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Ruggieri Apuliese – L’altro ier fui ‘n parlamento

L’altro ier fui ‘n parlamento
con quella ch’ i’ aggio amata.
Facemi grande lamento
che a forza è maritata;
E dissemi: «Drudo mio,
merzè ti chero, or m’aiuta;
chè tu se’ in terra il mi’ dio;
‘N le tue mani mi so’ arrenduta.
Per te colui non vogl’io.
Certo ben deggio morire,
chè ‘l cor del corpo m’è tratto.
Veggio ‘l mio padre ammannire
per compiere lo mal m’ha fatto.
Sir Iddio, or mi consiglia
e donami lo tuo conforto
de l’om ch’a forza mi piglia.
E guana lo vegg’io morto!
Di farmi dol s’assottiglia.
Drudo mio, da lui mi parte
e tra’mi di questa travaglia;
mandane in altra parte,
chè m’è in piacer san’ faglia.
Chè non m’aggia in balìa
lo padre mio che m’ha morta:
Non pare che pro’ mi dia,
se non di gioi’ mi sconforta
e di ben far mi disvia»
«Donna, del tuo maritare
lo mio cor forte mi duola.
Cosa non è da disfare:
ragion so ben che non vuole.
Chè io t’amo sì lealmente,
non vo’ che faccia fallanza;
che ti biasmasse la gente
ed io ne stesse in dottanza,
dico il vero fermamente.
Assai donne marito hanno
che da lor son forte odiate:
de’ be’ sembianti li danno,
però non son di più amate.
Così voglio che tu faccia;
ed averai molta gioia.
Quando . . . [accia]
tutt’andrà via la tua noia.
Di così far tu procaccia.

Ruggieri Apuliese – Provenzano, .iega

[ Provenzano, . -iega ]
[ . . . . -anza ]
[ . . . . -iega ]
[ . . . . -anza ]
[ . . . . -anza ]
[ . . . . dritto ]
ki non à sua bastanza:
lo Komune è sconfitto.
Rug[g]ieri, mal si piega
ki kade in disperanza:
questo fa Siena la viega
a ki non fa fallanza.
Non ò già dubitanza
ke non sarà punito:
a·llor non fa gueglianza
se ‘l Comune è ferito.
Provenzano, al tuo parere,
ke farano li ‘sciti?
Raveranno el loro avere,
k’al papa ne son giti?
[O] fieno sì arditi
k’a Siena fien guerrieri?
Paion[o]ti forniti
di gente e di kavalieri?
Rug[g]ieri, al buon ver dire,
paion sì ismarriti!
Meglio è kacciar ke fuggire:
meno ne sono ischerniti;
molto vengono falliti
[ . . . ] pensieri;
assai ne sonno periti
pedoni e kavalieri.
Provenzano, ki riniega
la leg[g]e cristiana,
rascion è, se la riniega,
l’anima aver insana:
[ e’ ] perde la su’ ana,
ki in Dio non à fede.
Qual signoria è sovrana
tra il papa e re Manfredi?
Rug[g]ieri, mal si piega
ki à speranza vana:
sé medesmo sì s’acieka,
la mente [sua] istrana.
Quel[li] frorisce e grana
che serve a·rre Manfredi;
ne la corte romana
mal v’odi e mal vi vedi.
Provenzan, buon’ è la pace,
ke la terra agenza
[ . . . . -ace ]
[ . . . . -enza]
Ki mette briga e tenza
in mal’ ora fu nato!
Non die avere penitenza
ki non [ci] fa peccato.
Rug[g]ieri, ben mi piace
ki a[ve] provedenza;
la guerra molto mi spiace,
ke frutta pistolenza.
Die avere grande dolenza
ki fug[g]e se no è kacciato;
non a[ve] di valenza
ki non è invidïato.
Provenzan, ki à Siena morta,
e’ perdut’ à el Paradiso.
Quei ke l’à piegata e torta
sie trainato et appeso;
ne le forke disteso
lo vedess’ io ankora!
è bene morto e konquiso
ki in Dio non à paura.
Rug[g]ieri, or ti konforta
ed ab[b]i giuoko e riso:
Cristo la tiene e porta,
da·lliei non e diviso;
lo franko popolo acceso
la porrà in altura,
Siena, ciò m’e [a]viso,
citta[de] di natura.
Provenzano, or tramettiamo
questa [nostra] kostune!
A Cristo mercé kiamamo,
ke dïa la ragione
a quei k’ama el Komune
più ke sé o i parenti:
mangia ‘l padre tal bokone
k’al figliuolo allega i denti.
Rug[g]ieri, or lo facciamo,
k’i’ n’ò konsolazione:
ki·ss’ aprende al buon ramo
non mangia rio bokone.
[Mena] a salvazïone
i savi canosce[nti]
lo dritto ogne istagione
malgrado dei maldicenti.

Ruggieri Apuliese – Genti, intendete questo sermone

Genti, intendete questo sermone:
Rug[g]ieri à fatto la sua Passione.
Non trovai dritto né ragione
in quelle false persone,
cioè in Siena, là ‘v’ io sono istato,
fue cresciuto e allevato:
da’ mei nemici fui akusato
al vescovo ed al kericato.
L’akusamento fue creduto,
iscritto e letto e ritenuto:
mandò per me el forte arguto;
non mi valse kascione né scuto.
Io fui gionto inanzi lue:
solo nato era e non kon altrui;
egli erano cento ed ankora piùe,
ke si consegliavano a due a due.
Molto istavano divoti
prencipi e sacerdoti,
adirati ed ingroti:
ankora gli veg[g]ia bistartoti!
Erode v’era e Gaifasso
e Pilato e Setenasso
e Longino e Giudeasso
[e] Markus e Barnabasso.
Quinzïano v’era e Nerone
e Staroto e Ferraone,
Balzabue e Ruciglione,
ke diciéno tutti di none.
Favellò el vescovo in primieri:
Fatti innanzi e giura, Rug[g]ieri;
perché mangiastù l’altrieri
koi pattarini crudeli e feri,
ke sonno peggio ke giuderi?»
Ed io presi a favellare:
«Messere, volentieri voglio giurare;
non credea ke fussero di tale affare.
Omo di mia arte non si puòe iscusare,
ki lo ‘nvita, ke non vada a mangiare».
Quelli rispose inkontenente:
«Non te puòe aitare neente
neuno amiko né parente,
k’io non ti faccia istar dolente,
sì ke non te rimarrà neente».
Ed io dissi: «Per Deo, non dite!
Io faccio ciò ke voi volete;
pegno né rikolta da me prendete;
s’i’ ‘l fo mai, sì m’impendete».
Rispose el fellone [maledetto]:
«Noi non volemo tuo disdetto
e ch’ à’ negare ciò k’ài detto.
Noi te faremo povaro e bretto,
sì ke no ti rimarrà kasa né tetton.
Ed io risposi in bassa boce:
«Mercé, per Deo ke venne in croce!
Kesto fuoko assai mi kuoce;
a voi non giuova e a me sì nuoce.
Questo disse el Creatore:
quando Gli ritorna un pekatore,
Ei ne fa mag[g]ior baldore
ke di cento giusti a tutte l’ore».
Ed egli respose kon grande furore:
Tu se’ fatto un gran predikatore,
novelliero e dicitore.
Di noi mal dici a tutte l’ore;
ma non mi nuoce, k’io so’ signore».
I’ mi fuï raveduto:
Quand’io dissi, avea bevuto.
Kosì fuss’ io stato muto!
S’io pec[c]ai, io ne so’ pentuto
ed a voi mi sonno arenduto».
In quell’ora a me si volse:
«Sempre avesti paravole molte;
io ti mettarab[b]o in tagli volte
ke fieno peg[g]io ke morte».
Rispose un altro in issavia
e disse in quella via:
«Non è questi [quel] Rug[g]ieri
k’io audii e vidi l’altrieri
kantare inansi kavalieri
di noi kome semo crudeli e feri?
Rispose un altro da l’altra parte,
ke non era di mia arte:
«Non guarisca, anzi sia morto;
non i sia fatto dritto, anzi torto!»
. . . .
. . . .

Ruggieri Apuliese – Tant’aggio ardire e conoscenza

Tant’aggio ardire e conoscenza
ched ò agli amici benvoglienza
e i nimici tegno in temenza;
ad ogni cosa do sentenza
et ag[g]io senno e provedenza
in ciascun mestiere:
k’eo so bene esser cavaliere
e donzello e bo[n] scudiere,
mercatante andare a fiere,
cambiatore ed usuriere,
e so pensare.
So piatare et avocare,
cherico so’ e so cantare,
fisica saccio e medicare,
so di rampogne e so’ zollare
e bo[n] sartore.
Orfo so’ e dipintore,
di veggi e d’arke facitore,
mastro di petre e muratore,
bifolco so’ e lavoratore
e calzolaio.
So’ barbiere e pillic[c]iaio,
pescatore so’ e mullaio,
rigattiere e tavernaio,
so’ pistore e so’ fornaio
buono e bello.
So più ke fabro di martello,
so far calcina cun fornello,
ben so’ biscazziere d’anello
e ruffiano di bordello
e bon sensale.
Vendo biada e feno e sale
e so’ buono ispezïale,
misuro terra e faccio scale;
modonatore e manovale,
lignimaestro.
Molto fo ben un canestro,
selle e cinghie ed un capestro,
so trare d’arco e di balestro,
tignere in verde et in cilestro,
e so di scacchi.
Conciare uccelli, af[a]itar bracchi,
so far reti e gabbie e giacchi,
cordon, stamigne e bon fresac[c]hi,
cacciar so e prender volpac[c]hi
e far monete.
Di storlomia so e di pianete,
indovinar cose segrete;
fodri meno di grande abete;
ancora so’, se voi volete,
bel barattiere.
A taule giuoco et a zariere,
asberghi faccio e panziere,
so’ scarano e berroviere,
marscalcire ben so un destriere;
so’ marinaio
e talfïata buon notaio;
faccio scudi e so’ coreggiaio,
agugliere e pergamenaio;
faccio guaine e so’ cospaio
e lanaiuolo.
Conche faccio e ben orciuolo;
so’ scudellaio e fo paiuolo;
so legger libro e libricciuolo
et ensegnar ciascun figliuolo
di me’ vicini.
So far campane e bon bacini,
navi e gualke e bon mulini,
tappeti e stuoie e pannilini,
ed a vettura do ronzini
e so torniare.
So cavagli ben ferrare,
stormenti faccio e so sonare,
oro et argento so afinare
e da l’acqua fuoco trare;
fo strali e lance.
Doppie so fare e bilance,
concio denti, af[a]ito guance,
so’ buferi et uso ciance,
cedro vendo e mele arance
e fo cassette.
Vesciche vendo per mulette
e piglio uccelli a le civette
e so fare dardi e berrette;
sommi guardar quando mi mette
e’ dubbio in forse.
So far trecciuoli e guanti e borse;
beri adomestico, lupi ed orse;
torno indrieto le cose corse;
so ben fare e torselli e torse
e ben cappella.
Molto so di guormenella,
tragittar, pallare coltella;
de cappe faccio ben mantella,
trabocchi e bride e manganella;
e far panieri,
boccali e nappi e bon bicchieri,
pettini e fusa e cusilieri;
più vo tosto ke corrieri;
pecore e boy, porci e somieri
so ben guardare.
So’ leale e so furtare,
spender saccio e guadagnare,
per arïento istagno dare;
e so i maconi incantare
e la tempesta.
So far drappi della resta
e sommi solazzare a festa,
ben adornar capelli in testa;
di codico saccio e di diesta
e naturale.
La legge tutta per iguale,
dicreto saccio e dicretale;
coreggo ben quel ke sta male;
intendo tutta e so ke vale
la dïaletica.
Gëometria et arismetrica,
rethorica saccio e non m’impedica,
gramatica e musica no m’aretica;
ben faria sermone e predica
in ogni parte.
Maestro so’ de tutte l’arte;
cui ne volesse scriver carte,
trattar vi sapria di Marte,
di altre pianete ke so’ ‘n parte
ne’ firmamenti.
Dire vi sapria di venti
e come stanno gli alimenti,
troni cun baleni ripenti,
et onde venno li tormenti
intor lo mare,
e cui la terra fa tremare;
e so invisibilmente andare;
ben me so trasfigurare
e guerra saccio ben menare
quando mi piace.
Buon capitano so’ di pace;
del mio cuore so’ molto audace;
sì come fa lo hom k’à verace
intendimento.
Di buone cose aggio talento,
delle rie sì mi spavento,
ben le conosco e sì le sento;
al ben vo con ardimento
e lascio ‘l male.
Amo molto uomo k’è leale:
li fraudelenti sieno a tale
ke sentenza i vegna mortale
da la Maestà celestïale
alta e superna,
Quel ke tutto ‘l mondo governa!
Cui de Lui fa beff’ o scherna
com’ a puttana di taverna,
siali amorta la lucerna
de l[o] vedere!
Ai valenti faccio asapere,
quegli ke volno honor tenere,
ke deg[g]iano misura avere
in dire, in fare et in volere
tuttora mai,
così in poco come in assai:
so ke monta, k’eo lo provai,
k’eo chesi honore e sì ‘l trovai,
abbi’l quando l’addimandai,
ancor lo truovo.
In ben far molto mi pruovo;
spessamente mi rinuovo;
el cattivo uom non vale un uovo,
et eo da me ‘l caccio e rimuovo
cun malezone.
Tanto so’ pien di ragione
k’i’ conosco le persone,
tutte le rie dalle buone;
di femmine più ke Salamone,
e d’esto mondo
ben so perké fu ritondo,
e ben so cui sosten lo fondo
e là ‘nd’ el ferma tutto ‘l pondo;
a tutte cose ben rispondo
perk’io le saccio.
Gli dïavoli prendo al laccio;
so far malie e sì le disfaccio;
per nigromanzia li caccio,
li demoni, molto vïaccio,
quando il vo’ fare.
Ancora vi sapria insegnare,
le provincie nominare
e l’acque ke intrano in lo mare,
perké le lingue in suo parlare
fonno divise;
perké pianse uom prima che rise,
perké Caino Abel uccise
e cui l’errore imprima mise
e come Ispagna si conquise
pei paladini.
So chi ‘ngannò i Saracini
e là ove falla i patarini,
com’ se nudriga li assasini
e com’ lo ‘mperio Constantini
fu do[mi]nato;
e come ‘l papa fue ordinato
e dall’imperio fu dotato,
Costantinopil fu fondato;
e col mio senno ò consigliato
molte persone.
Di Troia so la destruzione,
ke si perdeo per tradigione;
e com’ lo ‘mperio per tencione
fu in Alamagna alla stagione
k’uscìo di Francia;
perké la Chiesa li fe’ orancia.
Al mio amico so far mancia;
per ragione ag[g]iusto bilancia
e so ben dove andò la lancia
e lo gradale.
Di Merlin sapria trattare,
quando fece bene e male;
com’ nacque Artuso al temporale:
la mia materia è cutale
ke senno abonda.
So della Taula Ritonda,
Tristano ed Isotta la bionda;
e come l’uom tutto si monda:
e ke ‘l peccato no’l confonda,
si dé mondare.
Or no·mmi vogl[i]o nominare
né per nome ricordare:
troppo si converria cercare
anzi ke ‘l potessi trovare,
tant’e serrato.
Lo mio nome e dimezzato;
per metade so’ chiamato;
l’altra metade è, dal suo lato,
lo leone incoronato
con fresca cera;
cui di me vuol, paraul’ à intera.

Ruggieri Apuliese – Umìle sono, ed orgoglioso

Umìle sono ed orgoglioso,
prode e vile e corag[g]ioso,
franco e sicuro e pauroso,
e sono folle e sag[g]io,
e dolente e allegro e gioioso,
largo e scarso e dubitoso,
cortese e villano enodioso;
fac[c]iomi pro e danag[g]io.
E dirag[g]iovi, [ buona gente,] como
male e bene ag[g]’io più di null’omo.
Povero e ric[c]o e disasciato
sono, e fermo e malato,
giovane e vec[c]hio, ed agravato
e sano spessamente;
mercé faccio e pec[c]ato,
ch’io favello e non sono nato,
sono disciolto e legato
lo core e la mente.
Or intendete [ di ciò ] la rasgione:
giorno e notte istò [in] pensasgione.
Umìle son quando la veo;
e orgoglioso ché goleo
quella per cui mi deleo
s’io la potesse avere;
e sono pro’ per lei ch’è Deo,
tant’ è chiaro il suo splendeo;
bene son vil ch’i’ no scoteo
lo mio corag[g]io a dire.
Franco e sicuro sono ch’io vi ‘ntendo;
e pauroso ché non ag[g]io amendo.
Savio sono ch’io non dico
d’orgoglio né acatto nemico;
e sono folle ch’io m’imbrico
in così alto amore;
e villano ch’io mi disdico
di tut[t]e l’altre es[s]ere amico;
e cortese ch’io gastico
di villania ‘l mio core.
Ag[g]ione pro ch’io ne sono insegnato;
e danno c’amo e non sono amato.
Largo sono del fino amare;
e scarso molto d’ubrïare
quella che mi fa pensare
la notte e la dia;
di spaldire mi fa allegrare:
quando la veo non pos’ parlare;
e dolente mi fa stare:
di sé fa carestia.
Ag[g]ione pro per lei, ch’è [ . . . ] dia,
e male, non che madonna il mi dia.
Ric[c]o sono de la speranza;
povero di fin’amanza;
sanami la fina amanza,
quando la pos’ vedere;
n’ò gran male che mi lanza;
fermami la grand’ esmanza;
e favello a gran baldanza:
tut[t]or la gredo avere.
Ma non son nato a quel ch’io penzo fare,
se madonna non mi degnasse [amare].
Legato son, non pos’ fug[g]ire
i[n] nulla parte al meo disire;
sono disciolto per servire
tut[t]or, se mi valesse;
vec[c]hio sono per ubidire
quella che mi fa morire;
giovane, al buono ver dire,
se madona volesse.
E fo pec[c]ato, per lei ché m’ascondo;
e mercé ché di mal fare m’ascondo.
[R]ug[g]ieri Apugliesi conti,
Dio!, con’ vive a forti punti;
cavalieri e marchesi e conti
lo dicono igne parte,
che mali e beni a·llui son giunti;
questo mondo e valli e monti.
Madonna li sembianti à conti;
lo cor m’auna e parte.
E la ventura sempre scende e sale;
tosto aviene a l’omo bene e male.