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JAkob e Wilhelm Grimm – Antonio Gramsci – Mignolino

C’era una volta un contadino che una sera sedeva vicino al focolare e attizzava il fuoco mentre la moglie accanto a lui filava. Disse il contadino: «Come è triste non avere bambini! È così tranquilla la nostra casa, mentre nelle altre case si grida e c’è allegria!».
«Sì – rispose la moglie, e sospirò, – avessi anche un solo bambino e fosse anche piccolo come il dito mignolo, come sarei contenta; lo ameremmo di tutto cuore».
Ora avvenne che la moglie si ammalò e dopo sette mesi ebbe un figlio, che in tutte le membra era perfettissimo, ma non era più alto del dito mignolo. Allora dissero:
«È proprio come lo abbiamo desiderato, e sarà il nostro caro bambino».
E per la sua statura gli dettero il nome di Mignolino.
I genitori non gli lasciarono mai mancare il cibo, ma il bambino non diventò più grande: rimase sempre come era stato alla nascita; però aveva gli occhietti intelligenti e presto si mostrò una cosettina furba e agile.
Il contadino un giorno si preparava a recarsi nella foresta per tagliare legna dicendo fra sé: «Se ci fosse uno che più tardi mi raggiungesse col carro!».
«Oh, papà – gridò Mignolino, – il carro te lo porterò io, sta’ tranquillo; giungerà nella foresta al tempo giusto».
L’uomo rise e disse: «Come sarebbe possibile? Tu sei troppo piccolo per guidare il cavallo con la briglia».
«Non fa nulla papà, purché la mamma attacchi il cavallo; io mi siederò sul suo orecchio e gli griderò dove deve andare».
«Ebbene – rispose il padre, – per una volta proviamo».
Quando giunse l’ora, la mamma attaccò il carro e pose Mignolino a sedere sull’orecchio del cavallo; il piccolo gridava affinché la bestia andasse per la sua strada: «Iup, arri su, su!».
Tutto andò benissimo, come con un buon cocchiere, e il carro seguì diritto la strada verso la foresta. Accadde che, mentre ad una curva il piccolo gridava «arri, arri», due forestieri passassero di là.
«Perbacco – disse uno, – che cos’è questo? Passa un carro, un carrettiere grida al cavallo e non si vede nessuno!».
«Non mi pare una cosa naturale – disse l’altro, – seguiamo il carro e vediamo dove si ferma».
Intanto il carro avanzava in piena foresta e andava dritto al punto dove si tagliava la legna. Appena Mignolino vide suo padre gli gridò: «Vedi, babbo, che sono arrivato col carro? Adesso mettimi a terra».
Il padre prese il cavallo con la sinistra e con la destra tolse dall’orecchio il suo figliolino che, tutto allegro, si sedette su uno stelo di paglia.
Quando i due forestieri videro Mignolino non seppero cosa dire per lo stupore. Uno prese a parte l’altro e disse: «Senti, l’omino può fare la nostra fortuna, se noi lo faremo vedere a pagamento in una grande città: compriamolo!». Andarono dal contadino e gli dissero: «Vendeteci l’omino; con noi starà bene».
«No – rispose il padre, – è il mio prediletto, e non lo vendo per tutto l’oro del mondo».
Ma Mignolino, quando sentì dell’affare, si arrampicò sulle pieghe dell’abito del padre, sedette sulla sua spalla e gli bisbigliò all’orecchio: «Babbo, vendimi pure; io tornerò lo stesso a casa».
Così il padre lo cedette per una bella moneta d’oro ai due forestieri. «Dove vuoi metterti?», gli dissero questi. «Per piacere, mettetemi sulla falda del vostro cappello, così potrò passeggiare su e giù e guardare il paesaggio; e non cadrò giù, state certi».
Fecero come voleva e dopo che Mignolino ebbe preso congedo da suo padre, partirono. Camminarono fino al crepuscolo, e il piccolo disse: «Mettetemi a terra, ho un bisogno».
«Rimani pure lassù – disse il forestiero sul cui cappello egli stava, – non mi arrabbierò; anche gli uccelli qualche volta mi fanno cadere qualcosa addosso».
«No – disse Mignolino, – io so cos’è la decenza; mettetemi subito a terra».
Il forestiero si tolse il cappello e depose il piccolo su un campo lungo la strada; questi scappò di corsa e strisciò un poco tra le zolle qua e là, poi all’improvviso guizzò in una tana di topi.
«Buona sera miei signori, andate pure a casa senza di me», gridò loro prendendoli in giro.
I due corsero da quella parte e col bastone frugarono nella tana, ma fu fatica sprecata; Mignolino strisciava sempre più in fondo e così quelli, stizziti e con la borsa alleggerita, dovettero tornarsene a casa.
Quando Mignolino capì che si erano allontanati, strisciò fuori dal corridoio sotterraneo. «È così pericoloso andare al buio per i campi – disse, – uno si può rompere il collo o una gamba!».
Per fortuna urtò in un guscio vuoto di lumaca. «Grazie al cielo – disse – posso passare la notte al sicuro qui dentro», e vi si accomodò.
Quando stava per addormentarsi, sentì che due uomini gli passarono vicino, e uno diceva: «Come possiamo fare per portar via al ricco parroco il suo oro e il suo argento?».
«Ve lo posso dire io», lo interruppe Mignolino.
«Chi c’è là – disse uno dei ladri spaventato, – ho sentito qualcuno che parlava». E si fermarono poiché Mignolino aveva ripreso a dire: «Portatemi con voi, e vi aiuterò».
«Ma tu dove sei?».
«Cercate per terra e fate attenzione da dove viene la voce», rispose. I ladri lo trovarono finalmente e lo sollevarono. «O bricconcello, come ci puoi aiutare?», dissero.
«È semplice – rispose, – io scivolo tra le sbarre di ferro nella stanza del parroco e vi porgo fuori quel che volete avere».
«Benissimo – dissero i ladri, – vediamo ciò che puoi fare».
Appena giunsero alla casa del parroco, Mignolino scivolò nella stanza, ma si mise a gridare con tutte le forze che aveva in corpo: «Volete tutto quello che c’è?».
I ladri si spaventarono e dissero: «Parla piano, ché sveglierai qualcuno».
Ma Mignolino finse di non capire e gridò nuovamente: «Che cosa volete? Volete tutto quello che c’è?».
La cuoca, che dormiva nella stanza vicina, udì, si rizzò nel letto e ascoltò. Ma i ladri per lo spavento erano corsi indietro per un tratto di strada; finalmente ripresero coraggio e pensarono: «Il bricconcello si vuol far beffe di noi». Ritornarono indietro e gli sussurrarono: «Fa’ dunque sul serio e porgici qualcosa». Mignolino gridò ancora più forte: «Vi darò tutto, allungate le mani».
La domestica che ascoltava sentì chiaramente queste parole, saltò dal letto e inciampò nella porta. I ladri scapparono di corsa come se fossero inseguiti da un cacciatore feroce; la domestica, intanto, non avendo potuto vedere nulla, andò ad accendere un lume.
Mentre ella si avvicinava, Mignolino, senza esser visto, se ne andò nel fienile. La domestica, dopo aver cercato in tutti gli angoli e non aver trovato nulla, finalmente si rimise a letto persuasa di aver solo sognato a occhi e orecchie aperti.
Mignolino intanto era scivolato tra gli steli di fieno e aveva trovato un bellissimo posto per dormire; voleva riposare fino al mattino e poi ritornare a casa dai suoi genitori. Ma doveva passare per ben altre avventure!
Appena spuntò il giorno, la domestica si levò dal letto per dare da mangiare alle bestie. Per prima cosa si diresse verso il fienile, dove prese una bracciata di fieno, proprio di quello dove giaceva il povero Mignolino; che dormiva così profondamente che non si accorse di nulla e si svegliò solo quando era già nella bocca della vacca che l’aveva ingoiato insieme al fieno.
«Perbacco – gridò, – sono capitato in una gualchiera!(3)».
Ma subito capì dove si trovava. Fece attenzione di non capitare fra i denti ed essere stritolato e quindi scivolò col fieno nello stomaco.
Nella stanzetta hanno dimenticato la finestra – disse – e non vi entra il sole; e neanche c’è un lume». Insomma, l’appartamento non gli piaceva per nulla, e ciò che era peggio è che dalla porta entrava sempre altro fieno masticato e il posto diventava sempre più stretto. Infine, preso dall’angoscia, si mise a gridare con la voce più alta possibile: «Non datemi più altro fieno, non datemi più altro fieno».
La domestica stava mungendo la mucca; quando sentì parlare senza veder nessuno, e si accorse che era la stessa voce che aveva sentito nella notte, si spaventò tanto che cadde dallo sgabello e rovesciò il latte. In gran fretta corse dal padrone e gridò: «Dio mio, signor parroco, la mucca ha parlato».
«Tu sei matta», rispose il parroco, tuttavia andò egli stesso nella stalla a vedere che cosa succedeva. Vi aveva appena messo piede che Mignolino riprese a gridare: «Non datemi altro fieno, non datemi altro fieno».
Anche il parroco si spaventò; pensò che uno spirito folletto possedesse la mucca e ordinò di ucciderla. Essa fu macellata e lo stomaco, dove era finito Mignolino, fu buttato nella concimaia.
Mignolino durò una grande fatica per farsi largo perché era andato molto in fondo per trovar posto, ma proprio quando stava sporgendo fuori la testa, capitò una nuova disgrazia.
Era accorso un lupo affamato che inghiottì in un sol boccone l’intero stomaco della mucca.
Mignolino non si perdette di coraggio. «Forse – pensò – il lupo permetterà che gli parli», e dalla pancia gli gridò: «Caro lupo, conosco una magnifica ghiottoneria per te».
«Dove si può andare a prenderla?», disse il lupo.
«In una casa così e così; tu puoi entrare dall’acquaio e troverai focacce, lardo, salsicce tante quante potrai mangiarne», e gli descrisse esattamente la casa del padre.
Il lupo non se lo fece dire due volte: nella notte si introdusse attraverso l’acquaio e mangiò nella dispensa a piacimento. Quando si fu rimpinzato, volle uscire, ma era diventato così gonfio che non poteva più passare per la stessa via.
Mignolino aveva calcolato proprio su questo e allora cominciò a fare un fracasso spaventoso nella pancia del lupo; gridava e imperversava per quanto poteva.
«Vuoi star zitto – disse il lupo, – sveglierai la gente!».
«Ebbene – rispose il piccolo – tu hai mangiato a sazietà e anch’io voglio rallegrarmi», e ricominciò a gridare con tutte le sue forze.
Così finalmente si svegliarono suo padre e sua madre che corsero a guardare da una fessura della porta. Come videro che vi era un lupo, scapparono via; l’uomo prese la scure e la donna la falce.
«Rimani là dietro – disse l’uomo entrando nella stanza, – se io gli darò un colpo e non sarà ancora morto, allora tu lo colpirai e lo farai a pezzi».
Mignolino udì la voce del padre e gridò: «Caro babbo, sono qui, sono nella pancia del lupo».
Pieno di gioia il padre disse: «Dio sia lodato, abbiamo ritrovato il nostro caro figlio», e ordinò alla moglie di portar via la falce per non far del male a Mignolino. Prese quindi lo slancio, e dette un tale colpo sulla testa del lupo, che questi cadde stecchito. Presero quindi il coltello e le forbici, gli squarciarono la pancia e ne cavarono il piccolo.
«Ah, – disse il padre, – quanti dispiaceri abbiamo passato per te!».
«Sì, padre, ho molto girato per il mondo; grazie a Dio posso di nuovo respirare l’aria fresca!».
«Dove sei stato?».
«Oh, padre, sono stato in una tana di topi, nella pancia di una vacca e nel ventre di un lupo; adesso rimarrò con voi».
«E non ti venderemo più per tutte le ricchezze del mondo», dissero i genitori, stringendosi al cuore e baciando il loro caro Mignolino.
Gli dettero da mangiare e da bere e gli fecero fare dei nuovi vestiti, perché quelli che aveva si erano ridotti male durante il viaggio.

Jakob e Wilhelm Grimm – Antonio Gramsci – I quattro musicanti di Brema

Un uomo aveva un asino che per lunghi anni aveva portato senza stancarsi i sacchi al mulino; ma le forze gli vennero meno e diventava sempre più inetto al lavoro. Il padrone pensò di utilizzarne la pelle, ma l’asino capì che non soffiava buon vento, scappò via e prese la strada verso Brema: là, pensava, avrebbe potuto suonare nella banda cittadina.
Aveva fatto un tratto di strada, quando vide un cane da caccia sdraiato sulla strada, che ansimava come se avesse corso troppo.
«Perché ti lamenti così, Denti lunghi?», domandò l’asino.
«Ahimè – disse il cane, – perché sono vecchio e divento ogni giorno più debole e anche alla caccia non posso più correre; il mio padrone mi voleva ammazzare, ho dovuto battere le calcagna: ma ora come potrò guadagnarmi il pane?».
«Sai che cosa devi fare? – disse l’asino. – Io vado a Brema e diventerò musicante nella banda cittadina; vieni con me e fatti accettare anche tu. Io suonerò il liuto e tu la batteria e il tamburo».
Il cane fu contento e i due continuarono insieme la strada.
Non molto lontano, trovarono un gatto seduto sull’orlo della strada; era irsuto come dopo tre giorni di pioggia.
«Orsù, che cosa ti è andato di traverso, vecchio barbiere?», disse l’asino.
«Chi può essere allegro quando lo si vuole strozzare? – rispose il gatto. – Poiché sono vecchio, i miei denti si sono spuntati e sto dietro la stufa a far le fusa invece di dar la caccia ai topi. La mia padrona mi voleva annegare; è vero che sono riuscito a scappare, ma ora sono in un bell’imbroglio: dove posso andare?».
«Vieni con noi a Brema; tu te ne intendi di serenate e puoi diventare un musicante nella banda cittadina».
Il gatto trovò buona la proposta e andò con loro.
Poco dopo i tre viandanti passarono vicino a un cortile sulla cui porta era appollaiato un gallo che strillava con tutte le forze del corpo.
«Strilli da trafiggere il cuore – disse l’asino. – Quale pena ti affligge?».
«Devo annunciare il bel tempo – disse il gallo – perché è l’onomastico della nostra padrona; ella ha lavato la camicina del bambino Gesù e vuole farla asciugare; ma poiché domani, domenica, vengono degli ospiti, la padrona di casa, senza pietà, ha detto alla cuoca che mi vuol mangiare a lesso e così stasera mi dovrò lasciar tagliare la testa. Perciò grido a squarciagola, fino a quando lo posso ancora».
«Ahitè, povera testa rossa – disse l’asino, – vieni piuttosto con noi. Noi andiamo a Brema e tu troverai qualcosa di meglio della morte: hai una bella voce, e quando faremo della musica insieme, avremo una professione rispettabile».
La proposta piacque al gallo e tutti e quattro insieme ripresero la strada.
Ma non poterono raggiungere in giornata la città di Brema e la sera entrarono in una foresta dove decisero di pernottare.
L’asino e il cane si sdraiarono sotto un grande albero, il gatto e il gallo si posarono sui rami; il gallo poi volò fin sulla cima dove si trovava più al sicuro.
Prima di addormentarsi, guardò ancora in tutte le direzioni e vide in lontananza splendere un lumicino; gridò ai suoi colleghi che non lontano doveva esserci una casa perché si vedeva una luce.
L’asino disse: «Dobbiamo alzarci e andare avanti, perché in questo albergo si sta molto male».
Il cane pensò che un paio di ossa con un po’ di carne attaccata gli avrebbero giovato assai. E così si rimisero in cammino nella direzione della luce; la videro brillare e divenire sempre più grande, finché giunsero a una casa di briganti tutta illuminata.
L’asino, che era il più alto, si avvicinò alla finestra e dette una sbirciatina dentro. «Che cosa vedi Grigione?», domandò il gallo. «Cosa vedo? – rispose l’asino. – Una tavola imbandita con bellissime cose da mangiare e da bere e i briganti che siedono intorno e banchettano».
«Sarebbe proprio quel che fa per noi», disse il gallo. «Sì, sì, potessimo esserci noi!», disse l’asino.
Le bestie si accordarono e finalmente trovarono un modo per cacciar via i briganti.
L’asino posò le zampe anteriori sulla finestra, il cane salì sulle spalle dell’asino, il gatto si arrampicò sul cane e finalmente il gallo volò in alto e si posò sulla testa del gatto. Appena fatto ciò, cominciarono tutti insieme, ad un segnale, ad eseguire il loro concerto: l’asino ragliò fragorosamente, il cane abbaiò, il gatto miagolò e il gallo lanciò i suoi potenti chicchirichì; quindi si precipitarono nella stanza attraverso la finestra, facendo tintinnare i vetri.
I briganti trasalirono all’orrendo fracasso; non pensarono ad altro se non che un fantasma era entrato dentro e fuggirono spaventatissimi nella foresta. Allora i quattro amici si sedettero a tavola, si accontentarono di ciò che era rimasto e mangiarono tanto come se fossero digiuni da quattro settimane.
Quando i quattro suonatori ebbero finito, spensero il lume e cercarono un luogo per dormire, ognuno secondo la propria natura.
L’asino si sdraiò sullo strame, il cane dietro la porta, il gatto sul focolare vicino alla cenere calda e il gallo sulla trave maestra. E si addormentarono subito perché erano stanchi del lungo viaggio.
Quando scoccò la mezzanotte e i briganti videro da lontano che in casa non c’era più il lume acceso e tutto sembrava tranquillo, il capitano disse: «Non permetteremo più che ci si cacci di casa, per il corno di un caprone!», e mandò avanti uno per esplorare la casa.
L’inviato trovò tutto tranquillo, andò in cucina per accendere un lume e poiché gli occhi scintillanti come carboni accesi del gatto gli sembravano veramente carboni accesi, vi avvicinò uno zolfanello perché prendesse fuoco. Ma il gatto non capì lo scherzo e gli saltò sulla faccia soffiando e graffiando. Egli si spaventò terribilmente e volle uscire dalla porta di dietro, ma il cane che giaceva lì lo morse alla gamba; e mentre il brigante, attraverso il cortile, correva vicino alla concimaia, l’asino gli vibrò un vigoroso calcio con la zampa posteriore.
Intanto il gallo, che dal rumore era stato distolto dal sonno e si era destato, dalla trave cacciò un potente chicchirichì.
Il brigante corse come meglio poté dal suo capo e disse: «Ahimè, nella casa si è stabilita una orrenda strega, che mi ha soffiato in faccia e con le sue lunghe dita mi ha graffiato; dinanzi alla porta stava un uomo con un coltello che mi ha pugnalato la gamba e nel cortile era sdraiato un mostro nero che mi ha bastonato con un mazza, e sopra il tetto c’era il giudice che gridava: – Consegnatemi quel briccone! -. Sono riuscito a stento a scappare».
Da allora i briganti non osarono più avvicinarsi alla casa, mentre i quattro musicanti di Brema vi si trovarono così bene che non vollero più lasciarla.

Jakob e Wilhelm Grimm – Antonio Gramsci – Cappuccetto Rosso

C’era una volta una dolce fanciulla a cui tutti volevano bene specialmente la nonna, la quale non sapeva più che cosa regalarle. Una volta le regalò un cappuccetto di velluto rosso e poiché le stava molto bene e non voleva portare niente altro, fu chiamata solo Cappuccetto Rosso.
Un giorno la madre le disse: «Va’, Cappuccetto Rosso, eccoti un pezzo di focaccia e una bottiglia di vino, portali alla nonna, che è ammalata e debole e le farà bene. Levati prima che faccia troppo caldo e quando uscirai cammina composta e per benino, senza allontanarti dalla strada, perché altrimenti puoi cadere, rompere la bottiglia e la nonna non avrà nulla. E quando entri nella sua stanza, non dimenticare di dire buongiorno e non andare intorno a guardare negli angoli».
«Farò tutto per benino», disse Cappuccetto Rosso alla madre e per promessa le dette la mano.
Ma la nonna abitava fuori, nella foresta, a una mezz’ora dal villaggio. Appena Cappuccetto Rosso entrò nella foresta, le venne incontro il lupo. Cappuccetto Rosso però non sapeva quale malvagia bestia fosse e non ebbe paura.
«Buon giorno, Cappuccetto Rosso», disse il lupo.
«Tante grazie, lupo».
«Dove vai così di buon’ora, Cappuccetto Rosso?».
«Dalla nonna».
«Che cosa porti sotto il grembiale?».
«Focaccia e vino; ieri abbiamo infornato il pane, così la nonna che è ammalata e stanca potrà mangiare qualcosa di buono e rinforzarsi».
«Cappuccetto Rosso, dove abita la tua nonna?».
«Ancora un buon quarto d’ora più lontano, nella foresta, la sua casa sta sotto tre grosse querce, più sotto c’è la macchia di noccioli, che tu certo conoscerai», disse Cappuccetto Rosso.
Il lupo pensò tra sé: «La ragazzina è tenera, è un boccone grasso molto più saporito della vecchia; bisogna incominciare astutamente da questa e così le acchiapperò tutte due».
Si avvicinò un po’ a Cappuccetto Rosso e disse: «Cappuccetto Rosso, guarda che bei fiori ci sono qui; perché non ti guardi intorno? Credo che tu non senta neppure che gli uccellini cantano dolcemente! Tu cammini come se andassi a scuola, e invece è così gaio stare nella foresta».
Cappuccetto Rosso sbatté gli occhi e quando vide i raggi del sole che brillavano qua e là attraverso gli alberi e tutti quei bei fiorellini, pensò: «Se porterò alla nonna un mazzolino fresco, le farò molto piacere; è ancora così presto che arriverò sempre in tempo».
Lasciò la strada e si internò nella foresta in cerca di fiori. E quando ne aveva colto uno pensava che ancora più in là ce ne sarebbero stati di più belli e così facendo sempre più si addentrava nella foresta.
Ma il lupo si diresse direttamente verso la casa della nonna e bussò alla porta.
«Chi è?».
«Cappuccetto Rosso che porta focaccia e vino, apri».
«Spingi il saliscendi – gridò la nonna, – sono molto debole e non posso alzarmi».
Il lupo spinse il saliscendi, la porta si aprì ed egli andò, senza dire una sola parola, diritto al letto della nonna e la divorò.
Poi indossò i suoi abiti, si mise la sua cuffietta, si coricò nel letto e tirò le tendine.
Intanto Cappuccetto Rosso correva dietro ai fiori e quando ne ebbe colti tanti, quanti ne poteva portare, si ricordò di sua nonna e si rimise in strada verso la casa.
Si meravigliò, arrivando, che la porta fosse aperta e quando entrò nella stanza tutto le parve così strano, tanto che pensava: «Dio mio, oggi mi sento angosciata; eppure sto sempre volentieri con la nonna!».
Gridò: «Buongiorno!». Ma non ricevette risposta. Allora andò verso il letto e tirò indietro le tendine; sul letto giaceva la nonna che aveva la cuffietta messa fino al naso e uno strano aspetto.
«Eh, nonna, che orecchie lunghe hai!».
«Per sentirti meglio».
«Eh, nonna, che occhi grandi hai».
«Per vederti meglio».
«Eh, nonna, che mani grandi hai!».
«Per afferrarti meglio».
«Però, nonna, che bocca terribilmente grande hai!».
«Per mangiarti meglio!».
Appena ebbe detto ciò, il lupo fece un balzo dal letto e inghiottì la povera Cappuccetto Rosso.
Poi, soddisfatta la sua fame, si sdraiò di nuovo sul letto, si addormentò e cominciò a russare fragorosamente.
Un cacciatore che passava davanti alla casa pensò: «Come russa la vecchia; vado a vedere se le occorre qualcosa».
Entrò nella stanza e appena fu vicino al letto s’accorse che vi era sdraiato il lupo.
«Eccoti qui, vecchio peccatore – disse, – ti ho cercato tanto».
Stava puntando il fucile, ma poi gli venne in mente che il lupo poteva aver divorato la nonna tutta intera e che forse si poteva ancora salvarla: non sparò, ma prese le forbici e incominciò a tagliare la pancia del lupo che dormiva. Fatto un paio di tagli, vide balenare il Cappuccetto Rosso; ancora un paio di tagli e la ragazza saltò fuori gridando: «Ah, com’era brutto, come era buio nella pancia del lupo».
Dopo anche la vecchia venne fuori ancora viva anche se poteva appena respirare.
Cappuccetto Rosso corse a prendere dei grossi sassi per riempire la pancia del lupo e quando questi si svegliò, volle saltar via, ma i sassi erano così pesanti, che cadde pesantemente e morì.
Tutti e tre erano contenti: il cacciatore scuoiò il lupo e si portò a casa la pelle; la nonna mangiò la focaccia e bevette il vino che Cappuccetto Rosso aveva portato e si rimise in salute.
E Cappuccetto Rosso pensò: «Mai più uscirò dalla strada per correre nella foresta quando la mamma me lo proibirà».
Si racconta anche che un’altra volta mentre Cappuccetto Rosso portava il pane alla sua vecchia nonna, un altro lupo le abbia rivolto la parola per indurla a fermarsi. Ma Cappuccetto Rosso se ne guardò bene e continuò diritta per la sua strada e disse alla nonna di aver incontrato il lupo, che le aveva augurato il buongiorno ma che l’aveva guardata con occhi malvagi. «Se non fossimo stati nella pubblica via, mi avrebbe mangiata». «Va’ – disse la nonna – a chiudere la porta, perché non possa entrare».
Poco dopo il lupo bussò e disse: «Apri, nonna, sono Cappuccetto Rosso e ti porto il pane».
Ma esse rimasero zitte e non aprirono la porta; la testa grigia strisciò pian piano intorno alla casa, finalmente saltò sul tetto per attendere che Cappuccetto Rosso alla sera ritornasse a casa; l’avrebbe seguita di soppiatto e nell’oscurità l’avrebbe divorata.
Ma la nonna capì che questa era la sua intenzione. Davanti alla casa stava un grosso truogolo di pietra. La nonna disse alla fanciulla: «Prendi il secchio, Cappuccetto Rosso, ieri ho cotto delle salsicce; versa l’acqua in cui le ho cotte nel truogolo».
Cappuccetto Rosso portò tanta acqua finché il truogolo fu pieno.
L’odore delle salsicce salì al naso del lupo, che fiutò, guardò giù e allungò talmente il collo che perse l’equilibrio e cominciò a scivolare; sdrucciolò giù dal tetto, diritto diritto dentro il grosso truogolo, dove annegò.
Cappuccetto Rosso tornò a casa tutta contenta e nessuno le fece del male.

Jakob e Wilhelm Grimm – Antonio Gramsci – Cenerentola

Un ricco signore aveva la moglie malata. Quando ella sentì che la fine stava per venire, chiamò la sua unica figliolina accanto al letto e le disse: «Cara figlia, rimani sempre buona, così il buon Dio ti assisterà ed io dal cielo veglierò su di te e ti starò vicina». Quindi chiuse gli occhi e morì.
La ragazzina andava ogni giorno sulla tomba della madre e piangeva e si manteneva pia e buona. Quando venne l’inverno, la neve coprì la tomba con un manto di neve e quando il sole di primavera lo ebbe sciolto, il signore prese un’altra moglie.
La nuova moglie aveva portato con sé in casa due figlie che erano belle e bianche all’aspetto, ma sconcie e nere nel cuore. Per la povera figliastra vennero brutti giorni.
«Questa stupida ochetta vuole stare con noi nel salotto – le dicevano. – Chi vuol mangiare il pane se lo deve guadagnare: fuori la sguattera».
Le portarono via i suoi bei vestiti, le fecero indossare un vecchio casacchino grigio e le diedero degli zoccoli.
«Guardate un po’ come è superba la principessina, come è azzimata!», gridavano, ridevano e la mandavano in cucina.
Dalla mattina alla sera, dovette fare i lavori più pesanti, levarsi prima dell’alba, portare l’acqua, accendere il fuoco, cucinare e fare il bucato. Per giunta, le due sorelle le davano tutti i dispiaceri immaginabili, la beffeggiavano, le versavano i piselli e le lenticchie nella cenere, così che la poveretta doveva sedersi per terra e raccoglierli nuovamente. La sera, dopo che aveva lavorato ed era stanca, non andava a letto, ma doveva sdraiarsi nella cenere vicino al focolare. E poiché, per tutto ciò, era sempre impolverata e sudicia, la chiamarono Cenerentola.
Accadde che una volta il padre dovesse andare alla fiera; domandò alle due figliastre che cosa doveva portar loro.
«Bei vestiti», disse una. «Perle e gemme», disse l’altra. «E tu, Cenerentola – disse il padre, – che cosa desideri?».
«Padre, il primo virgulto, che nel ritorno a casa, sfiorerà il vostro cappello, tagliatelo per me».
Egli comprò per le due figliastre bei vestiti, perle e gemme, e sulla via del ritorno, mentre attraversava un verde boschetto, lo sfiorò un ramo di nocciolo e gli urtò il cappello. Egli strappò il ramo e lo portò con sé. Quando rientrò a casa dette a Cenerentola il ramo colto nel cespuglio di nocciole. Cenerentola lo ringraziò, andò alla tomba della madre e vi piantò il virgulto, e pianse tanto che le lacrime vi caddero sopra e lo innaffiarono. Il virgulto tuttavia si sviluppò e diventò un albero bellissimo. Cenerentola andava tre volte al giorno sotto l’albero, piangeva e pregava e ogni volta un bianco uccellino si posava sull’albero e quando ella esprimeva un desiderio, l’uccellino le gettava ciò che ella aveva desiderato.
Avvenne dunque che il re desse una festa, che doveva durare tre giorni e alla quale erano invitate tutte le belle fanciulle del paese in modo che il figlio del re potesse scegliersi la sposa.
Le due sorellastre appena sentirono che anch’esse dovevano andare alla festa erano piene di gioia, chiamarono Cenerentola e dissero: «Pettinaci i capelli, spazzola le scarpe, aggancia subito le fibbie, noi andiamo a nozze al castello del re».
Cenerentola obbedì, ma pianse, perché anch’ella sarebbe volentieri andata a ballare e pregò la matrigna che glielo permettesse.
«Cenerentola – rispose la matrigna, – sei ricoperta di polvere e di sudicio e vuoi andare alle nozze? Non hai vestiti e scarpe e vuoi ballare?». Ma poiché Cenerentola continuava a supplicare, finalmente le disse: «Ho versato nella cenere una scodella di lenticchie; se in due ore tu le avrai raccolte, verrai insieme a noi».
La fanciulla uscì nel cortiletto dalla porta di dietro e gridò:
«Dolci colombe, tortorelle e voi tutti uccellini che vivete nel cielo, venite e aiutatemi a scegliere,
la buona in cucina
le cattive in salotto».
Allora vennero verso la finestra della cucina due bianche colombe e poi le tortorelle e finalmente frullarono e sciamarono tutti gli uccellini del cielo e si posarono sulla cenere. E le colombe fecero di sì con la testina e cominciarono pik, pik, pik, pik, e anche gli altri cominciarono pik, pik, pik, pik, e rimisero nella scodella tutti i granellini puliti puliti. Era appena trascorsa un’ora, tutti gli uccelli avevano finito il loro lavoro e tutti volarono via.
La fanciulla tutta contenta portò la scodella alla matrigna, e credeva che sarebbe andata a nozze. Ma la matrigna disse: «No, Cenerentola, tu non hai vestiti e non puoi ballare: tutti si burlerebbero di te». E poiché la fanciulla piangeva, le disse: «Se tu riesci a togliere pulite due scodelle di lenticchie dalla cenere verrai con noi».
Quando ebbe gettato nella cenere le due scodelle di lenticchie, la fanciulla per la porta di dietro andò nel giardino e gridò: «O dolci colombe, o tortorelle, e voi tutti uccellini del cielo, venite e aiutatemi a scegliere,
la buona in cucina
le cattive in salotto».
Due bianche colombe vennero dalla finestra della cucina, e poi le tortorelle e finalmente frullarono e sciamarono tutti gli uccellini del cielo e si posarono nella cenere. E le colombe fecero di sì e cominciarono pik, pik, pik, pik, e anche gli altri cominciarono pik, pik, pik, pik, e mandarono tutti i granellini nelle scodelle. E prima che fosse trascorsa mezz’ora tutto era finito e gli uccellini volarono via.
La fanciulla tutta allegra portò le scodelle alla matrigna e credette che anche lei sarebbe andata alle nozze del re. Ma quella disse: «Tutto questo non serve a nulla; tu non verrai perché non hai abiti e non sai ballare; non vogliamo vergognarci per te». Quindi le voltò le spalle e si affrettò a partire con le sue due superbe figlie.
Quando più nessuno fu in casa, Cenerentola andò alla tomba di sua madre sotto il nocciolo e gridò:
«Alberello scuotiti e squassa,
gettami addosso oro e argento».
Allora l’uccellino bianco le gettò un vestito d’oro e delle scarpettine ricamate d’argento. In un momento indossò l’abito e si recò alle nozze.
Le sue sorelle e la matrigna non la riconobbero e pensavano fosse la figlia di un re straniero, tanto appariva bella nei vestiti d’oro. Esse non pensavano neppure a Cenerentola, persuase com’erano che ella fosse a casa, seduta nel sudiciume a cercare le lenticchie nella cenere.
Il figlio del re le andò incontro, le prese la mano e ballò con lei. Poi non volle più ballare con nessun’altra e non le lasciò più la mano libera e quando un altro si presentava per invitarla, egli diceva: «Questa è la mia ballerina».
Cenerentola ballò fino a sera, poi volle ritornare a casa. Ma il figlio del re disse: «Verrò con te e ti accompagnerò», poiché voleva vedere di chi fosse figlia la bella fanciulla. Ma ella gli sfuggì e saltò nella colombaia. Il figlio del re aspettò fino a che venne il padre e gli disse che la fanciulla straniera era saltata nella colombaia. Il vecchio pensò: «Deve essere Cenerentola», e andarono a prendere la scure e la zappa per fare a pezzi la colombaia, ma dentro non c’era nessuno.
Quando essi entrarono in casa, trovarono Cenerentola nella cenere, vestita dei suoi abiti sudici, che accendeva nel caminetto un’affumicata lampada ad olio. Infatti, Cenerentola era discesa in un attimo dalla colombaia, ed era corsa all’albero di nocciolo; là si era svestita degli abiti d’oro e li aveva deposti sulla tomba, e l’uccellino bianco li aveva ripresi. Poi si era rivestita della sua casacchina grigia e si era seduta sulla cenere in cucina.
Il giorno seguente, quando la festa ricominciò di nuovo, e i genitori e le sorellastre furono partiti, Cenerentola corse al nocciolo e disse:
«Alberello scuotiti e squassati,
gettami addosso oro e argento».
L’uccellino bianco le gettò ancora degli abiti, più superbi di quelli del giorno innanzi. E quando ella in tali abiti si presentò alle nozze ciascuno stupì della sua bellezza. Il figlio del re che l’aveva attesa, la prese ugualmente per la mano e ballò solo con lei. Se gli altri venivano ad invitarla egli diceva: «Questa è la mia ballerina».
Quando fu sera, ella volle partire, e il figlio del re la seguì e volle vedere in quale casa entrasse; ma ella si allontanò di corsa e saltò nel giardino dietro la casa. Là vi era un grande e bell’albero, dal quale pendevano delle magnifiche pere; ella si arrampicò, agile come uno scoiattolo tra i rami, e il figlio del re non seppe dove fosse entrata. Ma aspettò, aspettò, finché venne il padre e gli disse: «La fanciulla straniera mi è sfuggita, ed io credo che sia saltata sul pero».
Il padre pensò: «Deve essere Cenerentola», si fece portare la scure, e colpì l’albero tutt’intorno, ma non c’era nessuno sopra. E quando andarono in cucina, Cenerentola era sdraiata nella cenere, poiché ella era saltata dall’altra parte dell’albero, aveva riportato all’uccellino bianco sul nocciolo i begli abiti, e aveva indossato il suo casacchino grigio.
Il terzo giorno, appena i genitori e le sorelle furono partiti, Cenerentola ritornò alla tomba della madre e disse all’alberello:
«Alberello scuotiti e squassati,
gettami addosso oro e argento».
L’uccellino bianco le gettò un abito che era così magnifico e splendente, come mai nessuno ne aveva avuto e le scarpette erano tutte d’oro. Quando ella apparve in tale abito alle nozze, tutti non sapevano che dire per la meraviglia. Il figlio del re ballò solo con lei e se qualcuno la invitava, diceva: «Questa è la mia ballerina».
Quando fu sera, Cenerentola volle andar via e il figlio del re volle accompagnarla, ma ella gli sfuggì così rapidamente che egli non poté seguirla.
Ma il figlio del re aveva pensato un’astuzia e aveva fatto ungere con la pece tutta la scala; perciò avvenne che, quando ella correva per scendere, lo scarpino sinistro rimase attaccato al pavimento. Il figlio del re lo raccolse; era piccolo, graziosissimo e tutto d’oro.
Il giorno dopo egli si recò dal ricco signore e disse: «Sarà mia moglie solo colei, al cui piede si adatta questo scarpino d’oro».
Le due sorelle si rallegrarono, poiché anch’esse avevano dei bei piedi. La più anziana andò nella sua camera con lo scarpino e lo volle provare: la madre era presente. Ma lo scarpino era troppo piccolo, e non poté entrarci col dito grosso del piede. Allora la madre le diede un coltello e le disse: «Tagliati il dito: quando sarai regina non dovrai più andare a piedi».
La fanciulla tagliò il dito, sforzò il piede nella scarpa, nascose il dolore e andò via col figlio del re.
Egli se la prese come fidanzata sul cavallo e galoppò con lei. Per andare alla reggia essi dovevano passare vicino alla tomba e sul nocciolo erano due colombe che gridarono:
«Guarda indietro, guarda indietro,
la scarpa è insanguinata;
la scarpa è troppo piccola,
la vera sposa non siede in groppa».
Egli guardò il piede della fanciulla e vide che ne sgorgava il sangue. Voltò il cavallo, riportò a casa la falsa fidanzata e disse che non era la vera, che l’altra sorella doveva infilarsi la scarpa. Questa andò nella sua camera e infilò felicemente la scarpetta, ma il calcagno era troppo grande. La madre le diede un coltello e disse: «Tagliati un pezzo del calcagno: quando sarai regina non dovrai più andare a piedi».
La fanciulla tagliò un pezzo del calcagno, sforzò il piede nella scarpa, nascose il dolore e raggiunse il figlio del re. Egli la prese in groppa come fidanzata e galoppò via con lei. Quando passarono vicino al nocciolo, le due colombe che vi erano posate gridarono:
«Guarda indietro, guarda indietro,
la scarpa è insanguinata;
la scarpa è troppo piccola,
la vera fidanzata non è in groppa».
Egli guardò giù il piede della ragazza e vide il sangue che colava dalla scarpa e aveva tinto di rosso la calza bianca.
Voltò il cavallo e riportò a casa la falsa fidanzata. «Neanche questa è la vera – disse, – non avete un’altra figlia?».
«No – rispose il signore, – però dalla mia defunta moglie ho avuto una povera piccola figlia, che è chiamata Cenerentola; ma essa non può essere quella che cercate».
Il figlio del re disse che la facessero venire e anche quando la matrigna rispose: «No, è troppo sudicia, non bisogna farla vedere», volle assolutamente vederla. Bisognò chiamare Cenerentola, che prima si lavò le mani e la faccia, poi entrò e s’inginocchiò dinanzi al figlio del re, il quale le porse la scarpetta d’oro. Ella quindi si sedette su uno sgabello, si tolse dal piede il pesante zoccolo e infilò la scarpetta che le stava a pennello. E quando si levò in piedi e il figlio del re la guardò in faccia, riconobbe la bella fanciulla che aveva ballato con lui e esclamò: «Eccola, la vera fidanzata!».
La matrigna e le due sorelle furono prese dal terrore e divennero smorte dal dispetto; ma egli prese in groppa Cenerentola e andò via con lei. Quando passarono davanti al nocciolo, le due colombe gridarono:
«Guarda indietro, guarda indietro,
nella scarpa non c’è sangue;
la scarpa non è troppo piccola,
egli porta a casa la vera fidanzata».
E quando ebbero così gridato, ambedue presero il volo e si posarono sulle spalle di Cenerentola, una a destra e una a sinistra, e vi rimasero.
Nel giorno in cui doveva celebrarsi il matrimonio di Cenerentola col figlio del re, le false sorelle vi si recarono per ingraziarseli e prender parte alla loro felicità. Quando gli sposi andarono in chiesa, la maggiore si pose a destra, la minore a sinistra; le colombe beccarono un occhio a ciascuna. Quando uscirono, la maggiore era a sinistra, la minore a destra: le colombe beccarono a ognuna l’altro occhio.
E così per la loro cattiveria e slealtà furono punite con la cecità per tutta la vita.

Jakob e Wilhelm Grimm – Antonio Gramsci – Il lupo e i sette caprettini

C’era una volta una vecchia capra che aveva sette caprettini e li amava, come una madre ama i suoi bambini. Un giorno dovette andare nella foresta a cercare del cibo; chiamò a sé i sette piccoli e disse: «Cari figli, io devo recarmi nella foresta, state attenti al lupo, perché se entra, vi mangia con tutta la pelle e il pelo. Il malvagio qualche volta riesce a contraffarsi, ma voi lo riconoscerete ugualmente dalla voce rauca e dalle zampe nere».
I caprettini risposero: «Cara madre, staremo attentissimi, puoi allontanarti senza preoccupazione».
La vecchia belò teneramente e tutta consolata si mise in cammino.
Non passò molto tempo, qualcuno bussò alla porta di casa gridando: «Aprite, cari figli, vostra madre è qua ed ha portato qualcosa per ognuno di voi».
Ma i caprettini capirono dalla voce rauca che era il lupo. «Non apriamo – gridarono, – tu non sei nostra madre; la sua voce è bella e amorevole, mentre la tua è rauca, tu sei il lupo».
Il lupo andò lontano, da un merciaio, e comprò un grosso pezzo di gesso: lo mangiò e così rese sottile la sua voce. Poi tornò indietro, bussò alla porta della casa e gridò: «Aprite, cari figli, vostra madre è qui e ha portato qualcosa per ognuno di voi».
Ma il lupo aveva posato le sue zampe nere sulla finestra; i caprettini le videro e gridarono: «Non apriamo, nostra madre non ha i piedi neri come te, tu sei il lupo».
Allora il lupo corse da un panettiere e disse: «Mi sono fatto male alle zampe, stendici sopra un po’ di pasta».
Quando il panettiere ebbe steso la pasta sulle zampe, il lupo corse da un mugnaio e disse: «Spargi della farina bianca sulle mie zampe».
Il mugnaio pensò: «Il lupo vuole ingannare qualcuno» e si rifiutò, ma il lupo gli disse: «Se non lo fai, ti mangerò».
Il mugnaio ebbe paura e gli imbiancò le gambe. Sì, così sono gli uomini!
Allora, per la terza volta, il malvagio bussò alla porta della casettina e disse: «Apritemi, figli, la vostra cara mammina è ritornata e ha portato dalla foresta qualcosa per ognuno di voi».
I caprettini gridarono: «Mostraci prima le tue zampe, perché sappiamo che tu sei la nostra cara mammina».
Il lupo posò le zampe sulla finestra e quando quelli ebbero visto che erano bianche, credettero fosse tutto vero ciò che il lupo aveva detto e aprirono la porta. Ma chi entrò fu il lupo.
Essi ne furono terrorizzati e cercarono di nascondersi: uno saltò sotto il tavolo, il secondo nel letto, il terzo nella stufa, il quarto in cucina, il quinto nell’armadio, il sesto nella tinozza del bucato, il settimo nella cassa del pendolo.
Ma il lupo li trovò tutti, e non fece troppe cerimonie, uno dopo l’altro li trangugiò nelle sue fauci; solo non scoprì il più piccolino che si era nascosto nella cassa del pendolo.
Quando il lupo ebbe così soddisfatto la sua ingordigia, se ne andò a sdraiarsi fuori sul verde prato sotto un albero e si addormentò.
Non molto tempo dopo la vecchia capra ritornò a casa dalla foresta. Ah! che cosa le toccò vedere! La porta della casettina era spalancata, il tavolo, le sedie e le panchine erano rovesciati, la tinozza del bucato era in pezzi, coperte e cuscini erano stati strappati dal letto. Ella cercò i suoi figlioletti, ma non li trovò in nessun luogo. Li chiamò uno dopo l’altro per nome, ma nessuno rispose. Infine, quando giunse al più piccolino, una voce sottile sottile gridò: «Cara madre, sono nascosto nel pendolo».
Ella lo trasse fuori ed egli le raccontò come fosse venuto il lupo e avesse mangiato tutti gli altri. Potete pensare come la vecchia capra pianse per i suoi poveri figlioletti.
Infine ella uscì tutta angosciata e il caprettino più giovane le corse dietro. Quando giunse al prato vide il lupo che, sdraiato sotto l’albero, russava così fragorosamente che i rami ne tremavano. Ella lo guardò da tutte le parti, e vide che nella sua pancia piena qualcosa si muoveva e si dimenava.
Dio mio – pensò, – che i miei poveri figlioletti, che egli ha divorato come cena, siano ancora vivi?».
Allora fece correre fino alla casettina il caprettino a prendere forbici, ago e filo. Quindi aprì la pancia al mostro e appena ebbe fatto il primo taglio, un caprettino allungò fuori la testina, e quando continuò a tagliare, tutti e sei saltarono fuori, uno dopo l’altro, ed erano tutti in vita e non avevano sofferto nessun male, poiché il mostro li aveva inghiottiti d’un colpo nella sua ingordigia.
Fu una grande allegria! Essi abbracciarono la loro cara madre e ballarono come se andassero a nozze.
Ma la vecchia disse: «Adesso andate a cercare delle grosse pietre, con cui riempiremo la pancia alla bestia scellerata, mentre è immersa nel sonno».
I sette caprettini trascinarono in tutta fretta delle pietre e le misero nella pancia del lupo, tante quante ne poteva contenere. Quindi la vecchia ricucì il taglio in un momento in modo che lui non si accorgesse di nulla e non si muovesse.
Quando il lupo finalmente si svegliò, si levò sulle zampe e poiché le pietre nello stomaco gli avevano suscitato una grande sete, volle andare ad una fontana a bere. Ma appena cominciò a camminare e a muoversi qua e là, le pietre si urtarono l’un l’altra nella sua pancia. Il lupo gridò:
«Cos’è che rimbomba e rimbalza
e m’indolenzisce il pancione?
Sei caprettini ho mangiato
nel gozzo ho un quintale di sassi».
E appena arrivò alla fontana si curvò sull’acqua per bere, ma le pesanti pietre lo spinsero giù ed egli affogò miseramente.
A quella vista i sette caprettini corsero in tutta fretta, gridando: «Il lupo è morto! Il lupo è morto!» e danzarono dalla gioia con la loro mamma intorno alla sorgente.

Jakob e Wilhelm Grimm – Antonio Gramsci – Storia di uno, Giovannin Senzapaura, che partì di casa per imparare cos’è la pelle d’oca

Un padre aveva due figli. Il maggiore era scaltro e giudizioso e sapeva arrangiarsi in tutto benissimo, il minore invece era stupido, non capiva e non imparava nulla, e quando la gente lo vedeva, diceva: «Costui è per il padre un bel peso!».
Quando c’era qualcosa da fare, il fratello maggiore la eseguiva sempre; ma se il padre lo chiamava per andare a prendere qualcosa, di sera o addirittura di notte e la strada passava accanto al cimitero o in qualche altro luogo tetro, allora egli rispondeva: «Ah, no, babbo, io non ci vado, mi viene la pelle d’oca!» perché era pauroso.
Oppure, quando la sera intorno al focolare si raccontavano storie, da far venire i brividi, gli ascoltatori ogni tanto dicevano: «Ah, mi viene la pelle d’oca!».
Il fratello minore sedeva in un angolo, ascoltava e non riusciva a capire che cosa ciò significasse. «Sempre dicono mi viene la pelle d’oca!, mi viene la pelle d’oca! e a me la pelle d’oca non viene; deve essere certo un’abilità, della quale non capisco nulla».
Ora avvenne che una volta il padre gli disse: «Senti un po’, tu diventi grande e forte, impara qualche cosa per guadagnarti il pane. Vedi come tuo fratello si dà da fare, ma con te si perde il ranno e il sapone».
«Eh, babbo – rispose, – io vorrei imparare volentieri una cosa. Sì, vorrei apprendere che cos’è la pelle d’oca perché ancora non ne capisco proprio nulla».
Il maggiore rise appena lo sentì e pensò tra sé: «Dio, che stupido è mio fratello, nella vita non riuscirà a niente; il buon giorno si conosce dal mattino». Il padre sospirò e rispose:
«La pelle d’oca potrai imparare a conoscerla, ma con questo non ti guadagnerai il pane».
Poco dopo il sacrestano venne in casa a far visita, per cui il padre si lamentò con lui delle sue tristezze e gli raccontò come il suo figlio più giovane fosse così malamente dotato in ogni cosa, non sapesse nulla e non imparasse nulla. «Pensate, che avendogli io domandato come vuole guadagnarsi il pane, ha espresso il desiderio di voler imparare cos’è la pelle d’oca».
«Se non è che questo – rispose il sacrestano – egli potrà impararlo presso di me; mandatemelo a casa, io lo dirozzerò per benino». Il padre ne fu contento perché pensava: «Il giovane imparerà dunque qualcosa».
Il sacrestano se lo portò dunque in casa e il giovane doveva suonar le campane. Dopo un paio di giorni, lo svegliò a mezzanotte, gli disse di levarsi, di salire sul campanile e di suonare le campane. «Adesso imparerai bene che cos’è la pelle d’oca», pensava; di soppiatto lo precedette e quando il giovane fu su e si voltò e volle prendere la corda della campana, vide che sulla scala, di fronte allo spiraglio, c’era una figura tutta bianca. «Chi sei?», gridò, ma la figura non rispose, non si mosse, non si allontanò. «Rispondi – gridò il giovane, – e allontanati, tu non hai da far nulla qui di notte». Il sacrestano, però, rimase immobile, per cui il giovane credette che fosse uno spettro e gridò per la seconda volta: «Che cosa vuoi qui? Parla, se sei un uomo onesto, oppure io ti getto giù dalla scala».
Il sacrestano pensò: «Non lo credo così cattivo»; non proferì parola e stette immobile, come se fosse di pietra. Il giovane dopo averlo chiamato per la terza volta inutilmente, si slanciò e gettò il fantasma dalla scala, tanto che rotolò per dieci gradini e rimase disteso in un angolo. Quindi suonò le campane, andò a casa, si mise a letto senza dire una parola e riprese a dormire.
La moglie del sacrestano aspettò a lungo il marito, ma non vedendolo ritornare chiese: «Sai dove è rimasto mio marito? È salito prima di te sul campanile».
«No – rispose il giovane, – ma nella scala, di fronte allo spiraglio c’era un tale, e poiché non volle rispondere e andarsene via, ho ritenuto fosse un mariuolo e l’ho buttato giù. Andate a vedere. Se fosse stato lui, mi dispiacerebbe molto».
La donna corse via e trovò suo marito che giaceva in un angolo e si lamentava, perché aveva una gamba spezzata. Lo portò giù e corse poi con alte grida dal padre del giovane. «Vostro figlio – gridò, – ha causato una grande disgrazia, ha gettato mio marito giù dalla scala, così che si è rotto una gamba: portate via il fannullone da casa nostra».
Il padre si sbigottì, andò di corsa e portò via il giovane. «Questi sono gli scherzi perversi che ti deve aver ispirato il diavolo».
«Padre – egli rispose, – ascoltate, non sono colpevole; era là di notte, come uno che ha cattive intenzioni. Io non sapevo chi fosse e tre volte l’ho esortato a parlare o ad andarsene».
«Ah – disse il padre, – con te non ho che dispiaceri, allontanati dai miei occhi, non ti voglio più vedere».
«Sì, padre, molto volentieri, aspettate solo che sia giorno. Voglio partire per imparare cos’è la pelle d’oca, così apprenderò un’arte che mi possa nutrire».
«Impara ciò che vuoi – disse il padre, – per me fa lo stesso. Eccoti cinquanta talleri, va’ nel lontano mondo e non dire a nessuno da dove vieni e chi è tuo padre, perché non debba vergognarmi di te».
«Sì, padre, come volete, se non domandate di più, io posso facilmente fare ciò che mi chiedete».
Appena spuntò il giorno, il giovane mise i suoi cinquanta talleri in tasca, se ne andò sulla grande strada maestra continuando sempre a mormorare tra sé: «Se almeno mi venisse la pelle d’oca! Se almeno mi venisse la pelle d’oca!».
Un uomo lo avvicinò, udì il soliloquio e quando poco più avanti furono in vista di una forca, l’uomo gli disse: «Guarda là quell’albero, vedrai sette uomini che hanno sposato la figlia del cordaio e adesso imparano a volare; siediti là sotto e aspetta fino alla notte, così imparerai bene ad avere la pelle d’oca».
«Se non si tratta che di questo – rispose il giovane, – è presto fatto; se io sentirò così rapidamente la pelle d’oca, tu avrai i miei cinquanta talleri; ritorna da me domattina presto».
Il giovane andò sotto il patibolo, si sedette e attese la sera. E poiché gelava, accese un fuoco, ma verso la mezzanotte il freddo era tale, che nonostante il fuoco, non riusciva a riscaldarsi. Il vento spingeva gli impiccati uno contro l’altro, in modo che essi si muovevano di qua e di là, ed egli pensò: «Si gela quaggiù presso il fuoco, chissà come devono gelare quelli che sono lassù». E poiché era di buon cuore, accostò la scala, salì su, li slegò uno dopo l’altro e li lasciò cader giù tutti e sette. Quindi attizzò il fuoco, lo ravvivò e li sistemò intorno, perché si potessero scaldare. Quindi disse: «State attenti, altrimenti vi riappendo lassù».
I morti però non obbedirono, stettero zitti e lasciarono bruciare i loro stracci. Allora egli si incollerì e disse: «Se non volete stare attenti, io non vi posso aiutare, e non voglio bruciare con voi». E li riappese su in fila.
Quindi si sedette vicino al fuoco e si addormentò. Al mattino seguente, l’uomo si recò da lui, voleva i cinquanta talleri e disse: «Finalmente sai cos’è la pelle d’oca?».
«No – rispose, – e perché dovrei saperlo? Quegli lassù non hanno aperto il ceffo e sono stati così stupidi da lasciar bruciare quel po’ di cenci che avevano addosso».
Quando l’uomo vide che per quel giorno non avrebbe ottenuto i cinquanta talleri, se ne andò dicendo: «Un tipo simile non l’ho mai incontrato».
Anche il giovane riprese la sua strada ricominciando a dire tra sé: «Ah, se mi venisse la pelle d’oca! Ah, se mi venisse la pelle d’oca!».
Lo udì un vetturale che gli veniva dietro lentamente e domandò: «Chi sei?». «Non so», rispose il giovane. Il vetturale domandò di nuovo: «Di dove sei?». «Non so». «Chi è tuo padre?». «Non posso dirlo». «Che cosa borbotti continuamente sotto i baffi?». «Ah – rispose il giovane, – io vorrei sapere cos’è la pelle d’oca, ma nessuno me lo può insegnare».
«Lascia le tue stupide chiacchiere – disse il vetturale, – vieni con me e vedrò di sistemarti».
Il giovane andò col vetturale e alla sera giunsero in un albergo, dove volevano passare la notte. Entrando nella stanza, ripeté ad alta voce: «Almeno mi venisse la pelle d’oca! Almeno mi venisse la pelle d’oca!».
L’oste che lo udì, rise e disse: «Se è questo che desideri, qui potrai avere delle buone occasioni». «Ah, sta’ zitto – disse l’ostessa, – tanti curiosi ci hanno rimesso la vita, che sarebbe un peccato se i suoi begli occhi non dovessero rivedere la luce del giorno».
Ma il giovane disse: «Se anche fosse così difficile, io ormai voglio sentirla, poiché sono partito di casa proprio per questo». E non lasciò in pace l’oste, fino a che questi gli raccontò che non lontano di là c’era un castello incantato, dove uno poteva imparare a meraviglia cosa fosse la pelle d’oca, se avesse voluto vegliare laggiù per tre notti. Il re aveva promesso in sposa sua figlia a chi avesse osato, e essa era la più bella sotto la luce del sole; inoltre nel castello erano nascosti grandi tesori custoditi da spiriti cattivi, che sarebbero stati poi liberati e che facilmente potevano fare ricco un povero. Già quattro persone avevano tentato, ma nessuno era ritornato vivo.
Il mattino dopo il giovane si recò dal re e disse: «Se mi date il permesso, vorrei vegliare tre notti nel castello incantato».
Il re lo guardò e, poiché gli piacque, rispose: «Puoi domandare per te tre cose, ma devono essere cose inanimate, e devi portarle con te nel castello».
Egli disse: «Domando del fuoco, un tornio e un banco da falegname col coltello».
Il re gli fece portare tutto ciò nel castello durante il giorno. Quando venne la notte, il giovane salì su, accese in una camera un bel fuoco, pose vicino il banco col coltello e si sedette sul tornio. «Ah, se almeno mi venisse la pelle d’oca – disse, – ma neanche qui imparerò che cosa è».
Verso la mezzanotte volle riattizzare il fuoco; mentre vi soffiava dentro, all’improvviso da un angolo si gridò: «Au, miau! Che freddo abbiamo!».
«Siete pazzi – gridò, – perché gridate? Se avete freddo, venite, sedetevi vicino al fuoco e riscaldatevi». Appena ebbe parlato, due grossi gatti neri si avvicinarono con un potente salto, gli si sedettero ai fianchi e lo guardarono molto selvaggiamente coi loro occhi di fuoco. Dopo un momento, quando si furono riscaldati, dissero: «Amico, vogliamo giocare a carte insieme?».
«Perché no? – rispose il giovane. – Ma prima mostratemi le zampe». Essi allungarono gli artigli. «Ah – disse, – che unghie lunghe avete! Aspettate, posso tagliarvele subito». Li ghermì per il collo, li posò sul banco e avvitò loro saldamente le gambe. «Vi ho riveduto le bucce alle dita – disse – poiché mi è passata la voglia di giocare a carte». Li ammazzò e li buttò fuori nell’acqua dello stagno.
Ma dopo che si fu liberato da quei due e volle sedersi nuovamente al suo fuoco, da tutti gli angoli vennero fuori gatti neri e cani neri con catene roventi, sempre più numerosi, così che non sapeva come schivarsi: urlando orridamente gli calpestarono il fuoco, cercarono di disperdere le ceneri e di spegnerlo. Egli li guardò per un momento tranquillamente, ma siccome diventavano troppo molesti, prese il coltello da intaglio e gridando: «Via, via, canaglie!», li colpì da cavar loro la pelle.
Una parte saltò via, un’altra fu colpita a morte e buttata fuori nello stagno.
Appena rientrato, ravvivò vigorosamente le scintille del suo fuoco e si scaldò. E mentre così sedeva gli occhi non gli volevano stare aperti più a lungo e gli venne voglia di dormire. Guardò intorno e in un angolo vide un grande letto: «Questo farà al caso mio», disse e vi si sdraiò. Ma appena si apprestò a chiudere gli occhi, il letto cominciò a viaggiare da solo e percorse tutto il castello.
«Bene – disse, – di bene in meglio». Il letto ruzzolava come fosse tirato da sei cavalli, per porte e scale, su e giù. Improvvisamente, hopp, hopp!, si capovolse dal basso in alto, così che gli stava addosso come una montagna. Ma egli gettò via coperte e cuscini, uscì fuori e disse: «Ora può viaggiare chi ne ha voglia». Si sdraiò vicino al fuoco e dormì fino a giorno.
Al mattino venne il re, e come lo vide giacere per terra, pensò che gli spettri lo avessero ammazzato e che fosse morto. Disse: «Il bel ragazzo ha avuto sfortuna».
Il giovane lo udì, si levò e disse: «Ancora non siamo a quel punto!».
Il re si meravigliò, ma si rallegrò e domandò come fosse andata. «Benissimo – rispose, – se una notte è passata, anche le altre due passeranno».
Quando si recò dall’oste, questi spalancò gli occhi. «Non pensavo – disse – che ti avrei ancora visto vivo; hai almeno imparato che cos’è la pelle d’oca?».
«No – rispose il giovane, – tutto è inutile; se almeno qualcuno me lo potesse dire!».
La seconda notte salì nuovamente al vecchio castello, si sedette vicino al fuoco e ricominciò la sua vecchia canzone: «Oh, mi venisse la pelle d’oca!».
Quando giunse mezzanotte, si sentì uno strepito e uno schiamazzo, prima sommesso, poi sempre più forte; poi ci fu un pochino di silenzio, finalmente un mezzo uomo venne giù dal camino con alte strida e gli cascò davanti. «Orsù – gridò, – è troppo poco, ci vuole ancora una metà». Allora di bel nuovo ricominciò lo strepito e anche la seconda metà cadde giù.
«Aspetta – disse il giovane, – voglio prima soffiare un po’ nel fuoco per te». Come ebbe fatto ciò e si voltò indietro, le due parti si erano congiunte e un uomo orrendo sedeva al suo posto. «Questo non era nei patti – disse il giovane, – il bancone è mio».
L’uomo lo volle spingere via, ma il giovane non acconsentì, lo spinse a sua volta con violenza e si sedette nuovamente al suo posto. Allora caddero giù molti altri uomini, uno dopo l’altro, che portavano con sé nove gambe di morti e due teschi, piantarono in terra le gambe e giocarono ai birilli. Anche al giovane venne la voglia di giocare e domandò: «Sentite, posso far parte della compagnia?». «Sì, se hai denaro». «Denaro abbastanza – rispose, – ma le vostre palle non sono ben tonde». Prese i teschi, si sedette al tornio, e li fece diventare tondi. «Così ora rotoleranno meglio – disse, – orsù! ora ce la spasseremo!».
Giocò in compagnia e perdette un bel po’ del suo denaro, ma quando suonarono le dodici, tutto sparì dinanzi ai suoi occhi. Egli si sdraiò e dormì pacificamente.
Il mattino dopo venne il re e volle informarsi. «Come ti è andata questa volta?», domandò. «Ho giocato ai birilli – rispose il giovane – e ho perduto qualche soldo». «Non hai avuto la pelle d’oca?». «Macché! – disse, – me la son passata allegramente. Se almeno sapessi cosa è la pelle d’oca!».
La terza notte egli si sedette nuovamente sul suo bancone e disse con grande rincrescimento: «Almeno mi venisse la pelle d’oca!». Più tardi comparvero sei uomini grandi e grossi, altissimi che portarono una cassa da morto. Allora egli disse: «Ah! ah! certo si tratta del mio cuginetto, che è morto qualche giorno fa»; fece cenno col dito e gridò: «Vieni, cuginetto, vieni!».
Gli uomini posarono la bara per terra ma egli vi andò vicino e sollevò il coperchio: vi giaceva un morto. Il giovane lo toccò nel volto che era freddo come il ghiaccio.
«Aspetta – disse, – ti voglio un po’ riscaldare». Andò al fuoco, riscaldò una mano e gliela pose sul viso, ma il cadavere rimase freddo. Allora lo cavò fuori dalla bara, si sedette vicino al fuoco, si prese il cadavere sulle ginocchia e gli stropicciò le braccia per vedere di rimettere il sangue in movimento. Ma poiché anche questa non serviva a nulla, gli venne in mente che «se due vanno a letto insieme, si riscaldano». Lo portò nel letto, lo coprì e gli si sdraiò vicino. Dopo un poco, anche il cadavere si riscaldò e cominciò a muoversi.
Il giovane disse: «Hai visto, cuginetto, sono riuscito a riscaldarti». Ma il cadavere si drizzò e gridò: «Adesso ti strozzerò!».
«Come – disse il giovane, – è questo il tuo ringraziamento? Subito ritornerai nella tua bara». Lo sollevò, ve lo gettò dentro e chiuse il coperchio. Vennero i sei uomini e la riportarono via.
«Non riesco ad aver la pelle d’oca – disse il giovane – qui non imparo ciò che mi serve per vivere».
Allora entrò un uomo che era più grande di tutti gli altri, e aveva un aspetto spaventevole; ma era vecchio e aveva una lunga barba bianca. «O uomo da poco – gridò, – adesso imparerai subito che cos’è la pelle d’oca perché devi morire». «Non subito – rispose il giovane, – ci devo stare anch’io».
«Ti voglio prendere», disse lo stregone. «Piano, piano, non vantarti tanto: sono forte come te e forse anche di più. Vedremo – disse il vecchio. – Se sei più forte di me, ti lascerò andar via; vieni, facciamo la prova».
Lo condusse, attraverso un corridoio oscuro, in una fucina da fabbro, prese una scure e con un colpo spaccò fino a terra un’incudine: il vecchio gli stava vicino e voleva stare a vedere con la sua barba bianca penzoloni.
Il giovane prese la scure, spaccò l’incudine con un colpo e vi strinse dentro la barba del vecchio.
«Adesso sono io che ti ho in mio potere – disse, – adesso sei tu che devi morire». Quindi prese una sbarra di ferro e batté il vecchio, finché questi si mise a piangere e lo pregò di smettere promettendogli una grande ricchezza. Il giovane estrasse la scure e lo liberò. Il vecchio lo ricondusse nel castello e in una cantina gli mostrò tre bauli pieni d’oro. «Una parte – egli disse – per i poveri, un’altra per il re, la terza per te». In quel momento batterono le dodici e lo spirito sparì così che il giovane rimase nelle tenebre.
«Devo trovare l’uscita», disse; andò a tastoni, ritrovò la strada per la sua camera e si addormentò vicino al fuoco.
Il mattino seguente venne il re e disse: «Adesso avrai imparato che cos’è la pelle d’oca!».
«No – rispose il giovane, – che cos’è? Mio cugino morto è stato qui e poi è venuto un uomo barbuto e mi ha indicato dove si trova molto denaro, ma cosa è la pelle d’oca nessuno me lo ha detto».
Il re disse: «Tu hai liberato il castello e sposerai mia figlia».
«Tutto va benissimo – disse il giovane, – ma io ancora non so che cos’è la pelle d’oca».
L’oro fu portato su e furono festeggiate le nozze, ma il reuccio, per quanto amasse sua moglie e fosse contento, tuttavia diceva sempre: «Almeno mi venisse la pelle d’oca, almeno mi venisse la pelle d’oca».
Questo alla fine infastidì sua moglie. Allora la cameriera le disse: «Proverò ad aiutarlo ad imparare cos’è la pelle d’oca». Andò giù al ruscello che scorreva attraverso il giardino e si fece portare un secchione pieno di ghiozzi. La notte, quando il reuccio dormiva, sua moglie tirò via la coperta e gli versò addosso il secchione pieno d’acqua fredda e di ghiozzi, così che i pesciolini gli si dimenavano intorno.
Egli si svegliò e gridò: «Ah, che pelle d’oca, cara moglie! Sì, adesso so cos’è la pelle d’oca!».