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Vittoria Colonna – Al bel leggiadro stil subietto uguale

Al bel leggiadro stil subietto uguale
Porge ora il cielo ed al vostro alto canto,
Ch’eterno far potete il nome santo
Di quei, che diero a voi vita mortale.
Al vol del merto lor conformi l’ale
Veggio a voi solo, ed essi sol di tanto
Frutto ben degni; il qual ornar di quanto
Pôn dar le stelle a chi più in pregio sale.
Opra è da voi con l’armonia celeste
Del vostro altero suon, che nostra etade
Già dell’antico onor lieta riveste,
Dir com’ebber quest’alme libertade
Insieme a un tempo, e come insieme preste
Volar nelle divine alte contrade.

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Guittone d’Arezzo, Deo, com’è bel poder quel di merzede

Deo, com’è bel poder quel di merzede,
e como più d’ogni altro è grazioso!
Ché mercé vince orgoglio e lo decede,
e merzé fa crudel core pietoso.
Ragione e forzo veggio che decrede,
ch’om non po lei contradir né star oso:
per vertù fa più talor, ciò si vede,
che tutto ‘l mondo per forzo orgoglioso.
Ed eo lo provo per la donna mia,
ch’è fatta ben più d’ogne altra pietosa
de più crudel che mai fosse, ni sia:
feciela, Dio merzé, sì graziosa
in difesa de picciola balia
ed in guerenza de crudele cosa.

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Lorenzo de’ Medici – Era nel tempo bel, quando Titano

Era nel tempo bel, quando Titano
dell’annual fatica il terzo avea
giá fatto, e co’ sua raggi un po’ pugnea
d’un tal calor, che ancor non è villano;
vedeasi verde ciascun monte e piano,
e ogni prato pe’ fiori rilucea,
ogni arbuscel sue fronde ancor tenea,
e piange Filomena e duolsi invano;
quando io, che pria temuto non avria,
se Hercole tornato fussi in vita,
fu’ preso d’un leggiadro e bello sguardo.
Facile e dolce all’entrar fu la via;
or non ha questo laberinto uscita,
e sono in loco dove sempre io ardo.

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Vittoria Colonna – Mentre l’aura amorosa e ‘l mio bel lume

Mentre l’aura amorosa e ‘l mio bel lume
Fean vago il giorno e l’aer chiaro e puro
Con largo volo, per cammin securo
Cercai d’alzarmi anch’io con queste piume.
La luce sparve e ‘l mio primo costume
Lasciar convenne: or più non m’assicuro:
Chè ‘l sentier intricato e ‘l cielo oscuro
Non ho chi m’apra e non ho chi m’allume.
Spento è il vigor che pria sostenne l’ale;
Onde al desio che la speranza atterga,
Convien che senza guida indarno s’erga.
Rimane il nome in me, perchè ‘l mortale
Dolor vincendo vivo; e il pensier sale
Privo d’affetto ove il mio sole alberga.

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Vittoria Colonna – A Carlo V – Nel mio bel sol la vostra aquila altera

Nel mio bel sol la vostra aquila altera
Fermando gli occhi, alla più alta meta
Sarebbe giunta: chè superba e lieta
Doppiava i vanni a quell’ardente spera.
Ma or che il lume suo mirar non spera
(Che nube spessa ne lo copre e vieta);
Vedete come il desio primo acqueta;
Chè ‘l volo audace suo non è qual era.
Le vittorie, i trofei di tante imprese
Riportati con gloria a lui d’intorno,
Fan la notte fuggir che gli altri adombra,
Più s’aprì ‘l suo splendor, quando il suo giorno
Ultimo chiuse; ma lei tanto offese,
Che, spiega l’ali ben, ma poggia all’ombra.

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Isabella Morra – Poscia che al bel desir troncate hai l’ale

Poscia che al bel desir troncate hai l’ale,
che nel mio cor sorgea, crudel Fortuna,
sí che d’ogni tuo ben vivo digiuna,
dirò con questo stil ruvido e frale
alcuna parte de l’interno male
causato sol da te fra questi dumi,
fra questi aspri costumi
di gente irrazional, priva d’ingegno,
ove senza sostegno
son costretta a menare il viver mio,
qui posta da ciascuno in cieco oblio.
Tu, crudel, de l’infanzia in quei pochi anni
del caro genitor mi festi priva,
che, se non è già pur ne l’altra riva,
per me sente di morte i grevi affanni,
ché ‘l mio penar raddoppia gli suoi danni.
Cesar gli vieta il poter darmi aita.
O cosa non piú udita,
privar il padre di giovar la figlia!
Cosí, a disciolta briglia
seguitata m’hai sempre, empia Fortuna,
cominciando dal latte e da la cuna.
Quella ch’è detta la fiorita etade,
secca ed oscura, solitaria ed erma
tutta ho passata qui cieca ed inferma,
senza saper mai pregio di beltade.
È stata per me morta in te pietade,
e spenta l’hai in altrui, che potea sciorre
e in altra parte porre
dal carcer duro il vel de l’alma stanca,
che, come neve bianca
dal sol, cosí da te si strugge ogni ora
e struggerassi infin che qui dimora.
Qui non provo io di donna il proprio stato
per te, che posta m’hai in sí ria sorte
che dolce vita mi saria la morte.
I cari pegni del mio padre amato
piangon d’intorno. Ahi, ahi, misero fato,
mangiare il frutto, ch’altri colse, amaro
quei che mai non peccaro,
la cui semplicità faria clemente
una tigre, un serpente,
ma non già te, ver noi piú fiera e rea,
ch’al figlio Progne ed al fratel Medea.
Dei ben, che ingiustamente la tua mano
dispensa, fatta m’hai tanto mendica,
che mostri ben quanto mi sei nemica,
in questo inferno solitario e strano
ogni disegno mio facendo vano.
S’io mi doglio di te sí giustamente
per isfogar la mente,
da chi non son per ignoranza intesa
i’ son, lassa, ripresa:
ché, se nodrita già fossi in cittade,
avresti tu piú biasmo, io piú pietade.
Baston i figli de la fral vecchiezza
esser dovean di mia misera madre;
ma per le tue procelle inique ed adre
sono in estrema ed orrida fiacchezza:
e spenta in lor sarà la gentilezza
dagli antichi lasciata a questi giorni,
se dagli alti soggiorni
pietà non giunge al cor del Re di Francia,
che, con giusta bilancia
pesando il danno, agguaglie la mercede
secondo il merto di mia pura fede.
Ogni mal ti perdono,
né l’alma si dorrà di te giamai
se questo sol farai
(ahi, ahi, Fortuna, e perché far no ‘l dêi?)
che giungano al gran Re gli sospir miei.

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Francesco Petrarca – Oimè il bel viso, oimè il soave sguardo

Oimè il bel viso, oimè il soave sguardo,
oimè il leggiadro portamento altero;
oimè il parlar ch’ogni aspro ingegno et fero
facevi humile, ed ogni huom vil gagliardo!
et oimè il dolce riso, onde uscío ‘l dardo
di che morte, altro bene omai non spero:
alma real, dignissima d’impero,
se non fossi fra noi scesa sí tardo!
Per voi conven ch’io arda, e ‘n voi respire,
ch’i’ pur fui vostro; et se di voi son privo,
via men d’ogni sventura altra mi dole.
Di speranza m’empieste et di desire,
quand’io partí’ dal sommo piacer vivo;
ma ‘l vento ne portava le parole.

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Francesco Petrarca – In quel bel viso ch’i’ sospiro et bramo

In quel bel viso ch’i’ sospiro et bramo,
fermi eran gli occhi desïosi e ‘ntensi,
quando Amor porse, quasi a dir «che pensi?»,
quella honorata man che second’amo.

Il cor, preso ivi come pesce a l’amo,
onde a ben far per vivo exempio viensi,
al ver non volse li occupati sensi,
o come novo augello al visco in ramo.
Ma la vista, privata del suo obiecto,
quasi sognando si facea far via,
senza la qual è ‘l suo bene imperfecto.
L’alma tra l’una et l’altra gloria mia,
qual celeste non so novo dilecto
et qual strania dolcezza si sentia.

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Pietro Aretino – Questo è pur un bel cazzo lungo e grosso

Questo è pur un bel cazzo lungo e grosso.
Deh! se l’hai caro lasciamelo vedere
– Vogliam provare se potete tenere
questo cazzo in la potta, e me addosso.

– Come, s’io vo’ provar? come, s’io posso?
Piuttosto questo che mangiare o bere!
– Ma s’io v’infrango poi, stando a giacere,
farovi mal. – Tu hai ‘l pensier del Rosso,

Gettati pure in letto e nello spazzo
sopra di me, che se Marforio fosse,
o un gigante, io n’averò sollazzo,

purché mi Continua la lettura di Pietro Aretino – Questo è pur un bel cazzo lungo e grosso

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Luigi Capuana – Pietro – Paolo – Paradossi – (Del suo bel cognome Allegri quasi nessuno ormai si ricordava da che gli amici lo avevano ribattezzato Paradossi per la sua paradossale maniera di ragionare intorno a qualunque soggetto.)

Del suo bel cognome Allegri quasi nessuno ormai si ricordava da che gli amici lo avevano ribattezzato Paradossi per la sua paradossale maniera di ragionare intorno a qualunque soggetto.
Gli era fin accaduto una volta, a proposito di una cambialina, che lo strozzino sospettasse un inganno nella firma col cognome Allegri e la volesse invece con quello di Paradossi.
– Ma io non posso fare una falsità!
– Eh, via! Lei scherza. Tutti lo chiamano Paradossi.
– È una bizzarria dei Continua la lettura di Luigi Capuana – Pietro – Paolo – Paradossi – (Del suo bel cognome Allegri quasi nessuno ormai si ricordava da che gli amici lo avevano ribattezzato Paradossi per la sua paradossale maniera di ragionare intorno a qualunque soggetto.)

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