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Veronica Franco – Contrari son tra lor ragion e amore

Contrari son tra lor ragion e amore,
e chi ‘n amor aspetta antivedere,
di senso è privo e di ragion è fuore.
Tanto piú in prezzo è da doversi avere
vostro discorso, in cui avete eletto
voler in stima la virtú tenere;
e bench’io di lei sia privo in effetto,
con voi di possederla il desio vale,
sí che del buon voler premio n’aspetto:
e se ‘l timor de l’esser mio m’assale,
poi mi fa contra i merti miei sperare,
ché s’elegge per ben un minor male.
Io non mi vanto per virtú d’andare
a segno che, l’amor vostro acquistando,
mi possa in tanto grado collocare;
ma so ch’un’alma valorosa, quando
trova uom che ‘l falso aborre e segue il vero,
a lui si va con diletto accostando:
e tanto piú se dentro a un cor sincero
d’alta fé trova affezzion ripiena,
come nel mio, ch’un dí mostrarvi spero,
se ‘l non poter le voglie non m’affrena.

Ugo da Massa Conte di Santafiora, Amore fue invisibole criato

Amore fue invisibole criato,
però invisibol ven la ‘namoranza,
chè null’omo lo sente prim’è nato,
quando s’aprende tutt’à sot[t]iglianza
chè ‘n meve sede e ven dissimulato.
Mas ciò ch’è detto, c’ave in sè pos[s]anza,
natura li consente, ed ègli dato
come lociore, così esicuranza.
O Deo, che invisibol lo facesti,
di tanto meno li piacesse in grato
che quando of[f]ende of[f]ender si potisse,
di sì grande segnoria che li desti,
ca di ‘[n]visibol tornasse incarnato,
che s’omo lo colpisse, che sentisse.

Perzival Doria, Amore m’ave priso

Amore m’a[ve] priso
e miso m’à ‘n balìa
d’alto mare salvagio;
posso ben, ciò m’è aviso,
blasmar la segnoria,
che già m’à fatto oltragio,
chè m’à dato a servire
tal donna, che vedire,
nè parlar non mi vole,
onde mi grava e dole
si duramente – ca, s’io troppo tardo,
consumerò ne lo doglioso sguardo.
Pec[c]ato fece e torto
Amor, quando sguardare
mi fece la più bella,
che mi dona sconforto
quando degio alegrare,
tanto m’è dura e fella.
Ed io per ciò non lasso
d’amarla, oi me lasso;
tale mi mena orgoglio
as[s]ai più che non soglio,
sì coralmente – eo la disio e bramo:
Amor m’à preso come il pesce a l’amo.
Eo son preso di tale
che non m’ama neiente
ed io tut[t]or la servo;
nè ‘l servir non mi vale,
nè amar coralemente.
Dunque aspetto, ch’io servo
sono de la megliore
e seraio con amore
d’amare meritato
. . . [-ato]
. . . [-ente] – che lo servir non vaglia,
eo moragio doglioso sanza faglia.

Giacomino Pugliese, Lontano amore manda sospiri

Lontano amore manda sospiri,
merzè cherendo inver l’amorusa,
che falso non mi degia teniri,
chè falsitate già non m’acusa;
non ch’io fallasse lo suo fino amore,
con gioi si dipartisse lo mio core
per altra donna, ond’ella sia pensusa.
Di ciò si ‘nganna, s’ell’à sospetto
ca piacimento d’altra mi sia,
chè ‘n altra donna già non diletto,
se no ‘n lei, ch’è la gioi mia.
Vista nè riso d’altra non m’agenza,
anzi mi tegno in forte penitenza
i be’ sembianti c’altra mi facìa.
Se mi ‘ntendesse, a non cruciare
lo mio diritto senza cascione,
inanzi voglio ben confessare
ch’agio torto de la mia rascione.
Ma facc[i]a che le chiace, ch’io m’arendo
a sua merzè; colpa non mi difendo
e ‘nver l’amore non fo difensione.
Se la mia donna ben si pensasse
ch’io son più ardente de la sua amanza
ch’ella si pensa ch’io la fallasse,
che m’à donato sì gra[n] leanza!
De lo suo amore, che m’à radopiato,
ch’ella si pensi ch’io non sia vietato:
lo cor mi ‘ncende di grande adiranza.
Canzonetta, va a quella ch’è dea,
che l’altre donne tene in dimino
da Lamagna infino in Agulea:
di quello regno, ch’è [lo] più fino
de gli altri regni, a[h] Deo, quanto mi piace!
in dolze terra dimoranza face
madonna, c’a lo Fiore sta vicino.

Giacomino Pugliese, Donna, per vostro amore

Donna, per vostro amore
[ora] trovo
e rinovo
mi’ coragio,
chè tant’agio
dimorato
e dot[t]ato,
stato muto
ritenuto
[ . . ]
[ . . ]
Per biasmo e per pavore
de la gente
già neiente
non mi lasso
e non casso
li miei versi,
li diversi
rime dire.
Voglio avire
consolanza
‘n allegransa,
stando for di rancore.
Ben for di pena,
aulente lena,
poi [che] m’avete,
or mi tenete,
s’i’ò sol[l]azo
[e] versi fazo
per voi, [o] bionda,
oc[c]chi giuconda,
che m’avete priso;
or m’abraza
a tuo’ braza,
amorosa
dubitosa.
Co lo dolze riso
conquiso – voi m’avete, fin amore:
vostro sono leale servidore,
voi siete la mia donna a tut[t]ore,
aulente rosa col fresco colore,
che ‘nfra l’altre ben mi pare la fiore.
Di belleze e d’adorneze
e di bello portamento
vostra par non ò trovata;
però a voi m’apresento.
A tale convente
sto caribo
ben distribo;
[ . . . ]
[ . . . ]
de le maldicente;
con talento
lo stormento
v[o] sonando
e cantando,
blondetta piagente.
Voi siete mia spera,
dolce ciera;
sì perera,
se non fosse lo conforto,
che mi donaste in diporto;
chè mi disperera,
ma[l] vedera
si guer[r]era
ma[i] voi siete, fior de l’orto,
per li mai parlieri a torto.
Rosa fresca, – già non ti ‘ncresca
s’io canto ed ispello;
a tut[t]’ore – per vostro amore
[eo] sono novello;
mentre vivo – a voi [cattivo]
non sono rubello.
La feruta non muta de’ sguardi;
ancora gli mi mandate tardi,
passa[no] balestri turchi e sardi;
sì m’ànno feruto i vostri sguardi.
Tut[t]o ‘ncendo – pur vegendo;
fina donna, a voi m’arendo.
Rendomi in vostra balìa,
voi siete la donna mia,
fontana di cortesia,
per cui tut[t]a gioi si ‘nvia.
Reina d’adorneze
e donna se’ di ‘nsegnamento;
la vostra [gran] belleze
messo m’à in ismagamento;
donami allegreze,
chiarita in viso più c’argento.
Ben sono morto
e male corto,
se me sconforto,
fiore de l’orto.

Federico II, Poi ch’a voi piace, amore

Poi ch’a voi piace, amore,
che eo degia trovare,
faronde mia possanza
ch’io vegna a compimento.
Dat’ agio lo meo core
in voi, madonna, amare,
e tutta mia speranza
in vostro piacimento;
e non mi partiragio
da voi, donna valente,
ch’eo v’amo dolzemente,
e piace a voi ch’eo agia intendimento.
Valimento – mi date, donna fina,
chè lo meo core adesso a voi si ‘nchina.
S’io inchino, rason agio
di sì amoroso bene,
ca spero e vo sperando
c’ancora deio avire
allegro meo coragio;
e tutta la mia spene,
fu data in voi amando
ed in vostro piacire;
e veio li sembianti
di voi, chiarita spera,
ca spero gioia intera
ed ò fidanza ne lo meo servire
a piacire – di voi che siete fiore
sor l’altre donn’ e avete più valore.
Valor sor l’altre avete
e tutta caunoscenza,
ca null’omo por[r]ia
vostro pregio contare,
che tanto bella sete!
Secondo mia credenza
non è donna che sia
alta, sì bella, pare,
nè c’agia insegnamento
‘nver voi, donna sovrana.
La vostra ciera umana
mi dà conforto e facemi alegrare:
s’eo pregiare – vi posso, donna mia,
più conto mi ne tegno tuttavia.
A tutt[t]or vegio e sento,
ed ònne gra[n] ragione,
ch’Amore mi consenti
voi, gentil criatura.
Già mai non n’ò abento,
vostra bella fazone
cotant’ à valimenti.
Per vo’ son fresco ognura;
a l[o] sole riguardo
lo vostro bello viso,
che m’à d’amore priso,
e tegnol[o]mi in gran bonaventura.
Preio à tuttura – chi al buon segnore crede
però son dato a la vostra merzede.
Merzè pietosa agiate
di meve, gentil cosa,
chè tut[t]o il mio disio
[ . . . . -ente];
e certo ben sacc[i]ate,
alente più che rosa,
che ciò ch’io più golio
è voi veder sovente,
la vostra dolze vista,
a cui sono ublicato,
core e corp’ ò donato.
A[l]ora ch’io vi vidi primamente,
mantenente – fui in vostro podere,
che altra donna mai non voglio avere.

Pier delle Vigne, Amore, in cui disio ed ò speranza

Amore, in cui disio ed ò speranza
di voi, bella, m’à dato guiderdone;
guardomi infin che vegna la speranza,
pur aspettando bon tempo e stagione;
com’om ch’è in mare ed à spene di gire,
quando vede lo tempo ed ello spanna
e già mai la speranza no lo ‘nganna,
così faccio, madonna, in voi venire.
Or potess’eo venire a voi, amorusa,
o come larone ascoso e non paresse!
Ben lo ter[r]ia in gioia aventurusa
se l’Amor tanto bene mi facesse!
Sì bel parlante, donna, con voi fora
e direi como v’amai lungiamente
più ca Piramo Tisbia dolzemente,
ed ameragio infin ch’eo vivo ancora.
Vostro amor è che mi tene in disi[r]o
e donami speranza con gran gioi,
ch’eo non curo s’io doglio od ò martiro
membrando l’ora ched io vegna a voi,
ca, s’io troppo dimoro, par ch’io pera,
[ aulente lena ], e voi mi perderete;
adunque, bella, se ben mi volete,
guardate ch’io non mora in vostra spera.
In vostra spera vivo, donna mia,
e lo mio core adesso a voi dimanda,
e l’ora tardi mi pare che sia
che fino amore a vostro cor mi manda.
Guardo tempo che vi sia a piacimento
e spanda le mie vele in ver voi, rosa,
e prenda porto là ove si riposa
lo meo core a l[o] vostro insegnamento.
Mia canzonetta, porta esti compianti
a quella c’à ‘n bailìa lo meo core
e le mie pene contale davanti
e dille com’eo moro per suo amore,
e mandimi per suo messagio a dire
com’io conforti l’amor ch’i[n] lei porto,
e, s’io ver lei feci alcuno torto,
donimi penitenza al suo volire.

Rinaldo d’Aquino, Per fino amore vao sì letamente

Per fino amore vao sì letamente
ch io non agio veduto
omo che ‘n gioi mi possa aparigliare;
e paremi che falli malamente
omo c’à receputo
ben da segnore e poi lo vol celare.
Ma eo no lo celeragio
com’altamente Amor m’à meritato,
che m’à dato a servire
a la fiore di tutta caunoscenza
e di valenza,
ed à belleze più ch’eo non so dire.
Amor m’à sormontato
lo core in mante guise e gran gioi n’agio.
Agio gioi più di null’om certamente,
ch’Amor m’à sì ariccuto
da c’a lei piace ch’eo la degia amare;
poi che dell’altre donne è la più gente,
sì alto dono aio avuto,
d’altro amador più degio in gioia stare;
ca null’altro coragio
por[r]ia aver gioi ver core innamorato:
dunqua senza fallire
a la mia gioi null’altra gioi si ‘ntenza,
nè ò temenza
c’altr’amador potesse unque avenire,
per suo servire a grato
de lo suo fino amore, al meo paragio.
Para non averia, s’iss’è piagente,
che lu mondo à cresciuto
lo suo presio, si lo sape avanzare;
presio d’amore non vale neente,
poi donna à ritenuto
un servidore e altro vol pigliare:
chè l’amoroso usagio
non vol che sia per donna meritato
chiù d ‘uno a ritenire,
ched altrui ingannare è gran fallenza,
in mia parvenza:
chi fa dal suo servire dipartire
quello c’assai ci è stato
senza mal fare, mal fa segnoragio.
Segnoria vol ch’eo serva lealmente
che mi sia ben renduto
bon merito, ch’eo non saccia blasmare;
ed eo mi laudo che più altamente
ca eo non ò servuto
Amor m’à cominzato a meritare.
E so ben ch’eo saragio
quando sarò d’Amor così ‘nalzato.
Però vorria complire
ome de’ fare chi sì ben comenza,
ma ò credenza
ch’unque avenisse mai per meo valire:
si d’Amor so aiutato,
in più [n]d’aquisto ch’eo non serviragio.

Ruggieri d’Amici, Sovente Amore n’à ricuto manti

Sovente Amore n’à ricuto manti,
c’a le lor donne non ànno leanza
e non conoscon ciò c’a loro è dato,
e che leali chiamanosi amanti;
non vegion c’Amor mettono in bassanza,
per cui sto mondo par che sia avanzato.
Ma s’eo voglio tacere lo meo stato,
fallirò in ubrianza
incontr’al meo volire,
ca, s’eo voglio ver dire,
in sì gran gioia per lui ò allocanza,
ca presso a l’aire par ch’eo sia montato.
E più che nulla gioia, ciò m’è viso,
sì ricco dono Amore m’à donato,
che mi ne fa tuttora in gioia stare,
che ‘nfra esti amanti m’à sì bene as[s]iso,
che più che meo servir m’à meritato
Cotale dono non si de’ celare;
per ciò m’è viso, e cuito ben visare,
c’Amor m’à sì ariccato
in tutto ‘l meo volere,
e dato m’à a tenere
più ricca gioia mai non fue visato,
Di ciò mi posso, s’io voglio, avantare.
Ricco mi tegno sovr’ogn’altro amante,
a tal segnore preso agio a servire
da cui larghezza gioia par che vene;
e no mi trago arreri, ma più avante,
per ch’io li possa a tuttora piacire:
ciò è l’Amor che ‘n sua bailìa mi tene,
e non mi lassa e tenmi in gioia e ‘n bene;
e per leal servire
la mia donna, à voglianza
ch’eo la serva in possanza,
e non mi deia di ben far partire;
però di lei tuttora mi sovene.
Di lei sovenmi, ca ten lo meo core,
e non me ne por[r]ia già mai partire,
però ch’eo seria corpo senza vita;
chè m’à donato a quella ched è flore
di tutte l’altre donne al meo parire,
e da cui nullo flore fa partita;
ch’eo l’agio tutto tempo ben servita,
e voglio ben servire
in tutto ‘l suo talento,
che le sia a piacimento;
e ‘nfra esti amanti possolo ben dire
c’amerolla di tutta gioi compita.

Guittone d’Arezzo, Pietà di me, per Dio, vi prenda, Amore

Pietà di me, per Dio, vi prenda, Amore,
poi sì m’avete forte innaverato;
da me parte la vita a gran dolore,
se per tempo da voi non sono atato,
ch’altri de me guerir non ha valore;
como quello che ‘l tiro ha ‘nvenenato,
che ‘n esso è lo veneno e le dolciore.
E voi, amor, sì aveteme mostrato
che tanto de dolzor meve donate,
ch’amorti lo venen sì non m’auzida,
perch’eo mi renda in vostra podestate.
E la merzé, ch’ognor per me si grida,
de dolze e de pietosa umilitate,
piacciavi l’orgoglio vostro conquida.