> Abba | classicistranieri.com

Tag Archives: Abba

Giuseppe Cesare Abba – Storia dei mille

Reading Time: 166 minutes

Giorni Pericolosi
Nei dieci mesi che volsero dalla pace di Villafranca alla spedizione dei Mille, l’Italia di mezzo diede prove di virtù civili meravigliose, ma col Piemonte corse dei pericoli gravi forse quanto quelli che il Piemonte stesso aveva corsi, prima della guerra del 1859. I duchi, gli arciduchi, i legati pontifici fuggiti dalle loro sedi, fin da prima di quella guerra, non avevano più osato tornarvi; e allora Parma, Modena, Bologna con la Romagna fino alla Cattolica, si strinsero in un solo Stato, che nel bel ricordo della gran via romana da Piacenza a Rimini, chiamarono l’Emilia. Spento così d’un tratto ogni vecchio sentimento di gelosia, conferirono la Dittatura al Farini, romagnolo venuto su, da giovane, nelle cospirazioni, e poi maturo ed esule fattosi alla vita dell’uomo di stato vicino al Cavour, in Piemonte. Si crearono un esercito proprio, con gioventù propria e d’ogni parte d’Italia; e il loro governo procedeva d’accordo con quello di Toscana, libera anche essa, e col suo grande statista Bettino Ricasoli risoluta d’unirsi al regno di Vittorio Emanuele. Intanto quelle regioni si chiamavano, tutte insieme, Italia centrale.
Quello Stato provvisorio era tranquillo come se non ci fosse in aria nessuna minaccia, ma senza mostrarne paura, conosceva i pericoli tra i quali viveva. L’Austria, che non aveva potuto aiutar con l’armi i principi fuggiti a tornare, dichiarava caso di guerra l’ingresso anche d’un solo soldato piemontese nell’Italia centrale: la Russia era apertamente ostile non soltanto a che Toscana e Ducati e Legazioni si unissero al regno di Vittorio Emanuele, ma ancora a che si scegliessero un Sovrano: la Prussia consigliava il Piemonte di rimetter esso stesso in trono i principi fuggiti. I diplomatici italiani avevano un bel dire fin da allora ai prussiani che la Germania mostrava desiderio di rompere i legami posti anche a lei dai trattati del 1815: quegli uomini di Stato, sebbene sapessero che presto la Germania avrebbe fatto ciò che già faceva l’Italia, insistevano perché il Piemonte si contentasse della Lombardia, si consolidasse bene e lasciasse tempo al tempo. In quanto a Napoleone III, questi diceva di non voler correre i rischi di una nuova guerra che l’Austria avrebbe immancabilmente intrapresa se fosse avvenuta l’annessione dell’Emilia e della Toscana al nuovo regno; ed erano avversi all’Italia la Spagna, la Baviera, persino il Belgio.
Sola l’Inghilterra si mostrava amica al nuovo Stato, che si veniva formando; sola suggeriva agli Italiani dell’Emilia e della Toscana di stare saldi nella loro risoluzione. Al Piemonte consigliava di fare, di osare senza domandare e di non darsi briga né dell’Austria né della Francia, né di nessuno. E il Ricasoli e il Farini erano uomini da sentir bene il consiglio, perché stavano al governo di popolazioni che sapevano ragionare il loro diritto. Come s’erano formate le grandi potenze, esse che mormoravano e minacciavano perché Piemontesi e Lombardi volevano aiutare i loro fratelli del centro a divenir com’essi liberi, e tutti insieme Italiani? L’Austria, la Francia, la Prussia, la Russia si erano costituite in secoli di violenze e di usurpazioni, calpestando popoli, che due o tre di esse ritenevano ancora con la forza; gli Italiani non conquistavano, non usurpavano nulla; non abbattevano se non delle dinastie che loro erano state imposte. Ora perché esse, le grandi potenze, volevano impedirli?
Si ragionava così, e così stavano le cose nel principio del 1860, quando appunto Cavour, che dopo la pace di Villafranca, sdegnato contro Napoleone e fin contro il Re, si era ritirato dal governo, tornava alla presidenza dei Ministri. Egli allora osò da uomo che sapeva di aver dei collaboratori potenti, e un popolo pronto a tutto. E d’accordo con lui, il Ricasoli per la Toscana e il Farini per l’Emilia, pubblicarono il Decreto che convocava i Comizi, in tutta l’Italia centrale, pel plebiscito. In quei Comizi, i votanti dovevano dichiarare se volessero l’unione alla Monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele, ovvero il regno separato. E nell’Emilia su 2,916,104 abitanti, comprese donne e fanciulli, 426,006 voti furono per l’unione; contrari, solo 756. Nella Toscana, su 1,806,940 abitanti votarono per l’unione 366,871, pel regno separato 54,925. Così l’Europa, che tante sciagure aveva versate o lasciato versare sull’Italia, da secoli, vide meravigliata Emiliani e Toscani concordi ed entusiasti fondersi con Piemontesi e Lombardi; e i duchi e gli arciduchi – parole di Cavour – “sepolti in perpetuo sotto il cumulo di schede deposte nelle urne.”
Protestarono i principi che vedevano levati via per sempre i pretesi loro diritti; protestò l’Austria, protestò quasi tutta l’Europa, ma nessuno si mosse: e un regno dell’Alta Italia, di undici milioni, fu fatto.
*
Allora, anche a uomini molto arditi, parve di aver avuto tanta fortuna, che pensare ad altro sembrava temerità e follia. L’Europa poteva, alla fine, saltar su e dire di aver tollerato anche troppo. Infatti mostrò ancora il suo broncio il 2 aprile, nella seduta inaugurale del nuovo Parlamento in Torino; nella qual seduta, con manifesta avversione, non si fecero vedere i rappresentanti diplomatici di Russia, Prussia, Spagna e del Belgio. E se i limiti del nuovo regno fossero stati segnati dalla valle del Po, forse il Governo avrebbe potuto facilmente persuadere lo spirito pubblico a mantenersi cheto per alcuni anni, aspettando e preparando altri eventi. Ma i confini erano già di là dall’Appennino; e aver a far parte del regno la Toscana, la gran maestra antica della vita civile italiana, voleva dire esser costretti a continuare l’impresa nazionale. Napoleone III lo aveva ben capito, e di malumore aveva già detto ad un suo ministro che l’unione della Toscana al regno di Vittorio Emanuele portava di conseguenza l’unità italiana. Però al Conte di Cavour l’unità non pareva ancora possibile. L’idea sua era sempre di dar assetto al nuovo regno; promuoversi tutte le libertà; svolgerne le forze già così rigogliose e omogenee; farlo ricco, colto, solcarlo di strade ferrate e di canali; dotarlo di ogni sorta di opere pubbliche; farne insomma il Belgio in grande dell’Europa meridionale. Così, intanto gli Italiani dello Stato Pontificio e delle Due Sicilie, avrebbero sentito e desiderato la prosperità dello Stato settentrionale anche per sé; e forse, prima che passasse un decennio, si sarebbero mossi spontaneamente per unirsi a goderla. Egli aveva allora appena cinquant’anni, e poteva ripromettersi di vivere ancora tanto da guidare quel movimento.
Senonchè Mazzini sin dal 2 marzo aveva scritto: “Non si tratta più di repubblica o di monarchia, si tratta di unità nazionale; d’essere o non essere. Se l’Italia vuole essere monarchica sotto la Casa di Savoia, sia pure: se dopo la riscossa vuol acclamare liberatori e non so che altro il Re e Cavour, sia pure. Ciò che ora vogliamo è che l’Italia si faccia.” Il gesto era preciso, diritto; Sicilia, Napoli, Roma tutto doveva venire nell’unità nazionale: per Mazzini, pel suo partito, che era anche fatto di uomini di guerra, l’ora era buona; o coglierla, quali che si fossero i pericoli, o non vederla tornar mai più. Egli fin dal 1856 aveva rivolta la sua azione al Mezzodì per far procedere di laggiù in su la propaganda rivoluzionaria: nel ’57, per tentarvi una rivoluzione, d’intesa con lui era andato a morir colà Pisacane: nel ’59, temendo che la pace di Villafranca e le sue conseguenze portassero a far guarentire dall’Europa l’intangibilità delle Due Sicilie, egli Mazzini, aveva mandato Crispi in Sicilia a promuovervi agitazioni e a prepararvi l’insurrezione. Ora dunque bisognava gettare il dado, e cominciare appunto dalla Sicilia.
*
Certo la convinzione di Mazzini l’aveva in parte, almeno nel cuore, anche il Cavour. Egli dopo Villafranca, in uno scatto di magnanima ira, aveva detto: “Mi hanno troncato la via a fare l’Italia con la diplomazia dal Nord; ebbene, la farò dal Sud con la rivoluzione!” Ma poi si era frenato. E se Mazzini vedeva le cose da credente che subordinava tutto alla propria fede, e andava incontro ai fatti, fosse pure per trovare il martirio, Cavour col suo tatto del possibile guardava da uomo di Stato che misura le probabilità e vi conforma l’azione. Il regno delle Due Sicilie gli pareva un organismo da lasciar vivere ancora; le idee sue rispetto a quello non si erano peranche mutate.
L’anno avanti, nel maggio, appena salito al trono Francesco II, egli lo aveva invitato a unirsi al Piemonte contro l’Austria. Ma Francesco aveva preferito la neutralità, sperando che Russia, Prussia, Inghilterra si sarebbero messe dalla parte dell’Austria, e che la guerra del ’59 sarebbe finita come quella del ’48. Cavour il 25 giugno, cioè dopo la battaglia di Solferino e San Martino, sempre sperando di convincere quel Re a divenir italiano, gli aveva mandato il conte Ruggero Gabaleone di Salmour come inviato straordinario, con l’istruzione di dirgli che il concetto dell’indipendenza italiana aveva informato sempre il Governo piemontese; che perciò da anni, consigliando con l’esempio e con la voce agli altri principi d’Italia quelle interne riforme che dessero soddisfazione ai legittimi desiderii dei popoli, aveva mirato soprattutto a consociarli nello stesso intento di nazionalità, unico mezzo per disarmare le fazioni. Quel diplomatico doveva ricordare al Re avere il Piemonte ammonito sempre che, seguendo altra via, i governi avrebbero dovuto combattere non più le sette, ma il sentimento universale della nazione, e che nella funesta lotta non essi sarebbero stati vincitori. L’inviato doveva anche dire che mentre la guerra era guerreggiata in Lombardia, l’ostinata neutralità del re di Napoli sarebbe considerata come una diserzione o un segreto patteggiamento coll’inimico. In quanto alle Due Sicilie, poi, doveva dire essere noto che colà più che altrove fremevano passioni ardenti, rancori profondi, ire lungamente compresse che aspettavano ansiosamente l’occasione di prorompere terribili e irrefrenate: che le occasioni non tarderebbero, e con esse gli incitamenti e le seduzioni entro e fuori del regno: che confidare nella sola forza, far puntello al trono d’armi mercenarie, era partito che non solamente doveva ripugnare all’animo onesto del giovane Re, a partito mal sicuro e pieno di pericoli. Pensasse il Re che la presenza di un esercito francese in Italia doveva commuovere il paese dove aveva regnato Gioachino Murat; e dove era morto compianto: ci pensasse, e collegandosi sinceramente col Piemonte, dichiarasse pronta guerra all’Austria e mandasse parte dell’esercito sul Po e sull’Adige, a combattere a fianco di Vittorio Emanuele e di Napoleone. L’inviato doveva anche pregare il Re di far vuotare le carceri politiche, di riaprire le vie del ritorno ai proscritti, di sanar le piaghe della Sicilia; ma su questo e su tutto il resto aveva trovato sordi i cuori.
Tuttavia Cavour non si era stancato. Al principio del 1860, appena tornato al governo, quando temeva ancora l’intervento dell’Austria nell’Italia centrale, aveva ritentato di condurre il re di Napoli ad allearsi col nuovo regno di Vittorio Emanuele. Ma Francesco II e il suo governo si erano messi invece a cospirargli contro, istigati dal Nunzio Pontificio, dalla Spagna, dalla regina Sofia di Baviera stessa sposa del Re, fantasticanti tutti insieme una lega cattolica. E assoldavano austriaci per Napoli e pel Papa, concentravano soldati negli Abruzzi, miravano a suscitar tumulti nella Romagna.
Allora Cavour cambiò tono, e fece avvertire badassero bene a non far mettere piede di soldato borbonico nel pontificio. Essi, cocciuti, non ascoltavano consigli neppur dall’Inghilterra. La quale alla fine diceva loro tirannia, ingiustizia, oppressione essere le caratteristiche del governo dell’Italia meridionale; quelle dell’Italia settentrionale, libertà e giustizia; e che in tutti i paesi del mondo, la gente anche la più volgare capiva la differenza esistente tra un governo giusto e umano e un governo ingiusto e spietato. Ostinato ognor più, non ascoltavano nemmeno la Russia loro amicissima, che per bocca del suo primo Ministro diceva a Napoli che la polizia del Regno, spiaceva fino al capo della polizia russa; e questi era allora Kakoskine, uomo addirittura feroce. Anche la Francia consigliava invano minori asprezze.
Pareva tempo da non usar più nessun riguardo, ma forse il giovane Re ispirava ancora a Vittorio Emanuele una certa pietà: Era figlio di Maria Cristina di Savoia, sposata nel 1832 al grossolano e cattivo Ferdinando II, trattata male nella reggia e morta consunta nel 1836. Essa aveva avuto quell’unico figlio. E si sapeva che quando era nato, non volendo concedere a lei di allattarlo, le avevano fatto entrare in camera per nutrice una donna di Santa Lucia, piagata a una gamba, con le tracce della scrofola al collo, con pochi capelli in testa, quasi tignosa e con figli rachitici o che non si reggevano in piedi. Aveva rivelate queste miserie un abate Terzi, che Maria Cristina aveva condotto con sé dal Piemonte per confessore. E l’abate aveva anche narrato che vicina a morte, avendo chiamato il Re, la infelice regina s’era sentita rispondere che il Re dormiva. Così era spirata soletta come una povera, con al capezzale un oscuro frate; e il popolo napoletano l’aveva chiamata santa.
Per disgrazia sua, quel povero bambino, orfano di madre, mal visto erede al trono, non aveva potuto morire anch’esso, era stato educato a odiare ogni cosa italiana. Ed ora regnava. Se Vittorio Emanuele aveva voluto che il suo Governo usasse dei riguardi a quel parente nato e vissuto infelice, come uomo di cuore aveva fatto bene.
L’agitazione per la Sicilia.
Ma la Nazione non aveva nessun dovere di sentimenti pietosi. E allora la voce di Mazzini che dopo la pace di Villafranca aveva gridato: “Al Centro mirando al sud,” si mise a gridare: “Al Sud mirando al Centro, Roma:” e infiammò i cuori, e diresse le aspirazioni degli italiani del Nord verso la Sicilia. Egli e i Comitati suoi e il partito repubblicano che nel 1859 aveva saputo lealmente servire in guerra la monarchia, s’accinsero al preparar un’impresa che pareva folle, e che invece doveva riuscire a fini meravigliosi. L’uomo per condurla, tutti lo designavano: Garibaldi.
Intanto Mazzini aveva fatto partir per la Sicilia Rosolino Pilo. Era questi un uomo di quarant’anni, nato in Palermo dalla famiglia dei conti Capeci, sangue d’Angiò, tutta devota ai Borboni. Egli unico di quella famiglia aveva dato il suo cuore alla patria. Dal ’49 era esule; nell’esiglio aveva conosciuto Mazzini e n’era divenuto l’apostolo. Nel 1857, doveva andar compagno di Pisacane alla impresa finita in Sapri; ma i barcaroli coi quali aveva aspettato il passaggio del vapore Cagliari, lo avevan mal servito, il vapore era passato, ed egli era ridisceso a Genova, a sentir poi la tragica fine dell’amico. Da allora aveva vissuto con quella spina nel cuore. Ora, d’intesa con Mazzini e con Garibaldi, partiva il 26 marzo su di un povero legno viareggino per l’isola sua. Garibaldi gli aveva detto che qual si fosse il suo destino laggiù, rammentasse che tutto vi si doveva fare in nome dell’Italia e di Vittorio Emanuele. Pilo, repubblicano, aveva accettato il motto, ed era partito con Giovanni Corrao, anche questi siciliano, arditissimo uomo del popolo. Avevano navigato quattordici giorni, erano riusciti a sbarcar presso Messina, e s’eran messi a percorrere l’isola, annunziando Garibaldi.
Anche Cavour era ormai quasi convinto che non si poteva più lasciar la questione napolitana al tempo, ma gli doleva che Garibaldi e Mazzini si pigliassero col loro partito l’onore d’essere i primi. E perciò d’accordo col Fanti, Ministro della guerra non amico di Garibaldi, avea già fatto profferire al nizzardo generale Ribotti d’andar in Sicilia a capitanarvi l’insurrezione. Ribotti gli pareva uomo da ciò. Era stato al servizio della rivoluzione siciliana del ’48; per essa aveva tentato di portar l’armi in Calabria, era stato preso e condannato, e aveva sofferto anni di carcere dai Borboni. Ma Ribotti non aveva accettato. Forse indovinava che laggiù, solo il gran nome di Garibaldi e l’ingegno suo di guerra e la sua figura, avrebbero potuto trovar la vittoria.
*
In quei giorni venne come la folgore una lieta notizia: a Palermo era scoppiata l’insurrezione. E si diceva che all’alba del 4 aprile, da un convento chiamato della Gancia, un Francesco Riso, giovane di 28 anni, aveva con alcuni compagni data la mossa, e che un Salvatore La Placa s’era azzuffato con la milizia, in certi quartieri della città abitati da pescatori e retaioli. Ma la gioia si cambiò in ira quando, subito appresso, oggi una voce, domani l’altra, si seppe che quei generosi erano stati oppressi; che le squadre di campagna, già scese vicino a Palermo, s’erano ritirate nei monti; che tredici compagni di Riso, oltre quelli morti combattendo, erano stati fucilati; che egli giaceva pieno di ferite e prigioniero; che lo stato d’assedio era proclamato, e che erano arrestati il padre di Riso con altri cittadini cospicui di Palermo. Dunque la rivoluzione era domata! No, non doveva essere: l’Italia superiore la faceva sua propria.
Da quel momento tutti cominciarono a chiedere che facesse Garibaldi, e se non si muovesse, e se non era ancora andato, e perché non fosse ancora laggiù. E non dicevano già, che dovesse muoversi il governo di Vittorio Emanuele; tutti avevano il sentimento del rischio cui si sarebbe messo d’aver mezza Europa addosso: a tutti bastava che si muovesse lui, Garibaldi, che quanto a gente per seguirlo ce ne sarebbe stata anche troppa. Ma si sentiva che bisognava far presto, perché il Governo borbonico aveva compreso che la Sicilia non mirava più, come nel ’20 e nel ’48 a separarsi da Napoli o a rifarsi regno da sé; ma che il suo moto era di tendenze unitarie, con mira all’Italia superiore. Perciò quel Governo prometteva largamente strade ferrate, portifranchi, casse di sconto, prestiti alle grandi città; mentre si ingegnava di reprimere la insurrezione nell’interno, mandando colonne mobili a disarmare la gente. Se Francesco II avesse dato una costituzione quale l’isola la voleva del ’48, chi poteva dire che la Sicilia non si sarebbe acconciata? Bisognava proprio far presto.
*
Non si vuol mica dire che nel settentrione i liberali bruciassero tutti dal desiderio di vedere andar gente ad aiutar la Sicilia e Napoli a liberarsi dai Borboni, a unirsi al resto d’Italia. V’erano allora i ragionatori che trovavano gli argomenti forti in contrario. Ma come mai si voleva fare un solo stato di quest’Italia così lunga e sottile, senza un centro, e nel napoletano senza strade né nulla? Eh già, rispondevano altri, ragionatori anch’essi, queste cose le diceva pure Napoleone I. Diceva che se tutta la parte d’Italia dal Monte Velino in giù e con essa la Sicilia fosse stata gettata dalla natura tra la Sardegna e la Corsica la Toscana e Genova, la Penisola avrebbe avuto un centro quasi egualmente distante da tutti i punti della sua circonferenza: ma così come era fatta, quella parte dal Velino che formava il Regno di Napoli, gli pareva di clima, d’interessi, di bisogni, diversi da quelli di tutta la valle del Po e di quella dell’Arno. Però non avrebbe detto così se a’ suoi tempi avesse avuto il telegrafo, la navigazione a vapore, le strade ferrate. Tutte queste cose levavano via dall’Italia un bel po’ degli inconvenienti della sua configurazione. Del resto, Napoleone aveva soggiunto che nonostante tutto, l’Italia era una sola nazione, una di costumi, di lingua e di letteratura; affermava che in un tempo più o meno lontano i suoi abitanti si unirebbero sotto un solo governo; e passate in rassegna le condizioni storiche di tutte le grandi città, dichiarava solennemente di pensare che Roma sarebbe senz’altro quella che gli Italiani si sceglierebbero per capitale.
Altri ragionatori dicevano che il Re di Napoli teneva un esercito di più di 120 mila soldati, bene armati e con cavallerie e artiglierie delle migliori d’Europa. Era vero. Ma ai giovani che ascoltavano solo il cuore, il cuore diceva una cosa molto semplice, cioè che quei cento ventimila soldati non erano tutti, come un sol uomo, nel pugno di quel Re, così che ei li potesse lanciar di colpo nel punto dell’isola dove Garibaldi anderebbe a sbarcare. Allora i savi soggiungevano che intorno all’isola vigilava una crociera di chi sa quante navi, forse trenta, forse quaranta: ma quelli del cuore sentivano che se anche le navi fossero tante, il mare era vasto, e che una catena intorno all’isola non era possibile a tenersi così stretta, che di notte o di giorno un marinaio come Garibaldi non riuscisse a passare.
(NdA: Si seppe poi, a cose finite, che la crociera intorno all’isola era composta di 14 legni e di 2 rimorchiatori da guerra, con aggiunti ad essi 4 piroscafi mercantili della Società di navigazione siciliana e 2 della napolitana, armati e dati da comandare ad ufficiali militari. In tutto adunque erano 22 legni. La vigilanza, da Capo San Vito a Mazzara, era affidata alla Partenope, fregata a vela da 60 cannoni; al Valoroso, pure a vela da 12 cannoni; allo Stromboli, pirocorvetta da 6 cannoni e al Capri, da 2. Comandavano quella crociera, un Cossovich capitano di vascello imbarcato sulla Partenope, e sullo Stromboli era imbarcato l’Acton, baldanzoso uomo che partendo da Napoli aveva detto al Re di voler buttar a mare Garibaldi. Da Mazzara a Capo Passaro, da Capo Passaro al Faro, dal Faro a Trapani, incrociava il resto della flotta.)
Invece una preoccupazione grave davvero, e tale da togliere l’ardire a molti, riguardava il poi, se mai la spedizione sbarcasse. Della Sicilia si sapeva poco qual fosse nell’interno. Nella sua solitudine pareva quasi fuor della vita. E quasi più del suo tempo presente si sapeva del suo passato ma bene antico. Molti parlavano di quelle sue città di due milioni d’abitanti, del suo popolo d’otto milioni che nutriva sé eppure faceva ancora chiamar l’isola sua granaio d’Italia; sapevano enumerare le sue civiltà, greca, latina, araba; la sua monarchia normanna che seppe valersi di quelle civiltà, farsi amare dai vinti e lasciare, a traverso i secoli, il desiderio ancora di quel regno. Ma all’infuori dei marinai, chi mai sapeva della Sicilia presente? Chi vi era mai stato? Forse qualche ricco, e anche soltanto nelle grandi città, Palermo, Messina, Catania, Siracusa; ma l’interno dell’isola non era guari conosciuto neppur sulla carta. Però si indovinava e si amava il suo popolo, perché avevano insegnato a pregiarlo i suoi profughi, ne’ dieci anni da che stavano rifugiati in Piemonte; gente degna, patrizi, letterati, avvocati, medici, architetti o artigiani valenti e virtuosi. Se dalla Sicilia era venuto via quel fior di gente, non poteva darsi che non vi fosse laggiù un popolo degno di loro; bisognava andarvi, per dir così, a scarcerare l’anima dell’isola, farla espandersi nella vita italiana. Quante energie, quanta luce, quante virtù, aggiunte all’anima della nazione! Queste cose non si pensavano per l’appunto così, ma si sentivano vagamente, come nell’adolescenza si sentono le prime aure dell’amore cui si va incontro, e sono la vita.
Ma intanto, quale rischio l’andarvi! Certo Garibaldi si sarebbe gettato su qualche costa, lontano dalle città marittime, dove non fossero milizie, per non farsi opprimere appena giunto. E da quella costa si sarebbe mosso a trovar nell’interno sui monti qualche posizione forte, per chiamarvi a sé gli insorti e fare un esercito tale da poter affrontare in campo quello dei regi, o magari piombar sulla capitale. Ma quanti scontri avrebbe dovuto sostenere nelle sue prime marcie, e chi mai sapeva in quali condizioni? E se gli fosse avvenuto di perdere? Pazienza i morti, ma i feriti, in che mani sarebbero rimasti? Come li avrebbe trattati il nemico offeso per quell’assalto che gli veniva da gente di fuori? E chi fosse riuscito a salvarsi da quelle mani, in quali boschi, in quali tane, senza cure, solo, disperato sarebbe andato a finire? Si fantasticavano cose orrende. Eppure l’aria del tempo, la fede in Garibaldi e una certa voluttà di andare a patire per una grande idea, faceva vincere anche quelle tetre preoccupazioni.
E appunto, qual era allora lo spirito dell’esercito del Borbone? A sentir gli esuli siciliani e napoletani, in quell’esercito v’erano dei generali, dei colonnelli, persin dei vecchi capitani, che sapevano bene quanta era stata la gloria dei loro padri. Da fanciulli li avevano visti tornare dalle guerre napoleoniche di Spagna e di Russia, dopo aver empito il mondo delle loro geste e dei loro nomi. Nel 1815 li avevano visti sotto re Gioachino tentar l’impresa di cacciar l’Austria dalla Lombardia. Nel 1848 avevano marciato essi stessi alla guerra quasi fino al Po; erano tornati indietro afflitti, quando il loro Re spergiuro li aveva richiamati; e quelli che non avevano ubbidito ed erano andati a Venezia, vi si erano fatti ammirare. Pepe, Ulloa, Rossarol! Appresso, a sentir le risorte glorie dei Piemontesi in Crimea e poi quelle recenti del 1859, dovevano aver patito di non essere stati mandati a quella bella guerra, fatta per cacciare lo straniero. E così forse era entrato nell’animo dell’esercito lo scontento. Ma in quel momento non si sapeva se amassero o odiassero. Forse contro i piemontesi avrebbero combattuto fieramente, se ne fossero scesi nel Regno a guerra di Re: ma contro Garibaldi avrebbero combattuto solo per disciplina. Dovevano anche trovarsi nelle file molti ai quali quel nome incuteva sgomento. Non era egli colui che undici anni avanti si era fatto conoscere a Velletri e a Palestrina, quando i napolitani erano marciati su Roma per rimettere il Papa in trono? Insomma, bene bene non si sapeva nulla dello spirito vero dell’esercito laggiù: certo, a volerlo giudicare dalle opere contro la Sicilia, doveva essere feroce ancora come era stato nel ’48. Ma si sarebbe visto alla prova cosa valessero quelle milizie in cui ufficiali e sott’ufficiali avevano quasi tutti grossa famiglia; e si sarebbero visti anche gli stranieri mercenari che non si chiamavano più svizzeri, ma di svizzeri erano formati e di bavaresi e d’austriaci, d’un po’ d’ogni gente.
In quanto alla marineria, saperne qualcosa sarebbe stato più interessante. Ma neppur essa si conosceva guari. Però degli ufficiali malcontenti ve ne dovevano essere; e anzi, alcuni dicevano che quelli del Fieramosca, quando nel gennaio del ’59 avevano scortato a Gibilterra i grandi cittadini del Regno liberati dalle galere ma condannati alla deportazione, erano stati visti con le lagrime agli occhi e il dolore sul viso.
Così dicevano i meridionali profughi antichi o recenti dal Regno. Tra essi i Siciliani erano i più ardenti. Parlavano della loro isola, facendone ritratti vivissimi coll’immaginosa parola. I loro Vespri parevano un fatto recente. Conoscevano la storia della loro indipendenza dai Vespri fino al 1735, come se l’avessero vissuta; si vantavano di aver avuta da quell’anno bandiera e amministrazione distinta dalla napolitana, e Parlamento proprio: tutte cose confermate nella Costituzione del 1812, quando i Borboni, perduto il continente, si erano rifugiati laggiù e vi avevano trovato sicurezza, protetti dalla generosità del popolo e dall’Inghilterra. Ma essi, tornati sul trono di Napoli, avevano poi tradito tutto, e cominciato a offender l’isola e il suo popolo, chiamandola negli atti pubblici: “Terra di là dal faro”, quasi come a dire paese barbaro. Onde le sue rivoluzioni del ’20 e del ’48, e un odio crescente sempre e tanto, che l’isola si sarebbe messa sotto l’Inghilterra, la Russia, la Francia, sotto chi si fosse che l’avesse voluta, pur di esser levata da dipender da Napoli. Ora quella passione si rivolgeva all’Italia, a chiamar lei, l’Italia del nord che doveva ascoltarla. E Garibaldi dov’era, che cosa faceva?
Garibaldi e Cavour.
Garibaldi stava in Torino alle prese col Conte di Cavour, perché avvenuta la cessione di Nizza alla Francia, credeva che egli la avesse patteggiata fin dal ’57, quando aveva concertato con Napoleone l’aiuto militare del ’59. Invece la cessione era seguita per una soperchieria di Napoleone, che oltre la Savoia, per non opporsi all’annessione dell’Emilia e della Toscana al regno di Vittorio Emanuele, aveva voluto anche Nizza. Cavour aveva fatto di tutto per salvarla, ma non v’era riuscito; e Garibaldi pareva contro di lui implacabile. Ma il 7 aprile gli capitarono a Torino il Bixio e il Crispi, i quali “a nome degli amici comuni per l’onor della rivoluzione, per carità della povera isola, per la salute della patria intera,” lo pregarono di mettersi a capo di una spedizione e di condurla in Sicilia. E Garibaldi che forse meditava un moto popolare in Nizza stessa, per salvarla lui se Cavour non aveva potuto; messo in disparte questo e ogni suo pensiero, accettò e decise di far l’impresa.
Par quasi certo che Egli n’abbia parlato con Vittorio Emanuele e che n’abbia avuti incoraggiamenti. Però il Re, il 15 aprile, volle ancora scrivere al Cugino di Napoli che era “giunto il tempo in cui l’Italia poteva esser divisa in due stati potenti, uno del Settentrione l’altro del Mezzogiorno: che Egli pel bene suo lo consigliava di abbandonare la via fino allora tenuta: e che se ripudiasse il consiglio, presto egli, Vittorio Emanuele, sarebbe posto nella terribile alternativa o di mettere a pericolo gli interessi più urgenti della stessa sua propria dinastia, o di essere il principale strumento della rovina di lui. Qualche mese che passasse ancora senza che egli si attenesse all’amichevole suggerimento, egli, il Re di Napoli, sperimenterebbe l’amarezza delle terribili parole: troppo tardi.”
E scritto così, Vittorio Emanuele partì lo stesso giorno 15 aprile pel suo viaggio trionfale in Toscana e nell’Emilia, dove andava per la prima volta da Re.
*
La sera di quel 15 aprile Garibaldi si presentò improvviso alla Villa Spinola nel territorio di Quarto, allora ignoto borgo poco discosto da Genova, sulla riviera orientale. In quella villa se ne stava Augusto Vecchi esule Ascolano, suo antico ufficiale di dieci anni avanti, alla difesa di Roma.
– Buona sera, Vecchi; vengo come Cristo a trovare i miei apostoli, ed ho scelto il più ricco, questa volta. Mi volete?
– Per Dio, Generale, e con piacere immenso! –
Pare una pagina romanzesca, ma allora appunto cominciava il periodo in cui le cose più vere ebbero l’aria di fantasie.
In quella villa il Generale si stabilì, e vi chiamò i suoi.
Per andare in Sicilia occorrevano armi, ed egli senz’altro mandò in Milano a prenderne di quelle già comprate col fondo del milione di fucili, fatto raccogliere da lui per sottoscrizione nazionale. Sennonché là, Massimo d’Azeglio, governatore, non solo rifiutò di concedere che se ne portasse via una parte, ma le fece mettere tutte sotto sequestro. Scrisse poi d’aver temuto che quelle armi finissero in tutte altre mani che quelle di Garibaldi, certo temeva di Mazzini, ma in quel momento l’atto suo diede grandemente da sospettare che il Governo fosse avverso a ogni impresa garibaldina.
Veramente il Conte di Cavour desiderava proprio più che mai che la spedizione non si facesse. Temeva che Garibaldi, una volta mosso si lasciasse trasportare dal suo vecchio pensiero di Roma, e invece che in Sicilia andasse a sbarcare su qualche parte della costa pontificia, senza riguardo al pericolo di tirare addosso a sé e al Regno una guerra dalla Francia. Sperava, anzi, che ogni cosa sfumasse. Il 24 aprile mandò apposta il colonnello Frapolli da Garibaldi, per indurlo ad abbandonare ogni disegno; e il Frapolli, amico del Generale, gli parlò delle difficoltà che si opponevano ad una discesa nell’isola o nel continente. Gli ricordò persino le tragedie di Murat, dei Bandiera, di Pisacane. Non si sa che viso facesse il Generale a tali moniti del Frapolli, ma certo è che questi tornò a Torino da Cavour, persuaso che Garibaldi non partirebbe. E, in verità, il Generale era già inclinato a rompere ogni preparativo, perché dalla Sicilia aveva notizie non buone. Ondeggiò tutti quei giorni pensando alla tremenda responsabilità di una catastrofe. Il 27 gli giunse un telegramma da Fabrizi da Malta, quasi lugubre: “Completo insuccesso nelle provincie e in Palermo; molti profughi raccolti dalle navi inglesi giunti in Malta.” Così diceva il telegramma. E la parola del Fabrizi valeva quella che Garibaldi stesso avrebbe detto. Era un vecchio patriota di quelli sfuggiti nel 1831 alle forche di Modena; e sempre poi aveva vissuto in esilio a onorare l’Italia e a farla stimare dagli stranieri. Egli non poteva che dire la verità. E perciò Garibaldi deliberò di lasciar andar tutto, e di tornarsene nella sua solitudine di Caprera: anzi, diede ordine di tenergli un posto sul vapore che doveva partire il 2 maggio per la Sardegna. Cavour lo seppe, e scrisse a Napoleone che ormai di una impresa di Garibaldi non c’era più da temere.
Ma allora si erano fatti attorno al Generale tutti i più ostinati a voler andare in Sicilia: Bertani, Bixio, Crispi e tanti altri minori, che nella Villa Spinola tennero con lui una specie di gran Consiglio, il 30 aprile, anniversario della sua bella vittoria del ’49, contro i francesi, sotto Roma. In mezzo a quel consesso, tra i discorsi roventi di quei patrioti, come uomo ispirato da una luce improvvisa, Garibaldi balzò su d’un tratto a dire: “Partiamo. Ma subito, domani!” Domani era troppo presto: bisognava pensare ad avere i legni da navigare! Ma insomma un po’ di giorni, tre o quattro, sarebbero bastati. Intanto quegli operosi avrebbero raccolta la gente da fuori. Dacché egli aveva detto: “Partiamo,” lasciasse fare, che ad eseguire c’era chi ci pensava.
Il Conte di Cavour, ignorando quella nuova deliberazione, era partito il 1 maggio per Bologna, a raggiungervi nel giro trionfale il Re, cui sperava di strappare l’ultima parola che impedisse a Garibaldi ogni tentativo d’allora e di poi. Narrano gli intimi del Conte e del Re che si trovavano con essi in Bologna, avere il Cavour manifestato fin l’intenzione di fare arrestar Garibaldi, se si fosse ostinato a tentar qualche cosa, e d’andar egli stesso a porgli addosso le mani, se non si trovasse chi avesse l’ardimento di farlo. E sarà vero, perché allora egli temeva troppo che l’Imperatore dei Francesi, credendosi canzonato da lui, pigliasse qualche violenta deliberazione contro l’Italia. Ma ormai alla forza delle cose neppur egli poteva più resistere. E saputo ciò che a Genova si faceva, stette col Re a Bologna, per non tornare a Torino in quei giorni a farsi tormentare dalla diplomazia. Però prese le sue precauzioni. E temendo sempre che Garibaldi volesse fare un colpo contro Roma, ordinò alla divisione navale del contrammiraglio Persano d’andare in crociera tra Capo Carbonara e Capo dello Sperone a Sant’Antioco, o, in altre parole, dinanzi al Golfo di Cagliari. Gli ingiungeva però di non “adoperar le macchine”; e che cosa intendesse di voler dire con ciò non si sa bene ora, né lo seppe allora forse neppure il Persano. Poi non tornò a Torino se non la sera del 5 maggio, e là, da Genova, gli piovvero le notizie. Che fare? Adesso non c’era altro che lasciar fare; e giacché la spedizione non si poteva più impedirla senza che sorgessero chi sa quali guai nel paese, pensò subito di mettersi sul gioco di dominarla, e di rispondere alle proteste che lo avrebbero tempestato.
Genova nel gran giorno
In Genova, sin dagli ultimi di aprile, stavano già molti dei più vogliosi di partire per la Sicilia, e altri ve ne furono chiamati nei primi tre giorni di maggio. Per le vie di quella città tutta lavoro, dove la gente va attorno sempre con l’aria di chi non ha tempo da perdere, quei forestieri che riempivano i caffè e le passeggiate stonavano alquanto. Ma forse nessuna città era adatta come Genova a farvi quell’adunata e a servir di copertura al Governo. Il quale così, negli ultimi momenti, poté far bene le viste di non accorgersi di nulla, proprio come se nulla vi fosse, e tutto pareva inteso, consentito, voluto dalla città intera, ma con somma prudenza.
Il 5 maggio ogni cosa era pronta. Allora Garibaldi scrisse al Re cominciando: “Il grido di sofferenza che dalla Sicilia arrivò alle mie orecchie, ha commosso il mio cuore e quelle d’alcune centinaia dei miei vecchi compagni d’arme.” Pareva che volesse rammentare a Vittorio Emanuele che l’anno avanti egli per il primo, nel suo discorso del 10 gennaio in Parlamento, aveva trovato la espressione giusta come un’eco delle “grida di dolore” giunte a lui da ogni parte d’Italia. E soggiungeva di saper bene a quale impresa pericolosa si sobbarcava, ma che poneva confidenza in Dio e nella devozione dei suoi compagni. Prometteva che grido di guerra sarebbe l’unità nel nome di Lui, Vittorio; e sperava che se mai l’impresa fallisse, l’Italia e l’Europa liberale non dimenticherebbero che era stata determinata da motivi puri affatto da egoismo. Disse, che riuscendo, un nuovo e brillantissimo gioiello avrebbe ornato la corona di Lui; ma non celava l’amarezza sua per la cessione della sua terra natale. E, certo per non compromettere il Re, finiva scusandosi di non avergli detto il suo disegno, per tema che egli lo dissuadesse dal fare quel passo. Mesta e solenne lettera, nella quale era serenamente espresso il dubbio e la speranza e il sentimento dell’ora. Spiace in essa quel tanto che c’è di finzione: ma insomma, i tempi erano tali, da giustificare questo ed altro.
Il Generale scriveva pure all’Esercito italiano, esortando ufficiali e soldati a star saldi nella disciplina, a non abbandonare le fila per seguir lui. Scriveva all’Esercito napolitano per ricordare ai figli dei Sanniti e dei Marsi che erano fratelli dei soldati di Varese e di San Martino. E anche non dimenticava i Direttori della Società dei Vapori Nazionali, cui nella notte doveva menar via il Piemonte e il Lombardo, scusandosi di quell’atto di violenza, e raccomandandoli al paese perché rimettesse qualunque danno, avaria o perdita che loro potesse seguirne.
In tutte quelle lettere e in parecchie altre di quel giorno, una frase qua un’altra là rivelavano un sentimento sicuro ma anche una misteriosa tristezza.
Il 5 maggio 1860.
La sera di quel 5 maggio, coloro che erano destinati a partire, ricevuto un ordine aspettato tanto, quale da solo quale con qualche amico, come se andassero a diporto, così consigliati per non dar nell’occhio alla polizia, cominciarono a uscir da Genova per la Porta Pila, sulla via del Bisagno. Andavano alla Foce o a Quarto, secondo che loro era stato detto. E trovavano sul loro cammino folle di cittadini di ogni classe, donne, uomini, che senza parere davano loro l’augurio, e ciascuno un poco dell’anima sua.
Nino Bixio scese al porto. “Là – scrive il Guerzoni – in una andana tra il Lombardo e il Piemonte e proprio costa a costa tanto da toccarsi coi due vapori, riposava una vecchia carcassa di nave condannata da tempo, che chiamavano “Nave Joseph”. Bixio nella sua mente ne aveva fatta la prima base di operazione di tutta la mossa. Già da parecchi giorni la Joseph andava ricevendo a poco per volta delle casse misteriose, degli involti sospetti, che avevano le più strane somiglianze di casse da munizioni e d’involti di fucili… Bixio aveva ordinato che per la sera del 5 maggio tra le nove e le dieci, una quarantina d’uomini si raccogliessero in silenzio su quella nave, e stessero ad aspettare la sua venuta e i suoi ordini. Gli uomini erano parte marinai fedeli, parte volontari ma del fiore. Alle nove e mezzo arrivarono sulla Joseph Bixio e lo scrittore di queste pagine. Appena a bordo Bixio cavò di tasca un berretto da tenente-colonnello, se lo calò sulle orecchie, e disse: – Signori, da questo momento comando io, attenti ai miei ordini. – E gli ordini furono: buttarsi col revolver in pugno sui vicini vapori, fingere di svegliarvi la gente di guardia, fingere di costringere i fochisti ad accendere, i marinai a salpar l’ancora, i macchinisti a prepararsi al loro mestiere, sgombrare, pulire il bastimento, allestirlo in fretta per la partenza. E così fu fatto nel massimo ordine e silenzio, e non senza accompagnare di molti sorrisi quella farsa con cui quella epopea esordiva. Fra tutte queste operazioni se ne andarono quattro o cinque ore, e già i primi chiarori dell’alba cominciavano a rompere dalla punta di Portofino. Bixio era inquieto e principiava a perdere anche quell’ultimo avanzo di pazienza che in quei giorni di febbre e rabbia gli era restato. Finalmente, verso le quattro del mattino tutto era pronto, e i due piroscafi uscirono dal porto, girando verso Quarto, punto designato dell’imbarco.”
Ma prima di tirar avanti per Quarto, i due piroscafi si pigliarono su una parte dei Mille, che stava alla foce del Bisagno. Ivi erano avvenute delle scene pietose di questa sorte. Tra quei giovani c’era un Luzzatto da Udine, cui fu detto che tra la folla si aggirava la madre sua, venuta così da lontano a cercarlo. Voleva benedirlo o tirarselo via da quel cimento? Il giovanetto le si fece incontro, e le andò tra le braccia; ma la sua prima parola fu di pregarla a non gli dir di tornarsene, perché a lui sarebbe stato mortale il dolore di partir lo stesso dopo averla disubbidita. Altri padri, madri sorelle andavano tra quei gruppi, pregando, scongiurando, incuorando, e alla fine dando il bacio quasi della morte; e quando i due vapori apparvero e accolsero quei giovani, chi aveva assistito a quelle scene dovè tornarsene nella città col cuore quasi sollevato.
Uguali cose avvenivano a Quarto. Là verso le dieci c’era folla anche più fitta che alla foce. Tutta la via che si svolge intorno a quel piccolo seno di acque era stipata. Nella villa Spinola entravano, dalla villa uscivano frettolosi uno dopo l’altro incessanti messaggeri; a ogni momento si faceva tra la folla gran silenzio, si udiva dire: “Eccolo!” No, non era ancora Garibaldi. Poi la folla fece un’ultima volta largo più agitata, tacquero tutti: finalmente era Lui!
Garibaldi attraversò la strada seguìto da Turr e da Sirtori, allora già colonnelli, e per un vano del muricciolo rimpetto al cancello della Villa, discese franco giù per gli scogli. E cominciarono i commiati. Tra gli altri bello e forte è narrare quello di uno Stefano Dapino cui suo padre, vecchio amico di Mazzini e dei fratelli Ruffini, aveva accompagnato fino a quel passo. Quel padre aveva con sé anche un altro figliuolo più giovane. Conversavano tranquilli come se il figlio partisse per una caccia; poi senza parole, senza sospiri il padre abbracciò il figlio, stettero un poco stretti prima essi due, poi tutti e tre, finché Stefano che aveva alla spalla la carabina, baciò il fratello, gli fece segno come a raccomandargli il padre, si staccò da loro e discese per dove scendevano alle barche i suoi compagni. E quel padre e quell’altro figlio si persero fra la folla, portando alla casa lieta di altre gioie, ricchezza, bellezza, onore, quell’amara gioia d’esser stati a quella fortissima prova.
Piccole cose tra le grandi, nelle ore dell’attesa, qua e là per e vie di Quarto, sugli usci delle casupole, quelli che dovevano partire si sentivano dare dai pescatori, dai marinai, certi consigli semplici, ma d’amore.
Avete mai navigato? – No. – Se temete di avere il mal di mare, appena a bordo, coricatevi supino e state sempre così, non patirete. – Se vi daranno del biscotto mangiatene poco, e bevete poi pochissimo, se no guai! – Sbarcherete in Sicilia, oh sbarcherete! Ma,… vini traditori laggiù! – E la gente? – Come noi… però molto facili a tirare… Ma chi la rispetta… Soprattutto la famiglia bisogna rispettare laggiù… Ma voi avrete altro pel capo… Coraggio! –
A poco a poco tutti discesero nelle barche, queste presero il largo. Verso le undici, d’una di queste già più in alto, si udì una voce limpida e bella chiamare “La Masa!” E un’altra voce rispose: “Generale!” Poi non si udì più nulla. E su quell’acqua stetterro le barche a cullarsi aspettando. Quelli che v’erano su parlavano del Governo, di Cavour, di Vittorio Emanuele, dell’accordo, del disaccordo tra loro e Garibaldi e della finzione; e siccome le ore passavano, i più cominciavano a temere che i vapori non venissero, e che si dovesse tornare a terra mortificati, fors’anche a farsi arrestare. Oh quel Cavour! La voleva vincer lui!
Ma quando furon visti i segnali rossi e verdi dei due legni, e poi i legni stessi venir con già a bordo la gente che v’era stata imbarcata alla foce: quelle barche scoppiarono di grida di gioia. In un lampo vogarono ai due legni; e in meno di mezz’ora, chi sul Lombardo, chi sul Piemonte, quell’altro mezzo migliaio di uomini furono su, come ognuno seppe ingegnandosi; braccia, ganci, scale, corde, tutto fu buono a salirvi.
La Partenza
Bellissima fu l’alba di quella domenica 6 maggio 1860. Il mare, un po’ mosso durante la notte, si era chetato. Da bordo, a guardare indietro, si vedevano la collina del Bisagno, là, cupa nella fredda ombra; e lontano, profilati nell’azzurro, azzurro anch’essi, i monti lungo la riviera d ponente che sfumavano via via verso Savona fin dove se ne perdevano le forme. Le cittadette e le borgate di quella riva biancheggiavano appena, e mettevano degli strani sensi di desiderio domestico nella gioia della partenza.
Ma quando i due vapori sbuffarono e i mossero, a vederselo dinanzi, là a prua, il promontorio di Portofino pareva dire: “Venite pure, oltre me lontana, molto lontana, sta la terra misteriosa, che andate a cercare.” Dalle navi, rispondevano all’invito quelle mille anime; vecchi amici, compagni d’armi che, cercandosi un posto a bordo, s’incontravano, si abbracciavano e: – Anche tu? E tu? E tu? – gioia d’amarsi meglio per aver sentito e voluto fare una stessa gran cosa.
Ma ci fu un momento che dai due vapori Garibaldi e Bixio si scambiarono coi portavoce delle non liete parole. Diceva Garibaldi a Bixio:
– Quanti fucili avete a bordo?
– Mille e cento.
– E di munizioni?
– Nulla
– E le barche di Bogliasco?
Per guardar che si guardasse non si scoprivano da nessuna parte le barche di cui il Generale chiedeva, e che si dovevano trovare in quelle acque ad aspettare i due vapori. Eppure quelle barche avevano nella notte imbarcate le armi e le munizioni raccolte a Bogliasco! Dunque si doveva star là tanto che comparissero? E se in Genova il Governo, destato a forza dalle grida di qualche Console, dovesse di necessità accorgersi che dal porto erano stati menati via i due vapori? Se fosse costretto a spedir una delle sue navi da guerra a catturarli, a ricondurli nel porto, quando mai si potrebbe poi ritentare l’impresa? Non era di quelle che si fanno due volte. Il generale Turr che in quel momento stava vicino a Garibaldi, narra che questi “rimase qualche tempo meditabondo, che poi alzò verso il cielo il capo dicendo: ‘Anderemo avanti egualmente!’ E che, stato un altro poco, ordinò di navigare verso Piombino.”
*
Ora ecco ciò che era avvenuto. La sera avanti un manipolo di giovani genovesi, scelti dal Bixio e dall’Acerbi, erano stati mandati al ponte di Sori. – Là – aveva lor detto Bixio – troverete due uomini coi quali vi riconoscerete questa parola d’ordine che vi do. Essi vi consegneranno le casse raccolte a Bogliasco; con quelle vi metteranno nelle barche, e vi condurranno, come siamo intesi, a trovarci. –
Chi erano i due uomini? A qualcuno di quel giovani balenò il dubbio che potessero essere quegli stessi che già nel 1857 avevano guidate le barche comandate da Rosolino Pilo, cariche dei fucili e delle munizioni per Pisacane, che doveva passar sul vapore Cagliari. Quegli uomini avevano menato pel golfo il povero Rosolino così male, che egli e il gruppo di esuli che aveva seco non erano riusciti a trovar il vapore su cui Pisacane magnanimo aveva continuato senz’armi la sua avventura.
Ora se quegli uomini erano forse gli stessi di allora? I giovani mandati dal Bixio a Sori avevano ragione di volersi accertare e ne domandarono i nomi. – A voi non ispetta per ora sapere né il nome né chi vi guiderà – disse Bixio – né dove incontrerete i vapori: andate; tutto, si spera, andrà a seconda. – Allora la gioventù aveva imparato a ubbidire fortemente, e quei giovani si recarono a Sori, dove trovarono i due uomini, che erano proprio quelli dei quali avevano dubitato.
Tuttavia si imbarcarono essi e ogni cosa. Ma di quei due uomini che dovevano guidarli in mare, uno si era già allontanato, e l’altro non volle entrare con loro in nessuna barca. Lo pregarono, lo supplicarono e persino lo minacciarono, ma egli si slanciò in un leggerissimo canotto a due remi, e celerissimo si allontanò, gridando che lo seguissero alla luce del fanale che stava accendendo sulla sua poppa. Il fanale stette acceso una ventina di minuti, poi si spense; e per quanto quei giovani gridassero dietro a quell’uomo, egli non si fece più vivo. Sperarono che tornasse, passarono le ore; e intanto i rematori, tutti di Conegliano, vogarono al largo verso ponente. Benché fosse notte alta, i giovani si accorsero di esser condotti male; ma i barcaiuoli giurarono di aver avuto l’ordine di andar allo scoglio detto di Sant’Andrea presso Sestri Ponente, che là avrebbero trovato i vapori e che là i due uomini li avrebbero raggiunti.
Durarono così molte ore, finché sicuri di essere ingannati costrinsero i barcaiuoli a volgersi verso levante, e quando fu l’alba videro da lontanissimo due vapori verso Portofino. Indovinarono che vapori erano; e allora (l’espressione è di uno di loro che ne scrisse pochi anni dipoi), il loro dolore fu immenso come il mare. Intanto i due uomini, i due traditori che gli avevano ingannati, erano stati tutta la notte a scaricare mercanzie di contrabbando, sete e coloniali; certo approfittando del fatto che i doganieri lungo le rive o non v’erano o facevano cattiva guardia, per ordini avuti di non disturbar nessuno quella notte di misteriosa faccenda.
Se Bixio che aveva dato gli ordini a quei giovani, sicuro nella sua fierezza di mandarli a gente dabbene, avesse potuto avere quei due ribaldi là sul suo ponte, chi sa qual pena avrebbe loro inflitta! Egli era uomo da metterseli sotto i piedi, o da impiccarli all’albero della sua nave, come anticamente si faceva ai pirati.
L’Ordine del giorno
Dunque i due vapori navigarono via verso Piombino.
E tutto il 6 e la notte appresso e la mattina del 7, non ebbero incontri. I volontari che a poco a poco si erano messi al posto che ognuno aveva saputo trovarsi, e sopra coperta o sotto nelle sale dei vapori, passavano le ore dormendo, conversando, leggendo. Ma a mezza mattina quelli che stavano sul Lombardo, furono chiamati in coperta, dove dal ponte di comando fu loro letto l’ordine del giorno. Diceva così:
“La missione di questo corpo sarà, come fu, basata sull’abnegazione la più completa davanti alla rigenerazione della patria. I prodi Cacciatori delle Alpi servirono e serviranno il loro paese con la devozione e la disciplina dei migliori militanti, senz’altra speranza, senz’altra pretesa che la soddisfazione della loro intemerata coscienza. Non gradi, non onori, non ricompense allettarono questi bravi; essi si rannicchiarono nella modestia della vita privata, allorché scomparve il pericolo; suonando l’ora della pugna, l’Italia li rivede ancora in prima fila, ilari, volenterosi, e pronti a versare il sangue loro per essa. Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi è lo stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino, or sono dodici mesi: ‘Italia e Vittorio Emanuele’, e questo grido pronunciato da voi metterà spavento ai nemici d’Italia.”
Quella lettura destò qualche mormorio qua e là tra le gente del Lombardo; ma la nobiltà dei certe frasi e il nome del Generale che le parlava, imponevano silenzio ad ogni passione. Il motto ‘Italia e Vittorio Emanuele’ scontentava moltissimi, i quali, repubblicani di fede, non avrebbero voluto sentirsi legare da quelle parole. Ma non vi furono gravi rimostranze. A quell’ora stessa, lo stesso ordine del giorno era letto sul Piemonte e vi faceva lo stesso effetto.
A Talamone
Intanto i due vapori costeggiavano quasi la terra. Pareva già passato tanto tempo dalla partenza, che i meno esperti, vedendo una torre su cui sventolava la bandiera tricolore, credettero di esser già in Sicilia, e che quella fosse la bandiera della rivoluzione trionfante. Ma non erano che in Toscana. Quella torre e quel gruppo di case che le stavano intorno, si chiamavano Talamone. E quando le navi furono là vicinissime, fu vista una barca vogare loro incontro: e nella barca stava un ufficiale con in capo un enorme cappello a feluca, che non lasciava quasi vedere un altro ufficiale che quello aveva seco. Erano i comandanti del forte e del porto. Scambiarono dei saluti col Piemonte, vi montarono su, vi si trattennero un poco con Garibaldi, poi tornarono nella loro barca; e poco appresso i due vapori gettavano l’ancora in quel porto. Ivi, alla lesta, Garibaldi discese a terra col suo stato maggiore, vestito da generale dell’esercito piemontese, come l’anno avanti in Lombardia, e come se fosse in terra sua fece sbarcare i Mille.
Il villaggio fu invaso. Quei poveri abitanti, marinai, pescatori, carbonai della Maremma, si trovarono con le case messe sossopra da quella gente che pagava, ma voleva mangiare. Forse pensavano che anticamente così s’erano visti invasi i loro padri dai corsari; ma saputo chi erano quei forestieri e l’uomo che li conduceva, si sbrigavano con gioia per contentarli. Garibaldi undici anni avanti era passato per la Maremma, e vi aveva lasciato la sua leggenda.
Intanto, tra quei volontari, i più vaghi delle cose belle contemplavano il paesaggio. A guardare il mare vedevano l’Elba, la Pianosa, Montecristo, il Giglio, quasi in vasto semicerchio come a una gran danza: a guardar verso terra, vedevano il monte Amiata, e i più colti indovinavano in quelle lontananze Santafiora e Sovana, nomi pieni di storia. Tra l’Amiata e il mare, faceva tristezza un lembo della Maremma infelice.
Là doveva essere Orbetello, fortezza dell’antico Stato dei Presidii fondato da Carlo V, quando spenta la repubblica di Siena e dato il suo territorio a Cosimo de’ Medici, volle tenere per sé quel lembo di dominio, diffidando certo del popolo senese e più del fiorentino che aveva fatto la meravigliosa difesa nel 1530 contro le sue milizie. Ora quel lembo di terra, dopo vicende molte, era toscano, italiano, libero. Era stato anche del Re di Napoli fino al 1805. Ecco che ora vi faceva sosta Garibaldi, per pigliarvi, se si può dir così, l’abbrivio, a levar via dal trono gli eredi di quei Re.
In faccia a Talamone verso sud, forse a dieci chilometri di mare, i contemplatori ammiravano il monte Argentaro selvoso sulle sue cime, che guardate da quell’umile spiaggia parevano eccelse. Gli stava ai piedi la cittadetta di Santo Stefano. Ricordo allora quasi fresco, ivi, nel 1849, s’era fatto portare da Talamone in una barca da pescatori Leopoldo II, fuggito da Firenze con la sua famiglia. Da Santo Stefano con ignobili infingimenti, ingannati i toscani, era poi partito per Gaeta, dove aveva cospirato per far venire gli Austriaci in Toscana. E gli Austriaci lo avevano servito a rimetterlo in trono. Ma adesso erano appena passati undici anni, si era avverata la minaccia fattagli dai più nobili uomini del paese; ed egli da un anno se n’era dovuto andar via per sempre.
In un gruppo d’eruditi raccolti all’ombra di un ciuffo di olivi, a ridosso di Talamone, si parlava d’una battaglia vinta là attorno dai Romani contro i Galli Cesati. Quarantamila morti! Ma come mai tanta strage con l’armi d’allora? Certo doveva avvenire nell’inseguimento dei vinti. E dai Galli passavano a dir di Mario. Anche Mario reduce da Cartagine per tornarsene a Roma, era sbarcato lì a Talamone. Ora Garibaldi non era quasi un Mario buono? E Roma non era il suo pensiero? Se gli fosse venuto in mente di andare anch’egli di là a Roma! Non era egli il Generale della repubblica romana? Erano ardenti discorsi.
Ma, a questo proposito, nascevano in quello e anche in altri gruppi discussioni vive sull’ordine del giorno udito a bordo il mattino. Molti non si sapevano liberare da certo scontento che aveva lasciato loro il motto monarchico; ma la disciplina volontaria era forte. Difatti si staccarono poi dalla spedizione e se ne tornarono di là alle loro case, soltanto sei o sette giovani cari. Seguivano il sardo Brusco Onnis che del motto ‘Italia e Vittorio Emanuele’ era rimasto quasi offeso. Repubblicano inflessibile, si era imbarcato a Genova sperando forse che Garibaldi, una volta in mare, si ricordasse d’essere anche egli repubblicano; ma deluso, ora se ne andava, e se ne andavano con lui quei pochi, però senza che fosse fatto a loro nessun raffaccio. Rinunciavano per la loro idea ad una delle più grandi soddisfazioni che cuor d’allora potesse avere, e il sacrificio meritava rispetto.
I Mille
Ma cosa si stava a perder tempo in Talamone, mentre in Sicilia la rivoluzione pericolava, e si poteva, giungendovi, trovarla spenta? Questo lo sapeva Garibaldi.
Intanto su quella spiaggia i Mille si vedevano bene tra loro la prima volta, come in una rassegna.
Ora, chi parla di quei tempi e di quelle cose, dice presto: il 1860, la Sicilia insorta, il gran nome di Garibaldi, quello di alcuni suoi illustri, la partenza da Quarto, la traversata maravigliosa, lo sbarco a Marsala, Calatafimi, Palermo e la liberazione finale; due o tre date e un numero d’uomini, pochi più di Mille, e per la storia in grande è quasi tutto.
Ma quei Mille chi erano? Che cosa erano? Non certo una specie di compagnia di ventura all’antica; non una parte di vecchio esercito costituito, staccata a scelta o per caso; nessuna legge li obbligava, non erano soldati di professione, non avevano tutti quella media di età che di solito hanno i soldati; non una cultura comune ed uguale, e nemmeno una divisa uniforme. Vestivano quasi tutti alla borghese e alle diverse fogge, dalle quali, a quei tempi, si riconoscevano ancora a qual regione d’Italia e a qual classe sociale uno appartenesse. E parlavano quasi tutti i dialetti della penisola. Erano, per dir così, parte dell’esercito popolare militante di cuore nel partito rivoluzionario: vecchi, figliuoli di giacobini, di napoleonidi, di Murattisiti; uomini di mezza età, educati dalla Giovane Italia, tra le congiure e le insurrezioni; giovani nei quali la letteratura classica e la romantica s’erano fuse in una bella temperanza a fecondare l’amor di patria. Con essi, degli artigiani che dalle diverse scuole politiche e dai fatti belli dell’ultimo decennio, erano stati destati al concetto della nazione.
Di loro fu subito detto che erano eroi favolosi, pazzi sublimi, ed altre simili iperboli, e anche delle ingiurie. Invece di volenterosi com’essi ve n’erano in Italia a migliaia; ma ad essi intanto era toccata quella fortuna. Uno che vi era e dei migliori, scrivendone poi nella vita di Garibaldi, con quattro pennellate alla brava disse che erano un popolo misto “di tutte le età e di tutti i ceti, di tutte le parti e di tutte le opinioni, di tutte le ombre e di tutti gli splendori, di tutte le miserie e di tutte le virtù” e vi notò “il patriota sfuggito per prodigio alle forche austriache e alle galere borboniche, il siciliano in cerca della patria, il poeta in cerca d’un romanzo, l’innamorato in cerca dell’oblio, il notaio in cerca di un’emozione, il miserabile in cerca d’un pane, l’infelice in cerca della morte: mille teste, mille cuori, mille vite diverse, ma la cui lega purificata dalla santità dell’insegna, animata dalla volontà unica di quel Capitano, formava una legione formidabile e quasi fatata.”
Così li ritrasse il Guerzoni, caro al Generale e vivido ingegno, e fu felice pittore.
Narrar di loro, descriverne gli aspetti, farne rivivere la fisionomia morale, resuscitare coi ricordi i loro sentimenti e quelli dell’epoca ora quasi estinti, è un giusto servigio che vuole essere reso alla storia. La quale si avvia a non più fermarsi solo nelle reggie per trovarvi le dinastie, o nei campi per descriver battaglie e celebrare capitani; ma già accoglie nelle sue pagine il personaggio popolo, che ai fatti col proprio sangue e col proprio danaro dà il cuore. E il cuore governa il mondo, e il sentimento fa i veri miracoli della storia.
*
A colpo d’occhio, si poteva dire che per un quarto quei Mille erano uomini fra i trenta e i quarant’anni e per un altro bel numero tra i quaranta e i cinquanta; forse dugento stavano tra i venticinque e i trenta. Gli altri, i più, erano tra i diciotto e i venticinque. Di adolescenti ce n’erano una ventina, quasi tutti bergamaschi. Alcuni qua e là tra quei gruppi parevano trovarvisi per curiosità, perché, vecchi oltre i sessanta; e invece vi stavano a spendere le ultime forze di una vita tutta vissuta nell’amore della patria. Il vecchissimo passava i sessantanove, aveva guerreggiato sotto Napoleone e si chiamava Tommaso Parodi da Genova; il giovanissimo aveva undici anni, si chiamava Giuseppe Marchetti da Chioggia, fortunato fanciullo cui toccava nella vita un mattino così bello! Seguiva il medico Marchetti padre suo, che se l’era tirato dietro in quell’avventura.
In generale, certo più della metà erano gente colta; anzi si può dire che soldati più colti non mossero mai a nessun’altra impresa. Alcuni di essi, i vecchi, avevano combattuto nelle rivoluzioni del ’20 del ’21 del ’31; molti nelle guerre del ’48 e del ’49 e nelle insurrezioni di poi. Nella guerra del 1859 avevano militato quasi tutti, volontari nei reggimenti piemontesi o tra i Cacciatori delle Alpi sotto Garibaldi. E quasi tutti avevano tenuto il broncio al paese perché, non si era mosso quanto avevano sperato, tanto almeno che il Piemonte non avesse avuto bisogno dell’aiuto francese. Pronti essi sempre a dar la vita, credevano che tutti dovessero esserlo come loro, e che la rivoluzione bastasse a vincere i grandi eserciti e a far cadere le fortezze. Per essi a ogni modo, quell’aiuto era stato un gran dolore, perché lo aveva recato Napoleone, che allora chiamavano con forte rancore: ‘l’Uomo del 2 dicembre’.
Ma v’erano pure certuni che ragionando con la storia per guida, sebbene un po’ da romantici, trovavano che anzi l’aiuto francese era stato ammenda giusta d’una colpa antica. Non era stata la Francia di Carlo VIII la causa prima della servitù tre volte secolare d’Italia? I francesi del 1494 avevano, per dir così, gettato il dado, provocando altri a giocarsi con loro il possesso d’Italia: ora, quelli del 1859 erano venuti a riparare il danno fattole dai loro avi. Qualcosa di provvidenziale pareva di vederlo sin nelle date capitali di quella storia. Non era finita la gara antica proprio nel 1559, con quel tal trattato di Castel Cambresis che, esclusi i Francesi, avevano messo l’Italia, direttamente o indirettamente, quasi tutta nelle mani degli Spagnuoli? Ed ecco che dopo trecento anni giusti, la Francia era venuta a strappar la Lombardia dalle mani dell’Austria, erede in qualche guisa degli Spagnuoli. E giusta era venuta con alla testa un imperatore di sangue italiano; come era stato un italiano Emanuele Filiberto, colui che trecent’anni avanti aveva finita la gara antica tra Spagnuoli e Francesi, vincendo per la Spagna a San Quintino. Non era quasi da dire che gli italiani d’allora si fossero pigliata la sola vendetta possibile contro i Francesi? Questi per primi li avevano disturbati mentre lavoravano a resuscitare il sapere antico per sé, e per l’Europa; ed essi, all’ultimo, avevano dato il genio di un loro guerriero per farla finita a beneficio del loro nemico, dovesse pure essere poi peggiore di essi. Adesso quell’Italiano che imperava in Francia ed era venuto con centocinquantamila soldati pareva un riparatore. Anche l’Europa intera non sembrava fare ammenda di qualche suo vecchio torto? Se essa gridava ma lasciava che in Italia gl’italiani facessero ciò che loro sembrava meglio, non poteva dire che si contenesse a quel modo per un tacito consenso di giustizia verso il popolo che trecent’anni indietro le aveva dato i frutti del proprio studio, l’arte sua, e per essa aveva scoperto la terra e aperte le vie a studiar il cielo, con Colombo e con Galileo?
*
I giovani dai venti ai venticinque anni quasi tutti sentivano in sé, vivi e presenti i fratelli Bandiera con la loro storia, intesa nella prima adolescenza, tra le pareti domestiche, dai padri e dalle madri angosciate. Quell’Emilio di 25 anni, quell’Attilio di 23, disertati a Corfù di sulle navi austriache; la loro madre corsa invano colà, per supplicarli di smettere il loro disegno d’andar a morire; le loro risposte a Mazzini che li consigliava di serbarsi a tempi migliori; e poi l’imbarco, il tragitto nell’Ionio e lo sbarco sulla spiaggia di Crotone, presso la foce del Neto, – che nomi! – e il primo scontro a San Benedetto coi gendarmi borbonici, e le plebi sollevate a suon di campane a stormo contro di loro gridati Turchi; e il secondo scontro a San Giovani in Fiore, – poesia, poesia di nomi! – e l’inutile eroismo contro il numero, e la cattura e la Corte marziale e le risposte ai giudici vili e la condanna e la fucilazione nel Vallo di Rovito; tutto sapevano, tutto come canti di epopea studiati per puro amore. E suonava nei loro cuori la strofa amara ed eroica del canto di Mameli:
L’inno dei forti ai forti,
Quando sarem risorti
Sol li potrem nomar.
Un po’ più in qua negli anni, quei giovani avevano sentito il grido di Pio IX: “Gran Dio, benedite l’Italia!” andato a suonare fin nei più riposti tugurii. Avevano viste le rivoluzioni nelle quali, troppo fanciulli, non avevano potuto cacciarsi; e le guerre del ’48 e del ’49, e le cadute, e le disperazioni, e le speranze rinate; e nel ’57 la gran tragedia di Carlo Pisacane coi suoi trecento, tra plebi mutatesi anche allora in furie contro di loro andati per redimerle, combattuti, accerchiati, oppressi, morti.
Ma dunque tutte le spiaggie del Regno erano tombe aperte per chiunque tentasse di portarvi un po’ di libertà? Cresceva la febbre in quei cuori.
E ve n’erano che avevano concepito il pensiero di andar laggiù per un ricordo di scuola di qualche anno addietro: un luogo dell’Odissea e dell’Eneide; o il racconto letto in Plutarco della libertà data dai Siracusani ai prigionieri ateniesi, solo per averli sentiti cantare i cori di Euripide; o un episodio della guerra servile dei tempi romani. E v’era chi più che delle cose antiche era pieno delle recenti, per aver letto nella storia del Colletta i supplizi del Caracciolo e del Sanfelice, o la fine della repubblica Partenopea nel 1799.
Altri ancora s’era inebriato dei canti popolari siculi, uditi nella melodia viva di qualche volontario siciliano conosciuto l’anno avanti nei Cacciatori delle Alpi. Ve n’era fin uno, e lo narrava, che aveva avuto la spinta a quel passo da un fatto da nulla, ma che sul suo cuore aveva potuto più che la scuola e i libri. Un giorno di luglio dell’anno avanti, stando egli in Brescia alla porta di uno degli ospedali zeppi ancora dei feriti di Solferino e di San Martino, aveva veduto fermarsi un carro di casse d’aranci e di filacciche e di bende. Venivano dalle donne di Palermo! O santa carità della patria! Dunque in quella terra lontana si pensava a chi pativa per tutti? E aveva anche inteso dire dai medici che quelle cose erano uscite dall’isola trafugate, perché, la polizia di laggiù, guai! Dunque c’era in Italia una tirannide più cruda di quella dell’Austria? Ed egli aveva fatto voto di andare a dar la sua vita laggiù, se mai fosse venuta l’ora di levar quella tirannide dal mondo.
La formazione del piccolo esercito
Sapeva Garibaldi ciò che faceva, nè in Talamone stava certo a perdere tempo. Ivi doveva trovare le munizioni da guerra o andar avanti lo stesso a pigliarle in Sicilia al nemico. Ma frattanto vi faceva dar forma alla spedizione, comporre le compagnie combattenti e tutti i corpi che deve avere un esercito per entrar in guerra. Non poteva già scendere in Sicilia alla testa di uno stormo disordinato!
Al suo quartier generale diede per capo il colonnello Stefano Turr che allora aveva trentacinque anni. Da giovane tenente dell’esercito austriaco, il Turr era passato in Piemonte l’anno ’49; sapeva cos’era stato il dolore della sua Ungheria e dell’Italia quell’anno; sapeva cosa voleva dire essersi trovato condannato a morte e liberato quasi nell’ora del supplizio, e cos’erano le gioie e le ansie del cospiratore nell’impaziente attesa della riscossa. Aveva combattuto l’anno avanti sotto Garibaldi in Lombardia, e a Tre Ponti aveva sparso il suo sangue tra i Cacciatori delle Alpi. Bellissimo uomo, alto e diritto, con due gran baffi e un gran pizzo scuri, e occhi pensosi ma vigili e mobilissimi sotto la fronte quadrata a torre. Novecento anni avanti sarebbe stato un fiero capo di quegli Ungheri che vennero a turbare il regno di Berengario; ma ora, con la gentilezza acquistata dalla sua gente nei secoli e la sua nativa, era un cavaliero che poteva tenere scuola d’ogni cortesia. Finita quella guerra divenne diplomatico, apostolo di lavoro e di pace. Scavò canali di navigazione nella sua Ungheria, tagliò l’istmo di Corinto; va ancora pel mondo gridando all’umanità la concordia, l’amore e il bene.
Ungherese come il Turr, un po’ più giovane di lui, aiutante anch’esso del Generale, v’era il Tukory, che veniva ad offrir l’ingegno e la vita a quest’Italia, la quale, nel Cinquantanove, in certa guisa aveva disdetto la fratellanza di sventure e di speranze, che l’avevano legata fino allora alla patria sua. Diceva egli così senza raffaccio, ma con dolore. Egli aveva militato per la Turchia contro la Russia durante la guerra di Crimea, e s’era trovato a difendere la fortezza di Kars contro quei soldati dello Czar che nel ’49 gli avevano rovinato la patria. Servire un barbaro per odio contro un altro barbaro gli doveva essere stato grande strazio; ma con Garibaldi a faticare per l’Italia era quasi felice. Però s’indovinava che era molto deluso del mondo, e morire come morì poi a Palermo non gli dovette parere amaro.
Poi c’era il Cenni di Comacchio, uomo di quarantatré anni, avanzo di Roma e della ritirata di San Marino; uno tutto fremiti, che ad averlo vicino pareva di camminar col fuoco in mano presso una polveriera. Amico del Cenni v’era l’ingegnere Montanari di Mirandola, anch’egli avanzo di Roma, che aveva trentott’anni e ne mostrava cinquanta per la tetraggine che gli avevano impressa le meditate sventure del paese. Anche aveva molto patito nelle carceri di Mantova e di Rubiera. Ma contrasto quasi d’arte gli stava a lato un senese, che da giovane aveva fatto versi, sembrati al Niccolini degni del Foscolo. Nei suoi ventisei anni bellissimo e forte, era sempre gaio come se gli cantasse un’allodola in core. Era quel povero Bandi, che cinque ferite di piombo non poterono poi uccidere sul colle di Calatafimi; e doveva campare ancora trentacinque anni, per essere ucciso quasi vecchio e a ghiado, da uno a lui sconosciuto.
E v’era Giovanni Basso, nizzardo, ombra più che segretario del Generale, ch’egli aveva visto sublime a Roma, umile ma ancora più sublime da povero candelaio alla Nuova York. E c’erano il Crispi, allora poco conosciuto, e l’Elia anconitano, che poi a Calatafimi fu quasi ucciso mentre si lanciava a coprir Garibaldi. C’erano il Griziotti pavese di trentott’anni, matematico di bella mente ma di cuore più bello ancora; e il Gusmaroli di cinquanta, antico parroco del Mantovano, che come l’eroe dell’Henriade andava tra quelli che uccidevano, senza difendersi e senza mai pensare ad uccidere. Ma il tocco michelangiolesco lo metteva in quel gruppo Simone Schiaffino, bel capitano di mare, che pareva andasse studiando Garibaldi, per divenire simile a lui nell’anima come gli somigliava già un po’ nel volto; biondo come lui, assai più aitante di lui, con un petto da contenervi cento cuori d’eroe.
Allo Stato Maggiore generale presiedeva il colonnello Sirtori. Antico sacerdote, aveva chiuso per sempre il suo breviario, portandone scolpito il contenuto nel cuore casto, e serbando nella vita la severità e la povertà dell’asceta claustrale. Spirito rigido, cuore intrepido, ingegno poderoso, nel Quarantanove con l’Ulloa napoletano, era stato ispiratore del generale Pepe nella difesa di Venezia. Poi esule in Parigi, aveva visto indignato trionfare sull’uccisa repubblica Napoleone III. E la vita gli si era fatta un lutto. Non aveva perdonato all’Imperatore il 2 dicembre, neppure vedendolo poi scendere nel Cinquantanove con centocinquantamila francesi a liberargli la sua Lombardia; anzi, antico soldato della patria s’era astenuto dal venire a quella guerra imperiale. Ma la guerra stessa, com’era seguita, gli aveva insegnato a non illudersi più. Non aveva guari speranze che quell’impresa si potesse far bene; consultato, l’aveva sconsigliata, ma dichiarando che se Garibaldi ci si fosse risolto, lo avrebbe seguito. Ed ora a quarantasette anni, era lì con quella sua faccia patita, incorniciata da una strana barba ancor bionda, esile alquanto della persona, silenzioso, guardato come se portasse in sé qualcosa di sacro, forse le promesse dell’oltretomba. Pareva il Turpino di quella gesta.
Da lui dipendevano, come capitani, un Bruzzesi romano di trentasette anni; il matematico Calvino esule trapanese di quarant’anni, onore dell’emigrazione siciliana; Achille Maiocchi milanese di trentanove, e Giorgio Manin, figlio del gran Presidente della repubblica veneziana, che non ne aveva ancor trenta.
Ufficiali minori seguivano Ignazio Calona palermitano, un gran bel sessagenario che a guardargli in viso pareva di leggere la poesia del Meli; il mantovano ingegner Borchetta di trentadue anni gran repubblicano; ultimo v’era un giovane tenente dell’esercito piemontese, disertato a portar tra i Mille il suo cuore. Questi doveva morire a Calatafimi sotto il nome di De Amicis, ma veramente si chiamava Costantino Pagani.
*
E poi veniva il grosso del piccolo esercito.
Alla testa della prima compagnia chi se non il Bixio?
Era quel Bixio che nel Quarantasette, in una via di Genova, fattosi alle briglie del cavallo di Carlo Alberto, gli aveva gridato: “Dichiarate, o Sire, la guerra all’Austria, e saremo tutti con voi!” Nel Quarantotto era volato in Lombardia con Mameli; con Mameli era stato a Roma dove era parso l’Aiace della difesa, e il 30 aprile vi aveva fatto prigioniero tutto un battaglione di francesi. Poi aveva navigato portando per gli oceani le sue speranze. Ma nel Cinquantanove aveva riprese le armi, non più riluttante a fare la guerra regia, e facendola bene: adesso era capitano del Lombardo, ma in terra avrebbe comandata la prima compagnia.
Il Dezza ingegnere e il Piva, che dovevano divenire generali dell’esercito italiano, erano suoi luogotenenti. Marco Cossovich, veneziano, uno che nel ’48 aveva concorso a levar l’arsenale agli Austriaci, e Francesco Buttinoni da Treviglio provato già nel ’48 e nel ’49, erano loro sottotenenti, tutti e quattro già chi di trenta, di trentacinque o trentasei anni; e sergenti e soldati benché fior d’uomini tutti, badassero bene con chi avevano da fare, ché con Bixio, non dico paurosi, ma solo inesperti o disattenti o svogliati, c’era da essere inceneriti.
Ma ogni dappoco sarebbe divenuto un valente anche solo pel contatto con sergenti come erano Ettore Filippini, Eugenio Sartori, Angelo Rebeschini, Enrico Uziel, e tra commilitoni come Giovanni Capurro, Emilio Evangelisti, Enrico Rossetti, e altri molti che Bixio aveva impressi del suo sigillo. E poi vi erano nella compagnia Pietro Spangaro, Raniero Taddei, Antonio Ottavi, già ufficiali di grido che per nobile compiacimento si erano lasciati fondere con la massa dei semplici militi, e vi facevano scuola di virtù militari.
La seconda compagnia, detta dei livornesi perché di Livorno era Jacopo Sgarallino, il più popolare dei suoi ufficiali, e di Livorno erano i suoi sergenti, fu affidata al colonnello Vincenzo Orsini. Questi non veniva dalla storica famiglia Orsini di Roma e neppure da quella romagnola da cui uscì Felice Orsini, uomo allora di recente terribilità, per le bombe che aveva lanciate in Parigi contro Napoleone III, e rimpianto per la nobile vita così sacrificata e per la rassegnata morte sul patibolo. Il colonnello garibaldino era di famiglia palermitana, uomo già di quarantacinque anni, ufficiale dell’artiglieria borbonica da giovane, poi affiliato alla Giovane Italia, passato al servizio dell’isola sua nella rivoluzione del ’48, cresciuto con essa, con essa caduto nel ’49. Da quell’anno era vissuto esule negli eserciti di Turchia, salendovi a colonnello dell’arma ne’ cui studi era stato allevato. Venuto il ’59, era tornato in Italia, e adesso era lì a riportar il braccio alla sua Sicilia. Prevalevano nella compagnia per numero gli operai, anch’essi però uomini intelligenti, che sapevano bene qual passo avevano fatto: e i più erano toscani, e portavano nomi i nobiltà popolaresca antica.
Per la stessa ragione per cui la seconda compagnia fu chiamata dei livornesi, la terza poteva dirsi dei calabresi perché di Calabria erano il barone Stocco che la comandava, verde vecchio di cinquantaquattro anni, e Francesco Sprovieri, Stanislao Lamensa, Raffaele Piccoli, Antonio Santelmo suoi ufficiali. V’erano inquadrati degli uomini insigni come Cesare Braico, Vincenzo Caronelli, Domenico Damis, Domenico e Raffaele Mauro fratelli, Nicolò Mignogna, Antonio Plutino, Luigi Miceli; e avvocati e medici e ingegneri, e futuri deputati, senatori, ministri e generali, tutti fra i trentacinque e i cinquant’anni, tutti di Calabria e di Puglia. Pareva la compagnia dei savi!
La quarta toccò a Giuseppe La Masa, siciliano di Trabia, antico all’esilio, già quarantenne. Era un singolarissimo uomo. Biondo quasi ancora come un giovinetto e di carnagione che doveva essere stata rosea, finissimo nei lineamenti del volto, più che un siciliano sembrava uno scandinavo. Certo aveva nelle vene sangue normanno. Poeta improvvisatore, giureconsulto, agitatore d’idee, s’era fatto mandar via presto dall’isola natia, e a Firenze nel ’47 aveva stretto amicizia col fiore dei patriotti. Doveva aver sentito di sé grandi cose e grandissime averne agognate; e fino a un certo segno le aveva conseguite. Si diceva che nel gennaio del ’48 avesse decretato lui la rivoluzione di Palermo, per il 12 di quel mese preciso, genetliaco del Re, firmando audacemente un proclama di sfida col proprio nome per un Comitato che non esisteva. Ma non era vero. Però la rivoluzione era scoppiata, ed egli nella guerra che n’era venuta tra Napoli e la sua Sicilia era stato Capo dello Stato maggiore dell’esercito. In un intermezzo di quella aveva condotto i Cento Crociati isolani alla guerra di Lombardia; poi, finita male ogni cosa nell’isola come altrove, si era rifugiato in Piemonte, aveva scritto libri di guerra, infaticabile. Pochi giorni avanti la spedizione dei Mille, quando Garibaldi esitava a fare la impresa, egli si era offerto di condurla, e l’avrebbe condotta con grande animo, se non forse con grande fortuna. Però non lo avevano voluto lasciar fare neppure i siciliani. Pareva ambizioso. Un po’ di quell’avversione che poi lo tribolò, già gli si manifestava contro, e forse per questa non ebbe sotto di sé in quella sua compagnia ufficiali di nome. Ma aveva nel quadro de’ suoi sott’ufficiali dei giovani eminenti. Vi aveva Adolfo Azzi da Trecenta, di ventitré anni, che con Simone Schiaffino si era diviso l’onore di far da timoniere a Bixio; vi aveva l’avvocato Antonio Semenza, monzasco, che nell’animo aveva tutta l’opera di Mazzini, e Francesco Bonafini, di Mantova, che riassumeva in sé tutta la vigorosa gentilezza della sua regione. E nella compagnia s’erano concentrati quasi tutti i bresciani, forse perché del bresciano egli aveva preso qualche cosa. Nel ’57 aveva sposata la duchessa Felicita Bevilacqua sua fidanzata fin da prima del ’48, donna che lo aveva fatto signore del proprio destino, delle proprie ricchezze sterminate, quasi fatto re d’un piccolo regno. Ora egli abbandonava quegli splendori, per tornare all’amore della sua terra. Ed era un prezioso elemento, e doveva presto mostrarlo in Sicilia, dove raccolse le squadre paesane dei Picciotti, e le tenne ordinate per Garibaldi.
Alla testa della quinta compagnia sonava il nome nizzardo degli Anfossi, glorioso pel caduto delle cinque giornate di Milano. Ma ahimè! Il vivo non era del valore del morto. Però la inquadravano degli ufficiali subalterni che bastavano a raccoglier l’anima della compagnia come un’arma corta nel pugno. V’era tra essi Faustino Tanara del parmigiano, una specie di Rinaldo combattente per la giustizia in un mondo che a lui fu ingiusto e che non seppe mai il cuore che egli ebbe. In quella compagnia, nulla di regionale. C’erano un centinaio di uomini di tutte le terre italiane, vi si sentivano tutte le nostre parlate, vi si vedevano delle teste di tutte le tinte, e di grigie e di bianche parecchie. Mesto a pensarsi, vi si trovavano parecchi trentini tra i quali Giuseppe Fontana, Attilio Zanoli, Camillo Zancani, che morirono poi vecchi, senza la gioia di aver visto libera la loro bella terra di Trento.
Ma ecco alla sesta il più bello degli otto capitani. Era un biondo di trentatré anni, alto, snello, elegante. Si sarebbe detto che se avesse voluto volare, subito gli si sarebbero aperte al dorso due ali di cherubino. Parlava un bell’italiano con leggero accento meridionale, gestiva sobrio e grazioso come un parigino; nel portamento pareva un soldato di mestiere, negli atti e nei discorsi un Creso vissuto tra le delizie dell’arte, in qualche gran palazzo da Mecenate. Si chiamava Giacinto Carini, nome di borghesi e nome anche di principi siciliani che a lui, già nobilissimo della persona, dava un’aria alta e singolarmente aristocratica. In lui v’era il generale che sei anni dopo avrebbe comandata una brigata italiana all’attacco di Borgoforte. E da lui fu detto un giorno che se alla morte di Pio IX fosse venuto, come venne, al seggio di San Pietro il Vescovo di Perugia, ch’ei ben conosceva, l’Italia avrebbe avuto il Papa italiano iniziatore di quella vita che poi non ebbe.
Luogotenente del Carino era Alessandro Ciaccio, palermitano, uomo di quarant’anni, esule da dieci. In mezzo alla compagnia pareva il sacerdote di una religione non ancora predicata ma già viva nei cuori. Non era tempra da uomo di guerra, ma da dar la vita per qualche grande amore, sì: sarebbe stato capace di ber la cicuta e morire conversando di cose alte e pure in mezzo a quei suoi militi che, lui presente, si sentivano sempre come avvolti da un’aura casta e purificatrice.
Altri ufficiali del Carini erano Giuseppe Campo e Giuseppe Bracco-Amari, palermitani anch’essi; quello rivoluzionario per tradizione di famiglia, questo un altezzoso uomo che pareva aristocratico e schivo, ma era soltanto un distratto. Andava distratto fino nei combattimenti. Altro singolare uomo era il sottotenente Achille Cepollini, napolitano, di quarant’anni, vecchio difensore di Venezia, letterato anzi professore di lettere, che fu visto a Calatafimi l’ultima volta, e sparito non lasciò di sé traccia sicura, né di lui se ne riseppe mai più.
Sfilava la settima compagnia, la più numerosa e la più signorile, quasi tutta di studenti dell’Università pavese, lombardi di ogni provincia, milanesi eleganti, veneti che la grazia natìa temperavano alla baldanza dei compagni nati tra l’Adda e il Ticino.
La comandava Benedetto Cairoli, che allora aveva già trentacinque anni. E pareva così contento, in quella sua bella faccia di giusto, aveva un’aria così paterna, che uno avrebbe detto: “Certo a costui è stato affidato ogni soldato dalla madre in persona, perché, se non è necessario sacrificarlo, glielo riconduca puro e migliore.” Ah, il contatto con quell’anima! Molti vanno ancora pel mondo che vissero giovinetti sotto quell’occhio, in quei giorni di altissima scuola; e ne portarono la luce tra la gente, che, pur divenuta scettica, pensa che un mondo migliore debba essere stato, e spera che torni.
Era luogotenente del Cairoli il Vigo Pellizzari, da Vimercate, bello e giocondo giovane, di ventiquattro anni, nato coi più bei doni di natura, ma sprezzatore superbo fin di sé stesso. Amava la vita, avrebbe potuto averla felice, non volle. Scherzava con la morte, pareva che l’andasse cercando per schiaffeggiarla, e che la morte lo scansasse, tanto era ardimentoso. Sette anni di poi, le si diede irato a Mentana gridando insulti ai francesi.
Sottotenenti della compagnia erano Biagio Perduca di venticinque anni e Nazzaro Salterio di trentasei. Pavese quello, aveva personale giusto, viso fiero ma a certi momenti dolcissimo. Non morì in guerra e fu sorte crudele, perché doveva finire di là a quindici anni con la luce della mente già spenta. Invece il Salterio visse cinque anni più di lui, e quando fu l’ora sua cadde di colpo, sano e intero, nella sua divisa di colonnello, come uno fulminato sul campo.
Furiere della compagnia era il marchese Aurelio Bellisomi da Milano, allora sui ventiquattro, bellissimo giovane e colto assai, mazziniano per fare l’unità nell’ora che passava, ma forse già vagheggiatore dell’idea del Cattaneo, come di cosa da venir sicura col tempo, conseguenza della stessa unità allora necessaria per conseguire l’indipendenza. Ma non parlava guari delle sue idee federaliste per non seminare discordie.
In quanto ai sergenti, quando s’è detto che si chiamavano Enrico Cairoli, Luigi Mazzucchelli, Pompeo Rizzi, Camillo Ruta, par d’aver detto tutto anche a chi non portò mai camicia rossa. Erano giovani tra i venti e i ventisett’anni, e son già morti da un pezzo; ma di essi soltanto Enrico finì come erano degni di trovarsi a finire tutti, in quel bel giorno di Villa Glori, sotto le mura di Roma, uno contro venti.
Il caporal furiere era Luigi Fabio, il buon Fabio morto poi quasi sessantenne, ma di cuor sempre giovane. E i quattro caporali erano lo studente Ferdinando Cadei, che cadde a Calatafimi, Giuseppe Campagnuoli, Alessandro Casali, Luigi Novaria; quello di Caleppio, questi tre di Pavia. Tra quei compagni di ventitré anni il Novaria ne aveva trentatré, pareva un vecchio, ma stonava poco perché versava larga la sua vena di ilarità, sebbene talvolta fosse canzonatore mordace, e talvolta pigliasse il tono fin di Tersite.
Così la compagnia era fortemente inquadrata. Contava centotrenta militi, ventitré dei quali erano proprio pavesi. E tra quei centotrenta, ventiquattro erano studenti di legge, dodici di medicina, quattordici di matematica, due di farmacia. Di commercianti ve n’erano una dozzina, di possidenti e di impiegati una trentina. Gli altri erano artigiani e operai, ma tutta gente anche questa che sapeva bene dove andava. Allegri e vibranti di vita, parevano avviati a conquistarsi un regno ognuno per sé. Ma dei più cari a ricordarsi fu un giovanetto, forse non ancora ventenne, che durante la traversata cantava sempre, accompagnato da due altri pavesi Giuseppe Tozzi e Luigi Rossi. In quelle notti del Tirreno empiva il mare e il cielo con le arie eroiche del Nabucco e dei Masnadieri, con una voce che faceva tacere tutti e pigliava i cuori. Si sentiva che l’anima sua si inebriava di un’acre voluttà di morire; e forse fu poi felice quell’ora a Palermo, su d’una barricata, combattendo e cantando: “Si vola d’un salto nel mondo di là,” cadde morto. Lo chiamavano Pùdarla, ma il suo vero nome era Angelo Gilardelli.
E l’ultima era l’ottava. L’aveva raccolta quasi tutta nella sua Bergamo Francesco Nullo, che la dava bell’e fatta ad Angelo Bassini pavese, certo di darla a chi l’avrebbe condotta da bravo. Era il Bassini un uomo che se avesse lanciato il suo cuore in aria, quel cuore avrebbe mandato luce come il sole; e se lo avesse lanciato nell’inferno, avrebbe fatto divenir buono Satana stesso. Così dicevano coloro che avevano già lette sin da allora queste immagini nelle poesie di Petofi. A Roma il 3 giugno del ’49, nell’ora dello sterminio, s’era avventato quasi solo contro i francesi di Villa Corsini, percotendo, insultando, gridando a chi volesse ammazzarlo, e nessuno lo aveva ucciso. Aveva una testa che sembrava una mazza d’armi, ma l’espressione della sua faccia ricordava quella di certi santi anacoreti. Sapeva poco, discorreva poco; ostinato nell’idea che gli si piantava nel capo, a chi lo vinceva di prove gridava: “Appiccati!” ma lo abbracciava e gli dava subito ragione, intenerito e devoto. Per tutte queste sue doti, e perché aveva già quarantacinque anni, gli si erano lasciati volentieri metter sotto Vittore Tasca, Luigi Dall’Ovo, Daniele Piccinini, coi loro bergamaschi, quasi un centinaio e mezzo di quella gente Orobia, quadrata e intrepida sempre, sia che scelga la patria per suo culto, sia che ad altri ideali volga il pensiero: quella che parve ai siciliani formidabile per gli ardimenti sulle barricate, e per la serena fidanza nei vini dell’isola, bevuti ai banchetti liberamente, senza perdere dignità né d’atti né di parole.
Vittore Tasca aveva trentanove anni, ed era una strana testa, che con un po’ di studi forse sarebbe riuscita d’un artista. Con quelli ch’egli aveva fatti era rimasto qualcosa di mezzo tra un commerciante geniale e un agricoltore. Conosceva le vie del Levante dove era andato per seme di filugello, e si trovava appunto sulle mosse di tornarvi, quando sentì della spedizione garibaldina. Allora piantò ogni cosa e seguì Garibaldi, cui si diè tutto e cui nella tarda età dedicò quasi bosco sacro una sua villetta in Brembate, dove fino al 1892 raccolse ogni anno anche da lontano i suoi amici, a commemorare in una cerimonia all’antica il gran Duce.
Il Dall’Ovo che aveva anch’egli trentanove anni, era una figura su per giù sul fare del Tasca, forse un po’ meno aspro ma anch’egli burbero e buono. Non sapeva che da quell’umile posto di sottotenente della compagnia, le sorti della guerra e dell’esercito nazionale lo avrebbero elevato su tanto, da fare di lui un colonnello. E da colonnello doveva invecchiar nell’esercito per uscirne alfine e sparire come tanti, che si rincantucciarono a rivivere del loro passato, dei quali non si seppe più se fossero vivi o morti.
Ma Daniele Piccinini che più di lui e più del Tasca personificava in sé il bergamasco cittadino insieme e valligiano e di monte, come rimase vivo e presente a tutto il mondo garibaldino! Nato a Pradalunga in Val Seriana, da una famiglia radicata tra le rocce e ricca e forte ivi come una volta quelle dei feudatari, ma però tutta di virtù patriarcali; candido a trent’anni come un adolescente, valoroso come un personaggio dei ‘Reali di Francia’, allora ancora molto letti nelle campagne; in quel maggio era disceso dal suo paesello a vedere se non si tornasse a far qualche cosa per l’Italia, e aveva dato il suo nome di tono guerriero antico alla compagnia bergamasca. Fu lui quello che a Calatafimi, in un momento che Garibaldi si trovò tanto vicino ai nemici da farsi colpire fino da un colpo di pietra, gli si lanciò quasi irato davanti, e coprendolo col suo pastrano da pioggia onde la camicia rossa non lo facesse più far da bersaglio, osava gridargli che non a lui stava bene andare a farsi uccidere come un soldato qualunque. “Chi è quel giovane?” domandò allora Garibaldi, guardando quella bella figura. “Piccinini di Bergamo,” gli fu risposto. Il Generale non se ne scordò più, né il Piccinini lasciò più di seguirlo. Due anni dipoi, in Aspromonte, ruppe la spada di capitano per non consegnarla intera al capitano dei bersaglieri che lo faceva prigioniero: prigioniero con gli altri compagni garibaldini stipati nel forte di Bard in Val d’Aosta, si rannicchiò in una cannoniera dove stette quasi notte giorno a languire di nostalgia e di dolore civile. Poi nel 1866 volle far la guerra del Trentino da semplice milite, perché aveva giurato di non portare spada mai più. Tornato poi a’ suoi monti, non ne uscì per venti anni. Alla fine si lasciò vincere dal desiderio d’andare a visitare la Sicilia e la Calabria che egli aveva percorse e voleva di nuovo percorrere a piedi, per vedervi quanto fosse migliorato il popolo e quanto la terra. Non poté giungere fin laggiù. Un giorno dell’agosto 1889 a Tagliacozzo gli accadde di esser ferito per disavventura da un giovane amico. E morì là, quasi lieto di morire tra quei monti, dove suona ancora con tanta mestizia il nome della battaglia perduta da Corradino. Ora la sua salma è chiusa nel piccolo camposanto della sua Pradalunga, a cui salgono i clamori del Serio sonante che passa. Càpita là talvolta ancora adesso qualche vecchio forestiero che fa chiamar il custode per farsi mostrar la terra dove sta Daniele. Entra in quel recinto, cui con forse quattro lenzuola cucite insieme si potrebbe fare un velario, svolta a sinistra, nell’angolo c’è una cappelletta nuda. “Sta qui,” dice il custode. Qui? Pensa il forestiero. E vorrebbe gridare: Su, Piccinini! D’uomini come te v’è ancor penuria nel mondo. Risorgi e insegna!
Un po’ della tempra del Piccinini erano quei bergamaschi tutti, anche i più popolani; anime esaltate dal patriottismo e un po’ mistiche. Nel 1863, quando la Polonia fece la sua terza rivoluzione, uno stormo di quei militi tornati dall’ottava compagnia dei Mille, volò laggiù con Francesco Nullo. E il 5 maggio, terzo anniversario della partenza da Quarto, entrarono nella Polonia russa a Olkusz, dove s’imbatterono subito nei Cacciatori finlandesi del generale Szakowskoy, coi quali impegnarono un combattimento. Il Nullo cadde ai primi colpi, e morì magnifico fin nella caduta; essi combatterono fin che furono tutti morti o feriti o ridotti a non poter più. Elia Marchetti si trascinò ferito a morte fin nel territorio austriaco; dove un austriaco capitano, ammirandolo se lo raccolse in casa e ve lo tenne con religione a morire. Quelli che sopravvissero furono mandati in Siberia. Nelle miniere di Jskutz logorarono la vita sette anni, invidiando i morti, e parecchi vi morirono. Quelli che erano scampati alla strage e alla cattura, camminando come belve, valicando montagne, passando fiumi, vennero dietro il sole a cercar la patria. E per le terre dell’Austria vi giunsero. Ma non si erano ancora riposati di tanta via, che scoppiò la guerra del 1866. Allora tutti tornarono in campo, e Giuseppe Dilani detto Farfarello, umile operaio, andava a farsi uccidere dagli Austriaci, nelle terre trentine nostre a Monte Suello, vecchio nei patimenti a ventisette anni.
E Luigi Perla, con quel suo visetto arguto? Oh! Egli andò nel 1870 a morire a Digione per la repubblica, alla testa di un battaglione che gli fu affidato. La Francia riconoscente lo fregiò, morto, della Legion d’onore; ma già egli era compensato nell’aver potuto morire per quel nome di repubblica, che alla sua mente semplice pareva realtà di tutte le belle cose sognate.
Quei bergamaschi fecero scuola. Così, come alcuni in Polonia e come il Perla in Francia, ultimo alunno di quell’antica compagnia, figlio d’uno di quei bergamaschi, Ettore Panzeri ufficiale degli Alpini nell’esercito della nuova Italia, andava a morir giovinetto per la Grecia a Domokos nel 1897, bella favilla dell’antico fuoco garibaldino, che ridiede dopo tanti anni quella tardiva vampata.
I Carabinieri genovesi
Ora ecco i Carabinieri genovesi, quasi tutti di Genova, o in Genova vissuti a lungo, mazziniani ardenti, armati di carabine loro proprie, esercitati nel tiro a segno da otto o nove anni i più, gente che s’era già fatta ammirare nel 1859, ben provveduta, colta, elegante.
Li comandava Antonio Mosto, tutto di Mazzini, uomo non molto sopra i trent’anni, ma che ne mostrava di più: barba piena, lunga, sguardo acuto, ficcato lontano come per guardare se al mondo esistesse il bene quale ei lo sentiva in sé. Quanto al coraggio, era per lui cosa tanto naturale, che non poteva credere vi fosse altri che non ne avesse. In tutta la campagna i borbonici non ebbero per lui una palla, ma il cuore glielo straziarono uccidendogli il fratello Carlo, che piantato lo studio all’Università di Pisa, aveva ripreso la carabina. E la fortuna gli serbava di tornare illeso anche dalla guerra del 1866. Ma l’anno appresso, a Mentana, una palla francese lo colpì di tale ferita, che lo rese invalido fin che nel 1880 morì.
Suo luogotenente era Bartolomeo Savi, un fierissimo repubblicano, tutto nudrito di studi classici, e già ben sopra la quarantina; uomo austero e cruccioso, che guardava sempre con un certo piglio di rimprovero Garibaldi, perché s’era lasciato tirare dalla parte del Re. Ma lo seguiva perché gli pareva di non aver diritto di negar il suo braccio alla patria, soltanto pel motivo che la patria si andava rifacendo nel nome di un re. E lo seguì poi fino al giorno che, dopo Aspromonte, tutto gli parve falsato, e, poco appresso, tediato della vita si uccise.
Inquadravano la compagnia Canzio, Burlando, Uziel, Sartorio, Belleno, dei quali i tre ultimi non tornarono più; e tra tutti, quei trentasette carabinieri dovevano pagare un gran tributo fin dal primo scontro di Calatafimi, dove cinque morirono, dieci furono feriti. Ma la vittoria fu dovuta in gran parte alle loro infallibili carabine.
Le Guide
Mancavano i cavalli, né c’era tempo di far una corsa nella vicina Maremma a pigliarne un branco al laccio, ma le Guide furono ordinate lo stesso. Erano ventitré. Le comandava il Missori, l’elegantissimo milanese, passato dal culto delle eleganze a quello delle armi, e come da prode lo seppero tutti. Basti che in quella guerra l’Italia dovette a lui e a pochi altri se a Milazzo Garibaldi non fu sopraffatto e ucciso da un branco di cavalieri napoletani, che essi a rivoltella sgominarono, mentre il Generale che si trovava a piedi poté, uccidendolo, liberarsi dal capitano di quelli ruinatogli addosso furioso, menando fendenti.
Sergente delle Guide era Francesco Nullo, il più bell’uomo della spedizione. Aveva trentaquattro anni, era mercante come Francesco Ferrucci. Allora gli entrò la passione di cavalier di ventura dell’umanità, e non ebbe più requie finché non gliela diede tre anni di poi, nel cimitero di Miekov, il generale russo che ve lo seppellì con onori militari da generale pari suo. Sapeva quel russo di dover andare punito nel Caucaso, ma nonostante, a quella nobile figura di morto volle mostrare il suo nobile cuore di uomo.
Compagni più che sottoposti al Missori e al Nullo, erano certi degni uomini come Giovan Maria Damiani da Piacenza, che a sedici anni aveva combattuto a Novara, dove gli era morto un fratello; e Giuseppe Nuvolari da Roncoferraro nel Mantovano ricchissimo di possessioni e già sui quaranta; due puritani, niente allegri, provati nell’esilio, pensierosi sempre, quasi scontrosi.
Semplice guida era Emilio Zasio da Pralboino, di ventinove anni, che uscito di modesta casa pareva figlio di principi, tanto ambiva le cose signorili; fantastico, impetuoso, temerario e nell’amare e nel volere sempre grandioso. Luigi Martignoli, da Lodi come Fanfulla, che a trentatré anni doveva morire a Calatafimi, somigliava un po’ al Zasio nel portamento non nella bellezza; ma bello ancor più di Zasio era il conte Filippo Manci da Poro nel Trentino, giovinetto di ventun anni. Tutti e due furono infelici. Sopravvissuti a quelle guerre e alle altre venute dopo, dovevano finire quasi insieme nel 1869, col raggio della mente già spento per dolori così crudeli, specie quelli del Manci, che chi li conobbe ingiuriò la morte perché non se li aveva presi quando le andavano incontro sani d’anima e lieti.
E poi tra quelle Guide erano scritti l’avvocato Filippo Tranquillini e Egisto Bezzi trentini anch’essi come il Manci; Domenico Cariolato da Vicenza, che di ventiquattro anni era già un veterano della difesa di Roma; il medico Camillo Chizzolini da Marcaria e l’ingegnere Luigi Daccò da Marcignano giovanissimi tutti, che parevano figli del sessagenario Alessandro Fasola novarese, già carbonaro nel 1821 col Santarosa, profugo, poi soldato di tutte le guerre sino a quella del 1859, e che ora correva a quell’impresa romanzesca con la baldanza d’un giovanetto che fa la sua prima volata fuori casa.
L’Intendenza
Poiché la spedizione doveva avere una Intendenza, questa fu formata sul serio, benché in verità, la cassa di guerra non contenesse che trentamila povere lire. E vi fu messo a capo Giovanni Acerbi, avanzo dei martirii di Mantova, il quale andava rivendicando nelle cospirazioni e nelle guerre l’onor del nome, macchiato da uno del casato che aveva venduto l’ingegno e le lettere all’Austria, prima ch’egli nascesse. Aveva compagni Ippolito Nievo, Paolo Bovi, Francesco De Maestri e Carlo Rodi, tre veterani questi ultimi, mutilati ciascuno d’un braccio, che parevano intervenuti per dire ai giovani: “Vedete che cosa ci si guadagna? Eppure non fa male!” In quanto al Nievo andava tra quella gente, per dir così, come Orfeo tra gli Argonauti. Chi lo guardava indovinava che era già grande, o che era destinato a divenirlo. Egli era noto per due suoi romanzi sentimentali: ‘Angelo di bontà’ e ‘Il conte pecoraio’; e anche si sapeva da qualche amico suo che ei stava lavorando alle sue maravigliose ‘Confessioni d’un Ottuagenario’, e che le lasciava imperfette per accorrere alla grande impresa. Diceva egli stesso che gli sarebbe tanto rincresciuto morire senza averle finite! Nel 1859 aveva cantati gli ‘Amori garibaldini’, liriche scintillanti come spade, scritte sull’arcione cavalcando alla guerra di Lombardia, e stampate sul punto di partire per la Sicilia. E, ‘Partendo per la Sicilia’, fu appunto il titolo che egli dava all’ultima, non uscita dal suo petto ma rappresentata nella pagina da una fila di interrogativi. Forse egli presentiva che non sarebbe più ritornato? Difatti spariva dal mondo nel marzo del 1861, in una notte di tempesta nel Tirreno, con un vapore che fu ingoiato, passeggeri e tutto, dalle acque. Perì in lui il poeta che avrebbe cantato davvero l’Epopea garibaldina; e un cadavere che fu creduto lui, venne poi trovato sulla riva d’Ischia, l’isola dei poeti.
Il corpo sanitario
Più necessario allora che non l’Intendenza, fu ordinato anche il Corpo sanitario, sotto il vecchio dottor Pietro Ripari da Solarolo Rainiero, che de’ suoi cinquantott’anni ne aveva passati molti nelle carceri dell’Austria e del Papa. Ma per tormenti che vi avesse durati, non si era mai stancato di adorare la propria idea, e tant’era che per essa, con l’età che aveva, lì si metteva al caso d’andare a sperimentare anche le galere del Borbone e a finir la vita tra i ferri. Aveva con sé Cesare Boldrini, mantovano, uomo di quarantaquattro anni, e Francesco Ziliani del bresciano, di ventotto, valenti medici e bravi soldati. Il Boldrini, nel seguito della guerra, volle poi essere soltanto ufficiale combattente. E il 1° ottobre cadde a Maddaloni, comandante di un battaglione rimasto celebre col suo nome; consolazione grande questa al prode nei dolori che durarono due mesi a consumarlo e a farlo morire. Il Ziliani bellissimo, robustissimo e giocondo, per qualche cosa che aveva nel far suo metteva la soggezione, e temperava solo con la sua presenza anche i più spensierati e chiassosi. Dove egli capitava, fossero pur allegri i discorsi, tutti diventavano serii, le lingue si facevano caste, di cose frivole nessuno sapeva più dirne. Crebbe su agli alti gradi, ma non se ne volle giovare: tornò modestamente alle case patriarcali da dove non uscì che per le altre guerre; vi si chiuse alla fine a farsi crescere intorno una famiglia secondo il suo cuore, e in mezzo ad essa invecchiò, ricordando ed amando i campi e le plebi.
Altri medici in quel piccolo corpo erano Oddo-Tedeschi d’Alimena e Gaetano Zen di Adria; e del resto se ne trovavano sparsi in tutte le compagnie, combattenti dei migliori e da combattenti infermieri. A Calatafimi ne furono visti tra un assalto e l’altro deporre il fucile, tirar fuori ferri e bende, curare qualche ferito; ripigliar su l’arma, e andar a farsi ferire.
*
La storia dovrebbe aver già detto e dirà che quella spedizione fu più che per metà composta d’uomini di studio e d’intelletto. Ne contava più d’un centinaio e mezzo che erano già o divennero poi avvocati; e così come questi un centinaio di medici, un mezzo centinaio di ingegneri, una ventina di farmacisti, trenta capitani marittimi, dieci pittori o scultori, parecchi scrittori o professori di lettere e di scienze, tre sacerdoti, alcuni seminaristi. V’era anche una donna, Rosalia Montmasson savoiarda, moglie di Crispi, che volle seguir il marito in quel pericolo; poi centinaia di commercianti e centinaia di artefici, operai il resto, contadini quasi nessuno.
Non sarà inutile aggiungere che trecentocinquanta di quegli uomini erano lombardi, centosessanta genovesi, il resto veneti, trentini, istriani e delle altre provincie dell’Italia superiore e centrale, con forse un centinaio di siciliani e napolitani tornanti dall’esilio. Non ve n’erano affatto delle provincie di Aquila, Benevento, Caltanissetta, Campobasso, Chieti, Caserta, Forlì, Pesaro, Ravenna e Siracusa. Stranieri accorsi per amor d’Italia ve n’erano diciotto, uno dei quali africano, l’altro d’America, e questi era Menotti, il figlio del Generale.
Di quel centinaio di meridionali trentacinque appartenevano alla parte peninsulare del Regno; gente degna davvero tutti. Ma sette di essi erano venerandi per chi sapeva la storia dei loro dolori. Avevano portato per dieci anni la catena negli ergastoli di Procida, di Montefusco o di Montesarchio; condannati a trenta, a venticinque, a vent’anni di ferri per amore di libertà. Ma il 9 gennaio del 1859, proprio la vigilia del giorno in cui Vittorio Emanuele diceva, lassù, lontano, nel Parlamento piemontese, la sua storica frase delle ‘grida di dolore’; avevano ricevuto laggiù col gran Poerio, col Settembrini, con Silvio Spaventa, la beffarda grazia di andar banditi, deportati in America. Re Ferdinando, sentendosi divenuto odioso a tutta Europa, che lo chiamava da un pezzo negazione di Dio, aveva voluto dare quel segno della sua clemenza, a sessantasei delle sue vittime. Di queste si sa il viaggio a Cadice, la liberazione avvenuta a bordo nell’Atlantico per opera del figlio di Settembrini, la discesa a Cork in Irlanda e il rifugio in Piemonte. Ora di quei sessantasei, sette erano lì che se n’andavano tra i Mille, come sette vendette. Bisognava esser nati con cuori veramente eroici per mettersi dopo tanto patire a quel passo, o aver lo spasimo di riveder lui il Re crudele; e poiché egli era già morto, incontrarsi almeno con qualche suo rappresentante per afferrarlo al petto e farlo domandar pietà. Questo diciamo noi, forse perché in generale siamo ancora tanto deboli, che ci compiacciamo di pensar da violenti; ma que’ sette erano forti e miti. Allora non erano più nel fior degli anni. Achille Argentino ingegnere di Sant’Angelo dei Lombardi ne aveva trentanove; Cesare Braico, medico di Brindisi, trentasette; Domenico Damis, gentiluomo di Lungro, trentasei; Stanislao Lamnesa, legale di Saracena, quarantotto; Raffaele Mauro, gentiluomo di Cosenza, quarantasei; Rocco Morgante, farmacista da Fiumara, cinquantacinque; Raffaele Piccoli di Castagna diacono, quarantotto. E Mauro aveva a casa cinque figliuoli, Lamensa quattro. Non li avevano più veduti dal 1849, anno della loro condanna; ora andavano a ritrovarli per quella via. Parlavano poco, ma se dicevano gli orrori delle galere nelle quali erano stati, a quelli che ascoltavano avveniva di augurarsi che essi vi fossero ancora chiusi, d’aver dieci vite, d’andar a darle tutte per liberare da tante miserie dei cristiani come loro. Al paragone quelle dello Spielberg dovevano esser state sopportabili, umane. Ma ce n’erano ancora tanti altri negli ergastoli del Regno! Tutto il Regno era un carcere, dunque era bello andare a sfondarlo.
L’Artiglieria e il Genio
Perché fu allora cosa inaspettata, si narra qui un po’ fuor di posto che in Talamone fu pur formata l’Artiglieria. Fin dalla prima ora della sua discesa a terra, Garibaldi aveva visto nel vecchio castello una colubrina, lunga come la fame, montata su di un cattivo affusto, a ruote di legno non cerchiate, e pel logoro di chi sa quanti anni divenute poligonali. Portava in rilievo sulla culatta l’anno del suo getto, 1600, e il nome del fonditore Cosimo Cenni, certo un toscano. Una delle maniglie in forma di delfino le era stata rotta, ma due segni di cannonate ricevute le facevano onore. Forse non aveva mai più tuonato dal 9 maggio 1646, quando novemila francesi condotti da Tommaso di Savoia erano giunti in quel golfo su d’una flotta di galee e tartane. Adesso là nel castello non faceva più nulla, e Garibaldi se la prese.
Il giorno appresso, vennero da Orbetello tre altri cannoni, uno dei quali non guari migliore della colubrina, ma due erano di bronzo bellissimi, alla francese, fusi nel 1802. Sulla fascia della culatta d’uno si leggeva “L’Ardito” su quella dell’altro “Il Giocoso”. I nomi piacquero; convenivano agli umori di quella gente. Quei cannoni non avevano affusto, ma laggiù in Sicilia qualcuno avrebbe saputo incavarseli, e per questo c’erano tra i Mille i palermitani Giuseppe Orlando e Achille Campo, macchinisti valenti, i quali difatti fecero poi tutto alla meglio sei giorni appresso.
Ma chi aveva dato quei cannoni?
Garibaldi aveva mandato il colonnello Turr, al comandante della fortezza di Orbetello con questo scritto:
“Credete a tutto quanto vi dirà il mio aiutante di campo, colonnello Turr, e aiutateci con tutti i mezzi vostri, per la spedizione che intraprendo per la gloria del nostro Re Vittorio Emanuele e per la grandezza della patria.”
Il comandante, che era un tenente-colonnello Giorgini, quando lesse quel foglio si dovette sentire un grande schianto al cuore. L’aiutante di campo di Garibaldi gli chiedeva delle munizioni! Impossibile.
Ella è militare, – disse al Turr – e sa che cosa significhi consegnare le armi e le munizioni di una fortezza, senza ordine dei capi.
Ma se gli ordini li riceveste dal Re? – rispose il Turr – basterà che gli inviate questa mia lettera.
E lì per lì, sotto gli occhi del Comandante, scrisse al conte Trecchi, notissimo aiutante di campo di Vittorio Emanuele:
“Caro Trecchi,
Dite a Sua Maestà che le munizioni destinate per la nostra spedizione sono rimaste a Genova; ora preghiamo Sua Maestà di voler dar ordine al Comandante della fortezza di Orbetello di provvederci con quanto più può del suo arsenale.
Colonnello Turr.”
Porgendo la lettera al Comandante, il Turr gli disse che siccome la risposta non verrebbe se non forse in una settimana, su di lui Comandante peserebbero tutte le incalcolabili conseguenze di quel ritardo; lo informò della spedizione; lo accertò dell’intesa tra il Re e Garibaldi; insomma seppe far tanto che quell’ufficiale, solo facendosi promettere che l’impresa non sarebbe volta contro gli Stati del Papa, diede tutte le cartucce che aveva pronte, e casse di polvere e quei tre cannoni e quant’altre cose poté. E tutto fu caricato e condotto a Talamone, dov’egli stesso volle recarsi per veder Garibaldi e la spedizione. Vollero accompagnarlo due suoi ufficiali, e insieme il maggior Pinelli che comandava un battaglione di bersaglieri, diviso tra Orbetello e Santo Stefano. Temeva questi che quei soldati gli scappassero mezzi per imbarcarsi con Garibaldi, e voleva pregarlo di non riceverli a bordo. Il Generale accolse tutti con grato animo, ma non senza pensare che al Giorgini dovevano seguire de’ guai. E gliene seguirono, perché il povero Comandante fu poi tenuto a lungo nella fortezza di Alessandria sottoposto a Consiglio di guerra; ma alcuni mesi dopo, nel tripudio della patria, fu mandato sciolto di pena.
Ora dunque la spedizione possedeva anche delle artiglierie, e bisognava formare il corpo dei Cannonieri. A ordinarli e comandarli venne messo il colonnello Vincenzo Orsini, che per questo dovette lasciare la 2° Compagnia cui si era appena presentato. Egli chiamò a sé quanti avessero già militato nell’artiglieria, e ne trovò una ventina. Ai quali ne aggiunse dieci altri, inesperti nell’arma, ma studenti quasi tutti di matematica nell’Università di Pavia. E fu di questo numero Oreste Baratieri, giovinetto sui diciannove, pigliato appunto allora dalla fortuna che non lo abbandonò più per trentasei anni, e doveva elevarlo tanto da farlo brillar come un astro e spegnerlo poi in un giorno, come nulla, nel buio. Egli aveva allora compagni in quell’artiglieria strana, giovani come lui, Luigi Premi da Casalnovo, Arturo Termanini da Casorate, saliti poi anche essi nell’esercito nazionale e assai alti, ma senza clamori. Vi aveva Domenico Sampieri di Adria, uomo di trentadue anni, avanzo della difesa di Venezia e degli esigli di Smirne e d’Epiro, e divenuto anch’egli Generale dell’esercito nazionale. Rimasto oscuro e modesto, vi si trovava insieme ad essi Giuseppe Nodari, da Castiglione delle Stiviere, anima d’artista, che dappertutto laggiù avea sempre la matita in mano a schizzare dal vero bivacchi, fatti d’arme e figure caratteristiche, delle quali s’ornò poi la casa dove morì medico, trentott’anni di poi. E giovane mistico, nato per ogni sacrificio, vi stava bene col Nodari l’ingegnere Antonio Pievani da Tirano, che già deliberato a farsi frate, solo quando fu finita l’opera di rifar la patria, entrò nei Francescani, per andar missionario nel mondo barbaro. E invece, tradito dalla salute, morì nel 1880, in una cella del convento di Lovere, sul lago d’Iseo, sulle cui rive deliziose eran nati quattro compagni suoi nei Mille, Zebo Arcangeli, Gian Maria Archetti, Carlo Bonardi e Giuseppe Volpi, questi ultimi due a lui carissimi e morti in guerra.
Poiché ormai quel piccolo esercito aveva tutte le sue membra fuorché il Genio, fu ordinato anche questo: una dozzina e mezza di operai, di macchinisti, d’ingegneri, con Filippo Minutilli da Grumo d’Appula per Comandante, uomo di quarantasette anni, severo, di poche parole, cui si leggeva in viso, e certo lo aveva dentro, qualche profondo dolore. Pativa l’esilio dal 1849; era stato in Oriente, in Malta, in Piemonte; lasciava in Genova coi figliuoli la moglie, eroica donna messinese, che si era sentita il cuore di cucire per lui la camicia rossa, e di scendere alle porte di Genova, a dirgli addio, mentre egli passava per andar a Quarto ad imbarcarsi.
Luogotenente del Minutilli fu l’ingegnere Achille Argentino, uno dei liberati l’anno avanti dalle galere di Re Ferdinando, dei quali si è detto.
Formati così anche i piccoli corpi dell’Artiglieria e del Genio, gli uomini che vi appartenevano andarono a piantar sul Piemonte un piccolo laboratorio. E subito, e i giorni dipoi, pur non avendo strumenti, fabbricarono scatole di mitraglia con ogni sorta di rottami e di lamiere di ferro rinvenute nelle stive dei due vapori. Con le lenzuola di bordo fecero sacchetti per le cariche da cannone, e fabbricarono cartucce da fucile, metà delle quali passarono sul Lombardo.
La diversione
Tutto cominciava ad andare per bene: solo sembrava strano che la spedizione continuasse a stare a perdere un tempo prezioso.
Ma nel pomeriggio dell’8 corse vagamente la voce che Garibaldi avesse deliberato di gettarsi nel Pontificio, per marciare senz’altro su Roma. Una sessantina di uomini, presi qua e là nelle campagne e raccolti in drappello, erano partiti sin dalla sera avanti, per la strada che, girando il golfo, mena da Talamone in Maremma. Marciava alla loro testa un Zambanchi. Era un forlivese già sulla cinquantina, quadrato, barbuto, di poca testa, assai rozzo e millantatore. E aveva fama d’esser uomo di sangue, perché nel ’49, a Roma, era stato crudo contro tre preti, i quali, volendo entrare nelle città travestiti da contadini, avevano dato del capo nei suoi avamposti. Egli li aveva tenuti prigionieri; poi, senza averne ordine dal Governo, gli aveva fatti fucilare. Per tal suo fatto gli pesava addosso l’accusa di sterminatore di preti e frati, e sin d’averne colmato un pozzo.
A chi non sapeva tutto, pareva che quella compagnia fosse l’avanguardia, e che la spedizione dovesse tenerle dietro. E i più giovani lo credevano, ma gli anziani no. Delle otto compagnie, Garibaldi ne aveva affidate tre a comandanti siciliani, una ad un calabrese; ora come poteva darsi che egli volesse far loro il torto di non andare in Sicilia? Però il fatto che quel piccolo drappello se n’era andato per entrare nel Pontificio a farvisi distruggere forse ai primi passi, se tutta la spedizione non lo volesse seguire, non si capiva. Vi era chi diceva che Garibaldi avesse fatto così, per levarsi dai piedi quel Zambianchi che gli era odioso: ma altri faceva osservare che forse si esagerava perché non a un uomo così fatto Garibaldi avrebbe dato da condurre quel manipolo, in cui si erano trovati a dover andare dei giovani come il Guerzoni, il Leardi, il Locatelli, il Ferrari, il Fumagalli, il Pittaluga, e avvocati, scrittori, scultori, e quattro medici come Fochi, Bandini e Soncini da Parma, e Cantoni da Pavia, e tanti altri, proprio gente già di conto. Pensavano forse meglio quelli che dicevano che il Generale aveva mandato quel manipolo nel Pontificio affinché n’andasse la voce a Roma e a Napoli, a generar confusione in quei governi; e che quanto al Zambianchi qualcuno, forse il Guerzoni, avesse l’ordine di levargli il comando, se mai venisse l’occasione di doversene liberare per qualche suo sproposito o qualche violenza.
Verso sera le trombe suonarono, le compagnie si ordinarono, scesero al porto, tornarono a imbarcarsi sui due vapori. Quella tornata a bordo levò via ogni dubbio. E allora nacque negli animi una generosa pietà per i compagni partiti. Che brava gente! Avevano compìto il più duro sacrificio che si potesse ideare: perdevano la vista di Lui e l’epopea che s’erano sentita nel pensiero, per andar a crearne un episodio oscuro, non sapevano dove, pochi, bene armati, ma condotti da un uomo disamato. Parlando d’essi, molti confessavano che comandati a quel passo non avrebbero ubbidito; ma i più lodavano l’ubbidienza di quei sessanta come indizio di gran virtù, e testimonianza del più alto valore.
A Santo Stefano
Garibaldi aveva fretta di partire, ma non aveva fatto imbarcare le compagnie per questo. Alcuni dei suoi uomini per cattiveria o per braveria, avevano dato noia a qualcuno di Talamone, ond’egli, sdegnato, si era risolto a levar tutti da terra. Così i due vapori stettero carichi all’ancora tutta la notte dall’8 al 9; e solo all’alba salparono pel golfo a Santo Stefano, breve tratto. La cittadetta si svegliava. Viste dal porto, le sue case parevano edificate l’una a inseguir l’altra su su, per arrivare in alto a trovar i giardini, i vigneti, gli oliveti pensili tra le rocce.
Vi scesero Bixio, Schiaffino e Bandi, per andare ai magazzini del governo, e in qualche modo farsi dare carbone, perché la traversata della Sicilia era ancora lunga, e poteva anche capitare di dover andare chi sa quanti giorni, fuggendo di qua e di là pel Mediterraneo, perseguitati dalle navi napoletane. Il Bandi s’accostò al custode dei magazzini e cominciò colle buone a tentarlo. Ormai sapevano tutti colà che Orbetello aveva dato armi, e in quei giorni quel custode poteva fare uno strappo anch’egli ai regolamenti. Ma colui nicchiava, e il Bandi non riusciva a convincerlo. Allora gli cadde là Bixio, che preso al petto il custode fedele, lo scosse un poco, e, miracoli di quell’uomo, il carbone andò a bordo per dir così da sé. E andarono a bordo e viveri e barili d’acqua. V’andarono anche per imbarcarsi stormi di bersaglieri, ma Garibaldi aveva promesso all maggior Pinelli di respingerli, e non li volle. Tre soli che poterono salire a nascondersi sul Lombardo, seguirono la spedizione, e divennero poi ufficiali dei migliori nella bella compagnia.
Le armi
Durante la sosta a Santo Stefano furono distribuite le armi alle compagnie; solenne momento! Faceva pensare a un altro ancor più solenne, quello di quando vicina l’ora della battaglia, i reggimenti d’allora caricavano i fucili con quell’indescrivibile ronzio di bacchette tutte piantate a un tempo nelle canne, che dava il raccapriccio e il cupo sentimento della morte. Quelle armi erano vecchi fucili di avanti il ’48, trasformati da pietra focaia a percussione, lunghi, pesanti, rugginosi, tetri. Stava legata a ciascun fucile una baionetta nel fodero cucito a un cinturone di cuoio nero, con certa piastra da fermarselo alla vita e certa cartucciera proprio da far malinconia a provarsela. Oggi non se ne vorrebbe servire, per così dire, neppure un bandito. Eppure nessuno se ne lagnò. Insieme con quell’arma, ognuno ricevette venti cartucce, e se le mise a posto con gran cura. Quelle povere cose erano tutte le risorse di cui Garibaldi poteva disporre. Povero Garibaldi! Nell’ultimo momento che stette in quelle acque, un suo compagno d’altri tempi che lo aveva seguito nei mari della Cina e che poi aveva perduto una gamba combattendo pei liberali del Perù, bel soldato, vivacissimo ingegno, voleva seguirlo così mutilato com’era anche a quella sua bella guerra. Egli dovette supplicarlo di andarsene, e infine comandarglielo. Furono lagrime! Ma Stefano Siccoli dovè ubbidire, discendere, veder da terra salpare l’ancora, stringersi il cuore perché non gli scoppiasse. Però aveva già il suo proposito bell’e formato: egli avrebbe raggiunto Zambianchi.
Di nuovo in mare
Era quasi il tocco dopo mezzodì, quando il Piemonte e il Lombardo si mossero verso l’isola del Giglio. Finalmente!
Garibaldi era stato tutti quei due giorni in angustia. Certo egli ignorava ciò che si seppe poi, e cioè che il Ricasoli, governatore della Toscana, aveva telegrafato al prefetto di Grosseto di “tenersi estraneo a quanto succedeva” nel golfo di Talamone. Ma lo avesse anche saputo, temeva del Farini, temeva del Cavour, né avrebbe potuto giustamente lagnarsi di loro, se gli avessero fatto giungere addosso la squadra di Persano a pigliarselo. Il momento era ben più cruccioso che quello di Genova. Nei tre giorni della sua partenza, tutta l’Europa avea avuto tempo di mettere il Governo di Torino alla stretta o di catturare lui o di prepararsi alla guerra. E allora che rovina! Le genti del mezzodì deluse e cadute nell’accasciamento; egli e il suo partito umiliati; Vittorio Emanuele costretto a rinnegare il pensiero unitario! Ci sarebbero voluti molti anni a rimetter su gli animi; e intanto, prima che tornasse un’occasione, sarebbero divenuti vecchi, sarebbero forse morti il Re, Cavour, Mazzini, lui, tutta quella generazione; e non si sapeva che cosa sarebbe poi avvenuto.
Ora dunque egli e tutti sulle due navi respiravano contenti. Girata la punta dell’Argentaro, ecco a destra l’isola del Giglio con la sua costa erta e rocciosa e col suo borgo su in cima. Una freschezza, una pace! Quanti di quei naviganti già vecchi e stanchi avranno pensato di venirvi un dì a trovarsi un posticino lassù, per invecchiarvi del tutto e morirvi, pensando alla loro odissea! Ma ora l’odissea non era finita, anzi andavano a crearne forse l’ultimo canto.
Più in là del Giglio, Montecristo, l’isola dei sogni; e lungo la costa occidentale dell’Argentaro a guardare in su torri, torri e torri. Che strano arnese da guerra doveva essere stato quel monte! E poi a sinistra Giannutri, luogo da capre selvatiche e da conigli.
Di là da quelle isolette i due vapori pigliarono il largo; dunque alle coste romane non c’era proprio più da pensarci, e presto sarebbero entrati nelle acque napolitane.
Veniva ai Mille la sera e la malinconia. Cosa si pensava di loro nelle loro città, nei loro villaggi, nelle loro case? Davvero tutta l’Italia doveva stare in grande ansietà. Ormai la spedizione era via da quattro giorni; ogni istante poteva esser quello di una grande tragedia, in qualche punto del Tirreno. Se i due vapori si fossero imbattuti nella crociera napolitana, avrebbero dovuto arrendersi o avventarsi cannoneggiati contro le navi borboniche, lanciarsi all’arrembaggio da disperati, e farsi saltar in aria con esse o pigliarsele. Chi sapeva mai! Con Garibaldi e con Bixio alla testa, tutto era possibile. Ma se invece fossero stati catturati e menati nel porto di Napoli, dove quel Re potesse veder Garibaldi e i suoi là, sotto le finestre della reggia, prima di farli morire forse tutti, o empirne le sue galere? Chi amava, pensava così e temeva e sperava; e forse non sarà mancato chi anche peggio della cattura avrà augurato una tempesta di cannonate sui due vapori e il fondo del mare a chi vi era su, per tomba.
Ma i due vapori andavano ancora sicuri. E andarono tutta la notte e tutto il giorno dipoi, che era il 10, senza veder che cielo ed acqua come se fossero nell’Oceano. A bordo, i pavesi cantavano. Tutto era quieto. Solo a una cert’ora prima del mezzodì, ci fu un po’ di trambusto, perché uno del Lombardo si era gettato in mare, pel dolore di non essere riuscito a farsi inscrivere nei Carabinieri genovesi. Fu subito fermato il vapore; una lancia vogò come saetta, giunse dove quell’uomo si dibatteva tra le onde, e uno della lancia si chinò, lo tirò su mezzo morto ma come fosse un gingillo. Quel forte dalle braccia così gagliarde doveva essere, era certo il figlio di Garibaldi. A bordo si diceva così, perché così le moltitudini fanno la loro poesia, e infatti quel forte era proprio Menotti.
Dopo, sul meriggio, il Piemonte cominciò a filar via più spedito e il Lombardo a rimanere indietro. La distanza s’allungava ora per ora… Dove voleva andare il Generale così solo? Forse aveva pensato di dividere in due la spedizione, per non correre tutti la stessa sorte, se mai fosse stata avversa? Chi lo sapeva! Divisi, Piemonte e Lombardo, l’uno o l’altro sarebbero riusciti ad approdare, e riuscendo tutt’e due, una volta sbarcati, facile sarebbe stato riunirsi nell’isola.
Era un nuovo dolore per quei del Lombardo, poiché se Bixio era Bixio, ben più fortunati erano coloro che si trovavano a correr le sorti del Generale, ora che la prova era così vicina. Finire con lui come che fosse, ognuno se lo poteva augurare.
In un certo momento, mentre gli animi erano agitati così, Bixio chiamò tutti a poppa. Era furioso: Aveva scaraventato un piatto in viso a uno che s’era lamentato dei superiori, e aveva perduto a lui il rispetto. – Tutti a poppa! –
E Bixio di lassù, dal ponte del comando, fremente come un’aquila librata sull’ali, già per piombare sulla preda, parlò:
“Io sono giovane, ho trentasette anni ed ho fatto il giro del mondo. Sono stato naufrago, prigioniero, ma son qui e qui comando io. Qui io sono tutto, lo Czar, il Sultano, il Papa, sono Nino Bixio. Dovete ubbidirmi tutti: guai chi osasse un’alzata di spalle, guai chi pensasse d’ammutinarsi. Uscirei col mio uniforme, colla mia sciabola, con le mie decorazioni, e vi ucciderei tutti. Il Generale mi ha lasciato, comandandomi di sbarcarvi in Sicilia. Vi sbarcherò. Là mi impiccherete al primo albero che troveremo, ma in Sicilia, ve lo giuro, vi sbarcheremo.”
Veramente esagerava, perché l’atto di colui che lo aveva offeso era affatto individuale, e non meritava quel suo fiero discorso. Però quand’egli ebbe finito e voltò le spalle, forse per non farsi vedere commosso, tutte le braccia erano alzate a lui, tra grida di lode. Ma da quel suo discorso parve a tutti di aver indovinato che il disegno di Garibaldi era proprio di tentar lo sbarco, egli e Bixio, ognuno da sé. Difatti il Piemonte era già quasi fuori della lor vista, sicché prima che fosse notte fatta, non ne scorgevano neppur più il fumo. E passò sul Lombardo un soffio di gran malinconia. Erano congetture. Di certo vi era che cominciava la notte dei pericoli veri. Ormai la marineria napoletana doveva sapere da un pezzo che la spedizione era in mare, e che si era forse già tesa tutta davanti all’isola ad aspettarla. Garibaldi andava ad esplorare.
Egli, prudentissimo e in guerra sempre geloso del proprio segreto, soltanto dopo salpato da Santo Stefano, poiché allora nessuno avrebbe più potuto propalar nulla, aveva detto al suo aiutante Turr di chiamargli Crispi, Castiglia e Orsini siciliani, per determinare il punto di sbarco. E in quella conferenza, abbandonato il suo primo pensiero di scendere a Castellamare del Golfo, aveva deliberato di tentarlo a Porto Palo, sulla costa tra Sciacca e Mazzara, dove è fama che il 16 giugno dell’827 siano sbarcati i primi Saraceni che invasero l’isola, chiamati e guidati da Eufemio di Messina. Ma certamente questo fatto di mille anni avanti non entrò per nulla nella scelta di Garibaldi: perché né egli, né quegli uomini che stavano con lui, se anche lo sapevano, erano teste da fissarvisi su. Comunque sia, per andare a Porto Palo, i due vapori dovevano fare falsa rotta verso la Berberia, e poi, se le acque parevano libere, voltar di colpo verso Sicilia a trovarlo.
Ma assai dopo il mezzo di quella notte dal 10 all’11, Garibaldi giunto presso l’isoletta di Maretimo, che nel gruppo delle Egadi è la più lontana dalla costa di Sicilia, deliberò di fermarsi celato dall’isoletta e a lumi spenti, per aspettare il Lombardo. Da ponente e da tramontana vedeva i fanali delle navi napolitane in crociera, e in quei momenti doveva parergli d’esser ne’ suoi tempi quasi favolosi di Rio Grande d’America. Stato un pezzo in quel silenzio come in agguato, inquieto pel Lombardo che non appariva, tornò indietro per cercarlo. E coloro che stavano sul Lombardo e che a quell’ora vegliavano, quando rividero il Piemonte lo credettero una nave nemica che corresse loro incontro a investirli. Lo credette lo stesso Bixio. Piantato sul suo ponte, egli fece levar su tutti e inastar le baionette; comandò al macchinista di dar tutto il vapore, e al timoniere di voltar tutto a sinistra, per andare alla disperata addosso a quel legno. A prora Simone Schiaffino, capitan Carlo Burattini d’Ancona, Jacopo Sgaralino di Livorno, con dietro una folla, stavano pronti per lanciarsi all’arrembaggio, tutto il ponte del Lombardo fremeva, e mancava poco al grand’urto. Ma allora sonò la voce di Garibaldi:
– Capitan Bixio!
– Generale! – urlò Bixio. – Indietro! Macchina indietro! Generale, non vedevo i fanali.
– E non vedete che siamo in mezzo alla crociera nemica? –
La commozione era stata così grande, il passaggio dallo sgomento, dall’ira, dalla ferocia alla gioia così repentino, che la parola ‘crociera’ non fece quasi niun senso, e tutto fino a un certo segno tornò quieto. Intanto Garibaldi e Bixio si concertarono, poi i due vapori ripresero la via l’un presso l’altro verso l’Africa, sempre però il Piemonte un po’ avanti. Così andarono fino all’alba, e per le prime ore del mattino, in quell’acque tra la Sicilia e le coste di Barberia, ma senza mai perder di vista il gruppo delle Egadi; Levanzo lontana, Maretimo più in qua, ancor più in qua verso loro la Favignana. A bordo del Lombardo un Galigarsia, nativo di quell’isoletta, povero milite che doveva morire quattro giorni dipoi a Calatafimi, diceva ad un gruppo di quei suoi compagni che in quell’isoletta così bella v’era un carcere profondissimo sotto il livello del mare, dove stavano chiusi sette compagni di Pisacane sopravvissuti all’eccidio di Sapri. Condannati al patibolo e poi graziati, morivano ogni ora un po’ in quella fossa maledetta.
Ma il sentimento del pericolo presente, la maravigliosa vista delle cose in contrasto col disgustoso stato in cui tutti si trovavano, pigiati da tanto tempo su quel legno, non lasciavano quasi posto alla pietà per chi dolorava altrove. Del resto, l’ora era decisiva: o presto quei miseri sarebbero usciti liberi, o avrebbero avuto dei nuovi compagni.
La Sicilia!
Tutti intanto sui due legni stavano accovacciati per ordine severissimo dei Comandanti, ma tutti guatavano dall’orlo dei parapetti certi monti che dapprima parevano nuvolaglia e che svolgevano via nell’aria vaporosa i loro profili sempre più netti. Quei monti per quei cuori eran già tutta la Sicilia che si animava, che esultava, che cantava alla loro venuta. E poco appresso, quando cominciò ad apparire una striscia bianca tra mare e terra, si diffuse la voce che là fosse Marsala.
Marsala! Tra quella e i due vapori erano libere le acque. Che fortuna! Pareva che quella striscia bianca e tutta la terra movesse loro incontro, tanto la distanza si stringeva, tanto i due legni filavano agili, aiutati anche da un po’ di ponente che appunto allora si era messo. Dunque ancora forse qualche breve ora, e i due vapori avrebbero atterrato. Tutto dipendeva da questo, che non si staccassero da Marsala navi da guerra a incontrarli a cannonate. Ma la speranza era grande.
Sul ponte del Piemonte che andava sempre avanti, quei del Lombardo vedevano Garibaldi circondato da un gruppo dei suoi, coi cannocchiali all’occhio. Guardavano due legni da guerra bianchi, ancorati nel porto. Ad un tratto il Piemonte rallentò, si fermò quasi, pigliò su qualcuno da una barca peschereccia che veniva da Marsala. E da colui Garibaldi seppe che quei due legni erano inglesi; che dal porto di Marsala, nella notte, n’erano partiti due napolitani per Sciacca e Girgenti; che in quella mattina stessa delle milizie venute il dì avanti eran tornate via dalla città, dirette a Trapani. La fortuna, dunque, era proprio tutta dalla parte di Garibaldi! E il Piemonte filava e il Lombardo dietro con Bixio, che non sapendo ciò che Garibaldi sapeva, tempestava i suoi di star giù, minacciava ira ai marinai se gli sbagliassero manovra: Ma di sbarcare era anch’egli sicuro: anzi a un certo momento che passò vicino al suo un piccolo legno inglese, egli gridò: “Dite a Genova che il general Garibaldi è sbarcato a Marsala oggi 11 maggio, alle una pomeridiana!”
Quella sicurezza di Bixio passò in tutti i cuori. Perciò non fece quasi senso l’apparizione di due pennacchi neri, lontani, in giù a destra; fumo di due navi da guerra certo, che dovevano venire a furia. Fulmini se mai giungessero in tempo! Ma esse quel tanto spazio non potevano divorarselo; la terra era ormai vicinissima: si distingueva già il molo e fino la gente. Un altro po’ di ansietà, poi…
Lo sbarco
E poco appresso il Piemonte imboccava il porto, e vi si andava a posare in mezzo come in luogo suo. Bixio, nella rapina dell’animo tempestosa, lanciò il Lombardo come un cavallo sfrenato, andasse pure ad investire, a spaccarsi, magari a sommergersi, tanto meglio! Così, una volta sbarcati, quelli che vi stavan su avrebbero capito che non v’era più via di ritorno. E si fermò così fuori del molo destro, a poche braccia da quella riva. Era il tocco dopo mezzodì. Nessuna poesia potrà mai dire l’anima di quella gente in quell’ora.
Ecco il momento degli uomini di mare. Benedetto Castiglia, capo della marineria da guerra sicula nel 1848; capitano Andrea Rossi da Diano Marina, capitan Giuseppe Gastaldi da Porto Maurizio, Burattini, Assi, Sgarallino, Schiaffino e tutti quelli che com’essi erano marinai, scesero a raccoglier nel porto quante barche vi si trovavano. E per amore o per forza le fecero lavorare.
Bisognava far presto a levar la gente e le poche cose da guerra e le artiglierie dai due vapori, perché in men di due ore quelle navi che si vedevano sempre più vicine potevano giungere a tiro e fare una strage. Intorno al Lombardo e al Piemonte parve un finimondo.
Intanto Turr con Missori, Pentasuglia, Argentino, Bruzzesi, Manin, Miocchi, discesi primi, salirono alla città, su cui cominciavano a sventolare bandiere d’altre nazioni, ma le più inglesi. E dalla città alcuni cittadini calavano al porto timidamente. Dei ragazzi li precedevano a corsa; sopraggiungevano frati bianchi, che davano poderose strette di mano a quegli strani forestieri sbarcati in armi e tutti vestiti alla borghese, salvo pochi in qualche divisa piemontese o in camicia rossa, forse una cinquantina. E quei frati facevano delle domande strane, da curiosi ma semplici; e udendo da uno dir che era di Venezia, da un altro di Genova, di Milano, di Roma, di Bergamo, inarcavano le ciglia, maravigliati come se l’esser essi potuti giungere nella loro Sicilia da quelle città, fosse cosa quasi fuori del naturale.
In un’ora o in un’ora e mezzo al più, tutta la spedizione fu a terra. Qualcuno si ricordò che quel giorno era venerdì, malaugurio; qualcun altro disse che era pur venerdì il giorno in cui Colombo partì da Palos, e che andassero al vento le superstizioni…! Ma a un tratto tuonò una prima cannonata. Le navi borboniche giungevano a tiro.
Erano tre: due a vapore più vicine, la terza a vela tirata a rimorchio da una di esse e lasciata poi indietro per far più alla lesta. Ma anche quella si avvicinava. E avrebbe potuto tirar qualche poco prima, ma avevano indugiato alquanto i lor fuochi, perché i due legni inglesi Argus e Intrepid ancorati nel porto avevano pregato a segnali di bandiere di non tirare, finché i loro ufficiali da terra non fossero tornati a bordo. Difatti dei marinai in calzoni bianchi uscivano da Marsala e scendevano frettolosi al mare. E allora quelle navi cominciarono a sfogarsi contro gli sbarcati, le due a vapore con tiri quasi in cadenza, quella a vela addirittura a fiancate.
Però i loro proiettili o davano in acqua, sguisciando poi a rotolar sulla riva già mezzi morti, o non oltrepassavano guari la linea del molo. Cadde qualche granata in mezzo alle compagnie già ordinate, ma queste pronte, si gettarono a terra e lasciarono scoppiare: una di quelle colpì e sfasciò mezzo un casotto da doganieri del molo; un’altra fece tremare la settima Compagnia, passandole parallela alla fronte, così che due braccia più a sinistra la mieteva tutta. “Alte le teste!” gridò Cairoli; e la Compagnia stette salda.
Alfine fu dato il comando di salire alla città. Manin e Maiocchi regolavano la corsa a gruppi. Un po’ curvi, un po’ carponi, un po’ ritti, regolandosi alle vampate dei cannoni nemici, correvano quei gruppi su per il pendio verso la porta della città e vi entravano. Cara Marsala! E di qua e di là si spandevano per le vie traverse, perché in faccia a quella maestra era andata a porsi una delle fregate, e tentava, coi suoi tiri, d’infilare la porta. Poca gente per quelle vie; degli usci si chiudevano; dalle soglie d’altri usci e dalle finestre donne e uomini guardavano paurosi; e ve n’erano che applaudivano, i più parevano gente trasognata.
Garibaldi, sbarcato degli ultimi, saliva anch’egli ma lento alla città, portando la sciabola sulla spalla come un contadino la zappa. E ogni poco si volgeva a guardar il porto. Gusmaroli e altri pochi che lo seguivano, avrebbero voluto portarlo via di peso dal pericolo d’essere ucciso o soltanto ferito in quel primo istante. Senza di lui non si sapeva cosa sarebbe stato di quel gruppo d’uomini, fossero pur molti i grandi e i forti tra loro. Egli da solo era un esercito. Ma nessuno osava dirgli che si guardasse, nessuno, neppur Bixio, venuto via addirittura l’ultimo da bordo. Egli aveva voluto prima far portare a terra tutto ciò che gli era parso buono a qualcosa, poi non avendo più nulla da farvi, aperti egli stesso i rubinetti delle macchine affinché il Lombardo s’empisse d’acqua, era disceso.
Intanto le navi borboniche continuavano a tirare. E fu saputo subito che le due fregate a vapore si chiamavano Stromboli e Capri, e che quella a vela, tanto maestosa, era la Partenope. Ah! La Stromboli! V’erano tra gli sbarcati quei tali sette che vi avevano navigato su nel 1859 fino a Cadice, con gli altri deportati che dovevano andare a finire in America. Ora la riconoscevano ai profili. Non erano più quei tempi, sebbene fossero ancora tanto vicini: né era più l’11 luglio del 1849, quando, comandata da un Salazar, la Stromboli aveva inseguito i trabaccoli siciliani che, fallito loro lo sbarco in Calabria, andavano a rifugiarsi nelle Ionie. Lo Stromboli allora aveva issato bandiera inglese, perfidamente ingannando quei siciliani, e li aveva catturati e condotti a lunghe pene nelle carceri dei Borboni. Adesso era lì mortificata con quegli altri due legni, cui non restava che pigliarsi il Piemonte per menarlo via. Quanto al Lombardo l’avrebbero dovuto lasciar là giacere, come un mostro marino sputato sulla spiaggia.
Testimoni di quei fatti stettero i due vapori inglesi, ammirando la discesa e la prontezza e l’ordine con cui tutto era avvenuto. E non sapevano che si sarebbe subito gridato e ripetuto poi lungamente pel mondo che essi avevano aiutato Garibaldi, e che anzi per aiutarlo s’erano trovati là apposta. Furono voci false. L’Argus stava in quel porto da parecchi giorni per proteggere gli inglesi residenti in Marsala, L’Intrepid v’era giunto di passaggio da poche ore, e poche ore dopo se n’andava per Malta.
Il proclama
A guardia del porto, se mai dalle navi borboniche sbarcasse della gente, rimasero la 7° Compagnia e i Carabinieri genovesi. Con le loro infallibili carabine, quei genovesi, che, per dir così, davano in una capocchia di chiodo a trecento metri, avrebbero presto levato ogni voglia di sbarcare a chi l’avesse tentato. Da mare dunque Garibaldi non aveva da temere. Da terra sì. Per questo mandò ricognizioni verso Trapani e verso Sciacca, fece uscire dalla città quanto poté più delle Compagnie, fors’anche non si fidando dei vini del paese pei loro effetti sulle teste di quei suoi uomini, i quali in cinque giorni non avevano mangiato che poco biscotto e bevuto acqua di botte quasi imputridita. Per esplorare il paese montò egli stesso sulla cupola della Cattedrale, cui passarono subito ben vicine due granate delle navi che avevano visto gente lassù. Disceso andò al Municipio, e di là disse alla Sicilia la sua prima parola:
“Siciliani!
Io vi ho condotto un piccolo pugno di valorosi, accorsi alle vostre eroiche grida, avanzi delle battaglie lombarde. Noi siamo qui con voi, ed altro non cerchiamo che di liberare il vostro paese. Se saremo tutti uniti sarà facile il nostro assunto. Dunque, all’armi!
Chi non prende un’arma qualunque, è un vile o un traditore. A nulla vale il pretesto che manchino le armi. Noi avremo i fucili, ma per il momento ogni arma è buona, quando sia maneggiata dalle braccia di un valoroso. I Comuni avranno cura dei figli, delle donne, dei vecchi che lascerete addietro! La Sicilia mostrerà ancora una volta al mondo, come un paese, con l’efficace volontà d’un intero popolo, sappia liberarsi dei suoi oppressori.”
Di questo proclama, affisso alle cantonate di Marsala, furono mandati esemplari alle città vicine, e lontano alle squadre che tenevano i monti. Bisognava che la gran voce andasse, e infiammasse la rivoluzione già quasi vinta.
I Marsalesi leggevano e cominciavano a comprendere, coloro che cinque giorni avanti non avevano osato insorgere al grido di Abele Damiani, loro concittadino, adesso pigliavano animo, seguisse poi ciò che potesse, perché con quegli italiani c’erano pur Crispi, La Masa, Orsini, Palizzolo, Carini, tutti dei loro, proprio dell’isola, e tutti già celebri fin dal ’48. E poi avevano visto Lui, Garibaldi in persona. Se la colonna del generale Letizia, che il giorno avanti aveva fatto la sua comparsa minacciosa, e se n’era andata credendo di lasciarsi dietro tutto tranquillo, fosse anche rinvenuta; avrebbero avuto da far con Garibaldi, con quei suoi ufficiali facili a riconoscersi per uomini di guerra sul serio, con quella gente un po’ d’ogni età ma pratica d’armi e disciplinata, con loro infine e con al loro città che si sarebbe difesa.
Anche il popolino pigliava via via confidenza con quei forestieri. Nelle taverne, nelle botteghe dove essi entravano per rifocillarsi e provvedersi di qualche cosuccia necessaria, la gente faceva subito folla. E si tratteneva a sentirli parlare. Come erano buoni e cortesi! Le donne osservavano che molti portavano i capelli lunghi, cosa strana per soldati, e che avevano gli occhi azzurri e le mani e i panni indosso da veri signori. I bottegai ricevevano le monete con su l’effigie di Vittorio Emanuele, mirando e facendo mirare i gran baffi del Re di cui avevano sentito parlar vagamente, domandavano se Garibaldi fosse suo fratello. Davano i resti in mucchi di monete luride e fruste, e facevano tutto gli uni e gli altri con gran fidanza. Quelle non erano ore da inganni.
Correvano intanto dei racconti curiosi di particolari minuti dello sbarco, un fatterello seguito qua o là, a questo o a quell’altro di questa, di quella Compagnia. Faceto, nel serio, ma vero, si diceva che appena sceso a terra, un Pentasuglia, pratico del mestiere, era entrato nell’ufficio del telegrafo, dove l’impiegato aveva appena finito di annunziare a Palermo e a Trapani che gente armata sbarcava da due legni sardi. Ripicchiavano appunto da Trapani, domandando quanti fossero gli sbarcati; e il Pentasuglia aveva risposto egli stesso: – Mi sono ingannato, sono due vapori nostri. – Poi, stato un istante ridendo a sentirsi dare dell’imbecille da Trapani, subito aveva tagliato il filo.
*
Dunque la gran notizia era andata, e a quell’ora la avevano già a Napoli nella reggia. Ivi che sgomento e che collera! Se ne aspettavano ben altra. Il giorno 6 avevano saputo della partenza di Garibaldi da Genova, e protestato col telegrafo a tutte le Corti d’Europa contro il Pirata e contro chi lo doveva aver favorito. La mattina del 7, il Re era andato a far le sue divozioni a San Gennaro, e il Governo aveva mandato ordini alla flotta “d’impedire a ogni costo lo sbarco dei filibustieri; di respingere con la forza; di catturare i legni.” Poi erano stati quattro giorni d’angoscia mortale. E ora lo sbarco era avvenuto! Ma ancora assai che l’invasore era andato a mettersi dal punto più lontano dalla Capitale! Tempo e spazio per schiacciarlo non sarebbe mancato. Pure il colpo era tremendo.
Ancor più tremendo il colpo doveva essere sentito a Palermo, dove il luogotenente del Re, principe di Castelcicala, e i generali e l’esercito avevano così vicino l’uomo temuto. Chi sapeva mai in quale trambusto era la gran città, se anche la popolazione era già venuta a conoscere che il Garibaldi annunziato da Rosolino Pilo stava in Sicilia davvero?
Intanto a Marsala bisognava vegliare. Potevano giungere nella notte numerose truppe da Trapani, da Sciacca, dal mare; e l’impresa garibaldina, così ben riuscita nella traversata e nello sbarco, finire là in quella piccola città come già quella di Pisacane a Sapri.
Ma la notte passò tranquilla; verso l’alba furono ritirati gli avamposti, raccolte le compagnie e tutto approntato per la prima marcia verso l’interno.
In marcia
Alla chiamata non mancava neppure un uomo. Ed era naturale. Ognuno sentiva in sé il pericolo di rimaner isolato; ognuno, per quanto piccolo, aveva coscienza della propria responsabilità. Quasi staccati dal mondo, ridotti per dir così in un campo chiuso dove erano discesi a mettersi da sé, comprendevano, chi più chi meno, molti forse confusamente, che trovarvisi non voleva dire soltanto essere in guerra contro altri soldati ne’ quali da un’ora all’altra si sarebbero imbattuti; e che quella che erano venuti a cercare non era una guerra come tutte le altre. Vincere dovevano ad ogni costo, perché dall’isola non potevano più uscire che vincitori; ma soprattutto bisognava non lasciar perire Garibaldi. Era coscienza dunque che ognuno desse tutto sé stesso, e che tutti insieme si facessero amare dal popolo siciliano per virtù e purezza in tutte le azioni. Perciò si udirono fieramente rimproverar dai compagni certi pochi che nella notte s’erano dati bel tempo. Diceva Enrico Moneta da Milano, piccolo soldatino della 6° Compagnia, di diciannove anni, uno dei quattro fratelli che l’anno avanti erano stati Cacciatori delle Alpi, diceva che chi era là per aiutare quel mondo a mutarsi, doveva badare ad essere austero ancor più che prode. – Per di più, quella che stava per accendersi era sotto un certo aspetto una vera guerra civile. E se per quella trafila doveva passare l’Italia a divenire nazione, bisognava badare a farsi onore e a far onore anche al nemico pur vincendolo, per lasciargli possibile l’oblio della sconfitta senza viltà, e facile e pronto il ritorno all’amore.
Tali spiriti si venivano formando negli animi anche di quelli che non avrebbero saputo spiegarsi a manifestarli, così come uno quasi senza che se ne avveda si ritempra d’aria pura.
Schierate fuor di Marsala sulla via che mena a Sciacca, stavano tutte le compagnie con gli altri piccoli corpi. Il tempo era bello e fresco, la guazza sull’erbe magre di quello spiazzo pareva quasi una brinata. Il mare dormiva: lontani, già verso l’Egadi, i legni napolitani rimorchiavano il Piemonte. E per tutto era una quiete diffusa, anche nella città che pareva avesse già dimenticato il turbamento del giorno innanzi. Pochi cittadini si aggiravano intorno alle compagnie. Qualcheduno armato di doppietta era là per seguirle. Faceva senso tra gli altri un signore, forse di trentacinque o quaranta anni, taciturno e pensoso. Si chiamava Gerolamo Italia. Egli di là fino all’ultimo di quella guerra nel Regno, marciò poi, fido alla 6° Compagnia, semplice milite, sempre pensoso e modesto.
Una tromba suonò in distanza, poi comparve Garibaldi a cavallo. Indossava camicia rossa, portava i calzoni grigi da generale ma senza le strisce d’argento, e in capo teneva il suo solito cappello dalla foggia che allora si diceva all’Orsini o anche all’ungherese, come glielo hanno poi fatto gli scultori quasi in tutti i monumenti; e gli sventolava dietro un gran fazzoletto annodato al collo. Teneva il mantello americano ripiegato sull’arcione davanti. Dietro di lui cavalcavano il suo stato maggiore e alcuni delle Guide, Nullo tra gli altri, bellissimo nella sua divisa del ’59, tutta grigia con alamari neri e galloni da sergente. Pareva col suo cavallo un solo getto di bronzo. Il Missori indossava la giubba rossa da ufficiale con alamari d’oro.
Al passaggio del Generale non furono presentate le armi. Egli certe cose non le voleva. Tirò via, guardando le Compagnie molto ilare in viso; poi queste si mossero, fianco destro, trombe in testa e partirono. Quelle trombe suonavano le arie semplici ma pungenti de’ bersaglieri di La Marmora; il passo delle compagnie era franco, nessuno si sentiva più mareggiare il terreno sotto, come il giorno innanzi dopo lo sbarco; e quando spuntò il sole cominciarono i canti.
A forse un miglio da Marsala, la testa della colonna svoltò per una via traversa che, staccandosi dalla consolare, menava verso l’interno tra vigneti allora già in pieno rigoglio. Passati i vigneti cominciarono gli oliveti, e pareva che quella prima marcia dovesse condurre a vedere meravigliose colture. Verso le undici la colonna fece il grand’alto in una conca, presso una casa bianca, fresca, silenziosa, con a ridosso delle fitte macchie d’olivi vetusti. Là, Garibaldi, seduto a’ piedi d’uno di quegli alberi, come se fosse l’ultimo di quella gran Compagnia, si mise a mangiar del pane. Tutta la conca era popolata di gruppi, tutti mangiavano gagliardamente il saporito pane di Marsala; quanto a bere, pei novellini che s’erano imbarcati senza fiaschetta, c’era presso la casa un pozzo, e intorno a questo molti facevano ressa contendendosi un poco d’acqua. Il Generale guardava con certa compassione quei poveri ragazzi: “Poveri ragazzi!” come fu udito dire egli stesso.
Ripresa la marcia, spuntato il valichetto del colle in cui giaceva quella conca, la colonna si vide davanti una distesa ondulata senz’alberi, senza case, il deserto. – Come la Pampa! – dicevano alcuni che nella loro vita avevano visto l’America. E in quel deserto s’inoltrò la spedizione, sotto un sole, ah che sole! E che peso i panni! Felici coloro che ne avevano appena indosso tanto da non andare scoperti.
E quella prima marcia fu una gran prova, ma nessuno rimase indietro. Eppure c’erano dei giovanetti che ad ogni passo parevano doversi lasciar cadere in terra sfiniti. Ma lo spirito li reggeva, e continuavano a marciare, aiutati anche dai compagni più esercitati che levavano loro fino il fucile, tanto che ricogliessero un po’ di fiato.
Dove mai si sarebbero fermati?
Per quanto guardassero a sinistra, a destra e davanti, nulla, mai un ciuffo d’alberi, mai una casa. Cosa era dunque la Sicilia già granaio d’Italia? Degli uomini pratici di campi dicevano che tutta quella miseria dipendeva dal disboscamento, altri che dai latifondi, dal feudalesimo, dai frati. Il fatto era che quel deserto metteva un senso di sgomento nei cuori. Là sarebbe stato bello trasformarsi in un esercito di legionari alla romana con la marra, la vanga, gli aratri di Lombardia! Ma là non c’erano le acque di Lombardia; anzi non ci si trovava neppure da dissetarsi. E alcune voci intonavano il coro del Verdi: ‘Fonti eterne, purissimi laghi…’
*
Finalmente quando già si faceva sera, apparve lontano un corpo di casa massiccio e scuro, su di un rilievo un po’ più spiccato di quella campagna. Era il maniero di Rampagallo, quello che si chiamava bellamente feudo, come se là il feudalesimo fosse ancora una cosa viva. E tutto, dai muri massicci, alle finestre, alla gran porta, ai cortili dentro, ai contadini che vi si aggiravano, tutto vi aveva infatti una fisionomia d’antichità corrucciata.
Le Compagnie si accamparono davanti a quel vasto casamento su di un pendio erboso, che dopo l’arsura della lunga giornata pareva dar un carezzevole senso di refrigerio. A pié dei loro fasci d’arme, mangiarono il loro pane, e in silenzio si addormentarono.
Ma i pochi che per servizio dell’accampamento vegliavano, videro di prima notte entrar nel gran cortile di Rampagallo una piccola schiera d’uomini, forse sessanta, condotti da tre o quattro cavalieri, alti su degli stalloni piuttosto che sellati, bardati, con attraverso sulle cosce dei lungi fucili. Gli uomini a piedi erano armati di doppietta, con alla vita la ventriera per le cartucce e qualche pugnale. Vestivano panni strani, parecchi avevano sopravesti e cosciali di pelli caprine, e portavano in capo dei berretti quasi frigi o dei cappellacci a cencio. I loro capi, fratelli Sant’Anna e barone Mocarta, passarono da Garibaldi. Egli fece liete accoglienze a quel primo manipolo che la Sicilia armata gli dava; la scena era quasi da medio evo: pareva proprio che in quelle ore in quel luogo quei signori fossero giunti per prestare l’omaggio a un conquistatore.
Ma Garibaldi che sapeva ricevere come un re, nello stesso tempo sapeva parere quasi inferiore a chi gli si presentava, onde quel fascino e quel suo dominio sui cuori, da cui subito quei siciliani si sentirono presi. E uscivano da quel ricevimento, magnificando.
A Salemi
A levata di sole, il giorno appresso che era domenica, la colonna si mise in cammino. Andava alla testa la 1° Compagnia con Bixio, il quale aveva l’ordine d’avanzarsi fino a Salemi, grosso borgo che fu presto veduto apparire lontano in cima a un monte. Bella vista a guardarlo, ma poveri petti! La salita lassù fu faticosissima e lunga; però, quando le compagnie vi giunsero, provarono un forte compiacimento. Tutta la gente aspettava gridando: “Garibaldi! Garibaldi!” storpiandone il nome con alterazioni strane; ma insomma era un vero delirio. E le campane squillavano a festa; e una banda suonava delle arie eroiche. Via via che le compagnie giungevano nella piazza, si trovavano avvolte da uomini, da donne, persin da preti; e tutti abbracciavano, molti baciavano, molti porgevano boccali di vino e cedri meravigliosi. Ma v’erano anche dei poveretti, troppi! i quali stendevano la mano per dar a capire d’aver fame, facevano certi segni da parer nemici se non fossero stati i loro occhi pieni di umiltà. – E noi pure abbiamo fame! – rispondevano quei soldati stizziti, ma parecchi davano degli spiccioli a quella povera gente, che largiva loro dell’Eccellenza.
E Garibaldi qual è? Domandava la folla. Passava Turr. E’ questo? No. Passava Carini. Dunque sarà questo? No. Ognuno dei più belli e prestanti tra i grandi della spedizione, per essa doveva essere Garibaldi. Chi sa quale se lo immaginavano! Ma quando lo videro, quei siciliani quasi quasi si inginocchiarono. Oh che viso, che testa, che santo! Egli sorridendo si levò come poté dalla turba, e andò a mettersi al suo lavoro.
Cominciava così a formarsi intorno a lui la leggenda che pigliò poi tante forme; da quella che un angelo gli parasse le schioppettate, a quell’altra che fosse parente di Santa Rosalia e fin suo fratello.
Stettero poco a giungere delle cavalcate da tutte le parti, e poi drappelli di insorti come quei della notte avanti, a cento, ducento, trecento; e chi portava lo schioppo ancora a pietra focaia, chi la doppietta, chi fino il trombone. I più erano armati di picche, e tutti insieme, per quelle viuzze a salite e discese ripide, facevano un chiasso più da sagra che da rivoluzione. Ma si udivano anche delle grida ingiuriose ai Borboni, e delle canzoni che ferivano il nome di Sofia regina. E spiacevano.
Dopo mezzodì fu affisso alle cantonate un proclama.
Ah! Ora dunque tutto è nelle mani sue! – dicevano i militi, e pareva loro che quel titolo di Dittatore infondesse una forza di disciplina superba. E pensavano al nemico. Non si sarebbe fatto vedere! O bisognava andare a trovarlo? Già, di salir lassù a Salemi per trovar loro, non avrebbe certo tentato. Chi sapeva mai! Ma a buon conto, già dalle prime ore, erano partiti per gli avamposti i Carabinieri genovesi, e più lontano ancora era andata una mezza squadra della Compagnie di Bixio. In quella squadra, comandata dal giovanissimo Ettore Filippini veneziano, si trovavano da semplici militi Raniero Taddei ingegnere e Antonio Ottavi tutt’e due da Reggio Emilia, ufficiali esperti e considerati nelle guerre passate; e così da quella parte il servizio di campo era bene affidato.
Intanto gli artiglieri avevano già piantato alla meglio una sorta di officina, dove lavoravano a costruir gli affusti pei canoni di Orbetello. Giuseppe Orlando e Achille Campo, coi soli e primitivi strumenti che avevano potuto trovare dai carrai di Salemi riuscivano a far miracoli di meccanica; e il giorno dipoi i tre cannoni e la colubrina, rimessa un po’ a nuovo anch’essa sul suo carretto, facevano buona promessa che nello sparo non si sarebbero, rimboccandosi indietro, avventati addosso ai loro serventi.
E quel giorno fu veduto giungere in Salemi un giovane monaco, raggiante di quell’allegrezza che ognuno ricorda d’aver letto in viso ai sacerdoti del ’48. Chi non aveva udito benedire la patria da qualche pulpito, in quell’anno che pareva ancora tanto vicino? E poi appresso, dall’oggi al domani, le chiese erano divenute mute. Pio IX s’era disdetto, e la coscienza delle moltitudini tra la patria e la religione s’era confusa. Pure, a non lungo andare, le moltitudini avevano poi ripreso lume da sé, e poiché la patria doveva a ogni modo rifarsi, o s’erano messe ad aiutar la grand’opera, o se non altro avevano lasciato che si andasse svolgendo, spettatrici non ostili né indifferenti. Ma laggiù nell’isola, dove il clero viveva ancora delle passioni civili del popolo, i sacerdoti in generale erano caldi patriotti.
Quel monaco si chiamava fra Pantaleo. Era un bello e robusto giovane di forse trent’anni, che parlava come se fosse uscito allora da un cenacolo miracoloso, donde avesse portato via il fuoco degli apostoli nell’anima e nella lingua. Piacque ma non a tutti. Tra quella gente dell’alta Italia, v’erano i diffidenti e gli avversi per sistema agli uomini di chiesa; ma poiché Garibaldi accolse bene il monaco, e lo chiamò l’Ugo Bassi delle sue nuove legioni, anche quelli rispettarono il frate e lo lasciarono predicare. Intanto riconoscevano che la parola di lui immaginosa e ardente era una forza di più.
Continuavano ad arrivare squadre alla spicciolata, e tra quello scorcio di giornata e tutta l’altra appresso si poté calcolare alla grossa che quegli insorti fossero già due migliaia. Non dovevano essersi mossi da lontanissimo, anzi era da presumersi che fossero tutti della estrema parte occidentale dell’isola; dunque una volta che Garibaldi si fosse avanzato verso il centro, si sarebbe trovato tra popoli che avrebbero fatto levar su il fiore della gioventù pronta a seguirlo. Frattanto quelli che erano già lì si mostravano ossequenti, guatavano con occhio cupido i fucili del Mille, che per quanto meschini erano sempre armi da guerra; ma discorrendo di fatti d’arme, essi così saldi a star al fuoco e a sparar da fermi contro il nemico, essi così destri e fieri nei loro duelli ad armi corte, se sentivano parlar d’attacchi alla baionetta, quasi raccapricciavano.
Piovve dirotto tutta la notte tra il 13 e il 14, e poi tutto quanto questo giorno con tedio grande e grande stizza di tutti, perché il mal tempo li faceva indugiar lassù in quell’ozio. Ed essi erano tormentati da un desiderio inquieto di trovarsi alla prima prova, per esperimentare il nemico con cui avevano da fare, e di cui, non sapendo nulla di preciso, sentivano dir le cose più stravaganti. Neppur dagli avamposti avevano segno che fosse in movimento. Che faceva?
Il nemico
Da Palermo, sin dall’alba del 6, era partita una colonna comandata dal generale Landi, vecchio di settant’anni, promosso di fresco a quel grado. Da soldato egli aveva combattuto contro le rivoluzioni siciliane, sin da quella del 1820, ed era venuto su grado grado in quella milizia stagnante, che sentiva d’essere mantenuta più per assicurare il Re contro i sudditi che per difendere il Regno. Questo se ne stava infatti sicuro, coperto com’era dallo Stato pontificio e protetto dal mare.
Quel Landi era un uomo pio. In marcia si era fermato a sentir messa a Monreale, per santificare la domenica, proprio quella domenica in cui Garibaldi con la spedizione faceva il suo primo giorno di mare. Poi, continuando la sua via molto adagio, andando in carrozza alla testa della sua colonna, il 12 aveva fatto sosta in Alcamo. Di là partito la notte per Calatafimi, v’era giunto la mattina del 13, appunto mentre Garibaldi saliva a Salemi. Da Calatafimi aveva scritto lettere dogliose al Comandante in capo dell’isola, annunziando che prima di marciar su Salemi, dove sapeva trovarsi una banda di ‘gente raccogliticcia’, voleva aspettare un battaglione del 10° di linea che gli avevano promesso. Ignorava ancora lo sbarco di Garibaldi, ignorava che quelle genti raccogliticce erano i Mille con Garibaldi in persona. Ma, il 14 sapeva già qualche cosa di più, e scrivendo parlava di ’emigrati sbarcati’. Si proponeva d’andare il 15 ad attaccarli. Poi risolse d’aspettar a Calatafimi, “posizione tutta militare, molto vantaggiosa all’offensiva ed alla difensiva ed essenzialmente necessaria ad impedire che le bande si scaricassero su Palermo da quel lato della Consolare”. E il 15, fermo nel suo proposito, scriveva che “tentare un assalto a Salemi sarebbe un’imprudenza ed un avventurare la colonna fra la imboscata nemica.” Mostrava dunque di ignorare il numero degli avversari ma di temerli: e veramente spie la Sicilia non ne diede a lui allora, né ad altri dopo; però egli li chiamava già ‘Garibaldesi’. Tuttavia non nominava Garibaldi quasi che a scriver quel nome temesse di vedersi apparir lì innanzi il terribile uomo. Forse ripensando al passato, rammentava che quel giorno stesso cadeva l’anniversario di due grandi fatti: il 15 maggio del 1848, re Ferdinando spergiuro aveva fatta far la strage nelle vie di Napoli, chiuso il Parlamento, tradita la nazione; il 15 maggio del 1849, oppressa la rivoluzione in tutta la Sicilia, il generale Filangeri era entrato in Palermo vittorioso. E rammentando, forse quel povero Landi sperava.
*
Non si potrebbe dire se Garibaldi, pensando anche egli a quelle date, abbia aspettato quel giorno 15 come una scadenza di buon augurio. Un po’ preso da certi fili era egli pure, e spesso la sua bella stella Arturo guardata da lui gli aveva fatto venir su dal cuore il consiglio buono. Comunque sia, all’alba del 15 maggio, fatto leggere alle compagnie un suo ordine del giorno che piantava nei cuori le risoluzioni supreme, mise il suo piccolo esercito in marcia.
Le compagnie mossero con la sinistra in testa, e così andava innanzi alle altre la 8° bergamaschi; orgoglio di Francesco Nullo e di Francesco Cucchi, gran ricco questi che dato di suo largamente a denaro, adesso era pronto a dar l’anima. Ma i carabinieri genovesi la precedevano, e le guide erano già assai più oltre di questi. Discendeva quella gente da Salemi per le giravolte che fa la via calandosi nella valle; e Garibaldi, fermo ancora appena fuor da Salemi lassù, a quei che giunti a mezzo la china si volgevano a guardarlo, pareva librato nell’aria. Il popolo della cittadetta affollava il ciglio del monte attorno alle mura, e gridava a modo suo gli augurii a chi se n’andava… Certamente quello sarebbe stato giorno di battaglia, e molti di quegli uomini che partivano non avrebbero veduto andar sotto quel sole che nasceva.
Coi Mille camminavano le squadre. Ed essi non già più così, ma le chiamavano ‘Picciotti’, dilettandosi in questo nome paesano che pareva l’espressione del confidente abbandono con cui quegli uomini si erano messi nelle mani di Garibaldi. Per vezzo chiamavano ‘Picciotto’ qualcuno delle compagnie che avesse tipo più di meridionale: carissimi pel gran valore militare, ma dolci a ricordare anche per questa cosa da nulla, Ferdinando Secondi da Dresano studente di legge e Giuseppe Sisti da Pasturago studente di matematica, della compagnia Cairoli. Parevano proprio nati dalla più bella gente aristocratica dell’isola. Altri d’altre compagnie si erano fin vestiti da ‘picciotti’; bellissimo tra tutti Francesco Margarita da Cuggiono che col berretto frigio nero, con la giacca mezza fatta di peli e cosciali pure fatti di pelle, pareva un tipo di baronetto da star bene in uno di quei feudi là intorno. Avevano smesso i panni di gala e i cappelli a cilindro, alcuni che s’erano imbarcati a Genova forse appena usciti dal teatro o da qualche salotto, e anch’essi vestivano alla siciliana.
Dal capo alla coda della colonna, correva come un fluido che fondeva sempre più in un sentimento di forza e d’allegrezza tutti quegli animi; e via via che la colonna avanzava, pareva che ognuno fiutasse nell’aria la misteriosa presenza del nemico. A un certo punto, si ripiegò sulla colonna un drappello di uomini che scendevano da certi pagliai fuori di mano nella campagna. Parevano irati.
Erano quelli della mezza squadra della Compagnia Bixio, che andati agli avamposti da quarantott’ore, erano stati via sotto la pioggia e fin senza pane. Raccontavano che poco avanti era capitato a trovarli lo stesso Bixio, e che li aveva assai bruscamente ripresi, come se avessero avuto qualche gran torto. Ma essi, pazienti, da quel terribile che non mangiava, non dormiva, tempestava giorno e notte non lasciando quiete neppur le pietre, si erano lasciati dir tutto; e ora lieti di ricongiungersi ai compagni, vi portarono in mezzo la gran notizia, Sì! Il nemico doveva essere, anzi era certo non lontano, già in posizione. Dunque tra poco la battaglia.
E intanto si vedevano le squadre dei ‘Picciotti’ svoltare per le vie traverse, anche i cinquanta o sessanta che andavano a cavallo, e allontanarsi, pigliare i monti. Dove andavano? Nessuno ci capiva nulla.
La bandiera
Durante una breve sosta, che fu fatta fare alla colonna, passò l’ordine di mandar la bandiera al centro della 7° Compagnia, quella del Cairoli. Da Marsala fin là, quella bandiera l’aveva custodita la 6° del Carini. E la portava Giuseppe Campo palermitano, uno che nell’ottobre avanti aveva tentato la rivoluzione a Bagheria presso Palermo, e che lasciato quasi solo era fuggito dall’isola a Genova. Ma ora tornava portabandiera dei Mille. Egli dunque con sei militi della 6° andò al centro della 7° salutato da questa con molto onore. E allora alla bandiera fu tolto per la prima volta l’incerato da Stefano Gatti mantovano. Sfavillarono al sole da una parte del drappo, ricchissimi nei tre colori, emblemi d’argento e d’oro che figuravano catene infrante e cannoni ed armi d’ogni sorta, con su un’Italia, in forma d’una bellissima donna trionfante colla corona turrita. E dall’altra parte, a lettere romane trapunte in oro, spiccava questa leggenda:
A GIUSEPPE GARIBALDI
GLI ITALIANI RESIDENTI A VALPARAISO
1855.
Su tre grandi nastri pendenti dalla cima dell’asta tutto bullettine d’oro, brillavano pure d’oro tre parole che allora facevano sospirare come roba da sogni impossibili ad avverarsi, tre cose che ora perché si hanno pare siano sempre esistite: ‘Indipendenza, Unità, Libertà’. Allora volevano esprimere semplicemente delle speranze e dei voti, ma dicevano insieme che i donatori di quella bandiera, in quelle terre d’America da dove veniva, tra i nativi e gli stranieri, sentivano più amari che in Italia il rammarico, la vergogna, il danno di non avere un nome patrio come gli inglesi, i francesi, gli spagnuoli, tutti gli europei emigrati come loro, pur sentendosi, da lavoratori, pari e forse migliori. Ciò forse avevano voluto significare a Garibaldi, mentre egli dolente era passato pei porti del Pacifico: ed egli ora in quell’angusta valletta siciliana, tra gente nata e tenuta nell’ignoranza dell’esistenza d’un’Italia, sventolava quella bandiera e gettava le sorti della nazione.
Fatto un altro po’ di cammino, la colonna giungeva a Vita, piccolo borgo, case rustiche, molte catapecchie, una chiesa. Parecchi di quelli che posarono l’occhio su quella chiesa, non immaginarono di certo che la sera di quel giorno vi sarebbero stati portati dentro feriti, a patire, a veder morire, a morire. Faceva brutto senso veder la gente di quel borgo fuggire a gruppi, a famiglie intere, trascinare i vecchi e pigliare i monti, carica di masserizie, mandando lamenti. Pareva che fuggissero a un’invasione di barbari. Ma quella gente sapeva cosa c’era là vicino e ricordava eccidii recenti. La colonna traversò il borgo, e poco distante fece alto.
Passò Garibaldi frettoloso; domandò se le Compagnie avessero mangiato; se no, mangiassero pure. Ma che cosa? Senza scomporre troppo gli ordini, e anche ridendo giocondamente, chi volle si adagiò, e si misero tutti a sbocconcellare il loro pane: molti sbrancarono alquanto in certi piccoli campi di fave lì ai lati della via, e con quel companatico fecero il loro pasto.
Allora furono viste alcune Guide tornar trottando per lo stradale che si stendeva innanzi. Tra quelle il sessagenario Alessandro Fasola pareva ringiovanito. Poi fu un correre di cavalli dal luogo dove stava Garibaldi alle Compagnie, e subito s’udirono due squilli di tromba. Tutti a posto e via come stormi, pigliarono quasi a volo un colle a destra brullo, ronchioso, arso dal sole. Vi si piantarono in cima ordinati.
E di lassù, oltre una breve convalle, forse a duemila metri, videro su di un altro colle rimpetto schierato il nemico. Era un balenio d’armi che coronava la vetta gran tratto; due macchie scure parevano due cannoni; certe linee nette profilate nel fianco del colle facevano indovinare dei terrazzi sostenuti forse da muri a secco; filiere di fichi d’India rotte qua e là si spandevano dal ciglio d’alcuni di quei terrazzi; forse nascondevano delle linee di soldati. Su di un balzo del colle sorgeva una casetta; pochi alberi grami lassù; in molti punti pareva la roccia nuda.
Di là da quel colle facevano sfondo alti monti. Grigio, con aspetto più di rovina che d’abitato, si vedeva lontano in alto, a pie’ d’un castello, un gruppo grande di case, che non si sapeva ancora chiamare Calatafimi. Nelle gole dei monti a sinistra formicolavano turbe di gente; le squadre partite da Salemi erano anch’esse lassù; ogni tanto vi scoppiavano delle grida.
E quelli dall’altra parte, i napolitani, videro anch’essi e lo narrarono poi per anni. Videro quella linea che s’era formata rimpetto a loro con movimenti non soliti tra gli insorti, rotta a tratti da macchie rosse. E stupirono. Non capivano cosa volessero dire, o dubitavano che quei rossi fossero casacche di galeotti fuggiti da non sapevano quale bagno. I soldati ignoravano che fosse là Garibaldi, ma s’accorgevano d’essere dinanzi a gente che doveva sapere star in battaglia.
Mancava poco al mezzogiorno.
Il combattimento
Dal 1814 quando i napolitani di Murat salirono fino al Po, senza saper bene se si sarebbero incontrati amici o nemici coi loro vecchi commilitoni dell’esercito italico del Viceré Eugenio; e poi si offesero scambiando con essi delle cannonate: da allora non si erano più trovati di fronte italiani delle due parti estreme, armati per darsi battaglia. L’ora dunque era solenne.
I due piccoli eserciti stettero ancora un pezzo a guardarsi. Garibaldi su di una sporgenza del colle, tra certe rocce che gli facevano riparo dinanzi a mezzo la persona, stava con Turr, Sirtori, Tukory, osservando il nemico. Aveva dato l’ordine di tener chete le Compagnie che non sparassero, e queste stavano chete, anzi a terra sdraiate.
I Carabinieri genovesi erano stati messi avanti a tutti, già un po’ più giù nel pendio verso il nemico: dietro di loro la 8° e la 7° Compagnia giacevano stese in cacciatori a quadriglie, e così era formata da loro la prima linea. La 6° e la 5° Compagnia sul ciglio del colle, sdraiate anch’esse in ordine aperto formavano la seconda linea; tutto il battaglione di Bixio, e cioè la 4°, la 3° e la 2° Compagnia, stavano in riserva sul versante dalla parte di Vita, ma solo pochi passi dal ciglio; più in giù, quasi alla falda, era rimasta la 1° Compagnia, quella di Bixio, il quale la aveva lasciata al suo luogotenente Dezza. Egli si era portato avanti forse per trovarsi sempre vicino al Generale, per non perderlo di vista mai, quasi che in caso di sconfitta si sentisse di salvarlo, o, non lo potendo, volesse morirgli al lato.
Passavano le ore, e Garibaldi, che di solito preferiva assalire, non si risolveva all’attacco.
Sperava forse che nelle file nemiche si destasse qualche sentimento italiano? Chi lo sa! Ma si può crederlo perché aveva ordinato di portar nel punto più alto la bandiera tricolore, e di farla sventolare. Ad ogni modo sembrava che avesse risolto cavallerescamente di lasciar ai Napolitani il vanto d’assalir primi.
E verso il tocco squillò una tromba napolitana. Uno dei garibaldini, certo Natale Imperatori della 6° Compagnia Carini, che conosceva quella sonata, disse subito: “Vengono i Cacciatori!”
E difatti, contro il grigio e il verde del suolo, furono viste prima come un formicolio, poi più nette, spiccate le divise cilestrine discendere alla sfilata, agili, giù pei terrazzi del loro colle, serpeggiando tra i ciuffi di fichi d’India. Erano addirittura due Compagnie. Giunti all’ultima falda del colle, s’avanzarono pel po’ di spazio che faceva la valletta, e cominciarono i loro fuochi di sotto in su contro i garibaldini della prima fronte. Questi erano i Genovesi. Chi li poteva tenere che non rispondessero al fuoco delle quadriglie? Pure durarono un pezzo senza sparare e peritissimi al tiro giudicavano impediti i nemici le cui palle passavano miagolando molto in alto: ma alla fine cominciarono anch’essi con le loro carabine di pochissimo scoppio, ma secco, acuto, e le palle andavano al segno. Allora quei Cacciatori si arrestarono a scambiare ancora pochi tiri, così da fermi, coi Genovesi. Ma subito le trombe garibaldine suonarono l’attacco alla baionetta. Bisognava levar le Compagnie dalla tentazione di sprecar di lassù le munizioni, perché i più non avevano che dieci cartucce, e i fucili non portavano più che a quattrocento metri. Le Compagnie, a quegli squilli, balzarono ritte come sorgessero dalla terra improvvise, e si rovesciarono giù dal colle una dietro l’altra, correndo scaglionate oblique giù per la china, ma mirabilmente composte, poi s’allargarono in ordine sparso, quando i cannoni napolitani cominciarono a trarre granate.
Lo narrarono poi molti che stavano allora nelle file nemiche. Quel movimento, fatto così di lancio e con sicurezza da veterani, produsse in loro un effetto indicibile. Ma non si sgomentarono. E fu bene, perché per la loro mirabile resistenza meritarono d’esser lodati nell’ordine di Garibaldi il giorno appresso; e la lode poté forse sugli animi più della stessa vittoria riportata da chi li lodava.
Così il bel fatto d’arme era cominciato.
In un lampo le due Compagnie di Cacciatori furono spazzate via, lasciando esse alcuni caduti in quel fondo, bei giovani d’Abruzzo, di Calabria, di chi sa quale di quelle terre delle rivoluzioni gloriose e infelici. Sul berretto elegante a barchetta, portavano il numero 8 – 8° Cacciatori! – E indossavano delle divise di tela cilestrina, giubba corta, elegante, su cui s’incrociavano pittorescamente le corregge degli zaini e della fiaschetta a zucca, schiacciata e foderata di cuoio. La loro carabina, pei tempi d’allora, era perfettissima, e la daga baionetta faceva pensare a quelle terribili degli zuavi. Poveri ragazzi!
Come fanno stringere il cuore l’eleganza delle divise indosso ai morti sui campi, e quelle cose e quei numeri e quei nomi dei corpi! Coloro che giacciono non hanno più né vita né nome, né paese né nulla: a casa loro i parenti non sapranno la zolla che beve il loro sangue, né l’erba su cui spirarono l’ultimo fiato. Solo non li vedranno mai più; essi son morti.
Triste cosa la guerra! Ma allora pareva ancora bella perché vi si poteva patire, morire, per far trionfare un’idea, più che perché vi si potesse provar la gioia e la gloria di vincere.
Rispettate i nemici, rispettate i feriti! – gridò Francesco Montanari di Mirandola, caduto per grave ferita su quel colle – sono italiani anch’essi! –
E la sua faccia severa, quasi dura e in quel momento contratta dal dolore, parve trasfigurata da quella sua sublime pietà.
A che ormai descrivere il fatto d’armi di Calatafimi?
Le battaglie, da quelle che descrisse Omero all’ultima della storia moderna, si somigliano tutte. Sono furia d’uomini contro uomini che s’avventano gli uni agli altri, dandosi a vicenda da vicino o da lontano la morte, con più o meno arte, secondo i tempi. Cortesi fin che si vuole, i combattenti son sempre ancor poco diversi “dagli uomini sul vinto orso rissosi.”
Eppure leggiamo rapiti dalle narrazioni, ammirando fatti che in sé sono atroci, e ci esaltiamo e chiamiamo magnanimo tanto chi dà come chi riceve la morte in campo. Ci pare sovrumano il maresciallo Ney a Vaterloo, quando nella tragica ora della sconfitta già imminente, grida con voluttà disperata che vorrebbe tutti nel petto i proiettili dei cannoni inglesi rombanti nell’aria. Sublime ci pare quell’oscuro lanciere francese, che là, in una delle ultime cariche di cavalleria, gittò la sua lancia in mezzo a un quadrato inglese, per andare a raccattarla come per gioco in quel quadrato; e spronò e balzò e cadde egli e il suo cavallo sulle siepi di baionette, schiacciando altri e morendo. Chi mai ci pare più grande di lord Cardigan, quando ricevuto l’ordine di assalire la batterie russe a Balaclava, sa che vi morrà egli, l’ultimo di sua schiatta, forse con tutti i suoi seicento cavalieri; ma snuda la spada e gridando: “Avanti, ultimo dei Cardigan!” galoppa alla morte come se volasse al cielo?
Ma quel Montanari e quel suo grido, son ben più degni di storia.
Quello di Calatafimi fu fatto d’arme che appena potrebbe stare come frammento episodico di una di quelle grandi battaglie. Eppur e per l’importanza e per l’influenza sua sulla vita della nostra nazione, conta quanto e forse più di ciascuna d’esse per le altre. E il Generale? L’arte di Garibaldi, mirabile già nell’aver saputo creare in tutti i suoi un sentimento profondo, sicuro, superbo della loro situazione, nei tre giorni avanti; in quello del fatto d’armi, stette tutta nell’averseli tenuti stretti nel pugno come un fascio di folgori, fino al momento in cui, non essendo più possibile in nessun modo lasciare il campo non vincitori, poté abbandonar ognuno al comando di sé stesso, certo egli che da quel momento si sarebbero svolte le più recondite virtù e le forze e l’ingegno d’ognuno, dalla calma pontificale di Sirtori al furore di Bixio, all’impeto geniale di Schiaffino, all’audacia di Edoardo Herter, d’Achille Sacchi, di cento altri, e, si può dire di tutti, perché un codardo che è uno, in quell’ora, in quel luogo, non ci poté più essere. E il merito di questo miracolo fu tutto del Generale. L’anima sua era entrata, era presente in tutte quelle anime, fosse egli in qual si volesse punto del campo. Due momenti della pugna furono esclusivamente suoi: uno, quello di quando Bixio, che era Bixio, osò domandargli alla maniera sua se non gli paresse il caso di battere in ritirata, ed egli rispose che là si faceva l’Italia o si moriva: l’altro, quello dell’ultimo assalto, quando tutti rifiniti boccheggiavano sotto il ciglio del colle, su cui si erano ridotte via via risalendo le schiere nemiche scacciate da terrazzo a terrazzo in su. Là disperavano tutti, non egli, che parlando pacato andava per le file come un padre con gli occhi rilucenti di lagrime: “Riposate, figliuoli, poi un ultimo sforzo e abbiamo vinto.” Fu in quel momento che lo colpì nella spalla destra uno dei sassi che i borbonici facevano rotolar giù; ma egli non degnò mostrare d’essersene accorto, e continuò a mantenere quell’aria sicura che creava la sicurezza altrui, in quel quarto d’ora in cui, se i borbonici avessero osato rovesciarsi giù alla baionetta, in più di duemila quanti erano ancora, la rotta era sua. Essi invece, raccolti lassù, urlavano: ‘Viva lo Re’; rotolavano sassi, e tiravano schioppettate a chi si faceva su dal ciglio a guardare. Uno di questi fu Edoardo Herter da Treviso, medico di 26 anni. Pareva una damigella bionda vestita da uomo, tanto aveva esile l’aspetto, ma i suoi muscoli erano d’acciaio. Parlò con Garibaldi un istante, poi si lanciò su per un greppo.
‘Ah piangerà tua madre!’
fu cantato di lui, e appena su, cadde riverso colpito nel petto a morte.
In quel momento l’artiglieria garibaldina tuonò di giù dalla strada, dove alla fine aveva potuto mettersi a tiro, e un suo proiettile andò a cadere tra i regii. Fu come il segno della ripresa, perché poco appresso si fece come un subbuglio, e fu gridato: “La bandiera, la bandiera in pericolo!” E la bella bandiera di Valparaiso fu veduta salire, come se andasse da sé, trascinando dietro ai lembi delle sue pieghe quanti vi s’affollavano presso.
Passata dalle mani di Giuseppe Campo a Elia, a Menotti, a Schiaffino, ora Schiaffino la portava all’ultima prova. E giù, staccati dalla loro fronte, uno stormo di napolitani corsero per pigliarsela. Allora le si formò un viluppo intorno, cozzo breve, fiero, feroce, vera mischia; e la bandiera sparì, lasciando uno dei suoi nastri nel pugno di Gian Maria Damiani. E Schiaffino, il superbo nocchiero del Lombardo, giacque là morto.
E’ questo il momento d’annunziarmi una pubblica sciagura? – gridò Garibaldi a chi gli dava notizia di quella morte. Ma proprio in quel momento, in un altro punto della battaglia scoppiava un urlo di gioia… Un cannone era preso. Fumigava ancora la sua gola dell’ultimo colpo sparato contro quelli che vi s’erano lanciati su primi, primo Achille Sacchi da Pavia, giovanetto di diciassett’anni, che cadde già con le mani sulla volata di quel pezzo e giacque morto.
“Ancora uno sforzo!” e lo sforzo era fatto. Erano balzati su fino i moribondi; l’ultimo assalto alla baionetta fu veramente meraviglioso. I napolitani non vi ressero, si volsero, rovinarono via.
Non però tutti in fuga. Avevano cominciato i Cacciatori e i Cacciatori finivano. Mentre la fanteria e i Carabinieri napolitani si ritiravano confusi giù pel declivio del colle perduto; quei Cacciatori, come stessero in un campo a istruirsi, facevano le loro fucilate a quadriglie, allontanandosi lentamente. Fin Garibaldi stette a mirarli un pezzo, in quelle loro belle mosse; ma poi diede ordine di caricarli a una delle Compagnie che appena conquistato il colle, già si erano quasi riordinate intorno ai loro ufficiali. Corse la 6°, Carini. E quell’ultimo strascico del fatto d’arme fu presto levato. Tutta la colonna borbonica si sprofondò nel vallone, sparì un momento, poi ricomparve di là. Saliva l’erta per Calatafimi. La chiudeva un manipolo di cavalli, forse mezzo squadrone, che durante il combattimento s’era tenuto giù sullo stradale, certo aspettando di potersi gettare sui nemici vinti a sciabolarli. Invece ora proteggeva la ritirata ai suoi. Dal campo di battaglia fu vista quella gente serpeggiare su per l’erta lunga, stendersi e di nuovo sparire poi più su, a poco a poco, in Calatafimi.
Dopo la vittoria
Sul colle conquistato riposarono i vincitori. E cominciò subito la raccolta dei feriti gravi, che non avevano più potuto reggersi, e giacevano giù pei fianchi del colle, molti, troppi, per un fatto di così pochi combattenti e di così corta durata. Tra grave e non gravi erano 182, i morti 31. Le ferite erano orribili, lacerate, larghe, massime quelle fatte dalle palle ogivali cave dei Cacciatori. Pochi napolitani che i loro non avevano potuto portar via, si lasciavano pigliar su meravigliati di vedersi trattati bene, mentre s’erano forse aspettati d’essere uccisi. All’allegrezza della vittoria si mescolava così quella grande malinconia. E s’era messo un vento freddo che faceva frizzar la pelle. Calavano intanto dalle montagne le squadre dei ‘Picciotti’, e invadevano il campo di battaglia, meravigliati anch’essi del combattimento contemplato dall’alto, come dai gradini d’un anfiteatro una lotta di gladiatori.
Garibaldi guardava sempre una strada che da ponente, per una gola, metteva in quella specie di conca da cui sorgevano su i due colli, quello della sua posizione del mattino e quello conquistato su cui si posava coi suoi. Forse temeva l’arrivo di un corpo nemico da Trapani. Ma aveva fatto mettere gli avamposti, e dato l’ordine a Bixio di collocare le artiglierie. Aveva anche già detto di voler salire a Calatafimi il giorno appresso, e sapeva lui per quali vie si sarebbe incamminato. Per quella fatta dai Napolitani nella ritirata no certo: e questo capivano tutti, perché tentar un attacco da quella parte sarebbe stata una follia. Ma egli era allegro in viso, e ciò bastava.
Uno strano sentimento, che tutti dovettero provare, ma di cui si accorsero e se lo spiegarono per dir così solo i più raffinati allora e molto di poi anche gli altri, ripensando a quelle ore, fu quello dell’isolamento in cui si trovavano. Non erano passati che dieci giorni da quando avevano lasciato Genova, eppure pareva loro d’essere via da mesi e mesi, d’aver navigato molto, d’aver camminato molto, d’esser già quasi gente dimenticata. Si sapeva nell’Alta Italia che erano sbarcati, che erano stati accolti bene? Qualche spirituale forza dava almeno in quel momento un senso vago del dove si trovavano e della loro vittoria? A Milano, a Genova, a Torino e nella Venezia gemente in mani austriache, per tutti i borghi e i villaggi da dove qualcuno d’essi s’era mosso, cosa si pensava, cosa si sperava, cosa si temeva per loro? Ah! Un filo di telegrafo per mandare la gran notizia alla patria e riceverne una parola. Certo da Napoli sarebbe taciuta o mandata pel mondo svisata, falsata la notizia della battaglia a far piangere.
E intanto erano scene di gioia, come a rivedersi dopo anni ed anni, nell’incontrarsi fra loro amici di casa, di scuola, di Compagnia che si erano perduti di vista durante il combattimento e che si ritrovavano sani e salvi. Ed erano lamenti per i caduti, il tale giù ai primi colpi, il tal altro a mezzo al colle, un altro addirittura in cima quasi in braccio ai nemici. Andavano a cercarli, a guardarli, a baciarli. E così i nomi dei morti e dei feriti, il modo, il come, il dove, il quando, tutti i particolari se li scambiavano, e parlavano commossi, ma tuttavia ancora con un po’ del sentimento egoistico d’essere usciti salvi dal pericolo in cui altri aveva lasciato la vita. Si sa; il vero dolore, quello grande e sincero viene dopo, quando il sangue si è rimesso in calma e la pietà si ridesta.
Tra le Compagnie che si erano riordinate, si faceva un gran parlare dell’importanza del fatto; qua e là in quel campo ci parevano dei piccoli Parlamenti. Quelli che avevano sentito Garibaldi, quando aveva detto a Bixio: “Qui si fa l’Italia o si muore,” commentavano le solenni parole, e pareva proprio a tutti di sentirsi piantato in cuore che il fatto d’armi, piccolo in sé, era già come un’ultima battaglia risolutiva, da combattersi ancora sì, non si sapeva dove né quando, ma già vittoriosi. E ciò voleva dire l’Italia fatta sin da quel giorno, su quel colle.
Il qual colle aveva tuttavia un nome di malaugurio. Era stato subito detto che si chiamava ‘Pianto dei Romani’, perché ivi, più di duemila anni indietro, questi erano stati vinti dai Segestani e dai Cartaginesi. Ma quel nome di mestizia era un’invenzione, o per lo meno una interpretazione errata. ‘Pianto’ non è che il vernacolo siciliano ‘Chiantu’, o piantamento di viti; e uno n’era stato fatto far su quel colle da un’antica famiglia Romano. E difatti, quei tali terrazzi dovevano essere stati fatti per dei poderosi filari di viti, sebbene allora vi si vedessero soltanto arbusti grami, e piante che esalavano un tristo odore di cimitero. Così, e durante il combattimento, aveva detto il livornese Giuseppe Petrucci della compagnia Bixio, facendo parer ai vicini di fiutar davvero un’aria di morte.
*
La notte calò rapida come nelle giornate più corte dell’anno. E in quel crepuscolo fu commovente veder un gruppo di sei o sette Francescani, i quali dopo aver combattuto fino con tromboni, partivano per tornare al loro convento. Erano accorsi là da Castelvetrano. A quell’ora se ne andavano giù dal colle nei loro tonaconi grossi, con le loro armi in spalla, seri e tranquilli, come se tornassero da aver fatto la questua tra quei soldati che avevano fame, e stavano divorando pane e cacio distribuito in fretta già quasi nel buio. Poi le Compagnie si addormentarono.
Al tocco dopo la mezzanotte la sentinella dell’avamposto verso Calatafimi diede l’alto a due persone che le venivano incontro.
– Amici, galantuomini di Calatafimi.
– Avanti. –
Tutto l’avamposto fu subito in piedi.
– Cosa volete? –
Con l’anima nelle parole, quei due galantuomini recavano che i Napoletani avevano abbandonato Calatafimi, marciando verso Alcamo, che stava di là, di là…
La notizia era lieta. Levava la gran preoccupazione di ciò che sarebbe potuto avvenire il giorno appresso. Da Palermo, a quell’ora, poteva già esser giunto per nave a Castellamare un corpo di aiuto ai vinti, e con tutta comodità aver marciato da Castellamare a Calatafimi. Ora se i Napolitani se n’erano invece andati, ciò voleva dire che a Palermo non c’era un generale che avesse occhi. Bene, bene! Quei galantuomini furono condotti da Garibaldi, che stava ben desto nella casupola sul colle, e che gli accolse con gioia. Fatta l’ambasciata, volevano tornarsene; ma egli, non li volendo lasciar esporsi a pericoli, se li tenne fino al mattino. Avrebbero marciato con lui. Ed essi non s’accorsero che forse diffidava di loro, tanto era buona e incredibile la notizia che gli avevano portato.
*
Nel brivido che dà l’alba, prima ancora che le trombe suonassero le sveglie, molti di quei militi, mezzo intirizziti dalla gran guazza, giravano già pel campo a rivedere i morti. Di questi ve n’erano che parevano dormirsene sicurissimi d’essere svegliati a lor tempo, tanta era la pace che avevano nel volto. Così Giuseppe Belleno, così Giuseppe Sartoriio, tutti e due Carabinieri genovesi; questo colpito nel petto proprio nel momento che fulminava un gran fante borbonico, mirato a prova da lui. Aveva data e ricevuta la morte in un punto. Poco discosto giaceva Ferdinando Cadei di Caleppio, bel giovane di ventun’anno, che adagiato sul fianco destro pareva sogguardasse timidamente. Carlo Bonardi da Iseo non si trovava più nel luogo dov’era caduto e rimasto morto bocconi, né per quanto gli amici suoi cercassero là attorno vedevano le sue larghe spalle da atleta, né il mantello che portava rotolato a bandoliera ancora nell’ultimo istante. Cosa n’era mai stato? Invece il gran Schiaffino copriva ancora la terra là dove l’anima sua lo aveva lasciato. Era solo un po’ scolorito in viso. In uno dei punti, dove la resistenza del nemico era stata più forte, giaceva Luciano Marchesini da Vicenza, col capo su d’un sasso nero che pareva un libro. “Come il Battaglia l’anno scorso a San Fermo!” diceva Odoardo Rienti da Como. E narrava di Giacomo Battaglia poeta, che combattendo tra i Cacciatori delle Alpi cadde a San Fermo colpito in fronte, e tratto di tasca un suo Dantino se lo pose sotto il capo e sul poema divino spirò. Un po’ più in su, e proprio sulla cima del colle, dove erano stati fatti gli ultimi colpi, giaceva come un assiderato Eugenio Sartori da Sacile. La morte che, toccandolo quasi per saggiarlo a Venezia nel ’49, lo aveva lasciato tornare alle mense patriarcali di casa sua, se l’era preso lì. Egli no, non pareva in pace! Gli occhi non gli si erano ancora chiusi, e, dopo tante ore, il suo viso esprimeva sempre una gran collera da battaglia.
E via via cercati così, i morti furono rivisitati quasi tutti. Ma alla fine bisognò pure che i vivi gli abbandonassero. Sarebbero poi venuti i seppellitori a scavare a ogni morto una buca lungo il corpo, ve l’avrebbero fatto rivoltar giù forse con malgarbo, poi o sul corpo o sul dorso, poche badilate di terra e addio. Un dì, chi sa quando, qualcuno verrebbe a scoprire delle ossa.
*
Le compagnie partirono. E per la stessa china e poi per la stessa erta fatta dai Napolitani la sera avanti, marciarono a Calatafimi. Ivi trovarono la gente ancora scompigliata. Quei poveri abitanti avevano visto dalle loro case, il combattimento del Pianto Romano, e poi i borbonici tornare vinti tra loro. Erano stati gran parte della notte tremando che il mattino portasse loro uno scontro nelle stesse vie della città tra le loro case: invece i borbonici erano partiti. Ma potevano sopraggiungerne di nuovi. Insomma la fisionomia generale era triste. Nella via maestra si trovavano a ogni passo i segni della sosta fattavi dai vinti; nelle poche botteghe, misere assai, non c’era più nulla; quelli avevano portato via ogni cosa.
Ma le Compagnie, a poco a poco, misero un po’ di fidanza e d’allegrezza; tanto più poi nel pomeriggio, quando fu lor letto l’ordine del giorno di Garibaldi. Era uno de’ suoi più eloquenti, e parve la voce di tutta la patria.
“Soldati della libertà italiana, con compagni come voi io posso tentare ogni cosa, e ve lo mostrai ieri conducendovi alla vittoria contro un nemico superiore per numero e per le sue forti posizioni. Io avevo contato sulle vostre fatali baionette, e vedete che non mi sono ingannato.
“Deplorando la triste necessità di dover combattere soldati italiani, debbo confessare d’aver trovato una resistenza degna di causa migliore. E questo vi mostra quanto noi potremo fare, quando l’intiera famiglia italiana sarà riunita intorno a una sola bandiera.
“Domani il continente italiano sarà parato a festa, per la vittoria dei suoi liberi figli e dei nostri prodi siciliani.
“Le vostre madri, le vostre amanti, usciranno nella via superbe di voi, con la fronte alta e radiante.
“Il combattimento ci costò molti cari fratelli, morti nelle prime file; e nei fasti della gloria italiana risplenderanno eternamente i nomi di questi martiri della nostra santa causa.
“Paleserò al nostro paese i nomi dei bravi che con sommo valore condussero alla lotta i più giovani e i più inesperti militi, e che domani li guideranno alla vittoria su altri campi, a rompere gli ultimi anelli delle catene che tengono avvinta la nostra Italia carissima.”
I nemici! Ve n’erano in Calatafimi parecchi, feriti il giorno avanti e abbandonati là, perché per via avrebbero patito troppo. I vincitori andavano a trovarli nelle chiese e nei conventi, li confortavano, li carezzavano. Ed essi dicevano che non sarebbero più tornati alle loro bandiere. Cominciava già allora la fratellanza; solo qualcuno guatava bieco e mormorava sdegnoso.
Dai Francescani, prodigava la sua carità un padre Luigi, il quale fu poi amorosissimo nei giorni appresso ai garibaldini portati là da Vita, dove non c’era luogo per tenerli se non ammucchiati come nelle prime ore dopo il combattimento. Forse quel frate si sentì prendere fin da allora da quella forza per cui ebbe il coraggio di spogliar l’abito, di lasciarsi portar via dalla rivoluzione nella vita nuova italiana; e tornato al secolo divenne col tempo uomo di cattedra, uomo di Stato in Roma, dove coloro che lo avevano conosciuto laggiù continuarono a chiamarlo in segreto “padre Luigi”.
Le emozioni del giorno avanti, il bisogno di raccoglimento, la stanchezza, non svogliarono di visitar il paese intorno chi aveva sentimento dei luoghi e delle cose. Uscendo dalla parte occidentale molti andavano in poco tempo alle rovine di Segesta, e vi si appressavano esaltandosi via via. Quelle trentasei colonne del tempio dorico rimaste in piedi come parte di un’opera incompiuta, tanto sembravano recenti; il teatro poco più in là, ispiravano una malinconia magnanima. Era mai possibile che fosse stata abitata da gente così ricca e grandiosa da aver eretto quei monumenti, una terra ora popolata quasi solo di miseri? Quelle colonne parevano vive e pensanti, quel tempio pareva aver ancora un’anima cui facesse dolore vedersi intorno caprai indifferenti, nei quali tuttavia l’uomo antico doveva starsene addormentato. Ora quei visitatori si lusingavano d’essere capitati a svegliarlo.
La marcia ad Alcamo
Garibaldi non perdeva tempo: all’alba del 17 rimise la sua gente in cammino.
Da Calatafimi un’ultima occhiata d’addio al colle del Pianto Romano, poi via per Alcamo. E fu una marcia mattutina di poca fatica anche per quelli dei feriti che, sentendo di potersi reggere, piuttosto che starsene inoperosi, avevano voluto seguire la colonna, chi col braccio al collo, chi con la testa bendata, chi a piede nelle file, chi su quei carri di laggiù storiati di Madonne e di Santi, illustrati da sentenze e leggende paesane. Parlavano dei compagni rimasti a Vita nella chiesa o nelle case, dove mancavano di tutto e pativano, e qualcuno stava forse per morire, sebbene il vecchio Ripari e Ziliani e Boldrini e gli altri medici facessero prodigi d’amore.
Erano cose meste; eppure la campagna meravigliosa metteva nei cuori il proprio rigoglio, onde si sentivano senza troppi rimpianti. Ah che paese! Se quel trionfo di verde fosse venuto crescendo così come pareva, la via doveva menare davvero alla terra promessa. Intanto qualche cosa di paradisiaco si vedeva già. La fama di Garibaldi era andata a rinnovare le fantasie già note altrove; onde, agli sbocchi delle stradicciole campestri che mettevano in quella via, gruppi di donne dinanzi ai loro uomini e coi bimbi al collo o per mano, gli gridavano dei saluti quasi religiosi. Alcune si inginocchiavano, altre dicevano “Beddi!” ai giovani soldati.
Via via andando si scoprivano, tra le biade peste, arnesi militari dei borbonici; e quei villici li additavano imprecando agli ‘schifiosi’ che li avevano gettati nella ritirata. Poi, già nelle vicinanze di Alcamo, comparvero delle carrozze di signori che venivano incontro a Garibaldi, tirate da pariglie superbe. A un certo punto comparve il mare del Golfo così azzurro, sotto un cielo così terso, che tra per quella vista e la bella campagna e il tutt’insieme, fu un’ora di incanto. In qualche gruppo della colonna scoppiarono canti lombardi, di quelli della regione dei laghi.
Quella era proprio la terra degna che vi fosse sbocciato uno dei primi fiori della nostra poesia, perché tutto ciò che vi si vedeva ricordava la ‘Rosa fresca aulentissima’ di Ciullo o di Cielo. Allora la variante non importava. E poi ecco Alcamo con le sue belle case e i suoi giardini coi muri passati dai palmizi, che si spandevano fuori torpidi nel caldo meriggio. Non poteva essersi dato che il delizioso ‘Contrasto’ fosse avvenuto davvero con di mezzo uno di quei muri o la siepe d’uno di quegli orti? Tutto vi pareva così antico!
La città, quasi moresca d’aspetto, quasi mesta, era in festa religiosa, ma pareva allegrarsi a poco a poco, per l’arrivo di quegli ospiti d’oltremare. E poi si esaltò addirittura per un fatto quasi incredibile, di cui si parlava già sin dal giorno avanti in Calatafimi come di cosa avvenuta o da avvenire. Garibaldi si era lasciato indurre da fra Pantaleo a ricevervi la benedizione in chiesa. Egli schiettamente, semplicemente, in mezzo al popolo, si sottomise alla Croce che il frate gli impose sulla spalla, proclamandolo guerriero mandato da Dio. La scena fu un po’ strana, ma il Generale stette con tanta sincerità di spirito, che neppure i più filosofanti della spedizione trovarono nulla a ridire. Fu un lampo di misticismo sprigionato dall’anima di lui, formata d’un po’ di tutte le anime grandi che furono, e anche di quella di Francesco d’Assisi, dietro al quale, nato nel suo tempo, egli si sarebbe scalzato dei primi a seguirlo.
A Partinico
Fu dunque un giorno lieto quello d’Alcamo; ma l’altro appresso, quando la colonna partì acclamata e marciò a Partinico, qual diverso mondo le si apprestava a così breve distanza! Per Alcamo la milizia borbonica battuta a Calatafimi era passata senza che nessuno le si fosse fatto contro per impedirla; ma Partinico la aveva affrontata, e per le vie e per le case era stato un combattimento da selvaggi. A entrare in quella città, parve di affacciarsi a uno degli orrendi spettacoli di strage fra Greci e Turchi della rivoluzione ellenica di quarant’anni avanti.
Proprio sulle soglie della cittadetta, stavano mucchi di morti bruciacchiati, enfiati, in cento modi straziati. E tenendosi per mano a catena e cantando, vi danzavano attorno fanciulle scapigliate come furie, cui faceva da quadro e da sfondo la via maestra nera d’incendi non ancora ben spenti. Le campane sonavano a stormo; preti, frati, popolo d’ogni ceto, urlavano gloria ai militi correnti dietro a Garibaldi, che traversò rapido la città col cappello calato sugli occhi, e andò a posarsi all’altro capo, in un bosco d’olivi, mesto come non era ancor parso in quei giorni. E là gli furono condotti alcuni sodatucci borbonici, rimasti prigionieri in mano dei Partinicotti e salvati a stento da qualche buono; poveri giovani disfatti dal terrore di due giorni passati con la morte alla gola. Consegnati a lui si sentirono sicuri, e piansero e risero come fanciulli.
Sprazzo di sereno nella tempesta, chi si potrebbe tenere dal narrarlo! Garibaldi sedeva in quel momento a pie’ d’un olivo. Aveva appena finito di confortare quei poveri soldati, che gli fu presentato dal capitano Cenni suo carissimo uno dei giovani della spedizione, il quale portava una manata di fragole in un canestrino fatto di foglie. “Generale,” disse il Cenni, “questo cacciatore delle Alpi vi offre le fragole.” Garibaldi guardò Cenni, guardò il giovane, poi sorrise un poco, crollò la sua bella testa e gli domandò: “Di dove siete?” – “Genovese” rispose il giovane quasi tremando. E allora il Generale in dialetto genovese. “E avete ancora la madre?” “Generale sì;” e gli occhi del giovane videro allora molto lontano. “Cosa direbbe – continuò Garibaldi – se fosse qui a vedere che mi piglio le vostre fragole?” Ma intanto tese la mano e ne levò due o tre per gradire, soggiungendo: “Andate, andate, godetevele voi, che vi parranno più buone che a me.”
Dopo non lungo riposo, le Compagnie si rimisero in marcia, allontanandosi quasi con gioia da quel luogo di sangue. Alcuni Partinicotti le seguirono armati di doppiette e di pugnali. Ve n’era uno che pareva di bronzo, tutto vestito di velluto biancastro, con a cintola due pistole. Il Sampieri dell’artiglieria diceva che erano dell’aria di colui i Palicari e i Clefti dei quali egli, nell’esilio suo in Grecia, ne aveva conosciuti alcuni, vecchi ancora di quei di Bozzaris. Si sarebbe detto che quell’uomo non fosse fatto che ad uccidere, e invece a parlargli era buono e anche grazioso. Raccontava quasi scusandosi l’eccidio cui aveva partecipato; e diceva con poesia di Palermo, bella, grande: “Vedrete, vedrete! Il palazzo reale!” E forse tutto il suo patriottismo era per l’isola sua, pel regno, pel piccolo regno di Sicilia, indipendente da tutto il mondo. Seguì la marcia di Garibaldi senza più staccarsi, divenne amico di qualcuno in tutte le Compagnie, portava la letizia in tutti i crocchi e le buone promesse. Nove giorni di poi, il mattino del 27, nell’assalto di Palermo, fu visto l’ultima volta, sotto il Ponte dell’Ammiraglio, disteso morto presso un Cacciatore borbonico, che moribondo egli stesso lo guardava. Forse lo aveva ucciso lui.
Al Passo di Renda
Sul vespro di quel giorno la colonna garibaldina entrò nell’ombra di un anfiteatro di monti, dove si immerse quasi a celarsi. In quell’ora, tutto là intorno pareva minaccioso, dalle falde ronchiose ai profili di quei monti dentati in alto e taglienti. Il po’ di piano traversato dalla strada consolare dava un senso di freddo. E il luogo, al dire dei Siciliani, era infame per istorie truci di masnadieri. Passo di Renda voleva dire pericolo di non uscirne vivo chi vi si avventurasse da solo.
Le Compagnie, rifinite dalla stanchezza e dalla fame, si gettarono in terra ciascuna, per dir così, dove fu fermata; e per un po’ fu silenzio profondo. Ma poi qua e là furono accesi dei fuochi con gli arbusti raccolti per quelle ripe, e intorno ai fuochi quei militi si misero come al solito a sgranocchiare il loro pane. Da otto giorni non si cibavano quasi d’altro che di pane e cacio come il Generale, semplice uomo che faceva divenir semplici tutti e senza voglie, senza bisogni.
Quella sera si mise a dormire in un cantuccio di quell’accampamento, tra corte rocce ferrigne, dove i più novelli tra i suoi andavano timidamente a passargli vicino per guardarlo. Ma era veramente Garibaldi quell’uomo coricato su quella povera coperta, sotto quel mantello, con la sella del suo cavallo per origliere? Ed era Dittatore, e voleva levar via dal trono il Re delle Due Sicilie, egli così povero e che riposava così tranquillo, senza guardie né nulla? Pareva un sogno. Contemplatolo un poco, quei giovinetti se ne tornavano alle Compagnie, a dire che egli dormiva e che perciò tutto doveva andar bene. Ma tutti sentivano di trovarsi a una breve camminata da Palermo, da dove un generale un po’ ardito avrebbe potuto condurre una colonna a sorprenderli; e guai se anche un’altra colonna mandata a sbarcare a Castellamare, per Alcamo e Partinico, per la via stessa che essi avevano fatta, fosse giunta alle loro spalle.
Invece quella notte passò quieta, senz’altra noia che d’un po’ di pioggia. ma all’alba, che bella sveglia! Da un’altura di quell’anfiteatro scese sul campo improvviso un suon di banda, che parve venuta dall’infinito a far una melodia nota, ma tal quale come laggiù non gustata mai da nessuno in nessun teatro del mondo, e nemmeno in cuore dal Verdi, che l’aveva creata. Era il suo bolero dei ‘Vespri Siciliani’. Benedetto lui! L’anima sua tornava a soffiare l’entusiasmo in quei cuori, in quel luogo, come già sul mare da Quarto a Marsala coi canti dei ‘Masnadieri’, col coro del ‘Nabucco’ “Va’ pensiero sull’ali dorate.” Una voce di tenore limpida e potente s’accordò subito ai suoni, adattandovi i bei versi del ‘Giovanni da Procida’ del Niccolini “Le Siciliane Vergini,” e qualche parte del campo applaudiva.
Ripetuta tre o quattro volte, quell’aria dei ‘Vespri’ mise una grande agitazione. E non era più lo scoppio di gioia idillica d’Elena, che nel melodramma scende dalla scalea incontro al coro di fanciulle, che le portano fiori; ma passava come un vento eroico di martirio, che invitasse amici e nemici a morir insieme per la pace del mondo.
Il piccolo esercito si levò tutto; e allora fu un andare verso un punto dove la strada consolare mette da quell’orrido passo alla vista della Conca d’Oro. Tutti si fermavano là incantati. Vedevano giù in basso quel paradiso; e in fondo Palermo che pareva infinita; e nel tremolare della marina un fitto di antenne, navi da guerra certo le più, navi di tutta Europa e forse d’America, corse là per vedervi la gran scena che vi doveva avvenire. Di quella scena essi dovevano essere poi attori! Ma quando, come, con quali sorti? Sapevano che laggiù tra quelle mura stavano ventimila soldati, ma insomma v’erano pure dugentomila cittadini. E alcuni, quasi col sentimento dei diecimila di Senofonte quando scopersero il mare, gridavano: Palermo, Palermo!
Di là, il vecchio Ignazio Calona mostrava gli sbocchi dei monti da dove erano discesi i Napolitani di Florestano Pepe e di Filangeri, nel 1820 e nel 1849. A quelle due rivoluzioni egli aveva partecipato di venticinque anni e di cinquantatré, e si poteva immaginare con qual animo se tanto glie ne avanzava adesso, che ne aveva sessantacinque. E diceva con foco giovanile che nel maggio del 1849, quando Palermo si preparava all’ultimo sforzo per respingere Filangeri già vincitore del resto dell’isola, laggiù nella pianura che si vedeva tra la città e il Monte Grifone, ogni giorno accorreva gente d’ogni ceto a scavar fossati, ad alzar ripari, e che tutti lavoravano insieme signori e plebe, anche le dame e le più nobili fanciulle. A quei discorsi i giovani si esaltavano.
Così per tutta la mattinata fu una grande vivezza nell’accampamento, dove quei militi si facevano giocondamente ognuno da sé le più umili cose; si lavavano le camicie a una gran cisterna, si rattoppavano le scarpe, si ricucivano gli strappi dei panni così mal ridotti, che coloro che avevano indosso i più signorili parevano ormai i peggio vestiti. Ma alle belle persone, al portamento elegante, quella miseria dava quasi maggior risalto. Altri davano una ripulita ai fucili o si ingegnavano di raccomodarne i guasti. I cannonieri stavano intorno ai loro pezzi. Appoggiato alla gran colubrina, Antonio Pievani da Sondrio leggeva il Vangelo, e lo spiegava ad alcuni che aveva intorno. Tutti ascoltavano raccolti e pensosi, e facevano venire in mente i Puritani di Cromwell. Passava qualche scettico, stava un istante, poi se n’andava compreso di rispetto per quel soldato credente.
Ma in un canto dell’accampamento v’era qualcuno che, per dir così, teneva il posto che nei poemi cavallereschi hanno le Orche e i mostri. Sdraiato in terra, legato mani e piedi, vestito alla siciliana con certa eleganza, custodito da alcuni ‘Picciotti’ delle squadre del barone Sant’Anna, stava un uomo grande e forte, di viso cattivo. Guardava sprezzante e taceva. I garibaldini che andavano a vederlo, sentivano dire che egli era un tal Santo Mele, il quale sin dallo scoppio della rivoluzione aveva principiato a correre la campagna con alcuni ribaldi, rubando le casse pubbliche e assassinando gente. Aveva fino incendiato il villaggio di Calamina. E tutto aveva fatto in nome di certa sua giustizia che gli pareva d’aver diritto d’esercitare; anzi, se ne gloriava. I Siciliani che dall’esiglio erano tornati nell’isola con Garibaldi, dicevano che colui doveva essere ‘Maffioso’; e spiegavano ai compagni la natura d’una tenebrosa società, che aveva le sue fila per tutta l’isola, in alto, in basso, nelle città, nelle campagne, dappertutto. Piace rammentare che i continentali scusavano l’isola, narrando che anche da loro vi erano state compagnie di malfattori che avevano esercitato una giustizia di loro genio, favoriti dalle plebi delle campagne e anche dai ricchi delle città, quando le leggi parevano torte contro la giustizia vera; e dicevano che quelli erano passati e che sarebbe passata anche la ‘Maffia’.
Quel Santo Mele il giorno appresso sparì. Forse la ‘Maffia’ potentissima gli aveva dato aiuto fino in quell’accampamento.
Noiosissima cosa, nel pomeriggio di quel giorno cominciò a piovere. Senza tende, senza coperte era un gran brutto stare; ma il campo non si attristò per questo; anzi, vi fu un momento di gaiezza fin troppa. Era stato macellato un gran bove donato da un Comune là presso, e in certi pentoloni mandati pure da quel Comune, cuochi improvvisati cuocevano di quel bove a pezzi, e del riso. Ma quando si fu sul punto di scodellare, e tutti si sentivano già quasi nello stomaco quel ristoro, s’accorsero di non avere né gamelle né cucchiai, e una risata generale empì l’aria di chiasso. Però vi fu l’ingegnoso che si prese la parte sua di riso in una foglia di fico d’India, e allora tutti ai fichi, e nel cavo di quelle foglie coriacee un po’ di quel cibo poterono gustarlo tutti. Quanto a vino ce n’era nel campo a botti.
Seguitò la pioggia tutto il resto del giorno e anche quella notte, sicché la dimane quella gente, fradicia fino alla pelle, faceva un brutto vedere. Garibaldi guardava mesto. Egli nella notte aveva fatto levar via una specie di baldacchino che alcuni di quei suoi militi gli avevano formato sopra con dei mantelli sostenuti da pali, mentre dormiva. Ma alfine anche quel giorno venne il sole, e ognuno tornò a sentirsi bene.
Intanto Garibaldi aveva meditato una mossa. Voleva piantar nella mente dei difensori di Palermo che egli avesse deliberato di assalirli da Renda per la via di Monreale, e creare in essi l’illusione che egli potesse scendere a farsi pigliare come in una trappola su quella via. Così la sera del 20, messo in marcia il battaglione Carini, lo fece calare nel villaggio di Pioppo, a pie’ dei monti e già sul lembo della Conca d’oro. Ivi tenne quelle Compagnie tutta la notte. All’alba del 21 si spinse avanti egli stesso dove erano già i Carabinieri genovesi, con le compagnie del battaglione Bixio passate anch’esse durante la notte. Quasi subito l’avanguardia venne alle schioppettate con gli avamposti napolitani, mentre che a sinistra, su pei fianchi dei monti, si svolgeva una loro ala, certo per aggirare la gente garibaldina, calarle addosso e metterla in rotta tra gli aranceti del piano.
Quel mattino i napolitani parevano di buon umore. Ma la loro ala girante s’abbatté nelle squadre di Rosolino Pilo, che stava a mezza costa, e dovette arrestarsi. Allora s’impegnò lassù un fuoco vivissimo di fucileria, a cui le squadre ressero bravamente, per più di due ore, finché i borbonici furono costretti a ritirarsi. E giù nel piano le Compagnie garibaldine, menate avanti, indietro e poi ancora avanti per modo che esse stesse non ci capivano più nulla, verso il mezzodì ricevettero l’ordine di ritirarsi. Videro Garibaldi tornar dalla fronte col suo Stato maggiore in sì gran fretta, che avrebbero potuto credere di doversi sentir dietro i compagni dell’avanguardia fuggenti; ma bastò loro guardar in faccia il Generale, e la breve ritirata di ritorno al Passo di Renda fu fatta con calma. Risalite lassù trovarono sul ciglio del passo i cannoni in posizione con le gole chinate verso la pianura, dove, volgendosi a guardarla, vedevano brillar non lontano le armi dei nemici distesi. Forse questi si apparecchiavano a farsi avanti. E allora pareva di capire che Garibaldi avesse mirato a tirar fuori di Palermo una parte di difensori per piombarle addosso, e se la fortuna lo secondasse, romperli, ed entrare con essi in Palermo, che sarebbe insorta.
Invece seguì una gran quiete. Ma in quella quiete si sparse una notizia dolorosa. Rosolino Pilo, che su quei colli di San Martino, con le sue squadre, aveva così ben rintuzzato l’attacco dei regii, era stato colpito al capo da una palla di rimbalzo, mentre scriveva un biglietto a Garibaldi. Ed era morto, povero prode, con in vista la sua Palermo laggiù, sospirata dall’esilio per undici anni. Alla testa delle sue squadre rimaneva l’amico suo Corrao, uomo di gran coraggio ma incolto e di poco prestigio; e così con la gran figura di Pilo veniva a mancare una delle forze più vive della rivoluzione. Perciò si diffuse una gran mestizia, Garibaldi fu visto afflittissimo; e facilmente il pensiero de’ suoi passava da Pilo a lui, che da una palla poteva essere spento da un’ora all’altra.
E allora?
Marcia notturna
Venne intanto la sera, una sera cupa che minacciava una notte di pioggia. Eppure le Compagnie furono fatte mettere sotto le armi e in marcia, di nuovo come il giorno avanti sulla via per discendere a Pioppo. Dunque Garibaldi si ostinava davvero a tentar Palermo da quella parte e con un attacco notturno? Fosse pure! Gli animi erano ben disposti, perché quello stare con la gran città alle viste e con le spalle mal sicure cominciava a diventar fastidioso. E marciarono. Ma là dove la via chinava, dove sul mezzodì avevano visto i cannoni in batteria, i cannoni non c’erano più, e le Compagnie invece di scendere, si videro fatte girar a destra per entrare in un sentiero che non poteva menare se non sulle creste di certi monti, dei quali nei due giorni passati nel campo di Renda avevano potuto considerare l’asprezza. All’imbocco di quel sentiero, soldato per soldato ricevevano tre pani da alcuni uomini, che agli ordini del capitano Bovi, bolognese, facevano fretta ai passanti che pigliassero e andassero. Quei tre pani volevano dire tre giorni forse di marcia per le montagne. Erano dunque preziosi; onde i più dei soldati non sapendo dove se li mettere, inastate le baionette ve li infilzavano, e tiravano via col fucile in spalla sbilanciato a quel modo, celiando. Ma come fu notte chiusa e il sentiero venne a mutarsi in sterpeto, si fecero alquanto tristi. Sennonché a un certo punto trovarono Garibaldi che tribolava a mandare avanti dei contadini, i quali curvi sotto lunghe stanghe portavano a spalle appesi a quelle i cannoni smontati, dieci o dodici per ciascun pezzo. E li esortava, e li metteva sul gioco di moversi ognuno con tutte le sue forze, li aiutava persino, e per insegnar loro come dovevano stare sotto la stanga ci si metteva egli stesso. In quel mestiere lo secondavano il Castiglia, il Rossi, il Burattini, i marinai del Lombardo e del Piemonte, già sin da Salemi formati in una piccola Compagnia.
Con quell’esempio la colonna sfilava, un uomo dietro l’altro oramai, ché per due non c’era più luogo. E cominciò una pioggerella che presto divenne fitta tra quelle tenebre, dando alla gente il senso di camminare nelle nubi. Ah le belle vie di Milano, di Venezia, di Genova, tutte inondate di luce, a quell’ora! I pani, inzuppandosi, cascavano giù dalle baionette, cascava qualche uomo a ogni passo; tuttavia si rideva ancora, ma, per dir così, d’un malinconico riso interiore. Metteva un po’ di sgomento il non veder più nulla, salvo dei gran fuochi indietro nel campo di Renda abbandonato, e un altro gran fuoco solitario avanti, lontano, verso il quale si accorgevano di marciare; mentre dal fondo, sulla sinistra, salivano a intervalli i gridi d’allerta delle sentinelle napolitane. Dalla testa della colonna veniva il nitrito d’un cavallo, insistente, selvaggio. A un tratto s’udirono due colpi di fuoco. Fu un fremito per tutta quella sfilata: forse l’avanguardia s’era imbattuta nel nemico. Ma poi non si udì più nulla. E sempre tirando avanti, passò la voce che quei colpi erano stati scaricati da Bixio nella testa del suo cavallo, per farlo smetter di nitrire; atto proprio da Bixio che aveva voluto far quella marcia del diavolo in sella. Era vero. Andando avanti, i soldati passavano vicino a un cavallo spianato là morto fuori de’ piedi.
Quando fu quasi l’alba, le Compagnie si trovarono a calare dalle ultime falde di quei monti su d’una grossa borgata. Pioveva ancora. Credevano d’aver camminato lontano, e invece la Conca d’oro era ancora lì davanti ad essi come quando stavano a Renda, solo che adesso la vedevano da oriente. Mirabile marcia! Garibaldi che per natura si ricordava così poco delle cose fatte, ebbe ragione quando, riparlandone dopo molti anni, disse che neppure in America si era trovato a farne fare una a’ suoi, somigliante a quella del Parco. E non un uomo si era perduto; qualche ritardatario aveva saputo serrarsi presto alla colonna; anche i cannoni erano venuti per quelle balze.
Ma in quale stato, povera gente! Il borgo di Parco sia lodato sempre pel modo come la accolse. Non ci fu casa che non si aprisse a ristorare qualcuno, a rasciugare i panni, a rifornirne che non poteva più tener indosso i propri, ridotti in cenci, a rincalzare chi non aveva più scarpe in piede. Ma ancora più da lodarsi quel borgo, perché si prese in seno tutta quella gente, e se la tenne celata tutto quel giorno e la notte appresso, senza che nulla ne trapelasse ai borbonici, campeggianti nella Conca d’oro.
Un frate strano
Cotesto giorno, uno di quei soldati fu fermato da un giovane monaco che egli avea già veduto girare pel borgo, e soffermarsi qua e là a parlare coi suoi compagni. E capì subito che era un’anima tormentata da qualche gran cruccio. Avviato il discorso, il monaco si spiegò: avrebbe voluto gettarsi nella rivoluzione, ma qualcosa lo tratteneva. Seduti a pie’ d’una delle tre grandi croci che sorgevano su d’un poggio a figurarvi il Calvario; quei due parlavano già come vecchi amici. E il garibaldino diceva al frate che se avesse voluto entrare nella sua Compagnia, vi avrebbe trovato il Comandante e gli ufficiali e molti militi siciliani tornati dall’esilio; e che l’esser frate non voleva dire; che già altri frati avevano combattuto per Garibaldi a Calatafimi e che anzi, un francescano lo seguiva già da Salemi. Il monaco rispondeva che pur ammirando Garibaldi gli pareva che quella ch’egli combatteva non fosse la guerra di cui la Sicilia aveva bisogno. L’unità d’Italia e la libertà pel vero popolo siciliano erano quasi nulla. Che potevano farsene quelle plebi ancora oppresse da tutte le ingiustizie, altrove, in Piemonte, in Lombardia, levate da un secolo? Non avevano visto essi venuti da fuori, per quel poco che avevano già corso dell’isola, quanta era la miseria e quanta l’abiezione di quelle plebi? La libertà non era pane per lo stomaco e nemmeno per lo spirito; anzi sarebbe poi per i già prepotenti un mezzo per opprimere di più. In Sicilia era necessaria una guerra che trasformasse la società e la vita, facendo guadagnare al popolo il tempo che per forza gli era stato fatto perdere. Non vedeva Garibaldi che la Sicilia era ancora quasi come doveva essere stata ai tempi delle guerre servili di venti secoli avanti? Insomma quel monaco voleva la guerra non soltanto contro i Borboni, ma contro tutti gli oppressori grandi e piccoli, che si trovavano laggiù dappertutto.
Il garibaldino cui pareva di non capir quasi come un monaco parlasse a quel modo, gli diceva che allora quella guerra ch’egli voleva avrebbe dovuto esser fatta anche contro i frati ricchissimi, e molti. E il monaco ardente rispondeva che sì, che anche contro i frati si doveva farla, contro di essi prima che contro d’ogni altro, ma col Vangelo in mano e con la Croce: che allora anch’egli ci si sarebbe messo, ma che così come era fatta e per quel che era fatta, gli pareva inutile. Se Garibaldi avesse guardato bene, si sarebbe accorto che le plebi lo lasciavano solo coi suoi.
Allora il garibaldino accennò alle squadre che numerose tenevano i monti qua e là. – E chi vi dice – esclamò il monaco con voce risoluta – chi vi dice che non si aspettino qualche cosa di più? –
Il discorso era stringente. Il garibaldino che non si voleva dar vinto, sentiva tuttavia che il monaco ne sapeva più di lui. Mirava quel volto illuminato da una fiamma che non era la sua di mazziniano, taceva un po’ confuso e anche alquanto impicciolito. Poi egli e il monaco si levarono di là, si abbracciarono, e questi se n’andò. Egli discese tra i suoi con l’animo turbato e scontento. Gli pareva d’aver imparato molto in quel colloquio, e vagamente sentiva che l’unità della patria non era tutto, che la libertà avrebbe scoperto molte piaghe, alle quali poi col tempo altri avrebbe dovuto pensare. E se ne ricordò e pensò a quel monaco trent’anni dipoi, quando proprio da quella parte dell’isola parlò più alto l’antico dolore che quegli sin da quel tempo remoto sentiva.
I borbonici all’offensiva
Tornando ai fatti allora presenti, i borbonici si erano svegliati la mattina del 25 maggio, certi di avere ancora in faccia Garibaldi su al passo di Renda, dove tutta la notte erano stati tenuti accesi dei grandi fuochi. Ma allo schiarirsi s’accorsero che egli non era più là. Dove mai poteva essere andato? Forse la prima supposizione fu ch’egli si fosse ritirato indietro. Non passò loro neppur per la mente che avesse fatto quella marcia inverosimile per andarsi a porre sul loro fianco in quel nascondiglio di Parco. E non ne seppero nulla tutto quel giorno, perché la Sicilia non dava spie, non ne seppero fino al mattino appresso, quando videro coronarsi d’armati il poggio che sorge sopra quel borgo. Certo là era lui; quelle che si vedevano non potevano essere squadre. E deliberarono di andare a trovarlo.
Il dì stesso sul vespro mossero, e parve per assalire Garibaldi in due colonne a tenaglia. Ma non era che un movimento per saggiarlo o forse per tirarselo giù nel piano. Egli aveva scelta bene la sua posizione; piantato Bixio a mezza costa col suo battaglione, il battaglione Carini aveva schierato lungo la strada che sale per quel dosso ed entra poi tra i monti verso Piana de’ Greci. I cannoni erano in batteria. Tutto era pronto per ricevere i borbonici. Ma la loro ala sinistra si avanzò appena a tiro di fucile, e scambiò qualche colpo con alcuni ‘Picciotti’ che stavano sulle più basse falde, l’altra non si inoltrò neppur tanto. Erano dunque soltanto ricognizioni, ma volevano dire che per l’indomani si preparava qualche cosa di grosso.
E avvenne.
Alla levata del sole, un gran tratto della via da Palermo a Monreale fu visto dal Campo di Garibaldi sfavillar tutto d’armi. Pareva che i ventimila uomini del presidio fossero usciti tutti alla campagna, tanto era lunga quella traccia, la cui testa entrò nei fitti pomari e continuò a marciarvi nascosta, come s’indovinava dall’accorciarsi delle sue code.
Garibaldi, fermo nelle sue posizioni, faceva lavorar di zappa il suo Genio e la sua Artiglieria, come se si preparasse a ricevere l’assalto. Aveva già mandati i Carabinieri genovesi alla posta, là dove il primo incontro degli assalitori doveva naturalmente seguire, certo che contro le loro carabine il nemico si sarebbe sentito cader la baldanza. Antonio Mosto doveva pensare a reggervi quanto fosse possibile a brava gente qual era la sua, e alla fine ritirarsi la via che tutta la Colonna avrebbe pigliata, perché Garibaldi, contro ogni apparenza data da principio alle proprie intenzioni, aveva deliberato un’altra volta la ritirata, quasi la fuga. Infatti, quando i primi colpi dei Carabinieri genovesi annunziarono che la colonna nemica attaccava, egli mise le sue Compagnie in marcia con l’artiglieria già avviata; passò egli stesso avanti a cavallo, disse qualche parola d’incoraggiamento, e un po’ di gran passo e un po’ di corsa, in una stretta lunga parecchie miglia, la marcia fu gagliardamente condotta.
Va’ e va’, anche quella volta le Compagnie furono messe a una dura prova, perché quando trafelate giunsero a veder la Piana de’ Greci, e idealmente già vi si riposavano, con quel sentimento che devono avere sin gli uccelli migratori di oltremare all’apparire della terra; ecco le Guide a sbarrar loro la via e additare la salita a un monte. Uno sgomento! Ma lassù era già il Generale, di lassù chiamavano con alte grida ben note i più rotti alle fatiche; bisognava raggiungerli perché il nemico tentava di precederli alla Piana de’ Greci varcando quel monte. Chi non era addirittura spossato ubbidiva.
Veramente il Comandante nemico che aveva ideato quel movimento, si era ingannato sulla possibilità d’eseguirlo, data la mobilità delle compagnie garibaldine. Contro altra gente forse gli sarebbe riuscito. Ma esso non aveva ancor guadagnata la prima, e già Garibaldi gli appariva sulla seconda delle cime che credeva di aver tempo a varcare, avanti che i garibaldini avessero percorso la via da Parco alla Piana. Così non ci fu che uno scambio di fucilate lassù da gola a gola; poi i borbonici se ne tornarono indietro giù pel versante verso Parco; Garibaldi, ridisceso dalla parte sua, andò a occupare la Piana de’ Greci.
Si chiama così la città degli Albanesi, adagiata in mezzo a una campagna grigia, grigia essa stessa e tetti e muri e tutto. Almeno aveva tale aspetto quel giorno, vista traverso l’aria infiammata del mezzodì, che tremolava come una sottilissima rete di fil d’argento, sì che uno avrebbe detto di poterla palpare solo a far quattro passi avanti. Oh che sole! Che refrigerio sarebbe stato sdraiarsi appena giunti tra quelle case! Ma la gente della città fuggiva. Cosa le avevano fatto credere di quei forestieri, di quel Garibaldi di cui anche i preti, i frati e le monache dicevano bene? Sapeva quella gente che i garibaldini avevano i borbonici alle spalle, e temeva che in quella sua città volessero far fronte al nemico e aspettarlo a battaglia? Certo non era cosa che dovesse incuorarla a stare. Il fatto è che fuggiva. Ed era proprio il 24 maggio, giorno che per costume di secoli gli Albanesi della Piana salgono al Monte delle Rose, a cantarvi con le fronti volte a oriente, verso l’antica patria, lamentose parole nella loro antichissima lingua.
O bella Morea,
Da che ti lasciai non ti vidi più!
Quivi trovasi mio padre,
Quivi la madre mia,
Quivi i miei fratelli sepolti ho lasciati.
O bella Morea,
Da che ti lasciai non ti vidi più.
Quella data, quell’ascesa, quel canto ricordavano loro i dolori degli avi tre secoli e mezzo indietro, che per non soggiacere ai Turchi s’erano rassegnati a lasciar l’Albania, e col fior degli Epiroti condotti da Giorgio Scanderberg avevano trovato rifugio in Sicilia, portando seco loro le immagini e quanto possedevano di più caro. Fiera e costumata gente, orgogliosa della sua origine, che ne’ suoi canti serba vivo il sentimento di quattro secoli, e sogna ancora che uno del suo sangue possa, quando che sia, ricondurla nella vecchia patria lontana.
Si può dire che i Garibaldini videro appena gli abitanti della città, perché, accampati fuori, stettero stanchi, inquieti e pensosi d’altro. Sapevano che da un’ora all’altra il nemico che li seguiva sarebbe apparso. I Carabinieri genovesi che, sostenuto il primo assalto al Parco, s’erano ripiegati sulla colonna, raccontavano che i borbonici erano almeno cinque mila, mercenari bavaresi la più parte, con artiglieria e cavalleria. E lamentavano di aver perduto nello scontro Carlo Mosto e Francesco Rivalta, ai quali forse quei feroci non avevano dato quartiere. Tutti dunque erano pensosi. Che cosa meditasse il Generale lo ignoravano; se quella fosse una manovra o una vera ritirata, nessuno poteva dirlo. Garibaldi ne scrisse poi, riconoscendo egli stesso che quel giorno poteva essergli funesto, se avesse avuto da fare con un nemico più diligente.
Verso sera, le Compagnie furono rimesse in marcia, e ancora quasi con aria di ritirarsi in fretta. L’artiglieria e i pochi carri erano già stati incamminati verso Corleone, scortati da poche dozzine di quei militi, tra i quali i non ben guariti di Calatafimi. L’Orsini comandante dell’artiglieria aveva ricevuto l’ordine di andare, andar sempre; e la colonna gli si mise dietro persuasa che omai di Palermo non si sarebbe più parlato, se pure non c’era da dubitare che tutto dovesse finire con quanto già s’era sentito sussurrare due volte, cioè che Garibaldi avrebbe sciolta la spedizione, lasciando a ciascuno la cura di mettersi in salvo da sé. L’ora correva triste.
Ma dopo aver marciato un pezzo e fatta notte, la Colonna fu menata fuor della via Consolare a piantarsi in un bosco, dove accampò. Il luogo era selvaggio. E ordine fu dato di non parlare, di non accender fuoco neppure per fumare, di sdraiarsi ognuno nel posto ove si trovava senza più moversi per nulla.
Si discusse molto per trovare se tutte le cose che Garibaldi aveva fatto nei due giorni avanti a quello, e ciò che fece nei due dipoi, siano state fasi d’esecuzione d’un suo concetto svolto con intenzioni ben determinate; o se tutta una sequela di fatti, non legati tra loro da verun concetto, e venuti quasi fortuiti ora per ora, l’abbiano condotto al resultato glorioso d’entrar in Palermo, nel modo, per dir così, favoloso con cui v’entrò. E così, soltanto a discuterlo, si disconobbe tutto il suo studio di quei giorni, che fu di trar da Palermo una parte del grosso presidio; illuder questo, creandogli l’opinione d’aver costretto lui a rifugiarsi co’ suoi lontano; illudere il Comando supremo della capitale, farlo sicuro ch’egli non tornerebbe, tanto che vigilasse meno e si lasciasse sorprendere. Certo nell’esecuzione di quel suo disegno vi furono dei momenti ne’ quali poté parere il disegno stesso non fosse ben fermo, né Garibaldi lo contesterebbe. Ma poi, che contestare quando si sa come egli pensava e sentiva? La guerra non la faceva per gusto, e non era per lui né scienza né arte. Si trovava al mondo in queste nostre età, in cui essa è ancora uno dei mezzi per far trionfar la giustizia, e la faceva senza cercarvi né gloria né altro. Anzi ne dimenticava i fatti appena li aveva compiuti. Non è forse vero che quando, per esempio, scrisse di Calatafimi, che pur egli stimava uno de’ suoi più bei fatti d’armi, ne scrisse quasi come uno che non vi fosse stato presente, e non avesse mai visto neppure quel campo? Nei tempi che verranno, tale noncuranza sarà forse il titolo più alto per la sua gloria di generale, cui nessuno preparava i mezzi di guerra, che tutto doveva improvvisare ed eseguire, solo con l’aiuto d’uomini devoti a lui come a un’idea; e col sentimento del bene, e con la fede in qualche cosa di superiore da cui si credeva assistito, andava avanti vincitore sempre, almeno moralmente anche quando era vinto.
In quel bosco, la forza misteriosa superiore da cui gli pareva d’essere assistito, gli si rivelò nello splendore d’Arturo, la bella stella che egli sin da giovane marinaio aveva scelta per sua. Lo udirono i suoi intimi rassicurarsi in quello splendore. Ciò almeno fu detto e creduto per tutto il campo, dove sottovoce si diceva che il Generale era lieto perché Arturo appariva fulgido più che mai.
E se era n’aveva cagione. In quella notte, poco distante dal bosco, per la via consolare di Corleone, il nemico marciava sicuro di andare dietro di lui rotto e in fuga, e mandava a Palermo la notizia, e la notizia andava a Napoli, e Napoli diceva al mondo un’altra bugia così: “Le regie truppe riportarono una segnalata vittoria. Garibaldi battuto una seconda volta al Parco, perduto un cannone e sconfitto a Piana de’ Greci, fuggiva inseguito dalla milizia verso Corleone. Gravi dissensi tra i ribelli.”
Invece quelle milizie non avevano battuto nessuno, non preso cannoni, né inseguivano lui ma la sua artiglieria, di cui in quella manovra aveva saputo disfarsi; e lui si lasciava alle spalle coi suoi, più d’accordo che mai coi ribelli siciliani, e prossimi a far con essi la congiunzione.
Infatti all’alba, egli salì da quel bosco a Marineo, e vi si trattenne fino alla sera; poi marciò a Missilmeri, dove, come gli annunziava un messaggio del generale La Masa, lo aspettavano quattromila isolani che questi aveva raccolti per lui.
Certo la posizione in cui Garibaldi s’era posto con quella mossa era pericolosissima. Bastava che una spia ne avvisasse il Comandante della colonna nemica da lui così ben elusa, perché essa tornasse indietro a schiacciarlo sotto Palermo. Tanto era ciò facile, che nella marcia di notte, da Marineo a Missilmeri, in un momento di sosta fu quasi da tutti creduto di averla addosso. E allora? Il senso della lor condizione era in tutti profondo. Ma non fu nulla. Ben presto, ripresa la marcia, apparve non lontano una gran luminaria. Era Missilmeri che li invitava.
Vi giunsero verso la mezzanotte e vi si posarono. Quanto erano tornati vicini a Palermo? La gente di Missilmeri diceva loro che dopo una piccola marcia, subito salito il monte a ridosso del paese, l’avrebbero veduta.
E la rividero il giorno appresso, da quel monte di Gibilrossa. Di lassù guardando a sinistra potevano anche scoprire quasi tutte le terre che avevano percorse. Oltre certi monti lontani doveva trovarsi Calatafimi. Come vi stavano i cari feriti gravi, dei quali non avevano più risaputo nulla? E quanti vi erano morti?
Gibilrossa
Su quella sorta d’altopiano, se si può chiamar così la cima di Gibilrossa, formicolava il campo dei ‘Picciotti’ di La Masa, che vi facevano un sussurro come nelle selve il vento. Erano forse quattromila, ma pochi gli armati almeno di fucili da caccia. Tuttavia davano da sperare che, avventati a tempo opportuno, anche gli armati soltanto di picche avrebbero fatto da bravi. Aveva detto Garibaldi che ogni arma era buona, purché impugnata da un valoroso.
I continentali si frammischiavano a quelle squadre, a farsi descrivere nelle belle e immaginose parlate sicule le parti dell’isola da cui erano venuti. E osservavano che anche i più rozzi di quei ‘Picciotti’ avevano pensieri e sentimenti elevati, e che riusciva loro d’esprimerli quasi con eloquenza. Ispidi all’aspetto, erano squisiti dentro come certi frutti maturati ai loro lunghi soli. Ma anche pareva che alcuni di essi parlassero dialetti che sapevano di lombardo e di monferrino! E di ciò si maravigliavano appunto i lombardi, tra i quali Telesforo Cattoni del Mantovano, angelico giovane a ventun’anni già dottore in legge e studioso di lettere, cui l’ingegno lampeggiava negli occhi. Ma Domenico Maura calabrese, dottissimo uomo sulla cinquantina, che sempre tra quei giovani parlava di Dante, diceva che se la fortuna avesse secondato Garibaldi, essi avrebbero poi trovato da maravigliarsi anche in Calabria, sentendo in certi villaggi parlar piemontese dai discendenti dei Valdesi scampati dalle persecuzioni. Quelli che lì in Sicilia avevano del lombardo e del monferrino, erano discendenti d’avventurieri e di favoriti tirati nell’isola dal gran Conte Ruggero, quando vi condusse sposa Adelaide di Monferrato. Dietro quella gentildonna uscita dal paese più cavalleresco d’Italia, erano corsi a frotte nell’isola gentiluomini d’ogni grado, e Ruggero aveva dato loro da abitare certi luoghi, che per il numero grande di quegli ospiti furono poi chiamati villaggi lombardi. E coloro vi si erano misti e fusi coi nativi, greci, arabi e normanni, pur conservando le loro consuetudini e i loro dialetti. Aidone, Piazza, Nicosia, altre cittadette erano di quei luoghi.
Nel pomeriggio di quel giorno, apparvero lassù alcuni uomini di mare in calzoni bianchi, e si disse subito che erano ufficiali delle navi inglesi ancorate nel porto di Palermo, saliti per vaghezza a visitare quell’accampamento. Sapevano essi che v’avrebbero trovato Garibaldi? E se lo sapevano, poteva ignorarlo il Comandante generale borbonico di Palermo? Ciò dava dell’inquietudine. Essi intanto recavano che nella gran città tutti erano persuasi della fuga di Garibaldi, che anzi questo si leggeva stampato sulle cantonate, che l’ufficialità del presidio esultava, ma che n’era addolorato e sgomento il popolo, cui la sbirraglia raddoppiava gli insulti. Diedero per primi anche la notizia che il governo di Napoli aveva chiamato ‘filibustieri’ Garibaldi e i suoi appena partiti da Quarto, denunciandoli al mondo come pirati; e il nome di ‘filibustieri’ fu subito preso per titolo di vanto da quei giovani, come da altri in altri tempi altri nomi vituperosi. Aggirandosi nell’accampamento, quegli Inglesi si dilettavano di schizzare i profili dei più pittoreschi tra quei Garibaldini; si facevano scrivere nei loro taccuini i nomi di questo e di quello, davano delle strette di mano che parevano strappi; insomma sembravano in festa, e si facevano promettere una visita sulle loro navi.
Ma i politici, e tra quei militi ve n’erano molti, mormoravano. Ah gli Inglesi? Sempre dove avevano toccato avevano lasciato l’ipoteca o fatto mercato. Berchet li aveva ben giudicati ne’ suoi ‘Profughi di Parga’! Essi forse agognavano che in Sicilia si versasse tanto sangue che non fosse più possibile nessuna pace coi Napolitani: e poi d’accordo con Napoleone si sarebbero presa l’isola, lasciando libero lui di farsi dar la Sardegna da Vittorio Emanuele, e questo di dargliela. Napoli con le sue provincie continentali sarebbe rimasto ai Borboni. E così salvi questi, salvato al Papa il resto del regno, l’Austria si sarebbe baciate le mani di veder questi contenti e di tenersi il Veneto; la Russia contentissima, avrebbe applaudito; e l’unità d’Italia, addio!
Queste cose si dicevano a Gibilrossa dai mazziniani specialmente; e di quelli che le ascoltavano chi le credeva già quasi belle fatte; chi ci si arrabbiava a discuterle, a negarle, e chi crollava le spalle, ridendo. A buon conto, se era vero qualcosa d’altro che già si sussurrava, quegli Inglesi avevano portato a Garibaldi i piani delle fortificazioni di Palermo e dei posti occupati dal nemico alle porte. Questo era bene sapere, perché il tempo incalzava, si avvicinava qualche grand’ora, e con quella tal colonna andata dietro all’Orsini e che poteva da un’ora all’altra apparire alle spalle, bisognava far presto.
*
Potevano essere le sedici all’italiana antica, come si contavano le ore laggiù, quando si sentì dire che Garibaldi aveva chiamati a sé tutti i suoi maggiori ufficiali e i Comandanti di tutte le Compagnie. Grande commozione, grande attesa. Il campo pareva stare tutto in ascolto. Si seppe poi subito che in quel consiglio Garibaldi aveva fatti due casi: o ritirarsi a Castrogiovanni e là in luogo forte attendere che la rivoluzione ingagliardisse e giungessero dal continente altre spedizioni; oppure gettarsi su Palermo. Si diceva che tutti i Comandanti avevano gridato con entusiasmo: “A Palermo!” e che anzi Bixio aveva soggiunto: “o all’inferno!” Allora corse per tutta quella gente un tal fremito, che parve s’animassero fin le rocce. La gran risoluzione era presa: presa in quel punto di Gibilrossa dove fu fatto poi sorgere l’obelisco di marmo che vi si vede biancheggiare dal mare e dai monti, a ricordanza di quell’ora suprema.
Lassù fu anche stabilito l’ordine della marcia; impegno delicatissimo, in cui Garibaldi seppe usare tatto squisito. Egli aveva deliberato di tentare l’assalto di Palermo dalla Porta Termini, piombando improvviso, all’arma bianca, sulla guardia quale e quanta essa fosse. Ma in ciò non poteva adoperare le squadre del La Masa, neppure quelle armate di fucile, perché non avevano baionetta. Eppure non gli pareva né prudente né giusto, privar affatto i Siciliani di quel grande onore di andar primi o almeno coi primi, alla presa della loro capitale. Perciò risolse di far marciare alla testa un mezzo centinaio di Cacciatori delle Alpi condotti dal Tukory, i quali dovevano cadere come ombre addosso alla vedetta nemica. La avrebbero trovata oltre certe case, a pie’ di un altissimo pioppo. Bisognava impedire come che fosse che quel povero ignoto soldato desse l’allarme alla guardia del Ponte dell’Ammiraglio; sorte strana di un semplicissimo uomo, dalla cui piccola vita poteva dipendere tutto un mondo di cose grandi.
Dietro quel drappello doveva marciare un mezzo migliaio di ‘Picciotti’, poi i Carabinieri genovesi e appresso tutte le Compagnie dei Cacciatori delle Alpi. Ultimo in coda, avrebbe seguito il grande stormo.
Disposte così le cose, tutti quei corpi furono condotti a pigliar il posto loro assegnato, nei pressi del Convento che sorge lassù, per aspettarvi che imbrunisse.
I Cacciatori delle Alpi abbandonavano così quei luoghi, dove avevano passato una delle loro giornate più tormentose, sotto un sole feroce, senz’altro riparo che di poveri fichi d’India. E in tutta quella giornata non avevano ricevuto che ognuno un pane e una fetta di carne cruda, che avevano mangiato chi rosolandosela al fuoco sulla punta della baionetta, chi scaldandosela sulle rocce arse dal sole, chi tale e quale. Non erano mesti né lieti, si incamminavano forse alla morte. Ma se avessero avuto fortuna, se fosse loro riuscito di penetrar nella gran Palermo, e farvi levar su tutto il popolo come un mare, e pigliarsela, che grido di gloria per tutta l’Italia, che gioia poi poter dire: io v’era! A ogni modo, meglio quel cimento supremo, meglio che star dell’altro in quelle incertezze, per finire alla meno peggio e tornare se forse e chi sa come, nell’Alta Italia mortificati.
Intanto che veniva la notte, furono fatte dai Comandanti raccomandazioni amichevoli. Marciare in silenzio; non badare a rumore che potesse venire da qualsifosse parte; non si lasciassero impaurire dalla cavalleria, se mai, come era da prevedersi, ne fosse capitata sui fianchi della colonna. Contro di essa bastava formare i gruppi, giovandosi degli accidenti del terreno, e tirare ai cavalli. Del resto, la fortuna di Garibaldi avrebbe sempre aiutato, e all’alba sarebbero stati in Palermo. Con certa esaltazione qualcuno ripeteva che Bixio aveva già detto: “A Palermo o all’inferno.”
La calata a Palermo
Appena fu buio, la colonna si mise in marcia e cominciò subito la discesa. Allora, di là, fu veduto il vastissimo semicerchio di monti, che serra la Conca d’oro, coronarsi di fuochi, come se dappertutto vi fossero dei piccoli accampamenti. Se si volesse così avvisare il popolo di Palermo perché si preparasse, o confondere i borbonici non si sapeva. Ma intanto quei fuochi empivano di una forza misteriosa l’anima della colonna in marcia, fino a crear l’illusione che da tutti quei punti movessero su Palermo tante altre colonne di insorti, per assalirla da tutte le porte, e trovarvisi dentro insieme con Garibaldi, il giorno seguente, a celebrar la festa dello Spirito Santo. Era proprio la vigilia della Pentecoste. L’anno avanti, il 27 maggio, Garibaldi aveva vinto gli Austriaci in Lombardia a San Fermo; il 27 maggio del 1849 aveva messo piede sul territorio del Regno a Ceperano, dietro il Borbone fugato da lui, generale della Repubblica romana: anche una terza volta quel giorno poteva segnargli forse una bella data.
*
L’ampia strada, che oggi sale per agevoli giravolte a Gibilrossa, allora non esisteva. Non era che un sentieruccio giù pel ripidissimo pendio, dove bisognava camminare con l’olio santo in mano, sull’orlo d’un borro tutto balzi e sfasciume. Eppure, per quella traccia calò senza disgrazie tutto quel mondo, anche Garibaldi che andava su d’un cavallo molto tranquillo, che finì poi nelle mani di Alberto Mario, cui fu donato.
Perduto alquanto tempo a riordinarsi giù a piè del monte, la colonna si rimise in marcia lenta e silenziosa. Ululavano per la campagna a sinistra i cani da lontanissimo; da destra muggiva il mare; non era molto buio; faceva quasi freddo, per la gran guazza.
Nel piano, la via correva fiancheggiata da muriccioli a secco tra oliveti, e a tratti fra case mute e tetre. Da una di quelle case là attorno, veniva un tintinno di pianoforte, che ora si udiva ora no, e dava una di quelle malinconie che son fatte di dolore, d’amore, di speranza, di desideri, d’un po’ di tutto ciò che è gentile in noi. Chi mai sonava in quell’ora tanto tranquilla, mentre stava per cominciare la musica della morte?
E pareva che fosse ancora molto lontano il gran punto, il gran momento, e che l’alba volesse venire più presto del solito, troppo presto. Perciò fu fatto incalzare il passo, ma sempre più raccomandando il silenzio. Poi la colonna sboccò nella via Consolare. Allora le compagnie dei Cacciatori delle Alpi si misero per quattro, serrando così più sotto, con l’ordine di tirar avanti senza badare a chi si arrestasse, e di stringersi ai muri degli orti. I cuori battevano già. Ma ad un tratto li schiantò addirittura un uragano di grida e di fucilate scoppiato alla testa, perché a un certo punto che si chiama Molino della Scafa, i ‘Picciotti’, credendo forse d’essere già alle prime case di Palermo, si misero ad urlare. E molti di essi, presi chi sa per qual cosa dal panico, si arrestarono, si scomposero, si rovesciarono sui Carabinieri genovesi, cagionando il rigurgito di tutta la colonna. Accorse Bixio inviperito contro il La Masa; accorse Garibaldi che richiamò lui alla calma; e volto ai Carabinieri genovesi gridò: “Colonne di bronzo, le spalle anche voi?” All’immeritato rimprovero, il Mosto rispose mesto, ma fermo: “Noi siamo al nostro posto, e abbiamo aperte le righe per non esser travolti.”
Garibaldi sapeva bene cosa erano quei prodi; e del resto tutto ciò fu un lampo, perché pigliata subito la corsa avanti, una corsa impetuosa, serrata, gridata; il meglio della Colonna fu di lancio sotto il fuoco dei Cacciatori borbonici, che difendevano il Ponte dell’Ammiraglio. In quella prima luce apparvero il profilo a schiena d’asino e i dieci o dodici pilastri interrati del ponte, brulicanti d’uomini e d’armi nel fumo, visione da sogno, ma incancellabile anche per chi non sapeva che quel ponte normanno aveva ben più di sette secoli sulle sue pietre.
Così adunque la sorpresa tanto ben preparata era venuta in parte a mancare. Ma quei Cacciatori che avevano dormito intorno al Ponte, con l’animo sicuro che Garibaldi era in fuga lontano; a un assalto così violento, presi alla baionetta, non ressero a lungo, e si ritirarono fuggendo da disperati, tanto che invece d’andar a piantarsi dietro a una loro gran barricata oltre il crocicchio di Porta Termini, come avrebbero dovuto, giunti appena al crocicchio stesso, svoltarono a Sant’Antonino, per sottrarsi a quei dannati Garibaldini che giungevano di notte a quel modo. Questi inseguivano. E infilavano la via del sobborgo sotto il fuoco d’un altro battaglione schierato sulle mura a sinistra; si arrestavano al crocicchio, e subito si mettevano a sbarrarsi la via alle spalle. Di lì minacciava la cavalleria che moveva dalla chiesetta di San Giovanni Decollato. Ma Faustino Tanara da Parma, con un plotone della sua Compagnia, e il sacerdote siciliano Antonio Rotolo, con una grossa squadra di ‘Picciotti’, tennero quella cavalleria in rispetto.
Ora, a passar quel crocicchio faceva caldo. Dal mare lo spazzava la mitraglia delle fregate, vi grandinavano le palle da Sant’Antonino. Ma bisognava passarlo, che se no, chi sa quanta forza di nemici poteva tornarvi, appena si fossero rimessi dal primo sgomento. E vi era già Garibaldi col suo Stato Maggiore. Raggiava. Forse non sapeva ancora che tra il Ponte dell’Ammiraglio e quel crocicchio, in sì breve tratto, erano caduti Tukory, Benedetto ed Enrico Cairoli feriti gravemente. Ben vedeva Bixio tempestar a cavallo su e giù ferito anch’egli, rimproverando, ingiuriando quasi perché non s’era già presa tutta la città, e sfogando la sua furia contro di uno che aveva osato dirgli che si guardasse che sanguinava dal petto. Egli s’era già levato da sé il proiettile. E molti in quel breve tratto erano i morti. Giaceva sul Ponte il dottor La Russa di Monte Erice; giaceva presso il ponte Stanislao Lamensa. La morte lo aveva fermato lì, senza misericordia per i suoi dieci anni di ergastolo, né per i suoi figliuoli che lo aspettavano in Calabria dal 1849. Sotto il Ponte, fra parecchi altri amici e nemici, giaceva Giovanni Garibaldi, popolano genovese, morto di fuoco e di ferro. Placido Fabris da Povegliano, giovane tanto bello che i compagni d’Università lo chiamavano Febo, giaceva per morto con tutta traverso al petto la daga-baionetta d’un cacciatore ucciso da altri, mentre vibrava a lui il colpo mortale. E non morì. Doveva, guarito, ricomparire quasi un risorto, per andarsi a far ferire anche dagli Austriaci a Bezzecca sei anni dopo. Bellissimi tipi di siciliani giacevano feriti. Inserillo, Caccioppo, Di Benedetto, gente che continuò a dare il proprio sangue fino a Mentana. Narciso Cozzo, il bello e biondo patrizio palermitano che, uscito tre giorni avanti a raggiunger Garibaldi, si era unito, nell’accampamento del Parco, alla 6° Compagnia; camminava tra quei feriti, quei morti e quella calca, quasi andasse invulnerabile ammirando. Pareva un Normanno di settecent’anni addietro, tornato a guardare come dai moderni si combattesse. A lui la morte diè tempo e spazio fino al Volturno, e il 1° ottobre, nella gran battaglia garibaldina, là se lo colse.
Bisognava dunque passar oltre quel crocicchio infernale, e a un cenno di Garibaldi il passo terribile fu traversato, fu invasa alla corsa la via per la Fiera Vecchia. Piazza della Fiera Vecchia! Lì all’alba del 12 gennaio 1848, quel La Masa che ora conduceva i ‘Picciotti’ aveva lanciato il suo grido di guerra quasi da solo, a piè di quella statua di Palermo che ora non v’era più, perché la polizia l’aveva fatta levare. Ma era la piazza della Fiera Vecchia davvero quel largo? Non ci si vedeva nessuno, precisamente come nel 1848. Garibaldi quasi impallidì. Un cittadino, di tra i due battenti d’un uscio socchiuso, gli gridò: “Evviva!” Qualche finestra si aperse, qualche testa si sporse, ma gente non ne compariva né con armi né senza. Fu un istante da tragedia. Ma appunto per questo avanti! Garibaldi col suo Stato maggiore, preceduto dai più ardenti, seguito dall’onda de’ suoi si inoltrò per quelle vie deserte fino a piazza Bologni. Ivi smontò, e nell’atrio del palazzo che dà il nome alla piazza, si assise. Proprio si assise! Ora la sua tranquillità faceva quasi paura.
Giungevano intanto i suoi da tutte le parti con notizie diverse, confuse, assurde: giungeva Bixio a piedi con in pugno la spada spezzata a mezzo, furibondo, terribile. Veniva a pigliarsi venti uomini di buona volontà, per andare a farsi uccidere con loro a Palazzo reale. “Tanto, – gridava – tra due ore siamo tutti morti!” E già si avviava, già voltava l’angolo di via Toledo, quando Garibaldi lo fece chiamar indietro.
Garibaldi in quel momento era quasi giulivo. Aveva riso d’un colpo che sfuggitogli da una delle sue pistole, gli aveva sforacchiato il lembo dei calzoni sopra il malleolo, dove fu poi ferito due anni appresso in Aspromonte: aveva confortato due giovani prigionieri napolitani; aveva baciato nel nome di Benedetto Cairoli qualcuno della 7° Compagnia, e baciandolo gli aveva detto che intendeva di baciare in lui tutti i presenti. Giulivo era anche perché cominciavano a comparire dei cittadini ansanti, trasecolati. Dunque era vero, era entrato, era Lui? E guardavano quei capelli ancora così biondi, quella barba, quel torso erculeo nella camicia rossa, quelle gambe un po’ esili e quei piccoli piedi da gentiluomo. Adoravano. Era lui e non avevano creduto! Il romore della fucileria di Porta Termini, l’avevano preso per uno dei tranelli della polizia, che già parecchie volte aveva sull’alba fatto sparare qua e là; e sempre chi era stato pronto a scendere, credendo di gettarsi nella rivoluzione, era invece caduto in mano dei birri. Così raccontavano quei cittadini. Dunque, se la città non era subito insorta, nulla di male, purché si facesse, purché non si lasciasse tempo ai nemici di riaversi: barricate! barricate! Non si sentì più gridar altro che barricate. Garibaldi diede l’ordine all’Acerbi, mantovano, di mettersi a quel lavoro, e gli designò compagno il palermitano duca della Verdura; formò un comitato provvisorio per il governo della città presieduto dal dottor Gaetano La Loggia: ma veramente il governo era lui.
E le campane cominciarono a martello, perché la polizia aveva fatto levar via il battaglio da tutte. Prima suonò quella di San Giuseppe, poi un’altra, poi altre e altre; tutta la città si svegliava: Santa Rosalia! Santo Spirito! Che c’era mai? Garibaldi? Garibaldi era venuto dentro in quel giorno di festa religiosa, certo lo aveva voluto Iddio. E nessuno, forse nessuno, pensò che quell’uomo con sì poca gente era entrato a tirar su la città, su di sé, sui suoi, lo sterminio.
Tra quei cittadini vi erano fin dei preti. Quello alto, maestoso, con la gran testa già grigia, era l’abate Ugdulena; e quell’altro smilzo, pallido, vibrante, era prete Di Stefano. E giunsero degli uomini in divisa che parevano di cavalleria, giubba rossa, calzoni azzurri. Disertori forse? Al portamento no; e poi non avevano armi. Donzelli del comune erano, che venivano dal Palazzo pretorio. Dunque la magistratura cittadina, il Pretore, i Decurioni erano già in moto? No. Essi erano borbonici quasi tutti, e quasi tutta l’aristocrazia borbonica se n’era fuggita a Napoli, o ritirata sulle navi in rada, stava al sicuro. Ma insomma quelli erano i Donzelli del Palazzo. Sui bottoni dorati delle loro divise, si leggeva la sigla: S.P.Q.P. ‘Senatus populusque palermitanus’. Ma Giuseppe Giusta, artigiano, lingua di fuoco, lesse subito a modo suo: “Sono Pochi Quanto Prodi.” Il frizzo non destò allegria perché quello non era momento da celie; anzi, qualcuno disse che Giusta celiava per farsi dar giù, forse, un po’ di paura. Ah la paura! Strana affezione. V’erano lì dei giovani che nella notte, durante la marcia, avevano forse tremato; e adesso si sarebbero messi da soli a qualsifosse cimento.
Perché adesso era davvero aperta la via a tutte le prove, e la città s’avviava a divenir tutta un campo. Verso Sant’Antonino si combatteva; da porta Macqueda, i cannoni del generale Cataldo tiravano lungo la gran via; quelli del generale in capo Lanza, da Palazzo reale, spazzavano tutta Toledo. Non pareva vero che il forte di Castellamare tacesse ancora. Si sapeva già che ivi comandava il Colonnello d’artiglieria Briganti; si seppe poi che un suo figliuolo capitano era stato ai mortai, aspettando l’ordine di cominciar il fuoco, e che rapito dalla voglia di mandar la prima bomba sulla città ribelle, aveva già mormorato contro suo padre, minacciando persino d’andar egli stesso a scuoterlo. Ma verso le sette l’ordine gli fu mandato, e allora si udì un gran tonfo a Castellamare, e su nell’aria un gran rombo. La prima bomba piombò. Cominciava quel bombardamento, che con terribili pause di cinque minuti tra bomba e bomba, doveva durare tre giorni e farne piovere sulla città ben mille e trecento. E subito scoppiarono qua e là degli incendi. A mezzogiorno in punto si misero poi a tirare anche le navi.
Intanto Garibaldi era passato col suo Quartier generale nel Palazzo pretorio. Là, con un suo decreto da Dittatore, sciolse il Municipio, per nominare, come fece il dì appresso, un nuovo Pretore e nuovi Senatori. Ora la città, anzi la Sicilia era lui. Da quel centro si diramavano i suoi ordini alle piccole colonne che si erano spinte in tutti i versi alla periferia della città. Erano gruppi di Cacciatori delle Alpi, cui si univano fidenti e volenterosi i ‘Picciotti’ entrati il mattino, e via via cittadini d’ogni ceto usciti di casa con armi o senza. E dove avveniva uno scontro coi borbonici, i disarmati aspettavano bramosi che qualcuno cadesse, ne prendevano l’arma, le cartucce, il posto, e combattevano esultanti. Un grosso nerbo della 8° Compagnia avanzò per vie traverse, verso Palazzo reale fino alla gran Guardia, e di lì fugò il generale Landi, quel povero vecchio Landi, già battuto a Calatafimi.
Un po’ della 6° con parte della 7° e alcuni Carabinieri genovesi, andavano per pigliare il convento dei Benedettini; la 5° si spingeva verso porta Macqueda, fino a Villa Filippina. Ma dir Compagnie non è preciso. Queste si erano frante e si frangevano ognor più in manipoli, e ogni manipolo seguiva il più stimato fra quelli che lo componevano, o chi si mostrava più ricco di partiti. Così dei vecchi ubbidivano a dei giovinetti; uomini in divisa d’ufficiali si lasciavano consigliare da studenti che non avevano mai visto una caserma; qualcuno come Vigo Pellizzari che, caduto Benedetto Cairoli, era divenuto il Comandante della 7°, rivelava qualità di vero uomo di guerra; Giuseppe Dezza della 1° suppliva da bravissimo il Bixio, che, non potendo più reggere dal molto sangue perduto, era stato costretto da Garibaldi a ritirarsi in casa Ugdulena, e aveva ubbidito mordendosi per ira le mani.
*
I borbonici avevano lasciato passare il momento buono ad invadere la città, come avrebbero potuto. Quattro o cinque ufficiali audaci che si fossero mossi ciascuno alla testa d’un mezzo battaglione, e avessero marciato verso il centro tutti a un tempo, pur seminando di morti e di feriti la via, bastavano a schiacciar tutti. Ma forse nessuno aveva osato cimentarvisi, per paura di entrare a farsi seppellire sotto un po’ di tutto, da tutte le case, mobili, pietre, olio ardente. Adesso, dopo quattro ore dall’entrata di Garibaldi, sarebbe già stato difficile riuscire, anche se i borbonici ci si fossero provati; e già si vedeva che prima di sera sarebbe divenuto addirittura impossibile. Poiché nelle vie sorgevano come per incanto barricate per tutto. Dagli usci venivano fuori carri, carrozze, botti; dalle finestre piovevano mobili, materasse, fin pianoforti. E tutto era subito raccolto, ammontato, serrato insieme. Poi a forza di picconi e di leve si spiantavano li lastre delle vie; e queste sì, queste servivano bene! Parevano fatte apposta. E con esse, visto o non visto, venivano alzate su delle vere mura, una barricata a dieci metri dall’altra; fin troppe, come disse poi Garibaldi. Vi lavoravano e uomini e donne e fanciulli, che si rissavano tra loro facendo a chi ubbidisse meglio, se dai panni, dai capelli, dall’accento, riconoscevano un garibaldino in chi comandava. Le popolane poi parevano furie. “Signuri, nui riciano ca di li nostri trizzi un’avianu a fari ghiumazzo pi li so mugghieri! Scillirati, infami!” E davano dentro da disperate a portar pietre e sacchi di terra.
Il Comitato delle barricate, composto di cittadini esperti ancora del 1848, presedeva a quel lavoro che metteva sossopra il lastrico di ogni via. E già si vedevano uomini sugli orli dei tetti ad ammonticchiarvi tegole, uomini sui balconi a preparar mobili da buttar giù, se mai le milizie borboniche si fossero avventurate.
Ma quelle milizie non si muovevano all’offensiva. Anzi, verso le sedici, come si diceva là all’uso antico d’Italia, il general Cataldo che occupava i pressi di Porta Macqueda, i Quattro venti e il Giardino inglese, assalito dalla città, tormentato alle spalle dai ‘Picciotti’, si ritirava al Palazzo reale; e al Palazzo reale si ripiegava il generale Letizia, scacciato dal rione Ballerò. Sicché al Palazzo e nella piazza e negli orti intorno, si trovavano da dodicimila soldati, sotto il generale Ferdinando Lanza, alter ego del Re, uomo di 72 anni che aveva a lato Maniscalco, il fiero capo della polizia. E allora le carceri non più custodite si apersero, e ne sbucarono duemila condannati, orribile ingombro gettato tra i piedi alla rivoluzione, perché potevano solo disonorarla. Ma Garibaldi provvide. Vietò d’andar armati senza dipendere da un capo; vietò di perseguitar i birri sperduti; decretò pena di morte al furto, al saccheggio: fece tremare e fu ubbidito.
Lavoravano intanto i mortai di Castellamare, che nel pomeriggio di quella prima giornata presero specialmente di mira il Palazzo pretorio, sul quale misuravano l’arcata delle loro bombe. I nemici, non da palermitani, ma da qualche birro vagante, dovevano aver saputo che in quel palazzo si era messo Garibaldi, e perciò cercavano di seppellirvelo sotto col suo Stato maggiore! Non vi riuscivano; ma le loro bombe, cadendo nelle vicinanze, facevano delle grandi rovine.
*
A notte, quel fuoco da Castellamare cessò, e cessò anche quello della fucileria quasi per tutto. Ma la veglia fu viva, incessante. Le finestre delle case cominciarono a illuminarsi, per le vie ci si vedeva quasi come di giorno. Ed era un andirivieni dalle parti della città al Palazzo pretorio e di lì alle parti; sicché pareva che i combattenti si dessero il cambio nei posti che occupavano, solo per andar un po’ dal Generale, e rifare nella vista di lui le speranze e le forze. Egli aveva fatto mettere una materassa sulla gradinata della fontana di Piazza Pretoria, rimpetto al gran portone del Palazzo, e là, a pie’ di una di quelle alte statue che la adornano, riceveva notizie, dava ordini, riposava, Giovanni Basso da Nizza, suo segretario e compagno sugli oceani, Giovanni Froscianti da Collescipoli antico frate, Pietro Stagnetti da Orvieto, veterani della Repubblica romana, gli facevano guardia: dall’altra parte della piazza, nelle scuderie di palazzo Serradifalco, stavano sellati i cavalli delle Guide. E sul portone di quel palazzo si vedeva Giovanni Damiani, vigile come un’aquila, pronto a qualche partito supremo di Garibaldi, se forse fosse venuta l’ora della disperazione.
Di quelli che andavano e tornavano, taluni si sentivano chiamar dentro dagli usci di qualche casa o palazzo socchiusi. E là nei cortili, sotto i porticati, giù nei sotterranei, trovavano donne, uomini, fanciulli, signori e servi; e questi a gara se li pigliavano in mezzo curiosi, e li tempestavano di domande: e di dove erano, e come si chiamavano, e se avevano madri, sorelle. E stringendo loro le mani, tastavano se queste erano fini; maravigliavano a udirli parlare da gentili uomini. Li ristoravano di cibi e di vini squisiti; empivano loro le tasche di biancherie; mostravano le coccarde tricolori, triangolari come l’isola; li baciavano, li pregavano di farsi portar da loro se mai cadessero feriti. E le donne esaltate congiungevano le mani come in chiesa; e le fanciulle sorridevano estatiche nei grandi occhi lucenti; e poi a veder coloro andarsene, piangevano come sorelle amorose.
Nei posti in faccia al nemico, quelli che vegliavano, ricevevano le notizie delle cose avvenute altrove. Ai Benedettini, Giuseppe Gnecco, carabiniere genovese, si era lanciato alla gola di un ufficiale borbonico e lo aveva tratto via seco prigioniero. Là e là, i tali della tale Compagnia o della tal’altra, avevano formato barricate mobili con botti rinvolte in materasse, e spingendole avanti a forza di spalle sotto il fuoco dei borbonici, erano giunti fino alle case occupate da questi, e balzati dentro, fulminei avevano preso le case e i difensori.
Metteva una certa sicurezza negli animi sapere che ormai tutta la parte bassa della città era in mano degli insorti, salvo il palazzo delle Finanze in piazza Marina, che era ben tenuto d’occhio perché i borbonici non potessero portar via il tesoro. Anche la caserma di Sant’Antonio era stata presa, e molti vi si erano riforniti di bellissime armi. Là Andrea Fasciolo, Carabiniere genovese, aveva dato tutto il giorno lo spettacolo d’un coraggio che i suoi compagni, per dire quanto era, chiamavano coraggio sfacciato.
Cominciava a disertare qualche ufficiale borbonico: al Palazzo pretorio era giunto il tenente Achille De Martini, comandante dei cannoni a Calatafimi, e si era dato anima e corpo a Garibaldi. Intanto seguitavano a entrar in città da porta Termini e ‘Picciotti’ e ‘Picciotti’; da porta Macqueda era entrato Giovanni Carrao, con la squadra che era stata di Rosolino Pilo. E la notte passava.
*
Ma i mortai di Castellamare suonarono presto la diana del 28, e presto ricominciò il fuoco dappertutto. Dappertutto la rivoluzione vinceva. Ma dolorose perdite si fecero fin dalle prime ore di quel secondo giorno. Enrico Richiedei da Salò ed Enrico Uziel da Venezia, furono uccisi da una palla di cannone che li compì tutti e due al capo, lasciandoli morti sfigurati l’uno vicino all’altro quei due fiori di giovinezza.
Antonio Simonetta milanese diciannovenne, puro come uno di quei fraticelli che cantarono al letto di San Francesco morente, uscito l’anno avanti incolume dalla battaglia di San Martino, cadeva al convento dei Benedettini, dove gli amici ne cercarono poi invano il corpo e la fossa. E ai Benedettini cadeva Giuseppe Naccari palermitano, reduce dall’esilio coi Mille, cadeva senza aver ancor riveduto la sua famiglia, anch’egli bellezza maschia, che nella 6° Compagnia, per la molta somiglianza col gran lombardo morto a Roma nel 1849, era chiamato Luciano Manara. Nel campanile di quel convento fu ucciso Crispo Cavallini da Orbetello, altro bel forte cui toccò di morire senza lasciar il nome alla schiera dei Mille. Egli fu dimenticato come uno che non avesse avuto né parenti, né amici, né nulla. E forse felice lui, se morendo, avesse potuto indovinare quell’oblio; perché, diciamo noi, portar seco nella morte tutto sé stesso, la gloria e il nome, deve esser una gioia più che da uomo. Non insegnava così l’ordine del giorno di Garibaldi letto nella traversata in alto mare?
Ai Benedettini combatteva il Mosto co’ suoi Carabinieri, Carabiniere infallibile anch’esso, e dal campanile fulminava gli artiglieri del bastione Porta Montalto, obbligandoli a lasciar muti due pezzi. Lo secondavano tranquillamente, con tiri che coglievano, Giambattista Capurro, giovinetto che aveva la testa bendata per una ferita in fronte, ed Ernesto Cicala benché già toccato malamente da una scheggia di granata. Vicini e mirabili per la calma, facevano i loro tiri Stefano Dapino e Bartolomeo Savi, testa d’oro da cherubino, tanto era biondo, il primo; l’altro arruffato quella sua testa grigia piena sempre delle tragedie di Sofocle.
Si combatteva dunque dappertutto e si dimenticava ogni cosa. Ma se qualcuno non si sentiva più dalla fame, i conventi dei frati erano là divenuti ospizi. Ivi le cucine fervevano. Bastava dar una corsa là, e uno ci trovava il cuoco e il cantiniere, pronti a scodellare e a mescere. Si ristorava e via, tornava benedetto a farsi onore. Dei frati veri, molti parevano più rivoluzionari dei garibaldini stessi; qualche vecchio brontolava pauroso, perché delle rivoluzioni ne aveva già viste troppe e tutte finite male, quella del ’20 e quella del ’48.
Si dava da mangiare anche nei refettorii e nei parlatorii dei monasteri. Folle di monacelle bianche si premevano a guardar dalle porte, e parevano stormi alati d’angeli, discesi come nella poesia a contemplar i figli degli uomini. Qualcuna osava, correva quasi ad occhi chiusi, e al primo cui le capitava di stendere le braccia metteva al collo una reliquia, subito fuggendo beata come se avesse rapita un’anima al purgatorio. Colui per quella non pericolava più. Invece delle vecchie suore si mettevano a discorrere in mezzo agli ospiti armati e laceri e sporchi di polvere; e li interrogavano curiose, e domandavano se Garibaldi era cristiano, giovane, bello, e li pregavano di vincere e di tornare poi a dar loro le notizie, a difender loro, povere monacelle, dalle genti borboniche crudeli. Non sapevano ancora che i monasteri dei Sette Angeli e della Badia nuova erano stati saccheggiati, né che quello di Santa Caterina bruciava.
Lì sì! C’era bisogno d’aiuto! Ma nel gran trambusto che assordava tutti, nessuno aveva ancor badato che lì come altrove c’era l’incendio. Eppure il monastero sorgeva a lato del Palazzo pretorio! Il fuoco vi aveva cominciato dal tetto, a cagione di una bomba di quelle destinate al Palazzo, scoppiata in aria. E l’incendio era disceso di piano in piano. Solo verso la sera del 28, qualcuno pensò che là dentro c’erano delle povere creature. E allora, sfondata la porta del monastero, vi entrarono dieci o dodici Cacciatori delle Alpi con dei ‘Picciotti’, a tentar di salvarle. Nel piano terreno ci si poteva ancora, ma cerca di qua, cerca di là non si trovavano monache in nessuna parte. Che si fossero lasciate perir arse nei piani superiori, non pareva da credersi. Finalmente uno andò nell’oratorio, e là ne vide che, come larve bianche nella penombra in fondo, piangevano, fuggivano a nascondersi fino in certe loro catacombe. Raggiunte, si inginocchiavano in terra, torcendo le braccia, porgendo le gole come a dei carnefici; pregate di uscir di là dentro, perché presto non ci sarebbe stato più tempo, non volevano lasciarsi condur via a niun patto. Sicché quei soldati dovettero minacciare di porre loro addosso le mani per salvarle a forza. E allora esse si lasciarono mettere in fila, lunga fila di religiose di tutte le età, monache e converse. Ve n’erano di bellezza celestiale, giovani come aurore; ve n’erano delle vecchie mummificate. I fratelli Carlo e Pietro Invernizzi da Bergamo, bizzarrissimi spiriti, ne portavano via sulle spalle una per ciascuno quasi paralitiche, e mentre che agli atti pareva che reggessero dei reliquiari, parlavano in bergamasco da diavoli cose che avrebbero fatto ridere i sassi. Fu questa la sola profanazione, se si può dir così; tutti gli altri vennero fuori serii con quella strana processione; e a vedere la raffinatezza dei riguardi che sapevano usare, faceva orgoglio. Condussero quelle meschine a un altro monastero; e là, nella gioia della salvezza, qualche stretta di mano, sin qualche bacio fu dato e preso.
*
La seconda giornata passò dunque come la prima e peggio; ma la terza furono cose indescrivibili. Tutte le vie erano ormai gremite di gente. A cagione del bombardamento, lo stare in casa era più pericoloso che lo star fuori; perché dove una bomba cadeva su di un tetto, sprofondava giù fino a terreno, scoppiava e faceva crollar tutto. Invece per quelle che cadevano nelle piazze o nelle vie, la gente si gettava a terra, le lasciva scoppiare, poi su, si levava gridando: “Viva Santa Rosalia, Garibaldi, l’Italia!” E si esaltava, e si lasciava pigliare da un certo cupo entusiasmo della strage, senza neppur più inorridire perché qualcuno restava a terra morto o ferito. Di tanto in tanto si udiva uno scoppio di grida furiose qua e là; erano donne del popolo che avevano fatto la posta a qualche birro, e riuscite a pigliarlo, urlandogli “Sorcio, Sorcio!” lo malmenavano, lo straziavano a brani. Così dovevano aver urlato:”Mora! Mora!” le loro antenate dei Vespri. Sennonché ora bastava che capitasse in tempo un garibaldino a stender le mani sul birro sciagurato, e quelle donne glielo cedevano vivo, quasi contente, urlando ancora: “Viva Santa Rosalia!” Di quei miseri servi della polizia ne furono salvati parecchi in tal modo, e pel momento venivano messi nei sotterranei del Palazzo pretorio, dove almeno nessuno poteva più torturarli.
Così le turbe si aggiravano per la città, passando da barricata a barricata pei vani lasciativi apposta; e incontrandosi ai Quattro Cantoni si incrociavano, si acclamavano e si confondevano come quattro correnti. Ivi un gran tendone tirato tra due palazzi celava la metà di via Toledo verso porta Felice, all’altra metà di lì in su, verso al Palazzo reale. Perciò i borbonici del Palazzo non potevano più comunicare a segni con le loro navi da guerra del porto. Quel tendone era come un immenso arazzo bene istoriato, e però spiaceva vederlo sforacchiare dalle cannonate borboniche; ma dal Palazzo reale ci si erano accaniti contro. Diceva un Cattaneo da Bergamo, rimasto loro prigioniero e mandato a Garibaldi per certa ambasciata, con promessa sua che sarebbe tornato, come infatti volle tornare; diceva che i borbonici già quasi ridotti a cibarsi di lattughe, provavano dispetto e noia di quel tendone più che di tutto. Erano anche arrabbiati, perché l’Ospedale militare pieno di risorse era stato preso dai garibaldini.
Dunque tra gli strazi che si vedevano, le buone notizie davano gran conforto. E si seguivano. Il bastione di Porta Montalto era stato preso dal colonnello Sirtori, mosso dal convento dei Benedettini alla testa di alcuni, che si erano lasciati mettere in petto il fuoco dell’eroismo da quel prete soldato. I regi dell’Annunziata erano stati costretti a sgombrare; e comparivano a Palazzo pretorio dei giovani che avevan durato a star là giorno e notte per vincere quel posto. Venivano carichi di armi, e alcuni portavano superbi mantelli tolti a quei nemici. Ma correvano intanto gli annunzi delle morti e delle ferite. Adolfo Azzi, il forte timoniere del Lombardo, era caduto con una coscia trapassata da una palla; Liberio Chiesa, chiassoso ma prode, giaceva anch’egli con una gamba spezzata.
A confortar i feriti un po’ dappertutto, andava il prete Gusmaroli da Mantova, e portava loro i saluti dei combattenti, e tra i combattenti tornava, serbando una calma e una pace di cuore meravigliosa. Mai che impugnasse un’arma! Essere ucciso poteva; uccidere no. Egli non voleva macchiare di sangue le sue mani di sacerdote. Andava così vendicandosi a modo suo dell’offesa che gli aveva fatto l’Austria, impiccandoli nella sua Mantova Orioli, Grioli e Speri e Poma e gli altri di Belfiore. E siccome somigliava molto ai ritratti di Garibaldi, per questo, dove appariva, i ‘Picciotti’, credendolo il Generale in persona, sotto i suoi sguardi gareggiavano a chi mostrasse d’aver più cuore. Egli aveva allora quarantanove anni, ma se avesse saputo quali dolori gli serbavano gli altri dodici che stette poi ancora al mondo, si sarebbe augurato di averne cento per morire se non lo volevano le palle di qualunque altra morte, ma là, ma allora. Finì nel 1872, in una misera casupola della Maddalena, dove era suo solo conforto contemplare almeno l’altra isola, quella di Garibaldi, dal cui cuore fu fatto cadere.
Bello e grande fu l’atto della 8° Compagnia che, mantenutasi più compatta delle altre per l’ostinata voglia di occupare la Cattedrale, vi riuscì finalmente alle quattordici di quel terzo giorno. Rovinava allora lì a lato con indicibile fragore il palazzo del principe Carini, incendiato da una bomba, come erano già rovinati i palazzi Cutò, D’Azzale e altri. E allora appunto, in faccia ai borbonici di Palazzo reale, quei bergamaschi invasero tutto il di fuori del tempio e dentro e su fino il campanile. E di là si misero a tirare sui soldati stipati nella gran piazza. Uccidevano a schioppettate gli artiglieri sui pezzi. Il loro capitano Bassini li governava coi trilli di certo suo fischietto da cacciatore, fumando alla pipa, tutto scoperto ai nemici che lo tempestavano di palle senza toccarlo. Ma egli si credeva invulnerabile.
*
A quell’ora il generale in capo Lanza, volendo tentare una disperata prova, mandò il generale Sary a ripigliar la Cattedrale; e il generale Colonna a ripigliare i Benedettini, l’Annunziata, Porta Montalto. Inutile sforzo, inutile strage. Tutti gli assalti furono respinti dai garibaldini, dai ‘Picciotti’ e dai cittadini. I borbonici lasciarono più di cento morti e forse quattrocento feriti, intorno alla Cattedrale e per le vie percorse, ma ritirandosi incendiavano le case, uccidevano gli inermi, violavano le donne. Erano diventati selvaggi, furiosi. Forse facevano così, per dare l’ultimo sfogo all’odio secolare mantenuto vivo contro l’isola in loro, sudditi dell’altra parte del regno; forse li faceva divenir più crudeli lo spettacolo degli incendi, ardenti in più di sessanta luoghi della città; tra i quali più grande e spaventoso quello del quartiere intorno San Domenico, tutto in fiamme.
Ma se le sorti volgevano a male per i borbonici, anche dalla parte di Garibaldi crescevano le angustie. Quella sera non v’erano quasi più munizioni. Si lavorava a fabbricare polvere, ma non ne veniva abbastanza pel bisogno, specialmente perché i ‘Picciotti’, come scrisse poi Garibaldi, sparavano troppo. E da tutti i punti della città dove si combatteva, giungevano uomini a chieder cartucce, come chi spasima per fame chiede pane. Gli aiutanti del Generale rispondevano alzando le braccia muti: il Sirtori, sempre tranquillo, raccomandava di dir dappertutto che le munizioni giungerebbero, che intanto i combattenti s’ingegnassero con la baionetta. E invocava la notte. Almeno ci sarebbero state alcune ore di riposo. E poi girava già viva la voce che tra i regi fosse cominciato un grande scoraggiamento; si diceva che altri loro ufficiali erano passati alla rivoluzione, tra i quali due capitani del genio ed era vero; e ormai pareva certo che i dodicimila uomini del Palazzo reale stessero isolati affatto, senza viveri e senza comunicazioni col porto e con Castellamare. Dunque una risoluzione il loro generale l’avrebbe dovuta prendere; o avventarli tutti a morire o capitolare. Ma venuta la notte l’inquietudine non cessò, anzi faceva terrore il pensiero di quel che sarebbe potuto succedere il mattino seguente; e quasi si agognava che fosse già l’alba, per tornare nella furia invece di consumar l’anima in orribili fantasie.
Anche Garibaldi ebbe quella sera un momento in cui quasi disperò. Gli avevano portato la nuova che erano sbarcati alla Flora due battaglioni di bavaresi, gente aizzata da Napoli e per tutta la traversata con feroci promesse, ed esaltata dalla lusinga d’aver essa l’onore di dar il colpo mortale alla rivoluzione. Ma la notizia non era esatta. I due battaglioni erano sbarcati sì, ma non alla Flora. E il generale Lanza aveva commesso l’errore di chiamarseli al Palazzo reale. Dunque erano men da temersi, stando essi nelle mani di chi non sapeva adoprar bene neppur le buone truppe che aveva già. E Garibaldi si rassicurò. Ma quella era la notte del dolore, ed Egli ebbe pur quello di venir a sapere che alcuni de’ suoi, tre o quattro in tutti, non potendo più star con l’animo alla paura, erano ricorsi ai consoli stranieri, per farsi munire di passaporti. Il dolore che ne provò non si può dire; la pena del suo disprezzo che inflisse a quei tali fu mortale. Uno di essi, poi, che portava un bel nome nizzardo, era ricorso al consolato di Francia! Il Generale ne pianse. Gli toccava là, nel pieno della sua grandezza, fosse pure alla vigilia forse della catastrofe suprema, gli toccava là quella atroce puntura di veder quel suo uomo aver riconosciuto con quell’atto che Nizza era Francese! Egli, così proclive a compatire, a scusare, non perdonò; e il nome di quell’uomo fu spento.
*
Il giorno appresso, mentre il fuoco, riacceso in tutti i punti sin dall’alba, lasciava indovinare ne’ regi una certa stanchezza, ma teneva pur sempre in forse dell’esito finale, Garibaldi ricevè un messaggio del generale Lanza. Questi che sin dal 28 aveva chiesto all’Ammiraglio inglese d’intromettersi per imporre una breve tregua, onde si potessero raccogliere i feriti e seppellire i morti, ma però senza trattare egli con Garibaldi; e dall’inglese aveva ricevuto in risposta che appunto a Garibaldi doveva rivolgersi: ora nel suo messaggio dava di Eccellenza al ‘Filibustiere’! E gli chiedeva un armistizio di ventiquattr’ore, e lo invitava a un ritrovo con due suoi generali, per trattar d’altre cose. Designava per luogo la nave ammiraglia inglese. Garibaldi concesse subito l’armistizio, accettò l’invito al ritrovo, e da una parte e dall’altra fu subito dato l’ordine di cessare il fuoco.
Erano le undici antimeridiane. Il ritrovo doveva avvenire alle ore quattordici. Ma mentre Garibaldi trattava di queste cose nel Palazzo pretorio, e sottoscriveva l’armistizio col Colonnello messaggero del Generale nemico, gli giunse un grido di tradimento, propagato sia da Porta Termini, grido terribile di cui veniva interprete a lui, smaniando, quel prete Di Stefano che gli era apparso dei primi, il mattino del 27. Insomma a Porta Termini erano giunti a marcie forzate i cinque i seimila uomini del Von Mechel e del Bosco, quelli che dal dì 24, credendo di inseguir Garibaldi in fuga, erano andati fino a Corleone. Là, avendo alla fine saputo l’inganno in cui erano caduti, s’erano rivolti volando al ritorno; ed adesso erano lì alla porta stessa per cui Garibaldi era entrato in Palermo, furiosi, sguinzagliati dai loro comandanti come belve fuor di catena. Una mezz’ora prima che fossero sopravvenuti, entravano di lancio fino al Palazzo pretorio, perché da quella parte della città le barricate non erano quasi guardate. E chi sa? forse Garibaldi sarebbe finito davvero nella tragedia. Invano li avevano voluti arrestare combattendo gli accorsi al grido del loro arrivo; i Bavaresi avanzavano di barricata in barricata, erano già alla Fiera Vecchia.
Ma l’armistizio era firmato. Il Colonnello borbonico, messaggero che si trovò di fronte a Garibaldi, a sentirsi dare quasi di traditore, si offerse di andar egli stesso a fermare quella terribile colonna, e andò lealmente. Garibaldi seguì. Tra via incontrarono il colonnello Carini che veniva via di là, portato su d’una barella, ferito gravemente ad un omero, e gridava di accorrere, di accorrere, che se no era finita.
Alla vista del Colonnello borbonico che sventolava un fazzoletto bianco, i Bavaresi si fermarono come d’incanto. Ma i loro colonnelli Von Mechel e Bosco, quando seppero dell’armistizio, parvero lì per lì per andare in pezzi dall’ira. Ah quel Bosco! Egli siciliano, caro per certi liberi sentimenti a’ suoi amici palermitani, aveva fiutato nell’aria che la fortuna stava per passargli vicino e, smesse le buone idee, si era preparato a pigliarla pei capelli. Quel Garibaldi cui, secondo che si diceva, si era vantato d’aver mandato a sfidare a duello, egli ora si era figurato d’averlo già nelle mani. Allora sarebbe divenuto il primo uomo del regno. Che sarebbe più contato rimpetto a lui Nunziante, Ischitella, Filangeri stesso e tutti insieme i vecchi servitori e salvatori della dinastia? Era giovane, bello, prode, d’ingegno, stava per valore, nell’esercito borbonico quasi come poi il colonnello Pallavicini stette in quello di Vittorio Emanuele; Francesco II avrebbe regnato di nome, egli di fatto, e nella reggia e nel Regno sarebbe stato più che re. Ma il gran miraggio gli si dileguò in quell’istante, ond’egli rimase là alla Fiera Vecchia tempestoso. Però nella sua collera, ispirava quasi ammirazione.
Cessato anche il fuoco alla Fiera Vecchia come già per tutta la città, non si udì più che qualche colpo di qualche mal disciplinato sperduto. Ma allora, peggior di quello del combattimento, cominciò lo strazio dei feriti e dei morti da cercare. Se ne trovaron dappertutto. Facevano grande pietà le donne, i vecchi, i fanciulli. Quanti destini infranti, quante lacrime da essi lasciate dietro!
E dal Palazzo pretorio fu subito dato l’ordine di riunire le Compagnie dei Cacciatori delle Alpi ciascuna a un punto designato, dove si dovevano raccogliere tutti coloro che non fossero impegnati alla guardia dei posti. Così oltre il numero dei morti, sarebbe stato possibile sapere il numero dei feriti ricoverati negli ospedali o nelle case dei cittadini. Allora avvennero gli incontri dei compagni che in qualche momento di quei tre giorni si erano perduti di vista fra loro, e nella confusione avevano partecipato ai fatti d’arme in punti diversi, dubitando reciprocamente della vita gli uni degli altri, o avendo ricevuto notizie vaghe di ferite e di morte. ” E tu dove ti sei trovato? E tu cosa hai fatto, e dove eri la notte tale? dove hai mangiato, dormito, vissuto?” Ve n’erano di così storditi, di così disfatti dalle veglie, dalle fatiche, dalle emozioni, che non sapevano nemmen essi che dire. Ma parlava per loro il loro aspetto. Di alcuni che parevano riposati e pasciuti si mormorava. E così, alla grossa, si poté fare il conto delle morti. Non erano molte. La vittoria di Calatafimi era costata assai di più. Ma in Palermo le Compagnie avevano combattuto, governandosi ogni soldato quasi da sé, esponendosi appena quant’era necessario per far fuoco, e avanzando con quell’abilità naturale con cui si sa cogliere il destro a scansare i danni, a pigliarsi i vantaggi. Invece moltissimi erano i feriti, i più nel capo o nella parte superiore del torso. Le barricate avevano salvato il resto della persona. Ed era stata fortuna, perché i feriti nelle gambe morirono poi quasi tutti.
Molti più erano i morti borbonici. In certi luoghi, come al bastione di Porta Montalto, erano così fitti, che non si capiva chi ne avesse potuti uccidere tanti. Ma quasi nessun ufficiale tra loro. Di questi, in tutti i tre giorni, non ne morirono che quattro, misera testimonianza del valore di quella ufficialità, se pur non fu una manifestazione di sentimento già nato negli animi, almen dei giovani, quello dell’inutilità d’ogni sacrificio contro colui che, impersonando la milizia di un altro Re, rappresentava un’idea della quale sarebbero stati volentieri soldati.
In quel pomeriggio, tutti si misero a dar una ripulita alle armi; poi chi di qua chi di là, i più andarono a visitar i compagni feriti o a trovar le famiglie dalle quali erano capitati, durante quell’inferno dei tre giorni, per caso o per chiedere un tozzo o un sorso. E là erano accoglienze da principi. Ve ne furono che capitarono in casa di gente altolocata ma malveduta dal popolo, e che senza saperlo servirono di copertura agli ospiti da cui furono tenuti in casa come guardie. Altri furon visti accompagnar di qua e di là tra la folla famiglie sgomente che, così protette, si facevano condurre nei monasteri o alla marina, dove si imbarcavano per andare al sicuro su qualche nave, ad aspettare il resto della tragedia. Perché ventiquattr’ore di armistizio sarebbero presto passate.
Intanto allo Stato Maggiore, il Turr, il Sirtori, gli altri non perdevano il tempo, e tutto quel pomeriggio fu dato loro a fabbricar polvere, a ordinare un poco i ‘Picciotti’, a far mettere in batteria certi vecchi cannoni cavati fuori da dove erano stati nascosti nel 1849. Altri ne furono messi su, avuti in dono o comprati dai bastimenti mercantili che stavano in rada. E i ‘Picciotti’ vi facevano intorno la ronda, li lustravano e li coprivano di immagini sacre, improvvisavano fin delle laudi a quei bronzi, come se fossero eroi o santi. Il giorno appresso si sarebbe sentita la loro voce. Nei luoghi della città più affollati, sebbene l’andirivieni fosse più che mai vivo, bande musicali suonavano arie patriottiche dell’Attila, dei ‘Due Foscari’, dei ‘Lombardi’, o inni del Quarantotto; qualcuno suonava già anche “Si scopron le tombe…” E, cosa meravigliosa, invece di far adagiare gli animi nella speranza che la lotta non ricominciasse più, l’armistizio li aveva ancora concitati. Perciò si vedevano le gronde dei tetti, i balconi, le finestre, sempre più carichi di materiale da buttar giù; e tra la gente che lavorava a far sempre più alte le barricate, si sentiva dire con sicurezza che neppure centomila uomini avrebbero più potuto venir da fuori al Palazzo pretorio.
Queste erano esagerazioni battagliere. Ma cosa grande davvero, che passa l’immaginazione, fu sul tardi il ritorno di Garibaldi dal suo abboccamento coi generali borbonici Letizia e Chrétien, avvenuto a bordo della nave ammiraglia inglese. Egli vi era andato lasciando in angoscia indicibile chi lo sapeva. Ed essendo giunto a un luogo del porto detto la Sanità, proprio nel momento in cui vi giungevano i generali nemici, l’ufficiale della lancia inglese non sapendo che far di meglio, lo aveva imbarcato insieme con quei due. Come si sentissero in compagnia di quell’uomo in semplice camicia rossa essi tutti galloni, non è facile immaginare; ma narrava il capitano Cenni che parevano aver voglia di far l’altezzoso. E difatti nelle trattative, una volta a bordo e cominciata la conferenza, il general Letizia affettava di non rivolgersi a Garibaldi, e parlava con una certa alterigia. Ciò dispiacque all’ammiraglio Mundy e ai comandanti navali francese, americano e sardo, che egli aveva chiamati sulla sua nave, perché assistessero al colloquio. E questo si mutò presto quasi in un diverbio. Il Mundy, ospite, ebbe anzi un bel da fare onde Garibaldi, pur con ragione, non trascendesse. Il Letizia aveva tra l’altre cose osato chiedergli che la rappresentanza cittadina di Palermo facesse un atto di sottomissione al suo Re. E allora Garibaldi proruppe che la rappresentanza cittadina era in lui Dittatore, e rotta ogni trattativa si ritirò. Ma nel partirsi da bordo si rivolse al Comandante americano Palmer, confidandogli rapidamente e a bassa voce che in Palermo non aveva quasi più munizioni, e raccomandandosi a lui perché, se potesse, gliene mandasse. Così tornò a terra.
Ma nel breve tragitto dalla marina al Palazzo pretorio, ebbe uno di quei momenti nei quali gli eroi pagano, per dir così, il fio della loro grandezza. Lo pagano con la tempesta che si scatena loro nell’animo, come avvenne al Mazzini nel 1833, nell’ora terribile in cui si trovò a lottar tra l’idea sua, che egli chiamava dovere, e il sacrificio di tanti, che per quell’idea suscitata da lui, si offrivano alla rivoluzione, alla galera, alle forche. E così come narrò di sé il Mazzini, di sé e di quel suo momento narrò Garibaldi. “Confesso che non ero scoraggiato; ma considerando la potenza e il numero del nemico e la pochezza dei nostri mezzi, mi nacque un po’ d’indecisione sulla risoluzione da prendersi, cioè se convenisse continuar la difesa della città, oppure rannodare tutte le nostre forze e ripigliar la campagna. Quest’ultima idea mi passò per la mente come un incubo, ma la allontanai da me con dispetto: trattavasi di abbandonar la città di Palermo alle devastazioni di una soldatesca sfrenata! Mi presentai quindi quasi indispettito con me stesso al bravo popolo dei Vespri.”
Apparve di fatto dal balcone sinistro del Palazzo, nel lampo delle invetriate che, mentre si aprirono, scintillarono percosse dal sole già basso verso Monte Pellegrino, e a capo scoperto, come Ferruccio ai suoi, prima di Gavinana, parlò. Breve, pacato, con voce che suonò come un canto, disse che il nemico gli aveva fatto delle proposte ingiuriose per Palermo e che egli, sapendo il popolo pronto a farsi seppellire sotto le rovine della sua città, le aveva rifiutate.
V’è ancora qualcuno, vivo, al mondo, che, sebbene sia passato quasi mezzo secolo, si sente sempre nell’anima quella voce. E ancora vede ciò che vide in quell’ora. Vede quella moltitudine che non balenò neppur un istante, e che alle ultime parole di Garibaldi ruppe in un grido solo: “Sì! Sì! Grazie! Grazie!” con una levata di mani, di fronti, di cuori, tale da fare impallidire lui, pel sovrumano peso che gli imponeva, accettando l’onore di lasciarsi sacrificare. Egli guardò un poco, poi si tirò dentro ‘”ritemprato (lo narrò nelle sue ‘memorie’) e da quel momento ogni sintomo di timore, di titubanza, d’indecisione” gli sparve.
Il discorso di Garibaldi comparve poi subito stampato sotto forma di Proclama alle cantonate. Diceva così: “Il nemico mi ha proposto un armistizio. Io accettai quelle condizioni che l’umanità dettava di accettare, cioè ritirar le famiglie e i feriti: ma fra le richieste, una ve n’era ingiuriosa per la brava popolazione di Palermo, ed io la rigettai con disprezzo. Il risultato della mia conferenza d’oggi fu dunque di ripigliar le ostilità domani. Io e i miei compagni siamo festanti di poter combattere accanto ai figli dei Vespri una battaglia, che deve infrangere l’ultimo anello di catene con cui fu avvinta questa terra del genio e dell’eroismo.”
Parrà forse dir troppo ma è verità. La sera di quel giorno, proprio come se ricorresse la sua festa di Santa Rosalia, Palermo si illuminò tutta. Lasciamo stare che i palazzi e le case dei ricchi nelle grandi vie fecero addirittura la luminaria; ma non vi fu casupola per quanto povera e nascosta ne’ vicoli, che non avesse il suo lume a ogni finestra. E la notte passò in cene e canti e fino in danze. Per prepararsi alla ripresa della guerra, se guerra doveva ancora esservi, si avrebbe avuta poi tutta la mattinata appresso.
Ma quando fu mezzodì e i combattenti erano tornati tutti ai loro posti, pronti a ricominciare, fu fatto dire dappertutto che l’armistizio era prolungato di tre giorni. Allora entrò nei cuori che in quanto a Palermo i regi avevano finito. E tanto più crebbe l’idea quando si arrese la compagnia che custodiva il palazzo delle Finanze in piazza Marina, dove giaceva un tesoro di cinquanta milioni di ducati. Avevano messo il blocco al palazzo una ventina di Garibaldini e un nugolo di popolani, appostati intorno a distanza, vigili giorno e notte, e così il denaro della Sicilia, rimaneva in Sicilia.
Durante quell’armistizio, stettero le due parti ai loro posti, ognuna con le proprie sentinelle piantate a farsi guardia contro la nemica. E in certi punti della città, le sentinelle si trovavano a essere così vicine fra loro, che in quattro passi potevano gettarsi a zuffa l’una sull’altra. Perciò in quei luoghi insieme coi ‘Picciotti’, che dal grande odio non avrebbero saputo stare senza insultarsi o saltare addirittura sui napolitani, fu messo un gruppo di Garibaldini. E talvolta avveniva che dei soldati napolitani qualcuno o la sentinella stessa, da una parola all’altra, si lasciava tirare a conversare coi Garibaldini, perdeva la testa, dava indietro un’occhiata, tentennava un poco, e poi scattava via di lancio a rifugiarsi tra loro, abbracciato, baciato, portato via in trionfo per la città. Così, alla Fiera Vecchia, anche i Bavaresi disertarono a dozzine, ultime figure di mercenarii che avevano fatto quell’ultima apparizione in Italia.
Magnanimo veramente era stato il primo giorno Francesco Crispi che, appena sottoscritto l’armistizio, si era ricordato subito del Mosto e del Rivalta, rimasti in mano dei borbonici, nella ritirata dal Parco. Egli, segretario di Stato del Dittatore, corse a Castellamare per farne lo scambio con due ufficiali superiori nemici, prigionieri. Entrò nel forte superbamente, e chiese dei due Garibaldini. Di Garibaldini prigionieri non v’era che il Rivalta; dell’altro, quei del Castello non sapevano nulla. Il Rivalta sì, sapeva dove era il suo povero amico; ma non lo disse, temendo che il Crispi infuriasse, e tirasse fors’anche su di sé e su di lui la bestialità di alcuno di quei biechi soldati. Diceva il Comandante del Castello che il Mosto era forse dal generale Lanza nel Palazzo Reale. Il Crispi uscì per andarvi, ma tra via il Rivalta, gli narrò che il Mosto esile e stanco, nella ritirata dal Parco era caduto sfinito su per l’erta del monte e che sopraggiunti i Cacciatori era stato trafitto a baionettate. Egli, il Rivalta, aveva visto da pochi passi più in su morir l’amico a quel modo, e sarebbe toccata anche a lui la stessa sorte, se un giovane ufficiale non avesse persuasi i Cacciatori a serbarlo per averne informazioni su Garibaldi. Salvato così, lo avevano mandato al colonnello Bosco e poi a Palermo, dove era stato chiuso in una casamatta del Castello, e tra le minacce e gli insulti ivi tenuto sino a quel momento. Ma dalla mattina del 27, quando si era sentito sopra il capo tremar le volte al tuonar dei mortai, aveva sperato, gli si era allargato il cuore.
Sparsa la notizia tra i Carabinieri genovesi, andò al Parco Antonio Mosto con alcuni amici; e sul monte, ancora nel posto dov’era stato ucciso, trovò il suo fratello, dolce e gracile giovine, da otto giorni insepolto. E nello stesso posto lo seppellì.
*
Garibaldi, un di quei giorni, verso sera, fece una passeggiata a cavallo per la città, passando pei luoghi dove le barricate erano meno fitte. Dire che accoglienze gli faceva il popolo parrebbe ora poesia, ora che il mondo è tanto mutato. Miravano le turbe quella figura dolce, e non sapendo ben capire come ad essa convenisse il gran nome guerriero, chinavano religiosamente la fronte, o gli si protendevano come ad un essere sovrumano. Non era difficile immaginare le folle deliranti di certi altri paesi prostrate per voluttà di farsi schiacciare dai carri sacri. Egli correggeva con lo sguardo quei fanatismi.
Spirato quel termine di tre giorni, fu prolungato l’armistizio di altri tre. Si indovinava in ciò gli ondeggiamenti della Reggia di Napoli, dove il re mite e le donne fiere tenevano la questione sospesa tra i consigli di chi voleva che Palermo fosse tutta ridotta in rovine, e il vecchio saggio Filangeri che ammoniva il Re, supplicandolo di non si mettere da sé, con quell’eccidio, al bando di tutta l’Europa liberale. E il suo consiglio prevalse. Così al terzo armistizio seguì una convenzione, per la quale i regi si obbligavano a sgombrar Palermo, però con l’onore delle armi. Garibaldi concesse. Andassero pure onorati! Erano italiani anch’essi, e nel trattarli così, egli poteva dire di riportare un’altra vittoria.
E il giorno 8 giugno fu uno strano spettacolo. Al cospetto di molto popolo in festa, dinanzi a forse quattrocento Cacciatori delle Alpi raccolti per quella cerimonia, sfilarono i ventimila soldati dell’esercito regio, soldati di tutte le armi. Dove andavano, dove si sarebbero ancora incontrati a combattere con quei loro vincitori che, così pochi, avevano dietro di loro l’Italia Nuova? Non sapevano, ma pareva sentissero che il mondo abbandonava il loro sovrano. Tuttavia, se passavano senza fierezza, non avevano aria avvilita. I soldati avevano combattuto.
Allora Palermo festeggiò sé stessa magnificamente, e quelli che chiamava i suoi liberatori. Essi, in venticinque giorni dalla partenza da Genova, avevano vissuto quanto si può vivere in parecchi anni, e veduto e sentito quanto in un lungo viaggio, per terre di civiltà antiche e venerande. E avevano anche potuto meditare sugli effetti delle rivoluzioni compiutesi, durante l’ultimo secolo, nell’alta Italia, dove se le miserie della vita erano ancora molte, certa somma di beni s’era pur cumulata nelle città e nelle campagne, e di questi beni tutti ne avevano risentito. Ma là nell’Isola, rimasta nel silenzio e nella solitudine, senza essere stata toccata dalla rivoluzione francese, quasi tutto era ancora come doveva essere stato parecchi secoli indietro. Grandezze da principi in una classe ristretta; povertà, ignoranza e superstizione nella grossa moltitudine; e, salvo le grandi città, assenza quasi assoluta di quel ceto di mezzo colto, ricco, operoso, che nell’alta Italia teneva già sin da allora in pugno le sorti sociali. Però l’anima siciliana si rivelava pronta a liberarsi da quanto di troppo vecchio la impediva, e capace di rimettere in breve il gran tempo perduto. Ma queste eran cose da lasciarsi al poi. Per allora bastava che l’Italia spingesse avanti l’opera iniziata dai Siciliani e dai Mille. Questi si sarebbero modestamente confusi nell’onda grossa di volontari che essa avrebbe mandati, come infatti mandò.
Ma nei giorni che corsero tra lo sgombro dei regi e l’arrivo di quella che fu chiamata la seconda spedizione condotta dal Medici, le gioie che Palermo fece loro godere furono cose da novelle orientali. Banchetti e festini, uno che aspettava la fine dell’altro per cominciare. I Mille, smessi i panni borghesi, vi comparivano nelle loro fiammanti camicie rosse, mirabili le Guide nelle pittoresche divise tra ungheresi e francesi; mirabili i Carabinieri genovesi in un costume severo e quanto mai signorile.
Ogni tanto, però, si faceva qualche gran funerale di morti per ferite, perché grandiosa e solenne doveva essere in Palermo anche l’ospitalità della tomba. Così certi umili volontari che, morti nelle loro case, sarebbero stati accompagnati al cimitero da pochi umili come loro, ebbero esequie da grandi. Quelle di Adolfo Azzi morto il 4 giugno, quelle del colonnello Tukory morto il dì 8, furono apoteosi. Intanto alla gioia veniva a mescersi certa mestizia. Era di quella che le grandi cose lasciano nel cuore, quando sono compiute. Gli animi alacri e lieti della vigilia cambiano godimento nella tristezza di poi.
Quanto a quelli che avanzarono dopo Palermo, alcuni andarono a morir a Milazzo come Vincenzo Padula da Padula, Gaetano Erede da Genova e Giuseppe Poggi, il bello ed eroico Poggi, cui Garibaldi aveva ammirato a Calatafimi. Pilade Tagliapietra da Treviso, Giuseppe Profumo da Genova, Pietro Zenner da Vittorio e l’angelico Ernesto Belloni da Treviso, caddero a Reggio Calabria; Angelo Cereseto e Giovanni Battista Roggerone, Quirico e Pietro Traverso, tutt’e quattro genovesi, e Innocente Stella da Arsiero, morirono in battaglia sul Volturno, e a Villa Gualtieri, il 1° ottobre. Così in tutti, dei Mille, da Calatafimi al Volturno, quelli che morirono in quel grand’anno furono settantotto. Altri come il Nullo ed Elia Marchetti andarono presto a morir in Polonia cavalieri poeti della libertà; altri ancora come Raniero Taddei e Antonio Ottavi da Reggio Emilia e Stefano Messaggi milanese, morirono combattendo, ufficiali dell’esercito, a Custoza; o come Vincenzo Dalla Santa e Giuseppe Dilani camicie rosse, nel Trentino. Finirono a Mentana Vigo Pelizzari e Antonio Caretti; alcuni, come Giuseppe Gnecco da Genova e Luigi Perla da Bergamo, morirono in Francia, combattendo ne’ Vosgi contro i Prussiani. Di morte naturale, nei primi dieci anni dopo il ’60, morirono quelli che erano già quasi vecchi al tempo della spedizione, ma anche molti, massime dei più giovani, consumati dalla tisi. Non pochi finirono di malattie mentali; troppi si spensero da sé, non rimasti abbastanza forti alla vita.
Si dice che a Quarto sorgerà un giorno un monumento con su tutti i nomi dei Mille incisi nel marmo. Sarà cosa che onorerà la patria; ma lo scoglio da cui Garibaldi scese a imbarcarsi, è da sé monumento cui la poesia fece già più duraturo d’ogni marmo e d’ogni bronzo, essa che vince il silenzio dei secoli!

Giuseppe Cesare Abba – Le rive della Bormida nel 1794 – PDF

Reading Time: < 1 minute

Download the PDF file .

Giuseppe Cesare Abba – Cronache a memoria

Reading Time: 57 minutes

In quelle parti sopra il Monferrato che si chiamano Langhe, dove il dilagare della rivoluzione francese era stato sentito prima che nelle altre terre subalpine; passati che furono i tempi di Napoleone, la vita a poco a poco tornò a correre quasi quale un mezzo secolo avanti. Con un po’ d’arte, lo Stato e la Chiesa vi rimisero tutto nell’antico andare; molta disciplina civile, molte pratiche religiose, indussero di nuovo il sentimento dell’esser vivi ognuno a godere il poco a lui possibile e ad espiare la sua parte del peccato originale: molta rassegnazione, molto dubbio dei così detti beneficii lasciati dalla rivoluzione, alcuni dei quali veramente non si potevano disconoscere, ed erano, tra gli altri, le opere pubbliche, le grandi strade aperte da Napoleone. Queste, sì, erano fatti; ma, insomma, egli stesso, Napoleone, per far quel poco di buono e durevole, aveva dovuto mettersi in capo una corona. E questa non gli era neppur bastata. Non avevano visto tutti? Appena egli se l’era presa col Papa, giù su lui le disgrazie! Era caduto nel nulla col suo impero. Che cosa giovava che in ogni città o borgo ci fosse qualcuno divenuto grande sotto di lui e che in tutti i casati ci fossero degli uomini che avevano girato per lui l’Europa, dalla Spagna alla Russia? Solo guadagno fatto da loro il potersi vantare d’aver servito quell’uomo, di parlare e di bestemmiare un po’ il francese, di ricordare qualche frase d’altre lingue dei paesi dove erano stati condotti alla guerra o dove avevano vissuto da prigionieri. Chi aveva portato a casa qualcosa? Uno diceva di aver nascosto un tesoro in un bosco o a piè di una pila di ponte nella tal città dell’Austria, e vecchio cercava ancora invano chi volesse andare con lui a ritrovarlo: un altro aveva viaggiato con lo zaino pieno di zafferano tolto nel saccheggio d’una città spagnuola, ma diceva che poi, scoperto dai superiori, questi glielo avevano levato, e se ne mordeva ancora le mani: molti mostravano delle cicatrici testimonianze d’un gran coraggio, ma stringevano tutti pugni di mosche. Godevano d’essere stati ciò che erano stati, grandi soldati, ecco tutto: ma in cuor loro dovevano dire che se fossero tornati i tempi e la gioventù, non essi sarebbero tornati a quella gloria. Vera gloria era sempre stata e doveva divenire di nuovo il vivere umilmente contenti nel posto che la Provvidenza aveva assegnato a ciascuno, solo migliorandoselo con le proprie forze senza danno del prossimo: interesse e timor di Dio, amare il Principe, venerare il Papa e la gerarchia, ubbidire i genitori, farsi ubbidire dai figli, pensare all’anima e rispettare le autorità sotto le quali si era immediatamente posti. Che cosa si voleva di più bello che una vita tutta d’ordine, in cui il Re si curava del bene terreno dei sudditi e la Chiesa delle cose spirituali dei fedeli? In quanto al rispetto, questo aveva ripreso le sue forme antiche, cominciando dalla famiglia. Nelle case signorili si dava del lei ai nonni e ai genitori che si davano di solito tra loro del voi; del voi si davano i figli tra fratelli e sorelle: in quelle del popolo, il voi correva pure tra marito e moglie, del voi si davano tra di loro i figli; e se questi si davano del tu passavano per maleducata plebe.
C’erano ancora dei vecchi Giacobini che avevano assorbito lo spirito rivoluzionario fin da quando erano passati i primi francesi da Montenotte, e non si erano mai ravveduti; ma tacevano, e bastava lasciarli morire naturalmente ad uno ad uno. Se qualcuno di essi aveva qualche volta alzata la voce, la aveva alzata subito più di lui qualcun altro che era stato barbetto e a ricordo di tutti s’era vantato d’aver da giovane seppellito più d’un francese di quei primi venuti, colti sbandati per la campagna, nei tempi delle loro invasioni o della loro ritirata del 1799. E il giacobino taceva, per non essere mandato ramingo nel mondo. Dunque la convivenza civile si era rimessa nella tranquillità, proprio così come aveva vissuto prima di quella brutta interruzione dei francesi e del loro Napoleone.
Così pensavano in alto le grandi autorità, dei cui ordini erano esecutori zelanti in basso il sindaco, il parroco, il brigadiere. Quando questi tre erano d’accordo nel giudicare male d’un uomo, questi, poveretto lui! E non ci voleva molto a farsi colpire. Un bottegaio non chiudeva bene l’uscio del suo negozio prima dell’ultimo tocco per le funzioni sacre? Guai se si avvedeva il brigadiere. Questi entrava, tirava fuori il disgraziato pel bavero e lo trascinava in chiesa. Ciò lì per lì, ma poi appresso si sarebbe visto che fargli. Dispiaceva a qualcuno che quei tre condannassero troppo? Mormorava? Una buona lettera al comandante della provincia, ed egli era bell’e servito. Per cose poi di maggior importanza in cui entrasse ombra di maltalento verso il Governo, c’era la minaccia sempre paurosa della Sardegna, delle Saline; e si sapeva che di quelli che v’erano stati portati, come si diceva in proverbio, a zappare il sale, pochi ne erano ritornati.
Di scuole, ma solo nei borghi d’importanza, c’erano quelle dove s’imparava a leggere, scrivere e a far conti. Il maestro era quasi dappertutto un sacerdote che sovrattutto sapeva far tremare. Sotto di lui si raccoglieva il piccolo numero di ragazzi delle famiglie principali e quelli della gente mezzana che aveva qualche voglia, possibilità o speranza di far di loro alcunché di più che non era stata fatta essa stessa. Ma ad essi doveva bastare d’apprendere a far di propria mano un biglietto od un conto. Ed erano già dei fortunati, perché per le vie brulicava il resto dei fanciulli, che erano il maggior numero, cui la poca cura dei genitori, occupati a guadagnare loro il pane, e il disprezzo dei maestri tenevano lontani dalla scuola, dove per altro non c’era posto che per quegli altri pochi. In quello studio elementare, i figli dei ricchi stavano uno o due anni, poi passavano in una classe che si chiamava grammatichetta, ai rudimenti del latino; da questa salivano alla grammatica fatta di solito da un altro sacerdote più valente, che presto li metteva a tradurre il Da Kempis, per indurre in essi lo spirito che doveva giovar loro a non lasciarsi guastare da altri studi l’anima cristiana. E poi andavano ai collegi nella città vicina, per l’umanità, la rettorica, la filosofia, donde infine agli studi universitari. Gli altri di mezza condizione, duravano tre o quattro anni nella prima scuola; pochissimi per vaghe speranze seguivano i compagni nella grammatichetta, e lì, o si arrestavano delusi, però sempre in tempo d’andare a qualche mestiere, o aiutati tiravano allora avanti se avevano ingegno, e alla fine si volgevano al seminario per farsi preti. Se mancava loro l’aiuto e rimanevano nel secolo, divenivano un po’ di tutto e soprattutto parassiti; buoni però a cantare in coro e nelle processioni senza sconciare il latino. Ma alcuni volenterosi e più arditi, ritornate le vecchie usanze con certi privilegi feudali di parecchi marchesi della regione, andavano a impratichirsi di leggi o di medicina da avvocati e medici di reputazione, poi da quei marchesi venivano titolati medici, chirurghi o almeno flebotomi e procuratori e notai, con diritto d’andar a lavorare tra le genti di quelle parti, ma per farsi far guerra dai laureati veri.
La regione era povera per natura. Deserta langarum, avevano sempre detto gli antichi, e pare che così fosse stata chiamata fin dai tempi romani. Ma il feudalismo che l’aveva incastellata e sbocconcellata, l’aveva pure disselvatichita; e di esso, da quando il re di Sardegna lo aveva assorbito, v’era rimasto con i mali il po’ di bene della mezzadria, per cui di vera miseria non vi moriva nessuno. Vi veniva abbondante il benedetto granoturco, che i langaioli goderono sempre di credere fosse stato portato piccolo, gelosamente, e affidato perché lo propagasse a un parroco di Val di Belbo, da due cavalieri reduci dalle Crociate. Vi prosperavano pure i vigneti. E v’era qualche industria che aiutava a vivere chi non lavorava la terra. Nelle parti delle valli più in su, dovunque scorre un po’ delle acque che cascano al Tanaro, al Belbo, alle Bormide, erano state erette da antico delle ferriere, e queste davano da lavorare ai mulattieri che andavano a caricar la vena dell’Elba nei piccoli porti della riviera d’occidente, e ne davano ai boscaiuoli e ai carbonari. A mezze le valli prosperavano i filatori di seta che raccoglievano i bozzoli da tutti coloro cui non conveniva fare come certe famiglie più al largo, le quali facevano la trattura in casa nelle proprie bacinelle, e vendevano poi la seta a comodo loro, segno di patriarcale rispettata agiatezza.
Miseria vera dunque no, ma ogni borgo aveva un suo proprio numero di mendicanti, cui la popolazione riconosceva un certo diritto a essere mantenuti per carità. Nell’ora dei pasti quei poveri passavano regolarmente, quasi per turno, agli usci, dove i ragazzi erano mandati a empier loro la scodella. In molti borghi poi, diversa dall’elemosina fatta così, ce n’era un’altra che si riceveva due o tre volte all’anno, in certe feste, come il Corpus Domini e la Pentecoste. Era quasi un titolo di dignità. La ricevevano le famiglie non povere, ma neppure agiate, alle quali venivano distribuiti pani di un dato peso o d’una data forma, o misure di frumento, da Opere pie, su lasciti antichi. Il riceverla era un diritto geloso, l’accettarla un atto di umiltà che piaceva ai ricchi e agli agiati, perché segnava la loro superiorità sulla gente sotto la mezzana, con cui per forza, nel piccolo andare della vita quotidiana, dovevano stare a contatto.
E i ricchi si divertivano. Né per essere detti ricchi occorreva avere dei milioni. Di milionari anzi ce n’erano pochi, e per lo più nobili eredi di castelli. Gli altri, chi aveva le centomila lire in beni poteva già guardare molto dall’alto; e d’una giovinetta da marito che recasse una dote d’alcune mezze dozzine di migliaia, si diceva che chi la sposasse andrebbe quasi a mettere il cappello al chiodo. I ricchi dunque si divertivano consumando i redditi delle loro possessioni divisi a mezzo coi lavoratori che essi chiamavano loro contadini, con tono di dominio benevolo; e questi parlando di loro godevano di chiamarli padroni. Ma li avrebbero stimati meno degni di tal titolo, se se li fossero visti fra piedi a immischiarsi delle coltivazioni. I pochissimi che pensavano a migliorarle davano quasi scandalo. Che strana cosa udire un signore parlare d’aratri, di concimi, di sementi! Non c’erano loro contadini che se ne intendevano? I ricchi badassero divertirsi! E i ricchi si divertivano. Da una borgata all’altra s’invitavano in brigate allegre tutto l’anno a festini, a caccie, a sfide nel pallone. I carnevali erano gare a chi durasse più notti in veglie, in cene, in bagordi; poi la quaresima veniva a rimettere in onestà ogni cosa. Passavano i missionari a purificare l’aria, e le anime ritornavano monde ad aspettare gioie nuove.
E così tutto andava avanti in pace. Il male c’era, si sa, ma ognuno sapeva appena i fatti brutti e delittuosi che avvenivano, per dir così, a portata di voce, non come ora noi che, stando in qualsiasi cantuccio, si viene a sapere quelli di tutto il mondo; e perciò parevano pochi. Ma pace non v’era tra le famiglie elevate della cittadinanza: queste vivevano divise da invidie e da odii profondi per prevalere e dominare; si designavano tra loro con nomignoli di scherno, contendevano apertamente per cose da nulla: il banco in chiesa un po’ più in sù verso l’abside era oggetto di vive gare; il non lasciar entrare l’avversario nel Consiglio del Comune, l’impedirgli le vie di divenir sindaco, erano cure astiose; vigilanti a vicenda, tirare ciascuno a far cascare l’altro in disgrazia del Governo era uno studio oscuro, ma voluttuoso. Correvano le lettere anonime, comparivano scritterelli vituperosi che, tanto per dar loro un nome, la gente chiamava satire o sonetti. Ma guai agli autori se venivano scoperti: se ne immischiava subito l’autorità, e, se le satire toccavano un po’ in sù, perfino i governatori delle provincie, terribili uomini che di solito facevano piangere. Ma qualche volta quei governatori erano anche lodati per certi loro modi duri e spicci di far giustizia vera e d’imporre silenzio; però si trattava di casi in cui era difficile errare. In ogni modo, avevano sempre giudicato bene quale che fosse stato il loro giudizio, perché il Re che era padrone di tutti si faceva con essi dei grandi riguardi: erano cari alle grandi potenze, alla Santa Alleanza, che forse glie li aveva messi intorno a sorvegliare anche lui.
Ma dopo il 1830 quei governatori divennero inquieti. Non era stato un buono acquisto pel re di Sardegna il territorio della repubblica di Genova. Bella giunta, sì, e ricca al suo regno, mai quei liguri erano imbevuti delle loro vecchie idee di libertà e riottosi. I popolani, anche i villici, guardavano di malocchio i piemontesi e li pungevano con ironia nel loro difficile dialetto. I più derisi erano i langaioli, specialmente quelli delle terre che per contiguità l’amministrazione aveva messe a far parte delle provincie marittime di nuovo acquisto. Essi non potevano discendere dai loro monti tra quei genovesi senza sentirsi canzonare. Gaggia! gridavano loro i volghi, facendo l’atto di fiutare in aria l’odore del bel fiore giallo; e intendevano di dire polenta, come se i piemontesi non si nutrissero d’altro. Ma questo era il minor male: il grosso veniva dalla nobiltà genovese che era entrata in Corte, nell’esercito, nelle magistrature. Dispotica a casa sua, aveva portato nelle cariche e negli uffici uno spirito d’indipendenza, quasi di renitenza pericolosa. Eppure anche questa divenne prestissimo una questione secondaria, perché da Genova era venuto fuori un giovane senza legge né fede, con certe sue idee sull’Italia da far piantar le forche in tutte le piazze, se fosse stato ascoltato. Giovane Italia! Che cosa voleva dire colui con queste parole? E predicava la repubblica. Perché quando lo avevano chiuso nella fortezza di Savona non ve lo avevano addirittura murato? Lo avevano lasciato andare in esilio, che per lui aveva voluto dire libertà di andar a fare il male da lontano peggio che da vicino. Intanto egli aveva osato scrivere a Carlo Alberto Re nuovo una lettera piena di consigli, d’intimazioni, di minaccie; in pochissimo tempo aveva fatto proseliti dappertutto, fin nell’esercito, che si chiamavano dal suo nome mazziniani; poi questi avevano aspettato la sua venuta in Piemonte alla testa di tutti i fuorusciti, per palesarsi e insorgere in armi. E difatti egli aveva tentato il colpo della Savoia, onde era bisognato disperdere lui e gli invasori e dentro il regno mettere mano ai rigori, empire le prigioni, fucilare borghesi e soldati, non più in effigie soltanto come nel Ventuno.
Dal loro punto di veduta, quei governatori avevano ragione. Convinti di essere i difensori della giustizia sociale quale doveva essere per diritto divino, erano sensibilissimi a intuir tutto ciò che si manifestava fuori dell’ordine concepito dalla loro mente: e tutto intorno ad essi veramente si risvegliava. La rivoluzione francese del 1789 vista da loro sorgere, e, come avevano creduto, finire in Napoleone, non era stata una meteora; voleva ricominciare, anzi era ricominciata in Francia e minacciava di propagarsi al Piemonte, dove fors’anche in Carlo Alberto si poteva risvegliare il cospiratore. Per fortuna erano stati bravi i ministri a fargli assaggiare il sangue delle sentenze di morte dei mazziniani, perché così egli era tornato odioso ai liberali che ricordavano il Ventuno; ma insomma anche per i ministri e per l’aristocrazia era misterioso: pareva che persin da lui qualche cosa si diffondesse nell’aria che, nonostante tutto, incoraggiava a non aver più tante paure, a camminare finalmente con la testa un po’ meno bassa.
E infatti verso il Quaranta v’erano già degli uomini che non negavano più se altri diceva loro che avevano avuto degli affettuosi riguardi pei costipati del Ventuno, d’averli ospitati e trattati bene quando erano passati per la valle della Bormida fuggitivi. E questo, come se l’aria si fosse rischiarata via via sempre più, e si potesse mostrarsi senza tema di dare in qualche malpasso, vi furono pur degli altri che cominciavano a vantarsi di aver nel Ventuno tentato di strappare agli sbirri un famoso costipato, Amedeo Ravina, d’un certo villaggio di quelle Langhe chiamato Gottasecca. Narravano che colui si era rifugiato nel porto di Savona su d’una nave spagnuola e che il comandante della città, il Rufini, fanatico del proprio potere, aveva mandato le sue guardie a catturarlo, senza riguardo alla bandiera di Spagna. Dicevano che, saputosi che il Ravina doveva passare dalle loro parti, per essere condotto al processo di Torino, essi si erano appostati in una delle giravolte della strada che sale a Montezemolo, e che quando il prigioniero era comparso tra le guardie si erano lanciati per liberarlo. Ma egli tranquillo aveva gridato loro di star buoni, di non far del male a quei poveri diavoli, di andarsene e tenersi segreti, perché l’ambasciatore di Spagna lo avrebbe fatto liberar lui. E questo era poi proprio avvenuto, e quei generosi che per anni avevano tremato d’essere scoperti, venuti tempi d’arie nuove, lasciavano dire o dicevano essi stessi d’essere stati a quel procinto. Di quel Ravina e d’altri molti langaioli profughi si parlava con rispetto e con desiderio, nessuno osava più dirne male apertamente, nemmeno coloro che avevano fatto festa agli austriaci del Ventuno.
Ma altre cose si udivano poi verso il Quaranta. Sebbene il fisco fosse discreto e tasse se ne pagassero poche e leggere, si diceva che Carlo Alberto raccoglieva tesori e che a Torino avevano dovuto puntellare persin le volte di certe stanze dei palazzi reali, perché pericolavano dal tanto denaro che vi si era ammassato. Allora novità lieta fu l’udire che era stata creata una compagnia di soldati vestiti così e così, col cappello piumato, armati di carabine perfette, capaci essi di arrampicarsi fino ai tetti delle case e i loro superiori quasi di volarvi. E ognuno si gloriava che di quei soldati, scelti in tutto l’esercito, molti fossero delle Langhe, chi del tal paese, chi del tal altro, e con orgoglio si nominavano. Presto si narrò che quei soldati avevano avuto l’abilità di fare la loro mostra in piazza San Carlo, a piè del cavallo di bronzo, mentre passava Carlo Alberto che partiva in carrozza per Genova, e poi di correre, di volare, per vie traverse a Moncalieri, per mostrarsi al Re un’altra volta. Era vero, e v’erano riusciti così bene, che il Re, sorpreso, aveva detto d’aver permesso che di quei soldati se ne fosse formata una compagnia, e che non sapeva chi si fosse fatto lecito di formarne due. I volghi chiamavano abbracciaglieri quei soldati, storpiatura innocente che faceva sorridere le ragazze. E tra le tante altre cose che si dicevano dell’esercito, correva che Carlo Alberto curasse molto che si preparassero dei buoni cannonieri, onde i migliori costritti ambivano d’essere destinati a quel corpo. Passavano di quando in quando torme di puledri che drappelli di cavalleria erano andati a prendere lontano, lontanissimo, fino a Sarzana, sui confini della Toscana. La Toscana! Era un paese, per là, chi sa quanto ricco, in Italia.
Che cosa dunque c’era mai nell’aria in quegli anni, che cosa stava per avvenire! Quando corse notizia di forti ripicchi con l’Austria di certe questioni di dogana ai confini di Lombardia, parve di capire che qualche storia stava per cominciare. Presto cominciò davvero.
Chi sentì l’aura nuova nel Quarantotto, già in età di poterne godere la ineffabile poesia, e vide poi in poco più di vent’anni formarsi la nazione, e campa ancora a udir la menzogna di chi, per parere d’aver perduto molto, rimpiange i tempi di tutte le miserie; dice che gli mette conto di essere vecchio perché ha visto la vita stagnante e oscura d’una volta, e sente la presente libera, fervida e tanto meno meschina anche per gli intimi degli uomini. Ma tuttavia gli pare che siamo tutti un po’ ingrati, perché ci degniamo appena di insegnare a riflettere sugli uomini e sui fatti pei quali fu potuto vedere, per dirne una, Galateri in Alessandria far morire Andrea Vochieri, colpevole d’essere mazziniano, e in meno di trent’anni al posto di lui, comandante militare nella stessa città, Nino Bixio, rivoluzionario che quel terribile avrebbe fatto fucilare tre volte e tre fatto risorgere se avesse potuto, per farlo fucilare ancora, certissimo di far cosa giusta. È fatto ancora più notevole per chi ricorda e medita, l’aver inteso parlare di certi conti Galateri, prodi ufficiali che diedero le loro spade all’Italia dal 1848 al 1870. Le idee vinsero! E però si ama anche senza conoscerlo uno di quel nome, che anni sono pregò d’esser lasciato lavorare egli stesso al marmo che Gottasecca, lassù sulle Langhe, volle murare al suo Amedeo Ravina, poeta, avvocato, profugo, impiccato in effigie nel Ventuno.

Ragazzi del quarantotto, nei giorni che Carlo Alberto era cantato da tutti i cuori, udivano narrar dai vecchi che una notte del marzo 1821 tutto il paese era stato svegliato dal tamburo del messo comunale, il quale nel buio andava attorno per le vie, gridando tra rullo e rullo: Urdin du scindic, a v’ farz savèi che da duman er prinzi d’ Carignan l’è nost Suvran. Dicevano che a quei rulli, a quel grido, le genti si affacciavano alle finestre interrogandosi a vicenda. Che cosa avete detto? chiedeva qualcuno al messo, personaggio temuto; ma questi tirava via, rullando a pause e gridando sempre quelle parole. E le finestre si chiudevano e si udiva aprire qualche uscio da via; venivano fuori i più curiosi che si mettevano a girare cercandosi per sapere, e andavano dai fornai che lavoravano al caldo. Verso l’alba era già sparso per tutte le case che il sindaco da parecchi giorni aveva ricevuto una lettera del Governo da dissuggellarsi soltanto alla mezzanotte tale, appunto quella, con l’ordine di eseguire ciò che in essa lettera era prescritto. Il sindaco quella notte aveva vegliato sino al punto delle dodici, poi aperta la lettera aveva fatto il suo dovere; e così il suo Comune, come certamente tutti i Comuni del regno nella stessa ora, aveva udito proclamare il Principe di Carignano: proclamarlo addirittura Sovrano invece che reggente. Forse il messo comunale, cui il Sindaco aveva di certo messo in bocca le parole, n’avrà omesso qualcuna che gli sarà parsa difficile a dirsi, ma il fatto sta che quei vecchi narravano così appunto e sempre a tutti senza mutar nulla.
Narravano pure che il giorno appresso era stata nel borgo una grande agitazione e che le famiglie un po’ in sù avevano fatto subito due partiti ciascuno seguìto da una porzione di popolo, un po’ di qua un po’ di là. Allora – stando ai racconti – tutti quelli che da sei o sette anni si erano chiusi in sé per paura di pagar tutte in una volta le loro infedeltà al Re e le loro amicizie dal tempo dei francesi, alzarono un po’ la cresta; gli altri che si erano rimessi con gioia all’antico andare e davano ad essi del giacobino, quasi minacciando tacquero e stettero a guardare. Non sapevano che cosa potesse avvenire: forse ricominciava qualche diavoleria alla francese come ai tempi della loro giovinezza.
Appresso, un po’ oggi un po’ domani, la gente venne a sapere che a Torino avevano fatta la rivoluzione, che il Re era stato svegliato un mattino per sentirsi dare la notizia inattesa; che l’aveva ricevuta più con dolore che con collera; e che, sebbene vecchio, si era mostrato pronto a montar a cavallo, per andare egli stesso a mettere nell’ubbidienza la città e l’esercito. Ma, come si diceva, i suoi consiglieri gli avevano giurato che non sarebbe stato possibile, senza spargere sangue di soldati e di cittadini, e che perciò egli s’era risolto a levarsi la corona, perché se la venisse a prendere il suo fratello men vecchio, che allora stava a Modena presso il Duca suo cognato. Modena? Doveva essere la capitale di qualche altro Stato, aveva detto la gente. Allora parlarono quelli che erano stati soldati di Napoleone, e spiegavano, e si volgevano a trinciar l’aria dalla parte dove stava quella città lontana. Essi sapevano di tante altre città d’Italia, di Francia, di Spagna, d’Alemagna e fin di Russia; ne sapevano più del sindaco, dell’arciprete, di tutti; e dicevano pure che il Principe di Carignano non era né figlio né nipote del Re, ma un cugino e cugino dalla larga anche, discendente di un Principe di Savoia trapiantatosi in Francia da moltissimi anni. La genterella ascoltava, e poiché dalle cose nuove qualche po’ di bene, almeno nei primi momenti, le era sempre venuto, si rallegrava intanto che il Governo in nome del Principe aveva calato il prezzo del sale.
Poi si erano udite cose più gravi. Non ci sarebbe stato più da tremar tanto; non più dispotismo, ma libertà. Costituzione. Voleva dire che nessun sindaco d’accordo col parroco e col brigadiere avrebbe più potuto perseguitare, far mettere in prigione, mandar in Sardegna nessuno. Ma gli amici del dispotismo, quelli che non avevano smesso il codino, il cappello a luna, le brache corte neppur nel tempo dei francesi cominciarono subito a malignare sulla parola e sciupavano Costituzione in costipazione.
E presto fu un gran movimento di soldati. Venivano richiamati alle bandiere i provinciali, questi partivano o allegri o mormorando secondo gli umori: ma tutti sentivano che voleva venire la guerra e che si sarebbero visti di nuovo gli alemanni. Era questo il nome usato a designare la gente che veniva dai paesi dell’Impero; e molti, pronunciandolo, ricordavano un detto di quando gli austriaci erano stati nelle Langhe per due anni, avanti la battaglia di Montenotte. Meglio i francesi nemici che gli alemanni amici, era rimasto in quel detto: gli alemanni adunque dovevano aver fatto tribolare la gente. Ma c’era pure chi gli invocava di cuore; famiglie che quando le terre delle Langhe erano state dell’Impero, vi avevano dominato, quasi come se qualcuno le avesse messe al posto dei conti e dei marchesi sui ruderi dei castelli, e quelle famiglie, anche dopo che la Casa di Savoia aveva comprate dall’Austria quelle terre feudali, non avevano perduta la loro superbia, e del Ventuno disprezzavano in segreto, o cautamente in palese il Governo nuovo. Sdegnavano persino di menzionare i ministri della Costituzione.
Eppure correva come parola di buon augurio il nome di Santarosa, e quello di molti nobili del Regno. Di lui si diceva che era figlio d’un colonnello, morto nel 1796 alla battaglia di Mondovì contro i francesi, e qua o là in quelle terre v’era chi aveva conosciuto quel valoroso per aver servito sotto di lui nella difesa delle Alpi marittime, avanti che fosse venuto per Montenotte nel paese il general Buonaparte. Con quegli uomini alla testa le cose dovevano riuscir bene.
Invece si rallegraron ben presto coloro che s’erano rattristati o avevano disprezzato o taciuto per aspettare e vedere. Da Alessandria salirono per val di Bormida notizie di più lontano, dell’altra parte del regno verso la Lombardia. Il Principe di Carignano scomparso da Torino era andato di là dai campi dove stavano i reggimenti che s’erano dichiarati per la Costituzione, e aveva riparato tra quelli che erano rimasti fedeli al Re assoluto in Novara, sostenuti dagli austriaci corsi da Milano a dar addosso ai costituzionali. Si parlava dei generali La Tour e Bubna confusamente, poi fu detto il nome del fiume Agogna sulle cui rive era avvenuto un combattimento nel quale i costituzionali avevano consumato le loro speranze. E per questo un grande scoramento di tutti alle loro spalle, anche di quei soldati che, non essendo giunti in tempo pel fatto d’armi, tornavano indietro pensando a mettersi in salvo per non essere forse fucilati.
Se quei vecchi che narravano quelle cose ai ragazzi di dopo il quarantotto, avessero pensato a scriverle mentre le avevano viste avvenire, leggeremmo adesso delle pagine di cronaca rozze certo, ma preziosissime per i particolari minuti, che ci darebbero il colore e lo spirito dei fatti meglio che non la storia stessa. Leggeremmo che parecchio dopo l’infelice prova d’armi sull’Agogna una notte passò per valle di Bormida, a Spigno, a Dego, una carrozza che si fermò a Cairo, nella piccola piazza del paese deserta per l’ora tarda. Là il cocchiere discese e andò a battere ad un uscio da dietro il quale venivano tonfi sordi, certamente di pasta rimescolata da qualche fornaio. L’uscio fu scostato un poco quasi timidamente, e tra l’uomo da dentro e il cocchiere furono fatte poche parole. Là, disse il fornaio, mostrando la casa di rimpetto, sta in quel palazzo là. Il cocchiere tornò alla carrozza e parlò con chi vi stava dentro. Allora una testa si porse dal finestrello e una voce chiamò alto: cavalier Stellani! Quasi subito si illuminò la vetriata d’un balcone di quel palazzo, che poco appresso fu aperta. Chi chiama? chiese una voce. Io, Santorre, fu risposto. Oh tu? smonta vieni su! – No, discendi un momento. – Aspetta. – E in pochi istanti il cavaliere fu lì dal viaggiatore. Ciò che si dissero non fu udito dal fornaio che pur era uscito a curiosare, e il colloquio fu corto. Addio, addio, certo non ci vedremo più. Parole amare. Poi la carrozza partì, e il cavaliere rimase a guardarla finché si perse il rumor delle ruote sull’acciottolato. Allora se ne tornò in casa lento e crucciato.
Era quel cavaliere Stellani uno che aveva militato da ufficiale nella Giovane Guardia di Napoleone, e nel ventuno apparteneva all’esercito del Re. Aveva in una guancia una cicatrice. Questa per lui e per gli amici paesani suoi, era di una sciabolata ricevuta in battaglia; per i nemici pur paesani, segno rimasto d’un colpo dato su d’uno spigolo di pietra, per caduta da cavallo, passando un ponte, dicevano fin di dove, di Trento. Così pure malignavano sul suo colloquio di quella notte con Santorre Santarosa. Per quei nemici era stato di raffacci a lui fatti perché non era corso a Torino e in Alessandria a mettersi nella rivoluzione; ma per gli amici fu una calda preghiera di Santorre, ond’egli si adoperasse per chi veniva dietro stentando, e sarebbe passato nella valle e nel borgo.
E il giorno appresso a quello di poi fu visto da lontano un polverone segnar la marcia di molta gente che veniva rimontando la valle. Era di domenica. I contadini uscivano dalle anguste convalli, scendevano dai colli, sbucavano di tra le salciaie della Bormida, e guardavano quella gente che andava come se ci fosse qualcuno alla testa che la guidasse. Non erano soldati, benché tra loro si vedessero degli uomini in divisa militare, ma senz’armi; vestivano quasi tutti da signori e signorili erano d’aspetto.
Bisogna dire che il cavaliere Stellani avesse data la voce agli amici suoi, perché quando quella gente fu al lungo ponte che mette nel borgo, v’eran ad accoglierla molti che la condussero in un giardino dove era stato apparecchiato da rifocillarla. Ma non grida, non atti: silenzio e rispetto. La folla da fuori stava anch’essa muta. Finito quel ristoro, quei profughi, che erano forse un cinquecento, quasi tutti studenti dell’Università di Torino, furono anche provveduti di biancheria, di calzatura, di denaro chi non ne avesse, e si rimisero in marcia, accompagnati dai men paurosi, perché paura avevano un po’ tutti. Già si era tornato a parlare di Carlo Felice che da Modena aveva gridato la sua collera; e c’erano i compaesani che notavano, e già ridevano alle spalle dei costipati. Anche il volgo si dilettava di questa stolta ingiuria di nome.
I profughi non dovevano essere lontani quattro miglia, qualcuno più stanco era ancora forse nel territorio vicino, in quei tempi come se fosse tuttavia l’età dei castelli, per via di confini ben segnati gelosamente diviso dai territori degli altri Comuni. Nelle case del borgo si parlava di loro o in bene o in male; secondo i partiti, si sperava o si temeva che nel primo paese ove sarebbero passati la gente li avrebbe trattati alla peggio, per solo gusto maligno di contrasto. Intanto era venuta l’ora dei vespri; le vie erano quasi deserte, la chiesa era stipata di gente. I pochi che stavano fuori del borgo a spasso, videro improvvisamente comparire un soldato a cavallo, passar il ponte come un razzo, infilar la via principale, trascorrerla fino all’altro capo facendo sprizzar fuoco dalle selci, riuscire, ripigliar il ponte e sparire. E allora giunsero ansanti da quella parte alcuni contadini a dare una gran notizia che fu portata subito fino in chiesa. Erano lì gli alemanni? Il parroco che stava sul pulpito a predicare discese subito: il sindaco, i consiglieri che sedevano nel loro banco si levarono, corsero a lui, e in presenza di tutto il popolo in piedi e ondeggiante, si misero a parlare ad alta voce, come se fossero in piazza. Gli alemanni erano lì! Che fare? Andare ad incontrarli? Chi sa che cosa poteva avvenire!
Il sindaco voleva andar lui. Il parroco no, non voleva lasciarlo andare; era troppo focoso, non avrebbe saputo parlare. Meglio il tale, meglio voi, meglio io; insomma andiamo tutti noi, disse alla fine il parroco, ma il popolo stia in chiesa a pregare. Quando saremo davanti al comandante alemanno, parlerò io; il sindaco promette di star zitto. Vedremo, mormorò il sindaco.
E andarono tutti, disputando, gesticolando, fin litigando; ma come furono a uno svolto della via e videro i soldati, si raggrupparono e andarono oltre in silenzio. Solo il sindaco era un po’ baldanzoso.
Vicino al borgo un mezzo miglio, in un gran prato che verzicando già rallegrava l’occhio ai cavalli più ancora che lo spirito agli uomini, stava uno squadrone d’usseri ungheresi appiedati. Gli ufficiali raccolti intorno a un maggiore, guardavano dove egli additava su certi monti che chiudevano una convalle certo ciuffo di case e una gran torre quadrata, alta, come se fosse stata fabbricata per un gran dominio. Quando il parroco e i quindici o venti che erano con lui, furono condotti da un sergente a quel comandante, il sindaco fece atto di volersi lanciare a parlar il primo. Ma il parroco, a capo scoperto, coprendosi quasi la faccia e il petto col gran cappello, cominciò a dir in latino parole d’ossequio al maggiore e a’ suoi ufficiali, dando loro di benvenuti a nome dei suoi parrocchiani. Il discorso s’avviava bene, il comandante faceva buon viso; non pareva nemico; ma il sindaco bolliva, voleva dire, scoppiò: e invece di chi sa che cos’altro ruminato per via gli uscì gridato: Nos non timemus vos! Tutti tremarono, il parroco sospirò, ma niun male.
Ai vecchi che raccontavano la scena ancora nel quarantotto, pareva d’udir presente lo schianto di risa degli ungheresi, e dicevano che bisognava aver visto come il parroco aveva fissato gli occhi negli occhi del maggiore, per formarsi un’idea di quanto era rimasto mortificato. Ma ricordavano con piacere che alle offerte d’ogni servizio per lui e per i suoi fattegli dal parroco, quell’ufficiale aveva risposto che conosceva già la bontà degli abitanti, e che s’era messo a dire i nomi di certi monti là intorno, e di quella gran torre e di quel ciuffo di case, che aveva guardato tanto: Carretto, Carretto. Qual meraviglia! Ma egli aveva levato a tutti la curiosità dichiarando che da giovanissimo era stato da quelle parti coi russi a inseguir i francesi rotti nella battaglia di Novi del Novantanove.
Inseguire! Allora pure, del Ventuno, quell’ungherese inseguiva. Ma pareva che facesse di malavoglia, perché domandò quasi sbadatamente se i fuggitivi avevano continuato a marciare, o erano ancora nel borgo. Agiva così per sentimento suo proprio, o aveva ricevuto ordine di tener dietro lentamente a chi se ne andava? Se mai, da chi quell’ordine poteva essergli stato dato? Quei vecchi, negli ardori del quarantotto per Carlo Alberto, volevano fin credere e far credere che ciò fosse stato per preghiere di lui, Principe di Carignano, punito ma esaudito dal comandante supremo austriaco Bubna entrato in Piemonte. Forse ponevano così senza saperlo alla storia un quesito che non sarà stato posto da altri mai, e che forse non sarebbe possibile chiarire se si ponesse. Ma quando si pensa che tutti i rivoluzionari del Ventuno poterono andare in salvo, come se qualcuno avesse proprio prescritto di darne loro il tempo, piacerebbe poter credere e provare che anche quel maggiore ungherese avesse eseguito un ordine ricevuto.
Non ricordo bene ciò che nel Quarantotto su quello squadrone si narrava d’altro, se quegli ungheresi siano poi stati nel borgo a riposare o se abbiano proseguito quella domenica a marciare: rammento però d’aver udito dire che andarono fino al colle di Cadibona, da dove si scopre il mare, ma non se, per tornarsene in Lombardia, fossero ripassati nella valle stessa percorsa a venire.
Cosa assai più cara a ricordarsi l’aver conosciuto vivo fino al 1866 uno che nell’anno della rivoluzione piemontese, allora già così lontana, aveva fatto qualche cosa per cui, vecchissimo, era ancora stimato l’uomo più valoroso della valle. Aveva fatto le guerre di Spagna sotto il maresciallo Suchet, n’era tornato con una bella cicatrice di sciabolata in fronte e con una nel petto passato fuor fuori da una lanciata spagnuola. Narrava d’essere guarito sulla nuda terra, in un solco dell’accampamento. Caduto Napoleone, egli, restituito al Re di Sardegna era entrato sergente nel reggimento di fanteria Alessandria, e, scoppiata la rivoluzione del Ventuno, promosso ufficiale, gli avevano dato a portare la bandiera del reggimento. Ed egli l’aveva custodita dopo la rotta dell’Agogna marciando co’ suoi, poi appresso da solo fino in Acqui e su fino al borgo di Ponzone sui colli. Voleva tenerla per consegnarla al suo colonnello. Dove mai era andato a cercarlo, dove aveva creduto di trovarlo? Andarono invece i carabinieri a cercar lui lassù. Ma egli si chiuse nel campanile della chiesa parrocchiale, e da quell’altezza udì intimazioni e minaccie senza volersi arrendere. Alla fine, per fame, offerse di consegnar la bandiera al vescovo d’Acqui. Era passata nella mente semplice di quel fiero uomo qualche ricordanza di fanciullezza a intenerirgli il cuore? Fu fatto così come egli volle; e la bandiera del reggimento Alessandria, già condannato alla dissoluzione e a perdere per obbrobrio il nome, passò da quelle di lui nelle mani del vescovo. Di casato quel forte era Cirio, ma perché parlava sempre del suo colonnello nelle guerre di Spagna, Olini, tutti lo chiamavano Lino, anche quando passato il Consiglio di Guerra e assolto, ma licenziato dall’esercito, s’era adattato a divenir guardaboschi del suo Comune, e a vivere come visse per ventisette anni con tre quarti di lira al giorno in un tugurio, nella foresta. E guai a chi avesse osato, lui presente, dir male del Principe di Carignano! Dolce è poi ricordare la festa che gli fu fatta da tutto il borgo nel quarantotto, quando gli fu ridato il suo grado ed ebbe la pensione da veterano della Casa Real d’Asti. Egli chiese invece d’esser mandato alla guerra. Non fu accettato. Troppo vecchio era; ma quanti che furono prodi in quell’anno a Goito e poi in Crimea e poi anche a San Martino, avranno dovuto all’esempio di quel vecchio l’ispirazione?
Valle destinata a piccole cose di pace e a grandi mestizie quella della Bormida! Del Ventuno vi passarono Santarosa, i suoi seguaci profughi, gli ungheresi che li lasciarono andare al destino cui s’erano votati: del Quarantanove vi passò Carlo Alberto, anch’egli incamminato all’esilio. Non propriamente in una cronaca, ma in un libro fatto di ricordi d’un ragazzo che maturo li idealizzò, se ne legge così:

23 marzo 1849
“Quel po’ di neve è venuta come per celia e sparì. Se ne vede appena qualche chiazza sulle vette, dove già il verde si move. Ma la gente ha detto: “Poveri nostri soldati, con questi tempi alla guerra!”. Dunque c’è di nuovo la guerra? Delle donne che stanno filando accidiose al sole, dicevano che quest’anno le rondini tardano a tornare e che è segno di sventura.
Sventura siete voi! – gridò il capitano Lino, – voi, sciocche e marcie di superstizione!”.

26 marzo 1849
“Stamattina, mio padre mi condusse con sé a spasso, come suol fare quand’è di cattivo umore. Io dicevo tra me: Che cosa avrà? Volgevamo verso il ponte, senza parlare. Dinanzi a noi una trentina di passi andava il capitano Lino, e verso di lui e noi veniva di trotto una carrozza. Quando passò vicino al capitano, questi tremò tutto, si piantò con le mani al berretto e gridò: Carlo Alberto! Mio padre corse per reggerlo; credevamo che cadesse svenuto. Intanto vidi in fondo a quella carrozza un mantello grigio, due grandi mustacchi bianchi, due occhi che mi guardarono di sotto all’ala di un berretto listato d’argento passar via, sparire. Un gran dolore mi pigliò; mi parve che la via, il ponte e tutto intorno, lontano, provasse un gran patimento, dietro quella carrozza che menava via il Re.
È proprio Carlo Alberto! – disse mio padre al capitano Lino.
Carlo Alberto! – rispose il vecchio come un’eco. – Certo è avvenuta qualche grande sventura.
Questa sera mio padre non ha cenato, e non ha cenato mia madre. Noi ragazzi abbiamo mangiucchiato. Quando la servente è venuta coi lumi, dando la buona sera, il babbo le ha detto: Portateli via. Così siamo rimasti al buio, sicché ognuno se n’è poi andato a letto, senza dar la buona notte agli altri, tutti malinconici come la sera dei morti”.

Due ciuffi di case sulle due rive della Bormida, un ponte che li congiunge, colli che si profilano chiari sullo sfondo cupo dei monti, ai quali fa da nodo il Settepani, pioppetti lungo il fiume, castagneti a piagge nei colli, macchie d’abeti in quei monti lassù, e lì, fuori un passo dalla borgata, il convento Calasanziano, che le genti delle terre intorno chiamano senz’altro: Collegio di Carcare, dal nome della stessa borgata; dolce visione il tutto insieme, per chi vi fu e vi amò qualcuno o qualcosa.
Verso il 1846, in quel Collegio, c’era un gruppo di Padri di mezza età, alcuni dei quali, se fossero rimasti da giovani nel così detto secolo, si sarebbero incontrati con Mazzini o in qualche suo seguace che li avrebbe fatti della Giovane Italia: un’altra parte, i più, erano proprio nati per il convento, ed erano stati in quello e vi stavano tranquilli, insegnando chi il mezzano e anche l’alto sapere, chi perpetuamente a leggere e a scrivere, tutti senza cure d’altro, sereni, benveduti dalla gente del borgo, dove spiravano un’aria amorevole di: lascia andare, che produceva pace. Tra questi aveva grande autorità un genovese di nobilissimo aspetto. Pareva uno dei vecchi marchesi della Superba, e leggeva signorilmente filosofia in un’aula, nella cui vòlta era dipinta la sua scienza in forma di donna con intorno il motto: Povera e nuda vai. Egli seguiva un suo autore ancora sconosciuto agli altri Padri, anzi quasi quasi lo recitava, e però delle sue lezioni udiva parlare nel Collegio come di quelle d’un gran novatore. Ma lasciava dire. E quando alla fine fu saputo che non aveva mai fatto che ripetere il Galluppi, disse sul serio che era ben lieto d’aver fatto conoscere in Piemonte un napolitano. Salvo la signorilità ed il gran decoro, viveva per la disciplina un po’ da Folengo e un po’ da Rabelais, perché proprio, d’autorità e di santa obbedienza ne riconosceva solo tanto quanto non facesse pericolare la sua salute.
Non lui dunque dava il tono al Collegio. Di questo era anima un Padre Canata da Lerici; poeta focoso in tutto, fin nel far penitenza; uomo da dipinger con la spada in pugno come San Paolo. Quello poi sì! non solo sarebbe divenuto della Giovane Italia, ma se fosse rimasto nel mondo, fra il 1830 e il 1848, avrebbe trovata la via di andar a morire in qualcuna delle sfide di pochi al potere onnipotente, qua o là dove che gli fosse capitato di vedere un po’ di tricolore. Nel 1846, all’avvento di Pio IX, salì sulle più alte cime dell’ideale a cantar l’inno alla vita, alla patria, alla fede; romantico nudrito di classicismo, svegliò gli alunni suoi ad amare la gran cosa vietata: l’Italia. Allora nella sua scuola suonarono temi che facevano andar in visibilio i giovanetti, solo a sentirli enunciare. Onde gli spiriti si inebriavano di idealità nuove, beati di cantare chi i Treni della nuova Gerusalemme, intendendo dell’Italia, perché avevano letto Geremia; chi l’Arpa trobadorica, per aver udito parlare dei Provenzali; chi Legnano, chi i Capitani di ventura, chi Ferruccio. Egli poi leggeva nella scuola pagine della Battaglia di Benevento e dell’Assedio di Firenze, lettere dell’Ortis, passi del Colletta; né il Rettore del Collegio glielo vietava. Anzi, questi, come gli altri Rettori degli Scolopi di Genova, di Savona, d’Ovada, di Finale, metteva a nuovo qualcosa anch’egli nella giovinezza dei suoi convittori; dava il bando all’abito a coda, all’alta cravatta, alla feluca, e vi sostituiva la divisa dei bersaglieri, e il cappello piumato, nero e azzurro i colori. Da tutto ciò una bell’aria di rinascita che spirava da tutto, e chi aveva lasciato pensare o pensato che gli Scolopi fossero stati sempre un po’ in guerra contro i Gesuiti, poteva dire che avevano vinto o stavano per vincere. Il Rettore aveva fin fatto ripulire e dai corridoi meno visitati portar bene in vista il ritratto d’uno, ch’era stato convittore e principe dell’Accademia venti anni avanti e che adesso si avviava a divenire un gran tribuno a Casale, a Torino. E i convittori passavano con rispetto dinanzi al forte faccione dipinto di Filippo Mellana, che pareva uscire da una capigliatura soffocante per guardar loro e tirare il fiato perché la gioventù si destava.
Stonava un poco in quel concerto d’anime un padre Serio spagnuolo, venuto lì come uno della gran milizia calasanziana cui fosse stata mutata sede: ma in verità egli era profugo dalla sua patria, scampato in Madrid da un assalto del popolo al suo convento, e uscito dicevasi da quella città nascosto in una carrata di fieno. Nel Collegio faceva da ministro. Olivastro nel viso, ossuto, segaligno, feriva gli occhi a chi lo guardava nei suoi, e schiaffeggiava da cannoniere. I convittori lo temevano, ma i padri non gli volevano male. In fin dei conti era della patria del loro fondatore, del quale non si erano mai gloriati tanto come in quei giorni, che potevano dire aver egli, due secoli avanti, prescritto che tutti nell’ordine parlassero italiano, e si accogliessero a scuola anche gli ebrei. Egli non aveva aspettato che li liberassero i Re coi loro Statuti.
Quando scoppiò la guerra del 1848, il Collegio fu un faro per tutte le Langhe. Non v’era notizia che non aggiungesse luce là dentro agli spiriti. Né vi cessarono gli ardori neppure quando Pio IX richiamò l’esercito dalla guerra nella valle del Po. Perché Durando, che era di Mondovì, là presso, e ben noto a qualcuno dei Padri, s’era gingillato tanto a passare il gran fiume; perché non aveva fatto presto a dar dentro negli austriaci, a vincerli in qualche grossa battaglia, che il Papa ne avrebbe avuto piacere? Dicevano così i più ingenui; ma il professore di filosofia, quello galluppiano, bisbigliava che forse a udir troppi canti per Carlo Alberto il Papa si era seccato, e che doveva essersi doluto assai d’aver letto il Primato di Vincenzo Gioberti, e di avervi creduto.
Poi dopo lievi tripudi per Goito, per Pastrengo, terre lontane che il pensiero fingeva già lì appena oltre i colli, per farne una cosa sola col Piemonte, vennero le notizie amare delle sconfitte e gli sgomenti. Triste fu l’autunno del 1848, triste l’inverno appresso. Sopravvenute le notizie di Roma e della fuga di Pio IX, nel Convento entrò la malinconia. Il professore galuppiano se la prendeva apertamente, ma chetamente, col Primato: il Serio spagnuolo pareva tener in tasca un volume di sue profezie avverate o da avverarsi; il padre Canata divenne pensoso e taciturno. Dové sentire che presto l’anima sua sarebbe stata presa tra due vènti contrari. A chi avrebbe augurato di cuore la vittoria? Tremava di poter perdere per forza, un qualche giorno, la sua sincerità. Tuttavia quando fu saputo che a Novara l’esercito piemontese era stato sconfitto, egli discese per fare scuola. Entrò che pareva andasse all’altare per dirsi da sé la messa da morte; e quando fu sulla cattedra agli alunni rimasti con l’anima sospesa a guardarlo, disse: “Figlioli, i nostri soldati furono vinti, ma Dio non abbandonerà l’Italia”. E cadde svenuto.
Due giorni appresso il Collegio fu tutto sossopra. Vi era giunta notizia della rivolta di Genova che non voleva più stare unita al Piemonte, perché questo era stato vinto a Novara, o che se unita voleva mettersi alla testa dello Stato lei, per continuare la guerra. Voci confuse, oscure, che misero in subbuglio i convittori liguri e monferrini, gli uni contro gli altri. Il padre Canata vegliava e pregava pace. Ma che dolore il giorno in cui per la borgata passò uno squadrone di Aosta cavalleria, che marciava al Colle di Cadibona per andare all’assedio di Genova! Qualcuno aveva udito quei soldati a dire che avrebbero fatto in Genova la Pasqua, ma udito a dirlo con certe parole feroci che adesso non si possono più ripetere. E perciò collere nuove nel Collegio tra quei convittori, e pericoli di vederli venire alle mani. Il giorno appresso, il padre Canata salì in cattedra. “Aprite Dante, Purgatorio, Canto sesto!”. Disse così e si mise a leggere. Chi di quei giovinetti vide poi, udì poi più Sordello, come ascoltando quella lettura, e la musica tempestosa dell’invettiva all’Italia? E fu pace. Di là a dieci anni, molti di quei genovesi e monferrini fattisi soldati volontari per le guerre del 1859 e del 1860, ne parlavano ancora esaltandosi, e ricordando il gran Maestro, si confidavano di sentire dentro d’essersi mossi a servire la patria anche per merito di lui.
Insomma allora il padre Canata aveva smorzate le ire. Gli animi di quei giovinetti non si erano più infiammati d’odio, neppur quando si diceva nel Collegio che dalle cime di Montenotte si udivano le cannonate dei piemontesi contro Genova; né se gli esageratori voluttuosi del male soggiungevano che anzi di lassù si vedevano sin le bombe nell’aria e che la gran città era già mezza in rovine. Poi silenzio e per parecchi giorni più nulla. Gli spargitori e i cercatori di notizie terribili tacquero. Soltanto quando passarono i bersaglieri che tornavano da Genova vinta, nei borghi di qua dell’Appennino, le donnicciole sussurravano che quei soldati dovevano avere gli zaini pieni di gioielli, di mani tagliate e fin d’orecchi strappati in fretta, con gli anelli ancora alle dita e coi pendenti ancora appiccati: scellerate menzogne, messe da persone tristi e matte nelle loro povere teste. Ma furono fatte star zitte dal buon senso.
A poco a poco le male voci si spensero, e rimase nel Collegio di Carcare che i convittori parlavano del generale Lamarmora come d’un drago e i piemontesi come d’un padre.
Queste cose imparavano i giovanetti che entravano convittori in quel Collegio dopo il 1850.
E un giorno d’estate del 1851, furono visti nel refettorio del Convitto alcuni grandi ufficiali dell’esercito alla mensa dei Padri. Prima del desinare, i convittori grandi avevano osato avvicinarsi a qualcuno di quegli ufficiali, nei corridoi dove andavano curiosando e fermandosi a questo o a quello dei ritratti di principi delle Accademie tenute negli anni addietro. E avevano saputo che erano venuti da Torino a visitare e a studiare i luoghi di Montenotte e di Dego, perché nel veniente settembre vi dovevano condurre molti reggimenti a fingervi le battaglie di Napoleone. Vi sarebbe venuto il Re in persona. Il Re? Non se ne parlava ancora bene, vagava ancora qualche accusa. Come si era diportato a Novara? Il suo nome fu oggetto di questioni tra quei ragazzi, le voci dei quali erano echi di cose udite nelle loro famiglie. Alcuni dicevano che Vittorio Emanuele non sapeva far altro che andare a caccia. E così nelle camerate non si parlò d’altro per settimane, finché capitò nel borgo e nel Collegio il Duca di Genova, fratello del Re. Andava anch’egli a veder Montenotte. Ma quello sì che era un principe! Si sapeva che a Novara aveva combattuto da disperato, e che verso la sera di quella amara giornata s’era imbattuto in un cannoniere che, morti gli altri serventi del suo cannone, si ingegnava a sparare ancora. “Che cosa fai?” gli aveva detto il Duca. E il soldato a lui: “Altezza, mi hanno insegnato che il cannoniere non deve abbandonare il suo pezzo fino alla morte, ed io aspetto”. “Bravo!” aveva gridato il Duca, e aveva anche ordinato che si pigliasse il nome del cannoniere, il quale era appunto d’un casale di quelle parti. Certo il Duca lo avrebbe fatto cercare. Tutte quelle storie mettevano fuoco ai cuori. Fossero venuti presto gli esami, presto fossero passate le vacanze; se i mesi fossero stati cose, quei ragazzi li avrebbero dati via per nulla, purché venisse il settembre.
Bella sveglia di spiriti fu l’apparizione dei reggimenti che per le valli del Monferrato e delle Langhe e dai presidi della Liguria si avviarono a Montenotte! Erano ancora formati massime di soldati che avevano vinto a Goito e perduto a Novara, ma rifatti d’animo, disciplinati e baliosi: belle fanterie rosse, gialle, bianche, bei bersaglieri e cannonieri poi che parevano di bronzo come i loro pezzi. Bocche da fuoco, sentivano dire i giovani invece che cannoni, e il nome pareva più eroico e da poesia e da battaglia. E scappavano da casa per andar dietro ai soldati, per vederli accamparsi, per trattenersi a parlar con loro.
E venne il gran giorno aspettato.
Sulle alture di Montenotte non ebbero certo testimoni gli austriaci e i francesi l’11 e 12 aprile 1796, quando se le diedero per davvero. “C’è mezza Genova, ci sono mezze le Langhe!” esclamavano certi signori, quel dì del settembre 1851, guardando largo da un cocuzzolo, la innumerevole moltitudine che brulicava lassù dappertutto. Erano parole, ma insomma ci pareva mezzo mondo. E vi furono dei fortunati che s’imbatterono a udire dei montanari di quei luoghi, vecchi di settantacinque o ottant’anni, i quali avevano fatto da guida per forza a francesi o ad austriaci della battaglia, e sapevano ancora dire Rampon, Laharpe, Argenteau, Beaulieu, storpiando i nomi che era una grazia di bimbi. Ora parevano dar poca importanza ai piemontesi che facevano per gioco; criticavano i generali che, secondo loro, non sapevano far nulla. Quelli dei loro tempi sì che erano generali! Ah quei francesi! Naturale. Quei vecchi, per tutta la loro gioventù, non avevano udito dir altro che guerra, Francia, vittoria, e vi si erano avvezzati come a una specie di religione. Così avevano sempre tenute per cose da rispettare fin le pietre dei ridotti fatti dai francesi per quelle vette. Chi non aveva ricollocata a posto qualcuna di quelle pietre, se passando l’aveva vista giù, rotolata dal muricciolo a secco, dove la mano d’un granatiere di Rampon l’aveva messa?
Ma la finzione piemontese era venuta benissimo. L’esercito di Novara era degno dei luoghi, dove lo avevano condotto a dar la prima prova del come era stato rifatto, fatiche, privazioni, disciplina, tutto; condurlo su quei monti nella parte del regno più lontana del confine austriaco, ma col pensiero alla bella pianura, alla sponda del Ticino, dove il cuore non poteva stare che non passasse di là… L’altra riva, che sospirata campagna! Ma per quando? E tra i reggimenti che venivano via o sparivano sulle gole quali da vinti, quali da vincitori, si udivano dei signori che non parlavano né piemontese né genovese. “Sono lombardi, sono veneziani” diceva la gente che ne sapeva un po’ di più, “sono toscani, sono romani”. Oh, quanti paesi d’Italia!
E la finzione di guerra non era finita. Due giorni appresso, tutto l’esercito era a Dego, a quella stretta di Dego che pare fatta perché gli uomini la trovino e vi si incontrino a farvi le loro stragi. E chi non aveva potuto vedere Vittorio Emanuele in Montenotte, lo vide là su certo poggio, dove la tradizione ancor fresca diceva che si fosse fermato pur Buonaparte. Stava il Re non per darsi dell’aria, ma pensoso, a guardare il suo esercito simulare gli assalti e le difese, onde potersi fidare d’adoperarlo sul serio quando fosse tempo. Era allora tutto biondo, giusto di forme, d’occhi brillanti, quasi bello. Il suo baio gli si muoveva sotto come se si sentisse d’aver l’animo da lui. Cavalcava grave al suo lato sinistro il generale Lamarmora, di cui le donne e i ragazzi dicevano che era ben brutto. Ma quella faccia asciutta, quasi smunta, dava l’idea d’un uomo che lavorasse giorno e notte pel Re, a fargli spendere in armi e soldati tutto il danaro che il ministro Cavaoro aveva cominciato a spremere dalla povera gente. Cavour, Cavaoro! Giocavano così sul nome del ministro non solo gli sciocchi, e chiamavano lui anche impostore perché metteva le imposte. Ma insomma voleva così il Governo del Re; bisognava rispettare, ubbidire e pagare; disciplina bonaria da forti.
Quando nel Collegio di Carcare fu tornata la scolaresca pel nuovo anno, il padre Canata diede subito ai retorici per tema: “La difesa di Cosseria”. E disse ai ragazzi: “Tenete bene a mente che fu fatta la finta di Montenotte e di Dego, dove i vinti furono gli austriaci; non quella di Cosseria, e fu bene, perché ivi i vinti furono piemontesi. Non bisogna avvezzarsi in nessun modo al sentimento di poter essere sconfitti”.
Chi sa se di quegli Scolopi ce ne sieno ancora; e se ce ne sono, chi sa se possono parlare così?
Montenotte Dego e Cosseria

Queste alture di Montenotte le vidi da fanciullo, gremite di gente, un giorno già quasi di autunno, nel 1851. Tutta quella gente aveva fatto folla quassù dalla Liguria e dal Monferrato, per godersi lo spettacolo d’una battaglia. Battaglia non per davvero, s’intende, che anzi ingentilivano tutto tante, tante signore; ma era cosa guerriera veder quei nostri antichi reggimenti piemontesi, attelati sulle creste nude, lunghe file scure che parevano tormentate dal balenìo delle loro armi. Trasalivamo allo sbucare improvviso dei bersaglieri piumati, irrompenti da qualche fitto di faggi, da qualche sviluppo di rovi; l’artiglieria si arrocciava, si piantava sui culmini, e di lassù tuonava: una festa che si faceva sentir da lontano.
Quei reggimenti portavano il lutto recente di Novara, nome che allora faceva dolere il cuore sin dei bambini. Pareva non vero che avessero potuto perdere in quella giornata! Ed era qui con essi Vittorio Emanuele, giovane allora come la speranza, re da due anni: v’era il Duca di Genova, cavaliere fine e pensoso cui si leggeva l’ingegno grande in faccia; v’erano i due Lamarmora, quello che pareva masticasse di continuo la palla ricevuta in bocca sul ponte di Goito; e l’altro che lavorava a rifar l’esercito, e già quel giorno lo metteva a una prova finta. Con essi poi altri molti divenuti illustri o passati con la turba; tutti, o quasi morti oramai; e non tutti fortunati tanto da aver visto prima questo miracolo della patria rifatta.
Gioco che fra le migliaia di teste vedute qui in quel giorno, nemmeno cento pensavano più in là d’una buona guerra contro l’Austria che allora si chiamava l’eterna nemica. Oh! se si avesse potuto pigliare la rivincita di quel tetro quarantanove! E non si rifletteva che, cacciata via l’Austria, il resto sarebbe venuto quasi da sé; che il sentimento dell’unità si sarebbe svegliato pronto, generale, indomabile. Ci siamo veduti quando fu il tempo.

Veggo dei segni di tende levate di fresco, e so che la prima compagnia alpina ha passato qui la notte dal 25 al 26 luglio. Dunque su queste alture furono visti i cappelli geniali dei nostri alpini? Che bel rammentare il cinquantanove, e Torino, e i portici del Maggi, dove fra i figurini di divise proposte per i Volontari, una ve n’era che somigliava tutta a questa delle Compagnie! Non fu adottata perché allora si era massai a spendere, o perché quella foggia di cappello era troppo alla calabrese. Ma i volontari furono chiamati Cacciatori delle Alpi; ed ora in quel nome glorioso, nella memoria di quel figurino, nell’uniforme e nel nome delle compagnie, pare di veder composti certi dissidi, che i giovani d’oggi non sanno, ma ch’erano in quei tempi vivi molto e pericolosi.
Soldati quadrati questi Alpini. Se non hanno superato, di certo arrivarono l’eccellenza dei bersaglieri. Vennero qui dalle gole di Val di Tanaro, dove l’Appennino è più aspro e foresto, ed essi v’han le loro sedi e sanno i sentieri, i varchi; sin l’orme dei lupi. Là impararono a conoscere i nomi dei Piemontesi che, di rupe in rupe, contrastarono per quattro anni il suolo della patria ai Francesi, e a quali Francesi! Ora hanno dato una corsa qui, passi da difendersi esultando; e forse hanno inteso che come si faccia a starvi, lo insegnò Rampon nel 1796.
Non v’è una pietra che segni il punto dove fu il forte del famoso combattimento. Eppure nel 1805 Napoleone decretò che qui, forse sul culmine su cui stette Rampon, fosse innalzato un monumento. E il sei fiorile dell’anno tredicesimo repubblicano, ne scriveva al general Berthier, in una lettera che anni or sono doveva essere pubblicata in Francia, dove si crede che il monumento sia stato eretto davvero, tanto che nel 1875 fu chiesto di là per via di consoli, se esistesse ancora e in quale stato; o se distrutto, in qual tempo lo fu, e in quali circostanze. Ma nessuno vide mai nulla: di monumenti questi montanari non ricordano, né hanno visto mai che i ripari di pietre formate dai Granatieri di Rampon; li hanno rispettati e li chiamano il ridotto.

Di qui si vedono i punti estremi della linea occupata dagli alleati nel 1796; e mentre il sole va sotto, si contano a certe oscurità tutte le valli che la tagliano via via. Era lunga dalla Bocchetta di Genova all’Argentiera più di cento miglia pei monti; vi campeggiavano trentamila Piemontesi e cinquantamila Austriaci; questi condotti da Beaulieu, quelli dal Colli. Intanto Buonaparte se ne veniva da Nizza lungo il mare, con ventottomila fanti, tremila cavalli, trenta cannoni e i suoi ventisei anni. Tesoro non se ne parlava; perché il Direttorio gli aveva dato una pizzicata di luigi come a uno scolaro, e ancora l’aveva incaricato di spartirseli coi vecchi generali che sarebbero stati suoi luogotenenti. I soldati erano mezzo nudi, pasciuti appena da reggersi ritti, mandati alla guerra da un governo che, per bocca del giovane generale, aveva dichiarato di non poter nulla per loro. Ma il generale aveva aggiunto di suo, che di qua dai monti v’erano le più belle campagne d’Europa, città ricche, abbondanza. Stanchi di assaettarsi a morire per i greppi della Provenza, quei soldati venivano lieti e cantando alla terra promessa.

Cose che sanno tutti, ma che io intesi da uno che conobbi vecchissimo, e nel 1796 aveva già più di vent’anni. I Francesi lo avevano colto vicino al Santuario della Misericordia di Savona, mentre se ne tornava a casa sua nei boschi. Invitato a servir loro di guida, non s’era fatto pregare. Diceva che erano stracciati e magri da far pietà, ma non feroci come li gridava la gente. Egli aveva parlato con Buonaparte e lo menzionava toccandosi il berretto; ma, ricordo vivissimo in cui si compiaceva, gli era rimasto il cavallino bianco montato da quel giovane magro, pallido, di capelli lunghi, i cui occhi tiravano come due pistole. “Pareva che quel cavallino avesse le ali, tanto correva veloce, qua, là, in cento punti: e lo seguiva un nugolo di cavalieri tutto oro e pennacchi, i diavoli e il vento”. Così diceva quel vecchio tenendo gli occhi fissi come in una lontananza ideale. Forse si moveva laggiù la sua cara antica visione.
Buonaparte aveva bisogno che la linea occupata dagli alleati rimanesse lunga qual era, per trovarla sottile nel punto da lui scelto a sfondarla; quel punto che egli aveva scelto attentamente due anni prima, nei due giorni che il corpo di Dumerbion, con lui per colonnello d’artiglieria, era stato in Dego, a riposare dal combattimento del Colletto, a far bottino della roba lasciata ivi dagli Austriaci di Wallis, fuggiti senza sconfitta. Curioso luogo di storia militare che meriterebbe d’essere spiegato.
Che manata deve essere stata quella che si diede in fronte Beaulieu, all’alba dell’undici aprile 1796, quando, per le gole dell’Appennino gli giunse verso Genova il rombo delle cannonate da questi monti! Ed egli, rinforzata la Bocchetta e rimontata la Valle dell’Olba con undici battaglioni, aveva creduto di poter precipitare addosso ai Francesi, sorprendendoli in marcia lungo il mare, giù in quel di Voltri! Ma dunque Cervoni, quel maledetto generale còrso che si era avanzato sin lì, appunto il giorno avanti con tremila uomini, non era che uno scorridore? Dunque i Genovesi mandandogli a dire che i Francesi miravano a girar la sua sinistra, per guadagnar la Bocchetta, lo avevano ingannato? Certo il nemico gli si appuntava contro l’ala destra, là dove questa si annodava con la sinistra dei Piemontesi! Piantò Nelson, col quale era disceso in Voltri a concertare chi sa che operazioni; mandò gente verso questi monti, lungo e disperato cammino; egli stesso si mise in marcia per venire quassù. Povero Argentau, povero Roccavina, messi qui con poca gente, che sarebbe avvenuto di loro? E lui, addio la sua fama guadagnata nella guerra dei sette anni!
Quel giorno che fu l’undecimo di aprile del 1796 Argentau, con dodicimila uomini, era venuto incontro ai Francesi, già stabiliti sulla piccola catena d’alture che sorgono, come gobbe, su questo dosso dell’Appennino. E aveva trovato che Roccavina (quello forse che lasciò il suo nome a un reggimento Croato, sciabolato da Genova Cavalleria, a Governolo, nel quarantotto), arrivato all’alba da Dego con duemila e cinquecento soldati, si era impadronito del colle delle Traversine. Allora egli diè dentro assalendo quello di Castellazzo, e quasi senza contrasto lo prese. I Francesi parevano agevoli quel giorno; due dei loro ridotti erano superati; rimaneva il terzo; questo di Monte Legino, a sbarrare il passo che giù per i fianchi rotti della montagna mette a Savona. Se si riesce a superare anche questo, l’ala destra dei Francesi rimarrà scoperta, e giù nella Valle del Letimbro. La Madonna della Misericordia, dal suo Santuario n’abbia pietà; se no gli Austriaci faranno un macello, che il sangue scolerà sino al mare.
Ma su Monte Legino v’era Rampon.
Chi passa giù nelle fondure del Letimbro, alzi gli occhi e saluti il profilo di questo ridotto, riconoscibile ancora da lontano: e si immagini i mille dugento soldati della ventunesima e della centodiciassettesima mezza brigata, che con i loro avanzi formarono poi la trentaduesima, nelle guerre napoleoniche chiamata la brava. So d’una vecchia incisione in legno che rappresenta il fatto, visto appunto dal passo del Letimbro, dove ora è il gran ponte della strada ferrata. Un gruppo dei cavalieri freddolosi con i mantelli indosso stanno lì sulla via che mena all’altura, e guardano questa cima coronata di fumo. Nel fumo v’è un movimento, quasi un brulichio. È rozza l’incisione, ma deve essere stata fatta su uno schizzo dal vero. Ai piedi, a guisa di medaglia, v’è il ritratto di Rampon.
All’aspetto pare che fosse un uomo austero. Aveva gli occhi grandissimi, il naso a filo, carnoso, il mento sporto, i capelli acconciati sulla fronte grande. Vestito dei panni d’allora, con quel soprabitone giacobino dalle mostreggiature larghe, dal bavero che dava su alla nuca, dalle falde che battevano sotto le polpe; con quella lucerna piumata in capo, qui ritto sul culmine, circondato da quel migliaio d’uomini, vestiti e piumati come lui, dev’essere stato d’una grandezza sovrumana, quando tuonarono il giuramento di voler morir tra quei sassi, piuttosto che darsi vinti. Viva la Repubblica! urlarono in mille. Gli Austriaci, che poterono udire quel grido, nel frastuono delle fucilate, si sentirono come tirati dalla voragine della morte, e si avventarono risoluti e gravi la terza volta.
Dal petto in sù i Francesi sorgevano, ma non tiravano. Essi, non avendo più cartocci, aspettavano con le baionette incrociate. Allora gli Austriaci investirono a capo basso come tori; ma quel muro di petti non fu possibile romperlo. Ributtati, rotolarono morti feriti, fuggenti; ne furono trovati sin nel greto del Letimbro laggiù, orribile salto, quei che lo fecero in sensi.
Argentau trasse le sue genti indietro, e le postò in luogo di dove parve dire: A domani!
Rampon ebbe un po’ di respiro. Chi conoscesse qui attorno il punto vero dov’egli si stese a passa la notte!
A domani, dunque. Ma l’indomani Massena, Augereau, Laharpe, arrivarono diritti come falchi, questi di fronte, quelli di fianco agli Austriaci. Laharpe, alle cinque del mattino, che d’aprile e ancor notte, assale Argentau: questi, superiore di forze, crede di potergli ruinare addosso e precipitarlo giù nei burroni. Ma Augereau e Massena lo urtano improvvisi, irresistibili, nel fianco destro e quasi nelle spalle; vuole far fronte da tutte le parti; è inutile; cominciò la rotta, divenne un eccidio. Egli e Roccavina, feriti, poterono a stento fuggire, cacciandosi per quella valle dell’Erro là, angusta, tetra, spaventosa. Dei loro soldati duemila caddero prigionieri, mille e cinquecento giacquero morti; tanti corpi, che di nati tra questi monti, non ne tornano alla terra altrettanti in tre secoli; diecimila dispersi andarono come lupi a branchi, alla ventura per le selve; un migliaio rimasti uniti si ritirarono coi Francesi alle reni, urlanti per quelle gole. Che pensiero in quell’ora, che sgomento la patria lontana!
Bisognava aver uditi i vecchi, ultimi testimoni della rotta, quando narravano queste cose nel rozzo ma pittoresco e vigoroso linguaggio di questi monti! Ora son tutti morti, e la prima Compagnia Alpina passò senza la consolazione di averne trovato uno che potesse dire d’aver veduta la gran tragedia.

Da Montenotte a Dego, si va tra faggi e castagni che, tormentati dai vènti marini, empiono le solitudini di un clamore monotono, tedioso, come di cascate d’acque molte e lontane. Si incontrano casolari ai varchi, sulle vette, in grembo ai valloncelli verdi; e che bei nomi! Quel tetto che si vede laggiù, è d’una casa di coloni chiamata “l’Amore”. Date un’occhiata a sinistra. Li vedete quei massi che l’uno sopra l’altro sembrano un tumolo di chi sa qual uomo favoloso? Ebbene, là sotto v’è una spelonca dove, cara leggenda, Adelasia visse i suoi amori con Aleramo. Quella casetta laggiù in quel fondo, tra quei castagni spanti che sembrano secoli, presso quel torrentello che va via luccicando come corresse argento colato, la chiamano “l’Erede” e vi nasce la bellezza. Da generazioni, maschi e femmine, tutti statue greche in quel tugurio, in quel bosco! E suonano da tutte le parti canzoni che cercano il cuore, fanno invidiare la semplice vita di quella gente, dànno persino un senso vago dei tempi feudali. Udite?

Er fieu du re l’è ‘ndà spassagèe
In s’ra riva der mar;
U n’a sentì na certa vux;
Chi a r’ è sa li ca canta?
Sa li ca canta a n’è pa per vui,
R’è dona marideja.
O marideja o da maridèe
Ra veui per ra me spusa.1

Anche vibra talora la nota eroica.

A ji spettruma in zima ar zuvu,
A i daruma ‘r bragg du luvu!…2

Per chi poi, contro chi, i versi feroci del canto che tutto insieme, nel dialetto originale, arde d’un patriottismo quasi barbaro, ma grande? Per quei monti furono sotterrati tanti Francesi!
Giù, giù, sempre per borri selvaggi, si arriva a Dego, alle strette di Dego, fatte per le stragi umane. Su quel colle di Magliani, coronato di casette esultanti nella loro povertà come anime pie, quanti Francesi e quanti Austriaci videro l’ultima luce, provarono l’ultima angoscia, rimanendo a farsi polvere nel terreno rosso, che si direbbe divenuto così dal tanto sangue bevuto!
Lassù vidi Vittorio Emanuele nel 1875, su d’un baio che per i greppi vinceva le capre. Ma non era allegro quel giorno il Re. Forse lo opprimeva il cumulo delle memorie; forse si ricordava d’un veterano di Napoleone che nel 1851, in quel luogo, gli si era fatto alla staffa per salutarlo, a dirgli, richiesto, la propria vita. E che aveva guerreggiato in Ispagna cinque anni, sotto il maresciallo Suchet; e che nel 1821 era stato portabandiera del reggimento Alessandria a Novara; e che travolto nella rotta dell’Angrogna s’era condotto, fuggendo, a piedi sino a Ponzone in quel d’Acqui, portando seco l’insegna che non aveva voluto lasciarsi levar di mano da nessuno, salvo che dal Vescovo. Chi sa cosa pensasse il Re, se gli tornava a mente quell’antico rivoluzionario, devoto a suo padre e così buon diocesano?
A Dego cominciò la fortuna di Lannes. In quell’ufficiale che conduceva così accorto ed ardito il suo battaglione contro il ridotto dei Magliani, l’occhio di Buonaparte indovinò il futuro duca di Montebello. Nel campo di Dego, la notte dopo il fatto d’armi, il giovine colonnello Muiron sognò d’aver salvata la vita al generale in capo, e di aver vista la Morte dare la posta a lui, per un’altra volta. E la morte lo colse ad Arcole pochi mesi di poi, appunto mentre egli copriva col proprio petto l’Eroe; l’Eroe che dopo tanta e sì lunga fortuna, caduto, si ricordò di lui, e voleva pigliarne il nome, per andar a vivere solitario al focolare del popolo inglese. Dolce ritorno di sentimenti umani nel cuor di quell’uomo che era parso un Dio. E a Dego, il 15 aprile, quando Wukassovich, ancora sbandato da Montenotte, arrivò tempestando sopra i Francesi sdraiati nella vittoria del giorno avanti, cadde il generale Causse menando alle difese un pugno d’audaci. Fu portato via morente. Buonaparte gli passò vicino. – “Dego è ripreso?” domandò il ferito con voce spenta. E Buonaparte: “Il ridotto sì!” – “Allora, viva la Repubblica! muoio contento!” disse Causse con le ultime forze, e spirò consolato dalla bugia generosa di Buonaparte. Bugia, perché appunto in quel momento Wukassovich si cacciava dinanzi come turbine i Francesi; e li sbaragliava se non arrivavano Victor, Masséna, Menard, Cervoni, tutti. Ond’egli, l’eroico vendicatore, dovè ritirarsi rotto, perseguitato, perdendo bagagli, armi, soldati: miracolo se potè giungere in Acqui vivo.
Quelli i gloriosi. Ma le migliaia di gregari, i morti compendiati in una cifra, tutto quello strazio di carne innominata per i cinque o sei nomi che la storia tramandò? Pensiero cupo dei soldati che camminano, collo zaino sul dorso, per le strade polverose, taciturni, lontani dalle case ove nacquero. Ma gli Alpini che passarono nella mia vallata, forse non tutti avevano il capo alle cose lugubri, né alle glorie dei guerrieri illustri rammentati ancora dai valligiani. Erano pieni d’altri affetti vivi e presenti. A ogni passo madri, sorelle e persone di più tenero desiderio, si facevano incontro alla Compagnia, cercando sotto quei cappelli delle faccie care. La gran patria è augusta e dolce al pensiero; ma il cantuccio di essa dove si nacque, il nostro cuore è tutto per esso. E più qua, più là, quei soldati erano tutti nativi di questi monti. Oh! dove ad ogni occhiata si scopre un punto conosciuto nei boschi, nei campi, nei sentieri biancheggianti traverso i fianchi d’un monte lontano; un punto da cui si rifà qualche memoria nostra, qualche nostra passione; ivi sì che da soldati si combatterebbe con animo grande, saputi vicini da chi conosce tutta la nostra vita, forse sotto gli occhi della donna amata!
Di quest’animo dovè essere il cavalier Del Carretto, quando circondato da soldati suoi paesani, quasi nel bel mezzo delle Langhe, veduto, sto per dire, da tutte le torri feudali piantate su per quelle vette lontane e vicine, possessioni antiche dalla sua gente, nel castello rovinato di Cosseria, aspettò l’assalto dei Francesi e la morte. Vi era venuto dalla valle del Tanaro, pieno di mesti presentimenti. Un giorno, mentre marciavano sotto la pioggia, un sergente molto amato da lui e campato poi vecchio sino al 1859, molle sino alla pelle, inzaccherato, stanco morto aveva osato dirgli:
“Che vita le tocca, signor cavaliere, lei che poteva starsene tranquillo nel suo palazzo di Torino, coi piedi al fuoco!”.
Il cavaliere si era mosso come a una puntura e al sergente aveva intimato di tacere: ma poi battendogli sulla spalla aveva soggiunto dolcemente:
“Dimmi, tu ed io chi ci ha più roba al sole?
Oh! lei senza dubbio; io sono un poveretto.
Ebbene, avrei potuto starmene al fuoco, nel mio palazzo? Eppure là v’è mia moglie, v’è il mio figliuolo… Senti, lasciamo andare questi discorsi; e quando una palla m’avrà ammazzato, allora dirai: ecco, il cavaliere è tranquillo”.
Diceva quel vecchio sergente, che il cavaliere Del Carretto era un giovane bellissimo, non molto gagliardo ma fiero, sempre taciturno e scontento forse per cose domestiche. A Cosseria fra le rovine del castello che fu dei suoi vecchi, colto da una palla nel petto, cadde nelle braccia dei suoi granatieri, molti dei quali lo avevano visto fanciullo.
Ora v’è una lapide lassù posta nel 1860, l’anno in cui tutto sentì come un grande risvegliamento. In essa è scritto di lui, di Bannel, di Quesnel generali francesi, morti nemici e mescolati ora nella pace soave di quell’altura, dove io da giovinetto andava da lungi a leggere la Capanna dello Zio Tom, piangendo a quel grido d’angoscia che ci veniva dalla grande America, e ignorando il gran cuore che si era spento lassù mezzo secolo prima. Non sapeva che qualcuno dei teschi nascosti fra i rovi che tutte avvolgono quelle mura cadute, poteva essere stato la testa bella, malinconica e ardita di quel cavaliere. L’antico sergente non me ne aveva parlato.

Un giorno un generale prussiano, vecchio sopra i settanta, il signor Fritz de B… fece la salita del castello di Cosseria, e la rifece poi tre o quattro volte, ostinato a capacitarsi del come i Francesi abbiano potuto assaltarlo. Aveva carte e libri tutti note nei margini; interrogò, cercò. Ma tant’è, diceva, quell’assalto come lo narrano le storie, mi pare una storia da tori furiosi. – Badi, gli fu detto poi, badi che il vero assalto deve essere stato dato da nord. Ella ha visto che da quella parte la salita è meno erta; che le mura del castello vi sono più basse; che ivi soltanto possono essere superate senza scale; e sa che Joubert fu ferito appunto mentre con sette de’ suoi saliva… Ora Joubert arrivava da quella parte.
“Così dovrebbe essere, diceva il prussiano, ma la storia non lo dice.
Ma si sa che Joubert, la sera del dodici aprile, appena sceso da Montenotte, fu mandato da Buonaparte ad occupare il colle di Santa Margherita che è quello là… a nord-est del castello…”.
E il prussiano a studiare.
Fosse stato ancor vivo il sergente del battaglione Del Carretto, che preziose notizie avrebbe potuto dargli! Egli raccontava che la notte dal 12 al 13 aprile, conosciuta la rotta degli Austriaci a Montenotte, un corpo staccato dall’esercito di Colli, aveva camminato nella valle della Bormida tra Millesimo e Cengio, per andarsi a congiungere con quelli verso Dego. Ma all’alba, attaccato dai Francesi a destra e a sinistra, il comandante Provera si dibattè in quella stretta, avendo la Bormida alle spalle ingrossata improvvisamente, e i monti a petto dinanzi. Rotto, non vide scampo che sopra quella vetta di Cosseria, e vi trasse quanti potè dei suoi. Fra quelle rovine si piantarono risoluti a starvi sino alla morte. Di lassù vedevano Dego difesa dagli austriaci, vedevano a destra Montezemolo dov’era Colli accampato, un triangolo di cui essi occupavano il vertice formidabile.
Quel sergente, dopo sessant’anni, vedeva ancora il parlamentario francese salito a portare l’intimazione di Buonaparte, e narrando stringeva i pugni.
Gli pareva di udir Provera rispondere modesto e sicuro, che non si sarebbe mosso, se non a patto d’esser lasciato andar libero a raggiungere l’esercito di Colli; e accertava che mentre Provera rispondeva, il cavaliere Del Carretto gli stava ai panni come per mettergli il proprio spirito in corpo.
A Buonaparte sarebbe convenuto accordarlo quell’onore dell’armi; perché trattenuto alle falde di quella bicocca, rischiava di far mancare gli aiuti a Masséna, se ne avesse avuto bisogno a Dego, dove già era alle prese. Ma no. Lo lasciò detto un prete che giovanetto l’udì presente. Ricevuta la risposta di Provera, Buonaparte esclamò in italiano “Oh:… vuol imitare Rampon? Ebbene… cannonate!” Allora dal colle che sta di faccia al castello verso ponente, il cannone cominciò a tirare; ma i piemontesi non risposero perché senza artiglierie. E senza artiglierie, senza pane, senza acqua; chiusi tra quelle mura diroccate col loro coraggio, tennero fermo sino alla sera.
Il sole cominciava a calare quando Augereau, lasciato là da Buonaparte che era corso a Dego, comandò d’assaltare il castello. Bannel, Quesnel e Joubert marciarono alla presa, su per i tre contrafforti che si annodano a quella specie di cono su cui sorge il castello e gli dànno forma di tripode. Joubert veniva dal contrafforte a nord, e a mezza via fece sosta per dare un po’ d’aria ai soldati. Bannel e Quesnel, dai due altri contrafforti, videro e sostarono anch’essi. I Piemontesi, credendo che mancasse ai nemici l’ardire d’andar più sù urlarono di gioia; e cominciarono a far tombolar giù grandi massi che rovinando per i fianchi quasi a picco del colle squarciarono, scompigliarono i Francesi, n’uccisero o ferirono più d’un migliaio in un quarto d’ora. Alla tragedia si mescolò lo scherno. In faccia ai più avanzati assalitori furono lanciate le interiora d’un bove sottratte alla fame di chi le avrebbe divorate lassù. Bannel e Quesnel morirono in quel punto.
Ma Joubert che saliva per un pendio più agevole, potè arrivare sino alle mura. E già con sette de’ suoi v’era sopra, quando una pietrata in faccia lo rovesciò per morto sul tiro. Allora fu una fuga giù giù sino alle più basse piaggie boscose. Su in alto esultavano i difensori nell’ultima gloria. Augereau invelenito fece asserragliare con botti, con carri, con tronchi d’alberi tutti i passi al castello; a mezzo tiro di schioppo piantò i cannoni.
L’indomani, disperato d’ogni soccorso, co’ suoi affamati, con Del Carretto morto, Provera chinò il capo e si arrese.

In quel giorno che fu il quattordicesimo d’aprile del 1796, che allegrezza nel Quartier generale piantato in Carcare, quasi a distanze uguali da Montenotte, da Dego e da Cosseria! Buonaparte entrando in casa al Sindaco, dove si era messo da padrone, non lo trovò a far le accoglienze. Quell’ometto, genovese fiero d’animo e nemico ai Francesi, s’era ridotto in cucina per non ossequiare l’ospite mal gradito. Quando si udì venir addosso quel trionfo di generali, andati a cercarlo sino in quel suo rifugio, egli nemmeno si volse. Allora Joubert, pesto e bendato nella faccia, gli menò una scudisciata rimbrottandolo del contegno irriverente. Ed egli, afferrato urlando un coltellaccio, si slanciò contro Buonaparte risoluto a scannarlo. Se non era rattenuto, che mutamento nel mondo sulla punta di quel coltello! Buonaparte non volle che fosse toccato.
Forse, in quel momento bello della sua vita, la gioia lo disponeva a bontà. Forse il pensiero di tanti vinti, delle bandiere e dei cannoni conquistati, del Direttorio, del mondo che presto si sarebbe prostrato a lui, non gli permise di chinarsi a lasciar punire quell’ometto protervo. O pensò alla casetta di Ajaccio, alla madre, al padre suo che, ventotto anni avanti avrebbe fatto peggio al generale Marbeuf che vinse i Còrsi, se gli fosse entrato in casa a quel modo? Accennò agli ufficiali, e tutti lo seguirono di sopra ossequenti. Ma il sindachetto non mutò d’animo, sebbene, indovinato il grand’uomo, abbia tenuta poi sinché visse intatta la stanza dove questi dormì quella notte.
Ora chi dal castello di Cosseria, guarda per cercare il mare attraverso la gola di Cadibona, scopre i profili grigi d’uno sterminato edificio, piantato a guardia di quel passo predestinato. E il forte d’Altare, bel nome ispiratore per quelli che dovessero morirvi contro chi si cimentasse nemico a passare. Quasi a piede del forte, nel borgo che gli dà il nome, vive operoso un popolo di vetrai, antico, ricco, gentile. Discendono da una primavera sacra di Fiamminghi venuti da secoli a mettersi in quella gola, quando v’erano quasi vergini le foreste; e ne serbano qualche cosa nella finezza del viso, nei suoni della parlata, nell’assiduità al lavoro. Che gioia per loro e per tutti, se scendendo dal forte il vecchio cannoniere tediato oggi, domani, per sempre, sbadiglierà la noia che si soffre lassù! L’operaio, grondante sudore, soffia dalla canna una bolla di cristallo incandescente, e in un batter d’occhio le dà forma leggiadra: – Duri, dirà, duri, o soldato, la vostra noia! Ecco un bicchier bell’e fatto, beviamo alla pace! –
Montenotte e l’uomo fatale

Una trentina d’anni fa, dal Consolato francese di Genova fu scritto al Comune di cui fa parte Montenotte, per sentire se vi esistesse sempre e in eguali condizioni, o se fosse stato distrutto e in qual tempo, il monumento decretato da Napoleone nel 1805. Era comparsa nei giornali di Francia una lettera di lui al generale Berthier, del 6 fiorile anno decimoterzo repubblicano, nella quale egli divisava il monumento da erigersi in qualche punto lassù, forse sul culmine di Monte Legino, dove con 1200 granatieri della 117a mezza brigata, chiamata poi sempre la brava, giurati alla morte, stette il colonnello Rampon, contro tutte le forze d’Argenteau, dall’alba alla sera, e determinò la gran vittoria del giorno appresso.
Il generale Buonaparte aveva pensato già all’impero sin da Montenotte? Non parrebbe, perché allora non curò di fare scrivere ciò che creava, e soltanto da imperatore poi, mandò a rilevare quel terreno e a raccogliere memorie. In quanto al monumento decretato da lui non fu mai eretto: stanno soltanto i ripari di pietre formati dai granatieri di Rampon su Monte Legino e i montanari li rispettano ancora, li chiamano ancora il ridotto; nient’altro.
Ma chi osasse dire che un monumento potrebbe erigerlo lassù, liberamente, l’Italia nuova, che cosa gli si griderebbe? Eppure sentivano vagamente che la speranza della nostra nazione era cominciata appunto dalla vittoria di Buonaparte lassù, i vecchi di mezzo secolo fa, che si ricordavano d’aver da giovinetti udito dire che quell’uomo, che quei francesi erano venuti in Italia a far lavorare duecentomila fannulloni: e prima di loro avevano sentito così i loro padri, che di quel detto avevano poi visto cominciare e seguire il commento in azione. Dunque nulla di antipatriottico in un monumento che soltanto dicesse: Qui – guerriero di genio italico – Buonaparte generale – aperse l’èra nova – in cui la Patria degli avi suoi – ritrovò alfine se stessa.
A Montenotte, Buonaparte era già l’uomo fatale dall’anno avanti. Sfiorò le pagine di Alberto Sorel.
“Il 12 vendemmiatore, ossia il 4 ottobre 1795, i capi del partito moderato nella Convenzione credevano d’aver ormai in pugno la vittoria sugli ultimi uomini del Terrore. Cominciò ad insorgere la sezione di Lepelletier. Il generale Menou, che comandava le forze dell’Assemblea, si lasciò sopraffare. Perciò le altre sezioni, imitando quella di Lepelletier, presero ardimento e deliberarono di marciare il giorno appresso contro la Convenzione, per opprimerla. La Convenzione disponeva solo di 5000 uomini sicuri, con 40 cannoni; di guardie nazionali delle sezioni se ne contavano 40.000. Allora la Convenzione diede il comando supremo delle proprie forze a Barras, per difendersi.
“Questo ex-conte provenzale di quaranta anni, che da giovane era stato ufficiale di marina, poi aveva partecipato all’assalto della Bastiglia, poi era entrato alla Convenzione ed aveva votato per la morte del Re, dopo il supplizio dei Girondini, di Hebert, di Danton, si era trovato alfin a lottare petto a petto con Robespierre, e aveva vinto. Il 12 vendemmiatore egli era presidente della Convenzione.
E quel giorno accettò risolutamente il comando delle forze di cui la Convenzione poteva disporre, sebbene egli sentisse di non avere le qualità necessarie a servirsene, in quel terribile frangente che doveva essere l’urto insurrezionale del giorno appresso. Ma durante la seduta aveva visto nelle tribune la figura di Buonaparte. Lo aveva già conosciuto all’assedio di Tolone; era stato qualche volta in conversazione con lui l’anno avanti, essendo commissario civile della Convenzione presso l’esercito d’Italia; e sapeva che cosa poteva essere nascosto in quel cervello, in quel petto. Così lo chiamò subito a sé, e gli offerse il comando effettivo delle forze che egli aveva accettato.
Buonaparte pensò un poco; certo indovinò di trovarsi ad uno di quei momenti della storia in cui si risolvono situazioni supreme; forse anche sentì che quella per lui era l’ora di afferrare pei capelli la fortuna e di salvare la Francia e la rivoluzione. Nelle Memorie di Sant’Elena troviamo la relazione postuma del ragionamento fatto da lui in quel brevissimo istante in cui Barras gli chiese ed egli rispose il terribile: Sì. Ecco:
“Se la Convenzione soccombe, che sarà delle grandi verità della nostra rivoluzione?
Le nostre vittorie, il nostro sangue non saranno più che delle azioni vergognose. Gli stranieri che vincemmo, verranno, trionferanno e ci copriranno di disprezzo. Una gente incapace (intendeva dei Borboni), un corteggio insolente e degenerato (intendeva degli emigrati) riapparirà trionfante, rimproverandoci i nostri delitti, facendone le proprie vendette, e governandoci come iloti, con la mano degli stranieri. Così la disfatta della Convenzione cingerebbe di gloria la fronte dello straniero, e sigillerebbe la vergogna e la servitù della patria”.
Diceva queste parole più di vent’anni dipoi, ma erano la rievocazione della visione lucidissima avuta da lui in quel gran momento del suo colloquio con Barras. Il fatto è che il giorno appresso, 13 vendemmiatore, egli con quei cinquemila uomini e quei quaranta cannoni spazzò dalle vie di Parigi le quarantamila guardie nazionali delle sezioni. La storia non tollera supposizioni, sarà vero: ma se la reazione dei repubblicani moderati avesse vinti e oppressi gli ultimi rappresentanti della Convenzione, quanti passi avrebbero avuto a fare i realisti e gli stranieri per ricondurre la Francia sotto il vecchio regime?
“Buonaparte era ancora giacobino allora, ma dovette applaudirsi in se stesso di non aver voluto accettare, poco più d’un anno avanti, l’offerta di Robespierre il giovane che aveva voluto metterlo a fianco del proprio fratello onnipotente, nel posto di quel generale Henriot, di quel grottesco soldato che nelle giornate di Termidoro lasciò travolgere i fratelli Robespierre e tutto il loro gruppo nella rovina. Allora Buonaparte aveva detto al proprio fratello Giuseppe, che lo sollecitava di accettare l’offerta di Robespierre: “Non c’è posto onorevole per me, se non presso gli eserciti. Abbiamo pazienza! Più tardi comanderò Parigi”.
“E ora vi comandava davvero. Da quel 13 vendemmiatore cominciò la sua fortuna. Erano passati i tempi della povertà, delle angustiose peripezie, delle mezze cadute, da cui però si era sempre rialzato da sé, o s’era imbattuto in chi lo aveva rialzato; Doulcet, per esempio, direttore della sezione della guerra. Costui, cui era piaciuto “quel piccolo italiano”, come egli diceva, “pallido, malaticcio, ma singolare per l’arditezza delle sue viste e l’energica fermezza del suo linguaggio”, gli aveva dato tutta la sua confidenza; e negli uffici della guerra Buonaparte aveva composto quei mirabili piani di invasione della Valle del Po, ch’egli stesso eseguì poi con rapidità fulminea nel 1796-97.
“La conquista d’Italia era già stata una idea capitale del Comitato di Robespierre, ma l’ispirazione pare fosse dovuta all’influenza del Buonaparte sul gruppo. Comunque sia, l’onore toccò a lui. Entrare in Italia, trovarvi mezzi da campare tra gli agricoltori, ricchezze tra la nobiltà da spogliare: ecco la tesi. “Vincere il nemico e farsi fare le spese da lui era un vincere due volte”, aveva detto Baudot alla Convenzione nel 1794. Buonaparte lo sapeva, non aveva bisogno di impararlo da lui”.
Come dice bene queste cose il grande storico Sorel! Trascrivo.
“Egli, Buonaparte, aveva venticinque anni. Nato còrso, s’era attaccato alla Francia per via della Rivoluzione. Portava nel sangue le passioni primitive che produssero questa Rivoluzione: all’odio e alla gelosia della nobiltà minore e povera contro l’aristocrazia congiungeva l’orgoglio ambizioso del popolo sovrano. Non era di quelli che avevano fatto la rivoluzione, ma di quegli altri a pro dei quali la rivoluzione era stata fatta.
Egli la incarnerà in sé e dirà: “Io sono la Rivoluzione!”. Sente in sé le passioni popolari del francese: disprezzo per gli stranieri, odio contro l’Inghilterra, desiderio di conquista, amor della gloria. Farà suo proprio lo splendore della gloria. Farà suo proprio lo splendore della Repubblica, e con questo splendore penetrerà il popolo e l’esercito della Francia. Ma, penetrandolo, lo dominerà”.
Non lui, ma l’uomo che egli doveva essere, era stato preconizzato nel 1790, nei primi tempi della Rivoluzione, quando questa era ancora quasi benevola e mite. Rivarol, uno dei membri della Legislativa, aveva detto: “O il Re avrà un esercito o l’esercito avrà un Re: le rivoluzioni finiscono sempre nella spada. Silla, Cesare, Cromwell”. E nel 1791 un segretario di Mirabeau s’era espresso con pensiero degno del suo padrone: “Siccome la dinastia non ispira che diffidenza, le si preferirà qualche soldato fortunato, o qualche dittatore creato dal caso”.
La gran Caterina di Russia scriveva: “Cesare verrà!”. E nel 1794, indovinando vicino il tempo buono per chi avesse osato meritatamente, scriveva ancora: “Se la Francia esce da questa stretta, sarà più vigorosa che mai, diverrà ubbidiente come un agnello; ma le bisognerà un uomo superiore, abile, coraggioso, più alto de’ suoi contemporanei, forse più alto del suo secolo stesso. È nato? Tutto dipende da questo”. Diceva così la Zarina, spirito chiaroveggente, divinatore. Essa morì prima di potersi lodare da sé della propria profezia e di riconoscere che l’uomo era nato. Ma chi sa? Essendo morta nel novembe 1796, poté forse intuirlo già tutto nel vincitore di Montenotte.
Il Buonaparte era della stoffa di Machiavelli. “Mi lascino entrare nel loro servizio, anche in piccolissimo ufficio”, diceva questi dei Medici, quando s’era disposto a servirli per farli grandi e grande con essi la patria. “A salire penserò io”. E il sangue dei Buonaparte veniva da Firenze.
Dunque il 13 vendemmiatore ci mise il piede nella staffa, e non lo levò più finché, pigliatosi alla criniera, non fu in sella alla cavalla focosa che spronò poi per tutta Europa.
Cominciò dall’Italia e parve fatale. Qui da noi si affermò la sua figura dominatrice. Dopo la battaglia di Lodi un poco, e dopo quella di Arcole addirittura, non diede neppur più retta agli ordini che gli venivano dal Direttorio.
E qui da noi aveva trovato che il paese era nelle sue classi sociali medie, ben disposto al grande rivolgimento. C’erano pur qui i giacobini propagandisti, che avrebbero accettato una rivoluzione anche violenta; e c’erano più numerosi certamente, i preparati ad una repubblica felice, scevra dall’aver subìto l’iniziazione del sangue e del terrore.
I patrioti italiani erano persuasi che l’Italia era chiamata a scuotere il giogo, a ricominciare la propria esistenza, a riprendere il proprio posto superiore. Infiammati da queste speranze, pubblicavano che per l’Italia era venuto il momento di porsi a pari con la Francia e con la Germania in potenza, come era già a pari con esse per la civiltà e per il sapere. E poiché la libertà non era possibile a conquistarsi se non in uno sconvolgimento generale, pensavano che bisognava affrettare la catastrofe, invece di allontanarne gli effetti.
Buonaparte seppe sfruttar da par suo quelle passioni, ma per allora a tutto profitto della Francia. Egli amava l’Italia, ma con la prontezza d’intuito di cui era sommamente dotato, così che per l’Italia non si poteva allungar abbastanza la mano per afferrarne l’avvenire e farglielo divenir presente. Troppa era la matassa di filo che bisognava dipanare per ordirle e tesserle una vita nuova; e perciò egli ne fece una riserva d’uomini e di denaro a beneficio della Francia. Alla scuola della guerra si sarebbe disusata dal sopportare muta, e rifatta dallo sbocconcellamento in cui s’era invilita nei secoli, avrebbe acquistato coscienza di sé per l’avvenire.
Che egli amasse l’Italia appare da un suo lavoro preziosissimo dettato a Sant’Elena e corretto da lui di suo pugno. Vi tratta della configurazione della penisola sotto il titolo: “Campagne d’Italia”. E la descrizione che ne fa, è una plastica in cui tutto piglia forma, le pianure, i corsi di acqua, i sistemi di montagna; e la parola vi diventa cosa. Credo che nessuno abbia superato questa descrizione, fatta con amore che si rivela nelle pagine in cui sono tracciate le linee della difesa d’Italia, con una evidenza suggestiva, come se Napoleone vi avesse trattato non di una Italia quale egli l’aveva lasciata, ma di una Italia quale oggi l’abbiamo, unita a nazione. Egli n’ebbe il presentimento e ne scrisse così:
“L’Italia pare chiamata a formare una grande e potente nazione, ma essa ha nella sua configurazione geografica un vizio capitale che si può considerare come la causa delle disgrazie che dové sopportare, e dello sbocconcellamento in parecchie monarchie o repubbliche indipendenti: la sua lunghezza non è proporzionata all’ampiezza. Se l’Italia avesse avuto per confine il monte Velino, presso a poco all’altezza di Roma, e se tutto il territorio situato fra il detto monte e il mar Ionio, compresa la Sicilia, fosse stato gettato fra la Sardegna, la Corsica, Genova e la Toscana, essa avrebbe un centro quasi egualmente vicino a tutti i punti della circonferenza; avrebbe unità di correnti, di costumi, di climi, d’interessi locali”.
Discorre poi minutamente degli inconvenienti determinati dalla configurazione, col sentimento d’uomo che non poteva valutare quanti poi ne avrebber levati via il vapore e il telegrafo; ma pieno di fede proclama tuttavia l’Italia nazione. “L’unità di costumi, di lingua, di letteratura deve, in un avvenire più o meno lontano, riunire finalmente tutti i suoi abitanti sotto un solo governo”.
Per esistere (avverte Napoleone), la prima condizione sarà ch’ella sia potenza marittima, onde mantenere la superiorità sulle sue isole e difendere le sue coste. E soggiunge che “nessun paese d’Europa è posto in situazione più favorevole per diventare potenza marittima”. Calcola che ha un terzo di coste di più che non la Spagna, e la metà di più che non la Francia; dice che quanto a marinai ne può dare più di ognuna delle due dette nazioni, perché oltre alle sue genti delle coste, le terre della penisola, anche interne, sono così influite della vita del mare, che le città come Lucca, Pisa, Ravenna, Roma, si possono dire marinare anch’esse. E ne divisa i grandi porti. Quello della Spezia gli pare il migliore dell’universo: vede Taranto meravigliosamente collocato per dominare il levante; di Venezia dice che ha tutto, quasi compiacendosi dei lavori ch’egli vi aveva fatto fare, nel canale di Malamocco.
Venezia! Ah! Venezia era rimasta anche per lui una puntura, pel modo con cui l’aveva trattata da generale conquistatore e trafficatore di popoli nel 1797. E ripensando a quel periodo della propria vita, e alle accuse caricategli addosso dagli italiani pel baratto di Venezia all’Austria, nel famoso trattato di Campoformio, si lagnava a Sant’Elena di non essere mai stato compreso dagli italiani. Essi, lo diceva conversando coi suoi generali, non seppero mai riflettere che Venezia, orgogliosa della sua storia gloriosa di undici secoli, mal si sarebbe acconciata a divenir città di provincia nella Cisalpina, sotto Milano capitale. Dandola all’Austria ei l’aveva mandata a patire la servitù straniera; dura scuola in cui avrebbe prestissimo appresa la rassegnazione, per tornar italiana, contenta anche di una condizione inferiore. Alla prima occasione l’avrebbe ripresa, come difatti la riprese nove anni dopo nel trattato di Presburgo.
Argusta giustificazione, cui si può rispondere facilmente “senno di poi”: ma sarebbe grossolana offesa allo spirito del grandissimo uomo. Certo egli nel 1797 non era ancora ad Austerlitz ma in una testa come la sua, e sapendo egli su qual Francia poteva contare anche un calcolo come quello di cui disse poi a Sant’Elena, poteva essersi mosso, come dovette moversi poi difatto, nello spazio e nel tempo.
E di un’altra cosa si lagnava, a proposito del rimprovero che gli era stato fatto di non aver unificato l’Italia. O non aveva egli dato al proprio figlio il titolo di Re di Roma? Se la sorte gli avesse dato di regnare in pace sicura con tutta l’Europa, almeno vent’anni, come natura gli avrebbe potuto concedere; giunto il Re di Roma a un’età giusta, lo avrebbe associato all’impero, e allora gli italiani avrebbero veduto che cosa sarebbe stato dell’Italia.
Il leggere quelle cose di Sant’Elena, ora che Napoleone è ormai così lontano, mentre il secolo testé chiuso era ancor così pieno di lui, dà una gagliarda malinconia al cuore. Fu necessario alla Francia un uomo che fosse capace di vincere l’Europa, e di far penetrare nelle leggi, nei costumi, nelle coscienze, tutte le conquiste materiali e morali della Rivoluzione?
Ebbene, l’uomo fu lui! Le cose conquistate si vennero poi modificando per opera del tempo e pel lavoro delle generazioni; e ora, come dice il Sorel, la democrazia del 1795, piena del concetto della grandezza dello stato e delle guerre di magnificenza, compì la sua trasformazione in una democrazia veramente repubblicana, pacifica, perché la pace è condizione d’esistenza per lei, che cerca la grandezza nel proprio progresso, e che è più curante del lavoro, della giustizia e della libertà, che non della supremazia e delle conquiste. Essa si è rimessa alla testa dell’Europa.
1 Il figlio del re andò a passeggiare sulla riva del mare; sentì una certa voce: Chi è colei che canta? – Colei che canta non è per voi, è donna maritata. – O maritata o da maritare, la voglio per mia sposa.
2 Li aspetteremo in cima al giogo. Darem lor l’urlo del lupo.
Sono versi d’un canto popolare nato dall’ira, forse nel ’99, quando i francesi, respinti dalla Lombardia, rotti a Novi, passavano per quei monti fuggendo.

Giuseppe Cesare Abba – Storia dei mille – PDF

Reading Time: < 1 minute

Download (PDF, 684KB)

Giuseppe Cesare Abba – Ritratti e profili

Reading Time: < 1 minute

Download (PDF, 796KB)

Giuseppe Cesare Abba – Da Quarto al Volturno – PDF

Reading Time: < 1 minute

Download (PDF, 590KB)

Giuseppe Cesare Abba – Cronache a memoria – PDF

Reading Time: < 1 minute

Download (PDF, 276KB)

Giuseppe Cesare Abba – Cose vedute

Reading Time: < 1 minute

Download (PDF, 1.22MB)

Giuseppe Cesare Abba – Prendi moglie!

Reading Time: 48 minutes

Adagio, adagio, anche pel dottor Asquini erano arrivati i cinquantacinque, età già così solenne che chi l’ha gli pare di non poter vedere il fondo delle memorie, da tante che sono, sebbene talora le colga tutte con un’occhiata della mente, come se tutto fosse di ieri. E l’Asquini, in quanto a memorie, poteva dire d’aver vissuto per due. Medico da trent’anni, era ormai come un vecchio e buon parroco, perchè nel cimitero del suo grosso borgo giacevano forse cinque migliaia di persone, che l’avevano avuto intorno al loro letto, e tutte se n’erano andate senza ch’egli avesse da rimordersi di nulla: ma se non d’altro si sentiva contento d’aver sempre lavorato, di giorno, di notte, al bel tempo, alla pioggia, alla neve, e saputo adoperar la parola per medicina all’animo degli infermi, avendoli aiutati a patire, a considerar la morte senza repugnanze, e a morire senza rimpianger la vita. Per lui, amarla questa vita, starci alla buona, non aver neppure sentore della paura che fa la morte ai volghi, anzi stimarla il più solenne atto della esistenza passata senza cupidigie e senza collere, voleva dire essere uomo, e tale era lui.
Dunque il dottore aveva finito i cinquantacinque. E una sera se ne stava, con le molle in mano, nella sua vecchia sedia, dinanzi a un focherello di marzo, parlando con sè a mezza voce. Bisogna dire che quella volta era uscito dopo la cena, aveva visitato degli ammalati e ritirata una lettera dalla posta, rincasato assai tardi che già quelli della famiglia se ne erano andati a dormire, l’aveva letta e s’era messo là a meditare. Parlava:
– Eh già! si vuol ammogliare anche lui! legarsi per sempre, e non godere mai più nè libertà, nè amici, nè mondo! A ventun anni marito, a ventidue padre, una, poi due, tre, quattro altre volte così; e figli, figli, che vuol dire pace mai più! Bei tempi da matrimonio e da figli! E cosa direbbe poi suo fratello, che volle mettersi a quella bella vita di marinaio, per salvar lui dal servizio militare? Salvar uno perchè prenda moglie! Se mai ci ha da essere in casa un altro matrimonio, non tocca a Serena che ha diciassett’anni? Le ragazze sì!… queste bisogna maritarle per forza, se no son guai!.,. Ma i maschi! Intanto ecco cosa tocca a un padre e a una madre! Tirar su dei figlioli, per vederseli poi andar via, chi di qua, chi di là, e rimanere lì come due grulli a soffiar nella cenere.
Così ragionando tra sè, il dottore rimestava con le molle nella cenere del focolare, a cui s’erano scaldati gli stinchi suo padre, suo nonno, e forse suo bisnonno; perchè quella dove stava era la casa dei suoi vecchi, sacra per lui come un tempio. E quel camino n’era l’altare. Se altri gli avesse voluto dare tanto da comperare un podere perchè gli vendesse la modesta lastra di ferro fuso, murata nel fondo di quel camino, l’Asquini gli avrebbe detto di tenersi il suo danaro, perchè la figura di quel giovine seduto al pozzo, la bella donna appoggiata l’anca al muricciuolo di questo, con su l’orlo il vaso da attingere, tutta rapita dallo sguardo del giovine; le palme, la campagna, i colli lontani; in tutto quattro o cinque linee di paesaggio, parlavano al suo spirito, da quel bassorilievo di ferro, come tutto un mondo. Da fanciullo, una sera di Natale, aveva sentito dire che quella era la scena della Samaritana; il discorso tra Gesù e la giovine donna se l’era sentito discendere nel core solo più tardi, da giovinetto, leggendo nel Vangelo le pagine dell’idillio divino; ma sempre aveva amato quella povera lastra di ferro, sempre, quand’era stato pel mondo, solo che avesse pensato a casa sua, l’aveva veduta con l’immaginazione prima di ogni altra cosa. Adesso, quasi vecchio, vi si fissava alle volte delle ore, fantasticando l’Oriente, i luoghi del gran poema del Cristo, ch’aveva sempre sperato d’andar a vedere e non aveva mai potuto.
Del resto intorno a quel camino si raccoglieva la più gran parte degli affetti del dottore. Ivi brillava l’alare maggiore, fatto in cima come un canestro, sul quale anticamente il capo di casa, tornando la sera dalla caccia o dal lavoro, doveva aver goduto di metter la scodella per cenare al caldo, circondato dalla famiglia; ivi, certo i suoi nonni avevano ragionato, temendo o sperando nei tempi della rivoluzione francese invadente; ivi, più dolce a pensarsi, suo padre e sua madre dovevano aver parlato di lui chissà quante volte, quando stava per venire al mondo. E ivi da fanciullo aveva veduto sua nonna materna, con le molle in mano, come adesso lui, far delle buche nella cenere, una accosto all’altra come quelle dei cimiteri, e nelle buche metter dei carboni accesi, borbottando e nominando gente morta dei suoi tempi, ch’essa, a quel modo, faceva forse conto di piantar nell’inferno.
Il dottore Asquini sorrise mestamente di quel ricordo, e ancor più mestamente pensò che la povera donna era finita un po’ scema. In quel momento, alzando il capo, come per cacciar via quel pensiero, si vide nello specchio, lì sopra la mensola del camino. Gli passò un brivido per la vita. Non si era mai accorto di somigliare tanto a suo padre, quale lo aveva veduto quarant’anni prima, e se ne rallegrò. La stessa fronte alta e saliente da entusiasta sprezzatore della fortuna; gli stessi occhi grandi, profondi, limpidi, ma pieni di malinconia; le stesse grinze alle tempie, e nelle guancie lo stesso solco. «Fedele e santa donna, mia madre!» fu lì per dire il dottore, ma nel formare questo pensiero, gli rimorse il cuore. Fedele e santa donna! Non era un’offesa il pensarlo?… D’una madre si può creder altro? Lodar il padre, si! questo era lecito. Povero padre! Era stato un lavoratore proprio di quelli della prim’ora. Da giovanissimo, si era trovato chirurgo alla Moscova e alla Beresina; tornato a casa, aveva cavalcato tutta la vita come un Cosacco, a curar i malati per la montagna, popolandone le solitudini e i silenzi, con le sue grandi memorie; quarant’anni di lavoro quasi senza compenso. Ma al suo funerale era corsa la gente di tutto il comune; dei vecchi che da anni e anni non si erano più mossi, neppure per venire alla messa, ci si erano fatti portare sui carri; povera gente, alla quale aveva lasciato lui, figlio, medico valente e pieno di carità. Ebbene, egli avrebbe fatto come suo padre fino all’ultimo della vita.
Senza avvedersene, il dottore s’era lasciato prendere alla ruota dei ricordi di famiglia. Cos’era stata la sua vita? Un’infanzia quasi come quella di tutti, in quei tempi di poche carezze e di meno giocattoli; la scoletta, qualche nerbata, poi il collegio, dei frati buoni svegliatori di ingegni e di cuori, le piccole glorie di scolaro inebrianti e svegliatrici di forze nuove; poi l’università, la patria, una, due, tre guerre, la medaglia al valore, degli amici compagni d’arme, qua, là, per tutta l’Italia, qualche amore ma senza rimorsi, nessuna seduzione. Oh! per codesto, a diciott’anni, aveva sentito di traverso dir da suo padre che s’egli avesse mai fatto parlar male di qualche ragazza, verità di Dio, gliela avrebbe fatta sposare, fosse anche stata la figlia del becchino. Ed era bastato. Del resto poi, nessun marito offeso, nessun figlio lasciato dietro sconosciuto, la laurea, e alla fine la madre e il padre vecchi, da non potersi più lasciar privi di compagnia. Onde la rinuncia al mondo, il borgo nativo per campo di vita, la condotta di medico, e Rosa; Rosa umile, che quando s’era sposata a lui aveva creduto di salire su d’un trono. Ora essa era vecchia, ma gli aveva dato dei figliuoli parecchi, maschi e femmine, e insieme li avevano fatti venir grandi. Il primo, quel Paolo! Che medico anche lui! La scienza gli era proprio venuta come eredità di famiglia; eppure aveva voluto rimanere medico di campagna, mentre avrebbe potuto mettersi in qualche città e farsi onore e guadagnar oro a manate. No! Diceva che nel gran mare c’era già di troppo Vespuccio, suo fratello, ufficiale nella marineria da guerra, che aveva già fatto due volte il giro del mondo. Ma la verità era che Paolo aveva voluto sposarsi con una giovine, figlia unica ma povera, i cui genitori vivevano alle spalle di lui, e lo tenevano come uno schiavo. Il dottor Asquini sapeva tutto, taceva, e se ne rodeva nel cuore. Viviana, la prima figliuola, il ritratto di Rosa, si era maritata bene e stava per divenir madre, cosa che faceva correre un’ondata di dolcezza al cor del dottore. Dolcezza al core, sì; ma, e la testa? Ecco il tormento della vita; la testa! Egli aveva appena finito di pensare per Viviana, avendola collocata bene, ed essa gli dava già da pensare per la creatura che avrebbe messa al mondo. «I padri d’una volta s’impensierivano forse anche poco dei figli – diceva il dottore – fossero pur venuti a due a due: noi d’oggidì, bel progresso! ci arrovelliamo già pei nipoti, e quei che verranno si arrovelleranno pei pronipoti che saranno ancora di là da nascere. E che cosa avverrà di loro, e che faranno in questo mondo, dove non regna più che il danaro? Patiranno, godranno, saranno buoni o cattivi, converrà pregare che riescano più ad un modo che all’altro, pecore o lupi, miti o prepotenti, chi diavolo mai lo sa? Eppoi la salute, i difetti, le morti…». Insomma, al buon dottor Asquini la famiglia pareva un grave e tormentoso pensiero.
Marito, era stato sempre in pace, nei figli non era stato del tutto infelice, eppure non era contento: ora il suo ultimo, Mario, che studiava da scultore a Milano, gli scriveva che voleva prender moglie. Per tribolare? Poteva aspettarlo; egli non avrebbe mai dato il suo consenso.
A un tratto, da una casa in faccia alla sua, scoppiò una tempesta di pianoforte che si svolse in un’aria conosciuta e cara al dottore, un’aria della Forza del Destino. Egli brillò, si illuminò in faccia, come a un improvviso ravvivarsi della fiamma nel focolare; passarono delle memorie, lampeggiando nei suoi occhi. Ed ecco il duetto, quel duetto che deve essere sbocciato dall’anima del Maestro come certi fiori semplici dalle crepe delle rocce, su in alto, nei monti selvaggi: quattro petali, un colore che non si può definire, un profumo che viene non si sa se dal fiore o dal senso di chi lo mira.
O memoria! tu sei come certi cantucci riposti di mare. Non sembra, ma in fondo all’acque c’è tutta una flottiglia di nautili. Soffia un po’ di venticello, ecco che uno viene a galla, alza la vela, si stacca, piglia il largo, naviga, va. Dove?
Quel duetto fu il venticello. Il dottor Asquini si sentì portato via dal pensiero trent’anni indietro; la sua stanza si mutò in un gran teatro, egli non era più solo, quattro giovani, sulla trentina come lui, gli stavano intorno in un palco: e fra tutti avevano dentro tanta vita quanta ce n’era in tutto quel teatro inondato di luce, un paradiso di donne e di uomini felici, dove la Forza del destino trionfava con cantori che empivano il mondo del loro nome, come gli eroi. Ora che cosa voleva dire quel velo di malinconia che calava improvviso sulla fronte del dottore? Ah quei suoi quattro amici! Quella sera già tanto lontana lo avevano amareggiato. Baldi, forti, anche un po’ spensierati, essi lo avevano compianto perchè tornato fra loro, come soleva ogni anno, qualche mese d’inverno, quella volta aveva dichiarato di non potersi trattenere a lungo, e che sarebbe stata l’ultima, perchè a casa lo attendeva la fidanzata per le nozze! Ed essi a sgridarlo: «Ah! cosa aveva mai fatto così giovane; cosa stava mai per fare; pigliarsi le noie d’una famiglia! Ma come mai un uomo come lui s’era potuto lasciar andare per lo sdrucciolo volgare del matrimonio?». Così gli avevano detto quegli amici; e chi da filosofo, chi giocondamente alla mondana, tutti avevano voluto distorlo dal prender moglie. Ora gli tornavano improvvisi, come la musica suonata là vicino, eco di quella sentita tanti anni prima; e tornavano in un momento ch’egli, quasi vecchio, diceva su per giù del suo Mario quel che allora essi avevano detto di lui. Avevano avuto ragione o torto? Ed essi che cosa avevano fatto? Dov’erano, cosa n’era stato? Da molti anni non ne aveva più sentito nulla; erano celibi, ammogliati, padri, o forse erano morti? Tutti no, ma qualcuno forse, o di certo…
– Uno di questi giorni vado a trovarli! – disse il dottore, levandosi e pigliando in mano un candeliere per andare a letto – tanto sono vent’anni che non mi sono goduto un giorno di spasso! Anzi vado domani e così vedo Mario.
Salì nella camera, dove, nel gran letto matrimoniale, Rosa dormiva. Oh com’era lontana e tuttavia sempre viva nel sentimento, la prima sera che quella sua gioia v’era entrata sposa! Allora su quel guanciale aveva posata la sua bella testa bionda, mentre egli era rimasto giù coi parenti e cogli amici. Ora quella testa era già stanca, vi si vedevano dei fili bianchi; ma il cuore che batteva sotto quelle coltri s’era conservato giovane, devoto, pieno di fede come nel primo giorno. L’Asquini la guardò un poco; Rosa aperse gli occhi e sorrise.
– Facevi vista di dormire?
– Eh no…, anzi sognavo…
– Sognavi che domani vado a Milano?
– Mario sta male? – gridò Rosa balzando a seder sul letto, quasi lì per gettarsi giù e vestirsi.
– Eh! furie di donne! Che male! Mario sta meglio di noi!
– Come sai tu? Dimmi tutto, tanto te lo leggo negli occhi…
– E leggi! Hai letto? Ecco che non sai nulla. Allora te lo dico io: Mario si vuol ammogliare.
– Oh Dio! – disse Rosa, dando giù come se le si fosse fermato il cuore – si vuol ammogliare! Te l’ha scritto lui?
– Scritto lui.
– Leggimi la lettera.
– To, leggi da te.
Rosa si mise a leggere la lettera, pigliando un’aria di malinconia che cresceva ad ogni riga. Intanto il dottore si spogliava ed entrava nel letto.
– Non si capisce nulla, nemmeno chi sia la giovine!… E poi, è presto detto prender moglie: ma la madre e il padre non son più nulla?
– Ecco! – ribatteva il dottore – Ora, quasi quasi, preferiresti che Mario fosse ammalato. Sì, sì! Ed è naturale. Voi madri, quando maritate le figliole, godete, vi par d’esser voi, alle nozze, ringiovanite; ma quando i maschi vogliono prender moglie, provate non so che gelosia. Già, gelosia! Sentite che un’altra donna è entrata nel loro cuore, e non dico che la odiate, ma insomma, a prima giunta vi pare una nemica… Non è forse vero?
– Forse… Tu dunque vai. E quando sei a Milano?
– Vado a trovar Mario, vedo che cosa v’è di serio; forse si tratta di una cotta presa per qualche modella… Ma lo metto nelle mani dei miei amici, quelli che mi davano dello sciocco quando dovevo sposarmi con te io stesso… te lo dissi tante volte… Oh saranno ancor vivi!… Bestia, che non accompagnai Mario e non lo raccomandai loro fin dalla prima volta che andò a Milano! Ma saranno ancor vivi, e forse meglio in gambe di me…
– Ti fai de’ bei complimenti! – disse Rosa, rassicurata un poco e sorridendo.
Essa conosceva di nome e di vista tutti gli amici lontani di suo marito, perchè egli ne aveva sempre parlato, e glie ne parlava sempre anche a quell’età, ne animava i ritratti appesi alle pareti qua e là per la casa, li rendeva quasi presenti. E però le parole del dottore le furono di qualche conforto. D’altra parte cosa si poteva dire? Ad ogni modo il matrimonio non era ancor fatto.
– Faccio conto di star fuori tre o quattro giorni e spero di tornar a casa contento. Al resto ci penseremo domani mattina. Svegliamoci alle cinque.
E cosi dicendo il dottore spense il lume.
La mattina dopo, due ore prima della partenza di lui, Rosa era già alzata; gli aveva preparato un po’ di roba, gli dava il caffè, gli contava il danaro, e che ne prendesse perchè pel mondo non si sapeva mai cosa potesse arrivare.
Il dottore la guardava con una gran tenerezza negli occhi, e intanto sorseggiava.
– Sai Rosa, che m’aspettavo di sentirti dire che vuoi venire a Milano anche tu?
– Oh no! questo no. Ti sarei d’impaccio. Ma se Mario vorrà prender moglie a ogni costo, allora sì, ci voglio andare, voglio vederla io la giovine, voglio conoscerla prima, perchè poi quando sarà mia nuora, son io che dovrò volerle bene.
– Buona donna! – disse l’Asquini, e la baciò nella fronte.
Poi passarono in punta di piedi nella cameretta di Serena. La giovinetta dormiva. La guardarono, si guardarono, forse i loro pensieri s’incontrarono, e Rosa disse: Come dorme tranquilla! Le abbiamo messo un nome ch’è proprio il suo. Chi sa di chi sarà moglie un dì?
L’Asquini sentì un’ondata soave al cuore, baciò sui capelli la figliola, poi stringendo Rosa nella vita, venne via con essa, e tutti e due avevano dei lampi di giovinezza e delle lacrime negli occhi.
*
*   *
Mezz’ora dopo l’Asquini viaggiava alla volta della Lombardia, pieno di sensi quasi giovanili, nascenti dalla visione delle cose già vedute tanti anni prima: campagne, fiumi, città, borghi che s’indovinavano alle torri solitarie nelle lontananze, e le Alpi che erano sempre state lo spettacolo a lui più gradito. Tutto gli sembrava ancora com’era anticamente, tutto perchè il suo cuore era sempre lo stesso.
E nel pomeriggio, ma ben sul tardi, giungeva a Milano.
Appena uscito dalla stazione, gli parve strano di non trovar lì, tra la gente, il suo Mario, ma sorrise di sè; la lunga vita passata nel borgo nativo non gli aveva tolto del tutto il senso d’una moltitudine che formicola indifferente e va pei fatti suoi. Montò nella prima carrozza, disse al vetturino la via e la casa dove voleva scendere, ed entrò nella grande città guardando di qua e di là mezzo ingrullito. E quando fu un po’ inoltrato cominciò a provare certo scontento per tutte quelle cose nove che trovava passo passo. Tutto quello che della vecchia città esisteva ancora nella sua immaginazione, come lo aveva veduto realmente, ora svaniva via via dinanzi a lui, ed egli smarrita di subito l’immagine, non sapeva neppur più ricostruirla. Gli pareva che tutta quella trasformazione fosse una specie di irriverenza alle generazioni che avevano vissuto, lavorato, acquistata ricchezza nella città vecchia; quasi non si raccapezzava nelle nuove vie, anzi a un certo punto cominciò a sentire una vaga mortificazione, perchè di tanta gente che andava affaccendata di su e di giù, non ravvisava più nessuno. Dunque tutti quelli che aveva conosciuti eran morti o andati a star via? Eh no! Sapeva bene cosa possono fare venticinque o trent’anni. Erano forse passati degli amici e dei conoscenti e l’avevano guardato senza ravvisarlo!
Quando la carrozza si fermò, egli era pieno di malinconia e già quasi pentito d’esser venuto. Ma oramai c’era. Smontò, pagò la corsa, e pensando che per guadagnar tanto come quel vetturino egli medico doveva qualche volta trottar delle miglia per la montagna, entrò in un atrio, vide in fondo al cortile una scritta che diceva: «Scultore»; andò diviato, picchiò all’uscio e stette un momento col cuore sospeso. Forse veniva Mario.
L’uscio si aperse, ma invece di Mario si presentò un bell’uomo che guardò un poco il dottore negli occhi, gli stese la mano e gli disse:
– Lei è il signor Asquini! Là? Vede se lo conosco? E Mario non l’ha incontrato?
– Dove?
– Entri, s’accomodi, sono il maestro di suo figlio… oh guardi che caso! Già, si sono incrociati per via; Mario è andato al suo paese…
– Ah! birichino! So cos’è andato a fare… Era venuto qui per fargliela intendere.
– So tutto… bisogna stringersi nelle spalle e dire: pazienza!
– Dunque, c’è qualche cosa che gli fa torto?
– Torto no… anzi! Bisogna aver pazienza perchè Mario è ancora troppo giovane; ma pel resto è un partito d’oro… bellezza, salute, danari molti, e onore.
– Conosce la giovine lei?
– Eccola qui! Guardi.
E lo scultore menò l’Asquini dinanzi a un busto quasi finito. Era una testina di fanciulla soave, ma con certe trecce che cadevano lunghe e forti come la giovane che s’indovinava dal collo e dalle spalle.
– Ha diciott’anni – continuava lo scultore – venne qui una volta col padre che è un vecchio colonnello, a farsi fare questo busto; venne, si videro con Mario, si amarono, lo sa anche il padre e ora sarebbe una crudeltà non volerli sposare.
– Ed è anche ricca? – diceva il dottore, ammirando quella faccia. – Ma mio figlio è povero.
– Me lo disse Mario. Se mio padre farà delle difficoltà, sarà perchè lei è ricca! Disse proprio così.
– E non è giusto? Che misera cosa un uomo che mangia il pane della moglie! Ma Mario non ha ancora gli anni, e sin che la legge mi assiste dirò di no.
– Speriamo che lei muterà d’avviso! – disse lo scultore non osando andar oltre, per non mettere l’ospite al punto di dir più recisamente la sua avversione: e volto il discorso su altre cose, parlò del valore di Mario, dei suoi lavori, si offerse per quanto al dottore potesse occorrere in Milano. Questi ringraziò di cuore, si accomiatò da lui, lasciandolo impensierito, ed uscì.
Ora che fare? A Milano il dottore c’era venuto anche per veder Terenzi e Giomo; ma più per Terenzi il bello, l’allegro giovane, che aveva amato fin dai primi tempi che s’erano incontrati poco più che ventenni, e pur militando con lui nelle guerre della patria, non aveva osato avvicinarglisi, fin che Terenzi stesso non gli si era dato per amico in un momento d’alta malinconia. E allora erano divenuti uno solo; ma tutti stima altissima l’uno dell’altro, s’erano detti tutta la vita a vicenda. Anche s’erano incontrati in una passione per una stessa donna che avrebbe potuto schiantar i loro cuori, farli divenir nemici, ma avevano vinto.
E ora dove avrebbe cercato l’amico? Si era partito dal suo borgo, come un grullo, senza pensare che Terenzi non sarebbe stato là ad aspettarlo nella via tale al numero tale, dove lo aveva lasciato quasi trent’anni avanti; pure, non sapendo da che parte rifarsi, v’andò. E gli parve d’avere già ritrovato l’amico, vedendo che in quella via non era stato mutato nulla; sperava sin di vederlo affacciarsi alla finestra, spuntar sulla soglia, dove alla fine mise il piede lui, e chiamò il portinaio. Era ancor quello dei tempi ch’egli veniva a trovar Terenzi. Si rallegrò e si dolse insieme, perchè il portinaio non lo riconobbe alle prime, e forse questo voleva dire ch’era molto invecchiato; ma siccome la voglia di saper dell’amico era molta, così non istette a far parole e ne domandò addirittura.
– Il signor Terenzi? Eh! eh! lasciò questa casa vent’anni fa!
– E dove potrei trovarlo?
– Ma! quando se n’andò, tornò in San Vittore grande, al numero tale.
– Grazie, Anselmo.
– Come, Anselmo? Mi conosce? Chi è, perdoni, mi pare, ah!… il signor dottore…
– Sì, l’Asquini…
– Cospettone, non lo vedo da un’eternità!…
E quel buon portinaio che avrebbe voluto attaccare discorso, stette a guardar dietro al dottore; il quale voltò frettoloso la cantonata, alla prima carrozza che trovò vi saltò dentro, e via, in cerca della casa che colui gli aveva indicata.
Anche là di Terenzi non si sapeva nulla da una quindicina d’anni. Se n’era andato per andare a vivere in un villaggio di montagna, e forse non aveva più fatto ritorno a Milano, perchè, buono com’era, certamente sarebbe passato qualche volta a farsi vedere. Diceva così, con certo calore e con sicurezza singolare, una donna della portineria che nella voce e negli occhi mostrava d’aver serbato di Terenzi un ricordo ben più vivo che di un semplice casigliano. «Una delle tante!» disse tra sè il dottore; e si rimise in carrozza, risoluto di andar a domandare dell’amico suo nel Comune. Ma il caso volle che da un marciapiede un uomo alto, dritto, faccia di vecchio soldato, si fissasse in lui, e si piantasse come colto da una grande sorpresa. Non era Giomo colui? Veramente, da giovane, Giomo era biondo. Ma colui, si vedeva, era uno che si tingeva capelli e barba. L’Asquini fece fermar la carrozza.
– Giomo!
– Ma sei tu davvero Asquini? E dove ti sei conservato che sembri ancora quello di vent’anni fa?
– E tu no? sembri più giovane d’allora! non hai un capello bianco!
– Scuola del Tintoretto! – disse Giomo ridendo. – Ti trattieni a Milano?
– Sono venuto per veder te e Terenzi.
– Terenzi? e chi te l’ha scritto?
– Che cosa?
– Ma è ammalato, moribondo all’ospedale dei Fate bene fratelli!
– Ammalato e povero? – esclamò l’Asquini stupito.
– Povero no… ma era in letto da mesi e mesi, solo in un quartierino da scapolo; la servitù gli veniva a noia, parenti non ne ha; si stancò, si fece portare là dentro, e pur troppo non ne uscirà più. Vai a trovarlo?
– Se son venuto apposta! E tu non ci vai?… non vieni con me?
– Ho tanto da fare, abbiam tutti tanto da fare! Va, va, che gli farai passare un’ora meno triste; addio, salutalo, ci vedremo in galleria, ci verrò alle quattro.
– Ai Fate bene fratelli? – domandò il vetturino volgendo un poco la testa: e partì. L’Asquini gli aveva appena fatto un cenno, perchè era rimasto confuso nel sentir quel Giomo parlar in quel modo. Tanto da fare! Ed era uno di quei quattro amici indivisibili di vent’anni prima! Tanto da fare! Così si era mutata la vita? Ma!
Intanto la carrozza arrivava all’Ospedale. Egli licenziò il vetturino, si fece conoscere alla porta, e ottenne di poter andar su, con un frate, a trovar Terenzi.
Ne aveva visti a migliaia dei malati, ma il senso che gli fecero quell’atrio, quello scalone, quella prima sala lunga, quelle due file di letti su di cui pioveva la luce dei finestroni alti come quelli d’una chiesa, fu di patimento. Stavano i malati chi sotto le coltri, chi fuori del letto, con le zimarre turchine indosso, i berretti bianchi in capo, le pantofole ai piedi, quasi come tanti signori in veste da camera. E tutti guardavano lui e forse indovinavano all’aria ch’era un medico. Certo egli veniva per qualche privilegiato.
L’Asquini passò in fretta quella e una e due altre sale; poi all’uscio d’una camera in fondo ad un corridoio, il frate lo fermò.
– Aspetti un momento; preparo il signor Terenzi, e lo chiamo subito. Si trattenga poco; un quarto d’ora, non di più; ordine del medico.
Ed il frate entrò.
Per l’apertura dell’uscio l’Asquini vide il letto di Terenzi dal mezzo in giù. O Dio! Quelli sotto le coltri erano gli stinchi del suo povero amico! Quelle gambe che avevano fatto marcia a marcia il Piemonte, la Lombardia, la Sicilia, la Calabria, quando Terenzi, capitano, camminava alla testa della sua compagnia; ora erano lì, ossa, come se fossero già sotto terra!
– Chi? l’Asquini qui? Lo faccia entrare, lo faccia entrare subito! – diceva la voce di Terenzi velata e terminando in un nodo di tosse.
E allora l’Asquini, senza aspettar il frate, entrò e, gettandosi sul letto, baciò Terenzi sulla bocca, tre o quattro volte.
Terenzi sorrise e si colorò di gioia.
– Ah! tu almeno non t’hai riguardo, tu mi baci! Perchè ti vengono le lagrime?
L’Asquini si scusò, si confuse, ma riuscì a frenarsi.
– Siedi un poco – disse Terenzi – e raccontami. Cosa n’è stato di te, tutti questi anni? Ti sarai fatta una famiglia? Ah! sì, me ne ricordo. Saranno già grandi i tuoi figlioli. Quanti ne hai? Ebbi tante volte una gran voglia di venirti a trovare… ma d’anno in anno, eccomi qui che la febbre mi mangia, sempre con questo termometro sotto l’ascella!… Senti un po’ tu il polso, all’antica… ho febbre?
L’Asquini prese quel polso che una volta durava, per gioco, a fare sin mille mulinelli con la sciabola, e ora non era più che una stecca, rivestita di pelle.
– Poca febbre: – bisbigliò.
– Ma febbre? – disse Terenzi – febbre di tisico! E sorrise.
Era ancora quel suo sorriso di buono, sotto i mustacchi ancor neri, sebbene dei denti glie ne fossero già caduti parecchi, cosa che più di tutto fece male al cuore dell’Asquini. Quei vuoti tra i denti, che orribile cosa!
– Come mi trovi, nevvero? E tu, ai nostri tempi vicino a me, eri uno sparutello. Quante volte dicemmo con gli amici che non sarebbero passati molti anni che avremmo sentito parlare della tua morte! Facevamo voto di venir da qualunque parte al tuo funerale, nel tuo borgo, per mostrar ai tuoi compaesani quanto valevi, quanto eri amato. Invece me ne vado io. So, so che devo morire e ti ringrazio di non cercare d’illudermi. Vivi, bada tu a vivere molti anni, Asquini; la vita è una cosa buona! Come hai fatto a venir così forte e prosperoso?
– Col lavoro, caro Terenzi; a cavallo dal mattino alla sera, e quando il cavallo non ne può più, a piedi… pei monti.
– Santo lavoro, santi monti, santa famiglia! Tu almeno, quando ti ammalerai, non sarai costretto a ricoverarti in un ospedale… avrai intorno i tuoi figlioli… tua moglie…
L’Asquini gli prese la mano, e se la mise sulla fronte, per nascondere il pianto. Terenzi era appunto quello che tanti anni prima, tra i quattro amici l’aveva più sconsigliato quando gli aveva detto che andava ad ammogliarsi.
– Cos’hai? piangi? Oh! guarda cosa mi viene in mente! Quella sera, tanti anni fa, quando mi dicesti che stavi per ammogliarti, soggiungesti che la tua fidanzata somigliava molto a donna Virginia… Te ne ricordi?
– Oh! se me ne ricordo!
– Era vero? Ah! sì? E forse tu la sposavi perchè donna Virginia l’avevi amata anche tu! Non hai risaputo mai nulla di lei? Tormento, desiderio della mia vita! Ne conobbi tante donne, e belle, e colte, e le amai, e mi amarono. Tutte sono dimenticate o ricordate come cose messe là in un canto. Essa sola vive, e sempre giovane, sempre bella; vive qui nella testa e nel cuore, e torna, e la vedo, e la penso, ancora come venticinque anni fa. L’amavo… lo sai…, ed eri geloso di me: ma io lo ero di te, molto più, perchè essa ti guardava e ti parlava come a un amico, puro… superiore; invece a me… mi pareva che in me sentisse il pericolo… e mi temesse. Non ne seppi mai più nulla… Qui, su questo letto, mi è tornata tante volte come un raggio di sole in una giornata d’inverno. Se fosse viva e libera, ed io non fossi un morto…, volerei a trovarla; e se mi volesse, la sposerei, per adorarla. E se venisse qui, per un suo bacio, mi pare che guarirei… Dirai che son matto, ma cosa vuol dire che tutte le altre le ho dimenticate?
– Eh! amico mio, se le donne sapessero come fan presto a cader dal cuore degli uomini, c’intendiamo, certo si guarderebbero di più e allora sarebbero amate più lungamente..!
– Sì, dev’essere così: quella forse per quel che intendi di dire, l’amo più ancora. Però siamo dei gran bricconi, noi uomini, che tentiamo le donne, facciamo loro girar il capo, poi ce ne stanchiamo e dimentichiamo… Bisogna esser più onesti noi… Esse se son quel che sono hanno quasi sempre ragione, e lo sanno. Lui, lui, quello là insegnò il vero, quello là, e nessuno scagliò la prima pietra.
Così dicendo, Terenzi fissò gli occhi in un Cristo appeso alla parete, di faccia al suo letto. L’Asquini si voltò a guardare.
– Non son mica divenuto bigotto, no… – continuò Terenzi – ma quello è ormai il mio amico, e il mio conforto, parlo sempre con lui. Vedi qui sotto il guanciale, che libro?
– Il Vangelo? lo leggo anch’io, sempre…
– Libro che ha le radici nella terra e le frondi nel cielo! – diceva il nostro amico Piovani che aveva letto queste parole in Heine. Te lo ricordi l’amico Piovani? L’ingegnere cannoniere, quello che in Sicilia, sdraiato all’ombra del suo cannone, leggeva sempre il Vangelo? E noi ridevamo. Sai che poi morì frate in un convento di Lovere?
– Frate?
– Sicuro! Saranno dieci anni… Si era fatto frate per andar missionario in Africa. Che carattere! Così religioso e tutto per la libertà! Con Garibaldi in Sicilia a mandar via quel grullo di re di Napoli, e poi francescano per andare in Africa, a un’altra milizia… Povero Piovani! Nella guerra di Francia pensavo sempre a lui quando vedevo la Bibbia nello zaino dei Prussiani morti… È vero, sai! moltissimi ci avevano la Bibbia.
– E chi sa quanto contribuì alle loro vittorie!…
– Io non so… ma quando penso che siamo nel cristianesimo e che se uno c’interroga non ne sappiam quasi nulla, mi par di capire perchè quei popoli valgano tanto più di noi…
In quel momento il frate, spingendo un po’ l’uscio, mise dentro la testa. L’Asquini si alzò.
– O padre, padre, perchè me lo porta via? Te ne vai già?…
– Ma tra pochi giorni son di nuovo qui, torno a trovarti…
– Qui, o al crematoio. Baciami ancora una volta… E se mai tu vedessi donna Virginia… dille… No, non dirle nulla…
Si baciarono ancora, poi l’Asquini se n’andò. Ma di sulla soglia colse un’occhiata di Terenzi, un’occhiata che gli parve di sentirsela entrare nella nuca, e piantarsi nel cervello, per non uscirne mai più.
*
*   *
E se ne venne via per le sale, per lo scalone, come uno che si senta oppresso da improvvise rovine. Rifacendo con l’immaginazione le cose di cui avevano parlato con Terenzi, rivedendo donna Virginia qual’era trent’anni avanti, bella, mesta, con quei grandi occhi che le facevano splendere tutta la persona, gli pareva di sentirsi tale qual’era a quei tempi. Ma passando dinanzi a un negozio, si vide nell’invetriata coi capelli grigi, e pensò umiliato che chi sa come doveva essere imbruttita anche donna Virginia, se pur viveva ancora. Se pur viveva ancora? Viveva sì ad ogni modo, finchè in quel posto da cui si era partito respirava Terenzi. Viveva nell’anima di lui… Oh quante volte moriamo noi… e le cose nostre! Moriamo ogni volta che si spegne qualcuno che ci conobbe, moriamo così, prima di morire davvero, a ogni morte d’amico: rimoriamo quando davvero siam morti, e l’ultimo a spegnersi, dopo di noi, è quello che veramente ci seppellisce nell’oblio.
Con questi pensieri l’Asquini si era allontanato dall’ospedale. Non sentiva nè sonno, nè stanchezza, nè appetito… e di Milano gli pareva già di averne abbastanza. Quasi quasi era meglio andarsene alla stazione, a mettersi nel primo treno che passasse alla volta del grosso borgo dove stava l’Offlaghi, un altro amicissimo suo. Sperava di trovarlo, di confortarsi con lui discorrendo di Terenzi; si proponeva di tornar con lui a Milano a riveder il povero amico, a star vicino a lui fin che morisse. Sì, era meglio andar dall’Offlaghi. Ma no, vi sarebbe arrivato di notte a disturbare. Dunque, la cosa più conveniente era andarsi a sedere in uno di quei sontuosi caffè della Galleria e desinarvi, aspettando quel Giomo, con cui s’eran detto di trovarsi allo Gnocchi. E così fece, voltando le cantonate a caso e carico di malinconia.
E nel caffè inondato di luce, si mise a mangiare fra tavolini popolati di gente allegra, cui il candore delle tovaglie, le stoviglie, i bicchieri scintillanti e le vivande portate con gran pretesa, davano un’aria di godimento grasso e sprezzante del di fuori. Signori e signore mangiando, chiacchierando e ridendo, lanciavano gli occhi attraverso i grandi cristalli, nella folla che andava in su e in giù per la Galleria, e vi faceva un fermento, un brusìo che ricordava all’Asquini i clamori intensi del vento nelle sue foreste, quand’esso le attraversava per andar a vedere i suoi ammalati. Osservava una cosa. A giudicar dalla gente che passava, in Milano non vi dovevano più essere poveri… E gli pareva che chi avesse voluto distinguere all’aspetto la condizione delle persone, non ci si sarebbe raccappezzato. Era un bene, era un male? C’era sincerità di vita in quella folla? Ma anche nel suo borgo le cose s’eran molto cambiate dai tempi della sua fanciullezza. Ivi, allora, una quarantina di mendichi vivevano accattando alle porte; uno dopo l’altro coloro erano morti, ma nessuno aveva preso il loro misero posto.
«Alle volte uno loda il passato, ma se si pensasse bene!», diceva tra sè il dottore, e adesso si distraeva, perchè, guardando, gli avveniva di ravvisare qualche vecchia conoscenza, in questo o in quel signore di quei che passavano; tutti mutati, però, ma più nell’espressione che nei tratti del viso… Pareva che dentro non avessero più nulla del loro passato, e che se egli si fosse alzato per andarne a fermar uno, quello avrebbe fatto le meraviglie d’essere stato un tempo conosciuto da lui, o forse anche gli avrebbe detto di non averlo mai veduto: quindi non si lasciò pigliare dalla tentazione, e continuò a mangiucchiare svogliato, aspettando Giomo.
Ma aspetta che t’aspetto, vennero le quattro e le sei, e Giomo non giunse.
«Ah! già! – cominciò a pensare l’Asquini – egli ha tanto da fare! Capisco. In mezzo a questo mondo che succhia la vita nel godimento, Giomo ha da fare a mantenersi operoso; si tinge, si liscia, ma lavora… Egli non vive che del presente, per lui sono già un’anticaglia… certo non verrà qui per me. Tuttavia voglio ancora aspettarlo».
A un certo punto che entrava una signora, con un fare da regina, accompagnata da un giovane, che, s’indovinava, non era a lei nè fratello, nè marito, l’Asquini pagò, si alzò, e uscì come uno che ha preso il broncio.
E andò diviato nell’antico albergo, dove era solito d’andare con Terenzi nei bei tempi della loro giovinezza. Ivi domandata una camera, volle il caso che gli toccasse proprio quella dove una volta aveva visto entrar con una giovine Lantieri, un altro dei quattro amici, di cui si era proposto di cercare, movendosi dal suo paese. Si spogliò, si coricò pensando a quella sera così lontana, a quella giovine bella di cui si era tanto stupito, e per cui l’indomani aveva fatto dei rimproveri a Lantieri. Lantieri lo aveva canzonato dicendogli che non gli credeva, che tanta ingenua ignoranza delle cose del mondo gli pareva una grulleria, e che mentre sugli orli del sentiero della vita s’incontravano dei fiori come quello, egli era uno sciocco a non coglierne; perchè poi da vecchio, si sarebbe voltato indietro pentito.
L’Asquini si levò da questi ricordi per un agevole e naturale trapasso della mente alla casa che aveva lasciata, a sua moglie, alla sua Serena, agli altri suoi figli; e nella dolce sicurezza di potersi rivedere in mezzo a loro, tra due o tre giorni, si addormentò.
L’indomani, con una certa malinconia nuova, andò a dare un’occhiata al Duomo, un’altra ne andò a dare a Sant’Ambrogio, poi, come fu l’ora, corse alla stazione per prendere il treno di Venezia. E col cuore un po’ più largo partì pel gran borgo dove stava l’Offlaghi, sorridendogli la speranza di trovar l’amico padre di qualche giovinetto o di qualche fanciulla che potessero convenire alla sua Serena o al suo Mario. Con una figlia dell’Offlaghi l’avrebbe volentieri lasciato ammogliarsi. Oh sì!… l’amicizia fraterna che aveva avuto con quello, poteva tornar a un momento di ardore nuovo e mutarsi in parentela.
*
*   *
Da Milano al borgo dell’Offlaghi il viaggio non era lungo, e l’Asquini vi arrivò quasi prima di desiderarlo. Anzi, quando il treno si fermò e fu gridato dalle guardie il nome del borgo, egli ne ebbe dispiacere, e discese malcontento d’essere arrivato. Ma questo sentimento lo aveva provato sempre; sempre sin da giovinetto s’era doluto di giungere, fosse pure stato incamminato alla meta più desiderata; onde non ci badò, ed entrò nel borgo.
Si volle dare una soddisfazione. Non avrebbe domandato dell’Offlaghi a nessuno; avrebbe girato, cercato da sè, trovato l’amico, sperando di riconoscerne la casa a una certa apparenza che gli pareva dovesse avere, somigliante a quella del padrone che era stato così gioviale e signorile. Forse avrebbe incontrato lui stesso, si sarebbero guardati e riconosciuti. E così, gira e torna di su e di giù, perdette più di un’ora per quelle vie di gran villaggio lombardo, senza incontrar nessuno che gli potesse parer l’Offlaghi, o veder una casa un po’ somigliante all’idea che si era fatta di quella di lui. Stanco mutò proposito, e ne domandò a un ometto che gli veniva incontro fissandolo.
– Ah!… l’Offlaghi… quale? il garibaldino?… oh, povero signore! Ecco, sta di casa laggiù; vede quel portone verde? È suo. Batta e forse le verranno ad aprire.
L’Asquini s’avviò. «Povero signore? Forse le verranno ad aprire?». Quel cortese aveva dette due parole spiacenti. Tuttavia l’Asquini non volle star lì a domandar di più. Se l’Offlaghi era caduto in qualche disgrazia, l’avrebbe visto purtroppo da sè.
Arrivò al portone, stette un poco, poi picchiò risoluto.
Il mugolìo d’un grosso cane rispose da lunge, poi si sentì un passo pesante e lento, fu tirato un chiavistello come quello d’un carcere, e l’uscio si aperse appena tanto che chi era dentro potesse vedere, quasi non visto.
– Chi cerca? – domandò un servitore, squadrando da capo a piedi l’Asquini.
– Il maggiore Offlaghi.
– E chi è lei?
– Il dottor Asquini, suo amico.
– Venga pure avanti.
Ora l’Asquini riconosceva tutto. Gli pareva che tutto fosse proprio tal quale aveva sentito dir dall’amico, nelle veglie del campo, quando i loro pensieri tornavano a casa, alle madri, alle sorelle, alla mensa, dove un posto vuoto doveva far pensare mestamente a loro. Il cortile era vasto e tenuto in parte a giardino, un po’ negletto, ma signorile. Quell’abete rigoglioso che sorgeva là in quell’angolo, senza dubbio era quello di cui l’Offlaghi soleva narrare, con tanta passione, che era stato piantato da suo padre il giorno in cui era nato. Aveva più di mezzo secolo anch’esso quell’abete, ma era ancora, per dir così, nell’adolescenza, mentr’egli e l’amico toccavano ormai la vecchiaia. Pensiero fugace che l’Asquini non potè quasi fermare, perchè sulla soglia d’una sala terrena vide scendere una giovine, e fermarsi a guardar lui.
«E questa è sua figlia – pensò egli con allegrezza – è sua figlia, tutta lui, fin nel passo».
E avanzandosi verso la giovine, rifece, con la facilità di un visionario, il suo castello in aria: «M’intendo col padre, porto via il ritratto, vado a mostrarlo a Mario, gli piacerà, faremo un matrimonio che sembrerà un destino».
– Buon giorno, signorina – poi le disse – io faccio conto di averla vista nascere; sono un medico, un vecchio amico del babbo, non ci vediamo da venticinque anni, È in casa? si può salutarlo?
– Si può, s’accomodi, resti servito: – disse la giovine facendosi in disparte per lasciar passare il forestiero, e intanto chinava un po’ la faccia quasi vergognosa.
Egli credendo che fosse per quell’aria di confidenza che si era data:
– Via, via – incalzava – non faccia cerimonie, non abbia soggezione, sono tanto fratello del babbo, che posso anche prenderla a braccetto, e farmi chiamare zio, nonno, suocero, quello che vorrà.
La giovine passò avanti confusa, e il dottore le tenne dietro, guardandola nella vita e nel passo. Ma ora, gli pareva e non gli pareva, quella giovine non poteva avere che una ventina d’anni, eppure si sarebbe detto che non fosse più fanciulla.
Entrarono nella sala terrena. Ivi su d’un seggiolino, in un canto si baloccava un bambino di forse venti mesi, che all’apparire del dottore, tese le manine alla giovine, guardandolo spaurito.
– Oh! oh! – esclamò il dottore – questo sarà l’ultimo fratellino? Anch’esso tutto lui, occhi, bocca, capelli. Quanti siete tra fratelli e sorelle?
– Questo è mio figlio; – disse la giovine arrossendo un tantino.
– Maritata in casa? – pensò il dottore.
Egli si spiegava subito il fatto così, mentre vedeva d’un tratto sfumare il suo bel castello: «Maritata in casa? già! – commentava tra sè – forse egli vedovo non volle rimaner solo e si prese un genero in casa… Arrivo troppo tardi. Dunque il mio Offlaghi è anche nonno?
– Sono sua moglie…
– Oh! Perchè non me l’ha detto subito? – disse l’Asquini chinandosi, confondendosi come un ragazzo a mescolare le scuse coi complimenti…
Per sua fortuna scattò la molla d’un orologio a cuculo appeso lì ad una delle pareti, e la bestiola si affacciò dallo sportellino a cantare le ore con la sua voce cupa e chiusa.
– Oh! già le undici? Dunque potrò vederlo suo marito?
– Bisogna salir di sopra: egli non esce più da un pezzo, non discende nemmeno più qui…
– Ammalato?
– Immobile: lei che è medico vedrà. Dicono che non guarirà più, e che può durar così degli anni, degli anni.
– Allora andiamo a vederlo.
– Prima vado ad avvertirlo.
In quel momento scattò la molla d’un altro orologio del piano di sopra, e una quaglia si mise a cantar l’ore: Qui, qui, qui, qui, qui…
– Sentite? sentite? Trenta secondi di differenza! Maledizione agli orologi e agli orologiai! – tonò di lassù una voce che l’Asquini riconobbe subito, – Maffeo stacca quei due scatoloni, portali subito a Brescia; dì all’orologiaio che li smonti, che li aggiusti, che li metta d’accordo che durino almeno una settimana; se non si può, li pesti, li stritoli, se li tenga, li butti al diavolo, non me li mandi più qui a seccarmi!
– Cos’ha? – disse il dottore quasi mortificato.
La giovine signora crollò il capo.
– Nulla. Il suo tormento son due orologi; tutto il giorno sta seduto nel suo seggiolone e par che conti i secondi, col polso sinistro nella mano destra aspettando. Guai quando la quaglia e il cuculo non cantano insieme. Invece è contento quando vanno d’accordo. Tutta la sua consolazione è lì. Vado a dirgli che c’è lei: scusi, devo dire il dottor…?
– Asquini.
La signora si prese il bambino in braccio e salì. E l’Asquini si mise a guardar intorno i quadri appesi alle pareti. C’era l’incontro di Garibaldi con Vittorio Emanuele a Teano, ventisei ottobre 1860. Trent’anni! Egli con l’Offlaghi erano stati presenti a quella scena, ne aveva ancora vivissima la visione e pieno del sentimento il core. A quei tempi l’amico suo comandava un battaglione di picciotti, tutti del vallo di Mazzara. Dov’era adesso tutta quella gente? Portata dal vento della rivoluzione dell’isola sin sul Volturno, ivi era stata soffiata via da un altro vento che l’Offlaghi chiamava del piemontaccio reale. Malcontento e cruccioso, questi aveva sogghignato quando Vittorio e Garibaldi si eran dati la mano, in mezzo ai loro due eserciti, e aveva bisbigliato: «Se fossi il Dittatore glie la darei io qui la corona d’Italia!». L’Asquini che gli stava a lato a cavallo l’aveva sentito e gli aveva detto sottovoce: «Tu Offlaghi, non capisci nulla». E l’Offlaghi a lui: «Si sa; tu che sei un chinese del Piemonte, capisci tutto!». La parola era amara e piena d’offesa, ma il fatto che si compiva sotto i loro occhi era di tanta grandezza, che avevano taciuto rimanendo poi amicissimi come prima.
L’Asquini un po’ urtato da quel ricordo, passò a guardar un altro quadro: I Cacciatori delle Alpi al passaggio del Ticino, reso da un dipinto del Pagliano. Quelle barche, quei soldati, quante figure d’amici, già morti, chi appena messo il piede in Lombardia del cinquantanove, chi più tardi in Sicilia, chi fino in Polonia. E Nullo? più felice dell’Offlaghi che aveva vissuto!
– O Asquini – si mise a gridar l’Offlaghi – ma vieni, vieni su, perchè non sei venuto addirittura, per Dio? Perchè ti fanno fare anticamera?
– Vengo, vengo, non t’inquietare, vengo…
L’Asquini salì, s’affacciò.
In fondo a una gran sala, presso un gran foco, mezzo sepolto in un seggiolone, un vecchio guardava verso l’uscio. Egli rimase sulla soglia un istante.
Era pur l’Offlaghi colui! Bianco come la neve fin le sopracciglia, smunto in faccia: come poteva in una ventina d’anni esser divenuto così?
L’Offlaghi fece l’atto di volersi alzare, ma rimase coi gomiti appuntati in fuori e le mani sui braccioli del seggiolone, tremando. Salvo l’amicizia e la pietà, pareva un’anfora con due grandi anse.
Allora l’Asquini corse, si chinò su di lui, si baciarono, si guardarono, e all’Offlaghi vennero gli occhi torvi, come se avesse voluto prendersela con qualcuno; poi guardandosi le gambe consunte, nei calzoni che parevano d’un altro più grande di lui, balbettò:
– La paralisi… capisci?
– Paralisi… – ripetè l’Asquini con un filo di voce, sedendosi vicino all’amico.
– Quelle maledette vite del campo, le pioggie, le sudate al vento, il fango, le notti dormite nel fango… Non è vero Asquini? Domandalo un po’ a lui, moglie, che vite! Ecco come mi han ridotto.
La giovine donna se n’andò col bambino in un’altra stanza, tutta confusa, senza sapere il perchè.
– Quella è mia moglie… te l’ha detto?
– Anzi devi scusarmi con lei; l’avevo presa per tua figlia; ti somiglia tanto!
– È mia nipote: – disse l’Offlaghi abbassando gli occhi – l’ho sposata tre anni fa, e abbiamo quel bambino. Peccato aver la salute così malandata: ah! gli strapazzi dei nostri tempi, quelle fatiche…
– Già, già, può essere…
– Come, può essere? Dunque, voi medici, siete tutti uguali, non sapete mai nulla di sicuro? Cosa vuoi che sia stato a rovinar così un uomo com’ero io?
– Certo, è come dici tu, l’umidità, gli strapazzi…
Il dottore parlava e intanto pensava che l’Offlaghi non aveva mai detto una parola di vanto e che ora chiacchierava come un poltrone.
– E quelle marcie in Calabria, bruciati dal sole, mezzo morti di fame; poi quelle notti sotto quelle guazze, quel mese scellerato sotto Capua?
– È proprio vero!… – continuava a dire il dottore, che in quella litania detta dall’Offlaghi perdeva, senza avvedersene, la sua sincerità. – E che cura hai fatto?
– Le ho fatte tutte! Tutti i medici di Lombardia gli ho sentiti; ve ne fossero stati! M’hanno mandato ai fanghi, alle doccie, m’han curato coll’elettricità, mi han fatto soffrire l’inferno… Già, voi medici siete i grandi ingannati che ingannate il mondo, dando dei nomi strani e paurosi alle malattie. Quanto a guarirle…
– Ci pensa la natura!… Del resto non me n’ho a male; di’ pur quello che vuoi di noi medici; nel fondo siamo d’accordo. Io faccio il medico ma mi vanto ben poco d’aver guarito dei malati; se avessi da ricominciare e trovassi la gente disposta a darmi retta, vorrei solo insegnar loro come si fa a non ammalarsi.
– Ah, la pensavi già un po’ così fin da giovane! Quante volte mi dicesti di badar a questo, a quello… T’avessi dato retta! – E così dicendo, l’Offlaghi pareva fissasse gli occhi in una lontananza ideale. – Tu intanto sei quasi ancora come eri in quei tempi. E dove sei stato, come hai fatto a conservarti così?
– Mi fece la stessa domanda anche Terenzi.
– Terenzi! dove l’hai visto?
– A Milano, quasi moribondo…
– Moribondo? anche lui?
E allora il dottor Asquini narrò quel che aveva veduto, quel che aveva sentito dal Terenzi; quel che aveva sperato.
– Avevo fatto conto di condurti a Milano e di assistere con te l’amico nostro, fino all’ultima ora che non sarà lontana.
– E sarei venuto, ma guardami qui in che stato sono!… si può campare cosi?
– Altro! e si può anche guarire! La natura un bel giorno ti fa ricorrere la vita per quelle membra che paiono perdute; tornano le forze, ti senti la voglia di alzarti, andare, partire; ti provi, ti reggi, vai… Cos’è stato? Ma! Il fatto è che sei guarito.
Il dottore gioiva a improvvisare lusinghe, perchè s’accorgeva che l’amico lo seguiva nel suo dire, a lampi d’occhi.
– Se dici il vero, se un giorno mi segue quel che dici, vengo in pellegrinaggio a trovarti… anche se tu stessi di là del mare!
E l’Offlaghi s’animava, pareva già pieno di quell’illusione.
– Ora sento che quasi quasi mi potrei muovere, guarda!…
E fece l’atto di reggersi, ma invano: crollò il capo e si sfogò con un gesto di collera contro l’orologio della quaglia, che questa volta cantò prima di quello del cuculo.
Poi, ricomponendosi, mentre l’Asquini si sentiva intenerire dalla compassione per quella misera vita, soggiunse:
– Ma non mi hai ancor detto cosa sei venuto a fare qui, cosa ci hai da queste parti, in questo paese dove mi son lasciato perdere…
– Vado a Venezia per veder il nostro Lantieri.
– A Venezia? Che Venezia! Lantieri sta qui vicino dieci miglia, in una fattoria che si chiama di San Cassiano. Fa l’agricoltore.
– L’agricoltore?
– Già! Sai che da giovane studiava scienze naturali… A Venezia si ridusse quasi a nulla, godendo e facendo goder la vita a questo e a quell’altro per una diecina d’anni, poi ebbe il suo quarto d’ora di riflessione, pensò all’avvenire, c’era quel buco e ci si rintanò. Fa il fattore e lo fa bene; non viene mai a vedermi, ma mi manda a salutare tutti i giovedì da gente che trova al mercato… Povero Lantieri, con quelle sue manine da donna si è adattato a rimestar la terra, a far l’analisi ai concimi, a palpar la coda alle mucche.
– Vado a trovarlo subito.
– Come? non ti fermi a desinar con noi?
– No, ho fretta… vado e torno domani, te lo prometto.
– Guarda, che sto sicuro; se non torni ti lancio dietro quelle parole! Sai? Te ne ricordi? Chinese del Piemonte! Che sciocchezza ti dissi allora; sono trent’anni, Asquini, e ho avuto tempo d’accorgermi che avevo torto…
Così parlava, animato dalla speranza che l’Asquini aveva saputo fargli nascere in cuore.
– Maria, Maria, vieni, accompagnalo.
Maria comparve.
– Guarda, Asquini, che bel bambino! Io non ero mica ancora così quando nacque!
– E tornerai come eri allora, vedrai! A rivederci, un bacio…
Scambiarono un bacio e un addio.
Giù nel cortile la signora si fece animo.
– Dice davvero, dottore? guarirà lo zio?
– La natura fa dei miracoli, signora; speri anche lei e voglia bene a suo marito.
E allontanandosi in fretta, come se quelle parole «guarirà lo zio» nelle quali capiva tutta una storia, gli avessero soffiato addosso la fuga, uscì nella via incamminandosi a cert’albergo che aveva visto passando e gli aveva messo in cuore un senso quieto d’ospitalità bonaria ed antica. Là ordinò una carrozza per la fattoria di San Cassiano.
Gli pareva di non aver bisogno di nulla; ma, come fu dentro, intanto che preparavano la carrozza, un soave odor di vivande gli destò l’appetito, e chiese da desinare. L’oste lo fece sedere nella più bella stanza, e, apparecchiando, lo sbirciava con una gran voglia di interrogarlo.
Finalmente l’osò.
– Lei è quel dottore che è stato dal signor Offlaghi?
– Sì – rispose l’Asquini, pensando che veramente tutto il mondo è paese, e che lì, come nel suo borgo, come dappertutto nel piccolo, non si muove foglia senza che tutti non lo sappiano; noiosa e pur utile vigilanza che, non per intenzione, e forse per malignità, si fanno a vicenda gli uni sugli altri, i vicini e i lontani.
– Ah, è medico lei? Già, s’indovina all’aria! Eppoi dall’Offlaghi non vengono che dei medici… Com’è divenuto, povero signore! Un uomo che fermava le saette con gli occhi, ora è ridotto un immobile… Come l’ha trovato? Perdoni, sa, la mia curiosità…
– Eh, non molto male…
– Ha voluto goder troppo lui!… Vita allegra e lascia andare! Buon uomo, buon amico, ma dove ci capitava non aveva riguardo, ci lasciava il segno: mi capisce nevvero?… Era bello, ricco, per anni e anni tutte le ragazze non vedevano che lui, tutte si credevano di sposarlo. E poi anche le maritate! Se tutti gli potessero dir babbo, ce n’avrebbe dei figli intorno. Sarebbe una bella serenata! Si affacci, guardi là quel calzolaio di quindici anni in quella bottega, non è lui, lui di quand’era giovinetto? Lo conobbe giovine lei? Ebbene fu anche la rovina di parecchie donne. La madre di quel ragazzo là, finì scacciata dal marito, che se n’andò a vivere in America… Intanto l’Offlaghi venne vecchio, senza famiglia, e allora gli hanno dato moglie, quella bella giovinetta; l’ha vista? È figlia di suo fratello; l’han fatto per far rimanere in casa il patrimonio…
– Già, già – diceva l’Asquini pensieroso.
– A lui non gli parve nemmeno vero. A cinquantasei anni vedersi dare una sposina come quella! L’avesse veduta che fiore, prima del matrimonio! È ancor bella, ma non è più nulla al confronto! Ha quel bambino, par contenta, ma si sa… in casa, l’Offlaghi non la lascia vivere; è geloso come un turco!
– Basta, basta: son tutti chiacchieroni come voi in questo paese?
L’oste si sentì stroncar la lingua e tacque. Portò in fretta da mangiare, in fretta l’Asquini mangiò, pagò il conto di tutto e chiese del cavallo.
– È già attaccato – rispose mogio, mogio.
Il vetturino schioccava la frusta, l’Asquini uscì, montò in carrozza e partì.
– E tre! – diceva tra sè: – Giomo che ha tanto da fare! tanto da fare, e si dipinge e si liscia e ancora ha tanto da fare, che non può neppure andar a trovare un amico come Terenzi!… Terenzi che se ne va morendo in un ospedale; e questo qui che è quel che è, e mi pare il più infelice. Era meglio se non mi fossi mosso da casa… Oh sì meglio se avessi lasciato i miei quattro amici nel ricordo, laggiù… in quella lontananza di tempi! Li immaginavo felici, li vedevo com’erano allora, belli, giovani; non mi passava neppure pel pensiero che anche essi dovevano essere divenuti vecchi. Ed ecco come li trovo… Ora stiamo a veder Lantieri.
Intanto la carrozza andava, e il cavallo trottava allegro come se sapesse che la strada a San Cassiano non era lunga, e che l’acquazzone che si veniva preparando non avrebbe avuto tempo di coglierlo per via. Arrivò che cominciava a imbrunire. Voltando dallo stradone nel viale che metteva alla fattoria, la bestia nitrì soddisfatta. Allora l’Asquini guardò la casa dove stava il suo amico Lantieri e provò un senso di piacere come quando da giovani si torna a casa dopo una lunga assenza e si sa che v’è la madre che aspetta e alla mensa è stata messa una posata di più.
Nel momento che la carrozza si fermò sul piazzale dinanzi alla casa, un uomo apparve sull’uscio, improvviso, con una cert’aria di desiderio, fece un gesto di stizza e brontolò:
– Non è lei!
– Non è lei: dunque aspetta una donna! – pensò l’Asquini, e per una bizzarria dello spirito, deliberò di non darsi a conoscere, di fermarsi con qualche pretesto.
Quello era Lantieri; lo avrebbe ravvisato subito se anche l’avesse trovato a caso in mezzo a qualsiasi moltitudine. Aveva la voglia di gettarglisi al collo, ma si rattenne.
– Chi vuole? – disse Lantieri venendo verso l’Asquini un po’ cruccioso, ma vincendo sè stesso per uso d’antica cortesia.
L’Asquini guardò quella bella testa di doge veneziano. C’erano ancora, e giovanili, i grandi occhi azzurri sotto un arco di sopracciglia orientali; il naso fine e aristocratico piombava giù dalla sua giuntura vigorosa con la fronte, e prendeva un rilievo altero dalla barba piena, quasi ancora nera, come quando Lantieri aveva trent’anni.
L’Asquini si sentì dolere di non essere riconosciuto, ma si fissò ancor più nel proposito di non palesarsi.
– Lei è il signor Lantieri?
– Ai suoi ordini.
– Vengo a portarle dei saluti d’un amico suo carissimo che è molto ammalato. – Notò, dicendo, che Lantieri s’oscurava in faccia. – Molto ammalato, sì, e forse…
– E chi è?
– Terenzi Castiglioni.
– Ammalato Terenzi? E dove? Forse a Milano?
– A Milano.
– Domani vado a trovarlo!
– Anderemo insieme.
– Allora lei si ferma qui da me; un letto c’è, un po’ di cena pure…
– Grazie; accetterò il letto, ma per la cena ho finito appena di desinare…
– Parleremo di Terenzi. Mi rincresce che non le posso fare accoglienze… Non ho qui la mia serva. Dianzi credevo che fosse lei, ma non verrà… sono solo… s’accomodi. E tu – disse al vetturino – va pure. Dico bene, signore?
– Benissimo! – rispose l’Asquini, che in quel fare ritrovava tutto l’amico Lantieri, pronto, spontaneo, un continuo scoppio di cuore.
Il vetturino pagato dal dottore voltò via ed essi entrarono in casa.
Lantieri accese una lucerna, spiegando al forestiero che da solo se ne stava volentieri senza lume, come un romito a fantasticare. E quando la lucerna illuminò intorno, l’Asquini vide una gran semplicità di cose, un non so che di signorile nel campagnuolo, in cui l’animo si doveva riposare ridendo del mondo. Nel camino si consumava un ceppo che Lantieri corse ad attizzare, e accostandovi una sedia fece seder l’ospite, che intanto piantava gli occhi in una fotografia inquadrata in una cornice elegante, certo non fatta per esser messa tra gli arredi di quella stanza. L’Asquini la conosceva quella fotografia, n’aveva a casa una eguale anche lui, nella saletta, e in quella per anni e anni sua moglie e i suoi figlioli eran venuti imparando a conoscere gli amici della sua giovinezza e la storia di ciascuno di essi.
– Questo è un gruppo d’amici, tra i quali c’è anche Terenzi – disse levando il quadro dal muro e mettendolo dinanzi all’Asquini; – ecco lì come era a ventisei anni, il bel capitano della prima compagnia del mio reggimento. Due medaglie al valor militare, una bella mente, una bella persona e ricchezze molte. Non era meglio per lui rimanere morto alle porte di Palermo, su quel mucchio di ghiaia dove lo vidi caduto, con una palla nel fianco e passando lo salutai e mi gridò: «Avanti, avanti, addio…». Povero Terenzi… Oppure, poichè doveva vivere, perchè non si compose una famiglia? Era uno dei più bei partiti di Lombardia. Ma non volle mai prender moglie. Non aveva stima delle donne, diceva che sono impastate d’egoismo anche se virtuose; non capaci di alti pensieri, e pronte a tradir gli affetti… Forse aveva torto perchè, a conti fatti, i birboni siam noi.
– Parlammo anche di questo con Terenzi, ed egli stesso disse quello che dici tu… Oh perdoni! Ora mi pareva di essere con un amico e le davo del tu…
– Niente, niente! Beati i tempi in cui si dava del tu, così alla prima. Ora non si può più! E questi è un avvocato che sta qui nel borgo dove lei ha preso il cavallo. Un infelice! Era già maggiore a ventott’anni… i suoi compagni cavalcano col re, sono tra i grandi della terra… ed egli perdette la gioventù e il meglio della vita a oziare nelle sue ricchezze, nel suo borgo. Ora è vecchio franto… non ne parliamo. Quest’altro qui… oh!… quest’altro poi era un giovine che credo sia rimasto un desiderio per quanti lo conobbero, e tutti gli abbian voluto bene, ma un bene non di sola amicizia, un bene… come faccio a esprimermi? qualche cosa che somigliava al primo sentimento che una fanciulla prova per colui che amerà. Almeno così gli volevo bene io. Era bello, buono, mi pare che non fosse infelice, eppure portava la vita come una croce, e pareva andasse in giro per piantarla su qualche greppo e morirvi su confitto. Un asceta, ma sempre allegro, grande amico di Terenzi… Ah! che storia tra loro due! Un tempo nel nostro reggimento v’era un ufficiale che aveva per moglie una delle più belle donne che m’abbia mai visto: nobile lei e nobile il marito, ma questo soltanto di nascita, d’animo no; donna Virginia meritava d’essere sposa al migliore tra gli uomini. Terenzi e quell’amico lì, che si chiamava Asquini, un medico, se n’erano innamorati ed erano gelosi uno dell’altro. Ma Terenzi, se donna Virginia gli fosse venuta a tiro, povera lei; mentre con l’Asquini avrebbe potuto viaggiare sola tutto il mondo, che egli non avrebbe mai osato tentar di baciarle neppur le treccie. Noi per certe sue idee sulle donne e sull’amore, gli davamo del bimbo; ma credo ora che avesse ragione lui. Dunque erano gelosi tra loro, e noi lo sapevamo e si temeva che una volta o l’altra rompessero… Guai se quei due venivano a scoppiare: altro che due nuvole temporalesche! Una notte il marito di donna Virginia perde tutto al gioco; tutto fin l’orologio, fin l’anello e rimane con due migliaia di lire da dare ai vincitori, sul suo onore, l’indomani. Le domanda a Terenzi, che era ricco, e aveva sempre con se delle somme forti. Terenzi si confuse, si scusò, ricusò… Amava donna Virginia, e perciò gli pareva una viltà legare così a sè l’anima del marito… Basta! L’indomani donna Virginia, a testa bassa, camminando rasente il muro, passò dinanzi a un caffè dov’era l’Asquini tutto melanconico, e scivolò nell’uscio dell’albergo dove stava Terenzi. Terenzi la vide dalla finestra e si tirò dentro… Guardai l’Asquini; era divenuto pallido come un dissotterrato… Poi pigliò quasi la corsa verso l’albergo ed entrò anche lui. «Adesso sta a vedere che li trova insieme, e succede una tragedia» pensai, e mi avviai anch’io. Ma mentre salgo le scale, vedo che l’Asquini s’è nascosto in un angolo, ansante, smarrito. «O Lantieri, mi dice, che uomo Terenzi; quella donna gli andava in gola, e non le ha aperto! Lasciami salire ad abbracciarlo». Lo lasciai andare.
Seppi poi che Terenzi gli disse che piuttosto di aprir l’uscio a donna Virginia, in quell’occasione, sarebbe morto; e che diede i danari a lui da portar al marito, e che l’Asquini li portò, e che seppe dall’ordinanza che quell’omaccio aveva costretto la moglie a andar da Terenzi a pregar per quel denaro; sin con le minaccie… sin con le ingiurie. E la povera donna si era rassegnata. Ma che giovani Terenzi e l’Asquini! Le pare, signore? E ora Terenzi muore, e l’Asquini non lo sa, e io non so dove sia… l’avviserei… verrebbe… oh se verrebbe…
– Son qui, son qui, non ne posso più… baciami Lantieri, son io! Perchè non mi hai riconosciuto?
– Ma già… ma già… – sillabava Lantieri, preso tra le braccia dell’Asquini, e tirando indietro la testa per guardar questi in faccia: – Sei tu… sei tu… lo sentivo bene che parlavo con uno che sapeva le cose meglio di me!… Ah cattivo, e perchè mi hai fatto questo gioco?
– Ah non è gioco, no!… non ne avevo voglia di giochi!… Capisci bene… ho visto Terenzi, ho visto l’Offlaghi…
– Anche l’Offlaghi? E ora sei venuto a veder me. Ho capito, un pellegrinaggio… un’idea delle tue. Bestia, che non ti ho riconosciuto subito! Ma se sembri ancora quello d’allora… to, guardati qui nel ritratto; tale e quale. Via…, sediamo e raccontami…
E allora cominciarono una storia, anzi due storie dette come un salmo tra due. E appunto come i salmi, tutto finiva in gloria a ogni momento, e il passato, e gli amici, e Terenzi, sopra tutto Terenzi, e qualcun altro più infelice di lui…
*
*   *
– Sì! sono un povero diavolo anch’io – diceva Lantieri. – Vivo qui solo, senza una persona cara, nelle mani d’una serva, che sta con me da tre anni ed è già mia padrona; non è che la mia cuoca… intendiamoci… Che miseria, non è vero, esser venuto a non dar più importanza che alla cuoca? Eppure ho detto: vivo, no, viveva! Tre giorni sono quella donna venne fuori a dirmi che ha un bambino, che questo bambino è ancora a balia; mi tesse una storia di promesse di matrimonio fattele da un uomo che poi non le mantenne, e conclude che o le lascio prendere il bambino per tenerlo con noi, o se ne va. «Vattene, le dico io; vuoi che mi metta a far chiacchierare la gente sul conto mio? Mai, mai!». Ed essa se ne andò, ma poi mi scrisse, pregandomi ancora, anzi intimandomi, di riprenderla col bambino, per l’affezione che dimostrò sempre per me e per la casa… È vero, sai, un’affezione da schiava. L’inverno scorso stetti male un pezzo, ed essa durò tre notti lì, al freddo, presso il mio letto. – Veronica, andatevene a dormire – Sì, vado. – Mi lasciava assopire, e si accovacciava lì ai piedi del letto, sul tappeto. Dunque io le ho risposto che sola l’avrei ripigliata, altrimenti no… risoluto. Eppure vedi… quando sei arrivato tu, io credevo che fosse lei, e quasi mi rallegravo, quasi le avrei fin perdonato d’aver condotto seco il bambino. La solitudine mi spaventa; da tre giorni giro la casa come un sonnambulo… Si sta così male soli! Ah! se da giovani si pensasse bene! Tu hai moglie? Hai figlioli? Felice te! Certe cose non le puoi neppur immaginare…
Intanto il tempo s’era venuto sempre più caricando e la pioggia e il vento, come se facessero tra loro una zuffa, empivano le tenebre di lamenti e di freddo. Vi fu un momento che si senti lontano il rumore di una carrozza. Lantieri tese l’orecchio… più nulla. – Gente che passa; bel viaggiare… davvero! E quei che aspettano a casa stan col cuore tra due sassi. – Così diceva ripigliando poi il discorso con l’Asquini; ma dopo un pochino nel piazzale della fattoria si sentirono dei passi, fu picchiato all’uscio. Lantieri balzò a vedere, aperse e una donna, con un bambino in collo, si lanciò dentro, andò dritta al foco, e si lasciò cadere sulla sedia di lui.
– Che tempo da disperati… siamo mezzo morti!
Lantieri, senza parola, senza gesto, rimase un momento. Gli lustravano gli occhi, gli tremava la barba, gli si gonfiava il petto; uno scoppio di collera pareva lì per farlo cadere su quella donna come una rovina. E le venne sopra. Ma c’era quel bambino, che grondava acqua, e volgeva attorno degli occhi pieni di stupore; c’era il suo cuore. Ond’egli dando quasi una stretta a sè stesso per comandarsi, disse basso, modestamente:
– Venuta a piedi, così?
– A piedi… – rispose lei.
– Non è vero! – pensò l’Asquini, – gioco che è venuta in quella carrozza che abbiam sentita poco fa.
– Io vi avevo scritto che col bambino, no! – continuava Lantieri.
– Non ho ricevuto nulla… Oh! non sarei venuta, può star sicuro!…
– Bugia! – pensò ancora l’Asquini.
– Se vuole, riparto subito…
– Subito? Ebbene, faccio attaccare, vi accompagno al borgo, vi metto nell’albergo, e domani ve n’andate al vostro destino. Volete che vi tenga qui a far dire che alla mia età ho avuto il buon tempo di fare… Basta… Insomma questo bambino sembrerebbe mio, e invece è nato che non vi conoscevo ancora… È meglio parlar chiaro anche per riguardo a questo signore.
– Ah sì? allora me ne vado subito da me.
– Ma no, subito.
– Ma sì… sola… sola… voglio andarmene sola, non voglio che si vergogni, un uomo come lei…
E la donna si levò, buttando via il bambino dalle ginocchia e trascinandoselo dietro come un cencio.
– Un po’ di garbo con quell’innocente! – gridò Lantieri, strappandole il bambino – che colpa ci ha lui se suo padre vi ha tradita?
– Suo padre? Io sono vedova, io!… – E senza badar ad altro si lanciò fuori dell’uscio a fuggire sotto la pioggia che flagellava.
Il bambino strillava sbigottito, Lantieri se lo prese tra le braccia, e corse dietro alla donna.
– Venite qua, venite qua. Veronica; dove andate, dove volete andare? A perdervi? Non avete pietà per la vostra creatura? Taci, taci, viscere; la mamma viene… O Veronica, siete divenuta una tigre?
Così egli gridava, e Veronica si lasciava arrivare.
– Lantieri è bell’e cotto! – mormorava tra sè l’Asquini – senti come la prega!
E Lantieri tornava menando Veronica per mano e tenendo stretto al petto il bambino. Essa singhiozzava, si difendeva, si scansava; egli rabbonito continuava a dirle che alla fine non era Erode, che non la voleva scacciare, che se ne sarebbe andata l’indomani, o un altro giorno, con suo comodo, ma a quella maniera no…
– Povero Lantieri, preso! preso! che farci? – seguitava a dire tra se l’Asquini; mentre riappariva sull’uscio Veronica, e dietro lei Lantieri che la spingeva dolcemente, tutto contento d’averla persuasa a stare, e quasi gloriandosene con gli occhi verso l’amico.
– Ma diavolo! non dico bene, Asquini? Essa se ne va domani, dopo domani, quando vuole, come le pare… Ma così sarebbe una bestialità. Veronica, sentite, fate una cosa, andate a cambiarvi, siete tutta molle; mettete il vostro bambino in letto…
– In quale? Il mio è stretto…
– E mettetelo nel mio! purchè si scaldi, pel resto poi… andate, fate, e poi tornate giù.
Veronica prese il suo figliuolo in braccio e una candela, e salì singhiozzando.
– Cosa vuoi fare? – diceva Lantieri, stringendosi nelle spalle, con le braccia penzoloni, avvicinandosi all’Asquini che guardava pensoso nel fuoco: – cosa faresti tu?
– Penso all’ultimo dei miei figlioli che ha ventun’anni e vuol prender moglie.
– Dagliela! È troppo presto… sì! ma giacchè la vuole, dagliela! Sarà la più bella giornata che possa fare!
– Signor padrone! – chiamò Veronica.
– Vengo! perdonami, Asquini, torno subito; non senti che tono?
E salì.
– E quattro! – esclamò l’Asquini rimasto solo: anche Lantieri è in croce. È furba questa donna! Ecco, quel che si fa del cuore di Lantieri! Non era meglio che se lo fosse preso tutto una giovine per bene, una delle tante che ebbe anche lui; per esempio quella comasca di cui a quei tempi parlava sempre e diceva che lo adorava ma che aveva poi dovuto sposare un altro, e ch’era riuscita una cattiva moglie, e che gli confidava che faceva il male perchè non era potuta divenir sua?… Che misteriacci del cuore umano! Basta!… Ora essa sarebbe vecchia con lui, avrebbero dei figli… sarebbero forse in pace… oh! con Lantieri qual donna non sarebbe stata felice e in pace?… Invece ecco, ora il cuore glie lo mangia costei. E ha detto delle bugie pronte! È venuta in carrozza e ha finto di essere arrivata a piedi; dice che non ha ricevuta la lettera di Lantieri e gioco che l’ha in tasca. E poi è vedova! Scaltrona! – E cosi borbottando e pensando, aveva prese le molle in mano e faceva delle buche nella cenere, come due sere innanzi, in quella del suo focolare. Allora gli venne su dal cuore una gran malinconia, e provò una voglia amara d’essere a casa sua.
Quando sentì una pedata venir giù dalla scala, invece di Lantieri comparve Veronica, con sul braccio tovaglie e tovaglioli, per apparecchiare la mensa. Lantieri, essa lo aveva lasciato di sopra a far addormentare il bambino. Lì poi, fece come il lampo, apparecchiò, andò in cucina, accese i fornelli, rimestò qua e là nelle credenze, e dopo alcuni minuti si sentiva già qualcosa che friggeva e mandava un profumo appetitoso.
Poi discese Lantieri con un’aria di quiete e di soddisfazione nuova.
– S’è addormentato. Ma sai che è proprio un bel bambino? l’ho contemplato tutto, è perfetto! Che birba d’un padre…
– Che birbe certi padri, devi dire!
E s’ingolfarono in un discorso di tempi, di cose, d’amori, che lì portò lontani, lontani, fin nel mondo dei trovatelli e in quello dei figli mantenuti, carezzati da poveri mariti che non san nulla, e la gente li deride, mentre essi talvolta si assaettano da un’avemaria all’altra per nutrirli, e parlan di figli… In quel mondo anche Lantieri ci aveva i suoi rami, e ora ne parlava con certo rimorso all’amico.
Durarono in queste cose tanto che venne la cena, e seguitarono mangiando e bevendo e rallegrandosi finchè dimenticarono le malinconie. Quando si levarono da tavola per isgranchirsi, era mezzanotte, e Veronica pian piano se n’era andata a dormire.
Salirono anch’essi.
Lantieri volle menar l’Asquini a vedere il bambino nel suo letto. Con quella testina sul guanciale pareva un fiore… Essi lo guardarono, Lantieri pensando che non aveva mai avuto vicino a sè come in quella notte una creatura innocente; l’Asquini godendo d’esser certo che in nessuna parte dove era stato non poteva essere rimasta una povera anima messa da lui nel caso di quel bambino, e neppur meno peggio.
Poi accompagnato da Lantieri se n’andò nella camera che gli era stata apparecchiata da Veronica, e come vedevano che avrebbero rifatta la storia di quei due che mezzo brilli durarono fino all’alba, accompagnandosi l’un l’altro, e riaccompagnandosi a casa, si diedero la buona notte, e addio.
Dopo mezz’ora la casa era silenzio. Ma Lantieri non dormiva. Seduto a canto al letto, contemplava quel povero bambino così bello, misero e inconsapevole. Poco a poco ripigliò da solo il discorso fatto coll’Asquini cenando, s’immerse nel passato e, come se la sua immaginazione glie lo riaprisse via via, di lontananza in lontananza, tempi, luoghi, avventure, lo rivide tutto. Sapeva egli cos’era stato dopo quel dolce incontro, in quel tal paese, l’anno tale; dopo quel suo passaggio nel tal altro; e le lotte, le vittorie, gli abbandoni, e le traccie che dovevano essere rimaste di lui su tante vie? Chi sa cos’era avvenuto di tante vite? Non vi poteva essere pel mondo qualche suo derelitto come quello d’altri che aveva lì sotto gli occhi? Cominciava a provar qualcosa che non era soltanto pietà. Un momento che il sonno lo prese, si chinò su di lui e lo baciò e senti passar attraverso alla testa confusa una voce che pareva venir dal di fuori e dicesse: «Il taglione… la legge del taglione!» e col senso di un chiodo che al suono di quella parola gli si ficcasse nel capo, in quel pensiero si addormentò che era quasi l’alba.
Il sole non era ancora levato del tutto, e l’Asquini passeggiava già nel piazzale. Lantieri dormiva ancora.
Veronica era ben andata nella camera, ma l’aveva visto seduto con la testa sulla sponda del letto, vicino a quella del suo figliolo, e s’era ben guardata dallo svegliarlo. Però gli aveva messo sulle spalle un panno, e stesse, stesse pure a quel modo che qualche malattia al cuore se la sarebbe presa: quanto a curarlo ci avrebbe pensato lei. Poi la scaltra donna era scesa in cucina, dove fece il caffè, lo diede al dottore con un garbo, una soggezione, un’aria di rassegnata, che sconcertò i pensieri di lui e lo mise in un certo imbarazzo.
– Cosa farà Lantieri che non si vede? – diceva l’Asquini tanto per dir qualcosa; ma la parola gli fu troncata da Lantieri stesso che dalla cima della scala gridava improvviso e arrangolato:
– Asquini, Asquini, dove sei? per carità, vieni su presto, questo bambino brucia dalla febbre…
– Oh povera me! misericordia – strillò Veronica – misericordia, dottore, misericordia…
E su essa, e su l’Asquini, e intorno al letto del bambino un tramestìo dell’altro mondo, tra la donna che seguitava a strillare: «Son madre, son madre!» e Lantieri che gli tremavano sin le mani.
– Non è nulla, non è nulla – diceva l’Asquini – facciamogli un po’ di fregagioni al dorso e una bevanda calda… E Veronica giù capofitta a far la bevanda, e Lantieri lì a far le fregagioni al fanciulletto, gemendo, sospirando, con gli occhi un po’ in quel visino tutto in fiamme, un po’ in quelli d’Asquini, interrogando, pregando.
– Vuoi dire che non sarà proprio nulla?
– Nulla; sta pur sicuro.
Venne la bevanda, Lantieri levò la tazza di mano a Veronica, e si mise lui a dar da bere al bambino. Ci aveva un garbo da madre.
– Guarda un po’ l’uomo! – diceva l’Asquini, e come il bambino ebbe bevuto e parve si addormentasse quetamente, si rivolse a Lantieri e disse:
– Dunque? andiamo a Milano?
– Ma… – rispose Lantieri, girando l’occhio su Veronica.
– E se lei va a Milano, cosa ci faccio qui sola? – disse la donna, timidetta, timidetta.
– Stai, stai, – seguitò l’Asquini: – tanto ho fretta di tornare a casa mia; ho dei pensieri, sento qualcosa che mi dice che a casa han bisogno di me…
– Senti ancora le famose voci come una volta? E ci dai retta? – disse quasi allegro Lantieri.
– Sempre.
– Ti tratterrai almeno fino a stasera…
– No… subito, subito, parto colla prima corsa e tu mi accompagni alla stazione.
Lantieri chinò il capo e diede ordine d’attaccare. Ora si sarebbe detto che gli tardasse di veder l’amico levarsi di là.
E quando la carrozza fu attaccata, e vi furono dentro e si mosse, l’Asquini, senza avvedersene, poco meno che non si levò il cappello per salutare Veronica, rimasta ritta sull’uscio… Lantieri provò rincrescimento di quell’atto involontario dell’amico, ma non disse nulla, frustò il cavallo e via.
Per un tratto non parlarono: poi come il silenzio pesava, Lantieri tornò su quelle misteriose voci dell’Asquini, che lo facevano risolvere a partire così di schianto.
– Ma proprio dai ancora retta alle voci tu? Eh! stanotte n’ho sentita una anch’io che mi diceva: Il taglione! il taglione…
Così disse Lantieri per avviare il discorso, ma la sua parola cadde; Asquini pareva assorto in altri pensieri.
Entrarono nella stazione che il treno giungeva sbuffando.
L’Asquini preso da una smania strana di montar su, di cacciarsi in uno scompartimento, di rimaner solo, abbracciò Lantieri, nei cui grandi occhi si ruppero due lagrime ch’egli non volle lasciar colare.
– Animo, Lantieri, addio.
– E quando ti rivedrò?
– Ai funerali di Terenzi, fra qualche settimana. Scrivi a Milano a qualche amico che ci avvisi.
– Ma v’anderò io, prima che muoia, v’anderò…
– E allora lo bacerai per me, e mi scriverai. Animo, ora vattene; ti comprendo, so quel che farai… tienteli pure in casa… madre e figlio, e il mondo dica quel che vuole… Viene il mondo a pregarti di lasciarti consolare, aiutare, assistere, se hai bisogno di nulla? Tienteli, che forse sei meno infelice degli altri.
Il treno partì. Lantieri stette a guardarlo impicciolirsi, lungo la linea dritta a filo, tra le due siepi dei lati, e sparire. Poi rimontò in carrozza, e in fretta in fretta, quasi già avendo paura di qualche sgridata di Veronica, se ne tornò.
L’Asquini viaggiava, un po’ meditando, un po’ guardando la fuga delle case, un po’ sonnecchiando. E appunto in quel dormiveglia gli venivano più vive certe visioni di famiglia dove la felicità non aveva mai fatto neppur capolino. Erano tante, tante, tante, una rassegna. Ne passava una; ivi la moglie, timidissima e seria da fanciulla, era riuscita capricciosa, vana, spensierata da donna: un’altra, e ivi era un po’ del marito, un po’ d’altri, lo sapevan tutti: in quella casa i coniugi s’erano divisi e sospiravano pel divorzio; in quell’altra e in quelle altre erano dove i maschi e dove le femmine che mandano i padri e le madri in perdizione: in un luogo le figlie invecchiavano in casa crucciose, rivoltose; in altra le deformità, le malattie, le morti facevano sventura… Ahi! le famiglie dolorose erano tante, tante, troppe! «Eppure!» pensava il dottor Asquini, e ogni tanto come nota scappata da una suonata interiore, gli veniva detta una voce, una frase. Era cominciata con un: ma! sospirato più che esclamato, e si era via via svolta e compiuta cosi: «Ma! Eppure è ancora la meno peggio».
I viaggiatori che lo sentivano, lo guardavano di traverso, immaginando che colui non avesse il cuore contento, e mulinasse tra sè qualche fiero rimedio a chi sa quai mali. «È ancora la meno peggio!» Alle volte può voler sottintendere ammazzarsi! Ve ne fu perfino uno che pietoso e commosso s’arrischiò d’accostarsi al dottore e dirgli: – Signore, la meno peggio, che cosa?
– Prender moglie! – rispose l’Asquini quasi senza volerlo; e solo si accorse della figura di mezzo matto che doveva fare, vedendo quel pietoso ritirarsi mortificato al suo posto e rincantucciarsi.
Intanto a misura che la via s’accorciava, egli si veniva acconciando a un pensiero che alla fine del suo viaggio fu fermo in lui e sicuro.
Ecco il suo campanile, ecco i ciuffi di castagni sul colle contro cui risaltano le case, i tetti del suo paese, ecco là a quella voltata la casa dove l’aspettano i suoi: dolcezza infinita! Ancora pochi minuti e sarebbe arrivato.
– Nulla di più comodo, ma nulla di più volgare, – pensava il dottore: – si sono traversati degli spazi sterminati, si crede di aver viaggiato, e si è stati in una cesta. Uno, due, tre giorni di lontananza, ecco il viaggiatore che torna; cosa porta? Una confusione di cose viste di fuga e della stanchezza!
E ancora alle volte invece di recarle a casa, le novità son là che ci aspettano.
– Oh! il babbo! il babbo! – gridò Mario vedendolo per primo dalla finestra, e correndo a incontrarlo per le scale.
– Ah! sei qui, birbone? Dunque è come l’avessi già sposata?
– Perchè mi canzoni, babbo?
– Non canzono nulla; ti dico che è ancora la meno peggio!
– O babbo, o Asquini, marito mio, – gridarono Rosa e Serena sopravvenendo.
– Sì, sì! è ancora la meno peggio! – continuava egli a dire, pigliando baci e abbracciamenti; e così, giunto al suo seggiolone, vi si lasciò andar seduto, e si mise a guardarli.
– Ma che meno peggio vai dicendo? – esclamò Rosa, un po’ turbata da quel fare strano di suo marito.
– Dicevo a Mario!… Gli ho veduti tutti… Poveri miei amici! È proprio ancor la meno peggio! Mario, prendi moglie…
– Glie l’ho già detto anch’io; – scattò Rosa allegra in faccia e nella voce – m’ha fatto vedere il ritratto, la ragazza è bella, sana, e ricca…
– Anche ricca, lo so… – disse l’Asquini, dando a Serena un’occhiata malinconica, in cui era tutta una sequela di confronti; – anche ricca, sì… E purchè sia buona, prendila, Mario, prendi moglie.

Giuseppe Cesare Abba – I baffi ed il cuore del signor Saul

Reading Time: 21 minutes

– Tant’è, questa sera non posso mangiare! – esclamò il signor Saul, spingendo in là il piatto di carne che aveva dinanzi; – Grifò, prova a darmi due peperoni.
– Perchè, signor padrone? non aveva comandato l’arrosto? – venne a dire Lucrezia, stando sull’uscio, tra la cucina e la sala da pranzo.
– Sì, ma non lo voglio più; non ho appetito. Perchè fate il muso ora? Non ho mica detto che il vostro arrosto non sia buono! Andate, andate Lucrezia.
Lucrezia tornò in cucina, un po’ malcontenta, ma un po’ anche maravigliata che il padrone fosse quella sera così dolce. Intanto Grifò che era subito corso nella credenza, tornava con un paio di peperoni in aceto, gialli come aranci e grossissimi.
– Proprio due in punto? Io aveva detto due così per dire.
– Ma questa, signor padrone, non è roba da mangiarne di molta a cena.
– Oh, già! Porta via anche questi! Forse hai ragione, Grifò; siamo vecchi. E guarda un po’! Questa sera non mi posso levar dagli occhi quel Galateri! Sono cose di quarant’anni fa, eppure mi par d’essere in Alessandria, mi par di sentirmi nei baffi le forbici di quel birbante di barbiere! E Galateri lo vedo là che sta a guardare, proprio con quell’aria stessa che aveva quando andava a spasso seduto su d’un cannone. Oh! e pensare che se Galateri non mi avesse fatto quell’atroce azione, forse non sarei qui in questo paese da tanti anni e forse non ci avrei neppure conosciuto te. Grifò!
– Cosa le viene in mente ora! – disse Grifò un po’ commosso, un po’ turbato da certo tono insolito del padrone; – Galateri è andato da un pezzo a far terra da mattoni, e forse è già a casa calda in anima e in corpo.
– Sta zitto! Alla tua età non si deve più dir così, per dire che uno è morto!… Sono parole da sciocchi… Non le ripeterai più! La morte è una cosa da venerare… E non si deve dir neppure che il tale è salvato e il tal altro è dannato; e tanto meno dirlo con parole sguaiate… Già! voi cristiani, abbiate pazienza, lasciatevelo dire, parlate molto male…..
– Dice bene! – pensava Grifò.
– E poi… come mi sento solo…! – continuò il signor Saul cambiando quasi voce; tutta quella mia gente se n’è andata! se ne sono andati tutti, figli, figlie, tutti! E non mi resti che tu, Grifò. Ah! Ah! Io, tu e Lucrezia, siamo tre gattoni rimasti qui, col naso nella cenere ad aspettare la morte!… Con chi parla di là Lucrezia?
Grifò corse, stette via un minuto, poi tornò a dire che Lucrezia parlava colla serva del Giudice, la quale raccontava che, il giorno dopo gli uscieri sarebbero andati da Colombano il calzolaio a pigliarsi tutto quel po’ di roba che il poveretto teneva in bottega.
– E perchè? – disse il signor Saul.
– Dice che Colombano deve cento lire della pigione al signor Venanzi, e che il signor Venanzi l’ha fatto condannare.
– Ah, quel signor Venanzi! – esclamò il signor Saul, piantando gli occhi in un punto della tovaglia, come se cominciasse a leggervi una storia: – Sessant’anni fa capitò qui suo nonno, un cappellaio girovago, che si metteva a lavorare alle porte dei paesi, sotto qualche tettoia o all’ombra di qualche albero. Giungeva sempre menando a mano una carretta, con su due o tre forme di cappelli, quattro pentolini, delle spazzole e dei cenci. E piantava bottega. Poi andava per le vie gridando a chi avesse cappelli da ritingere; e così guadagnava da non morir di fame. Ora senti che storia. Quella volta che capitò qui, mentre stava lavorando fuori di porta Piemonte, certi ragazzi gli davan noia; ed egli a uno di essi menò uno scapaccione da cane. Il ragazzo cadde in terra e si ruppe il naso: suo padre, un falegname che aveva bottega là presso, vide, e corse furioso addosso al cappellaio; ma tutti gli oziosi che stavano a veder lavorare, ne presero le difese, diedero torto al loro compaesano che aveva tutte le ragioni, e lo volevano persino picchiare. «Questo paese è fatto per me», deve aver detto allora il cappellaio, «questo è il mondo degli allocchi, e io mi fermo qui». E difatti piantò qui la sua dimora. Cominciò con una botteguccia, poi s’allargò. Dopo due anni sposò una vecchierella che aveva denari; e dagli oggi, dagli domani; strozza questo, strozza quell’altro: lasciò un figlio ricco, che triplicò, quadruplicò la sostanza. Ed ora i nipoti fanno il resto. Hanno già mezza la valle pei capelli! – Ma tu lo devi aver conosciuto quel vecchio, – soggiunse poi il signor Saul, dopo aver pensato un poco, guardando Grifò.
– Eh altro! C’ero anch’io con quei ragazzi, quando il cappellaio diede quello scapaccione; e ricordo che appunto passava lei a cavallo su d’un bel baio.
– E allora perchè mi lasci chiacchierare delle cose che sai?
– Ma! lei le racconta così bene che mi par di tornar a vederle.
– Bravo! Ora mi vuoi lusingare. Ti accomoderò io nel testamento. Ma insomma cavalcavo bene, non è vero, a quei tempi? Ah, quei miei morelli, quei bai che nessuno si fidava di montare fuor ch’io solo! Dammi un lume, Grifò; ora non siamo più buoni ad altro che a mangiare e andar a letto.
Il signor Saul soleva coricarsi appena appena finito di cenare, all’ora delle galline, come diceva lui; ma per altro al canto del gallo sempre si trovava alzato. E quella sera era già quasi in ritardo. Quando se ne fu andato, Lucrezia e Grifò si raccolsero intorno al focolare a scaldarsi e a chiacchierare, come tutte le altre sere comodamente, perchè intanto questi faceva la sua fumata a pipa sotto la cappa del camino, badando bene a non mandar fumo per la casa, perchè l’odor di tabacco dispiaceva al padrone.
– Chi sa che cosa abbia? – disse Lucrezia – Non l’ho mai sentito lamentarsi dell’appetito!
– E nemmeno io! – rispose Grifò pensoso.
– Grifò; e noi due se egli si ammalasse e morisse?
– Oh! io per me so che in settimana gli vado dietro.
– È presto detto! Non moriamo mica quando vogliamo noi! E se si vive?
– Dicono che l’ospedale non è fatto per i cani. Ma voi non avete i vostri risparmi, voi?
– Questo sì, ringraziando Iddio, ma dovrei mangiarmeli a poco a poco senza far nulla.
– E cosa ne vorreste fare? portarli con voi all’altro mondo?
– E se…
– E se, e se, e se? Cosa dice il Parroco? Che i se e i ma sono il patrimonio dei grulli! – interruppe Grifò, battendo la pipa a un alare per far cadere la cenere. E così s’alzò lui e s’alzò Lucrezia; e ognuno dalla sua parte se ne andarono anch’essi a letto, dove la donna, tranquillamente pregando, s’addormentò.
Ma a Grifò quei discorsi avevano fatto nascere un grave pensiero. Se il padrone fosse morto, dove mai l’avrebbero sepolto? Nel cimitero no, perchè era ebreo. Forse avrebbero scavata una fossa fuori del recinto, e ve l’avrebbero messo con ogni rispetto perchè tutto il paese gli voleva bene; ma il pensiero di questa sepoltura fatta in disparte, come a un indegno, dava un’amarezza grande e nuova al cuore del vecchio servo. Il quale era sempre stato tanto certo di morir subito dopo il padrone, che, senza avervi mai pensato, aveva sentito che anche morto sarebbe stato con esso, spanna più, spanna meno, quasi a corpo a corpo, forse nella stessa fossa. E ora gli pareva che tra le tante cose ingiuste, che così all’ingrosso aveva vedute nel mondo, venisse fuori anche questa e proprio per addolorarlo. Però, come era d’umore che sulle cose tristi ci si fermava poco, si liberò presto presto da quelle malinconie, brontolando contro quella sciocca di Lucrezia, che aveva tirato in ballo la morte. E alla fine anch’egli si addormentò.
Ma non s’era addormentato il signor Saul. Egli, spogliandosi, aveva fatto il conto di andar il mattino dopo, e per tempo, da Colombano a vedere se poteva rimediare al guaio che si preparava a quel povero uomo: però non gli era riuscito prender sonno. E dà volta per un verso, e dalla per un altro: sbadiglia, pensa, riaccendi il lume; leggi un passo della Bibbia, leggine un altro; fece le dieci più sveglio che mai. Allora buttò le gambe fuori del letto, si rivestì in fretta, si mise addosso il suo gran tabarro, frugò in un cassettone; poi pian pianino, discese, uscì, s’incamminò verso la casupola del povero Colombano.
Stava costui a terreno in tre buchi, uno dei quali serviva di bottega, e gli altri due di camera e di cucina. A quell’ora egli parlava delle sue disgrazie colla moglie.
– E domani alle nove – diceva egli – domani alle nove, il giudice, il cancelliere, gli uscieri, forse i carabinieri e il diavolo insieme, senza riguardi, alla presenza di tutto il paese che starà a vedere, verranno a pigliarci tutto.
– E cosa ci vuoi fare? – rispondeva la moglie al povero uomo, ch’era già in letto; – bisogna aver pazienza! Oppure provar ancora; pregare il signor Venanzi che aspetti un altro po’, e poi ingegnarci. Cento lire sono molte, è vero; ma insomma qualche santo ci aiuterà…
– Tu hai sempre i santi che aiuteranno!
– Lasciami andare dal sig. Venanzi; mi porterò i bambini, gliene dirò tante e tante che avrà pietà…
– Mai! questo mai! Io non ti ho sposata per mandarti a domandar pietà ai birbanti!
– Eppure l’hai ben per me questo debito! Se io non mi fossi ammalata…
– Taci, taci, anima! So che dici di cuore, ma io non voglio. La colpa è mia che forse non ho lavorato abbastanza! Ma no! Neppur questo! Non è vero! Ho sempre lavorato! È il destino! Se non avessi speso per mia madre quel po’ che avevo risparmiato, la tua malattia non ci avrebbe disturbati. Ma dovevo lasciare che quella povera donna andasse a morire all’ospedale e che fosse sepolta per carità?
– Ebbene? Questo lo sanno tutti, e domani quando vedranno venire gli uscieri qui, ci compatiranno…
– Cosa vuoi che compatiscano? Se mai diranno che allora ho fatto il mio dovere e che ora sono una malapaga!
– Cerca d’addormentarti, via: tanto non c’è rimedio…
– Ah, maledetti poveri, per noi il Signore non c’è.
– Taci, taci, non dir eresie… Ottavino ti sente, si ricorderà poi di queste cose e verrà su cattivo…
– Povera donna, tu vali cento volte più di me!
E mentre il pover’uomo si tirava il lenzuolo sul viso, forse per piangere senza farsi sentire, la donna che non s’era ancora spogliata, passava in cucina, a coprir le poche brage che finivan nel focolare. Ma in quella, di colpo fu spezzato un vetro di là, alla finestra della botteguccia, e qualche cosa rotolò sul pavimento di legno. Essa tremò dalla paura; ma Colombano balzato dal letto, tempestò contro i birbanti che sapevano le sue disgrazie e venivano a quell’ora a rompergli i vetri per insultarlo. Canaglia!
Così prima che la donna avesse osato metter piede nella bottega, egli era già lì mezzo vestito e correva verso la porta, quasi contento di aver l’occasione di sfogar in qualche modo l’animo, che gli sembrava di aver dentro verde e amaro più della cicuta.
– Fermati, guarda, guarda qui! – disse la donna che aveva raccattato un involtino e lo stava sciogliendo. – qui ci son dei danari. Oh Dio! cinque napoleoni d’oro! proprio cinque!
Egli prese i napoleoni, guardò il soffitto, come per interrogare qualcuno, guardò quelle monete. Chi le aveva gettate là dentro? C’era ancora qualcuno al mondo tanto buono che sapesse far la carità così di nascosto? Oppure?…. E guardando la sua donna che era giovane ancora e assai bella, e alla vista di quell’oro s’era fatta tutta allegra, gli passò per la mente un triste pensiero; quel santo, qualcuno di quei santi ch’essa aveva detto. E divenne cupo.
Intanto, pel vetro rotto, entrava il vento con qualche granello del nevischio che cadeva giù da mezz’ora.
Questo bastò a fare che quel tristo pensiero di Colombano si complicasse d’un’altra idea, cattiva anch’essa, ma che pure in quel momento parve al pover’uomo un ristoro. Certo chi era venuto lì, a gettargli in casa quei danari, doveva aver lasciato l’orma sul nevischio, ed egli l’avrebbe scoperto! Lo disse a lei, guardandola sospettoso negli occhi.
– Bene, benissimo! – esclamò la donna – vestiti e va! Se potessimo sapere chi è stato?
E intanto che l’aiutava a vestirsi, egli pigliava un gusto amaro, rabbioso, a confermarsi nel suo dubbio, nel suo sospetto, A stento si tratteneva dallo sfogarsi subito. Quasi gli pareva che se le avesse detto bruscamente «tu mi mandi, ma sai già tutto» essa non avrebbe potuto infingersi, negare, celar il nome; qualche nome che ben doveva sapere. Ma si rattenne…
Poi aperse l’uscio, sporse il capo. Per la via non c’era nessuno. Allora guardò in terra. Le orme erano lì ben distinte nel nevischio; un uomo le aveva lasciate venendo e tornandosene con passi lenti e misurati. Il calzolaio si mise a seguirle. E va, va, ogni poco sentiva andarsene il sospetto su d’uno, e nascerne un altro su d’un altro; e cosi, passo passo, giunse su quelle orme al palazzotto dove stava l’Ebreo. Possibile? L’Ebreo? Lui vecchio d’ottanta e più anni, era venuto fuori a quell’ora con quel tempo da lupi, a gettargli in casa quel denaro? Eppure non poteva essere che lui! Quelle orme parlavano!
Colombano si lasciò andar giù ginocchioni sulla soglia di quella porta, proprio come avrebbe fatto in una chiesa per pregare; e mandò su tutta l’anima sua a quel vecchio. Poi tra quel senso di gratitudine, il pensiero della salvezza dovuta a lui e la confusione che gli venne per la vergogna d’aver sospettato malamente della moglie, si mise a piangere come un bambino e a darsi del vile.
Ora che fare? Il meglio era tornarsene a casa. Intanto, pel giorno dopo, avrebbe pagato quel selvaggio del signor Venanzi; e per mostrar all’Ebreo che non era ingrato, qualcosa avrebbe potuto pensare.
Così, mentre tornava, si volgeva ogni po’ di passi a guardare, e un istante vide illuminarsi la finestra della camera dove sapeva che l’Ebreo dormiva. – Già, si capisce, è appena tornato in camera. – Poi vide l’ombra di lui disegnarsi sui vetri. Certo il brav’uomo stava spogliandosi, per mettersi a letto. Stette ancora a guardare, e rivide l’ombra passare su quei vetri altre due o tre volte, quindi la finestra rimase buia d’un tratto. L’Ebreo aveva spento il lume.
E se in quel momento si fosse spento pur lui, l’anima sua, anche soltanto per il bene fatto a quel povero, sarebbe stata degna d’andar nella più gran pace del cielo.
– Sai chi fu? – disse il calzolaio, rientrando in casa lietissimo e abbracciando la moglie e baciandola, come se fossero stati appena sposi, tanto che essa si confuse; – indovina… te la do in mille… l’Ebreo!
– L’Ebreo! Benedetto il giorno che venne a stare in paese! ero piccina, ma me li ricordo certi discorsi!… Dicevano come se ci fosse venuto a stare il diavolo!…
– Non tutti però; e poi tutto finì quando videro il parroco farsi amico con lui…
– È vero! E poi quando scoppiò il colera? L’Ebreo era dappertutto, dai poveri, dai ricchi. Dove tutti dalla paura scappavano e piantavano i malati e i morti, ecco, là c’era lui. Vuotò la sua casa di biancheria, di panni, di vino. Dimmi cosa non diede. Andò persino a seppellire i morti!
Ora la gran gioia faceva esagerare i meriti dell’Ebreo. E li andavano enumerando tra loro, uno ciascuno, come se recitassero le litanie; e intanto che si coricavano duravano a dire, e dissero finchè venne il sonno, finchè il marito disse l’ultima sua, strascicando le parole così…
– Credo pure che dieci anni fa, quando il parroco fece la dote a quella Lucia che correva rischio d’essere abbandonata nella vergogna, e fece sapere che la dote era data da una persona che non voleva essere nominata; credo che quella persona fosse l’Ebreo… Che ne dici moglie? Ah! dormi? Io prego per lui.
E finalmente il signor Saul dormiva anch’egli, nella sua camera, ignorando che quel che aveva fatto fosse già stato sentito da quella povera gente, e riconosciuto come carità che veniva da lui. S’era addormentato pieno d’un’allegrezza ch’egli, pur avvezzo ai godimenti del far carità, non aveva mai provato; anzi, addormentandosi, s’era sentito venire uno strano sentimento di gratitudine per quel Galateri, che, quarant’anni addietro, lo aveva fatto molto patire, e che tutta quella sera non s’aveva potuto levar dagli occhi. Ora dormiva e sognava. E nel sogno non era lui d’ottantatre anni, ma gli pareva di essere qual’era quando ancora quasi giovane, stava nella cittadetta di S… governata da un colonnello, nobile piemontese del vecchio stampo. Terribile uomo di guerra, costui era di coloro che nella loro gioventù, per il loro Re, il quale per essi voleva dire famiglia, patria, tutto, avevano combattuto contro i Francesi nelle Alpi Marittime, con odio fiero quanto quello degli Spagnoli contro i Maomettani. E quando il Re, nel 1796, aveva finalmente dovuto chinar la fronte dinanzi al general Buonaparte, venir a patti con la Francia, e staccarsi dall’Austria, quell’ufficiale era passato a servir l’Austria. Poi come anche questa, dopo molti anni di guerra e sconfitte, aveva dovuto chinarsi a Napoleone, imperatore, e a lui, già marito d’un altra donna ancor viva, dar in moglie una principessa imperiale; egli ostinato nella fedeltà alla propria idea, senza curarsi di principi e di re, e lasciando che essi facessero i propri interessi, era passato a servir la Russia. Laggiù, durante la gran guerra del dodici, aveva combattuto contro gli stessi Piemontesi, condotti in quelle contrade dietro le aquile francesi; combattuto aveva col cuore e col braccio tra le file russe, ma col pensiero alla Sardegna lontana, dove sapeva rifugiati da dodici anni i suoi Re, ai quali aveva perdonato. In quella guerra aveva toccato ferite orrende e n’era guarito per miracolo; ma non aveva mutato cuore. Anzi se anche la Russia, invece che vincitrice, fosse stata vinta; ed essa pure alla fine si fosse fatta amica a Napoleone; egli, come avrebbero fatto tanti altri, tutti i suoi pari, sarebbe passato in Asia, sarebbe andato in capo al mondo, dovunque avesse trovato a servire un nemico della Francia, che per lui voleva dire la rivoluzione, l’inferno. Poi quando, caduto Napoleone, tutto era stato rimesso a posto, e la Rivoluzione, il Consolato, l’Impero e tutte quelle cose ch’egli, il colonnello, chiamava bestialità, erano state chiuse come in una parentesi, e parevano quasi messe fuori della storia, soddisfatto era ritornato in Piemonte, dove il Re gli aveva dato a governare S… con potere di fare e disfare a suo senno e piacere. Ed egli vi si era messo tremendo. Guai chi si ricordava delle cose e dei nomi dal quindici in là, all’ottantanove! Tutto doveva tornar come prima dell’ottantanove; tutto intonarsi a lui, che sentiva d’essere la personificazione rigida, pura, vergine dei tempi per lui sacri. E chi non voleva o non sapeva intonarsi, in Sardegna, nelle Saline, c’era posto: egli, il Comandante, ce lo mandava senza misericordia.
E così, sotto quell’uomo, in S… si viveva ancora del trentaquattro, mentre già regnava Carlo Alberto, mentre in una delle prigioni della fortezza di Savona era già stato chiuso Giuseppe Mazzini; mentre altri, devoti all’idea nuova, come egli, il Comandante, lo era all’antica, sapevano sacrificarsi per essa e morire magari come Jacopo Ruffini aveva fatto, uccidendosi in Genova, nella torre del palazzo ducale.
Ma pel signor Saul, il Comandante era d’un’amorevolezza, che non pareva potesse aver posto nel cuore di lui neppure un istante. Ciò solo perchè egli era amatissimo dei cavalli, sebbene per l’età non ne montasse più, e il signor Saul ne teneva sempre dei bellissimi e pericolosissimi, ch’egli invece montava ardito e sicuro come un cosacco. Così il Comandante lo amava, non curandosi punto che fosse l’Ebreo. Anzi si vedevano sempre insieme, desinavano spesso a vicenda, l’uno dall’altro, con molto dispiacere del vescovo, che però non aveva mai osato dir nulla. Sfido io! Il Comandante poteva tutto; e si fidava persino di permettere che l’amico suo portasse baffi, i soli baffi che si vedessero nella città e nella provincia, a chi non era soldato: due gran baffi alla brava, che somigliavano quelli di Carlo Alberto, di cui il signor Saul aveva su per giù l’età, la statura, l’occhio e quasi la voce. Questo anche il comandante lo diceva e se ne compiaceva stranamente: anzi una volta che era di bonissimo umore aveva domandato all’amico se non si sentiva nelle vene un po’ di sangue di Re. Ma l’amico aveva risposto, che, se gli toccava sentirsi dire tali cose, egli non si faceva un bel nulla di Lui; e guai se tornava un’altra volta a dirgli una simile impertinenza. Allora il Comandante s’era scusato volentieri e di cuore, e da quel momento gli aveva voluto più bene di prima.
Quella notte adunque il signor Saul sognava di quei tempi di quasi cinquant’anni indietro, un sogno lungo che è meglio narrare come storia di cose che gli erano seguite davvero. Egli le aveva tenute in sè, quasi un gran segreto, dal trentaquattro sino al quarantotto, il grande anno della libertà, quando alla gente tornò l’animo, e ognuno potè parlare senza timore d’aver intorno le spie. Ed ecco la storia.
Un giorno del trentaquattro, il signor Saul aveva dovuto andare per certi suoi affari in Alessandria. Amava, come si è detto, i cavalli, e preferiva i cattivi, quelli che nessuno montava volentieri; mentre egli, non si sa che arte avesse, quando c’era su, gli stavano sotto come agnelletti. Viaggiava sempre a cavallo. E quella volta andava su d’un baio, che brillava sempre come la rondine quando sta cercando una direzione per lanciarsi fulminea nello spazio. E chi vedeva passare l’Ebreo su quel cavallo, si faceva il segno della croce per lui. Giunto in Alessandria di domenica, si riposò all’albergo, poi andò a sentire un po’ di banda in piazza, dinanzi al palazzo del Governatore. Amante assai della musica, stava godendo una bella sonata che gli faceva pensar alla sua casa lontana, ai suoi; quando si sentì battere sulla spalla molto villanamente.
Si volta, è un sergente. «Chiamato da sua Eccellenza», dice quel sergente secco secco; una ghigna di birro, con cert’aria di beffa che tirava gli schiaffi. «Sua Eccellenza me?» risponde il signor Saul facendo un rapido esame di coscienza; e intanto alza gli occhi, guarda il palazzo e vede a un finestrone Galateri, che proprio fissa lui. «Vengo subito!» soggiunge e va.
La gente intorno gli fece largo. Sapevano tutti che cosa poteva voler dire una chiamata dal Governatore, onde al signor Saul parve che già tutti lo compatissero; anzi udì che uno diceva: «Povero signore! Eppure deve essere un ufficiale!» «Sembra Carlo Alberto in persona!» diceva un altro. «Sarà un Mazziniano» – soggiungeva un terzo: «Povero diavolo se gli capita come a Vochieri!»
Egli per queste parole si sentì stringere alla gola; ma, facendosi forza per non commuoversi troppo, tirò oltre, salì, ed entrò in un salone.
Ed ecco là il Galateri con la parrucca sul cranio, su quel cranio che aveva mezzo d’argento. Dicevano che una terribile sciabolata, toccata in Russia, glie lo aveva spaccato, e che l’osso era rimasto laggiù. Ecco là il Galateri.
Il signor Saul chinò il capo e si fermò appena entrato.
– Venite avanti, voi e i vostri baffi! Chi siete?
– Eccellenza…
– Silenzio! Chi siete?
– Saul…
– Un ebreo? – Gridò il Governatore, mozzandogli la parola, – con quei baffi, siete un ebreo? Dove state, di dove venite, cosa fate in Alessandria?
– Vengo da S… per affari…
– Quando siete venuto? come siete venuto?
– Sono giunto stamattina a cavallo.
– Anche a cavallo e coi baffi? Sergente fate entrare il barbiere.
Si vede che il barbiere era già stato chiamato, perchè entrò pronto, strisciando inchini e coi ferri in mano.
– Barbiere fate sedere quell’uomo, e tagliate.
– Ma, Eccellenza… – osò dire con un fìl di voce il signor Saul – a S… il Comandante…
– Qui siete in Alessandria; e qui comando io! Tagliate, barbiere!
E il povero uomo fu messo a sedere.
Allora quella birba di barbiere, cominciò colle forbici a dar dentro a quei baffi, straziandoli per far piacere all’Eccellenza di Galateri, il quale guardava, ma forse non godeva di quello scempio. Pareva piuttosto persuaso soltanto d’adempiere al suo grave dovere.
Quando il barbiere ebbe finito, il signor Saul che si senti il labbro nudo, provò una specie di ribrezzo e non osava neppur levarsi da sedere. Gli veniva da piangere; gli pareva di non essere più uomo.
– Ora cosa state a fare? – urlò Galateri, – alzatevi, andate all’albergo e chiudetevi fino a domani. Domani, poi, appena finiti i vostri affari, montate a cavallo, e via! Se a mezzodì siete ancora in Alessandria, vi mando in Sardegna alle Saline.
– Eccellenza parto subito.
E il brav’uomo, così oltraggiato, pigliò per un corridoio che il governatore gli mostrò. Credeva egli che tutto fosse finito, ma invece, e questa non la contò mai, invece si seppe poi che, entrato in quel corridoio, vi aveva trovato altri due sergenti, i quali gli avevano dato ciascuno dodici colpi di ciabatta sulle reni, e quindi lo avevano accompagnato fino in fondo allo scalone, dove gli avevano augurato il buon viaggio, forse compiangendolo, forse per canzonarlo.
Uscito da quel palazzo, il signor Saul si sentì tanto male d’animo, gli parve d’esser tanto guardato dalla gente, che credette avesser gli occhi, per beffarsi di lui, sin le pietre della via. Un momento che si vide fissato da un gruppo di signori, fu lì per lanciarsi ed affrontarli e mostrar loro chi era; ma pensò a casa sua, ai suoi, s’intenerì, passò oltre. E fece bene; perchè quei signori che a rivederlo senza baffi avevano capito il fatto, parlavano bensì di lui, ma per maledire i tempi; e se avessero osato si sarebbero fatti avanti per confortarlo, per dirgli che se ne andasse colla loro benevolenza, ad aspettare anch’egli che il mondo si cambiasse.
Ma egli non poteva indovinare e vedeva tutto nero.
Onde tirò via pieno di rancore, tirò via senza badar dove andasse, finchè si trovò fuori della città, fuori di quei bastioni, sui quali stavano, a distanze quasi misurate fra loro, le sentinelle, quei soldati che ora a vederli, aveva in orrore. Oh se avesse avuto là il suo cavallo!
Ed ecco che gli venne un’idea: mandar uno con un biglietto all’albergo dov’era sceso, farsi menar lì il cavallo, e partire senza più metter piede nelle vie d’Alessandria, dove non sarebbe tornato mai più; neppure, per dir così, a ripigliarvi la propria testa se ve l’avesse lasciata. E mandò.
E intanto che aspettava, passeggiando su e giù per breve tratto nella via di circonvallazione, non si sapeva chetare che ripensando a certe pagine della Bibbia, e dicendo ogni tanto, a mezza voce, come gli veniva ricordato, qualche versetto di salmi.
«Abbi cura di me, o Geova, perchè le mie ossa sono conturbate».
«Tornerà l’opera di lui, sul capo di lui; e sul capo di lui cadrà la sua ingiuria».
«Sorgi, o Geova, Dio forte, leva su la tua mano, non dimenticarti dei poveri afflitti».
«O Geova, chi dimorerà nel tuo padiglione, chi abiterà sul monte della tua Santità? Colui che va schiettamente e pratica la giustizia, e parla dall’animo la verità; colui che non denigra con la lingua, che non fa male al prossimo, che non reca oltraggio al suo vicino».
«La faccia di Geova è irata contro quelli che fanno il male, affinchè sia levata via dalla terra la loro memoria».
«Geova è vicino a quelli che han l’animo affranto, e conserva coloro che son contriti di spirito».
In quel ricordare e ridirsi le cose buone, che gli erano rimaste nella mente, dalla quotidiana lettura della Bibbia, il signor Saul veniva, a poco a poco, addolcendo l’animo e quietando il cuore.
A un tratto udì un nitrito allegro ch’egli ben conosceva, si volse e vide giungere il suo cavallo condotto a mano da un uomo dell’albergo. Parve al signor Saul d’essere già a casa sua. Pagò il conto in mano a quell’uomo e gli diede una buona mancia, montò in sella, spronò, trovò la via di S… e in essa si mise di trotto senza più volgersi indietro.
Misurò il suo andare per modo che a S… giunse il giorno dopo, di notte. Ivi si chiuse in casa e non disse nulla di quella storia dei baffi se non alla moglie. Dopo un po’ di tempo, spiantò la casa, portò la famiglia qua e là, parecchi anni, sempre scontento, sempre cercando luoghi nuovi; e gira, gira, rimase vedovo, vide la figlia andar a marito, e i figli a far casa ognuno da sè; finchè, ridotto solo, finì per chiudersi nel borgo, dove ora stava dall’anno quaranta, lontano da tutti coloro che aveva conosciuti nel mondo. Ivi aveva comprato un palazzetto, s’era tirato in casa a farsi servire, Grifò e Lucrezia, e nel quarantotto quasi per celia aveva lasciato tornare i baffi che allora crebbero bianchi. Non importava. Galateri era sparito dal mondo: il popolo d’Alessandria aveva devastata a furore l’isoletta del Tanaro, che portava il nome di lui; il suo amico, Comandante di S… era morto anch’esso, e bianchi erano pure venuti i baffi di Carlo Alberto, che alla fine aveva dato la libertà.
Ora, tornando noi al suo sogno disordinato di quella notte, il signor Saul, verso il mattino si destò indolito, proprio come se avesse ricevuto un’altra volta sulle reni i colpi di ciabatta che i manigoldi del Galateri gli avevano dati, quasi quarant’anni prima. Stette un poco a sentirsi, e si avvide che le doglie non eran sogno, che anzi ne aveva per tutto il corpo e massime al petto. Anche gli parve d’aver un po’ di febbre. Allora ficcò la mano sotto il guanciale, dove soleva tenere l’orologio a ripetizione, premè la molla e fece ronzare le ore. Erano le sei, che scoccarono in quel punto anche dal campanile della parrocchia, con tocchi languidi e ottusi di campana fessa. Certo era nevicato, e doveva anche far freddo. Chiamare il servitore, povero vecchio, non era carità. Gli parve meglio aspettare che si levasse da sè, come era solito fare verso le sei e mezzo, e aspettò. Intanto, per non badare a quelle doglie, si mise a ripensare quel che aveva fatto la sera prima. Chi sapeva mai se Colombano o i suoi avessero sentito rompersi il vetro? Se l’avranno sentito, ei pensava, avranno anche cercato il sasso, e trovato invece il denaro. Ah! ah! chi gli avesse visti! Avranno alzato le mani a ringraziar quello di lassù. Che dolce cosa poter fare il bene così, per quello di lassù, senza che chi lo riceve sappia a chi debba dire grazie! Par quasi che le sue parole, prima di andare a Dio, passino da noi! Strane cose del mondo! E dire che senza quella mala azione del Galateri, che ho sognato tutta questa notte, io non sarei mai capitato in questo paese! Ah! ah! Colombano dovrebbe ringraziare Galateri…
Godeva il signor Saul, pensando queste cose; e s’immaginava come quella famigliola doveva essere felice, per quel momento che si sentiva salvata. Ma intanto le fitte al petto gli crescevano. Allora si risolse a chiamare, e tirò il cordone del campanello.
– Son qui! – disse Grifò entrando pronto, e aprendo gli scurini; – che nevicata! guardi, guardi là su quel tetto? Ce n’è già una spanna e seguita a venir giù!
– Grifò ci han legna i tali, i tali e i tali?
– Mi sono alzato apposta un po’ prima, per andare a sentire.
– Va, danne; danne pure, che almeno si scaldino! E dà farina, vino, caffè, tutto; fa tu senza domandar a me. Sai, Grifò, che credo di sentirmi male? Voglio alzarmi: non voglio lasciarmi pigliar dalla morte in letto! Va, che mi vesto.
Grifò, sbigottito, voleva dir al padrone che stesse in letto, s’avesse riguardo, ma non osò. Invece ubbidì e lo lasciò solo a vestirsi, stando tuttavia all’uscio, per sentirlo subito se gli venisse bisogno di aiuto.
Ma bisogno non ce ne fu, perchè anzi il signor Saul, quando fu vestito, spalancò la finestra e si affacciò a guardare nella via. E vide un uomo che vi aveva spalata la neve fin alla sua porta lì sotto, e che, dati appunto gli ultimi colpi, forse perchè aveva sentito aprir le finestre, fuggiva.
– To’! – disse – è Colombano! Questa volta non m’è riuscita, e quel pover’uomo ha voluto farmi capire che sa tutto. Ma come può averlo saputo? Oh! guarda come son divenuto grullo! Ieri sera quando sono andato non c’era già quasi bianco in terra? Si vede che ci ho lasciate le orme come il lupo. Ma mi pare d’averci lasciato anche la salute… E la salute a quest’ora vuol dir la vita. Ebbene? Se mai andiamo a vedere Geova dal seno d’Abramo. Animo, Saul!
In quel momento Colombano giunto alla cantonata si volgeva a guardarlo, e si levava il berretto.
– Oramai è inutile far l’indiano – disse sorridendo il signor Saul; e pensando ai ricchi che non sanno comprar gioie come quella che egli sentiva in quel momento; salutò quell’uomo, con la mano, tre o quattro volte.
Poi gli venne un altro pensiero, si raccolse in esso un istante, e disse:
– Già! Sarà meglio scrivere. Scrivere che se mai, appena saranno avvisati, mandino un carro a prendermi.
E così, senza chiudere la finestra, scrisse, chiamò Grifò e gli diede la lettera da portar subito in buca.
Grifò la prese, guardando in faccia il padrone. E voleva dire qualche cosa, forse che egli non voleva mandare brutte notizie, ma neppur questa volta l’osò; ubbidì; e andando reggeva la lettera sulle dita come se volesse pesarla. Poi brontolò: Qui dentro c’è la morte.
E tre giorni appresso, il signor Saul era morto. Allora il pensiero venuto già a Grifò, venne al Sindaco, venne al Parroco, venne a tutti. Ma nessuno, neppure per supposizione, parlò di sepoltura fuori del Cimitero; pochissimi dissero che forse sarebbe stato buona cosa seppellir quel morto in un cantuccio, dove la terra non fosse stata mai toccata da corpi cristiani. Invece una donnicciuola del popolo, così come nella sua semplicità potè, disse in un crocchio di amiche; «Se il signor Saul non ha lasciato che lo seppelliscano in disparte, io lo metterei con tutti gli altri. Il bene che ha fatto al mondo, l’abbiamo accettato sì o no? Eppoi, egli è un morto come noi».
Queste parole piacquero sino al Parroco, cui furono riferite, e ci si fecero sopra de’ gran discorsi. Ma l’arrivo del carro mortuario li troncò tutti. Per quella gente semplice, un morto, che non sa, non sente, e va portato via lontano su d’un carro, come una cosa, fu oggetto d’una pietà sconosciuta ancora, dolorosa e quasi mista d’orrore.
Però, la sera che quel carro partì, una lunga processione ci si mise dietro nella neve appena squarciata. E chi un miglio, chi due, chi più, andarono, andarono come sonnambuli, e ognuno che tornava indietro lo faceva a malincuore.
Alla fine rimasero due soli.
– E voi, Colombano, non ve ne tornate? – disse Grifò.
– Io vengo fin dove lo seppelliranno.
– Allora vedrete dove metteranno anche me.
Per verità Grifò non morì così subito come sinceramente avrebbe voluto, perchè la Natura ha ben altro a fare che star lì a sciogliere i drammi che gli uomini ordiscono coi loro desiderii. Egli campò ancora parecchio: non tanto però da dimenticare il gran cuore del suo morto: e anzi, finchè fu visto lui passeggiare, parve vagamente che il signor Saul dovesse essere ancora vivo. Poi la memoria di questo divenne antica, e la storia delle sue carità fu, come quella dei suoi baffi, dimenticata.

Giuseppe Cesare Abba – Il Dottor Crisante

Reading Time: 45 minutes

Il dottor Paleari se ne tornava cavalcando come se non sapesse neppure d’essere in sella, tanto l’animo suo si lasciava rapire dalla vista dei monti lontani di dov’egli veniva, i bei monti tra i quali, cadendo dall’opposta parte dell’orizzonte, il sole entrava di traverso, e vi illuminava certe profondità di boschi, che nell’altre ore del giorno l’occhio non trovava, e che, a guardarle in quell’ora, parevano senza fine.
Che pace lassù! esserci nato in un tugurio, esserci cresciuto senza saper nulla del mondo, sempre a pascer mucche, far legna e carbone; e un bel giorno avervi incontrata una di quelle belle giovani che vi stavano, quella bellissima ch’egli, il dottore, aveva veduta poche ore prima; essersi fermato improvviso dinanzi e lei, a un passo di sentiero selvaggio, e averle detto: sei mia, ti sposo, vivremo semplici e allegri, e per questi boschi staremo delle giornate intere a guardare i grandi alberi, ad ascoltar il silenzio, la selva… «Ora che cosa mi viene in capo! – esclamò il dottore sorprendendo sè stesso in quei pensieri come in un fallo – che giovane, che sposa, che selva, io che ho moglie e figli e già qualche capello bianco! Bah!».
A questa esclamazione, la cavalla, fors’anche perchè si sentì ne’ fianchi i calcagni del padrone, affrettò ancora un tantino il passo, e, benchè rifinita, in quattro tempi di trotto lo portò a casa. Là nel cortile, si scrollò forte, allungando il muso fino a terra, quasi volesse far capire a Maglorio di far presto, sebbene egli fosse già corso a levarle gli arnesi; presto, perchè non ne poteva più, e quel giorno s’era guadagnato il fieno e qualcos’altro. Anche il dottore, smontando, fece un gesto con cui voleva dire d’averne abbastanza; carezzò la bestia lisciandola sul collo, e poi, buttate le redini al servitore, gli ordinò di darle doppia razione.
– C’è stato qualcuno a chiamarmi?
– Per questa sera no, ma per domani l’aspettano di buon’ora da Pilo del Pian de’ galli.
– Del Pian de’ galli? Ma se son passato da quelle case due volte, e qualcuno di quei vicini era nei campi e m’ha visto! Non poteva chiamarmi? Ah, contadini, gente dura! No, ho torto; facciamo troppo poco per dirozzarli. Pazienza! Domani tornerò a trottar lassù.
Diceva così il dottore con certo senso di piacere, perchè gli tornava a mente la bella giovane veduta il mattino da quelle parti. Forse l’avrebbe riveduta! Ma come si sorprese per la seconda volta in quel sentimento, fece uno sforzo per soffocarlo e si rimproverò di quella mala gioia dell’animo. Se avesse potuto indovinare in sua moglie un pensiero di quella sorte, glielo avrebbe perdonato? Certo mai più?
E salì stanco la scala.
– Babbo, babbo! – vennero a gridargli tra i piedi i suoi figliuoli, tre quercioli dai quattro ai dieci anni. – Sono già andati al battesimo, sono! quando tornano li vogliamo buttar noi i confetti; ce li lasci buttare!
– Sì, sì, li butterete voi. E la mamma?
– Ci siamo stati ora – dicevano i due maggiori, saltando dalla gioia: ma intanto il dottore s’avvide che il più piccino aveva pianto.
– E tu? Che cosa piangi? Hai fatto qualche birichinata? – diceva egli mettendo le dita nei ricci del fanciullo.
Subito questo gli abbracciò una gamba, e cominciò a singhiozzare. Allora Gesualda, che era qualcosa tra cameriera e aia dei bambini, si fece avanti e spiegò.
– Ecco, signor padrone; è venuta la signora Laurina per dire che stassera ci sono altri due battesimi, e che suo fratello avrebbe aspettato al battistero appena finito il rosario, e mentre si fermava a carezzar Tullo, gli diceva che ora gli hanno accorciata la camicina, che baci e confetti non nè avrà più, che tutto sarà dell’ultimo…
– E tu, ancor più sciocca di lei, lo ripeti con tanto gusto! No, no, piccino, non ci badare, non t’hanno accorciato nulla; anzi delle camicie te ne faremo una più lunga di quelle del babbo. Sei contento? Sicuro! Bravo! Ecco che Tullo è contento.
Il fanciullo si rischiarò un poco, ma non parlò; onde il dottore pensando che a levargli quella malinconia ci sarebbe voluto altro tempo, andò nel suo studio a riporre la custodia de’ suoi ferri, a registrar le visite fatte. Noie d’ogni giorno. Intanto mormorava: «Paiono cose da nulla, ma insomma quell’innocente è già angosciato, forse odia già, per la grulleria d’un’anima oziosa, che si crederà d’aver detto bene. Ecco la vita! Tutta una storia di piccole male azioni che si commettono ogni giorno, ogni ora, un po’ da tutti, senza che ce n’accorgiamo; e non di meno si tira avanti onesti, dabbene, esemplari. Ferri, ferri del mio mestiere, voi tagliate, voi sanate la carne; ma le storture dell’anima chi le raddrizza? Eppure la signora Laurina è sorella d’un parroco!».
Poi passò dalla moglie, che se ne stava ancora riguardata in camera, però lavorando con molti capi di biancheria sulle seggiole, nelle ceste, pertutto. Lavorava essa, ma da un’ora toccando qui, lasciando là, inquieta, perchè aveva il pensiero ad altro. Come mai suo marito tardava tanto a tornare? Sapeva bene che quella sera si doveva fare il battesimo del loro bambino! Ma già! chi li vede, chi sa che cosa fanno gli uomini quando sono fuori di casa? Dianzi aveva pur detto bene la signora Laurina: da quelle parti, dove suo marito era andato per i suoi malati, ci stavano quelle bellissime ragazze, che, la festa, quando calavano nel borgo alla messa, erano l’invidia di tutte le signore. Sapeva che molti signori andavano sin troppo volentieri a caccia da quelle parti, per quei boschi, e che se ne dicevano sempre delle nuove: anzi più d’una delle sue amiche si era confidata con lei di certe storie del proprio uomo con qualcuna di quelle boscaiole lassù… Però, se il suo Paleari le avesse fatto il torto di fermarsi da quelle case, per…
Appunto pensava così e stava per minacciare tra sè chi sa che cosa, quando il dottore entrò:
– Buona sera, Valeria, finalmente eccomi qui!
Valeria rispose a quel saluto senza aver quella gaiezza che sempre le rideva negli occhi quando parlava con lui: anzi parve al marito che in quel momento, in quegli occhi ci fosse qualcosa d’insolito, di non sincero.
– Cominciava a temere che ti fosse capitata qualche disgrazia.
– Non si deve temere mai! – rispose egli un po’ secco – chi è fuori di casa si guarda da tutto.
– Ma chi sta a casa pensa a male.
– E allora non dovevi sposare un medico di campagna, che deve trottar da un’avemaria all’altra e non può star a casa a farsi adorare!
Che guai, pensò Valeria, se egli avesse indovinato quello che le era passato per la mente allora allora! E il dottore un poco seccato da quella nebbiuzza che Valeria aveva ancora sul viso, non si potè liberare da un pensiero che gli volle venire a ogni modo: «l’altro medico del borgo non aveva moglie, viveva da sè, solo, forse infelice; ma, almeno, quando tornava a casa trovava la quiete».
– Scuserai se non t’hanno aspettato – ripigliò Valeria – il parroco mandò sua sorella a dir che andassero appena finito il rosario, e sono andati.
– Hanno fatto benissimo! Non son potuto giungere in tempo, perchè ho trovato due contadini che mi aspettavano, per condurmi da un pover’uomo che ha sette fgliuoli, uno un po’ più lungo dell’altro, su, su, come le canne d’un organo, ma tutti piccini. Stava nel bosco a far legna e si è quasi affettato un piede. E io ho dovuto rifar più di sei miglia indietro, ma pazienza! quel piede spero d’averglielo salvato.
– Pover’uomo! e chi è?
– Quel Gemito, sai? quello che trova i tartufi al fiuto meglio dei cani?
– Ah! quello che sta lassù dove ci sono tutte quelle belle donne? – disse Valeria con certa malizia nel tono.
– Valeria! – esclamò il dottore – in quattordici anni che stiamo insieme, non t’ho mai sentita dire una sciocchezza! Cominci ora?
Valeria chinò gli occhi mortificata. Egli allora si sentì rimordere perchè essa, che pur senza saperlo aveva qualche ragione di fargli quella domanda, si mostrava quasi vergognosa d’averla fatta. Pensava che dianzi aveva fatto bene egli a cacciar dalla mente quei fantasmi di bellezze d’altra donna, ed ora se teneva; ma non sarebbe stato ancor meglio dire addirittura la verità, confidare a Valeria che s’era perso con piacere a pensar a quella ragazza, ma che appena s’era avvisto di pensarci aveva cacciato via la tentazione, e addio? Sarebbe stato meglio? Chi sa?
Il fatto è che non si è punto avvezzi a essere interamente sinceri in nulla: tuttavia, riconoscendosi immeritevole di quella pronta sottomissione di Valeria, il dottore si rabbonì subito e soggiunse:
– Non m’ero mica dimenticato del battesimo del nostro bambino; ma ho detto: faranno senza di me; e sono andato da quel pover’uomo. Bisogna ben esser pronti per i poveretti carichi di figliuoli! Anche noi sappiamo che cosa vuol dire.
– Ma! – sospirò Valeria.
Allora il dottore le prese le mani e gliele strinse, godendo di sentire come erano tornate morbide, in quei pochi giorni che era stata senza far nulla.
– Chi dice: ma! contento il cor non ha. È un proverbio che varrà per gli altri, ma non per noi: siamo contenti, noi! e i nostri figli, siano quanti vogliono, cresceranno senza patire. Già, capisco, tu sospiri per quelli che ci son morti. E spesso sospiro anch’io, anzi vivo più con essi che coi vivi. Quando vado solo pei monti li vedo pertutto, li sento parlare, parlo con essi, sono la mia compagnia. Ora poi non piangere…
– Però… insomma, temo che ti dispiaccia di quest’altro bambino. Non andare in collera, mi sarò ingannata, ma quella sera che nacque mi sei parso di cattivo umore, triste, irritato…
– Oh! allora sta a sentire! – disse il dottore, cui ora pareva di trionfare, addolcendo sempre più la voce: e andato all’armadio a muro della biancheria lì nella camera, trovò tra le lenzuola un libro vecchio vecchio, lo prese, tornò a sedersi vicino a Veleria e lo aperse. In quel libro, già in gran parte scritto a mano, sfogliò, cercò la pagina che voleva e lesse:
«Due settembre milleottocento settanta, otto ore di sera. Mi è nato il sesto figliolo. La mia Valeria desiderava una femmina, ma per i tempi che corrono, meglio un maschio. Quasi sempre, se non c’è dote, bambina vuol dir zitellona: eppoi anche quelle che si maritano, di dieci nove non sono felici. Il bambino è nato mandando certe strida che pareva un falchetto. In questo momento passano i soldati richiamati sotto le armi, e cantano le canzoni della patria:
Anderemo a Roma santa,
Anderemo in Campidoglio.
Buon augurio pel mio figliolo che un dì leggerà la storia di questi tempi. E leggerà anche questa nota, e vedrà con gioia come la mano di suo padre scrisse sicura, e in qual momento solenne fu salutata la sua venuta al mondo».
– Grazie! – esclamò Valeria, ora con gli occhi lucenti di quel sorriso che aveva soltanto lei – sei forte e sincero!
– Sincero! – pensò egli con amarezza, e difendendosi dalla visione di quella bella montanina, che ora voleva tornargli alla mente – Sincero! niente affatto! Non valeva scusarsi: l’aver fantasticato come aveva fatto lui poche ore prima quando s’era incontrato con quella ragazza, poteva parere una cosa da nulla, ma intanto voleva dire essersi augurato di non aver mai avuta Valeria per compagna, o, peggio, non averla più. Povera donna! Sincero!
– Ora a che cosa pensi? – disse Valeria con dolcezza.
– A nulla.
– Sempre divaghi tu, sempre come quando scrivesti codeste righe! Perchè sei andato a ficcare tante storie di soldati nella nascita del nostro bambino? Piuttosto ci dovevi mettere che nella stesso momento nasceva la bambina di Livia…
– Oh! è vero, ma i pensieri gentili e buoni vengono soltanto a voi donne. Chi sa? Quando i due saranno grandi, se mai venissero ad amarsi, che cosa cara e religiosa per essi trovarsi già uniti in questa nota, e lui sapere che tu hai voluto che la scrivessi! La scrivo subito e dico proprio che l’hai voluta tu stessa.
E così come diceva, si affrettò a scrivere, dettandosi a mezza voce, mentre Valeria stava a sentire e gioiva.
Poi chiuse il libro e stette un tantino a guardarne la legatura in cartapecora ingiallita e grinzosa, che dava un senso quasi religioso di vita antica, di spiriti cari, richiamati da quelle pagine, scritte da tante mani di morti. E, riapertolo, senza fermarsi a nessuna pagina, ma sfiorandone alcune righe a salti, si esaltò e disse:
– Questo è davvero il libro della vita, anzi del gran dovere della vita! Vorrei che fosse obbligatorio per tutte le famiglie! Non è una consolazione, una guardia, una guida poter vedere, come in una sfilata, passar per questi fogli tutta una stirpe? Qui scrissero mio padre, mio nonno, il mio bisnonno e anche il mio trisavolo; ci scriverà poi qualcuno dei nostri figli. Come gli uomini sono divenuti indifferenti per certe cose! Novantanove su cento sanno appena dire come si chiamava, di dov’era, che mestier faceva il loro nonno; i bisnonni, quelli stiano nel buio della memoria come in quel della tomba! Ingratitudine! Noi invece in questo libro possiam risalire fino alla quinta generazione, forse quella cui appartenne il primo della famiglia che potè uscir dal volgo…
– Rileggimi la pagina di quando nascesti tu! – disse Valeria lampeggiando negli occhi, e assettandosi meglio nel seggiolone per ascoltare.
Ma il dottore non ebbe il tempo di trovar la pagina, perchè si sentì un chiasso di fanciulli nella via, una turba che veniva gridando: Confetti! confetti!
– Eccoli qui! – diss’egli chiudendo il libro, e andò a riporlo dov’era stato tenuto di generazione in generazione.
– Babbo, mamma! – entrarono gridando i loro tre figlioli, che erano stati pronti nella sala vicina – eccoli, vengono, dateci i confetti da buttare!
– Sì, prendete, una manata per volta, fate da bravi, ecco, una manata ciascuno…
E messo un bel paniere nelle mani del più grandicello, il dottore spalancò il balcone della sala, mentre il corteo battesimale entrava nell’andito.
Allora i tre fanciulli si slanciarono sul balcone e fecero cadere una gragnuola di chicche e frutte secche sul gruppo di monelli che subito s’accapigliarono nel rigagnolo, e questi chi raccattava e si empiva la bocca e chi le tasche; chi soverchiava, chi andava sotto; uno ne dava, l’altro ne toccava, taceva o partiva, piagnucolando pel suo berretto, per la sua scarpa in quel viluppo perduta.
E intorno intorno, adulti, vecchie, grulli fannulloni che stavano a guardare e a ridere goffamente.
Ma poco discosto dalla casa del Paleari, nella farmacia del signor Saverio, dalla cui bella vetriata nova si spandeva luce fin nella via, il passaggio di quel corteo battesimale aveva suscitato un mezzo litigio tra i signori che vi stavano ad aspettar l’ora d’andare a cena. C’era il signor Bonifacio, regio notaio, buon vecchio a cui l’avvocato Ciccoli mandava in segreto dei cattivi auguri, l’avvocato Ciccoli, lingua tabana temuta da tutto il paese. C’era costui, c’era il commendator Sapetti, capo divisione giubilato di fresco, tornato a stabilirsi nel borgo nativo, dove un impiegato regio era considerato come un principe; e dove molti compagni suoi di gioventù rimasti a non far nulla per godersi l’ombra del campanile, e a vivere tutta la vita come cavalli legati a un piolo con quattro braccia di corda per girare e pascere lì, dicevano che era stato un gran fortunato e che se avessero saputo l’avvenire avrebbero fatto come lui. C’era il sindaco Prudenziani che aveva sempre seco un certo parassita cui tutti davano del canonico, e dicevano che nelle cose del Comune tutto dipendeva da lui: anche v’era il pretore venuto da poco in quella residenza, ma se ne stava ancor zitto, quasi volesse studiar bene la gente con cui aveva a fare, prima di dir la sua; c’era il signor Nicostrato, antico impiegato delle cacce reali, con altri quattro o cinque personaggi minori, ma non da contar tra questi il dottor Crisante, amico sincero del Paleari benchè suo collega. In un cantuccio, rannicchiato e quasi non veduto, c’era quella sera anche un conte, vecchissimo, erede dei titoli non dei beni d’un’illustre famiglia, che aveva dominato per secoli nei castelli di quelle parti : il qual conte, strascicando i piedi, si faceva condurre qualche volta in farmacia, per sentir leggere nelle gazzette le notizie della guerra tra Francesi e Prussiani. Egli ascoltando avido, riviveva i suoi tempi di sessant’anni prima, paesi, battaglie, vittorie, la guardia imperiale nella quale era stato capitano, e di quelle cose godeva o pativa in silenzio; poi se ne andava a letto a sognarle.
Quella sera il discorso s’era arruffato parecchio, appunto sull’argomento della gran guerra; ognuno aveva combattuto per l’una o per l’altra parte, proprio come se fossero stati in campo alle cannonate; e si erano detti e si dicevano spropositi che facevano male al cuore del vecchio conte. Alla fine il sindaco Prudenziani si levava da quello scompiglio, dicendo che se in Francia si ammazzavano, facessero pure, chè prima che il sangue fosse lì, ci sarebbe stato il tempo a scappare, e che alla peggio il mondo non poteva finire per quello.
– Tutt’altro! – gli gridò quasi nell’orecchio il dottor Crisante, irritato per quella sciocchezza, mentre gli faceva largo perchè potesse passare – il mondo non finirà mai perchè ci son troppi grulli! Eppoi, guardi quest’altro battesimo; è il terzo che vedo dacchè siamo qui. E che baccano! Perchè lei, signor sindaco, non proibisce questi chiassi da barbari?
– Proibire, proibire! – rispose il degno magistrato, volgendosi tutto al dottore – non ho mai sentito parlar tanto di proibire come da voi che avete avuto la libertà!
– Io?
– Voi per il primo!
E se n’andò grave, sicurissimo di lasciar il dottor schiacciato. Dietro di lui uscì subito il canonico, cui il dottore diede un’occhiata di compassione sprezzante; poi voltosi a quelli che rimanevano nella bottega disse in tono triste:
– Fanno festa quando uno nasce! Farla quando uno muore vecchio, se è vissuto buono ma non sciocco come il nostro sindaco, la faccian pure; chè allora mette conto! Ma insomma di chi è quel marmocchio che gli fanno dietro tutto quel chiasso?
– È del nostro buon Paleari – s’affrettò a dire il farmacista che stava al banco a incartar certe polveri, ondeggiando col pensiero allegro, tra il prezzo di costo e quello di vendita. Ora disturbato a un tratto dalla tema che si venisse a sparlare del Paleari proprio lì nella sua bottega, e questi lo risapesse poi e avesse a piantar lui e la farmacia, per aver se non altro la scusa di non essere stato a sentire, scappò nella via dove si mise a guardar il tempo.
– Ma venga qui, guardanuvoli; non abbia paura di compromettersi! – disse il dottor Crisante – dunque è del Paleari quel bambino? E bravo anche lui! Così è già carico di figlioli come un bracciante.
– Che cosa vuol poi dire: come un bracciante? – domandò con certa arroganza l’avvocato Ciccoli.
– Volete provarlo soltanto voi il gusto di parlar male degli assenti? – rispose il dottore – sì, lo compiango! Un uomo come il Paleari, che avrebbe potuto andar a stare in una capitale e farsi onore e arricchirsi, montar in cattedra, insegnare, scoprir chi sa che cose nuove, eccolo qui in croce con quattro chiodi. Già! a vent’anni s’innamorano, a venticinque piglian la croce d’una donna, e ci si configgono su da sè a punte di figlioli. E poi pensieri, e poi crucci, e trottar da mattina a sera, e far i capelli grigi prima del tempo! Lasciamo far così a quelli che frugano nella terra tutto il santo giorno: quelli, dei figli, ne possono mettere al mondo quanti vogliono, che posto ed erba ce n’è ancora per tutti; ma gli altri, noi, voi, dal ciabattino in su, chi non zappa la terra e non sa viver d’erba, no, no! In questi tempi! Aveva ben ragione il signor Vigo, buon’anima, quarant’anni fa, quando qui, in questa bottega, diceva che da chi gli avesse dato centomila lire, si sarebbe lasciato tirar una schioppettata! Allora tutto il paese gridò che era un empio; ma si vede che lo sapeva lui che cosa volesse dire non esser ricchi e aver figli! Mi darei alla disperazione io se ne avessi cinque o sei come certuni!
– Io ne ho appunto sei e non mi dò certo alla disperazione per far piacere ai filosofi, che forse n’han più di me… – disse freddamente il notaio, che avendo appunto sei figli, prese la cosa per detta a lui.
Un lampo d’ira balenò negli occhi di Crisante.
– Vuoi giuocare che dici così perchè ti dispiace di non aver preso moglie? – entrò a dire il capodivisione volto al dottore, con la sua voce fine d’uomo vissuto nel mondo dei cavalieri, per volgere in celia quel discorso già un tantino pericoloso.
– Moglie? – rispose il dottore – domanda un poco qui al signor Pasquale, se ne prenderebbe un’altra egli che ha perduto quella che aveva ed era buona?
Quel signor Pasquale, che era un uomo quieto, e bonariamente si lasciava dir tutto pur di stare in compagnia di signori, questa volta malignò senza volerlo, e rispose che per un parere di quella sorte era più al caso il signor Nicostrato, che di mogli ne aveva prese tre.
– Vuol dire che avrà trovato tre Fenici! – disse ridendo il dottore.
– Badate come parlate! – saltò su stridendo il capitano Nicostrato delle cacce reali – certe parolacce tenetevele per voi! Le Fenici sappiamo che cosa sono, e le vostre le abbiamo conosciute tutti!
Fu uno scroscio di risa che fece tremare nelle scansie tutti i barattoli del farmacista.
Il dottor Crisante rimase un po’ come stordito; poi con lo stesso tono del capitano Nicostrato disse:
– Ma che capitano d’uccelli era, lei, che non sa nemmeno che cosa siano le Fenici?
A quest’altre parole le risa scrosciarono ancor più forti. Allora il capitan Nicostrato, che appunto alle spalle era chiamato capitano degli uccelli, credette di poter pigliare maggior ardimento, e ancor più irritato gridò:
– Ripeto che Fenici saranno state le donne che avete conosciute voi! – e se n’andò alla maniera che se n’era andato il sindaco, anzi ancora più gravemente.
– Guardate che passi! – disse il dottore – guardate! pare sempre che cammini sul petto di qualche nemico messo in terra da lui; ma ora il nemico atterrato son io, e calca più forte. Ma che le bestie del paese si diano tutte la posta qui in questa farmacia?
Chi sa che guaio seguiva per queste ultime parole, se appunto non fosse venuta a passare per la bottega la signora Tersilla, che scendeva dal pian di sopra.
– Che cos’ha il signor capitano che se ne va così in collera? – disse lei con certa malignità.
– Giusto lei, signora! – esclamò il dottore – e sia sincera! Si parlava di figlioli. Non si loda, lei, di non averne dato nè pochi nè molti, anzi neppur uno al suo buon Saverio?
– Se mai, non avrebbe dovuto mantenerli lei! – sibilò la signora, volgendoglisi contro come una vipera.
Saverio fulminò la moglie con un’occhiata fosca di tanta ira quanta non ne condensava in un anno. Non sapeva quella saetta che gli poteva levar dottore e ricette dalla bottega? Non gli faceva abbastanza guerra l’altro farmacista dall’altro capo del borgo? Per reggervi aveva dovuto cambiar i barattoli, far fare quella vetrina nova, mandar nel solaio le belle imposte antiche con le figure che avevano attirato la gente per un secolo e mezzo! E credeva essa che non si fosse risentito anch’egli di quell’insolenza del dottore? Vedeva bene che masticava amaro e mandava giù dolce! Ecco, ecco; ah! che brutta serata! ecco a punto che il dottore se n’andava!
– Buona notte a tutti – disse infatti il dottore; e se n’uscì, accompagnato da un’occhiata del signor Saverio, che pareva gli volesse dire di non badare, che quelle erano parole di donna, e che la sua era una donna, e che il savio davvero era stato lui che di mogli non aveva mai voluto saperne.
Il dottore si fermò un tantino nella via a guardare gli ultimi monelli, che, sotto il balcone del suo collega, razzolavano ancora per trovare se vi fosse rimasto qualche confetto. E vide che qualcuno di quei ragazzi andava via menato a forza dalla madre; che un altro se ne partiva da sè, cantarellando una canzone già più insolente di quel ch’egli alla sua età potesse essere; che un terzo pigliava la rincorsa come un vitello punto dall’assillo, forse non sapendo neppur lui dove andar a finire.
– Poveri diavoli! che colpa ci hanno essi se son venuti al mondo? – mormorava il dottore – senti, senti! Ci son quelli che ce li mettono e poi li picchiano; senti che strilli! – E s’avviò, tentennando il capo e pensando al suo collega che s’era messo anche lui tanti pesi sulle spalle; ma intanto si sentiva qualche rimorso, per le cose che aveva dette e per quelle che aveva fatte dire nella farmacia. Veramente, uomo contento non era stato mai. Ora già sulla sessantina, se ne viveva solo con una vecchia domestica, la quale, sebbene con lei fosse burbero e non le parlasse quasi mai, gli si era attaccata da anni e anni come l’ostrica allo scoglio, con la speranza di un lascito quando egli fosse venuto a morire. Intanto se le altre fantesche le dicevano che era fortunata e che se in casa del dottore comandava, il perchè lo sapeva lei, non negava, faceva la rota e si lusingava, tutta devota all’avaro padrone che le teneva in serbo i salari.
Il dottore entrò in casa e chiuse l’uscio a chiave e a catenaccio, tastando poi per accertarsi d’aver fatto bene, mentre giù per le scale correva a incontrarlo, scodinzolando nel buio, il suo cane. Salì egli accarezzandolo, passò dalla cucina dove prese il lume a mano dalla domestica senza dirle nulla, ed essa che lo capiva lo lasciò andar nella camera, guardandosi bene dal dargli la buona notte. Là, trovandosi ancora il cane tra i piedi, il dottore gli fece un’ultima carezza per mandarlo a cuccia, e mentre l’animale se n’andava guardando indietro: – Povera bestia! – disse il pover’uomo – volta, rivolta, il mondo è vasto, ma che mi voglia bene non ci sei proprio che tu!
A quell’ora, dal Paleari si beveva l’ultimo sorso alla salute della signora Valeria e del suo bambino; si erano fatte delle volate lontane nei ricordi della famiglia, anche con l’aiuto di quel tal librone antico in cui erano scritte le nascite di generazione in generazione; s’erano rinnovati confronti di tempi, persone, somiglianze tra vivi e morti, massime a proposito del bambino battezzato poco prima e questo o quell’altro degli avi, zii e zie, cose che fanno passar l’ore in fretta: poi i convitati, tutta gente della parentela, senza cerimonie, chi un po’ prima chi un po’ dopo, se n’andarono tutti. E così rimasero solo quei di casa, e quindi silenzio, lumi spenti, la pace e il sonno d’una famiglia, che avrà avuto anch’essa le sue tristezze, le sue ombre, quel tanto d’occulto nei cuori da cui si stenta a liberarsi, ma che insomma era composta bene.
– Ora bisogna lavorare ancor più di voglia – aveva pensato addormentandosi il dottor Paleari, e il giorno dopo ci si vedeva appena che già egli passava a cavallo sul ponte, incamminato a trovare i suoi ammalati. E sul ponte lo fermò il signor capitano, quello degli uccelli, che se per uso antico non si faceva mai trovare in letto dall’alba, questa volta s’era dovuto alzar anche prima del solito, perchè tutta la notte era stata una lite con la moglie. Egli le aveva narrato il fatto appena giunto a casa, e quella parola «fenici», forse per certi brutti suoni che faceva tornar nell’orecchio anche a lei, essa non l’aveva potuta mandar giù.
– Pensava proprio a voi! – disse al Paleari il capitano, che, per non si sapeva qual grado di nobiltà che vantava nella sua famiglia decaduta, dava del voi a tutti.
– Il Paleari fermò la cavalla, e l’altro, tenendosi bene bene a distanza contro la spalletta del ponte, continuò:
– Non avete ancora saputo nulla? Ieri sera nella farmacia di Saverio, quella lingua sporca di Crisante, che pare così vostro amico, ha detto che siete peggio d’un bracciante, e che se avesse tanti figli quanti voi, si darebbe alla disperazione.
– Già già! E che cosa ne dice, capitano, lei che se n’intende, passeranno dei tordi?
– Che c’entrano i tordi! Ah! la pigliate in burla, voi? Ebbene, se a voi non importa d’essere rispettato, sono ben contento io d’aver detto il fatto suo a quella linguaccia: io non temo nessuno!
– O insomma, allora che cosa gli ha detto?
– Lo sa lui! L’ho inchiodato là come un pipistrello!
– Dunque buon pro, capitano – disse il dottore scattando via al trotto, e l’altro rimase lì.
To! fatevi dei nemici per difender gli altri! Ma già, i giovani non hanno più sangue!
Così dicendo il capitan Nicostrato guardava dietro al Paleari, il quale sparì presto nella campagna.
Sparì, e tirava via ridendo dell’incontro avuto; ma poi quasi senza avvedersene, cominciò a pensare a qual proposito il suo collega potesse aver detto quelle cose che il capitano gli aveva riferite. Figlioli? Ma Crisante n’aveva ben più di lui! E quello, quell’altro, e quell’altro ancora, di chi erano? A volerli ricordare tutti si sarebbe passato in rassegna il borgo e la contrada. Ma il Paleari si lasciò levare da quella maldicenza solitaria per pensieri più urgenti, gli ammalati che aveva qua e là, il suo bambino battezzato la sera innanzi, la strana coincidenza dell’interrogazione fattagli da Valeria con le sue scappate di desiderio sulla bella ragazza di quelle parti, dov’ora tornava; e arrossiva quasi del facile sdegno con cui si era liberato dal discorso di lei, mentre appunto si era sentito quella bellissima creatura ancor vagante per la mente. E ora, proprio in quell’istante che ricominciava a pensar a colei, eccola in persona spuntar da una macchia, come se fosse stata là ad aspettar lui e gli venisse incontro a dirgli: son tua. Maravigliò di sè stesso. La vista di quella bellezza non gli faceva più nessun senso, anzi egli passò senza quasi badarci. Era il suo spirito che si guardava per non doversi gridar da sè: bada, tu non vali nulla di più di lui, di quell’altro, Crisante insomma, che aveva preso la vita pel suo facile verso? Era la voce di Valeria che gli sonava in fondo al cuore, Valeria tutta casa, che viveva soltanto per lui? Gran giogo il matrimonio e gran rinuncia! ma in compenso era anche una gran guardia contro tutto ciò che nella vecchiezza deve tradursi poi in rinfacci interiori mordenti, umilianti! Meglio dunque, meglio assai nel volgersi poi indietro, aver a sentirsi pungere dal desiderio di cose non godute nella gioventù, meglio che trovarsi ne’ piedi di Crisante, che aveva detto male di lui perchè si caricava di figliuoli! Ah sì? Qualcuno gli avrebbe narrato più preciso di quell’abbondone di capitano ciò che Crisante aveva detto, e se mai, o sul serio o per celia, al collega l’avrebbe fatta intendere lui.
E la sera di quel giorno gliene parlò la signora Tersilla, che aveva risaputo tutto dal suo Saverio; e per aizzarlo contro Crisante gli esagerò le cose anche più del capitano: ond’egli pigliato il fatto sul serio più che non sarebbe convenuto, deliberò di dare al collega la lezione che meritava.
Tre o quattro giorni dopo, venuto il bello della vendemmia, la signora Valeria volle andar a passare nella sua villetta quelle giornate, che son tanto deliziose, forse perchè c’è qualcosa di malinconico nell’aria; nelle piagge, pur ancora ben verdi, spunta già verecondo qualche colchico, spira da tutto non si sa che, a dir all’animo che non solo l’autunno, ma sta per andarsene un altr’anno di vita.
E un di quei giorni, verso le undici, il Paleari se ne stava nella vigna tra le vendemmiatrici che cantavano, e pareva allegro o credeva di esserlo, ma in fondo non si sentiva contento. Qualche cosa gli faceva desiderare che quel giorno non fosse giunto. Pure di quando in quando faceva una risatina che si comunicava alle donne, le quali senza saper il perchè si guardavano, guardavano lui e ridevano anch’esse. Ah! se avesse potuto mettere alcune di quelle donne qua e là pei colli, tra le viti, che bella trovata farle cantare certi strambotti, certi stornelli adattati ai casi del dottor Crisante, mentre questi passasse! E glie ne nascevano pungenti come vespe: Cuculo cuculo, forte hai il grido, ma metti le uova nell’altrui nido! «Questo poi no, pensava intanto il Paleari, sarebbe troppo!» Quel che aveva preparato, per farla capir al collega, doveva bastare; anzi cominciava a sentirsene quasi svogliato e pentito, perchè a certi momenti gli pareva che una voce gli sussurrasse dentro, che quello che voleva fare al collega poteva riuscire uno scherzo, ma che insieme era una vendetta anche un pochino volgare. Tant’era vero che egli non aveva trovato il verso d’informarne Valeria. E così veniva di cattivo umore.
Intanto il mezzogiorno sonava lontano al campanile del borgo, e Valeria s’era affacciata parecchie volte a una finestra della villetta a guardare verso la parte di dove il collega di suo marito doveva venire; segno che la colazione era pronta. Il Paleari guardava anch’esso verso quella parte, e cominciava a dubitare che Crisante, pigliato qualche sospetto, si facesse aspettare e non venisse più. Ebbene ora come ora lo desiderava: la giornata sarebbe passata forse meglio.
Ma ecco improvviso a piè del colle un ombrello da sole, quello del dottor Crisante, che era conosciuto da un capo all’altro del territorio. Di dove era passato lo strano uomo? come aveva fatto a giungere fin là senz’essere veduto? Il Paleari corse giù a incontrarlo, e Valeria si fece avanti sul poggio. Pochi passi d’erta, un inchino alla buona, poi l’ospite fu lì da lei, che quasi vestita da contadina, tenendosi una pezzuola bianca sul capo, tutta nella luce del sole sul verde del prato, pareva più bella di quando era vestita da signora.
Crisante la avvolse tutta con un’occhiata, che in altri tempi avrebbe voluto dire tante altre cose, ma ora non esprimeva forse che il rimpianto di non aver anch’egli una compagna come lei. Intanto le si mise a fianco e s’avviarono verso la casa chiacchierando.
Ma a un certo punto egli sentì qualcosa che gli destò dell’inquietudine. Di dietro le viti d’un filare che fiancheggiava il viale, s’era levato dritto a guardarlo un bracciante, giovane di forse ventiquattro anni, che nel borgo era conosciuto per uno senza padre. E infatti portava il cognome della madre, una bellissima tessitrice di cui si parlava ancora, sebbene fosse morta da molto tempo. E chi la rammentava diceva che era stata anche buona, benchè qui, benchè là; che insomma aveva vissuto a modo d’altri, ma che alla fine delle fini, si sa, il torto l’aveva avuto lei. Forse diceva così anche il primo che l’aveva tirata a sdrucciolare. Ora la gente bisbigliava che quel giovane somigliava tutto a un tale; e al giovane qualcuno lo aveva detto, aizzandolo a farsi avanti, che alla fine dei conti quel tale era ricco, non aveva nessuno che gli premesse e avrebbe sentito la coscienza o la paura. Ma egli, poveretto, che sin dai primi anni aveva sempre tribolato a servire ora qui ora là, e da qualche tempo soltanto era venuto a stabilirsi dove era nato, egli non aveva mai dato retta a quei consigli, forse per un senso d’onestà sdegnosa, o per quella timidezza che la miseria mette nel cuore a chi non è nato cattivo. Però quando vedeva il dottor Crisante, lo guardava con certi occhi pieni di desiderio e quasi di ammirazione; e adesso, di dietro quelle viti, osava fissarlo più liberamente.
Il Paleari, tenendosi a un passo dietro al collega, che camminava a lato di Valeria, non s’accorse del turbamento che questi provò passando presso quel giovane messo là da lui. Forse che Crisante non sapeva quel che la gente diceva sul conto suo e di quel poveretto? Doveva essere così, poichè il mondo è tanto falso ne’ suoi riguardi che avviene spesso che le cose di quella sorte tutti le dicono, mentre il solo a non risaperle è appunto quegli di cui son dette.
Entrarono in una saletta a terreno, semplice, gaia, fresca, dov’era apparecchiata la mensa. Un odor di tovaglie uscite appena dal bucato, che la signora Valeria faceva far volentieri in campagna; vi lavorava lei, e parevale allora d’essere veramente lieta. Quell’odore deliziava più ancora di quello delle vivande che stavano al foco in cucina. Pure Crisante non si sentì stuzzicar quel buon appetito, che alla sua età era ormai la sola cosa di cui si lodasse: egli si mise a mangiucchiare pensieroso, senza alzar gli occhi dal piatto. La colazione, cominciata a quel modo, pareva volesse andar a finire nel silenzio, perchè anche il Paleari non sapeva dir nulla; Valeria sola ebbe qualche parola, qualche domanda, qualche risposta vaga; poi anch’essa non trovò più che dire, e taceva sentendosi mortificata che nella compagnia vi fosse qualche cosa di poco sincero.
Ma a un tratto Crisante si voltò al Paleari esclamando:
– O i tuoi figlioli?
Il Paleari, colto così, non seppe serbar il proposito che intanto aveva formato di mandar a finire in nulla quel che aveva macchinato, e si lasciò scappar detto goffamente:
– I figlioli sono piaghe…
Valeria gli sgranò gli occhi in faccia stando per fare chi sa che maraviglie; ma Crisante non gliene diede il tempo.
– Oh! lasciale dire a noi codeste cose, a noi che talvolta ciarliamo come ragazzi che han paura d’andar soli al buio, e cantano per farsi coraggio! Ma a noi non si vede qui dentro, dove non abbiamo più che dei pugni di cenere!
Crisante disse queste parole con si profondo dolore, che Valeria e più ancora il Paleari ne sentirono pietà. Ed egli che se ne avvide crollò il capo, e si mise a guardare un colle che si vedeva da uno dei balconi, e guardando strizzava gli occhi in fretta in fretta, forse per ricacciar indietro qualche lacrima, che per lui sarebbe stata una cosa che non si sarebbe mai perdonata.
A piè di quel colle ch’egli guardava, in un gruppetto di pini si vedeva il tetto e un po’ del piano superiore d’una casetta, che pareva sentisse di quella contentezza modesta di chi poco ha, poco vuole, e sta sulla terra nel suo cantuccio, beato di poter far, se capita, un po’ di posto a chi n’ha bisogno. E nello sguardo dato dal dottore a quella casetta c’era tutta una storia che in quel momento sentiva traboccar dal cuore, dove se la teneva da trentacinque anni. Gli pareva che avrebbe provato un gran sollievo a dirla; senonchè lì eran tre, forse troppi; ma insomma chi in quella storia aveva sofferto di più era lui, onde fece come chi chiude gli occhi e s’abbandona, e disse:
– Pugni di cenere! Dovevo dir peggio. La vedete quella casetta là tra quei pini? Son passato di là per venir qui, ho voluto rivederla dopo trentacinque anni, perchè là mi fu spezzato il cuore. Trentacinque anni fa vi stava d’estate una giovane che voi non avete conosciuta. Per questo ne parlo, e voi mi dovete promettere di non domandar mai chi quella giovane fosse. Del resto ora è una vecchia e sta lontano; eppoi, forse godrebbe di sentire che si sa ciò che sto per dire. Vedete quei pini su quella vetta? Là con quella giovane passammo delle giornate intere a parlar di noi, come se parlassimo di due altre persone beate in un altro mondo, senza nemmen sapere che ci volevamo bene: io certe parole non ho più garbo a dirle; ma insomma mettete che fossimo due sorelle o due fratelli; per noi era lo stesso. E non eravamo mica più bimbi. Non sapevamo parlare che di sposarci un dì. Che sciocco! Perdoni signora Valeria, tiro via presto. Appena fui medico, pensai subito a sposarla e ne parlai a mio padre. «Guardatene bene! – mi disse lui – se è figlia di sua madre, povero a te!» In quel momento mi parve un triste uomo e non gli diedi retta; anzi appunto quel giorno corsi da lei, da sua madre, in quella villetta là, per finirla a modo mio e intenderci per lo sposalizio. Ma quando fui a piè del colle e guardai quei pini lassù, i nostri pini! vidi due persone abbracciarsi, baciarsi, e una sparire dietro la costa di là, l’altra venir giù verso la villetta, cantando e saltando. La vedo ancora, vestita d’azzurro, coi capelli quasi sciolti; era lei. Non dico quello che sentii. Affrettai il passo per tagliarle la via; essa mi vide e mi volò incontro gridando: «O tu, tu, quant’è che t’aspetto!» Allora l’avrei sbranata e gridai: «O son fatte così le donne? Dunque mio padre ha ragione?» E non le dissi altro. Voltai le spalle, e addio; me ne tornavo a casa pensando che avevo vissuto tutti gli anni dell’Università come un romito per lei. Vi lascio immaginare il mio cuore. Ma ecco, che trovo per via una signora con una sua figliola giovinetta, che avrà avuto cinque anni meno di me, una stella. Questa la conoscete, ma non vi dico chi sia; tanto si capisce che è una vecchia anch’essa. Ebbene, quella signora mi ferma, fa cenno alla figliola d’andar avanti, e mi dice: «Lei viene da trovar la tale? Se sapesse che avrei da dirle! Guardi la mia figliola; questa, sì, farebbe per lei, ma quell’altra, quella… ne domandi, potrebbe anche essere sua sorella». E aveva tanta malizia negli occhi mentre diceva, che non potei trattenermi e la mandai a farsi benedire. Dico benedire, ma in verità devo aver tirato uno di quei sagrati che lasciano il segno nell’aria, perchè la signora si mise quasi a fuggire, tappandosi le orecchie… Ed io mi allontanai, avvicinando nella mente le parole misteriose di lei con quelle che m’aveva dette mio padre, e maledii le donne, e dissi che avevano ragione quelli che avevo sentito disprezzarle e farsene gioco; pensai che tutte le loro buone qualità erano tutte fantasie di noi grulli quando l’amore ci fa girare il capo; e mi diedi dello stolto, perchè le avevo rispettate e tenute in alto. Così da quel giorno m’imbestialii a credere che tutte le donne fossero come quella e di mogli non volli saperne mai più. Mio padre ebbe un bel dirmi che m’ammogliassi! «Dammi questa soddisfazione! – diceva egli – fammi vedere una nuora, non lasciarmi morire senza che conosca quella che sarà la madre dei miei nipoti! Tu non lo sai quel che soffrono i vecchi, quando i figli li privano di questa consolazione… A noi, se non vediam dei nipoti, ci par di morire proprio del tutto…». «Sì, sì, la troverò», rispondevo io, ma furono promesse; mio padre morì senza nuora. Quando ebbi trentaquattro o trentacinque anni, pensai che alla fine un po’ di famiglia sarebbe stata bene anche a me; ma allora sentii rimorso di formarmela dopo che non l’aveva voluto mentre che viveva mio padre, eppoi mi pareva già d’esser vecchio. Così ho falsificata la vita come una moneta che poi si spende male e può condurre alla perdizione. Oh! andiamo, andiamo che io vi guasto l’anima! Sento bisogno d’aria… Dove sono i vostri bambini? Andiamo a vedere i vostri bambini…
Il Paleari e Valeria ch’erano stati a sentirlo guardandolo e guardandosi, con curiosità e compassione crescenti, non ebbero tempo di dir parola che il dottore era già fuori come volesse fuggir sè stesso. Ma lì dietro le viti, proprio rimpetto alla porta della saletta, Crisante rivide quella tal faccia di giovane, come un’apparizione. Forse colui era venuto passo passo fin là per sentir lui parlare. Allora egli tornò a provar quel rimescolìo che aveva provato la prima volta, ma forte più assai e più strano; fece per volgersi altrove, gli parve di non potere, e che anzi le gambe lo portassero verso quel lavoratore, il quale s’era già curvato vergognoso all’opera sua.
Crisante gli si avvicinò a parlargli per di sopra il filare.
– Sei del paese, bel giovine?
– Signor sì – rispose colui tenendo il viso basso, con la voce strozzata, forse dalla soggezione, forse dal piacere di sentirsi dar del tu da quell’uomo.
– E come ti chiami?
– Prospero.
– Di casato, dico…
– Primavera… – disse il giovane lasciando cader due lagrimoni sul dosso della mano, e arrossendo fino alla radice dei capelli.
Allora il dottore gli vide nella nuca certi riccioli biondi, che egli si ricordava d’aver avuti da giovane; que’ bei riccioli pei quali era tanto piaciuto a molte donne. Ma oltre ai riccioli gli vide un neo alla base del collo, il neo che sapeva d’aver anche lui. Tutto il sangue gli andò al core, poi sentì come un capogiro, credette di cadere, ma fu pronto e forte a padroneggiarsi; anzi pensò subito a non farsi scorgere, pigliò per una mano la signora Valeria che s’era accostata, e questa, sempre più commossa, perchè cominciava a capir qualcosa, si lasciò condur via da lui, giù per un viale, mentre il Paleari dietro di loro non sapeva più neppur lui che si fare, quantunque stesse per accadere che tutti e tre andassero là dove ora egli non avrebbe a niun costo voluto.
Di fatto il viale menava a un praticello dove, all’ombra di certi castagni antichissimi, si vedeva una dozzina di fanciulli, che, messe in disparte le stoviglie nelle quali avevano mangiato sull’erba, s’erano ordinati di fronte in due schiere, tenendosi l’un l’altro con le braccia intrecciate dietro la vita. E allora appunto che quei tre apparirono una schiera, si mosse e cantando ballò avanti sin quasi a toccar col petto i fanciulli dell’altra che stava ferma. Il canto era una vecchia ballata paesana, parole d’ambasciatori che vanno al castello vicino a domandar la sposa pel figlio del loro signore. Ripetendo le parole la schiera indietreggiò, sempre danzando, e tornò al suo posto. Allora l’altra si mosse, ballò anch’essa verso la prima cantando la risposta, e così via a vicenda, andando e venendo, empivano l’aria di allegrezza, sebbene tutto il canto fosse uno di quelli ne’ quali si va perdendo l’eco dell’ età mesta dei castelli, quando i poveri guardavano in su e nella potenza e nel fasto dei signori, massime se eran buoni, capivano meglio la onnipotenza del Signore dei cieli, e si rassegnavano volentieri e servivano per destino.
– Oh beati i fanciulli! – proruppe il dottor Crisante – oh! tornare di quell’età per godere innocenti! Senta quale deliziosa ballata! L’ha mai cantata, lei, signora? E tu, Paleari? Quante cose si farebbero che non si son fatte chi potesse tornar fanciullo, o quante che si son fatte non si farebbero più! Ma di chi sono tutti quei ragazzi? Voi di grandini non ne avete che tre!
– Gli altri sono figli di gente del paese che ho invitati a godersi una scampagnata co’ nostri – rispose il Paleari.
– Andiamo in mezzo a loro.
– No, Crisante, non li disturbiamo, lasciamoli divertirsi tra loro… No… via, te ne prego, Crisante.
Queste parole furono dette con tal tono che Crisante non potè neppure far cenno d’insistere; e del resto, il Paleari lo aveva già preso a braccetto, e con lui si era volto indietro. Così tornavano pian piano verso la casa, e ora Valeria capiva ancor di più, anzi scambiò col marito un’occhiata di intelligenza.
Ma Crisante non se n’avvide, perchè guardava timidamente ad altro, a quel tal punto del filare di viti, se ci fosse ancora quel giovane; e non trovandovelo più, provava un senso di sollievo misto di scontento. Il Paleari, che se n’accorse, si lodò d’aver mandato in un’altra parte del vigneto quel lavoratore, e ora di tutto il suo disegno vagheggiato, con certa malignità che gli era sempre stata ignota, non rimaneva più nulla. Per altro c’era qualcosa che sarebbe stato bene poter ottenere, che Crisante finisse poi per andarsene allegro com’era venuto, ma non ci fu più verso di farlo sorridere. Passeggiarono su e giù pei viali, bevvero, parlarono di cose allegre, perfino il Paleari toccò il tasto della maldicenza; ma no, Crisante non cambiò umore. Pareva che a ogni istante fosse lì per aprirsi loro di qualche dolore presente, ma non fu nulla; e alla fine si accomiatò, pregando che non lo volessero accompagnare neppur un breve tratto, perchè lui nella campagna andava volentieri da solo, fantasticando.
Così se n’andò, volgendosi poi indietro chi sa quante volte, per vedere se in qualche parte si scoprisse ancora quel lavoratore; e andando parlava con certi toni da mettere la malinconia sin nelle pietre.
– Ci faccio la croce! – disse Paleari appena Crisante fu un po’ discosto – è finita bene, ma scherzi come quello che avevo ideato non me ne passeranno pel capo mai più. Sai che cosa avevo voluto fare?
– Oh! l’ho indovinato. E perchè prima di tutto non ne hai parlato a me?
– Mi sarebbe parso d’offenderti.
– Certo! Ma io t’avrei impedito. E che cosa ti fece lui?
Allora il Paleari le raccontò quel che Crisante aveva detto quella tal sera nella farmacia del signor Saverio.
– E ti pareva una vendetta da prenderti?
– Tu sei infinitamente migliore di me.
– Intanto guardalo là… qualcosa deve aver capito! povero vecchio, se ne va che pare gli sian cresciuti dieci anni.
Se gli fossero stati alle spalle, non visti, e lo avessero sentito parlare! «Eh già, diceva egli, colpa degli esempi! Le cose vedute, le cose udite da fanciulli: la vita dipende quasi tutta da esse». Lo sapeva lui! Gli era forse mai uscita dalla memoria la scena veduta quando aveva quattro o cinque anni, quel giorno di domenica, dopo i vespri? Sapeva sin l’ora e il tempo che faceva quel dì; rivedeva ancora il raggio polveroso di sole, che, entrando per un buco d’un’imposta della finestra nella camera tutta buia di sua madre, si posava sulla testa d’un san Francesco appeso alla parete, in capo al letto, dalla parte di suo padre, proprio nel momento che questo tornava di fuori ed entrava in quella camera, allegro molto, con un garofano in mano. Ricordava l’impeto fiero con cui sua madre, statasene chiusa tutto quel giorno, quasi senza parlare neppure a lui, fanciullo adorato, s’era avventata al marito, gli aveva strappato quel fiore e se l’era messo sotto i piedi. E subito erano state parole dure e pianti e sdegni, de’ quali allora non aveva capito nulla. Ma divenuto grande, n’aveva poi saputo tanto da cogliere il significato e il dolore di quella scena; onde aveva detto fra sè: «perchè si sposa una donna se poi le si deve esser fedeli, e a non esserlo le si spezza il cuore?»
Rampollavano ora l’un sopra l’altro i ricordi, mentr’egli seguitava a parlare. O quell’altra volta che s’era trovato a quella festa in campagna, con altri fanciulli, e dopo il desinare s’era intavolato tra i babbi allegri certo discorso sulle donne del borgo, intanto che egli e gli altri piccini giocavano nel prato là presso? Ne aveva sentite d’ogni fatta, su questa e quella, magagne che allora cominciava a capire alla grossa. Ma cresciuto, se l’era poi spiegate assai chiaramente, maravigliando che le donne delle quali erano state dette vivessero ancora mogli e madri stimate. E la famiglia gli era parsa tutta una finzione.
E quella sera che a veglia, essendo egli già sui quindici anni, si parlava d’una gran burrasca avvenuta alla marina? Uno narrava che il mare s’era infuriato a segno che un paesello sulla riva stava per essere ingoiato da un istante all’altro; che la gente inginocchiata per le vie pregava da disperata; che il prete era già uscito col Santissimo a scongiurare il tempo ed era stato come dir nulla; ma che alla fine passò un carrettiere e disse: «Oh! povera gente; e non sapete come chetarlo codesto mare matto? Dategli moglie!» Giurava il narratore che il mare si chetò subito. Bei racconti da fare questi, quando ci sono dei giovinetti a sentire! Bel modo da insegnare il rispetto per la famiglia! Quella doveva essere stata una goffa invenzione, ma intanto tutta la veglia s’era sganasciata dalle risa, senza riguardo alle donne presenti, le quali certo non di cuore, perchè erano mogli, avevano riso anch’esse, le sciocche! Si maravigliava ancora d’aver potuto pensare una volta ad ammogliarsi.
Dunque, così andando, Crisante rifaceva parte della sua vita, e accusava e si scusava d’essere quel che era, ma a un certo luogo si sentì come se una forza misteriosa gl’impedisse d’andar avanti e si fermò.
Era giunto a una di quelle povere chiesette di campagna, dove uno che viaggia a piedi si mette volentieri a riposare; e se anche non ha più l’uso di pregare, ci ritrova quel senso di pace che fa al cuore come una preghiera. La chiesetta era piantata su d’una roccia di fianco alla via. «Sediamoci un po’ qui», disse egli con certo abbandono, e si mise sur uno dei gradini che servono anche da inginocchiatoio a quelli che vogliono farsi ai finestrelli per pregare o veder almeno qualcosa, un santo, una croce. In quel momento, per un sentiero dei boschi, sul colle in faccia, passavano tre o quattro villani dietro un prete in cotta, che camminava sotto l’ombrello. «I preti vanno di giorno e di notte come noi medici – pensò Crisante – e anch’essi, come me, non hanno famiglia. Ma ora che storie vo a cercare? Se non avessi figliuoli, io! Se sapessi quanti ne ho!» Poi stette a lungo con la testa tra le mani a guardar la polvere dove una traccia di formiche si affaticava andando e venendo da un buco che entrava sotto quel gradino. Forse non le vedeva neppure, perchè seguitava il suo discorso: «E quanto starà a passare quel giovane che ho visto dal Paleari? Di qui deve passare e di qui non mi muovo. Voglio rivederlo».
Questa risoluzione gli fece passar pel cuore un senso di dolcezza e di calma. Che bel giovane era colui! Quei capelli, quei bei capelli, gli aveva avuti anche lui, il dottore, «gli ho avuti anch’io, sì – pensava – ma quella povera Primavera? Mandò il suo bambino all’ospizio e non ci fu uno, non gli altri, non io, che abbia detto: potrebbe esser mio! Canaglia!»
Il dottore balzò in piedi sdegnato, come se qualcuno nascosto gli avesse gridato quella parola; e allora sentì un chiasso di voci fanciullesche venir oltre crescendo dalla parte ond’era venuto lui. Che fossero quei ragazzi che aveva veduti dal Paleari?
Erano proprio essi, e venivano rincorrendosi, tirando sassi agli uccelli negli alberi, cantando e gridando che parevano in quaranta. Che pienezza di vita! Il dottore si sporse dalla roccia, mentre che passavano là sotto e li guardò e stava per chiamarli, ma… ora cominciava a capire anche lui! Erano tutti figli di gente che conosceva assai bene; uno, due, tre, questo, quello, dei quali altro dicevano i libri delle nascite nel Comune, e altro la voce del mondo.
I fanciulli passarono.
«Grullo io che non l’ho capita subito! Il Paleari ha risaputo quel che ho detto da Saverio quella sera, e m’ha voluto dare una lezione. Oh! non può essere che così. E ben mi sta! Ma… toccava a lui darmela? Lui? Ma certo! Di queste rughe nell’anima non ne ha lui! I suoi figliuoli se li tiene, se li gode, se li soffre, sani, malati, buoni, cattivi; se gli muoiono è lui che si sente portar via un brano di cuore, se gli riusciranno male sarà lui che se li troverà intorno a metterlo in croce. Io invece, io… tanti altri come me… Lasciami tornare dal Paleari, qualche ispirazione mi verrà!».
Discese dalla roccia e s’avviò per tornare dall’amico, risoluto non sapeva neppur lui a far che, ma a far qualcosa ad ogni modo; e andava sciolto che pareva ringiovanito perfin nel passo. Senonchè in un punto dove la via giaceva profonda tra certi roveti, vide apparire e venir quel tal giovane, che camminava piano, a capo chino, stanco o afflitto. Ebbe un istante quasi di paura; diede un’occhiata indietro, non c’era alcuno; rallentò il passo. Ma l’altro veniva ed egli andava verso di lui, sicchè non aveva ancora formato mezzo proposito che s’incontrarono. Il giovane salutò quasi senza guardare, tirando dritto per la sua via; e il dottore rimasto là senza aver avuto cuore di dirgli nulla, stette tanto che quello scomparve di là d’una voltata della strada.
«Non ho mica avuto paura! – disse poi tenendosi una mano sul cuore che gli batteva forte – paura no… ma… che senso!… Insomma una cosa strana. E non ho osato fermarlo! Non potevo mettermigli al fianco e andarmene con lui? Lo voglio raggiungere.
E si volse indietro affrettando il passo e incalzando, ma come tornò a vedere quel giovane, tornò insieme a rallentare; poi si affrettò ancora e ancora si rattenne più volte, sempre voglioso, sempre dubbioso, sino a che quando egli giunse nel borgo, colui si era già internato per chi sa qual via e non si vedeva più.
Il dottore se n’andò a casa carico di pensieri, umiliato, stanco, tanto che la fantesca quando lo vide entrare credette che si sentisse male, ed ebbe nella sua piccola mente, tra un miscuglio d’altre idee, l’idea che forse cominciava il tempo in cui il padrone, alla fine, avrebbe dovuto rendere i conti a lei e a Dio. Non aveva già sessant’anni? Ma a parlargli fece la voce affettuosa.
– Signor padrone, si sente qualcosa?
– No, anzi sto bene. Andatevene pure a letto.
– E lei? Vuole che lo lasci così? Non ha bisogno di nulla? Mi pare… non so…
– Andatevene pure a letto… non ho proprio bisogno di nulla… mentre voi, povera donna, sarete stanca…
– Senti come parla dolce!… vuol proprio morire! pensò essa; poi avvicinandoglisi: – ma perchè è voluto andare in campagna alla sua età?
– Alla mia età? Dunque sono vecchio davvero? Ah! già. E appunto per questo è tempo di far giustizia. Ma andate, andate a letto, ubbidite, via! che mi volete seccare?
La donna non osò più ribattere e se n’andò. Se ne andò, ma non a coricarsi, che presa da curiosità irresistibile, volle star a sentire dall’uscio della sua camera quel che il padrone facesse. E lo sentì tutta la notte andar di qua e di là per la casa, parlare, sospirare, sino all’alba, e quando fu l’alba discendere e uscire. Allora si mise indosso la bavera che portava alla messa, e camminando come un’ombra gli tenne dietro, da lontano, spiando. Perchè mai andava egli a sedersi su quel muricciuolo del ponte a quell’ora? Non erano mica più i bei tempi suoi, di quando a ogni passo tendeva una rete a qualche bella campagnola o del borgo! La sapeva essa la storia! Pure lo vide stare, stare, stare, guardando come chi aspetta qualcuno. Passò un tale; niente: passò un tal altro; niente: alla fine passò un giovane, quel giovane di cui sapeva bene anch’essa ciò che la gente diceva. Oh che grullo di padrone! Rendeva il saluto a quello straccione! Certo si era andato a metter là apposta; ecco, ecco che gli si perdeva dietro con gli occhi!
Allora capì che stava per avvenire qualcosa di molto nuovo in casa, e se ne tornò sbuffando come un’alfana bolsa. Là, con le convulsioni alle mani, si mise intorno alle stoviglie lasciate da rigovernare la sera innanzi; le scivolava via una zuppiera e: «vattene pure!»; ruppe dei bicchieri: «al diavolo anche voi!» diceva la donna; parlava con quelle cose e si sfogava a trattarle male.
In quanto al dottore, da quel giorno, tornò mattina e sera sempre a quel posto, non potendo più stare senza rivedere quel giovane. E sempre questi passando andava a capo chino, sempre gli pareva più modesto ma meno malinconico, e però anche egli in casa diveniva sempre più buono.
Cosi dàgli oggi, dàgli domani, una sera il dottore andò addirittura incontro al giovane, risoluto di farla finita e parlare. E passo più passo meno lo trovò proprio in quel luogo dove l’altra volta aveva avuto quasi paura. Lo fermò.
– Buona sera, Prospero, mi lasci tornar indietro con te?
L’altro si confuse.
– Sì, vengo con te: voglio parlarti.
E gli si mise a lato. Camminarono alcuni passi tacendo, poi il dottore ripigliò lui:
– Dimmi la verità, tu fai una vita tribolata.
– Da povero – rispose il giovane con naturalezza – ma è già una grazia aver la salute.
– Oh! la salute.
Fecero un altro cento di passi senza dir nulla, poi il dottore:
– E ci vorresti venire a star da me?
– Oh! – sospirò Prospero, volgendosi in là per nascondere le fiamme che si sentiva al viso – io non ho mai fatto altro che zappar la terra e non so far nulla. Preferisco andar a giornata.
– Superbo come me! – pensò il dottore guardandolo di traverso, ma con gioia – superbo e anche d’ingegno forse: guarda che bella fronte!
Poi soggiunse:
– Io ti voglio prendere con me per colono, nel mio podere della Calandra; lo sai dov’è il mio podere della Calandra?
– Lo so.
– E ci vieni?
– Io non ho che le mie braccia: aratro, buoi, danaro, non ho nulla io.
– N’ho io, ho io tutto: ci devi venire!
Prospero non rispose.
– Bravo! – esclamò il dottore, e gli prese il braccio scuotendoglielo con amore, poi gli pose una mano sulla spalla e andò avanti parecchi passi così, che non sapeva più levarla, e sentiva che il giovane tremava.
– Animo, animo! al mondo bisogna aver animo! – e dicendo, gli pareva d’aver avuto il giovane altre volte con sè, e d’essere con lui in confidenza di cuore.
– E dimmi; tu, sei stato anche soldato; vedo che hai ancora i calzoni con la striscia: prima dove stavi? Raccontami tutta la tua vita.
Prospero, con voce franca ma bassa, cominciò una di quelle storie che somigliano a tante altre; a tutte l’altre degli infelici che non ebbero mai che latte di carità pagata, pane di sette croste, e anche l’ingiuria nel nome che loro fu dato, tanto per dire e non dire, bastardo.
A quel racconto il dottore sentiva il cuore come se si schiudesse e s’inteneriva; ma quando il giovane disse con angoscia che il boccone più amaro l’aveva mandato giù il giorno del suo arrolamento: egli, quasi temesse d’udir qualcosa che gli schiantasse il cuore, diede un crollo e proruppe:
– E non t’è mai venuto in capo di farne una grossa, di prendere qualcuno per la gola, così?
E dicendo accompagnava le parole iraconde con un atto ancor più iracondo, pigliandosi per la gola davvero; e intanto si maltrattava, s’insultava dentro, avrebbe voluto far pagare a sè stesso in quel momento il fio di tutta la vita.
Se quel povero Prospero gli avesse potuto legger nel cuore, l’avrebbe pregato di chetarsi, che alla fine delle fini, dei derelitti ne aveva conosciuti moltissimi più miseri di lui, che almeno non era nè sciancato, nè ulceroso, nè altro; e che non c’era forse uomo che non si dovesse accusare d’avere qualcuno del proprio sangue perduto pel mondo; anzi, che egli stesso, così meschino com’era, forse…
In quella giungevano nel borgo ch’era quasi buio. Quando furono nella luce del primo fanale Prospero si senti pigliare da certa vergogna di camminar tra la gente col dottore, onde rallentò il passo dicendogli che lo riveriva, che cenasse e dormisse bene.
– Come? Non vieni con me? – disse il dottore prendendolo pel polso – ah figliol mio! – il giovane trasalì, il dottore si sentì felice; – sì, figliol mio, non si fa, così! tu vieni da me, e domani ti metto nel mio podere. Vedrai come ci starai bene! Frumento e vino tutti gli anni, da venderne; la casa nuova e bella; una volta entrato non te n’andrai più.
– Ma non pensa a quei poveri diavoli che ci stanno?
– A quelli ci penserò. Poi prenderai moglie, diventerai il padrone tu… insomma ora andiamo.
– Almeno mi lasci venir a distanza…
– Andiamo!
E il dottore continuò a tener pel polso il giovane, che dalla confusione non sapeva quasi più mandar i piedi avanti.
Quelli che li videro passare stupirono di quella novità; ma il capitano degli uccelli, che appunto allora usciva di casa per andare a fumare la pipa sul ponte, si volle cavar gli occhi dubitando d’aver traveduto.
– Finalmente ne fa una da galantuomo! – pensò, guardando dietro al dottore, cui da quella tal sera non aveva mai più concesso il saluto; e fermando subito il primo in cui s’imbattè per dargli la nuova, gli disse: – Volete sapere? questa volta Crisante ha trovato scarpe pe’ suoi piedi. È passato adesso adesso con uno de’ tanti suoi… mi capite! uno che ha le spalle quadrate e i pugni sodi. Quello si deve essere fatto giustizia da sè… Se correte un poco, lo vedete anche voi… Sentiremo, domani!
E poi lo disse a un secondo, a un terzo, e andò a ridirlo nella farmacia; e così prima che la gente andasse a dormire, mezzo il borgo ripeteva che Prospero aveva preso il dottore per la gola e s’era fatto condurre in casa per avervi i suoi diritti.
Ma che schianto per la domestica, quando vide colui entrar col padrone! Si sentì addirittura derubata. E si fece avanti con le mani sui fianchi, lì lì per iscoppiare come una nuvola grigia, ma il dottore la disarmò con un’occhiata.
– Non avete nulla di pronto da mangiare?
– Qualche boccone per lei – rispose la donna con un mugolìo come di temporale andato a sfogarsi lontano.
– Non credere, Prospero, che costei sia la padrona, no; questa è la serva.
E si maravigliò di non aver alzato il bastone contro quella insolente. Poi seguitò:
– Portate quel boccone e servirà per due.
La donna portò in tavola con una spanna di grugno; ma il dottore senza badarle si mise a empire il piatto di Prospero, pigliandone per sè appena da assaggiare.
– Mangia, mangia, figliolo. Dove ceni la sera quando torni dal lavoro?
– Nella stanzuccia che tengo nel vicolo dei Cani.
– Vile questo tempo che si danno ancora dei nomi di scherno alle vie dei poveri! Mangia, mangia e bevi. Andate a prendere delle bottiglie voi, o Lupinella!
La domestica si scosse, andò e tornò con le bottiglie.
– Ora salite a fare il letto dei forestieri, e poi andatevene a dormire.
Lupinella accese un lume e andò.
– Date almeno la buona notte, sciocca!
– Buona notte – disse Lupinella di sull’uscio.
– Pare in agonia! – sussurrò il dottore sorridendo – ma non è mica una serva padrona, no; è una scioccona che se lo deve essere immaginato. Mangia, mangia.
Prospero era già quasi seccato di sentirselo dire, ma mangiava e beveva sforzandosi e sospirando la sua magra cena d’ogni sera. Oh la pipa che poteva andar a fumare conversando sull’uscio coi vicini, povera gente come lui, mentre sulla soglia dirimpetto alla sua, ma soltanto quand’egli c’era, usciva a sedersi la giovane che gli empiva il cuore di gioia! Quella sera egli non le avrebbe potuto parlare!
Avrebbe voluto andarsene almeno dopo aver cenato, ma il dottore sempre più allegro e alla mano, era omai il padrone, e volle condurlo egli stesso a coricarsi nella camera che aveva chiamato dei forestieri. Ed egli si rassegnò.
– Animo! spogliati; non aver soggezione di me; gente a letto ne vediamo tutti i giorni, noi medici. Cosi! Smetterai anche codesti panni… Su, sotto, tra le buone lenzuola che sono ancor di mia nonna. Vedrai, ce n’ho un armadio che tiene tutta una parete, pieno da capo a fondo. Stai bene?
– Bene – rispose Prospero quasi col singhiozzo.
– Bravo! e ora continua il tuo racconto d’oggi – soggiunse il dottore sedendosi a pie del letto, come usava fare quando visitava i suoi ammalati. – Sei rimasto a quando ti toccò andar sotto l’armi, e dicevi che allora mandasti giù il boccone più amaro della tua vita. Che cosa fu?
– Non me lo faccia dire…
– Dillo anzi; ora ho bisogno di saper tutto: tanto è lo stesso!
– Ecco! Il mio furiere, quando scrissi il mio nome, arrivato a un certo punto che a una sua domanda risposi una certa cosa, mi disse, senza neppur alzar gli occhi a guardarmi: «Ah! dunque anche tu sei uno di quelli che non hanno nè tetto nè pagliaio? La tua casa sta in faccia a quella del lupo? Stai al mondo e non sai nemmeno a chi dir grazie? Vattene, poveraccio, vattene anche tu». Io andai fuori di quella stanza mordendomi le mani. Oh! come mi fece male quella compassione in presenza di tanti compagni!
E Prospero proruppe in pianto.
– Forse quel soldato era un brav’uomo e disgraziato come… tanti altri – disse il dottore, forzandosi per trattenere le lagrime.
– Di fatto si chiamava Venturino.
– Ah! Venturino? Anche questo è un nome di scherno. Ma non sarà dato ai tuoi figli; tu non avrai tempo di mandarne pel mondo con tali nomi; vedrai! Già, a quest’ora, una ragazza cui vorrai bene ce l’avrai? Sì? È una ragazza dabbene? La vuoi sposare subito? Chi è?
Prospero, con gli occhi lucenti, disse liberamente il nome di colei che, ogni sera, quand’egli stava sulla soglia della sua catapecchia, usciva a sedere sulla soglia di faccia, e ci stava fin che ci stava lui.
Il dottore, a udir quel nome, pensò un istante, aggrottò le ciglia, si fece cupo, s’alzò, poi con tono già da padrone gli disse:
– Tu quella giovane la devi lasciare!
– Lasciarla? – rispose Prospero, levandosi fiero sul gomito, e guardando il dottore, come se questi lo avesse insultato.
– La devi lasciare!…
– Ma io non posso lasciarla!… io sono un galantuomo!
Al dottore guizzò, come un lampo nel cervello, il ricordo di quelle parole stategli dette trentacinque anni prima, da quella tal signora, e gridò:
– Come? Dunque tu…
Prospero chinò il capo arrossendo, ma veramente non perchè avesse capito tutto il pensier del dottore.
– Catena orrenda del male! – si mise a smaniare questi, e pieno di confusione, sbigottito, quasi non vedendo nè sapendo più che si facesse, fuggì nella sua camera, piantando là quell’infelice, che uscì dal letto sbalordito, si vestì, volle andarsene; poi invece timido, vergognoso, si sedette con la testa tra le mani a meditare su quel mistero, di cui pur gli pareva di afferrare il senso terribile, e si forzava a non afferrarlo, a ingannarsi, a credere che il dottore stesso s’ingannasse.
Ora il dottore, quanto a lui, l’anima sua era messa a una prova dalla quale non si sarebbe potuto ritrarre neppur il più scellerato uomo della terra. Ah! le allegre leggerezze della vita facile e libera di gioventù quali tristi cose preparavano alla vecchiezza! Quel matrimonio non si doveva lasciarlo fare! Ci pensò su, tutta la notte; a il mattino si trovò ancora bell’e vestito appoggiato al letto. Andò alla finestra e aprì. Il sole illuminava già il cornicione della casa di faccia, lungo il quale garrivano centinaia di rondini, che si erano raccolte per far lo stormo e partire. Egli guardò a lungo quegli allegri uccelli, stringendosi ogni poco tra i pugni le tempie, che gli battevano fortissimo, e gli passavano per la mente degli strani pensieri d’uomini e bestie. Poi si levò di là, e si diresse, con certa ripugnanza, alla camera dove aveva lasciato Prospero. Ma il giovane non c’era più. C’era in vece Lupinella che abballinava le materasse, brontolando dietro quel villano che vi aveva lasciato un lezzo, che sarebbe durato sin chi sa quando.
– Dov’è Prospero?
– Se n’è andato.
– L’avete fatto andar via voi? – urlò il dottore.
– Che! – rispose Lupinella senza timore – l’ho sentito girare con quei suoi scarponi, sono venuta a vedere, m’ha pregata d’aprirgli giù, e se n’andò dicendomi di dire a lei che parte subito e che in questi luoghi non ci verrà mai più.
Il dottore credette che il cuore gli si disfacesse: non disse nulla, gli parve di sentire qualcuno in sè che si rannicchiasse, qualcuno che si rassegnasse a rimaner sepolto vivo sotto una rovina. Pure si provò a uscire, per andar in traccia di Prospero; ma appena fu dieci passi fuori dell’uscio, si fermò, perchè gli parve che sin i muri delle case e l’aria stessa volessero svergognarlo. «Questa è la mia morte!» pensò; e se ne tornò in casa.
In cima alla scala stava Lupinella a guardarlo, con aria di compassione; egli non se n’ebbe a male, e salì.
– Ma venga, venga su, non vada a farsi scorgere! lo sanno già anche troppo che quel miserabile ha dormito qui! Che crede che ridan poco?
– Ridano e scoppino! – gridò il dottore – E che cosa dicono?
– Dicono che un uomo come lei dovrebbe avere un po’ più di testa!
– Dicono! Ma come lo sapete voi.?
– Eh! Sono già stata alla messa e alla fontana io! M’hanno anche domandato come fa lei a sapere che quel giovane è veramente quel che lei crede…
– Zitto, zitto! lingua sacrilega! E che altro dicono?
– Che se volesse pensare a tutti quelli…. mi capisce? ci vorrebbe il bene di sette chiese.
– Ah infamia del mondo!
E bestemmiando il mondo come se fosse stato creato apposta perchè egli ci si sfogasse contro, andò a chiudersi nella sua camera, dove si gettò sul letto, come un fanciullo pauroso, bocconi, e a poco a poco s’addormentò provando un senso di discesa lenta nelle tenebre, nella tomba. Quando si svegliò vide che era già notte e n’ebbe quasi piacere: quel brutto giorno se n’era andato, ma egli avrebbe voluto che notte e sonno non fossero più finiti. Lupinella, che stava origliando, entrò, gli parlò, gli portò qualcosa da ristorarsi; poi egli si rimise a dormire, e sognò molto, non di cose liete (strano, perchè non sognava più da chi sa quanti anni, o almeno d’aver sognato la notte il mattino non si ricordava più); ma quei sogni se li tenne tutti in sè. Così quel giorno non era uscito, e non uscì per molti altri di poi. Vennero gli amici, i curiosi, i maligni; venne il Paleari, ma nessuno potè vederlo; Lupinella diceva a tutti che se n’andassero in pace ch’egli non voleva visite. E sì che il Paleari gli voleva dir di una lettera di Prospero, il quale, già da lontano, pregava lui di far sapere al dottore che in quel fatto che sapeva non volesse credere vi fosse nulla di vergognoso come pareva avesse dubitato! Il Paleari, che aveva indovinato a un dipresso di che si trattasse, dovette levarsi quel carico di coscienza mandando la lettera a Crisante. Questi la lesse, ebbe un lampo di gioia, si esaltò, pensò di partire in cerca di Prospero, di farsi aiutare dal Paleari stesso a riaverlo: ma subito si scoraggiò: troppe altre brighe gli potevano nascere. Eppoi, che farsi aiutare dal Paleari? Non era stato lui la causa di tutto quel suo trambusto? Ora lo odiava. E si chiuse ancora di più, cominciando a credere d’aver tutte le ragioni dalla sua.
Intanto, fuori, la gente che gli aveva tagliati i panni addosso cominciava a stancarsi di dire; ma nella farmacia del signor Saverio il capitano degli uccelli tirava sempre in ballo lui e i suoi guai. Avrebbe voluto vederlo almeno da un pertugio come doveva esser ridotto quel libertino! Gliele aveva date lui le Fenici! Capitava qualche volta il Paleari, mentre la compagnia era in quei discorsi; ma allora tutti tacevano o mutavano chiave. Invece in casa sua, quasi ogni giorno, si doveva parlare di Crisante perchè la signora Valeria non finiva mai di dolersi che per cagione di lui, ancorchè non l’avesse fatto apposta, il dottore si fosse abbandonato in quella miseria di vita.
– Mi dispiace – le disse un giorno il marito – che tu donna scusi tanto quell’uomo; me ne dispiace davvero. Tornerà a uscire, vedrai; tornerà a uscire.
Valeria non ne parlò mai più.
Ma in quanto a Crisante fu visto uscire soltanto alcune settimane dopo, e ancora non dalla porta di casa, ma da un usciolino dell’orto, e ficcarsi subito in una viottola che menava nella campagna. Però egli doveva aver voluto che Lupinella lo seguisse, perchè qualcuno vide costei che, a distanza, lo teneva d’occhio. Passeggiò quella volta un poco, ma poi non ci tornò più: gli era parso d’aver sempre avuto gente alle spalle o appiattata dietro le siepi per fargli del male. Poi, come l’inverno venne, si tappò addirittura in casa e si mise a leggere, leggere, leggere, quasi non volesse rimanere neppur un istante da solo col proprio pensiero. Curioso però, che leggeva di preferenza il Libro di Giobbe, come se il percosso dalla sventura fosse stato lui. Quando non ne poteva più, allora si metteva, per dir così, all’ombra di Lupinella, sotto la quale si veniva curvando un tantino di più ogni giorno, ed essa per compensarlo e farsi voler bene gli ammanniva dei desinari e delle cene che, quasi quasi, quand’uno finiva, l’altra incominciava. Le ore ch’essa stava fuori di casa erano per lui ore di paurosa inquietudine, lunghe, contate.
– Che cosa dicono di me? – le domandava sempre appena essa tornava.
– Bah! – rispondeva Lupinella – non san neppure se siam vivi.
– Se siam vivi, se siamo! Veramente questo siamo… – brontolava egli quasi offeso. E lei pronta:
– Che cosa dice, che cosa vuole?
– Oh nulla! – le rispondeva il dottore, ben lieto che non avesse capito.
Così a poco a poco quella donna gli fece dimenticar sè stesso e la gente, e sino il brutto momento cui s’era trovato, diceva essa, per le sue ubbie: onde alla fine egli s’accomodò a non pensar più nè a Prospero nè ad altri. Badava a mangiar bene e a ber meglio, e anche accadeva che qualche sera Lupinella lo mandava a dormir alticcio. Quando si annoiava, essa lo incantava nella nicchia del focolare e gli faceva dire il rosario, o gli inventava storielle di donne e d’uomini conosciuti da lui; ed egli, che volentieri le credeva, ci provava un gusto matto, consolandosi di trovarsi con sì gran compagnia. Se Dio avesse poi perdonato gli altri, avrebbe perdonato anche lui. Ma qualche volta, ascoltando quei racconti, si scoteva, dava un crollo improvviso, che Lupinella credeva fosse alla fine il colpo; dava un crollo e si fissava in una visione che pareva gli passasse davvero dinanzi agli occhi.
– Lupinella! e quando mi porteranno via morto, che si dirà di me?
– Ma? – rispondeva essa, che per solito stava filando.
– Che sono stato un brav’uomo, no di certo! Forse non verranno a accompagnarmi neppur i cani.
– Faremo distribuire dei gran cestoni di pane, e la gente verrà.
– Ah! sì, dei gran cestoni…! Ma quando morirà il Paleari?
– Ci andrà meno gente che dietro lei!
– No, no! Oh! quel giorno, la gente è giusta! Ci andrà tutto il borgo!
Lupinella seguitava a filare e mandava il fuso con tal forza che pareva mandasse lui chi sa dove.

Giuseppe Cesare Abba – Da Quarto al Volturno – Sezione 3 – Da Milazzo a Messina

Reading Time: 48 minutes

Dov’è, che cosa è Milazzo? Sono corso a vedere la carta; eccolo tra Cefalù e il Faro, una lingua sottile, che si inoltra e par che guizzi nel mare.

D’oggi in là quel po’ di terra scura, col castello di cui sento parlare, non mi verrà mai vista con la fantasia tra l’acque azzurre, senza che la visione si mescoli di file rosse correnti come rivi di sangue in mezzo al verde dei fichi d’India, pei canneti, nel letto secco dei torrenti, sulla riva del mare torrida e bianca. Medici, Cosenz, Fabrizi, profili austeri balenarono qua e là: non li conosco, ma ormai gli eroi so immaginarli, so come Garibaldi li fa. E vedrò passare, quasi fuga di forsennati in mezzo ai nostri, un gruppo di cavalli napoletani. Che vogliono, dove vanno? Intorno al Dittatore appiedato si fa un cerchio di quei cavalli, un arco di spade, di lancie turbina su di lui, suona fino ai più lontani del campo un urlo di gioia, di ferocia borbonica; ah quello può essere il momento che salvi la corona a Sofia! Ma Missori e Statella sentono che nel gran poema questo sarà il loro canto: e dalla pistola girante del Lombardo gentile, dalla spada del Siracusano cavalleresco, esce la morte meravigliosa. Fuggite, o lancieri! Il vostro capitano vi condusse da Messina promettendo la testa del Leone, ma non lo vedrete più. Cadde dal suo cavallo colla gola tagliata dal Dittatore. Egli è nella polvere. E Garibaldi dal Veloce che venne fulminando per l’alto mare ad offrirsi, torna a mettersi nella battaglia colle sue grandi ispirazioni di marinaio.

Il canto del poema finirà narrando del vecchio castello, dei fuggenti a ricoverarvisi, di Bosco, inutile prode, che avrà per grazia del Dittatore spada e cavallo, mentre che ne uscirà patteggiato. E al Veloce, sopraggiunto, come fosse stata l’anima del morto Magiaro, si darà il nome di Tuköry, l’eroe di Porta Termini.

Catania, 24 luglio.

Parte la Compagnia straniera di Volf. La conduce verso Taormina il capitano Giulio Adamoli, un giovinotto lombardo tutto delicatezza e bravura. Vanno a vedere se da Messina si è mossa gente borbonica per affrontarci, e domani partirà la brigata.

27 luglio.

Arrivarono polverosi, ma abbaglianti; la banda in testa suonava una marcia guerriera. Bixio, su d’uno stallone pece che gli brillava sotto leggero come una rondine, la faccia bruna incorniciata dal capperuccio candido, pareva un Emiro che tornasse da una spedizione misteriosa nel deserto. Volteggiò spigliato cogli ufficiali che aveva dietro, si piantò in un punto della piazza in faccia all’elefante di pietra che sta là sonnolento: a un suo comando la fila si spezzò, i battaglioni piegarono, voltarono rapidi, giusti, attelati, e si fermarono in un bell’ordine di colonna che parea fatto di soldati messi là uno alla volta. Questo è un reggimento da presentargli le armi i più vecchi del mestiere. Ne parlai con gli amici, e mi hanno detto che attraverso l’isola Bixio non gli ha lasciati riposare un istante. I soldati per le marce forzate, furono più d’una volta sul punto d’ammutinarsi: ma sì! chi oserebbe essere il primo con quest’uomo che non mangia, non dorme, non resta mai?

Non saprei perché, ma egli entrando in Catania non pareva guari contento. Anzi gli cresceva quella minaccia che ha sempre tra ciglio e ciglio.

Chi sa come vada d’accordo con quel capitano che gli vidi a lato e che dev’essere suo Capo di Stato Maggiore? Colui sta a cavallo colle gambe spenzolate come fossero di cenci ma nella vita pare corazzato. Ha i capelli a lucignoli scialbi come la pelle, guarda che pare lì per addormentarsi. Ma sotto i mustacchi, uno più lungo dell’altro e cadente, la bocca ride sempre d’un riso sprezzatore, mentre l’orecchio pare teso ad ascoltare rumori misteriosi, lontani. Mi dicono che sia un alto ingegno venuto su dall’esercito piemontese. V’era sottotenente dei bersaglieri sin dal quarantotto; ma per non so che sdegno patriottico ne uscì, quando avvennero i fatti di Milano nel cinquantatre. Tutti mi hanno l’aria di star in guardia da lui; buon compagno d’armi ma derisore che dove tocca scotta o leva il brano. Prenderebbe in canzonatura magari il Dittatore; ed io lo chiamo Mefistofele in camicia rossa. È Giovanni Turbiglio.

Giardini, 28 luglio.

Aci Reale, Giarre, Giardini, tre cittadette che il mare le vuole e l’Etna le tira a’ suoi piedi come schiave. Si va, si va e sempre questo monte che non finisce mai di mutare aspetti, sempre quelle sue falde fresche d’ombre che uno le gode con gli occhi, tirando innanzi a camminare divorato dal sole, nella strada gialla, polverosa di lava, sulla quale danza un calore che a stender la mano par di palparlo, rete di metallo infocato.

A destra, fin dove può l’occhio, un azzurro di mare che non somiglia punto a quel di Liguria, né a quello là di Marsala. È il nostro bel mare, per tutto, ma qui ha trasparenze profonde, lontane, direi successive come i cieli di Dante. Forse ha senso di godimento sotto questo sole che gli penetra sin nel fondo; perché in quest’ora di mezzodì ha quasi un’aria di infinita bontà. Mi fiderei di dire che vi si può camminare sopra a piedi asciutti, e a guardarlo m’entra nell’anima la soavità squisita di cose intese da fanciullo, i cieli, i laghi, le buone genti di Galilea.

Ma là, oltre quell’ultima linea che altrove par finire in un balzo pauroso alla fantasia, s’indovinano terre come queste e più deliziose. La Grecia non poté, non potrebbe essere che laggiù. Par di sentire un profumo d’antico e un suono da quella parte venuto in qua nell’aria, nell’acque; dolce oggi come allora quando Virgilio cantava gli amori dell’Alfeo con l’Aretusa.

* * *

E Sant’Alessio è un fortino lì sulla via, fatto anticamente per dar da ridere ai barbareschi. Non v’è una guardia, ma quel vecchio cannone da quella balestriera come parca che ammiccasse! Raveggi, passando meco a pié del forte, mi disse: “Ecco il mio sogno! Aver quarant’anni e più ed esser messo qui con quattro veterani slombati. Me ne starei sdraiato ora su d’uno spalto ora d’un altro, guardando il mare attento attento, invecchiando adagio adagio, bevendo a sorsi la vita, il vino e le fantasticherie della mia testa”.

In riva al mare.

Comincio a vedere chiara l’ultima punta di Spartivento. Quando da giovanetti dicevamo in versi: Dall’Alpe a Spartivento! io questi azzurri gli aveva indovinati, veduti, respirati. Ma ora non mi proverei neanche a descriverlo il digradarsi di tinte turchine, tante sfumature quanti sonvi piccoli promontori sin laggiù dove troveremo Messina. E quelle linee là oltre lo stretto che paiono guizzi nell’aria, tutti monti della favolosa Calabria, dove chi pose piede coll’armi in pugno sempre morì?

Silenziose, gravi, fumose come avessero Pensieri tristi, le navi napolitane vanno e vengono per lo Stretto. Passare all’altra riva, ecco il problema. Ma il Dittatore vive.

Messina. 27 luglio.

Sul piano di Terranova, tra la città e la cittadella, stanno due file di sentinelle, borboniche e nostre. Tra le due file una ventina di passi, terreno neutrale. Le sentinelle si guardano, appiccano discorso, tirano innanzi un pezzo, poi o si fanno il broncio, o qualcuna dalla parte borbonica piglia la corsa e si rifugia di qua, gridando viva l’Italia, gettando berretto, budrieri, ogni cosa; mentre una turba di fruttaiole e di pescivendoli si fanno addosso al disertore per divorarselo a baci. Ma alle volte i nostri tentano gli altri invano, e scappa detta qualche impertinenza. Allora uno, due, tre borbonici lasciano andare la schioppettata, i nostri rispondono; ed ecco un allarme generale, un suon di tamburi e di trombe da noi e nella cittadella. Sui bastioni spuntano le teste dei cannonieri, le miccie fumano. Ma corre un ufficiale di Stato Maggiore, nostro, uno borbonico esce dalla cittadella; si incontrano, si parlano, si stringono la mano, poi danno di volta e tutto è finito. Commediole che fanno ridere, ma che a qualcuno costano care. Stamane la cittadella tirò persino una cannonata. La palla enorme sforò netto un casotto da doganieri, e andò rotolando lontano lungo il molo. I nostri corsero furiosi da tutte le parti, e vidi un mutilato giovane saltellare colla sua gamba di legno per tener piede ai più pronti. Agitava uno schioppo colla baionetta inastata, e gridava che era tempo di dar l’assalto.

Messina. Tornando da Torre del Faro. 28 luglio.

Sino a Torre del Faro è una deliziosa passeggiata. Per un tratto villaggi puliti anche assai; dopo, una landa sabbiosa via via fin dove balza la Torre bianca su da un mucchio di casupole grame. Poco verde là intorno; ma splende nel fondo il mare, poi la lontananza dove non si vede più che colla fantasia, chi n’ha.

In faccia a Torre del Faro, di là dallo Stretto, tira l’occhio una riga di verde cupo, a’ pié delle montagne, che paiono incalzarsi e venir giù rovinando per colmare i fondi del mare tra le due terre. Qua e là quel verde è interrotto da villaggi biancheggianti; sulla spiaggia move gente; file di armati luccicano di continuo di su di giù per una strada che deve menare a Reggio. In mare, le navi della crociera, che guardano qua dove si lavora di zappa e di badile, a piantare certi cannoni! Riconobbi tra quei ferravecchi la colubrina che portammo da Orbetello. La civettona sta là in batteria, allunga il collo verde fuori della gabbionata, un bel dì farà la rota come una tacchina. Ha una storia essa! Ma se i cannonieri che le fanno la guardia e la lisciano, sapessero le eresie che ci ha fatto dire da Marsala a Piana de’ Greci, la butterebbero in mare.

* * *

Il Dittatore se ne sta chiuso in una cameruccia a tetto là nella Torre, e intorno a quella accampano i Carabinieri genovesi. Non sono più i quarantasette di Calatafimi, drappello insuperabile per coscienza, ardimenti, virtù militare. Ma quelli hanno formato il quadro d’un battaglione che a Milazzo corse il campo come un uragano, e lo tenne dovunque apparve. Né sono tutti liguri. Le loro file si sono aperte a giovani d’ogni parte d’Italia; e quei cinque o sei sopravvissuti all’eccidio di Sapri, che appena liberati dalle fosse della Favignana vollero vestirne l’uniforme, portarono nel battaglione un alito della grande anima di Pisacane.

Fiumara della Guardia, 9 agosto.

Ieri sera quando fu ben buio, venti barche si staccarono dalla riva di Torre del Faro, la prora diritta alla Calabria. Portavano ognuna dieci o dodici uomini armati, sull’ultima, ritto, gli accompagnava il Dittatore. Si innoltrarono nel silenzio dello stretto e presto furono perdute di vista. Le navi da guerra borboniche erano state sino a sera incrociando là in faccia; alcune si erano poi andate a porre dietro il promontorio di Sicilia, in quell’ombra vaporosa che, di giorno, veduta di qui, mi pare un sogno sereno avuto da fanciullo. Ma due erano rimaste nel bel mezzo del canale. I nostri in folla alla riva, stettero coll’agonia di sentire fra momenti l’urlo dei compagni sommersi: o forse qua e là per lo stretto sarebbero scoppiati gli incendi delle navi nemiche. Ma verso le undici il forte di Scilla balenò, una cannonata destò tutti i campi delle due sponde; poi si intesero delle schioppettate là nell’oscurità lontana; dopo, un silenzio come quando è calato il coperchio d’una sepoltura.

* * *

Ora si sa quel che avvenne. A mezzo lo stretto, il Dittatore, accertato che le barche non avevano più nulla a temere delle navi borboniche, lasciò che andassero innanzi, designandone per guida una dalla vela latina. E tornò di qua. Su quelle barche navigavano Alberto Mario, Missori, Nullo, Curzio, Salomone, il fiore dei nostri con un dugento volontari scelti, comandati dal capitano Racchetti della brigata Sacchi; capo dell’impresa Musolino da Pizzo.

Due barcaiuoli che v’erano mi narrarono, e narrando tremavano ancora che quando si avvidero del passo cui i nostri si andavano a mettere, essi non volevano più remare. Ma costretti, piangendo, pregando Maria e i Santi, tirarono innanzi con quei demonii. Nel buio alcune barche si staccarono dal gruppo e si smarrirono verso Scilla. I napoletani dal Forte avendole scoperte tirarono quella maledetta cannonata, appunto mentre il resto della spedizione toccava il punto designato, vicino all’altro Forte di Torre Cavallo e sbarcava scale, corde, arnesi d’ogni fatta per darvi la scalata. Nacque un po’ di confusione; le barche pigliarono il largo veloci, lasciando i nostri sull’altra sponda, nelle tenebre, senza guide, e alle prese colle pattuglie napoletane uscite dal Forte.

* * *

La nostra brigata era venuta qui per essere trasportata in Calabria se l’operazione di ieri notte riusciva. Occupiamo il greto d’un torrente, allo sbocco d’una vallicella allegra e ben coltivata. Nessuno ha mosso una pietra; non si vedono quei lavoretti che fanno i soldati per accomodarsi il campo dove sanno d’aver a stare: tutti si tengono come uccelli sul ramo pronti a volar via.

Fiumara della Guardia, 10 agosto.

Fra noi e i trecento nostri, il mare, le navi, e i borbonici dell’altra sponda!

Sono là in faccia, su quella costa di monte in quel verde pallido, sopra Villa San Giovanni, ma lontani, in alto. Vediamo del fumo che cresce, si allarga, si fa fitto; si sentono le schioppettate sorde. S’indovina col cuore che i nostri assaliti si difendono, superbi di combattere, trecento al cospetto di tutti i reggimenti accampati di qua, da Messina al Faro!

* * *

Ebbi un lampo nell’anima. Il desiderio di questa Sicilia che mi tirava a sé da tanto tempo, empiendomi la fantasia di delizie e il core di pene misteriose; quella certezza che aveva di trovare nell’isola, non sapeva chi, ma qualcuno conosciuto, caro, un amico; tutto mi veniva dall’aver letto, anni sono, il Dottor Antonio di Giovanni Ruffini. Me ne sono avveduto dianzi udendo rammentare questo libro, che mi tenne sull’ali tanti giorni dopo che l’ebbi letto. E fui lì per inginocchiarmi sull’arena, a ringraziare a mani giunte lo scrittore che dall’Inghilterra rivelò all’Italia questa parte delle sue terre, questo popolo qual è, o qual sarà, non importa.

11 agosto.

Una sfilata d’ufficiali. Quel colonnello quadrato, che camminando tentenna la testa grigia come minacciasse qualcuno dinanzi a sé, è un inglese che colla carabina coglie dove vuole. Si chiama Peard. Non ha un comando, ma tiene sempre dietro al corpo più vicino al nemico. Porta i suoi cinquant’anni come noi i nostri venti, fa la guerra da invaghito, tira in campo come a una caccia di tigri, ed ama l’Italia. L’altro che gli somiglia un po’ è il maggiore Specchi. Artista e soldato, ha sparso del proprio sangue dovunque si è combattuto per la libertà, in Italia e fuori, Non è mai stato al fuoco che non abbia toccata una ferita. L’ultima l’ebbe a Milazzo. Il Dittatore gli vuol bene come a un fratello; perché hanno vissuto insieme pel mondo, dopo la caduta della Repubblica romana, adorando e sperando. Quello con gran barba, un po’ curvo, vestito di scuro, era De Flotte. Camminava a lato di Specchi, e come vecchi amici parlavano tra loro. De Flotte è una di quelle persone la vita delle quali si indovina alla mestizia serena, che hanno in tutto l’essere: e la fantasia vede la croce sotto il cui peso camminano stentando. Egli, rappresentante del popolo quando il colpo di Stato si gettò sopra Parigi, stette fino all’ultimo della resistenza, poi esulò. Credo che fosse ufficiale di marina. Qui non è che un uomo di buona volontà che rispose alla chiamata d’Italia come i Polacchi, gli Ungheresi, tutti i generosi d’altre patrie, che ci hanno portato le loro spade gloriose.

Vidi Nicola Fabrizi, una figura da Condottiero biblico. Se quest’uomo fosse comparso in un congresso di Re, a domandare giustizia per l’Italia, i Re si sarebbero alzati a riverire in lui il popolo che può dare un cittadino della sua sorte. Semplice, non mai accigliato, pare che spanda intorno un’aura di benevolenza; passa, e si vorrebbe mettersi a camminargli dietro, sicuri d’andar con lui a buona meta. Se un fanciullo gli si abbracciasse alle ginocchia in un momento che per Fabrizi fosse di vita o di morte, egli si chinerebbe a carezzarlo. Dai tempi di Ciro Menotti, va innanzi costui! Ha creduto, gli è cresciuta la fede ogni dì; non si è mai volto addietro; gli anni non gli han fatto cadere le penne, ed ebbe sempre certezza di vedere il gran giorno d’Italia. Ora che si comincia a sapere come il Dittatore poté lanciarsi a questa impresa, si sa che Fabrizi da Malta, Crispi e Bixio in Genova, gli hanno messo nella coscienza che l’Italia si deve farla in quest’anno o forse mai più.

* * *

Ho riveduto il maggiore Vincenzo Statella con un taglio di traverso nel naso, che rialza la fierezza impressa sulla sua faccia. Un ufficiale ungherese trottava da Torre del Faro, portando non so che ordini del Dittatore. A un certo segno si fermò a pié d’una batteria, chiedendo qualcosa a Statella che era lassù. Statella, o non badasse o non capisse, l’Ungherese gridò, Statella rispose stizzito. Quattro e quattr’otto, fu combinato lì per lì, di scambiare due colpi di sciabola; Statella ne toccò, l’Ungherese tirò avanti al suo destino.

Questo figlio di prìncipi, che ha il padre generale borbonico dei più vecchi e dei più devoti, capitò anelando a Palermo ad abbracciare il Dittatore, il suo vecchio capitano del 1849, venuto a liberargli l’isola. Chi l’avrebbe sognato? È di Siracusa. La sua nobiltà l’ha scritta in fronte; ma il suo coraggio!… Ne parleranno i lancieri borbonici potuti scampare a Milazzo da Missori e da lui.

15 agosto.

Il Veloce che nel 1848 era un legno da guerra della Rivoluzione siciliana, preso poi dai Borboni, fu ricondotto alla Rivoluzione da un Anguissola, e ribattezzato col nome di Tuköry. A Milazzo lavorò da buono; e l’altra notte il Piola, ufficiale della marina sarda, lo condusse a un’impresa che se riusciva!… Si voleva spingersi a Castellamare, impadronirsi del Monarca, vascello borbonico da ottanta cannoni, e a rimorchio menarlo qui, per piantarlo al Faro come una fortezza. Il Tuköry arrivò a Castellamare senza incontri. Era mezzanotte: il Monarca giganteggiava nero sull’acque. Pareva cosa fatta. Alcuni dei nostri bersaglieri del battaglione Bonnet, si calarono nelle lance per tagliare le gomene del Monarca; altri davano già la scalata; ma ecco l’allarme, le trombe, i tamburi, tutta la guarnigione di Castellamare corsa a far fuoco; e cannonate, e schioppettate a grandine. Fu forza rinunciare alla presa. Il comandante del Tuköry stimò inutile stare a farsi cogliere e si ritirò; ma lento come Ajace, a suo agio, lasciando i Napoletani a mitragliare le tenebre.

* * *

Spira un’aria di mistero che pare venga fuori da non so che antro. Non si è più visto il Dittatore da parecchi giorni, e chi dice che è via, chi vuole che se ne stia chiuso nella Torre del Faro. Come il Corrado di Byron, se ci fosse Gulnara!

* * *

Ho voluto dare una corsa fino a Giardini. Quella costa, quelle cittadette mi erano rimaste tanto nel cuore! Trovai per via molti amici della brigata Bixio, che tutti hanno ormai qualcosa di lui nel fare, nel dire, sin nella guardatura. Questo generale pare fatto per tempi come questi e per noi. Piglia la gente, la rimpasta, la rifà: con lui o fare, o rimanere spezzati in mezzo alla via. Uno sguardo, una parola; non basta? gli scatta via magari una sciabolata: e questa è la sola deformità del suo essere. Se ne lagnano tutti; ogni poco i suoi volontari vorrebbero abbandonarlo. È violento, è insopportabile! “Ebbene? Sotto chi preferireste servire? Sentiamo”. “Ma!… eh!… sotto Bixio!”. Infatti non ci sono in Italia trenta come lui. Se una palla lo toglie di mezzo, sarebbe come ad avere le nostre forze scemate a un tratto un bel poco: e se il Borbone avesse un ufficiale come Bixio, forse… ma no, non voglio scrivere questo pensiero. Dicono che Bosco vale lui? Eresia!

Bixio in pochi giorni ha lasciato mezzo il suo cuore a brani, su per i villaggi dell’Etna scoppiati a tumulti scellerati. Fu visto qua e là, apparizione terribile. A Bronte, divisione di beni, incendi, vendette, orgie da oscurare il sole, e per giunta viva a Garibaldi. Bixio piglia con sé un battaglione, due; a cavallo, in carrozza, su carri, arrivi chi arriverà lassù, ma via. Camminando era un incontro continuo di gente scampata alle stragi. Supplicavano, tendevano le mani a lui, agli ufficiali, qualcuno gridando: Oh non andate, ammazzeranno anche voi! Ma Bixio avanti per due giorni, coprendo la via de’ suoi che non ne potevano più, arriva con pochi: bastano alla vista di cose da cavarsi gli occhi per l’orrore! Case incendiate coi padroni dentro; gente sgozzata per le vie; nei seminari i giovanetti trucidati a pié del vecchio Rettore. “Caricateli alla baionetta!”. Quei feroci sono presi, legati, tanti che bisogna faticare per ridursi a sceglier i più tristi, un centinaio. Poi un proclama di Bixio è lanciato come lingua di fuoco: “Bronte colpevole di lesa umanità è dichiarato in istato d’assedio: consegna delle armi o morte: disciolti Municipio, Guardia Nazionale, tutto: imposta una tassa di guerra per ogni ora sin che l’ordine sia ristabilito”. E i rei sono giudicati da un Consiglio di guerra. Sei vanno a morte, fucilati nel dorso con l’avvocato Lombardi, un vecchio di sessant’anni, capo della tregenda infame. Fra gli esecutori della sentenza v’erano dei giovani dolci e gentili, medici, artisti in camicia rossa. Che dolore! Bixio assisteva cogli occhi pieni di lagrime.

Dopo Bronte, Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi, ed altri villaggi lo videro, sentirono la stretta della sua mano possente, gli gridarono dietro: Belva! ma niuno osò più muoversi. Sia pur lontano quanto ci porterà la guerra, il terrore di rivederlo nella sua collera, che quando si desta prorompe da lui come un uragano, basterà a tenere quieta la gente dell’Etna. Se no, ecco quello che ha scritto: “Con noi poche parole; o voi restate tranquilli, o noi, in nome della giustizia e della patria nostra, vi struggiamo come nemici dell’umanità”.

Vive chi ricorda d’una sommossa avvenuta per quei paesi lassù, sono quarant’anni. Un generale Costa v’andò con tremila soldati e quattro cannoni, ma dové dare di volta senza aver fatto nulla.

E sul finire del secolo passato, il titolo di duca di Bronte, fu dato a Nelson. Bixio che titolo gli daremo? Non questo che fu di chi strozzò Caracciolo!

Messina, 18 agosto.

Il Dittatore non è più a Torre del Faro, né a Messina, né in Sicilia: si sente da tutti come qualcosa che sia venuto meno nell’aria, nella natura, in noi: ma nessuno osa dire né chiedere che sia stato di lui. Pare che ognuno temerebbe di sentirselo galoppare addosso gridando: “Tu che vuoi sapere?”,

Intanto s’odono dei discorsi cozzanti come sciabole. C’entra l’Imperatore di Francia, c’entra Vittorio Emanuele, e una lettera che si dice egli abbia scritta al Dittatore, per intimargli di astenersi d’ora in poi da qualunque passo contro il re di Napoli.

– Lustre per tener a bada l’Europa! dice uno.

– Scrivano e leggano, dice un altro, noi intanto una di queste notti passeremo lo Stretto.

Ma quelli che vorrebbero andare più alla lesta, dicono addirittura che Vittorio farebbe meglio a mandar Persano col Govèrnolo e colla Maria Adelaide, a piantarsi in mezzo al Canale per farci far largo.

20 agosto, mattino.

Cannonate laggiù in mare verso il Capo dell’Armi! Che poesia di nomi! Ma che sgomento pensar che ogni colpo spegne la vita a tanti, tra i quali può essere qualche amico che non vedremo mai più. Gente che viene da Catania dice che nella notte arrivarono a Giardini due vapori, che tutti quei di Bixio vi montarono, ma non sanno altro…

Bixio è in Calabria, Bixio! Col Dittatore! Dunque è ricomparso improvviso un’altra volta su la spiaggia nemica, quest’uomo che un po’ pare appena vivo, un po’ si trasforma arcangelo che spiega l’ali e rota la spada come un raggio di sole! Marsala e Melito, due nomi, due sbarchi; Garibaldi e Bixio due volte nello stesso cielo di gloria; e noi qui che si vorrebbe tutti gettarsi in mare e nuotando arrivar di là. Non ho mai sentito com’ora l’avidità fusa da Virgilio nell’ombre del sesto canto:

… Stavan pregando,
E le mani tendean pel gran desio
Dell’altra sponda….

E poiché tanto romanticismo portato da Garibaldi nell’arte della guerra, non fa dimenticare la gentilezza classica di Virgilio; io, immaginando la Corte di Napoli quale deve essere all’annunzio del Dittatore in Calabria, al rumor d’armi crescente, odo ancora la nota malinconica dell’Eneide che mescola di lutti diversi la reggia. Oh quella Regina, che pianti! Si capisce come il generale Bosco bello e prode, preso da tanto dolore si sia tutto votato ad essa dopo Milazzo. Ma Garibaldi indovino l’ha vincolato a non tornare in campo prima di sei mesi. E Francesco secondo perché non monta a cavallo e non viene a piantarsi ai passi di Monteleone? Eccolo! Perire là; o ricacciandoci, affogarci tutti in questo mare, che di notte o di giorno vogliam passare.

22 agosto 1860. Al Faro.

E ora mi pare di aver più profondo, più intero, anche il sentimento di quei versi del Manzoni: Dolente per sempre chi Dovrà dir sospirando: io non v’era! È un patimento, un dolore squisito, che non somiglia a nessun altro dolore. I nostri sono di là, hanno combattuto, e noi non c’eravamo!

O frate Calasanziano maestro mio; cosa fai, in questo momento, nella tua cella, donde, in quello scoppio del quarantotto che noi sentimmo appena da fanciulli, l’anima tua di trovatore si lanciò fuori ebra di patria? E quasi voleva andarsene dalla terra, quel giorno del quarantanove orrendo, quando dalla cattedra dicesti ai tuoi scolari: Fummo vinti a Novara!

Ci narravano i più grandi, che il padre maestro, dicendo così, era caduto sfinito: e noi mirandolo per i corridoi del collegio, rapido, sempre agitato, fronte alta, capelli bianchi all’aria, e l’occhio in un mondo ch’egli solo vedeva; ci sentivamo mancar le ginocchia e pensavamo a Sordello di cui, leggendoci Dante, ci voleva infondere la gentilezza, la forza e lo sdegno.

Fu lui, gran frate, che del cinquantatre ci lesse, nella scuola, l’ode: Soffermati sull’arida sponda. Non disse il nome dell’autore, ma promise il primo posto a chi lo avesse indovinato. Indovinammo tutti! Non avevamo già letto il Coro del Carmagnola?

Ora di quell’Ode mi torna l’ultima strofe e l’accento con cui il padre leggeva: Dovrà dir sospirando: io non v’era! E a lui, in questo momento, ritornano forse le immaginazioni di noi sette od otto suoi scolari che siam qui; forse ricorda come ci faceva raggiar di collera quando ci leggeva nel Colletta la morte del Caracciolo, o gli eccidi dei Napoletani del novantanove; forse dice che alle guerre di Sicilia ci preparò egli stesso.

25 d’agosto. Spiaggia del Faro.

A Bagnara, là in faccia, sulla sponda Calabrese, gran lutto. Ieri, mentre sbarcavano quelli del Cosenz, fucilati dai Napoletani del general Briganti, cadde morto La Flotte nella sua camicia rossa di colonnello garibaldino. Narrano che mentre s’imbarcavano qui al Faro, il maggiore Specchi volle dargli una rivoltella, e ch’egli sorridendo e ringraziando avrebbe voluto non accettarla; perché, disse, al primo colpo che avesse tirato contro un uomo, un altro avrebbe ucciso lui. Dunque voleva andar tra i nemici come il vecchio eroe dell’Henriade, che si cacciava nella mischia, sempre esposto a morire senza ammazzare mai? – La Flotte morì. Ma il Dittatore lo fa vivere per la gloria della Francia e dell’umanità, gridandolo nell’ordine del giorno con parole che valgono ben più d’ogni vita.

Dormirà La Flotte nella poetica terra di Calabria, che tanto ora è sua più che nostra: lo nomineremo noi, tutta la guerra, perché dicono che da lui sarà chiamata la compagnia di quei dugencinquanta francesi, venuti a portarci il fiore del loro coraggio.

26 d’agosto.

A segno di stella.

Il campo era così. Giù nelle bassure, e sulla riva del mare la brigata del general Briganti; su in alto come spettatori sulle gradinate d’un teatro antico, i nostri. Ma se i Napoletani non si arrenderanno, tutta quella nostra gente rovinerà loro addosso e li affogherà nel mare. Si aspetta; è notte, Garibaldi li vuole prima dell’alba; e agli avamposti.

– Tenente, avete orologio?

– Generale, no.

– Non fa nulla! Coricatevi qui, così: guardate quella stella, quella più lucente, là: e guardate anche quell’albero. Quando la punta di esso vi nasconderà la stella, saranno le due. Allora su, e all’armi!

Così, con la semplicità d’un Re pastore, con l’eleganza d’un eroe Senofonteo, meglio ancora! così come egli stesso nelle foreste vergini Riograndesi de’ suoi giovani anni, Garibaldi diede l’ora a segno di stella.

Ma d’assalto non ce ne fu bisogno. Dicono che il general Briganti si vide col Dittatore, e che patteggiò la sospensione dell’armi. Me l’hanno descritto. Che spettacolo tutta quella brigata ridotta a nulla, quei soldati mandati sciolti! Non li vidi, ne godo; devono essere cose da rompere il cuore.

27 d’agosto.

Altre nuove! Pare il marzo, quando i ghiacci si rompono, e vanno via a grandi pezzi portati dalla corrente. Il generale Melendez, con un’altra brigata, circondato dai nostri, la sciolse e se n’andò. I comandanti borbonici si lavano le mani di tutto l’uno su l’altro, da grado a grado; non c’è più disciplina, tutto si squaglia. Gli è che la Reggia e piena d’imbelli; e la Rivoluzione avvolse l’esercito come di un’aria che non si può respirare.

Ma si dice che, ier l’altro, il general Briganti se ne andava solo soletto a cavallo, verso chi sa dove, per far chi sa che cosa, e che arrivato a Mileto si imbatté nel quindicesimo reggimento napoletano, accampato, tra gli urli: Al traditore! Allora egli smontò e, a piedi, si avanzò in mezzo ai soldati. La sua maestà di vecchio e la calma del volto potevano vincere; ma un tamburo maggiore gli si avventò con una puntata del suo bastone, e lo passò fuori fuori a morte. Altri dicono che fu ucciso con una schioppettata a bruciapelo.

Quando traverseremo quella campagna tragica, mi parrà che l’aria tremi ancora del truce fatto. Tutte tragiche queste rupi della Calabria! Là presso devono essere stati uccisi i Romeo; non lontano di là dev’essere il passo dell’Angitola dove, nel quarantotto, caddero i Calabresi e la gente dei Musolino. Passo passo c’è tutta la storia dei francesi di re Giuseppe e di re Gioacchino…; e non sorge re Gioacchino stesso, tragica ombra su quel Pizzo laggiù?

Ma di quel povero general Briganti non me ne posso dar pace! Ho inteso dire che in Palermo, quel giorno che Garibaldi c’entrò da Porta Termini, egli comandava nel forte di Castellamare, e che non sapeva risolversi a dar l’ordine di bombardare la città. Sussurrano pure che allora, tra gli ufficiali, ci avesse un figlio, ma di tutt’altro cuore. Che misteri sotto le tuniche dei soldati, quando sul trono v’è Nerone o Augustolo, e di mezzo fra trono e soldati c’è la patria che geme!

Marcia trionfale verso Napoli

30 d’agosto.

Viaggiamo sul Carmel, vapore postale francese che viene dai porti della Siria, e ci pigliò a Messina, un centinaio, quasi tutti feriti o malati che se ne vanno a casa un po’ di giorni. C’è il Medici di Bergamo, furioso per nostalgia, che vorrebbe uccidere il Comandante, perché gli pare che il vapore non voli come bramerebbe lui. Sul castello di poppa vi sono delle signore che ci fanno un’aria di primavera soave. Bellissime due giovinette catanesi che paiono fatte di sogni.

Tutta gente felice, tranne quella bella donna francese, alta grigia, che forse avrà quarant’anni. Dice un capitano di fanteria francese ch’essa fu nella Siria, donde torna anche lui, e che vi fu a cercar il sepolcro di un suo figliuolo, sottotenente, che vi morì. Il capitano parla dei cristiani del Libano e delle armi di Francia laggiù: par sin che gli dolga della nostra guerra, perché non lascia badare alle cose di quella parte così bella e così poetica della terra. Ma quei di Calabria e di tutto il Regno non sono cristiani che gemono peggio che sotto i Turchi?

Nel porto di Napoli, 31 d’agosto.

Il cielo, il golfo, l’isola, il Vesuvio che esulta nell’azzurro ardente, e tutta la campagna che si ammanta di colori fini, sempre più fini, via via sin laggiù dove sfuma nell’aria; nulla, sa nulla di quel che avviene? Ma! l’immensa città che sgomenta a vederla, bolle di passione che si indovina. Quella è la Reggia. Dunque da quei balconi, mostrando loro i galeotti nel bagno, Ferdinando secondo diceva ai figli suoi che quelle catene erano l’alfabeto dei giovani prìncipi?

Lontano, lungo una via a mare, si vede una colonna di soldati che vanno, vanno, vanno. Chi sa cosa sarà di loro tra pochi giorni? Guardo il mare qui attorno. Forse il Carmel galleggia nel punto dove, improvviso, venne su dall’acqua il cadavere del Caracciolo, son sessant’anni. Tra questi vecchi barcaroli che vengono intorno al Carmel, vi potrebbe essere chi lo vide: eppure a noi il fatto dà un senso di antichità buia buia. Le barche della polizia ci rondeggiano intorno, ma dei signori napoletani son venuti a bordo lo stesso, e si son lasciati vedere a parlare con noi. Garibaldi, Garibaldi; è il loro spasimato desiderio, la loro agonia. Quando verrà?

Un signore nostro compagno di viaggio che fece un giro per la città, torna e dice che vi si parla d’una gran cosa avvenuta in Calabria. A Soveria Mannelli, Garibaldi avrebbe fatto deporre le armi ai quindicimila soldati del general Ghio! Ma allora che farà il re di Napoli? Si stenta a non lasciarsi prendere da un certo sentimento di compassione.

Salpando da Civitavecchia, lo settembre 1860.

Il capitano Lavarello, vecchio lupo di mare, livornese, ci chiamò in disparte e ci disse una bella cosa. “Ecco là. Quella goletta da guerra pontificia è l’Immacolata. Chi ci sta a un bel colpo da corsari? Tutti? Allora si aspetta un altro poco, si dice a tutti questi garibaldini di badare a noi, si salta sul Comandante del Carmel e sui suoi, si mettono giù sotto coperta senza toccar loro un capello, ma chi si muove guai! Un po’ di voi si calano dal vapore con una gomena, balzano sulla goletta del papa, spazzano nella stiva quei pochi mozzi che vi sono sopra, poi si legano a noi, io prendo il comando del Carmel e a tutto vapore rimorchio via l’Immacolata. Quando ne avranno accese le macchine, vi monto su io, lasciamo che il Carmel se ne vada al suo destino, e noi navighiamo verso la Calabria, a far della goletta un presente a Garibaldi”.

Pareva cosa fatta. E si pregustava già non so che gioia, come a leggere Byron. Chi sa che strida le signore, chi sa il capitano francese che abbiam con noi, e il soldato francese che era là in sentinella sulla punta del molo! E poi chi sa che fuga giù pel mare, e che pericoli, e che misteri! Ma a un tratto il Carmel si mise a salpar l’àncora e addio. Mentre ci allontaniamo, guardo laggiù i monti del Lazio. Da quest’acque, Garibaldi giovinetto pensò la prima volta a Roma.

Napoli, 14 settembre 1860.

Dieci o dodici giorni sono, quando vidi Napoli dal porto, mi sarei lanciato giù dal Carmel per arrivarvi a nuoto. Ora che ci sono, non mi par più… Forse è stordimento. Grande, immensa, varia da perdervisi, e fastosa fin nello sfoggio della miseria. Non vidi mai sudiciume portato in mostra così! Ho dato una corsa pei quartieri poveri; c’è qualcosa che dà al cervello come a traversare un padule. La gente vi brulica, bisogna farsi piccini per passare, e si vien via assordati. Ma su tutte quelle faccie si vede l’effusione di un’anima che si è destata e aspetta… Chi sa cosa vogliono, cosa sperano, chi sa? E se una notte si scatenassero, a furia, urlando Viva chi sa che Santo, che sarebbe di noi, che cosa del Dittatore? Eppure egli se ne sta sicuro nel palazzo d’Angri. Dubitosi siam noi piccini e di poca fede: egli ne ha da movere le montagne, e si sente dentro l’anima di tutto il popolo. Forse che non fece tutto quello che volle? E cosa avremmo potuto noi poche migliaia se alla testa non avessimo avuto lui? E messi tutti in un solo con tutte le loro virtù, avrebbero potuto quel che egli poté tutti i generali d’Italia? Bisognava il suo cuore, e forse quella sua testa, quella sua faccia che fa pensare a Mosè, a un Gesù guerriero, a Carlomagno. E chi lo vede è vinto.

14 settembre. Nei Granili di Napoli.

Ritrovo la mia brigata. Nulla, nulla! Il senso che dà questo sentirsi assorbito nella vita d’un gran corpo di giovinezza, d’amore e valore, non c’è nulla che lo possa dare! Li ho riveduti tutti! Catanzaro, Tiriolo, Soveria, Rogliano, Cosenza, la brigata Eber camminò per tutto quel tratto della Calabria, tenda il cielo, letto la terra, ma senza tirare una schioppettata. Mi descrive tutto Daniele Piccinini, il più bel capitano della brigata.

A Cosenza si trovarono quasi tutti i Corpi delle nostre Divisioni, a un tempo, come se ci si fossero data la posta. Fu un pensiero di Bixio? Schierate sul terreno, dove sedici anni

sono caddero fucilati i Bandiera, le Divisioni fecero una commemorazione eroica. Bixio incendiò l’aria così: “Soldati della rivoluzione italiana, soldati della rivoluzione europea; noi che non ci scopriamo se non dinanzi a Dio, ci inchiniamo alla tomba dei Bandiera che sono i nostri Santi!”. – E le Divisioni ascoltavano mute il discorso breve, vibrato e tempestoso come il mare su cui Bixio visse mezza la vita. Dice Piccinini che se ad ognuno fosse stato detto: Vorresti essere uno di quei morti? ognuno avrebbe risposto che sì, che sì. Perché Bixio li fece passar vivi e trionfanti dinanzi a tutti, sì che la loro morte parve più bella delle nostre vittorie. Certo il martirio ha molto più di divino che il trionfo.

E mentre la cerimonia si compiva nel Vallo di Crati, il Dittatore entrava in Napoli quasi solo, salutato dalle milizie lasciate qui da Francesco secondo; acclamato da un popolo che dev’essere parso quello di Gerusalemme il dì delle Palme. Cose da dar le vertigini, da far allungar la mano per pigliar la corona. Ma Garibaldi passò, sorrise, e alla Reggia non diede nemmeno uno sguardo.

Napoli, 15 settembre.

Per Caserta, a furia! Ieri i regi uscirono di Capua… chi sa? Si sente che da Capua a qui c’è un passo, e di mezzo quasi nulla, poche camicie rosse. Cosa sarebbe un improvviso ritorno. Ruffo, Fra Diavolo, l’orgia del novantanove!

Caserta, 15 settembre.

Quella dei borbonici di ieri non fu che una ricognizione, ma grossa. Gli ungheresi della legione, dove si piantano, nessuno li può muovere più. Ebbe un bel caricarli, la cavalleria napoletana; si ruppe contro i loro gruppi come onda contro gli scogli. Allora venne avanti la fanteria. Ma i bersaglieri del Tanara con quei del Corrao le si avventarono alla baionetta, e via, via, la fecero voltare, dandole poi dietro quasi fin sotto le mura della cittadella. A tornare fu un guaio. L’artiglieria dei bastioni li fulminava.

* * *

Bravissimo e mite il generale Türr! Non si crederebbe a mirare quella sua faccia fiera. Egli a soffocare le reazioni, poco o punto sangue. Non ne versò in Avellino, non in Ariano, dove fu quasi solo e mise la pace. Ieri l’altro spacciò il maggior Cattabene a Marcianise, grosso borgo poco lontano di qui, dov’era scoppiata la reazione al vecchio grido borbonico di Viva Maria! – Cattabene è tornato, dopo aver quetato tutto, con due soli morti di quattordici che n’aveva condannati. “Ma vogliamo tutti morti, anche gli altri dodici!” grida la gente di Marcianise, e viene una deputazione a domandar a Türr questa grazia. No, no, dice Türr, perdóno, oblìo, concordia: noi non siamo qui per le vostre piccole vendette.

* * *

16 settembre.

Non venisse a saperlo nemmeno l’aria! Garibaldi parte per la Sicilia, chi sa che cosa avviene colà? Ma chi sa cosa potrebbe accadere qui, se i borbonici di Capua venissero a sapere ch’egli non c’è?

20 settembre.

Ieri grande dimostrazione contro Capua, dicono per dar agio ad altri nostri di prendere Caiazzo che è una grossa terra di là dal Volturno. Dicono ancora che fu per conoscere una buona volta tutto il nemico, quanto n’è rimasto fedele al Re fuggitivo. Ma si sprecò del gran sangue! Troppo ardore negli ufficiali, troppo nei soldati.

Si cominciò dall’estrema sinistra, poi fu l’inferno su tutta la linea. Noi d’Eber, sulla via di Sant’Angelo, fummo i meno combattuti. Ma abbiamo ben visto cacciatori e fanteria e artiglieria volerci venir addosso, se una parte dei nostri, con due cannoni, non cominciava. Il loro fuoco fu così ben diretto e nutrito che quella colonna, non osando avanzarsi, ripiegò. Allora fu inseguita, e i cannoni furono tratti fino in faccia alla fortezza. Là, sfidando quaranta pezzi, fecero fuoco fin che vi fu un artigliere in piedi; poi come si vide che i cacciatori volevano venirseli a pigliare, corsero i bersaglieri della brigata Milano e li trasportarono in salvo.

Appunto in quel momento s’udì gridare dalla nostra destra: Egli è qui, egli viene, il Dittatore, il Generale! – E apparve dalla parte di Sant’Angelo Garibaldi bello e raggiante. Noi sotto i suoi occhi, fummo fatti piegar a sinistra, per rintuzzare un nuovo assalto di borbonici usciti freschi da Capua. Piombammo sul fianco di quella colonna, una cosa che mi parve un lampo, e quella sparì. Ma ne caddero dei nostri! Il capitano Marani di Adria giaceva là tra gli altri con un braccio spezzato; bel biondo, chi sa come rimarrà mutilato!

Ora si dicono le glorie dei morti. Non conobbi il colonnello Puppi, che fu sventrato dalla mitraglia quasi sulla porta di Capua. Mi piglia una gran tristezza, mi par quasi un torto di non averlo visto mai.

E il povero capitano Blanc da Belluno? Lasciò il suo grado d’ufficiale dei Granatieri e se ne venne a perder qui una gamba. Ma Cozzo, Narciso Cozzo, quel barone palermitano, che pareva un gentiluomo degli Altavilla rimasto vivo per saggio della stirpe. Ebbene, cadde di palla tra i Carabinieri genovesi, quei gloriosi veliti che si son fatti un obbligo di essere sempre primi.

28 settembre.

Da cinque giorni, ogni mattina, ci si mette sotto l’armi, e ci stiamo dell’ore. Così s’esercita il cuore. Perché è una gran prova quella di prepararsi a morire, e poi no, sentir dire che non è ancor tempo, tornarsene e pensare: sarà per domani. Ma qualcosa di tragico si avvicina. C’è nell’aria un gran gonfiore di tempesta. L’ordine del giorno di alcune sere sono, parlava vagamente di assalti serii, e diceva dei se mai che facevano tremar le viscere. Non di paura, no, di sgomento patriottico. Se mai concentrarsi tutti a Maddaloni. E poi? Poi, verrebbe a dire che tutto sarebbe perduto, e che là si dovrebbe finir tutti.

30 settembre. Sera. Quartiere di Falciano presso Caserta.

Il cannone di Capua si è fatto sentire tutto questo pomeriggio; ora con l’avemaria tace. Non v’è più dubbio; i napoletani usciranno e saranno molti. I loro scorridori tentano qua e là i nostri lungo tutta la linea del Volturno, e stamane si provarono a passarlo alla scafa di Triflisco. Ma quei di Spangaro li hanno respinti.

So che il Generale è stato da Bixio, qua oltre, nella gola di Maddaloni: so che si son detti delle parole solenni e che Bixio sentì Leonida in sé. “Fin che sarò vivo, nessuno passerà!”. Lo disse, e sarà Vangelo.

1° ottobre, 3 antimeridiane.

Che malinconia dopo il primo sussulto del cuore! Un galoppo, una Guida: Colonnello Bassini! Colonnello Cossovich! E poi le trombe. Come è rauca quella della guardia, e di malaugurio! Ma questa che si mette a suonar la sveglia nel nostro cortile, con trilli di allodola montanina, questa è di Viscovo, e sveglierebbe i morti. Egli sa mettere l’anima sua nel suo strumento, e quando l’ha imboccato, egli non c’è più, se ne va tutto in note. Pare che dica: Morire, morir così! Povero trovatello, raccolto da noi sulla gran via della patria, non so in qual punto della Sicilia, venne con quell’ombra di corpicciuolo a sedici anni; ma cosa, cosa venne cercando? Più che la morte no. Tale dove essere nel pensiero di Virgilio Miseno l’eolide, di cui niuno fu più potente a spingere colla tromba i prodi.

La battaglia del Volturno

1° ottobre. Caserta. Nella piazza del Palazzo Reale.

Eccoci qui di riserva, quasi tutta la Divisione Türr. La battaglia infuria, su d’una tratta, che a segnarla ci vuole tutto il gesto del braccio largo quanto si può farlo. Noi qui non si muore ancora, ma si provano delle angoscie come a essere nel Limbo. Veggo delle faccie d’un pallore mortale, ne veggo d’allegre, di pensose, di fatue; chi sa come è la mia?

In un canto della piazza v’è un battaglione di Savoia, ora brigata Re. I soldati stanno sotto le tende, e gli ufficiali si aggirano intorno ad esse, forse temendo che qualcuno ne sgusci via e venga con noi. Ma ci guardano, e c’invidiano: noi da un momento all’altro possiam essere chiamati, essi no. No? Ma allora cosa ci son venuti a fare? Vedo un capitano, Savoiardo vero, certamente ancor di quelli del quarantotto. Volge verso noi i suoi occhi chiari, nei quali par la visione dei suoi compatriotti passati alla Francia. Forse gli piange il cuore, perché pensa che erano dei migliori; e che alla guerra quando si griderà: Savoia! Savoia non vi sarà più.

* * *

Ed ecco un altro capitano dell’esercito di Vittorio, ma dell’artiglieria. Giovane quanto me e già capitano, io lo credeva uno dei nostri, di quei vanesii che per pompa si fanno far la divisa. Ma dietro lui venivano stretti degli artiglieri, proprio di quei di lassù, qualcuno colla medaglia della Crimea. Vengono da Napoli, vanno in cerca di Garibaldi, vogliono darsi col loro capitano che si chiama Savio, nobile piemontese. – “Cosa ci vengono a fare? – ha detto un ufficiale dei nostri: – poi vorranno aver fatto tutto loro, aver gli onori e tutto…?” – “Ahi, amico, diamo loro dei cannoni e poi lasciali andare… Vedrai che Garibaldi non dirà come te”.

Una carrozza da Santa Maria, una donna dentro, viso di fuoco. capelli di fuoco, gesti di fuoco, e un angelo, e una Furia, che cos’è? Parla con un colonnello ungherese, si mette le mani alle tempie, deve dire cose orrende; o che i feriti e i morti sono già a centinaia, o che di Capua vien fuori la nostra rovina. Ohimè! perché non è italiana? Si chiama Miss White, è moglie del Mario, uno dei nostri migliori, forse la più bella testa che possa essere spezzata oggi da un misera palla di soldato ignorante.

* * *

E da Maddaloni una Guida volando… “Dov’è, dov’è il generale Türr”. Bixio domanda aiuto! – Aiuto Bixio? Dunque dev’essere agli estremi. O sole che vedesti tante cose orrende nel mondo, o Dio, non lasciate perir l’Italia, oggi… qui…

* * *

Primo battaglione, prima e seconda compagnia, pigliate l’armi, fianco destr, via. Tocca a noi. Portiamo a Bixio questi quattro petti; sgriccioli che andiamo in aiuto dell’avvoltoio.

1° ottobre. Ore 2 pom.

E poi venimmo salendo il monte, volgendoci sgomenti a guardare dietro di noi Caserta, e più lontano Santa Maria e la campagna, tutto fumo e scompiglio. Dal di là dei monti Tifatini venivano dei rimbombi che parevano echi ed erano battaglia. E ben presto, sul versante opposto a quello per cui salivamo, avremmo scoperto il campo di Bixio. Al tuonar dei cannoni pareva ch’egli indietreggiasse. Ma arrivati alfine in cima, allora che vista! Giù giù per i pendii a sinistra, sul gran ponte, sotto ed oltre, un formicolìo di rosso fra nembi di fumo e delle grida che parevano di centomila. Più basso delle tinte nere che s’allontanavano; borbonici vinti, passi amari di fuga. Nello stradone, fuor del tiro dei nostri più avanzati, stava serrato un grosso squadrone di cavalli; due cannoni da lontano lanciavano ancora delle granate qua e là, contro di noi; tiri da Parti.

Bixio tornava indietro e il suo sguardo diceva: Vittoria! – Cosa siete voi? – domandò al Capitano Novaria. E Novaria: – Gente della brigata Eber. – Correte per di là su Valle, e fate presto: mettetevi agli ordini del colonnello Dezza.

1° ottobre. 3 pomeridiane.

La mia dolce terra delle Langhe, quasi sconosciuta all’Italia, l’ho sentita, vista, goduta un momento, qui, così lontano, su questi greppi di Monte Calvo.

Passavo attraverso quelle vepraie lassù, per quel sentieruolo dove non passò forse mai persona buona ad altro che a patire, sudare e pregare. E mi saltò fuori come di sottoterra un ufficiale tutto sanguinante in faccia e lacero la camicia, con un mozzicone di sciabola in mano. Mi chiamò: O tu, dove vai? – Alla mia compagnia sopra Valle. – E da dove vieni? – Dal quartier generale. – E Bixio? – Trionfa! – Con queste e poche altre parole, mi parve di parlare con uno delle mie parti. – E tu, chi sei? domandai già pieno di gioia per quell’incontro con un mio compatriota, in camicia rossa: – Io sono Sclavo di Lesegno. – Ed io il tale. – E allora ci abbracciammo, ci baciammo. Non ho mai compreso il paese natio come in quel momento. Le nostre Bormide, il nostro Tanaro, le nostre belle montagne, quei borghi, quelle terricciole, dove c’è della gente così modesta, buona, contenta di poco, e semplice! Poi mi narrò come si trovasse là, così solo e maltrattato. Poche ore prima, in uno degli ultimi assalti, rimasto in mano dei Bavaresi, questi se lo trascinavano via caricandolo di oltraggi; ma gli era riuscito di liberarsi, e se ne tornava a quel modo per imbattersi in me suo paesano. Eppure forse non gli passò per la mente che io potrò dir le sue lodi, nelle nostre vallate.

Verso sera.

Si principia ad aver delle notizie, ma vaghe. Non si ode più il cannone. A Santa Maria, a Sant’Angelo, a San Leucio, su tutta la linea, vittoria, dopo dieci ore di battaglia. Qua, a sinistra, tra quelle gole di Castel Morrone, il maggior Bronzetti, con un mezzo battaglione, tenne la stretta contro i borbonici, sei volte più numerosi dei suoi. Morì, morirono, ma il nemico non poté passare. – Ora come si devono sentire uomini quelli che hanno fatto tanto, e si mettono a giacere per un po’ di riposo! Ma chi sa dove sono andate l’anime dei nostri morti? Come si farebbe a credere che esse non siano più, più, assolutamente più? Vero è che sul campo la morte non par nemmeno morte! – Qui è proprio un trapasso.

Sopra Valle. 2 ottobre. Mattino.

“Ma finita la battaglia, allora avresti veduto quanta audacia e quanta forza d’animo…”. A chi faremo l’onore delle parole di Sallustio? Ci sono dei Bavaresi saliti a morire fin sulla vetta di Monte Caro, in mezzo ai nostri; vi sono dei garibaldini che rovinarono, inseguendo a farsi ammazzare, fin quasi laggiù alle case di Valle. Questi morti bavaresi che giacciono nelle loro divise grigie, sono ancora pieni di ferocia nelle faccie mute. Omaccioni quadrati, non più giovanissimi, alcuni con delle grinze. Le loro fiaschette, chi le tocca, sono ancora mezze d’acquavite. Dovevano aver mangiato e bevuto bene, poche ore prima di venir alla battaglia, contro i nostri quasi digiuni. Lassù, proprio sul cocuzzolo di Monte Caro, un d’essi trovò un piccolo recinto, fatto d’un muricciuolo a secco, forse per gioco, da pastorelli. Egli vi si mise dentro e non ci fu più verso a scacciarlo, neppur quando, fuggiti i suoi, rimase solo. Lo dovettero finire come una belva in rabbia, perché di là dentro avventava baionettate tremende. Nel suo libretto si trovò che egli si chiamava Stolz, di non so qual paesello della Baviera. Chi sa? Egli si sarà creduto di salvare, su quel cocuzzolo eccelso, il trono della bella Sofia, figlia dei suoi Re, venuta dal suo paese a regnar qui nella dolce terra d’Italia. Tranquillo com’uno che ha compito tutti i suoi doveri, ora giace sulla parte del cuore e par che dorma, o guati di sottecchi e ascolti. A vederlo c’è una processione. Ebbene, è ancora una gran fortuna finir così, piuttosto che di vecchiaia in un letto, forse sulla paglia, dopo aver fatto patir chi sa quanti! E piace vedere che tutti lo guardano con rispetto, dolendosi soltanto di tanto valore sprecato.

Ma stanotte, in sentinella a quattro passi dal morto, un siciliano di Bivona, quasi fanciullo ancora, nobile di non so che grado, chiamava ogni tanto: Caporale! faceva una voce che pareva gli uscisse dal recesso di tutti i dolori. E il caporale correva. Cos’era? Nulla. Ma un’ultima volta il caporale comprese, perché il giovinetto tremava e guardava quel morto là a quattro passi. – “Ah! Hai paura di lui?” – “Caporale, sì!”.

Fantasia!

* * *

Ieri visitai ad uno ad uno i piccolissimi altipiani che si digradano giù pel monte, dove un centinaio e mezzo d’uomini del Boldrini contesero il passo ai due battaglioni di Bavaresi che assalivano da Valle. E li trattennero tanto che poterono arrivare, ma un pugno, quei di Menotti. Non bastavano. Boldrini era ferito, feriti e morti molti ufficiali; dunque si doveva perdere una posizione così forte? Avanti, Menotti, avanti Taddei! Colonnello Dezza, guai se il nemico spunta quest’ala. Si caccia tra Villa Gualtieri e Caserta, in un’ora è nel piano, e getta per tutta la Terra di Lavoro il grido della riscossa borbonica, alle spalle dei nostri che combattono sul Volturno, e in faccia a Napoli che da lungi aspetta… Chi sa? Oggi può rimorir l’Italia!

Che gloria di picciotti, in quel momento! Due mesi fa erano riottosi a imbarcarsi pel continente: pareva che non avessero idea d’altra Italia, fuori del triangolo della loro isola: ma marciando per la Calabria trovarono i loro cuori, qui si son fatti ammirare. Caricarono come veterani!

Giù sugli altipiani, tra i pochi alberi tristi che non possono sbozzacchire in queste sassaie, quante camicie rosse che non si mossero più! Ne contai una ventina qua e là, qualcuno si riconosceva ai tratti mezzo moreschi, per volontario del Vallo di Mazzara, dove Bixio passò e raccolse gente. Ma vi sono delle testine bionde di settentrionali che paiono di fanciulle. Mi fermai vicino a un morto che avrà avuto sedici anni, e parlando per lui e per me, gli dissi delle cose che se le sapessi scrivere sarebbero un capolavoro. Dalla bisaccia gli usciva un pezzo di biscotto.

Odo dire che i perduti furono molti, e che gli ufficiali, tra feriti e morti, passarono la ventina, solo qui, su così poco spazio, e con sì pochi soldati. O allora a Villa Gualtieri, al Ponte, al Molino, e via poi sulla lunghissima linea, sino all’ultima sinistra nostra, fronte di tante miglia, curva strana così che Maddaloni è l’estrema destra e insieme stava alle spalle di quei che combattevano sul Volturno? – Quando se ne saprà il numero vero sarà un pianto.

2 ottobre verso le 11 antim.

Gran caccia da Re, veduta da questo cocuzzolo di Monte Caro! Un nugolo di borbonici, forse quelli che ieri dovettero passare sul petto di Bronzetti, si vanno aggirando di qua e di là, di su di giù, per quelle alture di Caserta Vecchia, e pare che non sappiano dove andare a dar del capo. Ma da tutte le parti spunta il rosso dei nostri e fa cerchio. Quelli si raccolgono, forse vogliono piantarsi e difendersi tra quelle rovine che danno al paesaggio quel tono lamentoso di grandezza morta e di desiderio. Cosa valgono quelle schioppettate? Tra momenti ci arriva anche Bixio. Se ne vede di qui la fila lunga su pel monte, e la testa tocca già l’altipiano. Partendo di qui disse ai suoi: Non mangerete finché coloro là non saran presi. – Pare che i borbonici si siano accorti di lui: c’è un poco di scompiglio… un loro cavallo parte; corre, torna; ora hanno la via rotta anche alle spalle. Si movono, vanno verso Sant’Angelo: retrocedono… ora discendono verso Caserta nuova; no, rimontano… Bandiera bianca! Che senso quest’urlo che riempie tutta l’aria colà! Pare un fremito della terra, tutto si muove… i nostri corrono da tutte le parti… Un gran silenzio…

Si sono arresi!

3 ottobre.

Aspetta e aspetta, i vinti di ieri l’altro non son più tornati. Così avessimo avuto della cavalleria da lanciar sulle lor code, che si poteva farlo senza crudeltà. Erano tutti stranieri del soldo. Ma quei di ieri presi a Caserta Vecchia erano italiani, proprio della colonna che s’azzuffò con Bronzetti a Castelmorrone e non potè passare. Guai se riusciva!

4 ottobre.

Ieri Telesforo che vive divorando tutto con l’anima, forse perché sente d’aver la morte dentro, venne da Santa Maria a trovarmi qui e mi disse: – Vieni? – Dove? – A veder cosa c’è in co del ponte presso a Benevento. – Andiamo pure.

Era quasi notte. Discesi da Monte Caro, passammo per quella bicocca di Valle, dieci casacce che parevano vecchie cenciose. Ma ieri l’altro, mentre i borbonici venivano alla battaglia, le donne di quelle case urlavano dalle finestre come Furie: Viva lo Re, e morte… si sa, a noi. Dice che si udivano sin da mezzo il monte, e che le loro grida facevano più senso che l’avanzarsi dei battaglioni.

Via per la strada grande andammo, andammo, andammo. Ma insomma dov’è questo ponte? Sempre un po’ fanciulli, si crede che tutto sia lì a due passi; ma Benevento era molto lontano. Non incontrammo anima viva; solo a tratti, nei campi lungo la via, si vedevano dei morti, forse soldati feriti ieri l’altro, poi spirati tra via e gettati dai carri.

Il ponte non si trovava. – “Pure andando ancora, più qua, più là si dovrebbe udir l’acqua… Vorrei vederla passare, al lume delle stelle, sentir il ponte sotto i nostri piedi, lasciar cadere una pietra dalla spalletta di esso, e immaginarmi d’essere un soldato angioino, e che là sotto giacesse Manfredi. Per me l’antico, quel che non è più è tutto. Quello che vive è nulla. Io stesso mi sento nulla; e se Garibaldi non fosse un’antichità non lo avrei seguito”. – Così diceva Telesforo e m’attristava.

In quel momento udimmo un trotto di cavalli che venivano dal Volturno. Ci siamo! Saranno scopritori borbonici, discendiamo nei campi. Passarono veloci tre cavalieri, e allora venne anche a me il soffio dell’antichità. Mi corsero per la mente quelli mandati da Carlo d’Angiò, sulle peste di Manfredi, creduto fuggitivo dalla battaglia: ma i vivi erano delle nostre Guide, gioventù ardita, fin temeraria. Andarono parlando allegramente lombardo. E noi, tornati sulla strada, tirammo avanti ancora un bel tratto fantasticando. – “Manfredi? Carlo d’Angiò? – seguitava Telesforo. – Il Re d’ora sì, è un Re da fuga! Ieri l’altro Francesco era in mezzo al suoi trentamila soldati: poteva mettersi alla testa di un migliaio di cavalli, tentar un punto della nostra linea, rompere, passare, galoppare a Napoli, trionfarvi! O così, o rimaner ammazzato, passato fuor fuori da uno dei più valorosi nostri, per esempio da Nullo. Non seppe fare né l’una né l’altra cosa, e così è finito. Quanto a Carlo d’Angiò, ora viene Vittorio Emanuele. Seicento anni tra loro: e invece d’un Papa che dica: Va, pigliati il Regno; v’è Garibaldi che dice: Venite! Vorrei vederli quando s’incontreranno Dittatore e Re”.

Tornammo ragionando come due frati; ma ogni tanto Telesforo tossiva e diceva d’aver freddo. Con quel suo mantelluccio si stringeva le spalle, e se ne teneva i lembi nelle mani sul petto. Quando ci trovammo tra le nostre sentinelle pareva già l’alba. Dei focherelli morivano su pei greppi di Monte Caro e della Villa Gualtieri; le camicie rosse nel grigio delle sassaie, nel verde ferrigno degli olivi mettevano un rilievo, una vita, quasi dei sentimenti. Sul ponte del Vanvitelli passavano delle file rosse, quete quete allora, andando forse a cambiar le guardie; ma lassù a un certo momento della battaglia s’erano incontrati i bavaresi e i nostri e da quell’altezza n’eran caduti. Dio! fa raccapriccio dirlo. E pensare che ieri l’altro, a quell’ora, il mio caro Traverso si svegliava baldo, e baldi come lui si svegliavano l’altro Traverso e lo Stella, tutti e tre di Marsala, e che prima del mezzodì eran morti e nell’eternità, già antichi come i più antichi defunti!

Caserta, 7 ottobre 1860.

Dissi all’amico Sclavo: tu, quello che vedesti ai Ponti della Valle, me l’hai da scrivere qui, tra le mie note. Egli prese il taccuino e scrisse.

“Garibaldi, tre o quattro giorni prima del fatto d’armi, era venuto a trovar Bixio e gli aveva detto: Mi fido a voi; queste sono le nostre Termopili.

“Tale fu la consegna: tutti sapevamo che là si doveva stare o morire. Aspettavamo.

“Il mattino del 13 d’ottobre, eccoti la divisione von Meckel, otto o nove mila uomini, avanzarsi da Ducenta, mirando al passo dei Ponti della Valle per Maddaloni. La testa della colonna era formata da uno squadrone di dragoni con elmo e rivolte rosse; seguivano due cannoni e un battaglione di cacciatori. Giunta a Valle quella testa di colonna spiegò i cacciatori sulla sua destra, e questi cominciarono a tentar l’altura dov’ero con la mia compagnia. Tiravano da settecento metri, lentamente, con quelle loro buone carabine, alle quali noi non potevamo rispondere. Intanto il grosso della colonna continuava a marciare accennando ai Ponti, centro della nostra linea.

“Mandai subito certo Calogero messinese, che avevo meco per guida, avvisando con un biglietto il maggior Boldrini che eravamo assaliti. Ebbi in risposta che badassi bene a non prendere lucciole per lanterne. E male ce ne incolse, perché quel battaglione di cacciatori già invadeva il bosco a sinistra e cominciava ad avvolgerci incalzando con fuoco ben nutrito.

“Allora il maggiore Boldrini volò a noi con due compagnie, e senz’altro dove vide spuntar le canne dei fucili, tra gli alberi fitti, là si slanciò, gridando: Alla baionetta, Viva l’Italia!

“Non aveva ancor detto che già una palla entrata nel petto gli usciva per la scapola destra. Cercai di sorreggerlo e di tirarlo via, giacché il nemico irrompeva dal bosco e dovevamo ritirarci, ma egli non volle, mi respinse. – Lasciatemi, che ormai sono un uomo inutile! – Disse, cosi, e dove cadde rimase. Noi indietreggiammo sopraffatti, e poi tornammo rinforzati da una cinquantina di bersaglieri Menotti. Guardai; il povero maggior Boldrini non v’era più. Seppi poi che i Bavaresi lo avevano trascinato testa e piedi giù per i dirupi, sino a Valle, dove lo abbandonarono, e fu poi raccolto morente dai nostri, dopo la vittoria.

“Caddero in quel nostro ritorno molti dei nostri, morti e feriti, tra gli altri Evangelisti e Carbone, genovesi dei vostri di Marsala. Ma non era ancor nulla, eravamo appena al principio. Sai come il tempo vola. Continuavano gli assalti. Verso le undici, o poco dopo, ecco i Bavaresi sulla posizione di Menotti. Cominciavano ad avvolgere il poggio della Siepe, contrafforte di Monte Caro. Quivi li ricevevano a schioppettate e a baionettate, e li rintuzzavano le compagnie di Bedeschini e di Meneghetti, dirette da Dezza e da Menotti e da altri ufficiali che in quel momento facevano da capi e da soldati.

“Intanto altri Bavaresi apparivano sulla vetta del monte Calvo e vi si piantavano, e si vedeva che volevano postarvi due cannoni da montagna, per coprir di granate e di mitraglia noi più bassi e da quella posizione spingere forse qualche colonna alle spalle di Bixio. Sarebbe bastata ben poca gente a tagliargli le comunicazioni col quartier generale di Caserta, e a portar l’incendio borbonico nella Terra di Lavoro. Era un momento angoscioso. Tutti, anche i meno esperti, indovinavano il gran pericolo.

“Ma ecco spuntare lassù un battaglione: Son nostri? – son nostri! – Improvviso, dritto, marcia verso il cocuzzolo di monte Calvo. Maraviglioso! Il Comandante si vedeva dinanzi a tutti, col berretto in cima alla spada, e pareva di sentirlo gridare; gli altri correvano dietro a lui, per quell’erta, a gran passi, serrati.

“Era Taddei!

“Quel fare, quell’affronto, impone ai Bavaresi che oscillano un momento, ma si difendono, resistono, uccidono: poi si rompono, abbandonano la posizione, i morti, i feriti e fuggono in rotta.

“Noi, combattendo giù, vedevamo e ammiravamo quei vincitori lassù, e guardavamo pure l’attacco che in quel momento faceva la grossa, serrata colonna borbonica del centro, ai Ponti della Valle, dov’era Bixio coi picciotti. Era una cosa da far tremare. Se rompono, dicevamo noi, se passano sul corpo di Bixio, quelli stasera entrano in Napoli, e ricomincia l’orgia del 1799. Li vedevamo a mezza falda tra il piano e i muriccioli a secco della via trasversale che si allinea con l’acquedotto; e dietro quei muriccioli rosseggiavano i nostri quatti quatti, senza far fuoco, incantati. Noi pativamo, fremevamo; udii sin bestemmiare: Cosa fanno? Ma quando i borbonici arrivarono quasi al ciglio di quei muriccioli, allora quelle camicie rosse scoppiarono, 49 e su quelle teste di colonna si rovesciò un torrente, un uragano… urla feroci, baionettate. Si gelava, si infuocava il sangue a vedere. – I borbonici non ebbero agio né spazio di spiegarsi, e si volsero in fuga una sezione sull’altra, via, via, rovinando, e tutta la colonna scompigliata fuggiva alla meglio verso Valle.

“Di dove eravamo noi si dominava lo spettacolo, e si capiva che l’anima di tutta quella massa eroica di picciotti era l’anima di Bixio. Dunque Bixio e Taddei, eroi!

“La sera, ne contammo di morti! Ma le più gravi perdite le sofferse il mio battaglione. Morì Innocenzo Stella, colpito nella testa da una palla, furono feriti Herter, anch’egli, come Stella, vostro di Marsala, e Rambosio e Rugerone. Povero Rugerone! Colpito nel ventre da una scheggia di granata che gli uscì per la schiena, lo trovarono la sera in un burrone, lo trasportarono a Villa Gualtieri, dolorò diciotto ore, e alla fine la morte lo liberò. Antonio Traverso, della mia compagnia, andò a morire, non si sa come, nel boschetto, presso il battaglione Menotti, dove io lo trovai l’indomani mattina, trapassato il petto da una palla, con un fazzoletto bianco alla bocca, tutto insanguinato. Delle tre compagnie Boldrini, soltanto una ventina d’uomini col tenente Baroni di Lovere, ferito nel capo, si unirono alla sera a Menotti, e servirono a riformare il battaglione disfatto”.

Ecco quel che l’amico scrisse.

Caserta, 8 ottobre.

I nomi non li scriverei neanche se li sapessi. E non ne domando. Li ricorderanno purtroppo quelli che videro, e per tutta la vita li udiranno nell’anima, come furono detti dalla voce tremenda del Dittatore.

Nel primo cortile a sinistra di chi entra nel palazzo reale, i battaglioni di Taddei, Piva, Spinazzi, Menotti, Boldrini col resto della Divisione Bixio, aspettavano Garibaldi, che voleva salutarli per la loro vittoria di Maddaloni. Quattro schiere, davano le fronti ciascuna a un lato del cortile.

– Microscopica Divisione, fronte indietro! – gridò Bixio ai battaglioni, e non è mica uomo da aver detto per celia. Quei battaglioni si chiamavano Divisione prima del combattimento, così, forse per far la voce grossa, ma non era neppur una brigata: ora si potrebbero dir compagnie.

Entrava allora Garibaldi. Teneva in mano il cappello all’ungherese, e appena fu in mezzo al quadrato, parlò:

– Eroi della diciottesima Divisione, in nome dell’Italia io vi ringrazio!

Poche altre cose, orazion piccola, come sa far lui, poi subito i nomi di quelli che si segnalarono nel combattimento. Pareva che là dentro l’aria lampeggiasse di gloria. Ma poi il volto di Garibaldi si oscurò, e la sua voce divenne fiotto di tempesta.

– Ora che ho ricompensato i valorosi, punirò i vili!

Fu un fremito. Tre ufficiali, chiamati a nome in mezzo a quel quadrato, uscirono dalle file, trovarono la forza di far quei pochi passi senza cader fulminati; e là, sotto gli occhi di Lui, furono spogliati delle loro insegne da un Aiutante maggiore. E non morirono! Finito quello strazio, il Generale, continuando come uno che dà un addio a gente morta, disse:

– Andate, inginocchiatevi davanti al vostro Comandante, pregando di darvi uno schioppo, e al primo incontro morite!

Nel convento di Santa Lucia. 9 d’ottobre.

A Napoli? C’è troppa gente che briga. Non andare a farti levar la poesia; sta qui, filibustiere; per noi son buone queste celle di frati; cosa vuoi di più?

Io do molto retta al capitano Piccinini, sebbene abbia soltanto otto o nove anni più di me: anzi gli sto sotto come se fosse il gran Nicolò in persona. Ieri l’altro lo trovai sotto

quell’ulivo, allegro e raggiante tanto, che mi parve d’indovinare la visione che aveva dinanzi agli occhi. Egli leggeva una lettera a mezza voce, e appena mi vide mi venne incontro dicendo: – Le mie montagne ridono, mio padre le riempie della sua gioia. Sa che suo figliuolo Daniele è capitano!

E allora la voce gli si fece soavissima, e negli occhi lucenti gli si disfecero due lacrime. Poi mi abbracciò. E contro quel petto mi sentii come un’ombra. Che respiro largo e che colpi di cuore! Per essere puri e prodi come lui, bisognerebbe avere quel petto. E poi la sua modestia! Che seccature, per lui, certe cose! Ieri, a Caserta, era da Garibaldi, mentre alcuni ufficiali della marineria americana entravano a visitare il Washington d’Italia. – Ecco il modello de’ miei ufficiali: disse il Generale mostrando il Piccinini a quei marinai. – Non si darebbe la vita per una mezza parola di queste, detta da Lui? Eppure il Piccinini quasi quasi usciva mortificato. Ma già; egli non sa d’essere quello che tra tutti somiglia di più a Garibaldi. Semplice come Lui, bello, buono e fiero come Lui: saprebbe anch’egli vivere nel deserto, crearsi un mondo, e dimenticare questo degli uomini. Mi pare già di vederlo. Quando tutto sarà finito, in quattro o cinque passi, egli tornerà alle sue Alpi, nella solitudine della sua Pradalunga. E se gli diranno: Ebbene? Egli risponderà come se venisse da far una passeggiata. Ma a suo padre, oh! a suo padre narrerà tutto.

13 d’ottobre.

Nullo, Zasio, Mario, Caldesi, con una diecina di Guide comandate dal nostro Candiani, ieri partirono alla testa d’un battaglione, per luoghi lontani, che son di là dal Volturno, chi sa quanto, dov’è il Sannio, il tremendo Sannio. Nullo il braccio, Zasio la bellezza, Mario il pensiero, Caldesi la bontà. C’è tutto. Ma cosa vanno a fare? Chi dice che a incontrar Vittorio Emanuele, chi che a sedar una rivolta. A me par gente che va nel buio.

14 d’ottobre.

Ora sono proprio contento. Ho veduto l’uomo che per la semplice vita è forse ancor più intero di Garibaldi. Faccia quasi giovanile a settant’anni, persona quadrata che né fatiche, né stenti, né rovine d’ogni sorta non poterono fiaccare: berretto, soprabito, calzoni, tutto nero e assai vecchio, nulla di soldatesco. Ecco il general Avezzana. Tale fu forse il Vicario di Wakefield. È di quella tribù d’uomini che vanno avanti, con lo sguardo sempre fisso in certi punti lontani, che il mondo non vedrà mai. Eppure per essi quell’ideale lassù lassù, è realtà di vita interiore. Quanto all’esteriore e presente, sono come il Figlio dell’uomo che non sapeva dove posar il capo per dormire. Da mangiare n’avranno domani anch’essi, poiché n’hanno gli uccelli dell’aria. Per oggi basta fare il bene. E così ogni giorno. Sui laghi di Galilea, quando vi fiorivano le parabole di Gesù, gli uomini dovevano essere tutti come Avezzana. Vederlo con qual noncuranza cinge quella spada d’onore che gli fu data, chi sa per qual gloria delle tante sue d’America! Dicono che arrivò appunto di là, in tempo per correre a Caserta, incontrar Garibaldi nel momento più vivo della battaglia sul Volturno, salutarlo e entrar a combattere. Aver cercato continenti e mari, andando randagi, dalla giovinezza alla vecchiezza; aver amato, creduto, giurato di far l’Italia prima di morire; essersi raggiunti in un giorno di battaglia come quella del Volturno, l’uno già ministro della guerra in Roma, l’altro allora sotto di lui e ora Dittatore qui; cosa mi parlano della vecchia Cavalleria? Questa è storia romana, ma di quella antica, antica…

15 d’ottobre.

Stamattina s’ebbe un gran fatto. Per la prima volta, i soldati di Vittorio Emanuele combatterono davvero a canto dei Volontari di Garibaldi. Dico davvero, perché già il due d’ottobre quel battaglione della brigata Re che avevamo lasciato nella piazza del palazzo reale il giorno avanti, fu adoperato con pochi bersaglieri a far prigioniera quella tal Colonna borbonica di Caserta Vecchia. Ma quello fu un fatto senza poesia. Invece, stamattina, i borbonici uscirono da Capua baldanzosi, marciando verso Sant’Angelo, dove trovarono i bersaglieri e la fanteria regolare che li soffiarono via come pagliuzze. Gareggiarono con essi i volontari del colonnello Corte, a chi facesse meglio; così la voglia d’uscir di Capua i borbonici potranno averla; ma l’ardimento forse mai più.

20 d’ottobre.

Pettorano, Carpinone, Isernia, meritereste che su voi non venisse più né pioggia né rugiada, fin che durerà la memoria dei nostri, ingannati e messi in caccia e uccisi pel vostri campi e pei vostri boschi!

Tornano gli avanzi della colonna di Nullo; non si regge ai loro racconti; non sanno dire che morti, morti, morti! Par loro d’avere ancora intorno l’orgia di villani, di soldati, di frati che uccidevano al grido di Viva Francesco secondo e Viva Maria.

Povero Bettoni! La sua Soresina non lo vedrà più. Se ne veniva indietro ferito su d’una carrozza; cavalcavano a’ suoi lati Lavagnolo e Moro, pensando di poterlo porre in salvo a Boiano, e tornar poi a spron battuto dove Nullo combatteva, e i nostri morivano qua, là, a gruppi, da soli, sbigottiti dalle grida selvaggie. Poveri cavalieri! Il giorno appresso il tenente Candiani li trovò morti sulla via. Ah! quel Sannio, quel Sannio! Mi sento passar sul viso un soffio gelato come quel giorno che la spedizione partì: sin d’allora mi suonò nella memoria il nome delle Forche Caudine.

25 d’ottobre.

Sopra queste contrade deve essere passato non so che spirito. Gli abitanti ingrandiscono o impiccoliscono le cose per vezzo di dire. Il Volturnus celer è ancora sonante come nei versi di Lucano, una maestà d’acque verdi, che s’incalzano clamorose. Eppure a un guado di esso fu dato il nome di Scafa di Formicola. Quando vi passammo si rise del nomicino strano; sebbene si mettesse il piede sul ponte di barche che il Dittatore fe’ gettare dal colonnello Bordone in quel luogo; e sentirsi oscillar sotto, crescere, scemare quelle tavole mal connesse, desse sgomento. Eravamo noi di Eber, quei di Bixio quei di Medici, la brigata Milano; e vengono pure gli Inglesi della legione, gente bella, vestita come noi; camicia rossa, divise verdi ma di panno finissimo, cinture lucide come se tornassero dall’India.

Il giorno è nefasto.

Cadde il cavallo del generale Bixio, e l’eroe, rotta la testa e una gamba, si lasciò trasportare a Napoli, guardandoci con invidia. Non è che un uomo, ma senza lui, par che manchi qualcosa nell’aria.

* * *

Ci siamo accampati sull’orlo d’un bosco in cui potrebbe cavalcare Angelica fuggente; eppure lo chiamano Caianello, come se fosse un cesto di granetto fatto nascere per ornare il Presepio.

Intanto, che ci siamo venuti a fare? Là c’è Capua. i Calabresi che abbiamo trovato qui, ci dicono che i borbonici fanno delle apparizioni in quei fondi laggiù. A destra, lontano, abbiamo Gaeta. Quelli devono essere i monti di cui mi parlava il vecchio Colombo, quando raccontava d’essere stato nell’ottocentocinque, all’assedio fatto da Massena. E mentre io penso a lui che fu pure soldato della legione di Garibaldi in America, egli parla forse di questi luoghi con mio padre, che glie ne domanderà chi sa con qual cuore.

Oh! io vorrei esser quel falco, gettarmi da un capo all’altro del cielo, mandando strida per l’aria che imbruna! Ora a quella campana…! Di dove suona? “Era già l’ora che volge il desio…”.

* * *

Chi dice che siam qui per dare l’ultima battaglia, e che mentre combatteremo contro i cinquantamila borbonici che ancor tengono per Francesco secondo, arriveranno i soldati di Vittorio Emanuele con lui in persona, discendendo dall’Abruzzo per la via di Venafro. Chi ribatte che da Venafro potrebbero venire delle buone anfore di vino, di quello antico che piaceva a Orazi, ma che battaglie di campo, dopo quella del primo d’ottobre, non se ne possono più avere. Allora si marcierà per incontrare il Re!

L’incontro di Teano

26 d’ottobre.

Non lo dimenticherò mai, vivessi mille anni, ma non saprò mai ridirlo preciso e lucido, come mi guizzò nella mente, il pensiero che già ebbe Catoni, conversando con me, quella notte là, vagabondi, per la campagna oltre Maddaloni. Sono quasi seicento anni, Carlo d’Angiò veniva in qua da Roma segnato e benedetto dal Papa, e si pigliava la corona di Manfredi, tra i morti di Benevento. Il papa gliela aveva data, purché se la fosse venuta a prendere. Ma oggi un popolano, valoroso come… cos’importa dirlo? un popolano generoso come non sarà mai nessuno, semplice come Curio Dentato, delicato come Sertorio, anche fantastico come lui e sprezzatore come Scipione, in nome del popolo strappa quella corona al re di Napoli e dice a Vittorio Emanuele: È tua! –

* * *

Ho quasi un capogiro. Sono ancora pieno di quel che ho vedute, scrivo…

Una casa bianca a un gran bivio, dei cavalieri rossi e dei neri mescolati insieme, il Dittatore a piedi; delle pioppe già pallide che lasciavano venir giù le foglie morte, sopra i reggimenti regolari che marciavano verso Teano, i vivi sotto gli occhi, e nella mente i grandi morti, i romani della seconda guerra civile, Silla, Sertorio, che si incontrarono appunto qui, figure gigantesche come quei monti del Sannio là, e che forse non erano nulla più di qualcuna di quelle che vedo vive. Cosa ci vorrebbe a fare lo scoppio d’una guerra civile?

A un tratto, non da lontano, un rullo di tamburi, poi la fanfara reale del Piemonte, e tutti a cavallo! In quel momento, un contadino, mezzo vestito di pelli, si volse ai monti di Venafro, e con la mano alle sopracciglia, fissò l’occhio forse a legger l’ora in qualche ombra di rupi lontane. Ed ecco un rimescolio nel polverone che si alzava laggiù, poi un galoppo, dei comandi, e poi: Viva! Viva! Il Re! Il Re!

Mi venne quasi buio per un istante; ma potei vedere Garibaldi e Vittorio darsi la mano, e udire il saluto immortale: “Salute al re d’Italia!”. Eravamo a mezza mattinata. Il Dittatore parlava a fronte scoperta, il Re stazzonava il collo del suo bellissimo storno. Forse nella mente del Generale passava un pensiero mesto. E mesto davvero mi pareva quando il Re spronò via, ed Egli si mise alla sinistra di lui, e dietro di loro la diversa e numerosa cavalcata. Ma Seid, il suo cavallo che lo portò nella guerra, sentiva forse in groppa meno forte il leone e sbuffava, e si lanciava di lato, come avesse voluto portarlo nel deserto, nelle Pampas, lontano da quel trionfo di grandi.

Sparanise, 27 ottobre.

Ma allora, se così fosse come si susurra, ogni cosa sarebbe spiegata! Re Vittorio fu freddo nell’incontro con Garibaldi? Gli è che Francesco secondo è suo cugino, e che egli lo aveva invitato alla gran guerra contro i nemici d’Italia, ammonendolo. Anche si aggiunge che esista una lettera. Francesco non volle o non poté dargli ascolto. Fortuna d’Italia! Ostinato e impotente continuò la storia di suo padre, e ora paga per lui.

Dunque certo contegno di Vittorio Emanuele nell’incontrarsi col Dittatore sarebbe stato un delicato riserbo? O han ragione quelli che pensano che allora egli meditasse le strane sorti dei Re? Però noto che questi sono discorsi: passano come venticelli che non lascian nulla. Non si sente che la grandezza di Garibaldi, sinora! non si conosce che vi sia chi mira il sole nascente.

* * *

Ieri il Dittatore non andò a colazione col Re. Disse di averla già fatta. Ma poi mangiò pane e cacio conversando nel portico d’una chiesetta, circondato dai suoi amici, mesto, raccolto, rassegnato. A che rassegnato? Ora si ripasserà il Volturno, si ritornerà nei nostri campi o chi sa dove; certo non saremo più alla testa, ci metteranno alla coda. Dicono che il Generale lo disse a Mario. E questa deve essere la spina del suo gran cuore che voleva un milione di fucili da dare all’Italia, e l’Italia non diede che ventimila volontari a lui.

Napoli, 2 novembre.

Tuona lontano il cannone. Bombardano Capua, e noi non vi siamo più. Gli artiglieri di Vittorio Emanuele non avranno gran da fare, perché la guarnigione non aspetta che un motivo onesto, per arrendersi. Già il Griziotti, colonnello nostro, lo aveva detto: – Generale, lasciatemi lanciar due bombe sulla cittadella, e si arrenderà. – No, se un fanciullo, una donna, un vecchio morisse per una bomba lanciata dal nostro campo, non avrei più pace! disse Garibaldi. – E Griziotti: – Ma i nostri giovani si consumano di febbri in questo assedio: ogni giorno si assottigliano, muoiono. – E Garibaldi a lui: – Ci siamo venuti anche a morire. – Arriveranno i Piemontesi, Generale; essi non avranno riguardi; con poche bombe faranno arrendersi la città, poi diranno che tutto quello che facemmo sino ad ora, senza di loro non avrebbe contato nulla. – Garibaldi allora: – Lasciate che dicano; non siamo mica venuti per la gloria!…

Napoli, 3 novembre.

Il giorno dei Santi, poi quello dei Morti, poi quello delle medaglie a noi, terza festa nella malinconia della stagione.

Là in faccia alla reggia, dove tutto dice che i Borboni non torneranno più, la piazza di San Francesco di Paola era parata di bandiere. In mezzo, un seggio, delle dame, dei generali, dei grandi intorno al Dittatore che ancora aveva il cappello di Marsala. Vidi il Carini, ora generale, balioso, ringiovanito, col braccio al collo, pareva felice. La legione ungherese faceva scorta d’onore, e vi erano i Granatieri schierati che facevano scorta anch’essi. Noi davamo le spalle alla Reggia, aspettando. A un certo Punto il Dittatore si alzò, e venne verso noi dicendo con la sua voce limpida ed alta: – Soldati della indipendenza italiana, Veterani benché giovani dell’esercito liberatore, vi consegno le medaglie che il Municipio di Palermo, decretò per voi. Comincieremo dai morti, i nostri morti…

E allora un ufficiale cominciò a chiamare a nome i morti che rispondevano in noi, con l’improvviso ritorno della loro visione. Ma passato questo giorno non saranno ricordati solennemente mai più? Furono da cento nomi d’umili ignoti o d’illustri, e a ogni nome un fremito correva tutta la nostra fila. Meglio morti o vivi? Si diffondeva una malinconia cupa che pur pareva entusiasmo.

Quando toccò a noi, si andò chiamati ad uno ad uno dinanzi al seggio, dove una giovinetta, alzandosi sulla punta dei piedi, ci metteva la medaglia sul petto, e intanto guardava di sotto in su con due grandi occhi gioiosi. Chi fosse non so, né chiesi di lei. Che giova il nome? Udii il Generale che volgendosi a una dama vicino a lui, diceva: – Vede? Quelle facce le conosco tutte, le vedrò finché vivrò.

Intanto le bande suonavano, e quella dei Granatieri pareva dicesse: Basta, ora basta, andate!

Caserta, 9 novembre. Sera.

Oggi il Palazzo reale guatava il viale che gli si protende dinanzi lontano lontano, e pare che voglia arrivare sino a Napoli; guatava le file dei battaglioni rossi distese sotto i grandi alberi immobili e cupi sotto il cielo basso. Doveva venire il Re a passare in rassegna tutto l’esercito garibaldino, un dodicimila che stavamo con l’armi al piede, in ordine di parata. Si aspettava! Il Re sarebbe arrivato verso le due, lo avrebbe annunziato il cannone. E intanto nelle file si parlava, e passavano delle novelle bizzarre, motti, arguzie, cose da poema e da commedia. Udii persino delle volgarità. Ma non v’era allegrezza. Anche le nuvole, calando sempre più, mettevano non so che freddo, e l’ora, passando, portava stanchezza. Certi Veneti del mio battaglione dicevano sottovoce che quando fosse passato il Re, sarebbe stato bello circondarlo, pigliarselo, menarlo nei monti, e di là fargli dichiarar la guerra per Roma e Venezia. Che fossero visi da farlo? Alcuni sì; i più dicevano per dire. Ma nel più vivo di quei discorsi s’udirono le trombe dalla destra della lunga linea. Attenti… il Re!

I battaglioni si composero, si allinearono, i cuori battevano, chi amava, chi no. Poi venne giù una cavalleria trottando… Ah! quello che cavalcava alla testa non era il Re: era Lui col cappello ungherese, col mantello americano, e insieme a Lui tutte camicie rosse. Quel cappello calcato giù sulle sopracciglia segnava tempesta. Vennero, passarono, lasciando un grande sgomento, arrivarono in fondo al viale, diedero di volta, ripassarono come un turbine, sparirono. E poco appresso i battaglioni furono messi in colonna di plotoni…. pareva che si dovesse marciare a qualche sbaraglio, tutti si era pronti… Così si andò verso il Palazzo reale, a sfilare dinanzi al Dittatore piantato là sulla gran porta, come un monumento. E si sentiva che quella era l’ultima ora del suo comando. Veniva la voglia di andarsi a gettar a’ suoi piedi gridando: Generale, perché non ci conducete tutti a morire? La via di Roma è là, seminatela delle nostre ossa! – Ma la guerra civile? Ma la Francia?… L’anno scorso fummo così amici con la Francia!

Il Generale, pallido come forse non fu visto mai, ci guardava. S’indovinava che il pianto gli si rivolgeva indietro e gli allagava il cuore. Non so neppur uno di quelli che stavano vicino a lui. Che cosa contavano in quel momento? Lui, lui solo: non vidi nulla. Ora odo dire che il Generale parte, che se ne va a Caprera, a vivere come in un altro pianeta; e mi par che cominci a tirar un vento di discordie tremende. Guardo gli amici. Questo vento ci piglierà tutti, ci mulinerà un pezzo come foglie, andremo a cadere ciascuno sulla porta di casa nostra. Fossimo come foglie davvero, ma di quelle della Sibilla, portasse ciascuna una parola: potessimo ancora raccoglierci a formar qualcosa che avesse senso, un dì; povera carta! rimani pur bianca… Finiremo poi…

da: http://www.liberliber.it
su http://www.classicistranieri.com/liberliber/

Giuseppe Cesare Abba – Da Quarto al Volturno – Sezione 2 – Da Calatafimi a Palermo

Reading Time: 60 minutes

Alcamo, 17 maggio

Sulla soglia d’una chiesetta, quasi in riva al mare.

Da Calatafimi a qui fu una camminata allegra, per campagne fiorenti. Ma dappertutto vi era traccia della sconfitta che facemmo toccare ai regi: zaini, berretti, bende insanguinate buttate lungo la via. All’alba partendo si cantava; poi, tra per quella vista e per il sole che si alzò a schiacciarci, si tacque e si tirò innanzi come ombre. Verso le dieci, ci abbattemmo in certe belle carrozze, mandate ad incontrarci come gran signori. Alcamo era vicina. Nelle carrozze v’erano gentiluomini lindi e lucenti, che fecero le accoglienze al Generale; mentre, allo sbocco dei sentieri, si affollavano dai campi molte donne campagnuole, confidenti e senza paura di noi. Alcune si segnavano devotamente; una ne vidi con due bambini sulle braccia inginocchiarsi quando il Generale passò; e uno dei nostri ricordò le Trasteverine d’undici anni or sono, che lo chiamavano il Nazzareno.

Entrammo in Alcamo alle undici. È bella questa città, sebbene mesta; e all’ombra delle sue vie par di sentirsi investiti da un’aria moresca. Le palme inspiratrici si spandono dalle mura dei suoi giardini; ogni casa pare un monastero; un paio d’occhi balenano dagli alti balconi; ti fermi, guardi, la visione e sparita.

Prima che noi giungessimo, si diceva che i regi erano sbarcati numerosi e furibondi a Castellamare, ma che subito erano tornati a imbarcarsi. Non si parla più di questa mossa, ma si vedono laggiù in alto due navi. Potrebbero essere da guerra.

* * *

Fummo in cinque da un signore che ci volle a forza in casa sua, e vi desinammo. Che gentilezza d’uomo in quest’isola solitaria: ma che ingenua ignoranza delle cose d’Italia! Egli non ci tenne nascoste le sue figliuole, che ci guardavano ansiose e ci parlavano come a conoscenti antichi.

– Di dove siete? chiedeva il loro babbo a Delucchi.

– Genovese.

– E voi? volgendosi a Castellani.

– Da Milano.

– Ed io da Como, – rispondeva senza aspettare d’essere interrogato Rienti, che ha la testa come uno di quegli angeloni ricciuti e paffuti, che si veggono scolpiti, coll’ali aperte, ai corni degli altari.

– Che bei paesi devono essere i vostri! Ma perché siete vestiti così da paesani? Via, dite la verità, siete soldati piemontesi. No? E allora come avete fatto a vincere tanti Napoletani? Passarono di qui che era una pietà a vederli. Non arriveranno a Palermo la metà.

Poi il discorso cadde sulla guerra dell’anno scorso. Quel signore pareva nato ieri. Credeva appena che Vittorio Emanuele fosse davvero al mondo. Intanto s’era bevuto, e qualcuno menzionò Ciullo d’Alcamo, e la dolce canzone, e si parlò, anche di Bari, di Puglia, e della sfida di Barletta. L’ospite trasecolava a sentirci parlare di tante cose: non ci voleva più lasciar uscire; e quando potemmo andarcene senza disgustarlo, le sue figliuole ci porsero la mano. Baciammo rispettosi e timidi, e ce ne venimmo via con un po’ di scompiglio nel cuore.

* * *

Il tuono brontolava cupo di là dai monti; tutti si affollavano giù al mare, credendo che fosse il rombo del cannone. “Palermo è insorta, corriamo a Palermo!”. Ma poi sovra i monti si levarono certi nuvoloni scuri, un temporale che svanì.

* * *

Si diceva misteriosamente, dall’uno all’altro, che il Generale ha perduto la speranza di riuscire contro i trentamila soldati che il Borbone ha nell’isola; che la nostra colonna sarà disciolta; che ognuno sarà lasciato libero di cavarsi come potrà da questo passo. L’annunzio fu un lutto. Ma era una falsa voce, o forse un gioco che ci viene dal nemico.

* * *

Quel frate che ci segue sin da Salemi, vuole spandere un’aura di religiosità sopra di noi. Lo vidi poco fa partirsi per tornare a Calatafimi. – “Colonnello Catini, disse passando al mio Comandante, domani dirò messa sovra un avello tricolorato! Dopo tornerò con voi”.

* * *

Alcuni che rimasero addietro, per ferite leggere toccate a Calatafimi, ci raggiunsero qui. Narrano le sofferenze dei nostri compagni ricoverati a Vita. Non si sa come, le piaghe ingangreniscono; i medici si struggono intorno ai sofferenti, ma la morte li toglie loro di mano. Francesco Montanari da Mirandola, quell’amico del Generale che celiava con lui a Talamone, è morto dei primi.

E se è vero, capisco le parole che disse il frate partendo per Calatafimi, fa un’ora. Mi fu detto che i nostri morti giacciono ancora insepolti sui colli del Pianto Romano!

18 maggio. Tra Partinico e Burgeto.

Era meglio rompersi il petto, ma varcare la montagna, scansare Partinico.

Si saliva l’erta su cui sorge il villaggio, e il po’ di vento che rinfrescava l’aria ci portava già a ondate un fetore insopportabile. Appena in cima, ci affacciammo alla vista della città, arsa gran parte e fumante ancora dalle rovine. La colonna da noi battuta a Calatafimi s’azzuffò cogli insorti di Partinico, gente eroica davvero. Incendiato il villaggio, i borbonici fecero strage di donne e di inermi di ogni età. Cadaveri di soldati e di paesani, cavalli e cani morti e squarciati fra quelli.

19 maggio. Passo di Renna.

Ieri Burgeto mi parve un agguato. Dalle case bieche, mezzo nascoste tra gli olivi giganti, i paesani ci guardavano muti, come una processione di spettri. Ho notato una cosa. Se un popolo ci accoglie con gioia, l’altro che troviamo subito dopo ci sta contegnoso e freddo.

Passammo.

Per una via scavata nella montagna arida, traversammo una gola, dove ci fu sopra il vento freddo del crepuscolo, a minacciarci una brutta nottata. Sul tardi riposammo su questa montagna. Un vero anfiteatro. Quando si giunse eravamo stanchi, stanchi assai. Da Alcamo a questo, che si chiama Passo di Renna, corrono molte miglia. Ma noi le abbiamo percorse senza contarle, anzi si cantò sino a Partinico. Là cessarono i canti e l’allegrezza.

Non ho più dormito come stanotte, da quando lasciai le panche della scuola. La testa sulla sacca, la sacca sovra una pietra, il corpo supino lungo il margine della via. Ma stamane che gioia! Alla punta del giorno, la banda di non so che villaggio vicino venne a svegliarci, suonando un’aria dei Vespri siciliani. Io balzai, corsi sulla rupe più alta, questa dove scrivo, e il mio sguardo si perdé nella Conca d’oro. Palermo! Era laggiù incerta tra la nebbia e il mare. Si vedevano le navi lungo la rada, tante come se vi si fossero date convegno tutte le marinerie d’Europa, per vederci il giorno in cui piomberemo improvvisi sulla città. O cacciatori dell’Alpi benedetti!

Tutti corrono ad una grande cisterna là in fondo, e si lavano i panni e le persone. Come una scena della Bibbia, nelle valli della Giudea.

* * *

Dimenticavo che ieri sera verso le dieci, mentre ci eravamo appena accampati e accendevamo i fuochi, alcuni signori palermitani, venuti traverso a chi sa quanti pericoli, capitarono quassù. Io li vidi, quando si incontrarono col colonnello Carini. Egli che torna in patria, coll’armi in pugno, dopo dieci anni d’esiglio, e quei signori amici suoi d’antico, si abbracciarono d’affetto, dicendosi cogli occhi e coi singhiozzi un mondo di cose. Poi intesi da loro che in Palermo tutto è pronto che appena saremo alle porte, la cittadinanza irromperà dalle case, a sopraffare i ventimila soldati che tengono la città. E narrarono ancora che la polizia vuol dar a credere al popolo che noi siamo saccheggiatori, l’ira di Dio, come si dice qui. Parlavano dei birri. Ah! i birri di Palermo debbono essere una gran laidezza. A sentire quei signori, i birri si vantano che uno di questi giorni dovranno far un eccidio di patriotti; e le trecce delle dame palermitane, dicono di volerle a far cuscini per le loro mogli.

Dei soldati si sa che portarono da Calatafimi un’impressione profonda. Ne sono ancora sbalorditi, ma si tengono compatti e fedeli al Re. Di noi, del continente, di quel che fuori dell’isola si sa sulle operazioni nostre, sulla nostra vittoria, nulla.

Prima di partirsi da noi, quei signori ci vollero baciare, e ci diedero convegno a Palermo, nelle loro case. Benedini dottore tirò fuori il taccuino, e alla luce del fuoco ne volle scrivere gli indirizzi.

– “Che fate? – esclamò uno di loro afferrandogli la mano, – quelle cose lì si tengono a memoria!”.

Previdenti i Siciliani, ed esperti nelle cospirazioni.

Nessuno di noi avrebbe pensato al pericolo in cui uno può essere posto, per un indirizzo trovato indosso ad un altro. Terremo a memoria quello di quei signori e li cercheremo; purché nel ritorno non siano caduti in mano dei regi.

* * *

Il tenente colonnello Tuköry cavalca su e giù per la strada, esercitando un morello, che non tocca la terra da tanto che è vispo. Giovanissimo per il suo grado, quest’ufficiale mi parve l’immagine viva dell’Ungheria, sorella nostra nella servitù. La sua faccia, d’un pallido scuro, è fina di lineamenti e illuminata da un par d’occhi fulminei e mesti. Egli era a quelle battaglie di dieci anni or sono, i cui nomi strani ponevano a me fanciullo uno sgomento indicibile in cuore. Vide i reggimenti italiani al servizio dell’Austria dare il colpo di grazia alla patria sua. Ma l’amore di quella generosa nazione per noi sopravvisse. Soltanto non sappiamo quanto la nostra guerra fortunata dell’anno scorso, le sia stata funesta. Essa ha qui due rappresentanti degni, Tuköry e Türr, oltre a due gregari; quel selvaggio che vidi a bordo e il sergente Goldberg della mia compagnia, soldato vecchio, taciturno, ombroso, ma cuore ardito e saldo. Lo vedemmo a Calatafimi!

* * *

Ho saputo di Tuköry che fu aiutante del generale Bem, che è un vero ingegno militare e che ha menato vita d’esule a Costantinopoli, dal quarantanove in qua, onoranda come quella di tutti i nostri fuorusciti del ventuno, primavera sacra d’Italia.

* * *

Tra poco saremo alla pioggia. “Fortunato chi potrà avere un cantuccio laggiù, nel Ministero della guerra!”, disse Giusti, un astigiano sempre gaio d’umore, come gli corresse pel sangue il vino de’ suoi colli. Il Ministero della guerra poi, è una carrozza mezzo sconquassata, che ci viene dietro menando I’Intendenza, le carte e il tesoro militare, a quel che intesi un trentamila franchi. Ma in quella carrozza ve n’hanno due dei tesori; il cuore di Acerbi e l’intelletto di Ippolito Nievo. Nievo è un poeta veneto, che a ventott’anni ha scritto romanzi, ballate, tragedie. Sarà il poeta soldato della nostra impresa. Lo vidi rannicchiato in fondo alla carrozza, profilo tagliente, occhio soave, gli sfolgora l’ingegno in fronte: di persona dev’essere prestante. Un bel soldato.

* * *

E là cinque grandi botti di vino, e sigari a ceste, e un monte di ferraioli, mandati da non so che Municipio, per coprirci e scaldarci. Carità!

20 maggio. Passo di Renna.

Cadde acqua tutta la notte. Raccolti attorno a un gran fuoco, ci riparavamo alla meglio, ascoltando i racconti dei Siciliani, su questo luogo di mala fama. Un ammazzatoio. Chi arriva ad uno degli imbocchi del passo di Renna, prima di avventurarvisi si segni e pensi mesto a casa sua. La testa d’un masnadiero potrebbe apparire tra qualcuna di queste rocce irte, e tra le foglie dei fichi d’India balenare spianata una carabina. Sovente i malfattori fanno brigata, si piantano qui; e allora chi capita si raccomandi a Dio. Quelli sono giorni di grasso, l’oro non basta, vogliono il sangue.

Il colonnello Carini che parla con tanto garbo, narrava anch’egli le storie dei masnadieri cavallereschi, che tennero passo in questa Conca. Io mi sforzava per tenere gli occhi aperti, sebbene non potessi reggere dal gran sonno, ma i più si addormentarono. Quando se ne avvide, Carini si tirò il mantello sul capo e sorridendo disse: “Come Mazzeppa, nell’ultimo verso del poema di Byron”.

* * *

Odo dire che su d’un certo monte, di cui non mi riesce. scrivere il nome, si adunano a migliaia i Siciliani sotto il La Masa. Fosse vero! Perché sino ad ora siam pochi, e ancora mancano i buoni che abbiam perduti a Calatafimi.

21 maggio. Sopra il villaggio di Pioppo,

Grande allegrezza ieri sera verso il tramonto!

Ci fecero levare il campo all’improvviso, e si susurrò che si andava a Palermo. Discendendo per la via che serpeggia, con isvolte strette, sin laggiù dove comincia la Conca d’oro, femmo la più gaia camminata che sia mai stata. Doveva venire una notte così piena d’avventure! A un tratto ci fermammo. – Che c’è? – Nulla. Si ha a dormire qui. – Come si chiamano queste quattro casupole? – Pioppo. – E seguitando per questa via, dove si va? – Prima a Monreale, poi a Palermo. – Tanto valeva restare al Passo di Renna – mugolò Gaffini, che trova sempre a ridire su tutto. Ma entrò anche lui colla compagnia sotto quel gran portico, dove fummo chiusi come una greggia. Ci coricammo e zitti.

Prima dell’alba, eravamo già su, colle armi in ispalla.

Un’alba così bella, che uno, avrebbe voluto disfarsi per andar confuso in quei colori di cielo e in quelle fragranze.

Alla nostra sinistra, avanti, verso Monreale, sui colli di San Martino, si udiva una moschetteria fitta, crescere, avvicinarsi; poi vedemmo il fumo, e i nostri combattere indietreggiando pei greppi. I borbonici usciti da Monreale gli avevano assaliti, e tentavano di girare la nostra sinistra, spingerci per i monti al Passo di Renna.

Riuscendo ci avrebbero schiacciati.

– Che oggi si debba avere la peggio? – dicevamo noi.

Passarono alcune Guide di galoppo, tornando di verso Monreale. – Che c’è di brutto? – Nulla. –

Passò il Generale collo Stato Maggiore di mezzo trotto; e la moschetteria lassù continuava. Quelli che si ritiravano pel monte, lenti, ostinati, erano i Carabinieri genovesi. Ma più in là, anche oltre il colle, dove essi facevano quella bella resistenza, si combatteva. Chi era là? Qualche nostra compagnia staccata? O qualche squadra d’insorti? Non si sapeva nulla.

Intanto il sole era già alto e cocente, e noi un po’ avanti, un po’ indietro, sostando, movendo, collo spettacolo negli occhi di una fila di muli tardi che portavano le barelle per i feriti, durammo un’ora in quel passo, finché tornammo qui allo sbocco del Passo di Renna, senza aver avuto molestia. Schioppettate non se ne sentono più. Due dei nostri cannoni, piantati là sul ciglio, guardano Pioppo e il campo che i regi hanno messo laggiù negli orti, numerosi e ordinati.

Di qui veggo Palermo e la mole immensa, verde, su Monte Pellegrino. Quelle linee bianche, sfumate su per quei dossi, devono essere muriccioli di riparo a qualche via che mena sul culmine. Vi è una pace in tutto quel che appare laggiù, un silenzio così profondo in tutta quella vita, che si indovina a guardare. Eppure siamo aspettati.

* * *

Eccolo tornato il frate che partiva da Alcamo, per andare a dir messa sul campo di Calatafimi. Cavalca una vecchia giumenta, sicuro in sella, come uno che sotto la tonaca, vestisse da soldato: è lieto, è giovane, si chiama fra Pantaleo da Castelvetrano. Anche un frate non è di troppo tra noi; dà risalto al nostro piccolo campo. Salvator Rosa avrebbe pagati un occhio que’ sette, che combatterono a Calatafimi. Forse, buttata la tonaca, sono ancor qui.

* * *

Dianzi, mentre me ne andava giù, cantando un’arietta da cacciatori, a portare un ordine del mio capitano, incontrai un picciotto armato, che mi fermò gridando: – Qui si canta e lassù si muore! – E mi narrò, che nel combattimento di poche ore prima, era morto Rosolino Pilo lassù; e mi additava i colli sopra Monreale. Morto d’una palla nel capo, mentre scriveva due righe per Garibaldi. Quel povero picciotto piangeva, narrandomi il fatto; e come capi alla parlata che io non sono siciliano, mi chiese mille perdoni per avermi fermato. Mi pregò di alcune cartucce, ma io, delle undici che mi rimangono non ne volli donare, e lo lasciai la incerto e mortificato.

21 maggio. Parco.

Mentre i miei panni stanno asciugando al fuoco, scrivo colla testa intronata dalla gran fatica di questa notte. La padrona di casa, buona vecchierella, che ci accolse compassionandoci con atti e voci da madre, cuoce un po’ di maccheroni per noi, sfiniti dalla fame.

Ieri, sino a sera, un tempo di Dio, bello e tranquillo: ma quando ripigliammo le armi, il cielo parve corrucciarsi. Il sole era tramontato. Si partì. – Almeno questa volta si andrà davvero a Palermo! – No, si va a San Giuseppe. – E dov’è San Giuseppe? – Qui a destra, oltre i monti parecchie miglia.

Fatti pochi passi per la strada militare, si arrivò ad una casetta solitaria, scura, mezzo ruinata, casa da ladri. Là ci si faceva uscir dalla strada, a misura che si arrivava, e infilavamo un sentiero angusto e sassoso. Dinanzi alla casetta, due uomini si sbracciavano a cavar pani da grossi cestoni, e ne davano tre a ciascuno di noi che passava. Era come a ricevere tre punte nel cuore. Dunque dovremo camminare i monti deserti per tre giorni? E questi pani come portarli? Inastammo le baionette, e gli infilzammo l’uno sull’altro. Lo schioppo, così equilibrato, rompeva le spalle.

In quel momento, mi toccò il dolore di vedere Delucchi da Genova seduto su d’una pietra, abbracciandosi le ginocchia, tormentato da un malore che gli toglieva le forze. “Torna indietro ai nostri carri, gli dissi, in qualche luogo ti meneranno. Che vuoi fare qui? Noi non ti si può portare: fra mezz’ora saranno passati tutti, verrà la notte e rimarrai solo”. Lo aiutai a levarsi, e lento s’avviò verso la coda della colonna, guardando noi che pareva gli portassimo via il cuore. A pensare che potrebbe essere caduto in mano ai regi!.. Ma spero che avrà raggiunto i carri e che sarà in salvo.

Colla prima oscurità, cominciò la pioggia a darci nel viso i suoi goccioloni grossi e impetuosi: parevano chicchi di grandine che ci si spezzasse sulle guancie. Il vento era freddo; dinanzi a noi, la terra e l’aria furono presto come a entrare in gola a un lupo. Tuttavia il tenente Rovighi camminava a cavallo da disperato. Ma un tratto una schioppettata, scaricatasi per disgrazia a uno della mia compagnia, lo fece rotolare a terra. La toccò appena come un gatto, e si rizzò, balzando su senza dire una parola. Era illeso. Ma la sua povera bestia aveva una gamba spezzata. Passammo, lasciando Rovighi a dolersi sull’animale che strepitava nell’oscurità.

Ci avanzammo alla meglio, tastando la terra cogli schioppi, come una processione di ciechi. Il buio non poteva più crescere; il sentiero veniva mancando; camminavamo da due ore, non si era fatto un miglio: e non uno che potesse dire di non aver ruzzolato in quel macereto.

– Animo! Issa! Da bravi!

Così sentimmo susurrare, arrivando a un punto, dove un viluppo d’uomini si affaccendava con corde e stanghe. Volevano tirar su da un pantano quella colubrinaccia sciagurata che portammo da Orbetello. “O lasciatela a giacere lì per sempre, che tanto, se capita di scaricarla, scoppia e ci ammazza mezzi!”. Così stava per gridare in un impeto di buon umore, ma la parola mi rientrò. In quel gruppo v’era il Generale, vi era Orsini, vi era Castiglia, occupati a far portare a dorso d’uomini tutta la nostra artiglieria. Udii il Generale incaricare Castiglia di provvedere al trasporto di quella roba, a qualunque maniera; poi il gruppo si diradò, e tornammo a camminare per quelle tenebre.

Volgendoci a guardare addietro, vedevamo i fuochi del campo di Renna, vivi come se ancora vi fossimo stati noi a goderli: sulla nostra sinistra, giù nella profondità, splendevano altri fuochi allineati, il campo nemico presso Pioppo: dinanzi a noi, lontano, lontano, un gran disco di luce immobile, come un occhio sovrannaturale che ci guardasse, splendeva, forse acceso a posta, per dare la direzione alla nostra marcia.

E la pioggia non cessava. Eravamo fracidi fino alla pelle: e il vento colle sue buffe portava dalla testa della colonna un nitrito, che pareva uno scherno. Verso mezzanotte si udì un colpo d’arma da fuoco, che scosse tutti sino all’ultimo della fila. “Ah! almeno sarà finita!” sclamò qualcuno, immaginando che la vanguardia si fosse imbattuta nei nemici. Sarebbe stata una sventura, in quel buio, così malconci. Ma va, va, tira innanzi, non si udì più nulla, si cadeva, si tornava ritti, e nessuno si lagnava. Che cosa era stato quel colpo? Trovammo un cavallo disteso morto sul margine del sentiero, e si disse che era di Bixio: il quale irato, perché coi nitriti poteva scoprirci al nemico, gli aveva scaricata nel cranio la sua pistola. Byron, sempre Byron! Lara l’avrebbe fatto anche lui.

Verso l’alba passammo vicino a quel disco di luce, che era la bocca di una fornace. Dinanzi a quella bocca, una figura alta e nera stava a guardarci. Forse era un inconscio attizzatore; ma mi piace di immaginarmi che fosse uno messo a posta, a tenerci viva quella fiamma, come la colonna di fuoco agli Ebrei del deserto.

Alla prima luce la pioggia cessò. E vedevamo Palermo lì innanzi, e Monreale appena lontano quanto è larga la Conca d’oro. Guardandoci tra noi avevamo facce di spettri: i panni laceri e fangosi: molti erano quasi a piedi nudi. Stanchi, sfiniti, se ci fosse capitata addosso una compagnia ci avrebbe disfatti.

Discendemmo a questo piccolo villaggio che si chiama Parco.

I Carabinieri genovesi instancabili, si sacrificano e vegliano fuori negli orti, perché noi si riposi tranquilli. Per la piazza ampia, pare un incendio o un inferno. Tutti asciugano i loro panni stando mezzo nudi. Non una finestra aperta.

Non si sa dove sia il Generale, ma Egli veglia per tutti.

22 maggio. Ancora a Parco.

Mi son fatto un amico. Ha ventisette anni, ne mostra quaranta: è monaco e si chiama padre Carmelo. Sedevamo a mezza costa del colle, che figura il Calvario colle tre croci, sopra questo borgo, presso il cimitero. Avevamo in faccia Monreale, sdraiata in quella sua lussuria di giardini; l’ora era mesta, e parlavamo della rivoluzione. L’anima di padre Carmelo strideva.

Vorrebbe essere uno di noi, per lanciarsi nell’avventura col suo gran cuore, ma qualcosa lo trattiene dal farlo.

– Venite con noi, vi vorranno tutti bene.

– Non posso.

– Forse perché siete frate? Ce n’abbiamo già uno. Eppoi altri monaci hanno combattuto in nostra compagnia, senza paura del sangue.

– Verrei, se sapessi che farete qualche cosa di grande davvero: ma ho parlato con molti dei vostri, e non mi hanno saputo dir altro che volete unire l’Italia.

– Certo; per farne un grande e solo popolo.

– Un solo territorio…! In quanto al popolo, solo o diviso, se soffre, soffre; ed io non so che vogliate farlo felice.

– Felice! Il popolo avrà libertà e scuole.

– E nient’altro! – interruppe il frate: – perché la libertà non è pane, e la scuola nemmeno. Queste cose basteranno forse per voi Piemontesi: per noi qui no.

– Dunque che ci vorrebbe per voi?

– Una guerra non contro i Borboni, ma degli oppressi contro gli oppressori grandi e piccoli, che non sono soltanto a Corte, ma in ogni città, in ogni villa.

– Allora anche contro di voi frati, che avete conventi e terre dovunque sono case e campagne!

– Anche contro di noi; anzi prima che contro d’ogni altro! Ma col Vangelo in mano e colla croce. Allora verrei. Così è troppo poco. Se io fossi Garibaldi, non mi troverei a quest’ora, quasi ancora con voi soli.

– Ma le squadre?

– E chi vi dice che non aspettino qualche cosa di più?

Non seppi più che rispondere e mi alzai. Egli mi abbracciò, mi volle baciare, e tenendomi strette le mani, mi disse che non ridessi, che mi raccomandava a Dio, e che domani mattina dirà la messa per me. Mi sentiva una gran passione nel cuore, e avrei voluto restare ancora con lui. Ma egli si mosse, salì il colle, si volse ancora a guardarmi di lassù, poi disparve.

* * *

È sera, e ancora non pare che il nemico sappia che sia stato di noi. Deve esservi gran confusione nel campo borbonico. Ci hanno perduti di vista, e nessuno dice loro dove siamo. Gloria a questo popolo; non ha dato ai nemici una spia!

23 maggio. Sopra Parco. Dopo mezzodì.

Alla fine l’han saputo dove eravamo, e nella notte i borbonici si sono avvicinati. All’alba, in fretta in furia, fummo messi in movimento e salimmo quassù. Un buon braccio potrebbe scagliare una pietra di qui sui tetti di Parco. Abbiamo sotto di noi il Calvario e il cimitero a mezza costa; veggo le pietre sulle quali sedemmo ieri, con frate Carmelo. Quel monaco mi ha lasciato un non so che turbamento; vorrei rivederlo.

Staremo a campo qui, tutto il giorno, e forse anche domani. Che cosa si attende? Che significa questo aggirarsi intorno a Palermo, come farfalle al lume?

Maestose le rupi che abbiamo a ridosso e a destra. Indescrivibile la vista di faccia. Chi nasce qui non si lagni d’essere povero al mondo, che anche con una manata d’erba è un bel vivere, se si hanno occhi per vedere e cuore per sentire.

* * *

È giunto un giovane gentiluomo Palermitano, che all’aspetto crederei fratello del colonnello Carini. Alto, biondo, robusto come lui. Si chiama Narciso Cozzo. Venne ben armato e ci seguirà, mettendosi nella mia compagnia. Anch’egli parla della città impaziente, è pronta ad insorgere. Se la gioventù di Palermo è del suo sentire, non v’ha dubbio che non ci attenda il trionfo.

* * *

Coi cannocchiali si scoprono grossi drappelli di soldati, accampati sotto le mura di Palermo. A vederli muoversi in quel silenzio laggiù, uno dice: “Ma non verranno essi un dì o l’altro ad assalirci?”.

* * *

Una colonna di regi si avanza cauta, per la pianura, sino alle falde del monte che abbiamo a destra, diviso da noi solo dal letto asciutto d’un torrentello gramo. Dalla altissima vetta della montagna si udì uno straziante grido d’allarmi, e un gran fumo montò nero dal culmine nell’aria pura e calda del tramonto. Noi pigliammo le armi. Ed ecco laggiù, laggiù, dove la pianura finisce, cominciarono le schioppettate.

Una squadra d’insorti, appiattati tra le rocce, faceva testa ai regi, che tentavano guadagnare la falda del monte. Garibaldi stette un po’ a guardare, poi fece discendere Bixio colla sua compagnia fino al cimitero lì sotto a noi; e comandò a Carini di occupare la vetta di questo colle, che, disse, sarebbe luogo di grande combattimento. Noi eravamo pronti; la scaramuccia laggiù si faceva via via più viva; sulla rupe lassù quel fumo si alzava ancora, ma sottile e bianco.

Le schioppettate a un tratto si diradarono, e la colonna che voleva forzare quella squadra di insorti indietreggiò per i campi; poi disparve nel fitto di aranci e di olivi che si stende fino a Palermo.

* * *

Si fa notte. Sovra ogni vetta di questo immenso semicerchio, si accendono fuochi fino a Monte Pellegrino; tanti, che pare la notte di San Giovanni. E Palermo li vede, e forse spera che questa sia l’ultima notte della sua servitù.

24 maggio. Piana dei Greci.

Sulla porta d’un convento, come un mendico! La città sembra desolata dalla pestilenza. Qualche cencioso gironza per le vie e chiede l’elemosina a noi. Il nostro campo è là fuori, ma oggi non allegro come gli altri giorni.

Stamane mi destai che tutti si alzavano, e in quella luce crepuscolare, pareva la risurrezione dei morti.

In fondo all’orizzonte quietava il mare plumbeo. Palermo accennava appena d’essere, contro la massa scura di Monte Pellegrino; e in faccia a noi una nebbiolina bianca da Palermo al Pioppo. Quando spuntò il sole alle nostre spalle, rovesciando lunghe per il pendio del monte l’ombre dei nostri corpi, tutto parve provasse un fremito, e ci abbracciavamo tra noi.

La nebbia sfumò. Allora si vide uscire da Monreale una colonna di soldati; avanzare densa e sicura per la via che mena a Pioppo; occuparla tutta quanta è lunga. E non finiva mai, sebbene la testa fosse già entrata nei boschi, per venire a Parco.

A questa volta verranno davvero! si diceva; e intanto i nostri del genio cominciarono a lavorare frettolosi, per costruire una batteria. Le compagnie furono schierate sulla strada.

Si aspettava in silenzio, e pareva di sentire il passo di quella schiera infinita, lontana.

La moschetteria cominciò laggiù sotto Parco. Sostennero il primo urto i Carabinieri genovesi: ma mentre tutto pareva preparato per tener fermo là dove eravamo, passò il Generale collo Stato Maggiore, colle Guide, di galoppo, un turbine, e noi subito dietro di loro a passo di corsa.

Si camminava così a rotta un tratto, poi si rallentava un poco, poi si ripigliava. Vidi molti per l’affanno buttarsi a terra disperati, altri piangevano dal dolore: qualcuno narrava che i borbonici, incendiato Parco, e rotti i Carabinieri genovesi, ci venivano alle spalle furiosi colla cavalleria, e che presto ci sarebbero stati addosso. S’aggiungeva che il nerbo di quella colonna sono Bavaresi, mercenari briachi, che vogliono farla finita. La ritirata era un lutto, e quasi pareva una fuga.

La strada che da Parco conduce qui alla Piana dei Greci, serpeggia lungo tratto in mezzo a montagne scoscese. Divorammo quel tratto sin dove, cessando di salire, la strada porta piana a scoprire questa città in seno alla valle. Trafelati, sfiniti dal digiuno, arsi dal sole, riposammo cogli occhi in questo fondo; ma a un punto stavano tre Guide a cavallo, piantate in mezzo alla via, e arrivando là ci fecero pigliare a destra il monte grigio, squallido, a petto. Altre Guide appostate su per i greppi, gridavano, per animarci, che il Generale era in pericolo: e noi a salire, a salire verso la vetta, donde s’udiva una tromba suonare la diana con angoscia.

Arrivammo a cinque, a dieci, come si poteva: il Generale era lassù da un pezzo. In faccia, su d’un altro monte, quello che sovrasta il nostro campo di ieri, i cacciatori napoletani schierati sparavano contro di noi, e i loro proiettili ci fischiavano sopra come serpenti. Alcuni Carabinieri genovesi rispondevano a quel fuoco; noi, coi nostri schioppi inutili, stavamo a guardare.

Durò quel gioco di schioppettate forse un’ora; poi i cacciatori napoletani cominciarono a ritirarsi, e sparirono di là dalla cresta della montagna.

Allora ci ritirammo noi pure, per la stessa via fatta a salire, augurando a monte Campanaro che possa sprofondare tanto giù nell’abisso, quanto sorge alto e sfacciato nell’aria.

Si dice che il generale nemico avesse ideato di varcare i due monti, sperando di far a tempo, occupare Piana dei Greci prima che noi vi arrivassimo, e di qui ributtarci, perseguitandoci fino a Palermo. Ma Garibaldi lo prevenne con miracolosa prontezza. Ora si pensa che smessa l’idea, ci verrà dietro, per la strada militare, percorsa da noi quasi fuggendo.

Ho inteso che alcuni dei nostri rimasero prigionieri al Parco, e che uno d’essi è Carlo Mosto, fratello del Comandante dei Carabinieri. Pare che sia anche ferito, e si teme che tutti saranno fucilati!

Marinco, 25 maggio.

I frati della Piana dei Greci furono cortesi. Ci diedero pane, cacio, vino e sigari, ne avessimo voluto. E ci fecero visitare il convento, e le sale dove i loro morti se ne stanno addossati alle pareti, come gente che dorma, o preghi sprofondata nel pensieri dell’altra vita. Da quei luoghi lugubri udimmo suonare a raccolta, e volando fummo al campo. Le compagnie erano già in fila, e l’artiglieria si era mossa la prima. “Arrivano i regi, saranno diecimila!”. Così si diceva dall’uno all’altro, e si capiva che la nostra ritirata era decisa di nuovo. Dove si finirà?

– Ma… forse a Corleone dove ci porterà la strada percorsa dall’artiglieria. – Con questi discorsi ci ponemmo in marcia che il sole andava sotto.

Era già quasi notte, quando, abbandonata la strada militare, ci posero per sentieri angusti, in mezzo, a un bosco, zitti, umiliati, pieni di malinconia. Verso le dieci fummo fermati, e ci si comandò di coricarsi ognuno dove si trovava; vietato il fumare, il parlare, il muoversi. Mi coricai accanto ad Airenta, guardando un gran fuoco che brillava lontano nei monti; e quella vista mi ridestò la memoria dei fuochi, che s’accendono nelle mie valli, la vigilia delle sagre. Provai una passione dolcissima, e in essa mi addormentai.

Quando mi destai era l’alba. Le compagnie si ordinavano silenziose. Seppi che nella notte i regi che c’inseguono, passarono poco discosti, per la strada militare, e che le nostre sentinelle gli hanno veduti. Vanno innanzi sicuri e fidenti di raggiungerci, e ci hanno alle spalle. Ora si comincia a capire la nostra ritirata di ieri e l’allegrezza rinasce.

* * *

Mezzo nudo e mezzo coperto di pelli come un selvaggio, smunto, colla fame nelle guance e colla passione negli occhi, il povero giovinetto ci moriva addosso di voglia stando a guardarci schierati fuori del sobborgo.

– Come ti chiami?

– Ciccio.

– Che cosa fai qui?

– Sono venuto con voi dalla Piana dei Greci.

– E dove vai?

– Con voi.

– Così scalzo e malandato?

Si mise a sedere e non rispose. Gli trovammo da coprirsi e da calzarsi, e così rifatto lo pigliammo con noi. Allora, allegro che parve un altro, avrebbe voluto uno schioppo; dopo mezz’ora conosceva già tutta la compagnia e ci chiamava a nome.

– T’insegneremo a leggere e a scrivere.

– Oh!… signorino, non ne sono degno.

25 maggio. Sui monti di Gibilrossa.

Questo nome di Gibilrossa mi si accozza alla mente con quello di Gelboe mi fa parere tragico tutto quanto veggo d’intorno. Vorrei avere una Bibbia, per leggere quel canto dove è pregato, che mai più rugiada bagni i colli di Gelboe maledetti.

Malinconie fuori di luogo, perché le nostre venture volgono a bene, e queste alture dovremmo benedirle. Tuttavia sarà prudenza non istarvi a lungo. Ci finiremmo tutti o disseccati dal sole, o pazzi. Pare d’avere in capo una cuffia di fuoco.

Dov’è andato il venticello fresco di ieri sera? Partimmo da Marineo all’improvviso che erano le sei. Sulla montagna suonavano le voci dei pastori, che raccoglievano le capre.

Eravamo fuori del borgo ad aspettare di essere messi in marcia. Passò il Generale a cavallo, e il capitano Ciaccio comandò di presentare le armi. Il Generale fece un atto di stizza, come a far capire che non era tempo di cerimonie.

Pigliammo la via che scende da Marineo nella valle profonda. Si camminava lenti e quetamente; alcuni gruppi cantavano a mezza voce. Solo un Friulano, confuso nella settima compagnia, cantava alto con una voce d’argento, quattro versi d’un’aria affettuosa e dolente, che andavano al cuore.

La rosade da la sere
Bagna el flor del sentiment,
La rosade da mattine
Bagna el fior del pentiment.

Uscii dalle file e mi avanzai fino a quel cantore, immaginandomi che dovesse essere un Osterman da Gemona, amico mio dell’anno scorso. Invece era uno studente di matematica, che si chiama Bertossi da Pordenone.

– Bertossi! Era a San Martino in un reggimento piemontese?

– Sì, – mi rispose il compagno che interrogai.

– Allora deve essere quello, che pel suo valore fu fatto ufficiale, sul campo di battaglia?

– È quello, ma non lo dire; perché se lo sapesse se ne avrebbe a male.

– Perché?

– Perché è fatto cosi!

Guardai quel giovane che ha vent’anni, e, alla barba nera e piena, pare di trenta. Stentava a credere che con quella fisionomia severa fosse stato lui a cantare, ma i versi del canto non erano indegni di lui.

Che tesori di giovani in quella settima compagnia!

A un tratto, mentre era già buio da un pezzo, la colonna si fermò. Eravamo nel punto più basso della valle; si bisbigliò che la vanguardia aveva incontrato il nemico; ma per fortuna non era vero, che se mai eravamo schiacciati. Ripresa la via, uscimmo presto dalle sinuosità paurose di quel terreno, e innanzi a noi, in alto, vedemmo una miriade di luci. Era Missilmeri illuminato, a quell’ora, per farci festa. A mezzanotte vi entrammo. Non vi era casa che non avesse un lume ad ogni finestra, ma gente per le vie poca. Si seppe di La Masa e delle squadre da lui raccolte quassù numerose, e ci parve di poter riposare tranquilli.

All’alba ci raccogliemmo, e ci fu detto che entro un’ora si sarebbe pigliata la montagna, per venire qui a campo.

Entrai in un bugigattolo per bere una tazza di caffè e vi trovai Bixio d’un umore sì nero, a vederlo, che me ne tornai indietro. E andai sulla piazza, dov’era un acquaiolo che andava dondolando la sua botticella come una campana, e vendeva bevande ai nostri che gli affollavano il banco. Egli guardava quei che bevevano con certi occhi, con certo riso, che mi pareva volesse avvelenare i bicchieri. M’allontanai anche di là, e incontrai il giovanetto, che conducemmo con noi da Marineo, trionfante con una scodella di latte per me. Mi porse quel latte, colle mani che gli tremavano dal piacere di avermelo trovato.

Uno squillo di tromba fece saltar fuori da ogni banda i nostri, dispersi per le case; ci mettemmo in marcia e si venne qui. Si vede a destra un formicolio di gente: sono le squadre di La Masa. A dar un’occhiata intorno, scopriamo tutti i luoghi visitati dacché partimmo dal Passo di Renna, un giro che par nulla e che ci è costato tanta fatica. Marineo è la, e la sua rupe, a vederla di qui, pare più minacciosa che da vicino. Se si staccasse dal monte rotolerebbe giù sul borgo, sventrandolo come un mostro.

* * *

Alfine sappiamo che il mondo esiste ancora! Eravamo nel Limbo da quindici giorni e un po’ di notizie ci parvero luce.

Dunque il Governo di Napoli ci ha battezzati Filibustieri; le sue Gazzette hanno scritto che fummo battuti a Calatafimi; che uno dei nostri capi è stato ucciso; che siamo dispersi e inseguiti, affinché non ci possiamo buttare alle strade ad assassinare.

Queste notizie ce le hanno portate alcuni ufficiali delle navi americane e inglesi ancorate nel porto di Palermo. Un atto di amicizia che ci ha fatto gran bene. Hanno parlato col Generale, poi si sono messi a girare pel campo. Che strette di mano franche e fraterne!

Uno di loro, giovanissimo, con un par d’occhi d’azzurro marino e due mani rosee di fanciulla, schizzò alla lesta tre o quattro figure dei nostri e quella del colonnello Carini. Aveva già nell’album un capo-squadra di Partinico, che io conobbi e che mi parve un modello da farne uno Spartaco. Gli altri si mescolarono a noi raccogliendo e dando notizie. E si mostravano lieti d’averci trovati gente civile e colta.

Gli abbiamo caricati di lettere, di foglietti strappati qua e là e scritti a matita; saluti, gridi d’affetto, che essi faranno capitare alle nostre famiglie, col primo legno che salperà da Palermo. Si trattennero un’ora. Dissero che la città è una caserma, ma ci hanno fatto sperare nella buona riuscita. Si sa che hanno portato al Generale la pianta di Palermo, co’ segni dove sono barricate o posti di regi. Ora che se ne sono andati, il Generale sta a consiglio coi Comandanti delle compagnie.

* * *

Non più a Castrogiovanni, per attendere rinforzi dal continente: pochi o assai, fra mezz’ora si partirà per Palermo. Bixio lo ha detto: “O a Palermo o all’inferno!”.

Il colonnello Carini ha parlato alla compagnia. Ha detto che domani l’alba sarà gloriosa, ma ci raccomandò di non romperci se saremo caricati dalla cavalleria. Intanto tutte le altre compagnie erano raccolte a circolo, intorno ai loro capitani. Si sciolsero rallegrandosi con alte grida.

Di qui al campo delle squadre, che è più innanzi, un andirivieni di cavalieri continuo. Si dice che i siciliani hanno chiesto d’essere fatti marciare i primi.

La battaglia di Palermo

31 maggio. Palermo. Nel Convento di San Nicola.

Tre giorni durò la bufera infernale, che scatenammo sopra Palermo; più di tre giorni! Chi non fu nella lotta deve essersi sentito al punto di venir pazzo. E noi eravamo partiti da Gibilrossa allegri, come ci fossimo incamminati a portar qui una festa!

Ho riveduto, da Porta Sant’Antonino, la montagna da cui scendemmo la sera del 26: e a un dipresso seppi dire il punto dove sostammo, per aspettare la notte. Fu un’attesa solenne. L’allegrezza si era mutata in raccoglimento; pareva che sopra di noi soffiasse uno spirito dall’infinito. Io mi era coricato tra due rocce calde ancora della grande arsura del giorno; e mi sentiva nelle membra un tepore così dolce, che, stando in quella specie di bara, colla faccia rivolta là dove il sole se n’era andato, mi colse un malinconico desiderio d’essere bell’e morto. Poi mi invase una gioia fanciullesca e soave, a pensare che l’indomani doveva essere il giorno della Pentecoste; e mi tornò a mente, confuso ricordo di cose lette da giovinetto, che i Normanni assalirono Palermo appunto la vigilia di quella festa. Gli immaginai giganti coperti di ferro, scintillanti nella tenebrosa antichità, pronti a marciare come eravamo noi, pochi, fidenti, condotti bene; deliziosa mezz’ora di fantasticherie.

Potevano essere le sette pomeridiane, quando ci riponemmo in via, e a notte chiusa, uno dietro l’altro, ci trovammo a scendere giù per un sentiero, appena tracciato di balza in balza. Poco prima, avevamo gridato: “O a Palermo o all’inferno!” e quella ne pareva senz’altro la via. Il cielo era sereno e quieto; vietato il parlare; si aveva fame e sonno. Qualcuno, scivolando, precipitava sul compagno che aveva di sotto, questi sopra un altro, e via, tanto che, otto o dieci, ci trovammo talvolta in un fondo; e fortuna se non ci offendevamo colle nostre armi. Dopo la mezza notte eravamo nella pianura, lontano poche miglia da Palermo. I cani latravano dai casali sparsi per la campagna, e sulla nostra destra sentivamo il rumore del mare. Alcuni lumi apparivano oltre il fitto d’olivi antichi, che spandevano i rami contorti come provassero tormenti; forse erano lumi di pescatori. A sinistra, sulle alture di Monreale, splendevano fuochi innumerevoli; dinanzi a noi, nell’oscurità, udivo il passo pesante della colonna che ci precedeva. “Chi sarà all’avanguardia?” ci domandavamo a vicenda; e pregavamo che fossero i migliori tra noi, i più rotti alla guerra, affinché potessero giungere improvvisi sui primi posti del nemico e sopraffarli.

A un tratto la colonna li, dov’ero io, si commove. Si grida: “La cavalleria!”. Infatti il suolo ghiaioso ripercuote un galoppo di cavalli. Ci risovvenimmo delle raccomandazioni fatteci nel partire dal campo; ma sì…! uno, due, tre si sgomentano: balenammo, rompemmo le file, e ognuno si gettò come poté nei campi, a ridosso dei muriccioli che facevano riparo alla via, o rimase cavalcioni su quelli. E nella confusione furono sparate alcune schioppettate contro un cavallo bianco, che veniva verso di noi come un fantasma. Povera bestia! portava il capitano Bovi, il quale si fece riconoscere alle grida! Cessammo quello scompiglio; ci rimproverammo tra noi, tremando che quei colpi fossero per mandare guasta ogni cosa; e tirammo innanzi vergognosi del silenzio severo del colonnello Carini.

Per quei colpi i latrati dei cani crebbero vicini, lontani, infiniti.

Passammo presso un casone immenso, addormentato o deserto; e, di là a pochi passi, entrammo nella strada grande che mena a Palermo. L’aria cominciava a rinfrescarsi per l’alba imminente.

Dai gruppi di case man mano più frequenti, si affacciava la gente paurosa, guatando il nostro passaggio. Ci fu comandato di camminare a quattro a quattro; di tenerci a destra rasente i muri degli orti; poi accelerammo il passo… dalla testa della colonna s’udì una schioppettata, e un all’armi! gridato con disperazione: e allora fu un urlo terribile, un fuoco improvviso; un corri corri: “Avanti! Avanti!” entravamo nel combattimento.

Urtammo in una calca di picciotti: li rovesciammo parte negli orti, e parte li trascinammo con noi. Uno di questi, signore, forse capo squadra, accusava quelli furente, e veniva via agitando la spada. Ma in quell’ira urlò: “Dio!” girò sopra se stesso, fece tre o quattro passi di fianco come un ubbriaco, e cadde là nel fossato, a piè di due pioppi altissimi, vicino a un cacciatore napoletano morto; forse la prima sentinella sorpresa dai nostri. Li vedo ancora. E odo quel genovese, che in quel punto dove il piombo grandinava, gridò nel suo dialetto: “Come si passa qui?”. Gli rispose una palla, cogliendolo in fronte e stendendolo là col cranio spezzato.

Si guadagnò un bel tratto rapidamente, ma al ponte dell’Ammiraglio trovammo una resistenza quasi feroce.

Sulla via, sugli archi, sotto il ponte e negli orti circostanti, strage alla baionetta. L’alba spuntava, tutti si aveva non so che di selvaggio nel volto. Padroni del ponte vi fummo trattenuti da un fuoco terribile, fulminato da un muro, sul quale, nel fumo, biancheggiavano i budrieri incrociati d’una lunga fila di fanteria. Lì un cacciatore ferito dava del capo contro al muricciuolo del ponte per fracellarselo: ma Airenta pietoso lo tirò discosto, poi, colla sua calma che non cambia mai, continuò a sparare contro a quella fila. La quale, assalita forse di fianco, spariva; mentre un po’ di cavalleria caricava i nostri a sinistra, e n’era respinta e ricacciata per la campagna. Faustino Tanara, quell’ufficiale dei bersaglieri, pallido, ardito e bello, veniva tempestando con un manipolo da quella parte; con lui, incalzati, incalzando, ci addensammo al crocicchio di Porta Termini, spazzato dalle cannonate d’una nave che tirava a rotta, e dal fuoco d’una barricata di fronte a noi.

Come turbine lo avevano già attraversato i più audaci dei nostri, sotto gli occhi di Garibaldi, che vidi là a cavallo, mirabile di sicurezza e di pace in faccia. Gli stava accanto Türr. Tuköry era caduto poco prima ferito; ed io lo avevo udito dir con dolcezza a due che volevano trasportarlo in salvo: “Andate, andate avanti, fate che il nemico non venga a pigliarmi qui”. Nullo era già dentro con una mano di bergamaschi, balzato di là dalla barricata col suo cavallo poderoso tra i regi fuggenti; a Porta Sant’Antonino l’assalto riusciva pure: ma noi più fortunati fummo d’un lancio alla Fieravecchia. Allora una campana cominciò a suonare a stormo, e fu salutata con alte grida di gioia, come una promessa tenuta.

– Ma che cosa fanno i Palermitani, che non se ne vede? – chiesi ad un popolano che sbucò da una porta armato di daga.

– Eh, signorino, già tre o quattro volte, all’alba, la polizia fece rumore e schioppettate, gridando viva l’Italia, viva Garibaldi. Chi era pronto veniva giù, e i birri lo pigliavano senza misericordia.

– Oh!… E i Palermitani ora han paura d’un nuovo tranello?…

Con quel popolano demmo entro pei vicoli sino a via Maqueda. Là, solitudine e cannonate dall’un dei capi, tirate forse contro un giovinotto che si sfogava a calpestare un’insegna reale strappata giù dal portone d’un gran palazzo. Passammo in un altro vicolo… Dio, che visione!

Aggrappate colle mani che parevano gigli, a una inferriata poco alta ma ampia, sopra un archivolto cupo, tre fanciulle vestite di bianco e bellissime ci guardavano mute.

Ci arrestammo ammirando.

– Chi siete?

– Italiani. E voi?

– Monacelle.

– Oh poverette!

– Viva Santa Rosalia!

– Viva l’Italia!

Ed esse a gridare: “Viva l’Italia!” con quelle voci soavi da salmo, e ad augurarci vittoria. Le vedrò sempre cosi come gli angeli dipinti dal Beato di Fiesole.

Entrammo in piazza Bologni, già occupata da un centinaio dei nostri. Il Generale, sulla gradinata d’un palazzo, stava interrogando due prigionieri, che piangevano come fanciulli.

– Volete tornare coi vostri? Tornate pure!… – diceva loro il Generale: ed uno fece atto d’andarsene, l’altro restò. Quello tentennò un poco, poi volle rimanere anche lui. Erano Calabresi, giovani; parevano stupiti di non essere stati fatti a brani.

Appena Garibaldi sedé nell’atrio del palazzo, rimbombò là dentro una pistolettata. “L’hanno assassinato!” urlammo noi dalla piazza, e ci affollammo alla porta. Non era nulla. Gli si era scaricato un colpo della pistola che portava a cintura, e la palla gli avea sforacchiato i calzoni, sopra il collo del piede. Ci rassicurammo. In quel momento arrivò Bixio.

Lo avevo visto poco prima lanciarsi tempestando addosso ad uno che, vedendolo ferito, aveva osato pregarlo di ritirarsi: e buon per colui che trovò una porta da ripararvisi. Era fuoco in faccia, impugnava un mozzicone di sciabola, si piantò dinanzi a noi e: “Su! venti uomini di buona volontà… tanto tra mezz’ora saremo tutti morti; andiamo al Palazzo Reale!”. E contò i venti che già partivano con lui. Senonché fu chiamato dal Generale, obbedì, ed entrò nell’atrio a consiglio. V’erano già alcuni signori palermitani e un prete; la città cominciava a scuotersi, a ruggire sordamente; da Castellamare si udì uno scoppio; la prima bomba rombò nell’aria e cadde, e fu una imprecazione che parve riempire il cielo.

Da quel momento campane a stormo per tutto, e una bomba lanciata ogni cinque minuti, pausa funebre e crudele. Verso le tre pomeridiane, i cittadini cominciavano a rovesciarsi per le vie! Noi, un po’ scorati nelle prime ore, pigliavamo animo. Sorgevano le barricate: uomini e donne lavoravano arditamente; cadeva una bomba, tutti a terra; scoppiava: “Viva Santa Rosalia!” e tutti su a lavorare da capo. Così venne notte. Il castello cessò di tirare: i regi occupavano la parte alta della città; noi il resto; a Palazzo Pretorio s’era piantato il Quartiere Generale; i donzelli del Municipio, colle giubbe rosse, si affaccendavano, giovani e vecchi, per il Dittatore. Intanto nuove squadre entravano da Porta Termini, ne vennero tutta la notte; e noi la invocavamo lunga, per riposarci e prepararci all’evento.

Segue, 31 maggio.

Ma l’alba arrivò che l’ore parvero minuti, e la sveglia del secondo giorno fu data dai regi di Castellamare, che ricominciarono colle bombe. Le lanciavano misurate sul Palazzo Pretorio, sperando forse di schiacciarvi il Quartiere Generale. Ma le bombe piombavano sul convento di Santa Caterina, a un angolo della piazza. E il Generale se ne stava a piè d’una delle statue della gran fontana, dinanzi al palazzo. Lì riceveva le notizie dai punti combattuti della città; di lì partivano i suoi ordini: lì lo vedevamo noi di tanto in tanto, passando sbalestrati ora da una parte ora dall’altra, dove ci chiamava il bisogno.

In uno di quei momenti che non ne potevamo più dalla sete, Bozzani ed io traversavamo una piazza. “Vediamo se in questa casa ci danno un sorso d’acqua?” dissi io: e battei a un gran portone sul quale era scritto “Domicilio inglese”. Fu scostato un battente, e vedemmo nel cortile una folla costernata. Entrammo. Ci venne incontro un signore che non sapeva quale accoglienza farci; ma pareva lì lì per pregarci di tornare indietro. Però sentendoci parlare, subito si mostrò cortese, ci tirò in mezzo a quella folla, fece portar acqua e vino. Bevemmo, ringraziammo e volevamo partire. Ma tutta quella gente, signore e signorine, ci furono attorno, ci prendevano le mani, ci pregavano di star lì a proteggerle; alcune piangevano dalla compassione per noi. Vollero i nostri nomi, e noi li scrivemmo su d’un foglietto; gran meraviglia per loro, che due soldati sapessero far tanto. Ci tempestavano di domande; e per la città che c’è? e chi vince? e quanto durerà? Santa Rosalia che spavento! “Perdonate se non vi ho fatto subito buon viso, ci diceva il signore venutoci incontro, avevano detto che eravate mostri feroci, che bevevate il sangue dei bambini, che scannavate i vecchi… Invece siete gentili”.

E noi a ridere. E le donne: “E Garibaldi dov’è? È giovane, è bello, come è vestito?”. Rispondevamo in quella confusione amorevole; e intanto i giovinotti ci pigliavano di mano gli schioppi, discorrevano tra loro, si accendevano in faccia, ci invidiavano; ma il vecchio con un’occhiata li teneva a segno.

Uscimmo di la colla promessa di tornare, e appena fuori vedemmo una turba alla porta d’un fornaio. “Il forno dei Promessi Sposi! – dissi a Bozzani – bisogna correre che non lo saccheggino”. E corremmo. Ma quella gente non faceva tumulto; pigliava i pani, pagava e se ne andava, facendo posto ad altra gente che sopravveniva. Un signore ci disse che dal giorno innanzi la sua famiglia non aveva mangiato, colta dalla rivoluzione senza provviste in casa. E soggiungeva: “Siete arrivati così di sorpresa!”.

– Però siete contenti? – gli chiesi.

– Santo Diavolo; siete i nostri liberatori!

Ce n’andammo, avviandoci ai Benedettini, dove era la nostra compagnia e ci abbattemmo nel cavallo del capitano Bovi, steso sotto un androne; quel povero cavallo che già aveva rischiato d’essere ucciso, la notte della discesa da Gibilrossa.

– Questo è il cavallo, che quello sia il padrone? – disse Bozzani, inoltrandosi verso un morto che giaceva più in là. – Oh… vedi… vedi… è quel povero ragazzo che nella prima marcia da Marsala, fu messo in mezzo a noi da quel vecchio…!

Doveva essere proprio quel giovinetto. Io non lo avevo più riveduto da quella prima volta, e a trovarlo là mi si mescolò il sangue con disgusto indicibile. Avessi potuto volare sulla capanna di quel vecchio, che in quel momento vidi nella pace lontana dell’orizzonte, a sentire se il cuore non gli diceva nulla!

* * *

Per le vie pareva giorno pieno. Le notizie che venivano di bocca in bocca, da tutte le parti della città, ci consolavano; i regi erano respinti sempre su tutti i punti. Le barricate, moltiplicate in ogni via, rendevano loro impossibile di rompere e tornare dentro. Sulle gronde, sui balconi, erano ammonticchiati tegoli, sassi, suppellettili d’ogni sorta; al punto in cui si era non rimaneva al nemico che incenerir la città, o lasciarla libera a noi.

* * *

Si diceva, il mattino del ventinove, che il Corpo consolare avesse protestato, e che le navi da guerra raccolte nella rada minacciassero di mandare in aria Castellamare, se il barbaro lanciar di bombe non fosse cessato. Chiacchiere. Il castello tirava più rabbioso che mai, e già centinaia di case erano ruinate, seppellendo gente chi sa quanta. Sarà lungo il pianto che terrà dietro alla febbre di questi giorni. Ripiegammo a Porta Montalto, dove stava a guardia il colonnello Carini. Quel bastione l’avea preso d’assalto Sirtori, con pochi della sesta e della settima compagnia: e i regi giacenti là attorno morti erano tanti, che ancora non so capire chi gli abbia potuti uccidere.

Il Carini mi mandò al Palazzo Pretorio per munizioni. Vi trovai il Sirtori. Munizioni non ve ne dovevano essere, perché egli mi disse di rispondere al Carini, che il bastione si doveva conservarlo difendendolo all’arma bianca.

A Palazzo Pretorio mi parve regnasse un po’ di sconforto. Chi sa che notizie v’erano? Eppure la città oramai era tutta sollevata e risoluta a ogni estremo, piuttosto che a rivedere nel proprio seno il nemico. Me ne tornai al Carini colle mani vuote: egli capì e tacque. Più tardi mi rimandò. In Piazza Pretoria v’era tal folla che, come dice il Manzoni, un granello di miglio non sarebbe caduto a terra. Il Dittatore dal balcone a sinistra, quasi sull’angolo di via Maqueda, finiva un discorso di cui colsi le ultime parole: “… Il nemico mi ha fatto delle proposte che io credei ingiuriose per te, o popolo di Palermo; ed io sapendoti pronto a farti seppellire sotto le ruine della tua città, le ho rifiutate!”.

Non vi può essere paragone che basti a dare un’idea di quel che divenne la folla, a quelle parole. I capelli mi si rizzarono in capo, la pelle mi si raggrinzò tutta all’urlo spaventevole e grande che proruppe dalla piazza. Si abbracciavano, si baciavano, si soffocavano tra loro furiosi; le donne più degli uomini mostravano il disperato proposito di sottoporsi a ogni strazio. “Grazie! Grazie!” gridavano levando le mani al Generale; e dal fondo della piazza gli mandai anch’io un bacio. Credo che non sia mai stato visto sfolgorante come in quel momento da quel balcone: l’anima di quel popolo pareva tutta trasfusa in lui.

Ma alla sera, verso le dieci, lo rividi cupo, agitato, lì a piè di quella statua dove passava le notti. Mi aveva chiamato il tenente Rovighi, per mandarmi a portare un ordine. Il Generale mi pose colle proprie mani un foglietto, tra la canna e la bacchetta dello schioppo, mi comandò di farlo leggere a tutti i Capi-posto che avrei trovati sino a Porta Montalto, e che giunto là lo lasciassi al colonnello Carini. Mi avviai col cuore stretto. Il primo Capo-posto che trovai fu Vigo Pelizzari. Gli porsi il biglietto. Egli lo lesse, si turbò un poco, me lo ridiede; ma senza dir nulla a’ suoi che gli si affollarono intorno. Tirai innanzi, bruciando dal desiderio di conoscere il contenuto di quel foglio, potevo leggerlo, non osai. Dal colonnello Carini cui lo rimisi per ultimo, seppi poi che v’era scritto: “Dicesi che siano sbarcati ottocento Tedeschi, ultima speranza del tiranno. In caso d’attacco da forze soverchianti, ritiratevi al Palazzo Pretorio”. Carini non si mostrò guari commosso per la notizia; mi rimandò colla ricevuta del foglio; ed io me ne rivenni pensando con dolore, come una mano di stranieri potessero mettere in forse le sorti della città e nostre. Ma, arrivando al Palazzo Pretorio, trovai il Generale già mutato d’umore. Discorreva con Rovighi dicendo che sperava di farla finita l’indomani; che al Palazzo Reale i regi non avevano più munizioni da bocca, che non potevano più comunicare né col castello né colla marina.

Mi rallegrai fino in fondo all’anima, e stanco morto mi rannicchiai là vicino, col picchetto di guardia.

Ieri, finalmente, verso mezzodì, ricevemmo a Porta Montalto l’ordine di cessare il fuoco. Subito corsi al Palazzo Pretorio, dove trovai che l’armistizio era concluso per ventiquattr’ore, tanto che si potessero seppellire i morti. Era bell’e sottoscritto il foglio, quando capitò un prete, che mi parve quello venuto sin dal mattino del giorno 27 in piazza Bologni. Gridava al tradimento, annunziando che i Bavaresi entravano da Porta Termini. “Che Bavaresi?” gridavamo noi. “Quelli di Bosco, che tornano da Corleone!”.

Ci rovesciammo a quella volta quanti eravamo là attorno, e arrivammo a Porta Termini che già i Bavaresi avevano oltrepassata una barricata. Si arrestarono vedendo un parlamentario avviarsi a loro; cessarono il fuoco; ma uno dei loro ultimi colpi sciagurati colse nel braccio sinistro, presso la spalla, il colonnello Carini. Egli cadde e fu trasportato al Palazzo Pretorio come in trionfo.

Laggiù, in fondo alla via, in mezzo a quelle facce torve di stranieri, si vedeva il colonnello Bosco aggirarsi furioso, come uno scorpione nel cerchio di fuoco. Oh s’egli avesse potuto giungere mezz’ora prima! Entrava difilato, e se ne veniva al Palazzo Pretorio quasi di sorpresa, con tutta quella gente, che aveva la rabbia in corpo della marcia a Corleone, fatta dietro le nostre ombre. Chi sa che fortuna sfuggiva di mano a questo Siciliano, giovane, ardito e ricco d’ingegno?

Nel tornare a Porta Montalto, passai con Erba dalla piazzetta della Nutrice, per vedere se vi fosse ancora quella povera morta di ieri l’altro. Non v’era più. Mentre ne parlavo ad Erba, un colombo venne a posarsi pettoruto su d’una gronda lì sopra.

– Gli tiro?

– Tira pure…

Meraviglioso! Il colombo venne giù senza testa, come un cencio. “Bravo!” sentimmo gridare, e vedemmo cinque ufficiali napoletani che venivano verso di noi. “Bravo tiratore!” dicevano stringendo la mano ad Erba e a me, mortificato del tiro felice. Ma Erba: “Oh! non è nulla, noi codesti tiri li facciamo a volo…”.

– Anche a volo! – esclamarono gli ufficiali, – ma allora siete davvero bersaglieri piemontesi?

– Che bersaglieri! – rispondemmo noi, e sempre tempestati di domande, ci lasciammo tirare da quei cinque a visitare la piazza del Palazzo Reale.

Vedemmo non so quante migliaia di soldati accampati sulla piazza. Mangiavano lattuga a manate come pecore, e ci guardavano da ammazzarci cogli occhi. Credo che se non fossimo stati così bene accompagnati, il pezzo più grosso che poteva avanzare di noi era l’orecchio. Ci inoltrammo in mezzo ad un nugolo d’ufficiali. Un vecchio colonnello, con certa barba sulle guance che pareva cotone appiccicato, rubizzo, adusto, bell’uomo, ci accolse cortese. Anch’egli voleva a forza, farci confessare per soldati di Vittorio Emanuele.

– Eh! diceva, farebbe meglio il vostro Re, se pensasse, a’ casi suoi. Non avrà sempre, come l’anno scorso, i Francesi.

– Oh! meglio certamente, mille volte meglio se vi eravate voi; – disse pronto Erba – gli Austriaci li avremmo fatti andar via anche dalla Venezia.

– Che Venezia! che Austriaci! – sclamava il colonnello guardandosi attorno, accendendosi e non volendo parere.

– E se un altr’anno e voi e noi uniti riprenderemo la partita contro l’Austria, vedrete…

Il colonnello parve uno che sia lì per isdrucciolare e cerchi d’agguantarsi…

– Vedrete… vedrete voi, che domani sarete tutti morti! – troncò bruscamente. – Meritereste miglior fortuna, ma vi siete cacciati in questa Palermo che vi lascierà schiacciare…

– Però sino ad oggi dobbiamo lodarcene di Palermo…

– Bene, bene, lodatevene pure! – E come vide che i soldati si affollavano, temendo forse per noi, si mosse e ci fece accompagnar via.

31 maggio.

Eravamo pronti. Solenne ora questo mezzodì! Ma l’armistizio fu prolungato. Fino all’alba del tre giugno potremo riposare, lavorare, prepararci, e se sarà per soccombere, la città lascierà una pagina che commoverà tutto il mondo per il bene d’Italia.

* * *

Il Generale ha fatto un giro per la città, dove ha potuto passare a cavallo. La gente si inginocchiava, gli toccavano le staffe, gli baciavano le mani. Vidi alzare i bimbi verso di lui come a un Santo. Egli è contento. Ha veduto delle barricate alte fino ai primi piani delle case; otto o dieci ogni cento metri di via. Ora sì che possiam dire d’aver tutto il popolo dalla nostra! Siamo perduti in mezzo a questa moltitudine infinita che ci onora, ci dà retta, ci scalda d’amore.

* * *

Non v’è più dubbio. Simonetta è morto. Abbiamo incontrato un picciotto con una camicia a riquadri rossi e bianchi… Margarita lo fermò.

– Dove hai preso codesta camicia?

– L’ho levata ad un morto.

– Dove?

– Ai Benedettini.

– Vieni con noi!

Un buco nella camicia mostrava che il povero amico nostro fu colpito al cuore. Morì quel candido e forte giovane, senza uno di noi vicino, da dirgli: “Ne parlerai a mio padre!”

Corremmo ai Benedettini, cercammo: nulla. Non si sa nemmeno dove l’abbiano sepolto!

Mancano tanti altri di tutte le compagnie, che non sappiamo se siano morti, o feriti in qualche casa. Giuseppe Naccari, quel giovane alto con quella faccia da dipingere, che in marcia era la delizia della mia squadra, ha combattuto sino all’ultimo, senza andar a vedere i suoi, che l’aspettavano dall’esilio, qui in Palermo, chi sa da quanto. E ieri l’altro una palla lo colpì di sotto in su, mentre faceva fuoco da un campanile; gli entrò in un fianco, gli traversò dentro il petto, gli uscì da una spalla. Dicono che ne morrà. È venuto a cadere sulla soglia di casa sua.

2 giugno.

Di quei Bavaresi ricondotti da Bosco, ne sono passati già molti dalla nostra parte. Narrano che in quella marcia del ventiquattro, erano certi di raggiungerci e di finirci. Ma quando si accorsero di averci lasciati addietro, e seppero che eravamo entrati in Palermo, Bosco fu per impazzire. Li cacciò a marcie forzate sin qui, promettendo sacco e fuoco, non badando a chi cadeva sfinito per via. “Oh! dicono, se non si arrivava troppo tardi!”. E fanno certe faccie che sembrano gatti, quando si leccano le labbra dinanzi a una ghiottoneria. Gente torva questi mercenari! Li chiamano Bavaresi; ma sono Svizzeri, Tedeschi e perfino Italiani. Promettono di battersi contro i loro commilitoni, con millanteria disgustosa.

3 giugno, mattina.

Immensa gioia! Non si pensa più alle case cadute, alle centinaia di cittadini sepolti sotto. I regi se ne andranno, la capitolazione è come fatta. Incrociamo le braccia sul petto e diamoci uno sguardo attorno. Ma si è potuto far tanto? Mi par di sentire qualche cosa nell’aria, come il canto trionfale del passaggio del Mar Rosso.

6 giugno.

Questi marinai della squadra inglese, ci fanno cera più che i nostri del Govèrnolo e della Maria Adelaide. Verso sera quando andiamo barcheggiando, i Francesi, gli Austriaci, gli Spagnuoli, i Russi, persino i Turchi ci sono! tutti ci guardano curiosi, ma zitti. Invece gli Inglesi ci chiamano, ci tirano su a occhiate sulle loro navi, e noi si sale, accolti come ammiragli. Non hanno bottiglia che non vuotino con noi; non han gingillo che non ci offrano; non c’è angolo della loro nave che non ci facciano vedere. Stiamo con essi dell’ore; belli o brutti ci vogliono ritrarre a matita; e non ci lasciano venir via senza essersi fatto dare il nome da ognun di noi, scritto di nostra mano. M’è nato un sospetto. La Sicilia è bella, è ricca, e un mondo. Oramai tra tutti l’abbiamo, o quasi, staccata dal Regno… Se non si riuscisse a fare l’unità, gioco che la mano per pigliarsi l’isola sarebbero visi di stenderla gli Inglesi… – Non ci han qui nel porto la nave ammiraglia che si chiama Hannibal?…

7 giugno.

Nella gran sala della Trinacria si desinava una allegra brigata, a festeggiare un drappello d’animosi venuti da Malta, su d’una barca peschereccia. Scesero a Scoglietti, e camminando a furia di sproni e di oro vennero difilati a Palermo.

Lo sciampagna fiottava dai bicchieri e dal cuore la gioia; gioia della vostra, o anime lombarde! Siete leggiadri e prodi.

9 giugno.

Gli abbiamo visti partire. Sfilarono dinanzi a noi alla marina, per imbarcarsi, una colonna che non finiva mai, fanti, cavalli, carri. A noi pare sogno, ma a loro!… Passavano umiliati, o baldanzosi. Superbi i cacciatori dell’ottavo battaglione che combatterono a Calatafimi e qui, lasciando qualche morto in ogni punto della città! Certo li comandava un valoroso.

Se ne vadano, e che ci si possa rivedere amici! Ma di qui a Napoli come è lunga la via!

10 giugno.

Tuköry è morto. Non in faccia al sole, non sotto gli occhi nostri nella battaglia, l’anima sua non è volata via sulle grida dei vincitori. Egli si è spento a poco a poco, in letto, vedendo la morte venire lenta, egli che soleva andarle incontro, galoppando baldo colla spada nel pugno. Gli avevano tagliata la gamba, rottagli da una palla al ponte dell’Ammiraglio; si diceva che l’avremmo visto ancora a cavallo dinanzi a noi; ma venne la cancrena e lo uccise. Goldberg, il mio vecchio sergente ungherese, che giace per due ferite toccate la mattina del 27, quando seppe morto il suo Loyos si tirò le lenzuola sulla faccia e non disse parola. Così coperto pareva anch’egli morto; ma forse pensava al dì che i proscritti magiari torneranno in Ungheria senza quel bello e sapiente Cavaliere, venuto pel mondo così prodigo dell’anima sua. O forse lo vedeva col pensiero galoppare in Armenia, fra gli arabi del Sultano contro i Drusi ribelli; dove chi sa quante occhiate bieche avrà date alla spada non fatta per servire i tiranni. Ma di quel dolore Tuköry si pagò poi nel sangue dei Russi, quando dai bastioni di Kars potè fulminare l’odio suo, contro quella gente che aveva aiutato l’Austria a rovinargli la patria.

11 giugno.

Per la via che facemmo da Marsala al Pioppo, e poi essi dal Pioppo in una volata, sono giunti qua sessanta giovani condotti da Carmelo Agnetta. Navigarono da Genova a Marsala, su d’un guscio che si chiama l’Utile, dove avran dovuto stare pigiati peggio che i negri menati schiavi. Che senso quando sbarcarono a Marsala, dopo essere stati col cuore a un filo per tanti giorni; e poi quando passarono vicino ai nostri colli di Calatafimi! Avranno pensato ai morti che vi lasciammo, con la malinconia di non averli conosciuti vivi. Ma quando arrivarono a questa Palermo mezza rovinata, debbono aver sentito l’animo crescere irato, e avranno tesa la mano ognuno guardando innanzi e dicendo a qualcuno laggiù: “Ci vedremo!”.

Hanno portato due migliaia tra schioppi e schioppacci, e munizioni da guerra e i loro cuori. C’è Odoardo Fenoglio veneto da Oderzo amico mio, sfolgorante ufficiale della brigata Pavia, che ho visto e abbracciato ai quattro Cantoni; c’è Cavalieri, c’è Frigerio, tutti valenti e gentili e colti, arrivati in tempo, per onorare la salma di Tuköry che oggi porteranno a seppellire.

* * *

C’eravamo tutti, fino i feriti che hanno potuto venir fuori dalle case, dagli spedali, tutti! Türr, figura tagliata nel ferro, non fatta a mostrar dolore, camminava alla testa del corteo, dimesso, accorato, parea condotto a morire. Dalle finestre piovevano fiori sul feretro, su noi; e dai fiori e dalle foglie di lauro veniva un odore che mi faceva il senso di un soave morire. Si aggiungevano il silenzio della folla, e gli atti delle donne bianche, inginocchiate sui balconi e piangenti. Era uno sgomento che pareva avesse pigliato fin le pietre. Vidi certi dei nostri, duri e invecchiati a ogni sorta di prove, andar innanzi con faccia sbigottita, spenta. Rodi e Bovi, due mutilati antichi, parevano sonnambuli. Maestri, che ebbe un braccio troncato a Novara, e che pur da Novara corse a Roma dov’ebbe il moncherino spezzato un’altra volta da una scheggia francese, il povero mio Maestri da Spotorno, semplice e prode come i popolani delle nostre marine liguri, piangeva. E piangevo anch’io. Un momento che mi si strinse più il core, mi pregai con certa voluttà acre, non mai provata, mi pregai d’essere chiuso in quel feretro abbracciato col morto. Oh! star nella bara con tanto ancora di vita da sentirsi portato lentamente, indovinando le vie, le finestre sotto cui si passa, le faccie di quei che guardano e accompagnano fin dove possono con gli occhi e poi col pensiero! La folla fa ala… parlano a voce bassa… che diranno? cade qualcosa… saranno fiori.

Ma la marcia funebre prorompe alta nell’aria, e vien sin fra i quattro assi, con certi acuti stridori di trombe, con certi gemiti di flauti che si mutano in lacrime.

Anche Adolfo Azzi morì son sette giorni! Come stava là sul Lombardo nelle ultime ore del mare, colle braccia potenti al timone, con gli occhi in Bixio che di sul cassero fulminava l’anima tra Marsala vicina e le navi che ci inseguivano nere come leonesse nel deserto! Lo veggo ancora e lo vedrò finchè io viva, con quella faccia sfidatrice e quieta, con quelle spalle ampie, scamiciato ed erto i pettorali fatti per ricevervi la morte da eroe. Invece fu colto in una coscia. Gli entrò la palla e ruppe, e in cinque giorni il povero Azzi morì!

Notte.

Non nelle notti travagliate dei combattimenti, ma ora che abbiamo una certa quiete, pensando alle barricate ho sentito venir su dal core un’onda della malinconia rimastami da quella sera del quarantotto; una sera di marzo che noi fanciulli, tutti raccolti a sentir la novella da nostra madre, stavamo al focherello allegro che pareva anch’esso uno della famiglia. Suonò un’ora di notte e il Deprofundis dal campanile. Nostra madre ci fece pregare pei morti. Ma i soliti rintocchi si mutarono in un di quei doppi, che lassù da noi annunziano pel domani la commemorazione di qualche morto degli anni andati. Nostra madre alzò i suoi grandi occhi in su, forse a cercare di qual morto de’ suoi ricordi cadesse l’anniversario; e noi muti ad aspettare che ripigliasse il racconto. A un tratto entrò da fuori nostro padre, e venne malinconico a sedersi al fuoco.

– Che c’è? gli chiese nostra madre.

– Nulla!

– Giusto! Han suonato a funerale; chi sa per chi?

– Pei defunti delle barricate di Milano.

Guardai nostro padre tremando. Defunti, barricate, Milano, tre schianti al mio core di nove anni, mi parevano tre parole sonanti da un altro mondo. Quella notte non dormii: da quella notte mi rimase nell’anima una tristezza cara, che di quando in quando assaporai, venendo su cogli anni, senza poterle dare un nome fin che non ebbi trovato nel Sant’Ambrogio del Giusti quello sgomento di lontano esiglio…

Tornando da Monreale, 14.

Deve essere stato un gran vivere nei tempi che su questo ceppo della Sicilia venivano a innestarsi i Saraceni, i Normanni e poi quegli altri d’alta ventura, che portavano l’aquila sveva sul pugno!

Pìgliati colla fantasia in quell’età una parte, guerriero, rimatore o fraticello, ed entra; ecco la Cattedrale famosa. Tant’è, s’ha bel disporsi, ma noi sentiamo che non si riesce a star nelle chiese come quella là, con animo che risponda. Disse un di noi: “Bisognerebbe non osar d’entrarvi calzati…”. Fu tutta l’espressione della sua maraviglia! Un altro, quando ebbe guardato un poco attorno le colonne e laggiù il gran mosaico, si lasciò andar ginocchioni con gli occhi in su, facendo colle braccia e a mani giunte un arco sopra la testa, verso quelle volte; e l’atto gli parve preghiera.

E s’esce di là che uno si sentirebbe potente a far qualche cosa degna; ma no, quello che per capirci chiamiamo coda del diavolo, gli si ficca tra piedi. Noi, per esempio, appena fuori avemmo una mezza rissa.

Benedini da Mantova, nostro medico, tutta la via aveva brontolato che a Monreale ci andava di malavoglia, perché sapeva esservi stato detto di noi, che siamo venuti a mangiarci l’isola, e che bisognerebbe sonarci le campane addosso.

E noi a dirgli: “Chetati, son cose da celia…” non ci sognando che cosa gli frullasse. Ma lui? In chiesa s’era stizzito di più; e uscendo, al primo che gli capitò di vedere con aria non di suo genio: “Sei tu che ci vuoi fare i vespri?”.

Colui che pur non era uno zotico, tra il capire e il no, sembrò viso di voler dir di sì. E Benedini gli menò. Oh che guaio! Se non capitava pronto un prete, addio!

Venendo via, ne dicemmo a Benedini…! Ma egli tranquillo, gli pareva d’aver fatto l’obbligo suo.

Convento della Trinità, 15.

Ho visitato il colonnello Carini in una cameretta lassù e dell’albergo alla Trinacria. Dove se n’è andata tutta quella floridezza di carni? Tenendomi per la mano mi chiese del Dittatore, della compagnia, degli amici; poi d’improvviso: – C’eravate ai funerali di Tuköry? – Colonnello, sì. – Egli guardò intorno e mi strinse più forte la mano.

Due giovinetti gli stanno in camera senza lasciarlo mai, tutti lui negli occhi brillanti di lagrime, rattenute appena mentre egli m’aveva chiesto se ero stato ai funerali. Quando egli partì esule nel quarantanove, quei suoi figliuoli dovean essere bambini affatto. Vennero da Messina coll’agonia di abbracciarlo, di trionfare con lui vincitore, e lo trovarono inchiodato da quella maledetta palla bavarese.

Per le stanze va lenta, mesta, una signora che deve aver molto sofferto. E quando s’incontra con gli occhi negli occhi del colonnello, pare che la pigli il singhiozzo, stenta a non farsi scorgere. In verità egli è molto giù della vita. Oh che storie, che lutti, che vedovanze del core!

Venni via afflitto. E per contrasto trovai che correva su quel frullino del figliuolo di Ragusa, sempre nelle nostre gambe vispo, felice. Suo padre, che conduce l’albergo da gran signore, ne’ giorni del bombardamento tenne corte bandita per noi, chi avesse voluto passar da lui a ristorarsi. Ma c’era ben altro da fare, e pochi vi possono essere capitati: tuttavia ce ne furono, ed io so d’uno che ci deve aver fatto la figura di Margutte.

* * *

Curvetto, piccino, tarchiato, passo da marinaio, capelli bianchi e lunghi, barba fatta, indovinata per parere quella del Generale; Gusmaroli, il vecchio parroco mantovano, può dare un’idea di quel che sarà Garibaldi fra una ventina d’anni.

L’ho ben guardato, è proprio così. Ed egli che sa di somigliargli un poco, ne gode e si riscalduccia in tale compiacenza; egli nei tre giorni si atteggiava. I picciotti che lo vedevano comparire sulle barricate qua e là, gli gridavano: Evviva Garibaldi! E sotto gli occhi di lui combattevano e morivano volentieri, credendolo il Dittatore.

16 giugno.

Ippolito Nievo va solitario sempre guardando innanzi, lontano, come volesse allargare a occhiate l’orizzonte. Chi lo conosce, viene in mente di cercare collo sguardo dov’ei si fissa, se si cogliesse nell’aria qualche forma, qualche vista di paese della sua fantasia. Di solito s’accompagna a qualcuno delle Guide: Missori, Nullo, Zasio, Tranquillini; ed oggi era con Manci, a cui veggo negli occhi i laghi del Tirolo verde, ov’ei nacque. Quando incontro costoro, vestiti ora d’un uniforme di garbo un po’ ungherese, bello, già illustrato nel quarantanove dalla cavalleria di Masina in Roma, io mi sento nascere di dire: “Uno di voi mi vorrete in groppa quando galopperete per i campi nella battaglia?”. Vorrei provare a un di quei cuori il mio. E sceglierei Manci, che mi pare un cavaliero non ancora vissuto in nessun poema. Non è l’Eurialo di Virgilio, non quell’altro dell’Ariosto; è un non so che di moderno, nemmeno: è una gentilezza dell’avvenire.

Con Manci veggo sovente quel Damiani, che, se fossi scultore, getterei in bronzo, lui e il suo cavallo, alti, piombati sopra un viluppo di teste e di braccia, quale mi rimase impresso a Calatafimi nel momento della bandiera. In Palermo, nel secondo giorno del bombardamento, lo vidi appoggiato a uno stipite d’un gran portone del palazzo Serra di Falco in Piazza Pretoria, forse là pronto pel Generale, perché nel portico scalpitava il suo cavallo sellato. – Quella era la faccia di Calatafimi. Mentre che io passai, egli parlava tra sé. E mi parve che guardasse ora il palazzo dov’era il Dittatore, ora il convento di Santa Caterina lì allato, che ardeva dal tetto e vi cadevano le bombe. Forse pensava come avrebbe potuto salvare Garibaldi, se uno di quei mostri fosse piombato pochi passi più oltre…

Palermo, 17 giugno.

Non gli ho visti, ma so che da giorni sono venuti dalla Favignana sei o sette di quei di Pisacane, scampati all’eccidio di Sapri. Dunque erano in quelle Egadi, che pareano scoppiate su dal mare improvvise a festeggiarci? Erano nelle prigioni sottomarine. Che fremito, se, per uno di quei sensi misteriosi, che talora si rivelano in noi come guizzi d’una vita di natura diversa dall’umana, avranno indovinato che là fuori, sull’onda che rumoreggiava spruzzando le loro inferriate, passava Garibaldi e la libertà.

O precursori nostri, quante lacrime, quanto fantasticare dopo il vostro infortunio, dopo Sapri, più bello, più glorioso della nostra Marsala! Tre anni! pareva un secolo; e di lassù dalle Alpi era un volo dell’anima sitibonda verso queste terre delle Due Sicilie, che sin col nome invogliavano e coi mari e coi cieli e coll’istoria loro e con quel canto della Spigolatrice messa dal poeta sull’orme vostre, a veder gli occhi azzurri e le chiome d’oro di Pisacane! Dopo i Bandiera, Corradino, Manfredi, biondi tutti e belli e di gentile aspetto, lui.

* * *

Mi dice Antonio Semenza, che tra le carte del Palazzo Reale fu trovato l’ordine dato da Napoli alla flotta, se ci avesse incontrati. – Colarli a fondo salvando le apparenze. – Sarà vero? Infatti saremmo stati troppi alle forche e agli ergastoli; ma che nella marineria napoletana ci sarebbe stato un cuore da obbedire e annientarci?

18 giugno.

E colui dalla faccia tagliente, d’occhi e d’atti che pare il falco reale; grigio, castagno, grinzoso, fresco, che ha tutte le età; chi è, quanti anni porta in quelle sue ossa d’atleta, in quelle sue carni segaligne? L’ho sempre veduto da Marsala in qua e osservato con certa reverenza. E ho immaginato che debba essere qualcosa come zio o fratello maggiore di Nullo. Ma oggi ne chiesi. E noto perché mi sia d’insegnamento, che Alessandro Fasola da Novara ha sessant’anni fatti; che dal 1821 ne ha spesi quaranta a lavorare, a sperare, a combattere; che sempre da Santorre Santarosa a Garibaldi fu visto comparire alla chiamata, giovane, ardente e sicuro.

* * *

Anche i carabinieri Genovesi come sono usciti belli nelle loro divise! Un farsetto e un berretto d’un azzurro delicato che rialza la espressione di quelle facce signorili, non so se sciupate o abbellite dal bronzeo che dan questi soli penetranti nel sangue.

Tutti vorrebbero farsi carabinieri, ma non tutti si è Genovesi. Si capisce. V’è una certa aristocrazia del valore, e quelli là che se la sentono nel cuore, e degnamente, vorrebbero star soli. E non ho inteso un della mia compagnia, e non dei migliori, dire che il Dittatore dovrebbe tenerci tutti senza che altri potesse mescolarsi con noi di Marsala; e mandarci sempre avanti, avanti, avanti, finché uno ne fosse vivo?

Da Palermo a Milazzo

18 giugno.

Partire non condotti dal Dittatore! Eppure egli ha sulle braccia la rivoluzione, la guerra, tutto, anche gli arruffapopoli, e deve star qui. Con lui lavora Francesco Crispi, un ometto che quando lo veggo mi fa pensare a Pier delle Vigne potente. Ma lontani da Garibaldi saremo ancora con lui. “Andate di buon animo, ci disse, andate figliuoli, che vi ho dato Türr. Se avrò bisogno di voi, egli vi condurrà volando da me”. Eppoi, messosi a parlare genovese con alcuni di noi liguri, parve pigliasse un piacere fanciullesco in quel dialetto che parlano Bixio e i Carabinieri.

21 giugno.

Medici è arrivato con un reggimento fatto e vestito.

Entrò da Porta Nuova sotto una pioggia di fiori. Quaranta ufficiali, coll’uniforme dell’esercito piemontese, formavano la vanguardia.

La mia brigata è partita per l’interno dell’isola, condotta da Türr. Noi della spedizione dispersi nell’onda dei sopravvenienti, porteremo con noi le memorie dei venticinque giorni vissuti come nella solitudine, faticando, combattendo e credendo. E tireremo innanzi visitando l’isola, facendo gente e pellegrinando, finché ci arresti il nemico e si torni al sangue, o si finisca fondendoci tutti nelle sorti e nell’onore d’Italia.

Da Palermo a Missilmeri, 22 giugno.

Due cavalli bianchi e baliosi che starebbero bene tra le gambe di due dragoni, ci portano via, tirando questa carrozza da prìncipi. Romeo Turola sonnecchia, io noto.

Ho riveduto Porta Sant’Antonino, il Convento e quella muraglia che all’alba del 27 maggio, quando venimmo, balenava e tuonava come una nuvola tempestosa. I due grandi pioppi, a pié dei quali quel mattino vidi il primo napoletano morto, tremolavano sino all’ultima foglia con un sussurro allegro quasi consapevole. Passandovi sotto, pensai raccapricciando a quel morto, a quella povera montanara della Calabria o dell’Abruzzo che si farà sulla soglia della capanna, con una paura confusa della guerra che c’è pel mondo, dove forse crede ancora di avere il suo figliuolo soldato. E pensai anche ai prìncipi di Casa Borbone, che sino ad ora non se n’è visto uno a cavar la spada.

Mi volgo indietro. Palermo è laggiù, laggiù come la vedevamo da Gibilrossa, dal Parco, dal Passo di Renna, ma ora libera nella sua gloria fra le sue rovine, di giorno e di notte tutta un festino. Partendo, ho inteso che già sono arrivati certi armeggioni a guastare. Ve ne erano forse fino dai primi giorni della capitolazione. Quella sera che ci raccolsero in fretta e in furia e ci tennero sotto l’armi delle ore, in via Maqueda, che cosa era stato? Mi disse Rovighi che si parlava d’una alzata di La Masa, per togliere a Garibaldi la Dittatura e assumerla lui gridato dal popolo. Era una calunnia: ma il fine?

Missilmeri, 22 giugno.

Questo popolo che ci ha fatta la luminara la notte del 25 maggio, quando eravamo pochi e con poche speranze, adesso non ci riconosce più. Ma che cosa abbiamo fatto? Non lo dicono e non si può indovinarlo. Parlano, sorridono, sono gai; discorrono con noi, ma a gesti impercettibili se la intendono tra loro. Che abbiano dentro parecchie anime?

* * *

Ora si va pigliando davvero un bel fare da soldati. Il gruppo d’ufficiali che ho visto in piazza sarebbero l’onore del primo esercito del mondo. Tutti nel bello dai venti ai trent’anni, persone salde, faccie che vi si legge il coraggio semplice e franco; medici, ingegneri, avvocati, artisti. Ma se fossero tutti come Daniele Piccinini! Che addio deve essere stato quando si partì dal padre suo! Immagino il vecchio austero sulla porta della sua Pradalunga, intento a guardare il figlio che gli ha dato le spalle, e se ne viene giù verso Bergamo, con passo da Clefta. Non l’hanno guasto nè l’ozio nè i vizii costui: la storia della sua giovinezza l’ha in fronte; forse più che caccie e corse su in alpe non ebbe altri spassi. A Calatafimi fu visto coprire il Generale mettendoglisi dinanzi, perché, come indossava camicia rossa, era fatto segno alle schioppettate. E in uno dei momenti che la battaglia parea volgere a male, egli tenne alto l’animo dei suoi vicini, gridando parole potenti come d’arcangelo.

Missilmeri, 22 giugno.

Il generale Türr gli si è riaperta la ferita, e ha dato sangue dalla bocca. Da quando entrammo in Palermo, quest’uomo ha fatto tanto che si e ridotto un’ombra. La brigata è afflitta, perché si teme che egli debba lasciarci. Lo vidi un istante, smunto, pesto negli occhi, le labbra pallide, il petto che pare schiacciato. Ma che sia davvero quel sottotenente degli Ungheresi passati nel mio villaggio l’anno quarantanove, dopo la battaglia di Novara? Li ricordo come li vedessi ora. Erano forse cento bei giovani, che portavano una gran bandiera tricolore; le loro persone alte s’avanzavano mezzo nascoste nel polverìo della strada al sole di marzo, e quando imboccarono il ponte gridarono: Elien Elien! alla gente corsa ad incontrarli. Quel sottotenente in mezzo a quei soldati mi pareva tanto allegro, e tuttavia mi si stringeva il cuore sentendo dir da mio padre: Sono Ungheresi, gente che l’Austria fa patire!

Villafrati, 24 giugno.

Passavano baldi su certi stalloni neri, carboni accesi gli occhi, le criniere che davano sui petti. Tenevano alte le teste guardandoci appena, avevano gli schioppi a tracolla, pistole e pugnali a cintola, nastri essi ai cappelli e all’arnese delle cavalcature. Il capo che camminava innanzi non mi tornava nuovo. I Villafratesi che discorrevano con noi li guardavano incerti tra il salutarli e non badarli; ma mi accorsi che qualcuno ammiccò, qualche altro scambiò con essi quei certi cenni, raggrinzamenti della fronte, d’una guancia, del mento, diavolerie, che a costoro bastano per un discorso.

– Chi sono quei sette? chiesi ad un signore.

– Patriotti, signorino, non avete visto? Hanno i tre colori.

Un altro lo guardò bieco: un lampo.

Intanto quei sette giunti in capo al borgo misero i cavalli a trotto serrato.

Ma dal quartiere del Generale uscì fuori un tenente spronando dietro di loro, e presto lo vedemmo tornare con quei sette disinvolti, beffardi, accigliati. Il tenente gli aveva presi colla pistola alle tempie del capoccia, pronto se non avessero obbedito…

Ci affollammo in quella casa dov’era già un gran brusio, e potemmo udire la voce del generale Türr corrucciato pronunciare il nome di Santo Mele.

– Santo Mele? dissi io, ma costui è quel birbante che avevamo prigioniero al Passo di Renna, e che gli riuscì a fuggire. Berrebbe il sangue, ladro, assassino!

A quest’antifona il signore che aveva detto bene di quei sette sparì senza neanche dirmi: Bacio la mano.

Udimmo bisbigliare: Consiglio di guerra subitaneo; e comparve il maggiore Spangaro, un uomo d’età seria, già brizzolato capelli e barba, ufficiale nella difesa di Venezia. Presiederà il Consiglio.

Villafrati, 26 giugno.

Ho visto partire in gran fretta il battaglione Bassini. A Prizzi, che deve essere un villaggio poco lontano, vi è gente che si è messa a far sangue e roba, come se non vi fosse più nessuno a comandare. Il padre Carmelo sapeva quel che diceva quando ci parlammo al Parco. Quaggiù vi sono beni grandi, ma goduti da pochi e male. Pane, pane! Non ho mai sentito mendicarlo con un linguaggio come questo della poveraglia di qui.

Bassini si è messo in marcia, ma non dell’umore suo di quando odora il pericolo, Questo brontolone gaio, senza gingilli, di corteccia grossa, ha un cuore che parla dalla faccia burbera e bonaria. Agita la testa rasa, grigia, nocchiosa come una mazza d’armi da picchiare sul nemico. Avrà forse un mezzo secolo ormai, eppure è più giovane di noi, e a Calatafimi tenne la sua compagnia come a una festa. I suoi ufficiali, tutti signori di Lombardia, gli stanno sotto come un padre. Se in Prizzi gli occorrerà di dover parlare di legge, ha nel battaglione i dottori a dozzine; se vorrà fare un’arringa, i letterati gli stanno attorno; ma egli breve e tagliente parlerà colla spada. Chi laggiù ha le mani lorde badi ai fatti suoi.

Villafrati, 26 giugno.

E non ci è stato verso di trovar uno che abbia voluto dire la verità! Il testimonio che abbia detto più male di Santo Mele, dinanzi al Consiglio di guerra, fu Santo Mele.

“Io brigante? Eccellenza! Ho combattuto contro i borbonici, ho dato fuoco alle case dei realisti, ho ammazzato birri e spie, dai primi d’aprile servo la rivoluzione: ecco le mie carte!”.

E ne buttò là un fascio, bollate dai Municipi dov’è passato, tutte che ne dicono gloria come fosse Garibaldi. Ma il Consiglio non lo mandò libero. Costui puzza troppo di sangue, e a Palermo, dove sarà condotto, qualcuno gli farà empire il cranio di piombo.

Villafrati, 27 giugno.

È arrivato il colonnello Eber, d’aria tra soldato e poeta. Si sa che è Ungherese, e che il 26 maggio venuto da Palermo a Gibilrossa per veder Garibaldi, volle essere dei nostri a tornar a Palermo, quel bello e terribile mattino del 27. – Viaggiatore di gran lena, egli ha corso l’Asia per ogni verso, scrivendo pel Times. Ora eccolo nostro comandante, perché Türr se ne va malato rifinito.

Rocca Palomba, 28 giugno.

Che veglia deliziosa a pié del Maniero di Morgana! Stanchi della camminata d’otto ore, i soldati dormivano, pei campi, in un silenzio che mi parea d’esser solo.

Queste campagne come hanno fatto a diventar deserte?

Si va delle ore senza vedere una casa. Contadini? Non ve ne sono. I coltivatori stanno nei villaggi, grandi come da noi le città; vi stanno in certe tane gli uni sugli altri, con l’asino e le altre bestie men degne. Che tanfo e che colpe! All’alba movono pei campi lontani, vi arrivano, si mettono all’opera che quasi è l’ora di tornare; povera gente, che vita!

Rocca Palomba è come tutti gli altri borghi, ma a vederla da lungi adagiata su questo fianco del monte, mezzo nascosta nei boschi di mandorli, con quella strada che si curva dolce per farvi arrivare la gente senza fatica, promette di più. Trovammo gli abitanti in festa. Avevano mandato ad incontrarci un nugolo di cavalieri, che vennero innanzi drappellando bandiere, levando grida, salute fratelli! Parevano gente del medioevo rimasta viva proprio per aspettarci. Quei signori ci fecero gli onori del paese, con modi non da persone accostumate a vivere così solitarie. Ma certe gentilezze s’hanno nel sangue. Però sempre quella storia! Se un borgo ci accoglie bene, quello che viene dopo ci tiene il broncio, poi l’altro appresso torna a farci festa. Qui c’erano i preti e il Municipio alle porte; la banda suonava l’inno; sulle alture ardevano fuochi di gioia, i signori si contendevano gli ufficiali; i soldati ebbero pane, cacio, vino, carezze, il paese in capo, se l’avessero voluto.

Io poi càpito sempre in casa di preti. Questo ch’è qui mi ha voluto far toccare il vangelo. Ma io, aperto il volume, lessi due versetti e glieli voltai tradotti lì lì. Allora il prete mi si buttò al collo, e fece correre tutta la famiglia a conoscere il gran cristiano che aveva in casa. Desinai con loro. Vi erano delle donne, delle fanciulle, dei bambini, dei vecchi e dei giovani, una tribù. Pareva il dì del Natale. Mi lasciarono venir in camera a malincuore; in questa camera allegra dove è un letto che pare di gigli. E tu coi tuoi peccati, oseresti andare fra quelle lenzuola?

Bassini ci ha raggiunti, mortificato lui, gli ufficiali e i soldati. Furono accolti a Prizzi come prìncipi. Luminare, cene, balli e le belle donne che gridavano ancora da lungi “benedetti! beddi!”.

Alia, 29 giugno.

Da Rocca Palomba ad Alia una marcia breve, attraverso una ricchezza che va dal piano sino in cima ai colli, dorati ancora da messi che si curvavano, quasi a riverire la nostra rosseggiante colonna.

30 giugno, 4 ore antim.

Si parte. Ah! questa volta la marcia sarà lunga, e pare che il cielo si vorrà fare di fuoco. I soldati vanno e vengono per le vie sudicie, cittadini se ne veggono pochi, scamiciati, indifferenti, alle finestre. Passano due preti salutando; se ne andranno in chiesa. Ecco la tromba. Chi l’avrà trovata questa bella diana dei bersaglieri piemontesi? Certo un musico d’animo allegro e ardito: c’è un pensiero così sano! Forse è del colonnello Lamarmora. Scuote di dosso il sonno e la pigrizia, fa correre pei nervi un gran bisogno di fare. La intesero gli Austriaci tante volte, la intesero i Russi in Crimea, noi l’abbiamo portata qui nell’isola vecchia di Vittorio Amedeo, dove già i monelli la cantano come cosa loro.

Valle lunga, 30 giugno pom.

Ci hanno raggiunti parecchi amici da Palermo, e dicono che vi arriva gente da’ porti di Liguria e di Toscana ogni giorno. Vi furono quasi dei guai per certa fretta messa ai Palermitani di darsi al Piemonte; ma il Dittatore tiene a segno tutti.

Scrivo in una cameretta dove mi par d’essere un grillo in gabbia. Ma se mi affaccio, veggo tutta la via grande, e una allegria di soldati rossi, e gli ufficiali che fumano e bevono seduti innanzi al casino di compagnia. Come si fa presto a pigliar l’aria di questi signori, che forse stanno lì tutto l’anno a tirar giù dal cielo il tempo e la noia, a ridere e a giuocare! E mentre che la terra frutta, essi fanno idillii e tragedie per donne. Ho inteso di bellissime storie verseggiate dal popolo che qui è tutto poeti; storie d’amore e di sangue versato per gelosie tremende.

Santa Caterina, 1° luglio.

Eber sa condurre una colonna senza affaticarla. Divide la marcia in due: nelle ore di sera si va, si accampa dopo un bel tratto, si riprende la via prima dell’alba e si arriva dove si deve nel bello della mattinata, quando il sole non s’è ancora avventato. Così la notte scorsa ci riposammo nei campi della Cascina Postale, con un tempo dolce, con un sereno che mi parea di vedere mille volte più lungi nelle profondità del cielo.

Stamane mentre il sole spuntava camminavamo già da un par d’ore. Le compagnie cantavano canzoni popolari lombarde e toscane; i siciliani gareggiavano con un loro canto d’aria che cercava il core.

La palombella bianca
Si mangia la racina.

Ma a tratti quella melodia scoppiava in versi di odio al Borbone, di spregio alla regina Sofia.

Alla testa della colonna i Genovesi cantavano l’inno alato di Mameli. A un tratto ruppero il canto, e lo cessavano tutti man mano che arrivavano a un certo punto della via. Quando, v’arrivai anch’io capii. Da quell’apparita si vedeva laggiù, laggiù, nero sterminato, crescente all’occhio e alla fantasia, l’Etna, che coll’ombra sua si protendeva su mezza l’isola e sul mare.

* * *

Il povero maggiore Bassini l’hanno pigliato pel giustiziere. Egli dovrà partire di nuovo per un villaggio chiamato Resotano, dove alcuni tristi fanno tremare la gente.

Caltanisetta, 2 luglio.

Si calunniano tra loro borghi e città come godessero gli uni del mal degli altri. A sentire, qui dovevano essere schioppettate. Invece trovammo tutto un parato di bandiere e di verde. Ci toccò passare sotto un arco trionfale noi, le autorità, la Guardia Nazionale venuta ad incontrarci. I giovinetti volevano ad ogni costo lo schioppo dai nostri soldati, tanto per alleggerirli l’ultimo tratto: ma i soldati rifiutarono la cortesia. Forse qualcuno si ricordò di quando eravamo pei campi nei primi giorni dopo lo sbarco, che si dormiva collo schioppo tra le braccia e le gambe incrociate, e alcuni se lo legavano al corpo, dalla paura di svegliarsi disarmati. Sicuro! Allora v’erano dei contadini che per avere un’arma si arrischiavano nei bivacchi a rubarla.

3 luglio.

Che quella festosa accoglienza di ieri fosse una lustra? Oggi la città è silenziosa; pare che noi non ci siamo più; la gente attende alle cose sue come dicesse: Ho fatto il dover mio e basta.

* * *

Quei di Bassini sono tornati, rotti dalla marcia di quattro giorni, per vie da lasciarvi le polpe. Narrano che capitati a Resotano intorno alla mezzanotte, vi trovarono il popolo in armi risoluti a non lasciarli entrare. Bassini, uomo da dar dentro a baionetta calata, procedé cogli accorgimenti, e poté mettere le mani addosso a undici scellerati, rei di mille prepotenze e di sangue. Uno riuscì a fuggire, ma un siciliano come un demonio, lo cacciò, lo arrivò e l’uccise.

5 luglio.

Fatti i conti, dei siciliani che ci seguirono da Palermo in qua, un mezzo centinaio se ne sono già andati, alcuni portando via anche le armi. Sono contadini che si accendono come paglia e presto si stancano. Il Consiglio di guerra li condanna a morte; si appiccano le sentenze come lenzuola alle cantonate, ma si lascia che i condannati se ne vadano alla loro ventura, purché lontano. I buoni sono quelli delle città e i Palermitani, giovani colti, amorosi, pieni di rispetto. Malveduti sono alcuni ufficiali che paiono chierici. Quando le compagnie vanno agli esercizii, le accompagnano portando le spade come torcetti poi si tirano in disparte e par loro d’essere sciupati nel dover assistere a quelle bassezze dell’imparare come si maneggia un’arma, come si muova ordinati. Se fossero stati l’anno scorso in Piemonte! Giovani dei migliori di tutta Italia si lasciavano strapazzare da quei caporaloni grigi che parlavano di Goito, di Novara, della Crimea, e insegnando lanciavano insolenze peggio delle guanciate. Pur d’imparare, sopportavano tutto quei giovani. Ricordo d’un Conte veneto che caricava su d’una carretta lo strame, della scuderia. Passò il caporal Ragni con la gamella in mano.

– Bestie tutte come voi nel vostro paese? Chi v’ha insegnato a maneggiare il bidente?

Il Conte rispose sorridendo non so che, in italiano.

– Ah! siete un volontario? Allora che cosa è questa?,

– Una gamella.

– La patria! urlò beffardo il caporale, battendo le nocche su quell’arnese di latta. Il Conte sorrise ancora. E il caporale:

– Stasera farete il sacco, e passerete a ridere in prigione..

– Sissignore.

Caltanisetta, 7 luglio.

Feste da fate. I viali del giardino parevano di fuoco; il verde degli alberi e delle spalliere luccicava di splendori metallici; le donne di Caltanisetta coi mariti, coi fratelli, con noi, parevano una famiglia innumerevole che si rallegrasse là dentro di qualche lieta avventura. Rinfreschi, vini e dolciumi, tanto da satollare per una settimana tutti i poveri della città.

Castrogiovanni, 10 luglio.

Ma perché ci hanno fatti camminare traverso i monti, per sentieri che è miracolo se nessuno vi lasciò la vita? Vero è che abbiam veduta la pingue campagna, una coppa d’oro. Quei bovi che pascolavano per le praterie, fiutavano nell’aria il nostro passaggio, e la fila interminabile di rosso dava loro negli occhi spaventati. Un toro inseguì due dei nostri sbrancati e vaganti forse in cerca d’acqua. Li vedemmo correre su per un’erta, colla formidabile testa del furioso animale due passi dalle reni. Un d’essi poté arrampicarsi a un albero, l’altro tirava sempre a correre su d’una ripa dove il toro lo avrebbe arrivato. Senonché un boaro, galoppando curvo che la sua testa era tutta nella criniera del cavallo, giunse coll’asta calata e vibrò nel fianco alla bestia come un lanciere. Il toro fuggì muggendo, lanciando zolle, flagellando l’aria colla coda rabbiosamente.

* * *

Io pensava che quando eravamo a Gibilrossa, ora un mese e mezzo, furori messi i partiti d’assaltare Palermo o di ritirarsi qui su quest’amba, per ordinarvi la rivoluzione, farsi forti e ripigliare la guerra. Quasi tutti i capitani propendevano per questo, ma Garibaldi no. Volle Palermo. Forse indovinava che ritirati quassù avremmo avuto tempo a languire un po’ ogni giorno, finché la rivoluzione si sarebbe spenta, e noi con essa.

* * *

Scrivo a pié d’un castello che un tempo dominava la città. Ora è carcere dove fu chiuso un sergente della compagnia di Agesilao Milano, che n’uscì cavato dalla rivoluzione, ma canuto, curvo, spentosi senza la forza nemmeno di potersi rallegrare del suo paese. Così mi hanno narrato ed io noto. E noto che veggo il lago Pergusa a un cinque miglia da qui. Pare un pezzo di cielo caduto in mezzo a praterie fiorite. Circa lacus lucique sunt plurimi et laetissimi flores omni tempore anni: dice Cicerone parlando d’Enna, l’antica città ch’oggi è Castrogiovanni. Lo lessi, saran sei anni, nelle Verrine. Chi m’avrebbe detto allora: Vedrai quei luoghi?

* * *

In faccia a Castrogiovanni, Calascibetta sicura, cupa, sul monte che par tutto basalti, rotto d’anfratti, fulminato.

Nella valle il fondaco della Misericordia, lugubre nome che fa luccicare lame di pugnali agitate nella notte da masnadieri.

Veggo laggiù la nostra artiglieria, i carri, le sentinelle e un brusìo di soldati rossi. Non vi deve essere un alito. Quassù invece una brezzolina che sfiora la guancia soave.

* * *

Notizie di Bixio. Conduce la sua brigata per l’isola sulla nostra destra. Ha riveduto il Parco, la Piana de’ Greci, Corleone; prosegue alla volta di Girgenti. Là i compagni nostri vedranno le ruine dei templi che piacquero a Byron, nella squallida landa sotto cui dorme un gran popolo. Il mandriano guarda indifferente quelle file di colonne silenziose, e il navigante si inchina ad esse da lontano.

Leonforte, 11 luglio.

Il capitano Faustino Tanara solo, ritto su d’un poggiolo, guardava co’ suoi piccoli occhi l’orizzonte largo; pareva un aquilotto che stesse cercando una direzione per provarsi a volare. Sulla sua faccia ride l’anima franca e ardita, ma non v’è mai allegrezza piena. Eppure la certezza d’essere amato da tutti dovrebbe fargli gettare sprazzi di luce dal core. Che dolce natura! Il più meschino soldato gli è carissimo, persin Mangiaracina, un siciliano di non so che borgo dell’Etna, testone che pare un maglio in una parrucca fatta di pelle d’orso, e ha gli occhi sotto certe grotte, da dove guardano come due malandrini appostati. Un dì vidi Tanara in collera, stanco di Mangiaracina che butta le gambe come un ippopotamo e fa rompere il passo alla compagnia. Gli prese l’orecchio e pizzicando gli disse: “Ma tu perché ci sei venuto con noi; e l’Italia che se ne deve fare della carnaccia tua?”. Mangiaracina gli si empirono gli occhi di lacrime, e guardando il suo Capitano come fosse stata la Madonna, umile e dolce rispose: “Cabedano, ci aggio ‘no core anch’io”. Tanara gli strinse la mano.

Egli ha trent’anni. In battaglia si trasforma. La sua persona nervosa guizza, scatta, squarcia come saetta nelle nubi. Allora tutti lo ammirano; si teme di vederlo l’ultima volta: dopo si rincantuccia malinconico; non gli si può cavare una parola.

San Filippo d’Argiro, 12 luglio.

Partimmo da Leonforte col fresco delle due dopo la mezzanotte e camminammo lenti sino alla levata del sole. Allora ognuno diede una scossa come fanno gli uccelli, e volò coll’anima per gli orizzonti dell’isola. Le solite vedute. Boschi di mandorli come da noi i castagneti; terreni che dovrebbero gettar oro; qua e là gruppi di contadini che ci guardavano accidiosi e pensando chi sa che cosa di noi.

San Filippo è una cittadetta gaia, e ci si dice che di qua al mare sia la più bella parte dell’isola. Arrivammo che una processione rientrava in chiesa da non so che giro fatto per chieder pioggia.

Corre voce che una colonna di regi usciti da Siracusa ci attendono verso Catania, Dev’essere vero perché si partirà fra poche ore. Una battaglia là dove pugnarono gli Ateniesi di Nida; o a’ piedi dell’Etna dove si svolsero tanti drammi delle guerre servili? E Garibaldi non è con noi! Ma se nel forte del combattere arrivasse da Girgenti Bixio, come un uragano?

Adernò, 14 luglio. Pomeriggio.

Ho fatto tutta la marcia con Telesforo Catoni che sin da Marsala desideravo d’aver amico. Egli era della compagnia Cairoli e studiava leggi a Pavia. Ha nella persona qualche cosa che attrista; non si sa perché, ma si sente certa compassione di lui. Una capigliatura nera lussureggiante; un par d’occhi che saettano, grandi, eloquenti; una testa che potrebbe essere piantata su d’un atleta; e invece una esilità di membra, un torso tenue che a un soffio dovrebbe piegare. Eppure non è stato addietro un passo, mai. Sta quasi sempre solo; adora Foscolo e il carme dei Sepolcri che sa a memoria, e se ne pasce come d’un cibo leonino. Camminando meco recitava i versi di Maratona, che detti da lui, nella notte, in mezzo alla colonna che marciava, mi parvero i più belli, i più forti da Dante in qua. Cantoni ha molto del foscoliano, e chi ponesse il suo ritratto per frontespizio nell’Ortis, ognuno direbbe che certo il povero Jacopo fu così. Ha diciannove anni, è Mantovano come Nuvolari, come Gatti, come Boldrini, tutta gente bizzarra e valente, che hanno un po’ del Sordello.

Paternò, 14 luglio.

Da Adernò a Paternò, una camminata in faccia all’Etna, che da Santa Caterina non si è più perso di vista. Per la falda che par si rigonfi infinita, trionfano boschi di verde cupo, dai quali si libera e si lancia il gran monte, brullo fino alla cima, bianco di neve, alto che il fumo del cratere vi galla sopra accidioso, come se non potesse salir di più. Dorme il gigante che conta gli anni dalle sue furie e dai popoli che ha disfatti. Sono tanti e che storie! Eppure spesseggiano nelle macchie i villaggi, lasciando indovinare da lungi la gente felice che deve abitarli.

Catania, 15 luglio.

Credeva d’entrare in una città di Ciclopi, ma appena oltre la porta minacciosa per i massi di cui e formata, ecco la via lunga fino al mare, ampia, lavata, fresca come vi dovesse passare la processione del Corpus Domini. Eravamo un drappello che precedemmo la brigata e i primi fiori gli avemmo noi. In piazza dell’Elefante una sentinella chiamò la guardia, dieci o dodici giovinotti balzarono a schierarsi, presentarono l’armi facendo le faccie fiere. Sono gente del paese intorno, raccolta da Nicola Fabrizi.

* * *

Entrò la brigata. Eber cavalcava alla testa, le compagnie camminavano franche, con gli schioppi che uno non passava l’altro, con una cadenza di passo da vecchi soldati; davano piacere a vederle.

Staremo qua riposando alcuni giorni. I borbonici di Siracusa e d’Agosta non si sono mossi; ma bisognerà vegliare perché siamo in mezzo ad essi e a quei di Messina.

17 luglio.

Ho bell’e visto; questi per noi sono gli ozi di Capua, Catania ha dei profumi che addormentano. Siede come Venere nella conchiglia, spossata dal godimento d’un cielo, d’una campagna, d’un mare, che sembrano fondersi insieme in una sola vita per farle delizia. Si sente una soavità d’aura anacreontica, su, vino e rose! Lampeggiano gli occhi delle donne uscenti dai templi come Dee, colle vesti bianche, i manti neri di seta fluttuanti dalle trecce per le spalle. E noi guardiamo, noi beviamo l’incanto ammirando.

Giuseppe Cesare Abba – Da Quarto al Volturno – Sezione 1 – “Alla vigilia della grande impresa”

Reading Time: 40 minutes

Parma, 3 maggio 1860. Notte.

Le ciance saranno finite. Se ne intesero tante che parevano persino accuse. – Tutta Sicilia è in armi; il Piemonte non si può muovere; ma Garibaldi? – Trentamila insorti accerchiano Palermo: non aspettano che un capo, Lui! Ed egli se ne sta chiuso in Caprera? – No, è in Genova. – E allora perché non parte? – Ma Nizza ceduta? dicevano alcuni. E altri più generosi: – Che Nizza? Partirà col cuore afflitto, ma Garibaldi non lascierà la Sicilia senza aiuto.

I più generosi hanno indovinato. Garibaldi partirà, ed io sarò nel numero dei fortunati che lo seguiranno.

Poco fa, parlavo di quest’impresa coll’avvocato Petitbon. Egli che l’anno scorso, nella caserma dei cavalleggieri d’Aosta, pregava con noi che nascesse la rivoluzione nel Pontificio o nel Napoletano, dacché Villafranca aveva troncata la guerra in Lombardia, non potrà venire con noi, e si affligge. Ha la madre ammalata. Ci lasciammo colla promessa di rivederci domani, e se ne andò lento e scorato, per via dei Genovesi. Mentre io stavo a guardarlo, mi venivano di lontano, per la notte, rumori d’ascie e di martelli. E li odo ancora. Ma i cittadini non si lagneranno della molestia, perché la fretta è molta. Si lavora anche di notte a piantare abetelle, a formar palchi, a curvar archi trionfali, per la venuta di re Vittorio. Verrà dunque il Re desiderato fra questo popolo, che, ora sei anni, vide cadere Carlo terzo duca, pugnalato in mezzo alla via. Io era allora scolaro di quattordici anni, e ricordo il racconto che dell’orribile caso ci fece il padre maestro Scolopio. Frate raro, biasimava l’uccisore ma non lodava l’ucciso.

Che Carlo terzo fosse quel duca, che, prima del quarantotto, fu in Piemonte ufficiale di cavalleria? Se fu, vi lasciò tristo nome. Intesi narrare che una notte, in Torino, due ufficiali burloni, di gran casato, amici suoi, lo affrontarono per celia. Pare che ne restasse così atterrito, che i due dovettero palesarsi, tanto che non morisse dalla paura. E allora egli minacciò che guai a loro, se un dì fossero capitati a passare per i suoi Stati. – Se mai, rispose uno dei due, pianteremo gli sproni ne’ fianchi ai cavalli, e salteremo di là da’ tuoi Stati senza toccarli. – Povero Duca! Ora ne’ suoi Stati viene Vittorio. Gran fortunato questo Principe! Chi vuol fare qualcosa per la patria, sia pure non amico di re, deve contentarsi di dar gloria a lui. Parma gli farà grandi accoglienze, e noi non saremo più qui.

Parma, 7 maggio. Alla stazione.

Gli ho contati. Partiamo in diciassette, studenti i più, qualcuno operaio, tre medici. Di questi uno, il Soncini, è vecchio, della repubblica Romana. Dicono che nel treno di Romagna troveremo altri amici, fiore di gente. Ne verranno da tutte le parti.

Si fanno grandi misteri su questa partenza. A sentire qualcuno, neanco l’aria deve saperla. Ci hanno fatto delle serie raccomandazioni; ma intanto tutti sanno che Garibaldi è a Genova, e che andrà in Sicilia. Attraversando la città, abbiamo dato e pigliato delle grandi strette di mano, e avuto dei caldi auguri.

4 maggio. In viaggio.

Non so per che guasti, il treno s’è fermato. Siamo vicini a Montebello. Che gaie colline, e che esultanza di ville sui dossi verdi! Ho cercato coll’occhio per tutta la campagna. È appena passato un anno, e non un segno di quel che avvenne qui. Il sole tramonta laggiù. In fondo ai solchi lunghi, un contadino parla ai suoi bovi. Essi aggiogati all’aratro tirano avanti con lui. Forse egli vide e sa dove fu il forte della battaglia? Ho negli occhi la visione di cavalli, di cavalieri, di lance, di sciabole cavate fuori da trecento guaine, a uno squillo di tromba; tutto come narrava quel povero caporale dei cavalleggieri di Novara tornato dal campo due giorni dopo il fatto. Affollato da tutta la caserma, colla sciabola sul braccio, col mantello arrotolato a tracolla, coi panni che gli erano sciupati addosso, lo veggo ancora piantato là in mezzo a noi, fiero, ma niente spavaldo.

– Dunque, e Novara?

– Novara la bella non c’è più! Siamo rimasti mezzi per quei campi…

E narrò di Morelli di Popolo, colonnello dei cavalleggieri di Monferrato morto, di Scassi morto, di Govone morto, e di tanti altri, lungo e mesto racconto.

– E i francesi?

– Coraggiosi! – rispondeva egli: – ma bisognava sentirli come i loro ufficiali parlavano di noi!

Io lo avrei baciato, tanto diceva con garbo.

Povero provinciale di quei di Crimea, richiamato per la guerra, aveva a casa moglie, figliuoli e miseria. Non amava i volontari: gli pareva che se fossero rimasti alle loro case in Lombardia, egli non si sarebbe trovato lì, con trent’anni sul dorso e padre, a dolersi della pelle messa in giuoco un’altra volta. Del resto non si vantava di capire molto le cose: ciò che piaceva ai superiori, piaceva a lui: tutto per Vittorio e pazienza. Avessimo due o tre centinaia d’uomini come lui, buoni a cavallo e a menar le mani, quando saremo laggiù!

Nella stazione di Novi.

Si conoscono all’aspetto. Non sono viaggiatori d’ogni giorno; hanno nella faccia un’aria d’allegrezza, ma si vede che l’animo è raccolto. Si sa. Tutti hanno lasciato qualche persona cara; molti si dorranno di essere partiti di nascosto.

La compagnia cresce e migliora.

Vi sono dei soldati di fanteria che aspettano non so che treno. Un sottotenente mi si avvicinò e mi disse:

– Vorrebbe telegrafarmi da Genova l’ora che partiranno?

Io, né sì né no, rimasi lì muto. Che dire? Non ci hanno raccomandato di tacere? L’ufficiale mi guardò negli occhi, capì e sorridendo soggiunse:

– Serbi pure il segreto, ma creda, non l’ho pregata con cattivo fine.

E si allontanò. Volevo chiamarlo, ma ero tanto mortificato dall’aria dolce di rimprovero con cui mi lasciò! È un bel giovane, uscito, mi pare da poco, da qualche collegio militare; alla parlata, piemontese. Non so il suo nome e non ne chiederò. Innominato, mi resterà più caro e desiderato nella memoria.

Genova, 5 maggio. Mattino.

Ho riveduto Genova, dopo cinque anni dalla prima volta che vi fui lasciato solo. Ricorderò sempre lo sgomento che allora mi colse, all’avvicinarsi della notte. Quando vidi accendere i lampioni per le vie, mi si schiantò il cuore. Fermai un cittadino che passava frettoloso, per chiedergli se con un buon cavallo, galoppando tutta la notte, uno avrebbe potuto giungere prima dell’alba a C…, al mio villaggio. Colui mi rispose stizzito, che manco per sogno. Quella notte fu lunga e dolorosa; e ora come posso dormire tranquillo, benché lontano dai miei e a questi passi?

Ieri sera arrivammo ad ora tarda, e non ci riusciva di trovar posto negli alberghi, zeppi di gioventù venuta di fuori. Sorte che, lungo i portici bui di Sottoripa, ci si fece vicino un giovane, che indovinando. senza tanti discorsi, ci condusse in questo albergo, La gran sala era tutta occupata. Si mangiava, si beveva, si chiacchierava in tutti i vernacoli d’Italia. Però si sentiva che quei giovani, i più, erano Lombardi. Fogge di vestire eleganti, geniali, strane; facce baldanzose; persone nate fatte per faticare in guerra, e corpi esili di giovanetti, che si romperanno forse alle prime marcie. Ecco ciò che vidi in una guardata. Entravamo in famiglia. E seppi sùbito che quel giovane che ci mise dentro si chiama Cariolato, che nacque a Vicenza, che da dieci anni è esule, che ha combattuto a Roma nel quarantanove, e in Lombardia l’anno passato. Gli altri mi parvero, la maggior parte, gente provata.

Più sul tardi.

Stamane il primo passo lo feci da C… al quale farò conoscere i dottori di Parma, che a lui, studente di medicina, sarebbero cari, se potesse venire con noi.

– Tu vai in Sicilia! esclamò appena mi vide.

– Grazie! Tu non mi hai detto mai parole più degne.

– È una grande fortuna! – soggiunse pensoso: e dopo lunghi discorsi prese la lettera che gli diedi per casa mia. Egli la porterà soltanto quando si sappia che noi saremo sbarcati in Sicilia. Se si dovesse fallire, voglio che la mia famiglia ignori la mia fine. Mi aspetteranno ogni giorno, invecchiando colla speranza di rivedermi.

Mi abbattei nel signor Senatore, che mi conobbe giovinetto.

Egli mi ha detto che in Genova si è radunata una mano di faziosi, i quali oggi o domani vogliono partire, per andare a far guerra contro Sua Maestà il Re di Napoli. Non sa più in che mondo viva: e se il governo di qui non mette la mano sopra quegli sfaccendati perturbatori… Basta, spera ancora! Scaricava cosi la collera che gli bolliva; ma a un tratto si piantò, domandandomi se per avventura fossi anch’io della partita. Io non risposi. Allora certo d’aver colto nel segno, cominciò colle meraviglie, poi colle esortazioni. Come? Poteva essere che il mondo si fosse girato tanto, da trovarsi a simili fatti un giovane, uscito dal fondo d’una valle ignota, allevato da buoni frati, figlio di gente quieta, adorato dalla madre…? Poi passò alle minaccie. Avrebbe scritto, si sarebbe fatto aiutare da quanti del mio paese sono qui; mi avrebbe affrontato all’imbarco, per trattenermi… Ed io nulla. Ultima prova, quasi piangendo e colle mani giunte proruppe: Ma che cosa vi ha fatto il re di Napoli a voi, che non lo conoscete e andate a fargli guerra? Briganti!

Eppure un suo figlio verrà con noi.

* * *

Desinammo in quattro, né allegri né mesti, e restammo a tavola pensando ognuno lontano, secondo il proprio cuore. Tacevamo. A un tratto il dottor Bandini, che m’era di faccia, si levò ritto, cogli occhi nella parete sopra di me. V’era un ritratto. Pisacane! Io lessi alto una strofa stampata a piè dell’immagine di quel precursore, una delle strofe della Spigolatrice di Sapri. Al ritornello, il dottor Bandini mi fu sopra colla sua voce potente e lesse lui:

Eran trecento, eran giovani e forti
E sono morti!

Tornò il silenzio di prima. Ed, io pensai alla notte che si fece sulle due Sicilie, dopo l’eccidio di Sapri. Oh! allora, come deve essere parsa fuori di ogni speranza una ripresa d’armi, a quella povera gente laggiù. Ai profughi si affacciò il sepolcro in terra straniera, e il regno fu tutto un carcere.

Da Quarto a Marsala

Quarto, presso la Villa Spinola. 5 maggio, a un’ora di notte.

Ho bevuto l’ultimo sorso.

Strana coincidenza di date! Partiremo stasera. Chi fra quanti siamo qui non ripensa che oggi è l’anniversario della morte di Napoleone?

In mare. Dal piroscafo il Lombardo. 6 maggio mattino.

Navigheremo di conserva, ma intanto quelli che montarono sul Piemonte furono più fortunati. Hanno Garibaldi. I due legni si chiamano Piemonte e Lombardo; e con questi nomi di due provincie libere, navighiamo a portare la libertà alle provincie schiave.

Noi del Lombardo siamo un bel numero. Se ce ne sono tanti sul Piemonte, arriveremo al migliaio. Chi potesse vedere nel cuore di tutti, ciò che sa ognuno della nostra impresa e della Sicilia! A nominarla, sento un mondo nell’antichità. Quei Siracusani che, solo a sentirli cantare i cori greci, mandarono liberi i prigionieri di Nicia, mi parvero sempre una delle più grandi gentilezze che siano state sulla terra. Quel che oggi sia l’isola non lo so. La vedo laggiù in una profondità misteriosa e sola. E Trapani?

Mi vibrano bene nella mente, in questi momenti, le parole di quel volontario che fu in Crimea. “Appoggiammo a Trapani, raccolta laggiù su d’una punta squallida, città colma di mestizia fin sopra i tetti. Venivano, sulle barche, dei poveri straccioni a venderci frutta, girando stupefatti attorno alla nostra nave. – Che cosa siete? ci chiedevano.

“Piemontesi.

“E dove andate?

“In Crimea, alla guerra.

“In Crimea, alla guerra!” ripetevano chinando il capo, e se ne andavano pieni di compassione.

Vedremo Palermo? Vedremo la piazza dove fu fatto l’Auto da fè di fra Romualdo e di suor Gertrude? Il Padre Canata ce lo lesse nel Colletta in iscuola; e leggendo pareva che schiaffeggiasse la plebe e i grandi, che banchettarono cogli occhi sul rogo.

Ricordo più dolce, mio padre narrava che l’anno della fame, 1811, essendo egli fanciullo, la gente si nutriva di certe mandorle grosse come un pollice, portate di lontano… di lontano… dalla Sicilia. – E che cosa è la Sicilia? – domandavamo noi fanciulli. E lui: – Una terra che brucia in mezzo al mare.

Nell’anno 1857, l’anno d’Orsini, d’Agesilao, di Pisacane, su per le colonne di via Po in Torino, lessi scritto col carbone: “Sicilia è insorta, all’armi, fratelli”. Chi sa da qual mano furono scritte quelle parole? E se le scrisse un esule come sarà felice se per avventura è con noi.

* * *

Genova nelle ore supreme fu ammirabile. Nessun chiasso: silenzio, raccoglimento e consenso. Alla Porta Pila, v’erano delle donne del popolo che, a vederci passare, piangevano. Di là a Quarto, di tanto in tanto, un po’ di folla muta. A pie della collina d’Albaro alzai gli occhi, per vedere ancora una volta la Villa, dove Byron stette gli ultimi giorni, prima di partire per la Grecia: e il grido di Aroldo a Roma mi risonò nelle viscere. Se vivesse, sarebbe là sul Piemonte, a fianco di Garibaldi inspiratore.

– Questo villaggio è Quarto? – Sì. – Dov’è la villa Spinola? – Più avanti.

Tirai avanti. Ecco la villa.

Biancheggiava una casina di là da un gran cancello, in un bosco oscuro, nella cui profondità, pei viali, si movevano uomini affaccendati. Dinanzi, sullo stradale che ha il mare lì sotto, v’era gran gente e un bisbiglio e un caldo che infocava il sangue. La folla oscillava: Eccolo! No, non ancora! Invece di Garibaldi usciva dal cancello qualcuno che scendeva al mare, o spariva per la via che mena a Genova. Verso le dieci la folla fece largo più agitata, tacquero tutti; era Lui!

Attraversò la strada e per un vano del muricciolo rimpetto al cancello della villa, seguito da pochi, discese franco giù per gli scogli. Allora cominciarono i commiati. Ed io che non aveva lì nessuno, mi sentii negli occhi le lagrime. Avviandomi per discendere, mi abbattei in Dapino, mio condiscepolo di sei anni or sono. Aveva la carabina sulla spalla. Fui lì per abbracciarlo; ma gli vidi a fianco suo padre e un suo fratello, e mi cadde l’animo. Temei d’assistere ad una scena dolorosa, perché mi pareva che quel padre, che io so tanto amoroso, fosse venuto per trattenere il figliuolo; e due passi più sotto v’erano le barche, e una turba silenziosa come di ombre sfilava giù in quel fondo. Invece ecco il padre e il fratello abbracciare l’amico mio, e… mi si fa un nodo alla gola.

Qui accanto dicono d’un altro che non conosco. Sono Veneti, giovani belli e di maniere signorili.

– Sapete che la madre di Luzzatto venne a cercarlo?

– Da Udine?

– O da Milano, non so. Corse di qua, di là, da Genova alla Foce, dalla Foce a Quarto, chiedendo, pregando e tanto fece che lo trovò.

– E lui?

– E lui la supplicò di non dirgli di tornare indietro; perché sarebbe partito lo stesso, col rimorso d’averla disobbedita.

– E la mamma?

– Se n’andò sola.

* * *

Non si vede più terra.

La barca sulla quale ieri sera mi toccò montare, dondolava stracarica. I barcaiuoli per farci stare che non si capovolgesse, ci pregavano di guardare, verso Genova, certe luci verdi e rosse che splendevano nella notte. Come fossimo bambini! Verso le undici da una barca già in alto, udimmo una voce limpida e bella chiamare: “La Masa!”. E un’altra voce rispose: “Generale!”. Poi non s’udì più nulla.

Intanto le ore passavano; eravamo cullati dall’onda e mi addormentai. All’alba fui destato, e vidi due navi maestose, lì ferme dinanzi a noi. Tutte le barche furono spinte verso quelle. Mi volsi addietro. Genova e la riviera apparivano laggiù incerte, in un velo vaporoso: ma là oltre, i miei monti esultavano alti e puri, dominando la scena!

Una brezzolina increspava le acque; sulle navi si faceva un gran vociare; era una tempesta di chiamate, di apostrofi e anche di sagrati, che lasciavano il segno nell’aria come saette. Fu una mezz’ora di gran furia a chi facesse più presto a imbarcarsi; e anch’io potei finalmente agguantare una gòmena e salire. Ho sempre negli occhi un giovane, che in quel momento vidi convulso dibattersi in fondo ad una delle barche, tenuto a stento da tre compagni. Che fosse pentito o il mal di mare l’avesse ridotto in quello stato?

* * *

Si odono tutti i dialetti dell’alta Italia, però i Genovesi e i Lombardi devono essere i più. All’aspetto, ai modi e anche ai discorsi la maggior parte sono gente colta. Vi sono alcuni che indossano divise da soldato: in generale veggo faccie fresche, capelli biondi o neri, gioventù e vigore. Teste grigie ve ne sono parecchie; ne vidi anche cinque o sei affatto canute; ho notato sin da stamane qualche mutilato. Certo sono vecchi patriotti, stati a tutti i moti da trent’anni in qua.

– Anche tu sei qui? esclamava uno abbracciando un amico: non eri a Parigi?

– Arrivai ieri sera.

– A tempo per venir con noi?

– E avreste voluto fare senza di me?

Mi parve una vantazione che stesse male: ma l’aria del giovanotto elegante era tanto semplice e sicura! Non domando mai d’uno chi sia, poi me ne pento. Fino ad ora non conosco che Airenta, dei nuovi. Egli, mentre scrivo, dorme lungo disteso, colla testa appoggiata alla sua sacca, vicino ai miei piedi. È un giovane d’oro. Ci conoscemmo ieri, ci trovammo qui, ci siamo promessi di star sempre insieme. I suoi maestri del seminario arcivescovile di Genova, quando sapranno il passo che ha fatto!

Che? Un uomo in mare?

* * *

Fu un quarto d’ora d’angoscia. Indietro alla macchina! urlava il capitano, e il legno si fermò sbuffando. Ma l’uomo caduto in mare era già lontano; appariva, spariva e lottava. Fu presto calata una lancia: la spingemmo cogli occhi, coi gesti, coll’anima, tutti. Il caduto fu raggiunto, agguantato, salvato. Dicono che sia un genovese.

* * *

Mi si era fitto in mente che questo capitano del Lombardo fosse un Francese. L’aria, gli atti, il tono suo di comandare, lo mostrano uomo che in sè ne ha per dieci. A capo scoperto, scamiciato, iracondo, sta sul castello come schiacciasse un nemico. L’occhio fulmina per tutto. Si vede che sa far di tutto da sè. Forse in mezzo all’oceano, abbandonato su questa nave, lui solo, basterebbe a cavarsela. Il suo profilo taglia come una sciabolata; se aggrotta le ciglia, ognuno cerca di farsi piccino; visto di fronte non si regge al suo sguardo. Eppure, a tratti, gli si esprime in faccia una grande bontà. Che capriccio fu quello di chiamarlo Nino? – Bixio! Ecco il nome che gli sta! Almeno rende qualcosa come un guizzo di folgore.

Si fa notte: il Piemonte tira innanzi più veloce di noi. A quest’ora in casa mia si accende il lume, torna mio padre da fuori, la cena fuma sulla mensa; ma la famiglia tarda a sedersi… qualcuno manca.

In mare, 7 maggio.

Fu fatto fare silenzio. Da poppa a prora tacemmo tutti, e la voce potente d’uno che leggeva un foglio suonò alta come una tromba. L’ordine del giorno ci ribattezza Cacciatori delle Alpi, con certe espressioni che vanno dritte al cuore. Non ambizioni, non cupidigie; la grande patria sovra ogni cosa, spirito di sagrificio e buona volontà.

Conosco un altro ordine del giorno, che fu letto non so bene se nella ritirata da Roma nel 1849, o l’anno scorso ai volontari, prima che passassero il Ticino. Si sente sempre lo stesso spirito. Anche in quello, il Generale diceva di offrire non gradi né onori, ma fatiche, pericoli, battaglie e poi… per tenda il cielo, per letto la terra, per testimonio Iddio.

Talamone, 7 maggio.

Vedevamo lontano un villaggio, una torre svelta, sottile, lanciata al cielo; una bandiera su quella agitata dal vento. Bandiera italiana, villaggio toscano. Era questo di Talamone, sulle coste maremmane. Quando fummo vicini a terra, una barca venne a gran forza di remi verso di noi, portando il Comandante di questo castelluccio. Il valentuomo era mezzo sepolto sotto due spalline enormi, e aveva in capo una lanterna tutta galloni.

Che paese di povera gente! Carbonai e pescatori. La nostra discesa gli ha rallegrati.

– Come si chiama quel monte là in faccia?

– Monte Argentaro.

– E quelle case bianche, mezzo tuffate in mare?

– Porto San Stefano.

– Con una veduta come questa sempre dinanzi agli ocche, dovete fare una bella vita!

– Sì se si mangiasse cogli occhi. Ma… Basta… finché si campa!

Cosi mi diceva un giovane carbonaio, mentre seguitava a discorrere, per farmi dire a sua volta chi siamo, e dove andiamo; io pendeva, proprio pendeva, dalle sue labbra, bevendo il dolce della sua lingua e pensando al mio dialetto aspro.

* * *

Lo rividi disceso a terra. Lento e sorridente se ne veniva su per la salita, vestito da generale dell’esercito piemontese. I lunghi capelli e la barba intera combinavano male con quei panni. Il capitano Montanari, che pare suo grande amico, gli veniva a fianco celiando, e gli diceva: “Così vestito mi sembrate un leone in gabbia”. Il Generale sorrideva.

* * *

Son voluto entrare in chiesa. Una piccola chiesa disadorna e tranquilla, fatta proprio per pregarvi e null’altro. Mi sono seduto tra le panche, per respirare un po’ di quell’aria fresca che era là dentro, e invece mi si riempì l’animo di malinconia. Uscito, ho subito scritto a casa mia, confessando d’esser qui, e dicendo con chi e dove vado.

* * *

Mi sono tuffato in mare con una voluttà indicibile. Le acque erano tiepide, per tutta la riva una festa di nuotatori, sui poggi, a brigate, si vedevano i nostri godere il fresco dell’erba. Lungo la strada che mena ad Orbetello un gran viavai.

Ma che cosa facciamo qui? Che cosa si aspetta? Stanotte dormiremo a terra, e i nostri legni staranno all’àncora. Dicono che furono menati via dal porto di Genova per sorpresa. Che colpo, se venisse una nave da guerra a ripigliarceli! Il meglio sarebbe tirar via. Ma forse il Generale attende notizie, o altra gente, o armi. Appunto, sino ad ora non abbiamo armi. Soltanto alcuni se ne vanno attorno, con certe carabine che si tengono care come spose. Le hanno sempre in ispalla. Sono genovesi, tutti tiratori da lunga mano, preparati a questi tempi con fede ed amore. Quell’uomo dai capelli grigi, non vecchio ancora ma neanche più giovane, è un professore di lettere, amico di Mazzini, uscito di carcere l’anno scorso. V’era stato chiuso pei fatti di Genova del 1857. Si chiama Savi. Ho inteso dire che nel 1856, quando fu formata la Società Nazionale, e Garibaldi vi si iscrisse uno dei primi, il Savi l’abbia rimproverato d’aver accettato l’iniziativa monarchica, lui capo militare del partito repubblicano uscito da Roma. Ma ora per l’Italia è venuto anche lui. Se ne sta in disparte modesto e taciturno; ma si vede che è amato e cercato. Chi non sa chi sia, gli passa vicino rispettoso e lo saluta.

* * *

Ci siamo provati in quattro a mettere insieme un po’ di erudizione. Uno disse che i Galli Gesati, armati di spiedi, e incamminati alla volta di Roma, devono essere stati più qua e più là a campo, nella pianura verso Orbetello, quando furono colti e distrutti dai Romani, sbarcati qui tornando dalla Sardegna. E qui Mario approdò furtivo, reduce dall’esilio d’Africa, coll’anima traboccante degli odi, nati nella palude di Minturno e inaspriti dagli ossequi concessi a Silla. Qui, sul finire del secolo scorso, le schiere napoletane del conte di Damas videro per la prima volta le insegne dei repubblicani di Francia. E i posteri aggiungeranno che qui discese Garibaldi coi suoi, navigando verso Sicilia.

Talamone, 8 maggio.

Le compagnie sono formate, otto in tutto. Io co’ miei amici siamo scritti alla sesta. La comanda Giacinto Carini, siciliano, che mi pare di trentacinque anni. Dicono che nel quarantotto fu colonnello di cavalleria; che stesse coll’armi alla mano sino all’ultima caduta della rivoluzione; e che da quei tempi visse in Francia, sperando e scrivendo. Siamo lieti d’aver per capo un siciliano, che ha fama di prode: eppoi è un così bel tipo di soldato! Affabile, gentile, parla e innamora. E siciliani sono anche gli altri ufficiali della compagnia, salvo un modenese, che deve saper bene il mestiere, ed essere anch’egli uomo ardito e di franco coraggio.

Bixio, La Masa, Anfossi, Cairoli, ed altri bei nomi della nostra storia, comandano ognuno una compagnia: tutti gli ufficiali hanno qualche bella pagina di valore: parecchi sono ancora di quei di America, ne ho visti tre che hanno un braccio solo. Primo aiutante del Generale è il colonnello Türr ungherese, e Sirtori è il capo dello Stato Maggiore. Abbiamo con noi il figlio di Daniele Manin, e ho inteso parlare d’un poeta gentile che canterà le nostre battaglie. Si chiama Ippolito Nievo.

Tutti i Genovesi che hanno carabina, forse quaranta, formano un corpo di Carabinieri. Il loro capitano Antonio Mosto chi lo volesse dipingere, è una bella testa di filosofo antico. Di modi e di fisionomia austero, pare uno che abbia fatto penitenza sino ad oggi, per affrettare la resurrezione d’Italia. È conosciuto per coraggiosissimo; e infatti come potrebbe non esserlo, se quei giovani lo tengono per primo?

* * *

Ho riveduto quei due signori che hanno viaggiato con me da Parma a Genova. Sono qui anche loro; soldati nella prima compagnia. Il più giovane, piemontese, si chiama Giovanni Pittaluga. È un fuoco. A Piacenza, per aver veduto alcuni soldati francesi andare a zonzo vicino alla stazione, si tirò dentro gridando se quelli stranieri non se ne andranno mai più. E il più vecchio, che si chiama Spangaro ed è veneziano, e deve essere un uomo di conto, a vedere com’è rispettato qui, disse con molto senno, che avremo grazia se ci riuscirà di vederli andarsene colle buone. L’altro fremeva. Ora avranno agio di continuare la loro disputa sull’efficacia dei modi spicci che il giovane vorrebbe adoperati, a farla finita coi nemici d’Italia. Nella sua fisonomia vi è del Saint-Just. Guai a quel povero prete o frate che gli venisse a cascare fra le mani.

* * *

Il povero Sartori era seduto sul ciglio di quello scoglio, col mare là sotto a picco. Si querelava tra sé, ma udì il mio passo e si tacque. Gli chiesi che cosa avesse. Mi rispose che era stato lì lì per buttarsi da quell’altezza, offeso nel vivo da un capitano che gli impose di levarsi di capo il berretto da ufficiale, portato nell’esercito dell’Emilia. Deve essere stato un battibecco fiero. Sartori obbedì, ma ha giurato di far parlare di sé.

* * *

Allegro che scoppiava nei panni, montato a bisdosso su d’un asinello, uno dei nostri cavalcava su per l’erta, tra le risa de’ suoi amici. La povera bestia cadde, e il giovane andò giù ruzzoloni, rimanendo malconcio. Fu messo a letto nell’osteria, e vi rimarrà chi sa quanto. Poveretto, quando noi ripartiremo!

* * *

Una mano dei nostri si staccheranno tra poco da noi. Passeranno il confine romano condotti da Zambianchi. Mi duole pei tre medici di Parma destinati a seguirlo. Diverse venture, comunque la meta sia una. Noi non ci siamo detti addio.

E mi hanno detto che sono partiti, o stanno per partire, non so quanti, che non vogliono più seguire il Generale, perché al grido di guerra ha mescolato il nome di Vittorio Emamiele. Se ne parla, se ne giudica, ma non se ne sente dir male.

9 maggio. Dal Lombardo in faccia a San Stefano.

Ieri sera c’imbarcammo che il mare pareva volersi mettere in burrasca. Gli abitanti di Talamone ci salutarono dalla riva, accompagnandoci con auguri pietosi.

Sono venuti a bordo del Lombardo tre bersaglieri fuggiti da Orbetello. Uno ve n’era già sin da Genova, Pilade Tagliapietre, trevisano. Se al Lamarmora, che creò questa sorte di soldati, e li condusse da Goito in Crimea, invincibili sempre, avessero predetto che un giorno quattro giovani vestiti de’ suoi panni, guarderebbero dalla tolda di un bastimento alla Sicilia in rivolta, chi sa che rigonfiamento di cuore n’avrebbe avuto, e che sorta di esclamazioni avrebbe tartagliato. Oh la vecchia Sicilia di Vittorio Amedeo!

Ci deve essere gran fretta di partire, perché Bixio grida ai barcaiuoli che vanno e vengono portando acqua: “Venti franchi ogni barile, se me li portate prima delle undici!”. I barcaiuoli fanno forza di braccia e le barche volano.

Intanto che si aspetta l’acqua, fanno la distribuzione delle armi. Ne ho avuta una anch’io, uno schioppo rugginoso che, Dio mio! E m’hanno dato un cinturino che pare d’un birro, una giberna, una baionetta e venti cartucce. Ma non si diceva a Genova che avremmo avuto delle carabine nuovissime? C’è di peggio. Il colonnello Türr fu ieri ad Orbetello, e tornò con tre cannoni e una colubrina lunga come la fame; roba che deve essere dei tempi quando quel lembo di terra là si chiamava lo Stato dei Presidii. Come faremo, tanto male armati laggiù?

L’acqua è arrivata, si salpa l’àncora. Santo Stefano, addio. Girato quel promontorio, saremo di nuovo nel grande mare, e che Dio ci aiuti.

9 maggio. Sera.

Non una vela sull’orizzonte. Oltrepassata l’isoletta del Giglio, cominciò una delizia di venticello che ristorava le vene. Il cielo è purissimo. Neppur più uno di quei tanti smerghi che ci seguivano, librandosi alti, precipitando fulminei a tuffarsi, quasi per farci festa. Vedemmo molti delfini balzare allegri sull’acqua e tenerci dietro un pezzo.

Fra poco sarà notte. Una voce armoniosa e robusta canta da poppa una canzone, che udiranno i nostri compagni del Piemonte. È il volo dell’anima alla donna del cuore. Adesso la canzone si muta in un coro di voci poderose… “Si vola d’un salto nel mondo di là!”. Oh se fossimo presi in mare!

10 maggio.

Dall’alba fino ad ora fu un vero splendore. Si navigò che pareva di andare al trionfo tranquilli, colla pace del mare e col cielo che pareva nostro. Ma venne il momento dell’angoscia. Uno dei nostri si è gettato in mare. Si dice che sia lo stesso dell’altra volta. Dunque allora non è caduto per disgrazia? Quando il legno si fermò, vedevamo lontana la testa del naufrago, e misuravamo spasimando la corsa della barca che volava a salvarlo. E vi riuscirono. Riportato a bordo, Bixio lo rimproverò aspramente, poi si commosse e lo fece mettere in una cabina, dove è custodito. Gli hanno levato di dosso i panni fracidi, l’hanno vestito d’una tunica da ufficiale, e ora giace là dentro, fulminando cogli occhi attorno come un pazzo furioso.

* * *

Il Piemonte ci precede di molte miglia. Quella nave corre superba, come avesse coscienza della fortuna e dell’uomo che porta. Si vede come un punto nero laggiù; anzi non è più che il suo fumo, lasciato addietro come la coda d’una cometa. Se si abbattesse nella crociera napoletana! Ormai siamo nelle acque del nemico. Gli ordini sono più severi. Alcuni hanno indossato camicie rosse. Bixio grida, li chiama mussulmani, vuole che stiano rannicchiati. Nessuna vela sull’orizzonte. Sempre noi soli, fin dove la vista può giungere.

* * *

Il caporale Plona si lasciò sfuggire non so che brutte, parole, e Bixio giù! gli scaraventò un piatto in faccia. Ne venne un po’ di subbuglio. Come un razzo Bixio fu sul castello gridando: “Tutti a poppa, tutti a poppa!”. E tutti ad affollarsi a. poppa rivolti a lui, ritto lassù che pareva lì per annientarci. E parlò:

“Io sono giovane, ho trentasette anni ed ho fatto il giro del mondo. Sono stato naufrago e prigioniero, ma sono qui, e qui comando io! Qui io sono tutto, lo Czar, il Sultano, il Papa, sono Nino Bixio! Dovete obbedirmi tutti; guai chi osasse una alzata di spalla, e, guai chi pensasse di ammutinarsi! Uscirei con il mio uniforme, colla mia sciabola, con le mie decorazioni e vi ucciderei tutti! Il Generale mi ha lasciato, comandandomi di sbarcarvi in Sicilia. Vi sbarcherò. Là mi impiccherete al primo albero che troveremo; ma – e misurò collo sguardo lento la calca, – ma in Sicilia, ve lo giuro, vi sbarcheremo!”.

Viva Nino Bixio! viva, viva, viva! E mille braccia si alzarono a lui, che stette lassù fiero un poco; ma poi impallidì, gli balenarono gli occhi e ci volse le spalle. Dall’alto dell’alberatura i marinai applaudivano. Allora di mezzo a noi si udì la voce quasi fioca d’uno, che ritto su d’una botte, coi capelli e la barba di un biondo scialbo, con una faccia fine e soave, non più giovane né gagliardo, arringava, annaspando nell’aria colle braccia, parlando di Garibaldi e di Bixio con grandi lodi. Stiamo a vedere, pensai, che Bixio gli scarica addosso una pistolettata. Mi volsi, proprio temendo, ma Bixio non era più sul castello. L’oratore tirò innanzi un altro poco, poi dové discendere senza concluder nulla. Niuno badava a lui, perché le parole di Bixio avevano fatto sugli animi come il vento sulle acque. Tutti erano agitatissimi, ognuno avrebbe data per Bixio la vita. Ho chiesto il nome di quell’oratore che ha viso dolce di Galileo, e mi hanno detto che è La Masa.

Di sul Lombardo, 11 maggio. Mattino.

Ieri, dopo il tramonto, i marinai delle antenne vedevano ancora come un’ombra del Piemonte. A prora, un giovane che pare nato alle grandi avventure, accendeva fiocchi di stoppa incatramata, e sempre per un verso li buttava in mare. Che fossero segnali? Il bagliore di quelle fiamme rossicce, dava a tratti uno strano risalto alla faccia d’adolescente di quel giovane, e la sua fronte pareva fuggisse sotto i ricci biondi. Io guardava le sue mani ben fatte, il suo petto ampio, il suo collo robusto e bello, cinto di un fazzoletto di seta ricadente giù per le spalle; e pensava ai mari d’oriente e al Corsaro di Byron.

Mi rannicchiai in un angolo, con un visibilio nel capo, e mi addormentai come un morto.

– Su! su! – mi disse Airenta, scuotendomi forte, non so a che ora.

Balzai. Tutti quelli che erano sul ponte stavano ginocchioni, curvi, sporgendo le faccie a sinistra. Non si udiva che, un sussurro; le baionette luccicavano inastate.

– Ma che c’è?

E Airenta a me: – Una nave viene a furia verso di noi.

– Borbonica?

– Ha già suonato la campana, e Bixio ha comandato di non rispondere.

La nave veniva dritta sul nostro fianco, e il rumore delle sue ruote era concitato e rabbioso. Mi pare che il suo camino gettasse fiamme. Bixio piantato sul castello la investiva cogli occhi. Certo si preparava a qualche tragedia; magari a far saltare in aria sé, noi e la nave che ci era ormai quasi addosso. Non ho potuto capir bene quel che seguì, per un po’ di confusione che mi nacque vicino: solo intesi Bixio gridare: “Generale!”. E poi fu una grande allegria.

Quella nave era il Piemonte. Il Generale che ci aveva preceduti, scoperta la crociera borbonica, tornò indietro in cerca di noi; ci trovò, si parlarono con Bixio, e ci riponemmo in via, mutando rotta.

Credo che ora siamo più vicini all’Africa che alla Sicilia,

* * *

Si torna a navigare verso Sicilia.

A poppa, i Lombardi cantavano le canzoni dei loro laghi. Non sono meste come quelle dei miei monti, non rendono le pene delle generazioni nate a patire all’ombra dei castelli, che ora, rovine senza gloria, coronano i poggi sopra i villaggi delle mie vallate; ma qualcosa di patetico vi è anche in esse, e toccano il cuore profondamente.

Ho qui vicino un Ungherese, che veggo da ieri girare in mezzo a noi. Non sa dire una parola. Mi guarda con quei suoi occhi piccini, aggrottati, verdi. Ha i capelli a lucignoli sulla fronte stretta, e il naso da Unno. Cuoce meditabondo e cupo, sdraiato a questo sole; e forse sta pensando alla sua patria, mentre viene a morir per la mia.

* * *

Gran bella veduta d’isolette! Sembrano emerse ora dal mare. C’è del verde di tutti i toni; c’è della roccia splendente, c’è un’aria azzurra che avvolge tutto; e le isole hanno una zona d’argento al piedi.

Sento che in quelle isole vi sono prigioni orribili. Il Re di Napoli vi tiene chiusi i prigionieri di Stato, e le famiglie che ve ne hanno qualcuno, dicono: “Meglio i morti!”.

* * *

La Sicilia! La Sicilia! Pareva qualcosa di vaporoso laggiù nell’azzurro tra mare e cielo, ma era l’isola santa! Abbiamo a sinistra le Egadi, lontano in faccia il monte Erice che ha il culmine nelle nubi. Un siciliano che era meco sulla tolda, mi narrava le avventure di Erice figlio di Venere, ucciso da Ercole su quelle vette. Erano ameni gli antichi, ma quant’è pure ameno l’amico mio, che trova ora tempo di parlare di mitologia! Ei mi disse che su quel monte c’è un villaggio che si chiama San Giuliano, dove nascono le più belle donne della Sicilia.

* * *

Come si conoscono gli esuli siciliani! Eccoli là a prora tutti affollati. In questo momento non vivono che cogli occhi. Saranno una ventina, di tutte le età. Miracolo se il colonnello Carini sbarcherà vivo, se non gli si romperà il cuore dalla allegrezza.

* * *

Il dottor Marchetti che ride sempre quando mi vede scrivere, non sa che ora scrivo del suo figliuolo. Compagno d’esilio, l’ha voluto seco sin qui. Il giovinetto può avere dodici anni; eppure è di piglio sì ardito! Fortunato lui, che ha un mattino così splendido nella sua vita! Se la morte non lo coglierà, sarà un uomo levatosi per tempo nella sua giornata. Che c’è? Tutti guardano da poppa…

* * *

Due navi corrono a vista dietro di noi!

Si è messo un po’ di vento in poppa. Tutte le vele sono spiegate, i marinai lavorano che sembrano uccelli. Bixio comanda, ubbidito a puntino. Ha gridato che chi gli sbaglia una manovra, lo farà impiccare all’albero di maestra! Voliamo.

* * *

Un piccolo legno veniva da terra. Bandiera inglese. Bixio prese un foglio vi scrisse sopra qualcosa, fece fendere un pane e nel fesso mise il foglio. Poi quando il legno passò quasi rasente a noi, gettò il pane che cadde in mare. “Allora – gridò facendo tromba colle mani, – dite a Genova che il generale Garibaldi è sbarcato a Marsala, oggi a un’ora pomeridiana!”.

Sul piccolo legno fu un levar di mani, un battere di applausi, uno sventolare di fazzoletti, evviva, viva, viva!

* * *

Eccola lì Marsala, le sue mura, le sue case bianche, il verde de’ suoi giardini, il bel declivio che ha innanzi. Nel porto poco naviglio; una nave da guerra sta alla bocca e si è tutta pavesata.

– Pronti, figliuoli – grida Bixio, tutto per noi; e se avesse la forza ci lancerebbe in un colpo alla riva. Ma siamo certi di sbarcare, sebbene le due navi ci inseguano sempre. Hanno guadagnato un bel tratto. Vengono sbuffando.

Da Marsala a Calatafimi

Marsala, 11 maggio.

Siedo sopra un sasso, dinanzi al fascio di armi della mia compagnia, in questa piazzetta squallida, solitaria, paurosa. Capitano Ciaccio da Palermo, piange come un bambino dall’allegrezza: io faccio le viste di non vederlo. La compagnia chi qua, chi là, mezzi a cercar da mangiare. Ma al primo squillo, non ne mancherà uno. Dal porto, tirano cannonate a furia contro la città. Su molte case sventolano bandiere d’altre nazioni. Le più sono inglesi. Che vuol dir questo?

* * *

Il Lombardo è quasi sommerso. Il Piemonte galleggia maestoso sull’acqua. Le fregate che ci inseguivano arrivarono a tiro che noi eravamo quasi tutti sul molo. La terra ci mareggiava sotto i piedi; stentavamo a tenerci ritti. La città non aveva ancora capito nulla; ma la ragazzaglia era già lì, venuta giù a turba. Alcuni frati bianchi ci salutavano coi loro grandi cappelli: ci spalancavano le enormi tabacchiere: e stringendoci le mani, ci domandavano: “Siete reduci, emigrati, svizzeri?”.

Alle porte della città, comparvero degli ufficiali di marina, in calzoni bianchi; e venivano giù al porto, verso la nave inglese, discutendo agitati. Noi intanto ci stavamo ordinando. A un tratto s’ode un colpo di cannone. Che è? Un saluto! dice sorridendo il colonnello Carini, vestito d’una tunica rossa, con un gran cappello a falda, piumato, in capo. Un secondo colpo, una grossa palla passa, rombando balzelloni, tra noi e la settima compagnia, e caccia in aria l’arena. I monelli si gettano a tetra; i frati fuggono come possono con quei gran corpi, camminando dentro i fossati. Una terza palla sfascia il tetto d’una casetta di guardie, lì presso; una granata cade in mezzo alla mia compagnia, e fuma per iscoppiare. Beffagna da Padova vi corre addosso e ne cava la miccia. Bravo! Ma egli non sente o non bada.

E poi giù i colpi che non si contarono più. Quale furore! Ora la città è nostra. Dal porto alle mura corremmo bersagliati di fianco. Nessun male. Il popolo applaudiva per le vie; frati d’ogni colore si squarciavano la gola gridando: donne e fanciulle dai balconi ammiravano. “Beddi! Beddi!” si sentiva dire da tutte le parti. Io ho bevuto all’anfora d’una giovinetta popolana che tornava dalla fonte. Rebecca!

E quell’arco della porta per la quale entrammo in città, come l’ho innanzi agli occhi! Mi parve l’ingresso d’una città araba; e un po’ mi parve anche di essere alle porte del mio villaggio, che hanno un arco come questo. Mi fermai a dare un’occhiata verso il porto. Venivano su correndo gli ultimi manipoli dei nostri: le due navi borboniche balenavano avvolte nel fumo; e quel nostro Lombardo, adagiato su d’un fianco, mi fece pietà. Dicono che Bixio l’abbia voluto sommergere. Costui dove passa lascia il segno.

Di guardia sull’antico porto di Marsala. Sera.

Noi qui non vediamo che cosa avvenga dall’altra parte, dove siamo sbarcati; ma senza dubbio quel fuoco da cacciatori è fatto dai carabinieri genovesi. Forse le navi hanno gente da sbarco a bordo e tentano di metterla a terra. Purché non vi riescano nella notte, e non colgano i nostri rimasti in città, alla sprovveduta o peggio! Vi è un certo vino traditore, e si è stati tanti giorni a digiuno! Ma i capi vi hanno pensato, e quasi tutte le compagnie son fuori. La mia è qui tutta intera. Vediamo una gran curva di lidi, e laggiù all’orizzonte un promontorio nero. Forse è Trapani. Quelle barchette che si staccano colà e pigliano il largo, sono cariche di gente che fugge. Intanto il fuoco dalle navi continua.

Marsala, 12 maggio, 3 ore ant.

Ieri sera alle dieci, il caporale Plona mi piantò laggiù a piè di uno scoglio, sentinella ultima della nostra fila, e mi ci lasciò cinque ore. Feci dei versi alle stelle. Fu la mia veglia d’arme.

Mercoledì. Durante il “grand’alt”.

Alla punta del giorno venne uno a cavallo, parlò col capitano, pigliammo gli schioppi, e rientrammo in città. Per una via sonnacchiosa, passammo innanzi a certe casuccie, dove la miseria si ridestava nelle stanze terrene semiaperte e schifose, riuscimmo alla campagna dal lato opposto. Là erano tutti i nostri già ordinati e pronti; là un’allegrezza intera e sana che alzava il cuore. In alto mare, le due navi napoletane di ieri filavano di lunga, menandosi a rimorchio il Piemonte. Bella consolazione! Il Lombardo era sempre al suo posto; e quando spuntò il sole, la parte della sua carena che era fuori dell’acqua, parve incendiarsi dallo splendore, per salutarci e augurarci fortuna.

Nell’aria era un profumo delizioso: ma quel campo lì fuori le mura di Marsala, coi suoi grandi massi nerastri sparsi qua e là, con quei fiori gialli che lo coprivano a tratti, cominciava a darmi non so che senso di cose morte. Passò Bixio a cavallo. Fiero come già sul cassero del Lombardo, diede una occhiata burbera laggiù a quel povero legno, accennò brusco come a dire: “Siamo intesi!” e tirò innanzi trottando. Dopo di lui vennero alcune Guide, gente che ha navigato sul Piemonte, bei cavalli, bei cavalieri, coll’uniforme leggiadra che avevano l’anno passato in Lombardia. Nullo caracollava bizzarro e sciolto; torso da Perseo, faccia aquilina, il più bell’uomo della spedizione. Pare uno dei tredici che han combattuto a Barletta. Missori da Milano, vestito d’una tunichetta rossa che gli cresce l’aspetto di gran signore, ha in capo un grazioso berretto rosso, gallonato d’oro, e comanda le Guide. Dolce ma tutt’animo; lui e Nullo, Eurialo e Niso. Quell’altro, semplice Guida, colla faccia imbroncita e piena di bontà, è il più vecchio del drappello. Avrà quarant’anni? È Nuvolari da Mantova, un ricco campagnuolo che ha cospirato e combattuto umile e costante; tipo di puritano dei tempi di Cromwell. Gli altri tutti fior di giovani; carissimo un Manci da Trento, che mi fa pensare alla Fiorina del Grossi, tanto ha l’aria di fanciulla innocente.

Sempre sorridente e colla buona novella in fronte, arrivò ultimo Garibaldi collo Stato Maggiore. Cavalcava un baio da Gran Visir, su di una sella bellissima, colle staffe a trafori.

Indossava camicia rossa e calzoni grigi, aveva in capo un cappello di foggia ungherese e al collo un fazzoletto di seta, che, quando il sole fu alto, si tirò su a far ombra al viso. Scoppiò un gran saluto affettuoso; ed Egli, guardandoci con aria paterna, si spinse fin in capo alla colonna. Poi le trombe suonarono e ci ponemmo in marcia.

Fatto un bel tratto della via consolare, si pigliò la campagna, per una straduccia incerta e difficile tra i vigneti. I nostri cannoni venivano dietro a stento, su certi carri dipinti d’immagini sacre, tirati da stalloni focosi, che spandevano nell’aria la grande allegria delle loro sonagliere. Ci siamo fermati a questa fattoria; una casa bianca e un pozzo, in mezzo a un oliveto. Che gioia un poco d’ombra, e che sapore il po’ di pane che ci han dato! E il Generale seduto a piè di un olivo, mangia anche lui pane e cacio, affettandone con un suo coltello, e discorrendo alla buona con quelli che ha intorno. Io lo guardo e ho il senso della grandezza antica.

Dal Feudo di Rampagallo. Sera.

Ripresa la via, dopo una buona ora di sosta, ci rimettemmo per l’immensa campagna. Non più vigneti ne olivi, ma di tratto in tratto ancora qualche campicello di fave, poi più nessuna coltura. Il sole ci pioveva addosso liquefatto, per la interminabile landa ondulata, dove l’erba nasce e muore come nei cimiteri, E mai una vena d’acqua, mai un rigagnolo, mai all’orizzonte un profilo di villaggio: “Ma che siamo nelle Pampas?” esclamava Pagani, il quale da giovane fu in America.

Quelle solitudini dove l’occhio non trovava confine, a larghe distanze, erano appena animate da qualche capanna di pastori, o da branchi di cavalli sciolti, nella loro selvaggia libertà. A vederci, galoppavano lontano, cacciati dallo spavento, e talvolta si arrestavano corvettando dall’allegrezza. Dopo mezzodì, sul margine del nostro sentiero, trovammo un vecchio pastore. Vestiva pelli di capra, e la sua testa, fiera e quasi da selvaggio, era coperta da un enorme berretto di lana. Teneva le mani appoggiate sulle spalle di un giovinetto, che poteva avere quindici anni, ed osservava muto il nostro passaggio. Quando arrivò a lui la mia compagnia, egli si rivolse al capitano gridando con voce sicura: “Principe Carini, reboldate la cabedale!” E spinse il giovinetto in mezzo a noi. Poi si asciugò gli occhi, e volte le spalle, si allontanò per quel deserto. Lontano, lontano all’orizzonte, vedevamo una capanna, forse la sua.

– Che è principe il nostro capitano? chiesi al tenente palermitano anche lui.

– No… Un principe Carini esiste, ma borbonico che ci avvelenerebbe l’aria.

Questo gran casone bieco e un antico feudo. Arrivammo che il sole andava sotto, e ci ponemmo qui sul pendio, sdraioni sull’erba soffice e lussureggiante. Fui mandato ad attinger acqua. Su d’un rialzo vicino al casone, stavano in crocchio alcuni dei nostri capi. Mentre passavamo uno di essi diceva: – Avete badato a quel deserto, tutt’oggi? Si direbbe che siamo venuti per aiutare i Siciliani a liberare la loro terra dall’ozio!

Del nemico non si sente dir nulla.

13 maggio. Salemi.
Da un balcone di convento, in faccia alla gloria del sole.

Stamane suonava la diana, e Bixio già in sella veniva da chi sa dove. Se invece di quella uniforme di fanteria, vestisse un costume del cinquecento, ecco Giovanni dalle Bande Nere. Nella notte sono arrivati a squadre molti insorti, armati di doppiette da caccia e di picche bizzarre. Parecchi vestono pelli di pecora sopra gli altri abiti, tutti paiono gente risoluta, e si sono messi con noi.

Quando movemmo dal campo di Rampagallo, eravamo aggranchiti per aver dormito là senza tende, senza coperte, come capitammo, colla gran guazza che viene giù queste notti. Ma ci liberammo dal freddo assai presto e dopo mezz’ora di marcia si desiderava già l’acqua. Passammo vicino a parecchie fonti, bevevamo cogli occhi; ma Bixio era sempre là inesorabile a far guardia, e non ci lasciava nemmen bagnar le labbra. Ha fatto bene. Uno dei nostri che riuscì a bere, cadde a mezzo della gran salita che mena quassù. Lo vidi dibattersi per dolori atroci, fra gli amici addolorati; un medico gli teneva il polso e tentennava il capo. Speriamo che non sia morto.

Quella salita scomunicata ci ha fatto rompere il petto, ma pazienza. Arrivando, fummo accolti da una folla d’uomini, di donne, di fanciulli strilloni; quasi non si sentiva la banda che ci suonava il trionfo.

Una donna, con un panno nero giù sulla faccia, mi stese la mano, borbottando.

– Che cosa? dissi io.

– Staio morendo de fame, Eccellenza!

– Che ci si canzona qui? – esclamai: e allora un signore diede alla donna un urtone, e mi offerse da bere, in un gran boccale di terra. Fui lì per darglielo in faccia; ma accostai le labbra per creanza, poi piantai lui per raggiungere quella donna Non mi riuscì di trovarla. Ma subito una giovane dagli occhi grandi, soavi, e smunta, malata, mi porse un cedro colla destra, e colla sinistra tesa mi disse: – Signorino! – Un cencio di gonnella le dava a mezzo stinco, e aveva i piedi ignudi. Le posi in mano due prubbiche, monetuccie di qui che paion farfalle; essa le prese e corse via. La veggo ancora, colle gambe scarne, battute dai brandelli della veste lurida e corta, fuggire non so se lieta o vergognosa.

Quando giunse il Generale, fu proprio un delirio. La banda si arrabbiava a suonare; non si vedevano che braccia alzate e armi brandite; chi giurava, chi s’inginocchiava, chi benediceva: la piazza, le vie, i vicoli erano stipati; ci volle del bello prima che gli facessero un po’ di largo. Ed egli, paziente lieto, salutava ed aspettava sorridendo.

* * *

C’è qui un ufficiale vestito dell’uniforme Piemontese, che mi pare tutto quello del caso di Novi. Farò di parlargli, e, se è lui, mi scuserò di non avergli voluto dire quel che mi chiese. Dicono che sia disertore, che si chiami De Amicis, che sia di Novara.

* * *

Ho fatto un giro per la città. L’hanno piantata quassù che una casa si regge sull’altra, e tutte paiono incamminate per discendere giù da oggi a domani. Avessero pur voglia di sbarcare i Saraceni, Salemi era al sicuro! Vasta, popolosa, sudicia, le sue vie somigliano colatoi. Si pena a tenersi ritti; si cerca un’osteria e si trova una tana. Ma i frati, oh! i frati gli avevano belli i conventi, e questo dov’è la mia compagnia è anche netto. Essi se ne sono andati.

Gli abitanti, non scortesi, sembrano impacciati se facciamo loro qualche domanda. Non sanno nulla, si stringono nelle spalle, o rispondono a cenni, a smorfie, chi capisce è bravo.

Entrai stanco in una taverna, profonda quattro o cinque scalini dalla via. V’era una brigata di amici, che mangiavano allegramente i maccheroni in certe ciotole di legno che… Eppure ne mangiai anch’io. E bevemmo e chiacchierammo, e c’eravamo dimenticati d’essere qui a questi passi, quando venne Bruzzesi delle Guide, il quale ci disse che un grosso corpo di Napoletani è a poche miglia da noi. “Meglio! – sclamò Gatti, – bisognerà vedere che cera ci faranno”.

Salemi, 14 maggio.

Il Generale ha percorsa la città a cavallo. Il popolo vede lui e piglia fuoco: magia dell’aspetto o del nome, non si conosce che lui.

Il Generale ha assunta la Dittatura in nome d’Italia e Vittorio Emanuele. Se ne parla, e non tutti sono contenti. Ma questo sarà il nostro grido. Alle cantonate si legge un proclama del Dittatore. Egli si rivolge ai buoni preti di Sicilia. Un rètore ha notato che, preti buoni, sarebbe stato meglio detto.

Le squadre arrivano da ogni parte, a cavallo, a piedi, a centinaia, una diavoleria. E hanno bande che suonano d’un gusto! Ho veduto dei montanari armati fino ai denti, con certe facce sgherre, e certi occhi che paiono bocche di pistole. Tutta questa gente è condotta da gentiluomini, ai quali ubbidisce devota.

Piove dirotto. Del nemico notizie diverse o contraddittorie. Sono quattromila; no, diecimila, con cavalli e cannoni. Si fortificano sui tali monti: no, sui tali altri: si avanzano, si ritirano rapidamente. Questa notte staremo ancora qui: e intanto finiranno d’allestire i carri per la nostra artiglieria.

* * *

Grazioso! Ieri l’altro, appena sbarcati, alcuni dei nostri occuparono il telegrafo. L’ufficiale, fuggendo, aveva lasciato lì un foglio, sul quale era scritto: “Due vapori sardi sbarcano gente”. Era un dispaccio mandato al Comandante militare di Trapani. E da Trapani appunto: “Quanti sono? Che cosa vogliono?”. Allora i nostri: “Perdonate, mi sono ingannato, i legni sbarcano zolfo”. Da Trapani secco secco: “Imbecille!”.

Poi un taglio dei nostri al filo telegrafico e silenzio.

Salemi, 15 maggio. 5 ore ant.

Ho spalancato le finestre di questa cella di monaco, e ho dato un’occhiata alla campagna, sonnacchiosa sotto i fumacchi che si levano dalle valli. Chi sa che via piglieremo, e in quale dei punti cui arriva la mia vista, saremo affrontati dai Napoletani? Chi sa per che via marciano a noi, o in qual gola stanno ad attenderci?

Margarita e Bozzani lunghi e distesi lì su d’un tappeto verde, avuto non so da chi, dormono ancora. Raccuglia, il buon vecchietto Palermitano che non parla mai, si allaccia la calzatura, al lume della mia candela. Torna dall’esilio in nostra compagnia, come un popolano fuoruscito del medioevo.

– Sergente Raccuglia, che tempo avremo oggi?

– Bisognerà vedere il Generale in faccia; ma sarà bello, perché vedete là? Gatti si ravvia i capelli. Sempre lindo e attillato. lui!

Lì, fuori della porta, due milanesi stavano ragionando dei fatti nostri, uno più dottore dell’altro, a dimostrare che sono seri, assai, da tutte le parti. “Nemico numeroso, provveduto di tutto: noi armi pessime, munizioni poche, un quindici cartucce per ciascuno, gli insorti peggio armati di noi”.

– Ehi? tuonò un vocione dal corridoio, che ci siete venuti per fare codesti conti?

I due si tacquero.

Suona la sveglia. E Simonetta viene a dirci che si parte. Gran giovane Simonetta! Non si cura di nulla per sé, non vive che per gli altri. V’è una guardia da fare? Simonetta si offre. Un servizio faticoso? Eccolo pronto lui, gracile e gentile. Si distribuisce il pane? Egli si presenta l’ultimo a pigliare il suo.

Ha lasciato a Milano il padre vedovo e solo.

* * *

Fra minuti si parte.

Il nemico è davvero a nove miglia. Abbiamo riposato due giorni e due notti su quest’altura, tra questa gente povera e rozza. Chi sa dove dormiremo stasera? I carri per l’artiglieria sono fatti; la colubrina allunga la sua gola; il corpo dei cannonieri è formato. Sono quasi tutti ingegneri.

15 maggio. 11 ore ant. Sui colli del Pianto Romano.

Un pensiero a casa, poiché tutto e pronto. I nostri cannoni sono laggiù, piantati sulla strada consolare a sinistra. Eccolo là il nemico. La montagna rimpetto a noi ne è gremita; saranno circa 5000 uomini. Noi siamo scaglionati per compagnie. Il Generale da quella punta osserva le mosse dei nemici. Fra le nostre posizioni e le loro, e una pianura non vasta ed incolta. La bandiera sventola sul poggio più alto, in mezzo a noi. Il sottotenente che la porta, mandò me dal Generale, e il Generale mi mandò a lui comandando: “Ditegli che si porti sul poggio più alto, colla bandiera, e che la faccia sventolare!”. Dio, con qual voce me lo disse!

Al colonnello Carini si è impennato il cavallo. Egli è caduto. Non fa nulla. Rieccolo in sella. Dianzi vidi cadere anche il La Masa, che si deve essere fatto male. Mi sentii, come se avessi battuto del capo io stesso, contro quelle pietre.

I cacciatori napoletani discendono dalle alture. Che calma!… Che sicurezza nel loro movimenti! Fra poco… Ma le loro trombe, che suoni lugubri!

16 maggio. Dal convento di San Vito sopra Calatafimi.

Sarà bello, se camperò, rileggere fra molti anni questi sgorbi. Avessi avuto tempo, da ieri mattina ne avrei fatto cento pagine!

Tutta Salemi era fuori a salutarci. “Benedetti! Benedetti!”: E quando da piè della discesa mi volsi a guardare in su, tesi le braccia alla città e a quella gente, che avrei voluto stringere al petto tutta. Venivano giù le nostre compagnie di passo allegro e cantando. Garibaldi ad una svolta della via, veduto dal basso, grandeggiava sul suo cavallo nel cielo; in un cielo di gloria, da cui pioveva una luce calda, che insieme al profumo della vallata ci inebriava. E con noi, giù dal monte venivano le squadre dei siciliani; una processione che non vidi finire, perché la mia compagnia si inoltrò per la campagna, bella, sempre più bella, sino al villaggio di Vita, dove c’incontrammo colle nostre Guide che venivano indietro di mezzo trotto. Avevano scoperto il nemico. Non v’era che da salire il colle là presso, e l’avremmo avuto in faccia.

Intanto la gente di Vita fuggiva. Fuggivano portando le masserizie, trascinando i vecchi e i fanciulli, un pianto. Attraversammo il villaggio attristati, e quella povera gente ci guardava, ci faceva cenni di compassione, ci diceva: Meschini!

Dopo breve tratto sostammo. E allora vidi la nostra bella bandiera portata al centro della settima, quel centinaio e mezzo di giovani quasi tutti dell’Università di Pavia, fior di Lombardi e di Veneti, la compagnia più numerosa e più bella.

A GIUSEPPE GARIBALDI
GLI ITALIANI RESIDENTI IN VALPARAISO
1855

Lessi queste parole, trapunte a caratteri grandi d’oro su d’un lato della bandiera. Sull’altro trionfava l’Italia, figurata in una donna augusta, che, rotte le catene, sorge ritta su d’un trofeo, cannoni, schioppi, tutt’oro e argento.

Io contemplava la bandiera, pensando che in quelle terre lontane dove fu fatta, tra quei patriotti donatori, vive un fratello del padre mio; e intanto vedeva un gran correre di ufficiali e di Guide. Poi comparve il Generale, le trombe squillarono, lasciammo la strada consolare, ci mettemmo pei campi e su per la collina brulla, una compagnia incalzando l’altra. Di lassù scoprimmo il nemico. Il colle in faccia sfolgorava tutto armi, pareva coperto di diecimila soldati.

– Come? Calzoni rossi? I Napoletani hanno già i Francesi con loro? – sclamarono alcuni sdegnati, vedendo il rosso nelle file nemiche: ma i Siciliani che udirono li quetarono, rispondendo che anche gli ufficiali napoletani portano calzoni rossi.

Ci ponemmo a giacere, ed erano quasi le undici. Mi parve che fossimo stati a guardarci coi regi pochi minuti, eppure la prima schioppettata non fu tratta che all’una e mezza dopo mezzodì. I cacciatori napoletani scesi lunghi lunghi, giù per quelle filiere di fichi d’India, tirarono primi. Garibaldi gli aveva osservati a lungo da una balza, con Türr, Tuköry, Sirtori ed altri molti che gli stavano intorno. Io lo vidi malinconico e pensoso. Credo che a quel primo incontro sperasse… sperasse in una ispirazione che ai Napoletani non venne. Eppure nostra bandiera sventolava lassù nella luce!…

– Non rispondete, non rispondete al fuoco! – gridavano i Capitani; ma le palle dei cacciatori passavano sopra di noi con un gnaulìo così provocante, che non si poteva star fermi. Si udì un colpo, un altro, un altro; poi fu suonata la diana, poi il passo di corsa: era il trombetta del Generale.

Ci levammo, ci serrammo, e precipitammo in un lampo al piano. Là ci copersero di piombo. Piovevano le palle come gragnuola, e due cannoni dal monte già tutto fumo, cominciarono a trarci addosso furiosamente. La pianura fu presto attraversata, la prima linea di nemici rotta; ma alle falde del colle chi guardava in su!…

Là vidi Garibaldi a piedi, colla spada inguainata sulla spalla destra, andare innanzi lento e tenendo d’occhio tutta l’azione. Cadevano intorno a lui i nostri, e più quelli che indossavano camicia rossa. Bixio corse di galoppo a fargli riparo col suo cavallo, e tirandoselo dietro alla groppa, gli gridava:

– Generale, così volete morire?

– Come potrei morire meglio che pel mio paese? – rispose il Generale, e scioltosi dalla mano di Bixio, tirò innanzi severo. Bixio lo segui rispettoso.

Goro da Montebenichi e Ferruccio a Gavinana: pensai tra me, rallegrandomi del ricordo; ma subito mi tremò il core; credei di indovinare che al Generale paresse impossibile il vincere, e cercasse di morire.

In quel momento, uno dei nostri cannoni tuonò dalla strada. Un grido di gioia da tutti salutò quel colpo, perché ci parve di ricevere l’aiuto di mille braccia. “Avanti, avanti, avanti!” non si udiva più che un urlo; e quella tromba che non aveva più cessato di suonare il passo di corsa, squillava con angoscia come la voce della patria pericolante.

Il primo, il secondo, il terzo terrazzo, su pel colle, furono investiti alla baionetta e superati: ma i morti e i feriti, che raccapriccio! Man mano che cedevano, i battaglioni regi si tiravano più in alto, si raccoglievano, crescevano di forza. All’ultimo parve impossibile affrontarli più. Erano tutti sulla vetta, e noi intorno al ciglio, stanchi, affranti, scemati. Vi fu un istante di sosta; non ci vedevamo quasi tra le due parti: essi raccolti là sopra, noi tutti a terra. S’udiva qua e là qualche schioppettata: i regi rotolavano massi, scagliavano sassate, e si disse che per sino il Generale ne abbia toccata una.

A quell’ora mancavano già dei nostri molti, che intesi piangere dai loro amici: e vidi là presso, tra i fichi d’India, un giovane bello, ferito a morte, sorretto da due compagni. Mi pareva che si volesse lanciare innanzi ancora; ma udii che pregava i due fossero generosi coi regi, perché anch’essi Italiani. Mi sentii negli, occhi le lagrime.

Già tutta l’erta era ingombra di caduti, ma non si udiva un lamento. Vicino a me il Missori comandante delle Guide, coll’occhio sinistro tutto pesto e insanguinato, pareva porgesse l’orecchio ai rumori che venivano dalla vetta, donde si udivano i battaglioni moversi pesanti, e mille voci, come fiotti di mare in tempesta, urlare a tratti “Viva lo Re!”.

Frattanto i nostri arrivavano a ingrossarci, rinascevano le forze. I Capitani si aggiravano tra noi, confortandoci. Sirtori e Bixio erano venuti a cavallo fin lassù.

Sirtori vestito di nero, con un po’ di camicia rossa che usciva dal bavero, aveva nei panni parecchi strappi fatti dalle palle, ma nessuna ferita. Impassibile, colla frusta in mano, pareva non si sentisse presente a quello sbaraglio; eppure sulla faccia pallida e smunta io lessi qualcosa, come la voluttà di morire per tutti noi.

Bixio compariva da ogni parte, come si fosse fatto in cento, braccio di ferro del Generale. Lassù lo rividi vicino a lui un altro istante.

– “Riposate, figliuoli, riposate un altro poco; – diceva il Generale – ancora uno sforzo e sarà finita!”. – E Bixio lo seguiva per le file.

In quella il sottotenente Bandi veniva a salutarlo, lì per cadere sfinito. Non ne poteva più. Aveva toccate parecchie ferite, ma un’ultima palla gli si era ficcata sopra la mammella sinistra, e il sangue gli colava giù a rivi. – Prima che passi mezz’ora sarà morto, pensai: ma quando le compagnie si lanciarono all’ultimo assalto, contro quella siepe di baionette che abbagliavano, stridevano, sì che pareva di averle già tutte nel petto, tornai a vedere quell’ufficiale fra i primi. “Quante anime hai?” gli gridò uno, che deve essergli amico. Egli sorrise beato.

Il grande, supremo cozzo, avvenne mentre la bandiera di Valparaiso, passata da mano a mano a Schiaffino, fu vista agitata alcuni istanti, di qua di là, in una mischia stretta e terribile e poi sparire. Ma Giovan Maria Damiani delle Guide potè afferrarne uno dei nastri e strapparlo; gruppo michelangiolesco lui e il suo cavallo impennato, su quel viluppo di nemici e di nostri. Mi rimarrà dinanzi agli occhi fin che avrò vita.

In quel momento i regi tiravano l’ultima cannonata, fracellando quasi a bruciapelo un Sacchi pavese; e fu da quella parte un urlo di gioia, perché il cannone era preso. Poi corse voce che il Generale era morto; e Menotti ferito nella destra correva gridando e chiedendo di lui. Elia giaceva ferito a morte; Schiaffino, il Dante da Castiglione di questa guerra, era morto, e copriva la terra sanguinosa colla sua grande persona.

Quasi sulla vetta, vicino alla casina, mentre io passava, riconobbi ai panni più che al viso il povero Sartori. Certo era morto fulminato, perché cinque minuti prima lo avevo visto salire, e mi aveva salutato a nome. Giaceva sul lato sinistro, tutto attrappito e coi pugni chiusi. Era stato ferito nel petto. Caddi sopra di lui, lo baciai e gli dissi addio. Povero morto! Negli occhi spalancati, nella fisonomia spenta, gli era rimasto come un desiderio di respirare una ultima fiatata di quell’aria di guerra. Mantenne da prode la sua parola di Talamone, e quanti conoscemmo Eugenio Sartori da Sacile, parleremo a lungo di lui.

I Napoletani morti, che pietà a vederli! Morti di baionetta molti; quelli che giacevano sul ciglio del colle quasi tutti erano stati colti nel capo. Là un mostricciattolo, che ai panni mi parve un villano di queste parti, inferociva su d’uno di quei morti. “Uccidete l’infame!” urlò Bixio, e spronò su di lui colla sciabola in alto. Ma il feroce scivolò fra le roccie e disparve, più bestia che uomo.

Macchiette nel quadro grande, veggo quei francescani che combattevano per noi. Uno d’essi caricava un trombone con manate di palle e di pietre, poi si arrampicava e scaricava a rovina. Corto, magro, sudicio, veduto di sotto in su a lacerarsi gli stinchi ignudi contro gli sterpi che esalavano un odore nauseabondo di cimitero, strappava le risa e gli applausi. Valorosi quei monaci, tutti fino all’ultimo che vidi, ferito in una coscia, cavarsi la palla dalle carni e tornare a far fuoco.

Durante la battaglia, sulle alte rupi che sorgevano intorno a noi, si vedevano turbe di paesani intenti al fiero spettacolo. Di tanto in tanto, mandavano urli, che mettevano spavento ai comuni nemici.

Quando questi cominciarono a ritirarsi protetti dai loro cacciatori, rividi il Generale che li guardava e gioiva. Gli inseguimmo un tratto; disparvero in una fondura! riapparvero fuori di tiro, nella montagna, in faccia, seguiti da un centinaio di loro cavalli, che stati in agguato sino a quel momento, li raggiunsero a briglia sciolta. Dal campo, stemmo a vedere la lunga colonna salire a Calatafimi, grigia lassù a mezza costa del morite grigio, e perdersi nella città. Ci pareva miracolo aver vinto. Si mise un vento freddo gelato. Ci coricammo. Era un silenzio mestissimo. Si fece notte in un momento, ed io con Airenta e Bozzani ci addormentammo in un campicello di grano, accarezzati dalle spighe curve sui nostri corpi.

Stamane, quando suonarono la sveglia, rompeva appena l’alba, ma qualche allodola cantava già alta nell’aria. Credeva che si dovesse marciare all’assalto della città, perché ieri sera intesi il Generale parlarne con Bixio. Ma nella notte era venuta gente da Calatafimi, ad annunziare che i regi partivano alla volta di Palermo. Allora volli fare un giro pel campo.

Ritrovai Sartori là ancora dov’era caduto. Nessuno lo aveva toccato, ma pareva morto da tre giorni. Le sue guancie erano divenute smunte, i suoi capelli tesi, la pelle d’un giallo che non si poteva guardare. Mi si strinse il cuore, e non ebbi forza di dargli l’ultimo bacio. Egli lo avrebbe fatto, egli mi avrebbe seppellito colle sue mani!

Ora, di qui, io veggo il colle quieto e deserto. Ieri fin le pietre parevano là vive ad aiutarci! I nostri morti che giacciono su quei dossi, sono più di trenta. Gli ho quasi tutti dinanzi agli occhi, come erano due giorni or sono, baldi, confidenti, allegri. Ma un d’essi mi mette non so che sgomento nell’anima, quell’ufficiale che vidi a Novi, che rividi a Salemi, e non rivedrò mai più. Anche De Amicis è morto, e rimasto la nella gloria con nome non suo!

Meno da rimpiangere i morti, perché i poveri feriti, raccolti in quel misero villaggio di Vita, soffrono Dio sa come, soli, senza cure, senz’altra difesa che la loro impotenza. E se vi capitasse una colonna di questi soldati feroci, che hanno l’ordine di non dar quartiere.

Tramonta il sole. Giù nella città le bande empiono l’aria di suoni. Mi narrano che vi fu cerimonia per la benedizione del Dittatore, fatta da un frate che ci segue fin da Salemi. Io non discenderò più di qui: non mi staccherò da questa bella veduta, finché non sia notte. In quel fitto di boschetti laggiù veggo Alcamo, di qua a là una Tempe. Il Golfo di Castellamare chiude la scena e par che sfumi nel cielo, nel cielo libero al desiderio che vi si sprofonda. Quell’acque lontane hanno un sorriso di promessa, in cui l’anima si confonde, come negli occhi di una cara fanciulla. Un po’ di spiaggia, un po’ di spiaggia! Mi sembra che là sapremo qualcosa di noi e del mondo, che a quest’ora ci ha giudicati.

Stasera leggerò alla compagnia l’Ordine del giorno. L’ho trascritto nella cancelleria municipale di Calatafimi, dove il capitano Cenni tempestava rabbioso, non so perché. Leggerò:

“Soldati della libertà Italiana, con compagni come voi io posso tentare ogni cosa”. Che grido quando la compagnia udirà quest’altro passo: “Le vostre madri usciranno sulla via, superbe di voi, colla fronte alta e radiante!”.

Veggo su per l’erta il colonnello Carini, che se ne viene a cavallo di passo allegro. Che si parta?

da: http://www.liberliber.it
su http://www.classicistranieri.com/liberliber/

Giuseppe Cesare Abba – Le rive della Bormida nel 1794

Reading Time: 438 minutes

CAPITOLO PRIMO

Chi si parte dalla marina del Finale, e su pel fianco dell’Appennino va verso le Langhe, si arresta trafelando ogni tratto a ripigliar lena, e a vedere quanta sarà ancora la salita, e quanto s’è scostato da quella spiaggia, diversa giù giù per foci di torrenti, per iscogliere tagliate a filo, per promontori neri, dirupati, somiglianti a mostri, che si inoltrano cimentosi nei flutti. Ma guadagnata che abbia la vetta del Settepani, sente l’affanno della via ripida e lunga, quetarsi in una vista maravigliosa. La catena dell’Alpi è di lassù un’occhiata infinita; e se vi si arriva all’apparire del sole, tutta la distesa di picchi, di coni, di aguglie, gli pare un mondo di cose vive e moventi. Si vorrebbe aver l’ali per lanciarsi su qualcuno di quei culmini, così alti nel cielo; e si abbassa di malavoglia lo sguardo, a cercare la via, giù per i gioghi avvolti ancora nell’ombra, lì sotto: dove per un lungo digradarsi di monti, si confondono villaggi, selve, burroni spaventosi; qua Montenotte, là Cosseria, castella e torri feudali per tutto; più lontana e più bella d’ogni altra quella di Vengore, che nera e solitaria si spicca su un altipiano, oltre il quale la nebulosa pianura.
Giù per le selve fumano le carboniere da mille siti. Le donne, colle ceste del mangiare in capo, s’affrettano verso quelle, pei dirotti sentieri; e ti guardano fantasticando sull’esser tuo: gli uomini, a mo’ di brusco saluto, ti dicono “animo,” o “allegri!” quasi lassù non potesse passare chi non è lieto o animoso. Non ti paia d’essere capitato fra gente mezza barbara; chè se tu chiederai loro qualche servigio ti saranno cortesi, e interrogati ti additteranno i ripari di pietre ferrigne, fatti dagli Alemanni, superati dai Francesi; e i tumuli erbosi sotto i quali giacciono i morti di quelle genti; gloriandosi di non averli turbati mai. Se l’ora sarà del riposo, e sederai con loro, ti narreranno leggende antiche come quella di Adelasia ed Aleramo; o forse qualche storia della sorta di questa mia, seguita in luoghi che si vedono di lassù; quando i repubblicani Francesi, calarono in Val di Bormida, a piantar alberi di libertà, e a ballare la carmagnola pei sagrati e sin nelle chiese.
Uno dei borghi di quella vallata, in cui per amenità di postura e pel genio allegro degli abitanti, facesse di quei tempi più bello stare, era quello di D…., bagnato dalle acque della Bormida, che ivi scorre con curve leggiadre, all’ombra d’alti pioppi e passa sotto le volte d’un ponte angusto, gettato sopra di esse a guisa d’un patto, stretto cautamente fra quel popolo, in età di poca concordia. Dico così perchè D…. se ne sta diviso in tre vichi; dei quali due giacciono in riva all’acque, di maniera che uno d’essi pare lì per tuffarsi; mentre il terzo li soggioga dalla vetta d’un colle ronchioso e popolato di cerri. La via onde si arriva su questo, serpeggia con repentine svolte per l’erta; e sebbene non tutta a petto, è di molta fatica a salirla. Ma come uno è sulla cima si sente rinato. Piace il sito della chiesa e il campanile che si leva più alto parecchie braccia, con una cupoletta, che miracolo se il vento non se la porta via: piacciono il presbiterio e l’orto; e invoglierebbero ogni uomo d’essere prete, per vivere lassù da curato. Alcune case che fanno corona alla chiesa, quantunque belle pongono anch’esse in cuore un funebre senso. Le ragnatele pendono dai balconi le cui imposte cascano sfasciate; e mentre si direbbe che questa o quella delle tante porte sia lì per aprirsi, dura sempre una quiete altissima, interrotta solo dalle ventate che empiono di suoni cupi le sale deserte. Lassù, nè la state nè il verno, mai che si vegga un comignolo a fumare, e se i nostri fossero altri tempi, a udire l’ore battute dall’orologio di quel campanile, si farebbe credere chi sa quale storia maravigliosa alla gente semplice del contado. Ma ognuno sa che il sagrestano della nuova chiesa parrocchiale, sorta da pochi anni in luogo più basso e più comodo agli abitanti del piano; sale ogni giorno il colle a caricare quel vecchio arnese; e il suo è il solo passo che rompa il silenzio dell’antica parrocchia, sempre vuota come le case che ha intorno. Non più messe grandi nè vespri cantati; non più conviti nè festini; l’ultimo dei pievani dorme da oltre mezzo secolo nel sepolcro dietro l’altare; e delle allegre donne e degli uomini buontemponi vissuti lassù, rimane appena il ricordo nella mente vagellante di qualche vecchio ottuagenario.
Questo gruppo di case per essere stato sede dei feudatari della terra si chiamava il castello; e gli abitanti venuti dopo costoro, padroni della parte più vasta e ubertosa del paese, erano tutti signori. Nei vichi a piè del colle, le famiglie agiate e le case di bell’aspetto erano poche; ma in quello della riva sinistra del torrente se ne vedeva una, notevole per la grandezza, e più alta di tutto un piano sul vicinato, quasi tutto catapecchie. Mostravano di qual sorta di gente fosse, il piazzale, l’atrio, il giardino che le fioriva da un lato; e più di tutto le finestre ampie e chiuse di vetriate, le quali sebbene fatte a riquadri strettissimi, costavano di quei tempi molto danaro.
A qualcuna di quelle finestre appariva talvolta una donna, cui si leggeva in faccia lo sconsolato pensiero di trovar quella casa troppo vasta per la sua poca famiglia; e i popolani della via la salutavano con rispettosa dimestichezza. Essi la chiamavano la vedova, e i ricchi la signora Maddalena. Aveva cinquant’anni, e mostrava la sessantina, sebbene i suoi capelli fossero ancora neri, e le pendessero dalle tempia due riccioloni, che nella sua giovinezza dovevano essere stati una leggiadria. Ma le guancie attenuate, alcune rughe della fronte, il pallore delle labbra, e più di tutto il portamento della persona scemata; le davano quelle apparenze che fanno pensare al sepolcro. Essa non era nata a D…… ma dall’altra vallata della Bormida, come da terra straniera, ve l’aveva condotta sposa giovanissima il padrone di quella casa; col quale erano vissuti sempre d’un animo e d’un cuore; e morendo la lasciava con un figliuolo che nel 1794 aveva venticinque anni. Questo giovane, venuto su bello e vigoroso, era stato avviato a modo negli studi di latinità da un buon prete del borgo di C….. grande amico del padre suo; e come si era scoperto in lui l’amore alla medicina, il maestro aveva fatto che la madre si era contentata di mandarlo allo studio di Torino. La povera signora, pur pregustando le benedizioni dei paesani, che non sarebbero più morti in mano ai chirurghi di quei tempi e di quei luoghi, castighi di Dio; al pensiero della lontananza che le pareva dell’altro mondo, a figurarsi la grande città in cui il figliuolo s’andava a smarrire, aveva tremato più che la madre d’un navigante che per la prima volta si metta in mare. Ma poi a poco a poco s’era quetata; e un anno dopo l’altro sempre aspettando le vacanze, sempre ricadendo nella malinconia al finire di queste: aveva finalmente veduto giungere l’ultimo anno, che egli sarebbe stato laggiù; forse per lei il più lungo. Tuttavia era lieta d’aver sofferto e di soffrire un altro po’ di mesi, perchè ogni volta che il suo figliuolo veniva in autunno, scopriva in lui i segni d’un giovane cresciuto di pregi. E così senza avvedersene aveva mescolato al suo amore grande di madre una certa venerazione; per cui s’abbandonava sovente ad una dolce contemplazione dell’ideale che se n’era formato: e a vederla in quei raccoglimenti, uno avrebbe creduto che stesse pregando. In casa non aveva altra compagnia che d’una fantesca, la quale non sapeva bene da quanti anni fosse al mondo, ma si rammentava d’aver portato bambino il marito di lei; e perchè aveva fatto da aia anche al figliuolo, essa non usava dire di lui nè il signorino, nè il padrone, nè altro; ma lo chiamava alla buona Giuliano, come egli chiamava lei la nonna Marta. Costei era sempre stata là dentro più da padrona che da serva, e sebbene già tanto vecchia non lasciava che altri vi si ingerisse di nulla. Essa in cucina, essa per le stanze, essa a far i bucati che governava meglio d’una biancaiuola di monastero; al tempo dei ricolti, faceva l’ufficio sin di gastaldo; e sempre le avvanzava qualche ora da godersela colla signora. Questa, di solito, stava seduta in una sala terrena ampia, sfogata, fresca d’estate, scaldata d’inverno da un gran camino, dinanzi al quale si tirava una cassapanca, che il rimanente dell’anno era lasciata nell’atrio a chi vi si volesse adagiare. Il tempo che erano insieme, la signora parlava del marito morto o del figlio lontano; e Marta raccontando cose antiche di castelli, di conti, di carnevali, si studiava di tenerla allegra; guardandola amorosa e con certa reverente dimestichezza; proprio come se fosse stata una sua figliuola, maritata per la sua bellezza e virtù alla buon’anima del padrone.
La sera della seconda festa di Pasqua, dell’anno 1794, esse stavano appunto sole, in quella sala terrena aspettando Giuliano; il quale era andato a C…. a visitarvi il suo vecchio maestro: e quella era la terza gita che egli vi faceva, in una settimana, dacchè era venuto da Torino, a far la Pasqua in famiglia. Sebbene la signora si fosse maravigliata di quella frequenza, non aveva dubitato neppure un istante che suo figlio non andasse proprio per amore del vecchio prete; e tutta la giornata era stata malinconica ma tranquilla. Però in sull’annottare aveva cominciato a mostrarsi inquieta. Affacciavasi ogni tantino alla finestra, aperta dalla parte di mezzogiorno, donde si scopriva la via di C…. per cui Giuliano doveva tornare; e dopo l’avemaria vedendo ch’egli non veniva, non trovava più posto ove potesse star ferma. Andava su e giù per la sala, pigliando di sul tavolino la lucerna deponendola e ripigliandola; tornava ad affacciarsi alla finestra, come avesse voluto rischiarare lontano la campagna; tendeva l’orecchio, si spazientiva, si toglieva di là sospirando e guardando Marta. Questa se ne stava colle mani in mano, badando a non mostrare quanto fosse anch’essa scontenta dell’indugio di Giuliano. Intanto l’ora in cui si soleva cenare, era passata di molto; e una grossa e vecchia gatta, levandosi di su certa stuoia su cui stava a fare le fusa, era già corsa parecchie volte a fregarsi le schiene contro gli stinchi della fantesca. A un tratto la signora non potendo più reggere, si volse, e quasi incalzando un discorso già incominciato, disse alla vecchia:
“Oh insomma, non istate a dirmi di no…! o egli è caduto da cavallo, o ebbe qualche cattivo incontro…. Chiamate Rocco, voglio mandarglielo incontro…. ditegli che venga da me…. subito….”
Marta uscì, e dopo alcuni momenti tornò a dire, che Rocco non era ancora rivenuto, da fare la merenda in campagna colla famigliuola.
“Benedetta anche la merenda! – sclamò la signora – e dunque chi manderemo?”
“Non si potrebbe aspettare un altro poco? – disse Marta – noi si sta col cuore tra due sassi, ma a chi è fuori, massime i giovani, pare sempre di far presto….”
“Pazienza gli altri tempi….! ma ora…. con questi Alemanni che sono in volta….”
“Gli Alemanni! – proruppe Marta, quasi offesa: – per essere, le so dire che gli Alemanni rispettano i signori, e a Giuliano gli farebbero buona compagnia!
“Dio voglia….”
“Ma certo! Eppoi, se egli vedesse uno mandato ad incontrarlo come a un fanciullo, potrebbe aversene a male….”
“Allora aspettiamo! – disse la signora, e affacciandosi di nuovo alla finestra, coi gomiti appoggiati sul davanzale, si mise a guardare nella notte. Marta sedette ancora, colle mani giunte e abbandonate sulle ginocchia, colla testa chinata sul seno, come la tengono le vecchie quando pare che dormano, e in cambio stanno pregando e forse pensando ai propri peccati. Essa non pregava, ma pensava agli Alemanni, de’ quali la signora Maddalena, mostrava d’avere tanta paura. Costoro erano venuti quell’anno parecchie migliaia di Lombardia, e avevano gli alloggiamenti in C…. a sostegno delle genti del Re di Sardegna: le quali fronteggiando i Francesi, sui monti di Nizza, s’erano la state innanzi condotte con grande valore al colle di Raus e a quello di Milleforche. I repubblicani non avevano trovato il verso di superare quei colli; ma fattisi più grossi nell’invernata s’andavano preparando a nuovi assalti: e quelle non se la sentendo di poter reggere, poche come erano; il Re aveva chiesto aiuti all’Imperatore d’Alemagna: il quale sebbene adagino s’era mostrato disposto a dargli un poco di spalla. Marta non sapeva queste cose a puntino, ma la venuta degli Alemanni le aveva recata gran gioia, perchè le pareva che fossero tornati i tempi della sua giovinezza; quando le Langhe essendo terre dell’impero, i popoli di quelle parti si tenevano per Alemanni anch’essi. Godeva poveretta ai cento ricordi che le nascevano dalla comparsa di quelle assise; le pareva d’essere in collo al padre suo, portata bambina a vedere le rassegne o il passaggio delle soldatesche Alemanne d’allora; si sentiva sulle guance grinzose passare la mano che le aveva carezzate quando erano fresche d’adolescenza, e vedeva d’innanzi a sè il soldato che le aveva fatto quel vezzo discorrendo coi suoi sulla soglia di casa; immagine lontana e già quasi sfumata nella sua memoria; forse anco qualche affetto rimasto in sul nascere, scuoteva nel suo cuore gli avanzi di qualche fibra; e così tra il pensiero della soldatesca imperiale antica e nuova, e quello di Giuliano che non arrivando affliggeva sua madre, la mente le ondeggiava come la fiamma della lucerna, la quale scossa lievemente dal venticello della finestra, spandeva per la sala una luce tremula e fioca, che s’addiceva in mesta maniera a quel raccoglimento ed a quel silenzio.
Fuori suonava un’allegrezza di canti, ed empievano l’aria le grida sin troppo festose delle brigate, che tornavano dalla merenda, menzionata da Marta nel parlare di Rocco. Il quale era un colono che conduceva il podere intorno alla casa della padrona; e appunto riveniva anch’egli da quella baldoria, che i popoli di quei monti escono a fare in campagna l’indomani di Pasqua. Festeggiano la primavera sui prati e nei vigneti; bevono del migliore e mangiano i resti del giorno innanzi, portati nei tovaglioli messi in bucato la settimana santa; dopo il pasto gli uomini continuano a bere, le donne a chiacchierare, i fanciulli si rincorrono, ruzzano, giuocano; e le zitelle tornano finalmente a danzare coi loro dami, dopo aver camminato ad occhi bassi tutta la quaresima, senza poter parlare con essi neppur sul sagrato.
Quei canti suonavano dunque da tutte le parti, ma la signora Maddalena, assorta come era in Giuliano, non vi badava. Questi intanto veniva o piuttosto si lasciava portare dalla sua giumenta; pensoso, raccolto, tanto che neanch’egli udiva quel chiasso festereccio; nè vedeva la via, nè forse la testa della sua cavalcatura, tra le cui orecchie pareva guardasse con occhi intenti. Parlava tra sè di quando in quando, a mezza voce; e allora la povera bestia incalzava un tratto, quasi per vedere se quelle parole toccassero alla sua andatura: poi si rimetteva tranquilla a quella che aveva mosso partendo da C. Giunta così a un certo segno, squassò forte il capo, nitrì fiutando l’aria della mangiatoia vicina; e allora soltanto scuotendosi, Giuliano s’accorse d’essere lontano dai luoghi, dov’era rimasto col pensiero e col cuore. La notte era fatta, il suo borgo nativo gli stava dinanzi, si discernevano le finestre illuminate fiocamente da dentro le case; e scoprendo le proprie, egli pensò che sua madre era là in pena ad aspettarlo. Si ricompose in sella, affrettò colle calcagna la giumenta, e sebbene agli altri suoi pensieri s’aggiungesse che gli pareva d’essere un cattivo figliuolo; pure provò un po’ di quel senso, che a sera rallegra soavemente il ritorno.
Era appunto in quella che la signora Maddalena, stanca d’aspettare, stava per dire a Marta, che Giuliano fosse o non fosse per aversene a male, voleva andargli incontro essa stessa; quando le pedate della bestia si fecero udire sul ciottolato del vicolo per cui si veniva nel piazzale.
“È qui!” sclamò essa, togliendosi dalla finestra tutta mutata nel viso e sorridendo; e lesta lesta attraversò la sala seguita dalla fantesca, che la raggiunse nell’atrio recando la lucerna.
Il giovane arrivò di trotto, e smontando a piè dei gradini dell’atrio disse alla signora: “non mi sgridi….. mi perdoni…. a un’altra volta tornerò più presto…..
“Ah…. te ne avvedi anche tu? Il perdono è un bel chiederlo…. ma a quest’altra volta…. vedremo….”
Giuliano non le lasciò finire l’amorevole rimprovero, ma guardandola umilmente negli occhi, le si avvicinò come per soggiungere qualcosa. Poi non trovando la parola, tenne dietro a Rocco, il quale avendolo udito arrivare, era corso mezzo brillo a pigliare la giumenta, e l’andava a riporre.
A quel fare insolito sbigottì la signora; e già chiedeva che ne pensasse a Marta, la quale s’ingegnava di riverberare colla palma i raggi della lucerna dietro Giuliano, sicchè essa rimaneva colla faccia e colla persona nell’ombra. Ma a stornarla dalla sua domanda, s’udirono alcuni tocchi lenti e lamentosi della campana di castello, venuti a mescolarsi, come la voce d’una terza persona, alla loro malinconia. A quel suono che segna la una di notte, il popolo di quei villaggi pensa a’ suoi morti, e in ogni casa s’interrompono i discorsi della veglia per recitare il deprofundis. La signora Maddalena, si segnò, e si mise a dire il salmo sublime, che ad ogni verso, ci soffia sull’anima l’aria fredda dell’abisso; e recando come un grido dell’altro mondo, ci fa levare gli occhi al cielo, in cerca d’un po’ di luce, d’un po’ di vita, di qualche novella dei sepolti quaggiù. Marta non sapendo le parole del salmo, che mai non aveva potuto mandare a memoria, teneva dietro coll’intenzione, a lei, guardandola nelle labbra, o picchiandosi il petto; e quando la signora mostrò d’avere finito segnandosi la seconda volta, essa disse: amen. Proprio in quel punto ricomparve Giuliano.
“Qualche cosa da dirmi l’avrà di certo” – bisbigliò la signora, e dall’atrio entrò nella sala, seguita da lui e da Marta; la quale sussurrò nell’orecchio al giovane, che per amore di sua madre, facesse viso allegro. Poi andò in cucina per dare in tavola, lasciando che essi passassero nella stanza di là dalla sala, in cui la famiglia soleva mangiare.
La signora non si era mai seduta là dentro, senza pensare al suocero ed a madonna, che essa non aveva conosciuti. E quando viveva il marito, aveva pigliato sempre un mesto diletto a farsi dire cenando la loro storia; storia che ripeteva sovente al figliuolo. Ma quella sera non pensò ai morti; e mentre Giuliano messosi a sedere, come fosse molto stanco, guardava i canestri di frutta dipinti nelle pareti, con quell’occhio che fissa e non vede: essa stendeva la tovaglia, metteva le posate e i tovaglioli, volendo e non trovando il verso d’appiccare discorso con lui, senza dargli a vedere l’ansietà che non le era cessata ancora. Al fine le venne alla mente il nome del buon prete di C……, e voltasi a Giuliano con quella dolcezza che sempre usava, sedette anch’essa e gli disse:
“Oh appunto! e che nuove mi porti di don Marco?
“Don Marco? Lo vidi da lungi e di fuga…. e mi parve triste….”
“Come da lungi e di fuga? O non hai detto stamattina che andavi a C…. proprio per veder lui?”
“Andai…. ma…. dopo il vespro egli era fuori pei monti, ad assistere non so che moribondo….”
“Egli pei monti? Ma il parroco, i curati, gli altri preti giovani…… come fanno a lasciar che vada quel povero vecchio?”
“Oh….! essi avevano altro a fare! Oggi c’era gran pranzo dal parroco: un pranzo di preti, di frati, di soldati, di signori e signore….! mezzo il borgo faceva le feste a quegli uggiosi Alamanni che sono colà!….”
La signora diede attorno un’occhiata, quasi temesse che qualcuno fosse stato a udire lo parole di Giuliano, poi mutò come potè il discorso, e proseguì: “hai detto che è triste nevvero? povero don Marco, capisco…. noi vecchi ci sentiamo fuggire il mondo….”
“Eh!…. a vedersi tra piedi quella turba di soldati, a sentire quello strascichio di sciabole, anco a non essere vecchi c’è da diventar tristi e far peggio….! Se gli Alemanni fossero a D…. non ci starei più un’ora….!
“Giuliano! – sclamò la signora, levandosi ritta – dimmelo, che tanto l’ho già indovinato….! Tu hai questionato con qualcuno di quei soldati! Oh…. no? Me lo accerti? Voleva vedere! Pensa che qui, essi hanno in mano tutto e tutti…; credi in cuor tuo quel che ti pare, ma bada a non darmi dispiaceri, chè se non te l’ho mai detto te lo dico ora: non sono più quella d’una volta e non potrei più sopportarli….!”
Giuliano sentì dar giù improvviso quel bollore che gli si era levato in petto, e guardando fisso sua madre, come se soltanto allora s’avvedesse che la salute le veniva scemando, provò uno sgomento sì forte che rispose pronto e pacato:
“Dispiaceri da me non ne avrà mai; ma questi Alemanni venuti quassù a proteggerci e a spogliarci….. gli odio…. gli aborro, vorrei vederli tutti morti.”
La signora tacque: e Marta che essendo entrata a mettere qualcosa in sulla mensa, aveva udito le ultime parole del signorino, si morse la lingua e tornò in cucina sbalordita, come vi fosse rotolata giù da un burrone, o quelle eresie fossero state ceffoni avuti in faccia. Odiare gli Alemanni, odiarli a segno da desiderarli tutti morti, non le pareva cosa che si potesse dire da un giovine dabbene, come era sempre stato Giuliano. Capì il gran mutamento che doveva essere avvenuto in lui nello stare lungi da casa; rammentò che questo mutamento, il pievano l’aveva predetto sin dal primo giorno che egli era andato a Torino; vide confusamente il male che ne poteva seguire, e una profonda malinconia mista a certo sdegno pesò sul suo vecchio cuore. Avesse visto entrare in casa la farfalla più scura del mondo; si fosse versata e rotta l’oliera; o la gallina a lei più cara avesse cantato da gallo in sul bel punto della mezza notte: essa non se lo sarebbe recato in malaugurio, quanto quelle amare parole, che biascicò due o tre volte, pesandole colla mente e chiudendo gli occhi, come se più non osasse guardare la luce.
Intanto i padroni mangiucchiando avevano mutati i discorsi; e sebbene il giovane di tanto in tanto lasciasse cadere le domande della madre, essa dalla tema di fargli saltare in capo d’andar fuori di nuovo, taceva in pazienza. Per sapere se qualcosa gli fosse avvenuto cogli Alemanni, disegnava di mandare l’indomani qualcuno a C…. con un biglietto per don Marco: ma pel momento, avendo in casa il figliuolo non temeva di nulla, e finì di cenare, senza essersi raccappezzata in quella tristezza e in quel viso scuro.
Marta chiamata a sparecchiare, venne dalla cucina imbroncita: e accesi due lumi da mano, uno ne porse alla padrona ed uno al giovane, ma non disse nulla. Egli salutata rispettosamente la madre, e data la buona notte alla vecchia, salì nella sua camera, al più alto piano della casa, proprio sopra quella della signora, alla quale non era mai parso di poter dormire tranquilla, se la notte egli non era in luogo da poterlo udire, solo che si movesse.
Rimasta sola colla signora, Marta volle sfogarsi, e giungendo le mani proruppe:
“Eh? L’ha inteso? E chi lo conosce più? Io da parecchi giorni vado in castello che mi pare di salire sul calvario…. e le occhiate del pievano comincio a capirle…”
“Che pievano…. che occhiate?”
“Certe occhiate bieche, come se volesse dirmi che io gli nascondo un peccato mortale….!”
“Oh smettetela un poco anche voi! – interruppe la signora Maddalena, con un impeto di collera non più provato da chi sa quanti anni: – questa sera n’ho già di troppo…. andate a letto….!”
Marta umiliata da quel tono insolito di parole, s’avviò alla porta che dava nell’atrio, per chiuderla come l’altre sere.
“Lasciate! – proseguì la signora – questa sera chiuderò io…. no no…. andate vi dico, Marta…. vorreste cominciare ora a disobbedirmi?
La vecchia chinò il capo, diede la buona notte con voce tremante, e andò a chiudersi nella sua cameretta terrena, in cui dormiva da sessant’anni. La signora pur sentendosi pentita del rabbuffo fattole, non istette a rattenerla per consolarla, come già il cuore le comandava. Ma, chiusa la porta con ogni diligenza, recò le chiavi con sè, salì nella sua camera anch’essa, le nascose sotto il guanciale; poi si chinò sull’inginocchiatoio, a canto al letto, e mescolando i suoi morti, i santi e Giuliano, cominciò a pregare.
In capo a un’ora volle coricarsi; ma non lo fece, perchè disopra s’udiva uno scarpiccio, come d’uomo che gira inquieto; ed era Giuliano, il quale aveva sentito rinascere i propri pensieri, a martellarlo urgenti ed acuti. Egli s’era messo parecchie volte a spogliarsi, ma sempre aveva finito per affacciarsi alla finestra, dove rimaneva un istante, poi andava passo passo fino all’uscio, dava di volta, tornava a sedere: parlava, sospirava, rifaceva tutte queste mosse, confusamente, combattuto, coi lineamenti della faccia che si facevano affilati, come lo crucciasse qualche fiera passione. Questo suo travaglio pareva crescere a smania; quando, chi sa come, gli tornarono alla mente i giorni della sua fanciullezza, e l’uso che allora aveva sua madre di non mai coricarsi, senza prima essergli venuta in camera, a dare un’occhiata alla finestra se fosse ben chiusa, a vedere se avesse acqua nella boccia, o se il lume fosse in luogo da non dar fuoco. Provò di quel ricordo una dolcezza, un aiuto; e si pregò che la madre venisse di sopra anche quella sera, perchè lì avrebbe avuto cuore da dirle una cosa, che solo a pensarla, il sangue gli faceva dentro un gran cavallone. A un tratto parve aver afferrato un’idea; stette un momento, si levò risoluto; e camminando diritto discese al piano di sotto, e picchiò all’uscio di sua madre.
La signora Maddalena, che non aveva voluto coricarsi finchè non fosse cessato quel rumore di sopra; udendolo discendere si rimescolò tutta, e si lodò d’aver portato seco le chiavi di casa. Ma inteso che veniva da lei, corse all’uscio, e mentre ch’egli picchiò, essa, già pronta, aperse, e dolcemente gli disse:
“Lo sapeva che tu avevi qualcosa da dirmi…. vieni” E tirandolo per la mano, s’andò a sedere su d’un seggiolone d’antica fattura; perchè sebbene facesse le viste d’essere tranquilla, non si sentiva di stare in piedi dal tremore; poi guardandolo amorosa soggiunse: ebbene?
“Ecco, – rispose Giuliano – io non poteva più reggere, e sono venuto a dirle…. che…. si ricorda? l’autunno passato la nostra casa le pareva troppo solitaria, e mi disse che le tardava mille anni che io fossi medico, perchè qui sola ci moriva di malinconia. Allora non osai… ma ora…. ora vorrei….
“Sposarti? – sclamò la signora Maddalena balzando in piedi dall’allegrezza, come a mensa aveva fatto dalla paura: – e spòsati, e sia benedetta la nuora che mi condurrai in casa….! Ma perchè mi hai tenuta tutta questa sera sulle spine? Ci voleva tanto a darmi questa bella nuova? Siedi, che ora non voglio vederti perdere la bella sicurezza di poco fa, per questo rimprovero; siedi e parliamo di lei. Già ho bell’e capito, essa è di C…. come si chiama?”
“Bianca dei N…. – rispose Giuliano colle vampe al viso.
“Oh? Dei N…. ce n’è una famiglia sola, credo… Sua madre dev’esser morta, e si chiamava la signora Costanza nevvero? Hai fatto bene a innamorarti d’un’orfana! E la conosco sai; sta un po’ a sentire: la vidi una volta, al convento dei Minori Osservanti di C….: mi ci aveva condotto tuo padre alla sagra della Madonna degli Angeli… miracolo, perchè le sagre egli non le poteva udire manco a menzionare! ebbene….. Bianca deve essere una di quelle due fanciulline che la signora Costanza si menava per mano, sotto i pergolati del convento: parevano due perle…. una era bionda, l’altra bruna….: ricordo che vedendole io dissi che la festa della Madonna degli Angeli era fatta per esse…. e tuo padre a ridere…. a ridere di sentimento…. e a chiamarmi invidiosa…. E qual è delle due?”
“La bruna.
“Ah! già perchè l’altra deve avere pochi anni….! La bruna! – Ripetendo questa parola la signora rimase cogli occhi fissi, forse pensando ai tempi in cui anch’essa era piaciuta al giovane forestiero, che poi le era diventato marito: – E sta bene, – continuò poi, – ma come non mi hai detto nulla, mai nulla? Te ne sei forse innamorato quest’oggi?
“Che so io? – rispose Giuliano, stato sino a quel punto come un barbero alle mosse: – gli anni che stetti a C…. l’ho veduta venir su sotto i miei occhi. La vedeva dal terrazzino di don Marco ogni giorno; la seguiva in ogni luogo dov’essa andasse a passeggiare, in chiesa badava sempre a trovare un posticcino da poterla guardare, e mi sentiva addosso un’allegrezza!…. altro che i canti della gente e dei preti!…. mi pareva che io avrei cantato colla voce d’un angelo! In tutto era diventato il primo tra miei compagni; allo studio, al giuoco, niuno se la sentiva più di vincermi: i pericoli io li cercava come fossero spassi: e mi ricordo d’una volta che ardeva una casa, e che io mi cacciai su fin sopra i tetti, e mi spiacque che non vi fosse una vecchia, un bimbo, Bianca stessa da salvare. Un’altra mi arrampicai su d’un pioppo, che aveva le cime curve sopra il torrente in piena, per vedere gli uccelletti di un nido, che era lassù. Le ventate mi dondolavano, e a mirare di sotto l’acqua furiosa, e lontano in faccia il balcone di Bianca, mi credeva d’essere in paradiso. Oh! quegli uccelletti come li baciai! Era diventato buono, così buono che non poteva udire i poveri pregare alla porta, e correva a portar loro il mio desinare. Don Marco diceva che ve n’erano troppi dei poveri…. e che i ricchi erano pochi e crudeli… Suvvia, io gridai una volta, facciamoci tutti poveri e così andrà meglio….! i miei compagni non capivano nulla…. e risero…. E la notte? La notte, se pioveva o tirava vento, io mi sentiva in cuore una pietà che non mi lasciava dormire, e mi doleva sin delle impannate, del cesto di basilico, delle pietre della via che pigliavano il freddo. Una vecchia, poi, ricordo una vecchia che aveva tre capre, la sua ricchezza; i compagni la canzonavano, io mi posi in capo di farla rispettare, e qualcuno le toccò sode! Poi vennero le malinconie; e talvolta tenni a mente dugento versi di Virgilio, solo a leggerli due volte, tal altra stetti settimane senza aprire un libro. Allora passava delle ore e delle ore coricato colla guancia sull’erba, in qualche campo solitario; e là mi pareva di udire quello che si faceva sotterra dai morti…. pensava sempre alla morte, e non so perchè, ma in quei giorni, incontrando Bianca, se qualcuno dei miei amici diceva che essa era bella, io avrei voluto morire. Mi pativa il cuore che l’aria me la guardasse. Eppure quelle malinconie erano nulla; le vere vennero di poi, quando andai a Torino la prima volta…. Allora sentii uno sgomento….! e mi parve che mi avessero fatto nel petto un buco tenebroso profondo, e che per uscire da quella pena bisognasse….”
Qui Giuliano s’avvide di parlare a sua madre, e di parlarle come ad un amico nelle mutue confidenze di amore. Arrossì, chinò il capo, e non osò più dire. La signora Maddalena stava ad ascoltare, come colui che camminando in sul far dell’alba, se ode il canto di un usignuolo, s’arresta e teme di sturbarlo che voli via. Ma intanto le entrava nell’anima un dolore, il dolore di avere scoperto che il suo figliuolo non era più tutto suo; e pensando a quella fanciulla che le rapiva tanta parte del cuore di lui, alfine si fece forza e gli chiese:
“E Bianca?”
“Io non le ho mai parlato: – bisbigliò Giuliano.
“E allora? E a C…. che cosa vi andavi a fare?
“A vederla.
“Via…., domani sarà di giorno: ora ho bisogno di raccogliermi…. tu frattanto m’hai tolto un gran masso dal cuore! Con quegli Alemanni m’avevi spaventata…. che t’han fatto, che c’entrano….? Basta! sono tranquilla, vattene, domani mattina riparleremo.”
Così dicendo lo accompagnò fuori dell’uscio, ed egli risalendo alla sua camera, dalla contentezza non toccava i gradini coi piedi. Là si mise a guardare il cielo dalla finestra; il cielo che in quell’ora, coi suoi splendori infiniti, gli pareva cosa meno lieta di quel che la terra stava per divenire nelle sue nozze vicine. Ma chinando gli occhi, vide nel giardino scuro, un tratto riquadro del suolo, su cui, traverso la finestra di sua madre, posavano i raggi del lume che essa teneva acceso. Quel tratto di suolo, lo percosse come la vista d’un sepolcro scoperchiato; e subito gli passò per la mente, fantasia maluriosa, l’ultima notte, in cui, la sua dolce madre sarebbe giaciuta morta sul proprio letto; e il lume funereo avrebbe posato i suoi raggi in quella maniera lugubre, da quell’istessa finestra, forse su quell’istesso tratto di suolo. Provò l’amaro desiderio di morire prima di quella notte, e chiuse le imposte pensando che grande miseria sarebbe stata quel giorno, in cui nè in casa nè fuori avrebbe più incontrato sua madre. “Che la vita sia corta è un bene: – mormorò allora avvicinandosi ad uno scaffale – e guai a noi se uno potesse farci dono dell’immortalità qui in terra, nel momento che ci muore la madre!…. Sì, che la vita sia corta è un bene, e chi se ne lagna ha torto; perchè coll’amore, collo studio, col lavoro, si può farla valere secoli.” Così dicendo prese un grosso volume, l’aperse sul tavolino, sedette, e raccolte le tempia fra le mani, si sprofondò nella lettura, o forse in chi sa quali pensieri. Ad ogni modo, chiunque l’avesse visto in quell’ora, avrebbe pensato che tanta meditazione, non fosse cosa da potersi rompere, senza togliere all’anima del giovine qualche ineffabile ed austera consolazione.

CAPITOLO II.

Marta essa sola, se fosse stata vicina a Giuliano, non avrebbe avuto rispetto alla sua meditazione; offesa, stizzita, afflitta, per le cose udite da lui. A quell’ora dava volta nel proprio letto, ora su d’un fianco ora sull’altro; colla mente piena d’Alemanni, col cuore travagliato dalla paura del pievano; il quale aveva predicato e fatto predicare dal capuccino del quaresimale, che guai a chi avesse negato qualcosa a qualcuno di quei soldati. Ora questo pievano non era uomo da farsi pigliare a gabbo; e quel che diceva faceva; e le cose della sua cura le conosceva a puntino; vedendo dentro le case come fossero state senza tetto, o avessero avuto le mura di vetro. Venuto trent’anni prima a quella pievania, la gente del borgo gli era nata più che mezza sotto gli occhi; e quelli che non erano stati battezzati da lui lo temevano, sebbene gli fossero meno reverenti. Rammentavano d’essere andati ad incontrarlo il giorno del suo arrivo, lontano un bel tratto, in processione, a suon di campane; e vivevano ancora quasi tutte le donne, che da giovinette tra le più belle e dei migliori casati, gli avevano fatto la fiorita per la via, vestite di bianco, e cantando lodi come al Nazzareno. Ma in cambio, a cavallo d’una gagliarda giumenta, accompagnato da un mulattiere carico di parecchie casse, e da una donnicciola che pareva venisse a morte su d’un’asina stanca; avevano visto comparire un prete prosperoso e di cera ardita; il quale ricevute le prime accoglienze, aveva subito comandato di dar volta ai maggiorenti che menavano la processione, e alle fanciulle che, dinanzi a lui, s’erano tutte confuse e messe cogli occhi bassi. Entrato al suo posto, era stato poco a mostrare d’aver preso alla lettera i nomi di pastore e di gregge: alcuni che avevano osato di badare alle opere sue, con due o tre esempi gli aveva fatti star zitti; e a poco a poco s’era acconciato in casa, come se fosse stato certo di campare cent’anni. E a dir vero, ai tempi di questa storia, aveva già fatti i funerali a una generazione intera, senza essersi mai lagnato d’un dolor di capo; e faceva conto di logorare un’altra ventina di calendari, prima che un successore fosse venuto a cantargli le esequie. Allora aveva sessant’anni, e a vederlo come vestiva lindo e con panni bene attagliati alla persona, si capiva che da giovane gli era piaciuto di parere un bel prete: ma i suoi occhi grigi, le guancie rubiconde e un tantino cascanti senz’essere flosce, i capelli sciolti e giù bassi sulla fronte; un paio d’orecchie grossissime, infiammate, ciondolanti a guisa di bargiglioni, gli davano piuttosto l’aspetto d’un uomo stato pronto e violento. Forse aveva sbagliato il mestiere, perchè sui fatti suoi, rispetto a certi voti, nessuno osava lodarlo; era avaro salvo che in certi casi che faceva il grande coi grandi; e per desinare da un amico non badava a fare mezza dozzina di miglia. Sebbene fosse di poca coltura, perchè appena uscito di Seminario aveva smesso di leggere; non isdegnava gli ecclesiastici dotti, se gli accadeva di incontrarne qualcuno: ma i laici che sapevano di lettere li teneva d’occhio, e godeva che il volgo li chiamasse stregoni e gli avesse sospetto. Anzi li gridava dal pulpito a dirittura uomini perniciosi, citando esempi, facendo allusioni, dando a capire di chi voleva parlare; e queste erano piccole giunte alle prediche che egli sapeva fare, e che ogni tre o quattro anni tornavano sempre ad essere le stesse; perchè egli le studiava in certi quaderni di carta ingiallita, scarabocchiati sulle copertine con frappe, con date antiche, con nomi diversi di preti, annestati a motti latini. Quei quaderni erano una sorta d’eredità passata per molte mani, e tenuta da lui molto riguardata in una cassetta, che il giorno del suo arrivo era parsa ai curiosi uno scrigno: e le più belle di quelle prediche le recitava dinanzi ai nobili, che dal Monferrato o da altra parte del Piemonte, capitavano la state a pigliare i freschi nei loro poderi di quelle valli. Era conosciuto da tutti costoro, perchè tutti ei visitava lontano sin dove poteva andare e tornare in una giornata; e ne aveva avuto sempre doni e carezze. Diceva spesso d’uno molto potente in corte al Re di Sardegna, che gli aveva dato a capire, di non sapere bene se i preti gli avesse a chiamare prima o seconda milizia dello Stato; e che a sentir suo, nella loro gerarchia, un pievano era pari e forse da più d’un capitano in quella dei soldati di sua Maestà. Del rimanente ogni volta che tornava fuori con questo discorso, finiva sempre dicendo che agli onori non si doveva badare; la massima che l’uomo non deve porre troppo affetto nelle cose terrene, nè in padre, nè in madre, l’aveva sulle labbra sovente, come fosse un suo proverbio; forse non aveva mai pianto, prosperava un anno più dell’altro; nel 1794 faceva quasi la sessantina e il suo nome era don Apollinare.
La donna arrivata con lui il giorno ch’egli chiamava del suo avvento, era una sua sorella più vecchia che ei si teneva in casa; creatura spersonita ed infermiccia, che proprio reggeva l’anima coi denti. Era così asciutta e grinzosa, che un parente tornato a vederla dopo mezzo secolo, non avrebbe osato abbracciarla, dalla tema di sentirsela scricchiolare tra le mani. Sotto la cuffia che colle guarnizioni faceva alla faccia scarna una cornice disadatta, mostrava corti capelli color di cenere, che forse erano una parrucca: un’aria soave di purità, spirava da tutta la sua esile persona; aveva di bello gli occhi, neri, grandi, pieni d’una profonda bontà. E buona la era davvero, sebbene la natura e la fortuna se la fossero presa in fra due; e la prima n’avesse formato una di quelle creature che stanno sulla terra lunghissimi anni, e paiono sempre vicino a morire; l’altra l’avesse posta tra quelle donne, costrette a rimanersi zitelle e ad invecchiare in casa a qualche congiunto, non care, non respinte, sofferte quasi da serve. La poveretta bisognosa di consolazioni più che d’aria per vivere; dopo la sua venuta a D…. non ne aveva avuto che di due maniere, quasi da celia. Ed una era questa che se la quaresima capitava al presbiterio qualcuno, recando uova e salati, e chiedendo licenza di mangiar latticini e di non digiunare, per sè o per un ammalato; essa con aria mistica e solenne mandava il supplicante, sciolto dalle discipline del magro e del digiuno; e non dimenticava mai di dire, che a concedere quelle licenze, il vescovo ci aveva messo il pievano, e il pievano ci aveva messo lei. L’altra delle sue allegrezze la provava ammanendo il caffè pel suo fratello ogni giorno, e le feste solenni per i sette od otto preti del borgo, che venivano a pigliarlo con lui dopo il desinare. Godeva a udirli sorbire quella bevanda, di cui allora si cominciava appena a parlare, come di cosa dell’altro mondo; ma essa non ne assaggiava, perchè la sua bocca non era da tanto. Si innebriava aspirandone il fumo, si teneva onorata d’avere in casa quella delicatura, che anco i più ricchi del borgo non avevano ancora; e se conversando dinanzi la porta, colle donne del vicinato, le riusciva di far cadere il discorso su tanta grazia di Dio; ne diceva da far venire l’acquolina a tutte; poi con certo suo piglio orgoglioso e cortese, saliva di sopra, e poco dopo s’affacciava con in mano un bricco lucente, donato al fratello da non so che marchesana di quelle parti. E porgendolo a vedere imitava, senza volerlo, l’atto che soleva fare il pievano, nell’alzare il reliquiario più venerato della chiesa, a scongiurare il mal tempo. I fanciulli, che non sapevano del celibato dei preti, sino a una certa età non la chiamavano altrimenti che la moglie del pievano; al suo nome di Placidia, si soleva aggiungere dai più il titolo nobilesco di donna; derisione inconsapevole a una povera creatura, che nulla aveva della donna salvo che i guai; nessuno avendola mai chiesta sposa, nessuno amata, e potendosi dire di lei, che la si aveva lasciata vivere per non commettere un peccato mortale.
Don Apollinare non aveva dato guari segni di voler bene a questa sua sorella, nei tempi quieti; ma in quelli torbidi che s’erano messi verso il 1790, la teneva come persona nudrita a posta, per poter darle in casa i resti delle invettive, che scagliava in chiesa e fuori contro le cose di Francia. Le quali in sul cominciare non gli erano parse di gran momento; e a chi glie n’aveva chiesto, s’era contentato di rispondere che erano follie di popolaglia, e che o pane o bastone, avrebbero finito in nulla. Ma il 1791 gli era cascato addosso come fosse stato la volta del Sancta Sanctorum, sfasciatasi mentre egli era all’altare; e d’allora in poi aveva tenuto l’orecchio alzato a tutte le novelle che poteva avere da quel paese. Ad ogni corriere, che capitava ogni mese una volta, si faceva sempre più pensoso; i notabili del borgo gli si raccoglievano intorno spauriti della sua cera: egli parlava loro un linguaggio pieno di misteri: e se qualcuno osava annunziare di suo, cosa che avesse inteso da gente d’altri borghi, o dai mulattieri, che pei loro traffichi praticavano verso la Provenza; quello agli occhi di lui, era pecora vicina a sbrancare, e cominciava a tenerlo d’occhio. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo, avuta per via dei suoi superiori, due anni dopo che se n’era udito parlare, gli aveva fatto passare il giorno più nero di tutto quel tempo. Letta, riletta, meditata a lungo quella scrittura; chiesto a sè stesso mille cose circa quei diritti, aveva finito col capire nulla di nulla; ma in cuor suo rese grazie a Dio d’aver fatto morire un tale cui quel foglio sarebbe giunto per certe vie ch’egli sospettava; un tale che avrebbe fatto le capriole dall’allegrezza solo a leggere quelle sciocche parole, e a dirne qualcosa fra il popolo della pieve! Dio non aveva concesso che in tempi di pericolo, il lupo stesse a rondinare intorno all’ovile, ed aveva fatto benissimo. Quel morto che da vivo gli era stato in ira, aveva lasciato dietro di sè un figliuolo ricco, giovane, non di buon ramo; ma egli sperava di poterlo raddurre; e ad ogni modo gli tornava meno molesto del padre, e confidava nell’opera della madre, che appunto era la signora Maddalena. Con questa si era lagnato parecchie volte, accusandola d’aver troppo allentato il freno al figliuolo; aveva predetto che le sarebbe stato cagione di grandi scontenti; e s’era lasciato andare sino a farle la confidenza, che Giuliano era la più acuta spina che avesse nella sua pieve. Pensava tuttavia che coll’aiuto del Signore, passati i bollori dell’età giovanile, arrivato ch’ei fosse in sui trenta, si sarebbe messo a vivere più assegnato, più da senno, più da buon cristiano; e su avesse voluto dire tutta la verità, non gli spiaceva che egli in quei tempi torbidi se ne stesse a Torino. Perchè i suoi superiori gli scrivevano sempre d’aprir gli occhi, di star sulle guardie; e senza che si aggiungesse la briga di dover badare a un giovane ricco fatto di sua testa, e che se la sentiva di disputare anche con un monsignore, a lui da fare gli pareva di averne già troppo. In fatti s’era messo a spiare più attento, a capitare improvviso nelle case altrui, a scrutare le donne chiacchierone; e come le cose di D…. stavano nei limiti egli credeva di molto operare per la salvezza del mondo. Ma un giorno, mentre che stava desinando, gli fu portato uno scritto del suo vescovo, che parlava di Re Luigi stato giudicato ed ucciso. “Non può essere! – esclamò egli dando il pugno sulla mensa, per modo che il bicchiere si rovesciò – questa è una celia che mi si vuol fare, guai all’autore, se lo scopro!” A queste grida donna Placidia che veniva recando un piatto, si fermò sulla soglia guardando il fratello, e le parve ammattito. Egli intanto, tenendo il pugno chiuso e teso verso di lei, rilesse la lettera, e vide ai bolli che non v’era da dubitare. “Portate via ogni cosa: – continuò allora con voce dimessa – i popoli ammazzano i re, e questi sono tempi da fare penitenza!” – A donna Placidia la novella non fece nè caldo nè freddo; tanto più che il vino versato sulla tovaglia e grondante dalla mensa sul pavimento, non era segno di disgrazia vicina. Ma egli credè d’udire i cardini del mondo stridere per uscire di posto; la pace da lui serbata in D…. non aveva giovato nulla e se ne doleva: prese il libro dell’Apocalisse, ora in capo, ora in fondo, lo lesse; lo rilesse, lo predicò dal pulpito; spaventando i fedeli che non l’avevano mai inteso parlare a quel modo. Tenne con sè quel libro giorno e notte quasi sperasse di poterne trarre qualche aiuto nell’ora dell’imminente ruina; dopo dieci, venti, trenta giorni, vedendo che il sole continuava ad alzarsi dallo stesso lato, si quetò su quel fatto del regicidio; ma gli rimase una gran paura dei Francesi nemici di Dio, uccisori di nobili e di preti, belve che non più frenate da nessuno, avrebbero invasa la terra, e forse anche il borgo di D…. A rimettergli il cuore in corpo, non vi vollero meno di quelle migliaia d’Alemanni, venuti di Lombardia e passati per D…. nell’andarsi a porre a campo vicino a C…. borgo tenuto in conto di capitale dell’alte Langhe. La vista di quelle genti, di quelle assise, che ridestavano i ricordi di Marta, levarono a speranza l’animo del pievano; il quale fu il primo ad ossequiare il capitano dell’impero, annoiandolo con certa orazione latina, che diceva come i popoli delle trentasette terre delle Langhe, rammentassero d’essere stati sudditi di sua Maestà Imperiale, sino a cinquant’anni addietro; e che bramavano d’essere tenuti dai signori Alemanni come cosa loro. Offerse agli ufficiali la sua casa, la sua cantina, tutto sè stesso: e se d’una cosa si dolse, fu d’aver udito che i più grossi eserciti d’Alemagna, si travagliassero in sul Reno, di cui egli non sapeva nè dove nè che cosa fosse. Quella, a sentir lui, era gente sciupata; quattro e quattro otto l’avrebbe voluta tutta lì in val di Bormida; tutta, da poterla vedere, affacciandosi al balcone; e allora si sarebbe messo a ridere dei Francesi. Tuttavia rifatto un po’ più tranquillo, tornò a mangiare gagliardamente, a dormire sonni quieti, a dire ogni mattina alla punta del giorno la sua messa; alla quale s’affollavano i contadini, prima d’andare a far giornata nei campi, e vi venivano le serve e le donicciuole più divote del borgo, tra le quali Marta non mancava mai.
La povera vecchia soleva alzarsi prima che fosse l’alba, e queta queta, si metteva in capo il mesero stampato ad augelli e ad alberi; poi camminando in punta di piedi, e frenando la sua tosse mattutina, usciva di casa e saliva in castello. Per l’età sua ogni onesto le avrebbe consigliato di astenersi da quel disagio; ma essa faceva quell’erta come a bersi un bicchier d’acqua. Sentita la messa tornava che di solito la padrona era ancora in camera; e s’accingeva alle sue faccende, talvolta cantarellando, talvolta brontolando, ma sempre festosa come una cuffia nuova sul capo d’una bella dama.
L’indomani di quella sera, in cui Giuliano ne aveva detto di così grosse; sebbene non avesse quasi dormito, la campana di castello cominciava appena a suonare l’avemaria, e Marta era bell’e vestita e pronta ad uscire. Pensiamo un po’ che stupore dovette essere il suo, quando giunta alla porta, o tesa la mano, per agguantare la chiave, non la trovò nella toppa! Subito si rammentò che la sera innanzi la padrona aveva voluto chiudere da sè; pensò che la chiave se l’era portata di sopra, e indovinò anche la cagione di quella novità; ma le parve che non fosse l’ora da andarla a disturbare. Però l’idea di mancare quel mattino alla messa, le fece avvampare il vecchio sangue, che già le impaludava nel cuore; e fattasi animo, salì dalla signora, la trovò desta, chiese perdono; e avuta la chiave s’affrettò a rimettere il tempo perso. Nell’aria si udiva tuttavia la romba della campana, ed essa già entrata in chiesa; si rannicchiò nel banco dei padroni, si segnò, guardò, e tra due moccoli accesi allora, vide il signor pievano che saliva all’altare. Lieta d’essere giunta a tempo, pur non potè difendersi dalla stizza della sera innanzi; e quella storia delle chiavi custodite dalla signora; i certi dubbi e paure che non sapeva donde venissero, le ingombrarono la mente, con i pensieri che non erano d’orazione, tornarono ad assalirla; si raccomandò al santi, alla Madonna, si morse le labbra, invano: la sua testa andava in volta, e la messa fu finita senza che, povera donna, le fosse riuscito di recitare un intero pater. Allora delle sue distrazioni ne fece un’offerta al Signore, e il pievano non era più all’altare da un quarto d’ora, quando essa, malcontenta di sè, si levò per tornare ai fatti suoi. Ed ecco don Apollinare che, l’aspettasse o no, le si fece incontro sul piazzale della chiesa, colla tabacchiera aperta, dicendo:
“Ebbene, nostra Marta, come state?
“Eh signor pievano, da vecchia bene anche troppo!
“Oh! vecchi non si è mai, finchè l’appetito ci serve! – e qui il prete porgeva alla donna la tabacchiera, che vi facesse dentro una pizzicata.
“L’appetito – rispondeva Marta sfregando le dita contro la veste, quasi per nettarle prima d’accostarle alla tabacchiera; – l’appetito come Dio vuole c’è, sebbene del mio pane n’abbia mangiato le nove parti…..
“Mangiate anche la decima, e vi rimarrà quello del paradiso: – disse il pievano – intanto a conti fatti avete visto nascere molti che sono già all’altro mondo; e molti vi passeranno innanzi, che credono di non morire mai perchè sono giovani…. A proposito di giovani, ho inteso che il signor Giuliano è qui in D….?”
Al modo altezzoso con cui don Apollinare dava del signore a Giuliano, Marta si sentì gelare il cuore, e a mala pena rispose:
“C’è venuto a fare la pasqua….
“La pasqua! E dove la fa la pasqua? A tavola, o forse a C…., dove è già andato tre o quattro volte, a trovare i giacobini che appestano quel borgo? Ah l’ha fatta pur grossa la vostra padrona, quando lasciò ch’egli andasse a studiare a Torino! Voleva farsi medico? Ebbene, non poteva fare come tanti altri? impratichirsi da qualcuno dei vecchi, che hanno sempre fatto il mestiere, senz’essere mai usciti da questi monti? Io l’avrei raccomandato al marchese di C….. al conte di P….., e quando fosse stato tempo, questi delle licenze di curare i malati, gliene avrebbero dato, per amor mio, non una ma dieci….! Ma egli, superbo, no….! questi dei nobili, che danno licenza ai medici, sono privilegi di medioevo; io non ci vado a trottare sulla mula tre o quattro anni pei monti, per essere poi ammesso al cospetto del marchese, a disputare dell’arte mia col prete di casa….! io non ci vado a farmi compatire dal nobiluomo, che colla parrucca in capo e colla pergamena già pronta, accennerà cortese o farà rabbuffi, se il pranzo non gli avrà fatto pro: io non ci anderò a tribolare l’umanità mandato da questi signori…. no….! ha detto così il superbo, e andò a Torino…. Almeno ci stesse per sempre laggiù! ma vedete come egli è ritornato pieno di religione? Voi dite che egli è venuto a fare la pasqua…..; tutti i galantuomini a quest’ora l’hanno già fatta, ma lui, lui chi l’ha veduto?
“Ma! sospirò Marta facendo spallucce, in guisa che parve una chiocciola che ritraesse le corna nel guscio.
“Basta! – soggiunse risoluto il pievano – vedremo che intenzione ha: ditegli che stamattina l’aspetto.”
E diede di volta, piantando la povera vecchia; la quale stata un poco, come non sapesse più ritrovare la via, partì, un passo innanzi l’altro, colla mente a quelle parole, che le suonavano col sordo rumore d’un temporale vicino. Discese di castello, con una gran guerra di pensieri nel capo; e giunta a casa, buttato il mesero su d’una sedia, si mise a rassettare e a spolverare gli arredi, senza badare a non far rumore; parendole che la padrona non avesse a rimproverarla d’averla sturbata, dacchè pel figliuolo di lei, le era toccato dal pievano quella mortificazione. A un tratto rimasta colla mano in alto, guardando il soffitto, stette a udire certe pedate nel corridoio di sopra, che le parvero di Giuliano; gioì al pensiero di potersi alfine sfogare, e smesso il suo lavoro, se lo vide comparire dinanzi.
Calzava gli stivali a ginocchiello, e aveva in gamba le brache di nanchino giallognole, che i signori di quei tempi tiravano fuori dagli armadi il giorno di pasqua, fosse questa alta o bassa, ossia nella stagione ancor fredda, o già nella dolce. A vederlo vestito proprio come la sera innanzi, quand’era tornato da C…., Marta credette che egli fosse in punto di ripartire e gli disse:
“Che tornate a C….? No? O allora toglietevi di gamba coteste brache che paiono di ghiaccio! Che si mettano la festa di pasqua per santificarla, sta bene….. ma…. e la pasqua starebbe anche meglio santificarla in un’altra maniera!
“State buona, nonna, – disse accarezzandola il giovane – stanotte non mi sono spogliato…..
“Già! vizi che si pigliano in città….! Nelle città se ne pigliano tanti dei vizi…. ma il più brutto…. il più…. Uno squillo di campanello troncò a Marta la parola, che di quel passo sarebbe forse finita coll’ambasciata di don Apollinare. Essa dovè correre di sopra a vedere la padrona; e Giuliano rammentando i discorsi che aveva tenuti a sua madre, e pensando che era sul punto di doversi presentare a lei; fu colto da un gran batticuore.
Marta, molto meravigliata, per aver trovata la padrona già vestita, e acconciata i cappelli, da parere più giovane di qualche anno; tornò giù a dire al signorino che sua madre lo voleva: ed allora fattosi animo, egli salì quella scala, ma lento come su per un monte.
“Vieni oltre – gli disse la signora Maddalena, incontrandolo sulla soglia e fissandolo negli occhi: – prima di sera, sapremo se Bianca verrà a farci felici…..
“Oh sì verrà – sclamò Giuliano stringendo fra le sue le mani della madre.
“Va, e chiama Anselmo che venga a pigliarmi, col calesse…
“Ma che vuole andare lei, colle vie che vi sono….
“Va.”
Giuliano obbedì; ed essa col cuore alla gola, levò le mani in alto e disse singhiozzando:
“Giuliano, Giuliano, se tu sapessi che dolore mi dai….!”
S’asciugò gli occhi, e si mise dinanzi all’immagine di suo marito, stata dipinta colla sua, quando si erano sposati. Stette un tratto a contemplare quella tela, come se tra lei e l’immagine fossero misteriose corrispondenze; quindi avvicinatasi a un cantarono antico, tirò una delle cassette, cavò di là dentro una veste di seta color di rosa, e la distese sul letto, dove apparve fatta alla foggia di molti anni addietro, stretta nelle maniche, rigonfia alle ascelle, accollata e lunga la gonna, quanto poteva bastare a far un po’ di strasico avendola indosso. Di quella vesta ne teneva di conto; e la tirava fuori ogni anno ricorrendo il giorno delle sue nozze: trasse ancora una scatola in cui erano alcuni vezzi d’oro, collane, maniglie, anella di vario lavoro; e la pose aperta vicina alla veste. Del suo corredo di sposa, non le sopravanzavano più che quelle cose; perchè le più le aveva date, un po’ alla volta a povere fanciulle del borgo, andate a marito; e dopo averle toccate e ritoccate, col pensiero ad altri tempi, uscì sommessa in queste parole: “S’ha un bel affligersi, ma nel giro di trent’anni si rinnovellano nelle case, feste e dolori! ora tocca a lui!”
Lasciò quella veste e quei vezzi così come gli aveva messi, forse desiderando che Giuliano li vedesse, mentre sarebbe stata lontana; poi sempre pensosa discese. A vedere Marta trasecolata come era, le parve di doverle dire qualcosa di quel che andava a fare, ma si rattenne senza sapere il perchè; e chiesto che le porgesse una tazza di latte, si pose a berne, mangiucchiando d’un pane casalingo, affettato lì per lì dalla vecchia, la quale dal rimescolamento e dalla rapina di non sapere qual aria volesse tirare, per poco non si tagliava le dita.
In questo mezzo Giuliano era venuto col calesse, sino all’arco, per cui s’entrava nel piazzale; e lasciato là Anselmo ad aspettare, Anselmo che aveva fatto le maraviglie per quell’andata della signora; corse a farne avvisata sua madre. Essa era pronta: nè avendo a far altro che mettersi in capo la cuffia, se l’acconciò da sè, salutò Marta, fu al calesse accompagnata da Giuliano; e senza volgersi addietro si mise dentro e partì.
Marta rimasta in forse a guardare dalla finestra della sala, colle braccia al seno, sentiva qualcosa crescere dentro, venir su a far groppo: e come la frusta d’Anselmo schioccò nell’aria, gli occhi le si empierono di lagrime, e corse verso l’uscio per andar fuori. Di certo all’abbrivo che aveva preso, avrebbe raggiunto il calesse; ma s’abbattè in Giuliano nell’atrio, e colla punta del grembiale, asciugandosi il viso lavato di lagrime, si piantò di faccia a lui e sclamò risoluta:
“Fate come volete, ma se a voi e a vostra madre piace ch’io scoppi, ho sempre obbedito! Che faccenda è questa che mi capita la prima volta, dacchè sono qua dentro? Sì, se io sono stimata un coraccio che non sente nulla, ditelo; e io faccio un fagotto della mia roba, e un cantuccio da morirvi lo troverò….
“Ma Marta…. – disse Giuliano – o che adesso impazzate….? Badate invece a star sana, che avremo fra poco bisogno di voi come del pane…! Ma non vi sgomentate; piglieremo una giovane che v’ajuti…, e la farete buona come voi…; qua l’orecchio…, mi sposo…
“Dio lodato! – proruppe allora la vecchia traendo lunga la voce, mutata in faccia che non pareva più quella: – ora so in che acque mi trovo…! Vi pareva? lasciare al bujo me, che posso dire d’aver visto fondare la casa; e ho portato vostro padre in collo, e fui sola a governargli la roba fin quando si sposò….?
“Giusto! ben rammentato! quando si sposò…! Io voglio fare ogni cosa come fece mio padre; animo, che feste avete fatto quando egli condusse la sposa?
“Eh! miracolo se si è mai visto altrettanto! – sclamò Marta levando le mani in alto, come a significare che le erano state cose da non poterle rifare: – le feste durarono mesi, e se le racconto vi paiono favole da narrarsi a canto al fuoco. State a sentire. In una sua gita a M…. nella valle di là, sapete dov’è, vostro padre ebbe una sfida al pallone. Egli non sapeva altro gioco, ma al pallone, capperi, era conosciuto sino in capo al mondo! In quella sua gita s’innamorò di vostra mamma, la quale stava con parecchie zitelle di colà a vedere i giocatori….; vostro padre, non faccio per dire, ma era un bellissimo giovane…. Tornò da quella gita pensoso, melanconico, crucciato, come voi ieri sera…: ed io che, non per vantarmi, gli faceva da madre, sin dall’anno quarantacinque, che i suoi erano morti della pestilenza…. anche quello fu un bell’anno…, basta..! io credei che egli, chi sa come, avesse perduto qualche gran somma, e volli sapere che cosa lo tribolasse a quel modo. Egli mi disse, così e così….; oh! sclamai io, tutto codesto? E gli consigliai quello che avrei consigliato a voi ieri sera, se avessi saputo che cosa vi frullava pel capo. V’era casa, v’era stato; non gli mancava nulla, appunto come ora a voi; forse che avete bisogno d’esser medico, di cavar sangue, per campare ammogliato, voi? Sposate quella ragazza, gli dissi, e che Dio vi benedica! Faremo festa per un anno e un giorno, come in casa i principi…! Mi diede retta, tornò due o tre volte a M…., parlò; e di là a due settimane, vostra madre veniva qui da padrona. E mi disse poi che anch’essa s’era innamorata di vostro padre sin dal primo giorno che l’aveva veduto. Erano due bei sposi ve’, e che accompagnatura! Vennero attraverso ai monti e in tanti, che non s’era mai visto una simile cosa a ricordo di vecchi. Signori, signore; a cavallo, in lettiga; musici che suonarono tutta la via; canti, schiopettate, sparate di pistole, una battaglia! E quando il corteo fu scoperto da qui a quel varco dei monti lassù, le campane di castello cominciarono a suonare a gloria, come venisse monsignor Vescovo a dare la cresima. Io era qui, in questo luogo, e un’occhiata dava al corteo che discendeva per quelle svolte come una processione; un’altra correva a darne in casa dove aveva un mondo di donne ad ammanire il pranzo: un pranzo di cento convitati, mica pochi, no; e che convitati! La sera poi un festino, che manco vi saprei dire se fossi un avvocato…; e la storia durò settimane… Chi mi avrebbe detto, tu Marta starai tanto al mondo, che queste cose le rivedrai una seconda volta? Pure una differenza v’è….; quegli erano tempi di gran pace e di gran gioia; la gioventù non s’immischiava di nulla…, al comando chi v’era vi stesse, e vostro padre era un uomo dabbene….
“Ed io…? – chiese Giuliano, che avrebbe dato il fiato alla vecchia perchè ricominciasse.
“Eh… voi… non siete cattivo…; ma alle volte…. per esempio ieri sera, che cosa vi facevano gli Alemanni….? E poi… sì… ve n’ho a dir una; – e dando un’occhiata all’arco in capo al piazzale, se spuntasse qualcuno, si fece più vicina a lui e continuò con dimestichezza; – stamane il signor pievano mi ha parlato di voi, e vi vorrebbe a fare la pasqua.”
Giuliano che, solo udendo menzionare gli Alemanni, già aveva perduto la rallegratura del viso; a quella novella del pievano divenne annuvolato del tutto; e disse a Marta severo:
“Domani, tornate lassù: e se vi chiede di me, ditegli che lasci in pace i cristiani.
“Che mi fate celia! – sclamò la vecchia indietreggiando: – manco se mi faceste diventare ricca come il mare! Il pievano vuole il vostro bene. E che credete di farne dell’anima? Questo è un altro grillo come quello di maledire quei poveri Alemanni.
“Non mi tornate a parlar di costoro! – gridò Giuliano avvampando: e Marta concedendo il poco pel molto:
“Bene….! ma il pievano, la pasqua almeno… Dio ha le braccia lunghe, e quando gli pare ci arriva! Date retta a me…. andate, o sarà tutt’una, il pievano verrà qua….
“E venga! – proruppe allora il giovane – venga!” E assettandosi su d’un sedile di pietra fuori dell’atrio, parve proprio risoluto ad aspettarvi il pievano.
Marta pregava, badasse a non guastare la sua e la pace della famiglia; ricordasse che anche la sera innanzi aveva promesso a sua madre di non darle mai dispiaceri; pensasse che stava per farsi sposo, e che quello non era tempo di cozzare coi preti; e che ad ogni modo senza che si fosse accostato ai sacramenti, la fanciulla amata non l’avrebbe potuto sposare…. Ma egli non le dava retta, e facendo a sè stesso col pensare, quello che il leone, sferzandosi colla coda; levatosi ritto come per andar incontro a qualcuno, diceva:
“Mi vuole…! E quando m’avrà avuto lassù a forza, bella religione la sua e la mia! O perchè non lasciano che l’anime si volgano a Dio, ciascuna su quell’ali che egli le diede? No…; essi le vogliono spingere in su ajutati da questi altri servi della spada, che ci tengono col capo nel fango. E intanto si fa il male da loro, da noi, da tutti; carne, carne, carne, null’altro che carne. O vento che soffi dalla Provenza…. o Francia insanguinata come vergine nel circo, tu sei la scolta di Dio! Vieni colle tue legioni, e facciamola finita una volta!”
Il petto di Giuliano pareva si fosse fatto più ampio, e l’occhio scintillante, come d’uomo rapito nel leggere una pagina dei profeti, gli era rimasto fisso nell’orizzonte, proprio verso quella parte, dove Marta aveva inteso dire che vi era la Francia. Le prime parole del giovane l’avevano sbigottita; tutto quello che potè capire delle ultime fu che egli le aveva dette, e con amore, ad una nazione, la quale empieva il mondo di terribili novelle, sicchè se ne parlava sino dai pulpiti nelle chiese; e, povera vecchia, non avea membro che tenesse fermo. Allora sì, che le balenò sul serio il pensiero d’andarsene da quella casa, dove sotto le spoglie del suo Giuliano d’un tempo, era venuto ad abitare chi sa che gran peccatore! E fu a un pelo di dirglielo lì per lì. Ma la grande passione di lui, le fece temere di udirlo prorompere in altre eresie; di che fattasi forza, con un martellamento di cuore che si sarebbe inteso discosto tre passi, si ricoverò in casa. Là pregò Dio caldamente, che pel bene della signora Maddalena e del pievano, rattenesse questo dal discendere di castello; perchè non sapeva neanch’essa che cosa avrebbe potuto seguire. Intanto colla fantasia si figurò di essere in volta col suo fardelletto sulle spalle, alla cerca d’una famiglia, da potervi servire buoni cristiani, gli altri pochi anni che le rimanevano di vita: e non vedeva l’ora che la padrona tornasse, per dirle ogni cosa e licenziarsi.
Giuliano quetatosi un poco, e rimessosi a sedere su quella pietra di poco prima, fissò lontano il calesse di sua madre, che s’andava dilungando, fin che gli fu uscito di vista. Poi l’accompagnò col desiderio e coi voti verso la meta, oltre la quale vedeva e pregustava la sua e la parte di paradiso d’un’altra persona. Sposarsi a Bianca, condursela in casa, dirle: “qua dentro ogni cosa è tua; sii l’angelo del mio focolare; ringiovanisci della tua giovinezza mia madre; e viviamo d’amore essa, tu, io” era per lui qualcosa più che aver l’ali da volare in capo al mondo, girarlo tutto, e salire sino alle stelle. E già la vedeva venuta, già aver fatto l’uso alla nuova casa; marito gli pareva d’aver acquistato in essa una seconda coscienza; medico si sentiva tratto per la campagna a far il bene, ispirato dal desiderio di poterlo dire, tornando stanco, “ho fatto questo, ho fatto quest’altro….” padre, (questo poi era pensiero in cui si sprofondava col diletto preso da giovane a tuffarsi nei pelaghetti della sua Bormida, in tempo di gran caldura, mentre il suo genitore stava a vederlo;) padre gli pareva che avrebbe educati figli, degni di dar gloria fra gli uomini a quel Dio, nella cui bilancia dovrà pesare più una goccia d’acqua data ad un assetato, che una intera vita passata a star ginocchioni dinanzi a lui; ah! i figli, i figli! quel calesse arrivasse a C…. col buon’augurio, Giuliano v’era già col cuore!
E il calesse andava, e tacerne sarebbe come voler nascondere al lettore, che di quei tempi gli abitanti di val di Bormida, non avevano mai veduto quattro ruote di quella fatta a girare. Eppure era un vecchio e gramo arnese, che ai giorni nostri farebbe sgomento al più modesto viaggiatore che se n’avesse a servire. Anselmo lo aveva comperato dagli eredi di non si sapeva che baroni del Monferrato; ed essendo uomo molto arricchito nei contrabbandi tra le terre della repubblica di Genova e del re di Sardegna, per quell’acquisto era così cresciuto di reputazione, che a D…., quasi più nessuno osava chiamarlo col vecchio nome di mulattiere. Ma egli punto insuperbito, se gli capitava di guadagnare s’alzava anche a mezzanotte. E sebbene pel suo far costare il nolo del calesse un occhio del capo, si durasse fatica a mettersi d’accordo con lui; la signora Maddalena non era stata quel giorno a parlare di danaro, ed egli la portava verso C…, certo di toccare una grassa mercede e un buon beveraggio.
La via correva a tratti sulle vestigia di quel ramo dell’Emilia, che per val di Bormida menava i Romani da Tortona all’antica Sabazia. I dotti, quando ne parlano, rammentano la tavola Pentingeriana, e l’itinerario di Antonino. Romana o no quella via era un macereto, e dava così gran disagio a farla in calesse, che camminare a piedi, sarebbe stata per la povera signora minor fatica. Ad ogni passo il legno pigliava tali scosse, che essa era sempre lì colle mani per toccare Anselmo che si fermasse: ma egli da uomo rotto a ben altre molestie, la confortava a non vi badare, e starsi sicura; e tirava innanzi per la terricciola di R…. alla volta del borgo di C…. Il quale a chi vi giunge da quelle parti apparisce amenissimo, sebbene schiacciato com’è fra il torrente ed una rupe alta e malinconica, parrebbe star meglio in mezzo alla pianura, che gli si apre dinanzi. Questa non è ampia molto, ma quanto basta per dare aspetto magnifico ad un anfiteatro di colli, sormontati su su da dossi più alti di monti selvosi, che col verde cupo dei loro fianchi, fanno bel contrasto coi sottoposti vigneti, colle piagge ridenti, coi prati e coi campi, dove si lavora in dolcissima pace. Sulla rupe che soggioga il borgo, sorse un castello che fu dei Del Carretto, ed era degli Scarampi quando Vittorio Amedeo, generale degli eserciti di Francia e di Savoia, guerreggiando gli Spagnuoli in quella vallata, lo trovò difeso da dugento di costoro, e ne gli scovò con centoquarantaquattro cannonate giuste. Era l’anno 1625, e di là a poco il Conte di Verrua tornato a combatterlo lo atterrava del tutto. Ai tempi della mia storia quel castello era già quale è ai nostri, roba di donnole e di volpi, nè dà alla gente del borgo niuna noia, salvo che quella di toglierle una bell’ora di sole in sul tramonto, e di minacciarla colle sue pericolanti rovine. Macchie di castagni, da lasciare in desiderio il più valente paesista, s’aggruppano su per il pendio sino a quelle; e ai segni dei secoli che hanno nei t