognerà bene che qualche giorno venga a D…. a pigliargli un pranzo al pievano, se no mi scomunica!….” – continuava egli – ma che vuole? non s’ha mai un’ora libera….. benedetti clienti, benedette liti….!
“Chi sa? – diceva essa. – Forse io potrei darle occasione di venire a D…. più sovente.
“Oh! – sclamò il signor Fedele; e componendosi colle mani sul ginocchio, e col viso sporto, stette aspettando, come a dire, i cenni d’una cliente che poteva pagare assai bene.
“A dire il vero – continuò la signora – vengo per una cosa di cui avrei dovuto farle parlare da qualche amico nostro….. Ma lei mi perdonerà…. mi scuserà….
“Scusarla! – saltò su a dire il legale – che mi fa celia? Io sono qui tutto orecchi, non ha che a comandarmi, sono cosa sua io, la mia professione, la mia casa, la mia famiglia….. e parla di scuse?
“Ebbene – disse la signora pigliando animo – vengo a chiedere la sua Bianca pel mio figliuolo….
“Bianca? – bisbigliò egli sommesso, levandosi e correndo a chiudere per bene l’uscio pel quale era venuto; – più che volentieri…. ma…..” – E qui tornato a sedere, appoggiò il dosso alla spalliera della seggiola, distese le gambe, sprofondò la sinistra nella saccoccia del panciotto, poi colla destra si tirò sul petto la coda come soleva in tutte le occasioni che gli davano da pensare.
“Dunque? – interrogò timida e rimescolata la signora.
“Dunque……., io le dico una cosa; se suo figlio vuole ammogliarsi, diamogli tra un paio d’anni l’altra mia figliuola, la Margheritina…..
“O perchè non Bianca?
“Bianca…, non lo direi a mia madre se tornasse dall’altro mondo…, ma a lei… mi sia segreta…, Bianca l’ho promessa……
“Promessa! sclamò la signora colla voce spenta di chi cadendo da una grande altezza volesse mandare un grido: – promessa? e non vi sarebbe rimedio?
“Oh! quando noi si promette, gli è come avesse parlato il re!
“Pazienza! – essa disse, e si levò da sedere per partirsi. Le gambe quasi non la reggevano, e nulla sapeva più rispondere a lui; che ingegnandosi di parere cortese le parlava di star a desinare, di riposarsi, di far conto di essere in casa sua. A quell’uscio dove Bianca l’aveva accolta, la signora prese commiato; e il signor Fedele tornando al suo studiolo, passò vicino alla fanciulla, che sola, atterrita, sedeva cogli occhi fissi sul pavimento, in una stanza attigua alla sala. Essa aveva inteso ogni cosa. Soffermatosi a guardarla allegro e malizioso in vista: “eh? – le disse – quanti ve ne sono dei padri sui quali s’affollino i partiti per le loro figliuole, l’uno che incontra l’altro su per le scale?” E piantò la poveretta, che a questo parole capì a chi suo padre l’avesse promessa. Le parve che la sua mente si spegnesse; ondeggiò, si slanciò forse per raggiungere la signora Maddalena…..; poi non potendo altro, corse sull’altana, a smaniare colla testa in grembo alla zia, la quale chiedeva invano che vi fosse, e in quella novità non si sapeva raccapezzare.
Sgomenta forse quanto Bianca, la madre di Giuliano camminava, s’andasse a riuscire dove si fosse, pur d’allontanarsi da quella casa e dal borgo. Ma a un tratto diede di volta, rifece la via, fu alla casetta di don Marco, ed entrò chiamando il prete.
Don Marco stava solo solo nella sua cameretta, leggendo l’Emilio di Gian Giacomo, avuto di quei giorni da un amico di gran segreto; e quella lettura gli aveva destato un’avidità febbrile che non gli dava pace nè giorno, nè notte. Uditosi chiamare, si fece incontro con quel libro in mano a chi veniva, e non appena ebbe visto la signora:
“Ecco! ecco – sclamò – suo figlio voleva essere educato con questo libro…., e appunto leggendo pensava a lui……
“Meglio – rispondeva essa – meglio non aver figliuoli, o non essere al mondo a vederli infelici.”
Queste parole e l’atto con cui cadde di sfascio su d’una scranna, fecero tremare al prete le membra e la vita, come se d’un tratto gli si fossero aggiunti vent’anni, nè trovava il fiato per domandarle che le fosse accaduto. Ma in quella s’udì un passo precipitoso, e Bianca accesa in viso di pudore, e bella per angoscia di più scolpita bellezza, si mostrò sulla soglia. Avendo vista dall’altana la signora entrare dal prete, e non potendo più reggere; per certa scaletta che metteva a terreno, era discesa, aveva attraversato il vicolo, e capitava là dentro a crescere lo stupore di don Marco, gettandosi nelle braccia della signora. La quale a prima giunta credendola inseguita, la strinse al seno, guardando l’uscio se qualcuno irrompesse; poi reggendole la fronte: “o Bianca – sclamò – siamo infelici tutti!
“Ma io – proruppe la fanciulla – quell’Alemanno non lo sposerò!
“Che….? quello forse che incontrai per la vostra scala…..? – disse la madre di Giuliano chiarita in un sol punto di tante cose e anche di quell’odio giurato agli Alemanni dal figlio. E la fanciulla con voce solenne:
“Sì…., ma morirò! nessuno potrà costringermi…. nemmeno mio padre!”
“Bianca – entrò a dire don Marco, che rinvenuto dallo sbalordimento, molto aveva capito da quelle poche parole; – e perchè parli sdegnato del padre tuo?”
La fanciulla tacque e chinò gli occhi dinanzi al sacerdote. Egli continuò amorevole:
“A che ti vorrà costringere tuo padre? Perchè tu lo accusi? Va, piangi, sfogati, e prega; stattene raccolta nella tua camera più che puoi…, la solitudine addolcisce l’anima e insegna molte virtù a noi, e a chi ci pare contrario…! Abbraccia la signora Maddalena…, essa mi dirà ogni cosa…. t’aiuteremo”
Così dicendo sciolse la giovinetta dalle braccia della signora, la prese per mano e la condusse verso l’uscio con gran dolcezza. E “non ti scaccio, no – le disse – ma va, e vedrai che ti vogliamo bene…”
Da quella soglia, la poveretta, con uno sguardo lungo insaziabile, si fissò nella madre di Giuliano; poi si fece forza e partì, confusa e meravigliata d’aver tanto osato.
“Povera Bianca! – sclamò don Marco – dunque se ho capito bene…?
“Sì, – interruppe la signora – venni a chiederla sposa pel mio figliuolo, e la trovo promessa….!”
“Promessa, s’intende a sua insaputa; e siamo in terra di cristiani!
“E dire che Giuliano l’amava da anni! Benedetto figliuolo, se me ne avesse parlato!
“Ed io – disse il prete con voce impressa di rimorso, – io che m’era accorto di quest’amore, sin da quando egli veniva a scuola da me! la colpa è mia che avrei dovuto mettermi di mezzo, e prima ch’egli andasse a Torino, chiedergli che avesse in mente di fare…! Forse non avremmo adesso quest’Alemanno tra’ piedi….
“Ma don Marco, don Marco; Giuliano come farò a quetarlo…?
“Bisogna fare che di questo soldato non sappia nulla; pensiamo che questi stranieri sono strapotenti; che qui non si vede nulla più bello di loro: e un cenno, un’occhiata, un sospiro bastano a farci incatenare e condurre come malfattori sin chi sa dove…!
A queste parole la signora Maddalena, quasi dimenticandosi di quel primo dolore; s’empiè di paura, per la nuova sorta di pericoli a cui Giuliano si poteva esporre.
“E allora – proruppe – io non veggo altro rimedio che nel farlo ripartire per Torino! Venga, venga con me, m’aiuterà a persuaderlo; gli diremo che prima di tutto il padre di Bianca vuole che egli sia medico, e che del matrimonio se ne parlerà poi…; per l’amor di Dio venga, perchè io sento che mi pende sul capo una grande sciagura!
“Non per rifiutarmi no; – rispose don Marco – ma se io venissi a D…., non gli potrebbe nascere qualche sospetto? Egli è figlio rispettoso; lo potrà indurre la parola della madre, più che cento d’amici…. E parta prima che gli venga in mente di tornare qui….; gli prometta tutto quello che può giovare a persuaderlo: meglio un inganno pietoso, che un guaio inevitabile…. Poi vi è di buono che questa fanciulla pare deliberata a soffrire ogni cosa piuttosto che sposarsi ad un altro… Io farò di saper meglio questa faccenda dell’Alemanno;…. e alla fine delle fini, vuole che le ne dica una….? I Francesi sono a due passi da qui; la guerra non è cosa da cristiani, ma alle volte rimedia a tante brutte cose! Chi sa? Calando di qua dai monti i Francesi troncheranno questa e molte altre storie, scacciando dalle Langhe questi Alemanni, che già v’hanno spadroneggiato di troppo…!”
Parve alla signora Maddalena, che don Marco parlasse d’oro, e da quei discorsi pigliava consiglio e forza e sino a un certo segno consolazione.
Bianca intanto, tornata sull’altana, questa volta non conobbe più freno, e si gettò a’ piedi di damigella Maria; la quale fuori di sè per quei portamenti, ondeggiava tra l’usare la collera e la dolcezza. Ma a questa volta la fanciulla le si aperse; le si confidò d’un Alemanno che la guardava da parecchio tempo; che sempre a passeggio e nell’andare a messa se lo vedeva innanzi: e disse che la persona cui suo padre aveva parlato quel mattino in tanto segreto, era appunto colui e che di certo gliela aveva promessa. “Ma io non lo voglio!” continuava, e narrò dell’amor suo per Giuliano; chiese perdono di non le aver detto mai nulla; parlò della signora Maddalena venuta a domandarla per suo figlio, e ridisse che voleva bene a lui, e che sarebbe morta piuttosto che sposare un altro. La cieca piangeva con quei suoi occhi spenti, lagrime di tenerezza e di paura; nella sua mente vide chiaro che i tempi delle lotte domestiche erano giunti; il suo cuore sentì da madre; e si mise dalla parte di Bianca.
Tutte queste cose accadevano in meno di due ore dalla venuta della signora Maddalena in C…, e l’orologio della chiesa parrocchiale batteva le diciasette, quando essa usciva di casa a don Marco, accompagnata da lui per tornare a D….
I due camminando per una viuzza fuori mano giunsero al ponte, e passando vicino alla cappelletta, dove un par d’ore prima ruzzavano i monelli, videro gente trarvi a folla, e vollero guardare che fosse. Vi giaceva un soldato alemanno, morto e sanguinoso, stato calpestato dai cavalli nel campo. I commilitoni l’avevano portato sugli schioppi, ma là, poveretto, era spirato. La donna infelice e don Marco si allontanarono, questi recitando una preghiera tra sè, quella pensando alla madre lontana di quel morto, la quale in quell’ora non aveva alcun sospetto di tanta sventura. E la prese una profonda malinconia, all’idea della fossa, in cui i soldati avrebbero sepolto quel misero; fossa che si sarebbe chiusa come quella d’un bruto. Allora le si diffuse in faccia un’aria di rassegnazione più durevole e pietosa, e volgendosi al prete gli disse:
“Don Marco, è vero; vi sono al mondo madri più sventurate di me!
“Eh! signora – rispose il prete – la terra se la dividono in due, la sventura e la ingiustizia…; e in tanti secoli che Gesù è morto, le sue promesse sono di là da compirsi!”
La signora lo guardò maravigliata, ma tocca da quelle parole; e tirarono innanzi senza dir altro, sino alla casuccia, dove Anselmo col calesse cominciava a spazientarsi, e scerpando manate d’erba, ne dava a mangiare al cavallo. I due s’accomiatarono ridicendo cogli occhi tutto quello che s’erano detto a voce; poi essa si mise dentro il legno, Anselmo si chinò per baciare la mano al prete, che non volle lasciarlo fare: ma come il cavallo partì, diede di volta pensoso, e passo passo lasciandosi menar dalle gambe, se ne tornò a casa.
Egli era, povero vecchio, il decano dei preti di C…, portava alla meglio i suoi settant’anni, e viveva solo. Da lunga pezza aveva visto addensarsi la bufera, che in quei giorni rumoreggiava terribile dalla Francia; e alcuni che erano stati da lui a scuola, ora che si udivano i fatti, rammentavano certe sue parole, dette molti anni prima, come profezie avverate. Scoppiata la rivoluzione egli ne aveva avuto un senso, diverso da quello fatto al clero, e per esempio a don Apollinare: perchè egli la capiva nelle sue cause; perchè egli aveva un cuore così grande, che nato re si sarebbe fatto mendico; perchè pensava che il medio evo fosse stato un troppo lungo oltraggio alla dottrina di Gesù, ed ancora non gli pareva finito. Perciò il grido di quella rivoluzione gli era giunto come una voce nota; e gli aveva fatto chinare la fronte, quasi somigliasse in qualche guisa ai tuoni del Sinai. A Parigi sarebbe stato coi Girondini sino alla morte; ma amava Danton, in cui per quel poco che n’udiva così da lungi, ravvisava qualcosa di San Paolo; in Vandea avrebbe dato il cuore a Bonchamps, la mano a Marceau; nel suo borgo oscuro, era un povero prete, poco capito, che viveva insegnando la buona latinità. Dal quale ufficio, e da un poderetto che aveva sui colli vicini, e formava il suo patrimonio ecclesiastico, gli veniva quel po’ di bene che faceva a metà coi poveri, che di quei tempi battevano numerosi alle porte. Molto aveva speso in libri e molto gli aveva studiati; e così vissuto in certa maniera coi morti, s’era mescolato poco a quel volgo di ricchi sfaccendati e di preti ignoranti, de’ quali la borgata allora era ingombra. Questi ultimi sebbene mostrassero d’onorarlo, lo scansavano volentieri; ed egli esperto di sè e del mondo, non se ne aveva a male. Del sacerdozio pensava un po’ alla sua maniera, forse da cristiano primitivo; perchè si narrava che un giovane volendo farsi prete, ed essendo andato a lui per consiglio, egli gli avesse detto: “Tirate innanzi un altro tantino colla vita, poniamo fino ai cinquanta: e se a quell’età vi tocchi qualche gran dolore, se Dio vi chiami colla voce severa della sventura; datevi a consolare le afflizioni altrui, parlando del cielo, e pregando con tutti. Sarete un buon sacerdote, di questo v’accerto io: ma a vent’anni farsi prete, come altri si fa medico, soldato, o che so io… no… no… non istà.
“Ma e lei? – si dice che interrogasse l’altro stupito. E don Marco:
“Io? Eh! io sono un uomo che in settant’anni ho imparato molte cose!”
Man mano che invecchiava la sua vita si faceva più raccolta ed operosa, come di chi si apparecchia il viatico per mettersi in cammino; la sua casa s’andava spogliando, ed era ormai quasi vuota. Dormiva su d’un letticciuolo di paglia, perchè aveva dato il proprio letto a due poveri sposi; s’ammaniva da sè il cibo, mangiando da tenersi ritto; e nei detti, negli atti, in tutto, mostrava d’attendere la morte come l’ora dell’adempimento d’un dovere verso gli uomini, e d’un diritto fatto valere verso l’infinito.

CAPITOLO IV.

Mentre che la signora Maddalena partiva da C…, tutt’altra d’animo da quella che v’era venuta, le cose tra Giuliano e don Apollinare si facevano a D… molto oscure. Questi, certo della diligenza di Marta a mandare da lui il giovane, l’aveva atteso invano parecchie ore; dopo la colazione lo aspettava ancora; e per fare un viaggio e due servizi, rannicchiato nel suo seggiolone, diceva l’uffizio. Era già innanzi un bel tratto a recitar salmi, e di tanto in tanto, mentre rovesciando il breviario sul ginocchio, fiutava un po’ di tabacco, pensava che se quel renitente fosse capitato, sarebbe stato un bel gusto tenerlo ritto lì fuori dello studiolo, e non farlo entrare almeno per una mezz’ora. “Caspita! – esclamava – questo gusto non se l’ha pigliato Gregorio settimo coll’imperatore Arrigo?” Rammentava d’aver letto quella storia, e d’averne udito predicare, nei verdi anni del Seminario, come della più bella pagina della chiesa: e alla maniera che una lucciola può guardare una fornace ardente, e credere di somigliarle; egli si compiaceva alcuni istanti nella immagine del fiero papa. Poi ripigliava la lettura dei salmi, biasciando a verso a verso; e all’ultimo amen si levò in piedi stizzito, e proruppe: “Adesso vado io!”
Si mise in capo il cappello con piglio risoluto, e nell’andare passò pel salotto, ove stava seduto a dire anch’egli le ore, un Minor Osservante del convento di C…, il quale, fatto il quaresimale in D…, aspettava la domenica in Albis, per dare la benedizione papale, e tornarsene poi al proprio convento.
“Dove va, signor pievano? – chiese costui, vedendo don Apollinare pigliar l’uscio difilato.
“Posso dire in partibus infidelium! – rispose il pievano.”
Il frate scoppiò in una risata così piena, che s’appiccò fino a Placidia occupata in cucina; Placidia che non rideva di voglia manco tre volte l’anno.
Passin passino don Apollinare discese di castello; e sebbene quanti s’imbattevano in lui, s’affrettassero come l’altre volte, a sberrettarsi, a baciargli la mano che egli sapeva porgere con garbo da vescovo, gli pareva che la gente sapesse la poca obbedienza mostratagli da Giuliano, e perciò gli fosse meno rispettosa. E procedeva levando il bastone vivacemente, e poi misurandone il moto all’andatura, lo vibrava innanzi, lo appuntava a terra; schiacciando i noccioli di ciliegia dell’anno passato, o scansando i ciottoli della via. Giunto al piano, passò il ponte, ed entrò nel vico oltre il torrente. I borghigiani facevano le meraviglie, vedendolo andare diritto verso la casa della signora Maddalena, dove non era tornato da anni; le donne bisbigliavano con aria di mistero, e stavano lì per dirgli come la signora non vi fosse, ma nessuno l’osava.
Quando fu sul piazzale, egli si fermò un tantino e tossì; volendo che quei di casa lo udissero e s’affollassero a fargli accoglienza. Ma la signora era fuori; Giuliano toltosi di là dove Marta l’aveva lasciato a sedere, se n’era andato nel più remoto angolo del giardino; e là passeggiava, soffermandosi a tastare le boccioline or di questa or di quella pianta, come se avessero qualche legame co’ suoi pensieri d’amore. In casa non v’era che la fantesca; la quale non appena ebbe visto il pievano corse ad incontrarlo, tutta batticuore, inchini, e ringraziamenti interni alla Madonna, che anco questa volta l’aveva aiutata. La buona donna, se ci rammenta, s’era tirata in casa pregando il cielo che don Apollinare non venisse, o almeno indugiasse tanto da non trovarsi con Giuliano in quell’ora cattiva; e siccome questi non era più là ad aspettarlo, così essa credeva che il cielo se ne fosse proprio immischiato.
“Men furia e più memoria! – disse il pievano vedendola affrettarsi alla sua volta.
“O signoria, so che cosa vuol dirmi; ma stamattina sono tornata che la signora era in sul partire; darle colazione, aiutarla a vestirsi, correre su e giù…, sa pure che io qui sono Marta, ma faccio anche da Maddalena; e come diceva…, la sua ambasciata, il signorino… non l’ho ancora veduto…” – E subito aggiunse colla mente: “dacchè l’ho lasciato qui.
“E per dove è partita la signora!
“Ma…, se per in giù o per in su… non mi ha detto nulla… Già sarà per affari; morto il padrone buonanima tutti hanno approfittato per usurpare,…” Qui si picchiava mentalmente il petto, per le due bugie sgusciatele in un lampo; e pensando che se il pievano stava là un quarto d’ora, altro che purgatorio! faceva il conto agli anni di pena che s’era procacciata, contandone sette per ognuna di quelle bugie.”
Il prete che non soleva farsi uccellare, mise in disparte quel discorso, e fissandola bene tra ciglio e ciglio, le disse:
“Dunque il signorino si può vederlo?
“Ah! questo sì… – rispose essa rimescolata – cioè, posso guardare, era qui…, sarà là… sarà…”
Sarà di qua sarà di là, avrebbe dato i suoi salari di cinquant’anni, se in quel momento le campane del castello avessero suonato qualcosa, anco se occorreva una agonia, pur di vedere il pievano tornarsi addietro: invocò un’altra volta il cielo, ma il cielo l’abbandonò; e don Apollinare segnando col bastone in fondo all’orto, mostrò d’aver scoperto Giuliano, che si vedeva traverso il fitto degli alberi, non ancora fronzuti. Senza dire alla vecchia nè ai nè bai, s’avviò da quella parte, punto da una smania che gli correva dal cuore sino al sommo dell’unghie; ma da uomo avvisato si seppe rattenere, e pigliare in viso un poco di calma.
Giuliano gli dava le spalle; ma udendo le pedate, si volse e vide lui, e Marta dopo che trinciava segni, faceva l’occhio supplichevole, e coll’indice teso su dal mento in sulla bocca, pareva volergli dire mille cose, e che fosse prudente. Salutando cortese per amor di lei, e per l’onor della casa, egli si fece incontro al pievano; questi rispose con un cenno, e subito uscendo nelle piacevolezze, disse alla fantesca;
“State allegra, Marta, che con questa sorta di ortolani avrete la più bella ortaglia del mondo!” – E rise in cadenza, soggiungendo a Giuliano: – Ebbene, torinese? Come si stà al paese del Re?
“Bene – rispose il giovane; – ma non quanto tra questi nostri monti; che qui almeno tutta questa primavera ci pare cosa nostra, e c’entra nel sangue bevuta a sorsi…
“Gioventù foco e fiamme! – sclamò don Apollinare: e Giuliano giocondamente a lui:
“Le spegneremo con due bicchieri di moscatello…”
Quasi non ebbe il tempo di proferire queste parole, che Marta, beata di vedere i propri timori risolversi in un brindisi, non attese d’essere comandata, ma andò da sè per la bottiglia, lesta che il pievano manco se ne avvide.
“Lasciate stare il moscatello dov’è; – disse egli a Giuliano, annuvolando improvvisamente; – lo beveremo se io partirò di qua amico…
“Amico? – sclamò il giovane – ma di casa nostra non so che uno sia mai partito scontento!
“Sarà… ma io in casa vostra ci vengo, non per avere cortesie, ci vengo per rimproverarvi di non avere obbedito! Voi non avete ancor fatta la pasqua?
“La pasqua? Oh io la faccio quando mi pare; anzi l’ho fatta con mia madre, e vorrei essere lasciato in pace con essa, sempre…!
“Proprio come un debitore che dicesse al creditore: non darmi noia! Bravo!
“Via, signor pievano, non vada in collera! In faccia a questa bella natura che si risveglia, in questi giorni di vera risurrezione, facciamo come gli uccelli; li sente? Cantano d’amore e d’accordo che è un desio. E in quest’inno che si diffonde dalla terra al cielo, non ci capisce nulla, lei? Questo per me è una pasqua! e non mi par vero, che noi così piccini, eppure fatti a godere di sì grandi cose, ci abbiamo a guastare tra noi…
“Come sarebbe a dire? – interruppe il pievano. – E chi siete voi che osate parlarmi a cotesto modo?
“Io? Non sarei mai venuto a dirglielo; ma poichè lo vuole, sappia che io oso molto di più! Oso persino alzare la voce e la mente al cielo, dove mia madre m’insegnò da bambino a cercare quel padre che non s’addonta di udirci parlare amorosi tra noi; che capisce il suo, il mio, tutti i linguaggi; quel Dio che io amo, e che ella vorrebbe che io temessi…
“Orgoglioso! – gridò il pievano, cui tremolavano le guancie, e il viso si faceva rosso: – orgoglioso ubriaco di letture infami! Li voglio! andiamo, venite a darmi tutti i vostri libri!”
“I libri? E perchè non mi chiede addirittura i pensieri, il cuore, l’anima mia?
“Ah giovane traviato! Uno come voi non ce l’ho mai avuto nella mia pieve; non ce l’hanno in tutti i parrochi delle Langhe! E non so che gran peccato io abbia commesso, per meritare il castigo di una pecora così marcia in mezzo al mio branco. Me ne duole per voi; ma verrà il vostro giorno, e vorrei che Dio v’aspettasse in buon punto. La morte galoppa, e sarà una bella gloria pel vostro casato, che si porti il vostro cadavere nel borro selvaggio, cogli scellerati, cogli empi, le cui ossa contaminerebbero quelle dei fedeli defunti…!”
Questo borro selvaggio era una sorta di baratro, nelle selve di quelle parti, vicino a Montenotte; e di quei tempi si credeva che vi fossero portati di notte, a lume spento, tra nugoli di corvi e fischi di diavoli, coloro che morivano in cattivo odore a Santa Chiesa. Giuliano udendolo menzionare dal pievano non si sdegnò, ma sorrise mestamente e rispose:
“A lei duole per me; ma io mi dovrei dolere molto più per lei, che crede di servire il Signore spaventando i semplici con codeste novelle! Ma che vuole che faccia a me il borro selvaggio? Più in questa che in quella terra la pace del sepolcro sarà tutt’una per me…, in fondo al mare, come in una chiesa, sotto una zolla di questo orto, come sotto una piramide dell’Egitto…
“Ma che vi ha fatto la Chiesa? Che vi ho fatto io…, vostro pastore?
“La Chiesa? Oh! quando io era fanciullo, e vi veniva la sera…, e udiva là dentro quelle voci di donne, di vecchi, di giovanetti, cantare le litanie, mentre l’oscurità discendeva, e avvolgeva gli altari e noi, e tutto nelle tenebre; io pigliava colle mie le mani di mia madre, e stringendomi ad essa mi pareva d’andare portato in un vuoto misterioso e dolcissimo…! E poi quando s’accendevano i ceri, e vedeva lei all’altare incensare in alto, e benedire la moltitudine silenziosa e reverente, provava certe ebbrezze…! E la Chiesa l’amava! E amava anche lei, signor pievano; e nel mio pensiero mi pareva di veder Dio che lo mirasse di lassù; che le facesse cenni; ed io lo credevo l’uomo più grande, più buono, più santo dell’universo!
“Oh…! tornate, Giuliano; torna, figlio mio, con noi… Vedremo Dio…”
Così dicendo, fosse commosso o fingesse, il pievano era lì per abbracciare il giovane; senonchè questi ritraendosi:
“No – rispondeva con calma – io col gregge, col branco non ci tornerò più, non vedrò più quel Dio…
“E perchè? – proruppe allora don Apollinare, ripigliando il suo posto, severo.
“Perchè? Non mica perchè io non creda; non mica perchè io nutra odio per lei no; ma che vuole? ho cavato la lucerna di sotto al moggio; ho un po’ letto la storia; ho pensato al bene che voi preti avreste potuto fare, e al male che avete fatto; ho capito che voi foste sempre dalla parte dei più forti, ed io amo i deboli…; e voi preti, soldati, principi, tutti, mi parete una mano di congiurati, che avete a capo un Dio di vostra testa, un Dio che ha figli reietti e figli beniamini; e vi godete in suo nome il mondo, beni e persone!
“Sciocco! sciocco! sciocco! E se non fossimo noi, i vostri coloni, che s’assaettano mattina e sera a lavorare i vostri campi, e stentano il boccone; v’accopperebbero un bel giorno, e vi lascerebbero a mangiare ai lupi sull’aia, dove non avete sudato, eppure andate a dividere il grano…!
“Signor pievano, manco se ella mi avesse tirato uno schiaffo, io non le avrei fatto l’oltraggio che ella si fa da sè con le sue parole. Bella gloria per la Chiesa l’essere tenuta in codesto conto da’ suoi stessi preti! Ah! la parabola dell’Epulone pare che Gesù l’abbia detta ieri…; ma se tutti i sacerdoti la pensano come lei, lo parrà ancora di qui a migliaia d’anni…!”
“Ma Epulone è all’inferno, ed Eleazaro nel seno d’Abramo! Ed è più facile ad un camello passare per la cruna d’un ago, che ad un ricco entrare nel regno dei cieli…! Questa consolazione, ai poveri, l’ha lasciata Iddio…
“Ebbene! – disse Giuliano – allora le ripeto che io non vo’ sapere di questo Dio. Smettiamo di parlare di lui!
“Ed egli vi punirà colla morte del corpo e con quella dell’anima…!
“No…, egli quando gli pare, ci coglie sulla via di Damasco, e di Saulo fa San Paolo! Ma via, ha più nulla a chiedere da me?
“Che veniate a fare la pasqua; chè questo scandalo nella mia pieve non lo voglio soffrire!
“Ripeto che la Pasqua la faccio con mia madre: e salendo talvolta su qualcuno di questi monti, mentre nasce il sole o quando va sotto. In quelle ore piene di voci misteriose, io m’inginocchio volentieri, e guardo, e ascolto… Allora Dio mi si fa sentire più vicino…, e rifaccio la pasqua alla mia maniera con lui….
“Ah! ah! – sclamò il prete, e si vedeva chiara la collera che gli fiottava dentro: – penso che voi vorreste salirne uno dei monti, ma uno tanto alto, da poter vedere la Francia e Parigi, e le carnificine, che desiderate di poter fare anche qui!
“Sì – rispose il giovane con sicurezza meravigliosa – la Francia e Parigi….; ma non occorre tanto…! Vede laggiù il Settepani, San Giacomo, tutta quella catena? I varchi sono facili, e dall’altro versante, forse in questo punto, l’esercito della repubblica salisce?
“Salisce,.. salisce, un corno! – urlò il pievano, terribile in vista non si capiva bene se per minaccia che gli paresse d’aver ricevuta, o che volesse fare: – matto voi e chi vi somiglia! Già! Li vedete? Aspettano i Francesi per farci scannare! Aspettate pure, che noi pregheremo tanto, e tanto faremo pregare in chiesa, che il Dio degli eserciti manderà su quei monti legioni d’Arcangeli a nostra difesa. Oggi bandirò un triduo in onore di San Giorgio, di San Martino, di tutti i Santi che hanno portate armi; vi nominerò dall’altare, vi farò conoscere a tutto il borgo…, ma pregherò il Signore che v’illumini, mi vendicherò di voi colla carità.
“Della carità mandi a farne laggiù a quella svolta, oltre quei vigneti. Là, una povera donna muore di stento con quattro fanciulli che le piangono intorno…. Là, lei ed io potremo fare insieme la carità che m’ha insegnato mio padre….
“Vostro padre era un….
“Zitto! – gridò il giovane con tanta maestà della persona e nel viso, che più non potè darne Michelangelo al suo Davide – zitto, e se ne vada subito! Quà ella non può più stare da uomo; da prete, nessuno ha bisogno di lei; vada e non si volga addietro!”
Nelle parole e nell’atto di Giuliano v’era da cacciare ben altri che il prete, il quale non se lo fece ridire e partì. Ma si sentiva l’animo rintuzzato, far dentro come focoso cavallo, che raccolto col freno e tormentato collo sprone, gonfia le nari, s’impenna, sbuffa, tesse colle gambe su poco suolo rabbioso e soffre; ma si farà vedere quando gli verrà dato lanciarsi di carriera.
Passando vicino la Marta, a quale tornata che quella sorta d’alterco era sul forte, stava poco discosta, coll’impaccio d’una bottiglia e di due bicchieri in mano; non badò al profondissimo inchino, che la poveretta fece per rabbonirlo, o per mostrargli che essa non ci poteva nulla. Ma come avesse voluto lasciarle un’altra ambasciata, disse tra denti: “sfacciato! l’avrà a pagare!” E via più che di passo, in pochi istanti disparve oltre l’arco, in fondo al piazzale.
“Ahimè!” povera donna, – sclamò Marta – vecchia come la terra d’un castagneto, e chi sa che cosa mi toccherà vedere!
“E che volete vi tocchi? – Le chiese il giovane che s’era avvicinato, soave nella voce, e mettendole sopra la spalla una mano.
“Certe parole – rispose essa scotendosi quella mano di dosso – bisogna proprio averle imparate dal diavolo! Lasciavano il segno nell’aria come le saette!
“Oh santa semplicità! – esclamò egli sorridendo mestamente; – Una volta, che in una città di questo mondo, i preti stavano abbrucciando un uomo, che loro non piaceva guari; una vecchierella come siete voi, recava legna da aggiungere al fuoco, per aiutarli, e dare gloria a Dio con essi!”
“E una volta – rimbeccò Marta provocata da quel raccontino: – una volta che saranno sessant’anni, ed io me ne ricordo; lo speziale qui di D…, per aver detto a un prete molto, ma molto meno di quello che voi diceste al signor pievano; fu condannato a starsi ginocchioni in mezzo alla chiesa, con due birri uno per lato, e con un grosso cero acceso tra le mani, legate, la domenica dell’ulivo, tutto il tempo della messa grande. Sì, sì, ridete; ma non rise la sua povera moglie morta di vergogna; non rise lui, che stato in carcere parecchio tempo, uscì spiantato bottega e figli: perchè gli era cascata addosso la maledizione di Dio. E siccome questa maledizione cascherà anche sopra questa casa…, così io ho deciso di andarmene. Sono vecchia, ma se non troverò un tozzo di pane lavorando, l’accatterò di porta in porta; pur di salvar l’anima non mi fa di morire, se occorre, anco in mezzo la via…!”
Qui Marta imbambolava: e Giuliano che s’era sentito cader l’animo, al racconto di quella moglie morta miseramente; subito gli si affacciò il pensiero, che così triste ventura, avrebbe potuto cogliere la sua povera madre; nè potè por mente all’ultime parole della vecchia. Accennandole di moversi, le tenne dietro silenzioso fino al sedile di pietra fuori l’atrio; e là sedette un’altra volta, chè in casa non aveva cuore d’entrarvi. Marta invece si mise dentro, e si diede attorno ad ammanire il desinare, l’ultimo che le pareva di cuocere in quella cucina, governata da lei cinquanta e più anni. Faceva per non uscire di là col rimorso di avere trasandata una faccenda anche piccina; che se no avrebbe mandato all’aria piatti e tegami: e di qual animo fosse si può pensare.
Rimasto solo, egli tornò a meditare; e parlava a bassa voce tra sè, come coloro che sono travagliati da forte passione. “Sicuro! – diceva – a conti fatti il meglio è che io parta. E me ne duole, perchè questo signor pievano crederà d’avermi impaurito. Ma se io rimango? E se gli si fosse annestato il capriccio di farmi un qualche gioco? Mia madre ne morrebbe, come la moglie di quello speziale! Eppoi…., non potrebbe andarne rotto il mio matrimonio? Si fa presto a mettere uno in conto d’eretico al signor Fedele; ed egli che quasi si picca d’essere una colonna della Chiesa, la sua figliuola non me la darebbe più, di certo! Sì, sì…. sto a vedere quel che mia madre porta da C…, do una corsa fin lassù, dirò a Bianca…. che cosa ci diremo con Bianca? Non ci siamo parlati mai! Come era bella ieri, mentre andava in chiesa! E mi ha veduto, e a me parve mi raggiasse in viso il sole! E il giovedì santo! Mi feci vedere troppo improvviso…. dalla confusione inciampò nel lembo della veste, e damigella Maria se n’accorse, perchè le agguantò la mano, e le parlò….: forse le chiese che avesse…, chi sa che abbia risposto? Io…, io se fossi stato in lei, avrei risposto: “ho veduto un giovane che gli voglio bene, e che ne vuole a me tanto… tanto….”
La signora Maddalena spuntò dall’arco in quell’istante camminando a piedi; e gli ruppe il filo di quei dolci pensieri. Egli balzando ritto, le corse incontro, e coll’anima tutta negli occhi, le disse: “dunque?”
“Andiamo in casa: – rispose essa colta a quel modo; e per non farsi leggere in viso, passò rapidamente innanzi a lui, che cansando Marta venuta oltre, forse per spiatellare lì ogni cosa alla padrona, seguì sua madre su per le scale.
Se di queste ve ne fossero state venti da salire sino al tetto, la signora Maddalena le avrebbe fatte tutte, per pigliare quell’altro poco di tempo; tanto le pareva d’essere sprovveduta di fermezza e di parole acconcie al fatto del figliuolo; sebbene v’avesse studiato sopra tutta la via. Ma più su del secondo piano non si poteva ascendere; ond’essa fattasi animo, si fermò, si volse a lui che le stava ai panni coll’agonia di udirla, e senza dargli tempo di tornarle a dire quell'”ebbene?” spasimato, rispose:
“L’ho veduta….
“E le hanno detto di sì?
“Sì…., ma sai pure…, sono certe cose…, basta! se tu ti condurrai bene…
“Oh! per me…, mi dicano quel che debbo fare…. Vede? solo a pensare che le hanno detto di sì, e che quella dell’Alemanno era una favola.
“Che sapevi tu d’un Alemanno…? – sclamò senza volerlo la signora, facendosi in viso come un panno lavato.”
Giuliano la guardò fisso, e le colse negli occhi la verità.
“Ah! dunque era vero? – proruppe – per carità, mamma, parli…, mi dica tutto, non tema di nulla, parli…, o monto a cavallo, vado da me a vedere, e stassera mi perdo…!
“Perdiamoci insieme una volta! – disse la signora, smarrito per un istante il disegno fatto C… con don Marco, ma subito ripigliandosi: – che cosa t’ho detto? che Alemanno mi vai maledicendo? Ebbene? E se uno chiede una zitella in isposa, gli è forse come l’avesse sposata?
“Sì… perchè ella non sarebbe così sbigottita! – E abbandonandosi su d’una scranna, colla fronte tra le mani, i capegli scomposti; – oh stolto, proseguiva Giuliano, stolto che io fui a tardare tanto! l’ho meritato…! l’ho meritato…! dunque hanno fatto gli sponsali! Non v’è più speranza? E Bianca ha potuto dimenticarmi?
“Giuliano – disse la signora – forse il meglio è che tu sappia la verità tutta intera. Io avrei voluto non dirtela; ma sii uomo, perchè tu non faresti che mettere il tuo ed il mio nome sulle labbra ai maligni della vallata…
“E vengano, parlino i maligni! son qua! – gridò egli levandosi in piedi: ma essa ingegnandosi di quetarlo colle mani, coll’atto del viso, colla voce:
“Sì, lo so – proseguiva – noi non li temiamo; ma pazienza se vi fosse da disperarsi! Allora direi vada all’aria ogni cosa! Invece, se tu avrai giudizio qualche anima del purgatorio pregherà per noi; e Bianca, vedrai, non acconsentirà a sposarsi a quello straniero; me l’ha promesso.
“Proprio l’ha promesso a lei? – disse il giovane di subito sentendo rinascere la speranza: – o Bianca, tu l’hai promesso, tu mi fai questa grazia, e già dubitava di te!” – E rimase colle mani giunte, come se la fanciulla fosse stata davvero dinanzi a lui.
Allora la signora, pigliando consiglio dallo stato del figliuolo; gli raccontò ogni cosa seguitale a C…., e più animandosi a misura che lo vedeva rischiararsi: – ecco, diceva, così ti voglio, pieno di speranza e di fede. L’Alemanno poi e il signor Fedele facciano pure: Bianca è sicura di sè; Don Marco è dalla parte nostra; i Francesi son lì alle porte….
“Domani, fossero qui domani! – sclamò Giuliano! afferrando l’idea che sua madre non aveva esposta intera: – venissero domani, e avessi cento vite, tutte le porrei a combattere con essi, contro queste orde di schiavi!
“Combattere? – disse la signora rimescolata e pentita d’aver toccata quella corda; e facendosi severissima in faccia, – tu, sin che io sarò viva, questa parola non la proferirai più…! Sii buono, dà retta a chi ti vuol bene; prima di tutto fa di essere medico, e parti per Torino…
“Oh…! – rispose Giuliano, spirando da tutta la persona l’aria d’un guerriero pigliato dallo sconforto; – gli è che noi, allevati come siamo…, si riesce una razza d’imbelli…, e a partire ci aveva pensato da me. Partirò sì, ma prima voglio andare a C…
“Tu guasteresti ogni cosa! Finiresti di rovinare Bianca, e mostreresti di non obbedire una madre che tu vedi e sai quel che farebbe per te…
“Ma che male c’è a vederla ancora una volta, a dire addio a don Marco…
“No…, tu partirai.
“Ebbene! – disse il giovane chinando il capo – domani all’alba partirò.
“Oh! non ti si scaccia mica! – sclamò la signora, che pur di saperlo disposto a non tornare a C…, l’avrebbe rattenuto, anzichè fargli fretta a partire. Ma egli non si lasciò smuovere, e ripetè severo:
“No… no mamma, l’aveva bell’e deciso, parto domani.”
Appunto in quel momento, Marta d’in fondo alla scala, mandava su quel noioso annunzio del desinare, già troppo ritardato, e messo in tavola a raffreddarsi. Essi discesero, sedettero a mangiucchiare colla malavoglia della sera innanzi; ma alla fantesca pareva non finissero mai, dalla tanta smania di rimanere sola colla signora, per dirle del gran parlamento fatto dal giovane col pievano; e del suo proposito di lasciar quella casa. Così i minuti le si facevano ore, ma alfine Giuliano si levò da mensa ed uscì. Allora essa raccolse quanto fiato potè, e si fece oltre verso la signora per cominciare; senonchè questa si tolse da sedere, e parlando prima di lei:
“Animo – le disse – prepariamogli un po’ di roba…
“Come? – sclamò la vecchia – che se ne va? che il Signore gli ha toccato il cuore?
“Che Signore… che cuore… che cosa mi dite? – chiese la signora, guardando Marta, e maravigliando di quell’esclamazione, e della sorta d’allegrezza che l’aveva accompagnata.”
La vecchia ondeggiò un istante; e in quell’istante capì, quanto le sarebbe poi riuscito amaro lasciare quella casa che si poteva dir sua; quella padrona che l’aveva tenuta più da amica che da serva; per buttarsi su d’una via, in cerca di pane e di ricovero. Se Giuliano partiva, che vi poteva essere di meglio per lei? Avrebbe potuto rimanere tranquilla al proprio posto, chè il pericolo d’offendere Dio servendo un peccatore era bell’e cessato. E quanto a sè abbandonò del tutto il suo disegno; ma quanto al pievano, quel che gli era seguito col signorino, non le riuscì tenerlo sullo stomaco, manco un minuto. Vinta dalla propria natura, e dallo sguardo della padrona, cominciò dall’ambasciata avuta in castello al mattino; e le narrò ogni cosa, sino al modo in cui don Apollinare se n’era andato imbestialito mezz’ora prima. Le eresie buttate dal giovane, e la minaccia del prete di fargliela costar saporita, diedero alla signora il tuffo; e le venne addosso una smania, che le pareva di non poter durare sino all’alba dell’indomani. E se non fosse stata la tema di vederlo intestarsi a rimanere, avrebbe pregato Giuliano a montare a cavallo, e a partire subito segnato e benedetto. Ma si quetò un poco pensando, che alla fine delle fini, per acchiapparlo bisognavano birri, e che a D…., come Dio voleva, di quella roba non ve n’era. Chi sa? forse il pievano aveva minacciato così per minacciare; o alla peggio non avrebbe spacciato uno di carriera per avere da C…. o da altri luoghi man forte. Di là all’indomani non c’era molto, e in ogni caso Giuliano si sentiva in gambe per scampare di forza. Non potendo divorare le ore, affrettò quella faccenda del fardello; e pur confusa com’era, aiutata da Marta, adoperava ogni diligenza perchè nulla avesse a mancare. Brache di nanchino per la state che s’avanzava; camicie di tela casereccia con belle gale agli sparati; e sottovesti, e giubbe, e calzette di seta, riponevano col garbo concesso dal turbamento, cercata da prima ogni cosa se bisognasse qualche rammendatura.
Così facendo parlavano sottovoce perchè Giuliano non le avesse a sentire; non sapendo che egli era discosto da casa un trar di schioppo, in parte donde poteva scoprire le lontane ruine del castello di C…, alcune cime a lui note, certi sentieri biancheggianti nelle montagne, e fino una rupe su d’una vetta selvaggia e foresta, dove don Marco soleva accompagnare lui e gli altri suoi scolari a diporto. Messosi a giacere sull’erba, coll’occhio or su l’una or sull’altra di quelle viste, immaginava che Bianca stesse sull’altana di casa sua a pensare a lui; pianse d’affetto; e provò non sapeva che pietà per quel soldato, che nella sua fantasia gli pareva di vedere umiliato dai rifiuti della fanciulla. Stette così adagiato, finchè s’avvide del sole che andava sotto, e allora tornò verso casa. Il sentiero correva fra due siepi di biancospino e di rose silvestri che facevano allora le boccioline; ed egli veniva giù, ascoltando una voce di suono dolcissimo, la quale cantava alle rondinelle una soave canzone. L’affetto del canto, temperava la rozzezza delle parole; e le rondini, tornate di quei giorni, radendo a volo i prati, levandosi in alto alcune braccia, stando a brillare un istante, e ripiombando fulminee, parevano far segni di rispondenza amorosa alla cantatrice.
Giuliano diede un’occhiata per di sopra al siepe, e vide che la cantatrice era Tecla, una figlia sedicenne di Rocco, il suo colono. Essa stava seduta all’un dei capi d’una lunga tela greggia, distesa là sull’erba, perchè tra per l’acqua che vi si buttava sopra, e pel sole divenisse bianca. E se ne raccoglieva sulle ginocchia, tirando e addoppiando di quella, quanto erano lunghe le sue braccia nude fino al gomito; e la tela s’accorciava man mano, strisciando sull’erba; e per il fruscìo la giovinetta non avendo inteso la pedata di Giuliano, proseguiva a cantare. A un tratto si accorse di lui che s’era fermato lì accosto, e tacque arrossendo. Finito di raccogliere la tela, si levò in piedi rimescolata, e tenendosela in fascio contro il seno, stette vergognosa di vedersi guardata come non s’era mai vista da niuno.
“Perchè non canti più? – le chiese il giovane: ed essa cogli occhi bassi e col cuore agitato, fece atto di partirsi senza dir nulla.
“A buona Tecla, tu sei felice! – proseguì Giuliano – oh! se Bianca fosse nata qui, lontana da quella gente… e povera come te. Se tu fossi Bianca! Addio Tecla, va… canta, canta pure, che sei felice.”
La fanciulla si tolse di là dimessa e sbigottita. Egli stette a guardarla, poi sclamò: “in verità vorrei essere nato contadino, perchè sento che a falciar erba e a vangare campi sarei felice come sei tu!” Qui subito pensando al colloquio avuto con don Apollinare, soggiunse sdegnoso, e parlando a sè stesso: “e tu! – tu osi dire che questa povera gente è felice? E sai tu l’anima di questa fanciulla? Tu che ti trattieni a guardarla; e le dai del tu; e solo che ti venisse in capo, potresti farla piangere, mandandola ramminga coi suoi, fuori del tuo podere?”
Così pensando fu in casa. Là Rocco, il padre di Tecla stava pigliando gli ordini della signora, che gli raccomandava di tenersi lesto all’alba, col suo bardotto e colla giumenta del figliuolo. Il quale aggiunto qualcosa di suo, e stato in sala un altro poco; prese licenza e andò a gettarsi sul letto, dove quanto fu lunga la notte non gli venne fatto dormire mezz’ora di seguito, travagliato com’era dai pensieri che ogni poco gli rompevano il sonno.
In sala rimasero la signora e Marta, le quali ad ogni più leggero rumore tremavano, e credevano fossero i birri. Vegliavano per essere pronte a far fuggire il giovane prima dell’ora fissata, dove occorresse; ma quando l’orologio di castello ebbe suonate le sei d’Italia, e per tutto fu quiete altissima, la fantesca disse:
“Signora, se ne vada pure a riposare, che oramai se qualcosa aveva ad accadere non saremmo più qui…”
E tanto fece e disse, che la signora, sebbene non volesse per nulla, dovè andarsi a riposare. Ma prima salì in camera a Giuliano, che appunto dormiva uno di quei corti sonni che ho detto. S’avvicinò cauta, facendo schermo colla mano al lume, che dandogli negli occhi non lo destasse, e lo guardò con amore lungamente. Povera donna! A quel che già sapeva da lui, e a quel che le era stato detto da Marta, circa al fatto del pievano; pensò che della fede in cui l’aveva allevato, egli nè serbasse punta o poca. Provò al cuore una stretta dolorosa, e stesa la destra lo segnò leggermente dalla fronte al petto, come usava fargli da bambino, appena adagiatolo nella culla prima di coprirlo. Così facendo non osava neanche fiatare dalla tema che destandosi se ne avesse a male; poi in punta di piedi uscì di quella camera, e discese nella sua, dove stette un’altra mezz’ora a pregare per sè e per lui.
Marta vegliava a terreno, menando i ferruzzi a fare la calza, e stava tutta orecchi. Ma per tutta la notte non udì nulla mai, salvo che la gatta, la quale aggomitolata sul seggiolone della signora, faceva le sue perpetue fusa. La vecchia bestia si destava di quando in quando, e porgeva orecchio anch’essa, non se udisse birri a venire, ma allo sgrigliolio dei ferruzzi di Marta, scambiandolo forse pel rosicchiare d’un sorcio. Vedendo la fantesca, chinava la testa, e subito si rimetteva a ronfare.
Come si fu messo un po’ d’albore, e s’udì Rocco parlare colle due bestie arnesando; Marta aperse la finestra della cucina e s’affacciò. O l’aria del mattino le spianasse le rughe, o la lunga veglia avesse potuto nulla sopra di lei, essa era come si fosse levata allora allora da letto. Chiamò la signora Maddalena, e poco dopo Giuliano discendeva anch’egli vestito e stivalato, pronto a partire. Egli si trattenne con sua madre, a parlar con grande passione; disse, ascoltò, promise tutto quel ch’essa volle; bevve una tazza di latte, mangiò un pane; poi baciata la mano a lei, e strettala a Marta, uscì sul piazzale e fu in sella d’un balzo. Rocco montò un po’ meno agile sul bardotto, avendo in groppa il fardello del giovane; e questi innanzi, ed egli dopo, pigliarono la stradicciuola, che menava a varcare i monti, pei quali le due valli della Bormida sono divise.
Le donne stettero a guardargli dietro, e v’era poco discosto Tecla, venuta quella mattina più sollecita dell’altre volte, a recar latte per la famiglia. Tenutasi in disparte, finchè essi furono partiti, aveva gli occhi lagrimosi, e pareva accorata. Marta fattalesi all’orecchio, le bisbigliò: “che piangi, sciocca? Va altrove, che la padrona ha bisogno di tutt’altro che di vedere le tue lagrime. Va, va, che tuo padre tornerà, e di qui a stassera non c’è molto”.
Tecla se n’andò, lasciando la vecchia punto dubbiosa di avere indovinata la cagione del suo pianto; e questa rientrò in casa colla signora. La quale sfatta per quel che aveva patito dal giorno innanzi, sedette come persona inferma; e voltasi alla fantesca le disse:
“Marta; e tutta la paura che ebbimo del pievano? Fummo pur pronti a pensar male….
“Che vuole! – rispose Marta – ieri mattina egli se n’è andato così furioso; il signorino glie ne aveva dette di così grosse! Ho fatto i giudizi temerari…. povera me, chi si salverà farà la gran bella giornata….!”
In verità, sebbene i fatti dessero ragione ai pentimenti di Marta, il pievano s’era partito il dì innanzi da quella casa, proprio col proposito di pigliar vendetta a suo modo del giovane giacobino. Risalendo in castello v’aveva meditato sopra, e non vedeva l’ora d’averlo tra le mani senonchè, rientrando nel presbiterio, s’era abbattuto in donna Placidia che gli porgeva una lettera, suggellata grossamente con cera di Spagna, e il Minore Osservante che gli si faceva incontro, dicendo in tuon di celia:
“Non ha gli occhi cavati, non il naso tagliato, non gli orecchi mozzi, dunque gli infedeli si sono convertiti….?”
“Ah! padre, – sclamò il pievano, cui il sangue rimescolato dalla procella di poco prima, flottava tuttavia assai forte, – ella parla d’infedeli per celia, ma qui nella mia pieve ho di peggio! Qui vi sono i rinnegati….
“Rinnegati! – urlò il frate battendo insieme le palme: – Che mi dice mai rinnegati? O le mie prediche? Ne parlerò domenica dando la benedizione papale.
“Eh! il rinnegato non ha visto nè lei nè la chiesa! Altro che prediche…! Adesso vado a C…. mi presento al generale Alemanno, gli dico le cose; e quel Giuliano laggiù, cui non fanno paura nè Dio nè Santi, quel Giuliano laggiù che vuol fare scuola di religione e di morale a me…, lo colgo e l’aggiusto io! Placidia, dite a Mattia che ponga la bardella sulla giumenta…”
Parlando alla sorella, si rammentò della lettera che essa gli aveva data; e mentre il Minore Osservante rispondeva alla sfuriata di lui, con un’altra sfuriata, come dicessero i salmi un verso per ciascuno; egli alzò il suggello, aperse il foglio, vi piantò gli occhi sopra, e lesse colla mente:
“Molto reverendissimo signor pievano. Vengo con questo piccolo foglio a farle sapere, che questa volta i regicidi, scomunicati, scellerati Francesi, hanno il diavolo dalla loro; perchè i nostri vengono perdendo, dalla marina verso in qua ogni giorno. Sui monti di Nizza, fu ieri grosso parapiglia, e per quel che so se il Dio di Sabaot non ci aiuta, finirà male. Le dico che non dormo nè dì nè notte, e se mai avessi a fuggire, faccio conto di venire da lei, per scampare da quei briganti, e con questo mi sottoscrivo.
“Sì sì! sottoscrivi e vieni! – sclamò don Apollinare diventato tutt’altr’uomo nella voce, nel gesto, nel viso; – vieni e mi troverai qui colle braccia aperte!….
“Che è? che è? – dissero ad un tempo il frate e donna Placidia, mossi dal turbamento di lui, che aveva parlato ansando come chi patisse d’asma.
“C’è che i Francesi ci coglieranno colle calze bracaloni! Legga padre, legga quel che scrive il Rettore di Montefreddo!”
Il frate prese la lettera e lesse ad alta voce; donna Placidia si cacciò la mano nella saccoccia del grembiale, si recò tra le dita i pippori del suo rosario, e per poco non recitò la preghiera che soleva allo scoppiare dei temporali: “Santa Barbara, San Simone, liberatemi dal lampo e dal tuono.” Il pievano poi, mentre l’altro leggeva, cercato un suo vecchio cannocchiale, pose la mira sulle gole dei monti verso la marina, là dove sapeva di scoprire Montefreddo; terricciuola sulle creste dell’Appennino dalla quale la lettera veniva. Non durò fatica a vederne il campanile biancheggiante nel verde degli abeti, come vela solitaria in golfo lontano; e solo si tolse dall’occhio quell’arnese, quando il frate, letta la lettera una e due volte, gli disse:
“Signor pievano, mi pare che sarebbe da uomo prudente aver pazienza, circa a quel giovinotto di cui parlavamo or ora…
“Ben detto! sclamò il pievano – non è tempo da cercarsi nemici. Ma! Eravamo così tranquilli! Si faceva il dover nostro e stavamo come il pesce in mare! Bisognava che i Francesi diventassero pazzi, per darci queste noie…!”
Qui entrarono in ragionamenti che a noi non fanno gioco, e finirono mettendo in disparte ogni pensiero di conciar Giuliano alla loro maniera. L’indomani poi quando lo seppero partito, l’uno e l’altro rallegrandosi assai di quella partenza, la chiamarono fuga, e se ne lodarono molto.
In questa guisa Giuliano potè andarsene libero, ma la signora Maddalena e Marta, ignorando le intenzioni avute dal pievano, rimasero con una sorta di rimorso pei giudizi temerari fatti sopra di lui.

CAPITOLO V.

Vada Giuliano in buona ventura senza che mi pigli vaghezza di cavalcargli in groppa. Allora non mi potrei tenere dal descrivere i monti e le valli per cui aveva a passare, e sarebbe troppa tela. Dirò soltanto come quel giorno a notte chiusa, Rocco rivenisse menando a mano la giumenta del giovane, e smontasse alla porta della signora; la quale volle dargli cena con sè, e gli fece raccontare dell’andata, e dei discorsi, che, egli disse, erano stati corti e mesti. Tra via non avevano avuto altra molestia che di sentirsi, ad ogni tratto, chiedere novelle dei Francesi; e il colono s’era scompagnato dal padrone in sul mezzodì, lasciandolo in Alba all’osteria chiamata un tempo dello Scudo di Francia; donde faceva conto di riporsi in via l’indimani al proprio destino.
Così i nuvoloni addensatisi sul tetto della signora Maddalena, erano dissipati dal vento che soffiava dall’Apennino, portando innanzi al suo furore, altri nuvoloni gravidi di maggior tempesta. E già si sentiva quanto sarebbe stata furiosa nello scoppiare; soltanto a vedere come a C…. corressero giorni di gran travaglio, per la soldatesca, che vi aveva le stanze da parecchi mesi. Il generale Alemanno pareva sulle brage, attendendo di Lombardia aiuti che non capitavano mai; ed in cambio gli giungevano ogni tantino cavalieri in gran diligenza, i quali venivano dalle montagne verso la marina, per quello che si poteva argomentare, portatori di novelle non liete. A poco a poco, il popolo indovinava le verità tenute nascoste; e già si sapeva che i Francesi, in sul cominciar dell’aprile, ripigliate le offese, si ricattavano assai bene dei danni patiti l’anno innanzi, per forza dei Piemontesi, i quali gli avevano fugati a Raus, e afflitti di molte morti. Adesso tornavano grossi e minacciosi, e sebbene per quell’anno non fossero ancora venuti a battaglia di campo, tuttavia l’aspetto delle cose era da far presagire che sarebbero usciti vincitori.
In casa al signor Fedele, qualcuno aveva aperto il cuore alle voci di prossimi eventi, e Bianca sentiva una dolce promessa, da quell’aria procellosa che ho detto. Dopo che s’era confidata colla zia dell’amor suo per Giuliano, dicendo che tra l’Alemanno e la morte avrebbe scelta quest’ultima; la povera cieca, consigliatasi con Don Marco, la confortava a persistere nel rifiuto, ma con dolcezza. Il buon prete, ogni volta che lo poteva, dava ad esse novelle di quelle parti, donde rivenivano soldati piemontesi o alemanni feriti, narrando cose dell’altro mondo; e sgomentando i compagni che vi s’avviavano melanconici, come persone che sapessero d’andare a certa morte. Egli e le donne, ne provavano pietà; ma facevano voti per i loro nemici; il prete sperando da questi miglior vita pel popolo; esse pensando che a vincere il signor Fedele, nulla avrebbe giovato se non la calata di quei Francesi, i quali per quanto male si udisse di loro, alla fine delle fini dovevano essere uomini anch’essi. Era vero che si potevano credere cose terribili, a vedere le centinaia di famiglie liguri, che capitavano ogni giorno, coi loro preti, in lunghissime processioni: gli uomini carichi di masserizie; le donne coi bambini in sulle spalle; i vecchi menati dai nipoti, scalzi, piangolosi, affamati; ma che valeva? Interrogati come avessero abbandonati i loro villaggi, non sapevano che si dire; e coll’aspetto di chi va, nè sa perchè mova, nè dove riesca, narravano di danni patiti di casi atroci avvenuti nei borghi vicini. A conti fatti venivano cacciati a quel modo dalla paura. Maria poneva mente a una cosa, ed era che non s’udiva raccontare da quella gente, che i Francesi avessero fatto onta alle donne. E da questo traeva conforto a sperare, che il diavolo fosse men brutto di quello si credeva; perchè se i Francesi rispettavano le donne, di certo erano in tutto migliori degli Alemanni; questi avendo dato a parlare di violenze fatte qua e là a donne del contado, che per quello se ne diceva non erano state poche. E non si tenevano dal menarne vanto i loro uffiziali, chè anzi vi facevano sopra le grosse risate; e la cieca che sapeva queste cose da don Marco, pensava come la pensarono indi a poco i popoli delle Langhe, i quali lasciarono per ricordo un proverbio che diceva di quei Francesi d’allora “meglio essi nemici, che gli Alemanni amici.”
Ma sino a quel punto, i più non vedevano altro Dio che costoro; e come dèi gli adorava Marocco, vecchio volpone, che conduceva in C…. un caffeuccio, proprio in sulla piazzetta del borgo. Egli se gli era tenuti sempre bene edificati, e si dava attorno a servirli colla moglie che aveva bella: nè faceva segno di recarsene, dove questa sorridesse ad alcuno di essi, o rispondesse piacevolmente ai loro motti arditi. Pur di brancicar monete, sarebbe stato ad occhi chiusi tutta la vita; e già dacchè gli Alemanni erano nel borgo, aveva messo in serbo di belle doppie. La sua era una botteguccia a modo, e antica al mestiere che ei vi faceva dentro; come si vedeva all’insegna sopra la porta, dalla quale si sarebbe potuto cavare la più bella vignetta, che abbia mai ornato frontispizio di poema eroicomico. Era una tavola, dipinta di molte figure, che volevano essere la meglio parte soldati, assorti in enormi stivaloni, e stranamente ingoffitti da immani cappellacci. Effigiati com’erano a sedere, guai se quei soldati si fossero levati in piedi; e peggio se in atto di scaraventare i bicchieri e le bottiglie che avevano innanzi; i cocci ne sarebbero andati sin chi sa dove, tanto erano tremendi in vista, pei mostacchi non più veduti, e per occhi che mostravano il bianco, come di cani ringhiosi. A ciascuna di quelle figuracce, Marocco sapeva dare un nome; e a udirlo, erano ritratti d’antichi Uffiziali del Re di Sardegna, stati a presidio nel borgo, per far la guardia alla repubblica di Genova, che non entrasse in corpo al loro Sovrano. Questo era un gran giocator di pallone; quest’altro amoreggiava la madre d’una signora del borgo, che viveva ancora; quello faceva tremar la gente solo che s’affacciasse alla finestra… Marocco conosceva di tutti vita e miracoli, sapeva dov’erano nati, dove morti, e fino dove sepolti. “La mia bottega, diceva egli mescendo agli Alemanni, fu sempre il convegno dei valorosi! Il conte tale, il cavalier tale, tutti nobiloni dei primi casati del regno, venivano qui, ed erano soldati allegri e spenditori; ma come loro signori, in coscienza non ve n’ho avuti mai!” E pigliava un gusto matto, a farsene far fede dai signorelli del borgo, i quali venivano a giuocare un tantino in sul desinare; cari una volta ora gabbati da Marocco, che si faceva udire a chiamargli scaldapanche. Buscava da essi qualche scapellotto, ma pur di far ridere i suoi signori Alemanni, non vi badava.
Un giorno, (che non monta sapere qual fosse, o decimo o ventesimo dalla partenza di Giuliano da D….); nella bottega di Marocco, si faceva un gran dire della guerra ricominciata. Era voce che il generale Alemanno avesse ricevuto ordine di recarsi con tutta l’oste verso Nizza; perchè i Francesi venivano, cacciando di là i Piemontesi, vinti a Dolceaqua, al colle delle Forche, a Raus, e si parlava della rocca di Saorgio investita. I discorsi s’incrociavano come spade, e tutti parevano là dentro sulle brage, pel gran desiderio di menar le mani. Un solo non si mescolava in quei fervori; ed era quell’uffiziale, che si sentiva morire di Bianca, e non vedeva l’ora di poterla sposare. Stava raccolto in un angolo, gomitoni su d’un deschetto, che sebbene fosse sodo, pareva lì per isfasciarsi sotto quel peso. Di tanto in tanto beveva un sorso d’acquavite ad un grosso bicchiere che aveva innanzi; e chi avesse potuto vedere i sussulti del suo cuore, di certo diceva che bevesse per darsi coraggio, a udire i compagni parlare in quei modi di guerra e di morte. E sì che egli era prode e cimentoso; nè si conosceva chi fosse più esperto di lui, a condurre partite notturne, a farla da scorgitore, a caricare il nemico menandogli addosso una ruina di cavalli: ma tant’è non poteva farsi vivo, e stava mesto in quella guisa; quando capitò alla bottega un giovano trombetto, il quale, data un’occhiata intorno, gli fu dinanzi, e fatto quella sorta di scambietto, che gli ussari costumano nel salutare, recossi la mano alla visiera e gli disse: “signor uffiziale, il generale la vuole.”
L’uffiziale accennò d’aver capito, il trombetto ripartì ed egli gli tenne dietro, lontano pochi passi.
Il generale era un vecchio prode della guerra dei sette anni, ed abitava di faccia alla chiesa, una delle migliori case del borgo. I signori che l’albergavano, s’erano ridotti stretti da averne disagio; ma pur di piacere a quell’uomo rigido e sornione, pur d’averne un sorriso benevolo, si sarebbero acconciati a star sui solai: e nelle molte stanze occupate da lui, avevano accozzati quanti arredi e quadri tenevano in casa, che pareva una dogana. Le volte che egli gli degnava, si sbracciavano a mostrarsi più alemanni di lui: e rammentavano d’aver visti i proprii padri e tutto il borgo, piangere nell’anno 1737, ch’essi chiamavano sottovoce funesto, perchè le novanta terre delle Langhe erano state cedute in quello, dall’Imperatore al Re di Sardegna. Narravano, con sazievole loquacità, a tutta la canatteria di soldati scribi, ond’era ingombro il quartiere, come avessero avuto uno zio, morto a Belgrado, capitano ai servigi dell’Impero; e ne ponevano in mostra il ritratto, meravigliando che quei soldati non s’inginocchiassero a salutarlo.
Quel giorno, in quella casa, tutti s’erano accorti del tempo ch’era cattivo: e quando videro l’uffiziale entrar dal generale, lo salutarono, gli fecero dietro gli occhi grossi; e osarono compiangerlo, perchè certo andava a farsi scaricare addosso qualche sfuriata.
Com’egli fu dentro; e vide il generale imbroncito, fece come quei soldati, che, dovendo starsi colle armi al piede, bersaglio d’un nemico cui non possono assalire, chinano il capo rassegnati a qual sorta di grandine stia per cadere. Recò la destra alla visiera, e rimase poco oltre la soglia, stecchito, gli occhi negli occhi del generale: il petto sporto, e l’altra mano giù dall’anca, che pareva di legno posticcia.
“Cinque passi in qua! – disse asciutto asciutto il generale.., e l’altro avendo fatti i cinque passi contati, senza scomporsi: – Signor uffiziale – continuò – ho qui per lei un plico, che mi si raccomanda molto da Vienna; vi deve essere dentro la licenza datale, di sposare una zitella di questa bicocca, e su questo non ho a ridire. Ma ella mi ha taciuta la dimanda fatta di qua a sua Maestà; (qui salutò come se l’Imperatore fosse stato là a udire) ella non s’è governata da quel soldato che crede d’essere ed è. Sia grata, non a me, ma al rispetto che ho per la sua promessa sposa, a me ignota, se mi accontento di consigliarla a non dimenticare fra le gioie del matrimonio, che noi siamo qui per menar colpi di spada in servizio dell’imperatore.”
E salutando una seconda volta il nome dell’Imperatore, porse la carta all’uffiziale, che togliendola colla sinistra, e udendosi dire: “vada”, fece il suo scambietto, quasi barcollando, poi diè di volta sui tacchi tutto d’un pezzo, lasciandone il segno profondo e polveroso sull’ammattonato.
Sebbene le parole del generale, gli fossero parute troppo acerbe, egli discese le scale speditamente, come uomo lieto; corse difilato al suo quartiere, e dalla voglia spasimata di leggere quelle carte, ogni passo gli si faceva un miglio. Appena potè alzare i sigilli e aprire i fogli, brillò tutto nel volto e nella persona. Era proprio la licenza, che i suoi, gente d’alto stato, gli avevano ottenuta dall’Imperatore. Essi n’erano in collera; ma come lo sapevano uomo di forti propositi, s’erano acconciati a quel fatto maldicendo la maliarda italiana, e pregando per lettera il generale a vedere almeno che la sposa fosse zitella dabbene.
Come ebbe letto, l’uffiziale si fregò le mani, si rassettò addosso i panni, diè una scossa del capo; e via di buona gamba a casa il signor Fedele.
Costui pareva fosse all’uscio ad aspettarlo; perchè egli non aveva per anco stesa la mano al cordoncino del campanello, e già l’imposta s’apriva, lasciando vedere la persona dell’arzillo leguleio; il quale presolo per mano, lo trasse dentro con paterna dimestichezza.
Messisi a sedere, là proprio dove, giorni innanzi, la signora Maddalena e il signor Fedele avevano avuto il colloquio che noi sappiamo; l’uffiziale fu primo a parlare della faccenda, e dopo lungo discorso, porse le carte allo suocero, che gli pareva un Dio…. Questi presele come roba che aveva in pratica, si pose a guardarle ammirando l’aquile, le corone, i suggelli; tutte cose significanti la razza gentilesca e il gran luogo ove il barone era nato. Non vi lesse dentro, perchè non ci si sarebbe raccappezzato; ma assicurando l’uffiziale che non era mestieri di tanto, ripose i fogli, gli strinse le mani, vezzeggiandogliele e guardandolo in guisa, che il poveretto, a vederlo come si lasciava fare, aveva l’aspetto d’un leone in balia d’una volpe spelacchiata.
“Ed ora se le par tempo – disse alfine il barone dolcemente – vorrei vedere Bianca…”
Il signor Fedele balzò ritto, come per rispondere al desiderio più ratto del desiderio stesso; e corse per la fanciulla nell’altre stanze, lasciando lui colla mano sul cuore pieno di un senso, che gli rammentava gli strani ribollimenti di sangue provati sul cominciare delle battaglie. Il pover’uomo aveva più di trent’anni, e amava come un giovinotto di qua dai venti.
Il padre di Bianca aveva mandato innanzi il fatto sino a quel punto, che non bisognava altro che far gli sponsali e andare in chiesa a dir sì; nè aveva chiesto mai alla fanciulla di qual animo stesse verso l’Alemanno, e se fosse per acconciarsi a sposarlo. Perchè non ne dubitava nemmen per ombra, e per lui la potestà paterna non aveva confini o rispetti. La trovò soletta a cucire nella sua camera, dov’essa soleva stare raccolta, come le aveva consigliato don Marco.
“Animo! Bianca, – le disse – poni indosso il tuo più bell’abito, e vieni in sala a vedere lo sposo.
“Che sposo? – sclamò la fanciulla colta all’improvviso, alzando i dolci occhi nel padre.
“Eh via! non farmi la bambina! O che credevi che il barone venisse qua innamorato di me?
“Se avessi viva mia madre, – rispose Bianca mestamente – mi consiglierebbe e risponderebbe per me: ora, babbo, la prego di dire a quel gentiluomo ch’io lo ringrazio, e che se mi lascerà stare pregherò sempre per lui.
Come! come! come! – tempestò il signor Fedele, incrociando le braccia sul petto, e rimanendo a fissarla un tantino; – moviti e non farmi rage, che qui non è caso di ringraziamenti nè di preghiere! Ho fatto tutti i passi per amor tuo, e lo sposo è là che muore dalla voglia di parlarti.
“Ebbene, gli chiegga perdono in mio nome, ma io di là non vengo.”
A questa risposta calma e risoluta, il Signor Fedele dirugginì i denti, come un beccaio arrota i suoi coltellacci, ma si rattenne. E posta la mano sul capo della fanciulla, che s’era di nuovo curvata al lavoro, diceva colla voce più dolce che gli riuscisse fare:
“Tu…. tu…. vorresti negare a tuo padre la gioia di vederti ricca; ossequiata da tutti questi gentiluomini; invidiata da tutte le signore del borgo; sposa d’un uomo, il quale, nonchè barone, deve essere un principe? Tu vuoi vederci morire lui e me?
“Fosse il figlio del Re, piuttosto che sposarlo, morirei anch’io!”
Non aveva finito di dire, che il Signor Fedele era lì per darle le mani nel viso: ma pensando a quel che ne poteva seguire, si trasse indietro un passo, e guardandola con occhio, che se fosse stato al buio, avrebbe mandato lampi, tese la mano verso di lei, quella mano che le aveva posta sul capo amorevole; e uscì di quella stanza. Fuori, stette un istante a ricomporre il volto, poi, colla maggior calma che potè, cominciò a parlare come interrogasse e rispondesse a qualcuno. “Torneranno? Stassera? Oh la testa vuota! Vecchi vecchi…!” E rivenuto dov’era il barone:
“Vecchi! Vecchi! – continuava – badi, badi a non invecchiare, perchè si perde il meglio, la testa e la memoria…. Vede che mi accade? Stamane ho mandato le mie figliuole a ricrearsi un tantino alla nostra villa vicina a quel convento, là, che si vede stando sul ponte…., ebbene, vegga memoria! Andava a cercar di Bianca par la casa. Rida, rida, ma perdoni; trovo qualcuno, e mando a dire che tornino subito…”
Così dicendo faceva segno di voler andare; ma il barone rattenendolo:
“No no… per quanto mi spiaccia non poterla vedere, non voglio torre alle sue figliuole un’ora di spasso…. A domani, a domani….”
Il loro colloquio durò un’altra mezz’ora; durante la quale, il signor Fedele, pur avendo il capo ai rifiuti di Bianca, seppe così bene non farsi scorgere, che parve tutto occupato del suo interlocutore. Questi poi, prese commiato; rimanendo tra loro che l’indomani si sarebbero riveduti per condurre a termine ogni cosa; ed essendo già l’ora dell’abbassare del giorno, se n’andò tutto solo a passeggiare sotto gli olmi, e a guardare la via, se vedesse Bianca tornare.
Aveva bell’aspettare; e in verità, sarebbe stato meglio per la fanciulla essere su quella via, perchè in casa aveva a passare un triste momento. Suo padre, vistosi solo, fece come colui che giunge a strapparsi il bavaglio che l’affogava. Uscì in un largo respiro, e a passi lenti, accigliato, con una mano tormentandosi la coda tirata sul petto, coll’altra agitando la catenella d’uno dei due orologi che aveva nelle saccoccie della sottoveste, fu dinanzi a Bianca; la quale non era più sola, la zia e Margherita essendole venute in camera poco prima. Le fu dinanzi:
“E se – disse, quasi continuando il discorso – se voi non lo sposerete, neanche se fosse il figlio del Re; in coscienza il barone sposerà voi, dovessi strapparvi la lingua, per farvi dir sì!” – E volto alle due con grand’ira: “E voi che fate? Levatevi di tra piedi!
“O babbo, o cognato! – sclamarono la cieca e Margherita: e questa gli abbracciava le ginocchia, quella tendeva le mani come per cercare le sue. Ma egli respingendole e gridando che non aveva nè cognata nè figlie, le mise fuori della camera, chiuse le finestre, andando e tornando come forsennato; e fu di nuovo sopra Bianca, pallida, silenziosa, seduta, colle mani abbandonate sulle ginocchia, come un’antica vergine cristiana, che ne’ sotteranei del circo stesse aspettando d’essere data alle fiere.
“Orsù – ripigliò – a qual giuoco si fa tra noi? Parliamoci corto: lo sposerete?”
E Bianca umile e mansueta: “non posso.
“Non posso! – urlò il padre – non voglio, dovete dire! Ed è una trista parola, per risponderla ad un padre della mia sorta! Chi mi vi ha fuorviata a questo modo? Ho inteso dire che le fanciulle osano talvolta innamorarsi!… impallidite? Ditemi la parola, che vi veggo lì sulle labbra; ditela che me la possa appiccicare bene qui, all’orecchio…! Dunque voi volete bene a qualcuno? Forse io so a chi…., ma non voglio saperne il nome da voi…., no…., sarei viso da farlo ammazzare…!”
Bianca diede un grido, il padre incalzava ghignando.
“Se domani, udiste dire da qualche feminetta di quelle che passano per la via: “hanno ammazzato il tale…. Oh! no no…, non temete, per ora non lo farei….; ho bisogno di tranquillità…. E la troveremo la tranquillità; stassera partiremo…., andiamo alla villa; voi non ve ne accorgete, ma siete ammalata….; se foste sana dovreste domani essere qui a parlare col barone, e sareste tale da guastarmi ogni cosa….; alcuni giorni di malattia, e do’ sesto al vostro cervello, e all’altre faccende; e fra tre o quattro settimane si faranno le nozze. Vedete? il sole va sotto…., fra un’ora s’andrà….”
Spinse l’uscio, e vedendo damigella Maria e Margherita, che non s’erano potuto staccare di là dalla tema che egli percotesse Bianca; “anche voi, – proseguì – anche voi cognata, e tu pure pupattola mia, tutti alla villa, a godersi la primavera! Oh le buone donne, che io ho in casa…! Vedete, Bianca? Pregano Dio che vi tocchi il cuore, e vi renda il senno. Pregate, preghiamo….” E se n’andò.
La cieca e Margherita, tremavano strette l’una all’altra come due pellegrine, colte tra via da temporale furioso; nè osarono dirgli, parola. Ma come furono sole con Bianca, la abbracciarono ambedue con gran passione; poi Maria con voce tremebonda come chiedesse la carità le disse: “ed ora, che faremo?
“Anderemo alla villa” rispose Bianca.
“Ma tu…. tu…. come ti salverai? come faremo noi ad aiutarti? oh colui, quell’Alemanno chi l’ha mandato per nostra sciagura?
“Oh! – sclamò la fanciulla, con volto impresso di mestizia e di fede: – la Provvidenza – ha salvato fanciulle smarrite in mezzo alle selve, e in mano ai masnadieri, e abbandonerebbe me….?”
In pochi momenti, il dolore le aveva fatto pigliare tanto vantaggio sugli animi di quelle due dolci creature, che nel dire parve ad esse una santa. E l’ora passò sì presto, che non avevano raccolto il po’ di fardello che loro sarebbe bisognato in villa, e il signor Fedele venne a pigliarle. Chiuse per bene le porte di casa, uscirono fuori del borgo, per quel vicolo dov’era passata la signora Maddalena, nel suo ritorno doloroso. Coperte di lunghe guarnacche nere, le due fanciulle reggevano il passo della zia, tenendosi strette a lei, come usavano menandola a messa; e il padre dietro, per un sentiero fuori mano, le fece scendere nel greto del torrente. La povera cieca, inciampava ne’ ciottoli o si pungeva tra le spine, ma non fiatava; dolendosi solo di non aver potuto parlare a don Marco prima di partire, chè di certo da lui avrebbe avuto qualche sano consiglio. A un certo segno, il sentiero entrava sott’uno degli archi del ponte, che rimaneva a secco per la povertà del torrente; e mentre esse passavano i pipistrelli spiccandosi dalla volta, venivano spauriti a sbattere l’ala nelle loro persone; di che tremavano poverette, quanto il signor Fedele d’incontrarsi coll’Alemanno, o in chi potesse dar voce nel borgo di quell’andata notturna e misteriosa. E però s’era messo per quel passo mal destro, come avesse gente insieme che andasse a mal fare.
Ebbero a tribolare oltre il ponte anche un poco, poi risalendo a mancina su per la ripa erbosa, furono sulla via, grande, ma scura scura per i pioppi fitti che non vi lasciavano raggiare la luna, levatasi pur allora. Di là per campi e per vigneti, giunsero alla villa, dove la famiglia del colono era già a riposo. Solo vegliava il capo di essa, uomo di buona età e vigoroso, il quale sedeva sulla soglia della casa, e faceva guardia alla roba, per tema dei soldati Alemanni, che uscendo la notte dai loro campi, andavano rubando, e ogni mattina s’udiva a parlare di pollai vuotati, e sin di vitelli rapiti.
“Chi va di notte! – chiese costui levandosi ritto, con un grosso bastone fra le mani, e venendo oltre al rumore delle pedate.
“Siam noi, Lorenzo, – rispose il signor Fedele.
“Come? il padrone a quest’ora? che fatto è? perdoni, chiamo i figliuoli….
“No no…, sta cheto, vogliamo far domani un po’ d’allegria, e veniamo sin d’ora…; non abbiamo mestieri di nulla, salvo d’un po’ di lume, che tu m’aiuterai ad accendere, e poi tornerai alla tua guardia…. Avanti figliuolo, che la guazza fa male…”
Entrati nella palazzina, e acceso il lume, il colono se ne tornò a’ fatti suoi, un po’ maravigliato dell’aspetto delle signore che parevano venute a un mortorio: e il signor Fedele senza far ad esse parola, le mandò a dormire, Poi s’appartò taciturno, s’allungò in sul letto, s’affagottò tra le lenzuola; e là si mise a pensare come avrebbe trovato modo di indur Bianca alle buone, a quel matrimonio. Interrogava per sè, e rispondeva per lei, da principio esortando, poi minacciando. Essa sempre ferma; egli allora a fingersi ammalato dal dolore. Invano. Bisognava rivolgersi ai castighi, e si pose a cercarne: e fu buona cosa che presto s’addormentasse, perchè pensando, chi sa che inferno avrebbe immaginato ai danni di quella infelice.
Non andò guari, che mentre egli giaceva russando forte, e le tre donne vegliavano parlando basso tra loro; un suono mestissimo di campana, venne per la solitudine dell’aria, come voce che dicesse al cielo, o ai morti, o a non so che altro misterioso che esiste: “qualcuno veglia a quest’ora sopra la terra!”
Era la campana del convento dei Minori di San Francesco, che sorgeva poco discosto. A quei tocchi Bianca alzò il capo, e porse ascolto con tanto desiderio, che più non avrebbe fatto, se fossero state voci della madre sua, morta. E poi volgendosi alla zia, nel buio della stanza: “Oh! – disse – e noi non ci avevamo pensato! Zia, se mi facessi monaca?
“Preghiamo – rispose la cieca – i frati s’alzano a quest’ora per discendere in chiesa a pregare….”
Margherita piangeva. Tacquero, rimasero deste un altro momento; poi come l’ora e la stanchezza poterono più del travaglio del cuore, s’addormentarono; e Bianca sognò tutta notte, monache, chiese e canti devoti.
L’indomani il signor Fedele, s’alzò prima dell’alba, e fattosi sulla soglia della loro camera, gettò dentro queste parole: “nessuna di voi vada fuori, sino a che non sia tornato”. E disceso alla casa colonica, che era muro a muro colla palazzina, comandò al cascinaio ed alla moglie di lui, che non parlassero ad anima viva nè della sua venuta in villa, nè dell’ora, nè d’altro; e badassero bene a non farsi vedere con damigella Maria e con Margherita, per non dar ombra a Bianca: alla quale, gli fossero segreti, pareva stesse per dar volta il cervello, dalla gran paura dei Francesi; e in tutto e tutti vedeva nemici e spie.
“Povera signorina! – sclamava la cascinaia impietosita e sciugandosi gli occhi col grembiale, stette a udire gli ordini che le dava il padrone, per la colazione delle signore; uova, cacio, latte. Poi fece vedere una focaccia cavata allora di sotto la cenere, avvolta in un mantile bianco come la neve, e cotta proprio per esse; che venendo alla villa solevano chiederle sempre di quella sorta di pane. Il signor Fedele contento della donnicciuola partì.
La curiosità è femmina e sirocchia della ignoranza; onde non è a dire come pungesse l’animo della cascinaia. Costei non attese d’essere chiamata, ma tolta quella roba che le aveva detto il padrone, se la recò in un cesto, entrò nella palazzina, salì le scale; e facendo a fidanza colla bontà delle signore, disse fra sè: “se mi colgono dirò che veniva con questa grazia di Dio; se no voglio un po’ vedere che cosa è questo mistero….” Cattellon catelloni, s’appressò all’uscio della camera ove esse erano, le vide attraverso la toppa; e si mise a origliare.
Altro che parere in punto d’andarsi in volta col cervello! Bianca parlava di suo padre, che voleva sacrificarla, calma, affettuosa, e diceva di volersi far monaca per togliersi da questo mondo, che non le era parso mai bello. Le altre due le rispondevano, ingegnandosi di consolarla; ma il discorso era così avanti, che la contadina non ci si poteva raccapezzare. Quanto avrebbe dato, pur di sapere tutto quello che avevano detto! Ad un tratto le parve che Margherita volesse muoversi; ed essa togliendosi di là come un folletto, e chiamate di sulla scala le signore, fece le viste d’essere venuta allora allora, portando la colazione.
Intanto il signor Fedele era in via alla volta di C…., e vi giungeva che il sole non era peranche levato. Molto stupì vedendo gli Alemanni sotto i filari d’olmi, e la squadra di cavalli schierati e pronti; non come gli altri giorni per andare agli esercizi, ma con quell’aspetto diverso, affaccendato, quasi zingaresco, che hanno le milizie in punto di levare il campo. I signorelli del borgo si tenevano in mezzo gli ufficiali, dando e pigliando fede d’amicizia, con grandi strette di mano, con quella ciera tra sciocca e sbigottita dell’uomo che, rimanendo a casa, conforta a starsi di buona voglia chi va agli sbaragli della guerra. I preti v’erano tutti, salvo don Marco; ed avevano i volti compunti, e parlavano del Dio di Sabaot, che guardava dal cielo le invitte spade dei loro amici. Gli uffiziali ridevano e s’accarezzavano i mustacchi.
Come il signor Fedele fu in parte da essere veduto, il barone che non aveva perso d’occhio un istante quella via per cui veniva, gli corse incontro, chiedendo che fosse stato di lui e della famiglia.
“Nulla! – rispondeva quegli – non fu nulla; ma qui che è questo che veggo?
“Mi dica di Bianca, Bianca….?
“Eh non mi faccia piangere! Ieri sera venne il colono a dirmi che le aveva preso male, e ho dovuto andare alla villa….
“Malata! – proruppe l’Alemanno – ed ora….?
“Ora s’è messa al meglio, e all’alba l’ho lasciata che dormiva chetamente. Ma qui, ripeto, che c’è di nuovo?
“Andiamo alla volta d’Oneglia – rispose l’Alemanno mestamente.
“Maledetti i Francesi! – sclamò il signor Fedele; ma l’altro interrompendolo:
“No…. maledetti, no….: il generale ricevette l’ordine d’andar là, stanotte….; torneremo…. ma…., Bianca…. se mai, le dica che io parto, lasciandomi il cuore addietro, ma che appena potrò…. Chi sa….? su quei monti….” E si volse a guardare dalla banda della marina.
Il sole illuminava le vette di San Giacomo e del Settepani, i quali giganteggiavano lasciando che per l’aria limpida del mattino, l’occhio penetrasse nelle loro selve, e scoprisse le vie alpestri, che gli Alemanni avevano a salire.
Le parole del barone erano state dette con tanta mestizia che facevano contrasto meraviglioso colla sicurtà dell’ardire che gli si vedeva in tutta la persona. Ma il signor Fedele volle confortarlo, e chi sa che sciocchezze stesse per dirgli; quando s’udì venire una cavalleria, e le trombe suonarono, e gli uffiziali corsero ciascuno alla sua schiera: sicchè il barone affrettatosi a dare l’ultima stretta di mano al suocero futuro; fu al suo cavallo, raccolse le briglie, e montò in sella leggiadro in vista, ma col lutto nel cuore.
Alla voci dei capitani, rispose un moto e un rumore d’armi, poscia silenzio. Il generale veniva in mezzo a parecchi cavalieri, e il popolo faceva largo dinanzi a lui. Fu cosa di pochi momenti; un andare, un tornare, un parlarsi sommesso da questi a quello, un gridar alto alla moltitudine d’armati; tutto con quell’aria di mistero che usano le gerarchie sacerdotali e militari, quando parate fanno mostra di sè. Indi a poco a poco si spiccò la squadra d’ulani condotta dal barone, e presero la via verso mezzogiorno a mò di scorgitori; e dietro i fanti, e dopo questi le artiglierie, portate a dorso di muli; da ultimo salmerie, monelli e cani, tutti misurando l’andatura al suono guerriero di pifferi e di tamburi.
Di là a qualche ora tutto nel borgo era quiete; e la sera s’incominciò in chiesa un triduo, per invocare la vittoria dell’armi alemanne. Si pregava di cuore, ma gli animi aspettavano paurosi le novelle del campo. Marocco era stato colto da uno struggimento ch’egli solo sapeva quanto fosse grande, vedendosi ridotto a quella compagnia d’avventori paesani, che l’avrebbero tenuto sobrio(1). Il signor Fedele si fregava le mani, parendogli che la partenza dell’alemanno, gli fosse tant’oro, avendo mestieri di tempo per adoperare con Bianca il braccio della ragione. Tuttavia pensava che il barone avrebbe potuto morire; e allora si grattava la nuca plebeamente, stiracchiandosi la coda e meditando chi sa…..; cosa che io non sono vago di cercare in quel suo cervellaccio.

CAPITOLO VI.

Tornato alla villa, il signor Fedele cominciò dall’assalire Bianca coi ragionamenti, e trovandola sempre uguale, la condannò a starsi tutto il giorno in una stanza appartata. Guai alla zia e alla sorella, se avessero tentato parlarle. Per maggior umiliazione la faceva venire a mensa all’ora dei pasti; ma la poneva a sedere in un angolo del desco senza tovaglia, e le stoviglie in cui le dava a mangiare, non erano quelle lucenti di stagno che usava per sè e per la famiglia, bensì certo piatto di terra scura, da mangiarvi dentro l’elemosina, tolto a prestito dalla cascinaia. E anche in quel tempo le avea vietato di aprir bocca. Sui volti delle altre due, si fecero in breve profondi i segni dell’animo afflitto; ma temendo di procacciare a Bianca maggiori mali, tacevano; ed essa per certo raggio degli occhi nuovo e soave, mostrava di crescere in forza a sopportare quei trattamenti, e si consolava pensando che per amor di Giuliano avrebbe patito anche più, se più fosse bisognato.
Così entrava il maggio, senza che la festevolezza della stagione, valesse a ricondurre in quella casa la pace e la gioia. Damigella Maria e Margherita, libere di starsi o di uscire a diporto, non movevano guari, per non godere quel che a Bianca era vietato; avrebbero volentieri mutata sorte colle donne più tapine che fossero nella valle: e udendo i campagnuoli cantare strambotti pei colli, in quelle notti piene di misteriose melodie; i loro pensieri s’incontravano mestamente con quelli dell’infelice.
“Oh! – diceva la cieca – han bello dire, ma le contadine sono più felici di noi! Vengono su pascendo le pecore e sarchiando il campo, durano stenti grandi, è vero; ma almeno quel po’ di pane che Dio manda lo mangiano in pace, senza tante ambizioni….! Noi…. noi…. invece….”
Margherita assorta nei canti che s’udivano lontani, chiedeva che volessero significare a quell’ore insolite, e pareva passionarsene: la zia sospirando rispondeva: “cantano la primavera tornata; la tua bella età, che Dio protegga, sicchè tu sia più fortunata di tua sorella!
“E Bianca? – ripigliava la giovinetta – che farà di là? le piaceranno questi canti, a lei così afflitta?”
Non era da dubitarne. Bianca porgeva orecchio dalla sua finestra, e pensava ai mài, che i contadini piantavano cantando dinanzi le porte delle foresi cui volevano bene. E anch’essa cadeva in quell’idea, che nata villanella, sarebbe stata più lieta; e che pur di potersi sposare all’uomo amato, la sferza del sole non la si doveva sentire, e lavorare sul solco da un’avemaria all’altra, doveva parere un trastullo. Ma per sè non poteva sperare che lo sterile rifugio d’un monastero; e in quei giorni di silenzio e di solitudine, ne parlava seco stessa, menzionando la pace, il sepolcro, mille malinconie; in guisa che se la zia l’avesse intesa, si sarebbe alfine levata contro il cognato; e delle due l’una, o egli smetteva dal tormentare Bianca, o essa se ne sarebbe andata a vivere da sè.
“Ma! – diceva la povera giovane, in certe ore che l’aspetto della vita le si faceva più lugubre: – quando sarò nel monastero, e mi avranno tagliati i capegli, e la mia faccia si sarà fatta smorta; se egli venisse a vedermi una volta, e mi ravvisasse, e mi dicesse: “tale divenisti per amor mio!” oh! come sarei lieta di morire in quel momento! Ho udito dire che le monache pregano nelle loro chiese dietro le grate, non viste…. E se egli venisse in chiesa per vedermi…., se cantasse per farsi conoscere da me…! Già, non intesi mai la sua voce, non ci siamo mai parlati….! Eppure quanti discorsi abbiam fatti, egli dal terrazzino di don Marco, io dalla nostra altana! Mai una parola…. mai un cenno….; ma fa bisogno di dirsele certe cose? Chi sa dove sarà? A D…? Chi sa se mi incontrerà mai più….? Oh! viva o morta lo sentirò venire e tremerò tutta!”
Di questo andare, s’era accostumata a considerarsi già fatta monaca; e mai che le fosse venuto in pensiero di ribellarsi del tutto, fuggire, e andar in cerca di Giuliano, o di fargli sapere di sè per qualcuno di mezzo. Scrivergli non avrebbe osato; solo il filo di speranza che attraversava le sue miserie, faceva capo a don Marco; e qualche momento osava sperare ch’egli avrebbe rimediato a ogni cosa; ma quel pensiero di lui su’ Francesi che sarebbero venuti a liberarla, cominciava a parerle una promessa mancata. Non venivano mai quei Francesi!
Non venivano? Avesse potuto leggere nell’animo del proprio padre, l’avesse udito maledire tra sè i repubblicani e la Francia; e avrebbe capito come i Francesi erano vicini! Egli non andava neanche più al borgo, per non udirne parlare; perchè là si dicevano cose da farlo basire. Oggi la rotta dei Piemontesi e degli Alemanni al ponte di Nava; domani la presa d’Ormea, di Garessio, di Bagnasco, tutti luoghi che egli sapeva alla grossa come fossero poco discosti; un’altra settimana, due forse, e la guerra alpina sarebbe stata perduta pei regi e per gli imperiali; e i repubblicani, eccoteli padroni di scendere a lor agio a divorarsi le Langhe.
S’aggiungeva a queste cose, che sua Maestà Vittorio Amedeo, aveva di quei giorni mandato ai magistrati, e ai parrochi di tutti i villaggi e borghi e città un bando, col quale comandava a tutti d’ogni grado e stato, purchè atti alla guerra, si provvedessero d’armi e di munizioni, quante bastassero per giorni quattro, e si tenessero pronti a movere contro i Francesi al primo cenno. Il Re parlava di premi e di pene; e il signor Fedele per parer di quelli non atti alla guerra, oltre a non recarsi più al borgo, quasi non usciva più dalla palazzina.
“O Madonna! – gli era venuto di sclamare una sera spogliandosi per andare a letto – se voi terrete i Francesi lontani dalle mie campagne; se mi renderete sano e salvo il barone e mi aiuterete a condur Bianca sulla buona via; vi edificherò una cappella proprio nel mezzo dei miei vigneti, e vi farò celebrare ogni domenica una messa da questi frati, santi servi vostri e del serafico San Francesco!”
Nei fondacci della sua coscienza, non credeva nè alla Madonna nè a San Francesco, nè agli altri Santi del Calendario: ma allevato a parlar ad essi colle mani giunte da bambino; a metterli in disparte da giovinetto; e da uomo maturo, ad averli sempre in bocca, e a giovarsene come di zucche legate ai fianchi per tenersi a galla sul pelago della bassa gente, che in essi avea fede e in Dio: adesso, di faccia al pericolo, si rivolgeva alla Madonna colla dimestichezza d’una femminetta, avvezza a parlarle a tu per tu, tutta la vita.
Quella notte s’addormentò con addosso l’indigestione delle brutte nuove avute dal cascinaio; il quale le aveva raccolte un po’ dai frati, un po’ dai campagnuoli; e qualche ora prima che fosse l’alba, si svegliò come persona cui venga fatta forza, molle di sudore e tutto scompannato il letto, pel grande agitarsi fatto nel sonno. Aveva sognato d’essere soldato del re, caduto in mano ai Francesi con grossa compagnia. I barbari, trucidato e sparato il più grasso tra i prigionieri, se lo mangiavano, e ne davano a mangiare anche a lui, che provandosi con ogni sua forza a schermirsi, si trovava agguantato nella coda e nel mento, e costretto a spalancare le fauci; mentre uno di quei ribaldi lo imboccava di quelle carni spietatamente, spingendogliene in gola con una baionetta lunga lunga, che ad ogni tratto si mutava in un serpente.
“Ahimè! – sclamò tastando il letto, e guardando nel buio cogli occhi pieni di quelle immagini, e colla gola arsa d’amarezza disgustosa: – ahimè! che spavento, Gesù Maria! Se durava un altro poco io moriva!”
E diè volta sull’altro fianco, studiandosi di non più addormentarsi, pauroso che il brutto sogno ricominciasse. Stette così un tantino rannicchiato, poi riprese a parlare.
“O che è questo picchio nell’orecchio? Che sia effetto del sangue?”
In quel dire alzava la testa dal guanciale. Il picchio non pareva più un picchio, ma sì un martellare di campane; al quale s’aggiunse un altro suono, noto, terribile, quello del corno, sorta di nicchio marino onde di quei tempi, coma usa in Corsica, andava ne’ monti liguri provveduto ogni casale; sicchè di ladri, d’incendi, di lupi calati l’inverno, si mandava di valle in valle, rapida e lontana la voce.
“Ohe! – gridò allora sorgendo a mezzo, – la campana di C…. stormeggia, e questo è il corno! Signore aiutatemi!”
E balzando dal letto, senza stare a cercar co’ piedi le pianelle, corse a spalancar la finestra; ma di subito preso da più stretta paura, riaccostò le imposte e le tenne socchiuse, quanto potesse guardar fuori con un solo occhio. In quella il cascinaio, i figli, chi dalla porta, chi dai finestrelli, porgendo il capo, si mostravano anch’essi.
“Dunque che cosa accade? – chiese ansando il signor Fedele – ne sapete qualcosa voi?”
Per tutta risposta, uno di quei villani, che s’era insino allora rattenuto per non destare il padrone, e scoppiava dalla voglia, precipitò sull’aja si recò alla bocca il corno, e ne trasse un muggito così pieno ed acuto, che al signor Fedele parve sentirsi passato fuor fuori da una cannonata.
“Ti pigliasse il canchero, te e il tuo toro! birbante! Tu mi vuoi far morire le donne? Butta al diavolo codesto tuo arnese d’inferno!”
A queste parole il giovanotto stette come allibito. Non aveva mai inteso il padrone porsi in bocca quelle parolacce. Gettare all’inferno quell’arnese, che s’adoperava a chiamare in chiesa i fedeli, gli ultimi giorni della settimana Santa, quando le campane sono legate, e le tabelle suonano le ore! Non osò soffiarvi dentro una seconda volta, ma l’avesse anche spezzato veniva a dir nulla, perchè per tutta la valle qua e colà fu un muggire d’altri nicchi, un apparire di lumi sulle coste, un chiamarsi da luogo a luogo, un interrogarsi, un rispondere di guerra, di Francesi, di finimondo, tutto nel buio. La campana del convento vicino, cominciò anch’essa a suonare a stormo; e quella d’un villaggio sulla montagna, che chiudeva la vallicella, rispondeva a questa, o forse ad altre della vallata sinistra della Bormida, mentre l’alba spuntava e pareva quella del Dies irae.
Damigella Maria e Margherita, non è mestieri dirlo, s’erano levate sin dai primi rumori, e Bianca dimenticato il divieto di venir fuori della sua stanza, correva ad esse spaventata. Tutte e tre si facevano intorno al signor Fedele che s’era messo in gamba le brache e in dosso un giubbarello; e appena mezze vestite, scarmigliate, piangenti, lo supplicavano, lo rattenevano che non uscisse di casa. Egli, standosi fra Bianca che colle mani giunte sulle spalle a lui, si abbandonava in atto di grande dolore, e Margherita che l’abbracciava alle ginocchia; non avendo forse avuto neanco in mente d’uscire, sclamava;
“Come? La terra del mio re, sarà coperta di nemici, e si potrà dire che io non sono corso a far testa? Via da me che non voglio perdere la grazia di Sua Maestà, per le vostre lagrimette! Via da me, voi, ingrata figlia! che importa di me a voi, se in dieci giorni mi avete fatto invecchiare di dieci anni?
“Pietà, pietà, babbo, – dicevano le fanciulle – non vada, non vada o ci conduca….
“Voi…. io…. pietà…. – rispondeva il signor Fedele dibattendosi fra le donne: – ne avete voi per me, quante siete? Pietà di me l’avranno i Francesi che toglieranno dal mondo il più infelice dei padri…!”
Dicea così sperando di dar a Bianca un gran colpo; ma vedendola niente disposta a dirgli, “padre farò quel che vorrà…!” diede un squasso sì forte, che mandò questa a cadere, e togliendosi Margherita di tra piedi, stette un momento che aveva l’aspetto d’un vecchio re, forse di Priamo che si sgombra il passo tra le sue donne, per andarsi a gettare coll’imbelle dardo, in mezzo ai nemici a morire.
Discese sull’aia, al colono che gridava “i Francesi! i Francesi!” diè sulla bocca una gran palmata, sclamando “bugiardo! Te n’andrai dal mio servizio!” Poi si rifece sopra sè stesso, e crescendogli il cuore sino alla gola; comandò ad uno dei figli del contadino, si mettesse la via tra piedi e corresse a C…., a vedervi un poco a qual segno fossero le cose.
Ma non fu mestiere che questi partisse, perchè essendosi messo un po’ d’albore, si vide da ogni parte gente discendere dai monti, gente uscir dai seni della vallata; drappelli di qua, drappelli di là, venivano a farsi grossi sulla via maestra, traendo verso il convento dei Minori Osservanti. L’affrettarsi, il tumulto, l’aspetto terribile di quelle turbe, armate di roncole, di bidenti, di falci, e financo di vecchi schioppi colti nelle guerre spagnuole di mezzo secolo prima; si accordavano in guisa tempestosa alla furia di parecchie donne che aizzavano gli uomini; e agli atti dei frati usciti dalle loro celle, agitando in aria i crocifissi, gridando guerra e morte, da parer forsennati.
Man mano che la gente arrivava, faceva sosta attorno ad uno rialto; e chi mandava baci alla campana del convento, che dindonava rabbiosa anch’essa; chi spiegava al vicino la faccenda com’era, chi più voglioso di andare cominciava a spazientarsi; quando venne oltre sul rialto il guardiano, uomo venerabile per lunga barba, e per la bella salute, che ad onta dei molti anni vissuti gli splendeva sulle guance.
Egli fece far silenzio alla moltitudine, la quale fu così pronta a star zitta, che si sarebbe inteso una mosca a volare. Allora trasse dalla manica un foglio, e vi lesse ad alta voce come predicando. Era il bando del Re, quel bando che ho menzionato più su, e che comandava ai sudditi di tenersi pronti al primo squillo di campana.
“Lo squillo di campana è dato, – sclamò il guardiano quand’ebbe letto – è dato qui, a C…., a D…., per tutto in questa valle e nell’altre! Armiamoci e andate, o popoli, che Dio v’accompagni a sterminare quei giacobini maledetti, i quali vogliono discendere fra voi, a vuotarsi i granai, a contaminarvi le donne, a porre le mani nel sangue dei vostri sacerdoti! Volgetevi da quella banda: (tutti si volsero a guardare i monti di San Giacomo e del Settapani, che si vedevano assai bene, ammantati dal verde primaverile) vedete lassù? Ciò che ora è verde diverrà rosso come sangue; e dove oggi nascono i fiori passeranno i demoni, e ne verrà un odore d’inferno da rimanerne affogati….! popoli all’armi….! ecco lassù il Signore che ci fa segno d’essere con noi!”
I poveracci non videro il Signore, ma credettero nel frate che l’aveva visto per essi. E “andiamo, andiamo! – cominciarono a urlare – Dio è con noi! Viva Dio! Morte ai Francesi! Viva noi! Viva il Re! Il primo giacobino che mi dà tra’ piedi lo strozzo, fosse mio fratello! Lo mangio, fosse mio padre! Morte ai giacobini!….”
Fra questo tempestare di viva e di morte, si fece udire una voce su tutte gridar chiaramente. “E chi ci condurrà alla battaglia?”
E un’altra voce rispose: “i nobili, i signori! Passeremo per C…. v’è il signor Francesco, il signor Crispino il conte, don Luca, verranno con noi, anzi li troveremo belli e pronti….
“E chi ricusa, a morte!”
In quella il signor Fedele, voglioso di sapere e fidandosi troppo, giungeva ad una svolta della via, vicino di là a un trar di pietra. Udire quelle grida, ed arrestarsi come avesse dato del petto in una rupe, fu tutt’una cosa: porse orecchio un tantino, e: “come? – disse tra sè – i signori v’hanno a condurre alla battaglia? Acchiappami se puoi, chè io vengo.” E pensando di non essere stato veduto, diè di volta correndo verso la palazzina; badando a dar nei fossati, curvo e spedito a menar le gambe che meglio non avrebbe potuto fare uno scolaretto, colto a scioperarsi dal pedagogo. E si teneva certo del fatto suo; ma il guaio fu che qualcheduno, o donna, o uomo, l’aveva scoperto, e s’era messo a gridare:
“Si! sì! i signori, eccone laggiù uno dei signori….
“Il signor Fedele, l’avvocato! e’ fugge…. dàgli dàgli… lo vogliamo con noi!
“È vecchio! – diceva un frate.
“Ed io son giovane? – rimbeccava un contadino.
“Ed io son più vecchio di lui! – gridava un altro di quei furibondi – ho moglie e figli, e terre al sole per me il Signore non ce n’ha messe….”
In mezzo a questo vociare, una dozzina di villici, accesi in viso come al tempo delle svinature; si lanciarono alla volta della palazzina, agitando le falci, i forcoli, il diavolo che brandivano, e chiamando a nome il signor Fedele.
Questi toccata la soglia, s’era volto addietro alle grida; e al luccicare di quelle armi, credette di sentirsele cascare sul capo, entrare nelle reni fredde diaccie, si vide fatto in pezzi a dirittura, e peggio che nel sogno della notte innanzi.
“Son morto!” sclamò, e chiuso l’uscio a due mandate, tirò il catorcio, mise la stanga, non istette a rispondere alle figlie, venute a lui piene di terrore: ma per un andito scuro si cacciò in cantina, si buttò carponi; e squarciandosi i vestiti, e insozzandosi le mani e il viso, spingi, ponza, e rispingi, potè rannicchiarsi sotto un tino, donde mandò fuori rangoloso queste parole, alle figlie:
“Se non mi volete morto, andate via di qua…! Via…!”
Subito un gran rumore di colpi, menati contro la porta, fece ammutolire le poverette che lo pregavano a uscir di là sotto, e più terribili dei colpi s’udirono queste grida furiose:
“Fuori il signor Fedele! Aprite! Vogliamo lui! Siamo della valle! Veniamo a pigliarlo per capitano! Vogliamo che ci meni ad ammazzar tutti i Francesi! daremo loro come ai cani arrabbiati…. al lupo…. al diavolo in carne!”
Le voci diverse suonavano d’ogni parte intorno alla palazzina, nè valeva il cascinaio a far che quei bifolchi smettessero dal gridare selvaggio. Chè anzi alle due fanciulle da dentro, pareva girassero cercando modo di salire sulle finestre, E stavano strette l’una all’altra, aspettandosi ad ogni istante di vederli irrompere; quando cessò il vociare, e porgendo orecchio udirono la parola soave della zia Maria, che si volgeva alla fiera brigata da una finestra del primo piano. Costoro vedendo quel viso di donna cieca, dipinto di sicurtà, d’innocenza e quasi di fanciullezza; stavano a bocca aperta ascoltando: tornati in quel rispetto che avevano sempre avuto per la famiglia del signor Fedele, e già vergognavano d’aver osato tanto. E la cieca diceva:
“Buona gente, abbiate compassione delle mie nipoti e di me; già mi pare alle voci di conoscervi tutti. State quieti, voi cercate di mio cognato, ed egli non è qui…
“Come? Non l’abbiamo visto coi nostri occhi? – diceva uno della brigata, quasi consigliandosi coi compagni. E un altro:
“Ehm! pareva anche a me che avessimo preso abbaglio…. Il signor Fedele sarà a C…. nevvero signora damigella Maria?
“Sicuro è a C…. – usciva a dire un terzo, togliendo alla cieca il pericolo di dire una bugia: – passeremo là e lo cercheremo…. lei capisce signora, che se alla fine delle fini non siamo guidati, noi ignoranti siamo buoni a nulla….!
“A rivederla, signora Maria, stia di buona voglia, che i Francesi sin qua non verranno; e se qualcuno volesse farle male, ci faccia chiamare anche a mezzanotte, che siamo cose sue….”
Così diceva un quarto, e con questa e con altre scuse e profferte, si allontanarono sberettandosi, come se la cieca avesse potuto vedere quei loro atti rispettosi. E con essi volle partire il cascinaio, conducendo seco il maggiore dei suoi figli, tra le strida della moglie e delle figliuole, che fecero intorno alla casa un piagnisteo da non potersi dire.
Tornati quei furiosi al convento, la compagnia potè mettersi in cammino. Con alcuni dei frati in capo, presero la via di C…. cantando a squarciagola, e levando un polverio che pareva mosso da vento di tempesta. Di tanto in tanto qualcuno dava nel corno e a quel suono rispondevano altri corni da altre vie, dove si vedevano altre brigate, volte del paro verso C…. Questo era luogo di gran convegno, perchè il parroco vi aveva dignità di vicario foraneo; vi sedeva il magistrato del Re per la giustizia; il borgo era come la capitale delle Langhe, e giaceva in sito da potervisi raccogliere gli stormi di tutta la vallata, per quindi moversi alla grande ventura.
Tra questi stormi, uno ne veniva numeroso per la via maestra, lungh’esso l’opposta riva della Bormida; e se non fossero state le armi, che si vedevano luciccare, pareva una di quelle processioni, le quali si solevano fare appunto in quella stagione, per implorare dal cielo i buoni ricolti. Cantavano litanie e salmi a verso a verso, e ogni poco prorompevano in urli feroci, come a tener deste le ire; e innanzi a tutti cavalcava un prete.
“Quelli là hanno a essere quei di D….; li conosco, conosco la giumenta del pievano….” – dissero a un tempo due o tre della brigata venuta dal convento: – se da tutte le pievi ne vengono tanti, ci troveremo a C… parecchie migliaia. Viva il pievano di D…!
“Viva San Francesco!” risposero quelli che erano proprio di D…., e il pievano levò in alto il cappello, a salutare tre volte, con atto d’un generale.
Don Apollinare in quel momento eroico della sua vita, si rifaceva gongolando delle cose patite nell’ultime settimane. Le sue pene erano state tante, che dal giorno in cui gli era capitata la lettera del rettore di Montefreddo, aveva perduta del tutto la bella pace goduta tanti anni; e quando il padre Anacleto, dopo la domenica in Albis, l’ebbe abbandonato per tornarsene al suo convento, si sentì cadere le braccia. Il suo pasto si venne assottigliando; le notti si svegliava scosso da visioni che avrebbero fatto incanutire un leone; il presbiterio gli pareva un eculeo; Placidia, la mite Placidia, un ingombro fastidioso tra piedi; la calata dei Francesi un’uggiosa minaccia che gli faceva sclamare: “o dentro o fuori una buona volta!” Pur di finirla in qualche modo, accadesse quel che doveva accadere, ma alla lesta: e stava pronto, la giumenta colla bardella addosso, e la briglia lì appiccata al chiodo; sicchè il bando reale lo trovò, sto per dire, coi lembi cinti e col bastone in mano. Lo lesse una, due, tre volte sospirando; ma fattosi animo, si picchiò sul petto una palmata e proruppe:
“Oh! alla fin fine anche questo è un rimedio! Avvenga che può; meglio morire d’una cannonata che a furia di punture di spillo!”
Venuto l’ordine di far la mossa, messosi d’accordo coi seniori del borgo, i quali pur non volendo, mostravano i segni della mala voglia; mandò gente per la pieve a dare la posta per l’indomani sul sagrato, che tutti gli uomini atti alla guerra vi venissero con armi e munizioni. Il tramestio fu grande, e la notte egli potè vedere dall’alto del castello, correre i lumi in ogni parte della campagna. Gli parve d’avere sulle braccia un mondo, e fatto venire a sè il sagrestano gli disse:
“Mattia, domattina si va…. Un’ora prima dell’alba darete dentro a suonar a stormo…. O perchè ciondolate….? che avete paura?
“Paura io, che ho fatto tremare mezze le Langhe?…” rispose Mattia trascinando le parole.
“Dunque siete briaco?
“Oh, signor pievano – rimbeccò Mattia mostrandosi quasi offeso: e spingendo innanzi un piede, si provò a reggersi ritto sull’altro; ma vacillò, vacillò sicchè per poco non andò a cascargli addosso.
“Schifoso! – urlò il pievano levandosi in piedi; – briaco la vigilia d’un giorno in cui potremmo morire! Levatevi di qui…, e se domani non sarete a segno, mal per voi!”
Mattia partì; e camminando tastoni per l’andito, passò dinanzi all’uscio della cucina. Placidia che stava là dentro, sospirando l’ora di poter andare a letto, e dicendo il rosario colla coroncina tra le mani sotto il grembiale; indovinò che Mattia era in disgrazia, e gli disse dolcemente: “Tiratevi dietro la porta.” Egli obbedì, e tirata l’imposta dell’uscio da via, misurò contro quella i pugni chiusi, esclamando: “Non dà un Cristo a baciare in tutto l’anno; e se si beve, pare che si beva del suo! Sta pure, che se andiamo alla guerra ti farò vedere il diavolo nell’ampolla!”
Entrato nella sua catapecchia destò la moglie, e le comandò (comandava anch’egli a qualcuno), tenesse l’orecchio all’ore, e un tratto prima dell’alba lo destasse. Poi si coricò vestito sul giaciglio, e colle tempia martellate dal vino, cominciò a russare.
Don Apollinare messosi a giacere per riposare quelle poche ore, le passò fantasticando; e stava per addormentarsi, quando squillarono i tocchi della campana martellata, a stormo da Mattia, il quale colla spranghetta al capo, aguzzava dal campanile gli occhi nel crepuscolo mattutino. Tutta la campagna era un moto di villici; là come nella valletta dove giaceva la villa del signor Fedele, come sarà stato in tutte le pievi; era un accorrere, un gridare, un chiamarsi, un suon di corni che non finiva. Il pievano balzò dal letto, e si diede attorno a vestirsi, stupito di sè stesso, perchè gli pareva sentirsi dentro un cuore di guerriero, nascosto, sino a quel giorno, a sua insaputa, sotto la zimarra del prete. Placidia venutagli in camera a vedere se gli bisognasse nulla, maravigliava anch’essa dell’aspetto sgherro di lui; ma come egli badava a vestirsi, si ritrasse vergognosa in cucina ad ammanirgli il caffè, che poteva essere l’ultimo.
“Placidia, io parto – le diceva egli venendo sin sulla soglia della cucina e abbotonandosi la sottoveste: – l’avvenire è nelle mani di Dio; voi rimarrete qui, rispettata da tutti…; e ad ogni evento, nel mio inginocchiatoio, troverete di che vivere…: ah! son pur venuti i giorni amari!”
La povera donna imbambolò, più pel suono della voce insolito ed amorevole, che per le parole; e intanto la campana continuava a suonare, e il sagrato a popolarsi, e il giorno a farsi chiaro, e l’ora della partenza vicina. Allora il pievano mandò un ragazzo a prendere il posto di Mattia sul campanile, e fece dire a costui che scendesse ad arnesargli la giumenta, e al popolo che aspettando cantasse il Vexilla.
Un urlo che parve di selvaggi tuonò sul piazzale, destando un’eco solenne dalla chiesa; poi s’intese l’inno cantato da voci gravi, diverse; e ad ogni tratto nuova gente, signori e villani alla rinfusa, si mettevano in coro. In mezzo alla folla si vedeva Mattia, che teneva a mano la cavalcatura del padrone, tastando cinghie, rivedendo ordiglioni, parlando sommesso alla bestia, quasi per darle ad intendere dove l’avrebbe portato.
Alfine, avendo bevuto il caffè, ed essendo l’ora di porsi in cammino, il pievano apparve sulla soglia del presbiterio. Aveva indosso una giubba smessa, in gamba certe brache vellose e rattoppate; e in un fagottino recava la talare, che poteva accadere d’averne mestieri. Appena fu visto, scoppiò un gran battimani; ed egli ringraziata co’ cenni la folla, aiutato alla meglio montò a cavallo. Poi data un’occhiata a Placidia, rimasta alla finestra, piangente e sbalordita; tese la mano e sclamò: “Dio è con noi! Ci siamo tutti? Andiamo!”
Discesero di castello, e trovarono al piano altra gente, con armi, e forcoli e falci, cento maniere d’arnesi atti a far sangue. Le donne benedicevano dalle finestre e dalle porte; i fanciulli si mettevano in brigata, le madri li tiravano fuori sculacciandoli; e la signora Maddalena, guardando dal suo piazzale quel moto confuso, ringraziava il cielo, che Giuliano fosse lungi da casa. Vedeva quella turba irta d’armi, e quegli stendali delle confraternite drappellati come dalle braccia di pazzi, e raccapricciava: Marta, standole vicina, si doleva di non essere un uomo, per poter andare contro i Francesi; e la signora non fu quieta che quando lo stormo le uscì di vista, e la campana cessò dal suonare.
Avesse suonato a lutto tutto quel giorno, e sarebbe stata giustizia. Perchè la gente di D…, nel passare per la terricciola di R…, fu come la maledizione di Dio. E sì che il villaggio si poteva dire tutt’una cosa col loro borgo, tanto erano vicini; ma da rozzi si fa presto a diventar malvagi; e trovate le case non difese, per avere gli uomini di R…. fatta anch’essi la leva in massa verso C…; cominciarono a pigliarsi brutti spassi, spaurire le donne, mandare a male il vino nelle cantine, guastare alberi ed orti; e se don Apollinare non si fosse adoperato a rabbonirli, certo sarebbe rimasto poco da fare a quei Francesi, dei quali s’andava ad impedire la calata e se ne dicevano tante ribalderie.
Come piacque al diavolo, ripresero la via verso C…, dove arrivarono, come abbiamo veduto, che il sole era già alto. Il borgo pareva un formicaio. Vi si lavorava a più non posso a far cartocci, ad affilare vecchie armi d’ogni generazione. Di qua gli uni si facevano scrivere; di là gli altri davano carta o la pigliavano, di loro negozi, dinanzi ai notai, stando per andare tra la vita e la morte; sotto i filari d’olmi si davano le cariche ai maggiorenti, che pigliavano diletto ad essere elevati su su, grado grado, ai più alti onori della milizia, generali, colonnelli, capitani; guai al popolo se avesse dovuto provvederli tutti. Tuttavia le cose correvano onestamente; ma fra la moltitudine s’aggiravano certi ceffi, furfanti da bosco e da riviera, segnati nei libri della giustizia, e vissuti da anni mogi mogi; che adesso ripigliavano ardimento e parevano i più valorosi. Alcuni ribaldi affollavano la porta chiusa del caffè di Marocco. La moglie di costui tribolava in mezzo ad essi lagrimosa, supplicando pel marito, che poveretto stava morendo, e aveva in camera il prete che gli raccomandava l’anima. Povero Marocco! Due giorni innanzi gli avevano dato schioppo e cartocci, che stesse pronto a partire. Ma il meschino a vedere quell’arme, s’era sentito giù per la schiena come un secchio d’acqua diaccia; e fattala portar di sopra, stette un poco rannicchiato vicino al fuoco; poi levatosi in piedi pallido come un morto di tre giorni, prese la moglie in disparte, e le disse: “Tasta che cuore! Sono un uomo morto!” Postosi a letto, chiamato il cerusico, nè questi seppe trovargli il male, nè egli volle dirne la cagione; non tolse più gli occhi da quello schioppo, la baionetta del quale scintillava in un angolo della camera e gli pareva l’occhio d’un assassino. Chi l’avrebbe mai detto! Un uomo par suo, che aveva sempre avuti in casa soldati, s’era messo in capo che quello schioppo l’avrebbe ucciso; e poveraccio moriva proprio in quel punto, che un suon di tamburi, di corni, di trombe, un vociare di signori ornati di grandi pennacchi, annunziava che lo stormo dei guerrieri della religione e del trono, movevano a farla finita coi Francesi.
Movevano, ma fu gran fatica pei condottieri, montati sull’asine e sulle giumente tutte nappe e sonagliere, meglio che nella festa di Sant’Antonio. La moltitudine strepitava camminando come gualdana infernale; miscuglio di entusiasmo, di vero valore, e di grosse millanterie. Qua cantavano salmi o canzoni popolari: là procedeano silenziosi ascoltando qualche vecchio novellatore; alcuni recitavano il rosario tenendo in mano certe corone dai pippori così grossi, da poterne all’occorrenza far palle da schioppo: e su tutte quelle teste si vedevano l’armi appuntate al cielo. Erano più di due migliaia, e avevano un’aria terribile e selvaggia.
Su su a quel modo per val di Bormida, si misero nelle strette, dove il torrente rovina con voci strane, fra massi ispidi, smisurati, precipitati dall’alto a frenare la collera dell’onda, che in tempo di piena non dirompa le ripe.
Il sole andava sotto, quando i più volonterosi toccarono le vette del monte di San Giacomo, sopra il Finale. Sul mare che si scopriva innanzi, biancheggiavano vele verso Provenza, vele verso Portofino, vele per tutto il golfo; mirabile alla vista pei mutamenti dei colori onde s’andava tingendo. Quelle erano vele inglesi, napoletane e francesi, che si davano la caccia in alto; mentre molti legni sottili di genovesi avidi ed audaci, navigando marina marina, recavano provvigioni verso la Francia affamata.
Lassù i nostri battaglioni, fecero la loro fermata in sul tramonto; quasi stupiti che il sole osasse discendere come tutti gli altri giorni. Dalla vetta del San Giacomo a quella del Settepani, non si vedeva che gente, stendardi e croci; non s’udivano che grida; pareva la tregenda. Don Apollinare seppe del rettore di Montefreddo, e d’altri preti, suoi amici, venuti lassù coi popoli delle due vallate della Bormida, e ne provò consolazione. Ma quel che più gli piacque fu la notizia che i francesi non erano molto vicini, e prima d’arrivare sino a lui avrebbero avuto a sbrigarsela colle soldatesche piemontesi e alemanne. Gli parve di potersi riposare tranquillo a piè d’una rupe trovatagli da Mattia. Tuttavia l’ora della sera gli volgeva il desio; e la mente gli fuggiva al suo presbiterio, al desco, a Placidia; persino a Placidia, per la quale sentiva in quel punto un affetto mai più provato.
Mattia, intanto, sbocconcellava un po’ di focaccia, e aveva intorno un capannello di compaesani, che si facevano narrare da lui le prodezze della sua vita; perchè egli era stato da giovane bravazzo ai servigi dell’ultimo signorotto d’una terra vicina a D…, e in opera di trovar costure aveva avuto gran nome. Dicevasi di lui che la mira dell’archibugio l’avesse posta bene più d’una volta; ma le erano memorie lontane più di quarant’anni; e di quelle sue ribalderie, egli ne dava carico a personaggi di fantasia, o al suo padrone. Adesso raccontava di costui la mala morte; e diceva ai villici, tutti orecchi ad ascoltarlo:
“Era un vecchio, ponete come sono io, ma robusto e prepotente. Un giorno certo giovinotto tornava da chiesa, dove s’era sposato alla più bella ragazza della terra. Il marchese si fece sulla via incontro agli sposi e alla comitiva, chiedendo i suoi diritti, i suoi diritti… “Che diritti? gridò il giovane stizzito; quelli forse d’andarti all’inferno?” E lanciandosi contro il marchese coi pugni stretti, gli diede un punzone così forte nel petto, che il povero diavolo andò ruzzoloni e precipitò in un borro, tutto rovi e sassi, sfracellato morto, che non ebbe il tempo a dire amen! Beh! mi par di vederlo!”
Qui Mattia faceva colle labbra un versaccio, come avesse posti i denti in un frutto lazzo ed amaro.
“E voi? – gli chiedevano gli uditori.
“Io? Io m’affacciai al precipizio, guardai, inchinai gli sposi: poi feci nell’aria un gran crocione, e addio vicini, mi tramutai. E venni nel vostro paese, dove mi acconciai col pievano defunto, e vi ho seppelliti mezzi, e ho fatto gran bene all’anima mia. Nevvero, signor pievano?
“Sta bene, sì, sì…” – disse don Apollinare vergognoso di vedersi usare dal sagrestano tanta dimestichezza. Ma avendo mestieri di tenerselo amico, trangugiò quel boccone.
A un tratto un gran parapiglia, un vociare rabbioso, un suono di colpi menati, in luogo più basso furiosamente, fece sorgere lui, e Mattia, e tutta quella gente che avevano intorno; ma egli con diverso animo, perchè corso alla giumenta fece atto di voler montare in sella, gridando: “I Francesi!”
“Stia, stia, – gli gridò il sagrestano – sono quei di A… che si picchiano fra loro!
“Allora datemi l’orcio dell’acquasanta, vado a chetarli!
“Che! – rispose Mattia – vorrebbe scendere laggiù a buscarne? Faccia da qui che l’acqua santa va da sè: Vede come si fa?”
E preso in mano l’aspersorio, che per volere del pievano aveva recato dietro coll’orciolino e con altre carabattole; lo agitò in aria due o tre volte, poi lo diede a lui che benedicesse quei furibondi. I quali volendo accendere i fuochi, pel freddo che faceva su quelle alture, avevano cominciato a contendere nel far legna e da ultimo a menar le mani, a strapparsi code, a scaraventare cappellacci, sino a che la pace potè tornare, che fu briga assai lunga.
Don Apollinare credette d’aver fatto col suo aspersorio assai; e venuta la notte, s’avvolse per bene nel ferraiuolo, non senza aver molto raccomandato a Mattia di vegliare. Questi gli si sdraiò vicino, facendo conto di dormire con un occhio, e di contare le stelle coll’altro: e noi lasciandogli a serenare, tirati dalla carità ci rifaremo in fretta dal signor Fedele; che non avesse ad affogare sotto quel tino, dovo l’abbiamo visto cacciarsi.

CAPITOLO VII.

Ho fatto tardi, e la carità che volevamo usare al signor Fedele, ci fu tolta di mano da quel Minore Osservante, che aveva predicato a D…. la quaresima, e che trovammo in casa al pievano. Se ci fossimo affrettati, l’avremmo visto sedere a mensa, nella palazzina, più lieto che lungo, col padrone e colla famiglia in grande dimestichezza. Ma per narrare come vi fosse venuto, converrà che io torni a parlare di quella donnicciuola della cascinaia; la quale di certo non può aver lasciato memoria di sè, salvo per la mala azione d’essersi messa ad origliare i discorsi di Bianca, il primo giorno in cui le signore erano venute alla villa. Se ne rammenta il lettore? Allora proseguiamo.
Costei sin da quel giorno, aveva disegnato di correre al convento, per dire ogni cosa al suo confessore; di quei tempi usando molto confidare al confessionale i propri peccati e le faccende altrui. Ma in tante volte che vi era andata, non aveva potuto trovarlo, e la mattina della partenza dello stormo, la poveraccia teneva tuttavia sullo stomaco il gran peso di quel suo segreto. N’era tribolata come dal peccato mortale; e pensando al marito, al maggiore de’ figli, andati chi sa a quali sbaragli, non potè più reggere. S’affrettò verso il convento decisa a non moversi più, senza aver visto il padre Anacleto, senza essersi confessata a lui, senza averlo pregato a porre i suoi uomini nella guardia di Dio.
Dalla palazzina del signor Fedele, si poteva andare in pochissimo tempo al convento; che sorgeva a piedi di una collina, formante una fondura a guisa di conchiglia, la quale pareva far atto di tirare a sè l’edificio, in solitudine più sicura. E il valloncello era alberato di querce antichissime, le quali, dalla cresta che girava intorno un par di miglia, alla più bassa piaggia, coprivano di loro macchie la terra per modo, che non vi poteva nè luna, nè sole: meravigliose alla vista, perchè da quella infuori per tutta la costa della collina, l’occhio non scopriva altro verde. Il bosco si chiamava dei frati: e perchè pareva nato appunto per essi, la fantasia paesana vi aveva lavorato sopra di curiose leggende. Fra l’altre questa, che San Francesco, capitato là attorno, per edificare un convento; avendo avuto da Ottone del Carretto feudatario della terra, quel sito; subito si pose all’opera aiutato da sì gran numero di contadini, che il diavolo ne fu geloso. Un dì che i manovali si affaccendavano a murare, se ne scoperse tra essi uno che tentava i compagni e gli scioperava, osando persino dar la berta al Santo, che s’affaticava a recar pietre sulle sue spalle delicate. Fu badato a costui dai compagni; e come ogni mattina accadeva di trovare il lavoro del giorno innanzi buttato gran parte a terra; il Santo gli mise gli occhi addosso a quel manovale e s’avvide alfine a certi segni, che egli era un soggettaccio da non poterlo nominare senza segnarsi tre volte. Fattoglisi cautamente vicino, gli gettò al collo il suo cordone benedetto, e a furia di croci lo costrinse a darsi per quel che era, e a portar calce, e sabbia, e pietre quanto bisognava per l’edificio, di che prima di notte vi fu d’avanzo ogni cosa. Il Santo non fu contento a tutto quel servizio, e dacchè il diavolo ci era cascato, volle giovarsi quanto potè dell’opera sua. Però menandoselo dietro a cavezza per lungo giro chiese che ad ogni passo facesse germogliare una quercia, o non l’avrebbe sciolto mai. Il diavolo, nato per amare la libertà tanto da ribellarsi a Dio, non istette a perfidiare per la miseria di quattro arboscelli: chè anzi San Francesco non chiedeva uno ch’egli non desse dieci e cento; e delle querce ne fece nascere tante che il Santo non aveva finito di torgli il cordone dal collo, e il bosco era, come fosse sorto da secoli, bello, diffuso e forte. Così il popolo di quelle parti dava ragione a sè stesso, del come quella selva fosse sorta in mezzo al tufo brullo della collina.
Il convento poi, parlando sul serio, crebbe e durò più che cinque secoli e mezzo; e forse durerebbe tuttavia se il generale Victor, nel 1799 non v’avesse appiccato il fuoco; e Napoleone nel 1805 non ne avesse cacciata la frateria, che rifatta ogni cosa v’era tornata a star bene. I terrieri dissero che fu gran peccato, perchè i frati erano buoni, l’edificio bello, e la chiesa anche più. Questa era di tre navate, partite in molte cappelle, tenute in patronato dai maggiorenti del borgo di C…, larghi donatori ai frati e alla chiesa. Ognuna delle cappelle aveva nel pavimento un coperchio di tomba; e la prima in capo alla navata sinistra, diversa dalle altre per lo stile e per gli ornamenti, apparteneva ai Marchesi della terra, come è mostrato dal coperchio della sepoltura, il quale reca un arme coll’impresa di un carro e d’un’aquila imperiale a graffito. In quella tomba avvenne cosa, che se non ha che fare colla mia storia, nè coi tempi di essa; ne ebbe molto coi teschi, raccolti là dentro: poveri teschi, che pur avendo portato elmo e corona, somigliano a tutti i teschi umani; calvi, smascellati, hanno viso di ridere d’aver vissuto questa vita.
Faranno vent’anni, e un giovedì di quaresima, tre scolaretti maninconiosi, erano andati a quel convento ruinato, col proposito di rubarvi un teschio: avendo udito alle prediche di quei giorni, che niuno ornamento migliore, e nulla di meglio contro il peccato potesse avere in camera un giovinetto. I tre adolescenti si fermarono sopra la lapide blasonata; trovarono a ridire sul cattivo latino dell’inscrizione; poi fecero alle pagliuzze cui toccasse discendere nel sepolcro in cerca del cranio. Come ebbero fatto, i due vincitori recatisi in mano le campanelle del coperchio, lo levarono a gran fatica sull’un dei lati, quanto il compagno potesse passare nel vano la sua persona: e questi, messe le gambe nella buca, peritoso, peritoso, si calò con forte batticuore, a frugare il sepolcro.
I teschi erano laggiù in fondo, raccolti come ad amarsi, a consigliarsi; e alla poca luce che poteva là dentro, biancheggiavano in forme incerte. Più in là si vedeva buio, e pareva che ne venisse un’aria tetra, greve, umida, forse quella dell’eternità. Il giovinetto si spinse avanti carponi, e già stendeva la mano sopra uno dei teschi; quando i due del coperchio udirono una voce di donna gridare arrangolata dando loro dei monelli, disturbatori di morti! Subito la pietra del sepolcro ricadde con un tonfo pauroso; e i passi dei due fuggenti compagni suonarono cupi, sul capo del tapinello, rimastovi chiuso. Egli non osò movere un dito dalla paura d’urtare in qualche morto, levatosi a vedere che fosse; ma nè allora nè mai, seppe quanto rimase a quella tortura. Il fatto finì, che i compagni ritornarono; la tomba fu scoperchiata un’altra volta; egli agile come un tigrotto, ne fu fuori di lancio; e giù sui due menò tanti colpi e tanti n’ebbe, che se non fosse stata a chetarli a colpi di rastrello, quella donna istessa ch’era cagione del guaio, qualcuno dei tre finiva ridotto a mal partito. Ritornarono mesti, mogi, a mani vuote da quella spedizione; e per lunga pezza non ebbero più pensiero nè di quei crani, nè del convento.
Tornando al quale, ed alla chiesa, qual era in sul finire del secolo passato: seguiterò a dire come fosse ricca di marmi, e avesse un coro di legno di ciliegio, lavoro antico d’un intagliatore Lombardo, stralevigato dai dorsi de’ frati a segno che i novizi vi andavano a specchiarsi. V’era una cantoria angusta, tarmata, e un pulpito pitturato, bigoncia e pilastro, di certi simboli rossi su fondo giallo; ed io immagino che moltissime volte saranno stati scambiati per papaveri, o per qualche altra pianta sonnifera, dai fedeli dei tempi, in cui i frati vi salivano a predicare.
Dalla chiesa per una porticina, si passava nel chiostro. Questo come tutti i chiostri, era bello davvero. Le sue colonnine di pietra verdastra sorreggono ancora gli archi leggiadri e severi; a ognuno dei quali corrisponde nelle pareti intorno, sotto le volte, un affresco. Ivi sono rappresentati i miracoli operati sulla terra dal Santo Fondatore; piedi troncati colla scure e colla scure rappiccati; uomini storpi raddrizzati; ciechi illuminati, tanti che sarebbe lunga litania, a voler descrivere tutti quei gesti maravigliosi.
Per un’altra postierla, aperta traverso un muro grosso come di castello; si poteva entrare dal chiostro nella cucina: e il visitatore stupiva dell’ampiezza inaspettata di questa. Faceva contrasto l’angustia delle finestre, munite di sode inferriate, le quali colla poca luce che mettevano dentro, davano un aspetto tetro alla vòlta e alle pareti, tralucenti pel fumo venutosi aggrumando a guisa di vernice nerissima: e più di tutto dava nell’occhio la smisurata cappa del camino, la quale aveva l’aria d’un mostro, che spalancasse la gola a divorare là dentro ogni cosa. La porta maggiore della cucina, del paro che quella del chiostro, mettevano sotto un portichetto, che formava un angolo retto colla facciata della chiesa, e aveva dinanzi un piazzale, dove i contadini si raccoglievano la domenica, a chiaccherare del tempo e dei ricolti, fin che entrando le messe i campanelli dalla chiesa ne li facessero avvisati. Stando sotto quel portichetto, a sedere su d’una cassapanca di legno grossolano lavorato a colpi di scure, e vecchia di chi sa quanti secoli; i conversi, i cuochi ricreavano la vista, in due lunghi e bellissimi pergolati; le travicelle dei quali erano sorrette dai muriccioli degli orti, e da due ordini di pilastrini; e in mezzo a questi correva la via, per cui dalla valle si veniva al convento. Sotto i pergolati solevano passeggiare i frati coi loro amici delle terre vicine, che venivano soventi a visitarli, per desinare assieme, per consigli, o per deporre il peso delle scrupolose coscienze: e se le pietre parlassero, quei pilastrini ci potrebbero narrare chi sa che allegre cose, dette all’ombra delle viti che vivono ancora assai rigogliose.
Il rimanente dell’edificio, era somigliante, in ogni parte, a tutti i conventi. Aveva due corridoi lunghi, incrocicchiati, ai capi dei quali si aprivano grandi balconi: e lungo le pareti porte di celle anguste, ognuna col suo santo, monaca o frate, a fresco sopra l’architrave. Il refettorio poi, (che io non lo dimentichi), era in sito delizioso; e dava colle finestre su d’un orto ricco, d’alberi e di pozzi d’acque limpidissime. Questi pozzi coperti di viluppi d’erbe, oggi paiono poco; ma in fondo vi gracidano le rane, quasi per ammonire l’uomo che badi a non vi cascar dentro, essendovi l’acqua pericolosa, e di rado v’ha qualcuno per averne aiuto.
I frati di questo convento erano la meglio parte delle terre di Monferrato e delle Langhe. Ve ne venivano talvolta dalla Liguria; ma gli uni e gli altri, a quel che intesi dai vecchi, vi si accomodavano assai bene, e se ne andavano a malincuore. Tenevano in mano molte fila della vita civile e domestica nei borghi vicini; predicavano, confessavano, pregavano, parevano tanti santi e tra loro in gran concordia; sebbene anche in quello come in tutti i sodalizi del mondo, covassero le invidie, le gelosie, gli odi; e si potesse assomigliarlo ad un lago quieto come specchio alla faccia, e giù giù nei fondi, agitato da pesci d’ogni sorta, persino mostruosi. I loro cercatori correndo i contadi raccoglievano copia d’ogni ben di Dio, n’avessero potuto portare; e rivenivano ogni sera carichi come api ed allegri sempre.
Costoro non si veggono più girare per le vie e pei campi, col sacco della cerca in ispalla; e del vasto edificio avanza appena un’ala che si possa abitare da cristiani. Vi sta una famigliuola di coloni, che mandano innanzi a podere le terre intorno. Corridoi e celle sono crollati o offesi da larghe crepe: la chiesa non ha più tetto; gli altari sono scalcinati; il campanile si regge a stento, e fa segno di non saper bene dove si abbia a coricare, o sulla terra, dell’orto, o sul grembo erboso della chiesa. Ma non andrà guari e sarà anch’esso confuso coi ruderi sconvolti come per terremoto; e nulla, più nulla, parlerà di quello che era il convento or sono settant’anni. A me duole assai di questo, ma più dei frati, chè tra loro neppure uno ha lasciato memoria di sapienza, d’amore, o d’altre virtù. Che importa a noi sapere che venivano coll’età molto avanti? Forse gli è appunto per aver badato a vivere lunga vita, che sono morti del tutto: e sebbene delle loro ossa siano piene quattro tombe; queste non han nulla da dire al visitatore, che ascolta le coppie di colombi tubare dal campanile i loro dolci amori, ricolmando di mestizia gli archi, le vôlte, quell’ingombro di ruderi, e quell’erbe lussureggianti. Incontra talora di vedere qualche personcina, sfatta, macilenta, gialla come per febbre maremmana, fuggire per un bosco, far capolino da un uscio, o nascondersi dietro una colonna cadente. V’ha da rimanere attoniti, come se fosse un’anima di frate venuta dall’altro mondo; e sarà un figlio del colono, guasto, poveretto, dalla malaria di quelle ruine. Il bosco è bello ancora, ma mostra qua e là di larghe radaie; la mano del tempo e dell’uomo vi fanno a gara nel distruggere; tuttavia l’occhio si posa da lontano, assai volentieri, su quella valletta, come in luogo di pace.
Quando la cascinaia del signor Fedele giunse al convento, il padre Anacleto era sul rialto, donde poche ore prima, il guardiano aveva arringata la turba andata in guerra. Egli girava intorno a certo pilastro sormontato da una croce di ferro, al fresco delle grandi querce che ombravano il poggiolino. I frati solevano venirvi a riposarsi in sul desinare, e a dire le barzellette alla gente che passava, per la via appiè di quello. Essendo ancora mattino, il padre Anacleto vi stava solo soletto, teneva il breviario sotto il braccio, e colle mani una sull’altra, diceva passeggiando le ore.
Parve alla povera donna, che Dio l’avesse posto là ad aspettar lei; e appressandosi peritosa, come potè chiamollo a nome sommessamente.
“Oh!…. – sclamò il frate mettendosi sulla persona altezzoso; – sei tu? Ebbene? Tuo marito se n’è andato anch’egli col figlio maggiore nevvero?
L’altra imbambolava a queste prime parole, e stava per fregarsi gli occhi col dosso della mano; ma il frate accorto, soggiungeva:
“Hanno fatto bene! L’intenzione è santa…, ma io credo che non avremo mestieri delle loro forze; e quand’anche fosse, il Signore sa quali sono i nostri….; bisogna avere fede in lui, e starsi di buona voglia. Allegri!”
E tornò a passeggiare, come, se con questo le avesse detto addio. Ma essa con voce umile e timorosa:
“O signor padre, mi perdoni, sono venuta per parlare con lei….
“Con me? Allora son qui!” rispose il frate fermandosi di nuovo; e prese l’aspetto d’uomo che tiene una mano su in cielo e l’altra sopra la terra: certo che colei veniva con qualcuna delle noie, solite ad essergli date dalle foresi, le quali erano lì ogni poco, a fargli recitare il responsorio di Sant’Antonio per ritrovare la gallina perduta; o con uno scrupolo da sciogliere; o con un sogno da decifrare.
“Veniva per confessarmi – disse la campagnuola. Ed egli a lei:
“Ma se fa appena un mese che hai fatta la pasqua. Che ci hai di nuovo?
“Peccati, no: ma ho certa cosa che mi pesa sull’anima; e mi pare che se io non la dico, il mio povero uomo avrà la mala ventura. Son venuta qui parecchie volte…
“Spicciati, spicciati, – interruppe il frate.
“Ecco! Ella sa che i padroni sono in villa: ma ha da sapere che quella notte in cui ci vennero, voglio dire quando fu mattino, il signor Fedele, prima di tornare a C…. mi disse che portando la colazione alle signore, badassi bene a non parlare con esse, perchè alla Bianca voleva dar volta il cervello, e vedeva tutto, spie, nemici, Francesi e che so io….
“Caspita! – sclamò il frate, quasi maravigliando di quelle cose seguite a sua insaputa.
“Ascolti, ascolti! – continuò la donna pigliando animo: – portando la roba io mi sono lasciata tirare dalla curiosità, e andai ad origliare all’uscio delle donne. Parlavano tra loro, e Bianca diceva cose…, cose, poverina, da far piangere! Altro che impazzare! parlava come un libro; ma non ho potuto capire nulla, salvo che vuol farsi monaca, e che non vuol essere sacrificata… Basta! Il fatto è questo, che da quel giorno, in casa ci pare il mortorio; e il signor Fedele, quando lo vedo, fa tremare anche me. È torbido come se gli si avesse tolto il pasto di bocca… Se ella ci andasse a vedere un poco… Ah!… già mi dimenticava; il padrone sin da stamane s’è nascosto in cantina, e non c’è santi per farlo venir fuori: la palazzina è chiusa, ma dentro ci si sente la disperazione!
“Allora vado” – disse il frate; e la donnicciola ringraziandolo mosse verso il convento a udirvi messa, spigliata come si fosse tolto di dosso un macigno. Egli poi, stato un altro poco a girare intorno al pilastro, si segnò due volte, e s’avviò alla villa del signor Fedele.
Vi giunse che questi aveva scacciato con grandi minaccie Bianca e Margherita, tornate a pregarlo si togliesse di quel brutto luogo, che quei furiosi se n’erano andati: ma le loro preghiere avrebbero mosso a pietà qualunque crudele, non lui. Scendevano e salivano dalla cantina alla stanza, dov’era la zia Maria, e con essa facevano le dolorose querele; quando s’intese un picchio leggero all’uscio di sotto, e Bianca affacciandosi sclamò: “il padre Anacleto!”
La cieca, credè, a quel nome, di ricevere un messaggio del cielo; Bianca corse da non veder le scale, a suo padre, dicendogli del frate; e Margherita non aveva quasi avuto tempo di raggiungerla, che il signor Fedele, come se una mano poderosa l’avesse afferrato per le gambe; vergognoso di sè, in meno che non aveva fatto ad entrare in quella sorta di tana, ne era già fuori. Ma ahimè, come concio! Pareva un masnadiero fuggito, per qualche fogna al bargello; per giunta un nugolo di molesti moscioni, gli si turbinavano intorno al viso, ed alla persona. Bianca si provava a nettarlo, e piangeva; Margherita, aperta la porta, faceva venir dentro il padre Anacleto.
“Deo gratias!” – disse questi facendosi oltre diritto, verso la parte onde veniva la voce del signor Fedele; ma vedendolo qual era – “che fatto è questo – sclamò, – che ti veggo scompigliato a codesto modo?” Il frate dava del tu a tutti, salvo che agli ecclesiastici più vecchi di lui.
“Eh! padre – rispondeva l’altro, – ella viene in casa a un ospite sventurato! Ero disceso in cantina, per vedervi come sto a vini stagionati; mi prese il capogiro, caddi, e buon per me che queste mie figliuole furono pronte ad aiutarmi.”
Se là dentro fosse stato un po’ più di luce, il frate avrebbe visto sui volti delle due fanciulle, i segni della maraviglia, in cui l’infingimento del padre mise le loro anime semplici. Ma non ebbe neanco tempo di dire al signor Fedele, che ringraziasse il Signore di avergli tenuta sul capo la sua santa mano; che costui scaricando su Bianca il miscuglio tempestoso di passioni, che gli fiottava nell’animo:
“E voi – le gridava – voi, che ci fate qui? Andate al vostro posto!…”
La povera giovane, che quasi s’era dimenticata d’ogni patimento, solo per aver potuto parlare quelle poche ore colla zia e colla sorella; rimase a quelle parole, come se venuta tapina a chiedere la carità, le avessero chiuso in faccia l’uscio di casa sua. Di che, chinando gli occhi mestamente, si volse addietro, salì le scale, ritornò nella sua camera, ai suoi silenzi. Margherita stette senza saper che si fare, addolorata di veder ricominciata la trista istoria: poi usci sull’aia singhiozzando da sola.
Allora il padre Anacleto, capì che sotto quei portamenti v’era qualcosa, di cui la cascinaia gli aveva fatti a ragione i grossi misteri. E valendosi della considerazione, in cui sapeva d’essere tenuto dal signor Fedele, presolo per la mano, con dimestichezza paterna, gli disse:
“Fedele, tu sei più vecchio di me, ma io sono più di te esperto della vita. Sai che io ti sono amico, non t’ho mai veduto così severo colle tue figliuole; che t’hanno fatto? Non mi hai detto or ora, come t’han mostrato d’amarti? Dacchè non ti ho riveduto, tu sei mutato in viso, ma molto mutato: segno che non sei contento! Perchè non sei venuto da me? A dirti il vero qualcosa mi diceva qua dentro: “egli non viene da te, e tu va da lui!” e sono venuto, ed ecco che non m’ingannai. Che posso per te? Noi siamo ai servigi dei felici e dei mesti, dei ricchi e dei poveri….. parla pure….
“Oh, padre! – rispose basso il signor Fedele – questa è la casa dell’afflizione! Se dura così un altro mese, qualcuno di noi sarà portato al sepolcro!
“Oh! – sclamò il frate – dunque c’è a mezzo qualche seria faccenda?
“Seria! altro che seria! – proseguì sospirando il signor Fedele, che stato in forse quei pochi momenti, aveva deciso di confidarsi al frate delle cose di casa sua: – i figliuoli de’ nostri tempi, non obbediscono più i loro padri, e il mondo va per la via torta….
“Il mondo si sfascia come un cadavere – sentenziò il padre Anacleto; ed ambidue uscirono all’aperto, mettendosi sotto il pergolato tuttavia poco ombroso. Buon pel signor Fedele che niuno lo vide, conciato com’era; chè all’aspetto strano, gli avrebbe scemata la stima.
“Ecco – diceva egli continuando; – ella sa, padre, che le mie due figliuole mi sono più care che le pupille. M’è capitato per la prima di esse un partito, un partito da renderne invidiosa una principessa. La trista non vuole saperne…. e sono settimane che mi arrovello a trovar modo di farle far senno. Baje! Essa mi si fa sempre più cocciuta, e quasi io perdo la santa pazienza. Non mi pare vero; così dolce com’è….!
“Eh! – disse il frate – del vino dolce si fa l’aceto forte. Ma l’uomo che tu le vuoi dare, le piace?
“Via! – rispose l’altro tentennando un tantino; – diciam gatta alla gatta, pare che no.
“O allora, che vuoi? Farle forza? È tanto giovane, e non v’ha da temere che ti rimanga in casa zitella. E colui del partito, non può aspettare?
“Che aspettare! Questo partito mi fa come la palla; mi balza in mano e se non le do mio danno! Mi sia segreto padre; questo partito è un uffiziale alemanno, ricco come il mare; e la piglierebbe senza parlar di dote. Così quel po’ di ben di Dio che abbiamo al sole, mi basterebbe a maritar la sorella più ricca….
“Dà retta – interruppe il frate – sai di qualcuno quassù cui tua figlia voglia bene?
“Questo – rispose l’altro, tastandosi la nuca, e poi badando alle dita che gli rimasero piene di ragnatele: – questo sospetto nacque anche a me… e… giacchè ci siamo, le dirò tutto. Sarà un mese, proprio il giorno in cui l’alemanno mi chiese Bianca; venne da me una signora di D…: ella che fu laggiù a fare il quaresimale, la conoscerà…. è la signora Maddalena…. venne, e quattro e quattr’otto, mi chiese anch’essa la figlia per suo figliuolo che si chiama Giuliano….”
Udire questo nome, aggrottare le ciglia, farsi indietro un passo; fu pel padre Anacleto un solo atto. E appuntando l’indice della destra nel signor Fedele.
“E tu, – sclamò – dovevi risponderle, che se suo figlio vuole una moglie, se la vada a cercare nelle terre di Calvino, di Lutero, in Turchia….!
“Turchia? – disse il signor Fedele – o che è questo, ch’ella mi fa tremare le gambe?
“Bisognerebbe che tu fossi stato a D…. sarà giusto un mese, per sapere ciò che dico! Bisognerebbe avere inteso le parole, che colui osò dire al pievano di laggiù. Cose da temere che gli si aprisse la terra sotto i piedi! Ah Fedele, quale sventura, se tua figlia volesse bene a quell’empio!”
“Oh Dio! che può essere, e forse è!
“Non sai che colui è stato scolaro di don Marco?
“Sicuro!….
“E che dalla casa di questo matto benedetto alla tua, non v’ha di mezzo che il vicolo?
“Già!
“Credilo a me, quando quella signora venne, i due giovani avevano bell’e fatto l’accordo.
“Eppure non si sono parlati mai….! disse il signor Fedele rotando gli occhi.
“Oh! quanto a questo, pensa alla tua giovinezza. Fedele, questa passione, se v’è, la levo io dal cuore di Bianca. Una ragazza non deve porre in pericolo l’anima sua…. dell’anime non ne abbiamo che una, e con un Volteriano per marito, essa non si salverebbe di certo. Fammela vedere.
“Sì! sì! padre, e badi a convertirla; io poi farò il debito mio verso lei, e verso San Francesco….”
Così dicendo, mise dentro la palazzina il frate, e salirono in sala. Là cortesie e accoglienze liete tra damigella Maria e Margherita e quest’ultimo; il quale chiesto di Bianca, gli fu insegnato dalla sorella la camera del piano di sopra, dov’era. Ed egli fece la scala accompagnato dalle benedizioni delle due donne, cui pareva gran ventura la visita d’un uomo, che forse veniva recando seco il segreto della consolazione.
Frattanto il signor Fedele, che s’era andato a ricomporre un tantino i panni in altra stanza, fattosi sull’uscio della sala, con certa allegrezza nuova nella voce, diceva alla cieca:
“Cognata, pensate al desinare; lo voglio sontuoso, perchè terremo con noi il padre Anacleto: tu Margherita corri dalla massaia, che tiri il collo a un par di piccioni e a una gallina; con un sorso d’aceto che io metterò loro in gola, diventeranno di buona cottoia lì per lì; diamoci attorno leste, e se vi bisogna aiuto son qua io. Che? ridi? ridete? In opera di cuocere vedrete chi sono!”
A questo fare piacevole, mai più costumato da lui, la zia Maria e Margherita, si sentirono proprio rinate. Che tutto questo mutamento d’anima e di modi, venisse dal padre Anacleto? Che gli avesse toccato il cuore? Lo benedissero cento volte, nè la cieca avrebbe fatto di più, se il frate le avesse dato un barlume. La nipote valeva dieci cotanti più degli altri giorni; e di sù di giù, una affaccendata, l’altra in cucina; in un batter d’occhio le pentole bollivano, le padelle friggevano; avessero potuto imbandire pupille di fagiani, sarebbero loro parso poco pel frate; al quale, l’odore delle vivande gratissimo, saliva dalla cucina fin nella camera di Bianca.
Egli v’era entrato, come a entrare nella propria cella; mentre la fanciulla, appoggiata al davanzale della finestra, guardava fuori la campagna, e i colli e i monti lontani. E a veder biancheggiare qualche campanile che accennasse un villaggio romito; si sentiva rapire il cuore a quella lontananza, come se là avesse potuto vivere felice.
“Bianca, – aveva detto il padre Anacleto, dopo essersi soffermato un tantino sulla soglia, a mirare la bella in quel suo raccoglimento: – Bianca, tu stai guardando i campi, come se attendessi da qualche parte un portatore di novelle liete…”
La fanciulla, che s’era volta addietro alla prima chiamata; col volto chino, come temesse di lasciare scoperti i mesti pensieri; si fece incontro al frate, per baciarli il cordone; ma questi le porse la mano. Essa la baciò, e poi disse:
“Oh padre, come ha fatto bene a venire quassù! Non l’ho più riveduta da due mesi, sa? quel giorno che venne a C…. al mortorio di quella povera mia amica…. Povera! io, povera, e non essa! ma faccio per dire…
“O che hai con queste malinconie! – sclamò il frate, – lo so anch’io, che a questo modo andrai a male colla salute! – E tenendole alta la fronte colla mano, che essa aveva baciata, e guardandola maestoso nel viso, soggiunse: – dunque, tu non mi vuoi dire che cosa aspetti, o che cosa cerchi cogli occhi, da quella finestra?
“Nulla! – rispose Bianca – io non aspetto nulla. Guardava così, per quei campi; e pensava che sotterra si deve stare quieti quieti, in queste lunghe giornate che non vogliono mai finire. Cercava, quale sarebbe il più bel posto per farvisi scavare il sepolcro.
“Bei pensieri! – disse il padre Anacleto: – pensieri che sono nella gioventù, come i tarli in legno prezioso!
“Eppure ci si prova una dolcezza, una soave dolcezza…!
“Un’amarezza che uccide lentamente, dovresti dire! Tu hai bisogno di consolazioni, fanciulla; e se io potessi toglierti dal cuore le tue malinconie, sarei lieto d’aver servito Dio nella sua creatura. Ma già io non posso nulla….”
A queste parole Bianca prese animo e disse: “Oh! ella potrebbe tutto, se volesse farmi il bene che io le chiederei…!”
“Parla son qui a posta! – s’affrettò a dire il frate – accostiamoci alla finestra, e parla: che hai, che ti hanno fatto? io sono un umile consigliere, un povero mortale, ma alle volte Dio si compiace in noi, e parla colle nostre labbra.
“Ebbene, – cominciò Bianca, mostrando di volersi rimettere in lui: – vidi soventi frati forastieri venire quassù; se da qualcuno di questi, si potesse sapere dove sia il monastero più vicino a noi; ma un monastero che vi si entri per non uscirne più, nè vivi nè morti…. e se mi ottenesse da mio padre la grazia di farmi monaca in quello: io pregherei per la sua salute tutto il resto della mia vita, e mi ricorderei di lei, padre, come del mio più grande benefattore….”
Il frate aveva sorriso alla semplicità di Bianca, la quale pensava che oltre la cerchia di quelle montagne, il mondo fosse anche per lui ignoto. Ed essa, dicendo, aveva a poco a poco osato alzare gli occhi negli occhi di lui; e lo sguardo le si era fatto così eloquente, che egli vi lesse dentro tutto l’animo della donzella, decisa a quel passo di cui parlava. Stimò buona cosa venir col discorso a seconda di quei desideri mesti e profondi; e dopo un tantino di silenzio, disse:
“E sta bene! Fanciulla che si manifesta inclinata a diventare sposa di Cristo, bisogna aiutarla, e t’aiuterò. Appena di là di questi monti, che abbiamo in faccia, nell’altra Bormida, in un luogo che più ameno non potrebbe essere, v’ha un monastero dove tu saresti sempre la benvenuta… Ma…, poni mente a quel che ti dico: quella che tu vagheggi è una vita dura…, una vita di penitenze in cui si spegne la giovinezza; anzi si cerca di struggerla, come un incenso che si brucia per mandarne il profumo al cielo…”
Bianca provava una voluttà amara a udire di quel martirio; e il frate continuava:
“Tu, lo veggo, gioisci a queste notizie, o anima eletta! Ma…, quando avrai fatto il gran passo, oltre quella soglia da cui non si esce mai più; se tu venissi a sapere che tuo padre ne sarà rimasto accorato da morirne; se la tua Margherita, e la tua povera zia, che ti tenne amorosa luogo di madre; perdendoti come tu fossi morta, non potessero darsi pace, e morissero anch’esse di dolore: tu sapendolo là dentro, (e lo saprai perchè, in quei chiostri solitari, dove non si fa altro che patire e pregare per tutti i peccatori della terra, il cuore parla la verità); ebbene non ti sentirai pigliare dallo sgomento di aver fatto tanto male, d’avere aperto tre tombe ai tuoi più cari?”
La fanciulla ruppe in pianto, e le lagrime le caddero per le guancie sul seno affannato. Di che il frate mutò subito la voce e gli atti, e fattosi dolcissimo, soggiunse:
“Vedi? Oh, io lo so molto bene come sono fatti i vostri cuori! La solitudine, il chiostro, illusioni; ma l’obblio delle case nostre, dei nostri affetti, siamo sicuri di averlo acquistato? Non parlare più, per ora, di monastero. Se Dio ne’ suoi consigli t’avrà chiamata; quei consigli non mutano, e te li significherà meglio, domani, tra un mese, tra un anno, quando a lui piacerà… Oggi tu devi essere savia, avere più fiducia nel mondo…, voglio dire ne’ tuoi…, in tuo padre…, in me se mi degni…: insomma se t’ho a dire la verità, io temo che tu non mi dica nè tutto nè metà di quel che dovresti, ad uno cui domandi aiuto; e se debbo andarmene, io me ne vado…”
E fece atto di partire.
“Oh! no, padre, – sclamò Bianca rattenendolo colle sue candide mani; – non se ne vada, per amor di Dio! Adesso mi pare che avrei a dirle tante cose; ma ho un cerchio al capo, un cerchio come di ferro, di fuoco, e tutte le mie idee mi sembrano svanite…
“Via, – disse il padre Anacleto, segnando col dito il cuore della fanciulla; – le tue idee svaniscono, ma non svanisce quello che tu hai costaggiù. Dimmi il vero, Bianca, dimmelo che darai gloria a Dio! E perdonami se io entro in te, ma lo fo pel tuo meglio…; dimmelo, tu vuoi bene a qualcuno…”
Il fiore di melagrano appena sbocciato è una pallidezza, paragonato al rossore di cui la giovinetta si tinse. Ma non fece segno di voler celar l’animo; chè anzi guardando il frate umilmente, e rifatta pallida, pallida, chiese sommessa: “È forse male?
“Male…, male no! – rispose il frate – anzi dirò che il voler bene, come comanda Dio, viene da gentilezza di cuore… Ma alle volte, questo benedetto cuore, inesperto, s’apre ad affetti, che poi si mutano in pentimenti…; e ora che ti guardo meglio, mi pari così diversa da quella di prima, che io temo tu non abbia posto amore in qualche uomo indegno di te…
“Indegno? – proruppe Bianca facendosi tutta fuoco, e atteggiandosi che non pareva più una fanciulla timida ed oppressa, ma donna forte da far valere la verità: – Se ella conoscesse quel giovane, non avrebbe detto questa parola!”
E rimase guardando il frate, le palpebre abbassate un tantino, e il labbro sporto sdegnosamente, come chi ha detto, e non vuol udir altro. Ma il frate senza scomporsi:
“Questo tuo sdegno nobilissimo mi persuade ch’egli sia giovane dabbene; e se le mie parole t’avessero offesa, me ne dorrebbe assai. Ma noi si fa sempre e si dice in fin di bene, e se tu vuoi che io ne parli a tuo padre, dimmi il nome…
“Oh! no, no, per carità, – interruppe la giovinetta – non dica nulla! Mio padre mi ha detto un giorno che se sapesse che io voglio bene a qualcuno, egli sarebbe uomo da farlo ammazzare…!
“Bah! Sono cose che si dicono nella collera! Sta di buon animo, la mia fanciulla, che tutto si accomoderà secondo il volere di Dio…
“Ma mio padre m’ha promessa ad un altro…!
“E tu fagli bel viso, che alla fine delle fini non è un tiranno! Forse io sono destinato a ricondurti la gioia in casa… Ma tu hai un torto, un torto grave…; non m’hai voluto dire quel nome… eppure me lo dirai, lo saprò; oh! lo saprò e forse lo so fin d’ora…”
Se il signor Fedele non fosse entrato a rompere quel discorso, Bianca avrebbe di certo finito per dire quel nome, che d’altra parte il padre Anacleto sapeva da sè. Ingenua e col cuore traboccante di dolore, stava per isfogare la sua grande passione, messa in vampe dalle parole del frate, come brace sopra cui si scarichi improvvisa una buffa di vento.
“Padre, – diceva il signor Fedele, facendosi sull’uscio della cameretta; – oggi lo vogliamo a far penitenza con noi. Bianca, a momenti s’entra in tavola, prega il signor padre a volerci degnare.”
Bianca, che a veder comparire il padre suo, s’era rifatta sopra sè stessa, rivolgendo timidamente gli occhi alla campagna; stupì del modo di quegli inviti, che tornava così diverso dai trattamenti avuti un’ora prima. Il frate, scostatosi da essa, si fece far largo dolcemente dal signor Fedele, per uscire, e gli susurrò all’orecchio: “M’hai disturbato; ma va e sii dolce; col miele si pigliano l’api” – E gradino, gradino discese in sala.
L’altro, che a quelle parole fece tra sè e sè conto di rimettersi tutto nel frate; mosse verso Bianca, e vezzeggiandola, come non aveva mai fatto, le prese la mano, e menandosela dietro amorevolmente, diceva:
“Vieni, Biancuccia, che tu hai a fare gli onori di casa al padre Anacleto; mangeremo un boccone in santa pace ed allegria; poi sarà quel che Dio vorrà. T’ho maltrattata stamattina, ma quei villani m’avevano fatto perdere il capo…, vieni…”
La fanciulla, si sentì come a cascar di dosso la gramaglia, e mutarsi in una veste di tutti i colori più belli. A lei sorrise l’anima, a lui sorrisero le labbra; e come se nulla fosse stato dei lunghi bronci, discesero anch’essi in sala.
Trovarono la cieca, Margherita, col padre Anacleto che pareva stesse dicendo loro le sue più dolci parole; ma costui quando li vide venir dentro, bilicata tra l’indice e il pollice della destra la sua tabacchiera, e facendole fare mulinelli, mutò discorso giocondamente.
“Dunque, – diceva – oggi m’ho a fermare a far penitenza con voi? Sarà una penitenza assai dura a quel che sento nell’aria; ma cogli amici ogni patire torna godimento…
“Sempre gaio il padre Anacleto! – diceva damigella Maria, la quale chi sa quel che avrebbe dato, per vederlo un istante in viso.
“L’animo lieto fa l’età fiorita! – rispondeva egli: lo dice Salomone. Ed essa:
“Mi vuole a lato?
“Sì! e vedrò di raccontarvi qualche istoria che vi tenga allegri…
“Allora entriamo a mensa; – disse il signor Fedele – e ad uno ad uno come fanno i frati: dico bene padre?
“Ad uno ad uno, a far penitenza…”
Così rispose il frate, ed entrarono nella stanza, dove avevano messo in tavola. Questa era un po’ angusta, ma ariosa, e per la gran luce che vi veniva dentro da due finestre, pareva la sede dell’allegrezza. Pigliarono ognuno il suo posto; e Bianca quasi non rammentò d’essersi seduta là tanti giorni, per inghiottire bocconi amari. A tutti sembrava d’uscire da un inverno tetro e caliginoso, e che allora appunto il tempo si mettesse alla più bella primavera del mondo.
Mangiavano, bevevano, chiacchieravano in un dolce abbandono d’ogni cerimonia: e dissero a lungo della gente, mossa quella mattina contro i Francesi. “Chi sa dove saranno…? a quest’ora avranno fatto sosta qua, l’avran fatta là…; da C…, da M…, da A…, chi sa quanti ne saranno andati? Forse i tali…, forse i tali altri…?” E poi strologarono sul tempo che sarebbe durata l’impresa; e giù altre congetture, altri presagi, che tutti venivano chiusi, come i salmi dal gloria, con un: “sarà fatta la volontà di Dio!” detto dal padre Anacleto devotamente. Così l’ilarità, e le piacevolezze, durarono tutto il tempo del desinare; il quale fu lungo e inaffiato di vini deliziosi, che il signor Fedele teneva riposti chi sa da quanti anni. Ma come ogni cosa in cui si pigli diletto ha presto fine; così venne l’ora di levarsi da mensa, e il frate si ricordò di aver da tornare al convento. Il signor Fedele volle accompagnarlo, e Bianca chiese di seguirli. Allora preso commiato da damigella Maria e da Margherita, il padre Anacleto uscì con essi; e s’avviarono passo passo, al dolce calore del sol di maggio, che tramontando alle loro spalle, stendeva le loro ombre lunghe lunghe, ora sulla via, ora sulle prode dei campi.
Come furono in parte, dove l’andare si faceva disagevole, si congedarono a vicenda con inviti e promesse per l’indomani; e il frate volte le spalle, si mise a camminare spedito per un sentiero traverso che menava al convento. Bianca gli guardò dietro mentre egli s’allontanava, e le pareva sentirsi venir meno un grande aiuto; timorosa di rimanere sola col babbo, che forse le avrebbe chiesto del colloquio avuto da essa col padre Anacleto. Ma egli fu contento di sbirciarla sorridendo, e nel tornare a casa, le parlò di tutt’altro da quel che essa temeva; non volendo rischiarsi a guastare l’opera, a quel che pareva, bene intrapresa dal frate.
Intanto, Margherita dalla finestra stava a vedere, e diceva alla zia i loro passi. Quando il padre Anacleto fu per uscirle di vista, in capo a quel sentiero grigio, che si perdeva nel bosco, essa si volse alla cieca dicendo:
“Ecco; il padre Anacleto non si vede quasi più; entra nel bosco… è scomparso.
“Santo uomo! che Dio lo benedica: – disse la cieca – proprio possiamo dire, che se la pace e la concordia ci tornano in casa, è merito suo.
“E babbo e Bianca, sono costaggiù che tornano; e discorrono amorevolmente fra loro.
“È un miracolo, Margherita, un miracolo! E se dura vogliamo andare di notte, bell’e in mezzo al bosco dei frati, a far la novena intorno alla cappelletta di San Francesco. Tu e Bianca mi condurrete…
“Di notte nel bosco? Vi sono l’anime dei morti che singhiozzano sulle querce?
“Sono assiuoli e non anime di morti! Chi ti mette codeste ubbíe in capo? Eppoi pregando non s’ha a avere paura di nulla, perchè l’angelo custode ci sta sempre allato…”
In quel momento rientrarono Bianca e suo padre. La fanciulla era malinconica; ma come persona uscita di malattia che cominci a riavere la salute, mostrava a tratti qualche movenza allegra. Egli parlava a tutte e tre riguardoso, sempre temendo di rompere quella sorta d’incantesimo fatto dal frate; e quel giorno principiato nei trambusti e nel pianto, finiva per le loro quattro anime come per l’erbe dei campi e per gli augelli dell’aria, ai quali un tramonto dorato, prometteva per l’indomani un mattino di luce e d’amore.
Il padre Anacleto poi, giunto al convento che era l’ora d’andare in refettorio a cenare; per non farsi scorgere, s’andò a sedere al suo posto: ma com’è da pensarsi non prese nulla. Per ingannare quei momenti, si pose a guardare un affresco, che era in fondo alla sala, sopra la sedia del guardiano; e doveva rappresentare una cena, fatta tra San Rocco e non so quali altri santi. Dico così perchè di quell’affresco, sopravanzano pochi bocconi, essendo caduto l’intonaco del muro su cui era dipinto: ma una testa pennelleggiata assai bene; una spalla coperta di un sarrocchino sul quale spicca una conchiglia che par vera; un boccale e un piatto di verde sulla mensa danno a capire che in quella pittura si stava mangiando.
Pieno di pensieri, per la famiglia, dal cui desco s’era levato poc’anzi, il frate lasciò correre la mente ai parchi desinari fatti dagli Apostoli in casa d’amici, dove capitavano a consolare qualche afflitto od a soccorrerlo di loro consigli. Quasi quasi osava somigliare sè stesso ad uno di quelli; e di certo si tenne d’aver fatto in quel giorno molto bene il debito suo. E si ringalluzzava tutto, pensando che il pievano di D…, avrebbe potuto dire di Giuliano, che la pena per lui, teneva dietro alla colpa assai da vicino: e non vedeva l’ora di potergli scrivere che aveva scampata dalle insidie del demonio una giovane innamorata di quel suo parrocchiano senza legge e senza fede.

CAPITOLO VIII.

In iscambio don Apollinare si trovava a certi passi, che non era il caso di poter pensare nè al padre Anacleto, nè a Giuliano.
I monti sui quali lo abbiamo lasciato colle turbe di Val di Bormida, in capo a quattro o cinque giorni, formicavano, come vi si fosse raccolto un esercito di barbari; pronti a calare dove loro fosse venuta bene la preda, per portarsela a quelle sedi alpestri e selvose. Aveva durato a venirvi gente dalle più remote parti delle Langhe; nè a ricordo d’uomini nè di libri, s’era visto nulla di simigliante. Lassù tutto era andato sossopra, rocce, zolle, alberi per far terrati e ripari: e come a star all’aperto, dì e notte, si diventa industriosi; con certi graticci che sapevano intrecciare assai bene, i boscaiuoli avevano fatto baracche pei capi, i quali dando pochi quattrini cansavano le infreddature. E questi capi erano tanti, che le baracche crebbero di numero, quasi da togliere a quelle montagne l’antico aspetto foresto.
Gli abitanti della marina là sotto, avevano paura di quelle plebi più che dei Francesi già vicinissimi; e ogni mattina guardavano se vi fossero ancora, e mandavano sui monti messaggi d’amicizia, e saluti, e notizie grosse; per tenerle all’erta, che ad esse non venisse il grillo di calare nei loro borghi, a farvi chi sa che tragedie. Le turbe ricambiavano i saluti, e invece di pensare a discendere laggiù, compiangevano chi vi stava.
Talvolta vedevano navi passare in vista facendo segni con bandiere; ma in quel pararsi di tanti colori non ci capivano nulla. I capi si strappavano fra loro i cannocchiali, e per non essere scortesi rispondevano a quei saluti, bruciando cataste di legna, da mandarne le fiamme alte come d’incendi.
Un di quei giorni erano capitati lassù alcuni uffiziali, dai campi alemanni e piemontesi, posti lontano poche miglia giù verso il mare. Veduto in qual conto s’avessero a tenere quelle strane milizie, e fatta correre la voce che fra breve tempo si sarebbero viste alla prova; se n’erano ripartiti, a quel che si sapeva, ben edificati del loro contegno. E in verità quella lode soldatesca era meritata; perchè durava l’ardore col quale s’erano messe all’impresa di difendere il trono e la religione: e la meglio parte di quella moltitudine, allevata alla vita travagliosa dei solchi e delle selve, non badava ai disagi. Mangiavano i neri pani che s’aveano recati nelle bolge; le quali portate, come usa da quelle parti, che una ne pende sul petto un’altra sul dorso, e bianche di colore, avevano l’aria d’assise bizzarre. Bevevano l’acqua pura delle fonti, per quelle montagne copiose e frequenti; e se alcuni serbavano qualche goccia di vino nei barletti, era per berlo e confortarsi, dove per mala sorte avessero toccata qualche ferita.
All’alba si levavano in piedi, liete come se nulla fosse stato della guazza, e delle brine che talvolta anco in quella stagione, il vento frizzante dell’Alpi porta nella contrada; dicevano ad alta voce le orazioni del mattino; poi facevano d’ogni sorta d’esercizi, visti a fare ai soldati. Due volte il giorno, i preti predicavano da qualche poggio ognuno alla sua compagnia; e parlando di Dio e del Re, tenevano deste le ire, e il desiderio di dar dentro a menar le mani in guisa, che dopo ogni predica le montagne suonavano di grida altissime, di strage e di vendetta. Non sapevano bene, ma tutti accozzavano nelle menti torbidi pensieri di religione, d’empietà, di re e di patiboli; i più ardenti aizzavano coi discorsi i compagni; chetarli era gran fatica; e ad ogni tratto si tornava da capo. Presi così alla grossa, s’accostumavano a quella vita assai bene.
Ma a don Apollinare, e a molti altri che avevano viso di condottieri, l’ore cominciavano a parer lunghe. Quattro giorni di disagi, erano stati d’avanzo a fare dar giù il bollore ai loro spiriti; e la prontezza d’animo con cui s’erano mossi, cedeva un po’ ogni giorno, alla stanchezza in tutti, in molti alla noia, in taluni alla paura. Perchè agli altri guai s’era aggiunta la vista di soldati regi ed imperiali; i quali passavano per quelli alpestri sentieri, tornando feriti o malconci dalle scaramuccie, che seguivano giù giù, tra quel d’Oneglia e quel di Loano. I poveretti camminavano da sè a fatica, o portati da certi muli, spasimando, ogni poco, per i squassi crudeli: ed erano quali mesti, quali baldanzosi, alcuni bestemmiavano, altri mostrando le ferite toccate, dicevano a quelle genti affollate a vedere, come laggiù laggiù, di palle e di baionettate i Francesi ne avessero in serbo anche per esse. Quelle parole non erano atte a sgomentare la moltitudine; ma i capi ponendo gli occhi stupiti in quelle piaghe mal fasciate, si sentivano frizzare le carni; e pensavano alle famiglie, ai quieti piaceri, ai loro villaggi, nei quali avevano vissuto sino a quel punto, cullati da quel buon popolo che gli adorava e temeva, e lassù si sarebbe fatto in pezzi per essi. Volgendosi addietro, potevano vedere i loro campanili biancheggiare lontani a poche miglia, e si lasciavano cogliere dalla nostalgia; la malavoglia cresceva; ma non v’era chi osasse primo abbandonare la spedizione, per non parere da meno del vicino o del rivale in amori o in averi. Pregavano, ognuno in suo cuore, che la ventura cui s’erano messi, un po’ per forza un po’ per genio, volgesse in qualche guisa al suo compimento; pur di cavarsela colle ossa e colla riputazione inoffese, quasi quasi avrebbero fatta la pace colla repubblica di Francia.
Mattia mostrava in quei giorni d’aver animo più alto del suo padrone; e se ne stava lassù colla testa su due guanciali, come il maggior pericolo fosse stato quello di vedere il mare levarsi a quell’altezza, e d’affogarvi dentro. Stato uomo da sbarragli tutta la giovinezza, stimava cose da beffe le brighe presenti; e il suo più gran da fare, era di reggere il cuore al pievano. Il quale per tenerselo amico, gli dava a mangiare i polli arrostiti, che il Rettore di Montefreddo faceva portare dalla sua cura poco discosta; e il sagrestano ben pasciuto, sempre lieto, sempre ritto, pareva l’anima dello stormo di D…. Lassù nessuna molestia per lui, nè di famiglia nè di mestiere; non campane da suonare, non ceri da accendere, non morti da seppellire: e se pure di questi un qualche giorno ve n’aveva a essere; tra l’averli nudi, avvolti in un lenzuolo, e vederseli ai piedi vestiti e non frugati, ci correva la moneta che avrebbe trovata nelle loro saccoccie. Eppoi lassù non aveva quella noia della moglie, e quell’altra di gente cui dovesse roba o danaro; mentre a D…., eh! a D…. erano litanie che non finivano mai.
Stava egli adunque in barba di miccio; ma la quinta notte, dacchè campeggiava lassù colle turbe, gli avvenne caso da fargli dire, che proprio gente contenta sulla terra non ve ne può durare.
Sedeva col dorso appoggiato alla capanna che aveva formata pel pievano; e faceva la guardia, come l’altre notti, perchè questi potesse dormire tranquillo. Tenendosi desto a fatica, guardava i suoi compatriotti addormentati là intorno; e colla mente che gli pareva avere avvolta di nebbia, pensava: “Eh! Mattia, chi direbbe, che dei parenti di costoro ne hai messi nelle buche le centinaia! Centinaia? Altro che centinaia! di certo non durerai da seppellirsene altrettanti…” – E provandosi a contare, rammentandoli, i morti che aveva sepolti in sua vita; non riesciva alle due dozzine che la testa cominciava a cascargli, or su l’una, ora sull’altra spalla, or sul petto; e allora si scuoteva, tossicchiava, e badava alle stelle se indovinasse l’ora.
Una di queste volte, alzando il capo, si vide là ritto dinanzi un uomo, che appoggiate le mani su d’un lungo e grosso bastone, sulle mani reggeva il mento, anzi si poteva dire la persona, a vedere come vi pesava sopra curvo ed intento.
“Fatti in là che così desterai il pievano! – sclamò Mattia, rabbioso – chi t’ha creanzato?
“Mattia, a qual giuoco abbiamo fatto sino ad ora?
“A qual giuoco? Ognuno secondo le carte, io per esempio faccio la guardia al signor pievano….
“Ed io la faccio a voi; perchè i desinari, le cene, le paia di capponi, ed anco le doppie che aveste da me, stanotte ve le farò costar care, se non mi menerete a cavare il tesoro, che m’avete promesso mille volte….!
“Oh! siete voi Zirione?” – disse Mattia fingendo le meraviglie; e levatosi in piedi fece segno di voler tirare in disparte il villano, che don Apollinare non avesse a udire quei suoi imbrogli. Ma l’altro, piantato come era là innanzi, mosse al tirar di Mattia come a un soffio di vento, e soggiunse tentennando il capo:
“Sì….! fate le viste di ravvisarmi adesso…! Io invece penso a voi da tre giorni; e non ho fatto che misurare cogli occhi le distanze dai nostri monti a questi; mi sono messo in tutte le posture, e ho capito alla fine, che noi siamo appunto su quelle cime che voi mi additavate dicendo che erano la nostra Spagna, che vi era un tesoro, e che un giorno o l’altro ci saremmo venuti…. Eccoci…. ci siamo, e il can per l’aia non lo meno più…. Poche parole! se il tesoro l’avete cavato voi, datemi la parte mia….
“Ah! – sclamò Mattia mostrandosi offeso: – se non mi stimate più per un galantuomo, allora….!
“Galantuomo? Ebbene se lo siete…., il tesoro l’andremo a cavare insieme e adesso….
“Ma non pensate, che bisogna avere un palo di ferro, una marra, un diavolo che ci porti voi e me?
“L’ho qua io l’arnese….; ci aveva pensato….”
Mattia guardò il bastone su cui il villano si reggeva, e vide che era un badile. Si pentì allora della magra scusa trovata, e con aria di voler capacitare l’altro, diceva: “ma…. vedete, amico….
“Che amico!” – interruppe costui, facendo mazzo delle dita e picchiandosi sulla saccoccia del panciotto, dove aveva un gruzzolo di monete che suonavano assai chiaramente: – i miei amici sono questi! e voi li conoscete, perchè a furia di merende e di presti, mi costate più d’un paio di bovi….!”
Al suono di quelle monete, Mattia aveva veduto i milioni di scintille, come se gli avessero dato le ditate negli occhi; e da uomo esperto a trovar modo di scroccare il prossimo, nella mente le aveva già fatte sue. Nè sarebbe rimasto dal suo proposito, se lo stesso pievano fosse uscito dalla capanna, a pronosticargli che sarebbe morto nell’impresa.
“Date retta, – disse al villano – quando si fanno le cose, ci si deve aver pensato prima e bene. A trovare il tesoro, gli è come a trovare giù nella terra le sorgenti d’acqua… A questo son buoni i nati a sette mesi….; a trovare il tesoro ci vuole qualche altra virtù….; per esempio, la pietra del fulmine dà soventi nei campanili nevvero?….. ecco….. così oro fa oro….. e a scoprir il punto della terra dove si sa che dev’essere un tesoro nascosto, bisogna avere oro in mano, perchè tra questo e quello corrono misteri che ora non vi posso dire…; basta! verremo un’altra volta…. porteremo con noi qualche collana, qualche anello, vostra moglie ne avrà…”
Il pover’uomo infinocchiato a questo discorso, pose la mano sulla mano di Mattia quasi per rattenerlo, e disse pieno di speranza:
“E se fosse oro di moneta?
“È sempre oro! – rispose grave Mattia.
“Eccone qua! – soggiunse l’altro affrettandosi a picchiar di nuovo sulla saccoccia.
“E quanto avete? – chiese il sagrestano, cui cresceva in bocca la saliva e la lingua.
“Dieci doppie!
“Possono bastare:” – degnò di dire lo scaltro – ci proveremo…: un momento e sono con voi….”
E messa la testa nella capanna, udito che il pievano dormiva della migliore, tolse l’aspersorio, e il breviario, se li cacciò sotto il giubbone, poi data un’occhiata alla giumenta se fosse legata per bene, arzillo e gaio, disse al villano: “andiamo.”
Si misero in cammino che era l’ora di mezzanotte, cauti, e cansando le sentinelle che vegliavano ai varchi, all’usanza dei soldati. Mattia aveva gran pratica dei luoghi, essendovi passato assai volte da giovinotto, per servizio di quel tal marchese; il quale soleva spacciarlo ai suoi nobili amici della riviera e massime d’Albenga, con presenti di selvaggina o di primizie dei suoi poderi. Di che non durò fatica a uscir dal campo inosservato, col suo compagno; e discesa la costa meridionale del Settepani, andando ruzzoloni parecchie volte, giunsero alle ruine d’una torre che guerniva una gola ai tempi degli Spagnuoli, e si chiamava la torre di Melogno.
“Segnatevi -~ disse basso Mattia – qui v’ha sempre qualche spirito…”
Il villano si serrò a lui segnandosi tre volte; ed egli strizzando l’occhio, come a qualcuno che fosse d’accordo con lui nelle tenebre, disse tra sè: “l’uomo è nostro!”
Di là a pochi passi furono alle falde di Montecalvo; la vetta del quale essendo deserta, Mattia l’aveva scelta per compiervi il maleficio. Il monte a guardarlo da certi punti ha l’aspetto d’un cranio smisurato; e forse aveva questa immagine in capo, chi prima gli diede il nome. Squallido, ignudo, con due cavità che formano le occhiaie, sembra contemplare il golfo di Genova che gli stà dinanzi. Nell’ora in cui Mattia e il suo compagno camminavano; essendo la notte senza luna, non appariva altrimenti che una mole oscura, la quale a chi avesse voluto salire in cima riusciva difficile e faticosa.
Cominciarono a inerpicarsi per un sentiero ronchioso, angusto, a ogni tratto ingombro di rovi; e si valevano quasi ad un modo dei piedi e delle mani. Mattia raccomandava all’amico di star zitto e di tenere il fiato: il poveraccio, quanto al parlare aveva tutt’altra voglia e obbediva; ma quanto al fiato gli si veniva facendo sì grosso, che più non sarebbe stato se avesse patito d’asma.
Erano più che a mezza costa, quando udirono uno scoccar d’ore dall’orologio della parrocchia di B…., piccolo villaggio che siede sul fianco delle montagne dalla parte di mezzogiorno. Quel suono improvviso fece dare un gran giro al sangue del contadino; il quale osò chiedere a Mattia, da qual campanile venisse.
“Da B…. – rispose questi – Come vi sentite? Riposiamo un tantino, date qua le monete, e non abbiate paura….”
Il villano porse il borsellino, senza dire parola, poi ripresero a salire: ed egli non udiva altro che la pedata di Mattia; il gran battere del proprio cuore; e dietro, in lontananza, il grido misurato e lamentoso delle sentinelle paesane, che gli tornava dolce come di voci amiche. Mattia, tenendo in pugno il gruzzolo, coll’unghia del pollice contava le monete.
Alfine toccarono la vetta del monte; dove bisognando risolvere in qualche maniera l’impresa, il sagrestano si fermò, e guardò l’amico per capire di che animo stesse.
“Eccoci sul posto! – bisbigliò – ancora pochi passi e saremo sopra il tesoro: ma vogliono essere fatti in punta di piedi…, animo, non abbiate paura, venite….”
Fatti que’ pochi passi ch’ei volle, con gran rispetto come camminasse su l’ossa dei morti; si volse a un tratto al compagno, e con voce commossa, gli disse: “animo, animo! che tutto questo è nulla!” Poi lo prese per un braccio, lo fece girare tre volte sopra sè stesso, e colla mano tesa gli segnò intorno l’infinito tenebroso, soggiungendo cupo:
“Siamo in mezzo a tre vescovadi: Mondovì…. Albenga… e Savona.”
Sagrestano da più che quarant’anni e seppellitore di morti, Mattia sapeva, occorrendogli, pigliare un’aria mistica o paurosa. Aveva udito cento volte, alla spiegazione del Vangelo, come un giorno il diavolo, condotto Gesù sulla cima d’un monte, gli avesse mostrati i regni della terra; ed egli vecchio profanatore di tombe ed altari, prese l’atteggiamento di Satana, quale se l’era sempre immaginato. L’amico, che aveva lasciato cadere il badile, lo guardava senza muovere costa; e sentiva farsi alla fronte e giù per la schiena un senso, come stesse per pigliargli male. Mattia cavato di sotto i panni il breviario, che nell’oscurità pareva un mattone(2), glielo pose aperto tra le mani tremanti, e cominciò un brontolio di salmi, che guai a lui se l’avesse udito don Apollinare, tanto era scellerata la sconciatura delle parole latine. Il villano, credendo che Mattia leggesse davvero nel libro che ei gli teneva aperto dinanzi a mala pena; non osò neanco chiedergli come potesse vedere in quel buio: la sua fantasia s’accese via più; le orecchie gli fischiarono quasi ci avesse dentro due serpi; a tratti avrebbe giurato di vedere bagliori grandi, e di udire qualcosa che s’appressasse: e tremava a verga a verga.
Mattia s’avvide come il tapino stesse per isvenire; e levato in alto l’aspersorio, per dargli il tuffo, segnava a destra ed a manca croci e crocioni, mormorando certe parole da incantesimi; quando un grido come d’uomo irato, gli ruppe l’atto e la voce. Quel grido, un rumore d’armi e di passi frettolosi, gli parvero la cosa più terribile che avesse intesa in sua vita; e di subito, pensando d’essere cascato in mano ai Francesi, si buttò per disperato a fuggire, verso la parte per cui era venuto alla ribalderia.
Il compagno correva più di lui; ma erano inseguiti, e assai da vicino. “Ferma! ferma!” gridavano alle loro spalle, molte voci straniere; e alle voci s’aggiunse una schioppettata, e una palla fischiò tra i due malcapitati, che entrambi credettero d’averla nella nuca, nelle spalle, nelle reni ad un tempo. Mattia aperse le braccia, cadde sulle ginocchia, chiuse gli occhi, e sclamò: m’arrendo! signori Francesi, m’arrendo! Sono cristiano anch’io!”
Egli s’era sentito afferrare, come da mano poderosa, per la lunga coda, e udendo le pedate del compagno che fuggiva libero senza darsi pensiero di lui, lo maledisse. Poi alzò gli occhi adagio adagio…, e non vide nessuno: fece atto di levarsi in piedi, nessuno lo teneva…; s’accorse che la coda gli era rimasta intricata in un roveto, la districò; e raccogliendo nel petto tutta la forza e tutta la baldanza che potè:
“M’arrendo un fico! – proruppe – neanco se fosse qui tutta la Francia, no!”
E via, di quella gamba che è facile a immaginarsi ripigliò la fuga. Ma una bocca di schioppo gli chiuse la via; un’altra se ne vide alle tempia; in un fiato si trovò affollato, agguantato nel petto, squassato da averne schiantati i visceri fosse stato un elefante; dieci voci gli suonarono intorno, e di quelle non capì altro che d’essere caduto in mano agli Alemanni, e che era preso per uno ispione.
“Io spione? – gridava arrangolato – io spione? Io sono il sagrestano di D…. e ho servito a mensa le loro signorie in casa al mio padrone. Signori generali, badino per carità, io sono un amico…, sono qui per loro servizio.”
Aveva un bel dire, ma quei feroci non capivano; e per farla finita col suo molesto vociare, uno d’essi che pareva il capo, dandogli una gran palmata sulla bocca lo fece star zitto. Egli tacque; e per non buscar la seconda, si lasciò trarre verso la banda opposta a quella, che aveva pigliato fuggendo.
Erano davvero Alemanni, andati in pattuglia fuori del campo, che (indietreggiando sempre coll’esercito Sardo) avevano posto, sul far di quella notte, vicino al Finale. Costoro smarrita la via per le alture, non sapevano neanch’essi in che modo erano capitati lassù, a cogliere Mattia nel meglio dell’opera sua. Camminando un po’ a spintoni, un po’ trascinato, il pover’uomo apprese come il meglio a farsi, fosse porre il cuore in pace; e pensò che alla fin fine l’avrebbero condotto a qualcuno dei capitani, dal quale si sarebbe fatto riconoscere per quel che era. Allora, alla peggio, stato un par di giorni fra gli Alemanni, potrebbe tornarsi libero a rivedere i suoi compaesani; e già pensava le spacconate e i modi di ricattarsi dei disagi sofferti, colle doppie del compare scampato. Qui tremando non venisse in mente ai soldati di frugarlo, si faceva docile, bonino, pronto in tutto ai loro voleri. Ma poichè, fu nel campo Alemanno, il guardare oltraggioso dei soldati che erano ai posti staccati, fece vacillare le sue speranze. Sebbene non facesse peranco l’alba, fu tratto al cospetto d’un generale, raccolto a consiglio coi capi, in una capanna da boscaiuolo. E questo generale era lo stesso che aveva svernato a C…, e desinato a D…, in casa al pievano. Mattia ravvisò lui e parecchi degli ufficiali che stavano là dentro; ma o la sua cera non piacesse al generale, o questi trovasse buono scaricare sopra un poveraccio le molte ire, che gli si andavano raccogliendo nell’animo, pei rovesci patiti nell’infelice difesa della riviera; lo strapazzò nelle guise più aspre; e volle che lo si giudicasse lì per lì, coi modi di guerra.
Povero Mattia! A vederlo pregare, piangere, proclamarsi più Alemanno degli Alemanni, chiamando in testimonio i Santi e Dio; qualcuno degli astanti si sarà sentito annodarsi il cuore; ma niuno osò parlare, par salvarlo. E buon per lui che d’improvviso s’udirono cavalieri per l’erta a spron battuto, venir annunziando, che laggiù oltre il Finale, i Francesi giungevano grossi all’assalto; e che le ordinanze Sarde, impotenti a reggere, già balenavano. Egli benedisse i repubblicani, pose in essi le sue combattute speranze, e quasi non credette a quella novella.
Ma era la verità: e l’alba che soleva vedere quel mare, coperto di burchielli, governati da pescatori mattinieri; quella spiaggia viva per frotte di donne intente a tirare le reti; quei colli popolati di gente affaccendata all’opere degli olivi; per tutto pace, canti e lavoro, a dar gloria a Dio padre! l’alba spuntava sopra quel lembo di terra, aspettata dagli uomini pronti a sgozzarsi.
Infatti giù giù, verso il mare, era cominciato il trarre delle artiglierie, cui rispondeva in guisa formidabile l’eco delle montagne, come si fossero accozzati là sopra tutti i tuoni del cielo. Il suono dei tamburi pareva un brontolio monotono; le trombe squillavano con certa rabbia guerriera; i Piemontesi davano dentro nella mischia per disperati. Gli Alemanni si schieravano, si serravano, guardavano i viluppi di fumo che parevano segnare l’avanzarsi dei Francesi; in breve ora furono anch’essi tirati nella battaglia; e tutto divenne offese, strage, a ferro, a fuoco, a pietrate, di che quelle rupi andarono sanguinose.
Mattia, sbalestrato di qua e di là, di su di giù, ora in mano degli Alemanni, ora dei Piemontesi; sempre chiedendo giustizia e sempre beffato e percosso: tentato a più riprese, e invano, di sgattaiolare; pesto, lacero, senza voce pel lungo sclamare, finì per cadere in man dei Francesi, con altri prigionieri parecchi. Pensando alle tante lame che s’era visto balenare sul capo; alle tante palle uditesi fischiare rasente gli orecchi; e vedendo che la battaglia durava accanita; tenne per un beneficio del cielo l’essere prigioniero dei repubblicani: ai quali, per dire il vero, avrebbe un’ora prima avvelenato il cibo, l’acqua, e sino l’aria se avesse potuto. Menato lontano parecchie miglia, al primo campanile che gli venne veduto torreggiare sopra una terricciuola della spiaggia, ricolse il fiato; diede un’occhiata alle campane e pianse, ma una lagrima sola; perchè i Francesi vincevano, e parevano risoluti quel giorno, a farla finita coi Sardi, cogli Alemanni, col diavolo se loro si fosse parato innanzi; e da prigioniero, sentiva di pericolare meno assai, che da libero colle turbe, pronte a far testa sul Settepani.
Sul qual monte, sebbene confuso, lo strepito delle artiglierie era giunto sino dal rompere dell’alba; e aveva riscossa la gente degli stormi, che rimase in ascolto stupefatta, come di cosa mai più sentita. Io mi figuro quelle turbe quali fossero, rammentando l’atto di tale che vidi curvo al cratere del Vesuvio, porgere l’orecchio ai boati, che s’odono prorompere da quelle profondità tenebrose.
Come furono certe che, essendo il mare tranquillo, quel mugghiamento non poteva essere che cannonate, s’accesero gli animi; e chi aveva schioppo si diede a rivedere la pietra, a rinfrescare la polvere nello scodellino, a contare le palle che teneva in serbo; e gli armati di falci, ch’erano i più, cominciarono a menare le coti, facendo uno stridore, che aveva qualcosa di barbarico insieme e di grande,
“Dove sono? gridavano – dove sono gli scomunicati? Vengano, vengano! A noi toccherà finirli!
“Ed io – giurava uno altamente – se non avrò falciate le gambe a mezza dozzina di quei basilischi, non tornerò più a casa…!
“Animo! – dicevano da tutte le parti molti che forse da giovani erano stati soldati; – mettiamoci in ordine; vogliamo darci dentro come a falciare il fieno! Sangue ha da essere! sangue da vedersi scorrere a rigagni!
“Ohè! e i signori…? Signori capi, che cosa fanno…? Si va innanzi? Si va innanzi? Si sta? Che staremo qui a grattarsi le ginocchia sino al dì del giudizio…? All’armi, da bravi!”
Quelle povere genti, avvezzate da quattro anni a pensare dei Francesi come di tanti malfattori; aizzate dal pulpito e dal confessionale, avevano salutato l’avvenimento che s’appressava, come il giorno d’un gran voto da sciogliere. Il vecchio sangue ligure, sebbene assottigliato di molto traverso i secoli del feudalismo, tornava a ribollire nelle loro vene; e le braccia poderose e i petti irsuti, erano pronti a dare e a ricevere la morte con animo grande. Ma, vergogna a dirsi! i preti i primi, poi i vecchi gentiluomini, da ultimo i più giovani, cominciarono a parlar basso, tra loro, a buccinare freddure, a dar sulla voce ai più volenterosi fra i popolani: e quando sulle vette di Montecalvo, e nella gola di Melogno, apparvero i primi fuggiaschi Alemanni, i quali s’affannavano nella fuga, confusamente; allora quei preti, quei gentiluomini, si chiarirono donnicciolucce da rocca e da presepio.
“O che i soldati fuggono a quel modo? – sclamava uno che in C…, aveva carica di seniore.
“E se fuggono i soldati, dovremmo tener testa noi, senz’armi ed inesperti? – Cosi un altro che in D…, era tenuto in gran conto; e un terzo a fargli eco:
“Soldati rape, che sanno guerreggiare com’io fare orologi…!
“Ci faremo ammazzar noi, perchè i loro generali non sanno altro che mostrare i tacchi ai Francesi?
“I Francesi! I Francesi! Eccoli! Eccoli!….”
E qui uno, due, quattro, a pigliarsi la via tra le gambe, chi a cavallo, chi a piè, senza dare nè udire consigli: e tra i primi Don Apollinare, il quale, chiesto di Mattia a mezzo mondo, chiamatolo invano cento volte con quanta voce aveva in gola; aiutato da qualcuno della sua pieve montò sulla giumenta; e gridando: “vado a far gente, vado a far gente!” diè giù a rompicollo, pel primo sentiero che gli si offerse alla fuga.
Dato il mal esempio, le turbe stettero poco a diradarsi. Rimasero i migliori per animo e per forza; ma anco tra questi, alcuni presero a dire verità, chiare come il sole che avevano in faccia.
“Gli avete veduti i nostri padroni? Se ne vanno; e noi che utile abbiamo a star qui?
“A farsi scannare! Forse che non troveremo più posto nelle sepolture dei nostri vecchi?
“Respingere i Francesi! – sclamava un villano, forte a vederlo come un leone: – bella parola! Ma, che i Francesi vengono per far male a noi soli?
“Sì…! quell’ultimo pochino di male, che non ebbero tempo a farci gli amiconi Alemanni!
“E le donne? – diceva un giovinotto, che aveva viso di essere ammogliato di fresco: – i Francesi le oltraggieranno!
“O allora – rispondeva un vicino – perchè non si diede addosso agli Alemanni, che non le hanno rispettate?
“Incendieranno le chiese! uccideranno i preti….!
“Bravi i preti! Gli avete visti? Hanno spulezzato i primi…!
“To, to! guarda da quella parte là di Montecalvo! E laggiù a quella forra! Sono essi… i Francesi…, gli Alemanni… i Piemontesi…, tutti! È finita, è finita… scampi chi può… scampi chi può!…”
Fu l’ultimo grido! Quel popolo, così pronto, sofferente ai disagi ed audace, abbandonato dai suoi capi, non accostumato ad amare la patria, pensando che la libertà di mangiare pan nero, di bere al pozzo, di coricarsi sulla paglia, e d’assaettarsi dì e notte a lavorare, Francesi, Piemontesi, o Alemanni che fossero i dominatori l’avrebbe sempre avuta; era diventato come un’onda vituperevole di codardi. Ruppero in fuga disordinata, recandosi tra loro ferite, che peggio non potevano toccarne dai nemici; non uno ne rimase neanco a vedere se i Francesi fossero davvero mescolati cogli Alemanni vinti; e quelle vie fatte nell’andata gridando il finimondo, le affollarono nel ritorno, portando le novelle più orribili che le loro fantasie potessero creare.
Il pievano di D…, cavalcando come se avesse inforcato un prunaio, galoppò, galoppò, galoppò senza dar tregua alla giumenta meschina; tanto era il battisoffio e l’agonia di giungere al suo presbiterio. Traversò i villaggi della vallata, non badando a che si parasse innanzi; e le selci delle vie gettavano faville al suo passaggio, le donne imprecazioni per i bimbi che rischiavano d’andare schiacciati. Imprecazioni, inconscie d’essere scagliate a tant’uomo; perchè tale era la foga di lui, tali gli strappi de’ suoi panni; tanto aveva arruffata la testa per essergli caduto (e non se n’era accorto) il cappello, che niuno poteva discernere s’ei fosse un prete.
Non s’aspettava di rivederlo così sciamannato donna Placidia, alla quale i quattro o cinque giorni passati dalla partenza di lui, s’erano fatti anni, sebbene a vederla paresse tranquilla. E della sua solitudine, s’avevano preso pensiero la meglio parte delle donne del borgo, e la signora Maddalena anch’essa, afflitta come era di suo, aveva deciso quel giorno d’andarla a trovare. Dopo il desinare, non pensando manco per ombra al ritorno del pievano, messasi in capo la cuffia, e indosso una guarnacca cenerognola, s’era avviata passo passo, con molta contentezza di Marta, seccata d’udirsi chiedere da tutti, se la padrona, non uscendo quasi più di casa, fosse ammalata.
“Gesù – diceva tra sè la signora, soffermandosi per l’erta del castello, ogni tantino, a ricogliere il fiato, – Gesù come mi batte il cuore, e come gli occhi mi si fanno torbidi!”
Quetato l’affanno, ripigliava la via. E così stentando giunta in castello, s’accostò per riposare al muricciolo, che coronava la volta del colle e guardò l’orizzonte.
La vista dell’alpi le parve bella come non l’aveva vista mai. Oh! quel Monviso, che sembra il faro del Piemonte, e pare sempre vicinissimo da qualunque parte lo si scopra; quel Monviso come torreggiava sublime nella luce del sole, che andava sotto! Come appariva più cupo il solco, che ha nel fianco, e da lungi somiglia a una crepa, ed è invece una fondura ampia, selvosa e sonante di molte acque! La donna mesta, pensava a suo figlio, che forse guardava in quell’istesso momento e più da vicino il gran monte; e mandò a questo uno sguardo d’amore: poi come si sentì le lagrime negli occhi, se n’andò diffilata nel presbiterio.
“O signora Maddalena!” – sclamò donna Placidia venendole incontro, a passi leggeri come d’un lepre, e tendendole le braccia che apparivano in tutta la loro esilità, nelle maniche della veste strettissime secondo l’usanza d’allora: – ha fatto pur bene a venire quassù un poco, sono così sola che dalla gran noia mi butterei ai pesci….”
E così dicendo, e ascoltando le scuse della signora, la condusse nel salotto; dove s’era seduta pochissime volte con tanta libertà, e da padrona come quel giorno.
“Ho pensato – diceva la signora mettendosi a sedere di faccia a donna Placidia: – ho pensato anch’io, che ella si doveva annoiare, e dissi tra me: lasciami andare a vedere come sta…. intanto potrò avere notizie dei nostri paesani, che chi sa in quali acque si troveranno…
“Non ne so nulla io, – rispondeva l’altra: – ma pensiamo un po’; sono alla guerra e basta! Oh! chi l’avrebbe detto che anche al signor pievano sarebbe toccato pigliare uno schioppo…. Per me quasi pensavo sin qui che le fossero cose da celia…. e invece….! E sapesse quanti ammalati, hanno fatto chiamare mio fratello, di questi giorni! Pare proprio che si sian data l’ora…. e già ne son morti due lassù nei boschi, senza prete; e ad uno che era più vicino, sono andata a raccomandare l’anima io stessa…. l’ho benedetto coll’acqua santa…. gli ho messa la stola sul letto…. mi sono ingegnata….!”
Proprio in questo punto, arrivava don Apollinare grondante sudore, e colla giumenta ridotta che se(3) avesse avuto a fare un altro quarto di miglio gli(4) sarebbe cascata sotto. Smontò a fatica, tanto avevao(5) indolenzite le gambe; e lasciata la bestia che andò(6), da sè nella stalla, si mise dentro la porta di quel presbiterio, che non gli era paruto mai così bello, così agiato, così casa sua.
Donna Placidia, fattasi incontro a lui sulla soglia del salotto, rimase a mirarlo trasecolata, come se egli tornasse dall’altro mondo; e la signora Maddalena, vedendolo così trafelato, in quell’arnese gramo; sclamò spaurita: “che abbiamo?
“Guai! guai! guai! – gridò egli lasciandosi cadere sul suo seggiolone; – guai più grossi di quelli del libro delle sette trombe! Ma io non so nulla…! Io non sono uomo di sangue…. io sono venuto via…; perchè…, perchè…. da sacerdote non era al mio posto….
“Dunque i nostri saranno mezzi morti!” chiesero le due donne ad un tempo.
“Morti? – rispose il pievano – altro che morti! Scriva, scriva al suo Giuliano, gli scriva che venga a benedire la rivoluzione di Francia! Sciocchi! sciocchi! sciocchi!…… Basta! sia che Dio vuole, io non me ne immischio; Placidia, io me ne vado a letto, che non mi reggo più…!”
A quella tirata di Don Apollinare, la signora Maddalena, rimase coll’anima come rannicchiata e timorosa. E stava per chiedere licenza d’andarsene; quando s’udì fuori sul piazzale un gridar forte di donne, e un piagnisteo di fanciulli, che parevano in grande desolazione.
“Che son già qui i Francesi?” sclamò don Apollinare balzando in piedi; e Placidia:
“No…, sono donne che vengono a chiedere dei loro uomini….
“Non so nulla…. non so nulla io!…. aspettino e vedranno… vado a dormire…, non so nulla…, sono ammalato!…”
E senza dire nè ai nè bai, alla signora Maddalena; s’andò a chiudere in camera, si mise a letto, si coperse di quante coltri e panni potè trovare; e colla testa tra due guanciali, stette come fosse mezzo dicembre, non addandosi del calore, della fame, della sete, di nulla.
La signora Maddalena prese commiato da donna Placidia, e lasciolla a far spallucce colle mani e cogli occhi alzati al soffitto, come a dire: “rimettiamoci nel Signore”. Fuori del presbiterio fu affollata dalle donne piangenti, alle quali diede speranze e parole cortesi; e tornò a casa sua pensando sempre a Giuliano; il quale, se un certo guizzo visto negli occhi di don Apollinare, non mentiva, o prima o poi avrebbe avuto a fare col prete implacabile. Di che fu persuasa ognora più, che le bisognava stare tutt’occhi, perchè costui non l’avesse a cogliere in qualche maniera.
Quella notte poi, e l’indomani, e il giorno appresso, giunsero alla sfilata quei della pieve, tornati dall’impresa infelice. Ne spuntavano da tutte le parti; e chi avendo gettate le armi, chi camminando carico di falci, di forcoli o d’altri arnesi in capo a quei due giorni, tutti erano rivenuti, salvo che Mattia. Del quale non si riseppe nulla: perchè il villano che l’aveva visto cadere in mano degli Alemanni, o paura o vergogna tacque di quella ventura. Pochi si dolsero per lui, perchè ognuno aveva a rallegrarsi di sè stesso; nè lo pianse la moglie. Costei, l’aspettò una settimana giusta; e quando le parve d’avere aspettato invano, sedendo al telaio e pigiando le calcole, cantò una sua frottola con questo ritornello strano:
/* E se non torna il cuculo in aprile, È morto è morto, il povero animale. */
Non v’era rima; ma essa pigliava diletto a cantare, perchè le pareva di dire al mondo, che nulla le spiaceva d’essere al buio sulle sorti di suo marito: dal quale aveva sempre buscato più ceffate che carezze.
A poco a poco il terrore della calata dei Francesi si quetò; e si rimase nella vallata con questa notizia, che gli Alemanni s’erano tenuti in forza sui monti di San Giacomo, del Settapani e degli altri, i quali a foggia di cortina stanno tra le valli della Bormida e il mare. A quel che si diceva, i Francesi sebbene vincitori, non osavano avventurarsi di qua dell’Apennino: i popoli respirarono; ognuno attese a mettere in salvo le cose di pregio; non si vedeva l’ora d’aver tirato in casa i ricolti; i preti tornavano a predicare la crociata contro gli invasori ma non erano creduti; e intanto si avanzavano i grandi giorni d’estate.

CAPITOLO IX.

Sul pensiero che Don Apollinare non aveva peranco smesso il rancore rimastogli contro Giuliano; nacque nella mente della signora Maddalena quest’altro, che Don Marco, non essendosi più fatto vivo, avesse dimenticato lei, il suo figliuolo e il caso doloroso d’un amore, in cui la sventura pareva aver posta la mano. Fosse stata a vedere come il povero prete s’annuvolava ogni volta che pensava a queste cose; e all’animo suo delicato sarebbe parso d’offenderlo, e di aggiungere un dolore ai tanti che gli contristavano la vita. Egli s’era messo in via almeno dieci volte, per andare alla villa del signor Fedele, e vedervi da sè quello di cui non avrebbe osato chiedere a chicchessia: ma non era mai giunto sino a quella, non potendo vincere una ripugnanza confusa, che gli nasceva appena arrivato a scoprire la palazzina. Si soffermava a guardarla, ondeggiava un tantino tra il tirare innanzi e lo starsi; poi dava di volta e tornava a casa accorato. E in verità, se il signor Fedele gli avesse chiesto in nome di chi veniva a mescolarsi nelle cose sue; quale risposta, avrebbe potuto fargli, sebbene fossero amici dell’infanzia? Forse che istruito di certe istorie, andava a lui per consigliarlo? Ma questi consigli chi glieli aveva chiesti? O non v’andando da amico, doveva dire che da prete, gli recava la parola del Signore? Don Marco non aveva osato mai chiamarsi ministro di Dio, di cui sapeva tenersi da nominare invano insino al nome. E così, aggiungendosi che forse la sua visita avrebbe nuociuto a Bianca; finiva sempre lasciando al tempo che facesse lui. Quell’Alemanno, coll’essere lontano, si sarebbe fors’anco scordato della fanciulla; e a conti fatti le gite intraprese verso la palazzina, s’erano tutte mutate in passeggiate meste e solitarie.
Tornava appunto da una di queste, quando intese che le genti di val di Bormida rivenivano scompigliate dalla spedizione; e per non vedere lo spettacolo che doveva essere nelle vie del borgo, si ridusse a casa per il senteruolo a piè delle mura, fatto altra volta in compagnia della signora Maddalena. Si chiuse con diligenza, e udendo i briachi cantare in brigata scempiatamente, accostò gli scurini; poi essendo l’ora dell’imbrunire, si mise a letto e s’addormentò, con un cuore che gli diceva cose poco liete di sè, ma anche meno del mondo. Sognò sin verso il mattino mille mestizie; ma quando fu vicina l’ora in cui soleva destarsi, vedeva i cieli nuovi e la terra nuova, promessi nell’Apocalisse. Al rompere dell’alba gli si ruppe il sonno, e aperti gli occhi sorrise e disse: alle volte si sognano cose sì belle, che peccato non dormire per sempre.
Si vestì alla lesta, e fattosi sul terrazzino, stette ad ascoltare se s’udissero ancora i rumori della sera innanzi. Suonava nei boschi un ultimo corno, se pur non era il muggito di qualche giovenca, discesa ad abbeverarsi al torrente. Ne fu quasi lieto; e guardò a lungo il cielo, che in quei mattini di maggio pare tutto un primo amore, anco le nuvole, se ve ne sono a veleggiarlo.
Ma abbassando gli occhi sulla casa del signor Fedele lì in faccia, si rifece pensoso, gli parve di vedere Giuliano tendere a lui le mani da lungi supplicando, e di udirlo dire: “o maestro, e perchè mi ha fatto dire da mia madre che si sarebbe adoperato per me col signor Fedele? Io non mi sarei mai allontanato dai luoghi dove mi si toglie la donna mia; maestro, se la sposeranno ad un altro, udirà parlare della mia morte. Perchè m’ha tradito?”
“Sicuro! – sclamò Don Marco – se un guaio avvenisse, io ne sarei in parte cagione… Questa volta anderò ad ogni costo!”
Così dicendo uscì, stupito di non trovare alla porta il passeraio di fanciulli che vi si raccoglievano ogni mattina, per andargli a servire la messa: ma tosto conobbe il perchè di quella assenza strana.
Dopo i fuggiaschi paesani, arrivavano i piemontesi e gli alemanni, feriti due giorni innanzi dalle parti di Loano; e il popolo traeva fuori le mura del borgo ad incontrarli, recando pannolini, ristori, con quel pronto animo che in esso non muore mai.
Ai lamenti che venivano dal prato, dove quei miseri venivano deposti di sui muli, e di sulle barelle, il buon prete si sentì schiantar dentro dalla passione. Ne vide di tutti i gradi e di tutti gli aspetti: visi robusti da star bene nei quadri di Salvator Rosa; faccie pallide, ed occhi come ne dipinse Schaeffer nelle sue meste tele: qua una voce di subalpino chiedeva aiuto; là un tedesco invocava il suo Got; e non era da ridere se qualche donnicciola rispondesse alla invocazione, porgendo un gotto d’acqua, che il poveretto beveva, inconsci dell’equivoco esso e l’altra.
Don Marco fattosi in mezzo a quel dolore, cominciò a darsi attorno a spacciar uno di qua, a chiamar l’altro di là; e quale in questa, quale in quella casa, faceva ricoverare quei dolenti, che gli volgevano occhiate piene di gratitudine e d’amore; perchè giunto lui pareva, che fosse capitato ad ognuno la madre od una sorella. Si diceva che dei feriti, ve n’erano ancora molti tra via, sebbene paressero già troppi quelli arrivati: e nella furia di torsi dai piedi alcuni che morivano lì di stento; parecchi se ne portavano a seppellire, che non erano per anco spirati. In un campicello a ridosso del borgo, cinque o sei marrani lavoravano a scavar fosse: venivano i soldati coi morti e coi morenti sulle spalle, e li buttavano nelle buche, che poveretti s’aggrappavano ancora alle prode per tornar fuori; ma una zappata sul cranio e una palata di terra sulla bocca, troncavano il grido disperato e il pensiero della famiglia lontana. Se ne racconta tuttavia ai nostri giorni, e si sanno le ultime parole di quei miseri, sin dai fanciulli; i quali, dopo scuola, vanno a ruzzare in quel campicello; e la sera ne fuggono, spauriti dai fuochi fatui, che scambiano per l’anime di quei sepolti vivi.
Nell’opera di misericordia, don Marco ebbe compagni alcuni preti del borgo, e cinque o sei frati del convento venuti, all’annunzio, volonterosi. Ma non era tra questi il padre Anacleto, il quale per nulla al mondo si sarebbe staccato da Bianca; bisognosa di lui, sanatore dell’anima sua. In quei pochi giorni, aveva fatto con essa molto cammino sulla via della salute; e mi duole non poterlo mostrare che in fretta e quasi di scorcio, nei suoi portamenti. Si ricorda il lettore, che l’avevamo lasciato in refettorio, a fantasticare sopra un dipinto? Ebbene; egli non aveva voluto por tempo in mezzo, e sin dall’indomani era tornato alla palazzina. Trovata Bianca che scerpava erbe sotto il pergolato, e ne dava ad un agnellino nato di fresco; s’era fermato a guardare la fanciulla e l’animaletto vezzoso, che ora le saltellava attorno; ora spiccava corse, sprigionando un’allegrezza tenuta dentro a fatica; ora ruzzolava in un fossato: e Bianca sorrideva.
Appena vide il frate, la giovinetta si fece ad incontrarlo; e rifatta la storia del baciamano, gli diede notizie della famiglia, di che egli si rallegrò e disse:
“Bianca, tu mi sembri più contenta, o almeno quella tua tetraggine, si è risolta in una malinconia dolce, che se ti fiderai di me diventerà allegrezza.
“E di chi dovrei fidarmi più? – rispose la fanciulla: – ho pensato tutta la notte a quelle cose che mi disse ieri; e l’idea del monastero, me l’ho quasi levata dal cuore.
“Ah!… quello era il mal passo! E dire che una volta messo il piede innanzi non lo si può più ritrarre! Gli è come a sposarsi; cari o no, son nodi che stretti una volta, la sola morte può sciorli…
“Oh sì…! – sclamò Bianca ponendo sè colla mente in ben altro campo, che non era quello in cui il frate la voleva tenere; ma egli accorto le troncò la parola, e riprese:
“Sì! sì! sì! tu dici, ma non sai nulla. Voi giovinette, a udirvi, conoscete il mondo più d’ogni vecchio…! E poi…; che sai tu? neanco la storia di quel nome, che ieri non mi volesti dire, e che adesso io so assai bene…; e ti debbo dire che, l’ira nobilissima da cui fosti presa udendomi chiamar indegno colui…, era mal consigliata da un affetto malissimo posto…!”
Questo dire sicuro e solenne, prostrò l’animo di Bianca, la quale a prima giunta pareva volersi levare a nuova difese.
“Padre – rispose essa chinando il capo, e poco dopo alzando gli occhi a lui, nell’atto in cui vediamo dipinte le sante sofferenti estasi dolorose: – io non so chi le abbia detto quel nome; io sono una povera creatura che diventerà scema; e non so che una cosa. Da un mese in qua mi si è oscurato il cuore; mi par d’essere in fondo a un abisso; a momenti m’agguanterei, per uscirne, a ferri infuocati; a momenti vorrei starvi per sempre, nè rivedere più il mondo, nè me stessa…!
“E di Giuliano… di questo giovane cui pare abbiano dato il nome dell’apostata sin dal sacro fonte, presaghi di quello che sarebbe diventato…; di questo Giuliano che legge libri proibiti, che non va in chiesa, non fa la pasqua, oltraggia i ministri dell’altare; e deve essere scritto a qualcuna di quelle Società, in cui si beve sangue facendo il patto; e s’impara il segreto infernale di mutarsi in qualunque bestia per far malefici; e si giura morte ai sacerdoti e a Dio: di questo Giuliano, tu non le sapevi le belle cose che io ti dico, coll’anima che mi trema dentro, e colle labbra scottate dalle parole che mi paiono carboni accesi?”
A questo segno e senza quasi addarsene, il frate si trovava colle braccia aperte, la persona curva, l’occhio intento su Bianca; la quale vinta a poco a poco, s’era lasciata cadere ginocchioni atterrita; e teneva il viso alto, sicchè la barba di lui le ondeggiava sul collo e sul seno. L’agnellino li guardava coll’occhio stupefatto dell’innocenza; e pareva un simbolo, in un quadro dove fosse dipinto un esorcismo.
Oh! che pallidezza! che cuore era quello di Bianca! D’amare Giuliano, non s’era confidata mai, salvo che a Don Marco, alla signora Maddalena, e alla zia Maria: ora il frate, come aveva saputo quel nome, e come i segreti del giovane, gli orribili segreti, che erano per essa più che la scoperta d’un cadavere di lebbroso, nel sito ove credeva nascosto un tesoro?
“Alzati, va e piangi! le disse il padre Anacleto; – piangi che il Signore lo vuole; ed io pregherò che ti perdoni d’aver amato un empio; e pregalo tu pure per lui come faresti per un’anima del purgatorio. Domani tornerò.”
E con passo spedito s’allontanò e disparve.
“Dio della misericordia! – sclamò la fanciulla – pigliatemi, pigliatemi che al mondo non ci faccio più nulla! O Giuliano, e che ci venivate a fare in chiesa, se avete giurato morte a Dio e ai sacerdoti…? L’avessi saputo, e mi sarei nascosta fin nei sepolcri, piuttosto che guardarvi…! Eppure…, egli mi pareva più buono di quel bell’angelo dipinto sopra l’altare, col fanciullo per mano che fugge al pesce mostruoso…. Somigliare a quell’angelo, e sprezzar Dio…!” – Qui sentendosi lambire la mano dall’agnellino, gli prese la testa, e parlando all’animale innocente; – mi uccidono, mi uccidono – diceva – come faranno a te, e nessuno dirà, povera Bianca!”
Non potè piangere, ma lentamente si rimise a vagare su e giù; mentre il signor Fedele che aveva visto ogni cosa dal buco d’una impannata, la guardava e gioiva.
Il padre Anacleto tornò l’indimani, e il giorno appresso, e l’altro e l’altro; coll’accorgimento d’un medico di villaggio, che sappia farsi vedere in tempo acconcio dall’ammalato. Gli bastava una parola, un’occhiata a sapere l’animo di Bianca; ed era lieto di sè, perchè gli pareva d’averla, in meno che non credeva, tirata alla riva, donde rivolta addietro, avrebbe poi veduto l’acque pericolose, in cui senza lui sarebbe affogata.
Al quinto giorno, proprio quello in cui, se non avvenivano in C… le cose narrate qui sopra, si incontrava con Don Marco nella palazzina del signor Fedele; egli ed il leguleio stavano a consigliarsi l’un l’altro; ancora sotto quel pergolato di cui il lettore può essere sazio, ma che per essi era una delizia.
Avevano almeno dieci volte preso a parlare di Bianca; ma il discorso uscendo di carreggiata, li portava sull’argomento della guerra, e della spedizione, vista da essi moversi e tornare in quella guisa vergognosa. Parlavano e sentenziavano ora da uomini di grand’animo, ora facendo lor conti da femminette paurose; e mentre il signor Fedele diceva che quello di cui più si sentiva afflitto, era il non saper nulla del barone; gli seguì un caso maraviglioso. Davano appunto di volta in capo al pergolato, col nome dell’Alemanno in sulle labbra; e videro venire di buona gamba il procaccio di C…, il quale teneva in una mano una lettera, nell’altra il cappello che si era tolto di sul capo, appena giunto in vista ad essi due. Costui baciò il cordone al frate, inchinò tre volte il signor Fedele; poi mostrandosi affannato più che non fosse davvero, disse a quest’ultimo:
“Signoria, don Marco mi manda con questa lettera; ho fatto come il vento, ed eccomi, fui qui in uno sbadiglio di gallo…
“Don Marco! pensò tra sè il frate, mentre l’altro leggeva la lettera; – o che vuole don Marco…?
Glielo chiarì il signor Fedele ponendogli sotto gli occhi il foglio; e gridando al procaccio: “Corri, va, e dì a don Marco che volo; corri, sei qui ancora, lumacone?…” Il pover’uomo spinto da lui ripartì; forse pensando da chi avrebbe toccata la mercede di quella sua fatica; chè quanto al signor Fedele non buscarla subito, voleva dire non buscarla mai più; piacendo al leguleio d’essere stimato, in queste cose, uomo di corta memoria. La mancia l’avrà avuta da don Marco; il biglietto del quale, diceva alla lesta, com’egli avesse in casa il barone, ferito malamente; corresse a vederlo, che il poveretto non voleva altri che lui!
“Sono segni del cielo! Corri tu pure, – disse il frate al signor Fedele – e trova modo di portar qua il barone… Chi sa? La compassione può dare l’ultimo ajuto a movere l’animo di Bianca… va.”
In quattro passi il signor Fedele fu in casa; in altri quattro tornò sul prato con panni da gentiluomo indosso: e stretta la mano al frate e dettogli che alle donne aveva nascosto il perchè della sua andata al borgo; rimasero che questi sarebbe stato attorno alla fanciulla, per disporla a quelle accoglienze ch’essa doveva usare al barone; dove per buona sorte lo si fosse potuto trasportare alla palazzina. Con questo l’uno partì, e l’altro salì dalle signore.
Bianca e Margherita lavoravano di cucito, vicine alla zia Maria; cui la gioia di riaverle, come essa diceva, sotto gli occhi, dava nel viso una bella rallegratura. La minorella era gaia, e Bianca silenziosa: dire che non fosse mesta sarebbe troppa bugia, ma un po’ più serena la pareva davvero; e se n’era accorta sin la cieca, la quale diceva di conoscerla al colore del viso, ma in verità l’argomentava dai sospiri di lei meno frequenti.
Il frate si mescolò alla buona nei loro discorsi; e studiando di farsi posto in questi, per la faccenda che voleva dare a capire; guardava traverso la finestra, le belle ruine del castello di C… le quali si vedevano dalla sala assai bene.
“Che guarda, signor padre? uscì a dire Margherita, che vispa com’era aveva gli occhi su tutto, e usava colle persone un ultimo avanzo di dimestichezza infantile.
“Io guardo, – rispondeva egli, trovando da maestro quel che gli bisognava, senza togliere l’occhio dalla bella vista in cui pareva assorto – io guardo quei comignoli laggiù del castello, e penso che darei un anno della mia vita, per poter vedere, non fosse che un’ora, il castello, i baroni, il popolo del borgo e tutte le cose, com’erano, per esempio, seicent’anni or sono…; quando le castellane vivevano da sante, e i cavalieri andavano e tornavano di Palestina, pieni di fede, carichi d’armi, a conquistare il Santo Sepolcro e il regno dei cieli…
“Oh!… e come si possono sapere codeste cose? – chiese Margherita, che sempre aveva preso diletto a farsi narrare favole e leggende.
“Dai libri, – rispose il padre Anacleto; – ma sono libri latini, che non tutti li sanno leggere…”
“Ci racconti qualcosa lei, ci racconti…” entrò a dire damigella Maria.
“Sì, sì – padre, racconti: – incalzava Margherita. Bianca taceva; ed egli con quell’aria che sanno pigliare anche i più volgari favolatori, cominciò a narrare.
“Fra i tanti fatti che si hanno dai libri di cui vi parlo, ne ricordo uno bellissimo, seguito proprio in quei tempi, che il nostro San Francesco capitò quassù a fondare il convento, dove noi siamo. Che felicità, nevvero, se vi fossimo stati anche noi? Ebbene, si diceva in quel tempo, che nelle montagne là verso il mare, (vedete? da quella parte dove si leva il sole in questa stagione); si diceva che in una rupe cavernosa avesse vissuto una famigliuola, di cui niuno sapeva bene come vi fosse venuta. Io quella caverna l’ho veduta, ed è su per giù dell’ampiezza di mezza questa sala. Abitavano là dentro marito e moglie, colla benedizione di due bei fanciulli: il padre lavorava a far carbone; la madre a filare lana e a far camicciole; i bambini a cercare nidiate nelle selve, finchè fatti grandicelli poterono aiutare il babbo nel faticoso mestiere. E recavano sulle loro spalle sacca di carbone alla città di Savona; la quale come avete inteso a dire è in riva alla marina, lontana dalle montagne dov’è la caverna parecchie miglia. Partivano alla punta del giorno, tornavano la sera, e non si stancavano mai. Una fra le tante volte che v’andarono soli, dice, che vennero carichi di balocchi, e senza quattrini, e quei balocchi erano pugnali, spade, elmi rugginosi che valevano un fico.
“Il babbo, sì che gli avrà sgridati!” disse Margherita, cui pareva di veder i fanciulli, l’armi, la caverna, ogni cosa.
“Che! neanco per sogno! Anzi, fuori di sè dall’allegrezza, e stringendo la moglie al petto: “Adelasia, – sclamò – Adelasia! il sangue nostro, parla ai nostri figli dei loro avi e di noi….” Una vecchierella, la quale praticava in quella grotta, intese queste parole; le ridisse maravigliata ad un’amica, l’amica se ne confidò ad un’altra, e via… via, ne venne a sapere tutta la montagna, insino a Savona. In quel torno venne l’imperatore d’Alemagna con grande esercito, a guerreggiare contro i Saraceni in questi monti; ponete come fosse ora, che abbiamo gli Alemanni a scamparci dai Francesi, i quali sono peggiori di tutti i Saraceni del mondo. Ebbene, dice, che quelle parole, quel nome d’Adelasia, giunsero all’orecchio del potentissimo sovrano, che volle vedere la donna, il marito e i fanciulli, e…, indovinate un po’…? La donna era la figlia dell’imperatore; l’uomo era Aleramo, che se l’aveva portata via dalla corte molti anni prima! Povero cavaliero, amato da lei, non la potendo sposare, l’aveva rapita; e penando chi sa quanto, erano venuti dell’Alemagna sui nostri monti, a passarvi quella misera vita.
“Oh! E poi padre, e poi? chiese Margherita vedendo il frate far pausa; racconti racconti ancora….
“No no, – egli rispose – non racconto più, perchè Bianca non istà attenta….
“Oh sì! – disse Bianca io l’ascolto….
“L’imperatore – proseguì il frate – roso da lunghi rancori contro il rapitore della figlia, che cosa doveva fare? La credeva morta da gran pezzo; rivederla fu per lui come un miracolo. Non so dire quanto penasse a perdonare lei e il marito, ma perdonò; e ad Aleramo diede in feudo il paese bagnato dalla Bormida, e da non saprei che altri torrenti. Alla grotta che dicevamo, rimase il nome d’Adelasia; e dovreste visitarla un qualche giorno, che il babbo sia contento di voi. Vi si arriva in quattr’ore….
“Ma e San Francesco?” tornò a chiedere Margherita, che rimasta coll’ago in aria, non si poteva saziare di quei racconti.
E il frate, sempre cogli occhi in Bianca, la quale non aveva mai smesso di cucire, ma a certi punti della narrazione, s’era o abbuiata o rischiarata in viso, ripigliò:
“Lascia che respiri, santa pazienza! La stirpe d’Aleramo crebbe, e piantò castelli e torri per tutto, in queste valli; e della storia d’Adelasia durò la diceria per secoli. Tutte le castellane, venute col tempo dalla sua schiatta, furono devote alla sua memoria, come a quella d’una santa. La imitavano in tutto; volevano somigliare a lei in tutto; massime in quel punto d’innamorarsi di chi loro piaceva. Ora accadde che una di queste, figlia del marchese di C… aveva preso a voler bene ad un poveraccio, il quale d’armi e di cavalleria ne sapeva quanto ne so io, frate pacifico. E non c’era santi a farle sposare un barone, che aveva castelli e vassalli, e che la voleva, sto per dire, viva o morta. Il padre della zitella si prese termine d’un anno e un giorno; e pregò lui d’andare in Terra Santa, a procacciarsi onori e meriti in faccia a Dio. Egli intanto si sarebbe adoperato a consigliare la figliuola, e alla fine le nozze si sarebbero fatte. Il cavaliero partì lasciandosi addietro il cuore: e fu in Palestina dove degli infedeli ne uccise tanti, che i menestrelli lo onoravano colle loro canzoni, sotto le tende dei più gran principi della cristianità, ch’erano alla crociata. Ma…, (qui entra di mezzo S. Francesco) la zitella non voleva saperne delle cento storie che il padre le andava raccontando ogni giorno: questi la pregava, la minacciava, la teneva chiusa. Che! veniva a dir niente. Appunto di que’ giorni capitò S. Francesco, e il marchese si raccomandò a lui. Date retta che il bello viene adesso. Un dì il Santo stava colla giovane addolorata castellanina, lassù in una di quelle sale, che ora non sono più che ruine; ed essa gli narrava le sue miserie, ed egli le parlava come sapeva parlare un santo pari suo. Le parlava di quel cavaliere, che per amore di lei era lontano a combattere e a patire. La giovinetta, essendo come tutte le fanciulle bennate, molto pietosa, ascoltava il Santo, e si sentiva rimordere delle fatiche e delle pene, alle quali stava per cagion sua, quel valoroso barone. E già era vicina a piangere; quando a un tratto, facendosi in vista come fosse stato in mezzo ad una battaglia, il Santo proruppe: “in questo momento, cade il prode dal suo cavallo e gli infedeli gli sono sopra per trafigerlo con cento lame.” Signore Signore…!” Un grido della fanciulla che pareva smarrirsi, richiamò il Santo dalla sua visione; “o Dio, aveva sclamato essa, Salvatelo! Salvatelo! e sarò sua sposa!” Questo era un voto fatto col cuore: e la fanciulla stette settimane e mesi, ad una delle tante finestre che vediamo lassù, ornate di quelle colonnine di marmo bianco; ad aspettare come in penitenza, sperando che qualcuno venisse di Terra Santa, a recar novelle del cavaliero. E questo qualcuno venne, ma chi era? Il cavaliero in persona, che tornava colle ferite appena chiuse; e le aveva toccate proprio in quel momento, che San Francesco, per virtù divina, aveva avuta quella visione. Spirava appunto il termine d’un anno e un giorno dalla partenza: e di là ad alcune settimane, fu nel castello un gran torneo; e i banchetti e i festini non ve li so dire; tutto in onore della sposa e del cavaliero valoroso e pio. La storia non dice che S. Francesco fosse al convito; già noi poveri frati facciamo il bene, poi ci tiriamo in disparte: dunque(7) il santo non vi sarà stato. Vi piace?”
Damigella Maria accennò col capo; ma il frate che non aveva raccontato per lei, non le badò. Gli pareva d’aver trovato così bene il filo di cui aveva mestieri: Bianca s’era fatta ascoltando, sto per dire, così trasparente; egli aveva potuto leggerle così chiari in viso, i confronti che essa faceva di sè con quella castellana favolosa, e la sua secreta e mesta compiacenza in tanta somiglianza di casi: che lietissimo dell’opera propria, neanco s’accorse di Margherita, la quale insaziabile lo pregava a tirare innanzi, come se il racconto non fosse flnito.
“Dio mi ha proprio ispirato! – pensava, – chi avrebbe potuto disporla meglio? Essa non ha più bisogno che d’un tratto; e se Fedele mena quaggiù il barone, la cosa è fatta!”
E il barone giaceva in casa a Don Marco, il quale nell’ufficio pietoso di quella mattinata, s’era imbattuto in lui fra i feriti. Pensando al gran bene che avrebbe potuto fare, avendolo in casa; il buon prete gli aveva profferta l’ospitalità, ed egli non s’era fatto pregare, perchè sapeva come Don Marco stesse di casa vicino a Bianca. Stupito di non vedere il signor Fedele, non aveva osato chiederne; ma l’andarsi a porre discosto due passi da lui, gli pareva la miglior ventura che gli potesse incontrare. Il prete, dal canto suo, era contento, perchè sperava di pigliare dimestichezza con quel soldato; cagione di tanti dolori a Bianca, alla signora Maddalena, e chi sa di quali guai a Giuliano: il quale viveva lungi, accarezzando vane speranze, come colui che innaffia una pianta morta, ingannato dalle poche foglie di cui verdeggierà ancora per breve tempo.
“Io avrò agio di parlargli, di supplicarlo a dimenticare quella poveretta: a far sacrificio del suo amore, per la felicità di due creature, che s’amavano prima che egli venisse quassù. Gli dirò che non gli sta bene lasciare memoria di sè come d’una bufera, passata a schiantare gli alberi più gentili. Gli chiederò se nessuna donna piange nelle sue contrade per lui; talvolta i soldati hanno spirito di cavalieri antichi, si commoverà, vedrà il bene che può fare; pregherò tanto che mi darà ascolto.”
Con questi pensieri, conduceva, usando gran diligenza, il ferito; il quale camminava da sè, pur reggendosi a lui e ad un vecchio servitore, che aveva menato seco dall’Alemagna. Questi tirava per le briglie il cavallo, su cui il padrone tribolando molto, era venuto pei monti, dal campo di Loano, dove aveva toccata la ferita; e il povero animale teneva dietro, a testa bassa, quasi umiliato di non averlo più in sella. Legato ad un arpione dell’uscio da via, rimase a guardarlo mentre saliva la scala, e gli mandò dietro un sommesso nitrito.
Come furono dentro, il servitore vedendo la prima stanza affatto disadorna, arricciò il naso. Un lettuccio da sedervi sopra, perdeva l’imbottitura per gli strappi del marocchino; e gli ridestò l’immagine dei cavalli visti di fresco sui campi, colle entragne uscenti dalle pance squarciate. Nella stanza del terrazzino dov’era il letto di Don Marco, aggrottò le ciglia: e questi che se n’avvide, pensando che il servitore avesse notato nel barone qualche segno di ripugnanza a quella povertà, disse tra sè: “Pazienza! Ma che ci posso fare se io non sono nè un vescovo nè un parroco ricco…?” E quasi si pentiva d’aver fatto quel passo; ma subito si consolò vedendo il barone porsi a giacere come su d’un letto d’amici. Allora si provò a parlargli della ferita, che era tempo di rivederla; profferse ristoro di cibo e di bevanda; ma ebbe un bel dire; l’altro non voleva nulla. A udirlo la sua ferita non gli dava noia, non chiedeva che d’essere lasciato in pace. A un tratto volti gli occhi al terrazzino, chiese a Don Marco:
“Quella casa là, è del signor Fedele, nevvero?
“Sì, rispose il prete, abbuiando in viso.
“Ci sarebbe modo d’averne nuove?
“Non è in borgo” disse Don Marco, mettendosi più sul riservato.
Il barone tacque un istante, che parve assopirsi: poi levandosi sul gomito ripigliò risoluto:
“Ah! voleva pur dirlo che, forse non era nel borgo. Don Marco, m’usi questa cortesia, faccia chiamare il signor Fedele, o io anderò da me a trovarlo dov’è.”
Il prete alzò gli occhi al cielo, quasi per dire addio alle speranze fallaci, concepite poco prima; gli parve di non meritare l’amarezza di quel che le circostanze gli davano a fare: e scrisse quel biglietto, che spacciato al signor Fedele, fece correre costui dalla villa al borgo, più presto che il barone stesso non avrebbe creduto.
Questi, a vederlo apparire sulla soglia della camera, balenò in quei suoi grandi occhi verdastri, d’una gioia ineffabile: e sebbene negli abbracciamenti il signor Fedele lo urtasse col petto proprio nella ferita, non fece cenno di dolore; ma quando si vide lasciato solo con lui, quasi continuando la dimanda che gli aveva fatta, il giorno in cui era partito pei campi della riviera, gli chiese: “e Bianca?
“Bianca? – riprese il signor Fedele – Bianca, non dico nulla, la vedrà. Alla lesta; se la sente di far un altro po’ di via? Alla villa ci si aspetta…. ci aspettano tutti colle braccia aperte….
“Oh! – sclamò l’Alemanno – un ferito in casa…! Si recano tante molestie….
“Molestie? In casa mia niuno sa che voglia dire questa parola. Alla lesta, ripeto, si tenga pronto, io torno in dieci minuti con una lettiga…
“Ma… no… – disse il barone pigliando la mano di lui per rattenerlo; – sono venuto a cavallo sin qua…. ma se mi concedesse di guarirmi in casa a questo buon prete…..
“Storie! Non parliamone più….”
Il signor Fedele chiamò Don Marco; il ferito levatosi in piedi ringraziò dell’ospitalità avuta, e il prete mesto e quasi umiliato stette, a vederli discendere, in capo alla scala. Poi quando furono fuori, tornò nella sua camera e sclamò: “È finita, Giuliano! Bianca sarà sua!” Sedè, si pose gomitoni sul tavolino, chinò il capo e pianse.
Intanto gli altri s’avviavano lentamente alla villa, dove il padre Anacleto stava colle donne, stringendo i panni addosso alla povera Bianca. Egli s’era affacciato forse la quinta volta, a vedere se il signor Fedele tornasse; quando lungi un trar di schioppo apparve la comitiva, tra le siepi di bianco spino, che facevano riparo ai campi, dove il grano vegeto di molto, mosso da un’aura dolce di primavera, ondeggiava come quei laghetti che sovente incontra di vedere, a chi cammina sulle Alpi.
Il frate chiamò alla finestra Bianca, la quale fu sollecita a correre; e additandole da quella parte, le disse: “Parlavamo testè della castellana e del cavaliero ferito in Palestina: chi ci avrebbe detto che uno ve n’era tra via, cui manca una madre, una sorella, una consolatrice; e fu ferito per nostra difesa…?”
A queste parole Margherita discese sull’aia; la zia cieca fece atto di levarsi da sedere; ma ripigliato il suo posto, annuvolò come chi ha ombra di qualche cosa.
Bianca s’era sentita a prima giunta, rappiporire la vita; poi in quelle cose che aveva intese, e in queste altre che vedeva pur allora, le parve che qualcosa di miracoloso ci fosse. Padre Anacleto, da uomo avvisato molto, le bisbigliò che bisognava fare, come la castellana, buon viso a chi soffriva; perchè la carità era la corona delle altre virtù. La povera fanciulla si mosse, si rattenne, tornò a moversi; allora egli la prese per la mano, e dicendole dolcemente: “andiamo” discese con essa.
Quale fu lo stupore del signor Fedele, quando vide Bianca venir oltre col frate; quella Bianca ch’egli temeva d’avere a scovare chi sa da qual buco, arrivando coll’Alemanno! Si sentì addosso quella gioia che fa fare ai fanciulli le capriole; e gli crebbe la forza per modo, che bastò da sè ad aiutare il barone a smontare da cavallo. Questi dal gran turbamento, si sentiva mancare, e penava a reggersi quei pochi passi: di che il signor Fedele pigliandolo a bracetto, accennò al servitore di tenersi più accosto. Quel frate che veniva incontro a quel soldato ferito; quel vecchio che menava il cavallo a cavezza; facevano un vedere assai pittoresco: ma l’occhio d’uno spettatore gentile, sarebbe rimasto fisso su Bianca, la quale tenendo nella sua la mano di Margherita; tinta d’un rossore leggerissimo in viso, stava sul ciglio dell’aia, dinanzi la palazzina; e pareva davvero una delle donzelle dei tempi antichi, nel punto che a piè del castello paterno accoglievano il corteo, venuto d’un altro feudo, a chiederle spose.
L’Alemanno si scoperse il capo, e fece un passo verso di lei, per chiederle scusa d’aver tanto osato; ma come colui che giunto su d’una vetta altissima veda il mare improvviso, ed esclama “infinito!” così egli sclamò: “Bianca!” poi tra pel patimento e pel travaglio del cuore, non vide più che un gran buio, vacillò e svenne. Felice se in quel momento avesse inteso il grido sfuggito alla fanciulla; chè sebbene fosse di pietà, l’avrebbe creduto d’amore: ma bisognò portarlo sulle braccia nella palazzina, e come corpo morto fu deposto sul letto del signor Fedele.
Durò in quello stato, che nulla giovò spruzzarlo d’acqua o dargli aceto a fiutare, quanto padre Anacleto ebbe tempo d’andare al convento, e tornarne accompagnato da un laico; il quale recava un cestellino pieno di bende e di barattoli, che pareva un barbiere. Messosi all’opera in pochi momenti ebbe sfasciato il braccio all’Alemanno, e si vide la ferita sopra il gomito, che pareva una zannata di tigre. Il signor Fedele nascose il viso tra le mani, per non dar degli occhi in quella piaga; e al colore delle carni e al sito che cominciavano a mandare, il frate rimase sgomento. L’Alemanno guardava tranquillo; e i figli del cascinaio, che correvano dalla camera alla sala per quel che bisognava; dicevano alle fanciulle intente a far filacciche, lo spettacolo compassionevole della ferita. Esse tenendo a fatica i singhiozzi, chiedevano alla zia, qual santo si suolesse pregare, in simili casi.
“San Lazzaro, San Bastiano, tutti i Santi! ma lasciatemi in pace!” rispondeva la cieca: e le fanciulle, massime Bianca, tacevano intimorite. Essa cominciava a raccapezzarcisi, in quella faccenda: e mentre era donna da aver compassione d’un moscerino, per quello straniero tribolato non provava punto pietà.
Mezz’ora di poi, il barone medicato, lasciato solo a riposare nella quieta oscurità di quella camera, pensava alla sua casa, al mestiere travaglioso dell’armi; e facendo proposito di smetterlo a guerra finita, si poneva a piene vele nei lunghi anni di amore e di pace, che avrebbe vissuti con Bianca.
Porgeva orecchio al bisbiglio che veniva dalla sala, e si studiava di scernere la voce di lei. Là il signor Fedele, lieto come un bambino alla mammella, fantasticava sopra l’Impero d’Alemagna, che quasi gli pareva d’averlo in casa: il padre Anacleto si pavoneggiava, guardato da Bianca reverente e pensosa: Margherita vicina alla zia pigliava da lei la malinconia taciturna: e di fuori s’udiva il cascinaio, il quale ammaestrato dal servitore, governava il cavallo del barone; con un occhio alla bestia, e l’altro allo scudiscio, che il vecchio teneva in mano.

CAPITOLO X.

Staccia buratta, dal convento alla palazzina del signor Fedele, e da questa al convento, siamo lì, direbbe un marinaio genovese, sempre di faccia a Pegli. Ma quello che non posso pigliar di spazio, piglierò di tempo; per dire, che in capo a quindici giorni, ognuno in quella casa, aveva intera nel viso e nei portamenti, l’impressione dell’animo in cui s’era sentito all’arrivo dell’Alemanno.
Al signor Fedele, s’era fatta una cera di trionfo; non vedeva più che Bianca, la portava in palmo di mano, era il suo occhio dritto. Damigella Maria e Margherita parevano la istoria dell’olmo e della vite; e stavano sole la meglio parte del giorno, scansando con ogni cura il padre Anacleto. La cieca aombrava più sempre, dell’avviamento che pigliavano le cose; si coricava la sera disegnando per l’indomani di dire tutto il suo cuore; ma poi taceva dalla tema di ridestare le collere del cognato; di far nascere qualche diceria sul conto della nipote; e confidando nel senno di questa, tirava innanzi. Il frate veniva sin due volte ogni giorno, e soleva passare di lunghe ore, o vicino a Bianca o al letto dell’Alemanno; il quale aveva cominciato a migliorare tanto che presto si sarebbe sentito risanato.
E Bianca? Riacquistato l’affetto del padre, non s’accorgeva di nulla, neanco dei mutamenti avvenuti in sè stessa. La solitudine patita per castigo, nei giorni andati, adesso la cercava da sè. In quell’ore solitarie le accadeva sovente di trovarsi, non sapeva nè a che nè come, vicino all’uscio dell’Alemanno; e là origliando i discorsi piacevoli del frate o del proprio padre, gioiva; e le pareva strano, ma delle tre, la voce del ferito le cercava il cuore più dolcemente. Pensava all’Alemagna lontana, ch’essa non sapeva immaginarsi diversa da quella vallicella e da quei monti, che aveva sempre veduti intorno a sè. Le città, le grandi vie, i giardini di cui udiva parlare, non potevano essere più che le vie di C…. prolungate; non più che orti come quello del convento, forse un po’ meno foresti; la casa del barone poi, se la figurava come quella dei marchesi di C…, tutta sale e gallerie da trovarvisi spauriti. Egli parlava dei suoi, e più della propria madre, dando a capire come fosse di grande stato: e Bianca sentiva pietà di quella donna lontana; e come un lampo, che guizzando lascia nell’occhio una traccia luminosa, le passava dinanzi l’imagine della signora Maddalena. Già, tutte le madri sono donne di una certa età, quali più quali meno, ma tutte un po’ meste; e la fanciulla s’accostumava a confondere quella dell’Alemanno con quella di Giuliano. A questo poi non pensava più, se non come ad un peccato di cui avesse fatta la confessione, e ne fosse stata assolta con qualche rabbuffo. Se alle volte l’immagine di lui si veniva a porre in mezzo a’ suoi pensieri, essa penava prima di poterla scacciare; ma se ne confidava al padre Anacleto, il quale la tirava su da quelle corte cadute, e la rimetteva in via benedetta. Le ore che passava col frate l’accostumarono alla sua compagnia; nè l’avrebbe pensato mai, ma una volta ch’egli non comparve, capì che di lui non poteva fare a meno, per difendersi dalle memorie pure e dolcissime, d’altri tempi ancor freschi. Come mai non compariva, egli puntuale sempre come un oriolo, a venire, dopo aver detto messa? Che al padre guardiano fosse paruta soverchia la frequenza di lui in quella palazzina, o gli avesse vietato di tornarvi? Bianca cominciava a formare congetture e a spazientirsi, s’affacciava ogni tantino a vedere se spuntasse da qualche parte, si provava a farlo partire colla fantasia ora dalla cella, ora dalla sagrestia; l’accompagnava contandone i passi, “eccolo – diceva – dovrebbe esser qui,” tornava ad affacciarsi…., nulla. Allora ripigliava il suo lavoro, stizzita.
Un giorno essa era sola nella sala; il signor Fedele s’era recato al borgo per sue faccende: damigella Maria e Margherita, essendo assai di mattino, non erano per anco venute fuori della loro camera; ed essa poteva pensare, sospirare, piangere a suo talento, che nessuno l’avrebbe turbata. Sfaldava tela, sebbene in tutti quei giorni, delle filacciche ne avesse fatte tante da bastare ad una intera coorte di feriti; e si sarebbe detto che non pensasse, come alla fine dovesse pur venire un giorno, in cui l’ospite non avrebbe più avuto mestieri di quelle robe. E sì che sapeva come egli, da un par di giorni, cominciasse a vestirsi, e stesse in camera coll’agonia di poter fare due passi all’aperto!
In uno di quei momenti in cui stanca d’affacciarsi invano, pensava al rimprovero da farsi al padre Anacleto, un fruscio, come di sandali, le si fece sentire alle spalle; ed essa levandosi ritta, nell’atto di volgersi a chi veniva, sclamò: “bravo, il padre Anacleto!” ma facendosi nel volto di fuoco, poi come un panno lavato, chinò gli occhi quasi persona colta in fallo, e giunse le mani tremando.
L’Alemanno, pallido, col braccio sorretto da una fascia annodata sul collo, severo e quasi bello, sebbene paresse intimorito, con voce impressa di gentilezza e d’affetto, le disse:
“Ed io?…. Io le fo paura? Veggo che ho osato troppo…. Ma, o Bianca, se m’avesse visto qua dentro in questi giorni….! Essere in casa sua, sapere che era sempre lì a due passi…., mia fidanzata…., e non vederla….! Ora…, l’ho intesa sospirare, son venuto per dirle che io non posso più reggere…, e veggo che le ho fatto paura…”
“Oh no paura…! credeva fosse il padre Anacleto…” rispose Bianca cogli occhi bassi e colla voce tremante.
“Ebbene – ripiglio l’Alemanno – sono io…, sono io qui, per dirle quello che sa, ma che non ho potuto dirle mai da me…, l’amo, e le chieggo una grazia, quella di dirmi il giorno delle nostre nozze…”
Essa che già era confusa e quasi smarrita, udì queste parole, come fosse stata a camminare sul ciglio d’una rupe altissima, e un impeto di vento l’avesse investita, in punto di mettere un piede nel vuoto. Diede uno sguardo intorno a sè; e il suo pensiero urtò per tutto. L’empio che aveva amato riputandolo un angelo; il frate che si era adoperato a salvarle l’anima; la memoria dei trattamenti paterni del mese addietro; tutto le turbinò in giro, togliendole la vista d’ogni varco a scampare: e alzati un poco gli occhi in viso all’Alemanno, vedendolo in certa guisa abbellito dallo struggimento, aperse le labbra e le venne detto:
“Bisognerà sentire mio padre…
“Oh! benedetta la mia vita! Voi Bianca verrete a far meravigliare le donne delle mie contrade, comparendo un momento in mezzo ad esse! Un momento solo…, poi torneremo quassù, e vi farò signora di tutto quel che vi parrà bello…! Io farò vostro quel castello, che vedeva là dal mio letto, e in questi giorni lo riedificai colla fantasia mille volte…! E lo riedificherò per voi davvero…, vi chiameranno la castellana, ed io sarò 1’uomo più felice di questa terra…! Dov’è vostro padre?
“Non è in casa… rispose a fatica Bianca.
“Non è in casa? – sclamò l’Alemanno turbato; poi sentendo dar giù quel bollore dell’animo, proseguì umiliato: “allora…. perdonatemi…. mi perdoni, Bianca, io non lo sapeva…”
E salutando modestamente, lasciò lei che non mosse; discese le scale, uscì dalla palazzina, e aprendo il petto a quell’aria pura del mattino, non più respirata da lunga pezza, temprò un poco quella sorta di sgomento in cui era caduto. “O bei colli – sclamò – patria mia dell’avvenire, io vorrei baciare ogni vostra zolla! Ma essa…, che dirà di me…? Penserà che io stetti in agguato per coglierla sola?” Questo pensiero gli fece scottare la terra sotto le piante; vagò senza badare per dove; e alla fine s’abbandonò a piè d’un filare d’avellani, forse a un trar di mano dalla palazzina.
La fanciulla, rimasta un tratto come persona che pena a destarsi; rinvenendo da quella sorta di stordimento, sentì qualcosa che poteva essere rimorso e sdegno dell’Alemanno, di sè, di tutto; ma udendo la zia che entrava in sala, fuggì paurosa in punta di piedi; prese le scale, fu alla porta della cascinaia, la chiamò a bassa voce come per un brutto sotterfugio; e corse con essa difilata al convento.
“Bianca – diceva la cieca, mestissima nell’aspetto, venendo oltre per la sala, colle mani tese verso la parte dove la fanciulla soleva stare: – ho inteso… tutto… tu dunque lo sposerai? tu ci lascierai qui sole, e andrai tanto lontana, che neanco sapremo di te se sarai viva o morta? Non ti ricordi di quel giorno, di don Marco, della signora Maddalena…? Oh tu singhiozzi…! tu non lo sposerai no, tuo padre non fisserà nessun giorno…! tu sei più mia che sua, nevvero? Vieni… vieni Margherita… (e porgeva la mano a questa che veniva dietro lentamente), vieni… preghiamola, povera Bianca… ti vogliono ingannare…
“O zia, – diceva Margherita – Bianca non v’è mica, non v’è…
– Come! – esclamò damigella Maria, corrugando la fronte; e il petto le si affannò, la gola le si gonfiò di singhiozzi l’uno incalzato dall’altro, vacillò, si resse a Margherita, e tacque.
In questo mezzo Bianca giungeva al convento. Sotto il portichetto, donde si godeva la bella vista dei pergolati, alcuni laici sedevano sulla cassapanca colle mani in mano; di certo chiacchierando di pace e di guerra, che tale era di quei giorni l’oggetto d’ogni discorso. All’apparire di lei, forse si misero a parlare della sua bellezza, e ci avranno avuto il garbo, che avrebbe a suonar la cetra quell’animale, di cui ricorre il nome quando tra uomini si vuol dirsi ingiuria.
Come la giovinetta fu vicina a costoro, dimandolli del padre Anacleto, dove lo si potesse vedere; ed uno, il quale alla colatura di cera che aveva sulle maniche del saio pareva il sagrestano, pose lei e la cascinaia su di una viuzza che menava a trovarlo.
Bianca ringraziò appena, e si mise a camminare frettolosa, lasciando quei laici addietro a fare le congetture.
Proprio bell’e in mezzo al bosco, vi era uno spianato erboso, sopra il quale i rami delle querce più antiche, erano infittiti per modo che non vi poteva raggio di sole. Sorgeva a quell’ombra una cappella modesta, quella se ci rammenta, a cui damigella Maria aveva fatto voto di venire di notte per ringraziarvi San Francesco, della pace ricondottale in casa dal padre Anacleto. Il Santo era dipinto sul muro di quella cappella, a mani giunte dinanzi a un crocifisso, con a piè della croce un teschio e un libro, i cui fogli parevano assai bene agitati dal vento. Due lagrime gli colavano per la guancia scarna, e le stigmate apparivano infiammate e sanguinose. La dipintura si vede ancora ai nostri dì, e durerebbe intatta, se molte scalcinature non mostrassero che vi furono tratte schiopettate, a prova o a disprezzo. Quelle palle le tirarono i Francesi nel 1794, nè so come non sia stato detto che il piombo rimbalzando uccise i profanatori. Nella vallata lo si avrebbe creduto; e sarebbe rimasta fama di malurioso al luogo assai bello. Il quale in un col convento minato, attende qualcuno che del mondo n’abbia assai; e venga a farne la sede di piaceri tranquilli; e ad allevarvi figliuoli, robusti come i nodi di quelle roveri solitarie, che videro il mio frate e la fanciulla che l’andava a trovare.
Egli pigliava il fresco, seduto su d’una delle pietre che giacevano a piè della cappelletta; e lavorava a formare di canne un arnese, da farne un presente al barone. Appena le due visitatrici l’ebbero veduto, la cascinaia, da donna esperta, rattenne il passo; lasciando che Bianca andasse oltre da sè. Questa che non bramava di meglio, entrò sotto l’ombra delle querce, togliendosi la pezzuola che tra via s’aveva messa in capo; e il suo volto acceso dal caldo già forte a quell’ora, espresse subito il ristoro della freschezza che era là sotto.
Alle pedate leggere, il frate alzò il capo, e visto lei che discosta pochi passi si peritava a venire innanzi; levossi in piedi e le si fece incontro sorridendo:
“Che miracolo – le disse – che tu, figliuola mia, sia venuta sin qua con questo sole?
“Ci sarei venuta se anche avesse grandinato a baleni – rispose Bianca. – O perchè stamane non si è fatta vedere?
“Eh! a casa tua ci verrò di rado d’ora in poi; tua zia si è fatta capire che non le vado più a genio…
“Mia zia…? Ma le sarà parso, padre…
“Eh sì parso! E mi è parso che tiri dalla sua anche Margherita… Ma finchè avete in casa un uomo che soffre io ci verrò… Vedi? Stava appunto lavorando per lui quest’arnese, che è un’incannucciata da reggervi il braccio, quando uscirà a passeggiare…
“Padre – disse Bianca chinando gli occhi, vergognosa di aver lasciato che il frate entrasse pel primo a parlare di colui, che in parte era la cagione di quella sua venuta, – egli è già uscito.
“Ebbene? che c’è da farti rossa per questo?
“Egli mi trovò sola, e mi chiese quale sarà il giorno che io fisserò…
“Per le nozze, nevvero? Oh! E tu chi sa che avrai risposto…?
“Che bisognava parlare con babbo…
“Saviamente risposto! Ma… quella castellanina di cui parlammo una volta, avrebbe avuto altro cuore…. E tu quando tuo babbo avrà fissato il giorno; tu testolina, avrai viso di rispondere che non lo vuoi più…
“Ma non ha visto padre, che gran signore egli è? Che dirò quando mi condurrà nella sua città, nel suo palazzo? E sua madre? Mi troverà fatta troppo alla buona…; e poi no… io non voglio andare così lontano, voglio vedere sempre mia zia, mia sorella…
“Ah sempliciona! E tu una volta pensavi di andar monaca, di quelle che non escono più di monastero nè vive nè morte! Stai pure, che coll’amore si vince, e potremo tirare il tuo sposo a stabilirsi quassù da noi.
“Per codesto, disse che comprerà tutta la vallata, o il castello; e che lo farà ricostruire per me…
“Vedi, vedi? Lascia fare a me, che dentr’oggi s’ha a a fissare ogni cosa…
“Oh! padre… no così presto…
“Sta zitta: Tutta la valle sa che ti hai a sposare…. E se la guerra ce lo portasse via? Che si direbbe? Che t’ha piantata… Chi ha tempo non aspetti. Tu sarai la prima dama del borgo; avrai fanciulle che ti serviranno come una regina; ti faranno priora della confraternita di Sant’Elisabetta; e quando sarai lassù nel tuo castello, a farti fresco col ventaglio, affacciata al balcone; e vedrai questo povero frate, per l’erta, venire da te…, dirai: “Sarei stata pur sciocca a non dargli ascolto!” Ed io sarò contento, come fossi io stesso al tuo posto.”
Bianca, ascoltando, fissava gli occhi nell’erba; e pareva le si dipingesse su quella, la scena di cui il frate parlava. A un tratto essa uscì in queste parole, che suonarono come un ultimo squillo di tromba in mezzo alla sconfitta.
“Ma egli è soldato….
“E gli faremo smettere il mestiere! – sclamò il frate impettito come chi ha superato l’ultimo riparo nemico: – gli faremo smettere il mestiere: s’intende nè oggi nè domani, ma quando lo potrà, colla stima dei gentiluomini suoi pari…
“Ma se venisse a sapere che io volli bene a quell’altro….
“E chi glie l’ha a dire….?
“E il Signore m’avrà perdonata…?
“Altro che perdonata! – interruppe il frate, prodigo di perdono, appunto (per continuare la similitudine) come il vincitore di cure al vinto; – va in buona ventura…, anzi t’accompagnerò io stesso….
“Oh no! – pregò Bianca – ci venga più tardi: il barone potrebbe credere, che io sia venuta da lei a posta….
“E tu va… che io ti seguirò…”
Bianca stette un altro poco, quasi avesse qualcosa ancora da dire; poi baciato quel benedetto cordone, che aveva avuti tanti suoi baci, raggiunse la cascinaia rimasta sempre in disparte; e s’allontanarono, spedito com’erano venute, per un sentiero, che lasciando il convento a manca, metteva di là alla palazzina.
Poichè le ebbe viste sparire, il padre Anacleto si volse a quel San Francesco della cappelletta, e dall’allegrezza gli parve di vedere il diavolo, vestito alla foggia del paese, fatto della persona su per giù come quel Giuliano di D…, fuggire colle corna rotte e colla coda tra le gambe, più che se avesse avuto alle spalle una fiumana d’acqua benedetta. Si prostrò dinanzi all’immagine del Santo e proruppe. “O San Francesco, sia vostra gloria, se io senza correre in contrade selvagge, senza attraversare mari e deserti, ho potuto togliere al diavolo l’anima di questa fanciulla! Così il buon pievano di D…, potesse acciuffare il giacobino che la voleva perdere; acciuffarlo e guardandogli bene in viso, dirgli: “ma chi t’ha posto in corpo la legione di demoni che tu ci hai? Pentiti, pentiti, pentiti!” e dargli intanto squassi e benedizioni, finchè gli avesse tutti vomitati…!
Nella foga del dire, per poco non tese la mano ai capegli dipinti del Santo, scambiandolo per un vivo, ma subito la rattenne proseguendo: “San Francesco benedetto, tutta questa settimana e la ventura, dirò messa al vostro altare…!”
Ciò detto, si mise di nuovo su quella pietra, si recò in mano l’incannucciata che stava formando; e s’affrettò a terminarla cogli occhi sull’opera, e i pensieri nel barone ed in Bianca.
La quale rientrando nella palazzina, udì la zia e Margherita che parlavano tra loro in sala; e pur vergognandosi vinta dalla curiosità, intese queste cose.
“Dunque non c’è verso a trovarla? – diceva la cieca – Ma si fosse almeno certi della sua fuga…! Oh traditore! E colui? Affacciati, guarda se lo vedi sempre?
“Sì – rispondeva Margherita – è laggiù all’ombra degli avellani…”
Bianca udì; e quelle parole della zia le fecero come una fiammata levatasi improvvisa dal cuore per tutta la vita. Non sapeva bene il perchè, ma si sentiva ferita proprio nel vivo dell’anima; e fattasi forza salì, si mise dentro la sala, severissima nell’aspetto.
“Eccola! eccola! – gridò Margherita, battendo le mani e correndo ad abbracciarla.
“Donde venite? – chiese levandosi ritta, la cieca – E Bianca, più sempre ferita da quel sentirsi dare del voi rispose:
“Dal convento.
“Questa è la prima, e sia l’ultima volta che v’avrò vista allontanarvi…. da sola! Almeno, dico sin che io sarò qui….: dopo farete il piacer vostro!
“Ah zia” – sclamò Bianca, dandosi le mani nel viso; e col cuore alla gola salì in camera. Là il pensiero le ritornò sui giorni passati nella solitudine e nel pianto. Ma allora niuno aveva pensato di lei, quello che le pareva d’aver indovinato, nelle parole della zia. Adesso l’ingiustizia le parve troppa; troppa verso di lei, troppa verso l’Alemanno; e quasi per ricattarsi dell’offesa, si compiacque amaramente nel desiderio, che il barone fosse vicino, per farsi udire dalla cieca a parlare con esso.
In questo mezzo, il padre Anacleto, s’era mosso anch’egli dalla cappelletta, e per diverso sentiero da quel che aveva visto pigliar da Bianca, veniva alla palazzina. Quando all’uscire del bosco fu sopra un poggiuolo scoperto, dal quale si poteva godere la bella vista del pian di C…., che a quell’ora di mezza mattinata pareva una conca; si fermò un istante, e gli cadde lo sguardo sopra un uomo, che giaceva nel vigneto del signor Fedele, a piè d’un filare d’avellani. Il sito era in parte, donde non si poteva vedere chi venisse dal convento per la via fatta da Bianca; ma il padre Anacleto, che teneva altro sentiero, fu visto da quell’uomo, il quale subito si levò in piedi, e mosse ad incontrar lui, che facendosi solecchio colla mano procedeva guardandolo.
Quell’uomo era il barone, stato quasi due ore a giacere sull’erba, oprando poco da savio, uscito come era di malattia. Se n’avvide ai primi passi che volle fare, perchè le gambe non lo volevano reggere, e gli pareva che il cervello andasse per aria. Allora s’appoggiò ad un albero e attese il frate, che disviando un tantino, veniva diritto verso di lui.
“Figliuolo, – disse questi arrivando e facendo vedere l’incannuciata; – ecco tutto quello che ci rimane di quel che sapeva fare San Francesco: egli risanava gli infermi con un soffio, io ho potuto appena formare quest’arnese che l’aiuti a reggere il braccio un po’ più agiato che codesta fascia….” E presogli il braccio, glie lo acconciava, su quello strumento con molto amore.
“A me importa nulla guarire!” – disse il barone con voce profonda.
Allora il padre Anacleto guardandolo in viso, sfatto come fosse tutt’altro che in via d’uscir guarito, diede un passo addietro e proruppe: “O che la fa bestemmiare in codesta guisa? E che vuol dire la faccia così smorta?”
“Ho fatto una mala azione, padre; e meriterei che mi si spogliasse della divisa, e mi si mandasse ai Francesi, che mi uccidessero!…. In casa al signor Fedele io non c’entro più, perchè uscii di camera, trovai Bianca…, le parlai…, e suo padre non c’era….
“Oh ragazzo! – interruppe il frate; – uomini che con una spada in mano affrontano la morte, tremano in casa d’amici, per una parola, per uno sguardo! O Bianca non è sua fidanzata? E quando non ci si trova niun male noi, voi ve lo trovate?”
L’Alemanno mise i suoi occhi verdastri, tra ciglio e ciglio al padre Anacleto; e gli parve di non aver visto mai viso impresso di più sincerità. Non aggiunse parola, si lasciò pigliare a braccetto, e condurre alla palazzina; discosta quanto un uomo destro lancierebbe, in due tratti, una pietra.
Là, il signor Fedele, tornato un momento prima da C… aveva cacciato il capo dentro la camera dell’Alemanno, ma vistola vuota, rimasto col piede sulla soglia, e col dito sul sali-scendi, chiedeva stupito alla cognata, che non s’era mossa dalla sala:
“E il signor barone?
“Il signor barone – rispose asciuttamente la cieca: – potete cercarlo fuori; in casa non c’è, e così non vi fosse stato mai!
“Oh lo spensierato che io fui! – sclamò il signor Fedele dandosi una palmata nella fronte: – spensierato che io fui a lasciarvi sole, a non tornare addietro, quando incontrai quel guasta capi di don Marco, che veniva da questa parte! Che c’è venuto a fare qui? Chi l’ha chiamato? dov’è? Ditelo, prima che vi ponga le mani addosso!
“Don Marco! – levossi a dire la cieca maestosa, mentre Margherita le si rannicchiava dietro, paurosa del padre imbestialito: – don Marco? Fosse venuto! ma egli non si cura di voi, nè di noi.., nè delle case come la vostra…!
“Zitta! – disse il signor Fedele tra denti: – udite? il barone arriva…, guai a chi osa fiatare”. – E spingendo la cieca e Margherita verso la loro camera minaccioso, le chiuse; poi si fece sulla scala a vedere l’Alemanno che saliva aiutato dal frate.
Il barone era pallido, e pareva tornato ai giorni in cui la febbre della ferita l’aveva più travagliato. Teneva, salendo, gli occhi nel signor Fedele; e come fu in cima alla scala, li girò attorno, cercando con gran desiderio. Il frate fece per disopra le spalle di lui, un cenno a quello, che era lì per prorompere chi sa(8) in quali esclamazioni; e fra tutti e due si diedero attorno a riporlo a letto. Egli si lasciava fare come un fanciullo.
Damigella Maria e Margherita spinte dal signor Fedele, in quella guisa brutale, nella loro camera, stavano questa sbigottita, quella così offesa nel vivo, e incerta di quel che s’avesse a fare; che si sarebbe chinata a baciare i piedi, a chi fosse venuto a darle un consiglio. E non le pareva vero che don Marco fosse passato da quelle parti, senza rammentarsi di lei, e fantasticava, e si lagnava di lui colla nipote. A un tratto si levò in piedi, e giunte le mani: “Oh guarda! – sclamò – e non ci aveva pensato. Oggi è il natalizio di don Marco, e di certo egli andò a dir messa laggiù a San Matteo. Non hai inteso la campanella, che sarà un’ora, suonava! E sì che mi pareva d’udirla dire: “vieni! vieni!” Margherita, dammi la mia pezzuola, poni in capo la tua, anderemo tanto che lo troveremo!
Margherita obbedì sollecita; e non viste nè udite dal signor Fedele, uscirono guadagnando spedite la via, che sul margine d’un rigagnolo detto dei frati, menava diritto a un gruppo di case, raccolte, come famiglia concorde, intorno ad una chiesicciuola, in fondo alla vallicella.
Là don Marco soleva andare il dì del suo natalizio, a dir messa e a pregare pei suoi vecchi; che erano stati di quel casale. I villani accorrevano dai campi e dai vigneti; reverenti a quel prete buono, che riveniva ogni anno, come la rondinella della gronda, a far sentire la sua parola d’amore nella chiesetta. Detta la messa, egli andava a far colazione con qualcuno di essi; poi se ne tornava a casa, e fino all’altro anniversario non lo si vedeva più comparire.
La cieca pensò, che il meglio era aspettarlo a un bivio, a mezza strada tra la palazzina e quel casale; e ivi si fermò appunto in quella, che egli spuntava a una svolta della via, camminando colla testa bassa, e forse pensando alla gente della palazzina, che vedeva poco discosta.
“È qui – disse Margherita, e damigella Maria si sentì dare un gran tuffo al sangue.
Appena le vide, don Marco affrettò il passo, e quasi turbato disse alla cieca: “grazie, o Maria, grazie! io da lei non mi sentiva il cuore di venirvi!
“O don Marco! in casa nostra non ci si può più vivere; ci comanda il padre Anacleto, e Bianca pare che le abbiano mutato il cuore. Venga, venga un po’ lei, ci scampi tutti, per carità…
“Andiamo – disse don Marco: e Margherita che s’era tirata in disparte, e in quel mattino s’era indonnita più che non avrebbe fatto in un anno; corse a dar in mano alla zia un po’ della sua gonna, come soleva, per aiutarla a camminare. Così mossero, badando essa e il prete, che la cieca ponesse a modo i piedi per quelle sassaie; e s’avviarono alla palazzina.
Bianca che non s’era più tolta dalla finestra della sua camera, gli scoperse improvvisamente. L’apparizione di don Marco, fu per lei, come se l’avessero posta dinanzi ad uno specchio, e di bellissima che era stata, si fosse vista divenuta deforme. Ripensò a quel giorno, in cui s’era andata a gittare a’ piedi della signora Maddalena, in casa del prete; sentì come un’eco lontana delle parole che aveva detto quel giorno; e misurato l’abisso che già la disgiungeva da quella d’allora; provò dentro qualcosa a guisa dei fanciulli, i quali svegliandosi al buio, colti da terrore, s’affagottano nelle coltri a segno d’affogare. La sua coscienza si fece codarda; e presa da uno sgomento invincibile, si cacciò su per una scaletta angusta, e si rifugiò in una torretta, che spiccava alta sul tetto della palazzina. Alcuni colombi, che annidavano lassù, turbati fuggirono a stormo per la campagna; ed essa, pensando che quegli innocenti l’avessero in orrore, si rannicchiò in quel luogo immondo, e non ebbe il conforto manco del pianto. Fu quello il momento più amaro della sua vita; ma pur di fuggire la vista di don Marco, sentiva che sarebbe stata lassù tutta l’eternità, come in luogo di penitenza.
Damigella Maria, Margherita e don Marco, giungevano intanto alla soglia della palazzina; e questi veniva messo dentro dalla cieca, in una stanza terrena, dove nella state si soleva raccogliere la famiglia a godere il fresco.
“Maria – disse egli – io aspetto qui suo cognato; vorrei parlargli da solo, gli dica che col suo comodo ci venga un momento.”
La cieca salì con Margherita, e trovato il signor Fedele che stava mangiando col padre Anacleto gli disse: “V’è di sotto una persona che vi vuole….”
Al tono della voce severo, al silenzio di Margherita, egli si levò da mensa, ricambiò col frate alcuni sguardi, discese a terreno, e si vide innanzi a Don Marco. Se l’aspettava e non se l’aspettava; ma da quel fino dissimulatore che egli era, non fece segno di essere scontento; anzi, gli fu incontro colle braccia aperte, come chi accoglie un amico desiderato.
“Fedele – cominciò don Marco – fummo amici da giovani.
“Amiconi, diascolo! In che ti posso servire?…
“In una cosa…; dimmi, in casa tua siete tutti felici?
“Felici! Tu insegni che il Signore felici non ne vuole; ma per quanto si può….
“Tu stai per maritare Bianca?
“Te lo voleva dire quel giorno, in cui venni in casa tua a pigliare lo sposo….
“Sposo! E tu pensi che Bianca lo ami, codesto sposo che tu vuoi darle? Bada, Fedele; al mondo, dei miseri ve ne sono già troppi; e pensa che degli affetti delle fanciulle, un cristiano deve farne altra stima da quella che si suole. La donna è abbastanza infelice da sè: e darla contro il suo cuore, a chi piace a noi; è forse un aprire la via della fuga alla virtù, che prima o poi se ne va. Tua figlia ama un altro; lo sai?
“Che ha il nostro Don Marco?” – entrò dicendo il padre Anacleto, disceso in quel punto, a porsi tra i due.
“Ho che qui si vuol rovinare una fanciulla inesperta! – sclamò Don Marco all’improvvisa apparizione del frate: – ed ella dovrebbe aiutarmi a fare che non avvenisse!
“Ma Don Marco, – disse il signor Fedele, tutto cuore a sentirlo: – chi ti fa credere, che io voglia maritare per forza mia figlia?
“Va – interruppe il padre Anacleto, sicuro del fatto suo: – va, falla venir quà, che egli la vegga, la oda; certe cose non c’è che vederle da sè… va….”
Fedele salì, in cerca di Bianca; e il frate e il prete rimasero un istante a guardarsi in viso.
“Don Marco; – disse alfine il padre Anacleto: – ella è il decano del clero di C…; parliamoci chiaro: viene per intercedere a prò di quel suo scolare di D…, Giacobino e Volterriano, più prossimo al carcere che all’aule, dove dà a credere di stare a studio?
“Empio? – rispose Don Marco: – io, quanto a me, non so a qual uomo getterei in faccia questa parola. Che io poi sia qui pel bene di quel giovane, è la verità….
“E poichè ella dice la verità, la dirò anch’io; sì anch’io son qui, e ci fui, e ci sto: lieto d’aver tolta Bianca al pericolo di perdere l’anima sua, e d’averla tornata nell’obbedienza del padre….
“Oh se noi, – sciamò doloroso Don Marco – se noi ci immischiassimo meno della salute dell’anime; e si pensasse a fare che sulla terra fosse un po’ più di giustizia! Si soffrirebbe meno, e si godrebbe abbastanza; e il fumo del peccato non s’innalzerebbe con quello degli incensi, che noi abbruciamo ogni giorno! Padre Anacleto, abbandoniamo questa casa ambedue, la luce del Signore vi discenderà da sè….”
A questo punto, il signor Fedele tornava con Bianca. L’aveva cercata coll’aiuto di Margherita, ed anche di damigella Maria; e scovertala in quel nascondiglio, erano riusciti a cavarnela più a forza, che colle preghiere. Di che stizzita, vergognosa, aveva dato in ismanie dapprima; poi sbigottita al pensiero dell’Alemanno che poteva udirla, e disperando d’essere lasciata in pace; “che si vuole da me? – aveva sclamato – che chiede Don Marco? Mi cerca? dov’è? io non lo fuggo mica!” E mentre la cieca si sentiva rimpicciolire il cuore, il signor Fedele quasi in punto di battere le mani dall’allegrezza, menava la figlia giù per le scale a quella stanza, dove erano Don Marco e il frate.
Alla vista dei due, Bianca fu quasi colta da capogiro: sentì gli ultimi pensieri di rispetto che aveva pel prete, cozzare coi nuovi postile in mente dal padre Anacleto, e involarsi; appunto come avevano fatto poco prima i colombi alla sua apparizione. E Don Marco, con voce impressa d’affetto pietoso le disse:
“O Bianca; sono venuto a vederti, e tu non mi dici nulla…, che pensi, che fai?…”
Essa chinò gli occhi e rispose:
“Io non ho nulla a dire… faccio quello che il Signore comanda…, obbedisco mio padre….
“Dunque tutto quell’affetto….
“Ho pianto abbastanza; – interruppe Bianca – e non voglio peccare, pur col rammentare il passato…”
Don Marco rimase come uomo che acciechi improvvisamente. Aperse le braccia, guardò in alto, e senza più dire parola, uscì di quella casa, dove gli pareva di sentirsi strozzare. La famiglia del cascinaio lo vide allontanarsi quasi fosse perseguitato da qualche nemico; e vide anche il padre Anacleto venir sulla soglia, e fargli dietro una croce, per mandarlo segnato e benedetto. Questi, rientrando, stava per fare le feste di quella sua nuova vittoria; quando tastoni, ansante, pallida come una morta, veniva giù della scala madamigella Maria.
“E voi – sclamava – voi avete scacciato Don Marco? Scacciate dunque me pure!” – E così dicendo faceva atto d’andarsene sola. Senonchè il cognato, il padre Anacleto, la stessa Bianca le furono attorno, e ingegnandosi di trattenerla, questa diceva:
“O zia, Don Marco se n’è andato da sè…, io gli dissi che farò quello che mio padre vuole, ed egli rimase contento che il Signore m’abbia illuminata….
“Illuminata! – diceva singhiozzando la cieca: dunque tu andrai lontana?… tu m’ingannavi?… Fu nulla tutto quello che io penai per te… o Bianca, Bianca!…” E presa tra le mani la testa di lei, le baciava i capelli, la fronte, la bocca, per tutto dove in quella angoscia le cadevano le labbra.
La fanciulla piangeva; il signor Fedele era quasi commosso; il padre Anacleto coglieva il modo di quetare la cieca, e diceva;
“Come! e tu Bianca non hai detto a tua zia, che lo sposo t’ha promesso di stare quassù; di far tua, se vorrai, tutta la valle; di riedificare il castello…, e tante altre bellissime cose? Datti pace Maria, tu starai sempre con essi, sarai l’angelo consolatore della loro casa; ma ora per carità non facciamoci intendere da lui; che potrebbe risentirne la sua salute.”
Damigella Maria, solo a udire che Bianca sarebbe rimasta sempre in C…, sebbene tutti quei giorni si fosse accostumata a fidarsi poco del padre Anacleto, si quetò un tantino; e disse che pigliava un po’ di tempo per trovare il partito che più le conveniva. Fu lasciata con Bianca; e il signor Fedele salì dall’Alemanno il quale stando a letto aveva udito quel viavai, ma per buona sorte non ci si era raccapezzato.
Nella palazzina si rifaceva la quiete, essendo quasi l’ora di mezzogiorno; e il padre Anacleto tornando al convento guardava se in qualche punto della vallicella scoprisse Don Marco; il quale dallo sgomento di quelle sconfitte, doveva a sentir suo, avere smarrita per lo meno la via.

CAPITOLO XI.

Se altra fosse stata la vista del padre Anacleto, ed egli avesse data un’occhiata alla via, che di là della Bormida, a seconda di questa, menava a D…; avrebbe scoperto Don Marco, sotto i vecchi castagni, avviato a quella volta.
Uscito dalla palazzina, che gli pareva di non aver più senso di nulla, il buon prete era andato alla ventura; ma a poco a poco rivenutigli i pensieri, aveva colto quello d’andare a D…, e là, detto apertamente ogni cosa alla signora Maddalena, porla in grado di sapersi governare col figlio. Il quale poteva capitare a casa da un giorno all’altro; e si sarebbe trovato ai fatti dolorosi, che s’andavano compiendo.
Per guadagnare la via che aveva a fare, gli era bisognato piegare a manca, e varcare la Bormida su d’una palancola, la quale si specchiava in un lago verdastro, formato dalle acque vorticose e raccolte là sotto, in un gorgo pauroso. Questo a chi vi passava sopra, dava le vertigini, e ne riverberava l’immagine, rotta in cento maniere. Di là del varco, fatti pochi passi su per un macereto, si trovava la via; e Don Marco vi si mise di quell’andatura, che consentivano gli anni, e la passione che lo turbava.
Così, colle mani appaiate sulle reni, un passo innanzi l’altro, fu in un’ora al villaggio di R…, mezzo ancora sossopra per la passata dello stormo di quei di D…. Cansò le case, pigliò i traghetti, e nascosto dalle siepi degli orti, si ripose più oltre sulla via maestra. Quando giunse a scoprir D…, i vichi sulle riva del torrente, il castello, il campanile, tutto parve sorridergli come ad un amico, e dirgli che dei guai di Giuliano, e dei patimenti della signora Maddalena, niuno sapeva nulla. Il suo sguardo si posò sulla casa di lei, che spiccava fra l’altre, col suo piazzale ombrato di viti prosperose; e a mirare quelle mura d’allegra vista, non sembrò vero manco a lui, che lì dentro si fosse annidata la sventura.
A quel punto del suo cammino, udì un cavallo che gli veniva dietro di trotto; e tirandosi in sulla proda della via, si fermò per lasciarlo passare. Il cavaliero era un ulano alemanno, di quei che avevano svernato a C…, il quale come fu vicino al prete, rattenne la cavalcatura, si scoperse, e facendo vedere un foglio, dimandollo molto rispettosamente:
“Signor prete, sarebbe lei il pievano di D….
“No, – rispose Don Marco: – Salga su quel monticello dove vede quel campanile; il pievano abita lassù; vada pur dritto che non può fallare….”
Il soldato salutò di nuovo, e ripigliando il trotto, tirò innanzi.
Ma così non fece Don Marco; chè avendo cansato la terricciuola di R…. per non imbattersi nel curato, il quale l’avrebbe annoiato col volerlo seco qualche ora; adesso si studiava passare in parte da non essere visto dal pievano di D…. nè da altri preti, che gliene potessero dire. Si sentiva mal disposto verso gli ecclesiastici; e disviando, discese sul greto del torrente, per guadare alla riva sinistra, e quindi arrivare alla casa della signora Maddalena, che giaceva su quella.
Al guado più agevole, sedette sul primo sasso che trovò, si scalzò lentamente; e dando uno sguardo alle sue gambe insecchite, quasi per confortarle a porsi nell’acque; sorrise, e pensò che tra non guari le avrebbe poste a riposare nelle buche dei morti. Entrato nell’acqua, i ciottoli del fondo gli scivolavano sotto le piante; ma sebbene ad ogni passo gli paresse di cadere, la freschezza dell’onda gli temperava il disagio, e guadagnò l’altra sponda. Là si rimise in gamba le grosse calze di lana, che non erano più nere, ma d’un colore come di panno strinato; poi contento del tepore che gli ravvivava le carni, prese un sentieruolo, il quale lungo l’argine d’una gora guidava al molino del borgo, donde in pochi passi, si saliva al piazzale della signora Maddalena.
Tra l’andare e lo stare a ripigliar fiato, ora a quella, ora a quest’ombra, aveva fatte quasi le ventidue; ed egli sapeva come fosse l’ora, in cui la signora soleva uscire per le sue passeggiate solitarie. Guardò pei prati e pei campi vicini, ma non la vide; perchè s’erano mutate in quella casa di molte usanze, massime in quei due mesi, ch’essa non usciva quasi più. Amava la solitudine; un cerchio plumbeo le si era venuto formando intorno agli occhi; dal tanto patire, le carni le si erano fatte scure; talvolta, si lagnava colla fantesca, d’avere le labbra arse, e nel cuore un caldo come d’acqua bollente; tal’altra rabbrividiva, e poi parlava di mostri che le era parso di vedere. Marta s’ingegnava di farle animo, diceva che di quelle scosse di nervi n’aveva provato anch’essa; e parecchie volte pigliava la via della montagna, e tornava carica d’erbe che conosceva per buone a quei mali; ma l’indomani le buttava via senza averle adoperate.
A guarire la signora sarebbe occorso altro aiuto. Suo figlio in casa, Bianca per nuora, e la dolce quiete; questi sì che sarebbero stati farmachi da giovarle! Ma di lui non si pregava che le notizie; di Bianca non aveva più risaputo nulla; nè s’era mai rischiata di chiederne a Don Marco per lettera o per altra via. Di quello che aveva inteso e veduto a C… le era rimasto qualcosa che la consigliava a non si fidar nel futuro; e sebbene la fanciulla avesse promesso di non essere d’altri mai; si mescolava a quella memoria l’immagine del signor Fedele, come quella d’un drago delle tante favole, che alla fine l’avrebbe costretta.
Per togliersi un poco a quelle idee lugubri, aveva trovato un passatempo che per quell’età, non era cosa da poco. Raccoglieva ogni giorno tre o quattro fanciulle del vicinato, e loro insegnava a leggere con molto amore. In questa impresa, essa e le alunne s’erano così dilettate, che queste sino dalle prime lezioni avevano imparato il gesummaria. Io non saprei con quale giudizio i pochi che allora sapevano di lettere in quella valle, avessero dato all’abicì quel nome, che sempre è sulle labbra alla gente che sclama per dolore, per uggia o per paura: ma so che lo si chiamava ancora a quel modo, sarà poco più di vent’anni.
La novità spiaceva a Marta, la quale ne mormorava tra sè ogni giorno; molestata dal monotono sillabicare di quelle donne: spiaceva a Rocco, perchè tra queste ci aveva la sua Tecla: e sopra tutti spiaceva al pievano, il quale non s’era potuto tenere dal dire di sul pulpito, che qualcuno della sua pieve, lavorava a far roba pel diavolo. Ma la signora Maddalena, pur avendolo risaputo non ci badava, e tirava innanzi da brava maestra.
Quel giorno, all’ora in cui don Marco si avvicinava, essa aveva seco, delle alunne, la sola Tecla… Questa, chi non l’avesse più riveduta, dal dì della partenza di Giuliano, a prima giunta non la ravvisava. Faceva allora i suoi sedici anni; e prima, niuno s’era accorto che fosse bella; perchè la sua faccia aveva patito il sole; e forse la gran sanità, che fa parere le campagnuole sin troppo virili, teneva nascosti i pregi delle sue forme. Ma da quando Giuliano le aveva dette, sul prato, le afflitte parole che rammentiamo; i contorni del viso e la persona le si erano risolti in molta bellezza: e a misura che immagriva, si avrebbe potuto somigliarla ad una statua, sbozzata alla grossa nella furia del creare, e poi condotta a fine con lungo affetto. Di certo le era entrato qualche dolore, che assiduo ma pacato aveva fatto migliore l’opera della natura; e parlava in essa dagli occhi neri e languenti, maestro d’un’anima nata con ali da volar alta, e tenuta in cambio, tutta l’adolescenza, nascosta e costretta come gemma in seno alla roccia.
La signora Maddalena, cui quel mutarsi della fanciulla, dava gran piacimento; stava, come ho detto, con essa in sala: e avendo terminata la sua lezione di lettura, diceva amorosa:
“Non ti puoi immaginare la dolcezza che provo! Prima che l’anno finisca, voglio che tu sappia leggere a modo, e scrivere. Così, se un giorno ti sposerai a qualche buon giovane, ti vorrà più bene. E allora ti ricorderai di me, nevvero?… Adesso provati a imitare questi segni che t’ho fatto in cima al foglio.”
A Tecla, quelle parole suonavano piene di mesti presagi, e insieme di dolci promesse. Si appoggiò al tavolino, e cominciò a menare la penna di pollo d’India, sgorbiando certe lettere che un po’ le riescivano somiglianti a scorpioni, un po’ a girini; e a tratti la penna impuntando come bestia restia, schizzava inchiostro fin sulle dita della signora.
In quella don Marco, giunto sul piazzale, si spolverava un tantino; e attraversato il corto andito, che dall’atrio metteva nella sala terrena, battè all’uscio pianamente, quasi gli fosse piaciuto di non essere inteso. Tecla corse ad aprire spedita.
“O Dio! – sclamò la signora, facendosi bianca come la baverina, che dal collo le si rovesciava sulla veste turchina carica; e movendo incontro al prete, rimasto a quel grido sulla soglia impacciato, gli prese la mano lo guardò fisso, gli lesse negli occhi. A lui la lingua gli andò in fondo alla gola; essa non trovò la forza a dir altro.
Con questa sorta d’accoglienza s’andarono a sedere vicino al tavolo, sul quale si vedeva il calamajo, la penna, il foglio sgorbiato da Tecla, e allora soltanto, così per aspettare che alla signora si quetasse quel rimescolo di sangue: “qui, – disse don Marco – qui abbiamo una scuola?” E pigliò in mano il foglio, ma non disse altro all’alunna, nè lodò la bella impresa, come sarebbe stato da lui. Tecla intanto accorta d’esservi di troppo, chiesta timidamente licenza, si tirò in cucina, sotto colore d’ajutarvi Marta in qualche faccenda.
“Dunque, tutte quelle promesse son divenute nulla! – disse la signora, certa d’avere indovinato quel che il prete portava.
“Le hanno fatto vedere che il mondo è vasto, bello, ricco di piaceri; Bianca ha dimenticato il suo paradiso. S’è fidanzata, bisogna rassegnarsi.
“Rassegnarsi! noi rassegnarci, ma Giuliano? Ah quel giorno, glie l’aveva pur detto che queste cose avrebbero trista fine…! O che sono le fanciulle dei nostri tempi? Come mai si può mutarsi tanto, com’essa, in sì breve tempo? E a udirla era pronta ad ogni martirio..!
“Sono cose che chi non le ha viste, manco saprebbe immaginarle: – rispose don Marco; e qui cominciò a narrare l’andata improvvisa in villa del signor Fedele; poi dell’Alemanno capitato a C…. ferito, e di nuovo di colui che se l’era venuto a pigliare per portarselo laggiù. Disse di quel tempo in cui non aveva avuto cuore d’andare a quella villa, e quanto gli rimordeva; raccontò quel che gli era incontrato poche ore prima; e ripetè le parole di Bianca, che gli era parsa fresca e rossa, e aveva detto di voler fare in tutto la volontà del padre suo, con tai modi, da non lasciare speranza di vederla tornata all’antico proposito.
Diceva di sentimento, ma badando a dar meno dolore che potesse alla signora; la quale a mano a mano che gli parlava, si abbandonava di nuovo nella sua stanca malinconia. Ma come se per quel giorno, non ne avesse abbastanza, doveva capitarle in casa don Apollinare con un’altra consolazione.
Chi fosse stato a vedere costui, scendere di castello, infilare il ponte, passarlo, piegare a manca verso la casa della signora Maddalena; avrebbe creduto che visto andarvi un prete forastiero, corresse a lagnarsi dell’ospitalità chiesta altrove, piuttosto che nel presbiterio. Ma egli veniva per tutt’altro, rosso in viso, e per quel che si capiva dal passo spigliato, con qualcosa nell’animo che lo agitava di molto. Alla fine delle fini il suo giorno era giunto per quel discolo di Giuliano; egli lo sapeva, e s’affrettava a dirlo alla povera madre, a farle dinanzi le grosse esclamazioni; proprio come un uomo tenuto sobrio gran tempo, che appena lo può corre all’odor del forno, con la voglia spasimata d’una buona satolla. Passando sotto quell’arco, vedendo quell’orto, si rammentò di quella tal mattina che Giuliano glie ne aveva dette di così scolpite; attraversò in fretta il piazzale, l’atrio, l’andito; ma all’uscio della sala non istette a picchiare, ed entrò da sè addirittura.
La signora Maddalena manco s’accorgeva di lui, se don Marco andandogli incontro, così per dire qualcosa, non gli chiedeva della sua salute.
“Io sto bene! – rispose il pievano: – ma non così tutti coloro che mi stanno a cuore. Suo figlio, signora, a Torino si finisce di rovinare.
“Che non l’è ancora abbastanza? – proruppe essa levandosi ritta: – ci pigli una volta me e lui! ci mandi schiavi ai Turchi; peggio di qui non istaremo!”
Queste parole, il modo in cui furono dette, la guardatura di don Marco, posero il pievano in gran confusione. Di che ripiegandosi un tratto in sè stesso: “io – disse – io che le ho fatto a lei…? Me ne vado e ognuno s’ingegni…!”
E fece atto d’andarsene; ma don Marco si pose tra l’uscio e lui per rattenerlo; e stava per consigliarli maggior carità, per la signora; senonchè questa aveva già presa la mano di don Apollinare, e tenendola umilmente e lagrimando diceva:
“No…! signor pievano, abbia compassione d’una povera madre, che non finirà di penare, sinchè non sia morta o impazzita! Mi dica tutto…, mi dica, e che io muoia se è tempo!
“Ecco! – sclamò egli spiegandosi di nuovo: – ecco che cosa le fruttò l’aver taciuto, quando egli mostrava di perdere il timor di Dio! Questa è una lettera, che ho calda calda da un soldato, spacciatomi a bella posta dal generale piemontese, che accampa dalle parti di Ceva, il quale l’ebbe da Torino, per la via di Mondovì: e in essa mi si chiede notizie di un Giuliano da D…, che studia laggiù, che è mio parrocchiano;… insomma si vuol sapere che soggetto è…! e se ne immischia la polizia, la Curia… tutti!”
Così dicendo faceva vedere la lettera, battendola sul dorso della mano sinistra, e aspettando che l’un dei due parlasse. La signora teneva il capo chino, colla mente negli abissi in cui il figliuol suo precipitava; don Marco, guardando il pievano, pareva studiare, come un sacerdote potesse aver cuore, di tormentare così fuor di maniera una donna già troppo infelice.
“Che ne dice, ella che fu suo maestro? – gli chiese alfine don Apollinare, vedendo che non gli si rispondeva nè dall’una nè dall’altro.
“Eh! – rispose don Marco – io dico, che questo miscuglio di monsignori, di polizie e di generali, mi pare una torbida cosa: e mi duole di vedere che noi preti, a quest’ora abbiamo lacerate mezze le pagine del Vangelo! Dia retta a me, faccia in pezzi cotesto foglio, li metta per segnacoli nel suo breviario; e ogni volta che li rivede, rammenti quel dettato che abbiamo sempre in bocca; non muove foglia che Dio non voglia.
“Altro che foglie! – proruppe il pievano – va in aria la intera foresta, e il vento della rivoluzione l’amulinella!
“O allora, qual riparo vi possono fare la Curia, la polizia, il generale di Ceva…? E Giuliano, un giovane che manco si vede sulla terra, che cosa può aggiungere alla grande bufera? Non gli faranno nulla… vedrà…
“No… nulla! – saltò su a dire la signora Maddalena, pigliando dalla sicurtà di don Marco, un subito ardimento: – non gli faranno nulla, perchè noi scriveremo, andremo, mi presenterò al Re!
“Il Re è stanco di perdonare – disse il pievano – e Dio non può più vedere la religione calpestata, i suoi ministri oltraggiati! Io ho qui la lettera; farò il debito mio, da cristiano e da pastore; ella scriva, mandi, vada, faccia quel che pare! l’ho avvisata!”
Ciò detto diè di volta, infilò l’uscio e scomparve, stizzito di non avere potuto sfogarsi, per quell’importuno don Marco. Il quale, rattenendo la signora, che voleva correr dietro al pievano per supplicarlo:
“Stia, – diceva: – e non si sgomenti…! E la marchesa di G…, non farà nulla per Giuliano? non l’avrà tenuto d’occhio?”
A questo ricordo, la signora Maddalena si fece in faccia, come sarebbe a dire un fiore, su cui discenda un raggio di sole dopo un ribocco di pioggia. E da quel nome pigliando lena, si mise col prete a pensar modo di chiedere alla gentildonna, che aiutasse Giuliano a scampare dai pericoli ignoti, de’ quali il pievano era venuto a parlare.
Ora la marchesa di G…, cui don Marco aveva raccomandato Giuliano, sin dal primo anno della sua andata a Torino; era di quei tempi, dama d’altissimo conto, in corte ai reali di Sardegna. Nelle due valli della Bormida, la si stimava onnipotente: e perchè vi veniva ogni anno a villeggiare, ora in quello ora in questo de’ suoi molti poderi, conosceva per quei borghi i primi casati. Rimase nelle Langhe memoria di lei onoratissima: e si parla tuttavia di giovani, scampati per opera sua, nei due o tre giudizii di quegli anni, in cui per tutto si vedevano Giacobini e nemici di Dio e del Re, da torre di mezzo. Tra l’altre si narra la storia d’uno scuolare, che carcerato con altri molti, la marchesa gli fece dire non pigliasse altro cibo, salvo quello che gli avrebbe mandato lei. Ogni giorno capitava in carcere una dozzina d’aranci pel prigioniero, e in capo a una settimana, egli potè uscire, e tornarsi libero alle montagne native.
La signora Maddalena e Don Marco, stettero un pezzo a fare e disfare disegni, discorrendo di Giuliano e della gentildonna: e appunto concludevano con quello di scriverle, quando Marta venne a dire che era l’ora di cena. La signora aveva più volontà di piangere che di muoversi; il prete era uomo di poco cibo, che se aveva in cuore qualche tristezza, di questa si nudriva come di vivanda succosa; ma ambedue per usanza di cenare sull’imbrunire, passarono in quella stanzetta oltre la sala, dove era la mensa apparecchiata.
Tecla, che s’era tenuta fino a quel punto in cucina, donde aveva inteso i discorsi di Don Marco colla padrona, e quella notizia portata dal pievano, appena ebbe veduto libero il passo per la sala; uscì di là in punta di piedi, turbata che non pareva il caso di trovar la porta, per cui andar fuori. Poichè fu sul piazzale diede intorno un’occhiata, come una fuggitiva che cercasse la via più destra. Il sole era andato sotto allora allora, ma se un ultimo raggio l’avesse percossa negli occhi, si sarebbe franto in due lagrime, che non potendo sgorgare, davano alla sua guardatura non so che addolorato e selvaggio. A un tratto parve aver afferrato un pensiero, una memoria: e correndo difilata a casa di suo padre, salì per la scala di legno sul pianerottolo che metteva nelle stanze, dov’erano i lettucci della famigliuola. Entrò guardinga; non vide nessuno: e fattasi vicino ad una vecchia ed ampia cassa, in cui suo padre teneva il frumento; disteso sul coperchio un fazzoletto, tirò giù dalla stanga una gonna d’indiana rossa, un giubboncello di panno azzurro, un grembiale d’ugual colore, che cinto la copriva fin dietro le anche; poi aggiunto un fazzoletto da capo stampato d’alberi e d’uccelli, e gli scarponcini da festa; di tutto fece un fagottino, aggruppò in croce le becche del fazzoletto, e buttò giù dalla finestra dietro la casuccia, in un orticello. Discese, scantonò non vista, raccolse il fardelletto, attraversò un vicolo, e fu sulla via che lungo la ripa del torrente, menava a seconda dell’acque. Era quella presa da suo padre due mesi innanzi, quando aveva accompagnato il signorino; e una volta in viaggio essa aveva inteso dire assai volte, che per chi ha la lingua in bocca ogni via va a Roma. Molti che tornavano dai campi, o che già cenavano sulle soglie delle loro casette, la videro passare; ma come erano usi a non le abbadare, così non fu chiesta da nessuno, che cercasse o dove corresse.
In casa sua l’attendevano a cena; e sulla madia finiva di fumare raffreddandosi la sua scodella di minestra; quando Rocco levando il capo, e stando per imboccare l’ultima cucchiaiata, pose gli occhi in quegli della sua donna, e le chiese: “e Tecla?”
“Chi lo sa dov’è? – rispose la moglie – ora che impara a leggere, non la si può più comandare….!
“Vai a vedere dalla signora padrona! – gridò Rocco irato ad uno dei figliuoli: e questi andato, tornò subito portando che di là Tecla era uscita da un pezzo. Allora la donna, si fece sulla porta, e colla voce più acuta che potè chiamò; “Tecla! Tecla!” tre o quatto volte. I più discoli della ragazzaglia che ruzzava nel vicolo, risposero per beffa imitando la voce della fanciulla; e la donna ingiuriandoli in cuor suo proseguiva a chiamare. Ma Tecla di qua, Tecla di là, questa non si faceva viva; ond’essa salì a veder nelle camere, e trovato che di sulla stanga era stata tolta la veste cogli altri panni della figliuola; tornò giù così in furia, che manco non vide la scala, e piantatasi di faccia al suo uomo, gli disse sgomenta “Tecla è fuggita!”
Rocco balzò ritto, e ruppe a quella nuova in certe parolacce, che le donnicciole del vicinato, affacciate a chiedere che fosse, si turarono le orecchie gridando: “Gesummaria!” Marta stessa, venuta alla voce, ne lo rimproverava! e intanto sull’aia, dinanzi la casa, si faceva folla come a vedere l’infortunio. Allora si cominciò a bisbigliare; e chi aveva vista Tecla, con un fagottino, passare dinanzi la sua porta; chi s’era abbattuto in essa e gli era parsa stravolta; uno le aveva tenuto dietro coll’occhio sino al tale punto, un altro sino alla tale svolta della via; sarà andata di qua, avrà tirato per di là, l’avranno maltrattata in casa; chi l’accusava, chi la compativa; e i più caritatevoli dissero che bisognava andare cercarla, trovarla dovunque fosse, perchè dei soldati Alemanni se ne incontravano da per tutto, e…. non osavano dire di più. Così gli uni correvano a pigliar lanterne, gli altri a munirsi di bastoni; la moglie di Rocco non faceva più che pianti: ed egli affaccendato a rispondere, a interrogare, ad allestirsi un lume; venne più volte a segno, che se avesse avuto lì uno schioppo, se lo sarebbe scaricato nel capo.
La signora Maddalena e Don Marco, saputo da Marta la cagione di quel tramestio, erano venuti fuori anch’essi; e quella tremava, e il prete accorreva pensando alle sciagure che in quel giorno facevano mazzo. Là si diede attorno a porre un pò d’ordine fra quella gente; e spacciandone per ogni banda, finì col mettersi insieme a Rocco ed a parecchi altri, proprio per la via presa da Tecla.
Questa a loro sentire non poteva essersi allontanata di molto; e in verità non era lungi più d’un miglio, sebbene avesse avuto tempo di far più cammino. Ma ad un bivio s’era fermata, incerta di qual parte doveva pigliare, e un pò spaurita dalla notte che s’era fatta alta. In quel sito, su d’uno rialto, coperto di cespugli maluriosi, sorgeva una croce, e Tecla a piè di quello la guardava di sotto in su, pregando con gran batticuore, “Madonna Santa! mandatemi un’ispirazione! da qual parte si va a Torino? non vado mica a dirgli nulla no…., vado a raccontargli che sua madre muore di dolore, s’egli non se ne viene via di là; che lo metteranno in carcere, che quella giovane…., ah… Madonna Santa, non mi lasciate qui smarrita!” Così stando le si era accesa la fantasia per modo, che le parve d’essere guardata da un paio d’occhi balenanti di dietro la croce; e raccapricciò, come avesse avuto lo spasimo di tutto quel roveto nelle carni. E subito rammentò che là un viaggiatore era stato morto dagli assassini; credè di vedere i tristi acquattati, e i loro ferri luccicanti nei cespugli, e il morto ruzzolare dalla ripa sanguinante a’ suoi piedi. Si abbandonò, si rannicchiò, si fece piccina, e non osando fiatare: “eccoli, pensava porgendo orecchio affannosa – vengono, mi uccidono; ma…. se dicessi loro quel che vado a fare a Torino? Chi sa che non mi ci menassero essi stessi? Ne ho intese tante di masnadieri, che alle volte fanno di belle cose! oh, mio Dio, sono qui..!” E si strinse vie più; quasi volesse farsi una buca nella terra; e un sudore freddo le correva per la persona.
Qualcuno veniva davvero, perchè lungo la via che essa aveva fatto, s’udivano pedate e parole; e fra i tronchi scuri degli alberi si vedevano due o tre lumi apparire e celarsi. Alla lentezza dell’avanzare, si discerneva che coloro cercavano con diligenza la riva del torrente; ma Tecla non potè badare a questo, perchè provatasi a fuggire, ricadde senza forza, e ravvolgendo la faccia nel grembiale, ruppe nel pianto più disperato che creatura umana possa versare.
Come la brigata fu al bivio, uno che precedeva di pochi passi vide quella cosa scura a piè del rialto; e correndovi accostò la lanterna. Non ebbe tempo di vedere che fosse, e Tecla facendo uno sforzo, con voce rotta dall’affanno gli gridava: “signore, sono una povera creatura, non mi faccia alcun male; vado a Torino a salvare il signor Giuliano…
“È qui, è qui, – urlava colui scoprendo il viso alla giovane mezza morta dalla paura. “Te lo do io il signor Giuliano!” gridava Rocco, smesso il rammarichio con cui si era venuto lagnando come un uomo che morisse svenato; e d’uno slancio fu sopra la figliuola sbuffando feroce, e colle pugna levate. Ma un’altra mano incontrò le sue sul capo della infelice; ed egli guardando chi osasse toglierli quello sfogo di padre, vide don Marco in atto così dolce, che gli fece cadere quel primo furore. E “orsù confessati – disse risoluto alla figlia – confessati qui a don Marco, che qualche gran peccato ce l’hai di certo. Suvvia… a chi dico? Comando io, o chi comanda?” e così dicendo, e ridestandosi in lui l’ira, torceva alla fanciulla le braccia.
“No Rocco – entrava a dire don Marco – questo non è fare da cristiano; date mano a Tecla, essa è vostra figlia, e si confesserà a voi, meglio che a me, meglio che a chichessia.”
E fatto raccattare il fagotto ad uno di quei villani, ai quali la sua parola tornava sì nuova e sì dolce; parlando di pietà, d’amore, di perdono, don Marco s’avviò con essi per tornare al borgo.
Vi giunsero che il ponte riboccava di gente, e chi una e chi un’altra, tutti in quella faccenda dicevano la loro. Don Apollinare anch’esso, disceso di castello, dopo aver ben chiarito, che non era affare di Francesi; alle congetture che ardiva fare, aggiungeva la sua, e tenendosi in mezzo ad un capannello di maggiorenti, diceva.
“Tutte baie! Quella ragazza va a male da due o tre mesi in qua; ed io ne sono certo, e dico che ha pigliato il maleficio. Chi in una mela chi in un garofano, ne ho viste molte che l’avevano preso; e tutte finirono col fuggire improvvisamente di casa, come, salvo l’anima, i cani che vanno in rabbia….
“Dice bene il signor pievano; salva l’anima, come i cani! – rispondevano coloro: – eccola, eccola, l’hanno trovata, è qui….” E tutta quella gente si affollava, in capo alla via.
“Vieni qua… menala qua che la vegga… – diceva il pievano a Rocco – fategli largo….. Eh? di queste ne ho a sentire nella mia pieve? – E levando il bastone sopra la fanciulla, che veniva innanzi trascinata dal padre; – ma se l’ho detto, continuava, è malefiziata! non la vedete com’è stravolta? Va, tienila chiusa, mettile in bocca una foglia d’olivo benedetto, falle bere un sorso d’acqua santa; domani la condurrai in chiesa, faremo l’esorcismo; e se il diavolo non le uscirà di corpo, bisognerà condurla a Savona, a farla esorcizzare nella miracolosa cappella del Cristo risorto.
“Ma signor pievano! interrompeva don Marco, che stanco com’era, arrivava un po’ dopo degli altri: – che parla di malefici, di esorcismi… di diavolo…? Ho visto questa fanciulla a piè d’una croce costaggiù, e lei insegna che il diavolo fugge dalla croce….!
“È vero…. l’abbiamo sin per proverbio…. fuggire come il diavolo dalla croce….! dicevano gli astanti.
“Oh! si persuada? – proseguiva don Marco pigliando a braccetto il pievano, cui l’assentire dei suoi parrocchiani toglieva l’ardire: e tirandolo via verso la salita del castello gli andava dicendo: “ai demoni e ai malefici, si crede meno di quel che pare; per carità, badiamo a non nuocere a nessuno, e tanto meno a fanciulle povere e senza difesa….”
Rocco, colto il destro, s’allontanava con Tecla; i signori e i popolani, chi lieto, chi mal sazio, si dispersero ognuno verso casa sua; i due preti si fermarono a piè della salita del castello; e chi fosse stato dietro a un oratorio che ivi sorge antichissimo, avrebbe inteso don Marco continuare il suo discorso col pievano; il quale lo lasciava dire, come quegli fosse stato un vescovo, ed egli un chierichetto novizio.
“Le sarò grato – diceva don Marco – le sarò grato d’essersi persuaso; d’avere smessa l’idea d’esorcizzare quella povera giovane, perchè sarebbe morta di vergogna…. Ma ora ho un’altra cosa, per cui sarei venuto domani mattina a pregarla: e giacchè siamo qui…, mi dica…. a quella lettera d’oggi risponderà….?
“E come no? – sussurrava il pievano.
“Risponderei anch’io; ma mi dimenticherei di qualunque corruccio. Pensi, signor pievano, che là in quell’angolo della sua pieve, vive una povera madre, che non sa più a qual santo volgersi per un po’ di pace. Io credo che la troverà nella tomba, perchè non durerà più a lungo. Ma un giorno quando gliela porteranno morta, a farla benedire, sotto le vôlte della sua chiesa: e il popolo che le vuol bene, la piangerà come una madre perduta; qual consolazione per lei, poter dire: io le ho fatto un beneficio, e questa donna lo deve a me se non è morta da tempo….?
“La signora….. povera donna, è degna di rispetto…. – rispondeva don Apollinare: – ma lui, quel suo figliuolo, quell’insolente che farebbe ingiuria al paradiso…! Qui il pievano s’accendeva, ma don Marco sempre con dolcezza:
“Senza macchia non v’è manco il sole! Eppoi, sia pure Giuliano quel che le pare, ma sta bene a un prete giocar di vendette? Sta bene a noi essere i primi, a portar la lanterna al bargello? E se domani, se fra venti giorni la guerra ci portasse in casa i Francesi; e qualcuno si pigliasse la briga di dir loro che ella ha perseguitato un giovane, che la pensava un po’ alla loro maniera? La vendetta rifiglia, ella lo sa; e se i Francesi ponessero le mani addosso a lei?
“Io…. – disse il pievano sentendosi arricciare la pelle più assai di quella volta, in cui il padre Anacleto gli aveva dette a un dipresso uguali parole: – io scriverò a Torino che Giuliano è un giovane…. sì, un giovane…..
“Via…. un giovane dabbene, dica! Mi porto via la sua promessa, signor pievano; e se non ci vedessimo più, le sia dolce quanto a me, pensare che l’ultima volta abbiamo fatto insieme un po’ di bene….”
Ciò detto, e strettagli la mano con gran sentimento, lo lasciò a piè della salita; e s’affrettò a casa di Rocco, dove non sapeva come avrebbe trovata la povera Tecla. Sull’uscio della casetta s’imbattè in lui e nella moglie, che si bisticciavano, circondati dai figliuoli; ma la fanciulla non v’era, perchè la signora l’avea scampata a fatica dalle furie della madre, e se l’era tirata in casa per tenervela quella notte. Don Marco si fermò un tratto da Rocco per consigliare a lui e alla moglie pazienza e pace; poi fece quei pochi passi che correvano di là alla casa dalla padrona. Marta lo aspettava nell’atrio, struggendosi dalla voglia di parlargli: e appena lo vide gli si piantò in faccia, e gli disse:
“Mi perdoni; ci ha capito nulla lei nel fattaccio di questa sera? No? Ebbene, io invece ci ho capito che la ragazzona è innamorata del signorino! Già me ne era accorta quest’oggi, mentre ella parlava colla padrona, e quando il signor pievano venne a dare quelle brutte nuove; Tecla pareva sul fuoco, e piangeva. Ora questa scappata…. quel fagotto…. vorrei parlarne alla signora….
“Date retta, Marta, la signora lasciatela in pace.
“Ma se venisse il signorino a casa…? Questa ragazza….
“Lasciamo questi discorsi, Marta, e domani sarete più contenta d’avere parlato poco.”
La fantesca tacque, gli aperse l’uscio, ed entrò dietro di lui. La signora Maddalena scendeva da una camera, vicina alla sua, dove aveva posta Tecla a dormire; e fattosi incontro al prete gli chiese:
“Ebbene, che diceva il pievano?
“Il pievano? Parlò di malìe, di malefici, di diavoli…; voleva che Tecla gli fosse menata domattina per esorcizzarla….
“Oh! allora dovranno venirla a togliere di qui a forza! sclamò la signora, lieta di potersi porre a qualche sbarraglio, ora che suo figlio pericolava a Torino: – di qui Tecla non uscirà più; alla fine delle fini, baciar la polvere ogni volta che il signor pievano lo vuole, non è manco da cristiani!
“Ma egli ha smessa l’idea; – aggiunse don Marco – ed anche mi ha promesso di scrivere a Torino lodando Giuliano.”
Discorsero un altro poco di Tecla, del signorino, del pievano; e quindi si lasciarono colla buona notte. Don Marco fu accompagnato da Marta nella camera di Giuliano, dove la signora faceva tenere il letto sempre rifatto, perchè a vederlo le pareva che il suo figliuolo non fosse via: ed era una sua dolce illusione. Là il prete vide libri e schioppi in bell’ordine; e avvicinatosi allo scrittoio trovò su certi fogli molti visi di donna abbozzati, che tutti somigliavano a Bianca. “Gran musa l’amore!” disse tra sè, e sedutosi, cominciò a scrivere la lettera a quella gentildonna di Torino, molto raccomandandole il suo antico scolaro. Poi si coricò, e don Apollinare, Giuliano, il signor Fedele, l’Alemanno, Bianca e quella Tecla infelice, forse più di tutti; gli uni con faccia di scherno, gli altri di dolore, gli facevano nella fantasia una ridda, che gli metteva la febbre. Meditando sul fatto di quella sera, e sulle parole dette da Tecla nel punto in cui era stata trovata; finì per credere che Marta avesse ragione, e che la fanciulla fosse davvero innamorata del signorino. Il primo pensiero fu di immischiarsene pel bene di tutti, ma gli parve di sentirsi negli orecchi una gran risata del padre Anacleto, e la voce di lui dirgli: “prete, tu trovavi a ridire di me?” Con questo, contro ogni sua speranza, gli venne il sonno; e in casa la signora Maddalena tutto fu quiete, come fosse stata non abitata.

CAPITOLO XII.

L’indomani un po’ dopo l’alba, don Apollinare stava sotto il portichetto della chiesa, con parecchie divote che avevano udito la messa; lo speziale apriva la bottega, e uscito a vedere che tempo facesse, si mescolava al crocchio: un uomo attempatetto, che era il cerusico, montato su d’un cavalluccio per avviarsi a visitare i malati, si fermava a barattar con essi qualche parola, sul fatto della sera innanzi: parevano l’ultima nuvola d’un temporale notturno, risolto da un vento benefico, in un mattino quieto.
Marta, che manco per mezzo mondo, non avrebbe lasciata nella propria vita la lacuna d’una messa perduta, perchè le sarebbe parso di non si poter più fidare tranquilla all’eternità; aveva penato a non trattenersi a dire anch’essa la sua; ma si era fatta forza, e discendeva di castello frettolosa, per giungere a tempo, se la padrona e don Marco levandosi, bisognassero di nulla. E camminando le pareva di aver sognato, su quello che le era stato detto dalla signora, che Tecla, da quel giorno in poi in cambio di andare a pascere il branco, e a spigolare dietro i mietitori, sarebbe rimasta in casa come una figliuola. Il villano che per pietà prese la serpe a scaldarsela in seno; al sentire di Marta non se n’era di certo pentito, come la si sarebbe di poi la signora, inconscia del capriccio annestatosi in capo alla figlia di Rocco. Eppure non poteva avvisarla, non poteva dirle che badasse bene. Perchè don Marco l’aveva consigliata a tacere quel suo sospetto: e per essa contradire un prete, se proprio non v’era tirata pei capelli, valeva quanto usare scortesia ad un angelo del cielo, se l’avesse incontrato per la via, come ai tempi d’Abramo.
Giunta a casa, trovò che la padrona, don Marco e Tecla, facevano colazione, sebbene non fosse peranco l’ora; e vedendo che la fanciulla, servito il latte, ed affettato il pane, sedeva a mensa con essi, assai bene composta; capì con dolore, di non essere necessaria là dentro; ingelosì, corse in cucina, e forse pianse. Tecla s’era accorta dell’animo di lei, e dalla confusione manco non aveva osato levare gli occhi a guardarla. La signora e il prete non badarono ad esse; occupati l’una a pregar l’altro di rimanere, mentre questi si schermiva, e persisteva nel voler partire; e alla fine s’accommiatava che poteva essere un’ora di sole. Passando dinanzi alla casuccia di Rocco, vide costui che dava dentro nel pestello, a fare un savoretto d’aglio da spalmarne la polenta; e capì che il pover’uomo, mezzo scornato la sera innanzi, stava sulla porta a pestare, perchè le donne del vicinato lo vedessero, e fossero persuase che in casa sua v’era tutt’altro che guai, che anzi vi si scialava a mangiare. Lo salutò, senza potersi tenere dal sorridere di quella semplicità; e Rocco e la sua moglie riconoscenti, per poco non gli chiesero la benedizione, come ad un monsignore.
Indi a poco Anselmo, fatto chiamare dalla signora Maddalena, giungeva a cavallo in sul piazzale. Questa afflitta per l’addio di don Marco, gli diede la lettera di lui da portare in Alba, al gastaldo della marchesa di G…; coll’incarico di dire a costui, che la mandasse in gran diligenza alla sua padrona in Torino. Anselmo avute le raccomandazioni e alcune monete, levò il trotto allegro come il sole di maggio; e poi che fu sparito, la signora, Tecla e Marta si ritirarono in casa, ognuna pensando a Giuliano secondo il proprio cuore; meste come se quella solitudine in cui rimanevano, non avesse dovuto mai più finire.
E Giuliano? Avveniva di lui come di tanti, che mentre a casa loro si sta dì e notte in pena per essi; cercano lontano gli spassi e la lieta vita, badando a fare i magnifici della roba sparagnata dai parenti?
Se fosse stato a D…., sotto gli occhi di sua madre, non avrebbe potuto essere più raccolto, nè più severo di vita; e dal dì del suo ritorno a Torino, che facevano appena due mesi, s’era così mutato, da mostrare qualche anno di più. Seguiva di lui, come di certe fanciulle, che dall’oggi al domani ti capitano innanzi indonnite: e pareva un uomo, che già avesse trovato il suo da fare nella vita. Non era malinconico, sì che altri se ne accorgesse, ma schivava ogni spasso; taciturno e solitario, invece d’uno scuolare, che non vedeva l’ora di potersene tornare medico alle sue montagne; lo si avrebbe creduto uno dei tanti fuorusciti francesi, che di quei giorni, andavano randagi coi segni in viso di lutti domestici, o di sconfitte toccate alla loro parte. Faceva le sue passeggiate per le vie più deserte della città; desinava or qua, or là nelle osterie più basse, per ascoltarvi i discorsi dei popolani, i quali già osavano sussurrarsi qualche parola, e mostrarsi vogliosi di vedere i mutamenti del mondo: e il meglio delle sue giornate, studiava nella camera, che aveva presa a pigione sui lembi della città, dalla banda della fortezza; luoghi memori dell’eroismo di Micca, di cui non so se i discendenti rosicchiassero sin d’allora il tozzo di pane, dato dai re di Sardegna alla schiatta del prode. Di certo gli accadde più d’una volta, di meditare sul gran gesto del popolano Canavese, e di vederne l’ombra passare nelle tenebre, colla face in mano, e coll’anima immortale tutta negli occhi. E pensando ai Francesi combattuti da lui, e a quelli che adesso si affacciavano all’Alpi; gli parve che a mutare l’ire dei popoli in fratellanze durature, non mancasse che un po’ più di luce nelle menti delle moltitudini.
Il mattino e la sera, soleva salire sulla terrazza della casa; e di lassù pasceva l’animo contemplando la natura, maestra sovrana di chi sa capirne i divini linguaggi. E talora sprofondava lo sguardo nelle valli delle Alpi, velate dall’azzurro vaporoso delle lontananze; e colla fantasia trovava in seno ad esse, i villaggi, sorgenti in mezzo al verde dei prati irrigui, o fra macchie di pini. Sulle case vedeva levarsi i campanili delle chiese; e all’ombra di queste, serene figure di vecchi parrochi, sedere fra i borghigiani, poveri e degni di riverenza. Ma la memoria di don Apollinare, subito gli guastava nella testa la dolce visione. “Illusioni, illusioni! – diceva – tali quali si fanno, i preti sono tutti d’una maniera; noi ce li figuriamo sacerdoti, e in cambio non sono che uomini, i quali più o meno fanno un mestiere.” Spingeva allora quello sguardo dalle valli basse alle altissime vette; e si pregava d’essere un pastore, d’avere lassù sua madre e Bianca, per vivervi con esse d’amore, di meditazione e di libertà. Poi si volgeva dalla parte di mezzodì, cercando nell’orizzonte gli Apennini nativi, sebbene sapesse di non li poter scoprire; e colla guancia raccolta in una mano rimaneva in quell’atto sin che facesse notte, e la città e i colli che soggiogano il Po, cominciassero a brillare d’innumerevoli lumi. Fantasticava su questi, quali rischiarassero le quiete cene delle famiglie; quali il piacere, lo studio, il dolore, e quali la morte. Allora lo coglieva un’onda di pensieri lugubri; e se qualche rintocco di campana gli veniva di lungi nell’orecchio, provava di quello un’amarezza soave, e pensava alla religione della sua giovinezza come ad un bel sogno, che non gli era dato rifare. Altrettanto gli accadeva, passando la sera dinnanzi a questa o a quella chiesa. I suoni dell’organo gli avevano molte volte rotto il passo, e si era fermato. L’ombra che piena di misteriosi inviti, avvolgeva i divoti; la luce tremolante che diffusa dall’altare si frangeva nel fumo degli incensi; la voglia dei ricordi infantili serbati nel cuore; tutto gli faceva forza. Ma ecco il ricordo delle sue vacanze di Pasqua; ecco l’immagine di don Apollinare affacciarsi di nuovo alla sua mente; ecco quelle di tutti i preti a lui noti; e sola tra tante la umile, mesta, quasi rifiutata figura di don Marco, che gli paresse spirare qualcosa della religiosità predicata dal clero. Allora egli tirava oltre, pensando se mai fosse venuto sulla terra un sacerdozio veramente cristiano; e finiva ricoverandosi nello spedale, cercando il letto dell’infermo che fosse più giù della vita; e medico a un tempo e consolatore, vi stava la notte intera. E se su quel letto discendeva la morte, le parole “parti o anima cristiana….” suonavano all’orecchio del moribondo sentite, piene, feconde; gli infermieri piangevano, e loro pareva di non averle mai udite, nel modo che quel giovane, selvatico e fantasioso, sapeva dirle. Egli credeva.
Quelle notti passate fuori di casa, avevano dato nell’occhio alla vecchia che li appigionava la camera; la quale aveva notato, come oltre a quelle, si ritirasse anche ogni altra assai al tardi. Accostumata con giovani pigionali, che i più non si davano pensiero, se non di far buon tempo; pensava che qualche intrigo di basso amore, lo tenesse fuori fino a quelle ore insolite; ed era stata più volte a un pelo di lagnarsi con lui, che non l’aveva posta di mezzo in tali faccende. Se egli avesse indovinati i contacci, che colei faceva sui fatti suoi; ne avrebbe preso sdegno, come fanciulla dabbene cui venga usata villania disonesta; e messo in fascio roba, libri, ogni cosa, sarebbe tornato di casa altrove. Ma in tutto il tempo che era stato là dentro, non aveva barattato con essa quattro parole; non le aveva mai dato appicco di dire più che il buon giorno, o la buona notte; augurio sibilato tra i denti lerci da quella arpia, mentre gli porgeva la lucerna, che egli pigliava camminando difilato in camera, senza badarle. Così ignorava di che tempera essa fosse, e come non avesse saputo porre gli occhi sopra di lui, giovane e bello, senza bruttarlo coi suoi pensieri. Quella era una donna, che guardando il cielo stellato; non vi avrebbe visto più di quello che vi vedono le giovenche e gli altri animali: e Giuliano, casto come i veri forti, e pieno di amore per fanciulla lontana, cui si avvicinava col pensiero, ora per vie ridenti di fiori d’ogni generazione; ora per altre meste come quelle dei cimiteri; non meritava d’essere giudicato da lei. Ma questo era il minor male che gli potesse incontrare; perchè, guai a lui, se essa avesse avuto naso più fino! Persona da saper fare d’ogni lana un peso, sarebbe andata ad accusarlo al bargello; e una bella notte avrebbe fatto lume ai birri, venuti a levarlo di quella cameretta; che allora valeva quanto essere spacciato. Egli s’era scritto ad una di quelle compagnie d’uomini amatori di cose nuove; e usava trovarsi con essi ai notturni convegni. Quelle compagnie erano già numerose, e da quartiere a quartiere, da città a città, si cercavano, si davano l’intesa, si adunavano di segreto, crescevano ogni giorno di speranza e d’ardire. In quelle fratellanze misteriose, egli si vedeva accolto di gran cuore, come giovane di alti pensieri, d’animo pronto e devoto; stimato dai compagni di studio come uno dei loro capi. E della scolaresca, i buoni s’ingegnavano di somigliargli; i chiassosi, diluviatori, sfaccendati, n’avevano soggezione; e nelle ore pentite pensavano a lui, invidiandogli quella sua bella natura. La parola di Giuliano suonava in quei convegni, ricca di immagini come sogliono averla i marinai ed i montanari; si capiva che tutto quello che egli diceva lo credeva, e sarebbe morto per confermarlo, se fosse bisognato.
A lui si leggeva in viso qualche segno, come di una potenza che dall’infuori gli governasse l’animo; ed era un occhio dolce di donna, che egli si vedeva dinanzi, intento, amico, ispiratore. Quell’occhio lo accompagnava per tutto, sotto quella vista cresceva nell’arte sua; s’afforzava nei pensieri di ribellioni generose; s’avezzava sobrio ed austero; studiava, sperava ed amava: la scienza, la rivoluzione, sua madre e Bianca, erano i suoi amori. Di questa, in tutto il tempo che mancava da D…., non aveva avuto nè chieste novelle; non volendo risicare la ricca illusione, per sapere cose che, delle due l’una, o erano conformi a quella, o tali da struggerla tutta. Pure gli incontrava sovente di non si poter levare dal cuore una mestizia, che gli recava in malaugurio ogni cosa. Il parentado con Bianca gli pareva stornato da lunga pezza; immaginava che l’Alemanno l’avesse sposata in quei mesi, o fosse lì per isposarla; voci misteriose lo ammonivano dal fondo del cuore; di pensiero in pensiero, di dubbio in dubbio, andava tant’oltre che vedeva il corteo nuziale, l’altare, il frate, i due felici sorridentisi alla balaustrata della chiesa di C…. là dove fin dai primi anni che aveva vista Bianca, egli s’era messo a sognare d’inginocchiarsi con essa, a darle l’anello.
Se ne sentiva al cuore un dolor di morte; ma subito il dolersi, il piangere, gli parevano uno sfogo dei dappochi, e gli balenava l’idea del ritorno improvviso. Tornare, sì, a casa; correre a C…, scendere dal signor Fedele, e sposa o no, portarsi via Bianca. Ma…. “se fosse già di quell’altro” gli chiedevano quelle voci misteriose; “se la fortuna ti pigliasse a gabbo, così che tu capitassi laggiù proprio a vederli in chiesa, a udirli dire di sì…” Allora gli si levava dentro un fiotto d’ira, e sin che non gli suonassero nella memoria le promesse di Bianca, portategli da sua madre quando era stata a C… in quelle vacanze di Pasqua, meditava cose lugubri. Tornata la calma, ripigliava lena a studiare; affrettava coi voti il giorno in cui sarebbe partito da Torino colla sua pergamena da dottore in saccoccia; gli bisognavano poco più che due mesi, e poi il signor Fedele e il suo Alemanno l’avrebbero visto.
Con questo frequente mutarsi di timori, di dubbi e di speranze, viveva e scriveva a casa ogni quindici dì, quando la posta correva; e tra bene e male veniva anche per lui la fine di quel maggio, nel quale dalle sue parti era accaduta, la spedizione del popolo in armi al Settepani; la conversione di Bianca; l’assunzione di Tecla a più nobile vita: quel maggio in cui per amor suo, la signora Maddalena non s’era manco accorta della bella stagione, nè aveva sentito quegli inni che il cuore canta anco ai più miseri, e il labbro non sa ridire, nè il poeta ha mai scritto.
Un di quei giorni, che la lettera di don Marco alla marchesa di G… era capitata al suo destino, meglio che da una settimana, Giuliano stava alla finestra di quella sua cameretta, coll’occhio rivolto alla fortezza, dove era un insolito moto. Vedeva sugli spalti erbosi molti soldati, e sui vasti piazzali un addensarsi di schiere, un andare e venire di messaggeri; con quell’aspetto strano che avrebbe un villaggio dove non fossero nè femmine, nè fanciulli; e gli abitanti vestissero tutti ad una foggia, e non sapessero camminare se non armati, allineati in molti, stecchiti ed arcigni. Turbe di popolo traevano dalla città, e si fermavano a piè delle mura ferrigne; dal ciglio delle quali sporgevano molti cannoni a guisa d’animali che posassero, e luccicando al sole, parevano mandare biechi ammiccamenti. A un tratto comparvero, dentro quelle mura due uomini, accompagnati da un drappello di fanti sino a mezzo lo spazzo; e là sederono su due scranne, ciascuno con una persona nera allato, prete o frate. Giuliano, sentì, come se fosse stato al posto d’un di quei due, il peso degli sguardi di tutte quelle schiere; capì che erano condannati a morte, e sentì un rapimento dell’anima in alto; a guisa di aquila, che turbata od offesa, va a nascondersi tra le nubi. La scena, rimasta silenziosa un poco, fu mutata da un suon di tamburo; la folla fuori la fortezza ondeggiò commossa da quel suono; i soldati fecero un gran moto di braccia e d’armi; le sentinelle uscite dai casotti degli spalti si atteggiarono a rispetto: qualche cavaliere corse su e giù, dall’uno all’altro dei gruppi pomposi di pennacchi fluttuanti; poi il silenzio tornò lugubre. Allora un ufficiale s’appressò ai due condannati; si vide all’atto che strappava ad essi le assise, mentre un altro a cavallo pareva leggere un foglio, forse una sentenza: quindi s’allontanarono e rimasero i preti, i quali bendarono gli occhi agli infelici, poi se ne staccarono anch’essi; e allora s’udì un fragore di molti tamburi e uno squillar di trombe, un nembo di fumo avvolse per un istante quei due; e subito dissipato dal vento, li lasciò vedere a Giuliano distesi a terra…… Si levò dalla finestra collo scompiglio nell’animo; e quasi senza avvedersene, sbattè le imposte e gli scurini in faccia alla luce, che non gli entrasse in camera; adesso che aveva rischiarato l’orribile scena. Poi si buttò sul letto bocconi, e colla faccia contro il guanciale, stette tribolandosi in abissi di fantasmi, di luci stranissime, di deformità chimeriche. Indi a poco, irrequieto come per bevanda che lo turbasse, si levò da giacere, riaperse la finestra, provò un altro desiderio; uscire, andare a una lunga passeggiata, fuori la città: andare, andare dove che fosse, anco lontano fin dove il vento arrivava a soffiare.
Uscì col fare d’un uomo che preso il broncio in famiglia, vada a gironzare per isvagarsi; e discendendo trovò per le scale un tale, che aveva rondinato sulla via, mentre egli era alla finestra a guardare la scena descritta quassù. Costui soffermatosi a fargli largo, si scoperse il capo rispettosamente, e domandollo del suo nome.
“Giuliano…. da D….” rispose il giovane che non badava ad andare sconosciuto; e si fermò anch’egli a figurare quell’uomo, il quale inchinatosi un’altra volta gli disse:
“S’è tanto mutata, da quando non l’ho più riveduta, che penava a ravvisarla. Come vede dalla mia livrea, io servo la eccellentissima marchesa di G…., la quale mi manda a cercare di lei da parecchi giorni, e questa sera la vuole nel suo palazzo.
“Ditele in mio nome, che non dimenticherò di venire.”
Il servitore fece la sua terza riverenza e s’accommiatò. Giuliano gli tenne dietro, strologando sull’avventura, e su quello che la marchesa di G…. poteva volere da lui; non tornato più a rivederla dalla prima volta ch’era venuto a Torino, due anni innanzi: e come fu sulla via, si lasciò portare dalle gambe, senza por mente verso dove.
Per chi sa quali varchi, che a noi non importa conoscere, riuscì di là del Po; dove i margini del fiume reale, le colline, il monte dei Cappuccini, gli parlarono delle rive modeste ed amene della sua Bormida, e del castello di D…., al quale il monte ed il convento somigliavano un poco per le conformità e per la postura. Ma, non sapendo neanch’egli qual fosse, desiderio suo, o invito che venisse dall’aria; pigliò la via che saliva lassù, e pareva quella che a D…., per l’erta del colle, menava al presbiterio di don Apollinare. L’acciottolato, l’erba delle prode, l’ombra delle quercie, tutto v’era come a D…; senonchè là si abbatteva in frati che discendevano, in divote brigate che montavano; il colle pareva un luogo santo di pellegrinaggio: al castello di D…. in cambio, salvo i dì di festa, non si vedevano mai che le stesse persone, i signorotti della terra, che menavano vita allegra e sconclusionata.
Giunto in cima, dove chi s’affaccia al muricciuolo che cinge il sagrato, può secondo la natura sua accontentarsi di guardare la città sottoposta; o per quanto gli vale l’occhio, ammirare la vista sterminata di pianure, di colli, d’acque e d’Alpi, che fantasia umana non saprebbe trovare più bella; si arrestò, crollò il capo, diede di volta senza pur badare a quello spettacolo, in cui l’animo suo si sarebbe ricreato altra volta lungamente. Tornò a valle, infilò la via lungo la riva destra del fiume, verso Superga; andò su e giù un poco come smemorato; poi trovato un navicellaio, scese nel burchio e si fece traghettare all’altra sponda. Di là per campi e per vie traverse, andò a porsi in un’osteria campestre, vi mangiò vi bevè; s’allontanò quindi nè tristo nè lieto più di quello che fosse stato tutto il giorno; e per altra porta da quella che aveva passato ad uscire, tornò in città che il sole andava sotto.
Ridottosi in camera, si pose in gamba le meglio brache del suo corredo; indossò un panciotto ed un giubboncello di seta, ornati assai bene di sopragitti lungo le occhiellature, alle pettine, ai paramani; calzò un paio di scarpini leggeri; e tornato fuori prese la via verso il palazzo della Marchesa. Là trovo una turba di servi a terreno, una turba su per le scale; e in cima a queste gli si fece incontro quel domestico, che era stato il mattino ad invitarlo. Costui lo mise dentro ad una vasta sala, illuminata che meglio non poteva essere se vi fosse stato il sole; popolata come una chiesa in tempo d’uffici; e lo accompagnò coll’annunzio del suo nome alto e sonoro.
Giuliano si fermò sulla soglia un poco, e le orecchie gli fischiarono come ad uno che rompendo improvviso in una battaglia, capitasse nel più fitto grandinare delle palle. Tutti quei crocchi, tutte quelle teste bianche che non si lasciavano scernere le giovani dalle vecchie quegli occhi di donne, che si socchiudevano per isbirciare lui; gli fecero un senso tale, che per poco non diede di volta frettoloso. Ma la gentildonna padrona di casa gli mosse incontro, lo prese per una mano, lo trasse in mezzo a quelle beate amicizie; le quali tutte accennarono garbatamente di non disgradirlo; poi se lo fece sedere allato, e mentre i crocchi ripigliavano i loro parlari, essa si mise a discorrere con lui.
Egli era preso in fra due: da una parte lo splendore dei doppieri, la magnificenza delle arazzerie e delle supellettili, in cui era sfoggiato lo stile di non so quale Luigi; dall’altra le parole della gentildonna, che lo assaliva con una procella di domande, e di rimproveri, sul non essersi egli fatto vivo, da quella prima volta di due anni innanzi; sicchè essa aveva creduto ch’egli stancatosi di stare a Torino, e tornato a D…., non fosse più rivenuto. Giuliano a trovar scuse, a darle contezza di sè, de’ propri studi, di D…, di tutto quello che la marchesa menzionava; e intanto(9) i discorsi dei crocchi si facevano più caldi, più confusi, più alti, sul fatto seguito quel giorno nella fortezza, e sulla morte meritata dal cavaliere di Sant’Amore, e da Mesmer; i quali comandando l’uno la fortezza di Saorgio nell’Alpi marittime, l’altro quella di Mirabocco dalla banda di Savoia, le avevano date in mano ai Francesi. Moschettati per traditori, tutta Torino aveva parlato di loro; ma adesso in casa alla marchesa se ne parlava ancora, come tra persone che nelle faccende dello Stato avevano molto a ridire.
Giuliano teneva un orecchio alla gentildonna, l’altro a quei discorsi: e ad ogni poco il cuore gli si accapricciava. La disputa era venuta innanzi così calda che già si cominciava a chiedere d’un arbitro, che sentenziasse fra le due parti; delle quali chi s’accontentava della morte data col piombo ai due sciagurati, pur che fossero stati moschettati nelle schiere; chi avrebbe voluto che gli avessero appiccati alle forche, a guisa di coloro che assassinavano alle strade. Provò d’essere là dentro uno sgomento indicibile; tutto quello splendore d’arredi, di vesti, di vezzi scintillanti dalle gole e dai polsi delle dame, gli parve una cosa tetra; e quando una voce chiamò giudice lui, quasi per fargli capire che egli solo non essendo nobile, poteva mostrarsi imparziale; purchè parlasse col dovuto rispetto, e guardando da sotto in su; egli rispose:
“Di quel che corra tra i diversi modi di morte io non so giudicare: questo so che sino a quando la morte sarà data in pena a chi fa il male, essa parrà agli uomini se non una cosa turpe, almeno il maggiore dei mali. Così se ne oltraggia la santità, si allevano gli uomini codardi; e si fa della morte quel che si è fatto di tante cose santissime…! E poi uno sia reo quanto si vuole…; più della colpa mi stupisce questo, che i più caldi a volerlo morto, sono coloro che credono esservi un luogo nell’altra vita, dove lo spirito nostro si purga: ora se là, perchè non si potrà diventare migliori anche qui…?”
A queste parole si levò un bisbiglio, somigliante al ronzio che farebbe uno sciame d’api, turbato improvvisamente nella sua pastura: e fu uno scontento, un volgersi di teste, uno scuotersi di code, uno scarpiccio irrequieto, da non potersi dire. Giuliano da qual parte mirasse, vedeva nasi agricciati, menti sporti, sorrisetti schifiltosi; ma non uno degnò di rimbeccare, come avrebbe meritato, quel plebeo; il quale aveva osato entrare là con in capo certi pensieri; su per giù come un villano, che vi fosse venuto colle scarpe inzaccherate.
Egli semplice nell’atto, sereno in viso, e nulla maravigliato, stette un poco a quella sorta di temporale: poi rivoltosi alla marchesa le disse, che se nulla avesse a comandargli, gli bisognava partire; e si levò in piedi. La gentildonna accennò col capo, si levò anch’essa, gli dette a toccare la punta delle sue dita sottili e fredde; lo guardò bene, quasi per accertarsi se egli fosse davvero quel Giuliano, di cui le parlava la lettera di don Marco; e avuto l’ultimo inchino, lo lasciò che andasse.
I servi stupirono di vederlo partire così in fretta, ed egli quando fu sulla via, diede una grande rifiatatona. La notte era molto innanzi; la luce dei fanali pallida e poca; l’aria quieta. Si sentì allora, come un pesce che sguisciato di mano al pescatore, dà due o tre saltelloni sulla spiaggia e si rituffa nell’acqua: andò a zonzo una pezza, e si ritirò che era la mezzanotte. A vedere le pareti della sua camera, sciolte e senza ornamenti salvo che di alcuni quadri di santi, effigiati per modo da parere più alla tortura che fra le gioie del paradiso; fece paragone di quella sua abitazione con la sontuosissima della marchesa; e coi soffittoni, dove il popolo della città, allora come oggi, nasceva e moriva, sopra poca paglia, coll’orcio dell’acqua, e il lumicino sepolcrale, in capo al giaciglio. Gli parve d’essere agiato sin troppo, e pensando a D…., e alla propria casa, che si poteva stimare una cosa di mezzo tra un palazzo e una catapecchia plebea; più che ad abellirla, si sentì tirato a farla modesta. Disegnando su questo a seconda dei pensieri che gli frullavano pel capo, si coricò; per destarsi l’indomani a ripigliare la sua vita di studio, di solitudine, di sogni d’amore: ma in casa la marchesa non tornò più. Nè questa se ne dolse a lui per imbasciata, o in altra guisa; solo volle tenerlo guardato per uno dei servi più fidi; vogliosa di far servizio a quella buona signora Maddalena e a don Marco. Seppe che nello studio, proseguiva ad essere riputato dei migliori, sebbene menasse vita selvatica e da uomo di sua testa; ma le dolse chiarire come nei libri della polizia, il nome di lui fosse notato assai nero: di che stette tutta occhi, perchè da quella parte non gli seguisse niun male. Egli poi, nulla sapendo delle cure che la gentildonna pigliava di lui; diventava ogni dì più assiduo ai ritrovi misteriosi, che ho rammentato; e cogli uomini, che di quel tempo erano tenuti in sospetto, di voler un giorno dar dentro a rivoltare il mondo, stringeva amicizia, ricambiava promesse; attirando sopra sè stesso i tanti pericoli, da cui coloro erano minacciati.
Di questo andare entravano giugno e luglio, colle loro giornate noiose e mai più finite; e Giuliano si vide di più di manco, alla vigilia di fare i fardelli, per tornarsi medico a quel suo D…. sospirato. Di sua madre ebbe in quel tempo due lettere, mute su Bianca, e però di cattivo presagio. Se ne doleva, fantasticando su quel silenzio; ma ne scusava la madre, come donna prudente, che non voleva mandar attorno il nome della fanciulla, confidato alla carta: e gli erano di qualche conforto le notizie che essa gli dava di sè, della vita che menava rassegnata, dello spasso preso in quelle sue lezioni date a Tecla, della quale diceva, come se la fosse tirata in casa, e quanto ne fosse lieta, crescendo questa di gentilezza ogni giorno, sicchè egli nel tornare(10) non l’avrebbe più ravvisata. Queste cose piacevano al giovane, perchè s’accordavano coi suoi pensieri; e perchè Tecla gli era sempre paruta degna di vita men dura di quella, che pel suo stato, doveva condurre: faceva conto di assecondare quel pietoso lavoro di sua madre, una volta che avesse sposato Bianca; e godeva, al pensiero di poterle dare questa villanella, che se la tenesse per compagna, e proseguisse a tirarla su creanzata.
Venuto così in sugli ultimi di quel luglio, tornava una sera per chiudersi a studiare e prepararsi all’esame; e sulla porta della casa dove abitava, trovò uno staffiere che teneva pronto un cavallo bellissimo, vigoroso, sellato, come in attesa di chi v’avesse a montar su, per qualche viaggio non corto. Appena Giuliano gli fu accosto, lo staffiere si scoperse, e gli diede un biglietto della marchesa di G…, cui il giovane lesse in un baleno, facendosi in viso come un panno lavato.
“Vostra madre è morente; – diceva la scrittura – partite su questo cavallo, ma subito: alla mia villa di B…. troverete altri cavalli. Servitevi, partite, chi sa se farete a tempo….
“Un momento! sclamò Giuliano col cuore alla gola; e volato in camera, si pose in gamba un paio di stivali armati di sproni; poi così com’era, senza badare a robe, a libri, a nulla di quel che lasciava; discese e montò in sella.
“Badi – gli disse lo staffiere – appena fuori B…. a man destra, in quella palazzina, troverà il gastaldo della signora marchesa….
“Mi rammenterò di voi – rispose egli mettendo in mano a colui qualche moneta: dite alla signora marchesa che io terrò la vita per lei: addio.”
E spronando dalla parte di mezzogiorno, trovò la via del suo destino, e si mise su quella di trotto chiuso.
Lo staffiere pensando alle spalle riquadre, al corpo snello, alle gambe di ferro del giovane; tornò a casa la marchesa, a dirle che questi era partito come un razzo; e la gentildonna, ringraziò il cielo, e pregò che Dio tenesse la sua santa mano sul capo a Giuliano, per tutta la via.
E in verità il giovane ne aveva bisogno, perchè egli spronava di maniera, che quanti s’imbattevano in lui, fossero a cavallo o a piedi, penavano a scansarsi, e gli davano dietro di basilisco e di peggio. E forse avrà trovato di tali, cui sarebbe piaciuto movergli contesa per quella furia; ma la bellezza del(11) cavallo, dava a pensare all’alto stato del cavaliere; e di quei tempi si avevano in grande reverenza i signori e le loro soperchierie. Fu soltanto in un piccolo borgo, che si udì gridar dietro: “fermatelo! fermatelo!” ma una voce aveva quetato la folla, dicendo che forse egli era una staffetta del Re, e le grida erano cessate. Oh s’egli avesse potuto conoscere colui che con quelle parole l’aveva salvato, se non da altro, dall’essere fermato, indugiato, sì che forse non sarebbe più stato padrone di sè, per correre dove lo chiamavano le ultime voci materne! L’avrebbe ringraziato in ginocchio; avrebbe chiesto perdono a quel popolo d’essere passato fendendo l’aria come una saetta, risicando schiacciargli i bambini; ma con tutto questo non rimise dal correre, e buon per lui, che fattasi notte, potè tirare innanzi senz’altri incontri.
Giunse a B…. a mezza via tra Torino ed Alba, che rompeva l’aurora; e ai coloni che già a quell’ora si avviavano ai campi, chiese del gastaldo della marchesa per mutare il cavallo. Quello che aveva sotto non poteva più reggere. Gli fu additato una sorta di maniero, lontano pochi passi dalla via maestra, dove un uomo stava sulla soglia, quasi avesse saputo di dovervi aspettare qualcuno. Costui era appunto il gastaldo, il quale ravvisando il cavallo, si fece incontro al cavaliero; e mentre guardava con occhio pietoso la povera bestia com’era conciata; udiva da Giuliano che gli aveva a dare un’altra cavalcatura. Smontare, togliere l’arnese di dosso al cavallo stanco, e sellarne un altro, zaino, accapucciato, di collo scarico e all’aspetto buon corridore; fu lavoro di poco tempo. I due animali barattarono tra loro un nitrito, come se il nuovo chiedesse allo stanco, se il cavaliero fosse forte in arcioni; Giuliano già in sella spronò, e forse senza salutare il gastaldo, ripigliò la via.
E tornò a traversare borghi e castelli, non provando molestia di fame o di stanchezza. Più camminava più gli pareva di diventar forte e fresco; al sole non badava nè al polverio, nè ad altro: arrivare a D…. ecco lo sprone che gli si era fitto nell’anima, più acuto, più tormentoso di quello, con cui egli insanguinava i fianchi al cavallo; il quale se gli fosse bastata la lena, quel giorno di certo non avrebbe odorato biada nè fieno, prima d’essere a D…. Ma alla fine se non la compassione del cavaliero, potè la stanchezza; e il povero animale rallentò da sè la gran corsa. Allora Giuliano si trovò come riscosso da un sogno, che stesse facendo; e alzato il capo si vide in faccia e poco discoste le torri di Alba. La voce del Tanaro gli suonò all’orecchio, come quella d’un amico che gli parlasse, con dialetto somigliante a quello dei suoi monti; e guardando la propria ombra sulla via, gli parve sì corta, che stimò il mezzogiorno molto vicino. Passando il ponte di legno che metteva nella città, pensò come quelle acque verdastre, spumanti, rumorose contro le barche; sarebbero scese più basso, a mescolarsi con quelle della sua Bormida; sentì l’aria della sua terra; diede un’ultima occhiata dietro di sè alla pianura, all’Alpi lontane, in quell’ora non tinte come a sera, di colori che paiono dell’altro mondo; poi messosi dentro, badò innanzi la via per dove andava.
Sott’essi i porticati, che in Alba, come in quasi tutte le cittadette di quelle parti, sembrano essere stati fatti apposta per i signori; stavano i maggiorenti aspettando l’ora del desinare; altri in brigatelle allegre passeggiando, altri gomitoni sugli sporti delle officine a chiacchierarsela cogli artieri alla buona. L’aspetto della città, era allora più severo, e le torri brune parevano stare là ritte, quasi per ammonire i cittadini, che dove non avessero atteso a procacciarsi ogni anno miglior ventura e vivere più civile; il passato con tutto il diavolio di baroni, di bravi, e di foderi medioevali, avrebbe rifatto capolino dalle loro balestriere, e dai loro merli, sto per dire, imbronciati.
Giuliano attraversò la città, e andò a smontare all’altro capo di essa, a quell’osteria chiamata una volta dello scudo di Francia, adesso dei tre Re; quasi per far le cilecche ai francesi, che l’anno prima n’avevano tolto uno dal mondo.
“Questo cavallo ha fatto più di venti miglia!” sclamò lo stalliere cui Giuliano diede le briglie, smontando nel cortile dell’osteria.
“Potete dire anche trenta – rispose questi – abbiategli cura” e lasciando a colui l’animale, passò dal cortile ad una sala terrena, dove si dava da mangiare ai viaggiatori.
Di quei tempi era un bel vivere! dicono i vecchi; e in verità in quelle cittadette mezze nascoste, e quasi dimenticate si stava in apolline. Si desinava nelle osterie semplici e disadorne: e se il viandante, seduto a mensa, levando il capo di sul piatto, non dava dell’occhio in ampio specchio, a vedervi sè stesso sfigurato dai moti plebei del biascicare; in cambio di queste magnificenze, gli era messo in tavola gran bene di Dio, per poca moneta. I vigneti fruttavano a dovizia; e se avesse usato lavare i piedi agli ospiti in sull’arrivare, come ai tempi antichi; lo si avrebbe potuto fare col vino, tanto ve n’era d’avanzo. I prati nudrivano le fienaie, per modo che carne e pane, stavano tra loro a spesa poco diversa; epperò lo osterie erano formicai di gente paesana e di viandanti, sui quali l’occhio materno dell’ostessa seduta al focolare, spandeva il dolce ricordo domestico; e l’ospite si stimava in casa sua.
Giuliano andò diritto all’oste, il quale era un ometto tondo della persona, lucente nelle guance, e tenuto in sussiego da tre o quattro giogaie, che dal mento gli si digradavano alla sommità del petto; donde tra lo sparato della camicia, uscivano petulanti velli grigi, a guisa di gale. Nelle sue pupille pareva vi fossero due birri appiattati; a mirarne il naso vergolato di mille venuzze accovate sulla punta, si sarebbe detto che da uomo di coscienza, ei non lasciasse uscire dalle sue botti un bicchiero di vino, senza averlo assaggiato. Del rimanente era uomo avvisato molto, ma da mettersi a brani per fare servigio.
“Oste, – gli disse il giovane – la marchesa di G…. ha poderi qua in Alba?
“Poderoni! – sclamò l’oste, maravigliando come altri avesse mestieri di chiedere cosa, che doveva essere nota a mezzo il mondo.
“Ebbene – soggiunse Giuliano – ho un suo cavallo, che voi, se vi fa comodo, manderete al suo gastaldo, appena sia riposato nelle vostre stalle: poi se me ne troverete uno per un paio di giorni, saremo d’accordo sul prezzo con pochi discorsi.
“L’oste dei tre Re serve chi lo comanda; e pel signorino ci ho un cavallo morello, sfacciato, con quattro gambe da cervo…
“Appunto quello che mi occorre tra mezz’ora. Adesso vorrei mangiare….
“Vuol salire di sopra…?
“No…, starò qui.”
L’oste s’inchinò, affilando l’uno contro l’altro due coltellacci da affettare le carni; e Giuliano andò a sedersi ad un deschetto, nell’angolo più solitario di quella sala.
La quale era vasta, e vi stavano mangiando a diversi tavolini, brigate di mulattieri, dagli aspetti robusti; gente che soleva fare buon tempo, quando le accadeva di trovarsi sicura dai gabellieri, coi quali, su per gli alpestri confini tra il regno e la repubblica genovese, faceva sovente a chi più ne toccasse; barattando anche qualche schioppettata, per amor del danaro che guadagnava a manate.
Il giovane diede un’occhiata fra quei commensali, se ve ne fosse qualcuno del suo borgo, o delle terre vicine, per chiedergli di sua madre; ma non v’era faccia che gli tornasse nota. Stette gomitoni aspettando il suo pasto, e pensava che se egli fosse stato in quel luogo a mal fare, di cento volte novanta vi sarebbe stato un testimonio delle sue parti; quando l’oste venne oltre, portando alto un pollo lesso di tal fragranza, che avrebbe fatto gola ad uno, tornato allora allora da un pranzo di nozze. Lo mise innanzi a Giuliano, vicino ad una caraffa di vino paesano, e versatogli di questo, additandogli il bicchiere gli disse:
“Questo le parrà sulla lingua il taglio di un rasoio. Se non fossi importuno, vorrei chiederle una cosa. Ella è quel signore, smontato al mio albergo questa pasqua, o giù di lì, con un suo servitore?
“Appunto.
“Ah! lo diceva pure io, che le fisionomie dei signori i quali mi fanno onore, non le dimentico! Anzi, ricordo che il suo servitore mi disse, che lei andava a Torino per farsi medico….
“Avete buona memoria: – disse Giuliano mangiucchiando; e l’oste inchinatolo rispettoso, fece le viste di correre a un tintinnio di bicchieri, che veniva dall’altra mensa.
Ma in cambio andò a parlare con un tale, vestito a modo; che subito venuto a Giuliano lo salutò con certa dimestichezza, e facendo un segno come per farsi conoscere. Il giovane si levò da sedere, rispose cortese a quel saluto, e a quel segno; al quale ne seguirono due o tre altri barattati rapidamente; poi si strinsero la mano, si riconobbero per essersi visti altra volta, sedettero e cominciarono a parlare basso tra loro.
Erano già molto innanzi coi loro discorsi, ma niuno ne avrebbe potuto raccogliere parola, tanto badavano a non farsi udire: quando colui, che ai portamenti sarebbe paruto a chicchessia un vecchio amico di Giuliano, si mostrò stupito, e guardandolo negli occhi, gli disse:
“Come? Eppure da ieri in qua non si parla d’altro fra noi…! La retata di scolari e dei nostri fu fatta, o la polizia di Torino, sta per farla. – Via, pensate che io voglia rimproverarvi d’esservi posto in salvo?
“Ma io – sclamò Giuliano balzando in piedi, avvampando nel viso, a guisa d’uomo oltraggiato, per modo che tutti i mulattieri che mangiavano là dentro si volsero a guardarlo: – io non so nulla! Io partii ieri sera, e vado a D…. a vedere mia madre morente. Leggete.”
Così dicendo frugava per le tasche del giubboncello e cavato il biglietto della marchesa di G…. lo dava a leggere a quello strano amico,
“Saranno state false nuove! – disse costui, letto d’un’occhiata il foglio, e stretta la mano al giovane nel ridarglielo: – andate diritto al vostro destino; finchè uno ha la mamma non sospiri, dice il proverbio… Ma… via…, poichè non sapete nulla, nulla deve essere seguito; non vi lasciate cogliere dalla malinconia, e bevete alla salute di vostra madre.”
E gli mescè che bevesse, come fosse stato un suo ospite.
Giuliano posto da quella novità, in gran pensiero, non bevve nè parlò. La sua persona sedeva a quel desco, ma l’anima sua, lo si vedeva chiaro dalla pupilla che pareva spenta, era altrove. Forse a Torino, forse a D…; forse pensava a tornare addietro, chiarirsi se davvero tanti giovani fossero stati carcerati come colui diceva; e poi rifar la via una terza volta, per correre al suo borgo nativo. E la marchesa di G…, e la brigata che le aveva visto in casa, e quel biglietto, e sua madre morente e forse già morta; erano immagini accozzate nella sua mente, a dargli un travaglio da non potersi patire. In somiglianti scompigli dell’animo, l’uomo si lascia governare dal consiglio dell’amicizia, docile come destriero generoso in mezzo alla mischia, che risponde ad ogni cenno del cavaliero: e Giuliano si mostrò pronto a dar retta al suo vicino, tosto che questi ripigliò, parlando basso più di prima:
“Animo, amico, la sventura è madre dei forti; se vi è cara la libertà, se vostra madre volete vederla ancora una volta, su a cavallo! e via in buona ventura.
“Sì, – rispose il giovane levandosi con piglio risoluto – a cavallo! Oste…”
L’oste accorse, ebbe lo scotto, e il nolo che volle del cavallo; e Giuliano uscì, accompagnato nel cortile dall’amico. Dette con lui altre poche parole di congedo, montò in sella; e mentre partiva udissi dire, con voce impressa d’affetto:
“Tornando, rammentate che la casa di Ranza è casa vostra. Addio!”
Codesto Ranza, era della città d’Alba, caldo amatore di libertà e delle cose di Francia, e molto addentro nelle cospirazioni, che si formavano di quella stagione. Egli si scoprì di là ad un paio d’anni, quando i repubblicani condotti da Buonaparte, furono nelle valli della Bormida e del Tanaro, dopo aver vinto a Montenotte e a Cosseria; e diede lena a molti di chiarirsi contro il re. Di lui fa cenno il Botta nelle sue storie, e sebbene lo stimi cervello disordinato, e capace del pari di far perire la realtà per la ribellione, e la libertà per l’anarchia; è giusto alla sua memoria; lo chiama uomo dabbene nè senza lettere; e di certo non disse troppo.
Giuliano l’aveva incontrato a Torino alcune volte, a quei convegni notturni; ai quali di quando in quando, si recavano gli amici delle città piemontesi, a fare accordi, a pigliar novelle, a conoscere nuovi compagni. Ora cavalcando e divorando colla mente, quelle altre sei od otto ore di cammino, che gli rimanevano a fare per giungere a D…; sentendo in cuore la voce di Ranza suonare con qualcosa di paterno; credeva che per tutta la vallata fossero uomini di quella sorta e di quel pensare. Sicchè l’aria gli pareva piena di spiriti generosi; tutto gli tornava più bello a vedersi in quei luoghi noti: e sin quel dolore domestico, verso il quale correva, gli si faceva più mite.
Man mano che s’avvicinava a’ suoi monti; l’aspetto della campagna, era come se la mano dell’uomo avesse affrettato l’opera della natura. I fieni erano stati falciati; la mietitura fatta anco nei luoghi, ove le messi solevano venire più tardive; dovunque era un casolare, s’udiva un rumore di correggiati, si vedeva un ventolar di biade, e nugoli di pula che andavano all’aria lontani. Appariva, per tutto, la furia di tirarsi in casa i raccolti, anco immaturi; dalla tema dei Francesi, dei quali si diceva che usassero predare, incendiare, struggere ogni cosa. Chiese novelle del paese, e di grosse come quelle che gli davano i montanari, non ne aveva inteso mai. Seppe che di quei giorni erano arrivati in Val di Bormida molti Alemanni, dicevano più di centomila, ma che i Francesi erano molti più. Taluno osava chiedere a lui dove andasse; e sentito che a D…, compiangeva il povero signorino, perchè i repubblicani erano di là a poche miglia. Giuliano non badava a quelle rustiche paure, e tirava innanzi bevendo a petto pieno l’aria delle montagne native.

CAPITOLO XIII.

Sul vespro di quel giorno, mentre Giuliano cavalcando già vicino a D…, scopriva tra il verde del castello il campanile, che pareva un amico acquattato, per dar voce del suo ritorno; sul piazzale di casa sua sedevano alcune donne del vicinato, intente a rammendare camicie, a filare, a fare ognuna qualcosa, ascoltando i racconti di Marta. La quale, pigliate le mosse dai molti Alemanni giunti di quei giorni; parlava delle guerre degli Spagnuoli, venuti sul principio di quel secolo, pochi anni prima che essa nascesse, a devastare le valli della Bormida; dove erano passati come la maledizione di Dio. Dai racconti di guerra, era caduta in quelli della fame e della peste; e ne aveva sballate di quelle così grosse, che le povere contadine si pregavano di morire, piuttosto che star al mondo a vedere altrettanto. Una delle uditrici era Tecla, che alle parole della vecchia badava poco o punto. Perchè i suoi pensieri erano lontani di là molto: e vi avesse anche badato, la sua mente aveva fatto, in quei due mesi, così lungo cammino; che le cose strane dette da Marta, non potevano più nulla sull’anima sua. Si era in tutto mutata e tanto, da non si ravvisare a prima giunta; e a poco a poco aveva pigliato nei portamenti e nel viso, l’aspetto di fanciulla nata in istato migliore di quello, donde era uscita. La signora l’aveva sin da principio vestita de’ panni più fini; e sebbene la villanella si fosse trovata in sulle prime un poco impacciata, nelle foggie nuove di quelli; vi si era presto avvezzata, con gran maraviglia di Marta; che ormai non sapeva più sgridarla nè tenerle il broncio, e parlava di essa benignamente. Nessuno del borgo, neanche lo stesso pievano, aveva più osato menzionare il fatto della scappata notturna di lei; e sapendo che viveva raccolta, sempre alle gonne della signora Maddalena, tutti la chiamavano fortunata; a tutti pareva uno di quei fiori, che dopo una fiera ventata, da cui siano stati quasi divelti, crescono di bellezza, più desiderati quanto più s’ascondono nella siepe. Le donne del vicinato, che la vedevano qualche volta alle finestre di quella casa, le si cominciavano a mostrar rispettose; le fanciulle ne avevano invidia; suo padre e sua madre si stimavano qualcosa da più di due o tre mesi prima, ma quasi si peritavano a chiamarla loro figliuola. Essa, punto insuperbita, diveniva ogni dì più dolce; e sebbene paresse che essendo giunta a quella fortuna, dovesse stare allegra; una malinconia diffusa sul suo viso, rivelava che il cuore piangeva dentro; e il pensiero del suo destino, e la tema d’una caduta, che forse sarebbe stata più dolorosa, quanto più essa saliva, cominciavano a nascere in lei; sicchè l’avvicinarsi del giorno, in cui Giuliano sarebbe tornato da Torino, le pareva una montagna che fosse lì per franarle addosso a schiacciarla.
Quel giorno, seduta in quel crocchio di donne, all’ombra del pergolato, da cui pendevano i grappoli di lugliatica, già matura, che la signora voleva serbati intatti per Giuliano; badava poco o punto, come ho detto, ai racconti di Marta; e questa che dal gran dire si sentiva la gola di pomice, essendo in sul finire, sclamava:
“Oh! le mie care benedette, i flagelli di cui vi parlo li manda il Signore; guerra, fame e peste, gli avremo tutti, uno dopo l’altro. E ancora bisognerà ringraziare, se si morirà di due uno, come ho veduto io nella mia gioventù. Ma se avvenisse come centocinquant’anni or sono, quando da queste parti, i rimasti vivi erano come le mosche bianche? Quella fu una morìa! Io ho conosciuti due signori di C…, che venivano qualche volta a desinare qua, dal padrone buon’anima, ma quello vecchio. Essi erano i figli dei figli d’uno dei soli quattro uomini, che la peste d’allora lasciò vivi, in quel borgo di tremila anime. Eh! se gli aveste intesi! raccontavano le cose udite dai loro padri i quali le avevano avute dal nonno; e solo a rammentarle non mi sta in capo il fazzoletto, tanto mi si rizzano i capelli! E anche allora si era detto che la peste nascesse dai tanti soldati morti in guerra… Baie! Io so che a C…, l’avevano formata tre scellerate sorelle coi loro unti…, una notte di sabato, in un loro podere, dove solevano trovarsi col diavolo… (qui Marta si segnò per l’ubbia che menzionando il demonio, questi le facesse tre salti d’allegrezza dinanzi). Ammanirono l’unto infernale, e tornate la domenica all’alba nel borgo, unsero le porte delle case e le panche in chiesa, e sin da quel giorno cominciò a morir gente per certi tumoracci tanto fatti…
“No, Marta, non fate segni colle mani! – sclamarono quelle donne, che credevano di malaugurio il mostrare col gesto la grossezza di tumori, di biscie, di piaghe e d’altre cose cattive.
“Le tre sorelle, – continuò Marta – allegre del fatto loro, partirono per andarsi in casa a un loro parente del Genovesato; ma il podestà di C…, fece dar loro dietro coi corni marini, e furono colte dalle parti di Savona, là dove la Vergine Maria era comparsa al Beato Antonio. Legate, battute, menate a C… furono bruciate vive al cospetto del popolo, tutte e tre insieme, come anime dannate… e io ho visto dove.”
A questo punto, dando un’occhiata intorno; Marta si avvide di Tecla, che aveva sulle labbra un certo sorriso, come di compatimento a qualche baggianeria, uscita di bocca a lei. Si sentì punta nel vivo, da quel sorriso di incredulità, che in mezzo a tante credenzone pareva il simbolo dei tempi nuovi, e “già! – sclamò – quei dai vent’anni in giù, ridono delle streghe, del diavolo, di tutto! Chi non crede al diavolo, non crede bene neanche a Dio, dice il signor pievano; me l’ho appiccata all’orecchio, e penso anch’io come lui che se si va di questa gamba, fra un altro po’ d’anni, pioverà zolfo acceso. Per me avvenga che può, e rida chi vuole, io sto col signor pievano, chi ha da salvarmi è lui…”
Le donne non guardarono che viso facesse Tecla alle parole di Marta; ma pensarono alla profezia del zolfo, udita lanciare di sul pulpito dal pievano. E cominciarono a parlare di lui, e a dirne tante lodi; che se davvero uno si sente fischiar le orecchie quando è menzionato in qualche luogo, don Apollinare dovè sentirvisi dentro le centinaia di grilli.
Ma la bisogna in cui egli era occupato in quel momento, non gli concedeva di badare a queste minuzie; e aveva la testa intronata da ben altri rumori; suon di stoviglie, tintinnio di bicchieri, voci alte, un’allegrezza chiassosa. Sedeva a convito nel presbiterio, una grossa brigata d’ufficiali delle genti Alemanne, venute a spalleggiare l’altre della loro nazione, che in primavera ne avevano toccate dalle bande di Nizza, in parecchi combattimenti. Quelle genti, sebbene non fossero centomila, come Giuliano aveva inteso dire tra via, pure ingombravano la valle da D… sino alle sorgenti della Bormida; e villaggi e casali ne erano zeppi. I popoli di quelle terre ne avevano gran disagio pei molti alloggi, pei viveri di che dovevano fornirle, e più per quel che esse si pigliavano, a mò di predoni; e fra i guai che pativano dagli Alemanni amici, e la paura dei Francesi, che calassero a far battaglia con essi di qua dei monti; vivevano col cuore tra due sassi. Nè quella paura poteva chiamarsi ubbía, perchè dalle cime dell’Apennino, a San Giacomo, al Settepani, dove avevano poste le grosse guardie, i Francesi parevano spiare l’ora acconcia a ferire qualche gran colpo; e a sera si vedevano tanti dei loro fuochi, che su quei monti pareva sempre la vigilia di San Giovanni. Don Apollinare si sentiva scottare da tutti quei fuochi; e l’idea della calata dei Francesi, tornava ad essere per lui come un ariete di bronzo, che gli desse le gran capate nel petto. Sull’imbrunire, sempre chiudeva le finestre del presbiterio, che guardava a mezzogiorno, non volendo vedere quei monti d’amaro ricordo, coronati di quei fuochi maluriosi e maledetti: nè solo o accompagnato s’era mai più fatto sino al muricciolo, che chiudeva il sagrato da quella parte. Anzi, se gli accadeva di dover discendere di castello pei suoi affari, pigliava un sentiero a ridosso del colle, per non sentirsi in viso neanco l’aria di quelle montagne; punto badando alla natura selvaggia di quel sentiero, che pareva fatto per menare i cristiani a rovina.
Ma a mezzo luglio, venute quelle nuove schiere d’Alemanni, aveva ricominciato a tornare in essere, come un lume che in sullo spegnersi venga riempiuto d’olio. Si mise di nuovo a pigliare i suoi pasti, a dormire un po’ più tranquillo; e quando potè farlo, dopo quindici dì d’apparecchi, si condusse in casa, a banchettare, gli officiali rimasti a campo nella sua pieve.
Donna Placidia, la quale aveva così in uggia la gente d’arme, che solo a vedere l’elsa d’una spada si segnava spaurita; s’era sfogata a brontolare tutti quei giorni; e la vigilia del banchetto, pianse. Perchè il fratello aveva tirato il collo a tanti capponi, che la stia era rimasta vuota; quella stia consapevole, dove nelle sue noie essa era certa di trovare un popolo devoto, al quale volgeva la parola eloquente, quanto quella del pievano, quando parla dal pergamo ai suoi parrocchiani. Ma da quella donna che penava poco a rassegnarsi, perdonò al fratello lo strazio fatto; e badò che il desinare riuscisse a modo. Essa in cucina, essa in cantina, essa a dar in tavola le vivande, facendo da scalco, faticò per sette: paga di non essere conosciuta per sorella del pievano; perchè (questo senso d’orgoglio l’aveva), l’essere in letto ammalata a morte, le sarebbe riuscito men duro che l’apparire agli occhi di tanti gentiluomini, in quel suo stato di fantesca. Di tanti affanni patiti durante il banchetto, si ricattò alfine, quando fu tempo di porre al fuoco la caffettiera; chè messo il naso sopra quell’arnese, l’animo suo si rifaceva sereno. Il fumo della preziosa bevanda, poteva su di lei, come la musica su certi animi iracondi; e per dire a modo qual gusto vi ebbe anco quel giorno, bisognerebbe averla veduta farsi oltre nella sala portando il bricco lucente, in cui specchiandosi la sua e le faccie rubiconde dei convitati, parevano, a misura che essa avanzava, fare una ridda.
Avevano mangiato gagliardamente, e bevuto da far raccapricciare le viti della pievania; e chiacchieravano de’ fatti loro fumando, annuvolando la sala, scoppiando in risa ai motti di qualche compagno che avrà canzonato l’ospite, perchè senza Tersite la compagnia non sarebbe stata intera. Ma quando videro il caffè, uscirono tutti in uno oh! lungo di maraviglia; e mentre donna Placidia deposto il bricco se ne tornava in cucina, compensata d’ogni sua noia; plaudirono don Apollinare che mescendo il caffè, procacciava ad essi, su quei monti, di così fatte delicature. Egli mescè, zuccherò, si prese per sè una chicchera; e rimenandovi dentro col cucchiarino, piantato sulle gambe, la persona un po’ curva, il viso sporto:
“Il caffè – sclamava – il caffè vuol essere bevuto dai signori, stando in piedi e mormorando…! – E levata la tazza ad una sorta di brindisi, cominciò a sorseggiare, movendo quelle sue pupille grigie, per forma che pareva un volpone sotto una cesta.
L’allegra brigata fu tutta in piedi. I mustacchi dei bevitori coprivano gli orli delle chicchere; e gli occhi scintillanti pei vini tracannati in gran copia, barattavano sguardi ed amiccamenti, per disopra a quelle. I corpi satolli, mandavano il fumo ai cervelli; chi ne diceva una, chi ne sbottava un’altra; e per farla finita, bevute in sul caffè parecchie altre bottiglie, uscirono fuori a prender aria.
Ad uno, a due, a quattro giù per la scala, uscivano dal presbiterio come fosse da un’osteria. Donna Placidia, di sull’uscio della cucina, contemplava quella strana processione, e al silenzio che regnava nella sua stia, le pareva che i suoi polli cantassero in corpo a quella gente contenta. La quale fu vista a gruppi scendere dal colle, col pievano in mezzo, tronfio, acceso in volto, e, si sarebbe detto, beato d’aver pasciuto quei messeri, che lo menavano a zonzo. Ammirati, salutati, invidiati dalla poveraglia, che andava in giro limosinando alle porte: come furono al piano pigliarono la via più amena, che era quella in sulla riva del torrente; e sempre dell’istesso andare, dissipando il fumo delle pipe e quello dei cervelli, s’allontanavano dal borgo, a seconda dell’acqua.
Gli è quanto dire che movevano verso quella banda, per dove Giuliano stava arrivando; e in verità non erano discosti gran tratto, che questi capitava di faccia ad essi, ad uno svolto della via, cavalcando di quell’andatura stanca, che la povera bestia dell’oste d’Alba poteva, dopo sì lungo cammino.
La brigata si cansò sulle prode della via angusta; ed il giovane, che oramai avendo il suo borgo dinanzi, ondeggiava tra il desiderio e la paura di saper alfine la verità su sua madre; passò in mezzo senza salutare, come non avesse veduto le splendide assise. Gli uffiziali stettero a badare più che a lui al cavallo; ma don Apollinare soffermatosi, colle mani appaiate sulle reni, la testa inclinata sulla spalla, mirò di sbieco; e col calcagno destro battendo il suolo, sicchè il ginocchio e il polpaccio agitavano le pieghe della talare, sclamava: “pecora, pecora! se io volessi ci saresti capitata!”
Alle parole strane, tutta la baraonda gli si fece intorno curiosa; ma il più vecchio e il più indorato di tutti quei soldati, se lo pigliò a braccetto, si mise a parlar basso con lui; e la comitiva tenne dietro ad essi, men gaia, meno ciarliera, quasi conscia dei discorsi che correvano tra il pievano e quel vecchio ufficiale, che n’era il capo.
Frattanto Giuliano aveva guadagnato il ponte, e sebbene s’imbattesse in gente nota che lo salutava; egli che in Alba avrebbe chiesto novelle di sua madre a un nemico giurato; adesso non si sarebbe rischiato per nulla a dimandarne ai suoi paesani, e tirando diritto infilò il vico. Alla vista dell’arco che metteva nel suo piazzale, per poco non si buttò di sella, per salutare le sue case, e star lì fuori, in attesa di qualcuno, che venisse non chiesto a dirgli la verità.
“Oh! – sclamò Tecla, che era ancora sotto il pergolato col crocchio di donne; e rimase, vedendo apparire Giuliano, colle braccia tese verso l’arco, tinta nel viso di quel roseo, che si vede improvviso diffondersi sulle guance a qualche giovane morente, e pare il principio di un’aurora più bella. Le donne non ebbero tempo di levarsi in piedi, e già le zampe del cavallo le avevano coperte di sabbia, e Giuliano balzato di sella chiedeva ansando:
“E mia madre?
“Santa Vergine! – gridava Marta rimescolata – capitate come i morti la notte dei Santi…
“Mia madre? Tornò a domandare Giuliano, e senza dar retta alla fante nè all’altre donne, gittate le briglie mosse verso l’atrio; rapido quanto lo fu il suo pensiero a ricorrere alla seconda sera di Pasqua, quando era giunto da C…, con altre cure, con altre speranze, e aveva trovato sua madre ad aspettarlo su quella gradinata. Ora non v’era che Marta. Ma se sua madre fosse stata davvero in fin di vita, o morta; la vecchia avrebbe potuto essere là a svagarsi, e Tecla con essa?
Questo pensiero non ebbe tempo di formarlo, chè la signora Maddalena comparve ad incontrarlo quasi più affannata di lui; ed egli col piede sul più basso gradino in atto di salire, essa sul più alto in atto di scendere, si abbracciarono come persone, campate da un naufragio, e incontratesi sulla riva.
La donne del crocchio peritandosi a star quivi, si allontanarono; durò il silenzio un tratto, poi la signora sciogliendosi da quell’abbracciamento, di cui Giuliano pareva non potersi saziare; “ecco tua madre!” gli disse, e pigliatolo per la mano, lo trasse dolcemente in sala. Là egli, sbalordito, e quasi la stanchezza lo avesse colto improvvisa, si lasciò cadere di sfascio sulla prima scranna che gli venne tra piedi; e fissando la madre, e cogli occhi pieni di dubbio, d’allegrezza, di sbigottimento ad un tempo:
“Oh, mamma, – sclamò – credeva di non fare a tempo…! Ma che tempo? non è vero nulla non è…? Mi dica, fu un gioco, un inganno… che fu?”
A che dissimulare? penso tra sè la signora mentre Giuliano diceva; a che mentire, per dovergli poi dire domani quello che già sa? aperse le braccia in atto di chi sta per dare un grande squasso al cuore altrui, e insieme offre tutto sè stesso per confortarlo; e rispose:
“Ebbene? Tu, io, il mondo che ci possiamo? Leggi.”
E frugandosi in seno, cavò un foglio, spiegazzato forse in un momento di fiero travaglio; e lo porse a Giuliano. Quel foglio era di don Marco, il quale aveva scritto poche parole, per dire alla signora che si rassegnasse, e che Bianca si sarebbe sposata di quella settimana. Giuliano lesse agrottando le ciglia più e più ad ogni verso; e poi quasi riavutosi dalla sua spossatezza:
“Si sposi! – urlò balzando in piedi, bello d’ira improvvisa; – si sposi pure, e fosse già sposata! Ma che feci io di male al mondo, perchè da ogni parte mi si debba tirare addosso come ad un malfattore? Ah! marchesa di G… fu un gioco, un brutto gioco il vostro, e Ranza… aveva indovinato…! A quest’ora sono in carcere tutti!
“Ma che è questo? – gridò sbigottita la signora che in quelle parole non ci capiva nulla.
“Mamma, m’hanno mandato qua facendomi credere che ella fosse morente! La marchesa di G…. m’ha ingannato!
“Ah capisco! Allora essa ti ha campato da qualche gran guaio! – interruppe la signora, balenando di gioia e di gratitudine alla gentildonna, e a don Marco, che a questa aveva scritto.
“Sì! – sclamò Giuliano – per farmi chiamare fuggiasco, vile, e peggio! Eppure sia benedetta!”
E qui, ricadde a sedere dinanzi a sua madre; e le narrava del viglietto avuto dalla marchesa, del viaggio fatto quasi senza sosta; parlando con certa calma, di cui egli stesso stupiva; non sapendo come l’anima sua si sarebbe ridestata al dolore, non appena dissipata quella sorta di pace, in cui per aver trovata viva la madre, si sentiva tirato. Narrò tristamente, e parlò sempre lui, quasi pauroso di lasciare, tacendo, il posto ad altri pensieri; finchè Marta fatto riporre il cavallo, venne dentro recando la lucerna accesa, perchè si faceva notte.
“Il cavallo – disse essa per non istar lì a fare le accoglienze al reduce peccatore; – il cavallo l’ho fatto legare in disparte, che quelli degli Alemanni non gli possano tirare…”
“Che Alemanni – saltò su a dire Giuliano col sangue a cavalloni; – dunque, nemmeno in casa mia, potrò stare senza costoro tra piedi?…
“Per carità! – disse Marta – che essi non avessero a sentire, sono lì sul piazzale….”
“Giuliano abbi pietà di me! – pregò la signora – ci han dato due uffiziali ad alloggiare; soffri in pace, e se ti volessero salutare, sii buono.
“Non voglio vederli, sono stanco, casco dalla fatica…!”
Così dicendo, Giuliano partì sdegnoso, e senza lume prese la scala che menava alla sua stanza.
Marta sollecita accese una lucerna a mano, e gli tenne dietro; la signora Maddalena rimase ritta un tantino in mezzo alla sala incerta se dovesse seguirlo, o star lì a far buon viso agli Alemanni, se venissero dentro. E siccome questo le parve il meglio, così accostatasi alla porta, si mise ad ascoltare, tremando che essi avessero intese le parole oltraggiose del figlio. I due, tornati mezzi avvinazzati dal banchetto del pievano, erano proprio sul piazzale, come Marta aveva detto; e davano ordini ai loro servitori, parlando imperiosi la loro favella. Essa in quei loro parlari non ci capiva nulla, ma spiegandoli a sè stessa alla sua maniera, già si figurava che davvero toccassero il suo figliuolo. Senonchè coloro, riveduti i loro cavalli, e detto ai servi quel che avevano a dire, se ne andarono di nuovo; forse a godere la serata, per tornare tardi pieni di vino e di gioia; gioia che in quella casa non doveva più brillare che su visi stranieri.
Appena se ne furono andati, e sul piazzale non s’udì più che il passo dei servitori, e il cigolare dei secchi, e della carrucola del pozzo; la signora si provò a salire di sopra. Ma si fermò, perchè Marta, lasciato il lume in camera a Giuliano, veniva giù tastoni e strisciando il piede per trovare i gradini.
“S’è buttato sul letto vestito e stivalato, com’era, e rimase addormentato morto.” Così la vecchia; e la signora:
“Oh dorma! dorma! e che non gli venga in mente nulla, nè C…. nè Torino…!” e salendo in punta di piedi andò ad ascoltare e a vedere da sè.
La stanchezza del corpo, aveva potuto più dello scompiglio dell’animo, e Giuliano dormiva sì fisso, che tutti i tuoni del cielo non sarebbero bastati a destarlo. Essa spinse l’uscio, entrò nella camera, appunto come aveva fatto la notte prima della sua partenza, e al chiarore della lucerna lasciata da Marta, stette a guardarlo. Giaceva supino; il petto gli si gonfiava a lunghi respiri; le guance attenuate dalla fatica erano pallide; le sopraciglia, i capelli, i panni aveva polverosi; pareva un guerriero che riposasse dopo la battaglia. Oh! se essa avesse potuto vedere il cuore di lui; se avesse potuto leggergli traverso la fronte i pensieri! Eppure meglio averlo lì sotto gli occhi, tribolato quanto si fosse, meglio lì che a Torino, nel carcere, da cui la Marchesa di G…. l’aveva forse campato…. Oh! la gentildonna pietosa, che sì che l’aveva trovato il modo di farlo partire!…. E la ringraziava dal fondo del cuore, e le pareva che oramai si sentiva forte da poterlo difendere contro ogni nemico; i birri, gli Alemanni, il pievano, chiunque volesse fargli male, gli avrebbe visti in viso! Rimasta un altro poco a guardarlo, baciò il guanciale su cui posava il capo, non osando baciar lui in viso; poi si tolse non sazia da quella vista.
Tornata in sala, trovò la fantesca gomitoni sul tavolino; e allora soltanto, vedendola sola, si rammentò di Tecla.
“O Tecla? – chiese essa, rimescolata per l’assenza della giovinetta.
“Tecla? – rispose Marta con certa voce che pareva chiedesse anch’essa – Tecla, questa volta ne sono certa, e non è più tempo che io taccia. Mi scaccerà se vorrà, tanto in questa casa non ci sono quasi più per nulla, ma voglio dire la verità. Ascolti, quando vedeva lei usare tanti bei garbi a Tecla, e avezzarla a leggere a scrivere, a parlar bene; ecco, diceva tra me, una signora che si apparecchia da sè il miele amaro! Ma dalla tema di farle male, mi teneva in gola tutto….
“Ma, o Marta, – sclamò la signora, battendo forte col piede il pavimento: – e che strazio è questo che volete fare di me?
“Tecla la strazierà; non io…! Tecla, Tecla… vuol bene al signorino!”
Fu come se nella sala non vi fosse rimasto più anima viva, dal tanto silenzio che vi si fece a quelle parole. La signora si abbandonò sul suo seggiolone, raccolse la fronte tra le mani, e non fiatò. Marta ritta, immobile, sbigottita, stava come se avesse, senza volerlo, ucciso qualcuno. E sentendosi rimordere forte d’avere dato quel tuffo alla padrona, afferrò il primo pensiero che le balenò alla mente; e senza stimare quanto valesse, fece come colui che lava la piaga colla prima acqua che gli viene alla mano, non badando se sia immonda da farla inciprignire. Chinandosi a lei, quasi a parlarle nell’orecchio sommessa, disse con ingenuità maravigliosa.
“Ebbene? Che guaio c’è? E dacchè quell’altra di C… si marita…: se il bene che Tecla gli vuole, servisse di sfogo a Giuliano.”
A queste parole, la signora Maddalena sollevò la fronte sdegnosa; ma d’uno sdegno sì alto, sì generoso, che alla vecchia parve di non avere visto mai nulla di più potente, a farle chinare gli occhi mortificati.
“E questo, – sclamò – questo, o Marta, è il più tristo pensiero che abbiate concepito dacchè siete al mondo; voi, che come io, avete un piè nella fossa!” E preso un partito, lasciando la fantesca a ingollare le parole che aveva detto, s’avviò sola, al buio, in casa di Rocco.
Là s’era rifugiata Tecla, sin dal primo apparire di Giuliano; senza che la padrona, o Marta avessero badato a lei. E chiusa in quella cameruccia, dove non aveva più posto piede da quella sera, in cui era salita a pigliarsi i panni, per andare a Torino alla ventura: pensava a Giuliano come ad una visione; pensava a Marta, che forse gli avrebbe detto, come essa fosse vissuta quei due mesi alla mensa della signora Maddalena; le veniva in mente quella fanciulla di C…. di cui aveva inteso parlare da don Marco; provava uno sgomento profondo della venuta del signorino, e insieme corruccio contro l’ingrata che non lo voleva più sposare. Oh! se la grazia di essere amata da esso, il cielo l’avesse fatta a lei! Qui arrossiva d’avere osato tanto pensiero; e in questa guisa, ora cadendo d’animo, ora levandosi, se ne stava rannicchiata là al buio; d’una cosa temendo su tutto, ed era che prima o poi la si venisse a cercare.
I suoi l’avevano veduta venir in casa così di furia che n’erano rimasti spauriti; ma già accostumati a menarle buona ogni cosa, dacchè pareva portata in palma di mano dalla padrona; non s’erano manco rischiati a chiederle che avesse. E tra quel fatto, e il ritorno improvviso del signorino, ondeggiando turbati; non osavano coricarsi, e stavano a quell’ora ancora in cucina.
Non è a dire se fu grande lo stupore di Rocco, quando vide apparire la signora Maddalena, sola, al buio; essa che dopo l’avemaria, non aveva posto piede fuori la soglia, forse da dieci anni. Temè che venisse a comandargli di pigliarsi in ispalla i bimbi, le masserizie, e Tecla e tutto, per andare in cerca d’altra casa e d’altri padroni; ma quando la udì domandare della sua figliuola con voce dolce, sebbene commossa, gli tornò il cuore a posto; e preso un lume la menò diritta nella cameruccia di Tecla.
Alla vista della padrona, la fanciulla aperse le braccia, quasi per dire: “sono qui, faccia di me quel che le pare!” E quella mandato via Rocco:
“O Tecla – le disse – tu mi vuoi bene nevvero? Dimmi una cosa; se io ti dicessi, bisogna che tu te ne vada per un po’ di tempo da qui… mi daresti retta…?
“Oh sì! – sclamò Tecla – anche subito… come piace a lei…!
“Io ti verrò a vedere qualche volta; ti farò condurre a Santa G…. in casa ai parenti di tua madre. V’è lassù una bella chiesa, sopra una vetta, tu vi andrai a pregare per me…. Non temere, di sulla porta di quella chiesa vedrai D…. e la mia casa e la tua…. addio.”
E prese le mani della povera giovinetta, le strinse con pietà grande; poi si tolse di quivi, perchè se vi fosse rimasta un altro poco, il singhiozzo l’avrebbe vinta.
Discesa a basso, raccomandò a Rocco di menare la figliuola in casa ai cognati ch’egli aveva a Santa G…. nè disse di più; che dallo sgomento le morivano le parole in bocca. Il buon uomo promise d’obbedire, senza chiedere il perchè, ma su per giù almanaccando, gli pareva d’averlo indovinato: e volle accompagnare la padrona quei pochi passi. Chi gli avesse visti a quell’ora, che era quasi di mezzanotte, forse avrebbe pensato che in quella casa fosse qualcuno all’ultime fiatate. Una quiete altissima regnava in quella parte del borgo, mentre in castello si vedevano molte finestre illuminate, e veniva di lassù un suono di strumenti; misto di quando in quando a un prorompere di voci allegre, proprio come nei festini del carnovale. La signora udiva e sospirava, pensando ai casi suoi dolorosi: e giunta sulla porta, pose la sua mano ardente nella fredda e callosa di Rocco; il quale avuta la buona notte, commosso da quell’atto, tornò a promettere, che all’alba sarebbe stato colla figliuola in cammino per Santa G…. Capiva che obbedendo pronto, faceva un gran bene alla signora, a Tecla, a sè; e quasi dallo struggimento il pover’uomo piangeva.
Tornata in casa, la signora Maddalena, si guardò bene dall’appiccar discorso con Marta; la quale aveva detto poco prima quelle brutte parole. E come dalla camera di Giuliano non si udiva nulla, disse alla vecchia che andasse pure a dormire, e v’andò anch’essa. Quella fu una notte, quasi peggiore dell’altra di tre mesi prima, che aveva preceduto la partenza del suo figliuolo; e la povera donna ebbe un bel rimettersi in Dio, ma non le riuscì di riposare. Manco male, che per la stagione, il mattino stette poco ad apparire, a guisa d’un visitatore sollecito, che viene e s’affaccia timidamente ad esplorare, se è tempo da giungere gradito. Allora i tamburi batterono la diana nel campo alemanno, rompendo la quiete soave della prima aurora; quella quiete che non vorrebbe essere turbata da niuno, prima che dagli uccelli dell’aria, ridestati al canto, all’amore, all’innocenza della loro libera vita. Quei tamburi accompagnavano l’andata di Tecla e di Rocco, su per la via che serpeggiando da D…. verso le alture dei monti, i quali dividono le due valli della Bormida, mena al villaggio di Santa G…. Salivano salivano, Rocco portando sulla spalla il fardelletto di Tecla, infilato in un bastone; e Tecla volgendosi addietro di tanto in tanto a guardare. A misura che la veduta del borgo si faceva più bassa, e le case impicciolivano allo sguardo, e il campanile del castello pareva assotigliarsi, Tecla si sentiva crescere(12) il cuore, e credeva di elevarsi a regioni piene d’un’aura dolcissima di speranza.

CAPITOLO XIV.

Se in casa alla signora Maddalena s’era vegliato in quella notte assai al tardi; a C… in casa al signor Fedele, non tutti avevano dormito: e il sole spuntando bellissimo, visitava con uguale sorriso l’uno e l’altro villaggio, salutando la madre di Giuliano tutta cordoglio, e il padre di Bianca affaccendato, come un maggiordomo di famiglia doviziosa, che abbia corte bandita.
Egli aveva ricondotte in C… le figlie e la cognata da sola una settimana; perchè dal giorno in cui don Marco e il padre Anacleto, s’erano bisticciati nella sua palazzina, e Bianca aveva detto apertamente al primo, d’essere disposta a fare il volere del padre suo; egli adagiato nelle dolcezze della campagna, s’era dilettato a colorire i disegni che aveva nel capo. Di piàti e d’ogni altro negozio dell’arte sua, non si era più dato pensiero, contento di quello che teneva tra le mani grandissimo, il matrimonio di Bianca coll’Alemanno.
In verità questi due, guariti l’uno del corpo e l’altra dello spirito, mostravano oramai d’aver fretta; ne sarebbe bisognato di sapere i discorsi, o di badare alla rallegratura, che il viso della fanciulla pigliava sempre più viva; per indovinare come ogni giorno fosse atto ad essere vigilia di quella festa, che alle volte pone l’uomo dentro al tempio della Felicità, e alle volte gli fa sbattacchiare in faccia la porta di questa Dea.
A misura che la festa si appressava, damigella Maria pareva restringersi con Margherita, tanto da fare con essa una sola persona annuvolata e taciturna. Essa aveva fatto come colui, che vedendo pieno di crepe il muro della propria casa, s’industria di tenerlo ritto con puntelli d’ogni sorta; e tira innanzi dall’oggi al domani, finchè vi rimane sotto schiacciato. Messa in disparte l’idea d’andarne di casa al cognato; quetatasi nella promessa che l’Alemanno non avrebbe menata Bianca lontana; s’era acconciata a vivere là dentro, dove tutto pareva farsi a suo dispetto. Il signor Fedele, poneva ogni cura, a non darle appicco di tornare a mezzo con quell’idea; badava bene a non capitarle tra’ piedi; e le lasciava volentieri il sollazzo della compagnia di Margherita, in cui la poveretta aveva posto la vita. Così a poco a poco, tra lo starsi e l’essere tenute in disparte, in quella faccenda del matrimonio; esse erano divenute a Bianca quasi straniere. Questa poi, dal dì che s’era chiarita ben disposta verso l’Alemanno, non aveva riparlato dieci volte con esse. Occupata di sè, delle cose nuove che si vedeva intorno, e delle tante che sapeva immaginare con quella sua fantasia, riscaldatale dal padre e dal fidanzato in mille guise, si reputava felice; e vedendo esse accorate faceva spallucce, e diceva tra sè che nelle loro malinconie, non aveva a vedere nulla. Le cansava con accortezza, e quando non era col fidanzato, col babbo amorevolissimo, o col padre Anacleto che veniva nel borgo a visitarla; se ne stava nella propria camera soletta; non come la primavera addietro afflitta, taciturna, stanca di tutto; ma intenta ad aprire e a rinchiudere, cento volte, i cassettoni del suo canterano. E pigliava diletto a cavare e a riporre uno dopo dell’altro, vezzi d’oro, e monili e collane; e poi sete, e trine, e vesti, e pettini, e reticelle, e guanti di ogni colore e di molta spesa. Sovente aprendo una scatola di lavoro sottile, che era da per sè una galanteria, ne cavava certi fiocchi di piume di cigno, e accostandosi allo specchio, s’impolverava peritosa un po’ di capelli sulla fronte, e un po’ di gota; e rimaneva a guardarsi nella spera, come per vedere se incipriata tutta la testa, sarebbe parsa più bella. Oh! se la mala ventura, che poneva Giuliano a sì dure prove per amore di lei, l’avesse portato a vederla solo una volta, in quelle opere solitarie; che sì ch’egli avrebbe cacciato presto dal cuore l’affetto a quella bellezza! E se le memorie prepotenti le riconducevano alla mente quel giovane scolare del terrazzino, quella donna che tre mesi prima l’aveva baciata in viso: se pensava al dolore in cui forse vivevano per essa; faceva come pel cordoglio della zia, si stringeva nelle spalle e pareva dire: “che colpa ci ho io?” Buon per lei che don Marco non appariva più alle finestre rimpetto; perchè da parecchio tempo si era andato a ricoverare in certa sua casuccia sui monti, dove lo rivedremo; ma se egli fosse stato nel borgo, le avrebbe qualche volta dato ad intendere con un solo sguardo, quanta era la colpa che essa aveva nei dolori, sofferti dalla signora Maddalena e da Giuliano, per cagion sua. Tuttavia, essa non se ne sarebbe doluta molto, assordata come era dalle ciance degli adulatori; i quali sparsasi la voce del matrimonio, erano corsi a congratularsi a lei; e gli ufficiali Alemanni, amici del fidanzato erano stati i primi. Costoro usavano con essa i portamenti più rispettosi; e quello stesso generale che aveva rimbrottato il fidanzato, dandogli i fogli della licenza giunta da Vienna; s’era rabbonito con lui per la bella maniera, con che aveva toccata la sua ferita, e per la bellezza della fanciulla, che francava la spesa del suo amore. La prima volta che l’aveva veduta, le era entrato di Vienna, di Corte, dello stato che l’attendeva: e Bianca d’allora in poi, s’era sentita crescere l’orgoglio e i desideri; e l’animo non aveva più cessato di farle dentro come vi avesse un pavone. E già non poteva più reggere a stare in quella casa, che le pareva umile da averne vergogna; e pur d’andarsene si sarebbe acconciata a partire di notte, senza dire addio a niuno, col suo Alemanno; il quale non era più per lei, l’uomo a prima giunta tanto spiaciuto. A farlo bello agli occhi di lei avevano anche giovato le minute dicerie e i motti delle zitelle del borgo; motti e dicerie, che raccolti con cura dal padre Anacleto, le venivano nell’orecchio come prove dell’altrui invidia. Così tra i benevoli e i malevoli, la preparazione di quel matrimonio fu un lungo epitalamio, che finì nelle dolci parole con cui Bianca e il fidanzato, fissarono per le nozze il primo giorno d’agosto; quello stesso in cui Giuliano si sarebbe ridestato nel proprio letto di D…. chi sa con quali propositi nell’anima offesa.
Il signor Fedele, aveva dormito poco la notte, e sin dall’alba si dava attorno con un nugolo di fantesche e di servitori; tolti in casa lì per lì, tanto che la faccenda della festa e del convito fosse mandata innanzi per bene. Le signore del borgo, anco quelle che del matrimonio avevano parlato più da maligne, andavano e venivano profferendo a Bianca i loro servigi; l’una per essere stata l’amica di quella buon’anima della signora Costanza; l’altra perchè in fatti di così gran conto s’era sentito ribollire nel sangue la parentela; le più per quello assillaccio della curiosità, in certe donne sì vivo, che tu le trovi dovunque tu vada, a festa, a funerali; ora prefiche, ora pronube; sempre colle labbra mosse in guisa, che tu non sai se siano per dirti una parola d’augurio, una di compassione, oppure una facezia.
Bianca stava in una stanzetta che le teneva luogo di spogliatoio. Non aveva fatto altro in tutta la mattinata che aprire cofanetti e cassettoni; sturar boccettine d’acque odorose e spruzzarsene; si provava anella e pendenti di grandissimo costo, braccialetti e collane; e già molto prima dell’ora fissata, essa era pronta per andare in chiesa. Fattasi dinanzi ad uno specchio, che il fidanzato aveva fatto portare sin dalla lontana Venezia, stette un tantino a contemplarvisi piena di ammirazione per la grande bellezza che si sentiva in tutta la persona; poi piegando il collo verso le signore che l’avevano aiutata a vestirsi, disse altera come una regina:
“Ora possiamo andare.
“Ma lo sposo?” – chiese una di quelle dame.
“O che modo è questo di farsi aspettare?” – sclamò Bianca, battendo dalla stizza l’ammattonato col piede, che fu visto in quell’atto, chiuso in un scarperotto di raso bianco, stretto fin sopra la noce, da un intreccio di cordelline di seta, le quali si scernevano sulla calza, traforata e di sottilissima fattura. E così dicendo cavò dalla cintura un oriolo tempestato di gemme, che mandavano dalle mille faccette certi raggi, i quali somigliavano ai lampi onde brillavano gli occhi di lei, per la collera cui s’era levata.
Le donne s’ingegnarono di quetarla; ed una di esse, a consumare quell’altr’ora che rimaneva, prese a narrare, interrotta presto dall’altre, i matrimoni illustri, che ai loro giorni avevano veduti celebrarsi nel borgo. Bianca, messasi a sedere, ascoltava; e proseguiva a vagheggiarsi nella spera, facendo paragone di sè colle spose, delle quali sentiva dire.
Frattanto il signor Fedele aveva finito di far apparecchiare la mensa, in quella sala istessa, dove alcuni mesi prima, la signora Maddalena s’era intrattenuta con lui. I convitati dovevano essere molti, epperò lo studio per far posto a tutti, era stato assai lungo. Il vasellame di stagno forbitissimo, le bocce, le guastade, facevano un bel vedere sulla tavola foggiata a ferro di cavallo, e coverta di tovaglie tessute ad opera, candide che avrebbero rimessa la voglia in un ammalato agli sgoccioli. Le dipinture della Samaritana al pozzo, e della scala di Giacobbe, con tutte le altre anticaglie, erano state tolte; e la sala parata a nuovo non pareva più quella d’una volta, neanco per l’ampiezza, tanti erano gli arredi, e tale il bell’ordine con cui ve gli avevano assettati. Arazzerie e festoni d’edera, appiccati ai travicelli del soppalco ed alle pareti, formavano sopra la tavola una sorta di padiglione, che accordandosi coi trofei composti dall’organista del borgo, parevano insieme simboli delle nozze tra il guerriero e la montanina.
La povera Margherita provava di tutto quello sfoggio uno sgomento che non le lasciava aprir bocca; e dopo d’aver aiutato il babbo in quelle opere, non le era parso vero che questi le comandasse di andarsene in camera alla zia; perchè essendo zitella, gli usi del paese non le concedevano di stare alla festa. Essa non se lo fece ridire, e passò da damigella Maria; la quale s’era posta a letto per ammalata, tanto da non essere costretta a sedere a mensa, quel giorno ch’essa stimava più tristo d’un funerale. Raccolta là dentro con essa, Margherita le raccontava le cose vedute in casa; e di quei racconti la cieca sentiva una molestia, come fa la malaria a chi cammina per luoghi palustri.
“Vengono, vengono!” sclamò a un tratto la fanciulla rimescolata.
“Allora tu non ti muovere più di qui; e mentre andranno in chiesa, noi ce ne staremo coll’anima di tua madre, che certo a quest’ora è con noi. Pregheremo che campi almeno te da queste cose; inginocchiati e metti la tua faccia qui sul guanciale, vicina alla mia.”
Così dicendo, damigella Maria, da seduta com’era, si distese, e coll’imboccatura delle lenzuola si coperse il capo per non udire.
Su per le scale, venivano con allegri clamori, ufficiali alemanni, signorelli e dame; e passavano con belle cerimonie nella stanza, dove il signor Fedele soleva dare il suo ballonzolo in carnevale. Ivi i parlari gai, le piacevolezze gentili, si mutarono in un bisbiglio d’ammirazione all’aprirsi d’un uscio; d’onde tra le portiere verdi, fu vista apparire candida e sfavillante come un fiocco di neve, di faccia al sole; franca di passo, accompagnata dalle signore che l’avevano vestita; quella Bianca felice, alla quale, pochi mesi prima, un pittore avrebbe messa in mano una palma, e in capo una corona per ritrarre una martire. Adesso un pèttine di gala raccoglieva quelle sue treccie, altra volta annodate così modestamente; e da esse, impolverate e acconciate, come se Lucifero vi avesse posta la mano, si spiccava un velo bianco trinato, che le scendeva giù pel collo, ornato d’una doppia filza di perle; e lambiva le spalle ignude e belle come d’un torso di quelle statue, che si scoprono scavando le terre del genio e del sole.
Per poco non fu uno scoppio d’applausi. Quei soldati stranieri, usi alle corti, potevano aver veduto qualcosa di uguale; ma i convitati del borgo non avevano visto nulla mai che somigliasse a quella bellezza, la quale si spandeva da tutta la persona di Bianca; e pareva, come una gran luce, ornare di qualche parte di sè fin la più vecchia delle donne, che la circondavano silenziosa e sorridente.
Allora l’Alemanno si fece innanzi, tenuto per la mano dal suo generale; che vecchio ed arzillo, somigliava ad uno sparviero un po’ spennacchiato, che si volesse divorare la colombella che aveva in faccia. Il fidanzato, ricuperata intera la sanità, aveva ripigliata quell’aria altezzosa e fiera, di cui la signora Maddalena s’era sentita turbata, quel giorno che l’aveva incontrato per le scale del signor Fedele. Ma la gioia donde era impresso ogni suo sguardo, ogni suo moto, lo faceva parere men duro; e per Bianca, all’ora che correva, non v’era uomo sulla terra più bello di lui.
Il generale, poichè ebbe detto alla donzella, che facesse stima di vedere in lui il padre dello sposo; pose le loro mani, l’una in quella dell’altro, e pronunziò queste parole, studiate parecchie ore, e mandate a memoria:
“Questa è la prima volta che m’accade una ventura di questa sorta. Signor Barone, se io avessi quarant’anni di meno, e fossimo ai tempi dei tornei, vorrei chiedervi di rompere meco una lancia; adesso non posso che applaudire, e narrare poi quando saremo tornati nel nostro paese, che quassù delle ferite ne toccaste due; una nel braccio, l’altra nel cuore. Che siano state toccate bellamente, diranno i vostri commilitoni per quella del braccio; per quella del cuore, chi vedrà la vostra Bianca, non avrà bisogno di testimoni. Ora, se vi pare tempo, andiamo in chiesa.
“Prego, un momento! – sclamò il signor Fedele, fra il giocondo bisbiglio, suscitato dalle parole del generale; – liberemo alla salute degli sposi, ai quali siano propizi i destini, e le loro Maestà l’imperatore d’Austria e il re di Sardegna nostri sovrani!”
Allora andò attorno un vassoio coverto di bicchieri colmi d’un liquore sì limpido, che pareva fosse rimasto imprigionato in ognuno di essi un raggio di sole. Tutti ne presero, salvo che Bianca e lo sposo, i quali dovevano ancora comunicarsi; e fu un tintinnio che venne inteso dalla via, e fece accapricciare il cuore di Margherita, che assettò meglio il lenzuolo sul capo della cieca affinchè non sentisse.
Poi le dame si presero Bianca in mezzo; e gli uomini dietro di loro discesero con esse le scale.
V’era alla porta una lettiga sontuosa, che l’Alemanno aveva fatto pigliare a nolo nella vicina Savona; e quattro lettighieri in abito di gala e a capo scoperto, attendevano ognuno al suo posto. Bianca che non sapeva di quella pompa, ne provò a vederla tanta maraviglia, che non s’avvide neanche delle centinaia d’occhi, dalle finestre, dalle porte, dalla via affollata; intenti, come dardi incoccati, sopra di lei. Un drappello di soldati Alemanni, faceva siepe alla lettiga, perchè il popolo non la investisse; la sposa fu messa dentro di quella con una delle dame, e subito si sentì levata da terra e portata. Un suono di strumenti scoppiò improvviso ed allegro; le campane di tutti i campanili del borgo, s’accoppiarono a quel suono martellate a festa; e lo sposo e il corteo mossero in bell’ordine, dietro i lettighieri.
Quante fanciulle affacciate alle loro finestre, si saranno ritratte, a quella vista, stizzite; prorompendo in accuse contro sè stesse, e contro i parenti, che non avevano saputo procacciare anche ad esse sì bella sorte! Quanti garzoni si saranno sentiti umiliati, pensando alle loro fidanzate, cui non avrebbero potuto recare tanto fasto; e che forse in quell’ora facevano nel secreto dell’animo, indiscreti raffronti!
Dietro al corteo incalzava la folla popolare e quando la lettiga s’arrestò a piè della scalinata della chiesa, questa fu stipata come fosse la domenica dell’ulivo. L’organo riempiva le volte delle sue armonie; ma per quanto la mano del suonatore si studiasse di trovarle festose, non veniva a capo di cavarne una, che non fosse impressa di malinconia. Perchè sebbene fosse un povero organista, le sue segrete fantasie le aveva anch’egli: e forse non gli pareva giusto, che quella giovinetta si sposasse, per andarsene chi sa in qual terra così lontana, che non sarebbe più mai tornata a udirlo suonare, neanco nella sagra del Santo patrono del borgo.
Al primo passo che mosse dentro la chiesa, Bianca rimase tocca da quei suoni e impallidì per modo, che una delle dame a lei più vicine, le chiese se per avventura la veste le stringesse troppo la vita, e se si sentisse male. La giovane sorrise, senza rispondere; ma quando si vide giunta al banco parato di damaschi rossi, dove s’aveva a inginocchiare, le parve d’aver fatto un grandissimo acquisto, perchè si sentiva venir meno. Si pose ginocchioni coll’Alemanno, che le venne allato; appoggiò i gomiti sui cuscini gallonati, raccolse nelle mani la fronte, e stette ad ascoltare quel suono d’organo, che sembrava avesse a dirle qualcosa. Oh! le ne aveva a dir tante, che nè Giuliano, nè la signora Maddalena, nè don Marco, avrebbero potuto di più. Quelle armonie erano un linguaggio noto ed inatteso, che trovava le vie del suo cuore, meglio d’ogni più dolce, o più acerba parola. Pareva che gli angeli del cielo, ai quali nei primi tempi dell’amor suo per Giuliano, aveva parlato colla fantasia tante volte, si librassero tutti sotto le arcate della chiesa, e ognuno le ridicesse ad alta voce, i pensieri mesti o lieti, che essa usava confidar loro che li portassero allo scuolare di don Marco. Cadde a poco a poco, in siffatto accoramento, che se l’Alemanno l’avesse potuta vedere in viso, da quell’uomo leale che egli era, le avrebbe chiesto se fosse pentita. Ma in quella il tintinnio di un campanello annunciò che entrava la messa; e dall’uscio della sagrestia fu visto il sacerdote, parato con gran fasto, andare all’altare con passi gravi, e cogli occhi bassi: maestoso, che pareva portare in mano le sorti dell’universo. Egli diede uno sguardo verso il banco degli sposi, inchinò il crocifisso inalberato sopra l’altare, salì i gradini, e incominciò il suo ufficio; mentre la moltitudine s’inginocchiava con un rumore sommesso e diffuso.
Quel sacerdote era il padre Anacleto. Il quale,avendo condotto Bianca a quel passo, si poteva dire, per le dande; per compiere l’opera s’era procacciato l’onore di dire la messa dello sposalizio. E sebbene i preti del borgo glie lo avessero conteso, riputato com’era ed esperto ad uscir d’ogni passo, egli aveva ridotto il parroco a farlo pago di quel suo desiderio.
Bianca sapeva come il celebrante avesse ad essere lui; ma assorta in quelle voci misteriose della fantasia, non lo vide entrare. Però quando la parola sonora e profonda del frate, si mescolò a quell’altre che udiva essa sola; le parve un aiuto che capitasse valido ed opportuno, si segnò e levò la fronte. Che valevano quelle note dell’organo, e quegli angeli della sua immaginazione? Non era vicino a lei il padre Anacleto, la cui voce, nell’orare si levava ora ai tuoni più alti, ora scendeva ai più gravi; quasi di persona che parli un po’ al cielo un altro poco alla terra? Così man mano che s’appressava il momento d’andare alla balaustrata, sentiva qualcosa che la staccava per sempre dal passato; qualcosa come a dire la mano che tronca la gomena, e scioglie la nave affinchè pigli l’alto a golfo lanciato.
Costumava anche su quei monti, che una zitella andando a farsi chiedere dal prete se fosse contenta di sposarsi al suo fidanzato; vi si facesse accompagnare da un cugino o da altro congiunto, il quale era quasi un testimone del parentado, contento di dare una delle proprie donne, ad un uomo d’altra gente, che la facesse sua. Bianca aveva dietro di sè questa sorta di ministro del sacrificio; il quale quando vide essere venuto il tempo della cerimonia, la prese per una mano e la condusse alla balaustrata, mentre l’Alemanno vi si fece condurre dal generale. Là s’inginocchiarono di bel nuovo, e tutto il corteo fece corona intorno ad essi. Il frate spiccatosi dall’altare, accompagnato da una moltitudine di preti che recavano torce accese, venne verso di loro. E per la chiesa era un silenzio solenne; la moltitudine si premeva e ondeggiava; si vedevano le teste degli uni sporgere sulle spalle degli altri, e molti salire ritti sui banchi, e i monelli arrampicarsi alle colonne; intenti tutti a raccogliere le parole del frate e il sì che doveva uscire dalle labbra di quegli sposi beati.
I quali furono comunicati dal frate, in quella cerchia d’amici, che li nascondeva agli occhi del popolo; poi a un cenno di chi sa chi, l’organo tornò a suonare a gloria; fu vista la mano del padre Anacleto, alta sulle teste dell’Alemanno e di Bianca, in atto di benedire; questi si levarono, baciarono quella mano, diedero di volta, e scendendo da quei gradini, la sposa ebbe cuore di guardare la moltitudine sino in fondo alla chiesa. Oh! se l’Alemanno non prometteva invano, essa si sarebbe vista ammirata tutta la vita, come in quel momento. Le scintillava in dito una gemma di tanto prezzo, mèssale pur allora dallo sposo, che le pareva d’essere stata inannellata con una stella; un’altra gemma le brillava in fronte a mo’ di diadema; ora la sua fantasia poteva spiegare i voli sicura; essa si riputava davvero la castellana del suo borgo natale! Che più? Un coro di fanciulle tutte di men che dieci anni, vestite di bianco, si fece dinanzi agli sposi cantando un inno cavato dalla Cantica di Salomone; e celebrando la beltà e l’amore di Bianca con quelle ardenti parole, facevano far largo alla folla sino alla porta del tempio, perchè il corteo potesse uscire. Quando questo fu sulla soglia, i suoni, le grida, gli applausi proruppero altissimi: e l’Alemanno che si menava al braccio Bianca ormai sua, aveva l’aspetto d’un eroe, che traesse seco, dalla vittoria, il premio invidiato d’una regina prigioniera volonterosa.
La lettiga non era più alla porta della chiesa, perchè gli amici e i convitati del signor Fedele, volendo mostrare l’allegrezza che quel matrimonio spandeva nel borgo, l’avevano fatta portar via; costringendo in questa guisa gli sposi a lasciarsi ammirare. E durante la messa, spacciati fanciulli nei prati e negli orti, e garzoni nei boschi vicini a sfrondar alberi; avevano fatta la fiorita per la via, e parati di fronde i muri delle case, come usava nella festa del Signore. Di che l’aspetto del borgo, pigliava dalla chiesa alla casa del signor Fedele, una sì bella e nuova allegrezza, che l’Alemanno ne fu lietissimo, e all’anima sua parve di inoltrarsi in una primavera, promettitrice di dolcezze infinite. Procedeva a piedi con Bianca allato, calpestando quei fiori, che a lui potevano sembrare emblemi di piaceri passati, a lei di affetti posti in oblio; ed ambedue bisbigliavano parole d’amore, verecondi in vista, fra gli evviva del popolo, e la grave andatura dell’accresciuto corteo: che lasciatosi alle spalle il clamore festoso della turba, rifece alfine le scale del signor Fedele. Ultimi tra i convitati capitarono i preti del borgo, col padre Anacleto, inchinato, lodato, atteso a dare il cenno, pel quale tutti pigliarono il loro posto alla solennità della gola; e se il signor Fedele avesse avuto in mano un turibolo, avrebbe incensato tre volte e quattro lui, che sedutosi in mezzo agli sposi, governò coi cenni e coll’esempio l’olimpico pasto.
Mangino e bevano i bicchieri arrubinati; ma almeno le loro allegrezze, non giungano nella stanza di damigella Maria. Essa e Margherita se ne stavano come due meschine, senza parenti nè amici al mondo, relegate dalla sventura in luogo solitario. Le voci e le risa dalla sala del banchetto, le percotevano come ventate furiose; e a misura che cessavano o tornavano a suonare, esse ripigliavano le loro querele.
“Ma tu, Margherita, non farai come Bianca no, nevvero? – diceva la cieca cercando colla sua mano attenuata e scolorita il capo della fanciulla. E questa non ebbe tempo di rispondere, perchè appunto uno scoppio di applausi fragorosi, le fece morire la parola sulle labbra. La cieca levò un istante il capo dal guanciale, porse orecchio quasi spaurita, poi rimettendosi a giacere, parlò basso a Margherita.
“Mi pare che si debba essere vicini al tramonto…?
“Sì – disse la fanciulla – il sole batte appena nel comignolo della casa di don Marco.
“Tua madre è morta a quest’ora.”
E i convitati a quell’ora erano ai brindisi del padre Anacleto; il quale aveva provocato quegli applausi con un primo discorso; e tutti avevano bevuto con lui alla salute degli sposi, cui pregò tante gioie e tanti figli, quante erano stelle in cielo e arene nel mare, stile da frate.
“Ora un secondo brindisi! – tuonava egli colla sua voce, fatta più poderosa dal vino e dall’umore allegro: – un secondo brindisi, e sia alla Francia immattita!
“Oh! – sclamarono i commensali interrompendo il frate con grandi risa: ma egli guardato un poco in viso ai più arditi; con occhi scintillanti, e reggendosi alla spalliera della sua scranna, proseguì sullo stesso tono:
“Sissignori! un brindisi alla Francia matta e ai suoi giacobini! Mi spiego. Se non fossero state le pazzie dei Francesi, questi gran gentiluomini sarebbero venuti quassù? No? E allora la coppia felice, in mezzo a cui seggo indegnamente, sarebbe? Giacobini alla vostra salute; non in questo, ma nell’altro mondo, se Dio vi perdonerà…!”
E fra un nuovo urtarsi di bicchieri, e un nuovo erompere di voci, bevve l’ultimo sorso che gli colmò la misura. Allora sentendosi la testa lì per andare in volta; prese commiato da Bianca, dallo sposo, e dalla comitiva, dando la mano a baciare a tutti, salvo che ai preti.
Lui partito, durarono i ricreamenti e gli allegri parlari, finchè alcuni cominciarono a provar noia, altri desiderosi d’una boccata d’aria s’affacciavano alle finestre, andando e tornando con uno scarpiccio irrequieto. Gli ufficiali tastavano le loro pipe, bramosi di farle fumare; Bianca aveva negli occhi l’agonia d’andar fuori; di che non si stette guari a far parola d’uscire a diporto.
Lasciamo che si apparecchino, che si liscino, che partano a due, a quattro, come loro verrà bene; e vadano a godersi il fresco della bassa ora, o lungo i prati oltre il torrente, o sotto i filari d’olmi, sui quali cantano più felici di loro, i passeri a migliaia. Salgano a loro talento in castello, a rifare colla mente il vasto edificio; e Bianca si pasca di sogni, e colla fantasia vegga sè stessa seduta al balcone marmoreo, come le aveva insegnato a figurarsi il padre Anacleto. Noi raggiungeremo questo, chè alla maniera in cui si è veduto partire, qualcuno non se lo avesse a immaginare barcollante, sulla via del suo convento.
Egli aveva veduto il fondo a molti bicchieri; ma la sua natura, era da non lasciarlo correre oltre un’ebrezza discreta. E se dava il primo alla sete, il secondo al piacere, il terzo all’allegria; avrebbe da poi potuto dare altri venti bicchieri allo stomaco, senza che gli accadesse di perdere la tramontana. Ma fosse anche stato a questo segno, non gli sarebbe seguito alcun male. Perchè s’aveva procacciata la compagnia di quattro giovani di buon casato, suoi penitenti; i quali, sul vespro, andando a zonzo fuori del borgo, s’acconciarono di buon grado a fargli servigio.
Tra la via da C…. al convento, non rifiniva di lodarsi della maestria, con cui aveva condotto a termine quel parentado; del quale si sarebbe parlato lunghissimi anni in tutta la vallata; e dicendo era così lieto, che i quattro credevano ogni tratto, di vederlo buttarsi in terra, a far capriole. I foresi che tornavano dai vespri, colle bisacce ricolme di carni e di spezierie, pei desinari che solevano imbandire l’indomani, (essendo quel giorno la vigilia della Madonna degli Angeli, festa dei Minori Osservanti(13), e di tutta la vallicella dove sorgeva il convento); vedevano la brigata giuliva e ridevano, allentando il passo o affrettandolo, per rispetto a quei personaggi, nella gioia dei quali parevano avere anch’essi una particina. Padre Anacleto salutava alla buona; e via così accompagnato e riverito giunse al convento, se non sano, salvo.
Il cielo, a ponente, era colorato di quelle tinte, che i pittori chiamano calde; e parlano all’anima di tante cose dolci; e fanno parere che il sole, tramontato a malincuore, sia lì sempre per riapparire. Al po’ di luce riverberata dai tufi grigi dei colli che sorgevano di faccia al convento, il campanile spiccava nella selva scura che aveva a ridosso, e l’intiero edificio biancheggiando, faceva così placido invito, da invogliare della sua quiete il più felice uomo del mondo.
“Ed ora che mi avete accompagnato, ve ne vo’ dare un bicchiere, che mi direte come lasci l’ugola.”
Così disse il padre Anacleto, facendo atto di mettere i quattro giovani nel chiostro. E come questi si schermivano e mostravano di non voler entrare:
“No, no…. nessune cerimonie! – soggiungeva – qui comando io: e giacchè i padri stanno cenando, ed io per questa sera non ho nulla a vedere coi loro radicchi; così vogliamo fare tra noi un brindisi a questi colli, che danno i vini deliziosi; e ai contadini che mi portano quanto basta, per fare un po’ d’onore ad amici quali siete voi….
“Ma padre, – usciva a dire uno della comitiva: – non per rifiutare no, non vede? fa notte, e a C…. siamo aspettati….
“Al ballo degli sposi, nevvero? – sclamò ridendo il padre Anacleto: – eh! via, peccatori, farete sempre a tempo a mescolarvi coi diavoli; sì coi diavoli! Chi sta a vedere le danze n’ha in corpo almeno un paio, chi danza, sette od otto. Pensate figliuoli a quel che dei balli, dice San Giovanni Grisostomo; pensate che passare per scortesi, selvatici, poco amanti della compagnia, non vuol dire: e anche quando sarete violentati ad andare ai balli, pensate che San Francesco di Sales consiglia di metterci sassolini nelle scarpe, acciò quel dolore, che essi danno ci faccia ricordare dei tormenti dell’inferno! Entrate, figliuoli, che se mi spazientizzo, vi tengo prigionieri, e predico tutta la notte!”
Con questa piacevolezza, pigiati attraverso la porta, i quattro giovani furono nel chiostro; e per una scala angusta, in un corridoio di sopra, in capo al quale era la cella del padre Anacleto, dove entrarono uno dopo l’altro. Ultimo, il frate chiuse l’uscio a due mandate, e levata la chiave dalla toppa, se la cacciò sotto la tonica, forse nella saccoccia delle brache, sclamando:
“Animo! Ora, tirate in mezzo quel tavolino, a modo… senza far rumore. Un momento, badate a non mandarmi in confusione queste carte; v’è scritto il panegirico che dirò domani…., v’aspetto ad udirlo. Animo dunque, con garbo, così! Tra tutti si fa tutto…; dà una mano a questa panca, tu; e tu, accendi la candela; tò acciarino, esca, zolfino…. oh! ora sta bene!”
Con questa sorta di discorso, il frate alzò un lembo della coltre del suo lettuccio, e disse: “vedete?”
Là sotto, in quella mezza oscurità, rotta da un po’ di luce che vi scendeva dalla candela, alcuni fiaschi brillavano, come occhi di belve in una caverna.
“Oh! benedetti, – urlarono i giovani a quella vista, correndo a fare intorno al letto una genuflessione: ma il frate lasciando ricadere la coltre, zittì, rattenne il fiato, e fece segno ad essi di rattenerlo. I padri venivano appunto allora fuori dal refettorio, e v’era pericolo che udendo quell’urlare nascesse qualche gran chiasso.
La campana del convento suonava in quella l’avemaria a distesa; annunciando la festività dell’indomani. Quella della parrocchia di C…., entrava anch’essa a mandare il suo saluto alla notte: e a quei suoni s’aggiunsero subito quelli delle campane dei borghi, poco lontani dal convento. Fra l’altre si discerneva assai bene quella di D… a certo squillo, che imprimeva nell’aria una malinconia da far pensare all’eternità. Quella sera gli squilli parevano lamentosi più dell’usato, al padre Anacleto; il quale, se fosse stato uomo d’altro cuore, lasciati i fiaschi dov’erano, e accommiatati gli amici; avrebbe piegate le ginocchia e giunte le mani, chiedendo perdono al cielo, d’essersi immischiato in un matrimonio, che ad un giovane allevato al suono di quella campana, aveva tolta la gioia forse per sempre.

CAPITOLO XV.

Difatti a D…, in casa alla signora Maddalena, la giornata era corsa mesta, come quello squillo di campana che la chiudeva; udito così da lungi.
Giuliano, avendo le membra tronche dal gran cavalcare, non s’era potuto togliere il sonno di dosso, sino a mezzodì; e poi destatosi, aveva covato il letto a guisa di persona che medita e si riposa. Fatti e rifatti i conti, aveva veduto più chiaramente i casi suoi, dolorosi per ogni verso. Oramai non vi cadeva più dubbio: la marchesa di G… l’aveva ingannato, pietosamente ingannato, ma per farlo fuggire da Torino. E forse a quell’ora, i suoi amici erano tutti in carcere, d’onde non sarebbero usciti che per essere appiccati alle forche; e chi sa? qualcuno morendo in quella guisa, avrebbe lanciato a lui lontano, l’accusa di codardo e di traditore. Che gli rimaneva a fare? Deluso dalla donna amata, non provò senso d’odio o desiderio di vendetta; ma una sete di sventure, una voluttà di patimenti grandi, lunghi, gli allagò il cuore; e colla fantasia vedendo sè stesso sui gradini del patibolo, gli parve d’intuonare un inno, un inno che avrebbe fatto piangere un mondo. Si levò col proposito di ripartire per Torino prima di notte; e impresso di calma severa nel viso, negli atti, in tutto il portamento, discese in sala.
Sua madre, vedendolo venire, s’affrettò a far viso allegro; e Marta uscita di cucina gli passò dinanzi colla tazza di latte, e colla focaccia, che odorava lungi a venti passi, cotta per lui.
“Sì – disse Giuliano – un sorso di latte, e il petto del montanaro è ristorato!”
E andatosi a sedere a mensa mangiò, quasi non si avvedendo di sua madre, la quale gli spezzava il pane, e gliene poneva nella tazza timidamente; paurosa di rompere quella quiete dell’animo, che gli vedeva nell’aspetto sereno.
Quand’ebbe finito egli si levò in piedi; e tesa la mano a lei rispettosa, le disse che andava a dar due passi pei campi.
“Ben pensato; – sclamò la signora, credendo che a un tratto egli si fosse messo il passato dietro le spalle, disposto a non più pensarvi: – mi vuoi? vengo anch’io…”
“Il caldo è troppo: – rispose Giuliano – ed io sento una smania di camminare, una smania di correre tutte le montagne che abbiamo intorno!”
Queste parole dette con accento diverso da quel di prima, fecero dar giù l’animo della signora; la quale quasi per iscoprir marina, soggiunse interrogando sommessamente:
“E intanto non potrei far trovare qualcuno, da ricondurre in Alba il cavallo che hai menato?
“Lo ricondurrò da me, perchè stasera sul fresco ripartirò per Torino.”
La signora chinò il capo un istante, e quando lo rialzò tendendo le braccia verso di lui, egli era già fuori. Ma essa non vedeva più lume, e:
“Tu non partirai! – proruppe – non partirai, o verrò anch’io a vedere qual misera fine tu vorrai fare! Che tu credi che io non abbia capito; e che per me non sia tutt’uno, mi scoppi il cuore in questa casa tua, o in mezzo alla via come una mendica?”
Così esclamando si metteva una mano sul cuore, e a sentirne lo scompiglio dei moti la ritraeva, recandosela alla fronte lavata di sudore. E allora Marta che dal dolore di veder la padrona in quello stato, si sentiva la lingua in fondo alla gola, le veniva accosto:
“E glielo chiegga una volta; – diceva – gli chiegga se vuole vederla morta; chè già da pasqua in qua, mi pare che non cerchi altro!
“Egli… egli vuol morire! vuol tornare a Torino; e di là, me lo dice il cuore, non uscirà più…!”
“Torino! Quanto a questo, noi faremo menare altrove il cavallo da nolo, e la giumenta di casa. Se sarà viso da pigliarsela a piedi da qui a là…, lo vedremo!”
E così com’era, colle maniche rimboccate, uscì, fu nella stalla, tolse a cavezza le due bestie; e spigliata come un palafreniere, le condusse a Rocco, tornato un’ora prima da Santa G…, comandandogli di menarle alla cascina dei padroni, la più discosta dal borgo, di segreto quanto potesse. Il colono obbedì, strologando su questi fatti alla sua maniera.
Marta, si rifece in casa a reggere l’animo della signora, la quale da quel partito della fantesca, pareva aver pigliato un poco di sicurtà. E quando Giuliano, dato un lunghissimo giro, tornò; la trovò quieta, intenta a mettere in tavola le tovaglie di bucato, il vasellame della festa, le boccie, che a vederle appannate al di fuori, si sentiva la freschezza dell’acqua cavata allora. Su per giù era l’ora del desinare.
“Qui non si fa che sedersi a mensa!” diss’egli, che, tornategli le forze, se non di voglia, si sentiva disposto a mangiare per bisogno. E parlando delle biche, dell’aia, e dell’uve che aveva viste copiosissime sui vigneti; faceva cuore a sua madre, che non si lasciasse cogliere dalla malinconia e mangiasse.
Ma a un certo segno, il suo viso parve rannuvolarsi. Appoggiato un gomito sulla mensa, e reggendosi colla mano la guancia, rimase fisso a guardare la tovaglia dinanzi a sè, e moveva le labbra come chi parla con qualche sua immaginazione. La povera madre non osava dirgli nulla; ma alfine, vedendo come quel pensare durasse di troppo; lo toccò lievemente nel braccio, chiamandolo a nome, come persona che volesse destare.
“Ah! – sclamò egli riscosso – perdoni, mamma; pensava che il mondo è tutto una commedia; e mi pareva d’essere a C…, ad una mensa lautissima, e che il mio bicchiere urtasse in quello d’un’altra persona.
“Ma falla finita con coteste tue fantasie! O che alla fine non v’hanno più fanciulle al mondo? Dà retta: pensava qualche cosa anch’io. Di là dai monti, nell’altra vallata, in M…, ci ho una figlioccia. Saranno dieci anni che non l’ho riveduta; ma a quel che era, di certo a quest’ora s’è fatta bella come un sole. Va a vederla…, odila… e se ti parrà…
“Ah! non parliamo di matrimonio, mamma, – rispose il giovane – io non mi sposerò mai!”
A queste parole la signora rimase muta. E intanto veniva Marta recando un cacio della parti di Santa G…, dove le greggie pascendo erbe odorose e timi alpestri, danno latte a dovizia e squisito. Mettendolo in tavola, coperto d’alcune foglie di viti, disse:
“Quei parenti di Rocco, hanno accolto Tecla assai bene, e mandano questo presente.
“Appunto, – uscì a dire Giuliano rischiarandosi un poco in viso – Tecla non l’ho ancora veduta: mamma, non mi scriveva che se l’aveva tirata in casa?”
Marta che era lì appena fuori della stanza, strizzò l’occhio nell’udirlo, e ricordando che la sua pensata di dar Tecla per isvago al signorino, aveva mosso a sdegno la padrona; si fece tutta orecchi per sentir questa, che pronta rispose:
“Non hai inteso? Tecla è a Santa G…, in casa ai parenti di sua madre…
“Già – disse Giuliano – ricchi o poveri son tutti compagni! Andate pure, o fanciulle fuori degli occhi delle vostre madri; l’innocenza è una cosa, che una volta uscita, può tornare a casa con voi sicura e sempre…!”
La signora Maddalena provò una stretta dolorosa al cuore, pensando che quelle parole toccavano in parte anche lei; e subito chiamò Marta. La quale umiliata dall’onesto dire del giovine, stava così ristretta in sè e confusa, che pareva frugasse chi sa in qual fondo della sua coscienza, e non vi trovasse tanta sicurtà da farsi avanti. Ma la signora la chiamò una seconda volta; e come allo scricchiolar della scranna parve alla vecchia che si movesse per venirla a cercare, presentandosi sulla soglia, balbettò; “comandi.”
“Dite a Rocco, che prima di sera torni a Santa G…, e rimeni qui la figliuola.”
Giuliano pensava intanto a quell’ultima volta che aveva vista la villanella sul prato a ricogliere la tela; e quel canto malinconico alla rondinella, gli tornava nell’orecchio e nell’anima, come uno dei più soavi ricordi della sua vita. Oh! quanto gli si erano mutati i casi da quella volta! E l’immagine di Tecla, mescolata alle sue rimembranze d’amore, gli riusciva cara, come a dire un fiore, un nonnulla avuto dalla donna amata; che lo si serba, lo si contempla, lo si porta sul cuore, e fin si pensa di farlo mettere nella bara, la quale nelle mestizie della giovinezza, torna così spesso e così desiderata alla mente. La signora Maddalena poi, pensava anch’essa a Tecla, vi pensava con un desio strano; e se egli fosse uscito a dirle: “madre, voglio sposare la figlia di Rocco” forse gli avrebbe risposto: “se ti pare, domani.”
Marta apparve di nuovo sulla soglia, ad annunciare rimescolata, che qualcuno voleva la padrona.
“Chi è? – sclamò questa levandosi sollecita e correndo in sala.”
La fantesca le additò in fondo; ed essa attraverso l’uscio socchiuso, vide nell’atrio donna Placidia, turata nella sua guarnacca, a guisa di persona che volesse andare sconosciuta.
“Oh…! ma venga, venga oltre… – disse alla sorella del pievano, affrettandosi verso di lei per tirarla dentro.
Ma donna Placidia non si sarebbe risicata per nulla al mondo, a porre il piede dove di certo avrebbe incontrato Giuliano. Chè anzi, se non fosse stata la tema di offendere la signora, l’avrebbe pregata di chiudere quell’uscio, da cui, le pareva venisse fuori un odore di zolfo. Tante ne aveva intese pur allora sul conto dello scuolaro, che essa, quasi non osava toccar le mani della signora. Ma vinta la riluttanza, la trasse verso il piazzale, e in fretta in fretta bisbigliò queste parole:
“Su nel presbiterio, ho lasciato il generale alemanno e il signor pievano che si consigliano. Gli ho uditi parlare di molti carceramenti, fatti non so se ieri o ieri l’altro a Torino; ho veduto per la toppa certi fogli, che il generale diceva di aver ricevuti caldi caldi di là. Oh! quel che devono aver fatto i giacobini! Delle chiese bisogna che ne abbiano incendiate, e dei preti ammazzati molti… Basta!… Il generale e il signor pievano parlavano di suo figlio, fuggito alla giustizia di laggiù…, e questa notte verranno… ad acchiapparlo. Io non so nulla, non dico nulla, lei è avvisata…”
E detto appena, come fossero state d’accordo, diedero di volta, donna Placidia per un verso a togliersi da quel luogo; la signora Maddalena a rientrare in casa, mezza fuori di sè. E se non fosse stata la tema di far parere il figliuol suo colpevole davvero, sarebbe corsa a gettarsi a’ piedi del pievano e a chiedere pace, baciando la polvere dove egli metteva le piante. Ma da questo lato non v’era nulla a sperare; di che fattasi innanzi risoluta:
“Giuliano, – disse a lui, spaurito di vederla così mutata – sii sincero, che avete fatto a Torino, tu e i tuoi amici?
“Nulla! – rispose il giovane.
“Meglio! Ma se non vuoi vedermi morire prima che sia notte, parti… e non parlar più di Torino… Tu sai la via della montagna, a due ore di qui si varca il confine della repubblica di Genova…: là ti riposerai a tuo agio… Non dirmi di no, perchè sono tua madre, e te ne pentiresti tutta la vita… Rocco verrà con te, danari in casa ne abbiamo…; o Giuliano, quella bella riviera vicino a Savona…! Io vi passai con tuo padre una volta, e mi rimase negli occhi quel paradiso! Dammi la consolazione di vivere alcuni mesi teco, in una di quelle casette, sorridenti… affacciate tra quei cigli di rupi, tra gli aranci e gli olivi, col mare in vista e il cielo! Sì, sì, Giuliano, tu la cercherai una di quelle casette; non baderai a spese, e vedrai, come vi staremo bene…: accontenta tua madre, perchè da un giorno all’altro…, mi sento vicina a morire…!”
Non le sarebbe bisognato che quest’ultima parola, per avere da lui tutto quello che bramava. Al pensiero di doverla veder morire un qualche giorno; Giuliano si era sempre sentito come un navigante, che rotta la nave in mare per fortuna, fosse sbattuto dall’onde sovra uno scoglio; e là, solo, assiderato, di notte, sentisse una voce tuonar dall’abisso: “tu aspetti il sole, e il sole non spunterà mai più!” Questa immaginazione lo assaliva di quando in quando, e durava fatica a torsela dalla mente; sicchè molte volte ne aveva pianto. Adesso udire quelle parole dalle labbra di sua madre, e dire addio a Torino, ai compagni, ad ogni disegno fatto, fu un punto solo, e rispose:
“Partirò.
“E che il Signore ti benedica! – aggiunse essa, e strettosi al seno quel suo unico amore, lo baciò e ribaciò, come non aveva più fatto da quando era bambino. Poi salì con esso nella sua stanza, dove gli diede quant’oro aveva in serbo.
Marta, che s’era tenuta in disparte, e aveva inteso il discorso di donna Placidia, e quello della signora; aveva fatto presto a correre da Rocco, ma non per dirgli che andasse a Santa G…, a ripigliar Tecla; bensì che venisse per accompagnare il signorino sul Genovesato.
Il pover’uomo, tornato da menar i cavalli, credè questa volta d’esser pigliato di mira per canzonatura, e già perdeva la pazienza; senonchè l’aspetto di Marta lo accertò che si faceva sul serio. Pensando che s’usciva dal territorio, e che il domani era festa, salì di sopra, si mise indosso i migliori suoi panni e in capo una sorta di cappellaccio, che si poteva assomigliare a una filucca capovolta, e sarebbe tuttavia paragone gentile. Così conciato, prese congedo dalla moglie, e fu in casa alla padrona, dove sedette vicino all’uscio della sala; aspettando che essa e il signorino discendessero dalle stanze, dove Marta gli aveva seguiti.
“Oh la bella musica! – diceva egli tra sè – si direbbe che in questa casa non si può vivere colla pace di Dio! Proprio, chi ha pane, si cava da sè i denti per non mangiarlo…!”
E volgeva gli occhi in sù, come parlasse allo scarpiccìo che s’udiva nelle stanze sopra il suo capo.
Intanto Marta discese, ed egli, levandosi, le chiese se il signorino avesse roba a portare.
“Credo che no – rispose la vecchia – perchè portando roba si farebbe scorgere…”
Rocco arricciò il naso, quasi a una ventata di cattivo odore, ma non parlò; perchè giù delle scale venivano Giuliano e la signora, la quale proseguendo il discorso fatto di sopra, diceva:
“Dunque siamo d’accordo: la casetta sia pur modesta quanto vorrai, ma trovala in un bel sito; e la stanza dove mi metterai a dormire, guardi il mare. Spaccerai qualcuno a dirmi quando dovrò venire a raggiungerti…: ho proprio bisogno d’un’altr’aria… d’un altro cielo…!”
Rocco intenerito a quelle parole, andò fuori ad aspettare; e già, pensando alla casa della padrona disabitata, alle finestre, alla porta sempre chiusa, immaginava le meste risposte, che avrebbe dovuto dare a chi fosse per capitarvi.
Giuliano usciva colla madre e con Marta; e stringendo ad esse le mani, come a persone che di certo avrebbe rivedute di là a pochi giorni; lasciava che quella desse a Rocco gli ordini per quell’andata.
“Pigliate il sentiero lungo la gora – diceva essa – e fate come se accompagnaste mio figlio a dare un’occhiata ai poderi; quando vi sarete allontanati, trovate la via più corta, e state sempre con lui, finchè abbiate varcato il confine. Questo è un po’ di danaro per voi se vi abbisognasse…
“Mio padre era contrabbandiere: – rispose Rocco, brancicando le monete che la signora gli porgeva; – e le vie dei monti le so meglio del lupo.”
Mentre la povera donna aggiungeva a queste, parecchie altre raccomandazioni; Giuliano stava aspettando sul balzo tagliato a filo sopra il torrente, in capo al piazzale. Faceva notte, e il rumore delle acque cadenti dalla pescaia del mulino, ridestavano in lui memorie lontane e soavi. Soleva da fanciullo addormentarsi a quel suono d’acque monotono e dolce, talvolta assomigliandolo al canto d’una processione udito da lungi; tal’altra al rumore del mare, di cui aveva inteso dire da suo padre, come fosse maraviglioso. Avrebbe voluto rimanere là a pensare; ma ecco Rocco a dirgli che bisognava porsi in cammino. In quelle corte notti d’estate, si torna a rivedere l’alba assai presto; e poteva incontrare di dover disviare chi sa quante volte, per non dare nelle guardie alemanne, che guardavano tutti i varchi. Di che giovava molto avere d’avanzo qualche ora di buio; e a dirla schietta, avendo saputo dalla padrona che il signorino sarebbe cercato dai birri, Rocco voleva fare ogni sua possa, per menarlo in salvo; ma intanto bramava di uscire dal territorio prima di giorno, per non essere visto a trafugarlo.
Mossero, e la notte era bella. Su pel cielo cominciava la pioggia di stelle cadenti, copiosa, che pareva vi fosse lassù qualche gran festa. I grilli trillavano nei prati, i rospi gracidavano; e nelle altissime regioni dell’aria, si udivano le strida degli ultimi rondoni tardi a migrare.
“Ode? – diceva Rocco a Giuliano, – i grilli cantano per farci maturare le uve; e lassù tutte quelle stelle si staccano dal cielo, per festeggiare la Madonna degli Angeli, che cade domani.”
Il giovane non volle togliere all’uomo semplice di cuore, quel tantino di poesia che gli raggiava nell’anima; perchè sarebbe stato come rubare ad un mendico il tozzo accattato per amor di Dio. Ma quell’udir menzionare la Madonna degli Angeli fu per lui un gran che; e rammentò come la prima volta ch’egli s’era aperto colla madre sull’amor suo, questa avea detto d’aver visto Bianca appunto a quella sagra. Subito l’immagine della fanciulla gli apparve bella e sdegnosa, a rimproverarlo di averla creduta infida, senza essersi curato di sincerarsi qual fosse più, o colpevole o sventurata.
“E tu, – gli diceva quell’immagine – tu te ne vai con codesto amaro nell’anima, spregiando o maledicendo la donna che amasti! Ma, chi ti disse che tu non faresti a tempo per avermi tua?”
Queste voci della fantasia, gli parvero dolci, come quelle d’un usignolo, il quale già dal principio del viaggio, accompagnava i due camminanti, avanzandoli di lunghi voli, e sempre fermandosi ad aspettarli e salutarli col suo canto. Allora si pentì d’aver perduto in casa quel giorno e la notte innanzi; sperò che Bianca non fosse ancora sposata; e quel pensiero venutogli tante volte a Torino, di correre a C… e sposa o rapita, portare, la fanciulla anco in capo al mondo; rinacque in lui così urgente, che tutto quel ch’era stato sino a quel punto, gli parve nulla.
Di questa guisa aveano varcato il torrente su d’una palancola, e sulla destra di questo s’erano innoltrati per la strada maestra, sin dove si spiccano da essa due sentieri; dei quali uno, piegando a mancina, verso le montagne a levante, era quello per cui dovevano porsi. Rocco passò innanzi al signorino, per andare primo, ora che la via diveniva disagevole; ma quegli volgendo a destra, si mise nel sentiero opposto, pel quale si scendeva di bel nuovo al torrente, o a dirla in una parola era lo scorciatoio per andare a C…
“Che fa? – chiese Rocco soffermandosi a guardare – cotesta non è la nostra via.
“Venite – rispose il giovane – venite dietro a me.”
Il colono capì all’accento che quello non era tempo da ridire al signorino una cosa; e taciturno gli tenne dietro immaginando che la signora Maddalena, gli avrebbe di certo seguiti col pensiero sull’altra via; e provava di ciò una sorta di rimorso, come a saperla a quell’ora, sola in una boscaglia.
“Eccoci al ponte di San Giovanni! – disse il giovane, arrivando sul ponte antichissimo, che è in un lato di quella campagna, dove nessuno dei vecchi o dei giovani ha mai capito a che vi fosse e per agio di chi. I suoi archi e le sue pigne, sono uguali a quelle di tutti i ponti, che per la vallata si specchiano nella Bormida; e pare sia stato messo là in serbo, a godersi l’ombra d’un pioppeto che lo nasconde, e a servire intanto alle foresi, che vi passano in autunno, colle ceste in capo, colme d’uve deliziose, maturate sui colli dell’altra riva. I quali subito s’innalzano, offrendo a chi vuol guadagnarne la cima, una salita tutta a petto; che a Rocco ed a Giuliano, sebbene gagliardi, diede quella notte tanto affanno, da costringerli a sostare in sulla vetta per ricogliere fiato.
Di lassù se fosse stato giorno, s’avrebbero vista dinanzi la pianura di C…. che fa di lontano un assai bello vedere; ma a quell’ora, nulla invitava a star là, più di quanto bisognasse a ripigliar lena. E i due ripresero la via, lungo una costiera, che ad un certo punto metteva ai lembi più alti della selva del convento di San Francesco, a quell’ameno sito, che noi sappiamo. Rasentando la selva, si trovarono, di là a mezz’ora, ad essere discesi dove incominciano i prati, a piè delle piaggie più basse. E l’edificio del convento biancheggiò, alla loro destra, informe nell’ombra, come una nebbia che si levasse da una fondura paurosa; e i pilastrini dei pergolati, somigliavano ad una processione di morti, che usciti di quella nebbia andassero in volta per penitenza.
Giuliano si fermò a guardare. E se in cambio di Rocco avesse avuto seco un uomo da poter discorrergli assieme; avrebbe parlato delle alte cose, che gli venivano in mente in quella quiete. Pensava con affetto, con doloroso affetto, a Francesco d’Assisi; il quale dalla sua Umbria, era venuto mendicando a trovare quel lembo di terra, a farvi sorgere quelle mura; coll’opera volonterosa degli oppressi, colla promessa del regno dei poveri e di Dio. Pensava a quella promessa mancata, ai secoli venuti dopo il Santo, ai frati vissuti in quel convento, che subito furono più amici dei castellani oppressori, che dei popoli languenti all’ombre di quei castelli; e vedeva l’immagine di Francesco andare afflitta, tra gli spiriti di coloro, che amarono gli uomini e furono grandemente delusi. Quell’edificio che aveva dinanzi, al cui nascimento avevano presieduto chi sa che alti pensieri; gli pareva d’età in età venuto basso, quasi tempio che si muti in ricovero di sfaccendati.
Rocco in piedi, dietro di lui, non osava disturbarlo, ma già gli pareva, che un tratto qua un tratto là, si sarebbero indugiati tanto da non poter passare, di notte, il confine: e cominciando a far segno di spazientarsi, stava per dire aperto di voler tirare innanzi. Senonchè s’udì rompere un gridìo confuso e discorde dal convento; e lumi apparirono alle finestre, e lumi negli orti; indi subito un rumore di pedate come di parecchie persone inseguite si fece sentire; e risa represse, e parole rotte, che venivano per un sentiero del bosco, appunto verso il signorino e lui.
“Chi va di notte? – gridò Rocco, piantandosi dinanzi a Giuliano, e levando in alto il bastone.
“Chetati, villano, o t’ha a coglier male! – -rispose una voce; e quattro giovani sbucarono dalla macchia, pronti per l’abbrivo che avevano, a buttar a terra Rocco, Giuliano ed anco un par d’altri, che gli avessero voluti fermare. Ma riconosciuti da quest’ultimo e chiamati a nome, gli si fecero attorno, molto stupiti di trovarlo a quell’ora in quel sito; e interrogando, e rispondendo, e sempre rompendo in risa che non volevano finire, stati un pezzo a vedere il seguito della loro avventura, si unirono a lui, per guadagnare la via di C….
Erano quattro suoi condiscepoli, dei bei tempi in cui era stato scuolare di don Marco; e già s’ha bell’e capito che uscivano dalla cella del padre Anacleto; nella quale gli avevamo lasciati a fare buon tempo. Il frate aveva mesciuto, e tornato a mescere dei suoi fiaschi, sino a che i loro umori s’erano scaldati; poi da smanioso giuocatore di tarocchi gli aveva costretti a giocar seco una partita. Ed essi dapprima di mala voglia, quindi con ardore, gioca e bevi, ribevi e gioca, erano andati innanzi parecchie ore; in capo alle quali il frate dormiva gomitoni sulla tavola, e due di loro non avevano più in tasca il becco d’un quattrino, ed era vicina la mezzanotte. Allora si ricordarono di C…. della sposa, e del ballo cui erano aspettati.
“Ah frate! Tu mi hai fatto perdere il ballo e i quattrini; stai pure che t’ha a costar cara….! – disse tra denti uno dei due perditori: – amici, spegniamo il lume, facciamo le viste di continuar la giocata, e vorremo ridere!”
Così dicendo, spense la candela, e rimasero come in gola a un lupo. E messisi a picchiare con garbo, a bisbigliare di semi e di figure, e delle mille scioccherie di cui si parla giocando, fecero che alfine il frate si riscosse. Alzò la testa…. udiva…., e non vedeva nessuno. Si fregò gli occhi col dorso della mano, ma venne a dir niente…: tornò a fregarseli…. buio. Sentì per la schiena un sudore ghiacciato; stette a bocca aperta un tratto, sperando che si fosse in sulla burla; poi colla voce e col cuore tremanti, osò dire:
“Figliuoli, accendete il lume.
“Abbia pazienza un tantino; – rispose uno dei quattro – si finisce la partita e si va via.
“Che tu accenda il lume! – gridò allora arrangolato il padre Anacleto; e colle sue agguantò tre o quattro mani sul tavolino, stringendole come fosse stato con una morsa.
“Gesù Maria! – sclamò quello dei quattro, che era l’autore della crudele pensata: – o vedete il padre!… che cosa ha padre, che i suoi occhi paiono di cristallo?
“Ah! – urlò il frate dandosi due gran palmate nella fronte: – oh! disgraziato a me! correte, chiamate il cerusico, il barbiere, venga padre Anselmo, a cavarmi sangue…., l’ho tutto nel capo, me lo sento come un’otre…. sono cieco!”
E rovesciando panca e scranne, e dalla rapina non accorgendosi dello sbellicarsi che i quattro facevano; si trascinò fino all’uscio, tempestando colpi colle mani e coi piedi, da parere un dannato.
Pei corritoi si sentirono i passi frettolosi dei padri che accorrevano; e un aprirsi di celle, e un interrogarsi da un capo all’altro che fosse; tutta la frateria fu in un baleno sossopra. Ai quattro giovani, cominciarono a tremare le gambe, per lo sbarraglio cui s’erano posti; ma fattisi animo, aprirono la finestra della cella, un dopo l’altro saltarono nell’orto, e all’ultimo mise l’ali un grido selvaggio, del padre Anacleto. Perchè un raggio di lume dal corritoio, si era posato per la toppa sul ventre del frate; il quale capita a un tratto la brutta canzonatura, si volse imbestialito per acciuffare il primo dei ribaldi che gli fosse caduto tra l’ugne. Ma i birboni non v’erano più…. Ahimè! E la frateria affollava l’uscio; la voce del guardiano, chiedeva al padre Anacleto che aprisse; i guatteri, il cellaio, i cuochi, andavano di su, di giù, bracaloni pel chiostro; e si fu appena a tempo di fermare il sagrestano che già entrava in chiesa, per dare nella campana gridando: ai ladri!
Intanto che il padre Anacleto, aperto l’uscio, s’ingegnava a dare ai frati chi sa qual ragione del caso suo; i quattro amici camminavano verso C…, narrandolo a Giuliano per filo e per segno. E Rocco ascoltando, annuvolava fieramente, e provava nelle braccia tale un prurito, che se non fosse stata la tema d’offendere il signorino, agguantati volta a volta due dei quattro nequitosi, gli avrebbe sbattuti l’uno contro l’altro, come ciabatte vecchie e polverose. Canzonare a quel modo un frate, gli pareva cosa da essere punita con un buon abisso spalancato improvviso sotto i piedi; e a tratti si turava le orecchie per non udire quel racconto. Nè di questo pigliava diletto Giuliano, troppo occupato dalle proprie cure; ma quando in riga di commiato alla narrazione, uno dei quattro parlò della festa nuziale, seguita quel giorno, e pel padre Anacleto finita con quella burletta; egli si sentì arricciare la vita. E udì da essi, che il frate aveva menato vanto d’essere stato lui a raddurre Bianca nell’obbedienza del padre; a farle preferire l’Alemanno a un tale che amava da morirne; e udendo, colla destra nello sparato della camicia s’abbrancava le carni per modo, che maggior dolore non gli avrebbe recato l’artiglio d’uno sparviero. Gli altri continuavano a dire della cerimonia, dello sposo e della sposa; parevano gli amici di Giobbe intenti a straziare l’amico; ed egli guardando in alto, quasi a chiedere consiglio a qualcuno di lassù: più degli astri che risplendevano silenziosi e tranquilli; più dell’inno che si levava dalla natura verso il regno dell’anime; più dell’amore com’egli l’aveva sempre inteso, gli parve bella la morte. Dunque, colui che gli aveva tolta la donna sua, non era quel soldato straniero, ma un uomo della sua terra, della sua lingua, un frate; quel frate che aveva predicato a D…. la quaresima, e che sua madre aveva tanto lodato? Oh! se non fosse stato il pensiero di lei cui aveva già dati troppi scontenti; se non fossero state quelle sue parole di morte, che solo a rammentarle gli toglievano ogni forza; che sì che sarebbe tornato al convento, e aspettato tanto che quel frate venisse fuori, gli avrebbe insegnato a leggere nel vangelo! Ma sua madre…., sua madre l’aveva nella fantasia, nell’atto in cui era rimasta sulla soglia di casa sua, ad accennargli colla mano di tirare innanzi; e ne udiva la voce gridare: “pace, pace, perdono; va alla tua ventura” e volle obbedire.
“Vieni tu con noi, a vedere il ballo? – disse finalmente uno degli amici a Giuliano, fermandosi a mezzo il borgo, in capo a un vicolo, dal quale s’udiva venire un suono di strumenti festoso.
“O perchè no? – sclamò egli provocato da quel suono come da un’ingiuriosa parola: – andiamo e vediamo la sposa!
“Signorino – disse Rocco, accostandosi a lui in guisa da non farsi udire dagli altri: – sua madre mi raccomandò di accompagnarlo oltre il confine, prima che sia giorno….
“Ho io ucciso qualcuno? – rispose il giovine – stai pure, mia madre a quest’ora è tranquilla.”
Fosse stata a vederla; povera signora Maddalena! Una mano di soldati Alemanni le mandavano in quell’ora la casa sossopra; chiedendole del figlio, come se loro avesse avvelenato l’acqua e l’aria, e rubato la corona al loro Imperatore. Ed essa, non badando allo strazio che le facevano d’ogni cosa; camminava col pensiero dietro a Giuliano, e lo stimava arrivato in terra della repubblica; e benediceva donna Placidia, venuta a farle la carità d’avvisarla.
Marta, non potendo altro, fece le corna agli Alemanni tutto il tempo che stettero a frugare; e per la prima volta trovò che Giuliano non aveva avuto torto a maledirli, quella tal sera della pasqua passata. E anche don Apollinare, le pareva scaduto di molto: ond’essa guardando a squarciasacco dalla banda del castello, pregava di tanto in tanto ch’ei fosse nei panni della signora, egli che sapeva dire dal pulpito al popolo della pieve tante parole di carità.
In quell’istessa ora, il pievano seduto sul suo seggiolone, con una gamba accavallata e dondollata sull’altra, se la faceva colla sorella, raccontandole come Sua Eccellenza il generale Alemanno, avesse saputo da Torino, che il figlio della signora Maddalena era fuggito alla giustizia, la quale lo cercava per congiurato ai danni del re e della religione; e che confidatosi a lui del carico datogli di farlo acchiappare se mai si fosse rifugiato a D…, egli l’aveva supplicato a far di notte, per minor vergogna, non del reo, ma di sua madre.
Queste cose, egli diceva a Donna Placidia; la quale ascoltando, un po’ accennava col capo come a dire che sapeva; un po’ niegava: come per dire: “Giuliano non l’acchiapperanno.”
Un tratto queste due parole le fuggirono dette a mezza voce, di tra le labbra.
“Oh come non l’acchiapperanno, gridò don Apollinare levandosi in piedi.
“Ma – rispose donna Placidia, vi fu chi ne fece avvisata la signora Maddalena.
“E chi, se non voi, può avere ascoltato ciò che il generale non disse ad altri che a me?
“E voi non dite sovente dal pulpito, che bisogna fare il bene al prossimo? Ora la carità non si fa tutta di pane.”
Don Apollinare le diede un’occhiata bieca; e senza parlar oltre, tolto il suo lume da mano, s’andò a chiudere in camera, per non farsi trovare dal generale. Il quale rimasto a mani vuote, chi sa come sarebbe venuto a tempestare nel presbiterio bell’e a quell’ora.
“Tanto e tanto, – diceva spogliandosi in fretta – mi sapeva male che uno della mia pieve cascasse in mano a questi signori. Ma to! questa mia sorella come me l’ha appioppata! Bella coppia essa e don Marco! Proprio il dettato è giusto; “chi fa quel che noi preti si dice…, va in paradiso diritto, come colomba al nido, e come io in questo mio letto…”
Si coricò disteso; e contento come quella sera, non aveva più giaciuto da parecchio tempo.

CAPITOLO XVI.

Quello in cui a C… si ballava, era stato palazzo dei feudatari; e abitato ai dì nostri da una famiglia per bene, sorge a piè della roccia, dalla cui vetta il castello in rovina pare lo guardi imbroncito; quasi chiedendo se sia cosa giusta, ch’egli debba stare lassù a disfarsi alla pioggia e al gelo, mentre il palazzo sta ritto qual era nell’età fiera, in cui di ribalderie fatte dai loro padroni ne videro entrambi d’ogni colore. Sullo scorcio del secolo passato, vi alloggiavano le genti del Re di Sardegna, messe a guardia del confine tra il regno e la repubblica di Genova; e però il borgo fioriva pel molto spendere degli uffiziali di quelle milizie, dei quali alcuni lasciarono le ossa e il nome alle sepolture della chiesa parocchiale; altri le sembianze sull’insegna del caffè di Marocco, rimasta salda sugli arpioni molti anni dopo che il povero caffettiere era morto, ed ora buttata ai tarli in non so quale solaio.
Per accedere alle scale ampie ed agiate, che di certo furono fatte per non affannare il petto alle baronesse; bisognava attraversare una sorta d’atrio, che di costa aveva un cortile lungo quanta era la facciata dell’edifizio. Da quel cortile parecchie viti, accompagnate nei loro serpeggiamenti da mano amica, s’erano arrampicate così alte, che tra balcone e balcone, formando bellissimi tralciati, toccavano colle vette le gronde del palazzo, a recarvi chi sa se noia o diletto alle rondini, che vi appiccavano i nidi. Bell’e in mezzo al cortile v’era una cupoletta leggiadra, assiepata da gelsomini rigogliosi; ma i fiori d’alcune aiuole ben disposte qua e là negli angoli, perchè il sole vi poteva poco, erano pallidi come visi di monachelle, che se anco belline hanno sempre sulle guance i segni dell’aria morta del chiostro. Di là dall’atrio si pigliavano le scale, che mettevano ad un ampio ambulacro, e più oltre ad un uscio, i cui stipiti e l’architrave erano stati condotti con gran maestria in marmo persichino, cavato dalle montagne di quelle parti. E l’uscio poneva in una di quelle sale vaste, le quali, ad entrarvi da soli, danno un po’ di sgomento; e l’uomo vi si trova piccino e così leggero di panni, che per istarvi bene avrebbe proprio mestieri d’essere vestito di ferro. L’altezza della volta era molta sfogata, e aveva nel mezzo uno stemma recante aquila bicipite, carro e cimiero, ad alto rilievo; e quando la sala era illuminata scarsamente, e il venticello delle finestre faceva ondeggiare le fiamme, alla luce ricevuta di sotto in su, quell’aquila dai rostri e dagli artigli dorati, pareva muoversi come cosa viva e pronta a spiccare il volo. Di là da questa v’erano due altre sale, ed oltre e sopra per lunghi giri, stanze e corridoi d’ogni conformità; di chè il volgo accostumato a vivere ammucchiato nelle sue catapecchie, aveva mille ubbìe su quell’edificio così vasto, e lo guardava quasi con paura. Le femminette compativano i poveri soldati, costretti ad abitare in quel luogo malurioso; e quando fu accesa la guerra in su quel di Nizza, e le milizie lo lasciarono vuoto; parve a quelle semplicione, che l’andare ai patimenti dei campi, e forse a morire per man dei Francesi feroci, fosse meno peggio dello stare là dentro, a farsi guardare nei sonni dagli occhi ardenti dei fantasmi, uscenti la notte dai trabocchetti.
Gli uffiziali Alemanni, volendo far onore alla sposa ed al loro compagno d’armi; avevano stimato che il palazzo fosse il luogo più acconcio ad una festa da ballo; perchè vi si poteva invitare quanta gente per bene viveva nel borgo e nei dintorni. E già alla una di notte ne erano piene le stanze. Chi giocava, chi conversava, chi si confortava ad una copiosa credenza: mentre nella sala grande si ballava così di voglia, che non pareva d’estate.
Le pareti di quella sala, quasi coverte di quadri antichissimi, rappresentanti caccie e tornei; erano a tratti adorne di specchi posati su certi arpioni, che reggevano doppieri formati di molte torce. E la luce riverberata dalle spere, si diffondeva in ogni lato sì vivida, che si sarebbe potuto raccattare di terra una spilla; e i cavalieri e le dame vedute e moltiplicate in quelle, parevano migliaia. Qual festa per gli spiriti folletti, abitatori di quel palazzo! Che sì, che quella notte delle burlette ne avranno fatte di belle, alle madri sedute a vedere le figlie ballare, o passeggiare di su di giù con quegli Alemanni, vestiti di magnifiche assise! Le donnicciole delle casette vicine, potevano quella notte dormire tra due guanciali se gli avessero avuti, chè nessuno di questi spiritelli si sarebbe tolto da tanta delizia d’acconciature, di gale, di code, per venirle a fastidire; nè i mulattieri discesi all’alba ad arnesare, avranno trovato i bardotti o le mule colle criniere intrecciate da doverne ammattire. O che avranno detto i ritratti dei due Monarchi Carlo VI d’Austria e Filippo V di Spagna, incorniciati sopra gli architravi di due usci, l’uno di faccia all’altro, e posti in modo che parevano sbirciare le donne e i cavalieri, quali fossero le più belle ed i più cortesi? Quei due ritratti erano fattura d’un pittore del borgo, che gli aveva dipinti dal vivo l’anno 1702; e si vedeva dalla scritta che i due sovrani avevano dormito dai Marchesi Scarampi proprio in quel palazzo. Un figlio del pittore, divenuto musico riputato molto, sedeva quella sera sul palco a dirigere i suonatori: e rammentando d’avere udito dal proprio padre le meraviglie dei due monarchi; guardava, suonando, i loro ritratti, come se aspettasse di vederli sorridere, cavar di sotto le corazze una pizzicata di monete d’oro, e chiedere a lui notizie del babbo che gli aveva dipinti, pover’uomo morto da lunga pezza.
Chi fosse stato a quella ed a qualunque festa da ballo di quei tempi; e volesse farne paragone con quelle dei nostri, direbbe che gli avi si accontentavano di cose, alle quali noi piglieremmo gusto, proprio come a dormire su d’un monte a bocca aperta quando tira vento. Eppure ballavano i nostri vecchi meglio di noi: ballavano gagliardamente, per mantenere agile la persona e l’animo lieto; e passi di terza e di sesta erano segni di buona gamba. Più era stimato chi sapeva meglio trinciar cavriolette, fare riprese, roteare a battuta: si ballassero monferrine, furlane, gagliarde o correnti, bisognava aver petto sano per non trafelare; e smettere prima dell’ultima nota dei suonatori, sarebbe stato farsi canzonare da donne e da fanciulle. Le quali a vederle reggersi colla punta delle dita un po’ di gonna, tanto che i piedi ne uscissero scoperti fin sopra la noce; e col capo chino vezzosamente, strisciarne uno innanzi e l’altro volgere di lato, modeste, agili, rapidissime a fare da un lato all’altro le sale, dovevano essere un desìo; e quello era ballare davvero.
Di balli a C… dopo la venuta degli Alemanni, se ne erano visti molti; ma niuno si rammentava d’aver ballato con estro, come in quella sera. La mezzanotte era passata da un pezzo; e a quest’ora Giuliano e i quattro giovani, scampati all’ira del padre Anacleto, giunsero alla porta del palazzo, e si misero dentro.
Giuliano combattuto da desideri e da paura, si fermò peritoso nell’atrio; lasciando che i compagni salissero quelle scale, echeggianti di festoso bisbiglio. E forse pentito, avrebbe dato di volta, per ripigliare la via che aveva a fare; ma sul muricciolo del cortile stavano cavalcioni alcuni giovani popolani: i discorsi dei quali si mescolarono, come già tante altre cose strane, nei fatti suoi. Essi godevano accidiosi quel po’ di festa che potevano vedere attraverso i balconi aperti; parevano anime del Limbo tormentate dalla vista d’un lembo di cielo; e alla luce che loro pioveva addosso, parlavano basso, quasi timorosi d’essere colti a godere di cosa non fatta per loro. Ed uno diceva:
“E vedi la sposa, la sposa! Ci ho badato, e dei balli non ne ha tralasciato neanco uno!
“Sfido io! – rispondeva un altro: – o che vuoi che si mostri di gamba malata?
“E chi s’era mai accorto, – entrava a dire un terzo – chi s’era mai accorto che fosse così bella! Quando noi si tornava da far legna, e la si incontrava con la sua zia, mi pareva un digiuno comandato.
“Hai a dire, che ne’ suoi panni d’allora, pareva una santa che parlasse cogli occhi! Così rinfronzita somiglia una di quelle statue che portiamo in processione, tutte trine, nastri, oro e che non dicono nulla.”
A queste parole, dette da quel popolano, Giuliano si mosse e salì le scale con passo sicuro. Rocco che nulla si curava di quegli spettacoli, e forse voleva andare sconosciuto anche a C…; vedendo che il padrone saliva di sopra, si sdraiò nell’atrio e si appisolò un tantino.
“Dov’è questa sposa? – chiese Giuliano ai compagni, i quali s’erano fermati sull’uscio della sala, aspettando che fosse finita una gavotta gaia, spedita, vorticosa, che pareva un visibilio: e sfolgorante di bellezza, di sdegno, di dolore, guardò. I suoi occhi videro, il suo cuore provò uno squasso, e le mani gli si contrassero fieramente.
Vestita di raso candido, cangiante in un azzurro oltremarino leggerissimo, che le rialzava la carnagione; Bianca ballava in mezzo a quella folla d’ebbri felici, più ebbra di tutti. Una bustina color di rosa le stringeva la vita, e le reggeva il seno tumido, voluttuoso, appena coperto d’una modestina a trafori, che ne velava e non ne velava la sommità. Le braccia ignude fino più in su del gomito, agitavano le trine cadenti in moltissime pieghe dagli sgonfietti delle ascelle; e le smaniglie ai polsi, e il monile di gemme, mostravano come quella fanciulla sapesse d’essere bella, e quanto fosse venuta innanzi nella via delle vanità. I geni della innocente e timida adolescenza si erano tutti partiti da lei; e gli occhi e le labbra avevano già appreso l’arte dei sorrisi vezzosi. Che cosa erano quei capelli acconciati in falsi cirri, e impolverati come di donna invecchiata nei festini? E quel diadema scintillante in cima della fronte; e quella penna candida, che innestata alle trecce insieme al velo aereo diffuso sulle spalle, le ondeggiava superbamente sul capo? Colei dunque era Bianca?”
Giuliano arrossì; sentì dentro un rimescolamento, come se qualcosa vi si struggesse, qualcosa vi si ricomponesse; ma gli parve di aver più sciolto il respiro, e potè reggere a guardare quella donna a lungo.
Il signor Fedele, che aveva visto il giovane apparire sulla soglia improvviso, mentre che egli era lungi cent’anni dal pensarvi; tremò che fosse per accadere del torbido: e date di qua di là colla mente parecchie capate, cercava modo di parare qualche gran colpo. Non trovò nulla di meglio che avvicinarsi ai musici, e accennare che suonassero con quella già incominciata l’ultima danza. Lo sposo di Bianca, sebbene fosse coll’animo in luogo sì alto, da non poter badare a tutte le cose che avvenivano; tuttavia vide il turbamento del suocero, e fattoglisi vicino a chiedergli che avesse, potè indovinare che l’apparizione del giovane forastiero gli metteva addosso la smania. Le occhiate che colui dava alla sua sposa, gli fecero corrugare la fronte, e fu lì per andargli a domandare che cosa avesse a vedere in quella signora; ma appunto allora i musici mutarono la gavotta in una monferrina rapida e clamorosa, che doveva metter fine alla festa.
La monferrina era stimata per quei tempi una danza forastiera e di gala; ma qualunque si fosse all’ultima suonata, si soleva mutarla in una ridda, nella quale tutti venivano travolti come foglie in un vortice, anche coloro che stavano a vedere, giovani e vecchi. E quasi a mostrare che non si smetteva dalla stanchezza, ognuno badava a strepitare per sette; dond’avveniva uno scambiarsi di danzatori e di danzatrici, un passar come razzi da un capo all’altro, un turbine, un tramestio, da far tremare le volte, e da schiantar i pavimenti.
Giuliano non ebbe tempo d’accorgersi di quella bufera, che agguantato coi quattro amici, fu trascinato nel ballo, spinto, rapito da catena a catena; finchè, quasi lo si avesse voluto schernire, gli fu posta nella sua la mano di Bianca.
Era la prima volta che quelle due mani si toccavano ma ohimè! in qual guisa, e quanto diversa da quella vagheggiata dal giovane sventurato! E Bianca come fosse invasa dal genio d’una baccante, non si avvedeva di lui, se a sentirlo restio, non gli avesse dato uno sguardo. Parve alla bella donna, di sentirsi una fiamma accesa tra ciglio e ciglio; e un sorriso arido, amaro, spuntò sulle labra di Giuliano. Il quale non mosse piede; si tenne ritto e severo: e come l’ultime note dei clarini scompigliarono quella ridda finale; fuggì frettoloso, scese a precipizio le scale; e passando vicino a Rocco che subito levandosi gli tenne dietro, uscì in sul piazzale.
“Signorino – gli disse Rocco vedendolo uscir di là dentro come ne lo avessero scacciato – se le hanno fatto qualche torto, sono qua io…
“O Rocco!” – rispose Giuliano, stringendosi al collo del contadino; e forse avrebbe detto qualcosa, ma un bisbiglio, un rumore di passi veniva giù dalle scale del palazzo; tutta quella gente lieta del festino, a coppie, a brigate, si versava nel piazzale; e là auguri, e risa, e promesse; cortesie infinite che accompagnarono gli sposi sino alla casa del signor Fedele.
“Va – pensò il giovane guardando dietro al corteo: – va pure…, tu, le tue nozze, le tue gioie, tutte cose funebri da scolpirsi sopra i sepolcri bugiardi…! O madre, amor mio, tu hai detto il vero; questi sono luoghi da fuggirli per sempre!”
Così dicendo si mosse; e Rocco dietro di lui, andava non più come un servitore devoto, ma come uomo messo a guardia d’un infelice, cui stesse per dar volta il cervello. Credeva che il signorino si avviasse per uscire dal borgo, ma stupì vedendolo pigliare per un vicolo che menava proprio nel mezzo di questo. E tuttavia non osò dirgli che forse sbagliava la via. Giuliano non la sbagliava punto; ma camminava diritto per andare in casa a Don Marco, dirgli addio, forse parlargli di quel che aveva visto, e averne conforto di quelle parole di cui soltanto il buon prete conosceva il segreto. Giunto a quella porta, agguantò il martello e fu lì per battere; ma si sentì rimordere di venire a destare un vecchio a quell’ora, e non lo fece. Intanto gli fuggì un’occhiata in su alla casa del signor Fedele, ch’era di contro; e vide illuminarsi la finestra di Bianca, quella finestra ch’egli non aveva mai osato di varcare colla fantasia, dalla tema d’offendere la fanciulla che vi dormiva dentro. Ed ora…? Ebbe uno schianto di cuore non mai provato; mai neanche quando aveva inteso che Bianca s’era sposata: lasciò il martello, e senza dir nulla, ripigliò la via per allontanarsi. E a questa volta uscì davvero dal borgo, e sarebbe andato innanzi chi sa quanto muto; se Rocco mosso da grande curiosità, non gli fosse entrato della via che voleva tenere, e a poco a poco anche del padrone di quella casa, cui aveva voluto battere poco prima. A tutte le dimande del colono, Giuliano rispondeva breve come chi ha altro da pensare; ma a quest’ultima il suo cuore si aperse, e quasi provando un gran sollievo a pronunciare il nome di cui Rocco chiedeva, rispose:
“Oh… quella è la casa d’un giusto… è la casa di Don Marco…!
“Don Marco! Lo conosco, è un santo che ha fatto tanto bene alla mia Tecla.
“A Tecla? – disse Giuliano mostrandosi ora voglioso di udire i discorsi di Rocco.
“Appunto, – rispose questi – una sera di questa state, quasi mi vergogno a dirlo, essa ci era sparita di casa…: uno spavento! si figuri…! e chi la voleva morta, chi rapita dagli Alemanni, chi annegata… ma coll’aiuto di Dio la trovammo laggiù al passo del guai, proprio a piè della croce, sa…?
“E dove voleva andare?
“Ma…! quel giorno il pievano era venuto a dire a sua mamma, che ella era stata messa in prigione a Torino.
“E Tecla che c’entrava…?
“Ma… voleva venire a Torino a liberare lei: teste piccine di donne…!
“Narratemi ogni cosa, Rocco; – disse Giuliano pigliando lena – perchè non mi avete mai detto questi fatti…?
“Ma… ” – rispose Rocco; e cominciò la storia di quella notte, che se non era Don Marco poteva costare a Tecla assai più lacrime che essa non aveva versate. Giuliano ascoltava camminando a capo chino, ora tocco nel vivo del cuore dalla pietà; ora sdegnato, come quando udì che Don Apollinare voleva che Tecla fosse stregata. E così pei sentieri più foresti, un tratto in riva alla Bormida, un tratto in mezzo ai campi, cansando le pattuglie Alemanne; s’affrettarono verso il confine.
In un punto dove quattro mura mozze paiono ruine, e invece sono d’una cappella rimasta costrutta a mezzo, forse perchè fu chiarito che la Madonna, cui si voleva dedicare, e che si diceva comparsa in quel sito, non era stata che qualche villanella vestita da festa; il giovane si fermò, e voltosi a Rocco, parlò in guisa che a costui parve di non aver più a fare col padrone, ma con un figliuolo,
“Rocco, fa giorno e potete tornare. Dite a mia madre che io sono uscito dalla terra libero, tranquillo, e desideroso di trovar presto quella casetta, nella quale vivremo con essa tutta la vita. Direte a Marta che abbia cura di mia madre; e voi se mi volete bene, andate a Santa G…: riconducete subito la vostra Tecla a casa; meglio che sotto i vostri occhi, non istarà in niun luogo. Ve la raccomando… ma tanto…”
E data una stretta di mano e alcune monete al pover’uomo, lo piantò sulla via e tirò innanzi.
Rocco, strologando su quel pensiero che il signorino si pigliava di Tecla, stette a guardarlo sin che gli uscì di vista, poi tornò addietro. Di là ad un’ora ripassava per C…, dove la gente era già fuori per le vie, con quella gaiezza mattutina che i giorni di festa fa belli i villaggi. Le donne scopavano dinanzi alle case; gli uomini s’affacciavano allacciandosi al collo la camicia di bucato, e chiedendosi da finestra a finestra, a qual’ora fosse finito il ballo degli sposi; su certi balconi le madri pettinavano i bimbi per mandarli netti a messa; e su certi altri le fanciulle spiccavano garofani dal vaso, per farne un mazzolino al damo.
Il buon uomo vide queste cose, traversando il borgo, e di là dal ponte trovò che gli Alemanni in sull’armi, ascoltavano devotamente la messa; celebrata sopra un poggiolino in mezzo ad un prato. Egli avrebbe voluto fermarsi a sentirla; ma oltre che la era già innanzi di molto, detta così all’aperto gli parve cosa troppo da soldati; e tirò diritto col proposito di udirne una al Convento dei Minori Osservanti, dove per andare a Santa G…. a pigliar la figliuola, aveva a passare.
Colà era giorno di grandi preghiere e di grande solazzo, in onore della Madonna degli Angeli; e se dall’architrave della porta maggiore della chiesa, pendeva la tabella dell’indulgenza plenaria; nella selva e nei prati intorno v’erano ridotti e baracche da potervi mangiare, cioncare, fare alle pugna, dopo aver data una ripulita all’anima, con un po’ di perdonanza e un po’ d’elemosina fatta al convento.
La via che menava a quella volta, era tutta una processione; e più s’avvicinava più uno stupiva delle numerose brigate, che facevano pei campi e pei colli un pittoresco vedere. Rocco si lodò d’essere partito da casa vestito da festa; perchè quanti incontrava avevano indosso i meglio panni del loro vestiario. Le donne giovani o vecchie, se maritate portavano la veste di sposa; che allora, bell’usanza, serbavano per le festività di tutta la vita: le zitelle, quasi tutte, costumavano gonne d’indiana azzurra carica, che davano un po’ più sotto della mezza gamba; e questa si vedeva chiusa in calzette grigie, o il piede calzato di scarponcini, cui niuno badava se fossero o no grossolani, perchè le fanciulle s’aveva a guardarle modestamente in viso. Un casacchino di tela casereccia stretto alla vita, ornato alle ascelle di crespe o sgonfietti; un fazzoletto in capo, rosso o giallo; un grembialetto anch’esso d’uno di questi colori; era tutto il loro vestire. Vezzi non usavano portarne, oltre un par di campanelline agli orecchi; contente delle perle che avevano in bocca, e delle sincere e copiose capigliature. Belle su tutte erano le boscaiuole della riva destra della Bormida, che si vedevano qua e là guadare il torrente ai varchi più agevoli, per andare alla sagra. Erano e sono tuttavia il miglior sangue di quei monti; bianche come latte, e ben colorite, spigliate di forme, e in tutto da non parere gente povera e mal pasciuta. Ma le sono mattiniere, e visitando le selve a palmo a palmo, e non per diletto; trovano forse il fiore misterioso di cui si tingono, come nessun pittore saprebbe fare alle donne delle città. Degli uomini poi, non accade dire quali fossero le fogge dei loro panni; ma si vuol lodare chi fu primo a smettere quei codini, quei giubboncelli, quelle brache corte: sebbene queste sarebbero da ritornarsi un tratto in onore, tanto che la gioventù badasse a crescere a modo e men molle, per non andare derisa di troppo povere polpe.
Tanta adunque era quel giorno la folla, che la sagra pareva un giubileo; e sott’essi i pergolati del convento, già sin dal mattino era una briga di mercanti d’ogni generazione, i quali si davano attorno a porre i loro banchi, bisticciandosi alla buona tra loro. Nel piazzale della chiesa, giocolieri, storiai, vinai, contendevano per un posticino; ed il cerretano che ogni anno soleva venirvi, già faceva gente strombazzando di su un tavolino, avuto a presto dal frate dentista del convento, il quale si mostrava pronto a fargli servizio per non parere invidioso. Più in là, dietro l’edificio, nel prato che sembrava fatto a posta, avevano formata una sorta di lizza, e ad un palo pendevano guanti e palle di cuoio di parecchie grandezze, segni di sfida tra i giuocatori dei contorni. Poco discosto, su d’un’impalcatura, all’ombra d’una quercia, i suonatori d’un ballo campestre cominciavano ad accordare gli strumenti. In fondo al prato poi sorgevano le baracche, formate di lenzuola e di frasche; e gli osti stavano a certi fornelletti cuocendo i polli, che le loro fantesche sbuzzavano, pelavano, abbrustiavano, frettolose e tuttavia bestemmiate per pigre. Fra tanta folla, che cresceva ognor più, i frati andavano colle labbra e colle tabacchiere aperte a dar pizzicate e sorrisi: per taluno avevano parolette d’invito a farsi vedere in cucina o in refettorio, e il fortunato era di certo un benefattore campagnuolo; o tale su cui la frateria, aveva messo gli occhi e le speranze.
Rocco fattosi via fino alla porta della chiesa potè entrare e udir la messa. E pagato così il suo debito al Signore, tornò fuori colle mani nelle saccoccie delle brache, tastando le monete avute da Giuliano. Accortosi d’aver fame, tirò il conto delle miglia che gli sarebbe bisognato fare per giungere a Santa G…. e non gli tornando bene al ventre nè alle gambe, s’avviò passo passo ad una baracca.
Ivi, si davano spasso bevendo e chiacchierando parecchi avventori; i quali dopo aver mangiato non facevano segno nè di voler pagare nè d’andarsene. L’oste non osava dir loro nulla, essendo essi miliziotti e soldati. I primi (armati di lunghi schioppi, che alle canne e ai fregi apparivano di fattura spagnuola, raccattati forse sui campi di battaglia di quelle parti, meglio che mezzo secolo prima); erano stati di quello stormo levatosi in armi il maggio di quell’anno. E avendo pigliato diletto di vivere randagi, si soffriva dal magistrato che andassero armati; perchè bisognando, facevano ufficio di guide agli Alemanni, e campavano di questa professione e di picciole rapine. I soldati poi erano gente dei vecchi reggimenti Sardi, pronti di maniere e soverchiatori, ma rispettabili par ferite delle quali portavano i segni ancor freschi, e stavano a guarirsi nel borgo. Essi avevano combattuto contro i Francesi più d’una volta, sull’Alpi marittime; adesso colle gomita sulla mensa bevevano alla salute dei vivi e alla memoria dei morti; giurando clamorosamente sugli scapolari che avevano di sotto i panni, molli di sudore e anneriti. E colle dita intrise di vino, descrivevano sulla tovaglia i campi e le ordinanze in cui avevano combattuto. A udirli, questo era il colle di Raus, quest’altro quello di Milleforche; qui il capitano Zin co’ suoi cannoni, aveva mandati i sanculotti ruzzoloni giù pei dirupi come sacca di carbone; là era caduto il capitano Maulandi, venerato da quei valorosi che l’avevano veduto morire, e ne cantavano i versi scritti da lui sulle montagne ove cadde, poeta e soldato. S’accendevano in viso parlando di lui, come si sarà acceso il Botta scrivendone le lodi in una mesta pagina della sua storia: rammentavano le rive del Tanarello e della Saccarda, di Colle Ardente e di Saorgio, i vili e i traditori: e qui uno di que’ soldati trovandosi ritto nella foga del dire, data una vigorosa palmata sulla mensa, e guardando a cera prepotente quanti erano nella baracca; giurava che il Re era tradito, e che se i Francesi trovavano la via men aspra dell’anno prima, sebbene le valli fossero zeppe d’Alemanni; accadeva perchè da Torino insino all’ultimo villaggio del regno, v’era in ogni casa un traditore.
“Lo giuro! – sclamava egli invelenito su quell’idea, e si rimboccava, dicendo, la manica fino all’ascella, scoprendo un viluppo di muscoli poderosi: – questo braccio fu ferito, ma è forte ancora, e se mi capitasse innanzi un Giacobino lo spaccerei con questo, fosse mio padre. Chi è quà dentro che non vuol gridare viva il Re?
“Evviva il Re! – urlarono quaranta o cinquanta gole mezzo ingozzate di lasagne: e all’urlo tenne dietro un rompere di tossi, di sternuti, di singhiozzi per contrazione; mentre il soldato sorridendo a tutti, chiamando tutti amici, andava attorno toccando col suo gli altrui boccali. Giunto a Rocco, che mangiava rincantucciato in fondo alla baracca, e si sentiva tremare il cuore; il soldato gli si piantò dinanzi: “E voi – gli disse – che fate costì solo, che mi parete un volpone sotto una cesta? venite qua in buona compagnia!” – E pigliato il piatto, i pani, il boccale del poveretto; lo tirò a quella mensa dov’egli e i suoi facevano quel tanto baccano. Là Rocco dovè rimettersi in loro; mangiò e bevve come essi vollero; chiese licenza d’andarsene parecchie volte, ma gli tocco fare più di mezzogiorno; ora in cui potè uscire libero, pagando lo scotto di quei soldati, e ancora gli parve una grazia.
Quando fu fuori di quel passo, trovò che la folla era divenuta così fitta, da non potersi muovere, uno che avesse fretta, a suo agio. Il ballo campestre ferveva sotto la sferza del sole, e le foresi danzando coi loro dami gighe e gavotte, si struggevano in sudore. Ma al caldo ci badavano punto. E bisognava vedere quei garzoni, come finita una danza, facevano a chi fosse più spedito a ripigliar il posto sullo spazzo, affollando il festaiuolo, empiendogli di spiccioli le mani. Ed egli pigliava e ringraziava per sè e pel convento, cui doveva pagare la decima; poi diceva ai musici che tornassero a suonare, e significava ammiccando che egli voleva suonate corte e frequenti.
La vista di quel ballo era la cosa più ghiotta della sagra, e i signori vi si disfacevano dalle risa. Essi vi adocchiavano le belle campagnuole, imparando a conoscere i loro amori. Onde accadeva sovente, che dopo quella e altre feste compagne, qualcuno di essi si mettesse di mezzo a far parentadi, tra giovani veduti appassionarsi in quegli strani convegni: e allora il più delle volte, virtù addio!
Mosso da curiosità, Rocco volle avvicinarsi a quello spettacolo; e a forza di gomiti fattosi un po’ di passo, ecco a quale incontro inatteso egli riusciva.
Il zio di Tecla, che non era giunto a cavare a questa quattro parole, in ventiquatt’ore dacchè l’aveva in casa; messosi in testa di darle un po’ di svago, s’era accompagnato con essa ad alcuni vicini, uomini e donne; capitando al convento, forse un po’ prima, forse un po’ dopo di Rocco. Fatte le divozioni e pigliati anch’essi i ristori, in una delle tante baracche; i montanini avevano finito per mescolarsi alla folla che faceva corona al ballo; e alcune giovinette della comitiva presero a danzare, mentre alcune altre, modeste e quasi mortificate, stavano a vedere; e tra queste Tecla.
Essa si teneva in mezzo alla calca, colle mani alla vita, una sull’altra, guardando co’ suoi grandi occhi l’agitarsi delle danzatrici; e si sarebbe detto che ne provasse compassione. Ed era là forse da mezz’ora, stretta, pigiata; ma non si avvedeva di non aver più allato nè le compagne, nè il zio col quale era venuta in quel luogo. E neppure aveva badato al mutar di piedi che le era bisognato fare, spinta lentamente ora indietro, ora di lato; sicchè discostata a poco a poco anche dai danzatori, non ne scopriva più che le teste. Ma badavano bene ad essa due giovani signori del borgo di C…, i quali, avendole posti gli occhi addosso sin da principio, s’ingegnavano a quel modo, per trarla fuori della sua compagnia; di certo coi disegni che sanno fare i vili fortunati, che un tempo della loro vita spendono a svergognar donne; un altro tempo a rifare gli averi ponendo le mani nella roba altrui; e vecchi finiscono in chiesa a biascicare i salmi penitenziali. I due avevano la fanciulla in mezzo, e sebbene giovani, un pittore avrebbe potuto fare dei loro visi i due vecchioni cotticci di Susanna. Già si rallegravano colle occhiate del buon termine cui speravano condurre chi sa che ribalderia; quando s’udì un grido tra la folla, un grido come d’uomo che tastandosi sotto i panni si trovi rubato.
“Tecla! Tecla! – e un volgere di teste, un mareggiare della gente, un moto di braccia tenne dietro a quel grido; percossa dal quale, Tecla si riscosse, e vedendosi allato i due sconosciuti, pieni gli occhi di non sapeva qual fuoco, si sentì al viso le vampe, e potè appena rispondere; “Son qui!”
Colui che l’aveva chiamata era lo zio, accortosi improvvisamente di non averla più vicina; ma primo a romperle attorno la calca fu Rocco, il quale capitando appunto, aveva riconosciuta la voce del cognato e quella della figliuola.
“Largo! largo! – gridava egli lavorando di braccia; – cognato, Tecla son qua io! – E si mostrava di subito così indraghito che guai a chi si fosse avvisato di rattenerlo; guai a chi aveva fatto male alla fanciulla; guai a quei due, che non la stringevano più, ma che non si poterono cansare, quando egli per disopra le loro spalle potè porle la sua larga mano sul capo, gridando: “è mia!”
“O chi ve la vuol mangiare? – sclamò uno dei giovani dalle male voglie, vedendosi guardato da Rocco a squarciasacco.
“So dir che sì! – rispose Rocco, cui l’istinto paterno ammoniva del vero; ma ravvisando colui per uno dei quattro, che la notte innanzi, fuggendo dalla cella del padre Anacleto, s’erano imbattuti in lui e nel signorino: “lei, – soggiunse – lei, lo so che cosa è buona a fare… ma…! – e si morse la lingua, perchè il giovane era di casato da fargli sudar le tempia. Baciò come si suol dire il bastone; e gli parve un bel che, poter uscire di quel passo colla figliuola.
La tirava così per mano fuori della folla, pallida che metteva compassione; e il cognato veniva dietro trovando scuse, ed egli a rimproverarlo con aspre parole.
Bisticciandosi, andavano verso il convento; quando a stornarli nella loro lite, videro la gente sul piazzale della chiesa far largo, e udirono sussurrare; “gli sposi! gli sposi!” Era Bianca, era l’Alemanno, con parte dell’allegra accompagnatura del giorno innanzi; che avendo desinato nella palazzina del signor Fedele, venivano adesso strascicando in quel luogo, la festa nuziale.
Tecla vide, e intelletto d’amore le fece indovinare chi fosse quella donna felice. Osò guardarla in viso, e le parve bella, ma non più della bellezza di cui aveva inteso parlare, tra la signora Maddalena e don Marco. Ne gioiva la povera giovinetta, e in quella un frate fattosi dal portichetto del convento ad incontrare la comitiva, salutò la sposa con dimestichezza, e fu da tutti salutato reverentemente: “padre Anacleto!”
Padre Anacleto! Rocco si tastò se era vivo, vedendo gaio quel frate, udito a predicare in D…, e che di certo doveva essere l’istesso, di cui aveva inteso la storia dai quattro capi scarichi la notte innanzi… Ma più fu turbato quando vide sopraggiungere di quei quattro, i due che poco prima s’erano messi ai panni della sua figliuola; e tutti inchini e rispetti a quella dama, avere da essa e dal frate strette di mano e sorrisi; come gente dabbene. A quei portamenti non potendo più reggere fu a un pelo di correre dal padre Anacleto, gridando:
“Oh che razza di frate è ella mai, che tutti i cattivi cristiani che sono al mondo gli ha per amici?”
Senonchè in un uomo del popolo com’egli era, gli sdegni generosi nascevano sì, ma subito si rincacciavano in cuore; e Rocco rattenendosi anche questa volta, tirò via con Tecla, accommiatandosi dal cognato, dolente di vedersela tolta in quella dispettosa maniera.
La fanciulla camminava dietro del padre, paurosa d’essere ricondotta a casa, di spiacere alla signora Maddalena, e d’incontrarvi Giuliano; di cui non sapeva che era partito; e Rocco, pensando a quei giovani, alla propria collera della notte innanzi, al fatto del padre Anacleto; combatteva con un dubbio che sulla santità dei sacerdoti, gli voleva entrare nel cuore; nè per quanto fu lunga la via gli venne detta parola.
Così giunsero a D…, nell’ora in cui la signora Maddalena aveva costume di sedere in sala, al balcone che guardava dalla banda ond’essi arrivavano; perchè vi si godeva una bella vista, e il sole non vi poteva, e un venticello che pareva mosso dall’acqua del torrente, vi recava una deliziosa freschezza.
Essa stava là appunto, donde non si era mossa in tutto il giorno, piena ancora dello sgomento, cagionatole dagli Alemanni la notte innanzi. E vedendo i due apparire, si levò coll’anima tutta negli occhi.
“Ha passato il confine che appena era l’alba – disse Rocco arrivando sul piazzale.
“Iddio lodato! – sclamò la signora; e togliendosi dal balcone venne nell’atrio a incontrare il colono, che si fece passare la figliuola dinanzi.
“E per via non aveste incontri? – chiese essa, tirandosi Tecla in casa col padre.
Egli, avvicinando nella sua mente la fanciulla e Giuliano, per le raccomandazioni avute dal giovane, proseguiva: “Passò franco come una doppia di Spagna; e mi disse che fra pochi giorni avrà trovata la casetta: e prega lei di andarlo a raggiungere subito…..”
La signora ruppe la parola in bocca al pover’uomo con un sorriso; perchè a udir rammentato quel suo desiderio d’una casetta in riva al mare, fece come l’uccello che migra, se giunto a scoprire la terra del suo riposo, misuri le forze, e non le trovi da poterla arrivare. Ma non aggiunse parola a quel mesto sorriso, da mostrare la speranza così languita: bensì voltasi a Tecla:
“O Tecla, – diceva – dunque tu sei tornata…? Noi ripiglieremo le nostre usanze, le nostre letture, le nostre penne… nevvero? Perdonami sai, se t’ho fatta andare a Santa G…; hai fatto bene a tornare, Marta ci darà da cena, tu rimani qua…. Rocco, voi e vostra moglie verrete a mangiare con me un boccone, e mi racconterete tutto….”
Tecla sempre colla mano nelle mani di lei si sentiva tremare il cuore, e ringraziava il cielo che Giuliano non fosse a casa.

CAPITOLO XVII.

Giuliano detto addio a Rocco, s’era trovato solo, in parte dove niuno faceva guardia al rigagnolo, che partiva le terre del Re di Sardegna, da quelle della repubblica Genovese. Non gli rimanevano a fare che pochi passi, e poi avesse avuto dietro di sè tutta la cavalleria, che lungo la vallata della Bormida, pasceva i cavalli ungheresi coll’erbe di quei poveri montanari; egli si sarebbe potuto volgere dall’altra sponda, a riderle in faccia; sicuro come a essere a Genova in casa al Doge. Sino a quell’ora, la neutralità della repubblica, era stata rispettata dagli Alemanni.
Ma nell’atto di sconfinare, l’aveva preso un nodo al cuore, e si era fermato come uomo che non può reggersi ritto a tirare innanzi. Forse i proscritti dei tempi di mezzo, si fermavano in quella mesta guisa al confine del loro comune; volgendo gli occhi alle torri, alle cupole della città dond’erano sbanditi: e l’immagine di Guido Cavalcanti sulla via di Sarzana, collo sgomento dell’esilio in viso, e colla malinconia che gli ispirò la ballatetta afflitta e famosa; si forma nella mia mente pensando qual fu Giuliano, in quell’ora.
Quante volte il giovane avrà voluto tornare, e quante avrà ritratto il piede, già mosso a valicare quella poca acqua, che gorgogliava tra i macigni e le radici sterrate dei salici e dei pioppi; egli che aveva corso da Torino a D… tante miglia, quasi senza abbadarvi! Ma in quel viaggio egli era venuto per terre, nelle quali era come essere in patria: adesso, di là da quel rigagnolo, donde pur si potevano scoprire le cime dei monti a’ cui piedi era il suo borgo, avrebbe messo il piede sopra terra straniera. Straniera secondo i conti d’allora, sebbene la gente vi parlasse su per giù un dialetto uguale a quello di D…: ma là si viveva sotto altre leggi; il popolo v’obbediva altri magistrati; il rifugiarvisi dalla parte di qua ogni sorta di perseguitati, dava a quella terra cattiva fama tra il volgo: e pur non credendo di capitare in mezzo a gente sbattezzata, gli sapeva male di doversi gettare fuori del regno come un malfattore. La casa materna non gli era mai parsa lontana come in quel punto; e di pensiero in pensiero si ridusse a pregarsi di potervi stare, non da padrone, non da figliuolo della padrona, ma sconosciuto, da servitore; pur di poter vedere la madre, Marta, e Tecla ogni giorno; Tecla che gli si affacciava da lungi, e pareva venirgli incontro sorridente, amica, sicura: e massime dopo il discorso avuto poco prima con Rocco, gli si figgeva in mente come una cosa cui un giorno o l’altro avrebbe dovuto pensare.
Sarebbe rimasto su quella sponda chi sa quanto, se non badava al sole che intanto s’era fatto alto. Ond’egli, dato, sto per dire, uno strappo a sè stesso, era disceso giù dalla ripa e aveva varcato le tue acque, o ruscelletto modesto; le tue acque, che di quei tempi furono di salvezza a tanti fuggitivi, come se san Giorgio il valente fosse stato a galoppare, colla lancia in resta, lungo la tua sponda. E tu, allora, non sorgevi vicino a quel ruscelletto, o modesto cimitero di Carcare; nè tu che vi scendesti a riposare colla fede d’andare in terra de’ vivi, eri peranco nato, o maestro della mia giovinezza, Atanasio Canata, povero Scolopio, cristiano antico. Ma le campane del collegio, che suonavano a doppio la messa, nell’istante in cui il mio profugo toccò il suolo della libertà, erano le istesse che dovevano poi governare la tua vita tanti anni, o dolce maestro mio; quelle istesse di cui mi rimase negli orecchi la romba, cara come la voce tua, e come la vostra, o amici dall’adolescenza; che, se mai vi capitasse tra le mani questo racconto, prego vi rammentiate di me, come io mi ricordo di voi con amore; e vi veggo sempre sulle memori panche della scuola, coi visi di vent’anni or sono.
Nessuno mi si faccia severo per questo viluppo d’apostrofi, le quali non sono poi troppe, per chi novellando si trova con uno de’ suoi personaggi, in luogo di memorie dolcissime. E tiri pur oltre, che io baderò a non farlo uscire spedato per le vie dirotte, che Giuliano ebbe a fare su d’un muletto, pigliato a nolo nella terra di Carcare; piena allora di contrabbandieri, che facevano servizio con pronto animo, a chi avesse viso di perseguitato e di largo spenditore.
L’Apennino, salito al passo lento della cavalcatura, era sembrato interminabile al giovane, che per tutta la via non aveva aperto bocca a parlare colla sua scorta. Ma giunti in cima al giogo, il mulattiere vedendo il viaggiatore nulla maravigliato della bella vista che si parava dinanzi, quasi per consigliarlo che alzasse il capo a vedere, sclamò: – il mare!
Quando io ripenso a quel mattino d’autunno, in cui giovinetto vidi la prima volta il mare, di su quel colle; sempre si rinnova in me ciò che allora provai nell’anima e nella persona, che non seppi mai dire. E però non mi rischierei per nulla ad esprimere quello che provò Giuliano; il quale essendo di tempera da sapersi prostrare collo spirito, alle grandi bellezze della natura; accolta nel petto largamente l’aria di quell’altezza, rimase a contemplare a lungo e muto; poi prese la china come voglioso di correre a tuffarsi, a smarrirsi, in quella lontananza sterminata.
A’ nostri giorni la strada agevole e bella, menzionata sin dal principio di questo racconto, scende da quella vetta, passando a piè della torre di Cadibona; la quale mi ritorna nella mente colla croce rossa di Genova dipinta sulla sua faccia, appunto come quella che io vidi sul muro di non so qual edificio antico, che dà sul porto di Bastia in Corsica; e che mi parve lasciata là, come promessa di tornare, fatta dagli Italiani di Genova, nel vendere quella gemma dei nostri mari. Passando vicino a quella torre, Giuliano levò gli occhi in su, a mirarne l’altezza; e ad una delle finestre vide una donna soave, bionda, mestissima, che gli sembrò una sorella, affacciata lassù per dargli la buona andata. Tirò innanzi senza chiedere al mulattiere chi fosse quella donna; ma si compiacque nell’immaginarla figlia o sposa di qualche vecchio cannoniere della Repubblica, messo là a riposare e a custodire la torre. Mesta la era, egli la stimò anche infelice; e cominciò a fantasticare sulle sventure di quella sconosciuta. Senonchè le fantasticherie si mutarono in maraviglia, quando si vide innanzi il gruppo di colli anfrattuosi soggiogati dalla torre. Su quei colli splendeva la virtù della forte razza ligure, che assale le rocce, le spètra, le costringe a diventare feconde ed amene. Giuliano ammirò i vigneti, prosperosi e fitti sulle macìe, murate con interminabili fatiche a reggere la poca terra, donde quei montanari cavano il pane. La vendemmia essendo vicina, pei lunghi filari, sovraposti gli uni agli altri nei ripidi fianchi dei colli; si vedevano i rossi berretti dei vignaioli, e i corpetti bianchi delle loro donne, intente com’essi a legar alti i tralciati, affinchè i grappoli cogliessero meglio i raggi del sole. E lavorando cantavano, con mirabili accordi, lo loro vecchie canzoni; dalle quali spirava qualcosa che somigliava alla tristezza magnanima che ci viene dal canto della servitù di Babilonia; e quella mestizia di toni che non pareva da gente così gagliarda, si mescolò nei sentimenti di Giuliano, a farlo tornare col pensiero alla donna veduta poco prima e compianta.
Se fosse stato un giovane dei nostri tempi, egli avrebbe pregato tra sè, che venissero i popoli d’ogni parte d’Italia a visitare quei colli, e a impararvi come si muoia meritamente d’inopia e di viltà, sui pingui campi lasciati mutarsi in paludi; mentre che le rocce dell’Apennino paiono per man dell’uomo, la terra promessa. Ma egli tirò oltre senza pensare a questo; e per boschi selvaggi, continuò la sua via verso Savona; dove (tra il fermarsi a riposare, e a rinfrescarsi, avendo fatto quasi notte) giunse colla sua guida, all’ora in cui Tecla e Rocco erano comparsi a D…, a levar di pena sua madre, come si è visto nel capitolo precedente.
Le vie della città, anguste e tetre per l’altezza delle case, erano affollate di gente; e alle cantonate turbe di donnicciuole e di marinai cantavano le litanie, ginocchioni dinanzi a madonne sorridenti da belle nicchie, d’ardesia e di conchiglie di mille generazioni; inghirlandate di fiori, con attorno le centinaia di lumicini. Le botteghe dei mercanti, dalla più ricca dell’orafo, a quella dal cenciaiolo, erano tutte chiuse; ma sovra le porte, avevano ognuna la propria Madonnina, col beato Antonio Botta inginocchiato a’ piedi; uomo fortunato cui anticamente era apparita la Vergine, come i Savonesi sapevano tutti. Le padrone delle botteghe, grasse e sfolgoranti di vezzi d’oro agli orecchi, al collo, ai polsi, a somiglianza di statue cariche di voti, cinguettavano dalle finestre colle comari di faccia; preti, frati, monache d’ogni colore, andavano e venivano, inchinati dalla gente devota: in mezzo alla quale Giuliano ebbe molto a penare per farsi far largo, coll’aiuto del mulattiere, che alfine lo fece scendere ad un’osteria, che dava sul porto. Di là si vedeva un poggio, su cui sorgeva un edificio, che al sito ameno ed al campanile donde era sormontato si conosceva per un convento; ed era dei Capuccini, che appunto come a C.., festeggiavano la loro Madonna degli Angeli anch’essi. La luminaria di lassù, riverberata dall’acqua del mare sottoposto, dava all’altura un aspetto meraviglioso; e la cittadinanza vogliosa di piacere ai frati, menava per le vie la festa che Giuliano aveva veduto arrivando.
Fosse la tristezza dell’animo, le memorie di casa sua, o il suono di cento campane, che facevano parere la città tutta una basilica; egli provò un senso di scontento, e quasi gli dolse d’essere arrivato. E ancora si aggiunse che dall’osteria d’Alba, a quella lì dov’era, ci correva di molto; perchè subito si sentì fra gente che negli atti, nei visi, nei detti, mostrava di non badare che a sè e ai propri negozi; e sino le voci gli rendevano un suono come di monete che fossero contate in fretta. Cenò di mala voglia col mulattiere, che volle alla propria mensa; poi pagatolo largamente, s’andò a coricare.
All’alba del giorno appresso, egli era già in cammino, uscito dalla città per la via che menava a Nizza; e potè, andando a piedi e a suo agio, confortare la vista in quel teatro di spiagge e d’alture. Là i borghi, a vederli di lontano, pajono navigli posati colle vele sciolte in attesa di vento; o greggi calati dall’Apennino per abbeverarsi, e rimasti sul greppo spauriti dalle troppe acque. Non erano tutti lieti quei borghi; e passandovi, (alla vista che fanno le casette nane dei pescatori, e certi fortini mezzi diroccati) il viaggiatore dà anche adesso un’occhiata a questi, un’altra al mare; donde si direbbe che stiano per scendere dalle loro barche, stuoli di Barbareschi, a far scempio della povera gente. Ma quelli avevano a essere senza fallo i luoghi piaciuti alla signora Maddalena, l’unica volta che era uscita dalla terra di D… per così lontano paese; quelli i luoghi di cui essa aveva parlato, pregando Giuliano di trovarvi una casetta, di quelle, che tanto la erano rimaste nella memoria. Egli si mise all’opera sin da quel giorno, sperando di dar del capo in una delle palazzine, sulla quale si fosse posato il desiderio antico di sua madre; e quasi giunge a credere che non avrebbe sbagliato, e che essa venendovi ad abitare, l’avrebbe a prima giunta riconosciuta.
Girò quel giorno e quattro ed otto appresso, dando due passi innanzi ed uno indietro; e fece quella vita sinchè si fu innoltrato quasi a Finale, senza aver concluso nulla, nè stretta dimestichezza con alcuno; essendo gli abitanti di quelle marine gente così allevata alle proprie faccende, da parere coi forastieri la più disamorata che fosse al mondo. Delle case ne aveva visitate parecchie e bellissime, ma ora per una causa ora per un’altra, non gli erano parse da poter accontentare la madre; e soltanto al decimo giorno, gira e torna, ne trovò una, che stimò facesse benissimo al caso suo. Era una casetta pitturata a liste scure e gialle, nascosta in una macchia d’olivi, in fondo ad un valloncello deserto, a bacio; alla quale si giungeva per una viuzza torta, fuori mano, chiusa tra due macìe mezze diroccate; e si vedeva chiaro, all’erba ond’era ingombra questa e ingombro il piazzale dinanzi alla casetta, non visitata che assai di rado. L’aveva murata un fantasioso, mortovi dentro per passione paturniosa molti anni prima; nè di là in poi era più venuto in capo ad alcuno di tornarvi a stare. E in verità pareva più da rinchiudervi uno cui si volesse far morire di malinconia; che luogo da menarvi una donna bisognosa di svaghi e di allegrezze; ma al figlio della signora Maddalena, le cose seguitegli i giorni addietro, avevano formato un umore sì tetro; che egli trovò tutto di suo genio. E gli tardò d’avere seco la madre, cui già udiva fare le grandi lodi della casa, del sito, e del mare, del quale non si vedeva che un lembo traverso una gola angusta; un lembo come di cosa vietata.
S’affrettò allora a chiedere del padrone di quel podere; e trovatolo nel vicino borgo di N… s’accomodarono per il fitto. Due giorni appresso la palazzina era arredata, Giuliano vi dormiva dentro la prima notte, contento della profonda solitudine che vi si godeva: e il mattino alzatosi per tempo, scritta una lettera, uscì per trovare uno che la portasse a sua madre. Non ebbe bisogno di scostarsi molto dal suo romitaggio, che trovò un ortolano o vignaiolo che fosse; uno di quei liguri robusti che da una certa età in su non ricevono più niuna impronta degli anni; lavorano gai ed arzilli tutta la vita; e il giorno in cui muoiono fanno stupire tutta la parrocchia, a udire quanto hanno vissuto. Lo guardò un istante piantar la vanga, gli piacque all’atto pronto e alla niuna cura, che si prese di lui; di che avvicinandosi gli disse:
“Quell’uomo, sapreste dirmi dove potrei trovare uno da mandarlo alcune ore lontano? Gli darei una bella moneta.
“Per una bella moneta son qua io? – rispose il vignaiolo rimanendo con un piè sul vangile.
“Sta bene! – disse Giuliano… E la via di D… di là del giogo, in Val di Bormida, la sapete?
“Chi lingua ha, a Roma va…
“Eccovi un colonnato per beveraggio. Ma avete a partire subito, e giunto a D… chiedere della signora Maddalena, che tutti vi insegneranno dove sta di casa. Le darete questa lettera; e tornando mi cercherete a quella palazzina qui oltre…”
L’ortolano prese la moneta e la lettera, chiese licenza di andare sino al suo tugurio, discosto di là un trar di pietra: e Giuliano lasciatolo con molte altre raccomandazioni, tornò alla palazzina. Indi a poco, di sulla porta, vide il suo messo con in capo la berretta rossa, colle scarpe legate alla coreggia delle brache in sulle reni, e colla giacchetta in sulle spalle, inerpicarsi a piedi ignudi per gli scorciatoi, dilungarsi e sparire: ma non vide la donna di costui appena ch’ei fu partito, andare al borgo a vuotare il gozzo. E sin da quel giorno le femminette di N… cominciarono a mandare attorno le novelle sul conto del giovano forastiero, che avea tolto a pigione la casa del malaugurio; e chi lo diceva un uomo fastidito del mondo; chi un peccatore confinato là a far penitenza; chi un soggetto da badarsene come dalla peste. Egli intanto, volendo ingannare il tempo finchè il messo tornasse, disegnò di fare una gita di là dal Finale a vedervi i Francesi: i quali stavano a campo da quelle parti, e su pei monti avevano le guardie fino alla vetta del Settepani.
Camminò parecchie ore sulla riva del mare, e s’abbattè alfine, quasi stanco, in un posto di cavalieri, male in arnese, d’aspetto squallido e misero, ma di sembiante magnanimo, come a vincitori si conveniva. Tali li descrive il Botta, perchè pativano di grandi penurie: ma i loro portamenti avevano quasi cancellate le brutte memorie, lasciate due anni prima per l’eccidio d’Oneglia; di che i popoli di quelle marine, cominciavano a mostrarsi con essi meno selvatichi, sebbene li reputassero sempre nemici. Piacque a Giuliano la vista di quei soldati sciolti, operosi, niente burberi; dissimili tanto dagli Alemanni, che camminavano come gente curva sotto un gran peso. E negli anni che era stato a Torino, avendo imparato un po’ della lingua Francese, appiccò discorso con un giovane uffiziale, che badava ad un drappello di lancieri intenti a governare i cavalli; mentre alcuni fanti cuocevano il mangiare, o ruzzavano coi monelli della terra vicina; ai quali insegnavano giuochi e forze e tratti d’armi, con un’amorevolezza quasi infantile. Quell’uffiziale aveva veduto la presa della Bastiglia, il turbine popolare rovesciatosi sulla reggia, re Luigi prigioniero e poscia morto; e tra l’uno e l’altro di questi fatti aveva combattuto sul Reno, in Vandea, sull’Alpi; adesso innamorato del cielo d’Italia, pareva lietissimo di poter barattare qualche parola con un giovane italiano, che parlava la lingua della rivoluzione.
Giuliano tornò da quella gita collo scompiglio nel cuore. Oh! quelle assise, quelle lance conficcate nelle arene, quelle lunghe spade! Averne a fianco una, e una lancia nel pugno, e un cavallo tra le ginocchia; e in ischiera con quei valorosi, accozzarsi quando che fosse coi soldati Alemanni, di là dei monti, forse nei proprii campi! E tra i nemici intoppare forse colui… no! questo pensiero non gli si formava intero nella mente, e si mutava nell’immagine di Bianca che guizzando come lampo che illumina e passa, gli lasciava negli occhi scolpito, vivo, il viso di Tecla! L’indomani tornò al campo, rivide l’uffiziale Francese, che pareva essere stato là ad aspettarlo per fargli accoglienza, e con esso conobbe parecchi altri di quella nazione. Gagliardi erano, d’onesta baldanza, e di maniere pronte e così cortesi, che a parlare con essi uno si credeva cresciuto di qualche spanna. Ed egli, di primo acchito, piacque tanto alla compagnia, che lo vollero trattenere tutto il giorno: nè lo lasciarono senza la promessa che sarebbe tornato, nè senza averlo menato su d’un poggio, donde gli additarono i campi di loro gente, distesi lontano per quella fuga di grotte, di greppi, di promontori; i primi scuri, gli altri azzurri, gli ultimi vaporosi, nelle lontananze che formavano col mare una bellissima scena. Egli poi, come potè, tornò col visibilio del giorno innanzi, cresciutoli in capo di tre doppi: e giunse alla sua casetta che era vicina la notte. Si sentiva rimordere d’essersi tanto indugiato, mentre là vi era forse il messo colla risposta di sua madre ad aspettarlo; ed in fatti il brav’uomo, rivenuto da D… parecchie ore prima, giaceva sull’erba del piazzale, non sapendo neanch’egli che si pensare.
Appena costui ebbe visto il signorino, spuntare da una svolta della via; si levò in piedi e si frugò sotto i panni sclamando:
“Per questa volta è fatta; ma laggiù non tornerei per tutto l’olio che butteranno questi oliveti! O che dalle sue parti, a un povero diavolo che va per la sua via, perchè porta una berretta rossa in capo gli danno dietro coi sassi gridando, al genovese? E non siamo tutti cristiani?…”
Mentre l’omicciattolo(14) diceva, Giuliano affrettato il passo arrivava, e pigliando il foglio dalle mani di lui, senza badare a quei discorsi chiedeva:
“Dunque che mi manda a dire?
“Ecco, – rispondeva l’ortolano, componendosi come uno che deve badare a non essere colto bugiardo: – sua madre dice che non potrà venire in qua prima di quest’altra settimana, perchè vuole lasciare le cose di laggiù avviate in modo, da poter poi star qui quanto le piacerà, senza pensieri della casa nè della campagna. Essa prega vostra signoria a starsi tranquilla, e a non farsi venire in mente d’andare là, perchè… perchè…, il perchè non me lo disse, ma ne deve parlare codesta lettera, che mi ha molto raccomandata, coi saluti d’una vecchia e d’una giovinetta che aveva seco….”
Giuliano aveva fissato il messo tra ciglio e ciglio, tutto il tempo che costui aveva parlato; e allora aperse con gran furia la lettera, sperando di trovarvi chi sa che cosa. Ma non vi erano scritti che pochi versi. I caratteri erano della signora Maddalena, ed apparivano rotti, intricati, sto per dire arruffati, come di mano che avesse scritto tremando e a disagio. Dicevano come la casa fosse stata cercata dagli Alemanni per ogni verso, proprio la notte della partenza di lui, e come molte pattuglie erano state mosse a cercarlo per la campagna: che non tornasse, non tornasse per l’amor di Dio, se non voleva vedere sua madre morir di dolore.
Finito di leggere Giuliano tornò guardare in viso il messo, e colla voce tronca dal batticuore: “ditemi il vero – sclamò: – ditemelo, se no mal per voi…; mia madre è ammalata…, l’avete veduta?
“Malata no, che io non tocchi altra carne battezzata in mia vita!” E così rispondendo il pover’uomo metteva peritoso la mano sul braccio del giovane, e trangugiava qualcosa, come avesse avuto in gola il nodo d’una bugia.
“Dio voglia… ma voi non rispondete franco! – soggiunse Giuliano annuvolato molto.
“Gli è che lei mi… pare un giovane fiero… e poi non ho più mangiato da D…
“Vedremo!” sussurrò il giovane, e porse due colonnati al messo, che se li lasciò porre in mano, senza mostrare d’essere contento, come anch’oggi usa dalle sue parti, dove i manciaioli non sono mai paghi, nè ringraziano mai di nulla. Tuttavia profferì i suoi servigi per ogni caso, e accommiatatosi se n’andò accarezzando fra il pollice e l’indice le belle monete che aveva in tasca.
Rimasto solo, Giuliano rilesse due o tre volte la lettera di sua madre; e sebbene gli si destasse in mente una guerra di dubbi fortissima, a poco a poco si quetò nella promessa, che di là ad una settimana sarebbe venuta. Così gli aveva detto il messo, ed egli quasi per sincerarsi della verità, volò col pensiero a sedersi vicino a lei. Se la immaginò in tutte le guise, sana, inferma, malinconica, lieta; parlò con essa e con Marta di mille cose, e la presenza di quella giovinetta che l’ortolano aveva menzionata, e che di certo era Tecla, finì di metterlo in pace. Perchè gli parve che se qualcosa di guasto fosse stato laggiù, Tecla non era cuore da tenerglielo celato; e gliene avrebbe mandato a dire per via dell’ortolano stesso, o spacciando il proprio padre. Con questi pensieri gli veniva soave nella fantasia la vista di sè stesso e della famiglia in tempo non lontano; in cui quella fanciulla teneva luogo di sposa a lui e di figlia alla signora Maddalena: una visione su per giù come quella avuta a D… il dì che sua madre era andata a chiedere per lui la mano di Bianca. Vedeva Marta affaccendata correre di qua e di là per la casa, col viso lieto mostrato in quel giorno, poichè egli le aveva detto che stava per isposarsi: e sua madre gli pareva contentissima di Tecla, tirata su da lui, e già colta e gentile come donna allevata nel miglior casato, che si potesse pensare. Soffermatosi a lungo in queste immaginazioni sorrideva come chi accarezza un disegno; e tornava a pensare alla degna opera che sarebbe stata quella di menare per donna una contadina; alla dolcezza di istruirla, di educarla, di vederla crescere come fiore selvatico trapiantato in un orto a prosperare; si compiaceva a figurarsi le dicerie del volgo, le maraviglie dei suoi pari, e fin la stizza di don Apollinare; al quale un matrimonio di quella fatta, sarebbe parso di certo una nuova scelleratezza, foggiata su qualche modello venuto di Francia.
Durò questa sorta di visione tutto il tempo che egli stette a coricarsi, e fu lunga ed anco lieta; se nonchè ogni tratto, senza volerlo, rompeva in un sospiro, e gli usciva sclamato: “povera madre mia!” come se vi fosse stato qualcosa in lui, che dalle illusioni non potesse essere sviato. E non è a dire se egli penò a pigliare il sonno; e se il dimani fosse uscito a farsi vedere nel borgo, anco i bimbi avrebbero indovinato che egli non era felice. Ma alzatosi tardi, non mosse se non per andare sino al tugurio dell’ortolano, cui mandò pel cibo; poi rimase chiuso in casa, colle proprie malinconie, ad aspettare che quella settimana benedetta volesse passare.
Pel borgo poi tornarono a correre le dicerie, sui fatti del giovane abitatore della villetta maluriosa: e si disse che egli era d’un ricco casato di là dal giogo, medico novizio, e che la sua signora madre, donna di gran conto, non istava bene della salute. Ma di questa voce, Giuliano non seppe nulla; come non aveva saputo delle chiacchiere già mosse attorno sull’essere suo.
Quando fu finita la settimana, tanto gli si allargò il cuore, che gli parve d’essere uscito di sepoltura. Tutte le cime dei monti, sovrastanti alla villetta, egli le salì per iscoprire le vie, se qualche comitiva si vedesse venire; almanaccò, girò, sperò fino a sera; vegliò tutta la notte; corse ad ogni rumore, che sorgesse di fuori o nella sua fantasia; ma non fu nulla. Allora egli buttò da parte l’obbedienza dovuta ai voleri della madre, e pensò di porsi in cammino per lungo giro di montagne; facendo conto di poter capitare a casa di notte, a vedere quell’indugio che fosse. Era in sul partire, quando per un procaccio di quelle parti, gli venne un’altra lettera, spedita da parecchi giorni, e passata per molte mani, come appariva al modo in cui era gualcita. Scritta in nome della signora Maddalena da persona poco esperta, non recava di lei altri segni che il nome a piè della scrittura, nella quale lo si confortava di nuovo a stare di buon animo, nè a darsi pensiero di quello che avveniva a casa sua. Perchè, diceva la signora, non le pareva di potersi muovere, se la caldura della stagione non avesse dato giù un poco; onde il viaggio non avesse a tornare molesto a Marta, caduta di quei giorni ammalata, però non da impensierirne. Quanto a sè, aggiungeva di star bene, e che si svagava ogni giorno, continuando a insegnare a Tecla un po’ di leggere e scrivere, con quel frutto che egli avrebbe visto dalla lettera, vergata dalla fanciulla. Aspettasse in pace, e sovratutto badasse a non porsi allo sbaraglio di tornare, che, guai a tutti; aspettasse, ed essa e Marta sarebbero giunte, facendosi precedere da Rocco e da un po’ di roba: non dubitasse, cercasse svagarsi, insomma stesse dov’era.
“Pazienza! – sclamò Giuliano, fermandosi coll’occhio a lungo su quella scrittura: – aspetterò… aspetterò sin che sarò stanco!” Ma allora la sua tristezza si accrebbe; solitudine, noie, disegni fatti e disfatti lì per lì; furono la sua vita; e quella esclamazione: “povera madre mia!” gli uscì più frequente a qualunque cosa ei pensasse. Procacciatisi alcuni libri leggeva, meditava, scriveva, per sollievo dell’animo: e spesso era veduto dai terrazzani, intenti ai vigneti ed agli orti, arrocciarsi pei greppi men destri; discendere al mare, tuffarsi, durar sommerso tanto, che taluno stimando che petto d’uomo non potesse quello sforzo, accorreva per aiutarlo; ma egli tornava a galla un istante, poi si rituffava; quasi in tale sorta di gioco studiasse di qual cosa fosse fatta la morte, di spasimo o di piacere. Per questi suoi portamenti, già quei della terra lo chiamavano pazzo, pur avendolo in grande rispetto, perchè lo sapevano medico; e poteva loro accadere di aver bisogno dell’opera di quel signor magnifico; come di quelle parti usano anche adesso salutare i medici dei loro villaggi.
L’ortolano, che a poco a poco era entrato con lui in qualche dimestichezza, e lo serviva di quel che gli bisognava dal borgo; un giorno che Giuliano aveva la noia sino alla gola, gli recò la novità di certe voci che correvano, secondo le quali, a Torino, molti giovani carcerati poco tempo innanzi, erano stati messi a morte per mano del carnefice. Il pover’uomo aveva inteso la cosa nella spezieria del borgo, dove il parroco e i signori ne avevano parlato con diverso giudizio; ma egli che a quello del parroco si accostava più volentieri, diceva che quei giovani, essendo stati appiccati alle forche, dovevano aver vissuto da cattivi soggetti. Giuliano a quella novella si sentì schiantare il cuore. Coloro cui quella trista sorte era toccata, egli sapeva chi erano; e dal raccapriccio non gli stava il cappello in capo. Non istette a correggere l’opinione dell’omicciattolo, che tanto sarebbe valso come dire al muro; ma quel giorno decise di tornare al campo Francese, dove qualcosa avrebbe potuto sapere di più certo. E siccome la venuta di sua madre non gli pareva che dovesse accadere sì presto; chiuse la villetta, diede le chiavi all’ortolano, rimase d’accordo, che se qualcuno fosse capitato a cercarlo, egli corresse subito al campo dei Francesi, che in qualche modo l’avrebbe trovato; poi per la via più corta s’incamminò verso Loano.
Era il settembre già molto innanzi, e di Francia giungevano ai campi della Liguria nuove armi, e nuovi armati. Di su di giù per quei borghi, era un moto confuso, un andare e tornare di messi, un ridestarsi come di gente che riposatasi un tratto, stesse per mettersi ad altre imprese. E i soldati della Repubblica cominciando a fiutare imminenti battaglie; cantavano a cori quella Marsigliese maravigliosa, che nelle guerre d’allora, dovè toccare profondamente i cuori, tanto di chi voleva la libertà, quanto di chi la contrastava con egual furia. Giuliano non aveva udito mai nulla di più alto; e in quei canti, gli pareva suonassero insieme le note dell’organo che l’avevano fatto piangere bambino; la voce di don Marco quando traduceva alla scolaresca il cœli enarrant, cogli occhi levati e gonfi di lagrime e di desìo; il grido di tutte la generazioni passate nella sventura, udito da lui nello studio della storia; e la bufera, e il sereno, e l’odio, e l’amore, tutto vi trovava ascoltando da lungi: mentre il mare col suo flottare a tratti, parea rispondere a ciascuna pausa dell’inno una voce, voce dell’infinito che dicesse: “è vero!” Allora provava una smania di correre, e il primo generale Francese che gli venisse fatto d’incontrare, pregarlo d’un’arme, d’un’assisa, d’un posto in quelle schiere: senonchè l’immagine della madre gli si mostrava in quei furori generosi; mesta, timorosa, cogli occhi bassi, come un’amante offesa, e gli sussurrava dolcemente: “tu in battaglia potresti sfogarti e morire; ma io a saperti armato per queste nostre contrade come un nemico, io che farei?” Subito egli sentiva dar giù l’animo, e sclamava: “ahimè! fummo pur allevati dappoco; ed ecco perchè un prete come don Apollinare, ha potuto mettermi in fuga, soltanto coll’aggrottare le ciglia!” Non aveva mai osato dire cose di questa sorta, che potevano anche toccare la madre sua; e forse si sarebbe pentito di averle dette, ma non ebbe il tempo da farlo, perchè appunto allora arrivava in mezzo ai Francesi. Chiesto degli uffiziali che l’avevano trattenuto l’altre volte, fu menato a trovarli: e le belle accoglienze furono molte, ma le maraviglie perchè egli non s’era fatto vivo da tanto tempo, furono anche più. Egli si scusò come potè meglio; e quegli uffiziali, che come i soldati usano verso chi va loro a genio, gli si erano legati di sentimento, lo vollero a mensa con loro, sebbene ei si schermisse. Nei parlari amichevoli di quella brigata, venne a conoscere la verità sul fatto dei giovani messi a morte in Torino; e le gazzette che capitavano di Francia a quei campi, n’erano piene. Giuliano lesse i nomi degli sventurati, e alcuni erano di amici, altri d’uomini noti per odio ai governi d’allora, per amore alle cose nuove. Il suo cuore pianse; arrossì d’essere scampato alla loro sorte; ripensò con rammarico al beneficio che la marchesa di G… aveva voluto fargli, traendolo con pietoso inganno a partir da Torino; e più di tutto si sentì umiliato all’idea che forse quei generosi morti, avevano dubitato di lui, della sua fede, o del suo coraggio, nel momento in cui la corda del carnefice gli aveva strozzati. Da quel punto si fece in lui un gran mutamento; disse ai Francesi che se il loro generale l’avesse concesso, esso si sarebbe scritto soldato con loro; e che pregava qualcuno a volergli procacciare quella licenza. Non uno, ma due, ma sei di quei giovani, si profferirono pronti a scriverlo: con certezza repubblicana, promettendo che l’indimani il generale l’avrebbe accolto.
E l’indomani fece presto a venire, perchè mutatasi la cena in festino per onorare l’ospite, la notte se ne andò, che non parve manco fosse venuta. Ma non se n’era andato con essa il proposito di Giuliano, il quale al primo che s’intoppò tra quegli uffiziali che glielo avevano promesso, chiese d’essere condotto dal generale. Era questi il vecchio Dumorbion, che aveva il quartiere in un convento di frati, rimasto vuoto sin dal primo apparire dei Francesi, la primavera innanzi. All’ora in cui Giuliano arrivava da lui, n’uscivano tutti i colonnelli e i generali dell’esercito repubblicano. L’uffiziale che l’accompagnava lo trattenne sul piazzale della chiesa a vederli passare, e glie ne diceva, così di volo, i nomi e le gesta. Quello era il Laharpe, svizzero di nazione, giovanissimo come si vedeva all’aspetto, prode, sapiente e giusto; quell’altro Massena, a udir l’uffiziale, venuto su da piffero in un reggimento, a quell’altezza di onori e di fama. Cervoni ed Arena gli tenevano dietro parlando tra loro; quei due che ai panni si conoscevano per gente non di spada, erano Albit e Salicetti rappresentanti del popolo; e via via. Ne nominò molti, dolente di non potergli additare quello che era il più illustre di tutti. “Ma lo troveremo forse dal generale”: disse l’uffiziale, e pigliato Giuliano a bracetto lo mise dentro al convento. Questi si lasciava fare come un fanciullo; perchè a vedere quei personaggi gli pareva di non aver mai vissuto. Essi non avevano aspettato d’avere le rughe sul viso per essere uomini; e già, poco meno giovani di lui, empievano l’Europa dei loro nomi!
Entrati dal generale Dumorbion, lo trovarono che stava ritto dinanzi ad un ampio tavolo, sul quale un colonnello d’artiglieria, gli segnava col dito teso certe sue diavolerie, scritte su d’una carta geografica o itineraria che fosse. Era costui quel personaggio, che l’uffiziale aveva sperato di vedere là dentro: giovane, a giudicarlo, di forse ventiquattro anni, magro, malazzato, che non pareva vivere che cogli occhi, ma di volto bellissimo e maestoso. Egli non levò gli occhi dalla carta, e parve attendere ad un tempo a questa, ai due sopravenuti e a Dumorbion; il quale cominciando senza cerimonia, chiese all’uffiziale chi fosse il giovinotto che aveva seco.
“Generale – rispose Giuliano in lingua francese, senza dar tempo al compagno di parlare per lui: – io sono il tale dei tali, medico di D…. in Val di Bormida, e vengo….
“Val di Bormida? – interruppe Dumorbion, che appunto allora aveva levati gli occhi di sulla carta, su cui era segnata quella vallata: – e che cosa si fa laggiù?
“Laggiù? – rispose Giuliano – il popolo soffre, i ricchi godono, gli Alemanni spadroneggiano….
“O perchè non gli avete scacciati a quest’ora? – sclamò il generale: – vedete la Francia? L’anno passato ebbe addosso gli eserciti di mezzo il mondo, che venivano da tutte le parti come lupi affamati! Ed ora dove sono? Ingrassano i nostri campi, o sono tornati alle loro case, a dire che in Francia non ci si entra per Dio, o vi si lasciano l’ossa!
“Generale, da noi non si hanno armi; e quand’anche se ne avesse, i preti che possono tanto sul nostro popolo, non lo menerebbero di certo a combattere contro gli Alemanni!
“Lo so! Lo menerebbero piuttosto contro i Francesi, a dar di volta solo a vederli ballare la carmagnola, come hanno fatto in maggio costassù, dalle parti di Garessio.
“Spero generale, che per questo voi non vorrete avere i miei compaesani in conto di vili! – disse Giuliano con calma mirabile e con gran sicurezza: – e voi sapendo la storia, m’insegnate che essi sono i discendenti di quei Liguri, che i Romani vincitori da pertutto, non hanno mai potuto domare per bene!
“Lo sappiamo! – entrò a dire il colonnello, parlando la lingua italiana, con accento italiano, e levando allora soltanto il capo dalla carta, su cui era venuto studiando tutt’occhi con Dumorbion: – ma se invece di declamare le pagine vecchie della vostra storia, voi italiani badaste a farne scrivere di nuove e gloriose, meglio per voi, per noi, per tutti!…. – E qui mutando il linguaggio in francese, e voltandosi al vecchio Dumorbion, proseguiva: – Cittadino generale, questo giovane viene a parlarvi in nome de’ suoi compatrioti….?
“No – rispose Giuliano, non aspettando d’essere interrogato, e parendogli d’aver trovato a dar di cozzo in un uomo a modo suo: – io vengo da per me, a chiedere uno schioppo….!
“La repubblica francese – disse il generale – porta ai popoli libertà e pace, e ve lo darà.
“Ma se ho bene inteso, – tornava a dire il colonnello – questo giovane è medico: cittadino generale, non lo potremmo adoperare più utilmente colla sua professione?”
E Dumorbion a Giuliano, facendo suo questo pensiero: “benissimo! Giovinotto un posto di chirurgo vi garberebbe?
“In quanto a me, – rispose Giuliano – quello in cui vi sembrerò più utile, ed io lo farò.
“Sta bene! Voi sarete scritto tra i nostri chirurghi, e darò ordine che vi si provegga di un foglio di libero passo, in mezzo a noi. Cittadino capitano, fategli gli onori del nostro campo; domani potrà girare da sè. Andate pure.”
Così Dumorbion all’uffiziale che aveva accompagnato Giuliano. Il quale non era peranco uscito del tutto da quella stanza, che fattosi ai panni del compagno, disse colla voce tronca dall’ansia: “E chi è colui che mi ha parlato così bene la mia lingua?
“Quello – rispose l’uffiziale – è il Côrso che ha fatto cadere Tolone. Qui dove Dumorbion comanda su tutti, egli, non pare, ma comanda su Dumorbion.
“E come si chiama?
“Si chiama Bonaparte….
“Bonaparte! – mormorò Giuliano; – mi piace anche il nome.”
E da quel giorno non si tolse più da quei luoghi. Oggi dall’uno, domani dall’altro, in poco tempo fu conosciuto ed amato da tutti gli uomini di spada e di lancetta di qualche conto: e lieto come allora non si sentiva d’esserlo stato mai. Gli pareva d’aver vissuto sino a quel punto da ottuagenario, e di essersi rinvigorito ad un tratto: e tirava innanzi, tastando il polso ai repubblicani ammalati, e passando mattana coi sani; finchè si cominciò ad avvertire quel moto d’uomini e di cose, quello sfogo di struggere, quella smania di nulla lasciare addietro, che precede le mosse d’un esercito, vicino a volersene andare. Allora gli entrò un’angoscia nuova, quella di vedere forse sua madre capitare a mezza via, nell’accozzarsi dei Francesi cogli Alemanni; dove mai la sventura che pareva essersi allogata in casa sua, l’avesse fatta movere appunto in quei momenti. La coscienza sorse ad accusarlo, l’amore a spingerlo, l’onore a rattenerlo; ed egli non sapeva più dove dar del capo, per avere un consiglio in quelle sue tribolazioni.
Un di quei giorni, andando solo a gironi per gli accampamenti, da una voce non nuova, ma che pareva d’uomo, non certo d’azzeccarla, udì chiamare: “Signor Giuliano!” Egli si volse, e si vide guardato da un acquavitaio, che là vicino, colle maniche rimboccate fin sopra il gomito, cinto i fianchi di un grembiale di tela azzurrognola, mesceva a destra e a manca la sua zozza ai soldati, che gli affollavano il negozio.
“Mattia! – sclamò Giuliano rallegrandosi come avesse veduto uno del proprio sangue: e facendosi oltre verso il banco dell’acquavitaio, il quale si ripuliva le mani nel lembo del grembiale, per stringere la destra che gli veniva sporta, soggiunse: “Come qui?
“Eh! – rispondeva l’altro – il mondo gira a tondo, e di qua e di là, una volta ci si ritrova! – E preso la mano del giovane con quella sua, nocchiosa come una mazza da portare in battaglia, rinnovò con lui le accoglienze due o tre volte.
I monti stanno, gli uomini vanno; e costui era proprio Mattia, grasso, fresco che a petto di quello d’alcuni mesi addietro, pareva un sole di maggio. Egli in quella notte terribile, della primavera antecedente, aveva dato del ceffo nella fossa, e in mano degli Alemanni e in mano dei Francesi; ma questi ultimi, o fosse compassione, o l’avessero stimato tutt’altro che spia; passati i primi furori se l’erano tenuto caro, forse per giovarsi quando che fosse della pratica che egli aveva di là dai gioghi, nelle loro imprese future. Pur non perdendolo d’occhio mai, l’avevano lasciato sciolto pei campi; ed egli da uomo che sapeva navigare a tutti i venti, aveva fiutato quello della buona fortuna. E trovato che soffiava dalla parte dei Francesi, non si sarebbe più allontanato da loro, manco a esserne cacciato a nerbate. “Servi e non badare a chi”, aveva detto fra sè: e con quel po’ di doppie scroccate al suo paesano, nella notte che per poco non gli era costata la vita; accozzato quel suo negozietto, all’ora in cui Giuliano s’intoppò in lui, era con un avviamento da farsi ricco. Egli non diede tempo al giovane d’insospettire, ma gli narrò alla lesta i casi che l’avevano condotto a quella vita, e gli mostrò un gruzzolo di luigi d’oro guadagnati con sudore e giustamente. Parlò d’un suo disegno di comperarsi con quelli un poderetto, non volendo più battersi il petto a quel mestiere di campanaro e di seppellitore: e qui per non so quali accoppiamenti d’idee, rammentandosi del pievano, chiese sorridendo:
“E don Apollinare, che cosa dice di me?
“Non so – rispose Giuliano – io a D…. vi passai alla sfuggita; e poi tra me e lui, lo sapete, non si era troppo d’accordo.
“Se lo so! Ma io, vede, il torto l’ho sempre dato a lui. Sicuro che non l’andava a dire in piazza: ma so che cosa vale il pievano, e quanto pesano quei di D…… uno per uno….. Oh! se i tempi si mutano! Se questi signori Francesi san fare davvero quello che dicono! Allora sì che ci torno laggiù, e vedranno Mattia…..
“Appunto, vorreste farmi un servizio?
“Tengo la vita per lei, io…..
“Ebbene, voi dovete andare infino a D…. senza aspettare nè Francesi nè altro….
“E il negozio qui, chi me lo tira innanzi?
“In due giorni potete andare e tornare….
“Gesummaria, tornare! Allora sì che me le pianterebbero sei palle in petto!
“Oppure potete rimanere là. L’importante si è che andiate da mia madre a dirle, che quella sua idea di venire a stare da queste parti la smetta, perchè la guerra rincomincia, e potrebbe trovarvisi in mezzo. Pensi a stare di buon animo e tranquilla sul conto mio; ditele che tornerò in tempi migliori e vicini; ma badate a non dirle che io sono qui al campo dei Francesi.
“Ma, e se io do un calcio alla baracca, e parto fin da questa sera?
“Il denaro paga, e il poderetto a D…. lo troveremo vicino ai miei.
“Lasci fare a me…. se domani non mi vedrà più qui a vendere acquavite, s’immagini che io sono a D….
“E dite ancora a mia madre che le raccomando Tecla….
“Tecla…. ah….! sta bene.
“E che se le occorre qualcosa, spacci Rocco. A questo poi in ogni caso insegnerete come avrà a trovarmi…… Siamo d’accordo?
“D’accordissimo…! stanotte parto; ma per carità…. zitto!…
“Buon’andata, Mattia, e non dubitate.
“E lei si tenga riguardato dalle disgrazie, e a rivederlo a D…..”
Con questo si lasciarono; Giuliano per andarsene in riva al mare, col cuore alleggerito e tranquillo come la faccia delle acque che si stendevano azzurre al sorriso del firmamento: Mattia per tornare al banco, che non aveva mai perso d’occhio. Là affaccendandosi a servire la folla dei soldati, pensava quanta ragione aveva don Apollinare, il quale da tanti anni dava di Giacobino al figliuolo della signora Maddalena; e faceva i suoi conti sul modo di sgabellarsi della sua merce, senza dar nell’occhio, e su quello di partire, non visto, da quei luoghi per servire Giuliano. Del quale aveva capito il latino, quando aveva detto che il podere l’avrebbero trovato a D….. vicino a’ suoi. Intanto veniva la notte chetamente, come suole in sul cader della state; la notte che sola poteva aiutarlo a compiere destramente i fatti disegni.

CAPITOLO XVIII.

Quel gran pregare Giuliano di starsi lungi da D…, fatto dalla signora Maddalena, nelle due lettere che gli aveva mandate; non veniva soltanto dai pericoli che gli potevano incontrare per via degli Alemanni, sempre occhiuti a cercarlo; ma ancora da cosa, che essa non gli avrebbe menzionata per nulla al mondo.
Poteva essere una settimana che egli era partito, e gli Alemanni che accampavano a C…, venuti gli aiuti grossi di Lombardia, erano stati tirati indietro alla retroguardia; perchè avevano avuto sulle braccia tutti i travagli di guerra dei mesi innanzi. E la meglio parte alloggiavano in D…, dove lo sposo di Bianca aveva menata questa sua dolcezza; alla quale i giorni passati nella casa paterna, dopo le nozze, erano parsi mille anni; e i commiati presi da quelle due piagnucolone della zia e di Margherita, una noia da finirsi alla lesta, per non arrossirne. Tanto era stato il suo desiderio di allontanarsi, che non aveva manco pensato che D… era la patria di Giuliano; e giunta in quel luogo, s’era messa a tutt’agio, in casa ad una delle famiglie più riputate del castello. Riverita, ossequiata, invidiata, credeva ogni giorno di salire più in alto: e il signor Fedele che veniva a visitarla sovente, si mostrava rispettoso verso di lei, da non parere più suo padre. Lo sposo si serbava beato come il primo dì delle nozze; ma a poco a poco, le usanze del vivere diverso, e quel non avere un linguaggio da poter barattare gli affetti e i pensieri chiaramente nella dimestichezza coniugale, nocquero a Bianca; e i silenzi dolcissimi ed eloquenti da fidanzati; da marito e moglie cominciarono a parerle freddezze. S’aggiungeva che egli, per sue bisogne di soldato, era costretto a star fuori molte ore della giornata; e Bianca rimanendo sola, s’infastidiva di quella sorta di libertà; s’annoiava talvolta, talvolta piangeva, e pigliava un amaro diletto ad accusare il marito di quelle assenze, che per lui erano doveri compiuti tra due amori; quello della donna sua, e quello della sua spada onorata. Essa allora pensava alle tante promesse avute da lui prima del matrimonio; e rompeva sovente in querele, chiamava lo sposo mancator di parola, persino disegnando di fuggire a C… per fargli dispetto. Tuttavia quelle sue collere, quei suoi disegni finivano in nulla; ed il marito non s’era ancora accorto del mutamento cominciato a farsi nel suo umore.
Una sera, che quel mutamento era già innanzi, essa sedeva al balcone ricreando la vista nelle montagne azzurre dell’orizzonte, le quali a vederle dal castello di D… parevano lì per dileguarsi nell’aria. Al venticello che veniva soave su dalla valle, quel torrente che si vedeva immiserito nel suo letto arido e biancheggiante; quei pioppeti delle rive, e i campi, e le case dei due vichi giacenti al basso; a poco a poco pigliarono agli occhi suoi un aspetto così domestico, che sembravano volerle dire qualcosa: e come avessero vaghezza di tentarla, le rammentavano un viso d’uomo, che essa sapeva qual fosse. Si schermiva alla meglio contro i pensieri che l’assalivano; ma questi come i malanni, uno sull’altro nascevano nella sua mente; ed essa dopo molto lottare, si lasciò alfine occupare dai ricordi del suo primo amore. In quella era entrata la fante della casa per qualche servigio: e da donna fatta alla buona, aveva chiesto a Bianca come le piacesse il paese.
“Molto! – rispose Bianca, e quasi senza badare alle parole che le cascavano dalle labbra, domandò a colei – la casa di quella che voi chiamate la signora Maddalena, dov’è?
“Costaggiù, – s’affrettò a rispondere la fante, additando il vico sulla riva sinistra del torrente – costaggiù, quella bellina e più alta delle altre, che ha quei comignoli murati con garbo, e quell’arco che mette su un piazzale. Il bello è vederla dentro! sale, arredi, specchi, è una ricchezza!”
Bianca non aggiunse parole, non ringraziò colei neppure cogli occhi, nè le pose mente quando se n’andò: ma guardando verso quella casa, sentì nel cuore qualcosa che si ridestava come da un lungo assopimento, e sciolse del tutto il freno alla memoria e alla fantasia. Rammentando quel che era stata, e immaginando quel che avrebbe potuto essere; le pareva di vedere una donna bellissima uscire di quella casa, venire nel borgo a braccetto di quello scuolare di don Marco, che aveva chiesto lei in isposa: e tutti coloro che passeggiavano sul ponte a godere il fresco, sembravano lieti di poter salutare la coppia avventurata, che essa coll’immaginazione accompagnava attorno, e riconduceva in quella casa, della cui vista non si saziava. Che amore, che pace, dovevano avere quei due sposi, sotto la tutela dolcissima della signora che viveva là dentro, e ch’essa aveva conosciuta a C… in tempi sì poco lontani! E vedeva la casa come era fatta, e le sale e gli appartamenti; e le massaie venir la domenica a riverire la padrona; e gli amici raccolti a veglie e a banchetti; e il vicinato consolarsi d’una persona nuova così bella, cortese e felice. Felice! Gli era verissimo che essa non la era meno di quella immaginata e di ogni altra donna; l’orgoglio glielo faceva pensare: ma quel potersi dire tante cose soavi nel linguaggio nativo collo sposo; e avere per tale un uomo cui nessuno potesse tenere lontano da casa, nè comandarlo! E poi il suo aveva certi modi soldateschi anco in casa! Glieli avrebbe fatti smettere sì, ma intanto… quel Giuliano… oh quel Giuliano! E sospirava seguitando a fantasticare; e chiedeva a sè stessa se questi era in D…, che cosa avrebbe fatto, se passeggiando si fosse abbattuta in lui; ondeggiando tra il desiderio e la tema, che questo incontro, un giorno o l’altro, accadesse davvero. Quella sera il marito stette più dell’altre volte a tornare, ma essa non se ne accorse, nè pensò a lagnarsi d’essere rimasta sola troppe ore; e quando egli se ne scusò con parole affettuose, fu facile a perdonare. Ma indi in poi, o sola o con lui, bastava che fosse in parte donde si potesse scoprire la casa della signora Maddalena, sempre il suo sguardo posava sopra quella; e i suoi pensieri v’entravano tra confidenti e guardinghi. Il marito, pur non sembrando, aveva avvertita tra sè la cosa: ma si peritava a chiederle che vedesse di così bello da quella parte. Anzi voglioso d’accontentarla in tutto, o forse di scoprire da sè l’animo della donna; un giorno, disceso con essa dal colle per andare a diporto, l’accompagnava verso quell’arco, di cui pareva tanto invaghita. Bianca si lasciava menare, con un batticuore crescente, man mano che s’accostava all’arco; e camminava leggera come temesse che qualcuno udisse i suoi passi, dolendosi seco di quelli del marito troppo gravi e sgarbati. A un tratto giunti a scoprire l’atrio in fondo al piazzale, essa diede volta quasi spaurita, ed egli rimase a guardarla, impensierito: poi le tenne dietro, la raggiunse, le chiese che cosa avesse visto, ed essa rispose, che nulla. Mentiva la giovane donna, e s’egli in cambio di crederle, accagionando di quella sua fanciullaggine cose lontane dal vero le mille miglia, si fosse pigliata la libertà d’entrare in casa alla signora Maddalena; forse avrebbe colto il filo di quella storia. La madre di Giuliano stava appunto nell’atrio mentre che gli sposi erano comparsi vicino all’arco; e subito ravvisata Bianca, s’era rimescolata come persona cui venga fatto un oltraggio improvviso. Senza badare se i due venissero innanzi; entrata in casa aveva detto a Marta s’andasse a porre nell’atrio, e se qualcuno chiedesse di lei, rispondesse che non si sentiva il caso di far accoglienze. Marta uscì, e trovando il piazzale deserto, corse insino all’arco, donde vide gli sposi che s’allontanavano pel vicolo lentamente. Si mise in capo di sapere chi fosse la giovane compagna di quel soldato: e fattasi oltre finchè trovò le comari del vicinato, raccolte a chiaccherare, intese da esse che quella era la figliuola d’un signore di C…, sposata a quell’Alemanno; il quale a lor parere sarebbe stato un bellissimo uomo, se avesse avuto sulle spalle una testa un po’ meno da far paura. Marta tornò in casa studiandosi di far viso allegro, e in verità molto afflitta, avendo capito che quella doveva essere la donna stata carissima a Giuliano: l’accusò tra sè per trista e sfacciata; disse che in sul piazzale non v’era nessuno; sentì l’amarezza delle lagrime che la padrona aveva negli occhi; ma non cercò d’appiccare discorso, nè di consolarla. La signora non si lagnò, ma anche quest’altro dolore, di vedersi colei ronzare attorno alla casa, l’offerse in cuor suo a chi ha in mano le bilance d’una giustizia più alta di quella degli uomini. E allora, benedì la persecuzione degli Alemanni, che avea costretto Giuliano a partire; perchè s’ei fosse stato in D… essendovi anche Bianca, non sapeva qual guaio sarebbe potuto seguire.
Appunto in quel giorno capitò l’ortolano genovese colla lettera di Giuliano. La signora Maddalena fattosi raccontare dal messo, quanto ei sapeva del suo figliuolo; molto lo pregò di non dirgli come l’avesse vista sofferente; lo pagò da donna larga del suo; lo chiamò amico di sentimento; e gli confidò la risposta che abbiamo visto, certa che Giuliano l’avrebbe obbedita. Così contando i giorni, e tribolandosi la vita coi pensieri mesti e tremando sempre; la povera donna finiva l’estate senza più avere novelle di lui; e non osando manco affacciarsi a guardare il cielo dalla parte dove egli era, dalla tema di rivedere quella Bianca, che in verità non comparve più, ma che le pareva venuta là per ischerno. Le donnicciuole del vicinato, non vedendola più da tanto tempo, chiedevano a Marta se la signora fosse a letto ammalata: e la vecchia non rispondendo nè si nè no, faceva spallucce e alzava gli occhi al cielo, quasi volesse dir loro che ne chiedessero a quello. Esse sospiravano, badando a tenere lontani i fanciulli, che non facessero chiasso intorno alla casa; e se a qualcuna bisognava qualcosa da Marta, s’accostava alla porta, e batteva riguardosa, per non dare molestia.
Ma una volta tra l’altre fu battuto da una mano che, s’udì al suono, non aveva tanti rispetti. Era l’indomani di quel giorno, in cui Giuliano e Mattia, incontratisi nel campo dei Francesi, il sagrestano aveva pigliato l’incarico di venire a D… piantando il negozio e ogni cosa, per far servigio al giovane fuggitivo. E per monti e per borri, cansata la via lungo la vallata, in riva alla Bormida, ingombra di soldati, che per allora o Francesi o Alemanni gli tornavano pericolosi all’istessa maniera; costui giungeva alle ventidue, a scoprire il borgo, dalla parte più aspra a venirvi. Non è da credere che alla vista di quel suo luogo quasi nativo, egli cadesse ginocchioni sclamando: o patria, o dolce paese! perchè a questa sorta di affetti non ci aveva fatto il cuore; e per lui la casa e la patria, erano dove si stentava meno il boccone. Ma un tratto che parve stesse contemplando, lo spese invece a risolvere cui avesse a presentarsi prima, o al signor pievano, il quale chi sa di qual occhio l’avrebbe riveduto; o alla signora Maddalena, che di certo gli sarebbe stata gratissima delle novelle che ei le portava. Gli uomini hanno sempre caro di essere tenuti dabbene e generosi; e Mattia messo da parte il pievano, deliberò di visitare la signora. Di che, passo passo, per certi orti, tra siepi e fossati, giunse non visto sino al torrente, in quella stagione quasi secco; lo varcò, fu sul piazzale a noi noto, e appressatosi battè alla porta, in guisa, che ne rimbombò la sala, le stanze, e la cucina nell’angolo più lontano della casa. Qual fu la sua maraviglia quando gli si aperse, e si trovò dinanzi una persona, che per poco non gli fece recare le mani agli occhi, dalla tema d’avere sbagliato! Colei che l’invitava ad entrare con tanta cortesia era proprio la figlia di Rocco? Proprio la figlia di Rocco, che a lui apparito a quel modo, mentre lo si credeva morto da tutto il borgo, sapeva domandare donde venisse con parole che parevano dette da una signora? E quella veste, che egli rammentava d’aver veduta molti anni prima, foggiata altrimenti, indosso alla signora Maddalena; come stava bene a quella fanciulla! E l’acconciatura com’era di garbo; e le mani come le si erano fatte bianche! Un forastiero l’avrebbe creduta figlia della padrona; ma Mattia aveva buona la memoria, e nel suo stupore tempestò le domande: “o tu, tuo padre e i tuoi, che cambiamenti vedo?
“E voi chi vi ha insegnato a battere alla porta come su un tamburo, e a dar del tu alle zitelle?” disse Marta sopravvenendo a troncare le parole del sagrestano: ma visto costui, mutò la cera e tacque, maravigliata di quell’apparizione d’un uomo creduto morto.
“Meritereste, – disse Mattia altezzoso – che mi voltassi addietro, e le novelle che porto me le tenessi per me…
“No… no! Mattia! – pregò Tecla, cui il cuore aveva già promesso assai cose solo a vedere il vecchio, – venite, venite… se sapeste come la signora è ammalata…!
“Malata! – sclamò Mattia quasi parlando seco stesso: – allora gli è inutile che egli le mandi a dire che la aspetta là….”
Tecla si fece di fuoco in faccia, poi come un panno lavato; capì che Mattia non poteva recare altre novelle che di Giuliano; e corse volando di sopra, a dirne alla signora Maddalena.
“Dunque portate notizie di Giuliano? – sclamò Marta rimasta lì sulle brage: – O Santa Vergine! e perchè non lo avete detto subito? Levatemi di quest’agonia; dove l’avete visto?”
Qui Mattia cominciava a sballarne di grosse; e chi sa quante lune nel pozzo avrebbe fatto vedere a Marta; ma buon per questa che Tecla, scendendo la scala da non toccarne i gradini per la gran fretta, chiamava lui dalla signora. E vi salirono tutti e tre, Marta raccomandando pianamente a Mattia di parlar basso, per non dare molestia alla povera donna, la quale di nulla si sentiva far male.
La signora Maddalena non discendeva più dalla scala da parecchi giorni; perchè non era più il caso a salirla, senza pigliarne un affanno, da durare oppressa delle ore. E però usava stare nella sua camera, dove poteva coricarsi in certi languimenti che la coglievano di quando in quando; e nelle ore men tribolate sedeva sul divano, di contro al ritratto del marito, di cui parlava con Tecla a lungo ogni giorno, narrando la dolce vita avuta con esso.
A vedersi dinanzi Mattia seppellitore di morti, e creduto morto egli stesso da lunga pezza; la povera donna sebbene non fosse ubbiosa, provò un senso, come se la morte glielo mandasse, chiedendo per esso se fosse pronta. Tuttavia fece segno di volerglisi fare incontro, ma rimase seduta, perchè alle forze non le riuscì.
“Mettetevi a sedere: – gli disse dolcemente – non vi chiedo nulla di voi, che dovete essere abbastanza felice di rivedere i vostri…; ma il mio Giuliano? che dice? che vita mena….? Mi aspetta sempre?”
Mattia sedutosi timidamente, la guardava; e tanto era il mutamento che la vedeva aver fatto, che quasi gli pareva di udire la voce di persona, la quale avesse sperimentata la morte e l’eternità. E stette così senza rispondere; finchè la signora sclamò spasimata:
“Ma dunque voi mi portate qualche trista nuova?
“No signora – rispose Mattia al quale era rimasto nell’orecchio il suono dell’altra domanda: – egli non la aspetta più…; anzi mi manda a dirle, che ella si levi il pensiero di andarlo a raggiungere; perchè il disagio della via è grande; la guerra sta per ricominciare; potrebbe capitarvi in mezzo…
“E come sa egli che la guerra sta per ricominciare…?
“Eh!… chi l’ha a sapere se non lui…?
“Dunque s’è fatto soldato? – gridò la signora levandosi a mezzo esterrefatta.
“Soldato no! – rispose Mattia dolendosi d’aver detto troppo: – ma al campo dei Francesi è ben veduto, e tutti lo vogliono, persino i generali… Insomma… io debbo andarmene…. non tema, egli spera di vederla qui e presto…”
E si levava in piedi per andarsene davvero; perchè gli pareva che di quel passo sarebbe uscito col dire alla signora, quello appunto che Giuliano gli aveva imposto di tacere. Ma lo rattenne Marta, perchè la signora diceva:
“Mattia, una cosa; di qua ai luoghi dov’è mio figlio, qual’è la via più corta, e come si può fare a trovarlo?
“Si va a Savona; – rispose Mattia – di là si tira oltre verso Finale, finchè si trovano i campi dei Francesi: si chiede del signor Giuliano, e tutti sanno dire dov’è… Ma se manda qualcuno da quelle parti, non gli dica che io ho detto…
“Non temete, Mattia; mio figlio non saprà che voi m’avete detto più ch’egli non volesse. Marta, cercate nel cantarano… datemi quell’involtino che sapete…”
E Marta avendo obbedito, la signora cavò una moneta d’oro e porgendola a Mattia gli disse:
“Non per pagarvi, ma perchè vi ricordiate di me…
“Grazie – rispose Mattia pigliando la moneta: – e se posso servirla mi comandi…
“Eh!… forse presto – rispose la signora sorridendo mestamente; e tolti gli occhi da lui che usciva accompagnato da Tecla, nascose il viso nelle mani e disse a Marta: “io non so che stanchezza mi venga indosso: fate un po’ più scuro, mi par di morire…”
Marta corse alla finestra, guardò nel cielo splendido laggiù all’occidente che pareva tutto una gloria; e tentennando leggermente il capo, alzò il pensiero dolendosi a Dio con un confuso timore. Poi accostati gli scurini, tornò a sedere; e rimase zitta accanto alla padrona, pensando a quest’altro mal passo di Giuliano.
Tecla intanto, accompagnato Mattia fino all’atrio, gli poneva anch’essa in mano alcune monete, avute già in dono dalla signora; e fissandolo con occhio che sarebbe stato impossibile mentirle, chiese al vecchione:
“Dunque è proprio vero che egli verrà?
“Verissimo. Ma poveretto, a vederlo come è accorato c’è da compatirlo. Oh! ora che mi ricordo, mi ha detto di raccomandarvi tanto a sua madre…
“Addio, Mattia,” – disse la giovinetta arrossendo; e piantandolo confusa e piena di fantasie, tornò su dalla padrona. In punta di piedi s’accostò a Marta; questa le accennò di sedere e di tacere, ed entrambe stettero mute, che si sarebbe inteso un moscerino a volare.
Mattia dato il primo passo fuori del piazzale, fu scoperto da alcuni monelli che ruzzavano al piè d’un muricciolo, giocando alle palle di piombo. Avessero visto ciascuno il suo nonno tornare dalla fiera colle chicche, coloro si sarebbero mostrati meno allegri, che vedendo Mattia; e subito gli furono quali addosso, quali dinanzi; correndo e facendo capriole; dando voce pei vicoli di quell’arrivo improvviso.
“Il malanno ai ragazzi!” tempestò tra sè il sagrestano; e non potè andar oltre a suo modo, perchè di qua, di là, due, quattro, dieci paesani gli si fecero attorno sclamando, chiedendo, stringendo: in pochi istanti si vide affollato di maniera, che a dare una risposta a tutti, non sarebbe arrivato in castello insino a sera.
Lassù don Apollinare avea in casa l’Alemanno e Bianca; i quali, tornando dalla loro passeggiata, solevano andarsi a posare da lui, quasi ogni giorno. E Bianca conversava con donna Placidia, alla quale pareva persona di poco cervello, tanto era sempre assorta e tarda alle risposte: lo sposo se ne stava in un altro lato del salotto con don Apollinare, ascoltando i racconti che questi gli faceva, sulla caduta dei feudatari di quelle parti. Accertava il prete, che gli uomini non erano vissuti mai tanto felici, quanto ai tempi di quei buoni signori; e affermava che delle anime ne andavano salve in una di quelle generazioni, più che in dieci dei tempi di poi. Intanto per rallegrare l’ospite, gli narrava dell’ultimo signorotto di certo castello, che si vedeva diroccato su di un poggio poco discosto. Diceva raccontando che colui aveva saputo essere uomo pio e insieme buontempone; e che era arrivato cogli anni vicino agli ottanta, senza un dolor di capo. Ma, quasi agli ultimi mesi di sua vita, gli si era innestato il capriccio di non volere certe grinze in sulla faccia, che sapeva lui di che danno gli fossero, e quanto avrebbe dato per potersele levare. E si lagnava di questo(15) guaio in guisa così noiosa; che alfine un suo servitore si mise in capo di uccellarlo e beccarsi i quattrini. Un giorno, mentre che il messere era nel buono del lamentarsi, gli disse in gran segreto, che egli sapeva d’un certo unto, che gli poteva rifare le guance fresche come a vent’anni; ma che per averlo occorreva sciogliere i legacci alla borsa. Pigliati la borsa intera! rispose il messere, fuori di sè dalla gioia; e dato al servitore quello che gli parve, n’ebbe l’unto. La sera del sabbato se ne fece spalmare la faccia per bene, proprio da lui, prima di coricarsi. Il ribaldo lo lasciò colla buona notte, e col divieto di specchiarsi per quattro giorni, pena di perdere il frutto del filtro: e il messere dormì sognando il bel viso che avrebbe avuto l’indomani, giorno appunto di festa. Uscito di buon mattino, fu grato in cuor suo al servitore, che aveva preso cura di portar via gli specchi; e subito andò in chiesa, a farsi ammirare dal contadiname raccolto alla messa. Gongolava vedendosi guardato con meraviglia, e pensava che quasi non lo ravvisassero dal tanto che era mutato: ma il cappellano quando si volse la prima volta a dire il dominus vobiscum, e vide il feudatario nero in faccia come la pece; diede in una risata così pronta e sonora, che uomini e donne stati fino a quel punto colle labbra tra denti, dalla tema di ridere e buscarsi dal padrone chi sa che pena, fecero coro al sacerdote; e, salvo il rispetto dovuto al luogo, fu una vera scenata. Il feudatario strabiliò, imbestialì, seppe com’era concio; e quando intese che il servitore se n’era fuggito sin dalla notte alle proprie montagne, dove egli non avrebbe potuto nulla contro di lui, per poco non iscoppiò dalla rabbia. Ma quasi più del mal gioco, gli spiacquero le risa del cappellano; e passata la collera, studiò giorno e notte per trovar modo di ricattarsene con usura. Non venendone a capo, pensò nulla essere meglio del promettere e giurare perdono al servo gabbatore; patteggiando per via di messi che l’avrebbe ripigliato in castello, se egli riuscisse ad uccellare il cappellano, ma in guisa da ridere un anno. Il servitore, avuto il giuramento, rivenne; e stette poco a macchinare una ribalderia peggiore della prima. Abitava il cappellano in una casetta, accanto alla chiesa a pie’ del palazzo; e soleva andare a veglia dal signorotto, donde usciva ad ora tarda, dopo aver giocato e bevuto molto. Però prima di ritirarsi, non mancava mai di passare in chiesa a dire l’orazione, e ad aggiungere olio nella lampada se bisognava. La sera fissata tra il servitore e il feudatario ai danni del cappellano; fu fatto alzare il gomito al poveretto, il quale uscito da veglia vicino alla mezzanotte, volle tuttavia andare in chiesa; dove, fosse o paresse, vedeva pei finestrelli i ceri tutti accesi. Appena ebbe aperto, e messo il piede sulla soglia, fu colto da un religioso terrore, e corso a pie’ dell’altare, cadde ginocchioni adorando. I ceri erano proprio tutti accesi; e sopra il tabernacolo, vestito di bianco, stava coll’ali aperte un angelo, che al cappellano parve disceso dal paradiso. “O Santo uomo – disse colui dopo essere stato un tantino a vedere: – tu hai abbastanza pregato, ed in premio hai da venire con me” – “Sia fatto il vostro volere!” rispose il prete, con un filo di voce, sebbene pensasse d’andarsene in paradiso. “Ma prima, tu lo sai, bisogna morire; – soggiunse l’altro dall’altare – però non temere di nulla, che vedrai come la morte sia dolce.” – Il prete s’inchinò; un’ondata di sudore gli colò dal dorso in sulle reni; diede una capata sui gradini dell’altare e svenne. Allora il servitore del signorotto, buttò via le ali e i panni bianchi; e fattosi adosso al cappellano, lo ficcò in un sacco, ve lo legò dentro per bene, e se lo recò sulle spalle; poi lesto lesto lo portò nel pollaio. Entrato là appunto, tornava la vita al poveraccio; il quale udendo il gran svolazzare dei polli, turbati nel bello dei loro sonni, credette d’essere a traversare i regni dei dannati; perchè le chicchiriate, il fetore, il buio ch’erano là dentro, gli parevano cose proprio d’inferno. Ma qual fu il suo terrore, quando si sentì deposto in quel luogo, e udì un passo allontanarsi, poi farsi silenzio! Un tratto credè di morire: ma subito ricordandosi d’essere già morto una volta poc’anzi; fu preso da tale spasimo, che menando calci e spingendo le pugna dentro il sacco, creduto a prima giunta una nuvola in cui l’angelo l’avesse avvolto, urlò disperato: “San Pietro, San Pietro, aprite le porte!” Allora una gavotta suonata da strumenti noti; un’apparire di lumi, che egli vedeva, attraverso il tessuto del sacco; risa sgangherate e voci di gioia sguaiate, tra le quali si discerneva alta, piena, soddisfatta quella del feudatario; fecero accorto il cappellano ch’egli era più vicino al castello che all’inferno. Ammutolì, prese il broncio; sciolto e cavato dal sacco, al cospetto di mezzi gli abitanti del castello, se n’andò difilato in casa, dove si chiuse, rodendosi dal dolore. Ma pochi giorni di poi ebbe anch’egli a perdonare, perchè il castellano morì, forse per la gran satolla di risa che s’era fatta.
Qui don Apollinare scoppiò in una risata; ma la novella che sebbene grossolana d’ordito, era stata detta assai giocondamente, non potè far muovere le labbra dell’Alemanno manco a un sorriso. Egli dal giorno in cui Bianca aveva fatta quella misteriosa voltata, alla porta di quella casa, guardata con tanto desiderio; s’era sentito calare sull’animo un velo di malinconia mai più provata. Aveva stimato cosa men degna di sè e della sposa, il tornarle a chiedere il perchè di quell’atto; ma alla ciera, ai silenzi, allo spesso aggrottare delle ciglia, mostrava d’avere dentro qualche rodimento segreto. Si doleva il pievano, e quasi era mortificato di non essere riuscito a ricrearlo; e forse stava per cavarne qualcun’altra delle tante che si udivano da quelle parti, stando d’inverno vicino al fuoco, col bicchiere in mano: ma a un tratto s’intese un gridìo venir su dal colle, e una folla invadere il piazzale dinanzi al presbiterio: e “Mattia, Mattia, è tornato Mattia!” erano le parole che suonavano più alte, urlate a squarciagola da mezza la ragazzaglia della pieve.
“Mattia!” sclamò balzando ritto il pievano; e affacciatosi d’un salto alla finestra, vide, rimase colle braccia aperte, stralunato; coll’alito mozzo; poi dato un grido, corse in cima alla scala, affollato da donna Placidia, da Bianca, dall’Alemanno. E vedendo che il campanaro stentava a farsi far largo, urlò: “Via di costì i monelli, via! e voi Mattia chiudete l’uscio!”
La voce del pievano fu come lo scoppio d’un’archibugiata, vicino ad un passeraio. Tutta la baraonda spulezzò ammutolita; e Mattia potè salire la scala accolto da don Apollinare, benedetto da donna Placidia, e guardato da capo a piedi dall’Alemanno, cui non tornava nuovo quel viso sgherro.
“Signor pievano, – sclamò Mattia come fu in cima, facendo segno di volerlo abbracciare: – io non mi credeva mai più rivederlo…!
“Nè io voi, – rispose il pievano tenendolo discosto colla mano, tanto che in faccia all’Alemanno, non avesse a vedersi usata quella confidenza.
“Nè noi voi – ripeteva donna Placidia facendo eco al fratello; e soggiungeva di suo: – che Dio vi benedica, quante volte vi sognai morto nella spedizione del maggio passato!”
Don Apollinare avrebbe voluto far tornare in gola alla sorella queste parole; perchè potevano dare appicco a Mattia per qualche discorso da rimanerne svergognato; ma in quel mezzo l’Alemanno, riconosciuto il campanaro per quello sciagurato tratto come spione dinanzi al suo generale, la notte prima del fatto d’arme in cui egli aveva toccata la sua ferita, gli chiese parlando aspro:
“Voi, da quella volta che foste preso per spia, dove siete stato?”
A quella voce, a quelle parole che gli fecero tremare le vene, Mattia credette d’essere tornato in mano dei crudeli che l’avevano maltrattato, e l’avrebbero moschettato quattro mesi prima, se non sopravvenivano i Francesi, a salvarlo per caso. E dato un tuffo colla mente per cercare qualcosa da rispondere, si trovò a dire la verità, rispondendo:
“Oh, eccellenza! lo dica il signor pievano, se io era una spia; mandi a chiedere alla signora Maddalena, se non le ho portate notizie del suo Giuliano, se non sono stato fino a ieri prigioniero dei Francesi!
“Birbante! – urlò il pievano, a cui quelle parole fecero cigolare gli orecchi, come per un tizzo ardente messovi dentro; – scommetto che voi siete di balla con quel giacobino, vergogna della mia pieve…! Guai a lui, e guai a voi, Mattia! se mai avreste fatto meglio a non venirmi tra piedi…”
E così dicendo era lì per dire all’Alemanno, che quel Giuliano di cui si parlava era stato tanto audace da innamorarsi di quell’angelica Bianca; ma vedendo il modo con cui egli la guardava, abbuiato nel viso, non ebbe cuore di farlo. La povera donna, al nome della signora Maddalena e poi a quello di Giuliano, s’era fatta pallida come una morta; e cogli occhi bassi, tremando come colomba che sente il nembo addensarsi, stava così che, vorrei dire, le pareva d’essere un libro aperto in cui il marito leggesse, vicino a trovarvi la parola, che l’avrebbe fatto rompere in una sfuriata improvvisa e tremenda. Ricordava egli colla mente i mesi passati; le lunghe riluttanze di Bianca a concedergli la sua mano; e all’idea che si formava di quel Giuliano a lui sconosciuto, s’univa la memoria di quel giovane capitato a C… in sul finire delle danze la sera delle sue nozze; e il senso fatto allora da colui su Bianca, gli pareva ora una stessa cosa col turbamento da essa provato a udire quel nome. Combattuto in guisa dolorosa dai ricordi, dai sospetti, dalla certezza che i sospetti non erano mal fondati, egli non badava più ai discorsi del pievano nè a quei di Mattia.
Il quale continuando a raccontare la vita fatta in mezzo ai Francesi e il suo incontro con Giuliano, diceva gesticolando:
“E non conto storie, no; di là dai monti pare la valle di Giosafat! I Francesi vi sono come le formiche; un andare e tornare da far paura. Se ne veggono di tutti i colori; hanno cannoni, cavalli e generali, che, io non me ne intendo, ma ho udito dire che sono terribili: e quando comincieranno da capo a menar le mani, fanno conto d’essere qua in quattro e quattr’otto! Allora sarà una grande tragedia; perchè dovunque arrivano, i primi a toccarne sono i preti.
“Ode, signor barone? – diceva don Apollinare collo spasimo in faccia, agguantando il braccio dell’Alemanno: – i Francesi verranno, e i primi a toccarne saranno i preti!
“E vengano! – proruppe l’Alemanno con voce, che parve d’uomo cui l’annunzio di grandi pericoli torni lo spirito; e presa la donna sua per la mano e stringendogliela forte, soggiunse tra ironico e addolorato, ma più basso: – vengano pure i Francesi, signor pievano, e stia di buon animo, chè al mondo ci siamo a posta per morire, per ammazzare, per far posto ad altri! Bianca, andiamo ad aspettare i Francesi.”
E senza dir altro si mosse tirandosi dietro la sposa; in fondo alla scala si volse a salutare senza cerimonie il pievano e donna Placidia, rimasti in cima stupefatti; ed uscì. Poi condusse Bianca verso il muricciolo che faceva riparo al sagrato, dond’essi potevano vedere la borgata giù a piè del colle, e le chiese:
“Dove abita quella signora Maddalena?
“Laggiù – rispose Bianca timidamente, additando la casa vicino alla quale egli l’aveva una volta menata.
“E voi – diss’egli sfolgorando collo sguardo di sotto le ciglia agrottate: – voi in questo borgo non ci eravate venuta mai, nevvero?
“Mai! – sclamò Bianca imprimendo questa volta la voce, di tutta l’offesa sentita dall’anima sua.
“Ritiriamoci, – mormorò il marito; – stassera dovrò montare a cavallo, e star fuori forse tutta la notte.
“Ma che volete farmi morire? – disse la donna angosciosa.
“E che – rispose egli severo – non ho io una spada cui debbo qualche parte di me? È una gran lama che io stimai di buona tempera la prima volta che la vidi in Vienna dal mio spadaio; e quando l’ebbi in mano provai che non m’era ingannato all’aspetto. Ma io vi parlo d’armi e di tempere e vi faccio ridere…”
Bianca capì, ma non disse nulla: e lasciandosi condurre silenziosa, si ritirò con lui nella casa dove alloggiavano. Il vecchio servitore, che dal giorno in cui l’Alemanno s’era allogato nella palazzina del signor Fedele, s’era tenuto in disparte; per non mettere di suo manco un pensiero, in quel matrimonio; vedendoli entrare annuvolati a quel modo, si ritirò nella stalla, dove, quasi parlando ai cavalli brontolò: “siamo finalmente a’ guai!”
Intanto Mattia, rimasto nel presbiterio a sbrigarsela col pievano, detto e ridetto dei Francesi e di Giuliano da averne secca la gola; finì promettendo che non si sarebbe(16) più scostato dal presbiterio, e se ne andò diffilato verso la sua catapecchia. Ponendo il piede sulla soglia si volse addietro, allo scalpito d’un cavallo; e vide l’Alemanno partire spronando per una via dietro la chiesa, senza dare uno sguardo a Bianca che si era affacciata al balcone, forse per supplicarlo con un ultimo atto. A lui quell’andata non faceva nè caldo nè freddo, ma non potè stare senza consolarsi per questo, che grandi o piccini, tra marito e moglie tutti avevano i loro guai. E pensava alla gran briccona che era la sua, la quale di certo aveva saputo del suo ritorno, e non si era mossa ad incontrarlo, anzi teneva l’uscio accostato contro il costume. Stava essa al fuoco cuocendo un po’ di polenta, e appena Mattia ebbe aperta la porta e messo il piede sulla soglia, la megera si volse strillando:
“Chiudete codest’uscio, che il vento mi porta via la fiamma di sotto la pentola…!
“O moglie – diss’egli sempre ritto in sulla soglia – e non sai dirmi altro?
“Io dico che potevate stare dove siete stato sinora!
“E un po’ di polenta non me la darai?
“Mangereste il bene di sette chiese voi!
“Ah! – urlò Mattia alzando le mani, e correndo per darle le pugna nel capo: ma si rattenne, non per paura del materello che la moglie gli misurò fumante sulla gota; bensì pel ricordo che gli venne in quel punto di aver visto un soldato Francese, vituperato più che alla berlina, per uno schiaffo dato a una donna. Si rattenne, e cavando di saccoccia le monete d’oro messe in serbo quei mesi:
“Vedi – le disse – vedi il bene delle mie sette chiese quant’è? E ne avrei di più molto, ma il meglio l’ho perduto nell’ottava chiesa, che è quella dove il diavolo mi ti ha condotta sposa!
“Oh il mio Mattia! – sclamò la donna a quella vista – come vi piace più la polenta? con su un po’ di cacio un po’ di pepe, d’agliata, dite?
“Polli! hanno a essere bestiaccia! – gridò egli, e fatta la pace mangiò come piacque alla donna, stupita di non aver avuto in faccia, un paio almeno degli antichi ceffoni.
Quella sera l’avemaria suonò all’istess’ora(17) dell’altre volte: ma sebbene non fosse vigilia di qualche gran festa, le campane suonarono un doppio così bello, che sin dove giunse la loro voce, si capì che niuna mano, se non quella di Mattia, poteva concertarlo. Il campanaro mandava in quella guisa la novella del suo ritorno pel contado. E chi sa in quante case della campagna dove si era parlato di lui colla pietà dovuta ai morti; si pensò, dicendo l’ave, alle preghiere sciupate per l’anima sua!
Chi dimandasse qual fu il rimprovero o il castigo inflitto da don Apollinare a Mattia, per quel disordine; mostrerebbe d’aver dimenticato, che il prete solo a udire parlar di Francesi, perdeva l’appetito, l’amore alla carica, la forza di farsi temere. Avessero appiccato fuoco al presbiterio, sarebbe stato grato all’incendiario, che gli avrebbe così porto il pretesto a cercare un asilo lungi da quei monti, dove ogni tratto si era lì col coltello dei repubblicani alla gola. Ma quanto al doppio delle campane, neppure lo intese. Placidia glie ne volle parlare, ed egli le fece tremare il cuore in corpo con un boato, come a dire “silenzio!” La poveretta tacque e si ritirò nella sua camera, dove spese mezz’ora a chiedere perdono a Dio pel sagrestano, pel fratello, per sè, di quello scampanìo, che a suo sentire doveva aver fatto su in cielo cattivo senso.

CAPITOLO XIX.

Lo sposo di Bianca, veduto da Mattia partire a quel modo cruccioso sul suo cavallo; aveva pigliato la via, che sulla cresta dei monti, a ridosso del castello, menava a Montenotte; e che si vede anche ai dì nostri, angusta ma piana e ombrata di bei castagni. Egli ne aveva corso un tratto, poi giù per un traghetto era disceso a valle, non ruzzolando più per le buone gambe della bestia, che per l’avvedutezza propria; e s’era messo in sull’altra, alla volta di C…. in riva al torrente. Cavalcava così raccolto e pensoso, che più non l’era stato Giuliano tornando da quel borgo, occupato la testa e il cuore dell’amor suo, quella prima sera descritta in sul principio di questo racconto. Passando vicino agli alloggiamenti delle soldatesche, non rispondeva al saluto delle guardie, nè a quello dei compagni; e tirando diritto, ora di trotto ora di galoppo, attraversava il villaggio di R…, che il sole era andato sotto del tutto. Allora spinse un po’ più la corsa(18), per giungere a C…. prima che fosse suonato il deprofundis; sapendo per pratica, che a quell’ora ognuno di quelle parti soleva chiudere la porta di casa sua. Il borgo, dove non era più tornato da quasi un mese, gli apparve dinanzi nell’ombra dell’antico castello, sul quale un quarto di luna posava la sua luce di striscio e poca, come la guardatura d’un occhio socchiuso e bieco.
“Non t’avessi mai visto – sclamò egli più coll’anima che colla voce, – non t’avessi mai visto, villaggio malaugurato!”
E trapassato il ponte, che suonò cupo come per rispondere a quelle afflitte parole; fu sotto l’androne che metteva dentro al borgo; poi di là per la via più destra alla porta del signor Fedele.
I tempi erano tornati a correre grossi; e il capo supremo dell’esercito Alemanno, che alloggiava in C…. aveva bandito di quei giorni, che all’avemaria della sera gli abitanti del borgo si fossero ritirati, e badasse a non andar(19) fuori senza recarsi in mano un lume, chè guai! Di che non è a dire se le vie dopo le ventiquattro rimanessero deserte; e fu proprio sorte, se il cavaliere, appunto fermandosi, vide venire un tale che portava una lanterna affumicata per modo, che si vedeva appena; quasi egli avesse voluto obbedire e insieme far dispetto a sua Eccellenza il generale dell’Impero.
“Fatti in qua” disse a colui il cavaliere smontando; e dategli in mano le briglie del cavallo, piantando lui e la bestia a spaurirsi a vicenda, salì dallo suocero, franco di passo.
Gli speroni e la guaina della sciabola battuta contro i gradini, stridevano come voci di malaugurio. Il signor Fedele, che sedeva in sala facendo certi suoi conti colla memoria, al lume d’una lucernetta, la cui fiamma per essere nudrita d’olio di noce, s’agitava fumicosa spandendo intorno un odore molesto; balzò in piedi a quel suono, corse sul pianerottolo, e levandosi alta la lucerna sopra la spalla, si chinò per vedere meglio chi fosse colui che saliva.
“Oh! siamo noi! – sclamò ravvisando l’Alemanno, al quale non voleva più dare del lei, e non sapeva per anco dare del tu: – chi desse retta al cuore non isbaglierebbe mai! ci pensava or ora…. Ma siamo soli?
“Solo! – rispose l’Alemanno arrivando in cima alla scala e fissando in viso tra ciglio e ciglio il signor Fedele. Il quale vedendosi guardato a quel modo, mostrando grande ansietà nella voce e nell’atto, gli chiese:
“O che abbiamo, genero, che siamo così annuvolati?
“Nulla! – rispose l’altro; e mettendosi da sè dentro la sala, soggiunse:
“Vorrei parlare colla zia.
“Ma che è avvenuto qualche malanno a Bianca? – gridò il signor Fedele, rimanendo colla lucerna in mano, curvo e colla faccia illuminata di sotto in su malamente: – se è diciamolo a dirittura; che sebbene padre, so accettare dal Signore il bene e il male, e benedire la sua santissima mano!
“Vorrei parlare da solo a sola colla zia:” pregò l’Alemanno.
“Allora passiamo da lei, che è sull’altana con Margherita, a pigliare le infreddature:” disse il signor Fedele un po’ insospettito; e accompagnò il genero attraverso l’andito che metteva in sull’altana. Là, chiamata Margherita, le fece salutare il cognato rispettosamente. Poi lasciò che questi se n’andasse da sè dov’era la zia Maria, e deposta la lucerna in un lato dell’andito, se ne tornò in sala colla figliuola, tutta rimescolata di quel mistero.
Damigella Maria sedeva al suo posto usato, sotto la cupoletta dei luppoli, mesta per certo fruscio di foglie secche, che il vento le faceva sentire intorno. Quel fruscio le parlava dell’inverno; il quale, sebbene non fosse che mezzo settembre, già su quei monti s’annunziava vicino. Oh il tristo inverno che sarebbe stato quell’anno! Non potersi più sedere in quel posto, a udire la gente passare allegra pel vicolo; chiudersi in una stanza a canto al fuoco; udire l’ore scoccate con suono spento, dalla campana coperta di neve; vivere come sepolta viva, e non avere più Bianca! Pensava a queste cose, e già le pareva di patirle tutte; quando udito il passo dell’Alemanno, che veniva a lei, e la voce del cognato che chiamava Margherita, provò non seppe neanch’essa qual contentezza. Questa volta si sentiva il caso di dirgli tutto l’animo suo; egli capitava proprio in buon punto! Se non si risolveva a tenere la promessa, lasciando che Bianca tornasse a vivere vicina a lei; se non la rimenava a C…, se non veniva a starvi anch’egli per sempre, poveretto lui!
Egli le si fermò dinanzi, e alla poca luce che la coglieva traverso le foglie della cupoletta, vedendola starsi col viso sporto, come per chiedergli che volesse, cominciò a dire rispettoso:
“Signora zia…, se qui niuno ci può ascoltare, io vorrei dirle una cosa….
“Parli, – rispose subito commossa damigella Maria, esperta a conoscere ogni più secreto moto dell’animo altrui, solo a udirne la parola: – niuno qui può ascoltarla, parli, comandi….” E così dicendo, cercava colla sua la mano di lui.
Tanta cortesia della cieca, riusciva nuova e dolcissima all’Alemanno; perchè dal giorno in cui essa s’era chiarita, che egli ospite ed infermo nella palazzina, coll’aiuto del padre Anacleto, aveva vinto l’animo di Bianca, e stabilito il parentado; più che parole aspre non s’era inteso mai dire. Ora forse la donna mite, indovinava nell’accento di lui, più assai dolore che ei non volesse mostrare: e in cambio di sorgere superba e rimprocciosa, vedendo avverati i suoi tristi presagi; s’addolcì tutta e provò per lo sposo di Bianca, misto a compassione, il primo senso d’affetto.
Egli sedè, vinto dai modi di lei, che gli tornava in quel momento cara, quanto gli era parsa uggiosa e molesta altra volta; e parlando più basso che potè, le disse:
“Io comincio col chiederle perdono d’averle tolta la sua nipote, e so quanta consolazione fosse per lei l’averla vicina. Mi accordi questo perdono, chè se no non oserei più parlare, svergognato d’una colpa, che forse è la più nera della mia vita….
“Che dice mai? – interruppe la cieca – che dice mai, colpa! Ella ha cercato la felicità, e al mondo ve n’è così poca, che per averne noi dobbiamo toglierne agli altri. Mi spiacque che Bianca abbia sposato uno non dei nostri luoghi, sì…! ma poi…, più di lei ci ha colpa il Padre Anacleto…. che gli ha ingannati ambedue!
“O zia, – sclamò sospirando l’Alemanno – proprio non le spiaceva che io sposassi Bianca per altro pensiero?
“Pensiero…! – rispose la cieca, che alla maniera con cui veniva interrogata da lui, non avrebbe nè mentito nè taciuto per nulla al mondo: – V’era anche questo, che Bianca si voleva bene con un giovinetto quaggiù della nostra vallata; e mi pareva che sposando uno, quando il suo cuore era già d’un altro, potesse andare incontro a qualche mal passo….
“Oh! no…. no…. – proruppe l’Alemanno – mal passo per cagion mia mai! Ma quel giovane era degno di lei?
“Se degno!… Era del primo casato di D….
“Proprio di D….?”
Queste parole furono dette in guisa, che damigella Maria ne rimase tutta rimescolata; e presa la mano dello sposo di Bianca, parve che non potendo leggergli negli occhi, volesse sentire al tatto, indovinare al respiro, che cosa ei pensasse.
“E lei – disse poi tremando – lei perchè m’ha colta alla sprovveduta…? Appunto…! quel giovane era di D…. e Bianca è a D…; che fu, mio Dio, che fu? Per carità badi, essi non s’avevano mai parlato, glie lo dico io….
“Le credo….
“Mai…. non saprei mentirle, non faccia a Bianca niun male!
“Un soldato non fa male a una donna mai…! – rispose l’Alemanno; – eppoi il torto fu mio… e basta!”
Ciò detto si levò e partì, lasciando la povera donna che non sapendo che farsi per rattenerlo, o piangere o pregare; sperò che si sarebbe fermato in sala dal signor Fedele. Ma egli attraversato l’andito, vi si fermò tanto da stringere la mano a Margherita, dandole uno sguardo con cui pareva volersela portar via; strinse anche quella dello suocero ma un po’ lentamente, e senza dir nulla si mise giù per le scale. Trovò alla porta il cavallo abbandonato dal borghigiano, che non parendogli vero di potersi levare la briga di quel focoso animale, l’aveva legato a una campanella lì fuori; montò in sella e partì frettoloso.
Il signor Fedele rivenne dallo stupore in cui l’avevano messo i portamenti del genero, udendo lo scalpitare del cavallo sull’acciottolato della via. Ma mentre si lanciava alla finestra per chiamarlo chi sa(20) con qual grido, si vide dinanzi damigella Maria, venuta in sala a gran fatica; avendo pel turbamento quasi perduta la pratica della casa.
“Ed ecco – sclamò essa, poichè si sentì vicina al cognato; – ecco a che ne siamo colla vostra ambizione!
“Sì – gridò il signor Fedele, guardando a squarciasacco la cieca, e spaurendo Margherita che tremava a verga a verga: – Fatemi le tragedie anche voi, che mi stanno bene! A che ne siamo via, dite?…
“Ne siamo a questo – proseguì damigella Maria – che quella povera sventurata della vostra figliuola, se l’aveste lasciata sposare chi voleva essa, non finirebbe come finirà….
“Tisica; ammazzata o peggio! – urlò il signor Fedele; – capisco! Vi sarà a D…, quel suo giacobino sciagurato, cui Dio mandi tutti i malanni! Ebbene…, se essa avesse osato disonorarmi….
“Cognato! – interruppe la cieca, troncandogli la parola colla maestà dell’atto; e poi dolcemente disse alla nipote: – Margherita, vattene in camera….”
La giovinetta obbedì lagrimosa, e i due stettero zitti finchè i passi di lei furono uditi lontani. Allora damigella Maria ripigliò severa:
“Cognato, io non avrei creduto mai che voi foste tal padre da pensare brutte cose del sangue vostro!
“Io? – rispose il signor Fedele, inarcando le ciglia quasi maravigliato, e tenendosi l’indice della destra appuntato al petto, proprio come avrebbe fatto dinanzi al giudice dei fatti suoi, che avesse potuto leggergli in faccia.
“Voi, sì! e se io non v’interrompeva, non avreste avuto rispetto, neanco per quella innocente, che era qui ad udirvi…
“O voi – disse egli risolvendo l’atteggiamento in cui era rimasto, in una crollata di spalle stizzosa, – voi dunque che sospetti mi siete venuta a ficcare in capo…?
“Io dissi onestamente; e giusto! – sclamò la cieca; e narrò in breve il colloquio avuto coll’Alemanno, nulla aggiungendo, nulla tacendo. Il signor Fedele ascoltava, rischiarandosi in faccia man mano ch’essa diceva.
Come gli parve che avesse finito, proruppe:
“Donne! E voi volevate perdere il conoscimento per simili freddure? Via, datevi pace, cognata; andate a dormire quieta, che domattina di buon’ora io me ne andrò a D…”
E presa la lucerna, se n’andò a chiudere l’uscio da via, piantando (stava per dire al buio) la povera cieca; la quale avrebbe data la vita per poter essere a D…, per potervi andare anche camminando sopra le spine. Ma debole, infermiccia, con quella sua disgrazia degli occhi, che avrebbe fatto giù per quelle strade, di notte, se anco si fosse preso in compagnia qualcuno del vicinato? Si ritirò nella camera dove soleva dormire con Margherita, pensando che quella sarebbe stata una notte pur lunga.
L’Alemanno frattanto cavalcava di buon passo, già vicino a D… e per dire il vero aveva molto combattuto seco stesso per tenersi dal passare al convento, chiamare il padre Anacleto, e giù, senza tanti discorsi, pagargli con una sciabolata sul cranio, il servigio fatto a lui ed a Bianca. Ma quella sua smania s’era risolta in un pensare doloroso alla scoperta del primo amore di Bianca; scoperta che per lui nasceva come una nube levatasi in un bel giorno di primavera, ad offuscare il sole, quando si ha tanto desiderio di calore e di luce. E rifacendo colla memoria la vita dei mesi passati, rivide sè stesso, quale doveva essere stato da principio, allora quando preso d’amore e non essendogli dato d’avere uno sguardo dalla donna amata; s’era sentito venire addosso tanta malinconia, da non essere più quello d’una volta agli occhi dei commilitoni maravigliati. Rammentò come avesse tribolato molto per cavarsi dal cuore quella montanina, la quale aveva fatto a lui un senso, che da nessuna donna gli era stato mai fatto; e la ostinatezza in cui s’era messo per ottenerne l’amore, mentre essa non badava a lui, gli pareva adesso la maggior colpa che avesse commesso in sua vita, proprio come aveva detto alla zia Maria.
“Folle che io fui – sclamava – a non pensare che in Italia le fanciulle a diciott’anni, hanno il cuore preso da un pezzo! L’ho voluta e mi sta bene. E qual dritto ho io di rimproverare una donna perchè serba memoria d’un uomo che amò, quando i luoghi dove nacque l’amor suo, le stanno sempre dinanzi…!” In questi pensieri l’animo gli ribolliva, e penava a non lasciarsi pigliare dall’ira; ma gli tornavano nell’orecchio le parole della cieca, la quale gli avea accertato che Bianca e quell’altro non si erano parlati mai. Così gli si abbelliva a poco a poco l’immagine della donna sua; e l’amore puro da essa custodito finchè egli non era venuto a turbarla, cominciò a parergli la dote più nobile che Bianca gli avesse portato. Si sentiva quasi disacerbato; si lodava di essere andato dalla zia Maria a sincerarsi l’animo; e col capo pieno di disegni e di pentimenti, non vedeva l’ora di essere a D… per baciare la mano alla sposa e chiederle perdono.
Vi giunse che mancavano poche ore all’alba; e trovò Bianca seduta a piè del letto, in atto che pareva inconsolabile. Al vederla così mesta, egli si fermò sulla soglia un tratto; ma non potè tenersi che non corresse colle braccia tese verso di lei; e levandola dolcemente in piedi, e guardandola nel volto pallida e segnata di pianto recente, colla voce che seppe fare più dolce, le disse:
“Bianca, e non parli?
“E chi oserebbe parlarvi? Un’altra volta, prima di partire in quella guisa crudele, cacciatemi di casa che sarà meno spregio!
“Odi – rispose il marito – se ho provato il bisogno di correre a C…; se ho voluto parlare alla zia; se torno chiedendoti perdono, io che non lo chiederei a nessuno offeso da me, e piuttosto morirei per punirmi colle mie mani; vorrai che m’inginocchi davanti alla donna mia? Bianca, abbandoniamo e presto queste montagne; soltanto lungi di qui potremo vivere pienamente felici…!
“Questi non furono i nostri discorsi! – sclamò Bianca: – già me ne sono accorta; prima il paese dove io sono nata, poi vi verrò a noia io stessa…!
“Mi verrà a noia la vita! – proruppe egli allora rifatto severo: e fu l’ultima parola, perchè Bianca non osò più aprir bocca; nè a lui parve di poter più dire senza cadere col discorso sopra l’antico amore di lei; amore che non avrebbe mostrato di conoscere a nessun prezzo, più apertamente di quel che aveva già fatto.
Mentre essa tornava a rannicchiarsi timidamente, egli si affacciò al balcone; e il suo sguardo per quella oscurità andò a posarsi sul vicolo della riva sinistra del torrente, dove a quell’ora si vegliava in una sola casa, come si vedeva alle finestre or l’una or l’altra illuminate. “Pare fatto per dispetto!” pensò tra sè; e toltosi dal balcone chiudendone le imposte con mal garbo, si ritirò nella sua camera senza più dir nulla alla sposa.
Quella ove aveva visto i lumi era la casa della signora Maddalena, la quale stava in quell’ora aspettando Anselmo, che venisse a pigliare col calesse Marta e lei; per portarle verso i luoghi della marina, dov’era Giuliano. Perchè dopo le novelle recate da Mattia, la signora si era sentita entrare una smania, che le pareva di non poter più vivere senza andar a raggiungere il suo figliuolo. La partenza era stata fissata per l’alba; ed intanto che Marta preparava un po’ di roba da portar via, Tecla la aiutava, sentendosi crescere lo sgomento di rimanere sola.
Così le poche ore che mancavano all’alba, passavano volando per la giovinetta, e facendosi secoli per la signora già pronta; la quale guardando Marta affaccendata e rinfronzita, aspettava e sorrideva.
La vecchia vestiva certa sua vesta d’indiana scura, tempestata di fiorellini rossi e minuti, ornata alle ascelle di rigonfi, ai quali si innestavano molti svolazzetti somiglianti ad ale di pipistrelli. Le maniche della veste erano così strette, che le braccia sebbene aduste vi capivano a fatica; un grembiale ampio, d’altra indiana meno scura, le cingeva i fianchi fin sulle reni; e due fazzoletti stampati di frutta e di fiori a colori, assai vivi, le coprivano l’uno il capo, l’altro le spalle, facendo una strana cornice alla sua faccia, massime alla fronte, sulla quale si vedeva un pensiero, piccino ma sempre desto, ma sempre in moto come uno sgricciolo, dare il guizzo tra le grinze che facevano mazzo lì verso le ciglia, in cima a quel suo nasetto, curvo come un rostro, e di espressione diversa da quella sì dolce de’ suoi occhi,
Alfine il calesse arrivò sul piazzale. La signora udendolo si levò in piedi; e voltasi a Tecla le disse: “Mi sento così forte che proprio sarebbe peccato se io non andassi:.. Tu Tecla sta da buona figliuola… tu rimarrai al mio posto. La farai da padrona, e accoglierai i forastieri, se qualcuno ne capiterà, mentre io sarò lungi. Ecco, queste sono le chiavi…, tu le conosci tutte. Dormirai nella camera che ti piacerà meglio, e tuo padre e tua madre ti terranno compagnia. Userai d’ogni cosa come fosse tua; ritirerai la roba dai coloni, ne terrai conto sul libro di casa, darai gli ordini per la vendemmia…, impara a diventar massaia, che quanto a noi chi sa quando ritorneremo. Se colà si sta nulla nulla bene, non ci verrà in mente di rivenire quassù, no. Allora scriverò che tu mi mandi quello che mi bisognerà, e potrai venire con tuo padre a portarlo. Vedrai i bei paesi! Là, quando noi si muore dal freddo, dalla noia, chiusi in casa dalla neve, là sempre un sole, sempre un’aria dolce, e il mare… Addio Tecla.” E presa tra le mani la testa della giovinetta, che pareva non aver più senso di nulla, la baciò in fronte, e s’avviò verso il piazzale.
Marta rispettosa più che non fosse mai stata tutta quel tempo, in cui i suoi riguardi verso Tecla erano cresciuti ogni giorno, le disse: “Avete inteso? il Signore vi vuol proprio bene! Pregate per la padrona e per me. Addio.” – E datole anch’essa un bacio, andò a raggiungere la signora, recando una sporticella, nella quale aveva raccolto cacio paesano, pane, frutta, tanto da potersi rifocillare tra via, come se fuori di casa fosse stato il deserto.
Tecla sin dalle prime parole della signora s’era sentita uno sbalordimento, e si reggeva al tavolo, perchè le gambe non volevano tenerla ritta. Ma quando lei e Marta furono scomparse dall’uscio, quel vedersi sola la scosse, e a passi concitati andò fuori per raggiungere la signora. Il calesse partiva in quel punto, portando le due viaggiatrici, le quali si volsero addietro, videro la giovinetta colle braccia tese; la salutarono colla mano, e subito trapassarono l’arco che loro la tolse di vista.
Allora Tecla diede uno sguardo a suo padre, che tutte quell’ore era stato ad aiutare Anselmo ad arnesare; un altro ne diede alle chiavi avute dalla signora, e lasciandole cadere: “no, no! – sclamò – io non voglio, non voglio… O signora Maddalena, o padre mio, rimenatemi a casa vostra!
“Via – diceva Rocco raccattando le chiavi, e non sapendo capire come tanto onore tornasse sgradito alla figlia, – via, che tu sei pazza e tiri i calci al pan bianco… andiamo.”
E la menava dentro, lieto di quella ventura, parendogli di essere da colono diventato gastaldo copioso d’averi per i belli occhi di lei; e già pensava alle cento cose che avrebbe fatto mentre che la signora sarebbe rimasta lontana; ed in cuor suo tornava ad augurarle la buona andata.
Questa in verità non poteva da principio essere migliore, e il sole s’era alzato di poco, che già il calesse aveva oltrepassata la terra di R… intorno alla quale giostrava una grossa banda d’Alemanni, che sciupavano i prati altrui, immollandosi nella guazza a procacciarsi doglie per la vecchiaia. A un certo punto dove l’aspetto della via era più selvaggio, sorgeva su d’una roccia un pilastrone, nel quale era cavata una nicchia, e un pennello onesto vi aveva dipinto una Madonna Addolorata, che sovrastava ad un viluppo di fiamme e di teste, messe là dal pittore a spasimare nel purgatorio. Quella dipintura sta anco ai dì nostri, che par fatta ieri; e gli abitanti della terra non vi passano dinanzi senza inchinarsele, pensando che in età più tristi toccò chi sa quanti cuori di ribaldi, che facevano guerra alle strade.
Là le viaggiatrici si abbatterono in due personaggi che venivano cavalcando dalla parte di C…, ma non erano due ribaldi; bensì uno frate francescano su d’un’asina lenta, l’altro gentiluomo su d’un muletto, che pareva stizzito d’essere tenuto a paro e sì tardo con quella.
Costoro si scansarono per lasciar largo il passo al calesse, e il gentiluomo alla vista di chi vi era dentro, diede un guizzo, arrossì, nè potè stare che passando oltre non si recasse la mano al cappello. Il frate salutò chinando la testa reverente.
“Oh! oh! – sclamò Anselmo – son mattinieri il signor Fedele di C…, e il predicatore che avevamo a D…, la quaresima passata!” – E girata un tantino la gota sulla spalla, e tenendo un occhio al cavallo e l’altro alla signora Maddalena, soggiunse: – “Forse il signor Fedele va a visitare quella sua figliuola maritata ad uno di quei generali Alemanni, che abita in castello…”
La signora Maddalena, cui la vista del padre di Bianca aveva tornato a mente l’apparizione di costei all’arco del suo piazzale, s’era sentita correre un gelo per la persona. Ora le parole d’Anselmo le fecero pensare quanto più lieto di lei, doveva essere quel padre che andava a visitare la sua figliuola felice; e non potè frenare un sospiro, Anselmo temendo di darle noia, schioccò la frusta, e tirò diritto al fatto suo: ma ahimè! quella donna che partendo di casa aveva trovato così bello il cielo, i campi, la compagnia; parve ad un tratto condotta a forza e rassegnata a qualche mala ventura. Già tutta l’allegrezza di mezz’ora prima, si mutava nello struggimento degli altri giorni.
Marta, pur non osando dir nulla, vedendo in faccia alla padrona i segni dell’animo scompigliato, stava tutta occhi, temendo che le pigliasse male. E per questo non badava a un rumore come di tuono lontano, che veniva non si poteva dir bene da qual parte; e quasi non udiva certe esclamazioni, in cui usciva Anselmo, come parlasse a sè stesso.
“O che adesso siamo al temporale? – diceva egli – eppure non veggo una nuvola larga come un luigi d’oro, chi la volesse pagare!” E alzava gli occhi a guardare il cielo, terso da un capo all’altro come uno specchio. Ma quel rumore, quel mugolìo, cresceva cresceva; il pover’uomo stupiva sempre più; e ad ogni svolta donde si potesse scoprire più lontano, avrebbe giurato di vedere spuntare all’orizzonte le nuvole malvagie piene di tempesta.
Mentre egli pensava all’uve, alla grandine e al ricolto pericolante; la signora toccando Marta leggermente col gomito, le additò di là del torrente una viuzza aspra, che menava ad un casale, accovacciato in fondo a una valletta squallida e brulla. Marta guardò, e vide una compagnia di contadini, i quali facevano corteo ad un feretro coperto d’un lenzuolo bianco, e portato da quattro disciplinanti.
“Là c’è un morto; disse segnandosi Anselmo, che forse udendo qualche verso delle litanie dette dietro quel feretro, aveva posti gli occhi addosso alla comitiva: “il Signore abbracci l’anima sua.” E si mise a bisbigliare qualche preghiera.
L’ora, la vista che facevano quei camminanti, le pietose parole d’Anselmo, rozzo uomo, e buontempone, aggiunsero tanto allo stato della signora Maddalena, che il suo pensiero si arrestò lì. In cambio del morto vide colla fantasia sè stessa al gran passo, e una voce interna le disse: “colui se non altro ebbe il conforto di spirare tra i suoi; ma tu quando sarà la tua ora, dove morirai e come; e in man di chi?” Morire per essere sepolta nella chiesa del suo villaggio, là dove erano stati chiusi suo marito, il suocero, la suocera, tutti i parenti ch’essa non aveva conosciuti, e che avrebbe trovati nel sepolcro e nell’eternità, era cosa cui pensava talvolta anche con certa gioia; ma andare a giacere in altre tombe, quale sgomento!
Essa si sprofondava in questi pensieri; e il calesse giungeva là dove la valle s’allarga improvvisa nella pianura di C…, ampia e deliziosa, com’è descritta in sul principio di questa istoria; e nel lato opposto a quello donde il calesse arrivava, chiusa dai monti di San Giacomo, del Settepani(21), da tutta la giogaia; sui fianchi della quale, gli uni di là, gli altri di qua, si fronteggiavano da mesi, e assai da vicino, gli imperiali e i repubblicani.
Le selve di quei luoghi aspri, parevano in quel momento incendiate; e al fumo che sorgeva a viluppi in parecchie parti, s’indovinava una battaglia, della quale non si udiva che quel mugolio, parso ad Anselmo di tempesta vicina.
“Oh! oh! – sclamò egli, fermando il calesse così d’un tratto, che le viaggiatrici n’ebbero scossa la persona – altro che temporale! Vegga, vegga, signora Maddalena, non vede che guerra su quei monti lassù?”
La signora Maddalena strappata a’ suoi pensieri lugubri dalla scossa e da queste parole, sporse il capo guardando da quella parte, verso la quale Anselmo teneva tesa la frusta: e Marta balzata in piedi sul calesse, si faceva colla mano solecchio per vedere meglio quello scompiglio lontano.
“Oh poveretti noi! di lassù a qua non vi sono sette ore di cammino…” cominciava a gridare Anselmo.
“Correte, frustate, chiedetemi il sangue, purchè s’arrivi! – interruppe la signora – mio figlio è lassù… lo sento… lo so… me l’uccideranno! correte…, o Anselmo, non mi volete portare? Oh la guerra! la guerra! anderò da me…!”
E fece atto di discendere dal calesse, ma non le riuscendo ricadde sul sederino, cogli occhi fuori di punto, colle labbra aperte, come se volendo gridare non lo potesse.
Marta, che in quell’abbandono le aveva cinta la vita colle braccia tremanti, la guardava e non sapeva trovare una parola da dirle. E la signora alzando gli occhi in lei si lamentava con un filo di voce; “ah veramente, io fui sempre una donna malvagia, nevvero Marta? Io ho afflitto mio padre, mia madre, mio marito, non ho santificato le feste, uccisi, rubai…, perchè se no, il Signore non mi tormenterebbe in questa maniera!” E fissando il cielo colla rampogna nello sguardo, abbandonava la gota sulla spalla della fantesca sbigottita, e le sussurrava acconciandovisi come una bambina! “oh! come mi sento male!”
Marta accennò ad Anselmo che desse di volta pian piano; dubitando forte di portarla viva a D… tanto era il martellamento che le sentiva dal cuore: e Anselmo obbedì. Coll’anima tutta negli occhi, e nelle mani, reggeva le briglie del cavallo, facendolo cansare ogni ciottolo, ogni fondo, che fosse per dare al calesse qualche scossone: e fu tanta la sua gentilezza di cuore in quel ritorno doloroso, che in un punto della via, in cui la persona della signora rimase tutta irraggiata dal sole già alto e cocente; discese, strappò da certi castagni della ripa molte fronde, e di queste si mise a fare sul capo dell’infelice un poco di rezzo. La signora capiva, e stando sempre col capo appoggiato in sulla spalla di Marta, cogli occhi chiusi, tendeva la mano per ringraziarlo, non si sentendo di potergli parlare. S’adoprava egli in questo fatto con gran cura, quando vide comparire il padre Anacleto: solo, mogio, curvo sull’asina; non gli sarebbe bisognato altro che cavalcare colla coda di questa fra le mani, per parere invece che da D…, tornato dalla berlina.
“Oh! il Signore ci manda quel buon frate” bisbigliò Marta cui s’allargava il cuore, e affrettava col desiderio il passo dell’asina che era assai lento; ma il frate venuto innanzi, passò senza badare al calesse, e forse anche senza rammentarsi della storia del Samaritano.
“Sorte che il Signore ci ha fatto un buon par di braccia anche a noi! – disse Anselmo – che se no costui non ci darebbe una mano, manco a pagarlo…!” e avendo finito di intrecciare le frasche, tornò a sedersi al suo posto e il calesse ripigliò la via.
Di là ad un’ora, Anselmo fermava il cavallo sul piazzale della signora Maddalena, che sarebbe stato affollato da quanti vedevano quel ritorno e offrivano servizio; se Marta non avesse pregato la gente di starsi, perchè non era nulla. E la gente si ratteneva rispettosa, ma andava pel borgo a spargere la mesta novella della signora.
Tecla che se ne stava in sala dove s’era seduta il mattino nè si era più mossa, sbigottita della propria solitudine; udito il rumore delle ruote, corse verso l’atrio, di che animo si può immaginarlo. Il suo primo pensiero fu che la signora avendo incontrato tra via Giuliano, se ne rivenisse con lui; ma ohimè! la vide come era abbandonata sulla spalla di Marta, e le parve morente. Se non proruppe in un grido, fu perchè la fantesca glielo spense coll’atto della mano; e la povera signora fu portata da loro, da Rocco, dalle persone amiche arrivate affannose, nel proprio letto. Vedeva, udiva, avrebbe potuto parlare, ma provava una dolcezza ineffabile, a lasciarsi vincere da certa stanchezza accidiosa, che le si diffondeva per la persona, e sentiva come una nebbia che l’avvolgesse. Sorrise a tutti…, accomiatò tutti collo sguardo; e rimasta sola con Marta e con Tecla, fissò il ritratto del marito che pendeva alla parete di faccia all’alcova, e parve cominciare con lui un discorso, e dirgli che era venuta indietro, per morire nel letto su cui anch’egli era morto.

CAPITOLO XX.

Il padre Anacleto era parso assai disumano ad Anselmo; ma nei suoi panni, avrebbero avuto il capo alle opere di misericordia ben pochi.
Quel mattino egli aveva appena finito di cingersi il cordone, e già il laico portinaio gli aveva battuto all’uscio della cella, dicendo che il signor Fedele lo voleva giù sul piazzale. Disceso in fretta, aveva trovato costui venuto a cavallo per menarselo a D…; ed egli pensando che s’andasse a fare un po’ di buon tempo dagli sposi, fatta mettere la bardella all’asina della comunità, vi s’era accomodato sopra alla meglio: ma nè partendo, nè tra via quando incontrarono il calesse, nè dopo, il signor Fedele gli aveva detto la cagione vera di quella gita.
Chiacchierando della signora Maddalena, e compiangendola d’essere madre di quel Giuliano, sui fatti del quale tiravano giù a distesa; giungevano a piè del castello, che già l’Alemanno aveva accompagnata in chiesa la povera Bianca, come ogni mattina, a udire la messa. E venutosi a sedere colle gambe spenzolate dal muricciolo del sagrato, stava osservando certe nuvolette, che parevano proprio nascere sulle lontane cime dei monti verso il mare. Erano le stesse nuvolette, che avevano fatto fare ad Anselmo l’improvvisa fermata, che abbiamo veduto. Capiva l’Alemanno che quello era il fumo d’una battaglia, e guardando pensava: “ieri il sagrestano ha pur detto il vero; lassù i miei amici combattono, ed io sto qui inoperoso! Ma questi sono tutti luoghi fatti a posta perchè gli uomini(22) vi si ammazzino tra loro; e un palmo di terra per esservi sepolto, ve lo posso trovare anch’io da oggi a domani. Così resta finita ogni cosa.” Assorto in questi pensieri, egli non aveva badato ai due strani cavalieri, che venivano su per la via torta del castello; e non li vide se non quando furono lì, per arrivare sulla spianata. All’agitarsi delle loro mani levatesi a salutarlo; alla vista del padre Anacleto, che gli sorrideva con aria paterna(23) il sangue gli andò da capo a piedi come un fuoco; dovè fare uno sforzo per rattenersi dal maltrattarlo; e toltosi dal muricciolo, aiutò lo suocero a smontare, ma al frate non disse nulla, nè lo guardò punto.
“O che non mi conosce più? – sclamò questi stendendogli la mano. Allora l’Alemanno si fece più torvo, e rispose asciutto: No!
“Come! – disse il signor Fedele, guardando il genero ma dal naso in giù soltanto, perchè fissarlo negli occhi non avrebbe potuto: – che non conosciamo più il padre Anacleto?
“Che siamo già sulle baie così di buon’ora? – aggiunse il frate, sul medesimo tono del signor Fedele.
“Io, – gli rispose l’Alemanno severo – non credeva mai di trovare in Italia un frate della sua sorta. La prego di lasciarmi in pace.”
E preso il suocero pel braccio, lo trasse con sè. Questi teneva la testa bassa più che non la tenesse il muletto che si menava dietro a cavezza; e quando osò alzarla(24) un tantino, fu per dare alla sfuggita un’occhiata al frate, quasi per dirgli che per carità se n’andasse. Non gli pareva manco vero di non sentirsi anch’esso scacciato; e gli si accaponì la pelle, quando il genero di su la soglia della chiesa, additandogli Bianca inginocchiata dentro gli disse: “Essa è là, ma in questo momento non prega per me!”
Non sapendo che rispondere a questo lamento, il signor Fedele si volse a guardare indietro, ma il padre Anacleto non v’era più. Costui aveva capito che proprio l’Alemanno non faceva per celia; e indovinando così alla grossa la cagione del suo cruccio, s’era ingegnato a voltare l’asina, la quale dopo molte strappate, riuscita a porsi cogli orecchi a quella volta dove aveva la coda; discese di castello con molto travaglio; trapassò il borgo a pie’ di questo; e infilò la via che non credeva dover rifare così presto, con quel po’ di peso sopra la groppa.
“Ah! l’ingrato scortese! – borbottava il frate fuggendo – se questa è la creanza che t’hanno insegnata dalle tue parti, tu devi essere uno di quei baroni, che in dodici non ne fanno uno dei nostri! Io mi sono stillato il cervello per darti una moglie, mi metto a questi passi col po’ di sole che c’è, con questo po’ di marrani paesani tuoi che farebbero ingiuria al paradiso; tutto per venirti a vedere…: e tu mi fai l’accoglienza del lupo? Scacci come uno straccione un frate, che ha dette per te tante bugie…? vai, che ho lavato la testa all’asino; ma nulla nulla che la palla mi balzi destra, se io non le do mio danno, vedrai!”
Facendo queste ed altre querele, il frate s’allontanava da D…, invelenito per quell’accoglienza inattesa. Tirava anche i suoi conti sul bel guadagno avuto in quel negozio; e oltre l’ingratitudine dell’Alemanno, gli sommavano l’inimicizia di quel Giuliano, il quale avrebbe potuto trarlo chi sa in che guai, massime se le cose dei giacobini finivano a bene… Questo pensiero gli faceva sudare le tempia; e Marta che lo credette occupato d’alte cose, quando lo vide la seconda volta passare vicino al calesse, senza dire nè ai nè bai; forse gli fu più giusta di Anselmo, che gli tirò dietro a campane doppie, come abbiamo visto! Al primo guado che trovò varcò il torrente; e maledicendo la propria ventura, e macchinando di ricattarsi sul signor Fedele, si ridusse mortificato al convento.
Intanto il padre di Bianca, rimasto sulla porta della chiesa di D… se la discorreva col genero, che gli aveva fatto riporre il muletto da quel suo servitore, il quale diveniva sempre più afflitto e taciturno, a misura che gli pareva di vedersi dar ragione dal tempo, su quel matrimonio riuscito male. Aspettavano essi che la sposa uscisse di là dentro, dove non erano che due altre donne, inginocchiate lontane tra loro, quasi fossero state gelose di non far indovinare l’una all’altra, la grazia che chiedevano al cielo. L’Alemanno non aveva detto parola sul fatto della sera innanzi, e il signor Fedele non era stato sì matto da entrargliene; anzi temendo d’esservi alfine tirato, finse di spazientirsi del vedere la figliuola star tanto in chiesa; e chiese licenza di salire dal pievano, per una ambasciata che disse d’avergli a fare. Dando gli ultimi tocchi ad un suo disegno, fatto lì per lì, s’avviò frettoloso al presbiterio.
Don Apollinare aveva finito allora la colazione, facendosi dire da Mattia, la terza o la quarta volta, quel che gli era seguito in tanti mesi; e parlando di Giuliano, tanto gli tirava su le calze colle dimande, che il sagrestano per ricattarsi di quella noia, pigliava un diletto crudele a narrargli quanto il giovane fosse ben voluto dai Francesi. Accertava che egli non era buono a far male a un pulcino, ma mostrava di conoscere certi suoi sdegni, certi nemici che l’avrebbero visto all’opera, se mai gli riusciva di tornare a D…, con una mano di quei Sanculotti, i quali parevano pronti a servirlo in ogni suo volere. Il pievano avrebbe voluto mentir per la gola Mattia, delle lodi che dava al giovane; ma sentendosi il cuore appeso a un filo, si ratteneva; e si sarebbe acconciato a barattare i panni con lui, se coi panni avesse potuto pigliarne la sicurtà, e la buona grazia che egli mostrava d’avere da Giuliano.
Donna Placidia ascoltando anch’essa quei racconti, se ne stava colle mani appaiate fra le ginocchia, cogli occhi nel fratello tra pietosa e annoiata: e pensando che i Francesi potevano capitare dall’oggi al domani; lasciava sul tavolino la chicchera, il bricco, tutte le cose di cui il pievano s’era servito; perchè le pareva tempo perduto rigovernarle, avendo forse ad essere uccisa fra un par di giorni, e sentendosi dentro un’anima da salvare.
Mattia era in sul bello delle sue spacconate; quando s’intese su per la scala un passo domestico, e subito apparì sull’uscio del salotto il signor Fedele.
“Ohe! – esclamò balzando ritto il pievano – che sono già a C…?
“Chi?
“I Francesi!
“Manco per sogno!
“Dio lodato! – sospirò il pievano dando un’occhiata di traverso a donna Placidia, la quale nè s’era turbata prima, nè rassicurata poi; e ripigliato animo, tirò l’amico a sedere, in sulla sua poltrona, soggiungendo: – allora segga qui, dove siede sempre la sua figliuola…
“Appunto sono venuto a vederla per essa, e mi abbisogna un servizio…
“Ma due, se posso! – rispose don Apollinare; e allo sguardo dato intorno dal signor Fedele, avendo capito che costui voleva non essere ascoltato da altri, fece un cenno a donna Placidia e a Mattia, i quali se ne andarono di là in cucina.
“Ecco! – prese a dire il signor Fedele, tenendo la persona sporta un tantino verso il pievano, come soleva tenerla verso i clienti, che sempre si faceva sedere di faccia: – jeri sera al tardi capitò a C… mio genero, a farmi una mezza scenata; e ripartì piantandomi come un matto. Io voleva venire qua subito, ma ho aspettato fino a stamane, perchè mi sarebbe parso di dargli appicco a credere che io credessi, quel che egli crede… cioè… che la mia figliuola… basta! Brevemente… questa mia figliuola voleva bene ad uno quaggiù di D…
“Lo so! lo so! lo so! Il figlio della signora Maddalena! – disse il pievano facendo una brutta smorfia, in cui compendiò tutto quel male, che per prudenza non aveva detto, parlando del giovane con Mattia.
“Appunto! Ma io l’aveva promessa, e sebbene essa in sulle prime si mostrasse restìa, si mise di mezzo il padre Anacleto…
“Ma se so tutto!…” tornò a dire il pievano.
“Tanto meglio! Si fecero le nozze… le feste parevano voler durare un anno e un giorno, come quelle dei principi…: ma to! il diavolo se ne immischia, lo sposo porta qui mia figlia… e chi sa? Qualche occhiata, qualche rossore… siamo deboli…, e tra persone che s’abbiano voluto bene… Insomma… signor pievano, ella può rimediare a tutto… quel suo parrocchiano, me lo disse il padre Anacleto, è un giacobino…: se ella lo chiamasse… se lo ammonisse… e sin che mia figlia sta in D… gli vietasse d’uscir di casa…
“E temo che egli chiuderà noi in casa nostra:… e ci brucierà corpo, beni, e ogni cosa…!” sclamò il pievano levandosi in piedi.
“Corpo, beni, ogni cosa! – proruppe il signor Fedele, levandosi anch’esso, cogli occhi strabuzzati e col fiato grosso.
“Egli verrà coi Francesi che se l’han pigliato per guida! Ah! amico, lo vuole un consiglio da fratello? stia pronto a fuggire….. o si tenga l’olio santo in tasca….. chè s’egli viene quaggiù e ci acchiappa, guai!
“Grazie, signor pievano, – disse tremando il signor Fedele, e uscito a furia dal presbiterio, per poco non montò sul muletto tenuto là pronto dal vecchio servitore, senza risovvenirsi di Bianca nè dello sposo. Ma questi discendeva appunto, ed appariva sulla porta del suo quartiere, respingendo dolcemente la giovane donna, la quale si teneva stretta a lui, e pareva non lo voler lasciare. Egli si spazientiva, e chiamò il suocero, vergognando d’essere veduto in quell’imbarazzo dai commilitoni, che cominciavano a passare frettolosi e affaccendati, e si raccoglievano intorno a una casa, sulla quale sventolava un’ampia bandiera imperiale.
“E adesso che c’è? – sclamò il signor Fedele, correndo verso il genero.
“I Francesi hanno assalito i nostri sui monti del Finale….
“O Dio! – soggiunse il signor Fedele – e farò a tempo a correre insino a C…?
“Purchè si spicci…” disse l’Alemanno scioltosi alfine da Bianca; la quale s’avvinghiò al padre, per non cadere di sfascio: e “deh! gridava dietro lui, non andare, non andare!” ma il marito disparve.
Allora essa si volse a pregare il signor Fedele, ed egli invece facendo ogni sforzo per levarsela dai panni, rispondeva:
“O tua sorella, tua zia, ti pare che le possa lasciar sole…? Non sai chi viene coi Francesi? quel giacobino rabbioso che tu stimavi un santo…! E ci vuole tutti morti, ci scannerà tutti…! m’hanno avvisato…”
Bianca udendo rammentare Giuliano, rimase spossata. Ond’egli riuscito a sciogliersi dalle braccia di lei, corse al muletto, vi fu sopra aiutato alla meglio dai soldati che arnesavano in fretta pei loro ufficiali; e giù pel colle senza badare a pericoli, fu al piano appunto in quella che il calesse della signora Maddalena tornava nel borgo. Non si fermò coi curiosi, ma lavorando di garetto contro i fianchi della povera bestia, prese la via di C… così di buon passo, che se al generale Alemanno fosse bisognato spacciare un messo a quella volta, in gran diligenza; niuno l’avrebbe potuto servire meglio di lui. A mezza via abbattutosi in un ulano che veniva da C… a briglia sciolta; egli ebbe tanta paura del rumor della spada, del lucicar della lancia nel nembo di polvere che si levava attorno a quel cavaliero, che fu a un pelo dal ribaltare; e se il muletto avesse assentito alla strappata che gli diede per cansarsi, sarebbe andato a fiaccarsi il collo giù dalla ripa. Ma come Dio volle, giunse a C… sano e salvo, a vi trovò un bolli bolli mai più veduto. Già n’erano partiti il parroco, il clero, i maggiorenti, e per le vie la folla era stupefatta, come tribù di selvaggi che stesse guardando un eclisse.
Smontato alla porta di casa sua, legò il muletto al martello dell’uscio, e salì tempestando la scala. Appena fu dentro, e vide ogni cosa a suo posto, egli che aveva temuto di trovar la casa già saccheggiata dai birboni del borgo; diede una grande rifiatatona, e chiamò damigella Maria con tal voce, che i vetri delle finestre n’ebbero a stridere come per uno squillo di tromba. La cieca e Margherita comparvero, ed egli affannato: “animo, mettete insieme un po’ di roba, e si parte… son qua i Francesi.
“E Bianca? – chiese damigella Maria.
“Sta meglio di noi! animo! la roba e si parte! – e così dicendo passò difilato nello studiolo; ivi aperse un armadio, ne cavò l’oro, i fogli, le cose di prezzo, e messo ogni cosa in un sacchetto, se lo nascose sotto l’abito, stringendolo al petto come un bambino.
“Eccole qui! – sclamò tornando in sala, e vedendo che la cognata e la figliuola non s’erano mosse – eccole qui, che stanno a fare le scimunite…! animo, a chi dico? chi comanda qui? Partiamo senza roba!
“Cognato – rispose la cieca dolcemente – io e Margherita si resta in casa.
“Ma non sapete che coi Francesi, viene pure quello scellerato di D…”
In quel momento s’udì un suono di tamburi che schiantò le viscere del signor Fedele, e fece impallidire Margherita e la zia.
“O Dio! – disse egli affacciandosi alla finestra – ed io sto qui predicando ai porri…! Se vorrete seguirmi fino a stassera, sarò al Convento…. più in là non so….
E infilata la scala, in un lampo fu al fondo, a cavallo, in cammino; e il passo del muletto, si perse lontano negli altri rumori. Margherita s’affacciò per vederlo, e ruppe in pianto.
Passavano per la via maestra i fanti di Türkeim e di Colloredo, bella e grossa schiera che da quasi un mese alloggiava nel borgo. Usciti in armi all’alba di quel giorno, avevano corsa per tutti i versi la campagna; adesso coperti di polvere, mezzi morti dalla fame, attraversavano il borgo colle bagaglie, coi carri, colle vivandiere, strascico infinito e molesto.
“Se tu piangi – disse la cieca alla nipote – vai pure con tuo padre: ti farò accompagnare da qualcuno…
“Ma non si poteva andare con esso anche noi?
“L’ho obbedito una volta, e mi basta… Così non l’avessi fatto, e Bianca sarebbe forse felice. Io di qui non mi muovo, fossi certa di dovervi morire.
“O zia, io morirò con lei! sclamò Margherita, stringendosi alla cieca.
“Eh via che non moriremo…! I Francesi non saranno peggiori degli Alemanni. Andiamo a chiudere la porta, e niuno ci darà noia.”
I fanti continuavano a passare, facendo rimbombar le volte della scala in guisa lugubre; ma il loro aspetto non aveva ancora nessun segno di rotta patita. Soltanto gli uffiziali, vedendo chiudersi le case, e le genti del borgo fuggire, parevano addolorati di non poterle difendere. Poi fu silenzio sin verso l’ora di desinare; silenzio, dico, d’armi e d’armati, perchè i borghigiani rimasti tirarono innanzi a fare per le vie, i capannelli, i lamenti, i sinistri presagi. Ma più sul tardi furono viste altre schiere, venire innanzi spingendo sui muli, sulle barelle, una moltitudine di feriti; e a mirare come erano scomposte, e come correvano ora alla sfilata, ora affollandosi, si capiva che tornavano dalla battaglia seguita il mattino verso Settepani. Affrontate dai Francesi furiosamente, avevano abbandonato le difese dei monti; e rotte, perseguitate, afflitte di molte morti, si rivolgevano anch’esse a D…, dove il generale Alemanno, chiamava tutto l’esercito per messi a cavallo, che venivano come razzi; avendo egli disegnato di far la massa in quel luogo.
Così dalle creste più alte dell’Apennino al piano di C.., la via rimaneva aperta ai Francesi, i quali parevano risoluti di ferire qualche gran colpo in val di Bormida; e calavano con ardire inestimabile, rapidi, improvvisi, nuovi nei modi di guerra, come se il fulmine li guidasse.
Finito lo strascico degli infermi, dei malconci, degli spedati, le vie di C… rimasero mute davvero e deserte. Le famiglie rimaste, si turarono in casa, aspettando ogni minuto di udire i Francesi sfondar le porte. Ma passa un’ora, passane un’altra, questi non arrivavano; nè i più animosi affacciatisi all’abbaino dei proprii tetti, videro gente venire giù per la valle, o polverio o altro segno che l’annunziasse. A poco a poco qualche finestra s’aprì, qualche porta stridè sui cardini, qualche domanda fu scambiata da casa a casa; poi alcuni monelli furono visti farsi cenni da via a via, correre, raccogliersi camminando in punta di piedi, e parlar basso tra loro, come temessero di turbare il sonno a qualcuno. Si consigliavano, s’animavano, facevano alle pagliuzze chi dovesse andare fuori le mura, fino ad un certo punto, a scoprir paese: e uno, due, tre partivano, sparivano, tornavano, recando nulla. Allora presero a lagnarsi ad alta voce degli Alemanni partiti, e dei Francesi non venuti; e fatto gruppo intorno al pozzo della piazza, parevano essi i padri del villaggio, deputati a far le accoglienze alla soldatesca nemica.
Di questo andare il giorno volgeva alla bassa ora; e già nelle case si pensava con più spasimo, al gran tafferuglio che sarebbe stato, se i Francesi fossero capitati di notte: quando tra quei fanciulli del pozzo, qualcuno con viso maravigliato, additò il castello; e tutti si volsero a guardare da quella parte, con tanto d’occhi, silenziosi, gli uni accostandosi agli altri, come i pulcini all’apparire del nibbio.
Tra i ruderi di lassù, si vedevano uomini strani, sporgere il capo, mostrarsi dal petto in su, arrampicarsi fin sugli alti comignoli, agitando armi e fogli che spiegavano al vento, chiamando coi cenni i monelli. Questi consigliatisi tra loro un poco; parte spulezzarono paurosi, parte confortati da qualche adulto, che parlava dalle finestre socchiuse, mossero verso il colle, dapprima alla sfilata, quindi pigliando sicurtà; da ultimo facendo a chi arrivasse primo. Pareva che andassero non a vedere quegli stranieri, creduti mangiatori di bimbi, ma a far galloria; come i dì della settimana santa, che dopo gli uffizi, solevano salire in castello a frotte, suonando un diavoleto di nicchi, di tabelle, di raganelle, per imitare i Giudei andati dietro Gesù in sul Calvario.
Accozzatisi con quei soldati, che erano scorridori Francesi, venuti lassù a spiare la terra; alcuni rimasero sul ciglio del colle a chiaccherare e a ricevere carezze; altri tornarono al basso a portare certi fogli, che, letti dai sapienti, dicevano ai popoli delle Langhe stessero di buon animo, accogliessero i repubblicani per fratelli, perchè tali essi volevano essere a tutte le genti, cui portavano libertà e pace.
Rinfrancatisi alle belle parole del generale Francese, alcuni borghigiani si fecero cuore e salirono in castello. Chi l’avrebbe mai pensato? Di lassù guardando verso mezzogiorno, le colline popolate qua di vigneti baldanzosi, là di castagni antichissimi, scintillavano d’armi percosse dal sole che andava sotto. Il bagliore di quelle armi atterriva; ma se quei Francesi che le portavano, erano come quelli venuti sino al castello, gente più cortese e alla buona, non si poteva immaginarla mai più. Le accuse che loro si facevano da parecchi anni, erano adunque fatte a torto; e così pensando, quei borghigiani si lasciavano menare verso le alture, dove le bande appena arrivate, già lavoravano a far terrati, abbattute, ripari; allegre, pronte, maravigliose a vedersi tanto erano industri.
Su d’una collina, alla quale alcune case leggiadre davano aspetto più domestico; i Francesi avevano fatto sosta in gran numero, e ponevano il campo. Una di quelle casette, ornata la porta e le finestre d’un bugnato di pietra verdastra, e cinta di mortelle che facevano siepe alla spianata; era la villa di don Marco. Il poderetto che le si stendeva a piè giù pel colle, formava il patrimonio ecclesiastico del povero prete; il quale lo coltivava a sue mani, coll’aiuto di qualche giovane dei dintorni, chiamato a far giornata. Egli soleva ritirarsi in quella casetta alla stagione dell’uve; ma quest’anno vi si era confinato già da due mesi, proprio quel giorno, in cui era tornato da D…. dopo aver data alla signora Maddalena la trista nuova del mutamento di Bianca. Quei mesi erano passati; della signora e di Giuliano, non aveva più risaputo nulla; del matrimonio di Bianca gliene avevano parlato i villici, ma egli non ci badò; e siccome quell’anno i vicini non erano venuti a villeggiare lassù, perchè coi tempi che correvano si stava più sicuri nel borgo, pareva al buon vecchio d’essere in una solitudine, proprio come l’aveva sempre desiderata.
Quel giorno della venuta dei Francesi, egli se ne stava, sul vespro, leggendo nel breviario, e pascendo il cuore nella mestizia dei salmi, coll’animo più nell’altro mondo che in questo…. A un tratto udì un vocìo intorno alla casa, e affaciatosi vide sulla spianata una mano di soldati, nuovi all’assise, all’armi, al portamento leggiadro e guerriero.
“Chi siete? – chiese don Marco un po’ turbato.
“Viva la repubblica! viva la Francia! – urlarono quei soldati agitando le armi, e levando in alto i loro cappelli a due punte.
“Viva l’umanità! – rispose don Marco, alzando le mani e gli occhi al cielo; e i soldati a coro – “viva l’umanità!”
Allora il prete discese, portando le chiavi di certo ripostiglio dove teneva in serbo un po’ di vino. Ed ebbe da fare un bel che, cogli abbracciamenti, colle strette, coi baci di quei soldati; i quali, sebbene l’avessero riconosciuto ai panni per un prete, l’acclamavano di gran cuore, e qualcuno forse per canzonatura. Frattanto i più ghiotti invasero la casetta; tra quattro o cinque tirarono fuori un caratello dal ripostiglio, e postolo sulla tavola di pietra in mezzo alla spianata, vi furono attorno avidi, come uno sciame d’api ad un alveare.
Don Marco guardava sorridendo, quando fu visto aprirsi un varco fra i mirti della siepe, un giovane che gli si strinse al collo dicendo: “Buon dì, maestro, mi dia nuove di mia madre!
“Tu? – sclamò don Marco rivenendo dalla sorpresa, e ravvisando a fatica Giuliano che s’era lasciata crescere la barba, e si aveva tagliata la coda; – Tu? Meno male che non entri nel tuo paese coll’armi alla mano! Ma donde vieni…. dove sei stato sino ad ora, che cosa sei?
“Servo da chirurgo la repubblica francese. Mi dica per carità, di mia madre sa nulla?
“Nulla, ma ne sapremo, e come ci stai con costoro? e quelli là chi sono?”
“Sono uffiziali che accompagnano un generale…..
“Andiamo da loro…..”
E tirando Giuliano, s’avviò con lui verso una vetta, alla quale saliva una brigata di cavalieri, alcuni con sì bei pennacchi sui cappelli, che dal tempo dei feudatari i boschi di lassù non avevano più veduto nulla di sì leggiadro.
Quei cavalieri andavano a porsi su d’un poggio, donde si scopriva tutta la valle sino a D….., di cui si vedevano biancheggiare nell’ultima luce del giorno i tre vichi. E guardando verso quelli con grossi cannocchiali, gesticolavano parlando tra loro, forse del brulichìo d’Alemanni, che coll’aiuto di quegli strumenti, vedevano farsi in quel luogo.
Giuliano giunto sul poggio con don Marco, subito pose l’occhio su quei lembo di terra. Ah! lo scoprire da lontano la casa paterna, e colla fantasia e colla memoria figurarsi quello che vi si fa dentro, è pure la dolce cosa! Ed egli volò laggiù coll’anima, e quasi s’inginocchiava colle mani giunte; ma in quella don Marco mettendogli la mano sul braccio, gli accennò di porgere l’orecchio a quel che si diceva da quei cavalieri.
Esplorando coi cannocchiali la valle, essi avevano visto alcuni uomini armati di schioppi, entrare ed uscire dal convento dei Minori Osservanti, lontano di lassù meno che un miglio; e accompagnati da frati che spiccavano bruni sul tufo biancheggiante dei colli, quegli uomini andavano e tornavano con portamenti sospettosi.
“Spacciate una compagnia a quel covo di ladri laggiù! – diceva il capo della brigata, levandosi il cannocchiale dall’occhio e segnando con quello il convento: – fucilino quanti coglieranno armati, monaci o villani. Le donne, i vecchi, i fanciulli, se ve ne saranno, guai a chi torce loro un capello!”
Un cavaliere partì come un razzo, a far l’ambasciata.
Quel fiero comando, quel pronto obbedire, posero don Marco in gran turbamento.
“Faranno davvero? – chiese egli a Giuliano spasimando la risposta…..
– Sicuro! – rispose Giuliano – ma non dubiti, correrò io al convento……
“Bravo! – proruppe don Marco – io t’accompagnerò…..
“Che! bisogna andar cauti, chè costoro non sono gente da pigliar a gabbo. Piuttosto ella se ne vada giù nel borgo, persuada gli anziani a mostrarsi amici ai Francesi. Fra poco arriverà il grosso dell’esercito che lasciammo a due miglia di qui…..: vada, ma cauto, le ripeto; al convento ci penso io.”
Mentre essi parlavano, la cavalcata s’era tolta dal poggio; i colli si coprivano di fuochi; e i repubblicani cominciavano a cantare la Marsigliese, salutando la sera e la vigilia d’una battaglia odorata nell’aria.
Don Marco pareva ringiovanito, e separandosi da Giuliano, si fece promettere che si sarebbero riveduti nel borgo. Il giovane partì; pigliando cautamente la via dei boschi, e ora giù per una ripa, ora su per una costa, giunse vicino al convento, certo d’avere fatto assai presto. Ma udendo, nell’arrivare, a un trar di schioppo, un rumore di lamenti, di guai, di voci irate e minacciose, s’arrestò ad ascoltare. Che vi fossero gli Alemanni? Tutt’altro! Lo colse un brivido, gli rimorse d’essere venuto per un giro troppo lungo, si slanciò innanzi risoluto, seguisse quel che poteva seguire. Infilando i pergolati, s’udì spianare in faccia uno schioppo, e una scolta francese gridargli chi fosse.
“Viva la repubblica! – rispose Giuliano cogliendo a fatica fiato bastante, e passò. Giunto in cima di corsa, per la porta allato alla chiesa entrò nell’orto, donde il rumor delle voci veniva più alto; scantonò dietro il coro, e là come un baleno che gli desse negli occhi, vide tre uomini legati in fascio da una grossa fune, un drappello di soldati spianar gli schioppi, una vampa, una nube, e col tuonar di quell’armi udì un grido alto: “oh signor Giuliano!” Dall’orlo d’un calcinaio dov’erano stati posti, i tre caddero sugli avanzi della calce spenta, e la tinsero di sangue: il lume delle torce prese in sagrestia e portate da’ soldati, rischiarava in funebre guisa quei corpi, le mura del refettorio, della chiesa, del campanile che dal mezzo in su torreggiava nel bujo; e sulla cima, allo scoppio delle moschettate, un gufo s’era taciuto, senza osare, povera bestia, pigliare il volo.
Giuliano si arrestò, si asciugò la fronte, e gli parve di sentirsela fra uno strettoio. Di chi era quel grido che più doloroso non lo avrebbe potuto gettare un’anima, voltasi addietro dalla soglia dell’inferno, a chiedergli aiuto? Passò dinanzi ai soldati che ricaricavano l’armi severi, balzò nella fossa, e guardò i morti. Un d’essi era Mattia.
“Che fate? – gridò l’ufficiale francese, correndo verso il calcinaio colla spada sguainata. – Ah! chirurgo, siete voi? Vi paiono morti per bene?
“Sì….. – ma….. e quello lì che cosa aveva fatto? – chiese Giuliano additando Mattia.
“Costui? Era uno spione cui abbiamo già perdonata la vita una volta. Fuggì dal nostro campo due giorni or sono; fu colto qui, i nostri l’hanno riconosciuto….. e si capisce…..”
Questo era un fatto da perderci la mente. Ma come mai Mattia s’era fatto cogliere in quel convento? Era o non era ancora stato a D…..? O forse non poteva essere venuto di là mandato dalla signora Maddalena? Oh! avesse potuto dare metà degli anni che gli rimanevano, per averlo vivo un’altr’ora, Giuliano l’avrebbe fatto, e di che cuore!
Con questi pensieri che gli si azzuffavano nella mente, e col cuore trambasciato, Giuliano si volse per chiedere all’uffiziale ancora qualcosa. Ma questi se n’era andato, e i soldati con lui, nel convento; dove scale e corridoi suonavano di passi e di colpi menati co’ calci degli schioppi, a sfondare gli usci alle celle. Allora egli si avviò da quella parte, e affacciandosi ad una porticina che dall’orto, per un andito, metteva nel chiostro; vide come il terrore della morte scolorava i volti d’una moltitudine di frati, di villani, di donne e di gentiluomini, che parevano cadaveri, tenuti ritti l’uno dall’altro tant’erano stipati. Costoro erano la più parte persone che s’erano venute a rifugiare nel convento; e sebbene sapessero dei Francesi arrivati in C…, credendo che anche per costoro la notte fosse fatta per dormire, s’erano lasciati cogliere, come uno stormo d’allocchi presi alle paretelle. E non avevano avuto tempo d’accorgersi che i repubblicani venivano a quella volta, che già gli schioppi dei villani erano stati strappati dalle loro mani e rotti ai pilastrini dei pergolati; le schiene rimbombarono percosse dalle pugna; le bocche cessarono i guai, per le grandi palmate che vi calarono sopra. A urti, a spintoni erano stati chiusi tutti nel chiostro, dove il rumor delle schiopettate che avevano morto Mattia e i due compagni; loro era parso il segno della fine imminente.
Giuliano guardò quella folla dolorosa, e (non per profanare una credenza) gli pareva d’essere giunto al Limbo, tanti furono gli occhi che si volsero a lui pieni di speranza, forse per qualche segno di somma dolcezza e di mestizia che aveva nel viso. A un certo moto che egli vide farsi in un punto fra quei miseri, ne scoprì due che si stringevano e si turavano nei panni, quasi per nascondersi a lui. Erano il padre Anacleto ed il signor Fedele, i quali avrebbero dato la loro parte di paradiso, pur di non vedere là in mezzo quel giovine, terribile a loro più d’ogni francese. L’aveva pur detto il pievano di D…! Colui veniva a pigliarsi una vendetta, che niuno, salvo uno scellerato par suo, avrebbe saputo pensare! Così sussurrava il signor Fedele al frate; il quale osando allora fissare un tantino Giuliano, credette di vederlo fare il viso d’un beccaio, che affilando i suoi coltellacci, cercasse nel branco un par di pecore, da scannare le prime. Tremavano come foglie di pioppo; fiato non ne avrebbero avuto tanto da levarsi un bruscolo dalle labbra; e il cuore faceva loro tali schianti nel petto, che sarebbe stata crudeltà non ucciderli d’un tratto, o non mandarli liberi a dirittura.
Un senso, che non seppe mai dire di poi se fosse più di pietà o di spregio, si dipinse sul viso a Giuliano; perchè occhi più umiliati non s’erano mai chinati dinanzi a lui. Se gli archi del chiostro, squallidi come oggi sono, serbassero alcun segno delle occhiate di chi in quella notte credè vederli l’ultima volta, certo sarebbe dei quattro occhi del frate e del signor Fedele. Il giovane si rivolse all’uffiziale francese che stava anch’egli in mezzo alla folla, e gli disse: “Capitano, se me li date, questi due gli acconcio io.”
“Ah! ah! – rispose il Francese – avete le vostre vendette da fare? Già siamo nei vostri paesi! Accomodatevi; due più, due meno non fanno caso.”
Giuliano, in mezzo a un gran bisbiglio, prese quei due, li trasse fuori, attraversò la cucina saccheggiata; e uscendo per la postierla di questa, si mise con essi sulla via che menava alla palazzina del signor Fedele. Camminavano muti, essi dinanzi, egli di dietro; e i disgraziati credevano ad ogni passo di sentirsi dar nelle spalle qualche arma, veduta con certo occhio che loro pareva d’aver nella nuca. A un tratto Giuliano si fermò e disse:
“Chi sa dirmi che cosa fosse venuto a far qui quel Mattia che fu fucilato?
“Era venuto per me…, – cominciò il signor Fedele.
“Anzi per me; – interruppe il padre Anacleto – mi portò una lettera…
“Una lettera che parlava di me – ” protestò il signor Fedele, subito mordendosi la lingua per l’imprudenza che stava per commettere.
“E per avventura, disse nulla di mia madre…? – incalzò Giuliano, troncando quella brutta gara.
“Oh….. sua madre la vedemmo noi stamane, che veniva a fare una scarrozzata verso C… – rispose il frate facendo la voce rispettosa.
“Grazie! – disse Giuliano; e con quelle due consolazioni di sapere che sua madre stava bene, e che Mattia non era venuto a morire al convento mandato da lei; dava di volta per piantare quei due. Ma allora avvenne cosa che gli fece alzare gli orecchi subitamente.
I colpi di moschetto da cui erano stati uccisi Mattia e gli altri due miseri, avevano messo in sospetto una grossa avvisaglia d’Alemanni, che velettavano i monti di là del convento verso D…, ed erano corsi a quel tetro richiamo. Buon pei Francesi, che avevano posto assai innanzi le loro scolte, le quali diedero voce del nemico vicino: perchè appunto in quella che Giuliano era lì per allontanarsi dal frate e dal signor Fedele, che quasi gli erano cascati ai piedi dallo stupore; le schioppettate incominciarono, le fiamme si levarono alte sopra il convento cui i Francesi avevano appiccato il fuoco, e non si udirono più che grida d’Alemanni accorrenti, grida di Francesi che si ritiravano; voci di poveracci che si chiamavano tra loro fuggendo dal chiostro; e dai monti vicini, urli di villani, e persino qualche suono di nicchio marino, ma rado e restio. Parte degli Alemanni si arrestarono a spegnere l’incendio, parte inseguirono i Francesi, i quali facendo testa quando potevano, rispondevano di grandi schioppettate; e ai lampi di queste si capiva dov’erano gli uni e gli altri; e per l’aria scura solcata da tante palle era un sibilio, che pareva una zuffa di serpenti foiosi.
Giuliano non avendo più nulla a fare in quel tafferuglio, pigliò la via di C… Il signor Fedele e il padre Anacleto, sebbene non invitati, gli tenevano dietro come due bambini timorosi di essere abbandonati in un bosco; e per vigneti e per campi inciampando, ruzzolando, ma sempre alle sue calcagna, in capo a un’ora videro le porte del borgo.
Il grosso dell’esercito Francese vi era giunto sul far della sera, ed aveva posto il campo sul greto del torrente, sotto gli olmi intorno alle mura, come per stringere d’assedio la terra. E riposava sicuro, essendosi buon nerbo di cavalli spinto innanzi sulla via di D…, a fronteggiare gli Alemanni, se qualcosa avessero voluto tentare.
Per certi chiassi a lui noti, Giuliano mise nel borgo quei due paurosi; poi se ne scompagnò per cercare don Marco, col quale erano d’accordo di rivedersi la notte.
Essi non osarono ringraziarlo; ma muro muro il signor Fedele condusse il frate alla porta di casa sua. Salendo le scale, udirono damigella Maria, Margherita e don Marco che parlavano del cognato, del convento, dei Francesi che erano andati a farvi chi sa che tragedia. Esse parevano disperarsi; e il prete si studiava di confortarle, dicendo che anche Giuliano era andato laggiù, ma con animo generoso.
“Margherita, Maria, son qui! son qui! – entrò gridando il signor Fedele; e la fanciulla e la cieca si lanciarono verso di lui; e abbracciamenti e baci e lagrime mescolarono a parole d’affetto, mai più dette là dentro.
“E sono qui per lui! – proseguiva il signor Fedele: – son vivo per quel bravo giovane di D… che mi ha salvata la vita tre o quattro volte!…”
“Oh!… alla fine delle fini, – interruppe il padre Anacleto, stizzito da certe occhiate di trionfo dategli da don Marco: – lodare è bene, ma se non fosse stato colui, tanto ci salvavano gli Alemanni…
“Ingrato! – urlò il signor Fedele; e per la collera non potè manco accorgersi di don Marco, che se n’andava di quella casa, per non dire al frate le amare parole che meritava. – “Dio perdona tutti, ma agli ingrati no!”
E qui cominciò tra loro una contesa, in cui si dissero a vicende parole acerbe, risentite, ingiuriose; rifacendo la storia, dal rabbuffo toccato al frate quel mattino dallo sposo di Bianca, sino alle prime cure poste da lui, a stornar l’animo della fanciulla dall’amare Giuliano.
Intanto don Marco coll’anima piena di gioia per il bel fatto del suo scolaro; giungeva in piazza, dove alla luce di lanternoni e di schiappe di pino accese, vide alcuni cavalieri splendenti d’oro, semplici negli atti e fieri nei volti, i cui lineamenti risaltavano illuminati vivamente da quelle torce strane. Uno di essi discorreva imperioso con qualcuno, che doveva stargli dinanzi, ma che non si vedeva, per essere di certo a piedi e corto della persona.
“Voi non siete venuto ad incontrarci; – rimproverava il Francese, continuando un discorso cominciato prima che Giuliano arrivasse – voi vi ho dovuto scovare come un lupo; voi avete lasciato fuggire la gente dal borgo come se noi si venisse a divorarvi; e forse i paesani vostri che corrono la campagna, gli avete armati voi. Ma ho già fatti punire i frati del vostro convento di laggiù, che invece di Cristi maneggiano tromboni: e se ne ricordino bene, la repubblica Francese vuol bene a tutti, ma guai a chi le contrasta! Voi intanto sarete custodito, finchè mi abbiate fatto trovare cinquanta bovi, cento botti di vino, ventimila pani…
“E in grazia, – rispose ardito colui che non si poteva vedere, ma che don Marco riconobbe alla voce pel Sindaco; un omicciattolo che a pagarlo un quattrino, sarebbe parso buttar via la moneta; – in grazia, signor generale, tutta questa roba dove la piglio?
“Ingegnatevi!
“Ma il buono e il migliore, se l’han portato via gli Alemanni!
“Dovevate opporvi…
“Già… per farmi accoppare da loro, perchè tutt’una mi accopperete voi…!
“Arrestatelo! domani la roba, o faccio appiccar il fuoco al villaggio!
“Ed io vi porterò il tizzo!(25)
“Bravo! – fu lì per esclamare don Marco, ammirando il Sindaco che se la sbrigava così da valent’uomo; ma buon per costui che Giuliano capitava a porsi di mezzo, che se no il Francese l’avrebbe conciato come si poteva immaginare alla rabbia, che gli sbuzzava dagli occhi. Il Sindaco e il Francese che si lasciò chetare da Giuliano, rimasero, che uno avrebbe dato, l’altro si sarebbe accontentato, di quel che si poteva trovare; e quando quella adunanza si sciolse, il giovane si sentì pigliare per la mano, e dire: “ora poi, mi pare che tu abbia fatto anche troppo. Andiamo a casa mia, che tu caschi della stanchezza.”.
Chi gli parlava a quel modo era don Marco, che di maraviglia in maraviglia, cominciava a provare per lui un po’ di venerazione…. E Giuliano si lasciava menare non badando dove; ma quando fu nel vicolo del prete, come fumea di bevande acri e stupefacenti, sentì levarsi le immagini delle cose vedute di fresco, mescolate alle memorie rinascenti alla vista di quella casa. Entrando da don Marco s’abbandonò spossato sul vecchio divano; e il prete si diede attorno per ammanirgli un po’ di cena, con pane ed uva, che s’era procacciato a fatica. Ma quando ebbe apparecchiato e chiamò l’ospite, per offrirgli quella grazia di Dio, e farsi raccontar meglio le cose avvenute al convento; lo trovò addormentato di sonno così profondo, che manco una cannonata l’avrebbe svegliato. Egli allora s’ingegnò ad assettare i cuscini del divano, in guisa che non dormisse a disagio; poi fatto coll’indice un cenno, come per fare star zitto qualcuno, tolse di là il lume, e in punta di piedi andò a porsi nella stanza vicina. Ivi chiuse gli occhi anch’esso, e come li riaperse, credè di avere dormicchiato forse un’ora. Ma se gli fosse venuto in mente d’affacciarsi a guardare il tempo, avrebbe udito un rumore venir di lontano, somigliante a quello di mare che si franga tranquillo alla riva. Era l’esercito della repubblica, che ripigliate le armi, si riponeva in via alle sue grandi venture.

CAPITOLO XXI.

Al primo rompere dell’alba, Giuliano e don Marco, erano già sul ponte; non essendovi stato verso pel giovane, di persuadere il prete a rimanersi dal seguire lui e i Francesi.
Quello era il primo giorno d’autunno. Una nebbia densa occupava l’aria; e la Bormida faceva quei fumacchi, che quando io era fanciullo, mi parevano d’acque scaldate di sotto dal demonio. Pochi borghigiani usciti a pigliar lingua dei Francesi, andavano di su di giù; ma niuno osava allontanarsi dal borgo due tratti di pietra. Vedendo i due passar frettolosi, e don Marco ingegnarsi per istare a paro con Giuliano, diedero loro di matti; perchè a mettersi giù di quella via con quel po’ di soldati innanzi, non vi si poteva rischiare se non chi cercasse pan migliore che di frumento. Ma don Marco non udì, nè Giuliano era il caso di badare a quei bisbigli, per la gran furia d’arrivare i Francesi. Dei quali discosti dal borgo un trar di schioppo, cominciarono a trovarne alcuni riversi nei fossati; o intenti a rialacciarsi le uose e le scarpe; o che pur reggendosi assai bene, facevano le viste d’essere spedati, e d’avere addosso qualche malanno. “Avanti cittadini – gridavano costoro, baldanzosi – diamo addosso al nemico, avanti animo!” – “Non dia retta, maestro: – diceva Giuliano a don Marco, che già era lì per rispondere a quei soldati: – costoro sono poltroni, primi sempre ad annunciare le sconfitte, ultimi a sapere le vittorie: non combattono mai, e frugano i morti.”
Don Marco non fiatò più; e così tirarono oltre silenziosi sino a quella cappelletta, dove il signor Fedele e il padre Anacleto, s’erano incontrati colla signora Maddalena il giorno innanzi; non sognando che l’indomani fosse per passarvi tanta briga d’armati. Là trovarono la gola, per cui varcava la via, assiepata di grossa compagnia di Francesi, i quali davano loro le spalle; e viste biancheggiar nella nebbia, le bandoliere delle daghe e delle patrone, che si incrociavano sulle loro schiene, ponevano in cuore un po’ di sgomento. Don Marco e Giuliano si arrestarono a pochi passi da quella schiera, piantata là in silenzio solenne: e spinsero lo sguardo, se nulla si potesse scoprire più oltre. Ma la vista era impedita dalla nebbia che incominciava appena a risolversi; nè di lontano nè da vicino veniva nessun rumore, salvo che quello dei goccioloni di guazza, cadenti da foglia a foglia di sui castagni. Giuliano si sentì pungere dal gran desiderio di andare innanzi; ma non gli reggendo il cuore di tirar seco don Marco a chi sa quali sbarragli; voltosi a un tratto a lui, gli disse:
“Maestro, dia retta a me….”
“Io faccio tutto quel che ti pare.
“Si lasci accompagnare indietro.
“Ora poi mi offendi – disse dolcemente don Marco, ti ho detto sin da C….. l’animo mio; e se tu non puoi stare con me, mi raccomanderò a quest’uffiziale che ci viene incontro.
“Allora tiriamo innanzi.”
Con questo discorso s’avvicinarono ai Francesi, e tra le faccie di quei soldati volte di sopra le spalle a guardare chi venisse; il prete ne vide di così dolci, tranquille e giovanili, che gli parve d’essere in mezzo alla sua scolaresca. Altre erano fiere come di centauri; altre segnate di certi sberleffi, che egli non le poteva guardare senza stupore.
“Oh! ancora qui, voi signor chirurgo? – sclamava, con clamorosa piacevolezza, l’uffiziale visto da don Marco venire incontro a lui a al suo scolaro: – ieri sera mi coglieste a quel convento del diavolo, che non ho potuto bruciare del tutto; adesso mi trovate qui alla retroguardia: pazienza! Costì il vostro compagno, che all’abito mi pare un prete, m’insegna che gli ultimi saranno i primi, e i primi gli ultimi, anco in paradiso.
“E che novità abbiamo? – chiese Giuliano, per finirla colle freddure del Francese.
“Ve le saprò dire stassera, se avrò ballato di gamba sana. Oh! a proposito, noi dobbiamo essere poco discosti dal vostro paese?
“Men che tre miglia.
“Buona cosa a sapersi: stassera vi invito a cenare in casa vostra, che? i suonatori accordano i clarini……. signor chirurgo, buonaventura.” – E così dicendo il capitano tornò al suo posto.
Appunto alcune schiopettate, come d’una caccia mattutina, s’udirono in quell’istante, giù giù nella valle; e il sole levandosi, illuminava le vette dell’ampio semicerchio d’alture, che chiudono il pian di D… dalla parte di tramontana. Allora nei vigneti e nelle macchie, si vide uno scintillar d’armi; e basso nei prati e nei campi, diradata la nebbia, apparvero le colonne Francesi, intente ad attelarsi, nel silenzio altissimo che regnava sulla campagna. Quel silenzio pareva stupore degli uomini e della natura: e lo rompeva a tratti qualche squillo di tromba, come voce mandata da qualche genio guerriero a significare al più destro dei due capitani, quali fossero i luoghi più acconci all’offendere, alle difese, a guadagnar la giornata.
“Era imminente una battaglia, nella quale da una parte dovevano combattere un ardire inestimabile, e l’incentivo di vittorie fresche: dall’altra una grande costanza, una stabilità provata negli ordini, i luoghi forti ed affortificati, ed un’artiglieria elettissima.” E per poco, questa battaglia io non la ricopio di netto dalla storia del Botta; il quale ne parla come di cosa veduta, e il campo descrive a puntino, come fosse stato un podere suo. Chi legge è messo da lui così nella mischia, che gli pare d’assalire i colli, guadagnare le vette, correre tutto un giorno il piano da un capo all’altro; a portare gli ordini dei capitani, a raccogliere i feriti, a chiudere gli occhi ai morti; ognuno secondo la propria natura. E chi parteggia pei Francesi, vede con dolore la vittoria inclinare da principio sulle due ali, a favore degli imperiali; e il passo in cui consiste l’importanza del fatto, assaltato e difeso con ammirabile costanza. Torna umiliato colle fanterie, che non hanno potuto superare quel passo, munito di due cannoni, tra il fumo dei quali una grossa squadra d’ulani guata ghignando: ma finalmente gli si snoda il cuore, applaude alla cavalleria Francese che si fa avanti, s’accende, spera; e si lancia con essa, contro la cavalleria Alemanna, a investirla, a fugarla, a farla finita.
Fra i nostri personaggi, quella che meglio degli altri vide le cose descritte dal Botta, e il gran cozzo dei cavalieri, fu Bianca; la quale non aveva pensato a quella sorta di tornei, quando il padre Anacleto, dirizzandola al matrimonio, le empieva la mente di oblìo, di castelli e di fole. La povera donna, lasciata il giorno innanzi dal babbo e dallo sposo, nel modo che il lettore ricorda; era caduta in tale scoramento, che al vecchio servitore, e a donna Placidia corsa ad aiutarla, era parso di poter far Gesù con tre mani, essendo in capo a parecchie ore riusciti a tirarla un po’ su, e a capacitarla, che colle querele non rimediava a nulla. Poi il pievano l’aveva servita, scrivendo al nome di lei, la lettera portata da Mattia al padre Anacleto; e siccome in quella essa aveva pregato il frate a far sì che il babbo, la zia, Margherita, si rifugiassero a D…, per campare dai giacobini; s’era rassegnata ad aspettare, e a dar retta alle consolazioni di donna Placidia. Ma passato il giorno, passata la notte, aspetta e sospira, Mattia non fu più visto tornare: spuntò il sole di quel mattino, e lo sposo anch’esso non si facendo rivedere; Bianca si lanciò al balcone come per buttarsi giù disperata; e vide i due eserciti occupar la campagna, ponendosi lenti di fronte. Capì…. accusò il padre, il frate, sè stessa tutti, salvo che l’Alemanno; e dal sentirsi sola, pigliò la forza di tenersi ritta, finchè la sua sciagura fosse compiuta. Rimasta a quel balcone, non tolse più l’occhio dalla cavalleria Alemanna, che tutto il giorno volteggiò di su di giù, di qua di là, per i campi; e verso sera la vide salire un dolce pendìo, e porsi sul lembo della pianura, che s’allargava dalla parte donde venivano i Francesi. Le migliaia d’uomini azzuffatti in ogni parte, erano nulla per lei: sapeva che il marito conduceva quella cavalleria, e non cercava che lui in mezzo a quel nugolo di cavalli, avvolti a tratti nel fumo della battaglia, che il vento soffiava loro addosso. I pennoncelli delle lance tremolavano come fossero drappellati a festa sul capo dei cavalieri, e parevano esprimere i moti dei loro cuori, spazientiti del troppo indugio a rompere nella mischia.
“Eccolo – pensava – egli è laggiù…. e si direbbe che non aspetti altro che il segno, per correre a farsi uccidere, come se io non fossi più viva…. Io…! ma che gli importa di me? Non m’ha più cercata da ieri…! La gloria…. la gloria egli vuole; e che io triboli pure!…. Ahimè!… padre Anacleto, dove m’ha condotta! E se quell’altro fosse davvero nel campo di là…? se s’incontrassero? Oh venisse notte; benedetto sole va sotto, va sotto…! ave Maria…!”
A un tratto, e mentre appunto cadeva il sole, essa vide partirsi di lontano, e come turbine venir cacciandosi innanzi la polvere, una squadra di cavalieri Francesi; e quelli condotti da suo marito, calar le lance, curvarsi sul collo ai cavalli, spiccarsi ad incontrarla; e urtarsi, confondersi, fare un viluppo, su cui si levò un polverìo denso e diffuso. Allora parve alla povera Bianca d’essere afferrata pei capelli, levata in alto, e precipitata di lassù; le mancò il cuore, diede un grido, cadde riversa sul pavimento; e forse colla fantasia delirante, continuò a vedere quello che avvenne nella zuffa tremenda.
Al primo urtarsi delle due cavallerie, era stato un tempestar di spade; un rombar di lance rotate in molinelli abbaglianti; un mescolarsi di valentuomini che mai il più fiero. E ognuno dei cavalieri faceva per sè molto bene la bisogna di menare e parare colpi terribili; ma tutti avevano visto alla sfuggita, i due comandanti azzuffarsi tra loro, calar fendenti non più veduti, dacchè le armadure della vecchia cavalleria erano state smesse; e vibrare di punta, proprio colla voluttà feroce, ognuno di sparar l’avversario, e passarlo fuor fuori, spingendogli fino all’elsa nel petto. I cavalli assentivano ai moti dei due capitani, come avessero intelletto d’odio quanto essi; e inveleniti lavoravano di morsi, e nitrivano selvaggiamente, quasi a spaurire i vicini che facessero largo ai due prodi. Già le lame intaccate avevano mandato schegge e faville; e molte lance spezzate cadevano di mano agli ulani; già tra le due parti si scambiavano parole ingiuriose di resa, e molti erano caduti. Ma se fosse bisognato una parola o una goccia di sangue dell’uno o dell’altro di quei due, a cessare la zuffa; pareva che avrebbero potuto sterminarsi a loro agio tutti, tanta era la loro maestria nel pararsi e lo sdegno del darsi vinti. Senonchè in quel volteggiare l’Alemanno si trovò un istante colla fronte volta al borgo, e un’occhiata al castello non potè non darla, forse a cercare se la sua sposa sventolasse di lassù qualche segno di saluto o di plauso. Fu come se egli avesse detto: “guai a me!” perchè appunto un fendente del Francese gli ruppe il berrettone, gli spaccò il cranio, gli empiè gli occhi di sangue. Egli aperse le braccia, diede del petto sul collo del cavallo, il quale alla corsa in cui ruppe, parve lo volesse portare in salvo; ma non ebbe fatti due lanci che il misero stramazzò di sella, piombando morto…. E gli passò sul petto la furia dei suoi, fuggenti ai ripari del borgo; e l’onda dei Francesi fatti sì arditi ad inseguirli, che la terra pareva già presa. Ma trentasei cannoni, cominciarono a trarre da quella contro di loro, e a farne tale strazio(26) che furono costretti a tirarsi in parte, dove quelle artiglierie non gli potessero arrivare.
In un momento fu notte, e nella terricciuola di R…. sott’essi i porticati, dove i coloni sogliono tenere i loro arnesi, nelle stalle, nella chiesa, per tutto: cessato il fragore della battaglia, i guai, il pianto, le voci dolorose dei feriti, volte nel delirio alle patrie, alle persone care e lontane; empievano a quell’ora l’aria di malinconia. Don Marco e Giuliano nell’adoperarsi intorno a quella miseria, s’erano scompagnati sin dal mattino: e verso la mezzanotte, insanguinato e stanco, Giuliano finiva di fasciare un ultimo ferito, proprio alle più avanzate guardie, là dove le due cavallerie s’erano azzuffate. Il suolo era ingombro di morti; e forse i suoi piedi calpestarono le zolle, che avevano bevuto il sangue dello sposo di Bianca; forse tra i cadaveri inciampò in quello ch’era stato il suo rivale felice. Ma egli non vi pose mente, perchè l’anima gli si era raccolta tutta negli occhi. Il borgo di D…. si vedeva lì rimpetto; veniva da quello un rumore sordo di carra; forse erano le artiglierie che facevano rimbombare gli archi del ponte, passandovi sopra; forse l’esercito Alemanno che si moveva. Le scolte francesi stavano tutte orecchi; un gruppo d’ufficiali avvolti nei mantelli e raccolti su d’un poggiuolo, parlavano basso tra loro; alcuni cavalieri andando e tornando cauti, e traditi soltanto da qualche nitrito, esploravano la campagna tra le scolte francesi e il borgo.
All’idea che in sull’alba sarebbe ricominciata la zuffa, Giuliano si sentì al cuore uno schianto. Si pose colla fantasia vicino a sua madre; e si vergognò d’aver tanto aspettato, che altri gli aprisse le porte di casa sua. Risoluto si mise in un ruscello coperto di grossi cespugli: camminò cauto in guisa, che potè cavarsi dalla corona di sentinelle francesi; e dopo molto stentare, giunse a guadagnar l’argine della gora, che sappiamo come lungh’esso il piè d’una roccia quasi tagliata a filo, corresse ad un molino, così poco discosto dal suo piazzale, che talora la spruzzaglia cacciata in aria dalle ruote andava a innaffiarlo. Là poteva essere per lui il malpasso, però che gli Alemanni gli stessero sopra poche braccia, sul ciglio di quella roccia; e ne udiva il gran darsi attorno, il bisbigliare concitato, e le parole imperiose. Ma la casa materna non era più che a quaranta passi, e nelle tenebre pareva pigliar forme vive e fargli cenni per incuorarlo. Tirò innanzi colla buona ventura quegli altri passi rischiosi; ma quando si sentì sotto i piedi il suolo del suo piazzale, e provò quel che forse prova un naufrago uscito nuotando alla riva; il cuore gli batteva sì forte; che gli bisognò fermarsi a ricogliere il fiato. E fu per lui gran ventura, perchè se tirava innanzi, s’andava a porre da sè in mano di quegli Alemanni, che un mese prima, l’avevano(27) fatto cercare, come un malfattore. Due, quattro, dieci, ne vide una processione venir fuori dall’atrio, trascinando le sciabole; e a badare come camminavano, come parlavano concitati, di certo frullava loro in capo qualcosa di grosso. Al raggio di lume, che dalla porta della sala, li coglieva nelle schiene, man mano che scantonavano dall’atrio in sul piazzale, Giuliano li conobbe per uffiziali; e lesto si rannicchiò all’ombra del muricciuolo, dove stette finchè furono tutti passati. Udiva il martellamento del proprio cuore: udiva i discorsi concitati di quegli uffiziali; e da mano manca dove erano i suoi poderi, veniva un rumore cupo di calpestìo. Pensò che l’esercito Alemanno, si apparecchiasse ad un attacco notturno, ma di questo non si curò punto; e come potè farlo non visto, si lanciò nell’atrio, e di qui nella sala, illuminata da quante lucerne erano in casa. Sul tavolino, vide carta, penna e calamai alla rinfusa; capì che i generali Alemanni vi si erano raccolti a consiglio; e la gatta balzata là sopra pur allora, si stirava le membra, dimenando la coda e fiutando, come se gli uomini usciti poco prima, vi avessero lasciato odore di sangue. Il giovane stette ad ascoltare un istante: dalla cucina nulla, dalle altre stanze terrene nulla, silenzio per tutto. “Saranno di sopra” disse tra sè, e non badando manco a pigliarsi un lume, salì. Si fermò nel corridoio, dubbioso…. gli si affacciò l’orribile idea che sua madre e Marta fossero state uccise…. ma subito vide un barlume dall’uscio della camera materna, e udì la voce cara più d’ogni cosa al mondo. Ma ohimè! come fioca, come ridotta ad un filo!
“Dunque – diceva quella voce – Marta, il saio, il cordone, il crocefisso da pormi fra le mani, vi è tutto?
“Che è questo! – sclamò Giuliano, ad alta voce senza avvedersene; e l’affanno gli crebbe.
“Oh! non l’avete udito? – seguitò al suo grido la voce di dentro: – Dio della misericordia, egli viene il mio figlio, aprite; oh mio figlio!”
La signora Maddalena ebbe appena parlato, che Giuliano era già nella camera, ginocchioni a piè del letto: e tiratosi sul capo la mano di lei, la vi si teneva colla sua, come a non lasciarsi sfuggire quella benedizione. Marta stretta da Giuliano contro l’inginocchiatoio, stava là sbigottita; Tecla, all’apparire di lui fattasi come una morta di tre dì, s’era ritratta sino alla tenda dell’alcova, e mezza avvolta in quella, pareva una statua posta ivi per divozione.
Peritandosi a volgere la parola a Giuliano, quasi temesse di rompere una visione; la signora guardava Tecla e diceva:
“Proprio come te nevvero? Tu pure, oggi hai tenuto qui il tuo capo, sotto la mia mano…. qui…. ma questo… oh! questo è il suo! Giuliano, Giuliano, se tu stavi un’altr’ora(28), io non poteva più aspettarti!”
Il giovane le copriva di baci la mano; e al lume che di sull’inginocchiatoio le rischiarava di traverso la faccia, la fissò avidamente. Essa mezzo seduta ed appoggiata ad un mucchio di guanciali, gli sorrideva. Le guance smunte, le labbra aride, gli occhi scintillanti, il collo oramai ridotto da non parere più che un viluppo di nervi; non fecero sospettare a lui, quello che a segni men chiari avrebbe indovinato in ogni altra persona: e Marta e Tecla, che stavano lì come a un mortorio, gli parevano due disamorate che volessero fargli paura.
Certo la signora Maddalena si avvide del pensiero del figlio; perchè dolcemente gli disse:
“Me ne voleva andare davvero, sai. Tu sapessi che orribili cose abbiamo sentite oggi! I soldati vennero sin quassù…. Tu non v’eri…. ma ora, ora non voglio più morire. O Marta, datemi la mia veste…. voglio levarmi…. voglio partire…. Giuliano andiamo…. la casetta è quella laggiù? Come è bella! Che fai? E perchè non mi lasci andare?”
Vinta dall’affanno, la povera donna cadde col capo rovesciato sul guanciale, in atto di così stanco abbandono, che allora Giuliano capì a quale estremo si trovasse. Si chinò sopra di lei per dirle qualcosa; ma la parola gli si annodò nella strozza: alzò le mani come per chiedere aiuto a qualcuno di lassù; e toltosi dal letto andò di qua di là per la camera, coll’animo d’uomo offeso da’ suoi simili, dalla natura, da Dio. Lo assalì, misero, la smania di rivolgersi contro sè stesso; e si rampognò di non essersi dato in mano agli Alemanni, un momento prima, che l’avrebbero fucilato sulla soglia di casa sua. Ma lo addolcì la vista di Tecla; la quale fattasi a reggere il capo della signora, gli parve una cosa celeste. Allora egli tornò al letto, e parendogli che sua madre, passato quello smarrimento, mormorasse qualche parola: “o madre – diceva – madre, mi guardi: e perchè non mi ha mandato a dire il suo stato? Che cosa dice, mamma; mi parli, mi dica.
“Vorrei – bisbigliò essa che appena potè udirsi – vorrei…. dormire un sonno…. dolce….; ma tu veglia, e se mai….
“Che cosa? – chiese egli con ansietà grande, vedendo che essa si peritava, a dire; ma non gli riuscì di raccogliere altra parola.
Allora Marta fattasi animo, gli si accostò, e asciugandosi gli occhi col dosso della mano, gli disse:
“Giuliano, essa vuol forse pensare alle cose della chiesa.”
Il giovane, scosso alle parole della vecchia, le sbarrò gli occhi in viso; ondeggiò un istante; poi si avvicinò all’orecchio della madre e sommessamente le disse(29) “mamma, mi dica, forse…. se fosse qui il signor pievano….”
Fu come se in quel punto la signora avesse visto il più bel sole del mondo, innondare la camera di luce. “E sì – disse, facendo segno di volersi rassettare sul guanciale: – il pievano, il viatico, il Signore che ti benedica!”
Giuliano, manco pensando che il pievano avrebbe ghignato, a vederlo capitare da lui; si mise giù pel buio della scala, e fu nell’atrio in un lampo. Là si abbattè in don Marco, il quale partitosi dalla terricciuola di R…. appena finita la battaglia; in quattr’ore di cammino, per largo giro di monti, era riuscito alle spalle degli Alemanni; e veniva a preparare il cuore della signora Maddalena, all’improvviso ritorno del suo figliuolo.
“Come tu qui? – diss’egli, fermando Giuliano – dunque tu sapevi che gli Alemanni se ne fuggono, e che la guerra è finita?
“O maestro, mia madre muore! vada… la assista…. io corro pel viatico….” E ripigliò la corsa.
“Don Apollinare, Dio t’empia il cuore d’umiltà!” sclamò don Marco, dando a queste parole l’espressione dolorosa dell’animo suo, colpito dalla triste nuova; ed entrando in quella casa del lutto, trovò Marta discesa a torre i candelieri di sul camino della sala, per portarli disopra e porvi i torcetti della Candelara.
La vecchia vedendo il prete, fu lì per salutare in lui il pievano; ma ravvisato don Marco, fece le maraviglie e il saluto, più cogli occhi che colle parole; e diè di volta coi candelieri in mano, per portare alla padrona la consolazione di quella notizia.
“Dunque sta proprio male? – chiedeva don Marco tenendole dietro.
“Oh! – rispondeva la vecchia – tanto male! Si fermi qui un momento….”
Essa entrò, e aveva appena detto alla signora il nome di lui, ch’egli s’accostò al letto, dolce come venisse recando novelle dal paradiso.
“Sono venuto a pregare con lei: – disse all’inferma, che gli parve qualcosa di santo, cui bisognasse rivolgersi per averne la benedizione.
“Oh, don Marco – sospirava la povera donna: – ella e mio figlio, in questa notte! Che due consolazioni mi manda Iddio! Si avvicini, mi senta, io voglio confessarmi a lei.
Don Marco sin dai primi tempi del suo sacerdozio aveva smesso di confessare; ma al letto dei moribondi, sapeva porgere ascolto ai racconti del peccatore che parte, coll’umiltà del peccatore che rimane: e trovava parole, che davano al morente la certezza dell’altra vita. Egli si inginocchiò, prese una mano della signora tra la sue, e appoggiandovi sopra la fronte, disse con dolcezza: “parliamo dell’infinita bontà di Dio!”
Tecla e Marta s’allontanarono, e l’inferma cominciò a parlare del suo passato.
Frattanto Giuliano, giungeva in castello. Aveva messo a salirvi assai più tempo che non bisognasse; essendo il ponte e la via ingombri dell’ultime schiere di Alemanni; i quali premendosi gli uni dopo gli altri, e volgendosi addietro come avessero i Francesi alle reni, si arrampicavano anch’essi su pel colle. A lui poco importava a quell’ora, l’aspetto confuso di quella moltitudine; e quando potè sboccare per un rotto del muricciuolo, sul sagrato della chiesa, gli parve d’aver toccato il cielo. Lassù era un formicare da non potersi descrivere. Gli Alemanni sfilavano, tenuti un po’ in ordine dalle piattonate degli uffiziali; e le bestemmie dette tra i denti, rispondevano agli spintoni, che nelle strette si davano gli uni cogli altri. Una donna ritta, sola, colle braccia spenzolate, più lì per cadere di sfinimento che viva, stava a vedere quel passaggio. Giuliano nello scantonare verso il presbiterio, quasi la toccò, senza badarle; e fermandosi ansante in fondo alla scala di don Apollinare, gridò: “signor pievano!”
“Chi lo vuole?” rispose di dentro la voce dolce di donna Placidia.
“Mia madre! Lo mandi a casa mia, mia madre muore.
“Chi siete, che madre dite?
“La signora Maddalena…! Lo mandi col viatico…! C’è laggiù don Marco….
“Oh che caso, Maria Santissima, che caso! – esclamò donna Placidia; e si levò frettolosa dalla finestra, mentre Giuliano senza attendere risposta, diede di volta correndo, a rifare la sua via.
Di certo egli non intese un altissimo grido, che in quel momento mandò la donna, vista e non ravvisata da lui arrivando; perchè, anche occupato com’era di sua madre, per la pietà si sarebbe fermato a offrire aiuto. E allora avrebbe trovato Bianca, la povera Bianca, che finita la sfilata degli Alemanni, senza che suo marito comparisse; appunto mentre Giuliano aveva detto a donna Placidia che la signora Maddalena era morente; essa vedeva passare il cavallo del barone, menato a mano da uno degli ultimi ulani, che chiudevano quella fuga notturna. Indovinò da sè che l’Alemanno era morto; provò spavento di non sentirsi uccidere dal dolore; le rimorse di provare un senso, come di chi apre la braccia alla libertà; le parve di destarsi da un sogno, d’essere tornata la fanciulla di pochi mesi innanzi; ma la chiamata di Giuliano a donna Placidia, fu come un urto ricevuto nel petto, che la ricacciò nell’abisso, da cui le sembrava di uscire. Rifinita, strozzata dall’angoscia, sola, si trascinò sotto il portico della chiesa, e là cadde, gettando quel grido, da diacciare il sangue addosso a chi l’avesse udito.
Ma in castello non v’era più anima viva, salvo che, donna Placidia; la quale non potè udire quel grido, perchè alla chiamata di Giuliano, si era messa in volta pel presbiterio, come persona che non sa dove dar del capo. Si sarebbe detto che cercasse il pievano, ma non era vero; sapendo essa che dopo aver cantato tutto il giorno in coro il Te Deum per le armi vincitrici; avuto sentore della ritirata degli Alemanni, egli era montato sulla giumenta, e senza dire a lei nè ai nè bai, aveva preso la via del Monferrato. Essa l’aveva visto andare, senza dolersi di essere piantata a quel modo: e forse mentre Giuliano la chiamava, si preparava pregando a ricevere la morte dai Francesi. Ma ora che sventura era la sua! La signora Maddalena aveva bisogno di suo fratello, ed egli non v’era! Stata così un tratto a pensare il da farsi, rammentò che il giovane le aveva detto, che a casa sua v’era già don Marco; le parve d’uscir d’imbarazzo, e preso un lume, discese in sagrestia. Là aperto un armadio, ne cavò il libro delle preghiere, una stola, un amitto; s’avvolse con questo la destra, corse all’altare, s’inginocchiò; e parlando proprio di sentimento al Cristo inalberato là sopra, gli disse: “lo faccio a fin di bene…. laggiù vi è don Marco, e la povera signora Maddalena vi aspetta.” Si segnò, aperse il ciborio, vi spinse la mano avvolta nel pannolino…. tastò…. non v’era più nulla. “Oh Dio! – esclamò essa – eppure soldati qui non ce ne sono venuti! Oh il Signore non vuole che io commetta sacrilegio?” Spalancò gli occhi, un sudore freddo le lavò la faccia, e avendo pronunziate ad alta voce le ultime parole, udì rispondere dalle volte della chiesa: “sacrilegio.” Allora la sua mente fu per ismarrirsi; non vide più che fuoco: il ciborio, l’altare, il Cristo, tutto fuoco, anche l’amitto da cui le parve di sentirsi scottare; lo gettò, guardandosi attorno; e via, colla stola e col libro delle preghiere, fuggì per la chiesa, paurosa del rimbombo che i suoi passi facevano sulle sepolture… Non le parendo vero di toccar viva la porta, agguantò la grossa chiave; il terrore le diede forza di girarla nella serratura, e aperto un battente, si lanciò fuori come un fantasma.
Bianca che era là sotto il portico, si levò ginocchioni a quella vista, e giungendo le mani: “o Madonna – disse – vi ho tanto pregata!”
“O signora Bianca! – gridò donna Placidia, riconoscendo la giovane alla voce; – taccia per carità, che io non sono la Madonna! Sono io, e ho già troppo peccato…. m’aspetti qui un tantino, vado dalla signora Maddalena.
“Lasci venire anche me…. che io possa morire sulla sua porta…! – pregò Bianca, tendendo le mani dietro a donna Placidia, passata oltre: e levatasi, la seguì come una pazzarella, giù per la stessa china fatta da Giuliano.
Pareva che le due donne s’affrettassero per raggiungere il giovane; ma egli rientrava in quel punto nella camera della morente.
“Giuliano, – diceva don Marco vedendolo tornare: – tua madre ha qualche cosa da dirti.
“Dica, dica, mamma! – esclamò Giuliano; e correndo vicino al guanciale, si chinò quasi a toccar colla sua, la testa della povera donna.
“Oh, figlio mio, – diceva essa stentando; – non lasciarmi morire, senza avermi detto che cosa sarà della povera Tecla. Tu glie lo darai un poderetto dei nostri? Tu ne piglierai cura come fosse tua sorella?
“Sorella, figlia, donna; Tecla sarà per me quello che lei, madre, vorrà!
“Donna….? Tu la piglieresti per donna? Oh! ne sentirei la gioia fin nel sepolcro!”
Giuliano corse all’uscio, chiamò Marta e Tecla, e tornò a inginocchiarsi al guanciale della madre. Le due donne, che stavano nella stanza là presso, vennero e s’inginocchiarono anch’esse a piè del letto. Tra la signora Maddalena e il suo figliuolo, correvano occhiate lunghe; e in quel silenzio pareva che la madre facesse ancora al figlio qualche secreta raccomandazione. Alfine essa accennando alla fanciulla d’avvicinarsi, dalla banda del letto di contro a Giuliano, pigliò la destra di lei e le disse:
“Tecla, se un giorno sposerai un uomo di cui tu sei degna, ricordati delle cose che io diceva…. e pensa che io sarò sempre con te…. sempre. Giuliano ti benedico…. Marta amate, servite questa fanciulla: noi due saremo le prime a rivederci in cielo. Ma e il pievano non viene?
“Si dia pace! – entrò a rispondere, umile e quasi vergognosa donna Placidia, che arrivata in quel punto, era venuta da sè nella camera, colla confidenza che usano i preti in casa ai moribondi.
“O donna Placidia…, – disse la morente – guardi mio figlio come si affligge…! Giuliano, non vedi i nostri amici che vengono a trovarci?… E a momenti, sarà qui anche il pievano, nevvero?
“Signora Maddalena, – disse don Marco, che in quel mezzo aveva saputo da donna Placidia la fuga del pievano: – pensi ai mille morti che giacciono per i campi in faccia a questa casa: nessun prete gli ha visti, eppure essi sono già tutti nel seno di Dio!
“Oh sì! sì! li veggo! – mormorò la signora, cui l’immagine di tanti morti fece uscire di conoscimento: – quante palme, quante corone! Li veggo salire, salire, fin sopra le stelle; o benedetti, attendetemi; siete morti per ricondurmi mio figlio! Tecla, Giuliano…. li seguo…. li seguo! Oh…! che dolce morire!”
Cessò la voce, sorrise, rimase cogli occhi fissi; e ai bagliori di essi, don Marco indovinava gli spazi infiniti, in cui si sprofondavano quegli ultimi sguardi.
Allora donna Placidia pose la stola sul petto della moribonda, e porse il libro delle preghiere a don Marco, il quale dolcemente le accennò di star zitta.
La signora era entrata nell’agonia. Essa che aveva pensato sempre, con mesta dolcezza, al giorno in cui, udendo i rintocchi della sua agonia, tutta la gente del borgo, si sarebbe inginocchiata a pregare per lei; e in quel pensiero aveva goduto di non avere mai fatto male a nessuno: essa doveva partirsi dal mondo, mentre il villaggio era deserto! Ebbe pochi istanti d’affanno, pochi sospiri: disse ancora alcune parole rotte; poi le sue mani s’allentarono del tutto; la sua persona fece un moto, come per adagiarsi meglio; e finì quasi addormentandosi in un sonno tranquillo.
Don Marco s’avvide pel primo che essa era morta. Allora andò alla finestra, la spalancò e guardando il cielo, che già faceva l’aurora, disse: “o Maddalena, te beata, che ora almeno tu sali!”
A quelle sue parole, venne su dal piazzale un singhiozzo. Egli si curvò per vedere che fosse, chiedendo: “chi piange costaggiù?”
“Dunque anch’essa è morta?” rispose Bianca venuta dietro donna Placidia, e rimasta a piè dei gradini dell’atrio, tremante come si sentisse rea di quella morte.
“Essa vive! – proruppe don Marco, non riconoscendo quella voce: – ecco la sua glorificazione! Udite?” Così dicendo, volse la faccia verso l’alcova, tenendo le braccia tese fuori della finestra, la testa alta, la persona ritta che pareva ringiovanito. Un suono di strumenti guerrieri, un concento di migliaia di voci che cantavano l’inno dei Marsigliesi, si levava in quel punto dai campi Francesi così alto, così di sentimento, che la valle n’era commossa, come da qualche cosa di sovrumano.
Giuliano, caduto in tale stupore che pareva coll’anima nell’eternità; udendo i canti e i suoni Francesi avvicinarsi a invadere il borgo; provò uno spasimo grande, si levò ritto, baciò in fronte la madre, e uscì di casa a furia. Marta, che appena spirata la signora, presa da chi sa quale pensiero, era corsa mezzo soffocata dai singhiozzi, a nascondere gli schioppi del giovane in cucina; incontrandolo nella sala terrena così stravolto, ebbe nel suo dolore tanta forza di lodarsi della sua pensata. E provandosi a rattenerlo, corse dietro lui sin nell’atrio; ma là si fermò, per un’altra scena dolorosa, in cui a prima giunta non capì nulla. Vide donna Placidia che s’affaticava a trascinar una giovane, lontano da quella casa: e la giovane si difendeva, pregando per carità di essere lasciata lì, che essa non faceva male a nessuno. Ma appena spuntò Giuliano dall’atrio, parve che a colei fossero stati troncati i nervi; e cadde, poveretta, di sfascio gridando:
“Giuliano, Giuliano, per la morte di vostra madre, non mi maledite!”
Egli stette un istante, come colto da vertigine; si cacciò le mani nei capelli; fu per prorompere in un fiero lamento; ma fattosi forza, quasi avesse a rompere una catena che gli si stringesse ai polsi, tirò diritto senza dire parola. Gli pareva d’aver uno alle spalle, che gli gridasse: “cammina, va, piglia la via dei monti – le selve, le solitudini, il cielo…. là troverai tua madre!” E così senza scegliere, tirando innanzi come uno che si rimetta in una guida che non può fallire; traversò il torrente, guadagnò una vetta dell’opposta sponda, poi un’altra ed un’altra; salì, salì non sentendo fatica, non affanno di petto; e giunse in cima al più erto dei gioghi di Montenotte. Oh se avesse potuto struggersi, dileguarsi, svanire come ombra, lassù! Vi regnava una pace! Il mare splendeva poco lontano, azzurro, liscio, solitario; e gli parve che nulla di più bello dell’esser sepolto nel silenzio eterno di quei fondi. Ma spuntava dall’orizzonte una vela bianca, sottile, che procedeva come cosa impavida; il mare era bello, ma quella era la vita! Le foreste lì sotto a lui stormivano incurvate dal vento, mandando suoni di voci misteriose. Quelle foreste verdeggiavano, prosperavano da secoli, godevano forse; ma che lutto se pei loro folti non si fossero intesi i colpi delle scuri, i canti dei boscaiuoli, i tintinaboli delle mandre alla pastura! Giuliano ascoltava, contemplava sentiva il pregio infinito del poter vivere per onorare in sè stesso la madre morta; e nel cuore gli veniva la calma che i dolori dello spirito danno al sapiente.

CAPITOLO XXII.

Marta, da noi lasciata sbalordita nell’atrio, non ebbe bisogno di farsi dire chi fosse la giovine donna, gittatasi ai piedi del signorino. Essa l’indovinò alle parole di lei, all’atto di Giuliano; e lanciatasi nel piazzale coi pugni stretti, le si sfogò contro con voglia crudele.
“Coraccio di tigre! E ancora osa di venire a piangere qui? Dio, Dio di misericordia, sviatemi la mente da queste tristizie; ma non so chi mi tenga ch’io non la sbrani! Vada, vada a piangere altrove, che qui per lei non v’è posto..! vada, che del male che ci ha fatto, le ne chiederà conto Dio al suo tribunale!”
E così dicendo, dava sdegnosa le spalle alla giovane e a donna Placidia, trasecolata a quello scoppio d’ira della fantesca. Bianca presa dall’affanno, teneva gli occhi nella vecchia, che volgendosi bieca a guardarla ancora, tornava in casa. L’infelice si pregava di potersi umiliare tanto, che il disprezzo di quella donnicciola, le cadesse sul capo come dall’altezza d’un trono. Ma in quella usciva dall’atrio don Marco, dicendo a Marta: “Non così.. Marta… un po’ di carità… la signora Maddalena non avrebbe detto tante brutte parole!” Egli, dalla camera della morta, aveva inteso Marta sclamare a quel modo; aveva capito che le parole di lei non potevano esser volte che a Bianca; e indovinato alla grossa il fatto, veniva a mescolarsi a quest’altro dolore.
Lo vide appena, e Bianca si levò in piedi, come le fosse rinata la speranza: ma la prima parola del prete, le tornò a stringere il nodo che le faceva l’angoscia.
“Bianca… come? – diceva egli – e tuo marito?
“È morto – rispose per essa donna Placidia: – lo hanno ucciso i Francesi.”
Don Marco giunse le mani: stette pensoso un istante, forse dubitando che tanti guai non fossero possibili così a un tempo; forse avvisando a quel che poteva fare per la sventurata: poi disse a donna Placidia: “allora l’accompagneremo a suo padre.”
“Ah no…! no! – esclamò Bianca; ma il prete interruppe:
“E vorresti rimanere qui, dove gli infelici sono già tanti?”
Bianca chinò gli occhi, assentendo coll’animo al volere di don Marco: il quale rientrò in casa, a dire a Marta e a Tecla che non si movessero, che avrebbe raccomandata la casa ai Francesi amici di Giuliano; che sarebbe presto tornato; poi rivenuto a Bianca, se la prese in mezzo con donna Placidia, e mossero verso il vicolo, che metteva al ponte.
Arrivavano in quella i Francesi, sempre con quei suoni e con quei canti, scoppiati nell’istante che la signora Maddalena era spirata. Un corteo di cavalieri, raccolti a piè del colle su cui sorge il castello, parevano star a vedere i soldati, che andando a porsi a campo oltre il borgo, passavano dinanzi a loro, col trionfo negli occhi. Ma in verità, da quel posto, miravano la campagna e i colli, su cui avevano combattuto il giorno prima; maravigliati del come gli Alemanni avessero abbandonate le inespugnabili strette del borgo, e facendo i conti al sangue, che sarebbero loro costate per conquistarle.
Don Marco si accostò senza tema a quei cavalieri; e da uno di essi si fece dire qual fosse il capo.
“Siete il curato di questo borgo? – chiese questi con brusca maniera, vedendosi il prete dinanzi colle due donne.
“Io no – rispose don Marco – sono un prete di C… e venni ieri con quel giovane medico che serve i vostri feriti.
“Oh! appunto… egli è di questo borgo, – soggiunse il generale fatto umanissimo: – e la sua casa qual’è?
“Quella là: – rispose don Marco additandola – ma la madre del povero giovane, è morta che sarà mezz’ora.
“Capitano, – disse il generale, volgendosi ad uno dei cavalieri, che aveva di dietro: – pigliate quella compagnia là che viene, e ponetela a far la guardia alla casa di quel valentuomo.” Il cavaliero si spiccò al galoppo, a eseguire l’ordine del generale, il quale non dando tempo a don Marco di ringraziare, proseguì: “signor curato, quella casa sarà sacra per noi: e codeste donne sono forse parenti del vostro amico?
“No – rispose don Marco – questa è la sposa d’un uffiziale di cavalleria Alemanno, che deve essere morto ieri.”
I Francesi si scopersero tutti il capo, guardando or Bianca pietosamente; ora uno dei loro compagni, che a quella novità si fece mestissimo. Egli era quel desso che aveva ucciso il barone. Ma di questo non si avvide don Marco, il quale stava paragonando tra sè con altrettanta mestizia, quei segni di rispetto dei Francesi, con quelli usati a Bianca dai compagni di suo marito: nè se n’avvide donna Placidia, che si tastava se era viva, non parendole vero d’essere dinanzi a quei mangiatori di carne umana, che non la facevano neanche calpestare dai loro cavalli: Bianca poi non era più il caso di badare a nulla, nè a vita nè a morte.
Intanto il generale, lasciato ad un altro uffiziale che servisse il prete e le due donne, in quel che loro potesse bisognare; mosse con tutta la brigata e salì in castello. Allora don Marco disse al cavaliero che egli aveva da ricondurre la giovane donna a suo padre, in C…: e subito colui gli trovò un carro da bovi, di quelli tolti nei villaggi della vallata, per le bagaglie; ed egli stesso si offerse d’accompagnarlo, con altri due soldati a cavallo. Così montati su quel carro, Don Marco, donna Placidia e Bianca; si misero in via alla volta di C…. muti, pensosi, tanto diversi dal gaio aspetto dei tre Francesi, da parere persone condotte a prigionia.
Attraversarono le case dell’altro vico lentamente, per la gran briga di soldati, che ingombravano la via; e appena usciti da quelle, cominciarono a vedere i primi morti, bocconi, supini, atteggiati nella guisa in cui la morte gli aveva colti. Ve n’erano che parevano addormentati dalla stanchezza, vicino ad altri attrappiti, travolti nelle sembianze ancora impresse dell’ira, che gli aveva agitati nell’ultima loro corsa. Quelli erano quasi tutti Francesi, caduti sulle soglie del borgo, dove avevano osato inseguir gli Alemanni; ma quando il carro, tirando innanzi fu nel bel mezzo dei campi dov’era stato il forte della battaglia; i morti delle due nazioni, giacevano quasi in ugual numero confusi tra loro. A un tratto il Francese accennò a donna Placidia di coprire il viso di Bianca. La quale le si era abbandonata col capo in grembo, e a misura che si allontanava da quei luoghi, le pareva di rinascere al suo antico amore; di poter ancora sperare. La sorella del pievano, capì il desiderio dell’uffiziale; e con una sua pezzuola coperse la faccia di Bianca, accusando il sole, che spuntava in quel momento. Giungevano appunto allora nel sito dove s’erano azzuffati i cavalli Alemanni e i cavalli Francesi; e già i due soldati cominciavano a parlare del fatto; ma l’uffiziale li fece star zitti, dalla tema che la giovane donna, capisse i loro discorsi. Il carro passò discosto pochi passi dal cadavere del barone; il quale giaceva ancora dove era caduto. I suoi grandi occhi erano aperti, e parevano fissi in chi passava; ma con uno sguardo pieno di pace e di noncuranza.
Don Marco guardò quel morto, e sentì dentro tanta pietà; che se Giuliano gli fosse stato vicino, avrebbe pensato d’essere compianto da lui meno che il barone. Donna Placidia lo vide anch’essa, e diè un’occhiata a Bianca, pensando alla propria gran ventura di non aver mai avuto il capo all’amore; e tornò a guardare piena di stupore pel campo. Qua e là costretti dai soldati Francesi, gruppi di contadini lavoravano a scavar fosse o a seppellire i morti; facendo così alla stracca che, anco da lungi, si capiva di che animo obbedissero. Del rimanente non v’era più nulla sulla terra o nell’aria, che portasse traccia degli ardimenti, delle ostinatezze, dell’ire della battaglia; un silenzio lugubre regnava per tutto, turbato soltanto dallo schiamazzo, che veniva a ventate dal borgo di D…; dove i repubblicani cominciavano a darsi spasso, e a far le satolle di roba alemanna.
Verso le quindici ore d’Italia, il carro che portava Bianca, vedova ed umiliata, alla casa paterna, giungeva sul ponte di C..; e alla vista dei Francesi che l’accompagnavano, i tre o quattro borghigiani curiosi che andavano a zonzo, cercando le notizie, si allontanarono paurosi. Don Marco ne provò la contentezza, di cui poteva essere capace il suo cuore trambasciato; e quando fu alla porta del signor Fedele, gli parve di aver finito la via crucis. Fatta discendere Bianca, aiutato da donna Placidia, la menò su per quelle scale, che essa aveva discese, l’ultima volta, felice. Ora la povera donna si lasciava tirar su da quei due, che parevano più afflitti di lei; ma quando furono all’uscio, e il prete tirò il cordoncino del campanello, e s’udì di dentro un rumor di passi, e sulla soglia comparvero il signor Fedele, la cieca, Margherita e il frate Anacleto, che s’era piantato in quella casa come fosse sua; si gettò nelle braccia del padre, quasi egli già sapesse tutta la sventura in cui era caduta, per cagion sua, e avesse bisogno d’essere perdonato.
“Che è stato? ahimè! Bianca, don Marco, come torni così? tuo marito dov’è?” – tempestò il signor Fedele, ingegnandosi di sciogliersi da Bianca.
“Il barone è morto!” disse don Marco.
“Morto!” proruppe il signor Fedele, e stese le mani come per afferrare qualcosa; diede il capo addietro, cogli occhi socchiusi; tremò: poi senz’altro che con un ruggito, cadde nelle braccia del padre Anacleto.
Allora fu uno scompiglio compassionevole. Il frate e don Marco, aiutati da qualcuno del vicinato corso alle grida, portarono il signor Fedele nel proprio letto. La cieca, Margherita e donna Placidia, trascinarono Bianca, nella camera più appartata della casa. Credevano esse che il signor Fedele si fosse soltanto smarrito, per l’improvviso dolore di vedersi la figliuola tornata a casa, in quel modo pietoso: e s’affaccendavano intorno a questa che pareva instupidita. Ma egli giaceva sul suo letto, uscito del tutto di conoscimento; il suo volto si era fatto pavonazzo, i suoi occhi erano aperti, ma nuotavano nel buio; le sue mani si facevano diacce; e del rantolo durato alcuni istanti, non gli avanzava che un filo di fiato. Don Marco, e il padre Anacleto, stavano in capo a quel letto, uno per parte; e di tanto in tanto levando gli occhi dal signor Fedele si guardavano tra loro. Ma il primo a riabassarli era sempre il frate, nel quale cominciava a entrare una gran confusione. A un tratto don Marco non perchè avesse perso ogni speranza di vedere l’infermo riaversi; ma pensando a quello che l’aspettava a D…., accennato al frate di seguirlo, si trasse con esso in disparte, sulla soglia della camera. E “padre, – gli disse dolcemente; – io vengo da D…. dove ho due morti da seppellire, il barone e la madre di quel Giuliano che ella conobbe; e torno laggiù. Mi pare che questa storia di guai non sia per finire così presto…. e se mai, le raccomando questo nostro amico. Prenda cura di questa famiglia…. lei ed io siamo oggi al nostro posto. Badiamo a non stancarci….”
Il frate chinò il capo, promettendo coi cenni di non allontanarsi da quella casa; e don Marco passò nella stanza dove erano le donne, colla sorella del pievano di D…. fattasi domestica con loro, in quel momento d’afflizione, quanto non la sarebbe divenuta in un anno. S’ingegnava di confortarle con una meravigliosa trovata, che le pareva d’aver fatto; dicendo che forse il barone era in quell’ora coi suoi commilitoni sano e salvo, e soltanto addolorato d’aver la sposa addietro, in man dei Francesi.
“No…. no…. non c’inganniamo, – disse don Marco, entrando appunto mentre donna Placidia diceva queste cose; – non ci inganniamo col rifiutare i dolori…. essi vengono un dopo l’altro, e non dobbiamo essere crudeli a noi stessi, cercando di allontanare un calice, che bevuto a poco a poco sarà più amaro. Maria, Margherita, coraggio…, alzate i cuori…. Bianca, tu sei vedova da ieri, e forse fra qualche ora sarai orfana anche del padre….”
Un urlo come di naufraghi che si veggano le acque alla gola, e sentano sotto le piante mancar la barca che affonda; potrebbe somigliarsi a quello che alle parole del prete, si levò in quella stanza. Egli non tentò neppure una parola di conforto; donna Placidia si sentì rimordere di non più trovare neanch’essa qualcosa da dire: e poichè dall’altre stanze furono corsi alcuni dei pochi venuti al soccorso; i due abbandonarono senza commiati quella casa dolorosa, per andare a quell’altra, dove sapevano da quali afflitti erano attesi.
“Bisogna farsi animo, – diceva il prete a donna Placidia discendendo: – noi due dobbiamo fare il viso fiero ai dolori, come questi bravi soldati, che non si sono mossi di qui.”
A don Marco veniva giusto il paragone, perchè i tre Francesi erano ancora col carro a quella porta; e da gente accostumata per mestiere alla dura obbedienza; pur lamentando l’indugio e il doversi stare a udire il piagnisteo che empieva quella casa; non s’erano scostati un passo. Sulle loro faccie, impresse dei segni vigorosi, stampativi dalla vita travagliata dei campi, non si vedeva punto curiosità di sapere quel che fosse avvenuto: ma dopochè il prete e donna Placidia furono rimontati sul carro, partirono mostrandosi lieti d’essere tolti da quella noia.
Affrettando col desiderio, il passo lento e rassegnato dei bovi; la piccola brigata giungeva a rivedere D… avendo tra l’andare e tornare fatte le venti e un’ora. Pel campo non si vedeva più anima viva; l’opera del seppellire era compiuta; e il corpo del barone era nascosto sotto uno di quei cumuli indistinti di terra, che qua e là rendevano il suolo ineguale. Ma entrando nel borgo, pareva di capitare in un altro mondo. I Francesi avevano cavato dalle canove le grasce, le farine, i vini, tutto il ben di Dio lasciatovi dagli abbondanzieri Alemanni; e dopo aver diluviato tutto quel giorno, e fattesi ognuno le provviste per altri due o tre da venire; sperdevano la roba, che a vedere metteva raccapriccio. Torme di avvinazzati andavano ciondoloni per le vie cantando; in castello suonavano le musiche intorno all’albero della libertà, piantato dinanzi la chiesa: e i pochi abitanti, che per vecchiaia o per non aver fatto a tempo a fuggire, erano rimasti(30) se ne stavano turati in casa, col cuore tra due sassi.
Don Marco pensò arrivando, che le ore dovevano essere parse assai lunghe a Marta ed a Tecla; e disceso dal carro con donna Placidia, corse difilato alla casa di Giuliano, quasi senza ringraziare i Francesi della buona compagnia avuta. Appena fu sul piazzale diede un’occhiata all’atrio, e vide l’uffiziale messosi a guardia sulla cassapanca sin dal mattino, fermo a quel posto. Gli si allargò il cuore per la certezza, che niuno poteva aver turbato la pace religiosa, che si conveniva a quella casa; e diede una stretta di mano riconoscente al Francese, che entrò con lui e con donna Placidia, nella sala terrena. Là Marta, aiutata da parecchi altri uffiziali amici di Giuliano, finiva d’ornare la morta, già bella e vestita del saio, e adagiata dentro la bara. Tecla accompagnava collo sguardo l’opera della vecchia, come persona che non sa perchè sia lasciata al mondo. Don Marco stupì di vedere a quel segno la mesta bisogna; ed uno dei Francesi, che riconobbe appunto per quello da lui inteso il dì innanzi, con piacevolezza domestica parlar a Giuliano; gli si fece incontro e gli disse:
“Spero che l’amico nostro, mi scuserà d’aver fatto fare questa bara, da due dei miei soldati….
“Ma, e di Giuliano sa nulla? – -venne interrompendo Marta – Poveri noi, va a finire che da un’ora all’altra sentiamo che anch’egli è morto…!
“Oh! no…. Marta; – rispose don Marco – i forti addolorati cercano la solitudine….
“Come i leoni del deserto: – aggiunse il Francese. A cui don Marco:
“E il vostro Generale, ci concederà di fare i funerali?
“Anche a questo ho pensato: – rispose il Francese; – e il generale mi ha detto che farà onorare dall’esercito, la madre di quel valente giovane, che io gli presentai pel primo; e il trasporto sarà fatto da quattro soldati dei nostri.
“Che Dio lo benedica! – esclamò don Marco; e poi volgendosi a donna Placidia: – allora, troveremo qualcuno, che ci aiuti in chiesa a far quel poco che potremo.
“Oh! per codesto basto io: – rispose donna Placidia: – solo che mi si accompagni lassù, lasci fare a me.
“La accompagnerò io stesso; – disse il Francese: e rimasti d’accordo con don Marco, che il corteo funebre si sarebbe mosso di là a mezz’ora; si avviò al castello con donna Placidia, che andava innanzi confidente e sicura, come fosse stata con suo fratello. Giunta lassù, fece le meraviglie di vedere la chiesa non rubata, il presbiterio non saccheggiato. Non poteva capacitarsi, che quei soldati diavoli in carne, che pur avevano lanciato qualche motto a veder la sua gonna passare in mezzo a loro, fossero così rispettosi; e accomodandosi con alcuni di essi assai bene, mise a segno meglio che potè le cose del funerale; fece scoperchiare la tomba della famiglia di Giuliano; poi ne mandò due a dare nelle campane a morto.
Allora, giù nella casa di Giuliano, si fece folla di soldati, e di borghigiani, tornati alla notizia dolorosa, quasi fosse stata pegno di pace tra loro e i Francesi: e la bara partì, portata sulle spalle poderose di quattro soldati. Seguita da don Marco, da Marta, da Tecla, e da una processione che la più lunga non si era mai veduta; la morta, col capo scoperto su d’un guanciale, pareva salire al trionfo verso il castello. Al suo passaggio tacevano le clamorose brigate, si scoprivano, e si mettevano nel corteo: e intanto le campane, proseguivano a mandar lontani nei monti, i loro suoni lugubri, a turbare, a commovere, a mettere in pensieri i borghigiani fuggiti, che ignoravano per qual morto suonassero i funerali.
Ma non l’ignorava Giuliano, il quale andato errando di montagna in montagna, riveniva per selve e burroni al mesto richiamo; e dirigendosi a corsa verso la chiesa, giungeva che le benedizioni erano state fatte da don Marco, la bara già calata nel sepolcro, e udiva ancora la pietra di questo ricadere, sonando cupa, nella incastonatura.
“Per carità, un momento!” gridò egli, fendendo colle braccia la folla; ma arrivato a fatica dove don Marco, donna Placidia, Marta e Tecla, si erano inginocchiati a dire l’ultime preghiere; cadde vicino al prete, baciò la lapide e rimase con essi a pensare in silenzio.
Marta provò vedendolo un gran sollievo, il cuore di Tecla si turbò, e don Marco e donna Placidia scambiavano tra loro sguardi pietosi.
Intanto l’uffiziale Francese che si adoperava in quei fatti, come fosse uno della famiglia di Giuliano; faceva sgomberare la chiesa dal popolo e dai soldati, parendogli che il raccoglimento di quelle persone, fosse cosa da non essere vista da tanti. Indi venuto a lato del giovane, lo toccò leggermente nella spalla e gli disse: “ora vi prego di venir via; il vostro dolore sarà grande altrove quanto qui, e eterno; però non deve essere noto che a chi l’intende…
“Sì – rispose Giuliano – andiamo a nasconderlo altrove.”
E a braccietto dell’uffiziale, seguito da don Marco, che accompagnava Tecla e Marta, uscì di chiesa avviandosi giù dal colle. Donna Placidia, non volle più staccarsi da quel suo posto, dove le pareva che qualcuno, o lei o il pievano, avesse il dovere di stare; e li salutò, per tornare nel presbiterio, a farvi gli onori di casa ai Francesi, che già vi si erano posti a lor agio, senza la licenza di lei.
Come la comitiva fu al piano, ed ebbe passato il ponte, l’uffiziale fece segno di voler tirare innanzi verso la casa di Giuliano. Ma questi gli disse: “amico, ho pensato…. ho deciso: accompagnatemi ancora un tratto con queste donne, e lei don Marco, mi perdoni, ma ho bisogno di lei sin lassù, alla cappella di San Giovanni.
“Per me ti seguo sin dove ti pare: – rispose il prete, cui parve di indovinare il pensiero che il giovane volgeva in mente; e senz’altre parole, si misero per una viuzza, attraverso ai vigneti dei poggi, che sorgono baldanzosi a sinistra del borgo.
La cappelletta cui accennava Giuliano, si vede tuttavia su d’una vetta, ombrata ora da una quercia, che per farsi gigantesca com’è in suolo arido e magro, deve essersi nudrita dei molti Francesi e Alemanni, caduti là intorno, la vigilia di quel dì. Perchè sin là appunto si era stesa l’ala destra dell’esercito imperiale; là era stato uno dei più stretti gruppi della battaglia; ma a quell’ora anche là era scomparsa ogni traccia di lotta; e soltanto ne rimanevano i segni nella porta della chiesuola sfondata, e negli arredi sconvolti.
“Io vi ho fatto venir qui, – disse Giuliano al Francese, che a quelle parole parve riscotersi da un sogno, essendo venuto su pel colle, pensando alle cose del giorno innanzi: – io vi ho fatto venir qui, perchè mi siate testimonio, che io dinanzi a Dio e a questo mio maestro, offro la mia vita a questa fanciulla, se essa si contenta d’essere donna del figlio di quella santa, che l’ha tanto amata….
“Tecla, vuoi essere sposa di Giuliano? – chiese don Marco, brillando nelle pupille d’una gioia divina, alla giovinetta rimasta lì quasi trasfigurata. Essa chinò gli occhi e all’atto della persona e al rossore di cui si tinse, parve rispondere: “ecco, o Giuliano, la vostra ancella.”
Don Marco prese le mani dei due giovani, se le strinse al cuore e disse: “Figliuoli, Gesù è morto da diciotto secoli promettendo vicino il regno de’ poveri. Se il regno de’ poveri è cosa di questo mondo; tu, o Giuliano, che hai capita la parola di Gesù, e tu Tecla che hai visto adempiersi in te la sua promessa; ricordatevi che al mondo vi sono molti afflitti, che ne aspettano dai felici il compimento per tutti.
“Ed ora addio Tecla, – disse Giuliano stringendo tra le sue le mani della giovinetta: – tu starai nella casa di nostra madre, finchè io tornerò. Marta, voi servirete la mia sposa, come serviste mia madre: lei don Marco, se vuol farmi un gran bene, stia con queste due creature, finchè i tempi sieno più quieti.
“Ma e tu? – chiese don Marco con ansia.
“Io vado alla casetta, dove mia madre sperò di vivere con me qualche tempo. Tornerò di laggiù, quando lo spirito di lei mi consiglierà a farlo. No… no… maestro, Marta… nessuno mi contrasti con preghiere… io debbo andare. E voi – soggiunse volgendosi al Francese: – proteggete la mia casa, e pregate per me il generale a proteggere il mio povero borgo.”
L’ufficiale non potè rispondere se non con uno sforzo, per far il viso fiero; tanto per non mostrare la tenerezza, che si sentiva dentro a quello spettacolo.
Ancora pochi detti, poche raccomandazioni, pochi sguardi d’intelligenza tra quelle anime; poi don Marco si pigliò Tecla e Marta una per lato; il Francese gli tenne dietro e si misero a discendere il colle.
Giuliano li accompagnò collo sguardo giù per la china, fin che furono giunti nell’atrio della sua casa che si vedeva di lassù assai bene. Quando essi si volsero a cercare cogli occhi, s’egli fosse ancora sopra quella vetta, lo videro sparire scendendo dall’altra china. Il suo ultimo sguardo si era posato su due tetti di D…; quello di Tecla fatta sua, e quello della chiesa parocchiale, sotto le cui volte posava sua madre.

COMMIATO.

Queste cose io le ebbi da un vecchio ottuagenario, morto da parecchi anni, il quale me le dava stando al fuoco colle molle in mano. Egli mi diceva che erano tutte vere verissime: ma rammentando ora certo sorriso che gli veniva sulle labbra, ogni volta che io notava in un mio libercolo qualche fatto: temo forte, che con alcune sue immaginazioni sia riuscito a infinocchiarmi. E voleva il buon vecchio piantarmi senza più dir nulla, alla morte della signora Maddalena; protestando di non voler venire col suo racconto più in quà della fine del secolo, per non far conoscere i personaggi sopravvissuti. Pose anzi cura nel togliermi di mano le fila, tanto che nel cercare da me non mi raccapezzassi: aggiungendo che sarebbe stata opera vana, perchè nulla mi avrebbe aiutato, neanco l’aspetto dei luoghi, mutati del tutto dai nuovi abitatori. A stento aggiunse le poche cose che ho scritte: e avendogli io chiesto qual fine avessero fatto don Marco, padre Anacleto, Bianca e gli altri personaggi; mi rispose che se io voleva vedere a spegnere i ceri l’un dopo l’altro, andassi in chiesa la settimana santa. Io tacqui: ma se quel che raccolsi da altri, si accorda con quello che ebbi da lui; don Marco deve essere vissuto sino all’anno in cui capitarono la seconda volta i Francesi condotti da Buonaparte. Quella volta don Apollinare, tornato col suo comodo alla sua Pieve, non fuggì più. Stette invece saldo al suo posto, aiutando i buoni a tener la pace tra paesani e Francesi; con molte lodi di Giuliano, tornato anch’egli, dopo un anno di lontananza a casa sua. Però non si parlarono tra loro che quella sola volta; sebbene paia che il giovane medico e Tecla e la famiglia che venne su, non siano stati infelici. Marta morì l’istess’anno in cui donna Placidia cessò di parer viva; consolata, povera vecchia, d’aver visto nascere in quella casa un bambino della terza generazione. Ma fino alla morte, non cessò di dolersi d’essere venuta al mondo, in tempi in cui di matrimoni tra una villanella come Tecla, e un giovane signore come Giuliano, non usava vederne. In quanto al signor Fedele durò ancora parecchi anni, senza vivere nè campare; assistito da quell’angelo di bontà che era la cieca Maria; ma nè l’uno nè l’altra videro il loro secolo finito. Di Margherita non seppi mai che cosa avvenisse nè di Bianca; se pure questa non fu una signora, morta prima del venti, vissuta tutta chiesa e casa, consigliata sino all’ultimo da un prete che era stato frate nel convento dei Minori Osservanti di C… spiantato dai Francesi, otto o dieci anni dopo le cose narrate. Chi sa che quel frate non fosse il padre Anacleto secolarizzato? Se fu, povera Bianca! Comechessia, io finisco, sazio del nome di quel frate, come non vorrei che fosse del mio racconto, chi chiude ora il libro con una grande rifiatata.

FINE.
(1) Nell’originale “sobrio obrio”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(2) Nell’originale “matone”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(3) Nell’originale “se”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(4) Nell’originale “gla”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(5) Nell’originale “avevo”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(6) Nell’originale “andi”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(7) Nell’originale “dunqne”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(8) Nell’originale “sa”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(9) Nell’originale “intando”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(10) Nell’originale “Tortare”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(11) Nell’originale “dal”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(12) Nell’originale “crescere”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(13) Nell’originale “Orservanti”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(14) Nell’originale “omicciatolo”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(15) Nell’originale “questa”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(16) Nell’originale ” sasarebbe”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(17) Nell’originale “all’intess’ora”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(18) Nell’originale “corea”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(19) Nell’originale “anandar”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(20) Nell’originale “son”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(21) Nell’originale “Settapani”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(22) Nell’originale “uomini;” [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(23) Nell’originale “paterna;” [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(24) Nell’originale “alzarle;” [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(25) È storia.
(26) Nell’originale “strazio;” [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(27) Nell’originale “l’avano”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(28) Nell’originale “un altr’ora”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(29) Nell’originale “le disse?” [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(30) Nell’originale “rimasti;” [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

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Carlo Goldoni – La locandiera – Audiolettura

La locandiera è una commedia scritta da Carlo Goldoni nel 1751.

La storia si incentra sulle vicende di Mirandolina, un’attraente e astuta giovane donna che gestisce a Firenze, con l’aiuto del suo cameriere Fabrizio, una locanda ereditata dal padre. (Riassunto di Wikipedia)

Personaggi:

Il Cavaliere di Ripafratta – Filippo Gioachin
Il Marchese di Forlipopoli – Isairon
Il Conte d’Albafiorita – Algy Pug
Mirandolina, locandiera – Dolcinea
Ortensia, comica – piccolamimi
Dejanira, comica – Maria Grazia Tundo
Fabrizio, cameriere di locanda Continua la lettura di Carlo Goldoni – La locandiera – Audiolettura

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AAVV – The International Free and Open Source Software Law Book

“Information wants to be free. Information also wants to be expensive. Information wants to be free because it has become so cheap to distribute, copy, and recombine – too cheap to meter. It wants to be expensive because it can be immeasurably valuable to the recipient. That tension will not go away. It leads to endless wrenching debate about price, copyright, ‘intellectual property’, the moral rightness of casual distribution, because each round of new devices makes the tension worse, not better.”

The Media Lab: Inventing the Future at MIT, Stewart Brand

The tension underlying the value of information translates into two predominant software paradigms: Free and Open Source Software (FOSS) and proprietary software. The criteria for differentiation between these two approaches is based on control over the software/information. With proprietary software, control tends to lie more with the vendor, while with Free and Open Source Software it tends to be more weighted towards the end user. But even though the paradigms differ, they use the same copyright laws to reach and enforce their goals. From a legal perspective, Free and Open Source Software can be considered as software to which users generally receive more rights via their license agreement than they would have with a proprietary software license, yet the underlying license mechanisms are the same.

However, as legal systems differ throughout the world there are significant differences in how Free and Open Source Software licenses are treated in different countries, and it can be difficult to obtain reliable information on national interpretations. The IFOSS Law Book engages with these issues by providing a clear yet thorough analysis of Free and Open Source legal matters by national legal experts. It covers thirteen countries in its first release, and will expand over time to cover more. The purpose of this book is to provide a clear, compelling and simple way for legal professionals, law students and academics and policy makers to contextualize the ramifications and imperatives of the field in their own nation, and in the nations of others. This lofty goal is supported by necessity; the very nature of Free and Open Source Software assumes collaboration to drive value, and such collaboration is by the nature of the Internet not confined to national borders while simultaneously being defined in legal terms by their differing systems, laws and interpretations of best practice in the management of creative goods.

This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NoDerivs 3.0 Unported License.

Reperibile su: http://ifosslawbook.org/

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