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Hans Christian Andersen – La piccina dei fiammiferi

Faceva un freddo terribile, nevicava e calava la sera – l’ultima sera dell’anno, per l’appunto, la sera di San Silvestro. In quel freddo, in quel buio, una povera bambinetta girava per le vie, a capo scoperto, a piedi nudi. Veramente, quand’era uscita di casa, aveva certe babbucce; ma a che le eran servite? Erano grandi grandi – prima erano appartenute a sua madre, – e così larghe e sgangherate, che la bimba le aveva perdute, traversando in fretta la via, per iscansare due carrozze, che s’incrociavano con tanta furia… Una non s’era più trovata, e l’altra se l’era presa un monello, dicendo che ne avrebbe fatto una culla per il suo primo figliuolo.
E così la bambina camminava coi piccoli piedi nudi, fatti rossi e turchini dal freddo: aveva nel vecchio grembiale una quantità di fiammiferi, e ne teneva in mano un pacchetto. In tutta la giornata, non era riuscita a venderne uno; nessuno le aveva dato un soldo; aveva tanta fame, tanto freddo, e un visetto patito e sgomento, povera creaturina… I fiocchi di neve le cadevano sui lunghi capelli biondi, sparsi in bei riccioli sul collo; ma essa non pensava davvero ai riccioli! Tutte le finestre scintillavano di lumi; per le strade si spandeva un buon odorino d’arrosto; era la vigilia del capo d’anno: a questo pensava.
Nell’angolo formato da due case, di cui l’una sporgeva innanzi sulla strada, sedette abbandonandosi, rannicchiandosi tutta, tirandosi sotto le povere gambine. Il freddo la prendeva sempre più, ma non osava tornare a casa: riportava tutti i fiammiferi e nemmeno un soldino. Il babbo l’avrebbe certo picchiata; e, del resto, forse che non faceva freddo anche a casa? Abitavano proprio sotto il tetto, ed il vento ci soffiava tagliente, sebbene le fessure più larghe fossero turate, alla meglio, con paglia e cenci. Le sue manine erano quasi morte dal freddo. Ah, quanto bene le avrebbe fatto un piccolo fiammifero! Se si arrischiasse a cavarne uno dallo scatolino, ed a strofinarlo sul muro per riscaldarsi le dita… Ne cavò uno, e trracc! Come scoppiettò! come bruciò! Mandò una fiamma calda e chiara come una piccola candela, quando la parò con la manina. Che strana luce! Pareva alla piccina d’essere seduta dinanzi ad una grande stufa di ferro, con le borchie e il coperchio di ottone lucido: il fuoco ardeva così allegramente, e riscaldava così bene!… La piccina allungava già le gambe, per riscaldare anche quelle… ma la fiamma si spense, la stufa scomparve, – ed ella si ritrovò là seduta, con un pezzettino di fiammifero bruciato tra le mani.
Ne accese un altro: anche questo bruciò, rischiarò e il muro, nel punto in cui la luce batteva, divenne trasparente come un velo. La bambina vide proprio dentro nella stanza, dove la tavola era apparecchiata, con una bella tovaglia d’una bianchezza abbagliante, e con finissime porcellane; nel mezzo della tavola, l’oca arrostita fumava, tutta ripiena di mele cotte e di prugne. Il più bello poi fu che l’oca stessa balzò fuor del piatto, e, col trinciante ed il forchettone piantati nel dorso, si diede ad arrancare per la stanza, dirigendosi proprio verso la povera bambina… Ma il fiammifero si spense, e non si vide più che il muro opaco e freddo.
Accese un terzo fiammifero. La piccolina si trovò sotto ad un magnifico albero, ancora più grande e meglio ornato di quello che aveva veduto, a traverso ai vetri dell’uscio, nella casa del ricco negoziante, la sera di Natale. Migliaia di lumi scintillavano tra i verdi rami, e certe figure colorate, come quelle che si vedono esposte nelle mostre dei negozii, guardavano la piccina. Ella stese le mani… e il fiammifero si spense. I lumicini di Natale volarono su in alto, sempre più in alto; ed ella si avvide allora ch’erano le stelle lucenti. Una stella cadde, e segnò una lunga striscia di luce sul fondo oscuro del cielo.
“Qualcuno muore!” – disse la piccola, perchè la sua vecchia nonna (l’unica persona al mondo che l’avesse trattata amorevolmente, – ma ora anche essa era morta,) la sua vecchia nonna le aveva detto: “Quando una stella cade, un’anima sale a Dio.”
Strofinò contro il muro un altro fiammifero, che mandò un grande chiarore all’intorno; ed in quel chiarore la vecchia nonna apparve, tutta raggiante, e mite, e buona…
“Oh, nonna!” – gridò la piccolina: “Prendimi con te! So che tu sparisci, appena la fiammella si spegne, come sono spariti la bella stufa calda, l’arrosto fumante, e il grande albero di Natale!” – Presto presto, accese tutti insieme i fiammiferi che ancora rimanevano nella scatolina: voleva trattenere la nonna. I fiammiferi diedero tanta luce, che nemmeno di pieno giorno è così chiaro: la nonna non era stata mai così bella, così grande… Ella prese la bambina tra le braccia, ed insieme volarono su, verso lo Splendore e la Gioia, su, in alto, in alto, dove non c’è più fame, nè freddo, nè angustia, – e giunsero presso Dio.
Ma nell’angolo tra le due case, allo spuntare della fredda alba, fu veduta la piccina, con le gotine rosse ed il sorriso sulle labbra, – morta assiderata nell’ultima notte del vecchio anno. La prima alba dell’anno nuovo passò sopra il cadaverino, disteso là, con le scatole dei fiammiferi, di cui una era quasi tutta bruciata. “Ha cercato di scaldarsi…” – dissero. Ma nessuno seppe tutte le belle cose che aveva vedute; nessuno seppe tra quanta luce era entrata, con la vecchia nonna, nella gioia della nuova Alba.

Giuseppe Cesare Abba – Storia dei mille

Giorni Pericolosi
Nei dieci mesi che volsero dalla pace di Villafranca alla spedizione dei Mille, l’Italia di mezzo diede prove di virtù civili meravigliose, ma col Piemonte corse dei pericoli gravi forse quanto quelli che il Piemonte stesso aveva corsi, prima della guerra del 1859. I duchi, gli arciduchi, i legati pontifici fuggiti dalle loro sedi, fin da prima di quella guerra, non avevano più osato tornarvi; e allora Parma, Modena, Bologna con la Romagna fino alla Cattolica, si strinsero in un solo Stato, che nel bel ricordo della gran via romana da Piacenza a Rimini, chiamarono l’Emilia. Spento così d’un tratto ogni vecchio sentimento di gelosia, conferirono la Dittatura al Farini, romagnolo venuto su, da giovane, nelle cospirazioni, e poi maturo ed esule fattosi alla vita dell’uomo di stato vicino al Cavour, in Piemonte. Si crearono un esercito proprio, con gioventù propria e d’ogni parte d’Italia; e il loro governo procedeva d’accordo con quello di Toscana, libera anche essa, e col suo grande statista Bettino Ricasoli risoluta d’unirsi al regno di Vittorio Emanuele. Intanto quelle regioni si chiamavano, tutte insieme, Italia centrale.
Quello Stato provvisorio era tranquillo come se non ci fosse in aria nessuna minaccia, ma senza mostrarne paura, conosceva i pericoli tra i quali viveva. L’Austria, che non aveva potuto aiutar con l’armi i principi fuggiti a tornare, dichiarava caso di guerra l’ingresso anche d’un solo soldato piemontese nell’Italia centrale: la Russia era apertamente ostile non soltanto a che Toscana e Ducati e Legazioni si unissero al regno di Vittorio Emanuele, ma ancora a che si scegliessero un Sovrano: la Prussia consigliava il Piemonte di rimetter esso stesso in trono i principi fuggiti. I diplomatici italiani avevano un bel dire fin da allora ai prussiani che la Germania mostrava desiderio di rompere i legami posti anche a lei dai trattati del 1815: quegli uomini di Stato, sebbene sapessero che presto la Germania avrebbe fatto ciò che già faceva l’Italia, insistevano perché il Piemonte si contentasse della Lombardia, si consolidasse bene e lasciasse tempo al tempo. In quanto a Napoleone III, questi diceva di non voler correre i rischi di una nuova guerra che l’Austria avrebbe immancabilmente intrapresa se fosse avvenuta l’annessione dell’Emilia e della Toscana al nuovo regno; ed erano avversi all’Italia la Spagna, la Baviera, persino il Belgio.
Sola l’Inghilterra si mostrava amica al nuovo Stato, che si veniva formando; sola suggeriva agli Italiani dell’Emilia e della Toscana di stare saldi nella loro risoluzione. Al Piemonte consigliava di fare, di osare senza domandare e di non darsi briga né dell’Austria né della Francia, né di nessuno. E il Ricasoli e il Farini erano uomini da sentir bene il consiglio, perché stavano al governo di popolazioni che sapevano ragionare il loro diritto. Come s’erano formate le grandi potenze, esse che mormoravano e minacciavano perché Piemontesi e Lombardi volevano aiutare i loro fratelli del centro a divenir com’essi liberi, e tutti insieme Italiani? L’Austria, la Francia, la Prussia, la Russia si erano costituite in secoli di violenze e di usurpazioni, calpestando popoli, che due o tre di esse ritenevano ancora con la forza; gli Italiani non conquistavano, non usurpavano nulla; non abbattevano se non delle dinastie che loro erano state imposte. Ora perché esse, le grandi potenze, volevano impedirli?
Si ragionava così, e così stavano le cose nel principio del 1860, quando appunto Cavour, che dopo la pace di Villafranca, sdegnato contro Napoleone e fin contro il Re, si era ritirato dal governo, tornava alla presidenza dei Ministri. Egli allora osò da uomo che sapeva di aver dei collaboratori potenti, e un popolo pronto a tutto. E d’accordo con lui, il Ricasoli per la Toscana e il Farini per l’Emilia, pubblicarono il Decreto che convocava i Comizi, in tutta l’Italia centrale, pel plebiscito. In quei Comizi, i votanti dovevano dichiarare se volessero l’unione alla Monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele, ovvero il regno separato. E nell’Emilia su 2,916,104 abitanti, comprese donne e fanciulli, 426,006 voti furono per l’unione; contrari, solo 756. Nella Toscana, su 1,806,940 abitanti votarono per l’unione 366,871, pel regno separato 54,925. Così l’Europa, che tante sciagure aveva versate o lasciato versare sull’Italia, da secoli, vide meravigliata Emiliani e Toscani concordi ed entusiasti fondersi con Piemontesi e Lombardi; e i duchi e gli arciduchi – parole di Cavour – “sepolti in perpetuo sotto il cumulo di schede deposte nelle urne.”
Protestarono i principi che vedevano levati via per sempre i pretesi loro diritti; protestò l’Austria, protestò quasi tutta l’Europa, ma nessuno si mosse: e un regno dell’Alta Italia, di undici milioni, fu fatto.
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Allora, anche a uomini molto arditi, parve di aver avuto tanta fortuna, che pensare ad altro sembrava temerità e follia. L’Europa poteva, alla fine, saltar su e dire di aver tollerato anche troppo. Infatti mostrò ancora il suo broncio il 2 aprile, nella seduta inaugurale del nuovo Parlamento in Torino; nella qual seduta, con manifesta avversione, non si fecero vedere i rappresentanti diplomatici di Russia, Prussia, Spagna e del Belgio. E se i limiti del nuovo regno fossero stati segnati dalla valle del Po, forse il Governo avrebbe potuto facilmente persuadere lo spirito pubblico a mantenersi cheto per alcuni anni, aspettando e preparando altri eventi. Ma i confini erano già di là dall’Appennino; e aver a far parte del regno la Toscana, la gran maestra antica della vita civile italiana, voleva dire esser costretti a continuare l’impresa nazionale. Napoleone III lo aveva ben capito, e di malumore aveva già detto ad un suo ministro che l’unione della Toscana al regno di Vittorio Emanuele portava di conseguenza l’unità italiana. Però al Conte di Cavour l’unità non pareva ancora possibile. L’idea sua era sempre di dar assetto al nuovo regno; promuoversi tutte le libertà; svolgerne le forze già così rigogliose e omogenee; farlo ricco, colto, solcarlo di strade ferrate e di canali; dotarlo di ogni sorta di opere pubbliche; farne insomma il Belgio in grande dell’Europa meridionale. Così, intanto gli Italiani dello Stato Pontificio e delle Due Sicilie, avrebbero sentito e desiderato la prosperità dello Stato settentrionale anche per sé; e forse, prima che passasse un decennio, si sarebbero mossi spontaneamente per unirsi a goderla. Egli aveva allora appena cinquant’anni, e poteva ripromettersi di vivere ancora tanto da guidare quel movimento.
Senonchè Mazzini sin dal 2 marzo aveva scritto: “Non si tratta più di repubblica o di monarchia, si tratta di unità nazionale; d’essere o non essere. Se l’Italia vuole essere monarchica sotto la Casa di Savoia, sia pure: se dopo la riscossa vuol acclamare liberatori e non so che altro il Re e Cavour, sia pure. Ciò che ora vogliamo è che l’Italia si faccia.” Il gesto era preciso, diritto; Sicilia, Napoli, Roma tutto doveva venire nell’unità nazionale: per Mazzini, pel suo partito, che era anche fatto di uomini di guerra, l’ora era buona; o coglierla, quali che si fossero i pericoli, o non vederla tornar mai più. Egli fin dal 1856 aveva rivolta la sua azione al Mezzodì per far procedere di laggiù in su la propaganda rivoluzionaria: nel ’57, per tentarvi una rivoluzione, d’intesa con lui era andato a morir colà Pisacane: nel ’59, temendo che la pace di Villafranca e le sue conseguenze portassero a far guarentire dall’Europa l’intangibilità delle Due Sicilie, egli Mazzini, aveva mandato Crispi in Sicilia a promuovervi agitazioni e a prepararvi l’insurrezione. Ora dunque bisognava gettare il dado, e cominciare appunto dalla Sicilia.
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Certo la convinzione di Mazzini l’aveva in parte, almeno nel cuore, anche il Cavour. Egli dopo Villafranca, in uno scatto di magnanima ira, aveva detto: “Mi hanno troncato la via a fare l’Italia con la diplomazia dal Nord; ebbene, la farò dal Sud con la rivoluzione!” Ma poi si era frenato. E se Mazzini vedeva le cose da credente che subordinava tutto alla propria fede, e andava incontro ai fatti, fosse pure per trovare il martirio, Cavour col suo tatto del possibile guardava da uomo di Stato che misura le probabilità e vi conforma l’azione. Il regno delle Due Sicilie gli pareva un organismo da lasciar vivere ancora; le idee sue rispetto a quello non si erano peranche mutate.
L’anno avanti, nel maggio, appena salito al trono Francesco II, egli lo aveva invitato a unirsi al Piemonte contro l’Austria. Ma Francesco aveva preferito la neutralità, sperando che Russia, Prussia, Inghilterra si sarebbero messe dalla parte dell’Austria, e che la guerra del ’59 sarebbe finita come quella del ’48. Cavour il 25 giugno, cioè dopo la battaglia di Solferino e San Martino, sempre sperando di convincere quel Re a divenir italiano, gli aveva mandato il conte Ruggero Gabaleone di Salmour come inviato straordinario, con l’istruzione di dirgli che il concetto dell’indipendenza italiana aveva informato sempre il Governo piemontese; che perciò da anni, consigliando con l’esempio e con la voce agli altri principi d’Italia quelle interne riforme che dessero soddisfazione ai legittimi desiderii dei popoli, aveva mirato soprattutto a consociarli nello stesso intento di nazionalità, unico mezzo per disarmare le fazioni. Quel diplomatico doveva ricordare al Re avere il Piemonte ammonito sempre che, seguendo altra via, i governi avrebbero dovuto combattere non più le sette, ma il sentimento universale della nazione, e che nella funesta lotta non essi sarebbero stati vincitori. L’inviato doveva anche dire che mentre la guerra era guerreggiata in Lombardia, l’ostinata neutralità del re di Napoli sarebbe considerata come una diserzione o un segreto patteggiamento coll’inimico. In quanto alle Due Sicilie, poi, doveva dire essere noto che colà più che altrove fremevano passioni ardenti, rancori profondi, ire lungamente compresse che aspettavano ansiosamente l’occasione di prorompere terribili e irrefrenate: che le occasioni non tarderebbero, e con esse gli incitamenti e le seduzioni entro e fuori del regno: che confidare nella sola forza, far puntello al trono d’armi mercenarie, era partito che non solamente doveva ripugnare all’animo onesto del giovane Re, a partito mal sicuro e pieno di pericoli. Pensasse il Re che la presenza di un esercito francese in Italia doveva commuovere il paese dove aveva regnato Gioachino Murat; e dove era morto compianto: ci pensasse, e collegandosi sinceramente col Piemonte, dichiarasse pronta guerra all’Austria e mandasse parte dell’esercito sul Po e sull’Adige, a combattere a fianco di Vittorio Emanuele e di Napoleone. L’inviato doveva anche pregare il Re di far vuotare le carceri politiche, di riaprire le vie del ritorno ai proscritti, di sanar le piaghe della Sicilia; ma su questo e su tutto il resto aveva trovato sordi i cuori.
Tuttavia Cavour non si era stancato. Al principio del 1860, appena tornato al governo, quando temeva ancora l’intervento dell’Austria nell’Italia centrale, aveva ritentato di condurre il re di Napoli ad allearsi col nuovo regno di Vittorio Emanuele. Ma Francesco II e il suo governo si erano messi invece a cospirargli contro, istigati dal Nunzio Pontificio, dalla Spagna, dalla regina Sofia di Baviera stessa sposa del Re, fantasticanti tutti insieme una lega cattolica. E assoldavano austriaci per Napoli e pel Papa, concentravano soldati negli Abruzzi, miravano a suscitar tumulti nella Romagna.
Allora Cavour cambiò tono, e fece avvertire badassero bene a non far mettere piede di soldato borbonico nel pontificio. Essi, cocciuti, non ascoltavano consigli neppur dall’Inghilterra. La quale alla fine diceva loro tirannia, ingiustizia, oppressione essere le caratteristiche del governo dell’Italia meridionale; quelle dell’Italia settentrionale, libertà e giustizia; e che in tutti i paesi del mondo, la gente anche la più volgare capiva la differenza esistente tra un governo giusto e umano e un governo ingiusto e spietato. Ostinato ognor più, non ascoltavano nemmeno la Russia loro amicissima, che per bocca del suo primo Ministro diceva a Napoli che la polizia del Regno, spiaceva fino al capo della polizia russa; e questi era allora Kakoskine, uomo addirittura feroce. Anche la Francia consigliava invano minori asprezze.
Pareva tempo da non usar più nessun riguardo, ma forse il giovane Re ispirava ancora a Vittorio Emanuele una certa pietà: Era figlio di Maria Cristina di Savoia, sposata nel 1832 al grossolano e cattivo Ferdinando II, trattata male nella reggia e morta consunta nel 1836. Essa aveva avuto quell’unico figlio. E si sapeva che quando era nato, non volendo concedere a lei di allattarlo, le avevano fatto entrare in camera per nutrice una donna di Santa Lucia, piagata a una gamba, con le tracce della scrofola al collo, con pochi capelli in testa, quasi tignosa e con figli rachitici o che non si reggevano in piedi. Aveva rivelate queste miserie un abate Terzi, che Maria Cristina aveva condotto con sé dal Piemonte per confessore. E l’abate aveva anche narrato che vicina a morte, avendo chiamato il Re, la infelice regina s’era sentita rispondere che il Re dormiva. Così era spirata soletta come una povera, con al capezzale un oscuro frate; e il popolo napoletano l’aveva chiamata santa.
Per disgrazia sua, quel povero bambino, orfano di madre, mal visto erede al trono, non aveva potuto morire anch’esso, era stato educato a odiare ogni cosa italiana. Ed ora regnava. Se Vittorio Emanuele aveva voluto che il suo Governo usasse dei riguardi a quel parente nato e vissuto infelice, come uomo di cuore aveva fatto bene.
L’agitazione per la Sicilia.
Ma la Nazione non aveva nessun dovere di sentimenti pietosi. E allora la voce di Mazzini che dopo la pace di Villafranca aveva gridato: “Al Centro mirando al sud,” si mise a gridare: “Al Sud mirando al Centro, Roma:” e infiammò i cuori, e diresse le aspirazioni degli italiani del Nord verso la Sicilia. Egli e i Comitati suoi e il partito repubblicano che nel 1859 aveva saputo lealmente servire in guerra la monarchia, s’accinsero al preparar un’impresa che pareva folle, e che invece doveva riuscire a fini meravigliosi. L’uomo per condurla, tutti lo designavano: Garibaldi.
Intanto Mazzini aveva fatto partir per la Sicilia Rosolino Pilo. Era questi un uomo di quarant’anni, nato in Palermo dalla famiglia dei conti Capeci, sangue d’Angiò, tutta devota ai Borboni. Egli unico di quella famiglia aveva dato il suo cuore alla patria. Dal ’49 era esule; nell’esiglio aveva conosciuto Mazzini e n’era divenuto l’apostolo. Nel 1857, doveva andar compagno di Pisacane alla impresa finita in Sapri; ma i barcaroli coi quali aveva aspettato il passaggio del vapore Cagliari, lo avevan mal servito, il vapore era passato, ed egli era ridisceso a Genova, a sentir poi la tragica fine dell’amico. Da allora aveva vissuto con quella spina nel cuore. Ora, d’intesa con Mazzini e con Garibaldi, partiva il 26 marzo su di un povero legno viareggino per l’isola sua. Garibaldi gli aveva detto che qual si fosse il suo destino laggiù, rammentasse che tutto vi si doveva fare in nome dell’Italia e di Vittorio Emanuele. Pilo, repubblicano, aveva accettato il motto, ed era partito con Giovanni Corrao, anche questi siciliano, arditissimo uomo del popolo. Avevano navigato quattordici giorni, erano riusciti a sbarcar presso Messina, e s’eran messi a percorrere l’isola, annunziando Garibaldi.
Anche Cavour era ormai quasi convinto che non si poteva più lasciar la questione napolitana al tempo, ma gli doleva che Garibaldi e Mazzini si pigliassero col loro partito l’onore d’essere i primi. E perciò d’accordo col Fanti, Ministro della guerra non amico di Garibaldi, avea già fatto profferire al nizzardo generale Ribotti d’andar in Sicilia a capitanarvi l’insurrezione. Ribotti gli pareva uomo da ciò. Era stato al servizio della rivoluzione siciliana del ’48; per essa aveva tentato di portar l’armi in Calabria, era stato preso e condannato, e aveva sofferto anni di carcere dai Borboni. Ma Ribotti non aveva accettato. Forse indovinava che laggiù, solo il gran nome di Garibaldi e l’ingegno suo di guerra e la sua figura, avrebbero potuto trovar la vittoria.
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In quei giorni venne come la folgore una lieta notizia: a Palermo era scoppiata l’insurrezione. E si diceva che all’alba del 4 aprile, da un convento chiamato della Gancia, un Francesco Riso, giovane di 28 anni, aveva con alcuni compagni data la mossa, e che un Salvatore La Placa s’era azzuffato con la milizia, in certi quartieri della città abitati da pescatori e retaioli. Ma la gioia si cambiò in ira quando, subito appresso, oggi una voce, domani l’altra, si seppe che quei generosi erano stati oppressi; che le squadre di campagna, già scese vicino a Palermo, s’erano ritirate nei monti; che tredici compagni di Riso, oltre quelli morti combattendo, erano stati fucilati; che egli giaceva pieno di ferite e prigioniero; che lo stato d’assedio era proclamato, e che erano arrestati il padre di Riso con altri cittadini cospicui di Palermo. Dunque la rivoluzione era domata! No, non doveva essere: l’Italia superiore la faceva sua propria.
Da quel momento tutti cominciarono a chiedere che facesse Garibaldi, e se non si muovesse, e se non era ancora andato, e perché non fosse ancora laggiù. E non dicevano già, che dovesse muoversi il governo di Vittorio Emanuele; tutti avevano il sentimento del rischio cui si sarebbe messo d’aver mezza Europa addosso: a tutti bastava che si muovesse lui, Garibaldi, che quanto a gente per seguirlo ce ne sarebbe stata anche troppa. Ma si sentiva che bisognava far presto, perché il Governo borbonico aveva compreso che la Sicilia non mirava più, come nel ’20 e nel ’48 a separarsi da Napoli o a rifarsi regno da sé; ma che il suo moto era di tendenze unitarie, con mira all’Italia superiore. Perciò quel Governo prometteva largamente strade ferrate, portifranchi, casse di sconto, prestiti alle grandi città; mentre si ingegnava di reprimere la insurrezione nell’interno, mandando colonne mobili a disarmare la gente. Se Francesco II avesse dato una costituzione quale l’isola la voleva del ’48, chi poteva dire che la Sicilia non si sarebbe acconciata? Bisognava proprio far presto.
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Non si vuol mica dire che nel settentrione i liberali bruciassero tutti dal desiderio di vedere andar gente ad aiutar la Sicilia e Napoli a liberarsi dai Borboni, a unirsi al resto d’Italia. V’erano allora i ragionatori che trovavano gli argomenti forti in contrario. Ma come mai si voleva fare un solo stato di quest’Italia così lunga e sottile, senza un centro, e nel napoletano senza strade né nulla? Eh già, rispondevano altri, ragionatori anch’essi, queste cose le diceva pure Napoleone I. Diceva che se tutta la parte d’Italia dal Monte Velino in giù e con essa la Sicilia fosse stata gettata dalla natura tra la Sardegna e la Corsica la Toscana e Genova, la Penisola avrebbe avuto un centro quasi egualmente distante da tutti i punti della sua circonferenza: ma così come era fatta, quella parte dal Velino che formava il Regno di Napoli, gli pareva di clima, d’interessi, di bisogni, diversi da quelli di tutta la valle del Po e di quella dell’Arno. Però non avrebbe detto così se a’ suoi tempi avesse avuto il telegrafo, la navigazione a vapore, le strade ferrate. Tutte queste cose levavano via dall’Italia un bel po’ degli inconvenienti della sua configurazione. Del resto, Napoleone aveva soggiunto che nonostante tutto, l’Italia era una sola nazione, una di costumi, di lingua e di letteratura; affermava che in un tempo più o meno lontano i suoi abitanti si unirebbero sotto un solo governo; e passate in rassegna le condizioni storiche di tutte le grandi città, dichiarava solennemente di pensare che Roma sarebbe senz’altro quella che gli Italiani si sceglierebbero per capitale.
Altri ragionatori dicevano che il Re di Napoli teneva un esercito di più di 120 mila soldati, bene armati e con cavallerie e artiglierie delle migliori d’Europa. Era vero. Ma ai giovani che ascoltavano solo il cuore, il cuore diceva una cosa molto semplice, cioè che quei cento ventimila soldati non erano tutti, come un sol uomo, nel pugno di quel Re, così che ei li potesse lanciar di colpo nel punto dell’isola dove Garibaldi anderebbe a sbarcare. Allora i savi soggiungevano che intorno all’isola vigilava una crociera di chi sa quante navi, forse trenta, forse quaranta: ma quelli del cuore sentivano che se anche le navi fossero tante, il mare era vasto, e che una catena intorno all’isola non era possibile a tenersi così stretta, che di notte o di giorno un marinaio come Garibaldi non riuscisse a passare.
(NdA: Si seppe poi, a cose finite, che la crociera intorno all’isola era composta di 14 legni e di 2 rimorchiatori da guerra, con aggiunti ad essi 4 piroscafi mercantili della Società di navigazione siciliana e 2 della napolitana, armati e dati da comandare ad ufficiali militari. In tutto adunque erano 22 legni. La vigilanza, da Capo San Vito a Mazzara, era affidata alla Partenope, fregata a vela da 60 cannoni; al Valoroso, pure a vela da 12 cannoni; allo Stromboli, pirocorvetta da 6 cannoni e al Capri, da 2. Comandavano quella crociera, un Cossovich capitano di vascello imbarcato sulla Partenope, e sullo Stromboli era imbarcato l’Acton, baldanzoso uomo che partendo da Napoli aveva detto al Re di voler buttar a mare Garibaldi. Da Mazzara a Capo Passaro, da Capo Passaro al Faro, dal Faro a Trapani, incrociava il resto della flotta.)
Invece una preoccupazione grave davvero, e tale da togliere l’ardire a molti, riguardava il poi, se mai la spedizione sbarcasse. Della Sicilia si sapeva poco qual fosse nell’interno. Nella sua solitudine pareva quasi fuor della vita. E quasi più del suo tempo presente si sapeva del suo passato ma bene antico. Molti parlavano di quelle sue città di due milioni d’abitanti, del suo popolo d’otto milioni che nutriva sé eppure faceva ancora chiamar l’isola sua granaio d’Italia; sapevano enumerare le sue civiltà, greca, latina, araba; la sua monarchia normanna che seppe valersi di quelle civiltà, farsi amare dai vinti e lasciare, a traverso i secoli, il desiderio ancora di quel regno. Ma all’infuori dei marinai, chi mai sapeva della Sicilia presente? Chi vi era mai stato? Forse qualche ricco, e anche soltanto nelle grandi città, Palermo, Messina, Catania, Siracusa; ma l’interno dell’isola non era guari conosciuto neppur sulla carta. Però si indovinava e si amava il suo popolo, perché avevano insegnato a pregiarlo i suoi profughi, ne’ dieci anni da che stavano rifugiati in Piemonte; gente degna, patrizi, letterati, avvocati, medici, architetti o artigiani valenti e virtuosi. Se dalla Sicilia era venuto via quel fior di gente, non poteva darsi che non vi fosse laggiù un popolo degno di loro; bisognava andarvi, per dir così, a scarcerare l’anima dell’isola, farla espandersi nella vita italiana. Quante energie, quanta luce, quante virtù, aggiunte all’anima della nazione! Queste cose non si pensavano per l’appunto così, ma si sentivano vagamente, come nell’adolescenza si sentono le prime aure dell’amore cui si va incontro, e sono la vita.
Ma intanto, quale rischio l’andarvi! Certo Garibaldi si sarebbe gettato su qualche costa, lontano dalle città marittime, dove non fossero milizie, per non farsi opprimere appena giunto. E da quella costa si sarebbe mosso a trovar nell’interno sui monti qualche posizione forte, per chiamarvi a sé gli insorti e fare un esercito tale da poter affrontare in campo quello dei regi, o magari piombar sulla capitale. Ma quanti scontri avrebbe dovuto sostenere nelle sue prime marcie, e chi mai sapeva in quali condizioni? E se gli fosse avvenuto di perdere? Pazienza i morti, ma i feriti, in che mani sarebbero rimasti? Come li avrebbe trattati il nemico offeso per quell’assalto che gli veniva da gente di fuori? E chi fosse riuscito a salvarsi da quelle mani, in quali boschi, in quali tane, senza cure, solo, disperato sarebbe andato a finire? Si fantasticavano cose orrende. Eppure l’aria del tempo, la fede in Garibaldi e una certa voluttà di andare a patire per una grande idea, faceva vincere anche quelle tetre preoccupazioni.
E appunto, qual era allora lo spirito dell’esercito del Borbone? A sentir gli esuli siciliani e napoletani, in quell’esercito v’erano dei generali, dei colonnelli, persin dei vecchi capitani, che sapevano bene quanta era stata la gloria dei loro padri. Da fanciulli li avevano visti tornare dalle guerre napoleoniche di Spagna e di Russia, dopo aver empito il mondo delle loro geste e dei loro nomi. Nel 1815 li avevano visti sotto re Gioachino tentar l’impresa di cacciar l’Austria dalla Lombardia. Nel 1848 avevano marciato essi stessi alla guerra quasi fino al Po; erano tornati indietro afflitti, quando il loro Re spergiuro li aveva richiamati; e quelli che non avevano ubbidito ed erano andati a Venezia, vi si erano fatti ammirare. Pepe, Ulloa, Rossarol! Appresso, a sentir le risorte glorie dei Piemontesi in Crimea e poi quelle recenti del 1859, dovevano aver patito di non essere stati mandati a quella bella guerra, fatta per cacciare lo straniero. E così forse era entrato nell’animo dell’esercito lo scontento. Ma in quel momento non si sapeva se amassero o odiassero. Forse contro i piemontesi avrebbero combattuto fieramente, se ne fossero scesi nel Regno a guerra di Re: ma contro Garibaldi avrebbero combattuto solo per disciplina. Dovevano anche trovarsi nelle file molti ai quali quel nome incuteva sgomento. Non era egli colui che undici anni avanti si era fatto conoscere a Velletri e a Palestrina, quando i napolitani erano marciati su Roma per rimettere il Papa in trono? Insomma, bene bene non si sapeva nulla dello spirito vero dell’esercito laggiù: certo, a volerlo giudicare dalle opere contro la Sicilia, doveva essere feroce ancora come era stato nel ’48. Ma si sarebbe visto alla prova cosa valessero quelle milizie in cui ufficiali e sott’ufficiali avevano quasi tutti grossa famiglia; e si sarebbero visti anche gli stranieri mercenari che non si chiamavano più svizzeri, ma di svizzeri erano formati e di bavaresi e d’austriaci, d’un po’ d’ogni gente.
In quanto alla marineria, saperne qualcosa sarebbe stato più interessante. Ma neppur essa si conosceva guari. Però degli ufficiali malcontenti ve ne dovevano essere; e anzi, alcuni dicevano che quelli del Fieramosca, quando nel gennaio del ’59 avevano scortato a Gibilterra i grandi cittadini del Regno liberati dalle galere ma condannati alla deportazione, erano stati visti con le lagrime agli occhi e il dolore sul viso.
Così dicevano i meridionali profughi antichi o recenti dal Regno. Tra essi i Siciliani erano i più ardenti. Parlavano della loro isola, facendone ritratti vivissimi coll’immaginosa parola. I loro Vespri parevano un fatto recente. Conoscevano la storia della loro indipendenza dai Vespri fino al 1735, come se l’avessero vissuta; si vantavano di aver avuta da quell’anno bandiera e amministrazione distinta dalla napolitana, e Parlamento proprio: tutte cose confermate nella Costituzione del 1812, quando i Borboni, perduto il continente, si erano rifugiati laggiù e vi avevano trovato sicurezza, protetti dalla generosità del popolo e dall’Inghilterra. Ma essi, tornati sul trono di Napoli, avevano poi tradito tutto, e cominciato a offender l’isola e il suo popolo, chiamandola negli atti pubblici: “Terra di là dal faro”, quasi come a dire paese barbaro. Onde le sue rivoluzioni del ’20 e del ’48, e un odio crescente sempre e tanto, che l’isola si sarebbe messa sotto l’Inghilterra, la Russia, la Francia, sotto chi si fosse che l’avesse voluta, pur di esser levata da dipender da Napoli. Ora quella passione si rivolgeva all’Italia, a chiamar lei, l’Italia del nord che doveva ascoltarla. E Garibaldi dov’era, che cosa faceva?
Garibaldi e Cavour.
Garibaldi stava in Torino alle prese col Conte di Cavour, perché avvenuta la cessione di Nizza alla Francia, credeva che egli la avesse patteggiata fin dal ’57, quando aveva concertato con Napoleone l’aiuto militare del ’59. Invece la cessione era seguita per una soperchieria di Napoleone, che oltre la Savoia, per non opporsi all’annessione dell’Emilia e della Toscana al regno di Vittorio Emanuele, aveva voluto anche Nizza. Cavour aveva fatto di tutto per salvarla, ma non v’era riuscito; e Garibaldi pareva contro di lui implacabile. Ma il 7 aprile gli capitarono a Torino il Bixio e il Crispi, i quali “a nome degli amici comuni per l’onor della rivoluzione, per carità della povera isola, per la salute della patria intera,” lo pregarono di mettersi a capo di una spedizione e di condurla in Sicilia. E Garibaldi che forse meditava un moto popolare in Nizza stessa, per salvarla lui se Cavour non aveva potuto; messo in disparte questo e ogni suo pensiero, accettò e decise di far l’impresa.
Par quasi certo che Egli n’abbia parlato con Vittorio Emanuele e che n’abbia avuti incoraggiamenti. Però il Re, il 15 aprile, volle ancora scrivere al Cugino di Napoli che era “giunto il tempo in cui l’Italia poteva esser divisa in due stati potenti, uno del Settentrione l’altro del Mezzogiorno: che Egli pel bene suo lo consigliava di abbandonare la via fino allora tenuta: e che se ripudiasse il consiglio, presto egli, Vittorio Emanuele, sarebbe posto nella terribile alternativa o di mettere a pericolo gli interessi più urgenti della stessa sua propria dinastia, o di essere il principale strumento della rovina di lui. Qualche mese che passasse ancora senza che egli si attenesse all’amichevole suggerimento, egli, il Re di Napoli, sperimenterebbe l’amarezza delle terribili parole: troppo tardi.”
E scritto così, Vittorio Emanuele partì lo stesso giorno 15 aprile pel suo viaggio trionfale in Toscana e nell’Emilia, dove andava per la prima volta da Re.
*
La sera di quel 15 aprile Garibaldi si presentò improvviso alla Villa Spinola nel territorio di Quarto, allora ignoto borgo poco discosto da Genova, sulla riviera orientale. In quella villa se ne stava Augusto Vecchi esule Ascolano, suo antico ufficiale di dieci anni avanti, alla difesa di Roma.
– Buona sera, Vecchi; vengo come Cristo a trovare i miei apostoli, ed ho scelto il più ricco, questa volta. Mi volete?
– Per Dio, Generale, e con piacere immenso! –
Pare una pagina romanzesca, ma allora appunto cominciava il periodo in cui le cose più vere ebbero l’aria di fantasie.
In quella villa il Generale si stabilì, e vi chiamò i suoi.
Per andare in Sicilia occorrevano armi, ed egli senz’altro mandò in Milano a prenderne di quelle già comprate col fondo del milione di fucili, fatto raccogliere da lui per sottoscrizione nazionale. Sennonché là, Massimo d’Azeglio, governatore, non solo rifiutò di concedere che se ne portasse via una parte, ma le fece mettere tutte sotto sequestro. Scrisse poi d’aver temuto che quelle armi finissero in tutte altre mani che quelle di Garibaldi, certo temeva di Mazzini, ma in quel momento l’atto suo diede grandemente da sospettare che il Governo fosse avverso a ogni impresa garibaldina.
Veramente il Conte di Cavour desiderava proprio più che mai che la spedizione non si facesse. Temeva che Garibaldi, una volta mosso si lasciasse trasportare dal suo vecchio pensiero di Roma, e invece che in Sicilia andasse a sbarcare su qualche parte della costa pontificia, senza riguardo al pericolo di tirare addosso a sé e al Regno una guerra dalla Francia. Sperava, anzi, che ogni cosa sfumasse. Il 24 aprile mandò apposta il colonnello Frapolli da Garibaldi, per indurlo ad abbandonare ogni disegno; e il Frapolli, amico del Generale, gli parlò delle difficoltà che si opponevano ad una discesa nell’isola o nel continente. Gli ricordò persino le tragedie di Murat, dei Bandiera, di Pisacane. Non si sa che viso facesse il Generale a tali moniti del Frapolli, ma certo è che questi tornò a Torino da Cavour, persuaso che Garibaldi non partirebbe. E, in verità, il Generale era già inclinato a rompere ogni preparativo, perché dalla Sicilia aveva notizie non buone. Ondeggiò tutti quei giorni pensando alla tremenda responsabilità di una catastrofe. Il 27 gli giunse un telegramma da Fabrizi da Malta, quasi lugubre: “Completo insuccesso nelle provincie e in Palermo; molti profughi raccolti dalle navi inglesi giunti in Malta.” Così diceva il telegramma. E la parola del Fabrizi valeva quella che Garibaldi stesso avrebbe detto. Era un vecchio patriota di quelli sfuggiti nel 1831 alle forche di Modena; e sempre poi aveva vissuto in esilio a onorare l’Italia e a farla stimare dagli stranieri. Egli non poteva che dire la verità. E perciò Garibaldi deliberò di lasciar andar tutto, e di tornarsene nella sua solitudine di Caprera: anzi, diede ordine di tenergli un posto sul vapore che doveva partire il 2 maggio per la Sardegna. Cavour lo seppe, e scrisse a Napoleone che ormai di una impresa di Garibaldi non c’era più da temere.
Ma allora si erano fatti attorno al Generale tutti i più ostinati a voler andare in Sicilia: Bertani, Bixio, Crispi e tanti altri minori, che nella Villa Spinola tennero con lui una specie di gran Consiglio, il 30 aprile, anniversario della sua bella vittoria del ’49, contro i francesi, sotto Roma. In mezzo a quel consesso, tra i discorsi roventi di quei patrioti, come uomo ispirato da una luce improvvisa, Garibaldi balzò su d’un tratto a dire: “Partiamo. Ma subito, domani!” Domani era troppo presto: bisognava pensare ad avere i legni da navigare! Ma insomma un po’ di giorni, tre o quattro, sarebbero bastati. Intanto quegli operosi avrebbero raccolta la gente da fuori. Dacché egli aveva detto: “Partiamo,” lasciasse fare, che ad eseguire c’era chi ci pensava.
Il Conte di Cavour, ignorando quella nuova deliberazione, era partito il 1 maggio per Bologna, a raggiungervi nel giro trionfale il Re, cui sperava di strappare l’ultima parola che impedisse a Garibaldi ogni tentativo d’allora e di poi. Narrano gli intimi del Conte e del Re che si trovavano con essi in Bologna, avere il Cavour manifestato fin l’intenzione di fare arrestar Garibaldi, se si fosse ostinato a tentar qualche cosa, e d’andar egli stesso a porgli addosso le mani, se non si trovasse chi avesse l’ardimento di farlo. E sarà vero, perché allora egli temeva troppo che l’Imperatore dei Francesi, credendosi canzonato da lui, pigliasse qualche violenta deliberazione contro l’Italia. Ma ormai alla forza delle cose neppur egli poteva più resistere. E saputo ciò che a Genova si faceva, stette col Re a Bologna, per non tornare a Torino in quei giorni a farsi tormentare dalla diplomazia. Però prese le sue precauzioni. E temendo sempre che Garibaldi volesse fare un colpo contro Roma, ordinò alla divisione navale del contrammiraglio Persano d’andare in crociera tra Capo Carbonara e Capo dello Sperone a Sant’Antioco, o, in altre parole, dinanzi al Golfo di Cagliari. Gli ingiungeva però di non “adoperar le macchine”; e che cosa intendesse di voler dire con ciò non si sa bene ora, né lo seppe allora forse neppure il Persano. Poi non tornò a Torino se non la sera del 5 maggio, e là, da Genova, gli piovvero le notizie. Che fare? Adesso non c’era altro che lasciar fare; e giacché la spedizione non si poteva più impedirla senza che sorgessero chi sa quali guai nel paese, pensò subito di mettersi sul gioco di dominarla, e di rispondere alle proteste che lo avrebbero tempestato.
Genova nel gran giorno
In Genova, sin dagli ultimi di aprile, stavano già molti dei più vogliosi di partire per la Sicilia, e altri ve ne furono chiamati nei primi tre giorni di maggio. Per le vie di quella città tutta lavoro, dove la gente va attorno sempre con l’aria di chi non ha tempo da perdere, quei forestieri che riempivano i caffè e le passeggiate stonavano alquanto. Ma forse nessuna città era adatta come Genova a farvi quell’adunata e a servir di copertura al Governo. Il quale così, negli ultimi momenti, poté far bene le viste di non accorgersi di nulla, proprio come se nulla vi fosse, e tutto pareva inteso, consentito, voluto dalla città intera, ma con somma prudenza.
Il 5 maggio ogni cosa era pronta. Allora Garibaldi scrisse al Re cominciando: “Il grido di sofferenza che dalla Sicilia arrivò alle mie orecchie, ha commosso il mio cuore e quelle d’alcune centinaia dei miei vecchi compagni d’arme.” Pareva che volesse rammentare a Vittorio Emanuele che l’anno avanti egli per il primo, nel suo discorso del 10 gennaio in Parlamento, aveva trovato la espressione giusta come un’eco delle “grida di dolore” giunte a lui da ogni parte d’Italia. E soggiungeva di saper bene a quale impresa pericolosa si sobbarcava, ma che poneva confidenza in Dio e nella devozione dei suoi compagni. Prometteva che grido di guerra sarebbe l’unità nel nome di Lui, Vittorio; e sperava che se mai l’impresa fallisse, l’Italia e l’Europa liberale non dimenticherebbero che era stata determinata da motivi puri affatto da egoismo. Disse, che riuscendo, un nuovo e brillantissimo gioiello avrebbe ornato la corona di Lui; ma non celava l’amarezza sua per la cessione della sua terra natale. E, certo per non compromettere il Re, finiva scusandosi di non avergli detto il suo disegno, per tema che egli lo dissuadesse dal fare quel passo. Mesta e solenne lettera, nella quale era serenamente espresso il dubbio e la speranza e il sentimento dell’ora. Spiace in essa quel tanto che c’è di finzione: ma insomma, i tempi erano tali, da giustificare questo ed altro.
Il Generale scriveva pure all’Esercito italiano, esortando ufficiali e soldati a star saldi nella disciplina, a non abbandonare le fila per seguir lui. Scriveva all’Esercito napolitano per ricordare ai figli dei Sanniti e dei Marsi che erano fratelli dei soldati di Varese e di San Martino. E anche non dimenticava i Direttori della Società dei Vapori Nazionali, cui nella notte doveva menar via il Piemonte e il Lombardo, scusandosi di quell’atto di violenza, e raccomandandoli al paese perché rimettesse qualunque danno, avaria o perdita che loro potesse seguirne.
In tutte quelle lettere e in parecchie altre di quel giorno, una frase qua un’altra là rivelavano un sentimento sicuro ma anche una misteriosa tristezza.
Il 5 maggio 1860.
La sera di quel 5 maggio, coloro che erano destinati a partire, ricevuto un ordine aspettato tanto, quale da solo quale con qualche amico, come se andassero a diporto, così consigliati per non dar nell’occhio alla polizia, cominciarono a uscir da Genova per la Porta Pila, sulla via del Bisagno. Andavano alla Foce o a Quarto, secondo che loro era stato detto. E trovavano sul loro cammino folle di cittadini di ogni classe, donne, uomini, che senza parere davano loro l’augurio, e ciascuno un poco dell’anima sua.
Nino Bixio scese al porto. “Là – scrive il Guerzoni – in una andana tra il Lombardo e il Piemonte e proprio costa a costa tanto da toccarsi coi due vapori, riposava una vecchia carcassa di nave condannata da tempo, che chiamavano “Nave Joseph”. Bixio nella sua mente ne aveva fatta la prima base di operazione di tutta la mossa. Già da parecchi giorni la Joseph andava ricevendo a poco per volta delle casse misteriose, degli involti sospetti, che avevano le più strane somiglianze di casse da munizioni e d’involti di fucili… Bixio aveva ordinato che per la sera del 5 maggio tra le nove e le dieci, una quarantina d’uomini si raccogliessero in silenzio su quella nave, e stessero ad aspettare la sua venuta e i suoi ordini. Gli uomini erano parte marinai fedeli, parte volontari ma del fiore. Alle nove e mezzo arrivarono sulla Joseph Bixio e lo scrittore di queste pagine. Appena a bordo Bixio cavò di tasca un berretto da tenente-colonnello, se lo calò sulle orecchie, e disse: – Signori, da questo momento comando io, attenti ai miei ordini. – E gli ordini furono: buttarsi col revolver in pugno sui vicini vapori, fingere di svegliarvi la gente di guardia, fingere di costringere i fochisti ad accendere, i marinai a salpar l’ancora, i macchinisti a prepararsi al loro mestiere, sgombrare, pulire il bastimento, allestirlo in fretta per la partenza. E così fu fatto nel massimo ordine e silenzio, e non senza accompagnare di molti sorrisi quella farsa con cui quella epopea esordiva. Fra tutte queste operazioni se ne andarono quattro o cinque ore, e già i primi chiarori dell’alba cominciavano a rompere dalla punta di Portofino. Bixio era inquieto e principiava a perdere anche quell’ultimo avanzo di pazienza che in quei giorni di febbre e rabbia gli era restato. Finalmente, verso le quattro del mattino tutto era pronto, e i due piroscafi uscirono dal porto, girando verso Quarto, punto designato dell’imbarco.”
Ma prima di tirar avanti per Quarto, i due piroscafi si pigliarono su una parte dei Mille, che stava alla foce del Bisagno. Ivi erano avvenute delle scene pietose di questa sorte. Tra quei giovani c’era un Luzzatto da Udine, cui fu detto che tra la folla si aggirava la madre sua, venuta così da lontano a cercarlo. Voleva benedirlo o tirarselo via da quel cimento? Il giovanetto le si fece incontro, e le andò tra le braccia; ma la sua prima parola fu di pregarla a non gli dir di tornarsene, perché a lui sarebbe stato mortale il dolore di partir lo stesso dopo averla disubbidita. Altri padri, madri sorelle andavano tra quei gruppi, pregando, scongiurando, incuorando, e alla fine dando il bacio quasi della morte; e quando i due vapori apparvero e accolsero quei giovani, chi aveva assistito a quelle scene dovè tornarsene nella città col cuore quasi sollevato.
Uguali cose avvenivano a Quarto. Là verso le dieci c’era folla anche più fitta che alla foce. Tutta la via che si svolge intorno a quel piccolo seno di acque era stipata. Nella villa Spinola entravano, dalla villa uscivano frettolosi uno dopo l’altro incessanti messaggeri; a ogni momento si faceva tra la folla gran silenzio, si udiva dire: “Eccolo!” No, non era ancora Garibaldi. Poi la folla fece un’ultima volta largo più agitata, tacquero tutti: finalmente era Lui!
Garibaldi attraversò la strada seguìto da Turr e da Sirtori, allora già colonnelli, e per un vano del muricciolo rimpetto al cancello della Villa, discese franco giù per gli scogli. E cominciarono i commiati. Tra gli altri bello e forte è narrare quello di uno Stefano Dapino cui suo padre, vecchio amico di Mazzini e dei fratelli Ruffini, aveva accompagnato fino a quel passo. Quel padre aveva con sé anche un altro figliuolo più giovane. Conversavano tranquilli come se il figlio partisse per una caccia; poi senza parole, senza sospiri il padre abbracciò il figlio, stettero un poco stretti prima essi due, poi tutti e tre, finché Stefano che aveva alla spalla la carabina, baciò il fratello, gli fece segno come a raccomandargli il padre, si staccò da loro e discese per dove scendevano alle barche i suoi compagni. E quel padre e quell’altro figlio si persero fra la folla, portando alla casa lieta di altre gioie, ricchezza, bellezza, onore, quell’amara gioia d’esser stati a quella fortissima prova.
Piccole cose tra le grandi, nelle ore dell’attesa, qua e là per e vie di Quarto, sugli usci delle casupole, quelli che dovevano partire si sentivano dare dai pescatori, dai marinai, certi consigli semplici, ma d’amore.
Avete mai navigato? – No. – Se temete di avere il mal di mare, appena a bordo, coricatevi supino e state sempre così, non patirete. – Se vi daranno del biscotto mangiatene poco, e bevete poi pochissimo, se no guai! – Sbarcherete in Sicilia, oh sbarcherete! Ma,… vini traditori laggiù! – E la gente? – Come noi… però molto facili a tirare… Ma chi la rispetta… Soprattutto la famiglia bisogna rispettare laggiù… Ma voi avrete altro pel capo… Coraggio! –
A poco a poco tutti discesero nelle barche, queste presero il largo. Verso le undici, d’una di queste già più in alto, si udì una voce limpida e bella chiamare “La Masa!” E un’altra voce rispose: “Generale!” Poi non si udì più nulla. E su quell’acqua stetterro le barche a cullarsi aspettando. Quelli che v’erano su parlavano del Governo, di Cavour, di Vittorio Emanuele, dell’accordo, del disaccordo tra loro e Garibaldi e della finzione; e siccome le ore passavano, i più cominciavano a temere che i vapori non venissero, e che si dovesse tornare a terra mortificati, fors’anche a farsi arrestare. Oh quel Cavour! La voleva vincer lui!
Ma quando furon visti i segnali rossi e verdi dei due legni, e poi i legni stessi venir con già a bordo la gente che v’era stata imbarcata alla foce: quelle barche scoppiarono di grida di gioia. In un lampo vogarono ai due legni; e in meno di mezz’ora, chi sul Lombardo, chi sul Piemonte, quell’altro mezzo migliaio di uomini furono su, come ognuno seppe ingegnandosi; braccia, ganci, scale, corde, tutto fu buono a salirvi.
La Partenza
Bellissima fu l’alba di quella domenica 6 maggio 1860. Il mare, un po’ mosso durante la notte, si era chetato. Da bordo, a guardare indietro, si vedevano la collina del Bisagno, là, cupa nella fredda ombra; e lontano, profilati nell’azzurro, azzurro anch’essi, i monti lungo la riviera d ponente che sfumavano via via verso Savona fin dove se ne perdevano le forme. Le cittadette e le borgate di quella riva biancheggiavano appena, e mettevano degli strani sensi di desiderio domestico nella gioia della partenza.
Ma quando i due vapori sbuffarono e i mossero, a vederselo dinanzi, là a prua, il promontorio di Portofino pareva dire: “Venite pure, oltre me lontana, molto lontana, sta la terra misteriosa, che andate a cercare.” Dalle navi, rispondevano all’invito quelle mille anime; vecchi amici, compagni d’armi che, cercandosi un posto a bordo, s’incontravano, si abbracciavano e: – Anche tu? E tu? E tu? – gioia d’amarsi meglio per aver sentito e voluto fare una stessa gran cosa.
Ma ci fu un momento che dai due vapori Garibaldi e Bixio si scambiarono coi portavoce delle non liete parole. Diceva Garibaldi a Bixio:
– Quanti fucili avete a bordo?
– Mille e cento.
– E di munizioni?
– Nulla
– E le barche di Bogliasco?
Per guardar che si guardasse non si scoprivano da nessuna parte le barche di cui il Generale chiedeva, e che si dovevano trovare in quelle acque ad aspettare i due vapori. Eppure quelle barche avevano nella notte imbarcate le armi e le munizioni raccolte a Bogliasco! Dunque si doveva star là tanto che comparissero? E se in Genova il Governo, destato a forza dalle grida di qualche Console, dovesse di necessità accorgersi che dal porto erano stati menati via i due vapori? Se fosse costretto a spedir una delle sue navi da guerra a catturarli, a ricondurli nel porto, quando mai si potrebbe poi ritentare l’impresa? Non era di quelle che si fanno due volte. Il generale Turr che in quel momento stava vicino a Garibaldi, narra che questi “rimase qualche tempo meditabondo, che poi alzò verso il cielo il capo dicendo: ‘Anderemo avanti egualmente!’ E che, stato un altro poco, ordinò di navigare verso Piombino.”
*
Ora ecco ciò che era avvenuto. La sera avanti un manipolo di giovani genovesi, scelti dal Bixio e dall’Acerbi, erano stati mandati al ponte di Sori. – Là – aveva lor detto Bixio – troverete due uomini coi quali vi riconoscerete questa parola d’ordine che vi do. Essi vi consegneranno le casse raccolte a Bogliasco; con quelle vi metteranno nelle barche, e vi condurranno, come siamo intesi, a trovarci. –
Chi erano i due uomini? A qualcuno di quel giovani balenò il dubbio che potessero essere quegli stessi che già nel 1857 avevano guidate le barche comandate da Rosolino Pilo, cariche dei fucili e delle munizioni per Pisacane, che doveva passar sul vapore Cagliari. Quegli uomini avevano menato pel golfo il povero Rosolino così male, che egli e il gruppo di esuli che aveva seco non erano riusciti a trovar il vapore su cui Pisacane magnanimo aveva continuato senz’armi la sua avventura.
Ora se quegli uomini erano forse gli stessi di allora? I giovani mandati dal Bixio a Sori avevano ragione di volersi accertare e ne domandarono i nomi. – A voi non ispetta per ora sapere né il nome né chi vi guiderà – disse Bixio – né dove incontrerete i vapori: andate; tutto, si spera, andrà a seconda. – Allora la gioventù aveva imparato a ubbidire fortemente, e quei giovani si recarono a Sori, dove trovarono i due uomini, che erano proprio quelli dei quali avevano dubitato.
Tuttavia si imbarcarono essi e ogni cosa. Ma di quei due uomini che dovevano guidarli in mare, uno si era già allontanato, e l’altro non volle entrare con loro in nessuna barca. Lo pregarono, lo supplicarono e persino lo minacciarono, ma egli si slanciò in un leggerissimo canotto a due remi, e celerissimo si allontanò, gridando che lo seguissero alla luce del fanale che stava accendendo sulla sua poppa. Il fanale stette acceso una ventina di minuti, poi si spense; e per quanto quei giovani gridassero dietro a quell’uomo, egli non si fece più vivo. Sperarono che tornasse, passarono le ore; e intanto i rematori, tutti di Conegliano, vogarono al largo verso ponente. Benché fosse notte alta, i giovani si accorsero di esser condotti male; ma i barcaiuoli giurarono di aver avuto l’ordine di andar allo scoglio detto di Sant’Andrea presso Sestri Ponente, che là avrebbero trovato i vapori e che là i due uomini li avrebbero raggiunti.
Durarono così molte ore, finché sicuri di essere ingannati costrinsero i barcaiuoli a volgersi verso levante, e quando fu l’alba videro da lontanissimo due vapori verso Portofino. Indovinarono che vapori erano; e allora (l’espressione è di uno di loro che ne scrisse pochi anni dipoi), il loro dolore fu immenso come il mare. Intanto i due uomini, i due traditori che gli avevano ingannati, erano stati tutta la notte a scaricare mercanzie di contrabbando, sete e coloniali; certo approfittando del fatto che i doganieri lungo le rive o non v’erano o facevano cattiva guardia, per ordini avuti di non disturbar nessuno quella notte di misteriosa faccenda.
Se Bixio che aveva dato gli ordini a quei giovani, sicuro nella sua fierezza di mandarli a gente dabbene, avesse potuto avere quei due ribaldi là sul suo ponte, chi sa qual pena avrebbe loro inflitta! Egli era uomo da metterseli sotto i piedi, o da impiccarli all’albero della sua nave, come anticamente si faceva ai pirati.
L’Ordine del giorno
Dunque i due vapori navigarono via verso Piombino.
E tutto il 6 e la notte appresso e la mattina del 7, non ebbero incontri. I volontari che a poco a poco si erano messi al posto che ognuno aveva saputo trovarsi, e sopra coperta o sotto nelle sale dei vapori, passavano le ore dormendo, conversando, leggendo. Ma a mezza mattina quelli che stavano sul Lombardo, furono chiamati in coperta, dove dal ponte di comando fu loro letto l’ordine del giorno. Diceva così:
“La missione di questo corpo sarà, come fu, basata sull’abnegazione la più completa davanti alla rigenerazione della patria. I prodi Cacciatori delle Alpi servirono e serviranno il loro paese con la devozione e la disciplina dei migliori militanti, senz’altra speranza, senz’altra pretesa che la soddisfazione della loro intemerata coscienza. Non gradi, non onori, non ricompense allettarono questi bravi; essi si rannicchiarono nella modestia della vita privata, allorché scomparve il pericolo; suonando l’ora della pugna, l’Italia li rivede ancora in prima fila, ilari, volenterosi, e pronti a versare il sangue loro per essa. Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi è lo stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino, or sono dodici mesi: ‘Italia e Vittorio Emanuele’, e questo grido pronunciato da voi metterà spavento ai nemici d’Italia.”
Quella lettura destò qualche mormorio qua e là tra le gente del Lombardo; ma la nobiltà dei certe frasi e il nome del Generale che le parlava, imponevano silenzio ad ogni passione. Il motto ‘Italia e Vittorio Emanuele’ scontentava moltissimi, i quali, repubblicani di fede, non avrebbero voluto sentirsi legare da quelle parole. Ma non vi furono gravi rimostranze. A quell’ora stessa, lo stesso ordine del giorno era letto sul Piemonte e vi faceva lo stesso effetto.
A Talamone
Intanto i due vapori costeggiavano quasi la terra. Pareva già passato tanto tempo dalla partenza, che i meno esperti, vedendo una torre su cui sventolava la bandiera tricolore, credettero di esser già in Sicilia, e che quella fosse la bandiera della rivoluzione trionfante. Ma non erano che in Toscana. Quella torre e quel gruppo di case che le stavano intorno, si chiamavano Talamone. E quando le navi furono là vicinissime, fu vista una barca vogare loro incontro: e nella barca stava un ufficiale con in capo un enorme cappello a feluca, che non lasciava quasi vedere un altro ufficiale che quello aveva seco. Erano i comandanti del forte e del porto. Scambiarono dei saluti col Piemonte, vi montarono su, vi si trattennero un poco con Garibaldi, poi tornarono nella loro barca; e poco appresso i due vapori gettavano l’ancora in quel porto. Ivi, alla lesta, Garibaldi discese a terra col suo stato maggiore, vestito da generale dell’esercito piemontese, come l’anno avanti in Lombardia, e come se fosse in terra sua fece sbarcare i Mille.
Il villaggio fu invaso. Quei poveri abitanti, marinai, pescatori, carbonai della Maremma, si trovarono con le case messe sossopra da quella gente che pagava, ma voleva mangiare. Forse pensavano che anticamente così s’erano visti invasi i loro padri dai corsari; ma saputo chi erano quei forestieri e l’uomo che li conduceva, si sbrigavano con gioia per contentarli. Garibaldi undici anni avanti era passato per la Maremma, e vi aveva lasciato la sua leggenda.
Intanto, tra quei volontari, i più vaghi delle cose belle contemplavano il paesaggio. A guardare il mare vedevano l’Elba, la Pianosa, Montecristo, il Giglio, quasi in vasto semicerchio come a una gran danza: a guardar verso terra, vedevano il monte Amiata, e i più colti indovinavano in quelle lontananze Santafiora e Sovana, nomi pieni di storia. Tra l’Amiata e il mare, faceva tristezza un lembo della Maremma infelice.
Là doveva essere Orbetello, fortezza dell’antico Stato dei Presidii fondato da Carlo V, quando spenta la repubblica di Siena e dato il suo territorio a Cosimo de’ Medici, volle tenere per sé quel lembo di dominio, diffidando certo del popolo senese e più del fiorentino che aveva fatto la meravigliosa difesa nel 1530 contro le sue milizie. Ora quel lembo di terra, dopo vicende molte, era toscano, italiano, libero. Era stato anche del Re di Napoli fino al 1805. Ecco che ora vi faceva sosta Garibaldi, per pigliarvi, se si può dir così, l’abbrivio, a levar via dal trono gli eredi di quei Re.
In faccia a Talamone verso sud, forse a dieci chilometri di mare, i contemplatori ammiravano il monte Argentaro selvoso sulle sue cime, che guardate da quell’umile spiaggia parevano eccelse. Gli stava ai piedi la cittadetta di Santo Stefano. Ricordo allora quasi fresco, ivi, nel 1849, s’era fatto portare da Talamone in una barca da pescatori Leopoldo II, fuggito da Firenze con la sua famiglia. Da Santo Stefano con ignobili infingimenti, ingannati i toscani, era poi partito per Gaeta, dove aveva cospirato per far venire gli Austriaci in Toscana. E gli Austriaci lo avevano servito a rimetterlo in trono. Ma adesso erano appena passati undici anni, si era avverata la minaccia fattagli dai più nobili uomini del paese; ed egli da un anno se n’era dovuto andar via per sempre.
In un gruppo d’eruditi raccolti all’ombra di un ciuffo di olivi, a ridosso di Talamone, si parlava d’una battaglia vinta là attorno dai Romani contro i Galli Cesati. Quarantamila morti! Ma come mai tanta strage con l’armi d’allora? Certo doveva avvenire nell’inseguimento dei vinti. E dai Galli passavano a dir di Mario. Anche Mario reduce da Cartagine per tornarsene a Roma, era sbarcato lì a Talamone. Ora Garibaldi non era quasi un Mario buono? E Roma non era il suo pensiero? Se gli fosse venuto in mente di andare anch’egli di là a Roma! Non era egli il Generale della repubblica romana? Erano ardenti discorsi.
Ma, a questo proposito, nascevano in quello e anche in altri gruppi discussioni vive sull’ordine del giorno udito a bordo il mattino. Molti non si sapevano liberare da certo scontento che aveva lasciato loro il motto monarchico; ma la disciplina volontaria era forte. Difatti si staccarono poi dalla spedizione e se ne tornarono di là alle loro case, soltanto sei o sette giovani cari. Seguivano il sardo Brusco Onnis che del motto ‘Italia e Vittorio Emanuele’ era rimasto quasi offeso. Repubblicano inflessibile, si era imbarcato a Genova sperando forse che Garibaldi, una volta in mare, si ricordasse d’essere anche egli repubblicano; ma deluso, ora se ne andava, e se ne andavano con lui quei pochi, però senza che fosse fatto a loro nessun raffaccio. Rinunciavano per la loro idea ad una delle più grandi soddisfazioni che cuor d’allora potesse avere, e il sacrificio meritava rispetto.
I Mille
Ma cosa si stava a perder tempo in Talamone, mentre in Sicilia la rivoluzione pericolava, e si poteva, giungendovi, trovarla spenta? Questo lo sapeva Garibaldi.
Intanto su quella spiaggia i Mille si vedevano bene tra loro la prima volta, come in una rassegna.
Ora, chi parla di quei tempi e di quelle cose, dice presto: il 1860, la Sicilia insorta, il gran nome di Garibaldi, quello di alcuni suoi illustri, la partenza da Quarto, la traversata maravigliosa, lo sbarco a Marsala, Calatafimi, Palermo e la liberazione finale; due o tre date e un numero d’uomini, pochi più di Mille, e per la storia in grande è quasi tutto.
Ma quei Mille chi erano? Che cosa erano? Non certo una specie di compagnia di ventura all’antica; non una parte di vecchio esercito costituito, staccata a scelta o per caso; nessuna legge li obbligava, non erano soldati di professione, non avevano tutti quella media di età che di solito hanno i soldati; non una cultura comune ed uguale, e nemmeno una divisa uniforme. Vestivano quasi tutti alla borghese e alle diverse fogge, dalle quali, a quei tempi, si riconoscevano ancora a qual regione d’Italia e a qual classe sociale uno appartenesse. E parlavano quasi tutti i dialetti della penisola. Erano, per dir così, parte dell’esercito popolare militante di cuore nel partito rivoluzionario: vecchi, figliuoli di giacobini, di napoleonidi, di Murattisiti; uomini di mezza età, educati dalla Giovane Italia, tra le congiure e le insurrezioni; giovani nei quali la letteratura classica e la romantica s’erano fuse in una bella temperanza a fecondare l’amor di patria. Con essi, degli artigiani che dalle diverse scuole politiche e dai fatti belli dell’ultimo decennio, erano stati destati al concetto della nazione.
Di loro fu subito detto che erano eroi favolosi, pazzi sublimi, ed altre simili iperboli, e anche delle ingiurie. Invece di volenterosi com’essi ve n’erano in Italia a migliaia; ma ad essi intanto era toccata quella fortuna. Uno che vi era e dei migliori, scrivendone poi nella vita di Garibaldi, con quattro pennellate alla brava disse che erano un popolo misto “di tutte le età e di tutti i ceti, di tutte le parti e di tutte le opinioni, di tutte le ombre e di tutti gli splendori, di tutte le miserie e di tutte le virtù” e vi notò “il patriota sfuggito per prodigio alle forche austriache e alle galere borboniche, il siciliano in cerca della patria, il poeta in cerca d’un romanzo, l’innamorato in cerca dell’oblio, il notaio in cerca di un’emozione, il miserabile in cerca d’un pane, l’infelice in cerca della morte: mille teste, mille cuori, mille vite diverse, ma la cui lega purificata dalla santità dell’insegna, animata dalla volontà unica di quel Capitano, formava una legione formidabile e quasi fatata.”
Così li ritrasse il Guerzoni, caro al Generale e vivido ingegno, e fu felice pittore.
Narrar di loro, descriverne gli aspetti, farne rivivere la fisionomia morale, resuscitare coi ricordi i loro sentimenti e quelli dell’epoca ora quasi estinti, è un giusto servigio che vuole essere reso alla storia. La quale si avvia a non più fermarsi solo nelle reggie per trovarvi le dinastie, o nei campi per descriver battaglie e celebrare capitani; ma già accoglie nelle sue pagine il personaggio popolo, che ai fatti col proprio sangue e col proprio danaro dà il cuore. E il cuore governa il mondo, e il sentimento fa i veri miracoli della storia.
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A colpo d’occhio, si poteva dire che per un quarto quei Mille erano uomini fra i trenta e i quarant’anni e per un altro bel numero tra i quaranta e i cinquanta; forse dugento stavano tra i venticinque e i trenta. Gli altri, i più, erano tra i diciotto e i venticinque. Di adolescenti ce n’erano una ventina, quasi tutti bergamaschi. Alcuni qua e là tra quei gruppi parevano trovarvisi per curiosità, perché, vecchi oltre i sessanta; e invece vi stavano a spendere le ultime forze di una vita tutta vissuta nell’amore della patria. Il vecchissimo passava i sessantanove, aveva guerreggiato sotto Napoleone e si chiamava Tommaso Parodi da Genova; il giovanissimo aveva undici anni, si chiamava Giuseppe Marchetti da Chioggia, fortunato fanciullo cui toccava nella vita un mattino così bello! Seguiva il medico Marchetti padre suo, che se l’era tirato dietro in quell’avventura.
In generale, certo più della metà erano gente colta; anzi si può dire che soldati più colti non mossero mai a nessun’altra impresa. Alcuni di essi, i vecchi, avevano combattuto nelle rivoluzioni del ’20 del ’21 del ’31; molti nelle guerre del ’48 e del ’49 e nelle insurrezioni di poi. Nella guerra del 1859 avevano militato quasi tutti, volontari nei reggimenti piemontesi o tra i Cacciatori delle Alpi sotto Garibaldi. E quasi tutti avevano tenuto il broncio al paese perché, non si era mosso quanto avevano sperato, tanto almeno che il Piemonte non avesse avuto bisogno dell’aiuto francese. Pronti essi sempre a dar la vita, credevano che tutti dovessero esserlo come loro, e che la rivoluzione bastasse a vincere i grandi eserciti e a far cadere le fortezze. Per essi a ogni modo, quell’aiuto era stato un gran dolore, perché lo aveva recato Napoleone, che allora chiamavano con forte rancore: ‘l’Uomo del 2 dicembre’.
Ma v’erano pure certuni che ragionando con la storia per guida, sebbene un po’ da romantici, trovavano che anzi l’aiuto francese era stato ammenda giusta d’una colpa antica. Non era stata la Francia di Carlo VIII la causa prima della servitù tre volte secolare d’Italia? I francesi del 1494 avevano, per dir così, gettato il dado, provocando altri a giocarsi con loro il possesso d’Italia: ora, quelli del 1859 erano venuti a riparare il danno fattole dai loro avi. Qualcosa di provvidenziale pareva di vederlo sin nelle date capitali di quella storia. Non era finita la gara antica proprio nel 1559, con quel tal trattato di Castel Cambresis che, esclusi i Francesi, avevano messo l’Italia, direttamente o indirettamente, quasi tutta nelle mani degli Spagnuoli? Ed ecco che dopo trecento anni giusti, la Francia era venuta a strappar la Lombardia dalle mani dell’Austria, erede in qualche guisa degli Spagnuoli. E giusta era venuta con alla testa un imperatore di sangue italiano; come era stato un italiano Emanuele Filiberto, colui che trecent’anni avanti aveva finita la gara antica tra Spagnuoli e Francesi, vincendo per la Spagna a San Quintino. Non era quasi da dire che gli italiani d’allora si fossero pigliata la sola vendetta possibile contro i Francesi? Questi per primi li avevano disturbati mentre lavoravano a resuscitare il sapere antico per sé, e per l’Europa; ed essi, all’ultimo, avevano dato il genio di un loro guerriero per farla finita a beneficio del loro nemico, dovesse pure essere poi peggiore di essi. Adesso quell’Italiano che imperava in Francia ed era venuto con centocinquantamila soldati pareva un riparatore. Anche l’Europa intera non sembrava fare ammenda di qualche suo vecchio torto? Se essa gridava ma lasciava che in Italia gl’italiani facessero ciò che loro sembrava meglio, non poteva dire che si contenesse a quel modo per un tacito consenso di giustizia verso il popolo che trecent’anni indietro le aveva dato i frutti del proprio studio, l’arte sua, e per essa aveva scoperto la terra e aperte le vie a studiar il cielo, con Colombo e con Galileo?
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I giovani dai venti ai venticinque anni quasi tutti sentivano in sé, vivi e presenti i fratelli Bandiera con la loro storia, intesa nella prima adolescenza, tra le pareti domestiche, dai padri e dalle madri angosciate. Quell’Emilio di 25 anni, quell’Attilio di 23, disertati a Corfù di sulle navi austriache; la loro madre corsa invano colà, per supplicarli di smettere il loro disegno d’andar a morire; le loro risposte a Mazzini che li consigliava di serbarsi a tempi migliori; e poi l’imbarco, il tragitto nell’Ionio e lo sbarco sulla spiaggia di Crotone, presso la foce del Neto, – che nomi! – e il primo scontro a San Benedetto coi gendarmi borbonici, e le plebi sollevate a suon di campane a stormo contro di loro gridati Turchi; e il secondo scontro a San Giovani in Fiore, – poesia, poesia di nomi! – e l’inutile eroismo contro il numero, e la cattura e la Corte marziale e le risposte ai giudici vili e la condanna e la fucilazione nel Vallo di Rovito; tutto sapevano, tutto come canti di epopea studiati per puro amore. E suonava nei loro cuori la strofa amara ed eroica del canto di Mameli:
L’inno dei forti ai forti,
Quando sarem risorti
Sol li potrem nomar.
Un po’ più in qua negli anni, quei giovani avevano sentito il grido di Pio IX: “Gran Dio, benedite l’Italia!” andato a suonare fin nei più riposti tugurii. Avevano viste le rivoluzioni nelle quali, troppo fanciulli, non avevano potuto cacciarsi; e le guerre del ’48 e del ’49, e le cadute, e le disperazioni, e le speranze rinate; e nel ’57 la gran tragedia di Carlo Pisacane coi suoi trecento, tra plebi mutatesi anche allora in furie contro di loro andati per redimerle, combattuti, accerchiati, oppressi, morti.
Ma dunque tutte le spiaggie del Regno erano tombe aperte per chiunque tentasse di portarvi un po’ di libertà? Cresceva la febbre in quei cuori.
E ve n’erano che avevano concepito il pensiero di andar laggiù per un ricordo di scuola di qualche anno addietro: un luogo dell’Odissea e dell’Eneide; o il racconto letto in Plutarco della libertà data dai Siracusani ai prigionieri ateniesi, solo per averli sentiti cantare i cori di Euripide; o un episodio della guerra servile dei tempi romani. E v’era chi più che delle cose antiche era pieno delle recenti, per aver letto nella storia del Colletta i supplizi del Caracciolo e del Sanfelice, o la fine della repubblica Partenopea nel 1799.
Altri ancora s’era inebriato dei canti popolari siculi, uditi nella melodia viva di qualche volontario siciliano conosciuto l’anno avanti nei Cacciatori delle Alpi. Ve n’era fin uno, e lo narrava, che aveva avuto la spinta a quel passo da un fatto da nulla, ma che sul suo cuore aveva potuto più che la scuola e i libri. Un giorno di luglio dell’anno avanti, stando egli in Brescia alla porta di uno degli ospedali zeppi ancora dei feriti di Solferino e di San Martino, aveva veduto fermarsi un carro di casse d’aranci e di filacciche e di bende. Venivano dalle donne di Palermo! O santa carità della patria! Dunque in quella terra lontana si pensava a chi pativa per tutti? E aveva anche inteso dire dai medici che quelle cose erano uscite dall’isola trafugate, perché, la polizia di laggiù, guai! Dunque c’era in Italia una tirannide più cruda di quella dell’Austria? Ed egli aveva fatto voto di andare a dar la sua vita laggiù, se mai fosse venuta l’ora di levar quella tirannide dal mondo.
La formazione del piccolo esercito
Sapeva Garibaldi ciò che faceva, nè in Talamone stava certo a perdere tempo. Ivi doveva trovare le munizioni da guerra o andar avanti lo stesso a pigliarle in Sicilia al nemico. Ma frattanto vi faceva dar forma alla spedizione, comporre le compagnie combattenti e tutti i corpi che deve avere un esercito per entrar in guerra. Non poteva già scendere in Sicilia alla testa di uno stormo disordinato!
Al suo quartier generale diede per capo il colonnello Stefano Turr che allora aveva trentacinque anni. Da giovane tenente dell’esercito austriaco, il Turr era passato in Piemonte l’anno ’49; sapeva cos’era stato il dolore della sua Ungheria e dell’Italia quell’anno; sapeva cosa voleva dire essersi trovato condannato a morte e liberato quasi nell’ora del supplizio, e cos’erano le gioie e le ansie del cospiratore nell’impaziente attesa della riscossa. Aveva combattuto l’anno avanti sotto Garibaldi in Lombardia, e a Tre Ponti aveva sparso il suo sangue tra i Cacciatori delle Alpi. Bellissimo uomo, alto e diritto, con due gran baffi e un gran pizzo scuri, e occhi pensosi ma vigili e mobilissimi sotto la fronte quadrata a torre. Novecento anni avanti sarebbe stato un fiero capo di quegli Ungheri che vennero a turbare il regno di Berengario; ma ora, con la gentilezza acquistata dalla sua gente nei secoli e la sua nativa, era un cavaliero che poteva tenere scuola d’ogni cortesia. Finita quella guerra divenne diplomatico, apostolo di lavoro e di pace. Scavò canali di navigazione nella sua Ungheria, tagliò l’istmo di Corinto; va ancora pel mondo gridando all’umanità la concordia, l’amore e il bene.
Ungherese come il Turr, un po’ più giovane di lui, aiutante anch’esso del Generale, v’era il Tukory, che veniva ad offrir l’ingegno e la vita a quest’Italia, la quale, nel Cinquantanove, in certa guisa aveva disdetto la fratellanza di sventure e di speranze, che l’avevano legata fino allora alla patria sua. Diceva egli così senza raffaccio, ma con dolore. Egli aveva militato per la Turchia contro la Russia durante la guerra di Crimea, e s’era trovato a difendere la fortezza di Kars contro quei soldati dello Czar che nel ’49 gli avevano rovinato la patria. Servire un barbaro per odio contro un altro barbaro gli doveva essere stato grande strazio; ma con Garibaldi a faticare per l’Italia era quasi felice. Però s’indovinava che era molto deluso del mondo, e morire come morì poi a Palermo non gli dovette parere amaro.
Poi c’era il Cenni di Comacchio, uomo di quarantatré anni, avanzo di Roma e della ritirata di San Marino; uno tutto fremiti, che ad averlo vicino pareva di camminar col fuoco in mano presso una polveriera. Amico del Cenni v’era l’ingegnere Montanari di Mirandola, anch’egli avanzo di Roma, che aveva trentott’anni e ne mostrava cinquanta per la tetraggine che gli avevano impressa le meditate sventure del paese. Anche aveva molto patito nelle carceri di Mantova e di Rubiera. Ma contrasto quasi d’arte gli stava a lato un senese, che da giovane aveva fatto versi, sembrati al Niccolini degni del Foscolo. Nei suoi ventisei anni bellissimo e forte, era sempre gaio come se gli cantasse un’allodola in core. Era quel povero Bandi, che cinque ferite di piombo non poterono poi uccidere sul colle di Calatafimi; e doveva campare ancora trentacinque anni, per essere ucciso quasi vecchio e a ghiado, da uno a lui sconosciuto.
E v’era Giovanni Basso, nizzardo, ombra più che segretario del Generale, ch’egli aveva visto sublime a Roma, umile ma ancora più sublime da povero candelaio alla Nuova York. E c’erano il Crispi, allora poco conosciuto, e l’Elia anconitano, che poi a Calatafimi fu quasi ucciso mentre si lanciava a coprir Garibaldi. C’erano il Griziotti pavese di trentott’anni, matematico di bella mente ma di cuore più bello ancora; e il Gusmaroli di cinquanta, antico parroco del Mantovano, che come l’eroe dell’Henriade andava tra quelli che uccidevano, senza difendersi e senza mai pensare ad uccidere. Ma il tocco michelangiolesco lo metteva in quel gruppo Simone Schiaffino, bel capitano di mare, che pareva andasse studiando Garibaldi, per divenire simile a lui nell’anima come gli somigliava già un po’ nel volto; biondo come lui, assai più aitante di lui, con un petto da contenervi cento cuori d’eroe.
Allo Stato Maggiore generale presiedeva il colonnello Sirtori. Antico sacerdote, aveva chiuso per sempre il suo breviario, portandone scolpito il contenuto nel cuore casto, e serbando nella vita la severità e la povertà dell’asceta claustrale. Spirito rigido, cuore intrepido, ingegno poderoso, nel Quarantanove con l’Ulloa napoletano, era stato ispiratore del generale Pepe nella difesa di Venezia. Poi esule in Parigi, aveva visto indignato trionfare sull’uccisa repubblica Napoleone III. E la vita gli si era fatta un lutto. Non aveva perdonato all’Imperatore il 2 dicembre, neppure vedendolo poi scendere nel Cinquantanove con centocinquantamila francesi a liberargli la sua Lombardia; anzi, antico soldato della patria s’era astenuto dal venire a quella guerra imperiale. Ma la guerra stessa, com’era seguita, gli aveva insegnato a non illudersi più. Non aveva guari speranze che quell’impresa si potesse far bene; consultato, l’aveva sconsigliata, ma dichiarando che se Garibaldi ci si fosse risolto, lo avrebbe seguito. Ed ora a quarantasette anni, era lì con quella sua faccia patita, incorniciata da una strana barba ancor bionda, esile alquanto della persona, silenzioso, guardato come se portasse in sé qualcosa di sacro, forse le promesse dell’oltretomba. Pareva il Turpino di quella gesta.
Da lui dipendevano, come capitani, un Bruzzesi romano di trentasette anni; il matematico Calvino esule trapanese di quarant’anni, onore dell’emigrazione siciliana; Achille Maiocchi milanese di trentanove, e Giorgio Manin, figlio del gran Presidente della repubblica veneziana, che non ne aveva ancor trenta.
Ufficiali minori seguivano Ignazio Calona palermitano, un gran bel sessagenario che a guardargli in viso pareva di leggere la poesia del Meli; il mantovano ingegner Borchetta di trentadue anni gran repubblicano; ultimo v’era un giovane tenente dell’esercito piemontese, disertato a portar tra i Mille il suo cuore. Questi doveva morire a Calatafimi sotto il nome di De Amicis, ma veramente si chiamava Costantino Pagani.
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E poi veniva il grosso del piccolo esercito.
Alla testa della prima compagnia chi se non il Bixio?
Era quel Bixio che nel Quarantasette, in una via di Genova, fattosi alle briglie del cavallo di Carlo Alberto, gli aveva gridato: “Dichiarate, o Sire, la guerra all’Austria, e saremo tutti con voi!” Nel Quarantotto era volato in Lombardia con Mameli; con Mameli era stato a Roma dove era parso l’Aiace della difesa, e il 30 aprile vi aveva fatto prigioniero tutto un battaglione di francesi. Poi aveva navigato portando per gli oceani le sue speranze. Ma nel Cinquantanove aveva riprese le armi, non più riluttante a fare la guerra regia, e facendola bene: adesso era capitano del Lombardo, ma in terra avrebbe comandata la prima compagnia.
Il Dezza ingegnere e il Piva, che dovevano divenire generali dell’esercito italiano, erano suoi luogotenenti. Marco Cossovich, veneziano, uno che nel ’48 aveva concorso a levar l’arsenale agli Austriaci, e Francesco Buttinoni da Treviglio provato già nel ’48 e nel ’49, erano loro sottotenenti, tutti e quattro già chi di trenta, di trentacinque o trentasei anni; e sergenti e soldati benché fior d’uomini tutti, badassero bene con chi avevano da fare, ché con Bixio, non dico paurosi, ma solo inesperti o disattenti o svogliati, c’era da essere inceneriti.
Ma ogni dappoco sarebbe divenuto un valente anche solo pel contatto con sergenti come erano Ettore Filippini, Eugenio Sartori, Angelo Rebeschini, Enrico Uziel, e tra commilitoni come Giovanni Capurro, Emilio Evangelisti, Enrico Rossetti, e altri molti che Bixio aveva impressi del suo sigillo. E poi vi erano nella compagnia Pietro Spangaro, Raniero Taddei, Antonio Ottavi, già ufficiali di grido che per nobile compiacimento si erano lasciati fondere con la massa dei semplici militi, e vi facevano scuola di virtù militari.
La seconda compagnia, detta dei livornesi perché di Livorno era Jacopo Sgarallino, il più popolare dei suoi ufficiali, e di Livorno erano i suoi sergenti, fu affidata al colonnello Vincenzo Orsini. Questi non veniva dalla storica famiglia Orsini di Roma e neppure da quella romagnola da cui uscì Felice Orsini, uomo allora di recente terribilità, per le bombe che aveva lanciate in Parigi contro Napoleone III, e rimpianto per la nobile vita così sacrificata e per la rassegnata morte sul patibolo. Il colonnello garibaldino era di famiglia palermitana, uomo già di quarantacinque anni, ufficiale dell’artiglieria borbonica da giovane, poi affiliato alla Giovane Italia, passato al servizio dell’isola sua nella rivoluzione del ’48, cresciuto con essa, con essa caduto nel ’49. Da quell’anno era vissuto esule negli eserciti di Turchia, salendovi a colonnello dell’arma ne’ cui studi era stato allevato. Venuto il ’59, era tornato in Italia, e adesso era lì a riportar il braccio alla sua Sicilia. Prevalevano nella compagnia per numero gli operai, anch’essi però uomini intelligenti, che sapevano bene qual passo avevano fatto: e i più erano toscani, e portavano nomi i nobiltà popolaresca antica.
Per la stessa ragione per cui la seconda compagnia fu chiamata dei livornesi, la terza poteva dirsi dei calabresi perché di Calabria erano il barone Stocco che la comandava, verde vecchio di cinquantaquattro anni, e Francesco Sprovieri, Stanislao Lamensa, Raffaele Piccoli, Antonio Santelmo suoi ufficiali. V’erano inquadrati degli uomini insigni come Cesare Braico, Vincenzo Caronelli, Domenico Damis, Domenico e Raffaele Mauro fratelli, Nicolò Mignogna, Antonio Plutino, Luigi Miceli; e avvocati e medici e ingegneri, e futuri deputati, senatori, ministri e generali, tutti fra i trentacinque e i cinquant’anni, tutti di Calabria e di Puglia. Pareva la compagnia dei savi!
La quarta toccò a Giuseppe La Masa, siciliano di Trabia, antico all’esilio, già quarantenne. Era un singolarissimo uomo. Biondo quasi ancora come un giovinetto e di carnagione che doveva essere stata rosea, finissimo nei lineamenti del volto, più che un siciliano sembrava uno scandinavo. Certo aveva nelle vene sangue normanno. Poeta improvvisatore, giureconsulto, agitatore d’idee, s’era fatto mandar via presto dall’isola natia, e a Firenze nel ’47 aveva stretto amicizia col fiore dei patriotti. Doveva aver sentito di sé grandi cose e grandissime averne agognate; e fino a un certo segno le aveva conseguite. Si diceva che nel gennaio del ’48 avesse decretato lui la rivoluzione di Palermo, per il 12 di quel mese preciso, genetliaco del Re, firmando audacemente un proclama di sfida col proprio nome per un Comitato che non esisteva. Ma non era vero. Però la rivoluzione era scoppiata, ed egli nella guerra che n’era venuta tra Napoli e la sua Sicilia era stato Capo dello Stato maggiore dell’esercito. In un intermezzo di quella aveva condotto i Cento Crociati isolani alla guerra di Lombardia; poi, finita male ogni cosa nell’isola come altrove, si era rifugiato in Piemonte, aveva scritto libri di guerra, infaticabile. Pochi giorni avanti la spedizione dei Mille, quando Garibaldi esitava a fare la impresa, egli si era offerto di condurla, e l’avrebbe condotta con grande animo, se non forse con grande fortuna. Però non lo avevano voluto lasciar fare neppure i siciliani. Pareva ambizioso. Un po’ di quell’avversione che poi lo tribolò, già gli si manifestava contro, e forse per questa non ebbe sotto di sé in quella sua compagnia ufficiali di nome. Ma aveva nel quadro de’ suoi sott’ufficiali dei giovani eminenti. Vi aveva Adolfo Azzi da Trecenta, di ventitré anni, che con Simone Schiaffino si era diviso l’onore di far da timoniere a Bixio; vi aveva l’avvocato Antonio Semenza, monzasco, che nell’animo aveva tutta l’opera di Mazzini, e Francesco Bonafini, di Mantova, che riassumeva in sé tutta la vigorosa gentilezza della sua regione. E nella compagnia s’erano concentrati quasi tutti i bresciani, forse perché del bresciano egli aveva preso qualche cosa. Nel ’57 aveva sposata la duchessa Felicita Bevilacqua sua fidanzata fin da prima del ’48, donna che lo aveva fatto signore del proprio destino, delle proprie ricchezze sterminate, quasi fatto re d’un piccolo regno. Ora egli abbandonava quegli splendori, per tornare all’amore della sua terra. Ed era un prezioso elemento, e doveva presto mostrarlo in Sicilia, dove raccolse le squadre paesane dei Picciotti, e le tenne ordinate per Garibaldi.
Alla testa della quinta compagnia sonava il nome nizzardo degli Anfossi, glorioso pel caduto delle cinque giornate di Milano. Ma ahimè! Il vivo non era del valore del morto. Però la inquadravano degli ufficiali subalterni che bastavano a raccoglier l’anima della compagnia come un’arma corta nel pugno. V’era tra essi Faustino Tanara del parmigiano, una specie di Rinaldo combattente per la giustizia in un mondo che a lui fu ingiusto e che non seppe mai il cuore che egli ebbe. In quella compagnia, nulla di regionale. C’erano un centinaio di uomini di tutte le terre italiane, vi si sentivano tutte le nostre parlate, vi si vedevano delle teste di tutte le tinte, e di grigie e di bianche parecchie. Mesto a pensarsi, vi si trovavano parecchi trentini tra i quali Giuseppe Fontana, Attilio Zanoli, Camillo Zancani, che morirono poi vecchi, senza la gioia di aver visto libera la loro bella terra di Trento.
Ma ecco alla sesta il più bello degli otto capitani. Era un biondo di trentatré anni, alto, snello, elegante. Si sarebbe detto che se avesse voluto volare, subito gli si sarebbero aperte al dorso due ali di cherubino. Parlava un bell’italiano con leggero accento meridionale, gestiva sobrio e grazioso come un parigino; nel portamento pareva un soldato di mestiere, negli atti e nei discorsi un Creso vissuto tra le delizie dell’arte, in qualche gran palazzo da Mecenate. Si chiamava Giacinto Carini, nome di borghesi e nome anche di principi siciliani che a lui, già nobilissimo della persona, dava un’aria alta e singolarmente aristocratica. In lui v’era il generale che sei anni dopo avrebbe comandata una brigata italiana all’attacco di Borgoforte. E da lui fu detto un giorno che se alla morte di Pio IX fosse venuto, come venne, al seggio di San Pietro il Vescovo di Perugia, ch’ei ben conosceva, l’Italia avrebbe avuto il Papa italiano iniziatore di quella vita che poi non ebbe.
Luogotenente del Carino era Alessandro Ciaccio, palermitano, uomo di quarant’anni, esule da dieci. In mezzo alla compagnia pareva il sacerdote di una religione non ancora predicata ma già viva nei cuori. Non era tempra da uomo di guerra, ma da dar la vita per qualche grande amore, sì: sarebbe stato capace di ber la cicuta e morire conversando di cose alte e pure in mezzo a quei suoi militi che, lui presente, si sentivano sempre come avvolti da un’aura casta e purificatrice.
Altri ufficiali del Carini erano Giuseppe Campo e Giuseppe Bracco-Amari, palermitani anch’essi; quello rivoluzionario per tradizione di famiglia, questo un altezzoso uomo che pareva aristocratico e schivo, ma era soltanto un distratto. Andava distratto fino nei combattimenti. Altro singolare uomo era il sottotenente Achille Cepollini, napolitano, di quarant’anni, vecchio difensore di Venezia, letterato anzi professore di lettere, che fu visto a Calatafimi l’ultima volta, e sparito non lasciò di sé traccia sicura, né di lui se ne riseppe mai più.
Sfilava la settima compagnia, la più numerosa e la più signorile, quasi tutta di studenti dell’Università pavese, lombardi di ogni provincia, milanesi eleganti, veneti che la grazia natìa temperavano alla baldanza dei compagni nati tra l’Adda e il Ticino.
La comandava Benedetto Cairoli, che allora aveva già trentacinque anni. E pareva così contento, in quella sua bella faccia di giusto, aveva un’aria così paterna, che uno avrebbe detto: “Certo a costui è stato affidato ogni soldato dalla madre in persona, perché, se non è necessario sacrificarlo, glielo riconduca puro e migliore.” Ah, il contatto con quell’anima! Molti vanno ancora pel mondo che vissero giovinetti sotto quell’occhio, in quei giorni di altissima scuola; e ne portarono la luce tra la gente, che, pur divenuta scettica, pensa che un mondo migliore debba essere stato, e spera che torni.
Era luogotenente del Cairoli il Vigo Pellizzari, da Vimercate, bello e giocondo giovane, di ventiquattro anni, nato coi più bei doni di natura, ma sprezzatore superbo fin di sé stesso. Amava la vita, avrebbe potuto averla felice, non volle. Scherzava con la morte, pareva che l’andasse cercando per schiaffeggiarla, e che la morte lo scansasse, tanto era ardimentoso. Sette anni di poi, le si diede irato a Mentana gridando insulti ai francesi.
Sottotenenti della compagnia erano Biagio Perduca di venticinque anni e Nazzaro Salterio di trentasei. Pavese quello, aveva personale giusto, viso fiero ma a certi momenti dolcissimo. Non morì in guerra e fu sorte crudele, perché doveva finire di là a quindici anni con la luce della mente già spenta. Invece il Salterio visse cinque anni più di lui, e quando fu l’ora sua cadde di colpo, sano e intero, nella sua divisa di colonnello, come uno fulminato sul campo.
Furiere della compagnia era il marchese Aurelio Bellisomi da Milano, allora sui ventiquattro, bellissimo giovane e colto assai, mazziniano per fare l’unità nell’ora che passava, ma forse già vagheggiatore dell’idea del Cattaneo, come di cosa da venir sicura col tempo, conseguenza della stessa unità allora necessaria per conseguire l’indipendenza. Ma non parlava guari delle sue idee federaliste per non seminare discordie.
In quanto ai sergenti, quando s’è detto che si chiamavano Enrico Cairoli, Luigi Mazzucchelli, Pompeo Rizzi, Camillo Ruta, par d’aver detto tutto anche a chi non portò mai camicia rossa. Erano giovani tra i venti e i ventisett’anni, e son già morti da un pezzo; ma di essi soltanto Enrico finì come erano degni di trovarsi a finire tutti, in quel bel giorno di Villa Glori, sotto le mura di Roma, uno contro venti.
Il caporal furiere era Luigi Fabio, il buon Fabio morto poi quasi sessantenne, ma di cuor sempre giovane. E i quattro caporali erano lo studente Ferdinando Cadei, che cadde a Calatafimi, Giuseppe Campagnuoli, Alessandro Casali, Luigi Novaria; quello di Caleppio, questi tre di Pavia. Tra quei compagni di ventitré anni il Novaria ne aveva trentatré, pareva un vecchio, ma stonava poco perché versava larga la sua vena di ilarità, sebbene talvolta fosse canzonatore mordace, e talvolta pigliasse il tono fin di Tersite.
Così la compagnia era fortemente inquadrata. Contava centotrenta militi, ventitré dei quali erano proprio pavesi. E tra quei centotrenta, ventiquattro erano studenti di legge, dodici di medicina, quattordici di matematica, due di farmacia. Di commercianti ve n’erano una dozzina, di possidenti e di impiegati una trentina. Gli altri erano artigiani e operai, ma tutta gente anche questa che sapeva bene dove andava. Allegri e vibranti di vita, parevano avviati a conquistarsi un regno ognuno per sé. Ma dei più cari a ricordarsi fu un giovanetto, forse non ancora ventenne, che durante la traversata cantava sempre, accompagnato da due altri pavesi Giuseppe Tozzi e Luigi Rossi. In quelle notti del Tirreno empiva il mare e il cielo con le arie eroiche del Nabucco e dei Masnadieri, con una voce che faceva tacere tutti e pigliava i cuori. Si sentiva che l’anima sua si inebriava di un’acre voluttà di morire; e forse fu poi felice quell’ora a Palermo, su d’una barricata, combattendo e cantando: “Si vola d’un salto nel mondo di là,” cadde morto. Lo chiamavano Pùdarla, ma il suo vero nome era Angelo Gilardelli.
E l’ultima era l’ottava. L’aveva raccolta quasi tutta nella sua Bergamo Francesco Nullo, che la dava bell’e fatta ad Angelo Bassini pavese, certo di darla a chi l’avrebbe condotta da bravo. Era il Bassini un uomo che se avesse lanciato il suo cuore in aria, quel cuore avrebbe mandato luce come il sole; e se lo avesse lanciato nell’inferno, avrebbe fatto divenir buono Satana stesso. Così dicevano coloro che avevano già lette sin da allora queste immagini nelle poesie di Petofi. A Roma il 3 giugno del ’49, nell’ora dello sterminio, s’era avventato quasi solo contro i francesi di Villa Corsini, percotendo, insultando, gridando a chi volesse ammazzarlo, e nessuno lo aveva ucciso. Aveva una testa che sembrava una mazza d’armi, ma l’espressione della sua faccia ricordava quella di certi santi anacoreti. Sapeva poco, discorreva poco; ostinato nell’idea che gli si piantava nel capo, a chi lo vinceva di prove gridava: “Appiccati!” ma lo abbracciava e gli dava subito ragione, intenerito e devoto. Per tutte queste sue doti, e perché aveva già quarantacinque anni, gli si erano lasciati volentieri metter sotto Vittore Tasca, Luigi Dall’Ovo, Daniele Piccinini, coi loro bergamaschi, quasi un centinaio e mezzo di quella gente Orobia, quadrata e intrepida sempre, sia che scelga la patria per suo culto, sia che ad altri ideali volga il pensiero: quella che parve ai siciliani formidabile per gli ardimenti sulle barricate, e per la serena fidanza nei vini dell’isola, bevuti ai banchetti liberamente, senza perdere dignità né d’atti né di parole.
Vittore Tasca aveva trentanove anni, ed era una strana testa, che con un po’ di studi forse sarebbe riuscita d’un artista. Con quelli ch’egli aveva fatti era rimasto qualcosa di mezzo tra un commerciante geniale e un agricoltore. Conosceva le vie del Levante dove era andato per seme di filugello, e si trovava appunto sulle mosse di tornarvi, quando sentì della spedizione garibaldina. Allora piantò ogni cosa e seguì Garibaldi, cui si diè tutto e cui nella tarda età dedicò quasi bosco sacro una sua villetta in Brembate, dove fino al 1892 raccolse ogni anno anche da lontano i suoi amici, a commemorare in una cerimonia all’antica il gran Duce.
Il Dall’Ovo che aveva anch’egli trentanove anni, era una figura su per giù sul fare del Tasca, forse un po’ meno aspro ma anch’egli burbero e buono. Non sapeva che da quell’umile posto di sottotenente della compagnia, le sorti della guerra e dell’esercito nazionale lo avrebbero elevato su tanto, da fare di lui un colonnello. E da colonnello doveva invecchiar nell’esercito per uscirne alfine e sparire come tanti, che si rincantucciarono a rivivere del loro passato, dei quali non si seppe più se fossero vivi o morti.
Ma Daniele Piccinini che più di lui e più del Tasca personificava in sé il bergamasco cittadino insieme e valligiano e di monte, come rimase vivo e presente a tutto il mondo garibaldino! Nato a Pradalunga in Val Seriana, da una famiglia radicata tra le rocce e ricca e forte ivi come una volta quelle dei feudatari, ma però tutta di virtù patriarcali; candido a trent’anni come un adolescente, valoroso come un personaggio dei ‘Reali di Francia’, allora ancora molto letti nelle campagne; in quel maggio era disceso dal suo paesello a vedere se non si tornasse a far qualche cosa per l’Italia, e aveva dato il suo nome di tono guerriero antico alla compagnia bergamasca. Fu lui quello che a Calatafimi, in un momento che Garibaldi si trovò tanto vicino ai nemici da farsi colpire fino da un colpo di pietra, gli si lanciò quasi irato davanti, e coprendolo col suo pastrano da pioggia onde la camicia rossa non lo facesse più far da bersaglio, osava gridargli che non a lui stava bene andare a farsi uccidere come un soldato qualunque. “Chi è quel giovane?” domandò allora Garibaldi, guardando quella bella figura. “Piccinini di Bergamo,” gli fu risposto. Il Generale non se ne scordò più, né il Piccinini lasciò più di seguirlo. Due anni dipoi, in Aspromonte, ruppe la spada di capitano per non consegnarla intera al capitano dei bersaglieri che lo faceva prigioniero: prigioniero con gli altri compagni garibaldini stipati nel forte di Bard in Val d’Aosta, si rannicchiò in una cannoniera dove stette quasi notte giorno a languire di nostalgia e di dolore civile. Poi nel 1866 volle far la guerra del Trentino da semplice milite, perché aveva giurato di non portare spada mai più. Tornato poi a’ suoi monti, non ne uscì per venti anni. Alla fine si lasciò vincere dal desiderio d’andare a visitare la Sicilia e la Calabria che egli aveva percorse e voleva di nuovo percorrere a piedi, per vedervi quanto fosse migliorato il popolo e quanto la terra. Non poté giungere fin laggiù. Un giorno dell’agosto 1889 a Tagliacozzo gli accadde di esser ferito per disavventura da un giovane amico. E morì là, quasi lieto di morire tra quei monti, dove suona ancora con tanta mestizia il nome della battaglia perduta da Corradino. Ora la sua salma è chiusa nel piccolo camposanto della sua Pradalunga, a cui salgono i clamori del Serio sonante che passa. Càpita là talvolta ancora adesso qualche vecchio forestiero che fa chiamar il custode per farsi mostrar la terra dove sta Daniele. Entra in quel recinto, cui con forse quattro lenzuola cucite insieme si potrebbe fare un velario, svolta a sinistra, nell’angolo c’è una cappelletta nuda. “Sta qui,” dice il custode. Qui? Pensa il forestiero. E vorrebbe gridare: Su, Piccinini! D’uomini come te v’è ancor penuria nel mondo. Risorgi e insegna!
Un po’ della tempra del Piccinini erano quei bergamaschi tutti, anche i più popolani; anime esaltate dal patriottismo e un po’ mistiche. Nel 1863, quando la Polonia fece la sua terza rivoluzione, uno stormo di quei militi tornati dall’ottava compagnia dei Mille, volò laggiù con Francesco Nullo. E il 5 maggio, terzo anniversario della partenza da Quarto, entrarono nella Polonia russa a Olkusz, dove s’imbatterono subito nei Cacciatori finlandesi del generale Szakowskoy, coi quali impegnarono un combattimento. Il Nullo cadde ai primi colpi, e morì magnifico fin nella caduta; essi combatterono fin che furono tutti morti o feriti o ridotti a non poter più. Elia Marchetti si trascinò ferito a morte fin nel territorio austriaco; dove un austriaco capitano, ammirandolo se lo raccolse in casa e ve lo tenne con religione a morire. Quelli che sopravvissero furono mandati in Siberia. Nelle miniere di Jskutz logorarono la vita sette anni, invidiando i morti, e parecchi vi morirono. Quelli che erano scampati alla strage e alla cattura, camminando come belve, valicando montagne, passando fiumi, vennero dietro il sole a cercar la patria. E per le terre dell’Austria vi giunsero. Ma non si erano ancora riposati di tanta via, che scoppiò la guerra del 1866. Allora tutti tornarono in campo, e Giuseppe Dilani detto Farfarello, umile operaio, andava a farsi uccidere dagli Austriaci, nelle terre trentine nostre a Monte Suello, vecchio nei patimenti a ventisette anni.
E Luigi Perla, con quel suo visetto arguto? Oh! Egli andò nel 1870 a morire a Digione per la repubblica, alla testa di un battaglione che gli fu affidato. La Francia riconoscente lo fregiò, morto, della Legion d’onore; ma già egli era compensato nell’aver potuto morire per quel nome di repubblica, che alla sua mente semplice pareva realtà di tutte le belle cose sognate.
Quei bergamaschi fecero scuola. Così, come alcuni in Polonia e come il Perla in Francia, ultimo alunno di quell’antica compagnia, figlio d’uno di quei bergamaschi, Ettore Panzeri ufficiale degli Alpini nell’esercito della nuova Italia, andava a morir giovinetto per la Grecia a Domokos nel 1897, bella favilla dell’antico fuoco garibaldino, che ridiede dopo tanti anni quella tardiva vampata.
I Carabinieri genovesi
Ora ecco i Carabinieri genovesi, quasi tutti di Genova, o in Genova vissuti a lungo, mazziniani ardenti, armati di carabine loro proprie, esercitati nel tiro a segno da otto o nove anni i più, gente che s’era già fatta ammirare nel 1859, ben provveduta, colta, elegante.
Li comandava Antonio Mosto, tutto di Mazzini, uomo non molto sopra i trent’anni, ma che ne mostrava di più: barba piena, lunga, sguardo acuto, ficcato lontano come per guardare se al mondo esistesse il bene quale ei lo sentiva in sé. Quanto al coraggio, era per lui cosa tanto naturale, che non poteva credere vi fosse altri che non ne avesse. In tutta la campagna i borbonici non ebbero per lui una palla, ma il cuore glielo straziarono uccidendogli il fratello Carlo, che piantato lo studio all’Università di Pisa, aveva ripreso la carabina. E la fortuna gli serbava di tornare illeso anche dalla guerra del 1866. Ma l’anno appresso, a Mentana, una palla francese lo colpì di tale ferita, che lo rese invalido fin che nel 1880 morì.
Suo luogotenente era Bartolomeo Savi, un fierissimo repubblicano, tutto nudrito di studi classici, e già ben sopra la quarantina; uomo austero e cruccioso, che guardava sempre con un certo piglio di rimprovero Garibaldi, perché s’era lasciato tirare dalla parte del Re. Ma lo seguiva perché gli pareva di non aver diritto di negar il suo braccio alla patria, soltanto pel motivo che la patria si andava rifacendo nel nome di un re. E lo seguì poi fino al giorno che, dopo Aspromonte, tutto gli parve falsato, e, poco appresso, tediato della vita si uccise.
Inquadravano la compagnia Canzio, Burlando, Uziel, Sartorio, Belleno, dei quali i tre ultimi non tornarono più; e tra tutti, quei trentasette carabinieri dovevano pagare un gran tributo fin dal primo scontro di Calatafimi, dove cinque morirono, dieci furono feriti. Ma la vittoria fu dovuta in gran parte alle loro infallibili carabine.
Le Guide
Mancavano i cavalli, né c’era tempo di far una corsa nella vicina Maremma a pigliarne un branco al laccio, ma le Guide furono ordinate lo stesso. Erano ventitré. Le comandava il Missori, l’elegantissimo milanese, passato dal culto delle eleganze a quello delle armi, e come da prode lo seppero tutti. Basti che in quella guerra l’Italia dovette a lui e a pochi altri se a Milazzo Garibaldi non fu sopraffatto e ucciso da un branco di cavalieri napoletani, che essi a rivoltella sgominarono, mentre il Generale che si trovava a piedi poté, uccidendolo, liberarsi dal capitano di quelli ruinatogli addosso furioso, menando fendenti.
Sergente delle Guide era Francesco Nullo, il più bell’uomo della spedizione. Aveva trentaquattro anni, era mercante come Francesco Ferrucci. Allora gli entrò la passione di cavalier di ventura dell’umanità, e non ebbe più requie finché non gliela diede tre anni di poi, nel cimitero di Miekov, il generale russo che ve lo seppellì con onori militari da generale pari suo. Sapeva quel russo di dover andare punito nel Caucaso, ma nonostante, a quella nobile figura di morto volle mostrare il suo nobile cuore di uomo.
Compagni più che sottoposti al Missori e al Nullo, erano certi degni uomini come Giovan Maria Damiani da Piacenza, che a sedici anni aveva combattuto a Novara, dove gli era morto un fratello; e Giuseppe Nuvolari da Roncoferraro nel Mantovano ricchissimo di possessioni e già sui quaranta; due puritani, niente allegri, provati nell’esilio, pensierosi sempre, quasi scontrosi.
Semplice guida era Emilio Zasio da Pralboino, di ventinove anni, che uscito di modesta casa pareva figlio di principi, tanto ambiva le cose signorili; fantastico, impetuoso, temerario e nell’amare e nel volere sempre grandioso. Luigi Martignoli, da Lodi come Fanfulla, che a trentatré anni doveva morire a Calatafimi, somigliava un po’ al Zasio nel portamento non nella bellezza; ma bello ancor più di Zasio era il conte Filippo Manci da Poro nel Trentino, giovinetto di ventun anni. Tutti e due furono infelici. Sopravvissuti a quelle guerre e alle altre venute dopo, dovevano finire quasi insieme nel 1869, col raggio della mente già spento per dolori così crudeli, specie quelli del Manci, che chi li conobbe ingiuriò la morte perché non se li aveva presi quando le andavano incontro sani d’anima e lieti.
E poi tra quelle Guide erano scritti l’avvocato Filippo Tranquillini e Egisto Bezzi trentini anch’essi come il Manci; Domenico Cariolato da Vicenza, che di ventiquattro anni era già un veterano della difesa di Roma; il medico Camillo Chizzolini da Marcaria e l’ingegnere Luigi Daccò da Marcignano giovanissimi tutti, che parevano figli del sessagenario Alessandro Fasola novarese, già carbonaro nel 1821 col Santarosa, profugo, poi soldato di tutte le guerre sino a quella del 1859, e che ora correva a quell’impresa romanzesca con la baldanza d’un giovanetto che fa la sua prima volata fuori casa.
L’Intendenza
Poiché la spedizione doveva avere una Intendenza, questa fu formata sul serio, benché in verità, la cassa di guerra non contenesse che trentamila povere lire. E vi fu messo a capo Giovanni Acerbi, avanzo dei martirii di Mantova, il quale andava rivendicando nelle cospirazioni e nelle guerre l’onor del nome, macchiato da uno del casato che aveva venduto l’ingegno e le lettere all’Austria, prima ch’egli nascesse. Aveva compagni Ippolito Nievo, Paolo Bovi, Francesco De Maestri e Carlo Rodi, tre veterani questi ultimi, mutilati ciascuno d’un braccio, che parevano intervenuti per dire ai giovani: “Vedete che cosa ci si guadagna? Eppure non fa male!” In quanto al Nievo andava tra quella gente, per dir così, come Orfeo tra gli Argonauti. Chi lo guardava indovinava che era già grande, o che era destinato a divenirlo. Egli era noto per due suoi romanzi sentimentali: ‘Angelo di bontà’ e ‘Il conte pecoraio’; e anche si sapeva da qualche amico suo che ei stava lavorando alle sue maravigliose ‘Confessioni d’un Ottuagenario’, e che le lasciava imperfette per accorrere alla grande impresa. Diceva egli stesso che gli sarebbe tanto rincresciuto morire senza averle finite! Nel 1859 aveva cantati gli ‘Amori garibaldini’, liriche scintillanti come spade, scritte sull’arcione cavalcando alla guerra di Lombardia, e stampate sul punto di partire per la Sicilia. E, ‘Partendo per la Sicilia’, fu appunto il titolo che egli dava all’ultima, non uscita dal suo petto ma rappresentata nella pagina da una fila di interrogativi. Forse egli presentiva che non sarebbe più ritornato? Difatti spariva dal mondo nel marzo del 1861, in una notte di tempesta nel Tirreno, con un vapore che fu ingoiato, passeggeri e tutto, dalle acque. Perì in lui il poeta che avrebbe cantato davvero l’Epopea garibaldina; e un cadavere che fu creduto lui, venne poi trovato sulla riva d’Ischia, l’isola dei poeti.
Il corpo sanitario
Più necessario allora che non l’Intendenza, fu ordinato anche il Corpo sanitario, sotto il vecchio dottor Pietro Ripari da Solarolo Rainiero, che de’ suoi cinquantott’anni ne aveva passati molti nelle carceri dell’Austria e del Papa. Ma per tormenti che vi avesse durati, non si era mai stancato di adorare la propria idea, e tant’era che per essa, con l’età che aveva, lì si metteva al caso d’andare a sperimentare anche le galere del Borbone e a finir la vita tra i ferri. Aveva con sé Cesare Boldrini, mantovano, uomo di quarantaquattro anni, e Francesco Ziliani del bresciano, di ventotto, valenti medici e bravi soldati. Il Boldrini, nel seguito della guerra, volle poi essere soltanto ufficiale combattente. E il 1° ottobre cadde a Maddaloni, comandante di un battaglione rimasto celebre col suo nome; consolazione grande questa al prode nei dolori che durarono due mesi a consumarlo e a farlo morire. Il Ziliani bellissimo, robustissimo e giocondo, per qualche cosa che aveva nel far suo metteva la soggezione, e temperava solo con la sua presenza anche i più spensierati e chiassosi. Dove egli capitava, fossero pur allegri i discorsi, tutti diventavano serii, le lingue si facevano caste, di cose frivole nessuno sapeva più dirne. Crebbe su agli alti gradi, ma non se ne volle giovare: tornò modestamente alle case patriarcali da dove non uscì che per le altre guerre; vi si chiuse alla fine a farsi crescere intorno una famiglia secondo il suo cuore, e in mezzo ad essa invecchiò, ricordando ed amando i campi e le plebi.
Altri medici in quel piccolo corpo erano Oddo-Tedeschi d’Alimena e Gaetano Zen di Adria; e del resto se ne trovavano sparsi in tutte le compagnie, combattenti dei migliori e da combattenti infermieri. A Calatafimi ne furono visti tra un assalto e l’altro deporre il fucile, tirar fuori ferri e bende, curare qualche ferito; ripigliar su l’arma, e andar a farsi ferire.
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La storia dovrebbe aver già detto e dirà che quella spedizione fu più che per metà composta d’uomini di studio e d’intelletto. Ne contava più d’un centinaio e mezzo che erano già o divennero poi avvocati; e così come questi un centinaio di medici, un mezzo centinaio di ingegneri, una ventina di farmacisti, trenta capitani marittimi, dieci pittori o scultori, parecchi scrittori o professori di lettere e di scienze, tre sacerdoti, alcuni seminaristi. V’era anche una donna, Rosalia Montmasson savoiarda, moglie di Crispi, che volle seguir il marito in quel pericolo; poi centinaia di commercianti e centinaia di artefici, operai il resto, contadini quasi nessuno.
Non sarà inutile aggiungere che trecentocinquanta di quegli uomini erano lombardi, centosessanta genovesi, il resto veneti, trentini, istriani e delle altre provincie dell’Italia superiore e centrale, con forse un centinaio di siciliani e napolitani tornanti dall’esilio. Non ve n’erano affatto delle provincie di Aquila, Benevento, Caltanissetta, Campobasso, Chieti, Caserta, Forlì, Pesaro, Ravenna e Siracusa. Stranieri accorsi per amor d’Italia ve n’erano diciotto, uno dei quali africano, l’altro d’America, e questi era Menotti, il figlio del Generale.
Di quel centinaio di meridionali trentacinque appartenevano alla parte peninsulare del Regno; gente degna davvero tutti. Ma sette di essi erano venerandi per chi sapeva la storia dei loro dolori. Avevano portato per dieci anni la catena negli ergastoli di Procida, di Montefusco o di Montesarchio; condannati a trenta, a venticinque, a vent’anni di ferri per amore di libertà. Ma il 9 gennaio del 1859, proprio la vigilia del giorno in cui Vittorio Emanuele diceva, lassù, lontano, nel Parlamento piemontese, la sua storica frase delle ‘grida di dolore’; avevano ricevuto laggiù col gran Poerio, col Settembrini, con Silvio Spaventa, la beffarda grazia di andar banditi, deportati in America. Re Ferdinando, sentendosi divenuto odioso a tutta Europa, che lo chiamava da un pezzo negazione di Dio, aveva voluto dare quel segno della sua clemenza, a sessantasei delle sue vittime. Di queste si sa il viaggio a Cadice, la liberazione avvenuta a bordo nell’Atlantico per opera del figlio di Settembrini, la discesa a Cork in Irlanda e il rifugio in Piemonte. Ora di quei sessantasei, sette erano lì che se n’andavano tra i Mille, come sette vendette. Bisognava esser nati con cuori veramente eroici per mettersi dopo tanto patire a quel passo, o aver lo spasimo di riveder lui il Re crudele; e poiché egli era già morto, incontrarsi almeno con qualche suo rappresentante per afferrarlo al petto e farlo domandar pietà. Questo diciamo noi, forse perché in generale siamo ancora tanto deboli, che ci compiacciamo di pensar da violenti; ma que’ sette erano forti e miti. Allora non erano più nel fior degli anni. Achille Argentino ingegnere di Sant’Angelo dei Lombardi ne aveva trentanove; Cesare Braico, medico di Brindisi, trentasette; Domenico Damis, gentiluomo di Lungro, trentasei; Stanislao Lamnesa, legale di Saracena, quarantotto; Raffaele Mauro, gentiluomo di Cosenza, quarantasei; Rocco Morgante, farmacista da Fiumara, cinquantacinque; Raffaele Piccoli di Castagna diacono, quarantotto. E Mauro aveva a casa cinque figliuoli, Lamensa quattro. Non li avevano più veduti dal 1849, anno della loro condanna; ora andavano a ritrovarli per quella via. Parlavano poco, ma se dicevano gli orrori delle galere nelle quali erano stati, a quelli che ascoltavano avveniva di augurarsi che essi vi fossero ancora chiusi, d’aver dieci vite, d’andar a darle tutte per liberare da tante miserie dei cristiani come loro. Al paragone quelle dello Spielberg dovevano esser state sopportabili, umane. Ma ce n’erano ancora tanti altri negli ergastoli del Regno! Tutto il Regno era un carcere, dunque era bello andare a sfondarlo.
L’Artiglieria e il Genio
Perché fu allora cosa inaspettata, si narra qui un po’ fuor di posto che in Talamone fu pur formata l’Artiglieria. Fin dalla prima ora della sua discesa a terra, Garibaldi aveva visto nel vecchio castello una colubrina, lunga come la fame, montata su di un cattivo affusto, a ruote di legno non cerchiate, e pel logoro di chi sa quanti anni divenute poligonali. Portava in rilievo sulla culatta l’anno del suo getto, 1600, e il nome del fonditore Cosimo Cenni, certo un toscano. Una delle maniglie in forma di delfino le era stata rotta, ma due segni di cannonate ricevute le facevano onore. Forse non aveva mai più tuonato dal 9 maggio 1646, quando novemila francesi condotti da Tommaso di Savoia erano giunti in quel golfo su d’una flotta di galee e tartane. Adesso là nel castello non faceva più nulla, e Garibaldi se la prese.
Il giorno appresso, vennero da Orbetello tre altri cannoni, uno dei quali non guari migliore della colubrina, ma due erano di bronzo bellissimi, alla francese, fusi nel 1802. Sulla fascia della culatta d’uno si leggeva “L’Ardito” su quella dell’altro “Il Giocoso”. I nomi piacquero; convenivano agli umori di quella gente. Quei cannoni non avevano affusto, ma laggiù in Sicilia qualcuno avrebbe saputo incavarseli, e per questo c’erano tra i Mille i palermitani Giuseppe Orlando e Achille Campo, macchinisti valenti, i quali difatti fecero poi tutto alla meglio sei giorni appresso.
Ma chi aveva dato quei cannoni?
Garibaldi aveva mandato il colonnello Turr, al comandante della fortezza di Orbetello con questo scritto:
“Credete a tutto quanto vi dirà il mio aiutante di campo, colonnello Turr, e aiutateci con tutti i mezzi vostri, per la spedizione che intraprendo per la gloria del nostro Re Vittorio Emanuele e per la grandezza della patria.”
Il comandante, che era un tenente-colonnello Giorgini, quando lesse quel foglio si dovette sentire un grande schianto al cuore. L’aiutante di campo di Garibaldi gli chiedeva delle munizioni! Impossibile.
Ella è militare, – disse al Turr – e sa che cosa significhi consegnare le armi e le munizioni di una fortezza, senza ordine dei capi.
Ma se gli ordini li riceveste dal Re? – rispose il Turr – basterà che gli inviate questa mia lettera.
E lì per lì, sotto gli occhi del Comandante, scrisse al conte Trecchi, notissimo aiutante di campo di Vittorio Emanuele:
“Caro Trecchi,
Dite a Sua Maestà che le munizioni destinate per la nostra spedizione sono rimaste a Genova; ora preghiamo Sua Maestà di voler dar ordine al Comandante della fortezza di Orbetello di provvederci con quanto più può del suo arsenale.
Colonnello Turr.”
Porgendo la lettera al Comandante, il Turr gli disse che siccome la risposta non verrebbe se non forse in una settimana, su di lui Comandante peserebbero tutte le incalcolabili conseguenze di quel ritardo; lo informò della spedizione; lo accertò dell’intesa tra il Re e Garibaldi; insomma seppe far tanto che quell’ufficiale, solo facendosi promettere che l’impresa non sarebbe volta contro gli Stati del Papa, diede tutte le cartucce che aveva pronte, e casse di polvere e quei tre cannoni e quant’altre cose poté. E tutto fu caricato e condotto a Talamone, dov’egli stesso volle recarsi per veder Garibaldi e la spedizione. Vollero accompagnarlo due suoi ufficiali, e insieme il maggior Pinelli che comandava un battaglione di bersaglieri, diviso tra Orbetello e Santo Stefano. Temeva questi che quei soldati gli scappassero mezzi per imbarcarsi con Garibaldi, e voleva pregarlo di non riceverli a bordo. Il Generale accolse tutti con grato animo, ma non senza pensare che al Giorgini dovevano seguire de’ guai. E gliene seguirono, perché il povero Comandante fu poi tenuto a lungo nella fortezza di Alessandria sottoposto a Consiglio di guerra; ma alcuni mesi dopo, nel tripudio della patria, fu mandato sciolto di pena.
Ora dunque la spedizione possedeva anche delle artiglierie, e bisognava formare il corpo dei Cannonieri. A ordinarli e comandarli venne messo il colonnello Vincenzo Orsini, che per questo dovette lasciare la 2° Compagnia cui si era appena presentato. Egli chiamò a sé quanti avessero già militato nell’artiglieria, e ne trovò una ventina. Ai quali ne aggiunse dieci altri, inesperti nell’arma, ma studenti quasi tutti di matematica nell’Università di Pavia. E fu di questo numero Oreste Baratieri, giovinetto sui diciannove, pigliato appunto allora dalla fortuna che non lo abbandonò più per trentasei anni, e doveva elevarlo tanto da farlo brillar come un astro e spegnerlo poi in un giorno, come nulla, nel buio. Egli aveva allora compagni in quell’artiglieria strana, giovani come lui, Luigi Premi da Casalnovo, Arturo Termanini da Casorate, saliti poi anche essi nell’esercito nazionale e assai alti, ma senza clamori. Vi aveva Domenico Sampieri di Adria, uomo di trentadue anni, avanzo della difesa di Venezia e degli esigli di Smirne e d’Epiro, e divenuto anch’egli Generale dell’esercito nazionale. Rimasto oscuro e modesto, vi si trovava insieme ad essi Giuseppe Nodari, da Castiglione delle Stiviere, anima d’artista, che dappertutto laggiù avea sempre la matita in mano a schizzare dal vero bivacchi, fatti d’arme e figure caratteristiche, delle quali s’ornò poi la casa dove morì medico, trentott’anni di poi. E giovane mistico, nato per ogni sacrificio, vi stava bene col Nodari l’ingegnere Antonio Pievani da Tirano, che già deliberato a farsi frate, solo quando fu finita l’opera di rifar la patria, entrò nei Francescani, per andar missionario nel mondo barbaro. E invece, tradito dalla salute, morì nel 1880, in una cella del convento di Lovere, sul lago d’Iseo, sulle cui rive deliziose eran nati quattro compagni suoi nei Mille, Zebo Arcangeli, Gian Maria Archetti, Carlo Bonardi e Giuseppe Volpi, questi ultimi due a lui carissimi e morti in guerra.
Poiché ormai quel piccolo esercito aveva tutte le sue membra fuorché il Genio, fu ordinato anche questo: una dozzina e mezza di operai, di macchinisti, d’ingegneri, con Filippo Minutilli da Grumo d’Appula per Comandante, uomo di quarantasette anni, severo, di poche parole, cui si leggeva in viso, e certo lo aveva dentro, qualche profondo dolore. Pativa l’esilio dal 1849; era stato in Oriente, in Malta, in Piemonte; lasciava in Genova coi figliuoli la moglie, eroica donna messinese, che si era sentita il cuore di cucire per lui la camicia rossa, e di scendere alle porte di Genova, a dirgli addio, mentre egli passava per andar a Quarto ad imbarcarsi.
Luogotenente del Minutilli fu l’ingegnere Achille Argentino, uno dei liberati l’anno avanti dalle galere di Re Ferdinando, dei quali si è detto.
Formati così anche i piccoli corpi dell’Artiglieria e del Genio, gli uomini che vi appartenevano andarono a piantar sul Piemonte un piccolo laboratorio. E subito, e i giorni dipoi, pur non avendo strumenti, fabbricarono scatole di mitraglia con ogni sorta di rottami e di lamiere di ferro rinvenute nelle stive dei due vapori. Con le lenzuola di bordo fecero sacchetti per le cariche da cannone, e fabbricarono cartucce da fucile, metà delle quali passarono sul Lombardo.
La diversione
Tutto cominciava ad andare per bene: solo sembrava strano che la spedizione continuasse a stare a perdere un tempo prezioso.
Ma nel pomeriggio dell’8 corse vagamente la voce che Garibaldi avesse deliberato di gettarsi nel Pontificio, per marciare senz’altro su Roma. Una sessantina di uomini, presi qua e là nelle campagne e raccolti in drappello, erano partiti sin dalla sera avanti, per la strada che, girando il golfo, mena da Talamone in Maremma. Marciava alla loro testa un Zambanchi. Era un forlivese già sulla cinquantina, quadrato, barbuto, di poca testa, assai rozzo e millantatore. E aveva fama d’esser uomo di sangue, perché nel ’49, a Roma, era stato crudo contro tre preti, i quali, volendo entrare nelle città travestiti da contadini, avevano dato del capo nei suoi avamposti. Egli li aveva tenuti prigionieri; poi, senza averne ordine dal Governo, gli aveva fatti fucilare. Per tal suo fatto gli pesava addosso l’accusa di sterminatore di preti e frati, e sin d’averne colmato un pozzo.
A chi non sapeva tutto, pareva che quella compagnia fosse l’avanguardia, e che la spedizione dovesse tenerle dietro. E i più giovani lo credevano, ma gli anziani no. Delle otto compagnie, Garibaldi ne aveva affidate tre a comandanti siciliani, una ad un calabrese; ora come poteva darsi che egli volesse far loro il torto di non andare in Sicilia? Però il fatto che quel piccolo drappello se n’era andato per entrare nel Pontificio a farvisi distruggere forse ai primi passi, se tutta la spedizione non lo volesse seguire, non si capiva. Vi era chi diceva che Garibaldi avesse fatto così, per levarsi dai piedi quel Zambianchi che gli era odioso: ma altri faceva osservare che forse si esagerava perché non a un uomo così fatto Garibaldi avrebbe dato da condurre quel manipolo, in cui si erano trovati a dover andare dei giovani come il Guerzoni, il Leardi, il Locatelli, il Ferrari, il Fumagalli, il Pittaluga, e avvocati, scrittori, scultori, e quattro medici come Fochi, Bandini e Soncini da Parma, e Cantoni da Pavia, e tanti altri, proprio gente già di conto. Pensavano forse meglio quelli che dicevano che il Generale aveva mandato quel manipolo nel Pontificio affinché n’andasse la voce a Roma e a Napoli, a generar confusione in quei governi; e che quanto al Zambianchi qualcuno, forse il Guerzoni, avesse l’ordine di levargli il comando, se mai venisse l’occasione di doversene liberare per qualche suo sproposito o qualche violenza.
Verso sera le trombe suonarono, le compagnie si ordinarono, scesero al porto, tornarono a imbarcarsi sui due vapori. Quella tornata a bordo levò via ogni dubbio. E allora nacque negli animi una generosa pietà per i compagni partiti. Che brava gente! Avevano compìto il più duro sacrificio che si potesse ideare: perdevano la vista di Lui e l’epopea che s’erano sentita nel pensiero, per andar a crearne un episodio oscuro, non sapevano dove, pochi, bene armati, ma condotti da un uomo disamato. Parlando d’essi, molti confessavano che comandati a quel passo non avrebbero ubbidito; ma i più lodavano l’ubbidienza di quei sessanta come indizio di gran virtù, e testimonianza del più alto valore.
A Santo Stefano
Garibaldi aveva fretta di partire, ma non aveva fatto imbarcare le compagnie per questo. Alcuni dei suoi uomini per cattiveria o per braveria, avevano dato noia a qualcuno di Talamone, ond’egli, sdegnato, si era risolto a levar tutti da terra. Così i due vapori stettero carichi all’ancora tutta la notte dall’8 al 9; e solo all’alba salparono pel golfo a Santo Stefano, breve tratto. La cittadetta si svegliava. Viste dal porto, le sue case parevano edificate l’una a inseguir l’altra su su, per arrivare in alto a trovar i giardini, i vigneti, gli oliveti pensili tra le rocce.
Vi scesero Bixio, Schiaffino e Bandi, per andare ai magazzini del governo, e in qualche modo farsi dare carbone, perché la traversata della Sicilia era ancora lunga, e poteva anche capitare di dover andare chi sa quanti giorni, fuggendo di qua e di là pel Mediterraneo, perseguitati dalle navi napoletane. Il Bandi s’accostò al custode dei magazzini e cominciò colle buone a tentarlo. Ormai sapevano tutti colà che Orbetello aveva dato armi, e in quei giorni quel custode poteva fare uno strappo anch’egli ai regolamenti. Ma colui nicchiava, e il Bandi non riusciva a convincerlo. Allora gli cadde là Bixio, che preso al petto il custode fedele, lo scosse un poco, e, miracoli di quell’uomo, il carbone andò a bordo per dir così da sé. E andarono a bordo e viveri e barili d’acqua. V’andarono anche per imbarcarsi stormi di bersaglieri, ma Garibaldi aveva promesso all maggior Pinelli di respingerli, e non li volle. Tre soli che poterono salire a nascondersi sul Lombardo, seguirono la spedizione, e divennero poi ufficiali dei migliori nella bella compagnia.
Le armi
Durante la sosta a Santo Stefano furono distribuite le armi alle compagnie; solenne momento! Faceva pensare a un altro ancor più solenne, quello di quando vicina l’ora della battaglia, i reggimenti d’allora caricavano i fucili con quell’indescrivibile ronzio di bacchette tutte piantate a un tempo nelle canne, che dava il raccapriccio e il cupo sentimento della morte. Quelle armi erano vecchi fucili di avanti il ’48, trasformati da pietra focaia a percussione, lunghi, pesanti, rugginosi, tetri. Stava legata a ciascun fucile una baionetta nel fodero cucito a un cinturone di cuoio nero, con certa piastra da fermarselo alla vita e certa cartucciera proprio da far malinconia a provarsela. Oggi non se ne vorrebbe servire, per così dire, neppure un bandito. Eppure nessuno se ne lagnò. Insieme con quell’arma, ognuno ricevette venti cartucce, e se le mise a posto con gran cura. Quelle povere cose erano tutte le risorse di cui Garibaldi poteva disporre. Povero Garibaldi! Nell’ultimo momento che stette in quelle acque, un suo compagno d’altri tempi che lo aveva seguito nei mari della Cina e che poi aveva perduto una gamba combattendo pei liberali del Perù, bel soldato, vivacissimo ingegno, voleva seguirlo così mutilato com’era anche a quella sua bella guerra. Egli dovette supplicarlo di andarsene, e infine comandarglielo. Furono lagrime! Ma Stefano Siccoli dovè ubbidire, discendere, veder da terra salpare l’ancora, stringersi il cuore perché non gli scoppiasse. Però aveva già il suo proposito bell’e formato: egli avrebbe raggiunto Zambianchi.
Di nuovo in mare
Era quasi il tocco dopo mezzodì, quando il Piemonte e il Lombardo si mossero verso l’isola del Giglio. Finalmente!
Garibaldi era stato tutti quei due giorni in angustia. Certo egli ignorava ciò che si seppe poi, e cioè che il Ricasoli, governatore della Toscana, aveva telegrafato al prefetto di Grosseto di “tenersi estraneo a quanto succedeva” nel golfo di Talamone. Ma lo avesse anche saputo, temeva del Farini, temeva del Cavour, né avrebbe potuto giustamente lagnarsi di loro, se gli avessero fatto giungere addosso la squadra di Persano a pigliarselo. Il momento era ben più cruccioso che quello di Genova. Nei tre giorni della sua partenza, tutta l’Europa avea avuto tempo di mettere il Governo di Torino alla stretta o di catturare lui o di prepararsi alla guerra. E allora che rovina! Le genti del mezzodì deluse e cadute nell’accasciamento; egli e il suo partito umiliati; Vittorio Emanuele costretto a rinnegare il pensiero unitario! Ci sarebbero voluti molti anni a rimetter su gli animi; e intanto, prima che tornasse un’occasione, sarebbero divenuti vecchi, sarebbero forse morti il Re, Cavour, Mazzini, lui, tutta quella generazione; e non si sapeva che cosa sarebbe poi avvenuto.
Ora dunque egli e tutti sulle due navi respiravano contenti. Girata la punta dell’Argentaro, ecco a destra l’isola del Giglio con la sua costa erta e rocciosa e col suo borgo su in cima. Una freschezza, una pace! Quanti di quei naviganti già vecchi e stanchi avranno pensato di venirvi un dì a trovarsi un posticino lassù, per invecchiarvi del tutto e morirvi, pensando alla loro odissea! Ma ora l’odissea non era finita, anzi andavano a crearne forse l’ultimo canto.
Più in là del Giglio, Montecristo, l’isola dei sogni; e lungo la costa occidentale dell’Argentaro a guardare in su torri, torri e torri. Che strano arnese da guerra doveva essere stato quel monte! E poi a sinistra Giannutri, luogo da capre selvatiche e da conigli.
Di là da quelle isolette i due vapori pigliarono il largo; dunque alle coste romane non c’era proprio più da pensarci, e presto sarebbero entrati nelle acque napolitane.
Veniva ai Mille la sera e la malinconia. Cosa si pensava di loro nelle loro città, nei loro villaggi, nelle loro case? Davvero tutta l’Italia doveva stare in grande ansietà. Ormai la spedizione era via da quattro giorni; ogni istante poteva esser quello di una grande tragedia, in qualche punto del Tirreno. Se i due vapori si fossero imbattuti nella crociera napolitana, avrebbero dovuto arrendersi o avventarsi cannoneggiati contro le navi borboniche, lanciarsi all’arrembaggio da disperati, e farsi saltar in aria con esse o pigliarsele. Chi sapeva mai! Con Garibaldi e con Bixio alla testa, tutto era possibile. Ma se invece fossero stati catturati e menati nel porto di Napoli, dove quel Re potesse veder Garibaldi e i suoi là, sotto le finestre della reggia, prima di farli morire forse tutti, o empirne le sue galere? Chi amava, pensava così e temeva e sperava; e forse non sarà mancato chi anche peggio della cattura avrà augurato una tempesta di cannonate sui due vapori e il fondo del mare a chi vi era su, per tomba.
Ma i due vapori andavano ancora sicuri. E andarono tutta la notte e tutto il giorno dipoi, che era il 10, senza veder che cielo ed acqua come se fossero nell’Oceano. A bordo, i pavesi cantavano. Tutto era quieto. Solo a una cert’ora prima del mezzodì, ci fu un po’ di trambusto, perché uno del Lombardo si era gettato in mare, pel dolore di non essere riuscito a farsi inscrivere nei Carabinieri genovesi. Fu subito fermato il vapore; una lancia vogò come saetta, giunse dove quell’uomo si dibatteva tra le onde, e uno della lancia si chinò, lo tirò su mezzo morto ma come fosse un gingillo. Quel forte dalle braccia così gagliarde doveva essere, era certo il figlio di Garibaldi. A bordo si diceva così, perché così le moltitudini fanno la loro poesia, e infatti quel forte era proprio Menotti.
Dopo, sul meriggio, il Piemonte cominciò a filar via più spedito e il Lombardo a rimanere indietro. La distanza s’allungava ora per ora… Dove voleva andare il Generale così solo? Forse aveva pensato di dividere in due la spedizione, per non correre tutti la stessa sorte, se mai fosse stata avversa? Chi lo sapeva! Divisi, Piemonte e Lombardo, l’uno o l’altro sarebbero riusciti ad approdare, e riuscendo tutt’e due, una volta sbarcati, facile sarebbe stato riunirsi nell’isola.
Era un nuovo dolore per quei del Lombardo, poiché se Bixio era Bixio, ben più fortunati erano coloro che si trovavano a correr le sorti del Generale, ora che la prova era così vicina. Finire con lui come che fosse, ognuno se lo poteva augurare.
In un certo momento, mentre gli animi erano agitati così, Bixio chiamò tutti a poppa. Era furioso: Aveva scaraventato un piatto in viso a uno che s’era lamentato dei superiori, e aveva perduto a lui il rispetto. – Tutti a poppa! –
E Bixio di lassù, dal ponte del comando, fremente come un’aquila librata sull’ali, già per piombare sulla preda, parlò:
“Io sono giovane, ho trentasette anni ed ho fatto il giro del mondo. Sono stato naufrago, prigioniero, ma son qui e qui comando io. Qui io sono tutto, lo Czar, il Sultano, il Papa, sono Nino Bixio. Dovete ubbidirmi tutti: guai chi osasse un’alzata di spalle, guai chi pensasse d’ammutinarsi. Uscirei col mio uniforme, colla mia sciabola, con le mie decorazioni, e vi ucciderei tutti. Il Generale mi ha lasciato, comandandomi di sbarcarvi in Sicilia. Vi sbarcherò. Là mi impiccherete al primo albero che troveremo, ma in Sicilia, ve lo giuro, vi sbarcheremo.”
Veramente esagerava, perché l’atto di colui che lo aveva offeso era affatto individuale, e non meritava quel suo fiero discorso. Però quand’egli ebbe finito e voltò le spalle, forse per non farsi vedere commosso, tutte le braccia erano alzate a lui, tra grida di lode. Ma da quel suo discorso parve a tutti di aver indovinato che il disegno di Garibaldi era proprio di tentar lo sbarco, egli e Bixio, ognuno da sé. Difatti il Piemonte era già quasi fuori della lor vista, sicché prima che fosse notte fatta, non ne scorgevano neppur più il fumo. E passò sul Lombardo un soffio di gran malinconia. Erano congetture. Di certo vi era che cominciava la notte dei pericoli veri. Ormai la marineria napoletana doveva sapere da un pezzo che la spedizione era in mare, e che si era forse già tesa tutta davanti all’isola ad aspettarla. Garibaldi andava ad esplorare.
Egli, prudentissimo e in guerra sempre geloso del proprio segreto, soltanto dopo salpato da Santo Stefano, poiché allora nessuno avrebbe più potuto propalar nulla, aveva detto al suo aiutante Turr di chiamargli Crispi, Castiglia e Orsini siciliani, per determinare il punto di sbarco. E in quella conferenza, abbandonato il suo primo pensiero di scendere a Castellamare del Golfo, aveva deliberato di tentarlo a Porto Palo, sulla costa tra Sciacca e Mazzara, dove è fama che il 16 giugno dell’827 siano sbarcati i primi Saraceni che invasero l’isola, chiamati e guidati da Eufemio di Messina. Ma certamente questo fatto di mille anni avanti non entrò per nulla nella scelta di Garibaldi: perché né egli, né quegli uomini che stavano con lui, se anche lo sapevano, erano teste da fissarvisi su. Comunque sia, per andare a Porto Palo, i due vapori dovevano fare falsa rotta verso la Berberia, e poi, se le acque parevano libere, voltar di colpo verso Sicilia a trovarlo.
Ma assai dopo il mezzo di quella notte dal 10 all’11, Garibaldi giunto presso l’isoletta di Maretimo, che nel gruppo delle Egadi è la più lontana dalla costa di Sicilia, deliberò di fermarsi celato dall’isoletta e a lumi spenti, per aspettare il Lombardo. Da ponente e da tramontana vedeva i fanali delle navi napolitane in crociera, e in quei momenti doveva parergli d’esser ne’ suoi tempi quasi favolosi di Rio Grande d’America. Stato un pezzo in quel silenzio come in agguato, inquieto pel Lombardo che non appariva, tornò indietro per cercarlo. E coloro che stavano sul Lombardo e che a quell’ora vegliavano, quando rividero il Piemonte lo credettero una nave nemica che corresse loro incontro a investirli. Lo credette lo stesso Bixio. Piantato sul suo ponte, egli fece levar su tutti e inastar le baionette; comandò al macchinista di dar tutto il vapore, e al timoniere di voltar tutto a sinistra, per andare alla disperata addosso a quel legno. A prora Simone Schiaffino, capitan Carlo Burattini d’Ancona, Jacopo Sgaralino di Livorno, con dietro una folla, stavano pronti per lanciarsi all’arrembaggio, tutto il ponte del Lombardo fremeva, e mancava poco al grand’urto. Ma allora sonò la voce di Garibaldi:
– Capitan Bixio!
– Generale! – urlò Bixio. – Indietro! Macchina indietro! Generale, non vedevo i fanali.
– E non vedete che siamo in mezzo alla crociera nemica? –
La commozione era stata così grande, il passaggio dallo sgomento, dall’ira, dalla ferocia alla gioia così repentino, che la parola ‘crociera’ non fece quasi niun senso, e tutto fino a un certo segno tornò quieto. Intanto Garibaldi e Bixio si concertarono, poi i due vapori ripresero la via l’un presso l’altro verso l’Africa, sempre però il Piemonte un po’ avanti. Così andarono fino all’alba, e per le prime ore del mattino, in quell’acque tra la Sicilia e le coste di Barberia, ma senza mai perder di vista il gruppo delle Egadi; Levanzo lontana, Maretimo più in qua, ancor più in qua verso loro la Favignana. A bordo del Lombardo un Galigarsia, nativo di quell’isoletta, povero milite che doveva morire quattro giorni dipoi a Calatafimi, diceva ad un gruppo di quei suoi compagni che in quell’isoletta così bella v’era un carcere profondissimo sotto il livello del mare, dove stavano chiusi sette compagni di Pisacane sopravvissuti all’eccidio di Sapri. Condannati al patibolo e poi graziati, morivano ogni ora un po’ in quella fossa maledetta.
Ma il sentimento del pericolo presente, la maravigliosa vista delle cose in contrasto col disgustoso stato in cui tutti si trovavano, pigiati da tanto tempo su quel legno, non lasciavano quasi posto alla pietà per chi dolorava altrove. Del resto, l’ora era decisiva: o presto quei miseri sarebbero usciti liberi, o avrebbero avuto dei nuovi compagni.
La Sicilia!
Tutti intanto sui due legni stavano accovacciati per ordine severissimo dei Comandanti, ma tutti guatavano dall’orlo dei parapetti certi monti che dapprima parevano nuvolaglia e che svolgevano via nell’aria vaporosa i loro profili sempre più netti. Quei monti per quei cuori eran già tutta la Sicilia che si animava, che esultava, che cantava alla loro venuta. E poco appresso, quando cominciò ad apparire una striscia bianca tra mare e terra, si diffuse la voce che là fosse Marsala.
Marsala! Tra quella e i due vapori erano libere le acque. Che fortuna! Pareva che quella striscia bianca e tutta la terra movesse loro incontro, tanto la distanza si stringeva, tanto i due legni filavano agili, aiutati anche da un po’ di ponente che appunto allora si era messo. Dunque ancora forse qualche breve ora, e i due vapori avrebbero atterrato. Tutto dipendeva da questo, che non si staccassero da Marsala navi da guerra a incontrarli a cannonate. Ma la speranza era grande.
Sul ponte del Piemonte che andava sempre avanti, quei del Lombardo vedevano Garibaldi circondato da un gruppo dei suoi, coi cannocchiali all’occhio. Guardavano due legni da guerra bianchi, ancorati nel porto. Ad un tratto il Piemonte rallentò, si fermò quasi, pigliò su qualcuno da una barca peschereccia che veniva da Marsala. E da colui Garibaldi seppe che quei due legni erano inglesi; che dal porto di Marsala, nella notte, n’erano partiti due napolitani per Sciacca e Girgenti; che in quella mattina stessa delle milizie venute il dì avanti eran tornate via dalla città, dirette a Trapani. La fortuna, dunque, era proprio tutta dalla parte di Garibaldi! E il Piemonte filava e il Lombardo dietro con Bixio, che non sapendo ciò che Garibaldi sapeva, tempestava i suoi di star giù, minacciava ira ai marinai se gli sbagliassero manovra: Ma di sbarcare era anch’egli sicuro: anzi a un certo momento che passò vicino al suo un piccolo legno inglese, egli gridò: “Dite a Genova che il general Garibaldi è sbarcato a Marsala oggi 11 maggio, alle una pomeridiana!”
Quella sicurezza di Bixio passò in tutti i cuori. Perciò non fece quasi senso l’apparizione di due pennacchi neri, lontani, in giù a destra; fumo di due navi da guerra certo, che dovevano venire a furia. Fulmini se mai giungessero in tempo! Ma esse quel tanto spazio non potevano divorarselo; la terra era ormai vicinissima: si distingueva già il molo e fino la gente. Un altro po’ di ansietà, poi…
Lo sbarco
E poco appresso il Piemonte imboccava il porto, e vi si andava a posare in mezzo come in luogo suo. Bixio, nella rapina dell’animo tempestosa, lanciò il Lombardo come un cavallo sfrenato, andasse pure ad investire, a spaccarsi, magari a sommergersi, tanto meglio! Così, una volta sbarcati, quelli che vi stavan su avrebbero capito che non v’era più via di ritorno. E si fermò così fuori del molo destro, a poche braccia da quella riva. Era il tocco dopo mezzodì. Nessuna poesia potrà mai dire l’anima di quella gente in quell’ora.
Ecco il momento degli uomini di mare. Benedetto Castiglia, capo della marineria da guerra sicula nel 1848; capitano Andrea Rossi da Diano Marina, capitan Giuseppe Gastaldi da Porto Maurizio, Burattini, Assi, Sgarallino, Schiaffino e tutti quelli che com’essi erano marinai, scesero a raccoglier nel porto quante barche vi si trovavano. E per amore o per forza le fecero lavorare.
Bisognava far presto a levar la gente e le poche cose da guerra e le artiglierie dai due vapori, perché in men di due ore quelle navi che si vedevano sempre più vicine potevano giungere a tiro e fare una strage. Intorno al Lombardo e al Piemonte parve un finimondo.
Intanto Turr con Missori, Pentasuglia, Argentino, Bruzzesi, Manin, Miocchi, discesi primi, salirono alla città, su cui cominciavano a sventolare bandiere d’altre nazioni, ma le più inglesi. E dalla città alcuni cittadini calavano al porto timidamente. Dei ragazzi li precedevano a corsa; sopraggiungevano frati bianchi, che davano poderose strette di mano a quegli strani forestieri sbarcati in armi e tutti vestiti alla borghese, salvo pochi in qualche divisa piemontese o in camicia rossa, forse una cinquantina. E quei frati facevano delle domande strane, da curiosi ma semplici; e udendo da uno dir che era di Venezia, da un altro di Genova, di Milano, di Roma, di Bergamo, inarcavano le ciglia, maravigliati come se l’esser essi potuti giungere nella loro Sicilia da quelle città, fosse cosa quasi fuori del naturale.
In un’ora o in un’ora e mezzo al più, tutta la spedizione fu a terra. Qualcuno si ricordò che quel giorno era venerdì, malaugurio; qualcun altro disse che era pur venerdì il giorno in cui Colombo partì da Palos, e che andassero al vento le superstizioni…! Ma a un tratto tuonò una prima cannonata. Le navi borboniche giungevano a tiro.
Erano tre: due a vapore più vicine, la terza a vela tirata a rimorchio da una di esse e lasciata poi indietro per far più alla lesta. Ma anche quella si avvicinava. E avrebbe potuto tirar qualche poco prima, ma avevano indugiato alquanto i lor fuochi, perché i due legni inglesi Argus e Intrepid ancorati nel porto avevano pregato a segnali di bandiere di non tirare, finché i loro ufficiali da terra non fossero tornati a bordo. Difatti dei marinai in calzoni bianchi uscivano da Marsala e scendevano frettolosi al mare. E allora quelle navi cominciarono a sfogarsi contro gli sbarcati, le due a vapore con tiri quasi in cadenza, quella a vela addirittura a fiancate.
Però i loro proiettili o davano in acqua, sguisciando poi a rotolar sulla riva già mezzi morti, o non oltrepassavano guari la linea del molo. Cadde qualche granata in mezzo alle compagnie già ordinate, ma queste pronte, si gettarono a terra e lasciarono scoppiare: una di quelle colpì e sfasciò mezzo un casotto da doganieri del molo; un’altra fece tremare la settima Compagnia, passandole parallela alla fronte, così che due braccia più a sinistra la mieteva tutta. “Alte le teste!” gridò Cairoli; e la Compagnia stette salda.
Alfine fu dato il comando di salire alla città. Manin e Maiocchi regolavano la corsa a gruppi. Un po’ curvi, un po’ carponi, un po’ ritti, regolandosi alle vampate dei cannoni nemici, correvano quei gruppi su per il pendio verso la porta della città e vi entravano. Cara Marsala! E di qua e di là si spandevano per le vie traverse, perché in faccia a quella maestra era andata a porsi una delle fregate, e tentava, coi suoi tiri, d’infilare la porta. Poca gente per quelle vie; degli usci si chiudevano; dalle soglie d’altri usci e dalle finestre donne e uomini guardavano paurosi; e ve n’erano che applaudivano, i più parevano gente trasognata.
Garibaldi, sbarcato degli ultimi, saliva anch’egli ma lento alla città, portando la sciabola sulla spalla come un contadino la zappa. E ogni poco si volgeva a guardar il porto. Gusmaroli e altri pochi che lo seguivano, avrebbero voluto portarlo via di peso dal pericolo d’essere ucciso o soltanto ferito in quel primo istante. Senza di lui non si sapeva cosa sarebbe stato di quel gruppo d’uomini, fossero pur molti i grandi e i forti tra loro. Egli da solo era un esercito. Ma nessuno osava dirgli che si guardasse, nessuno, neppur Bixio, venuto via addirittura l’ultimo da bordo. Egli aveva voluto prima far portare a terra tutto ciò che gli era parso buono a qualcosa, poi non avendo più nulla da farvi, aperti egli stesso i rubinetti delle macchine affinché il Lombardo s’empisse d’acqua, era disceso.
Intanto le navi borboniche continuavano a tirare. E fu saputo subito che le due fregate a vapore si chiamavano Stromboli e Capri, e che quella a vela, tanto maestosa, era la Partenope. Ah! La Stromboli! V’erano tra gli sbarcati quei tali sette che vi avevano navigato su nel 1859 fino a Cadice, con gli altri deportati che dovevano andare a finire in America. Ora la riconoscevano ai profili. Non erano più quei tempi, sebbene fossero ancora tanto vicini: né era più l’11 luglio del 1849, quando, comandata da un Salazar, la Stromboli aveva inseguito i trabaccoli siciliani che, fallito loro lo sbarco in Calabria, andavano a rifugiarsi nelle Ionie. Lo Stromboli allora aveva issato bandiera inglese, perfidamente ingannando quei siciliani, e li aveva catturati e condotti a lunghe pene nelle carceri dei Borboni. Adesso era lì mortificata con quegli altri due legni, cui non restava che pigliarsi il Piemonte per menarlo via. Quanto al Lombardo l’avrebbero dovuto lasciar là giacere, come un mostro marino sputato sulla spiaggia.
Testimoni di quei fatti stettero i due vapori inglesi, ammirando la discesa e la prontezza e l’ordine con cui tutto era avvenuto. E non sapevano che si sarebbe subito gridato e ripetuto poi lungamente pel mondo che essi avevano aiutato Garibaldi, e che anzi per aiutarlo s’erano trovati là apposta. Furono voci false. L’Argus stava in quel porto da parecchi giorni per proteggere gli inglesi residenti in Marsala, L’Intrepid v’era giunto di passaggio da poche ore, e poche ore dopo se n’andava per Malta.
Il proclama
A guardia del porto, se mai dalle navi borboniche sbarcasse della gente, rimasero la 7° Compagnia e i Carabinieri genovesi. Con le loro infallibili carabine, quei genovesi, che, per dir così, davano in una capocchia di chiodo a trecento metri, avrebbero presto levato ogni voglia di sbarcare a chi l’avesse tentato. Da mare dunque Garibaldi non aveva da temere. Da terra sì. Per questo mandò ricognizioni verso Trapani e verso Sciacca, fece uscire dalla città quanto poté più delle Compagnie, fors’anche non si fidando dei vini del paese pei loro effetti sulle teste di quei suoi uomini, i quali in cinque giorni non avevano mangiato che poco biscotto e bevuto acqua di botte quasi imputridita. Per esplorare il paese montò egli stesso sulla cupola della Cattedrale, cui passarono subito ben vicine due granate delle navi che avevano visto gente lassù. Disceso andò al Municipio, e di là disse alla Sicilia la sua prima parola:
“Siciliani!
Io vi ho condotto un piccolo pugno di valorosi, accorsi alle vostre eroiche grida, avanzi delle battaglie lombarde. Noi siamo qui con voi, ed altro non cerchiamo che di liberare il vostro paese. Se saremo tutti uniti sarà facile il nostro assunto. Dunque, all’armi!
Chi non prende un’arma qualunque, è un vile o un traditore. A nulla vale il pretesto che manchino le armi. Noi avremo i fucili, ma per il momento ogni arma è buona, quando sia maneggiata dalle braccia di un valoroso. I Comuni avranno cura dei figli, delle donne, dei vecchi che lascerete addietro! La Sicilia mostrerà ancora una volta al mondo, come un paese, con l’efficace volontà d’un intero popolo, sappia liberarsi dei suoi oppressori.”
Di questo proclama, affisso alle cantonate di Marsala, furono mandati esemplari alle città vicine, e lontano alle squadre che tenevano i monti. Bisognava che la gran voce andasse, e infiammasse la rivoluzione già quasi vinta.
I Marsalesi leggevano e cominciavano a comprendere, coloro che cinque giorni avanti non avevano osato insorgere al grido di Abele Damiani, loro concittadino, adesso pigliavano animo, seguisse poi ciò che potesse, perché con quegli italiani c’erano pur Crispi, La Masa, Orsini, Palizzolo, Carini, tutti dei loro, proprio dell’isola, e tutti già celebri fin dal ’48. E poi avevano visto Lui, Garibaldi in persona. Se la colonna del generale Letizia, che il giorno avanti aveva fatto la sua comparsa minacciosa, e se n’era andata credendo di lasciarsi dietro tutto tranquillo, fosse anche rinvenuta; avrebbero avuto da far con Garibaldi, con quei suoi ufficiali facili a riconoscersi per uomini di guerra sul serio, con quella gente un po’ d’ogni età ma pratica d’armi e disciplinata, con loro infine e con al loro città che si sarebbe difesa.
Anche il popolino pigliava via via confidenza con quei forestieri. Nelle taverne, nelle botteghe dove essi entravano per rifocillarsi e provvedersi di qualche cosuccia necessaria, la gente faceva subito folla. E si tratteneva a sentirli parlare. Come erano buoni e cortesi! Le donne osservavano che molti portavano i capelli lunghi, cosa strana per soldati, e che avevano gli occhi azzurri e le mani e i panni indosso da veri signori. I bottegai ricevevano le monete con su l’effigie di Vittorio Emanuele, mirando e facendo mirare i gran baffi del Re di cui avevano sentito parlar vagamente, domandavano se Garibaldi fosse suo fratello. Davano i resti in mucchi di monete luride e fruste, e facevano tutto gli uni e gli altri con gran fidanza. Quelle non erano ore da inganni.
Correvano intanto dei racconti curiosi di particolari minuti dello sbarco, un fatterello seguito qua o là, a questo o a quell’altro di questa, di quella Compagnia. Faceto, nel serio, ma vero, si diceva che appena sceso a terra, un Pentasuglia, pratico del mestiere, era entrato nell’ufficio del telegrafo, dove l’impiegato aveva appena finito di annunziare a Palermo e a Trapani che gente armata sbarcava da due legni sardi. Ripicchiavano appunto da Trapani, domandando quanti fossero gli sbarcati; e il Pentasuglia aveva risposto egli stesso: – Mi sono ingannato, sono due vapori nostri. – Poi, stato un istante ridendo a sentirsi dare dell’imbecille da Trapani, subito aveva tagliato il filo.
*
Dunque la gran notizia era andata, e a quell’ora la avevano già a Napoli nella reggia. Ivi che sgomento e che collera! Se ne aspettavano ben altra. Il giorno 6 avevano saputo della partenza di Garibaldi da Genova, e protestato col telegrafo a tutte le Corti d’Europa contro il Pirata e contro chi lo doveva aver favorito. La mattina del 7, il Re era andato a far le sue divozioni a San Gennaro, e il Governo aveva mandato ordini alla flotta “d’impedire a ogni costo lo sbarco dei filibustieri; di respingere con la forza; di catturare i legni.” Poi erano stati quattro giorni d’angoscia mortale. E ora lo sbarco era avvenuto! Ma ancora assai che l’invasore era andato a mettersi dal punto più lontano dalla Capitale! Tempo e spazio per schiacciarlo non sarebbe mancato. Pure il colpo era tremendo.
Ancor più tremendo il colpo doveva essere sentito a Palermo, dove il luogotenente del Re, principe di Castelcicala, e i generali e l’esercito avevano così vicino l’uomo temuto. Chi sapeva mai in quale trambusto era la gran città, se anche la popolazione era già venuta a conoscere che il Garibaldi annunziato da Rosolino Pilo stava in Sicilia davvero?
Intanto a Marsala bisognava vegliare. Potevano giungere nella notte numerose truppe da Trapani, da Sciacca, dal mare; e l’impresa garibaldina, così ben riuscita nella traversata e nello sbarco, finire là in quella piccola città come già quella di Pisacane a Sapri.
Ma la notte passò tranquilla; verso l’alba furono ritirati gli avamposti, raccolte le compagnie e tutto approntato per la prima marcia verso l’interno.
In marcia
Alla chiamata non mancava neppure un uomo. Ed era naturale. Ognuno sentiva in sé il pericolo di rimaner isolato; ognuno, per quanto piccolo, aveva coscienza della propria responsabilità. Quasi staccati dal mondo, ridotti per dir così in un campo chiuso dove erano discesi a mettersi da sé, comprendevano, chi più chi meno, molti forse confusamente, che trovarvisi non voleva dire soltanto essere in guerra contro altri soldati ne’ quali da un’ora all’altra si sarebbero imbattuti; e che quella che erano venuti a cercare non era una guerra come tutte le altre. Vincere dovevano ad ogni costo, perché dall’isola non potevano più uscire che vincitori; ma soprattutto bisognava non lasciar perire Garibaldi. Era coscienza dunque che ognuno desse tutto sé stesso, e che tutti insieme si facessero amare dal popolo siciliano per virtù e purezza in tutte le azioni. Perciò si udirono fieramente rimproverar dai compagni certi pochi che nella notte s’erano dati bel tempo. Diceva Enrico Moneta da Milano, piccolo soldatino della 6° Compagnia, di diciannove anni, uno dei quattro fratelli che l’anno avanti erano stati Cacciatori delle Alpi, diceva che chi era là per aiutare quel mondo a mutarsi, doveva badare ad essere austero ancor più che prode. – Per di più, quella che stava per accendersi era sotto un certo aspetto una vera guerra civile. E se per quella trafila doveva passare l’Italia a divenire nazione, bisognava badare a farsi onore e a far onore anche al nemico pur vincendolo, per lasciargli possibile l’oblio della sconfitta senza viltà, e facile e pronto il ritorno all’amore.
Tali spiriti si venivano formando negli animi anche di quelli che non avrebbero saputo spiegarsi a manifestarli, così come uno quasi senza che se ne avveda si ritempra d’aria pura.
Schierate fuor di Marsala sulla via che mena a Sciacca, stavano tutte le compagnie con gli altri piccoli corpi. Il tempo era bello e fresco, la guazza sull’erbe magre di quello spiazzo pareva quasi una brinata. Il mare dormiva: lontani, già verso l’Egadi, i legni napolitani rimorchiavano il Piemonte. E per tutto era una quiete diffusa, anche nella città che pareva avesse già dimenticato il turbamento del giorno innanzi. Pochi cittadini si aggiravano intorno alle compagnie. Qualcheduno armato di doppietta era là per seguirle. Faceva senso tra gli altri un signore, forse di trentacinque o quaranta anni, taciturno e pensoso. Si chiamava Gerolamo Italia. Egli di là fino all’ultimo di quella guerra nel Regno, marciò poi, fido alla 6° Compagnia, semplice milite, sempre pensoso e modesto.
Una tromba suonò in distanza, poi comparve Garibaldi a cavallo. Indossava camicia rossa, portava i calzoni grigi da generale ma senza le strisce d’argento, e in capo teneva il suo solito cappello dalla foggia che allora si diceva all’Orsini o anche all’ungherese, come glielo hanno poi fatto gli scultori quasi in tutti i monumenti; e gli sventolava dietro un gran fazzoletto annodato al collo. Teneva il mantello americano ripiegato sull’arcione davanti. Dietro di lui cavalcavano il suo stato maggiore e alcuni delle Guide, Nullo tra gli altri, bellissimo nella sua divisa del ’59, tutta grigia con alamari neri e galloni da sergente. Pareva col suo cavallo un solo getto di bronzo. Il Missori indossava la giubba rossa da ufficiale con alamari d’oro.
Al passaggio del Generale non furono presentate le armi. Egli certe cose non le voleva. Tirò via, guardando le Compagnie molto ilare in viso; poi queste si mossero, fianco destro, trombe in testa e partirono. Quelle trombe suonavano le arie semplici ma pungenti de’ bersaglieri di La Marmora; il passo delle compagnie era franco, nessuno si sentiva più mareggiare il terreno sotto, come il giorno innanzi dopo lo sbarco; e quando spuntò il sole cominciarono i canti.
A forse un miglio da Marsala, la testa della colonna svoltò per una via traversa che, staccandosi dalla consolare, menava verso l’interno tra vigneti allora già in pieno rigoglio. Passati i vigneti cominciarono gli oliveti, e pareva che quella prima marcia dovesse condurre a vedere meravigliose colture. Verso le undici la colonna fece il grand’alto in una conca, presso una casa bianca, fresca, silenziosa, con a ridosso delle fitte macchie d’olivi vetusti. Là, Garibaldi, seduto a’ piedi d’uno di quegli alberi, come se fosse l’ultimo di quella gran Compagnia, si mise a mangiar del pane. Tutta la conca era popolata di gruppi, tutti mangiavano gagliardamente il saporito pane di Marsala; quanto a bere, pei novellini che s’erano imbarcati senza fiaschetta, c’era presso la casa un pozzo, e intorno a questo molti facevano ressa contendendosi un poco d’acqua. Il Generale guardava con certa compassione quei poveri ragazzi: “Poveri ragazzi!” come fu udito dire egli stesso.
Ripresa la marcia, spuntato il valichetto del colle in cui giaceva quella conca, la colonna si vide davanti una distesa ondulata senz’alberi, senza case, il deserto. – Come la Pampa! – dicevano alcuni che nella loro vita avevano visto l’America. E in quel deserto s’inoltrò la spedizione, sotto un sole, ah che sole! E che peso i panni! Felici coloro che ne avevano appena indosso tanto da non andare scoperti.
E quella prima marcia fu una gran prova, ma nessuno rimase indietro. Eppure c’erano dei giovanetti che ad ogni passo parevano doversi lasciar cadere in terra sfiniti. Ma lo spirito li reggeva, e continuavano a marciare, aiutati anche dai compagni più esercitati che levavano loro fino il fucile, tanto che ricogliessero un po’ di fiato.
Dove mai si sarebbero fermati?
Per quanto guardassero a sinistra, a destra e davanti, nulla, mai un ciuffo d’alberi, mai una casa. Cosa era dunque la Sicilia già granaio d’Italia? Degli uomini pratici di campi dicevano che tutta quella miseria dipendeva dal disboscamento, altri che dai latifondi, dal feudalesimo, dai frati. Il fatto era che quel deserto metteva un senso di sgomento nei cuori. Là sarebbe stato bello trasformarsi in un esercito di legionari alla romana con la marra, la vanga, gli aratri di Lombardia! Ma là non c’erano le acque di Lombardia; anzi non ci si trovava neppure da dissetarsi. E alcune voci intonavano il coro del Verdi: ‘Fonti eterne, purissimi laghi…’
*
Finalmente quando già si faceva sera, apparve lontano un corpo di casa massiccio e scuro, su di un rilievo un po’ più spiccato di quella campagna. Era il maniero di Rampagallo, quello che si chiamava bellamente feudo, come se là il feudalesimo fosse ancora una cosa viva. E tutto, dai muri massicci, alle finestre, alla gran porta, ai cortili dentro, ai contadini che vi si aggiravano, tutto vi aveva infatti una fisionomia d’antichità corrucciata.
Le Compagnie si accamparono davanti a quel vasto casamento su di un pendio erboso, che dopo l’arsura della lunga giornata pareva dar un carezzevole senso di refrigerio. A pié dei loro fasci d’arme, mangiarono il loro pane, e in silenzio si addormentarono.
Ma i pochi che per servizio dell’accampamento vegliavano, videro di prima notte entrar nel gran cortile di Rampagallo una piccola schiera d’uomini, forse sessanta, condotti da tre o quattro cavalieri, alti su degli stalloni piuttosto che sellati, bardati, con attraverso sulle cosce dei lungi fucili. Gli uomini a piedi erano armati di doppietta, con alla vita la ventriera per le cartucce e qualche pugnale. Vestivano panni strani, parecchi avevano sopravesti e cosciali di pelli caprine, e portavano in capo dei berretti quasi frigi o dei cappellacci a cencio. I loro capi, fratelli Sant’Anna e barone Mocarta, passarono da Garibaldi. Egli fece liete accoglienze a quel primo manipolo che la Sicilia armata gli dava; la scena era quasi da medio evo: pareva proprio che in quelle ore in quel luogo quei signori fossero giunti per prestare l’omaggio a un conquistatore.
Ma Garibaldi che sapeva ricevere come un re, nello stesso tempo sapeva parere quasi inferiore a chi gli si presentava, onde quel fascino e quel suo dominio sui cuori, da cui subito quei siciliani si sentirono presi. E uscivano da quel ricevimento, magnificando.
A Salemi
A levata di sole, il giorno appresso che era domenica, la colonna si mise in cammino. Andava alla testa la 1° Compagnia con Bixio, il quale aveva l’ordine d’avanzarsi fino a Salemi, grosso borgo che fu presto veduto apparire lontano in cima a un monte. Bella vista a guardarlo, ma poveri petti! La salita lassù fu faticosissima e lunga; però, quando le compagnie vi giunsero, provarono un forte compiacimento. Tutta la gente aspettava gridando: “Garibaldi! Garibaldi!” storpiandone il nome con alterazioni strane; ma insomma era un vero delirio. E le campane squillavano a festa; e una banda suonava delle arie eroiche. Via via che le compagnie giungevano nella piazza, si trovavano avvolte da uomini, da donne, persin da preti; e tutti abbracciavano, molti baciavano, molti porgevano boccali di vino e cedri meravigliosi. Ma v’erano anche dei poveretti, troppi! i quali stendevano la mano per dar a capire d’aver fame, facevano certi segni da parer nemici se non fossero stati i loro occhi pieni di umiltà. – E noi pure abbiamo fame! – rispondevano quei soldati stizziti, ma parecchi davano degli spiccioli a quella povera gente, che largiva loro dell’Eccellenza.
E Garibaldi qual è? Domandava la folla. Passava Turr. E’ questo? No. Passava Carini. Dunque sarà questo? No. Ognuno dei più belli e prestanti tra i grandi della spedizione, per essa doveva essere Garibaldi. Chi sa quale se lo immaginavano! Ma quando lo videro, quei siciliani quasi quasi si inginocchiarono. Oh che viso, che testa, che santo! Egli sorridendo si levò come poté dalla turba, e andò a mettersi al suo lavoro.
Cominciava così a formarsi intorno a lui la leggenda che pigliò poi tante forme; da quella che un angelo gli parasse le schioppettate, a quell’altra che fosse parente di Santa Rosalia e fin suo fratello.
Stettero poco a giungere delle cavalcate da tutte le parti, e poi drappelli di insorti come quei della notte avanti, a cento, ducento, trecento; e chi portava lo schioppo ancora a pietra focaia, chi la doppietta, chi fino il trombone. I più erano armati di picche, e tutti insieme, per quelle viuzze a salite e discese ripide, facevano un chiasso più da sagra che da rivoluzione. Ma si udivano anche delle grida ingiuriose ai Borboni, e delle canzoni che ferivano il nome di Sofia regina. E spiacevano.
Dopo mezzodì fu affisso alle cantonate un proclama.
Ah! Ora dunque tutto è nelle mani sue! – dicevano i militi, e pareva loro che quel titolo di Dittatore infondesse una forza di disciplina superba. E pensavano al nemico. Non si sarebbe fatto vedere! O bisognava andare a trovarlo? Già, di salir lassù a Salemi per trovar loro, non avrebbe certo tentato. Chi sapeva mai! Ma a buon conto, già dalle prime ore, erano partiti per gli avamposti i Carabinieri genovesi, e più lontano ancora era andata una mezza squadra della Compagnie di Bixio. In quella squadra, comandata dal giovanissimo Ettore Filippini veneziano, si trovavano da semplici militi Raniero Taddei ingegnere e Antonio Ottavi tutt’e due da Reggio Emilia, ufficiali esperti e considerati nelle guerre passate; e così da quella parte il servizio di campo era bene affidato.
Intanto gli artiglieri avevano già piantato alla meglio una sorta di officina, dove lavoravano a costruir gli affusti pei canoni di Orbetello. Giuseppe Orlando e Achille Campo, coi soli e primitivi strumenti che avevano potuto trovare dai carrai di Salemi riuscivano a far miracoli di meccanica; e il giorno dipoi i tre cannoni e la colubrina, rimessa un po’ a nuovo anch’essa sul suo carretto, facevano buona promessa che nello sparo non si sarebbero, rimboccandosi indietro, avventati addosso ai loro serventi.
E quel giorno fu veduto giungere in Salemi un giovane monaco, raggiante di quell’allegrezza che ognuno ricorda d’aver letto in viso ai sacerdoti del ’48. Chi non aveva udito benedire la patria da qualche pulpito, in quell’anno che pareva ancora tanto vicino? E poi appresso, dall’oggi al domani, le chiese erano divenute mute. Pio IX s’era disdetto, e la coscienza delle moltitudini tra la patria e la religione s’era confusa. Pure, a non lungo andare, le moltitudini avevano poi ripreso lume da sé, e poiché la patria doveva a ogni modo rifarsi, o s’erano messe ad aiutar la grand’opera, o se non altro avevano lasciato che si andasse svolgendo, spettatrici non ostili né indifferenti. Ma laggiù nell’isola, dove il clero viveva ancora delle passioni civili del popolo, i sacerdoti in generale erano caldi patriotti.
Quel monaco si chiamava fra Pantaleo. Era un bello e robusto giovane di forse trent’anni, che parlava come se fosse uscito allora da un cenacolo miracoloso, donde avesse portato via il fuoco degli apostoli nell’anima e nella lingua. Piacque ma non a tutti. Tra quella gente dell’alta Italia, v’erano i diffidenti e gli avversi per sistema agli uomini di chiesa; ma poiché Garibaldi accolse bene il monaco, e lo chiamò l’Ugo Bassi delle sue nuove legioni, anche quelli rispettarono il frate e lo lasciarono predicare. Intanto riconoscevano che la parola di lui immaginosa e ardente era una forza di più.
Continuavano ad arrivare squadre alla spicciolata, e tra quello scorcio di giornata e tutta l’altra appresso si poté calcolare alla grossa che quegli insorti fossero già due migliaia. Non dovevano essersi mossi da lontanissimo, anzi era da presumersi che fossero tutti della estrema parte occidentale dell’isola; dunque una volta che Garibaldi si fosse avanzato verso il centro, si sarebbe trovato tra popoli che avrebbero fatto levar su il fiore della gioventù pronta a seguirlo. Frattanto quelli che erano già lì si mostravano ossequenti, guatavano con occhio cupido i fucili del Mille, che per quanto meschini erano sempre armi da guerra; ma discorrendo di fatti d’arme, essi così saldi a star al fuoco e a sparar da fermi contro il nemico, essi così destri e fieri nei loro duelli ad armi corte, se sentivano parlar d’attacchi alla baionetta, quasi raccapricciavano.
Piovve dirotto tutta la notte tra il 13 e il 14, e poi tutto quanto questo giorno con tedio grande e grande stizza di tutti, perché il mal tempo li faceva indugiar lassù in quell’ozio. Ed essi erano tormentati da un desiderio inquieto di trovarsi alla prima prova, per esperimentare il nemico con cui avevano da fare, e di cui, non sapendo nulla di preciso, sentivano dir le cose più stravaganti. Neppur dagli avamposti avevano segno che fosse in movimento. Che faceva?
Il nemico
Da Palermo, sin dall’alba del 6, era partita una colonna comandata dal generale Landi, vecchio di settant’anni, promosso di fresco a quel grado. Da soldato egli aveva combattuto contro le rivoluzioni siciliane, sin da quella del 1820, ed era venuto su grado grado in quella milizia stagnante, che sentiva d’essere mantenuta più per assicurare il Re contro i sudditi che per difendere il Regno. Questo se ne stava infatti sicuro, coperto com’era dallo Stato pontificio e protetto dal mare.
Quel Landi era un uomo pio. In marcia si era fermato a sentir messa a Monreale, per santificare la domenica, proprio quella domenica in cui Garibaldi con la spedizione faceva il suo primo giorno di mare. Poi, continuando la sua via molto adagio, andando in carrozza alla testa della sua colonna, il 12 aveva fatto sosta in Alcamo. Di là partito la notte per Calatafimi, v’era giunto la mattina del 13, appunto mentre Garibaldi saliva a Salemi. Da Calatafimi aveva scritto lettere dogliose al Comandante in capo dell’isola, annunziando che prima di marciar su Salemi, dove sapeva trovarsi una banda di ‘gente raccogliticcia’, voleva aspettare un battaglione del 10° di linea che gli avevano promesso. Ignorava ancora lo sbarco di Garibaldi, ignorava che quelle genti raccogliticce erano i Mille con Garibaldi in persona. Ma, il 14 sapeva già qualche cosa di più, e scrivendo parlava di ’emigrati sbarcati’. Si proponeva d’andare il 15 ad attaccarli. Poi risolse d’aspettar a Calatafimi, “posizione tutta militare, molto vantaggiosa all’offensiva ed alla difensiva ed essenzialmente necessaria ad impedire che le bande si scaricassero su Palermo da quel lato della Consolare”. E il 15, fermo nel suo proposito, scriveva che “tentare un assalto a Salemi sarebbe un’imprudenza ed un avventurare la colonna fra la imboscata nemica.” Mostrava dunque di ignorare il numero degli avversari ma di temerli: e veramente spie la Sicilia non ne diede a lui allora, né ad altri dopo; però egli li chiamava già ‘Garibaldesi’. Tuttavia non nominava Garibaldi quasi che a scriver quel nome temesse di vedersi apparir lì innanzi il terribile uomo. Forse ripensando al passato, rammentava che quel giorno stesso cadeva l’anniversario di due grandi fatti: il 15 maggio del 1848, re Ferdinando spergiuro aveva fatta far la strage nelle vie di Napoli, chiuso il Parlamento, tradita la nazione; il 15 maggio del 1849, oppressa la rivoluzione in tutta la Sicilia, il generale Filangeri era entrato in Palermo vittorioso. E rammentando, forse quel povero Landi sperava.
*
Non si potrebbe dire se Garibaldi, pensando anche egli a quelle date, abbia aspettato quel giorno 15 come una scadenza di buon augurio. Un po’ preso da certi fili era egli pure, e spesso la sua bella stella Arturo guardata da lui gli aveva fatto venir su dal cuore il consiglio buono. Comunque sia, all’alba del 15 maggio, fatto leggere alle compagnie un suo ordine del giorno che piantava nei cuori le risoluzioni supreme, mise il suo piccolo esercito in marcia.
Le compagnie mossero con la sinistra in testa, e così andava innanzi alle altre la 8° bergamaschi; orgoglio di Francesco Nullo e di Francesco Cucchi, gran ricco questi che dato di suo largamente a denaro, adesso era pronto a dar l’anima. Ma i carabinieri genovesi la precedevano, e le guide erano già assai più oltre di questi. Discendeva quella gente da Salemi per le giravolte che fa la via calandosi nella valle; e Garibaldi, fermo ancora appena fuor da Salemi lassù, a quei che giunti a mezzo la china si volgevano a guardarlo, pareva librato nell’aria. Il popolo della cittadetta affollava il ciglio del monte attorno alle mura, e gridava a modo suo gli augurii a chi se n’andava… Certamente quello sarebbe stato giorno di battaglia, e molti di quegli uomini che partivano non avrebbero veduto andar sotto quel sole che nasceva.
Coi Mille camminavano le squadre. Ed essi non già più così, ma le chiamavano ‘Picciotti’, dilettandosi in questo nome paesano che pareva l’espressione del confidente abbandono con cui quegli uomini si erano messi nelle mani di Garibaldi. Per vezzo chiamavano ‘Picciotto’ qualcuno delle compagnie che avesse tipo più di meridionale: carissimi pel gran valore militare, ma dolci a ricordare anche per questa cosa da nulla, Ferdinando Secondi da Dresano studente di legge e Giuseppe Sisti da Pasturago studente di matematica, della compagnia Cairoli. Parevano proprio nati dalla più bella gente aristocratica dell’isola. Altri d’altre compagnie si erano fin vestiti da ‘picciotti’; bellissimo tra tutti Francesco Margarita da Cuggiono che col berretto frigio nero, con la giacca mezza fatta di peli e cosciali pure fatti di pelle, pareva un tipo di baronetto da star bene in uno di quei feudi là intorno. Avevano smesso i panni di gala e i cappelli a cilindro, alcuni che s’erano imbarcati a Genova forse appena usciti dal teatro o da qualche salotto, e anch’essi vestivano alla siciliana.
Dal capo alla coda della colonna, correva come un fluido che fondeva sempre più in un sentimento di forza e d’allegrezza tutti quegli animi; e via via che la colonna avanzava, pareva che ognuno fiutasse nell’aria la misteriosa presenza del nemico. A un certo punto, si ripiegò sulla colonna un drappello di uomini che scendevano da certi pagliai fuori di mano nella campagna. Parevano irati.
Erano quelli della mezza squadra della Compagnia Bixio, che andati agli avamposti da quarantott’ore, erano stati via sotto la pioggia e fin senza pane. Raccontavano che poco avanti era capitato a trovarli lo stesso Bixio, e che li aveva assai bruscamente ripresi, come se avessero avuto qualche gran torto. Ma essi, pazienti, da quel terribile che non mangiava, non dormiva, tempestava giorno e notte non lasciando quiete neppur le pietre, si erano lasciati dir tutto; e ora lieti di ricongiungersi ai compagni, vi portarono in mezzo la gran notizia, Sì! Il nemico doveva essere, anzi era certo non lontano, già in posizione. Dunque tra poco la battaglia.
E intanto si vedevano le squadre dei ‘Picciotti’ svoltare per le vie traverse, anche i cinquanta o sessanta che andavano a cavallo, e allontanarsi, pigliare i monti. Dove andavano? Nessuno ci capiva nulla.
La bandiera
Durante una breve sosta, che fu fatta fare alla colonna, passò l’ordine di mandar la bandiera al centro della 7° Compagnia, quella del Cairoli. Da Marsala fin là, quella bandiera l’aveva custodita la 6° del Carini. E la portava Giuseppe Campo palermitano, uno che nell’ottobre avanti aveva tentato la rivoluzione a Bagheria presso Palermo, e che lasciato quasi solo era fuggito dall’isola a Genova. Ma ora tornava portabandiera dei Mille. Egli dunque con sei militi della 6° andò al centro della 7° salutato da questa con molto onore. E allora alla bandiera fu tolto per la prima volta l’incerato da Stefano Gatti mantovano. Sfavillarono al sole da una parte del drappo, ricchissimi nei tre colori, emblemi d’argento e d’oro che figuravano catene infrante e cannoni ed armi d’ogni sorta, con su un’Italia, in forma d’una bellissima donna trionfante colla corona turrita. E dall’altra parte, a lettere romane trapunte in oro, spiccava questa leggenda:
A GIUSEPPE GARIBALDI
GLI ITALIANI RESIDENTI A VALPARAISO
1855.
Su tre grandi nastri pendenti dalla cima dell’asta tutto bullettine d’oro, brillavano pure d’oro tre parole che allora facevano sospirare come roba da sogni impossibili ad avverarsi, tre cose che ora perché si hanno pare siano sempre esistite: ‘Indipendenza, Unità, Libertà’. Allora volevano esprimere semplicemente delle speranze e dei voti, ma dicevano insieme che i donatori di quella bandiera, in quelle terre d’America da dove veniva, tra i nativi e gli stranieri, sentivano più amari che in Italia il rammarico, la vergogna, il danno di non avere un nome patrio come gli inglesi, i francesi, gli spagnuoli, tutti gli europei emigrati come loro, pur sentendosi, da lavoratori, pari e forse migliori. Ciò forse avevano voluto significare a Garibaldi, mentre egli dolente era passato pei porti del Pacifico: ed egli ora in quell’angusta valletta siciliana, tra gente nata e tenuta nell’ignoranza dell’esistenza d’un’Italia, sventolava quella bandiera e gettava le sorti della nazione.
Fatto un altro po’ di cammino, la colonna giungeva a Vita, piccolo borgo, case rustiche, molte catapecchie, una chiesa. Parecchi di quelli che posarono l’occhio su quella chiesa, non immaginarono di certo che la sera di quel giorno vi sarebbero stati portati dentro feriti, a patire, a veder morire, a morire. Faceva brutto senso veder la gente di quel borgo fuggire a gruppi, a famiglie intere, trascinare i vecchi e pigliare i monti, carica di masserizie, mandando lamenti. Pareva che fuggissero a un’invasione di barbari. Ma quella gente sapeva cosa c’era là vicino e ricordava eccidii recenti. La colonna traversò il borgo, e poco distante fece alto.
Passò Garibaldi frettoloso; domandò se le Compagnie avessero mangiato; se no, mangiassero pure. Ma che cosa? Senza scomporre troppo gli ordini, e anche ridendo giocondamente, chi volle si adagiò, e si misero tutti a sbocconcellare il loro pane: molti sbrancarono alquanto in certi piccoli campi di fave lì ai lati della via, e con quel companatico fecero il loro pasto.
Allora furono viste alcune Guide tornar trottando per lo stradale che si stendeva innanzi. Tra quelle il sessagenario Alessandro Fasola pareva ringiovanito. Poi fu un correre di cavalli dal luogo dove stava Garibaldi alle Compagnie, e subito s’udirono due squilli di tromba. Tutti a posto e via come stormi, pigliarono quasi a volo un colle a destra brullo, ronchioso, arso dal sole. Vi si piantarono in cima ordinati.
E di lassù, oltre una breve convalle, forse a duemila metri, videro su di un altro colle rimpetto schierato il nemico. Era un balenio d’armi che coronava la vetta gran tratto; due macchie scure parevano due cannoni; certe linee nette profilate nel fianco del colle facevano indovinare dei terrazzi sostenuti forse da muri a secco; filiere di fichi d’India rotte qua e là si spandevano dal ciglio d’alcuni di quei terrazzi; forse nascondevano delle linee di soldati. Su di un balzo del colle sorgeva una casetta; pochi alberi grami lassù; in molti punti pareva la roccia nuda.
Di là da quel colle facevano sfondo alti monti. Grigio, con aspetto più di rovina che d’abitato, si vedeva lontano in alto, a pie’ d’un castello, un gruppo grande di case, che non si sapeva ancora chiamare Calatafimi. Nelle gole dei monti a sinistra formicolavano turbe di gente; le squadre partite da Salemi erano anch’esse lassù; ogni tanto vi scoppiavano delle grida.
E quelli dall’altra parte, i napolitani, videro anch’essi e lo narrarono poi per anni. Videro quella linea che s’era formata rimpetto a loro con movimenti non soliti tra gli insorti, rotta a tratti da macchie rosse. E stupirono. Non capivano cosa volessero dire, o dubitavano che quei rossi fossero casacche di galeotti fuggiti da non sapevano quale bagno. I soldati ignoravano che fosse là Garibaldi, ma s’accorgevano d’essere dinanzi a gente che doveva sapere star in battaglia.
Mancava poco al mezzogiorno.
Il combattimento
Dal 1814 quando i napolitani di Murat salirono fino al Po, senza saper bene se si sarebbero incontrati amici o nemici coi loro vecchi commilitoni dell’esercito italico del Viceré Eugenio; e poi si offesero scambiando con essi delle cannonate: da allora non si erano più trovati di fronte italiani delle due parti estreme, armati per darsi battaglia. L’ora dunque era solenne.
I due piccoli eserciti stettero ancora un pezzo a guardarsi. Garibaldi su di una sporgenza del colle, tra certe rocce che gli facevano riparo dinanzi a mezzo la persona, stava con Turr, Sirtori, Tukory, osservando il nemico. Aveva dato l’ordine di tener chete le Compagnie che non sparassero, e queste stavano chete, anzi a terra sdraiate.
I Carabinieri genovesi erano stati messi avanti a tutti, già un po’ più giù nel pendio verso il nemico: dietro di loro la 8° e la 7° Compagnia giacevano stese in cacciatori a quadriglie, e così era formata da loro la prima linea. La 6° e la 5° Compagnia sul ciglio del colle, sdraiate anch’esse in ordine aperto formavano la seconda linea; tutto il battaglione di Bixio, e cioè la 4°, la 3° e la 2° Compagnia, stavano in riserva sul versante dalla parte di Vita, ma solo pochi passi dal ciglio; più in giù, quasi alla falda, era rimasta la 1° Compagnia, quella di Bixio, il quale la aveva lasciata al suo luogotenente Dezza. Egli si era portato avanti forse per trovarsi sempre vicino al Generale, per non perderlo di vista mai, quasi che in caso di sconfitta si sentisse di salvarlo, o, non lo potendo, volesse morirgli al lato.
Passavano le ore, e Garibaldi, che di solito preferiva assalire, non si risolveva all’attacco.
Sperava forse che nelle file nemiche si destasse qualche sentimento italiano? Chi lo sa! Ma si può crederlo perché aveva ordinato di portar nel punto più alto la bandiera tricolore, e di farla sventolare. Ad ogni modo sembrava che avesse risolto cavallerescamente di lasciar ai Napolitani il vanto d’assalir primi.
E verso il tocco squillò una tromba napolitana. Uno dei garibaldini, certo Natale Imperatori della 6° Compagnia Carini, che conosceva quella sonata, disse subito: “Vengono i Cacciatori!”
E difatti, contro il grigio e il verde del suolo, furono viste prima come un formicolio, poi più nette, spiccate le divise cilestrine discendere alla sfilata, agili, giù pei terrazzi del loro colle, serpeggiando tra i ciuffi di fichi d’India. Erano addirittura due Compagnie. Giunti all’ultima falda del colle, s’avanzarono pel po’ di spazio che faceva la valletta, e cominciarono i loro fuochi di sotto in su contro i garibaldini della prima fronte. Questi erano i Genovesi. Chi li poteva tenere che non rispondessero al fuoco delle quadriglie? Pure durarono un pezzo senza sparare e peritissimi al tiro giudicavano impediti i nemici le cui palle passavano miagolando molto in alto: ma alla fine cominciarono anch’essi con le loro carabine di pochissimo scoppio, ma secco, acuto, e le palle andavano al segno. Allora quei Cacciatori si arrestarono a scambiare ancora pochi tiri, così da fermi, coi Genovesi. Ma subito le trombe garibaldine suonarono l’attacco alla baionetta. Bisognava levar le Compagnie dalla tentazione di sprecar di lassù le munizioni, perché i più non avevano che dieci cartucce, e i fucili non portavano più che a quattrocento metri. Le Compagnie, a quegli squilli, balzarono ritte come sorgessero dalla terra improvvise, e si rovesciarono giù dal colle una dietro l’altra, correndo scaglionate oblique giù per la china, ma mirabilmente composte, poi s’allargarono in ordine sparso, quando i cannoni napolitani cominciarono a trarre granate.
Lo narrarono poi molti che stavano allora nelle file nemiche. Quel movimento, fatto così di lancio e con sicurezza da veterani, produsse in loro un effetto indicibile. Ma non si sgomentarono. E fu bene, perché per la loro mirabile resistenza meritarono d’esser lodati nell’ordine di Garibaldi il giorno appresso; e la lode poté forse sugli animi più della stessa vittoria riportata da chi li lodava.
Così il bel fatto d’arme era cominciato.
In un lampo le due Compagnie di Cacciatori furono spazzate via, lasciando esse alcuni caduti in quel fondo, bei giovani d’Abruzzo, di Calabria, di chi sa quale di quelle terre delle rivoluzioni gloriose e infelici. Sul berretto elegante a barchetta, portavano il numero 8 – 8° Cacciatori! – E indossavano delle divise di tela cilestrina, giubba corta, elegante, su cui s’incrociavano pittorescamente le corregge degli zaini e della fiaschetta a zucca, schiacciata e foderata di cuoio. La loro carabina, pei tempi d’allora, era perfettissima, e la daga baionetta faceva pensare a quelle terribili degli zuavi. Poveri ragazzi!
Come fanno stringere il cuore l’eleganza delle divise indosso ai morti sui campi, e quelle cose e quei numeri e quei nomi dei corpi! Coloro che giacciono non hanno più né vita né nome, né paese né nulla: a casa loro i parenti non sapranno la zolla che beve il loro sangue, né l’erba su cui spirarono l’ultimo fiato. Solo non li vedranno mai più; essi son morti.
Triste cosa la guerra! Ma allora pareva ancora bella perché vi si poteva patire, morire, per far trionfare un’idea, più che perché vi si potesse provar la gioia e la gloria di vincere.
Rispettate i nemici, rispettate i feriti! – gridò Francesco Montanari di Mirandola, caduto per grave ferita su quel colle – sono italiani anch’essi! –
E la sua faccia severa, quasi dura e in quel momento contratta dal dolore, parve trasfigurata da quella sua sublime pietà.
A che ormai descrivere il fatto d’armi di Calatafimi?
Le battaglie, da quelle che descrisse Omero all’ultima della storia moderna, si somigliano tutte. Sono furia d’uomini contro uomini che s’avventano gli uni agli altri, dandosi a vicenda da vicino o da lontano la morte, con più o meno arte, secondo i tempi. Cortesi fin che si vuole, i combattenti son sempre ancor poco diversi “dagli uomini sul vinto orso rissosi.”
Eppure leggiamo rapiti dalle narrazioni, ammirando fatti che in sé sono atroci, e ci esaltiamo e chiamiamo magnanimo tanto chi dà come chi riceve la morte in campo. Ci pare sovrumano il maresciallo Ney a Vaterloo, quando nella tragica ora della sconfitta già imminente, grida con voluttà disperata che vorrebbe tutti nel petto i proiettili dei cannoni inglesi rombanti nell’aria. Sublime ci pare quell’oscuro lanciere francese, che là, in una delle ultime cariche di cavalleria, gittò la sua lancia in mezzo a un quadrato inglese, per andare a raccattarla come per gioco in quel quadrato; e spronò e balzò e cadde egli e il suo cavallo sulle siepi di baionette, schiacciando altri e morendo. Chi mai ci pare più grande di lord Cardigan, quando ricevuto l’ordine di assalire la batterie russe a Balaclava, sa che vi morrà egli, l’ultimo di sua schiatta, forse con tutti i suoi seicento cavalieri; ma snuda la spada e gridando: “Avanti, ultimo dei Cardigan!” galoppa alla morte come se volasse al cielo?
Ma quel Montanari e quel suo grido, son ben più degni di storia.
Quello di Calatafimi fu fatto d’arme che appena potrebbe stare come frammento episodico di una di quelle grandi battaglie. Eppur e per l’importanza e per l’influenza sua sulla vita della nostra nazione, conta quanto e forse più di ciascuna d’esse per le altre. E il Generale? L’arte di Garibaldi, mirabile già nell’aver saputo creare in tutti i suoi un sentimento profondo, sicuro, superbo della loro situazione, nei tre giorni avanti; in quello del fatto d’armi, stette tutta nell’averseli tenuti stretti nel pugno come un fascio di folgori, fino al momento in cui, non essendo più possibile in nessun modo lasciare il campo non vincitori, poté abbandonar ognuno al comando di sé stesso, certo egli che da quel momento si sarebbero svolte le più recondite virtù e le forze e l’ingegno d’ognuno, dalla calma pontificale di Sirtori al furore di Bixio, all’impeto geniale di Schiaffino, all’audacia di Edoardo Herter, d’Achille Sacchi, di cento altri, e, si può dire di tutti, perché un codardo che è uno, in quell’ora, in quel luogo, non ci poté più essere. E il merito di questo miracolo fu tutto del Generale. L’anima sua era entrata, era presente in tutte quelle anime, fosse egli in qual si volesse punto del campo. Due momenti della pugna furono esclusivamente suoi: uno, quello di quando Bixio, che era Bixio, osò domandargli alla maniera sua se non gli paresse il caso di battere in ritirata, ed egli rispose che là si faceva l’Italia o si moriva: l’altro, quello dell’ultimo assalto, quando tutti rifiniti boccheggiavano sotto il ciglio del colle, su cui si erano ridotte via via risalendo le schiere nemiche scacciate da terrazzo a terrazzo in su. Là disperavano tutti, non egli, che parlando pacato andava per le file come un padre con gli occhi rilucenti di lagrime: “Riposate, figliuoli, poi un ultimo sforzo e abbiamo vinto.” Fu in quel momento che lo colpì nella spalla destra uno dei sassi che i borbonici facevano rotolar giù; ma egli non degnò mostrare d’essersene accorto, e continuò a mantenere quell’aria sicura che creava la sicurezza altrui, in quel quarto d’ora in cui, se i borbonici avessero osato rovesciarsi giù alla baionetta, in più di duemila quanti erano ancora, la rotta era sua. Essi invece, raccolti lassù, urlavano: ‘Viva lo Re’; rotolavano sassi, e tiravano schioppettate a chi si faceva su dal ciglio a guardare. Uno di questi fu Edoardo Herter da Treviso, medico di 26 anni. Pareva una damigella bionda vestita da uomo, tanto aveva esile l’aspetto, ma i suoi muscoli erano d’acciaio. Parlò con Garibaldi un istante, poi si lanciò su per un greppo.
‘Ah piangerà tua madre!’
fu cantato di lui, e appena su, cadde riverso colpito nel petto a morte.
In quel momento l’artiglieria garibaldina tuonò di giù dalla strada, dove alla fine aveva potuto mettersi a tiro, e un suo proiettile andò a cadere tra i regii. Fu come il segno della ripresa, perché poco appresso si fece come un subbuglio, e fu gridato: “La bandiera, la bandiera in pericolo!” E la bella bandiera di Valparaiso fu veduta salire, come se andasse da sé, trascinando dietro ai lembi delle sue pieghe quanti vi s’affollavano presso.
Passata dalle mani di Giuseppe Campo a Elia, a Menotti, a Schiaffino, ora Schiaffino la portava all’ultima prova. E giù, staccati dalla loro fronte, uno stormo di napolitani corsero per pigliarsela. Allora le si formò un viluppo intorno, cozzo breve, fiero, feroce, vera mischia; e la bandiera sparì, lasciando uno dei suoi nastri nel pugno di Gian Maria Damiani. E Schiaffino, il superbo nocchiero del Lombardo, giacque là morto.
E’ questo il momento d’annunziarmi una pubblica sciagura? – gridò Garibaldi a chi gli dava notizia di quella morte. Ma proprio in quel momento, in un altro punto della battaglia scoppiava un urlo di gioia… Un cannone era preso. Fumigava ancora la sua gola dell’ultimo colpo sparato contro quelli che vi s’erano lanciati su primi, primo Achille Sacchi da Pavia, giovanetto di diciassett’anni, che cadde già con le mani sulla volata di quel pezzo e giacque morto.
“Ancora uno sforzo!” e lo sforzo era fatto. Erano balzati su fino i moribondi; l’ultimo assalto alla baionetta fu veramente meraviglioso. I napolitani non vi ressero, si volsero, rovinarono via.
Non però tutti in fuga. Avevano cominciato i Cacciatori e i Cacciatori finivano. Mentre la fanteria e i Carabinieri napolitani si ritiravano confusi giù pel declivio del colle perduto; quei Cacciatori, come stessero in un campo a istruirsi, facevano le loro fucilate a quadriglie, allontanandosi lentamente. Fin Garibaldi stette a mirarli un pezzo, in quelle loro belle mosse; ma poi diede ordine di caricarli a una delle Compagnie che appena conquistato il colle, già si erano quasi riordinate intorno ai loro ufficiali. Corse la 6°, Carini. E quell’ultimo strascico del fatto d’arme fu presto levato. Tutta la colonna borbonica si sprofondò nel vallone, sparì un momento, poi ricomparve di là. Saliva l’erta per Calatafimi. La chiudeva un manipolo di cavalli, forse mezzo squadrone, che durante il combattimento s’era tenuto giù sullo stradale, certo aspettando di potersi gettare sui nemici vinti a sciabolarli. Invece ora proteggeva la ritirata ai suoi. Dal campo di battaglia fu vista quella gente serpeggiare su per l’erta lunga, stendersi e di nuovo sparire poi più su, a poco a poco, in Calatafimi.
Dopo la vittoria
Sul colle conquistato riposarono i vincitori. E cominciò subito la raccolta dei feriti gravi, che non avevano più potuto reggersi, e giacevano giù pei fianchi del colle, molti, troppi, per un fatto di così pochi combattenti e di così corta durata. Tra grave e non gravi erano 182, i morti 31. Le ferite erano orribili, lacerate, larghe, massime quelle fatte dalle palle ogivali cave dei Cacciatori. Pochi napolitani che i loro non avevano potuto portar via, si lasciavano pigliar su meravigliati di vedersi trattati bene, mentre s’erano forse aspettati d’essere uccisi. All’allegrezza della vittoria si mescolava così quella grande malinconia. E s’era messo un vento freddo che faceva frizzar la pelle. Calavano intanto dalle montagne le squadre dei ‘Picciotti’, e invadevano il campo di battaglia, meravigliati anch’essi del combattimento contemplato dall’alto, come dai gradini d’un anfiteatro una lotta di gladiatori.
Garibaldi guardava sempre una strada che da ponente, per una gola, metteva in quella specie di conca da cui sorgevano su i due colli, quello della sua posizione del mattino e quello conquistato su cui si posava coi suoi. Forse temeva l’arrivo di un corpo nemico da Trapani. Ma aveva fatto mettere gli avamposti, e dato l’ordine a Bixio di collocare le artiglierie. Aveva anche già detto di voler salire a Calatafimi il giorno appresso, e sapeva lui per quali vie si sarebbe incamminato. Per quella fatta dai Napolitani nella ritirata no certo: e questo capivano tutti, perché tentar un attacco da quella parte sarebbe stata una follia. Ma egli era allegro in viso, e ciò bastava.
Uno strano sentimento, che tutti dovettero provare, ma di cui si accorsero e se lo spiegarono per dir così solo i più raffinati allora e molto di poi anche gli altri, ripensando a quelle ore, fu quello dell’isolamento in cui si trovavano. Non erano passati che dieci giorni da quando avevano lasciato Genova, eppure pareva loro d’essere via da mesi e mesi, d’aver navigato molto, d’aver camminato molto, d’esser già quasi gente dimenticata. Si sapeva nell’Alta Italia che erano sbarcati, che erano stati accolti bene? Qualche spirituale forza dava almeno in quel momento un senso vago del dove si trovavano e della loro vittoria? A Milano, a Genova, a Torino e nella Venezia gemente in mani austriache, per tutti i borghi e i villaggi da dove qualcuno d’essi s’era mosso, cosa si pensava, cosa si sperava, cosa si temeva per loro? Ah! Un filo di telegrafo per mandare la gran notizia alla patria e riceverne una parola. Certo da Napoli sarebbe taciuta o mandata pel mondo svisata, falsata la notizia della battaglia a far piangere.
E intanto erano scene di gioia, come a rivedersi dopo anni ed anni, nell’incontrarsi fra loro amici di casa, di scuola, di Compagnia che si erano perduti di vista durante il combattimento e che si ritrovavano sani e salvi. Ed erano lamenti per i caduti, il tale giù ai primi colpi, il tal altro a mezzo al colle, un altro addirittura in cima quasi in braccio ai nemici. Andavano a cercarli, a guardarli, a baciarli. E così i nomi dei morti e dei feriti, il modo, il come, il dove, il quando, tutti i particolari se li scambiavano, e parlavano commossi, ma tuttavia ancora con un po’ del sentimento egoistico d’essere usciti salvi dal pericolo in cui altri aveva lasciato la vita. Si sa; il vero dolore, quello grande e sincero viene dopo, quando il sangue si è rimesso in calma e la pietà si ridesta.
Tra le Compagnie che si erano riordinate, si faceva un gran parlare dell’importanza del fatto; qua e là in quel campo ci parevano dei piccoli Parlamenti. Quelli che avevano sentito Garibaldi, quando aveva detto a Bixio: “Qui si fa l’Italia o si muore,” commentavano le solenni parole, e pareva proprio a tutti di sentirsi piantato in cuore che il fatto d’armi, piccolo in sé, era già come un’ultima battaglia risolutiva, da combattersi ancora sì, non si sapeva dove né quando, ma già vittoriosi. E ciò voleva dire l’Italia fatta sin da quel giorno, su quel colle.
Il qual colle aveva tuttavia un nome di malaugurio. Era stato subito detto che si chiamava ‘Pianto dei Romani’, perché ivi, più di duemila anni indietro, questi erano stati vinti dai Segestani e dai Cartaginesi. Ma quel nome di mestizia era un’invenzione, o per lo meno una interpretazione errata. ‘Pianto’ non è che il vernacolo siciliano ‘Chiantu’, o piantamento di viti; e uno n’era stato fatto far su quel colle da un’antica famiglia Romano. E difatti, quei tali terrazzi dovevano essere stati fatti per dei poderosi filari di viti, sebbene allora vi si vedessero soltanto arbusti grami, e piante che esalavano un tristo odore di cimitero. Così, e durante il combattimento, aveva detto il livornese Giuseppe Petrucci della compagnia Bixio, facendo parer ai vicini di fiutar davvero un’aria di morte.
*
La notte calò rapida come nelle giornate più corte dell’anno. E in quel crepuscolo fu commovente veder un gruppo di sei o sette Francescani, i quali dopo aver combattuto fino con tromboni, partivano per tornare al loro convento. Erano accorsi là da Castelvetrano. A quell’ora se ne andavano giù dal colle nei loro tonaconi grossi, con le loro armi in spalla, seri e tranquilli, come se tornassero da aver fatto la questua tra quei soldati che avevano fame, e stavano divorando pane e cacio distribuito in fretta già quasi nel buio. Poi le Compagnie si addormentarono.
Al tocco dopo la mezzanotte la sentinella dell’avamposto verso Calatafimi diede l’alto a due persone che le venivano incontro.
– Amici, galantuomini di Calatafimi.
– Avanti. –
Tutto l’avamposto fu subito in piedi.
– Cosa volete? –
Con l’anima nelle parole, quei due galantuomini recavano che i Napoletani avevano abbandonato Calatafimi, marciando verso Alcamo, che stava di là, di là…
La notizia era lieta. Levava la gran preoccupazione di ciò che sarebbe potuto avvenire il giorno appresso. Da Palermo, a quell’ora, poteva già esser giunto per nave a Castellamare un corpo di aiuto ai vinti, e con tutta comodità aver marciato da Castellamare a Calatafimi. Ora se i Napolitani se n’erano invece andati, ciò voleva dire che a Palermo non c’era un generale che avesse occhi. Bene, bene! Quei galantuomini furono condotti da Garibaldi, che stava ben desto nella casupola sul colle, e che gli accolse con gioia. Fatta l’ambasciata, volevano tornarsene; ma egli, non li volendo lasciar esporsi a pericoli, se li tenne fino al mattino. Avrebbero marciato con lui. Ed essi non s’accorsero che forse diffidava di loro, tanto era buona e incredibile la notizia che gli avevano portato.
*
Nel brivido che dà l’alba, prima ancora che le trombe suonassero le sveglie, molti di quei militi, mezzo intirizziti dalla gran guazza, giravano già pel campo a rivedere i morti. Di questi ve n’erano che parevano dormirsene sicurissimi d’essere svegliati a lor tempo, tanta era la pace che avevano nel volto. Così Giuseppe Belleno, così Giuseppe Sartoriio, tutti e due Carabinieri genovesi; questo colpito nel petto proprio nel momento che fulminava un gran fante borbonico, mirato a prova da lui. Aveva data e ricevuta la morte in un punto. Poco discosto giaceva Ferdinando Cadei di Caleppio, bel giovane di ventun’anno, che adagiato sul fianco destro pareva sogguardasse timidamente. Carlo Bonardi da Iseo non si trovava più nel luogo dov’era caduto e rimasto morto bocconi, né per quanto gli amici suoi cercassero là attorno vedevano le sue larghe spalle da atleta, né il mantello che portava rotolato a bandoliera ancora nell’ultimo istante. Cosa n’era mai stato? Invece il gran Schiaffino copriva ancora la terra là dove l’anima sua lo aveva lasciato. Era solo un po’ scolorito in viso. In uno dei punti, dove la resistenza del nemico era stata più forte, giaceva Luciano Marchesini da Vicenza, col capo su d’un sasso nero che pareva un libro. “Come il Battaglia l’anno scorso a San Fermo!” diceva Odoardo Rienti da Como. E narrava di Giacomo Battaglia poeta, che combattendo tra i Cacciatori delle Alpi cadde a San Fermo colpito in fronte, e tratto di tasca un suo Dantino se lo pose sotto il capo e sul poema divino spirò. Un po’ più in su, e proprio sulla cima del colle, dove erano stati fatti gli ultimi colpi, giaceva come un assiderato Eugenio Sartori da Sacile. La morte che, toccandolo quasi per saggiarlo a Venezia nel ’49, lo aveva lasciato tornare alle mense patriarcali di casa sua, se l’era preso lì. Egli no, non pareva in pace! Gli occhi non gli si erano ancora chiusi, e, dopo tante ore, il suo viso esprimeva sempre una gran collera da battaglia.
E via via cercati così, i morti furono rivisitati quasi tutti. Ma alla fine bisognò pure che i vivi gli abbandonassero. Sarebbero poi venuti i seppellitori a scavare a ogni morto una buca lungo il corpo, ve l’avrebbero fatto rivoltar giù forse con malgarbo, poi o sul corpo o sul dorso, poche badilate di terra e addio. Un dì, chi sa quando, qualcuno verrebbe a scoprire delle ossa.
*
Le compagnie partirono. E per la stessa china e poi per la stessa erta fatta dai Napolitani la sera avanti, marciarono a Calatafimi. Ivi trovarono la gente ancora scompigliata. Quei poveri abitanti avevano visto dalle loro case, il combattimento del Pianto Romano, e poi i borbonici tornare vinti tra loro. Erano stati gran parte della notte tremando che il mattino portasse loro uno scontro nelle stesse vie della città tra le loro case: invece i borbonici erano partiti. Ma potevano sopraggiungerne di nuovi. Insomma la fisionomia generale era triste. Nella via maestra si trovavano a ogni passo i segni della sosta fattavi dai vinti; nelle poche botteghe, misere assai, non c’era più nulla; quelli avevano portato via ogni cosa.
Ma le Compagnie, a poco a poco, misero un po’ di fidanza e d’allegrezza; tanto più poi nel pomeriggio, quando fu lor letto l’ordine del giorno di Garibaldi. Era uno de’ suoi più eloquenti, e parve la voce di tutta la patria.
“Soldati della libertà italiana, con compagni come voi io posso tentare ogni cosa, e ve lo mostrai ieri conducendovi alla vittoria contro un nemico superiore per numero e per le sue forti posizioni. Io avevo contato sulle vostre fatali baionette, e vedete che non mi sono ingannato.
“Deplorando la triste necessità di dover combattere soldati italiani, debbo confessare d’aver trovato una resistenza degna di causa migliore. E questo vi mostra quanto noi potremo fare, quando l’intiera famiglia italiana sarà riunita intorno a una sola bandiera.
“Domani il continente italiano sarà parato a festa, per la vittoria dei suoi liberi figli e dei nostri prodi siciliani.
“Le vostre madri, le vostre amanti, usciranno nella via superbe di voi, con la fronte alta e radiante.
“Il combattimento ci costò molti cari fratelli, morti nelle prime file; e nei fasti della gloria italiana risplenderanno eternamente i nomi di questi martiri della nostra santa causa.
“Paleserò al nostro paese i nomi dei bravi che con sommo valore condussero alla lotta i più giovani e i più inesperti militi, e che domani li guideranno alla vittoria su altri campi, a rompere gli ultimi anelli delle catene che tengono avvinta la nostra Italia carissima.”
I nemici! Ve n’erano in Calatafimi parecchi, feriti il giorno avanti e abbandonati là, perché per via avrebbero patito troppo. I vincitori andavano a trovarli nelle chiese e nei conventi, li confortavano, li carezzavano. Ed essi dicevano che non sarebbero più tornati alle loro bandiere. Cominciava già allora la fratellanza; solo qualcuno guatava bieco e mormorava sdegnoso.
Dai Francescani, prodigava la sua carità un padre Luigi, il quale fu poi amorosissimo nei giorni appresso ai garibaldini portati là da Vita, dove non c’era luogo per tenerli se non ammucchiati come nelle prime ore dopo il combattimento. Forse quel frate si sentì prendere fin da allora da quella forza per cui ebbe il coraggio di spogliar l’abito, di lasciarsi portar via dalla rivoluzione nella vita nuova italiana; e tornato al secolo divenne col tempo uomo di cattedra, uomo di Stato in Roma, dove coloro che lo avevano conosciuto laggiù continuarono a chiamarlo in segreto “padre Luigi”.
Le emozioni del giorno avanti, il bisogno di raccoglimento, la stanchezza, non svogliarono di visitar il paese intorno chi aveva sentimento dei luoghi e delle cose. Uscendo dalla parte occidentale molti andavano in poco tempo alle rovine di Segesta, e vi si appressavano esaltandosi via via. Quelle trentasei colonne del tempio dorico rimaste in piedi come parte di un’opera incompiuta, tanto sembravano recenti; il teatro poco più in là, ispiravano una malinconia magnanima. Era mai possibile che fosse stata abitata da gente così ricca e grandiosa da aver eretto quei monumenti, una terra ora popolata quasi solo di miseri? Quelle colonne parevano vive e pensanti, quel tempio pareva aver ancora un’anima cui facesse dolore vedersi intorno caprai indifferenti, nei quali tuttavia l’uomo antico doveva starsene addormentato. Ora quei visitatori si lusingavano d’essere capitati a svegliarlo.
La marcia ad Alcamo
Garibaldi non perdeva tempo: all’alba del 17 rimise la sua gente in cammino.
Da Calatafimi un’ultima occhiata d’addio al colle del Pianto Romano, poi via per Alcamo. E fu una marcia mattutina di poca fatica anche per quelli dei feriti che, sentendo di potersi reggere, piuttosto che starsene inoperosi, avevano voluto seguire la colonna, chi col braccio al collo, chi con la testa bendata, chi a piede nelle file, chi su quei carri di laggiù storiati di Madonne e di Santi, illustrati da sentenze e leggende paesane. Parlavano dei compagni rimasti a Vita nella chiesa o nelle case, dove mancavano di tutto e pativano, e qualcuno stava forse per morire, sebbene il vecchio Ripari e Ziliani e Boldrini e gli altri medici facessero prodigi d’amore.
Erano cose meste; eppure la campagna meravigliosa metteva nei cuori il proprio rigoglio, onde si sentivano senza troppi rimpianti. Ah che paese! Se quel trionfo di verde fosse venuto crescendo così come pareva, la via doveva menare davvero alla terra promessa. Intanto qualche cosa di paradisiaco si vedeva già. La fama di Garibaldi era andata a rinnovare le fantasie già note altrove; onde, agli sbocchi delle stradicciole campestri che mettevano in quella via, gruppi di donne dinanzi ai loro uomini e coi bimbi al collo o per mano, gli gridavano dei saluti quasi religiosi. Alcune si inginocchiavano, altre dicevano “Beddi!” ai giovani soldati.
Via via andando si scoprivano, tra le biade peste, arnesi militari dei borbonici; e quei villici li additavano imprecando agli ‘schifiosi’ che li avevano gettati nella ritirata. Poi, già nelle vicinanze di Alcamo, comparvero delle carrozze di signori che venivano incontro a Garibaldi, tirate da pariglie superbe. A un certo punto comparve il mare del Golfo così azzurro, sotto un cielo così terso, che tra per quella vista e la bella campagna e il tutt’insieme, fu un’ora di incanto. In qualche gruppo della colonna scoppiarono canti lombardi, di quelli della regione dei laghi.
Quella era proprio la terra degna che vi fosse sbocciato uno dei primi fiori della nostra poesia, perché tutto ciò che vi si vedeva ricordava la ‘Rosa fresca aulentissima’ di Ciullo o di Cielo. Allora la variante non importava. E poi ecco Alcamo con le sue belle case e i suoi giardini coi muri passati dai palmizi, che si spandevano fuori torpidi nel caldo meriggio. Non poteva essersi dato che il delizioso ‘Contrasto’ fosse avvenuto davvero con di mezzo uno di quei muri o la siepe d’uno di quegli orti? Tutto vi pareva così antico!
La città, quasi moresca d’aspetto, quasi mesta, era in festa religiosa, ma pareva allegrarsi a poco a poco, per l’arrivo di quegli ospiti d’oltremare. E poi si esaltò addirittura per un fatto quasi incredibile, di cui si parlava già sin dal giorno avanti in Calatafimi come di cosa avvenuta o da avvenire. Garibaldi si era lasciato indurre da fra Pantaleo a ricevervi la benedizione in chiesa. Egli schiettamente, semplicemente, in mezzo al popolo, si sottomise alla Croce che il frate gli impose sulla spalla, proclamandolo guerriero mandato da Dio. La scena fu un po’ strana, ma il Generale stette con tanta sincerità di spirito, che neppure i più filosofanti della spedizione trovarono nulla a ridire. Fu un lampo di misticismo sprigionato dall’anima di lui, formata d’un po’ di tutte le anime grandi che furono, e anche di quella di Francesco d’Assisi, dietro al quale, nato nel suo tempo, egli si sarebbe scalzato dei primi a seguirlo.
A Partinico
Fu dunque un giorno lieto quello d’Alcamo; ma l’altro appresso, quando la colonna partì acclamata e marciò a Partinico, qual diverso mondo le si apprestava a così breve distanza! Per Alcamo la milizia borbonica battuta a Calatafimi era passata senza che nessuno le si fosse fatto contro per impedirla; ma Partinico la aveva affrontata, e per le vie e per le case era stato un combattimento da selvaggi. A entrare in quella città, parve di affacciarsi a uno degli orrendi spettacoli di strage fra Greci e Turchi della rivoluzione ellenica di quarant’anni avanti.
Proprio sulle soglie della cittadetta, stavano mucchi di morti bruciacchiati, enfiati, in cento modi straziati. E tenendosi per mano a catena e cantando, vi danzavano attorno fanciulle scapigliate come furie, cui faceva da quadro e da sfondo la via maestra nera d’incendi non ancora ben spenti. Le campane sonavano a stormo; preti, frati, popolo d’ogni ceto, urlavano gloria ai militi correnti dietro a Garibaldi, che traversò rapido la città col cappello calato sugli occhi, e andò a posarsi all’altro capo, in un bosco d’olivi, mesto come non era ancor parso in quei giorni. E là gli furono condotti alcuni sodatucci borbonici, rimasti prigionieri in mano dei Partinicotti e salvati a stento da qualche buono; poveri giovani disfatti dal terrore di due giorni passati con la morte alla gola. Consegnati a lui si sentirono sicuri, e piansero e risero come fanciulli.
Sprazzo di sereno nella tempesta, chi si potrebbe tenere dal narrarlo! Garibaldi sedeva in quel momento a pie’ d’un olivo. Aveva appena finito di confortare quei poveri soldati, che gli fu presentato dal capitano Cenni suo carissimo uno dei giovani della spedizione, il quale portava una manata di fragole in un canestrino fatto di foglie. “Generale,” disse il Cenni, “questo cacciatore delle Alpi vi offre le fragole.” Garibaldi guardò Cenni, guardò il giovane, poi sorrise un poco, crollò la sua bella testa e gli domandò: “Di dove siete?” – “Genovese” rispose il giovane quasi tremando. E allora il Generale in dialetto genovese. “E avete ancora la madre?” “Generale sì;” e gli occhi del giovane videro allora molto lontano. “Cosa direbbe – continuò Garibaldi – se fosse qui a vedere che mi piglio le vostre fragole?” Ma intanto tese la mano e ne levò due o tre per gradire, soggiungendo: “Andate, andate, godetevele voi, che vi parranno più buone che a me.”
Dopo non lungo riposo, le Compagnie si rimisero in marcia, allontanandosi quasi con gioia da quel luogo di sangue. Alcuni Partinicotti le seguirono armati di doppiette e di pugnali. Ve n’era uno che pareva di bronzo, tutto vestito di velluto biancastro, con a cintola due pistole. Il Sampieri dell’artiglieria diceva che erano dell’aria di colui i Palicari e i Clefti dei quali egli, nell’esilio suo in Grecia, ne aveva conosciuti alcuni, vecchi ancora di quei di Bozzaris. Si sarebbe detto che quell’uomo non fosse fatto che ad uccidere, e invece a parlargli era buono e anche grazioso. Raccontava quasi scusandosi l’eccidio cui aveva partecipato; e diceva con poesia di Palermo, bella, grande: “Vedrete, vedrete! Il palazzo reale!” E forse tutto il suo patriottismo era per l’isola sua, pel regno, pel piccolo regno di Sicilia, indipendente da tutto il mondo. Seguì la marcia di Garibaldi senza più staccarsi, divenne amico di qualcuno in tutte le Compagnie, portava la letizia in tutti i crocchi e le buone promesse. Nove giorni di poi, il mattino del 27, nell’assalto di Palermo, fu visto l’ultima volta, sotto il Ponte dell’Ammiraglio, disteso morto presso un Cacciatore borbonico, che moribondo egli stesso lo guardava. Forse lo aveva ucciso lui.
Al Passo di Renda
Sul vespro di quel giorno la colonna garibaldina entrò nell’ombra di un anfiteatro di monti, dove si immerse quasi a celarsi. In quell’ora, tutto là intorno pareva minaccioso, dalle falde ronchiose ai profili di quei monti dentati in alto e taglienti. Il po’ di piano traversato dalla strada consolare dava un senso di freddo. E il luogo, al dire dei Siciliani, era infame per istorie truci di masnadieri. Passo di Renda voleva dire pericolo di non uscirne vivo chi vi si avventurasse da solo.
Le Compagnie, rifinite dalla stanchezza e dalla fame, si gettarono in terra ciascuna, per dir così, dove fu fermata; e per un po’ fu silenzio profondo. Ma poi qua e là furono accesi dei fuochi con gli arbusti raccolti per quelle ripe, e intorno ai fuochi quei militi si misero come al solito a sgranocchiare il loro pane. Da otto giorni non si cibavano quasi d’altro che di pane e cacio come il Generale, semplice uomo che faceva divenir semplici tutti e senza voglie, senza bisogni.
Quella sera si mise a dormire in un cantuccio di quell’accampamento, tra corte rocce ferrigne, dove i più novelli tra i suoi andavano timidamente a passargli vicino per guardarlo. Ma era veramente Garibaldi quell’uomo coricato su quella povera coperta, sotto quel mantello, con la sella del suo cavallo per origliere? Ed era Dittatore, e voleva levar via dal trono il Re delle Due Sicilie, egli così povero e che riposava così tranquillo, senza guardie né nulla? Pareva un sogno. Contemplatolo un poco, quei giovinetti se ne tornavano alle Compagnie, a dire che egli dormiva e che perciò tutto doveva andar bene. Ma tutti sentivano di trovarsi a una breve camminata da Palermo, da dove un generale un po’ ardito avrebbe potuto condurre una colonna a sorprenderli; e guai se anche un’altra colonna mandata a sbarcare a Castellamare, per Alcamo e Partinico, per la via stessa che essi avevano fatta, fosse giunta alle loro spalle.
Invece quella notte passò quieta, senz’altra noia che d’un po’ di pioggia. ma all’alba, che bella sveglia! Da un’altura di quell’anfiteatro scese sul campo improvviso un suon di banda, che parve venuta dall’infinito a far una melodia nota, ma tal quale come laggiù non gustata mai da nessuno in nessun teatro del mondo, e nemmeno in cuore dal Verdi, che l’aveva creata. Era il suo bolero dei ‘Vespri Siciliani’. Benedetto lui! L’anima sua tornava a soffiare l’entusiasmo in quei cuori, in quel luogo, come già sul mare da Quarto a Marsala coi canti dei ‘Masnadieri’, col coro del ‘Nabucco’ “Va’ pensiero sull’ali dorate.” Una voce di tenore limpida e potente s’accordò subito ai suoni, adattandovi i bei versi del ‘Giovanni da Procida’ del Niccolini “Le Siciliane Vergini,” e qualche parte del campo applaudiva.
Ripetuta tre o quattro volte, quell’aria dei ‘Vespri’ mise una grande agitazione. E non era più lo scoppio di gioia idillica d’Elena, che nel melodramma scende dalla scalea incontro al coro di fanciulle, che le portano fiori; ma passava come un vento eroico di martirio, che invitasse amici e nemici a morir insieme per la pace del mondo.
Il piccolo esercito si levò tutto; e allora fu un andare verso un punto dove la strada consolare mette da quell’orrido passo alla vista della Conca d’Oro. Tutti si fermavano là incantati. Vedevano giù in basso quel paradiso; e in fondo Palermo che pareva infinita; e nel tremolare della marina un fitto di antenne, navi da guerra certo le più, navi di tutta Europa e forse d’America, corse là per vedervi la gran scena che vi doveva avvenire. Di quella scena essi dovevano essere poi attori! Ma quando, come, con quali sorti? Sapevano che laggiù tra quelle mura stavano ventimila soldati, ma insomma v’erano pure dugentomila cittadini. E alcuni, quasi col sentimento dei diecimila di Senofonte quando scopersero il mare, gridavano: Palermo, Palermo!
Di là, il vecchio Ignazio Calona mostrava gli sbocchi dei monti da dove erano discesi i Napolitani di Florestano Pepe e di Filangeri, nel 1820 e nel 1849. A quelle due rivoluzioni egli aveva partecipato di venticinque anni e di cinquantatré, e si poteva immaginare con qual animo se tanto glie ne avanzava adesso, che ne aveva sessantacinque. E diceva con foco giovanile che nel maggio del 1849, quando Palermo si preparava all’ultimo sforzo per respingere Filangeri già vincitore del resto dell’isola, laggiù nella pianura che si vedeva tra la città e il Monte Grifone, ogni giorno accorreva gente d’ogni ceto a scavar fossati, ad alzar ripari, e che tutti lavoravano insieme signori e plebe, anche le dame e le più nobili fanciulle. A quei discorsi i giovani si esaltavano.
Così per tutta la mattinata fu una grande vivezza nell’accampamento, dove quei militi si facevano giocondamente ognuno da sé le più umili cose; si lavavano le camicie a una gran cisterna, si rattoppavano le scarpe, si ricucivano gli strappi dei panni così mal ridotti, che coloro che avevano indosso i più signorili parevano ormai i peggio vestiti. Ma alle belle persone, al portamento elegante, quella miseria dava quasi maggior risalto. Altri davano una ripulita ai fucili o si ingegnavano di raccomodarne i guasti. I cannonieri stavano intorno ai loro pezzi. Appoggiato alla gran colubrina, Antonio Pievani da Sondrio leggeva il Vangelo, e lo spiegava ad alcuni che aveva intorno. Tutti ascoltavano raccolti e pensosi, e facevano venire in mente i Puritani di Cromwell. Passava qualche scettico, stava un istante, poi se n’andava compreso di rispetto per quel soldato credente.
Ma in un canto dell’accampamento v’era qualcuno che, per dir così, teneva il posto che nei poemi cavallereschi hanno le Orche e i mostri. Sdraiato in terra, legato mani e piedi, vestito alla siciliana con certa eleganza, custodito da alcuni ‘Picciotti’ delle squadre del barone Sant’Anna, stava un uomo grande e forte, di viso cattivo. Guardava sprezzante e taceva. I garibaldini che andavano a vederlo, sentivano dire che egli era un tal Santo Mele, il quale sin dallo scoppio della rivoluzione aveva principiato a correre la campagna con alcuni ribaldi, rubando le casse pubbliche e assassinando gente. Aveva fino incendiato il villaggio di Calamina. E tutto aveva fatto in nome di certa sua giustizia che gli pareva d’aver diritto d’esercitare; anzi, se ne gloriava. I Siciliani che dall’esiglio erano tornati nell’isola con Garibaldi, dicevano che colui doveva essere ‘Maffioso’; e spiegavano ai compagni la natura d’una tenebrosa società, che aveva le sue fila per tutta l’isola, in alto, in basso, nelle città, nelle campagne, dappertutto. Piace rammentare che i continentali scusavano l’isola, narrando che anche da loro vi erano state compagnie di malfattori che avevano esercitato una giustizia di loro genio, favoriti dalle plebi delle campagne e anche dai ricchi delle città, quando le leggi parevano torte contro la giustizia vera; e dicevano che quelli erano passati e che sarebbe passata anche la ‘Maffia’.
Quel Santo Mele il giorno appresso sparì. Forse la ‘Maffia’ potentissima gli aveva dato aiuto fino in quell’accampamento.
Noiosissima cosa, nel pomeriggio di quel giorno cominciò a piovere. Senza tende, senza coperte era un gran brutto stare; ma il campo non si attristò per questo; anzi, vi fu un momento di gaiezza fin troppa. Era stato macellato un gran bove donato da un Comune là presso, e in certi pentoloni mandati pure da quel Comune, cuochi improvvisati cuocevano di quel bove a pezzi, e del riso. Ma quando si fu sul punto di scodellare, e tutti si sentivano già quasi nello stomaco quel ristoro, s’accorsero di non avere né gamelle né cucchiai, e una risata generale empì l’aria di chiasso. Però vi fu l’ingegnoso che si prese la parte sua di riso in una foglia di fico d’India, e allora tutti ai fichi, e nel cavo di quelle foglie coriacee un po’ di quel cibo poterono gustarlo tutti. Quanto a vino ce n’era nel campo a botti.
Seguitò la pioggia tutto il resto del giorno e anche quella notte, sicché la dimane quella gente, fradicia fino alla pelle, faceva un brutto vedere. Garibaldi guardava mesto. Egli nella notte aveva fatto levar via una specie di baldacchino che alcuni di quei suoi militi gli avevano formato sopra con dei mantelli sostenuti da pali, mentre dormiva. Ma alfine anche quel giorno venne il sole, e ognuno tornò a sentirsi bene.
Intanto Garibaldi aveva meditato una mossa. Voleva piantar nella mente dei difensori di Palermo che egli avesse deliberato di assalirli da Renda per la via di Monreale, e creare in essi l’illusione che egli potesse scendere a farsi pigliare come in una trappola su quella via. Così la sera del 20, messo in marcia il battaglione Carini, lo fece calare nel villaggio di Pioppo, a pie’ dei monti e già sul lembo della Conca d’oro. Ivi tenne quelle Compagnie tutta la notte. All’alba del 21 si spinse avanti egli stesso dove erano già i Carabinieri genovesi, con le compagnie del battaglione Bixio passate anch’esse durante la notte. Quasi subito l’avanguardia venne alle schioppettate con gli avamposti napolitani, mentre che a sinistra, su pei fianchi dei monti, si svolgeva una loro ala, certo per aggirare la gente garibaldina, calarle addosso e metterla in rotta tra gli aranceti del piano.
Quel mattino i napolitani parevano di buon umore. Ma la loro ala girante s’abbatté nelle squadre di Rosolino Pilo, che stava a mezza costa, e dovette arrestarsi. Allora s’impegnò lassù un fuoco vivissimo di fucileria, a cui le squadre ressero bravamente, per più di due ore, finché i borbonici furono costretti a ritirarsi. E giù nel piano le Compagnie garibaldine, menate avanti, indietro e poi ancora avanti per modo che esse stesse non ci capivano più nulla, verso il mezzodì ricevettero l’ordine di ritirarsi. Videro Garibaldi tornar dalla fronte col suo Stato maggiore in sì gran fretta, che avrebbero potuto credere di doversi sentir dietro i compagni dell’avanguardia fuggenti; ma bastò loro guardar in faccia il Generale, e la breve ritirata di ritorno al Passo di Renda fu fatta con calma. Risalite lassù trovarono sul ciglio del passo i cannoni in posizione con le gole chinate verso la pianura, dove, volgendosi a guardarla, vedevano brillar non lontano le armi dei nemici distesi. Forse questi si apparecchiavano a farsi avanti. E allora pareva di capire che Garibaldi avesse mirato a tirar fuori di Palermo una parte di difensori per piombarle addosso, e se la fortuna lo secondasse, romperli, ed entrare con essi in Palermo, che sarebbe insorta.
Invece seguì una gran quiete. Ma in quella quiete si sparse una notizia dolorosa. Rosolino Pilo, che su quei colli di San Martino, con le sue squadre, aveva così ben rintuzzato l’attacco dei regii, era stato colpito al capo da una palla di rimbalzo, mentre scriveva un biglietto a Garibaldi. Ed era morto, povero prode, con in vista la sua Palermo laggiù, sospirata dall’esilio per undici anni. Alla testa delle sue squadre rimaneva l’amico suo Corrao, uomo di gran coraggio ma incolto e di poco prestigio; e così con la gran figura di Pilo veniva a mancare una delle forze più vive della rivoluzione. Perciò si diffuse una gran mestizia, Garibaldi fu visto afflittissimo; e facilmente il pensiero de’ suoi passava da Pilo a lui, che da una palla poteva essere spento da un’ora all’altra.
E allora?
Marcia notturna
Venne intanto la sera, una sera cupa che minacciava una notte di pioggia. Eppure le Compagnie furono fatte mettere sotto le armi e in marcia, di nuovo come il giorno avanti sulla via per discendere a Pioppo. Dunque Garibaldi si ostinava davvero a tentar Palermo da quella parte e con un attacco notturno? Fosse pure! Gli animi erano ben disposti, perché quello stare con la gran città alle viste e con le spalle mal sicure cominciava a diventar fastidioso. E marciarono. Ma là dove la via chinava, dove sul mezzodì avevano visto i cannoni in batteria, i cannoni non c’erano più, e le Compagnie invece di scendere, si videro fatte girar a destra per entrare in un sentiero che non poteva menare se non sulle creste di certi monti, dei quali nei due giorni passati nel campo di Renda avevano potuto considerare l’asprezza. All’imbocco di quel sentiero, soldato per soldato ricevevano tre pani da alcuni uomini, che agli ordini del capitano Bovi, bolognese, facevano fretta ai passanti che pigliassero e andassero. Quei tre pani volevano dire tre giorni forse di marcia per le montagne. Erano dunque preziosi; onde i più dei soldati non sapendo dove se li mettere, inastate le baionette ve li infilzavano, e tiravano via col fucile in spalla sbilanciato a quel modo, celiando. Ma come fu notte chiusa e il sentiero venne a mutarsi in sterpeto, si fecero alquanto tristi. Sennonché a un certo punto trovarono Garibaldi che tribolava a mandare avanti dei contadini, i quali curvi sotto lunghe stanghe portavano a spalle appesi a quelle i cannoni smontati, dieci o dodici per ciascun pezzo. E li esortava, e li metteva sul gioco di moversi ognuno con tutte le sue forze, li aiutava persino, e per insegnar loro come dovevano stare sotto la stanga ci si metteva egli stesso. In quel mestiere lo secondavano il Castiglia, il Rossi, il Burattini, i marinai del Lombardo e del Piemonte, già sin da Salemi formati in una piccola Compagnia.
Con quell’esempio la colonna sfilava, un uomo dietro l’altro oramai, ché per due non c’era più luogo. E cominciò una pioggerella che presto divenne fitta tra quelle tenebre, dando alla gente il senso di camminare nelle nubi. Ah le belle vie di Milano, di Venezia, di Genova, tutte inondate di luce, a quell’ora! I pani, inzuppandosi, cascavano giù dalle baionette, cascava qualche uomo a ogni passo; tuttavia si rideva ancora, ma, per dir così, d’un malinconico riso interiore. Metteva un po’ di sgomento il non veder più nulla, salvo dei gran fuochi indietro nel campo di Renda abbandonato, e un altro gran fuoco solitario avanti, lontano, verso il quale si accorgevano di marciare; mentre dal fondo, sulla sinistra, salivano a intervalli i gridi d’allerta delle sentinelle napolitane. Dalla testa della colonna veniva il nitrito d’un cavallo, insistente, selvaggio. A un tratto s’udirono due colpi di fuoco. Fu un fremito per tutta quella sfilata: forse l’avanguardia s’era imbattuta nel nemico. Ma poi non si udì più nulla. E sempre tirando avanti, passò la voce che quei colpi erano stati scaricati da Bixio nella testa del suo cavallo, per farlo smetter di nitrire; atto proprio da Bixio che aveva voluto far quella marcia del diavolo in sella. Era vero. Andando avanti, i soldati passavano vicino a un cavallo spianato là morto fuori de’ piedi.
Quando fu quasi l’alba, le Compagnie si trovarono a calare dalle ultime falde di quei monti su d’una grossa borgata. Pioveva ancora. Credevano d’aver camminato lontano, e invece la Conca d’oro era ancora lì davanti ad essi come quando stavano a Renda, solo che adesso la vedevano da oriente. Mirabile marcia! Garibaldi che per natura si ricordava così poco delle cose fatte, ebbe ragione quando, riparlandone dopo molti anni, disse che neppure in America si era trovato a farne fare una a’ suoi, somigliante a quella del Parco. E non un uomo si era perduto; qualche ritardatario aveva saputo serrarsi presto alla colonna; anche i cannoni erano venuti per quelle balze.
Ma in quale stato, povera gente! Il borgo di Parco sia lodato sempre pel modo come la accolse. Non ci fu casa che non si aprisse a ristorare qualcuno, a rasciugare i panni, a rifornirne che non poteva più tener indosso i propri, ridotti in cenci, a rincalzare chi non aveva più scarpe in piede. Ma ancora più da lodarsi quel borgo, perché si prese in seno tutta quella gente, e se la tenne celata tutto quel giorno e la notte appresso, senza che nulla ne trapelasse ai borbonici, campeggianti nella Conca d’oro.
Un frate strano
Cotesto giorno, uno di quei soldati fu fermato da un giovane monaco che egli avea già veduto girare pel borgo, e soffermarsi qua e là a parlare coi suoi compagni. E capì subito che era un’anima tormentata da qualche gran cruccio. Avviato il discorso, il monaco si spiegò: avrebbe voluto gettarsi nella rivoluzione, ma qualcosa lo tratteneva. Seduti a pie’ d’una delle tre grandi croci che sorgevano su d’un poggio a figurarvi il Calvario; quei due parlavano già come vecchi amici. E il garibaldino diceva al frate che se avesse voluto entrare nella sua Compagnia, vi avrebbe trovato il Comandante e gli ufficiali e molti militi siciliani tornati dall’esilio; e che l’esser frate non voleva dire; che già altri frati avevano combattuto per Garibaldi a Calatafimi e che anzi, un francescano lo seguiva già da Salemi. Il monaco rispondeva che pur ammirando Garibaldi gli pareva che quella ch’egli combatteva non fosse la guerra di cui la Sicilia aveva bisogno. L’unità d’Italia e la libertà pel vero popolo siciliano erano quasi nulla. Che potevano farsene quelle plebi ancora oppresse da tutte le ingiustizie, altrove, in Piemonte, in Lombardia, levate da un secolo? Non avevano visto essi venuti da fuori, per quel poco che avevano già corso dell’isola, quanta era la miseria e quanta l’abiezione di quelle plebi? La libertà non era pane per lo stomaco e nemmeno per lo spirito; anzi sarebbe poi per i già prepotenti un mezzo per opprimere di più. In Sicilia era necessaria una guerra che trasformasse la società e la vita, facendo guadagnare al popolo il tempo che per forza gli era stato fatto perdere. Non vedeva Garibaldi che la Sicilia era ancora quasi come doveva essere stata ai tempi delle guerre servili di venti secoli avanti? Insomma quel monaco voleva la guerra non soltanto contro i Borboni, ma contro tutti gli oppressori grandi e piccoli, che si trovavano laggiù dappertutto.
Il garibaldino cui pareva di non capir quasi come un monaco parlasse a quel modo, gli diceva che allora quella guerra ch’egli voleva avrebbe dovuto esser fatta anche contro i frati ricchissimi, e molti. E il monaco ardente rispondeva che sì, che anche contro i frati si doveva farla, contro di essi prima che contro d’ogni altro, ma col Vangelo in mano e con la Croce: che allora anch’egli ci si sarebbe messo, ma che così come era fatta e per quel che era fatta, gli pareva inutile. Se Garibaldi avesse guardato bene, si sarebbe accorto che le plebi lo lasciavano solo coi suoi.
Allora il garibaldino accennò alle squadre che numerose tenevano i monti qua e là. – E chi vi dice – esclamò il monaco con voce risoluta – chi vi dice che non si aspettino qualche cosa di più? –
Il discorso era stringente. Il garibaldino che non si voleva dar vinto, sentiva tuttavia che il monaco ne sapeva più di lui. Mirava quel volto illuminato da una fiamma che non era la sua di mazziniano, taceva un po’ confuso e anche alquanto impicciolito. Poi egli e il monaco si levarono di là, si abbracciarono, e questi se n’andò. Egli discese tra i suoi con l’animo turbato e scontento. Gli pareva d’aver imparato molto in quel colloquio, e vagamente sentiva che l’unità della patria non era tutto, che la libertà avrebbe scoperto molte piaghe, alle quali poi col tempo altri avrebbe dovuto pensare. E se ne ricordò e pensò a quel monaco trent’anni dipoi, quando proprio da quella parte dell’isola parlò più alto l’antico dolore che quegli sin da quel tempo remoto sentiva.
I borbonici all’offensiva
Tornando ai fatti allora presenti, i borbonici si erano svegliati la mattina del 25 maggio, certi di avere ancora in faccia Garibaldi su al passo di Renda, dove tutta la notte erano stati tenuti accesi dei grandi fuochi. Ma allo schiarirsi s’accorsero che egli non era più là. Dove mai poteva essere andato? Forse la prima supposizione fu ch’egli si fosse ritirato indietro. Non passò loro neppur per la mente che avesse fatto quella marcia inverosimile per andarsi a porre sul loro fianco in quel nascondiglio di Parco. E non ne seppero nulla tutto quel giorno, perché la Sicilia non dava spie, non ne seppero fino al mattino appresso, quando videro coronarsi d’armati il poggio che sorge sopra quel borgo. Certo là era lui; quelle che si vedevano non potevano essere squadre. E deliberarono di andare a trovarlo.
Il dì stesso sul vespro mossero, e parve per assalire Garibaldi in due colonne a tenaglia. Ma non era che un movimento per saggiarlo o forse per tirarselo giù nel piano. Egli aveva scelta bene la sua posizione; piantato Bixio a mezza costa col suo battaglione, il battaglione Carini aveva schierato lungo la strada che sale per quel dosso ed entra poi tra i monti verso Piana de’ Greci. I cannoni erano in batteria. Tutto era pronto per ricevere i borbonici. Ma la loro ala sinistra si avanzò appena a tiro di fucile, e scambiò qualche colpo con alcuni ‘Picciotti’ che stavano sulle più basse falde, l’altra non si inoltrò neppur tanto. Erano dunque soltanto ricognizioni, ma volevano dire che per l’indomani si preparava qualche cosa di grosso.
E avvenne.
Alla levata del sole, un gran tratto della via da Palermo a Monreale fu visto dal Campo di Garibaldi sfavillar tutto d’armi. Pareva che i ventimila uomini del presidio fossero usciti tutti alla campagna, tanto era lunga quella traccia, la cui testa entrò nei fitti pomari e continuò a marciarvi nascosta, come s’indovinava dall’accorciarsi delle sue code.
Garibaldi, fermo nelle sue posizioni, faceva lavorar di zappa il suo Genio e la sua Artiglieria, come se si preparasse a ricevere l’assalto. Aveva già mandati i Carabinieri genovesi alla posta, là dove il primo incontro degli assalitori doveva naturalmente seguire, certo che contro le loro carabine il nemico si sarebbe sentito cader la baldanza. Antonio Mosto doveva pensare a reggervi quanto fosse possibile a brava gente qual era la sua, e alla fine ritirarsi la via che tutta la Colonna avrebbe pigliata, perché Garibaldi, contro ogni apparenza data da principio alle proprie intenzioni, aveva deliberato un’altra volta la ritirata, quasi la fuga. Infatti, quando i primi colpi dei Carabinieri genovesi annunziarono che la colonna nemica attaccava, egli mise le sue Compagnie in marcia con l’artiglieria già avviata; passò egli stesso avanti a cavallo, disse qualche parola d’incoraggiamento, e un po’ di gran passo e un po’ di corsa, in una stretta lunga parecchie miglia, la marcia fu gagliardamente condotta.
Va’ e va’, anche quella volta le Compagnie furono messe a una dura prova, perché quando trafelate giunsero a veder la Piana de’ Greci, e idealmente già vi si riposavano, con quel sentimento che devono avere sin gli uccelli migratori di oltremare all’apparire della terra; ecco le Guide a sbarrar loro la via e additare la salita a un monte. Uno sgomento! Ma lassù era già il Generale, di lassù chiamavano con alte grida ben note i più rotti alle fatiche; bisognava raggiungerli perché il nemico tentava di precederli alla Piana de’ Greci varcando quel monte. Chi non era addirittura spossato ubbidiva.
Veramente il Comandante nemico che aveva ideato quel movimento, si era ingannato sulla possibilità d’eseguirlo, data la mobilità delle compagnie garibaldine. Contro altra gente forse gli sarebbe riuscito. Ma esso non aveva ancor guadagnata la prima, e già Garibaldi gli appariva sulla seconda delle cime che credeva di aver tempo a varcare, avanti che i garibaldini avessero percorso la via da Parco alla Piana. Così non ci fu che uno scambio di fucilate lassù da gola a gola; poi i borbonici se ne tornarono indietro giù pel versante verso Parco; Garibaldi, ridisceso dalla parte sua, andò a occupare la Piana de’ Greci.
Si chiama così la città degli Albanesi, adagiata in mezzo a una campagna grigia, grigia essa stessa e tetti e muri e tutto. Almeno aveva tale aspetto quel giorno, vista traverso l’aria infiammata del mezzodì, che tremolava come una sottilissima rete di fil d’argento, sì che uno avrebbe detto di poterla palpare solo a far quattro passi avanti. Oh che sole! Che refrigerio sarebbe stato sdraiarsi appena giunti tra quelle case! Ma la gente della città fuggiva. Cosa le avevano fatto credere di quei forestieri, di quel Garibaldi di cui anche i preti, i frati e le monache dicevano bene? Sapeva quella gente che i garibaldini avevano i borbonici alle spalle, e temeva che in quella sua città volessero far fronte al nemico e aspettarlo a battaglia? Certo non era cosa che dovesse incuorarla a stare. Il fatto è che fuggiva. Ed era proprio il 24 maggio, giorno che per costume di secoli gli Albanesi della Piana salgono al Monte delle Rose, a cantarvi con le fronti volte a oriente, verso l’antica patria, lamentose parole nella loro antichissima lingua.
O bella Morea,
Da che ti lasciai non ti vidi più!
Quivi trovasi mio padre,
Quivi la madre mia,
Quivi i miei fratelli sepolti ho lasciati.
O bella Morea,
Da che ti lasciai non ti vidi più.
Quella data, quell’ascesa, quel canto ricordavano loro i dolori degli avi tre secoli e mezzo indietro, che per non soggiacere ai Turchi s’erano rassegnati a lasciar l’Albania, e col fior degli Epiroti condotti da Giorgio Scanderberg avevano trovato rifugio in Sicilia, portando seco loro le immagini e quanto possedevano di più caro. Fiera e costumata gente, orgogliosa della sua origine, che ne’ suoi canti serba vivo il sentimento di quattro secoli, e sogna ancora che uno del suo sangue possa, quando che sia, ricondurla nella vecchia patria lontana.
Si può dire che i Garibaldini videro appena gli abitanti della città, perché, accampati fuori, stettero stanchi, inquieti e pensosi d’altro. Sapevano che da un’ora all’altra il nemico che li seguiva sarebbe apparso. I Carabinieri genovesi che, sostenuto il primo assalto al Parco, s’erano ripiegati sulla colonna, raccontavano che i borbonici erano almeno cinque mila, mercenari bavaresi la più parte, con artiglieria e cavalleria. E lamentavano di aver perduto nello scontro Carlo Mosto e Francesco Rivalta, ai quali forse quei feroci non avevano dato quartiere. Tutti dunque erano pensosi. Che cosa meditasse il Generale lo ignoravano; se quella fosse una manovra o una vera ritirata, nessuno poteva dirlo. Garibaldi ne scrisse poi, riconoscendo egli stesso che quel giorno poteva essergli funesto, se avesse avuto da fare con un nemico più diligente.
Verso sera, le Compagnie furono rimesse in marcia, e ancora quasi con aria di ritirarsi in fretta. L’artiglieria e i pochi carri erano già stati incamminati verso Corleone, scortati da poche dozzine di quei militi, tra i quali i non ben guariti di Calatafimi. L’Orsini comandante dell’artiglieria aveva ricevuto l’ordine di andare, andar sempre; e la colonna gli si mise dietro persuasa che omai di Palermo non si sarebbe più parlato, se pure non c’era da dubitare che tutto dovesse finire con quanto già s’era sentito sussurrare due volte, cioè che Garibaldi avrebbe sciolta la spedizione, lasciando a ciascuno la cura di mettersi in salvo da sé. L’ora correva triste.
Ma dopo aver marciato un pezzo e fatta notte, la Colonna fu menata fuor della via Consolare a piantarsi in un bosco, dove accampò. Il luogo era selvaggio. E ordine fu dato di non parlare, di non accender fuoco neppure per fumare, di sdraiarsi ognuno nel posto ove si trovava senza più moversi per nulla.
Si discusse molto per trovare se tutte le cose che Garibaldi aveva fatto nei due giorni avanti a quello, e ciò che fece nei due dipoi, siano state fasi d’esecuzione d’un suo concetto svolto con intenzioni ben determinate; o se tutta una sequela di fatti, non legati tra loro da verun concetto, e venuti quasi fortuiti ora per ora, l’abbiano condotto al resultato glorioso d’entrar in Palermo, nel modo, per dir così, favoloso con cui v’entrò. E così, soltanto a discuterlo, si disconobbe tutto il suo studio di quei giorni, che fu di trar da Palermo una parte del grosso presidio; illuder questo, creandogli l’opinione d’aver costretto lui a rifugiarsi co’ suoi lontano; illudere il Comando supremo della capitale, farlo sicuro ch’egli non tornerebbe, tanto che vigilasse meno e si lasciasse sorprendere. Certo nell’esecuzione di quel suo disegno vi furono dei momenti ne’ quali poté parere il disegno stesso non fosse ben fermo, né Garibaldi lo contesterebbe. Ma poi, che contestare quando si sa come egli pensava e sentiva? La guerra non la faceva per gusto, e non era per lui né scienza né arte. Si trovava al mondo in queste nostre età, in cui essa è ancora uno dei mezzi per far trionfar la giustizia, e la faceva senza cercarvi né gloria né altro. Anzi ne dimenticava i fatti appena li aveva compiuti. Non è forse vero che quando, per esempio, scrisse di Calatafimi, che pur egli stimava uno de’ suoi più bei fatti d’armi, ne scrisse quasi come uno che non vi fosse stato presente, e non avesse mai visto neppure quel campo? Nei tempi che verranno, tale noncuranza sarà forse il titolo più alto per la sua gloria di generale, cui nessuno preparava i mezzi di guerra, che tutto doveva improvvisare ed eseguire, solo con l’aiuto d’uomini devoti a lui come a un’idea; e col sentimento del bene, e con la fede in qualche cosa di superiore da cui si credeva assistito, andava avanti vincitore sempre, almeno moralmente anche quando era vinto.
In quel bosco, la forza misteriosa superiore da cui gli pareva d’essere assistito, gli si rivelò nello splendore d’Arturo, la bella stella che egli sin da giovane marinaio aveva scelta per sua. Lo udirono i suoi intimi rassicurarsi in quello splendore. Ciò almeno fu detto e creduto per tutto il campo, dove sottovoce si diceva che il Generale era lieto perché Arturo appariva fulgido più che mai.
E se era n’aveva cagione. In quella notte, poco distante dal bosco, per la via consolare di Corleone, il nemico marciava sicuro di andare dietro di lui rotto e in fuga, e mandava a Palermo la notizia, e la notizia andava a Napoli, e Napoli diceva al mondo un’altra bugia così: “Le regie truppe riportarono una segnalata vittoria. Garibaldi battuto una seconda volta al Parco, perduto un cannone e sconfitto a Piana de’ Greci, fuggiva inseguito dalla milizia verso Corleone. Gravi dissensi tra i ribelli.”
Invece quelle milizie non avevano battuto nessuno, non preso cannoni, né inseguivano lui ma la sua artiglieria, di cui in quella manovra aveva saputo disfarsi; e lui si lasciava alle spalle coi suoi, più d’accordo che mai coi ribelli siciliani, e prossimi a far con essi la congiunzione.
Infatti all’alba, egli salì da quel bosco a Marineo, e vi si trattenne fino alla sera; poi marciò a Missilmeri, dove, come gli annunziava un messaggio del generale La Masa, lo aspettavano quattromila isolani che questi aveva raccolti per lui.
Certo la posizione in cui Garibaldi s’era posto con quella mossa era pericolosissima. Bastava che una spia ne avvisasse il Comandante della colonna nemica da lui così ben elusa, perché essa tornasse indietro a schiacciarlo sotto Palermo. Tanto era ciò facile, che nella marcia di notte, da Marineo a Missilmeri, in un momento di sosta fu quasi da tutti creduto di averla addosso. E allora? Il senso della lor condizione era in tutti profondo. Ma non fu nulla. Ben presto, ripresa la marcia, apparve non lontano una gran luminaria. Era Missilmeri che li invitava.
Vi giunsero verso la mezzanotte e vi si posarono. Quanto erano tornati vicini a Palermo? La gente di Missilmeri diceva loro che dopo una piccola marcia, subito salito il monte a ridosso del paese, l’avrebbero veduta.
E la rividero il giorno appresso, da quel monte di Gibilrossa. Di lassù guardando a sinistra potevano anche scoprire quasi tutte le terre che avevano percorse. Oltre certi monti lontani doveva trovarsi Calatafimi. Come vi stavano i cari feriti gravi, dei quali non avevano più risaputo nulla? E quanti vi erano morti?
Gibilrossa
Su quella sorta d’altopiano, se si può chiamar così la cima di Gibilrossa, formicolava il campo dei ‘Picciotti’ di La Masa, che vi facevano un sussurro come nelle selve il vento. Erano forse quattromila, ma pochi gli armati almeno di fucili da caccia. Tuttavia davano da sperare che, avventati a tempo opportuno, anche gli armati soltanto di picche avrebbero fatto da bravi. Aveva detto Garibaldi che ogni arma era buona, purché impugnata da un valoroso.
I continentali si frammischiavano a quelle squadre, a farsi descrivere nelle belle e immaginose parlate sicule le parti dell’isola da cui erano venuti. E osservavano che anche i più rozzi di quei ‘Picciotti’ avevano pensieri e sentimenti elevati, e che riusciva loro d’esprimerli quasi con eloquenza. Ispidi all’aspetto, erano squisiti dentro come certi frutti maturati ai loro lunghi soli. Ma anche pareva che alcuni di essi parlassero dialetti che sapevano di lombardo e di monferrino! E di ciò si maravigliavano appunto i lombardi, tra i quali Telesforo Cattoni del Mantovano, angelico giovane a ventun’anni già dottore in legge e studioso di lettere, cui l’ingegno lampeggiava negli occhi. Ma Domenico Maura calabrese, dottissimo uomo sulla cinquantina, che sempre tra quei giovani parlava di Dante, diceva che se la fortuna avesse secondato Garibaldi, essi avrebbero poi trovato da maravigliarsi anche in Calabria, sentendo in certi villaggi parlar piemontese dai discendenti dei Valdesi scampati dalle persecuzioni. Quelli che lì in Sicilia avevano del lombardo e del monferrino, erano discendenti d’avventurieri e di favoriti tirati nell’isola dal gran Conte Ruggero, quando vi condusse sposa Adelaide di Monferrato. Dietro quella gentildonna uscita dal paese più cavalleresco d’Italia, erano corsi a frotte nell’isola gentiluomini d’ogni grado, e Ruggero aveva dato loro da abitare certi luoghi, che per il numero grande di quegli ospiti furono poi chiamati villaggi lombardi. E coloro vi si erano misti e fusi coi nativi, greci, arabi e normanni, pur conservando le loro consuetudini e i loro dialetti. Aidone, Piazza, Nicosia, altre cittadette erano di quei luoghi.
Nel pomeriggio di quel giorno, apparvero lassù alcuni uomini di mare in calzoni bianchi, e si disse subito che erano ufficiali delle navi inglesi ancorate nel porto di Palermo, saliti per vaghezza a visitare quell’accampamento. Sapevano essi che v’avrebbero trovato Garibaldi? E se lo sapevano, poteva ignorarlo il Comandante generale borbonico di Palermo? Ciò dava dell’inquietudine. Essi intanto recavano che nella gran città tutti erano persuasi della fuga di Garibaldi, che anzi questo si leggeva stampato sulle cantonate, che l’ufficialità del presidio esultava, ma che n’era addolorato e sgomento il popolo, cui la sbirraglia raddoppiava gli insulti. Diedero per primi anche la notizia che il governo di Napoli aveva chiamato ‘filibustieri’ Garibaldi e i suoi appena partiti da Quarto, denunciandoli al mondo come pirati; e il nome di ‘filibustieri’ fu subito preso per titolo di vanto da quei giovani, come da altri in altri tempi altri nomi vituperosi. Aggirandosi nell’accampamento, quegli Inglesi si dilettavano di schizzare i profili dei più pittoreschi tra quei Garibaldini; si facevano scrivere nei loro taccuini i nomi di questo e di quello, davano delle strette di mano che parevano strappi; insomma sembravano in festa, e si facevano promettere una visita sulle loro navi.
Ma i politici, e tra quei militi ve n’erano molti, mormoravano. Ah gli Inglesi? Sempre dove avevano toccato avevano lasciato l’ipoteca o fatto mercato. Berchet li aveva ben giudicati ne’ suoi ‘Profughi di Parga’! Essi forse agognavano che in Sicilia si versasse tanto sangue che non fosse più possibile nessuna pace coi Napolitani: e poi d’accordo con Napoleone si sarebbero presa l’isola, lasciando libero lui di farsi dar la Sardegna da Vittorio Emanuele, e questo di dargliela. Napoli con le sue provincie continentali sarebbe rimasto ai Borboni. E così salvi questi, salvato al Papa il resto del regno, l’Austria si sarebbe baciate le mani di veder questi contenti e di tenersi il Veneto; la Russia contentissima, avrebbe applaudito; e l’unità d’Italia, addio!
Queste cose si dicevano a Gibilrossa dai mazziniani specialmente; e di quelli che le ascoltavano chi le credeva già quasi belle fatte; chi ci si arrabbiava a discuterle, a negarle, e chi crollava le spalle, ridendo. A buon conto, se era vero qualcosa d’altro che già si sussurrava, quegli Inglesi avevano portato a Garibaldi i piani delle fortificazioni di Palermo e dei posti occupati dal nemico alle porte. Questo era bene sapere, perché il tempo incalzava, si avvicinava qualche grand’ora, e con quella tal colonna andata dietro all’Orsini e che poteva da un’ora all’altra apparire alle spalle, bisognava far presto.
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Potevano essere le sedici all’italiana antica, come si contavano le ore laggiù, quando si sentì dire che Garibaldi aveva chiamati a sé tutti i suoi maggiori ufficiali e i Comandanti di tutte le Compagnie. Grande commozione, grande attesa. Il campo pareva stare tutto in ascolto. Si seppe poi subito che in quel consiglio Garibaldi aveva fatti due casi: o ritirarsi a Castrogiovanni e là in luogo forte attendere che la rivoluzione ingagliardisse e giungessero dal continente altre spedizioni; oppure gettarsi su Palermo. Si diceva che tutti i Comandanti avevano gridato con entusiasmo: “A Palermo!” e che anzi Bixio aveva soggiunto: “o all’inferno!” Allora corse per tutta quella gente un tal fremito, che parve s’animassero fin le rocce. La gran risoluzione era presa: presa in quel punto di Gibilrossa dove fu fatto poi sorgere l’obelisco di marmo che vi si vede biancheggiare dal mare e dai monti, a ricordanza di quell’ora suprema.
Lassù fu anche stabilito l’ordine della marcia; impegno delicatissimo, in cui Garibaldi seppe usare tatto squisito. Egli aveva deliberato di tentare l’assalto di Palermo dalla Porta Termini, piombando improvviso, all’arma bianca, sulla guardia quale e quanta essa fosse. Ma in ciò non poteva adoperare le squadre del La Masa, neppure quelle armate di fucile, perché non avevano baionetta. Eppure non gli pareva né prudente né giusto, privar affatto i Siciliani di quel grande onore di andar primi o almeno coi primi, alla presa della loro capitale. Perciò risolse di far marciare alla testa un mezzo centinaio di Cacciatori delle Alpi condotti dal Tukory, i quali dovevano cadere come ombre addosso alla vedetta nemica. La avrebbero trovata oltre certe case, a pie’ di un altissimo pioppo. Bisognava impedire come che fosse che quel povero ignoto soldato desse l’allarme alla guardia del Ponte dell’Ammiraglio; sorte strana di un semplicissimo uomo, dalla cui piccola vita poteva dipendere tutto un mondo di cose grandi.
Dietro quel drappello doveva marciare un mezzo migliaio di ‘Picciotti’, poi i Carabinieri genovesi e appresso tutte le Compagnie dei Cacciatori delle Alpi. Ultimo in coda, avrebbe seguito il grande stormo.
Disposte così le cose, tutti quei corpi furono condotti a pigliar il posto loro assegnato, nei pressi del Convento che sorge lassù, per aspettarvi che imbrunisse.
I Cacciatori delle Alpi abbandonavano così quei luoghi, dove avevano passato una delle loro giornate più tormentose, sotto un sole feroce, senz’altro riparo che di poveri fichi d’India. E in tutta quella giornata non avevano ricevuto che ognuno un pane e una fetta di carne cruda, che avevano mangiato chi rosolandosela al fuoco sulla punta della baionetta, chi scaldandosela sulle rocce arse dal sole, chi tale e quale. Non erano mesti né lieti, si incamminavano forse alla morte. Ma se avessero avuto fortuna, se fosse loro riuscito di penetrar nella gran Palermo, e farvi levar su tutto il popolo come un mare, e pigliarsela, che grido di gloria per tutta l’Italia, che gioia poi poter dire: io v’era! A ogni modo, meglio quel cimento supremo, meglio che star dell’altro in quelle incertezze, per finire alla meno peggio e tornare se forse e chi sa come, nell’Alta Italia mortificati.
Intanto che veniva la notte, furono fatte dai Comandanti raccomandazioni amichevoli. Marciare in silenzio; non badare a rumore che potesse venire da qualsifosse parte; non si lasciassero impaurire dalla cavalleria, se mai, come era da prevedersi, ne fosse capitata sui fianchi della colonna. Contro di essa bastava formare i gruppi, giovandosi degli accidenti del terreno, e tirare ai cavalli. Del resto, la fortuna di Garibaldi avrebbe sempre aiutato, e all’alba sarebbero stati in Palermo. Con certa esaltazione qualcuno ripeteva che Bixio aveva già detto: “A Palermo o all’inferno.”
La calata a Palermo
Appena fu buio, la colonna si mise in marcia e cominciò subito la discesa. Allora, di là, fu veduto il vastissimo semicerchio di monti, che serra la Conca d’oro, coronarsi di fuochi, come se dappertutto vi fossero dei piccoli accampamenti. Se si volesse così avvisare il popolo di Palermo perché si preparasse, o confondere i borbonici non si sapeva. Ma intanto quei fuochi empivano di una forza misteriosa l’anima della colonna in marcia, fino a crear l’illusione che da tutti quei punti movessero su Palermo tante altre colonne di insorti, per assalirla da tutte le porte, e trovarvisi dentro insieme con Garibaldi, il giorno seguente, a celebrar la festa dello Spirito Santo. Era proprio la vigilia della Pentecoste. L’anno avanti, il 27 maggio, Garibaldi aveva vinto gli Austriaci in Lombardia a San Fermo; il 27 maggio del 1849 aveva messo piede sul territorio del Regno a Ceperano, dietro il Borbone fugato da lui, generale della Repubblica romana: anche una terza volta quel giorno poteva segnargli forse una bella data.
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L’ampia strada, che oggi sale per agevoli giravolte a Gibilrossa, allora non esisteva. Non era che un sentieruccio giù pel ripidissimo pendio, dove bisognava camminare con l’olio santo in mano, sull’orlo d’un borro tutto balzi e sfasciume. Eppure, per quella traccia calò senza disgrazie tutto quel mondo, anche Garibaldi che andava su d’un cavallo molto tranquillo, che finì poi nelle mani di Alberto Mario, cui fu donato.
Perduto alquanto tempo a riordinarsi giù a piè del monte, la colonna si rimise in marcia lenta e silenziosa. Ululavano per la campagna a sinistra i cani da lontanissimo; da destra muggiva il mare; non era molto buio; faceva quasi freddo, per la gran guazza.
Nel piano, la via correva fiancheggiata da muriccioli a secco tra oliveti, e a tratti fra case mute e tetre. Da una di quelle case là attorno, veniva un tintinno di pianoforte, che ora si udiva ora no, e dava una di quelle malinconie che son fatte di dolore, d’amore, di speranza, di desideri, d’un po’ di tutto ciò che è gentile in noi. Chi mai sonava in quell’ora tanto tranquilla, mentre stava per cominciare la musica della morte?
E pareva che fosse ancora molto lontano il gran punto, il gran momento, e che l’alba volesse venire più presto del solito, troppo presto. Perciò fu fatto incalzare il passo, ma sempre più raccomandando il silenzio. Poi la colonna sboccò nella via Consolare. Allora le compagnie dei Cacciatori delle Alpi si misero per quattro, serrando così più sotto, con l’ordine di tirar avanti senza badare a chi si arrestasse, e di stringersi ai muri degli orti. I cuori battevano già. Ma ad un tratto li schiantò addirittura un uragano di grida e di fucilate scoppiato alla testa, perché a un certo punto che si chiama Molino della Scafa, i ‘Picciotti’, credendo forse d’essere già alle prime case di Palermo, si misero ad urlare. E molti di essi, presi chi sa per qual cosa dal panico, si arrestarono, si scomposero, si rovesciarono sui Carabinieri genovesi, cagionando il rigurgito di tutta la colonna. Accorse Bixio inviperito contro il La Masa; accorse Garibaldi che richiamò lui alla calma; e volto ai Carabinieri genovesi gridò: “Colonne di bronzo, le spalle anche voi?” All’immeritato rimprovero, il Mosto rispose mesto, ma fermo: “Noi siamo al nostro posto, e abbiamo aperte le righe per non esser travolti.”
Garibaldi sapeva bene cosa erano quei prodi; e del resto tutto ciò fu un lampo, perché pigliata subito la corsa avanti, una corsa impetuosa, serrata, gridata; il meglio della Colonna fu di lancio sotto il fuoco dei Cacciatori borbonici, che difendevano il Ponte dell’Ammiraglio. In quella prima luce apparvero il profilo a schiena d’asino e i dieci o dodici pilastri interrati del ponte, brulicanti d’uomini e d’armi nel fumo, visione da sogno, ma incancellabile anche per chi non sapeva che quel ponte normanno aveva ben più di sette secoli sulle sue pietre.
Così adunque la sorpresa tanto ben preparata era venuta in parte a mancare. Ma quei Cacciatori che avevano dormito intorno al Ponte, con l’animo sicuro che Garibaldi era in fuga lontano; a un assalto così violento, presi alla baionetta, non ressero a lungo, e si ritirarono fuggendo da disperati, tanto che invece d’andar a piantarsi dietro a una loro gran barricata oltre il crocicchio di Porta Termini, come avrebbero dovuto, giunti appena al crocicchio stesso, svoltarono a Sant’Antonino, per sottrarsi a quei dannati Garibaldini che giungevano di notte a quel modo. Questi inseguivano. E infilavano la via del sobborgo sotto il fuoco d’un altro battaglione schierato sulle mura a sinistra; si arrestavano al crocicchio, e subito si mettevano a sbarrarsi la via alle spalle. Di lì minacciava la cavalleria che moveva dalla chiesetta di San Giovanni Decollato. Ma Faustino Tanara da Parma, con un plotone della sua Compagnia, e il sacerdote siciliano Antonio Rotolo, con una grossa squadra di ‘Picciotti’, tennero quella cavalleria in rispetto.
Ora, a passar quel crocicchio faceva caldo. Dal mare lo spazzava la mitraglia delle fregate, vi grandinavano le palle da Sant’Antonino. Ma bisognava passarlo, che se no, chi sa quanta forza di nemici poteva tornarvi, appena si fossero rimessi dal primo sgomento. E vi era già Garibaldi col suo Stato Maggiore. Raggiava. Forse non sapeva ancora che tra il Ponte dell’Ammiraglio e quel crocicchio, in sì breve tratto, erano caduti Tukory, Benedetto ed Enrico Cairoli feriti gravemente. Ben vedeva Bixio tempestar a cavallo su e giù ferito anch’egli, rimproverando, ingiuriando quasi perché non s’era già presa tutta la città, e sfogando la sua furia contro di uno che aveva osato dirgli che si guardasse che sanguinava dal petto. Egli s’era già levato da sé il proiettile. E molti in quel breve tratto erano i morti. Giaceva sul Ponte il dottor La Russa di Monte Erice; giaceva presso il ponte Stanislao Lamensa. La morte lo aveva fermato lì, senza misericordia per i suoi dieci anni di ergastolo, né per i suoi figliuoli che lo aspettavano in Calabria dal 1849. Sotto il Ponte, fra parecchi altri amici e nemici, giaceva Giovanni Garibaldi, popolano genovese, morto di fuoco e di ferro. Placido Fabris da Povegliano, giovane tanto bello che i compagni d’Università lo chiamavano Febo, giaceva per morto con tutta traverso al petto la daga-baionetta d’un cacciatore ucciso da altri, mentre vibrava a lui il colpo mortale. E non morì. Doveva, guarito, ricomparire quasi un risorto, per andarsi a far ferire anche dagli Austriaci a Bezzecca sei anni dopo. Bellissimi tipi di siciliani giacevano feriti. Inserillo, Caccioppo, Di Benedetto, gente che continuò a dare il proprio sangue fino a Mentana. Narciso Cozzo, il bello e biondo patrizio palermitano che, uscito tre giorni avanti a raggiunger Garibaldi, si era unito, nell’accampamento del Parco, alla 6° Compagnia; camminava tra quei feriti, quei morti e quella calca, quasi andasse invulnerabile ammirando. Pareva un Normanno di settecent’anni addietro, tornato a guardare come dai moderni si combattesse. A lui la morte diè tempo e spazio fino al Volturno, e il 1° ottobre, nella gran battaglia garibaldina, là se lo colse.
Bisognava dunque passar oltre quel crocicchio infernale, e a un cenno di Garibaldi il passo terribile fu traversato, fu invasa alla corsa la via per la Fiera Vecchia. Piazza della Fiera Vecchia! Lì all’alba del 12 gennaio 1848, quel La Masa che ora conduceva i ‘Picciotti’ aveva lanciato il suo grido di guerra quasi da solo, a piè di quella statua di Palermo che ora non v’era più, perché la polizia l’aveva fatta levare. Ma era la piazza della Fiera Vecchia davvero quel largo? Non ci si vedeva nessuno, precisamente come nel 1848. Garibaldi quasi impallidì. Un cittadino, di tra i due battenti d’un uscio socchiuso, gli gridò: “Evviva!” Qualche finestra si aperse, qualche testa si sporse, ma gente non ne compariva né con armi né senza. Fu un istante da tragedia. Ma appunto per questo avanti! Garibaldi col suo Stato maggiore, preceduto dai più ardenti, seguito dall’onda de’ suoi si inoltrò per quelle vie deserte fino a piazza Bologni. Ivi smontò, e nell’atrio del palazzo che dà il nome alla piazza, si assise. Proprio si assise! Ora la sua tranquillità faceva quasi paura.
Giungevano intanto i suoi da tutte le parti con notizie diverse, confuse, assurde: giungeva Bixio a piedi con in pugno la spada spezzata a mezzo, furibondo, terribile. Veniva a pigliarsi venti uomini di buona volontà, per andare a farsi uccidere con loro a Palazzo reale. “Tanto, – gridava – tra due ore siamo tutti morti!” E già si avviava, già voltava l’angolo di via Toledo, quando Garibaldi lo fece chiamar indietro.
Garibaldi in quel momento era quasi giulivo. Aveva riso d’un colpo che sfuggitogli da una delle sue pistole, gli aveva sforacchiato il lembo dei calzoni sopra il malleolo, dove fu poi ferito due anni appresso in Aspromonte: aveva confortato due giovani prigionieri napolitani; aveva baciato nel nome di Benedetto Cairoli qualcuno della 7° Compagnia, e baciandolo gli aveva detto che intendeva di baciare in lui tutti i presenti. Giulivo era anche perché cominciavano a comparire dei cittadini ansanti, trasecolati. Dunque era vero, era entrato, era Lui? E guardavano quei capelli ancora così biondi, quella barba, quel torso erculeo nella camicia rossa, quelle gambe un po’ esili e quei piccoli piedi da gentiluomo. Adoravano. Era lui e non avevano creduto! Il romore della fucileria di Porta Termini, l’avevano preso per uno dei tranelli della polizia, che già parecchie volte aveva sull’alba fatto sparare qua e là; e sempre chi era stato pronto a scendere, credendo di gettarsi nella rivoluzione, era invece caduto in mano dei birri. Così raccontavano quei cittadini. Dunque, se la città non era subito insorta, nulla di male, purché si facesse, purché non si lasciasse tempo ai nemici di riaversi: barricate! barricate! Non si sentì più gridar altro che barricate. Garibaldi diede l’ordine all’Acerbi, mantovano, di mettersi a quel lavoro, e gli designò compagno il palermitano duca della Verdura; formò un comitato provvisorio per il governo della città presieduto dal dottor Gaetano La Loggia: ma veramente il governo era lui.
E le campane cominciarono a martello, perché la polizia aveva fatto levar via il battaglio da tutte. Prima suonò quella di San Giuseppe, poi un’altra, poi altre e altre; tutta la città si svegliava: Santa Rosalia! Santo Spirito! Che c’era mai? Garibaldi? Garibaldi era venuto dentro in quel giorno di festa religiosa, certo lo aveva voluto Iddio. E nessuno, forse nessuno, pensò che quell’uomo con sì poca gente era entrato a tirar su la città, su di sé, sui suoi, lo sterminio.
Tra quei cittadini vi erano fin dei preti. Quello alto, maestoso, con la gran testa già grigia, era l’abate Ugdulena; e quell’altro smilzo, pallido, vibrante, era prete Di Stefano. E giunsero degli uomini in divisa che parevano di cavalleria, giubba rossa, calzoni azzurri. Disertori forse? Al portamento no; e poi non avevano armi. Donzelli del comune erano, che venivano dal Palazzo pretorio. Dunque la magistratura cittadina, il Pretore, i Decurioni erano già in moto? No. Essi erano borbonici quasi tutti, e quasi tutta l’aristocrazia borbonica se n’era fuggita a Napoli, o ritirata sulle navi in rada, stava al sicuro. Ma insomma quelli erano i Donzelli del Palazzo. Sui bottoni dorati delle loro divise, si leggeva la sigla: S.P.Q.P. ‘Senatus populusque palermitanus’. Ma Giuseppe Giusta, artigiano, lingua di fuoco, lesse subito a modo suo: “Sono Pochi Quanto Prodi.” Il frizzo non destò allegria perché quello non era momento da celie; anzi, qualcuno disse che Giusta celiava per farsi dar giù, forse, un po’ di paura. Ah la paura! Strana affezione. V’erano lì dei giovani che nella notte, durante la marcia, avevano forse tremato; e adesso si sarebbero messi da soli a qualsifosse cimento.
Perché adesso era davvero aperta la via a tutte le prove, e la città s’avviava a divenir tutta un campo. Verso Sant’Antonino si combatteva; da porta Macqueda, i cannoni del generale Cataldo tiravano lungo la gran via; quelli del generale in capo Lanza, da Palazzo reale, spazzavano tutta Toledo. Non pareva vero che il forte di Castellamare tacesse ancora. Si sapeva già che ivi comandava il Colonnello d’artiglieria Briganti; si seppe poi che un suo figliuolo capitano era stato ai mortai, aspettando l’ordine di cominciar il fuoco, e che rapito dalla voglia di mandar la prima bomba sulla città ribelle, aveva già mormorato contro suo padre, minacciando persino d’andar egli stesso a scuoterlo. Ma verso le sette l’ordine gli fu mandato, e allora si udì un gran tonfo a Castellamare, e su nell’aria un gran rombo. La prima bomba piombò. Cominciava quel bombardamento, che con terribili pause di cinque minuti tra bomba e bomba, doveva durare tre giorni e farne piovere sulla città ben mille e trecento. E subito scoppiarono qua e là degli incendi. A mezzogiorno in punto si misero poi a tirare anche le navi.
Intanto Garibaldi era passato col suo Quartier generale nel Palazzo pretorio. Là, con un suo decreto da Dittatore, sciolse il Municipio, per nominare, come fece il dì appresso, un nuovo Pretore e nuovi Senatori. Ora la città, anzi la Sicilia era lui. Da quel centro si diramavano i suoi ordini alle piccole colonne che si erano spinte in tutti i versi alla periferia della città. Erano gruppi di Cacciatori delle Alpi, cui si univano fidenti e volenterosi i ‘Picciotti’ entrati il mattino, e via via cittadini d’ogni ceto usciti di casa con armi o senza. E dove avveniva uno scontro coi borbonici, i disarmati aspettavano bramosi che qualcuno cadesse, ne prendevano l’arma, le cartucce, il posto, e combattevano esultanti. Un grosso nerbo della 8° Compagnia avanzò per vie traverse, verso Palazzo reale fino alla gran Guardia, e di lì fugò il generale Landi, quel povero vecchio Landi, già battuto a Calatafimi.
Un po’ della 6° con parte della 7° e alcuni Carabinieri genovesi, andavano per pigliare il convento dei Benedettini; la 5° si spingeva verso porta Macqueda, fino a Villa Filippina. Ma dir Compagnie non è preciso. Queste si erano frante e si frangevano ognor più in manipoli, e ogni manipolo seguiva il più stimato fra quelli che lo componevano, o chi si mostrava più ricco di partiti. Così dei vecchi ubbidivano a dei giovinetti; uomini in divisa d’ufficiali si lasciavano consigliare da studenti che non avevano mai visto una caserma; qualcuno come Vigo Pellizzari che, caduto Benedetto Cairoli, era divenuto il Comandante della 7°, rivelava qualità di vero uomo di guerra; Giuseppe Dezza della 1° suppliva da bravissimo il Bixio, che, non potendo più reggere dal molto sangue perduto, era stato costretto da Garibaldi a ritirarsi in casa Ugdulena, e aveva ubbidito mordendosi per ira le mani.
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I borbonici avevano lasciato passare il momento buono ad invadere la città, come avrebbero potuto. Quattro o cinque ufficiali audaci che si fossero mossi ciascuno alla testa d’un mezzo battaglione, e avessero marciato verso il centro tutti a un tempo, pur seminando di morti e di feriti la via, bastavano a schiacciar tutti. Ma forse nessuno aveva osato cimentarvisi, per paura di entrare a farsi seppellire sotto un po’ di tutto, da tutte le case, mobili, pietre, olio ardente. Adesso, dopo quattro ore dall’entrata di Garibaldi, sarebbe già stato difficile riuscire, anche se i borbonici ci si fossero provati; e già si vedeva che prima di sera sarebbe divenuto addirittura impossibile. Poiché nelle vie sorgevano come per incanto barricate per tutto. Dagli usci venivano fuori carri, carrozze, botti; dalle finestre piovevano mobili, materasse, fin pianoforti. E tutto era subito raccolto, ammontato, serrato insieme. Poi a forza di picconi e di leve si spiantavano li lastre delle vie; e queste sì, queste servivano bene! Parevano fatte apposta. E con esse, visto o non visto, venivano alzate su delle vere mura, una barricata a dieci metri dall’altra; fin troppe, come disse poi Garibaldi. Vi lavoravano e uomini e donne e fanciulli, che si rissavano tra loro facendo a chi ubbidisse meglio, se dai panni, dai capelli, dall’accento, riconoscevano un garibaldino in chi comandava. Le popolane poi parevano furie. “Signuri, nui riciano ca di li nostri trizzi un’avianu a fari ghiumazzo pi li so mugghieri! Scillirati, infami!” E davano dentro da disperate a portar pietre e sacchi di terra.
Il Comitato delle barricate, composto di cittadini esperti ancora del 1848, presedeva a quel lavoro che metteva sossopra il lastrico di ogni via. E già si vedevano uomini sugli orli dei tetti ad ammonticchiarvi tegole, uomini sui balconi a preparar mobili da buttar giù, se mai le milizie borboniche si fossero avventurate.
Ma quelle milizie non si muovevano all’offensiva. Anzi, verso le sedici, come si diceva là all’uso antico d’Italia, il general Cataldo che occupava i pressi di Porta Macqueda, i Quattro venti e il Giardino inglese, assalito dalla città, tormentato alle spalle dai ‘Picciotti’, si ritirava al Palazzo reale; e al Palazzo reale si ripiegava il generale Letizia, scacciato dal rione Ballerò. Sicché al Palazzo e nella piazza e negli orti intorno, si trovavano da dodicimila soldati, sotto il generale Ferdinando Lanza, alter ego del Re, uomo di 72 anni che aveva a lato Maniscalco, il fiero capo della polizia. E allora le carceri non più custodite si apersero, e ne sbucarono duemila condannati, orribile ingombro gettato tra i piedi alla rivoluzione, perché potevano solo disonorarla. Ma Garibaldi provvide. Vietò d’andar armati senza dipendere da un capo; vietò di perseguitar i birri sperduti; decretò pena di morte al furto, al saccheggio: fece tremare e fu ubbidito.
Lavoravano intanto i mortai di Castellamare, che nel pomeriggio di quella prima giornata presero specialmente di mira il Palazzo pretorio, sul quale misuravano l’arcata delle loro bombe. I nemici, non da palermitani, ma da qualche birro vagante, dovevano aver saputo che in quel palazzo si era messo Garibaldi, e perciò cercavano di seppellirvelo sotto col suo Stato maggiore! Non vi riuscivano; ma le loro bombe, cadendo nelle vicinanze, facevano delle grandi rovine.
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A notte, quel fuoco da Castellamare cessò, e cessò anche quello della fucileria quasi per tutto. Ma la veglia fu viva, incessante. Le finestre delle case cominciarono a illuminarsi, per le vie ci si vedeva quasi come di giorno. Ed era un andirivieni dalle parti della città al Palazzo pretorio e di lì alle parti; sicché pareva che i combattenti si dessero il cambio nei posti che occupavano, solo per andar un po’ dal Generale, e rifare nella vista di lui le speranze e le forze. Egli aveva fatto mettere una materassa sulla gradinata della fontana di Piazza Pretoria, rimpetto al gran portone del Palazzo, e là, a pie’ di una di quelle alte statue che la adornano, riceveva notizie, dava ordini, riposava, Giovanni Basso da Nizza, suo segretario e compagno sugli oceani, Giovanni Froscianti da Collescipoli antico frate, Pietro Stagnetti da Orvieto, veterani della Repubblica romana, gli facevano guardia: dall’altra parte della piazza, nelle scuderie di palazzo Serradifalco, stavano sellati i cavalli delle Guide. E sul portone di quel palazzo si vedeva Giovanni Damiani, vigile come un’aquila, pronto a qualche partito supremo di Garibaldi, se forse fosse venuta l’ora della disperazione.
Di quelli che andavano e tornavano, taluni si sentivano chiamar dentro dagli usci di qualche casa o palazzo socchiusi. E là nei cortili, sotto i porticati, giù nei sotterranei, trovavano donne, uomini, fanciulli, signori e servi; e questi a gara se li pigliavano in mezzo curiosi, e li tempestavano di domande: e di dove erano, e come si chiamavano, e se avevano madri, sorelle. E stringendo loro le mani, tastavano se queste erano fini; maravigliavano a udirli parlare da gentili uomini. Li ristoravano di cibi e di vini squisiti; empivano loro le tasche di biancherie; mostravano le coccarde tricolori, triangolari come l’isola; li baciavano, li pregavano di farsi portar da loro se mai cadessero feriti. E le donne esaltate congiungevano le mani come in chiesa; e le fanciulle sorridevano estatiche nei grandi occhi lucenti; e poi a veder coloro andarsene, piangevano come sorelle amorose.
Nei posti in faccia al nemico, quelli che vegliavano, ricevevano le notizie delle cose avvenute altrove. Ai Benedettini, Giuseppe Gnecco, carabiniere genovese, si era lanciato alla gola di un ufficiale borbonico e lo aveva tratto via seco prigioniero. Là e là, i tali della tale Compagnia o della tal’altra, avevano formato barricate mobili con botti rinvolte in materasse, e spingendole avanti a forza di spalle sotto il fuoco dei borbonici, erano giunti fino alle case occupate da questi, e balzati dentro, fulminei avevano preso le case e i difensori.
Metteva una certa sicurezza negli animi sapere che ormai tutta la parte bassa della città era in mano degli insorti, salvo il palazzo delle Finanze in piazza Marina, che era ben tenuto d’occhio perché i borbonici non potessero portar via il tesoro. Anche la caserma di Sant’Antonio era stata presa, e molti vi si erano riforniti di bellissime armi. Là Andrea Fasciolo, Carabiniere genovese, aveva dato tutto il giorno lo spettacolo d’un coraggio che i suoi compagni, per dire quanto era, chiamavano coraggio sfacciato.
Cominciava a disertare qualche ufficiale borbonico: al Palazzo pretorio era giunto il tenente Achille De Martini, comandante dei cannoni a Calatafimi, e si era dato anima e corpo a Garibaldi. Intanto seguitavano a entrar in città da porta Termini e ‘Picciotti’ e ‘Picciotti’; da porta Macqueda era entrato Giovanni Carrao, con la squadra che era stata di Rosolino Pilo. E la notte passava.
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Ma i mortai di Castellamare suonarono presto la diana del 28, e presto ricominciò il fuoco dappertutto. Dappertutto la rivoluzione vinceva. Ma dolorose perdite si fecero fin dalle prime ore di quel secondo giorno. Enrico Richiedei da Salò ed Enrico Uziel da Venezia, furono uccisi da una palla di cannone che li compì tutti e due al capo, lasciandoli morti sfigurati l’uno vicino all’altro quei due fiori di giovinezza.
Antonio Simonetta milanese diciannovenne, puro come uno di quei fraticelli che cantarono al letto di San Francesco morente, uscito l’anno avanti incolume dalla battaglia di San Martino, cadeva al convento dei Benedettini, dove gli amici ne cercarono poi invano il corpo e la fossa. E ai Benedettini cadeva Giuseppe Naccari palermitano, reduce dall’esilio coi Mille, cadeva senza aver ancor riveduto la sua famiglia, anch’egli bellezza maschia, che nella 6° Compagnia, per la molta somiglianza col gran lombardo morto a Roma nel 1849, era chiamato Luciano Manara. Nel campanile di quel convento fu ucciso Crispo Cavallini da Orbetello, altro bel forte cui toccò di morire senza lasciar il nome alla schiera dei Mille. Egli fu dimenticato come uno che non avesse avuto né parenti, né amici, né nulla. E forse felice lui, se morendo, avesse potuto indovinare quell’oblio; perché, diciamo noi, portar seco nella morte tutto sé stesso, la gloria e il nome, deve esser una gioia più che da uomo. Non insegnava così l’ordine del giorno di Garibaldi letto nella traversata in alto mare?
Ai Benedettini combatteva il Mosto co’ suoi Carabinieri, Carabiniere infallibile anch’esso, e dal campanile fulminava gli artiglieri del bastione Porta Montalto, obbligandoli a lasciar muti due pezzi. Lo secondavano tranquillamente, con tiri che coglievano, Giambattista Capurro, giovinetto che aveva la testa bendata per una ferita in fronte, ed Ernesto Cicala benché già toccato malamente da una scheggia di granata. Vicini e mirabili per la calma, facevano i loro tiri Stefano Dapino e Bartolomeo Savi, testa d’oro da cherubino, tanto era biondo, il primo; l’altro arruffato quella sua testa grigia piena sempre delle tragedie di Sofocle.
Si combatteva dunque dappertutto e si dimenticava ogni cosa. Ma se qualcuno non si sentiva più dalla fame, i conventi dei frati erano là divenuti ospizi. Ivi le cucine fervevano. Bastava dar una corsa là, e uno ci trovava il cuoco e il cantiniere, pronti a scodellare e a mescere. Si ristorava e via, tornava benedetto a farsi onore. Dei frati veri, molti parevano più rivoluzionari dei garibaldini stessi; qualche vecchio brontolava pauroso, perché delle rivoluzioni ne aveva già viste troppe e tutte finite male, quella del ’20 e quella del ’48.
Si dava da mangiare anche nei refettorii e nei parlatorii dei monasteri. Folle di monacelle bianche si premevano a guardar dalle porte, e parevano stormi alati d’angeli, discesi come nella poesia a contemplar i figli degli uomini. Qualcuna osava, correva quasi ad occhi chiusi, e al primo cui le capitava di stendere le braccia metteva al collo una reliquia, subito fuggendo beata come se avesse rapita un’anima al purgatorio. Colui per quella non pericolava più. Invece delle vecchie suore si mettevano a discorrere in mezzo agli ospiti armati e laceri e sporchi di polvere; e li interrogavano curiose, e domandavano se Garibaldi era cristiano, giovane, bello, e li pregavano di vincere e di tornare poi a dar loro le notizie, a difender loro, povere monacelle, dalle genti borboniche crudeli. Non sapevano ancora che i monasteri dei Sette Angeli e della Badia nuova erano stati saccheggiati, né che quello di Santa Caterina bruciava.
Lì sì! C’era bisogno d’aiuto! Ma nel gran trambusto che assordava tutti, nessuno aveva ancor badato che lì come altrove c’era l’incendio. Eppure il monastero sorgeva a lato del Palazzo pretorio! Il fuoco vi aveva cominciato dal tetto, a cagione di una bomba di quelle destinate al Palazzo, scoppiata in aria. E l’incendio era disceso di piano in piano. Solo verso la sera del 28, qualcuno pensò che là dentro c’erano delle povere creature. E allora, sfondata la porta del monastero, vi entrarono dieci o dodici Cacciatori delle Alpi con dei ‘Picciotti’, a tentar di salvarle. Nel piano terreno ci si poteva ancora, ma cerca di qua, cerca di là non si trovavano monache in nessuna parte. Che si fossero lasciate perir arse nei piani superiori, non pareva da credersi. Finalmente uno andò nell’oratorio, e là ne vide che, come larve bianche nella penombra in fondo, piangevano, fuggivano a nascondersi fino in certe loro catacombe. Raggiunte, si inginocchiavano in terra, torcendo le braccia, porgendo le gole come a dei carnefici; pregate di uscir di là dentro, perché presto non ci sarebbe stato più tempo, non volevano lasciarsi condur via a niun patto. Sicché quei soldati dovettero minacciare di porre loro addosso le mani per salvarle a forza. E allora esse si lasciarono mettere in fila, lunga fila di religiose di tutte le età, monache e converse. Ve n’erano di bellezza celestiale, giovani come aurore; ve n’erano delle vecchie mummificate. I fratelli Carlo e Pietro Invernizzi da Bergamo, bizzarrissimi spiriti, ne portavano via sulle spalle una per ciascuno quasi paralitiche, e mentre che agli atti pareva che reggessero dei reliquiari, parlavano in bergamasco da diavoli cose che avrebbero fatto ridere i sassi. Fu questa la sola profanazione, se si può dir così; tutti gli altri vennero fuori serii con quella strana processione; e a vedere la raffinatezza dei riguardi che sapevano usare, faceva orgoglio. Condussero quelle meschine a un altro monastero; e là, nella gioia della salvezza, qualche stretta di mano, sin qualche bacio fu dato e preso.
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La seconda giornata passò dunque come la prima e peggio; ma la terza furono cose indescrivibili. Tutte le vie erano ormai gremite di gente. A cagione del bombardamento, lo stare in casa era più pericoloso che lo star fuori; perché dove una bomba cadeva su di un tetto, sprofondava giù fino a terreno, scoppiava e faceva crollar tutto. Invece per quelle che cadevano nelle piazze o nelle vie, la gente si gettava a terra, le lasciva scoppiare, poi su, si levava gridando: “Viva Santa Rosalia, Garibaldi, l’Italia!” E si esaltava, e si lasciava pigliare da un certo cupo entusiasmo della strage, senza neppur più inorridire perché qualcuno restava a terra morto o ferito. Di tanto in tanto si udiva uno scoppio di grida furiose qua e là; erano donne del popolo che avevano fatto la posta a qualche birro, e riuscite a pigliarlo, urlandogli “Sorcio, Sorcio!” lo malmenavano, lo straziavano a brani. Così dovevano aver urlato:”Mora! Mora!” le loro antenate dei Vespri. Sennonché ora bastava che capitasse in tempo un garibaldino a stender le mani sul birro sciagurato, e quelle donne glielo cedevano vivo, quasi contente, urlando ancora: “Viva Santa Rosalia!” Di quei miseri servi della polizia ne furono salvati parecchi in tal modo, e pel momento venivano messi nei sotterranei del Palazzo pretorio, dove almeno nessuno poteva più torturarli.
Così le turbe si aggiravano per la città, passando da barricata a barricata pei vani lasciativi apposta; e incontrandosi ai Quattro Cantoni si incrociavano, si acclamavano e si confondevano come quattro correnti. Ivi un gran tendone tirato tra due palazzi celava la metà di via Toledo verso porta Felice, all’altra metà di lì in su, verso al Palazzo reale. Perciò i borbonici del Palazzo non potevano più comunicare a segni con le loro navi da guerra del porto. Quel tendone era come un immenso arazzo bene istoriato, e però spiaceva vederlo sforacchiare dalle cannonate borboniche; ma dal Palazzo reale ci si erano accaniti contro. Diceva un Cattaneo da Bergamo, rimasto loro prigioniero e mandato a Garibaldi per certa ambasciata, con promessa sua che sarebbe tornato, come infatti volle tornare; diceva che i borbonici già quasi ridotti a cibarsi di lattughe, provavano dispetto e noia di quel tendone più che di tutto. Erano anche arrabbiati, perché l’Ospedale militare pieno di risorse era stato preso dai garibaldini.
Dunque tra gli strazi che si vedevano, le buone notizie davano gran conforto. E si seguivano. Il bastione di Porta Montalto era stato preso dal colonnello Sirtori, mosso dal convento dei Benedettini alla testa di alcuni, che si erano lasciati mettere in petto il fuoco dell’eroismo da quel prete soldato. I regi dell’Annunziata erano stati costretti a sgombrare; e comparivano a Palazzo pretorio dei giovani che avevan durato a star là giorno e notte per vincere quel posto. Venivano carichi di armi, e alcuni portavano superbi mantelli tolti a quei nemici. Ma correvano intanto gli annunzi delle morti e delle ferite. Adolfo Azzi, il forte timoniere del Lombardo, era caduto con una coscia trapassata da una palla; Liberio Chiesa, chiassoso ma prode, giaceva anch’egli con una gamba spezzata.
A confortar i feriti un po’ dappertutto, andava il prete Gusmaroli da Mantova, e portava loro i saluti dei combattenti, e tra i combattenti tornava, serbando una calma e una pace di cuore meravigliosa. Mai che impugnasse un’arma! Essere ucciso poteva; uccidere no. Egli non voleva macchiare di sangue le sue mani di sacerdote. Andava così vendicandosi a modo suo dell’offesa che gli aveva fatto l’Austria, impiccandoli nella sua Mantova Orioli, Grioli e Speri e Poma e gli altri di Belfiore. E siccome somigliava molto ai ritratti di Garibaldi, per questo, dove appariva, i ‘Picciotti’, credendolo il Generale in persona, sotto i suoi sguardi gareggiavano a chi mostrasse d’aver più cuore. Egli aveva allora quarantanove anni, ma se avesse saputo quali dolori gli serbavano gli altri dodici che stette poi ancora al mondo, si sarebbe augurato di averne cento per morire se non lo volevano le palle di qualunque altra morte, ma là, ma allora. Finì nel 1872, in una misera casupola della Maddalena, dove era suo solo conforto contemplare almeno l’altra isola, quella di Garibaldi, dal cui cuore fu fatto cadere.
Bello e grande fu l’atto della 8° Compagnia che, mantenutasi più compatta delle altre per l’ostinata voglia di occupare la Cattedrale, vi riuscì finalmente alle quattordici di quel terzo giorno. Rovinava allora lì a lato con indicibile fragore il palazzo del principe Carini, incendiato da una bomba, come erano già rovinati i palazzi Cutò, D’Azzale e altri. E allora appunto, in faccia ai borbonici di Palazzo reale, quei bergamaschi invasero tutto il di fuori del tempio e dentro e su fino il campanile. E di là si misero a tirare sui soldati stipati nella gran piazza. Uccidevano a schioppettate gli artiglieri sui pezzi. Il loro capitano Bassini li governava coi trilli di certo suo fischietto da cacciatore, fumando alla pipa, tutto scoperto ai nemici che lo tempestavano di palle senza toccarlo. Ma egli si credeva invulnerabile.
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A quell’ora il generale in capo Lanza, volendo tentare una disperata prova, mandò il generale Sary a ripigliar la Cattedrale; e il generale Colonna a ripigliare i Benedettini, l’Annunziata, Porta Montalto. Inutile sforzo, inutile strage. Tutti gli assalti furono respinti dai garibaldini, dai ‘Picciotti’ e dai cittadini. I borbonici lasciarono più di cento morti e forse quattrocento feriti, intorno alla Cattedrale e per le vie percorse, ma ritirandosi incendiavano le case, uccidevano gli inermi, violavano le donne. Erano diventati selvaggi, furiosi. Forse facevano così, per dare l’ultimo sfogo all’odio secolare mantenuto vivo contro l’isola in loro, sudditi dell’altra parte del regno; forse li faceva divenir più crudeli lo spettacolo degli incendi, ardenti in più di sessanta luoghi della città; tra i quali più grande e spaventoso quello del quartiere intorno San Domenico, tutto in fiamme.
Ma se le sorti volgevano a male per i borbonici, anche dalla parte di Garibaldi crescevano le angustie. Quella sera non v’erano quasi più munizioni. Si lavorava a fabbricare polvere, ma non ne veniva abbastanza pel bisogno, specialmente perché i ‘Picciotti’, come scrisse poi Garibaldi, sparavano troppo. E da tutti i punti della città dove si combatteva, giungevano uomini a chieder cartucce, come chi spasima per fame chiede pane. Gli aiutanti del Generale rispondevano alzando le braccia muti: il Sirtori, sempre tranquillo, raccomandava di dir dappertutto che le munizioni giungerebbero, che intanto i combattenti s’ingegnassero con la baionetta. E invocava la notte. Almeno ci sarebbero state alcune ore di riposo. E poi girava già viva la voce che tra i regi fosse cominciato un grande scoraggiamento; si diceva che altri loro ufficiali erano passati alla rivoluzione, tra i quali due capitani del genio ed era vero; e ormai pareva certo che i dodicimila uomini del Palazzo reale stessero isolati affatto, senza viveri e senza comunicazioni col porto e con Castellamare. Dunque una risoluzione il loro generale l’avrebbe dovuta prendere; o avventarli tutti a morire o capitolare. Ma venuta la notte l’inquietudine non cessò, anzi faceva terrore il pensiero di quel che sarebbe potuto succedere il mattino seguente; e quasi si agognava che fosse già l’alba, per tornare nella furia invece di consumar l’anima in orribili fantasie.
Anche Garibaldi ebbe quella sera un momento in cui quasi disperò. Gli avevano portato la nuova che erano sbarcati alla Flora due battaglioni di bavaresi, gente aizzata da Napoli e per tutta la traversata con feroci promesse, ed esaltata dalla lusinga d’aver essa l’onore di dar il colpo mortale alla rivoluzione. Ma la notizia non era esatta. I due battaglioni erano sbarcati sì, ma non alla Flora. E il generale Lanza aveva commesso l’errore di chiamarseli al Palazzo reale. Dunque erano men da temersi, stando essi nelle mani di chi non sapeva adoprar bene neppur le buone truppe che aveva già. E Garibaldi si rassicurò. Ma quella era la notte del dolore, ed Egli ebbe pur quello di venir a sapere che alcuni de’ suoi, tre o quattro in tutti, non potendo più star con l’animo alla paura, erano ricorsi ai consoli stranieri, per farsi munire di passaporti. Il dolore che ne provò non si può dire; la pena del suo disprezzo che inflisse a quei tali fu mortale. Uno di essi, poi, che portava un bel nome nizzardo, era ricorso al consolato di Francia! Il Generale ne pianse. Gli toccava là, nel pieno della sua grandezza, fosse pure alla vigilia forse della catastrofe suprema, gli toccava là quella atroce puntura di veder quel suo uomo aver riconosciuto con quell’atto che Nizza era Francese! Egli, così proclive a compatire, a scusare, non perdonò; e il nome di quell’uomo fu spento.
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Il giorno appresso, mentre il fuoco, riacceso in tutti i punti sin dall’alba, lasciava indovinare ne’ regi una certa stanchezza, ma teneva pur sempre in forse dell’esito finale, Garibaldi ricevè un messaggio del generale Lanza. Questi che sin dal 28 aveva chiesto all’Ammiraglio inglese d’intromettersi per imporre una breve tregua, onde si potessero raccogliere i feriti e seppellire i morti, ma però senza trattare egli con Garibaldi; e dall’inglese aveva ricevuto in risposta che appunto a Garibaldi doveva rivolgersi: ora nel suo messaggio dava di Eccellenza al ‘Filibustiere’! E gli chiedeva un armistizio di ventiquattr’ore, e lo invitava a un ritrovo con due suoi generali, per trattar d’altre cose. Designava per luogo la nave ammiraglia inglese. Garibaldi concesse subito l’armistizio, accettò l’invito al ritrovo, e da una parte e dall’altra fu subito dato l’ordine di cessare il fuoco.
Erano le undici antimeridiane. Il ritrovo doveva avvenire alle ore quattordici. Ma mentre Garibaldi trattava di queste cose nel Palazzo pretorio, e sottoscriveva l’armistizio col Colonnello messaggero del Generale nemico, gli giunse un grido di tradimento, propagato sia da Porta Termini, grido terribile di cui veniva interprete a lui, smaniando, quel prete Di Stefano che gli era apparso dei primi, il mattino del 27. Insomma a Porta Termini erano giunti a marcie forzate i cinque i seimila uomini del Von Mechel e del Bosco, quelli che dal dì 24, credendo di inseguir Garibaldi in fuga, erano andati fino a Corleone. Là, avendo alla fine saputo l’inganno in cui erano caduti, s’erano rivolti volando al ritorno; ed adesso erano lì alla porta stessa per cui Garibaldi era entrato in Palermo, furiosi, sguinzagliati dai loro comandanti come belve fuor di catena. Una mezz’ora prima che fossero sopravvenuti, entravano di lancio fino al Palazzo pretorio, perché da quella parte della città le barricate non erano quasi guardate. E chi sa? forse Garibaldi sarebbe finito davvero nella tragedia. Invano li avevano voluti arrestare combattendo gli accorsi al grido del loro arrivo; i Bavaresi avanzavano di barricata in barricata, erano già alla Fiera Vecchia.
Ma l’armistizio era firmato. Il Colonnello borbonico, messaggero che si trovò di fronte a Garibaldi, a sentirsi dare quasi di traditore, si offerse di andar egli stesso a fermare quella terribile colonna, e andò lealmente. Garibaldi seguì. Tra via incontrarono il colonnello Carini che veniva via di là, portato su d’una barella, ferito gravemente ad un omero, e gridava di accorrere, di accorrere, che se no era finita.
Alla vista del Colonnello borbonico che sventolava un fazzoletto bianco, i Bavaresi si fermarono come d’incanto. Ma i loro colonnelli Von Mechel e Bosco, quando seppero dell’armistizio, parvero lì per lì per andare in pezzi dall’ira. Ah quel Bosco! Egli siciliano, caro per certi liberi sentimenti a’ suoi amici palermitani, aveva fiutato nell’aria che la fortuna stava per passargli vicino e, smesse le buone idee, si era preparato a pigliarla pei capelli. Quel Garibaldi cui, secondo che si diceva, si era vantato d’aver mandato a sfidare a duello, egli ora si era figurato d’averlo già nelle mani. Allora sarebbe divenuto il primo uomo del regno. Che sarebbe più contato rimpetto a lui Nunziante, Ischitella, Filangeri stesso e tutti insieme i vecchi servitori e salvatori della dinastia? Era giovane, bello, prode, d’ingegno, stava per valore, nell’esercito borbonico quasi come poi il colonnello Pallavicini stette in quello di Vittorio Emanuele; Francesco II avrebbe regnato di nome, egli di fatto, e nella reggia e nel Regno sarebbe stato più che re. Ma il gran miraggio gli si dileguò in quell’istante, ond’egli rimase là alla Fiera Vecchia tempestoso. Però nella sua collera, ispirava quasi ammirazione.
Cessato anche il fuoco alla Fiera Vecchia come già per tutta la città, non si udì più che qualche colpo di qualche mal disciplinato sperduto. Ma allora, peggior di quello del combattimento, cominciò lo strazio dei feriti e dei morti da cercare. Se ne trovaron dappertutto. Facevano grande pietà le donne, i vecchi, i fanciulli. Quanti destini infranti, quante lacrime da essi lasciate dietro!
E dal Palazzo pretorio fu subito dato l’ordine di riunire le Compagnie dei Cacciatori delle Alpi ciascuna a un punto designato, dove si dovevano raccogliere tutti coloro che non fossero impegnati alla guardia dei posti. Così oltre il numero dei morti, sarebbe stato possibile sapere il numero dei feriti ricoverati negli ospedali o nelle case dei cittadini. Allora avvennero gli incontri dei compagni che in qualche momento di quei tre giorni si erano perduti di vista fra loro, e nella confusione avevano partecipato ai fatti d’arme in punti diversi, dubitando reciprocamente della vita gli uni degli altri, o avendo ricevuto notizie vaghe di ferite e di morte. ” E tu dove ti sei trovato? E tu cosa hai fatto, e dove eri la notte tale? dove hai mangiato, dormito, vissuto?” Ve n’erano di così storditi, di così disfatti dalle veglie, dalle fatiche, dalle emozioni, che non sapevano nemmen essi che dire. Ma parlava per loro il loro aspetto. Di alcuni che parevano riposati e pasciuti si mormorava. E così, alla grossa, si poté fare il conto delle morti. Non erano molte. La vittoria di Calatafimi era costata assai di più. Ma in Palermo le Compagnie avevano combattuto, governandosi ogni soldato quasi da sé, esponendosi appena quant’era necessario per far fuoco, e avanzando con quell’abilità naturale con cui si sa cogliere il destro a scansare i danni, a pigliarsi i vantaggi. Invece moltissimi erano i feriti, i più nel capo o nella parte superiore del torso. Le barricate avevano salvato il resto della persona. Ed era stata fortuna, perché i feriti nelle gambe morirono poi quasi tutti.
Molti più erano i morti borbonici. In certi luoghi, come al bastione di Porta Montalto, erano così fitti, che non si capiva chi ne avesse potuti uccidere tanti. Ma quasi nessun ufficiale tra loro. Di questi, in tutti i tre giorni, non ne morirono che quattro, misera testimonianza del valore di quella ufficialità, se pur non fu una manifestazione di sentimento già nato negli animi, almen dei giovani, quello dell’inutilità d’ogni sacrificio contro colui che, impersonando la milizia di un altro Re, rappresentava un’idea della quale sarebbero stati volentieri soldati.
In quel pomeriggio, tutti si misero a dar una ripulita alle armi; poi chi di qua chi di là, i più andarono a visitar i compagni feriti o a trovar le famiglie dalle quali erano capitati, durante quell’inferno dei tre giorni, per caso o per chiedere un tozzo o un sorso. E là erano accoglienze da principi. Ve ne furono che capitarono in casa di gente altolocata ma malveduta dal popolo, e che senza saperlo servirono di copertura agli ospiti da cui furono tenuti in casa come guardie. Altri furon visti accompagnar di qua e di là tra la folla famiglie sgomente che, così protette, si facevano condurre nei monasteri o alla marina, dove si imbarcavano per andare al sicuro su qualche nave, ad aspettare il resto della tragedia. Perché ventiquattr’ore di armistizio sarebbero presto passate.
Intanto allo Stato Maggiore, il Turr, il Sirtori, gli altri non perdevano il tempo, e tutto quel pomeriggio fu dato loro a fabbricar polvere, a ordinare un poco i ‘Picciotti’, a far mettere in batteria certi vecchi cannoni cavati fuori da dove erano stati nascosti nel 1849. Altri ne furono messi su, avuti in dono o comprati dai bastimenti mercantili che stavano in rada. E i ‘Picciotti’ vi facevano intorno la ronda, li lustravano e li coprivano di immagini sacre, improvvisavano fin delle laudi a quei bronzi, come se fossero eroi o santi. Il giorno appresso si sarebbe sentita la loro voce. Nei luoghi della città più affollati, sebbene l’andirivieni fosse più che mai vivo, bande musicali suonavano arie patriottiche dell’Attila, dei ‘Due Foscari’, dei ‘Lombardi’, o inni del Quarantotto; qualcuno suonava già anche “Si scopron le tombe…” E, cosa meravigliosa, invece di far adagiare gli animi nella speranza che la lotta non ricominciasse più, l’armistizio li aveva ancora concitati. Perciò si vedevano le gronde dei tetti, i balconi, le finestre, sempre più carichi di materiale da buttar giù; e tra la gente che lavorava a far sempre più alte le barricate, si sentiva dire con sicurezza che neppure centomila uomini avrebbero più potuto venir da fuori al Palazzo pretorio.
Queste erano esagerazioni battagliere. Ma cosa grande davvero, che passa l’immaginazione, fu sul tardi il ritorno di Garibaldi dal suo abboccamento coi generali borbonici Letizia e Chrétien, avvenuto a bordo della nave ammiraglia inglese. Egli vi era andato lasciando in angoscia indicibile chi lo sapeva. Ed essendo giunto a un luogo del porto detto la Sanità, proprio nel momento in cui vi giungevano i generali nemici, l’ufficiale della lancia inglese non sapendo che far di meglio, lo aveva imbarcato insieme con quei due. Come si sentissero in compagnia di quell’uomo in semplice camicia rossa essi tutti galloni, non è facile immaginare; ma narrava il capitano Cenni che parevano aver voglia di far l’altezzoso. E difatti nelle trattative, una volta a bordo e cominciata la conferenza, il general Letizia affettava di non rivolgersi a Garibaldi, e parlava con una certa alterigia. Ciò dispiacque all’ammiraglio Mundy e ai comandanti navali francese, americano e sardo, che egli aveva chiamati sulla sua nave, perché assistessero al colloquio. E questo si mutò presto quasi in un diverbio. Il Mundy, ospite, ebbe anzi un bel da fare onde Garibaldi, pur con ragione, non trascendesse. Il Letizia aveva tra l’altre cose osato chiedergli che la rappresentanza cittadina di Palermo facesse un atto di sottomissione al suo Re. E allora Garibaldi proruppe che la rappresentanza cittadina era in lui Dittatore, e rotta ogni trattativa si ritirò. Ma nel partirsi da bordo si rivolse al Comandante americano Palmer, confidandogli rapidamente e a bassa voce che in Palermo non aveva quasi più munizioni, e raccomandandosi a lui perché, se potesse, gliene mandasse. Così tornò a terra.
Ma nel breve tragitto dalla marina al Palazzo pretorio, ebbe uno di quei momenti nei quali gli eroi pagano, per dir così, il fio della loro grandezza. Lo pagano con la tempesta che si scatena loro nell’animo, come avvenne al Mazzini nel 1833, nell’ora terribile in cui si trovò a lottar tra l’idea sua, che egli chiamava dovere, e il sacrificio di tanti, che per quell’idea suscitata da lui, si offrivano alla rivoluzione, alla galera, alle forche. E così come narrò di sé il Mazzini, di sé e di quel suo momento narrò Garibaldi. “Confesso che non ero scoraggiato; ma considerando la potenza e il numero del nemico e la pochezza dei nostri mezzi, mi nacque un po’ d’indecisione sulla risoluzione da prendersi, cioè se convenisse continuar la difesa della città, oppure rannodare tutte le nostre forze e ripigliar la campagna. Quest’ultima idea mi passò per la mente come un incubo, ma la allontanai da me con dispetto: trattavasi di abbandonar la città di Palermo alle devastazioni di una soldatesca sfrenata! Mi presentai quindi quasi indispettito con me stesso al bravo popolo dei Vespri.”
Apparve di fatto dal balcone sinistro del Palazzo, nel lampo delle invetriate che, mentre si aprirono, scintillarono percosse dal sole già basso verso Monte Pellegrino, e a capo scoperto, come Ferruccio ai suoi, prima di Gavinana, parlò. Breve, pacato, con voce che suonò come un canto, disse che il nemico gli aveva fatto delle proposte ingiuriose per Palermo e che egli, sapendo il popolo pronto a farsi seppellire sotto le rovine della sua città, le aveva rifiutate.
V’è ancora qualcuno, vivo, al mondo, che, sebbene sia passato quasi mezzo secolo, si sente sempre nell’anima quella voce. E ancora vede ciò che vide in quell’ora. Vede quella moltitudine che non balenò neppur un istante, e che alle ultime parole di Garibaldi ruppe in un grido solo: “Sì! Sì! Grazie! Grazie!” con una levata di mani, di fronti, di cuori, tale da fare impallidire lui, pel sovrumano peso che gli imponeva, accettando l’onore di lasciarsi sacrificare. Egli guardò un poco, poi si tirò dentro ‘”ritemprato (lo narrò nelle sue ‘memorie’) e da quel momento ogni sintomo di timore, di titubanza, d’indecisione” gli sparve.
Il discorso di Garibaldi comparve poi subito stampato sotto forma di Proclama alle cantonate. Diceva così: “Il nemico mi ha proposto un armistizio. Io accettai quelle condizioni che l’umanità dettava di accettare, cioè ritirar le famiglie e i feriti: ma fra le richieste, una ve n’era ingiuriosa per la brava popolazione di Palermo, ed io la rigettai con disprezzo. Il risultato della mia conferenza d’oggi fu dunque di ripigliar le ostilità domani. Io e i miei compagni siamo festanti di poter combattere accanto ai figli dei Vespri una battaglia, che deve infrangere l’ultimo anello di catene con cui fu avvinta questa terra del genio e dell’eroismo.”
Parrà forse dir troppo ma è verità. La sera di quel giorno, proprio come se ricorresse la sua festa di Santa Rosalia, Palermo si illuminò tutta. Lasciamo stare che i palazzi e le case dei ricchi nelle grandi vie fecero addirittura la luminaria; ma non vi fu casupola per quanto povera e nascosta ne’ vicoli, che non avesse il suo lume a ogni finestra. E la notte passò in cene e canti e fino in danze. Per prepararsi alla ripresa della guerra, se guerra doveva ancora esservi, si avrebbe avuta poi tutta la mattinata appresso.
Ma quando fu mezzodì e i combattenti erano tornati tutti ai loro posti, pronti a ricominciare, fu fatto dire dappertutto che l’armistizio era prolungato di tre giorni. Allora entrò nei cuori che in quanto a Palermo i regi avevano finito. E tanto più crebbe l’idea quando si arrese la compagnia che custodiva il palazzo delle Finanze in piazza Marina, dove giaceva un tesoro di cinquanta milioni di ducati. Avevano messo il blocco al palazzo una ventina di Garibaldini e un nugolo di popolani, appostati intorno a distanza, vigili giorno e notte, e così il denaro della Sicilia, rimaneva in Sicilia.
Durante quell’armistizio, stettero le due parti ai loro posti, ognuna con le proprie sentinelle piantate a farsi guardia contro la nemica. E in certi punti della città, le sentinelle si trovavano a essere così vicine fra loro, che in quattro passi potevano gettarsi a zuffa l’una sull’altra. Perciò in quei luoghi insieme coi ‘Picciotti’, che dal grande odio non avrebbero saputo stare senza insultarsi o saltare addirittura sui napolitani, fu messo un gruppo di Garibaldini. E talvolta avveniva che dei soldati napolitani qualcuno o la sentinella stessa, da una parola all’altra, si lasciava tirare a conversare coi Garibaldini, perdeva la testa, dava indietro un’occhiata, tentennava un poco, e poi scattava via di lancio a rifugiarsi tra loro, abbracciato, baciato, portato via in trionfo per la città. Così, alla Fiera Vecchia, anche i Bavaresi disertarono a dozzine, ultime figure di mercenarii che avevano fatto quell’ultima apparizione in Italia.
Magnanimo veramente era stato il primo giorno Francesco Crispi che, appena sottoscritto l’armistizio, si era ricordato subito del Mosto e del Rivalta, rimasti in mano dei borbonici, nella ritirata dal Parco. Egli, segretario di Stato del Dittatore, corse a Castellamare per farne lo scambio con due ufficiali superiori nemici, prigionieri. Entrò nel forte superbamente, e chiese dei due Garibaldini. Di Garibaldini prigionieri non v’era che il Rivalta; dell’altro, quei del Castello non sapevano nulla. Il Rivalta sì, sapeva dove era il suo povero amico; ma non lo disse, temendo che il Crispi infuriasse, e tirasse fors’anche su di sé e su di lui la bestialità di alcuno di quei biechi soldati. Diceva il Comandante del Castello che il Mosto era forse dal generale Lanza nel Palazzo Reale. Il Crispi uscì per andarvi, ma tra via il Rivalta, gli narrò che il Mosto esile e stanco, nella ritirata dal Parco era caduto sfinito su per l’erta del monte e che sopraggiunti i Cacciatori era stato trafitto a baionettate. Egli, il Rivalta, aveva visto da pochi passi più in su morir l’amico a quel modo, e sarebbe toccata anche a lui la stessa sorte, se un giovane ufficiale non avesse persuasi i Cacciatori a serbarlo per averne informazioni su Garibaldi. Salvato così, lo avevano mandato al colonnello Bosco e poi a Palermo, dove era stato chiuso in una casamatta del Castello, e tra le minacce e gli insulti ivi tenuto sino a quel momento. Ma dalla mattina del 27, quando si era sentito sopra il capo tremar le volte al tuonar dei mortai, aveva sperato, gli si era allargato il cuore.
Sparsa la notizia tra i Carabinieri genovesi, andò al Parco Antonio Mosto con alcuni amici; e sul monte, ancora nel posto dov’era stato ucciso, trovò il suo fratello, dolce e gracile giovine, da otto giorni insepolto. E nello stesso posto lo seppellì.
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Garibaldi, un di quei giorni, verso sera, fece una passeggiata a cavallo per la città, passando pei luoghi dove le barricate erano meno fitte. Dire che accoglienze gli faceva il popolo parrebbe ora poesia, ora che il mondo è tanto mutato. Miravano le turbe quella figura dolce, e non sapendo ben capire come ad essa convenisse il gran nome guerriero, chinavano religiosamente la fronte, o gli si protendevano come ad un essere sovrumano. Non era difficile immaginare le folle deliranti di certi altri paesi prostrate per voluttà di farsi schiacciare dai carri sacri. Egli correggeva con lo sguardo quei fanatismi.
Spirato quel termine di tre giorni, fu prolungato l’armistizio di altri tre. Si indovinava in ciò gli ondeggiamenti della Reggia di Napoli, dove il re mite e le donne fiere tenevano la questione sospesa tra i consigli di chi voleva che Palermo fosse tutta ridotta in rovine, e il vecchio saggio Filangeri che ammoniva il Re, supplicandolo di non si mettere da sé, con quell’eccidio, al bando di tutta l’Europa liberale. E il suo consiglio prevalse. Così al terzo armistizio seguì una convenzione, per la quale i regi si obbligavano a sgombrar Palermo, però con l’onore delle armi. Garibaldi concesse. Andassero pure onorati! Erano italiani anch’essi, e nel trattarli così, egli poteva dire di riportare un’altra vittoria.
E il giorno 8 giugno fu uno strano spettacolo. Al cospetto di molto popolo in festa, dinanzi a forse quattrocento Cacciatori delle Alpi raccolti per quella cerimonia, sfilarono i ventimila soldati dell’esercito regio, soldati di tutte le armi. Dove andavano, dove si sarebbero ancora incontrati a combattere con quei loro vincitori che, così pochi, avevano dietro di loro l’Italia Nuova? Non sapevano, ma pareva sentissero che il mondo abbandonava il loro sovrano. Tuttavia, se passavano senza fierezza, non avevano aria avvilita. I soldati avevano combattuto.
Allora Palermo festeggiò sé stessa magnificamente, e quelli che chiamava i suoi liberatori. Essi, in venticinque giorni dalla partenza da Genova, avevano vissuto quanto si può vivere in parecchi anni, e veduto e sentito quanto in un lungo viaggio, per terre di civiltà antiche e venerande. E avevano anche potuto meditare sugli effetti delle rivoluzioni compiutesi, durante l’ultimo secolo, nell’alta Italia, dove se le miserie della vita erano ancora molte, certa somma di beni s’era pur cumulata nelle città e nelle campagne, e di questi beni tutti ne avevano risentito. Ma là nell’Isola, rimasta nel silenzio e nella solitudine, senza essere stata toccata dalla rivoluzione francese, quasi tutto era ancora come doveva essere stato parecchi secoli indietro. Grandezze da principi in una classe ristretta; povertà, ignoranza e superstizione nella grossa moltitudine; e, salvo le grandi città, assenza quasi assoluta di quel ceto di mezzo colto, ricco, operoso, che nell’alta Italia teneva già sin da allora in pugno le sorti sociali. Però l’anima siciliana si rivelava pronta a liberarsi da quanto di troppo vecchio la impediva, e capace di rimettere in breve il gran tempo perduto. Ma queste eran cose da lasciarsi al poi. Per allora bastava che l’Italia spingesse avanti l’opera iniziata dai Siciliani e dai Mille. Questi si sarebbero modestamente confusi nell’onda grossa di volontari che essa avrebbe mandati, come infatti mandò.
Ma nei giorni che corsero tra lo sgombro dei regi e l’arrivo di quella che fu chiamata la seconda spedizione condotta dal Medici, le gioie che Palermo fece loro godere furono cose da novelle orientali. Banchetti e festini, uno che aspettava la fine dell’altro per cominciare. I Mille, smessi i panni borghesi, vi comparivano nelle loro fiammanti camicie rosse, mirabili le Guide nelle pittoresche divise tra ungheresi e francesi; mirabili i Carabinieri genovesi in un costume severo e quanto mai signorile.
Ogni tanto, però, si faceva qualche gran funerale di morti per ferite, perché grandiosa e solenne doveva essere in Palermo anche l’ospitalità della tomba. Così certi umili volontari che, morti nelle loro case, sarebbero stati accompagnati al cimitero da pochi umili come loro, ebbero esequie da grandi. Quelle di Adolfo Azzi morto il 4 giugno, quelle del colonnello Tukory morto il dì 8, furono apoteosi. Intanto alla gioia veniva a mescersi certa mestizia. Era di quella che le grandi cose lasciano nel cuore, quando sono compiute. Gli animi alacri e lieti della vigilia cambiano godimento nella tristezza di poi.
Quanto a quelli che avanzarono dopo Palermo, alcuni andarono a morir a Milazzo come Vincenzo Padula da Padula, Gaetano Erede da Genova e Giuseppe Poggi, il bello ed eroico Poggi, cui Garibaldi aveva ammirato a Calatafimi. Pilade Tagliapietra da Treviso, Giuseppe Profumo da Genova, Pietro Zenner da Vittorio e l’angelico Ernesto Belloni da Treviso, caddero a Reggio Calabria; Angelo Cereseto e Giovanni Battista Roggerone, Quirico e Pietro Traverso, tutt’e quattro genovesi, e Innocente Stella da Arsiero, morirono in battaglia sul Volturno, e a Villa Gualtieri, il 1° ottobre. Così in tutti, dei Mille, da Calatafimi al Volturno, quelli che morirono in quel grand’anno furono settantotto. Altri come il Nullo ed Elia Marchetti andarono presto a morir in Polonia cavalieri poeti della libertà; altri ancora come Raniero Taddei e Antonio Ottavi da Reggio Emilia e Stefano Messaggi milanese, morirono combattendo, ufficiali dell’esercito, a Custoza; o come Vincenzo Dalla Santa e Giuseppe Dilani camicie rosse, nel Trentino. Finirono a Mentana Vigo Pelizzari e Antonio Caretti; alcuni, come Giuseppe Gnecco da Genova e Luigi Perla da Bergamo, morirono in Francia, combattendo ne’ Vosgi contro i Prussiani. Di morte naturale, nei primi dieci anni dopo il ’60, morirono quelli che erano già quasi vecchi al tempo della spedizione, ma anche molti, massime dei più giovani, consumati dalla tisi. Non pochi finirono di malattie mentali; troppi si spensero da sé, non rimasti abbastanza forti alla vita.
Si dice che a Quarto sorgerà un giorno un monumento con su tutti i nomi dei Mille incisi nel marmo. Sarà cosa che onorerà la patria; ma lo scoglio da cui Garibaldi scese a imbarcarsi, è da sé monumento cui la poesia fece già più duraturo d’ogni marmo e d’ogni bronzo, essa che vince il silenzio dei secoli!

Carlo Tenca – La cà dei cani : cronaca milanese del secolo 14. / cavata da un manoscritto di un canattiere di Barnabo Visconti

LA CÀ DEI CANI

Cronaca Milanese
DEL SECOLO XIV
Cavata da un manoscritto di un Canattiere
DI

BARNABÒ VISCONTI

CON QUATTRO INCISIONI.

MILANO
COI TIPI DI BORRONI E SCOTTI

CONTRADA DI S. PIETRO ALL’ORTO N.° 893.
SI VENDE ANCHE DA ANDREA COLOMBO, LIBRAJO E CARTOLAJO
CONTRADA DE’ RATTI N.° 3190
Ai Lettori

“…. Et sconjuriamo ogni uno che si faciessero a leggere questa historia di ajutare credentia alle nostre parole, et di honorarla di cortese indulgentia. Con che poniam fine nel nome del Signore.” Le quali parole che chiudono la cronaca del canattiere di Bernabò, noi abbiamo stimato opportuno mettere in cima al nostro libro, quasi a perorare la nostra causa presso i lettori, e chieder loro quella credenza e benignità che il buon cronista domandava a’ suoi.
E invero non è senza un segreto sgomento che osiamo per la prima volta srugginire e mondar dalla polvere una vecchia pergamena, in questi tempi in cui tanti illustri ci precedettero sul difficile cammino e si accaparrarono intera l’attenzione del pubblico. Se il pensiero di esser puntello al pericolante edifizio delle lettere e di recare singolar giovamento alla società non ci avesse sospinto all’arrischiata impresa, forse noi avremmo lasciato dormire quel prezioso manoscritto fino al dopo pranzo del dì del giudizio, a gran tripudio dei topi e delle tignuole. Ma la santità della nostra missione la vinse sul natural timore: il bisogno dei tempi è troppo altamente annunziato dal succedersi degli almanacchi e delle strenne, il Cicca berlicca, l’Ara bell’ara, il Minin minell, il Cicciorlanda e tali altri riputatissimi libri dovevano avere un confratello. Ed ecco che la nostra buona ventura ci condusse a scoprire fra le carte d’un pescivendolo la cronaca del canattiere di Bernabò, la quale se non elevasi alla sublimità di quei primi modelli, non è priva di certa importanza ed ha in se tutti gli elementi che richiedonsi a fare un racconto storico. In essa trovammo le violenze, le prigioni, i rapimenti, le carnificine, le stregherie, le morti, e tutto ciò col condimento d’un po’ d’amore e di qualche scena burlesca: solo mancavano i tornei e le feste, e di questo difetto, più dei tempi che nostro, domandiamo generoso perdono ai lettori. Ben è vero che abbiam posto a tortura il nostro cervello, e abbiamo sudato le intere settimane per trovar modo a tirarvi pe’ capegli almeno un pajo di tali episodii, non tanto per seguitare il costume, quanto per rimpinzare con essi il racconto senza molto studio nè fatica; ma questo non ci venne mai fatto stante la gramezza dei tempi che tornei e feste non comportava. Invece, perchè gli episodii sono pur necessarii, anzi costituiscono la parte principale di un racconto storico, vi abbiamo introdotto la esecuzione di cento cittadini impiccati sulla pubblica piazza, quella di due frati abbruciati vivi, l’apparizione d’una cometa, tutte descrizioni che valgono per quelle di cento tornei e che hanno il pregio di sviare più che mai la mente del lettore dal fatto principale.
Per questo lato il nostro racconto non è privo di una certa importanza e può stare non ultimo fra molti romanzi storici contemporanei. Oltre di che l’erudizione vi è sparsa a piene mani essendoci stato d’ajuto in ciò il nostro cronista, il quale pare che sia andato razzolando tutte le memorie de’ suoi tempi e ne abbia fatto tesoro nella sua storia. Anzi fu sì grande questa sua smania di narrare fatti, che raccolse in una sola epoca avvenimenti di cinque o sei anni: il che noi abbiamo fedelmente osservato non solo per una cotal venerazione alle cronache, ma confortati in ciò dall’esempio di alcuni scrittori pei quali anacronismo è parola vota di senso.
Rispetto allo stile e alla lingua, che tengono oggidì primato d’importanza in un racconto qualsisia, ci siamo sforzati di stare più strettamente che per noi si potesse vicino alla verità. La qual verità noi riputammo consistere nel far parlare ciascheduno secondo la sua condizione e tutti secondo i tempi. Ond’è che al signore o al principe abbiamo posto in bocca un linguaggio fiorito e sentenzioso adorno di frasi studiate e peregrine, e al popolo un parlar basso e ruffianesco misto di solecismi e di arzigogoli d’ogni fatta. Anche in ciò i nostri lettori troveranno quella varietà e diremmo quasi screziatura che tanto piace nella comune dei romanzi. Pel colorito locale e contemporaneo poi ci fu modello la cronaca medesima, alla cui narrazione semplice e concisa attingemmo la maggior parte dei modi di dire, non in guisa però da non poter giurare di aver creato lo stile.
Inoltre, per accrescere curiosità ai lettori e per dare certa vaghezza al libro, abbiamo avuto cura d’interrompere qua e là il racconto e di saltare da un fatto all’altro, lasciando lacune che la mente dei lettori non riempirà mai. A questo uopo abbiamo religiosamente abbruciato alcuni fogli della nostra cronaca, per poter asserire con fondamento ch’essa è difettosa in alcune parti, e proprio là dove il racconto ha maggior bisogno di essere rischiarato. Tali lacune saranno abbellite da una falange di puntini, i quali oltre al far vaga mostra all’occhio, hanno il pregio di non istancare la pazienza dei lettori. Ben è vero che ove quelle lacune fossero veramente esistite, sarebbe stato facile supplirvi colla nostra imaginazione e compire la narrazione; ma poichè nessun romanziero, per quanto sappiamo, ha mai fatto ciò, noi pure ci siamo trattenuti dal farlo. I lettori poi sono pregati di credere che quelle pagine perdute contenevano le più belle e mirabili cose del mondo, al cui confronto sono uno zero quelle narrate nel restante del libro.
Il racconto abbiamo diviso in capitoli, e a ciascun capitolo abbiam posto in cima un motto od epigrafe per vieppiù invogliare i lettori a scorrerne le pagine. Queste epigrafi poi le abbiamo rubacchiate qua e là dovunque ci capitavano sott’occhio senza badar molto se si acconciavano o no alla narrazione; e quando non ne trovammo, le abbiamo fabbricate a bella posta spacciandole per brani di canzoni inedite o di poemi manoscritti che non esistettero mai. Il qual segreto insegnatoci già da un nostro confratello, abbiam trovato comodissimo e pieno di utilità. Solamente non volemmo dare alcun titolo ai capitoli, e ciò per un capriccio, che preghiamo i lettori di perdonarci. Quelli tra essi che non potessero far senza di questa oziosa nomenclatura, piglino l’ultimo romanzo da essi letto e ne applichino i titoli al nostro racconto, che vi si adatteranno a meraviglia. Perchè alla fine son sempre le medesime scene che si riproducono in tutti i romanzi, e i capitoli di ciascheduno hanno tanta analogia tra loro come le messe d’una chiesa rassomigliano a quelle d’un altra.
Ora ci rimarrebbe a dire del lusso dell’edizione, degl’intagli, e di tutte le vaghezze tipografiche. Ma di questo faccian ragione i lettori. Tanto più che troppe pagine abbiamo speso intorno al libro; e vogliamo che i giornalisti, se mai alcuno piglierà a lodarlo, possano far senza delle parole dell’autore e scrivere del proprio…. almeno circa la carta e i caratteri. Del resto chi sa che la cronaca del canattiere di Bernabò non pigli posto tra breve fra le edizioni illustrate.
Se ne sono vedute tante!

I.

Vulgo fu sempre vulgo – era ‘l capestro
E ‘l pane e ‘l boja, e sono e saran sempre
Il suo trastullo. –

FOSCOLO. Sermone.

Un mattino del novembre dell’anno 1374, la città di Milano erasi levata quasi a rumore, e gli abitanti accorrevano a torme di tre, quattro, fuori delle case accalcandosi per le contrade che mettono alla piazza della Vetra. Dappertutto era un correre, un affannarsi, un domandare, un parlar sommesso che dava indizio di qualche grave avvenimento. Chi avesse osservato da vicino siffatto trambusto non avrebbe detto certamente esser quello un giorno di festa o di pubblica allegrezza; anzi avrebbe cavato cattivo augurio dall’aspetto umile e rassegnato de’ cittadini e meglio ancora dai loro visi pallidi e sparuti. Lacere le vesti e sudicie, gli occhi infossati nell’orbita e tristissimi, le guance informate dalla pelle livida e gialliccia, il respiro affannoso additavano generale la miseria e la fame. Gli uomini parlavan piano tra loro e sfogavansi in amare lamentazioni, le donne alzavano gli occhi al cielo e piangevano: dei fanciulli, soliti sempre a far baldoria e schiamazzare in tali occasioni, pochi o nessuno se ne vedeva. Tutti poi avevano in fronte l’indignazione e più che l’indignazione il terrore, e guardavansi sospettosi da certe facce sinistre, che aggirantisi qua e là per mezzo alla moltitudine, scostavansi da loro come dalla peste.
E invero chi avesse veduto in quel torno la città di Milano avrebbe chiesto dov’era la splendidezza delle case, la chiassosa allegria dei cittadini, l’eccellenza delle arti, la frequenza di una plebe numerosa e felice. Fin dal principiare di giugno erasi appiccato di nuovo il contagio in Lombardia più fiero e più crudele che nel passato; tanto che quasi due terzi degli abitanti n’erano periti. Al qual numero se si aggiungano i morti nella peste dell’anno antecedente, di leggeri si farà ragione dello squallore e della miseria di questa città. I provvedimenti dati dal duca Bernabò Visconti, anzichè scemare, accrebbero di gran lunga la desolazione di Milano, perocchè nell’anno avanti, appena si ebbe indizio di contagio, fuggissi tostamente nelle sue castella presso Marignano, e nella città comandò che fossero diroccate le case di tutti coloro che eran morti di contagio, senza riguardo per gli ammalati o pei sani che vi potevano essere. Poscia, quando la peste si riprodusse più forte, diè ordine che tutti quelli i quali fossero tocchi dal male, dovessero portarsi fuori della città o del paese ove abitavano, e andassero nei boschi, nelle campagne a morirvi; nè alcuno, che avesse assistito un contagioso potesse ritornare a casa prima di dieci dì dalla morte di esso. I preti e i parrochi di ciascun luogo erano obbligati di visitare gl’infermi e di additare agl’Inquisitori, trascelti a tal uopo, ogni ammalato sotto pena del fuoco: del pari i beni di ciascuno erano dati al fisco fino a nuovo avviso. Le quali misure, giudichi ognuno quanto fossero atte a riparare a cosiffatta disgrazia, e come non dovevano immiserire questo bel paese, già gramo per una prepotente dominazione. Basti il dire che il Petrarca, ospite caro a Milano, il quale aveva stabilito di terminarvi i suoi dì tra le carezze della figlia e del genero, partissi al primo infierire del morbo nel 1361, nè più vi fece ritorno.
E quasichè non bastasse la morìa a spopolare e a far misera Milano, cominciò il cielo a imperversare in sull’aprirsi della primavera, e a cader una pioggia non mai interrotta fin presso al finire di luglio; talchè le biade ne rimasero al tutto guaste e distrutte. Da ciò nacque un’orribile carestia che condusse una moltitudine di persone a morir di stento, e attirò in Milano gran parte de’ contadini e dei montanari, i quali cacciati dalla fame versavansi a frotte nella città già ridotta allo stremo. Nè le limosine di Galeazzo Visconte, che furono molte e generose, nè quelle di Bernabò, valsero a trarre il paese da sì profondo abbattimento; e nel mese di novembre, in cui ebbero luogo gli avvenimenti che imprendiamo a narrare, quantunque il contagio fosse cessato d’un tratto, e la carestia avesse dato luogo alquanto, profonde erano tuttavia le tracce della desolazione e della morte.
Però, la curiosità, che fu primo retaggio dell’umana schiatta, e poscia principale attributo della plebe e delle femmine, aveva anche adesso fatto mostra del suo potere; ond’è che in onta alla peste ed alla carestia, in onta al dolore che struggeva l’animo de’ cittadini superstiti, la maggior parte di essi traeva alla piazza della Vetra per essere testimone di uno spettacolo miserando, d’una sventura più grande dei due flagelli mandati dal Signore. Bernabò Visconti, non appena tornato dal suo castello, ove passava il tempo cacciando, aveva pubblicato un editto, col quale minacciava fierissime pene a chi avesse ucciso cinghiali od altre salvaggine, ch’egli amava sopra modo. Nè pago di ciò, comprese nel medesimo editto tutti coloro che fossero accusati di averne ucciso alcuno nel periodo di quattro anni addietro; e si diè con ogni cura a cercare i rei. È facile immaginarsi che non mancarono le accuse, in parte vere, in parte anche false, perchè in ogni tempo e in quello specialmente, non mancarono tristi personaggi ed odiosi, che stimarono innalzar sè sulla caduta degli altri. Il perchè più di cento, tra plebei e cittadini, furono convinti, Dio sa come, di codesto delitto di lesa salvaggina, e condannati alla perdita degli occhi, poscia ad essere appiccati. La qual crudeltà, non nuova in quei tempi di barbarie e di dispotismo, ma terribile in un’epoca di tanta pubblica calamità, doveva certamente accrescere e l’abbattimento de’ poveri milanesi e l’odio a così strana oppressione. E tuttavia per quanto universale fosse lo squallore e unanimi le maledizioni per sì feroce atto, la moltitudine, fedele al suo istinto, non poteva privarsi di uno spettacolo favorito, e col fiele nell’animo trascinavasi al luogo del supplizio. La prima condanna era già stata eseguita il giorno innanzi nel palazzo dello stesso duca: ora rimaneva soltanto l’appiccatura, per la quale erasi eretto un gran palco capace non che di cento, ma di mille persone, se alcuno vi fosse stato, cui avesse fatto gola un ballo all’aria.
Sull’angolo della contrada degli Spadari, dove sbocca dritto negli Armorari, un uomo di forse quarant’anni, robusto della persona e franco, sebbene macilento in viso, preparavasi ad uscire della bottega in compagnia di un suo amico, e detto ai giovani che badassero al di dentro e non si lasciassero vincere dalla curiosità, cacciossi il berretto in capo, e in due passi fu in istrada. Quand’ecco al disopra della bottega, proprio rasente l’insegna, che era un elmo irrugginito posto a cavalcione d’un’alabarda, aprissi una finestra ed una voce malinconica ma pur gentile esclamò:
– Perchè vuoi tu uscire, Stefano? Ti pare una bella cosa l’andar a vedere quattro manigoldi metter il capestro al collo a tante brave persone, che alla fine sono nostro prossimo? Via, rimani in casa. E voi, signor Franciscolo, che avete più giudizio di lui, persuadatelo a restare. –
– Eh, mia buona signora Agnese, non sono già io che ha indotto questo capo sventato di Stefano ad uscire: è lui che vuol andarvi a tutti i modi, ed io per non lasciarlo solo ho dovuto acconciarmi ad andarne con lui. Ma state cheta che non ci accadranno disgrazie. –
– Disgrazie, tu dici? – rispose l’armajuolo. Che diamine ci può accadere di peggio? La scomunica del papa, la peste, la carestia, la corda, l’impiccatura, e che so io. Sai tu, Franciscolo, che vi sia qualche cosa d’altro da mettere appresso? –
– Sì; quattro carezze dei cani del Duca – gli disse Franciscolo all’orecchio – e se non tieni la lingua fra i denti…. –
– Maladetti i cani! – mormorò Stefano, poi guardando all’insù – moglie mia – disse – bada che non accada nulla a quella sguajata bestiaccia, se no mal per noi, mettile innanzi da far colazione, e fa in guisa che non fugga di casa. –
– Vi ubbidirò – rispose la moglie – siete proprio ostinato di voler andare a quella bella festa. In nome del Signore, guardatevi almanco dal parlar troppo, abbiate l’occhio a quelle facce sinistre di que’ canattieri, di quegli sgherri, di quegli stipendiati del duca, che mettono la terzana solamente a guardarli. Io non so che pro’ vogliate cavarne di questo vostro andare. –
– Che pro’ ne caverò? Dove non fosse altro, imparerò come impicchino i manigoldi del duca, e se il caso volesse che un qualche dì…… Ma via, via, non i sgomentarti Agnese, io porto il berretto fuori degli occhi. In ogni modo è bene l’andarvi, perchè la presenza di facce da cristiani come noi, conforta alquanto negli estremi momenti…. Ah! non mi ricordava che quei poveretti sono senz’occhi! Uf. Andiamo Franciscolo, addio Agnese. –
Ciò detto, pigliò pel braccio Franciscolo, che parve seguirlo a rilento, ed entrambi scantonarono per avviarsi al luogo dell’esecuzione. Quantunque la morìa fosse di fresco cessata, e non al tutto deposto lo spavento; quantunque un pò per la fame, un pò per la peste la popolazione di Milano fosse ridotta a meno di un terzo, tuttavolta le case non erano tanto deserte che non potessero uscirne un diecimila persone. E tante, e forse più se ne trovavano sulla piazza della Vetra, allorchè vi giunsero per la via del Carrobbio Stefano e Franciscolo. L’esecuzione era già incominciata, alla spiccia e senza molti preliminari, talchè una dozzina di quegl’infelici erano belli e spacciati. La moltitudine stava commossa e timorosa, e in tanto subbuglio di gente era un silenzio tale che udivansi chiaro le preghiere e le ultime parole dei condannati. Tra questi erano giovani e vecchi e sacerdoti e cittadini d’ogni classe, alcuni venerandi per canizie, altri stimati per probità e per valore; desiderio grandissimo della patria in quell’epoca di desolazione. La maggior parte non reggevasi sulle gambe e minacciava ad ogni istante di uscir di vita; e questi erano spacciati per i primi. Gli altri più giovani, più baldi e pieni ancora di vigorìa, sebbene doloranti per la perdita degli occhi, favellavano, volgevansi al popolo gridando, invocavano il Signore, e morivano pregando tempi migliori allo sfortunato loro paese. Invano gli sgherri or colla voce, or con punzoni o minacce tentavano di contenerli, di farli tacere: le bravate non valevano a nulla per essi, che avevano a due passi la morte, ond’è che stimarono più acconcio lasciarli dire. Tra gli altri erano due giovani, belli della persona e del volto, per quanto l’un e l’altro avessero sfigurato e malconcio: stavano sul davanti del palco, e tenevansi abbracciati in un amplesso così tenace, che pareva non se ne potessero più sciogliere. Dal muoversi convulso delle labbra e dallo stringersi così da vicino scorgevasi un immenso struggimento di non potersi mirare in viso, e un amore, una tenerezza, un abbandono non facile a trovarsi tra uomo e uomo. Quei due giovani erano fratelli, pellicciai di mestiere, tra i più facoltosi cittadini di Milano, citati siccome modello di fraterna amicizia. Il più giovine, debole e malaticcio, fu tra i primi ad esser colto dal contagio, e il maggiore portatolo fuor di città, com’era prescritto, non scostossi un istante da lui finchè non l’ebbe veduto salvo. Allora, siccome lo sfinimento prodotto dal morbo richiedeva cibi più succulenti e la carestia aveva fatto ascendere i mangiari a un prezzo enorme, vendette, come meglio potè, le sue pelliccie e perfino le masserizie per cavarne danaro; ma presto ridotto al verde, usciva il mattino intanto che il fratello dormiva, e con certi lacciuoli ingegnavasi di pigliar qualche lepre spinta dalla fame fin sotto le mura della città. Così erano campati entrambi fino al finir dell’ottobre, nel qual tempo pubblicatosi l’editto, vennero presi e condannati, l’uno per aver cacciato, l’altro per aver mangiato quelle lepri. Ora il fratello maggiore, che accusava sè della morte di entrambi, addoloravasi oltremodo e veniva sostenendo e confortando quell’altro colle più soavi parole, e quando furono al punto di dover essere divisi, pregò che gli concedessero di accompagnarlo fino a piè del patibolo. Dove giunti, furono tanti e sì teneri gli abbracci, e le parole così tristamente affettuose, che la moltitudine commossa non potè più contenersi e si diè altamente a singhiozzare. Forse in altri tempi quello spettacolo avrebbe destato una subita indignazione e levato il popolo a sommossa; ma allora gli animi infiacchiti dalle calamità e dall’oppressione non potevano dare altro che lagrime. Tanto più che gli alabardieri di Bernabò circondavano a doppie file la piazza, e non sarebbero stati gran fatto malcontenti di picchiar coll’asta nelle reni a quella sozza canaglia, com’essi chiamavano il popolo, e di mandarne porzione a far compagnia ai ranocchi nella fossa che gira quasi tutto all’intorno.
Stefano e Franciscolo non poterono più oltre patire la vista di quello spettacolo, e si volsero per uscire di là fieramente combattuti da mille diversi sentimenti. Quando furono davanti alla porticina della chiesa di S. Lorenzo, dove la moltitudine diradavasi e lasciava luogo a camminare alquanto più liberamente, Stefano, tratto un grosso sospiro, disse piano al compagno:
– Poveretti, come fanno compassione. E a vedere quei ribaldacci di stipendiati del duca come gavazzano e si tengono a festa. Maladetti! S’io rimaneva più là, avrei commesso qualche sproposito: mi pareva d’aver i piedi sulle brage, e qui nelle mani poi mi sentiva certi pizzicori… Che la Madonna e san Lorenzo mi ajutino. –
– Amen, rispose una voce grave a poca lontananza da lui.
Il povero Stefano, che tenevasi solo, e credeva che nessuno l’avesse udito, si volse pieno di sospetto, e vide due frati minori che si erano ritratti dalla folla e stavano rincantucciati presso alla porta della chiesa col viso quasi interamente coperto dalla cocolla. Sopra di costoro ei cacciò due occhi a guisa di due punti d’interrogazione; ma poichè il frugare e l’osservarli minutamente non servì a nulla, si trasse Franciscolo in disparte e accennò di andarsene. Allora uno dei frati scopertosi il viso gli mosse un passo all’incontro, e lo chiamò per nome.
– Che? Siete voi padre Teodoro, e voi padre Andrea? – disse Stefano riconoscendoli entrambi – che il cielo vi benedica, m’avete fatto una paura da non dirsi. E perchè appiattarvi qui come lepri in un cespuglio… Ah! mio Dio, l’ho detta grossa. Basta, fu così per un paragone, e spero non mi vorrete tradire; se no, povero il mio collo. –
– Noi siamo venuti a mirare l’opera della distruzione, a veder compiuto l’olocausto, a raccogliere i gemiti di tutte queste vittime e offrirli al trono del Signore: chi sa che il giorno dell’espiazione non sia presto maturo. –
– Oh: se tutti questi poltroni che stan qui a piangere come donnicciuole avessero un cuore come il mio, que’ manigoldi non riderebbero lungo tempo alle nostre spalle; e lo stesso duca ci farebbe di berretto se ci scontrasse per via, invece di farci inginocchiare come i pagani davanti all’idolo di Belo. –
– Lo scampo sta nelle mani del Signore – ripigliò il padre Teodoro – e non in quello degli uomini. Che potreste fare voi altri, branco di pecore, deboli e sommesse, che la voce del padrone manda quando vuole al macello? Al Signore tocca salvarvi, ed egli solo lo può. Finora ci ha dato le prove dell’ira sua castigandoci con ogni sorta di flagelli: ma egli è misericordioso e alla fine si placherà. Che, credete che possa esser lieta una città ov’egli non abita? una città ricetto di scomunicati, senza guida, senza pastore, nella quale lo stesso arcivescovo rifiuta di porre il piede? –
– Sopra di ciò ha ragione l’arcivescovo – entrò a dire Franciscolo – egli avrà davanti agli occhi quel che fece il duca con Roberto Visconti suo antecessore, quando gli diè del poltrone e del ribaldaccio, e se lo fe’ inginochiare a’ piedi. –
– Roberto Visconti fu uomo e debole, rispose il padre Teodoro, ma il vero ministro di Dio non teme le minacce dei superbi, anzi le sfida e le soggioga. Forse verrà tempo, nè è molto lungi, in cui Bernabò udrà dirsi la verità in nome del Dio che castiga, e può darsi ch’ei torni a miglior vita. Notte e dì noi preghiamo il Signore che ci accordi questa grazia, e se l’otterremo sarà il più gran miracolo che possa avvenire in questi tempi di depravazione. Però non disperiamo del cielo: tra breve vedrete gli effetti della grazia divina.
Appena aveva terminato di parlare, che le campane delle chiese circonvicine, che prima sonavano a tocchi lenti e misurati, come suolsi per gli agonizzanti, rumoreggiarono alla distesa e annunziarono compiuta la tremenda cerimonia. La moltitudine più sparuta e più avvilita di prima si volse ed avviossi lentamente mormorando alla volta delle case, con uno sgomento, una stretta al cuore, come se il dì appresso dovesse toccare a ciascuno la medesima sorte. I due frati si tirarono di nuovo la cocolla sul viso, e toccata la mano a Stefano e salutato il compagno, s’internarono per una stradicciuola che metteva dritto al loro convento che era degli Umiliati in Mirasole, posto non molto lungi di là. E i due nostri conoscenti senza muover parola tornarono un passo dopo l’altro sull’angolo degli Spadari, nella bottega d’ond’erano usciti.

II

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Ma per quanto a riamarlo la pregasse
Con lettere e con umili parole
Non si sa che la Dama gli badasse
Perchè rossi d’intorno non ne vuole.
In questo poi che ci volete fare?
Ha ognun la sua maniera di pensare.
GUADAGNOLI. Il color di moda.

Prima di tirar innanzi il nostro racconto è d’uopo che preghiamo i lettori, quando non si siano nojati coll’esordio, a intrattenersi alquanto per fare la conoscenza coi personaggi da noi posti in iscena, e specialmente coll’armajuolo che ne dev’essere l’eroe. Stefano Baggi era un uomo in sui trent’otto anni, più tarchiato che alto, al quale però il portamento robusto e sicuro dava un buon pollice di più: due occhi nerissimi di sotto a folte sopracciglia e una spessa barba accrescevano vigoria alla sua persona già maschia e bella. Fin da ragazzo egli era stato avvezzo a trattare spade e pugnali e manopole ed elmi; perchè i suoi da tempo immemorabile esercitavano il mestiero d’armajuolo allora uno dei più onorati e profittevoli. Valentissimo nell’arte sua, nella quale era salito in grido anche in lontani paesi, era del pari destro e forte in ogni esercizio della persona, e ne aveva date frequenti prove nelle giostre e ne’ giuochi popolari che ebbero luogo in Milano fino dai tempi di Luchino e di Giovanni Visconti, quand’egli era ancor giovinetto. Nella sua officina vedevansi appese ad una parete i premii da lui riportati nelle diverse lotte, e soprattutto una corona che il buon armajuolo accennava con singolare compiacimento, siccome quella che gli aveva valsa per moglie la più bella fanciulla di Milano. La sua Cecilia, che ad onta de’ suoi ventinove anni e di una cotal pienezza di forme quasi matronale era detta dal popolo la bella Cilia, era sette anni addietro il più fresco bottoncino di rosa che fosse sbucciato all’ombra della contrada dei Mercanti d’Oro. Quand’ella stavasi nella sua bottega da pellicciajo, e ciò accadeva sovente a cagione dei viaggi che il fratello era costretto fare, i garzoni dei dintorni vi si trattenevano dinanzi e gettavano occhiate malinconiche e sospiravano a guisa di mantici, e studiavano ogni modo di darle nell’occhio. Ma ella stava salda al suo banco e mostrava di non badare a quelle dimostrazioni, anzi in cuor suo le dispregiava, perchè aveva spesso udito dire dalla madre sua che la gioventù è fatta come le mosche, le quali accorrono dappertutto dove trovano il dolce, ma presto anche volano via. La qual morale della buona femmina, chi vuole, può trovar modo d’applicarla anche a questi dì, in cui tanto mutarono le cose, specialmente in fatto di amore. Tra gli altri amatori era pure il nostro armajuolo, il quale non passava mai davanti alla bottega di Cecilia senza trarre un sospiro ed esclamare – Per dio! darei la più bella manopola d’acciajo della mia fabbrica, e con essa la mia mano sinistra per ottenere un’occhiata benigna da questa furfantella di Cecilia. – Ma l’affare non era sì lieve. Non già che la fanciulla vedesse di mal occhio l’armajuolo, che anzi lo sceverava da tutta quella turba di vagheggini, essa era troppo austeramente educata, e, dobbiam dirlo, impeciata anche un pocolino di quel difettuzzo che tutte le donne ereditarono dall’antica loro genitrice, quel pò di orgoglio che in molte tien luogo di modestia; del resto però eccellente figliuola, buona, amorosa, e, quel che è più, ottima massaja. Stefano avrebbe voluto chiederla al padre, ma oltrecchè poca o nessuna relazione esisteva tra loro, trattenevalo il pensiero d’un rifiuto, perchè di solito accadeva che i matrimonj si facessero tra persone della stessa corporazione, e quanto a ciò, armajuolo e pellicciajo erano come diavolo e acqua benedetta. Tuttavia il caso volle che Stefano rendesse un piccolo servigio al padre della Cecilia; sicchè inanimito si fè coraggio a chiedergliela in isposa. Alla qual domanda il padre rispose più mansueto di quel che sarebbesi aspettato, ch’egli era vecchio e omai presso a morire, che i tempi erano grami e tristi e più favorevoli all’armi che al commercio, e la sua figliuola aveva bisogno di uomo che sapesse proteggerla contro le violenze dei signori; perciò l’avrebbe data a colui che nella vicina prova avesse guadagnato tutti i premii. Udito ciò, l’armajuolo partì giubilante e tutto pieno di speranza, e preparossi alla giostra. In que’ dì appunto si facevano grandi feste in Milano pel matrimonio di Marco Visconti con Elisabetta di Baviera, e il popolo siccome era uso di quei tempi, oltre i soliti spassi, soleva darsi quello dei giuochi pubblici e delle giostre, spasso che costava molte volte a chi un occhio, a chi un braccio, a chi perfino la vita. L’armajuolo presentossi tra i primi nello steccato, leggero e brioso come un puledro, e memore delle tante prove da cui era già uscito vincitore. La fortuna gli arrise dal principio alla fine, talchè gridato vincitore di bel nuovo, potè ricevere dalla mano stessa della Cecilia la corona guadagnata, e stamparle un bacio in fronte, il qual bacio fece arrossire come bragia la fanciulla. La sera medesima la figlia interrogata dal genitore se acconsentiva ad aver per marito l’armajuolo, aveva abbassato gli occhi e mormorato un sì inintelligibile a tutti fuorchè al solo Stefano che, pigliatala per mano, giurò che avrebbe vegliato sopra di lei e l’avrebbe amata fino alla morte. In tal guisa essi furono marito e moglie.
Ormai erano scorsi sette anni da quel dì, e la domestica tranquillità dell’armajuolo non era mai stata turbata da verun tristo avvenimento: solo la morte del padre di Cecilia, avvenuta due anni dopo, aveva cagionate alcune lagrime, le quali furono facilmente asciugate dalle carezze di un fanciullino, cui l’armajuolo aveva posto nome Marco in onore del Visconti sotto i cui auspicii aveva inaugurato la sua felicità. E Stefano poteva dirsi compiutamente felice, se fosse stato men uomo di quello che era, e se avesse potuto chiuder sempre un occhio a tempo e luogo. Ma troppo spesso ricordavasi di essere il primo fra i campioni milanesi e di aver fatto mordere la polve a molti di quegli spavaldi che andavano ora con aspetto tronfio e superbo e guardavano in cagnesco i poveri cittadini. Oltrecchè era di cuor buono e generoso e le miserie della sua città gli mettevano una rabbia nello stomaco che prorompeva ad ogni istante e che la sola Cecilia valeva a frenare. Nel forte della pestilenza, egli aveva soccorso molti cittadini con ogni maniera d’ajuto, e vantavasi che il cielo l’avesse risparmiato, anzi che lo facesse sempre più prosperare in salute. E ciò, diceva egli, a dispetto di que’ rozzi manigoldi del duca, che l’avrebbero voluto infilzato sulle coltella. Tuttavia siccome per lo imperversar della peste ogni industria era scemata e poco men che perduta, e nessuno poi pensava a provvedersi di arme quando mancavagli il pane da mangiare, così egli pure si vide ridotto a cattivo partito e, tanto per cavarsi il bisogno, fu costretto, a grande suo malincuore, di accogliere in casa sua uno dei cinquemila cani che Bernabò teneva distribuiti fra i cittadini, e il cui mantenimento largamente ricompensava. La qual industria, veramente barbara e crudele, porgeva però da campare a un gran numero di famiglie che forse sarebbero morte di fame. Così un po’ bene, un po’ male, il nostro Stefano era vissuto fino a quel dì, in cui erano stati appiccati i cento cittadini, avvenimento che gli aveva fatto ribollire il sangue nelle vene, e che nel tornarsene lo faceva uscire nelle più sanguinose imprecazioni, checchè gli andasse susurrando il compagno, al quale pareva d’avere le budella in un catino.
Giunti che furono davanti all’officina dell’armajuolo, Franciscolo, al quale era venuto crescendo per via una tenerezza straordinaria per casa sua, strinse la mano in fretta in fretta a Stefano, e partissi, non parendogli vero d’essersela cavata così a buon patto. E il tratto di strada che rimanevagli a fare divorò colla rapidità che permettevagli la convessità della pancia e due gambe degne del più ricco e pasciuto abate di Milano. Tanto più che prima di toccare al Malcantone, quando Stefano era nel forte delle sue invettive aveva veduto, o almeno eragli parso vedere lo Scannapecore, il canattiere favorito del Duca, che sogguardava dall’altro lato della strada con un viso arcigno da far paura ai morti; e ne aveva anche avvisato l’armajuolo, ma quegli dispettoso e testereccio come un ragazzo, aveva risposto – Buon prò, guardi pure, che fa a me? Ci vuol altro muso che il suo per farmi paura, e non sarei mica malcontento di accomodar oggi certe vecchie partite che so io. Ei crede di farmi l’amico, perchè mi ha condotto in casa quella carogna di cane, che se non fosse per mia moglie e pel povero Marco, avrei già scannato da un pezzo e mandato ad acconciare al fosso della Vetra. Oh! non mi cada tra i piedi quel brutto ceffo di canattiere. – E seguitava di questo pelo, parte gridando, parte borbottando fra i denti accompagnato dalle spinte che l’amico gli dava per farlo tacere. Se non che quando a Dio piacque, arrivarono a quella benedetta officina, e l’armaiuolo lasciato che l’altro se n’andasse, entrò sbuffante in bottega, e gettato il berretto in un canto abbandonossi sopra una panca dov’era solito lavorare. Ivi stette per alcun tempo immerso ne’ suoi pensieri, avendo sempre davanti agli occhi l’immagine di quei meschini che davano calci al vento, e riandando tra sè le parole del padre Teodoro che racchiudevano certamente qualche strano mistero. Non già che Stefano avesse un briciolo di speranza nell’ajuto e nella protezione di due frati; egli era armajuolo e manesco troppo per istimare dappiù le parole di un frate di quel che una buona lama ben temperata. – E dove questa non vale che cosa varrà mai? – Con queste parole, che Stefano pronunciò ad alta voce, pose fine alla sua meditazione, e balzato in piedi guardò all’ingiro nella bottega, e appena allora fu maravigliato di non vedervi alcuno de’ suoi garzoni.
– Ehi. Tonio, Martino, gaglioffi sfacciati, dove siete? Chi v’ha insegnato a disertare così la vostra bottega, cioè voglio dire la bottega del vostro padrone? Rispondete, o birbi di terzo pelo. Che il diavolo sia entrato qui dentro, e vi abbia portati via in anima e in corpo?
– Eh! il diavolo v’è entrato del sicuro, ma per ora se n’andato colle corna nel sacco, rispose una voce dalla scaletta che dalla bottega metteva alle camere superiori. In quel punto uno dei due garzoni saltò lesto dagli ultimi gradini, e avanzossi alla volta di Stefano. Ma questi non gli lasciò agio a innoltrarsi: afferratolo d’un tratto pel collo gli diè un tal rovescio alla persona che il povero Martino traballò sulle gambe, e fu lì lì per istramazzare. Se non che la stessa mano che l’aveva fatto cadere lo tenne saldo, in guisa che il garzone stette sospeso tra la terra e il braccio dell’armajuolo che stringevalo come tanaglia.
– Ah! cane traditore! gli gridò questi ficcandogli in faccia due occhi di bragia; bel modo da attendere alle cose mie. Non basta che il contagio e la carestia ci spazzino le case, bisogna lasciarle vote, perchè i ladri ajutino a fare del tutto il repulisti. Meriteresti un tal ricordo che non ti cadesse mai più dalla memoria.
– Ma, mio buon messer Stefano…. tentava di rispondere il garzone, quantunque per la stretta che aveva alla gola a stento gli uscissero le parole.
– Che? hai ragioni da addurre? Sta a vedere questo scimunito, che io tengo in bottega, perchè non muoja di fame su una strada, sta a vedere che vuol farla tenere a me!
– Ma, messer Stefano, se mi lascerete parlare, saprete….
– Che cosa ho da sapere, dì? che cosa? Che tu sei il più sfrontato briccone che abbia percosso l’incudine in contrada degli Spadari? Questo vuoi dir tu?
– Eh! mio Dio! ciò può essere: ma intanto, s’io lasciai la bottega vota, fu per soccorrere….
– Soccorrer chi? sclamò Stefano.
– Cioè, soccorrere veramente no, ma così tener d’occhio, che so io? ajutare in caso di bisogno….
– Spicciati, tristaccio; ajutar chi?
– Vostra moglie?
– Cecilia! E che cosa ha Cecilia? le prese forse qualche male, non sarebbero ancora finiti i guai?
Ciò detto, lasciò andare Martino e corso alla scaletta salì i gradini a quattro a quattro coll’ansietà di chi teme un pericolo e non sa quale. La Cecilia era seduta presso al letto, colla testa appoggiata ai cuscini e con una mano asciugavasi gli occhi rossi dalle lagrime. Poco lungi da lei stava Tonio, l’altro garzone, cavando fuori tutti gli argomenti che suggerivagli la sua rettorica per consolarla, nel qual uffizio faceva così patetiche smorfie col viso che avrebbe mosso a ridere qualunque altri che Cecilia. L’armajuolo, che erasi trattenuto alquanto sull’ingresso per mirare la scena, ora avvicinossi alla sua Cecilia e accarezzandole dolcemente una guancia, le chiese del suo male.
– Oh! nulla, nulla, rispose essa sollevando il capo, e sforzandosi di sorridere per mezzo alle lagrime; fu un capogiro. Adesso però m’è passato, e sto meglio: sì, sì, sto meglio…
– E vero, messer Stefano, disse Tonio, fu un capogiro, proprio di quelli che prendono quando uno sale in alto a guardar giù: e sì che la padrona, poveretta non faceva altro che guardar in su, e rivolger gli occhi al cielo. Ma tant’è, il capogiro le è venuto, e se n’è anche andato, la Dio mercè.
– Ma, sai, mia buona Cecilia, che mi hai fatto una paura da non dirsi. Quel gocciolone di Martino, al quale stava per rivedere il pelo, mi parlò così ingarbugliato, che quasi temeva d’un malanno più serio. Ben è vero che il contagio è sparito, ma in fin dei conti, dove c’è stato una volta può tornarci la seconda e la terza, e… Ma via, adesso son tranquillo.
– Vedi, marito mio, prese a dire Cecilia, hai voluto andare a quel brutto spettacolo.
– Hai ragione, non doveva uscire: quei poveri appiccati mi stanno sempre davanti agli occhi, e mi fanno una pietà… Ah! se avesti veduto i due Borsano, quei che avevano bottega di pelliccie vicino alla tua, con che tenerezza si abbracciavano. Ah! se tenessi qui nelle mie unghie il Duca, o qualcheduno dei suoi, per Dio vorrei conciarlo a mio modo, e non andrebbe a Marignano a pentirsene.
In quel mentre il cane che aveva a custodia dal Duca, erasi levato dal suo giaciglio e cacciavasi tra le gambe dell’armajuolo. Ma per sua mala ventura, perchè Stefano in quell’impeto di rabbia gli diede un tal calcio a mezzo il corpo che lo portò all’altra estremità della camera, dove percosse nella parete e stramazzò.
– Sta lì, cane, gridò poscia, vera imagine di quel tristo che s’ingrassa a spese di noi poveri cittadini, e ci lascia morire del contagio e di miseria. Così potessi fare di lui quel che ora farò di te.
– Oimè, Stefano, sclamò la moglie impaurita, vuoi tu vederci morti? Non sai che la perdita di quel cane costerebbe la vita a tutti noi?
– Badate a quel che fate, messer Stefano, sclamò Tonio; l’ha detto anche lo Scannapecore, guai se quel cane morisse.
– Lo Scannapecore, hai detto? E quand’è che quel manigoldo ha parlato con te?
– Con me no veramente, egli ha parlato con…. con…. cioè vi dirò, sono stato io, che così per dire…. ma non crediate… non vi ponete in capo che….
L’armajuolo guardò un istante in viso a Tonio, il quale confondevasi e faceva le più strane smorfie del mondo: poi voltatosi d’un tratto, vide Cecilia in atto di supplicarlo cogli occhi e col gesto perchè tacesse.
– E che? sclamò, vi ha dunque segreti per me? Tonio, tu vuoi dunque ch’io ti mandi a tener compagnia al cane del Duca?
– Oh, state sicuro che non lo desidero.
– E tu Cecilia, disse poi guardandola in atto di affettuoso rimprovero, tu pure non hai più fiducia nel tuo marito?
– Ah no, mio buon Stefano, sclamò essa e balzata in piedi, gettò le braccia al collo di lui. La fiducia io l’ho sempre avuta, ed ora più che mai, perchè sento di averne maggior bisogno; ma l’ira ti piglia tanto facilmente e ti fa commettere cose che poi non vorresti aver fatto, che in vero pensava di non darti anche questo rammarico.
– Parla dunque, per s.Eustorgio, che cosa è avvenuto? Che c’entra in tutto ciò quello sciagurato di canattiere?
– Chiedine a Tonio, col quale lo Scannapecore ha parlato, prima di parlare con me?
– Che? dunque quel manigoldo è salito qui sopra? Non gli bastava d’aver posto l’assedio alla mia casa, di perseguitarti con ambasciate e con profferte; bisognava ch’ei mettesse piede anche nella stessa mia camera? Ah, la misura è colma; perchè io so tutto, vedi, Cecilia, io so tutto, quantunque tu mi abbia sempre fatto un segreto di ciò. Nè ti biasimo per questo. Ma infine una buona giustizia la c’è per tutti, e quando uno non può averla, se la fa da per sè.
– Oimè, marito mio, lo sapeva io che avresti dato in minacce, invece di pregar Dio che ci porga ajuto.
– Tengasi chi può, quando sono lecite di tali ribalderie. Le preghiere sono certo un ottima cosa, ma io per me so che un buon braccio paga meglio le offese, e non ne tien debito con nessuno. Ma infine, che cosa t’ha detto, Tonio, parla una volta.
– Che so io? Egli è venuto in bottega con certi blandimenti di alabarde che voleva vedere, perchè al Duca ne facevano d’uopo, poi uscì a parlare del cane che avete in casa, e lo lodò assai, e disse che stava tanto a cuore a Bernabò, e che avrebbe voluto vederlo prima del dì della rassegna.
– E tu gliel’hai condotto abbasso?
– No, voleva ben farlo, ma egli mi trattenne, dicendo che non meritava la pena, e che sarebbe salito egli, anche per vedere in che modo era fatto giacere, e dare qualche consiglio su di ciò, perch’egli diceva, è molto amico vostro, e gli preme il vostro buon nome.
– Ah, il mio buon nome gli preme! borbottò fra i denti l’armajuolo.
– Certo, e con questi modi è salito.
– E poi?
– E poi, prese a dire Cecilia, mi venne innanzi con molta mia maraviglia, e mi chiese del cane, e dimostrò molto desiderio di vederlo, perchè guai, diceva, se egli dimagrasse o impinguasse, che non c’è pericolo, e peggio se venisse a morire. Infine cominciò un lungo discorso che andava a finire colle solite proteste, al che io risposi asciuttamente e con dignità; ma veduto che non ristava, chiamai Tonio e Martino, che accorsero entrambi, ed egli tenendosi per ischernito partì sdegnoso e borbottando.
– Ah! cane, te lo darò io lo sdegno.
– Deh! marito mio, non tiriamoci addosso peggiori malanni. Pensa al nostro Marco, a quell’angioletto, che sta là dormendo nell’altra camera, e che non deve patire per nostra colpa. Quanto allo Scannapecore, lascialo in pace, chè questa volta si sarà levato il ruzzo del capo, e non ci darà più fastidio, già un dì o l’altro si sarebbe venuto a ciò, e in ogni caso meglio oggi che domani. Via, Stefano, sii buono, siedi qui, vicino a me, vicino alla tua Cecilia che ti vuol tanto bene.
E intanto che così parlava, la Cecilia gli veniva stringendosi alla persona, e lo guardava amorosamente e l’accarezzava e gli posava la testa sulle spalle con tutte quelle arti che le femmine possedono in sommo grado e che sono la delizia e la disperazione della più forte metà del genere umano. E l’armajuolo, il quale ad onta della sua grand’ira, era nel fondo una buona pasta d’uomo, tenero assai della moglie, non potè star saldo a quelle preghiere e a quelle carezze, e cacciato fuori un gran sospiro che pareva gli volesse scoppiare il petto, gettossi a sedere senza dire una parola.
– Marco, Marco, chiamò allora la moglie che lo vide alquanto commosso. Marco, vieni, che il papà ti vuole.
Allora un fanciullo di cinque anni, paffuto e ricciutello come un amorino entrò nella camera lento lento e cogli occhi semichiusi, e andò a posarsi vicino all’armajuolo.
– Che cosa vuoi, papà?
L’armajuolo guardò un istante il fanciullo, poi la madre, poi ancora il fanciullo, e fregando la fronte col rovescio della mano come per cacciarne un pensiero molesto, borbottò tra sè. – Che serve? non si può essere uomini a questo mondo. Che cosa vale avere un cuore che senta le ingiurie, e due buone braccia per vendicarle, se il primo è fatto tacere con quattro lagrimuccie, le altre vi sono legate da coloro stessi che le dovrebbero lasciar libere? Uf! povero Stefano.
– Che cosa ha il papà, chiese il fanciullino, è forse in collera con me, perchè ho dormito troppo?
– Eh: no, rispose la madre, è stato un po’ di mal umore, ma adesso non ce n’è più l’ombra. Via, fagli un bacio, e poi va a giuocare.
E questo del bacio era l’ultimo tentativo per rabbonire l’armajuolo, perchè a quei tempi barbari e rozzi non conoscevansi certe raffinatezze di sentimento, che hanno gran voga oggidì, e andavasi molto più alla spiccia. Due carezze, un bacio, tutt’al più una lagrima, perchè le donne hanno sempre pianto dacchè uscirono dal fianco dell’uomo, facevano le spese di ogni tenerezza; i brividi, le convulsioni, i deliquii erano delicature ignote a quella buona gente che sopra ogni altra cosa faceva professione di sincerità. Allora era del cuore come della storia, la quale raccontavasi tutta d’un fiato; così alla carlona, senza sospensioni, senza episodii, senza capitoli, senza epigrafi, insomma senza tutte quelle inutili sdolcinature che crearono adesso il racconto storico. Nè questo sia detto per lodare i tempi andati a fronte dei nostri, che Dio ce ne guardi; tanto più che noi pure ci siam fatti seguaci del moderno costume e abbiamo trasformato una eccellente cronaca in un magro e stiracchiato racconto.
Così tornata un po’ di quiete nella casa dell’armajuolo, i pensieri presero naturalmente un’altra via, e il fanciullo fu il primo a darvi la spinta. Staccatosi dal collo dell’armajuolo dopo quell’ultimo bacio, egli era corso in traccia del cane, col quale soleva giuocare buona parte del giorno, e vedutolo steso per terra tutto sbalordito dalla percossa, cominciò ad alzare un lamento straordinario. Tonio erasi avvicinato esso pure, e sollevato il corpo del cane, e visitatolo in ogni parte, scuoteva il capo e stringeva le labbra in atto di chi sta per pronosticare un malanno. Persino la Cecilia erasi tolta al fianco del marito e innoltravasi tra paurosa e dolente per sapere del funesto caso. Il solo armajuolo pareva non badare a nulla e stava tutto assorto nelle sue meditazioni, tentando ogni mezzo di divorarsi la rabbia che gli fremeva nell’animo.
– Madonna Cecilia, disse Tonio sommessamente in guisa che l’armajuolo non udisse, ho paura che questo maledetto cane voglia darci più faccende che quel tristo di Scannapecore. Con colui non sono che parole; ma qui sì tratta della vita, e voi sapete che il Duca non ischerza. Vedete come ha gli occhi socchiusi, e come tira a stento il fiato! Non vorrei aver pigliato io quel calcio che toccò a quella brutta bestiaccia. Già il padrone non l’ha mai potuto vedere di buon occhio, e forse ha ragione; ma mio Dio! bisogna adattarsi ai tempi.
– Ed ora che si fa? chiese la Cecilia tremando.
– Che si fa? bisogna tosto dargli qualche rimedio per tornarlo in vigore, Se no, poveri noi.
– E che cosa dobbiamo dargli, se siamo allo stremo di tutto, se appena abbiamo di che sfamarci quest’oggi, finchè Dio provvede.
– Eh! per quest’oggi si pranzerà coll’aria. Per un giorno non si patisce, e alla fin dei conti mi preme più il collo che il ventre. Alla Vetra è tuttora in piedi quel tal ordigno, e giacchè non sono stato a vederlo, non vorrei per tutti i pranzi del mondo stringere conoscenza con esso. Intanto, Madonna Cecilia, date qui la boccetta dell’olio, che glielo verseremo per la gola a quel cane mal leccato.
– Oh! poveretta me, se ne ho appena tanto da accendere il lumiccino stassera davanti l’imagine di santa Radegonda.
– Or via, le faremo offerta de’ nostri stomachi digiuni, e santa Radegonda non ci rifiuterà la sua protezione. Date qui l’olio intanto e guardate di raccogliere quel po’ di farina e di grascia che avete, soprattutto cercate di ottenere una scodella di latte.
– Oh! poveretti noi! sclamò Cecilia, e avviavasi a capo chino. Se non che avvedutosi del suo andare l’armajuolo, sollevò il capo e le disse:
– Dove vai, Cecilia?
– Vado di là a pigliare la boccetta dell’olio, e la farina e la grascia e il latte per ristorare un po’ il cane, che non si rialzò più dopo quel calcio.
– Sta bene; così l’avessi acconciato del tutto.
– E il Duca? disse timorosamente la donna.
– Hai ragione, Cecilia, rispose l’armajuolo dopo d’aver meditato alquanto; i suoi cani ci mangiano il nostro pranzo, i suoi canattieri ci insidiano le nostre donne, e per soprammercato il Duca ci fa appiccare. Hai ragione, Cecilia: or va, e porta tutto quello che fa duopo per mantenere in vita questo sozzo animale; purchè egli rinvigorisca, crepi tutta una famiglia, che poco importa.

III.

L’eva la Lilla ona cagna maltesa
tutta pêl, tutta goss e tutta lard,
E in cà Travasa, dopo la Marchesa,
L’eva la bestia de magior riguard,
De mœud che guaja al ciel falla sguagnì,
Guaja sbeffalla, guai a dagh del ti.
PORTA, La Nomina del Capellan.

Il mattino appresso le cose erano tuttavia nel medesimo stato, vale a dire il cane non istava punto meglio di prima, perchè degli altri non vale tener discorso per ora. Le cure usategli dalla famiglia dell’armajuolo, i beveroni cacciatigli giù per la gola, gli empiastri messi sulla percossa, i cibi postigli innanzi avevano solo per poco rianimati gli spiriti del cane, sicchè tutti stavano in grande timore. Lo stesso Stefano, che il dì prima lo voleva veder morto, ora che la notte l’aveva fatto tornare a più miti pensieri, avrebbe dato non so che per riparare al mal fatto, e si affannava e si dava una briga da non dire per quella bestiaccia. Passato l’impeto dell’ira, la paura naturale in quei tempi ad ogni animo più forte, eragli tornata in corpo più gagliarda di prima, e la sua fantasia non presentavagli che capestri, roghi, tanaglie, mastini e tutte le dolcezze della giustizia sbrigativa di quei tempi. La notte poco si aveva dormito, e la Cecilia era in piedi avanti l’alba, tormentata da un cruccioso desiderio che non le lasciava chiuder occhio. Nel fervore del suo affanno e della sua devozione, ella aveva staccato dalla parete del capezzale un cero benedetto, che contava non so quanti anni di polverosa memoria, e accesolo davanti la sua prediletta imagine, vi si era inginocchiata d’appresso e pregava sommessamente. Però non potè far in guisa che il suo brontolio, o meglio quella specie di sibilo solito a uscire dalla bocca delle pinzochere, non risvegliasse il marito, il quale balzò fuori del letto e sguardato attorno, chiese:
– Che c’è? Che vuol dire quel cero acceso, e quel volto contristato, o Cecilia? forsechè ti è apparsa in soguo la buon anima di tuo padre che ha bisogno di un po’ di bene?
– Eh! no, caro Stefano, mio padre era troppo uomo dabbene, e Iddio l’avrà già ricevuto nella sua santa gloria.
– Perchè preghi adunque?
– Prego Dio, che voglia distornare da noi il pericolo che ci sta sopra; prego la mia protettrice che interceda la grazia di risanare quel cane che vuol essere la nostra rovina.
– Ah! disse l’armajuolo, non basta che questi cani ci tolgano di bocca il pane da mangiare, anche le intercessioni dei santi ci rubano. Oh! padre Teodoro, se vedessi quale strapazzo siamo costretti a fare della grazia divina, cercandola per un cane, che cosa diresti tu, vero frate del Signore? Ma, che serve? Poichè siam dentro nel pantano fino al collo, bisogna starci, e non dimenarci anche per non isprofondare. Come sta ora quel cane?
– Che so io? E là ancora disteso che non si muove: per me tengo che si sia addormentalo.
– Così pur fosse, che il sonno è indizio di guarigione. Ma temo assai. Basta, vediamo.
Ciò detto, avvicinossi al giaciglio, sul quale era stato posto il cane, e la Cecilia, asciugatasi una lagrima col rovescio della mano, gli tenne dietro col cero, perchè l’alba non era ancor tanto sorta da poterci vedere senza il lume di Marfisa. Il cane giaceva disteso, quant’era lungo, su uno strato di paglia, coperto all’infretta da alcuni stracci di lino. Egli era volto colla pancia all’insù, a cagione della percossa che gli era toccata proprio nel basso del ventre, e gli aveva prodotto un’enfiagione, con un lividore intorno di sangue rappreso. Ma il male che vedevasi all’esterno era un nulla, perchè alla fin fine un’enfiagione, per quanto sia ostinata, dove non ceda sotto l’azione dell’aceto, deve ammollirsi e sparire cogli empiastri refrigeranti. Il maggior guaio stava nel di dentro, dove il gran colpo ricevuto e il rimbalzo nella parete doveva aver cagionato un guasto terribile, e ciò argomentavasi dal respirare affannoso del cane e da una specie di sommesso guaito che di tanto in tanto gli scappava dalla gola. Ben è vero che il latte versatogli per la bocca e meglio ancora l’olio trangugiato aveanlo ristorato alquanto, e aperto il cuore di tutti alla speranza; ma fu l’affare d’un istante, perchè il male ripigliò tosto la sua violenza e lo ridusse nello stato, in cui lo trovò adesso l’armajuolo. Egli giaceva supino, come abbiam detto, e colle gambe stirate e quasi stecchite, gli occhi aveva socchiusi e lagrimanti, il capo penzolone da un lato, il corpo sgocciolante un sudor freddo, come di chi è vicino a mandar l’ultimo fiato. A vederlo adesso non riconoscevasi più il bell’alano, alto, maestoso, snello, colla pelle lucidissima, sparso di alcune macchie che lo rendevano ancor più bello, cogli occhi animati, col portamento ardito, col muso regolare e pieno di nobiltà, se è lecito adoperare tale espressione per un cane. Ora egli era prostrato, avvilito, deforme quasi; e tutto ciò per la miseria d’un calcio, che alla fin fine era poi sempre un calcio. E il buon armajuolo la pensava anch’egli così, perocchè nel visitarlo, andava borbottando:
– Che tu sia maladetto: a vederli questi cani pajon forti come orsi, e alla prova son più deboli delle lepri che perseguitano. Ecco lì, appena sollevi un piede contro di loro, ti cadono sbalorditi per terra come ragni colti dalla scopa. Già, quando si tratta di far dispetto, son tutti così. Se li hai bisogno docili e mansueti, ti saltano agli occhi e ti succhiano la minestra fuori del cucchiajo; se li desideri forti ed arditi, almen tanto da resistere all’urto d’un piede, ecco che a tua marcia rabbia diventano peggio che di stracci. Ma, pazienza; or non è tempo di ciarle, bisogna ajutarsi in qualche modo. Ehi! Tonio, Martino, non siete ancora alzati? Aspettate forse che il sole vi dia sul ventre?
– Mio Dio, sì, rispose una voce dal pian terreno, se il sole potesse entrarvi dentro e tener luogo di pane e di minestra, farei patto di stare tre giorni e tre notti colla pancia all’aria. Cioè, le notti no, messer Stefano, perchè le notti….
– Son fatte per i pipistrelli tuoi pari. Su via, sali, gaglioffo, che ho bisogno di te.
– In due minuti son lesto, rispose la medesima voce. E da lì a poco udissi un rumor di passi sulla scaletta, e la faccia di Tonio non ancora del tutto svegliato presentossi all’uscio.
– Che cosa volete da me, messer Stefano? chiese egli trattenendosi sull’ingresso. È forse sbucato qualche topo dal pagliariccio, come avvenne alcune notti fa; davvero non sarei mica malcontento di fargli la festa. Non sarà già il primo che sia entrato nello stomaco d’un milanese.
– Taci, in tua malora. Or trattasi del cane, che mi pare allo stremo.
– Ah! mio Dio, or sì, che me ne sovviene. Guardate, quando si dice, ed io aveva creduto che tutto ciò mi fosse avvenuto in sogno. Ah! povero Tonio, la tua pelle sa già di cadavere.
– Vuoi finirla, scimunito. Vieni qui, dammi un po’ un consiglio, chiama anche Martino, che voglio udire anche lui. Infine si tratta della vita di tutti. Maladetto cane!
– Martino è già presso a vestirsi. Ma siamo proprio a questo punto? Non c’è più rimedio?
– Guarda, come è lì senza moto, e come fiata a stento.
– Ah! Vergine santissima, ajutateci, sclamò Cecilia, alzando gli occhi al cielo e sospirando.
– Eccomi qui, disse Martino, entrando in quel punto.
– Ho piacere che siate qui entrambi, disse l’armajuolo; tutti siamo mossi dalla medesima paura, e la vita di questo cane è preziosa per tutti. I rimedii che gli abbiam dato jeri non valsero a nulla; anzi par che lo abbiano ridotto a peggior stato. Che dobbiam fare pertanto? Mettere la nostra sorte nelle mani del Signore, o confidarci nelle nostre gambe? Perchè la mostra è poco lontana, e se il cane non è vivo e sano, il Duca non ci userà cortesia al certo. Voi sapete quel che è toccato al povero Giorgio, l’orefice, non sono molti dì, e poi lo spettacolo d’jeri vi deve essere presente tuttora alla memoria.
Tonio e Martino si guardarono in viso istupiditi, e nel momento non trovarono fiato per pronunciare una parola. La Cecilia s’era ritratta in un canto e singhiozzava. Finalmente quando i due garzoni ebbero ripigliato alquanto animo, Martino cominciò a dire:
– Udite, messer Stefano: già a fuggire e ad essere impiccati siamo sempre in tempo, e la cosa non è poi tanto disperata che non possa aver rimedio. Da oggi al dì della mostra ci passano ancora tre giorni, e in tre giorni il cane può guarire. Le bestie non sono mica come noi cristiani, che quando le ci toccano le malattie, bisogna tenersele in corpo per dei mesi. Facciamo una prova. Io andrò al Carobbio a cercare della vecchia Marta, voi la conoscete, l’indovina che sa tutti i pianeti delle persone, e che sarebbe in grado di dire al Duca quanti peli ha sulla faccia, o quanti peccati ha sull’anima, che già son lì quanto al numero. Ella, che è anche medichessa, avrà qualche erba od empiastro da risanare il cane, o per lo meno ci potrà dare qualche buon suggerimento. Che vi pare, messer Stefano?
– Tu hai ragione, per Dio, guardate se non ci ha da cadere in mente prima d’ora? Se la vecchia Marta ha guarito tanti cristiani, come io ho capelli io capo, perchè non potrà essa guarire un cane? Va tosto, figliuol mio, e fa di indurla a venir qui,
– In due salti vado e torno. Tonio, non vuoi accompagnarmi?
– Io, neh? non mi ci prendi per questa volta. Tonio a casa d’una strega? Tra i due malanni preferisco di cadere nelle mani del Duca. In questo affare fa conto ch’io sia morto.
– Poverino! sei ben dolce di sale. Va a credere a tutte le fole che ti raccontano. Le streghe ci sono pur troppo, ma la vecchia Marta è tanto strega, come lo siamo io e tu. Il contagio che ha recato tanti guai, ha fatto almen questo di bene, che ci ha liberati quasi intieramente da quella razza d’inferno. Addio, addio.
– Ma, prese a dire Cecilia, la quale pareva inclinata a prestar fede ai sospetti di Tonio, questo ricorrere alla vecchia Marta non è quasi un offendere il Signore, il quale è il solo padrone della vita e della morte?
– Eh! rispose l’armajuolo, il Signore non vede mica malvolentieri che gli uomini si ajutino di per sè. Quand’essi non valgono a cavarsi d’impaccio, allora è tempo di rivolgersi a lui e di chiedergli un miracolo: se ciò non fosse, a che ci avrebbe dato due braccia due occhi e soprattutto due dita di cervello, chi n’ha? Però va, Martino, e spicciati.
Il garzone non se lo fece dire un’altra volta, ma pigliò l’uscio e giù per la contrada di s. Satiro fino al Carobbio. L’armajuolo intanto un po’ per la speranza natagli addosso, un po’ per quel coraggio naturale che possedeva in grado eminente, era tornato calmo e quasi allegro, e volgendosi a Tonio, diceva:
– Va giù in bottega, Tonio, ed apri le imposte, perchè il sole è già alto. Sebbene in questi tempi non ci sia nulla a fare, non bisogna lasciar credere ai maligni che siamo poltroni o caduti di tanto da non poter più aprir bottega. Va e da di mano a quel morione che l’anno passato ci diè a raccomodare quello scudiere che non tornò più indietro. L’hai già ribadito una dozzina di volte, ma non importa; picchiavi su, e che odano il suono del martello fino alla piazza di s. Giovanni alla Conca. Hai capito, Tonio?
– Ho capito; lasciate fare a me, che picchierò in modo da far miagolare tutti i gatti che la fame ha fatto entrare nel ventre dei milanesi.
– Bravo figliuolo, che s. Eustorgio ti faccia la grazia di mandarne alcuno davanti alla bottega.
– Oh, allora vedreste se so colpir netto sì o no; un gatto non è come il saracino, che se non lo cogli ti scarica addosso una tempesta di legnate.
– E tu lo sai per prova, gaglioffo.
Poscia, allorchè il garzone fu disceso, Stefano si volse alla moglie, la quale pareva non pigliasse parte alla comune speranza, e stavasene in un canto divorando i singhiozzi. L’armajuolo se le avvicinò affettuoso, e accarezzatole il mento le disse:
– Sta di buon animo, Cecilia, che le cose andranno alla meglio. La vecchia Marta ne sa più che il Medicina in persona, che pure è astrologo del Duca; e se vuole, in un pajo di giorni ce lo dà bell’e guarito questo cane. A noi che non c’intendiamo di cosiffatte miserie, pare ch’esso abbia un gran male, ma vedrete che colei lo troverà una cosa da niente, uno di quei mali che si cacciano col soffiarvi sopra.
– Lo voglia il cielo, disse Cecilia; ma se ho a dirti il vero io non ho una fiducia al mondo in codesta Marta. Fin da quando era fanciulla, correvano certe voci intorno a lei…. Parlavasi di bambini scomparsi, di donne ammaliate; e dicevasi la notte udirsi uno strano rumore nella sua casuccia, e vedersi da lungi assai uno splendore come di zolfo, che appestava tutto il Carobbio. Basta, non sarà vero, e neppure io proprio l’ho creduto; ma già se ne sono vedute tante…. Che il Signore ce la mandi buona!
– Amen. Ma i tuoi spaventi, Cecilia, non hanno fondamento. Io la conosco da un pezzo la vecchia Marta, e quando c’era la buon anima di mio padre, che Dio l’abbia nella sua santa gloria, è venuta più d’una volta in casa nostra, e so che teneva sempre qualche balocco per me, di che io faceva una festa grande. E allora non la credevano mica una strega, perchè era fresca e belloccia e inoltre soda come una corazza. Di più intendevasi di slogature, meglio che io di manopole, e le raccomodava con un’arte, con una precisione, che non s’andava più in là. E fu bene per una sconciatura che ebbe quel brav’uomo di mio padre nei giuochi dati trentacinque anni fa, quando Azzone nella chiesa di s. Ambrogio cinse il cingolo militare a Francescolo della Pusterla ed a Pinella Aliprando; fu allora che quella donna ci bazzicò sull’uscio qualche volta. Che vuoi? Finchè fu giovine e bella, la dissero buona, pietosa, caritatevole, infine un mondo di bene. Dappoichè le grinze pigliarono a pigione la sua faccia, e la sua pelle prese il colore di quell’armadio, addio bontà, essa è divenuta una strega, ed è un gran che se non l’hanno già abbruciata?
– Eppure, soggiunse Cecilia dopo un istante di silenzio, io non mi sento tranquilla. Ho in animo che quella donna ci debba recar disgrazia.
– Eh! chetati un po’, fanciulla. Sto mallevadore io per essa.
E infatti quanto alla faccia di strega ci poteva farlo a ragione, e i nostri lettori che vivono in un secolo di tanta luce, s’accorderanno volentieri coll’opinione dell’armajuolo. Quello però che l’armajuolo non sapeva e di cui nessuno aveva pur l’ombra del sospetto, era la segreta dimestichezza che esisteva tra la vecchia Marta e gli sgherri del Duca, e diciamo dimestichezza per non adoperare un’altra parola più vituperosa che vorrebbesi affatto sbandita da ogni linguaggio. Senza di questo celato patrocinio ella non avrebbe potuto ridere in barba a tutta quella turba di paurosi che le lasciavano il passo e si facevano il segno della croce quando l’incontravano per via. La vecchia Marta aveva dovuto acconciarsi colla necessità delle circostanze, come tanti altri fecero di poi e faranno per l’avvenire fino al dì del giudizio; salvo che essa il faceva per un fine non al tutto spregevole come quello di un sordido interesse. I tempi l’avevano trascinata a ciò, i tempi, i quali ebbero sempre la prima accusa nelle umane fragilità. Il volgo incolpandola di stregoneria l’aveva in certa guisa messa fuori del suo consorzio, e fatta nemica dell’uman genere: ora essa rendeva odio per odio, male per male, e se non aveva commercio coi diavoli, lo teneva coi manigoldi di Barnabò che non erano miglior pasta d’individui, e tutto ciò a danno di quel popolo balordo e maligno che a forza aveva voluto porsi in guerra con lei. E tuttavia questo popolo che quand’era sano, avrebbe creduto saper di bitume col solo passarle accanto, era poi sì gonzo da entrarle in casa e consultarla appena lo tormentasse un doloruccio, uno spasimo, una scottatura, e chiedeva consigli e medicamenti, e voleva saper l’avvenire, gl’innamorati specialmente, i quali anche nel secolo decimoquarto in mezzo alla peste ed alle oppressioni erano la più nojosa genìa che mai. Tanto in quell’età rozza e materiale i dolori del corpo prevalevano su quelli dello spirito. E la nostra vecchia ad accoglierli ciascuno, a dare consolazioni e rimedii, a dicifrare le linee della mano e col pretesto di predire il futuro a interrogare e venir in chiaro di tutti i fatti del vicinato. I quali fatti poi per quali orecchie entrassero e da che bocche fossero ripetuti, non è mestieri dirlo; e come se ne giovassero quei tristi, a cui importava conoscerli, lo sapevano i poveri cittadini, che cadevano loro nelle mani.
Nè è maraviglia che in tempi così violenti e pieni di sospetto esistessero esploratori anche nelle più basse condizioni del volgo. Anzi appunto allora che i costumi non erano raggentiliti come adesso, e la politica era un’arte sconosciuta, l’aver posto gli occhi addosso a persona così popolare di nome e così addentro nei segreti d’ogni famiglia, era raffinatezza bell’e buona e al di sopra dei comuni artifizii. Come poi vi si fosse acconciata la Marta, la quale in altri tempi aveva dimostrato pensieri di natura affatto contraria, fu sempre un mistero per tutti, e la stessa nostra cronaca lo tace. Forse fu il dispetto di vedersi sì mal corrisposta dei beneficii da lei fatti altrui, forse la tenerezza per la sua pelle, che poteva un dì o l’altro essere pascolo alle fiamme, forse, che so io? la rabbia di vedersi disegnar sul viso la prima ruga, senza aver mai trovato un po’ di marito. Il fatto è ch’ella vi si era acconciata, e bisogna dire che non le sembrasse una vita sì grama, perchè fin da quando era fanciulla la Cecilia, il che vuol dire una dozzina d’anni addietro, ella faceva baldoria la notte coi cagnotti della corte, e quel gran chiaro che vedevasi trapelar dalle imposte, e quegli strani rumori che la gente credeva opera di Balzebut, erano i segnali dello stravizzo che tenevasi in sua casa. Ma quel tempo passò in un istante, perchè la vita spensierata, specialmente quando uno vi si abbandona per soffocare qualche molesto pensiero, conduce presto alla vecchiaja; e la Marta dovette provarlo, perchè all’epoca del nostro racconto non aveva più di cinquantadue anni, ed era sì stecchita, sì rugosa, sì bruna del volto, che le si avrebbe dato agevolmente una settantina d’anni. Per lo che l’attributo di vecchia s’era naturalmeute e proprio per necessario impulso accompagnato col suo nome di Marta.
Ora, chiesto perdono ai lettori di tale digressione fatta a bella posta per lasciar tempo a Martino di andare dalla vecchia e rifar la via, facciam ritorno nella casa dell’armajuolo, dove abbiam lasciato tutti pieni di aspettazione e di speranza. E quando diciamo tutti, vogliamo che s’intenda anche il cane, il quale sebbene non sia stato dotato dalla natura di cuore e d’intelletto, tuttavia siam d’avviso che sperasse esso pure la guarigione, perchè teniam per fermo che la speranza debba porsi tra gl’istinti. Egli aveva ritirato un cotal po’ le gambe, e, raccosciatosi meglio di prima, erasi abbandonato sul giaciglio con un fare più tranquillo e più rassegnato, il suo respiro non era più così affannato e rantoloso, nè più udivasi quel guaito o lamento che straziava le viscere dell’armajuolo e della moglie, non tanto per compassione di quella bestia, come per sè medesimi. Intanto Martino entrato a furia nella bottega, saliva a tre a tre i gradini della scaletta, e appena affacciato all’uscio gridava:
– Presto, messer Stefano, pigliamo su il cane tal quale è, e portiamolo alla casa della vecchia Marta. Ella non può venire, che ha una flussione, un reuma, che so io? un malanno al ginocchio sinistro. Però m’ha detto di portarglielo, che in meno di due dì ce lo dà bello e vispo, come se non fosse stato nulla. Già non è ancora mattino fatto, e nessuno va in volta a quest’ora: e poi lo copriremo in guisa che parrà un’intera armatura. Lasciate fare a me che accomoderò la faccenda.
– Tutto ciò va bene, ma ci vorrebbe una lettiga per mettervelo a giacere con comodità.
– A questo ho già pensato io. Prima di salire quassù ho detto una parola a Tonio, il quale sta già apprestando le tavole e vi adatterà i travicelli per sostenerle. Noi vi porremo il cane e lo copriremo con quel saccone che sta giù in bottega, di sotto lasceremo che esca un po’ di manopola o di gambale, perchè nessuno faccia giudizii temerarii su quel che portiamo. Infine, vedrete che le faccende si volgeranno al meglio.
– Bravo Martino, disse l’armajuolo, aprendo le braccia quasi in atto di stringerlo al seno; l’ho sempre detto che in certe cose vali un tesoro. Ora sarai consolata, Cecilia, non è vero?
La Cecilia non rispose, ma innalzò gli occhi al cielo e sospirò.
– Che? che? sei ancora malinconica e ingrugnata! Non t’è uscito dal capo quel pensiero di stregoneria e di maleficio?
– Oh! non ci penso più, rispose con accento di rassegnazione la Cecilia.
– Così va bene, disse l’armajuolo; poi affacciatosi alla scaletta gridò; ehi, Tonio, sei a tiro con quell’ordigno?
– Vi metto ancora due chiodi, e poi ho finito.
Infatti udissi per breve il picchiare del martello, poi il rumore dei passi di Tonio che saliva la scala.
– A maraviglia, disse l’armajuolo, posala qui, per terra, e tu, Martino, dammi una mano a sollevare da terra questo malcreato. Così; piglialo per le gambe di dietro. Ehi, fa adagio, dico, non è mica un morione da potersi maneggiare a suo grado, fa adagio, per Dio, che lo tocchi nella parte, dov’ha il male.
– Via, state cheto, messer Stefano, rispondeva il garzone, che gli farò minor guasto io colla mano di quel che abbiate fatto voi col piede. A voi, badate al capo che non cada penzolone.
– Così, bravo. Eccolo accomodato. Ora a voi altri, Tonio ponti di dietro, e tu Martino piglia il davanti e mostra la via; io vi verrò dietro così alla lontana per tener d’occhio i passanti. Hai capito Tonio? Che cosa fai lì istupidito come l’uomo di pietra? Suvvia, spicciati?
– Lasciatelo stare, messer Stefano. Non l’avete udito poco fa, quando l’ho invitato a venir meco? egli ha paura, il poverino.
– Gaglioffo, te la farò passar io la paura…
– Non ti adeguare, Stefano, saltò a dire la moglie, e lascia ch’egli resti a casa. Già qualcheduno bisogna pure che rimanga. Vuoi tu ch’io stia qui sola ad aspettarti, dopo lo spavento che ho avuto jeri?
– No, per Dio, e poi pensava anch’io che in bottega ci deve stare qualcheduno. Basta. Partiremo noi, Martino ed io.
Ciò detto, alzarono dal suolo quella specie di lettiga, e scesi in bottega, e accomodatala in guisa che niuno potesse sospettare del caso, avviaronsi alla volta del Carobbio. E noi li lasceremo con buona pace di essi e dei lettori ai quali sarà già venuto a noia la compagnia di costoro. Chi poi arricciasse il muso perchè abbiamo speso tante pagine intorno ad un cane e l’abbiamo fatto l’eroe di questo capitolo e diremo quasi di tutto il racconto, la pigli col cronista, dal quale abbiamo cavato il fatto, la pigli coi tempi, colle consuetudini, col suo cattivo umore, se vuole, non già con noi. Se vi penserà a mente riposata, verrà anch’egli nella nostra opinione, che fra tanti personaggi scelti a protagonisti d’un racconto, quello dell’alano di Barnabò non è nè sarà la peggiore delle creazioni.

IV.

Era riuscito poco dianzi Barnaba con inestinguibile odio del popolo, molto più acerbo e più crudele di sè stesso, nè la vecchiezza mollificava punto il suo duro e crudele ingegno; sì come quello che rapace per la povertà, aveva accompagnato il nome della sua infame avarizia con una terribile crudeltà.
GIOVIO – Vita di Barnabò Visconti.

Ora conviene che i nostri lettori si mettano in sul grave e lascino da parte gli sbadigli, perocchè la cronaca del canattiere diventa d’un tratto più austera, e per conseguenza anche il nostro racconto elevasi oltre lo stile ordinario e assume la dignità di storia. Trattasi nientemeno che di far conoscere ai lettori che razza d’uomo fosse quel Barnabò, il quale sebbene non abbia propriamente parte nella nostra istoria, tuttavia esercita sopra ogni più piccolo avvenimento un’immensa preponderanza, appunto come il destino in una tragedia di Eschilo o di Sofocle.
Al punto in cui lo piglia il nostro racconto Barnabò Visconti governava da diecinove anni lo stato di Milano, partito già in due eguali porzioni tra lui e il fratello Galeazzo. Uscito per materna origine dalla famiglia dei Doria, donde gli venne il nome di Barnabò, parve avere da essa ereditato anche l’animo indomito e l’ingegno guerresco e feroce, imitando in ciò i suoi maggiori Branca, Pagano, Lamba e Luciano dei Doria, i quali educati fra le battaglie, avevan nome di terribili e fieri molto. Barnabò poi oltre ad un invitto vigor d’animo, possedeva certa naturale severità, quasi selvaggia, per lo che ardentemente bramava la guerra, e in essa tutto si compiaceva. Nè in quei tempi di prepotenza e di barbarie mancavano le occasioni per esercitarvisi, perchè nè pace ferma nè tregua durava a lungo tra gente sospettosa e sempre intenta a nuocersi. Fin dal suo primo salire al governo, egli erasi tirati contro i maneggi degli Estensi, dei Gonzaghi e del Marchese di Monferrato, i quali avevano indotto Marquardo Vescovo d’Ausburg, vicario imperiale in Pisa, a citare i due fratelli Visconti al suo tribunale perchè si discolpassero di molti reati specialmente in fatto di lesa religione. Ma nè l’uno nè l’altro, come è da credersi, pensarono ad andarvi, ond’è che il Vicario radunate le forze dei collegati era piombato sul Milanese, e aveva tolte molte città ai Visconti, e forse insignorivasi di Milano se non era Lodrisio Visconti che lo mise in rotta a Casorate. Non perciò gli animi dei principi erano sedati, ma ribollivano più fieri che prima a danno dei Visconti, e tanto operarono che nei primi quattro anni del loro dominio perdettero Bologna, Genova, Asti e Pavia, il che non era piccolo detrimento al Milanese. Se non che Pavia fu presto ricuperata da Galeazzo, il quale seminatovi il malcontento tra la plebe e i signori col mandarvi certo frate a predicare la rivolta, ne cacciò il Marchese di Monferrato e se ne rese padrone. Ma non così facile fu il riavere Bologna, intorno alla quale Barnabò consumò invano tutte le sue forze e i suoi maneggi. Fu questa in lui non solo malvagia ambizione, ma odiosissima ostinazione, giacchè per essa ebbe a sostenere in pochi anni nove guerre sempre rinascenti, a sprecare più che tre milioni d’oro, e più d’una volta ridursi a un pelo di perdere lo stato. Imperocchè e il papa e i Fiorentini e tutte le città vicine che non tenevansi sicure dal Visconte quand’egli fosse stato padrone di Bologna, fecero lega d’interessi e di forze, e chiamarono in Italia Bretoni ed Inglesi, e gli Spagnuoli capitanati da Albornocio, e gli Ungheri con Simone, e finalmente l’imperatore Carlo IV. Le quali lunghissime vicende di guerra non riuscirono nè a danno di Barnabò, nè a vantaggio dei Collegati, perchè il Duca di Milano rotto non lungi da Bologna a s. Rafaello, poi di nuovo a Guastalla, non rimise punto della sua ostinazione e rinfrancossi sempre con nuove genti e con nuovi danari. Anzi uscito vincitore in una battaglia navale sul Po di sotto a Viadana e difesosi accanitamente a Borgoforte contro le armi dell’imperatore, tanto operò, che, rotti gli argini del Po, la corrente traboccò tutta quanta sul territorio Mantovano e vi recò guasti e danni immensi. Ond’è che stanchi dall’una parte e dall’altra e voti di danaro, si venne a una pace generale tra il Visconte e i confederati, della quale fu mediatore Arionisto duca di Baviera, pace piuttosto apparente che vera, e di brevissima durata. Imperocchè la scomunica lanciata contro Barnabò da Innocenzo VI, e rinnovata con tanto fervore da Urbano V, memore della bolla ingojata sul ponte del Lambro, non fu solo cagione di quella specie di crociata, che abbiam detto, ma ancora di maggiori e più gravi mali a lui e allo stato. Nè la rinuncia fatta da Barnabò al Papa delle sue pretensioni in Bologna e sul Modenese, per la quale però ebbe cinquecentomila fiorini d’oro, valse a chetare neppure per poco lo sdegno della Chiesa, nè la morte istessa di Urbano V, procurò larghezza e pace al Milanese. Gregorio XI, che salì allora alla sede pontificale, parve ereditasse da suoi antecessori l’odio profondo contro di Barnabò, talchè uno de’ suoi primi atti fu quello di combinare una lega novella fra i principi italiani. Se non che veggendo che le armi temporali andavano troppo a rilento, ebbe ricorso alle armi ecclesiastiche, e scomunicò un’altra volta Barnabò, e dichiarò i sudditi di lui liberi dal giuramento di fedeltà. Nè pago di ciò gli mosse contro l’imperatore, il quale con suo diploma dato in Praga il 3 agosto dell’anno 1372 privò entrambi i fratelli Visconti del Vicariato imperiale, e Barnabò perfino dell’ordine equestre. L’esercito alleato piombò anche questa volta sul milanese, e sebbene non giungesse a far presa di alcuna terra, bastò nullameno a devastare e mettere in rovina gran parte dello stato.
Ciò quanto agli avvenimenti politici di quel tempo. Rispetto all’indole del governo ed alla natura di Barnabò, il cronista ce lo descrive severo nelle cose dello stato, largo nel soccorrere i cittadini bisognosi e più nel dotare monasteri e nell’erigerne di nuovi, generoso, ma a tratti e per bizzarria più che per impulso dell’animo, stranissimo di modi e di appetiti, ostinato e vendicativo in grado estremo, e spensieratamente crudele. Qual fosse la condizione di Milano sotto il suo reggimento, è facile ravvisare e dalle vicende guerresche, e dalle desolazioni della peste, e dalle continue estorsioni, e dalle leggi nuove per inaudita barbarie. E tuttavia in mezzo alle tribolazioni che travagliarono il suo dominio, maritò nove figliuole legittime coi più illustri principi dell’Europa, e due naturali con insigni capitani, spendendo per esse in doti e corredo più che due milioni di fiorini d’oro. Tutte queste larghezze e munificenze cadevano sempre a danno de’ poveri cittadini, i quali smunti, taglieggiati, oppressi, avevano di grazia a campar la vita e uscire colle membra intatte dalle mani del Duca. Imperocchè oltre a quella crudelissima legge già accennata nel primo capitolo, per la quale si condannavano alle forche ed avevano i beni confiscati coloro che avevano ucciso o solo mangiato del cinghiale nel periodo di cinque anni anteriori alla legge stessa, infiniti altri editti non meno feroci angariavano lo stato. Uno di questi proibiva che nessun cittadino potesse correre le strade di notte sotto pena del taglio di un piede; un altro comandava agli ecclesiastici che dovessero inginocchiarsi per le vie quando avveniva loro d’incontrarlo; un terzo ordinava che nessun prete potesse allontanarsi dal luogo della sua dimora sotto pena d’essere abbruciato vivo; un altro proibiva a tutti i cittadini di chiamarsi Guelfi o Ghibellini, pena il taglio della lingua; un altro ancora stabiliva che nessun giudice toccasse un quattrino di stipendio, finchè non avesse condannato nel capo un uccisor di pernici; e così via via. Nè sui soli cittadini sfogavasi la sua capricciosa ferocia, ma sugli stranieri ben anco e sopra uomini distinti per autorità e per natali. L’incontro di Barnabò coi legati del Pontefice sul ponte del Lambro, l’appiccamento di Francesco Fogliano, e il cattivo procedere contro i ministri dei principi collegati, sono prova di ciò. Questi ultimi essendo venuti in Milano trattare dell’accordo con Barnabò, non poterono parlargli, ma dovettero esporre la loro ambasciata davanti un notaio; poi cinti da una schiera d’armati, e costretti ad indossare una veste bianca in segno d’ignominia, stettero così per più di due ore davanti al suo palazzo, abbandonati allo scherno della plebe. Finalmente uscito Barnabò, egli medesimo si pose a capo della schiera, e, percorse tutte le vie della città in mezzo agl’insulti della ribaldaglia scortò i due messi fino al confine.
La maggiore e la più strana delle crudeltà toccò ai cittadini a cagione della straordinaria tenerezza ch’ei nutriva pei cani. Siccome egli amava singolarmente la caccia, così teneva gran numero di quegli animali, e parte dava in custodia a’ cittadini facoltosi, parte a’ contadini, che ne traevano un giornaliero stipendio: il restante raccoglievasi in un lato del suo palazzo di s. Giovanni alla Conca, detto anche oggidì la Casa dei Cani. Fra questi e quelli sommavano a più di cinquemila. Due volte al mese i canattieri facevano nel palazzo stesso una rassegna dei cani commessi ai cittadini, alla qual rassegna assisteva spesso il Duca. Se il cane era dimagrato o ingrassato, colui che lo teneva in custodia, era multato nelle sostanze: guai chi l’avesse reso inetto alla caccia, o l’avesse lasciato morire! Donde il terrore grande che aveva ciascheduno e la soverchia potenza dei canattieri, i quali erano rispettati e riveriti meglio che giudici o governatori. E n’avevano diritto, perocchè nelle loro mani stavano le sostanze e le vite di gran numero di persone, e dal loro giudizio, inappellabile sempre, dipendevano le sorti di quei meschini, cui il sopruso o la necessità aveva imposto così fatta gravezza. Abbiam detto necessità, perchè in questa stessa crudeltà era alcun lato buono, siccome sempre avviene delle cose di questo mondo; e frequente era il caso che un poveretto ridotto al verde, come già il nostro armajuoio, traesse sussistenza da questa strana industria. Tant’e tanto l’assegnamento che facevasi a ciaschedun cane valeva a sfamare qualche galantuomo; e sebbene fosse un camminare sull’orlo del precipizio, e cacciare, come si dice, da per sè il collo nel capestro, tuttavia uno poteva anche con siffatta paura campar la vita. Infine meglio il pericolo del male che il male stesso. Oltredichè il mantenimento di tutti questi cani, che stavano rinchiusi nel palazzo, parte liberi, parte assicurati, richiedeva gran consumo di cibo d’ogni fatta, e Dio sa, se per essi si misurava il mangiare. La città poteva ben ispopolarsi di gente e sfinire per la peste e per la carestia: nella Casa dei Cani si sbavazzava sempre ed era abbondanza di tutto. E questo consumo, che in origine era a danno de’ cittadini facoltosi, a cui Barnabò, or con un vezzo or coll’altro, non ristava dallo smungere danaro, tornava poi a beneficio dei bottegaj e dei rivenduglioli d’ogni specie, i quali erano fatti sicuri di vendere la roba loro a discreto patto ed anche con una tal quale larghezza. Dal che venne quel proverbio, ancora adoperato a’ dì nostri dai mercajuoli, i quali ad un’offerta poco convenevole rispondono: alla ca di can, so dove e da chi pigliar tanto. E ciò appunto avranno detto i venditori di quei tempi a quelli che invilivano la roba loro, perocchè eran certi di avere il tal prezzo alla Casa dei Cani.
Nè soltanto in Milano mantenevasi cotanta turba di cani, ma eziandio nelle altre città che stavano sotto il dominio di Barnabò. In Parma specialmente ei fece pubblicare un editto da certo frate Giovanni dell’ordine de’ Gaudenti, il quale era officiale de’ suoi cani, e con esso ordinò che tutti i cittadini, i quali avevano l’estimo di cinquecento lire dovessero ricevere uno de’ suoi cani in custodia sotto pena di dieci fiorini d’oro e di un fiorino d’oro al mese. E quelli che vi si rifiutarono furono condannati chi nei beni e chi nel capo. Neppure gli ecclesiastici andarono esenti da queste avanie; anzi sembra da quel che narra il nostro cronista e da quello che si raccoglie da tutti gli storici, che sopra di essi accumulasse tutte le oppressioni. Oltre alla taglia di soldi trenta per ogni lira d’estimo che dovevano sborsare, mercè la quale, non trovando modo a pagare, moltissimi erano posti in carcere, essi erano più di ogni altro esposti ai crudeli capricci del Duca che toglieva loro le prebende, li dimetteva dal loro ministerio, li torturava, li cacciava in bando, e li metteva spesso a morte. Tra i capi d’accusa accennati nella bolla pontificia del gennajo del 1373 contavansi anche questi, ch’egli avesse invaso gran parte de’ beni della Chiesa, che a suo grado disponesse delle dignità ecclesiastiche, che imponesse ai preti gravissime taglie, e che gli obbligasse a custodire i suoi cani con fierissime pene ai contravventori. Più particolarmente poi quella bolla parlava e dell’abate di s. Barnaba, fatto morire sull’eculeo; e del Primicerio della Metropolitana Simone da Castiglione, torturato con altri ecclesiastici e trascinato a coda di cavallo con una mitra di carta sul capo, indi abbruciato a fuoco lento; e di un frate degli Umiliati di Brera, impiccato cogli abili monacali; e dell’abate di s. Benedetto, Giovanni Visconti, tagliato a pezzi insieme a un altro monaco davanti la porta del convento; e di infinite altre dolcezze di tal fatta.
Quello che rendeva strano il suo procedere verso i poveri ecclesiastici, erano i benefizii di cui era largo colle chiese e coi monasteri; ond’è, che da una parte toglieva quello che voleva donare all’altra. Le sue liberalità verso gli spedali, l’erezione di nuovi conventi, le donazioni di moltissime terre a favore dei poveri, ai quali in epoche stabilite faceva distribuire vesti e cibo, le elargizioni alle chiese, erano una prova del suo carattere naturalmente dispotico e capriccioso. E veramente ei si dimostrò sempre tale in tutte le circostanze della sua vita non solo pubblica ma anche familiare. Gli aneddoti narrati nella cronaca dell’Azario e nella novella del Sacchetti, che riguardano due avventure toccategli or con uno spaccalegna, or con un mugnajo bastano a farlo chiaro. Quanto poi alle consuetudini della corte, ei non menava splendida vita, degenerando in ciò da tutti i suoi antecessori, spezialmente dagli zii Luchino e Giovanni i quali tenevano corte oltremodo magnifica. Il nostro cronista dice che Barnabò era economo come una massaja e non dava da mangiare ad alcuno; il maggior numero de’ convitati era di cinque persone, vale a dire, due vicarii e tre consiglieri, e anche con questi si faceva tavola molto meschina. Per contrapposto egli era pazzamente largo nell’edificare, perchè oltre all’aver ampliato e ridotto a guisa di fortezza il suo palazzo di s. Giovanni alla Conca, aveva edificato due altri castelli, uno a Porta Nuova, del quale si perdette ogni vestigio, e un altro a Porta Romana che stendevasi dalla basilica di s. Nazaro fino a quella di s. Stefano, precisamente nel luogo ov’è adesso lo Spedale Maggiore. Pei quali castelli e per gli altri eretti a Marignano, a Trezzo, a Brescia e altrove, ei non ispese meno di quattro milioni di fiorini d’oro. Somma ingentissima a’ quei tempi, se si consideri il valor dell’oro che doveva essere di gran lunga maggiore di quel che sia adesso, e più se si ponga mente all’entrate annue di Barnabò, le quali tra comuni e straordinarie, toccavano appena centosessantamila fiorini d’oro. Il qual reddito non che principesco, ma poco più che da signore privato, fa parere ancora più straordinaria la ricchezza trovata nei palazzi del Duca quando vennero saccheggiati dal popolo; perocchè raccontano gli storici che nella sola fortezza di Porta Romana trovaronsi settecentomila fiorini d’oro, e tanto argento da caricarne sei carri. Or vedasi donde e da chi potesse egli cavare tanto tesoro, e come dovessero stare i poveri sudditi a fronte di sì smisurata ingordigia.
E tuttavia il nostro cronista afferma, e con lui molti fra i più riputati storici, che Barnabò non gettava il danaro capricciosamente; che non vendeva i posti, ma davali gratuitamente a uomini meritevoli, nè quando li trovasse atti, li rimoveva più, che pagava esattamente e attendeva sempre più delle promesse: che non mancava di coraggio nè di militare perizia; che era liberale coi poveri, veridico, amante della giustizia e costante. Soprattuto ch’ei sapeva farsi servire a puntino; di che saranno persuasi i lettori, i quali hanno già scorto di che pelo fosse quel principe. Se non che, soggiungono poscia gli storici più coscienziosi, esso era temerario e tenace della propria opinione, impaziente, collerico al massimo grado. Negli impeti che spesso lo pigliavano e lo facevano uscire in ismanie terribili, diveniva crudele a guisa di fiera, e non aveva rispetto nè ad uomini, nè a Dio, e neppure a sè stesso. In quegli accessi nessuno osava accostarsi a lui, eccetto la moglie, Regina della Scala, la quale, tutta dolcezza e soavità di maniere, riusciva quasi sempre a temperare quella soverchia ira. Un’altra donna, colla quale aveva molta dimestichezza, e che egli amò assai, valeva pure a infondergli più miti pensieri, e costei fu Donnina dei Porri, che taluni vollero perfino sua moglie, la sola che abbia confortato la prigionia e gli ultimi momenti di quell’uomo singolare. A coronare poi tutta questa litania di vizii aggiungasi la dissolutezza dei costumi, per la quale la sua casa pareva piuttosto il serraglio d’un sultano che l’abitazione d’un principe cattolico. Il qual vizio, che è attaccaticcio più della pece, figuratevi se non doveva pigliar piede nella corte, e far proseliti tra i cagnotti del Duca. Anzi, come avviene sempre in tali occasioni, i servi erano più ghiotti e più prepotenti del padrone stesso, il quale, al dire del nostro cronista, non mai o solo in certi casi adoperava la violenza. Quali poi fossero questi casi, in cui riputasse lecito il sopruso e la forza, il cronista non dice, e noi lasciamo indovinare ai lettori.
All’epoca del nostro racconto, Barnabò aveva di fresco lasciato il suo castello di Marignano, ov’era stato rintanato tutto il tempo della peste, e da pochi dì trovavasi a Milano, bramoso di star presente alla mostra che doveva cadere imminente. Erano già dei mesi assai che egli non vedeva il suo palazzo e perciò era fatto privo dello spettacolo de’ suoi cani; ond’è che gli era nata in corpo una tenerezza, una smania non mai provata per lo addietro. Perchè, quantunque nel suo ritiro fosse uscito qualche volta a battere il bosco, non troppo lontano però dal castello, tuttavia non aveva potuto mai dare sfogo a quella sua immensa passione, e gli era toccato contentarsi di quelle scorrerie da nulla e della compagnia di pochi alani che teneva sempre seco. Egli era nel caso di un convalescente, il quale divorato dalla fame, è costretto per un pajo di mesi a trangugiare brodi e zuppe, se mai giunge a disfarsi del medico e a sentirsi padrone di sè, abbandonasi ad una tal corpacciata da saziare un uomo per una settimana. Il Duca pertanto era capitato in Milano una notte, quatto quatto, che nessuno quasi se ne accorse, tranne quelli che vegliavano ancora: i quali vedendo un insolito chiarore e udendo un calpestìo misurato ma silenzioso, che non era nè d’uomini nè di cavalli, s’addiedero della cosa. Il calpestio veniva infatti dalle zampe dei cani, i quali addestrati com’erano, seguivano il Duca nelle sue gite, e procedevano ordinati a due a due senza bisogno di guinzaglio e neppur quasi di voce per tenerli a dovere; il chiarore poi era quello delle faci portate dai servi e dai canattieri, dei quali trovavasi uno ogni trenta cani. La mattina appresso erasi tosto sparsa la nuova della sua venuta, e i cittadini anzichè rallegrarsi, ne rimasero profondamente addolorati. Tanto più che facevansi già le inquisizioni di coloro che avevano ucciso o mangiato selvaggina, giusta la legge del Duca; e la presenza di lui non poteva che accelerare il fatto, e togliere anche l’ultimo filo di speranza. Quella legge poi, dice il nostro canattiere, si tiene che fosse stata dettata dal Duca in un momento di dispetto, allorchè rinchiuso nel suo forte di Marignano, e fallitogli da più giorni il diletto della caccia, n’ebbe tanto dispiacere, che volle in certa guisa rovesciarlo sul capo di quelli ch’egli stimava più fortunati di lui, avendo ucciso lepri o cinghiali. Checchè ne sia, i cittadini viveano in grande spavento, ed ora che avvicinavasi il dì fissato per la mostra dei cani, raccomandavansi caldamente al Signore, perchè la mandasse buona a tutti.

V.

La sventura s’avvia
Per le città frequenti
E di querele un seguito la scorta,
Tarda ella muove, e spia
Le case dei viventi.
Oggi batte improvvisa a questa porta,
Domani a quella: nè mortal perdona.
Assidua, inesorata
Ai vestiboli appon d’ogni persona
La funesta chiamata.
SCHILLER, La sposa di Messina.

A questo punto il manoscritto del canattiere manca di due fogli, e salta d’un tratto quello spazio di tempo che correva tra l’avventura in casa dell’armajuolo e il dì fissato per la mostra dei cani. Noi preghiamo i lettori a portarsi in pace questa mancanza e a non volere nessun male ai topi che per avventura avessero rosicchiato quelle carte. Alla fine la lacuna non è che di due giorni, e non è d’uopo fantasticare gran fallo per indovinare che cosa sarà accaduto durante quel tempo. Basti il sapere, e questo la cronaca lo dice, che al finire del secondo giorno, vale a dire alla vigilia della rassegna, il cane trovavasi in ottima condizione, e non aveva un pelo sconciato; sicchè erasi convenuto che il mattino appresso l’armaiuolo sarebbe andato a levarlo per condurlo poscia al palazzo di Barnabò.
L’alba dei tafàni non istava molto a spuntare, allorchè in un salotto terreno del palazzo di s. Giovanni alla Conca, che metteva nel cortile destinato ai cani, sedevano intorno a un gran tavolone di quercia otto o nove canattieri in atto di veder il fondo a una gran pentola di Pestivino, camangiare grossolano ma ghiottissimo a que’ tempi, composto di castagne peste cotte nel vino. Il loro vestire più accurato del costume, il berretto piumato, il coltello a lato, come fossero per uscire a caccia, e soprattutto l’aria più trista, più burbanzosa dinotavano sentirsi coloro in quel dì alcun che di più che negli altri; e gli atti energici o trascurati manifestavano chiaramente l’interno sentimento. I loro visi poi non erano tali da inspirare miglior confidenza, perocchè oltre la pelle incallita e bruna, e la fronte rugosa o aggrottata, la lunga barba che ingombrava loro metà della faccia, e a taluni scendeva fino sul petto, accresceva terrore a quelle fisonomie naturalmente sinistre. Questo della barba era un costume universale in quel tempo, e tutti la lasciavano crescere, i soldati specialmente, nel cui numero potevano essere compresi i canattieri. Essi adunque stavano quale seduto sopra le panche, quale sdrajato sulla tavola medesima, e di tanto in tanto cacciavano le dita dentro alla pentola e cavavano una manata di quel bollito, che sgocciolava poi sulle barbe e sui berretti. Già allora non badavasi tanto per sottile al modo di star a tavola, e quei birbi poi pensavano, non senza qualche ragione, che se la natura gli aveva forniti di due buone mani, ciò era per qualche cosa; e in quella guisa che servivano a sgozzare un cinghiale, ad abbracciare una bella femmina, a vuotare le case altrui, potevano benissimo tener luogo di cucchiajo e di forchetta,
– Ohe! sclamò uno di costoro, dopo aver rimestato buona pezza nella pentola, compari mici, siamo già al fondo. E a dire che non sono due minuti che vi stiamo intorno. Che santa Lucia conservi la vista a ciascuno di noi; che quanto all’appetito non c’è bisogno di ajuto divino.
– Bel modo invero di saziar questo appetito, soggiunse un altro. Quattro castagne non più grandi di un pisello, cotte in un vino che, se fosse benedetto, farebbe fuggire il diavolo.
– Vuoi dire che potrebbe tener luogo di acqua, neh? ripigliò il primo. Eppure è di quello della cantina dell’Abate di s. Barnaba, e credo che non lo adoperasse per lavarsi i piedi.
– Che il diavolo se lo porti, saltò a dire un terzo. S’ei beveva di questo vino, ha meritato di andare all’inferno. Per me tengo migliore d’assai il pestivino che si fa dall’Ambrosiolo presso la chiesa di s. Maria Maddalena. Quello sì che è bollito da leccarsene le dita.
– Via, via, bel garzone, lo sappiamo che hai una tenerezza particolare per quella bottega e per tutto quello che c’è dentro. Ma bada a’ fatti tuoi, che gli occhi della Gilda ne han fatto cadere dei più furbi di te.
– Bada tu piuttosto a districarti dai lacci di quella tua fornaja; bel mobile per mia fè da farle addietro lo spasimato.
– Da un canto gli scherzi, amico; tu sai ch’io sono un po’ permaloso, sicchè non toccarmi su questo punto.
– Ih, ih, vedi come s’infiamma subito, e gli salta la mosca al naso. Ho proprio colto nel segno adunque? Povero Scortica, sei cotto davvero?
Lo Scortica si fece rosso in viso e stava per rispondere malamente a quello scherzo, quando uno dei compagni che non aveva mai aperto bocca, allungò le mani dal posto ove era, e tolta la pentola davanti ai due che parlavano, se la tirò bravamente sotto il mento, dicendo:
– Intanto che voi state a piatire, io vedrò di pescare le ultime castagne qui dentro. E tu, Randellajo, grida pure la croce addosso alle fornaje, già tu fosti sempre più amico del vino che della pagnotta; nè ti biasimo per ciò. Ma in fin dei conti il pane è pane, e il vino è vino, e coll’uno e coll’altro noi ce la sbavazziamo in barba della peste e della carestia.

Col favor di san Giovanni,
La mattana non ci punge,
Ogni sorta di malanni
Ci salutano da lunge,
Sempre brilli, sempre in festa
La malìa non ci molesta.

– Bravo Graffiapelle, bravo, la canzone! la canzone! gridarono tutti in coro.
– Sapete voi, disse questi, che il Medicina vi ha aggiunti due o tre rispetti circa la faccenda dell’altro dì? Già m’ha sempre avuto ciera di capo strambo, ma da far canzoni poi… Bisogna dire che quegli occhi cavati, e quei cento capestri l’abbiano fatto andare in visibilio. Basta; udrete.
– Suvvia, a te, intuona, che ti verremo appresso.
– Ancora due bocconi, e mi sbrigo. Maladetti quei cani, questa mattina, fanno un guaire, uno strepitare che par che voglia subissare il palazzo. Basta, farem conto che sia l’accompagnamento del mandolino.
Ciò detto, spinse lontano la pentola, si asciugò la bocca col rovescio della mano, e alzatosi in piedi colmò prima il bicchiere, il qual atto fu imitato da tutti i compagni; poi alzatolo fino al livello degli occhi, lo guardò alquanto con un sorriso suo particolare, e disse;
– Proprio di quel che brilla, e che si cambia in sangue. Benedetta la cantina del Duca.
E trangugiatolo d’un fiato, depose lentamente il bicchiere sulla tavola, poi strette le labbra, le fè scoppiettare come si farebbe per un bacio, ma con un suono più risoluto e più tenace, con quel suono che esce proprio dallo stomaco soddisfatto. Dopo il qual atto intuonò la prima strofa, la quale doveva essere ripetuta in coro da tutti.

Ringhia, latra, fa baccano,
Nobil razza di mastino,
Ogni muso di cristiano
Tiri dritto il suo cammino,
E in udir la nostra voce
Faccia il segno della croce.

– Bravo, Graffiapelle, gridò lo Scortica; m’hai preso certo tuono di voce, che mi sembri un canonico. Presto ti porremo indosso il piviale. A noi, ragazzi.
E tutti insieme ripeterono la cadenza compresa negli ultimi due versi.
– Tocca a te, Randellajo, disse allora il primo che aveva intuonato.
– Eccomi, eccomi.

Mercè i cani e la moria
Noi vaghiamo a nostro grado
Solitarj per la via,
Sempre pronti a trarre il dato,
E ci guatan con rispetto
Il cappuccio e il corsaletto.

E tutti in coro

E ci guatan con rispetto
Il cappuccio e il corsaletto.

Ora a me, disse lo Scortica, e colmatosi lestamente un bicchiere infino all’orlo, lo votò d’un fiato, e gridò con voce stentorea:

Col favor di san Giovanni
La mattana non ci punge,
Ogni sorta di malanni
Ci salutano da lunge,
Sempre brilli, sempre in festa
La malìa non ci molesta.

Questa volta il coro non si tenne pago della cadenza, ma volle ripetere l’intera strofa, con un baccano che ne tremarono le vôlte della camera. Intanto un altro era sorto e incominciava:

Se vegliam spesso le notti.

Ma Graffiapelle gli troncò la canzone in gola, e accennò colla mano che voleva parlare.
– Un momento, bel garzone, i nostri palati sono già arsi come bragie, si sospenda per un istante la canzone e si faccia un brindisi in onore di s. Giovanni.
– Viva s. Giovanni, viva il nostro protettore, gridarono tutti, empiendo i bicchieri e tracannandoli.
– Ora, Sciancato, puoi tirare innanzi.
Lo Sciancato non se lo fece dire due volte, e ripigliò:

Se vegliam spesso le notti
Invocando san Nicola,
Se un visin, ma di quei ghiotti,
Ci fa scorrer l’acqua in gola,
Il vegliare almen ci frutta,
Nè restiamo a bocca asciutta.

E il coro

Il vegliare almen ci frutta,
Nè restiamo a bocca asciutta.

In quel punto una voce sconosciuta che partiva dal cortile e s’avanzava alla volta del salotto, udissi cantare:

Se alle nostre oneste voglie
È d’ostacolo un marito,
O il pudor di sciocca moglie,
Cui non piace un muso ardito,
Colla corda e col danaro
Li facciam tacer del paro.

E intanto che gli altri ripetevano:

Colla corda e col danaro
Li facciam tacer del paro,

un uomo vestito nella stessa guisa che i canattieri, grosso e tarchiato della persona, e con un viso ricagnato da far paura, entrò nel salotto e prese posto nel crocchio.
– Sei giunto in tempo, Scannapecore, disse Graffiapelle, colmati una mezzina chè l’hai meritata. Quella canzone udita da lontano ha prodotto un effetto straordinario. E poi l’hai cantata con un gusto, con un fare così saporito, che valeva un tesoro. Di’ un po’, sarebbe forse vero che quelle parole quadrassero a’ casi tuoi?
– Eh, baje, rispose lo Scannapecore, sedendo con quell’aria soddisfatta di chi si è assicurato il giuoco.
– Eppure, ripigliò l’altro, ho udito certe voci intorno alla Cilia. Basta, hai un osso duro a rosicchiare, perchè Stefano l’armajuolo non è un baggeo da pigliarsi a scherzo, come tanti altri, ed anche la Cilia è una testolina. Ma di’ un po’, è dessa ancora quella bella creatura di sette anni fa?
– Capperi, non iscatta un pelo, rispose lo Scortica. L’ho veduta due settimane fa, ch’ell’era scesa in bottega per non so che, e vi so dire che è un boccone da principe. Non ha mica cattivo occhio qui il nostro Scannapecore.
– Orsù, pigliò a dire costui, tiriamo innanzi la canzone, e lasciamo stare le femmine nella loro malora.
– Ohe, disse il Graffiapelle, a udirti te, non mi sembri molto innanzi nelle buone grazie di quella ritrosetta. Ho paura che tu debba fare un buco nell’acqua. La sarebbe pur bella! Lo Scannapecore imbietolito e scornato per soprappiù.
– Adagio, carino, adagio, rispose lo Scannapecore un po’ imbronciato. Io sono innanzi e non sono: infine, che cosa ti fa a te? In ogni caso non sarà mai detto che uno, o maschio o femmina, abbia scornato lo Scannapecore. Quanto alla moglie dell’armajuolo, la è un’altra cosa, e non passeranno due dì che vedrete come si vincono le femmine.
– Che sì, che ti cascherà in braccio, neh? disse lo Scortica, oppure, piglierà a pigione il palazzo del Duca per venire ad abitare con te?
– Chi sa che non accada anche questo, disse lo Scannapecore con un sogghigno che nulla aveva di buono. Se ne son vedute tante! Ma infine questa non è cosa vostra, e a cui tocca, la sbrighi. Ora beviamo, innanzi che arrivi il Duca, e teniamci pronti alla mostra. Quest’oggi ne vogliamo veder di nuove.
– Alla sua salute, gridò lo Sciancato colmando la mezzina:, ora udiamo i nuovi rispetti del Medicina. A te Graffiapelle; ohe, a che stai guardando nel fondo della mezzina? sei forse divenuto astrologo, tu? la sarebbe bella, davvero.
– Eh, chi sa! La mia stella, come dice il Medicina, non è lassù nel firmamento, ma sta in fondo agli orciuoli. Qualche dì col gran votarne verrò a capo di scoprirla; e allora, allora vedrete chi è Graffiapelle.
– Bada piuttosto, saltò a dire lo Scortica, che questa tua stella non abbia a entrarti nel ventre, senza che tu te ne accorga.
– In tal caso, rispose Graffiapelle, potete star certi ch’essa tramonterà con me.
– Orsù, la canzone, gridò Scannapecore.
– Eccola, eccola.

Chi del pan non si tien pago,
Ma tirato per la gola
O coi cani o collo spago
Tende insidie a una bestiola,
Badi ben, chè un certo laccio
Lo torrà d’ogni altro impaccio.

– Bravo Giaffiapelle, gridarono tutti quand’ebbe finito, evviva il Medicina, ei scrive rispetti, meglio che il Bescapè.
– Cheti, figliuoli, disse lo Scannapecore, odo rumore sotto l’androne, che sia già venuto il Duca?
– Sì per Dio, sclamò lo Sciancato, ho sentito il picchio delle alabarde che posavano a terra. Suvvia, presto, nascondiamo le mezzine e la pentola, e poniamci al nostro posto. Di ragione qualcuno l’avrà veduto entrare, e sebbene non sia l’ora assegnata, poco staranno a capitare i cittadini.
Ciò detto alzaronsi tutti, e sbarazzata la tavola, quatti quatti, chi da una parte chi dall’altra se la svignarono nel cortile. Il Duca intanto aveva oltrepassato l’androne, ed era giunto proprio nel mezzo del primo cortile: con lui erano i due figliuoli Rodolfo e Lodovico, e dietro una scorta non troppo numerosa di alabardieri. Barnabò Visconti era alto della persona e vigoroso d’aspetto, quantunque avesse già oltrepassato i confini della virilità, contando a quell’epoca 55 anni. Il suo portamento era grave e risoluto, rozzi e duri i lineamenti, ma la fisonomia presentava una mistura di ferocia e di bonomia, che facilmente traeva in inganno. L’occhio però fisso e quasi impietrito nell’orbita manifestava il carattere strano e caparbio, di cui diè sì aperte prove. Indossava un robone di velluto violaceo foderato di ermellino e sormontato da un cappuccio che coprivagli quasi sempre il capo: disotto aveva il giaco di ferro, precauzione necessaria anche a un principe così temuto. Sulla fronte calva e rugosa vedevasi una ciocca di capelli grigi che sfuggiva di sotto al cappuccio, solo ornamento del capo, se ne eccettui una barba lunghissima e bipartita sul mento, siccome voleva il costume di que’ tempi. Il qual costume venne poco dopo distrutto dai francesi che diffusero in Italia il gusto dei visi pelati, come vediamo dipinti i successori di Barnabò. Il che prova che la superiorità della Francia in fatto di mode non è cosa moderna, ma data da tempi antichissimi.
Ora, poichè Barnabò fu giunto nel mezzo del cortile, si trattenne alquanto, e guardossi attorno in atto d’uomo che vuol riconoscere il luogo ove si trova; appunto come un ammalato che esce per la prima volta all’aperto e guarda le vie già da lui battute quasi fossero una cosa nuova. Poscia rivoltosi a Rodolfo che gli stava alla destra, gli disse:
– Per s. Ambrogio, non mi par vero di trovarmi qui a quest’ora nel mio palazzo di s. Giovanni alla Conca. In verità io teneva per fermo di non uscire dal mio forte di Marignano che al dì del giudizio, quando il diavolo avrebbe fatto risuonare a’ miei orecchi la sua tromba infuocata. Maladetta questa peste! Pareva che non la ristasse più. Sai tu, Rodolfo, ch’ella ha spazzato Milano, come una campagna dopo la messe? È questa la prima volta ch’io percorro le vie, dachè sono qui, e non volli neppur passare per la loggia, a bella posta per vedere in viso questa moltitudine che mi corre dietro ogni volta che esco all’aperto. Ma altro che moltitudine! Quattro gatti scorticati, mogi mogi, e con un viso da castagna cotta che mettono paura. Povero il mio paese!
– E per soprappiù, rispose Rodolfo, la carestia vi passeggia a tutto agio, e finisce di guastare ogni cosa.
– Quanto ai poveri, soggiunse Barnabò avviandosi alla volta del salotto, ci ho già pensato, ed ho ordinato che si distribuissero frumento e vino in buona copia, oltre le solite limosine che si fanno nello spedale di s. Lazaro dell’arco Romano, in quello di s. Giacomo, e in quello di s. Pietro e Paolo de’ Pellegrini. Quello che mi sta a cuore è la mancanza di braccia in questo momento che tanto mi gioverebbero. Basta: i beni confiscati a quei ribaldi che osarono cacciare sul mio, mi daranno ajuto a chiamare qualche banda forestiera. Per ora già non c’è speranza di rappacificarsi con Gregorio XI. Potessi almeno indurlo ad accettare una tregua!
Così favellando il Duca aveva oltrepassato il salotto, ed aveva posto piede nel secondo cortile, destinato ai cani. Gli alabardieri sfilarono all’ingiro lungo le pareti, e intorno al Duca non rimasero che i due figliuoli con sei lancie e pochi famigliari. Quel cortile era bello e spazioso e pareva fatto a bella posta per una rassegna: esso era stato fabbricato nei primi tempi del governo di Barnabò, allorchè entratagli in corpo quella matta smania di fabbricare, ampliò e costrusse con ingente spesa il palazzo. Il qual palazzo era stato in origine eretto da Luchino Visconti, ed era situato allo sbocco della contrada, detta anche oggidì di s. Giovanni alla Conca, là dove all’aprirsi del Corso di P. Romana incrociansi la via dei Moroni col vicolo della Maddalena. Esso abbracciava tutto quel tratto di case che dall’angolo dei Moroni corre fino alla piazza della chiesa, ora soppressa, e la cui facciata, comechè meschina, presenta il più bel tipo che abbia Milano della gotica architettura. Barnabò inoltre aveva aggiunto a quel palazzo alcuni muri forti, guerniti di merli, alti venticinque braccia, talchè aveva piuttosto l’aspetto di castello che di abitazione principesca. Da questo palazzo, fino dai tempi di Luciano, correva una loggia chiusa, che soprastava alle case e metteva dritto nella sua corte posta vicino al Duomo, dov’è adesso la residenza vicereale: e Barnabò, che non aveva più che Luchino tenerezza di comparire in pubblico, ne aveva fatto costruire un’altra del pari coperta, che a guisa di ponte tragittava di là alla sua fortezza di P. Romana. Il nome di Casa dei Cani, attribuito allora a quel luogo, durò fino a nostri dì nella bocca del popolo, ed anche adesso avviene di udirlo qualche volta così denominato. Che poi questo titolo fosse tutt’altro che grato alle orecchie dei milanesi, non è d’uopo che lo diciamo. Chi dei nostri lettori l’ha udito pronunciare da qualche vecchio con quel tuono misterioso e con quelle scrollatine di capo così significanti, potrà far ragione del brivido che avrà messo ai nostri progenitori di buona memoria.
All’intorno del cortile si aprivano i casotti e gli steccati, dentro i quali chiudevansi i cani, ed eranvi assicurati o co’ guinzagli o colle musoliere: più addentro erano le stanze destinate alle razze, ed agli alani più pregiati. Gli altri vagavano liberamente pel cortile, e addestrati, com’erano, bastava un cenno, un’occhiata dei canattieri per tenerli in freno. Tutti insieme poi, specialmente nell’ora del cibo, facevano una maladetta armonia di guaiti, di latrati, di abbaiamenti, che era una dolcezza ad udirli. E questa era musica ineffabile per le orecchie del Duca.
I canattieri al primo apparire di Barnabò eransi tirati in disparte, e col berretto in mano parevano attendere rispettosamente i suoi cenni. A vederli adesso umili e inchinati dinanzi a un’autorità maggiore della loro, un filosofo, se a’ que’ tempi ne fossero esistiti, avrebbe avuto campo di sciorinare un bel sermone sul nulla delle umane presunzioni. Ma il nostro cronista, che era canattiere pur esso, sebbene men ribaldo degli altri, era tanto valente in filosofia come lo speziale nel far tegole, sicchè si tenne pago al semplice mestiere di narratore, e ce li descrisse in questo atto e nulla più. Il Duca avanzossi lentamente alla volta di essi, e si diè a sguardare all’ingiro, a carezzare qualche cane di quei che vagavano nel cortile, a volgere domande sopra domande ai canattieri, intanto che costoro aprivano i cancelli, gli usci, e traevano pel guinzaglio o l’uno o l’altro dei cani favoriti.
– Veda la signoria vostra, diceva lo Scannapecore, il quale siccome il più innanzi nella grazia del principe, pigliava sempre la parola per tutti, veda come sono nutriti e addestrati questi cani; è proprio una consolazione il vederli. Osservi questi due alani, che la signoria vostra mi diè in particolare custodia; come son lucidi e snelli, che rubano gli occhi.
– È vero: due goccie d’acqua che valgono un tesoro. E quello sciocco di abate quasi me li aveva fatti stizzire. Buon per lui che il suo mugnajo lo fe’ salvo dei quattro fiorini e della pelle per giunta, se no voleva alloggiarlo per un dì con un pajo di mastini perchè imparasse di che guisa van trattati i cani.
– Sarebbe pur stato un bello spettacolo. Un abate colla musoliera e col guinzaglio, disse lo Scannapecore.
– L’han provato Giovanni Sordo e Antoniolo da Terzago, e ti so dire che hanno avuto agio a pentirsene. Ma in fine l’ora della mostra parmi arrivata. Perchè non son qui quei gaglioffi coi loro cani? Suvvia, fatte che entrino, e vediamo se avvi qualcheduno, cui faccia gola una gabbia di ferro e la compagnia d’un cinghiale affamato.
– In quel punto, dato il segnale, una turba di persone d’ogni età e d’ogni professione entrò tumultuosamente nel cortile, guidando i cani raccomandati a cordicelle di filo, e non si contenne che quando fu alla presenza del Duca. I canattieri senza attendere alcun cenno si gettarono sopra i cani, e dopo averli minutamente esaminati, se erano giudicati in istatu quo, li lasciavano andare insieme con chi li custodiva; quando avevano qualche appiglio, segnavano il nome di chi l’aveva condotto, e quegli era costretto a pagare la multa stabilita. Quando poi, il che avveniva più delle volte, il povero multato non aveva nè danari nè roba da soddisfare l’imposta, allora il Duca lo faceva metter prigione, lo torturava in cento guise, e spesso lo faceva o appiccare o gettare al fuoco.
– Questo cane, gridò lo Scannapecore volgendosi al Duca, ha gli occhi rossi e cisposi ed è dimagrato di un buon terzo.
– A chi fu dato in custodia?
– A Bernardino Brivio, lanajuolo.
– Ebbene, ei pagherà due fiorini d’oro.
– Oimè, prese a dire singhiozzando il povero lanajuolo, per pagare i due fiorini dovrò chiuder bottega e andare mendicando per le strade.
– Taci là, balordo, impara ad avere miglior cura dei cani; soprattutto bada a non lasciarti cogliere un’altra volta, perchè non te la caveresti così a buon patto. Ringrazia la bontà del Duca e vatti con Dio.
– Ehi, ehi, un momento, sclamava lo Sciancato ad un ecclesiastico che era sulle mosse, a vederlo andare in volta quel cane mi ha una cera da poltrone che consola. Già voi altri preti nuotate sempre nel ben di Dio, e questo cane fu pasciuto con tutta la lautezza d’un abate. Che il diavolo mi porti se questo è atto a dare una scrollatina ad una lepre.
– Che? saltò a dire il Duca, un cane ingrassato in tempo di carestia? Ma quest’è un miracolo: bisogna dire che il corvo del profeta Elia ti porti il cibo ogni giorno. In tal caso tu puoi pagare, senza sconciarti, quattro fiorini d’oro.
– Messer Duca, supplicava l’ecclesiastico.
Ma il Duca erasi volto da un altro lato e non badava alle parole di lui: sicchè gli fu forza pigliarsi il suo cane con sè e tra il dolente e lo sdegnoso tornarsene a casa.
– Deh! messer principe, sclamava un fanciullo di forse tredici anni inginocchiandosi davanti a Barnabò, abbiate compassione di me e della mia povera mamma. Son due giorni che non mangiamo, e a casa ho quattro altri fratellini che piangono. Al prestino dei Rosti ci han dato una volta un po’ di pane a credenza: e ora non ce ne vogliono dar più. Che colpa abbiamo noi se non c’è da mangiare? E sì che il primo boccone era sempre per il cane. Anche jeri c’era un po’ di crosta avanzata da tre dì, e il piccino la voleva per lui e singhiozzava; ma la mamma la fece ammollire nell’acqua e la porse al cane. Oh! messer Duca, abbiate pietà di noi.
– Finiscila, storditello; a udir voi con que’ vostri eterni lamenti, sembra che ogni dì siate lì per tirar le cuoja. So ben io di che piede zoppicano i miei cittadini, e so dar la giusta misura alle loro parole. Diavolo! forsecchè non avete all’epoca fissata le vostre buone lire imperiali in mercede del cane mantenuto? E queste non bastano a dar cibo ad un cane e a dieci furfantelli tuoi pari?
– Ah, mio buon signore! seguitava a dire il fanciullo sempre lagrimando, in altri tempi sì, c’era, non da sbavazzarla, ma stando a pane ed aglio, da camparla mediocremente. Ma ora che i forni sono quasi tutti chiusi, che la roba costa dieci volte tanto, e fortuna a trovarne, bisogna proprio cucirsi la bocca, e anche questo non basta.
– Via, via, per questa volta non pagherai che un fiorino d’oro, ma bada di non cadervi più.
– Oimè, gridava più forte il fanciullo, se non abbiamo un quattrino a cavarci la pelle di dosso!
– Allora avrai un pezzetto di lingua tagliata, disse il Duca, e non ti starà male perchè adesso è lunga oltre il dovere.
– Oimè, tapino, e la mia povera mamma, e il mio Ambrosiolo, e la mia Agnesina, e…
Ma il pianto gli soffocò le parole in gola, e lo fe’ rimanere come stordito sul suolo: tanto che uno dei canattieri che gli si trovava vicino, vedendo che non se n’andava, gli dette un urto con un piede che lo fe’ rotolare d’un tratto fino nel salotto. Ed ivi rimase alcun tempo quasi fuor di sè, e forse rimaneva fino al finir della mostra, se uno dei cittadini che se la svignava col suo cane, mosso a compassione, non l’avesse sollevato da terra e trascinato fuori all’aperto con lui. Da lì a poco rinvenuto, ricovrò forza bastante da ridursi a casa, dove trovò la madre che lo aspettava inginocchiata davanti un’imagine della Madonna. Lasciamo figurar al lettori lo spasima e l’agonia di quella meschina nell’udire così triste novelle, e nel vedere il figliuol suo spaurito e malconcio in quella guisa.
Intanto la rassegna era pressochè terminata: poche persone rimanevano ancora nel cortile, e quelle poche furono sbrigate nella stessa maniera degli altri. Ultimo affatto venne un canonico di s. Stefano, grasso e rubicondo che pareva avesse a gabbo tutti i contagi e tutte le carestie della terra. Egli sbuffava e dimenavasi irrequieto perchè Graffiapelle, il quale aveva il suo cane tra le mani, non rifiniva di visitarlo pelo per pelo, e scrollava il capo in aria di malcontento. Finalmente non potendo più contenersi, si abbassò all’orecchio del canattiere, e con una occhiata d’intelligenza, gli disse:
– Ehi! Graffiapelle, se mi sbrigate alla buon’ora, c’è un tal pizzico di terzuoli che chiedono di entrare nella vostra tasca.
Graffiapelle a quelle parole alzò il capo con un certo sogghigno tra il beffardo e il soddisfatto: ma si fe’ tosto serio in viso e assunse il fare d’uomo oltraggiato nella sua dignità, quando vide a canto al suo il viso del Duca, e l’udì esclamare:
– Vivaddio! tu semini terzuoli come se fossero ceci. Ebbene, canonico mio, vedremo se saprai fare altrettanto coi fiorini d’oro. Comincerai dal pagarne una dozzina.
Il canonico inchinossi tutto mortificato e fe’ l’atto d’andarsene. Ma il Duca non pareva soddisfatto, e proseguiva:
– Eh! bisogna dire che la tua prebenda sia molto lauta, perchè ti fa diventar grasso anche quando gli altri dimagrano. Tu sei di quelli di s. Stefano, non è vero?
– Sì, messer Duca, rispose il canonico.
– Orsù, domani sloggerai dal tuo posto, perchè ne ho d’uopo per alcun altro: mi hai inteso?
– Osservi, messer Duca, che chi m’ha nominato a tal posto fu l’Arcivescovo, e da lui solo dipende….
– Sozzo cane! gridò Barnabò andandogli contro, devo io imparare da te chi sono e che cosa posso fare? Ti sei dimenticato dell’editto che risguardava voi altri ecclesiastici? Orsù, inginocchiati ribaldo: perocchè qui son’io il solo Arcivescovo, il solo Papa, il solo Signore.
Il povero canonico, tutto spaurito, ebbe di grazia a inginocchiarsi finchè piacque al Duca di rimanergli davanti: poi alzatosi, se n’andò piangendo in cuor suo la grassa prebenda che gli sfuggiva di mano.
– Ora, la mostra sembra finita, disse il Duca in atto di partire, non è mancato nessuno di quei che dovevano condur cani?
I canattieri rimasero zitti senza trar fiato: ma lo Scannapecore si fece innanzi, e disse:
– Messer Duca, n’è mancato uno.
– E chi è costui? chiese Barnabò,
– Stefano Baggis armajuolo, il quale ha in custodia un alano dei più belli.
– Sai tu perchè non sia venuto?
– Credo che sì. A quanto ne udii dire, dev’essergli morto il cane.
– Maladetto! Non sanno aver cura d’un animale, che alla fin dei conti torna a loro vantaggio.
– Con permissione dell’eccellenza vostra, non fu già per difetto di cura che venne a morte quel mastino. Dicesi che l’armajuolo l’abbia ucciso.
– Ucciso, hai detto? E si ardisce qui, nella mia città, quando vi sono io, si ardisce di uccidere un cane? Scannapecore, piglia tosto con te quattro alabardieri e fa che prima di sera sia condotto qui quest’armajuolo con tutta la sua famiglia, se ne ha.
– Messer Duca, sarete ubbidito, rispose lo Scannapecore inchinandosi.
Poi voltosi a’ suoi compagni, intanto che il Duca usciva:
– Avete udito? disse con aria di trionfo, e tu, Scortica, che dicevi celiando che la sarebbe venuta a star qui: ti pare ch’io sappia fare i fatti miei?
– Ma che? ma come? – Se il cane c’era? In che modo è avvenuto? – Di’ sù, compare, gridavano tutti. Ma lo Scannapecore, fatto cenno agli alabardieri, e pigliato seco Graffiapelle, uscì in fretta, lasciando gli altri a fantasticare sull’avvenuto.

VI.

Ahi! istolti e semplici, quanto
siete vani, che avete speranza nelle
cose terrene! Aviate speranza in Dio,
di cui sono tutte le cose; ed egli le
fa, ed egli le può tutte disfare: egli
le ci dà, egli le ci può tôrre; e però
voi non curate di queste cose…
LEGGENDA DI TOBIA pubblicata dal Vannacci.

Ora è d’uopo che dicifriamo ai lettori, se mai ad alcuno resse la pazienza di seguirci fin qui, codesto segreto sulla scomparsa del cane, proprio nel punto in cui era maggior necessità di lui. Già le cose sono sempre andate d’una guisa a questo mondo, e quando uno ci diventa necessario, possiamo far ragione di non trovarlo più. Così avvenne del cane, e così avviene ed avverrà sempre di tutti gli uomini. Ma la cagione di ciò? In verità ci duole di doverla schiccherare qui sui due piedi ai lettori, e confessiamo che ci sarebbe goduto l’animo di poterla tacere sino al fluire del libro tanto per tener altrui in curiosità e per dare una misteriosa importanza al nostro racconto. Ma poichè ci siamo imposti di seguitare passo passo il cronista, fa d’uopo che rinunciamo a codesto piacere, perchè a que’ tempi d’ignoranza non conoscevasi neppur di nome l’arte di tirar per le lunghe un racconto, d’intricarlo con mille accidenti, e di farlo oscuro come una sciarada; il novellatore camminava dritto al termine senza pur volgere il capo per vedere chi gli teneva dietro. E così faremo noi. Solo preghiamo que’ tali che si fossero addati del fatto già da buona pezza addietro, di non darsene per intesi e di far le maraviglie per lo scioglimento impensato, e ciò per la nostra dignità di romanziere storico.
L’armajuolo adunque, al quale era d’un tratto rinata la vita per la prodigiosa guarigione del cane, gongolava tutto dalla gioja e non vedeva l’ora che giungesse quel benedetto dì della mostra per recarvisi insieme colla bestia e farla tenere in barba a quel tristaccio di Scannapecore. Anzi, aveva già pensato a certa beffa da dire sul viso a quello scomunicato, quando avesse dovuto noverargli i quattrini, e parevagli con essa di cavarne vendetta a misura di carbone. Ma il valent’uomo aveva fatto i suoi conti senza l’oste, e la beffa era tornata a suo danno, e peggio. Nel mattino del giorno aspettato egli era sorto per tempo, e salutata con un bacio la moglie e stretto il fanciullino al seno, era uscito solo alla volta del Carobbio, perchè, sebbene confidasse assai in Martino, era troppo grande l’ansietà dell’animo suo per lasciare che andasse il garzone. Per via il cuore battevagli fortemente, e sebbene avesse cagione di star allegro, un segreto sgomento lo tormentava suo malgrado. Finalmente giunse davanti all’abitazione della vecchia Marta, la quale era posta a sinistra sul primo sboccar del Carobbio. Entra nella porticina bassa e scura, sale una scaletta coi gradini di legno, picchia all’uscio, ma nessuno risponde. Ripicchia più forte e a molte riprese, sempre lo stesso silenzio. Che è, che non è? Al povero Stefano cominciarono a tremare le ginocchia, talchè fu costretto ad appoggiarsi all’assito della loggia. Ripreso fiato, si fa di bel nuovo a battere, poi chiama sommesso per nome, alza la voce, grida, strepita, ma invano. Figuratevi che cuore fosse il suo nel vedersi tolto così sul più bello ogni via di scampo, e senza una ragione, senza poterne saper nulla. Stanco finalmente e disperato scende abbasso e chiede ad un’erbajuola che stava a due passi lontano, se abbia veduto la vecchia Marta. Quell’erbajuola che stava annacquando tre grame radici e le metteva pomposamente in mostra siccome fior di verzura, sollevò alquanto il capo per vedere chi le volgeva una tal domanda, e sbirciato così all’infretta l’armajuolo, rispose asciutto:
– Non ne so nulla, io. Se volete un pizzico di lattuche, ma delle ghiotte, ne ho una manata che è degna della tavola d’un principe.
– Grazie, buona femmina: il mio stomaco ha appiccato lite colle ghiottonerie, siccome il mio borsellino coi terzuoli. Non è ciò ch’io desidero. Ora mi punge di sapere che cosa sia divenuta la vecchia Marta, e perchè non trovasi in casa.
L’erbajuola questa volta fissò i suoi occhi sulla faccia di Stefano e ve li tenne alquanto come per istudiare di che pelo fosse colui che le parlava in tal modo. Ma l’armajuolo soggiungeva con tuono ancora più umile e supplichevole:
– Deh! se sapete qualche cosa, fatemi la carità di dirlo, che il cielo ve ne rimeriterà. Si tratta della vita d’una povera famiglia.
– Sentite il mio uomo, rispose alquanto rassicurata l’erbajuola. Voi non m’avete cera di essere uno degli amici della strega, sicchè posso parlarvi col cuore in mano. Già è un pezzo che ho questo ruggine nell’animo, e ho proprio bisogno di sfogarmi. Voi volete sapere che cosa sia divenuta? E chi mai può dirlo, se non lo stesso Belzebù che viene a visitarla tutte le notti. La notte passata, per esempio, fu un baccano, un subbisso d’inferno: duo o tre de’ suoi diavoli, o stregoni, sono andati da lei, e li ho visti io con questi occhi. Per più d’un’ora si udirono grida e strepiti che pareva andasse in rovina la casa. Vi fu un istante che la voce della vecchia si fece piagnolosa e singhiozzante, e allora udivasi quel suo demonio gridare e minacciare di portarla via. E credetti infatti che se l’avesse portata, perchè poco dopo ogni cosa tornò in silenzio, e la casa tranquilla che pareva un deserto. Se non che questa mattina, quand’io sono uscita in sull’alba per raccorre questo po’ di verzura, vidi uscire quatto quatto da quell’uscio un’ombra di donna, che rassomigliava tutta alla vecchia, ma era tanto sfigurata e stravolta, che ci volle a riconoscerla.
– E avete veduto dove sia andata? chiese affannoso l’armajuolo.
– Eh, chi può tener dietro ad una strega? Ella tirò rasente il muro fin presso alla Vetra, ma voltato il canto, sparì d’un tratto come se fosse volata via.
– E non sapete chi abiti lì presso?
– Mio Dio! rispose l’erbajuola; egli è un certo luogo, ch’io non posso passarvi davanti senza fare il segno della croce. Una volta ci stava l’Agnesina con sua madre, che dicono abbia stregato più gente di quel ch’io ho capelli in capo. Ma dopo il contagio nessuno sa più nulla.
– Che la Marta si sia recata colà? disse tra sè il povero Stefano, e ringraziata l’erbajuola si volse dalla parte della Vetra.
La novità del caso aveva in tal modo scombujata la mente di Stefano, ch’ei camminava come trasognato, e barcollava ad ogni tre passi com’uomo che avesse veduto il fondo a parecchie mezzine. L’erbajuola lo stette a guardare finch’ebbe voltato il canto, ma poichè a que’ tempi di miseria l’ubbriachezza era derrata di contrabbando, poco durò a stimarlo ammaliato, e nel ritirarsi che fece nella sua botteguccia, esclamò:
– Pover’uomo! è proprio peccato ch’ei sia caduto nelle mani di quelle stregacce del demonio. Se non avesse gli occhi così stralunati e il viso tutto scomposto, ei sarebbe certamente un bell’uomo. E come mi guardava pietoso! Basta, che il cielo lo accompagni.
Intanto l’armajuolo proseguiva il suo cammino in traccia della vecchia Marta con poca speranza di coglierla fra quel labirinto di casacce rovinate, dato pure che colà si fosse ricoverata. Quantunque per la stagione innoltrata il freddo fosse rigido assai, grossi goccioloni di sudore gli cadevano dalla fronte, e impregnavansi tra i peli della barba, senza ch’ei si desse la briga d’asciugarli. Adesso ei provava un’affanno, una stretta al cuore molto più forte dello sgomento avuto tre giorni addietro, perocchè il ricader nel pericolo dopo la gioja dello scampo è assai più gran dolore che quel che reca il primo inciamparvi. E pensava alla moglie sì dolce, sì amorosa, al figliuolo così bello e vispo, alla sua officina che aveva il vanto sopra tutte quelle di Milano, ai giorni felici passati in seno della sua famigliuola, e sentiva uno struggimento, una doglia fin allora sconosciuta. Ad un tratto la vista gli si appannò, e parvegli che le case gli ballassero davanti, le gambe tremarongli sotto, e nelle orecchie udì un ronzio, come d’un mulino che girasse. Ei fece uno sforzo per ripigliare i sensi e per tenersi sulla persona, ma dopo aver traballato alquanto, le forze l’abbandonarono del tutto e svenne. Il poveretto non aveva assaggiato cibo nel giorno addietro, e la debolezza dello stomaco aggiunta all’angoscia che provava, gli fece quel brutto giuoco. Se non che la sua buona ventura, se tale può chiamarsi, volle che in quel punto ei si trovasse vicino al muro, talchè non cadde sul terreno, ma rimase un cotal po’ inclinato e colle spalle appoggiate alla parete. Quanto tempo ei rimanesse in quello stato, non seppe nemmeno l’armajuolo: la via era deserta, e non udivasi neppur da lungi rumore d’anima nata. Quand’egli ritornò in sè, era lo stesso silenzio e la stessa solitudine: perocchè in que’ dintorni la peste aveva menato un guasto terribile, e le case erano state pressochè tutte diroccate o abbandonate. L’armajuolo aprì gli occhi, non ancora ben rinvenuto, e fece l’atto di alzarli al cielo; ma qualche cosa che stavagli rimpetto attrasse tutta la potenza delle sue facoltà, che parvero concentrarsi negli occhi. Una finestretta aperta, che dava sopra una loggia per metà caduta, lasciava vedere una figura di donna, che pareva tendergli le mani e sorridere. Dapprima non ne ravvisò interamente la fisonomia:, poi a lungo osservare gli parve quasi di riconoscerla, ma sfinito com’era, non poteva ajutarsi bene colla memoria. Finalmente, guarda e riguarda, cominciò a vedere la pezzuola che le copriva il capo, poi una ciocca di capelli grigi, poi la fronte arsiccia e rugosa, poi infine la fisonomia della vecchia Marta. Essa era là che gli sorrideva e gli accennava di accostarsi, e gli parve perfino di udire la sua voce e il brontolìo del cane che aveva seco. Quella vista gli porse tanto vigore, che sollevatosi d’un tratto, si trovò sano e lesto in piedi, e stropicciandosi le mani corse alla volta di quella casa. Ma oimè, che è, che non è? La finestretta non è più finestretta, ma una cornice vetriata, e la vecchia Marta ha dato il luogo a una Madonna dipinta in atto di aprir le braccia ai passeggeri. Certamente quel Luino del secolo XIV che dipinse quello sgorbio di figura umana, non sognò neppure ch’ella sarebbe stata da tanto da divenir viva e animata agli occhi di chi la guardasse; e la cosa parve strana anche al nostro armajuolo, perchè, rinvenuto com’era, non sapeva darsi pace di quell’inganno. Se non che, osservando ad occhi sicuri quell’imagine e mirando tuttavia quell’atto amoroso e soave, gli sorse una nuova tenerezza in cuore, talchè inginocchiatosi si diè a pregare fervorosamente. Nè quella preghiera gli tornò infruttuosa, perchè si sentì sull’istante l’animo più alleviato e più inchinevole alla speranza, e potè tirar innanzi il suo cammino con maggior risoluzione.
Ma, entra in una casa, entra nell’altra, sale or questa or quella scala, fruga e rifruga, apre tutti gli usci, spia, interroga, nessun indizio di colei che cercava. Il povero Stefano dovette rifar la via e tornarsene al Carobbio, nella porticina dove prima era stato. Ma anche là un silenzio da cimitero, e l’uscio inchiodato come poc’anzi. Torna alla Vetra, va, gira, rigira, cerca un viottolo, cerca l’altro, capita di bel nuovo nel Carobbio, ma tutto invano, nessuno sa dirgli qualche cosa. Che fare adunque? L’ora della mostra era passata, ormai non c’era più modo a trarsi d’impaccio, laonde stimò opportuno di recarsi a casa e provvedere in qualche guisa ai casi suoi. Abbiam già detto che Stefano era uomo coraggioso e deliberato, sicchè nessuno maraviglierà nell’udire che sul punto d’aver perduta ogni speranza, egli avesse ricovrati tutti i suoi spiriti. Il vero coraggio è così fatto; teme del pericolo s’è incerto, ma quand’è inevitabile lo affronta con viso sicuro. E Stefano, ora che sapeva di che piede bisognava zoppicare, non era uomo da stare colle mani alla cintola e da sciuparsi in vane querele. Pertanto si pose la via tra le gambe e cheto cheto avviossi alla volta di casa sua. Ma quando fu lì per voltar l’angolo degli Armorari, per dove entravasi difilato nella bottega, si trattenne alquanto, e non potè cacciare un pensiero che gli martellava la mente. Che la vecchia Marta fosse tornata? Era questa l’idea che lo metteva in forse, e che impedivagli di proseguire il cammino. Quella maladetta speranza, che se piglia a pigione un povero cuore non lo lascia mai, faceva ora all’armajuolo uno dei soliti scherzi ch’ella fa agli innamorati. Lo dicano quei lettori che si sono recati ad un convegno, se c’è caso che uno possa spiccarsi dal luogo fissato, prima d’aver battuto il selciato almeno un pajo d’ore, e se avviene che la noja lo trascini lontano, quante volte non sarà ritornato per tema d’aver isfuggita l’opportunità. Lo stesso accadeva a Stefano. E questa speranza, o piuttosto gravissima molestia, fu sì forte in lui, che dovette dar di volta e rivedere il Carobbio. Ma le cose erano ancora nel medesimo stato: appena quel luogo così frequente e chiassoso dava indizio di vita, che gran parte delle case erano chiuse, e più gran parte ancora smantellate. Dei cittadini pochi vedevansi per le vie, e que’ pochi silenziosi e raccolti tiravano rasente il muro senza guardar in viso a persona. L’armajuolo trasse un grosso sospiro, e veduto fuggirsi anche quell’ultimo filo di speranza, tornavasene tristamente giù per la corsia, allorchè giunto che fu a mezza via, proprio rimpetto alla contrada di s. Ambrogio de’ Disciplini, vide Martino che affannavasi correndo alla volta di lui, e pareva portasse nel viso qualche trista novella. Quando il garzone gli fu vicino, senza neppure pigliar fiato, gli gridò:
– E così, messer Stefano, che cosa è avvenuto del cane?
– Ah! Martino mio, rispose l’armajuolo, ajutami che non mi reggo più.
– Oimè, come siete pallido e stralunato, che cosa è stato, dite su, messer Stefano?
– Che vuoi? tanto ne so io, che tu.
– Ma la vecchia Marta?
– Che il diavolo tormenti quel sozzo carcame di donna fino al dì del giudizio. Ell’è sparita, e nessuno l’ha veduta.
– E il cane?
– S’intende ch’è sparito insieme con lei.
Martino stette alquanto sopra pensiero, poi disse sommessamente, sebbene non vi fosse alcuno intorno:
– Uhm, questa scomparsa non è cosa naturale: qui sotto gatta ci cova, e quasi quasi starei per credere che lo Scannapecore ci entri per qualche cosa.
– Eh! via, che ci ha a fare la vecchia Marta collo Scannapecore?
– La volpe e il lupo non si leccano, è vero, ma quando si tratta di votare un pollajo san mettersi d’accordo. Basta, col tempo la cosa verrà in chiaro, ma intanto, sapete, messer Stefano, che il Duca ha comandato allo Scannapecore di venirvi a pigliare voi e la vostra moglie e tutti noi per condurci in quella maladetta ca dei cani a render ragione dell’aver mancato alla mostra?
– Oh Dio! corriamo tosto a casa a difendere la mia povera Cecilia, il mio Marco!
– Difendere, voi dite? Non è mica più il tempo in cui un buon popolano colla sua draghinassa poteva farsi chiaro in mezzo a una dozzina di mascalzoni prezzolati. Ora non sono soldati, ma sgherri da combattere, e colla giustizia non c’è da scherzare, ma è d’uopo tener le mani in cesso.
– Ebbene, noi fuggiremo, sclamò Stefano, intanto che avviavasi correndo alla volta di casa sua. Ma l’altro, pur seguendolo da vicino, gli susurrava all’orecchio:
– Fuggire, e dove? chi ci raccorrà? chi ci proteggerà contro l’ira del Duca?… Eppure, sì,… meglio fuggire, meglio morir di fame sopra una strada che cadere nell’unghie di Barnabò, o servir di pasto a que’ suoi mastini. Io l’aveva ben consigliato a vostra moglie di fuggire, e voleva condurnela tostochè udii quella brutta nuova, ma essa stette salda e rifiutò di uscire di casa finchè non avesse veduto voi. L’ho anche pregata colle lagrime agli occhi, che partisse di là, che si recasse da qualche sua conoscente, almeno per sottrarsi alla prima tempesta, e per acquistare tempo, ma fu tutto indarno. Ora chi sa se saremo più in tempo.
Intanto che così parlavano, erano giunti quasi sul limitare della bottega, e stavano per porvi il piede, allorchè Martino, preso fortemente l’armajuolo per un braccio, lo trasse indietro dicendogli:
– Avete udito, messer Stefano? I manigoldi son già entrati in casa. Ponete orecchio un momento. Ecco la voce di Tonio che prega piangendo e si dispera. Oh! udite madonna Cecilia che risponde alle interrogazioni dello Scannapecore. Santo Iddio! cercano del fanciullo, ch’essa l’abbia trafugato? Ah! andiamo, andiamo che vengono abbasso.
Martino infatti s’adoperava, parte colla forza, parte colla persuasione, a togliere di là l’armajuolo: ed ora poi che aveva udito lo Scannapecore minacciare aspramente e la Cecilia uscire in singhiozzi e preghiere, diè a credere all’armajuolo che gli sgherri partissero, e con una spinta risoluta gli fè voltare il canto, e giù entrambi per la via di s. Satiro.
– Sapete, che cosa dobbiam fare? disse allora Martino. Andiamo tosto a casa di messer Franciscolo. Là non verranno a cercarci, almeno per oggi. A domani Iddio provvederà.
L’armajuolo, che fino a quel punto erasi lasciato condurre come istupidito, si trattenne sui due piedi e fissò sulla faccia di Martino due occhi che pareva schizzassero dalla fronte. Poi, come tornato in sè, si volse a dare una ultima occhiata al luogo che doveva abbandonare, e scosse le braccia in atto di rabbia repressa: – Uf! disse levando un gran sospiro: sia fatto come tu vuoi. – E avviossi senza profferir più parola.
Non erano andati oltre un trenta passi, che dall’officina dell’armajuolo usciva fuori lo Scannapecore seguito da Graffiapelle e da’ sei cagnotti, i quali tenevasi in mezzo la Cecilia e Tonio. Quando furono nella via, lo Scannapecore si volse a Graffiapelle, dicendo:
– Tu, Graffiapelle, starai qui a fare buona custodia alla casa: non voglio che i ladri entrino a spazzarla. Se mai vedessi capitare alcuno, o solo bazzicare per la via, non lascialo sfuggire, m’hai inteso? Di ragione un momento o l’altro ei ci deve venire: e poi il fanciullo non mi par vero di non averlo trovalo. Sarebbe pur stato opportuno nel caso che il Duca avesse voluto lo spettacolo d’un giudizio coll’acqua fredda. Ma ora, andiamo.
– Ahi! ohi! sclamava Tonio, contorcendosi sotto la mano d’uno che l’aveva stretto in un braccio, che maniere son queste da usarsi coi cristiani? Io non so nulla, io, e lo può dire madonna Cecilia, se non sono un buon garzone, timorato di Dio e del Duca, che lascia stare i cani quando dormono…
– Orsù, tienti per te le tue chiacchere, mascalzone, gli gridò un altro della schiera, dandogli un punzone per di dietro che quasi lo mandava a gambe levate. Giacchè hai tanta parlantina ti metteremo a stare col bruciavia, che è il più brontolone di tutti i mastini: vedremo un po’ la bella figura che vi farai.
– Bella Cecilia, diceva intanto lo Scannapecore alla moglie dell’armajuolo, voi siete ancora in tempo di riparare a una grande sventura. Forsechè il timore non v’ha resa più umana ed arrendevole? Ricuserete tuttavia di prestar orecchio alle sincere mie proteste?
Per tutta risposta la Cecilia alzò gli occhi al cielo e sospirò. Lo Scannapecore scorgendo di non poterne cavare alcun costrutto, disse tra i denti:
– Ah! ah! carina mia, tu fai il bell’umore, e vuoi stare imbronciata con me. Ma ti leverò io la stizza dal capo. Ne ho guarite delle altre, sai? ed erano fior di roba e superbe come lucifero. Una notte che tu abiti fra quattro mura basterà a farti mutar parere.
– Ahi! meschino me! sclamava Tonio battendo i denti della paura, ma votete proprio metterci prigione? Che cosa vi abbiamo fatto noi? Che colpa abbiamo se il cane fu portato via dal diavolo? A queste cose non si può star innanzi.
– Mio bel garzone, dicevagli lo Scannapecore, tutte queste ragioni le potrai dire al Duca: intanto sta zitto, se no, saremo obbligati a porti la museruola.
E Tonio ricacciavasi in gola un lamento e tirava innanzi singhiozzando; ma siccome era di natura ciarlone, così nè timore, nè percosse valevano a farlo tacere un pezzo. Laonde non aveva fatto dieci passi che ripigliava brontolando tra sè e sè, quasi seguitasse il filo delle proprie idee.
– Povero il mio letticciuolo! E a dire ch’io mi lagnava sempre, e lo faceva troppo duro e disagiato, e gli dava cagione di tutti i malanni che provava. Ora chi sa su che razza di giaciglio sarò costretto a distendermi! E dover restar solo tutta una notte, in quel brutto luogo, all’oscuro, senza un’anima che mi ascolti.
– Hai paura a dormir solo, neh? soggiunse di nuovo lo Scannapecore il quale pareva pigliar sollazzo dagli sgomenti di Tonio. Non dubitare, figliuolo, che ti faremo tener compagnia, e tale che ti terrà svegliato più che non sei solito.
– Tonio alzò gli occhi sul viso dello Scannapecore e lo guardò con un certo piglio tra il dubbioso e lo spaventato, il che fece fare alla sua fisonomia una smorfia così patetica da cavar le risa a tutt’altri che allo Scannapecore. La stessa Cecilia, quantunque impensierita e tutta raccolta nel suo dolore, non potè stare dal volgersi un cotal po’, e veduto lo sgomento rivelarsi da ogni fibra del garzone, non seppe trattenere un senso di compassione più grande e più nuovo quasi che non quello provato poc’anzi. Perocchè, sebbene l’assenza del marito e la sottrazione del fanciullo le fossero stati argomento di consolazione, tuttavia, a mente un po’ più riposata, pensava che Stefano non avrebbe potuto tenersi celato a lungo, e che il fanciullo, se era salvo dagli sgherri, rimaneva però abbandonato nelle mani della provvidenza, e si voleva un miracolo perchè non morisse di fame. A ciò ella non aveva badato sulle prime, e appena avuto sentore del pericolo, visto che il fanciullo dormiva, se l’era pigliato sulle braccia, e l’aveva nascosto in un piccolo andito che metteva nel cortiletto dove niuno sarebbe andato a frugare. E infatti la cosa era avvenuta giusta il suo desiderio, e la Cecilia consolavasi nella speranza che Martino, il quale era uscito in traccia dell’armajuolo, trovatolo o no, ritornasse a casa, e ne levasse il fanciullo. Ma, allorchè vide lo Scannapecore appostare uno dei suoi nella bottega e udì il comando che gli fece, ogni lusinga le cadde dall’animo, e raccomandossi al Signore perchè la proteggesse. Anzi ell’era stata a un pelo di rivelare ogni cosa, e togliere così qualche più funesta ventura; ma il pensiero che lo Scannapecore le potesse leggere il dubbio nel volto, e non lasciasse perciò vota la casa, la trattenne. Il fanciullo ormai lo dava per perduto: almeno potesse porsi in salvo il marito.
Con tali pensieri erano giunti più che a metà della via, e toccavano proprio la contrada di s. Giovanni in Conca, allorchè lo Scannapecore sguardando all’intorno, corse cogli occhi fino alla fine della contrada che da un lato mette al Malcantone. Ivi, fosse realtà o illusione de’ suoi occhi da sparviero, parvegli scorgere due persone che lo guardassero e nello stesso tempo tentassero di celarsi dietro uno sporto di casa che fa angolo alla via. A un tratto ei si ferma, e senza darsi tuono di niente dice una parola all’orecchio di due dei suoi, i quali si spiccano tosto dalla comitiva, e cheti, cheti, un dietro l’altro, s’avviano rasente il muro alla volta del Malcantone. Gli altri senza darsi briga del fatto, e senza neppur volgere il capo proseguono il loro cammino, in guisa che nè la Cecilia, nè Tonio ebbero sospetto di ciò che accadeva. Questa volta gli occhi di Scannapecore l’avevano giovato assai bene, e così l’avessero giovato le gambe di quei suoi mascalzoni. Ma, aspetta, che vengo. I due che stavano spiando sull’angolo, e che avevano buona vista del paro, non aspettarono d’esser colti sul luogo, ma appena veduto il cenno dello Scannapecore, diedero una volta al canto e si raccomandarono alle calcagna. Per lo che quando vi giunsero gli altri trovarono il nido votato, e dovettero tornarsi colle pive nel sacco. Chi fossero poi coloro che stavano là in agguato non è bisogno che palesiamo ai lettori: solo diremo che nel fuggire presero la via di s. Sepolcro e non si fermarono che al crocicchio detto delle Cinque Vie dove abitava Franciscolo.
Allorchè i due scherani posero piede nel palazzo di s. Giovanni in Conca lo Scannapecore co’ suoi trovavasi già alla presenza del Duca, il quale aveva voluto egli stesso interrogare la moglie dell’armajuolo. La Cecilia nell’udire che toccavale di parlare col Duca, aveva riacquistato alquanto della sua naturale fermezza, perchè non le pareva vero che un principe così grande e potente dovesse essere crudele e testereccio come quella turba vile e schiava che gli faceva codazzo. Ma quando al presentarsegli che fece, vide quel suo cipiglio così fiero, e udì quella sua voce aspra domandarle conto del cane, le fuggì ogni coraggio, e si diè a tremare per tutte le membra. Pure facendo uno sforzo, rispose:
– Deh! signor mio, abbiate pietà di me; io sono un’infelice….
– Orsù, femmina, disse severo Barnabò, non chiedo chi tu sia, è del cane ch’io chiedo.
– Oh! poveretta me! il cane… il cane….
– Or bene, il cane?
– Il cane…. è…. è morto…. disse Cecilia con voce quasi spenta.
– Morto? Morto? gridò il Duca alzando e passeggiando per la sala. Il più bell’alano che abbia fermato una lepre? Per Dio! tu pagherai dodici fiorini d’oro, e ringraziami di lasciarti andare così a buon patto.
– Ohimè! signor mio, diceva singhiozzando la povera Cecilia, se appena abbiamo di che sfamarci. Come volete che troviamo sì gran somma?
– La troverete, sì, per s. Ambrogio che la troverete. Ringrazia il cielo se non ti chiedo in che guisa sia morto, perchè mal per te e per tuo marito, il quale, a quanto udii dire dallo Scannapecore, non deve avere la coscienza molto linda in quest’affare. Non so darmi pace che sia morto quel cane.
Tonio, che fin allora era rimasto a capo basso e tutto rattrappito per lo spavento, udendo che al Duca doleva forte che quel cane fosse morto, s’avvisò di rimediare al male dicendo il vero, il perchè si fe’ animo a parlare, e disse:
– Con vostra buona licenza, messer Duca, il cane non è proprio morto, come morto, ma gli è come se fosse morto.
Il Duca fisso gli occhi in viso a Tonio, al quale parve di sprofondare sotto quell’occhiata; poi voltosi allo Scannapecore, disse:
– Che cosa intende dire costui con quel suo garbuglio di parole? Chi è questo scimunito?
– Egli è il garzone dell’armajuolo, rispose eccitando un po’ lo Scannapecore. Parmi aver detto alla signoria vostra, che l’armajuolo non venne trovato in casa, e che neppure si trovò il fanciullo coll’altro garzone.
– E che cosa significa questo cane morto e non morto?
– Eh! chi può cavare una parola assennata da quel balordo.
– Balordo, sì, finchè si vuole, borbottò Tonio, ma infine quel ch’è vero è vero, e il cane non è morto.
– A te dunque, disse il Duca volgendosi a Cecilia, è egli vero quel che dice colui?
La Cecilia divenne rossa fin nel bianco degli occhi per essersi lasciata cogliere in bugia, la prima forse che avesse detto in vita sua: e sebbene le fosse accaduto per un fine retto, per distornare con una sola parola ogni ricerca del Duca, non perciò se ne vergognò meno, e ci volle alquanto prima che potesse rispondere. Finalmente, alzato il capo, disse timidamente come quella che adesso sentivasi rea:
– Messer sì, il cane non è morto.
– Orsù, dunque, che cosa è avvenuto di lui?
La moglie dell’armajuolo fu imbarazzata da tale richiesta e non trovò parole pronte per rispondere: se non che Tonio il quale, a sua grande maraviglia, aveva raccattato un coraggio insolito, saltò a dire:
– Con vostra buona licenza, messer Duca, il cane è scomparso e non si sa qual diavolo l’abbia portato via. Egli aveva un certo…
Ma la Cecilia la quale temeva che Tonio raccontasse il fallo per disteso, e non voleva che il Duca sapesse della malattia del cane e della percossa datagli da Stefano, fu lesta ad interromperlo, e disse con voce franca:
– È vero, il cane è scomparso di casa tre giorni sono, e non se n’è avuto più nuova.
– Poltronacci traditori, sclamò il Duca, bel modo di guardare i miei cani! Ci vorrebbe ch’io vi facessi dar la corda, per servir d’esempio a tutti i gaglioffi pari vostri. Orsù, per ora resterete qui entrambi finchè non si sia rinvenuto il cane, o che abbiate sborsato i dodici fiorini d’oro. E tu, Scannapecore, fa di alloggiarli come meritano. È tempo ch’io torni al mio castello: mi sono soffermato anche di troppo qui.

VII.

Per entro al bosco un monistero è sito
A cui sorge nel mezzo una chiesuola;
Quivi l’uom si raccoglie e sbaldanzito
Chiede il conforto di una pia parola,
E spera, e prega, e compie il santo rito,
E nell’alta quiete si consola;
Qui piange assorto nelle idee più meste
Ma d’un pianto dolcissimo, celeste.
Poema inedito.

In sulla sera dello stesso giorno l’armaiuolo era seduto in casa di Franciscolo coi gomiti appoggiati ad una tavola di quercia e col capo tra le mani. Egli era pallido, abbattuto, ma sul suo viso leggevasi ancora più l’ira e il dispetto che non il dolore. Il povero uomo non sapea darsi pace della scomparsa del cane, e andava fantasticando tra sè e fabbricando castelli all’aria, tanto più che le parole di Martino e l’aver veduto lo stesso Scannapecore far da sgherro alla sua Cecilia, gli avevano messi certi sospetti per la mente a tutt’altro atti che ad acchetarlo. Franciscolo lo andava guardando con aspetto di amorosa compassione, e taceva purchè quando il dolore è sì forte ed intenso le parole irritano anzichè consolare. Sulle prime s’era provato a fargli entrare un po’ di speranza nell’animo; ma siccome neppur egli ne aveva, così i suoi tentativi riuscirono vani, ed egli dovette accontentarsi a pigliar parte all’angoscia di Stefano e piangere con lui. Il che aveva contribuito meglio che ogni altra cosa a sollevare il cuore di quell’afflitto, e a toglierlo alquanto dai funesti pensieri che l’agitavano. Ora Franciscolo gli si era avvicinato, e vedutolo immobile e quasi istupidito, gli faceva dolce violenza e prendevagli una mano tra le sue stringendola con affettuosa commozione. Stefano vinto da quell’atto, alzò un istante gli occhi sull’amico, poi preso da un’insolita tenerezza, gli si abbandonò tutto fra le braccia, e si diè a singhiozzare come un fanciullo. Non mai come allora gli era parsa sì dolce l’amicizia di Franciscolo; nè lo stesso Franciscolo aveva mai sognato di volere un sì gran bene a Stefano; tant’è vero che anche cinque secoli addietro senza tante sdolcinature filosofiche sapevasi per pratica che il dolore santifica l’affetto. La qual massima antica come il mondo, si volle vender per nuova a’ nostri tempi, e fu presa a pigione dai moderni novellieri che ne fecero un immenso sciupio.
In quel mentre udissi un rumor di passi frettolosi, poi un bussar sommesso all’uscio. Franciscolo corse ad aprire, ma prima di alzare il saliscendi spiò dal buco della chiave chi stava di fuori, e non contento ancora domandò con voce trattenuta.
– Sei tu, Martino?
– Sì, son io, messer Franciscolo, aprite tosto.
Infatti appena l’uscio fu aperto, Martino entrò tutto trafelante nella stanza e gettandosi sopra una scrana, disse:
– Messer Stefano, il tiro è fatto, cioè non manca che il coraggio. Quel balordo di Graffiapelle, che stava là in bottega a guardia delle armature, m’ha impedito di entrare a visitar la casa, e forse avrei dovuto tornarne senza un costrutto, se quel ghiottone, preso forse dal vino o dalla noja, non si fosse addormentato sopra una panca. Però non mi arrischiai ad entrare in bottega, perchè se per caso si fosse svegliato e m’avesse trovato là, Dio sa che rumore faceva. Forse sarei stato costretto per farlo tacere a ricorrergli un poco il groppone, e a dirvi il vero, non ho troppa voglia di tirarmi addosso qualche malanno. Son già entrato in un brutto affare, nè mi piacerebbe cadere in un peggiore.
– Orsù, che hai fatto adunque? chiese l’armajuolo ansiosamente.
– Che ho fatto? Il muro della casa non è tanto liscio che non vi si possa appoggiare un piede, e poi la finestra è così bassa, che l’entrarvi è una faccenda da nulla. Perchè quanto all’arrampicarmi, sarei capace di dare la scalata alla torre di s. Goliardo. Adunque saltai la finestra, che era aperta, e cheto cheto sulla punta dei piedi frugai così all’oscuro ogni angolo della casa, e chiamai più volte sommessamente: Marco, Marco. Ma oibò, nessuno rispondeva. Solo quando fui nella seconda camera, quella che guarda nel cortiletto, parvermi d’udire un gemito, ma debole e lontano, quasi partisse da luogo chiuso. Allora pensai che il fanciullo doveva essere nascosto in quell’andito del cortiletto, ove siete solito chiudere le ciarpe da gettarsi ai ferravecchi; ma poichè per toccare quel luogo, bisogna passar dalla bottega, così me ne tornai quatto quatto come prima, mi lasciai sdrucciolare dallo sporto senza che ombra d’uomo mi scorgesse, e corsi qui ad avvertirvi della cosa. Ora bisogna farsi cuore e tentare un colpo un po’ ardito, ma che, spero in Dio, riuscirà a buon fine. Però spicciatevi, messer Stefano, prima che il vino abbia terminato di fare il suo uffizio in quello stordito. Per via vi dirò che cosa dobbiamo fare.
L’armajuolo si alzò da sedere, si pose il berretto sul capo, e con una mano frugò nel seno di sotto l’abito per cercarvi uno stiletto che da tre giorni in poi portava sempre con sè. Rassicuratosi, fe’ l’atto di andarsene, ma prima voltosi a Franciscolo gli strinse la mano, dicendo:
– Iddio ti compensi del bene che m’hai fatto quest’oggi, e ad entrambi faccia la grazia di trovarci in condizioni migliori. Se mai ricupererò il fanciullo, come spero, stassera andrò a rifuggirmi nel convento degli Umiliati presso il padre Teodoro, e poi chi sa… forse dovrò uscire di questo paese. Che se mai cadessi nelle unghie del Duca, o dovessi lasciar la pelle con que’ birbi che vorrei spacciare tutti da questo mondo; allora, ricordati di me, e di’ un po’ di bene per l’anima mia.
Franciscolo non potè rispondere, tanto aveva il cuor gonfio, ma gli strinse la mano fortemente e sentì inumidirsi gli occhi. Anche Stefano ripassò col rovescio della mano sopra la guancia per asciugare una lagrima che gli sgocciolava sul mento. Finalmente staccatisi, Stefano uscì sulla via insieme con Martino, e stretti a colloquio, s’avviarono di conserva alla volta degli Spadari.
Quando furono arrivati sull’angolo a un passo dalla bottega, Martino trattenne Stefano e avanzossi solo, piano piano, che pareva camminasse sulle uova. Là tese l’orecchio, e udito che il canattiere russava tuttavia, pose in mano a Stefano un grosso ciottolo da lui raccolto per via, e in due salti, lesto lesto, fu sul davanzale della finestra. La notte era già alquanto innoltrata e per le contrade era un bujo, un silenzio da cimitero. L’armajuolo quando gli parve il tempo opportuno, si recò cautamente sul davanti della bottega, v’innoltrò il capo e tutto il braccio destro, e gettò in alto il ciottolo, il quale venne a cadere sopra un’intera armatura: e staccatala dalla parete la rovesciò sopra altre due con immenso fracasso.
Graffiapelle svegliossi di soprassalto a quel rumore, e credette sulle prime che gli rovinassero addosso le case. Spalancò gli occhi, e non ben sicuro del luogo ove trovavasi, si diè a gridare:
– Chi è là?
In quel punto un nuovo e più strano rumore come se rovinasse la soffitta si fece udire di sopra; talchè il canattiere, ripigliati un cotal po’ i sensi, si diè brancolando a cercare le armi che gli erano cadute, e posta la mano sopra il suo coltello da caccia, lo brandì in atto formidabile, gridando più sicuro di prima.
– Chi è là?
Ma niuno gli rispose, e solo dopo un istante di silenzio udissi un urlo prolungato, poscia uno strepito come di gente che s’arrabattasse e s’avvoltolasse nelle stanze superiori. Giù in bottega poi un pianto, un lamento come di bambini che pareva uscisse di sotto la terra.
– Ohe! questa è nuova, disse tra sè Graffiapelle; che il diavolo fosse entrato qui dentro, e volesse risarcirsi su me delle tante volte che usurpai la sua parte. Venga pure: non sono Graffiapelle se non lo mando a piantar cavoli, e se non gli dico sul muso che valgo meglio di lui nello spaurire la gente.
Però queste parole le diceva colla bocca tanto per trovare un po’ di coraggio; il cuore non c’entrava e battevagli anzi alquanto più del consueto. Avvinazzato com’era e mal sicuro di sè, un vago sentimento di pericolo lo teneva in forse; e quel trovarsi di notte in un luogo sconosciuto, allo scuro, non gli andava gran fatto a sangue. In quel punto ricordossi del perchè era stato posto là, e delle parole dettegli dallo Scannapecore, ond’è che rassicurato, disse:
– Ah, ah, ho capito. Il merlotto è venuto a ficcarsi in gabbia da per sè. Ora andremo a snidarlo.
Ciò detto, cercò a tentone la scaletta, e trovatala, salì meglio che seppe, non senza inciampare due o tre volte nei gradini. Stefano appena udì ch’egli saliva, entrò difilato in bottega, e pratico, com’era, di casa sua, trovò tosto il luogo che cercava, penetrò nell’andito, e aperto l’uscio, ne trasse il fanciullo, mezzo morto dallo spavento. Poscia rassicuratolo ch’egli era il papà, perchè non gridasse; lo portò fuori colla stessa prestezza con cui era entrato, ed uscito in istrada battè due volte le mani per avvertire Martino. Tutto ciò era accaduto intanto che Graffiapelle trovata la camera, s’innoltrava alla cieca col suo coltellaccio sguainato, maledicendo l’oscurità che lo faceva inciampare ad ogni passo. Però, siccome un po’ di barlume entrava dalla finestra, quantunque a notte fitta, potè vedere, o almeno gli parve, un’ombra muoversi dall’altro lato della stanza. Per lo che ei mosse a quella volta sempre tenendosi alla parete per non smarrirsi. Quand’ecco sente alcun che di pesante sdrucciolargli fra le gambe, poi una specie di tanaglia afferrargli un piede, infine una spinta di sotto la persona così violenta e impensata, che il canattiere non ebbe tempo di profferire una parola, ma stramazzò quant’era lungo sul pavimento. La sua mala ventura volle che il capo andasse a percuotere contro lo zoccolo d’un armadio e ne provasse tale intronatura da fargli andare la vista in visibilio. In quello stordimento gli parve anche di sentirsi stringere alla gola e di provare sulla pelle il freddo di una lama; ma fosse illusione o realtà egli non ebbe la più piccola scalfittura e tranne un po’ di contusione alle costole, ne uscì senza un pelo torto. Il demonio, o folletto, o spettro che fosse, perchè il canattiere non volle persuadersi che un semplice uomo gli avesse fatto sì mal giuoco, si era ritirato appena ei fu boccone, e lo stesso Graffiapelle diceva di averlo veduto scomparire dalla finestra e sfumare a guisa di ombra.
Intanto che il mal capitato canattiere ingegnavasi alla meglio di rimettersi sulle gambe, e si toccava la persona per assicurarsi d’aver tutti i membri al lor posto, Stefano e Martino avviavansi a tutta lena alla volta del convento nel quale avevano deliberato di passare la notte. Il fanciullo portato sulle braccia dell’armajuolo piangente e balordo per quella specie di prigionia sofferta, avvinghiavasi con tutta la forza delle sue mani al collo di Stefano, e ad ogni istante lo chiamava per nome quasi dubitasse di trovarsi così da vicino al padre suo. E raccontava come al primo svegliarsi in quel luogo chiuso ed oscuro avesse domandato la mamma, temendo d’essere stato posto colà per castigo; ma poichè non aveva udito alcuna risposta e invano aveva pianto e pregato, gli era venuto uno sgomento, una paura, come di qualche caso straordinario ch’egli non sapeva spiegare. Ora pensava che la casa fosse sprofondata e ch’egli avesse rovinato giù in qualche vota cisterna, ora parevagli d’esser morto e di trovarsi nel limbo, che sapeva esser un luogo oscuro, ove andavano i fanciullini dopo morte. I quali pensieri, fatti più terribili dal silenzio che regnava in quel luogo, avevano talmente oppresso la mente di Marco, che rifinito di forze erasi abbandonato a giacere e poscia erasi addormentato o meglio assopito. Ei non sapeva dire quanto tempo fosse rimasto in quello stato: solo ricordavasi d’aver udito dopo un gran pezzo un rumore lontano, poi alcune voci, per il che s’era posto a piangere e a chiamare di bel nuovo. Questa volta i suoi lamenti erano stati uditi, e apertosi l’uscio, un uomo era venuto a trarlo da quella buca, ed ora trovavasi all’aperto al collo del suo caro papà.
– Mio buon Martino, diceva per via l’armajuolo, stringendo la mano al garzone, se il cielo farà ch’io possa tornare in prosperità, sarai ricompensato del gran servigio che mi hai fatto.
– Oibò, messer Stefano, rispondeva l’altro, che parlate di ricompensa? Credete voi che un’opera come questa si possa ricompensare così facilmente?
– Lo so, Martino, lo so che ci vorrebbe assai più di quello ch’io potrò fare. Ma tu terrai conto della buona volontà, non è vero?
– Non è questo ch’io voleva dire, messer Stefano, forse mi sarò spiegato male, e vi prego di scusarmi. Io intendeva che le ricompense che me ne potessero venire non valgono un acca a fronte del gusto che provo nell’averla fatta tenere a quei birbi di canattieri. Oh! lo Scannapecore vuol rimanere con tanto di naso quando udrà narrarsi la cosa. E quello scimunito di Graffiapelle! ah! ah!
– Di’ un po’, Martino, non l’avresti mica?…. Hai capito, che cosa voglio dire.
– Oh! state pur tranquillo, che quel balordo se l’è cavata colla paura. M’era ben nato il grillo di dargli tal ricordo che gli togliesse per sempre la voglia di far male alla povera gente. Ma ho pensato che avrei guasta la nostra faccenda, e messa in pericolo, più di quel che si trova, madonna Cecilia: sicchè mi accontentai di fargli sentire sotto il mento il freddo dell’acciajo, e lo lasciai stare. E poi era tanto cotto che sarebbe stato come sforacchiare un sacco, ed io non voglio assassinare nessuno.
– Bravo il mio Martino, hai più giudizio di quel che credeva.
– Sì certo, e n’ebbi tanto da frugar nella casa così all’oscuro per portarne fuori quel poco ben di Dio che si poteva. Ma sì, quei birbi avevano già votato gli armadj, e non avevano lascialo che i cenci. Neppure le minuterie di madonna Cecilia dimenticarono, sebbene non fosse sì facile il trovarle, tanto che dovetti proprio tornarmene a mani vote, salvo la miseria di alcune lire imperiali uscite di tasca a Graffiapelle nello stramazzare e che io raggranellai alla meglio.
– Hai fatto male, Martino, dovevi lasciarvele per non aver taccia di ladro.
– Ladro io? Oibò, quanto a ciò ho la coscienza leggiera che è una maraviglia. Alla fine è roba nostra, che ho preso, ed è ora una volta che ritorni nelle nostre tasche tanto danaro che cola nelle mani di quei tristi. Alla peggio poi io le ho raccolte da terra nella vostra camera, e non devo sapere chi ve le abbia seminate.
Così favellando eransi internati nelle stradicciuole che attorniano la piazza della Vetra, in una delle quali era posto il convento degli Umiliati, detto in Mirasole dal nome del luogo ov’era stalo fabbricato. Potevano essere le sei ore all’incirca della sera, quando i nostri due conoscenti batterono alla porta del convento, rallegrandosi tra se di non essere stati scorti da nessuno. Al terzo picchio più forte e più solenne degli altri, s’udì un rumor di passi sotto l’andito ed una voce nasale esclamare borbottando:
– Venga la peste a costoro che disturbano i divoti nel loro santo uffizio. Chi è là?
– Deo gratias, rispose Martino con accento sommesso. Siamo due pecorelle smarrite che si raccolgono all’ovile.
– Ho capito: due vagabondi che la fame ha cacciato sin qui in cerca di cibo. Già adesso che la carestia vi batte nei garetti, siete tutti umili e timorati di Dio, che è una consolazione, e il santo ovile vi è tornato in grazia. Oh! andate nel nome di Dio; la carità è per quelli che se l’hanno guadagnata.
– Quanto a ciò, padre Andrea, spero di non esserne al tutto immeritevole, disse Stefano riconoscendo alla voce colui che gli parlava. Se non v’ho trattato lautamente le volte che v’accolsi in casa mia, non v’ho neppur messo alla porta; e voi ve ne dovete ricordare.
– Che? Stefano Baggi, qui a quest’ora? Che malanno vi è accaduto? Aspettate che apro subito.
Il frate, ciò detto, diè piglio all’informe mazzo di chiavi che pendevagli dalla cintura, e aprì la portatori tanta fretta quanto in sulle prime era andato a rilento. Poscia allorchè l’armajuolo e il garzone furono entrati, richiuse la porta, la sbarrò, e pigliato sotto il braccio Stefano in atto confidente gli chiese la cagione di quell’insolita venuta.
– Oh! la è una storia troppo lunga da raccontarvi, e qui non istiamo a nostro agio. Ma voi non ne avete udito nulla? proprio nulla? Non mi par quasi vero!
– Eppure la è così. Sapete il proverbio che dice: Par che tu stii in un convento. In questi giorni poi non usciamo senza un grave bisogno, sicchè le novelle ci rimangono sulla soglia.
– E a me sono entrate in casa, vedete, e in un modo, che…. basta, mi sono sforzato di rassegnarmi alla volontà del Signore, ma non ne sono ancora venuto a capo. Ho gran bisogno di parlare col padre Teodoro. Quel degno uomo mi darà un buon consiglio, e mi inspirerà un po’ di coraggio colla sua fermezza e col suo senno.
– Il padre Teodoro adesso è in chiesa cogli altri frati a dir la compieta, soggiunse il padre Andrea. Presto però avrà finito.
Infatti nell’innoltrarsi che facevano sotto l’andito, le orecchie di Stefano e di Martino furono colpite da una lontana salmodìa, che a poco a poco andava facendosi più chiara e più distinta, finchè venuto affatto vicino quel canto grave e misurato udissi in tutta la sua pienezza. Frate Andrea non potè trattenersi dall’accompagnare, come per istinto, la cantilena intuonata nel coro, e ripetere i versetti di quel salmo sublime che incomincia: Magnificat, anima mea ecc. Quand’essi si trattennero ad ascoltare, il coro era giunto quasi alla metà del cantico, proprio a quelle parole – Et misericordia ejus a saeculo et in saeculum: super timentes eum. – Le quali parole contenenti un’ineffabile promessa, un conforto dolcissimo, accompagnate colla melodìa dell’organo e col fumo dell’incenso che diffondevasi per la corte, commossero fortemente il cuore dell’armajuolo, e gli smunsero una lagrima. Egli le ripetè col tuono di chi s’appiglia a una speranza tanto più cara quanto più debole e lontana: e nel pronunciarle la sua voce tremava, e il suo cuore facevasi gonfio come se volesse scoppiargli dal petto. Il qual atto non fu notato dal frate, cui la poesia di quel salmo non faceva sull’anima maggior sensazione, di quel che faccia all’occhio d’un carbonajo l’aspetto sublime dei monti. L’abitudine distrugge ogni sentimento di piacere. Quanto a Martino poi non poteva certo accorgersene, perchè fino dal primo por piede nel convento erasi staccato dal padrone, un po’ per lasciargli libertà di favellare col frate, ma più di tutto per correr dietro a certo odore che toccavagli forte il naso, e che non era quel dell’incenso. Il qual odore partiva da un salotto terreno che serviva di refettorio, a lato a cui era la cucina, grande e sterminata come quelle di tutti i monisterj, e tutta in faccende pei preparativi della cena. Il povero Martino, che era di odorato finissimo, ora fatto più acuto pei lunghi digiuni, era stato attratto nel cerchio di quelle soavi esalazioni, e non udiva nè salmi, nè organi, nè altro, beato di respirare quell’aria pregna di sostanze grasse e odorose.
Intanto il coro dei frati proseguiva: – Fecit potentiam in brachio suo: dissipavit superbos mente cordis eorum. E dopo breve pausa ripigliava: – Deposuit potentes de sede: et exaltavit humiles. – Alle quali parole l’armajuolo fe’ tener dietro un sospiro quasi dubitasse della verità di quella promessa, e paressegli che il Signore non si mostrasse allora quale erasi dichiarato ne’ tempi antichi, Signore di misericordia e di giustizia. Anzi quando si venne all’altro versetto che dice: – Esurientes satiavit bonis: et divites dimisit inanes, – sembrogli che il senso di esso facesse troppo a pugni col caso suo, e non ci fu verso che quelle parole gli potessero uscire di bocca. E forse nell’impeto del dolore sarebbe uscito in qualche amara imprecazione, ma quel canto solenne che nel silenzio della sera era ripetuto soltanto dalle vôlte del convento, quella quiete soave e religiosa che diffondevasi da quelle oscure pareti, erano troppo fatte per inspirare mitezza e rassegnazione; talchè al finire del salmo non potè stare dall’unire la sua voce a quella degli altri che cantavano Gloria al Padre, al Figliuolo ed allo Spirito Santo.
– Sentite, mio caro Stefano, prese a dire padre Andrea, intantochè i canti avevano dato luogo, e il priore recitava l’antifona: sarà bene che noi ci ritiriamo di qui ed entriamo nella mia camera, ovvero in quella del padre Teodoro. Non voglio che gli altri abbiano a vedervi; chè quanto al priore penserò io a farlo avvertito. Orsù, dov’è quel vostro compagno? Se non m’inganno, alla cera ei mi sembra Martino. Ma dove mai si è ficcato?
– Sono qui, sono qui, padre Andrea, disse Martino facendosi innanzi sulla punta dei piedi. Ho voluto far conoscenza un po’ col convento, perchè a dir il vero, ho sempre provato una tenerezza, uno struggimento straordinario per divenir frate. Adesso poi la vista del refettorio mi ha convertito affatto, sicchè mi metto nelle vostre mani, padre Andrea, disponete di me a vostro grado.
– Via, non dubitare figliuolo, rispose padre Andrea, quel po’ di benedizione che il Signore manda a’ suoi servi scenderà anche su di te.
– E voi ne avrete doppio guiderdone, soggiunse Martino, perchè non è soltanto un atto d’ospitalità che fate, ma è carità delle fiorite. Son dei giorni tanti che il nostro stomaco grida pane.
– Santo Iddio! E perchè non farcene motto mai? saltò a dire il frate. Noi non istiamo al largo, è vero, ma in qualche cosa avremmo pur potuto giovarvi. In questo avete avuto il torto, Stefano mio.
– Che volete? rispose l’armajuolo, furono tanti i guai che mi sbalordirono in questi dì, che è un miracolo se ho tenuto il capo a segno.
– Or bene, ritiriamoci, disse padre Andrea, ci racconterete poi tutto a miglior agio.
Ciò detto, il frate prese entrambi per mano e senza dire una parola li fe’ attraversare un vasto cortile, poi condottili sotto un portico situato al lato opposto a quello ov’era la chiesa, aprì un uscio e fe’ cenno ai due che entrassero.
– Questa è la cella del padre Teodoro, e qui potete star sicuri che nessuno baderà a voi. Ora vi lascio, perchè la compieta sarà quasi terminata, ed io devo trovarmi cogli altri per l’ora della cena. Finito che avremo di mangiare, verremo tosto a tenervi compagnia. Intanto addio, che il Signore sia con voi.
– Amen, disse Martino, e che ci mandi tosto la sua benedizione.
– Ho capito, Martino, rispose padre Andrea, prima di cenare dirò una parola all’orecchio di frate Pasquale, ed egli vi porterà questa benedizione. Addio, addio, la compieta è finita; lasciano già il coro.
Infatti nel chiudere che fece l’uscio della cella, udissi un fruscio confuso e un bisbigliare sommesso, che perdevasi nel cortile e sotto il porticato, finchè non furano tutti raccolti nel refettorio. Allora il convento si fece di nuovo silenzioso. Da lì a breve l’uscio della cella fu aperto, e un frate entrò recando un piatto di lenti con due pani ed un fiasco ch’ei depose sulla tavola senza far motto. Alla qual vista Martino balzò in piedi ed aspirato alquanto l’odor delle lenti, sclamò:
– Gran mercè, mio buon padre; Deus in adjutorium meum intende.
Il frate che aveva mosso il piede per uscire, borbottò fra i denti come per istinto: Domine ad adjuvandum me festina, e chiuse l’uscio. E noi lasceremo che l’armajuolo e il garzone gavazzino intorno a quel piatto, famoso nelle sante scritture, siccome lasceremo che i frati satollino nel refettorio le convesse lor pance, per ispendere quattro parole intorno al padre Teodoro, il quale, sebben per poco, rappresenta una parte importante nel nostro racconto. Che se mai ai lettori nojasse tal digressione e li facesse sbadigliare, la saltino di piè pari, che tant’e tanto il racconto comincierà lo stesso. Anzi, se dobbiamo dire il vero, questo padre Teodoro importuna non poco anche noi, specialmente perchè ci toglie l’agio di fare una magnifica descrizione della cena, accompagnata da varie scientifiche dissertazioni sull’antichità delle lenti, sul modo di mangiarle, se colla forchetta o col cucchiajo, sulla qualità del vino, sulla consuetudine di cenare; tutti ragionamenti di somma necessità in un romanzo storico, e dei quali se ne incontra uno ad ogni capitolo.
Il padre Teodoro usciva da una delle più riputate famiglie milanesi, crediamo dei Lampugnani, quantunque il nostra cronista lo taccia. Bello e valente della persona, la sua giovinezza era trascorsa tra i piaceri della corte e gli esercizii dell’armi, allora principale ornamento, anzi bisogno dell’educazione giovenile. Ne’ giuochi pubblici, ne’ tornei, nelle giostre egli tra sempre stato tra i primi, ed aveva riportato sì gran nome, che quando era bandita qualche giostra, tutti i cavalieri ambivano di averlo a condottiero. La sua conoscenza coll’armajuolo datava appunto da quei tempi, perchè Stefano teneva il primato negli ippodromi, siccome ne’ tornei lo teneva il padre Teodoro, o, per meglio dire, Uberto Lampugnani, che tale era il suo nome di nascita. il giovine signore capitava di frequente nella bottega dell’armajuolo a provveder elmi e corazze, o a farle raccomodare, e intrattenevasi volentieri collo Stefanolo, allora giovinetto di primo pelo, e con lui aveva preso una grande domestichezza. Egli aveva combattuto a Casorate sotto il comando di Lodrisio Visconte, in quella fiera giornata in cui Milano fu a un pelo di cadere in podestà dei collegati; era stato con Galeazzo all’impresa di Pavia; poscia con Barnabò all’assedio di Bologna, e in tutti questi fatti erasi coperto di gloria. Lo sviscerato amore che nutriva pel suo paese l’aveva tratto in quelle guerre che sembravangli sante, perchè fatte a difesa della sua terra ed al suo ingrandimento, e l’ambizione di Barnabò gli era parsa sulle prime bella e necessaria a fine di rafforzare una signoria combattuta e pericolante. Se non che quando vide sciuparsi vanamente uomini e danaro intorno a Bologna, e il desiderio di dominio, immenso nel Duca, rivolgersi a danno dei sudditi e tormentarli in mille guise, gli cadde dall’animo ogni divozione pel suo principe, nè più volle seguitarlo in veruna impresa, anzi lasciò affatto il mestiero dell’armi. Allora, fermata stanza in Milano, cominciò ad aprire gli occhi e a scorgere la desolazione del suo paese, e buono e dolce com’era, ingegnavasi di alleviare i mali de’ cittadini ora col danaro, ora colla preponderanza del suo consiglio. Nè forse gli sarebbe durato l’animo di rimanere in Milano alla vista di tante crudeltà e di tanti soprusi, se oltre alla carità di patria, un altro e più tenace affetto non l’avesse trattenuto. Il qual affetto era in lui tanto più forte ed intenso, in quanto che da nessuna o almen lieve speranza era alimentato; ed egli lo nutriva in silenzio nè mai accadeva che dagli atti o dalle parole di lui trapelasse. Allorchè, deposto ogni pensiero di guerra, si ritrasse a vivere tranquillamente nel palazzo de’ suoi maggiori, di cui non rimanevagli che la madre, nel frequentare che faceva alcuna volta la corte di Barnabò, aveva posto gli occhi sopra Verde, primogenita del Duca, la quale entrava appena allora nella prima giovinezza, ed appariva bella sopra ogni altra principessa de’ suoi tempi. La fama del Lampugnani, i suoi modi nobilmente cortesi, la grazia del favellare, l’avvenenza della persona, fecero sì, che la donzella lo notasse fra tutti i giovani milanesi, e mostrasse maggior piacere della sua presenza che di quella d’alcun altro. Almeno così era sembrato ad Uberto, e sebbene gli occhi dell’amore ingannino sovente, forse ciò era vero. Pertanto a poco a poco gli era venuto sorgendo nell’animo un desiderio sconosciuto, una smania, un affetto, dapprima combattuto, poi trionfante; infine soverchiante ogni suo sentimento. Ma questo amore era per lui affanno continuato, perchè ben sapeva qual distanza passasse tra lui e la figliuola del Duca; tanto più che l’orgoglio di Barnabò gli poneva innanzi soltanto re e principi a cui maritare le sue figlie. Inoltre l’austerità de’ suoi principii non gli avrebbe permesso di divenir genero ad uno ch’egli era costretto a disapprovare e quasi ad odiare siccome il più crudele nemico della patria sua. Ond’è che combattuto da sì dolorosi pensieri durò alcuni anni nella sua vita tranquilla e ritirata, soffocando sempre quella fiamma che dentro lo ardeva: finchè andatane Verde a nozze con Leopoldo duca d’Austria, ne provò così forte angoscia che infermò gravemente. Riavutosi, e veduto di aver posto invano il suo affetto, prima nella patria, poi in una donna, si volse interamente a Dio, e in lui collocò ogni suo sentimento. Pertanto scioltosi da ogni terreno vincolo, vestì l’abito degli Umiliati, e, lasciato il i nome di Uberto per pigliar quello di padre Teodoro, si consacrò tutto al servigio della Chiesa ed alle opere di pietà, nelle quali si segnalò in guisa da cattivarsi la riverenza e le benedizioni del popolo. Durante il contagio egli aveva raccolto e soccorso infermi, aveva amministrato sacramenti, nutrito bambini ed orfani, e tanto s’era adoperato a pro degl’infelici, che per lui la peste aveva fatto minor guasto. Dappertutto ov’era miseria da sollevare si era sicuri di trovar lui, o il padre Andrea, il quale sebbene non infiammato dallo stesso zelo, tuttavia col continuo esempio aveva gettata l’antica infingardaggine ed era riuscito una buona pasta di frate.
Tale si era quel padre Teodoro, che noi abbiamo veduto comparire un istante, nel primo capitolo, e col quale ora ripigliamo conoscenza, stantechè terminata la cena, ei s’è levato dal refettorio ed è entrato nella sua cella. Chi dei lettori nol trovasse poi una conoscenza affatto nuova, e non volesse assolutamente chiamarlo padre Teodoro, lo chiami pure fra Cristoforo, fra Buonvicino, o chi altri, che poco c’importa. Già i frati son tutti frati, e dal nome in fuori non conosciamo che siavi differenza tra l’uno e l’altro: sfidiamo i romanzieri a provarcelo.
– La benedizione del Signore sia con voi, diss’egli nell’entrare che fece nella sua stanzuccia. Qual buona ventura ti conduce qui, mio caro Stefano?
– Oimè! non tanto buona, padre Teodoro, rispose l’armajuolo. Voi vedete in me l’uomo più infelice che esista.
– Che?… Il vedervi qui, solo col fanciullo, a quest’ora… sarebbe forse accaduto qualche male alla vostra Cecilia?
– Oh! sì; pur troppo, e non solo a lei, ma a tutti noi, e tale, che non ha rimedio.
– Il Signore è potente e misericordioso, rispose gravemente il frate, non bisogna mai disperare della sua provvidenza.
– È vero, disse Stefano sospirando, sarò io che avrò meritato questo castigo, e non me ne lagno. Ma pure, vi son dei momenti….
– Infine, dite su, che cosa v’è accaduto?
In quel punto entrò anche padre Andrea, e tutti e quattro sedettero intorno alla tavola, intanto che Stefano raccontava per disteso il fatto avvenutogli. Padre Teodoro lo stette ascoltando in silenzio a capo chino, a guisa d’uomo assorto in profonda meditazione. L’armajuolo aveva finito di parlare, che il frate era tuttavia nella medesima attitudine, e pareva quasi non aver dato orecchio alla narrazione. Gli altri tre lo stavano guardando maravigliati e riverenti, e tacevano per non turbare i pensieri di lui. A un tratto ei balzò in piedi, e alzati gli occhi al cielo in atto di profetica inspirazione, gridò:
– Sì, la misura è colma. l’ora dell’emancipazione è venuta. Il Signore scenderà in me, e parlerà da’ miei labbri, e l’empio si scuoterà al suono di quelle parole e si nasconderà la faccia nelle mani, perchè esse parleranno la verità. E il cuore di luì si ammollirà all’annunzio della parola di Dio, o si spezzerà sotto la folgore dell’ira sua.
Ciò detto, ricadde sulla seggiola e stette come assopito da questi pensieri. Però da lì a breve, le sue idee parvero ripigliassero il loro ordine naturale, perchè volto ai due ospiti, disse:
– Non vi siete apposti male nel chiedere ricovero ed ajuto al povero frate: il mio pane intanto è diviso con voi, quanto al resto domani forse le cose cambieranno, se a Dio piace. Però datevi pace e fate di accomodarvi alla meglio nel mio letticciuolo: io passerò la notte nella chiesa. Padre Andrea, venite con me, chè ho gran bisogno di voi. Addio, Stefano, e anche tu Martino, che il Signore vi tenga entrambi nella sua santa custodia.
– Amen, rispose Stefano, e che esaudisca i vostri voti: ormai non c’è più speranza che in lui.
– Adesso e sempre, disse il padre Teodoro, e ripetuti gli addii, i due frati uscirono lasciando l’armajuolo e il garzone padroni intieramente della cella.

VIII

ALESSANDRO

Ti pigli una gran sicurtà con me, frate, forse perchè hai veduto che quest’oggi sono in frega di perdonare, ma bada che tutta la tempesta potrebbe cadere su te. Che c’entri tu nelle cose del governo? tuo mestiero è di rendere consolazioni a quelli che ne hanno bisogno, di assordare le celle del tuo convento sino a tanto ch’io non ti mandi in malora insieme co’ tuoi compagni; insomma le tue brighe devono essere intorno ai morti e non ai vivi. Il vostro tempo è pasato, e siete oramai ben conosciuti, e se seminerete ancora scandali; vi manderò tutti dove se n’è ito il vostro fra Girolamo Savonarola.
Revere, LORENZINO DE’ MEDICI.

Nel mattino appresso Barnabò Visconti erasi alzato per tempo, e aveva fatto chiamare i suoi due figliuoli Rodolfo e Lodovico non che il Medicina, il quale, oltre all’essere cameriere ed astrologo del Duca, adempiva anche l’uffizio di segretario, quando ne faceva d’uopo.. Da lì a breve entrarono anche Uberto da Monza, Airone Spinola e Gavazzo Reina suoi consiglieri e familiari, i quali cercati all’infretta, erano accorsi dubbiosi di qualche infausta novella. Barnabò camminava su e giù per la sala a passi concitati, e colle mani spiegazzava una pergamena, su cui di tanto in tanto gettava gli occhi. Il suo volto era corrugato e arcigno più del consueto, e le pupille gli splendevano d’una luce fosca e sanguigna. I consiglieri appena entrati s’accorsero del turbamento del Duca, e poichè sapevano con che uomo avessero a fare, si tennero in disparte e silenziosi, finchè non gli fosse piaciuto di rivolger loro la parola. Infatti Barnabò, fatti ancora due giri per la camera, si trattenne e voltosi a’ suoi, disse:
– Cattive nuove debbo darvi questa mattina. Il papa non si tien pago degli anatemi e delle scomuniche, e mi vuol morto ad ogni costo. La bolla che feci ingojare a Urbano V sul ponte del Lambro, sembra che sia passata nello stomaco di Gregorio XI, nè c’è verso ch’ei possa digerirla. Ma pazienza! questa volta l’ho meritata: doveva mandarlo sulla bella prima a tener compagnia ai pesci, che nè lui nè i suoi successori m’avrebbero dato più noja.
– Con rispetto della signoria vostra, prese a dire senza esitare lo Spinola, d’un mal grande si sarebbe fatto un mal peggiore: e poi toltone uno, ne sarebbero sorti contra cento nemici. Già la causa della discordia non istà in un meschino desiderio di vendetta: il vostro berretto ducale ha sempre fatto gola al triregno pontificio. Nè Innocenzo VI, nè Gregorio XI ebbero mai nulla a partire col Duca di Milano, e tuttavia non si mostrarono meno accaniti dell’abate da Grimoaldo.
– È vero, rispose Barnabò, io ho sempre avuto rispetto alla Chiesa, nè mai volli esserle nemico deliberatamente. Tutti i malanni derivarono da lei, che volle ad ogni costo insignorirsi di Bologna e me la tolse a tradimento. E perchè ho chiesto il fatto mio e tentato di ricuperarlo con ogni arte, dovrò essere scomunicato, trattato da cane e da infedele, e perseguitato in mille guise? E questo Gregorio XI mi stringerà ai lombi in modo da non lasciarmi fiato, e mi forzerà a vegliare notte e dì per custodire le mie terre?
– Ma la pace che doveva essere negoziata da Leopoldo d’Austria? chiese Gavazzo Reina.
– Pace, pace, voi dite? E quand’è che potrà esser pace fra me e il papa? Ben mi fe’ sapere Leopoldo ch’egli aveva scritto al pontefice per trattare della pace e che parevagli le cose inclinassero al meglio; ma intanto sapete che cosa accade? I miei sudditi mi si ribellano contro e sì mettono sotto la protezione della Chiesa.
– Oimè! prese a dire di nuovo lo Spinola; dunque io fui profeta di verità, quando pronosticai che le lettere messe fuori dal papa o tosto o tardi avrebbero recato cattivo frutto.
– Per s. Ambrogio, sì, che avevate ragione, ed io fui cieco a non badare al vostro consiglio, e a non rinforzare i miei presidii d’Ossola e di Chiavenna. Un corriere spacciato questa notte mi recò la triste novella, che i miei furono cacciati, e che gli abitanti sì dell’uno che dell’altro paese hanno inalberato lo stendardo pontificio.
– Padre mio! sclamò Rodolfo, datemi quattrocento lance, e lasciate fare a me a mettere a segno que’ ribaldi e a far loro ribaciare il biscione.
– Tu hai bel dire, ragazzo mio, bisognerebbe che la peste non avesse spazzato Milano di due terzi e più degli abitanti, e che si stesse meglio a danaro di quel che or siamo. Ma coi tempi che corrono, non monta sciuparsi intorno a due terricciuole, quando imminenti e più gravi disastri ci stanno sopra.
– Che? domandò Lodovico, vi sarebbero ancora altri malanni?
– Pur troppo, ed è perciò appunto che non voglio assottigliare le mie truppe. Anche Pavia e Piacenza e Vigevano minacciano di staccarsi da Milano per darsi al papa, e già buona parte dei signori si sono ribellati apertamente. Ma quelle città mi stanno troppo a cuore, e per Vigevano e per Piacenza ho già pensato; quanto a Pavia, mio fratello Galeazzo a quest’ora n’è informato, e non istarà colle mani alla cintola.
– Ma questa è dunque una guerra sorda che ci fa il pontefice, disse Gavazzo Reina.
– Altro che sorda! soggiunse Barnabò, ei m’è venuto addosso colle armi spirituali e temporali ad un tempo, ed io devo cingermi di doppia corazza per far fronte a’ suoi colpi. Figuratevi che non volle mai concedere al duca Alberto d’Austria che togliesse in isposa Violante mia nipote, e che tutte le istanze che fece quel bravo principe andarono vane.
– E che cosa importa al duca d’Austria del beneplacito del papa? disse lo Spinola. Non è egli tanto potente da farne senza?
– E l’interdetto che pesa sulla nostra famiglia? rispose Barnabò, e il breve che proibisce a tutti i principi della cristianità di stringersi in parentela coi Visconti? Non tutti sono della mia tempra, e sanno ridere delle bolle e delle scomuniche. Chi altri avrebbe osato rendere pane per focaccia e far proclamare scomunicato il papa, siccome io feci?
– È vero, disse il Reina, la signoria vostra ha sempre dimostrato animo invitto e pertinace, e guai se tale non fosse stato.
– E tuttavia, soggiunse il Duca, che cosa mi son guadagnato? A Bologna dovetti rinunciare una volta per sempre, e fu fortuna l’averne cavato qualche migliajo di fiorini. Quanto al resto non mi posso neppur tener sicuro della signoria, perchè un dì o l’altro l’imperatore, istigato com’è dal pontefice, mi torrà l’investitura e mi dichiarerà caduto d’ogni potestà. Oh! ma prima che arrivi quel tempo, la voglio far veder bella a que’ che mi gridano la croce addosso. La fortuna non mi sarà sempre avversa come a s. Rafaello ed a Guastalla. Chi sa che non possiamo tornar in campo di bel nuovo, e riparare all’onta delle sconfitte avute sul Modenese.
– Ma i soldati? domandò Rodolfo.
– I soldati! oh, di quelli non dubitare che non vi sarà penuria. Mancano bande mercenarie che girano per l’Italia, pronte a porsi sotto la bandiera di chi paga meglio? Il maggiore dei guai sta nell’aver danaro, e a quest’ora il mio erario è esausto. Ma non importa, leverò nuove imposte sui cittadini, accrescerò l’estimo delle prebende, e ciò mi darà qualche cosa. Infine, se farà d’uopo, rimetterò in vigore l’editto che misi fuori dieci anni fa, e i miei sudditi avran di grazia, a pigliar l’armi, se vogliono aver salva la pelle.
Intanto che così favellava, Barnabò erasi seduto sul suo seggio ducale, e colla destra sosteneva il capo, mentre colla sinistra accarezzava sbadatamente un bell’alano che guaiva di tripudio e tentava di leccargli la mano. Dopo un istante di silenzio il Duca si volse bruscamente ai tre famigliari, e disse:
– Orsù, dunque, che cosa mi consigliate di fare? Dovrò lasciare che si smembri a poco a poco il mio paese e portarmela in pace, oppure mostrare di nuovo i denti a’ miei nemici?
I consiglieri si guardarono in viso tra loro quasi per interrogarsi a vicenda, e poi sollevarono gli occhi sulla faccia di Barnabò in atto di spiare l’interno suo sentimento. Bisogna credere che in quel momento il volto di lui non apparisse gran che corrucciato e lasciasse traspirare piuttosto il desiderio della pace che quello della guerra; perchè tutti convennero nella medesima opinione, e non colsero in fallo.
– Con rispetto della signoria vostra, disse Uberto da Monza, parmi che il partito più opportuno saria quello di far nuove proposizioni al pontefice, e di mostrarsi inclinato a tutte quelle concessioni che gli parranno migliori.
– Che? sclamò il Duca, vorreste ch’io discendessi fino a implorare la pace, e a pagarla a prezzo del mio sangue? Barnabò avvilirsi a questo punto!
– Se la signoria vostra si degnerà di lasciarmi parlare, rispose Uberto, vedrà che altro è il mio intendimento. Innanzi tutto non è d’uopo rivolgersi direttamente al papa, ma scrivere all’uno o all’altro dei duchi d’Austria, perchè pongano maggior calore nelle negoziazioni, e le trattino anzi a nome vostro. Perciò conceder loro larga potestà di stabilire i patti, salvo a rifiutarsi nel momento di stipulare l’accordo. Così col mostrare di volere la pace, la signoria vostra troverà più docili ed affezionati gli animi dei soggetti, si procaccerà la benevolenza degli altri principi d’Italia, e in ogni modo guadagnerà tempo, e potrà mettersi in istato di far fronte a qualunque ostilità. Il temporeggiare non è mai stato dannoso.
Il Duca stette alquanto sopra pensiero, quasi meditasse il partito che gli veniva proposto, finalmente disse:
– Or bene, sia fatto come voi dite. Scriverò al duca Leopoldo e gli farò nuove proposizioni. Intanto, se Dio vorrà che la peste se ne stia lontana, e che il paese possa rifiorire di bel nuovo, ci appresteremo alla guerra per la primavera vegnente, e il diavolo si metta dalla parte di chi ha ragione. Se potessi trar dalla mia quel Giovanni Accoud che ora è al soldo del papa, quello sarebbe un potente ajuto. Ma per ottener ciò si vogliono tesori, e nella stagione che corre… Basta, di cosa nasce cosa, dice il proverbio, e il tempo matura tutto. Ora, Medicina mio, disponi la pergamena per la lettera che abbiam detto, e voi altri, Rodolfo e Lodovico, preparatevi ad uscire di Milano tra poco, perchè voglio fare una corsa al mio castello di Marignano. Mi sembra mill’anni che ne son lontano.
I due figliuoli di Barnabò appena udito il cenno, salutarono il padre ed uscirono, e i tre consiglieri, che videro di non aver più nulla a fare ivi, presero essi pure rispettosamente commiato e se ne andarono. Barnabò intanto senza muoversi da sedere, col capo tuttavia appoggiato alla mano destra, facevasi a dettare una lunghissima, lettera che incominciava – Magnificentiae tuae salutem. Quod de negotiis incohatis cum Romana Ecclesia nullum resultatum evenerit, ecc. ecc. Della qual lettera, citata per intero dal cronista, ora risparmiamo la noja ai lettori, riserbandoci di pubblicarla insieme cogli altri preziosissimi documenti, o di cederla, quando avverrà che il nostro racconto sia ristampato colle solite note ed illustrazioni storiche.
La lettera era appena compiuta, e il Duca erasi tolto dal suo seggio per apporvi la firma ed il suggello, quando dalla via gli giunse all’orecchio uno strano rumore di grida allegre e di risa, accompagnate da alcune voci da prima umili, poi risolute. Barnabò maravigliato di ciò, comandò al Medicina, che discendesse giù nel cortile e chiedesse della cosa. Intanto egli erasi riposto a sedere, e diceva tra sè carezzando l’alano che gli faceva intorno una festa grande:
– Io non so perchè questa Chiesa benedetta sia tanto schizzinosa, e si pigli sì gran fastidio per ogni filo d’aria che le dia in su una guancia. Che importa a lei di quattro pretonzoli messi fuor di prebenda, e di qualche abate impiccato? Alla fine costoro erano miei soggetti prima che divenissero ecclesiastici, e su di essi la mia podestà è più antica e più immediata della sua. Stà a vedere che non potrò esercitare la giustizia a casa mia, perchè tra quelli che mi ubbidiscono ve ne sono alcuni che portano la cotta o il piviale! La sarebbe bella davvero! Eppure tutte le discordie avute col pontefice e le guerre che ne naquero furono cagionate da siffatte inezie. che è una vergogna il dirle. E come ne tien memoria, e come le cava fuori ad ogni istante queste balorde accuse! Quasichè non predicasse tutti i giorni la moderazione e il perdon delle ingiurie. Oh! se potessi accostarmi una volta ai Fiorentini, la vorrei far vedere in barba alla Santa Sede e a tutti i collegati. Orsù, che cosa è accaduto laggiù?
Queste ultime parole il Duca le volse al Medicina, il quale entrava in quel punto e mostrava di aver qualche nuova non troppo grata, che non volesse uscirgli dalla gola.
– Orsù, diss egli di nuovo Barnabò, avresti veduto la befana forse, che sei diventato muto?
– Ho veduto peggio che la befana; ho veduto il demonio in carne ed ossa con abito da monaco. E bisogna proprio che sia tale, perchè le guardie che stanno giù alla porta, se l’avevan preso in mezzo e volevano fargli un bel giuoco: ma egli con quattro parole li fè stare tutti a segno, che è un gran dire.
– E che cosa vuole costui? disse il Duca facendosi scuro in viso.
– Che cosa vuole? cioè che cosa vogliono, perchè sono due i frati e non uno. Dicono che hanno grande necessità di parlare colla Signoria vostra, e chiedono ad ogni costo di essere messi dentro.
– Ho capito: saran venuti a domandare qualche limosina pei loro conventi. Questi frati sono più ingordi che i farisei: più ne hanno, più ne vorrebbero avere. Ed io son tanto balordo da darne loro ad ogni momento. Ma sì, adesso la cosa è cambiata, fa dir loro che vadano in pace.
– Gliel’ha già detto lo Sciancato, che per caso trovavasi giù abbasso, ma essi non vollero dargli retta, e battono sodo di voler favellare colla Signoria vostra. Anzi uno di loro è andato tant’oltre colle parole, che lo Sciancato aveva fatto mostra di dargli un sergozzone per fargli salutare la via colla faccia più presto che coi piedi. Ma il frate si gli è parato dinanzi con tanta autorità, e gli disse non so che parole, che colui non trovò il coraggio di lasciar andare il colpo.
– Poltrone! Orsù, va, e di’ loro che non voglio udirli, e che partano alla malora prima che accada di peggio.
Il Medicina scese all’infretta, e ritornò tostamente con non migliore ambasciata.
– Messer Duca, ei disse, bisogna proprio dire che abbiano il demonio in corpo, perchè giurano di non partirsi di qui se non hanno parlato con voi. Affermano di aver cose gravissime da dirvi, e mal per voi e per tutti se rifiutate di ascoltarli.
– Che siano maladetti questi eterni seccatori! Fagli entrare adunque, e guai ad essi se le cose che hanno a dirmi non sono di tale importanza da farmi chiudere un’occhio sulla noja patita.
Il Medicina discese un’altra volta, e il Duca sdrajato sbadatamente nel suo seggio, si diè di nuovo ad accarezzare il cane. I due frati, che i nostri lettori avranno già indovinato chi fossero, entrarono in atto grave e solenne e si trattennero poco oltre al limitare. Il padre Teodoro veniva il primo e mostrava nel viso tutta l’inspirazione di un apostolo; il padre Andrea lo seguiva coll’aspetto docile e rassegnato di chi è guidato da una volontà superiore. Entrambi stettero un momento silenziosi, come per raccogliere le proprie idee prima di parlare; tanto che il Duca, al quale dava gran fastidio quella visita importuna, cominciò a dar segni d’impazienza, e non aspettò che aprissero bocca, per dir loro:
– Mariuoli sfacciati! Su qual vangelo avete trovato che sia lecito penetrare a forza nelle case altrui e recar noja a chi non ne vuole? Parlate in vostra malora, e che vi si secchi presto la lingua.
Il padre Teodoro alzò gli occhi al cielo e rispose:
– Iddio, quando disse a Giona suo servo: Sorgi, e va a Ninive ad annunziare l’ira del Signore e la distruzione della città, affinchè le genti si convertano, non chiese se ai Niniviti sarebbe stata gradita o no la venuta di lui. E però gli disse, va, e non soffermarti nel cammino.
– E fu appunto perciò, disse il Duca, che quel profeta di mal augurio dovette stare tre giorni nel ventre della balena, se è vero quel che dicono le scritture. E tu pure, o frate, corri rischio di tener compagnia per tre giorni ai topi ed alle lucertole, se non ti spicci tosto di quel che hai a dire, e non vai pe’ fatti tuoi. Orsù, aggiunse il Duca, dimenandosi sul suo seggio con manifesti atti d’impazienza, lascia da parte questo tuo gergo da profeta, e vieni presto alla conclusione. Soprattutto guardati bene intorno, e fa conto che questo non è nè il presbitero nè il confessionale.
– Nel nome di Dio onnipotente, sclamò allora il frate, apri le orecchie e porgi ascolto a chi ti parla la voce della verità. Il Signore ti fe’ nascere grande e potente, ti colmò di tutti i doni della fortuna, e ti diè in custodia un popolo fiorente e prosperoso. Ora, in qual modo hai tu corrisposto ai benefizii del Signore? Oimè! s’io volgo l’occhio intorno non trovo che argomenti di pietà e di desolazione. La città spopolata e quasi vota per la peste e per la carestia; i pochi che rimangono vessati e messi a morte da una crudelissima legge; il pane tolto di bocca ai poveri e sciupato in pazze profusioni; i ministri di Dio sbeffeggiati e perseguitati; le rapine e le estorsioni divenute diritto e giustizia; l’onore delle famiglie insultato e deriso; il palazzo ducale fatto lupanare e bordello; e per soprappiù gli animali immondi accarezzati e trattati meglio che gli uomini fatti a imagine e somiglianza di Dio. Che hai tu fatto di questo popolo sì ricco, sì rigoglioso? Non temi la vendetta del cielo, perchè prosegui tanto sicuramente nella via della distruzione? Non ti bastarono gli avvisi avuti, le guerre sostenute, le scomuniche, gli odii, e tutti i castighi di Dìo?
– Bisogna dire che non siano bastati, gridò il Duca che non durava più nella pelle, perchè ora me ne tocca un nuovo e peggiore, che è quello di ascoltarti. In fe’ di Dio, non so chi mi tenga, che non ti lasci andar contro questo cane, il quale non ha altro desiderio che di far conoscenza colla tua carne. Via, togliti da’ miei piedi, intanto che le gambe ti giovano, perche da qui a un minuto non mi troveresti così sofferente.
– O degno fratello di Matteo! ripigliò il frate, hai tu dunque l’animo tanto indurito, che nè le lagrime dei popoli valgano a commuoverlo nè le minacce divine a scuoterlo? Non temi adunque l’ira del Signore, chè vuoi vederla compiuta? Or bene, va, prosegui la nefanda tua opera, opprimi, uccidi, distruggi, ma bada che la spada dell’angelo ti sta sopra. Anche Faraone si rise delle minacce di Mosè e non prestò fede ai castighi del cielo, ma rimase immerso nelle acque del mar Rosso. E tu impuro, sacrilego, eretico, fratricida, tu morrai della morte istessa che le tue mani prepararon al fratel tuo. Questo ti dice il Signore pur bocca del suo servo.
Intanto che così parlava, il padre Teodoro erasi infiammato in viso, gli occhi gli brillavano d’una luce straordinaria, la sua voce erasi fatta grave e tuonante, e la persona pareva ingrandita d’assai e quasi sollevata da terra. Il Duca per un istante restò affascinato dalla prepotenza di quelle parole, fors’anche più per la stranezza del caso, perchè non mai eragli toccato di vedere tanto ardimento al suo cospetto. Ma lo sdegno soverchiò tosto ogni altro sentimento, talchè alzatosi con violenza, mosse un passo alla volta del frate, come in atto di disserrarglisi addosso; poi, trattenutosi improvvisamente, si volse al compagno che stava in silenzio, sebbene franco e animoso, e con un sorriso d’ironia più terribile che qualunque impeto d’ira, gli disse:
– E tu, degno compagno di questo valente apostolo, non hai tu pure la predica da spifferarmi? Forsecchè la paura ti trattiene dal parlare? Via, non sarò mica malcontento di vedere se tu pure sei così forte in teologia.
– I servi di Dio non temono i potenti della terra, rispose il padre Andrea, al quale le parole del padre Teodoro avevano inspirato una sicurezza straordinaria. Che posso io dirti che non abbi già udito dalla bocca del mio compagno? I tuoi peccati soverchiano ogni misura, ma la misericordia di Dio è grande oltre ogni umano pensiero. Deh! fa di porgere ascolto alle nostre parole, riconciliati colla Chiesa, la quale ti attende a braccia aperte, deponi ogni cattivo costume, restituisci il suo a chi spetta, provvedi al bene del tuo paese, e riconosci una volta l’autorità del pontefice.
– Poltroni sguajati! gridò il Duca. È questo dunque che mi venite infinocchiando? Ch’io faccia l’atto di sommissione al papa, e che mi dichiari suo dipendente? Un bell’evangelio che andate predicando! Volere che il papa abbia il predominio sulle cose temporali, siccome pretende di averlo sulle spirituali. E questo non chiamasi adulterare la religione? Cani di eretici, v’insegnerò io in che modo si predichi. Ehi, Medicina, va, chiamami tosto Girardolo, e in pari tempo fa dire a Lodovico e Rodolfo che stieno pronti nel cortile, insieme colla scorta, per accompagnarmi al castello di Marignano. In verità io sono pazzo a voler darmi fastidio delle parole di costoro.
Il Medicina, il quale erasi ritirato nella camera attigua, appena entrati i due frati, accorse tosto alla chiamata e volò in traccia di Girardolo, intanto che il Duca andava misurando a gran passi la sala, e sclamava di tanto in tanto, volgendo gli occhi ai due frati:
– Ora, se tanto vi preme il papa, vi metterò innanzi io colui che è vero papa qui in Milano. Vedrete che egli è un dottore così sapiente da farvi star tutti a segno, sebbene non porti nè manto nè mitra. Quanto poi alla smania di predicare, vi farò innalzare una tal bigoncia donde potrete favellare alla moltitudine, se pur vi sarà chi voglia ascoltarvi.
Il padre Teodoro in questo mezzo aveva incrocicchiate le palme sul petto e sollevati gli occhi al cielo in atto di celeste rassegnazione, intanto che il suo compagno col capo inchinato mormorava tra le labbra alcune preghiere raccomandandosi a Dio. Finalmente dopo dieci minuti di aspettazione, che al padre Teodoro passarono inosservati, assorto com’era nella sua estasi religiosa, ma che sembrarono un eternità al Duca ed al padre Andrea, giunse il Medicina con Girardolo della Pusterla, il quale era ministro e procuratore di Barnabò, e, a cagione del suo potere, veniva detto per soprannome il papa. Poichè questi fu entrato ed ebbe riverito il suo signore, il Medicina, avvicinatosi a Barnabò disse:
– Messer Duca, i signori Lodovico e Rodolfo, vostri figli, vi attendono per partire. Nel salire gli ho veduti che son già a cavallo ed han seco trenta lance.
– Va bene. Ora consegno a te, Girardolo, questi due scimuniti, che son venuti a predicare una nuova eresia al mio cospetto. Sbrigali tu, che t’intendi di teologia meglio di s. Basilio e di s. Agostino. Bada soprattutto che nei capi d’accusa debba entrare anche la noia che m’hanno data. In somma, fanne quel che meglio stimi, ch’io te li abbandono interamente.
Ciò detto, Barnabò erasi mosso per uscire, ma il padre Teodoro, scosso improvvisamente dalla sua meditazione, gli si parò dinanzi quando fu vicino all’uscio, e sollevata la mano in alto, e rizzatosi su tutta la persona, così si pose a gridare:
– Anatema a te, in nome del Signore onnipotente, destruet te Deus in finem, evellet te, et emigrabit te de tabernaculo tuo et radicem tuam de terra viventium.
Nell’udire le quali parole il Duca divenne di bragia in viso e parve che gli schizzasse fuoco dagli occhi. Mosse un passo contro al frate e corse colla mano al fianco sinistro come per levarne un’arma: ma l’aspetto di Girardolo e del Medicina che gli si erano fatti vicini lo trattenne. Però, fissò gli occhi sul volto del frate, e veduto ch’egli aveva di nuovo innalzato i suoi al cielo con quella sua espressione dolce e rassegnata, fe’ un gesto di dispregio e d’impazienza, e voltosi a Girardolo disse:
– Sgombrami il cammino da questo poltrone, e prepara le legna davanti il palazzo. Voglio che entrambi siano abbruciati tostamente e che paghino il fio della loro ribalderia. Così anche tu avrai risparmiato la briga di esaminarli. Che fra un’ora sia tutto finito.
Dopo di che uscì, e da lì a breve udissi lo scalpitare dei cavalli nel cortile e sulla via, e la voce dei cavalieri che disponevano la cavalcata.
Girardolo intanto aveva detto una parola all’orecchio del Medicina, e questi, data una occhiata di traverso ai due frati, era uscito a dar gli ordini opportuni. Chi poi fosse maravigliato di quella grand’ira del Duca, allorchè intese l’apostrofe del padre Teodoro, sappia, che quelle erano le precise parole colle quali terminava la scomunica fulminata da Innocenzo VI contro di Barnabò; scomunica che gli diede sì gran molestia, e che fu, si può dire, il principio d’ogni suo danno. Le quali parole erano le più forti e le più terribili che la Chiesa avesse adoperato, talchè lo stesso Barnabò, che era solito ridere dei brevi e delle bolle, ne era rimasto fortemente crucciato, conoscendo assai bene quanto potere fosse in esse. Perchè è d’uopo sapere, e il nostro cronista lo afferma, che il Duca aveva buone lettere, e intendevasi di latino, e specialmente di faccende ecclesiastiche meglio che un canonico. Sopra le bolle e i brevi poi aveva fatto lunghissimi studii, ed era molto addentro in tutto ciò che apparteneva al jus ecclesiastico. Non ultima questa tra le bizzarre qualità di quel singolarissimo principe.
Girardolo della Pusterla, poichè fu partito il Medicina, erasi fatto dappresso ai due frati, e più al padre Teodoro, siccome quello che al suo ingegno perverso e beffardo sembrava il più ghiotto e il più solazzevole.
– Domine miserere, gli disse, voi siete fatto estranio a questa valle di lagrime. Buon padre, non vi degnerete voi di guardare in viso a un meschino peccatore, che implora a ginocchio la vostra benedizione?
– Vade retro Satana, sclamò il padre Teodoro protendendo le mani.
– Ah! padre, voi siete anche esorcizzatore? Questo non sapevo io. Sarà un merito di più per ottenere la palma del martirio.
– Ebbene, dov’è il carnefice? dov’è la corda? chiese il frate. Io son qui, mi son messo volontario nelle vostre mani, perchè il Signore ha voluto tentare un’ultima via per aprirvi gli occhi, ed ha scelto me per suo strumento. Ora che il suo servo non è più atto a nulla, ei lo chiama a sè, e gli mostra la gloria del paradiso. Or dunque che tardate ad uccidermi?
– E voi pure, siete dello stesso avviso? chiese Girardolo al padre Andrea, il quale stava a capo chino recitando fervorosamente le sue orazioni. Anche a voi fa gola la palma del martirio? Se dovessi badare alla ciera, parmi che non vi dovrebbe rincrescere tanto questo mondaccio doloroso, perchè m’avete un viso paffuto a rubicondo che consola. Basta: Ognuno ha i suoi gusti, ed io non sarò già quello che ve li disputerà.
Padre Andrea non diè retta alle maliziose parole di costui, e tirò innanzi a pregare, perchè sentiva dentro di sè il bisogno di accostarsi tenacemente a Dio per non pensare più alla terra, dalla quale, a dir vero, distaccavasi un po’ malvolentieri. Con tutto ciò, siccome non voleva parer di meno del padre Teodoro, mostravasi esso pure infervorato di santissimo zelo, e fors’anche lo era: ma la umana fragilità combatteva in lui più potente e più libera che non in quell’anima grande, e il pensiero della morte vicina gli appariva più terribile e più fiero che mai. Quanto a speranza di cavarsela, non glien’era pur venuta l’ombra, perchè sapeva già di che natura fosse il Duca, e peggio poi che razza d’uomo era quel Girardolo della Pusterla, ministro, procuratore, faccendiere, imbroglione, mezzano, insomma l’occhio destro di Barnabò. Costui era temuto in Milano assai più che il Duca medesimo; perchè Barnabò poteva qualche volta perdonare per capriccio, Girardolo, sia per entrare nella grazia del suo signore, sia per esercizio di potere non ne menava mai una buona. E lo sapevano gli ecclesiastici, coi quali più specialmente aveva a fare, e che non gli uscivano mai salvi dalle mani. Basti il dire, che uno dei capi d’accusa dei quali era stato citato il Duca a scolparsi davanti il pontefice, era appunto questo di aver accordato sì gran potere a un tal favorito, il quale ne abusava a piacer suo perseguitando soprattutto i preti.
In questo mezzo il Medicina era ritornato insieme con quattro alabardieri, i quali andarono a collocarsi a fianco dei due frati. Poscia fattosi vicino a Girardolo, gli disse:
– Messere, tutto è pronto. Il Duca nel partire aveva già dato il comando allo Sciancato, e quella buona lana, che quando si tratta di dar la corda od abbruciare alcuno, gli è come a nozze, non se l’è fatto dire due volte. Aprite la finestra e guardate giù sullo spianato, che vedrete come ogni cosa va a maraviglia.
– Va bene; la legna è preparata, e lo spianato comincia già a brulicare di gente. Bisogna dire che la nuova sia corsa a quest’ora per la città. Guarda, come corrono, quasi andassero ad una festa. Balordi! Ehi, avvertì lo Sciancato che disponga all’ingiro maggior numero di alabardieri, perchè il popolo è curioso, e ad ogni modo va tenuto in rispetto.
– Ho capito, rispose il Medicina.
– Ora scendiamo, disse Girardolo volto agli alabardieri, e questi presi in mezzo i due frati, s’avviarono giù per le scale. Quando furono giunti sotto l’androne, proprio sullo sboccare del ponte levatoio, e che si parò alla vista dei frati la catasta della legna e la fila dei soldati che la circondavano, entrambi alzarono gli occhi al cielo come in atto d’invocare la divina misericordia, poi mossi da un medesimo impulso si gettarono nelle braccia un dell’altro, e si tennero così avvinti per qualche minuto. Il primo a sciogliersi da quell’impulso fu il padre Teodoro, il quale inginocchiatosi davanti al compagno, gli disse: – Padre Andrea, perdonatemi, e datemi la vostra benedizione.
Padre Andrea, a cui quell’atto aveva destato nell’animo una commozione straordinaria non potè trattenere una lagrima, e disse con voce interrotta dai singhiozzi:
– Che Iddio vi ricompensi e vi benedica. In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito santo.
Poscia rilevatolo, e inginocchiatosi alla sua volta, piegò le mani sul petto aspettando la benedizione. Al che il padre Teodoro distese le mani sul capo di lui, e accennando in pari tempo alla moltitudine circostante, gridò con voce chiara e forte:
– Che il Signore benedica te, suo servo, e questo popolo gemente nella servitù, e i tristi che lo opprimono, e anche questi che ci conducono a morire senza sapere che cosa si facciano. Possa il nostro sangue fecondare questa terra isterilita, e produr frutti di amore e di pace.
– Amen, rispose padre Andrea nell’alzarsi.
– Ora andiamo, disse padre Teodoro, e nell’avviarsi intuonò con voce alta: Miserere mei Deus secundum magnam misericordiam tuam.
– Et secundum moltitudinem miserationum tuam dele iniquitatem meam, rispose padre Andrea, il quale aveva trovato un insolito coraggio e sorrideva nella speranza del premio celeste.
I pochi mascalzoni accorsi eransi accalcati all’ingiro della spianata, tenuti in freno dagli alabardieri, i quali di tanto in tanto davano loro sui piedi e sulle mani coll’asta dell’alabarda e ridevano accennandosi tra loro.
– Ahi! sclamava un ragazzotto di forse tredici anni, non ho le mani di pasta, io. Infine, che cosa ho fatto?
– Ti sta bene, gli diceva un grosso omiciatto, non dovevi ficcarti innanzi; sai però che le guardie ci sono per qualche cosa.
– Asperges me hysopo, et lavabis me, et super nivem dealbabor, borbottava una vecchia raggrinzita e nera del viso come una antica pergamena, la quale ripeteva divotamente i versetti del salmo recitato dai due frati.
– Volete tacere, Agnese, affrettavasi di dirle all’orecchio una grossa comare zoppa di un piede, volete tacere. Non sapete che quei due frati sono eretici, e che il dire le orazioni ch’essi dicono, è peccato?
– Davvero? Eufemia! rispondeva l’altra spalancando gli occhi. Quando è così non apro più bocca, e che il Signore mi perdoni.
– Eh! via, non è poi ben provato che siano eretici, saltò a dire un tale che a giudicarlo dalla ciera doveva essere un pescivendolo, e potrebbe darsi che fossero più eretici quelli che li fanno morire. In ogni caso, il miserere è sempre il miserere, e il bene che si dice frutta sempre.
Tali e somiglianti discorsi teneva la moltitudine, e per moltitudine vogliamo che si intendano quattro garzoni fuggiti a qualche officina, e alcune femmine trattevi dal caso o dalla naturale loro curiosità. I due frati intanto erano giunti davanti a quella specie di viuzza praticata nella catasta, per la quale, quei che dovevano essere abbruciati, entravano fino nel mezzo del rogo per essere così circondati da ogni lato dalle fiamme. Primo entrò il padre Teodoro, poi venne padre Andrea, sempre recitando il salmo ad alta voce. E anche dopo che furono dentro, anche dopo che la fiamma ebbe cominciato ad appiccarsi ai quattro lati del rogo, udivansi tuttavia le voci sonore dei frati tra il crepitare delle fiamme e lo sfasciarsi della legna. Il rogo non era più che un solo vortice di fuoco, che le parole uscivano ancor chiare e robuste. Finalmente al rovinare che fece un lato della catasta, le voci cessarono improvvisamente, e tutto tornò silenzioso. Le fiamme si spensero, i curiosi si dispersero, gli alabardieri e quei del Duca rientrarono nel castello, e di tutto quell’avvenimento non rimasero che poche ceneri sullo spianato.
Il Duca intanto, appena smontato al suo castello di Marignano, dava gli ordini per una gran caccia da tenersi il mattino appresso, e non pensava più ai due frati come se mai non fossero esistiti.

IX

Movea visibilmente le labbra, dicendo le sue divozioni, e di quel suo tacito pregare non si udiva altro che lo strascico delle ultime sillabe, le quali le morivano sulla bocca in un lieve fischio che ella accompagnava col piegare frequente del capo. Di tanto in tanto volgeva gli occhi a quel letticciuolo, poi gli alzava al cielo in atto di sì desolata pietà, da far manifesto il voto segreto che mandava al Signore, perchè degnasse di richiamarla a sè….
GROSSI, Marco Visconti.

È tempo ormai che ritorniamo alla moglie dell’armajuolo ed al garzone, che abbiamo lasciato dopo il loro colloquio col Duca nelle mani dello Scannapecore. Costui, quando Barnabò gli ebbe comandato di trattenerli come ad ostaggio e di collocarli in qualche angolo del palazzo, pensò che nulla di meglio poteva avvenirgli, e che quella volta gli cadeva proprio il formaggio sui maccheroni. Laonde, pigliata per una mano la Cecilia, che si lasciò condurre silenziosa e come istupidita, la fe’ passare per un labirinto di anditi e di corritoj, su e giù per mille rivolte e scalette a chiocciola, finchè giunsero in un canto affatto deserto, ov’era una volta il ricettacolo dei mastini, prima che il Duca li volesse distribuiti ai cittadini. Ivi, aperto un uscio tutto foderato di ferro, invitò la Cecilia ad entrare in una stanzuccia umida e nera che meritava piuttosto il nome di buca, nella quale entrava un po’ di luce da un’apertura fatta al basso del muro, alta due piedi da terra. E anche quel barlume era tolto per metà da una inferriata grossa quasi come un braccio, nella quale la ruggine faceva contrasto colla pulitezza e colla levigatura che scorgevasi qua e là. La quale pulitezza dinotava chiaramente quali fossero stati in addietro gli abitatori di quella specie di prigione, e come i mastini che vi si erano esercitati intorno coi denti non fossero la più pacifica genìa di animali. Nè quelle forse saranno state le sole tracce del loro soggiorno; ma sia che la luce venendo dal basso non rischiarasse che una piccola porzione di terreno, sia che si avesse avuto cura di togliere ogni vestigio, il fatto è, che non vi si scorgeva alcun segno delle violenze e delle stragi che forse ebbero luogo là dentro. Lo Scannapecore nell’accennare la prigione alla moglie dell’armaiuolo, volle in certa guisa scusarsi al suo cospetto della durezza usata, e mendicato il più grazioso dei sorrisi, con una faccia tutta compunta, le disse:
– Duolmi, bella Cecilia, di dover adoperare tanto rigore verso di voi; ma il mio dovere lo impone, e gli ordini del Duca sono precisi. Voi medesima li avete uditi. Se avverrà che siate più umana e ragionevole, farò ogni sforzo per mitigare la vostra prigionia, e cercherò ogni verso per liberarvene. Intanto vi lascio: la notte arreca consiglio, sicchè spero di trovarvi domani con più sani pensieri. Or ora vi manderò il cibo ed un saccone, perchè non voglio che adagiandosi sul terreno patiscano queste vostre membra così dilicate.
Così parlando le aveva posto familiarmente una mano sulla spalla e la lasciava sdrucciolare giù pel braccio in atto di accarezzarlo. Ma la Cecilia ritrattasi d’un passo, si strinse tutta nelle membra, come se quel contatto l’avesse fatta rabbrividire, e non disse parola. Solo dentro di sè raccomandossi caldamente alla Beata Vergine dell’aiuto, perchè venisse in suo soccorso. Lo Scannapecore fe’ mostra di non badare a quell’atto, e voltossi per uscire, dicendo con un suo ghigno beffardo:
– Addio, bella Cecilia, a rivederci domani.
Poi chiuse il pesantissimo uscio a doppio chiavistello, e se n’andò. La Cecilia, quando lo vide partito e si trovò affatto sola, diè libero sfogo all’angoscia che l’opprimeva, e ridottasi in un angolo di quella stanzaccia, uscì in lagrime così dirotte che avrebbero mosso a pietà qualunque animo più indurito. Quel trovarsi così abbandonata, in quel luogo solitario, nelle mani di un uomo ch’essa abborriva come il peccato, e che poteva fare di lei quello strazio che avesse voluto; quel non saper nulla, proprio nulla nè della propria sorte, nè di quella del marito e del figliuoletto, le cagionava un freddo al cuore, uno sgomento sì grande, che quasi temette di uscire di senno. Allorchè, dopo una mezz’ora circa, venne uno dei cagnotti a recarle il pane e la scodella dell’acqua, e a deporre il saccone, la Cecilia singhiozzava tuttavia e non s’era mossa dal luogo ov’erasi raccosciata: tanto che colui, sbirciatola di traverso, le disse:
– Ecco qui il pane e l’acqua ed anche il saccone, che è una dilicatezza ignota per questi luoghi.
Ma vedendo ch’ella non badava a lui, e tirava innanzi a piangere, scrollò il capo, e soggiunse, mentre usciva:
– Oh! colomba mia, si vede che tu sei novizia, e non hai ancora imparato a star in muda. Ma ti avvezzerai presto, te lo dico io. Hai forse paura a star sola, non è vero? Già voi altre femmine siete tutte così: ma non dubitare che verrà lo Scannapecore a tenerti compagnia. Lascia fare a lui che conosce tutti i vezzi per andar a’ versi alle donne.
Lasciamo pensare ai lettori se queste parole erano tali da rassicurare la Cecilia e da farla cessare dal piangere. Essa non toccò nè l’acqua nè il pane, e non si mosse mai da quella sua positura, temendo perfino di coricarsi sul saccone per non essere colta dal sonno, e di trovarsi per tal guisa più facilmente in balía del primo che fosse entrato.
E Tonio intanto? Tonio appena la Cecilia era condotta via dallo Scannapecore, fu preso in mezzo dallo Sciancato e dallo Scortica, ai quali bastò un’occhiata del compagno per sapere che cosa ne dovessero fare. Pertanto cominciarono a condurlo giù nel cortile, facendolo passare per un gran salotto nel quale, oltre a molti ordigni da caccia, vedevansi disposti i tormenti a dozzine: poi lo trassero dov’erano lasciati vagare i cani, che alla voce de’ canattieri aizzavansi, s’ergevano sulle zampe, abbajavano sordamente, scambiettavano fra le gambe del garzone, e ad ogni istante facevano l’atto di saltargli al viso. Nel salotto aveva già provato uno spavento grandissimo, perchè lo Sciancato, il quale pigliava un gusto matto dei lazzi di Tonio, l’aveva condotto davanti al sito in cui davasi la corda, ed aveva fatto mostra di adattarla alla persona del garzone, il che fece cadere in ginocchio quello sgraziato, e lo indusse a chieder mercè, con sì goffo piagnisteo, che i canattieri ne sganasciarono dalle risa. Figuratevi poi nel cortile in mezzo a quel subbuglio di cani che gli aggiravano intorno, mostrando i denti, e latrando in modo tutt’altro che piacevole. Il poveretto affannavasi tutto nell’evitare or questo or quel mastino, e saltava a piè pari, e raccosciavasi sulla persona, poi tiravasi presso la parete e si faceva lungo lungo quasi per occupare minore spazio, e intanto dalla fronte gli piovevano grosse goccie di sudore, che miste alle lagrime gli sgocciolavano giù per le guance. Di che quei birbi che l’avevano tolto in mezzo formavano uno spettacolo assai giocondo che studiavansi con ogni mezzo di prolungare.
In quel mentre lo Scannapecore, che tornava dall’aver condotto Cecilia, nel passare vicino al cortile, attratto forse dal rumor delle risa o dalle grida di Tonio, fe’ capolino da un andito, e visto il giuoco, s’innoltrò tosto per avere la sua parte di sollazzo.
– Bravi figliuoli, disse volgendosi ai compagni, già con voi altri basta dirvi le cose all’aria. Ben fatto. E tu, Tonio mio, soggiunse poi fatto vicino al garzone che batteva i denti dalla paura, come ti piace il luogo e la compagnia che t’abbiamo assegnato?
Il povero Tonio fe’ l’atto di alzar gli occhi sul viso del canattiere come per implorarne misericordia, ma la paura glieli tenne inchiodati sopra un mastino di smisurata grossezza che gli ringhiava rasente le gambe. Allora volle aprir bocca per pronunciare non so che parole di preghiera; ma un movimento del cane gliele cacciò di nuovo in gola, e non ne lasciò uscire che uno strano brontolio, un rantolo quasi di moribondo. Lo Scannapecore s’accorse dell’atto e, posta una mano sulla spalla del garzone, e coll’altra abbassatosi ad accarezzare il cane, gli disse:
– Sta cheto, figliuolo mio, non aver paura, che questo cane non ti farà un male al mondo. E poi a quest’ora non ha voglia di mordere, ed ha il ventre pasciuto come quello d’un eremita. Questa mattina ha fatto una lauta colazione in compagnia d’un fanciullo che gli fu dato a commensale: se nol credi puoi vederne gli avanzi a due passi di qui.
Ma il garzone che alla sola idea di esser posto insieme al cane e di servirgli di pasto, aveva sentito i brividi della febbre, figuratevi se aveva desiderio di vedere quel brutto spettacolo. E lo Scannapecore, il quale sapeva benissimo ch’ei non si sarebbe mosso, gli era venuto a bella posta infinocchiando quella favola del fanciullo sbranato. Ora poi vedendo che Tonio seguitava a tremare per tutte le membra, e a guardar di traverso il mastino, gli andava susurrando dolcemente:
– Via, via, ragazzo mio, non bisogna poi pigliar tutto in mala parte; e l’odio non istà bene neppure colle bestie. Animo, su, perchè stai lì rattrappito, e fai così brutta ciera a quel povero animale? Quando lo conoscerai più davvicino, non gli vorrai più quel gran male che ora gli vuoi, perch’egli, vedi, è la miglior pasta di cane che esista. Prova soltanto a fargli un cenno, una carezza, e vedrai.
Ma sì, il garzone al contrario ritraeva le mani a sè e cercava di nasconderle alla meglio, toccandole per assicurarsi se erano sane ed intere. Per lo che Scannapecore, sorridendo in tuono di beffa, gli disse:
– Oibò, oibò, ragazzo, tu fai male a portar sì grande odio a questo cane! Dov’è la carità del prossimo che t’avranno insegnato? Orsù, poni giù questa tua collera, voglio che facciate la pace, e vi abbracciate entrambi come buoni amici. Non è vero Bruciavia?
Il mastino udendosi chiamare per nome rispose con un guaito di allegrezza e si dimenò rasente le gambe del canattiere per fargli festa; il che cavò un nuovo grido dalla gola del garzone.
– A te, dunque, Tonio, porgigli la mano, disse lo Scannapecore, ho piacere che vi pigliate in amore. Che? Tu, Tonio, rifiuti di accostarti a lui? Vuoi proprio che il cane dia esempio a te di carità e di buona creanza? Or bene, Bruciavia, un abbraccio, ma da buon amico.
Tonio, il quale non sapeva ormai più in che mondo fosse, sentì d’un tratto alcun che di pesante cadergli sulle spalle, ed ebbe ancora tanta forza da alzare gli occhi davanti a sè. Ma, oimè! qual non fu lo spavento di lui nel vedersi a due dita dal naso il muso del mastino che, spalancata la bocca pareva attendesse solo il cenno del canattiere per isbranarlo. Al povero garzone si appannò la vista, e il cervello sbalordissi come se fosse stato colto da una subita percossa, talchè stramazzò sul terreno. Fors’anche di questa sua caduta era stato cagione il cane, il quale nel saltargli che fece al collo, gli aveva dato un urto così violento, da farlo traballare, se fosse stato più fermo di quel che era. Il fatto è, che Tonio giaceva per terra senza trar fiato, col viso pallido come un cadavere, e colle membra stirate; tanto che i canattieri ebbero di grazia a farglisi intorno, e a cercare di farlo rinvenire.
– Per Dio! Bruciavia, tu lo stringi troppo quel povero diavolo; orsù, lascialo, e va in tua malora, sclamava lo Scannapecore nel mentre che adoperava la voce e le mani per isciogliere il povero Tonio dall’amplesso del cane. Intanto alcuni erano corsi per acqua e per aceto, e gli altri stavano in faccende un po’ colla voce, un pò coi piedi a tener lontani ì cani, i quali vedendo un uomo supino aggiravansi ringhiando all’intorno.
Finalmente, fossero le cure prestategli, o l’efficacia dell’aceto, o fors’anche la stessa paura, la quale, quando piglia, farebbe balzar dal letto un moribondo, il garzone aprì gli occhi e li volse all’ingiro come in atto di riconoscere quel luogo. Ma veduto di bel nuovo i cani vagar pel cortile, e quelle facce scomunicate che gli stavano dappresso, li richiuse prestamente come per sottrarsi alla molestia di quell’aspetto. Se non che allora ei non era già nel suo leticciuolo della bottega di Stefano, nel quale allorchè svegliavasi il mattino e cacciava fuori il capo dalle coltri, se non udiva rumore, si voltava dall’altro lato e ripigliava il sonno quand’anche il sole fosse già alto sull’orizzonte. Adesso egli ebbe un bel stringere le palpebre e far forza alla mente; le imagini dello spavento avuto erano troppo presenti, per non tenerlo desto, sicchè dovette proprio riaprire gli occhi e sollevarsi un po’ sopra un gomito. Il suo primo atto fu quello di toccarsi colla mano in tutte le parti del corpo dalla testa in giù, per assicurarsi di avere le membra intatte, e il primo suono che gli uscì di bocca, fu un sospiro accompagnato da un gemito così doloroso, che i canattieri ne risero a creppapelle. Il poveretto dolorava per tutte le ossa a cagione della caduta, e ad ogni movimento che faceva per alzarsi, sentiva una doglia, uno spasimo non mai provati. Alla fine, ajutato dai canattieri, giunse a rizzarsi in piedi, ma poichè non trovava forza di camminare, e a quei tristi cominciava a parer lungo il trastullo, fu tolto sulle braccia dallo Sciancato e dallo Scortica e portato fuori del cortile nel luogo a lui destinato.
– Peccato! che non ci sia Graffiapelle, diceva nell’andare lo Sciancato. Ci avrebbe pur fatto ridere con quelle sue buffonerie.
– Giungerà a tempo pel giuoco di questa sera, disse lo Scannapecore, se no lo manderemo a levare. Già la parte del diavolo non è mai così bene affidata come a lui.
Intanto erano giunti in una camera immensa e pressochè vota, nella quale non iscorgevasi altro mobile che un gran tavolone di quercia, alto quasi come una persona, e presso a quello uno strato di paglia, che pareva posta là appositamente per servir di letto a Tonio. Il garzone, non anco ben rinvenuto, fu posto a giacere sopra di essa, e a canto gli venne collocato un vaso ripieno d’acqua e del pane. Nel partire, lo Sciancato gli disse:
– Ora, dormi tranquillo, e fa di non sognare questa notte.
Ciò detto chiuse l’uscio con gran rumore di catenacci, e il povero Tonio rimasto solo, sentì per un momento allargarsi il cuore scorgendo di essere fuori delle unghie di quei birbi. Ma quest’allegrezza gli durò poco, e la vastità di quel luogo, il silenzio che vi regnava, il freddo che lo colse appena adagiato sul pavimento di sasso, dal quale poco riparo facevagli la paglia, gli posero in cuore un nuovo e più grande sgomento, tanto che debole com’era e per la fame patita e per l’angoscia, richiuse gli occhi e giacque di nuovo assopito.
Bisogna dire ch’ei rimanesse a lungo in quello stato, perchè quando ricovrò i sensi e riaprì gli occhi, era già scesa la notte, o almeno così parve a lui, perchè non vedeva a due dita dal naso. Allora tentò di sollevarsi alquanto dal suo giaciglio, perchè pareva che le ossa gli si liquefacessero pel dolore; e accomodatosi alla meglio, allungò una mano per pigliare il vaso dell’acqua, e spegnere quella grande arsura che provava. Ma cerca a destra, dove gli era sembrato vedere il vaso, allunga la mano e il corpo finchè può, non trova nulla. – Che io mi sia ingannato? pensa il garzone, e che il vaso sia a sinistra? – Voltasi dall’altra parte, non senza pena, fruga colla mano, oibò! ancor nulla. – Che sia più in là? – Tonio ajutandosi colle mani, senza però alzarsi, perchè non poteva, si muove a sinistra, e va tentone in cerca dell’acqua; ma spingi, spingi, a un tratto ecco che il terreno gli manca di sotto, e giù un capitombolo fino chi sa dove. Il poveretto non ebbe neppur tempo di gridare misericordia, e giacque disteso col capo intronato e fuori di sè. Solo nel cadere gli era sembrato di udire alcune voci gemebonde, accompagnate da grandi scrosci di risa; il che gli aveva fatto credere di essere precipitato nell’inferno in mezzo ai dannati. Però, siccome la caduta ch’ei fece non era troppo alta, così anche questo nuovo svenimento non durò gran pezza; e Tonio potè aprire un’altra volta gli occhi e ritornare in sè. Il primo suo movimento fu quello di toccare il terreno per capire in che luogo fosse caduto: ma non fu poco maravigliato nel sentire la paglia di sotto al dorso, siccome prima. Che quella caduta fosse stata un sogno? No, perchè le ammaccature del capo e della persona erano troppo fresche e gli davano troppo dolore. Ma come dunque era avvenuto ciò? Il garzone si perdeva in un mare di meditazioni; ma ad ogni modo non attentossi più, neppure di voltarsi su un fianco, e quanto alla sete, poteva bruciarsegli la gola, che non penso più all’acqua per tutta la notte.
Da lì a breve il silenzio di quella camera fu rotto da un singhiozzo lontano lontano che pareva partisse di sotto terra, a cui tennero dietro molti altri gemiti che udivansi al di sopra. Tonio agguzzò gli occhi, e guardò all’intorno, ma regnava tuttavia la più grande oscurità, ed egli ch’era buon cristiano e credeva alle apparizioni dei morti, s’ingegnò alla meglio di fare il segno della croce, e borbottò fra i denti un Requiem eternam. Nella sua mente semplice e credenzona non sorse neppure il più piccolo dubbio che quelle non fossero le anime di tanti infelici fatti morire in quel luogo traditore, talchè accompagnò ogni parola con un brivido e un batter di denti naturale in chi amava soltanto la compagnia dei vivi. A un tratto ecco la camera illuminarsi all’intorno, ma d’un chiarore debole e interrotto, che non si scorgeva d’onde venisse; poi dalle nude pareti distaccarsi alcune ombre, pigliar corpo, e di mano in mano che innoltravansi, diventare giganti. Il povero Tonio fece l’atto di gridare a quella vista, ma la bocca non gli si volle aprire, chiuse gli occhi ed ebbe appena il tempo di raccomandarsi a Dio, perchè le ombre gli erano già sopra e lo sollevavano da terra. Il garzone si sentì trasportare lontano lontano per un gran tratto di cammino e di tanto in tanto provava un senso alla persona come d’un freddo intenso, o di un caldo cocentissimo, finchè giunto, a quel che gli parve, in un profondissimo sotterraneo, fu lasciato cadere, e sepolto ivi tra gli urli, le bestemmie e le strida di mille demonii. Quel che poscia sia avvenuto di lui, nè quanto tempo rimanesse in quel luogo, egli nol seppe, perchè quando si destò, era già il giorno alto, e il sole battevagli sul ventre traverso le vetriate dei balconi. Il garzone si guardò stupefatto attorno, e non gli sembrò vero di trovarsi ancora sul suo strato di paglia nel medesimo luogo di prima, col pane e col vaso dell’acqua vicini. Se non gli fossero rimaste le percosse nel corpo che gli davano un dolore fortissimo, avrebbe pensato che tutto ciò fosse stato un sogno, ma nell’alzare che fece una mano alla nuca, dove lo spasimo era più forte, la ritrasse tutta molle di sangue rappreso, il che non gli lasciò punto dubbio sulla sua caduta e sugli altri suoi casi.
Nè la Cecilia, che lasciammo rincantucciata in un angolo della sua prigione, aveva passata una notte migliore. Dopo essersi caldamente raccomandata alla beata Vergine, s’era ricordata di avere sopra di sè una piccola croce dorata, ch’ella teneva come un tesoro, perchè statale donala dal padre Teodoro, e benedetta in articulo mortis. Pertanto la trasse dal seno, e baciatala con effusione di affetto, se la pose innanzi, tenendola fra le mani, e si diè a pregare fervorosamente. Dopo la qual preghiera, le parve di sentirsi più sollevata, più libera, e le nacque un coraggio che prima non aveva. Tanto che tra un pensiero e l’altro, essendo già notte fitta, si lasciò andare a chiuder gli occhi e s’addormentò un cotal poco. Allora le parve di essere trasportata in paradiso, e vide il padre Teodoro tutto risplendente di gloria, che, fattosele vicino, le additava tre seggi voti, e udì che le diceva: – Sta di buon animo, Cecilia, questi seggi sono per te, per tuo marito e pel figliuol tuo, ma la vostr’ora non è ancora venuta, e voi godrete giorni felici per lungo tempo sulla terra. Quanto a me, il Signore mi ha chiamato, e quello è il mio posto, e quell’altro appartiene al padre Andrea. – A questo punto svegliossi, chè la notte era ancora alta, nè potè più riappiccare il sonno. Se non che quella apparizione, che le era sembrata così vera, quelle parole soavi dettele dal frate, e quella promessa di felicità, le aveva infuso un po’ di tranquillità nel cuore, talchè le lagrime non le piovevano più così dirotte, e i singhiozzi erano meno frequenti. Finalmente, venuto il dì, e insieme colla luce la speranza, sorse in piedi e avvicinossi alla finestra, tanto per riconoscere il luogo dov’era stata condotta; ma la finestra, come abbiam detto, anzichè ricevere la luce dall’alto, la riceveva dal basso, e non alzavasi più di due piedi del suolo, sicchè non lasciava vedere che poco spazio di terreno al di fuori. Quanto al cielo, la vista n’era affatto vietata. Lo Scannapecore aveva scelto a bella posta quella topaja, prima perchè era lontana da ogni luogo abitato, poi perchè voleva sgomentare anzi tratto l’animo della Cecilia e piegarlo col rigore. Il suo piano ei l’aveva già bell’e formato, e sperava che mostrando tutta la severità in sulle prime, poi raddolcendosi a poco a poco, avrebbe conquistato quell’animo schifo, salvo ad adoperare la violenza a caso disperato.
Ma questa volta il nostro canattiere aveva fatto i conti senza l’oste, perciocchè il dì appresso, mentre appunto stava per avviarsi alla volta della prigione, lo raggiunse un messo spacciato in fretta in fretta dallo Sciancato, il quale avvertivalo di tenersi in pronto con un centinajo di cani per recarsi tosto a Marignano a scortare il Duca nella caccia che voleva tenere. Nello stesso tempo gli faceva sapere che un nuovo passatempo avrebbe avuto luogo sul davanti del castello; laonde si sbrigasse se bramava goderne la sua porzione. Ad ogni modo, si trovasse sullo spianato non più tardi del mezzodì colla solita comitiva di cani e di canattieri, ch’egli lo avrebbe aspettato colà in compagnia di Girardolo della Pusterla e di alcune lance. Tali essere gli ordini di Barnabò, il quale aveva già preso la volta di Marignano.
Lo Scannapecore maledì per la prima volta in cuor suo quell’immensa smania di cacciare nel Duca, e appena si racconsolò un poco nel pensare che piacere differito non è perduto, anzi acquista pregio e diventa più ghiotto. Pertanto corse a dar avviso della partenza ai compagni, e lesti lesti, preparata ogni cosa, s’avviarono alla volta del castello di porta Romana, tenendosi in mezzo i cani assicurati a due a due per mezzo di guinzagli e di una lunghissima corda. Essi giunsero sullo spianato in tempo che lo spettacolo era finito e la gente tornavasi tristamente a casa. Lo Sciancato, che stava per rientrare co’ suoi nel castello, li vide spuntare dalla parte di s. Nazaro, e si trattenne sul margine del ponte levatojo. Quando furono vicini, voltosi allo Scannapecore, disse:
– Siete arrivati un po’ tardi: la festa è già terminata. Se aveste udito come cantavano quei due gaglioffi: pareva che andassero a vespro e non a farsi bruciare.
– Che è stato? – Chi sono? – Che cosa han fatto? – Chiesero i canattieri tutti ad un tempo.
– A bel bello, figliuoli, disse lo Sciancato, la storia è un po’ lunghetta e ve la racconterò per via. Ma ehi! soggiunse poscia, qui non siete tutti, dov’è rimasto Graffiapelle.
– Eh! quel balordo è più atto ad alzar mezzine che a fare il dover suo, rispose lo Scannapecore aggrottando la fronte. Jeri l’ho posto a custodia nella casa di quel tal armajuolo, e non so come, s’è lasciato accalappiare, ed è ritornato concio della persona che è una compassione. Oggi poi non ha voluto uscire, e ad ogni tratto gli salta fuori una nuova doglia, che par che voglia morire.
– Povero Graffiapelle! disse lo Sciancato, bisogna dire che jeri avesse il capo in cimberli più del costume.
– Stimo bravo io chi lo trova un minuto che non sia imbriaco, soggiunse lo Scortica; e in ciò poi non ha il torto. Viva il vino e l’imbriacatura.
/* Sempre brilli, sempre in festa, La malìa non ci molesta. */
– Che il diavolo li porti, sclamò lo Scannapecore. Se quel balordo non fosse stato così affogato nel vino e nelle percosse, questa notte avremmo avuto un più bel giuoco, e avremmo riso di miglior voglia.
– Eh! tant’è tanto io ho fatto la mia parte, disse lo Scortica, e ho proprio riso di cuore, quando udii quel poveretto cader giù dal tavolo e dar del capo sul suolo. Certo egli ha creduto di sprofondare fino in fondo all’inferno.
– E quando l’abbiam coperto col lenzuolo, disse Randellajo, e l’abbiam portato intorno alla camera. Allora sì, che avrà fatto conto di esser caduto in mano dei diavoli.
– Che? che è stato? dite su, compagni, chiese lo Sciancato in atto di meraviglia.
– Impara a star tutta la notte dall’Ambrosiolo, e a far il patito dietro un carcame di tosa, dissegli lo Scannapecore. Così hai perduto un divertimento dei più saporiti.
– Pazienza, rispose lo Sciancato, me ne ricatterò un’altra volta. Ora, ecco messer Girardolo insieme col Medicina. Andiamo, che è tempo.
Ciò detto, si sfilarono tutti in ordine, e presa la via che conduceva a porta Romana, s’avviarono a Marignano.

X

I consigli di Dio lampeggiavano sugli occhi dell’indurato Barnabò colla morte del figlio e della nuora, e colla vicinanza della peste; e pure nulla giovava a fargli cangiar costumi. Non so se sia verità, o se un sogno ed un inganno del volgo ciò che racconta il nostro annalista, dove dice, che nel mese di maggio apparve nella città di Milano alle diecinove ore del giorno un circolo di fuoco, dentro di cui vedevasi il capo di un uomo morto, dalle spalle in su, il quale pareva che ardesse; e durò per un’ora e mezzo assai vicino a terra, sopra il palazzo di Barnabò, cosicchè ognuno lo potette vedere; e poi disparve.
GIULINI, Memorie di Milano.

La nuova della morte dei due frati non avea destato gran rumore in Milano, perchè omai la gente aveva fatto il callo a cosiffatti avvenimenti, poi quell’accusa di eresia che erasi sparsa attorno, diminuiva in gran parte la compassione. Ben v’erano alcuni, i quali beneficati già dal padre Teodoro, e sicuri della virtù di quel sant’uomo, non volevano prestar fede a quelle voci; ma ad ogni modo stringevansi nelle spalle, e dicevano: sia fatta la volontà di Dio. Tanto il timore aveva oppresso gli animi, che fino la compassione era isterilita, e niuno piangeva la sorte degli altri, perchè diceva – Oggi è toccata a lui, domani può toccare a me. – Però nel convento dove i due frati, e specialmente il padre Teodoro, erano tenuti in gran conto, e, cosa rara, erano amati da tutti, l’annunzio della loro esecuzione produsse un senso straordinario. Appena la notizia ne venne, l’abate fe’ chiamare i frati a concistoro, e con un breve discorso esortandoli alla rassegnazione ed alla pazienza, e proponendo loro quei due siccome modelli di virtù, volle che si celebrassero le loro esequie con tutto il decoro che convenivasi alla circostanza, e che i loro nomi fossero venerati siccome quelli di due martiri della fede di Cristo.
Come rimanessero poi il nostro armajuolo e il garzone nell’udire quel fiero caso, è più facile imaginarlo che esprimerlo con parole. Allorchè quel frate Pasquale, di cui serbava grata memoria il ventre di Martino, venne a darne la nuova nella cella ov’erano raccolti i due sventurati in compagnia del fanciullo, Stefano si lasciò cadere sopra una seggiola come colpito dalla folgore, e Martino non ne fu meno dolente e maravigliato. Il povero armajuolo pensò in quel punto che la misericordia di Dio l’avesse propriamente abbandonato, giacchè per aggravare la sua sventura aveva perfino sagrificato due de’ suoi servi. A tale idea si strinse il capo nelle mani, quasi in atto di tenerlo a segno, e invero sentiva che la sua mente non poteva reggere a tanto succedersi di sventure, e dubitava di sè, degli uomini e perfino del Signore. Frate Pasquale, vedendolo così addolorato, stimò più opportuno lasciarlo solo e libero di sfogarsi, tanto più ch’egli stesso aveva troppo il cuore gonfio per la morte de’ suoi confratelli per poter consolare altrui. Laonde pian piano si ritirò dicendo all’orecchio di Martino:
– Fate di consolarlo voi quel pover’uomo, perchè io mi sento più voglia di piangere che di parlare. In ogni modo fate conto di essere ancora suoi ospiti, e state a vostro agio nel convento, come se vi fosse ancora quel santo uomo…. Anzi adesso vi avranno tutti maggior riguardo. Addio, la pace del Signore sia con voi.
Martino, poichè il frate fu uscito, prese la seggiola e portatola vicino all’armaiuolo vi si pose a sedere, aspettando ch’egli alzasse il capo. Ma Stefano pareva assorto in tristissimi pensieri e aveva la fronte cupamente rabbujata, come uomo che sta meditando alcun che di sinistro. Il garzone rimase profondamente rattristato a quell’aspetto, perch’egli non aveva mai veduto l’armajuolo così rabbuffatto in viso, neppure quando arrovellavasi con lui, e gli dava qualche scrollatina per avere svignato la bottega. Per lo che, temendo di qualche disgrazia peggiore, volle tentare di rabbonirlo se era possibile, e, chiamato a sè il fanciullo, gli accennò il padre suo e gli disse all’orecchio:
– Va, e abbraccia il papà, e digli che gli vuoi bene, perchè ne ha bisogno.
– E che cosa ha il papà? chiese il fanciullo pure a voce bassa; piange forse perchè gli hanno portato via la mamma? E questo diceva, perchè la sera innanzi aveva udito raccontare il fatto per disteso, allorchè c’erano i due frati.
– Sicuramente, ch’egli è per ciò, disse Martino. Or va, e fagli una carezza, e tienlo ben istretto finchè non ti dia un bacio.
Il fanciullo guardò tutto dolente il padre suo, poi fattosi vicino, gli salì sulle ginocchia, e colle braccia avvinghiatosi al collo, si diè a coprirlo di baci. L’armajuolo rimase ancora per qualche tempo nella sua attitudine meditabonda, e parve far forza a sè medesimo; infine, cedendo a quell’impulso naturale che gli sorgeva nell’animo, prese il ragazzo tra le sue mani e, guardatolo con atto d’ineffabile tenerezza, non disse che queste due parole: – Povero Marco. – Ma quelle parole dinotavano bastantemente che il cuore di Stefano era vinto, e che la sua mente cominciava a rischiararsi. Allora Martino non aspettò ch’ei ricadesse nella sua tristezza, ma voltosi d’un tratto a lui, gli disse:
– Or via, messer Stefano, che cosa dite che dobbiam fare?
– Partire tosto di qui, rispose l’armajuolo senza alzar gli occhi, intanto che con una mano seguitava ad accarezzare il fanciullo.
– E dove volete che andiamo? chiese di nuovo il garzone.
– Dove il diavolo ci porta. Che mi fa a me del luogo? disse Stefano corrucciato. Qui già non tira buon’aria per noi.
– Ma frate Pasquale m’ha dato sicurtà di rimanere, finchè ne piace, e m’ha detto che ci avranno tutte le cortesie possibili in memoria di quei due martiri che oggi furon falli morire.
– Lo so, lo so, rispose Stefano sospirando, che tutti volevano un gran bene al padre Teodoro, ed anche al padre Andrea, e che per ciò ci avrebbero riguardo siccome appartenenti a loro due. Non è dell’ospitalità di questi buoni frati ch’io temo; poveretti, essi hanno fatto tutto quello che possono a nostro prò.
– E di che cosa temete adunque? domandò Martino.
– Di che? del Duca, ossia dello Scannapecore. Credi tu che a quest’ora non sapranno ch’io sono rifuggito qui? E se nol sanno, che possano tardar molto a venirne in chiaro?
– Oh! non ardiranno venir a levarci di qui: sarebbe troppo grande insulto alla chiesa di Dio.
– Tu dici questo per ridere, eh, Martino? soggiunse tosto l’armajuolo. Che sì che il Duca avrà molto rispetto alla chiesa ed a chi vi abita. Ne hai sotto gli occhi l’esempio. Pensi tu, che se ha fatto abbruciare quei due santi uomini per una cosa da nulla, si rimarrebbe dal mandar sossopra tutto il convento e dal far arrostire tutti i frati, dall’abate al portinajo, quando volesse cavarsi una voglia, un capriccio, come questo?
– Ebbene, disse Martino alzandosi da sedere, eccomi qui, partiamo; io sono sempre con voi.
– Adagio, adagio, mio caro. Se non dobbiamo rimanere per non mettere in pericolo i nostri ospiti insieme con noi, non dobbiamo poi anche darci così alla cieca nelle mani del Duca. E l’uscire adesso sarebbe come dire, pigliateci. Bisogna lasciar passare il primo rumore. Questa notte dormiremo ancora qui, e domattina prima che faccia giorno usciremo di Porta Giovia, e sia di noi quel che è destinato.
– Udite, messer Stefano, prese a dire Martino. Voi già sapete che io vi sarò compagno sia nell’andare, sia nello stare, e di questo non ne parliamo. Solo voleva dirvi, che mi sa male di partire proprio così alla disperata, senza cercar di ajutarsi a restare.
– E che modo vorresti tu adoperare? disse l’armaiuolo sorridendo amaramente.
– Eh! messer Stefano, rispose il garzone, io non mi do ancora del tutto per vinto. La scomparsa del cane, e soprattutto quella della vecchia Marta, non l’ho ancora potuta ingojare. Se non li ha portati vìa il diavolo entrambi, in Milano ci devono essere; e poi, la vecchia Marta, con quel brutto nome di strega, deve aver di grazia a tornar a casa, se non vuol dormire la notte al sereno. Lasciate che stassera faccia una corsa fino al Carobbio, e vi saprò dire qualche cosa. Quell’andarsene così ad occhi chiusi non mi va a sangue, e chi sa che le faccende non si voltino. Se ne sono raccomodate di peggiori.
– Basta, disse l’armajuolo scrollando il capo con tuono di incredulità, per me fa quel che vuoi. Bada però a non capitar male.
– Eh! mio Dio, lasciate fare a me, che so come si vada attorno di notte senza inciampare. Così avessi in tasca tante lire, quante volte battei le strade di sera, quando c’era il taglio del piede a chi era colto. E i miei piedi, vedete, sono sani e lesti, e mi giovano a maraviglia.
Infatti Martino non aspettò neppure che la sera fosse innoltrata, e colla permissione di frate Pasquale, il quale era stato assunto all’ufficio di guardiano per la morte di padre Andrea, uscì di soppiatto dal convento, e non ritornò che dopo una buona mezz’ora. L’armajuolo, quantunque avesse mostrato poca fiducia nel tentativo del garzone, lo stava però aspettando con molta ansietà, perchè la speranza è come la pece, che dove s’attacca, lascia il segno. E Stefano sperava, senza sapere nè come, nè di che, ma pure sperava, e per quel momento sentivasi quasi sollevato dall’angoscia che l’opprimeva. Quando poi vide il garzone entrare tutto allegro nella cella, il cuore gli saltò di gioja, e tesagli una mano, gli disse affannoso:
– E così, com’è andata?
– Benone, messer Stefano, non poteva capitar meglio. L’ho detto io, che chi cerca trova, e chi non vuol cercare suo danno.
– Via, spicciati, di’ su, non tenermi in questa ansietà, disse l’armajuolo respirando appena.
– Ih! ih! messer Stefano, adesso v’è tornata la fiducia, neh? disse il garzone. Ma non importa, ora non voglio darvene cagione. Sappiate intanto che il cane è trovato.
– Trovato, dici? propriamente trovato? sclamò l’armajuolo, che tu sia benedetto, figliuol mio, tu mi torni in vita. E dov’è quella bestiaccia, dov’è?
– A bel bello, messer Stefano, un cane non è mica un balocco da mettersi in tasca, e nemmeno si può condurlo via così sui due piedi.
– Ma l’hai almeno veduto, chiese Stefano.
– Neppure.
– Ma in che modo dunque l’hai trovato? parla una volta in nome del cielo?
Se mi lascerete dire, parlerò, rispose il garzone. Ecco qui la cosa come avvenne. Uscito di qui, corsi difilato alla casa della vecchia Marta, e su per la scala, e siccome trovai l’uscio socchiuso, entrai a dirittura. La vecchia si volse a un tratto, ma sulle prime non mi riconobbe; poscia, quando ebbi sbarazzato il viso, gettò un grido e mi corse incontro: – Che? siete voi, proprio voi, che vedo? – La ribaldaccia mi credeva già ito a ingrassar cavoli. Io allora fo muso da saraceno e le dico – Dov’è il cane? – Ed essa – Ah! sì poveretti, lo so che avete patito molto a cagione di quella bestia – Ed io sempre più fiero. – Dov’è quel cane? – Essa allora si dà a piangere, mi prega e mi scongiura, che non l’ha fatto a posta, che fu costretta, e cento altre ciarle di tal fatta, tanto che riuscì a dire che il cane c’era, e sapeva in che luogo, ma che bisognava far la cosa segretamente, perchè guai a tutti; infine che tornassimo entrambi domani a sera che ce lo avrebbe consegnato.
– E tu hai creduto a tutte le bugie che colti t’ha infilzato, disse Stefano. Va, non ti credeva sì dolce.
– Eh! non sono poi quel gonzo che credete, rispose Martino. Pure, se aveste veduto come piangeva, e come m’andava supplicando, avreste detto voi stesso che faceva daddovero. E non contento di ciò, l’ho minacciata così fieramente, che varrà la paura se non varrà la coscienza; infine poi l’ho fatta giurare, per tutti i vangeli del mondo, che non ci avrebbe traditi, e se aveste veduto con che fervore invocava il Signore e la Beata Vergine. Sicchè per questo lato son sicuro.
– Orsù, lo vedremo domani, disse Stefano. Ora è tempo che ci corichiamo, perchè tu avrai bisogno di dormire.
Ciò detto, Martino col fanciullo si accomodarono alla meglio sopra il letticciuolo, e l’armajuolo si distese sopra una seggiola, rifiutando a tutta forza di coricarsi. Tutta la notte e tutto il dì appresso passarono senza che nulla accadesse di memorabile, almeno così pare a noi, perchè il nostro cronista lascia a questo punto i suoi personaggi, e non li ripiglia che in sulla sera del giorno vegnente. La quale, poichè fu giunta, Stefano prese commiato dall’abate e da frate Pasquale, diè a portare il fanciullo a Martino, e con lui s’avviò alla volta del Carobbio. La notte era già innoltrata d’alquanto, e l’oscurità così fitta che non vedevasi a un palmo dal naso. Allorchè i nostri profughi arrivarono davanti a quella tal porticina, l’armajuolo, nel rivedere quel luogo, sentissi rimescolare il sangue dentro le vene, e pensò allo strazio sofferto tre giorni addietro; pure si fece forza ed entrò. Se non che, nello sboccare che fecero nel cortile, Stefano si sentì afferrare per un braccio, e udì la voce di Martino che dicevagli sommesso all’orecchio:
– Su, pigliate voi il fanciullo, messer Stefano, che salirò io dalla vecchia. Non è cosa prudente il metterci entrambi nella trappola, se mai ve ne fosse. Voi state sulla via ad aspettarmi.
– No, Martino, rispose l’armajuolo. Se mai havvi pericolo, non voglio che tu ti esponga un’altra volta per me. Via, taci, ora voglio così. A dirti il vero, muojo anche dalla voglia di dir due parole a quella vecchia del diavolo.
– Sia come volete. Io mi tratterrò fuori della porta. In ogni caso non avete che a chiamare.
– Lascia fare a me; ho qui con che farmi chiaro; e toccava il pugnale.
Questa prudenza di Martino eragli stata suggerita dalla vista di un’ombra che i suoi occhi di lince avevano scorto nel cortile, la quale poteva benissimo esser prodotta da una illusione della sua fantasia, ma ad ogni modo gli aveva dato a pensare. Ei non ne fe’ motto all’armajuolo per non mettere la porta a rumore e mandar fallito il suo disegno; ma stimò opportuno adoperare quella cautela e porsi in guardia contro ogni evento. Pertanto accomodatosi come meglio potè il fanciullo sul braccio sinistro, brandì colla destra un coltellaccio che teneva seco ad onta del divieto del Duca, e collocossi allo sbocco della porta, dicendo tra sè: – Per Dio, se c’è alcuno dentro, dovrà passare di qui, se pure non è un fantasma.
L’armajuolo intanto aveva salito la scaletta, e trovato l’uscio aperto, era entrato nella stanza della vecchia Marta. Costei stava seduta davanti a un gran cammino, che era tutto l’ornamento di quella camera, e con un ferro andava attizzando sul focolare quattro carboni che minacciavano di spegnersi ad ogni istante. Dal cammino pendeva una pentola, in cui bolliva non so che strano intingolo, il quale mandava un odore sì perfido da appestare le nari di qualunque cristiano. La camera era illuminata soltanto da quel meschino fuoco, ond’è, che tranne un po’ di spazio all’intorno del focolare, il restante giaceva nell’oscurità. Al primo entrare dell’armajuolo, s’udì qualche cosa agitarsi in quel lato della stanza non rischiarato, e un brontolìo sommesso come di un cane che si svegli; ma un sibilo della vecchia bastò a tornare ogni cosa in silenzio. Stefano, che aveva udito quel brontolìo e quel dimenarsi, riconobbe tosto l’animale e sì sentì allargare il cuore dalla gioja, non però in guisa che non si volgesse sdegnato alla vecchia e le dicesse:
– Or via, Marta, la coscienza v’ha finalmente parlato? V’è rincresciuto una volta del male che avete fatto alla povera gente? Meritereste che io mettessi a bollire le vostre ossa dentro quella pentola, vecchia sciagurata. Ma, pazienza, per questa volta v’ho perdonato, e sappiatemene grado. Orsù, datemi il cane, e che ogni cosa sia finita.
La vecchia, la quale teneva volto il dorso all’uscio, girò un cotal poco gli occhi a quelle parole, e senza aprir bocca alzò le spalle con un gesto di sprezzo e tornò al suo ufficio di rimestare il fuoco. L’armajuolo fu più maravigliato che sdegnoso di quell’atto, e pensò che la vecchia non concedesse di buon grado il cane, e lo facesse solo costretta dalle minacce di Martino; il perchè, mosso un passo innanzi, disse:
– Ho capito, vi sa male di dover fare un po’ di opera buona, non è vero? Eppure io vi credeva di miglior pasta. Ma già voi altre donne ingannate sempre. Basta, non monta andar in collera per ciò: se non me lo consegnate voi il cane, me lo piglierò da per me, e la faccenda è accomodata, va bene così?
– No, rispose la vecchia con voce rauca e profonda, che pareva uscisse di sotterra.
L’armajuolo che erasi mosso in cerca del cane e lo chiamava colla voce, si trattenne stupefatto a quella risposta, e uno strano sospetto gli balenò nella mente. Colla mano corse al pugnale che teneva sotto il farsetto, poi avvicinossi cautamente al cammino. Ma ad ogni passo che faceva il sospetto gli andava lontano mille miglia, e quando le fu affatto vicino non ebbe più l’ombra del dubbio, che non fosse la vecchia Marta. Sua quella grama vestaccia che traeva al nero, sua la pezzuola, posta sbadatamente sul capo e dalla quale scappavano alcuni rari capelli grigi, sua l’incurvatura della persona; insomma non iscattava un pelo. Però se il sospetto era fuggito, non era però caduto lo sdegno, ond’è che postale una mano sulla spalla, e scossala fortemente le disse:
– Vecchia del demonio, hai piacere forse ch’io stritoli questo tuo sozzo carcame, perchè mi rispondi in tal guisa? Vuoi tu ch’io mi ricordi del mal giuoco che m’hai fatto, e ne pigli vendetta a misura di crusca?
– Bel bello, Stefano mio, rispose la vecchia volgendosi d’un tratto e cacciando indietro la pezzuola, le mie ossa sono di pasta alquanto più dura e scottano le dita a chi le tocca.
– Potenza di Dio! lo Scannapecore! gridò l’armajuolo, balzando indietro d’un passo.
– Ah! ah! disse il canattiere con quel suo ghigno ironico, t’è passata adesso la voglia di stritolarmi, e di pormi a bollire dentro la pentola? Gaglioffaccio! Hai creduto di farmela tenere, ma fallasti nei conti. Ora tocca a me a dirti: vuoi tu ch’io mi ricordi delle minacce e delle spavalderie che facevi alle mie spalle?
L’armajuolo non disse una parola, ma lo stette guardando in atto di fierissima risoluzione, e ringhiava tra i denti. A un tratto, spiccato un salto, si slancia sopra il canattiere col pugnale innalzato per ferire, e colla sinistra afferratolo alla gola, colla destra gli menò un colpo al cuore, che guai se l’avesse colto, tanto era dirizzato giusto. Ma il caso volle che la lama s’impigliasse nella vesta che il canattiere aveva indossato per rassomigliare alla vecchia, e per quanto l’armajuolo s’ingegnasse di cavarnela, non ne venne a capo. Lo Scannapecore, il quale sebbene avesse pensato di trovar resistenza nell’armajuolo, non sognava neppure di dover essere assalito a quel modo, ebbe appena il tempo di chiamare i compagni, e tentò di abbassarsi per dar di piglio al ferro che giaceva sul focolare. Ma Stefano, il quale vide che del pugnale non poteva più giovarsi, e che gli era un perder tempo, non gli lasciò agio a sciogliersi dalla prima stretta che gli diede, anzi, abbandonato d’un tratto il pugnale, gli si avvinghiò sì forte alla persona, che al canattiere venne meno il respiro. Pure trovò ancora tanto fiato da gridare una seconda volta, e fece anche uno sforzo violento per divincolarsi; ma i compagni dello Scannapecore o erano sordi, oppure fuggiti. Fin dal primo assalirsi dei due, uno strano chiarore era apparso dall’uscio tuttora aperto, e dapprima fioco e lento, erasi di poi vieppiù rinvigorito, e aveva preso un color fosco e sanguigno. Sì il canattiere che l’armajuolo erano rimasti maravigliati di quell’improvvisa apparizione, e temettero di qualche grave sciagura, e più il canattiere, il quale aveva la coscienza non troppo linda: ma, poichè trovavansi entrambi in un pericolo più forte e più vicino, non badarono più che tanto a quella luce. Chi vi badò e ne fu oltremodo spaventato, erano stati i cagnotti dello Scannapecore da lui collocati in agguato nel cortile, i quali al primo mostrarsi di quel chiarore si guardarono in viso pallidi e istupiditi, poi la diedero a tutte gambe senza trovar coraggio di voltarsi indietro. E n’avevano ben donde, imperocchè quella luce veniva da una apparizione celeste, la più strana e la più terribile che si potesse vedere. Era un teschio umano, ardente dentro un cerchio di fuoco, così vicino a terra, che pareva dovesse incendiare le case, e specialmente il palazzo del Duca, sopra il quale posava. Anche Martino fu preso da una gran paura, e temendo che le grida del fanciullo non lo scoprissero, si volse per fuggire, nè sapendo dove, incamminossi alla volta della bottega. Ivi, pensava, avrebbe potuto deporre il fanciullo, e poi ritornare in traccia dell’armajuoio. E così fece.
Stefano intanto a furia di arrabattarsi era riuscito a stramazzare lo Scannapecore, tanto che sentendo una mano libera, raccolse il pugnale da terra, ov’era caduto, e appuntatoglielo alla gola, gli gridò:
– Ora, raccomanda quella tua sozza anima a Dio, perchè la è finita per te.
– Oimè! pregava lo Scannapecore, non vogliate uccidermi; che pro ne caverete! Infine io non ho mai tentato di togliervi la vita.
– Lo so, ribaldo, lo so che volevi togliermi qualche cosa di più caro. Ma, soggiunse Stefano esitando, quasi sdegnasse di domandar ciò al canattiere, e di Cecilia che cosa è divenuto?
– Oh! quanto a lei, non le fu torto un pelo. Sebbene da quel dì che fu condotta prigione non l’abbia ancora veduta, me ne fo io mallevadore.
L’armajuolo sentì alleggerirsi d’un peso nell’udire che lo Scannapecore non aveva mai visitato la sua Cecilia, laonde raddolcito alquanto gli disse:
– Per ora ti dono la vita in grazia della nuova che mi hai dato, ma non isperare ch’io ti lasci libero, soggiunse poi vedendo ch’ei tentava di sollevarsi. Oibò, non sono sì gonzo da guastarmi le uova nel paniere, ora che ve le ho raccomodate. Vieni qui, seguitò a dire trascinandolo in un canto dov’era il letticciuolo. Giacchè hai indossato gli abiti della vecchia Marta, puoi anche giacere nel suo letto, e dormirvi finchè ti svegli la tromba del giudizio. Suvvia, ajutati a salirvi, o per Dio, ti fo assaggiare la punta di questo pugnale.
In quel mentre udissi un rumore di passi sulla loggia ed un uomo entrò nella camera. Stefano si volse minaccioso, senza però lasciare il canattiere, ma al chiarore che veniva dal di fuori, ravvisò tosto il garzone, talchè rassicuratosi, disse:
– Bravo Martino, sei giunto in tempo, cerca nella camera se mai ci sia qualche pezzo di corda per assicurare questo valent’uomo, affinchè nel dormire non caschi in terra.
Martino non durò gran pezza a frugare, e avvicinatosi al letto con un gran fascio di corde d’ogni fatta, le ravvolse attorno alla persona dello Scannapecore, poi cacciatogli addosso il saccone, ne assicurò i capi ai travicelli di ferro del letto, e lo scosse fortemente per provarne la tenacità. Quando furono sicuri che ogni cosa andava bene, e che il canattiere soffocato sotto il saccone e legato da ogni lato non poteva muovere un dito, e quasi neppur respirare, si portarono all’altro angolo della stanza dov’era legato il cane, e scioltolo, lo condussero con loro avviandosi alla volta della casa. Allorchè uscirono in istrada, l’armajuolo, visto donde veniva il chiarore, fece il segno della croce e disse:
– Oimè! qualche nuova sciagura ci deve toccare. Povera Milano! Poi, come risovvenendosi d’alcun che, disse, e il fanciullo?
– Il fanciullo è già coricato nel suo letticciuolo, rispose Martino.
– Va bene. Spero coll’ajuto del Signore che domani potremo tutti dormire nel nostro.
Così favellando erano giunti a casa, e accarezzato un po’ il fanciullo, che non s’era per anco riavuto dallo spavento, si coricarono entrambi colla speranza nel cuore. E noi li lasceremo dormire in pace sino al dì appresso, e sognare dei casi loro finchè vogliono: solo ai lettori più curiosi degli altri, i quali chiedessero in che modo si trovasse lo Scannapecore al posto della vecchia Marta, diremo…. anzi non diremo nulla, perchè allora torremmo al nostro racconto quel po’ di mistero, che a stento vi abbiamo introdotto. Però, lasciam libero ad essi di pensare che il canattiere possa essere tornato il dì appresso, dopo la caccia, che possa essersi recato dalla vecchia per saper nuove dell’armajuolo, che trovatovi il cane, e pigliato sospetto, abbia cavato il segreto dalla bocca della vecchia, che l’abbia costretta a spogliarsi e a sloggiare per lasciare ch’ei restasse: insomma, tutto quello che parrà loro più opportuno a spiegare la cosa. Quanto all’apparizione del teschio, se mai vi fosse qualche incredulo, abbiam posto a rinforzo di verità l’epigrafe tolta dal Giulini, colla sola differenza che, quello storico la pone nel maggio del 1383, mentre il nostro cronista ne parla siccome fosse avvenuta nel novembre del 1374.

Il mattino vegnente il Duca tornava dal suo castello di Marignano, e stava per metter piede nel palazzo di s. Giovanni in Conca, allorchè, nel voltarsi un tratto, si vide a lato un tale che, buttatosegli a’ ginocchi e presentandogli un cane, gli chiedea mercè.
– Chi sei? chiese il Duca, il quale era io vena di buon umore.
– Stefano Baggi, armajuolo, rispose colui sempre inginocchiato.
– Ah! ah! adesso mi sovviene, disse Barnabò. L’hai trovato finalmente il cane! Già con voi altri bisogna adoperar la corda e la prigione per cavarne qualche cosa.
– Deh! messer Duca, non vogliate darmene cagione, rispose Stefano, perchè non ne ho una colpa al mondo. E qui si faceva a narrargli l’accaduto.
Il Duca lo stette ascoltando tra il maravigliato e lo sdegnoso, e quand’ebbe finito, gli disse:
– Alzati, valent’uomo; se ciò che mi narri, è vero, ti sarà fatta giustizia, e vedrai se Barnabò permette soprusi nella sua corte. Girardolo, soggiunse poi volto al suo familiare, stacca quattro lance e mandale al Carobbio per cercarvi lo Scannapecore. Vogliamo un po’ godercela con quel tristo. E tu, armajuolo mio, bada di non aver detto bugie, perchè guai a te.
– Giuro per tutti i santi del paradiso, disse Stefano, che quello che dissi alla signoria vostra è vero, com’è vera la luce del sole.
– Ora lo vedremo, rispose il Duca.
Quand’ecco, intanto che le lauce stavano per avviarsi dalla parte del Malcantone, odesi un gran rumore di voci, e una moltitudine correre pazzamente alla volta del palazzo. Quando fu a pochi passi, i primi che s’affannavano, accortisi del Duca, cessarono dal gridare e diedero luogo ai sorvegnenti: tanto che lasciato uno spazio voto, si vide comparire una specie di lettiga, sulla quale era disteso alcun che rassomigliante al corpo d’una femmina. I quattro che la sostenevano, quando si videro in presenza di Barnabò, presi da subita paura, si tolsero quel peso dalle spalle e, lasciatolo cadere a terra, se la svignarono in mezzo alla folla.
– Che vuol dir ciò? chiese il Duca, il quale sospettava già della cosa.
– È lo Scannapecore, gridarono tutti in coro.
Infatti era il canattiere, il quale trovato al mattino mezzo soffocato nel letto, incapace di reggersi sulle gambe, era stato portato a braccia di popolo, così vestito da vecchia, fra le risa ed il tripudio della ribaldaglia. Il Duca appressatosi a lui, che giaceva senza trar fiato, riconosciutolo, gli diè una spinta con un piede, e disse:
– Gettate ai cani questa carogna, e che ognuno vada pe’ fatti suoi.
Lo Scannapecore fu portato dentro e posto in un camerotto insieme coi mastini, dove appena giunto mandò l’ultimo fiato;e la moltitudine partissi cheta cheta, e oltremodo contenta di quello spettacolo. L’armajuolo, entrato insieme col Duca, riebbe la moglie e il garzone, e tutti e tre recatisi a casa fecero una festa grande e ringraziarono il cielo della loro liberazione.

FINE.

Oscar Wilde – La casa dei melograni – Lettura di Cristiana Melli – MP3

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L’Adolescente Re (formato MP3)
Il Genetliaco dell’Infanta (formato MP3)
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Vincenzo Lazari – Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari

EText-No. 26866
Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
Language: Italian
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EText-No. 26866
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Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
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Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
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Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
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Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
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Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
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Giuseppe Garibaldi – Clelia: Il governo dei preti – Romanzo storico politico

EText-No. 7151
Title: Clelia: Il governo dei preti – Romanzo storico politico
Author: Garibaldi, Giuseppe;1882;1807
Language: Italian
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EText-No. 7151
Title: Clelia: Il governo dei preti – Romanzo storico politico
Author: Garibaldi, Giuseppe;1882;1807
Language: Italian
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EText-No. 7151
Title: Clelia: Il governo dei preti – Romanzo storico politico
Author: Garibaldi, Giuseppe;1882;1807
Language: Italian
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EText-No. 7151
Title: Clelia: Il governo dei preti – Romanzo storico politico
Author: Garibaldi, Giuseppe;1882;1807
Language: Italian
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EText-No. 7151
Title: Clelia: Il governo dei preti – Romanzo storico politico
Author: Garibaldi, Giuseppe;1882;1807
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Vittoria Colonna – Quanta invidia al mio cor, felici e rare – ARGOMENTO. Invidia la sorte dei genitori di Francesco Molza, che morirono nel giorno istesso.

Quanta invidia al mio cor, felici e rare
Anime, porge il vostro ardente e forte
Nodo, che l’ultime ore a voi di morte
Fe dolci che son sempre agli altri amare!
Non furo ai bei desir le parche avare
In filar nè più lunghe nè più corte
Le vostre vite; ond’or con egual sorte
Sete vive nel ciel, nel mondo chiare.
Se ‘l fuoco sol d’amor legar può tanto
Due voglie, or quanto a voi natura e amore,
I corpi quella e questo l’alme cinse
D’immortal fiamma? Oh benedette l’ore
Del viver vostro! e più quel lume santo
Che sì bel nodo indissolubil strinse!