Archivi tag: Albertazzi

Adolfo Albertazzi – Il Nido

Mai più splendido cielo; mai aria più olente e queta…. E soli lor due andavano per l’argine che limitava la risaia dall’immensa prateria.

I colori del maggio inoltrato vi superavano la verde mèsse e la trapungevano: giallo di graziole, di tulipani e ranuncoli; lilla di porrette; gridellino di vecce; viola di prunelle e di salvie; bianco di ornitogali e nigelle, di eriche e giunchiglie; rosa e azzurro di giacinti; bleu di fiordalisi; rosso di trifoglio e papaveri. E margherite da per tutto. Quante!

Andavano, gli amanti, soli, guardando intorno; guardandosi e sorridendo senza trovar parole. Nei tardi passi, vicendevolmente e quasi timidamente, avvertivano che i loro sguardi eran pieni di ricordi, dei più lieti ricordi. E così parevano accrescersi l’intima gioia d’un ritorno a sè medesimi e approfondire la coscienza della loro anima; parevano estendere la capacità vitale d’ogni senso, schiarire il pensiero all’esistenza come ridesta, risorgere nell’essere loro, reintegrati d’ogni minima forza, a una vita rinnovata e a una sconosciuta armonia. Era una letizia lieve, di sogno, eppure tenace e valida; era un’illusione suscitata e mantenuta dalla divina realtà che li accoglieva; era un vago desiderio continuo e di continuo esaudito in quel fluire degli attimi; era la consapevolezza di una felicità certa e immanente.

Essa, di tanto in tanto, si chinava al margine e spiccava un fiordaliso o un ranuncolo o un geranio campestre.

Poi, tendendo le mani al prato in cui non ancora piede d’uomo aveva lasciato traccia e da cui la concordia delle tinte assorgeva come quella dei suoni in una sinfonia, esclamò:

— Vorrei correre, gettarmi là in mezzo!

— Va!

Ella scosse il capo.

— Non si può, senza calpestare!

Più avanti, al serbatoio, discesero nella barca. Remava lui.

Anche l’acqua sembrava riposare e godere in distesa azzurra, chiazzata qua e là dal verde delle ninfee e sparsa di macchie or scarse or copiose in canne e giunchi, e chiusa all’ingiro dalle sponde ombrose di salici; mentre la barca procedeva piano piano, soavemente, per quella frescura.

Canerini di valle si levavano con un vocìo sottile e così vivace da crederlo non segno di paura ma di più viva gioia nel volo.

Finchè la barca trovò adito in mezzo alla macchia più folta di cannelle e saracchi, e ristette dove l’acqua bruna, sotto l’ombra, rivelava un brivido, al rezzo. Udirono uno svolazzar forte, di folaghe e anitre. E più nulla.

— Restiamo un poco? — A lungo ella sarebbe voluta restar là con lui. Gli abbandonava la mano nella mano.

— Sei contenta d’esser venuta?

— Non te l’avevo promesso…: a primavera? E di’: non ti sembra che se non fossi venuta in un giorno così bello la nostra felicità sarebbe stata meno grande?

Egli strinse forte la bianca mano.

— Sei mia!

E lei:

— Quanto bene mi vuoi!

Di nuovo tacquero cedendo alla dolcezza di quell’ora, in quella solitudine e nel silenzio che solo qualche pigolìo interrompeva, o qualche canto lontano. Il profumo dei fiori lontani perveniva fin troppo greve. A quando a quando un murmure fra il canneto.

D’improvviso l’amata chiese a bassa voce:

— Hai sentito?

Si rivolse a rimuover le fronde e gli esili fusti più prossimi; volle ch’egli avanzasse la barca a quella parte, per veder meglio nel folto.

— Là! — dissero a una voce.

A limite dell’acqua, poggiato sui giunchi che il peso piegava, era un nido di folaghe. Avanzando ancora la barca, ecco balzar dal nido nell’acqua, con un doloroso richiamo, la folaga spaurita; e si levò a svolazzare su l’acqua intorno chiamando disperatamente il compagno.

Più nero, con un cóvv minaccioso, il maschio giunse, dalla macchia; cadde di volo, lì appresso; ma a scorgere il pericolo enorme si mise a correre per terra, con tal fretta e con tanta smania di fughe e ritorni che pareva impazzito.

— Povere creature! — disse la signora.

Nè volle affliggerle a lungo. Anzi, poi ch’ebbe visto da vicino il nido mirabilmente contesto di cannucce e ciperacee e steli:

— Andiamo via! — pregava. Una strana ripugnanza la trattenne dall’osservare dentro il nido.

— Che impressione strana! — mormorò intanto che la barca ritornava all’aperto.

— Tu vedessi i piccini gettarsi nell’acqua appena nati! — diceva l’amante.

E raccontava della caccia feroce che danno alle piccole folaghe i falchi di palude. Ma la sua voce non aveva pietà.

L’amata non gli badava. In lei a poco a poco l’impressione ricevuta diveniva sentimento, diveniva avversione sommossa dal fondo dell’anima, diveniva pensiero.

Teneva lo sguardo fiso nell’amante, che non dubitava, chiedendosi: «Perchè mi ama? perchè l’amo?» Leggeva la risposta in quegli occhi. Il loro amore aveva per fine sè stesso: null’altro. S’attendevano l’ebbrezza dei sensi in cui soffocare l’anima…, e non più. Questa, questa era la colpa: che il loro desiderio non oltrepassasse il loro piacere. Null’altro! E non dalla coscienza le insorgeva il rimprovero o l’ammonimento, ma le veniva da mille voci di vita feconda e di vita novella che nel fervido giorno la terra generatrice elevava e spandeva in un incognito indistinto inno di amore.

Alla voluttà che anche lei si era promessa mancava il sublime intendimento d’una gioia divina: questa la colpa! Da un umile nido essa aveva appreso perchè si ama.

L’amante le chiese trepidando, sentendola sfuggire con lo sguardo velato:

— Che hai?

Essa tacque; abbassò gli occhi. E come egli, in un impeto di desiderio, fe’ per trarla al suo petto, lo respinse decisa:

— No!

3 Views

Adolfo Albertazzi – La cassaforte di Don Fiorenzo

Quando don Fiorenzo fu in fondo alla chiesa, si voltò, disse a bassa voce: — Signore, ve li consegno a Voi! —; e segnatosi con la solita rapidità, uscì.

Il cielo schiariva. Pallidamente, il sole intiepidiva l’aria invernale. E il prete si mise a sedere sul gradino per riscaldarsi un poco al sole e quasi per rischiararsi lui pure dentro, nell’animo, che una commozione strana conturbava: di letizia amareggiata da un prossimo timore; di gioia impedita da una persistente gravezza.

— La mia cassaforte! — pensò; e sorrise. Ma il pensiero gli ricadde inerte, ed egli restò a lungo così, seguendo con lo sguardo la vicenda della nuvolaglia più o meno tenue, non ancora trapassata nè aperta da raggi del tutto vittoriosi.

Finchè, grazie a Dio, irradiò una vivida spera.

— Mille e settecentocinquanta lire riscosse allora allora, calde calde. Mille e settecentocinquanta! Che somma! Che cordiale! Ah!, i quattrini, hanno proprio il vigore, l’ardore d’un cordiale che risuscita! — E questa volta rise di gusto, e si diede a pensare rinvigorito, infervorato, franco. Ne aveva abbastanza; finalmente non avrebbe più un centesimo di debito, con nessuno al mondo! Finalmente potrebbe spendere senza angustia per una veste (e si guardò la veste rossigna e tignosa), per un paio di scarpe (e si guardò a quelle scarpe). Finalmente potrebbe cavarsi qualche onesta voglia senza paura! No? Gli arriverebbe addosso l’Americano, suo fratello, con la solita burbanza, con la solita prepotenza, con i soliti assalti? — Che prete sei? Dove hai nascosti i quattrini che hai riscossi da Bisaccia? Dammeli! Ne ho bisogno! Li voglio! Bada!…

— No! non te li dò! Trovali!; e se li trovi, prendili! Cadrai fulminato!

Una pausa. Quindi don Fiorenzo rispose forte a suo fratello come l’avesse davvero lì davanti, trattenuto dalla tremenda minaccia; e si sfogò, finalmente.

— Che prete sono? Un prete che ha sempre fatto il suo dovere; un galantuomo, sono, io, che ha sempre sofferto in lite con la miseria!

Sempre! E adesso che ho quel che ho, un capitale mio, tutto mio (un biglietto da mille, stupendo; uno da cinquecento, sudicio, ma stupendo anche lui; due da cento, del Banco di Napoli, belli e buoni; due marenghi d’oro lucidi e sonanti che consolano a toccarli, e una carta da dieci per giunta), adesso che posso rifiatare, io, fratello, non ti scongiuro più a mani in croce di non rovinarmi, di non sacrificarmi, di non rubarmi, e ti domando, io, a te: — Che fratello sei? che cristiano sei? che uomo sei? E ti dico:

Quando io digiunavo per tirar innanzi gli studi e arrivare a dir messa; quando nostra madre rompeva il digiuno a fette di polenta, tu eri già in America a far fortuna, e non mandavi un soldo, che è un soldo, a casa, mai; e affrettavi con la tua condotta, col tuo silenzio, coi tuoi misteri, la morte di quella santa! Che Dio ti perdoni! E quando sei tornato e mi hai veduto qui, nella parrocchia più misera, più trista della diocesi, e mi hai veduto nelle spese e nei debiti — la cascina, bruciata, da rifare; il fondo da bonificare; la vigna da ripiantare, da scassare, da curare —, sei venuto forse ad aiutarmi? Ti sei dato, invece, alle gozzoviglie in paese, laggiù, perchè ti credessero un gran signore e ti dicessero l’Americano; ti sei mangiato, bevuto, giocato tutto. Spassi e bagordi! Donnacce! Faraone e goffetto! E io non conosco nemmeno le carte! Poi, dopo: — Fiorenzo, prestami cinquanta lire, cento lire! — Non le avevo: il capomastro da pagare; il solfato da pagare; la banca da pagare. Povero me! E tu a rimproverarmi: — Che prete sei? — A minacciarmi: — Bada che sono stato in America! — Come per spiattellarmi che in America ne hai fatte di peggio. Dio ti perdoni! E appena in paese ti informavano che avevo venduto qualche cosa, súbito mi correvi addosso, a martirizzarmi. — Dammi i denari!

Io: — No! — E me li hai portati via: più di una volta; dal canterano, di dentro il pagliericcio, di sotto i mattoni. Ladro! che Dio ti perdoni.

A tal punto la fosca immagine fraterna sembrava cedere, sopraffatta. Ma risollevava il capo. Domandava: — Mille e settecentocinquanta franchi?

— Sì! E questi non me li becchi! Questi sono in una cassaforte, mio caro, che non si tocca senza tremare. Questi li ha in custodia un carabiniere che ferma le mani e le gambe anche di chi è stato in America! Próvati; cadrai fulminato! —

Non c’era da ribattere. L’Americano sembrava allontanarsi intimidito da un sacro spavento. E dileguava.

Don Fiorenzo oramai si sentiva libero e tranquillo; guardò nella realtà.

Gli olmi terrei e squallidi sfilavano con le vecchie braccia aperte, quasi a reggere un peso grande, e reggevano due o tre esili rami. Tra gli alberi, in un punto, l’acqua del rio specchiava, dentro una luce opaca, la sponda di contro: scolorita; brulla. Ma sollevandosi e ondeggiando, la nebbia scopriva a poco a poco tutta la costa e svelava il verde vivo del grano. E anche l’aria si mosse. Lì dinanzi le foglioline dell’erba tremarono, piegarono, brillarono inargentate nel riflettere il sole che or sì or no le colpivano a pieno. Le galline beccavano nel fosso, tra le foglie morte, e di tanto in tanto, mentre si parlavano a grassa voce, ergevano il collo e la testa, per ascoltare e occhieggiare. Una balzò fuori. Bene incappottata di piume, cercò luogo da far covino al sole, e, sbattute le ali, si beò della polvere che le fumava dintorno. Garrivano i passeri; si chiamavano i ragazzi lontano. E una figura di donna sorse improvvisa alla riva, nera e lieve quale un’ombra; si colorì nella gonna, nel fazzoletto che le copriva quasi tutto il volto; e súbito disparve, per ricomparire e disparir poco dopo.

— L’Assunta che raccoglie la mia e la sua cena — pensò don Fiorenzo. Povera vecchia! Quanto le doveva! Da anni lei e il figlio Andrea condividevano la sua povertà; nè essa si lamentava: si lamentava Andrea, mal rimunerato del triplice ufficio di campanaro, becchino e vignaiuolo, ma essa lo quetava dicendogli: — Quando il curato ne avrà, ce ne darà, anche a noi. È un santo.

Ora il curato ne aveva…. Dargliene?

— Faremo un buon desinaretto il primo dell’anno — pensò don Fiorenzo con agevole trapasso. — Una bella mangiatina, fra tre giorni.

E sorrise, indulgente a sè stesso, alla sua debolezza. In verità, per resistere alla gola aveva patito più che per ogni altra tentazione e contrizione; forse perchè aveva patito tanto da ragazzo! E riebbe il senso doloroso e strano d’allorchè, coi libri sotto il braccio e le mani nelle tasche vuote, si fermava in città, davanti alle vetrine dei pasticcieri e alle botteghe dei fruttaioli. In uno stupore avido assaporava con gli occhi, con l’anima le ignote dolcezze; e quelle delizie inafferrabili gli mettevano nel sangue e nei nervi come una esasperazione e quasi uno spasimo; da piangere. Più tardi aveva costrette in sè voglie ben più sostanziali ma non minori. Oh un cappone arrosto! E i capponi bisognava venderli. Oh i cappelletti in brodo! E il riso era la minestra dei dì solenni. Oh una torta vanigliata! E grazie se gliene toccava, rare volte, alle feste d’altre parrocchie!

I colleghi non scorgevano che fatica egli durava a contenersi nei loro pranzi e a ingoiar acquolina. Piuttosto essi lo accusavano di poca sollecitudine, di poco zelo nel suo ministero.

A torto? del tutto? No? Forse no. Perchè…, perchè egli non era stato abbastanza sincero nel confortare gli infelici sentendosi più infelice di loro; non era stato abbastanza ardente e puro nei riti essendo angustiato sempre dagli affari e dai debiti, quando non erano i terrori delle cambiali in scadenza, delle citazioni e dei sequestri.

Maledetti i quattrini!, allora…. Ma adesso, oh!, adesso che gli ridavano la pace e la gioia, eran benedetti, dentro quella cassaforte, anche dall’invulnerabile custode!

— Signore, mi raccomando a Voi! — ripetè don Fiorenzo; e nell’invocazione, congiunse al desiderio d’essere perdonato delle sue mancanze, la piena fiducia di meritar tuttavia aiuto e difesa. Quindi tornò a guardar fuori di sè.

Il sole risplendeva libero, ora, d’ogni velame; con raggi vibranti di vita inesausta rianimava tutte le cose intirizzite, assopite, stinte, spogliate, strinate dal freddo, e ai suoi raggi correva in tutto, sensibilmente, una aspettazione benefica: di fronde e foglie negli alberi, di acque chiare nel rio, di fiori tra l’erba, di spiche sulla costa, di grappoli nella vigna, di opere e di canti agli uomini.

Potenza di Dio! Questo granellino di polvere sperso nell’infinito, che dicono sia la nostra terra, come è grande!, che portenti racchiude!

Quante energie! Quante creature! Quante forme diverse di erbe e di fiori, di colori e profumi! quante sorgive limpide e fresche! quante messi e granaglie! quante sorti di uva bianca e nera, e che vini!

Nella ingenua ignoranza pareva al povero prete d’essere improvvisamente illuminato quel giorno da una miracolosa rivelazione.

Per la prima volta immaginava con anima partecipe la gioia del vivere in ogni cosa vivente. Gli pareva di tornare nel mondo dopo esserne stato escluso fin dall’infanzia, e di comprendere, di vederne solo ora le segrete leggi di armonia naturale ed arcana. Mai, mai aveva riflettuto così sulle semine che riposano nell’inverno e al lento sviluppo dei germi e al verzicare; mai aveva pensato che le creature vegetative fossero uguali, nell’immensa voluttà dell’esistere, alle animali, alle umane; e tutte uguali nell’amplesso di Dio. Mai, mai aveva pensato alle forze fecondatrici e vivificatrici e pensato anche, così, all’unico palpito universale, al totale amore profondo e sublime.

E questo piacere che aveva adesso dalla mente e dal cuore, questa coscienza di penetrazione, la quale pareggiava lui, povero prete ignorante, allo scienziato e al sapiente, a poco a poco lo turbava, l’affannava come un astemio che teme di inebriarsi e si inebria quasi senza volere.

Ne resistè. Provò il bisogno di espandere liberamente quell’intima gioia; ebbe voglia di cantare. Ma seguendo a voce sommessa la patetica cadenza dell’inno a Santa Lucia, s’intenerì; dovè smettere, recitare, con la solita fretta, una preghiera. E lo riprese il senso gioioso di prima: anzi più alacre, più copioso, più possente. Gli pareva di sentire il fluido che nutriva le midolle arboree, che a primavera dilatava le scorze e rompeva in gemme; di sentire la virtù che faceva fiorire i bocci, l’irrequietudine vitale che agitava in istrida e voli i passeri, la tranquillità vitale che faceva chiocciar le galline vicine a lui; e sentì da lontano, impetuoso, precipitoso, avanzare il trotto di un cavallo. Avanzava, avanzava. Divenne, istantaneamente, quel trotto, un galoppo furioso, il rombo di cento cavalli sfrenati in una confusione enorme. Una confusione enorme, dentro, nel cuore; dentro nel cervello. Un crollo, uno schianto dell’universo; e il sole rosso, di sangue. — Gesummaria!

Tentò d’alzarsi in piedi. Ricadde.


L’Assunta, che rincasava con una grembiulata di duri radicchi e d’ispide cicerbite, credendo che il curato dormisse, lo sgridò:

— Dorme al sole? Fa male.

Ma accostatasi vide meglio; e si diè a urlare:

— Andrea! Andrea!

…. Presto la voce della disgrazia corse dalla canonica alla prima casa; di là, per tutta la parrocchia. In paese portò la notizia il medico: il quale era giunto lassù quando non gli restava che constatare il decesso, per aneurisma. E uno, entrando all’osteria del Gallo, annunziò:

— È morto d’un accidente il curato del Palèsio.

L’Americano stava giocando. Volse il capo; e rimase con le carte a mezz’aria. Appena però Bisaccia, il commerciante, che mangiava in disparte, ebbe esclamato: — Gli ho pagato stamattina i quattrini dell’uva e del grano, ed era tutto svelto! —, l’Americano gettò le carte, si staccò dalla tavola, si raccomandò all’oste:

— Un cavallo, un biroccino, subito! È morto mio fratello!


Sì: suo fratello. Là in canonica, nel letto, scorgendolo quale se riposasse queto e contento, ritrasse lo sguardo; e mentre l’Assunta in ginocchio biascicava il rosario e Andrea smoccolava con le dita le candele che gocciavano, l’Americano tolse dal portapanni la veste e il panciotto, frugò nelle tasche, invano; borbottò parole incomprensibili. Poi mise sossopra quant’era nel canterano e nella cassapanca. Poi disse ad Andrea: — Aiutami!

Levarono il morto dal letto e lo adagiarono su la cassapanca. Ma anche dentro al pagliericcio non si trovò niente. Nè si trovò nessun mattone smosso. Allora lui, il fratello, aggrottando le ciglia, chiese:

— Questa mattina è venuto Bisaccia, il mercante?

Era venuto.

— E dove sono i quattrini?

La vecchia non rispose. Il figlio rispose:

— Non lo so.

— Badate — disse l’altro — che saltin fuori prima di notte, o vi denuncio!

E uscì a rovistare altrove.

— Siamo rovinati! — mormorò Andrea. Ma la madre, guardando a don Fiorenzo:

— Pregherà lui, per noi.


L’Americano, infatti, non osò denunciarli neanche il giorno dopo.

— Mio fratello — pensava — era una gazza; nascondeva tutto. Dove li avrà messi?

— Dove li avrà messi? — si chiedevano a vicenda la vecchia e il figliuolo —. E se non si trovano?

Consultavano trepidanti, l’una le amiche, l’altro gli amici.

— Con sè non li ha presi — diceva Andrea.

E l’Assunta:

— In che rischio ci ha lasciati, se non ci avvia a trovarli!

— Non ve ne mettete — rispondevano amiche e amici —. Male non fare e paura non avere! — Ma tra loro…. Oh tra loro, strizzavan l’occhio e mormoravano: — Se li son presi; e fan bene a tenerseli!

Per poco i più arditi non gliela gettavano in faccia: — Meglio li godiate voi che quel birichino!

E quei poveri incolpati capirono che cosa volessero significare certe mosse di spalle, certe occhiate oblique, certi sorrisi sfuggenti, certe parole finte. L’Assunta piangeva e si premeva d’una mano il cuore; e Andrea scampanando, zappando e vangando ribatteva, quasi a persuadere in sè ogni incredulo: — Ladro io non sono mai stato! Ladro, io, non sarò mai!

Nemmeno il cappellano, che era stato mandato per economo dalla Curia, súbito dopo il mortorio, li consolava. Non conoscendoli, sospettava, taceva.

Ma più di tutto li sgomentava il silenzio di quell’altro, del fratello. Uscito dalla canonica all’entrare dell’economo, non si era più veduto lassù.

…. E due giorni dopo, all’ultimo dell’anno, che faceva un gran freddo, la chiesa era piena di gente. Aspettavano la messa. Quando uno udì, o credè d’udire uno scalpitìo e un suono di squadroni sbattuti; e susurrò: — I carabinieri!

— I carabinieri! — susurrarono i vicini.

— I carabinieri! — avvertirono di panca in panca.

L’Assunta impallidì; gemè forte: — Signore! e Andrea, che per servir la messa accompagnava il prete dalla sagrestia, fu assalito da un tremito convulso. Intanto alcune donne si inginocchiarono alla balaustra per ricevere la Comunione.

E il prete sale il gradino, depone il calice sull’altare, apre il tabernacolo, si volta a segnar nell’aria, con la mano, la croce: ricorda ad Andrea che deve recitare il Confiteor. Ed ecco; il prete si volta ancora, tende il braccio a trar fuori dal tabernacolo la pisside; ma…. Che è? che non è? Un cartoccio. Cade sull’altare, si apre: una di qua, una di là, due cose lucide scappan via, in terra, sonando. Monete? Marenghi? Che è? che non è?

— Miracolo! — esclama Andrea, più bianco in faccia che la sua cotta.

E le donne che sorreggono l’Assunta esclamano:

— Miracolo! Miracolo!

E tutti, in punta di piedi, ansiosi:

— Miracolo! Miracolo! I quattrini di don Fiorenzo!


Ricuperato l’onore, l’Assunta e Andrea si rallegrarono come fossero essi gli eredi del curato.

Solo, si sentivano in credito verso l’Americano appunto per quanto li aveva fatti soffrire; e quando poi egli tornò a prendere le cose dell’eredità, coraggiosamente gli dissero che da anni non avevano avuto nulla da don Fiorenzo. Domandare era lecito: la carità di un centinaio di franchi.

Ma l’Americano li guatò stupito.

— Oh non ne avete avuto abbastanza del miracolo?

1 Views

Adolfo Albertazzi – Vecchie storie d’amore

Download (PDF, 439KB)

EText-No. 38628
Title: Vecchie storie d’amore
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: cache/generated/38628/pg38628.epub
Link: cache/generated/38628/pg38628-images.epub

EText-No. 38628
Title: Vecchie storie d’amore
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/8/6/2/38628/38628-h/38628-h.html

EText-No. 38628
Title: Vecchie storie d’amore
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: cache/generated/38628/pg38628-images.mobi
Link: cache/generated/38628/pg38628.mobi

EText-No. 38628
Title: Vecchie storie d’amore
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/8/6/2/38628/38628-rst/38628-rst.rst

EText-No. 38628
Title: Vecchie storie d’amore
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/8/6/2/38628/38628-0.txt
Link: 3/8/6/2/38628/38628-8.txt

EText-No. 38628
Title: Vecchie storie d’amore
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/8/6/2/38628/38628-h.zip

EText-No. 38628
Title: Vecchie storie d’amore
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/8/6/2/38628/38628-rst.zip

EText-No. 38628
Title: Vecchie storie d’amore
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/8/6/2/38628/38628-0.zip
Link: 3/8/6/2/38628/38628-8.zip

1 Views

Adolfo Albertazzi – Top

Download (PDF, 738KB)

EText-No. 38338
Title: Top
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: cache/generated/38338/pg38338.epub
Link: cache/generated/38338/pg38338-images.epub

EText-No. 38338
Title: Top
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/8/3/3/38338/38338-h/38338-h.html

EText-No. 38338
Title: Top
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: cache/generated/38338/pg38338-images.mobi
Link: cache/generated/38338/pg38338.mobi

EText-No. 38338
Title: Top
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/8/3/3/38338/38338-rst/38338-rst.rst

EText-No. 38338
Title: Top
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/8/3/3/38338/38338-0.txt
Link: 3/8/3/3/38338/38338-8.txt

EText-No. 38338
Title: Top
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/8/3/3/38338/38338-h.zip

EText-No. 38338
Title: Top
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/8/3/3/38338/38338-rst.zip

EText-No. 38338
Title: Top
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/8/3/3/38338/38338-0.zip
Link: 3/8/3/3/38338/38338-8.zip

2 Views

Adolfo Albertazzi – Parvenze e sembianze

Download (PDF, 598KB)

EText-No. 37819
Title: Parvenze e sembianze
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: cache/generated/37819/pg37819.epub
Link: cache/generated/37819/pg37819-images.epub

EText-No. 37819
Title: Parvenze e sembianze
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/7/8/1/37819/37819-h/37819-h.html

EText-No. 37819
Title: Parvenze e sembianze
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: cache/generated/37819/pg37819-images.mobi
Link: cache/generated/37819/pg37819.mobi

EText-No. 37819
Title: Parvenze e sembianze
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/7/8/1/37819/37819-rst/37819-rst.rst

EText-No. 37819
Title: Parvenze e sembianze
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/7/8/1/37819/37819-0.txt

EText-No. 37819
Title: Parvenze e sembianze
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/7/8/1/37819/37819-h.zip

EText-No. 37819
Title: Parvenze e sembianze
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/7/8/1/37819/37819-rst.zip

EText-No. 37819
Title: Parvenze e sembianze
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/7/8/1/37819/37819-0.zip

 

0 Views

Adolfo Albertazzi – Il diavolo nell’ampolla

Download (PDF, 513KB)

EText-No. 38637
Title: Il diavolo nell’ampolla
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: cache/generated/38637/pg38637.epub

EText-No. 38637
Title: Il diavolo nell’ampolla
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/8/6/3/38637/38637-h/38637-h.html

EText-No. 38637
Title: Il diavolo nell’ampolla
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: cache/generated/38637/pg38637.mobi

EText-No. 38637
Title: Il diavolo nell’ampolla
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/8/6/3/38637/38637-rst/38637-rst.rst

EText-No. 38637
Title: Il diavolo nell’ampolla
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/8/6/3/38637/38637-0.txt
Link: 3/8/6/3/38637/38637-8.txt

EText-No. 38637
Title: Il diavolo nell’ampolla
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/8/6/3/38637/38637-h.zip

EText-No. 38637
Title: Il diavolo nell’ampolla
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/8/6/3/38637/38637-rst.zip

EText-No. 38637
Title: Il diavolo nell’ampolla
Author: Albertazzi, Adolfo, 1865-1924
Language: Italian
Link: 3/8/6/3/38637/38637-0.zip
Link: 3/8/6/3/38637/38637-8.zip

3 Views

Adolfo Albertazzi – Il camiciotto rosso

Un discorde mugliare: richiami angusti di vitelli, come impediti da un soffocamento; aperte, disperate invocazioni di madri; risposte lunghe, come estratte dal torace profondo, di buoi. E uno strepito di campanacci e un romore di voci umane.

Sotto l’ombria dei tigli e delle acacie arboree l’agitazione delle bestie e degli uomini da lontano appariva confusa di bianco e di scuro; lenta, folta. Ma a penetrarvi si scorgeva un comporsi e uno scomporsi di gruppi nelle vicende del mercato; un diradar della folla quando, a ogni prova di compera, si facevan andare le paia che i garzoni tiravano per le mordacchie. I sensali schioccavan le fruste; frustavano seguendo per alcuni passi; e arrestandosi nel dar l’ultimo colpo, piegavano innanzi la persona e la risollevavano quasi a ritirarsi dagli animali lasciati in libero movimento.

— Guardate! Continua la lettura di Adolfo Albertazzi – Il camiciotto rosso

3 Views

Adolfo Albertazzi – Le figurine

— Mulattiere!

Al vicino, che gli chiedeva del suo servizio, rispose con l’impeto d’una coscienza aperta a tutti i doveri e a tutti i pericoli della carica. E per dimostrarne meglio la gravità, aggiunse:

— Addetto al vettovagliamento!

Anche la voce, forte, sonora, era espressione di vigoria.

— Di dove venite?

— Dal Trentino.

— E siete in licenza?

— Sì. Otto giorni di licenza straordinaria. Vado a casa a divertirmi. Continua la lettura di Adolfo Albertazzi – Le figurine

2 Views