Pietro Metastasio – La primavera

Già riede primavera
col suo fiorito aspetto;
già il grato zeffiretto
scherza fra l’erbe e i fior.
Tornan le frondi agli alberi,
l’erbette al prato tornano;
sol non ritorna a me
la pace del mio cor.

Febo col puro raggio
sui monti il gel discioglie,
e quei le verdi spoglie
veggonsi rivestir.
E il fiumicel, che placido
fra le sue sponde mormora,
fa col disciolto umor
il margine fiorir.

L’orride querce annose
su le pendici alpine
già dal ramoso crine
scuotono il tardo gel.
A gara i campi adornano
mille fioretti tremuli,
non violati ancor
da vomere crudel.

Al caro antico nido
fin dall’egizie arene
la rondinella viene,
che ha valicato il mar;
che, mentre il volo accelera,
non vede il laccio pendere,
e va del cacciator
l’insidie ad incontrar.

L’amante pastorella
già più serena in fronte
corre all’usata fonte
a ricomporsi il crin.
Escon le greggie ai pascoli;
d’abbandonar s’affrettano,
le arene il pescator,
l’albergo il pellegrin.

Fin quel nocchier dolente,
che sul paterno lido,
scherno del flutto infido,
naufrago ritornò;
nel rivederlo placido
lieto discioglie l’ancore;
e rammentar non sa
l’orror che in lui trovò.

E tu non curi intanto,
Fille, di darmi aìta;
come la mia ferita
colpa non sia di te.
Ma, se ritorno libero
gli antichi lacci a sciogliere,
no che non stringerò
più fra catene il piè.

Del tuo bel nome amato,
cinto del verde alloro,
spesso le corde d’oro
ho fatto risonar.
Or, se mi sei più rigida,
vuo’ che i miei sdegni apprendano
del fido mio servir
gli oltraggi a vendicar.

Ah no; ben mio, perdona
questi sdegnosi accenti;
che sono i miei lamenti
segni d’un vero amor.
S’è tuo piacer, gradiscimi;
se così vuoi, disprezzami;
o pietosa, o crudel,
sei l’alma del mio cor.

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