Robert Louis Stevenson – L’avventura del principe Florizel e di un detective

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Il Principe Florizel e Mr. Rolles si avviarono verso la porta del piccolo albergo ove quest’ultimo era alloggiato. Avevano ragionato insieme a lungo e il prete era piú che mai commosso dalla severità e insieme dalla tenerezza dei rimproveri che il Principe gli muoveva.
«Sono un uomo rovinato!» esclamava. «Aiutatemi, aiutatemi voi, ditemi che debbo fare… No, decisamente io non ho la virtù di un prete, né l’abilità di un furfante».
«Ora che vi sentite contrito e umiliato» replicò il Principe «io non ho più nulla da suggerirvi. Il pentito ha da fare con Dio e non coi Principi. Ma se proprio lo volete un altro suggerimento, andate, come colono, in Australia; trovatevi qualche rude lavoro all’aria aperta e dimenticate d’esser stato prete e di aver messo gli occhi addosso a quella pietra maledetta».
«Sí, maledetta!» rispose Rolles. «Ma dov’è adesso? Quale altro malanno sta essa tramando ancora a danno dell’umanità?»
«Oramai è resa innocua» replicò il Principe. «È in tasca mia. E questo vi dimostri» soggiunse affettuosamente «quanta fede io nutra nel vostro pentimento».
«Oh, lasciate che vi stringa la mano…»
«No,» rispose il Principe «non ancora» e proferí quest’ultime parole con un accento che al giovane parve assai risoluto.
Poi, quando il Principe lo lasciò, egli rimase sulla soglia a seguirlo con lo sguardo finché fu scomparso, invocando la benedizione del cielo su un uomo di cosí rara bontà e consiglio.
Il Principe camminò solo, parecchie ore, per vie poco frequentate. Mille crucciosi pensieri lo assediavano. Che avrebbe egli fatto del diamante? L’avrebbe egli restituito al suo proprietario ch’egli riteneva tuttavia indegno di possederlo, o, con un atto risoluto, l’avrebbe sottratto una volta per sempre alla cupidità degli uomini? Il modo col quale era pervenuto nelle sue mani gli pareva proprio provvidenziale. Lo trasse dalla sua custodia e lo andava rimirando alla luce del lampione di strada. La sua grossezza, il suo meraviglioso splendore sempre piú lo confermavano a credere ch’esso sarebbe stato cagione di altre rovinose sventure al mondo.
«Dio m’assista,» esclamò fra sé «un po’ ancora ch’io lo guardo, finisce che divento un delinquente anch’io».
Infine, sebbene incerto sul da fare, s’incamminò verso un piccolo elegante palazzetto situato sulla riva del fiume e che era stato per secoli proprietà della sua reale famiglia. Sulla porta, sugli alti comignoli stava scolpito lo stemma di Boemia; e si poteva scorgere, passando per là, un breve recinto tutto gremito di scelti fiori e una cicogna, forse l’unica in Parigi, appollaiata su un gabbione. Domestici dall’aspetto grave passavano avanti e indietro e ogni tanto il portone si spalancava e una carrozza filava sotto il vasto androne.
Quella dimora era gradita per molte ragioni al Principe Florizel, né mai gli accadeva d’avvicinarsene senza provare quella gioia che si prova nell’accostarsi alla propria casa, sentimento cosí raro nei grandi, e quella sera si fermò là a contemplare il vasto tetto e le finestre blandamente illuminate, con compiacenza schietta e serena.
Stava per avvicinarsi alla porticciola dietro casa per la quale era consueto entrare quando un uomo venne fuori dall’ombra e gli fece una riverenza.
«Ho l’onore di parlare col Principe Florizel di Boemia?»
«Questo è il mio titolo. Che desiderate?»
«Sono un detective e debbo consegnare a Sua Altezza questo biglietto del Prefetto di Polizia».
Il Principe prese il biglietto, lo scorse rapidamente alla luce del lampione. Con molte scuse lo si richiedeva di seguire il latore del biglietto sino alla Prefettura di Polizia.
«In poche parole, sono in arresto» disse Florizel.
«Altezza,» replicò il detective «son certo che nulla è piú lontano dalle intenzioni del Prefetto di Polizia. Le faccio osservare ch’io non ho nessun mandato d’arresto. Si tratta soltanto di una semplice formalità; o meglio, di una doverosa spiegazione che Sua Altezza deve all’autorità».
«E, con questo, s’io mi rifiutassi di seguirvi?»
«Non voglio nascondere a Sua Altezza che mi è stata concessa una considerevole facoltà di deliberazione» replicò il detective con un inchino.
«Ah, parola che la vostra impudenza mi trasecola! Voi, come agente, passi, ma i vostri superiori mi pagheranno caro questo abuso d’autorità. Potete arguire quale sia la cagione di quest’atto impolitico e anticostituzionale?»
«Altezza,» riprese il detective con umiltà «il Generale Vandeleur e suo fratello ebbero la incredibile presunzione di denunciarla come ladro. Asseriscono che il celebre diamante è in Sue mani. Ma un Suo semplice diniego basterebbe a tranquillare su questo punto il Prefetto di Polizia. Dirò di piú. Se Sua Altezza volesse spingere la Sua degnazione sino a voler dichiarare a me subalterno ch’Ella è interamente all’oscuro della cosa, mi ritirerò sull’istante».
Florizel sino a questo punto aveva considerato la sua avventura un po’ come una bagattella, grave soltanto, se mai, per qualche complicazione internazionale che ne avrebbe potuto nascere. Ma, all’udire il nome di Vandeleur, gli balenò l’intera verità della perfida accusa che gli si muoveva. Egli era in istato d’arresto e dichiarato colpevole di furto. Tutto questo non solo costituiva per sé una circostanza assai noiosa, ma metteva a risico la sua dignità e il suo onore. Che dunque doveva rispondere? Come doveva comportarsi? Ah, davvero che il Diamante del Rajà era una pietra dannata: ed egli pareva designato ad esser l’ultima vittima della sua infernale influenza.
Per ora una cosa sola era palese, ch’egli non poteva rispondere affermativamente a quanto il detective gli aveva domandato. Meglio guadagnar tempo.
La sua esitazione tuttavia durò solo qualche istante.
«Sia come si voglia,» diss’egli «incamminiamoci insieme verso la Prefettura».
L’uomo s’inchinò nuovamente e s’accinse a seguirlo a rispettosa distanza.
«Avvicinatevi» disse il Principe. «Desidero discorrere un po’ con voi… Ma, adesso che vi guardo bene, non è la prima volta che noi ci incontriamo».
«È un onore per me» rispose il detective «che Sua Altezza si rammenti della mia fisionomia. Otto anni fa infatti io ebbi il piacere di intervistarla».
«Ricordare le fisionomie è un po’ il vostro e mio mestiere. Infatti, propriamente parlando, un Principe e un detective militano sotto la medesima insegna. Ambedue noi combattiamo contro il delitto; soltanto la mia professione è più lucrosa e la vostra più irta di pericoli: ma l’una e l’altra hanno un intento comune, ed ugualmente onorevole. Ed io vi confesso che amerei meglio essere un bravo ed intelligente detective che un re inetto e balordo».
L’agente era vinto.
«Sua Altezza rende bene per male… A un atto d’oltracotanza contrappone la piú affabile cordialità».
«E come mai non siete tentato a pensare che io non cerchi di corrompervi con le mie parole?»
«Il cielo mi scampi dal fare una simile supposizione!»
«Risposta d’uomo saggio ed onorato. Sí, amico, il mondo è vasto e pieno di bellezza e di gioia, e sconfinata quindi la sua facoltà di compensazione. Uno che saprebbe rifiutare il dono di un milione può arrivare a patteggiare il suo onore per un impero o un amore di donna; ed io stesso che vi parlo mi sono trovato a tali occasioni cosí tentatrici, in mezzo a seduzioni cosí irresistibili per la forza d’una virtú umana, che vi dico sono felice d’aver incontrato voi e poter confidare nella bontà del Signore. Ed è, vedete, grazie a questa semplice e dignitosa abitudine che voi ed io possiamo passeggiare insieme stasera, con cuori senza macchia».
«M’avevano già riferito che Sua Altezza era valente uomo, non sapevo che fosse anche saggio e pio. Lei ha detto una gran verità e con un accento che mi tocca il cuore. Questo mondo è proprio un luogo di prove e di cimenti».
«Eccoci nel mezzo del ponte» esclamò a questo punto Florizel. «Appoggiatevi al parapetto e guardate di sotto. Come l’acqua scorre là giú, così le passioni e le complicazioni della vita trascinano via con sé l’onestà dei deboli. Vi voglio narrare una storia».
«L’ascolterò con deferenza» rispose il detective.
S’appoggiò egli pure al parapetto del ponte e stette ad udirlo.
La città era già immersa nel riposo notturno e se non fosse stato per la infinità di luci e il profilo dei caseggiati che spiccavano sul cielo stellato potevano dire di trovarsi soli sulla riva di qualche gran fiume solitario, in mezzo alla campagna.
«Un ufficiale,» cominciò a dire il Principe «un uomo di coraggio e di esperienza che per proprio merito era pervenuto a un grado eminente nell’esercito e si era guadagnati l’ammirazione e il rispetto della gente, in un’ora disgraziata per lui capitò a visitare le collezioni di un Principe indiano. Colà egli vide un diamante, ma di cosí straordinaria dimensione e bellezza che da quell’istante non ebbe che un solo desiderio: onore, reputazione, amicizie, amor di patria, tutto fu pronto a sacrificare pur di appropriarsi quel pezzo di sfavillante cristallo. Per tre anni egli prestò servizio nell’esercito di quel semibarbaro principe con la stessa devozione con cui Giacobbe servì Laban: alterò i confini dello Stato; tollerò, senza punirli, i delinquenti; ingiustamente condannò e mandò a pena capitale un ufficiale suo fratello ch’ebbe la sventura di non piacere al Rajà a cagione di alcune oneste amicizie che aveva: da ultimo tradì un corpo di commilitoni lasciando che fossero disfatti e massacrati a migliaia. Alla fine, accumulata una vasta fortuna, se ne tornò a casa col diamante tanto ardentemente sospirato.
«Anni passarono» continuò il Principe «e un bel dí il diamante fu smarrito: e ritrovato poi da un giovane ecclesiastico, creatura semplice, timorata di Dio e tutta dedita allo studio. Anche su di lui l’incanto fu gittato. Il giovine lascia in asso ogni cosa, le sue vocazioni, i suoi studi, e fugge via con la gemma in un altro paese. L’ufficiale aveva un fratello, un uomo senza scrupoli, astuto e audace, ch’era venuto a conoscere il segreto del buon prete. Che doveva fare? Riferirne al fratel suo e renderne informata la Polizia. No. Mediante una droga riesce ad assopire il prete e ad agguantare la preda. Ed ora per un puro caso (che non è tuttavia essenziale alla morale della mia favola) il gioiello passa dalle mani dell’ufficiale in quelle d’un’altra persona, la quale, atterrita a ciò che ha veduto, lo affida ad un uomo di condizione eminente e di pura moralità. Il nome dell’ufficiale è Thomas Vandeleur, la gemma è chiamata il Diamante del Rajà e» qui aprí improvvisamente la mano «voi la potete veder qui davanti ai vostri occhi».
Il detective indietreggiò con un grido.
«Poco fa parlavamo di corruzione» ripigliò a dire il Principe. «Per me questo misero blocco di lucido cristallo è ignobile quanto un verme della terra, orribile come vi stesse condensato del sangue innocente. Eccolo qua in mia mano adesso, tutto splendente d’infernale fuoco. Ma io vi ho detto una parte della sua storia. I fatti che suscitò nelle prime età, a quali delitti, a quali tradimenti egli trasse gli uomini d’un tempo, si trema solo al pensarvi. Per anni ed anni esso servì fedelmente le potenze dell’inferno. Ma ora basta. Basta, dico io, di sangue effuso, basta di sventure, basta di vite troncate, di amicizie disperse. Ogni cosa ha da avere una fine: il bene come il male, la peste come le dolci musiche; e, anche l’impero di questo diamante, Dio mi perdoni, questa notte dev’esser finito per sempre».
E così dicendo, con un largo gesto del braccio, lanciò nel vuoto il gioiello, che, descritto un arco di luce, sprofondò giú dentro al fiume.
«Amen!» esclamò Florizel. «Ho ucciso il Malocchio».
«Oh, ma che ha fatto?» gridò il detective. «sono un uomo rovinato, io!»
«Quanti onesti invidierebbero la vostra rovina!» replicò il Principe con un sorriso.
«Lo vede, Altezza, se non mi ha corrotto per davvero?»
«Cosa fatta capo ha» soggiunse Florizel. «E adesso avviamoci insieme alla Prefettura».
Non passò gran tempo che furon celebrate le nozze di Francis Scrymgeour e di Miss Vandeleur. Ebbero luogo in forma privata, e durante la cerimonia il Principe figurò da valletto. I due Vandeleur, che avevano udito bucinare qualcosa intorno alla sorte toccata al loro Diamante, intrapresero grandi operazioni di scavo nel letto della Senna, il che fu divertimento e stupore di molti oziosi. Vero è che a cagione di calcoli errati essi avevan scelto male il ramo del fiume. Quanto poi al Principe, a quella sublime persona, avendo ormai compiuta la sua parte, insieme al nostro Arabo Autore possiamo dargli un addio per sempre. Ma se proprio il lettore desidera sapere piú minutamente di lui diremo che una recente rivoluzione lo sbalzò dal trono di Boemia a cagione delle continue assenze e della meravigliosa negligenza ch’egli poneva nel trattare gli affari di Stato: e che ora ha messo su, in Rupert Street, un bottega da tabaccaio, ch’è assai frequentata dai forestieri. Io ci bazzico di tanto in tanto a far quattro chiacchiere con lui ch’è rimasto sempre l’istessa nobile creatura dei giorni della prosperità. Dietro al suo banco egli ha un aspetto olimpico, e quantunque la vita sedentaria cominci a farsi sentire sulle dimensioni del suo panciotto, egli è, possiamo quasi assicurarlo, il piú bel tabaccaio di tutta Londra.
IL SIRE DELLA PORTA DI MALÉTROIT
Denis de Beaulieu non aveva ancora ventidue anni, ma già si stimava uomo maturo e, per di piú, compito cavaliere. I giovani, in quei rozzi tempi di guerre, si formavan presto: e quando uno aveva preso parte a una battaglia campale o a una dozzina di scorrerie, o aveva accoppato un uomo onorabilmente e sapeva qualcosuccia di strategia e darsi una cert’aria spaccona, era certo d’essere assolto.
Quella sera, governato con le dovute cure il suo cavallo e cenato di buon appetito, uscì, in ottima disposizione di spirito, per recarsi a far visita ad un amico. Non era quella una risoluzione troppo prudente per un giovane. Avrebbe fatto meglio restarsene bravamente accanto al fuoco o andarsene a letto: ché la città era piena di truppe borgognone ed inglesi sotto misto comando, e, quantunque Denis possedesse un salvacondotto, era assai probabile che questo gli giovasse assai poco a trarsi d’impaccio, sventura volesse fosse stato aggredito.
Era il settembre 1429. Il tempo s’era messo al brutto. Un vento leggero e fuggevole, con rovesci di pioggia, scorrazzava sibilando lungo tutto il territorio della città, e le foglie secche menavan riotta su per le strade. Qua e là qualche finestra s’illuminava, e il frastuono degli uomini armati, che dentro le case facevano chiasso sulle lor cene, usciva, a folate, subito inghiottito dal vento. Poi la notte calò rapida. Il vessillo inglese che sventolava dalla cima del pinnacolo divenne sempre più scuro su quello scenario di fuggenti nuvoli, una macchia nerigna, come di rondine sperduta là nel tumultuoso plumbeo caos del cielo. Caduta la notte, il vento raddoppiò di furore e cominciò ad ululare sotto l’arcate e a muggire fra gli alberi della vallata che si stendeva sotto la città.
Denis de Beaulieu camminò svelto, e fu presto a picchiare alla porta dell’amico; ma quantunque si fosse proposto di restarvi assai poco per far presto ritorno alla sua taverna, l’accoglienza che gli si fece in quella casa fu cosí cordiale ed egli vi trovò tante occasioni per indugiarvisi, che mezzanotte era già sonata da un pezzo avanti che i due amici si salutassero dalla soglia dell’uscio. Nel frattempo il vento era caduto di nuovo, e la notte era divenuta nera nera come un sepolcro. Non una stella, non un barlume di luna trapelavano giú dal fitto padiglione delle nubi.
Denis era poco pratico di tutto quel dedalo di vicoli di Château-Landon. Già altre volte, di pieno giorno, aveva stentato a rintracciarvi la strada: ora, poi, con quel buio pesto, era interamente disorientato. D’una cosa sola era certo: che per ritornare a casa doveva risalire la collina, poiché la dimora dell’amico si trovava nell’estremità più bassa, nella coda, diremo, di Château-Landon, mentre la taverna dov’era alloggiato, era dalla parte opposta, sotto la guglia della cattedrale. Con questo unico punto di riferimento Denis andava innanzi, ciampiconi, brancolando nel buio, traendo larghi respiri quando arrivava su qualche spiazzato dove poteva scorgere una buona fetta di cielo sopra il suo capo, procedendo a tastoni rasente il muro quando si trovava a passare attraverso recinti chiusi ed affogati.
C’è un senso di sgomento misterioso a ritrovarsi cosí ravvolti nella tetra opacità d’una notte come quella, in una città quasi sconosciuta. Il silenzio intorno ci atterrisce per tutte le possibilità che vi fantastichiamo: il contatto con la sbarra gelata d’una finestra ci fa trasalire come il contatto d’un rospo: gli avvallamenti e i rialzi del terreno su cui camminiamo ci fan balzare ogni tratto il cuore alla gola, nelle zone dove la oscurità è piú fitta pare ci stiano ad attendere imboscate o fenditure: e anche là dove l’aria è più chiara, le case creano di strane e ingannevoli apparenze come volessero deviarci e spingerci lungi dal nostro cammino. Quanto a Denis che doveva raggiungere la taverna senza un indizio qualsiasi che gli mostrasse la via da tenere, i pericoli cui andava incontro eran gravi quanto lo sconforto che gli recava quel camminare balordo: e procedeva cosí, cauto, quantunque con coraggio, e, a ogni svolta, si fermava per guardarsi attorno.
Fino a quel momento il vicolo pel quale s’era messo era cosí angusto ch’egli poteva toccarne i muri laterali con ambedue le mani, ma, d’un tratto, questo si fe’ piú largo e divenne ripido e scosceso. Era evidente che quella non era la direzione della taverna, ma la speranza di qualche piú di luce lo consigliò a continuare per quella strada, onde riconoscere i luoghi. Presto il vicolo sboccò su di una terrazza la quale terminava in una costruzione murale fatta a mo’ di bertesca, donde, come da una feritoia, si poteva dominare, frammezzo ad alti caseggiati, la vallata che, oscura ed informe, si stendeva parecchie centinaia di piedi sotto di essa. Denis s’accostò a quella torre e guardò giú, e potè discernere cime d’alberi agitate dal vento e una piccola macchia scintillante nel punto dove la corrente del fiume si riversava giú da una chiusa. Il tempo s’era un po’ rimesso, e il cielo rischiarato per modo che si potevano scorgere i profili de’ nuvoloni piú spessi e il lineamento delle colline. A quell’incerto barlume Denis potè anche osservare che il caseggiato che sorgeva alla sua sinistra era un’abitazione di qualche pretesa. Era sormontato da molti pinnacoli e torricelle, e la tonda struttura d’un’abside circondata torno torno come da una frangia di degradanti colonnette sporgeva all’infuori, con una certa baldanza, dal viluppo degli edifici principali. Là era pure un uscio dentro un portale tutto scolpito a figure e dominato da due lunghe garguglie. Attraverso fitte reti di fil di ferro che le rivestivano si vedevan le finestre della cappella illuminate di dentro dalla luce di molte candele, la quale faceva spiccare piú cupo sul cielo il disegno del loggiato e del tetto cuspidato. Era quella certamente la dimora di qualche nobile famiglia della città, e poiché con le sue forme richiamava alla mente di Denis una casa cittadina di sua proprietà a Bourges, ei stette là, per qualche tratto, a contemplare la costruzione, paragonando fra loro, mentalmente, la perizia de’ due architetti e la nobiltà delle due famiglie.
Pareva non ci fossero altre vie per arrivare alla terrazza oltre a quel vicolo che ve l’aveva condotto. Denis pensò, quindi, di ritornare sui suoi passi, e, avendo ormai acquistata qualche cognizione dei luoghi, riuscire cosí su qualche strada frequentata e di là lestamente raggiungere la taverna. Ma faceva il conto senza quella fila d’incidenti che gli stavano per capitare e che avrebbero reso quella notte la piú memorabile di tutta la sua vita. Non aveva, infatti, dato un cento passi che vide una luce che s’avvicinava a lui e, nello stesso tempo, udì un frastuono di voci come di gente che ciarlasse insieme confusamente su nella risonante strettura del vicolo. Era un drappello d’armigeri che andava attorno con fiaccole per la ronda notturna. Denis s’accorse subito che quegli uomini eran stati in confidenza coi boccali e che, ad ogni modo, non dovevan essere d’umore tale da star troppo a largheggiarla sul suo salvacondotto o simili delicatezze ancor in uso durante la guerra cavalleresca. Anzi era assai probabile che, se lo avessero trovato lí, l’avrebbero accoppato come un gatto, e piantatolo dove si trovava. La situazione era abbastanza interessante, quantunque gli andasse suscitando una certa nervosa trepidazione. Allora, riflettendo che il chiarore stesso delle torce avrebbe potuto confondere la vista della sua persona e il chiasso delle voci il suono de’ suoi passi, stimò che, per poco fosse stato svelto e circospetto nel fuggire, avrebbe potuto sottrarsi interamente alla vista della ronda.
Ma sfortuna volle che, mentre si volgeva per spiccare la corsa, un piede gli smucciò su di un ghiajottolo, ed egli stramazzò al suolo mandando un grido, mentre la spada battendo sulle pietre dava un suono cupo. S’udirono due o tre voci gittare il chi va là, in francese, in inglese… Denis stette quatto, poi, rimessosi in piedi, riprese svelto a fuggire giú pel vicolo. Giunto sulla terrazza si voltò per vedere. Gli uomini di ronda continuavano a vociargli dietro, e, proprio in quel momento, allungavano il passo per arrivarlo, e si udiva il gran baccano dell’armature scosse, e si vedevano balenamenti di fiaccole qua e là fra le strette muraglie del sottopassaggio.
Denis girò lo sguardo intorno, e, senz’altro, si risolse d’avventarsi dentro la strombatura della porta. Colà acquattato, pensava di poter sfuggire alla loro vista o, quanto meno, trovarsi in una posizione eccellente sia per parlamentare sia per difendersi. E, snudata la spada, si pose con la schiena a ridosso del battente della porta.
Ma ecco che, con sua meraviglia, la porta cedeva sotto al suo peso! Si volse di colpo, ma quella, come girando su perni oliati e silenziosi, continuò a indietreggiare, finché rimase là spalancata sopra al buio d’una stanza.
Quando nella vita ci accade qualche buona ventura, non è il caso di star a sottilizzare sul perché e sul come ci sia capitata, poiché l’utile immediato che ne ricaviamo sembra sufficiente motivo per farci accettare per buoni anche i piú stravaganti rivolgimenti e le piú matte incongruenze di queste nostre sublunari faccende. Per il che, senza esitare un istante, Denis si cacciò là dentro, poi riaccostò dietro di sé la porta per celare ai sopraggiungenti la vista del suo rifugio. Certo, egli non aveva intenzione di chiuderla interamente, quella porta, ma, per qualche motivo inesplicabile, forse a cagione d’un ordegno nascosto o del peso stesso del battente abbandonato a sé medesimo, fatto è che la poderosa massa di quercia gli sfuggì di fuor dalle dita e si venne richiudendo da sé con uno strepito fragoroso, come il cadere automatico d’una lastra di ferro.
Proprio in quell’istante la ronda irrompeva sulla terrazza e si dava a chiamarlo con alte grida e bestemmie. Li udiva sferracchiare per gli angoli bui, e ci fu pure un momento che il calcio d’una alabarda venne a grattare sulla superficie esterna della porta dietro la quale egli stava. Ma quei bravi uomini eran certamente troppo sovreccitati per dilungarsi nella faccenda, sí che, di lí a poco, egli li udì che si precipitavano giù per un passaggio fatto a chiocciola che era sfuggito prima alla sua vista, e di là s’allontanavano via lungo il muro merlato del castello.
Denis trasse un respiro. Stette ancora lí quatto per qualche minuto per timore ch’essi ritornassero, poi si diè a cercare un mezzo per riaprire la porta e fuggirsene fuori. La superficie interna della porta era tutta liscia: non una presa, non un oggetto, non una sporgenza qualsiasi. Si provò a ficcare le unghie nella commessura superiore e trarla a sé, ma la greve massa non si rimoveva. Tentò di scuoterla: era fissa come rupe. Denis de Beaulieu aggrottò le ciglia e diè fuori un fischiarello sommesso. – Ma che diavol ha questa porta? – pensava. E perché prima stava aperta? E come va che s’è chiusa con tanta docilità e tanta fermezza dietro di me?
V’era in quella faccenda qualcosa di misterioso e di losco da dar l’aire alla fantasia d’un giovane. Tutto lí aveva l’aria d’un tranello bell’e buono. Eppure, come supporre un tranello su quella strada cosí cheta, in una casa che aveva un’apparenza cosí florida, cosí signorile? Comunque, si trattasse o no d’un tranello, fosse o no la cosa premeditata, egli si trovava là dentro trappolato a dovere. E, pur tuttavia, per scampare la vita altra via non c’era che uscire di là.
Tese l’orecchio. Al di fuori s’era fatto un gran silenzio; ma di dentro, proprio vicino a lui gli sembrò a poco a poco di udire come un lento respirare, un sommesso brusio di singhiozzi e de’ piccoli scricchiolii come di molte persone che stessero lí al suo fianco e tutte quatte e immobili, sforzandosi di rattenere i fiati per non farsi accorgere della loro presenza. Queste immaginazioni risvegliarono di colpo tutti i suoi istinti vitali e subito ei si mise in atto di difesa come per proteggere la vita. Fu allora che i suoi occhi scorsero, a qualche distanza, verso l’interno della casa, un barlume di luce ch’era situato al di sopra del livello de’ suoi occhi… un filo di luce verticale che si veniva allargando verso il basso, come sfuggisse dallo spiraglio lasciato da una cortina calata su l’ingresso d’un vestibolo.
Il vedere qualcosa fu già un sollievo per Denis: fu come a uno che lavora in una palude toccare il duro d’un terreno sodo. Egli s’aggrappò avidamente a quel rigo di luce, e stette là per un po’ a fissarlo cercando di raccapezzare qualche indizio sul luogo dove si trovava.
Era evidente che una serie di gradini si spiccava dal punto dov’egli era e ascendeva verso un andito illuminato, e, infatti, là potè notare pure un altro rigo di luce, sottile come un ago, fievole come fosforo, e che poteva bene essere quella prima luce riflessa nel pulito legno della maniglia d’una scala. Da quell’istante in cui Denis s’avvide di non esser piú solo, il cuore gli ripigliò a battere con soffocante violenza, e un folle desiderio lo invase di agire, agire, comunque si fosse. S’immaginò minacciato da mortale pericolo. E allora quale cosa piú semplice e naturale che montare quei gradini, alzare la tenda e fronteggiare di colpo la terribile situazione? Almeno sarebbe venuto alle prese con alcunché di tangibile, almeno sarebbe uscito da quell’oscurità penosa!
Con le braccia protese camminò lentamente in avanti finché venne a urtare col piede nel primo gradino della scala. Allora, di volo, la salì: stette un istante sulla cima per dar tempo ai tratti del suo viso di ricomporsi, poi alzò la cortina ed entrò.
Si trovò in un ampio salone tutto pavimento e pareti di lucide lastre. Là erano tre porte, una su ciascuno dei tre lati, tutte egualmente incortinate da arazzi, ma il quarto era occupato da due larghi finestroni e da un camino grande in pietra scolpito con lo stemma dei Malétroit. Denis riconobbe subito l’impresa, e ringraziò la Provvidenza d’esser caduto in sí buone mani. La stanza era ampiamente illuminata, ma povera di mobilio: appena un tavolone e due o tre sedie. Il focolare era senza foco, e sul pavimento era sparsa una fiorita di giunchiglie ma che pareva di molti giorni prima.
A lato del camino, seduto entro un alto seggiolone stava proprio di faccia a Denis, quando entrò, un vecchierello che indossava una palatina di pelo. Teneva le gambe incrociate, le mani sobbracciate sul grembo e una tazza di vin drogato stava posata su una mensola al suo fianco. Il suo aspetto aveva una espressione fortemente maschia: ma non propriamente umana. C’era qualcosa in lui che arieggiava l’espressione di un toro, di un gatto o di un maiale: qualcosa insomma di equivoco e di stranamente mansueto ad un tempo: qualcosa di avido, di bruto e di minaccioso. Il labbro superiore, irto di densi peli arruffati, appariva enfiato come da un colpo di pugno o da una flussione di denti: il sorriso della sua faccia, le sopracciglia a sest’acuto, i piccoli occhi pieni di gagliardo foco davano a quella fisionomia un’apparenza bizzarramente e quasi comicamente malvagia. Una zazzera di splendido candore gli scendeva diritta intorno al capo e si veniva raccogliendo in un unico ricciolone adagiato sul bavero della palatina. Barba e mustacchi erano modelli di ogni venerabile maestà e dolcezza, e, forse a cagione di qualche trattamento preventivo, la vecchiaia pareva non avesse lasciato traccia alcuna sulle sue mani. Sarebbe stato difficile immaginare un disegno più robusto e più delicato. Le dita affusolate e sensuali richiamavano quelle delle donne di Leonardo: tra l’indice e il pollice, quando stavan chiusi, si scorgeva, alla base, una protuberanza tutt’a pozzette: le unghie eran tagliate a perfezione e la carne di una sorprendente cadaverica bianchezza. Ma ciò che rendeva quell’aspetto ancor più temibile era appunto vedere quel vecchio che se ne stava con quelle mani così belle sobbracciate sul grembo come una vergine martire, quel vecchio che recava nella faccia un’espressione così intensa e sgomentante, sedere là con tanta pace nel suo seggiolone e volgere attorno uno sguardo immacolato, come un dio, come il simulacro d’un dio. Ma la sua pace pareva piena d’ironia e di perfidia tanto poco s’addiceva al suo aspetto.
Era Alain, Sire di Malétroit.
Per un attimo i due si guardarono in faccia, muti.
«Prego, venite avanti;» disse alla fine il Sire di Malétroit «è tutta sera che vi sto aspettando».
Non s’era levato da sedere, ma le parole aveva accompagnate con un sorrisetto e con un lieve cortese chinar di capo. E un po’ pel sorriso, un po’ per uno strano murmure melodioso con cui il vecchio preludiò a quella sua dichiarazione, Denis sentì un diaccio brivido di disgusto serpeggiargli su pel midollo. E a stento riuscì a metter insieme qualche parola per una risposta.
«Temo, signore» finì per dire «che siamo caduti ambedue in un equivoco. Io, certo, non sono la persona che voi credete. Se non erro, voi aspettate delle visite; da parte mia vi dirò che nulla era piú lontano dal mio pensiero, nulla piú contrario al mio desiderio che l’entrare qui da voi…»
«Bene, bene» s’affrettò a dire il vecchio con un certo compiacimento «voi, ora, siete qui, e questo è l’essenziale. Accomodatevi dunque, amico mio, e mettetevi pure a vostro agio. Tra poco sbrigheremo tra noi i nostri piccoli affari».
Qui Denis s’accorse che la faccenda s’andava imbrogliando e s’affrettò a ripigliare i suoi schiarimenti.
«La vostra porta…» cominciò.
«Ah, la mia porta?» interruppe l’altro alzando le sopracciglia aguzze «ma quello non è stato che un ingenuo giochetto!» e alzò le spalle «una fantasia da ospite!… S’era per voi, giovinotto, non avreste certo desiderato di far la mia conoscenza. Ebbene, che volete, noialtri vecchi, di quando in quando, andiamo volentieri in cerca di tali riluttanze, e, quando ciò impegna il nostro onore, ci diamo attorno a trovar qualche modo per soggiogarle e per vincerle. Voi non foste invitato qui, certo; ma credetemi, signor mio, non per questo siete meno il benvenuto».
«M’avveggo» replicò Denis «che continuate a persistere nel vostro errore. Tra voi e me, signor mio, non può esservi rapporti di sorta. Io sono straniero in questo paese. Mi chiamo Denis de Beaulieu. Se voi mi vedete qui, in questa vostra casa si è soltanto…»
«Mio giovine amico» l’altro ribattè «permettetemi ch’io abbia una mia opinione su questo argomento. È assai probabile che, pel momento, questa mia opinione sia differente dalla vostra;» e qui lo fissò con uno sguardo un po’ traverso «ma il tempo dimostrerà quale di noi due abbia ragione».
Denis, a questo punto, si convinse d’aver proprio a che fare con un mentecatto. Per il che sedette abbrividendo, e, per il momento, si contentò di star ad aspettare lo scioglimento della strana avventura. Poi seguì una pausa durante la quale gli parve come udire, da dietro l’arazzo calato sulla porta che gli stava dirimpetto, un rapido sussurrio come di persona che pregasse. E un momento pareva una persona sola, un altro parevan due, e la veemenza con cui venivan proferite le parole, ancorché sommesse, pareva dinotare una gran fretta o una grande ambascia d’animo. Denis pensò che quella ricca portiera doveva ricoprire l’ingresso della cappella di cui aveva ammirato l’abside quand’era fuori.
Nel frattempo il vecchio signore con un sorrisetto andava squadrandolo da capo a piedi e lasciandosi sfuggire ogni tanto un piccolo gorgheggio che aveva dell’uccellesco e del topesco ad un tempo, e che sembrava denotare in lui un certo grado di soddisfazione. Questo indugio e questo stato di cose divennero in breve cosí insopportabili che Denis, per porvi fine, osservò cortesemente che il vento aveva cessato di soffiare.
Allora il vecchio proruppe in un riso silenzioso, ma cosí prolungato, cosí violento che la sua faccia si fè quasi vermiglia.
Denis, detto fatto, balzò in piedi, e, rigirandolo alla brava per l’aria, si rimise il cappello in testa.
«Signore» disse poi «se siete sano di mente vi dico che m’avete villanamente oltraggiato; se non lo siete, v’assicuro che spero trovare migliore occupazione al mio cervello che non starmene qui a cianciare con un pazzo. Io ho la coscienza pulita, signore. Vi siete fatto gioco di me fin dal primo momento che son arrivato qua dentro: poi avete rifiutato di ascoltare i miei schiarimenti. Ora, badate, non c’è forza al mondo che mi possa trattenere qui piú a lungo, e, s’io non potrò trovarmi una via d’uscita onorevole, vi giuro che saprò far a pezzi la vostra porta con questa spada.»
Il Sire di Malétroit levò la mano destra e la tese verso Denis, col pollice e il mignolo aperti.
«Caro nipote,» disse poi «via, sedete».
«Nipote?» ribattè Denis «Voi mentite per la gola!» e gli fè schioccare le dita sott’al naso.
«Sedete, furfante!» gridò allora il vecchio con rabbiosa voce, che pareva latrato di cane. «Ma che vi credete?» continuò «che quando io ebbi inventato il mio piccolo ordegno della porta m’avessi a fermar lí? Se preferite esser legato mani e piedi sino a sentirvi scricchiolar le ossa, alzatevi pure e tentate fuggire. Ma se gradite meglio rimanere e ragionarla un po’ con me, da buon amico, sedete là quieto quieto, e Dio vi abbia in gloria.»
«Che intendete dire?» proruppe Denis «Ch’io sono prigioniero?».
«Cònstato il fatto;» replicò l’altro «e preferisco lasciare a voi la risposta».
Denis risedè. All’esterno si sforzava di tenersi calmo, ma dentro bolliva di rabbia, gelava di spavento. E non andò molto ch’egli finì anche per convincersi di aver a che fare proprio con un pazzo. Perché, se il vecchio era sano di mente, che voleva da lui? In quale tragica ed assurda avventura s’era mai cacciato! E come doveva diportarsi adesso?
Mentre stava su queste riflessioni, l’arazzo che ricopriva la porta d’ingresso della cappella si sollevò e un prete lungo lungo ne venne fuori vestito de’ suoi abiti sacri, il quale, gittato un lento acuto sguardo su Denis, si chinò poi a parlare, bassa voce, al Sire di Malétroit.
«Si trova essa in buona disposizione di spirito?» domandò quest’ultimo.
«Ella è ora piú rassegnata, messere» rispose il prete.
«Che Dio la benedica, la è ben difficile da contentare!» ghignò il vecchio. «Un giovincello simile… di non cattiva nascita… e pure di sua scelta! … Bene, che pretende di piú, la sgualdrina?»
«Per una ragazza,» disse l’altro «la cosa non è delle piú semplici e correnti. È tale almeno da mettere a dura prova il suo pudore».
«A questo perché non ci ha pensato prima d’imbarcarsi? Mica l’ho voluto io l’intrigo, Dio sa… Ma dacché è in ballo, per la madonna, balli.» Poi volgendosi a Denis: «Signor de Beaulieu,» gli domandò «permettete che vi presenti mia nipote? Essa attendeva la vostra venuta con la medesima impazienza, direi, con cui l’attendevo io stesso».
Anche a questo Denis si rassegnò di buona grazia, poiché, infine, egli non desiderava che una cosa sola, arrivare alla conclusione dell’avventura il piú presto possibile. Perciò si levò su e fece un inchino di assentimento. Il Sire di Malétroit s’inchinò pure lui, poi, appoggiandosi al braccio del prete, si incamminò zoppicando verso la porta della cappella. Colà giunti, il prete sollevò un lembo dell’arazzo, e tutt’e tre entrarono.
L’interno di quell’oratorio aveva una certa ricercatezza architettonica. Una leggera cordonata si spiccava dalla cima di sei grosse colonne e veniva a raccogliersi nel mezzo della vòlta donde pendevano due ornamenti. Dietro l’altare la cappella si chiudeva in uno spazio emicicloidale, le cui pareti erano tutt’a bozze e scavi, sovraccarica di ornati in rilievo, e forata da molte finestrelle a forma di stella, di trifoglio, di ruota. Queste finestre erano male invetriate, e l’aria della notte entrava e s’aggirava liberamente per la cappella strapazzando senza misericordia le fiamme d’una cinquantina di candele posate sull’altare: onde la luce passava, per fasi graduali, dallo splendore piú brillante a una penombra d’eclissi. Sui gradini, davanti all’altare, stava inginocchiata una giovane donna riccamente abbigliata, in abito di nozze.
Al vedere quell’abbigliamento Denis si sentì un brivido di freddo: e lottò, lottò con disperazione contro certo presentimento che gli era caduto nell’animo. No, non poteva… non doveva accadere quello ch’egli temeva.
«Bianca!» esclamò il Sire con la sua voce a tono di flauto «ti ho portato qua un giovinotto che desidera conoscerti, piccolina mia. Su, da brava, volgiti e porgigli la tua vezzosa manina. Buona cosa è l’esser devoti, ma è necessario esser cortesi con gli ospiti, nipote mia».
La fanciulla, allora, si levò in piedi e si volse incamminandosi verso i sopraggiunti.
Si moveva a stento, tutta stecchita, e i lineamenti del suo fresco giovanile corpo esprimevano un pudico riserbo misto a un estremo abbattimento. Venne innanzi lentamente, a testa bassa, gli occhi fitti al suolo: finché, a un certo punto, il suo sguardo cadde sui piedi di Denis de Beaulieu (il quale, detta fra noi, era solito calzare, anche viaggiando, assai ricco ed elegante) e allora sostò di colpo, ebbe un trasalimento, come se la gialla calzatura l’avesse d’improvviso richiamata alla realtà delle cose, e levò lo sguardo su alla figura di colui che la recava. I suoi occhi incontrarono quelli di Denis, e il suo aspetto timoroso fu invaso dal terrore. Le sue labbra impallidirono gittò un alto strido, e, copertosi il volto con le mani, s’afflosciò di colpo sul pavimento della cappella.
«Non è lui!» gridava. «Zio, non è lui!»
Il Sire di Malétroit mandò il suo piacevole gorgheggio, poi:
«Naturalmente,» esclamò «io questo me lo immaginavo. È una sventura davvero, ve’, che non puoi ricordarti il suo nome».
«No, no!» gridava lei. «Questo signore io non l’ho veduto mai prima d’ora… Non mi è mai accaduto di porgli gli occhi addosso… Signore,» esclamò poi volgendosi a Denis «se voi siete gentiluomo, aiutatemi a trarmi d’impaccio… Dite, ho io mai veduto voi? E voi mi avete veduta mai, prima di questa maledetta notte?»
«Per me,» rispose il giovine «dichiaro di non aver avuto mai questo piacere… È proprio la prima volta, signore, che io ho l’onore di incontrarmi con questa vostra graziosa nipote».
Il vecchio fece spallucce, poi disse:
«Son dolente d’udire questo… Ma, a dirvi il vero, non è mai troppo tardi per incominciare. Io, per esempio, con la mia defunta moglie, quando la sposai, ci avevo poca dimestichezza sulle prime. Ciò non toglie» soggiunse con un ghignetto «che matrimoni simili, improvvisati, possano sortire bene, in andar di tempo. E siccome è il fidanzato che ha da aver voce in capitolo in queste cose, così io vi concederò due ore per rifarvi del tempo perduto, quindi daremo inizio alla cerimonia». E, detto questo, s’avviò verso la porta, seguito dal prete.
In un balzo la fanciulla fu in piedi.
«Zio, zio tu non puoi dir questo sul serio!» esclamò. «Dichiaro davanti a Dio che preferirei darmi una pugnalata piuttosto che forzare la volontà di questo giovine. Il cuore vi si ribella… Dio vieta un tale matrimonio! Voi disonorate la vostra canizie, zio! Oh, abbiate pietà di me… Non v’è donna al mondo che non anteponesse la morte a una simile unione! Ma è mai possibile» proseguì tremando «ma è mai possibile che non mi crediate? che voi pensiate che questi…» e additò Denis con un tremito di collera e di vergogna «che voi pensiate ancora che questi possa essere lui?»
Di sulla soglia dove s’era indugiato il vecchio rispose:
«Francamente, lo penso. Ma concedi, Bianca di Malétroit, che ti dichiari il mio pensiero in questa faccenda. Dacché ti sei ficcata in capo di gittare il disonore sulla mia famiglia e sul buon nome che, da piú di tre ventine d’anni, io porto in pace e in guerra, ti sei preclusa anche ogni diritto non pure di intervenire nei miei disegni, ma pur anche di fissarmi in volto. Fosse vivo ancora tuo padre, t’avrebbe dato una buona dose di scapaccioni e cacciata di casa. Aveva mano di ferro, quell’uomo. Ringrazia il cielo se ora hai a che fare soltanto con una mano di velluto, mademoiselle. È mio dovere farti sposare, e subito. Per mia pura benevolenza ho tentato di scovarti fuor il tuo galante. Mi lusingo esservi riuscito. Ma se non lo fosse, Bianca di Malétroit, ti giuro davanti a Dio e a tutti gli angeli sacrosanti, che non me ne importa un fico. Ti consiglio, adunque, di essere cortese e gentile col nostro giovine amico, ché, parola, il tuo valletto è certo meno piccante e appetitoso di lui».
Detto questo, egli uscì col cappellano alle calcagna. E l’arazzo calò dietro di loro.
La fanciulla si volse a Denis. Aveva gli occhi vampanti.
«Ditemi, signore, ditemi,» ella esclamò «che significa tutto questo?»
«Che volete che sappia? Io sono qui prigioniero in questa casa, che la mi par proprio una casa da matti. Di piú non so: né mi riesce di capirci nulla».
«E come siete arrivato qua dentro?»
Denis glielo narrò succintamente, poi aggiunse:
«Abbiate la bontà di far altrettanto anche voi, di spiegarmi un po’ in che rebus ci troviamo, di dirmi quale diavol verrà ad essere, a un di presso, la fine di questa imbrogliata faccenda».
Bianca stette silenziosa, ed egli vide che le sue labbra tremavano, che i suoi occhi senza pianto brillavano d’uno splendore febbricoso. Poi ella si tolse il capo fra le mani.
«Oimè, come mi duole la mia testa!» cominciò con un accento accorato «…per non dire del mio povero cuore!… Ma è bene sappiate la mia storia, signore; per quanto essa poco s’addica a una ragazza. Io mi chiamo Bianca de Malétroit. Ero assai giovine quando padre e madre mi morirono, tanto ch’io non ricordo piú nulla di loro e davvero fui assai infelice tutta la mia vita… Tre mesi or sono, un giovine capitano cominciò a venirmi presso, ogni giorno, in chiesa. M’avvidi che gli piacevo. Son molto da biasimare, ma, che volete, ero così felice di sapere che qualcuno mi amava! E quando egli mi passò un biglietto, io me lo portai a casa e lo lessi avidamente con gran gusto. Da allora me ne scrisse molti biglietti. Era così desideroso di parlarmi, povero ragazzo! E cominciò a dire se, qualche sera, gli avrei lasciato aperta la porta, che avremmo fatto due chiacchiere lí su per le scale. Poich’egli sapeva quanto mio zio si fidasse di me». E qui scoppiò in un mezzo singhiozzo e pausò un poco avanti di ripigliare a parlare. «Mio zio» riprese poi «è uomo assai difficile, ma fine e sagace. Ha compiuto di molte gesta in guerra, aveva un grado eminente a corte, ed era molto in confidenza con la regina Isabeau, nei tempi andati. Bene, com’egli venisse in sospetto della cosa non saprei: certo ch’era assai difficile fare alcunché all’insaputa di quell’uomo. Fatto è che, stamane, mentre tornavamo dalla messa, egli d’un tratto m’afferra la mano, l’apre a forza, e si mette a leggere il mio bigliettino, pur sempre continuando a camminare. Finito di leggere, me lo restituisce cortesemente. Pur troppo, in esso, il mio innamorato mi rinnovava quella tal sollecitazione di lasciargli aperta la porta. Fu questo che ci perdè. Lo zio mi rinchiuse nella mia camera e mi vi tenne sotto chiave sino a sera; poi m’ordinò mi vestissi nel modo che qua mi vedete. Oh, uno scherno ben atroce per una povera ragazza, non vi pare? Poi, immagino che, non essendo egli riuscito a strapparmi di bocca il nome del giovine capitano, gli abbia teso un agguato, quello appunto nel quale siete caduto voi stasera, in vece sua, per disgrazia del cielo. Oh, io sono assai confusa, poiché penso ch’egli certamente avrà abbandonato l’idea di tormi in moglie adesso che le cose sono arrivate a questo punto. In verità io non pensavo di dover meritarmi un castigo così vergognoso. Non pensavo che Dio avrebbe permesso che una fanciulla si trovasse davanti a un giovine in una maniera così disonorata!… Ed ora che v’ho raccontato ogni cosa, davvero che ho poca speranza che voi non m’abbiate a disprezzare».
Denis le fece un rispettoso inchino.
«Signora,» disse «voi m’avete onorato della vostra confidenza; a me ora dimostrarvi che non ne sono indegno. Dov’è il Sire di Malétroit?»
«Suppongo che stia scrivendo nella sala di là» rispose la fanciulla.
«Vi posso accompagnare da lui?» domandò Denis porgendole il braccio con atto galante.
Avendo ella accettato, la coppia s’incamminò tosto ed uscì dalla cappella. Bianca era tutta abbattimento e vergogna, Denis invece assai impettito e compreso della missione che si recava a compiere: e, per di piú, con una certa baldanzosa consapevolezza di averla a risolvere con onore.
Come li vide apparire, il Sire di Malétroit si levò e mosse ad incontrarli facendo loro un’alquanto ironica riverenza.
Denis, allora, dandosi l’aria la piú grandiosa del mondo, cominciò a parlare:
«Signore, credo d’aver pur io qualche parola da dire in argomento a questo matrimonio. E lasciate che vi assicuri subito ch’io, per me, non sono affatto persona da forzare l’inclinazione di questa signorina. Mi fosse stata spontaneamente offerta la sua mano, sarei orgoglioso d’accettarla, dacché so che ella è onesta quanto bella fanciulla; ma, allo stato in cui sono le cose, messere, io ho l’onore di rifiutarla».
Bianca lo fissò con uno sguardo pieno di riconoscenza, ma il vecchio sorrise soltanto, e continuò a sorridere, sorridere, fin che a Denis quel sorriso cominciò davvero a suscitare un certo disgusto.
«Ho timore,» disse alfine «ho timore, signor de Beaulieu, che non abbiate ben compreso il partito ch’io ebbi il piacere di proporvi. Venite qua, di grazia, a questa finestra» e lo condusse a una delle finestre che stavano aperte nella notte. «Guardate,» riprese a dire «guardate su alla parte superiore di questo edificio. Lo vedete quel grosso anello di ferro lassú, dove sta infilata una fune molto robusta? Ebbene, ora fate attenzione a quel che vi dico. Se voi trovate che la vostra antipatia per la persona della mia nipote è affatto irriducibile, fate conto, avanti l’alba, di vedervi bell’e impiccato a quella fune, fuori di questa finestra… Credetemi, è con mio gran rincrescimento ch’io sarò costretto a risolvermi a quel partito estremo, poiché non è certo la vostra morte ch’io desidero, ma solo di procurare a mia nipote una buona posizione nella vita. E tuttavia, a ciò si deve pur venire, se voi v’ostinate. La vostra famiglia, signor de Beaulieu, è nobile e onorata, ma, discendeste anche da Carlomagno, voi non potete rifiutare la mano d’una Malétroit, impunemente: nemmeno ella fosse volgare come una strada di Parigi o mostruosa come una delle garguglie che stanno sopra la mia porta. Non mia nipote, non voi, non i miei personali sentimenti mi muovono a quest’atto: ma l’onore della mia famiglia ch’è stato compromesso. Io suppongo che voi siate il colpevole, ma se anche non lo foste, siccome siete ora a parte del segreto, non vi dovete punto meravigliare se chiedo a voi di lavare la macchia di quest’onta. Non lo fate, il vostro sangue ricadrà su di voi. E vi dico che sarà un gran piacere per me vedere il vostro interessante cadavere spenzolare e sgambettare al vento sotto le mie finestre. Meglio una mezza pagnotta oggi che digiuno domani. Non posso rimediare alla vergogna? voglio almeno soffocare lo scandalo».
Qui una pausa.
«Io credo tuttavia» disse Denis «che un altro modo vi sia di accomodare la cosa fra due gentiluomini. Voi avete una spada e so che la maneggiaste con bravura».
Il Sire di Malétroit fece un cenno al cappellano il quale, attraversato a passi lunghi e silenziosi la sala, s’accostò alla terza delle tre porte, e sollevò l’arazzo. Di lí a poco lo lasciava ricadere: ma non troppo presto che Denis non avesse avuto tempo di scorgere, dietro quello, un andito tenebroso dove stavano adunati molti uomini in arme.
«S’io era soltanto un po’ piú giovine» riprese a dire Sir Alain «sarebbe stato un piacere per me onorarvi in quanto mi richiedete. Ma io sono adesso troppo vecchio. Che volete, il circondarsi di servi fedeli è una delle poche risorse di cui si compiace l’uomo vecchio; e io ho pur da impiegare le forze che ho. Vedete, è cosa dura pensare come un uomo matura negli anni e invecchia; ma, via, anche a questo, con un po’ di pazienza, si finisce per farci il callo. Voi e la vostra signorina, sembra – non è vero? – che desideriate restar soli in questa sala per godere il tempo che ancor vi rimane prima che scòcchino le vostre due ore. Ebbene, io non desidero certo contrariare questo vostro desiderio, e vi cedo la sala con tutto il piacere del mondo. E, niente furia!» soggiunse poi levando in alto la mano come vide che un’espressione minacciosa s’appalesava sulla faccia di Denis de Beaulieu. «Se la vostra mente si ribella all’idea dell’impiccagione, due ore, sapete, è tempo sufficiente per gettarvi giú dalla finestra o sulle picche levate de’ miei famigliari. Due ore di vita son pur sempre due ore di vita e grandi cose si possono operare in tale tenue spazio di tempo. Mi sembra, poi, se bene arguisco, che mia nipote abbia ancora qualcosa da dirvi. Non vorrete certo guastare le vostre due ultime ore di vita con un atto incivile verso una graziosa signorina, non è vero?»
Denis si volse a guardare Bianca, e questa gli fece un gesto implorante.
È assai probabile che il vecchio si compiacesse di questi indizi d’un accordo che poteva nascere tra i due giovani, perché di nuovo sorrise all’uno e all’altra, poi, voltosi a Denis, con un tono piú mansueto, soggiunse:
«Se voi mi date la vostra parola d’onore, signor de Beaulieu, che aspetterete il mio ritorno fino al termine delle due ore senza tentare atti disperati, vi prometto d’allontanare i miei servi e di lasciarvi qui a discorrere con tutta pace e segretezza con mademoiselle».
Denis fissò ancora la fanciulla, che parve implorarlo di accettare.
«Vi dò la mia parola» diss’egli.
Messer di Malétroit s’inchinò e si diè quindi a girare zoppicando intorno per la sala schiarendosi di tanto in tanto la voce con quel tal grottesco e flautino gorgheggio che già tanto era piaciuto alle orecchie del signor de Beaulieu. Pigliò su da prima alcune carte che stavan posate sulla tavola, poi si diresse verso l’uscita dell’andito dove fu udito impartire qualche ordine agli uomini che stavan dietro l’arazzo; infine, arrancando, se ne uscì per la porta dalla quale Denis era entrato, non senza prima essersi indugiato sulla soglia a fare un altro sorrisetto ed inchino alla coppia. Dopo di che disparve, seguito dal prete con una lampada in mano.
Appena soli, Bianca s’accostò a Denis e gli tese ambe le mani. Era tutta imporporata in volto, commossa: nei suoi occhi brillavano lacrime.
«Voi non dovete morire,» esclamò «dovete sposarmi piuttosto, e nonostante tutto».
«Mi sembra, signora, che voi pensiate che la morte mi faccia di molto paura» rispose Denis.
«Oh, no!» diss’ella «lo vedo bene che non siete un codardo. Dico così per me… Io non potrei reggere al pensiero di esser stata la cagione della vostra morte, e ciò soltanto per un mero scrupolo di coscienza».
«Signora mia,» rispose Denis «temo che voi facciate troppo poco caso delle difficoltà. Ebbene, quello che voi siete tanto generosa da voler eludere, io posso essere invece tanto orgoglioso da accettare. In un momento di nobile slancio verso di me, forse dimenticaste ciò che dovete ad altri».
E, questo dicendo, egli ebbe il pudore di tener gli occhi chinati e anche un po’ dopo ch’ebbe finito, tanto da non iscorgere la confusione che s’era dipinta sul volto di Bianca. La quale stiè lí silenziosa per un istante, poi subito si volse via e abbandonatasi dentro il seggiolone dello zio scoppiò in singhiozzi.
Denis fu imbarazzatissimo. Si guardò attorno come cercasse un’ispirazione e, scorto uno sgabello, vi si lasciò cader su, tanto per fare qualcosa. Là egli stava, rigirandosi fra mano la custodia dello stocco, augurandosi di esser piuttosto le mille volte morto e sepolto sotto il più lurido immondezzaio di Francia. Il suo sguardo errava attorno per la vasta sala, né trovava su che posarsi. Ed eranvi tali ampi spazi tra mobile e mobile, e la luce si spandeva per tutto cosí nuda e cosí aduggiata, e il buio della notte penetrava dalle finestre così freddo freddo, ch’egli pensò non aver mai veduto chiesa tanto vasta, né una tomba cosí triste. I singhiozzi regolari di Bianca parevano scandire il corso del tempo come il tic tac d’una pendola. Denis contemplò a più riprese l’emblema dipinto sullo scudo, finché gli s’intorbidiron gli occhi: cacciò lo sguardo dentro gli angoli piú bui finché gli parve vederli brulicanti d’orribili mostri e, a ogni tratto, si destava, trasaliva, e gli veniva in mente che quelle erano le due ultime ore della sua vita, e che stavano per fuggire, e che la morte era in cammino.
Intanto, sempre piú sempre piú, durante quel tempo, il suo sguardo s’andava indugiando sulla figura della fanciulla. Ella stava con la faccia giú chinata nelle mani, e, a ogni tratto, era scossa da un convulso di singhiozzi piú dolorosi. Anche cosí era pur cosa graziosa a riguardarsi, pienotta eppure tutta delicata, con una pelle di una tinta calda e morata, e la piú bella capigliatura di donna che mai accadesse a Denis di rimirare pel mondo. Le sue mani assomigliavano a quelle dello zio: ma certo stavano meglio lí, all’estremità di quelle giovanili braccia, e avevano un che d’infinitamente tenero e carezzevole. E Denis ricordò pure come i suoi occhi turchini avevano folgorato sopra di lui pieni di collera, di pietà, d’innocenza. E piú egli andava innanzi a considerare quella perfezione e piú nera gli appariva la morte, piú profondamente era colpito dalla pietà e dal dolore al vederla lacrimare a quel modo, continuatamente. Allora egli si disse che a nessun uomo basterebbe l’animo di abbandonare un mondo che conteneva sí bella creatura; e che volentieri egli avrebbe dato quaranta minuti di quella sua ultim’ora pur di non aver proferite le crude e decisive parole di dianzi.
D’improvviso, uno stridulo canto di gallo si levò dalla buia vallata sottostante. Nel silenzio che pesava su ogni cosa, l’assordante grido fu come un guizzo di luce che lacerasse l’oscurità d’una stanza, e li riscosse di colpo dagli amari pensieri.
Ella levò il capo e lo fissò.
«Ebbene,» disse «non posso proprio far nulla per voi?»
«Signora,» Denis rispose, eludendo con sottile grazia la domanda «s’io ho detto alcunché che possa avervi ferita, credetemi, l’ho fatto per amor vostro, non per mio giovamento».
Un’occhiata lacrimosa di lei fu il ringraziamento per quella risposta.
«Il vostro stato mi addolora profondamente» continuò Denis. «Il mondo fu crudele con voi. Vostro zio è una vera disgrazia per l’umanità. Credetemi, signora, non c’è in Francia giovane gentiluomo cui non parrebbe gioia trovarsi ora nella buona occasione in cui mi trovo io di morire per rendere a voi anche il piú futile servigio».
«So che siete valente e generoso» essa rispose. «Ciò che mi occorre sapere adesso è se io posso esservi utile, in qualche modo, ora o dopo…» ella aggiunse con un brivido.
«Oh, certo che lo potete» rispose egli sorridendo. «Ma lasciatemi sedere un momento, qui, accanto a voi, come fossi un buon amico vostro, e non uno strano importuno. Cercate dimenticare la balzana posizione in cui ci troviamo l’uno di fronte all’altro. Fate che questi ultimi miei istanti scorrano un po’ piacevolmente, e voi m’avrete reso il miglior servigio del mondo».
«Siete molto gentile,» ella rispose con un accento ancora assai desolato «molto gentile… e questo, vedete, mi contrista ancor piú. Ma avvicinatevi pure se vi piace; e se avete qualcosa da dirmi, state pur certo che troverete in me una affettuosa ascoltatrice. Ah, signor de Beaulieu, come ardirò io mai fissarvi in volto?…» e qui scoppiò di nuovo a piangere con rinnovata effusione.
«Signora,» disse Denis prendendole una mano fra le sue «pensate al breve tempo che ancor mi rimane a vivere e alla grande tristezza che mi procura la vostra desolazione. Risparmiatemi, vi prego, in questi ultimi momenti, la vista di un dolore cui io non potrei porre rimedio neppure col sacrificio della mia vita».
«Sí, sono molto egoista,» rispose Bianca «voglio esser piú savia per voi, signor de Beaulieu. Ma, suvvia, riflettete, ditemi s’io non possa giovarvi in alcun modo pel futuro… Non avete amici ai quali io possa recare il vostro estremo saluto? Datemi pure incarichi, gravi fin che vorrete; ogni peso, per piccolo che sia, mi varrà ad alleviare la gratitudine senza prezzo ch’io vi devo. Procurate ch’io possa fare qualcosa per voi oltre che piangere».
«Mia madre» disse Denis «è passata a seconde nozze ed ha una seconda famiglia da badare. Mio fratello Guiscardo sarà, quindi, l’erede del mio feudo; e, se non erro, della mia morte egli sarà assai soddisfatto. La vita è un fumo, come ci han appreso quei tali che stan negli ordini sacri. Quando l’uomo è su un bel cammino, e vede la vita dispiegarglisi davanti, gli sembra d’esser la creatura piú importante della terra. Il suo cavallo gli annitrisce, le trombe squillano, le ragazze si fanno alla finestra per rimirarlo quand’egli entra in città cavalcando alla testa del suo drappello. Riceve dimostrazioni di fiducia e di stima, alcune volte per lettera, altre a parole, da persone di grand’affare che gli capitano fra capo e collo. Non è quindi da meravigliare se la testa alcun poco gli gira. Ma, una volta ch’è morto, fosse stato valente come Ercole o saggio come Salomone, chi piú si ricorda di lui? Dieci anni fa, in una molto feroce mischia, mio padre cadde insieme ai suoi cavalieri; ebbene, io credo che di nessuno d’essi, che neppure del luogo del combattimento, v’è piú chi si ricordi al mondo! No, no, signora, piú v’andate avvicinando alla morte, piú v’accorgete ch’essa è una buia e polverosa stanza dove v’han chiuso dietro per sempre la porta. Io ho pochi amici, adesso; morto, non n’avrò più nessuno».
«Ah, signor de Beaulieu,» esclamò la fanciulla «voi dimenticate Bianca di Malétroit».
«Siete assai cortese, signora mia, vi compiacete valutare il piccolo servigio che v’ho reso assai più di quanto esso meriti».
«Non è questo» ella replicò. «Avete torto se pensate ch’io sia tanto preoccupata del mio interesse. Dissi cosí perché voi siete il piú nobile uomo che mai incontrassi, perché rilevo in voi un animo pieno di generosità e di finezza».
«E con tutto questo,» ribattè Denis «eccomi qui, condannato a morire in questa trappola come un sorcio!»
Una nube d’angoscia volò sulla faccia di lei, che rimase silenziosa, per un istante. Poi una luce brillò improvvisa ne’ suoi occhi e, sorridendo, ella riprese a dire:
«Io non voglio che il mio paladino pensi cosí bassamente di sé. Chi fa getto della propria vita per un’altra persona, sarà accolto in Paradiso da tutti gli Angeli ed Arcangeli del buon Dio. Ma, ditemi, pensate ch’io sia bella?» proruppe infine arrossendo.
«Lo penso davvero» diss’egli.
«Son contenta di questo» rispose ella cordialmente. «Ebbene, pensate che vi possano essere molti uomini in Francia che, chiesti in nozze da una bella ragazza, e di sue proprie labbra, abbian rifiutato? So bene che di simili trionfi voialtri uomini fate poco caso. Ma noi donne sappiamo meglio di voi quello che v’è di piú prezioso nell’amore: e non c’è nulla, credetemi, che piú di questo possa innalzare una persona nella nostra stima: noi donne nulla s’apprezza più caramente».
«Vi ringrazio delle vostre gentili parole,» diss’egli «ma voi non potete farmi dimenticare che io ero domandato di pietà e non d’amore».
«Di questo non son ben certa» replicò la fanciulla col capo chinato. «Ascoltatemi, signor de Beaulieu. Immagino quanto dovete disprezzarmi voi, e sento ch’è giusto lo facciate. Sono una troppo misera creatura, io, per occupare un pensiero nel vostro cuore. Tuttavia è pure vero che voi siete condannato a morire per me, stamani. Ma, sappiatelo, se io vi domandai che mi sposiate, sí, sí, fu perché io vi stimavo, perché vi ammiravo, perché, dal momento che pigliaste le mie difese contro lo zio, ho sentito d’amarvi con tutta l’anima. Oh, se aveste potuto vedervi allora, non disprezzo, ma pietà avreste sentito per me. Ed ora» continuò, rattenendolo con una mano «sebbene, posto da parte ogni riserbo, io sia arrivata a dirvi di queste cose, sappiate che i vostri sentimenti verso di me io già li conosco. Io non vorrei, essendo nobile di nascita, tediarvi con dimostrare l’utilità di un consenso da parte vostra. Io pure ho il mio orgoglio, e vi dichiaro davanti la santa Madre di Dio, che se voleste tornare sulla parola data, quant’a me, ho tanto desiderio di sposare voi quanto di non sposare… il lacchè di mio zio».
Denis sorrise un poco amaro.
«Gli è un piccolo amore» disse «che adombra un piccolo orgoglio».
Ella non rispose, ma assai probabilmente aveva formulato il suo pensiero.
«Qua, venite alla finestra» ella disse, additandogli uno di quei finestroni. «Guardate: è l’alba!»
Infatti l’alba era di già levata. La volta del cielo era tutta soffusa dell’essenziale luce del giorno, nitida ma ancora scolorita, e la valle sottostante era percorsa tutta da un grigio riflesso. Radi e lievi vapori stavano covigliati nell’insenature della foresta, o strisciavano via lungo il corso serpeggiante del fiume. Tutta la scena emanava un’ineffabile sensazione di pace che appena venne turbata quando i galli cominciarono ad innalzare il loro canto dalle fattorie. E forse tra essi era quel medesimo compare che, mezz’ora prima, aveva gittato cosí orrido strido nell’oscurità della notte, e ora alzava piú gaio il suo saluto ad accogliere la venuta del giorno. Fra gli alberi della vallata un venticello si levò tutt’affaccendato, vorticante. Poi, grado grado, dall’oriente, la luce venne inondando ogni cosa: finché diventò incandescente, e spremè fuori, rossa palla di cannone, il sole.
Denis guardava giú tutte quelle cose con un poco di brivido. Aveva preso tra le sue le mani della fanciulla e la ratteneva lí, quasi inconsciamente.
«Diggià fa giorno!» ella esclamò; poi, alquanto incongruente: «La notte è stata cosí lunga… Ahimè, che diremo allo zio quando ritornerà?»
«Ciò che vorrete» fece Denis, e strinse le piccole dita fra le sue.
Ella taceva.
«Bianca…» egli ripigliò con un concitato incerto accento pieno di passione «avete veduto com’io temo la morte. Ora dovete saperlo bene che io sarei felice di gittarmi da questa finestra quanto lo sarei di mettervi pur un dito addosso senza il vostro consenso. Ma, se un poco vi date pena di me, non fate ch’io abbia a far getto della mia vita per un semplice equivoco; poiché io vi amo, Bianca, piú del mondo intero; e, per quanto abbia caro morire per voi in tutt’allegrezza, mi parrebbe godere tutte le gioie del Paradiso s’io potessi continuare a vivere accanto a voi, dedicare la mia vita interamente a voi…»
Aveva appena cessato di parlare che, dall’interno della casa, una campana cominciò a rintoccare pesantemente, e un frastuono d’armati si sparse pel corridoio: il che attestava che le guardie ritornavano ai loro posti, e che le due ore eran scorse.
«Ebbene, avete sentito?» ella mormorò piegandosi verso di lui, tutta labbra ed occhi.
«Non ho sentito nulla» rispose Denis.
Ella gli sussurrò all’orecchio:
«Il capitano si chiamava Florimond de Champedivers».
«Non l’ho mai udito nominare» egli rispose; e, pigliando fra le sue braccia l’elastico corpo della fanciulla, ricoprì di baci l’umido viso.
Dietro loro s’udì un melodioso gorgheggío seguito da una risatina soffocata, poi la voce del Sire di Malétroit che augurava buon dí al suo nuovo nipote.
UN ALLOGGIO PER LA NOTTE
Era novembre inoltrato, nel 1456. La neve cadeva fitta fitta su Parigi con incessante ostinazione; a volte veniva via una raffica di vento che la rammulinava in vortici fuggenti; a volte l’aria si quietava e, falda dietro falda, essa ripigliava a cadere giú da quella nera notte, silenziosa, a spirali, interminabile. Alla povera gente che la guardava cadere attraverso le sopracciglia ammollate, pareva meraviglia ne dovesse venir giù tanta da quel cielo.
Maestro François Villon, stando alla finestra di una taverna, aveva proposto quel giorno un dilemma: era Jupiter Pagano che spennava le oche lassú nell’Olimpo, o erano i santi angeli che mutavan di piume? Quanto a lui era soltanto un povero maestro delle arti, continuò a dire, e poiché la questione toccava davvicino la divinità, non s’avventurava a venire a una conclusione in materia.
Un vecchio prete babbeo di Montargis che si trovava tra la compagnia gli pagò una bottiglia di vino in compenso della sua facezia e della smorfia con cui l’aveva accompagnata, e per la sua barba bianca giurò che ben altro diavol di miscredente egli era, quand’aveva l’età di Villon.
L’aria era cruda, frizzante, ma non troppo diaccia, e i fiocchi della neve larghi e flosci aderivano prestamente al terreno. L’intera città n’era come ammantellata. Un’armata avrebbe potuto attraversarla da un capo all’altro senza suscitare allarme. Se v’era qualche uccello che ancora si indugiava pel cielo, avrebbe visto giú la città come una larga chiazza candida e i ponti disegnarsi come sottili travicelli sul bruno sfondo del fiume. In alto, sopra la cattedrale, la neve s’era ammassata in mezzo ai complicati ornamenti delle torri. Molte nicchie n’eran ripiene, molte statue portavano lunghe berrette bianche sulle loro sante teste. Le garguglie eran diventate come de’ gran nasi gocciolanti in punta, e i bozzi che ornavano torno torno i pinnacoli sembravano de’ cuscini messi pel ritto e gonfi da un lato. Nelle pose che il vento faceva di tanto in tanto s’udiva il suono quatto delle gocce che cadevano incessantemente giú nel recinto della chiesa.
Il cimitero di San Giovanni s’era preso lui pure la sua parte di neve. Tutte le tombe n’eran ben bene ricoperte, e gli alti tetti delle case che circondavano il cimitero gli stavano in giro come in grave parata. Quei bravi borghigiani erano già da tempo tappati nei lor letti, incappucciati come le loro abitazioni. Luci intorno non se ne vedevano, se non il fievole barlume d’una lampada appesa, dondolante entro il coro della chiesa che smuoveva ombre qua e là coi suoi oscillamenti. Erano appena scoccate le dieci dal campanile quando la pattuglia di ronda sbucò fuori con alabarde e lanterna, battendo le mani. Ma non rilevò nulla di sospetto intorno al cimitero di San Giovanni.
Eppure una piccola casa c’era, addossata al muro del cimitero, dove si stava ancora a vegliare, e con mali propositi, in mezzo a tutte quelle case piene di brava gente che russava. Poco la tradiva al di fuori: un filo di fumo che usciva dalla rocca del camino, una macchia nera sopra al tetto là dove la neve dimoiava, e qualche pesta mezza svanita presso la porta. Ma di dentro, dietro le chiuse finestre, maestro François Villon e parecchi della masnada ladresca con la quale era solito accompagnarsi passavano la notte allegramente, sturando bottiglie.
Un gran mucchio di tizzoni accesi spargeva intorno un alto e rude chiarore dall’archeggiato camino. Davanti al quale, piantato gambe aperte, stava Dom Nicolas, monaco piccardo, con la cotta rialzata a metà e le ignude grasse gambe esposte alla vampa confortatrice. La sua ombra gigante tagliava la stanza per mezzo, e il bagliore della vampa gli sfuggiva ai due lati della larga persona, cadendo a specchiarsi in una piccola pozza d’acqua frammezzo a’ suoi piedi. Aveva la faccia birrosa e acciaccata dei bevitori consumati, ricoperta da una fitta trama di vene congestionate, che, pel solito, avevano un color porporino, ma in quel momento erano di un pallido violetto: poiché, quantunque col dorso voltato al fuoco, il freddo lo pizzicava ancora dall’opposto lato. Il cappuccio gli era mezzo caduto all’indietro e creava una strana gibbosità su ambedue i lati del collo taurino. Così egli se ne stava, gambe spalancate, borbottando fra sé e tagliando in due la stanza con l’ombra della corpulenta persona.
Alla sua destra Villon e Guy Tabary erano chinati insieme sopra un pezzo di pergamena. Villon stava scrivendo una ballata che avrebbe poi intitolato la «Ballata del Pesce Arrosto» e Tabary fiottava d’ammirazione alle sue spalle.
Il poeta era uno straccio d’uomo, scuro, piccolo, magro, con gote affossate e de’ bei riccioli neri. L’ardente cupidigia con cui viveva gli aveva già fatte rughe attorno agli occhi, e l’abitudine al sorriso maligno aggrinzite le labbra. Portava tuttavia i suoi ventiquattro anni con febbrile ardenza. Nella sua faccia s’alternava un’espressione tra volpigna e maialesca. Aveva un aspetto materiale, eloquente, schernitore, cattivo. Le sue mani eran piccole e prensili, con dita nodose come corde, e continuamente agitate intorno alla fronte, con una mimica espressiva e violenta.
Quanto a Tabary, una grossa e compiacente imbecillità ammirativa gli trasudava dal naso largo e schiacciato e dalle labbra bavose. Egli era divenuto ladro così come un altro diventerebbe il piú onesto de’ cittadini, per quell’imperiosa legge che governa il destino degli umani paperi e degli umani somari.
A l’altro lato del monaco, Montigny e Thevenin Pensete giocavano d’azzardo. Alcuni sentori di buona nascita ed educazione circolavano intorno al primo, come intorno a un angelo decaduto. La sua persona aveva un che di slanciato, di cortigianescamente flessibile, la sua faccia era aquilina, tenebrosa. Thevenin, buon diavolaccio, era in gran solluchero, quel giorno: aveva fatto un buon colpo durante il pomeriggio, nel Faubourg St. Jacques, e adesso era tutta notte che guadagnava a Montigny. Un largo sorriso illuminava la sua faccia, e la cute della sua testa calva, cinta da una ghirlanda di riccioli rossigni, roseamente brillava.
«Doppio o pace?» fece Thevenin.
Montigny assentì gravemente.
«Amano alcuni cenare riccamente» scriveva intanto Villon «con pane e cacio e piatti d’argento. Là, là… aiutami, Guido».
Tabary ghignava di contentezza.
«O prezzemolo su piatti d’oro» scribacchiò il poeta.
Il vento, di fuori, si ravvivava, spingendo la neve davanti sé, e mandando talvolta un vittorioso ululato che si ripercoteva in sepolcrali borbottii su per la cappa del camino. Il freddo aumentava con l’inoltrarsi della notte. Villon, storcendo le labbra, imitava di tanto in tanto il suono delle raffiche con un mugolío che aveva del sibilo e del lamento.
«Lo sentite come strepita lassú fra gl’impiccati?» esclamò Villon. «Son là che danzano sopra il voto la giga del diavolo. Ballate, ballate, galanti miei, che tanto nessuno di voi avrà caldo! Brrr!… Senti che soffiate! Dev’esser caduto qualcosa, proprio adesso! Ah, una nespola è caduta dall’albero a tre piedi… Ohè, Dom Nicolas, ci farà freddo, eh, stanotte sulla strada di St. Denis?»
Dom Nicolas ammiccò con ambedue i suoi grossi occhi e trangugiò amaro. Monfaucon, il terribile patibolo di Parigi, era rizzato nelle vicinanze della strada di St. Denis, e per questo la facezia punse il monaco sul vivo. Quanto a Tabary rideva ancora sgangheratamente per la facezia della nespola; non aveva udito mai nulla di più spiritoso: e si teneva i fianchi e crocitava. Per il che Villon gli scoccò un buffetto sul naso che ebbe virtú di tramutare quella sua allegria in tanti colpi di tosse.
«Adesso chétati» gli fece Villon «e trovami una rima in “pesce”».
«Doppio o pace?» borbottava Montigny cupamente.
«Di tutto cuore» rispondeva Thevenin.
«Ce n’è ancora in quella bottiglia?» domandò il monaco.
«Sturane un’altra!» proruppe Villon. «E come puoi pensare di empire un corpaccio della tua razza con una bottiglia sola? E come credi di poterci andare, tu, in paradiso? Ch’abbian a venir giú gli angeli a pigliarti? o ti credi un altro Elia, che abbian a mandarti giù la carrozza?»
«Hominibus impossibile» sentenziò il monaco riempiendosi il bicchiere.
Tabary andava in estasi.
Villon gli scoccò un altro buffetto sul naso.
«Ridi, grullo, alle mie facezie» gli disse.
«Oh, molto carine!» ribatté Tabary.
Villon gli fece una smorfia.
«Adesso chétati» gli fece Villon «e trovami tu da farne del latino? Eh, non desidererai di saperlo tu il latino quando ti troverai davanti alle Grandi Assise del Giudizio Finale, che ci sarà un Diavolo Cancelliere che ti chiamerà “Venga avanti Guido Tabary, clericus!” Il diavolo con la gobba e l’unghie rosse roventi!… A proposito di diavolo» soggiunse, abbassando la voce. «Guarda là Montigny!»
Tutti e tre si voltarono pianamente verso il giocatore. Pareva proprio che la Fortuna non arridesse a costui. Aveva la bocca piegata da una parte, una narice quasi tappata, l’altra avidamente dischiusa. Il malocchio era proprio dalla sua, come si dice: e soffiava, bofonchiava sotto il peso della sua sfortuna.
«Si direbbe che gli voglia dare una coltellata» sussurrò Tabary roteando gli occhi.
Il monaco ebbe un brivido, poi si voltò e stese le mani sopra le rosse braci. Ma era il freddo che lo commoveva a quel modo, non certo un eccesso di sensibilità morale.
«Vien qua» disse Villon «e ascolta questa ballata, e dimmi come la ti va». E, battendo il ritmo con le mani, la lesse ad alta voce.
Erano giunti appena alla quarta rima quando un brusco e violento scompiglio fra i giocatori li interruppe. La partita era finita e Thevenin stava per aprir bocca e gridare un’altra vittoria quando Montigny, svelto come un aspide, era balzato in piedi e l’aveva pugnalato al cuore. Il colpo era arrivato netto avanti che l’altro avesse avuto tempo a proferir sillaba, a fare un sol moto di difesa. Il suo corpo fu agitato da un tremito convulso, aprì e richiuse le mani, annaspò un poco con i piedi sul pavimento, poi la testa gli si piegò da un lato con gli occhi sbarrati, e l’anima di Thevenin Pensete era tornata al suo creatore.
Tutti balzarono a’ suoi piedi: ma la faccenda era bell’e liquidata, e ai tre compagni non rimase che guardarsi in volto, esterrefatti. Il morto era là boccheggiante che fissava un angolo del soffitto con uno sguardo tralunato e bieco.
«Mio Dio!» esclamò Tabary, e cominciò a mormorare una preghiera in latino.
Villon invece scoppiò in una grande e convulsa risata. Poi si fece avanti, trinciò al morto una comica riverenza, e si diè a ridere ancora piú forte. Ma subito, come sgomentato, si lasciò cader su uno sgabello, e là continuò a ridere, a ridere, quasi volesse farsi a pezzi.
Montigny riacquistò il suo contegno calmo.
«Vediamo quanto ha indosso» concluse; e con mano esperta frugò nelle tasche del morto, divise le monete in quattro parti eguali e le mise in tavola. «È per voi» disse.
Il monaco intascò la sua parte con un cenno del capo, gittando una guardata fuggitiva all’ammazzato: il quale già cominciava ad afflosciarsi su sé medesimo e a crollar giú da un lato della scranna.
«Adesso siamo tutti alla stiaccia!» esclamò Villon con un riso acido. «C’è odor di forca per noi tutti qua dentro, per non dire degli altri che non ci sono». E tracciò un comico gesto per l’aria con la mano destra alzata rovesciando la testa da un lato e cacciando fuori la lingua come a imitare l’aspetto di un impiccato. Poi intascò la sua parte di bottino e diede una scrollata alle dita tanto per ristabilire la circolazione.
Tabary fu l’ultimo a servirsi. Egli fece ballare le sue monete nella mano, e andò a rincantucciarsi in fondo alla stanza.
Montigny riassestò Thevenin sulla scranna, poi gli strappò fuori dal petto il pugnale. Zampillò un getto di sangue.
«Farete bene a batter in ritirata, voialtri» diss’egli, asciugando la lama a una falda della giubba della sua vittima.
«Lo credo anch’io» fece Villon rabbrividendo. «Maledetto quel testone là!» proruppe. «L’ho qui sullo stomaco come un fagotto… Ma che diritto, dico io, ha un uomo d’avere de’ capelli rossi quand’è crepato?…» e di nuovo s’afflosciò sullo sgabello, tutto tralunato, coprendosi il viso con le mani.
Montigny e Dom Nicolas scoppiarono in una risata, cui Tabary fece eco debolmente.
«E frigna tu, bimbo» lo canzonò il monaco.
«L’ho sempre detto ch’era una donnicciola» aggiunse Montigny con un sogghigno. «Vuoi star su, sí o no?» continuò egli dando una scrollata al morto. «Pesta giú codesto foco, Nick!»
Ma Nick era occupato altrove, e in miglior modo. Quieto, quieto, mentre il poeta se ne stava là seduto tutto moscio e tremante sullo sgabello dove poco prima aveva scritto la sua ballata, Nick lo aveva derubato della borsa.
Montigny e Tabary gli fecero un cenno come a richiederlo della loro parte di bottino, al che il monaco assentì con un gesto del capo intanto che faceva sparire la piccola borsa dentro al corsetto. In molti modi una natura d’artista si dimostra inadatta alla vita pratica.
Il furto era appena compiuto che Villon si scosse, balzò in piedi e si diede ad aiutare Nick a sparpagliare ed estinguere le braci del focolare. Nello stesso tempo Montigny aprì la porta e spiò di fuori. Il luogo era deserto; nessuna di quelle pattuglie frugatutto era in vista. Tuttavia fu giudicato opportuno di svignarsela uno alla volta, e poiché Villon dimostrava grande impazienza di fuggire la compagnia del morto Thevenin, e gli altri una fretta ancor maggiore di svignarsela da lui per timore s’accorgesse del furto delle monete, cosí, per generale consenso, Villon fu il primo ad uscire sulla via.
Il vento aveva alfine trionfato ed ora cacciava via tutte le nuvole dal cielo. Solamente uno straterello di nebbie evanescenti, che pareva chiarore di luna, veleggiava rapido attraverso le stelle. Faceva un freddo indiavolato e, per uno strano effetto d’ottica, le cose risaltavano all’occhio piú distinte e definite che se fossero state illuminate dalla luce del giorno. La città dormiva, in perfetta tranquillità e pareva, sotto le stelle, una distesa di bianchi cappucci, di tante piccole Alpi.
Villon imprecò alla sua sfortuna. Almeno nevicasse ancora! Invece adesso, da qualunque parte prendesse a camminare, i suoi passi lasciavano dietro sé una traccia indelebile sulla strada biancheggiante; da qualunque parte pigliasse egli si sentiva come legato alla casa del cimitero di San Giovanni, sí che gli pareva di tessere col suo passo cadenzato una fune che lo avvinceva al delitto, e che presto lo avrebbe avvinto anche alla forca. Gli riapparve allora lo sguardo bieco del morto ma animato da una nuova espressione. Fece schioccar le dita come per darsi un po’ di coraggio e, entrato in una viuzza a caso, proseguì il suo cammino, animosamente, in mezzo alla neve.
Due cose lo angustiavano in quel momento: il ricordo della forca di Montfaucon come gli era accaduto di vederla, una volta, in una notte di luna, e l’aspetto dell’ammazzato: la sua testa calva circondata da una corona di riccioli rossastri. Ambedue quelle visioni gli facevano balzare il cuore di sgomento, e si mise ad affrettare il passo quasi volesse con la rapidità del cammino scacciarsi di dosso quei cattivi pensieri. A ogni tratto, però, si dava una guardatina all’indietro, trasalendo di paura; ma non vedeva nulla che si movesse, tranne quando il vento, ingolfandosi per la strada, s’avventava giú sulla neve ammassata, e la sollevava in grandi fiocchi pulverulenti e vividi.
Improvvisamente, in fondo ad una via, scorse un nero viluppo e due lanterne. Il viluppo si muoveva, le lanterne oscillavano in qua e in là come portate da uomini che camminassero. Era la pattuglia. La quale, ancorché venisse semplicemente ad incrociare il suo cammino, egli giudicò opportuno di evitare piú sollecitamente che poteva. Non era in quel momento d’umor tale da rispondere al chi-va-là che gli avrebbero gettato, e poi sapeva di aver lasciato dietro di sé una lunga striscia d’impronte sulla neve. Per la qual cosa, visto alla sua sinistra un gran palazzo che aveva in sul davanti un largo andito tutto ruinato e deserto, montò i tre gradini davanti alla porta e balzò a nascondersi dentro quello. Era abbastanza buio là dentro, massime per lui che veniva dal chiarore delle vie nevate, e procedé tastoni, le braccia protese, finché d’un tratto sentì che incespicava in alcunché che offriva al suo tatto una certa resistenza, una sostanza ch’era aspra e molle, soda e cedevole a un tempo.
Il cuore gli dié un balzo, ed indietreggiò pien di paura, fissando l’impreveduto ostacolo. Ma subito scoppiava in una risata. Era soltanto una donna, ed era morta. Allora s’avvicinò a lei, gli s’inginocchiò accanto e cercò di rassicurarsi su quest’ultima circostanza. Ella era tutta fredda, diaccia, stecchita come un bastone. Una piccola gala svolazzava al vento fra i suoi capelli e le sue gote apparivano imbellettate di fresco. Le sue tasche erano vuote; però, frugandole nelle calze, Villon scoprì, sotto la legaccia, due piccole monete di quelle che a quel tempo si chiamavano «bianchi». Era poco, ma era già qualcosa, e il poeta si commosse al pensiero di quella povera fanciulla ch’era morta prima di poter spendere il suo danaro. Gli pareva proprio una strana e miserabile circostanza codesta: e stava là a guardare ora le monete ora la donna e poi le monete ancora, scuotendo la testa all’idea di quant’era buffa la vita umana. Enrico V d’Inghilterra che moriva a Vincennes poco dopo aver conquistato la Francia e quella povera sgualdrina lí, morta di freddo, nell’andito di quella casa signorile; il mondo camminava proprio in una buffa maniera!
Mentre questi pensieri gli passeggiavano pel capo, quasi automaticamente, le sue mani correvano alla borsa. Il cuore gli cessò di battere di colpo; gli parve come se fredde scaglie ricoprissero le sue gambe e si sentì uno sgrigiolío di gelo passare sulla cotenna. Rimase là un istante come pietrificato, poi tastò di nuovo, con moto febbrile, e, la certezza della sua perdita essendogli balenata intieramente, il corpo gli si ricoprì tutto di sudore. Per colui ch’è abituato a scialacquare, il danaro è cosa cosí viva, cosí reale e un cosí rado velo lo sepàra dai suoi godimenti! V’è un limite soltanto alla sua fortuna: quello del tempo, e un prodigo è ricco quanto un imperatore di Roma, fin che n’ha da spendere. Ragione per cui perdere il suo danaro è per costui il piú barbaro dei contrattempi, come piombare dal cielo in inferno, dal tutto nel nulla, in un amen… Tanto piú per uno che aveva risicato la forca pel suo danaro, che poteva darsi che l’indomani fosse impiccato a cagione di quella borsa cosí aspramente guadagnata, e cosí stupidamente perduta!
Villon bestemmiò il suo destino, scagliò i due «bianchi» nella strada, alzò le pugna al cielo, e picchiò forte il piede, senza inorridire se gli era capitato di batterlo su quella povera spoglia di donna.
Allora rapidamente rifece il cammino percorso sino alla casa del cimitero. Ormai non l’aveva più in mente la pattuglia, la quale, in ogni caso, a quell’ora, doveva esser lontana; non pensava che alla sua borsa perduta. Ma invano egli guardò a destra, a sinistra, in mezzo alla neve: nulla vide. Di certo non l’aveva smarrita per strada. Gli fosse caduta quand’era ancora nella casa? E sentì un gran desiderio di ritornarci, frugarla. Ma l’idea di quel terribile ammazzato di là dentro gli scemava il coraggio. Però, quando fu vicino a quella, s’avvide che il fuoco, malgrado gli sforzi fatti per soffocarlo, era ancora acceso; anzi ora divampava piú forte e gittava ondeggianti sprazzi di luce attraverso le fenditure della porta e delle finestre; il che rinnovò nel poeta la paura per l’autorità e pel patibolo.
Ritornò davanti al palazzo e, frugacchiando tra la neve, si diè a ricercare quei due «bianchi» che vi aveva buttato poco prima in un impeto di rabbia. Ma non gli riuscì che scovarne uno solo; l’altro probabilmente l’aveva gittato lontano e stava affondato nella neve. Con quella sola moneta in saccoccia il suo progetto di passare una nottata allegra in qualche tavernaccia de’ dintorni era bell’e svanito. Ah, non soltanto gli scappava di mano una bell’occasione di gioia, ora era un vero avvilimento che lo coglieva, una pena reale. Il sudore gli s’era asciugato indosso e quantunque il vento fosse caduto s’andava mettendo giù un gran gelo che diventava piú forte d’ora in ora, e lo rendeva tutto agghiacciato e rattrappito fin dentro al cuore. Che doveva fare? Sebbene fosse ora inoltrata e le probabilità di un successo assai scarse, pensò di recarsi alla casa dove abitava il suo padre adottivo, il cappellano di St. Benoit.
Vi andò di corsa, e, giunto là, bussò timidamente. Nessuna risposta venne dal di dentro. Bussò di nuovo a più riprese, rattenendo il fiato ad ogni colpo; e alla fine udì alcuni passi nell’interno che s’andavan avvicinando. Poi un finestrino s’aprì dentro una porta tutta chiodata di ferro, lasciando sfuggire uno sprazzo di luce giallognola.
«Metti la faccia al finestrino» disse la voce del cappellano dal di dentro.
«Sono io» piagnucolò Villon.
«Ah, sei tu?» ribatté il cappellano; e sagramentando in modo davvero poco pretesco si diè a imprecare contro di lui che veniva a disturbarlo a quell’ora; tornasse all’inferno dond’era venuto.
«Le mie mani son tutte paonazze dal freddo» si raccomandava il povero Villon, «i miei piedi ghiacciati e pieni di fitte; il mio naso indolenzito a quest’aria così cruda; ed ho il cuore pien di gelo. Potrei crepare prima che faccia giorno. Soltanto questo ti dico, padre mio, e ti giuro davanti a Dio che non ti chiederò altro che un po’ d’alloggio».
«Dovevi venir prima!» l’ecclesiastico ribattè freddamente. «I giovani han bisogno d’una lezione, ogni tanto». E, serrato il finestrino risolutamente, si ritirò nell’interno della casa.
Villon montò su tutte le furie: picchiò sulla porta con mani e piedi, e scagliò parolacce dietro il cappellano.
«Vecchia canaglia!» gridava. «Se t’avessi fra le unghie ti farei volare dritto dritto dentro un pozzo!»
Dall’interno s’udì il fioco rumore di una porta che si chiudeva lungo un corridoio. Villon si tappò la bocca per non lasciarsi sfuggire un’altra bestemmia. Ma poi, colpito dal grottesco della sua situazione, si mise a ridere e a guardare allegramente su al cielo dove le stelle parevano sorridere sulla sua sconfitta.
Che dunque gli restava a fare? Assai probabilmente, passare la notte su quelle strade gelate. Gli tornò in mente all’improvviso la donna morta e sentì un brivido corrergli per l’ossa; ciò ch’era accaduto a lei la sera avanti poteva ben capitare a lui prima dell’alba. E cosí giovane, e con tali immense possibilità di belle bisbocce davanti! Tuttavia si rassegnò alquanto pateticamente alla sorte che l’attendeva come si trattasse di un’altra persona, e si tracciò in fantasia una piccola vignetta della scena che avverrebbe la mattina dopo quando ritrovassero il suo corpo stecchito, là in mezzo alla strada.
Facendo girellare tra il pollice e l’indice quel suo unico «bianco», si diè a passar in rassegna le possibilità che aveva di trovarsi qualche ricovero. Sfortunatamente egli era in cattiva armonia con i suoi vecchi amici che avrebbero potuto prendersi pietà di lui in quelle brutte condizioni. Li aveva messi in satira ne’ suoi versi e tartassati e canzonati a dovere. Tuttavia pensò che uno ci doveva essere che, vedendolo in tali strette, si sarebbe dimostrato forse meno rigido degli altri. Era una probabilità. Valeva almeno la pena di tentare. Ed egli si avviò verso la casa di quello.
In via, due piccole circostanze gli accaddero che colorirono in vario modo le sue riflessioni. La prima era ch’egli si accorse di trovarsi proprio a percorrere il cammino che aveva fatto la pattuglia di ronda, e per un centinaio di passi seguì quelle tracce, quantunque lo portassero fuori della sua direzione. Questo lo mise di buon umore, perché almeno, pensava, era riuscito a confondere le sue, dacché egli era sempre posseduto dalla preoccupazione che la gente dovesse braccheggiarlo di qua e di là per tutta Parigi, e che gli avessero a mettere il collare avanti che fosse svegliato la mattina dopo. L’altra circostanza lo colpì in modo differente. Trovandosi a passare per uno stretto canto si rammentò che molti anni prima, proprio lí in quel punto, una donna era stata divorata dai lupi insieme col suo bambino, e pensò che quello per l’appunto era un tempo tale da invogliare i lupi ad entrare di nuovo a dar una capatina in Parigi, e che un uomo solo come lui correva rischio a tal proposito di non cavarsela soltanto con qualche po’ di battisoffiola.
Si fermò e si guardò attorno con circospezione.
Si trovava su una piazzetta dove mettevano capo parecchie viuzze. Le passò in rassegna una per una, rattenendo il fiato e tendendo l’orecchio caso mai gli accadesse di avvertire qualche galoppante bestia sopra la neve o udire il suono di qualche latrato giú dalla parte del fiume. Si ricordò di sua madre che un tempo gli raccontava questa storia della donna e del bambino divorati dai lupi e gli additava il luogo dov’era avvenuta la strage. Sua madre! Avesse almeno saputo dove viveva la povera donna, era certo di trovare un ricovero presso di lei. Risolse di informarsene la mattina di poi: anzi, d’andar a trovarla, povera vecchia! Cosí pensando, arrivò al luogo verso il quale s’era indirizzato.
La casa era tutta buia come quelle che la contornavano, e, picchiato che v’ebbe qualche colpo, udì muoversi sopra il suo capo e una voce che sommessamente gli chiedeva chi fosse. Il poeta mormorò il suo nome, ed attese. Ma non ebbe ad attender molto, chè una finestra si spalancò di colpo e una secchiata di rigovernatura s’abbattè giú sulla soglia della porta, davanti a lui.
Villon, a dir il vero, non era del tutto impreparato a una accoglienza di quella sorta e già s’era messo al riparo, come la natura dell’andito glielo permetteva; ma, in onta a questa precauzione, egli si trovò tutto ammollato dalla cintura in giú. Le sue brache presto presto cominciarono ad agghiacciare. Si ricordò anche di aver qualche disposizione all’etisia, e si provò a tossire. Però la gravità del pericolo occorsogli aveva irrobustito alquanto i suoi nervi. A un centinaio di passi dalla porta dov’era stato cosí ben accolto, si fermò e, un dito sul naso, si diè a riflettere.
Ormai non vedeva che una maniera per procacciarsi un alloggio, ed era di prenderselo. Non lungi di là egli aveva notato una casa che gli sembrava abbastanza adatta per farvi un’irruzione e mosse prontamente verso quella, compiacendosi lungo il cammino di ricrearsi la mente con la prospettiva di una camera ben calda, di una tavola ancora gremita degli avanzi di un buon desinare, e dov’egli potesse trascorrere in pace quelle ultime maledette ore della notte, e magari uscirne la mattina dopo con una bella bracciata di piatti d’argento. E si mise a pensare anche alle pietanze e ai vini che piú gli piacevano, e, come stava passando in rassegna la lista delle pietanze favorite, gli si presentò in visione anche il pesce fritto, ma con un aspetto singolare di comicità e d’orrore.
«Quella ballata» si disse «non riuscirò mai a finirla!» E poi, ricordando con un brivido la figura dell’ammazzato: «Dannato testone!» ripetè con ira, e sputò sulla neve.
La casa dov’era giunto, a prima vista, pareva tutta buia; ma, dopo la breve ispezione ch’egli fece per ricercarvi il miglior punto d’attacco, Villon s’avvide che un barlume di luce trapelava fuori di una finestra incortinata.
«Diavolo!» pensò. «Qui c’è gente ancora in veglia… Sarà qualche studente o qualche eremita, Dio li abbia in gloria! O non potrebbero starsene a letto a russare come fanno i loro vicini? A che serve il coprifuoco? Che ci stanno a fare quei poveri diavolacci de’ sagrestani che ballano in capo alla fune delle campane? A che serve il giorno, se la gente sta su di notte? Il canchero li pigli!» Ma poi fece una smorfia pensando dove l’aveva condotto la logica del suo ragionamento. «Bah, ognuno ha pur le sue faccende» soggiunse «e se c’è qualcuno in veglia, per Iddio, potrò bene domandargli da mangiare, e crepi il diavolo!»
Animosamente allora s’appressò alla porta e vi bussò due colpi asciutti, decisi. Nei due casi precedenti egli aveva bussato con timidezza e stando un po’ sul chi vive per ciò che gli potesse accadere; ma adesso, avendo ormai scartata l’idea di farvi un’irruzione ladresca, il picchiare a una porta gli sembrò un’operazione assai semplice e naturale.
Il suono de’ suoi colpi destò attraverso la casa degli echi fievoli e misteriosi come s’essa fosse interamente vuota, ma questi non erano ancora del tutto dileguati che s’udì un passo cadenzato avvicinarsi, disserrarsi due catenacci, e si vide un battente spalancarsi di colpo, come se quei di dentro non fossero gente da temere affatto alcun tranello. E una figura d’uomo apparve, alta e vigorosa ed asciutta, per quanto un poco curva.
Aveva una testa di massiccia struttura, ma finemente scolpita ne’ suoi tratti; il naso, schiacciato in punta, s’andava affinando verso l’alto dove si congiungeva con un paio di larghi e onesti sopraccigli; la bocca e gli occhi avevano un disegno delicato, e l’intera faccia pareva riposare sopra una folta barba bianca di taglio quadro e signorile. Veduta cosí alla luce tremolante della lanterna, essa sembrava una figura piú distinta di quanto avesse diritto di esserlo, ma era tuttavia una fisionomia fine, piú nobile che intelligente, schietta, forte e severa.
«Siete venuto un po’ tardi, signore» disse il vecchio con un tono di voce risonante.
Villon s’inchinò umilmente e proferì alcune parole di scusa.
«Avrete freddo e fame?» riprese il vecchio. «Bene, entrate». E con un gesto cortese lo invitò ad entrare in casa.
«È qualche gran signore di certo» pensò tra sé Villon intanto che il suo ospite, deposta la lanterna sul pavimento lastricato, tornava a serrare dietro di lui i due catenacci.
Dopo di che, chiedendo scusa al poeta se lo precedeva, lo condusse al piano di sopra in una ampia sala illuminata da una gran lampada appesa al soffitto e riscaldata da un braciere di carbone. La stanza era assai povera di mobilio v’erano soltanto alcuni piatti d’oro sulla dispensa, qualche librone in-folio e un’armatura ritta tra due finestre. Dalle pareti pendevano due eleganti arazzi su l’uno dei quali era raffigurata la crocefissione di Nostro Signore, su l’altro una scena di pastori e pastorelle sulla riva d’un fiume. Al disopra del camino era appeso uno scudo gentilizio.
«Volete sedere» riprese il vecchio «e perdonarmi se vi lascio per un istante? Son solo in casa, stanotte, e se volete mangiar qualcosa bisogna pure che vi serva da me».
Appena uscito l’ospite, Villon balzò dalla seggiola sulla quale s’era seduto poc’anzi, e cominciò a darsi attorno ad esaminare la stanza con l’avidità sorniona d’un gatto. Soppesò fra le mani i boccali d’oro, aprì tutti gli in-folio, investigò l’arme gentilizia ch’era sopra lo scudo e la stoffa di cui eran foderate le sedie. Poi, sollevate le cortine delle finestre, vide ch’esse eran tutte ornate di vetri istoriati e piombati, e fin dove poteva scorgere, tutti a figure di carattere guerresco. Infine tornò nel mezzo della sala, trasse un lungo respiro e trattenutolo poi a gote gonfiate e rigirandosi sui tacchi si guardava di nuovo intorno come per imprimersi nella memoria tutti quegli aspetti della sala.
«Sette piatti» esclamò fra sé. «Fossero stati dieci, li avrei rischiati… Una bella casa davvero, e un bravo padrone. Dio lo aiuti!»
In quella s’udì di nuovo il passo del vecchio che ritornava dal corridoio e Villon volò a sedere sulla sua sedia, e là stette, quatto, riscaldandosi i polpacci davanti al braciere.
L’ospite entrò tenendo in una mano un piatto di vivande e nell’altra un boccale di vino. Mise il piatto sulla tavola accennando a Villon di accostarsi con la sedia, e, andato alla dispensa, ne tornò con due tazze, che riempì.
«Bevo alla vostra migliore fortuna!» disse egli gravemente toccando con la sua la tazza di Villon.
«Ed io ad una nostra migliore conoscenza» rispose il poeta fattosi disinvolto d’un tratto.
Un qualunque uomo del popolo sarebbe rimasto alquanto in imbarazzo alle cortesie di quel vecchio signore, ma Villon era ormai incallito in queste cose; egli aveva fatto bisboccia coi grandi signori della contrada, e li aveva trovati furfanti quanto lui stesso. Perciò si dedicò con ingordigia alla sua pietanza, mentre il vecchio l’andava osservando con uno sguardo fermo ed investigatore.
A un certo punto questi disse:
«Vedo, signor mio, che avete una macchia di sangue sulla spalla».
Montigny doveva aver messa la sua mano umida di sangue sopra di lui, avanti che lasciassero la casa del cimitero. Egli maledì Montigny nel suo cuore.
«Ma non è roba mia, sapete…» farfugliò Villon.
«Oh, non pensavo questo» ribattè il vecchio. «Una rissa, forse?»
«Forse, chissà… qualcosa di simile…» ammise Villon rabbrividendo.
«Qualche povero diavolo rimasto ucciso?»
«Oh, no, non ucciso» balbettò il poeta, sempre piú confuso. «Si trattava d’uno scherzo, d’un gioco… Ucciso cosí, per caso. Io non ci misi mano per nulla, Dio scampi!» soggiunse poi vivacemente.
«Qualche furfante di certo» osservò il vecchio.
«Ecco, l’avete detta giusta» annuì Villon, assai sollevato. «Un ignobile furfante come ce n’è tanti, del resto, per tutte le strade del mondo. E faceva, sapeste, un gran brutto vedere quand’era morto!… A’ vostri tempi, signore, vi sarà capitato di vedere dei morti» aggiunse poi dando un’occhiata all’armatura.
«Oh, molti n’ho visti» rispose il vecchio. «Come potete immaginare io ho preso parte a parecchie guerre».
Villon depose la forchetta e il coltello che aveva appena presi su in quell’istante.
«Ed eran calvi, alcuni?»
«Oh sí, e con capelli bianchi come i miei».
«Bianchi! Io non credeva dovessi far tanto caso a questo colore» balbettò Villon quasi tra sé. «Il mio aveva i capelli rossi». E qui ebbe come un ritorno della sua tremarella, del suo violento bisogno di risa, che però subito attuffò con un’altra buona gorgata. «Là, scusate, signore, io perdo un po’ la sinderesi quando penso a quel fatto» continuò. «Si è, vedete, ch’io lo conosceva… Maledizione a lui! … E poi, il freddo dà all’uomo certe fantasie; e son le fantasie che gli fan venir freddo? chissà come sia…»
«Avete danaro indosso?» domandò il signore.
«Ho un “bianco” soltanto» rispose il poeta ridendo. «L’ho pescato nella calza di una povera sgualdrina, che rinvenni morta sotto l’andito di un portone… Era morta, morta per davvero, come Cesare, povera figliola, e fredda come una tomba. Eh, d’inverno gli è un gran brutto vivere pei lupi, per le sgualdrine e pei poveri pezzenti come me».
Il vecchio disse:
«Io sono Enguerrand de la Feuillée, signore di Brisetout, bàilo di Patatrac. E voi, dite un po’, chi e che cosa siete?»
Villon s’alzò, fece una bella riverenza, poi disse:
«Io mi chiamo François Villon e sono un povero maestro delle arti a questa Università. Conosco un po’ di latino e un buggerío di vizi. So comporre canzoni, ballate, lai, virelesi e rondoletti, e ho una grande passione pel vino. Nacqui in una soffitta e non è improbabile che morirò sulla forca. Debbo aggiungere, signor mio, che da questa notte in poi io sono servo umilissimo di vostra signoria».
«No, non mio servo, ma mio ospite per stanotte, e niente piú» replicò il cavaliere.
«E un ospite assai riconoscente» appoggiò Villon con molto garbo; e bevè di nuovo alla salute del suo interlocutore.
«Siete un tipo curioso, voi…» riprese a dire il cavaliere «assai curioso! Siete colto, letterato, eppure spillate una piccola moneta a una povera trecca che trovate morta per istrada. Questo, non è furto bell’e buono?»
«Gli è un genere di furto, se mai, come è in uso anche nella guerra».
«La guerra è il campo dell’onore!» ribattè il vecchio con un accento pieno d’orgoglio. «Là, uno gioca la vita sopra un colpo d’archibugio, combatte pel suo Re, pel suo Dio, e pei beati Santi e per gli Angeli».
«Ponete» soggiunse Villon «ch’io sia un ladro per davvero. O che anch’io non gioco la mia vita contro rischi peggiori e per vantaggi più meschini?»
«L’arrischiate pel guadagno, non per l’onore!»
«Bel guadagno!» protestò Villon serrandosi nelle spalle. «Bel guadagno! Un povero diavolo ha bisogno di cibo e se lo prende, ecco tutto. E, di grazia, che altro fanno i soldati per le campagne? Che altro sono queste requisizioni di cui tanto si sente parlare? Conveniamo pure ch’esse non rappresentino un guadagno per quelli che le fanno, non è men vero che sono una perdita per quelli che le subiscono… Gli uomini d’arme se ne stanno là seduti presso un buon focolare, mentre i poveri borghesi si mungono le tasche per comperare da essi un po’ di vino e di cibo. Intorno, per la contrada, ne ho visti tanti e tanti de’ bravi bifolchi impiccati agli alberi! Sotto un olmo, ne ho contati fin trenta e facevano un ben squallido vedere! Domandato a qualcuno perché eran stati impiccati, mi rispose: Perché non eran riusciti a raggranellare danaro sufficiente per soddisfare gli uomini d’arme».
«Tutte queste son necessità di guerra che il popolo minuto deve saper sopportare con fiducia costante. Gli è bensí vero che qualche capitano ha prevaricato nell’esercizio delle sue funzioni, ma gente senza cuore ne trovate in ogni classe di persone, e molti, convengo, si dan al mestiere dell’armi che prima non furono che briganti».
«Vedete, dunque,» rispose il poeta «che voi stesso non potete separare il soldato dal brigante. E il ladro, di grazia, che cos’è se non un soldato che agisce da solo e con circospezione? Poniamo, io rubo un paio di costolette di montone senza che m’accada di svegliare la gente del vicinato; il contadino, accortosi del furto, strillerà un poco, ma poi potrà fare una ottima cena lo stesso con quel che gli rimane. Voi, invece, ci venite avanti con tanto di trombe; portate via de’ greggi interi, e poi picchiate a sangue il contadino per costringerlo a venire a patti con voi. Io non ho trombe, signore: io mi chiamo soltanto Tommaso o Giovanni o Geremia, sono un pezzente e un povero cane; ma domandate un po’ al contadino, fra due malanni come noi due quale preferisce aversi per casa; domandategli un po’ quale di noi due egli sta su nelle fredde notti a vigilare e a maledire…»
Allora il vecchio disse:
«Fate mente a noi due. Io sono vecchio, forte e onorato. Se io dovessi allontanarmi dalla mia casa, ci sarebbero cento persone che andrebbero orgogliose di offrirmi un alloggio nella loro, e, pur di lasciarmi solo, se lo desiderassi, anche un poverello si ridurrebbe a passar la notte per istrada coi suoi bambini. E voi, invece, vagabondate pel mondo senza una casa e spillate un quattrino da una povera donna morta per via! Io non ho timore di nessuno e di nulla: e voi tremate e vi smarrite soltanto al suono di una parola. Io passo i miei giorni contento, in questa mia casa, aspettando il momento in cui piacerà a Dio chiamarmi a sé, o al mio Re sul campo di battaglia. E voi non avete davanti che la speranza e la visione della forca: oh, una ben triste e rapida fine, e senza speranza d’onore, senza onore di gloria! Non v’è differenza, dite, fra queste due cose?»
«Ma di certo: quanto di qui alla luna!» saltò su a dire Villon. «Però se io fossi nato signore di Brisetout e voi foste soltanto il povero scolare François Villon forse che la differenza sarebbe minore? Forse che non sarebbe toccato a me di star qui a scaldarmi le ginocchia a questo bel braciere di carbone e a voi di gironzare là fuori in mezzo alla neve alla ricerca di un quattrinello? Non sarei stato io il soldato e voi il ladro?»
«Ladro?!» proruppe il vecchio. «Io, ladro!? Se conosceste il valore delle parole dovreste pentirvi d’averle pronunciate!»
Villon allora cacciò fuori le mani con un gesto indescrivibile di rude insolenza.
«Se Vostra Signoria m’ha fatto l’onore di seguire i miei argomenti!» disse.
«Vi faccio già tropp’onore a sopportare la vostra presenza qui!» gridò il cavaliere. «Imparate a frenar la lingua quando parlate con un vecchio onorato qual son io, o potreste trovar qualcuno che ve ne faccia pentire sul serio!»
E qui s’alzò e si mise a passeggiare in fondo alla sala come combattuto fra un’ira furiosa e il disprezzo per l’uomo che gli stava davanti.
Villon, presto presto, si riempì la tazza e si acconciò piú comodamente nella sua seggiola, incrocicchiando le gambe e appoggiando il capo sopra la mano e il gomito sulla spalliera. Ormai si sentiva ben caldo e pasciuto, quindi non era per nulla spaventato dalle smanie del suo ospite, tanto piú che ormai gli pareva d’averlo catechizzato a dovere intorno a quelle due tali differenze. La notte era ormai consumata e, a ver dire, in una maniera abbastanza piacevole ed egli era moralmente certo che alla dimane sarebbe riuscito a partirsene di là sano e salvo.
«Ditemi una cosa» disse d’un tratto il vecchio fermandosi. «Siete veramente un ladro, voi?»
«Invoco il sacro dovere dell’ospitalità» rispose il poeta. «Ebbene, signore, sí, lo sono».
«Siete molto giovine» seguitò il cavaliere.
«Né sarei stato tanto vecchio» replicò Villon facendogli ballare sotto il naso le dita di ambedue le mani, «se non mi fossi aiutato con questi dieci talenti. Essi mi fecero da madre, da balia e da governante».
«Potreste ancora pentirvi, mutare…»
«Non passa giorno ch’io non faccia un atto di pentimento» disse il poeta. «Pochi al mondo si sono pentiti di piú del povero François. Quanto al mutare, bisognerebbe che qualcuno mutasse le condizioni della mia vita. Anche con tutta la buona volontà di pentirsi uno deve pur mangiare».
«Il mutamento deve cominciare dal cuore» obiettò il vecchio austeramente.
«Caro signore,» spiegò Villon «ma credete ch’io rubi per mio puro diletto? Io ho in odio il rubare come ogni altra forma di lavoro. I miei denti sapeste come battono la solfa quando vedono la forca! Ma io debbo pur mangiare, debbo bere, debbo bazzicare allegre compagnie d’ogni risma. Ma che diavolo! L’uomo non è un animale solitario “cui Deus foemina tradit”. Fatemi panettiere del Re, fatemi abate di St. Denis, fatemi bàilo di Patatrac, e allora cambierò di sicuro. Ma finché mi lasciate povero scolare François qual sono, senza un quattrino in tasca, è positivo che resterò tal quale».
«La grazia di Dio è onnipotente».
«E sarei proprio un eretico a discuterla. Tanto piú che ha fatto voi signore di Brisetout e bàilo di Patatrac, e a me ha dato soltanto qualche po’ di arguto ingegno sotto il mio cranio e queste dieci dita sulle mie mani… Permettete che ne beva ancora un goccio? Grazie di cuore… Per Dio, ma avete un vinello squisito!»
Il signor di Brisetout ripigliò a passeggiare avanti indietro per la sala con le mani sobracciate sul dorso. Forse nella sua mente ancora non s’era risolta quella differenza fra ladro e soldato; forse Villon gli andava suscitando una specie di aspra simpatia; forse il suo spirito era semplicemente confuso e intorbidato dal ragionamento di lui, cosí strano e insolito; ma, sia una cosa che l’altra, fatto è che il buon vecchio si struggeva di ricondurre il giovine su una via di pensieri piú agiati ed onesti, e non poteva rassegnarsi all’idea di metterlo ancora in sulla strada, come prima.
«C’è una cosa» egli disse finalmente «che non arrivo ancora a intender bene. Il vostro spirito è pieno di tanta arguta finezza, eppure il demonio vi ha tanto fuorviato. Ma il demonio è un assai povero spirito di fronte alla verità del Signore, e tutte le sue sottigliezze dileguano di fronte a una parola di vero onore, come le tenebre alla luce dell’alba. Ascoltatemi ancora. Fin dalla mia gioventú ho appreso che un gentiluomo ha da vivere cavallerescamente nell’amore di Dio, del suo Re e della sua donna; e quantunque nella vita mi sia occorso veder compiersi tante scelleratezze, pure mi sforzai sempre di uniformare la mia condotta a quella legge. La quale non solo in tutte le piú nobili storie, ma è iscritta dentro al cuor d’ogni uomo, per chi vi sa leggere. Voi parlate di vino e di cibo, ed io so bene che il digiuno è una prova assai ardua da sopportarsi; ma voi scordate altri bisogni che ha l’uomo; voi dimenticate l’onore, la fede in Dio, la carità verso il prossimo, la cortesia e l’amore illibato. Può darsi ch’io non sia un uomo saggio, sebben io penso di esserlo; ma voi mi sembrate simile a uno che ha smarrito la strada e vada errando pazzamente per la vita. Voi badate solo ai vostri piccoli bisogni, ma avete dimenticato le vere e supreme necessità, come uno che nel dí del Giudizio Universale si mettesse a curarsi un mal di denti. Perché non solo l’onore, l’amore e la fede son per sé cose piú nobili del mangiare e del bere, ma pure io penso che l’uomo questi beni è portato a desiderarli con più intensa bramosia, e che della loro privazione egli risente ben piú aspramente. Io vi parlo cosí, come penso che meglio mi possiate intendere. Mentre dunque ponete tanta cura nel soddisfare i piaceri del ventre perché trascurate gli appetiti del vostro cuore che gli sfrenati godimenti vi fanno guasto e mantengono in uno stato di miseria perenne?»
Villon si sentiva alquanto punto sul vivo da tutti quei discorsi.
«E voi credete che io non l’abbia, il senso dell’onore?» scattò su a dire. «Sono un povero diavolo, sí, Dio sa! Ma la è dura, credetemi, veder la gente ricca con tanto di guanti e noi che dobbiamo soffiarci sulle mani per farci un po’ di caldo! Uno stomaco vuoto gli è pur una squallida cosa, ancorché voi ne parliate con tanta leggerezza: ma se voi n’aveste passate quante n’ho passate io, eh, mutereste il tono del vostro discorso. Sí, in un modo o nell’altro, io sono un ladro, e cerco di cavarne il miglior vantaggio possibile; ma non sono poi il diavolo scatenato, Dio mi fulmini! E io vorrei che sapeste che il mio onore ce l’ho pur io, quantunque io non stia a blaterarne in qua e in là come fanno certuni, il giorno intero, come fosse un miracolo l’averlo. Per me invece la mi sembra cosa cosí semplice e naturale, ch’io lo traggo fuori dalla sua custodia quando meglio m’accomoda. Perché, datemi retta, quanto tempo è ch’io son qui nella vostra casa, qui con voi che dicevate d’esser solo? Guardate, che bei piatti d’argento avete! Voi siete forte, l’avete detto, ma siete solo ed inerme ed io ho con me il mio coltello. Vedete, che mi ci vorrebbe a mettervi in un batter d’occhio là disteso per terra con la mia lama nello stomaco e fuggirmene con una bella bracciata delle vostre tazze d’argento? Credete ch’io non abbia spirito d’averle pensate queste cose? Eppure non l’ho fatte. E le vostre coppe son là sane e salve come fossero in una chiesa, e voi siete lí col vostro cuore che batte regolare come un oriolo nuovo, ed io son qui pronto ad uscirmene da questa vostra casa, povero e straccione come vi sono entrato, col mio unico “bianco” in saccoccia. E poi dite che non ho il senso dell’onore? Dio mi fulmini!»
Il vecchio protese con impeto il braccio destro.
«Ve l’ho da dire quel che siete voi? Un furfante, ragazzo mio, un furfantaccio, una figura ladra, un vagabondo! Ho passato una notte con voi! Oh, credetemi, mi ritengo ben disgraziato E voi avete mangiato e bevuto alla mia tavola! Ma adesso sono ristucco della vostra presenza. Il giorno sta per spuntare e il gufo ha da tornare al suo coviglio… Volete precedermi o seguirmi?»
«Come vi piace» rispose il poeta, levandosi da sedere. «Voi siete assai cortese». E qui ingollò d’un fiato la sua tazza di vino un po’ sopra pensiero. «E vorrei poter aggiungere che siete anche molto intelligente…» soggiunse poi battendosi le nocche sulla fronte. «Vecchiaia, vecchiaia! Il cervello ammuffito, reumatizzato!»
Quasi per rispetto verso sé medesimo il vecchio lo precedette e s’avviò verso la porta. Villon lo seguì fischiettando, il pollice agganciato alla cintura.
«Dio abbia pietà di voi» disse il vecchio quando furono all’uscio.
«Arrivederci, papà» rispose Villon sbadigliando. «E grazie tante per le vostre bistecche di montone».
La porta si richiuse dietro lui.
L’alba spuntava sopra i tetti biancheggianti. Si annunciava una frigida ed incresciosa mattina.
Villon si fermò un poco in mezzo alla strada poi si stiracchiò le membra con gran delizia.
«Un povero vecchio barbogio…» esclamò fra sé. «Forse, chissà, le sue tazze valevano meglio di lui!»

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