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Ida Baccini – Insetti

Questo nome vi metterà forse di cattivo umore, perchè vi darà a supporre ch’io abbia intenzione di venirvi fuori con qualcuna di quelle parolone noiose che fanno spesso pigliare in uggia ai ragazzi la scuola, i libri e qualche volta anche la maestra. Ma mettete l’animo in pace, Io, quando sono in mezzo a voi, non so pensare che a delle cose carine e divertenti.
Questa parola insetti non vi deve quindi spaventare. Ditemi, vi piacciono le farfalle, quelle belle farfalle bianche, rosse, azzurre, dorate, che svolazzano sui fiori e ne succiano il miele? Vi siete mai divertiti a correr loro dietro? Ne avete mai acchiappate? Avete mai posto mente alle loro belle ali variopinte, al loro corpicino esile e delicato? Quelle farfalle sono insetti, ossia appartengono a un genere di animaletti chiamati insetti.

Gl’insetti sono molti: rifacciamoci dal nominare i più comuni, i più conosciuti: le mosche, le formiche, le vespe, le zanzare, le pulci, ecc.
Quasi tutti questi animalini sono provvisti di sei zampette articolate e portano sul capo due antenne, che essi piegano e muovono a piacere. Ma vi voglio dare intorno ad essi delle notizie curiose che non possono fare a meno di divertirvi. Quando guardate qualche bella farfalla o qualche moscone, dall’ali scintillanti, dal volo rapidissimo, crederete certo che quella e questo sieno venuti al mondo a quel modo, cioè colle ali, colle antenne, e le zampettine, non è vero? Ebbene, qui sta l’errore.
Gl’insetti si riproducono per mezzo delle uova, e da queste si sviluppa da principio un bacherozzolo press’a poco eguale a quelli che troviamo pei campi o dentro ai frutti andati a male. Questi vermiciattoli che gli uomini dotti chiamono larve, si mostrano vivaci e voracissimi: crescono rapidamente, mutano la pelle parecchie volte, finchè non sono sufficientemente sviluppati. Dopo essere stato larva per un dato tempo, l’insetto fa un altro mutamento; smette di mangiare, di muoversi e muta forma. Allora intorno al suo corpicino si va formando una specie di scorza o involucro, dove egli riposa come dentro una scatola; e spesso, oltre a questo involucro, c’è un guscio particolare che l’insetto fabbrica da sè. E l’insetto viene allora battezzato dai dotti con un altro nome: cioè crisalide. E quando la crisalide è diventata un insetto perfetto, allora fende il guscio e esce all’aperto a prendersi la sua parte d’aria e di sole.
Da ciò vedete che prima di divenir farfalla, mosca, o, in una parola, insetto perfetto, il nostro animalino dev’esser uovo, larva e crisalide. Spero che non dimenticherete queste piccole notizie, le quali vi gioveranno non poco, quando intraprenderete degli studi più importanti.
Dianzi parlandovi delle vespe, vi ho taciuto il nome di una specie di vespa, dalla quale l’uomo ritrae grandi vantaggi: intendo parlare dell’ape. Ne avete mai vedute?
Quando questi animalini si sono riuniti in un dato numero, ossia hanno formato uno sciame, scelgono, per stabilirvi la loro dimora, un luogo oscuro, caldo e asciutto, o nella cavità d’un albero o in una spaccatura di roccia. Trovato il luogo adattato, che noi chiamiamo alveare, le api si mettono subito al lavoro: cominciano a ripulirlo da ogni immondizia e quindi, con una materia che esse stesse fabbricano, turano ogni buco, ogni apertura, lasciandone una sola per l’entrata e per l’uscita. Nell’interno della loro casina o alveare, costruiscono quindi un numero determinato di cellette a sei angoli, ossia esagone, dove ripongono il miele e la cera che esse succhiano dai fiori.
Voi tutti conoscete la cera, la quale serve a tante applicazioni di medicina, di arti e mestieri, e illumina sì splendidamente le nostre chiese e le nostre sale: avrete anche assaggiato il miele, il dolcissimo miele: ma forse non avete saputo fin qui il nome dell’industre animaletto che ci procura questi tesori, ed è tenuto meritamente come simbolo d’operosità e di previdenza.
Nè, parlando degl’insetti, sarebbe bene tacervi il nome del filugello o baco da seta, la sola farfalla veramente utile all’uomo, il quale ritrae da essa lo splendido filo di seta che, tessuto, si trasforma in quelle ammirabili stoffe che si chiamano velluto, raso, faille, moarè, ecc.
Questa farfalla è originaria di un paese molto lontano da noi, che si trova nell’Asia e si chiama Cina o China, ma ora è diffusa in tutta l’Europa. L’allevamento de’ bachi da seta è sempre stato ed è tuttavia sorgente di molti guadagni in chi lo intraprende: esige però molte cure e molta pazienza.
Che ve ne pare, figliuoli, di questa lezioncina? L’avete trovata troppo lunga, troppo noiosa, troppo difficile? E vi sentireste in grado di risponder per benino alle seguenti domande?

1. Ditemi il nome di sei insetti, tra quelli che vi sono più famigliari.
2. Come si riproducono gl’insetti? Da quanti stati passano prima di diventare tali quali li vedete?
3. Ditemi, qualche cosa sull’ape: a quale altro insetto somiglia? Che nome prende una riunione d’api? Come si chiama il luogo dove le api fissano la loro dimora? Che ci danno le api?
4. Che cosa ci dà il filugello? Di dove ci viene?

Ida Baccini – Ombrello ridicolo

C’era una volta una bella bambina che si chiamava Livia: questa Livia stava un giorno alla finestra, aspettando una comitiva di bambine, che dovevano venir da lei a fare i balocchi. C’erano state anche la domenica avanti e s’erano tutte divertite a correr nel giardino, a ballare sul prato, a fare alle signore nei boschetti. Tutto questo però non era nulla in confronto di quello che avevano fissato di fare la domenica dopo.
La domenica era venuta, ma le amiche si facevano desiderare. Come mai? Gli è che la prima volta era stato bel tempo: il sole splendeva in un cielo senza nuvole e un leggiero ventolino ne temperava l’ardore: quel giorno, invece, il cielo era bigio e l’acqua veniva giù a catinelle.
Oh benedetto sole! Perchè rimpiattarsi, quando vi sono tante bambine che ti invocano?
È vero, peraltro, che il sole brilla sempre, senza spengersi mai. Ma di quando in quando ce lo nascondono a noi quei grossi nuvoloni e vapori, che si sciolgono in acqua.
E allora non bisogna più fare i balocchi nel giardino: la terra è fradicia, fangosa, piena di pozzanghere: ci sarebbe il caso di prendere un reuma o un’infreddatura, e queste cose non piacciono molto alle bambine di giudizio.
Quando piove, bisogna rassegnarsi a fare il chiasso in una stanza: non c’è tanto posto quanto in un giardino, ma quando ci troviamo in buona compagnia, non è poi un gran male a stare un po’ più vicini gli uni agli altri, non vi pare?
Eppure le amiche della Livia davano a credere di amare più il giardino che non la padroncina, la quale aveva un bell’allungare il collo fuori della finestra. Le bambine non si vedevano. Che le loro mamme non volessero farle uscire a quel tempaccio? Poteva anche darsi e in questo caso non c’era da ripigliarsela con nessuno.
Livia, tanto per ingannare il tempo, prese un libro e si provò a leggere. Ma quando non si ha la testa lì, impossibile di capire una sola parola: ella vide soltanto che in quella pagina l’argomento si aggirava sugli ombrelli da acqua.
La bambina posò il libro e si mise a guardar quelli che passavano dalla strada. Ce ne erano di tutti i colori e di tutte le forme.
La Livia ne aveva uno bellino, di seta scura, che poteva servire da sole e da acqua; ciò che i francesi chiamano un en-tous-cas (in ogni caso). Sapeva che l’ombrello è una specie di tenda di seta o di cotone, arrotondata in fondo, sostenuta in alto da un manico che si tiene in mano, e raccomandata a questo manico da otto o nove stecche che la sostengono.
Dicendo che questa tenda è arrotondata, intendo per la forma generale, poichè essendo la stoffa ben tirata sopra ogni stecca, ne viene che il limite estremo dell’ombrello forma come un festone con tante punte, quante sono le stecche. E siccome queste stecche, le quali possono esser di balena, di ferro e anche di legno, hanno una certa flessibilità, così l’ombrello, quand’è aperto, forma una specie di cupola.
La Livia aveva notato soprattutto le due molle fissate lungo il manico, e per mezzo delle quali l’ombrello si apre e si chiude: anzi le era spesso accaduto, aprendo con poca attenzione l’ombrello della mamma, di farsi male ai diti.
Quello che la nostra bambina non aveva mai osservato, si era la curiosa processione d’ombrelli che sfilava sotto la sua finestra.
Quella vista valse a farle passar la noia e a disporla all’indulgenza verso le piccole infedeli.
Pioveva sempre. Passò un giovinetto coll’ombrello chiuso e un libro aperto tra le mani: questo giovinetto aveva una fisonomia lieta, piacevole, tutta assorta nella lettura.
– Oh l’imprudente! pensò la Livia: te ne avvedrai dì quel che succede quando si cammina senza badare dove si mettono i piedi!
Infatti, dopo pochi passi, una grondaia in rovina amministrò al povero scolaro un battesimo sì abbondante, che gli fu giocoforza pensare alla pioggia.
Dopo, passò una signora vestita elegantemente ma con l’ombrello spuntato e poco decente.
– Oh signora! pensò di nuovo la Lidia, codesto ombrello non corrisponde ai suoi nastri svolazzanti: prima bisogna pensare alle cose necessarie, poi a quelle superflue: e perchè lo tiene spuntato? Non ci ha aghi e refe a casa sua?
Un uomo sulla sessantina svoltò la cantonata ed entrò nella strada; aveva l’ombrello aperto, ma lo teneva appoggiato sulla spalla, con un certo fare incurante, che l’acqua gli schizzava tutta sul viso. Quel viso era dolce ma grave e pensoso: doveva essere qualche scienziato.
– Povero dotto, pensò ancora la Livia, perchè imiti quel filosofo dell’antichità, il quale per istudiare il cielo, non vide la buca, entro la quale poco mancò non si fiaccasse il collo?
Finalmente la Lidia, scorse una bambinuccia di otto o nove anni, che camminava, interamente nascosta da un immenso ombrello d’incerato. Era un ombrello scolorito, vecchio, goffo, ridicolo, un di quegli ombrelloni che si vedono talvolta a qualche vecchio e buon prete campagnuolo.
La Livia, a quella vista, si ebbe a sbellicar dalle risa. Era tanto grande, tanto grande, che pareva camminar solo, con l’aiuto di due piedini mal calzati, di cui la nostra curiosetta non poteva scorger che le punte.
Là vicino ci erano gli asili infantili. L’ombrellone entrò nella scuola e subito dopo ne uscì proteggendo una vera nidiata di creaturine piccine, che la sorella maggiore, era andata a prendere. Quell’ombrellone rassomigliava a una grossa chioccia, che si sforzasse di proteggere dalla pioggia la sua covata di pulcini.
E la Lidia non rise più. L’ombrellone d’incerato diventava bello, aveva diritto a tutta la sua stima. E quando la bambina udì gli scoppi di risa che uscivano da quell’enorme tendone, non potè stare alle mosse e gli buttò un bacio.
Dopo, richiuse la finestra; e quando il sole tornò a brillare sui tegoli lucenti dei tetti e fra le screpolature del vecchio campanile, una fragorosa scampanellata annunziò a Lidia i suoi ospiti.

(Imitato dalla signora Pape-Carpentier).

Ida Baccini – Le olive

Lo vedete questo ramoscello adorno di foglie biancastre e carico di piccoli frutti ovali, d’un verde cupo? È un ramoscello d’olivo.
Proviamoci ad assaggiare una di queste olive. Dio, come sono amare! Non hanno certo il sapore di quelle belle olive che si mangiano col pane. Gli è che le prime sono naturali e le seconde sono state conservate in salamoia cioè nell’acqua salata, la quale ha tolto loro quel sapore amaro che le olive prendono maturando.
L’ulivo, chiamato dai nostri padri il re degli alberi, è una grande risorsa pei paesi del mezzogiorno. Dove il clima è rigido e freddo, l’olivo non attecchisce, e per renderlo fecondo sarebbe necessario ripararlo dalle inclemenze della stagione. L’olivo si riproduce in più modi, ma il più semplice è quello di seminar sul terreno dei noccioli d’oliva. E quanto tempo deve scorrere prima che quel nocciolo nascosto sotto terra ci dia le anfore di olio finissimo o anche le olive da mettersi sotto sale! È anche da osservare che essendo il legno del nocciolo estremamente duro, bisogna, prima di riporlo nella terra, schiacciarlo; e aver molta cura di non offendere la mandorletta o germe, il quale, trovandosi a contatto immediato col terreno, avrà uno sviluppo più facile e più pronto. Gli olivi seminati così, cominciano a venir fuori dopo due anni.
La raccolta delle olive si fa ordinariamente in novembre e dicembre: se l’albero non è alto, si colgono le olive con la mano: ma se i suoi rami sono molto elevati, si abbacchia come si pratica con le noci e i castagni.
Tutto il lavoro non è però finito con la raccolta. Le ulive vengono schiacciate nel frantoio e il primo olio che da esse è spremuto si chiama olio vergine. Dalla pasta di quelle ulive medesime si ottiene quindi l’olio comune e, gradatamente, quello di qualità inferiore.
L’olio si conserva nei barili o in grandi vasi di terra verniciata, detti damigiane. Gli ulivi hanno un anno di abbondanza su tre o quattro di sterilità, e perciò, tirando la media delle buone e cattive raccolte, si è potuto stabilire che un olivo produca quattro o cinque chilogrammi d’olio l’anno.
E questo ramo di agricoltura esige, oltre al lavoro e alla vigilanza, grandi tesori di pazienza e di tempo, poichè un olivo non è produttivo che verso i sei o sett’anni.
L’olivo è stato, fino dai tempi più remoti, il simbolo di sentimenti nobili e virtuosi. I Greci antichi pretendevano di averlo avuto da Minerva, dea della saviezza, e non ne permettevano la coltivazione che a persone onorevoli e della più specchiata probità.
Ricordate, nella storia di Noè, il ramoscello d’olivo portato dalla colomba?
E anche ai nostri giorni, non veneriamo forse l’olivo come un simbolo di pace e d’abbondanza?

1. Come sono le foglie e i frutti dell’olivo?
2. Dove cresce l’olivo?
3. Come si semina?
4. Come si raccolgono le olive?
5. Come si estrae l’olio dalle olive?
6. Quali pensieri ha ispirato l’olivo ai nostri padri?

Ida Baccini – La seggiolina (Ricordi di un bambino)

La signora Leonarda con quel suo fare sostenuto mi faceva rabbia e io non la potevo soffrire. Tutti i miei compagni avevano una maestra giovane, bella, vestita bene, che sorrideva spesso, che regalava loro delle stampe o del soldatini. E a me, invece, la vecchia signora non usava che sgarbi e modi arcigni. È vero che a quei tempi ero un vero monello, senz’altra voglia addosso che quella di giocare a nocìno o di fare alla palla coi quaderni. Ma nonostante avrei preso di essere trattato meglio. Erano sempre gastighi, minaccie e scappellotti. Una volta sola, l’unica! che nel fare il chiasso m’ero quasi levato un occhio, la vidi agitata, piangente, starei per dire carezzevole. Mi prese sulle ginocchia brontolando e mi fasciò l’occhio sciupato. Io, intanto, da quello buono, vidi benissimo che le tremavano forte le mani.
Saranno state idee, ma quel tremolìo mi fece impressione, tanta impressione, che d’allora in poi mi messi in testa d’esser buono. Cominciai a tener di conto dei quaderni, a stare attento alle lezioni e infatti nella prima dettatura feci quindici sbagli solamente.
La signora Leonarda mi prese subito a ben volere, e una volta che venne nella scuola un signore tutto vestito di nero, mi fece alzare e gli disse delle parole in un orecchio. Il signore mi accarezzò e mi dette un bacio. Che cosa gli avrà mai detto?
Intanto la signora Leonarda si ammalò, chi diceva di stenti, chi di vecchiaia. La mamma, un lunedì mi mandò a riprender la seggiolina per mettermi in un’altra scuola. Ci andai tutto allegro, perchè l’idea di mutare mi ha dato sempre un gran gusto.
Entrai nella scuola, dove avevo fatto tante birichinate, dov’ero stato sgridato, gastigato tante volte. Era vuota. Il sole entrava allegramente dal finestrone spalancato e tracciava larghe striscie d’oro sull’ammattonato rosso. Io presi la mia seggiolina e mi avviai all’uscio. A un tratto sentii come un gemito nella stanza accanto: era la voce della signora Leonarda che chiedeva da bere.
– O che l’hanno lasciata sola? dissi fra me. E senza stare a pensarci sopra, entrai in camera.
Era sola, infatti, la povera vecchia maestra. Mi avvicinai al suo letto in punta di piedi, e agguantato il bicchiere sul comodino, glie lo porsi.
Bevve avidamente fino all’ultimo sorso e ricadde sul guanciale senza riconoscermi.
In quel mentre entrò la donna che la custodiva. Io, non avendo più nulla che fare, uscii. Quando fui per la strada, colla mia seggiolina in braccio, mi parve che il cielo si fosse rannuvolato. Ma era sereno. Gli è ch’io lo guardavo a traverso le lacrime.

Ida Baccini – La storia d’un grappolo d’uva

Guardate, bambini, questo bel grappolo d’uva! Io lo serbo, non già a chi sarà più buono, poichè la bontà trova in sè stessa il proprio premio, ma a chi sarà più attento a questa lezioncina. E lo stare attenti non è difficile, specialmente quando in una lezione entrano in ballo delle cose così buone.
– Prima di tutto ditemi di che colore è quest’uva?
– Codest’uva è bianca,
– È vero. Ma tutta l’uva non è bianca. Ce n’è della nera, della rossiccia, della verdastra. E col colore diverso prende anche un nome diverso: Così c’è l’uva salamanna, l’uva moscatella, l’uva malaga, ecc. Se io vi domandassi come si chiama la pianta che da l’uva, che cosa mi rispondereste?
– Si chiama la vite.
– Ma bravi! La vite, dunque, ci dà l’uva. E l’uva, ditemi, ci serve solamente per frutta?
– No, signora. L’uva ci dà anche il vino.
– Mi accorgo di aver che fare con dei bambini che la sanno lunga, forse più lunga di me, e proseguirò senza fare altre interrogazioni.
Quest’uva dolce, saporita, che mangiamo tanto volentieri col pane, non è un frutto unico come sarebbe una pera o una pesca. È composta di una certa quantità di chicchi riuniti sul prolungamento d’uno stelo della pianta, e forma il così detto grappolo.
Ogni chicco d’uva è ricoperto da una pellolina sottile che impedisce al sugo di sgocciolar fuori. Esso contiene dei fiocini o semi che, nascosti nel terreno, riprodurrebbero la pianta che ci da l’uva e che si chiama vite.
Ma la vite non si riproduce col mezzo della sementa. Le ci vorrebbe troppo tempo prima di dar dei frutti. Ecco come si fa: si stende sul terreno un ramo di vite, senza staccarlo dal tronco o ceppo, e si lascia l’estremità di questo ramo esposto all’aria e alla luce. Ben presto sulla parte del ramo nascosto nel terreno germogliano alcune radici e formano un nuovo ceppo di vite.
La vite è una specie d’arbusto tortuoso, la cui scorza è ruvida e filamentosa: i suoi rami, lunghi e flessibili, ove fossero abbandonati a sè stessi, serpeggerebbero sul terreno: ma l’agricoltore li assicura lungo i muri o li raccomanda agli alberi, in modo che la vite possa allacciarsi ai loro rami e formarvi graziose ghirlande di pàmpani e di grappoli. La vite, lasciata crescere, forma le così dette pergole o pergolati, la cui ombra ci difende, nei giardini, dalle carezze troppo vive del sole.
Quasi sempre la vite è coltivata su terreni speciali, i quali prendono il nome di vigne o vigneti: e il ceppo è sostenuto da un palo.
In autunno l’uva è matura: allora si procede alla vendemmia, cioè alla raccolta dell’uva.
L’uva è versata in capaci tini, dove viene pigiata, affinchè possa versare il sugo, il quale scola da una piccola apertura, praticata in fondo al tino. Allora viene travasato in altri grandi tini, dove si riscalda da sè fino a bollire. E questa ebollizione naturale si chiama fermento.

Fermentando, il sugo della vite cambia sapore e qualità. Era dolce: il fermento ha cambiato la sua dolcezza in forza, il suo zucchero in alcool. Eccolo diventato vino, quel vino che bevuto moderatamente, è la vigoria dei giovani, il balsamo dei vecchi, la salute di tutti; ma che, preso al di là del bisogno, ubriaca e fa perder la ragione.
Bisogna dunque, saviamente usare dei doni di Dio: ma abusarne, mai!

E ora io mi trovo in un bell’imbroglio. Ho promesso il grappolo d’uva al bambino più attento. E tutti siete stati attenti. Dividere il grappolo in trenta parti non è possibile. Ne toccherebbe appena un chicco per uno. Dunque? Ma perchè Gino si alza? Vuol farmi una proposta? La faccia!
– Signora, c’è di là la povera custode della scuola, che ha la bambina malata. Vogliamo mandarglielo a lei?…

Ida Baccini – Per tre soldi!

Enrico voleva un gran bene alla sua mamma e avrebbe dato qualunque cosa per non sentirla tossire a quel modo.
– Perchè non ti compri le pasticche? le diceva: Perchè non prendi un po’ di latte caldo, la sera, avanti di andare a letto? Perchè non cerchi di assuefarti all’olio di merluzzo? Anche la signora Maestra è guarita con l’olio di merluzzo. –
La mamma sorrideva e lo lasciava dire. Gli è che la povera donna, per la gran miseria, non aveva modo di curarsi, e se dopo aver pensato al pane e alla minestra, le rimaneva qualche centesimo, bisognava che lo serbasse per comprare i quaderni e i libri del bambino. Era tanto istruito quel ragazzo! Leggeva corrente in qualunque libro e perfino nello scritto era sempre il primo lui!
– È una tosse d’infreddatura, rispondeva la buona donna, passerà da sè. Io, intanto, non mi voglio intrugliare colle medicine. –
Enrico non era persuaso di quelle ragioni e cominciò a sospettare il vero. Già un bambino che legge in tutti i libri, sa anche leggere nel cuore della mamma, non vi pare?
Pensa e ripensa, gli venne un’idea, un’idea buona. La mamma gli dava tutte le mattine due centesimi per il companatico della merenda: se li mettesse da parte per sette o otto giorni, non sarebbe in grado di comprargliele lui le medicine? Con tre soldi si può scegliere!
Ecco perchè il nostro amico, dopo qualche giorno di questa risoluzione, uscì di casa tutto contento. Baciò la mamma e quando fu in fondo alla scala, le disse con una certa importanza: – Riguardati! –
Coi suoi tre soldi strinti nella manina destra, entrò nella farmacia più vicina e fattosi avanti con una tal qual dignità, disse allo speziale che era al banco:
– Vorrei una medicina per la mamma, che ha la tosse!
– Ce ne sono tante delle medicine! osservò il farmacista. Che cosa vuoi? polveri del Dower, pasticche di catrame, olio di merluzzo?
– Piglierò l’olio di merluzzo, rispose subito il bambino, pensando alla guarigione della maestra, Me ne dia una boccetta.

– La vuoi piccola o grande?
– Grande, molto grande!
– Eccotela. Una lira e cinquanta!
Il bambino guardò stupefatto prima il farmacista, poi l’olio di merluzzo, poi un dottore che stava lì accanto al banco leggendo il giornale; e aprendo timidamente la manina balbettò:
– Ci ho tre soldi, interi!
Tanto il dottore che lo speziale, dettero in uno scoppio di risa e quest’ultimo fece l’atto di ripigliar la boccetta. Ma Enrico, piangendo a calde lacrime:
– Mi faccia il piacere di lasciarmela, supplicò, gliela pagherò a un po’ per giorno, coi centesimi della merenda. Se sapesse quanto tosse la povera mamma! Sono un bambino per bene! –
Il farmacista gli pose tra le mani la boccetta e gli fece segna di andarsene, cosa che il ragazzo non si fece ripeter due volte: poi il degno uomo si chinò sotto il banco a raccattar della roba che non c’era. E il dottore? Oh il dottore aveva il viso interamente nascosto da quel suo gran giornalone.
Quei due uomini erano due babbi.

Ida Baccini – Amaro – Dagli appunti d’una maestra

Non so in qual modo, ma i miei scolarini erano venuti a sapere che quel giorno era il mio compleanno. Me li vidi arrivare alla scuola col vestito delle feste e con un regalino tra le mani.
Chi mi portava una penna elegante, chi un libriccino da messa, chi un astuccio da lavoro, chi un bel mazzo di fiori freschi. Io fui consolata e attristata da quella vista: consolata perchè qualunque segno di gratitudine o d’affetto che mi venisse da quei buoni figliuoli mi toccava il cuore e mi faceva parer leggiero ogni sacrifizio: attristata, poichè pensavo che i denari occorsi in quelle compre, potevano venir destinati a più nobile uso. A ogni modo, accolsi serenamente quelle care dimostrazioni d’amore.

Un bambino solo, il più povero, non mi offrì nulla: ma dal suo contegno imbarazzato e dal suo visetto malinconico argomentai quanto dovesse soffrire. Lo chiamai e quando l’ebbi vicino me lo strinsi ripetutamente fra le braccia, baciandolo. Incoraggiato da quelle carezze, il poverino mi pose tra le mani un involtino e fuggì vergognoso.
Sorpresa e incuriosita, lo aprii senza che nessuno potesse accorgersene. Vi erano…. indovinate!.. Tre pallottoline di zucchero!
Lo richiamai subito da me.
– Lo sapevi che mi piacesse lo zucchero? gli chiesi sorridendo.
– Me lo sono figurato! Mi piace tanto a me!
– E tu, ripresi commossa, l’hai certo chiesto alla mamma e….
– No signora! replicò prontamente, non ho chiesto nulla a nessuno; glie l’ho serbato proprio io, di mio….
– Ma pure….
– La nonna, quando mi dà il caffè e latte, mi mette sempre nella chicchera due o tre pallottoline di zucchero per indolcirlo. Io ho levato lo zucchero….
– E il caffè e latte?… chiesi con la gola serrata.
– L’ho preso amaro!

Mario, piccolo Mario, dove sei tu? Forse il fumo delle officine avrà annerito il tuo viso d’angelo, forse a quest’ora lavorerai i campi dove biondeggia la messe e si matura, al sole, la vite, forse ti accoglieranno le navi avventurose dove il lavoro è sì duro, la speranza sì fallace….
Ma chiunque tu sii, operaio, agricoltore o uomo di mare, il tuo posto è fra i nobili cuori, per quali l’amore è sacrifizio, l’abnegazione, dovere.
Mario, piccolo Mario, se tu per un momento potessi entrare nella mia stanzetta da studio, vedresti molte carte, molti libri, molti ninnoli; e vedresti anche, custoditi in una piccola campana di vetro, tre pezzetti di zucchero, un nome, una data!

Ida Baccini – I metalli

Attenti, bambini. Oggi dobbiamo parlare di belle cosine, di cosine che vi piaceranno certamente. Guardate bene quest’anello. Lo vedete? Mi sapreste dire di che cos’è, ossia di che sostanza è composto? – È d’oro. – Bravi! Quest’anello, infatti, è d’oro. Ed è pur d’oro il mio orologio, la crocellina che tengo al collo e la moneta che vi feci vedere giorni sono, Com’è bello l’oro, non è vero? L’oro ha un bel colore giallo, risplendente, un colore che quasi potrebbe agguagliarsi a quello del sole. Quando una bambina ha dei bei capelli biondi, diciamo che gli ha d’oro: e anche quando si vuol significare che il grano è maturo, diciamo che la mèsse è color d’oro.
Quest’oro così ammirato è una sostanza preziosa, cari figliuoli.
Con essa si fanno molte belle cose; sapreste accennarmene qualcuna?
Sicuro. Con l’oro si fanno i gioielli che adornano le signore, come sarebbero diademi, buccole, collane, spilli, orologi, anelli, braccialetti, fibbie, medaglioni, ecc. Con l’oro si fanno oggetti di lusso per la tavole, come saliere, porta ampolle, coppe, posate, fruttiere, vassoi, trionfi: e si fanno candelabri per le chiese, reliquiari, cornici, statuette, angioli e croci: anzi vi dirò che in un paese molto lontano dal nostro, la Grecia, fu scolpita, molti secoli sono, una statua, tutta d’oro massiccio. Ora le statue non si scolpiscono più nell’oro, ma nel marmo: e voi ne avrete vedute chi sa quante a ornamento delle piazze, dei palazzi e delle chiese. Con l’oro si coniano le monete da cinque, da dieci, da venti, da cinquanta e da cento lire. Vi auguro di possederne un giorno molte di queste monete; e sapete perchè? Perchè so che siete buoni, e godete nel dar qualche centesimo ai poverini che non hanno pane. Che cosa fareste, dunque, se vi ritrovaste a posseder tant’oro? Io credo che qui nel vicinato non ci sarebbero più poveri, non è vero?

Voi, ora, sarete curiosi di sapere di dove si leva quest’oro tanto prezioso. Ve lo devo dire? Si cava di sotto terra. Così è, figliuoli. La terra non ci dà solamente le mèssi e i dolci frutti, ma anche tutto quanto è necessario a far comoda e ben difesa la vita dell’uomo.
E non crediate che dalla terra si estragga solamente l’oro: oh vi si trovano ben altre cose! Dove metto il ferro? Il ferro non è bello come l’oro, anzi, se si ha da dire schiettamente è piuttosto bruttino, con quel suo colore bigiastro e tetro. Ma che vuol dir ciò? Non è mica l’apparenza quella che decide del valore reale d’una cosa! Anzi l’apparenza, spessissimo, è ingannatrice. Abbiatene un esempio in Paolino, che oggi non è potuto venire a scuola. Il poveretto è debole, malato, spaurito? ha un viso e due occhi che non promettono nulla. Eppure quanta bontà in quell’ottimo cuore! Quanta svegliatezza in quella mente! Chi potrebbe conoscerlo senza volergli bene? Chi vorrebbe preferirgli un fanciullo bello, ma cattivo, sgarbato e bighellone?
Riprendiamo il filo del discorso. Qui nella scuola ci sono punti oggetti di ferro? Guardiamo un po’: oh sicuro! Gli arpioni a cui stanno attaccate le carte geografiche, le aste dalle quali pendono le tende, il paletto della porta e il grosso campanello che vi annunzia l’ora della ricreazione, sono di ferro.
Il ferro ci è molto più utile dell’oro; anzi, giacchè ci siamo, vi dirò che l’oro non è utile a nulla e ne potremmo fare a meno benissimo. Ma se venisse a mancarci il ferro! Come si fabbricherebbero gli arnesi necessari all’agricoltura? E senza il ferro e la vanga, come si potrebbe lavorar la terra? Non c’è mestiero, arte o applicazione di qualsiasi ramo della scienza che non si giovi del ferro: dal pesante martello del fabbro alla sottilissima lama con la quale il medico interroga la rete complicata de’ nostri nervolini e de’ nostri tendini, tutti gli arnesi per mezzo de’ quali l’uomo studia e lavora, sono di ferro.
Onoriamo dunque il ferro. E onoriamo anche l’oro, purchè serva a ingentilire il costume, a incoraggiare le industrie, a premiare il lavoro: onoriamolo sopratutto, se nelle mani di chi lo possiede, diventa mezzo o strumento di carità.
Tanto il ferro che l’oro si chiamano metalli: nè sono soli: vi ha l’argento, il rame, il piombo, lo zinco, il mercurio e molti altri.
I luoghi della terra dai quali si estraggono i metalli si chiamano miniere. Ricordiamocene.
Vorrei dirvi ancora molte altre cosette sui metalli; ma mi accorgo che la lezione diventerebbe un po’ troppo lunga e m’impedirebbe di raccontarvi la solita novellina. Peraltro, avanti di cominciarla, voglio assicurarmi se avete ben capito quello che vi ho spiegato.

1. Ditemi di che colore è l’oro e a quali usi serve
2. Se uno di voi potesse disporre di una bella moneta d’oro, come la impiegherebbe?
3. Com’è il ferro? A che serve? nominatemi dodici oggetti di ferro.
4. Come si chiamano i luoghi della terra dai quali si astraggono i metalli?
5. Ditemi il nome di sei metalli.

Ida Baccini – Un baratto – Dal quaderno d’una fanciulla

Quand’ero bambina, i miei genitori solevano passare qualche mese in certa loro villetta del Casentino, dov’era un gran bello stare, tanto per l’aria pura e balsamica, quanto per la vita semplice e alla buona che menavamo.
Là, affinchè le vacanze non mi facessero dimenticare del tutto quelle po’ di cosuccie imparate a Firenze, mi mettevano a scuola da una povera vecchia, secca allampanata, che ai suoi tempi, dicevano, aveva avuto del ben d’Iddio, ma che poi, per detto e fatto di un figliuolaccio discolo, s’era ridotta al verde.
La prima mattina che andai a scuola da lei, la mamma mi aveva messo nel panierino una bella fetta di pan bianco con un grosso grappolo d’uva salamanna. Quando furono le undici, la signora Maddalena ci dette il permesso di merendare.
Lei, poverina, aprì la cassetta del vecchio tavolino intarlato e tirò fuori un gran cantuccio di pane nero, tanto duro e risecchito che pareva di legno. Io mi sentii turbata, e siccome mi trovavo proprio accanto a lei, non sapevo risolvermi a levar dal paniere il mio pane bianco, con quell’uva fresca. Mi pareva che la vista di quelle buone cose dovesse affliggerla o ricordarle i suoi bei tempi.
A un tratto mi venne un’idea, un’idea da bambine. Richiusi il paniere e ripresi il mio ago torto.
– Perchè non mangia? mi chiese la signora Maddalena. – La poverina ci dava del lei.
– Sono stizzita con la zia, risposi senza alzare il capo.
– Perchè? Si è scordata di darle la merenda?
– Tutt’altro! Guardi! – E cavai fuori la mia colazione. Gli è che quando sono in campagna, non farei altro che mangiare pane scuro, proprio di quello nero, da contadini. Ha un sapore! E la zia si ostina a volermelo dar bianco.
– La mamma vorrà così, osservò la maestra.
– La mamma? risposi con vivacità. Oh la mamma non bada a queste sciocchezze; sa che sono sana e ha caro, anzi, che mi avvezzi a mangiare di tutto.
La signora Maddalena era diventata rossa e rigirava il suo cantuccio tra le mani con aria indecisa.
– Non vuol dire, ripresi con simulata rassegnazione. Non mangerò. Per un giorno non si muore.

– Se il mio non fosse così duro…. balbettò la povera vecchia.
Non la lasciai finire.
– Sarebbe così gentile da barattarlo col mio? dissi tutta contenta. E senza darle tempo di rispondere, eseguii il cambio.
Restava l’uva. Ma ormai il coraggio era venuto.
– Senta com’è buona l’uva della nostra vigna, dissi porgendogliene la metà. Glie l’avrei data tutta, ma avevo paura d’offenderla.
Io, volete crederlo, bambine? Io divorai l’enorme cantuccio come se fosse stato un boccone solo.
E da quel giorno, non avrei potuto più merendare senza il pane della maestra.

Povera signora Maddalena! Lei che aveva portato tante privazioni, tanti stenti, tante vergogne: lei che aveva patito la fame senza lamentarsi e senza chiedere un soldo a nessuno, non potè reggere al dolore di sapere il figliuolo in carcere. Entrò a letto con un gran febbrone e morì col suo nome sulle labbra. A me, poi, che le prestavo qualche piccolo servigio e passavo gran parte del giorno al suo capezzale, fece un cenno con la mano e balbettò: – Ah birichina!… –
Che il buon Dio le avesse già raccontato tutto?

Ida Baccini – Fuoco e fiammiferi – Novella

Si deve cominciar proprio col “c’era una volta?” Perchè no, quando quelle parole magiche evocano tutto un mondo di fate, di maghi, di belle regine, di castelli incantati e di uccelli dal canto melodioso? Oh le novelle! Le novelle che ci raccontava la nonna nelle lunghe serate d’inverno, quando le legna scoppiettavano nel cammino, e di fuori muggiva il tramontano, ditemi, chi le ha dimenticate? Io no certo. A me le raccontava invece la mamma, la buona mamma mia, che ora è morta. Sedevo su un panchettino di legno, ai suoi piedi, puntavo i gomiti sulle sue ginocchia e con la faccia appoggiata tra le mani, stavo a sentire. E m’intenerivo sui casi di Berlinda, fremevo alle tirannie di Barbablù, applaudivo all’animo gentile delle fate pietose, che spianavano la schiena ai bambini gobbi e rendevano la salute e la gioventù alle buone vecchine.
Poi a poco a poco le fate, le principesse, i mostri si dileguavano come nuvole di nebbia: il fuoco non scoppiettava più, il vento taceva, e…. un letticciuolo caldo accoglieva tra le sue coltri ospitaliere una bambina addormentata.
Or bene: ritorniamo piccini un’altra volta e siate contenti ch’io vi racconti una storiella, una storiella vera, però.
Sappiate dunque che molte centinaia d’anni sono, alcuni uomini istruiti si erano messi in testa di fabbricar l’oro a furia di preparazioni e d’intrugli. Nè le loro pretese si limitavano a ciò: essi volevano trovare un rimedio a tutti i mali che affliggono l’umanità e per conseguenza anche alla morte: si arrabattavano perciò a pestar polveri, a preparare unguenti, a far bollire calderotti, pieni di sostanze strane, ributtanti e spesso pericolose. Ma l’oro non veniva e la gente seguitava a morire come se nulla fosse. Paiono cose incredibili, non è vero? Eppure a’quei tempi, si commettevano e si tenevano in conto di verità indiscutibili ben altre stoltezze.
In Amburgo, che è una città della Germania, viveva un certo Brandt, mercante di condizione. Pare che la mala riuscita dei suoi affari lo persuadesse a cercare una via di guadagno nelle ricerche dell’Alchimia, parola con la quale gli uomini di cui vi ho parlato battezzavano i loro ridicoli tentativi.

Standosene un giorno nel suo laboratorio, intento a far bollire al fuoco violento d’un gran fornello diverse sostanze, fra le quali era mescolata dell’orina, ottenne inaspettatamente e con suo grandissimo stupore, non l’oro agognato, non il rimedio universale, ma una materia singolare, strana, somigliantissima alla cera bianca. Aveva un leggiero odore d’aglio e, cosa più bizzarra ancora, risplendeva nell’oscurità.
Quest’ultima proprietà le valse il nome di fosforo, che vuol dire portaluce.
Le molteplici esperienze fatte da altri uomini dotti provarono che questa sostanza esiste in gran quantità nelle ossa di tutti i mammiferi cioè di quegli animali che nascono colle forme del corpo eguali a quelle della loro madre e poppano il latte delle sue mammelle.
A questo punto è necessario ch’io vi rivolga una domanda: lo sapete, ragazzi, come facevano gli antichi a procurarsi il fuoco? No! Ve lo dirò io.
Nei tempi primitivi, quando non era ancor conosciuto l’uso dei metalli, gli uomini si fabbricavano le armi con pezzi di selce e di legno: e mentre attendevano a ciò, s’accorsero che dalla confricazione violenta di queste due sostanze uscivano delle scintille, le quali, poi, divampavano in fiamme.
Questo rozzo metodo, dovuto al caso, si andò gradatamente perfezionando, fintantochè fu inventato l’acciarino, il quale non è altro che un pezzetto di acciaio, che i nostri nonni battevano sulla silice, o pietra focaia, per farne scaturire la scintilla. O come accade ciò? Ecco: battendo rapidamente una lama di acciaio sulla silice, le estremità taglienti di questa pietra sì dura fanno un leggiero solco sulla lama e la riscaldano, nel tempo stesso che in quel punto ove la solcano, spicca una minutissima scheggia di metallo, la quale essendo già riscaldata, s’infiamma tostochè trovasi isolata dall’acciarino e a contatto dell’aria. L’esca, poi, che si mette a contatto della pietra focaia, affinchè pigli fuoco, è una materia che cresce sulla querce, e viene conciata e preparata con sostanze atte a incendiare facilmente.
Ma la scoperta del fosforo c’insegnò un modo più spiccio per procurarci il fuoco: esso ha, come vi ho detto, la strana proprietà di essere costantemente luminoso nell’atmosfera e di manifestarsi, nell’oscurità, con una luce più viva. Ebbene l’industria ha applicato questa proprietà del fosforo alla fabbricazione di quei fuscellini di legno o di cera, comunemente detti fiammiferi; essi sono ricoperti, ad uno dei loro capi, da un miscuglio di fosforo, di zolfo, di clorato di potassa e di gomma colorata in verde, giallo, rosso o turchino; e basta sfregarli sopra un corpo scabroso o secco, affinchè prendano subito fuoco.
Nessuno, certo, potrebbe disconoscere l’utilità grande di questo trovato: ma non meno il pericolo di dar fuoco alle case e alle persone, come pur troppo ce lo dimostrano i casi lacrimevoli che tuttodì accadono sotto i nostri occhi.
È da aggiungere che il fosforo è uno dei veleni più potenti: e che perciò i bambini non dovrebbero mai toccar fiammiferi senza il permesso della mamma. La presenza del fosforo nella natura da origine a fenomeni curiosissimi: Chi di voi, nelle quete sere di giugno, non ha visto le lucciole svolazzare, qua e là, tra il grano e i canneti? Ebbene: quella luce che esse hanno nella parte posteriore del corpo, non è altro che una piccola quantità di fosforo. Nè solo i mammiferi e gl’insetti producono fosforo: ma anche i pesci. E spesso, in alto mare, le navi solcano larghe e lunghe strisce di onde, rese luminose da una quantità immensa di animaletti fosforescenti.
Eccoci alla fine della nostra lezioncina. Mi perdonate se ve l’ho battezzata per una novella? Avevo tanta paura che la saltaste a pie’ pari! Ora noi sappiamo perfettamente che il fosforo è un corpo il quale ha l’apparenza della cera, di cui possiede la semi-trasparenza, il colore e la mollezza: sappiamo che il suo carattere principale è quello di mostrarsi luminoso nell’oscurità, mediante il semplice contatto dell’aria: sappiamo che il Brandt, mercante di Amburgo, lo scoprì verso il 1669….
Ma se vi ripetevo i casi di Berlinda e le bricconate di Barbablù, che cosa avreste imparato? Ditemelo!