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The Project Gutenberg EBook of Dal vero, by Matilde Serao

This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at www.gutenberg.org

Title: Dal vero

Author: Matilde Serao

Release Date: November 21, 2006 [EBook #19887]

Language: Italian

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DAL VERO ***

Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

MATILDE SERAO

DAL VERO

  MILANO
  CASA EDITRICE SOCIALE
  PERUSSA & QUADRIO
  Via Bocchetto, 3.

1879.

DAL VERO

MATILDE SERAO
DAL VERO
MILANO,
CASA EDITRICE SOCIALE

PERUSSIA & QUADRIO,

Via Bocchetto, 3.

1879. Proprietà letteraria della Casa Editrice.

Tip. Milanese, C.^a A. GIULIANI—Via Larga, 35-37.

A ROCCO DE ZERBI.

Egregio amico,

A me, ignota ancora, voi apriste generosamente le colonne del vostro giornale; nella breve e modesta via letteraria che ho percorsa mi foste prodigo d'incoraggiamenti. Permettete che ve ne ringrazi, ancora una volta, offrendovi questo libro.

MATILDE SERAO.

Napoli, Giugno 1879.

FANCIULLO BIONDO.

A Mimì.

Di certo il fanciullo era bellissimo. Aveva gli occhi grandi ed azzurri, ma di quell'azzurro vero, leale che non diventa mai nero di sera; il bianco della cornea era anche irradiato da una tinta bluastra, cosa che faceva sembrare anche più grande la pupilla: i lumi della sala, riflettendosi in quegli occhi azzurri, vi accendevano una stella luccicante, una sola. Poi era biondo; non tendente al giallo, come la Gioconda di Leonardo da Vinci, nè al fulvo, come la Maddalena del Tiziano, e nemmeno come dovette essere biondo il danese Amleto: quei capelli erano fini, lucidi, biondi e dolci alla vista, riposavano lo sguardo stanco da tante teste sfrontatamente brune. Quella testina originale, dal profilo abbozzato, dai lineamenti puri, dalla fronte serena, attirava il mio sguardo.

* * *

La commedia quella sera mi annoiava, gli attori strillavano, io non avevo il programma e non ci capivo nulla. In palco, con noi, vi era un medico, ma uno di quelli moderni, che sono prima filosofi, poi fisiologi, poi medici: un materialista calmo e feroce, che in tre parole distruggeva l'amore, l'anima, l'immortalità, riducendoli a questioni di nervi. Di Dio non discorreva più; lo aveva ammazzato da un pezzo. Io, fosse conseguenza di una giornata triste ed uggiosa, dipendesse dalla lettura di un libro stupido, o venisse dal dispetto di non aver ritrovata la catenina del mio braccialetto, mi sentivo disposta all'idealismo e quindi a contraddire aspramente il dottore. Per questo, preferii guardare attorno.

* * *

Il fanciullo ascoltava religiosamente la recita: spalancava i suoi occhioni, quasi a vedere maggior numero di cose, ed appoggiava il mento sulle due manine incrociate; ma il labbruccio inferiore, rosso come una ciliegia, era avanzato in atto d'infantile fierezza. Forse la commedia non gli andava a versi, ma non ne perdeva una parola, non batteva palpebra, non si moveva: a fissarlo bene con l'occhialino, si vedeva sotto la candida pelle, salire il sangue per lo sforzo dell'attenzione e pel calore del teatro. All'intervallo rialzò il capo, pensò un poco, poi sorrise a qualcuno che gli parlava: quella sua bellezza si completava, animandosi. Doveva essere anche intelligente.

* * *

—Vi piace quel fanciullo?—chiesi al dottore.

—Carino!—mi rispose costui sorridendo.

—Come vorreste che fosse, per chiamarlo bello? Bruno forse?

—Forse.

—E perchè? Avete torto, dottore, se negate al biondo il dominio dell'arte, e l'arte cammina sempre verso il bello. Tutte le fantastiche immagini, tutte le incarnazioni della grazia e della bontà noi le fingiamo bionde: così Venere, dea della bellezza, è bionda; così Maria, la Vergine, è bionda, e se il serpente s'innamorò di Eva è perchè costei dovette essere bionda. Apollo, il primo poeta, aveva le chiome d'oro, e gli angioletti ed il bambino Gesù pure. Ary Scheffer, quando dipinge la sua Gretchen, è grande, perchè ritrae il sogno di molti pittori: e sono secoli che i poeti impazziscono per le donne bionde. Perchè in quel colore è la gioia, la vita, la gioventù. Ma voi sorridete, signor positivo; vi occorrono altri esempi? Ebbene, l'oro, il motore del mondo, il fattore della civiltà, il vostro oro divino è anche esso biondo!

—Nulla di questo—rispose il dottore, niente commosso dalla valanga delle mie parole—per me, non amo i biondi, e la ragione è chiarissima. Quella tinta, egregia amica, è il risultato di una debolezza nella materia colorante, è la pruova di un temperamento linfatico: da ciò, poca forza fisica e quindi poca forza morale, se vogliamo adoperare questa parola. Come tutte le persone deboli, le femmine bionde sono perfide, e se un uomo biondo arriva a fare grandi cose, ha dovuto adoperare una forza di volontà doppia per dominare il suo organismo. Ma i casi sono rarissimi; la statistica…..

—Per carità!

* * *

—Vedete, dottore—ripresi—la casa dove vive quel fanciullo non deve essere mai triste: egli la rallegra, la riempie con la sua presenza, i corridoi echeggiano dei suoi passi, le volte sono piene delle sue voci, gli angoli oscuri illuminati dal suo sguardo. Il padre, quando ascolta il suo riso trillato, argentino, sente rianimarsi e riprende coraggio a vivere; la madre, guardandolo, pensa che la primavera si è incarnata nel suo figliuolo, tanto i suoi capelli ricordano il sole ed i suoi occhi il cielo. Quando parla, gli risponde l'uccellino dalla gabbia, ed il loro dialogo è carissimo, e se anche egli commette una piccola mancanza è così soave il perdonargli….

—Quando si farà grande…..

Mi tacqui subito; il sogno era svanito.

* * *

E che! Tu diventerai grande, il tuo labbro innocente si piegherà al sogghigno, la fronte bianca diventerà pensierosa, gli occhi azzurri si annebbieranno per la collera! Tu, immagine pura, conoscerai in che fiume d'amarezze si convertano le cose più dolci della vita! Saprai che valgano i nomi di amicizia, di amore, di gloria! E ti sarà palese l'odio, assaporerai la vendetta! Non sarai più grazioso, noncurante, allegro; non riderai più, piangerai; dubiterai, ti annoierai, vorrai dominare il mondo e ne cadrai poi vinto! Sei un fanciullo, e sarai uomo!

Oh! se io fossi Michetti ti dipingerei; se fossi Victor Hugo scriverei per te un libro: ma se io fossi un Dio, fermerei la tua età, biondo fanciullo!

LA CANZONE POPOLARE.

Ciascuno vivendo della vita comune, ha una vita propria; e chi la trova nel pensiero, chi nell'arte, chi nel desiderio di gloria. Il popolo, questa grande parte dell'umanità, non conosce ancora la lotta dell'idea, nulla sa di arte e lo splendido fantasma della gloria non gli apparisce—eppure il popolo è l'uomo; l'uomo che soffre, ama, è felice, infelicissimo e deve avere una vita sua, una sua speciale manifestazione. L'ha; ed è il canto. Canta dappertutto—certo dove il sole lo riscalda, dove la luce lo inonda, dove il mare unisce la sua voce, il popolo canta di più, ma nel freddo e nebbioso nord, in quell'atmosfera grigia, il canto popolare si eleva a menomare la tristezza della vita; le strade della città ne echeggiano, come le vallate della campagna; e lo stesso contadino che lavora nelle fatali paludi Pontine, scaccia il pensiero della morte col canto. In ogni stagione il popolo canta: nelle sere solitarie dell'inverno è una voce lontana, fievole, che si perde poco a poco nella distanza; nel risveglio della primavera, nella ricchezza dell'estate, è un concerto che sale da tutte le parti, che vi obbliga a spalancare le finestre ed a lasciare entrare la gioia del popolo; nell'autunno è un sospiro, un addio al bel tempo che parte!

* * *

La canzone popolare non si definisce, essa si sottrae all'arida spiegazione della scienza; è una cosa vaga, fuggevole, senza contorni determinati, evanescente. È tutto ed è nulla; è un soffio leggiero e può diventare una leva potente; brilla di tutti i colori dell'iride, si crede che sia una perla ed è una bolla di sapone; donde viene non si sa, dove va non si conosce; può morire, ma può anche risuscitare; ha una fragile esistenza e la si vede resistere all'urto degli avvenimenti ed al trascorrere degli anni. In essa si ritrova lo spirito multiforme del popolo; è gaia, vivace, dal ritornello allegro, dalle battute affrettate e rapide; è malinconica, dalle note lunghe e cadenzate con un pensiero mesto che ricompare ogni tanto; talvolta è burlesca, vi si sente lo scoppiettìo del sarcasmo ed il fischio dell'ironia—ed infine, con una profonda ed inconsciente filosofia unisce spesso parole dolenti ad un motivo brillante. È un lamento, una risata, un sogghigno, un bacio; l'espressione di un momento, la durevole rappresentazione di un sentimento rapidissimo; è una idea complessa ed energica che ha bisogno di svolgersi con la parola e con la musica. Senza sapere la prima bocca che l'ha intuonata, la canzone si propaga in un momento, diventa la proprietà del popolo, e se essa ha saputo cogliere bene l'idea ed il sentimento, sopravvive lungamente, forse più che nella classe degli intelligenti un'opera di grande maestro.

* * *

Vi si parla quasi sempre d'amore. Amore diverso dal nostro, ci s'intende; amore grossolano e che può giungere a certe delicate espansioni, sognate solo dalla fantasia del poeta; amore che dona egualmente un garofano ed un colpo di rasoio: amore che non s'inchina, non porta guanti e suona per ore intiere la chitarra sotto la finestra dell'amata; amore che quando vi s'inframmette la gelosia, diventa passione; amore che è sboccato, villano, ed intanto riempie di matrimoni i registri dello stato civile. Esso ispira le canzoni popolari: vi si narrano le gentili speranze della corrispondenza, il dolore per la indifferenza, l'affannoso tormento della gelosia, le pene del disinganno e dell'abbandono; tutta la profonda variabilità dell'amore prende forma in quella musica. Vi sono canzoni per augurare la buona notte, canzoni per ridestare una cara e pigra dormiente, canzoni per rimpiangere una giovinetta morta; spesso, rinnovando le romanze degli antichi trovieri, vi è un dialogo fra l'uomo e la donna, in cui volta a volta cede l'una o l'altro, ed il vincitore è sempre l'amore. La medesima idea della morte, questa idea che fa impallidire i più forti, nella canzone sembra dolcissima; ivi è detto come bellissima cosa sia morire davanti la porta della donna amata, e questa frase che riassume l'amore e morte di Leopardi, è accompagnata da un motivo così lento e triste che vi mette nell'anima un desiderio insolito di pace e di silenzio, un arcano struggimento dell'ultima ora.

* * *

Al popolo nessuno parla di patria e di libertà, nessuno gli dice che ha dei diritti, nessuno gli suggerisce la parola eguaglianza; il popolo non sa la storia e niuno cura d'insegnargliela, eppure il popolo si solleva, combatte, cade, risorge, è glorioso: una canzone patriottica lo ha infiammato, ne ha risvegliato il valore e sostenuto il coraggio. Nel 1860 vennero fuori mille canzoni di guerra, senza sapere chi ne avesse gettata la prima nota; al loro suono sorgevano i soldati dalla terra, i giovani ed i vecchi sentivano per le vene un fremito, i cervelli si mettevano in tumulto, le mani correvano all'armi; e si moriva, si moriva con la gioia negli occhi ed il canto sul labbro. Anche adesso, dopo tanti anni, dopo che l'Italia è compiuta, dopo che tante febbrili illusioni sono svanite, al risentire quei canti gli occhi si riaccendono ed il cuore si solleva. Bonaparte il grande, prima d'inebbriare i suoi soldati con la polvere ed il fuoco, li inebbriava con le canzoni popolari; è la canzone popolare che, insieme alle teorie dei filosofi, crea la presa della Bastiglia e la rivoluzione francese; essa è un'arme contro il tiranno, contro il cattivo governante, un'arme che vale più del fischio, più dell'urlo, più della pietra; perchè il fischio, l'urlo, la pietra significano l'individuo e la canzone significa la massa, il numero e la forza.

* * *

Si è detto, ed anche da un ingegno illustre, che il popolo non è vero poeta, massime il popolo napoletano. È così: l'elemento poetico delle canzoni è scarso, a lampi, il senso spesso ne diviene incomprensibile—talora sono frasi, parole accoppiate senz'ordine e senza significato. Ma nell'elemento musicale è la grande rivincita, nell'elemento musicale ricchissimo di melodia e di espressione; tutto quello che la poesia non dice, la musica lo interpreta e lo rende, schiudendovi un orizzonte largo, immenso, dove la fantasia può meglio spaziare che nello stretto giro della parola. La cantilena del marinaio vi giunge senza che possiate ascoltare quello che egli dice, eppure vi parla del dolore della partenza, del lungo viaggio in paesi ignoti, dell'ansia del ritorno; quando sulla barchetta al largo, si canta di Santa Lucia, voi senza saperne nulla, indovinate, al sentirne solo il ritornello, tutta quell'allegra vita sotto il sole caldo, nel profumo del mare, nelle notti limpide e serene. Non ci è poesia ed intanto potete crearci un poema, un poema tanto più bello in quanto che vi mettete una parte di voi, riunite al sentimento della musica quello del vostro cuore e quasi tacitamente ringraziate colui che pose delle frasi senza costrutto sopra una musica divina, e vi lasciò la libertà di adattarvi tutte quelle che la vostra immaginazione può plasmare. Forse il popolo non è poeta vero nel pensiero, ma è tale nel sentimento—stroppia il concetto ed è insuperabile nella musica. Vi è qualcuno che preferisce questa seconda poesia alla prima.

* * *

La scienza è la misura del dolore—è una severa verità. Più si procede nel regno del pensiero e più l'occhio della mente discopre abissi paurosi, e l'anima sitibonda di pace vorrebbe ritornare all'antica ignoranza: in alto vi sono dei fatali miraggi che attirano, affascinano e non si fanno raggiungere mai, in alto il pensatore e l'artista soffrono. Ma in basso, nell'ignoranza anche, si soffre: in alto vi è la povertà smagliante, in basso la povertà nera. In basso vi è il pensiero del domani senza pane, dei figli senza tetto, della vecchiaia che si approssima: tutto questo può fermentare e diventare odio. Allora si maledirà al lavoro continuo senza l'adeguata ricompensa, si maledirà all'ingiusta divisione dei beni della terra e la cattiva idea del socialismo sotto la sua forma più rozza si farà strada. Ma no, no; il popolo non può odiare, il popolo non può maledire, perchè canta: la povera cucitrice con gli occhi stanchi ed il petto logorato accompagna con la voce il tic-tac della macchina; il muratore, arrampicandosi per le impalcature dove arrischia la vita, gitta al vento le note della sua canzone; nel seno della terra dove non entra barlume di sole, il minatore unisce ai colpi regolari della sua piccozza un monotono ritornello. Il popolo non ha svaghi, non ha consolazioni, non ha gli strani piaceri in cui noi ci anneghiamo—il popolo per dimenticare, per non maledire, per sorridere, non ha che il canto. Lasciatelo cantare…

Chi sa! È forse così che parla a Dio.

PSEUDONIMO.

Parola aspra ed invenzione antica. Se le escursioni storiche fossero permesse con la stagione che si avanza, troverei bene qualche monaco medioevale che se ne servì per isfuggire la scomunica, qualche timida poetessa che vi adombrò i suoi lamenti d'amore, ed infine, per congiurare direttamente contro la pace del lettore, io parlerei dell'Arcadia. Ma tutto questo, oltre all'essere micidiale, sarebbe anche inutile; perchè lo pseudonimo, come passaporto, come legge, come istituzione, è una gloria della letteratura moderna. E più che una moda, è una febbre, una smania: dall'articolista di grande giornale sino al droghiere del villaggio che manda le nozioni di chimica al giornaletto del capoluogo; dal romanziero rinomato sino al biondo adolescente che pubblica le sue novelle sui letterari e clandestini periodici della domenica; dalla scuola romantica che muore, a quella realista che crede di essersi affermata; dal poeta sommo a quello che confeziona sonetti: tutti, tutti pare abbiano il vivissimo bisogno di lasciare il proprio nome e di prenderne un altro. È una protesta in regola contro il gusto di babbo e mamma, contro il registro dello Stato Civile e quello della parrocchia: libero nome in libera letteratura! Lo pseudonimo diventa un elemento necessario, indispensabile di successo; basta averlo per poter scrivere; anzi qualcuno pensa a provvedersene prima di esser sicuro che conosce la lingua italiana.

Trovarlo non è molto difficile: vi è il campo della buona ed inesausta mitologia, vecchia mitologia, che tutti spregiano ed a cui tutti ricorrono, quando vogliono esprimere la parvenza del bello e del divino; vi è la storia, fantasmagorica galleria di tipi spiccati ed eccezionali; vi è l'arte con le sue manifestazioni pittoriche, scultorie, musicali, poetiche; vi sono le stranezze dei nomi greci, la severità dei latini, i modi di dire, i sottintesi di tutte le altre lingue; vi sono i fiori, il paradiso, le stelle, l'inferno—ed il mondo. Un vocabolario senza fine! Allora si cerca, si cerca, si cerca; si discute, si chiede agli amici, s'interroga l'amica, si consulta il professore, l'archeologo: oggi vi è una decisione, domani esitazione, dopodomani abbandono. Da capo a cercare, è un affar serio, bisogna averlo, non si può vivere senza di esso, ne va della dignità; l'attenzione si ferma, finalmente! Lo pseudonimo è trovato, lo si assume, lo si spiega, lo si commenta; è stampato sulla carta da lettere, ricamato sui fazzoletti, inciso sul suggello—investitura completa. Il fortunato possessore passa a godere i vantaggi ed i malanni della sua nuova proprietà.

Facciamo vi sia un poetino, il quale senta l'irresistibile desiderio di narrare al pubblico i dolori del suo cuore trafitto ed intanto si chiami Pasquale; i dolori ed il cuore trafitto, hanno un carattere d'incompatibilità col nome Pasquale. Ebbene, una firma nebulosa, Vesper, ed il rimedio è trovato; le giovani lettrici si commuovono ed ammirano. L'unica cosa che possa attenuare le proporzioni di un fiasco è lo pseudonimo, santuario in cui si ricovera dignitosamente l'autore offeso, pronto ad uscirne nel caso di un successo. E dove mettete quella cara libertà di sbizzarrirsi, di punzecchiare l'amico? Nessun obbligo di esser modesto, facoltà di dire sciocchezze, paradossi, financo verità: tutti sorrideranno, nessuno andrà in collera ed in questi tempi di squisitissime suscettività nervose, un parafulmine morale è cosa molto utile. Si stabilisce un dualismo, uno sdoppiamento, una impersonalità piena di diletto; l'uomo arrischia le sue riserve senza paura, la donna anche si mette in campo. Volere o non volere, la donna è sempre un po' timida—le ragioni non servono—ha scorno di rivelarsi e tiene per sè le acute e sottili osservazioni, le sfumature del sentimento, le cognizioni del cuore, se queste parole vanno bene insieme. Tutto questo si perde, perchè ci vuole un pochino di coraggio a firmare in disteso anche la più piccola verità: invece sotto la salvaguardia del nomignolo, le confessioni si fanno adito, si espandono, si moltiplicano con la massima soddisfazione dei signori uomini, che vedono esser questo l'unico mezzo per saperne qualche cosa di più sulle signore donne.

La storia aneddotica dello pseudonimo è molto ricca. Sono incidenti agrodolci, talvolta punto piacevoli: state con gente in un ritrovo e salta fuori uno sbarbatello che non vi conosce, a dichiarare che il tale (declinazione del vostro nomignolo) è un cretino nato e pasciuto—quadro plastico degli ascoltanti che vi conoscono. Un altro giorno ricevete una lettera poco rispettosa dal fratello di una cantante in cui si dice che se non volete smetterla di dir male della germana correranno le batoste: voi che siete innocente di critiche musicali, v'informate ed arrivate a sapere che un corrispondente incognito di un giornale teatrale ignoto, si compiace firmare col vostro medesimo nome di guerra. Ma questo equivoco non sarà il solo, nè il più innocente.

La gente comincerà a chiamarvi sempre col nome falso—le lettere verranno a quell'indirizzo, la vostra individualità di cittadino e di elettore tenderà a scomparire; vi avverrà che, presentato col nome di vostro babbo, vedrete dei visi indifferenti ed aggiungendovi lo pseudonimo, subito grandi riverenze e profondi inchini. Voi stesso, dimenticherete il vostro casato e se ne ricorderà solo l'esattore della ricchezza mobile! Ancora: vi è una parte del pubblico che crede lo pseudonimo essere il rifugio dei burloni, della gente che scrive alla giornata, ed è incapace di serio lavoro; andate un po' a farvi eleggere, se avete stampato senza la vostra firma!

Gli è per questo che una parte degli scrittori si rifiuta al nuovo sistema: si tratta di qualche giovanotto che ambisce al posto di professore in un ginnasio qualunque; si tratta di qualche vecchietto quadrato, ragionevole, che è stato uso di schiccherare, in fondo alle proprie opere, nome, cognome, titolo qualità e magari anche la paternità e il luogo di nascita; si tratta di qualche uomo maturo, grave, che scrive un libro con uno scopo più o meno politico, e che quindi ha bisogno di far sapere che è stato lui, proprio lui e non un altro ad averlo fatto.

—Vedete—mi diceva uno dei contrarii alla innovazione—questo rifugiarsi nei nomi altrui, sa di sotterfugio, di bugia. E sapete perchè? Perchè coloro che assumono un nome di guerra dovrebbero pensare ad assumere anche un tono, un genere, una idea relativa a questo nome. Per nulla; conosco uno scrittore lugubre che firma Momo, un materialista che si chiama Psiche ed un uomo di spirito che perpetua il tipo di un imbecille! Lasciamo correre: credete che uno pseudonimo possa andare ai posteri?

—La letteratura moderna ha troppa fretta per pensare ai posteri—gli dissi.

—E la gloria?

—Bah! È un pezzo che la critica l'ha abolita.

CASA NUOVA.

È deciso, si deve andar via: basta una letterina gentile al proprietario dell'appartamento per indorargli la pillola e si è liberi. Si dà in un grande sospiro di sollievo per aver affermata la propria indipendenza e si enumerano la millesima volta le buone ragioni per cui si va via. Ragioni solide: una scala alta come quella di Giacobbe; sopra le stanze piccine; d'inverno il freddo; di estate il caldo. Sempre il medesimo orizzonte: un palmo e mezzo di cielo, sette centimetri di collina ed un campanile; di mare e di Vesuvio neppur l'ombra; giù, una straduccia rumorosa ed antipatica. I vicini, gente noiosa: il damerino che si pettina ad uno specchietto presso la finestra, la sarta che inaffia la malvarosa, il giudice che litiga con la moglie, la signorina che impara la réverie di Ascher dalla mattina alla sera: sempre gli stessi visi, sempre le stesse voci.

E dentro la casa, che monotonia! Gira, gira e rigira, si è sempre in un posto: tutto è uniforme, regolato, ordinato; lo stesso disordine del salottino è stato pesato e discusso; dello studiolo non si discorre le pareti occupate dalle librerie, il tavolo di fronte alla finestra, le statuine sui piedestalli, una simmetria desolante. Lo spirito è oppresso, schiacciato, ridotto al silenzio; i suoi slanci e le sue ispirazioni si frangono contro tutta quella immobilità, non ci è più modo di scrivere, di lavorare, di sorridere. Irritazione, dispetto, fastidio in tutti; la casa è brutta, cattiva, micidiale; si è stanchi, si soffoca, si muore, bisogna scapparne via.

Sospiro di conforto.

* * *

Invece la casa nuova, quella dove si andrà, è un amore, un paradiso terrestre. È vasta, ci si può giocar di spadone, vi è lusso di aria e di luce, il Vesuvio entra nella stanza da pranzo, il golfo nel salotto, dal terrazzo si veggono tutte le colline tenersi per mano. I vicini sono roba fina, aristocratica; si è saputo, così di straforo, che vi sono due cavalieri, una contessa, un vice-sindaco, un ex-ministro, figurarsi! Il portinajo, una vera pasta di miele, una perla nascosta nella conchiglia del suo casotto. I mobili andranno sottosopra, vi sarà un grande rimestío, se ne compreranno dei nuovi ed i vecchi avranno la pensione in soffitta; discussioni infinite su questo soggetto. Tutto sarà nuovo, bello, diverso. E quanti cari progetti, quante dolci speranze si realizzeranno nella casa nuova! Si farà il matrimonio di Carolina, il figliuolo ritornerà dal suo lungo viaggio, ed allora che feste, che allegria! Il lavoro progredirà rapidamente, l'ispirazione verrà; non ci saranno i mille guai domestici che menomano e ristringono la mente: la famiglia sarà felice. Ma viene o non viene questo benedetto maggio? Si contano i giorni, si sorride ad ognuno che ne passa, si è soddisfatti, completamente soddisfatti.

* * *

Quando il mese di aprile incomincia, quando l'epoca della partenza si approssima, in mezzo a tanta soddisfazione, si fa luogo un senso di amarezza. Sulle prime è leggiero, inavvertito, si presenta nella solitudine, nel riposo: poi cresce, cresce, si rende assiduo, continuo, non se ne va più. È un dispiacere vago, come di una disgrazia che sia alle spalle; una cura segreta, indefinibile anche per chi la prova; un dolore sordo per qualche cosa che deve mancare o morire. Che cosa è? L'uomo s'interroga, si rivolta, si tormenta, non trova niente, e la pena è sempre là, anzi si va accentuando, si disegna…… Ecco, sarà una debolezza, una fanciullaggine, una sentimentalità morbosa, ma si è addolorati di lasciare la casa.

È vero, è vero: il cuore si stringe pensando a quelle stanzuccie dove si è tanto amato, tanto vissuto e che non si vedranno più; pare che dalle vecchie pareti, dagli angoli oscuri partano voci di affetto e di tenerezza; nella notte si ode un susurrio indistinto e carezzevole. In ogni cantuccio vi è una parte di vita, un brano di cuore: sul muro, quel segno col lapis è la misura del bambino che ora l'oltrepassa di tutta la testa—ed accanto quel ritratto, quel caro ed amato ritratto di persona morta! In questa camera la buona madre si è ammalata, e quando la salute è tornata a brillare nei suoi buoni ed amorevoli occhi, essa ha respirato l'aria presso quel balcone: sul balcone dove alla primavera tutte le pianticelle hanno fiorito, dove l'edera, più tenace dell'uomo, si è abbarbicata; sul balcone dove nelle sere estive vi furono tante dolci parole mormorate all'orecchio. E quando vi fu quella grande, grande disillusione, la pace del piccolo studio ha calmata l'asprezza della ferita. Dio, quante memorie! Che fiotto di ricordi!

* * *

La pruova che il passato ha esistito bisogna abbandonarla, bisogna dimenticare; e perchè anche l'ultimo profilo delle rimembranze si cancelli, bisogna lasciare il fedele testimonio della vita trascorsa. Staccarsi da tutto, annullare, fare il vuoto. È uno spasimo acuto. Si vagola per le camere, sogguardando lungamente, quasi a volersi imprimere nella mente ogni linea; non si va più fuori quasi a prolungare i momenti della permanenza; non si scambiano che brevi frasi; le fanciulle sono malinconiche, i vecchi parenti si fanno pensosi. Il giorno della partenza viene: i visi sono pallidi e scomposti, si va e si viene senza far nulla, quasi per distrarsi; si resta seduti sopra un baule a guardare tristamente i mobili che se ne vanno; la casa è piena di persone estranee, di facchini ruvidi, di voci irose; la casa è profanata, manomessa, sembra una chiesa dove sia passata un'orda di cosacchi. I mobili se ne vanno, se ne vanno, e si è ancora lì, in un angolo polveroso a guardare, a prolungare quello strazio interno: vengono i vicini a salutarvi e si scopre che quella gente era buona ed onesta; che tormento! Passano, passano le ore, pare un triste sogno; è invece una realtà—il nuovo abitante è venuto, vuole la casa sua, vi scaccia quasi. Si gitta intorno un'ultima occhiata; lentamente, con le labbra serrate ed un gruppo nella gola, si parte.

* * *

La nuova casa! È un'estranea; non la conoscete, non vi conosce, non avete vissuto con lei, le sue mura sono mute, hanno parlato ad altri; è fredda, vuota, sembra un deserto, sembra una rovina, ci si parla a bassa voce come in una piazza. Sorprese dappertutto; anditi, scalette, porticine, e non si sapeva nulla, ed in quei momenti eccezionali sembrano tradimenti, trabocchetti; la notte non si dorme, si sta a disagio; gli oggetti non trovano il loro posto, tutto va di traverso. Qualche sera, per una soave distrazione, si prende l'antica strada, perchè della nuova casa non si sa che farne; si vuole la vecchia, la vecchia e buona casa che è senza tradimenti, senza sorprese, che ama, parla, compiange—è là che si vuol andare, per viverci come tanto tempo ci si è vissuti, in un ambiente cognito ed amico; ci si vuole restare sino alla morte. Non si può più.

Occorre scrollare il capo, sospirare, rassegnarsi, fino a che il tempo, l'abitudine facciano calmare lo spirito amareggiato; e poi in capo a due o tre anni esser ripresi dalla medesima follia, partire di nuovo, soffrire ancora, agitarsi sempre, fino a far credere che la favola dell'Ebreo Errante sia il simbolo dell'uomo.

VOTAZIONE FEMMINILE.

Nel novembre venturo, quando si discuterà la legge sulle elezioni comunali e provinciali, i deputati emancipatori faranno molti passionati discorsi. Essi diranno, per la milionesima volta, che la civiltà italiana differisce poco da quella ottentotta per quanto riguarda la donna; che l'Europa ci guarda (non sa far altro, povera Europa!); che per formare la felicità delle donne italiane, bisogna conceder loro il voto amministrativo. La Camera esita; poi si turba, si commuove al quadro straziante delle donne italiane pronte a suicidarsi, se vien loro negato il voto, ed il voto è accordato. Ma questo non basta—non basta dare un diritto senza fornire l'occasione di farlo esercitare. Quindi il governo farà bene a sciogliere tre o quattro municipii, o i municipii avranno lo spirito di sciogliersi da sè stessi. Mi figuro allora che cosa vorrà succedere.

Grande agitazione in tutti i boudoirs, congiure nei salotti, dialoghi vivaci agli angoli delle strade, nei magazzini di mode, nei palchetti dei teatri: non si pensa più all'amore, alle acconciature, alla maldicenza; a tutto questo ci sarà tempo; le elezioni si fanno così raramente! Le amiche, le parenti, le semplici conoscenze si ritrovano, si ricercano per parlare delle elezioni, per far propaganda, per discutere sui nomi proposti; circolano i bigliettini rosei, profumati, gentili; si sprecano gli abbracciamenti, i baci, le parolette soavi; sono tirate dall'arsenale femminile tutte le riverenze, le cerimonie, le chatteries delle grandi occasioni: le donne cercano sedursi fra loro. Ma con gli uomini diventano gravi, severe, misteriose; ogni tentativo di corte è respinto come sospetto; ogni presentazione è accettata con diffidenza; si passano a rassegna i difetti ed i meriti dei singoli candidati con una grande serietà. Il tale è bruno: ebbene, tutte quelle che hanno fatto degli studi fisiologici sui biondi, gli negheranno il voto; il tal altro, mentre spende una lira e ottanta per comprarsi un paio di bretelle, nega a sua moglie un meschinissimo paio di orecchini di brillanti di cinquecento lire—è un cattivo amministratore, non andrà al Consiglio. I candidati subiscono minuziosi interrogatorii, debbono promettere per mantenere: se no, no. Una signorina con le sopracciglia corrugate e la bocca piena di cifre, domanda ad un eleggibile:

—Nel caso che vi mandassimo al municipio, votereste il progetto per la nuova strada da San Ferdinando alla Villa?

—Sicuramente.

—Bene—e i fondi?

—Una nuova tassa…..

—Su che? Spero non sugli oggetti di lusso!

—Dio me ne guardi!

—Benissimo, persistete in queste buone idee….

—E…. posso sperare?

—Vedremo, signore, penseremo.

Una moglie va in giro raccomandando alle sue amiche la candidatura di suo marito; non parla dei meriti di lui, non dice quello che egli farà, ma susurra amabilmente: «L'ho sempre d'attorno dalla mattina alla sera, sarà una fortuna se me lo mandate a fare il consigliere!» E le amiche mogli, compassionevoli e conscie di quello che significa un marito troppo per casa, danno il loro voto.

Il candidato non si occupa più dei suoi elettori; è invece tutto intento ad accaparrarsi le elettrici: fa grandi scappellate a dritta ed a sinistra, sfoggia abiti eleganti, diventa virtuoso e morigerato come uno sposo novello. La signorina nel 1° piano è elettrice: egli nelle scale le cede il passo con galanteria; la maestra elementare dove va la sua figlietta, è elettrice, egli con un grande affetto filiale va sempre a riprendere la bambina; dovunque trova signore, egli fa valere i suoi principii politici e il petto candido della sua camicia. Deve diventare dolce e pio con le buone anime che si fanno guidare dal parroco, promettendo loro che ristabilirà il cattechismo nelle scuole; ed invece assicurare ad un gruppo di giovani ed allegre spose che le feste del carnevale saranno splendide ed il municipio voterà una bella somma. Infine una meravigliosa miscela, di sorrisi, d'inchini, di concessioni, di promesse che si urtano, si imbrogliano, si contraddicono, si confondono e gli fanno perdere….. se non altro, la testa.

Intanto le donne si riuniscono. Si riuniscono, sicuramente: se sono elettrici hanno il diritto di riunione e di discussione. Me la immagino di qui una sala vasta, piena zeppa di donnine, dove si odono da tutte le parti richieste di aver la parola, dove le oratrici non arrivano mai ad ottenere il silenzio, dove tutte restano d'accordo….. sulla propria opinione. M'immagino il colpo d'occhio che formeranno le toilettes variegate, scure, chiare, a mezze tinte; l'abito cilestro di una moderata che farà risaltare i nastri rossi di una repubblicana, il cappellino Empire di una costituzionale che insulterà quello Nobiling di una socialista, la lotta dei gialli e dei verdi che cercano di sopraffarsi, la serietà del nero che guarda con disprezzo il bianco! E tutte le gentili padrone di questi indumenti che si agitano, che sono nervose, che scoppiano volta a volta in risate ed applausi; ed i ventagli che si animano, le piume che svolazzano, i fiori che hanno le convulsioni! La sento quella oratrice di spirito che avendo un pubblico composto di fanciulle, dice loro queste sole parole:

—Elettrici, votate la lista dei consorti! il loro nome, il loro carattere vi è garante della loro onestà!

La sera del sabato non si dorme: e se il diavolo zoppo potesse realmente sollevare i tetti delle case, vedrebbe tutte le teste insonni ed irrequiete sui guanciali. Riuscirà la lista? E lui riuscirà? Sì, no, sì: non si sa, si spera, si teme; quando spunterà l'alba? Infine, viene quest'alba benedetta, è spuntata la grande giornata, si andrà finalmente a votare; la casa è in rivoluzione, gli usci sbattono, il gatto miagola, i bambini che non hanno una chiara idea delle elezioni, strillano; non importa.

S'indossa il costume di circostanza; abito grigio, colletto di tela, cravatta nera, cappellino sull'orecchio, borsellino sul fianco per la scheda, occhialino per sorvegliare le operazioni elettorali e via—per quel giorno vanno all'aria la messa, la passeggiata, l'appuntamento ed il resto. Nelle frazioni si odono cheti fruscii e frasi mormorate anzichè dette; si respirano profumi finissimi; si veggono mani bianche, dalle dita affusolate, sospendersi un momento sull'urna; passano le teste bionde e le brune con un'aria dignitosa, composta e sfilano, sfilano, guardando il presidente—povero presidente, lo compatisco—, sorridendo al segretario, sbirciando le altre elettrici, ma con una serenità, una calma invidiabile. Sono oramai persuase di aver esercitato con coscienza uno dei più preziosi diritti della donna; sanno di aver compiuto una missione, non troppo bene quale, ma è una missione. Aspettando l'esito, non si parla che di incidenti elettorali, di blocchi—anche di blocchi—, d'imbrogli sventati, di trame fallite—e la tal signora che aveva nella manica venti schede, e quelle altre che hanno preso d'assalto il seggio, e le impiegate telegrafiste che hanno votato compatte! Quando si arriva a sapere il risultato, allora succede la vera guerra: da una parte balli, canti, scampagnate, pranzi, brindisi—dall'altra svenimenti, convulsioni, emicranie, lagrime e disperazioni; poi inimicizie, giuramenti di vendetta, legami infranti, amori traditi ed i poveri uomini nei tormenti. Ed il Consiglio? Un Consiglio strano, eterogeneo, o troppo giovane o troppo vecchio, un po' cattolico, un po' libero pensatore, un poco biondo, un po' bruno……

Baie tutte queste: è tempo, o signori, che la donna non sia più manomessa, è tempo che ella entri nei pubblici uffici, è tempo che le si concedano quei sacrosanti diritti….

Dio! come si riderà in novembre alla Camera!

IL TRIONFO DI LULÙ.

Novella.

I.

Sofia non alzava gli occhi dal suo lavoro, e le sue dita leggere volavano su quella trina delicata. Invece Lulù girava per la camera, spostava gli oggettini sulle mensole, apriva un tiretto per guardarvi dentro, distratta; era chiaro che essa voleva fare o dire qualche cosa, ma che il contegno serio della sorella maggiore la metteva in soggezione. Provò a canticchiare un po' di canzone, disse un verso di Dall'Ongaro; Sofia parve non aver inteso. Allora Lulù, che non peccava di molta pazienza, si decise ad affrontare la questione, e piantandosi davanti alla sorella, le chiese:

—Sofia, sai quello che mi ha detto mademoiselle Jeannette?

—Nulla di molto interessante, per certo.

—Ci siamo con una risposta secca e fredda, da far venire i brividi in estate! Dove prendete il vostro gelo, o mia agghiacciata sorella?

—Lulù, sei una vera bambina.

—Ecco dove v'ingannate, bisavola del mio cuore; io non sono una bambina, perchè mi marito.

—Eh?!

—È appunto quello che mi ha detto Jeannette.

—Che imbroglio! Io non capisco niente.

—Or ora, ti narrerò tutto, come si dice nei drammi. Ci sarà un racconto… ma Vostra Serietà mi presta tutta la sua attenzione?

—Sì, sì, ma sbrigati.

—Il giorno delle corse al Campo di Marte, ecco il tempo ed il luogo.
Tu non vi eri, tu che preferisci i tuoi eterni libri…

—Se divaghi sempre, non ti ascolto più.

—Devi ascoltarmi; questo segreto mi soffoca, mi uccide.

—Ricominci?

—Smetto, smetto. Dunque alle corse stavamo in prima fila sulla tribuna: viene Paolo Lovati e ci presenta un bel giovane, Roberto Montefranco. Soliti saluti e complimenti vaghi, essi trovano dei posti e siedono alle nostre spalle; scambiamo qualche parola, sino a che si ode il segnale della partenza dei cavalli. Ti ricordi che io proteggeva Gorgona, senza prevedere quanto essa mi sarebbe stata ingrata… basta, bisognerà rassegnarsi anche all'ingratitudine delle bestie. Una nube di polvere fa scomparire i cavalli. «La Gorgona vince!» esclamo io. «No, dice sorridendo Montefranco, vince Lord Lavello.» Io m'indispettisco per la contraddizione, egli continua a sorridere ed a contraddirmi; facciamo una scommessa, una discrezione. Infine dopo mezz'ora di palpiti e di ansietà, arrivo a sapere che la Gorgona è una traditrice, che io ho perduto e che Montefranco ha guadagnato: figurati! Gli dico che voglio pagare subito subito, egli s'inchina e risponde che c'è tempo; lo incontro a Chiaja, gli rivolgo un'occhiata che è un'interrogazione; egli si contenta di salutare e sorridere in un modo misterioso. Così al teatro, così dappertutto; io vivo nella massima curiosità: Roberto è bello, ha ventisei anni… e stamane il signor Montefranco padre, mio futuro suocero, è rimasto in conferenza due ore con la mamma!

—Oh!

—Segni di attenzione nel mio pubblico. La visita del papà l'ho saputa da Jeannette. Dunque il matrimonio è fatto. Resta a stabilirsi una cosa di grave momento: quando andrò dal Vice-Sindaco, avrò un abito grigio o foglia morta? Porterò il cappello con le sciarpe o senza?

—Come corri…

—Corro? Sicuro: non vi sono ostacoli. Con Roberto ci amiamo alla follia, i nostri degni genitori sono contenti…

—E tu sposeresti un uomo così?

—Che significa quel così? Vocabolo elastico.

—Senza conoscerlo, senza amarlo?…

—Ma io lo conosco, l'ho visto alle corse ed alla passeggiata! Io lo adoro! Ieri l'altro, non avendolo visto, rifiutai di far colazione e presi invece tre tazze di caffè, per cercar di suicidarmi.

—E lui?

—Mi sposa, dunque mi ama!—replicò vittoriosamente Lulù.

Ma vedendo il volto di Sofia scolorirsi, si pentì di quella frase imprudente e curvandosi verso di lei, le chiese con affetto:

—Ho detto qualche cattiveria?

—No, cara, no; hai ragione. Chi ama, sposa. Il difficile è farsi amare—e sospirò lievemente.

—Farsi amare, farsi amare!—ripetè irritata Lulù.—È facilissimo, Sofia; ma quando, come te, si ha la fronte severa, gli occhi tristi e la bocca senza sorrisi; quando si vestono abiti oscuri; quando si va in un angolo a pensare, mentre tutti gli altri ballano e scherzano; quando invece di ridere si legge, ed invece di vivere si sogna; quando, giovane ancora, si ha l'aria stanca e vecchia, allora è difficile esser amata.

Sofia abbassò il capo, e non rispose. Le tremavano un poco le labbra come se comprimesse un singhiozzo.

—Ti ho afflitta di nuovo?—domandò Lulù.—Gli è che vorrei vederti amata, circondata di affetto, e sposa… Che piacere se fossimo spose lo stesso giorno!

—Follie queste: io resterò zitella.

—Nossignora, ve lo proibisco, cattiva creatura. Se Roberto è un galantuomo, deve avere assolutamente un fratello celibe; io voglio che abbia un fratello celibe; lo voglio!

In questa entrò la madre, in abito da uscire.

—Vai fuori, mamma?—disse Lulù.

—Sì, cara, vado dal notaio.

—Uh! dal notaio! Roba grave è questa.

—Ve ne accorgerete, signora burlona. Sofia, vieni un istante meco.

—Anche Sofia ha degli affari tenebrosi col notaio?

—Lulù, quando ti deciderai ad essere seria?

—A momenti, mamma; vedrai.

Schiuse la porta, ed al passaggio della madre e della sorella, fece due profonde riverenze, mormorando:

—Signora, signorina…

Quando furono fuori, dalla soglia gridò loro, scoppiando in risate:

—Parlate, parlate pure: io farò le viste di non saperne nulla!

II.

Roberto Montefranco, per solito, non pensava molto: non ne aveva il tempo. La giornata gli fuggiva fra la colazione, la passeggiata a cavallo, le visite ed il pranzo; la sera scorreva dolcissima presso Lulù, la sua fidanzata. Poi ci erano gli affari spiccioli da sbrigare, qualche appuntamento con l'avvocato, qualche contratto da firmare, qualche debituccio vecchio da soddisfare; aggiungete i preparativi della casa e del viaggio nuziale. Appena appena se gli rimaneva una mezz'ora per leggere e un quarto d'ora per isprecarlo alla porta del caffè. Così non lo si vedeva mai assorto in riflessioni profonde, nè si sapeva che egli si fosse mai occupato a risolvere qualche problema sociale: perchè, del resto, Roberto non aveva nulla di tragico o di eroico nel carattere. Anzi godeva di una serenità di spirito invidiatagli da molti.

Quel giorno—un giorno qualunque, di dopopranzo—si era disteso sulla poltrona, una gamba a cavalcioni dell'altra, lo stuzzicadenti in bocca, ed un volume delle edizioni Treves in mano, con la determinazione netta di leggere. Il libro era interessante; ma, caso nuovo e strano, il lettore era molto distratto; dirò di più, era nervoso ed inquieto. Non voltava mai il foglio perchè dopo un paio di versi, le lettere uscivano di posto, saltavano, si confondevano, scomparivano. Roberto, senza sua voglia, partiva per le incognite regioni del pensiero.

…. Papà è soddisfatto, le zie mi mandano la loro santa benedizione, le cuginette sono in collera, gli amici del caffè si congratulano ironicamente, gli amici serii mi stringono la mano—dunque fo bene ad ammogliarmi. Non si può negare che Lulù sia molto graziosa; quando mi fissa con quegli occhietti pieni di malizia, quando scoppia a ridere mostrando i dentini bianchi, mi vien la voglia di stringere fra le mani quella testina leggiadra e di darle tanti e tanti di quei baci! È anche un bel carattere, un carattere d'oro: sempre ilare, sempre di buon umore pronta allo scherzo, piena di spirito, punto schizzinosa, malinconica mai. Andremo d'accordo; io non posso soffrire le fronti pensierose, massime nelle persone che amo: mi sembra che celino sempre un segreto dolore, un dolore che non conosco e che non posso lenire, o di cui forse sono la causa involontaria. Ad esempio, Sofia, la mia futura cognata, ha la virtù di irritarmi con quel suo volto freddo ed impassibile; quando lei compare, l'anima mi si chiude, muore il sorriso sulle labbra e, rilucesse il più bel sole di primavera, mi pare di essere in una oscura e grigia giornata di novembre. Non ho nemmeno più il coraggio di scherzare con Lulù; quella Sofia disperde la gioia. Ella forse si è accorta della cattiva impressione che mi fa, perchè mi saluta senza guardarmi, non mi dà la mano, mi risponde con brevissime frasi; di sicuro si è accorta della mia antipatia. Forse se ne dispiace…

….. Lulù ride sempre. È molto giovane. Non mi rivolge mai una parola sul serio, ed anche quando vuol farlo, non ci riesce e sembra che voglia burlare. Dice di amarmi, poi si mette a ridere e parla di altro. Mi vuol del bene, ma non è un amore disperato. In coscienza, neppure io ci spasimo… meglio così. Per me, ho due teorie chiare, stabilite nella mente: primo, bisogna che i due fidanzati siano dello stesso carattere; secondo, non si deve mai cominciare con una forte passione. Siamo nel caso con Lulù; saremo felicissimi. Andremo a fare un viaggio per l'Italia, ma senza correre, senza affannarci, a piccole giornate, godendo di tutti i comodi, trattenendoci dove più ci piace, osservando anche le più piccole cose. Ci vorranno almeno tre mesi… no, non bastano… mettiamo anche quattro: ho anche piacere di sottrarre me e Lulù, per un certo tempo, alla triste compagnia di Sofia. Ma, domando io, è naturale che alla sua età quella fanciulla debba essere così seria? Avrà ventitrè anni… non è brutta, credo. Anzi ha occhi bellissimi ed un portamento da regina.—Se non fosse così severa, potrebbe piacere. Prevedo che rimarrà zitella: forse questo è il suo cruccio, forse un amore… qualche tradimento… sarei tanto curioso di sapere la causa della sua tristezza… ne chiederò a Lulù quando ci ritroveremo un po' soli…

….. A Lulù piacciono i dolci, me lo dichiarò la seconda sera che andai in casa sua. Bisogna vedere come li rosicchia; i confetti si liquefanno, scompaiono dietro quelle labbruccie rosse, e dopo un momento essa prende una falsa aria di compunzione, per dire che non ve ne sono più. È carina, carina, carina! Mi ha confidato a bassa voce che, quando romba il tuono ha paura e va a nascondere la testa sotto i cuscini; che ha sempre sognato di avere un abito di velluto nero, lunghissimo, col merletto bianco alle maniche ed al collo; mi ha assicurato che sarà gelosa, gelosa come una spagnuola e che comprerà un piccolo pugnale dal manico di acciaio, intarsiato di oro per compiere le sue vendette. È adorabile quando mi ripete queste cosuccie, con quella sua aria fanciullesca e convinta. Anche la Sofia è costretta a sorridere delle follie di Lulù… se fossi intimo con Sofia la consiglierei a sorridere qualche volta; ciò le rischiara il viso….. Quella Sofia! quella Sofia! Chi arriverà mai a conoscere il suo animo?…..

Il libro cadde dalle ginocchia a terra, il nostro giovanotto si riscosse al rumore, si guardò attorno meravigliato, quasi si toccò per riconoscersi. Era proprio lui, Roberto Montefranco, colto in flagrante delitto di meditazione!

III.

Il crepuscolo cadeva come una fina pioggerella di cenere grigia; Sofia in piedi dietro i vetri del balcone guardava giù nella strada popolata e rumorosa. Era l'ora in cui la via di Toledo diventa pericolosa pel gran numero di carrozze piccole e grandi, che s'incrociano, salgono, scendono senza posa. Sofia pareva cercasse qualcuno con lo sguardo: ad un tratto un vivo rossore le passò sul viso, essa chinò un poco il capo, ridivenne pallida e subito rientrò nella camera. Non era trascorso un minuto che Lulù giunse come un turbine, sbattendo porte, scostando sedie per correre meglio:

—Che fai qui, donna Sofia Santangelo? Leggevi?

—Sì….. leggevo.

—Non hai avuto lo spirito di stare al balcone?

—E se lo avessi avuto?

—Bah! io son dovuta stare di là, perchè Albina la sarta ha portato l'abito per questa sera—intanto fremevo d'impazienza, perchè avrei voluto esser qui. Ier sera dissi a Roberto di mettere il suo costume bleuté, di attaccare Selim al carrozzino e di passare alle sei e mezzo. Chi sa se mi avrà obbedito!

—Roberto è passato col costume bleuté, nel carrozzino.

—Misericordia! Come sai tutto questo? Non leggevi forse?

—….. Ero dietro i vetri.

—Ed hai riconosciuto Roberto, mentre non lo guardi mai? Miracolo! Ti ha egli salutata?

—Sì.

—Come ha tolto il suo cappello?

—Ma… come si toglie sempre.

—E tu hai risposto?

—Mi prendi per una sgarbata?

—Gli hai rivolto un sorriso almeno?

—No… cioè non lo so.

—Sei una cattiva, Sofia. Anche ieri sera Roberto mi parlava di te…..

—Dicendoti che ero cattiva?

—No, ma chiedendomi la causa di questo tuo carattere chiuso chiuso, così differente dal mio. Allora io gli ho sfilato un bel panegirico; gli ho detto che tu sei più buona, più amabile, più amorosa di me e che hai il solo difetto di nascondere le tue qualità. Figurati, che lui mi ascoltava con molto interesse; infine mi ha domandato dell'avversione tua per lui…

—Avversione?

—Così ha detto, e sai, non ha tanto torto! Lo tratti con sì poca cordialità! Ma anche su questo punto ti ho difesa, ho messa su una bugia, cioè che egli ti era molto simpatico, che lo stimavi tanto tanto…

—Lulù!

—Lo so che non è vero; ma Roberto ti vuol del bene, non è una ingratitudine averlo per estraneo?

Sofia buttò le braccia al collo di sua sorella e la baciò; Lulù la trattenne un istante e le mormorò con voce carezzevole:

—Perchè non lo ami un pochino, Roberto?

L'altra fece un moto brusco, tirandosi indietro, e non disse verbo.

—Sicchè—riprese Lulù, stringendosi nelle spalle e cambiando discorso—questa sera non vieni proprio con noi?

—No, ho mal di capo. Puoi andare con mamma.

—Delle tue solite. Basta, io vado lo stesso, perchè mi divertirò molto molto.

—Viene con te….. Roberto?

Nix; egli va al suo circolo, dove vi è Consiglio di direzione. Io ne profitto per isvignarmela e per ballare sino a domattina.

—E se egli lo sa?

—Tanto meglio, imparerà da ora a lasciarmi libera. Non voglio fargli prendere cattive abitudini.

—Lo ami poco, mi sembra.

—Moltissimo, alla mia maniera. Ma io scappo a vestirmi, mi ci vorranno almeno due ore.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Sofia stette ad ascoltare il rumore della carrozza che si allontanava, portando seco la madre e la sorella; era rimasta sola, sola come aveva sempre desiderato di esserlo. Da bambina, quando le facevano qualche torto, aveva pianto solo quando era in letto all'oscuro, e l'uso gliene era rimasto: così perduta in quel gran salone, sotto il chiaro lume della lampada le mani inerti e la testa abbandonata sulla spalliera della seggiola, le si dipingeva sul volto un grande affanno, il vivo riflesso di una lotta interna alacrissima. Certo in quei momenti di solitudine completa le ritornava la coscienza di un grande dolore; il sentimento della realtà, lungamente respinto, diventava chiaro, distinto, crudele.

Un rumore di passi la fece scuotere. Era Roberto. Vedendola sola si fermò, esitante; ma supponendo il resto della famiglia in altra camera, si avanzò. Sofia si era alzata subito, turbata.

—Buona sera, signorina.

—Buona sera…..

Erano entrambi impacciati. «Dio! quanto è antipatica questa Sofia!» pensava Roberto.

Infine la fanciulla si rimise, riprese l'impero sulla sua fisionomia, che ridiventò composta e severa; sedettero a poca distanza.

—La signora madre sta bene?

—Abbastanza bene, grazie.

—E….. Lulù?

—Anche lei benissimo.

Qui un silenzio. Roberto provava una strana sensazione, come una gioia che lo riempisse di amarezza.

—Lulù è occupata?—chiese egli.

Sofia represse un lieve movimento d'impazienza:

—È al ballo, con la mamma, in casa Dellino—rispose poi rapidamente, quasi volesse prevenire altre domande.

Dunque Sofia era sola! E se non voleva essere il più scortese degli uomini, avrebbe dovuto trattenersi con lei! Roberto a questa idea ebbe l'irresistibile volontà di fuggire. Pure non si mosse.

—Io sono venuto perchè al mio circolo non siamo stati in numero legale—disse dopo, come se volesse scusare la sua presenza.

—Lulù non vi attendeva… Mi dispiace…

—Oh! non importa!—interruppe Roberto.

La interruzione era troppo rapida, quindi poco lusinghiera per l'assente.

—E voi—riprese egli—non siete andata?

—No… sapete che non amo molto il ballo.

—Preferite la lettura?

—Sì, di molto.

—Non temete che vi faccia male?

—Ho buoni occhi—rispose Sofia, alzandoli in viso al suo interlocutore.

—E belli—disse fra sè Roberto—ma senza espressione.—E ad alta voce:—Volevo dire…

—Male morale forse? Non lo credo: dai libri che leggo mi venne sempre una grande pace.

—Avete bisogno di pace?

—Tutti ne abbiamo bisogno.

La voce di Sofia era grave, sonora, eppure Roberto se ne compiaceva come se la sentisse per la prima volta. Pareva si trovasse di fronte ad una donna sin allora sconosciuta, e che costei gli si rivelasse da ogni parola, da ogni atto. Perchè Sofia aveva perduto la sua freddezza, si lasciava andare a guardarlo, a sorridergli, a parlargli come ad un amico. Che ci era stato prima fra loro? Che vi nasceva adesso?

—Quando un libro mi piace—riprese Roberto—mi viene un desiderio forte di conoscerne l'autore, di sapere se è buono, se anche egli ha amato, se anche egli ha sofferto…

—Forse provereste qualche delusione. Gli autori descrivono sempre l'amore degli altri, mai il proprio.

—Per rispetto forse?

—Per gelosia, credo. Vi sono casi in cui l'amore è l'unico tesoro nascosto di un'anima.

Ma la voce di Sofia non si alterò, dicendo queste parole. Rifulgeva dal suo volto tanta onestà; era così semplice, così pura, così convinta in quel suo accento che Roberto non provò alcuna sorpresa, sentendola discorrere così sicuramente dell'amore. Di nulla più egli si meravigliava, tutto gli sembrava naturale, preveduto;—anche quella serata, passata da solo con quella fanciulla singolare, gli sembrava che fosse stata stabilita ed a lungo attesa. Quando si lasciarono, si guardarono bene in viso, quasi volessero riconoscersi. Sofia porse la mano, Roberto la prese e s'inchinò, una portiera ricadde pesantemente. Erano divisi.

Cessato il fascino della presenza e della conversazione di Sofia, Roberto si sentì l'animo in disordine, il cervello scombussolato. Era allegro, malinconico, avrebbe voluto morire ed era pieno di vita: non sapeva più che pensare di Lulù, di Sofia, di sè stesso e dell'avvenire.

Sofia era molto felice, molto felice! Per questo piangeva a singhiozzi, col capo perduto nei guanciali.

IV.

Erano passati tre mesi, il matrimonio di Lulù tirava in lungo. Alle volte la madre, che non ci vedeva chiaro in questi ritardi, chiamava in disparte la figliuola e gliene domandava.

—Voglio aspettare—rispondeva sempre Lulù—ho bisogno di conoscer meglio Roberto.

Infatti la fanciulla era diventata un po' osservatrice. Andava attorno come al solito; come al solito cantava, rideva, scherzava, ma interrompeva spesso queste piacevoli occupazioni per indagare il contegno della sorella, o per ascoltare ogni parola di Roberto. La si vedeva spesso con le labbra strette, le sopracciglia protese, in aria di grande attenzione: ora Lulù si guardava molto d'attorno.

Ed attorno avvenivano strani fatti. Roberto non più sereno ed ilare come il consueto, sibbene pensoso, pallido e turbato. Parlava breve e distratto: molte cose cui prima si interessava, sembrava gli fossero venute indifferenti: a volte, con grande sforzo giungeva a dominarsi ed a ritornare quel di prima, ma per poco. Abitudine di dissimulare non ne aveva mai avuta e ci riusciva male: la passione, l'interno cruccio gli si rivelavano dagli occhi.

Era venuta fuori un'altra Sofia: cioè una Sofia inquieta e nervosa, che a volte abbracciava con effusione la sorella, a volte rimaneva ore senza vederla, anzi fuggendola. Fugaci rossori le passavano sul viso, rossori di febbre; negli occhi le si accendeva una fiamma; la voce ora profonda e commossa, ora stridula e secca: le labbra spesso tremanti; le mani agitate da un continuo brivido. La notte non dormiva: Lulù si alzava a piedi nudi, andava ad origliare presso la porta, e sentiva che Sofia si agitava e piangeva. Richiesta, Sofia rispondeva non aver nulla, esser sempre la medesima.

Quando Roberto e Sofia si trovavano insieme—ed avveniva quasi ogni giorno—allora si chiariva di più il loro cambiamento. Parole rade, risposte o troppo pronte, o troppo vaghe, sguardi singolari; per sere intiere non si parlavano, ma l'uno studiava i moti dell'altro. Non sedevano mai daccanto, ma Roberto trovava sempre modo di prendere il lavoro ed il libro che aveva toccato Sofia; talvolta costei non compariva e Roberto, sempre più irrequieto, fissava la porta chiusa, rispondendo distrattamente a quanto gli si diceva; talvolta cinque minuti dopo la comparsa di Sofia, egli prendeva il suo cappello e partiva. La fanciulla impallidiva, un cerchio nero le si formava sotto gli occhi; si decise a non farsi veder più. Si chiuse ogni sera per otto giorni nella sua stanza, fremente d'impazienza, soffocando i suoi lamenti….

Una sera Lulù entrò nella camera:

—Vuoi farmi un favore?—le disse.

—Che desideri?

—Ho bisogno di scrivere un bigliettino. Roberto è solo, fuori il terrazzo. Va a fargli compagnia tu.

—Ma io…

—Vuoi continuare a star serrata? Tanto ti costa il contentarmi?

—Verrai presto almeno?

—Il tempo per metter giù quattro righe.

Sofia si avviò verso la terrazza cercando di avvalorare il suo cuore per quei pochi minuti. Si fermò sulla soglia. Roberto passeggiava; le si accostò.

—Lulù mi manda—ella disse a bassa voce.

—Veniste forzata?

—Forzata… no.

Essa tremava tutta; Roberto le era vicino, col viso travolto dalla passione.

—Che vi ho fatto, Sofia?

—Nulla, nulla mi avete fatto. Non mi guardate così—supplicò essa smarrita.

—Lo sai, dunque, Sofia, che ti voglio tanto, tanto bene?

—Oh! taci, Roberto, per carità taci! Se Lulù ci sentisse!

—Io non amo Lulù. Amo te, Sofia.

—È un tradimento!

—Lo so, ma ti amo. Partirò…

—Ebbene—gridò di lontano Lulù comparendo sotto un'altra porta—ebbene, è fatta questa pace?

Ma nessuno rispose. Sofia fuggì via, celando il viso fra le mani, e
Roberto rimase immobile, silenzioso, come istupidito:

—Roberto?—chiamò Lulù,

—Signorina…

—Che avviene dunque?

—Nulla; me ne vado.

E senza neppure salutarla, andò via anche lui con un gesto da disperato. Lulù lo seguì con lo sguardo e restò tutta pensosa:

—Uno di qua… uno di là—essa mormorava e prima?… basta, bisognerà che mi ci metta io!

V.

—….. Per tutte queste buonissime ragioni, io non posso sposare il signor Roberto Montefranco—conchiuse Lulù a sua madre.

—Sono delle ragioni assurde, fanciulla mia—rispose la madre, scuotendo il capo.

—Insomma, vuoi che io te la dica chiara e netta? Roberto non mi piace e non lo sposo!

—Almeno qui c'è franchezza; ma è sempre un capriccio, Lulù, un grande capriccio. Roberto ti ama.

—Si consolerà.

—È corsa una parola.

—Si riprende. Non siamo più ai tempi dei matrimoni per forza.

—Che dirà il mondo?

—Madre, definiscimi il mondo.

—La gente?

—Chi è la gente? non la conosco; non ho obbligo di essere infelice per la signora gente.

—Sei una fanciulla terribile! Ma io come l'accomodo con Roberto? che gli debbo dire?

—Quello che vuoi. Sei mamma per questo.

—Già, per riparare i tuoi guasti. Ne verrà uno scandalo.

—Non credo; gli si dice con garbo, con buona maniera. Anzi ti permetto di parlar male di me, di darmi della capricciosa, della leggiera, della fanciullona; aggiungere che sarei stata una pessima moglie, che sono poco seria, che non ho dignità, che mia sorella è…

—Tua sorella? Perdi la testa, Lulù?

—Bah! potrebbe darsi benissimo. Per adesso Roberto e Sofia sono indifferenti, poi si conosceranno meglio, si potranno apprezzare… ed allora… chi sa, chi sa! Tu avresti lode di buona madre per aver maritata prima la maggiore…

—Infatti…

—A me non mancheranno mariti, ho appena diciotto anni. Poi voglio divertirmi, voglio ballare ancora, voglio godermi questa mia gioconda gioventù con la buona mammina, mammuccia…

—Sei un diavoletto—rispose la mamma commossa, abbracciando la figliuola.

—Sicchè restiamo intesi? A Roberto si annunzia pulitamente la brutta notizia, però gli si aggiunge che si resta amici, che lo vogliamo veder sempre. Se quei due si debbono amare, si ameranno: è scritto.

—Ma credi, cattiva Lulù, che le cose si metteranno bene? Sai che mi piacciono poco gli imbrogli.

—O impersuadibile madre! O madre peggiore di San Tommaso! Ma sì, ma sì, te lo assicuro io, con la mia provata esperienza, che non accadranno scandali. Roberto è un gentiluomo, infine, e non pretenderà che, senza amarlo, io lo sposi.

—Quello che mi sembra impossibile è l'affare di Sofia…

—Nulla di più possibile che l'impossibile—rispose con gravita Lulù.

—Cara, con questi assiomi! Suvvia; lasciamo fare al tempo; forse regolerà egli le nostre faccende. Ciò non toglie che tu sia una pazzerella.

—Ed una capricciosetta…

—Una testa senza giudizio…

—Ed un cervellino bisbetico. Sono tutto quello che vuoi; fammi la predica, me la merito. Andiamo: non hai nulla più da dire? Io attendo.

—Dammi un bacio e va a letto. Buona sera, bambina.

—Grazie mammina. Buona sera.

—Meglio così—diceva fra sè la buona madre.—Meglio così. Lulù è ancora troppo giovane. Si vedono ogni giorno le tristi conseguenze dei matrimoni senza gusto. Dio ci liberi! Meglio così.

—Auff!—diceva prendendo fiato Lulù.—Che diplomazia ho dovuto spiegare, che arte per vincere la mamma! Sarei un ambasciatore perfetto io! Che trionfo, che trionfo! Altro che il trionfo d'amore! Questo è il trionfo di Lulù!

Si fermò davanti alla porta della sorella ed origliò. Si udiva ogni tanto un sospiro represso: la povera Sofia aveva perduta la quiete.

—Dormi, Sofia, dormi—mormorò a bassa voce Lulù baciando la serratura, quasi volesse baciare la fronte della sorella—quietati e riposa. Ho lavorato per te questa sera.

E la generosa fanciulla si addormentò, contenta e felice per la felicità delle persone che amava.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Il tempo, il buon vecchio tempo, l'eterno e giudizioso galantuomo, ha fatto il suo còmpito. Lulù chiede a sè stessa, se una signorina che accompagna sua sorella sposa, deve portare un abito azzurro di seta, o semplicemente un foulard paglierino con piccoli merletti. Vuol sapere da Roberto se vi saranno molti dolci da rosicchiare, e da Sofia se le donerà quel bel fazzoletto ricamato che sembra un soffio, una nuvoletta. Quei due che hanno conosciuto di quanto sia capace il cuore della fanciulla, sorridono della sua gaia spensieratezza, e l'amano, e la considerano come la loro Provvidenza.

—Perchè io l'ho sostenuto sempre—dice Roberto Montefranco ad un amico, parlandogli del suo matrimonio—gli sposi debbono essere di carattere opposto. Gli estremi si toccano. Così s'intenderanno, si fonderanno, formeranno un tutto completo—mentre quelli di inclinazioni eguali somigliano due parallele: camminano insieme ma non s'incontrano mai. E poi, quando ci è l'amore…..! L'ho sempre detto!

IL CRISTO DI SAVERIO ALTAMURA.

                Jésus, ce que tu fis, qui jamais le fera?
                Nous, vieillards nès d'hier, qui nous rajeunira?
                                       A. De Musset. Rolla.

È una sala vasta, deserta, polverosa; qua e là sono aggruppati piedistalli di statue e qualche sedia sgangherata; la luce piove dagli alti finestroni e sembra grigia e fioca, mentre fuori riluce il sole invernale. Camminando in quel salone nudo ed oscuro si abbassa la voce o si tace, si prova un senso di stanchezza e di obblio, e, giunti all'ampio seggiolone che sta di fronte al quadro, si chiudono gli occhi senza volerlo, quasi ad attendere l'ultimo, il più dolce riposo. Ma convien ridestarsi subito, perchè il quadro è là, rimpetto a voi, grande, immobile vivente.

* * *

È un episodio della passione di Gesù: gli leggono la condanna dopo averlo flagellato. Sono ebrei—uno di essi dalle spalle tarchiate, dalle braccia nerborute, stringe un flagello, ed indifferente se la discorre con certi altri; un secondo flagellatore sghignazza orribilmente, ed alza la verga quasi volesse continuare ancora. Alla destra di Gesù è un tale che vuole spuntargli la tunica, a sinistra un altro che gli mostra con atto vero e vivace la condanna. Tutta questa gente, sebbene animata da sentimenti diversi, come l'odio, il disprezzo, la noncuranza, ha il tipo ebreo spiccato: carnagione bruna, soppracciglia vicinissime, sguardo falso; quello poi che ha in mano la carta è un fariseo, un ipocrita che si rivela: labbra strette su cui corre l'insulto, fronte bassa, mano rugosa. Guarda il Nazzareno con invidia e con ira: invidia per quella serenità pacata, ira perchè si vede vinto: e indica la sentenza. Ma il Nazzareno non lo ascolta, non lo guarda: pensa.

* * *

A che pensa? Forse agli sconfinati orizzonti della sua Palestina che non vedrà mai più, alle campagne ridenti, inondate dal sole, al lento volo delle azzurre tortore, alle limpide notti, al cielo stellato e profondo che tante volte ha interrogato con lo sguardo, al placido lago di Tiberiade: egli, che amò tanto la natura, pensa forse a tutto questo. O forse gli vengono in mente i cari compagni delle sue peregrinazioni, quelli che lo compresero e lo amarono; forse ricorda la dolce madre che dovette abbandonare così presto; forse colei che lo adorò sovra tutti: e pensa al loro dolore? No. In quello sguardo vi è qualche cosa di più largo, di più generale: quel Gesù pensa al suo ideale, s'inebbria di esso e dimentica l'individuo nell'universo. La fatale notte di Getsemani, in cui il dubbio lo ha sopravvinto, in cui ha visto scomparire l'anima e la sua immortalità, in cui ha sofferto lo spasimo dell'uomo che vede spezzarsi il suo sogno, quella notte è lontana: egli crede in sè, crede negli altri; ancora pochi giorni ed egli morrà; ma il mondo sarà scosso, rivoluzionato dal più grande concetto umanitario: la libertà delle anime.

* * *

Io non m'intendo di pittura e molto meno di disegno, non conosco le scuole antiche e moderne e mi affido al solo mio gusto: non so, quindi, se la luce sia giusta nel quadro del comm. Altamura, se le figure del secondo piano siano proporzionate a quelle del primo, se le pieghe degli abiti siano armoniose e via discorrendo. Ma quando una pittura mi colpisce e mi commuove, quando io vi resto estatica lungo tempo davanti, dimenticando in quella sala vuota e fredda il mondo e la vita, quando la tela è illuminata da quel viso intelligente, pallido, buono, sofferente, quando in mezzo a quel gruppo di cretini, di ipocriti, di malvagi, veggo dominare viva e vera la persona del filosofo, del pensatore, del Grande Maestro, io dico che il pittore è un sommo artista, perchè ha raggiunto appunto lo scopo dell'Arte.

* * *

Filosofo! ho sognato su questa parola. Ho riveduto un altro paese bello e fecondo, culla della civiltà umana, ho riveduta la campagna sterminata e la lunga sfilata dei portici marmorei, sotto cui passeggiava gravemente un vecchietto circondato da molti giovani. Il vecchio anche parlava ad essi di libertà, d'anima, d'immortalità e quelli lo ascoltavano e lo amavano: come il Galileo, il vecchio maestro distruggeva gl'idoli antichi, annientava il passato e creava l'avvenire. Sola differenza: il vecchio ragionava, il giovane sentiva. Ma in Grecia ebbero paura come in Gerusalemme, carcerarono il vecchio e gli dettero la cicuta; ed il Nazzareno anche dovette morire. Così, attraverso il tempo, avevano comune il sacrificio ancora i due più grandi martiri dell'Ideale: Socrate e Gesù.

IN PROVINCIA.

Quelle due famiglie rivali rifacevano in miniatura le discordie dei Capuleti e dei Montecchi: solo, avuto riguardo alla civiltà dei tempi, invece di sparger sangue, spendevano e spandevano denaro. In cambio di morti, vi erano stati processi molti, lunghissimi ed intrigati; litigavano per dispetto, per ripicco, per rabbia; litigavano con quella cocciuta volontà di processi che è uno dei principali morbi della provincia. Come al solito si trattava di scioccherie; un filo d'acqua che prendeva cattiva direzione, una turbolenta capra che era saltata dal campo dell'uno in quello dell'altro, alcune oscure e stupide patate che sotterra, distendendosi, avevano annullato il confine. Su questo pioveva la carta bollata, gli uscieri si affaticavano a scrivere con quel loro stile, ultimo ricordo delle invasioni barbare, le sentenze si moltiplicavano, i processi si complicavano; i due avvocati si fregavano le mani per la gioia, e dall'aspetto che pigliavano le cose, erano sicuri di trasmettere come preziose eredità quelle liti ai loro figliuoli. Come era stata causata quella inimicizia fra i Pasquali e i Dericca non si poteva sapere chiaramente; da una parte e dall'altra vi erano affermazioni varie: soltanto era una inimicizia profonda e dichiarata. Essendo vicini di casa in città, vicini di terra in campagna, s'incontravano spesso, guardandosi in cagnesco; le donne sentivano la messa in due chiese diverse; se le fanciulle Dericca portavano abiti azzurri, le fanciulle Pasquali inalberavano subito il rosa; al consiglio municipale i Pasquali erano sempre conservatori ed i Dericca, naturalmente, sempre progressisti; quello che l'uno faceva, l'altro non avrebbe fatto per mille scudi; dove l'uno andava, l'altro non compariva. E poi pettegolezzi, maldicenze, mormorii, avidità di scandali, malignità: insomma quel corredo di piacevolezze che succedono in provincia fra due famiglie rivali. Su questo, Carlo, primogenito dei Pasquali e Maria, secondogenita dei Dericca, pensarono bene d'innamorarsi.

Gli amori delle piccole città non hanno molta varietà: per lo più sono relazioni che cominciano con l'infanzia, seguitano nelle partite di mosca cieca si manifestano solitamente nei balletti famigliari, continuano nel giuoco della tombola e si completano sempre davanti al parroco ed al sindaco. Sono amori risaputi, sorvegliati, stabiliti, registrati nelle entrate e nelle uscite della casa; protetti dai nonni brontoloni, dagli zii preti; conosciuti da tutta la città; amori senza nervi, senza lagrime, senza tenerumi, senza fantasticherie; qualche cosa di molto calmo, di molto lento, la cristallizzazione dell'amore. Ma Carlo Pasquali aveva avuto l'incomparabile fortuna di passare, in una volta, quindici giorni a Napoli, il che gli faceva guardar con disprezzo gli usi provinciali; ma Maria Dericca, la notte, ad un lumicino fioco, aveva pianto sulle sventurate eroine del Mastriani e le aveva invidiate nelle loro fantastiche passioni; quindi a quei due ci voleva un amore eccezionale. Fa prima uno sguardo furtivo, una paroletta mormorata pianissimo eppure intesa con singolare percezione, da colei che doveva udirla, un garofano caduto da un balcone per colpa sicuramente del vento, un subitaneo pallore di lui, un subitaneo rossore di lei; poi coll'intervento armato di un ferro da stirare di una biricchina quindicenne che andava a stirare in casa di Maria, un bigliettino, una breve risposta; una letterina, una letterona, ed infine quei volumi di otto o dieci foglietti che segnano il più alto punto della follia amorosa.

Ahimè! furono brevi le gioie dei due giovanotti e rapidissimo giunse il dolore a dileguarle. Furono visti, spiati, le novelle giunsero ai relativi papà e tutti i fulmini delle ire paterne, inasprite da undici processi, caddero sulle teste dei poveri amanti. Si chiusero i balconi, fu messo il catenaccio alla porta del terrazzo, si contarono i garofani sulla pianta, le passeggiate furono proibite, o almeno fatte senza annunzio, l'ora della messa fu cambiata ogni domenica—ma quei due continuarono ad amarsi. I rabbuffi, le prediche, le proibizioni, le difficoltà, non valsero che ad infiammare il loro amore: la notte, nell'inverno, Maria si alzava, si vestiva, si avvolgeva in uno scialle, con le pianelle, rattenendo il fiato, tremante dalla paura, scendeva nelle scale, ad un finestrino del primo piano; l'amichetto era nella strada, addossato alla muraglia. Così conversavano per due o tre ore senza curarsi del freddo, della pioggia e del sonno perduto; conversavano senza vedersi, a cinque metri di altezza, tacendo ad ogni rumore di passante, riprendendo cautamente il discorso, col timore continuo che i parenti di Maria si alzassero e la ritrovassero in quel colloquio aereo. Ma che importava loro tutto questo? Avevano nel cuore la luce, il sole, la primavera, il coraggio, l'entusiasmo; venisse pure il re, non si sarebbero mossi. Invece il fratello di Maria, una notte che non poteva dormire, si alzò di letto e trovò la porta socchiusa, scese per le scale, udì un mormorio e colse la sorella sul fatto; poco complimentoso sbarrò le imposte sul viso a Carlo, dette uno schiaffo sonoro a Maria e se la riportò in casa. Dal mattino fu murata la finestruola del primo piano, malgrado la scala ne rimanesse un poco oscura.

O voi, fedelissimi amanti che vi desolate nelle pene di un amor contrastato, immaginate la disperazione di quei due! Le loro lettere non si potevano più leggere, perchè le lagrime cancellavano le parole; filze di punti ammirativi da sembrare soldati prussiani sotto le armi, seguivano le diuturne imprecazioni alla sorte, al destino, al fato e ad altri esseri impersonali che non potevano rispondere; mille progetti fantastici erano creati, discussi e poi rigettati. Carlo avrebbe voluto fuggire con Maria, ma suo padre non gli lasciava danaro e sarebbe stato difficile riunire le nove lire e cinquanta per un viaggio in due sino a Napoli; pensarono per un momento al suicidio, ma…. trovarono che non risolveva le difficoltà. Poi a lungo andare il loro amore divenne sistematico, le imprecazioni furono sempre le medesime ed essi non poterono andare a letto senza aver versato sulla fedele carta la piena del loro dolore. Nel paese non si parlava che del loro incrollabile amore e dei loro tormenti; erano l'oggetto dell'interesse generale; se giungeva un napoletano lo conducevano a veder le rovine del loro anfiteatro e gli narravano il caso di Carlo e Maria. Quindi i due giovanotti, carezzati nel loro amor proprio, si atteggiavano ad un contegno di circostanza. Maria era pallida sempre, con un'aria malinconica, non sorridendo mai, parlando sempre alle amiche del suoi giorni senza gioia, rifiutando di divertirsi, contenta di somigliare tal quale ad una eroina del Mastriani. Carlo andava a fare delle passeggiate solitarie, era sempre di pessimo umore; ai balli non si moveva mai da un angoluccio, contento che intorno ad esso si mormorasse: Povero giovane, quell'amore sfortunato gli rattrista la vita! Nei circoli, nelle festicciuole, nelle visite, con la monotonia instancabile della provincia, ritornava sempre il discorso dei due amanti, e chi avesse qualche notizia fresca su di loro era accolto a braccia aperte: Carlo e Maria portavano dignitosamente il peso della loro popolarità.

Infine, non so dopo quanti anni, quattro o cinque mi sembra, di questa lotta continua, di questi pianti cotidiani, di questo amore allungato, allungato, mantenuto vivo dai dissidi, le cose cangiarono di aspetto. Vi fu una brava persona—ce ne sono ancora—che con molti sforzi di loquela persuase i genitori che ai processi ci si rimetteva del proprio e molto, testimoni i due avvocati che si erano arricchiti alle spalle dei clienti; che quei due giovanetti si struggevano ed avrebbero dato nel mal sottile per quell'amore contrariato; le case erano daccanto; daccanto i possedimenti; Cristo aveva perdonato, perdonassero anch'essi, se voleano trovare perdono; tante ne disse, tante altre persone, mosse dall'esempio, ci si interposero, che le quistioni vennero ad una transazione, la quale aveva per primo capitolo il matrimonio di Carlo con Maria.

Qui certamente tutti supporranno che i giovanotti furono consolatissimi e supporranno il vero: ma il mio obbligo di novellatrice sincera mi costringe a dire che nel loro primo colloquio libero regnò un grande imbarazzo. Si erano abituati a vedersi di lontano, alla sfuggita; a parlarsi da un primo piano alla strada, nella oscurità, falsando o smorzando la voce: si trovarono molto diversi, forse un po' ridicoli; non avevano argomenti di discorsi, tacevano spesso, affrettando col pensiero l'ora che dovevano lasciarsi. Non vi erano più imprecazioni e lagrime da mescolare con l'inchiostro, non si scrissero più. Tutto era libero, piano, facile davanti al loro affetto: non dovevano pensare alle sottigliezze per ingannare la vigilanza dei vecchi, non avevano più nessun gusto al mormorarsi qualche parola in segreto, non facevano più progetti ardimentosi per l'avvenire. Si sarebbero sposati prosaicamente, senza ostacoli, come tante altre coppie sciocche. Quei del paese non badavano più a loro; passata la meraviglia ed i commenti sul matrimonio, Carlo e Maria non destarono più l'attenzione, non si parlò più di essi, non si notò più il loro contegno; cessarono di essere additati come esempio di fedeltà. Adesso si portavano gli occhi sulla moglie del pretore che era accusata di avere una simpatia poco tribunalesca per il sostituito procuratore del re: caso gravissimo.

I due amanti si sentirono abbandonati, una grande freddezza si ingenerò fra loro. Carlo trovava che le virtù della sua fidanzata, quelle virtù che rifulgevano nelle lettere, si appannavano nella casa; Maria pensava spesso che Carlo era un poco triviale nei suoi gusti e che finire con un matrimonio stupido un amore così tempestoso, era indegno di una lettrice del Mastriani. Vi fu fra loro qualche paroletta vivace sulle illusioni smentite dalla realtà, sui miraggi, sugli inganni ottici ed altre punzecchiature simili; venne una questione, poi due, poi divennero quotidiane. Una sera Maria disse con voce irritata:

—Carlo, lasciamo stare.

—Lasciamo pure,—rispose lui senza esitare.

Ed il giorno seguente partì per un viaggio d'istruzione; Maria andò a Napoli, presso una sua cugina, per pescarvi un marito eroico. Le famiglie si ruppero di nuovo: il padre di Maria aprì una finestra che dava nel cortile del suo vicino; costui per molestarlo fabbricò un colombaio i cui colombi scorrazzavano dappertutto; subito una citazione, una seconda, una terza, i processi ricominciarono, e questa volta, dicevano gli avvocati sorridendo, senza speranza di transazione.

NEL BOSCO.

Quando si entra nel parco, un vivissimo bagliore fa chiudere gli occhi;—ma si riaprono subito perchè si vuol vedere, si vuol sorridere, si vuole ammirare. L'animo è inclinato a trovare tutto buono e bello, la fantasia calza i coturni di festa, ogni pensiero di tristezza è dimenticato; si vorrebbe raddoppiare, triplicare la potenza visiva. Il paesaggio è vasto; sono viali interminabili, tracciati con un rettifilo egualissimo, bianchi, polverosi, senza un sassolino o una erbuccia parassita; ai due lati grandi prati di trifoglio, lasciato crescere a quattro dita da terra e che vi dà una uniformità di verde, senza la più piccola gradazione; a regolari intervalli, gruppi di alberi tagliati a capanne, a scaglioni, non un ramo fuori di posto; enormi masse di acque silenziose e con un moto così lento, che pare siano ferme—ed in ultimo un orizzonte largo, largo, aperto, che non cela nulla. Si guarda tutto questo, si vuole abbozzare un sorriso, ma riesce male, non è sincero; si pruova quasi un senso di delusione: si vorrebbe chiedere se questo è tutto e non si osa per timore di sembrare ignoranti o incontentabili; si fissa ansiosamente l'angolo del viale, sperando di trovare dopo quello il nuovo, l'incantevole. Ecco, l'angolo è girato….: viali polverosi, prati di trifoglio, orizzonte senza fine; è sempre lo stesso spettacolo: allora quelle linee grandi, pure, armoniche, cominciano a stancarvi, a mettervi nell'anima una malinconia indefinita. Questa mestizia viene forse dagli alberi, che hanno un'aria saggia e riflessiva, come persone che abbiano esperimentato la vita; forse si eleva da quelle acque brune e senza riflessi che se ne vanno alla loro via senza fare scappate giovanili; forse è la luce sfolgorante, crudelmente ripercossa dai bianchi viali; forse è la inutile ricerca di un angolo fresco, ombroso, nascosto, dove riposare l'occhio—ed è forse tutto questo insieme. Perchè è lo spasimo della Natura a cui sono state imposte le leggi della prospettiva, della geometria, della idraulica e di non so quante altre orribili parole greche e latine; è la umiliazione, la sommissione di una potenza ad un'altra. Però la vittoria dell'uomo può paragonarsi ad una sconfitta; quello è uno spettacolo magnifico, ma non ha anima, è morto: in quel parco non vi è mezzo nè di amare, nè di sognare, nè di vivere….

—Queste,—ripete la voce fredda e cadenzata della guida—sono le reali delizie….

Se i re hanno solo quelle delizie là!

* * *

In un cantuccio semi-nascosto vi è un cancello. I visitatori l'oltrepassano di rado, perchè giunti a quel punto ne hanno già abbastanza e provano un desiderio vago di fuggire. Solo qualche testa strana, qualche touriste infaticabile, malgrado abbia inteso che quello è il bosco e che non ci si entra in carrozza, si decide ad esaurire le forze delle sue gambe e si fa aprire il cancello.

Qui la vegetazione è libera, le piante crescono invadendo il regno dell'aria coi robusti polloni e penetrando la terra con le grosse radici: i rami si dividono, si moltiplicano, s'intrecciano allegramente. Le fronde salgono, scendono, fanno capolino dappertutto; sono brune in cima, pallide al basso, e presentano tutte le più delicate tinte del verde, da quello opalino, trasparente, aereo, sino al vigoroso e forte che quasi sembra nero. Il sole manda negli interstizi certi raggi sottili sottili che paiono capelli biondi luminosi, getta in terra tanti cerchietti lucidi che sono la sua piccola e ridente immagine; la luce è buona, la luce è soave nel bosco. Malgrado la stagione avanzata spuntano ancora gli anemoni, protetti dalla frescura, e le lucertoline brillanti schizzano tra le alte erbe—i sentieri non sembrano tracciati, vi sono labirinti, crocicchi, salite, discese; ogni tanto un vano azzurro che si allarga, si allarga: è la pianura inondata di luce; è scomparsa, ecco il bosco un'altra volta. Il bosco sorride, parla, canta: si odono dintorno lievi sospiri di benessere, voci indistinte e vaghe, confusi mormorii che sembrano parole di gioia balbettate da labbra infantili. Giungono odori forti e sani, leggermente aspri: sono i profumi energici di quegli alberi vigorosi, è lo scoppio della loro gioventù, è il succhio impetuoso di vita che sale in essi e rompe la corteccia. Calma meravigliosa in tanta vitalità—sicurezza profonda in tanta libertà.

Allora l'azione benefica della natura si manifesta, l'uomo si sente sollevato, sulla fronte bruciata dal sole pare sia passata una mano leggera e carezzevole: entra in lui, per tutti i pori, una nuova parte di vita, di vita ridente e felice. Per la prima volta egli si trova davanti alla più sublime delle verità fisiche, perchè la luce, i profumi, i mormorii gli arrivano come palpiti, vibrazioni di aria; le sue sensazioni sono piene, complete, perfette, ed ognuna di esse riassume tutte le altre e tutte concorrono all'equilibro dell'anima e del corpo. L'uomo pensa; pensa alla stirpe dei primi, vigorosi terrigeni che adorarono la terra come madre e come dea; ai giocondi tempi dì Evandro e di Saturno; pensa alle foreste ombrose, alle sconfinate pianure, alle montagne nevose, a tutti i liberi svolgimenti della natura. L'uomo ama e sogna nel bosco, dove ride la luce e si nasconde la pervinca. E quando domani ritornerà alle strade rumorose, alle sale soffocanti, alle veglie prolungate, porterà in sè un ricordo pieno di soavità e di freschezza; la buona Natura, avrà messo una nota di verde nella affannosa ed incessante lotta dell'esistenza.

Bosco di Caserta, giugno 1878.

NUOVA CACCIA.

Oh, i bei tempi delle antiche caccie! Lunghissime corse dietro una problematica lepre o una volpe astutissima, colazioni succolenti e sonni profondi, campagne, boschi, colline, dove siete più? La civiltà vi ha distrutte, o belle caccie dei nostri padri: la civiltà, col suo noioso fumo della vaporiera, con le sue armi di precisione, con le sue larghe strade, con le sue nuove occupazioni. Non vi sono più caccie: le ultime si sono rifugiate fra le montagne del Tirolo, in Russia, in Africa, ma da noi l'è finita. Adesso quasi nessuno più si alza allo spuntar dell'alba, per infilare la giacca e gli stivaloni, e ponendosi ad armacollo il fido fucile andarsene a minacciare le filosofiche riflessioni di un tordo o le rumorose moine di una pernice: bisogna andare alla Borsa, al giornale, al circolo, al caffè, soffocare in una sala angusta, piena di fumo e di malignità che si svolge nell'ambiente, opprimersi il cervello con le solite notizie, le usate ed abusate freddure, i quotidiani scandali; fare una cattiva colazione, un peggior pranzo: e poi di nuovo là, donde si esce affranti senza aver camminato, stanchi senza aver lavorato, vuoti di spirito ed annoiati—Oh la civiltà, miseria della nostra epoca!

* * *

Così è, non si va più a caccia. Mentre gli antichi uomini si contentavano di essere grandi cacciatori davanti a Dio, i nostri moderni vogliono essere grandi pubblicisti, grandi statisti, grandi professori, grandi… qualcos'altro, davanti ad un Dio qualunque che molte volte è la società, spesso il denaro, spesso sè stessi, raramente quel di sopra. Ma io casco nell'enfatico; andiamo al fatto. La caccia non ci è più, ma la caccia ci è. Paradosso. Sorriso ironico ed incredulo del lettore. Mia spiegazione: la caccia non è più nelle campagne, ma si è rifugiata nelle città, la materia deve avere un posto: se la si leva da una parte, essa spunta dall'altra—benedette lezioni di fisica! Dunque s'è fatta cittadina e quindi messa in fronzoli e nastri, nè vi garantisco che non usi la simpatica veloutine: in città si acquistano tante belle abitudini: tutto sta ad intenderle subito. Ma, venendo al sodo, non si tratta della eterna caccia che danno le signorine alla difficile selvaggina che è un marito, nè di quella che i creditori fanno agli innocenti debitori, non è neanche caccia alla eredità, al testamento, agli onori, alle cariche. È un'altra caccia. Chi la vuol sapere, legga più basso.

* * *

È la caccia al lettore. Sì, lettore umanissimo, tu sei l'oggetto della caccia dei letterati, poeti, giornalisti, filosofi, scienziati. A te sono dirette tutte le colossali lettere dei cartelloni, le microscopiche lettere dei cartellini, i trasparenti, le pioggie colorate, tutti gli infiniti e molteplici aspetti della rèclame e della claque. Per te gli autori si inginocchiano nelle prefazioni, negli avant-propos, nelle platoniche dediche—per averti s'inventano i mille trucs degli abbonamenti, le promesse dei premi favolosi che superano di gran lunga il prezzo che tu sborsi, quasi che il giornale volesse avere il piacere di farti un regalo: curioso disinteresse! Poi le sciarade, immenso campo dove il lettore potrà, mediante un piccolo sforzo di memoria, indovinare, rimanere vincitore, e di che premio! vi so dire. Lettore, per te si fabbrica, per te si traduce, alcuni hanno anche l'ingenuità di creare; per te si legge e per te si scrive; per te si scarabocchia, per te si toglie—onesta parafrasi—dagli altri giornali—e tutta questa roba mischiata, unita, condita col pepe di uno scherzo, col sale di una riflessione, con l'olio della raccomandazione alla tua benignità, ti vien presentata con un inchino, con un sorriso—si vuole che tu legga. Tu non leggi—o uomo di poca fede!

* * *

Non si legge, non si legge—ecco il secreto tormento di coloro che invece d'imparare un utile mestiere, hanno avuto la felice ispirazione di volere scrivere. Il lettore è sparito dal mondo—oh legge sulla istruzione obbligatoria! Come faranno dunque tutti questi nuovi ingegni che hanno assolutamente la smania di comunicarci le loro idee? dove è il pubblico per tanti attori? Io moltiplico gli ammirativi e gl'interrogativi, ma la punteggiatura non è un rimedio, tutt'altro; la piaga rimane la medesima. E dire che del lettore si ha assoluto bisogno, lo si cerca, lo si vuole, lo si va cacciando—e lui duro, ostinato, incredulo, fugge, si nasconde, evita i colpi, para le botte e tira via. E così si vede quell'essere spesso innocente, forse involontariamente colpevole, che è uno scrittore letterario, salutare cortesemente la figlia del portinaio che trova leggendo un romanzo—è una lettrice futura remota; quell'altro bipede implume, grande fabbricatore di pettirossi e di carote che è il giornalista, proteggere modestamente lo speziale dell'angolo che dovrà leggere il suo articolo sulla tassa degli zuccheri—il professore sorridere all'alunno che ha comperato il suo libro—Sono tutte armi quel saluto, quella protezione, quel sorriso; si semina per raccogliere che se poi non si raccoglie nulla, incolpatene la cecità del pubblico poco disposto ad essere illuminato anche gratis.

* * *

Vi dovette essere qualcuno che t'insegnò tanta malizia, o lettore—devi avere qualche segreto potere che ti fa forte contro le infinite tentazioni della penna, contro le molteplici e svariate seduzioni che dalla mattina alla sera sono la ricerca degli scrittori: tu sorridi quando ti si chiama benigno, benevolo, simpatico, quando ti si dice bella lettrice; sorridi e passi avanti. Non ti curi della lunga schiccherata di collaboratori che sfilano nei programmi delle riviste, bada, nei soli programmi, quasi che tu sapessi essere quello un mezzo di comprare la gloria, tanto per la rivista quanto pel collaboratore—Tu non cerchi vedere chi si nasconde sotto la moderna invenzione, lo pseudonimo; sai forse che lì dietro vi è quasi sempre un nome ignoto, di cui non si deve aver che fare, se lo si lascia tanto comodamente? Tu non sai che farti dell'amore dei libri; ami forse, ma non in quel modo: nè vuoi essere data la legge. Non t'importa che la cronaca ti dica che la gente onesta, pulita, che si rispetta, va a Castellammare o a Montecatini; tu resti un galantuomo, prendi l'asino e te ne vai sul Vomero. Il giornale ti dice di votare pel tal dei tali, tu non ne fai niente. Dimmi, chi ti insegnò queste cose, o lettore? La tua scienza tanto sottile, tanto astuta, tanto fine, dove l'hai trovata?

* * *

Questa volta, a furia di girare e di rigirare la questione, credo di averne rinvenuta la molla segreta e i miei punti interrogativi troveranno una qualunque risposta—se non piace loro, che si stiano. Dunque, studiato, paragonato, osservato tutto, risulta: che si legge poco, perchè si scrive troppo. Che novità, eh? Ma la è così: il campo del pubblico si assottiglia, quello degli scrittori aumenta, ma in quantità non in qualità. Ognuno vuole spifferarci la canzone, la poesia, la novella, il romanzo.—Dopo aver letto le gioie del signor Caio, bisogna sorbirci le disperazioni del signor Sempronio e le bestemmie di quell'arrabbiato di Tizio! I circoli, le associazioni, le scuole, i premi accrescono la terribile mania e siamo inondati di genii in erba, incompresi… perchè non sanno la grammatica—ed atei… perchè non hanno di meglio a fare.—Dinanzi a questa irruzione, il pubblico si arretra, si spaventa, si annoia, perde la fiducia e non legge più; apre i libri quando sono firmati da nomi che conosce, compra il giornale che ha l'abitudine di portarsi a casa, ma davanti all'ignoto, di fronte alla x incognita, fa il niffolo e rifiuta.

* * *

Malgrado questo, la caccia continua, i cacciatori sono accaniti, pazienti, non si scoraggiano, non lasciano la traccia—la selvaggina non si trova, non ci è; è dileguata, scomparsa. E la sorte delle lettere, e l'arte? Mah!….. Dategliele queste lettere, quest'arte, e vediamo se quel caro pubblico dirà di no; ma, a conti fatti, bisogna persuadersene: per fare un libro ci vogliono due persone: l'autore ed il lettore. Nevvero, signor lettore? Nessuno mi risponde: ecco una caccia perduta.

ACACIA.

Acacia, amor platonico Linguaggio dei fiori.

Si vedevano in mezzo a molta gente, si scambiavano un saluto breve e distratto, sedevano sempre lontani. Fra loro non ci erano nè sguardi, nè sorrisi. Si conoscevano solo di nome, nulla avevano di comune. Egli, Renato, venuto dalla nativa Germania, diviso dai suoi cari, sotto l'affannoso ricordo di dolori recenti, era serio e grave per natural costume; e frequentava gli allegri ritrovi per non attirarsi la taccia di misantropo. Ella, Cherubina, una fanciulla umile e timida, slanciata nella società prima del tempo, afferrata dal vorticoso turbine del mondo, era piena di stordimenti e di paure. Alla sua delicata natura, alla squisita sensibilità del suo cuore, convenivano meglio la pace ed il silenzio della casa, ma le sue allegre e robuste sorelle se la trascinavano dappertutto; essa che le amava, non osava dire di no. Sibbene, ai balli, ai teatri, ai rumorosi divertimenti, in mezzo ai piaceri, ella portava i suoi occhioni sorpresi ed un volto che arrossiva alla minima emozione.

Ma Renato non sapeva di lei, lei nulla aveva indovinato di Renato—erano estranei. Il caso solo li riuniva nelle sale illuminate, ricche di fiori e di donne: il caso li faceva incontrare nelle vie, dove il mondo felice trascina il suo fasto; il caso solo si compiaceva mettere faccia a faccia la timida giovinetta ed il giovane serio e grave. Essi non si ricercavano.

* * *

Eppure, nel profondo segreto del cuore, Renato amava la fanciulla. Quel cuore che aveva tanto sofferto, in cui si erano scatenate le tempeste della passione e dell'ambizione, quel cuore che aveva palpitato e pianto, riuniva tutte le sue forze di affetto per amare Cherubina. Era un amore intelligente, cioè amore di uomo che ha già amato, amato con la mente, coi sensi, con l'anima e che finisce per riunire in una sola tutte queste espansioni. Era singolare: egli non aveva alcun desiderio di manifestarsi, non lo premeva l'ansia di conoscersi corrisposto. Forse era sicuro di non poter mai risvegliare un affetto simile al suo; forse, con una sublime astrazione, più che la persona, egli amava l'amore. Nelle lunghe veglie invernali, solo, nella sua camera, egli vedeva apparire il volto gentile della fanciulla; egli parlava a quel fantasma, a quel fantasma che egli solo poteva evocare, che era suo, che egli creava dal nulla. Ma la luce mattinale scacciava le ombre, il sognatore ridiventava uomo, e quando Renato rivedeva Cherubina, la Cherubina reale, poteva, senza dolore, non guardarla, non rivolgerle una parola: tutta la notte egli l'aveva adorata, le aveva bruciato l'incenso dell'amore. A che serviva la realtà? Nulla poteva dargli più dei suoi sogni, e forse poteva distruggerli. La fanciulla delle sue notti era una splendida immagine senza macchia e senza debolezze; mentre forse la vera creatura era una semplice e limitata donnina.

* * *

La buona fanciulla che nulla sapeva di sogni e di visioni, che si lasciava condurre ai balli come un agnellino ubbidiente e che al ritorno, toltisi i fiori dai biondi capelli, mormorava le sue infantili preghiere, la buona fanciulla voleva bene a Renato. Però, siccome non era certa che l'amore fosse o no un peccato grave, così si teneva bene stretto il segreto nel piccolo cuore; si nascondeva, credendo far male; chinava i grandi occhi ed arrossiva più che mai. Invidiava la franchezza delle sorelle ed avrebbe voluto dirgli una parolina dolce; ma aveva tanta vergogna, tanta vergogna! Ci era in lei un indistinto sentimento di pudore, quasi che l'amore le completasse e le rivelasse il segreto della vita: certo non osava guardarlo. Non aveva più la mammina, quella cara mammina, al cui orecchio essa aveva mormorato tutti gli ingenui desiderii della infanzia; la mammina se n'era andata e la Cherubina non diceva nulla a nessuno; anzi tremava tutta al solo pensiero che egli comprendesse qualche cosa; e si sedeva in un angolo recondito, lontana dai pericoli.

Passò tanto tempo. Una sera—in un ballo—Cherubina era intenta a rialzare i petali dei suoi fiori, fiori che appassivano in mezzo ai lumi ed ai profumi artificiali; Renato, alle sue spalle, discorreva con un amico.

—Sai? parto—disse.

—Torni presto?

—Non so, non lo credo.

La fanciulla si morse il labbruccio e rimandò indietro le sue lagrime; ebbe il coraggio di non voltarsi e di continuare a gingillar co' suoi fiori; anzi provava un piacere acre in quella sofferenza. Certo, l'amore era un peccato e doveva subirne la penitenza.

Renato partì amandola. Non si dissero neppure addio. Essa pregò per lui; egli portava seco il suo diletto fantasma.

* * *

Due volte si rividero, due volte si lasciarono e gli anni scorrevano. La gioventù di entrambi declinava; le belle ore, le ore delle liete e serene speranze fuggivano per rientrare nel passato; essi passavano volta a volta per le tristi e gioconde vicende che sono di ogni uomo, essi vivevano e la gioventù moriva. Già i volti perdevano la freschezza, già il corso dei pensieri diventava meno tumultuoso, già la vita si faceva più lenta, più lenta. Ma rivedendosi, essi non si trovavano cangiati, perchè serbavano in cuore una eterna giovinezza ed apparivano l'uno all'altra come nei primi tempi del loro amore silenzioso. Avevano serbata la fede senza averla giurata, erano rimasti fedeli ad una idea; Cherubina, prima fanciulla, poi donna, non aveva conosciuto, non aveva nutrito che quel solo affetto, ed era quell'affetto che le faceva brillare gli occhi di una luce dolce e soave, era quell'affetto che rendeva così trasparente la sua pallidezza fino a farle mostrare l'anima, se fosse stato possibile. Portava in sè stessa un tesoro di slanci, di speranze, di aspirazioni; sentiva il cuore dilatarsi sotto la soverchia ricchezza di amore, ed intanto provava una compiacenza a tacere, a restarsene, come sempre, muta in un angolo recondito, calma in apparenza, ma vivendo di una alacrissima vita interna. E Renato immerso nelle ardenti lotte della scienza, consumato dalla sete dell'ambizione e del potere, nella parte di sè stesso più sconosciuta portava una immagine fresca e sorridente, una immagine che egli era sempre rifuggito dall'incarnare.

Ci fu un momento, un giorno, in cui si trovarono di fronte, soli, liberi, senza doveri. Avevano la pace nel volto, ma non nello spirito e l'amore si precipitava alle labbra, quasi ad una meta lungamente anelata. Ebbene, quel momento, quel giorno, essi rimasero freddi, muti, indifferenti. Non trovarono parole, non trovarono sguardi, non li aiutò nè raggio di sole nè profumo di fiori—la natura non voleva forse. Si lasciarono, ritornando ai loro sogni, pentendosi di quel momento in cui avevano arrischiato di perdere il loro tesoro, rivelandolo. Gli anni passarono—morirono.

* * *

Costoro il pazzo mondo chiamerà pazzi e sorriderà della loro follia; ognuno che abbia il cosidetto buonsenso li dirà imbecilli e si stringerà nelle spalle per compassione. Eppure, io so che essi furono felici nel loro silenzio, più di molti altri che delirarono nelle ebbrezze di un amore confessato e corrisposto; e che uno dei loro sogni valse più che mille ardenti realtà. Io so che essi non soggiacquero alle volgarità della vita, e che, rispettosi, non circoscrissero il loro affetto in una cerchia gretta e meschina, dove lo avrebbero veduto morire di sazietà.

Perchè il poeta ha detto che vi sono idee vaste, sconfinate, infinite, che non possono sottomettersi a nessuna forma umana. Forse una di queste è l'amore, il quale è tanto più grande in quanto è inviolato; e forse in questa perenne violazione che ne fanno gli uomini, è il segreto della sua morte.

UN INTERVENTO.

I.

Guido aveva quel giorno l'aspetto di un uomo felice: fronte serena, occhi e labbra ridenti, andatura svelta e spigliata. Ritornava da un banchetto politico—in questo caso la parola pranzo è troppo volgare—dove alle frutta aveva minutamente spiegato ai suoi elettori futuri il suo programma: gli applausi erano fioccati, la cucina del cuoco, lo champagne ed il programma del candidato avevano prodotto molta impressione: l'elezione era assicurata. La sera poi, Guido sarebbe andato ad un ballo, dove avrebbe incontrato la baronessa Stefania, una crudele che cercava da un mese un pretesto dignitoso per lasciarsi intenerire: forse durante un waltzer di Metra o in una visita poetica al buffet, il pretesto si sarebbe offerto da sè: la misericordia divina è così grande! Aggiustati quindi i suoi affari pubblici ed intimi, Guido rientrava per dormirsela un'oretta, come il grande Napoleone alla vigilia di non so quale battaglia.

Ma Giuseppe, un servitore vecchio e fedele, come se ne trovano ancora pochi, Giuseppe rimaneva in posizione rispettosa davanti al padrone; sul suo volto si leggeva il desiderio di dire qualche cosa.

—Ebbene?—chiese Guido, che se ne era accorto.

—Chieggo scusa al signor padrone…. volevo dire….

—Purchè tu lo dica presto.

—Il signor padrone ricorda che giorno è questo?

—No, Giuseppe, no.

—Oggi è il suo compleanno….

—Ah!—fece soltanto Guido, la cui fronte si rannuvolò.

—Altre volte…. ai tempi di qualcun altro…. in questo giorno eran fiori dappertutto….

—….Erano, non ci sono più!—osservò Guido con una leggiera mestizia.

—Ci sono, ci sono—disse il vecchio servo smascherando un grosso mazzo di fiori che troneggiava sopra una mensola.

—E chi?…—domandò Guido, ma guardando il volto umile e sorridente del servo, comprese subito.—Tu, Giuseppe?

—Il padrone…. scuserà….

—No, non vi è bisogno di scusa. Ti ringrazio: mi hai fatto piacere con quei fiori.

E il candidato al collegio di Roccacannuccia ed al cuore della baronessa Stefania, si commosse, pensando che nel suo compleanno, al solo servo era venuta la gentile idea di un dono di fiori. Ma fa una lieve emozione, perchè anzitutto Guido era un uomo di spirito. Ora chi appartiene a questa onorevole e ristretta classe di persone, ha il diritto di commuoversi ogni tanto, ma a patto che lo faccia brevemente, senza dimostrarlo all'esterno, e che dopo sia pronto a sorriderne.

—Io vado a dormire un poco—riprese Guido;—mi sveglierai alle sette e mezzo.

—Sarebbe meglio che il signore non dormisse.

—E perchè, savio Giuseppe?

—Perchè stamane, mentre in casa vi era soltanto Girolamo, è venuta una signora. Quando ha inteso che il padrone era uscito, essa ha detto: «Benissimo, appena sarà di ritorno, ditegli che verrò nuovamente questa sera alle sei, che mi attenda ad ogni costo, perchè debbo parlargli di un affare urgente». Ed è andata via.

—Bravo! ed il nome?

—Non ha voluto lasciarlo.

—Uhm! roba misteriosa, qualche rondinella pellegrina. Girolamo ti ha detto almeno…. di che si trattava?

—Sì: giovane, alta, bruna, vestita con molta eleganza.

—Di bene in meglio. La mia curiosità è stuzzicata. E tu credi,
Giuseppe, che per questa incognita io non debba dormire?

—Sono le sei. Se essa è puntuale, il padrone non avrà neppure il tempo di stendersi sulla poltrona.

—E va bene, facciamo questo sacrificio alla Dea ignota. Giuseppe, dammi i giornali, attenderò leggendo. Una bruna ed alta! giusto, Stefania ha i capelli biondo-ardenti; sarà un diversivo.

Qui la lettrice alzerà gli occhi dalla pagina e penserà che Guido minaccia di essere un Don Giovanni; niente affatto. Non nego che ai suoi venti anni Guido era tanto ricco di cuore da adorarne anche tre alla volta; ma poi era venuta la sua grande passione in cui ce lo aveva rimesso tutto il cuore, poi per una sciagurata combinazione la felicità era crollata come un castello di carta e la grande passione soffocata e seppellita nel passato. Dopo due anni impiegati a farla morire, Guido aveva ripreso la sua vita da giovanotto, un po' qua, un po' là: ma erano fuochi di paglia.

—Signore, signore—disse Giuseppe, rientrando tutto turbato.

—È venuta?

—È in salotto.

—La conosci tu?

—No, no…. non la conosco—rispose il servo balbettando.

Ma il padrone era già presso la porta del salotto, dove si fermò un momento per contemplare l'incognita. Costei stava ritta presso il tavolo sfogliando l'album delle fotografie; voltava le spalle alla porta, sicchè non si distingueva altro che una figura alta e graziosa, vestita di un ricco abito di seta nera, carico di merletti.

—Signora….—disse Guido, avanzandosi.

Quella si rivolse subito: Guido provò come una scossa elettrica, e per celare la grande meraviglia che gli apparve sul volto, fece un profondo inchino.

—Non disturbo?—chiese ella, sedendosi con molta scioltezza, dopo aver risposto al saluto.

—Per nulla; sono a vostra disposizione.

—Peggio per voi se questo è un complimento; io sono disposta a profittarne.

—A mio rischio e pericolo dunque—replicò Guido sorridendo—compiacetevi di parlare.

La signora (in confidenza si chiamava Emma) carezzò un poco il pelo morbido del suo manicotto; pareva che, sicura delle sue idee, cercasse una forma efficace ad esprimerle. Guido si distraeva a guardarla; era proprio lei, sempre bella, sempre affascinante come il primo giorno che l'aveva vista; anzi adesso gli appariva completa, perfetta. Il profilo sempre puro era più deciso, più fermo; la carnagione bruno-pallida si era colorita di una leggiera tinta rosea; gli occhi che prima erano soltanto vivaci, avevano preso un'espressione profonda; quella donna aveva vissuto e sofferto.

—Avete mai recitato la commedia?—chiese lei infine.

—Si vive nel mondo, signora….

—E si recita da mane a sera. Benissimo, vedo d'aver fatta una domanda inutile. Dunque domani la reciterete ancora; ma vi avverto che avrete una parte seria e che il successo sarà difficile a conseguire.

—Tutto dipende dagli attori e dal pubblico.

—Avrete me a compagna.

—Conosco la vostra valentia.

—Nel fingere?

—Nel recitare. Sarà un proverbio?

—Sì, ma senza la moralità negli ultimi due versi. La moralità è nello scopo della rappresentazione: si tratta di un'opera pia.

—Viene da voi—disse Guido con una velatura d'ironia.

—Vale a dire?

—Che voi siete pietosa; e che io non capisco ancora.

—A momenti. E ditemi…. siete in corrispondenza con mio padre?

—Sempre; ma saranno ora due settimane che non mi scrive.

—Invece io ho ricevuto ieri una lettera. Mi scrive che sta bene e che domani arriverà a Milano col treno delle dieci e venti.

Questa volta Guido non credette dover celare la sua sorpresa.

—Domani?

—Proprio domani.

—Vostro padre che non si muove mai?

—Si trova di passaggio per andare a Napoli e fa una breve diversione per vedere….

—Sua figlia….

—E suo figlio, dice lui.

—Sicchè?

—Sicchè ci troviamo in un grazioso impiccio—disse Emma distendendo il piede sopra uno sgabellino di velluto.

—Lo chiamate grazioso?

—Non sono solita a pronunziar paroloni. Pure bisogna trovare un rimedio.

—Io non ne veggo.

—E siete un uomo politico, un uomo di spirito? A che vi giova aver imparato l'arte dei sottili sotterfugi, delle transazioni delicate, delle frasi leali e…. molto diplomatiche?

—Se continuate così, io troverò molto meno il rimedio.

—Bah! io l'ho trovato.

—Lo sapevo.

—Siete cortese anche nell'intenzione.

—Vorrei esserlo nei fatti per voi.

—Vedremo. Dunque vi diceva che un mezzo c'è. Eccolo qui: io, a niun costo, voglio fare sapere a mio padre la verità….

—La triste verità.

—Aggettivo inutile. Mio padre ne soffrirebbe molto ed io avrei un rimorso cocente della sua sofferenza: le colpe dei figli non debbono essere piante dai padri. Finora, per le mie cure e per le vostre, per la lontananza, per la nessuna conoscenza che egli ha di persone milanesi, gli è stato risparmiato questo dolore. Ma domani, tutto questo bell'edifizio di pietose menzogne cadrebbe, e sa Dio quali ne sarebbero le conseguenze. Occorre impedire ciò assolutamente; voi mi aiuterete in quest'opera. Che egli ci ritrovi domani insieme come ci ha lasciati; che non una parola, non un gesto gli riveli il vero stato delle cose: ecco quanto dobbiamo fare.

Tutto questo era stato detto con voce seria e grave, e seriamente
Guido lo aveva ascoltato. Pure non rispose subito: rifletteva.

Emma s'impazientì:

—È la commedia, come vedete—essa riprese.—Una commedia per beneficenza, non vi dovrà costare tanto.

—Per me sono pronto. Non temete che avvenga qualche equivoco?

—Quale?

—I servi….

—Darete licenza per domani al nuovo servo che ho trovato stamane. A
Giuseppe parlerò io.

—Benissimo: e se viene qualche amico importuno?

—Per domani non riceverete.

—Suppongo che andremo a prendere vostro padre alla stazione e che ve lo ricondurremo; la gente che ci vedrà uniti, che dirà?

—La gente non ci vedrà; andremo nel coupé e di corsa.

—Vostro padre resterà qui una giornata: per quanto sia buono ed ingenuo, credete che non si accorgerà di trovarsi nella casa di uno scapolo?

—Questa sera farò portare qui il mio tavolino da lavoro, i miei libri e la mia musica: sarà la messa in iscena.

—Pure….

—Vi è forse qualche cosa di cambiato nelle camere?

—Nulla vi è di cambiato—rispose Guido con voce grave—la vostra camera è intatta, quale la lasciaste.

—Fate del sentimento?

—V'ingannate, fo del rispetto.

—Grazie; avete altre obbiezioni?

—Nessuna più: resta a vedere se saremo capaci d'ingannare il bravo signor Giorgianni.

—Facendo gli sposini affettuosi? Ci ricorderemo i tempi antichi: le scioccherie del primo anno di matrimonio—disse con sarcasmo Emma.

—Io le aveva dimenticate—rispose prontamente il marito.

Si guardarono in viso, scambiando un'occhiata da duellanti che si riscontrano di prima forza.

—Ma forse io sono un'egoista, a pretendere di sequestrarvi per una giornata intiera. Domani non avete altri impegni?

—No, alcuno: avendone, li lascerei.

—Grazie, di nuovo; per questa sera, poi, siete assolutamente libero: io non ho bisogno di compagnia.

—Come, di compagnia?…

—Certo, io rimango qui stasera. Attendo le mie robe, come vi ho detto: ed intanto mi occuperò ad ordinarle, a disordinarle in modo che sembrino essere state sempre qui. Ma a voi non voglio dare maggiori fastidi; uscite, ritornate a quell'ora che vi piace: fino alle dieci di domani siete un cittadino indipendente.

—Infatti dovrei andare ad un ballo; pure, se volete, rimango.

—E perchè? dovremmo fare conversazione, e fra noi non ci è da dire niente più.

—O troppo; avete ragione. Sicchè chieggo permesso per andare a vestirmi.

Emma s'inchinò e Guido uscì, come un uomo scevro di cure e libero di spirito. Ma dentro era un po' scombuiato; infatti l'avventura era meravigliosa ed egli ci pensava, ci mulinava tanto che al ballo fu distratto in modo deplorevole. La baronessa Stefania gli gittò sguardi fulminei che egli ebbe l'impertinenza di non vedere: anzi, profittando di una quadriglia che teneva occupata tutta la sala, egli se ne andò senza salutare nessuno.

Ritornato a casa, si ritrovò in un ambiente trasformato, insolito, nuovo, era stata data aria al grande salone, chiuso da tanto tempo; nella camera da letto erano accesi i lumi, gli armadii erano spalancati, si sentiva un sottile odore di violetta. Nel salottino il pianoforte aperto e la musica squadernata sul leggìo, dei fiori freschi nei vasi, cangiato l'ordine dei mobili, ed Emma in veste da camera, che si adergeva sulla punta dei piedi per prendere una statuetta da un'étagère.

Era un sogno quello? Emma in casa che lo attendeva… cioè i tre anni di assenza cancellati, cancellato quel doloroso giorno della separazione… che follie!

—Buona sera—disse Guido e passò.

—Buona sera—rispose lei senza voltarsi.

II.

Mi è d'uopo confessare, che malgrado la stranezza degli avvenimenti, malgrado i dubbi del domani, in quella casa, per quella notte, non ci furono insonnie, nè guanciali bagnati di lagrime. Emma era persuasa che la commediola da rappresentarsi non avrebbe cangiato nulla all'avvenire, e Guido aveva dal canto suo la medesima persuasione; si conoscevano troppo bene e sapevano che nulla, nulla poteva più riunirli. Emma, entrando nella sua antica camera, pensò di essere all'albergo; e Guido nella sua si addormentò dopo tre pagine di Herbert Spencer (non intendo calunniare il filosofo, ma il mio eroe avea sonno).

Era vero, nulla poteva più riunirli. Per maritarsi avevano commesso mille stranezze: Guido era corso dietro ad Emma da Firenze sino a Napoli, aveva passati tre mesi sotto le sue finestre; Emma gli scriveva ogni giorno una lettera di otto foglietti e stava tutta la notte sul balcone. Il padre di lei, un po' di buona voglia, un po' per forza, finì per consentire come consentono tutti i papà di questo mondo. In fondo, in fondo, egli era una bravissima persona ed aveva tergiversato perchè gli doleva di allontanarsi dalla figliuola: pure, temendo di vedersela ammalare, disse di sì. I due sposi, schiettamente felici, si adorarono per tre anni di seguito. Non dico che mancassero fra loro le questioncelle, le gelosie, sovratutto da parte di Emma. Essa possedeva un carattere estremo, orgoglioso, irruente; non sapeva amare o odiare a mezzo: invece Guido le si opponeva con quella tinta di freddezza, con quel sorrisetto menomatore ed ironico dei caratteri medii. A volta si urtavano vivamente, ma la pace dopo sembrava più bella.

Un giorno, non so come, Guido ritrovò un'antica fiamma; si rividero, ricordarono, ci corse un biglietto ed un convegno. Guido vi si lasciò trascinare più per debolezza che per un trasporto; più di tutto si vergognava della figura di collegiale. Come lo seppe Emma? Fu un servo imprudente, un'amica zelante, una lettera smarrita? Non si sa, ma fu per certo una prova sicura e lampante: perchè tutto l'amore cieco ed ardente che sentiva per suo marito, le si convertì in un freddo disprezzo. Non trovò per lui una scusa, si sentiva ferita a morte nel suo affetto e nel suo orgoglio di donna felice. Fece venire suo marito e con una calma meravigliosa, senza che mai la voce le tremasse, gli annunziò che si sarebbero divisi senza strepiti, senza scene. Egli strabiliò, per la sorpresa; volle reagire, sorridere, prenderla sullo scherzo, attenuare la sua colpa, ma la moglie gli rispose così fiere e severe parole, che egli dovette tacere. Gli pareva ridicolo continuare a giustificarsi, accettò tutte le condizioni da lei impostegli e la lasciò andar via: la giudicò una donna superba e disamorata. Cercò distrarsi, come ho detto, negli affari, nella politica, negli amoretti; assunse un contegno franco, fece il trascurato e lo scettico; ma solo, in compagnia della sua coscienza, sentiva che la sua vita era infranta e rovinata.

Rivide la moglie due o tre volte, di lontano: si salutarono come due persone che appena si conoscono, l'uno non cercava mai dell'altro; del resto essa faceva una vita molto solitaria, non frequentando mai i teatri e le feste, mentre egli si gittava a capofitto nei rumorosi divertimenti. Si trovavano di accordo in un solo punto: scrivere al padre come se nulla fosse stato; vale a dire notizie stereotipate. Per esempio, Guido scriveva: «Emma sta bene, credo che vi abbia scritto, vi saluta tanto, abbraccia sua zia.» Ed Emma: «Guido sta benissimo, è molto occupato, non potrà accompagnarmi ai bagni.» Così, reggeva, attaccata ad un sottil filo di seta, la felicità del signor Giorgianni.

Nel rivedersi, dopo quell'ultima e crudele giornata, marito e moglie furono molto turbati. Per venire in casa del marito, per vincere le sue esitanze, per assumere quel contegno gaio ed ironico, Emma aveva dovuto domare il suo orgoglio. Per mio padre, per mio padre! andava ella ripetendo per darsi coraggio, ma quello che l'aveva più sollevata fu la gentile freddezza di Guido. Il loro era stato un dialogo cortese, ossequioso, senza allusioni al passato od all'avvenire, salvo qualche frizzo leggiero: non ci erano stati tragicismi, recriminazioni; si erano comportati da persone savie, positive. E il domani?

Il domani sarebbe lo stesso: un po' di finzione, un po' di spirito, essere calmi, non tradirsi mai, celare l'inquietudine sotto il sorriso, dire una filza di bugie ufficiose, e riaccompagnato il papà alla stazione, farsi un grande saluto e dividersi: ognuno per la sua strada. Di conciliazione, nemmeno l'idea: Guido non avrebbe mai detto la prima parola, Emma non avrebbe mai perdonato.

Quindi ognuno, dal canto suo, aveva l'animo in pace.

III.

Avevano allora allora finito di pranzare, il signor Giorgianni sorrideva contento e beato, e i due attori si sforzavano di sorridere anch'essi. Ma tutto quello che era loro sembrato facile la sera innanzi, diventava difficilissimo al momento di eseguirlo. Dal mattino, dall'arrivo del padre che li aveva uniti in un abbraccio, erano costretti a darsi del tu, a chiamarsi per nome, ad usarsi quelle affettuose compitezze che sono di due sposi ancora innamorati: e per una parola, per una intonazione di voce, per un ricordo fuggevole del passato, Guido impallidiva, Emma arrossiva ed un imbarazzo visibile regnava fra loro.

Per quanto fossero disposti a tutto, per quanto avessero pensato agli equivoci che potevano sorgere, per quanto cercassero di dimenticare le loro personalità, pure la realtà sorgeva ad ogni istante e gettava lo scompiglio nel loro animo: era inutile, non potevano sopprimere la loro coscienza. Aggiungete il timore che per una lieve imprudenza andassero perduti tutti i loro lodevoli sforzi, e più lontano ancora l'idea vaga, ma persistente, che quella scena così rappresentata non dovesse creare fra loro qualche cosa di nuovo, d'inatteso.

Per le scale, mentre il Giorgianni saliva avanti, Emma rivolse un'occhiata desolata al marito, occhiata che significava:

—Come la dureremo sino a stasera?

E quegli di rimando uno sguardo espressivo:

—Aiutiamoci, chè il destino ci aiuterà.

E via di questo passo. Ma in casa i pericoli raddoppiavano. Il Giorgianni pareva ci si dilettasse a porre su discorsi pieni di rischi, a rivolgere domande ingenue che turbavano chi doveva rispondere; povero e buon padre che amava tanto i suoi figliuoli!

—Sì—riprese egli, dopo aver posata la sua tazza—sono lietissimo di questa mezza giornata trascorsa con voi. Vedi, Emma mia, le lettere sono una bella cosa per chi sta lontano, ma io preferisco le visite, anche di poche ore; almeno ci si vede! Tu, figliuola, stai bene; anzi sei diventata più bella, più elegante. Non è vero, Guido?

—È quello che le dico sempre—rispose Guido sorridendo.

—E lo scrive anche a me! Oh! per questo, figliuola, ti posso assicurare che Guido nelle sue lettere non sa far altro che parlarmi di te; si direbbe che lo hai stregato. Che marito modello!

—Infatti—approvò Emma a voce bassa.

Vi fu un momento di silenzio; dopo la risposta della moglie, Guido aveva chinato il capo e pareva contasse i fiorami della tovaglia. Ma per quel giorno il papà aveva la parlantina:

—La zia Elisabetta vi saluta tanto, tanto. È sempre un po' brontolona, ma vi vuole un bene dell'anima. Eri tu, Emma, la sua favorita ed ora non fa altro che discorrere di te…

—Buona zia!

—Ottima. Sai che mi diceva poco tempo prima della mia partenza? «Sarei più contenta se la mia cara Emma avesse un grazioso figliuccio…».

Ma qui il Giorgianni, malgrado la sua bonomia, si accorse di aver commessa una imprudenza: vide che il viso di Emma si era tutto rannuovolato, vide che il genero si attorcigliava con mano nervosa i mustacchi.

—Anche la Rosalia, tua cugina—riprese allora per troncare quel discorso—anche la Rosalia sta benino. Ma quella lì ha avuto le sue sofferenze.

—Oh! e perchè? Non aveva sposato il suo Piero?—chiese la figliuola con un po' di ironia.

—Sì, sì, lo aveva sposato, si amavano molto, Non so come, non so perchè, Piero ebbe un capriccio per una signora napoletana…

—Lo chiamate capriccio, papà?

—Sì, fu un capriccio fuggevole; non essere pessimista. Ma Rosalia n'ebbe un grande dispiacere; vennero pianti, scene…

—Bah!

—Come ti dico. Rosalia se ne fuggì da sua madre…

—Fece benissimo.

—Malissimo, dico io. Una moglie non abbandona mai il marito. Infine, io con la mia eloquenza, la persuasi a perdonargli, a dare un frego su quel debito…

—Voi, papà?

—Sì, e mi glorio del mio intervento. Perchè poi, ad essere intransigenti su queste cose, si finisce sempre per iscapitarci: l'uomo erra talvolta senza sua volontà…

—Comoda morale—ribattè con accento incisivo Emma.

—Era quella di tua madre, figlia mia.

—Come, anche la… mamma era di parere che si dovesse alzar la mano?—chiese Guido con molto interesse.

—Sicuro, sicuro. Quella donna lì era piena di misericordia e d'indulgenza: era buona, buona, buona. Chi ama bene, soleva dire, perdona molto.

Rimasero tutti pensierosi; e Giorgianni, per interrompere il silenzio, esclamò:

—Sicchè, figliuoli, me lo fate vedere questo appartamento, questo nido di seta e velluto? Non ho potuto darci che un'occhiata di sfuggita.

—Andiamo—rispose Guido—cominceremo dal salone.

—Magnifico, magnifico—disse Giorgianni, Quando vi furono arrivati.—Questo è buono per grandi ricevimenti. Date feste?

—Ne davamo.

—Capisco; ora gli affari, la politica v'impediscono di veder troppa gente, ma il salone è bellissimo. E questo salotto, che gusto squisito! Sei stata tu, Emma, a scegliere?

—No, è stato Guido.

—Mi congratulo con lui. Già avrà pensato che in questo salotto tu ti saresti trattenuta di preferenza; qui vengono i tuoi adoratori a farti la corte, nevvero, bricconcella? Non sei geloso, Guido?

—Io? conosco mia moglie.

—E tu, Emma?

—Conosco troppo Guido.

Le due risposte erano scattate rapidissime. Giorgianni ne fu soddisfatto.

—Questa camera da letto è una meraviglia—egli riprese—i colori formano una dolce armonia. Tutto questo bianco e grigio carezza l'occhio.

Egli girava per la camera, come se ricercasse qualche oggetto mancante. Infine chiamò la figlia che era rimasta sulla soglia.

—Emma?

—Papà?

—Dove sta il ritratto della mamma? Non lo veggo.

Essa restò tutta confusa, senza saper rispondere.

—Fummo in Brianza—disse Guido—e di là non sono giunte ancora tutte le nostre robe.

—Quel ritratto avrebbe dovuto giungere prima di tutto. Non importa; Emma non può aver dimenticata sua madre. Che donna, che donna, Guido mio! Peccato che tu non l'abbia conosciuta! Quando essa se ne volle andare, poveretta, si fece promettere che tutto avrei sacrificato per la felicità di Emma; e così anche lei ha contribuito al vostro matrimonio. Quando Emma venne a dirmi: «Papà, senza Guido io sarò sempre infelice», pensai alla mia cara morta e mi decisi. Voi eravate fatti l'uno per l'altro: vi amavate da un anno, Emma mi diventava pallida e triste, tu, Guido, davi nel farnetico: gioventù, gioventù! Ti ricordi, figliuola, di quel ballo dal console inglese, dove andasti con Guido?

—Mi ricordo—rispose essa macchinalmente.

—Ai vostri volti sereni e felici, agli sguardi che vi davate, tutti compresero che eravate fidanzati: e mi chiamavano padre fortunato! Sì, molto fortunato, aggiungo io: voi vi amavate fin troppo.

—Mai troppo—disse Guido.

—È vero. Auguriamoci sia sempre così, nevvero, Emma?

—Auguriamcelo, papà.

—E questa camera chiusa, che cosa è?

Era la stanza di Guido; a sua volta egli si trovò impacciato, ed Emma salvò la posizione.

—È la camera degli ospiti, papà.

—Ah! bravo, bravo. Cioè quella che avrei occupata io, se avessi potuto rimanere una notte con voi. È una disgrazia, ma debbo ripartire.

—È una vera disgrazia—aggiunse il genero.

—Non importa: consoliamoci nel vederla, invece di abitarla.

—Ma…

—Capisco, sarà disordinata, fa nulla.

Guido aprì coraggiosamente; non si poteva più esitare.

—Non c'è male, non c'è male; è anche questa carina, come tutto il resto, Oh! guarda, guarda! Chi ha messo qui il ritratto della mia figlietta? Certo sarà stato un gentile pensiero di Guido; grazie, caro mio. Ma io non posso rimanere; quanto me ne dispiace!

Sedettero in salotto. Marito e moglie erano molto distratti, e se il signor Giorgianni avesse avuto un po' di naso fino, avrebbe fiutato che qualche cosa di anormale era fra loro. Ma per fortuna il buon papà non era molto furbo.

—Peccato!—egli disse—peccato per tutta questa bella casa!

—Perchè, peccato?

—Gli è che fra poco dovete lasciarla. Se ti eleggono deputato, come ne sei quasi sicuro, ti converrà stare a Roma almeno per sei mesi dell'anno, e non credo che vorrai abbandonare Emma sola a Milano. Dovrete avere due case; sarà un grave impaccio; pure vi è una cosa che mi solleva molto. Se venite a Roma, io potrò capitare da voi almeno una volta al mese: da Napoli a Roma il viaggio è breve e comodo, mentre da Napoli a Milano ce ne vuole, che ce ne vuole! Allora ci rivedremmo spesso!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

IV.

Quando i due eroi risalirono in carrozza, dopo aver accompagnato il papà alla stazione, quando si trovarono soli, dettero in un grande sospiro di sollievo. La era finita finalmente; la vita loro avrebbe ripreso il suo corso regolare. Non si parlavano; Emma guardava le goccioline della pioggia che battevano sui vetri del coupé; Guido non dava segno di vita; erano ridiventati estranei.

Ad un punto, Guido, movendosi, urtò il braccio della moglie:

—Scusate—fece lui.

—È nulla.

Estranei, è vero. Pure ambidue in quel silenzio riandavano sui fatti della giornata; ne ricordavano le più minute impressioni, le sentivano di nuovo.

—Si volta per casa vostra?—domandò Guido, ad un certo punto della strada.

—No, vengo da voi: debbo riordinare le mie cose, perchè la mia cameriera non saprà mai farlo. Andrò via più tardi.

—Benissimo.

A casa, essa entrò direttamente nella camera da letto; Guido si gettò sopra una poltrona del salotto e finse di leggere un giornale. In verità la sentiva andare e venire a passi lenti, la vide anche passare due o tre volte:

—Vi stancate?—le chiese.—Potrei aiutarvi.

—No, grazie; a momenti finisco.

Infatti, poco dopo venne anche essa a sedersi con un'aria molto stanca; quella giornata l'aveva esaurita. Si guardava dattorno come per ritrovare qualche cosa dimenticata.

—Piove meno, mi pare?—disse a Guido che aveva lasciato andare il giornale.

—Piove sempre.

—La carrozza non è ancora pronta?

—Non so, vado a vedere.

La carrozza sarebbe pronta fra dieci minuti.

—Desiderate che vi accompagni?

—Non importa, grazie.

Parvero un secolo od un istante quei dieci minuti? L'uno e l'altro forse.

Quando entrò il servo a dire che tutto era all'ordine, Emma si alzò con un fare deliberato e andò a mettersi il cappello davanti allo specchio; ci volle un po' di tempo ad annodarne i nastri perchè le dita avevano un lieve tremito. Poi, lentamente, infilò i guanti, li appuntò, aggiustò alcune pieghe dell'abito; e si avanzò verso Guido per salutarlo. Egli si era levato, pallidissimo.

—Addio—disse ella.

Guido non rispose; essa voltò le spalle e traversò il salotto, diritta, fiera, senza barcollare, con un passo fermo ed uguale; pure sentiva benissimo che il marito la seguiva. Presso la porta, alzò la mano per sollevare la portiera ed incontrò quella più pronta del marito.

—Tu dimentichi di perdonarmi, Emma—disse egli con voce in cui combattevano il dolore e la passione.

Essa si rivolse d'un tratto e gli gittò le braccia al collo, soffocata da quell'amore che rinasceva fra loro gigante.

—Non te ne vai più, mai più, cara?

—No, no; manda a prendere il ritratto della mamma, Guido.

FRUTTA.

O diva Pomona!

….. E malgrado i reclami delle pallide e malinconiche lettrici, dei pensosi e disillusi giovanotti, io dirò il fatto mio ai fiori. O che forse realmente la giustizia se ne sta serrata in un certo portafoglio e non ne esce mai per non raffreddarsi? Alle volte ho delle idee umanitarie—solo Dio senza difetti—e quantunque dovessi andare incontro al poco piacevole titolo di filantropa, pure non posso lasciar passare….. il capriccio della gente. Capisco che non sarò ascoltata e che le cose proseguiranno identicamente il loro corso molto forzoso; ma in questi tempi in cui tutti parlano e nessuno ascolta, non sarà poi un gran male. Capisco che diventerò impopolare pei miei gusti prosaici; ma la popolarità è un segno di debolezza nel potere, dice il filosofo. E quindi senza pensarvi più che tanto, addossandomi le conseguenze del mio articolo, entro in materia. Era tempo, nevvero?

* * *

Giorno per giorno, ora per ora, da tempo immemorabile, sempre e dappertutto, si preferiscono i fiori alle frutta; non si parla che dei primi, non si vuole che essi. I fiori prendono parte intima a tutti i nostri avvenimenti lieti o dolorosi; alimentano, fanno crescere e prosperare l'amore, sostengono la bellezza, aiutano la scienza, entrano da per tutto; con essi si parla, si esprime ogni sentimento, si fanno dichiarazioni di amore o di guerra; ci servono sulla culla, sull'altare e sulla tomba. Sempre i fiori: dal principio alla fine della vita non vi sono che fiori, con le debite spine, s'intende.

E non parliamo della poesia! vera, assidua, clamorosa réclame dei fiori. La rosa avrà ricevuto non so quanti milioni di versi e vi assicuro che ne è stufa; la violetta mi diventa civettina a furia di sentirsi dire che è modesta; il giglio usa un po' di cipria per mantenersi della solita immacolata bianchezza e la camelia è nervosa, batte i piedi a terra per la rabbia e va dal profumiere per non ascoltare più che è senza odore—i fiori diventano i fanciulli viziati della società e, saliti in superbia, si permettono di ammazzare tranquillamente le persone, come nelle poesie di Aleardi e nei romanzi di Emilio Zola.

* * *

Ingiustizia massima, lasciatemelo dire. Non ne ho mai compresa la ragione, come di molte cose che si dicono ragionevoli. Perchè il regno delle frutta è egualmente ricco, splendido, variopinto, profumato; perchè al godimento della vista, del tatto e dell'odorato unisce una cosa ancora che i fiori non possono dare: la delizia del gusto. Quando si ha davanti un cestello di frutta colmo di pesche dalla pelle morbida e rosea; di prugne verde-cupo, rotonde, sode e piene di succo; di uva dolce, facile a sgranarsi, leggiermente odorosa; di fichi dalla boccuccia rossa ed aperta, dai fianchi leggermente striati di bianco: quando si ha davanti, dico, questa meraviglia della natura, questa magnifica ricchezza della terra, ricchezza bella, buona, utile, vi è qualcuno che preferisca estasiarsi dinanzi ad un gruppo di grosse ed antipatiche dalie? qualcuno che si occupi platonicamente a sfogliare la margherita dei campi, mentre il mandorlo gli accarezza la fronte e il ciliegio si abbassa pel peso dei vividi frutti? Ci è qualcuno che preferisca appuntarsi la gardenia dalla breve vita all'occhiello e passeggiare in un microscopico e riarso square, anzichè nella piena campagna veder passare di lontano le fanciulle che vanno alla vendemmia, chinandosi sotto i curvi filari delle vigne? Se in pieno secolo decimonono, col positivismo e col realismo, colla vita piena ed ardente che si vive, vi è questo qualcuno….. ebbene, io chieggo che mi mandi il suo ritratto per metterlo nella galleria degli spostati.

* * *

Non senza un po' di dispiacere, ho osservato che le donne ci entrano per massima parte in tutte le cose ingiuste—esse preferiscono costantemente i fiori alle frutta e gli uomini per gentilezza, per cortesia, vanno dietro. Ma la ragione? Perchè esse hanno un pensiero recondito, un motivo segreto di fronte alle cose più semplici della vita e sono capaci di dirvi che vi è uno scopo filosofico in una forcinella dippiù o un nastro di meno. Ho cercato molto e contrariamente non ho trovato niente e mi son dovuta limitare alle sole supposizioni. La preferenza delle donne pei fiori sarà perchè fu un pomo quello che rivelò il primo peccato, senza pensare che furono le compiacenti foglie di un fico che formarono la prima cuirasse guindée; forse sarà perchè il famoso giudizio di Paride ha avuto un pomo per interprete e da esso vennero Elena, Troia e la belle Helène, cose poco piacevoli per il sesso femmineo; forse perchè le donne vogliono essere odorate o adorate come i fiori e non volgarmente divorate come le frutta; forse perchè veggono una mistica rassomiglianza fra la loro bellezza e…. risparmio il resto. E può darsi anche che non sia nemmeno per una di queste cose che ho supposte. Oh potessi domandare a ciascuna delle graziose lettrici—conosco i miei aggettivi—perchè appuntano il velo svolazzante con un gelsomino invece di una lazzeruola! Potessi fare un plebiscito! Sarebbe l'unico mezzo di non sapere la verità.

* * *

O divina, divina Pomona! alma figlia di Demeter, la terra, io ti amo tanto dippiù della infida Flora; tu sei buona, forte e robusta e ricerchi i raggi passionati del sole; tu sei rigogliosa ed oltre ai frutti hai le foglie larghe, brune, vellutate—e ti amavano anche il vecchio e giocondo Anacreonte, il sorridente e grave Virgilio, e Orazio e Catullo ed i cento poeti greci e romani che si coronavano, è vero, di rose, ma te cantavano sulla mensa accanto alle snelle anfore del Falerno. Tu, fiera amazzone, non ti curi di ornarti la chioma e la gonna come quella bizzarra di Flora, nè ti fai corteggiare da un monelluccio come lo zeffiro; non sei pallida, esile, magruccia, languida, come tua sorella cui andrebbero consigliati il ferro ed i bagni di mare. Se viene il gelo, l'uragano, un sole troppo caldo, essa muore od appassisce; ma tu resisti, o forte fanciulla, tu combatti, sai di dover vivere, di essere utile, e mentre tua sorella se ne va per quattro mesi Dio sa dove ed a fare chi sa che, tu da gennaio a dicembre ci sei sempre presente. Nella vostra famiglia tua sorella rappresenta l'aristocrazia, tu il popolo: essa ha bisogno di cartine ricamate, di nastri, di gioielli, di giardiniere dorate e verniciate, di candide porcellane, di cestini eleganti, di botteghe che sembrano saloni: tu invece, umile nella fortezza, distendi le membra divine nelle sporte di Gaetanella, la fruttaiuola dell'angolo!

* * *

Il mio lirismo è stato affogato in tempo debito, ma non vorrei averlo sprecato; vorrei rialzare le sorti….. non della donna, nè dei maestri elementari o di altre utopie degne di rispetto, ma delle semplici ed ingenue frutta. Del resto la propaganda è incominciata: si principia ad usarli sui cappelli e sugli abiti; un primo passo è già arrischiato; quasi quasi tenterei un secondo predicozzo, se il malevolo spirito che mi consiglia sempre bene, non mi susurrasse che forse otterrei un effetto opposto. In politica ed in letteratura si veggono spesso casi consimili.

LA NOTTE DI S. LORENZO.

Nella notte, mentre l'ombra è sulla terra e l'azzurro del cielo diventa sempre più latteo, avviene qualche cosa di nuovo. Le stelle non sono più fisse, immobili, immortali; invece si precipitano in curve rapidissime di luce e si spengono. Lontan lontano, sulla fine dell'orizzonte, dappresso, da tutte le parti, il firmamento è solcato, quasi ferito da strisce luminose; sono innumerevoli stelle che cadono, è una pioggia di astri, è un lusso, una prodigalità di splendori: è uno spettacolo pieno di vita.

Sempre il cielo è chiuso come un problema inesplicabile: è troppo grande, troppo lontano, troppo svariato. L'artista lo guarda sorridendo, parlandogli, pensando di esso; pittore, vorrebbe dipingerlo; poeta, vorrebbe cantarlo; e non può, non può….. Davanti ad esso le idee si allargano, diventano più grandi, sempre più grandi, vastissime, indefinite; passano in un'altra sfera, deviano, trasportano l'anima in regioni incognite e quando il pensiero ricade un'altra volta sulla terra, l'artista ha nel cuore un freddo e disperato silenzio. Il cielo è una contraddizione perenne; per esso si pensa, s'interroga, si dubita, si spasima, ma non si opera: è il grande assorbitore dell'azione, ed intanto pare immoto, senza vita. Allora, per risolvere questo enigma affannoso si chiede alla scienza che sia il cielo ed essa risponde; È un sistema di pianeti regolari dalle leggi immutabili detta materia. Dunque l'azzurro sconfinato è un sistema, è una legge l'uragano senza freno, la poesia universale del cielo è materia? Impossibile. Ebbene, si chieda alla fede: Il cielo è il regno di Dio. Come, un regno divino e non un soffio di anima? un regno divino e la profonda, indifferente inconscienza? un regno divino, immobile e cattivo?

* * *

Molte donne sono come le stelle: abitano in alto belle, noncuranti, splendide, solitarie, ma non si può dire che vivano; non arriva al loro cuore alcuna voce mortale, sia pure di pianto; sono incapaci di grandezza o di debolezza; paiono fatte estranee alla gioia ed al dolore. Figure meravigliose, anime cristallizzate, trasparenti, vuote; brillano pel mondo, ma nulla sanno di luce; restano al posto dove furono messe, nulla ricercano, nulla fuggono. Così passano gli anni e mentre ai loro piedi batte l'onda furiosa delle passioni, esse continuano a brillare serene ed ignoranti. Pure, un giorno la voce fatale dell'amore si fa strada, arriva sino al cuore di queste donne, con ineffabile accento di seduzione: esse vorrebbero resistere, combattere, rimanere stelle; ma non è possibile: l'abisso le chiama con le sue note misteriose, hanno la follia della caduta, subiscono l'irresistibile attrazione del peccato, del precipizio, dell'annullamento. Dopo aver esaurito nel brevissimo viaggio ogni splendore, si annientano, spariscono nella voragine: ma il cielo resta sorridente, il mondo non le compiange, qualche volta le invidia, esse che compensarono in un solo istante di passione tanti anni vuoti ed inerti.

* * *

Muoiono le stelle—muore anche l'amore. Quando esso s'impadronisce di uno spirito, lo rivoluziona e lo rinnova; diventa il battito del cuore, il pensiero della mente, il fremito delle vene: tutta la vita, anzi tutto l'uomo. Lui potente, lui maestoso ed immortale; senza di lui il deserto, il vuoto, la lettera morta senza lo spirito che vivifica. È la idealità superiore ed intangibile, la realtà splendida, la fede senza macchia, il vessillo invincibile, lo scudo più forte, l'arme miracolosa di Achille che tocca e sana nel medesimo tempo: l'anima s'immerge, si soffoca, si annega, si perde nell'amore. In una parola è il sublime. Pure tutto questo entusiasmo decade lentamente, impallidiscono i colori, si disperdono le forti immagini, si scrolla la credenza; la passione si calma, l'amore ha compiuta la sua parabola, finisce. È una corda che non risuona più, un pensiero spento, un'idea vaga come un ricordo di tempo molto lontano; è entrato nel dominio del passato, non è più nel presente; è inutile ricercarlo più, tentare di farlo rivivere, volerne rinnovare le forti lotte e le delicate impressioni. È un periodo umano e drammatico, perfettamente cessato.

* * *

Cadono le stelle innumerevoli e lucide: nella strada bagnata e polverosa, sulla soglia delle povere case siedono le popolane, parlando vivamente nel loro poetico e rude dialetto. Fra lo spazio angusto dei chiassuoli si scopre una striscia strettissima di cielo e quelle donne vi rivolgono spesso lo sguardo—quando una stella fila, esse dicono fra loro senza alcuna meraviglia:

—È la notte di S. Lorenzo.

Perchè corre tra il popolo una pia leggenda:—si dice che quando S. Lorenzo fu martirizzato, le stelle, abituate da lunghissimo tempo a tanti cruenti spettacoli, ebbero sì gran pietà dei suoi tormenti che caddero dal cielo per tutta la notte, come lagrime infuocate. E non è forse il solo caso in cui la coscienza popolare propone e risolve uno dei più terribili dubbi della scienza…. Chi sa, chi sa! quando muore l'amore, quando scompaiono le stelle, sulle labbra contratte dell'uomo spunta un sorriso vittorioso: la più grande ricerca dell'umanità è la vita e la sola prova di essa è sicuramente la morte.

VILLEGGIATURA.

È inutile contrastarlo: ai periodi bisogna crederci. Prima nemmeno io poteva ammetterli, ripugnando istintivamente da tutto quello che è monotono, cadenzato, convenzionale, rivoltandomi contro i partiti presi e le opinioni collettive. Confesso l'errore: il periodo esiste. Noi viviamo, soffriamo, ci divertiamo, amiamo per periodi che si seguono e si rassomigliano con ordine meraviglioso; noi, dimenticando facilmente, non ci accorgiamo che una cosa che eseguiamo e ci sembra nuova, è quella di tutti gli anni, della stessa epoca. Ci illudiamo, credendo avere impressioni nuove, sensazioni insolite; non è che una ripetizione continua e regolare di altre impressioni, di sensazioni obbliate. Vi sono due grandi fatti ad esempio: il carnevale e la villeggiatura.

Non vi pare che il desiderio di divertirsi ci abbia ad essere tutto l'anno? Nossignore, lo si raccoglie in un solo mese, sempre il medesimo—sempre il peggiore dell'anno. È allora che abbiamo l'obbligo di commettere tutte le follie che hanno fermentato nel cervello per undici mesi, è allora che si ha il dovere di ridere, di fare le più strane mattezze. Dopo, non più—il periodo è passato, la serietà ritorna. Fate il medesimo ragionamento per la villeggiatura.

* * *

Viene un'epoca dell'anno in cui la città, che pure abbiamo sopportata pazientemente per tanto tempo, comincia a diventare insoffribile; la polvere delle strade che abbiamo inghiottita senza mormorare, ci affoga; il rumore delle carrozze di cui non ci accorgevamo, ci assorda; i volti abituali ci diventano noiosi ed antipatici. Tutto è stupido, tutto è pesante, senza gusto e senza sapore—non si respira non si dorme, non si mangia più. Vi è bisogno di aria, di luce, di sole, di verde: cose di cui non si era mai sentita la mancanza; ora si cercano dovunque. Allora tutti sembrano invasati da un timor panico—bagagli, partenze, fughe su tutte le linee… ferroviarie. Si vuole la villa, gli alberi e si va a cercarli con premura, con ansia—due sono gli scopi: fuggire la città abbominata e ritrovare il sogno dei poeti, dei pensatori, dei filosofi: la campagna. Pare un impeto, un furore, una frenesia: la campagna o la morte. È lecito non accorgersi che essa esista nei lunghi mesi d'inverno, la si dimentica nella ridente primavera e nel principio dell'estate; ma giunto l'agosto, l'amore campestre arriva come una palla di cannone, e via!

* * *

Dopo tutto, questa di cambiar posto, di passeggiare sulla terra fresca invece che sulle lastre infuocate, di respirare una maggior quantità di ossigeno, è necessità reale della vita. È un diversivo, è una varietà, un mutamento, un abbandono della vecchia forma per la nuova, una rivolta a quello che abbiamo amato, un'aspirazione a quello che possiamo amare. Lo spirito nostro si compiace di queste innovazioni, si diletta allo stesso spettacolo della sua incostanza, ammira la propria potenza nel passare rapidamente da un estremo all'altro, bruscamente e senza intervalli. Tutto questo lavoro interno ed esterno sarebbe bellissimo, straordinario, se non fosse perfettamente regolare e perfettamente periodico.

* * *

Dunque villeggiature per tutti, e quindi molteplici e svariate specie di esse per contentare tutti i gusti. Ma oramai non vi restano che due o tre tipi spiccati e tutte le altre rientrano nella categoria di queste principali. Vien prima la villa mobigliata con costosa eleganza, dipinta a colori gai, con un giardinetto, la vasca, il tavolino di legno rustico—qualche volta un piccolo tentativo di parco. Di alberi….. qualcuno; aria….. si dice e si sostiene che ve ne sia; passeggiate….. sul lastrico di una via perfettamente selciata e nella propria vettura. Si fa….. lo stesso che si faceva in città. Si balla, si rappresenta la commedia, si dice male del prossimo, si prendono gelati e si vestono abiti di squisito gusto. Vi è l'etichetta stretta, formale: fissate le ore del pranzo, le giornate di ricevimento, il termine delle serate: tutto è registrato. Però si sta in campagna—si ha il diritto di crederlo almeno: è vero che la città è vicina e che le visite non mancano, è vero che al corso si vede la stessa gente che si vedeva prima, è vero che il verde si scopre col cannocchiale: ma tutto questo si fa in campagna, fra un vaso dove cresce un limone un poco etico, fra una brezza che passando per le vie troppo popolate non porta più nè il profumo dei fiori e molto meno quello del mare; si vede il cielo azzurro, si tratta di un palmo e mezzo, ma è il cielo. E chi non si contenta, si stia. Questa è la campagna aristocratica, fina, la campagna della gente distinta che sa divertirsi a tempo ed a luogo, come si deve e senza infrangere le regole del bon ton. Una campagna convenzionale, artificiale, falsa, che porta il rossetto ed è capace di mettere il frac. Per noi è rappresentata da Portici, da Castellammare ed altri simili: sobborghi, succursali di Napoli.

* * *

Viene la cittaduzza di provincia, dove tante volte si ha una casa, parenti, amici, dove si vanno a passare venti giorni per amore o per forza. La città di provincia! roba oscura, grigia, pesante—pretensione di imitare la capitale senza arrivarci: quindi un tentativo di corso, un tentativo di banda ed un caffè dalla dubbia eleganza, in cui si prendono dei miscugli orribili. Nessun giardino, qualche orto molto lontano e anche piantato a cavoli e insalata, piante per nulla ombrifere. Si passano giornate lunghe, eterne, leggendo qualche volume disparato di un antico romanzo, sorbendo a centellini una noia che viene dal cielo, che emana dalla terra, che piove dalle vecchie e tristi mura. Qualche volta si esce per andare a camminare lungo la stazione, a veder passare quel grosso mostro sbuffante che trasporta tanti volti pallidi e melanconici. E si ha l'obbligo di andar vestiti per bene, di dover dare tutte le notizie, di sopportare cento domande insulse sulla città donde venite. E la sera l'oca, il giuoco di penitenza et similia; e non avete nemmeno il dritto di lagnarvi. Siete in villeggiatura, siete venuto a svagarvi! Dopo quindici giorni avete lo spleen, la nostalgia, e l'idea del suicidio si presenta con molta insistenza.

* * *

Resta il villaggio, perduto in una vallata o inerpicato sulla collina: il villaggio in cui ancora fortunatamente non è pervenuta la civiltà; il villaggio che ha le sue larghe strade maestre che si prolungano a vista d'occhio tra i filari degli alberi, che ha le sue viottole strette, intersecate, cinte dalle siepi di biancospino. Attorno ad esso è la campagna vera, vasta, sconfinata—prima la pianura, poi il bosco, la collina, la montagna; tutto fiorito, vegeto, sorridente, silenzioso; in esso le case modeste, umili, raccolte intorno alla chiesa e poi una più grandetta: è la vostra. Forme antiche e severe di mobili, finestre larghissime, stanze vuote di arredi e intanto piene di vita. Dappertutto regna la libertà: dormite pranzate, studiate quando volete, nessuno vi dirà nulla; quei contadini hanno poche curiosità: ignorano, ecco tutto. Che se andate a far visita, trovate la porta aperta ed i visi allegri, vi offrono dei frutti e dei fiori, i ragazzi vi parlano guardandovi in viso, talvolta mettono un dito in bocca: è sconveniente, ma è ingenuo. Le fanciulle portano il fiore alla camicia, la brocca in testa e vi salutano amichevolmente passando sotto la finestra—se andate alla sorgente le troverete lavando e accompagnando con la voce, lo sgorgo e la caduta lenta dell'acqua che nessuno ha pensato ad incanalare e che se ne va tranquilla per le sue faccende. La sera vedrete il tramonto sulla piazzuola e il crepuscolo vi sembrerà sempre meno triste che altrove; rientrerete contento in casa e là potrete leggere, scrivere, inabissarvi nella riflessione, nella rêverie: lo strido del grillo e le ultime voci della notte non potranno disturbarvi. Passerete un mese distratto, allegro, contento, felice. Poichè tutto questo rappresenta la pace, la serenità, il riposo, il lavoro proficuo, perchè fatto nella solitudine, la salute aiutata dall'aria pura, dal lungo esercizio del cammino—poichè tutto questo è bello buono, onesto—e poichè è la natura.

* * *

Eppure ciò malgrado, anche nel villaggio, dopo un certo termine, vi incomincia a serpeggiare nelle ossa un qualche brivido di freddo, negli occhi avete un'ombra. Principiate a sentire quel desiderio vago, indefinito, indeterminato, ma fitto, assiduo, continuo, di qualche cosa che non sapete, che non trovate; e v'infastidite, v'irritate di non potervi sottrarre a questo stato dell'animo vostro. Ma che cosa è? Non è forse più così bella la campagna, così cara la pace che vi si gode? Siete voi che vi mutate, è l'antico uomo che fa capolino, è l'intelligenza che si sveglia come prima, è la memoria che si ridesta e con essa i soavi volti lasciati e i dolci amici e le gioconde abitudini ritornano alla mente. La città vi attrae, vi chiama, vi conquista. È un periodo che passa, un altro che ricomincia.

TRISTIA.

Per quella simpatia che ispira un visetto pallido e mezzo divorato da un par d'occhi grandi grandi—per quella attrazione che dispiega un corpicino gracile, esile, perduto nelle stoffe, pieno di dolci languori e di febbrili sussulti—per quella seduzione che esercita una fanciulla pensierosa, intelligente, ammalata e nervosa—per tutto questo e per altro ancora, Gemma era molto amata. Intorno a lei vivevano altre giovinette ridenti di bellezza e di salute; ma ella, senza fare neppure uno sforzo di civetteria, finiva per vincerle tutte. Dapprincipio destava interesse quella testina un po' curva sotto il peso dei bruni capelli; quello sguardo incerto, stanco, molto spesso smarrito; quella bocca così vivida in quel pallore così cereo; quell'aria di donna che abbia molto amato e molto vissuto in pochissimo tempo. Poi veniva la pietà: si sapeva che la fanciulla era infermiccia, minacciata da una lenta consunzione; che non aveva più nessuno, solo una zia affettuosissima; che era obbligata a vivere sei mesi in campagna sei sul mare, e non ballare mai, e cibarsi come si ciba un uccellino; che in chiesa ed in teatro aveva spesso degli svenimenti: chi non si sarebbe commosso davanti ad essa? Infine una sera, una mattina, un'ora qualunque, Gemma alzava i suoi neri occhi in fronte al suo ammiratore, talvolta si degnava di sorridergli, talvolta disprezzarlo; gli porgeva una manina lunga, candida, calda ed allora… allora bisognava inchinarsi, amare, adorare ciecamente quella fragile e bella creatura. Essa no, non amava; pare che non ne avesse la voglia o la forza; ed il sentimento più sviluppato in lei era un pretto egoismo, che le faceva accettare con una riconoscenza passiva tutte le premure, tutti gli omaggi, tutti gli affetti. Quando qualcuno la metteva sul soggetto dell'amore, essa scuoteva il capo con aria triste, dicendo: «Sto sempre così male, così male; come posso pensarci?» E nessuno osava più proseguire.

Andrea non gliene parlava mai; anzi egli si stimava molto felice che Gemma gli concedesse il solo permesso di amarla. Perchè era nella larga ed esuberante natura del giovane il bisogno d'innamorarsi, di voler bene a qualche cosa di piccolo e di delicato, di proteggere qualche cosa di debole; in lui ci era un po' del cavaliere errante, un po' del fanciullone, un po' dell'artista. Figuratevi un giovanotto alto, robusto, quasi un colosso, con un paio di spalle erculee, un collo di toro ed una testa energica, dalle linee nettamente accusate: una salute a tutta prova. Faceva lunghissime tappe a piedi, in cerca di un problematico tordo o di una volpe incognita e dopo molte ore di cammino ritornava a casa senza l'ombra della stanchezza; montava a cavallo per andar da un paese all'altro e mentre il cavallo si trascinava a stento, egli era fresco come una rosa, capacissimo di mettersi a ballare per una notte intiera. In lui niuna impressione facevano le notti vegliate, le intemperie della stagione, i lunghi viaggi, per mare e per terra: non era mai ammalato. Lo si trovava sempre pronto ad uno svago o ad un'opera buona, sempre ben disposto, mai annoiato, mai triste, incapace di alterarsi o di andare in collera. Non molto intelligente: ma gli aleggiava sul volto qualche cosa che era sorriso, riflesso, luce, un non so che di buono e di poetico. Sì, anche poetico: in quell'ercole moderno vi era la calma e straordinaria, poesia della forza e della bellezza fisica. La forma era piena, completa, armoniosa in lui, la linea grande e sviluppata, il disegno compiuto, l'ultimo tocco, lo svolgimento potente ed equilibrato di tutte le forze. Era una statua greca o romana perduta per la nostra razza mingherlina e sgagliardita: egli ne profittava per essere buono, molto buono.

Un cuore largo, largo: credo di averlo detto. Non poteva sentir piangere una donna o veder percuotere un bambino, non poteva sentir raccontare di miserie, di afflizioni, di morti: diventava rosso e pareva che volesse morir soffocato. In verità era il suo cuore ingenuo che si sollevava contro le ingiustizie e le sventure, era la sua ricca natura che sorgeva per istinto e lo spingeva a mettersi dalla parte dei deboli. Per questo fatalmente s'innamorò della Gemma: egli che stava tanto bene, aveva una grande compassione di lei, che passava dalla febbre all'emicrania e da questa al raffreddore; egli che, postosi in letto, si addormentava sul momento, aveva pietà delle lunghe ed agitate insonnie della fanciulla. Un giorno, vedendola melanconica, le chiese se si sentisse più male:

—Al solito,—rispose lei, con voce breve:—finirò per morirne e nessuno mi avrà amata!

A queste parole il buon Andrea provò un grande rimescolìo: ma l'anima sua n'era andata da Gemma, per farle atto di servitù. Così quel grande cuore divenne un giocherello nelle manine di Gemma, che si compiaceva a farne tutto quello che voleva. Il fiero e robusto garzone, dalla tempra indomabile, si piegò a tutte le delicatezze, a tutte le finezze, a tutti i capricci della sua fanciulla, curvò la sua fibra, diventò per lei una dama, anzi una madre. Fu visto impallidire e arrossire ad ogni cenno di Gemma; chiederle ogni momento della sua salute e dopo vergognarsene e domandarle scusa pel fastidio; guardarla negli occhi per indovinarne i desiderii e rivoluzionare il mondo per soddisfarli; correr dietro al medico ed interrogarlo ansioso e confessargli che tutta la sua vita, tutta la sua felicità era riposta in quella giovinetta inferma! Egli avrebbe dovuto vivere sempre all'aria aperta, in mezzo alla luce: eppure nelle lunghe nevralgie di Gemma, passava le giornate intiere in una camera chiusa, semi-scura, non osando muoversi dalla sua sedia per timore di disturbarla, non osando parlare, respirando un'aria carica del sottile odore dell'etere, soffocando anche i sospiri. Qualche volta, dopo averla lasciata bene ed essersene tornato a casa, gli sorgeva il dubbio che ella fosse ammalata; allora usciva di nuovo ed andava a passeggiare sotto le finestre di lei, contento di vedere che tutto era quieto e silenzioso e che non si mandava pel medico. In ricompensa non voleva nulla, nulla—e se Gemma gli diceva con la sua voce languida ed insinuante: «Come siete buono, Andrea!» egli diventava matto dal piacere, gli scintillavano gli occhi e nell'impeto della riconoscenza si sarebbe prostrato, per sentire sul suo capo il piedino vittorioso della fanciulla.

Ma non sempre costei era umana con lui; gli intervalli di dolcezza erano brevi e rari. Quando Gemma si sentiva meglio, nei bei giorni di primavera, essa si dilettava di quelle premure, di quei sacrifizii, anzi si può dire che cercasse quell'anima sempre fedele, quel cuore sempre sicuro; giungeva sino a domandarsi se Andrea non meritasse di esser amato. Erano i giorni lieti del giovanotto, che si accorgeva subito della buona disposizione: giorni lieti, ma così pochi e scontati dopo così caramente. Per una lieve cagione, per un cielo piovoso, per un capriccio, per un nastro, Gemma ripiombava nella sua noia, nella sua irritazione: i suoi diavoli neri la prendevano pei capelli, ed ella si sfogava, tormentando tutto il mondo. Andrea sopportava, senza mormorare, le parolette amare, gli sgarbi, i lamenti di Gemma: soffriva, soffriva tanto, ma non le rispondeva una parola; lasciava correre la tempesta, chinando il capo, senza sognare neppure d'irritarsi contro la fanciulla. Non ci sarebbe mancato altro! Era invece lei che s'indispettiva di quella rassegnazione; un'ombra nera le passava sulla fronte, le labbra diventavano sottili sottili, stringeva le mani…. dopo, ridiventava sarcastica e volgendogli uno sguardo freddo, gli diceva:

—Avete troppa salute: è una ingiustizia per chi non ne ha.

Povero Andrea, che avrebbe voluto morire mille volte di seguito per lei! Ma essa continuava spietata: gli diceva che sarebbe morta, che l'avrebbero messa giù nella terra nera, dove il sole non entra, e che allora tutti sarebbero rimasti contenti per essersi sbarazzati di lei. A lui venivano le lagrime negli occhi e le rimandava indietro; talvolta doveva alzarsi ed uscir fuori, tanto era grande la tortura che Gemma gli infliggeva. Una sera, una brutta sera essa arrivò fino a dirgli che aveva il presentimento di esser seppellita viva, in uno dei suoi prolungati deliquii: egli sognò per tre notti questo caso orribile. Insomma era una vita crucciata, vita di angosce e di paure, in una continua ansietà del peggio; eppure per questi dolori, per queste torture sempre nuove, l'amore di lui aumentava e dal contrasto traeva novello vigore.

Gemma era ingrata ed ingiusta con lui; essa stessa lo riconosceva nei suoi buoni momenti. Dacchè Andrea l'amava, la salute di lei migliorava, le crisi nervose erano più miti, quasi quasi un po' di sangue cominciava a rifluire nelle vene impoverite. Quando egli compariva, per influsso benefico, essa si sentiva sollevata e sicura, le sembrava di avere un'egida, un'àncora di salvezza. Quell'ambiente di affetto, di adorazione, d'idolatria di cui egli la circondava, esercitava un'azione vivificante sul suo gracile organismo. Non aveva più paura dell'avvenire, dell'ignoto, della morte, della terra nera: non era egli là, pronto a salvarla da tutto questo? Fra lei e la sventura s'interponeva Andrea; fra lei e la felicità Andrea sarebbe stato intermediario. Egli doveva pensarci, era il suo compito, il suo dovere, la sua consegna.

Ahimè! il soldato dovè deporre la sua arme, dovè lasciare il posto. Il povero Andrea fu preso da una febbre violenta come ne patiscono solo le tempre forti; il giorno seguente il tifo era dichiarato, e nel delirio egli esclamava: «Non fate venire Gemma, non la fate venire!» E poi aggiungeva raccomandazioni, che le badassero, che non la trascurassero, non la facessero uscire con quel cattivo tempo. In capo al fatale nono giorno, egli aprì gli occhi, disse con voce fioca: «Povera, povera Gemma» e se ne morì.

Alla fanciulla ne parlarono poi, con molta precauzione, a gradi, cercando di non affliggerla: lei non rispose nulla, non pianse. Ma la notte si sentì sola, ebbe freddo, ebbe paura e le parve trovarsi senza difesa, in preda a mille pericoli. Volle distrarsi, cercò di farlo, vi riuscì per poco. Pure pensava spesso a quell'onesto e bravo garzone che le aveva voluto tanto bene e che essa aveva tanto mal ricambiato: e per una strana bizzarria d'inferma si pose ad amare quel morto. Come avrebbe voluto rivederlo un sol momento per domandargli perdono! Come si sentiva piccola e meschina davanti a quell'uomo che essa aveva torturato a fuoco lento, sorridendo delle sue lagrime! Come era pentita ed umiliata, come era stata cattiva! L'inverno fu lungo, lungo; Gemma tornò ad ammalarsi; nelle notti della febbre chiamò Andrea ed egli non rispose: eppure quante cose gli avrebbe voluto dire! La fanciulla diventò sempre più magra, sempre più esile; esaltata dalla sua postuma passione, aspettava sempre. Ma egli non venne più ed essa nella primavera pensò di andare a raggiungerlo.

LETTERA APERTA.

Al signor VESUVIO, di professione VULCANO, strada fra Napoli e Salerno, casa propria—ultimo piano.

Carissimo amico,

A momenti sono diciotto anni che ci conosciamo, e l'esserci visti quasi ogni giorno dalla via Santa Brigida, da Santa Lucia e dalla Villa, ha stabilito fra noi due una cordiale intimità. Gli è per questo che ho deliberato di scriverti questa letterina, proponendomi di dirti la verità. Qui tu farai il viso della meraviglia: ma, sicuro, la verità. Ai tempi in cui siamo, lo sconvolgimento sociale è tale che una donna è fin capace di dire la verità ed un editore è capacissimo di stampargliela!

Tu mi sei parso sempre un galantuomo: col ferraiuolo grigio del tramonto, coll'abito nero della sera, col costume verde-bottiglia del mattino, hai avuto sempre molta dignità nel tuo aspetto. Non si può negare che hai anche un bel carattere: è ammirabile la fermezza di non muoverti mai dal tuo posto, ammirabile il sereno disprezzo con cui tu, vivo, guardi la morta montagna di Somma: e dove mettiamo la tua inaccessibilità ai….. visitatori? Virtù questa che ogni autorità dovrebbe avere. Non dubito che sei anche un po' filosofo, filosofo moderno: me lo indica la nebbia di cui spesso ami avvolgerti e il fumo superbo di cui t'incoroni. Quando poi entri nell'esercizio delle tue funzioni e cominci piacevolmente a gittar fuoco e fiamme, allora diventi proprio una persona rispettabile.

Ma ahimè! tutto decade, tutto passa, tutto si trasforma: le mode, la gioventù, i capelli, gli affetti ed anche i vulcani. Col pressoio della civiltà (carino, quel pressoio, neh? sovratutto nuovo), con la ginnastica del ministro De Sanctis e col realismo che ci piove da tutte le parti, non ci riconosciamo più. Tu stesso, fiero, selvaggio e solitario Vesuvio, pensi a civilizzarti e ci neghi la tua eruzione: rimangono inutili le pressioni, le notizie premature, le preghiere, gli inviti gentili, l'affluenza dei curiosi; la stessa luna si è decisa ad intervenire, e tu continui ed essere in isciopero! Perchè?

Capisco che sette anni fa, volendo compiere il tuo dovere, adoperasti troppo zelo e commettesti cose indegne di un gentiluomo. Mi ricordo quei giorni—che scompiglio, che baraonda, che confusione! Il mondo alla rovescia, uno scombussolamento generale: i professori di matematica impallidivano, gli alunni erano licenziati dalla scuola, le madri non sorvegliavano più le figliuole, le mogli si gittavano nelle braccia dei mariti, gli amici si abbracciavano cordialmente, i vetri tremavano e di notte ci si vedeva meglio che di giorno. Ma dopo vennero le critiche dei giornali, le imprecazioni degli spazzini, i sonetti dei poeti, i quadrettini dei pittorucci, gli episodi dei novellieri; come potevi resisterci? Ti oppressero, ti calunniarono, ti ingiuriarono, ti dipinsero in nero e rosso: ora rinchiuso nel severo e misterioso silenzio dell'uomo che non ha nulla da dire, tu ci neghi l'eruzione.

Pensa che noi potremmo esigerla. Da tempo immemorabile i cittadini di Napoli e dintorni hanno il diritto, almeno ogni cinque anni, ad una graziosa eruzioncella; perchè infine noi siamo brava gente e ci contentiamo di poco: non mormoriamo se invece di acqua ci danno coriandoli, se le vie sono sporche ma ben illuminate, se dappertutto si veggono possidenti in cenci che cercano l'elemosina a miserabili ben vestiti. Tutto questo per noi è nulla; basta che non ci vengano negati i nostri cari spettacoli. I romani avevano il Circo, gli spagnuoli hanno i tori, gli egiziani hanno il Nilo e noi abbiamo il Vesuvio.

Almeno, se non vuoi farlo per obbligo, fallo per compassione: china i tuoi occhi sulla pianura e considera lo stato miserando della tua dilettissima figlia, la gioconda Napoli. Napoli si annoia, e siccome non suole fare mai le cose a mezzo, si annoia profondamente e coscienziosamente: rassomiglia ad una bellissima donna, pallida di spleen, col corpo abbandonato e le mani penzolanti, che ogni tanto apre la bocca…. per sbadigliare. Nulla può castrarla ed i suoi languidi occhi semichiusi non veggono d'attorno che cose vecchie; i teatri sono sempre gli stessi, e le emozioni che vi si provano, convenzionali; le passeggiate uguali, dritte e monotone; il cielo sempre sereno, il golfo sempre incantevole, i pomidori sempre eccellenti: sbadigli. Il sole va, viene, fa le smorfiette dietro qualche nuvola, pare che voglia andarsene e non tornare più, ma sono moine: ritorna e sempre col medesimo viso. La luna…. ma non parliamo di persone inutili. Tutto è cadenzato, registrato, previsto: nessuno scandalo, duelli….. leggieri, avvenimenti straordinarii pochini, le signore tutte in campagna o chiuse in casa per far credere che sono partite. Ci fu una, lotta amministrativa, ma ci si è campato fin troppo sopra ed ora è posta nel dimenticatoio; le alluvioni sono durate tre giorni, la quistione d'Oriente non attecchisce, quella del gran Caffè non interessa. Leda è risanata, i giovedì di ottobre riescono freddi e stentati. E Napoli sbadiglia a canto fermo, come se la sua Università, le sue accademie, i suoi concerti musicali ed i suoi Circoli fossero aperti ed in seduta permanente.

Non ti narro poi in quale stato di afflizione si trovino alcune classi sociali: primi i giornalisti, ma specialmente i cronisti. Esseri infelici, destinati a soffrire le più crudeli ansietà per la cronaca dell'indomani, girovagando pallidi e con l'occhio smarrito in cerca di notizie. Il loro pranzo, il loro teatro, i loro sonni innocenti sono turbati dal pensiero fisso, dominante della cronaca: e pensare che senza tuo grave incomodo, tu potresti sollevarli! Vengono gli innamorati: per essi, poveretti, è finita la bella stagione di estate e con essa i colloqui acquatici, le passeggiate alla Villa, le escursioni in barca, le serate trascorse sui terrazzi: non vi è più alcun pretesto per rimanere all'aperto, al solo lume delle stelle—fa fresco, bisogna starsene nel salotto sotto la sfolgorante luce del petrolio, a contare i sospiri e le occhiate. Eppure, se tu, o Vesuvio, volessi….. Oh! come saresti benedetto! Gli albergatori sono addirittura disperati: la compiacente Stefani si era benignata annunziare alle cinque parti del mondo che il vecchio vulcano si era finalmente deciso, e dalle cinque parti del mondo cominciavano a giungere gli amatori; l'inglese, genere che si va facendo rarissimo e difficile, abbondava sulla piazza; i corrispondenti arrivavano con l'inseparabile taccuino; qualche Altezza in istretto incognito era annunziata, e già i suddetti albergatori, col cuore immerso nei giubilo si preparavano a scrivere nelle loro note: Vue, par le fenêtre du Vésuve en éruption, 40 francs. Invece delusione grandissima; ed ora negli alberghi si potrebbero stabilire delle fabbriche di tamarindo concentrato nel vuoto.

Il professore Palmieri, tuo buono e fedele amico, che era venuto a farti una visita, è stato costretto a tornarsene via disgustato dalla freddissima accoglienza che gli hai fatta: non ti vergogni di tanta ingratitudine? Il sismografo arrossisce del suo forzato riposo; l'eremita crolla il capo, pensando alla caducità del genere umano, e le povere guide, assise sulla lava raffreddata come Mario sulle rovine di Cartagine, vanno melanconicamente esclamando: La montagna è morta, la montagna è morta!

È poi vero che sei morto? Sei forse diventato indifferente alle voci dei figli tuoi? È scetticismo il tuo o pietà? Se ti piglia pensiero dei graziosi villaggi che sorgono sui tuoi fianchi, se temi per la loro salute, allora fa una cosa: non curarli, lasciali da parte, disprezzali, prendi un'altra via. Va all'aperto, sconvolgi, rovina, illumina, incendia, dove non sono quei miserabili ostacoli, dove trovi la strada libera: in ultimo avrai anche la coscienza pulita, qualità che non hai sempre avuto premura di possedere. Non conosco le tue opinioni politiche: ma ti consiglierei, se devi presto abbracciare un partito, di essere moderato.

Dunque deciditi: migliaia di occhi stanno rivolti verso di te, si freme, si spera, si aspetta….. fa il tuo dovere, o saggio Vulcano. Senti, a rimanere là impalato, taciturno come un disutilaccio, a godere un impiego che è una vera sinecura, ad occupare un posto che non ti spetterebbe più, ci fa brutta figura. Offri piuttosto le dimissioni e liquida la tua pensione di ritiro: si penserà a rimpiazzarti. In premio dei tuoi lunghi ed onorati servigi, malgrado le tue ultime deficienze, ti faranno forse commendatore.

Su che, ho il piacere di salutarti.

Ottobre 78.

Devotiss. tua MATILDE SERAO

VITA NOSTRA.

Ad un menestrello.

Chi sa! Nacque in quel boschetto di rose che si chiama la Provenza, in quella Provenza così bella che dovrebbe appartenere all'Italia; forse nell'ardente Sicilia, l'innamorata del sole, i cui figli hanno nel cervello un atomo speciale, raggio di luce o scintilla di lava; o forse nella Spagna, paese dei caldi amori, delle belle donne e dei vini poderosi…. chi sa! Ed il sole, il vulcano, le donne, le rose, l'amore han fatto cantare il troviero. Vincenzullo di Alcamo gli ha insegnato il metro, e sirvente, tarantelle, lai, virelai, cavalloggie, spagnole, hanno deliziato le nobili dame. Clemenza Isaura ha sottoposto a lui molti quesiti della sua corte d'amore; Ruberta, castellana di Monfort, gli ha donato una ricca collana e, premio maggiore di ogni altro, gli concesse la bellissima mano a baciare.

Il menestrello ha cantato l'amore delle nobili donne, il valore dei prodi cavalieri—molte bionde fanciulle diventarono pallide per lui, e molti visi bruni diventarono di fuoco; egli sorride, ama, canta e parte. Fino a che una gelosa donzella gli dà un filtro, che ebbe da una vecchia strega, ed il menestrello cade addormentato per cinque secoli.

* * *

Triste risveglio nevvero? Tu, menestrello, sei sempre quello di una volta ed invece ti hanno cangiato il tuo mondo: non vi sono più castelli, sibbene grandi hôtels dove l'ospitalità costa sette franchi al giorno per la camera, cinque pel pranzo ecc. ecc. Nè si può viaggiare in Italia senza il biglietto di circolazione, ammeno che non si preferisca il velocipede; non vi sono più corti d'amore, le donne pensano alle interpellanze pei loro diritti civili. I lunghi guanti proibiscono il baciamano; e l'uso della veloutine e della poudre rose non fa più distinguere il pallore o il rossore; le collane si accettano, non si donano più. I cavalieri moderni pensano a diventar… commendatori; armi non ce ne sono più, si usano i processi. Tu, menestrello, rimani sorpreso, addolorato, gridi che questo è un delirio, una pazzia, dici che vi è ancora del buono e del bello, che ci è la fede, il sorriso, la lagrima e questo e quest'altro ancora… bah! I giovani non ti danno retta, le fanciulle sorridono, calcolando quanto renda la professione di avvocato di fronte a quella di medico. La gioventù è scettica, e tu ti sei risvegliato troppo tardi in un secolo troppo nuovo.

* * *

Scettico, cioè uno che crede. Non è un paradosso. Significa essere giunto al culmine di ogni gioia ed al fondo di ogni dolore, avere con ansia dolorosa ricercate le fonti del vero, dubitando malinconicamente di non ritrovarle, aver detto: Questa qui è menzogna, e l'altra, e l'altra, e l'altra ancora—poi ad un tratto, avere scoperto l'oggetto della fede! Chi lo trova in sua madre, chi nella natura, chi nel suo cane, chi nel proprio ingegno, ed intanto costui è uno scettico perchè non crede alle convenzioni, alle falsità sociali ed alle umane bugie. Questo sentimento non esiste assolutamente, esclusivamente, senza eccezione: lo scettico moderno può negare l'ingenuità della giovinetta e credere alla fedeltà del suo cane, negare l'immortalità dell'amore e credere in quella delle sue opere—non vi sono dunque semiscettici. È lo scetticismo che è un semi-sentimento.

* * *

Dopo tutto, vuoi che ti dica una cosa? Stamane vi è il sole, ed il vento leggiero porta con sè lontani sentori di gioventù e di primavera: qualche grande cosa rinasce. Ieri sera ho vegliato sino a tardi col grande Voltaire e stamane ho paragonato l'azzurro di un abito a quello del cielo ed il cielo ha guadagnato; a quest'ora Ernesto Rénan scrive nel suo gabinetto ed il curato di campagna dice la messa nella piccola chiesa; materialisti ed idealisti portano tutti lo stesso paletôt e percorrono le stesse vie. Gli è che al di sopra di tutto e comprendendo tutto, facendo un poderoso amalgama, composto di scetticismo, ironia, ateismo, sorrisi, lagrime, innamoramenti, poesia bassa e prosa sublime, vi è la vita, la grande, l'immensa verità: la vita con tutte le sue contraddizioni, con le sue pazzie, le sue stravaganze, e le sue regolarità, con la sua falsa gloria in su e la buona in giù, col dubbio desolante e la dolce credenza, con la passione furibonda e l'amoretto platonico, col sospiro e con l'urlo, con Roma, il Medio evo e la modernità: la vita piena, tumultuosa o placida e lenta; la vita che offre ai suoi figli ingrati i più vasti campi da sfruttare; la vita che è sempre bella e nuova, malgrado sia brutta e vecchia; la vita, il più grande dei tesori disprezzati.

* * *

Se trovi sulla tua mandola una corda miracolosa che vada dai tôni più gravi a quelli più acuti, che possa esprimere il sogghigno ed il semplice sorriso nello stesso tempo, che possa dare la musica della romanza del Salice e quella della Danse macabre; se la trovi questa corda miracolosa, allora suona l'inno alla vita, buon menestrello!

DUALISMO.

Flavia si sentiva la coscienza quieta: neppure l'ombra di un piccolo rimorso; quello che le accadeva era molto strano, ma senza un briciolo di sua colpa. Quindi scuoteva la bella testa bionda, si stringeva lievemente nelle spalle e andava al ballo. Perchè poi adempiva agli obblighi della sua posizione con la massima buona volontà, anzi sorridendo sempre; alle feste ballava dalle undici della sera alle quattro del mattino, lacerando gaiamente il suo lungo strascico, senza mai essere stanca; non dava mai in quei languidi lamenti delle signore contro i vestiti troppo stretti, i tacchi troppo alti, i capellini troppo piccoli; l'estate si divertiva molto sulle spiaggie, ai bagni, ai concerti improvvisati, seguiti dai soliti quattro salti; di autunno le piaceva la campagna con le escursioni sulle colline, il latte fresco, le serotine partite di scacchi, la vendemmia ed il fieno; l'inverno le giungeva gradito coi teatri e le veglie prolungate. Passava senza intervalli per la fiera di beneficenza, lo skating, i coriandoli e le prediche al Gesù Nuovo. Stava bene dappertutto. Una natura felice se mai ve ne furono, una gioventù fresca, bionda, azzurra, serena: due uomini l'amavano, essa li amava tutti e due, ma non si faceva rimproveri. Era la fatalità, l'ananke, per dirla in greco.

Il primo—per epoca—era un giovanotto, un po' parente, un po' amico della famiglia di Flavia, di condizione uguale per ricchezza e per nobiltà: rispondeva al fiero nome di Leone, e quasi a mantenerne intiero il significato, era aristocratico fino ai capelli. Nè qui si tratta del solito tipo di cretino fannullone e gonfio, vecchio da quanto il mondo, tipo perfettamente ingiusto: Leone cuore ed ingegno ne aveva, non in modo eccezionale, ma ne aveva, e se li sottometteva alle leggi della sua società, non bisogna fargliene un torto; ci era nato, non sapeva staccarsene. Era sempre compìto, sempre buono ed affabile, con un grazioso sorriso sulle labbra; alcuni lo trovavano troppo eguale. Pure il rispetto che portava alle donne vecchie, il non averne mai compromessa una giovane, un certo senso di lealtà che traluceva da ogni suo atto, avrebbero fatto perdonare qualunque difetto, anche più grande. Sovratutto egli rifuggiva dagli slanci, dagli entusiasmi incomposti, dalle passioni senza regola; amatore profondo della pace, credo non intendesse le ambizioni sfrenate, le altezze inaccessibili; le sublimità lo meravigliavano senza attirarlo. Si era fatto un piano di vita quieta, calma, scorrevole: avrebbe prima goduto un poco la gioventù libera, poi si sarebbe ammogliato, senza troppe furie, con una persona simpatica, poi… intanto cercava la persona simpatica.

Così una notte, fra una polka ed una gita al buffet fece a Flavia una mezza dichiarazione, che spuntava da un complimento susurrato più che detto. Lì per lì ci risero, se ne scordarono; si rividero, ricominciarono, si lasciarono andare alla china: una parolina furtiva, un'allusione mal celata, un sorriso speciale, un brano di conversazione riannodata ogni tanto, ecco tutto. Eppure amore era quello, amore come essi lo intendevano: cioè, amore fine, leggiero, profumato, sottile, lasciato, ripreso a scoppietti, con un'ombra di gelosia per rinforzarlo, ma niente più che un'ombra; amore palliduccio, ma che continuava a vivere bene, come molte persone pallide.

Bastava alla felicità di Leone che Flavia gli inviasse ogni mattina un bigliettino roseo, con tre righe di un caratterino delicato, dove ci fosse il programma della giornata; bastava che al momento dell'incontro fortuito, ella lo salutasse con quel tale inchino della testa accordato a lui solo; bastava che al teatro lo ricercasse con l'occhialino, che al ballo gli serbasse sempre il primo valzer; che, prima di prendere una grave decisione, come la disposizione di una sala, i colori di un abito, una gita in campagna, egli fosse interrogato in proposito. Pel resto la lasciava libera, non esigeva nulla: egli era guidato sempre dal timore del ridicolo, teneva moltissimo alle apparenze e non voleva far la brutta figura dell'amante geloso. Non si adombrava punto dei numerosi ammiratori che circondavano Flavia, anzi dirò che ne provava una specie di contento; sapeva di essere il prescelto, sapeva che il mondo lo sapeva e questo era sufficiente a rassicurarlo.

Anche la fanciulla si contentava facilmente: trovarlo esatto ai ritrovi, sempre il primo arrivato, ascoltare quelle dolci parole che egli sapeva dire così bene, vedergli all'occhiello il fiore simile a quello che ella portava nei capelli, imporgli ogni tanto qualche lieve capriccetto e vederlo ubbidire con un grazioso sorriso: ricevere quella corte semi-nascosta, squisita, deliziosa, che non le imponeva alcun obbligo. La gente attorno mormorava: Una bella coppia! I parenti non dicevano di no.

Nel caso di Flavia la fatalità si chiamava Everardo, ed abitava al quinto piano del palazzo dove dimorava anche essa. L'intelligente lettore avrà capito che si tratta di un poeta, ed è la verità; ma debbo aggiungere, per diminuire la cattiva impressione, che i suoi versi erano buoni, sebbene non fossero letti da alcuno. Egli apparteneva ad una classe che si trova numerosa in tutti i grandi centri: poichè in tutti i grandi centri giunge ogni anno una schiera di giovani buoni e volenterosi. Hanno la testa piena di maravigliose fantasie e di progetti stupendi, il cuore riboccante di affetti ed il borsellino poco riboccante di scudi; al povero e buon papà rimasto in fondo al suo paesello hanno promesso, chi di frequentare Cujacio, chi di presentarsi ad Euclide, chi di annodare stretta relazione con Tissot ed Orfila. Promesse; ma vengono i poetici allettamenti delle lezioni di letteratura, ci si mettono di mezzo le associazioni giovanili, i circoli letterari, le vivaci discussioni sull'arte; tutto questo fermenta insieme agli ardimenti dei venti anni. Allora… allora si forma la classe degli spostati e ne vien fuori il giovane pallido, scettico, anelante ad uno scopo cui spesso non gli basteranno le forze, roso dalla smania di giungere, divorato dall'ambizione, incapace più di ritornare sulla vecchia e diritta strada, torturato da una lotta ineguale che lo rende profondamente infelice. Ed il papà è sempre laggiù e lavora; e si sacrifica e s'illude che il figliuolo sarà contento, avrà una posizione… e non sai quale sia più degna di compassione; se la dolce illusione del vecchio o la desolata sfiducia del giovane. Così nascono i genî, si dice; lo so, ma per un genio che nasce, migliaia di mediocri agonizzano, preferirei proprio che il genio nascesse altrimenti.

Questa qui è la storia di Everardo: uniteci un cuore passionato, un sistema nervoso irritabile, un paio di occhi ardenti, ed avrete un ritratto somigliante. Come è naturale, incontrò Flavia per le scale marmoree una giornata d'autunno scuriccia, con una luce diffusa e triste; ma Flavia era bionda, e sorrideva. Notate, ella discendeva e parve al povero poeta che quella fanciulla che veniva dall'alto, fosse un raggio di luce rosea e scherzosa, smarrito in quell'imbrunire: egli non fiatò, non si mosse: ella passò, ma portandosi l'anima di un uomo.

Non racconto come il rivedere Flavia non fece che innamorare sempre più Everardo, come egli descrivesse in una lettera di fuoco tutto questo amore e quante e quali difficoltà dovette vincere prima che la lettera capitasse nelle manine di lei: basti dire che ottenne l'intento. Flavia lesse due volte le brevi parole e rimase pensosa, pensosa, coi sopraccigli corrugati e la fronte seria: la lettera le bruciava le dita come carbone acceso, eppure non la riponeva. Pareva che quelle parole fiammeggiassero, sfiorassero la mano e penetrassero nelle vene; sentiva un gran calore invaderla tutta, giungere al cuore ed al cervello, precipitarle il sangue: sembrava che stesse in pieno meriggio, in una luce splendida ed abbagliante. Nessuna sensazione di dolore, anzi godeva di quel ricco e dolcissimo incendio in cui le si struggeva l'anima. Pensò a Leone, pensò ad Everardo: li amava.

II.

Vi erano delle ore in cui Flavia si sentiva penetrata, circonfusa da una grande soavità, come se voci alte e lontane le cantassero una dolce canzone, come se mani di fanciulli facessero piovere sul suo capo foglie di fiori. Le si risvegliavano istinti vaghi, aspirazioni fluttuanti, indecise; desiderava i colori molli, temperati, dove le mezze tinte si sfumano come una carezza; le piccole stanze dove la temperatura è tiepida come soffio umano, dove i rumori vanno a spegnersi nella lana morbida dei tappeti; le stoffe calde e profumate, dal leggero fruscìo, che circondano il corpo come se lo amassero e palpitassero con esso; gli effluvî sottili che cullano i nervi in un dormiveglia delizioso. E sul fondo roseo-azzurro di questi sogni compariva un'ombra leggiera, che poi si disegnava più corretta, si distingueva: era Leone. Bello, nobile, ricco, gentiluomo, innamorato, stirpe di principi: con lui la vita doveva essere una lunga ed inesauribile festa, una serie di giorni felici, sorridenti, senza mai l'amarezza del domani, senza un cruccio, senza un punto nero, Flavia l'amava; quando dalla sua carrozza ella lo vedeva passare sul cavallo inglese dalla testa svelta e dai garretti di acciaio, il cuore le si sollevava verso il bello ed elegante cavaliere: quando vedeva lo sguardo altiero di lui diventare amoroso mirandola, quando egli le parlava a voce sommessa, ella provava un fascino irresistibile, Leone era per lei tutto un mondo, un mondo elevato, superiore anche alla sventura, dove fossero la soddisfazione dei gusti più raffinati, la calma profonda e sicura della ricchezza, l'infinita e varia lusinga del lusso. Leone era la pace, la gioia tranquilla, la vita quieta. E nella certezza dell'amore di Leone essa cullava, addormentava il suo cuore.

Ad un tratto veniva rapidissimo il risveglio: tutto il suo essere dava in un grande sbalzo, scosso da una forza interna; si alzava, camminava, avrebbe voluto spezzare qualche cosa fra le mani, si sentiva la testa troppo piccola. Sorgevano pensieri tumultuosi e cozzanti fra loro, idee vaste ed ardite, un bisogno chiarissimo di agitazione, di attività, di combattimento. Allora intendeva quanto di sublime ha il silenzioso lavoro del poeta e del pensatore; comprendeva come l'arte possa essere l'unico supremo desiderio di un uomo, intendeva la sfrenata ambizione di gloria: essere in basso, essere povero, sconosciuto, perduto nella folla, atomo ignoto di una massa enorme, ed intanto guardare in alto, elevarsi. salire, sfolgorare, essere il solo, l'individuo: Everardo. Con lui la passione energica, onnipossente; un amore che sia l'amore unico, che domini tutto, che vinca ogni ostacolo, che consoli ogni sconfitta, che ingrandisca ogni vittoria. L'oscuro poeta adorava la nobile fanciulla che discendeva dalla sua altezza a bearlo del suo affetto; ed ella era conscia, superba di questo amore cieco, animato dalla più fiera gelosia. Quando Flavia era al ballo, sapeva che nella strada buia e solitaria vi era un uomo che fremeva d'impazienza, che invidiava anche l'ultimo servo di quella casa inondata di luce. E nelle sale dorate, fra gli ondeggiamenti delle stoffe ed i sorrisi delle donne, essa era presa da una folle idea: avrebbe voluto lasciar tutto, fuggire per le scale, gettarglisi al collo e dirgli: Ti amo; portami via.

Quando pensava alla vita stentata e meschina di Everardo, alla piccola e bassa camera dove l'inverno si moriva di freddo, alle privazioni continue cui andava soggetto, a tutti quei particolari spaventosi della miseria, provava per quel giovane una grande ammirazione, perchè in mezzo a quell'ambiente egli rimaneva poeta, pieno di fede, carezzando sempre le sue speranze, sognando ancora il suo caro ideale. Flavia si sentiva molto umiliata davanti a quel coraggio, essa che non poteva rinunziare al fastoso e vuoto lusso, ai giojelli inutili, alle mode costose: come le odiava tutte queste cose, come le odiava! Avrebbe voluto rinunciarci, castigare il suo corpo che viveva in quelle mollezze, esporsi al freddo, alla fame, e portare anche lei nel cuore quel tesoro di forza e di gioventù. Sposare il poeta, essere la vita della sua vita, passare per tutte le sue agitazioni, dividere la sua esistenza piena di fremiti, di battaglie e di dolori!

Così si svolgeva in quella fanciulla noncurante ed allegra il dramma meraviglioso del dualismo. Si erano manifestate due potenze, ugualmente forti, opposte; le inclinazioni, sin allora indistinte e confuse, si staccarono, prendendo vie contrarie. Visse passando per questi periodi consecutivi, l'uno negazione dell'altro, che si distruggevano volta a volta per rinascere più vigorosi e combattere da capo. Eppure essa non ne soffriva; anzi in questo fenomeno strano del suo spirito si sentiva completa e soddisfatta, quasi avesse ritrovato il suo equilibrio. Quell'ondeggiamento perenne la lasciava calma, era il suo stato naturale, era spiegabile.

Flavia nasceva da un matrimonio misto: suo padre molto in alto, sua madre molto in basso, ed ognuno dei due le aveva data una natura. Aveva con sè la tempra robusta della madre, i gusti semplici e grandi, il desio di lotta, il palpito onesto e vivace, il soffio sano e gagliardo del popolo. Del padre aveva lo squisito sentire: la delicatezza dei nervi, le aspirazioni gentili. Insomma due coscienze; ma queste due coscienze si confondevano, si univano, ne formavano una sola, gli amori si riducevano in un solo e Flavia era felice, molto felice, avendo ritrovato nel modo più assurdo l'unità del suo spirito.

III.

I due giovani che si erano incontrati e fusi così bene nel cuore della fanciulla, incontrandosi nella vita reale e sapendosi rivali, si guardarono in cagnesco: Leone prese Everardo per un pazzo ardimentoso, Everardo scambiò Leone per uno sciocco orgoglioso. Certo non potevano intendersi e molto meno apprezzarsi: andarono di accordo in un solo moto spontaneo, perchè l'indomani Flavia riceveva due lettere quasi identiche, la cui sostanza era la parola: Scegli.

La fanciulla provò un doloroso stupore, uno stringimento affannoso al cuore come se le avessero annunziato una grande sventura; credeva di fare uno di quei sogni terribili dove si cade, si cade sempre da una smisurata altezza e l'angoscia si prolunga sino al risveglio. Scegliere; doveva scegliere: perchè? Aveva tanto goduto, la sua vita era stata così completa e piena nell'amore! Scegliere: chi? Sentiva di amarli egualmente, sentiva che tutti e due le erano necessari, non poteva neppur figurarsi di dover annullare uno di quei nomi dalla sua mente, di cancellare una di quelle immagini dall'anima. Era impossibile, impossibile, impossibile. Le si chiedeva una cosa ingiusta, era sdegnata contro quella domanda. Tutto cadeva, tutto precipitava nel nulla; la bella armonia era turbata e rotta, la pace era scomparsa, bisognava scegliere: cioè amarne uno solo, far sacrifizio di un affetto all'altro, soffocare una delle coscienze, morire per metà. Volle farlo, volle decidersi, accumulò gli argomenti che dovevano difendere e far prevalere la causa di uno dei due giovani, prese anche una determinazione e cercò di fortificarsi in essa; fu inutile: il momento dopo pensava all'altro. Passò giorni tristissimi, stanca, sfiduciata, in preda a dubbi crudeli, abbandonata a tormentose esitanze: era uno stato insopportabile. Allora preferì l'abbandono completo, lo schianto intiero: distaccò da sè tutto l'amore, rinunziò ad ambedue. Leone ed Everardo la giudicarono una civettuola comune, ma essa non si curò di spiegar loro il mistero del suo cuore.

La bionda fanciulla ha molto sofferto, ha trascorso le notti insonni e le giornate malinconiche, ma anche il dolore si attenua, diminuisce e scompare. Per lei l'amore è diventato un ricordo lontano lontano, un'epoca felice e passata, un periodo bellissimo ed esaurito; ci pensa talvolta, ma senza volerlo far rivivere. Come ogni persona di questa terra, ha amato per quanto basta: nei suoi due amori ha riassunto il suo grande amore.

LA STORIA DI MARIO.

Non è vero forse che nell'ammirazione provata per un'artista s'infiltra sempre un sentimento di compianto? Non è vero forse che l'artista istesso, nel metter mano all'opera sua, si sente compreso da un'angoscia indefinita e si volge indietro pauroso, quasi a scongiurare un pericolo ignoto? Non è vero forse che egli ha bisogno di essere amato più degli altri uomini? Perchè nel gaio epicureismo dei novellatori trecentisti, nel superbo materialismo di Rabelais, nel dolce ed arguto sorriso di Lorenzo Sterne, nello scherzo blando di Béranger, perchè in tutto l'umorismo moderno, vi è qualche cosa di malinconico che vi colpisce? Perchè tutti questi uomini che dovrebbero avere la serenità olimpica, sono agitati, convulsi, infelici? Perchè anche nelle splendide aureole che circondano i nomi di Wolfango Goëthe, di Giacomo Leopardi, di Vittor Hugo, vi è un punto nero e doloroso? Non so: e l'occhio ansioso che ha scoperto in alto le miserie dei grandi, non osa chinarsi per misurare quella dei piccoli. Così gli umili gregari passano ignorati, sofferenti e confusi nella folla.

Questo ho pensato, quando ho risaputa la storia di Mario, un piccolo. Il quale cominciò per essere molto felice, perchè era stupido; a diciott'anni conosceva poco o nulla—e la madre se ne doleva molto, avendo molto sperato in quell'unico figliuolo. Mario non voleva studiare, non amava per nulla il lavoro; amava solo sua madre. Pure venne il suo giorno, quel giorno che giunge per tutti, il perno dell'esistenza, il punto culminante della vita: non so come, capitò nelle mani del giovanetto un grosso volume illustrato: erano le opere di Shakespeare. Mario a cui non piaceva la lettura, ebbe vaghezza di vederne le illustrazioni; s'interessò alle scene principali che rappresentavano; poi le ricercò nell'azione, alla loro pagina; poi lesse tutto, tutto. Dal mattino all'imbrunire, nel tramonto, nella sera, nella notte, pallido, curvo sul libro, con gli occhi ardenti, le mani tremanti nel rivoltarne le pagine, egli fece suo il mondo del grande inglese. La pietà amorosa di Cordelia, la sfrenata ambizione di Margherita, la fedeltà severa d'Imogene, l'ingenuo amore di Miranda e di Desdemona, la passione di Giulietta, il dubbio del pallido sognatore di Danimarca, il grasso riso di Falstaff, la grandiosa ferocia di Riccardo, il sogghigno crudele di Shylock, i due Macbeth corrosi dai rimorsi; la paura, l'odio, il dolore, la gelosia, l'ironia, i romani, i veneziani, i mori, gl'inglesi; l'umanità, la vita, la creazione, passarono dagli occhi alla mente ed al cuore di Mario. Parve che quelle oscurità venissero dileguate dalla folgore divina, parve che una mano energica avesse bussato a quella mente ed a quel cuore, comandando loro di schiudersi. Quanto potette leggere e studiare, egli studiò e lesse; non seppe più nulla di tempo o di stagioni, dimenticò la sua gioventù, dimenticò l'amore, dimenticò l'amicizia. Lesse fino al capogiro, fino allo stordimento, fino all'ubbriachezza; la testa gli dondolava, quasi troppo pesante; davanti agli occhi abbagliati si formavano immagini lucide, le labbra secche ed aride balbettavano parole confuse. La madre sorrideva e piangeva talvolta di spavento, talvolta di consolazione: sorridere e piangere è il compito delle madri.

Poi volle scrivere. Si sentiva la fantasia troppo piena, mille immagini chiedevano di uscire, per andare a danzare giocondamente nel mondo, il cuore scoppiava di affetto, tutta l'anima traboccava all'esterno. Nella febbrile attività del suo ingegno, in quel succhio giovanile che irrompeva dalla corteccia, scrisse molto e di tutto: furono bozzetti piccoli, graziosi, affettuosi; furono filze di paradossi, difesi splendidamente, simili allo scoppiettìo del fuoco di artifizio; furono novelle ora gaie, ora meste, dove apparivano tante belle figurine, profilate, fuggevoli, sorridenti, innamorate teneramente o freddamente crudeli, sempre originali; furono critiche teatrali dove erano posti da banda i dommatismi, i preconcetti, i subbiettivismi, dove si scorgeva una fede profonda nell'avvenire dell'arte, un sentimento di equità rarissimo; poi dialoghi, schizzi, polemiche letterarie, articoli, bibliografie; una produzione continua, gittata qua e là sui giornali politici, sulle riviste, nelle strenne, dappertutto. Egli fu applaudito e lodato, i lettori lo amarono, ebbe qualcuna di quelle solite lettere che i sommi si degnano di scrivere per incoraggiamento ai neofiti, gli amici dissero: Mario diventerà, diventerà… i giornali gli rivolsero quell'atroce insulto, espresso con le volgari parole: vi è della stoffa….

In casa sua, invece, vi era la miseria. Vivevano magramente con una pensione della madre, pensione che se raggiungeva, non superava certo le cento lire. Intanto per vestirsi, per saziare la fame dopo sì lungo lavoro, per acquistar libri, giornali e riviste, per avere una cameretta da studio, per avere un paio di guanti, per dare un abito di lana nera ogni anno alla madre, ci volevano danari: appunto, di danari ce ne erano pochissimi. Spesso accadeva al giovine di dover scrivere coi nervi esaltati da un pranzo troppo frugale; spesso, nelle gelide notti d'inverno, le mani e la fantasia si gelavano nella camera senza fuoco; talvolta mancavano i soldi per comprare il petrolio, talvolta non vi era carta nel tiretto o si doveva versar l'acqua nel calamaio inaridito. Cercò di guadagnare qualche cosa, vergognandosi di aver ventiquattro anni e di essere inutile; quante umiliazioni, quanti rossori, quanti disinganni gli toccò subire, prima di strappare una cartina di cinque lire! E dovette consacrarsi esclusivamente alla letteratura spicciola, agli articoli leggeri, brevi, divertenti, alle novelline in due numeri, ai lavoretti minuti, alla chincaglieria che il pubblico preferisce alla coltura: se no, niente. I lettori non vogliono romanzi lunghi, non vogliono piagnistei, non vogliono seccaggini, non vogliono filosofia, fisiologia, analisi, vogliono essere divertiti:—gli dicevano i suoi direttori. I giornali e gli amici andavano ripetendo: Sarebbe tempo che Mario si occupasse di un'opera seria; noi l'attendiamo dal suo ingegno, egli ne ha contratto l'obbligo….

Mario, a sentire o a leggere queste parole, impallidiva, sorrideva un poco e non rispondeva verbo, Continuava a lavorare per giornate intiere, arso da una interna febbre, buttando giù senza correggere, passando da un genere all'altro senza intervallo, rubando i quarti d'ora per rinfrancarsi nella lettura, permettendosi di passeggiare solo quando ricercava l'ispirazione, proibendosi qualunque distrazione. Seguitò a prodigarsi nelle gazzette, nelle riviste dove lo chiamavano, dove gli corrispondevano una ricompensa, non rifiutando mai il lavoro, senza tregua, senza riposo. Era una meraviglia la versatilità del suo ingegno, la potenza di assimilazione, la luce che gittava sui soggetti più aridi, la forza di volontà che gli faceva affrontare tutte le quistioni, il coraggio con cui si slanciava in tutte le lotte. Pure in quello che scriveva, si scorgeva una furia, una fretta di giungere alla fine per respirare, per mutar lato come l'inferma di Dante; quasi quasi si comprendeva che egli aveva l'ansia d'intascare quei pochi soldi che gli rendeva l'articolo. Ora il pubblico, sebbene positivo, e perchè positivo, vuole che i suoi scrittori vivano d'aria, che siano superiori ai bisogni della vita, che non pecchino mai di miseria o d'altro simile peccato. Perciò s'incominciò a susurrare di lui: Mario si vuota, egli non scriverà mai nulla di duraturo; forse non ne è capace.

Dio santo! non era vero, non era vero! Portava nella parte più segreta dell'anima sua la concezione di un grande romanzo, di un libro completo e stupendo. Era la sua creazione nascosta, il suo tesoro inesauribile, il fiore delicato del suo cuore, il gruppo dei più soavi sentimenti; quanto vi era di meglio in lui come spirito, come osservazione, come passione. La cara fanciulla che ne era la figura primissima, egli l'aveva tratta dal nulla, l'aveva fatta nascere bella, eterea, senza macchia, immortale;—era la sua divina amante, quella che lo amava unicamente, quella che gli sorrideva sempre, la compagna delle sue ore di solitudine. Il suo bruno eroe, quel cuore leale, integro, nobilissimo, era il suo unico amico, suo fratello, un altro sè stesso, quello che lo confortava negli scoraggiamenti, che lo sosteneva nelle sue debolezze. Il piano del libro era preciso, chiaro, esatto; tutti i fili si annodavano e si distaccavano liberamente, le scene erano pronte: Mario, se chiudeva gli occhi lo vedeva vivo, intiero. Quanti sogni intorno ad esso: che voluttà profonda nello scriverne ogni parola, che acuto piacere nel precisarne i dettagli, che commozione nel tracciarne le parti principali! Il libro è fatto, stampato, venduto, letto da tutti; il pubblico, come Mario, adora la bionda eroina ed il bruno eroe, il pubblico s'impadronisce di quegli affetti e li sente e li condivide—e l'animo dello scrittore si unisce, si confonde con migliaia di anime!

Eppure questo libro non poteva scriverlo. Avrebbe avuto bisogno di sei mesi di quiete, per dedicarsi ad esso solo, per lavorarvi con tutte le forze, senza occuparsi d'altro, senza pensiero del domani. Ed in questi sei mesi come si sarebbe vissuti? Morendo? Il padrone di casa doveva essere pagato, si doveva pranzare la mattina e cenare la sera; la madre spesso avea bisogno di medicine, di buon vino, di una serva che le togliesse dalle spalle il grosso delle faccende domestiche. Forse in quei sei mesi il pubblico avrebbe dimenticato il giovane autore, forse egli non avrebbe più trovato un editore, forse il libro non avrebbe trovato neppure un tipografo: come scrivere con la prospettiva della miseria, del freddo e della fame? Si ha un bel dire che le difficoltà spronano il sangue, che il granaio è bello a venti anni; sì, ma non quando con voi soffre la vecchia madre, non quando si arrossisce di uscire, non avendo un abito decente. Per questo Mario non poteva scrivere il suo libro; per questo si sottometteva ad un lavoro improbo, sciupatore, inutile, inglorioso. Invano egli fantasticava sul suo romanzo, invano egli accumulava idee sopra idee, invano si crucciava dietro al suo ideale: veniva il pensiero aspro del domani e con esso si dileguavano tutte le sue speranze.

Così il suo ingegno decadde lentamente. In quella battaglia continua il suo spirito s'inasprì, svanì la bella fede giovanile, il giudizio si velò d'ingiustizia, Fu acre, bilioso, capriccioso, dubitò di sè, dubitò dell'arte, dubitò di tutto. Fece del mestiere, stanco, spossato, esaurito, senza entusiasmo, senza fede, chiudendo gli occhi per non guardar l'avvenire, sorridendo di scherno a chi ancora lo incoraggiava. Come odiava quel lavoro che faceva, come lo odiava! Come gli sembravano grette e meschine quelle ideucce che doveva allargare, ingrandire, gonfiare, ricamare con tutti i lenocinii della penna—mentre aveva nel cervello la vastissima tela del suo libro! Come erano infedeli, piccole, pallide, incomplete le figure delle sue novelle, di fronte alla eroina del suo romanzo: che aveva egli di comune con quelle figure? Non le aveva amate, non lo amavano, non gli appartenevano—gli avevano procurato dieci lire con cui aveva comperato un paio di scarpe: ecco tutto, Allora il pubblico, presentendo la fine di quell'ingegno, lo abbandonò; era un limone spremuto da una mano gigantesca, era un cervello distrutto, cellula per cellula, in uno spaventoso ingranaggio. Che poteva importare al pubblico di Mario? Non vi erano forse altri limoni da spremere, altri cervelli da esaurire? La sua opera non fu più ricercata, i giornali rifiutarono i suoi articoli; egli si era suicidato giorno per giorno, ora per ora; non trovava più concetti, non trovava più parole, si ripeteva orribilmente, scendeva alle frasi comuni, l'originalità era morta. Provava qualche volta la sensazione di avere nella testa un grosso pezzo di sughero. Si rassegnò, non trovando più in sè stesso alcuna rivolta, nè una scintilla in quel mucchio di ceneri: discese sino a fare il reporter, pure di guadagnare qualche cosa. Andava dalla Questura alla Prefettura, di là agli ospedali, interrogava i registri, prendeva delle note sul taccuino, e scriveva quelle graziose cose che incominciano: siamo lieti di annunciare; oppure: informazioni pervenuteci da fonte attendibile….

Passarono vari anni in quella vita macchinale, quasi senza che egli se ne accorgesse. Aveva tanto amato la sua bionda sconosciuta ed il suo incognito amico; ed anche questi due si erano allontanati, allontanati, erano scomparsi. Quando li evocava, non accorrevano più. Aveva tanto amato sua madre, l'unica donna che lo chiamasse per nome e che lo avesse baciato: ed essa morì, distrutta dalle privazioni e dai dolori. Allora si pose a voler bene a quei lavori che erano l'eco della sua gioventù; aveva legati in pacco quei giornali, ogni giorno li classificava, li rileggeva, li riponeva accanto al suo meschino letto. Avrebbe voluto riunirli in un volume per dire con esso a quei del mondo: Vedete, io ho lavorato la mia parte, io vi ho commossi; io vi ho dato il mio tesoro; voi siete stati ingiusti con me. Ma gli editori si rifiutarono di ristampargli nulla, dicendo che l'interesse era sfruttato: una sera, un fiammifero cadde sui giornali; questi abbruciarono facendo una bella fiammata. Così sparve anche l'unica prova del suo ingegno: dopo otto mesi sparve anche lui, non ricordato da alcuno, povero, solo.

Una storia troppo semplice, tanto semplice che non avrà interessato nessuno. Eppure era scritta per tutti: per quelli che hanno perseguitato una vita intiera il loro inarrivabile ideale, e per quelli che, raggiungendolo, vi infusero il soffio creatore; era scritta per quelli che cercando la loro donna, novelli e tragici Don Giovanni, infransero mille cuori senza ritrovarla e dettero coraggiosamente la mano al commendatore di pietra, o per i fortunati che si quietarono nella pace di un solo amore; per quelli che nella drammatica lotta del pensiero con la forma, vinsero o per quelli che avendo l'universo nel cervello, passarono, silenziosi analfabeti; per i pochi che hanno dominata la folla o per i molti che ne furono soggiogati. Giacchè per tutti questi, per i vittoriosi come per i caduti, l'arte è la divina fanciulla di Arrigo Heine, che mentre bacia loro soavemente le labbra, con l'unghia rosea ne dilania il cuore.

ALLA DECIMA MUSA.

Noël, noël! liesse, liesse!

Sopra: una stanzetta quieta e silenziosa, dall'ambiente dolcemente caldo. Una lampada piove la sua luce eguale e tranquilla sovra le pagine di un libro simpatico; qui e là un sorriso di amicizia o di amore—le ore che trascorrono lente e placide, come belle persone languenti. Giù: la strada bagnata, infangata, sdrucciolevole per la melma, calpestata da migliaia di piedi; una nebbia fitta che è fumo, umidità, scirocco, fiato di gente; l'oscurità rotta con violenza dal gas, dal petrolio fumigante, dalla luce rossastra delle fiaccole, dai vividi colori dei bengala; l'andare, il venire, l'incontro, l'urto di una folla spessa, continua, sempre rinnovantesi, che parla, ride, grida, schiamazza, canta, urla;—quindi un vocio che percorre tutta la gamma, dai toni più alti ai più bassi, coi salti più bizzarri, diventando ora un clamore acutissimo, ora un grave rombo di tuono. Malgrado le imposte chiuse, malgrado le pareti doppie e foderate, l'eco di quel chiasso si fa un cammino sino a colui che legge; egli si distrae, presta l'orecchio e sorride. Invano d'attorno la temperatura è piacevole, invano il tappeto è morbido, invano la luce è quieta, invano il libro dispiega l'attrazione della sua carta giallina, dei suoi caratterini affusolati, dei suoi fregi capricciosi e dei suoi versi idem: la gran voce della moltitudine è insistente, sale come un appello, risuona come una vigorosa chiamata. Allora colui che legge è preso dalla nostalgìa della strada, della nebbia, dell'agitazione; prova un desiderio aspro di mettersi in quel tumulto, di godere quello spettacolo, di portarvi la sua parte, di sentirsi piccolo, annullato, assorbito: egli non lotta più, cede; e con un soffio gigantesco, la strada vince la cameretta.

* * *

Sulle piazze, nelle vie, gittate, profuse tutte le ricchezze vegetali ed animali. Qui è il trionfo della carne: sono le file dei polli sospesi per le gambe, dalla pelle gialletta, soda, leggermente punteggiata di bruno, venata di un azzurro pallido: sono i tacchini dalle forme grasse e rotonde, dondolantisi gravemente al venticello caldo, con la serietà di quando erano vivi. La luce incerta delle fiaccole profila stranamente le masse enormi della carne di vitello, carne rossa, sanguinolenta, dalla fibra lunga e piena di forza, dall'osso levigato, lucido, senza una macchia; ed illumina in pieno i porcellini bianchi, dalle linee quasi eleganti, tenero, succoso e prediletto pasto delle signore e dei preti. Si cammina sempre e non si vede che carne—ed allora quell'odore di macello fresco, quel sangue rosso-bruno che gocciola, quei colpi di coltello netti, decisi, vi cagionano la malinconia, il disgusto: il trionfo della materia piena, grassa, pesante, sfacciata, sorridente della sua morte che è una novella vita, provocante e nauseante, finisce per ischiacciarvi. Pensate a quel lusso, a quel ribocco, a quella esuberanza, a quell'enormezza con un senso di paura—e ricercate con ansietà impressioni più miti.

Allora entrano in campo gli erbaggi, le verdure, i frutti, la fauna vegetale, il tributo della campagna, l'offerta delle pianure e dei boschi. I monticelli dei broccoli verdi, il cui fiore sembra un merletto rilevato, guardano con disprezzo l'umile e piccola cicoria, raccolta in gruppetti, su cui brillano le gocce dell'acqua; i cavoli bianchi, grossi e serrati, pare che vogliano scoppiare dal loro involucro di foglie verde-chiaro, mentre quelli neri si confondono coll'oscurità, quasi desiderosi di solitudine. L'ondulazione dei lumi, il passaggio delle persone e dei carri, il getto improvviso di un razzo, l'ombra che sovraggiunge, danno a questo spettacolo qualche cosa di fantastico: le proporzioni s'ingrandiscono, il senso della realtà si perde e vi sembra di camminare in mezzo ai prati di maggiorana e di trifoglio, fra due siepi di verdura, mentre in fondo, come orizzonte, si accende la fiamma gialla di una piramide di aranci, ricordo dei tramonti siciliani. Vi giunge al cervello il profumo acuto delle mele, capace di ubbriacare; quello più dolce, quasi più vecchio, delle pere serbate per l'inverno, e l'effluvio sottile, leggiero ed esilarante dei mandarini; quando un odore più forte, più sano, li scaccia tutti per prenderne il posto e regnare solo.

Si entra nella dominazione del mare; nei cestellini frangiati di alighe, che somigliano ai capelli disciolti di una bella naiade morta, fremono, si contorcono, si annodano le anguille dai dorsi bruni, dalle pance smorte, mentre le ragoste, animali calmi e rassegnati, agitano lentamente le lunghe ed aguzze zampe. Le triglie rosee fanno un piccolo moto con le pinne per respirare, le ostriche schiudono un pochino la casuccia, ed i cannolicchi (soleni) scivolano fuori dal loro lungo astuccio, quasi vaghi di libertà. I merluzzi sono morti in una posizione disperata, mezzo contorti, con la coda sollevata, quasi avessero avuta una dolorosa agonia; altri pesci più dignitosi rimasero immobili e fieri, persuasi della loro sorte. Ed è un continuo spruzzare di acqua salata, un gridare di voci robuste, uscite da petti che hanno combattuto la tempesta; sono pescatori nervosi e bruni dalle gambe e dalle braccia denudate, che vi offrono allegramente la loro mercanzia: è il mare, il buon vecchio mare, il burbero benefico, l'eterno brontolone prodigo, che si è disfatto di un po' del suo tesoro molto volentieri, ed ha mandato il suo biglietto di visita grandioso in questa mostra colossale.—Andiamo, un sorriso ed un ricordo ai giocondi bagni estivi, alla freschezza delle onde, agli scogli coronati di spuma!

Ma la luce vivida del gas che si rinfrange nei lucidi e faccettati cristalli, nei fregi dorati, nelle pagliuzze d'argento, nei rasi vividi, vi attira lo sguardo sopra una vetrina, sopra due, tre vetrine. Sono i dolci con loro forme brevi, leggiadre, aggraziate, che sembrano fiori, frutta, cuori, farfalle; coi loro colori delicati, molli: il cristallino-roseo, il verde-opalino, il bianco-grigio, il violetto pallido, che si fondono, si armonizzano in una tavolozza di tinte sfumate e gradevoli all'occhio. Sono le spume morbide e fioccose che pare si debbano dileguare ad un soffio, le creme tremule, candide, giallette, i frutti gelati coperti di una trasparente pellicola argentina; le lucide cascate dei canditi, le gravi pesantezze dei mandorlati, il bruno cioccolatte sotto tutte le forme e tutti gli aspetti, le paste leggere, sgranate, che si liquefanno sotto il dente; i datteri imbottiti di pistacchio, unione nobilissima come quella del latte col miele: insomma la riunione di quanto vi è di più gentile, di più fine, di più elegante; le carezze della vista, del gusto e dell'odorato; il raffinato e lo squisito nella più completa loro manifestazione, il punto culminante di ogni più strano desiderio e la poesia più alta e più pura delle sensazioni, la fantasia diventata vita, l'ideale artistico realizzato, anzi il summum dell'arte.

È in questo sublime volo lirico, che finisce lo splendido inno dedicato dai napoletani alla decima musa: Gasterea!

Natale, 78.

ESTRATTO DELLO STATO CIVILE.

I gusti sono differenti. Vi è chi, leggendo il giornale, si diletta nei brillanti paradossi dell'articolo di fondo, seguendone mentalmente le evoluzioni: molti frequentano l'appendice, pianterreno lugubre e sanguinoso, dove si commettono, sera per sera, i più atroci delitti: alcuni scelgono la cronaca interna dove leggono importantissimi fatti avvenuti nell'Uraguay, a Capracotta o a Roccacannuccia; altri prediligono i telegrammi particolari, tanto particolari che talvolta i fili del telegrafo non ne hanno saputo nulla: non mancano, infine, gli amatori della quarta pagina. Ma vi è una rubrichetta modesta, non molto lunga, a caratteri piccini, ficcata come per misericordia in un angolo qualunque del giornale, spesso scorretta, spesso dissestata; ebbene, questa qui è letta da tutti, giovanotti, vecchi, fanciulle, spose, madri, insomma tutti. Persino gli uomini serii, quelli che vorrebbero far credere di non patire alcuna debolezza comune agli altri mortali, persino quelli vi danno un sbirciatina di nascosto, scorrendola in un battibaleno o fingendo di leggere gli Stefani. E mentre tutto il resto del giornale può forse riuscire indifferente, quell'angolo lì, nella sua umiltà e brevità, fa sempre una impressione: lascia un sorriso sulle labbra o una oscurità negli occhi. È l'estratto dello Stato Civile.

Sì, voi lo leggete assiduamente, o pallide zitellone dalle labbra sottili, provando un amaro piacere a dilatare la ferita nascosta del vostro cuore; ci è della gente che crede ancora alla vecchia istituzione del matrimonio e che intanto dimentica voi, che vi credereste tanto volentieri: voi volete sapere il nome e l'età di questa gente. Quando è molta, ci è il compenso che è di bassa qualità e potete fare un moto di sprezzo; quando è poca, avete la consolazione di dar la stura ai vostri commenti: qui è una coppia che potrebbe esser felice, diciotto e ventidue anni: sono troppo giovani per aver testa! Altrove la sposa si chiama Leonilda, nome capriccioso, sarà certo una civetta: compiangiamo il marito, poveretto! Questo qui è medico, professione che non corre più con le capsule Guyot ed il ferro dializzato Bravais: la moglie soffrirà gli stenti.—Guarda, guarda, la tale è giunta finalmente a gabbarne uno; sa il cielo con quali mezzi! E come, ha fatto scrivere solo trent'anni! Ma se ha avuto sempre cinque anni più di me, che ne ho….. ventotto! E chi sarà lo sposo? Povero imbecille, avrà la vita tribolata, è degno di compassione. Dopo un'oretta di insinuazioni più o meno benigne, di restrizioni mentali, di sottintesi poco caritatevoli e di riflessioni più o meno filosofiche, voi, vecchie zitelle, vi confortate nel pensiero che tutti i coniugati sono e saranno sempre infelici e che per nulla al mondo voi vorreste rinunziare alla vostra pace.

Invece la bionda fidanzata del bruno giovanotto, dopo che ha accompagnato sino alla porta il suo amore, raccomandandogli di venir presto la sera seguente, rientra e prende distrattamente il giornale tra le mani, leggendovi le nascite ed i matrimoni. Essa pensa: fra breve, quattro, sei mesi forse, il nome suo vi sarà insieme con quello di lui; gli amici li leggeranno sorridenti, gli estranei non ne sapranno nulla, ma vi sarà un tesoro d'affetto sotto quei nomi. Pensa ed arrossisce e si guarda d'attorno; chi sa qualcuno non le legga sulla fronte il pensiero; forse in un'epoca un po' più lontana, se Dio vuole….. una cifra di più nei nati, una cifra che per lei, madre, rappresenterà una testolina grande come un pugno, in una cuffiettina ricamata; una testolina che abbia già i capelli neri del papà e gli occhi azzurri della mammina. Allora, trasportata in questo sogno che è per diventare una realtà, la fanciulla si lascia cader il foglio di mano….. e si scorda di leggere il nome dei morti.

Ci sono i vecchi per leggerla, quella malinconica lista, ma non crediate che se ne dispiacciano. Vi è anzi una punta di egoistica soddisfazione per essi, nel vedere che i giovani robusti se ne vanno a dormire per sempre sotto la terra nera e che essi rimangono in piedi ancora, godendo i bei raggi del sole e respirando la vita. Se trovano un caso di lunga vita, tanto meglio: è una speranza per essi di raggiungere l'età del fortunato; se capita loro sotto gli occhi il nome di un amico d'infanzia, di un coetaneo, si compiacciono a narrarne la storia, o ricordarne i detti, gli atti, le virtù, i difetti: una parolina di compianto e tira via—i vecchi hanno già troppo pianto per aver più lagrime. Sibbene la madre del coscritto lontano, trema ed impallidisce, leggendo come ogni giorno un soldato muoia all'ospedale militare e compatisce le altre madri; sibbene l'ammalato si sente colpire quasi da una mano invisibile, quando vede la sua malattia abbattere un uomo alla sua età. Ed in ultimo ci è la turba dei curiosi, che cercano le notizie col fuscellino e sono fortunati se possono, in una riunione, uscire in queste parole: Ricordate la tale, quella bruttina? Ha preso marito. Ovvero: Ricordate il tale, quel galantuomo coi fiocchi? Se n'è andato di là…..

Per l'osservatore, che immensa fonte di studio è il modesto estratto dello Stato Civile! In esso cozzano, si urtano, si confondono, si danno la mano tutte le passioni umane, tutte le classi; tutti gli stati sociali vi sono svelati. Vi è il piccolo nato, che non ha padre e che comincia già a sentire il peso della sua posizione illegale, presso alla progenie nobilissima di principi; vi è il futuro cretino che porta il numero precedente a quello che sarà un futuro uomo di genio. È là che spira la fiducia profonda del popolo nella famiglia, la fede nel lavoro delle proprie braccia, il niuno timore dell'avvenire: nel popolo si sposano giovani, allegri, miserabili, senza dubbi e senza esitanze. È là che fa capolino la vanità innata, profonda, incurabile, la quale nel più bello o nel più brutto momento della vita, qual è il matrimonio, fa ricordare di scrivere il nome con tutti i titoli, prenomi e qualità—e si ammira il salto mortale che fa una fanciulla sulla età dello sposo, pur di avere vettura, dieci abiti all'anno da Parigi e il palco in prima dispari al S. Carlo. Si sorride vedendo il matrimonio del celibe, sinora impenitente, che si decide alla catena per trovare chi gli curi i reumatismi—e si vorrebbe sorridere, ma non si può, alle unioni calcolate, proposte, ventilate, stabilite per mezzo di confessori, avvocati, notai e vecchi amici di casa. La questione sociale monta su nel nome dell'operaio morto pel suo dannoso mestiere, e tutta la dolorosa ed artistica bohème vi appare in quel poeta che va a morire sopra un lettuccio dell'ospedale; la miseria, madrigna crudele degli uomini, è rappresentata dai suicidi crescenti. Quell'epopea scura della vita vi spaventa; quel riassunto breve, efficace e terribile, quella intiera esistenza che si annienta in un nome ed in una cifra, vi mette paura…..

Ah! no, se è vita, non può essere tutto fango, non può essere tutto nero; vi deve essere la nota ridente, la parte pura, l'ideale realizzato. Vi è tutta una giornata splendida e lucente: la nascita del fanciullino, alba rosea e tremolante di raggi, balbettìo di paradiso, qualche cosa di azzurro che diventa anima; il forte meriggio delle passioni nei calore soffocante del tropico, nell'amore completo e felice, nelle alte ebbrezze del dovere e della famiglia; ed in ultimo la morte aspettata, cioè il tramonto lento, sereno, pacato, per passare in una notte stellata.

PER LE FANCIULLE.

(a Lulù)

Queste tre rose, una di un bianco castamente appannato, l'altra di un dolcissimo giallo, e la terza cupamente rossa; queste tre rose che formavano un gruppo di un effetto stupendo e che appuntate sulle trecce cadenti, dietro l'orecchio, ad ogni giro più rapido del ballo fremevano quasi fiori vivi presi d'amore e lambivano il collo: queste tre rose bisogna posarle sulla fodera di carta velina della scatola. Questa pioggerella nevischiata di fiorellini bianchi, che sembravano ghiacciuoli sulla primavera della bionda testa, vada accanto alle rose; il lungo ramoscello di lilà, fiore poeticamente ammalato che ama mescolarsi nelle onde dei ricci mezzo disciolti e cadenti sulle spalle, terrà loro compagnia; insieme la camelia bianca, che il povero Emilio Praga diceva essere stata forse un cereo funerale; insieme la corona di fogliame morto, acuto desiderio del pallido autunno. E quanti altri fiori freschi ed artificiali, che vissero una giornata sola, che vollero morire fra i lumi, i sorrisi e gli amori! Ti ricordi, Lulù, come erano belli, come erano superbi nella loro umiltà, come raddoppiavano la forza dei loro profumi? E fra tutti, quei mughetti di quella famosa sera, come andarono a finire? È vero che dal loro posto naturale che era l'inquadratura del tuo corsage, passarono a fare una fine oscura ed ignorata in un portafoglino di cuoio, fra un biglietto di visita stemmato ed una cartina da venti franchi? Non mi rispondi? Preferisci chiudere la scatola, Lulù?

Ecco qui la fascia d'oro così lucida, così sfolgorante, che sembra un diadema reale; mandavi su un po' di fiato per appannarla, poi strofinala leggermente col fazzolettino di battista e riponila nel suo cassetto circolare di velluto grigio. Non prima però di aver inviato un sorriso a quella notte in cui ridesti tanto, in cui quindici cavalieri con un seguito di cretinismo perfetto, ti s'inchinarono esclamando: Con quel bandeau, una vera regina! E venti altri col solito inchino, ti dissero: Con quel cerchio una bellissima Adalgisa! Come era bello e stupido il ballerino del lancier, come ballava bene, quante sciocchezze diceva! E le fandonie di quel pallido e scarmigliato poeta, afflizione della società sofferente, dove le metti? Ebbe il coraggio di dire in versi troppo lunghi o troppo brevi, che le perle della tua collana erano lagrime di fanciulla tradita; mentre tu gli rispondevi in ottima prosa, che te le aveva donate la tua vecchia matrina, una contessa, vedova di tre mariti.

Dispiega per un momento e richiudi il tuo ventaglio dei balli: un ventaglio leggiero come una farfalla, roseo e velato di oro, dove in un angolo una ninfa in leggieri abiti bianchi si culla in una rete, mentre il venticello le solleva i capelli—è l'immagine del fresco che ti doveva procurare. Ma pur troppo, da tempo immemorabile le donne hanno preso il vezzo di far servire gli oggetti a mille scopi cui non sono destinati; da tempo immemorabile il ventaglio non serve a dar fresco. Serve piuttosto a nascondere il fulgore dei begli occhi, quando questi diventano troppo splendidi per coloro che li guardano; a nascondere il sorrisetto della bocca maliziosa, quando un'amica è troppo, troppo mal vestita; a nascondere il fremito delle mani nervose che vorrebbero spezzare qualche cosa; a nascondere un rossore….. che si ostina a non venire; per chiamare chi è lontano, per respingere chi si affretta troppo, per salutare, per parlare a bassa voce. Credi tu che il tuo ventaglio abbia eseguito queste manovre? Allora è tempo di dargli un po' di riposo: mettilo accanto al libro di raso azzurro e profumato ove chiudi i tuoi fazzolettini. Sono nuvolette di battista, leggiere, fine, ricamate, smerlate, con la iniziale del nome e la corona marchionale; queste cosette così sottili che piegate passerebbero in un anello, stettero fra un bottone e l'altro dell'abito, in una piega della gonna, in un angolo perduto della veste, perchè la moda ha abolito le tasche per le donne, riserbandole solo agli uomini, come è di regola; questi fazzolettini asciugarono lievemente le labbra dal gelato, dallo champagne e dallo zucchero candito di un marron glacé. Ne andò perduto uno, nevvero? Lo hai forse dimenticato? Non ne sai nulla e sorridi? Ho paura che ti burli di me; fammi leggere i tuoi engagements.

Rappresentano le schede dell'elezione, l'elenco dei nomi degli eletti; i consiglieri….. municipali del tuo cuore; facciamo il calcolo dei voti. Oh! pare che le operazioni dell'elezione non sieno andate perfettamente in regola, mia bella elettrice; trovo qualcuno che ha avuto troppi, ma troppi voti, mentre che per il resto vi sono grandissime dispersioni, sicchè nessun altro ha raggiunto il numero legale. Qui ci deve essere stato un blocco—ci è verso di annullare l'elezione? No? E allora parliamo di statistica. Sono dodici libriccini ed ognuno ha per lo meno otto balli; moltiplichiamo; ritroviamo il numero di giri di ogni ballo; moltiplichiamo, ritroviamo il numero dei passi di ogni giro. Moltiplichiamo; cioè no, non ne facciamo nulla. Si verrebbe a sapere che tu sei andata a piedi da Napoli a Milano, e ne sei ritornata; che avresti potuto salire sul Righi, o sul Monte Bianco; si verrebbe a sapere che hai superato, eroina ignota ai giornali, il capitano Salvi, il Bertaccini ed il comm. Sella, uno dei più attivi alpinisti. E dire che sono proprio quei piedini brevi ed inarcati, che hanno conquistata tanta gloria; e dire che non ne sono rimasti per nulla stanchi e che ricomincerebbero volentieri a guizzare! Gli stivalini di morbido raso bianco, dai piccoli bottoni, dalla fodera di seta, hanno sofferto poco; solo il tacco alto e svelto si è un po' piegato per la stanchezza; le scarpettine rosee con la violetta ricamata sulla punta che sembra una mandorla, non hanno alcuna avaria: quelle grige con la fibbia sul fianco, tempestata di turchesi, possono rendere ancora valorosi servigi. Per adesso non c'è altro da fare che rivolgere loro un caro saluto che equivalga ad un ringraziamento per la loro opera umile ma costante, pel lavoro assiduo e senza ricompensa che hanno compiuto; un saluto che equivalga ad un: Arrivederci per nuovi trionfi!

Perchè i trionfi ci sono stati ed il relativo bottino; sono premii guadagnati nel cotillon, sono sciarpe di garza leggiera, un braccialetto di argento bruciato, due o tre piccole bomboniere, una farfalla dalle ali splendide di verdemare, una ricca decorazione di cui egli, diplomatico dell'avvenire, si spogliò volenteroso per deporla nelle tue mani, come vi deporrà quelle sul serio, un brano di merletto strappato allegramente, un nastro di color fuoco, ed in ultimo i cuori innamorati di quattro o cinque giovanotti biondi o bruni. Sono tutte cose belle, care, giovani, ridenti, liete, gioconde; sono echi risuonanti di risa, sono ricordi lievi di sguardi saettanti, sono brividi che si rinnovellano come se ne ripresenta la rimembranza. La sola rimembranza: perchè siamo in quaresima, cara.

Qui ti vorrei fare la solita predica del mercoledì fatale. Vorrei dirti che bisogna smorzare il lampo degli occhi, non sorridere che raramente ed anche con una certa gravità, chiudere l'abito sino al collo, abbassare le maniche sino ai polsi, nascondere la nuda pompa dei capelli, fare la penitenza, cioè, farla fare ai tuoi ammiratori; qui c'incastrerebbe benissimo l'idea della cenere e del sacco se non fosse molto vecchia e molto detta; farebbe bella figura da sè il paradiso che si deve conquistare per tornarlo a perdere nel carnevale dell'anno venturo; ci vorrebbe una toccatina d'incenso, un ricordo di ascetismo, qualche citazione latina che abbaglia sempre chi comprende e chi no, qualche riflessione malinconica, qualche pizzico di poetico misticismo, qualche lagrima di Lamartine, qualche esclamazione dell'impaziente Giobbe, qualche versetto di quell'ipocritone di Davide; insomma quello che corre di questi giorni. Se apri un qualunque giornale, troverai la miscela detta di sopra, con qualche ingrediente di più o di meno; pure io potrei apprestartela specialmente per la tua pronta conversione. Solamente mi viene un sospetto: che tanto io, quanto gli innumerevoli scribacchini che un perfido destino creò per la disperazione dei contribuenti italiani, non abbiamo a perdere la fatica della copia conforme. Hai un volto troppo ridente, Lulù, per darci ascolto; tu pensi certo qualche cosa. Scommetti, che l'indovino?

Tu pensi che se è trascorso il mese delle feste, dura ancora l'epoca della lieta tua festa, la gioventù; pensi che dodici balli non hanno sciupato l'inesauribile tesoro del tuo vigore e della tua gioia; ti senti nel core, nella mente, nell'equilibrio delle facoltà morali con le potenze fisiche, il desiderio della vita piena e completa. Non pensi alla quaresima, fanciulla impenitente; forse che essa ti cambia, forse che essa lo cambia, forse che in questi giorni non siete sempre quelli dei giorni passati? È vero, tu devi dare un addio ai fiori, alle stoffe, ai veli, alle garze; ma vi è modo di piacere anche con un abito di seta nera ed un colletto di merletto bianco—perchè la quaresima non ha influenza sugli occhi belli, sulle labbra fresche e rosse, sul corpo snello. È venuta la quaresima, epoca di ascetismo e di malinconia; ma tu stai troppo bene per soffrire di ascetismo, e la gioventù, con miracolo eterno, si rinnovella nel riso: ecco giunge la primavera leggiadra con le sue promesse; e dopo, il caldo estate con la felicità del mare che ti chiama, e poi l'autunno con le gaie escursioni in villa, e poi l'inverno coi balli, daccapo, per allietarsi, per sorridere, per amare! Se pensi tutto questo, ti annunzio che hai ragione, Lulù.

APPARENZE.

Il faut, en géneral, se méfier de ces natures phthysiques, l'amour et la jalousie leurs donnent des nerfs d'acier.

MURGER: m.me Olympie

Fosse pure la musica vergata da una mano divina, fosse pure eseguita dagli artisti con la voce e col cuore, viene un'ora che nel teatro si prova la noia e il disgusto, La mente rimane fredda e scettica, l'anima non si lascia più trasportare, la riflessione analizza, distrugge e sogghigna: le arcate maestose, le ombrie dei giardini sono di cartone dipinto; quei due che si amano gorgheggiando o strillando, sono ridicoli; le coriste, le nobili damigelle, sono brutte, vecchie e stupide: tutto è falso, convenzionale. Le illusioni, sieno anche quelle ottiche, sono svanite; invano si chiama in aiuto la forte potenza dell'astrazione, invano si cerca un impulso, un impeto di entusiasmo: il senso della realtà è ostinato, ha tutto invaso. Ma coloro la cui vita è fantasia, i sognatori, i reveurs, gli ammalati di pensiero, gli assetati di poesia, si ribellano e quando la scena non dà più loro il dramma, lo ricercano altrove, in un angolo qualunque del teatro; sono come Archimede: per sollevare il mondo della loro immaginazione hanno bisogno di un punto solo.

* * *

Non posso dimenticare quelle due donne: quando apro gli occhi nella oscurità, mille fiammelle la diradano, una confusione di colori gira, turbina, si urta, poi si mette a posto, si armonizza ed esse compaiono su quel fondo, vive e parlanti. Erano due tipi così spiccati, così opposti, così personali, così profondamente impressi nella loro materia di carne e di nervi, così completi nell'idea che ciascuno rappresentava, da sembrare che l'artefice creatore le avesse ritoccate con un unico concetto sino all'ultima linea. E per quella legge costante che vuole inseparate le umane contraddizioni, che regola l'attrazione delle forze contrarie, che riunisce i poli con una linea fantastica, che presenta sempre due pensieri opposti, era fatalmente necessario che quelle due donne vivessero insieme, l'una di fronte all'altra, l'una reazione dell'altra.

La prima sembrava una madonnina di Carlino Dolci, il soave pittore che ha incarnato nei quadri il suo nome. Era una figura esile, molto esile; i capelli biondissimi, ma di un biondo morbido, quasi timido, di cui si presentiva la dolcezza sotto la carezza della mano e il tocco delle labbra; il volto magro, lunghetto, malaticcio, di un pallore finissimo, quasi trasparente come un cereo; socchiusi i bruni occhi sotto la frangia dorata delle palpebre, sottolineati da quelle occhiaie nero-violacee che fanno pena al cuore; sottili, vivide, aride, quasi abbruciate le labbra; il collo, le spalle, le braccia scarne e consumate; abbandonata e languente tutta la persona: dappertutto le traccie della febbre e del decadimento. Pure era vestita con quell'arte speciale della donna che tenta tutt'i mezzi per nascondere la verità: l'abito di raso bianco serviva ad ingrandirne alquanto la figura; sul collo cadevano ad onde i bei capelli per celarne la magrezza; sulle spalle denudate si aggruppavano fiotti di velo bianco e di merletti, conoscendo ella il valore immenso delle trasparenze che correggono i contorni meschini, mettendoli quasi in una nuvola; la manica scendeva sino al gomito e lo avambraccio, piccolo come quello di una fanciullina, era ricoperto di braccialetti; le affusolate dita delle manine erano zeppe di anelli, quasi ad ingannare la gente sulla loro apparenza; tutta la persona rimaneva in una penombra amica e discreta, in un atteggiamento stanco. Ma la stessa cura che ella prendeva per dissimulare il suo stato, muoveva maggiormente la pietà e non illudeva nessuno: quella donna era ammalata; ammalata d'amore, di quella lenta febbre che non ha posa, che non ha requie, che infiamma il cuore ed agghiaccia le mani, che divora il sangue e fa impallidire per sempre il viso, che mina il corpo sordamente, senza compassione, di ora in ora, di minuto in minuto. Era ammalata, buona, delicata, squisitamente sensibile ed innamorata; lo sguardo vagava errante, indeciso, ricercando qualcuno forse; sul petto due rose bianche e profumate si appassivano, morenti anch'esse di febbre e di amore.

L'altra, perfettamente in luce, sorgeva come una splendida manifestazione di bellezza. Sul capo altiero si attorcigliavano le masse nere dei capelli, lasciando libera una fronte audace; l'arco dei sopraccigli, tracciato nettamente, si distendeva su due occhi scintillanti; il colore lionato della pupilla era circondato da un cerchio gialliccio, bronzo circondato di oro, ma oro vivente, bronzo animato; il profilo severo, purissimo, era corretto dalla rosea trasparenza delle nari; le labbra schiuse come un frutto di melagrano, si rialzavano lievemente agli angoli con quel sorriso perenne delle figure perfette; il collo pieno, con un battito provocante di vita; il busto scultorio, un braccio modellato con vigore, delicato nell'attaccatura della spalla e del polso, terminato da una mano aristocratica. Vestita di velluto nero, scollata in quadrato, con una puntina di merletto bianco, senza maniche, come esige la moda, senza un nastro, senza un gioiello, ella pareva sollevarsi, slanciarsi candida e sorridente dal fondo bruno di un quadro: si sollevava, l'ho detto, come una superba emanazione di grazia, di beltà, di salute. Vi era in lei quella calma cosciente dei lineamenti che dev'essere la soddisfazione della forma in ammirazione di sè stessa; quella serenità immutabile, plastica, superiore, che è l'unico segno di vita nelle statue greche: anche a volerlo fare apposta, quella donna non si sarebbe potuta rendere meno perfetta. Sembrava che nè il tempo nè l'amore avessero potuto turbare, guastare quell'aspetto mirabile; ella era così sicura, così imperturbata, che finiva per irritare: si provava lo strano desiderio di vederla un po' rovinata, come si desidera talvolta di rompere una statuina di valore. Poi doveva essere cattiva: quando si rivolgeva alla sua bionda e pallida compagna, la guardava con certi occhi duri e scrutatori, quasi avesse voluto strapparle dall'anima un pensiero nascosto: il labbro inferiore si avanzava con disdegno. Con quel lusso di vita e di salute pareva che volesse insultare, schiacciare la biondina sofferente, che le rispondeva dolcemente, sforzandosi di sorriderle. Io pensai che qualche dramma intimo dovesse svolgersi fra quelle due donne.

* * *

La porta del palco si schiuse, un giovane entrò: tutte due si turbarono. La bruna arrossì un poco, la bionda alzò uno sguardo lento e profondo su colui che entrava. Era un giovane sulla trentina, alto, simpatico, sciupato ed interessante nel volto; salutò quasi sbadatamente l'ammalata e sedette presso la bruna, impegnando con lei un'animata e vivace conversazione. La donna interrogava, alzava il dito con una graziosa aria di minaccia, sorrideva, arrivò sino a battergli sul braccio col manico del ventaglio; l'uomo s'inchinava, cercava difendersi, faceva dei complimenti; per istanti un'ombra d'inquietudine gli si disegnava sul viso, pure la discacciava e continuava il discorso con molta disinvoltura: quei due obbliavano affatto la presenza della loro compagna. Ma essa li guardava a lungo, avvolgendoli nel fluido dei suoi occhi magnetici, li guardava senza dir motto, ma doveva soffrir molto; le occhiaie pareva che crescessero sempre più, fremevano lievemente le nari con un movimento impercettibile, tremava la mano abbandonata sul velluto rosso del davanzale, le labbra si stringevano; il viso, senza colorirsi, ardeva nel suo pallore.

Rivali dunque. Luisa—immaginai si chiamasse con questo nome gentile la bionda—amava quell'uomo con tutte le forze del suo cuore infermo e la sua bellissima amica glielo aveva preso o voleva prenderselo.

Era uno spettacolo dolorosamente ingiusto: da una parte la salute, la felicità, la bellezza, cioè una di quelle donne senza cuore e senza testa, che fanno il male senza pensarvi prima e senza pentirsene dopo, fredde trionfatoci, feroci ed egoiste, ebbre di vanità, liete di vincere un uomo, solo perchè, vincendolo, feriscono un'altra donna; dall'altra parte Luisa, cioè l'ideale realizzato della dolcezza e della bontà, ammalata, quasi distrutta dalla sua passione, umiliata da quella gloriosa rivale, incapace di lottare, incapace di vincere, Luisa che se ne moriva di quell'amore, di quel disprezzo: in mezzo un uomo affettuoso, ma debole, capace forse di due amori, trascinato senza dubbio da una corrente fatale. Era questo il dramma, il dramma intimo di quelle tre persone: difatti nel palco la bruna raddoppiava i suoi sorrisi che diventavano quasi ironici, moltiplicava le cortesie che erano esagerate, si dava in spettacolo, il giovane era perplesso, inquieto; Luisa si mordeva le labbra e vi accostava spesso il fazzoletto, o nascondeva il volto nel suo bouquet di vaniglia—e quando la Wanda Miller scoppiò nella frase meravigliosa del duetto d'amore dell'Africana: Sarò gelosa, gelosa, gelosa, gli occhi della bionda mandarono tale un lampo di gelosia da far tremare i due colpevoli.

* * *

—Dunque la scrivete questa storia?—mi chiese il mio vicino di destra, un amico, un artista, che m'indovinava.

—Perchè no?

—La sapete almeno?

—Me la immagino.

—Non ve la immaginate. Un anno fa quei due sposi si adoravano, si erano presi per amore: bellissima la moglie, intelligente il marito, una coppia eccezionale. Ebbene, ci si mette in mezzo quella palliduccia lì, ricca di languori, sempre moribonda, piena di profumi irritanti, di graziette malaticcie, di veli bianchi, di nastri azzurri e di capelli biondi. Il marito abbandona quella splendida e buona creatura che è sua moglie, per quell'ombra di donna; la moglie lo sa, ma finge per decoro e si rode internamente; egli esita, si tormenta, vuole uccidersi, non ne ha il coraggio, ama la bionda, rispetta ed ammira sua moglie: è infelicissimo. La causa di tutto questo scompiglio ne sorride soavemente: si chiama Tecla, un nome duro; pare ammalata, ma non lo è: quello è il suo stato normale, la sua natura; con le sue delicatezze, con le sue sensibilità, vive meglio di chi sta sanissimo: è assai forte, anzi gode di tormentare le persone belle e vigorose. Per questo ha irretito il giovane che sta là, per questo tortura quei due con una gelosia nascosta ed esigentissima. La scrivete questa storia?

—No, non la scrivo—risposi.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Li rividi sullo scalone. Avanti venivano la Tecla e il marito della bruna. La bionda scendeva lentamente, avvolta nelle sue bianche pelliccie come un uccellino sofferente, stanca, abbattuta, reggendosi al braccio di lui: vi si appoggiava con molle abbandono, ma aveva incrociate le mani, quasi per non lasciarselo sfuggire. Lo guardava di sotto in su, con occhiate lunghe, parlandogli a bassa voce, affascinandolo: vi era nel suo lieve sorriso, nell'atto della testolina cadente, nello strascico lunghissimo di raso bianco un'aria di conquista: essa si portava via quell'uomo come un bottino. Dietro, sola, altiera, avvolta maestosamente nelle pieghe del suo mantello rosso, veniva la bruna; nulla si leggeva nelle linee del bellissimo volto; ella non dava segno di dolore o di sdegno: chiusa in sè, nella forte e coraggiosa anima sua, non chiedeva compassione.

GIORNATA.

Egli—egli significa un mio amico che si chiama Augusto, ma potrebbe significare uno, due, cinque, mille fra i miei carissimi lettori—egli la sera aveva chiuse ermeticamente le imposte, perchè la mattina gli piaceva dormire sul tardi. Pare uno spiraglio ci era rimasto, cioè una sottile e lunga striscia di un azzurro sbiadito che stava là, luminosa e sorridente; egli si voltò dall'altro lato per non vederla, ma scorse sul muro riflessa una colonnina di luce; chiuse gli occhi per riaddormentarsi, ma l'azzurrino sbiadito e la luce sorridente gli ballavano nel cervello. Si alzò volendo essere furioso e si ritrovò, con suo dispetto, di umore buonissimo, anzi si sorprese a canticchiare un'arietta della Mignon: quella doveva essere per lui la giornata delle meraviglie. Era scapolo e quindi faceva colazione in casa: nella unione molto morganatica del latte col caffè, egli notò, come un fatto nuovissimo, che il latte aveva un sapore autentico, anzi odorava del buon odore di timo; sopra una sedia giaceva un grosso mucchio di biancheria ed un fascio di fiori. S'intende che non era uscito dalla bottega di Lamarra, ma lì, su quel bianco, faceva allegria: erano viole-ciocche di quelle rosse e di quelle gialle, poi erba-menta, cedratina, maggiorana ed un ramoscello di ruta: Luisella, una bruna e forte Nausicaa del Vomere, aveva portato la biancheria e i fiori. Allora ad Augusto venne in mente la sua meschina, impolverata ed ammalata flora del salottino—ed andatovi, si fece a scostare il musco secco e trasportò le pianticelle fuori al balcone; vi si trattenne un minuto a guardare l'animazione della strada, poi rientrò perchè doveva mettersi al lavoro.

Tutto era pronto sullo scrittoio, val dire l'occorrente come nelle commedie: la carta candida, rasata, aveva un'aria ingenuamente civettuola, l'inchiostro era nero di pensieri, una puntina nuova e lucida brillava nella penna favorita: erano soddisfatte tutte le piccole superstizioni artistiche. Augusto alzò gli occhi sul calendario, lesse un proverbio rovinato e la nota di un pranzo immaginario ed inutile; scrisse una frase, rialzò gli occhi e si pose a guardare il ritratto….. un ritratto appiccato al muro; quando li riabbassò, la frase non andava più bene e la cancellò. Macchinalmente si alzò, andò fuori al balcone, vi stette un momento e tornò a sedere; ma si trovò seduto di traverso e pel balcone aperto si vedeva un quadrato di cielo sereno, un muro grigiastro illuminato dal sole ed il campanile dello Spirito Santo, i cui mattoni di maiolica gialla e bleue scintillavano; in fondo alla camera la serva aveva spalancato l'armadio, ne tirava fuori certi soprabiti e li spolverava. Insomma Augusto non poteva lavorare, non poteva, senza saperne il perchè; cedeva ad un influsso ignoto, ad una pigrizia insolita,—mentre fu lestissimo a vestirsi e ad infilare l'uscio.

Per la strada tanta gente, tutte le donne belle: era la loro giornata; perchè, a chi nol sapesse, a Napoli ci sono i giorni fasti in cui escono tutte le bellezzine ed i nefasti in cui sbucano le….. altre: le donnine avevano una certa aria più seducente del solito, forse una migliore acconciatura, un velo punteggiato d'oro, un nastro roseo, chi sa! Poi tanti amici, per lo più tutti allegri e loquaci: uno disse ad Augusto di aver fittata una bellissima casa, che l'avrebbe mobiliata così e così, che vi darebbe delle feste e lui rimaneva invitato, s'intende; un altro, che finalmente avrebbe sposato la Concettina, ed Augusto a congratularsi; un terzo, che si era deciso per la carriera diplomatica con speranza di riuscita, ed Augusto ad incoraggiare; un quarto, che voleva scrivere una commedia, sicuro, una commedia da sbalordire e capace di dare una spinta energica al teatro drammatico italiano, ed Augusto augurii. Tutti hanno progetti, pensava egli, tutti sperano in un esito favorevole, ed io? E si mise a fantasticare sopra un lavoro serio che voleva dar fuori, sopra un viaggio, che doveva fare, su certi studii critici che voleva compiere, e camminava leggiero leggiero, salutando, sorridendo, soffermandosi, guardando le vetrine luccicanti e promettenti, sbirciando i bei visini, sino a che un grande vuoto nello stomaco lo avvertì dell'ora del pranzo.

Al pranzo altre novità: certi pisellini piccini e graziosetti vi fecero una timida apparizione ed alla fine, invece degl'immancabili, fedelissimi, gialli ed itterici aranci, si vide un po' di fragole; vederle solo però, che si potevano contare sulle dieci dita, Nè Augusto si ribellò al nuovo ordine di cose, anzi pacificamente prese il caffè, pose i giornali sotto il braccio e andò a leggerli nello studiolo. Pure, malgrado le attrattive più o meno autentiche delle parti letterarie, l'amico era distratto e poco capiva di quello che leggeva: dalla strada gli giungevano troppe voci. Era quella cantilena lunga, dolce e lamentosa del ragazzo che, deposto per terra il suo canestro, dice alla gente i meriti dei limoni che smercia; il grido sottile ed acuto della fanciulla che vende le pianticine di rose ed i garofani ancora in bocciuolo; la voce stentorea degli strilloni che annunziano essere uscita la tal cosa e la tal'altra e la tal'altra ancora.

Ed il crepuscolo scendeva lento e dolce come mai non era stato, scendeva senza la tetra malinconia dei brevi giorni invernali; nella strada il movimento cresceva invece di diminuire, le campane si chiamavano e si rispondevano allegramente, perchè era l'epoca delle feste gaie: Santa Matilde, una buona regina che si mortificava lietamente, mettendo dei sassolini negli stivaletti da ballo. Santa Matilde, cioè il genetliaco del re; San Giuseppe, grande e buon protettore delle ciambelle bionde e delle fanciulle bionde o brune; l'Annunciata, una festa poetica e misteriosa; Pasqua, l'idea della nuova nascita che combatte la morte, la migliore delle feste, e nella luce rosea, dorata, infiammata, violetta, grigia, azzurro-cupa del tramonto e della sera, Augusto sorrideva allo scampanío giocondo, sorrideva ai lumi che si accendevano senza che se ne vedesse la mano; si sentiva libero e fresco di corpo, respirava a larghe boccate come se da lungo tempo ne avesse perduto l'abitudine, il sangue se lo sentiva scorrere vivo e giovane per le vene: era contento di sè e del mondo, senza saperne il perchè e noncurante di saperlo.

La sera, quando uscì per andare a teatro, incontrò ancora moltissima gente che passeggiava; alcune fanciulle più ardite avevano abolito il cappuccio di lana bianca ed inalberavano il cappellino della mattina; molti di quegli abiti maschili, informi, sgraziati, mostruosi, che si chiamano passamontagne, erano scomparsi: l'aria era buona. Al teatro non molta gente, lo spettacolo ottimo. Augusto si trovava pieno d'indulgenza, applaudì molto spesso; ma guardando nei palchi, lo colpì qualche cosa di strano, una curiosa combinazione senza dubbio. In uno due sposi novelli, lo si sarebbe scorto cento miglia lontano; daccanto due fidanzati, invigilati da una madre e da uno zio; più in là una fanciulla che fissava, fissata, un giovanotto della platea; altrove una moglie, un marito e il relativo amico del marito: la metà degli eleganti abbuonati delle poltrone che occhieggiavano coi palchi: amore dappertutto ed in tutte le forme.

Qui Augusto provò una stretta al cuore; era provveduto di una discreta dose di scetticismo, aveva cento volte messo in caricatura i giuramenti, le promesse, i sentimentalismi morbosi e le passioncelle proibite; si era atteggiato a spirito forte, ad uomo di esperienza, ma quella sera lo scetticismo era svanito e lo spirito più o meno forte gli era corso dietro. Si sentiva triste in mezzo a tanto amore di cui non gli toccava neppure un bricciolo, si sentì solo, povero, abbandonato, indifferente a tutti. Lo aveva voluto lui, del resto: per quale ragione si era rotto con la Giannina che lo amava tanto, che era così carina, così buonina? Era stato crudele con lei la settimana prima, l'aveva tormentata abbastanza, troppo, povera donna—ed ora per castigo gli toccava guardare gli altri e rimanersene a bocca asciutta. Fosse stata là, in quel momento, la Giannina, avrebbe voluto caderle alle ginocchia e chiederle perdono, purchè lo volesse amare ancora un poco. Ma domani, domani….. andare da lei e scacciare il grosso nuvolone e rivederne il contento e fare una gita insieme…..

E tra le fantasie ardenti del suo cervello, passò due ore della notte a guardare le stelle, a parlar loro, egli che si era sempre burlato degli amanti e dei poeti stellaiuoli; ma che volete, aveva nell'anima una ricchezza, un rigoglio di vita e di affetto che fugava ogni ironia. Mille idee belle, nuove, ridenti, gli nasceano nel cervello, mille creazioni gli apparivano, l'attività della mente aumentava, si raddoppiava; avrebbe voluto lavorare, scrivere, che i giorni fossero di quarantott'ore, che la lena non gli venisse mai meno, che le mani fossero instancabili….. e lontano, lontano, la Giannina che sorrideva e si voleva nascondere e intanto lo chiamava cogli occhi….. e lontano, lontano, un orizzonte sereno e fiori e musiche e mare scintillante al sole e notti chiarissime…..

Portò a casa i suoi sogni, le sue fantasie, il suo bisogno di agire, di operare; volle mettersi al lavoro. Pure gli ronzava pel capo una domanda, che gli spiegasse i piccoli e grandi misteri di quella giornata: il latte profumato, i fiori, le frutta, la gente allegra, le voci della piazza, il crepuscolo, il benessere, la nuova vita, l'amore, il bisogno di amare e di sognare. Alzò gli occhi e lesse appiedi del piccolo calendario: Equinozio di primavera.

—Dunque sogniamo ed amiamo—disse tra sè, quietandosi.

LA MOGLIE DI UN GRAND'UOMO

Vi era una volta una fanciulla—ohimè! quante ve ne furono e quante ve ne sono!—una fanciulla che doveva pacificamente sposare un giovanotto. Costui era un bravo ragazzo, negoziante all'ingrosso di spirito e di zucchero: i suoi buoni amici dicevano che del primo non gliene rimaneva mai in deposito e del secondo troppo, volendo significare, con una ignobile freddura, che era buono e stupido. Viceversa, la fanciulla aveva un professore di lingua italiana che la dichiarava un ingegnaccio; ella leggeva romanzi e parti letterarie di giornali illetterati assisteva a conferenze scientifiche, storiche e poetiche, spiegava sciarade, era immancabile alle prime rappresentazioni, prendeva viva parte alle discussioni critiche ed inutili che ne scaturivano: insomma una fanciulla moderna, una fanciulla superiore. Qui si comprende che prima di diventar tale, il suo matrimonio col negoziante di zucchero e spirito poteva sembrar logico, ma giunta che fu la superiorità si cambiava in una proposizione assurda: poichè ogni fanciulla superiore che si rispetta, deve sposare un uomo illustre o morire zitella. I genitori che amavano molto la loro figliuola, si persuasero di questa profonda verità e licenziarono il fidanzato: egli pianse per un'ora, si disperò per tre giorni, fu malinconico per una settimana e finì per isposare la figliuola di un negoziante in legname. La storia non aggiunge se ebbero lunga prole, ma all'onesto lettore è lecito supporlo.

Intanto la fanciulla cercava il suo uomo illustre e dopo molte difficoltà, ne ritrovò uno; difficoltà, non già per la scarsezza del genere, perchè a sentire i contemporanei siamo nell'epoca delle grandezze,—ma ella ne voleva una vera, autentica, bella e buona. Quello che scelse era, come al solito, sorto dal nulla, perchè una celebrità che si permettesse di sorgere da qualche cosa di diverso dal nulla, sarebbe una falsa celebrità; aveva combattuto con la miseria, la fame ed il freddo, gioconda compagnia della sua giovinezza: come molti altri entrò in carriera per la porta piccola del giornalismo e portandovi due qualità opposte, la pazienza e l'ardire, riuscì a conquistare un nome ed un posto nella schiera militante. Poi gli si volsero sempre favorevoli gli eventi, per lui accaddero miracoli inauditi; gli editori pagavano, i suoi libri arrivavano alla sesta edizione, la critica lo carezzava, la gloria gli cascava addosso sua vita natural durante. Tentò la politica, questo grande spegnitoio delle intelligenze artistiche, e fu tanto fortunato da uscirne vivo e vincitore. Quando una sua interpellanza era annunziata, il ministero faceva l'esame di coscienza, gli avversarii affilavano i ferruzzi delle risposte, le tribune si affollavano di ascoltanti; un portafoglio gli era stato offerto, aveva avuto lo spirito di rifiutarlo. Gli giungevano onorificenze, gradi, titoli, croci da tutte le parti: egli accettava tutto con serenità olimpica e rimaneva un uomo illustre, osservato, studiato discusso, commentato e sempre applaudito dal pubblico.

Come la fanciulla potè vederlo, conoscerlo, portarselo in casa, persuadere i parenti, sarebbe lunghissimo il narrare: giorno per giorno, per la parola matrimonio, si disperdono nell'oceano della vita torrenti di diplomazia femminile. Al certo non fu lieve impresa fare la conquista di quell'eterno trionfatore, perchè egli si amava troppo per amar molto qualcun altro; ma la giovinetta era ricca, bella, elegante; sapeva a memoria i libri di lui e ne recitava qualche brano con un grazioso sorriso di ammirazione; era in un'adorazione perpetua degli atti, delle parole del grand'uomo; i genitori con la loro adorazione pareano chiedere umilmente l'onore di tanto parentado; lo adoravano gli amici di casa, lo adoravano i servi: egli si inebbriò di quell'incenso, si commosse allo spettacolo di tanta brava gente ai suoi piedi; scese dal trono della sua grandezza e si lasciò strappare un benevolo consenso.

Un'adorazione meritata: pensava la sposina. Un uomo di genio nulla ha di simigliante con la turba degli altri esseri piccoli e comuni: egli vive in una sfera elevata, circonfusa di luce. Il portamento altero della testa con la noncurante disinvoltura della persona; lo sguardo ora fisso sulla terra, ora perduto nel cielo, sempre profondo; la sprezzatura artistica dei capelli, il solco della fronte, il senso di mistero dei vari sorrisi, la piega ironica del labbro, tutto rivela la razza degli eletti. Nessuno come lui sa entrare in un salone, inchinarsi, richiamare su di sè tutti gli sguardi, essere il centro dell'attenzione, dominare tutta la riunione. Tutto quello che egli dice ha un senso riposto che talvolta sfugge ai profani; spesso egli dice delle cose molto semplici, che ognuno sa, ma v'imprime un suggello d'originalità elegante; la sorridente modestia con cui parla di sè stesso, la bonomia con cui accoglie i giovani principianti, quella velatura di disprezzo, con cui tratta gli avversari, la calma con cui affronta la discussione ed il subitaneo scoppio dell'idea sono tutte cose che completano la sua grandezza! Egli ha la singolare potenza di dare un aspetto poetico anche ai nostri prosaici abiti moderni: il petto della camicia sembra nebuloso, i guanti hanno una tinta, soave ed indefinibile, lo stesso frack acquista delle linee artistiche—viene la voglia di chiedere se quest'uomo pranzi, beva e dorma come il resto dell'umanità. Come deve essere sublime nel momento dell'ispirazione! E nell'amore. Essere la moglie di quest'uomo, portare il suo nome, possedere il suo cuore, dividere la sua gloria: ecco la felicità delle felicità.

* * *

Distacco alcune noterelle dal giornale della giovane sposa.

…. Viaggio bellissimo. Guglielmo a Roma mi ha parlato delle antichità romane, a Firenze delle repubbliche italiane, a Bologna dell'Università, dappertutto di arte e di estetica. In un viaggio di nozze…

…. Gli amici di Guglielmo finiranno per irritarmi. Lo circondano sempre, lo assediano, non me lo lasciano un sol momento; con me poi, o m'inganno o usano una cert'aria compassionevole che mi dà sui nervi. Ce ne è uno specialmente che quando va via, non manca mai di dirmi: «Vi raccomando il grand'uomo.» E l'altro giorno, mi disse con un tôno sentimentale: «Fatelo felice, signora, fatelo felice, perchè la storia ve ne chiederà stretto conto!» Domando io se la storia deve ficcare il naso in certe cose!

…. Siamo a casa. Guglielmo ha quattro librerie, moltissimi libri che sono ammirati dai visitatori, ma egli non legge mai. Io credeva che studiasse almeno otto ore al giorno; mi ingannavo, avrà studiato prima.

…. Orribile, orribile! Egli porta un berretto da notte con un fiocco rosa, col pretesto di conservare l'arricciatura dei capelli!

…. Egli restava ore intiere nel suo gabinetto da toilette e ciò stuzzicava la mia curiosità,—ammesso che marito e moglie sono la stessa cosa, non vi è indiscrezione a vedere che cosa fa l'altra metà di sè stesso; ho posto l'occhio al buco della serratura. Egli studia davanti allo specchio; gli ho visto provare una dozzina di sorrisi ed otto pose diverse….

…. Nei momenti d'ispirazione mio marito somiglia tal quale uno stupido. E guai ad entrare allora in camera sua! È scortese, ineducato, vi manda via con superbe parole!

…. Egli pranza benissimo. Vuole sempre dei grandi pezzi di carne sanguinolenta che gli danno l'aria di un cannibale che squarta un cristiano. Venitemi un'altra volta a discorrere dell'ambrosia dei poeti!

…. Sono otto giorni che mio marito passeggia per la casa, declamando il discorso che improvviserà alla Camera. Non andrò a sentirlo; a momenti lo pronunzio io il discorso, tante volte l'ho inteso ripetere.

…. Il segretario di mio marito!….

…. Questa politica mi obbliga a fare moltissime cose che mi dispiacciono. Adesso sono obbligata a far visita alla signora Zeta, una donnina gentile, troppo gentile; taci lingua, che ti darò un biscotto! Lo so, noi siamo esseri deboli, ma almeno salvare le apparenze! Ed è moglie di un uomo politico; non ha dunque imparato nulla alla scuola di suo marito?

…. Sono furiosa. Guglielmo riceve delle lettere amorose da signore incognite che lo amano nei suoi libri; quando gli ho fatta una scena, mi ha risposto con la sua solita freddezza: «Cara mia, sposandomi dovevate saperlo, sono gli incerti della posizione!» Me li chiama incerti! Una di queste sfrontate gli scrive: Sono sicura che vostra moglie non comprende la vostra grandezza. Vorrei che questa signorina lo vedesse col suo berretto da notte!

…. Il segretario di mio marito!….

…. Guglielmo fa una corte assidua alla moglie dell'ambasciatore. Se gli dite nulla, vi risponde che è per ragion politica; anzi l'altro giorno mi raccomandò di lasciarmela fare dall'ambasciatore marito: così le potenze rimangono in equilibrio e la pace Europea è assicurata. Non già che mi dispiaccia mettere nella lista mia anche l'ambasciatore—ma egli è così noioso, così noioso….

…. Guglielmo non può accompagnarmi ai bagni. Va a fare un viaggio diplomatico, dove non posso andare anche io. Pazienza, mi rassegnerò….

…. Grandi uomini….. Ammirarli sì, sposarli mai.

TRILOGIA.

Nella sala fulgida di lumi, piena di morbidi fruscii e di amabili susurri, egli la guardava di lontano ed ella sentiva turbarsi sotto quello sguardo. Ella era entrata in quel ballo come in tanti altri, splendida nel suo lunghissimo abito di verde-opalino, splendida e bianca sotto la corona di foglie verdi, umide di rugiada, che era rugiada di brillanti, splendida nella noncurante indifferenza che era la salda armatura del suo cuore: ora lo sguardo di quell'uomo, di quello sconosciuto, turbava lei, che pure aveva sopportato il fuoco di tanti altri occhi. Sconosciuto no, perchè qualcuno glielo aveva presentato come il conte Riccardo Altimari: un inchino, un sorriso, un invito pel waltzer mormorato a bassa voce, poi null'altro. Laura aveva ballato e molto, aveva fatto un giro nelle ricche sale, aveva cambiato posto tre o quattro volte, aveva sorriso, chiacchierato, odorato il suo mazzetto di fiori, agitato vivamente o languidamente il suo ventaglio di piume leggiere; ma tutto questo con un sentimento di distrazione, perchè ella sapeva, vedeva o sentiva che il conte Riccardo Altimari non la perdeva di vista: il conte Riccardo Altimari, una di quelle figure dove la delicatezza si fonde con la fierezza, dove il sentimento completa ed esplica la linea, dove l'espressione anima gli artistici profili; una di quelle poetiche figure che sembrano sfuggite ad un quadro medioevale ed attestano la bellezza virile e pensierosa della razza italiana.

Ad un tratto una nota gaia vibrò nel vasto salone, una nota così lieta, così fresca, così squillante, che Laura ne provò un sussulto di gioia; era il preludio del waltzer che prorompeva nella sua allegra chiamata. Ed accanto a lei il conte che la invitava col semplice e lieve sorriso delle labbra; nè durante il vortice del ballo furono scambiate fra loro parole. Sibbene, nel congiungersi le due mani inguantate ebbero un piccolo fremito; il lungo strascico parve avesse avvolto nelle sue onde il bel cavaliere, nelle sue onde simiglianti a quelle perfide del mare; la musica sbuffava giocondamente in iscoppii di risa; i fiori sembravano coppe dove ardeva l'incenso del loro profumo; le gemme combattevano follemente di luce con le fiammelle dei lumi: quei due erano giovani, belli e felici nel turbine che li rapiva—e le bocche rimasero mute, mentre negli occhi si concentrava tutta la vita, tutto il godimento di quel rapidissimo istante. Si lasciarono silenziosi.

* * *

Nell'aperta pianura, Laura aveva lanciato il suo cavallo al galoppo, lieta di quello affrettato movimento che la rianimava, lieta del venticello mattinale che le agitava i capelli, facendo svolazzare il velo azzurro del suo cappello, lieta di quella indipendenza quasi maschile, di quella libertà solitaria; ma giunta sul limitare del bosco, si era sentita prendere alle spalle da una grande indolenza ed aveva messo al passo il cavallo. Malgrado la spessezza dei rami intrecciati, il vittorioso sole di giugno penetrava nella foresta e come l'ora si avanzava, tutto dintorno pareva compreso da una beata stanchezza; un odore dolce e caldo di vegetazione rimaneva immobile nell'aria: qualche foglia crepitava sotto il piede del cavallo, qualche ramo sfiorava la fronte della leggiadra amazzone: ella si trovava sotto l'imperio della natura. Andava lentamente, con le mani abbandonate, stringendo appena le redini; era bellissima nel suo abito di panno azzurro cupo, sotto il cappello dalle larghe falde, nella mollezza della gentile persona; bellissima per la luce che scherzava coi leggieri ricci della nuca, dando loro un riflesso dorato, per la luce che le illuminava i contorni del bianco viso, per quell'ombra rosea che discendeva sulle guancie, per quelle labbra vivide e schiuse come il melograno maturo. Nel suo spirito giravano lentamente pensieri calmi e sereni, ella si immergeva quasi in un letargo dolcissimo, dove non iscorgeva più il limite del presente e dell'avvenire; si trovava contenta in quella solitudine, in quella calda mattinata di giugno, in quel bosco così pieno di vita ed intanto così tranquillo. Camminò a lungo, dimenticando l'ora del ritorno; poi una piccola inquietudine, subentrò alla sua pace, parve che la sua gioia diventasse arida come un fiore disseccato. Era forse il sole che giungeva al proprio zenit? Era un senso d'isolamento, d'incompleto, che la feriva? Era un lontano ed impercettibile rumore? Era l'ansietà di giungere all'angolo del viale che percorreva, per ispingere lo sguardo curioso anche più in là? Difatti, a quell'angolo rattenne un istante le redini; un cavaliere veniva verso di lei al passo del suo cavallo; il cavaliere del ballo, che, come allora, la copriva d'una magnetica potenza del suo sguardo. Si avvicinavano l'uno all'altra, annullando la distanza che li separava, come due esseri che si avviino al loro destino: quando furono di fronte, un saluto ed un sorriso intelligente, i cavalli si sfiorarono, si allontanarono; all'estremità del viale Laura si fermò e si voltò. Il conte Riccardo era fermo all'altro estremo, lontano, lontano: eppure si videro spiccatamente; e poco dopo il bosco si rinchiuse nella sua quiete maestosa, non turbata da alcun passo umano.

* * *

Il vento crepuscolare sollevava nugolette di sabbia; sulla spiaggia deserta non appariva alcuno: pure la grande voce del mare, la eterna e sempre vecchia e sempre nuova voce del mare, riempiva quel deserto. Sul cielo, che si arrossava, spiccavano nettamente i profili aspri e severi di uno scoglio a picco che bagnava la sua radice nel mare: uno scoglio nero e pensoso. Quest'ultimo giorno di autunno, un giorno che aveva racchiuse e compendiate in sè le magnificenze della primavera e dell'estate, terminava lentamente, con una maestosa ricchezza di colori; non vi era in quel tramonto un sol rimpianto, una sola malinconia, nalla di riposto o di arcano. Era una pompa libera, aperta, quasi oltraggiosa; un lusso senza scrupoli, che sarebbe passato in un solo istante nell'ombra, senza esitare. Sulla sterminata vastità del mare si svolgeva una tavolozza indescrivibile; sul lontano orizzonte neppure una nuvola; solo un incendio che diventava splendido per l'unità del suo tono.

Ella sedeva là, sopra un sasso, voltata verso il mare e tanto vicina ad esso, che la spuma delle onde più ardite veniva a lambirle la pelle finissima degli stivalini; talvolta col piede ella spingeva distrattamente un ciottolino in mare. Ma invece di guardare lo spettacolo trionfale della natura, ella pensava a sè: pensava alla sua gioventù, che era stata tutta un trionfo, trionfo di ricchezza. di bellezza e di vanità; pensava alle feste dove l'avevano proclamata regina, ai caldi teatri, ai ritrovi, a tutti gli altri piaceri del lusso. E le parve che somigliassero a quella bellissima giornata di autunno, le parve essere anche lei una esplicazione di quella natura vincitrice; come la luce, ella aveva dominato e sottoposto il mondo; come in tutte le cose, essa aveva intesa in sè quella forza produttrice che si svolge senza fine; come la spiaggia, come il mare, come il cielo, ella era stata grande nel suo isolamento. E reclinò la testa sulla mano, quasi volesse rientrare nel passato.

Ma venne l'ombra, la tavolozza del mare si annebbiò, il cielo fu violetto, poi grigio, poi bruno; lo scoglio si ammantò di nero. Ella si scosse, alzò la testa, si trovò sola, nella notte; in una notte che le era entrata nell'anima. Nulla più rimaneva dello splendido passato; nulla più del rosso tramonto: ambedue erano scomparsi nella oscurità. Allora lei, fiera e forte, fu presa da un abbattimento novello, da un senso di debolezza; le pareva che per lei fossero inaridite le sorgenti della vita e della felicità. Sì, tutto finiva; niente meritava la pena dell'esistenza; esaurita per sempre la fonte delle gioie. Poi, quasi per istinto, si volse; a pochi passi era fermato un uomo, un giovane. Ella, malgrado l'ombra, riconobbe il conte Riccardo.

—Laura!—chiamò egli con una voce grave ed affettuosa.

—Eccomi—rispose lei, alzandosi e dandogli la mano.

Nella notte alcune stelle scintillavano.

DOMENICA.

—Il peggiore giorno della settimana è la domenica—sentenziò Pietro il poeta.

Il suo uditorio applaudì vivamente: uditorio composto di una vedovetta gentile, di una signorina elegante, di un letterato, un pittore, un cronista da giornale—e di me. Quelle persone, così differenti per caratteri, per tendenze, per inclinazioni, si trovarono d'accordo nella opinione di Pietro.

—Si principia dal mattino—continuò egli con la sua verbosa nervosità—a non aver pace: uno scampanio che risveglierebbe la famosa città addormentata della leggenda; figurarsi, io che ho il sonno leggiero quanto le tasche. Per casa i mobili sossopra col pretesto di una pulizia generale; siete perseguitato di camera in camera da una nuvoletta di polvere inonorata—e dove vorreste trovare il disordine tal quale lo avete lasciato, vale a dire nello studiolo, invece un sacrilego ordine è stato messo fra i libri e le carte. Il campanello è preso dalla tarantola; ora viene uno, ora viene un altro e tutti hanno fretta perchè è domenica; la serva ritarda perchè è andata a messa, il servitore ha preso la sua licenza, le donne di casa vostra che debbono uscire, vanno, vengono, si chiamano, si rispondono, gli usci si aprono e si chiudono, i bambini gridano. Per salvare la testa, dovete mettervi il cappello e andar via!

—Bel rimedio!—disse il pittore.—Per le strade vi è una folla irritante; certe figure esotiche, mai più viste; corpi tozzi o stranamente prolungati; volti stupidi, siano quadrati o tondi; occhi a fior di testa, fusonomie senza un'espressione purchessia. Battaglia atroce di colori che s'insultano e si sberleffano, tavolozze oltraggiose che farebbero inorridire il più compiacente degli impressionisti!

—Alla passeggiata della riviera di Chiaia—aggiunse con voce languida la signorina elegante—vengono fuori certe carrozze da nolo dove sono issate almeno quindici persone fra genitori, bambini, zie, nipoti e serve; certe vetture noetiche con qualche rispettabile coppia preistorica, che serba il costume antidiluviano della trottata domenicale; schiere di collegiali, pallidi e meravigliati adolescenti, vi impediscono la strada; si ammirano abiti fenomenali e cappelli mostruosi su cui sono riversati intieri giardini; si veggono vetrine di gioiellieri portate dignitosamente dalle mogli dei medesimi. Di domenica è meglio fuggire il corso e andarsene in campagna.

—Non esiste campagna di domenica—affermò gravemente il letterato.—La città la invade, la distrugge. Non si trova un palmo di verde solitario, non un angolo silenzioso; i praticelli sono presi d'assalto, le colline brulicano di gente, le taverne fanno affari stupendi. Sentite e fremete, amici miei; nel delizioso boschetto di Capodimonte, dove le ninfe e le driadi hanno dovuto danzare al suono della siringa e della zampogna, dove il gran Pane ha dovuto avere un altare; là, sotto quegli alberi sacri e poetici, le famiglie della borghesia stendono la tovaglia e stappano le bottiglie!

—È di domenica—esclama il giornalista—di domenica che si tengono le conferenze filologiche, i comizi repubblicani e le accademie di musica tedesca, tormento della nostra infelice classe!

—Se andate al teatro—riprese Pietro, riacchiappando il mestolo sfuggito—sono sempre drammacci da arena o musiche di ripiego che piacciono al pubblico grosso; il quale pubblico vuol godere soldo per soldo i franchetti che ha spesi ed applaudisce dove non deve e chiede dei bis insopportabili e si abbandona ad entusiasmi stupidi! Quando avete finita la vostra noiosa giornata, tornando a casa, incontrate ancora della gente che passeggia e parla ad alta voce e ride; a casa vostra non potrete nè scrivere, nè prender sonno, perchè dirimpetto al vostro balcone si balla allegramente al suono di un chitarrino ed al lume di due lampade a petrolio. Oh lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì e sabato, siate benedetti!

* * *

Di domenica i bambini sono contenti. Non vanno a scuola; a colazione la mammina dà qualche cosa di più, un frutto fresco, una noce bianca, una ciambella, s'indossa l'abitino di velluto con gli alamari di seta, si mettono gli stivalini nuovi fiammanti che scricchiolano con orgoglio, una mano alla bambinaia, un'altra che porta il veloce cerchio o la leggiera palla elastica…. e difilati alla Villa Nazionale, il ritrovo dei piccioli galantuomini—e là giuochi? là disfide, là corse, là gaie risate che echeggiano accompagnate dalla musica. A casa un bel pranzetto e dopo tutto al teatro delle marionette, a ridere, a commuoversi, a scambiarsi le proprie impressioni: poi da capo a casa, un bel sonno profondo sino al mattino del lunedì, dopo la lieta fatica del giorno di festa.

Ed è giorno di festa per gli innamorati ancora: in quel giorno la tirannide bonaria del papa allenta un poco il freno e si lascia andare a qualche concessione: tanto, è brutto veder volti melanconici di domenica. La mattina vi è il su e giù per la via Toledo, dove, per caso, una si può incontrare e salutare almeno venti volte con chi più gli piace—vi sono le altre passeggiate, le giterelle, gli appuntamenti, le visite; le veglie serotine—e nel calendario ristretto dei giorni felici, le domeniche figurano al primo posto. Nel cuore inaridito delle zitelle mature rientra un po' di speranza; esse pongono una veletta rosea sul volto che s'ingiallisce, cercano dimenticare il passato, ahi troppo lungo!, e sorridono all'avvenire. I vecchi mettono il forte e saldo soprabito che la nipotina ha spazzolato con cura, prendono il bastone col pomo d'argento, due fazzoletti nelle ampie tasche, la tabacchiera col tabacco fresco e vanno a passeggiare lentamente al sole, a quel sole che anima loro il sangue e lo fa scorrere veloce come vent'anni fa.

L'impiegato ha dato il sabato sera un giocondo a rivederci al protocollo, ai registri giornalieri ed al suo capo d'uffizio; la domenica egli è un uomo libero e felice. Può dormire un'oretta di più, senza timore di una multa o di una ammonizione; non porterà la livrea settimanale, cioè il peggior cappello, il peggior soprabito, le maniche di cotonina lucida e la penna dietro l'orecchio: non vedrà il viso affamato dell'usciere; non subirà l'economica colazione del caffè col panetto: è in casa sua, può fare quel che vuole, magari giocare a capinnascondere coi suoi piccini. Egli esce, passa con orgoglio davanti al suo ufficio, rivolgendo ad esso un'occhiata di superbo disprezzo, ritorna a casa con un cartoccino di chicche, con un mazzolino da un soldo per la moglietta, ricordi di quando facevano all'amore. E la giornata gli passa dolcemente, soavemente, con una beata lentezza, in un sorriso, confortandolo per la settimana di lavoro che lo attende. Il commesso di negozio non è più, la domenica, lo schiavo ossequioso del pubblico; diventa un giovanotto indipendente, prende cura dei suoi baffetti neri e della chioma riccia; porta una cravatta splendida ed i guanti; va in campagna con la famiglia della sua innamorata, una modistina incantevole sotto un cappellino azzurro che ella stessa ha creato il sabato sera, per far onore al suo fidanzato.

Giorno di festa per la innumerevole massa degli operai, il loro giorno di luce, il loro giorno di sole. Sono le tappe del riposo, sono i punti fermi in questo rapido discorso della vita; è una settimana per un giorno solo, per ricominciare sempre daccapo, sino all'ultima sosta. Chiedete all'operaia della fabbrica del tabacco: vi risponderà che solo la domenica può pulire la casa da cima a fondo, agucchiare alla biancheria sdruscita, fare una visitina alla comare del bimbo, sentire la predica del vespro e rimanere la sera in riposo, guardando dalla stretta finestra il cielo che si cosparge di stelle e canticchiando una malinconica canzoncina della giovinezza. È la domenica che l'operaio intagliatore, arso dalla febbre del sapere, può andare alla scuola del disegno dove gli si apriranno i segreti dell'arte. Chiedete a quanti si curvano giornalmente sotto il peso di un lavoro faticoso e mal ricompensato, a quanti si nutrono di solo pane per sette giorni: tutti vi risponderanno che il loro conforto è il giorno del riposo, il giorno in cui possono distendere le membra irrigidite. Di domenica vi è un po' di gioia dappertutto; si ride, si canta, si balla, si ama, si fa la carità, si è buoni, si è fiduciosi dell'avvenire: pare la nascita ad una nuova vita, il principio di un'epoca felice.

Quando ho pensato tutto questo, è entrato nel mio cuore il rimorso e lo sdegno. Ho chiesto a me stessa se gli amici di quella sera non erano dei miserabili egoisti, dei feroci misantropi che facevano parlare il loro meschino gusto personale di fronte all'immensità del sentimento popolare; mi sono chiesta se l'artista, il pensatore, il poeta, avendo pure nell'anima la scintilla creatrice del genio, godessero il diritto di imporsi a quanto è la voce sterminata della moltitudine; mi sono chiesta se le loro gioie aride e solitarie prese tutte insieme, valessero un sol grido di un bambino allegro, un sospiro di sollievo di un cuore innocente,—e col rimorso della mia passività di quella sera, sono anni che la domenica metto il catenaccio al cervello e vado a zonzo, e fo raccolta di sorrisi, e mi imbevo della consolazione altrui, consolandomene io stessa.

NOTTE DI AGOSTO.

La terrazza diventava bianca, bianca sotto il chiaro plenilunio estivo: tutto dintorno si ammorbidiva in quella luce placida e dolce. Piovevano i raggi sopra le quiete fogliuzze del gelsomino che pareano fatte di argento; piovevano sopra la lucida gabbia, dove gli uccelli dormivano col capo sotto l'ala, sognando forse il loro paradiso; piovevano i raggi come falde di neve sul volto di Clelia, e lo rendevano candido, senza un'ombra, tranne la riga nera delle ciglia abbassate. Le case avvolte in un'atmosfera afosa, lattea; senza un palpito il mare; la lontana curva di Posilipo perduta in una nebbia che era luce, somigliava sempre più alla testa di un animale fantastico immerso in una riflessione profonda; sulla serenità crepuscolare del cielo dove morivano le stelle, spiccava il sereno profilo della Vittoria alata ed immobile; ed anch'essa, statua bronzea, pareva circonfusa di dolcezza.

Sulla terrazza, due sole cose vivevano e si ribellavano all'influsso moderatore di quella notte: all'occhio di Clelia un brillante, che con la fredda e superba indifferenza delle pietre preziose continuava a mandare un raggio fulgidissimo che pareva fuoco liquido; nell'angolo oscuro formato dalla muraglia, il sigaro di Giorgio che bruciava come un piccolo vulcano in permanenza. Perchè Giorgio era uno spirito forte e si sentiva pieno di disprezzo per le serate estive, per le fantasticherie, le poesie ed il resto, cose tutte che servono a spogliare il cuore della sua corazza di indifferenza, ed attenuano il più grande coraggio di uomo di spirito. Come si può essere ironico, scettico, realista in quella soave morbidezza che vi penetra per tutti i pori, e distende i nervi troppo tesi, e cambia i neri pensieri in idee rosee, vaghe e sfumate? Per questo egli si era seduto nell'angolo non ancora invaso dalla luna, con un sospetto nell'anima, pieno di diffidenza: avrebbe voluto protestare ed accese il suo sigaro, senza rivolgere una sola parola a Clelia. Essa sognava, la grande, la eterna sognatrice; pareva che avesse tutto dimenticato, anche la presenza di lui, perchè non alzava neppure gli occhi per guardarlo.—Non si moveva, non pronunziava una sillaba e sembrava una bianca statua di Dea, che attenda immobile un Pigmalione che la desti.

Ad un tratto, in quel grande silenzio, arrivò una nota squillante e vibrata, come se una mano decisa si fosse posata sopra una tastiera lontana: Clelia si scosse, aprì gli occhi, stette un istante in ascolto, poi dirigendosi a Giorgio, gli disse a voce bassa:

—Eccola.

—Chi?

—Sentirete.

Infatti la incognita suonatrice toccò due o tre tasti, come se esitasse, fece una breve pausa, poi attaccò un vivace preludio. Era un rapidissimo scoppiettìo di note, trascorrendo dalle più soavi alle più acute; erano volate bizzarre e rumorose: erano scale trillate ed allegre; erano voci profonde, basse come il brontolio del tuono; insomma una marcia velocissima di cui l'orecchio non poteva seguire tutte le gradazioni. Pareva che le mani della suonatrice s'inseguissero, correndo come matte da un punto all'altro della tastiera, si raggiungessero per disgiungersi subito e perseguitarsi di nuovo in una corsa affannosa e disperata. Poi lentamente il suono si allargò e si svolse, le note arrivarono distinte e spiegate, si sgranarono come una filza di perle lasciate cadere ad una ad una in un catino di rame: cominciò a sentirsi un motivo. Era una musica gentile, tranquilla, con un accompagnamento lieve, lieve—qualche cosa di soave, che poteva essere la ninna-nanna di un bambino, o un mormorio di amore; una musica senza parole, ma che era la traduzione, in onde sonore, delle onde luminose che rischiaravano quella notte di agosto. Che era? La canzonetta susurrata nella prima giovinezza o la preghiera cantata sull'organo del villaggio? Musica senza parole, ma il cielo, il mare, e la bronzea statua della Vittoria l'ascoltavano con compiacenza: disperso, di qua e di là, si vedeva un sorriso.

Ma non fu sempre così: il pianoforte dette in uno scoppio che parve una risata fresca e gaia, l'andatura divenne più briosa, le mani furono riprese dal loro furore musicale. Il motivo gentile si cangiò in un motivo passionato, la tranquillità in agitazione; fa un accavallamento, una furia, un delirio, una rovina—poi un grido incomposto: giunta quasi all'apogèo del suo turbine musicale, la suonatrice aveva sbagliato.

—Ha sbagliato, ha sbagliato!—esclamò Clelia presa da un grande terrore.

E sul volto le si dipingeva l'angoscia, le mani tremavano, tutto il suo corpo fremeva come all'aspetto di un pericolo mortale.

—Ebbene?—chiese Giorgio con la sua voce sarcastica.

—Nulla…—rispose lei, e cercò ricomporsi.

La suonatrice ricominciava il suo pezzo: rifece tutto il cammino percorso. mettendovi anzi più anima, risalì la gamma placida, quella del riso argentino, montò al momento agitato, arrivò al culmine e l'urlo selvaggio si intese di nuovo: di nuovo aveva sbagliato e questa volta anche peggio. Si ostinò, e per tre o quattro volte di seguito, principiò da capo per finire sempre nell'istesso modo: ci metteva una pazienza, un'attenzione mirabile—inutile. Quando giungeva al punto fatale, un timore panico l'assaliva, non era più padrona di sè; esitava e cadeva; non le era possibile superare quel punto; era un problema chiuso, una difficoltà insormontabile. Era uno spasimo sentirla andar così bene, proceder con cautela, mettere in opera tutte le più trillanti risorse dell'esecuzione, abbondare, essere artista, poi d'un tratto precipitare in un modo ridicolo: in Clelia si riflettevano tutte queste varie impressioni. Dapprima ascoltava, era sorridente, godeva quasi, poi la sua calma si turbava, il volto impallidiva sempre più, gli occhi si sbarravano, era ansiosa, fremente, pareva desiderasse ed allontanasse l'istante difficile; poi ricadeva quasi stanca, spossata da quella novella sconfitta. Giorgio la guardava trasognato: il sigaro era spento.

Pure quelle impressioni si dileguarono poco a poco, si attenuarono, scomparvero e vi rimase solo una tinta di malinconia. La suonatrice lontana, persuasa della inutilità dei suoi sforzi, era passata ad un altro pezzo e lo eseguiva alla perfezione; si vedeva che cercava distrarsi, dimenticare quel primo a cui non poteva riuscire. Passò ad un altro, provò il genere serio e quello scherzoso, stancò le sue dita in quel lusso di musica, ma come se le si fosse risvegliata la coscienza della sua inferiorità, ritornò un'altra volta al suo pensiero fisso, a quello scoglio pericoloso—vi ritornò, involontariamente, temendolo sempre: questa volta, davanti alla sua costante incapacità, parve che il medesimo pianoforte desse in un cachinno di scherno. E tutto tacque.

—Ebbene?—chiese di nuovo Giogio, ma con voce singolarmente raddolcita.

—Ebbene,—rispose Clelia,—questa suonatrice mi sconvolge. Sono dieci giorni che essa è tormentata da quella difficoltà ed io mi tormento con lei!

—Perchè?

—Perchè? Non lo so neppur io. Che importa a me di quello che suona? Perchè provo le sue stesse impressioni? Quale legame ci è fra me e lei? Che mi dice la sua musica, che vuol significare quel punto oscuro ed ineseguibile? Io non comprendo, non comprendo e questo aumenta il mio spavento.

Giorgio non le rispose: pensava. Quasi, interrogando sè stesso, si figurava di soffrire come Clelia.

—Ho sempre pensato una cosa, Giorgio. Ed è che noi tutti, scettici o credenti, uomini dal cuore vergine o giovanotti precoci, cervelli positivi o cuori ammalati, tutti, tutti portiamo in fondo all'anima un pensiero segreto, segreto anche a noi.—È latente, ma ci segue dappertutto, noi lo sentiamo, ne abbiamo la coscienza, ma non sappiamo che sia; è una domanda oscura del destino, è un punto interrogativo gittato all'infinito, è il problema insolubile della vita? Chi sa! Noi ridiamo, scherziamo, piangiamo, viviamo, ma portiamo con noi questa incognita paurosa: ad un tratto, essa ci si presenta continua, evidente, assidua. Ci tormenta, ci tortura, perchè non conosciamo la sua natura, quel che voglia da noi e tremiamo che non sia la nostra felicità la quale si dilegua per la nostra ignoranza! Forse è questa lotta con l'ignoto, con l'inafferrabile, questo combattimento con un potere nascosto, che esprime quella musica.

—Forse—disse solamente Giorgio, diventato serio.

—Forse: è la nostra parola. Siamo ciechi e quando apriamo gli occhi, è per vedere il sole che fugge, è per ricadere nella notte. Meglio dormire….

E rivolse la testa, quasi infastidita. Gli orecchini di brillanti, smossi, si rifransero vivacemente; la luna invadeva quietamente l'angolo oscuro dove stava Giorgio, ma egli non si accorgeva di nulla.

Le parole di Clelia gli erano giunte al cuore e ne avevano ridestato il dubbio roditore. Assorto, col sopracciglio proteso, con la fronte abbuiata, egli s'interrogava come Clelia si era interrogata.

Allora, quasi per un'attrazione invisibile, si riudì la voce del pianoforte. La suonatrice tentava per l'ultima volta.

—Dio santo!—disse Clelia, nascondendosi il volto fra le mani. Non mi potrò mai sottrarre a questo imperio? Non saprò mai che voglia da me il mio cuore?

Il momento si accostava; era vicino, vicino….

—Oh! Giorgio, se la conoscete la parola della vita, se la sapete questa idea sconosciuta, ditela per pietà!

—Amore!—disse lui con voce grave.

Quello del pianoforte fu un grido di gioia, di trionfo: la luna aveva annullata l'ultima linea di ombra sulla terrazza, e la pace profonda di quella notte di agosto si era trasfusa nel cuore dei giovani.

MOSAICO.

Noi entriamo nella vita, pallidi e febbricitanti pellegrini, con l'ardente desiderio delle grandi azioni, delle grandi passioni, dei grandi orizzonti; vogliamo, spiriti insaziati, toccare il culmine d'ogni cosa, dovessimo pure da quella vertiginosa altezza scoprire abissi paurosi; il nostro pensiero impone alla nostra volontà ardimenti inauditi: abbiamo in noi una fretta affannosa, che ci fa sentire sempre l'imperioso bisogno del fatto compiuto. E trabalzati, scossi, sospinti, urtati nella lotta perenne fra l'idea e la parola, scomponendo vecchi ideali per formarne di nuovi, calpestando quello che fu oggi la nostra gioia per crearne il dolore dell'indomani, consumati da credenze incomplete e da dubbi che non osano affermarsi, noi siamo intimamente infelici. Perchè noi trascuriamo nella nostra via tutto quello che è piccolo, che è soave, che è benigno; lasciamo da banda un corteo di impressioni leggiadre; disdegniamo le idee troppo vaghe o troppo minute; ci sentiamo pieni di disprezzo per i ricordi infantili, per le ore di tenerezza che assalgono lo spirito stanco dalla soverchia tensione, per il diletto di una bella apparenza; noi perdiamo, noncuranti, una parte di vita, senza volontà di conoscerla, senza volontà di apprezzarla. O fugaci e dolci impressioni, pensieri indistinti e sfumati, sorrisi lievi della natura, pause dell'anima, apparizioni momentanee, angoli freschi e riposati dove si cheta la fantasia; sentirvi, godervi è forse la felicità!

* * *

È una campagna di Caserta; sorge il sole; una striscia rossa è all'orizzonte, si diffonde in un pallido giallo e finisce in un bianco smorto; i monti lontani sono azzurrini, quelli più vicini di un violetto stinto. Sulla via maestra, bianca, polverosa, dove ad ogni quindici passi sorgono mucchi di brecciame bianco, cammina un lavoratore, scalzo, con le grosse scarpe sospese alla cintura, la zappa sulla spalla e la giacchetta infilata ad un sol braccio; un muricciuolo impedisce la vista dei campi lontani, dove il grano attende il venticello di luglio—solo un pino sorge come un uomo tronfio e superbo di sè. Par di sentire il fruscio dei faggi che cominciano ad agitarsi, par di sentire il concerto trillato degli uccelli, pare di veder schizzare le vivaci lucertoline, tanto nervose e simpatiche. Dico, pare; perchè tutto questo è in un acquerello, un gentile acquerello, che mette una nota soave in una orribile camera di città, dove non si vede cielo, dove giungono grida feroci di venditori, fragore di carrozze e fumo di pesce fritto; un acquerello, con un'alba tranquilla ed immobile.

Il palazzo di fronte, di un bel giallo-croma, si cosparge di larghe macchie brune sotto la pioggia, poi si cambia in color legno; le lunghe stille d'acqua, ferite di traverso da un raggio di sole, diventano lucide e sembrano le pagliuche inargentate dell'abito di un allegro saltimbanco. Un fanciullo lacero, in maniche di camicia, con un fazzolettino a scacchi sulla testa, corre sotto la pioggia, cantando con voce acutissima un ritornello popolare, interrompendosi ogni tanto per gittare con un grido un'ardita disfida alla tempesta: il bambino, figlio di nobili signori, è presso il balcone, pallido, ammalato, vestito di pelliccie, solo; e stanco si abbandona a pensare sul ricco libro di immagini che non lo divertono più.

Sul caminetto, nell'anfora di terso cristallo, s'illanguidiscono le rose. Le bianche dal seno lievemente roseo somigliano ad anime candide il cui cuore si apre all'amicizia; quelle color di rosa, dai petali incappucciati, esalano il profumo irresistibile dei cuori segretamente innamorati; quelle thè rassomigliano a damine schifiltose ed aristocratiche; le rosse, quasi sanguigne, hanno l'aspetto tragico; e la nebbia leggiera della brughiera che si eleva su di esse, tempera appena il vigore dei colori forti e sfuma le gradazioni. Ma le rose languiscono, le cime dei petali sono bruciate, tutte hanno in qualche parte un punto nero, una traccia bruna, un'ombra; gli steli sono curvati. Pure il profumo raddoppia, diventa più acuto; lo specchio del caminetto riflette il gruppo delle rose, quello di fronte lo torna a riflettere e lontano, lontano, quasi all'infinito, si ripete senza numero la passione di quei fiori morenti.

Ride e canta sotto il sole di settembre il piccolo porto; i facchini, figure brune ed atletiche, trasportano dalla piatta barcaccia a terra, il carico di carbone; un pescatore dorme raggricchiato nella sua nassa inoperosa; alcuni fanciulli seminudi guazzano presso la riva, poi si rotolano nell'arena calda e fine per asciugarsi e spiccano da capo un grande salto nel mare. Sulla strada, in alto, quasi a picco si ferma il vapore; visi affaticati respirano alla portiera il venticello di ponente; la venditrice di acqua e di aranci va su e giù lungo i binarii: un velo azzurro di viaggiatrice svolazza; il povero cieco appoggiato al braccio di suo figlio augura il buon viaggio a tutti; una bambina, dal vetro sollevato, gitta ai fanciulli che si bagnano, un grappolo di uva nera. Riparte il treno; sotto il sole di settembre ride e canta il piccolo porto.

* * *

Sulla tovaglia damascata di Fiandra, la colazione attende; ma dallo spiraglio della porta non se ne vede che un angolo. Ma nell'aria si aspira un lieve odore di limone fresco; una gamba di pollo arrosto, con la delicata pelle del corpo crogiolata, fa supporre il resto; un'ostrica bruna, rugosa e scabrosa di fuori, bianco-lattea, morbida e lucida di dentro, respira lentamente; in tre dita di Xeres biondo, trasparente, limpidissimo, sono immersi i pezzetti gialli e succosi di una pesca duracina. O ricchi vigneti della Spagna, ardenti come la terra e come lo sguardo delle donne, o freschi ed ombrosi giardini d'Italia, o immenso e benefico Oceano, o gioconda e magnifica Natura, salute!

* * *

Il salotto rotondo, piccolo è tutto foderato di seta rosa pallida, imbottita e fermata da bottoncini come l'interno di una bombonierina di cristallo; sulle pareti morbide, piccoli specchi ovali con la cornice semplice di argento, lucido e terso, come l'acciaio; grandi giardiniere di argento, lavorato con un cesello così artistico da ricordare la mano di Benvenuto Cellini, sopportano gardenie, camelie bianche, rose bianche, garofani bianchi, mughetti, fiori di neve. Tutto d'intorno ha dei riflessi rosei ed argentei, il bianco vi sembra latteo, la linea vi si annulla e diventa una dolce curva; la vita vi deve essere buona. Ed il zuccherino di questa scatola di confetti deve essere una donnina graziosa, rotondetta, una gattina piena di vezzi, una personcina svelta sui tacchetti alti, palliduccia, con i capelli castani, gli occhi castani, le braccia tornite sotto i merletti, le mani piccole e piene di fossetti, una marchesina Pompadour senza cipria e senza nei.

* * *

Le quattro grandi finestre della sala terrena proiettano sulla larga ed oscura via quattro rettangoli di luce: è sera, i forestieri pranzano senza soggezione della gente che li può guardare, le signore sono vestite con eleganza, i camerieri in marsina circolano silenziosi e prodigando inchini. Nella via un suonatore di ghitarra accompagna la voce aspra e stonata del suo collega; un omnibus con un fanale rosso ed un altro verde che sembrano i due occhi strani di una bestia nera, passa lentamente; un giovanotto azzimato, arricciato, col fiore all'occhiello e col cervello in tumulto, corre ad un convegno; un poeta appoggiato al muricciuolo guarda le onde brune e fosforescenti, prestando orecchio al misterioso ritmo del più giovane poeta: il mare.

Cade il giorno in Pompei; ma ad onta della sua solitudine, delle sue rovine, della sua morte, la città non è triste. La giovane coppia passeggia ancora, ma la signora lascia trascinare sulle pietre di lava il suo lungo abito, la persona stanca si lascia un po' portare dal braccio del giovanotto; egli si china ogni tanto a parlarle, sotto voce, sorridendo, guardandola negli occhi—perchè si amano. La guida spiega con voce monotona le antichità; ma dalla persona gentile della donna si stacca un sottile odore di violetta, i cappelli biondi si disfanno nella grossa treccia, l'ombrellino sfiora le pareti dipinte ad affresco, una mano inguantata, lunga, leggiera si è poggiata sul simulacro d'Iside, e lui preferisce quella manina a mille volanti danzatrici greche. Partono; cade il giorno—e Pompei, la città delle belle donne, dei profumi, dei giocondi amori, si fa triste.

SOGNI.

Questo giovane avete dovuto incontrarlo in qualche parte; il suo aspetto ha dovuto colpirvi. Avrete supposto: è amore, forse. No: non è amore il pallore concitato di quel volto, non è amore la febbre di quel sangue che consuma le vene, non è amore il lampo di quello sguardo—i giovani come lui non amano. Sembra meschino compenso al loro spirito battagliero la conquista di una donna; il loro sconfinato ideale non può rinchiudersi nel possesso di un cuore amoroso; la loro ardente realtà è informata da più vasto pensiero che la modesta famigliuola; hanno desiderii, inclinazioni, aspirazioni diverse; sono uomini di guerra, disprezzano la pace. Sibbene prostrati nella polvere adorano una bellissima, perfida e divina amante; l'adorano ciecamente, follemente, pronti come il fanatico indiano a lasciarsi stritolare sotto il carro dell'idolo, sentendo con delizia lo scricchiolio delle ossa che si rompono; l'adorano con tutte le forze riunite e sospinte: nell'arida solitudine della loro anima, essa, la gloria, è il miraggio celeste e fatale, l'oàsi del deserto, l'unica meta della vita e del lavoro.

* * *

Così egli sognava. La politica fu la prima ad appassionarlo. Nella precoce esperienza della sua gioventù, egli sapeva quali minuti ed ignoti congegni muovano il grandioso apparato dello Stato; conosceva le meschine e piccole cause che determinano le grandi azioni; conosceva che le mille facce del poliedro parlamentare mutano di forma e di colore, come cangia la luce che le illumina; sapeva che in quel mondo il vocabolario trasforma il significato delle parole, chiamando ardimento la sfacciataggine, destrezza la furberia e conoscenza pratica degli affari l'abbandono della via vecchia per la nuova. Ma che importava tutto questo?

La poesia drammatica della vita era là; là erano rinnovate le lotte titaniche dell'antichità: il suo sogno era quello di diventare uno di quegli eccelsi lottatori. Ecco: la situazione politica si complica di nuovi avvenimenti, la diplomazia estera diventa incerta, la Corona è pensierosa, l'Europa è attenta. L'aula parlamentare è imponente: sono ivi riuniti i forti campioni che uscirono vittoriosi da tante sconfitte, i trionfatori di un mese e quelli di una giornata, le prime intelligenze italiane, gli oratori eminenti, i parlatori brillanti; la rappresentanza ufficiale è tutta nella tribuna degli ambasciatori; quelle pubbliche riboccano di spettatori—è una grande giornata. Ebbene, essere l'eroe della giornata, essere il solo uomo che possa risolvere la tensione politica; esordire con l'impeto della parola netta, precisa, fulgida, trascinare gli spiriti nel torrente dell'eloquenza, conquidere la ragione col rigore dell'argomento, scorgere con lo sguardo d'aquila il futuro e profetarlo, vedere scossi e meravigliati i nemici, profondamente turbata la coscienza della Camera: poi l'ansietà dell'attesa ed infine, in fine, la proclamazione del voto, vale a dire la vittoria che sarà annunziata dappertutto, unita ad un solo nome, il proprio!

* * *

L'opera d'arte è stata creata nel silenzio della mente, si è maturata sotto il sole caldo della fantasia che le ha donato i più ricchi colori; dopo esser cresciuta e fatta vigorosa, le sono parse anguste le pareti di un cranio, ha domandato la veste per uscire nel mondo, ha voluto la bella forma ed è venuta fuori splendida come una creatura vivente. Ora il mondo deve giudicarla, darle il soffio che la manterrà viva per anni ed anni; per tutte le cantonate, in ogni giornale è annunziata la sera del suo battesimo, al tale teatro. Nei circoli letterari non si parla di altro, gli amici commettono delle graziose indiscrezioni e fanno previsioni poco graziose, i critici si armano della loro schiacciante freddezza, gli autori vecchi sorridono di compassione, i novellini d'incredulità. E l'ansietà dell'artista cresce ogni ora, ogni momento; egli è turbato, inquieto, esitante; a volte spera senza ragione, a volte si dispera senza causa: il suo lavoro gli appare prima buono, poi mediocre, poi diventa una enorme sciocchezza ed infine prende l'aspetto del suo più grande nemico. Ma retrocedere è impossibile; le prime parole cadono nel silenzio pieno di malevolenza e di benevolenza della platea: il pubblico sta in guardia, non vuol lasciarsi prendere la mano da un entusiasmo prematuro, non vuol cedere ad un sentimento di diffidenza; ma è invano, invano, l'arte vince, la natura umana dimentica i suoi propositi, si lascia trasportare, un lungo applauso risuona. Che n'è del cuore dell'autore in quell'istante? Il freno è rotto, il ghiaccio si è liquefatto, uno spirito di gioventù è passato sulla fredda platea e l'ha sollevata in un sol sentimento; fremiti di approvazione, esclamazioni e poi da capo applausi, applausi senza fine; ma sono amici, sono partigiani, sono nemici che acclamano l'autore? Chi sa! Sono mani che si alzano per plaudire, sono volti convulsionati, sono anime che scoppiano, è il pubblico, la folla, il mondo! L'autore, ancora più pallido, si avanza e ringrazia.

* * *

L'aula vasta, fredda, grigia, nuda di arredi; sulla parete scialba il simbolo della giustizia e della misericordia, il Cristo; di fronte il ritratto del re; tavoli e sedie, roba vecchia, triste, dalle linee dure ed angolose. I giudici, cuori morti, anime fatte pietra, impassibili, indifferenti; la figura pallida e severa del pubblico accusatore, destinato alla eterna parte del carnefice morale; i giurati, gente per lo più ignorante, spesso insensibile, talvolta crudele: di sopra a tutti costoro la idea alta, pura, sublime della legge—e contro la legge, fuori di essa, contro lo Stato, contro la società, contro la famiglia, un uomo solo: l'imputato.

No, non solo. Vi è qualcuno per lui, qualcuno che gli è amico, fratello, padre, che per mesi intieri si è occupato di lui, che ne ha studiata, sviscerata la vita, che gli ha sacrificato le ore del diletto e del riposo. Domani quando l'imputato sarà chiuso nel suo cancello di ferro come una belva feroce, quando contro lui saranno esaurite tutte le risorse dell'accusa, quando il pubblico ministero ne avrà chiesta la testa o la galera sorgerà una voce che risponderà per lui. Il difensore si rivolgerà alla mente dei giurati, narrerà loro le più minute circostanze, porrà in luce particolari obbliati, sarà sobrio, evidente, efficace: ed in ultimo si rivolgerà al loro cuore, adopererà la sua eloquenza a colpirli, a farli esitare nelle loro convinzioni, a commuoverli, a farli piangere. Domani forse un innocente sarà ridonato alla sua famiglia o ad un colpevole mitigata la pena: il sacro ministero della difesa ha tanto operato. Ma dite, dite, non deve essere fiero, soddisfatto, orgoglioso quest'uomo che compie una missione ed illustra il suo nome? Che desiderare di meglio quando salgono voci di riconoscenza al suo cuore, applausi alla sua intelligenza?

* * *

Fluttuano innanzi alla immaginazione fantasmi opalini, profili aerei, indefiniti, figurine appena abbozzate: passano nel cielo caldamente azzurro della fantasia le bianche colombe; nella mente del poeta si uniscono, riddano, si fondono, colori, suoni, profumi, sorrisi, apparizioni, baci, sospiri, gridi di passione,—e sopra tutto domina sempre una musica lontana, ora dolce e grave come suono d'organo, ora saltellante e bizzarra come tamburello di zingara. Così si ripercuote, echeggia nel verso che sgorga spontaneo e si innalza, come limpida polla d'acqua: così tutto quello che è amore fremente, gentilezza di sentimento, soavità di dolore, scettica malinconia, si trasfonde nello slancio lirico del poeta. Nella sua anima è così grande il focolare di amore, il suo dolore ha tanto carattere di universalità che la sua voce non gli appartiene più, è la voce del suo tempo; quando egli dice io, vuol dire noi, quando parla di sè stesso, parla di tutti. Egli è amato, ammirato, odiato, ma non discusso; nessuno osa toccare la sua corona di alloro; qualcuno può imitarlo, ma superarlo nessuno, perchè egli è la più completa manifestazione di un periodo umano, perchè la sua anima eccelsa è l'anima di migliaia di poeti taciturni; lo volesse potentemente egli stesso, non potrebbe diminuire di una linea il suo piedestallo.

* * *

Questi erano i suoi sogni, i sogni che non gli davano riposo, che accendevano in una fiamma tormentosa ed implacabile il suo spirito: erano i sogni che conturbano ogni anima sensibile che si affaccia alla vita. Chi non ha delirato come lui? Chi non ha spasimato come uomo in croce, nell'inappagato desiderio di gloria?

Ora tutto è mutato. Nulla del passato è rimasto in lui: sono crollati gli edifizii maestosi della sua superbia; una parte della sua vita è morta: ora ha una donna gentile daccanto, ha un bimbo ricciuto sulla cui testolina si appoggia la sua mano di padre felice. Ma è ignoto come si svelse dal core la sua passione, la sua tragedia non si conosce; il ferro infuocato con cui cicatrizzò la sua ferita, il coltello tagliente con cui gettò via una parte di sè stesso, non si sono ritrovati. Certo fu un coraggio spaventoso che molti non hanno; perchè molti trascinano sempre e dappertutto i loro sogni ambiziosi; perchè molti preferiscono tentare e cadere, anzichè cedere; perchè molti muoiono di questo male. E quale è la vera via? Chi il felice? Colui che combatte nel vastissimo campo del mondo, davanti agli occhi della folla, ora sotto l'amarezza dei fischi, ora nelle grandi ed aride consolazioni dell'applauso—o colui che si ristringe, ignorato, ignorante, nella famiglia? Io non lo so; e nessuno, nessuno può dirmelo.

IDILIO DI PULCINELLA.

I.

Il sipario era venuto giù in un attimo come in tutti i piccoli teatri dove si manovra con due cordicelle scorrevoli negli anelletti di ferro; dopo pochi applausi l'intervallo cominciava.—Si era in aprile e nel teatro senza apertura si appesantiva un'aria calda e greve; i lumi a petrolio fumigavano un poco; per l'atmosfera della sala lunga e stretta si diffondeva una leggiera nebbiolina; i monelli del lubbione avevano tolta la giacca ed erano rimasti democraticamente in maniche di camicia; la platea si vuotava e nei corridoi angusti girava l'acquaiolo, annunziato dalla monotona voce e dall'acuto odore di anici. Nei palchi grande movimento di ventagli in mano alle signore—e per signore intendo donne, perchè non vi era alcuna stella del firmamento aristocratico. La popolazione dei palchi era per quella sera formata da tre o quattro famiglie della grossa borghesia, inanellate e vestite della rumorosa seta domenicale; di un impiegato municipale con la relativa arca di Noè; delle figlie piccole di un giornalista che era andato al San Carlo con la moglie; delle sorelle dell'impresario, serotine e gratuite frequentatrici del teatro; di una frotta d'inglesi, vestiti di tela bianca e col velo verde al cappello, ed infine di un giovanotto abbastanza misterioso, solo in un palco, che ascoltava la rappresentazione voltando le spalle al palcoscenico, sbadigliando dietro la mano inguantata: una consegna, era evidente. Nessun occhialino: sarebbe stato ridicolo a tre metri di distanza. Il maestro di orchestra, un disgraziato pagato ad un franco e cinquanta per sera, squadernava sul piccolo leggio la vetusta mazurka, volgendo una occhiata pietosa agli otto professori suoi colleghi, che si godevano una paga giornaliera variabile da settantacinque centesimi ad un franco.

Nel palcoscenico un momento di riposo. Là il caldo era soffocante; non veniva un soffio di aria da nessuna parte; la caratterista, che fingeva una vecchiona ricca e benefica, si era levata dal capo una parrucca a riccioloni maestosi, con suvvi appuntata una cuffia di merletto adorna di nastri e fiori, ed era rimasta con una treccia tonda e brizzolata, perchè la buona donna camminava direttamente sui cinquanta. Donna Carmela, l'amorosa, passeggiava su e giù, facendosi vento col grembiale di seta nera; il suo ventesimo fidanzato—essa aveva combinati e rotti diciannove matrimoni—era corso a prenderle un bicchiere d'acqua gelata con sciroppo di amarena. Pulcinella, seduto sopra alcune vecchie quinte, aveva sollevata la grossa maschera d'incerata nera per respirare un poco meglio e si soffiava sul volto col berrettone di lana grigio-lattea. Pulcinella pensava: nessuno se ne meravigli, era molto giovane.

Non si poteva vedere se fosse o no un bel giovane. Pulcinella porta sui capelli, sotto il berrettone, una stretta calotta di lana nera, più grande di quella dei monaci, che gli nasconde tutta la testa; sul viso, sino alla bocca, la maschera nera dal naso magistrale; il corpo è nascosto dal camiciotto di mussola bianca a pieghe amplissime, dalle maniche larghe che giungono sulle dita, dai calzoni bianchi e larghi che ricadono sulle scarpe di tela grigia, simile al berretto. Di lui si vede solo un po' di mento, il collo e le mani: impossibile di riconoscerlo. Ma il pubblico che ama Pulcinella come una gloria paesana, non ricerca quasi mai la fisonomia nascosta sotto la maschera: per lui, Pulcinella non è un uomo, non è una personalità simile ad un'altra, ma è un tipo, un carattere, una manifestazione—è lo spirito popolare, sarcastico, ribelle, filosofico, che scoppietta—è la maschera che personifica ed incarna il temperamento meridionale pieno di fuoco e d'indolenza—è l'aspetto proteiforme di un popolo—è tutto fuorchè un individuo. Se ne sa il nome, è vero; ma pochi ne sanno il viso.

Però posso assicurarvi che Gaetano Starace, senza essere un modello di bellezza, era molto simpatico coi suoi capelli neri e lievemente ricciuti, cogli occhi vividi e la pelle bianca come quella di una donna. Non era un essere eroico, non era un uomo di grandi sentimenti, ma aveva un cuore di oro e conservava fedelmente l'eredità del blasone; da tre generazioni nella sua famiglia si diventava Pulcinella per inclinazione, per abitudine, per trasmissione nel sangue, come le malattie ereditarie. Quando un fanciullo veniva su, non si pensava ad avviarlo per nessuna carriera, per alcun impiego; il suo mestiere era bell'e trovato, il suo còmpito era quello d'indossare l'abito e di rallegrare seralmente la gente. Era un lavoro faticoso, esclusivo, opprimente, un lavoro inglorioso e poco fruttifero, ma nella mente ristretta e buona degli Starace non entrava l'idea della ribellione alle ingiustizie sociali; erano uomini umili, cortesi, allegri, senza pretese, fedelissimi al teatro dove quasi erano nati e dove morivano, devoti ed ossequenti al loro pubblico, incapaci d'irritarsi contro i suoi capricci, sempre pronti a carezzarlo, a sollazzarlo, a sacrificare per esso ogni cosa. Il bambino andava a scuola, imparava a leggere ed a scrivere, s'infarinava leggermente di tante altre cognizioni; ma la sera la passava nelle quinte a vedere ed a sentir recitare suo padre; ai sedici anni faceva qualche particina da Pulcinellino, ai venti suppliva il padre quando era ammalato; alla morte di lui diventava Pulcinella. E questo regolarmente, senza esitazioni, senza dubbi, come un obbligo, come un dovere, come una fatalità.

Così di Gaetano Starace; si aggiunga che, per un po' di naturale ingegno, egli si rendeva utile riducendo commedie italiane in dialetto, raffazzonandone delle nuove su tele vecchie, scrivendo parodie di opere serie—e qua e là non mancava dello spirito. Non roba molto fine, è sottinteso, ma pei frequentatori del teatrino bastava ed era soverchio: come attore, Gaetano era svelto, pieno di vita, aveva una voce gradevole e conosceva l'arte di modularla. Il padre gli morì presto ed esso, che era figlio unico, gli subentrò come nei regni costituzionali; recitava bene, era allegro per natura, era giovane; piacque, divenne il beniamino del pubblico. Il suo mestiere non gli dispiaceva, anzi e' lo faceva con un certo trasporto: nel suo cervello non nascevano le idee dell'arte, la sua missione, la vocazione, la fibra artistica, l'interpretazione, la scuola vecchia, la nuova e simili formole che affliggono gli altri artisti drammatici—niente di tutto questo. Sibbene, così alla grossa, egli comprendeva che quegli spettatori della platea e del lubbione erano popolo, quel popolo che soffre, che lavora, che stenta e che quando può disporre di pochi soldi, va al teatro per dimenticare nel riso i guai della vita—e nel suo cuore di popolano, si consolava di dover essere lui ad alleviare, a sollevare, a rallegrare il suo prossimo. Quando si metteva la maschera e stringeva la vagina del suo camiciotto, si sentiva il cuore leggero, diventava gaio per la gaiezza che avrebbe data altrui; quando una intiera platea scoppiava in una risata omerica, egli gongolava dal contento, come chi abbia fatto una buona azione.

Per lo più, prima che cominciasse la rappresentazione, usava di metter l'occhio al buco del sipario ad osservare attentamente il suo pubblico; notava tutti i volti gravi, i tristi e se ne ritornava fra le quinte, fregandosi le mani, sorridendo e mormorando fra sè: «Vedremo, vedremo, se ci potrete resistere.» Quando aveva ottenuto l'intento e si vedeva davanti una folla di volti ridenti, si congratulava con sè stesso come di una grande vittoria. Talvolta qualche spettatore isolato s'incaponiva a rimaner serio, non sorrideva neppure ai più graziosi frizzi; allora Pulcinella si ostinava da parte sua, s'infiammava, si moltiplicava, recitava per quel solo spettatore, fino a che lo avesse vinto e domato, sino a che lo avesse visto contrarre la bocca in una convulsione di riso represso. Chiamava questi spettatori con una parola pittoresca ed energica: scogli.

Quella sera appunto aveva trovato uno scoglio ed anche durissimo; quello lì non voleva ridere, proprio non voleva. Gaetano aveva lavorato bene e molto, aveva variato la trita commedia che si rappresentava, infiorandola d'improvvisazioni spiritose; ma lo spettatore non se n'era dato per inteso, era rimasto immobile ed indifferente; Pulcinella ci perdeva, lo spettatore era più forte di lui.

Veramente si trattava di una spettatrice: era una giovinetta che stava nel palco numero 2 di prima fila, seduta di fronte alla scena e quindi vicinissima. Una giovinetta dal volto pallido e lunghetto, un po' magro; sulle linee esili del collo ricadevano due grosse treccie nere che erano appuntate, con semplice ed elegante ornamento, da certe stelle di tartaruga bionda; vestiva un abito di lana grigia, terminato alla radice del collo da una arricciatura di merletto bianco, chiuso a quel punto da una stella più grande di tartaruga; oscuri i guanti. Aveva ascoltato con molta attenzione, ma la serietà del viso non si era diradata; anzi una certa fierezza trapelava dalla fronte stretta e bianca, dalla linea decisa del mento: non era bella, ma aveva una di quelle fisonomie spiccate, perfettamente individuali, che non si possono più dimenticare. Con lei stava una signora matura, vestita onestamente di nero, con un volto molto somigliante alla giovinetta, ma le cui linee erano più dolci, quasi ammollite dai capelli bianchi e da un benevolo sorriso: sua madre, forse.

Ma Gaetano non si curava di tutti questi particolari, era preoccupato dalla gravità della fanciulla. Non era malinconia, non era dolore, non era neppure indifferenza: il sentimento che si leggeva sul viso di lei, era un'aria di serietà superiore, quasi inconsciente, certo naturale. Egli si chiedeva perchè una giovinetta, neanche vestita di nero, nell'età del riso, nel teatro dove si andava per ridere, si niegasse alla gioia. Ora ella parlava lentamente con la sua compagna, senza gestire, con uno sguardo intelligente, muovendo appena le labbra: che diceva? Quale strana apparenza era la sua! Tutti ridevano, ella no; tutti si divertivano, essa non si annoiava; che faceva, che pensava dunque? Rivolgendo in sè queste idee, Gaetano rimaneva col viso incollato alla sudicia tela del sipario, con l'occhio fisso sulla figura pallida della fanciulla, perduto nelle sue supposizioni, tormentato un poco da quel problema ventenne che stava nel palco di prima fila.

—Fuori scena!—gridò il buttafuori.

Suo malgrado Gaetano dovette rientrare nelle quinte; giunto là gli parve di aver avuto un'idea luminosa, un'idea che gli fece piacere e dispiacere nel medesimo tempo: sicuramente la fanciulla doveva essere innamorata.

—Allora ci penso io a farla stare allegra,—mormorò fra sè;—giusto nel terzo atto vi è una scena di amore.

Diede una spinta sino all'esiguo camerinetto dove Donna Carmela, l'amorosa, allo scarso lume d'una fumosa candela di sego, davanti ad uno specchietto di quaranta centesimi, si acconciava al collo un fazzoletto di seta rossa; aveva le guance grossolanamente cariche di bianco e di rosso.

—Mi raccomando, Donna Carmela,—le disse:—un pò' di anima nella nostra scena.

—Vi pare! Con voi non c'è bisogno di raccomandazione,—ribattè lei, scoccandogli uno sguardo lusinghiero; tanto il ventesimo fidanzato non c'era! Ma Gaetano parve non ci badasse.

Infatti la scena di amore, che era anche la culminante, cioè l'ultima, fa recitata a meraviglia: Carmela vi mise dell'impegno, parve quasi che sapesse la parte; i suoi occhi ingranditi dal bistro brillavano, la voce rauca aveva quasi delle intonazioni d'intelligenza. Gaetano si superò; fu felice in ogni frase, fu spiritoso, fu ridicolo, fu barocco: la platea, anzi tutto il teatro andava in convulsioni pel ridere, egli stesso si sentiva in ammirazione davanti alla sua bravura—e quando, all'ultimo, un applauso fragoroso coronò l'opera, egli rivolse un'occhiata alla giovinetta del palco, sicuro di averle fatta impressione, sicuro di averla commossa al riso. No; il volto di lei non aveva cangiato espressione, solo l'occhio fiero avvolgeva Carmela e Gaetano in un freddo sguardo e la bocca gentile si piegava ad una curva dura ed energica di disprezzo.

Egli rimase freddo, immobile, istupidito. Perchè il disprezzo?

Fu così che Gaetano Starace, Pulcinella del popolare teatro di S.
Carlino, s'innamorò di una sconosciuta.

II.

Egli non era un filosofo, eppure un giorno, passandosi la mano sulla fronte pensierosa, esclamò: Quanto diverso l'amore della commedia da quello della vita! E la testa gli si curvò sotto il peso di quest'amara verità.

Ogni sera l'aveva recitato, l'amore della commedia: quell'amore espressivo, esterno, parolaio, pieno di fiamma, ruvido, carezzevole, passionato del popolo napoletano, egli lo aveva espresso ogni sera a Donna Carmela, l'amorosa, e a Donna Checchina, la così detta ingenua; ogni sera l'una o l'altra di quelle due donne lo aveva amato, gli aveva rivolte parole d'affetto. Egli era stato volta a volta amante felice, geloso, traditore, sfrontato, tradito, non corrisposto; ma in fondo, al terzo atto della commediola, le cose si erano aggiustate, il matrimonio si compiva, e si ballava la tarantella alla luce dei fuochi artificiali. Sempre il suo amore era stato allegro, chiassone, grossolano, volgare, aperto a tutti senza che mai un palpito interno corrispondesse a tutto quel lusso di esteriorità; ma nella vita, quale e quanta differenza!

Dopo quella sera egli era stato una settimana inquieto ed agitato: lo assalivano mille dubbi, mille sospetti; un turbine di pensieri gli girava pel capo: non si sapeva spiegare il contegno della giovinetta. Non se lo spiegava; eppure dovunque si voltasse, a qualunque occupazione si desse, egli rivedeva la freddezza di quegli occhi ed il disdegno di quelle labbra; insieme il volto pallido e simpatico, le treccie nere e le stelle bionde di tartaruga: dappertutto la stessa immagine. Nel teatro era peggio: fissava sempre il suo sguardo sul secondo palco di prima fila, quasi attendesse a vederla ricomparire, irritandosi contro gli altri che venivano ad occuparlo; se veniva al buco del sipario, si ricordava di lei; se donna Carmela gli parlava, si ricordava di lei; se recitava la commedia della prima sera, gli pareva di soffrire le stesse ansie e la medesima disillusione di allora. Infine la sua vita era profondamente turbata.

Un segreto istinto lo spingeva a non ricercare la fanciulla sconosciuta; pure la rivide, seppe di lei, della sua famiglia, della sua condizione: vi era una vecchia e solita storia di famiglia nobile, impoverita per cattiva amministrazione e per infelici liti, una madre ed una figliuola che erano rimaste con una piccola rendita, sufficiente a farle vivere una vita molto ristretta e molto borghese. Pure nelle vene della fanciulla, Sofia Cantelmi, scorreva un sangue purissimo ed azzurro, onde la severità scultoria della figura, l'incesso un po' altero, le estremità lunghe e fini, e quell'aria signorile che si ha, ma che non si acquista mai. Gaetano seppe tutto questo, prese cinquanta volte al giorno la risoluzione di fuggire Sofia, di non rivederla più, di non pensarvi, di dedicarsi intiero alla sua umile vita di Pulcinella, ma il povero giovane non vi riuscì: non era stato mai innamorato, non giungeva a vincersi.

Passava le mattinate a passeggiare nella piazza Cavour, sotto le acacie degli squares, a guardare i balconi di un secondo piano che si aprivano raramente pel suo desiderio; Sofia vi compariva solo nelle belle giornate e vi rimaneva poco, non lo vedeva mai, o, vedendolo, non lo curava. La domenica ella si recava a sentir messa nella antica chiesa di S. Maria di Costantinopoli con sua madre, ed egli, pio come tutti quelli che amano, entrava nella chiesa e pregava; poi le due signore andavano a fare una passeggiata, ed egli dietro, a dieci passi di distanza, fingendo l'indifferente, ma seguendole come un cane fedele. Pel resto della giornata doveva occuparsi alle prove, correre a casa a prendere un boccone, ritornare al teatro per la rappresentazione di giorno e non uscirne che a mezzanotte: pure a mezzanotte, prima di ritirarsi in casa, stracco morto dalla fatica, oppresso dal caldo, faceva una scorsa sino a piazza Cavour per rivedere un balcone illuminato e qualche volta un'ombra alta e svelta passare dietro le tendine. Questo per settimane intiere, senza variazioni; ma la sua pazienza, quella specie d'innata bontà, quella umiltà rassegnata che si contentava di vedere Sofia senza sperare altro, quella voce interna che lo consigliava a smettere, si stancarono. Era giovane, non aveva mai amato, il sangue gli bolliva nelle vene e gli sconvolgeva il cervello; quell'attesa, quell'immobilità gli divennero insoffribili; aveva bisogno di decidersi a qualche cosa, di agire, di muoversi, di sapere che ne doveva essere del suo cuore e di sè. Le scrisse una, due, cinque lettere.

Erano male scritte, è vero: qualche espressione, qualche frase, qualche periodo era preso dalle commedie di repertorio; qualche errore di ortografia vi incappava ogni tanto; pure vi spirava un amore così profondo, così sincero, vi si manifestava un desiderio così vivo di una sola parola, di un sol sorriso, che l'altera fanciulla ne dovette essere scossa. Era da tempo che essa, sotto la bruna frangia delle palpebre, osservava la fedeltà di Gaetano a presentarsi ogni mattina; era da tempo che essa aveva l'abitudine di vederlo immancabile alla chiesa, alla passeggiata, sempre modesto, sempre un po' triste; e lentamente, nel suo cuore freddo e solitario, comparve l'immagine del giovane innamorato. Sofia era uno di quei caratteri intieri, tutti di un pezzo, incapaci di cedere ad una debolezza, ma incapaci di mentire agli altri od a sè stessi; era altiera, ma per questa medesima alterigia non soffriva mezzi termini; non amava o amando, doveva andare sino in fondo. Poi le sventure sofferte da bambina le avevano data una severa lezione, le avevano insegnato che la nobile nascita non vale nulla in tempi nei quali non conta che il danaro: che oltre la nobiltà del blasone vi è pur quella del lavoro, anch'essa egualmente bella ed onesta. Il giovane aveva una professione, lavorava di certo in quelle ore che non lo si vedeva apparire; forse per soverchia umiltà aveva firmato le sue lettere col solo nome di battesimo, temendo che la nudità del suo cognome borghese non dovesse offendere la fanciulla. Sofia sentì di stimarlo per la sua condotta passata, per quella presente; la madre, desiderosa come tutte le madri di vedere collocata la figliuola, la incoraggiava dolcemente; ella rispose poche parole, con serietà, ma senza freddezza. Lo stimava, voleva conoscerlo; forse lo avrebbe amato.

Egli andò per la prima volta in quella casa tremante di emozione, dominato da una strana ansietà; avrebbe voluto essere perfettamente contento e credeva di esserlo; ma ogni tanto, come per una nuvola nera, la sua gioia s'intorbidava ed egli si spaventava per un ignoto pericolo. Dopo si dava del matto, del presuntuoso, dell'incontentabile; chiamava in aiuto il suo amore, la sua franchezza, la lealtà del suo cuore e delle sue intenzioni; pensava che un mese, una settimana prima non avrebbe neppure sognato una simile fortuna—e si rassicurava. Pure al cospetto delle due donne fu timido ed impacciato, non osava guardare Sofia, non sapeva se darle del lei alla toscana o del voi alla napolitana; le parole cascavano lente, un invincibile dubbio lo arrestava. La fanciulla lo comprese e vide che era mestieri aiutarlo, restituirgli un po'del suo coraggio; gli parlò lei, con bontà, cercando di raddolcire l'espressione del suo volto, giungendo sino a sorridere; egli si animò, divenne più franco, superò completamente il suo imbarazzo. Le cose si mettevano assai bene, quando la signora Cantelmi uscì fuori con questa domanda:

—E dove ci avete conosciute?

—Al teatro…—rispose egli, preso da una nuova esitanza.

—Al teatro?—riprese Sofia.—Noi vi andiamo molto di rado.

—Nell'aprile, al San Carlino—rispose egli senza aggiungere altro,

—Ora ricordo; quando Maria Desanctis ci mandò quel palco, mamma. Una cattiva serata quella….

—Perchè?—domandò Gaetano, senza osare di chiedere altro.

—Non amo quel teatro; vi si ride troppo e non vi s'impara nulla. Tutto quello che vi si dice è così triviale, così volgare, così basso, che mi ripugna; quelle risate della platea hanno qualche cosa di selvaggio. E quel Pulcinella, quel grossolano buffone, che carezza con la parola e con l'intenzione tutti gli istinti brutti del popolo, mi è insoffribile: io mi chieggo come un uomo si possa rassegnare a quel mestiere….

—Sei severa, Sofia,—interruppe la madre, mitigando l'osservazione con un mite sorriso.

—No, mamma. Forse che mancano vie oneste per guadagnarsi il pane? Meglio un lavoro manuale che quel mestiere ridicolo ed indecoroso. Ma infine che importa a noi tutto questo? Io non vi vidi quella sera.

—Non potevate vedermi,—rispose Gaetano pallidissimo.

—Andate spesso al teatro?—chiese la madre.—Non siete occupato alla sera?

—Sì, ogni sera—riprese lui con uno sforzo penoso—ogni sera vado a lavorare.

—È un lavoro faticoso?—domandò Sofia con bontà.

—No… non molto; ed anche mi ci sono abituato.

—In commercio forse?

Che cosa doveva risponderle? Gettarle la verità in volto e fuggire? L'amava, l'amava passionatamente, l'amava per le sue stesse parole di disprezzo. L'amava, mentì.

—Sì, in commercio in una casa bancaria. Ci vado alle quattro e ne esco ogni sera alla mezzanotte.

Ed aggiunse il suo nome ed il cognome di sua madre: Rosati. Così l'inganno era completo. Dopo si congedò, andò a casa abbattuto, pallido, ferito al cuore. Sul teatro l'amore era sempre una gaia commedia, ma nella vita diventava per lui un dramma doloroso; il primo giorno della sua felicità, egli era tanto, tanto infelice!

III.

La mattina egli la passava presso di lei; seduto sulla sedia dove ella appoggiava i piedini, scherzando con i gomitoli di lana che le servivano per il ricamo, parlandole a voce sommessa, mentre la madre andava e veniva per le stanze. Non arrivavano mai visite, la camera era silenziosa, piena di luce e di sole; dei fiori erano messi qua e là in certi grandi vasi di cristallo tersi e puliti; Sofia si degnava di parlare con quella sua voce gravemente musicale, che aveva qualche cosa d'intimo e d'affettuoso: Sofia si degnava di sorridere con quel bel sorriso che correggeva la purezza statuaria dei lineamenti; Gaetano si sentiva penetrato da una grande pace, da una soddisfatta tranquillità. Egli godeva di mille piccole cose; le affusolate e bianche dita di Sofia, adorne di un anellino con turchesi che egli le aveva donato, volavano sul canevaccio come farfalle bianche; quando la lana finiva, nell'ago, essa la spezzava con un colpo netto delle graziose e lucide forbicine; quando un fiore si doveva incominciare, egli era chiamato a dare il suo parere sulle gradazioni e sulle mezze tinte; spesso la fanciulla lasciava andare in grembo il lavoro e si distraeva a discorrere con lui, lentamente, accentuando le parole solo con lo sguardo. Gli diceva che la sera avanti, sull'imbrunire, era uscita al balcone, e che aveva visto nella strada tanta gente; subito aveva pensato a lui, sagrificato in una camera buia, sopra un libro mastro, in compagnia delle cifre, e lo aveva compatito; gli diceva che se l'altra domenica fosse uscito un gaie sole, sarebbero andati tutti e tre a passeggiare nel bosco di Capodimonte; essa gli avrebbe indicati certi bellissimi viali, certi alberi vecchi vecchi e che avevano l'aria molto buona; gli diceva che aveva letto il tale libro, che le era piaciuto, specialmente un certo punto: prendesse il libro, era sul tavolo, lo aprisse a tale pagina, leggesse ad alta voce, ed egli obbediva sorridendo; leggeva con enfasi, comprendeva più col cuore che con la mente; ella lo ascoltava, socchiudendo un poco i bruni occhi. Poi rimanevano silenziosi, fissandosi a lungo col sorriso dello sguardo e finendo col sorriso innamorato delle labbra. Non discutevano mai; si trovavano sempre d'accordo; perchè Sofia era un po' esclusiva nelle sue opinioni, era inflessibile nelle sue idee; ma Gaetano, ammirandola ed amandola, s'inchinava a tutto quanto ella dicesse. Vi era in lei un sentimento così grande, così equo di probità, un disdegno così completo della facile morale del mondo, che il giovane si sentiva in sua compagnia diventare più forte, più fermo, più coraggioso. L'amava come fanciulla, come donna, come amica, come sorella; gli piaceva, l'ammirava, le voleva bene l'adorava; l'amava, l'amava, l'amava.

Ma appena uscito da quella porta, le sue ferite cominciavano a sanguinare. Egli era un mentitore, un traditore, un vigliacco che ingannava una giovinetta nobile e onesta; era indegno del suo amore, egli il buffone, egli il Pulcinella. Sinallora la sua mente era rimasta ottusa, egli aveva amato il suo mestiere, ne aveva compreso il solo lato buono, gli era parso di non essere da meno degli altri uomini che lavorano; ma le parole di Sofia gli avevano acuito l'ingegno, lacerato il velo che gli ottenebrava l'intelletto: suo padre gli aveva lasciato in eredità il ridicolo, quello che faceva ogni sera era un mestiere indegno. Quindi nutriva nel cuore un odio incurabile per quanto prima era stata la sua consolazione: il palcoscenico stretto, polveroso; le quinte nere, sporche, soffocanti, piene di ragnateli; l'ambiente di petrolio, di fumo rossiccio, di respiri graveolenti; i compagni volgari, chiassosi, sboccati; le donne dipinte, incipriate con la farina, cariche di oro falso, che parlavano il dialetto, gridavano, si urtavano, litigavano, alcune viziose, altre semplicemente miserabili; la sua livrea bianca, la maschera nera che lo deformava, il berrettone obbligatorio; quei caratteri di ghiottone, di pauroso, di egoista, d'imbroglione, che era costretto di rappresentare; quelle frasi a doppio senso, quei frizzi taglienti che addirittura portavano via il pezzo di carne, quell'amore esterno che doveva fingere—tutto, tutto gli sembrava ignobile. La sua vita della mattina lo ingentiliva e gli sviluppava tutte le facoltà morali; la vita di ogni sera lo avviliva, l'opprimeva, l'abbrutiva.

Con uno sforzo disperato aveva cercato liberarsene, aveva voluto gettare lungi da sè quel fardello tormentoso; ma gli mancava la capacità di un altro impiego, non sapeva nulla o un poco di tutto, che vale lo stesso: era un ignorante. Non lo avevano voluto neppure per copista; si chiedevano informazioni sul suo conto e quando si appurava che era il Pulcinella del S. Carlino, ognuno si stringeva nelle spalle con un sorriso: stava al teatro, vi rimanesse. Così soffrì due o tre rifiuti che gli facevano misurare quale e quanto fosse il ridicolo della sua posizione; e ritornava ogni sera alla sua catena addolorandosene, soffrendo, digrignando i denti quando il pubblico lo applaudiva; odiando sè stesso, il mondo—ed amando Sofia.

A lungo andare non ebbe più pace neppure nelle ore che trascorreva con lei, non giungeva più a dimenticare la sua personalità, il pensiero della sua condizione miserrima vinceva anche il balsamo della presenza di Sofia. Costei spesso gli chiedeva minute notizie della sua vita d'impiegato, se il lavoro non fosse troppo penoso, se i suoi banchieri lo trattassero con bontà, se andassero bene gli affari: ed egli ad ingarbugliarsi, a chiamare in soccorso le sue ristrette cognizioni per pescarvi qualche cosa di commerciale, ad infilzare bugie sopra bugie. Le rare volte che suonava il campanello, egli trasaliva, temendo che entrasse qualche persona da cui fosse conosciuto; qualche volta si alzava come se volesse fuggire; quando giungeva a Sofia una lettera in sua presenza, egli tremava che fosse qualche anonima denunzia: se la ritrovava malinconica, gli si gelava il sangue nelle vene, pensando: Ha saputo qualche cosa! Le aveva promesso di condurle sua madre, una buona popolana; ma con mille pretesti non aveva mantenuto la promessa. Nelle belle mattinate di estate, nei suoi rarissimi giorni di vacanza, Sofia lo incitava a uscire insieme con lei e con la madre; gli toccava scegliere le vie remote, guardarsi d'attorno, con sospetto d'incontrare qualche amico che lo chiamasse per nome.

Ma vi era di più: spesso nei più bei momenti di calma e di serenità, nei momenti in cui avrebbe voluto inginocchiarsi davanti a Sofia e adorarla come una Madonna, era assalito da un turbine di pensieri brutti. Sbuffi di cinismo gli salivano al cervello, ricordi di teatro gli intorbidavano la mente, egli si sentiva ridiventare volgare, plateale: chiedeva a sè stesso se quelle bugie, quelle finzioni, quelle delicatezze non fossero esagerazione, roba inutile con Sofia. I mariti sono scarsi e, pur di averne uno, le fanciulle chiuderebbero un occhio ed anche due sulla bellezza e sulla professione dello sposo: così aveva egli enunciato dal palcoscenico, ottenendo le approvazioni della platea; così gli accadeva di pensare presso la giovanetta. Con un volo della sua ammalata fantasia, s'immaginava già che Sofia gli avesse perdonata la sua menzogna, che fosse sua moglie, che venisse ad ascoltarlo recitare, che lo applaudisse… perchè no? Dirle tutto allora… ma Sofia gli alzava in viso gli occhi sereni e casti ed egli ricadeva nella realtà, più affannato, più crudelmente angosciato di prima.

Un giorno cadde ammalato di una febbre nervosa, sperò di morire. Invece dopo tre giorni era guarito ed il suo impresario gli venne a fare una visita per discorrere di cose importanti, secondo diceva lui. Era da tempo che il teatro faceva scarsi introiti, mancavano le novità ed il pubblico si ecclissava; nelle tre sere che Gaetano era stato assente, la sala era rimasta vuota: occorreva darsi da fare, lavorare, trovare qualche idea, arrischiare anche qualche spesa, battere la grancassa, pur di richiamare gente. L'impresario aveva un'idea, anzi due: si poteva tentare una parodia del Rigoletto, che sarebbe venuta fuori interessante e spiritosa dalla penna di Gaetano, si poteva riprendere una vecchia commedia di repertorio, non rappresentata da una trentina d'anni, dopo avervi praticate delle rifazioni. Che ne diceva il carissimo Gaetano, il sostegno del teatro S. Carlino?

Gaetano rispondeva di sì; avrebbe fatta la parodia, avrebbe praticate le rifazioni; egli era il sostegno del teatro S. Carlino, se ne accorgeva, se lo sentiva addosso pesante ed irremovibile. E si accinse al lavoro; scrisse a Sofia che una importante operazione finanziaria, una grossa liquidazione gli impediva di andar da lei per quattro o cinque giorni, che presto sarebbe ritornato, che l'adorava sempre. Dell'impastare alla meglio quella parodia del Rigoletto egli provò un amarissimo piacere ritrovandosi nella persona dello sventurato gobbo, cui unico conforto alla vita di buffone era l'amore della figlia: egli si compiaceva ferocemente contro sè stesso, mettendo in caricatura l'amore paterno del buffone e l'innocenza della figliuola, rilevando la gaia dissolutezza del Duca, di Maddalena. Egli, Gaetano, avrebbe fatto nella parodia la parte di Gilda, vestito da donna, cioè arrivando all'ultimo grado dell'avvilimento; giorno per giorno si configgeva nelle carni quelle spine, sorridendo, come gli antichi martiri, del suo sangue che se andava.

Già grandi cartelloni rossi e verdi, incollati per le mura della città, annunziavano al pubblico napoletano la nuovissima e brillante parodia del Rigoletto, scritta espressamente dal Pulcinella Gaetano Starace, in cui egli avrebbe preso parte insieme col buffo Barilotto, con don Felice Sciosciammocca, il Tartaglia, la caratterista ed altri dieci attori; già i giornali consacravano dieci linee della loro cronaca teatrale per raccomandare ai loro lettori la prima rappresentazione: sarebbe stato un successo clamoroso, una serata allegrissima, un brio da risuscitare i morti; anzi un cronista che masticava di francese, lo profetizzò addirittura un succés de fou rire; tutti poi prevedevano delle piene straordinarie.

Infatti la domenica della prima il teatro riboccava di gente e l'impresario gongolava di gioia: Gaetano, con una febbrile attività andava e veniva per badare al macchinismo. Uscì soltanto alla terza scena, fa salutato da un applauso fragoroso, come autore e come attore, ringraziò, pronunziò le prime parole: ma girando attorno lo sguardo fa assalito da un tremore mortale. Sofia era con sua madre nel fatale palco numero due di prima fila, vestita di azzurro, immobile, seria, attenta: anzi a quella voce aveva trasalito.

Allora Gaetano ebbe un disperato coraggio, il coraggio delle anime buone che si trovano nel più critico, nel più doloroso istante della vita; glielo ispirava il cieco terrore dì perder quella fanciulla che per lui era tutto. Ebbe il coraggio di andare avanti cambiando la voce con un falsetto sgarbato: pel resto era irriconoscibile. Esaltato da tanti mesi di lotta, dalla febbre patita, dalla presenza di Sofia, egli dispiegò quella sera tutta la sua versatilità per sedurre gli spettatori. Vestito da Gilda fa ridicolo sino alla caricatura, forzò la voce ed il gesto: imitò, esagerandole, tutte le grazie svenevoli delle attrici di terz'ordine; vestito da uomo prese tutti gli aspetti: ballò, cantò, suonò il violino, declamò, bastonò, fu bastonato, finse l'uomo ebbro, riempì il palcoscenico ed il teatro della sua voce, della sua presenza. Si ubbriacava di azione, guardava Sofia, la provocava, la sfidava, certissimo di non essere riconosciuto, inasprito dalla sua sventura, con una esaltazione nervosa spinta al massimo grado. La fine della rappresentazione si accostava, Gaetano vi anelava per liberarsi da quell'incubo, per liberarsi da quel soffocamento che gli montava dal cuore alla gola, per trionfare di quel pericolo…. Ecco: le ultime battute si compivano, le signore nei palchi si alzavano, Sofia era già in piedi….

Ma il pubblico, soddisfatto del suo amato Pulcinella lo applaudiva senza fine; fu mestieri fermarsi un minuto per ringraziare e poi giù la tela: un sospiro profondo di sollievo. Niente; gli applausi aumentano, bisogna rialzare il sipario, ringraziare di nuovo: Sofia si mette sulle spalle lo sciallo bianco, ma ha gli occhi fissi sul palcoscenico. Ad un tratto una voce dice una parola; due, tre, cinquanta la ripetono; è un grido solo:

—Maschera, maschera!

Egli era perduto. Il pubblico voleva vedere il suo viso, voleva vedere l'uomo che si nascondeva sotto la maschera di Pulcinella; Sofia lo guardava con la ciera fredda e disdegnosa della prima sera. Esitò….

—Maschera!—ruggì il pubblico sovrano.

Allora con un gesto disperato strappò la sua maschera e mostrò il viso disfatto di un morente: fissò lo sguardo sulla fanciulla; ma sul volto di lei lesse un dolore così fiero, un disprezzo così intenso che abbassò la testa, comprendendo la sua condanna.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Qui finisce l'idilio di Pulcinella, perchè egli non osò più rivedere la fanciulla, nè essa cercò mai più di lui. Certo Gaetano Starace non era un eroe e non ne morì; neppure tentò suicidarsi; invece si consumò lentamente, recitando ogni sera, facendo prove ogni mattina, divertendo il popolo, scrivendo parodie, vivendo in quel teatro stretto, lurido, nero, con i comici volgari e le donne strillone, buono con tutti, ma sempre un po' distratto. Si consumò giorno per giorno, senza lagnarsi: ma dopo di lui nessun altro del suo cognome ha ereditato la maschera del Pulcinella; perchè egli è morto solo, senza famiglia, senza figli.

PALCO BORGHESE.

Nei momenti interessanti del dramma quel palco offriva uno spettacolo degno di ammirazione: quelli che lo occupavano—undici persone—formavano un gruppo di fisonomie ansiose, di occhi spalancati, di bocche semiaperte, di corpi abbandonati; il che attestava qualmente i legittimi e relativi possessori di quei corpi, di quelli occhi, di quelle bocche, fossero profondamente attenti alla rappresentazione. Schierate in fila di battaglia; sul davanti, erano quattro fanciulle, volti graziosi, niente intelligenti, linee superficiali, occhi a fior di testa, capelli castani: bellezzine borghesi napoletane. La prima aveva fatto un tentativo di abito Pompadour, mettendo dei nastri rosa sopra un abito azzurro; tentativo ingenuamente sbagliato, perchè il rosa tendeva al rosso e l'azzurro era troppo cupo. La seconda portava quella tale toilette, cara alle abitataci di Foria, dove il giallo si mescola col marrone a furia di losanghe, di strisce, di pieghe, di maniche differenti: imbroglio inestricabile. La terza si pavoneggiava in un abito bianco, cucito da lei, adorno di trina lavorata in casa, stirato in casa, rialzato da nastri multicolori; giusto un anno e mezzo di arretrato sulla moda. L'ultima infine aveva fatta la felice scelta di una polonese verde-pisello, capace di dare l'emicrania ad una persona di nervi delicati. Tutte quattro erano incipriate di quella grossa cipria che lascia delle macchie bianche, come di gesso; tutte portavano sui capelli nodi di nastro, spilli di chincaglieria, fiori artificiali; tutte erano cariche di perle false, di braccialetti in velluto, di lunghi orecchini; erano soffocate dai loro triplici jabots; portavano guanti troppo corti, con filetti bianchi di dieci anni fa, mezzo sbottonati; una li aveva nuovi fiammanti, color burro, troppo stretti, e se li guardava con grande compiacenza, rimanendo immobile per timore d'insudiciarli.

Dietro, due vecchie; capelli grigi, treccia finta tutta nera, figure arcigne, labbra calcolatrici, catena di oro al collo, spillo col ritratto del coniuge—una bambina. In terza linea il soprabitone nuovo di don Giovambattista Fasanaro, negoziante di pannine e segretario della sua congregazione, con dentro la rispettabile persona del proprietario; insieme tre giovanotti: il primo commesso del negozio, il figlio del droghiere ed il nipote dell'orefice. Tutti tre serrati nel soprabito delle domeniche, rossi nei colletti troppo alti e troppo duri, fieri della dritta scriminatura, del fiore che adornava i rispettivi occhielli; tutti tre pretendenti delle foglie di don Giovambattista. In tutto, dunque, undici: una borghesia grassa, grossa, beatamente cretina, piena del suo merito, piena di disprezzo per quello che è fine, per quello che è artistico; un palco borghese che fioriva alla luce del gas, nel teatro Sannazaro.

* * *

Eppure—o voi che ogni sera andate in teatro, che vi entrate sbadigliando e ne uscite pallidi di noia, che non avete più curiosità, e non vi dolete di non averne, imparate—eppure, quel palco era tutta una storia, tutto un romanzo, quasi un poema. Il borghese napoletano ama il teatro, ma il suo godimento si raffina quando ci va con un biglietto regalato: era il caso. Era tempo che un giornalista, capitato laggiù, ai Lanzieri, per una combinazione strana, come un greco in America; era tempo che egli aveva promesso un palco al rispettabile negoziante. La famiglia, all'annunzio, era andata in visibilio; le fanciulle ne sognavano la notte e pensavano quale abito era conveniente, come dovevano pettinarsi, che figura avrebbero fatta. Tutte le amiche avevano avuto partecipazione della lieta novella, si chiedevano consigli, si sostenevano discussioni: una signorina che abitava di faccia e che aveva avuto la fortuna di vedere il Sannazaro, era chiamata ogni tanto al balcone per ripetere le più minute spiegazioni. Per otto giorni non si vedevano per casa che nastri, fiori, sciarpe, veli; non si udivano che grandi colpi di ferro sulle gonne da insaldare: lo specchio era consultato ad ogni momento; le sorelle tenevano conciliaboli negli angoli delle stanze; la cugina, invitata, era commossa per la riconoscenza. Ma il palco non veniva. Prima si cominciò a scusare il giornalista: poverino, aveva tanta gente da contentare—e forse attendeva una serata propizia, forse il teatro era stato sempre pieno. Poi subentrò un po' di inquietudine: avesse dimenticato—e i preparativi e gli annunzii alle amiche e le speranze concepite? Infine, infine tutto è scordato, il cartellino rosso è giunto: terza fila, un po' in alto; numero due, un po' di fianco; ma che importa? si va: tanto basta!

Quel giorno la casa è sossopra, tutto va di traverso, regna la confusione; le fanciulle sono in gonnellino corto, i capelli ravvolti nelle cartine; sui letti fanno bella mostra gli abiti spiegati, i fiori i guanti, i fazzoletti, le mantelline; i consueti lavori sono abbandonati; è cambiata l'ora del pranzo; non si dorme nel pomeriggio; il negozio si chiude più presto; don Giambattista dice ai suoi clienti, spicciandoli in fretta: Scusate, ma stasera vado al teatro con la famiglia. I tre giovanotti passano un'ora nel salon de coiffure per farsi radere, pettinare ed arricciare. Si appressa lentamente l'ora; le fanciulle litigano fra loro: l'una trova brutta l'altra, la terza ha bisogno di spille, la cugina corre di qua e di là, prestando il suo aiuto, rendendosi utile; le vecchie brontolano, ma non troppo; la bambina piange, perchè ha un ventaglio rotto di sei soldi e la sorellina più grande ha confiscato quello bello che le regalò la matrina; infine dopo molto chiasso, circa tre ore prima della rappresentazione, ma sempre con la paura di far tardi, tutti sono pronti; le giovinette danno un'occhiatina allo specchio, don Giovambattista porta via la chiave di casa e ripete passando al portinaio:

—Giacomino, andiamo al teatro, si finirà tardi.

Arrivano, le porte sono ancora chiuse, passeggiano, vedono giungere gli attori, i pompieri, i carabinieri; appena si aprono le porte, entrano in teatro, è oscuro, sono i primi—non importa. Ci sono. Con che orgoglio prendono possesso dei loro posti! Come ammirano tutto! Come esaminano minutamente ogni signora che entra!

E quella sera la Marini recitava nella Signora dalle camelie.

* * *

Comprendete? Sulla scena la Marini ride, folleggia, freme, ama, singhiozza, agonizza: e lassù quelle quattro fanciulle sono attente, commosse, trasportate; questa impallidisce, una diventa rossa, un'altra fa il viso serio e stringe le labbra come un fanciullo che abbia bevuto un vino troppo forte; all'ultima scorrono le lagrime e sono ribevute dalle guancia accaldate. Negli intervalli esse rimangono silenziose, distratte, quasi stordite—ed intanto guardano una bella figura di donna, tutta sola in un palco, la guardano sospirose d'invidia pel volto puro e bianco, per gli occhi ammaliatori, per l'abito di raso, ricco di merletti, pel fuoco liquido e freddo dei brillanti.

Comprendete? Sulla scena Margherita muore di amore; le solite frequentatici del Sannazaro, belle giovinette, eleganti signore, abbonate della prima dispari, non piangono e non pensano: tutt'al più discutono il valore artistico della Marini e spiegano se Armando deve essere biondo come Ceresa o bruno come Pasta. Ma le fanciulle borghesi rimangono pensose; la notte forse non dormono o, peggio forse sognano; l'indomani hanno il disgusto della loro vita prosaica e senza dramma—e negli angoli solitarî, a mezza voce, nella penombra, raccontano alle loro amiche la storia di Margherita.

Ebbene, sarebbe stato meglio per voi, o buone e stupide fanciulle, di non essere andate a questo teatro. Voi non aspetta il dramma dell'amore, voi nulla saprete mai di quella passione che fa più vittime di ogni più crudele epidemia: i placidi mariti, la drogheria, l'orificeria, i figliuoli, la casa, nulla richieggono di queste lagrime ardenti, di questi gridi strazianti. Io non so perchè vi hanno condotte a questo teatro, io non so perchè vi hanno fatto intravvedere un mondo che non sarà mai il vostro; meglio per voi passare la serata attorno ad un tavolino, sotto la lampada a petrolio, lavorando l'uncinetto e guardando il fidanzato! meglio sul terrazzo mentre la luna scintilla, l'organino suona di lontano e i garofani olezzano; meglio a vespero, quando il predicatore spiega le gioie del paradiso. Se per un solo istante è stata turbata la pace della vostra ignoranza, se un solo lampo vi ha illuminato un paesaggio sconfinato, se avete sofferto un sol minuto, se v'è entrato nell'anima un desiderio ignoto, se avete intuito quanto non sarà mai vostro, se vi è nato un rimpianto, allora quel vostro palco che sembrava una festa, è stato invece una crudeltà.

SILVIA.

Ad Alberto Errera.

I.

La cittaduzza era silenziosa e deserta in quel lunghissimo pomeriggio estivo; nelle sue strade grigie e ben allineate non appariva un viandante; i balconi delle sue case, alti, dal sesto antico, dalla incurvatura profonda, erano tutti chiusi; le porte brune, massiccie, costellate di chiodi, dal pesante martello di ferro, erano anche esse sbarrate. Invano il cielo si serenava, impallidendo; invano si appressavano chetamente le dolcezze del tramonto, invano giungeva il misterioso e malinconico momento della giornata tanto somigliante all'autunno, tanto somigliante al declinare della vita; i buoni provinciali non si curano di tutto ciò, nulla sanno di tramonti e preferiscono dormire in quelle ore, dormire di quel sonno pesante e morboso che lascia le membra spossate, la bocca amara e la mente confusa. Solo Silvia rimaneva seduta dietro i vetri del suo balcone: aveva rialzata la stretta tendina ingiallita, appuntandola con uno spillo per non lasciarla ricadere, ed immobile, le mani incrociate sulle ginocchia, la testa appoggiata allo sportello di legno, ella attendeva con pazienza che le ore trascorressero. Ma in quel posto non l'aveva attirata lusinga di gaio o di mesto spettacolo; Silvia non guardava nella strada, non rivolgeva gli occhi all'ultima linea di verde che confinava con l'orizzonte, nè li alzava al cielo crepuscolare: queste cose, come tutte le altre, non la interessavano o punto. Era venuta là per abitudine, senza noia e senza diletto, per la medesima ragione che la faceva alzare alle sei di mattina e coricare alle undici di sera. Da trentadue anni, nel pomeriggio, stava seduta dietro i vetri del balcone—e tutta la sua vita passata era rappresentata da una fredda e indifferente abitudine.

Pure essa era stata bambina, adolescente, giovinetta; la sua parte di sorriso, e di gioia aveva dovuto averla; invece se rivolgeva lo sguardo indietro, sugli anni fuggiti, non iscorgeva che una superficie bigia ed uniforme. Piccina ancora, ricordava le figure severe ed accigliate dei nonni che le mettevano paura, i volti volgari e le voci grossolane degli zii, sempre pronti a sgridarla, la ciera pallida e noncurante di un padre egoista che non la baciava mai. La casa era triste, vecchia, e vi si parlava sotto voce e i mobili antichi, grandi ed angolosi, assumevano nell'ombra forme spaventose; nei quadri dove si contemplavano le battaglie del primo Napoleone, dominava il rosso acceso, come se ancora il sangue vi scorresse; mai altri fanciulli, mai giuochi, mai risa, mai un viso giovane, mai qualcuno che le parlasse della madre, morta troppo presto. La bambina andava a scuola da due zitellone barbute che le facevano imparare interminabili brani di storia sacra, ed eseguire lunghi e monotoni lavori a maglia; a casa il pranzo taciturno, lo studio sotto gli occhi di una serva brontolona, le orazioni ed il letto. Sempre lo stesso metodo, sempre le stesse persone, sempre le stesse cose. Allora nell'anima crescente di Silvia s'impresse la tinta oscura ed eguale dell'ambiente in cui viveva; tutti i sentimenti freschi e giovanili si spensero sul nascere; i suoi nervi furono ammolliti, dominati, vinti; nel suo corpo, nel suo viso vi fu qualche cosa di troppo vecchio, di troppo saggio. Vennero i suoi sedici anni, e la trovarono grave, misurata, parca di parole e di sorrisi; lasciò la scuola ed ebbe con le chiavi, il governo della casa.

Silvia se ne occupava con molta esattezza, ma senza una soverchia premura: andava, veniva dal terrazzo al granaio, dal granaio in cucina, dalla cucina nelle camere da letto, senza mai affrettare il suo passo, non dimostrando mai alcun fastidio, non andando mai in collera, non alzando mai la voce. Era una figura alta e magra, vestita di grigio o di nero invariabilmente, coi colletti di tela, bianchissimi, diritti, puritani, col grembiule nero, con gli stivaletti di prunella nera dai tacchi bassi perchè non facessero rumore; per unico ornamento un piccolo paio di orecchini in oro. Il suo volto di un pallore opaco e malaticcio, gli occhi neri senza splendore, i capelli oscuri, tirati e stretti sulla nuca, le labbra sottili e sbiancate non serbavano alcuna traccia di gioventù. Nella serenità invadente dell'alba, nel pieno sole del meriggio, nella luce incerta del crepuscolo, sotto il lume quieto della lampada, Silvia era sempre la stessa: magra, pallida, fredda, senza attrattive, incapace di desiderarne, provinciale. Ma non soffriva—ella non conosceva e non voleva conoscere, non immaginava nulla di diverso, non fantasticava, non chiedeva mai niente, non si rassegnava neppure: la nota del suo carattere era l'indifferenza. La notte, quando non dormiva, diceva il rosario; quando dormiva, non sognava mai.

Sibbene in quell'anima trasparente, quadrata, vuota di ogni altro affetto, viveva l'unico ed arido sentimento del dovere. Era dovere per lei alzarsi presto la mattina, dirigere le serve che impastavano ed infornavano il pane, dare gli ordini pel pranzo, aprire e chiudere gli armadi; poi invigilare che i letti fossero rifatti, e bene rimboccate le lenzuola, che non rimanesse polvere sui mobili, che fossero battuti e scossi i tappeti. Il sabato ci era da sorvegliare la grande e complicata faccenda del bucato, seguita da quella ancora più importante dall'insaldare: si dovevano distribuire ai poveri le elemosine consistenti in danaro, panni, medicine e commestibili. Alla fine di ogni stagione conveniva fare le conserve dei frutti, rifornire le provvigioni esaurite, discorrere coi coloni, scrivere a quelli che non si erano presentati: alla fine dell'anno fare il bilancio, paragonarlo con quelli precedenti, dare i conti al padre, parlandogli cogli occhi bassi, a voce sommessa, di cifre, di affari, di nuove economie; riceverne in cambio, come unico e venale segno di soddisfazione un titolo di rendita di dieci lire e deporre sulla fredda mano di lui un bacio gelato per ringraziamento. A Pasqua ed a Natale, Silvia doveva scrivere ai parenti lontani quelle sciocche ed inutili lettere di felicitazioni, sempre con le stesse frasi; al principio dell'inverno e dell'estate scriveva ad una sarta della capitale, perchè le mandasse un abito ed un cappello, lasciando a lei la scelta del taglio e del colore; l'abito arrivava ed era chiuso nell'armadio, per uscirne solo la domenica, quando Silvia andava alla messa, la seconda messa, ascoltata in chiesa solo da poche devote. Essa leggeva nel suo libro le parole di preghiera che non trovavano alcuna eco nell'anima; la messa finiva, un grande segno di croce, ed a casa un'altra volta. Erano questi i suoi doveri; essa non trovava gusto nè noia in alcuno di essi: la carità, la fede, l'amore, il sacrificio la lasciavano fredda. Perfino—orribile a dirsi in una donna—perfino la vanità era spenta in lei.

Le variazioni a questa vita erano pochissime ed anche brevi. Qualche visita alla sua vecchia matrina che le donava una manata di quei confetti a cornetti, duri, bianchi, con un bastoncino di cannella dentro; qualche immenso lavoro ad uncinetto che solo le fanciulle provinciali osano affrontare, cioè fazzoletti di merletto per garantire il damasco giallo-sbiadito dei mobili, copertine per le fiere di beneficenza, copertoni per i letti alti e larghi degli zii: quattro volte all'anno, la confessione, breve racconto di piccoli e stupidi incidenti. Uno zio morì, vi fu un funerale, Silvia serbò la sua calma e tolse per sei mesi i colletti bianchi e gli orecchini di oro: una cugina si maritò, Silvia ebbe un abito di seta rosa che mise una sola volta e che le stava molto male. Il padre ebbe il tifo, fu in pericolo di vita, la figliuola lo vegliò per dieci notti, gli prestò le cure più minute, senza segno di fatica; ma la premura dolce ed amorosa che consola l'ammalato, il sorriso di affetto, gli occhi umidi e commossi, l'ansia del core che si dipinge sul viso, mancavano in lei. Ai ventun anni soltanto le venne dato il conto della sua dote. Poi nulla più di nuovo avvenne.

Ma Silvia, diventata il riassunto delle consuetudini provinciali, Silvia, l'esempio dell'obbedienza e del dovere, la pallida figura in cui si adombrava quella vita anemica, cretina, inerte, materiale, Silvia non aveva potuto rassegnarsi ad una delle più grandi leggi del paese, il sonno del pomeriggio. Questa infrazione alla regola la crucciava un poco ed aveva tentato di vincere una ripugnanza tutta fisica: dopo serrate le imposte della camera sua, si era spogliata ed aveva chiuso gli occhi nella fissazione di voler dormire; ma le era stato sempre impossibile. Si sentiva soffocare in quella stanza oscura e calda, temeva di cadere in deliquio; le conveniva alzarsi, vestirsi ed andare a passare le ore, solitaria dietro la tendina rialzata del suo balcone. Aveva lottato due mesi, aveva usato tutti i mezzi, aveva sprecato una inesauribile dose di pazienza, ma lo scopo si era allontanato sempre più. Ne aveva parlato al medico, ne aveva chiesto al confessore: le fu detto che era un fenomeno naturale, una inclinazione del suo temperamento; la risposta la persuase ed essa si rassegnò. Quando qualcuno le diceva in aria di profonda meraviglia:—Come, non dormite dopo pranzo? è strano—ella rispondeva freddamente:—Non vi è nulla di strano, è il mio temperamento.

Che poteva attirarla in quell'angolo solingo, lei che non si faceva attirare da nulla? Era il temperamento, una inclinazione che non poteva vincere, un'abitudine inveterata. Da vedere non ci era niente che non fosse visto e rivisto per molti anni di fila; non vi si ascoltava alcuna voce, alcun canto, alcuna musica; d'inverno spesso pioveva, ed era allora tristissima cosa l'aspetto delle strade che s'impantanavano e delle case che diventavano color ruggine. Silvia veniva là per stare tranquilla, con le mani incrociate sulle ginocchia, la testa appoggiata allo sportello di legno e lo sguardo errante nel vuoto. Nella stagione estiva vi era un treno che giungeva da Roma alle sette meno un quarto, ed ella abitava abbastanza vicino alla stazione per udirne tutti i rumori; prima un fischio dalla campagna, debole, lontanissimo, ed in risposta sulla stazione tre squilli argentini della campanella; ìndi un fragore cupo, sotterraneo come il colossale respiro di un mostro, un respiro che si calmava poco a poco, come il treno entrava nella stazione. A tender bene l'orecchio si ascoltava la cascata dell'acqua nella macchina che si riforniva, qualche passeggiero scendeva, vi era una pausa silenziosa, la campanella salutava coi suoi tre squilli vibrati il treno che se ne andava, esso diceva addio con un fischio rauco, quasi disperato, l'affannoso soffio ricominciava, cresceva e si allontanava; il treno era partito, la stazione deserta. Nell'inverno anche questo mancava, cambiandosi l'orario.

Le stagioni buone o cattive si susseguivano, la pioggia ed il sole si alternavano con dignitosa equità, i treni arrivavano, si rifornivano d'acqua, lasciavano scendere qualche viaggiatore e ripartivano. Silvia lasciava scorrere le giornate, i mesi, gli anni come i granelli del suo rosario fra le dita, quando ne mormorava le avemmaria. Ma i suoi parenti, il padre, la matrina pensavano spesso che Silvia diventava zitellona: i suoi ventinove anni erano scoccati, essa prendeva una tinta gialliccia come lo avorio conservato a lungo, gli angoli delle labbra le si piegavano in una ruga, un'ombra violacea si formava sotto gli occhi. Intanto non si presentava alcun marito probabile, caso serio in una famiglia dove, nel ramo femmineo, si nutrivano queste due grandi tradizioni: non rimaner vecchia zitella e fare sempre un matrimonio di convenienza. Alla fanciulla non fu detto nulla, come era naturale, ma se ne parlò con gli amici di famiglia, col notaio, col cancelliere del tribunale e col parroco; costoro agirono, informarono, paragonarono; i parenti si dettero da fare, qualche pinzocchera se ne mischiò. Infine dopo molti tentativi infruttuosi, fu trovato un galantuomo sui quarantacinque, giudice del tribunale, di mente convenevolmente ristretta, abbastanza brutto, che voleva quietarsi, sposando una fanciulla saggia e senza pretese; egli sarebbe venuto ad abitare in casa della moglie, perchè il padre di costei non poteva privarsene, non avendo altre donne cui affidare i suoi affari domestici, nè convenendogli stipendiarne una. Due stanze sarebbero assegnate agli sposi, una da letto ed una da studio: comune il salone, la stanza da pranzo ed il resto. Silvia aveva ventimila lire di dote, il doppio alla morte del padre e qualche speranza; il giudice avea trentamila franchi di risparmi, duecentoquaranta lire di stipendio mensile e la speranza di promozione. Fu detto alla fanciulla che era un matrimonio convenevole ed essa lo accettò, come aveva accettato tutti gli altri avvenimenti della sua vita, senza mormorare. L'idea della rivolta non si formava neppure in lei.

Silvia ebbe due abiti di seta, tre cappelli nuovi, un paio d'orecchini di brillanti, un braccialetto di oro con una perla, una grande spilla col ritratto del marito ed una quantità strabocchevole di biancheria, lusso profondamente inutile della provincia, dove i corredi non si consumano e passano di madre in figlia. Fece delle visite con cappello bianco dall'immancabile tremolante marabout, ricevette quelle insipide congratulazioni a fior di labbro, a cui si risponde con un più insipido mormorìo; andò alla messa al braccio del marito che le portava il libro di preghiere e l'ombrellino di seta bianca coperto di merletto nero, camminando con passo grave e solenne; mandò delle partecipazioni, qualche biglietto di visita giunse e fu incorniciato negli angoli degli specchi verdastri. In casa, Silvia ebbe una camera grande, un immenso letto maritale, un divano rosso e durissimo, ma nuovo fiammante, una toilette larga, maestosa, dal marmo nero e sopra un servizio di porcellana azzurra di cui essa non sapeva e non doveva servirsi; sei sedie alte, dure, impettite, incapaci di esser mosse dal loro posto, anzi destinate alla immobilità. A tavola sedette di fronte a suo padre, fu chiamata signora, firmò le lettere col cognome datole dal giudice; e fu tutto. Dimenticavo il marito.

Ma il marito rassomigliava troppo agli zii, ai cugini, al padre, alla città, alle mura, ai mobili, perchè qualche cangiamento avvenisse nello spirito di Silvia. Era una persona di più a cui doveva rispetto ed obbedienza, erano nuovi doveri, ma aridi e secchi come tutti gli altri; il giudice non era punto espansivo, e la freddezza della moglie gli piaceva, prendendola per un eccesso di serietà. Quindi, esauriti gli episodi delle formalità matrimoniali, Silvia riprese il corso della vita abituale, camminando a passi cheti e moderati, dritta nelle pieghe rigide, quasi monacali, del suo abito nero, colla mano sull'anello delle chiavi, perchè queste non tintinnissero, parlando poco, sorridendo molto meno, pensando pochissimo, immaginando nulla ed aspettando la morte senza impazienza.

Era questa la miserabile creatura seduta dietro i vetri del balcone, nel puro pomeriggio estivo; la povera ed infelice creatura che non poteva comprendere la bellezza di quell'ora. A poco a poco, nel tramonto, l'orizzonte s'infiammava d'una luce corallina; sull'estremo lembo del cielo, una sbarra di nuvole, lunga, stretta somigliava ad un nastro d'arancio violetto frangiato d'oro. Poi tutto l'arco del cielo s'incendiò, ma di un incendio lento e dolce; sulle case bigie, oscure, vecchie, si riflesse un chiarore roseo che parve le ringiovanisse; i vetri delle finestre divennero abbaglianti; le banderuole di ferro, agitantisi nel venticello crepuscolare, sembravano ali lucide di uccelli fantastici. Tutto il mondo, nell'infinito amore della luce che se andava, parve si fosse cangiato in oro liquido e colante.

Quasi per forza Silvia dovette contemplare quello spettacolo meraviglioso. Rimase un istante immota, poi sentì un grande calore scorrerle per la persona, un senso benefico e piacevole che sembrò avesse dileguato l'invincibile ghiaccio della sua esistenza. Per la prima volta essa sentì la sua vita: ecco i forti ed onesti palpiti del cuore, ecco il sangue ricco e tiepido che irrompe nelle vene, ecco i nervi pronti, disposti, sensibili; ecco le idee che si affollano al cervello, l'intelligenza che si dispiega, la fantasia che sorge e si libra: è la vita, la vita, la vita! Ad un tratto una scossa profonda fece sussultare tutto il suo essere, una fiamma viva salì a colorarle il viso, una gioia insolita le folgorò dagli occhi ed ella rimase mutola, sorridente, in ascolto di qualche lontano e piccolissimo rumore. In verità una voce l'aveva chiamata.

II.

No, non era più quella. La donna di prima, lettera morta, pagina bianca, era scomparsa, si era disciolta in quel tramonto d'oro liquido ed era subentrata la donna completa, viva, forte e buona: la madre. Negli occhi bruni e spenti, come quelli di una monaca, si accesero fiamme di amorosa dolcezza; la pelle si ammorbidì, si sfumò, divenne perlacea ed un delicato color roseo vi si diffuse come un gaio raggio di sole sulla neve; alle labbra rifluì il sangue ed il sorriso ed esse sbocciarono come una rosa; i capelli duri, tesi, senza grazia, ricaddero mollemente sul collo, ondulandosi; la linea rigida ed energica del mento s'incurvò. Il collo esile diventò pieno con un lento battito di vita, la persona parve formarsi e completarsi, le mani si fecero bianche e trasparenti, mentre alle tempia si scorgeva quell'ombra leggiera che è il segno sacro della maternità.

Col piccino che portava nel seno era nata anche lei; il primo palpito di quella piccola esistenza era stato simile alla forte voce di Gesù che fa sorgere dal sepolcro Lazzaro quatriduano. Il suo passato, pesante, triste, nero, si era annegato nella luce ed ella si trovò compresa da una felicità grandissima. Obbliò tutto, la vigilanza, le cure di casa, il marito, il padre: cedette le chiavi ad una zia e trascorse le giornate nella sua stanza, distesa in atto di abbandono nella sua poltrona, le mani inerti, le labbra vagamente sorridenti e gli occhi pieni di visioni. A chi le parlava rispondeva con voce commossa, dove vibravano toni di tenerezza finallora a lei sconosciuti: le sue parole erano dolci e gioconde, i suoi moti lenti e carezzevoli; camminando, il corpo ondeggiava in una linea sinuosa. Rivolgeva attorno, anche alle persone estranee ed alle cose indifferenti sguardi di amore; spesso le venivano agli occhi lagrime di consolazione che la soffocavano in una gioia infinita.

In quelle lunghe ore di riposo, Silvia volava con la fantasia ai paesi immaginarii, sprecandovi tutta la forza accumulata nel suo lungo periodo d'inerzia. Ecco il bambino, bello, vivo, sangue del suo sangue, cuore del suo cuore; gli occhietti neri luccicano nel bianco visino, le labbruccie spruzzate di rosso chieggono i baci.—Eccolo nudo e ridente davanti alla fiamma del camino, agitando le gambette, contento del calore e cercando mordere il suo piedino di angelo. Ma è possibile? Questa cosetta rosea, graziosa, quest'animuccia che ancora rammenta le voci del paradiso, è suo figlio, suo, suo, suo? Egli dice la prima parola, il caro adorato vuole la mammà, la chiama, la chiama in tutti gli accenti, e la mamma si nasconde per udire una volta di più quelle due sillabe scoppiettanti. Presto egli ha voluto camminare e, tutto fiero del suo coraggio, traballando ad ogni passo, cerca raggiungere la mammina che si allontana, sorridendo e tendendogli le mani; cresce, cresce, il bambino è già un fanciullo. Come felice la madre, appoggiandogli la mano sulla bruna testa, quasi a proteggerlo, a benedirlo, a carezzarlo; come felice sentendo sulla sua il contatto di una fresca guancia ed al collo la catena di quelle braccia amorose; come felice nel guardarlo, nel sondare la fierezza del nero occhio, nell'ammirare il riso di quella bocca leale! Oh, madre fortunata senza fine nella sua creatura! Dio! Dio! che aveva ella fatto per meritare tanto?

Oppure era una bambinetta bianca, dagli occhi glauchi e dolci, dalla vocina melodiosa, dalle membroline gentili, dai capellucci così fini e così biondi che sembran oro ridotto in sottilissimi fili. Non sa far altro la fanciullina che fissare i suoi grandi occhi sorpresi in quelli della madre, non chiede altro che attaccarsi alla sua gonna e seguirla dovunque: perchè è timida come una cervietta, candida ne' suoi abiti bianchi, azzurrina nelle sfumature del suo volto. Adesso i suoi occhi intelligenti si chinano sulle lettere dell'alfabeto che la madre vuole insegnarle, la vocina balbetta, il visino si arrossa per superare la difficoltà; le lezioni vanno benissimo, perchè in fondo vi sono sempre baci e carezze. Soavissima cosa piegare le ginocchia insieme alla figlia, congiungere le mani, elevare gli occhi al cielo ed unirsi nelle stessa parole di preghiera; uscire insieme nelle ore mattinali, scantonare in qualche povera strada, entrare in qualche tugurio miserabile e vedere la figliuola che arrossisce di piacere nel fare l'elemosina, mentre il poveretto la guarda con occhi pieni di lagrime, mormorando: Benedetta questa bionda fanciulla! E nel cuore della madre un'eco risponde: Benedetta questa figlia che è la pace dei miei giorni!

Ora Silvia comprendeva tutto, tutto: una grande tendina era stata lacerata davanti a' suoi occhi, la rivelazione del mondo l'aveva colpita, il suo intelletto era stato invaso dall'aspra scienza della vita. A lei venne il soffio allegro e sano della gioventù con le emozioni freschissime, le trepidanze, i rossori, le gaie speranze, gli entusiasmi, la fede inconcussa nel suo avvenire di donna. Poi lo slancio irresistibile della passione, la lotta dei sentimenti coi doveri, la parte della coscienza, l'urto perenne dell'anima coi sensi, l'alto ideale della virtù e le basse realtà dell'esistenza: tutta questa eterna battaglia di ogni cuore donnesco, fu la sua battaglia, donde usciva vincitrice. Le parve di aver provato tutti piaceri della ricchezza, del lusso, della vanità, dell'orgoglio, dell'ambizione femminea; le parve aver amato tanto, aver amato bene, amato lungamente, di essere stata tanto riamata; e che di quel passato d'amore le fosse rimasta una cara malinconia, il cumulo dei ricordi che si svolge lento, lento, i rimpianti soavi, ed il fiotto delle rimembranze che arriva e se ne va, per ritornare e per andarsene di nuovo, simile all'eterna onda del mare. Quanto vi è di vero e di bello nella natura: i fiori, farfalle immote; le farfalle, fiori volanti; la fortezza onesta dei boschi, la verginità della neve, la bontà generosa della terra nera, il fermento di riproduzione che agita il mondo e la inflessibile serenità delle stelle: tutto trovò la via del cuore di Silvia. Comprese che la vita è una cosa buona, che la verità di essa è nell'amore e la felicità nei figli; e tutto il suo essere si genufletteva, mentre l'anima balbettava confuse parole di grazia.

In casa la guardavano trasognati, tanto essa era sconvolta, trasfigurata nelle sue contemplazioni; ma nè il padre egoista, nè i parenti volgari, nè il marito metodico osavano farle un'osservazione, quasi compresi da rispetto. La lasciavano fare ed ella nella follia ragionante della maternità, acquistò le tele finissime, le battiste trasparenti, i merletti di filo, i nastrini di raso, spendendo senza contare. Impedì a chi la circondava di porre mano al correduccio; cucì tutto lei, pian piano, con cura, tirando i punti con un'aria di cheta soddisfazione, maneggiando le forbici senza farle stridere, susurrando paroline di amore alle piccole camicie, alle cuffiettine, baciandole e profumandole. Fu lei che ricamò il lungo abito di battesimo, lei che imbottì e cucì il cuscino di raso azzurro coperto di una trina delicata dove il bimbo avrebbe appoggiata la testolina, fu lei che trapunse il mantelletto di cascimiro bianco, foderato di seta. Per un mese si occupò della culla che riuscì un vero nido di piume, di nastri e di merletti, un nido bianco, morbido, dove egli sarebbe stato calduccio, calduccio. E per quando egli sarebbe giunto, ella sognava nuovi cambiamenti; avrebbe modificata la severa casa, l'avrebbe resa piacevole ed allegra: nei vasi dorati del salone dove ora s'ingiallivano e s'impolveravano grossolane rose di mussola, vi sarebbero dei veri e bei fiori; i quadri spaventosi, rossi e gialli, sarebbero surrogati dalle chiare oleografie dove bambinetti festanti ruzzano nei prati; ci voleva un'uccelliera sul terrazzo, perchè la voce degli uccellini si unisse nel trillare a quella di lui. Molte cose si potevano far venire dalla capitale, era facilissimo; bastava scrivere, e le mille eleganze, di cui in provincia non si conosce neppure il nome, sarebbero giunte a circondare di benessere il piccolino. Dunque si affrettasse il tempo nel suo corso, precipitassero i minuti l'uno sull'altro, si annullassero rapidamente le ore ed i giorni, venisse il desiderato—la madre era pronta e lo attendeva.

Ma l'interruzione subitanea delle antiche abitudini, l'impulso di vita giunto all'improvviso, l'attività esagerata delle facoltà sinallora represse, l'esuberanza della forza che si espandeva, tutto questo nuovo rivoluzionava il fisico ed il morale di Silvia. Il sistema nervoso per tanto tempo atonizzati, divennero di una sensibilità squisita: una parola dura, una piccola difficoltà, un nodo nel vestito la facevano sussultare. Le sensazioni si erano perfezionate, raffinate; i suoi gusti erano diventati molto difficili, era stata presa da una grande passione pel caffè e pei profumi, e l'impeto della sua vita si era raddoppiato. Piangeva volentieri, silenziosamente, senza singhiozzi, senza alcuna dolorosa contrazione delle labbra; talvolta per un nonnulla dava in iscoppi di riso convulso inestinguibile; ora desiderava starsene sola per le settimane intiere, contenta della solitudine; ora si chiamava tutti dattorno per essere in compagnia. Una fiamma continua le imporporava le gote, una fiamma che la consumava nel suo ardore; i polsi batteano frequenti, il corpo si dimagrava, le mani si assottiglivano: un giorno l'anello del matrimonio le scivolò dal dito anulare e non si potette più ritrovare. Le serve ne mormorarono come di cattivo augurio, ma Silvia non lo intese; essa anelava al termine prefisso, corrosa dalla febbre, sempre più esaltata, coi nervi oscillanti e l'anima beata.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Nella camera dell'ammalata tutto taceva, nelle altre camere si camminava in punta di piedi e visi contristati si scambiavano occhiate più tristi ancora; il martello della porta era foderato di lana nella strada, avevano sparso la paglia, alcune visite erano state licenziate in fretta. Presso il letto della inferma vegliava solo il vecchio padre: quando il medico gli aveva detto che Silvia era perduta e con lei il bambino, il suo egoismo aveva ricevuto un colpo formidabile, qualche cosa di aspro gli ricercò il cuore ed era il rimorso. Egli impallidiva e tremava pensando per quanto tempo aveva trascurata la figlia, egli si chiedeva la misura del dolore che le aveva inflitto con la sua indifferenza; non le aveva mai dato un bacio, mai detto una parola buona, era stato per lei un estraneo. Ora essa, avvelenata da quella crudele noncuranza, moriva.

Silvia dormiva di un sonno affannoso ed irregolare, coi lineamenti contratti, col viso diminuito, quasi divorato dalla lotta combattuta; balbettava ancora qualche frase del suo delirio. Troppo tardi era venuta la vita, troppo tardi ella era stata madre—il suo organismo già vecchio, già disseccato, si era infranto in quella pruova.

—Papà, lasciamelo vedere ancora—disse lei con voce fioca, risvegliandosi.

Il padre si scosse, prese dalla culla il piccino e glielo portò. Era una creaturina debole e fragile dagli occhi semispenti, dalle manine gelate. Silvia mise un bacio leggiero sulla piccola fronte.

—Papà!—chiamò dopo un momento di silenzio la figliuola.

—Silvia?

—Dimmi: la mamma, la mamma mia era molto dispiacente di morire?

—Non funestarti con queste idee, figlia mia…

—Dimmelo, papà, te ne prego. Era molto dispiacente di morire?

—Sì, perchè lasciava in terra una figlia.

—Le doleva, perchè lasciava in terra una figlia—ripetette quasi macchinalmente l'ammalata;—eppure… era una santa donna.

—Una santa, Silvia.

—Essa sel sapeva—riprese lei lentamente—essa sel sapeva. I figli non possono restare senza madre sulla terra.

Si assopì da capo. Il padre si sentiva soffocare in quella camera dove si respirava l'agonia ed uscì fuori: vi era del tragico in quella figura di vecchio colpito dalla disperazione.

Silvia si era assopita, ma la fierissima febbre rendeva leggiero il suo sonno: erano le sei e mezzo; il treno che veniva da Roma fu annunziato dal suo fischio. Essa si destò di soprassalto: era sola.

—Giunge il treno—disse come fra sè—giunge il treno… fa il suo compito… riparte.

Si alzò sopra un braccio e fissò nella penombra il candore della culla:

—Andiamcene, figlio mio—mormorò essa.

COMMIATO.

Alcuni mi dicono: Voi siete triste. In quello che scrivete vi è sempre un'ombra di malinconia; anche quando scherzate, compare ogni tanto un pensiero mesto.

Altri esclamano: Beata voi con la vostra gioventù e l'allegria! La gioia schizza fuori dalle parole, il buonumore vi si appalesa; quando cominciate un'elegia, terminate sempre in un inno.

Io non rispondo e penso. Non so nulla di questo, è sicuro; non mi ricordo se sono stata allegra o malinconica, lo stato del mio animo mi è sfuggito. Sforzo la mia memoria; è inutile, essa ha obbliato l'impressione di quel momento fuggevole.

Vediamo allora che ne dice il pubblico. Ma ogni particella di questo pubblico è un'anima che sente, una mente che ragiona, una volontà che opera; ogni particella di questo pubblico è un individuo con le sue inclinazioni, i suoi gusti, le sue passioni; è un individuo col proprio carattere. Pensare questo, è semplicemente spaventoso per lo scrittore.

* * *

Che può l'artista? Può nelle sue veglie tormentose provare lo spasimo di una idea che rimane velata, latente, incognita, lontana o vicina ma inafferrabile: può inginocchiarsi, battere la fronte sulla nuda terra, spargere lagrime impotenti e supplicare così l'idea di sollevare il suo velo, di rivelargli il volto fulgido, dovesse pure rimanerne acciecato; può, felicissimo evocatore, veder apparire nella notte la celeste fantasima e gridarle: Salve, o divina! Tu sei visione ed io ti farò realtà: tu tremoli come un'apparizione al limitare del mondo esistente ed io renderò fermo il tuo passo e vera la tua vita; ti darò la parola che è suono, che è luce, che è calore, che è sentimento; ti darò per farti vivere la mia anima ed il mio cuore—e tu, parte di me migliore, da me distaccata, da me creata, esisterai!

Ma, dopo questo, l'artista si ritrova deserto e solitario. Si guarda dattorno: qualche cosa gli manca, ha la sensazione di un vuoto enorme. Gli manca il suo grande amico, il giustiziere sconosciuto, il cervello immenso che accoglie e fa sue tutte le novelle idee, l'anima straordinaria che comprende, indovina, intuisce tutte le vere passioni: l'artista ha bisogno di una eco potente, sia di biasimo, sia di plauso: ha bisogno dello sprone che gli punga i fianchi come ad indomito corsiero; ha bisogno della voce imperiosa che gli faccia bollire il sangue nelle vene. Così fra l'artista ed il pubblico si stabilisce un invincibile legame che nulla potrà spezzare.

* * *

Mi ricordo, un giorno non molto lontano, mi parve di avere in qualche parte del mondo un amico incognito a cui dovessi scrivere tante, tante cose; la penna correva, correva, le parole fuggivano rapidamente come foglie trasportate dal vento autunnale; senza essere chiamati, i pensieri tumultuavano, affannandosi, accavallandosi; si moltiplicavano senza numero le idee vecchie e nuove, i ricordi e le speranze, le aspirazioni e tutto questo nella forma che più conveniva alla spinta potente che li urtava. Nulla poteva arrestarmi: noncurante della età giovanile, della scarsa esperienza che doveva trarmi in inganno, dei pericoli che potevano sorgere ad ogni passo, delle lotte che mi aspettavano al varco, delle molte probabilità di caduta, io ho continuato a lavorare, guardando sorridente il chiuso avvenire. L'amico non mi rispondeva; solo ad intervalli, ora per una bocca, ora per un'altra mi giungeva una parola: una parola talvolta amabile, talvolta severa—e gli scoraggiamenti profondi o le novelle speranze mi erano sempre salutari. Nulla poteva arrestarmi: quanto nasceva nella fantasia, quanto era frutto di osservazione, quanto era corrispondente ad una impressione io ho scritto al mio amico. Come era la vita sua, come era la vita mia, volta a volta il sorriso malinconico o la lagrima gioconda, si sono trasfusi involontariamente nelle mie parole, e quando, dopo un anno di questa corsa, io ho preso fiato per un momento, mi accorsi che avevo scritto un libro e che l'amico era il pubblico.

* * *

Ora, amico lettore, il libro è terminato: grata notizia, nevvero? Per me no. Chiedi a chiunque abbia mai veduto il suo lavoro pronto a partire, se non gli è parso nel momento che vergava la parola fine, di sentire una stretta dolorosa al cuore; se alla soddisfazione dell'amor proprio non si è unito un senso vago di mestizia. È forse quel tremore che invade il pellegrino quando s'incammina per contrade ignote, è forse quella sfiducia di sè e della propria opera che assale ogni spirito; è forse per la divisione da una cosa che vi fu lungamente e arcilungamente cara: perchè per quanto meschine, per quanto grette per quanto contraffatte siano queste deboli creature che si distaccano da noi, noi non possiamo impedirci di voler loro bene; e sapendo quanto dubbia sia la loro sorte, quanto dubbia sia la loro fortuna, si rimane esitanti, un po' inquieti, un po' crucciati.

E mentre il libro nuovo, bello, fiero della sua apparenza fresca, se ne va tutto ardito pel mondo, provando le sue forze e credendo di trovare tutti visi cortesi e paroline benevoli, l'autore si agita nella sua casa deserta e si affanna pel caro assente e si pente di averlo lasciato andare: e pensa alla critica che lo incontrerà per la via e non mancherà di chiedergli con qual diritto viaggia per l'Italia; pensa a coloro che per preconcetto guardano in cagnesco ogni lavoro novello; pensa alla oscurità del suo nome….

—Almeno—egli dice fra sè—almeno questo mio libro raccogliesse un sol sorriso, ritrovasse un sol amico; avrei la consolazione di averlo scritto per quell'uno! Ma tutto questo è inutile, buon lettore: tu hai finito di leggere ed io non posso chiederti se hai sorriso.

FINE.

INDICE.

  Dedica: A Rocco De-Zerbi Pag. 5
  Fanciullo biondo » 7
  La canzone popolare » 13
  Pseudonimo » 21
  Casa nuova » 27
  Votazione femminile » 33
  Il trionfo di Lulù » 39
  Il Cristo di Saverio Altamura » 61
  In provincia » 65
  Nel bosco » 73
  Nuova caccia » 77
  Acacia » 85
  Un intervento » 91
  Frutta » 113
  La notte di S. Lorenzo » 119
  Villeggiatura » 123
  Tristia » 131
  Lettera aperta al signor Vesuvio » 139
  Vita nostra » 145
  Dualismo » 149
  La storia di Mario » 161
  Alla decima Musa » 171
  Estratto dello Stato civile » 177
  Per le fanciulle » 183
  Apparenze » 191
  Giornata » 199
  La moglie di un grand'uomo » 207
  Trilogia » 215
  Domenica » 221
  Notte di agosto » 229
  Mosaico » 237
  Idilio di Pulcinella » 253
  Palco borghese » 277
  Silvia » 283
  Commiato » 303

MILANO—PERUSSIA & QUADRO—EDITORI.

__Bozzetti turchi.__—di GRENVILLE MURRAY.

(Il mio cavasso ed io stesso—Un'ambasciata—Il sultano—Il bascià governatore—Il bascià ispettore—Il cadì—Il bin-bashee (ufficiale)—L'ufficiale di marina—Il prelato greco—Una casa turca—Matrimoni turchi—La donna turca—Urbanità turca—Costumi generali—Una visita—Un vecchio turco—Un vecchio greco—La donna greca—Le pulci—Il bagno—Un santo turco—Un santo greco—Un funerale greco—Il medico—Il villaggio dei lebbrosi—Giustizia—Schiavi—I conventi—L'esercito—I turchi nelle strade e nelle locande—Governanti e governati—-Io senza il mio cavasso—Consigli d'amico.) Un elegante volume in-16 di pag. 240 con incisione… L. 2 50

E. C. Grenville Murray, già addetto all'ambasciata inglese in Turchia, ha avuto campo di raffinare, colla esperienza sua personale, il tatto pratico e degli uomini e delle cose; onde questi suoi bozzetti sono improntati non soltanto di artistica evidenza, ma compenetrati—per così dire—del senso e della caratteristica del popolo, ch'egli imprese a descrivere. Quel mondo che De Amicis ha nel Costantinopoli dipinto nella sua realtà esteriore, E. C. Grenville Murray sorprende e svela nella profonda intimità della vita domestica, sociale e politica, per trarne giudizi e conclusioni.

__Ucciderla?__ (Memorie dì un marito) di LEON AUGUSTO PERUSSIA (Seconda edizione).—Un elegante volume in-16…» 1 50

__In chiave di violino__,—Novelle di FERNANDO FONTANA. (Un tenore in ferrovia—Le corde d'un cembalo—Il romanzo d'un sì di petto—Il suonatore di violino—Miss Anna Howard—Amore e musica).—Un volume in-16…» 1 50

__Trattato pratico di piscicoltura e ostricoltura__ (con 10 illustrazioni di apparati, operazioni, ecc.) di UGO BARDI.—Un vol. in-8 » 1 —

MILANO—PERUSSIA & QUADRIO—EDITORI

OPERE IN NUMERO.

__Vittorio Emanuele nella sua vita intima.__ Asterischi a matita di MEFISTOFELE. L.—75

__Ermengilda.__ (Leggenda del secolo XVII.) di EMILIO QUADRIO (Seconda edizione) » 1 —

__Fisime d'amore__—Bozzetti Sociali di EMILIO QUADRIO » 2 —

__La donna__—Saggio di TITO MANETTI » 1 50

__Canti Ribelli__ di LUIGI VOLPE-RINONAPOLI (edizione elzeviriana) » 1 —

__Bocciuoli.__—Versi di FRANCESCO CIMMINO (edizione elzeviriana) » 1 50

__Albe.__—Versi di CARLO DE-LIETO (edizione elzeviriana) » 2 —

__Storie.__—di AUGUSTO BARATTANI » 1 —

__In vagone__.—di AUGUSTO BARATTANI » 1 —

__Storia d'un guanto__, di AUGUSTO BARATTANI »—60

__Clemenza e Diana.__ (Storia del cuore di ALFREDO D'ARCO » 2 50

__Il figlio della maledetta.__—Romanzo di R. ALTAVILLA L. — 50

__Arianna.__—Storia di un sogno, di OUIDA. —Tre volumi » 3 —

__Signa.__—Storia contemporanea, di OUIDA » 1 —

__Amicizia.__—Romanzo Sociale, di OUIDA.—Quattro volumi » 4 —

__Storia di tre baci.__ per ENRICO MONTAZIO » 4 —

__Libro proibito.__ di A. GHISLANZONI » 2 —

__Libro allegro.__ di A. GHISLANZONI » 2 —

__Al di là.__—Romanzo di OTT. DE BANZOLE » 4 —

__Gli idilj di Giulia.__—Racconto di G. ROBUSTELLI » 2 —

__Su e giù__ (Scene milanesi) di CARLO CAJMI » 3 —

__Terremoto.__ (Storia del secolo XVI) di PARMENIO BETTOLI » 4 —

__Falene dell'amore.__—Fisiologie sociali di A. G. CAGNA » 2 —

__Passione maledetta,__—Romanzo di CESARE TRONCONI (Seconda edizione) » 3 —

__Madri… per ridere.__—Romanzo di CESARE TRONCONI » 4 50

__Novità dell'industria applicate alla vita domestica__ (Note sull'Esposizione di Parigi) di A. CACCIANIGA » 3 —

__Costantinopoli.__—di EDMONDO DE AMICIS » 6 50

__Ricordi di Parigi.__—di EDMONDO DE AMICIS » 3 50

__Gli zingari in Ispagna,__ di G. HUDSON » 3 —

__I russi d'oggidì,__ dell'AUTORE del Deputato di Parigi » 3 —

__Bozzetti Umbri__ di P. PRAMPOLINI » 1 50

__La caccia ed i cacciatori.__—per ARTURO RENAULT » 4

__Il carattere nella vita italiana__ di A. MAZZOLENI » 3 —

__L'Italia aspetta.__—di AGOSTINO BERTANI » 1 50

__Lettera del deputato A. Bertani al deputato Quintino Sella__ »—50

__Vangelo civile e politico per gli operai__—di FILIPPO VILLANI » 1 —

__Corso di diritto pubblico amministrativo,__ del comm. dott G. DE GIOANNIS—Due vol. L. 17 —

__Rivoluzione conservatrice,__ di G. CAVALLETTI » 1 50

__Sul ventuno in Piemonte,__ di A. MANNO » 6 —

__Bozzetti Francesi__ di GRENVILLE MURRAY Due eleganti vol. in-16 » 3 —

Dirigere le commissioni, col relativo importo in vaglia, francobolli o lettera raccomandata, alla CASA EDITRICE SOCIALE __Perussia e Quadrio__—Via Bocchetto, 3—MILANO.

End of the Project Gutenberg EBook of Dal vero, by Matilde Serao

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Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm

Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of electronic works in formats readable by the widest variety of computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from people in all walks of life.

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Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit 501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at http://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by U.S. federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered throughout numerous locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact information can be found at the Foundation's web site and official page at http://pglaf.org

For additional contact information:
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     Chief Executive and Director
     gbnewby@pglaf.org

Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation

Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide spread public support and donations to carry out its mission of increasing the number of public domain and licensed works that can be freely distributed in machine readable form accessible by the widest array of equipment including outdated equipment. Many small donations ($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating charities and charitable donations in all 50 states of the United States. Compliance requirements are not uniform and it takes a considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up with these requirements. We do not solicit donations in locations where we have not received written confirmation of compliance. To SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state visit http://pglaf.org

While we cannot and do not solicit contributions from states where we have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition against accepting unsolicited donations from donors in such states who approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make any statements concerning tax treatment of donations received from outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

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Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be freely shared with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.

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