Archivi tag: Capuana

Luigi Capuana – Rassegnazione

EText-No. 27359
Title: Rassegnazione: Romanzo
Author: 1839;Capuana, Luigi;1915
Language: Italian
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EText-No. 27359
Title: Rassegnazione: Romanzo
Author: 1839;Capuana, Luigi;1915
Language: Italian
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EText-No. 27359
Title: Rassegnazione: Romanzo
Author: 1839;Capuana, Luigi;1915
Language: Italian
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EText-No. 27359
Title: Rassegnazione: Romanzo
Author: 1839;Capuana, Luigi;1915
Language: Italian
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EText-No. 27359
Title: Rassegnazione: Romanzo
Author: 1839;Capuana, Luigi;1915
Language: Italian
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Luigi Capuana – Il nemico è in noi

EText-No. 42643
Title: Il nemico è in noi
Author: 1839;Capuana, Luigi;1915
Language: Italian
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EText-No. 42643
Title: Il nemico è in noi
Author: 1839;Capuana, Luigi;1915
Language: Italian
Link: 4/2/6/4/42643/42643-h/42643-h.htm

EText-No. 42643
Title: Il nemico è in noi
Author: 1839;Capuana, Luigi;1915
Language: Italian
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EText-No. 42643
Title: Il nemico è in noi
Author: 1839;Capuana, Luigi;1915
Language: Italian
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EText-No. 42643
Title: Il nemico è in noi
Author: 1839;Capuana, Luigi;1915
Language: Italian
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Luigi Capuana – Come l’onda – Novelle

EText-No. 42610
Title: Come l’onda… – Novelle
Author: 1839;Capuana, Luigi;1915
Language: Italian
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EText-No. 42610
Title: Come l’onda… – Novelle
Author: 1839;Capuana, Luigi;1915
Language: Italian
Link: 4/2/6/1/42610/42610-h/42610-h.htm

EText-No. 42610
Title: Come l’onda… – Novelle
Author: 1839;Capuana, Luigi;1915
Language: Italian
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EText-No. 42610
Title: Come l’onda… – Novelle
Author: 1839;Capuana, Luigi;1915
Language: Italian
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EText-No. 42610
Title: Come l’onda… – Novelle
Author: 1839;Capuana, Luigi;1915
Language: Italian
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EText-No. 42610
Title: Come l’onda… – Novelle
Author: 1839;Capuana, Luigi;1915
Language: Italian
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Luigi Capuana – Eh! La vita…

EText-No. 42698
Title: Eh! la vita….
Author: 1839;1915;Capuana, Luigi
Language: Italian
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EText-No. 42698
Title: Eh! la vita….
Author: 1839;1915;Capuana, Luigi
Language: Italian
Link: 4/2/6/9/42698/42698-h/42698-h.htm

EText-No. 42698
Title: Eh! la vita….
Author: 1839;1915;Capuana, Luigi
Language: Italian
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EText-No. 42698
Title: Eh! la vita….
Author: 1839;1915;Capuana, Luigi
Language: Italian
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EText-No. 42698
Title: Eh! la vita….
Author: 1839;1915;Capuana, Luigi
Language: Italian
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Luigi Capuana – Fata-Neve

C’era una volta un Re che aveva un unico figlio e lo teneva, come suol dirsi, tra la bambagia.
Finché fu bambino, il Reuccio si sottomise a tutte le eccessive precauzioni, ordinate dal padre perché non si ammalasse, ma quando divenne un bel giovinetto cominciò a seccarsene.
E spalancava tutte le finestre del suo appartamento; e scendeva in giardino a capo scoperto sotto il sole di mezzogiorno; e si slanciava a corsa pei viali, saltando, scalpitando, imitando i nitriti del cavallo e gli abbai del cane, gli urli del lupo, poiché gli avevano detto che i lupi urlassero a quel modo.
Ed ecco i suoi custodi ad affrettarsi a chiudere le finestre. Ed ecco i suoi custodi a mettergli per forza un berretto o un cappello in testa per ripararlo dal sole. Ed ecco i suoi custodi a corrergli dietro, sfiatati, lungo i viali, raggiungerlo, afferrarlo per un braccio e gridargli:
– Ma, Reuccio! … Ma, Reuccio! … Che dirà Sua Maestà?
Sua Maestà ormai non diceva più niente. Il Reuccio era un bel giovanotto alto, robusto, amava di cavalcare, di andare a caccia, di divertirsi coi giovanotti suoi pari.
E accadde che un giorno, a caccia, egli disparve. Le persone del suo seguito lo cercarono dappertutto, e dovettero tornare al palazzo reale recando la triste notizia.
Il Re, disperato dal gran dolore, aveva già ordinato che gli sellassero il suo cavallo, quando il Reuccio giunse, a piedi, sano e salvo.
– Che è stato, Reuccio?
– Niente, Maestà.
Non volle dir altro. Ma aveva un viso strano.
Il Re, che viveva continuamente sotto il terrore di perderlo, non poteva acchetarsi da questa risposta:
– Niente? Con quel viso?
– Niente di male, Maestà. Ho visto la più bella creatura del mondo, ma dice: “Vedermi, si, toccarmi, no!”. E se io dovessi sposare, vorrei sposare soltanto lei.
– Chi è? Dove si trova?
– Non lo so. La sua carne è bianca come la neve; e dà un senso di frescura che é una delizia.
– Reuccio, vi siete addormentato in mezzo al bosco e avete sognato.
– Maestà, avevo gli occhi ben aperti. Voglio tornare a rivederla…
Infatti, il giorno dopo, non ostante che il Re prima gli ordinasse e poi lo supplicasse di non andare, il Reuccio volle tornare, solo, nel posto dove gli era apparsa la bianca creatura che, anche in sogno, era venuta a ripetergli: Vedermi si; toccarmi, no! Che significava? Voleva saperlo.
Il Re si era deciso di seguire, non visto, il Reuccio. Gli pareva assurdo quel che questi aveva raccontato. Forse poteva trattarsi di qualche maligno sortilegio con cui si insidiava il suo unico figiiuolo. Prima aveva temuto l’aria, il sole, il movimento; ed ora che esso era venuto su bello e forte temeva sempre qualche disgrazia… Se lo rimproverava spesso:
– Ah! Gli faccio il malaugurio!
Ma la paura di un’improvvisa disgrazia lo teneva in agitazione suo malgrado. Si sentiva già vecchio e non voleva riprender moglie per riavere un erede.
Per ciò quella mattina, appena il Reuccio uscì dai portone del palazzo reale, il Re, travestito da contadino, gli andò dietro, a breve distanza, per non perderlo di vista.
A un punto della strada, s’imbatté in un povero asino cascato malamente sotto il carico:
– Per carità, compare, aiutatemi! Voi dalla testa; io dalla coda!
Poteva lasciare quel vecchio contadino nell’imbarazzo?
E: – Ohè! Su! Ohè! Su! – lui dalla testa e quello dalla coda, finché il povero asino non si rizzò sui quattro piedi.
Ma quando il Re cercò con gli occhi il Reuccio, non lo vide più né vicino, né lontano.
Errò di qua, errò di là; si internò nel bosco dove il Reuccio era sparito il giorno avanti; cercò ancora, chiamò ad alta voce:
– Reuccio! Reuccio! – E non vedendolo, e non ricevendo risposta si avviò per tornare addietro deciso che un’altra volta gli si sarebbe attaccato ai panni, e non lo avrebbe lasciato di un passo. Ma prima ch’egli giungesse a palazzo reale, ecco il Reuccio. Il Re fece tanto di cuore. E, dimenticando il suo travestimento da contadino che lo rendeva irriconoscibile, voleva abbracciare il figlio. Vedendosi sdegnosamente respinto, pensò di divertirsi a spese del Reuccio, per l’equivoco. E contraffacendo la voce, disse:

– La bella creatura bianca e fresca
Un giorno se ne andrà di palo in frasca…

– La conoscete anche voi? – esclamò il Reuccio, stupìto.
– Vedere, non toccare, questa è l’esca. Vedere e non toccare… e tutto passa!
– No, vecchiaccio maligno!
E stava per picchiarlo.
– Reuccio!
Riconobbe il Re al grido, e gli si buttò ai piedi chiedendo perdono.
– Ah, Maestà!… Mi ha detto: “Devo recarmi lontano, verso le alte montagne”. Voglio andare a trovarla lassù.
– A che scopo? Non potrà mal essere la futura Regina. Vedermi, si; toccarmi, no! È possibile?
– Mi basta vederla. Se vostra Maestà la vedesse, mi darebbe ragione.
Il Re pensò:
– Questo è sortilegio o pazzia.
E il più vecchio dei Ministri suggerì:
– Bisogna consultare la maga Nana.
La maga Nana abitava nella grotta, a mezza costa di una montagna circondata di boschi. Vi si doveva girare tre volte attorno, chiamando ad alta voce: – Maga buona, Maga bella! – Al terzo giro si scopriva la bocca della grotta e si poteva entrare dalla Maga.
Ed ecco il Re a fare il primo giro attorno ai boschi:
– Maga buona! Maga bella!
Era stanco, non ne poteva più; pure riprese il secondo giro: – Maga buona! Maga bella!
Al terzo giro, il Re si trascinava a stento attorno, ed era così sfinito che invece di chiamare: – Maga buona! Maga bella! gli scappò di bocca:
– Maga Nana! Maga Nana!
E dové tornarsene addietro, senza aver trovato l’entrata della grotta.
Intanto il Reuccio si preparava a partire per le alte montagne dove la Creatura bianca e fresca come la neve era andata a rifugiarsi. Il Re, desolato, non sapeva in che modo impedirlo.
Il più vecchio dei Ministri tornò a suggerire:
– Bisogna consultare la maga Nana!
E il Re intraprese di nuovo il viaggio attorno al boschi, chiamando ad alta voce: Maga buona! Maga bella! – Era già all’ultimo giro, non ne poteva più, e dovette fare proprio un grande sforzo per non gridare anche questa volta: – Maga Nana! Maga Nana!
L’entrata della grotta si aperse, e il Re poté inoltrarsi per l’andito che aveva le pareti luminose, senza candele né lampade, e abbagliavano gli occhi.
La maga Nana era a tavola.
– Ben venuto, Maestà! Sedete, Maestà! Mangiate e bevete, Maestà. Poi parleremo di vostro figlio il Reuccio.
Il Re era stupìto che già la maga Nana sapesse il motivo della sua visita.
A guardarla in viso la Maga sembrava una vecchietta, ma il corpo era di una bambina di sei anni.
Il Re si confondeva a rispondere: Grazie! E guardava sbalordito la tavola apparecchiata. Piatti di oro, bicchieri di oro, bottiglie di oro, posate di oro. Quattro bellissime donzelle portavano in tavola le pietanze, mutavano i piatti e le posate.
La Maga divorava tutto e si versava vino quasi a ogni boccone.
– Mangiate, Maestà! Bevete, Maestà! Poi parleremo di vostro figlio il Reuccio.
E la Maga riprendeva a divorare quasi fossero quelli i suoi primi bocconi. All’ultimo:
– Mangiare e dormire; dormire e mangiare è il meglio che si possa fare. Domani parleremo di vostro figlio il Reuccio.
– Parliamone ora, Maga bella!
– Mangiare e dormire; dormire e mangiare è il meglio che si possa fare! Domani… domani…
E non poté finire. Si era addormentata su la seggiola. Le quattro donzelle la sollevarono tra le braccia e la portarono a letto. Si sentì a poco a poco sopraffare dal sonno anche lui, e la mattina dopo si svegliò in una bella camera, su morbidissimo letto.
– Parliamo del Reuccio, Maga buona!
– Oh, Maestà! Che grazioso anello avete al dito!
– Ecco: è per voi… Parliamo del Reuccio, Maga bella!
– Grazie!… Oh, Maestà! Che ricca collana portate sul petto!
– Ecco: è per voi… Parliamo del Reuccio, Maga buona!
– Grazie! Oh, Maestà! Che magnifica cintura avete ai fianchi!
– Ecco: è per voi… Ma parliamo del Reuccio…
E fu un miracolo che il Re, un po’ seccato, non soggiungesse: Maga Nana! – Si morse la lingua.
La Maga infilò al dito l’anello, mise sul petto la collana, si affibbiò attorno al fianchi la cintura, e cominciò a socchiudere gli occhi, a sbadigliare e stirare le braccia, mugolando sconnesse parole. Il Re attese un po’ prima d’insistere:
– Parliamo del Reuccio, Maga bella! Parliamo del Reuccio, Maga buona!
– Maestà… già… ritorno!
Stirò le braccia e le gambe, si mise di nuovo a sbadigliare e aperse gli occhi.

– Fata Neve l’ha chiamato,
Fata Neve l’ha incantato,
Per finire questo giuoco
Ci vorrebbe fata Fuoco.

Il Re si mise le mani ai capelli, piangendo:
– Ah, povero Reuccio!… E come fare?
– Fata Neve è molto lontana, in cima alle montagne, in questo momento. Daremo al Reuccio poche gocce di Sméntica – eccola qui – e per parecchi mesi non si ricorderà più di fata Neve. Intanto ricorreremo a fata Fuoco, quella che vive nel suo palazzo sottoterra.
– Ah, povero Reuccio! E come fare?
– Egli è già pronto per partire. Direte…
E la maga Nana gli spiegò minutamente come doveva comportarsi.

– Dunque, Reuccio, siete deciso?
– Decisissimo, Maestà.
– E non v’importerebbe di non trovarmi vivo al ritorno?
– Che dite mai, Maestà?
– Beviamo, intanto, alla vostra e alla mia salute.
– Volentieri, Maestà.
E il Reuccio vuotò il bicchiere.
Le gocce di Sméntica operarono subito. Il Reuccio, che aveva tanta fretta di mettersi in viaggio, si diè a gironzolare per le stanze canticchiando, con le mani dietro la schiena, guardando attorno quasi cercasse qualcosa che aveva smarrito. Guardava da una finestra il giardino reale tutto verde, tutto fiorito, e domandava:
– Maestà, è arrivata ora la Primavera?… E quando andrà via?
– Fra tre mesi, Reuccio.
– Maestà, poi verrà l’Estate, è vero? E quando andrà via?
– Dopo altri tre mesi, Reuccio. Perché?
– Troppi fiori in Primavera; troppo caldo in Estate.
E tornava a guardare attorno, quasi cercasse qualcosa che aveva smarrito; non sapeva che cosa. Il Re da un lato era contento; dall’altro quella smemorataggine gli ispirava compassione. Il più vecchio dei Ministri disse al Re:
– Maestà, se approfittassimo di questo intervallo di calma per dar moglie al Reuccio? La figlia del Re di Spagna è bellissima, dicono, e in età da marito. Mandiamolo in viaggio a quella Corte; servirà anche per distrarlo.
E il giorno che il padre gliene fece la proposta, il Reuccio rispose con aria indifferente:
– Andiamo a vedere questa bellezza rara!
Partì, accompagnato dal vecchio Ministro, con un gran seguito e molti ricchi doni per la famiglia reale.
Ma quando il Re di Spagna disse al Reuccio:
– Ecco la mia Reginotta! – il Reuccio stette un po’ a guardarla da capo a piedi e, rivolto al vecchio Ministro, esclamò:
– È questa la gran bellezza? Mi sembra una lavandaia!
Figuratevi quel che accadde! La Reginotta svenne; il Re voleva ruzzolar dalle scale l’impertinente Reuccio, e senza l’astuzia del vecchio Ministro che dichiarò il Reuccio improvvisamente ammattito, ne sarebbe nata una guerra.
– Ah, Reuccio! Reuccio! Come vi è passata per la testa…
– Ho detto quel che mi avete suggerito voi…
– Io? Ah, Reuccio!
– Voi o un altro non so; suggerito all’orecchio: “È questa la gran bellezza? Mi sembra una lavandaia!”. Non è forse vero?
– Io? Io? Reuccio!
Il vecchio Ministro non sapeva darsene pace.
Il Re capì benissimo chi aveva sussurrato all’orecchio del Reuccio quelle brutte parole: fata Neve certamente.
Ah! il sortilegio durava ancora! Infatti, di tratto in tratto il Reuccio domandava:
– È arrivato l’Autunno, è vero, Maestà?
– Che ve n’importa, Reuccio?
– Niente. Poi, dopo, sopraggiunge l’Inverno, è vero, Maestà?
– Che ve ne importa, Reuccio?
– Non so; mi pare che l’Inverno debba apportarmi una gran gioia.
Il Re si turbò grandemente sentendolo parlare così.
– L’inverno, Reuccio, è la più brutta stagione dell’anno.
Non mise tempo in mezzo. Tornò dalla maga Nana.
– Maga buona! Maga bella! Le gocce di Sméntica non giovano più!
– Sedete, Maestà. Mangiate e bevete. Poi parleremo di vostro figlio il Reuccio. Ah, Maestà! Che bel braccialetto avete al polso!
– Ecco: è per voi… Maga buona!
– Grazie! E quel fermaglio con due stelle diamantate?
– Anch’esso è per voi… Maga bella! Ma parliamo del Reuccio!
– Grazie! Che bello smeraldo avete al dito!
– È vostro, Maga buona! Maga bella!… Ma parliamo…
– Vado e torno!
Socchiuse gli occhi, sbadigliò, stirò le braccia, borbottando sconnesse parole, e si addormentò come l’altra volta.
Stiè un pezzo così. Quando si svegliò sembrava molto stanca.
– Sono andata lontano, per amor vostro, Maestà, dai miei grandi Maestri. Fata Neve sta per arrivare. Bisogna ricorrere a fata Fuoco, la sua forte nemica. Vi conduco io. Venite.
La maga Nana andava lesta; pareva che non posasse i piedi al suolo. Il Re stentava a seguirla. Che non avrebbe fatto, povero padre, pur di salvare il Reuccio?
– Vi avverto, Maestà: bisogna accennare a fata Neve senza punto nominarla. Ed ora, sprofondiamoci sotterra.
Da principio, buio fitto. Non si sapeva dove mettere i piedi. Poi, una luce fioca, che aumentava fino a un chiarore di luna piena; e poi… Le mura, le volte del lungo andito brulicavano come di fiamma e, in fondo, i gradini della scala che conduceva giù negli appartamenti, sembravano di fiamma viva, ed erano più solidi del marmo.
Il Re, che, da principio, aveva avuto paura di rimanere carbonizzato, visto che quelle fiamme avevano maravigliosa ma innocua apparenza, s’inoltrò con animo lieto fino al vasto salone.
Fata Fuoco sembrava la vibrante lingua di una splendida fiamma, con su una bellissima testa di donna attorno a cui si agitavano lunghi capelli d’oro come aureola irrequieta.
– Fata Fuoco! Fata Fuoco! Voi sola potete salvare mio figlio il Reuccio!
– Chi lo minaccia?
– Un pericolo ignoto… ma certo! – disse la maga Nana.
– D’uomo… o di nonna?
– Chi sa chi sa? – rispose il Re. -Vedermi, sì, dice, toccarmi, no!
La fiamma del corpo di fata Fuoco si contorse, si oscurò, l’aureola dei capelli cessò di vibrare, e davanti al Re apparve una vecchina vestita di un umile abito cinericcio, coi bianchi capelli raccolti attorno alle tempie, con lo sguardo sereno e la bocca sorridente.
Usciti all’aria aperta, fata Fuoco disse al Re:
– Maestà, afferratevi forte a un lembo della mia veste. Dobbiamo volare due giorni e due notti per giungere in tempo. Voi, Maga, non ne avete bisogno. Addio, Maga!
Il Re si sentì portar via leggero come una piuma. Vola! Vola! Vola! Due giorni e due notti!
– Ahimè! – sospirò la Fata. – Forse arriviamo troppo tardi!
Volteggiarono per l’aria piccoli e varii fiocchi di neve. Il Re si guardò bene di nominare quell’altra Fata!
Salendo le scale del palazzo reale, fata Fuoco si era trasfigurata in bellissima giovane, riccamente vestita, ornata di preziosi gioielli.
– Reuccio! Reuccio! – disse il Re. – Ecco la bellezza in persona!
Il Reuccio era affacciato alla finestra. Guardava, estasiato, i piccoli fiocchi di neve che volteggiavano per l’aria; e, lontana, lontana, tra le nuvole rosee, vedeva, quasi ombra bianca e trasparente, colei che gli era tornata nella mente e nel cuore, e che egli stava per credere perduta per sempre.
– Reuccio! Reuccio!… Ecco la bellezza in persona!
Il Reuccio si voltò, la guardò da capo a piedi, e sprezzantemente rispose:
Questa la bellezza in persona? Mi sembra una lavandaia!
E tornò a festeggiare con gli occhi i fiocchi di neve che ora volteggiavano più fitti per l’aria, e l’ombra bianca e trasparente che si avvicinava, trasportata lievemente dal vento.
Fata Fuoco era sparita. Il Re, mezzo svenuto dall’ambascia, piangeva in un angolo della stanza.
– Eccola! Eccola!
Il Reuccio capì in quel momento che la sua vita andava a confondersi, a perdersi nel divino fantasma bianco: – Vedermi, sì; toccarmi, no!
Sembravano parole di minaccia, di condanna, ed eran state per lui dolce ammonimento di un bel sogno.
Infatti, la mattina dopo, quando trovarono il cadavere del Reuccio sotto un soffice strato di neve – e pareva serenamente addormentato – il vecchio Ministro esclamò:
– Sorride ancora al suo sogno!

Fiaba di neve, fiaba di fuoco,
Se non vi spiace, fatele luogo.
Fiaba di fuoco, fiaba di neve,
Chi ben comprende cara la tiene.

Luigi Capuana – Luccioletta

C’era una volta una bambina orfana di padre e di madre che viveva in casa de’ nonni, vecchi ricchissimi ma quasi sempre malati.
La bambina, che non aveva conosciuto i suoi genitori, non li chiamava nonni ma babbo e mamma, e li serviva con gran cura quantunque non avesse ancora dieci anni.
Non permetteva che una cameriera o un servitore porgessero al malato o alla malata neppure un bicchier di acqua. Voleva far tutto lei. E, la notte, spesso saltava giù dal lettino per domandare premurosamente:
– Nonno, hai bisogno di qualcosa?… Nonna, hai bisogno di nulla?
Ed era felicissima quando il nonno o la nonna rispondevano
– Sì, sì, abbiamo bisogno… di un bel bacio. E ora, torna a letto.
Durante il giorno, i due vecchi le permettevano d’invitare alcune ragazze del vicinato a fare il chiasso con lei; ed era un correre, un inseguirsi, un saltare, ridendo e cantando per i corridoi e gli stanzoni del vecchio palazzo, o per i viali del giardino ombrati da grandi alberi, circondati da piante in fiore.
La bambina non era superba e trattava le compagne da sue uguali, quantunque figlie di povera gente. Non le rimandava mai via a mani vuote, e a ogni mutar di stagione regalava a tutte bei vestitini nuovi.
Non le mancava niente; qualunque suo più strano capriccio era subito soddisfatto; eppure c’erano giornate che ella veniva presa da profonda malinconia. Voleva rimaner sola nella sua camera, con le imposte delle finestre socchiuse, seduta in un angolo; e lei stessa non sapeva perché. Sentiva che le mancava qualche cosa, ma non poteva dir quale.
– Che hai? – le domandava il nonno.
– Che vuoi? – le domandava la nonna.
– Non ho nulla!… Non voglio nulla!… Non so! – E ridendo tutt’a un tratto, e facendo una graziosa smorfietta, soggiungeva: – Voglio la luna! Voglio la luna!
E riprendeva il suo solito umore.
Or accadde che una sera d’estate ella avea voluto scendere nel giardino per godersi un po’ di fresco. Improvvisamente, per la prima volta, vide errare qua e là piccoli punti di luce azzurrognola che pareva si divertissero a inseguirsi tra le piante delle aiuole. Tentò di accostarsi con gran cautela a quelle fiammoline volanti, ma esse si disperdevano quasi, andando di qua e di là, sfuggendo alla caccia della bambina che tentava di afferrarne una con le palme delle mani.
Riuscì la sera dopo, e fu meravigliata di vedere un piccolo insetto scuro, con le ali, che aveva però spenta la sua lanternina, come ella disse sorridendo, e che la riaccese appena poté sfuggirle di mano.
Le pareva di aver scoperto un gran mistero, e ne parlò alla sua amica prediletta pregandola di mantenerle il segreto.
– Ma che mistero! Che segreto! – le rispose questa. – Quelle sono lucciole. Ne ho ammazzate tante l’estate scorsa.
– Perché le hai ammazzate?
– Perché?… Per divertimento.
– Non ti facevano alcun male, poverine!
E da quella sera in poi, ella non diè più loro la caccia. Esse avevano invaso il giardino, e le volavano attorno, e la seguivano lungo i viali, quasi sapessero che la bambina non le avrebbe molestate.
A letto, prima di addormentarsi, la sua testina fantasticava:
-Se fossi una lucciola! Mi divertirei tanto!
E ne fantasticava anche in quelle giornate di profonda malinconia che tornavano ad assalirla di quando in quando.
– Che hai? – le domandava il nonno.
– Che vuoi? – le domandava la nonna.
– Non ho nulla!… Non voglio nulla!… Non so! – Ma non soggiungeva più, ridendo tutt’a un tratto, con graziosa smorfiettina: – Voglio la luna! Voglio la luna!
Non osava dire intanto:
– Vorrei essere una lucciola.
Una mattina ella era uscita per lo stradale di campagna a coglier fiori di prato. Vide venirsi incontro una povera donna, né vecchia, né giovane, ma così coperta di stracci che faceva pietà; senza scarpe, senza calze, senza nulla in testa, e così pallida e magra da sembrare che non si reggesse dalla fame.
– Che avete, buona donna? Siete malata?
– Ho quel che non vorrei!
Parlava a stento, e le tese una mano per l’elemosina.
La bambina aveva soltanto un mazzolino di fiori e glieli diede. Con gran meraviglia vide che quella si mise a piluccarli quasi fossero chicchi di uva, e quando ebbe finito di mangiarseli parve ristorata.
– Grazie, figliuola. Vedete? Sono quasi nuda; a ogni passo che faccio, semino un cencio per via. Dovreste regalarmi quel vestitino; ne avete tanti altri!
– Ma è troppo piccolo per voi.
– Non importa; proviamo.
La bambina si sganciò il vestitino, se lo cavò, e glielo porse, incuriosita.
Ed ecco che mentre quella fa per infilarselo, la stoffa si slarga, si allunga e il vestito le si adatta al corpo come se fosse stato tagliato e cucito per lei.
– Grazie, figliuola! Vedete? Ho i piedi insanguinati. Dovreste regalarmi quelle scarpine; ne avete tante altre!
– Ma il mio piede è così piccolo!…
– Non importa; proviamo.
La bambina si cavò le scarpine. Fece anche di più; si cavò le calzine che le arrivavano al ginocchio, e gliele diede.
Ed ecco che le calzine si slargano, si allungano fino a mezza gamba di quella donna, e le scarpine le si adattano al piede come se il calzolaio gliele avesse lavorate su misura.
– Grazie! Grazie, figliuola!
La bambina la guardava un po’ impaurita. E più la guardava e più la sua paura cresceva. Quella stracciona pallida, magra che, poco avanti, pareva non si reggesse in piedi dalla fame, era diventata rossa in viso, ben vestita, ben calzata, quasi irriconoscibile.
– Chi siete? Non vorrete farmi del male! – disse la bambina con voce tremante.
– Anzi, voglio farti tutto il bene possibile. Chiedi qualunque cosa, e sarai contentata. Mi chiamo Faterella perché sono la più giovane delle Fate. Vuoi un vestitino ricamato di oro e diamanti?
– No!
– Vuoi delle scarpine che non si consumano mai, e crescono come cresce il piede?
– No! No!… Vorrei…
– Parla! Parla!
– Vorrei… di quando in quando… diventar luccioletta, simile a quelle che, la sera, veggo errare nel giardino!
– Così poco? E nient’altro?
– Così poco e nient’altro.
– Prendi quest’anellino. Lo porterai a un dito della mano manca. Quando… vorrai diventare luccioletta, lo infilerai al mignolo della mano dritta e dirai:

– Faterella del mio core,
Luccioletta per due ore!

…Anche per tre” per quattro e più ore, purché all’ultimo minuto sii tornata nel tuo giardino. Sarai avvertita da una lieve puntura un quarto d’ora prima.
– Ah, Faterella cara!
Voleva baciarle la mano, ma si accorse che il corpo di Faterella era formato d’aria: e infatti svaniva come nebbiolina.
Ella però aveva l’anellino a un dito della mano manca, e si trovava ai piedi le scarpine e indosso il vestitino regalati alla creduta mendicante. Non vedeva l’ora che si facesse sera per provare la virtù dell’anello.
Appena i nonni furono andati a letto, ella, zitta zitta, scese in giardino, e:

– Faterella del mio core,
Luccioletta per due ore!

Si sentì diventare piccina piccina, e subito vide accendersi quello che lei chiamava il lanternino. Volò di qua e di là, presa da gioia pazza. Avrebbe voluto essere inseguita da qualcuno, come lei soleva fare con le lucciole; ma nel giardino non c’era nessuno. C’erano soltanto altre lucciole, attratte da quel lume assai più vivo del loro e che variava continuamente di colore, ora rosso, ora verde, ora arancione, ora azzurro. Le andavano dietro, le si affollavano attorno, e lei si divertiva a salire in alto, a volare da un punto all’altro, a nascondersi tra i cespugli, fino al momento in cui sentì la lieve puntura, e provò la sensazione che il suo corpo si distendeva, si allungava, e riprendeva forma umana. Rimise l’anello a un dito della mano sinistra, tornò su, ma era così commossa che non riuscì a prender sonno. Lucciola! Luccioletta! Non le sembrava vero!
Parecchie sere, di seguito, appena i nonni andarono a letto:

– Faterella del mio core,
Luccioletta per due ore!

Le lucciole le andavano dietro, la circondavano, quasi le facessero un corteo come loro Regina; mai il giardino aveva visto tanta folla di lucciole; pareva che si fossero data la posta colà tutte quelle delle campagne attorno.
Una sera, ella spense improvvisamente il suo lanternino, volò oltre il muro di cinta non potuta seguire da nessuna, ed erra di qua, erra di là, si trovò, senza accorgersene, nel giardino del Re.
Il Reuccio passeggiava pei viali a prendere il fresco.
– Oh, che bella lucciola! Oh, che bella lucciola!
Lei non sapeva che quello fosse il Reuccio; lo credette un giovane giardiniere; e per parecchie ore lo stancò, facendoselo correre dietro il suo volo ondulante, cambiando il colore del lanternino ora in verde, ora in rosso, ora in arancione, ora in azzurro; da non sembrare più una lucciola, ma una grossa pietra preziosa cangiante e con le ali.
– Férmati, bella lucciola! Férmati! Non voglio farti del male… Sono il Reuccio!
Ci mancò poco che Luccioletta non svenisse, udendo queste parole. Alzò il volo e si affrettò a fuggire mentre il Reuccio le gridava dietro:
– Ritorna domani notte! Ti attendo! Ritorna!
Ella non aspettò l’avviso della lieve puntura, e corse a rifugiarsi nel suo giardino. Il cuore le batteva forte: le pareva di aver corso un grave pericolo.
Il Reuccio raccontò tutto alla Regina sua madre.
– Avete fatto un bel sogno! – ella gli disse ridendo. – E vi sembra cosa vera.
Per due notti, il Reuccio non vide ricomparire la lucciola desiderata e stava per credere che avesse davvero sognato, quando, la terza sera, egli scorse laggiù, in fondo a un viale, il lumicino errante che ondulava su le erbe e i fiori delle aiuole, cangiando di colore a ogni po’.
– Eccola! Eccola! – E le corse incontro.
Il gioco della prima sera ricominciò ora più festoso, più accalorato. Il Reuccio tentava di afferrarla, e lei si schermiva, avanti, indietro.
– Ah, lucciola cattiva! Se ti lasciassi prendere ti sposerei: saresti Reginotta!
Ella non aspettò l’avviso della lieve puntura, e corse a rifugiarsi nel suo giardino. Il cuore le batteva forte. Reginotta! Reginotta!… Ma sospettava un inganno.
Avrebbe voluto confidare alla nonna: – Nonnina mia!… Questo e questo! – e prender consiglio da lei.
Se ne astenne per paura di esser sgridata. Il segreto però le pesava troppo sul cuore. Prese a parte la sua amica prediletta, e le disse:
– Tu non lo crederai… ma io posso diventare lucciola quando voglio.
– In che modo?
– Così e così!…
E le raccontò l’avventura.
– Fammi provare!
La sciocchina rispose:
– Vieni questa sera. Sarò in giardino; vedrai!
Le mise lei stessa l’anello al mignolo della mano diritta, e le suggerì le parole:

Faterella del mio core,
Luccioletta per due ore!

– Quando sentirai una lieve puntura, torna subito.
Quella errò un momento pel giardino, poi volò in alto e sparì. Luccioletta l’attese invano fino a tardi, e pianse tutta la nottata pensando alla disgrazia che doveva essere accaduta alla sua amica. Attese altri due giorni, ma quella non si faceva viva. Allora, si decise di tornare nel posto dove le era apparsa Faterella e con le lagrime agli occhi cominciò a invocarla:
– Faterella buona! Faterella cara!
Parve che l’aria si condensasse per formare il corpo lieve e quasi fosforescente di lei. Aveva il sorriso negli occhi e su le labbra, sorriso di gentile rimprovero e di consolazione nello stesso tempo.
– So tutto – disse: – la tua amica ti ha tradita. È andata a trovare il Reuccio, gli si è posata su la palma di una mano. Il Reuccio le domandava:
“Chi sei? Chi sei? Come ti chiami?”.
“Mi chiamo Luccioletta.”
“Se ti facessi conoscere, ti sposerei; saresti Reginotta”
“Giuratelo!”
“Parola di Reuccio!” Il Reuccio stava per giurare quando ella sentì la puntura e scappò via.
– E il mio anello, Faterella buona?
– Il tuo anello eccolo qui. Gliene ho messo un altro in dito che sarà il suo castigo. Tu però non pensare più al Reuccio, non andare più nel giardino reale… Mi obbedirai?
– Sì, Faterella cara!
Ed essa, sorridendo, svaniva come nebbiolina.
Luccioletta – si faceva chiamare così anche dai nonni, per capriccio, diceva – tornò a casa con la morte nel cuore per il divieto: – Non pensare più al Reuccio!
Ci aveva pensato tanto, giorno e notte, che ora non sapeva non pensarci più.
Fu ripresa da quella profonda malinconia che da qualche tempo non l’aveva turbata; se non che le altre volte durava appena un giorno, e lei stessa non sapeva perché. Sentiva che le mancava qualcosa, ma non poteva dir quale.
Ora no, era invasa da furibonda gelosia contro la sua amica che avrebbe sposato il Reuccio e sarebbe diventata Reginotta.
Se questo fosse avvenuto, ella non avrebbe più avuto nessuna ragione di vivere! E se fosse andata lei invece dell’altra, per avvertire il Reuccio che quella era un’intrusa e che la vera Luccioletta era lei?
Non fece a tempo.
Quella sera, l’altra, che non si era accorta del cambiamento dell’anello, se lo mise al mignolo della mano dritta e invocò:

– Faterella del mio core,
Luccioletta per due ore!

Il Reuccio l’attendeva nel giardino.
Lei cominciò a fare la graziosa, volando pei viali, per le aiuole, provocando il Reuccio perché le ripetesse le parole:
– Se ti farai conoscere, ti sposo: sarai Reginotta. Chi sei? Come ti chiami?
Il Reuccio, invece, le disse:
– Fermati! Sono stanco! Se ti fai conoscere, ti sposo.
– Giuratelo!
– Parola di Reuccio, lo giuro!
Lei sentiva già la lieve puntura, e intanto indugiava. Sapeva di esser bella e piacente, e voleva rivelarsi. Attese l’ultimo minuto e disse:
– Eccomi!
Il Reuccio diè un grido, indietreggiando atterrito. Aveva davanti una vipera che, rizzata su la coda, ondeggiava, vibrando fuori la lingua, e pareva minacciasse di mordere. A quel grido erano accorsi giardinieri, guardie che si misero subito a inseguirla. Corsa folle! La vipera sguisciava tra le erbe, saltava da un viale all’altro, sotto una pioggia di sassi che non riuscivano a colpirla. Finalmente un giovane giardiniere arrivò a schiacciarle, con un colpo di bastone, la testa.
E che si vide? Si vide il corpo della vipera squarciarsi, dilatarsi, e diventare quello di una giovinetta col cranio spaccato! Sussultava, dava gli ultimi tratti, tra lo spavento di tutti i presenti, e soprattutto del Reuccio.
La mattina, saputo il terribile caso, Luccioletta corse dai nonni. Narrò per filo e per segno quel che le era accaduto, dall’incontro di Faterella fino alla confidenza fatta alla sua amica prediletta, e al tradimento di questa, che n’era stata terribilmente punita.
Luccioletta non sapeva come comportarsi. Mostrò l’anello restituitole da Faterella e domandò:
– Che devo fare, babbo? Che mi consigli, mamma?
Mai ella aveva veduta la nonna così scura e così severa in viso.
– Da’ qua quell’anello!
– Che vuoi farne, mamma?
– Lo vedrai!
Appena lo ebbe in mano, la vecchina si rizzò da sedere, aperse la finestra che dava sul fiume e buttò l’anello nell’acqua che là sotto scorreva limacciosa e violenta.
Luccioletta venne meno, e sarebbe cascata per terra se la nonna non fosse stata pronta a prenderla tra le braccia.
Quando rinvenne, era straordinariamente pallida, un po’ stordita, ma tranquilla. Ricordava come un sogno lontano, le lucciole, Faterella, l’anello portentoso e il Reuccio. Disse alla nonna:
– Ho fantasticato troppo, è vero, mamma? Ora tu insegnami a vivere!
E la nonna, sorridendo e accarezzandola, rispose:
– Sei già savia; non hai bisogno di insegnamenti, bambina mia!

Luccioletta, Luccioletta,
Fiaba scritta e fiaba detta.

Luigi Capuana – La fiorita

C’era una volta un contadino che aveva una moglie più vecchia di lui. Vecchia sarebbe stato niente; era anche brutta assai.
E neppur questo sarebbe stato niente, se quella donna non avesse avuto un caratteraccio che la rendeva insopportabile a tutti, cominciando dal povero marito per finire alle vicine.
Il suo peggior difetto era la contraddizione.
Per esempio: se le vicine, vedendo il cielo nuvoloso, sentendo soffiare un vento diaccio, esclamavano: – Che giornataccia! – lei, per picca, rispondeva: – Ma se è una giornata di paradiso!
E all’inverso, se qualcuno diceva: – Che bella giornata! – lei, immediatamente, ripicchiava: -Giornata d’inferno dovreste dire!
Per farla adirare, certe volte quelle donne, nel meglio del discorso, s’interrompevano, domandando di una cosa:
– È bianca o nera? Noi non sappiamo…
La vecchia mangiava la foglia, e, irritata dallo scherno, prorompeva in una sfilza di male parole che procuravano sonore risate.
Se la prendeva col marito:
– Invece di ridere anche te, dovresti difendermi!
– E tu non cercare col lanternino le occasioni di far ridere la gente! – rispondeva l’altro.
– Ah, se avessi un figliuolo!
– Ha fatto bene di non venire! Ne avrebbe viste di tutti i colori.
– Ah, si? Ha fatto bene di non venire? Ha fatto bene?
Ed erano urli, imprecazioni, strappate di capelli, minacce con le mani contro il figliuolo che non era venuto a rallegrare la loro casa.
Qualcuno le aveva detto:
– Perché non adottate un orfanello?
– Voglio un figlio mio, non di altri.
– Non avete farina? Stacciatela, impastatela, fatene un bel pupo e cuocetelo al forno…
– Al forno cuocerei la lingua vostra, se potessi!
E rientrava in casa, quasi soffocata dalla bile.
Ora, per non questionare con nessuno, se n’era andata in campagna col marito. Pareva che l’aria di campagna le calmasse i nervi. Se ne stava seduta davanti a la porta del casolare, con le mani su i ginocchi, intenta a seguire le operazioni del marito che aveva il campicello attorno; e, in certi momenti, quasi assorta in lontani ricordi, canticchiava un ritornello bambinesco:

– Tri! Tri! Tri!
Il mio grillo fa così!…

Quel giorno il marito era andato in città per fare certe piccole provviste, e lei si era seduta su l’uscio, dalla parte interna, perché fuori piovigginava.
Ed ecco che ella vide venire per la viottola una donna, premurosa di ripararsi dalla pioggia.
Le fece cenno, con una mano, di affrettarsi, e quando se la vide improvvisamente vicina, quasi fosse stata sospinta da un soffio di vento, la invitò ad entrare e le porse una seggiola.
La leggera veste azzurra della bellissima dama sembrava tutta cosparsa di perline iridescenti, e non si capiva se erano tremolanti goccioline di pioggia o rare perlette tessute mirabilmente nella stoffa.
– Mia padrona, comandate, se posso servirvi in qualche cosa… – disse timidamente la vecchia.
– Mi basta il buon cuore, vecchina via! Siete sola?
– Col marito più vecchio di me. Intanto essa pensava:
– Questa dev’essere una Fata! È tanto bella!
– Sì, sono una Fata – disse la dama che le aveva letto nel pensiero. – Ed oggi è una delle giornate nelle quali posso concedere qualunque grazia. Chiedete e otterrete.
– Una fiorita di figliuoli!
La dama si levò da sedere, ed uscì là fuori.
La pioggerella era cessata.
– Ve ne andate, Fata bella?
– Vi preparo la fiorita.
E aggiunse altre parole sottovoce.
Poi fece dei segni colla mano, come per tracciare un piccolo quadrato nel terreno più vicino e vi sparse un pugno di semente.
Parve che il terreno bollisse; le zolle si aprivano, spuntavano foglioline, si rizzavano lentamente steli, quasi scossi da fremiti di vita, e si gonfiavano bocciuoli, si aprivano fiori di ogni forma e colore: rose, garofani, gigli e altri non mai visti.
– Fiorita inutile per me! – esclamò la vecchia.
– Provate e vedrete!
– Che cosa devo provare?
La risposta non venne. La bella Fata era sparita!
Furiosa, non sapendo con chi sfogarsi, la vecchia si slanciò per strappare quei fiori che sembravano un’irrisione, ma si sentì palpare le mani da delicate invisibili manine, e le parve di udir sussurrare da ogni fiore: – Mammina! Mammina!
Si arrestò impaurita e commossa, e poi, con voce tremante, disse:
– Venite, dunque, figliuoli!
E, tutt’a un tratto, si vide circondata da quasi un centinaio di bambini e bambine, vestiti coi colori dei fiori dai quali erano usciti, su per giù della stessa età, dai sette ai dieò anni, freschi, rosei, impazienti, che la tiravano per la veste da tutte le parti:
– Mammina! Mammina!
– Troppa grazia, Fata bella! – esclamò la vecchia, aprendo desolatamente le braccia.
Pensava:
– E come sfamerò tutte queste bocche? E dove potrò ricoverarli questi figliuoli?
Infatti, essi la guardavano con cert’aria che pareva dicesse:
– Mammina, abbiamo fame!
Quando il marito tornò, fu stupìto di vedere tutti quei bambini che lo chiamavano: – Babbo! Babbo!
– Che è questa novità? – domandò alla moglie.
– Sono figliuoli nostri; ce li ha regalati una Fata. Bel regalo! – soggiunse. – Io ne volevo uno solo, e questi sono più di cento! Dove li faremo dormire? Come potremo sfamarli?
– Chi ce li ha regalati non farà le cose a mezzo. Vedrai. Giacché si tratta di una Fata…
I bambini saltavano festosamente attorno:
– Babbo! Babbino, non ci mandare via!
Egli si sentì intenerire. Ne accarezzò, ne baciò parecchi, mentre sua moglie ripeteva:
– Disgraziati! Moriranno di fame e di freddo. Sarebbe meglio che quella stupida Fata venisse a riprenderseli. Fossero almeno grandi! Ne faremmo tanti contadini capaci di guadagnarsi da vivere…
Non aveva finito di parlare, che nel terreno attorno si rizzavano tante bianche casettine da poter comodamente accogliere tutte quelle creature.
La vecchia non ne sembrava sorpresa; ma il buon uomo stentava a credere al suoi occhi.
– Che bellezza! – esclamò girando lo sguardo attonito verso dov’erano sorte le casette.
E intanto pensava:
– Ma è possibile che una Fata si sia mossa a pietà di una Stregaccia come mia moglie? Ci dev’essere un gran mistero!
I bambini presi per mano si avviarono a due a due verso le casette. Ridevano tra di loro e pareva che li guidasse davvero una Fata, poiché giunti che furono davanti alle porte delle casette dissero:
– Questa è mia! Questa è mia!
E quando i contadini dei dintorni appresero dalla bocca del buon vecchio i fatti proprio come egli aveva sentito narrare dalla moglie, e poi veduti coi suoi occhi, anche essi ripeterono:
– Ci dev’essere un gran mistero!
L’indomani, allorché i bambini dissero ai vecchi che avevano tanta fame, quei due non seppero rispondere niente.
Ma, dopo un istante di riflessione, rivolta al marito disse:
– Per sfamarli oggi, lascia fare a me!
Si ricordò di un vicino che aveva un vasto frutteto. Mele, pere, prugne, uva; gli si infradiciavano sulle piante. Non le godeva lui, né permetteva che le godessero gli altri, per cattiveria più che per avarizia.
Si sentì come afferrata di peso e portata via in alto; e i figliuoli con le braccia aperte e le gambe riunite e tese, le volavano dietro allegramente, da sembrare uno sciame:
– Mammina! Mammina!
E quando furono nel frutteto di quel tale, chi si arrampicava a un melo, chi a un pero, chi allungava le mani ai grossi grappoli di uva bionda e di uva nera del pergolato; e, in pochi minuti, non rimaneva sulle piante né una pera, né una mela, né un grappolo d’uva, niente!
Si sentì nuovamente come afferrata di peso, portata via per aria verso il casolare; e i figliuoli, con le braccia aperte e le gambe riunite e tese, le volavano dietro allegramente, da sembrare uno sciame:
– Mammina! Mammina!
Chi sa come avrebbe sbraitato il vicino, accorgendosi di quel saccheggio del suo frutteto?… Invece, la mattina dopo, ella lo vide arrivare tranquillo, sorridente.
– Sapete? Mi era stato detto che voi e i vostri figliuoli avevate massacrato il mio frutteto. Sono corso a vedere… e ho trovato ogni cosa a posto, uva, pere, mele, tutte più fresche di prima! Per far dispetto ai maligni, ve n’ho portato un paniere.
I bambini e le bambine erano accorsi, battendo le mani; e due di essi, preso ü paniere per il manico, cominciarono a vuotarlo.
Vuota, vuota, vuota… Le pere, le mele, l’uva si ammonticchiavano in terra; e più ne uscivano e più ce n’erano. Rigurgitavano; pareva che il paniere avesse fretta di vuotarsi da sé e non riuscisse a finire.
Quell’uomo guardava meravigliato e atterrito.
– Grazie! – disse la vecchia.
Quasi avesse ordinato: Basta!
Il vicino prese il paniere e andò via di corsa, voltandosi più volte indietro; temeva di essere inseguito.
Raccontò il fatto a un amico… E così, di bocca in bocca, la notizia, ingrandita, esagerata, era giunta all’orecchio del Re.
Il Re era uno che non credeva niente, se non vedeva coi suoi occhi, se non toccava con le proprie mani. Si travestì e accompagnato da due Ministri, travestiti anch’essi, andò a trovare la vecchia.
In quel momento ella si bisticciava col marito appunto per via di quei figliuoli.
– Di che vi lamentate? – gli diceva. – Non vi costano niente; anzi, essi pensano pure a sfamarci, me e voi!
Si presentò in questo punto il Re. La vecchia gli si rivolse con tanto di bocca:
– Che volete? Che cercate? Noi non dobbiamo render conto dei fatti nostri a nessuno!
– Badate come pariate!
– Parlo come mi pare e piace!
– Questi è Sua Maestà il Re… – disse uno dei Ministri.
– Già… Il Re ha occhi, naso, bocca, mani e piedi pari a me! Dice che chi lo vede muore…
– Chi vi ha dato a intendere queste sciocchezze? Sua Maestà il Re eccola qui!
– Allora… tanto piacere! – rispose la vecchia rabbonita e impaurita. – Che comanda Vostra Maestà?
– Mi prendo i vostri figliuoli e ne faccio dei soldati; mi prendo le vostre figliuole e ne faccio delle vivandiere.
– Sono ancora ragazzine e ragazzi…
– Chiamateli e vedremo.
Invece, con gran stupore della vecchia, si presentarono tanti bei giovanotti, alti, robusti, tante belle ragazze vigorose, capaci di sostenere ogni fatica. I giovanotti si schierarono da una parte, le ragazze dall’altra, e il Re li guardò con vivissima soddisfazione.
Doveva dichiarare la guerra a una vicina tribù di selvaggi, che scannavano i prigionieri, li squartava, li rosolava appena, e se li mangiava. Faceva la stessa cosa coi disgraziati che capitavano colà, lusingati di guadagnare qualche cosa col commercio del bestiame.
Ultimamente quei selvaggi avevano sorpreso un Ministro del Re in una partita di caccia. Era stata una gran festa. Mentre le membra di esso venivano arrostite, i selvaggi intrecciavano danze attorno al fuoco, accompagnate da urli di gioia…
Il Re, deciso di sterminarli, radunò tutti i suoi soldati, e alla testa di questi mise i giovani della “Fiorita”, come li chiamavano, e che erano impazienti di combattere.
I selvaggi si erano rifugiati su le aspre montagne del loro territorio tutto rocce e boscaglie.
Pareva che si fossero fatti dei nidi lassù, e si difendevano ruzzolando grossi massi… Ma i giovani della “Fiorita” si arrampicavano su per l’.erta come tanti scoiattoli; e quanti selvaggi afferravano per i piedi, tanti ne scaraventavano giù a fragellarsi su le rocce sporgenti.
Fu una vera strage! Il Re e tutti gli altri soldati erano stati a guardare e ad ammirare, battendo le mani ogni volta che qualcuno dei nemici faceva dei rivoltoloni per aria. Nessuno dei giovani della “Fiorita” era stato colpito, e, alla fine, essi si schierarono lieti e sorridenti davanti al Re, senza mostrare la minima stanchezza.
Le vivandiere avevano preparato il rancio, e tutti, anche il Re, si misero a mangiare.
Poi i capi dei giovani si presentarono a Sua Maestà ed espressero il desiderio di tornare a casa.
– Che vi manca da me?
– Niente. La casa ci chiama…
Il Re, con una scusa o con un’altra, indugiava a licenziarli; ma quando si accorse che di giorno in giorno quella fresca gioventù s’intristiva, disse:
– Domani andrete via!
E partirono, con le braccia aperte, con le gambe riunite e tese; sembravano uno sciame che volasse.
La vecchia era seduta su la porta e pensava appunto al figliuoli partiti per la guerra. Sentì un confuso rumore lontano, alzò la testa, tese l’orecchio. Si capiva, sì e no, il ritornello che ella soleva cantare:

Tri, tri, tri!
Il mio grillo fa così!

Lo sciame annunziava a quel modo il suo arrivo:
– Mammina! Mammina!
Arrivava però in mal punto. In casa non c’era niente da poterli sfamare; e lei, mortificata, irritata, li accoglieva malamente:
– Giusto oggi! Giusto oggi!
– Mammina, mammina, non vi angustiate. Vi daremo incomodo per poco.
La vecchia fu scossa da questa risposta:
– Perché dite così?
– Il perché lo saprete domani…
La vecchia rimase!
Intanto quei giovani si toglievano dalle spalle un sacco che portavano appeso a tracolla, ne cavavano fuori grosse pagnotte, fette di formaggio, frutta e ne offrivano alla vecchia prima di mettersi a mangiare. Essi mangiavano allegramente, e ogni tanto s’interrompevano per cantare:

– Tri! Tri! Tri!
Il mio grillo fa così…

Come se tutto questo fosse stato un’offesa per la vecchia! Cominciò, al suo solito, a sbraitare:
– Che possiate avere gli stranguglioni! State zitti! State zitti! Neppure in quei momenti riusciva a frenarsi!
E quando quelli replicarono:
– Mammina, mammina, non vi angustiate! Vi daremo incomodo per poco! – la vecchia tornò a domandare:
– Perché dite così?
– Il perché lo saprete domani!
Né sospettò di niente vedendo che alcuni giovani cominciarono a strappare le erbacce cresciute nel posto dov’era stata “La Fiorita”, altri a rimuovere con le mani la terra e le ragazze, con piccole anfore, ad annaffiare soltanto quello spazio, quasi lo preparassero per seminarvi qualcosa.
Durante la nottata, la vecchia non chiuse occhi pensando a quel “perché” che avrebbe appreso domani. Voleva sapere dal marito:
– Che cosa sarà?
– Qualche malanno procuratoci dalla tua cattiva maniera.
– E l’asino che ti è morto l’ho ammazzato io?
– Chi sa che non sia morto di stenti per insufficienza di biada! Hai voluto governarlo sempre tu!
– Me la son mangiata io, dunque, la biada?
– L’asino no, certamente!…
Dopo breve pausa, lei ripigliava:
– Che cosa sarà? Che cosa sarà?
Il marito e i giovani erano andati a fare un po’ di legna nel bosco vicino. La vecchia, brontolando per abitudine, si era seduta su lo scalino della porta con i gomiti appoggiati su le ginocchia e la faccia sorretta dalle mani.
Ed ecco, in fondo alla viottola, spuntare qualcosa che straluccicava e non si distingueva se fosse animale o cristiano. Se la vide arrivare davanti, quasi spinta da un soffio di vento. Stava per esclamare:
– Ben venuta, Fata bella!…
Ma si arrestò accorgendosi che la Fata aveva il viso deturpato da larghe macchie nella pelle.
– Che vi è accaduto, Fata…
E non osò di dir bella, vedendola ridotta a quel modo.
– Questo – soggiunse la Fata – è il nostro castigo quando facciamo, sbadatamente, del bene alle persone che non se lo meritano. E voi siete diventata più scontrosa di prima!
– Tutti l’avete con me! E voi con tutti!
La vecchia, dimenticando in quel momento che parlava con una Fata, le voltò le spalle, e rientrò in casa, sbatacchiandole l’uscio in faccia.
La Fata si mise a ridere, e cominciò a chiamare forte: – Rose, garofani, gigli! Gigli, garofani, rose!
Si udì come un gran fruscio di ali e il grido confuso:

– Tri! Tri! Tri!
Il mio grillo fa così!…

E, in un batter di occhio, arrivava lo sciame dei giovani della “Fiorita” e si schierava rispettosamente davanti alla Fata. Ora ripeteva per lei l’affettuoso nome:
– Mammina! Mammina!
La vecchia, spinta dalla curiosità, si era affacciata alla finestra. E che vide?
Vide che le ragazze spiccavano un salto nell’aiuola e pareva vi affondassero i piedi e i loro corpi si assottigliavano, dividendosi in rami, in foglie, sbocciando in bellissime rose, bianche, gialle, cremisine, tremolanti su gli steli.
E vide i giovani che saltavano, uno dietro all’altro, e pareva che affondassero anch’essi i piedi nell’aiuola e che i loro corpi, assottigliandosi, si rizzassero in alti steli, sbocciando in garofani di tutte le tinte, in candidi gigli, finché nell’aiuola quadrata non si formò di nuovo “La Fiorita”…
La vecchia aveva guardato con terrore quella distruzione di vite, e quando l’ultimo giovane stava per spiccare il salto, ella esclamò:
– No! No! Almeno uno! Almeno uno! No! No!
Ma non aveva finito di gridare, che quegli era già diventato un magnifico garofano bianco.
La vecchia scese giù, per buttarsi ai piedi della Fata, e invocava:
– Almeno uno, Fata bella! Almeno uno!
La Fata aveva ripreso la straordinaria bellezza del viso, ma restava là, immobile, impassibile, mentre la vecchia, in ginocchio, la supplicava tentando di brancicarle disperatamente la veste. Questa però le sfuggiva tra le dita come fatta di nebbia azzurrognola, le spariva davanti agli occhi, quasi assorbita dall’aria.
– Ah, Fata bella!…
Ma essa si era già dileguata senza lasciar traccia.
Per un momento, la vecchia si lusingò che, accarezzando i fiori, si sarebbe sentita, come la prima volta, palpare le mani da tante delicate manine, e che, se non tutti, parecchi, o almeno uno avrebbe ripreso la forma umana, maschio o femmina non le importava.
Ma quando vide che i fiori rimanevano… fiori, fu presa da grande rabbia e si precipitò su di essi per strapparli e sterminarli senza pietà.
Al tocco delle sue mani, però, i fiori, subitamente intristiti, piegavano il capo, raggrinzivano le foglie, i petali e, quasi arsi da interna fiamma, cascavano su le zolle, ridotti in bianca cenere… E fu l’unico segno che restasse della maravigliosa “Fiorita”!
La vecchia si mise a piangere – non aveva mai pianto in vita sua. – Oh! Si era pentita troppo tardi!
Accade sempre così alla gente cattiva…
Seduta su la soglia della porta, invocava da mattina a sera, inutilmente:
– Fata bella! Fata bella!
E piangeva a dirotto.
Ora le era tornata alla memoria la promessa della Fata nel primo giorno del portento della “Fiorita”, promessa dalla vecchia allora non ben compresa e subito dimenticata:
– Da questa giovinezza verrà fuori una nuova razza saggia e forte che non muoverà mai guerra ad altre razze, e si chiamerà appunto “La Fiorita”.
– E ora… e ora… – rimpiangeva – per colpa mia! Ah, Fata bella!… Ah, Fata bella!…
Pare che la Fata sia andata a spargere altrove la sua miracolosa semente. E dev’essere vero perché le Fate possono fare questi ed altri prodigi…
Dalla vecchia non si fece più vedere, mai più; e costei da lì a poco morì di crepacuore, gorgogliando:

– Tri! Tri! Tri!
Il mio grillo fa così!

E le vicine e il marito della vecchia si domandavano:
-Chi sa che cosa intendeva dire con quel suo bizzarro ritornello?
Esse non l’hanno saputo mai. Ma il gran “mago Ciancanella”, che lo sa, è venuto a dirmi il significato del bizzarro ritornello, ed io ve lo farò sapere un’altra volta…

Luigi Capuana – Re Mangia-Mangia

La scena ha luogo nel palazzo del Re, ai tempi del C’era una volta…

PARTE PRIMA
Vasta sala delle udienze reali; in fondo, un gran tavolino davanti a una poltrona per il Re. Sul tavolino è stesa una tovaglia bellissima. I piatti e le posate sono di oro, i bicchieri e le bottiglie di argento. Alcune fruttiere di cristallo ed oro sono ricolme di frutta d’ogni specie. A destra, un po’ distante, c’è un tavolino più piccolo, ma egualmente apparecchiato, però con piatti di porcellana e posate d’argento. È il tavolino del Primo Ministro. La Regina Mangiapoco e alcune sue Dame.

LA REGINA (entrando): Voglio accertarmi se tutto è ben preparato. (Osserva ogni cosa del tavolino del Re, sposta qualche oggetto, mentre le Dame si occupano del Primo Ministro.) Io non posso assistere alle udienze reali… Il vedere mangiar troppo mi fa nausea! E il Re, invece, non sa far niente se non mangiando, anzi, divorando. Dicono che è una malattia.
UNA DAMA: Bella malattia, Maestà!
LA REGINA: Preferisco la mia, quella di mangiar poco.
UN’ALTRA DAMA: Bella malattia anche questa, Maestà.
LA REGINA (sorridendo tristemente): Tutte le malattie dei regnanti sono belle! Se sapeste come soffro pensando che Sua Maestà non può dare udienze se non mangiando! Più parla, e più ha appetito. Ingrassa, ingrassa ogni giorno; sembra che da un momento all’altro debba scoppiare!
LE DAME: Salute a Sua Maestà! Salute a Sua Maestà!
(Si ode un prolungato squillo di tromba.)
LA REGINA: È il segnale delle udienze. Ritiriamoci…
UNA DAMA: In cucina tutto è pronto. L’odore delle pietanze risusciterebbe anche un morto!
LA REGINA (fa un gesto di nausea ed esce, seguita dalle Dame.)
(Entra il Re, dondolando il pancione e passandosi la lingua su le labbra. Va subito a sedersi nella poltrona, e infila una punta del tovagliolo tra il collo e la camicia. Il Ministro attende !’ordine di sedersi.)
IL RE (al Primo Ministro): Sedetevi…
IL MINISTRO (s’inchina e poi si siede): Buon appetito, Maestà!
(Un usciere è ritto, quasi impalato, presso !’uscio.)
IL RE: Grazie! L’appetito è sempre buono, a me non manca mai.
IL MINISTRO: Lo fa venire anche agli altri, Vostra Maestà!
IL RE: Eccellenza, mangiate…
IL MINISTRO: Questo è il terzo pasto, Maestà!
IL RE: Non cercate scuse! Fate onore alle poche pietanze..
IL MINISTRO: Vostra Maestà le chiama poche e basterebbero a sfamare, almeno, cinquanta persone.
IL RE (offeso): Che intendete dire? Che io mangio per cinquanta persone?
IL MINISTRO:: Se ho sbagliato, Maestà…
IL RE (risentito): Io mangio per uno!… Sappiatelo!
IL MiNiSTRO (a parte): Già; per cinquantuno! (Entrano lo scalco e i servitori che portano grandi vassoi con le pietanze fumanti. Posano davanti al Re quello che contiene un capretto arrostito. Il Re approva subito con cenni del capo, e subito lo scalco tira da parte il vassoio e comincia a scalcare il capretto. Davanti al Primo Ministro i servitori depongono un vassoio con un coniglio anch’esso arrostito.)
IL RE (allo scalco): Bravo! Incomincio anche oggi dall’arrosto… lo voglio mangiare a modo mio! Che buon odore!… (Mangiando avidamente.) Fate entrare a una a una le persone che vogliono udienza.
L’USCIERE (chiamando): Avanti il numero primo! (Entra un vecchio curvo e calvo, che cammina a stento. Fatti pochi passi, si ferma, s’inchina profondamente.)
IL VECCHIO: Maestà, buon appetito!… Grazia, Maestà!: Grazia vi sia concessa. Non occorre spiegarmi… Il mio Ministro
darà gli ordini opportuni. (Si rimette a mangiare con gran gusto.)
IL VECCHIO: Maestà, buon appetito!… Grazia, Maestà!
IL RE: Ancora? (Continua a spolpare un coscetto del capretto.)
IL VECCHIO: Maestà, una Strega mi ha detto: Se vuoi campare fino a cento anni devi chiedere al Re una porzione di capretto… Maestà, Maestà fatemi campare fino a cento anni!
IL RE (con mal garbo, gettandogli il coscetto mezzo spolpato): Tenete… E via! Non posso mangiare in pace nemmeno un boccone!..
IL VECCHIO (va via, tutto contento): Grazie! Grazie, Maestà!
L’USCIERE (chiamando): Avanti il numero secondo! (Entra una ragazzina, sporca di mota, coi capelli arruffati, piagnucolante. Fa un grande inchino.)
RAGAZZINA: Maestà… buon appetito! Grazia… Maestà!…
IL RE: Grazia ti sia concessa.
RAGAZZINA Una vecchia mi ha detto: Va dal Re, se vuoi trovare il gioiello che hai perduto all’insaputa di tua madre… Maestà… Se la mamma arrivasse a scoprire… mi picchierebbe a sangue! Datemi, Maestà, un po’ di carne della pietanza che mangiate… Dite che io ritrovi subito il gioiello perduto. Ah, Maestà! Ah, Maestà!
IL RE (con mal garbo, buttandole un pezzo di carne): Prendi! E via… Non posso mangiare in pace neppure un boccone!…
RAGAZZINA (andando via, lieta della grazia ottenuta): Buon appetito, Maestà !
(Un cameriere porta via il gran vassoio con gli assi, e un altro reca un grosso pasticcio, che io scalco si affretta ad affettare.)
L’USCIERE (chiamando): Avanti il numero terzo!
(Entra un contadino, lungo lungo, magro magro.)
IL CONTADINO (inchinandosi): Buon appetito, Maestà… Grazia, Maestà!
IL RE: Grazia vi sia concessa. Il mio Primo Ministro provvederà!
IL CONTADINO: Maestà… Sono così debole che ho perduto la memoria. Un po’ di quel pasticcio, Maestà, forse me la farebbe tornare!
IL RE: Prendete! E… via ! Non posso mangiare in pace neppure un boccone!…
IL CONTADINO (addentando allegramente la fetta del pasticcio datagli dal Re): Grazie, Maestà!… Ecco, ora mi ricordo…
(Il Re ha già divorato il pasticcio; un altro servitore posa sulla tavola un ampio vassoio colmo di frittura di pesce.)
IL RE (riprendendo a mangiare): Che buon odore!
IL CONTADINO: Buon appetito, Maestà. Ahimè! Non ricordo più… Forse, qualche pesciolino…
IL RE (gliene butta una manata, con mal garbo): Prendete… e andate via! Non posso mangiare in pace neppure un boccone! E voi, Eccellenza, siete ancora al magro coniglio?
IL MINISTRO (sospirando): Sì, Maestà…
IL RE: Mi hanno fatto passar di mente di farvi gustare il pasticcio. (Al servitore) Portate un altro pasticcio… (Al contadino) E voi che fate ancora qui?
IL CONTADINO: Perdono, Maestà! Aspettavo di ricordarmi…
IL RE: Un’altra volta! Un’altra volta. Ora l’udienza è chiusa.
L’USCIERE (gridando): L’udienza reale è chiusa! (Si sentono voci tumultuose, e tra esse una che grida.)
UNA VOCE: Voglio parlare col Re ! Voglio parlare col Re! (Irrompe violentemente nella sala un bel giovane che le guardie non sono riuscite a trattenere; nello stesso tempo un servitore reca un gran vassoio con un nuovo grosso pasticcio che lo scalco si affretta ad affettare.)
IL GIOVANE: Maestà, io mi chiamo…
IL RE (sdegnato): Come non sarai chiamato più! Olà! Venga il carnefice con la scure e il ceppo! Ti chiamerai… Senzatesta! (Riprende a mangiare.)
IL GIOVANE (ridendo): Maestà, forse… no!
(Entra il carnefice col ceppo e con la scure.)
IL CARNEFICE: Agli ordini di Sua Maestà!
IL RE (quasi soffocato da un boccone andatogli per traverso): Si… tagli… la… testa:.. a costui!
IL GIOVANE (ridendo): Non importa legarmi le braccia. M’inginocchio e poso da me la testa sul ceppo… Tagliate!
IL CARNEFICE (alza la scure e taglia la testa che rotola per terra; il giovane si rizza in piedi, e subito un’altra testa gli spunta sul collo): Oh! Oh!
IL RE (intento a mangiare, non si è accorto che il carnefice ha tagliato la testa al giovane. Impaziente): Che cosa aspetti?…
IL CARNEFICE (mostrando la testa recisa, ancora grondante di sangue): Devo tagliare anche quest’ altra?
IL RE: Si! Si! (Si rimette a mangiare.)
IL GIOVANE (ridendo, al carnefice): Non importa legarmi le braccia… M’inginocchio e poso da me la testa sul ceppo. Tagliate!
IL CARNEFICE (alza la scure e taglia la testa; ma anche questa volta il giovane si rizza in piedi, e subito un’altra testa gli spunta sul collo): Oh ! Oh!
IL RE (sbalordito, al giovane): Chi sei? Come ti chiami?
IL GIOVANE Sono… chi sono! Mi chiamo Centovite! Voglio per moglie la Reginotta…
IL RE (c.s.): Ma io… non ho figlia!
IL GIOVANE Ce l’avete; è sempre bella nonostante i maltrattamenti!
IL RE (alzandosi da tavola, spaventato): Chi sei? Non è vero! Non è vero! (Tentando di rimettersi.) Non posso mangiare in pace neppure un boccone!
IL GIOVANE: Almeno la Regina piange in segreto e si consuma dal dolore, pensando alla sorte della Reginotta!
IL RE (furibondo, al carnefice): Gli si mozzi quest’altra testa!
IL GIOVANE (ridendo): Non importa legarmi le braccia… M’inginocchio e poso da me la testa sul ceppo. Tagliate!
IL CARNEFICE (alza la scure, e taglia la testa che rotola per terra. Ma il giovane si rizza in piedi, e subito una nuova testa gli spunta sul collo): Oh ! Oh!
IL GIOVANE: Maestà… Buona digestione! Appetito ne avete troppo. Voglio sposare la Reginotta… Tornerò domani. (Va via. Il carnefice fa lo stesso portando con sé le teste, il ceppo e la scure.)
IL RE E chi è costui che sa tutto? Che ne dite, Eccellenza?
IL MINISTRO: Dico che costui ha fatto dimenticare a Sua Maestà di darmi qualche fetta del secondo pasticcio…
IL RE: Possibile? L’ho mangiato tutto io? Senza avvedermene, mi accade spesso! (A un servitore:) Un pasticcio per Sua Eccellenza…
IL MINISTRO: Grazie! Ho mangiato abbastanza…
IL RE: Vi terrò compagnia, Eccellenza.
IL MINISTRO: Troppo onore, Maestà! (Un servitore porta un terzo pasticcio e lo posa sul tavolino del Primo Ministro.)
IL RE: Faccio io da scalco… (Eseguisce.)
IL MINISTRO: Troppo onore, Maestà!
IL RE (mangia avidamente una grossa fetta di pasticcio): Eccellente!… Eccellente! (Séguita a mangiare, dimenticando di darne al Ministro, e finisce da sé tutto il pasticcio.)
IL RE: Non vi pare, Eccellenza, che quel giovane sia un Mago?
IL MINISTRO: Certamente, se ha fatto dimenticare a Vostra Maestà…
IL RE: Un’altra volta? È strano! Dicevo, Eccellenza, che quel giovane dev’essere un Mago. Vuole per moglie, la Reginotta !
IL MINISTRO: Certamente! Certamente! (Entra la regina Mangiapoco.)
LA REGINA: Oh, Maestà! Questa notte ho fatto un brutto sogno!
IL RE: Raccontate, Regina! Io, intanto, mangio la frutta. (Torna a sedersi a tavola, e sbuccia e mangia fichi, prugne, pere, pesche, vuotando presto una fruttiera. Vedendo che la Regina non parla, le ripete:) Regina, raccontate… (E si rimette a mangiare la frutta.)
LA REGINA (nauseata di vedere il Re divorare a quel modo): Più tardi, Maestà. Ora digerite tranquillamente…
IL RE (severo): Che intendete dire? Che ho mangiato troppo?…
LA REGINA: No, Maestà! Voi non mangiate mai abbastanza… quanto si conviene a un Re pari vostro!
IL RE: Dovreste imitarmi…
LA REGINA: Mi chiamo la regina “Mangiapoco” e tale voglio essere davvero… Ah, Maestà!… quella povera figlia…
IL RE: Non me ne parlate!
LA REGINA: È ridotta pelle e ossa; ha appena il fiato per respirare.
IL RE: Non me ne parlate, Regina! Ci dev’essere stato un tradimento. Or ora mi si è presentato un giovane… Centovite! Lo avete mai sentito nominare? Egli ha avuto l’ardire di dirmi: Voglio sposare la Reginotta !
LA REGINA: Diamogliela! La porti via… Quando sarà lontana…
IL RE: E osate di rispondermi così pur sapendo che il giorno delle nozze di nostra figlia sarebbe l’ultimo giorno della mia vita? Me l’ha predetto il “Gran Mago”…
LA REGINA: Sciocchezze, Maestà!
IL RE: Non voglio farne l’esperimento a mie spese… Ed ecco, dal dispiacere mi si è smosso di nuovo l’appetito! Anche a voi, è vero, Eccellenza?
IL MINISTRO: Se fa piacere a Sua Maestà…
LA REGINA (se ne va piangendo): Povera figlia! Povera figlia! (Re e Ministro, dopo essersi inchinati alla Regina, si siedono a tavola, ognuno al suo posto. Due servitori portano un gran vassoio con un gallinaccio ripieno al Re e un galletto lesso al Ministro. Appena i servi sono andati via, entra, invisibile per il Re, il Ministro e lo scalco, che scalca il gallinaccio, fata Azzurra.)
IL RE: Che buon odore!
FATA AZZURRA (avanzandosi, bellissima e sorridente): E che buon sapore!
IL RE (credendo che abbia parlato il Ministro): Eh! Volete anche un po’ di questo?
IL MINISTRO: Io non ho detto niente!
IL RE (porta alla bocca una fetta di gallinaccio, ma fata Azzurra gliela leva dalla forchetta e la depone nei piatto del Ministro): Eh?… Eh? Certi scherzi, Eccellenza, non mi piacciono!
IL MINISTRO: Grazie, Maestà! (Il Re lo guarda in cagnesco. Porta alla bocca un’altra fetta di gallinaccio, e fata Azzurra gliela leva di nuovo dalla forchetta e la depone nel piatto del Ministro.)
IL MINISTRO (stupito): Grazie, Maestà! È troppo… per ora!
IL RE (guardando in cagnesco anche lo scalco): Certi scherzi non mi piacciono! Posso farvene pentire!
FATA AZZURRA: (prende il gran vassoio col gallinaccio e lo porta via, uscendo sempre invisibile.)
IL RE (alzandosi da tavola e tentando di nascondere il suo terrore): Sono sazio… Non ho più appetito!
IL MINISTRO (tra sé): Già! Già! Io tremo dalla paura! Poco fa qui c’era qualcuno… invisibile! (Prorompendo) Ah, Maestà! Maestà!
IL RE (sdegnosamente): Che cosa c’è?… Che vi prende? (Si ode un canto cupo, lontano, come proveniente da un sotterraneo.)
LA VOCE: Conto i giorni, conto l’ore… Dove sei? Perché non vieni? Di speranza e di dolore Io più vivere non so!
IL MINISTRO (quasi piangente): Maestà! … è la voce della Reginotta.
IL RE (furibondo): Zitto! Domani non canterà più!… (Esce, minacciando con le mani, seguito dal Ministro.)

PARTE SECONDA
Rustica stanza. Un rozzo tavolino e poche seggiole. In fondo l’uscio ferrato della prigione dov’è rinchiusa la Reginotta. Si sente la voce flebile di lei che canta:

LA REGINOTTA Conto i giorni, conto l’ore…
Dove sei? Perché non vieni?
(Entra la Regina Mangiapoco, seguita dalle sue Dame.)
LA REGINA (si accosta all’uscio e picchia con una mano, chiamando): Figlia! Figlia mia!
LA REGINOTTA (dall’interno): Ah! mamma! Ah, Regina!…
(Riprende a cantare.)
Di speranza, di dolore
Io più vivere non so!
LA REGINA: Ti ho portato un po’ di pane e un po’ di acqua… Ma non posso darteli. La chiave della cella l’ha il Re ! Vuol farti morire di fame, povera Reginotta!
LA REGINOTTA: Maestà, non vi date pensiero di me. Qui non mi manca niente. La mia madrina fata Azzurra mi provvede di tutto.
LA REGINA: Sua Maestà il Re, tuo padre, è furibondo contro di te!… Se la buona Fata facesse il miracolo!…
LA REGINOTTA: Lo farà, forse, presto… mamma Regina.
LA REGINA: Chiamami mamma… soltanto! Sono la più disgraziata di tutte.
LA REGINOTTA: Ed io la più disgraziata delle figlie! (Entra il Re, seguito dal Primo Ministro.)
IL RE (imperioso): Se scopro che i miei ordini non sono stati eseguiti!… Che fate qui, Regina?
LA REGINA: Ho scambiato qualche parola con la disgraziata nostra figliuola.
IL RE: E vi ha risposto? Non è ancora morta di fame? Sono quindici giorni che è stata tenuta a digiuno… Se arrivo a scoprire!… Molte teste cadranno, Regina! Voglio accertarmi… (Cerca in tutte le sue tasche la chiave della cella dov’è rinchiusa la Reginotta e non la trova. Al Ministro) Eccellenza, andate a cercare la chiave in tutti i cassetti della mia camera… Spicciatevi! Non vedete come fremo?… (Il Ministro esce di corsa.) Lo fate apposta. Ed ecco, la collera mi ha smosso di nuovo l’appetito… Qualcosa da mangiare!
LA REGINA (alle Dame): Andate nelle cucine reali. Fate eseguire gli ordini di Sua Maestà. (Le Dame obbediscono.)
IL MINISTRO (rientra turbato): Ho rovistato dappertutto; la chiave non si trova!
IL RE: Come, non si trova?
IL MINISTRO: Almeno, io non sono riuscito a trovarla! (Ritornano le Dame accompagnate da servitori che portano biancheria da tavola, piatti, bottiglie d’acqua e di vino, posate e tutto l’occorrente per apparecchiare. Uno dei servi reca un gran vassoio colmo di carne fumante. Appena il Re si è seduto entra una vecchia, cenciosa, coi capelli tutti bianchi.)
LA VECCHIA: Maestà, buon appetito! Vi faccio compagnia. Che buon odore! … (Il Re la guarda, stupìto, e la lascia fare. La vecchia si serve dei meglio bocconi e mangia affrettatamente. Tra un boccone e l’altro, parla.) Ero venuta per fare una visita alla Reginotta prigioniera… Sua Maestà vorrà permetterlo…
IL RE (turbatissimo): Chi vi ha detto che la Reginotta è prigioniera?
LA VECCHIA: Io so tutto, Maestà! So financo che avete perduto una chiave; ma a me non occorre. Entro pel buco della serratura. (La vecchia si alza da tavola, si accosta all’uscio della cella. Tutt’a un tratto diventa fata Azzurra e sparisce pel buco della serratura.)
IL RE (pallido, quasi balbettando): Avete visto, Regina?
LA REGINA. Ho visto. E niente vi scote, Maestà?
(Entra il Gran Mago. Ha una barba bianca lunga fino ai piedi, e una folta zazzera, pure bianca, che gli scende sul collo. Si appoggia a un nodoso bastone.)
IL GRAN MAGO: Oh! Oh! (Al Re) Ai vostri ordini, Maestà!
IL RE: Tutto è contro di me. Tutti tendono insidie alla mia vita!
IL GRAN MAGO: Maestà, avete fatto tanto male a tutti… lasciatemi dire… che nessuno, naturalmente, può pensare a farvi un po’ di bene. Per questo voi siete destinato a morire il giorno delle nozze della Reginotta! Però… Però…
IL RE: Però?… Continuate.
IL GRAN MAGO: Però, se vi rassegnerete a rinunziare di essere Re… e a distribuire al popolo quel che avete mangiato in tanti anni…
IL RE: E come potrei fare a distribuire…
IL GRAN MAGO (interrompendolo): A questo penserò io. Voi non dovreste far altro, Maestà, che stare per parecchie ore con la bocca aperta.
LA REGINA (al Re): Rassegnatevi, Maestà…
IL RE (al Gran Mago): E non morrò? Non morrò?…
IL GRAN MAGO: Non morrete, per ora. Camperete fino a novant’anni.
IL RE: Facciamo cento…
LA REGINA: Facciamo centodieci…
IL GRAN MAGO: E centodieci siano!
IL RE (allegro, si siede su una seggiola, in mezzo alla stanza. Dame e servitori, in piedi, sono attorno al Re, ognuno con un vassoio in mano, pronti agli ordini del Gran Mago. Di fuori, si sente un vocio confuso di popolo): Eccomi! (Apre la bocca; ha gli occhi spalancati come chi attende di vedere una casa straordinaria.)
IL GRAN MAGO (alle Dame, ai servitori): Voi butterete dalla finestra quello che io vi darò. Griderete ogni volta: Viva il Re!
LE DAME: Obbediremo!
I SERVI: Obbediremo!
IL RE: Non mi fate stancare, Gran Mago!
(Il Gran Mago introduce due dita in gola al Re, e ne trae fuori qualcosa che subito si ingrandisce: pasticci, galline, capretti, cosce di vitello, di maiale, pietanze d’ogni specie, fresche come uscissero allora dalle mani dei cuochi. Al getto di tutta questa roba si sente di fuori una formidabile acclamazione.)
VOCI DELLA FOLLA: Viva il Re! Viva il Re!
(L’operazione continua, e sembra non debba terminare più! E, intanto, il corpo del Re si va di mano in mano sgonfiando.)
IL GRAN MAGO: Come vi sentite, Maestà?
IL RE (che non ne può più): Basta, Gran Mago, basta!
(Il Gran Mago continua l’operazione; al getto delle pietanze, dalla finestra si sentono le acclamazioni della folla.)
VOCI DELLA FOLLA: Viva il Re! Viva il Re!
(La Regina osserva, stupìta, la trasformazione del Re che sembra un otre sgonfiato.)
IL RE: Basta, Gran Mago, basta! (Estenuato, si sdraia su la seggiola, chiudendo gli occhi Entra Centovite.)
CENTOVITE: Maestà! Maestà, voglio sposare la Reginotta!
IL RE (apre gli occhi atterrito e mormora): Tutti contro di me! Tutti contro di me!
CENTOVITE (picchiando forte con le mani all’uscio della prigione): Aprite! Aprite!
FATA AZZURRA: (di dentro): Entrate per il buco della serratura…
IL RE (vedendo sparire Centovite): Ma dunque, è destino? Per tutto il male che ho fatto agli altri, dunque, devo morire?… (Piange.)
LA REGINA: Coraggio, Maestà…
IL GRAN MAGO: C’è un rimedio, Maestà. Ve l’ho già detto: Rinunziate di essere Re… Rinunziate in favore di Centovite che è Principe di sangue reale.
IL RE (nicchiando): E che farò quando non sarò più Re? Non potrò più nemmeno passare il tempo mangiando come prima! Mi è già mancato l’appetito…
IL GRAN MAGO: Potrete beneficare tutte le persone alle quali avete fatto del male…
LA REGINA: Sì, sì, Maestà! Vi aiuterò io a fare del bene.
IL GRAN MAGO: Decidetevi, Maestà!
LA REGINA (supplicando): Decidetevi, Maestà!…
IL RE (esitante): Non posso! Per rinunziare… (Si arresta.) (Dall’interno della cella si odono tre voci: della Reginotta, di fata Azzurra, di Centovite.)
LE TRE VOCI: Decidetevi, Maestà! Sarà meglio per voi, Maestà!
IL RE (si leva in piedi, commosso, e con aria solenne ripete tre volte):
Rinunzio di essere Re! (Appena egli ha pronunziato queste parole, si spalanca l’uscio della prigione e ne esce fata Azzurra splendida di bellezza, circondata da un ‘aureola di luce azzurrognola. Tiene per mano la Reginotta, bellissima, anch’essa, riccamente vestita da sposa e ornata di magnifici gioielli. Con l’altra mano conduce il giovane Centovite che ha già indossato le insegne reali./
IL RE: Ah! Reginotta!… Perdonatemi i tormenti che vi ho dati… Ah! Principe reale!… Perdonatemi le tre teste che vi ho fatto tagliare… (Si abbracciano.)
LA REGINA (stringendo al suo petto la Reginotta e baciandola): Figlia del mio cuore! Come sei bella!
CENTOVITE Sarò vostro figlio anch’io… (Bacia la mano alla Regina che lo abbraccia con tenerezza materna.)
FATA AZZURRA (cantando, dolcemente):
Più non conti i giorni e l’ore,
più non gridi: – Dove sei? –
– Ogni voto del tuo cuore,
mercè mia, compiuto è già!
E di amore un dolce sogno
la tua vita, ormai, sarà!
(Mentre il canto si attenua, il corpo della fata Azzurra diventa sempre più diafano, trasparente, fino a che svanisce come una leggera nuvola nell’alla.)
IL MINISTRO: Ora non rimane altro che celebrare le nozze. Basta che Sua ex Maestà dica: In nome del Cielo e della Terra vi unisco per sempre in matrimonio.
CENTOVITE Un momento!… Io voglio avere una sola vita, da conservare tutta alla Regina, e al mio popolo. E prima di sposare, intendo sbarazzarmi delle altre che possiedo in più! Una sola mi basta…
LA REGINOTTA: Che vuoi fare?
L’EX RE (tra sé): Le avessi io cento vite! Quanto potrei mangiare!…
CENTOVITE (con aria di comando): Un po’ di largo! (Si strappa la testa, e subito un’altra gliene spunta sul collo. La testa buttata per terra si muta in un magnifico fiore mai visto.) È per voi, Reginotta!
LA REGINOTTA (ancora impaurita): Grazie, Maestà.
CENTOVITE (si strappa l’altra testa, che vien subito sostituita. Quella
strappata si muta in un fiore più bello del primo): È per voi, Regina Madre…
LA REGINA MADRE (sbalordita): Oh!… Grazie, Maestà!
CENTOVITE (ripete l’operazione. La terza testa che si è strappata si muta in una grossissima arancia): Questa è per voi, ex Maestà… Torna a ripetere !’operazione, e la quarta testa che ha buttata in terra, si muta in una enorme zucca.) E questa, Eccellenza, è per voi!…(Offre la zucca al Ministro.)
IL MINISTRO (fingendo di non essersi offeso): Troppa grazia, Maestà!
CENTOVITE (ironicamente): Poca cosa, Eccellenza, per un Ministro come voi! … (Egli continua a strapparsi le teste rinascenti, che si mutano in ogni specie di frutta. Centovite distribuisce tutto alle Dame, ai servitori. Poi s’inginocchia galantemente davanti alla Reginotta e dice:) Mi resta una sola vita; la consacro a Voi, mia Regina, e al mio popolo…
IL GRAN MAGO (interrompendolo): … che attende da un pezzo un Re saggio, un Re buono! (Ridendo) E a me che cosa offrite, Maestà?
CENTOVITE: La gratitudine della Regina e la mia!
IL GRAN MAGO: Ben detto, Maestà!
L’EX RE (tastandosi le braccia, lo stomaco e le gambe): Mi sembra di essere un altro! Prima potevo muovermi a stento; ora sono così agile, così magro, da poter fare delle capriole… (Si mette a fare salti e capriole. Tutti ridono e battono le mani, meno la Regina Madre.)
LA REGINA MADRE: Oh! Oh, ex Maestà!… Fermatevi…
L’EX RE (arrestandosi): Non sono più Re, e posso permettermi questi scherzi… (Torna a fare salti e capriole.)
iL GRAN MAGO (all’ex Re): Non dimenticate di far felice la Reginotta…
IL MINISTRO (interrompendolo): Che ha tanto sofferto per l’egoismo del mio ex Re!
L’EX RE (con uno scatto rabbioso): Ma, Eccellenza!…
IL MINISTRO: Eh! Ormai, la verità si può dire! Re nuovo, vita nuova!
IL GRAN MAGO: Ben detto, Eccellenza…
LA REGINA MADRE (a Centovite): Re nuovo… Ministri nuovi!
CENTOVITE (alla Regina Madre): S’intende!… Chi vivrà vedrà!
IL GRAN MAGO (riprendendo il suo discorso): …felice la Reginotta e il Principe fedele e saggio che, con l’aiuto della più benefica delle Fate, è riuscito a salvarla…
L’EX RE (interrompendolo): Basta! Basta! Infine, che cosa volevo?…Mangiare tutto io… ed essere eterno!
IL MINISTRO (tra sé): Poverino!… Non desiderava niente!… (Ha sulle labbra un sorrisetto ironico che non sfugge alla Regina Madre.)
LA REGINA MADRE (al Ministro): Che borbottate, Eccellenza?
IL MINISTRO: Approvavo quel che diceva il mio povero ex Re…
IL GRAN MAGO (a tutti): Su, non perdiamo tempo; e poiché non è giusto che gli sponsali avvengano in una rozza stanza di carcere, io la muterò, con la potenza della mia arte magica, in un salone degno delle nozze reali… (Il Gran Mago alza le braccia, fa dei segni in alto e in basso e attorno, e, tutt’a un tratto, le pareti si allargano, si allungano, ornate di splendide pitture, di sculture in oro e di corone di rari e freschissimi fiori. In fondo c’è il trono reale, dove l’ex Re MangiaMangia e la Regina Mangiapoco vanno a sedersi, circondari dalle Dame e dai Dignitari del Regno. Si odono deliziose musiche invisibili. Guidati dal Gran Mago, e presi per mano, s’inoltrano la Reginotta e Centovite.)
L’EX RE (Si alza solennemente in piedi e pronunzia con voce lenta e sonora): In nome del Cielo e della Terra vi unisco per sempre in matrimonio. E da questo momento in poi, tu sarai Re e tu sarai Regina! (Tutti gli astanti gridano.)
TUTTI: Viva il Re! Viva la Regina! (Uguali acclamazioni si odono salire dalla piazza sottostante.)
L’EX RE (mette in capo a Centovite la corona reale, dicendogli): Fa bene e scordatene! Fa male e pensaci!
MINISTRO (tra sé): Come diventano saggi i Re, quando perdono il potere…
IL GRAN MAGO (a Centovite): Maestà!… sarò sempre agli ordini vostri… (Le Dame e i Dignitari ripetono le stesse parole del Gran Mago)
L’EX RE (mettendo la corona reale anche sul capo della figlia): Fa come tua madre e non sbaglierai! (Riprendono le deliziose musiche invisibili e, poco dopo, si sente il dolcissimo canto della fata Azzurra.)
LA FATA AZZURRA:
Più non conti i giorni e l’ore,
Più non gridi: – Dove sei?
– Ogni voto del tuo core,
Mercè mia, compiuto è già!…
E di amore un dolce sogno
La tua vita, ormai, sarà!
LA REGINA MADRE (all’ex Re): Cominciamo noi ad augurare ogni bene agli sposi. Dicono che gli auguri dei vecchi portano sicuramente fortuna…
IL GRAN MAGO (intervenendo, lietamente):
E siccome il più vecchio sono io…
Prima che passi un anno, un mese e un giorno
Dentro la culla vi sorrida un figlio!
E prima di un altr’anno, un mese e un giorno,
S’apra un bocciol di rosa accanto al giglio!

(Si odono salir, da fuori, nuove gioconde acclamazioni.)
IL GIOVANE RE, LA GIOVANE REGINA: Grazie! Grazie, Gran Mago!…