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Hans Christian Andersen – Pollicina

C’era una volta una donna che si struggeva di avere una bambina, magari piccina così; ma non sapeva come fare a trovarsela. Andò dunque da una vecchia strega, e le disse:
“Desidererei tanto di avere una bambina piccina: sapete dirmi dove potrei trovarne una?”
“Oh, è presto fatto!” – disse la strega: “Ecco qui un chicco d’orzo: non è della specie solita, che cresce nei poderi dei contadini e si dà a mangiare ai pulcini. Piantatelo in un vaso da fiori, e vedrete.”
“Grazie!” – disse la donna; e diede alla strega dodici soldi – prezzo fisso. Andò a casa, piantò il grano d’orzo: e lì per lì spuntò un bel fiore, che somigliava al tulipano, con i petali però chiusi strettamente, come se fosse ancora in boccio.
“Che bel fiore!” – disse la donna: e baciò i petali rossi e gialli. Per l’appunto mentre lo baciava, il fiore fece Ppa! e si aperse. Era un vero tulipano, ora si conosceva benissimo; ma nel mezzo del fiore, seduta sui verdi stami vellutati, c’era una bambina, delicata e graziosina, ch’era un piacere vederla. Era alta forse appena mezzo pollice, e per ciò le misero nome Pollicina.
Un bel guscio di noce ben lucidato le serviva di culla: le materasse erano petali di viole del pensiero, morbidi come il velluto, una foglia di rosa formava la coperta. Là dentro dormiva la notte; ma il giorno giocava sopra la tavola, dove la donna aveva posto un piatto, con una ghirlandetta di fiori tutt’all’ingiro dell’orlo; lo stelo dei fiori era immerso nell’acqua, e sull’acqua galleggiava un grande petalo di tulipano. In questo, la fanciullina poteva starsene seduta, e vogare da un lato all’altro del piatto, servendosi di due setole bianche, a guisa di remi. Faceva proprio un bellissimo vedere! Pollicina poi sapeva anche cantare; e così aggraziato, così dolce era il suo canto, che mai s’era sentito l’uguale.
Una notte se ne stava nel suo bel lettino, quando capitò un vecchio rospo, che s’era ficcato dentro per un vetro rotto della finestra. Il rospo era molto brutto, grosso e viscido: saltò addirittura sulla tavola, dove Pollicina dormiva sotto la sua foglia di rosa.
“Ecco una bella sposina per il mio figliuolo!” – disse il rospo; prese il guscio di noce, dove Pollicina giaceva addormentata, e via d’un salto in giardino.
Là c’era un largo fossato d’acqua corrente; ma il margine era fangoso e molle e quivi abitava il rospo col suo figliuolo. Uh, com’era brutto, anche lui! Tutto il ritratto di suo padre! “Coak! coak! Brek-kek-kex!” – ecco tutto quello che seppe dire quando vide la bella ragazzina dentro al guscio di noce.
“Non parlare così forte, chè la svegli!” – disse il vecchio rospo: “Potrebbe scapparci: è leggera come una piuma di cigno!… La metteremo nel fossato, sopra una di quelle grandi foglie di ninfea. Piccola e leggera com’è, si troverà quasi in un’isola; e così non potrà fuggire, mentre noi prepareremo le sale di cerimonia nel pantano, dove avete da metter su casa.”
Nel fosso, crescevano infatti molte ninfee, con grandi foglie verdi, che pareva navigassero sull’acqua. La foglia più lontana dalla riva era la più grande, ed a quella si diresse, nuotando, il vecchio rospo, e vi depose Pollicina col suo guscio di noce.
La piccolina si svegliò di buon mattino, e quando vide dov’era, si mise a piangere amaramente, perchè l’acqua circondava da tutte le parti la grande foglia verde, e non c’era modo di tornare a terra.
Il vecchio rospo era nel pantano, affaccendato a addobbare le stanze con giunchi e ninfee gialle: voleva farle proprio belle per la giovine nuora. Poi si avviò, col suo brutto figliuolo, alla foglia dove stava Pollicina. Volevano prendere il suo bel lettino, e portarlo nella camera nuziale, prima di menarci la sposa. Il vecchio rospo fece un profondo inchino nell’acqua, e le disse:
“Ecco mio figlio: egli sarà tuo sposo, e vivrete magnificamente nel pantano.”
“Coak! Coak! Brek-kek-kex!” – fu tutto quanto il figliuolo trovò di meglio.
Poi presero il bel lettino, e via a nuoto con esso; e Pollicina rimase lì tutta in lacrime sulla sua foglia verde, perchè non le piaceva punto di andar a vivere con quello schifoso vecchio rospo e di avere per marito il suo brutto figliuolo. I pesciolini, che nuotavano sott’acqua, avevano sentito le parole del rospo; e per ciò levarono il capo dall’acqua, curiosi di vedere la ragazzina. Quando la videro così bella, furono tutti dispiacenti che avesse da andar a stare con quei brutti rospacci. No, no; non era vita per lei! Si riunirono tutti intorno al gambo della foglia sulla quale stava la ragazzina, e coi loro dentini lo spezzarono, per modo che la foglia fu portata via dalla corrente, e così Pollicina se ne andò sull’acqua lontano lontano, dove i rospi non la potevano più pigliare.
Pollicina viaggiò a traverso villaggi e città, e gli uccellini dei cespugli, quando la vedevano passare, dicevano: “Che bella ragazzina!” La foglia navigava sempre avanti e avanti, sinchè Pollicina uscì dai confini del Regno.
Un bel farfallone bianco svolazzava sempre intorno alla foglia e alla fine vi si posò. Pollicina gli piaceva, ed essa era molto contenta: oramai i rospi non potevano più pigliarla, ed eran così belli i paesi per cui passava!… Il sole brillava sull’acqua, e l’acqua scintillava come il più splendido oro. Pollicina si tolse la cintura, ne legò un capo intorno al corpo del farfallone ed assicurò l’altro capo del nastro alla foglia.
Passò per l’aria un maggiolino: la vide e subito le abbrancò con le zampine la vita sottile e volò via con essa, su di un albero. La foglia verde continuò a navigare portata dall’acqua, e con essa andò il farfallone, perchè vi era legato e non poteva liberarsi.
Misericordia! che paura ebbe la povera Pollicina, quando si sentì portata a volo sull’albero! Ma specialmente le rincresceva per il bel farfallone bianco ch’essa aveva legato alla foglia; perchè se non gli riusciva di liberarsi, gli sarebbe toccato morir di fame. Il maggiolino in vece non si prendeva pensiero di tutto ciò. S’era seduto con lei sulla foglia più grande dell’albero; le aveva fatto mangiare la parte più dolce dei fiori, e le aveva dichiarato ch’era molto carina, sebbene non somigliasse per nulla ad un maggiolino. Poi ricevettero la visita di tutti i maggiolini pigionali dello stesso albero: essi guardavano Pollicina, e dicevano:
“Peccato! due gambe sole… Che miseria!”
“E nemmeno ha le antenne!”
“Che vita sottile! Somiglia ad una creatura umana. Dio, com’è brutta!” – dicevano tutte le signore.
E pure Pollicina era tanto bella. Anche il maggiolino che l’aveva rapita, l’aveva compreso; ma quando tutti gli altri dissero ch’era brutta, dovette anch’egli persuadersene alla fine, e non volle più saperne: andasse pure dove più le piaceva. E allora la portarono giù dall’albero a volo, e la deposero su di una margheritina; ed essa rimase lì a piangere, perchè era tanto brutta, che nemmeno i maggiolini volevano saperne di lei. In vece non era vero: era la più bella creaturina che si potesse immaginare, fragile e delicata come una foglia di rosa.
Per tutta l’estate, la povera Pollicina visse sola soletta nell’immensa foresta. S’intrecciò un lettino di fili d’erba, e lo appese sotto un trifoglio, per essere al riparo dalla pioggia. Si cibava del miele che sta dentro ai fiori e beveva la rugiada che trovava ogni mattina fresca nel cavo delle foglie. L’estate e l’autunno passarono così, alla meglio; ma ora veniva l’inverno, il lungo crudo inverno. Tutti gli uccellini, che avevano cantato così dolcemente intorno a lei, se ne volavano via; alberi e fiori perdevano le foglie; intirizzito, il grande trifoglio, sotto il quale aveva vissuto, rabbrividiva tutto, ed era ridotto oramai un povero gambo vizzo e giallo: ed essa pure aveva tanto freddo, con le vesti così a brandelli, fragile e delicata com’era… Povera Pollicina, si sentiva gelare. Cominciò a nevicare, ed ogni fiocco di neve che le cadeva sopra era per essa come tutta una palata sopra uno di noi, perchè noi siamo grandi ed essa era alta forse appena due dita. Si ravvolse in una foglia secca, ma quella si spaccò per metà, e non valse a riscaldarla – ed essa tremava di freddo…
Vicino al bosco nel quale abitava, c’era un campo di grano; il grano, però, non c’era più da un pezzo; soltanto le stoppie secche spuntavano dal terreno gelato. E queste, per essa, rappresentavano come una grande foresta, dove si aggirava tutta tremante di freddo… Una volta arrivò all’uscio del topo di campo. Questo topo s’era fatto un piccolo buco sotto ai fusti del grano, e là viveva al caldo, con tutti i suoi comodi, ed aveva una stanza intera piena di grano, una magnifica cucina ed una dispensa. La povera Pollicina stava alla porta, proprio come una piccola mendicante, e domandò in carità un mezzo chicco d’orzo, perchè erano due giorni che non aveva assaggiato nemmeno un bocconcino.
“Povera creaturina!” – esclamò il topo, perchè, dopo tutto, era un buon vecchio topone: “Vieni nella mia stanza calda e desina con me.”
E poi, siccome i modi di Pollicina gli piacquero, le disse: “Se vuoi, puoi rimanere con me anche tutto l’inverno, ma, in pagamento, devi tenermi pulite e ordinate le stanze, e raccontarmi qualche novellina, perchè ho un debole per le novelle io.”
E Pollicina fece come aveva detto il buon vecchio topone, e passò un ottimo periodo di quiete in casa di lui.
“Presto avremo una visita,” – disse il topo “Il mio vicino ha preso l’abitudine di venirmi a trovare una volta la settimana. È anche meglio provveduto di me; ha certe grandi sale ed una magnifica pelliccia di velluto nero… Basterebbe che tu riuscissi a farti sposare: saresti sistemata bene per sempre. Peccato che non ci veda!… Devi raccontargli le più belle novelle che sai.”
Ma a Pollicina poco importava di ciò, e non sapeva che farsi del vicino, perchè era un talpone. Venne in pelliccia nera, a fare la sua visita. Il topo badava a dire ch’era ricchissimo e molto istruito, e che la casa di lui era venti volte più grande della sua, e che aveva molta erudizione; ma non amava il sole nè i bei fiori, e non sapeva che dirne male, perchè non li aveva mai veduti.
Pollicina dovette cantare: e cantò “Maggiolino, vola, vola!” e “Quando il Priore gira pei prati.” E allora il talpone s’innamorò di lei, per la deliziosa sua voce: ma non disse nulla, perchè era un talpone riflessivo.
Tra la sua casa e la loro, il talpone aveva scavato da poco una lunga galleria; e Pollicina ed il vecchio topo ebbero licenza di passeggiarvi qualunque volta loro piacesse. Egli si credette in dovere di avvisarli, però, che non avessero da impaurirsi di un uccello morto che giaceva nel corridoio. Era un uccello intero, col becco e le ali; doveva esser morto da poco, al principiar dell’inverno, ed era sepolto per l’appunto dove il talpone aveva aperto il suo passaggio.
Il talpone prese in bocca un pezzetto di legno fradicio, che brillava come un lumicino, e andò innanzi a far loro strada per il lungo corridoio buio. Quando arrivarono al luogo dove giaceva l’uccello morto, il talpone urtò la volta con quel suo nasaccio, formando così un grande foro, che lasciò penetrare la luce del giorno. Nel mezzo del pavimento, giaceva una rondine morta, con le belle ali strette lungo il corpo, ed il capino e le zampe raccolte sotto le penne: il povero uccelletto era certo morto di freddo. Pollicina ne fu molto dolente: provava una grande tenerezza per tutti gli uccellini, che aveva sentiti cantare e cinguettar così bene durante l’estate. Ma il talpone gli diede una spinta, con quelle sue gambe torte, e disse: “Questo, almeno, ha finito di zufolare. Dev’essere una grande miseria nascere uccelli. Ringrazio Dio che a nessuno de’ miei figliuoli possa toccare; un uccello come questo non ha altro che il suo videvit, videvit: e poi, nell’inverno, gli tocca morir di fame.”
“Ah, sì, avete ben ragione di parlare così voi, che siete savio!” – approvò il topo: “A che serve tutto il loro videvit, videvit, quando viene l’inverno? Bisogna che muoiano di fame e di freddo. Dicono, però, che questo sia di ottimo gusto e molto aristocratico.”
Pollicina non disse nulla; ma quando i due ebbero voltate le spalle all’uccellino morto, si chinò, scostò le penne di sopra al capino, e lo baciò sugli occhi chiusi.
“Forse era lui che sentivo cantare così bene nell’estate…” – pensò: “Quanto piacere mi faceva, povero bell’uccellino!”
Il talpone richiuse il buco da cui penetrava la luce del giorno e riaccompagnò gli ospiti a casa. Ma nella notte Pollicina non poteva chiuder occhio; e allora si alzò, tessè un bel tappeto di pagliuzze e fili d’erba secca, e andò a distenderlo sul corpo dell’uccellino: poi, perchè stesse ben caldo, gli sparse allato certi sottili stami di fiori, soffici come il cotone, che aveva trovati nella camera del topo.
“Addio, bell’uccellino caro!” – gli disse: “Addio, e grazie per le tue dolci canzoni di quest’estate, quando tutti gli alberi eran verdi, ed il sole splendeva così caldo sopra di noi!” E si strinse sul cuore il capino della rondinella. Ma l’uccello non era morto; era soltanto intorpidito dal freddo, ed ora, sentendo un po’ di tepore, riprendeva i sensi.
Nell’autunno tutte le rondini volano verso i paesi caldi; ma se una ritarda e si lascia sorprendere dal freddo, cade come morta, e rimane lì dov’è caduta sin che la neve gelida la ricopre.
Pollicina tremava tutta; era stata tale una sorpresa!… E poi la rondine era grande, molto grande, a paragone di lei, ch’era alta appena mezzo pollice. Ma si fece animo: mise i soffici stami ancora più accosto al povero uccello, andò a prendere una foglia che formava la coperta del suo lettino, e gliela pose sul capo.
La notte dopo, tornò pian pianino nella galleria: la rondine oramai era viva, ma tanto debole… Potè appena aprir gli occhi per un momento e guardare Pollicina, la quale le stava dinanzi con un pezzetto di legno imporrito in mano, perchè lanterne non ne aveva.
“Grazie, mia bella bambina!” – mormorò la rondinella malata: “Mi hai riscaldato magnificamente. Tra poco riprenderò le mie forze, e sarò di nuovo capace di volare al sole caldo.”
“Oh!” – diss’ella: “è così freddo fuori!… Nevica e gela da per tutto. Sta’ nel tuo lettino caldo, ed io ti farò da infermiera.”
Poi portò alla rondine un po’ d’acqua nel petalo di un fiore; e la rondine bevette, e le raccontò come si fosse ferita un’ala in un pruneto, e non avesse quindi potuto volare rapida come le compagne, le quali erano andate lontano lontano, via di lì, via di lì, nei paesi caldi. E così aveva finito per cadere a terra: ma poi non ricordava più altro, e non sapeva come fosse capitata nella buca, dove Pollicina l’aveva trovata.
Tutto l’inverno la rondine rimase lì, e Pollicina la curò del suo meglio, prestandole la più tenera assistenza. Nè il topo nè il talpone ne seppero nulla, e fu bene, perchè non potevano soffrire le rondini.
Appena venne la primavera, ed il sole riscaldò la terra, la rondine disse addio a Pollicina, e questa riaperse il buco che il talpone aveva fatto nella volta. Il sole irruppe allora trionfalmente nel sotterraneo e la rondine domandò a Pollicina se non le sarebbe piaciuto di partire con lei: poteva sederlesi sul dorso, e sarebbero volate insieme nella verde foresta. Ma Pollicina sapeva che il vecchio topo avrebbe provato molto dolore per la sua partenza.
“No; non posso!” – disse alla rondine.
“Addio, addio, allora, mia bella bambina buona!” – disse la rondine, e volò via, al sole. Pollicina la seguì con lo sguardo sin che gli occhi le si empirono di lacrime, perchè era cordialmente affezionata al povero uccellino.
“Videvit! videvit!” – fece la rondinella, e volò nell’immensa foresta.
Pollicina divenne molto triste: non le era permesso di uscire nel tepore del sole. Il grano ch’era seminato sopra la casa del topo cresceva alto alto nell’aria; e formava un bosco addirittura impenetrabile per la ragazzina, che misurava appena mezzo pollice.
“Durante l’estate, bisognerà pensare al corredo, Pollicina!” disse il topo di campo: il vicino, infatti, quel noioso di un talpone con la pelliccia di velluto, era venuto a domandarla in isposa. – “È una grande fortuna questa per una povera figliuola come te. Ora, bisogna che tu ti dia le mani attorno, per prepararti un po’ di biancheria e un po’ di vestiario: la biancheria da letto e quella da tavola, te la darò io, e quando sarai la moglie del talpone, non mancherai di nulla.”
Pollicina dovette mettersi al filatoio, e il topo stipendiò quattro ragni, perchè avessero a tessere per lei giorno e notte. Ogni sera il talpone veniva a farle la sua visita, e sempre badava a dire che, finita l’estate, quando il sole non bruciasse più a quel modo, – chè ora aveva ridotto la terra dura come la pietra, – finita l’estate, avrebbero fatto le nozze. Ma Pollicina non era punto contenta, perchè quel noioso talpone non le piaceva.
Ogni mattina allo spuntar del sole, ogni sera al tramonto, si affacciava un pochino all’uscio; e, quando il vento, soffiando tra il grano, scostava un po’ le foglie e le pannocchie, così da permetterle di vedere un lembo di cielo, pensava com’era bello e luminoso lassù, e si struggeva di rivedere la sua cara rondinella: certo, oramai, essa era volata via per sempre, via di lì, via di lì, nella verde foresta.
Intanto venne l’autunno, ed il corredo di Pollicina era tutto pronto.
“Tra quattro settimane si celebreranno le nozze,” – disse il topo di campo a Pollicina.
Ma Pollicina si mise a piangere, e dichiarò che non voleva saperne di quel noioso talpone.
“Non dire sciocchezze, fammi il piacere!” – esclamò il topo: “E sopra tutto non farmi l’ostinata, sai? Se no, co’ miei denti bianchi, son capace di ridurti alla ragione. È un buon partito, e tu lo sposerai. Nemmeno la Regina ha una pelliccia di velluto nero come l’ha lui; e nella sua cucina e nelle cantine c’è d’ogni ben di Dio. Ringrazia il Signore, piuttosto, della fortuna che ti è toccata.”
E così giunse il giorno delle nozze. Il talpone era già venuto a prender Pollicina, ed essa doveva andar a vivere con lui, giù giù sotto terra, senza poter mai uscire alla luce del sole, perchè il sole a lui non piaceva. La povera piccolina era disperata: doveva dire addio per sempre al bel sole, cui il topo di campo, almeno, le aveva concesso di guardare ogni tanto, dalla soglia dell’uscio.
“Addio, bel sole mio!” – disse, e tese le braccia verso il cielo; poi si allontanò di qualche passo dalla casa del topo, perchè ora le pannocchie erano colte, e non rimanevano più nel campo che i fusti secchi. – “Addio!” ripetè ancora una volta, e buttò le braccia intorno alla corolla d’un fiorellino rosso, l’unico che ancora rimanesse nel campo: – “E tu salutami la mia cara rondinetta, se la rivedi.”
“Videvit! Videvit!” – sentì a un tratto sopra il suo capo. Guardò su: era la rondinella, che per l’appunto passava di lì a volo. Quando scorse Pollicina, fu tutta contenta; e Pollicina le raccontò come fosse disperata, perchè le toccava prendere per marito quel brutto talpone, e andare a vivere sotto terra, dove non riluce mai sole. E non poteva rattenere il pianto.
“L’inverno è vicino,” – disse la rondine: “ed io sto per prendere il volo verso i paesi caldi: vuoi venire con me? Ti metterai sul mio dorso, e voleremo lontano dal brutto talpone e dal suo buio palazzo, via di qui, via di qui, nei paesi caldi, di là dai monti, dove il sole è più ardente, via di qui, dov’è sempre estate, via di qui, dove ci sono sempre fiori. Vieni, vieni con me, cara Pollicina, che mi hai salvato la vita, quando giacevo gelata nel buio sotterraneo.”
“Sì, verrò con te!” – disse Pollicina; e sedette sul dorso dell’uccello: posò i piedini su di un’ala spiegata e legò fortemente la propria cintura ad una delle penne maestre. Poi la rondinella spiccò il volo, per boschi e per mari, su su alto, al di sopra delle montagne dove la neve non si scioglie mai; e Pollicina sentiva freddo nell’aria frizzante; ma allora si ficcava sotto le penne della rondine e stava lì, al calduccino, e non metteva fuori il capo se non per ammirare tutte quelle bellezze tra le quali passava.
Alla fine arrivarono nei paesi caldi. Là il sole splendeva più vivido che da noi; il cielo sembrava il doppio più alto; sui poggi e nei campi, filari di viti che non finivano più, e sulle viti grappoloni enormi color di viola e d’oro; i limoni e gli aranci formavano boschi addirittura, tutti carichi di frutta: l’aria era profumata di mirto e di rose e nelle strade era tutta un’allegria di bimbi che giuocavano a rincorrere le farfalle screziate di mille colori. Ma la rondine non si fermò neppur lì; e vola, e vola, e vola, più volavano e più bello diveniva tutto all’intorno. Finalmente, sotto a certi begli alberi verdi, alti alti, presso ad un lago azzurro, eccoti un bel palazzo di marmo bianco e lucente. La vite si arrampicava per gli alti colonnati; sotto al tetto c’erano molti nidi di rondine, ed in uno di questi stava di casa la rondinella che aveva portato Pollicina.
“Ecco la mia casa!” – disse la rondine: “Ma non è giusto che tu abbia ad abitare qui. Non è ancora in ordine, – troppo ci manca! – e tu non ti troveresti bene. Scegliti uno di quei magnifici fiori che crescono laggiù, ed io ti ci poserò, e là dentro tu avrai tutto quello che puoi desiderare.”
“Che gioia!” – disse Pollicina; e battè le manine.
C’era là vicino una grande colonna di marmo, caduta a terra e rotta in tre pezzi; ma intorno a quei frammenti crescevano grandi fiori bianchi, di meravigliosa bellezza. La rondine volò giù dal nido con Pollicina, e la depose su una di quelle grandi foglie. Ma quale non fu la sua sorpresa! Nel mezzo del fiore, bianco e trasparente che pareva di cristallo, stava seduto un omettino piccino piccino. Aveva sul capo la più bella coroncina d’oro, e sulle spalle due alucce una più lucente dell’altra. Tra tutto, era poco più alto di Pollicina. Era il Genio del fiore, e in ogni fiore ce n’era uno – un omino o una donnina grandi così; ma quello era il Re, che comandava a tutti gli altri.
“Ah! com’è bello!” – sussurrò Pollicina alla rondinella.
Il piccolo Principe ebbe un grande spavento alla vista della rondine, perch’era un uccello addirittura gigantesco a paragone di lui, così piccolino. Ma quando vide Pollicina, fu tutto contento: era la più bella ragazzina, che avesse mai veduta. Perciò si tolse la corona d’oro e la pose sul capo di lei; poi le domandò che nome avesse e se volesse essere sua moglie, che sarebbe divenuta Regina di tutti i fiori. Ora, questo era tutt’altra specie di pretendente, dal figlio del rospo e dal talpone con la pelliccia vellutata. Non c’è da meravigliarsi, dunque, che al bel Principe Pollicina dicesse di sì. E fuori da ogni fiore vennero un cavaliere e una damina, così bellini, che era un incanto starli a guardare; e ciascuno portò a Pollicina il suo regalo di nozze; ma il regalo più gradito fu un bel paio d’ali, che avevano appartenuto ad una grande mosca bianca. Queste furono attaccate alle spalle di Pollicina, e allora ella potè volare da fiore a fiore. E fecero grandi feste, e pregarono la rondinella di cantare, dall’alto del suo nido, la canzone di nozze. La rondinella ci mise tutto l’impegno e cantò del suo meglio; ma in fondo al cuore era triste, perchè voleva tanto bene a Pollicina, tanto bene, e avrebbe voluto tenerla sempre con sè.
“Non devi più chiamarti Pollicina,” – le disse il Re: “È un nome troppo brutto e tu sei troppo bella: da ora in poi, ti chiameremo Maia.”
“Addio, addio!” – disse la rondinella; e dai paesi caldi, volò via di nuovo, via di lì, via di lì, verso il pallido cielo di Danimarca. Ritrovò il suo piccolo nido, sopra la finestra dell’uomo che sapeva raccontare le novelle, ed a lui cantò tutto quanto vide lì, videvidevidevit; e così siamo venuti a risaperlo anche noi.

Hans Christian Andersen – Cecchino e Ceccone

Vivevano in un villaggio due uomini dello stesso nome; tutti e due si chiamavano Cecco; ma l’uno aveva quattro cavalli, l’altro ne aveva uno solo; e così, per distinguerli, la gente chiamava Ceccone l’uomo dei quattro cavalli, e Cecchino l’altro. Sentirete ora quel che avvenne a questi due uomini, perchè la mia è storia proprio vera genuina.
Per tutta la settimana, Cecchino era obbligato ad arare i campi di Ceccone ed a prestargli anche il suo unico cavallo; e Ceccone, in cambio, gli dava a prestito tutti e quattro i suoi cavalli; ma una sola volta per settimana, la domenica. Che gioia! Come schioccava la frusta Cecchino, quel giorno, sopra i suoi cinque cavalli! Poichè, per quel giorno, era come se fossero tutti suoi. Il sole splendeva, le campane suonavano a festa, la gente era tutta vestita con gli abiti buoni, e si avviava alla chiesa, col libro delle preghiere sotto il braccio. Passando, tutti vedevano Cecchino che arava il suo campo, allegro come una pasqua, e schioccava e schioccava la frusta, gridando: “Hop! le mie brave bestie! Hop! Hop!”
“Non ti permetto di parlare a codesto modo,” – disse Ceccone, “perchè uno solo dei cavalli è tuo.”
Ma, quando passava gente, Cecchino dimenticava la proibizione, e gridava: “Hop! le mie brave bestie, hop, hop!”
“Ti ho già detto una volta di non parlare a codesto modo!” – gridò Ceccone: “Se ci ricaschi, ti avverto che darò tale una mazzata sul capo del tuo cavallo, da farlo cader morto; e allora sarà finita una volta per tutte!”
“Non lo dirò mai più di sicuro!” – promise Cecchino.
Ma di lì a poco venne di nuovo a passar gente; e chi lo salutava con un cenno del capo, chi gli gridava: Buon giorno, Cecchino! – ed egli allora non seppe contenere la sua allegria, pensò ch’era una gran bella cosa l’avere cinque cavalli per arare il proprio campo, e schioccò da capo la frusta, gridando: “Hop, le mie brave bestie!”
“Te le darò io, le tue brave bestie!” disse Ceccone: e, preso il maglio, dette una mazzata sul capo dell’unico cavallo di Cecchino; e il cavallo cadde a terra sul momento bell’e morto.
“Povero me! Ora non ne ho più nemmeno uno!” – disse Cecchino, e principiò a piangere.
Poi dopo, scuoiò il cavallo e stese la pelle a seccare all’aria; quando fu bene asciutta, la mise in un sacco, se la caricò sulle spalle e s’incamminò verso la città, per andarla a vendere.
Ma la strada era molto lunga, e per arrivare alla città bisognava passare una grande foresta nera nera. Scoppiò un fortissimo temporale, e Cecchino smarrì la via; prima che l’avesse ritrovata, calò la sera. Oramai era troppo tardi, tanto per ritornare a casa, quanto per arrivare alla città prima di notte.
A pochi passi dalla strada maestra, c’era un grande cascinale. Le imposte erano chiuse, ma lasciavano intravedere però qualche filo di luce.
“Chi sa che non mi diano alloggio per questa notte!” – pensò Cecchino; e andò all’uscio, e picchiò.
La moglie del contadino venne ad aprire; ma quando udì quel che domandava, gli disse di andarsene, che suo marito non c’era, ed ella non prendeva in casa forestieri.
“E allora, mi toccherà passar la notte di fuori!” – disse Cecchino; e la donna gli chiuse l’uscio in faccia.
Lì accanto, c’era un pagliaio; e tra il pagliaio e la cascina un piccolo fienile coperto.
“Lassù starò benissimo,” – disse Cecchino, guardando il tetto: “Ecco un letto come meglio non potrei desiderare. Speriamo che la cicogna non venga giù a mordermi le gambe.” Infatti, una cicogna viva stava ritta sul piccolo tetto, dove aveva fatto il nido.
Cecchino salì dunque sul fienile, proprio su, che toccava il tetto; si sdraiò e si rivoltò, cercando la posizione più comoda. Le imposte della cascina non chiudevano interamente, in alto, il vano delle finestre; e perciò egli poteva vedere benissimo dentro alla stanza. C’era una grande tavola apparecchiata con la sua brava tovaglia, e sopra vitello arrosto, vino, ed un magnifico pesce. La moglie del contadino ed il sagrestano stavano seduti a tavola; e non c’era altri. Essa gli riempiva il bicchiere ed egli piantava il forchettone nel dorso del pesce, ch’era il suo piatto favorito.
“Se potessi arrivarne un bocconcino!” – pensava Cecchino, allungando il collo verso la finestra. Dio del cielo! Che magnifica torta vedeva di lassù! Ah, quella era certo una cenetta per qualche festa.
In quella, sentì venire qualcuno a briglia sciolta per la strada maestra. Era il marito della donna, che tornava a casa. Costui era un buon uomo abbastanza, ma aveva una curiosa manìa: non poteva tollerare la vista di un sagrestano. Se gli avveniva d’incontrarne uno, dava nelle furie. Per questo il sagrestano era andato a fare una visitina alla donna, sapendo che il marito era assente; e per questo la buona donna gli aveva messo davanti quel che aveva di meglio. Ma quando lo udirono tornare, si spaventarono, e la donna pregò il sagrestano di cacciarsi dentro ad una cassapanca vuota, che per l’appunto si trovava lì; ed egli fece così, perchè sapeva che il marito non poteva tollerare la vista dei sagrestani. La donna nascose in fretta tutto nel forno, – vino, arrosto e ogni cosa, – perchè il contadino, vedendo quello scialo, non avesse a domandare che cosa significasse.
“Ah, sì?” – sospirò Cecchino dal suo fienile, quando vide riporre tutta quella grazia di Dio.
“C’è gente lassù?” – domandò il contadino; alzò il capo, e scorse Cecchino. “O tu, che fai costassù disteso? Tant’è che tu entri con me in casa.”
E Cecchino gli raccontò come avesse smarrita la via, e chiese asilo per la notte.
“Ma sì, quanto vuoi!” – disse il contadino: “Prima però bisognerà mangiare un boccone.”
La donna fece buon viso a tutti e due; stese la tovaglia su di una lunga tavola, e portò un grande piatto di farinata. Il contadino era affamato e mangiava di buona voglia; ma Cecchino non poteva staccar la mente dal magnifico arrosto, dal pesce e dalla torta, che sapeva nascosti nel forno. Sotto la tavola, a’ suoi piedi, aveva posto il sacco con la pelle del cavallo; – perchè vi ricordate che la portava a vendere in città. Siccome la farinata non gli piaceva, battè co’ piedi il sacco, e la pelle secca ch’era dentro scricchiolò forte.
“O che ci hai tu dentro a codesto sacco?” – domandò il contadino.
“Ci ho un mago,” – rispose Cecchino. “Dice che non dobbiamo mangiare farinata; che ha fatto un incanto al forno, e che ci troveremo vitello arrosto, pesce e torta.”
“Stupenda questa!” – gridò il contadino; aperse subito lo sportello del forno, e trovò tutta la buona roba che sua moglie ci aveva nascosta, e ch’egli credeva chiamata lì dal mago. La donna non osò dir nulla, e mise senz’altro le vivande sulla tavola: e così i due mangiarono l’arrosto, il pesce e la torta. Poi Cecchino calpestò ancora il sacco, e fece scricchiolare la pelle.
“Che dice ora di bello?” – domandò il contadino.
“Dice,” – rispose Cecchino, “che ha fatto venire per noi anche tre bottiglie di vino vecchio, e che sono lì, nell’angolo, dietro il forno.”
La donna fu costretta allora a cavar fuori anche il vino che aveva nascosto; ed il contadino bevette e divenne allegrissimo. Avrebbe avuto una voglia matta di possedere anche lui un mago come quello che Cecchino aveva nel sacco.
“Può egli chiamar qui anche il diavolo?” – domandò il contadino: “Mi piacerebbe vederlo, ora che sono di buon umore!”
“Altro!” – disse Cecchino: “Il mio mago può fare tutto quello che gli domando. Non è vero?” – soggiunse; calpestò la pelle, e quella scricchiolò. – “Ha detto di sì. Ma il diavolo è molto brutto: sarebbe meglio non vederlo.”
“Oh, non ho paura. Di’ un po’: a chi somiglia?”
“A chi somiglia? Tale e quale identico a un sagrestano!”
“Oh, allora,” – fece il contadino: “per brutto, è brutto davvero. Hai da sapere che la vista d’un sagrestano mi manda fuor dei gangheri. Ma non fa nulla; poi che so che è il diavolo, lo sopporterò più facilmente. Son pieno di coraggio ora; ma non bisogna però che mi venga troppo vicino!”
“Ne domanderò il mio mago,” – disse Cecchino; battè il sacco col piede e poi vi accostò l’orecchio.
“Che dice?”
“Dice che tu puoi aprire, se ti garba, quella cassapanca, che è là nell’angolo; e ci vedrai rannicchiato dentro il diavolo: ma bada di tener ben forte il coperchio, che non t’avesse a guizzar via!”
“Vuoi tu aiutarmi a tenere il coperchio?” – domandò il contadino. E andò alla cassapanca, dove la moglie aveva nascosto il vero sagrestano, che stava lì pieno di spavento. Il contadino sollevò un poco il coperchio, e diede un’occhiata dentro.
“Uh!” – gridò, e balzò indietro: “L’ho visto! Proprio tale e quale il nostro sagrestano! Ah! che orrore!”
Naturalmente, bisognò berci sopra; e stettero lì a bere sino a notte inoltrata.
“Tu hai a vendermi codesto mago,” – disse il contadino: “Domanda quanto vuoi: te ne do sul momento uno staio di quattrini.”
“No, non posso;” – disse Cecchino: “pensa un po’ a quanti usi mi serve il mio mago!”
“Oh, mi piacerebbe tanto di averlo!” – esclamò il contadino; e tanto lo pregò e lo ripregò, che alla fine Cecchino disse:
“Ebbene, sia. Sei stato così cortese con me, ospitandomi per la notte, che voglio contentarti. Avrai il mago per uno staio di quattrini; bada però che lo staio ha da essere colmo.”
“E colmo l’avrai,” – rispose il contadino: “Ma devi portarti via anche la cassapanca. Non me la voglio in casa nemmeno un’ora di più. Non si può mai sapere: potrebbe magari esserci ancora dentro!”
Cecchino diede al contadino il sacco con la pelle secca, e n’ebbe in cambio uno staio di quattrini, e colmo per giunta. E il contadino gli diede pure una grande carriuola per portarsi via i quattrini e la cassapanca.
“Statevi bene!” – disse Cecchino; e se ne andò coi quattrini e con la grande cassapanca, dov’era sempre rinchiuso il sagrestano.
Di là dalla foresta, c’era un fiume profondo. L’acqua scendeva così impetuosa, che sarebbe stato ben difficile risalirne a nuoto la corrente. Sul fiume era costruito un bel ponte nuovo. Nel mezzo del ponte Cecchino si fermò, e disse forte perchè il sagrestano sentisse:
“Che me ne faccio di questa stupida cassapanca? Pesa come se fosse piena di sassi. Perchè dovrei fare tanta fatica a strascinarla? La butterò nel fiume. Se galleggia sino a casa mia, bene; e se va di sotto, poco si perde.”
E afferrò la cassapanca da un lato, e fece mostra di sollevarla per gettarla nel fiume.
“No! aiuto!” – gridò il sagrestano dal di dentro: “Prima, lasciami uscire!”
“Uh!” – esclamò Cecchino, facendo vista d’impaurirsi: “È ancora dentro! Bisogna far presto a buttarlo nel fiume perchè anneghi.”
“Oh, no, no!” – urlò il sagrestano: “Ti darò uno staio intero di quattrini se mi lasci andare.”
“Allora è un altro paio di maniche!” – disse Cecchino; e aperse la cassapanca.
Il sagrestano saltò fuori in fretta e furia, spinse la cassapanca nel fiume, e andò a casa sua, dove Cecchino ricevette uno staio intero di quattrini. Un altro ne aveva ricevuto dal contadino; sicchè ora aveva la carriuola carica di quattrini.
“Ecco che sono ben compensato del mio cavallo!” – disse a se stesso quando fu a casa; e scaricò il danaro, facendone un bel mucchio per terra, nel mezzo della sua camera. – “Come arrabbierà Ceccone, quando saprà quanto ricco son divenuto con un cavallo solo! Ma voglio trovare il modo di farglielo sapere.”
Mandò dunque un ragazzo da Ceccone a domandargli a prestito lo staio.
“Che vuol egli farne?” – si domandò Ceccone incuriosito. E spalmò il fondo dello staio con un po’ di pania, per modo che un tantino di quel che vi si misurava vi avesse a rimanere appiccicato. E così fu; poichè quando riebbe il suo staio, ci trovò nel fondo due o tre monete da cinque lire.
“Che faccenda è questa?” – gridò Ceccone; e via difilato da Cecchino: “Di dove t’è venuto tanto danaro ?”
“Oh, è quel che ho ricavato dalla pelle del mio cavallo. L’ho venduta ieri a sera.”
“Si può dir ben pagata!” – esclamò Ceccone; e corse a casa in fretta e furia; prese un maglio, e giù sul capo di tutti e quattro i suoi cavalli. Poi li scuoiò, fece seccare al vento le pelli, e le portò a vendere in città.
“Pelli! pelli! chi compra pelli?” – gridava per le strade.
Calzolai e conciapelli accorrevano, e gliene domandavano il prezzo.
“Uno staio di quattrini ciascuna!” – rispondeva Ceccone.
“Sei matto?” – esclamavano quelli: “O che credi che i quattrini noi li abbiamo a staia?!”
“Pelli, pelli!” – gridava da capo; ed a chi gli domandava quanto le faceva l’una: “Uno staio di quattrini!” – rispondeva, invariabilmente.
“Vuol burlarsi di noi!” – gridarono tutti. E i calzolai con gli spaghi, i conciapelli coi grembiali, incominciarono a batter Ceccone con quanto fiato avevano.
“Ah, pelli, pelli, eh?!” – e gli facevano il verso: “Te la conceremo noi la tua pelle, e per le feste, sin che ne spicci il rosso! Fuori dalla città, fuori per il tuo meglio!” Ceccone non se lo fece dir due volte, e via a gambe, più presto che potè; perchè mai in vita sua gli era toccata una sferzata a quel modo.
“Bene, bene,” – disse, quando fu a casa: “Cecchino me l’ha da pagare, questa; me la pagherà con la vita.”
Intanto, a Cecchino era morta la nonna. Essa era stata molto severa, molto dura con lui; ma, ciò non ostante, egli aveva provato grandissimo dolore per questa perdita; e aveva preso la povera morta e l’aveva portata nel proprio lettuccio, caldo caldo, per vedere se a volte mai non gli riuscisse di farla tornare in vita. E là voleva che rimanesse tutta la notte, mentr’egli si sarebbe messo in un angolo, e avrebbe dormito su una sedia, come aveva già fatto tante volte. Mentre era là seduto, la porta si aperse ed entrò Ceccone con la sua ascia. Ceccone sapeva bene dov’era il letto di Cecchino; andò diritto a quello, e colpì la vecchia nonna al capo, credendo che fosse Cecchino.
“Ecco!” – diss’egli: “Così non ti farai mai più beffe di me!” E tornò a casa.
“Quell’uomo lì ha cattivo cuore,” – disse Cecchino: “Quello lì credeva di farmi la pelle. Fortuna che la povera nonna era già morta! Se no, l’ammazzava.”
Mise alla nonna il vestito delle domeniche, tolse a prestito dal vicino un cavallo, lo attaccò ad una vettura, ci mise a sedere dentro la vecchia per modo che non avesse a cadere, e via per il bosco. Quando levò il sole, erano davanti ad una locanda; Cecchino fermò la vettura, e discese per rinfrescarsi.
L’oste era ricco a palate, ed era anche un buon uomo, ma furioso, violento, tutto fuoco, come se ci avesse dentro pepe e tabacco.
“Buon giorno!” – disse a Cecchino: “Vi siete messo in ghingheri di buon mattino, oggi!”
“Sì,” – rispose Cecchino: “Vado in città con la mia vecchia nonna; è rimasta fuori in vettura, non posso farla entrare. Volete portarle un bicchiere di sidro? Ma bisogna che alziate la voce, perchè è un po’ dura d’orecchio.”
“Sarete servito!” – disse l’oste. Riempì un grande bicchiere di sidro e andò a portarlo alla vecchia che era seduta, ritta per bene nella vettura.
“Mi manda vostro figlio con questo bicchiere di sidro,” – disse forte l’oste. Ma la vecchia non rispose sillaba, e non si mosse. – “Avete capito!” – gridò l’oste con quanta voce aveva in gola: “Vostro figlio mi manda; vostro figlio! con questo bicchiere di sidro!”
E glielo urlò un’altra volta, ancora più forte; ma poi che quella si ostinava a non udire, alla fine si arrabbiò e le gettò in faccia il bicchiere: così che il sidro le gocciolava dal naso ed essa cadde giù dal sedile, perchè era stata messa su ritta, ma non legata.
“Olà!” – gridò Cecchino, uscendo di corsa dalla locanda e prendendo l’oste per il petto: “Che hai tu fatto? Guarda che po’ po’ di buco ha in fronte!”
“Ah, che disgrazia, che disgrazia!” – gridava l’oste, torcendosi le mani: “E tutto per questo maledetto caratteraccio! Caro il mio Cecchino, ti darò uno staio di quattrini, e farò alla tua nonna un funerale, che nemmeno fosse la mia; ma non lo dire a nessuno, non mi rovinare. Se no, mi taglieranno la testa, e sarebbe tale una seccatura…”
Così, Cecchino ricevette ancora un altro staio di quattrini, e l’oste fece alla nonna un funerale, che nemmeno fosse stata la sua. E quando Cecchino fu tornato a casa, subito mandò il ragazzo da Ceccone, a domandare a prestito lo staio.
“Che faccenda è questa?” – disse Ceccone: “O non l’ho ammazzato? Voglio andare da me e vederci chiaro.” E andò egli stesso da Cecchino con lo staio.
“Ma come? Di dove t’è venuto tutto codesto danaro?” – domandò; e spalancò tanto d’occhi alla vista del mucchio. “Tu hai ucciso la mia nonna e non me;” – rispose Cecchino: “ed io sono andato e l’ho venduta, e me n’hanno dato uno staio pieno di quattrini.”
“Non si può dire che non sia pagata bene!” – disse Ceccone; corse a casa, e con una mazzata sul capo, uccise la sua nonna. Poi la mise in una carrozza, e andò in città, dal farmacista, e gli domandò se voleva comprare un morto.
“Chi è? e come l’hai avuto?” – domandò il farmacista.
“È la mia nonna;” – rispose Ceccone: “l’ho ammazzata per averne uno staio di quattrini.”
“Dio ci salvi tutti!” – gridò il farmacista: “Ma tu sei matto? Non dire di queste cose, o ti taglieranno la testa!” E gli spiegò per bene quale azionaccia avesse commessa, e quanto malvagio egli fosse, e come dovesse esser punito. E Ceccone prese tanta paura, che scappò dalla farmacia, balzò a cassetto, frustò i cavalli, e via di galoppo a casa. E il farmacista e la gente, credendolo matto, lo lasciarono andare dove gli pareva.
“Me l’hai da pagare!” – esclamò Ceccone quando fu sulla strada maestra: “Sì, con la vita me l’hai da pagare, caro Cecchino!” E appena a casa, prese il sacco più grande che potè trovare, andò da Cecchino, e gli disse: “Me l’hai fatta un’altra volta! Prima, ho ammazzato i miei cavalli; poi, la mia nonna; e tutto per colpa tua. Ma hai finito, ora, di farti beffe di me!” E afferrò Cecchino a mezzo il corpo, lo ficcò nel sacco, se lo caricò sulle spalle, e poi gli gridò: – “Ora ti porto al fiume e ti affogo!”
Ma per arrivare al fiume, la via era lunga, e Cecchino pesava. Passarono dinanzi alla chiesa: l’organo suonava e la gente cantava così bene!… Ceccone depose il sacco, con dentro Cecchino, alla porta della chiesa, e pensò che sarebbe buona cosa fermarsi, prima d’andare oltre, ad ascoltare i vespri; tanto, Cecchino non poteva scappare, tutta la gente era in chiesa, e così anche Ceccone entrò.
“Ah, povero me!” – sospirava Cecchino nel sacco; e si voltava e si rivoltava; ma era impossibile sciogliere la corda. In quella, passò di lì un vecchio pastore, coi capelli bianchi come la neve, il quale guidava una mandria di buoi e di vacche. Gli animali urtarono il sacco, che si rovesciò.
“Ah, povero me!” – sospirò Cecchino: “Così giovane e dover andare diritto in Paradiso!”
“Ed io, poveretto,” – disse il pastore, “che son tanto vecchio, e ancora non ci posso andare!”
“Apri subito il sacco,” – gridò Cecchino: “ficcati dentro in vece mia, e andrai in Paradiso difilato.”
“Con tutto il cuore!” – disse il pastore; e slegò la bocca del sacco, da cui Cecchino saltò subito fuori.
“E tu guardami le vacche,” – disse il pastore; e si ficcò nel sacco; e Cecchino legò la bocca per bene, e andò via con la mandria.
Poco dopo, Ceccone uscì di chiesa; si caricò di nuovo il sacco sulle spalle, ma gli parve divenuto più leggero; perchè il vecchio pastore pesava appena la metà di Cecchino.
“Com’è alleggerito ora! Certo, è perchè sono entrato in chiesa a pregare.”
Andò diritto al fiume, ch’era largo e profondo, gettò nell’acqua il sacco col vecchie pastore, e credendo fosse Cecchino, gli gridò dietro: “Rimanti costà. Ora non ti farai mai più beffe di me!”
E andò verso casa; ma, giunto ad un crocicchio, incontrò Cecchino, che parava le sue bestie.
“Che affare è questo?” – gridò Ceccone: “O non ti ho affogato?”
“Sì,” – rispose Cecchino; “mi hai gettato nel fiume che non sarà nemmeno mezz’ora.”
“Ma dove hai pescato tutte codeste vacche?” – domandò Ceccone.
“Sono vacche di fiume,” – rispose Cecchino. “Ora ti racconterò tutto per bene. Grazie, intanto, per avermi affogato. Oramai sono alla vetta dell’albero: son divenuto proprio ricco. Ma che spavento ho avuto, quando stavo legato nel sacco ed ho sentito fischiarmi l’aria negli orecchi, nel momento che mi hai gettato dal ponte nell’acqua fredda! Andai diritto in fondo, ma non mi feci male, perchè laggiù ci cresce un’erba alta, folta e soffice ch’è un piacere, ed io andai a cadere su quella. E subito il sacco fu aperto, ed una bella giovinetta, con una veste candida come la neve ed una ghirlandetta verde in capo, mi prese per mano, e mi disse: – Ah, sei venuto, Cecchino? Eccoti alcune mucche, per cominciare. A un miglio di qui, per la strada del fiume, ce n’è tutta una mandria che ti voglio regalare. – E allora vidi che il letto del fiume formava una bella strada maestra per la gente del mare. Per quella strada camminavano, e per quella passavano i carri, che venivano direttamente dal mare, per andare al paese dove il fiume nasce. È tutto pieno di fiori, laggiù, e dell’erba più fresca; i pesci che nuotano nell’acqua mi rasentavano gli orecchi, come fanno quassù gli uccelli che volano per l’aria. Tu vedessi che bella razza di gente! e che belle mucche pascolano nei fossi e lungo le siepi!”
“Ma perchè sei risalito così subito?” – domandò Ceccone: “Io non me ne sarei venuto così in fretta, da che laggiù è tanto bello!”
“Ah,” – rispose Cecchino: “in questo, anzi, ho avuto furberia. Sai che la principessa del fiume mi disse: – A un miglio di qui, sulla strada – e naturalmente, intendeva sul letto del fiume, perchè per altra strada essa non può andare… – a un miglio di qui troverai tutta una mandria, che ti voglio donare. – Ma io so le svolte che fa il fiume, ora in qua, ora in là; e un miglio di strada è lungo. No, pensai tra me: si può fare molto più presto, uscendo dal fiume, traversando i campi, e tornando al fiume dall’altra parte. A questo modo, risparmio quasi mezzo miglio di strada, ed ho le mie vacche molto prima.”
“Eh, tu sei nato fortunato!” – disse Ceccone. “Credi che darebbero anche a me due o tre vacche di fiume, se andassi giù, in fondo all’acqua?”
“Credo di sì,” – rispose Cecchino: “ma non ti posso portare in un sacco al fiume: sei troppo peso. Se però ci vuoi venire a piedi, e se entri da te nel sacco, ti ci butterò con tutto il piacere.”
“Grazie!” – disse Ceccone: “Ma se quando sono laggiù non mi dànno le vacche di fiume, puoi star sicuro di buscarle.”
“Oh, non essere così cattivo!”
E andarono insieme al fiume. Le bestie, che avevano gran sete, vedendo l’acqua, si diedero a correre a tutto spiano per discendere a bere.
“Che furia, eh? – disse Cecchino: “Non vedon l’ora di tornare in fondo.”
“Sì, ma prima aiutami;” – disse Ceccone: “se no, bada, ti picchio!”
E si ficcò in un grande sacco ch’era sul dorso di una delle vacche.
“Mettici una pietra; se no, ho paura di non affondare,” – disse Ceccone.
“Anche questo si può fare,” – rispose Cecchino; e mise una grossa pietra dentro al sacco: ne legò stretta la bocca, e gli diede uno spintone. Pumf! Ceccone cadde nell’acqua, e calò subito a fondo.
“Ho paura che non le trovi, le vacche di fiume!” – disse Cecchino; e andò a casa con la sua mandria.

Hans Christian Andersen – I promessi sposi

Un paléo ed una palla stavano con altri balocchi in un cassetto; e il paléo disse alla palla: “Se ci sposassimo, da che stiamo nello stesso cassetto?” Ma la palla, ch’era ricoperta di marocchino, e pretensiosa come lo sono spesso le belle signorine, non gli diede nemmeno risposta.
Il giorno dopo, venne il ragazzino cui i balocchi appartenevano, dipinse il paléo in rosso e giallo, e vi picchiò un chiodo con la capocchia d’ottone: e così il paléo, girando, faceva una magnifica figura.
“Vede, eh?” – fece egli alla palla: “Che cosa ne dice ora? Non vuole che ci sposiamo? Siamo fatti l’uno per l’altro: Ella salta, io ballo… Nessuno potrebb’essere più felice di noi!”
“Ah, lo crede davvero?” – replicò la palla: “Ma non sa che mio padre e mia madre erano pantofole di marocchino e che io ho un turacciolo in corpo?”
“Sì, ma io sono di mogano,” – disse il paléo, “e mi ha tornito il Borgomastro con le sue mani; egli ha un tornio in casa, e ci si è divertito tanto…”
“È proprio vero?” – domandò la palla.
“Possa io non ricevere mai più colpo di frusta se dico una bugia!” – dichiarò il paléo.
“Parla bene lei!” disse la palla: “Ma io non posso. Sono quasi fidanzata ad un rondone. Ogni volta che vado su per aria, il rondone mette il capo fuor dal nido e grida: Di’ di sì! Di’ di sì! Dentro di me, ho già detto sì; e quindi è come se fossimo fidanzati. Ma glielo prometto: mai mi scorderò di lei.”
“Questo mi aiuta di molto!” – esclamò stizzito il paléo; e non si parlarono più.
Il giorno dopo, la palla fu tolta di lì. Il paléo la vide volare alto, per aria, come un uccello, sin che gli occhi non poterono più seguirla. Ogni volta ritornava, faceva un nuovo salto appena toccava terra, – fosse desiderio di risalire, o fosse il sughero che aveva in corpo. La nona volta, però, la palla rimase su e non tornò più. Il ragazzo la cercò e la cercò, ma via era andata e via rimase.
Lo so ben io dov’è andata!” – sospirò il paléo: “È andata nel nido delle rondini ed ha sposato il rondone.”
E più il paléo ci pensava, e più si sentiva attratto verso la palla; e appunto perchè non la poteva avere, il suo amore cresceva. Il fatto, poi, ch’essa avesse preso un altro, dava al caso un carattere particolare. Il paléo girava intanto su se stesso e brontolava ma pensava sempre alla palla, che, nella sua mente, diveniva sempre più e più bella. Così passarono parecchi anni, e questo suo era divenuto oramai un antico amore.
Il paléo, a dir vero, non era più giovane… ma un giorno lo dorarono. Non era mai stato così bello! Era divenuto un vero paléo d’oro, e girava, ch’era un piacere sentirne il ronzìo. Sì, era proprio bello! Una volta, però, diede un balzo troppo alto, e… addio il mio balocco!
Cerca e cerca – si frugò da per tutto, persino in cantina; ma non fu possibile ritrovarlo. Dov’era andato?
Era saltato in un immondezzaio dove c’era ogni sorta di rifiuti: torsoli di cavolo, spazzature, rottami, calcinacci caduti dalle grondaie.
“Un bel posto davvero per un par mio! Qui la mia doratura sarà presto bell’e andata. Povero me, tra che mucchio di cenci son capitato!” E sbirciò di traverso un torsolo, che gli stava troppo accosto, e un certo cosino rotondo che sembrava una mela vizza; ma non era una mela, era una vecchia palla rimasta per anni sulla grondaia del tetto, e mezzo sfasciata, tant’acqua aveva dovuto bere.
“Dio sia lodato! Ecco almeno uno della nostra società, col quale si potranno barattar due parole! – disse la palla, e guardò il paléo dorato. “Io sono di marocchino, fui cucita dalle mani delicate d’una signorina, ed ho in corpo un turacciolo; ora, però, nessuno lo direbbe. Ero sul punto di sposarmi con un rondone; ma, pur troppo, andai a cadere in una grondaia, dove rimasi cinque anni, e l’acqua per poco non mi affogò! Certo che per una fanciulla da marito cinque anni sono molti!”
Ma il paléo non disse nulla: pensava alla sua antica innamorata, e più stava a sentire, più si convinceva ch’era proprio lei.
In quella, venne la domestica per vuotare la cassetta delle spazzature: “O guarda!” – esclamò “Ecco qui dov’era andato a finire il paléo!”
Il paléo tornò in salotto e fu rimesso in onore; ma della palla non si sentì più parlare. Nè il paléo fece mai più cenno del suo antico amore. L’amore passa quando l’innamorata è stata per cinque anni in una grondaia ed è tutta rammollita dall’acqua; e nemmeno la si riconosce quando la si incontra nella cassetta delle spazzature.

Hans Christian Andersen – L’usignuolo

Avete da sapere che nella Cina l’Imperatore è cinese, e che son cinesi tutti quelli che gli stanno d’attorno. Ciò che vi racconterò è avvenuto molti anni or sono: ma appunto per questo la storia merita d’esser sentita, prima che se ne perda del tutto la memoria.
Il palazzo dell’Imperatore era il più splendido palazzo del mondo; era fatto tutto di porcellana preziosissima, ma così delicata, così fragile, che bisognava badar bene a quel che si faceva, anche soltanto nell’accostarvisi. Il giardino era pieno di magnifici fiori, ed ai più preziosi il giardiniere aveva attaccato certi campanellini d’argento, per modo che nessuno potesse passare senza osservarli. Sì, nel giardino dell’Imperatore tutto era mirabilmente combinato; ed era un giardino immenso: nemmeno il giardiniere sapeva dove terminasse. Cammina, cammina, cammina, si arrivava ad una superba foresta, con alberi alti, e limpidi laghi; e la foresta si stendeva avanti avanti sino al mare, azzurro e profondo, sì che i bastimenti, costeggiando, potevano passare sotto ai rami dei grandi alberi, che sporgevano sull’acqua. Tra quegli alberi, viveva un usignuolo, il quale cantava così meravigliosamente, che persino il povero pescatore, con tante altre cose che aveva per il capo, quando usciva la notte a gettare le reti, non poteva fare a meno di fermarsi, immobile, ad ascoltarlo.
“Che bellezza!” – esclamava; ma poi gli toccava badare ai fatti suoi, e l’uccellino gli usciva di mente. E pure, quando, la notte dopo, l’usignuolo tornava a cantare, il pescatore si fermava di nuovo ad ascoltare, e di nuovo ripeteva: “Che bellezza!”
Da tutti i paesi del mondo capitavano forestieri a visitare la città dell’Imperatore, e la ammiravano, e ammiravano il palazzo ed il giardino; ma, quando udivano l’usignuolo, dicevano: “Ah, come questo non c’è niente al mondo!”
Ed i viaggiatori ne parlavano quando tornavano alle loro case; e i più dotti scrissero anche molti libri, sulla città, sul palazzo e sul giardino. Nè l’usignuolo fu dimenticato; ebbe anzi il primo posto fra tante meraviglie; e quelli che sapevano scrivere in poesia, scrissero odi bellissime sull’usignuolo della foresta, in riva al lago profondo.
I libri andarono per il mondo, e due o tre giunsero sino all’Imperatore. Seduto sulla sua poltrona d’oro, l’Imperatore leggeva e leggeva; ed ogni tanto assentiva col capo, per il compiacimento di trovare le magistrali descrizioni della città, del palazzo e del giardino. “Ma l’usignuolo è il più bello di tutto.” – Stava scritto proprio così.
“Che affare è questo?” – esclamò l’Imperatore: “Io non ho mai veduto usignuoli! Io non so che ci sia un tale uccello nel mio Impero, e tanto meno nel mio giardino. Non ne ho mai neppur sentito parlare. Pensare che debba apprenderlo per la prima volta dai libri!”
E chiamò il suo Cavaliere d’Onore. Questo Cavaliere era così compito, che quando alcuno, inferiore a lui di grado, osava rivolgergli la parola o fargli qualche domanda, non rispondeva altro che: “P!” – ch’è come dire niente del tutto.
“È scritto qui che c’è un uccello meraviglioso, chiamato usignuolo;” – disse l’Imperatore: “e niente di meno che pare sia la miglior cosa di tutto il mio Impero. Domando e dico perchè non ne ho mai sentito parlare!”
“Non ho mai sentito questo nome;” – rispose il Cavaliere: “certo non fu mai presentato a Corte.”
“Comando che abbia a venirvi questa sera e che canti alla mia presenza!” – disse l’Imperatore: “Che tutto il mondo abbia da sapere quel che posseggo, e che non abbia da saperlo io!…”
“Non l’ho mai sentito nominare,” – disse il Cavaliere, “ma lo cercherò. Lo cercherò e lo troverò.”
Trovarlo, sì; ma dove? Il Cavaliere corse su e giù per tutti gli scaloni, per tutte le sale e gli anditi e i corridoi; ma nessuno tra quanti incontrava aveva mai udito parlare dell’usignuolo. Ed il Cavaliere tornò di corsa dall’Imperatore, e gli disse che doveva essere una favola, inventata dagli scrittori di libri.
“La Vostra Imperiale Maestà non può credere quanta parte di quello che si scrive sia pura immaginazione, – senza contare la poesia che è detta arte nera.”
“Ma il libro nel quale l’ho letto,” – disse l’Imperatore, – “mi fu mandato dall’alto e possente Imperatore del Giappone; e perciò non può mentire. Io voglio sentire l’usignuolo. Deve venire qui questa sera stessa. Egli ha il mio imperiale gradimento; e se non viene, dopo che la Corte avrà cenato, tutta la Corte sarà pestata sotto i piedi!”
“Tsing pe!” – disse il Cavaliere; e di nuovo corse su e giù per gli scaloni, e per tutte le sale e i corridoi; e metà della Corte correva con lui, perchè ai cortigiani poco garbava d’essere pestati sotto ai piedi.
Poi fu fatta una grande inchiesta, per iscoprire quest’usignuolo, che tutti conoscevano all’infuori della Corte.
Finalmente, in cucina, trovarono una povera ragazzetta, la quale disse:
“L’usignuolo? Altro se lo conosco! Sì, canta tanto bene. Ogni sera mi è data licenza di portare alla mia mamma malata gli avanzi della tavola. La mia mamma abita vicino alla spiaggia del mare; e quando, nel ritorno, mi sento stanca, mi riposo nel bosco, e allora ascolto il canto dell’usignuolo; e gli occhi mi si inumidiscono, ed è come se la mamma mi desse un bacio.”
“Ragazza mia,” – disse il Cavaliere: “Io ti farò avere un posto nella cucina imperiale, con licenza di vedere l’Imperatore mentre desina, se ci sai condurre immediatamente da quest’usignuolo; perchè il concerto è annunziato per questa sera stessa.”
E così tutti s’incamminarono verso il bosco dove l’usignuolo soleva cantare; metà della Corte addiritttira seguiva la ragazzetta ed il Cavaliere d’Onore. A mezza strada, sentirono muggire una mucca.
“Oh,” – gridarono i paggi di Corte: “Eccolo finalmente! E spiega una potenza meravigliosa davvero in sì piccolo animale. Certo, debbo averlo sentito già altra volta.”
“No, quella è una mucca che muggisce,” – disse la piccola guattera: “Abbiamo ancora un buon tratto di strada da fare.”
Poi, le rane del fosso cominciarono a gracidare.
“Magnifico!” – esclamò il Predicatore della Corte cinese: “Ora che lo sento, somiglia ad un campanellino di chiesa.”
“No, quelle son rane,” – disse la ragazzina: “Ma ben presto lo sentiremo.”
Di lì a poco, infatti, l’usignuolo incominciò a cantare.
“Eccolo!” – esclamò la ragazzina: “Sentite, sentite! È laggiù!”
E additò un uccellino grigio in un cespuglio.
“Ma è possibile?” – gridò il Cavaliere: “Non avrei mai creduto che avesse quell’aspetto lì! Com’è meschino! Di certo che avrà mutato di colore, vedendosi attorno tanti personaggi di riguardo!”
“Mio piccolo usignuolo,” – disse forte la servetta: “Il nostro augusto Imperatore desidera che tu canti davanti a lui.”
“Col maggior piacere!” – rispose l’usignuolo; ed incominciò a cantare deliziosamente.
“Sembran tanti campanellini di cristallo!” – disse il Cavaliere. “E guardate la piccola gola come lavora! È strano che non l’abbiamo mai sentito prima. L’uccelletto avrà un vero successo a Corte.”
“Debbo cantare ancora per l’Imperatore?” – domandò l’usignuolo, perchè credeva che l’Imperatore fosse presente.
“Mio eccellente usignuoletto,” – disse il Cavaliere. “Ho l’onore d’invitarti per questa sera alla Corte, ove affascinerai Sua Maestà l’Imperatore con la dolcezza del tuo canto.”
“Le mie canzoni suonano meglio tra il verde della foresta,” – osservò l’usignuolo; ma si arrese volentieri quando udì che tale era il desiderio dell’Imperatore.
Il palazzo era addobbato a festa. Le pareti ed i pavimenti, tutti di porcellana, scintillavano alla luce di migliaia e migliaia di lampade d’oro. I fiori più rari, quelli che avevano i campanellini più squillanti, adornavano i vestiboli. C’era un continuo andirivieni, e continue correnti d’aria, ed i campanellini suonavano tanto forte, che non si sentiva la propria voce.
Nel mezzo della sala grande, dove sedeva l’Imperatore, avevano posta una gruccia d’oro, e su quella doveva stare l’usignuolo. Tutta la Corte era presente, e la piccola guattera aveva avuto licenza di appostarsi dietro la porta, perchè le era stato conferito il titolo di Cuoca effettiva di Corte. Tutti vestivano l’alta uniforme, e tutti guardavano l’uccellino grigio, che l’Imperatore aveva salutato con un cenno del capo.
E l’usignuolo cantò così meravigliosamente bene, che all’Imperatore vennero le lacrime agli occhi, e poi scesero giù giù per le gote. E allora l’usignuolo cantò ancora meglio, con tanta dolcezza, che il canto andava proprio al cuore. L’Imperatore rimase così sodisfatto, che voleva conferire all’usignuolo le sue pantofole d’oro, perchè le portasse al collo. Ma l’usignuolo, pur ringraziando, non volle accettare, dicendo di essere già compensato abbastanza.
“Ho veduto due lacrime negli occhi dell’Imperatore: questo val più di qualunque tesoro. Le lacrime di un Imperatore hanno una speciale potenza. Io sono più che compensato.” E cantò di nuovo, con la stupenda voce dolcissima.
“Ecco la più garbata civetteria che si sia mai veduta!” – dissero le dame che stavano sedute all’intorno; e provarono a tenere un po’ d’acqua in bocca, per farla gorgogliare appena alcuno rivolgesse loro la parola. Pensavano con ciò di poter diventare tanti usignuoli. Ed i lacchè e le cameriere si dichiararono anch’essi sodisfatti; ed è tutto dire, perchè sono i più difficili di contentatura. In somma, l’usignuolo ottenne il più completo trionfo.
Ed ora, doveva rimanere alla Corte; doveva avere la sua gabbia, con libertà di uscire due volte al giorno ed una la notte. Quando l’usignuolo usciva, dodici valletti formavano la sua scorta; e ciascuno teneva un filo di seta, legato alle zampe dell’uccellino, e doveva tenerlo bene stretto. Chi avrebbe potuto trovar gusto a siffatte escursioni?
In tutta la città, non si faceva che parlare dell’uccello meraviglioso; quando due s’incontravano, l’uno diceva: “Usign…”, l’altro: “…uolo”, e poi tutti e due sospiravano e s’intendevano senza dire di più. A undici bambini di pizzicagnoli venne imposto il nome dell’uccelletto; e pure nessuno di essi seppe mai cantare una nota.
Un giorno, l’Imperatore ricevette un grosso pacco sul quale stava scritto: Usignuolo.
“Sarà un altro libro sul celebre uccello…” – pensò l’Imperatore.
Ma non era un libro; era una piccola opera d’arte, in vece, racchiusa in una scatola: un usignuolo meccanico, che cantava come il vero, ed era tutto tempestato di brillanti, di zaffiri e di rubini. Appena lo si caricava, cantava una delle arie dell’usignuolo vivo, e poi moveva la coda, e l’oro e l’argento scintillavano. Intorno al collo, aveva un nastrino con questa critta “L’usignuolo dell’Imperatore del Giappone è povera cosa a paragone di quello dell’Imperatore della Cina.”
“Ah, magnifica!” – dissero tutti; e subito a colui che aveva portato l’uccello meccanico fu conferito il titolo di Primo Fornitore di Usignuoli della Corte imperiale.
“Bisogna che cantino insieme: che duetto ha da essere!” – esclamarono i cortigiani.
E insieme cantarono; ma non andavano tanto bene, perchè l’usignuolo vero cantava, a modo suo, e quello artificiale obbediva al cilindro dentato che aveva dentro.
“Non è colpa sua,” – disse il Maestro della Cappella imperiale: “Va perfettamente in tempo, e, quanto alla tecnica, è proprio della mia scuola.”
L’uccello meccanico dovette allora cantare da solo. Riportò un trionfo eguale a quello che aveva avuto il vero, ed era poi molto più bello a vedere: scintillava come i braccialetti e gli spilli gemmati.
Trentatre volte cantò lo stesso pezzo, senza mai stancarsi. La gente l’avrebbe riudito volentieri un’altra volta ancora; ma l’Imperatore disse che ora doveva cantare l’usignuolo vivo. Sì, ma dov’era andato? Nessuno aveva notato ch’era volato via dalla finestra aperta, per tornare al verde suo bosco.
“Che n’è avvenuto ?” – domandò l’Imperatore.
Tutti i cortigiani dissero un mondo di male dell’usignuolo, tacciandolo della più nera ingratitudine.
“Dopo tutto, dei due ci rimane il migliore!” – dissero.
E così l’uccello meccanico dovette cantare di nuovo: era la trentesimaquarta volta che ascoltavano la stessa canzone; ma non la sapevano ancora bene a memoria, perchè era molto difficile. Il Maestro di Cappella lo lodò in particolar modo; affermava che era migliore dell’usignuolo vivo, non solo per l’aspetto esteriore, e per tutti quei magnifici brillanti, ma anche per il meccanismo interno.
“Perchè, vedete, signore e signori, vedete, sopra tutto, Sacra Maestà, con un vero usignuolo non si può mai calcolare quello che venga dopo; ma in questo artificiale, tutto è preveduto. Si può spiegarselo; si può aprirlo e far vedere alla gente com’è fatto, dove sia il cilindro, come giri e come una nota chiami l’altra.”
“Per l’appunto quel che volevamo dire noi!” assentirono tutti.
E il Maestro di Cappella ebbe il permesso di mostrare l’uccello al popolo la domenica seguente. Anche il popolo aveva da sentirlo cantare: così comandava l’Imperatore. E lo sentirono, e rimasero così sodisfatti, come se si fossero tutti ubbriacati di tè, – perchè questa è proprio la passione dei Cinesi; e tutti fecero: “Oh!” e tesero l’indice e accennarono col capo. Ma il povero pescatore, che aveva udito l’usignuolo vero, disse:
“Canta bene abbastanza, e la canzone somiglia; ma ci manca qualche cosa; non so dir che, ma qualche cosa ci manca.”
L’usignuolo vero fu bandito dalla città e dall’Impero. Quello meccanico, in tanto, aveva preso il suo posto su di un cuscino di seta, accanto al letto dell’Imperatore: tutti i doni d’oro e di pietre preziose, che aveva ricevuti, erano schierati intorno ad esso; quanto a titolo, era giunto a quello di Grande Cantore Imperiale della Siesta; e quanto a grado, al Numero Uno della Mano Manca; perchè l’Imperatore dava maggiore importanza a quella parte dove sta il cuore; ed anche negli Imperatori il cuore è un po’ verso sinistra. Il Maestro di Cappella scrisse un’opera in venticinque volumi sull’usignuolo meccanico – opera molto dotta e molto diffusa, zeppa delle più difficili parole cinesi; ma tutti del popolo affermavano di averla letta e compresa, per paura d’essere giudicati stupidi e d’avere i corpi calpestati.
Così, passò tutto un anno. L’Imperatore, la Corte e tutti gli altri Cinesi sapevano a memoria ogni più lieve gorgheggio nella canzone dell’uccello meccanico. Ma appunto per questo piaceva loro ancora di più perchè potevano accompagnarla cantando essi pure, e così facevano infatti. I monelli, per le vie, cantavano: “Tsi-tsi-tsi-glug-glug!” e l’Imperatore stesso faceva altrettanto. Ah, era proprio bellissimo!
Ma una sera, mentre l’uccello meccanico cantava del suo meglio, e l’Imperatore, disteso a letto, lo stava ad ascoltare, qualche cosa dentro dell’usignuolo fece: “Whizz!” Si udì uno schianto: “Whir-rr!” Tutte le ruote girarono a un tempo, e la musica si arrestò bruscamente.
L’Imperatore balzò dal letto, e fece chiamare il suo medico particolare: ma che poteva farci il medico? Allora fu mandato in cerca d’un orologiaio, e, dopo molte parole e molti esami, l’uccellino fu posto sotto una specie di cura: ma l’orologiaio disse che bisognava trattarlo con molti riguardi, perchè le lamine erano logore, e sarebbe stato impossibile sostituirle con lamine nuove in modo che la musica sonasse egualmente. Il lamento fu generale: solo una volta l’anno fu concesso che l’usignuolo cantasse, ed anche questo era forse già troppo. Il Maestro di Cappella fece però un discorsetto, per dimostrare che tutto andava bene come prima; e così, naturalmente, tutto andò bene come prima.
Passarono cinque anni, ed un vero dolore venne a colpire l’intera nazione. I Cinesi volevano in fondo un gran bene al loro Imperatore; ed ora egli era gravemente malato, e, a quanto si diceva, poco più poteva durare. Già era designato un nuovo Imperatore, e la gente si affollava nelle vie, e domandava al Cavaliere le nuove dell’Imperatore malato.
“P!” – rispondeva questi; e scrollava il capo.
Freddo e pallido giaceva l’Imperatore nel suo grande letto sfarzoso; tutta la Corte lo credeva già morto, e tutti si affrettavano a prestare omaggio al nuovo Sovrano. I ciambellani erano corsi fuori per discorrerne a loro agio, e le ancelle s’erano tutte riunite a prendere il caffè ed a fare due chiacchiere. Da per tutto, nei vestiboli, nei corridoi, erano stesi grossi tappeti, perchè non si avesse a sentire il rumore dei passi; e perciò tutto era quiete e silenzio nella reggia. Ma l’Imperatore non era morto ancora: rigido, pallido, stava disteso sul magnifico letto dalle lunghe cortine di velluto, dalle pesanti nappe dorate; e la luna, che entrava dalla finestra aperta, batteva sul volto dell’Imperatore, e sull’uccello meccanico.
Il povero Imperatore poteva a mala pena respirare: gli pareva di avere un grande peso sul petto; aperse gli occhi, e vide ch’era la Morte, che stava appunto seduta sul suo petto, e s’era posta in capo la sua corona d’oro, e teneva in una mano la spada dell’Impero; nell’altra, una bellissima bandiera. Tutto all’intorno, di tra le pieghe delle ricche cortine di velluto, si affacciavano strane figure; due o tre, molto brutte davvero; le altre, bellissime e miti. Erano tutte le azioni buone e cattive, dell’Imperatore, le quali gli stavano dinanzi, ora che la Morte gli gravava sul cuore.
“Ti ricordi questo?” – sussurravano, l’una dopo l’altra: “E quest’altro, te lo ricordi?” – e, tra tutte, gliene dicevano tante, che il sudore gli gocciolava dalla fronte.
“Questo non lo sapevo!” – diceva l’Imperatore: “Musica! musica! Presto il grande tam-tam cinese,” – gridava, “ch’io non senta più tutto quello che dicono!”
E quelle continuavano a parlare, e la Morte a far di sì col capo a tutto quel che dicevano, come un bonzo di sopra al caminetto.
“Musica! musica!” – gridava l’Imperatore: “A te, prezioso uccellino d’oro! Canta canta! T’ho fatto tanti regali; t’ho dato oro e pietre preziose; ti ho persino appesa al collo la mia pantofola d’oro: canta, ora; canta!”
Ma l’uccello stava muto; – non c’era lì alcuno che lo caricasse, e da solo non sapeva cantare: la Morte continuava a fissare l’Imperatore con le larghe occhiaie vuote e tutto era silenzio, silenzio terribile.
A un tratto, dalla finestra aperta, giunse un canto soave. Era l’usignuolo vivo, che stava fuori, sopra un ramo. Aveva sentito i patimenti dell’Imperatore ed era venuto a cantargli un inno di conforto e di speranza: e mentre cantava, gli spettri andavano sempre più impallidendo; il sangue correva sempre più e più rapido nelle deboli membra dell’Imperatore; persino la Morte ascoltava, e, di tratto in tratto, le sfuggiva detto: “Ancora, ancora, mio piccolo usignuolo!”
“Ma che cosa mi darai se canto ancora? Mi darai quella magnifica spada d’oro? Mi darai quella ricca bandiera? Mi darai la corona dell’Imperatore?”
E per ogni nuova canzone, la Morte cedette ad uno ad uno i suoi tesori. L’usignuolo cantava, cantava; diceva del tranquillo cimitero dove le bianche rose fioriscono; dove soavi i lillà odorano sopra le tombe, e dove irrorano le fresche zolle tutte le lacrime di chi rimane. Allora la Morte provò un irresistibile desiderio di rivedere il suo giardino, e volò via per la finestra, sotto forma di una fredda candida nebbia.
“Grazie, grazie!” – disse l’Imperatore: “Ben ti riconosco, celeste uccelletto! Ti ho bandito dalla città e dall’Impero, e pure tu hai scacciato dal mio letto gli spettri del male, ed hai bandito la Morte dal mio cuore. Come potrò mai ricompensarti?”
“Ho già avuto la mia ricompensa;” – rispose l’usignuolo: “Ho veduto le lacrime ne’ tuoi occhi la prima volta che ho cantato alla tua presenza; nè potrò mai dimenticarle. Ecco i gioielli che rallegrano il cuore del cantore. Ma ora dormi, se vuoi tornar forte e tranquillo. Ti canterò qualche altra cosa.”
E cantò; e l’Imperatore cadde in un dolce sopore. Ah, com’era soave ristoro il sonno! Il sole entrava dalla finestra fin sul letto, quando si destò riposato e guarito: nessuno de’ suoi valletti era tornato ancora, perchè tutti lo credevano morto: l’usignuolo soltanto gli stava vicino e cantava.
“Devi rimanere sempre con me!” – disse l’Imperatore: “Canterai come ti piace, ed io farò a pezzi l’uccello meccanico.”
“No davvero!” – rispose l’usignuolo: “Esso ha fatto del suo meglio sin che ha potuto; conservalo come solevi sino ad ora. Io non posso fare il mio nido nel palazzo, per viverci sempre; lascia che ci venga quando ne sento desiderio: allora, la sera, mi poserò sul ramo accanto alla tua finestra e ti canterò qualche cosa, che ti farà lieto e pensoso insieme. Ti canterò di quelli che sono felici, e di quelli che soffrono; ti canterò del bene e del male, ch’è intorno a te, e ti rimane celato. Il piccolo cantore vola per ogni dove, presso la capanna del povero pescatore e sul tetto del contadino, e conosce tutti coloro che vivono lontani da te e dalla Corte. Io amo il tuo cuore più della tua corona, e pure anche la corona ha carattere sacro. Verrò, e canterò per te; ma mi devi promettere una cosa.”
“Tutto quello che vuoi!” – disse l’Imperatore, e stava ritto nella sua veste imperiale, che aveva indossata da solo, e stringeva al cuore la pesante spada d’oro.
“Di una cosa ti prego: non dire ad alcuno che hai un uccellino, il quale ti tiene informato di tutto; e a questo modo le cose andranno molto meglio.”
E l’usignuolo volò via.
I valletti entrarono per dare un’occhiata all’Imperatore morto, e… sì, altro che morto! L’Imperatore era lì, tranquillo, che li salutava: “Buon giorno, ragazzi!”

Hans Christian Andersen – L’ago

C’era una volta un ago da stuoie, tanto convinto d’esser fino, che per poco non si credeva un ago da cucire.
“Badate di tenermi stretto!” – disse alle dita che lo cavarono fuori. “Non mi lasciate cadere; se no, per terra, sarà ben difficile ritrovarmi: sono così fino!…”
“La andrà come l’andrà!” – dissero le dita, e presero l’ago a mezzo il corpo.
“Vedete, eh? Ora vengo, e col mio bravo seguito!” – disse l’ago da stuoie, e si tirò dietro una lunga agugliata; ma nel filo non c’era nodo.
Le dita appuntarono l’ago proprio nella ciabatta della cuoca, perchè il tomaio era scoppiato e bisognava darvi due punti.
“È un lavoro troppo grossolano,” – disse l’ago da stuoie: “Non ne verrò mai a capo. Mi rompo! mi rompo!” E si ruppe davvero. “Non ve l’ho detto? – esclamò: “Sono troppo fino, troppo fino!”
“Ora, poi, non è più buono a nulla!” – dissero le dita; ma dovettero tenerlo stretto ancora un po’, perchè la cuoca vi fece cadere una goccia di ceralacca, a mo’ di capocchia, e se ne servì per appuntare lo sciallino davanti.
“Eccomi divenuto uno spillo da signora!” – disse l’ago da stuoie: “Lo sapevo io, che avrei fatto carriera! Quando si ha qualche cosa in sè, a qualche cosa si giunge sempre!”
E rise pianino, tra sè; ma non si può mai vedere quando gli aghi ridano. Se ne stava superbo al suo nuovo posto come se guidasse un tiro a quattro, e si guardava attorno.
“Scusi la domanda: è d’oro lei?” – disse l’ago allo spillo suo vicino: “Ella fa un’eccellente figura: si vede che ha testa, anche se non è molto grande. Bisogna che si sforzi di crescere: non a tutti tocca la fortuna che la ceralacca piova sul loro capo!”
E l’ago da stuoie alzò il capo con tanta alterigia, che cadde fuor dalla pezzuola proprio dentro all’acquaio, dove la cuoca stava rigovernando.
“Eccoci partiti per un nuovo viaggetto!” – disse l’ago: “Pur che non mi perda…”
In vece andò davvero perduto.
“Son troppo fino per questo mondo!” – pensava, mentre giaceva in fondo alla chiavica. “Ma almeno conosco me stesso, ed è sempre una consolazione.”
Così l’ago da stuoie serbò i suoi modi alteri, e non perdette il buon umore. Passavano, galleggiando sopra il suo capo, oggetti d’ogni sorta: cenci, fuscelli di paglia, brani di vecchi giornali.
“Ma guarda come navigano!” – diceva l’ago da stuoie: “Non sanno, essi, chi sta qui sotto! Ed io sono qui, e qui rimango fermo. Guarda, ecco un cencino che passa; e in tutto il mondo non sa trovar altro di meglio cui pensare che se stesso… un cencio! Ecco una paglia ora! Come gira e rigira intorno a se stessa! Pensa anche a qualcos’altro, figliuola! A non aver occhi che per se stessi, c’è da andar a battere contro qualche pietra. Ecco un pezzetto di giornale, che nuota. Quello che c’è scritto sopra è bell’e dimenticato da un pezzo; e pure si dà certe arie! Quanto a me, sto qui tranquillamente, pazientemente. So chi sono, e quello che sono rimango.”
Un giorno, gli si posò accanto qualche cosa che luccicava, e l’ago da stuoie lo credette un diamante; ma non era che un pezzetto di bottiglia rotta; e perchè luccicava così, l’ago gli rivolse la parola e gli si presentò come spillo da cravatta.
“Voi siete un diamante, m’immagino…”
“Sì, qualche cosa di simile.”
E allora ognuno dei due credette che l’altro fosse un oggetto di gran prezzo; ed incominciarono a parlare del mondo e di quanta boria c’era in giro.
“Abitavo nella scatola di una signora;” – raccontò l’ago da stuoie: “questa signora era una cuoca e aveva, cinque dita per ogni mano: non ho mai veduto gente più boriosa di quelle dita. E per maneggiarmi, per cavarmi fuori dalla scatola e ripormivi, non c’eran che loro.”
“Erano almeno di buona famiglia? Brillavano per qualche virtù?…” – domandò il fondo di bottiglia.
“Che!” – fece l’ago da stuoie: “Ma avevano una superbia… Erano dieci fratelli, tutti della famiglia delle dita; e si tenevano molto uniti fra loro, sebbene fossero di statura diversa. Il maggiore, messer Pollice, era piccolo e grasso: non aveva che un’articolazione nella schiena, e non sapeva fare altro che un inchino solo; ma pretendeva che, se non c’era lui nella mano, l’uomo non poteva più andare alla guerra. Messer Leccapiatti, il secondo, si ficcava per tutto, nell’agro e nel dolce, segnava a dito persino il sole e la luna, e pretendeva che le impressioni, in tutto quanto si scriveva, fossero sue. Messer Lungo ch’era il terzo, guardava tutti gli altri d’alto in basso. Fasciadoro, il quarto, si pavoneggiava, perchè aveva una cintura dorata, stretta alla vita; ed il piccolo Pierino Balocchino non faceva nulla di nulla in tutto il giorno, e, per giunta, se ne teneva. Vanterie e spacconate, non si sentiva altro in quella famiglia; e per ciò me ne venni via.”
“Ed ora ce ne stiamo qui, e risplendiamo!” – disse il fondo di bottiglia.
In quella, entrò molta più acqua del solito nella chiavica, così che andò di fuori, ed il fondo di bottiglia fu portato via.
“Quello ha trovato la sua strada!” – pensò l’ago da stuoie. “Io, in vece, rimango; sono troppo fino. Ma questo è il mio orgoglio.” E se ne stava lì, superbamente, assorto ne’ suoi pensieri. “Quasi quasi, direi d’esser nato da un raggio di sole, tanto sono sottile! Davvero che mi par sempre che i raggi di sole cerchino me, di sotto all’acqua. Ah, son così fino, che nemmeno mia madre mi trova più! Se avessi ancora il mio vecchio occhio, quello che mi si ruppe, quasi piangerei… Ma no; non lo farei davvero: piangere non è da gente fina.”
Un giorno, due monelli distesi a terra frugavano nella chiavica, dove alle volte trovavano vecchi chiodi, soldini ed altri simili tesori.
“Oh!” – gridò l’uno, che s’era punto con l’ago da stuoie: “Ecco un affare per te!”
“Non sono un affare, sono un gentiluomo!” disse l’ago.
Ma nessuno gli diede retta. La ceralacca s’era staccata e l’ago era divenuto nero; il nero però snellisce, ed egli si credeva ancora più fino di prima.
“Ecco un guscio d’ovo, che viene navigando!” – dissero i ragazzi: e appuntarono l’ago nel mezzo del guscio d’ovo.
“Le pareti bianche dànno risalto alla veste nera. Così va bene!” fece l’ago da stuoie, contento: “Così almeno mi si vede! Pur che non soffra il mal di mare…” Ma non gli venne male nemmeno un momento: “Contro il mal di mare giovano uno stomaco d’acciaio e la coscienza d’essere qualche cosa di più degli altri. Così, non ho punto sofferto: più si è persone fini, e più si è resistenti.”
“Crac!” – fece il guscio d’ovo, perchè un baroccio, passando il rigagnolo, l’aveva schiacciato.
“Giusto cielo! Come si rimane affranti!” – disse l’ago: “Ora sì, che mi verrà mal di mare… Ah, mi rompo, mi rompo!”
Ma non si ruppe, in vece, sebbene la ruota gli passasse sopra. Rimase lì, lungo disteso, per un pezzo ancora: – e là lo possiamo lasciare.

Hans Christian Andersen – L’abete

C’era una volta nel bosco un piccolo abete, che avrebbe dovuto essere molto contento della propria sorte: era bello, e in ottima posizione; aveva sole e aria quanta mai ne potesse desiderare, e amici più grandi di lui, pini ed abeti, che gli stavan d’attorno a tenergli compagnia. Ma egli non aveva che una smania sola: crescere. Non gli importava di sole caldo nè di aria fresca; nè si curava dei contadinelli che gli passavano dinanzi chiacchierando, quando venivano al bosco in cerca di fragole e di more. Spesso, quando ne avevano colto tutto un panierino, o quando avevan fatto una coroncina di fragole, infilate su di una paglia, venivano a sedere accanto al piccolo abete, e dicevano: “Com’è grazioso, così piccolino!” – Ma all’abete quel complimento poco garbava.
L’anno appresso era cresciuto di un nodo intero, e l’anno dopo ancora, di un altro; perchè negli abeti dal numero dei nodi si può sempre dire il numero degli anni che sono cresciuti.
“Oh, se fossi alto come quell’albero laggiù!” – sospirava il piccolo abete: “Allora sì, che stenderei i miei bravi rami in lungo e in largo, e dalla mia vetta guarderei per tutto il mondo. Allora gli uccelli potrebbero fare il nido tra le mie fronde, e, quando tira vento, potrei accennare a dondolarmi superbamente anch’io come i grandi.”
Non trovava piacere nel calore del sole, negli uccellini, nelle nuvole di porpora che passavano sul suo capo mattina e sera.
Tal volta, nell’inverno, quando la neve era sparsa per tutto bianca e scintillante, una lepre veniva correndo a tutto spiano, e saltava pari pari sopra l’abete. Oh, gli faceva una rabbia… Ma gl’inverni passarono, uno dopo l’altro; e, quando giunse il terzo, il piccolo abete era divenuto così alto, che la lepre fu obbligata in vece a girargli attorno.
“Oh, crescere, crescere, divenir grandi, divenir vecchi! Ecco la sola cosa bella di questo mondo! – pensava il piccolo abete.
Ogni autunno solevano venire i taglialegna a segare gli alberi più alti; e così fecero anche quell’anno. Il piccolo abete, che oramai si era fatto bello alto, rabbrividiva dallo spavento, perchè i grandi alberi maestosi piombavano a terra con fracasso; e poi avevan mozzati tutti i rami, così che rimanevano nudi, lunghi e sottili, da non riconoscerli nemmeno più. E poi erano caricati sui barocci, e i cavalli li trascinavano fuori dal bosco. Dove andavano? che destino li aspettava?
A primavera, quando venivano le rondini e la cicogna, l’alberello domandava loro: “Sapete dove li abbiano portati? Non li avete incontrati per via?”
Le rondini nulla ne sapevano; ma la cicogna, fatta pensosa, scrollava il capo e diceva:
“Sì, credo di saperne qualche cosa. Ho incontrato molti bastimenti nuovi, tornando dall’Egitto; e i bastimenti avevano certi alberi alti… M’immagino che fossero quelli. Odoravano di pino. Posso darti la mia parola ch’erano maestosi, molto maestosi.”
“Oh, se fossi grande abbastanza da andar per mare! Che roba è questo mare? A che somiglia?”
“Sarebbe troppo lungo a spiegare…” – e la cicogna se ne andava per i fatti suoi.
“Godi la tua gioventù,” – dicevano i raggi di sole: “Rallegrati della tua nuova altezza, della vita giovanile che è dentro di te.”
E il vento baciava l’alberello, e la rugiada lo bagnava di lacrime; ma il piccolo abete non comprendeva.
All’avvicinarsi del Natale, furono tagliati certi abeti giovani giovani, taluni anche più giovani e più bassi del nostro alberello, il quale era in continua agitazione, dalla gran voglia che aveva di andarsene. Questi piccoli alberi, ed erano per l’appunto i più belli, si caricavano intatti, con tutti i loro rami, sopra i barocci, per portarli fuori del bosco.
“Ma dove vanno tutti?” – domandava l’abete: “Non sono più alti di me; uno, anzi, era molto più piccino. E perchè a questi non tagliano i rami? Dove li portano?”
“Noi sì, che lo sappiamo! Noi sì, noi sì!” – pigolarono i passeri. “Laggiù, in città, noi guardiamo dentro dalle finestre. Noi sì, sappiamo dove li portano, noi sì! Oh bisogna vedere come li rivestono, con che lusso, con che splendore! Abbiamo guardato dentro dalle finestre, ed abbiamo veduto come li piantino nel mezzo della stanza calda e li adornino delle cose più belle – mele dorate, noci, dolci, balocchi, e centinaia e centinaia di candeline colorate.”
“E poi? e poi?” domandava l’abete, e tremava persino, dalla vetta alle radici, per la grande ansietà: “E poi? che cosa avviene poi?”
“Poi? non abbiamo veduto altro. Ah, ma era una bellezza!”
“Chi sa ch’io non sia destinato un giorno ad una simile gloria?” – gridò l’albero allegramente: “È ancora meglio che viaggiar per mare. Ah, che struggimento! Vorrei che fosse oggi Natale! Oramai sono grande e grosso come quelli che furono menati via l’anno passato. Ah, mi par mill’anni d’essere sul baroccio! Mi par mill’anni d’essere nella stanza calda, tra tutta quella pompa, tra quello splendore! E poi? Già, deve poi venire qualche cosa di più bello ancora: se no, perchè mi adornerebbero a quel modo? deve venire poi una grandezza, una gloria anche maggiore; ma quale? Oh, che struggimento, che struggimento! Non so nemmen io che cos’abbia per soffrire così!”
“Gioisci e contentati di noi!” – dicevano l’aria e il sole: “Rallegrati della tua fresca giovinezza nella foresta!”
Ma l’abete non si rallegrava punto: non faceva che crescere e crescere, inverno e estate, sempre più verde, d’un bel verde cupo. La gente diceva: “Che bell’albero!” – e, a Natale, fu tagliato prima di tutti gli altri. L’ascia andò profonda, sino al midollo, e l’albero cadde a terra con un sospiro; provava un dolore, una sensazione di sfinimento, non poteva davvero pensare a felicità: è così triste lasciare il posto dove si è nati e cresciuti… Sapeva che non avrebbe rivisti mai più i vecchi compagni, i piccoli cespugli ed i fiori ch’erano lì attorno – nemmeno gli uccelli, forse… Ah, il distacco fu tutt’altro che lieto!
L’albero non tornò in sè che quando fu scaricato in un cortile insieme con molti altri, e sentì dire:
“Questo sì, ch’è magnifico: non voglio vederne altri. Prendiamo questo.”
Vennero due domestici in livrea gallonata, e portarono l’albero in una grande splendida sala. Le pareti erano tutte coperte di quadri, e presso una enorme stufa stavano due vasi della Cina con due leoni dorati sul coperchio: c’erano due poltrone a dondolo, e divani di broccato, e grandi tavole cariche di bei libri con le figure; e balocchi che valevano cento volte cento lire – almeno, così dicevano i bambini. E l’abete fu posto in un grande mastello pieno di sabbia; ma nessuno avrebbe detto che fosse un mastello, perchè era stato ricoperto di stoffa verde, e collocato nel mezzo d’un bel tappeto a colori. Ah, come tremava, ora, il nostro abete! Che sarebbe accaduto? I domestici, ed anche le signorine di casa, incominciarono ad ornarlo. Ad un ramo appesero tante piccole reti intagliate nella carta colorata, ed ogni rete era piena di dolci; noci e mele dorate pendevano qua e là, che parevano nate sull’albero; e più di cento candeline, bianche, rosse e verdi, erano attaccate ai rami. Bambole, che sembravan vive – l’abete non ne aveva mai vedute, di simili, prima d’allora, – si dondolavano tra mezzo al fogliame; e su in alto, sulla vetta dell’albero, era inchiodata una stella di similoro. Insomma, una bellezza, come non se ne vedono.
“Questa sera,” – dicevan tutti: “Questa sera ha da esser bello, tutto illuminato!”
“Ah!” – pensava l’albero: “Mi par mill’anni che venga sera, e che i lumicini sien tutti accesi! Quando sarà? Son curioso di sapere se gli alberi verranno dal bosco per vedermi! E i passeri? Chi sa se voleranno contro ai vetri delle finestre? Chi sa come crescerò, qui, tutto adorno così, estate e inverno!”
Sì, l’aveva per l’appunto inzeccata! Ma, a forza di allungare la vetta e di struggersi dal desiderio, s’era buscato un fortissimo mal di tronco; ed il mal di tronco è cattivo per gli alberi, come il mal di capo per gli uomini.
Finalmente le candeline furono accese. Che luccichìo! Che bellezza! L’albero tremava tanto, per tutti i rami, che una delle candele appiccò il fuoco ad un ramoscello verde, il quale n’ebbe una buona sbucciatura.
“Per amor di Dio!” – gridarono le signorine, e si precipitarono a spegnere il fuoco.
Ora l’albero non osava più nemmeno tremare. Ah, che spavento! Stava fermo fermo per non dar fuoco a qualcuno de’ suoi bei gingilli… E poi, tutti quei lumi lo stordivano. In quella le porte del salotto furono spalancate, ed una frotta di bimbi irruppe correndo, come se volessero rovesciare l’albero ed ogni cosa: i grandi li seguirono, con più calma. I piccini rimasero muti, a bocca aperta… oh, ma per un minuto soltanto: poi, principiarono a fare un chiasso così indiavolato, che la stanza ne rimbombava; e si misero a ballare rumorosamente intorno all’albero, e tutti i regali furono colti dai rami, uno dopo l’altro.
“Che fanno?” – pensava l’albero: “Ed ora, che cosa accadrà?”
Le candele andavano consumandosi, e quando erano tutte bruciate, sino al ramo, si spegnevano. Dopo che furono spente, fu permesso ai bambini di spogliare l’albero. Ah, ci si avventarono sopra con una furia, che tutti i rami scricchiolarono. Se la vetta non fosse stata assicurata al soffitto per mezzo della stellina di similoro, sarebbe certo caduto a terra.
I bambini ballavano per la stanza con i bei balocchi nuovi. Nessuno guardava più l’albero, all’infuori della vecchia bambinaia, che gli si accostò e spiò tra i rami; ma soltanto per vedere se mai un fico od una mela vi fosse rimasta dimenticata.
“Una novella! una novella!” – gridarono i bambini, e strascinavano verso l’albero un piccolo signore grasso; ed egli vi si sedette sotto: “Così saremo in un bel bosco verde,” – disse; “e l’albero avrà la fortuna di sentire la novella. Ma non ve ne posso raccontare che una sola. Volete quella di Ivede-Avede, oppure quella di Zucchettino-Durettino, che cadde giù dallo scalino, ma poi tornò su, e fu rimesso in onore e sposò la Principessa?”
“Ivede-Avede!” – gridarono alcuni. “Zucchettino-Durettino!” – urlarono gli altri; e ci furono strilli e ci furono anche pianti. L’abete solo rimaneva zitto zitto e pensava: “O io? Che non ci abbia ad entrare?” Ma egli aveva avuto la sua parte nei divertimenti della serata, ed aveva dato, oramai, quello che da lui si voleva.
E il signore grasso raccontò di Zucchettino, che era caduto giù dallo scalino, ma poi era salito ai più alti onori ed aveva sposato la Principessa. E i bambini batterono le mani e gridarono: “Un’altra! un’altra! Raccontane un’altra!” perchè ora volevano la novella di Ivede-Avede; ma dovettero accontentarsi di quella di Zucchettino. L’abete se ne stava zitto zitto, tutto pensieroso: mai gli uccelli del bosco avevano raccontato una storia simile. “Zucchettino era caduto, e pure era tornato in onore, ed aveva sposato la Principessa! Sì, così accade nel mondo!” – pensava l’abete, e credeva che fosse tutto vero verissimo: quegli che aveva raccontato la storia era un signore così per bene!… “Dopo tutto, chi può dire mai nulla? Forse che anch’io cadrò, e poi sposerò una Principessa!” Ed in tanto si rallegrava tutto al pensiero d’essere adornato di nuovo, la sera dopo, con tanti lumicini e tanti balocchi, e frutta e lustrini: “Domani non tremerò mica più!” – pensava: “Sarò, in vece, tutto felice del mio splendore. Domani, sentirò di nuovo la storia di Zucchettino-Durettino, e forse, chi sa? imparerò anche quell’altra, di Ivede-Avede…”
E l’albero rimase fermo tutta la notte, a pensare.
La mattina entrarono i domestici e la cameriera.
“Ecco che ora ricomincia il mio splendore!” – pensò l’albero. Ma, in vece, fu portato fuori del salotto, e su per la scala, sin nel solaio, in un angolo buio, dove nemmeno arrivava un raggio di sole.
“Che significa questa faccenda?” – pensò l’albero: “Che vogliono che faccia qui ? Ed ora, che cosa accadrà?”
E si appoggiò al muro, e stette lì a pensare, a pensare. E tempo n’ebbe sin troppo, perchè passarono i giorni e le notti, e mai che venisse alcuno; e quando finalmente uno capitò, non fu se non per deporre in un angolo certe grandi casse. Così l’albero rimaneva ora del tutto nascosto: probabilmente, lo avevano dimenticato.
“Fuori è inverno, ora” – pensava l’albero: “la terra è dura e coperta di neve, e non potrebbero piantarmi; sarà per questo che mi tengono qui al riparo sin che non torni la primavera. Quanti riguardi! Che buona gente! Ah, se non fosse questo buio e questa terribile solitudine!…. Mai che si veda nemmeno un leprattino! Era bello, però, il bosco, quando c’era la neve alta, e la lepre passava correndo; sì, anche quando mi passava sopra d’un salto… Allora, mi faceva arrabbiare… Che malinconia in questa solitudine!”
“Piip, piip!” – disse a un tratto un topolino, e fece qualche passo avanti; e poi ne venne subito un altro, piccolino piccolino. Fiutarono l’abete, e si ficcarono tra mezzo ai rami.
“Fa tanto freddo…” – dissero i due topolini: “Se non fosse freddo, si starebbe abbastanza comodi quassù; non le pare, vecchio abete?”
“Non son punto vecchio,” – disse l’abete: “Ce ne sono molti e molti più vecchi di me.”
“Di dove viene?” – domandarono i topolini “E che nuove porta?” (Erano terribilmente curiosi.) “Ci racconti, la prego, del più bel paese del mondo. C’è stato lei? È stato nella dispensa, dove ci sono i formaggi sopra gli scaffali, e i prosciutti pendono dalla travatura, dove si può ballare sui pacchi di candele, dove si va dentro magri e si esce grassi grassi?”
“Non conosco questo paese;” – rispose l’abete: “Ma conosco il bosco, dove il sole splende e gli uccelli cantano.”
E allora raccontò del tempo della sua giovinezza.
I topolini, che non avevano mai udito nulla di simile, stavano attenti; poi dissero: “Quante cose ha vedute lei, signor abete, e come dev’essere stato felice!”
“Io?” – esclamò l’abete, e ripensò a tutto quello che aveva raccontato: “Sì, davvero che quelli erano tempi felici!” Ma poi raccontò della sera di Natale, quand’era tutto carico di dolci e di candeline.
“Oh!” – disse il topo più piccino: “Come dev’essere stato felice lei, nonno abete!”
“Ma non sono nonno, non sono vecchio io!” – disse l’abete: “Sono uscito dal bosco appena quest’inverno. Sono nel fiore dell’età; gli è soltanto che sono cresciuto un po’ in fretta.”
“Che magnifiche novelle sa raccontare lei!” – disse il topolino.
E la notte dopo, vennero con altri quattro topolini a sentire quello che l’albero sapeva raccontare così bene; e più raccontava, e più chiaro gli si riaffacciava il ricordo di tutto, e pensava: “Quelli erano tempi lieti! Ma possono tornare. Anche Zucchettino-Durettino cadde dallo scalino, ma poi sposò la Principessina.” E allora l’abete ripensò ad una graziosa betulla, che cresceva nella foresta; per l’abete, quell’alberella era una vera Principessa.
“Chi è Zucchettino-Durettino?” – domandò il topo più piccolo.
L’abete gliene raccontò tutta la storia. La ricordava parola per parola; e i topolini, dalla gioia, per poco non gli saltarono sino in vetta. La notte dopo, vennero addirittura in frotta; e la domenica comparvero persino due ratti; ma questi dissero che la storia non era bella, e ai topolini ciò rincrebbe, perchè ora non piaceva più tanto nemmeno a loro.
“Non ne sa altre, novelle?” – domandarono i ratti.
“Non so che questa;” – rispose l’albero: “La udii nella più bella serata della mia vita: non sapevo, allora, quanto fossi felice.”
“È una storia molto meschina. Non ne sa una di prosciutti e di candele di sego? non sa storielle di dispensa?”
“No,” – disse l’albero.
“E allora, servi devoti!” – dissero i ratti; e tornarono alle loro famiglie. Anche i topolini alla fine se ne andarono; e l’abete sospirò, e disse:
“Era bello, però, quando mi stavano tutti attorno, quei cari topolini così allegri, ed ascoltavano i miei racconti. Ora, è finita anche questa. Ma mi ricorderò di essere contento quando mi levano di qui”.
Quando lo levarono? Mah! Fu una mattina che la gente di casa venne su a frugare per tutto il solaio: le grandi casse furono scostate, e l’albero fu scovato fuori: veramente, lo buttarono a terra con certo mal garbo; ma poi un domestico lo strascinò subito sulla scala, alla luce del giorno.
“Ah! la vita ricomincia!” – pensò l’abete.
Sentì la prima aria fresca, i primi raggi di sole, e si trovò fuori, in un cortile. Tutto ciò era accaduto così rapidamente, che l’albero aveva dimenticato di guardare a se stesso: c’era tanto da guardare intorno a lui!… Il cortile confinava con un giardino; e nel giardino, tutto era in fiore: le rose pendevano fresche e profumate al disopra del piccolo steccato; i gigli erano in piena fioritura, e le rondini gridavano “Videvit! Videvit! Viene mio marito-marit!” Ma non intendevano già con questo di parlare dell’abete.
“Ora sì, che vivrò!” – disse l’abete tutto allegro, e distese un po’ più le braccia… Ma, ahimè! Erano tutte secche e gialle; ed egli si vide buttato là, in un angolo, tra le ortiche e le male erbacce. Sulla vetta aveva ancora la stella di similoro, che scintillava al sole.
Nel cortile giocavano due di quegli allegri fanciulli che avevano ballato intorno all’albero la sera di Natale, e lo avevano tanto ammirato. Il più piccino corse a strappargli la stellina dorata.
“Guarda che cosa c’è attaccato a quel brutto alberaccio!” – disse il bambino; e calpestò le rame, che scricchiolarono sotto alle sue scarpette.
L’albero guardò a tutti i fiori lussureggianti, a tutti gli splendori del giardino, e poi guardò a se stesso, e gli dolse di non essere rimasto nell’angolo buio del solaio: ripensò alla sua fresca giovinezza nel bosco; alla lieta notte di Natale; ai topolini, che avevano ascoltato con tanto piacere la novella di Zucchettino.
“È finita! è finita!” – disse il vecchio albero: “Almeno avessi goduto quando potevo! È finita, finita, finita!”
Venne un domestico, segò l’albero in pezzi, e ne fece una fascina. La fascina mandò una bella fiamma sotto la caldaia che bolliva, e sospirò profondamente; ed ogni sospiro era come un lieve scoppiettìo. I bambini, che giocavano lì attorno, corsero a mettersi dinanzi al fuoco; e guardavano, e facevano: “Puff Puff!” Ma ad ognuno di quegli scoppiettii, che era un profondo sospiro, l’albero pensava ad una bella giornata d’estate nel bosco, o ad una notte d’inverno, quando le stelle scintillavano sopra gli abeti; pensava alla sera di Natale ed alla novella di Zucchettino, l’unica novella che avesse mai sentita, l’unica che avesse mai saputo raccontare… E finalmente, l’abete fu tutto finito di bruciare.
Poco dopo i bambini giocavano nel giardino, ed il più piccolo aveva appuntata sul petto una stella dorata, proprio quella che l’abete aveva portata nella più bella serata della sua vita. Era finita, ora: finita la vita dell’albero, e finita anche la novella: finita, finita, finita, come accade di tutte le novelle.

Hans Christian Andersen – La piccina dei fiammiferi

Faceva un freddo terribile, nevicava e calava la sera – l’ultima sera dell’anno, per l’appunto, la sera di San Silvestro. In quel freddo, in quel buio, una povera bambinetta girava per le vie, a capo scoperto, a piedi nudi. Veramente, quand’era uscita di casa, aveva certe babbucce; ma a che le eran servite? Erano grandi grandi – prima erano appartenute a sua madre, – e così larghe e sgangherate, che la bimba le aveva perdute, traversando in fretta la via, per iscansare due carrozze, che s’incrociavano con tanta furia… Una non s’era più trovata, e l’altra se l’era presa un monello, dicendo che ne avrebbe fatto una culla per il suo primo figliuolo.
E così la bambina camminava coi piccoli piedi nudi, fatti rossi e turchini dal freddo: aveva nel vecchio grembiale una quantità di fiammiferi, e ne teneva in mano un pacchetto. In tutta la giornata, non era riuscita a venderne uno; nessuno le aveva dato un soldo; aveva tanta fame, tanto freddo, e un visetto patito e sgomento, povera creaturina… I fiocchi di neve le cadevano sui lunghi capelli biondi, sparsi in bei riccioli sul collo; ma essa non pensava davvero ai riccioli! Tutte le finestre scintillavano di lumi; per le strade si spandeva un buon odorino d’arrosto; era la vigilia del capo d’anno: a questo pensava.
Nell’angolo formato da due case, di cui l’una sporgeva innanzi sulla strada, sedette abbandonandosi, rannicchiandosi tutta, tirandosi sotto le povere gambine. Il freddo la prendeva sempre più, ma non osava tornare a casa: riportava tutti i fiammiferi e nemmeno un soldino. Il babbo l’avrebbe certo picchiata; e, del resto, forse che non faceva freddo anche a casa? Abitavano proprio sotto il tetto, ed il vento ci soffiava tagliente, sebbene le fessure più larghe fossero turate, alla meglio, con paglia e cenci. Le sue manine erano quasi morte dal freddo. Ah, quanto bene le avrebbe fatto un piccolo fiammifero! Se si arrischiasse a cavarne uno dallo scatolino, ed a strofinarlo sul muro per riscaldarsi le dita… Ne cavò uno, e trracc! Come scoppiettò! come bruciò! Mandò una fiamma calda e chiara come una piccola candela, quando la parò con la manina. Che strana luce! Pareva alla piccina d’essere seduta dinanzi ad una grande stufa di ferro, con le borchie e il coperchio di ottone lucido: il fuoco ardeva così allegramente, e riscaldava così bene!… La piccina allungava già le gambe, per riscaldare anche quelle… ma la fiamma si spense, la stufa scomparve, – ed ella si ritrovò là seduta, con un pezzettino di fiammifero bruciato tra le mani.
Ne accese un altro: anche questo bruciò, rischiarò e il muro, nel punto in cui la luce batteva, divenne trasparente come un velo. La bambina vide proprio dentro nella stanza, dove la tavola era apparecchiata, con una bella tovaglia d’una bianchezza abbagliante, e con finissime porcellane; nel mezzo della tavola, l’oca arrostita fumava, tutta ripiena di mele cotte e di prugne. Il più bello poi fu che l’oca stessa balzò fuor del piatto, e, col trinciante ed il forchettone piantati nel dorso, si diede ad arrancare per la stanza, dirigendosi proprio verso la povera bambina… Ma il fiammifero si spense, e non si vide più che il muro opaco e freddo.
Accese un terzo fiammifero. La piccolina si trovò sotto ad un magnifico albero, ancora più grande e meglio ornato di quello che aveva veduto, a traverso ai vetri dell’uscio, nella casa del ricco negoziante, la sera di Natale. Migliaia di lumi scintillavano tra i verdi rami, e certe figure colorate, come quelle che si vedono esposte nelle mostre dei negozii, guardavano la piccina. Ella stese le mani… e il fiammifero si spense. I lumicini di Natale volarono su in alto, sempre più in alto; ed ella si avvide allora ch’erano le stelle lucenti. Una stella cadde, e segnò una lunga striscia di luce sul fondo oscuro del cielo.
“Qualcuno muore!” – disse la piccola, perchè la sua vecchia nonna (l’unica persona al mondo che l’avesse trattata amorevolmente, – ma ora anche essa era morta,) la sua vecchia nonna le aveva detto: “Quando una stella cade, un’anima sale a Dio.”
Strofinò contro il muro un altro fiammifero, che mandò un grande chiarore all’intorno; ed in quel chiarore la vecchia nonna apparve, tutta raggiante, e mite, e buona…
“Oh, nonna!” – gridò la piccolina: “Prendimi con te! So che tu sparisci, appena la fiammella si spegne, come sono spariti la bella stufa calda, l’arrosto fumante, e il grande albero di Natale!” – Presto presto, accese tutti insieme i fiammiferi che ancora rimanevano nella scatolina: voleva trattenere la nonna. I fiammiferi diedero tanta luce, che nemmeno di pieno giorno è così chiaro: la nonna non era stata mai così bella, così grande… Ella prese la bambina tra le braccia, ed insieme volarono su, verso lo Splendore e la Gioia, su, in alto, in alto, dove non c’è più fame, nè freddo, nè angustia, – e giunsero presso Dio.
Ma nell’angolo tra le due case, allo spuntare della fredda alba, fu veduta la piccina, con le gotine rosse ed il sorriso sulle labbra, – morta assiderata nell’ultima notte del vecchio anno. La prima alba dell’anno nuovo passò sopra il cadaverino, disteso là, con le scatole dei fiammiferi, di cui una era quasi tutta bruciata. “Ha cercato di scaldarsi…” – dissero. Ma nessuno seppe tutte le belle cose che aveva vedute; nessuno seppe tra quanta luce era entrata, con la vecchia nonna, nella gioia della nuova Alba.

Hans Christian Andersen – Märchen für Kinder

EText-No. 19163
Title: Märchen für Kinder
Author: Andersen, H. C. (Hans Christian), 1805-1875
Language: German
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EText-No. 19163
Title: Märchen für Kinder
Author: Andersen, H. C. (Hans Christian), 1805-1875
Language: German
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EText-No. 19163
Title: Märchen für Kinder
Author: Andersen, H. C. (Hans Christian), 1805-1875
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EText-No. 19163
Title: Märchen für Kinder
Author: Andersen, H. C. (Hans Christian), 1805-1875
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EText-No. 19163
Title: Märchen für Kinder
Author: Andersen, H. C. (Hans Christian), 1805-1875
Language: German
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EText-No. 19163
Title: Märchen für Kinder
Author: Andersen, H. C. (Hans Christian), 1805-1875
Language: German
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Hans Christian Andersen – La sirenetta

Lontano lontano, in alto mare, l’acqua è azzurra come i petali del più bel fiordaliso, e limpida come il più puro cristallo. Ma è molto profonda, più profonda di ogni scandaglio; bisognerebbe mettere molti e molti campanili l’uno sopra l’altro per arrivare dal fondo sino alla superficie dell’acqua. E laggiù, nel fondo, vive la gente del mare.
Ma non dovete già credere che laggiù non ci sia altro che la nuda sabbia; no, là crescono le più strane piante, dal fusto, dal fogliame così flessibile, che si agitano al più lieve moto dell’acqua, come se fossero vive; e tutti i pesci, grandi e piccini, guizzano tra i rami come da noi fanno gli uccelli tra gli alberi. Nel gorgo più profondo, c’è il castello del Re del mare: le muraglie sono di corallo e le alte finestre gotiche della più chiara ambra; il tetto è formato di conchiglie, che si aprono e si chiudono secondo la marea. E fanno un effetto bellissimo, perchè in ogni conchiglia ci sono perle così lucenti, che una sola basterebbe a dar pregio alla corona d’una regina.
Il Re del mare era allora vedovo da molti anni e gli governava la casa la sua vecchia mamma; brava donna, ma superba della propria posizione, tanto che portava dodici ostriche attaccate alla coda, mentre agli altri grandi della corte non era concesso di portarne che sei. Eccettuata questa debolezza, era degna del resto di tutto il rispetto, specialmente per il gran bene che voleva alle sue nipotine. Le Principesse del mare erano sei belle bambine; la più giovane, però, era la più bella di tutte; aveva la pelle chiara e liscia come le foglie di rosa, e gli occhi azzurri come il mare più profondo; ma, al pari di tutte le altre, non aveva piedi, perchè il corpo finiva in una coda di pesce.
Tutta la giornata potevano giocare nel castello, giù negli ampii vestiboli, dove i fiori vivi spuntavano dalle pareti. Le grandi finestre d’ambra erano aperte, e i pesci entravano nuotando, proprio come fanno le rondini da noi, che volano dentro per le finestre aperte; ma i pesci andavano difilati alle Principesse, prendevano il cibo dalle loro mani, e si lasciavano accarezzare.
Davanti al castello, c’era un grande giardino, con bei fiori d’un rosso acceso o del turchino più cupo; le frutta rilucevano come l’oro, i fiori parevan fiamme di fuoco; e agitavano di continuo gli steli ed il fogliame. Il terreno stesso era di finissima sabbia, ma azzurrognola, come la fiamma dello zolfo. Una curiosa luce azzurra era diffusa per tutto; ci si sarebbe creduti più tosto su nell’aria, con la volta del cielo al disopra e all’intorno, che in fondo al mare. Quando l’acqua era calma, si poteva vedere il sole: pareva un fiore purpureo, e tutta la luce pareva venir dal suo calice.
Ciascuna delle piccole Principesse aveva nel giardino il suo pezzettino di terra, dove poteva zappare e piantare a suo piacimento. L’una dava alla propria aiuola la forma d’una balena; l’altra quella di una sirenetta; ma la più giovane faceva sempre la sua tutta rotonda, come il sole, e i suoi fiori erano rossi e splendenti, come il sole appunto. Era una strana bambina, quieta e pensosa; e mentre le sorelle si adornavano di tutte le belle cose avute in dono in occasione del naufragio di qualche bastimento, essa non si curava d’altro che de’ suoi fiori rossi come il sole; nè altro mai aveva voluto che una squisita statua di marmo. Questa statua rappresentava un bellissimo fanciullo, scolpito nel più puro marmo bianco, ed era colata a fondo da una nave naufragata. La Principessina aveva piantato un roseo salice piangente presso alla statua; l’albero era cresciuto a meraviglia, ed i freschi suoi rami pendevano sopra la statua verso l’azzurro terreno sabbioso, dove l’ombra appariva violacea, e si agitava di continuo come i rami stessi: sembrava che l’estremità dei rami e le radici giocassero insieme e volessero baciarsi.
Non v’era per la sirenetta maggior piacere che l’udir raccontare del mondo degli uomini, ch’era al di sopra dei mari. Bisognava che la vecchia nonna raccontasse tutto quel che sapeva, di navi e di città, di uomini e di animali. Le pareva sopra tutto meraviglioso che lassù, sulla terra, i fiori avessero profumo, perchè nel fondo del mare non sentivan di nulla; e che gli alberi fossero verdi, e che i pesci, lassù, tra gli alberi, sapessero cantare così forte e così dolcemente, ch’era una gioia lo starli a sentire. Quelli che la nonna chiamava pesci, erano uccellini; ma, se avesse detto altrimenti, la Principessa non avrebbe potuto comprenderla, perchè in vita sua non aveva mai veduto un uccello.
“Quando avrete quindici anni,” – diceva la nonna, “vi sarà concesso di andar su, sino a fior d’acqua, e di uscir dal mare, e di sedervi sulle roccie al chiaro di luna, a veder passare i grandi bastimenti. Allora vedrete foreste e città!”
L’anno dopo, una delle sorelle compì quindici anni; ma le altre cinque avevano un anno di distanza tra loro; sicché alla più piccina toccava ancora aspettare cinque anni buoni prima di poter salire su dal fondo del mare a vedere che faccia avesse il nostro mondo. La maggiore, però, promise di raccontare alle altre quel che avrebbe veduto, e quello che le sarebbe sembrato più bello di tutto nel primo giorno del suo viaggio; perchè la nonna non diceva mai abbastanza, e tante cose ancora avrebbero voluto sapere!…
La più curiosa di tutte in proposito era la più giovane, – quella appunto che aveva maggior tempo da aspettare, e ch’era sempre così tranquilla e riflessiva. Per notti e notti, se ne stava presso la finestra aperta, guardando su, a traverso alla cupa acqua azzurrina, i pesci che sbattevano le pinne e la coda. Poteva scorgere anche la luna e le stelle: certo, mandavano una luce molto debole; ma a traverso all’acqua sembravano molto più grandi di quello che appariscano ai nostri occhi; e se ogni tanto le oscurava come una nuvola nera, la Principessina sapeva ch’era una balena, che passava al di sopra del suo capo, o, forse, una nave piena d’uomini. Nè quegli uomini pensavano certo che una bella sirenetta di laggiù tendesse le bianche braccia verso la chiglia della loro nave.
Ora, dunque, la maggiore delle Principesse aveva quindici anni, e potè salire alla superficie dell’acqua.
Quando tornò, aveva cento cose da raccontare; ma il più bello di tutto, diceva, era starsene sdraiata al chiaro di luna su un banco di sabbia nel mare immobile, guardando la grande città della costa vicina, dove i lumi palpitavano come cento stelline, ascoltando la musica, e i romori, e il frastuono delle carrozze, e il brusìo degli uomini, osservando tutti quei mille campanili e sentendone sonar le campane. Appunto perchè a quelle non sarebbe mai potuta arrivare, se ne struggeva più che di tutto il resto.
Ah, come la sorellina minore stava ad ascoltarla! E dopo, quand’era alla finestra aperta, e guardava su a traverso l’acqua cupa, pensava alla grande città, con tutto quel movimento, con tutto quel frastuono; e immaginava di udire il rintocco delle campane, che giungesse fino laggiù, nell’abisso dov’ella stava.
L’anno seguente fu concesso alla seconda sorella di salir su a fior d’acqua e di andar nuotando ove più le piacesse. Salì proprio mentre il sole tramontava; e quello spettacolo, disse, fu il più bello di tutto. Il cielo pareva d’oro, raccontò poi, e quanto alle nuvole, mai sarebbe riuscita a dare un’idea della loro bellezza. Fuggivano sopra il suo capo, colorite di porpora e di viola; ma, più rapido ancora delle nuvole, fuggiva uno stormo di cigni selvatici, come un lungo velo candido che corresse sull’acqua verso il sole morente. E aveva nuotato dietro ad essi; ma il sole era calato ad un tratto e col sole erano scomparse le rosee sfumature dal mare e dalle nubi.
L’anno dopo toccò alla terza sorella. Era la più coraggiosa di tutte, e perciò risalì a nuoto un largo fiume, che andava a sboccare nel mare. Vide magnifici poggi coperti di vigne; e palazzi e castelli che spuntavano qua e là di tra splendidi boschi: e sentì cantare ogni sorta di uccelli. Il sole ardeva così, ch’essa aveva dovuto tuffarsi per un poco sott’acqua, per rinfrescarsi il viso accaldato. In una piccola baia, vide tutto uno stormo di piccoli mortali. Erano completamente nudi e diguazzavano nell’acqua; e quando aveva voluto giocare con essi, s’erano messi a fuggire, tutti impauriti; ed allora era venuto un piccolo animale nero… (era un cane, ma essa non ne aveva veduti mai) e le aveva abbaiato così terribilmente, che si era spaventata alla sua volta, ed aveva cercato refugio verso il mare aperto. Ma non poteva scordare i magnifici boschi, i verdi colli, e i bei fanciulli, che sapevano nuotare pur non avendo la coda di pesce.
La quarta sorella non era tanto coraggiosa; era rimasta fuori, in alto mare, ed aveva poi dichiarato che il più bello era là. Si poteva spingere lo sguardo per miglia e miglia all’intorno, ed il cielo sembrava una grande campana di cristallo. Aveva veduto alcune navi, ma solo in grande lontananza: sembravano gabbiani; e quei matti dei delfini facevano le capriole, e le enormi balene buttavano acqua dalle narici, sì che pareva d’essere in mezzo a cento e cento fontane.
Poi giunse la volta della quinta sorella. Il suo natalizio veniva d’inverno, e così ella vide quello che le altre non avevano ancora potuto vedere. Il mare era tutto verde, e grandi blocchi di ghiaccio andavano galleggiando qua e là: ognuno di quei blocchi pareva una perla, diceva, e pure era molto più grande dei campanili e delle cattedrali edificate dagli uomini: avevano le più strane forme, e rilucevano come diamanti. Si era persino seduta sul più grande di tutti, ed aveva lasciato che il vento scherzasse con i suoi lunghi capelli, mentre i bastimenti le passavano dinanzi veleggiando, rapidi come freccie. Ma verso sera il cielo era divenuto tutto nero: che tuoni! che lampi! Le onde nere nere sollevavano il grande blocco di ghiaccio, sin che scintillasse su alto, nel sinistro chiarore. Su tutte le navi, le vele erano ammainate, e in tutte era spavento e angoscia. Ma essa se ne stava tranquilla sul suo blocco galleggiante, guardando i serpeggiamenti azzurrini delle saette, che guizzando cadevano nel mare.
Ciascuna delle sorelle, quando saliva per la prima volta alla superficie delle acque, era entusiasta del nuovo, magnifico spettacolo. Ma poi quando, fatte grandi, avevano il permesso di andare dove volevano, tutto ciò diveniva loro indifferente: non desideravano più che di tornarsene, e dopo un mese di tempo, finivano per conchiudere che giù sotto era più bello che da per tutto, e che in nessun luogo si stava così bene come a casa.
Molte volte, la sera, le cinque sorelle si prendevano tutte per mano e salivano così in fila alla superficie delle acque. Avevano voci magnifiche, più armoniose di quelle d’alcun mortale; e quando la tempesta si avvicinava, ed esse prevedevano che qualche nave sarebbe colata a picco, si mettevano a nuotare dinanzi la prora, cantando dolcissime canzoni, nelle quali si diceva quanto fosse bello giù, nel fondo del mare, e si esortavano i marinai a non aver paura di scendere. Ma i marinai non potevano comprendere le parole, e credevano che fosse il soffio della bufera; e non vedevano tutti quegli splendori dell’abisso, perchè quando il bastimento affondava, annegavano, e allora arrivavano soltanto cadaveri al palazzo del Re dei mari.
Quando le sorelle maggiori salivano a fior d’acqua, la sera, tenendosi per mano, la più giovane rimaneva soletta a guardar loro dietro; e le veniva una gran voglia di piangere; ma le sirenette non hanno lacrime, e per ciò soffrono molto più intensamente.
“Ah, se avessi quindici anni!…” – diceva: “So già che vorrò un gran bene al mondo di lassù ed agli uomini che ci vivono.”
Finalmente compì davvero i quindici anni.
“Vedi, come ti sei fatta grande!” – disse la nonna, la vecchia Regina Madre: “Vieni, lascia che ti adorni come le tue sorelle.”
Mise una ghirlanda di bianchi gigli tra i capelli della giovinetta; ma ogni giglio era per metà perla: e la vecchia signora permise che otto ostriche si attaccassero alla coda della Principessa, a far fede della sua alta posizione.
“Ma fanno male!…” – disse la sirenetta.
“L’orgoglio ha sempre la sua pena!” – rispose la vecchia signora.
Oh, come sarebbe stata felice di scuotersi di dosso quelle noiose insegne del suo grado, e di metter da parte la pesante ghirlanda! Quanto avrebbe preferito i rossi fiori del suo giardinetto! Ma non c’era rimedio. “Addio!” – disse, e corse su, leggiera e pura come una bollicina d’aria, a traverso all’acqua.
Il sole era appena tramontato, quand’ella levò il capo dal mare; ma tutte le nubi erano ancora d’oro e di rosa; nel pallido cielo le stelle della sera luccicavano vivide e meravigliose; l’aria era mite e fresca; il mare, del tutto calmo. E c’era un grande bastimento a tre alberi, con una sola vela spiegata, perchè non tirava un alito di vento; e tutto all’ingiro, sulle sartie e sulle antenne, stavano i marinai. Sonavano e cantavano, e quando calò la sera, accesero centinaia di palloncini colorati, sì che sembrava che le bandiere di tutte le nazioni del mondo ondeggiassero nell’aria. La sirenetta nuotò subito verso la sala della nave, ed ogni volta che il mare la portava su, all’altezza dei finestrini, poteva vedere, a traverso al cristallo nitido e chiaro come specchio, molta gente vestita con grande pompa. Ma tra tutti spiccava il giovane Principe dagli occhi neri. Non poteva avere certo più di sedici anni; quel giorno era il suo natalizio, ed ecco il perchè di tutta quella festa. I marinai ballavano sopra coperta; e quando il Principe uscì dalla sala, cento razzi lavorati si alzarono per l’aria, facendo un chiarore come di giorno, così che la sirenetta diede un balzo impaurita, e si tuffò sott’acqua. Ma ben presto sporse di nuovo il capo, ed allora le parve che tutte le stelle del cielo le piovessero sopra. Non aveva mai veduto fuochi d’artifizio. C’erano grandi soli che buttavano fuoco tutto all’ingiro; magnifici pesci di fiamma che guizzavano per l’aria azzurrina; e tutto si rispecchiava nella limpida distesa azzurra del mare. Il bastimento, poi, ne era tutto illuminato per modo che se ne sarebbero potuti contare i cavi ad uno ad uno; e tanto meglio si potevano discernere quindi le persone. Com’era bello il giovane Principe! E stringeva la mano de’ suoi amici, e sorrideva, e la musica sonava nella notte incantevole.
Si era fatto tardi; ma la sirenetta non poteva staccare gli occhi dal bastimento e dal bellissimo Principe. I lampioncini colorati s’erano spenti a bordo, i razzi di fuoco s’erano spenti per l’aria, i cannoni non isparavano più; ma c’era un mormorìo, un brusìo profondo giù nel mare; ed essa si lasciava portare dall’acqua, beata se poteva dare qualche occhiata nella cabina. Il bastimento, intanto, filava spiegando ad una ad una le vele. E le onde, a mano a mano, si sollevavano sempre più alte; si avvicinavano certi nuvoloni neri, e in lontananza si vedeva un balenìo di lampi. Oh, la tempesta doveva essere terribile! I marinai incominciarono ad ammainare le vele. Il grande bastimento scivolava spedito sul mare tempestoso; le onde si alzavano come grandi montagne nere, pronte a rovesciarsi sugli alberi; ma, come un cigno, il bastimento si tuffava negli avvallamenti tra quelle onde smisurate, e poi si lasciava portar su di nuovo. Alla sirenetta pareva un bellissimo giuoco; ma per i marinai la cosa era differente. La nave gemeva e scricchiolava; alla fine i fianchi poderosi cedettero al terribile urto, e l’acqua irruppe nel bastimento: l’albero maestro si spezzò in due come un giunco; e la nave rimase coricata sul fianco, mentre l’acqua allagava la stiva. Allora la sirenetta conobbe il pericolo che l’equipaggio correva: ella stessa doveva badar bene a evitare le assi e i rottami della nave che galleggiavano tutt’intorno. Ora il buio era così fitto, che non si discerneva più nulla di nulla; i lampi ora mandavano tale chiarore, che si poteva scorgere benissimo ogni persona ch’era a bordo. Fra tutti, la sirenetta teneva d’occhio il giovane Principe, e quando la nave si squarciò, lo vide cadere in mare. Ne fu tutta contenta, perchè finalmente sarebbe venuto giù in fondo con lei. Ma poi rammentò che gli umani non vivono nell’acqua, e che prima di arrivare giù, al palazzo di suo padre, sarebbe probabilmente morto. No, non doveva morire. Ella si diede a nuotare, allora, tra le scheggie e le travi che ricoprivano la superficie dell’acqua, senza nemmeno pensare che una di esse avrebbe potuto ferirla. Si tuffava giù giù sotto l’acqua, poi ricompariva di nuovo, e a questo modo potè giungere vicino al Principe, il quale poco oramai avrebbe potuto durar a nuotare in quel mare burrascoso. Già si sentiva mancare, aveva già chiuso i bellissimi occhi, e sarebbe morto di sicuro, se la sirenetta non fosse venuta in suo aiuto. Ella gli sorresse il capo fuor dell’acqua, e lasciò poi che le onde li portassero tutti e due alla deriva.
Quando spuntò il giorno, la burrasca era finita. Della nave, neppure un frammento si vedeva più. Il sole sorgeva rosso infocato fuor dell’acqua, e pareva che i suoi raggi ridonassero un po’ di colore e di vita alle gote del Principe; ma gli occhi rimanevano chiusi. La sirenetta gli baciò la bella fronte ampia, e gli ravviò i capelli bagnati; le pareva ch’ei somigliasse alla statua di marmo del suo giardinetto: lo baciò di nuovo, e sperò che non avesse a morire.
Dinanzi ad essi, stava ora la terra ferma: alte montagne azzurrine, sulle cui vette luccicavano candidi nevai, come branchi di cigni dormenti; e più basso, sulla costa, splendide foreste verdeggianti. Un grande edifizio – forse una chiesa od un monastero – sorgeva là presso. Nel giardino, che gli si stendeva dinanzi, crescevano aranci e limoni, e grandi palme ondeggiavano al di sopra della cancellata. Colà il mare, calmo, ma molto profondo, formava una piccola baia. La sirenetta nuotò verso la rupe, dove l’onda aveva gettato la sabbia più candida; nuotò col bel Principe, e lo depose sulla sabbia, avendo cura di tenergli il capo sollevato contro ai raggi del sole caldo.
In quella, sonarono tutte le campane del grande edifizio bianco, e molte fanciulle uscirono nel giardino. La sirenetta nuotò allora un po’ discosto, tra certe pietre alte, sporgenti dall’acqua; si coperse di spuma il collo ed i capelli, così da rimanere celata, e stette a vedere se alcuno venisse in aiuto del povero Principe.
Poco dopo, una giovinetta venne da quella parte. Sembrò impaurirsi, ma solo per un momento, e subito corse a chiamare le altre. La sirenetta vide che il Principe riprendeva i sensi e sorrideva a quelli che gli stavano d’intorno. Ma a lei non diede un sorriso: nemmeno sapeva ch’era stata lei a salvarlo. Ed ella ne fu tutta triste, e quando l’ebbe veduto entrare nel grande edifizio, si tuffò nel mare profondo e tornò al castello del padre suo.
Era sempre stata mite e melanconica; tanto più ora. Le sorelle le domandarono che avesse veduto la prima volta ch’era salita a fior d’acqua; ma nulla essa volle raccontare.
Molte volte, al mattino e alla sera, era tornata la sirenetta al luogo dove avea lasciato il Principe. Aveva veduto maturare le frutta del giardino, e le aveva vedute cogliere; aveva veduto sciogliersi le nevi sulle alte montagne; ma non aveva mai riveduto il Principe; ed era tornata a casa ogni volta più sconsolata. Solo conforto le era lo starsene nel suo giardinetto, a contemplare la bella statua di marmo che rassomigliava al Principe; ma non aveva più cura de’ suoi fiori; li lasciava crescere come in uno sterpeto, sin nei sentieri, sin che intrecciarono i lunghi steli e le foglie coi rami degli alberi, così che dentro a tutto quel groviglio nemmeno la luce penetrava più.
Alla fine, non potè più durare, e raccontò tutto ad una delle sue sorelle; e così anche le altre vennero a risaperlo. Del resto, nessuno ne udì parola, all’infuori di poche altre sirene, che svelarono il secreto alle loro amiche più intime. Una di queste sapeva chi era il Principe; aveva assistito anch’essa alla festa a bordo della nave, e raccontò per filo e per segno di dove venisse e dove fosse il suo regno.
“Vieni, sorellina!” – dissero le altre Principesse; e si presero tutte per mano e andarono su, in lunga fila, al luogo dove sapevano ch’era il palazzo del Principe.
Il palazzo era costruito d’una specie di pietra gialla e lucente, con larghe gradinate di marmo, che scendevano sino al mare: lo coronavano splendide cupole dorate, e tra i colonnati, tutto intorno all’edifizio, si ergevano magnifiche statue di marmo, che parevano proprio vive. A traverso ai vetri tersissimi degli alti finestroni, si poteva vedere dentro alle sale, addobbate di stoffe preziose e di arazzi, e con le pareti coperte di affreschi così belli, ch’era un incanto starli a guardare. Nel mezzo della più grande di queste sale, c’era una immensa fontana; e il getto ne andava su alto, verso la volta di cristallo, da cui piovevano i raggi del sole sull’acqua e sulle bellissime piante che circondavano la vasca.
Ora la sirenetta sapeva dov’egli abitava; e molte sere e molte nottate passò in quelle acque. Nuotava molto più vicino a terra di quello che alcuna delle sue sorelle solesse mai avventurarsi; anzi, risaliva addirittura lo stretto canale, sotto allo splendido terrazzo di marmo, che proiettava la grande ombra sulle acque; e là se ne stava spiando il giovane Principe, il quale si credeva solo, al chiaro di luna.
Sovente, la sera, lo vedeva salpare, a suon di musica, nella sua barca dagli ondeggianti orifiammi; lo spiava di tra mezzo la verde giuncaia, e quando il vento agitava un lembo del suo lungo velo d’argento, se alcuno lo vedeva, lo credeva un grande cigno bianco, che spiegasse le ali.
Molte volte, la notte, quando i pescatori erano in mare con le torcie, sentiva dire un mondo di bene del giovane Principe; ed allora si rallegrava di avergli salvato la vita, quand’era abbandonato senza difesa alla furia delle onde; e rammentava com’egli avesse posato tranquillo il capo sulla spalla di lei, e come teneramente essa l’avesse baciato. Ma il Principe non ne sapeva nulla, e nemmeno poteva sognare di lei.
Incominciò ad amare più e più sempre la razza umana e a desiderare sempre più di poter vagare tra coloro che possedevano un mondo, a quanto le pareva, tanto più vasto del suo, perchè potevano correre il mare sulle navi, e salire gli alti monti sin al di sopra delle nubi, e le loro terre si stendevano, per boschi e per campi, ben più lontano di quanto i suoi occhi riuscissero a scorgere. Tante cose avrebbe voluto sapere… Ma le sorelle non potevano rispondere a tutte le sue domande, e perciò si rivolgeva alla vecchia nonna: la vecchia conosceva molto bene quel mondo, ch’essa chiamava “i paesi al di sopra dei mari.”
“Se uno non si affoga,” domandava la sirenetta “vive sempre allora? Non si muore lassù, come si muore qui da noi, nel mare?”
“Sì,” rispondeva la vecchia signora: “Anch’essi debbono morire; anzi, la loro vita è anche più breve della nostra. Noi possiamo arrivare fino ai trecento anni; ma quando cessiamo di esistere qui, siamo tramutate nelle spume vaganti sulla superficie del mare, e non abbiamo nemmeno una tomba, quaggiù, vicino a quelli che amiamo. Noi non abbiamo un’anima immortale; non abbiamo altra vita che questa, noi; siamo come le verdi alghe marine, le quali, una volta tagliate, non rifioriscono più. Gli uomini, in vece, hanno un’anima che vive sempre, che continua a vivere anche quando il corpo è divenuto polvere; e questa va su per l’aria tersa, sino in cielo, in mezzo allo scintillìo delle stelle! Come noi ci alziamo dalle acque, sino a contemplare tutti i paesi della terra, così si levano essi agli ignoti spazii gloriosi, che noi non possiamo mai vedere.”
“E perchè non fu data anche a noi un’anima immortale?” – domandava la sirenetta tutta dolente: “Darei volentieri tutte le centinaia d’anni che ho ancora da vivere, per divenire un essere umano, un giorno soltanto, e per aver la speranza di entrare anch’io nel regno dei cieli.”
“Non devi pensare a queste cose,” – replicava la vecchia signora: “Noi ci sentiamo molto più felici e molto migliori degli uomini di lassù.”
“Mi toccherà dunque morire, e divenire una spuma del mare, senza più sentire la musica delle onde, senza più vedere i bei fiori ed il sole infocato? Ma non potrei fare niente io, per conquistarmi un.’anima immortale?”
“No;” – rispose la nonna: “Solo se un uomo ti amasse tanto, che tu divenissi per lui più del padre e della madre; solo se egli si legasse a te con ogni suo pensiero e con tutto il suo amore, e volesse che un sacerdote mettesse la tua mano nella sua con una promessa di fedeltà, per la vita e per tutta l’eternità, allora un’anima pari alla sua sarebbe concessa al tuo corpo, e tu parteciperesti della felicità umana. Egli darebbe a te un’anima e pure non perderebbe la sua. Ma questo non può mai accadere. Ciò che da noi, nel mare, è reputato bellezza – la coda di pesce – parrebbe bruttissimo sulla terra. Non se ne intendono, vedi; lassù bisogna che uno abbia due goffi trampoli che lo sostengano, per esser giudicato bello.”
La sirenetta sospirò, guardandosi tristamente la coda di pesce.
“Su su, allegri!” – esclamò la vecchia signora: “Balliamo e guizziamo per questi trecent’anni che abbiamo da vivere. Mi par che bastino! e tanto meglio riposeremo poi. Questa sera la corte darà un ballo.”
Era una cosa stupenda, tale che sulla terra nemmeno si può averne idea. Le pareti e la volta della grande sala da ballo erano di cristallo grossissimo, ma trasparente. Parecchie centinaia di enormi conchiglie, rosee come le più belle rose, verdi come l’erba tenera, stavano ai due lati in lunghe file, e dentro v’erano accese certe fiammelle azzurrine, che illuminavano tutta la sala e risplendevano a traverso alle pareti, così che il mare all’intorno sembrava tutto fiammeggiare. Si potevano discernere tutti i pesci grandi e piccini, che venivano nuotando verso le muraglie di cristallo: alcuni avevano le scaglie di porpora, altri scintillavano d’oro e d’argento. Una larga corrente passava per mezzo della sala, ed in quell’acqua i cavalieri e le dame del mare ballavano a loro piacimento, seguendo il ritmo delle loro dolci canzoni. Non c’è confronto: la gente di terra non ha mai voci così belle. La sirenetta cantava più dolcemente di tutti, e tutta la corte applaudiva con le mani e con la coda; sì che per un momento essa si sentì lieta, in cuor suo, d’avere la più bella voce che fosse nel mare o sulla terra. Ma ben presto tornò a pensare al mondo al di sopra dei mari: non poteva dimenticare il bel Principe, nè il proprio dolore per non avere un’anima immortale come quella di lui. Sgusciò fuori dal palazzo di suo padre, e mentre tutto là dentro era gioia ed allegria, sedette melanconicamente nel suo giardinetto. Sentì echeggiare un lungo fischio a traverso le acque, e pensò: “Ecco che ora egli salpa forse lassù, nel suo bastimento, il bel Principe per cui mi struggo, e nella mano del quale vorrei mettere la felicità della mia vita. Sono pronta a tutto pur di conquistarmi il suo amore ed un’anima immortale. Mentre le mie sorelle danzano nella reggia, andrò dalla strega del mare, che mi faceva sempre tanta paura: forse ch’ella mi possa dare consiglio ed aiuto.”
Allora la sirenetta uscì dal giardino e andò al gorgo spumante, dietro al quale abitava la vecchia maga. Non aveva mai fatto quel viaggio. Non crescevano fiori colà, nè erbe marine: solo la grigia sabbia nuda si stendeva verso la voragine, dove l’acqua turbinava romoreggiando come la ruota d’un molino, strappando giù con sè nell’abisso tutto quanto potesse ghermire. Per arrivare ai dominii della strega, le toccò traversare la nebbia che circondava quei vortici tumultuosi, e per un buon tratto, non c’era altra via all’infuori di quella che passava sopra la gora di mota bollente, che la strega soleva chiamare il pantano delle corse. Dietro ad esso era la sua casa, in mezzo ad una singolare foresta, di cui tutti gli alberi ed i cespugli erano polipi, mezzo animali e mezzo piante. Sembravano serpenti dai cento capi, che crescessero fuor del terreno: tutti i rami erano lunghe braccia viscide, con dita flessibili come vermi, e tutto si moveva, tutto brulicava, a parte a parte, dalla radice sino alla più alta vetta; e tutto quello che potevano abbrancare nell’acqua, abbrancavano stretto, e non lasciavano andare mai più. Dinanzi ad essi la sirenetta si fermò, piena di spavento: il cuore le batteva così forte, che per poco non tornò indietro: ma pensò al Principe, pensò alla bramata anima umana, e le tornò il coraggio. Si appuntò solidamente i lunghi capelli intorno al capo, perchè i polipi non glieli potessero afferrare, si strinse le braccia al petto, e avanti, guizzando diritta e lesta come un pesce nell’acqua, tra i brutti polipi, che allungavano verso di lei le orride braccia articolate e le giunture delle innumerevoli dita. Vedeva che ciascuno stringeva quel che aveva afferrato con cento e cento piccole braccia, come sottili sbarre d’acciaio. Uomini, ch’eran periti in mare e colati al fondo, sporgevano come bianchi scheletri fuor dalle branche dei polipi; ed anche remi e stipi e ossami di animali marini tenevano essi abbrancati, e persino una piccola sirena, che avevano acchiappata e strangolata… e questo sembrava il più orribile di tutto alla nostra Principessa.
Arrivò ad una vasta palude nel mezzo del bosco, dove grossi serpenti d’acqua andavano strisciando intorno, svolgendo le spire degli orribili corpi giallognoli. Nel mezzo di questa palude, c’era una casa costruita con bianche ossa di naufraghi; e là stava la strega, occupata a dar da mangiare ad un rospo, fuor dalla propria sua bocca, come si fa noi alle volte per dare un pezzetto di zucchero ad un canarino. Quei serpentacci, essa li chiamava i suoi cari pulcini, e se li lasciava venire in grembo e sulle spalle.
“So quello che vuoi!” – disse la strega marina “È stupido da parte tua, ma sarà fatto a tuo modo, poi che altro che sventura non ti ha da portare, mia bella Principessa. Tu vuoi liberarti della tua coda di pesce, ed avere in vece due fusti, come quelli che la gente della terra adopra per camminare, perchè il giovane Principe si innamori di te, e tu possa acquistare un’anima immortale.” E detto questo, la strega rise forte, di un brutto riso disgustoso, così che il rospo ed i serpenti marini scivolarono al suolo, e là rimasero strisciando. “Vieni giusto a tempo!” – disse: “Dopo l’alba di domani, non avrei più potuto aiutarti, sin che non fosse passato un altr’anno. Ti preparerò un filtro, e con esso devi nuotare a terra, domani, prima del levar del sole, e sederti a terra, e berlo; allora la tua coda si bipartirà e diventerà quello che la gente della terra chiama gambe; ma bada che ti farà male, ti parrà di sentirti trapassare da una spada acutissima. Tutti quelli che ti vedranno, diranno che sei la più bella creatura umana che abbiano mai incontrata. Serberai l’eleganza dell’andatura e la grazia della danza; nessuna danzatrice avrà movenze così leggiere: ma ogni passo che farai, sarà come se tu camminassi su coltelli appuntiti e tutto il tuo sangue avesse a spicciare a goccia a goccia. Se vuoi sopportare tutto ciò, posso aiutarti.”
“Sì…” – disse la sirenetta, con la voce che le tremava; e pensò al Principe ed all’anima immortale.
“Ma tieni bene a mente questo:” – continuò la strega: “Una volta che tu abbia acquistato forma umana, non potrai mai più tornare sirena; non potrai mai più tornare nell’acqua con le tue sorelle, nel castello di tuo padre; e se non ottieni l’amore del Principe, così ch’egli abbia a dimenticare padre e madre per te, e ti dia il suo cuore e l’anima sua, e preghi il sacerdote di congiungere le vostre mani, tu non acquisterai un’anima immortale. La mattina dopo ch’egli avesse sposato un’altra, il cuore ti si spezzerebbe e diverresti spuma nel mare.”
“Sono disposta a tutto…” – disse la sirenetta; ma era diventata pallida come una morta.
“E per giunta, devi anche pagarmi, bada!” – disse la strega: “Nè ti richiedo poca cosa. Tu hai la più bella voce di quante sieno qui, in fondo al mare; e con codesta voce, ti crederesti forse d’incantarlo: in vece, devi darla a me. La miglior cosa che tu abbia devi darmi, in cambio del mio filtro prezioso! Ti ci debbo mettere il mio sangue, perchè il filtro sia davvero potente come una spada a doppio taglio.”
“Ma se mi togli la voce,” – disse la sirenetta: “che cosa mi resterà?”
“La tua bellezza;” – rispose la strega: “la graziosa andatura, gli occhi che parlano; con essi ben potrai cattivarti un cuore umano. Hai bell’e perduto il coraggio, eh? Metti fuori la tua piccola lingua, ch’io la tagli per mio pagamento, ed avrai il filtro possente.”
“E sia!” – disse la sirenetta.
Allora la strega mise al fuoco la pentola per far bollire il filtro.
“La pulizia è la prima cosa!” – diss’ella; e ripulì la pentola con i serpenti, di cui aveva fatto un grosso groviglio a mo’ di cencio; poi si graffiò il petto, e lasciò colare nella pentola il nero suo sangue. Il vapore si levava nelle più strane forme, così strane e terribili, che sarebbero bastate quelle a spaventare chi stava a vedere. Ad ogni istante, la strega buttava nella pentola nuovi ingredienti; sì che quando fu a bollore, mandava un suono come il pianto d’un coccodrillo. Alla fine, il filtro fu pronto: era chiaro come l’acqua più pura.
“Eccoti servita!” – disse la strega.
E mozzò la lingua alla Principessa; ed ella divenne muta per sempre e non potè mai più cantare nè parlare.
“In caso che i polipi ti afferrassero, quando riattraverserai il mio bosco,” – disse la strega, “non hai che a spruzzarli con qualche goccia di questo filtro, e le loro branche e le dita cadranno in mille frantumi.” – Ma la Principessa non ebbe bisogno di ciò, perchè i polipi si tiravano da parte impauriti, appena vedevano il liquido fiammeggiante, che brillava tra le sue mani come una stella. E così ell’ebbe presto attraversato il bosco, il pantano e la voragine.
Vedeva ora la reggia di suo padre: le torcie del grande vestibolo erano spente; certo tutti dormivano là dentro… Ma non osò andare dai suoi, ora che, fatta muta, era sul punto di abbandonarli per sempre. Le pareva che il cuore le scoppiasse dalla gran passione. Penetrò nel giardino, colse un fiore dall’aiuola di ciascuna delle sue sorelle, mandò mille baci verso il palazzo, e si alzò a nuoto per il cupo mare azzurrino.
Il sole non era ancora levato, quando scorse il palazzo del Principe e salì lo splendido scalone di marmo. La luna mandava un meraviglioso chiarore. La sirenetta bevette il filtro, che bruciava come il fuoco, e le sembrò che una spada a due tagli le trapassasse il corpo delicato: si sentì mancare, e rimase lì come morta. Quando riprese i sensi, il sole era già alto sul mare, ed ella provò un dolore acutissimo. Ma per l’appunto in quel momento si vide dinanzi il bel Principe, che la fissava con que’ suoi occhioni neri come il carbone, ed ella abbassò i suoi. Si avvide allora che la coda di pesce era sparita, e che aveva in vece i più bei piedini, che mai fanciulla al mondo abbia potuto desiderare. Ma non aveva vesti, e per ciò si avvolse nei lunghi capelli. Il Principe le domandò come mai fosse giunta colà, ed ella lo guardò con dolcezza, ma molto tristamente, con i cupi occhi azzurri, perchè parlare non poteva. Allora egli la prese per mano e la condusse nel castello. Ogni passo che moveva, era – la strega l’aveva predetto – come se camminasse sugli aghi o sui coltelli appuntiti; ma sopportava volentieri la sua tortura. Camminava alla destra del Principe, leggiera come una bolla di sapone, e tutti rimanevano attoniti per la grazia flessuosa de’ suoi movimenti.
Alla corte le furono date magnifiche vesti di seta e di velo, ed era la più bella creatura di tutto il castello; ma era muta, non poteva cantare nè parlare. Bellissime schiave, vestite di seta e d’oro, cantavano dinanzi al Principe ed alla famiglia reale; una cantava più dolcemente delle altre, ed il Principe le sorrideva e le batteva le mani. Allora, la piccola sirena si attristava, poi che un tempo ella aveva cantato ben più dolcemente, e pensava: “Oh, se almeno sapesse che ho rinunziato per sempre alla mia voce, per istargli vicino!”
Le schiave ballavano poi molte danze ondeggianti, bellissime, accompagnate dalle più dolci musiche; e allora la sirenetta levava le belle braccia candide, si alzava in punta di piedi, e guizzava sfiorando appena il pavimento, quasi senza toccarlo, come nessun’altra sapeva. Ad ogni movenza, pareva farsi più bella, ed i suoi occhi andavano diritti al cuore meglio assai che i canti delle schiave.
Tutti n’erano affascinati, e più di tutti il Principe, il quale la chiamava la sua piccola trovatella; ed essa ballava e tornava a ballare, sebbene, ogni volta toccava terra, le paresse di camminare sui coltelli acuminati. Il Principe disse che doveva rimanere sempre alla corte; ed ella ottenne di poter dormire su di un cuscino di velluto, alla porta della camera di lui.
Egli le fece fare un vestito da paggio perchè potesse accompagnarlo quando usciva a cavallo. Andavano per i boschi profumati dove le verdi fronde sfioravan loro le spalle e gli uccellini cantavano tra il novo fogliame. Ella si arrampicava col Principe sulle alte montagne, e sebbene i suoi piedini delicati sanguinassero, così che persino gli altri se ne avvedevano, ella ne rideva e continuava a seguirlo, sin che scorgevano le nubi rincorrersi ai loro piedi, come uno stormo di uccelli migranti verso lontani paesi.
Quando tutti gli altri dormivano, a notte, nel castello del Principe, ella usciva sulla scalinata di marmo. La fredda acqua del mare dava un po’ di sollievo ai poveri piedini infocati; e poi stava lì a pensare a’ suoi cari, ch’erano giù, nel profondo.
Una notte le sue sorelle salirono tenendosi per mano. Cantavano tristamente lasciandosi portare dalle acque, ed ella accennò loro di lontano: vennero e la riconobbero, e le dissero quanto dolore avesse loro dato. Da allora in poi, vennero ogni notte a trovarla: ed una volta ella vide in lontananza la vecchia nonna, che non era salita a fior d’acqua da anni ed anni, e una volta vide il Re dei mari, con la corona in capo. Essi stesero le braccia verso di lei, ma non si avventurarono tanto vicino a terra quanto le sue sorelle.
Il Principe le voleva ogni giorno più bene. Le si era affezionato come ci si affeziona ad un caro bambino buono; ma non gli era mai passato per il capo di farla sua moglie; e pure, bisognava che divenisse sua moglie per acquistare un’anima immortale; altrimenti, la mattina del matrimonio di lui avrebbe dovuto struggersi in ispuma sul mare.
“Non mi vuoi bene più che a tutte le altre?” – parevan domandare gli occhi della sirenetta, quand’egli la prendeva tra le braccia e la baciava sulla bella fronte.
“Sì, nessuna mi è cara più di te;” – diceva il Principe, “perchè tu hai più buon cuore, e mi sei più devota di tutte le altre, e somigli ad una fanciulla che ho veduta una volta e che certo non ritroverò mai più. Ero a bordo di un bastimento che naufragò: le onde mi buttarono sulla spiaggia presso un sacro Tempio, dove molte giovinette si dedicavano al servizio di Dio. La più giovane di tutte mi trovò sulla spiaggia e mi salvò la vita. Non l’ho veduta che due volte; ma è la sola donna al mondo che mi pare di poter amare; però tu ne cancelli quasi l’immagine dal mio cuore: le somigli tanto… Ella è consacrata al Tempio, e perciò la mia buona stella mi ha mandato te. Mai mai ci divideremo!”
“Ah, egli non sa che io, in vece, gli ho salvato la vita!” – pensava la sirenetta: “Io l’ho portato sulle acque sino alla spiaggia dove sorge il Tempio; e sono stata lì, nascosta tra la spuma, spiando se alcuno venisse; ed ho veduto la bellissima fanciulla che egli ama più di me…” E la piccola sirena sospirava dolcemente – piangere non sapeva: “La fanciulla appartiene al sacro Tempio,” – pensava: “e non verrà mai nel mondo, e non s’incontreranno mai più… Io sono con lui e lo vedo ogni giorno: avrò cura di lui, lo amerò, darò per lui la vita…”
Ma oramai bisognava, in vece, che il Principe prendesse moglie, e doveva sposare la bella figliuola di un Re suo vicino; ed ecco perchè si stava allestendo un magnifico bastimento. S’era trovato il pretesto che il Principe facesse un viaggio per vedere i paesi del Re suo vicino; ma si era combinato così perchè potesse vedere la Reginotta, e un numeroso seguito doveva accompagnarlo. La sirenetta scrollava il capo e sorrideva: ella conosceva meglio d’ogni altro le idee del Principe.
“Debbo fare questo viaggio,” – egli le aveva detto: “debbo vedere questa bella Principessa: i miei genitori lo desiderano, ma non intendono però di costringermi a sposarla. Nè io, d’altra parte, la posso amare. Non somiglia come te alla bella fanciulla del Tempio. Se dovessi scegliermi una sposa, più tosto sceglierei te, mia cara trovatella, mia povera mutina dagli occhi che parlano.”
La baciò sulle rosse labbra, giocherellando co’ suoi lunghi capelli, ed ella sognò la felicità e l’anima immortale.
“Non hai paura del mare, mutina mia?” – le domandò, quando furono sul bastimento che doveva portarli al dominio del Re suo vicino; e le parlò di burrasche e di calme, e degli strani pesci che stanno giù sotto, e di quello che i palombari vi avevano veduto. Ella sorrideva de’ suoi racconti, perchè sapeva meglio di tutti quel che ci sia in fondo al mare.
Nella notte di luna, mentre tutti dormivano all’infuori del pilota, che stava al suo timone, ella rimase appoggiata alla sponda della nave, guardando giù nell’acqua limpida. Le pareva di vedere la reggia di suo padre. In cima, sui merli, stava la vecchia nonna, con la corona d’argento in capo, e guardava su, a traverso alla rapida marea, verso la chiglia del bastimento. Poi le sue sorelle erano salite a fior d’acqua, e la guardavano tristamente e si torcevano le bianche mani. Ella accennava loro e sorrideva, ed avrebbe voluto dir loro che stava bene ed era felice; ma in quella il marinaio di guardia le si era avvicinato, e le sorelle si erano nascoste sott’acqua. Il marinaio credette che quel bianco altro non fosse se non la cresta spumosa delle onde.
La mattina dopo, il bastimento entrò nel porto della magnifica città dove risiedeva il Re vicino. Tutte le campane sonavano a festa, e le trombe squillavano dall’alto delle torri, mentre i soldati si schieravano con le lucide baionette in canna e le bandiere spiegate. Ogni giorno c’era una festa nuova: balli e divertimenti d’ogni sorta, che non finivano più; ma la Principessa non si vedeva ancora. La gente diceva ch’era in educazione in un sacro Tempio, dove apprendeva tutte le virtù regali. Finalmente, arrivò.
La sirenetta era ansiosa di vedere la bellezza di questa Principessa, e fu costretta ad ammettere ch’era bella davvero. Una più graziosa apparizione non le era mai accaduto di vedere. La carnagione della Principessa era bianca e pura, e dietro alle lunghe ciglia sorridevano due occhi sinceri, di un bell’azzurro cupo.
“Voi siete la damigella che mi salvò, quando giacevo come morto sulla spiaggia!” – disse il Principe, e si strinse al petto la giovane sposa, che si era fatta tutta rossa. “Oh, son troppo troppo felice!” – gridò alla sirenetta: “La mia più cara speranza si è avverata. Tu ti rallegrerai certo della mia felicità, tu, che mi sei più devota di tutti!”
E la sirenetta gli baciò la mano: le sembrava già che il cuore le si spezzasse, perchè la mattina delle nozze doveva portarle la morte, e tramutarla in una lieve spuma di mare.
Tutte le campane sonavano a distesa, e gli araldi cavalcavano per le vie, proclamando la promessa nuziale. Su ogni altare ardevano preziosi olii profumati dentro a ricche lampade d’argento. I sacerdoti agitarono i turiboli, gli sposi si dettero la mano e ricevettero la benedizione del Vescovo. La sirenetta, in una veste di sciamito d’oro, reggeva lo strascico della sposa; ma i suoi orecchi non udivano la musica festosa, i suoi occhi non seguivano la sacra cerimonia: ella pensava alla notte della sua morte ed a tutto quello che aveva sacrificato.
Quella sera stessa, gli sposi andarono a bordo del bastimento. I cannoni sparavano, le bandiere ondeggiavano; nel mezzo del bastimento era rizzato un prezioso baldacchino di porpora e d’oro, coi più ricchi cuscini; e là gli sposi dovevano dormire, godendosi il fresco della placida notte.
Il vento gonfiò le vele ed il bastimento scivolò via rapido e leggiero sul mare tranquillo. Quando si fece buio, furono accesi molti lampioncini colorati ed i marinai ballarono sopra coperta le più gaie danze. La sirenetta pensava alla prima volta ch’era venuta su dal fondo del mare ed aveva assistito ad una simile scena di pompa e di allegria, e si unì anch’essa al turbine della danza: pareva che volasse come vola la rondinella quand’è inseguita; e tutti l’applaudirono e la ammirarono, perchè aveva ballato così bene. I suoi poveri piedini erano feriti come da tante punte di coltello, ma ella nemmeno li sentiva, perchè il suo cuore era ferito ben più dolorosamente. Sapeva ch’era l’ultima sera in cui vedeva colui, per il quale aveva rinunziato alla sua voce dolcissima, soffrendo ogni giorno torture inenarrabili, mentr’egli nemmeno sospettava il vero. Era l’ultima sera in cui respirava l’aria ch’ei respirava, in cui contemplava il cielo stellato ed il mare profondo: la aspettava la notte eterna, senza pensiero e senza visioni, perchè non aveva anima, nè poteva più acquistarla. E tutto fu gioia e allegria a bordo del bastimento sin dopo la mezzanotte, ed ella rise e danzò, con pensieri di morte nel cuore. Il Principe baciava la sua sposa, ed ella gli accarezzava i capelli, neri come ala di corvo; poi si presero per mano ed andarono a riposare sotto allo splendido baldacchino.
A bordo tutto tacque; il pilota soltanto rimase al timone, e la sirenetta appoggiò le bianche braccia alla sponda, e si diede a guardare verso l’oriente, dove l’alba stava per ispuntare, – l’alba che col primo suo raggio, purtroppo lo sapeva, l’avrebbe uccisa. Allora vide alzarsi sui flutti le sue sorelle: erano pallide come lei, nè i lunghi capelli ondeggiavano più al vento… I loro bei capelli erano stati tagliati.
“Li abbiamo dati alla strega, per poterti venire in aiuto, affinchè tu non muoia questa notte. Essa ci ha dato un coltello: eccolo qui! Vedi com’è affilato! Prima che spunti il sole, devi immergerlo nel cuore del Principe; e quando il sangue caldo cadrà su’ tuoi piedi, essi si riuniranno di nuovo, tramutandosi in coda di pesce, e tu tornerai sirena, tornerai con noi, e vivrai i tuoi trecento anni, prima di divenire morta spuma salata sulla cresta delle onde. Animo! O lui o te… Uno dei due ha da morire prima dello spuntar del sole. La nostra vecchia nonna si dispera tanto, che i suoi bianchi capelli son tutti caduti, come caddero i nostri sotto le forbici della strega. Uccidi il Principe e torna con noi! Presto! Non vedi quella zona rossa nel cielo? Tra pochi minuti il sole sorgerà, e tu dovrai morire.”
E con un profondo sospiro scomparvero sott’acqua.
La sirenetta scostò la tenda del baldacchino, e vide la bellissima sposa, che dormiva col capo sulla spalla del Principe; si chinò e lo baciò in fronte, e guardò su al cielo, dove l’aurora si accendeva d’un rosso sempre più intenso; poi guardò il coltello affilato, e fissò di nuovo gli occhi nel Principe, che nel sonno mormorava il nome della sposa. Ella sola stava in cima a’ suoi pensieri… Il coltello tremò nella mano della sirenetta: ma subito ella lo gettò lungi da sè, nelle onde, che si tinsero di rosso dove andò a cadere; e gli spruzzi che rimbalzarono parvero gocciole di sangue. Guardò un’altra volta il Principe, con gli occhi che già si oscuravano… Poi si gettò dalla sponda del bastimento nel mare, dove sentì tutto il suo corpo dissolversi in candida spuma.
In quel momento, il sole surse fuor dall’acqua. I raggi caddero col soave tepore sulla fredda spuma del mare, e la sirenetta non sentì per nulla la morte. Vide una gloria di sole, e sopra di lei un fluttuare di mille splendide forme eteree. Le scorgeva tra le bianche vele del bastimento e le nubi infocate del cielo: il loro linguaggio era melodia, melodia così spirituale, che nessun orecchio umano avrebbe potuto udirla, come nessun occhio umano poteva veder quelle forme, che, senz’ali, volavano per l’aria. La sirenetta s’avvide di essere divenuta simile ad esse, e con esse s’alzava sempre più alto fuor dalla sua spuma.
“Dove vado?” – domandò; e la sua voce risonò come la voce di quegli altri esseri, così spirituale, che nessuna musica terrena avrebbe potuto starle a paragone.
“Dalle figlie dell’aria!” – risposero le altre. “Le sirene non hanno anima immortale, e non possono acquistarla se non ottenendo l’amore di un mortale: la loro vita eterna è sommessa alla potestà altrui. Le figlie dell’aria non hanno, nemmeno esse, anima immortale: ma possono guadagnarsela con le buone opere. Voliamo nei paesi caldi, dove la greve aria pestilenziale uccide gli uomini, e vi portiamo la nostra frescura. Spargiamo nell’aria le fragranze dei fiori, ed apportiamo ristoro e salute. Quando ci siamo ingegnate per trecento anni di fare tutto il bene che possiamo, ci è concessa un’anima immortale, ed abbiamo parte nella felicità eterna degli uomini. Tu, povera sirenetta, ti sei sforzata con tutto il cuore di giungere il fine, dietro al quale noi pure ci struggiamo; hai penato e sopportato: per la tua bontà, sei assurta al mondo degli spiriti; e di qui a trecent’anni, potrai avere anche tu un’anima immortale.”
La sirenetta alzò gli occhi snebbiati verso il sole di Dio, e, per la prima volta, li sentì riempirsi di lacrime.
Sul bastimento eran tornati la vita ed il frastuono. Ella vide il Principe e la sua sposa, che la cercavano per tutto: poi guardavano tristamente la spuma iridata, come se sapessero che la sirenetta s’era gettata nel mare. Invisibile, ella baciò la fronte della sposa, alitò leggermente sul volto del Principe, e poi salì con le altre figlie dell’aria sulle rosee nubi fluttuanti per l’etere.
“Di qui a trecent’anni, voleremo tutte così in Paradiso!
“E può darsi che ci arriviamo anche prima!” – mormorò una figlia dell’aria: “Sempre invisibili, noi visitiamo le case degli uomini dove ci sono bambini, e per ogni giorno in cui troviamo un bambino buono, che dà conforto al babbo e alla mamma e merita il loro affetto, il nostro tempo di prova ci viene un po’ abbreviato. I bambini non ci vedono volare per la stanza; ma quando sorridiamo di gioia, perchè uno è buono, ci viene condonato un anno dei nostri trecento; quando, in vece, vediamo un bambino cattivo, che fa le bizze, piangiamo dal dispiacere, ed ogni lacrima è un giorno di più, che si aggiunge al nostro purgatorio.”

Hans Christian Andersen – L’intrepido soldatino di stagno

C’erano una volta venticinque soldatini tutti fratelli, perchè tutti fusi fuor dallo stesso vecchio cucchiaio di stagno. Avevano il fucile in ispalla, la divisa rossa e turchina, proprio bella, e tutti guardavano diritto dinanzi a sè. La prima cosa che udirono al mondo, quando fu tolto il coperchio della scatola, fu il grido: “Soldatini di stagno!” Chi aveva gridato così, battendo le mani, era un ragazzo, e i soldatini gli erano stati regalati per il suo natalizio. Egli li mise tutti sulla tavola: ogni soldato era identico agli altri; soltanto, per quello che era stato fuso l’ultimo, non era rimasto stagno abbastanza, e così gli era venuta una gamba sola; ma egli stava altrettanto saldo sull’unica gamba, quanto gli altri, che ne avevano due; e fu appunto questo soldatino che si distinse.
Sulla tavola, sulla quale si trovavano, c’erano molti altri balocchi; ma quello che più attirava lo sguardo era un grazioso castello di cartone. A traverso alle piccole finestre, si poteva vedere dentro, nella sala. Dinanzi al castello, certi alberelli erano piantati attorno ad un pezzettino di specchio, che doveva raffigurare un limpido lago; e sul lago nuotavano specchiandosi alcuni piccoli cigni di cera. Tutto questo era molto bellino; il più bello di tutto, però, era una piccola signora, ritta vicino al portone aperto del castello; anch’essa di cartone, ma con un vestito di velo leggerissimo, ed un sottile nastrino azzurro sulle spalle, posto a mo’ di sciarpa: nel mezzo del nastro era appuntata una stellina lucente, grande come tutto il suo viso. La signora arrotondava con grazia le braccia al di sopra del capo, perchè era una ballerina, e teneva un piede così alto, per aria, che il soldato, non vedendolo, credette che anche lei avesse una gamba sola.
“Quella mi andrebbe bene per moglie!” – pensò: “Ma è troppa aristocratica per me: abita un castello, ed io non ho che una scatola, che debbo dividere con altri ventiquattro compagni: non sarebbe casa per lei. Voglio vedere, però, se mi riesce di fare la sua conoscenza.” – E si distese quant’era lungo dietro ad una tabacchiera, che stava anch’essa sulla tavola. Di lì poteva osservare comodamente la bella donnina, che non si stancava mai di starsene ritta su una gamba sola, senza mai perdere l’equilibrio.
Venuta la sera, gli altri soldatini di stagno furono riposti nella loro scatola, e quelli di casa andarono a letto. Allora i balocchi incominciarono a giocare per conto loro: un po’ facevano è arrivato l’ambasciatore, un po’ il lupo e le pecore, o la festa da ballo. I soldati strepitavano dentro alla scatola, perchè avrebbero voluto unirsi anch’essi al gioco, ma non riuscivano a sollevare il coperchio. Lo schiaccianoci faceva le tombole, e la pietra romana si sbizzarriva in mille ghirigori sulla lavagna. Fecero un chiasso tale, che il canarino si destò ed unì il suo canto all’allegria generale, ma sempre in versi però. I soli che non si mossero dal posto furono il soldatino e la ballerina. Essa rimase ritta come un cero sulla punta d’un piede, con le braccia levate al di sopra del capo; egli, altrettanto imperterrito sull’unica gamba, non le tolse un istante gli occhi di dosso.
Battè la mezzanotte, e tac!… saltò il coperchio della tabacchiera; ma non c’era tabacco dentro, c’era un diavolino nero, perchè era un balocco a sorpresa.
“Soldatino,” – disse il diavolo nero: “A forza di guardare, ti consumerai gli occhi!”
Ma il soldatino fece come se non avesse udito.
“Sì, aspetta domani, caro!” – ammonì il diavolino.
Quando venne il mattino e i fanciulli si alzarono, il soldatino di stagno fu posato sul davanzale della finestra, e, fosse il diavolo nero od un colpo di vento, la finestra si spalancò a un tratto, e il soldatino precipitò dal terzo piano a capofitto nel vuoto. Fu una tombola tremenda: tese l’unica gamba all’aria, e rimase a baionetta in giù, con l’elmo fitto tra le pietre del selciato.
La domestica ed il ragazzino corsero subito giù a cercarlo; gli andarono vicino che quasi lo pestavano, e pure non riuscirono a vederlo. Se il soldatino avesse gridato: “Eccomi qui!” – l’avrebbero subito raccattato; ma, essendo in divisa, non gli parve decoroso mettersi a gridare.
Incominciò a piovere; i goccioloni, radi da prima, si fecero sempre più fitti, sin che venne un vero acquazzone. Quando spiovve, capitarono due monelli.
“Guarda, guarda!” – esclamò l’uno: “Un soldatino di stagno! Facciamolo andare a vela!”
Fecero una barchetta con un pezzo di giornale, ci misero il soldato e lo vararono nel rigagnolo della via. I due ragazzi gli correvano appresso battendo le mani. Cielo, aiutami! Che onde c’erano in quel rigagnolo e che corrente terribile! La pioggia doveva proprio esser caduta a torrenti! La barchetta di carta beccheggiava forte forte, e tal volta girava così rapidamente, che il soldato sussultava. Ma rimaneva intrepido, però, nè mutava colore; guardava sempre fisso davanti a sè e teneva il fucile in ispalla.
Improvvisamente, la barca scivolò in un tombino; e lì poi era buio pesto, come nella sua scatola.
“Dove sarò mai capitato?” – pensava: “Sì, sì, quest’è tutta opera del diavolo nero. Ah, se ci fosse qui, nella barchetta, la donnina del castello, mi sentirei tutto consolato, per buio che fosse!”
In quella, sbucò un vecchio ratto, che nel tombino aveva la sua casa.
“Hai il passaporto?” – domandò il ratto: “Fuori il passaporto!”
Ma il soldato rimase muto e si contentò di tener l’arma ancora più salda. La barchetta seguitava, e il ratto dietro. Uh! come digrignava i denti, e come gridava a tutti i fuscelli, a tutte le pagliuzze: “Fermatelo! fermatelo! Non ha pagato pedaggio, non ha presentato passaporto!”
La corrente divenne sempre più forte: il soldatino incominciava a veder chiaro già prima d’essere fuori del tombino; ma, proprio nel medesimo tempo, sentì uno scroscio tale, che avrebbe fatto tremare anche il cuore dell’uomo più valoroso. Figuratevi che il rigagnolo, appena fuori di quel passaggio, si buttava in un largo canale con un salto altrettanto pericoloso per la barchetta quanto sarebbe per noi la cascata del Niagara.
Oramai, il pericolo era così vicino, che egli non poteva più evitarlo. La barchetta precipitò; il povero soldatino si tenne ritto, alla meglio, perchè nessuno potesse dire d’averlo nemmeno veduto batter palpebra. La barca girò su se stessa tre o quattro volte, si riempì d’acqua sino all’orlo, sì ch’era sul punto di calare al fondo: il soldato era nell’acqua sino al collo, e la barca sprofondava sempre più giù, sempre più giù: la carta inzuppata era lì per isfasciarsi: già l’acqua si richiudeva sopra il capo del soldato… Egli pensò allora alla graziosa ballerina, che non avrebbe mai più riveduto, e un ritornello gli risonò agli orecchi:

Soldato, dove vai?
La morte incontrerai!

La carta si lacerò ed il soldato cadde di sotto; ma proprio in quel momento, un grosso pesce lo inghiottì.
Allora sì, che si trovò al buio davvero! Si stava ben peggio lì che nel tombino, e pigiati poi… Ma il soldato rimase imperterrito, e, anche così lungo disteso, mantenne pur sempre il fucile in ispalla.
Il pesce non si chetava un momento: correva qua e là con certi guizzi terribili; alla fine, si fermò e parve traversato come da un baleno: e allora qualcuno gridò forte: “Oh! il soldato di stagno!”
Il pesce era stato pescato, e poi portato al mercato e venduto, ed era capitato in cucina, dove la cuoca l’aveva aperto con un grande coltello.
Allora la cuoca prese il soldato con due dita a traverso il corpo e lo portò in salotto dove tutti vollero vedere quest’uomo meraviglioso, che aveva viaggiato nel ventre d’un pesce. Ma non per questo egli mise superbia: fu posto sulla tavola, e là… – Davvero che in questo mondo si dànno certi casi meravigliosi!… – Il soldatino di stagno si trovò per l’appunto nello stesso identico salotto di dov’era partito, si vide attorno gli stessi bambini, e vide sulla tavola, tra gli stessi balocchi, lo splendido castello con la bella ballerina, che se ne stava sempre ritta sulla punta di un piede ed alzava l’altro per aria, intrepida anche lei. Il nostro soldatino ne fu tanto commosso, che avrebbe pianto lacrime di stagno, se non gli fosse parso vergogna. Egli la guardò, ed essa guardò lui, ma non si dissero nulla.
A un tratto, uno dei bambini più piccini afferrò il soldato e lo gettò nella stufa, così, proprio senza un perchè al mondo. Anche di ciò doveva aver colpa il diavolo nero della scatola.
Il soldatino si trovò tutto illuminato e sentì un terribile calore: egli stesso non riusciva a distinguere se fosse il fuoco vero e proprio, o l’immenso, ardente suo amore. Non gli era rimasto più un briciolo di colore: fosse poi conseguenza del viaggio o delle emozioni nessuno avrebbe potuto dire. La ballerina lo guardava ed egli guardava lei; e si sentiva struggere, ma rimaneva imperterrito, col fucile in ispalla. In quella, una porta si spalancò; il vento investì la signorina, ed essa, volando come una silfide, andò proprio difilata nel caminetto presso il soldato: una vivida fiamma… e poi, più nulla. Il soldato si strusse sino a diventare un mucchietto informe, e il giorno dopo, quando la domestica venne a portar via la cenere, lo trovò ridotto come un cuoricino di stagno. Della bambolina non rimaneva altro che la piccola stella, ma tutta bruciata, nera come il carbone.