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Federico García Lorca – Casida del llanto

He cerrado mi balcón
porque no quiero oír el llanto
pero por detrás de los grises muros
no se oye otra cosa que el llanto.

Hay muy pocos ángeles que canten,
hay muy pocos perros que ladren,
mil violines caben en la palma de mi mano.
Pero el llanto es un perro inmenso,
el llanto es un ángel inmenso,
el llanto es un violín inmenso,
las lágrimas amordazan al viento
y no se oye otra cosa que el llanto.

Federico García Lorca – Casida del herido por el agua

Quiero bajar al pozo
quiero subir los muros de Granada
para mirar el corazón pasado
por el punzón oscuro de las aguas.

El niño herido gemía
con una corona de escarcha.
Estanques, aljibes y fuentes
levantaban al aire sus espadas.
¡Ay qué furia de amor! ¡qué hiriente filo!
¡qué nocturno rumor! ¡qué muerte blanca!,
¡qué desiertos de luz iban hundiendo
los arenales de la madrugada!
El niño estaba solo
con la ciudad dormida en la garganta.
Un surtidor que viene de los sueños
lo defiende del hambre de las algas.
El niño y su agonía, frente a frente
eran dos verdes lluvias enlazadas.
El niño se tendía por la tierra
y su agonía se curvaba.

Quiero bajar al pozo
quiero morir mi muerte a bocanadas
quiero llenar mi corazón de musgo
para ver al herido por el agua.

Miguel Hernandez – Antes del odio – Beso soy, sombra con sombra

Beso soy, sombra con sombra.
Beso, dolor con dolor,
por haberme enamorado,
corazón sin corazón,
de las cosas, del aliento
sin sombra de la creación.
Sed con agua en la distancia,
pero sed alrededor.

Corazón en una copa
donde me lo bebo yo
y no se lo bebe nadie,
nadie sabe su sabor.
Odio, vida: ¡cuánto odio
sólo por amor!

No es posible acariciarte
con las manos que me dio
el fuego de más deseo,
el ansia de más ardor.
Varias alas, varios vuelos
abaten en ellas hoy
hierros que cercan las venas
y las muerden con rencor.
Por amor, vida, abatido,
pájaro sin remisión.
Sólo por amor odiado,
sólo por amor.

Amor, tu bóveda arriba
y no abajo siempre, amor,
sin otra luz que estas ansias,
sin otra iluminación.
Mírame aquí encadenado,
escupido, sin calor,
a los pies de la tiniebla
más súbita, más feroz,
comiendo pan y cuchillo
como buen trabajador
y a veces cuchillo sólo,
sólo por amor.

Todo lo que significa
golondrinas, ascensión,
claridad, anchura, aire,
decidido espacio, sol,
horizonte aleteante,
sepultado en un rincón.
Esperanza, mar, desierto,
sangre, monte rodador:
libertades de mi alma
clamorosas de pasión,
desfilando por mi cuerpo,
donde no se quedan, no,
pero donde se despliegan,
sólo por amor.

Porque dentro de la triste
guirnalda del eslabón,
del sabor a carcelero
constante, y a paredón,
y a precipicio en acecho,
alto, alegre, libre soy.
Alto, alegre, libre, libre,
sólo por amor.

No, no hay cárcel para el hombre.
No podrán atarme, no.
Este mundo de cadenas
me es pequeño y exterior.
¿Quién encierra una sonrisa?
¿Quién amuralla una voz?
A lo lejos tú, más sola
que la muerte, la una y yo.
A lo lejos tú, sintiendo
en tus brazos mi prisión,
en tus brazos donde late
la libertad de los dos.
Libre soy. Siénteme libre.
Sólo por amor.

Ludovico Ariosto – CINQVE CANTI DI VN NVOVO LIBRO DI M. LODOVICO ARIOSTO, I QVALI SEGVONO LA MATERIA DEL FVRIOSO DI NUOVO MANDATI IN LVCE

CANTO PRIMO

alfa
Oltre che già Rinaldo e Orlando ucciso
molti in più volte avean de’ lor malvagi,
ben che l’ingiurie fur con saggio aviso
dal re acchetate, e li comun disagi,
e che in quei giorni avea lor tolto il riso
l’ucciso Pinabello e Bertolagi;
nova invidia e nov’odio anco successe,
che Franza e Carlo in gran periglio messe.

beta
Ma prima che di questo altro vi dica,
siate, signor, contento ch’io vi mene
(che ben vi menerò senza fatica)
là dove il Gange ha le dorate arene;
e veder faccia una montagna aprica
che quasi il ciel sopra le spalle tiene,
col gran tempio nel quale ogni quint’anno
l’immortal Fate a far consiglio vanno.

1
Sorge tra il duro Scita e l’Indo molle
un monte che col ciel quasi confina,
e tanto sopra gli altri il giogo estolle,
ch’alla sua nulla altezza s’avicina:
quivi, sul più solingo e fiero colle,
cinto d’orrende balze e di ruina,
siede un tempio, il più bello e meglio adorno
che vegga il Sol, fra quanto gira intorno.

2
Cento braccia è d’altezza, da la prima
cornice misurando insin in terra;
altre cento di là verso la cima
de la cupula d’or ch’in alto il serra:
di giro è dieci tanto, se l’estima
di chi a grand’agio il misurò, non erra:
e un bel cristallo intiero, chiaro e puro,
tutto lo cinge, e gli fa sponda e muro.

3
Ha cento facce, ha cento canti, e quelli
hanno tra l’uno e l’altro uguale ampiezza;
due colonne ogni spigolo, puntelli
de l’alta fronte, e tutte una grossezza;
di cui sono le basi e i capitelli
di quel ricco metal che più s’apprezza;
et esse di smeraldo e di zafiro,
di diamante e rubin splendono in giro.

4
Gli altri ornamenti, chi m’ascolta o legge
può imaginar senza ch’io ’l canti o scriva.
Quivi Demogorgon, che frena e regge
le Fate, e dà lor forza e le ne priva,
per osservata usanza e antica legge,
sempre ch’al lustro ogni quint’anno arriva,
tutte chiama a consiglio, e da l’estreme
parti del mondo le raguna insieme.

5
Quivi s’intende, si ragiona e tratta
di ciò che ben o mal sia loro occorso:
a cui sia danno od altra ingiuria fatta,
non vien consiglio manco né soccorso:
se contesa è tra lor, tosto s’adatta,
e tornar fassi adietro ogni trascorso;
sì che si trovan sempre tutte unite
contra ogn’altro di fuor, con ch’abbian lite.

6
Venuto l’anno e ’l giorno che raccorre
si denno insieme al quinquennal consiglio,
chi da l’Ibero e chi da l’Indo corre,
chi da l’Ircano e chi dal Mar Vermiglio;
senza frenar cavallo e senza porre
giovenchi al giogo, e senza oprar naviglio,
dispregiando venian per l’aria oscura
ogni uso umano, ogni opra di natura.

7
Portate alcune in gran navi di vetro,
dai fier demoni cento volte e cento
con mantici soffiar si facean dietro,
che mai non fu per l’aria il maggior vento.
Altre, come al contrasto di san Pietro
tentò in suo danno il Mago, onde fu spento,
veniano in collo alli angeli infernali:
alcune, come Dedalo, avean l’ali.

8
Chi d’oro, e chi d’argento, e chi si fece
di varie gemme una lettica adorna;
portàvane alcuna otto, alcuna diece
de lo stuol che sparir suol quando aggiorna,
ch’erano tutti più neri che pece,
con piedi strani, e lunghe code, e corna;
pegasi, griffi et altri uccei bizarri
molte traean sopra volanti carri.

9
Queste, ch’or Fate, e da li antichi fòro
già dette Ninfe e Dee con più bel nome,
di precïose gemme e di molto oro
ornate per le vesti e per le chiome,
s’appresentar all’alto concistoro,
con bella compagnia, con ricche some,
studiando ognuna ch’altra non l’avanzi
di più ornamenti o d’esser giunta innanzi.

10
Sola Morgana, come l’altre volte,
né ben ornata v’arrivò né in fretta;
ma quando tutte l’altre eran raccolte,
e già più d’una cosa aveano detta,
mesta, con chiome rabuffate e sciolte,
alfin comparve squalida e negletta,
nel medesmo vestir ch’ella avea quando
le diè la caccia, e poi la prese, Orlando.

11
Con atti mesti il gran collegio inchina,
e si ripon nel luogo più di sotto;
e, come fissa in pensier alto, china
la fronte e gli occhi a terra, e non fa motto.
Tacendo l’altre di stupor, fu Alcina
prima a parlar, ma non così di botto;
ch’una o due volte gli occhi intorno volse,
e poi la lingua a tai parole sciolse:

12
— Poi che da forza temeraria astretta,
non può senza pergiur costei dolerse,
né dimandar né procacciar vendetta
de l’onta ria che già più dì sofferse;
quel ch’ella non può far, far a noi spetta,
ché le occorrenze prospere e l’avverse
convien ch’abbiam communi; e si proveggia
di vendicarla, ancor ch’ella nol chieggia.

13
Non accade ch’io narri e come e quando
(perché la cosa a tutto il mondo è piana)
e quante volte e in quanti modi Orlando,
con commune onta, offeso abbia Morgana;
da la prima fïata incominciando
che ’l drago e i tori uccise alla fontana,
fin che le tolse poi Gigliante il biondo,
ch’amava più di ciò ch’ella avea al mondo.

14
Dico di quel che non sapete forse;
e s’alcuna lo sa, tutte nol sanno:
più che l’altre soll’io, perché m’occorse
gire al suo lago quel medesimo anno:
alcune sue (ma ben non se n’accorse
Morgana) raccontato il tutto m’hanno.
A me ch’a punto il so, sta ben ch’io ’l dica,
tanto più che le son sorella e amica.

15
A me convien meglio chiarirvi quella
parte, che dianzi io vi dicea confusa.
Poi che Orlando ebbe preso mia sorella,
rubbata, afflitta e in ogni via delusa,
di tormentarla non cessò, fin ch’ella
non gli fe’ il giuramento il qual non s’usa
tra noi mai violar; né ci soccorre
il dir che forza altrui cel faccia tòrre.

16
Non è particolare e non è sola
di lei l’ingiuria, anzi appartien a tutte;
e quando fosse ancora di lei sola,
debbiamo unirsi a vendicarla tutte,
e non lasciarla ingiurïata sola;
ché siam compagne e siam sorelle tutte;
e quando anco ella il nieghi con la bocca,
quel che ’l cor vuol considerar ci tocca.

17
Se toleriam l’ingiuria, oltra che segno
mostriam di debolezza o di viltade,
et oltra che si tronca al nostro regno
il nervo principal, la maiestade,
facciam ch’osin di nuovo, e che disegno
di farci peggio in altri animo cade:
ma chi fa sua vendetta, oltra che offende
chi offeso l’ha, da molti si difende. —

18
E seguitò parlando, e disponendo
le Fate a vendicar il commun scorno:
che s’io volessi il tutto ir raccogliendo,
non avrei da far altro tutto un giorno.
Che non facesse questo, non contendo,
per Morgana e per l’altre ch’avea intorno;
ma ben dirò che più il proprio interesse,
che di Morgana o d’altre, la movesse.

19
Levarsi Alcina non potea dal core
che le fosse Ruggier così fuggito:
né so se da più sdegno o da più amore
le fosse il cor la notte e ’l dì assalito;
e tanto era più grave il suo dolore,
quanto men lo potea dir espedito,
perché del danno che patito avea
era la fata Logistilla rea.

20
Né potuto ella avria, senza accusarla,
del ricevuto oltraggio far doglianza;
ma perch’ivi di liti non si parla
che sia tra lor, né se n’ha ricordanza,
parlò de l’onta di Morgana, e farla
vendicar procacciò con ogn’instanza;
che senza dir di sé, ben vede ch’ella
fa per sé ancor, se fa per la sorella.

21
Ella dicea che, come universale
biasmo di lor son di Morgana l’onte,
far se ne debbe ancor vendetta tale
che sol non abbia da patirne il Conte,
ma che n’abbassi ognun che sotto l’ale
de l’aquila superba alzi la fronte:
propone ella così, così disegna,
perché Ruggier di nuovo in sua man vegna.

22
Sapeva ben che fatto era cristiano,
fatto baron e paladin di Carlo;
ché se fosse, qual dianzi era, pagano,
miglior speranza avria di ricovrarlo;
ma poi che armato era di fede, in vano
senza l’aiuto altrui potria tentarlo;
ché, se sola da sé vuol farli offesa,
gli vede appresso troppo gran difesa.

23
Per questo avea fier odio, acerbo isdegno,
inimicizia dura e rabbia ardente
contra re Carlo e ogni baron del regno,
contra i populi tutti di Ponente;
parendo lei che troppo al suo disegno
lor bontà fosse avversa e renitente;
né sperar può che mai Ruggier s’opprima,
se non distrugge Carlo o insieme o prima.

24
Odia l’imperator, odia il nipote,
ch’era l’altra colonna a tener ritto,
sì che tra lor Ruggier cader non puote,
né da forza d’incanto essere afflitto.
Parlato ch’ebbe Alcina, né ancor vòte
restar d’udir l’orecchie altro delitto:
ché Fallerina pianse il drago morto
e la distruzion del suo bell’orto.

25
Poi ch’ebbe acconciamente Fallerina
detto il suo danno e chiestone vendetta,
entrò l’aringo e tenel Dragontina,
fin che tutt’ebbe la sua causa detta;
e quivi raccontò l’alta rapina
ch’Astolfo et alcun altro di sua setta
fatto le avea dentro alle proprie case
de’ suoi prigion, sì ch’un non vi rimase.

26
Poi l’Aquilina e poi la Silvanella,
poi la Montana e poi quella dal Corso;
la fata Bianca, e la Bruna sorella,
et una a cui tese le reti Borso;
poi Griffonetta, e poi questa e poi quella
(ché far di tutte io non potrei discorso)
dolendosi venian, chi d’Oliviero,
chi del figlio d’Amon e chi d’Uggiero;

27
chi di Dudone e chi di Brandimarte,
quand’era vivo, e chi di Carlo istesso.
Tutti chi in una e chi in un’altra parte
avean lor fatto danno e oltraggio espresso,
rotti gli incanti e disprezzata l’arte
a cui natura e il ciel talora ha cesso:
a pena d’ogni cento trovavi una
che non avesse avuto ingiuria alcuna.

28
Quelle che da dolersi per se stesse
non hanno, sì de l’altre il mal lor pesa,
che non men che sia suo proprio interesse
si duol ciascuna e se ne chiama offesa:
non eran per patir che si dicesse
che l’arte lor non possa far difesa
contra le forze e gli animi arroganti
de’ paladini e cavallieri erranti.

29
Tutte per questo (eccettüando solo
Morgana, ch’avea fatto il giuramento
che mai né a viso aperto né con dolo
procacceria ad Orlando nocumento),
quante ne son fra l’uno e l’altro polo,
fra quanto il sol riscalda e affredda il vento,
tutte approvar quel ch’avea Alcina detto,
e tutte instar che se gli desse effetto.

30
Poi che Demogorgon, principe saggio,
del gran Consiglio udì tutto il lamento,
disse: — Se dunque è general l’oltraggio,
alla vendetta general consento;
che sia Orlando, sia Carlo, sia il lignaggio
di Francia, sia tutto l’Imperio spento;
e non rimanga segno né vestigi,
né pur si sappia dir: «Qui fu Parigi». —

31
Come nei casi perigliosi spesso
Roma e l’altre republiche fatt’hanno,
c’hanno il poter di molti a un solo cesso,
che faccia sì che non patiscan danno;
così quivi ad Alcina fu commesso
che pensasse qual forza o qual inganno
si avesse a usar; ch’ognuna d’esse presta
avria in aiuto ad ogni sua richiesta.

32
Come chi tardi i suo’ denar dispensa,
né d’ogni compra tosto si compiace,
cerca tre volte e più tutta la Sensa,
e va mirando in ogni lato, e tace;
si ferma alfin dove ritrova immensa
copia di quel ch’al suo bisogno face,
e quivi or questa or quella cosa volve,
cento ne piglia, e ancor non si risolve:

33
questa mette da parte e quella lassa,
e quella che lasciò di nuovo piglia;
poi la rifiuta et ad un’altra passa;
muta e rimuta, e ad una alfin s’appiglia:
così d’alti pensieri una gran massa
rivolge Alcina, e lenta si consiglia;
per cento strade col pensier discorre,
né sa veder ancor dove si porre.

34
Dopo molto girar, si ferma alfine,
e le par che l’Invidia esser dea quella
che l’alto Impero occidental ruine;
faccia ch’a punto sia come s’appella;
ma di chi dar più tosto l’intestine
a roder debba a questa peste fella,
non sa veder, né che piaccia più al gusto
creda di lei, che ’l cor di Gano ingiusto.

35
Stato era grande appresso a Carlo Gano
un tempo sì, che alcun non gli iva al paro;
poi con Astolfo quel di Mont’Albano,
Orlando e gli altri che virtù mostraro
contra Marsiglio e contra il re africano,
fér sì che tanta altezza gli levaro;
onde il meschin, che di fumo e di vento
tutto era gonfio, vivea mal contento.

36
Gano superbo, livido e maligno
tutti i grandi appo Carlo odiava a morte;
non potea alcun veder, che senza ordigno,
senza opra sua si fosse acconcio in corte:
sì ben con umil voce e falso ghigno
sapea finger bontade, et ogni sorte
usar d’ippocrisia, che chi i costumi
suoi non sapea, gli porria a’ piedi i lumi.

37
Poi, quando si trovava appresso a Carlo
(ché tempo fu ch’era ogni giorno seco),
rodea nascosamente come tarlo,
dava mazzate a questo e a quel da cieco:
sì raro dicea il vero, e sì offuscarlo
sapea, che da lui vinto era ogni Greco.
Giudicò Alcina, com’io dissi, degno
cibo all’Invidia il cor di vizi pregno.

38
Fra i monti inaccessibili d’Imavo,
che ’l ciel sembran tener sopra le spalle,
fra le perpetue nevi e ’l ghiaccio ignavo
discende una profonda e oscura valle
donde da un antro orribilmente cavo
all’Inferno si va per dritto calle:
e questa è l’una de le sette porte
che conducono al regno de la Morte.

39
Le vie, l’entrate principal son sette,
per cui l’anime van dritto all’Inferno;
altre ne son, ma tòrte, lunghe e strette,
come quella di Tenaro e d’Averno:
questa de le più usate una si mette,
di che la infame Invidia have il governo:
a questo fondo orribile si cala
sùbito Alcina, e non vi adopra scala.

40
S’accosta alla spelunca spaventosa,
e percuote a gran colpo con un’asta
quella ferrata porta, mezzo rósa
da’ tarli e da la rugine più guasta.
L’Invidia, che di carne venenosa
allora si pascea d’una cerasta,
levò la bocca alla percossa grande
da le amare e pestifere vivande.

41
E di cento ministri ch’avea intorno,
mandò senza tardar uno alla porta;
che, conosciuta Alcina, fa ritorno
e di lei nuova indietro le rapporta.
Quella pigra si leva, e contra il giorno
le vien incontra, e lascia l’aria morta;
ché ’l nome de le Fate sin al fondo
si fa temer del tenebroso mondo.

42
Tosto che vide Alcina così ornata
d’oro e di seta e di ricami gai
(ché riccamente era vestir usata,
né si lasciò non culta veder mai),
con guardatura oscura e avenenata
gli lividi occhi alzò, piena di guai;
e féro il cor dolente manifesto
i sospiri ch’uscian dal petto mesto.

43
Pallido più che bosso, e magro e afflitto,
arido e secco ha il dispiacevol viso;
l’occhio, che mirar mai non può diritto;
la bocca, dove mai non entra riso,
se non quando alcun sente esser proscritto,
del stato espulso, tormentato e ucciso
(altrimenti non par ch’unqua s’allegri);
ha lunghi i denti, rugginosi e negri.

44
— O delli imperatori imperatrice, —
cominciò Alcina — o de li re regina,
o de’ principi invitti domitrice,
o de’ Persi e Macedoni ruina,
o del romano e greco orgoglio ultrice,
o gloria a cui null’altra s’avicina,
né serà mai per appressarsi s’anco
il fasto levi all’alto Impero franco;

45
una vil gente che fuggì da Troia
sin all’alte paludi de la Tana,
dove ai vicini così venne a noia
che la spinser da sé tosto lontana;
e quindi ancora in ripa alla Danoia
cacciata fu da l’aquila romana;
et indi al Reno, ove in discorso d’anni
entrò con arte in Francia e con inganni:

46
dove aiutando or questo or quel vicino
incontra agli altri, e poi, con altro aiuto,
questi ch’ora gli avea dato il domino
scacciando, a parte a parte ha il tutto avuto,
finché il nome regal levò Pipino
al suo signor, poco all’incontro astuto.
Or Carlo suo figliuol l’Imperio regge,
e dà all’Europa e a tutto il mondo legge.

47
Puoi tu patir che la già tante volte
di terra in terra discacciata gente,
a cui le sedie or questi or quelli han tolte,
né lasciato in riposo lungamente;
puoi tu patir ch’or signoreggi molte
provincie, e freni omai tutto ’l Ponente,
e che da l’Indo all’onde maure estreme
la terra e il mar al suo gran nome treme?

48
Alle mortal grandezze un certo fine
ha Dio prescritto, a cui si può salire;
che, passandol, serian come divine,
il che natura o il ciel non può patire;
ma vuol che giunto a quel, poi si decline.
A quello è giunto Carlo, se tu mire.
Or questa ogni tua gloria antiqua passa,
se tanta altezza per tua man s’abbassa. —

49
E seguitò mostrando altra cagione
ch’avea di farlo, e mostrò insieme il modo;
però ch’avria un gran mezo, Ganelone,
d’ogni inganno capace e d’ogni frodo:
poi le soggiunse che d’obligazione,
facendol, le porrebbe al cor un nodo
in suoi servigi sì tenace e forte,
che non lo potria sciòrre altro che morte.

50
Al detto de la fata, brevemente
diè l’Invidia risposta, che farebbe.
Gli suoi ministri ha separatamente,
che ciascun sa per sé quel che far debbe:
tutti hanno impresa di tentar la gente;
ognun guadagnar anime vorrebbe:
stimula altri i signori, altri i plebei;
chi fa gli vecchi e chi i fanciulli rei.

51
E chi gli cortigiani e chi gli amanti,
e chi gli monachetti e i loro abbati:
quei che le donne tentano son tanti,
che seriano a fatica noverati.
Ella venir se li fe’ tutti innanti,
e poi che ad un ad un gli ebbe mirati,
stimò sé sola a sì importante effetto
sufficïente, e ciascun altro inetto.

52
E de’ suoi brutti serpi venenosi
fatto una scelta, in Francia corre in fretta,
e giunger mira in tempo ch’ai focosi
destrieri il fren la bionda Aurora metta,
allor ch’i sogni men son fabulosi,
e nascer veritade se n’aspetta:
con nuovo abito quivi e nuove larve
al conte di Maganza in sogno apparve.

53
Le fantastiche forme seco tolto
l’Invidia avendo, apparve in sogno a Gano;
e gli fece veder tutto raccolto
in larga piazza il gran popul cristiano,
che gli occhi lieti avea fissi nel volto
d’Orlando e del signor di Mont’Albano,
ch’in veste trionfal, cinti d’alloro,
sopra un carro venian di gemme e d’oro.

54
Tutta la nobiltà di Chiaramonte
sopra bianchi destrier lor venìa intorno:
ognun di lauro coronar la fronte,
ognun vedea di spoglie ostili adorno;
e la turba con voci a lodar pronte
gli parea udir, che benediva il giorno
che, per far Carlo a null’altro secondo,
la valorosa stirpe venne al mondo.

55
Poi di veder il populo gli è aviso,
che si rivolga a lui con grand’oltraggio,
e dir si senta molta ingiuria in viso,
e codardo nomar, senza coraggio;
e con batter di man, sibilo e riso,
s’oda beffar con tutto il suo lignaggio;
né quei di Chiaramonte aver più loda,
che gli suoi biasmo, par che vegga et oda.

56
In questa visïon l’Invidia il core
con man gli tocca più fredda che neve;
e tanto spira in lui del suo furore,
che ’l petto più capir non può, né deve.
Al cor pon delle serpi la piggiore,
un’altra onde l’udita si riceve,
la terza agli occhi; onde di ciò che pensa,
di ciò che vede et ode ha doglia immensa.

57
De l’aureo albergo essendo il Sol già uscito,
lasciò la visïone e il sonno Gano,
tutto pien di dolor dove sentito
toccar s’avea con la gelata mano.
Ciò che vide dormendo gli è scolpito
già ne la mente, e non l’estima vano;
non false illusïon, ma cose vere
gli par che gli abbia Dio fatto vedere.

58
Da quell’ora il meschin mai più riposo
non ritrovò, non ritrovò più pace:
da l’occulto venen il cor gli è roso,
che notte e giorno sospirar lo face:
gli par che liberale e grazïoso
sia a tutti gli altri, et a nessun tenace,
se non a’ Maganzesi, il re di Francia;
fuor che la lor premiata abbia ogni lancia.

59
Già fuor di tende, fuor de padiglioni
in Parigi tornata era la corte,
avendo Carlo i principi e baroni
e tutti i forestier di miglior sorte
fatto, con gran proferte e ricchi doni,
contenti accompagnar fuor de le porte;
e tra’ più arditi cavallier del mondo
stava a goder il suo stato giocondo.

60
E come saggio padre di famiglia
la sera dopo le fatiche a mensa
tra gli operari con ridenti ciglia
le giuste parti a questo e a quel dispensa;
così, poi che di Libia e di Castiglia
spentasi intorno avea la face accensa,
rendea a signori e cavallieri merto
di quanto in armi avean per lui sofferto.

61
A chi collane d’oro, a chi vasella
dava d’argento, a chi gemme di pregio;
cittadi aveano alcuni, altri castella:
ordine alcun non fu, non fu collegio,
borgo, villa né tempio né capella,
che non sentisse il beneficio regio:
e per dieci anni fe’ tutte le genti
ch’avean patito dai tributi esenti.

62
A Rinaldo il governo di Guascogna
diede, e pension di molti mila franchi;
tre castella a Olivier donò in Borgogna,
che del suo antiquo stato erano a’ fianchi;
donò ad Astolfo in Picardia Bologna;
non vi dirò ch’al suo nipote manchi:
diede al nipote principe d’Anglante
Fiandra in governo, e donò Bruggia e Guante;

63
e promesse lo scettro e la corona,
poi che n’avesse il re Marsiglio spinto,
del regno di Navara e di Aragona,
la qual impresa allor era in procinto.
Ebbe la figlia d’Amon di Dordona
da quello del fratel dono distinto:
le diè Carlo in dominio quel che darle
in governo solea: Marsiglia et Arle.

64
In somma, ogni guerrier d’alta virtute,
chi città, chi castella ebbe, e chi ville.
A Marfisa e a Ruggier fur provedute
larghe provisïoni a mille a mille.
Se da lo imperator le grazie avute
tutte ho a notar, farò troppe postille:
nessun, vi dico, o in commune o in privato, .
partì da lui che non fosse premiato.

65
Né feudi nominando né livelli,
fur senza obligo alcun liberi i doni;
acciò il non sciorre i canoni di quelli
o non ne tòrre a’ tempi investigioni,
potesse gli lor figli o gli fratelli,
gli eredi far cader di sue ragioni:
liberi furo e veri doni, e degni
d’un re che degno era d’imperio e regni.

66
Or, sopra gli altri, quei di Chiaramonte
nei real doni avean tanto vantaggio,
che sospirar facean dì e notte il conte
Gan di Maganza, e tutto il suo lignaggio:
come gli onori d’un fossero l’onte
de l’altra parte, lor pungea il coraggio;
e questa invidia all’odio, e l’odio all’ira,
e l’ira alfine al tradimento il tira.

67
E perché, d’astio e di veneno pregno,
potea nasconder mal il suo dispetto,
e non potea non dimostrar lo sdegno
che contra il re per questo avea concetto;
e non men per fornir alcun disegno
ch’in parte ordito, in parte avea nel petto,
finse aver voto, e ne sparse la voce,
d’ire al Sepolcro e al monte della Croce:

68
et era il suo pensiero ire in Levante
a ritrovar il calife d’Egitto,
col re de la Soria poco distante;
e più sicuro a bocca che per scritto
trattar con essi, che le terre sante
dove Dio visse in carne e fu traffitto,
o per fraude o per forza da le mani
fosser tolte e dal scettro de’ Cristiani.

69
Indi andar in Arabia avea disposto,
e far scender quei populi all’acquisto
d’Africa, mentre Carlo era discosto,
e di gente il paese mal provisto.
Già inanzi la partita avea composto
che Desiderio al vicario di Cristo,
Tassillo a Francia, e a Scozia e ad Inghelterra
avesse il re di Dazia a romper guerra;

70
e che Marsilio armasse in Catalogna,
e scendesse in Provenza e in Acquamorta,
e con un altro esercito in Guascogna
corresse a Mont’Alban fin su la porta;
egli Maganza, Basilea, Cologna,
Costanza et Aquisgrana, che più importa,
promettea far ribelle a Carlo, e in meno
d’un mese tòrli ogni città del Reno.

71
Or fattasi fornir una galea
di vettovaglia, d’armi e di compagni,
poi che licenza dal re tolto avea
uscì del porto e dei sicuri stagni.
Restar a dietro, anzi fuggir parea
il lito, et occultar tutti i vivagni:
indi l’Alpe a sinistra apparea lunge,
ch’Italia in van da’ Barbari disgiunge;

72
indi i monti Ligustici, e riviera
che con aranzi e sempre verdi mirti
quasi avendo perpetua primavera,
sparge per l’aria i bene olenti spirti.
Volendo il legno in porto ir una sera
(in qual a punto io non saprei ben dirti),
ebbe un vento da terra in modo all’orza
ch’in mezo il mar lo fe’ tornar per forza.

73
Il vento tra maestro e tramontana,
con timor grande e con maggior periglio,
tra l’oriente e mezodì allontana
sei dì senza allentarsi unqua il naviglio.
Fermòssi al fine ad una spiaggia strana,
tratto da forza più che da consiglio,
dove un miglio discosto da l’arena
d’antique palme era una selva amena:

74
che per mezo da un’acqua era partita
di chiaro fiumicel, fresco e giocondo,
che l’una e l’altra proda avea fiorita
dei più soavi odor che siano al mondo.
Era di là dal bosco una salita
d’un picciol monticel quasi rotondo,
sì facile a montar, che prima il piede
d’aver salito, che salir si vede.

75
D’odoriferi cedri era il bel colle
con maestrevole ordine distinto;
la cui bell’ombra al sol sì i raggi tolle,
ch’al mezodì dal rezzo è il calor vinto.
Ricco d’intagli, e di soave e molle
getto di bronzo, e in parti assai dipinto,
un lungo muro in cima lo circonda,
d’un alto e signoril palazzo sponda.

76
Gano, che di natura era bramoso
di cose nuove, e dal bisogno astretto
(che già tutto il biscotto aveano roso),
de’ suoi compagni avendo alcuno eletto,
si mise a caminar pel bosco ombroso,
tra via prendendo d’ascoltar diletto
da’ rugiadosi rami d’arbuscelli
il piacevol cantar de’ vaghi augelli.

77
Tosto ch’egli dal mar si pose in via
e fu scoperto dal luogo eminente,
diversa e soavissima armonia
da l’alta casa insino al lito sente:
non molto va, che bella compagnia
truova di donne, e dietro alcun sergente
che palafreni vuoti avean con loro,
altri di seta, altri guarniti d’oro;

78
che con cortesi e belli inviti fenno
Gano salir, e chi venìa con lui.
Con pochi passi fine alla via denno
le donne e i cavallieri, a dui a dui.
L’oro di Creso, l’artificio e ’l senno
d’Alberto, di Bramanti, di Vitrui,
non potrebbono far, con tutto l’agio
di ducent’anni, un così bel palagio.

79
E dai demoni tutto in una notte
lo fece far Gloricia incantatrice,
ch’avea l’esempio nelle idee incorrotte
d’un che Vulcano aver fatto si dice;
del qual restaro poi le mura rotte
quel dì che Lenno fu da la radice
svelta, e gettata con Cipro e con Delo
dai figli de la Terra incontra il cielo.

80
Tenea Gloricia splendida e gran corte,
non men ricca d’Alcina o di Morgana;
né men d’esse era dotta in ogni sorte
d’incantamenti inusitata e strana;
ma non, com’esse, pertinace e forte
ne l’altrui ingiurie, anzi cortese e umana,
né potea al mondo aver maggior diletto
che onorar questo e quel nel suo bel tetto.

81
Sempre ella tenea gente alla veletta,
a’ porti et all’uscita de le strade,
che con inviti i pellegrini alletta
venir a lei da tutte le contrade.
Con gran splendor il suo palazzo accetta
poveri e ricchi e d’ogni qualitade;
e il cor de’ viandanti con tai modi
nel suo amor lega d’insolubil nodi.

82
E come avea di accarezar usanza
e di dar a ciascun debito onore,
fece accoglienza al conte di Maganza
Gloricia, quanto far potea maggiore;
e tanto più, che ben sapea ad instanza
d’Alcina esser qui giunto il traditore:
ben sapeva ella, ch’avea Alcina ordito
che capitasse Gano a questo lito.

83
Ell’era stata in India al gran Consiglio
dove l’alto esterminio fu concluso
d’ogni guerriero ubidïente al figlio
del re Pipino; e nessun era escluso,
eccetto il Maganzese, il cui consiglio,
il cui favor stimar atto a quell’uso:
dunque, a lui le accoglienze e’ modi grati
che quivi gli altri avean, fur radoppiati.

84
Gloricia Gano, com’era commesso
da chi fatto l’avea cacciar dai venti,
acciò quindi ad Alcina sia rimesso
tra’Sciti e l’Indi ai suoi regni opulenti,
fa la notte pigliar nel sonno oppresso,
e gli compagni insieme e gli sergenti.
Così far quivi agli altri non si suole,
ma dar questo vantaggio a Gano vuole.

85
E benché, più che onor, biasmo si tegna
pigliar in casa sua ch’in lei si fida,
et a Gloricia tanto men convegna,
che fa del suo splendor sparger le grida;
pur non le par che questo il suo onor spegna:
ché tòrre al ladro e uccider l’omicida,
tradir il traditor, ha degni esempi,
ch’anco si pon lodar, secondo i tempi.

86
Quando dormia la notte più suave,
Gano e i compagni suoi tutti fur presi,
e serrati in un ceppo duro e grave,
l’un presso all’altro, trenta Maganzesi.
Gloricia in terra disegnò una nave
capace e grande con tutt’i suo’ arnesi,
e fece gli pregion legare in quella,
sotto la guardia d’una sua donzella.

87
Sparge le chiome, e qua e là si volve
tre volte e più, fin che mirabilmente
la nave ivi dipinta ne la polve
da terra si levò tutta ugualmente.
La vela al vento la donzella solve,
per incanto allor nata parimente;
e verso il ciel ne va, come per l’onda
suol ir nocchier che l’aura abbia seconda.

88
Gano e i compagni, che per l’aria tratti
da terra si vedean tanto lontani,
com’assassini istranamente attratti
nel lungo ceppo per piedi e per mani,
tremando di paura, e stupefatti
di maraviglia de’ lor casi strani,
volavan per Levante in sì gran fretta
che non gli avrebbe giunti una saetta.

89
Lasciando Ptolomaide e Berenice
e tutt’Africa dietro, e poi l’Egitto,
e la Deserta Arabia e la Felice,
sopra il mar Eritreo fecion traghitto.
Tra Persi e Medi, e là dove si dice
Batra, passan, tenendo il corso dritto
tuttavia fra orïente e tramontana,
e lascian Casia a dietro e Sericana.

90
E sì come veduti eran da molti,
di sé davano a molti maraviglia:
facean tener levati al cielo i volti
con occhi immoti e con arcate ciglia.
Vedendoli passar alcuni stolti
da terra alti lo spazio di due miglia,
e non potendo ben scorgere i visi,
ebbon di lor diversi e strani avisi.

91
Alcuni imaginar che di Carone,
lo nocchiero infernal, fosse la barca,
che d’anime dannate a perdizione
alla via di Cocito andasse carca.
Altri diceano, d’altra opinïone:
— Questa è la santa nave ch’al ciel varca,
che Pietro tol da Roma, acciò ne l’onde
di stupri e simonie non si profonde. —

92
Et altra cosa altri dicean dal vero
molto diversa e senza fin remota.
Passava intanto il navilio leggiero
per la contrada a’ nostri poco nota,
fra l’India avendo e Tartaria il sentiero,
quella di città piena e questa vuota,
fin che fu sopra la bella marina
ch’ondeggia intorno all’isola d’Alcina.

93
Ne la città d’Alcina, nel palagio,
dentro alle logge la donzella pose
la nave, e tutti li prigioni adagio,
e l’ambasciata di Gloricia espose.
Nei ceppi, come stavano, a disagio
Alcina in una torre al sol ascose
i Maganzesi, avendo riferite
del dono a chi ’l donò grazie infinite.

94
La sera fuor di carcere poi Gano
fe’ a sé condurre, e a ragionare il messe
de lo stato di Francia e del romano,
di quel che Orlando e che Ruggier facesse.
Ebbe l’astuto conte chiaro e piano
quanto la donna Carlo in odio avesse,
Ruggiero, Orlando e gli altri; e tosto prese
l’util partito, et a salvarsi attese.

95
— S’aver, donna, volete ognun nimico, —
disse — che de la corte sia di Carlo,
me in odio avrete ancora, ché ’l mio antico
seggio è tra’ Franchi, e non potrei negarlo;
ma se più tosto odiate chi gli è amico
e di sua volontà vuol seguitarlo,
me non avrete in odio, ch’io non l’amo,
ma il danno e biasmo suo più di voi bramo.

96
E s’ebbe alcun mai da bramar vendetta
di tiranno che gli abbia fatt’oltraggio,
bramar di Carlo e di tutta sua setta
vendetta inanzi a tutti i sudditi aggio;
come di re da cui sempre negletta
la gloria fu di tutto il mio lignaggio,
e che, per sempre al cor tenermi un telo,
con favor alza i miei nimici al cielo.

97
Il mio figliastro Orlando, che mia morte
procurò sempre e ad altro non aspira,
contra me mille volte ha fatto forte;
per lui m’ha mille volte avuto in ira:
Rinaldo, Astolfo et ogni suo consorte
di giorno in giorno a maggior grado tira;
tal che sicuro, per lor gran possanza,
non che in corte non son, ma né in Maganza.

98
Or, per maggior mio scorno, un fuggitivo
del sfortunato figlio di Troiano,
Ruggier, che m’ha un fratel di vita privo
et un nipote con la propria mano,
tiene in più onor che mai non fu Gradivo
Marte tenuto dal popul romano:
tal che levato indi mi son, con tutto
il sangue mio, per non restar distrutto.

99
Se me e quest’altri ch’avete qui meco,
che sono il fior di casa da Pontiero,
uccidete o dannate a carcer cieco,
di perpetuo timor sciolto è l’Impero;
ch’ogni nimico suo ch’abbia noi seco
per noi può entrar in Francia di leggiero;
ché ci avemo la parte in ogni terra,
fortezze e porti e luoghi atti a far guerra. —

100
E seguitò il parlar astuto e pieno
di gran malizia, sempre mai toccando
quel che vedea di gaudio empirle il seno,
che le vuol dar Ruggier preso et Orlando.
Alcina ascolta, e ben nota il veleno
che l’Invidia in lui sparse ir lavorando:
commanda allora allora che sia sciolto,
e sia con tutti i suoi di prigion tolto.

101
Volse che poi le promettesse Gano,
con giuramenti stretti e d’orror pieni,
di non cessar, fin che legato in mano
Ruggier col suo figliastro non le meni:
ma, per poter non darli impresa in vano,
oltr’oro e gemme e aiuti altri terreni
promise ella all’incontro di far quanto
potea sopra natura oprar l’incanto.

102
E gli diè ne la gemma d’uno anello
un di quei spirti che chiamiam folletti,
che gli ubedisca, e così possa avello
com’un suo servitor de’ più soggetti:
Vertunno è il nome, che in fiera, in ucello,
in uomo, in donna e in tutti gli altri aspetti,
in un sasso, in un’erba, in una fonte
mutar vedrete in un chinar di fronte.

103
Or perché Malagigi non aiuti,
com’altre volte ha fatto, i Paladini,
gli spiriti infernal tutti fe’ muti,
gli terrestri, gli aérii e gli marini;
eccetto alcuni pochi c’ha tenuti
per uso suo, non franchi né latini,
ma di lingua dagli altri sì rimota
ch’a nigromante alcun non era nota.

104
Quel ch’alla fata il traditor promise,
promiser gli altri ancor ch’eran con lui.
Fermato il patto, Gano si rimise
nel fantastico legno con gli sui.
Il vento, come Alcina gli commise,
fra i lucidi Indi e gli Cimerii bui
soffiando, ferì in guisa ne l’antenna,
ch’in aria alzò la nave come penna.

105
Né, men che ratto, lo portò quïeto
per la medesma via che venut’era;
sì che, fra spazio di sett’ore, lieto
si ritrovò ne la sua barca vera,
di pan, di vin, di carne e infin d’aceto
fornita e d’insalata per la sera:
fe’ dar le vele al vento, e venne a filo
ad imboccar sott’Alessandria il Nilo.

106
E già da l’armiraglio avendo avuto
salvocondotto, al Cairo andò diritto,
con duo compagni, in un legno minuto,
secretamente, e in abito di Egitto.
Dal calife per Gano conosciuto,
ché molte volte inanzi s’avean scritto,
fu di carezze sì pieno e d’onore,
che ne scoppiò quasi il ventoso core.

107
In questo mezo che l’Invidia ascosa
il traditor rodea di chi io vi parlo,
come l’altrui bontà fu da lui rosa,
ché poco dianzi il simigliavo a un tarlo;
ira, odio, sdegno, amor facea angosciosa
Alcina, e un fier disio di strugger Carlo;
e quanto più credea di farlo in breve,
tant’ogn’indugio le parea più greve.

108
Il conte di Pontier le avea narrato
che, prima che di Francia si partisse,
da lui fu Desiderio confortato,
per ambasciate e lettere che scrisse,
che con Tedeschi et Ungheri da un lato,
che facil fòra che a sue genti unisse,
saltasse in Francia; e che Marsiglio ispano
saltar faria da l’altro, e l’Aquitano.

109
E che quel glien’avea dato speranza;
poi venia lento a metterla in effetto,
o che tema di Carlo la possanza,
o sia mal di sua lega il nodo astretto.
Alcina, che si mor di desïanza
di por Francia e l’Impero in male assetto,
adopra ogni saper, ogni suo ingegno,
per dar colore a così bel disegno.

110
Et è bisogno al fin ch’ella ritruovi,
per far muover di passo il Longobardo,
sproni che siano aguzzi più che chiovi:
tanto le par a questa impresa tardo!
E come fece far disegni nuovi
dianzi l’Invidia a quel cochin pagliardo,
così spera trovar un’altra peste
che ’l pigro re de la sua inerzia deste.

111
Conchiuse che nessuna era meglio atta
a stimularlo e far più risentire,
d’una che nacque quando anco la matta
Crudeltà nacque, e le Rapine e l’Ire.
Che nome avesse e come fosse fatta,
ne l’altro Canto mi riserbo a dire,
dove farò, per quanto è mio potere,
cose sentir maravigliose e vere.

CANTO SECONDO

1
Pensar cosa miglior non si può al mondo,
d’un signor giusto e in ogni parte buono,
che del debito suo non getti il pondo,
benché talor ne vada curvo e prono;
che curi et ame i populi, secondo
che da’ lor padri amati i figli sono;
che l’opre e le fatiche pei figliuoli
fan quasi sempre, e raro per sé soli:

2
ponga ai perigli et alle cose strette
il petto inanzi, e faccia agli altri schermo:
che non sia il mercenario il qual non stette,
poi che venir vide a sé il lupo, fermo;
ma sì bene il pastor vero, che mette
la vita propria pel suo gregge infermo,
il qual conosce le sue pecorelle
ad una ad una, e lui conoscono elle.

3
Tal fu in terra Saturno, Ercole e Giove,
Bacco, Poluce, Osiri e poi Quirino,
che con giustizia e virtüose prove,
e con soave e a tutti ugual domino,
fur degni in Grecia, in India, in Roma, e dove
corse lor fama, aver onor divino;
che riputar non si potrian defunti,
ma a più degno governo in cielo assunti.

4
Quando il signor è buono, i sudditi anco
fa buoni; ch’ognun imita chi regge:
e s’alcun pur riman col vizio, manco
lo mostra fuor, o in parte lo corregge.
O beati gli regni a chi un uom franco
e sciolto da ogni colpa abbi a dar legge!
Così infelici ancora e miserandi,
ove un ingiusto, ove un crudel commandi;

5
che sempre accresca e più gravi la soma,
come in Italia molti a’ giorni nostri,
de’ quali il biasmo in questo e l’altro idioma
faran sentir anco i futuri inchiostri:
che migliori non son che Gaio a Roma,
o Neron fosse, o fosser gli altri mostri:
ma se ne tace, perché è sempre meglio
lasciar i vivi, e dir del tempo veglio.

6
E dir qual sotto Fallari Agrigento,
qual fu sotto i Dionigi Siracusa,
qual Fere in man del suo tiran cruento;
dai quali e senza colpa e senza accusa
la gente ogni dì quasi a cento a cento
era troncata, o in lungo esiglio esclusa.
Ma né senza martìr sono essi ancora,
ch’al cor lor sta non minor pena ognora.

7
Sta lor la pena de la qual si tacque
il nome dianzi, e de la qual dicea
che nacque quando la brutt’Ira nacque,
la Crudeltade e la Rapina rea:
e quantunque in un ventre con lor giacque,
di tormentarle mai non rimanea.
Or dirò il nome, ch’io non l’ho ancor detto:
nomata questa pena era il Sospetto.

8
Il Sospetto, piggior di tutti i mali,
spirto piggior d’ogni maligna peste
che l’infelici menti de’ mortali
con venenoso stimolo moleste;
non le povere o l’umili, ma quali
s’aggiran dentro alle superbe teste
di questi scelerati, che per opra
di gran fortuna agli altri stan di sopra.

9
Beato chi lontan da questi affanni
nuoce a nessun, perché a nessun è odioso!
Infelici altretanto e più i tiranni,
a cui né notte mai né dì riposo
dà questa peste, e lor ricorda i danni,
e morti date od in palese o ascoso!
Quinci dimostra che timor sol d’uno
han tutti gli altri, et essi n’han d’ognuno.

10
Non v’incresca di starmi un poco a udire,
ché non però dal mio sentier mi scosto;
anzi farò questo ch’or narro uscire
dove poi vi parrà che sia a proposto.
Uno di questi, il qual prima a nudrire
usò la barba, per tener discosto
chi gli potea la vita a un colpo tòrre,
nel suo palazzo edificò una torre,

11
che, d’alte fosse cinta e grosse mura,
avea un sol ponte che si leva e cala;
fuor ch’un balcon, non v’era altra apertura,
ove a pena entra il giorno e l’aria esala:
quivi dormia la notte, et era cura
de la moglier di mandar giù la scala:
di quella entrata è un gran mastin custode,
ch’altri mai che lor due non vede et ode.

12
Non ha ne la moglier però sì grande
fede il meschin, che prima ch’a lei vada,
quand’uno e quando un altro suo non mande,
che cerchi i luoghi onde a temer gli accada.
Ma ciò poco gli val, ché le nefande
man de la donna, e la sua propria spada,
fér d’infinito mal tarda vendetta,
e all’inferno volò il suo spirto in fretta.

13
E Radamanto, giudice del loco,
tutto il cacciò sotto il bollente stagno,
dove non pianse e non gridò: — I’ mi cuoco —,
come gridava ogn’altro suo compagno;
e la pena mostrò curar sì poco,
che disse il giustiziere: — Io te la cagno —;
e lo mandò ne le più oscure cave,
dov’è un martìr d’ogni martìr più grave.

14
Né quivi parve ancor che si dogliesse;
e domandato, disse la cagione:
che quando egli vivea, tanto l’oppresse
e tal gli diè il Sospetto afflizione
(che nel capo quel giorno se gli messe,
che si fece signor contra ragione),
che sol ora il pensar d’esserne fuore
sentir non gli lasciava altro dolore.

15
Si consigliaro i saggi de l’Inferno
come potesse aver degno tormento;
che saria contra l’instituto eterno
se peccator là giù stesse contento;
e di nuovo mandarlo al caldo, al verno
concluso fu da tutto il parlamento;
e di nuovo al Sospetto in preda darlo,
ch’entrasse in lui senza più mai lasciarlo.

16
Così di novo entrò il Sospetto in questa
alma, e di sé e di lei fece tutt’uno,
come in ceppo salvatico s’inesta
pomo diverso, e ’l nespilo sul pruno;
o di molti colori un color resta,
quando un pittor ne piglia di ciascuno
per imitar la carne, e ne riesce
un differente a tutti quei che mesce.

17
Di sospettoso che ’l tiràn fu in prima,
or divenuto era il Sospetto istesso;
e, come morte la ragion di prima
avesse in lui, gli parea averla appresso.
Ma ritornando al mio parlar di prima,
ché per questo in oblio non l’avea messo,
Alcina se ne va dove sul tergo
d’un alto scoglio ha questo spirto albergo.

17
Lo scoglio ove ’l Sospetto fa soggiorno
è dal mar alto da seicento braccia,
di rovinose balze cinto intorno,
e da ogni canto di cader minaccia.
Il più stretto sentier che vada al Forno,
là dove il Grafagnino il ferro caccia,
la via Flamminia o l’Appia nomar voglio
verso quel che dal mar va in cima al scoglio.

18
Prima che giunghi alla suprema altezza,
sette ponti ritrovi e sette porte:
tutte hanno con lor guardie una fortezza;
la settima de l’altre è la più forte.
Là dentro, in grande affanno e in gran tristezza,
ché gli par sempre a’ fianchi aver la morte,
il Sospetto meschin solo s’annida;
nessun vuol seco e di nessun si fida.

20
Grida da’ merli e tien le guardie deste,
né mai riposa al sol né al cielo oscuro;
e ferro sopra ferro e ferro veste:
quanto più s’arma, è tanto men sicuro.
Muta et accresce or quelle cose or queste
alle porte, al serraglio, al fosso, al muro:
per darne altrui, munizïon gli avanza;
e non gli par che mai n’abbia a bastanza.

21
Alcina, che sapea ch’indi il Sospetto
né a prieghi né a minacce vorria uscire,
e trarlone era forza al suo dispetto,
tutto pensò ciò che potea seguire.
Avea seco arrecato a questo effetto
l’acqua del fiume che fa l’uom dormire,
et entrando invisibil ne la rocca,
con essa ne le tempie un poco il tocca.

22
Quel cade addormentato; Alcina il prende,
e scongiurando gli spirti infernali
fa venir quivi un carro, e su vel stende,
che tiran duo serpenti c’hanno l’ali;
poi verso Italia in tanta fretta scende,
che con la più non van di Giove i strali.
La medesima notte è in Lombardia,
in ripa di Ticin dentro a Pavia:

23
là dove il re de’ Longobardi allora
l’antiquo seggio, Desiderio, avea.
Nel ciel orïental sorgea l’aurora
quando perdé il vigor l’acqua letea:
lasciò il sonno il Sospetto; e quel, che fuora
e lontan dal castel suo si vedea,
morto saria, se non fosse già morto;
ma la fata ebbe presta al suo conforto.

24
Gli promesse ella indietro rimandarlo
senza alcun danno; e in guisa gli promesse,
che poté in qualche parte assicurarlo,
non sì però ch’in tutto le credesse;
ma prima in Desiderio, che di Carlo
temea le forze, entrasse gli commesse,
e che non se gli levi mai del seno
fin che tutto di sé non l’abbia pieno.

25
Mentre fu Carlo i giorni inanzi astretto
dal re d’Africa a un tempo e da Marsiglio,
il re de’ Longobardi, per negletto
e per perduto avendo posto il giglio,
non curando né papa né interdetto
alla Romagna avea dato di piglio;
po’ entrando ne la Marca, con battaglia
e Pesaro avea preso e Sinigaglia.

26
Indi sentendo ch’era il foco spento,
morto Agramante e il re Marsiglio rotto,
de la temerità sua mal contento
si riputò a mal termine condotto.
Or viene Alcina, e accresceli tormento:
ché fa ’l rio spirto entrar in lui di botto,
che notte e dì l’afflige, crucia et ange,
e più che sopra un sasso in letto il frange.

27
Gli par veder che lassi il Reno e l’Erra
il popul già troiano e poi sicambro,
et apra l’Alpi e scenda ne la terra
che riga il Po, l’Ada, il Ticino e l’Ambro:
veder s’aspetta in casa sua la guerra,
e sua ruina più chiara che un ambro;
né più certo rimedio al suo mal truova,
che contra Francia ogni vicin commova.

28
E come quel che gran tesori uniti
avea d’esazïoni e di rapine,
et avea i sacri argenti convertiti
in uso suo da le cose divine;
con doni e con proferte e gran partiti
colligò molte nazïon vicine,
come già il conte di Pontier gli scrisse
prima che da la corte si partisse.

29
Tutta avea Gano questa tela ordita,
che ’l Longobardo dovea tesser poi;
e quella poi non era oltre seguita,
e fin qui stava ne’ principii suoi.
Or la mente, d’un stimolo ferita
piggior di quel che caccia asini e buoi,
conchiuse e fece nascer com’un fungo
quel che più giorni avea menato in lungo.

30
Fe’ in pochi dì che Tassillone, ch’era
suo genero e cugin del duca Namo,
tutta la stirpe sua fuor di Bavera
cacciò, senza lasciarvene un sol ramo:
fe’ similmente ribellar la fera
Sansogna, e ritornar a re Gordamo;
e trasse, per por Carlo in maggior briga,
con gli Ungheri Boemi in una liga;

31
e ’l re di Dazia e il re de le due Marche
pór tra la Frisa e il termine d’Olanda
tante fuste, galee, carache e barche,
per gir ne l’Inghilterra e ne l’Irlanda,
che per fuggir avean le some carche
molte terre da mar da quella banda.
Da un’altra parte si sentiva il vecchio
nimico in Spagna far grande apparecchio.

32
Tutto seguì ciò ch’avea ordito Gano,
ch’era d’insidie e tradimenti il padre.
Fu suscitato Unnuldo l’aquitano
a soldar genti fazïose e ladre:
mettendo terre a sacco, capitano
di ventura era detto da le squadre;
nascosamente da Lupo aiutato,
di Bertolagi di Baiona nato.

33
Fér queste nove, per diversi avisi
venute, a Carlo abbandonar le feste,
e a donne e a cavallieri i giochi e’ risi,
e mutar le leggiadre in scure veste.
De’ saccheggiati populi et uccisi
per ferro, fiamme, oppressioni e peste,
le memorie percosse ad ora ad ora
prometteano altrotanto e peggio ancora.

34
O vita nostra di travaglio piena,
come ogni tua allegrezza poco dura!
Il tuo gioir è come aria serena,
ch’alla fredda stagion troppo non dura:
fu chiaro a terza il giorno, e a vespro mena
sùbita pioggia, et ogni cosa oscura.
Parea ai Franchi esser fuor d’ogni periglio,
morto Agramante e rotto il re Marsiglio;

35
et ecco un’altra volta che ’l ciel tuona
da un’altra parte, e tutto arde de lampi,
sì che ogni speme i miseri abbandona
di poter frutto cor de li lor campi.
E così avvien ch’una novella buona
mai più di venti o trenta dì non campi,
perché vien dietro un’altra che l’uccide;
e piangerà doman l’uom ch’oggi ride.

36
Per le cittadi uomini e donne errando,
con visi bassi e d’allegrezza spenti,
andavan taciturni sospirando,
né si sentiano ancor chiari lamenti:
qual ne le case attonite avvien, quando
mariti o figli o più cari parenti
si veggon travagliar ne l’ore estreme,
ch’infinito è il timor, poca è la speme.

37
E quella poca pur spegnere il gelo
vuol de la tema, e dentro il cor si caccia:
ma come può d’un piccolin candelo
fuoco scaldar dov’alta neve agghiaccia?
Chi leva a Dio, chi leva a’ Santi in cielo
le palme giunte e la smarrita faccia,
pregandoli che, senza più martìre,
basti il passato a disfogar lor ire.

38
Come che il popul timido per tema
disperi, e perda il cor e venga manco,
nel magnanimo Carlo non iscema
l’ardir, ma cresce, e nei paladini anco:
ché la virtù di grande fa suprema,
quanto travaglia più, l’animo franco;
e gloria et immortal fama ne nasce,
che me’ d’ogn’altro cibo il guerrier pasce.

39
Carlo, a cui ritrovar difficilmente,
la terra e ’l mar cercando a parte a parte,
si potria par di santa e buona mente,
e d’ogni finzion netta e d’ogn’arte
(e lasso! ancor oltre l’età presente
volgi l’antique e più famose carte);
a Dio raccomandò sé, i figli e il stato,
né più curò ch’esser di fede armato.

40
Né men saggio che buono, poi ch’avuto
ebbe ricorso alla Maggior Possanza,
che non mancò né mancherà d’aiuto
ad alcun mai che ponga in lei speranza,
fece che, senza indugio, proveduto
fu a tutti i luoghi ov’era più importanza:
gli capitani suoi per ogni terra
mandò a far scelta d’uomini da guerra.

41
Non si sentiva allor questo rumore
de’ tamburi, com’oggi, andar in volta,
invitando la gente di più core,
o forse (per dir meglio) la più stolta,
che per tre scudi e per prezzo minore
vada ne’ luoghi ove la vita è tolta:
stolta più tosto la dirò che ardita,
ch’a sì vil prezzo venda la sua vita.

42
Alla vita l’onor s’ha da preporre;
fuor che l’onor non altra cosa alcuna:
prima che mai lasciarti l’onor tòrre
déi mille vite perdere, non ch’una.
Chi va per oro e vil guadagno a porre
la sua vita in arbitrio di fortuna,
per minor prezzo crederò che dia,
se troverà chi compri, anco la mia.

43
O, com’io dissi, non sanno che vaglia
la vita quei che sì l’estiman poco;
o c’han disegno, inanzi alla battaglia,
che ’l piè gli salvi a più sicuro loco.
La mercenaria mal fida canaglia
prezzar li antiqui imperatori poco:
de la lor nazion più tosto venti
volean, che cento di diverse genti.

44
Non era a quelli tempi alcun escluso
che non portasse l’armi e andasse in guerra,
fuor che fanciul da sedici anni in giuso,
o quel che già l’estrema etade afferra:
ma tal milizia solo era per uso
di bisogno e d’onor de la sua terra:
sempre sua vita esercitando sotto
buon capitani, in arme era ognun dotto.

45
Carlo per tutta Francia e per la Magna,
per ogni terra a’ suoi regni soggetta,
fa scriver gente, e poi la piglia e cagna
secondo che gli par atta et inetta;
sì che fa in pochi giorni alla campagna
un esercito uscir di gente eletta,
da far che Marte fin su nel ciel treme,
non che a’ nimici l’impeto non sceme.

46
Gli elmi, gli arnesi, le corazze e scudi,
che poco dianzi fur messi da parte,
e de lor fatte ampie officine ai studi
de l’ingegnose aragne era gran parte,
sì che forse tornar in su gli incudi
temeano, e farsi ordigni a più vil arte;
or imbruniti, fuor d’ogni timore,
godeano esser riposti al primo onore.

47
Sonan di qua, di là tanti martelli,
che n’assorda di strepito ogni orecchia:
quei batton piastre e le rifanno, e quelli
vanno acconciando l’armatura vecchia;
altri le barde torna alli penelli,
coprirle altri di drappo s’apparecchia:
chi cerca questa cosa, e chi ritrova
quell’altra; altri racconcia, altri rinuova.

48
Poi che Carlo al tesor ruppe il serraglio,
ebbon da travagliar tutti i mestieri:
ma né maggior né più commun travaglio
era però, che di trovar destrieri:
ché gli disagi e de le spade il taglio
tolto n’avean da le decine i zeri:
quali si fosson (ché i buon eran rari),
come il sangue e la vita erano cari.

49
Carlo, oltra l’ordinario che solea
aver d’uomini d’armi alle frontiere,
e de la gente che a piè combattea,
che per pace era usato anco tenere,
de l’un canto e de l’altro fatto avea
che pieno era ogni cosa di bandiere:
trenta sei mila armati in su l’arzoni,
e quattro tanto e più furo i pedoni.

50
E per gli molti esempi che già letto
de’ capitani avea del tempo veglio,
com’uom ch’amava sopra ogni diletto
d’udir istorie e farne al viver speglio;
e più perché vedutone l’effetto
per propria esperïenzia, il sapea meglio;
conobbe al tempo la prestezza usata
aver più volte la vittoria data;

51
e ch’era molto meglio ch’egli andasse
i nimici a trovar ne la lor terra,
e sopra gli lor campi s’alloggiasse,
e desse lor de’ frutti de la guerra;
che dentro alle confine gli aspettasse
che l’Alpi e ’l Pireneo fra dui mar serra.
Fatta la mostra, i populi divise
in molte parti, e a’ suoi capi i commise.

52
In quel tempo era in Francia il cardinale
di Santa Maria in Portico venuto,
per Leon terzo e pel seggio papale
contra Lombardi a domandarli aiuto;
ché mal era tra spada e pastorale,
e con gran disvantaggio combattuto.
L’imperator, dunque, il primier stendardo
che fe’ espedir, fu contra il Longobardo.

53
Era Carlo amator sì de la Chiesa,
sì d’essa protettor e di sue cose,
che sempre l’augumento e la difesa,
sempre l’util di quella al suo prepose:
però, dopo molt’altre, questa impresa
nome di Cristianissimo gli pose,
e dal santo Pastor meritamente
sacrato imperador fu di Ponente.

54
Mandò il nipote Orlando, e mandò fanti
seco, a cavallo e una gran schiera d’archi.
Subito Orlando a pigliar l’Alpi inanti
fece ir gli suoi più d’armatura scarchi;
ma trovar ch’i nemici vigilanti
avean prima di lor pigliato i varchi,
e fur constretti d’aspettar il Conte
con tutto l’altro campo a piè del monte.

55
Orlando quei da l’armi più leggiere,
quando pedoni e quando gente equestre,
cominciò a la sua giunta a far vedere
or su le manche or su le piagge destre;
e far fuochi avampar tutte le sere,
di qua e di là, per quelle cime alpestre;
e di voler passar mostra ogni segno
fuor ch’ove di passar forse ha disegno.

56
A Mon Ginevra, al Mon Senese avea,
e a tutti i monti ove la via più s’usa,
provisto il Longobardo, e vi tenea
con fanti e cavallieri ogni via chiusa;
sopra Saluzzo i monti difendea
un suo figliuolo, et esso quei di Susa.
Per tutti questi passi, or basso or alto,
Orlando movea loro ogni dì assalto.

57
Spesso fa dar all’armi, e mai non lassa
l’inimico posar né dì né notte:
né però l’un su quel de l’altro passa,
e ben si puon segnar pari le botte.
Ma sarebb’ita in lungo e forse cassa
d’effetto sua fatica in quelle grotte,
se non gli avesse la vittoria in mano
fatta cader un nuovo caso strano.

58
Nel campo longobardo un giovane era,
signor di Villafranca a piè de’ monti,
capitan de li armati alla leggiera,
che n’avea mille ad ogn’impresa pronti,
di tanto ardir, d’audacia così fiera,
che sempre inanzi iva alle prime fronti;
e sue degne opre non pur fra gli amici,
ma laude anco trovar da gli nimici.

59
Era il suo nome Otton da Villafranca,
di lucid’armi e ricche vesti adorno,
che la fida moglier, nomata Bianca,
in ricamar avea speso alcun giorno.
La destra parte era oro, era la manca
argento, et anco avean dentro e d’intorno,
quella d’argento e questa in nodi d’oro,
le note incomincianti i nomi loro.

60
Avea un caval sì snello e sì gagliardo,
che par non avea al mondo, et era còrso,
sparso di rosse macchie il col leardo,
l’un fianco e l’altro, e dal ginocchio al dorso.
Men sicuro di lui parea e più tardo,
volga alla china o drizzi all’erta il corso,
quell’animal che da le balze cozza
coi duri sassi, e lenta la camozza.

61
Su quel destrier Ottone, or alto or basso
correndo, era per tutto in un momento,
quando lanciando un dardo e quando un sasso,
ché la persona sua ne valea cento.
Or s’opponeva a questo, or a quel passo;
né sol valea di forza e d’ardimento,
ma facea con la lingua e con la fronte
audaci mille cor, mille man pronte.

62
Poi che Fortuna a quella audacia arriso
ebbe cinque o sei giorni, entrò in gran sdegno;
ché pur troppa baldanza l’era aviso
ch’Otton pigliasse nel suo instabil regno,
ch’avendo di lontano alcuno ucciso,
d’entrar nel stuol facesse anco disegno;
e gli ruppe in un tratto, come vetro,
ogni speranza di tornar a dietro.

63
Baldovin con molt’altri gli la tolse,
ch’a un stretto passo il colse per sciagura:
il cavallo al voltar dietro gli colse
dove i schinchi e le cosce hanno giuntura;
sì che lo fe’ prigion, volse o non volse,
quantunque il cavallier senza paura
non si rendette mai, fra la tempesta
di mille colpi, fin ch’ebbe elmo in testa.

64
Perduto l’elmo, non fe’ più contrasto,
ma disse: — Io mi vi rendo —; e lasciò il brando,
molto più del destrier che vedea guasto,
che del maggior suo danno sospirando.
La presa di quest’uomo venne il basto,
com’io vi dirò appresso, rassettando,
sul qual fur poi le gravi some poste
ch’a Desiderio si rupper le coste.

65
Lasciato a Villafranca avea la fida,
casta, bella, gentil, diletta moglie,
quando di quella schiera si fe’ guida,
seguendo più l’altrui che le sue voglie:
or restando prigion, n’andar le grida
là dove più poteano arrecar doglie;
alla moglie n’andar casta e fedele,
che mandò al cielo i pianti e le querele.

66
Sparso la Fama avea, com’è sua usanza
di sempre aggrandir cosa che rapporte,
che Otton preso e ferito era, non sanza
grandissimo periglio de la morte.
Perciò il figliuol del re, ch’avea la stanza
vicino a lei con parte di sua corte,
andò per visitarla e trar di pianto,
se valesse il conforto però tanto.

67
Penticon (ché quel nome avea il figliuolo
del re de’ Longobardi) poi che venne
a veder la beltà che prima, solo
conoscendo per fama, minor tenne;
com’augel ch’entra ne le panie a volo,
né può dal visco poi ritrar le penne,
si ritrovò nel cieco laccio preso,
che nel viso di lei stava ognor teso.

68
E dove era venuto a dar conforto,
non si partì che più bisogno n’ebbe.
Dal camin dritto immantinente al torto
voltò il disio, che smisurato crebbe:
or, non che preso, ma che fosse morto
Otton suo amico, intendere vorrebbe:
l’uom che pur dianzi con ragione amava,
contra ragione or mortalmente odiava.

69
Né può d’un mutamento così iniquo
render la causa o far scusa migliore,
che attribuirlo all’ordine che, obliquo
da tutti gli umani ordini, usa Amore;
di cui per legge e per costume antiquo
gli effetti son d’ogn’altro esempio fuore.
Non potea Penticon al disio folle
far resistenza; o se potea, non volle.

70
E lasciandosi tutto in preda a quello,
senza altra escusa e senza altro rispetto,
cominciò a frequentar tanto il castello,
ch’a tutto il mondo dar potea sospetto:
indi fatto più audace, col più bello
modo che seppe, a palesarle il petto,
a pregar, a promettere, a venire
a’ mezi onde aver speri il suo desire.

71
La bella donna, che non men pudica
era che bella, e non men saggia e accorta,
prima che farsi oltre il dovere amica
di sì importuno amante, esser vuol morta.
Ma quegli, avegna ch’ella sempre dica
di non voler, però non si sconforta;
et è disposto di far altre prove,
quando il pregar e proferir non giove.

72
Ella conosce ben di non potere
mantener lungamente la contesa;
e stando quivi, se non vuol cadere,
non può, se non da morte, esser difesa.
Ma questa suol, fra l’aspre, orride e fiere
condizïon, per ultima esser presa:
quindi, prima fuggir, e perder prima
ciò ch’altro ha al mondo, che l’onor, fa stima.

73
Ma dove può ella andar, ch’ogni cittade
che tra il mar, l’Alpi e l’Appennino siede,
del padre de l’amante è in podestade,
né sicuro per lei luogo ci vede?
Passar l’Alpi non può, ch’ivi le strade
chiude la gente, chi a caval, chi a piede:
non ha il destrier che fe’ alle Muse il fonte,
né il carro in che Medea fuggì Creonte.

74
Di questo fe’ tra sé lungo discorso,
né mai seppe pigliar util consiglio.
Ad un suo vecchio al fin ebbe ricorso,
che amava Otton come signore e figlio.
Costui s’imaginò tosto il soccorso
di trar l’afflitta donna di periglio,
e le propose per segreti calli
salva ridurla alle città dei Galli.

75
Stato era cacciator tutta sua vita,
ma molto più quand’eran gli anni in fiore;
et avea per quei monti ogni via trita,
di qua errando e di là, dentro e di fuore.
Pur che non fosse nel partir sentita,
la condurrebbe salva al suo signore:
solo si teme che la prima mossa
occulta a Penticon esser non possa;

76
che, non che un dì, ma poche ore interpone
che non sia seco, e v’ha sempre messaggio.
Mentre va d’una in altra opinïone
come abbia a proveder il vecchio saggio,
vede che lei salvar, e con ragione
Otton può vendicar di tanto oltraggio,
portar facendo al folle amante pena
di quel desir ch’a tanto obbrobrio il mena.

77
Esorta lei ch’anco duo dì costante
stia, fin che di là torni ove andar vuole;
e, come saggia, intanto al sciocco amante
prometta largamente e dia parole.
Fatto il pensier, si parte in uno instante
per una via ch’in uso esser non suole,
con lunghi avolgimenti, ma assai destra
quanto creder si può d’una via alpestra.

78
Tosto arrivò dove occupava il monte
la gente del figliuol del re Pipino,
e dimandò voler parlar al Conte;
ma la guardia il condusse a Baldovino,
che del campo tenea la prima fronte.
Costui d’Orlando frate era uterino:
vuo’ dir ch’ambi eran nati d’una madre;
ma l’un Milon, l’altro avea Gano padre.

79
Il Maganzese, poi che di costui
attentamente ebbe il parlar inteso:
di liberar il signor suo, e per lui
darli il figliuol del re nimico preso;
non lasciò che parlasse al Conte, in cui
di virtù vera era un disio sì acceso,
che di ciò non seria stato contento,
ch’aver gli parria odor di tradimento.

80
E dubitava non facesse Orlando
quel che Fabrizio e che Camil già féro,
che l’uno a Pirro, e l’altro già assediando
Falisci, in mano i traditor lor diero.
Finse voler la notte occupar (quando
la strada avea imparata) un poggio altiero
che si vedea all’incontro oltre la valle,
e i nimici assalir dietro alle spalle.

81
Con volontà d’Orlando, in su la sera
Baldovin se ne va con buona scorta
de cavallieri armati alla leggiera,
e un fante ognun di lor dietro si porta.
La luna in mezo ’l ciel, che ritond’era,
vien lor mostrando ogni via dritta e torta:
appresso a terza, si trovar dal loco
dove s’hanno a condur lontani poco.

82
Si fermar quivi, e ricrear alquanto
sé et i cavalli in una occulta piaggia;
che seco vettovaglia aveano, quanto
bastar potea per quella via selvaggia.
Il vecchio corre alla sua donna intanto,
e le divisa ciò ch’ordinato aggia.
A Villafranca Penticon rimena
il suo desio, che ’l giorno spunta a pena.

83
La donna, che dal dì che le fu tolto
il suo marito andò sempre negletta;
questo, che spera di vederlo sciolto
e far d’ogni sua ingiuria alta vendetta,
ritrova i panni allegri, e il crine e ’l volto,
quanto più sa, per più piacer rassetta;
e fe’ quel dì, quel che non fe’ più inante,
grata accoglienza al poco cauto amante.

84
E con onesta forza, la mattina,
e dolci preghi, a mangiar seco il tenne.
Il vecchio intanto a Baldovin camina,
ch’al venir ratto aver parve le penne:
piglia tosto ogni uscita, indi declina
ove il dì si facea lieto e solenne;
e quivi, senza poter far difese,
e Penticone e de’ suoi molti prese.

85
Lasciato avea chi sùbito al fratello
la vera causa del suo andar narrassi;
ch’avea per prender Penticon, non quello
monte occupar, volti la sera i passi;
sì che per l’orme sue verso il castello
pregava che col resto il seguitassi.
Benché non piacque al Conte che tacciuto
questo gli avesse, pur non negò aiuto:

86
e con tutti gli altri ordini si mosse,
senza che tromba o che tambur s’udisse;
e perché inteso il suo partir non fosse,
lasciò chi ’l fuoco insino al dì nutrisse.
La presa del figliuol, non che percosse,
ma al vecchio padre in modo il cor trafisse,
che si levò de l’Alpi; e mezza rotta
salvò a Chivasco et a Vercei la frotta.

87
Né a Vercei né a Chivasco il paladino
di voler dar l’assalto ebbe disegno;
anzi i passi volgea dritto al Ticino,
alla città che capo era del regno.
Desiderio, per chiuderli il camino,
lo va a trovar, ma non gli fa ritegno;
et è sì inferïor nel gran conflitto,
che ne riman perpetuamente afflitto.

88
Quivi cader de’ Longobardi tanti,
e tanta fu quivi la strage loro,
che ’l loco de la pugna gli abitanti
Mortara dapoi sempre nominoro.
Ma prima che seguir questo più inanti,
ritornar voglio agli altri gigli d’oro,
che Carlo ai capitani raccomanda
ch’alle sue giuste imprese altrove manda.

89
Con dieci mila fanti e settecento
lance e duo milla arcier andò Rinaldo
verso Guascogna, per far mal contento
di sua perfidia l’Aquitan ribaldo.
Bradamante e Ruggier, che ’l regimento
avean del lito esposto al fiato caldo,
ebbon di fanti non so quanti miglia,
e legni armati a guardia di Marsiglia.

90
Come chi guardi il mar, così si pone
chi a cavallo, chi a piè, che guardi il lito.
Olivier guardò Fiandra, Salamone
Bretagna, Picardia Sansone ardito:
dico per terra; ch’altra provisione,
altro esercito al mar fu statüito.
Con grossa armata cura ebbe Ricardo
da la foce del Reno al Mar Picardo.

91
E dal Picardo al capo di Bretagna,
avendo uomini e legni in abondanza,
uscì Carlo col resto alla campagna,
e venne al Reno, e lo passò a Costanza;
et arrivò sì presto ne la Magna,
che la fama al venir poco l’avanza;
passò il Danubio, e si trovò in Bavera,
che mosso Tassillone anco non s’era.

92
Tassillon, de Boemi e de Sassoni
esercito aspettando e d’Ungheria,
alle squadre di Francia e legïoni
tempo di prevenirli dato avia.
Carlo fermò ad Augusta i confaloni,
e mandò all’inimico ambasceria
a saper se volesse esperïenza
far di sua forza o pur di sua clemenza.

93
Tassillon, impaurito de la presta
giunta di Carlo, ch’improviso il colse,
con tutto il stato se gli diè in podesta,
e Carlo umanamente lo raccolse;
ma che rendesse alla prima richiesta
il tolto a Namo et a’ consorti, volse;
e che lor d’ogni danno et interesse
ch’avean per questo avuto, sodisfesse;

94
e settecento lance per un anno,
e dieci mila fanti gli pagasse;
la qual gente volea ch’allora a danno
di Desiderio in Lombardia calasse.
Con gli statichi i Franchi se ne vanno;
e prima che ’l passaggio altri vietasse
(ché de’ Boemi prossimi avean dubio),
tornar ne l’altra ripa del Danubio.

95
E verso Praga in tanta fretta andaro,
di nostra fede a quella età nimica
(ben che né ancora a questa nostra ho chiaro
che le sia tutta la contrada amica),
ch’a prima giunta i varchi le occupato,
cacciato e rotto con poca fatica
re Cardoranno, che mezo in fracasso
quivi era accorso a divietar il passo.

96
Gli Franceschi cacciar fa su le porte
di Praga gli Boemi in fuga e in rotta.
Quella città, di fosse e muta forte,
salvò col suo signor la maggior frotta:
le diè Carlo l’assalto; ma la sorte
al suo disegno mal rispose allotta,
ch’a gran colpi di lance il popul fiero
fe’ ritornar la gente de lo Impero.

97
Ché, mentre era difeso et assalito
da un lato il muro, il forte Cardorano
(di cui se si volesse un uom più ardito,
si cercheria forse pel mondo in vano)
fuor d’una porta era d’un altro uscito,
et avea fatto un bel menar di mano;
e dentro, con prigioni e preda molta,
sua gente seco salva avea raccolta.

98
E fe’ che Carlo andò più ritenuto
et ebbe miglior guardia alle sue genti,
avendo lor d’un sito proveduto
da porvi più sicuri alloggiamenti,
dove il fiume di Molta è ricevuto
da l’acque d’Albi all’Oceàn correnti:
la barbara cittade in loco sede,
che quinci un fiume e quindi l’altro vede.

99
Tra le due ripe, alla città distanti
un tirar d’arco, s’erano alloggiati,
sì che s’avean la città messa inanti,
che gli altri fiumi avea dietro e dai lati.
Carlo, perché dai luoghi circonstanti
non abbian vettovaglia gli assediati,
e perché il campo suo stia più sicuro,
tra un fiume e l’altro in lungo tirò un muro;

100
che era di fuor di travi e di testura
di grossi legni, e dentro pien di terra;
e perché non uscisson de le mura
dal canto ove la doppia acqua gli serra,
su le ripe di fuor ebbe gran cura
di por ne le bastie genti da guerra,
che con velette e scolte a nissun’ora
lassassino uomo entrar o venir fuora.

101
Quindi una lega appresso, era una antica
selva di tassi e di fronzuti certi,
che mai sentito colpo d’inimica
secure non avea né d’altri ferri:
quella mai non potesti fare aprica,
né quando n’apri il dì né quando il serri,
né al solstizio, né al tropico, né mai,
Febo, vi penetrar tuoi chiari rai.

102
Né mai Diana, né mai Ninfa alcuna,
né Pane mai, né Satir, né Sileno
si venne a ricrear all’ombra bruna
di questo bosco di spavento pieno;
ma scelerati spirti et importuna
religïon quivi dominio avieno,
dove di sangue uman a Dei non noti
si facean empi sacrifici e voti.

103
Quivi era fama che Medea, fuggendo
dopo tanti inimici al fin Teseo,
che fu, con modo a ricontarlo orrendo,
quasi ucciso per lei dal padre Egeo;
né più per tutto il mondo loco avendo
ove tornar se non odioso e reo,
in quelle allora inabitate parti
venne, e portò le sue malefiche arti.

104
So ch’alcun scrive che la via non prese,
quando fuggì dal suo figliastro audace,
verso Boemia, ma andò nel paese
che tra i Caspi e l’Oronte e Ircania giace,
e che ’l nome di Media da lei scese:
il che a negar non serò pertinace;
ma dirò ben ch’anco in Boemia venne
o dopo o allora, e signoria vi tenne;

105
e fece in mezo a questa selva oscura,
dove il sito le parve esser più ameno,
la stanza sua di così grosse mura
che non verria per molti secol meno;
e per potervi star meglio sicura,
di spirti intorno ogn’arbor avea pieno,
che rispingean con morti e con percosse
chi d’ir nei suoi segreti ardito fosse.

106
E perché, per virtù d’erbe e d’incanti,
de le Fate una et immortal fatt’era,
tanto aspettò, che trionfar di quanti
nimici avea vid’al fin Morte fiera:
indi a grand’agio ripensando a tanti
a’ quai fatt’avea notte inanzi sera,
all’ingiurie sofferte, affanni e lutto,
vid’esser stato Amor cagion di tutto.

107
E fatta omai per lunga età più saggia
(ché van di par l’esperïenze e gli anni),
pensa per lo avvenir come non caggia
più negli error ch’avea passati, e danni;
e vede, quando Amor poter non v’aggia,
ch’in lei né ancor avran poter gli affanni;
e studia e pensa e fa nuovi consigli,
come di quel tiran fugga gli artigli.

108
Ma perché, essendo de la stirpe antica
che già la irata Vener maledisse,
vide che non potea viver pudica,
et era forza che ’l destin seguisse;
pensò come d’amor ogni fatica,
ogni amarezza, ogni dolor fuggisse;
come gaudi e piacer, quanti vi sono,
prender potesse, e quanto v’è di buono.

109
Cagion de la sua pena l’era aviso
che fosse, com’avea visto l’effetto,
il tener l’occhio tuttavia pur fiso,
e l’animo ostinato in uno oggetto;
ma quando avesse l’amor suo diviso
fra molti e molti, arderia manco il petto:
se l’un fosse per trarla in pena e in noia,
cento serian per ritornarla in gioia.

110
Di quel paese poi fatta regina,
che venne a lungo andar pieno e frequente,
perché ammirando ognun l’alta dottrina
le facea omaggio volontariamente;
nuova religïone e disciplina
instituì, da ogn’altra diferente:
che, senza nominar marito o moglie,
tutti empìano sossopra le sue voglie.

111
E de li dieci giorni aveva usanza
di ragunarsi il populo gli sei,
femine e maschi, tutti in una stanza,
confusamente i nobili e i plebei:
in questa dimandavan perdonanza
d’ogni gaudio intermesso agli lor Dei,
ch’era a guisa d’un tempio fabricata
di vari marmi, e di molt’oro ornata.

112
Finita l’orazion, facean due stuoli,
da un lato l’un, da l’altro l’altro sesso;
indi levati i lumi, a corsi e a voli
venian al nefandissimo complesso;
e meschiarsi le madri coi figliuoli,
con le sorelle i frati accadea spesso:
e quella usanza, ch’ebbe inizio allora,
tra gli Boemi par che duri ancora.

113
Deh! perché quando, o figlia del re Oeta,
o d’Atene o di Media tu fuggisti,
deh! perché a far l’Italia nostra lieta
con sì gioconda usanza non venisti?
Ogni mente per te seria quïeta,
senza cordoglio e senza pensier tristi;
e quella gelosia che sì tormenta
gli nostri cor, serìa cacciata e spenta.

114
Oh come, donne, miglior parte avreste
d’un dolce, almo piacer, che non avete!
Dove voi digiunate, e senza feste
fate vigilie in molta fame e sete,
tal satolle e sì fatte prendereste,
che grasse vi vedrei più che non sete.
Ma bene io stolto a porre in voi desire
da farvi, per gir là, da noi fuggire!

115
Visse più d’una età leggiadra e bella,
regina di quei populi, Medea;
ch’ad ogni suo piacer si rinovella,
e da sé caccia ogni vecchiezza rea;
e questo per virtù d’un bagno ch’ella
per incanto nel bosco fatto avea;
al qual, perché nissun altro s’accosti,
avea mille demoni a guardia posti.

116
Questa fata del populo boemme
ebbe per tanti secoli governo,
che ’l tempo si potria segnar con l’emme,
e quasi credea ognun che fosse eterno:
ma poi che a partorir in Bettelemme
Maria venne il figliuol del Re superno;
quivi regnare non poté, o non volse,
e di vista degli uomini si tolse.

117
E ne l’antiqua selva, fra la torma
de li demoni suoi tornò a celarsi,
dove ogni ottavo dì sua bella forma
in bruttissima serpe avea a mutarsi.
Per questa opinïon, vestigio et orma
di piede uman nissun potea trovarsi
inanzi a questo dì di ch’io vi parlo,
che l’aurea fiamma alzò in Boemia Carlo.

118
L’imperador commanda che dal piede
taglin le piante a lor bisogno et uso:
l’esercito non osa, perché crede,
da lunga fama e vano error deluso,
che chi ferro alza incontra il bosco, fiede
sé stesso e more, e ne l’inferno giuso
visibilmente in carne e in ossa è tratto,
o resta cieco o spiritato o attratto.

119
Carlo, fatta cantar una solenne
messa da l’arcivescovo Turpino,
entra nel bosco, et alza una bipenne,
e ne percuote un olmo più vicino:
l’arbor, che tanta forza non sostenne,
ché Carlo un colpo fe’ da paladino,
cadde in duo tronchi, come fu percosso;
e sette palmi era d’intorno grosso!

120
Chi si ricorda il dì di san Giovanni,
che sotto Ercole o Borso era sì allegro?
che poi veduto non abbian molt’anni,
come né ancora altro piacere integro,
di poi che cominciar gli assidui affanni
dei quali è in tutta Italia ogni core egro:
parlo del dì che si facea contesa
di saettar dinanzi alla sua chiesa.

121
Quel dì inanzi alla chiesa del Battista
si ponean tutti i sagittari in schiera;
né colpo uscia fin ch’al bersaglio vista
la saetta del principe non era;
poi con la nobiltà la plebe mista
l’aria di frecce a gara facea nera:
così ferito ch’ebbe il bosco Carlo,
fu presto tutto il campo a seguitarlo.

122
Sotto il continuo suon di mille accette
trema la terra, e par che ’l ciel ribombi;
or quella pianta or questa in terra mette
il capo, e rompe all’altre braccia e lombi.
Fuggon da’ nidi lor guffi e civette,
che vi son più che tortore o colombi;
e, con le code fra le gambe, i lupi
lascian l’antiche insidie e i lochi cupi.

123
Per la molta bontà ch’era in effetto
e vera in Carlo, non mendace e finta,
fu sì la forza al diavol maledetto
da l’aiuto di Dio quivi rispinta,
ch’a lui non nocque, né, per suo rispetto,
a chi s’avea per lui la spada cinta:
sì che mal grado de l’Inferno tutto
alli demoni il nido era distrutto.

124
Un fremito, qual suol da l’irate onde
del tempestoso mar venir a’ lidi,
cotal si udì fra le turbate fronde,
meschio di pianti e spaventosi gridi;
indi un vento per l’aria si difonde
che ben appar che Belzebù lo guidi:
ma né per questo avvien ch’al saldo e fermo
valor di Carlo abbia la selva schermo.

125
Cade l’eccelso pin, cade il funebre
cipresso, cade il venenoso tasso,
cade l’olmo atto a riparar che l’ebre
viti non giaccian sempre a capo basso;
cadono, e fan cadendo le latebre
cedere agli occhi et alle gambe il passo:
piangon sopra le mura i pagan stolti,
vedendo alli lor dèi gli seggi tolti.

126
Alcun dentro ne gode, ché n’aspetta
di veder sopra a Carlo e tutti i Franchi
scender dal ciel così dura vendetta
ch’a sepelirli il populo si stanchi.
Com’è troncato un arbore, si getta
nel fiume ch’alla selva bagna i fianchi;
e quello, ubidïente, ai corni sopra
lo porta al loco ov’è poi messo in opra.

127
In questo tempo avea l’iniquo Gano,
per dar a Carlo in ogni parte briga,
composto il re d’Arabia e il Soriano
col Calife d’Egitto in una liga;
e dopo il colpo, per celar la mano,
in guisa d’uom che conscïenza instiga,
per voto a cui già s’obligasse inanti,
era andato al Sepolcro, ai Luoghi santi.

128
Quivi da Sansonetto ricevuto,
che da Carlo in governo avea la terra,
era stato alcun giorno, e poi venuto
verso Costantinopoli per terra;
dove certa notizia avendo avuto
di Carlo che in Boemia facea guerra,
s’era voltato, per la dritta via
di Servia e di Belgrado, in Ungheria.

129
Ritrovò, essendo già Filippo morto,
aver il regno un figlio d’Otacchiero,
che come l’avol dritto, così ei torto
ebbe l’animo sempre da lo Impero.
Gano gli venne in tempo a dar conforto,
ch’era pel re di Francia in gran pensiero,
del qual nimico discoperto s’era
per la causa del duca di Baviera:

130
e molto si dolea di Tassillone
ch’avesse senza lui fatta la pace,
di che il Boemme e l’Ungaro e il Sassone
restava in preda alla francesca face.
Avea d’aiutar Praga intenzione,
ma de lo assunto si vedea incapace:
impossibil gli par che in così breve
tempo far possa quel ch’in ciò far deve.

131
Ma se lo assedio si potea produrre,
se potea andar in lungo ancora un mese,
tanta gente era certo di condurre,
oltre il soccorso che daria il paese,
che i gigli d’or ne le bandiere azzurre
quivi restar faria con l’altro arnese:
ma s’ora andasse, non farebbe effetto
se non d’attizzar Carlo a più dispetto.

132
Gano promesse che farebbe ogn’opra
che Praga ancor un mese si terrebbe;
e poi che molto han ragionato sopra
quanto far ciascun d’essi in questo debbe,
parte Gano da Buda, e tra via adopra
lo ’ngegno che molt’atto a tradire ebbe:
va da Strigonia in Austria, indi si tiene
a destra mano et in Boemia viene.

133
Il peregrino di Gerusalemme,
con quanti avea condotti a’ suoi servigi,
umilmente, senza oro e senza gemme
ma di panni vestiti grossi e bigi,
nel campo tolto al popolo boemme
baciò la mano al buon re di Parigi,
ch’avendolo raccolto ne le braccia,
di qua e di là gli ribaciò la faccia.

134
Era inclinato di natura molto
a Gano Carlo, e ne facea gran stima,
e poche cose fatte avria, che tolto
il suo consiglio non avesse prima;
com’ogni signor quasi in questo è stolto,
che lascia il buono et il piggior sublima;
né, se non fuor del stato, o dato in preda
degli inimici, par che ’l suo error veda.

135
Per non saper dal finto il vero amico
scernere, in tal error misero incorre.
Di questo vi potrei, ch’ora vi dico,
più d’un esempio inanzi agli occhi porre;
e senza ritornar al tempo antico,
n’avrei più d’uno a nostra età da tòrre:
ma se più verso a questo Canto giungo,
temo vi offenda il suo troppo esser lungo.

CANTO TERZO

1
D’ogni desir che tolga nostra mente
dal dritto corso et a traverso mande,
non credo che si trovi il più possente
né il più commun di quel de l’esser grande:
brama ognun d’esser primo, e molta gente
aver dietro e da lato, a cui commande;
né mai gli par che tanto gli altri avanzi,
che non disegni ancor salir più inanzi.

2
Se questa voglia in buona mente cade
(ch’in buona mente ha forza anco il desire),
l’uom studia che virtù gli apra le strade,
che sia guida e compagna al suo salire:
ma se cade in ria mente (ché son rade
che dir buone possiam senza mentire),
indi aspettar calunnie, insidie e morte,
et ogni mal si può di piggior sorte.

3
Gano, non gli bastando che maggiore
non avea alcuno in corte, eccetto Carlo,
era tanto insolente, che minore
lui vorria ancora, e avea disio di farlo;
et or che sopranatural favore
si sentia da colei che potea darlo,
oltra il desir avea speme e disegno
fra pochi giorni d’occupargli il regno.

4
E pur che fosse il suo desir successo,
non saria dal fellon, senza rispetto
che tra gli primi suoi baroni messo
Carlo l’avea di luogo infimo e abietto,
stato ferro né tòsco pretermesso,
né scelerato alcun fatto né detto;
e mille al giorno, non che un tradimento,
ordito avria per conseguir suo intento.

5
Carlo tutto il successo de la guerra
narrò senza sospetto al Maganzese,
e gli mostrò ch’avria in poter la terra
prima ch’a mezo ancor fosse quel mese.
Questo nel petto il traditor non serra,
ma tosto a Cardoran lo fa palese;
e per un suo gli manda a dar consiglio
come possa schifar tanto periglio.

6
Da quella volpe il re boeme instrutto,
mandò un araldo in campo l’altro giorno,
che così disse a Carlo, essendo tutto
corso ad udir il populo d’intorno:
— Il mio signor, da la tua fama indutto,
o imperador d’ogni virtute adorno,
per crudeltà non pensa né avarizia
ch’abbi raccolto qui tanta milizia;

7
né che tu metta il fin di tua vittoria
in averli la vita o il stato tolto,
ma solo in aver vinto; ché tal gloria
più che sua morte o che ’l suo aver val molto
acciò che il nome tuo ne la memoria
del mondo viva e mai non sia sepolto:
ché contra ogni ragion saresti degno,
come tu sei, se fessi altro disegno.

8
Ma tu non guardi fosse che l’effetto
tutto contrario appar a quel che brami:
tu brami d’esser glorïoso detto,
e con l’effetto tuttavia t’infami.
Che tu sia entrato nel nostro distretto
con cento mille armati, gloria chiami;
ma quanto ella sia grande estimar déi,
che noi siamo a fatica un contra sei.

9
Milziade e Temistocle converse
a parlar in suo onor tutte le genti,
perché con pochi armati, questi Xerse,
quel vinse Dario, in terra e in mar possenti.
Vincer pochi con molti, mai tenerse
non sentisti fra l’opere eccellenti.
S’in te è valor, pon giù il vantaggio, e poi
vien alla prova, e vincine, se puoi.

10
Da sol a sol la pugna t’offerisce,
da dieci a dieci, o voi da cento a cento,
il mio signor; e accresce e minuisce,
secondo che accettar tu sei contento:
con patto che, se Dio lui favorisce,
sì che tu resti vinto o preso o spento,
che tu gli abbi a rifar e danni e spese,
e tornar col tuo campo in tuo paese;

11
né chi la Francia e chi l’Imperio regge
fino a cento anni lo guerreggi mai:
ma se tu vinci lui, torrà ogni legge
ch’imporre a senno tuo tu gli vorrai.
Il buon pastor pon l’anima pel gregge:
essendo tu quel re di che fama hai,
la tua persona o di pochi altri arrisca,
acciò così gran popul non perisca. —

12
Così disse lo araldo, né risposta
lo imperador gli diede allora alcuna;
ma da la moltitudine si scosta
e i consiglieri suoi seco raguna,
ché lor sentenzie sopra la proposta
de l’araldo udir vuol ad una ad una.
Il primo fu Turpin che consigliasse
che l’invito del Barbaro accettasse,

13
non già da sol a sol, ma in compagnia
di quattro o sei de’ suoi guerrier più forti;
dei quali egli esser uno si offeria.
Così Namo et Uggier par che conforti;
e che fra dieci dì la pugna sia,
o quanto può che ’l termine più scorti:
perché, successo che lor sia ben questo,
possano volger poi l’animo al resto.

14
Era in quei cavallier tanta arroganza
pei fortunati antichi lor successi,
che tutti in quella impresa, con baldanza
di restar vincitor, si sarian messi.
Poi disse il suo parer quel di Maganza,
che la pugna accettar pur si dovessi;
ma non però venir a farla inante
che Rinaldo ci fosse o quel d’Anglante;

15
che ci fosse Olivier con ambi i figli,
Ruggier et alcun altro dei famosi:
ché quando senza questi ella si pigli,
fòran di Carlo i casi perigliosi.
— Tenete voi sì privi di consigli
gli inimici, — dicea — che fosser osi
di domandar a par a par battaglia,
se non han gente ch’al contrasto vaglia?

16
Se non ci intervenisse la corona
di Francia, non avrei tanti riguardi;
benché, né senza ancor, di scelta buona
si de’ mancar in tòrre i più gagliardi:
ma dovendo venirci il re in persona,
come a bastanza potremo esser tardi
a darli, con consiglio ben maturo,
compagnia con la qual sia più sicuro?

17
Io non vi contradico che valenti
cavallier qui non sian come coloro
che nominati v’ho per eccellenti;
ma non sappiàn così le prove loro.
Questo luogo non è da esperimenti
di chi sia, al paragon, di rame o d’oro:
vogliàn di quei che cento volte esperti,
de la virtute lor n’han fatti certi. —

18
E seguitò mostrando, con ragioni
di più efficacia ch’io non so ridire,
che non doveano senza i dui campioni,
lumi di Francia, a tal pruova venire;
e la sua vinse l’altre opinïoni,
che la pugna si avesse a diferire
fin che venisse a così gran bisogna
l’uno d’Italia e l’altro di Guascogna.

19
Queste parole et altre dicea Gano
per carità non già del suo signore;
ma di vietar che non gli andasse in mano
quella città studiava il traditore,
e tanto prolungar, che Cardorano
l’aiuto avesse che attendea di fuore:
in somma, il suo parer parve perfetto,
e fu per lo miglior di tutto eletto.

20
Che dieci guerrier fossero, si prese
conclusion, pur come Gano volse;
e da’ dieci di maggio al fin del mese
di giugno un lungo termine si tolse.
In questo mezo si levar le offese,
e quello assedio tanto si disciolse,
che Praga potea aver di molte cose
che fossino alla vita bisognose.

21
Nuove intanto venian de l’apparecchio
che l’Ungaro facea d’armata grossa;
ma sempre Gano a Carlo era all’orecchio,
che dicea: — Non temer che faccia mossa. —
Io lessi già in un libro molto vecchio,
né l’auttor par che sovvenir mi possa,
ch’Alcina a Gano un’erba al partir diede,
che chi ne mangia fa ch’ognun gli crede.

22
Quella mostrò nel monte Sina Dio
a Moise suo, sì che con essa poi
il popul duro fece umile e pio,
e ubidiente alli precetti suoi.
Poi la mostrò il demonio a Macon rio,
a perdizion degli Afri e degli Eoi:
la tenea in bocca predicando, e valse
ritrar chi udiva alle sue leggi false.

23
Gano, avendo già in ordine l’orsoio,
di sì gran tela apparecchiò la trama;
e quel demon che d’uno in altro coio
si sa mutar, a sé da l’anel chiama.
— Vertunno, — disse — di disir mi moio
di fornir quel che da me Alcina brama;
e pensando la via, veggio esser forza
che d’alcun ch’io dirò tu pigli scorza. —

24
E le parole seguitò, mostrando
che tramutar s’avea prima in Terigi:
Terigi che scudiero era d’Orlando,
venuto da fanciul ai suo’ servigi;
e dopo in altre facce, e seminando
dovea gir sempre scandali e litigi.
Presa che di Terigi ebbe la forma,
di quanto avesse a far tolse la norma.

25
Di sua mano le lettere si scrisse
credenzïal, come dettolli Gano;
che, con stupor vedendole, poi disse
Orlando, e Carlo, ch’eran di sua mano.
Postole il sigil sopra, dipartisse
Vertunno, e col signor di Mont’Albano,
ch’era a campo a Morlante, ritrovosse
prima che giunto al fin quel giorno fosse.

26
Presso a Morlante avea Rinaldo, e sotto
il vicin monte, avuto aspra battaglia;
et in essa lo esercito avea rotto
de li nimici, e morto e messo a taglia.
Unuldo ne la terra era ridotto,
e Rinaldo gli avea fatto serraglia,
pien di speranza, in uno assalto o dui,
d’aver in suo poter la terra e lui.

27
Veduto il viso et il parlar udito,
che di Terigi avean chiara sembianza,
Rinaldo fa carezze in infinito
al messaggier del conte di Maganza:
che sia d’Orlando, e quello avea sentito
per fama, gli dimanda con instanza;
come abbia a piè de l’Alpi, et indi appresso
Vercelli, in fuga il Longobardo messo.

28
Come presente alle battaglie stato
fosse il demonio, gli facea risposta;
e la lettera intanto, che portato
di credenza gli avea, gli ebbe in man posta.
Quel l’apre e legge; e lui per man pigliato,
da chi lo possa udir seco discosta.
Vertunno, prima ch’altro incominciasse,
di petto un’altra lettera si trasse.

29
Poi disse: — Il cugin vostro mi commise
ch’io vi facessi legger questa appresso. —
Rinaldo mira le note precise,
che gli paion di man di Carlo istesso;
il qual Orlando di Boemia avise
d’esser pentito senza fin, che messo
così potente esercito abbia in mano
de l’audace signor di Mont’Albano:

30
però che, vinto Unuldo (come crede
che vincer debbia) e toltoli Guascogna,
egli d’Unuldo esser vorrà l’erede,
ché crescer stato a Mont’Alban agogna;
e la sospizïon c’ha de la fede
di Rinaldo corrotta, non si sogna:
in somma, par che sia disposto Carlo,
per forza o per amor, quindi levarlo.

31
Ma che prima tentar vuol per amore:
finger ch’al maggior uopo lo dimande
per un dei dieci il cui certo valore
abbatta a Cardoran l’orgoglio grande;
e vuol per questo che dia un successore
all’esercito c’ha da quelle bande;
e che disegna mai più non gli porre
governo in man, se gli può questo tòrre.

32
Vuol ch’Orlando gli scriva ch’esso ancora
serà in questa battaglia un degli eletti,
e gl’insti che, rimossa ogni dimora,
veduto il successor venire, affretti.
Rinaldo, mentre legge, s’incolora
per ira in viso, e par che fuoco getti;
morde le labbia, or l’uno or l’altro; or geme,
e più che ’l mar quand’ha tempesta freme.

33
Letta la carta, il spirto gli soggiunge,
pur da parte d’Orlando: — Abbiate cura,
che se alla discoperta un dì vi giunge,
vi farà Carlo peggio che paura;
però che tuttavia Gano lo punge
che la corte di voi faccia sicura:
la qual, sì come dice egli, ogni volta
che voglia ve ne vien, sossopra è volta.

34
Al cugin vostro acerbamente duole
che ’l re tenga con voi questa maniera,
che cerchi, a instanza di chi mal vi vuole,
far parer vostra fé men che sincera;
e che più creda alle false parole
d’un traditor, ch’a tanta prova vera
che si vede di voi: ma dagli ingrati
son le più volte questi modi usati.

35
Ché, quando l’avarizia gli ritiene
di render premio a chi di premio è degno,
studian far venir causa, e se non viene,
la fingon, per la quale abbiano sdegno;
e di esilio, di morte o d’altre pene,
in luogo di mercé, fanno disegno;
per far parer ch’un vostro error seguito
quel ben che far voleano abbia impedito.

36
Orlando, perché v’ama, e perché aspetta
il medesmo di sé fra pochi giorni,
che ’l re in prigion, Gano instigando, il metta
o gli dia bando o gli faccia altri scorni
(ché, come contra voi, così lo alletta
contra esso ancor), senza far più soggiorni
per me vi esorta a prender quel partito
ch’egli ha di tòr di sé già statüito:

37
che di quel mal che senza causa teme
facciate morir Carlo, come merta.
Prendete accordo con Unuldo, e insieme
con lui venite a fargli guerra aperta:
vegga se Gano, e se ’l suo iniquo seme,
contra il valor e la possanza certa
di Chiaramonte, e l’una e l’altra lancia
tanto onorata, può difender Francia. —

38
E seguitò dicendoli che Orlando
prima favor occulto gli darebbe;
poscia in aiuto alla scoperta, quando
fosse il tempo, in persona li verrebbe.
Rinaldo avea grand’ira, et attizzando
il fraudolente spirto, sì l’accrebbe,
ch’allora allora pensò armar le schiere
e levar contra Carlo le bandiere;

39
poi diferì fin che arrivasse il messo
ch’alla pugna boemica il chiamasse,
e che sentisse commandarsi appresso
ch’in guardia altrui l’esercito lasciasse.
Quel che Gano gli avea quivi commesso,
Vertunno a fin con diligenzia trasse:
poi, con lettere nuove e nuovo aspetto,
venne a Marsiglia e fece un altro effetto.

40
D’Arriguccio s’avea presa la faccia,
ch’era di Carlo un cavallaro antico:
egli scrive le lettere, egli spaccia
se stesso e chiude egli in la bolgia il plico:
l’insegna al petto e il corno al fianco allaccia,
e fu a Marsiglia in men ch’io non lo dico;
e le dettate lettere da Gano
pose a Ruggiero et alla moglie in mano.

41
Alla sorella di Ruggier, Marfisa,
mostrò che Carlo lo mandasse ancora,
come a tutti tre insieme, e poi divisa-
mente a ciascun da Carlo scritto fòra.
Sotto il nome del re Gano gli avisa
che navighi Ruggier senza dimora
ver’ le colonne che Tirinzio fisse,
e sorga sopra la città d’Ulisse;

42
e Marfisa con gli altri da cavallo
si vada con Rinaldo a porre in schiera;
ché vinto Unuldo, come senza fallo
vederlo vinto in pochi giorni spera,
vuol ch’assalti Galizia e Portogallo;
né l’impresa esser può se non leggiera:
ché gli dà aiuto, passo e vettovaglia
Alfonso d’Aragon, re di Biscaglia.

43
Appresso scrive all’animosa figlia
del duca Amon che stia sicuramente:
che né da terra né da mar Marsiglia
ha da temer di peregrina gente.
Se false o vere son non si consiglia,
né si pensa alle lettere altrimente:
Ruggier va in Spagna, Marfisa a Morlante,
resta a guardar Marsiglia Bradamante.

44
L’imperadore, intanto, che le frode
non sa di Gano, e solo in esso ha fede,
di tutti gli altri amici il parere ode,
ma solamente a quel di Gano crede;
né cavallier, se non che Gano lode,
a far quella battaglia non richiede:
con lui consiglia chi si debba porre
nei luoghi onde gli due s’aveano a tòrre.

45
Quando Gano ha risposto, ogn’altro chiude
la bocca, né si replica parola.
In luogo di Rinaldo egli conclude
che mandi Namo; e l’intenzion è sola
perché Rinaldo, a cui le voglie crude
l’ira facea, lo impichi per la gola;
ché pensarà che sol lo mandi Carlo
per levarli l’esercito e pigliarlo.

46
Consiglia che si lassi Baldovino
a governar in Lombardia le squadre;
il qual fratel d’Orlando era uterino,
nato, com’ho già detto, d’una madre;
cortese cavalliero e paladino,
e degno a cui non fosse Gano padre,
per consiglio del qual Carlo lo elesse
ch’all’imperio fraterno succedesse.

47
Gli dieci eletti alla battaglia fòro
Carlo, Orlando, Rinaldo, Uggier, Dudone,
Aquilante, Grifone, il padre loro,
e con Turpino il genero d’Amone.
Fatta la elezïone di costoro,
si spacciaro in diversa regïone
prima gli avisi, e poi quei che ordinati
in luogo fur dei capitan chiamati.

48
Namo fu il primo, il qual, correndo in posta,
insieme con l’aviso era venuto.
Già Rinaldo sua causa avea proposta,
e dimandato alla sua gente aiuto;
che tanto in suo favor s’era disposta,
che, dai maggiori al populo minuto,
tutti affatto volean prima morire
che Rinaldo lasciar così tradire.

49
Tra Rinaldo et Unuldo già fatt’era
accordo et amicizia, ma coperta.
Allo arrivar del duca di Baviera
Rinaldo, che la fraude avea per certa,
di sdegno arse e di còlera sì fiera,
che tre volte la man pose a Fusberta,
con voglia di chiavargliela nel petto;
pur (non so già perché) gli ebbe rispetto.

50
Ma spesso nominandol traditore,
e Carlo ingrato, e minacciandol molto
che lo faria impiccar in disonore
di Carlo, lo raccolse con mal volto.
Namo, a cui poco noto era l’errore
in che Vertunno avea Rinaldo involto,
mirando ove da l’impeto era tratto,
stava maraviglioso e stupefatto:

51
ma magnanimamente gli rispose
che, traditor nomandolo, mentia.
Rinaldo, se non ch’uno s’interpose,
alzò la mano e percosso lo avria:
prender lo fece, et in prigion lo pose;
e tolto ch’ebbe Unuldo in compagnia,
le ville, le cittadi e le castella
dal re per forza e per amor rubella.

52
E dovunque ritrovi resistenza
o dà il guasto o saccheggia o mette a taglia:
gli dà tutta Guascogna ubidïenza,
e poche terre aspettan la battaglia.
Gan da Pontier, che n’ebbe intelligenza,
ché del tutto Vertunno lo raguaglia,
con lieto cor, ma con dolente viso,
fu il primo che ne diede a Carlo aviso.

53
Gano gli diè l’aviso, e poi che ’l varco,
come bramato avea, vide patente
di potersi cacciar a dire incarco
et ignominia del nimico absente,
sciolse la crudel lingua, e non fu parco
a mandar fuor ciò che gli venne in mente:
dei falli di Rinaldo, poi che nacque,
che fece o puoté far, nessuno tacque.

54
Come si arruota e non ritruova loco
né in ciel né in terra un’agitata polve,
come nel vase acqua che bolle al foco,
di qua di là, di su di giù si volve:
così il pensier gira di Carlo, e poco
in questa parte o in quella si risolve.
Provisïon già fatta nulla giova;
tutta lasciar conviensi, e rifar nuova.

55
Se padre, a cui sempre giocondo e bello
fu di mostrarsi al suo figliuol benigno,
se lo vedesse incontra alzar coltello,
fatto senza cagione empio e maligno;
più maraviglia non avria di quello
ch’ebbe Carlo, vedendo in corvo il cigno
Rinaldo esser mutato, e contra Francia
volta senza cagion la buona lancia.

56
Quel ch’averria a un nocchier che si trovasse
lontano in mar, e fremer l’onde intorno,
tornar di sopra, e andar le nubi basse
vedesse negre et oscurarsi il giorno;
che mentre a divietar s’apparecchiasse
di non aver da la fortuna scorno,
il governo perdesse, o simil cosa
alla salute sua più bisognosa;

57
quel ch’averrebbe a una cittade astretta
da nimici crudel, privi di fede,
che d’alcun fresco oltraggio far vendetta
abbian giurato e non aver mercede;
che, mentre la battaglia ultima aspetta
e all’ultima difesa si provede,
vegga la munizione arsa e distrutta,
in ch’avea posto sua speranza tutta;

58
quel ch’averria a ciascun che già credesse
d’aver condotto un suo desir a segno,
dove col tempo la fatica avesse,
l’aver, posto, gli amici, ogni suo ingegno;
e cosa nascer sùbito vedesse
pensata meno, e romperli il disegno:
quel duol, quell’ira, quel dispetto grave
a Carlo vien, come l’aviso n’have.

59
Or torna a Carlo il conte di Pontiero,
e gli dà un altro aviso di Marsiglia,
ch’indi sciolta l’armata avea Ruggiero
per uscir fuor del stretto di Siviglia,
né ad alcun avea detto il suo pensiero;
e certo, poi che questa strada piglia,
gli è manifesto che, voltando intorno,
si troverà sorto in Guascogna un giorno.

60
E de la coniettura sua non erra:
perché Marfisa ad un medesmo punto
se n’era coi cavalli ita per terra,
et a Rinaldo avea potere aggiunto.
Or, se Carlo temea di questa guerra,
ché Rinaldo lo fa restar consunto;
quanto ha più da temer, se questi dui
di tal valor, si son messi con lui?

61
Gano con molta instanza lo conforta
che di Rinaldo tolga la sorella,
prima che di Provenza et Acquamorta
seco gli faccia ogni città rubella,
et al fratello apra quest’altra porta
d’entrar in Francia sin ne le budella;
ché ben deve pensar ch’ella il partito
piglierà del fratello e del marito.

62
E che mandasse sùbito a Ricardo,
ch’avea l’armata in punto, anco gli disse,
acciò che dal Fiamingo e dal Picardo
ne l’Atlantico mar ratto venisse;
et il rubello e truffator stendardo
di Ruggier inimico perseguisse,
che con tutte le navi s’avea, senza
sua commission, levato di Provenza;

63
e che sùbito a Orlando paladino
con diligenza vada una staffetta
ad avisarlo, come avea il cugino
del perfido Aquitan preso la setta;
e ch’egli dia la gente a Balduino,
ripassi l’Alpi, e a Francia corra in fretta,
e con lui meni tutta quella schiera
che dianzi gli ha mandata di Baviera;

64
e che tra via faccia cavalli e fanti,
quanti più può, da tutte le contrade;
non quelli sol che gli verranno inanti,
ma che constringa a darne ogni cittade,
altre mille, altre il doppio, altre non tanti,
come più e men avran la facultade:
e ch’egli dare il terzo gli volea
di questi che in Boemia seco avea.

65
Carlo pensava chi d’Orlando in vece,
e chi degli altri dui poner dovea
nella battaglia, che da diece a diece
dianzi promessa a Cardorano avea.
Come quel mulatiero, in somma, fece,
ch’avea il coltel perduto e non volea
che si stringesse il fodro vòto e secco,
e ’n luogo del coltel rimesse un stecco:

66
così, in luogo d’Orlando e di Ruggiero
e di Rinaldo, fu da Carlo eletto
Ottone, Avolio e il frate Berlingiero:
ch’Avino infermo era già un mese in letto.
Gli dà consiglio il conte di Pontiero
che di Giudea si chiami Sansonetto,
per valer meglio, quando a tempo giugna,
che i tre figli di Namo in questa pugna.

67
A danno lo dicea, non a profitto
di Carlo, il traditor; perché all’offesa
che di far in procinto ha il re d’Egitto,
non sia in Ierusalem tanta difesa.
A Sansonetto fu sùbito scritto,
e dal corrier la via per Tracia presa,
il qual, mutando bestie, sì le punse,
ch’in pochi giorni a Palestina giunse.

68
Di tòr Marsiglia si proferse Gano,
senza che spada stringa o abbassi lancia:
vuol sol da Carlo una patente in mano
da poter commandar per tutta Francia.
Nulla propone il fraudolente in vano:
se giova o nuoce, Carlo non bilancia;
né véntila altrimenti alcun suo detto,
ma sùbito lo vuol porre ad effetto.

69
Di quanto avea ordinato il Maganzese
andò l’aviso all’Ungaro e al Boemme,
ne le Marche, in Sansogna si distese,
in Frisa, in Dazia, all’ultime maremme.
Gano de’ suoi parenti seco prese,
seco tornati di Ierusalemme;
e quindi se n’andò per tòr la figlia
del duca Amon, con frode, di Marsiglia.

70
Di Baviera in Suevia, et indi, senza
indugio, per Borgogna e Uvernia sprona;
e molto declinando da Provenza,
sparge il rumor d’andar verso Baiona:
finge in un tratto di mutar sentenza,
e con molti pedoni entra in Narbona,
che per Francia in gran fretta e per la Magna
raccolti e tratti avea seco in campagna.

71
Giunge in Narbona all’oscurar del giorno,
e, giunto, fa serrar tutte le porte,
e pon le guardie ai ponti e ai passi intorno,
che novella di sé fuor non si porte.
D’un corsar genoese (Oria od Adorno
fosse, non so) quivi trovò a gran sorte
quattro galee, con che predando gia
il mar di Spagna e quel di Barberia.

72
Gano, dato a ciascun debiti premi,
sopra i navigli i suoi pedoni parte;
e, come biancheggiar vide gli estremi
termini d’oriente, indi si parte,
e va quanto più può con vele e remi:
ma tien l’astuto all’arrivar quest’arte,
che non si scuopre a vista di Marsiglia
prima che ’l sol non scenda oltra Siviglia.

73
La figliuola d’Amon, che non sa ancora
che Rinaldo rubel sia de l’Impero,
veduto il giglio che sì Francia onora,
la croce bianca e l’uccel bianco e il nero,
e poi Vertunno in su la prima prora,
ch’avea l’insegna e il viso di Ruggiero,
senza timor, senz’armi corse al lito,
credendosi ire in braccio al suo marito;

74
il qual sia, per alcun nuovo accidente,
tornato a lei con parte de l’armata:
non dal marito, ma dal fraudolente
Gano si ritrovò ch’era abbracciata.
Come chi còrre il fior volea, e il serpente
truova che ’l punge; così disarmata,
e senza poter farli altra difesa,
dagli nimici suoi si trovò presa.

75
Si trovò presa ella e la rocca insieme,
ché non vi poté far difesa alcuna.
Il popul, che ciò sente e peggio teme,
chi qua chi là con l’armi si raguna;
il rumor s’ode, come il mar che freme
vòlto in furor da sùbita fortuna:
ma poi Gano parlandogli, e di Carlo
mostrando commission, fece acchetarlo.

76
Disegna il traditor che di vita esca
la sua inimica, innanzi ch’altri il viete;
poi muta voglia, non che gli n’incresca
né del sangue di lei non abbia sete;
ma spera poter meglio con tal ésca
Rinaldo e Ruggier trarre alla sua rete:
e tolti alcuni seco, con speranza
di me’ guardarla, andò verso Maganza.

77
Dui scudier de la donna, ch’a tal guisa
trar la vedean, montar sùbito in sella;
e l’uno andò a Rinaldo et a Marfisa
verso Guascogna a darne la novella;
l’altro Orlando trovar prima s’avisa,
che ’l campo non lontano avea da quella,
da quella strada, per la qual captiva
la sfortunata giovane veniva.

78
Orlando avendo in commissione avuto
di dar altrui l’impresa de’ Lombardi
et a’ Franceschi accorrere in aiuto
contra Rinaldo e gli fratei gagliardi,
era già in ripa al Rodano venuto,
e fermati a Valenza avea i stendardi;
dove da Carlo esercito aspettava,
altro n’avea et altro n’assoldava.

79
Venne il scudiero, e gli narrò la froda
ch’alla donna avea fatto il Conte iniquo,
e ch’in Maganza lungi da la proda
del fiume la traea per calle obliquo;
poi gli soggiunse: — Non patir che goda
d’aver quest’onta il tuo avversario antiquo
fatta al tuo sangue. Se ciò non ti preme,
come potranno in te gli altri aver speme? —

80
Di sdegno Orlando, ancor che giusto e pio,
fu per scoppiar, perché volea celarlo,
come di Gano il nuovo oltraggio udio;
e benché fa pensier di seguitarlo,
pur se ne scusa e mostrasi restio,
ché far non vuol sì grave ingiuria a Carlo,
per commission del qual sa ch’avea Gano
posto in Marsiglia e ne la donna mano.

81
Così risponde, e tuttavia dirizza
a far di ciò il contrario ogni disegno;
ché l’onta sì de la cugina attizza,
sì accresce il foco de l’antiquo sdegno,
che non truova per l’ira e per la stizza
loco che ’l tenga, e non può stare al segno:
a pena aspettar può che notte sia,
per pigliar dietro al traditor la via.

82
Né Brigliador né Vaglientino prese,
perché troppo ambi conosciuti furo;
ma di pel bigio un gran corsier ascese,
ch’avea il capo e le gambe e il crine oscuro:
lassò il quartiero e l’altro usato arnese,
e tutto si vestì d’un color puro:
partì la notte, e non fu chi sentisse,
se non Terigi sol, che si partisse.

83
Gano per l’acque Sestie, indi pel monte
alla man destra avea preso il camino;
passò Druenza et Issara, ove il fonte
a men di quattro miglia era vicino:
ché nel paese entrar volea del conte
Macario di Losana, suo cugino;
e per terre di Svizzeri andar poi,
e per Lorena, a’ Maganzesi suoi.

84
Orlando venne accelerando il passo,
ch’ogni via sapea quivi o breve o lunga;
e come cacciator ch’attenda al passo
ch’a ferire il cingial nel spiedo giunga,
si mise fra dui monti dietro un sasso;
né molto Gano il suo venir prolunga,
che dinanzi e di dietro e d’ambi i lati
cinta la donna avea d’uomini armati.

85
Lassò di molta turba andare inante
Orlando, prima che mutasse loco;
ma come vide giunger Bradamante,
parve bombarda a cui sia dato il foco:
con sì fiero e terribile sembiante
l’assalto cominciò, per durar poco:
la prima lancia a Gano il petto afferra,
e ferito aspramente il mette a terra.

86
Passò lo scudo, la corazza e il petto;
e se l’asta allo scontro era più forte,
gli seria dietro apparso il ferro netto,
né data fòra mai più degna morte.
Pur giacer gli conviene a suo dispetto,
né quindi si può tòr, ch’altri nol porte:
Orlando il lassa in terra e più nol mira,
volta il cavallo e Durindana aggira.

87
Le braccia ad altri, ad altri il capo taglia;
chi fin a’ denti e chi più basso fende;
chi ne la gola e chi ne la inguinaglia,
chi forato nel petto in terra stende.
Non molto in lungo va quella battaglia,
ché tutta l’altra turba a fuggir prende:
gli caccia quasi Orlando meza lega,
indi ritorna e la cugina slega.

88
La quale, eccetto l’elmo, il scudo e il brando,
tutto il resto de l’armi ritenea:
ché Gano, per alzar sua gloria, quando
non più ch’una donzella presa avea,
pensò, avendola armata, ir dimostrando
che ’l medesimo onor se gli dovea
ch’ad Ercole e Teseo gli antiqui dènno
di quel ch’a Termodonte in Scizia fenno.

89
Orlando, che non volse conosciuto
esser d’alcun, indi accusato a Carlo;
e per ciò con un scudo era venuto
d’un sol color, che fece in fretta farlo;
andò là dove Gano era caduto,
e prima l’elmo, senza salutarlo,
e dopo il scudo, la spada gli trasse,
e volse che la donna se n’armasse.

90
Poi se n’andò fin che a Mattafellone,
il buon destrier di Gan, prese la briglia,
e ritornando fece ne l’arcione
salir d’Amon la liberata figlia;
né, per non dar di sé cognizione,
levò mai la visiera da le ciglia:
poi, senza dir parola, il freno volse,
e di lor vista in gran fretta si tolse.

91
Bradamante lo prega che ’l suo nome
le voglia dire, et ottener nol puote:
Orlando in fretta il destrier sprona, e come
corrier che vada a gara, lo percuote.
Va Bradamante a Gano, e per le chiome
gli leva il capo, e due e tre volte il scuote;
et alza il brando nudo ad ogni crollo,
con voglia di spiccar dal busto il collo.

92
Ma poi si avvide che, lasciandol vivo,
potria Marsiglia aver per questo mezo,
e gli faria bramar, d’ogn’agio privo,
che di sé fosse già polvere e lezo.
Come ladro il legò, non che cattivo,
e col capo scoperto al sole e al rezo,
per lunga strada or dietro sel condusse,
or cacciò innanzi a gran colpi di busse.

93
Quella sera medesima veduto
le venne quel scudier del quale io dissi
ch’andò a Valenza a dimandare aiuto,
né parve a lui che Orlando lo esaudissi;
indi era dietro all’orme egli venuto
di Gano, per veder ciò che seguissi
de la sua donna, e per poter di quella
ai fratelli portar poi la novella.

94
A costui diede la capezza in mano,
che pel collo, pei fianchi e per le braccia,
sopra un debol roncin l’iniquo Gano
traea legato a discoperta faccia.
Curar la piaga gli fe’ da un villano,
che per bisogno in tal opre s’impaccia;
il qual, stridendo Gano per l’ambascia,
tutta l’empie di sal, e a pena fascia.

95
Il Maganzese al collo un cerchio d’oro
e prezïose annella aveva in dito,
et alla spada un cinto di lavoro
molto ben fatto e tutto d’or guarnito;
e queste cose e l’altre che trovoro
di Gano aver del ricco e del polito,
la donna a Sinibaldo tutte diede,
ch’era di maggior don degna sua fede.

96
A Sinibaldo, che così nomato
era il scudier, con l’altre anco concesse
la gemma in che Vertunno era incantato,
ma non sapendo quanto ella gli desse;
né sapendolo ancora a chi fu dato,
con l’altre annella in dito se lo messe;
stimòllo et ebbe in prezzo, ma minore
di quel ch’avria, sapendo il suo valore.

97
Pel Delfinato, indi per Linguadoca
ne va, dove trovar spera il fratello,
ch’avea Guascogna, o ne restava poca,
omai ridotta al suo voler ribello.
Come la volpe che gallina od oca,
o lupo che ne porti via l’agnello
per macchie o luoghi ove in perpetuo adugge
l’ombra le pallide erbe, ascoso fugge;

98
ella così da le città si scosta
quanto più può, né dentro mura alloggia;
ma dove trovi alcuna casa posta
fuor de la gente, ivi si corca o appoggia:
il giorno mangia e dorme e sta riposta,
la notte al camin suo poi scende e poggia:
le par mill’anni ogni ora che ’l ribaldo
s’indugi a dar prigion al suo Rinaldo.

99
Come animal selvatico, ridotto
pur dianzi in gabbia o in luogo chiuso e forte,
corre di qua e di là, corre di sotto,
corre di sopra, e non trova le porte;
così Gano, vedendosi condotto
da’ suoi nimici a manifesta morte,
cercava col pensier tutti gli modi
che lo potesson trar fuor di quei nodi.

100
Pur la guardia gli lascia un dì tant’agio,
che dà de l’esser suo notizia a un oste;
e gli promette trarlo di disagio
s’andar vuol a Baiona per le poste,
et al Lupo figliuol di Bertolagio
far che non sien le sue miserie ascoste:
ch’in costui spera, tosto che lo intenda,
ch’alli suoi casi alcun rimedio prenda.

101
L’oste, più per speranza di guadagno
che per esser di mente sì pietosa,
salta a cavallo, e la sferza e ’l calcagno
adopra, e notte o dì poco riposa:
giunse, io non so s’io dica al Lupo o all’agno:
so ch’io l’ho da dir agno in una cosa:
ch’era di cor più timido che agnello,
nel resto lupo insidïoso e fello.

102
Tosto che ’l Lupo ha la novella udita,
senza far il suo cor noto a persona,
con cento cavallier de la più ardita
gente ch’avesse, uscì fuor di Baiona;
e verso dove avea la strada uscita
che facea Bradamante, in fretta sprona;
poi si nasconde in certe case guaste
ch’era tra via, ma ch’a celarlo baste.

103
L’oste quivi lasciando i Maganzesi,
andò per trovar Gano e Bradamante,
ché da l’insidie e dagli lacci tesi
non pigliassero via troppo distante.
Non molto andò che di lucenti arnesi
guarnito un cavallier si vide inante,
che cacciando il destrier più che di trotto,
parea da gran bisogno esser condotto.

104
Galoppandoli innanzi iva un valletto,
due damigelle poi, poi veniva esso:
le damigelle avean l’una l’elmetto,
la lancia e ’l scudo all’altra era commesso.
Prima che giunga ove lor possa il petto
vedere o ’l viso, o più si faccia appresso,
l’oste all’incontro la figlia d’Amone
vede venir col traditor prigione.

105
Poi vide il cavallier da le donzelle,
tosto ch’a Bradamante fu vicino,
ire a ’bracciarla, et accoglienze belle
far l’una all’altra a capo umile e chino;
e poi ch’una o due volte iterar quelle,
volgersi e ritornar tutte a un camino:
e chi pur dianzi in tal fretta venia,
lasciar per Bradamante la sua via.

106
Quest’era l’animosa sua Marfisa,
la qual non si fermò, tosto ch’intese
de la cognata presa, et in che guisa;
e per ir in Maganza il camin prese,
certa di liberarla, pur ch’uccisa
già non l’avesse il Conte maganzese;
e se morta era, far quivi tai danni,
che desse al mondo da parlar mill’anni.

107
L’oste giunse tra lor e salutolle
cortesemente, e mostrò far l’usanza,
ché la sera albergar seco invitolle,
e finse che non lungi era la stanza;
poi, mal accorto, a Gano accennar volle,
e del vicino aiuto dar speranza:
ma dal scudier che Gano avea legato
fu il misero veduto et accusato.

108
Marfisa, ch’avea l’ira e la man presta,
lo ciuffò ne la gola, e l’avria morto,
se non facea la cosa manifesta
ch’avea per Gano ordita, et il riporto;
pur gli travolse in tal modo la testa,
ch’andò poi, fin che visse, a capo torto.
Le chiome in fretta armar, ch’eran scoperte,
de le vicine insidie amendue certe.

109
Tolgon tra lor con ordine l’impresa,
che Bradamante non s’abbia a partire,
ma star del traditor alla difesa,
ch’alcun nol scioglia né faccia fuggire;
e che Marfisa attenda a fare offesa
a’ Maganzesi, ucciderli e ferire.
Così ne van verso la casa rotta,
dove i nimici ascosi erano in frotta.

110
L’altre donzelle e i dui scudier restaro,
ch’eran senz’armi, non troppo lontano;
Bradamante e Marfisa se n’andaro
verso gli aguati, avendo in mezo Gano.
Tosto che dritto il loco si trovaro,
saltò Marfisa con la lancia in mano
dentro alla porta, e messe un alto grido,
dicendo: — Traditor, tutti vi uccido. —

111
Come chi vespe o galavroni o pecchie
per follia va a turbar ne le lor cave,
se gli sente per gli occhi e per l’orecchie
armati di puntura aspera e grave;
così fa il grido de le mura vecchie
del rotto albergo uscir le genti prave
con un strepito d’armi e, da ogni parte,
tanto rumor ch’avria da temer Marte.

112
Marfisa, che dovunque apparia il caso
più periglioso divenia più ardita,
con la lancia mandò quattro all’occaso,
che trovò stretti insieme in su l’uscita;
e col troncon, ch’in man l’era rimaso,
solo in tre colpi a tre tolse la vita.
Ma tornate ad udir un’altra volta
quel che fe’ poi ch’ebbe la spada tolta.

CANTO QUARTO

1
Donne mie care, il torto che mi fate
bene è il maggior che voi mai feste altrui:
che di me vi dolete et accusate
che nei miei versi io dica mal di vui,
che sopra tutti gli altri v’ho lodate,
come quel che son vostro e sempre fui:
io v’ho offeso, ignorante, in un sol loco;
vi lodo in tanti a studio, e mi val poco.

2
Questo non dico a tutte, ché ne sono
di quelle ancor c’hanno il giudicio dritto,
che s’appigliano al più che ci è di buono,
e non a quel che per cianciare è scritto;
dàn facilmente a un leve error perdono,
né fan mortal un venïal delitto.
Pur, s’una m’odia, ancor che m’amin cento,
non mi par di restar però contento:

3
ché, com’io tutte riverisco et amo,
e fo di voi, quanto si può far, stima,
così né che pur una m’odii bramo,
sia d’alta sorte o medïocre o d’ima.
Voi pur mi date il torto, et io mel chiamo;
concedo che v’ha offese la mia rima:
ma per una ch’in biasmo vostro s’oda,
son per farne udir mille in gloria e loda.

4
Occasïon non mi verrà di dire
in vostro onor, che preterir mai lassi;
e mi sforzerò ancor farla venire,
acciò il mondo empia e fin nel ciel trapassi;
e così spero vincer le vostr’ire,
se non sarete più dure che sassi:
pur, se sarete anco ostinate poi,
la colpa non più in me serà, ma in voi.

5
Io non lasciai per amor vostro troppo
Gano allegrar di Bradamante presa,
ché venir da Valenza di galoppo
feci il signor d’Anglante in sua difesa;
et or costui che credea sciorre il groppo
di Gano, e far alle guerriere offesa,
a vostro onor udite anco in che guisa,
con tutti i suoi, trattar fo da Marfisa.

6
Marfisa parve al stringer de la spada
una Furia che uscisse de lo inferno;
gli usberghi e gli elmi, ovunque il colpo cada,
più fragil son che le cannucce il verno;
o che giù al petto o almen che a’ denti vada,
o che faccia del busto il capo esterno,
o che sparga cervella, o che triti ossa,
convien che uccida sempre ogni percossa.

7
Dui ne partì fra la cintura e l’anche:
restar le gambe in sella e cadde il busto;
da la cima del capo un divise anche
fin su l’arcion, ch’andò in dui pezzi giusto;
tre ferì su le spalle o destre o manche;
e tre volte uscì il colpo acre e robusto
sotto la poppa dal contrario lato:
dieci passò da l’uno all’altro lato.

8
Lungo saria voler tutti gli colpi
de la spada crudel, dritti e riversi,
quanti ne sveni, quanti snervi e spolpi,
quanti ne tronchi e fenda porre in versi.
Chi fia che Lupo di viltade incolpi,
e gli altri in fuga appresso a lui conversi,
poi che dal brando che gli uccide e strugge
difender non si può se non chi fugge?

9
Creduto avea la figlia di Beatrice
d’esser venuta a far quivi battaglia,
e si ritrova giunta spettatrice
di quanto in armi la cognata vaglia:
ché non è alcun del numero infelice
ch’a lei s’accosti pur, non che l’assaglia:
che fan pur troppo, senza altri assalire,
se puon, volgendo il dosso, indi fuggire.

10
D’ogni salute or disperato Gano,
di corvi, d’avoltor ben si vede ésca;
ché, poi che questo aiuto è stato vano,
altro non sa veder che gli riesca.
Lo trasser le cognate a Mont’Albano,
che più che morte par che gli rincresca;
e fin ch’altro di lui s’abbia a disporre,
lo fan calar nel piè giù d’una torre.

11
Ruggiero intanto al suo vïaggio intento,
ch’ancor nulla sapea di questo caso,
carcando or l’orza et or la poggia al vento,
facea le prore andar volte all’occaso.
Ogni lito di Francia più di cento
miglia lontano a dietro era rimaso.
Tutta la Spagna, che non sa a ch’effetto
l’armata il suo mar solchi, è in gran sospetto.

12
La città nominata da l’antico
Barchino Annon, tumultüar si vede;
Taracona e Valenza, e il lito aprico
a cui l’Alano e il Gotto il nome diede;
Cartagenia, Almeria, con ogni vico,
de’ bellicosi Vandali già sede;
Malica, Saravigna, fin là dove
la strada al mar diede il figliuol di Giove.

13
Avea Ruggier lasciato poche miglia
Tariffa a dietro, e da la destra sponda
vede le Gade, e più lontan Siviglia,
e ne le poppe avea l’aura seconda;
quando a un tratto di man, con maraviglia,
un’isoletta uscir vide de l’onda:
isola pare, et era una balena
che fuor dal mar scopria tutta la schena.

14
L’apparir del gran mostro, che ben diece
passi del mar con tutto il dosso usciva,
correr all’armi i naviganti fece,
et a molti bramar d’essere a riva.
Saette e sassi e foco acceso in pece
da tutto il stuolo in gran rumor veniva
di timpani e di trombe, e tanti gridi,
che facea il ciel, non che sonare i lidi.

15
Poco lor giova ir l’acqua e l’aer vano
di percosse e di strepiti ferendo:
che non si fa per questo più lontano,
né più si fa vicino il pesce orrendo;
quanto un sasso gittar si può con mano,
quel vien l’armata tuttavia seguendo:
sempre le appar col smisurato fianco
ora dal destro lato, ora dal manco.

16
Andar tre giorni et altre tante notti,
quanto il corso dal stretto al Tago dura,
che sempre di restar sommersi e rotti
dal vivo e mobil scoglio ebbon paura:
gli assalse il quarto dì, che già condotti
eran sopra Lisbona, un’altra cura:
ché scoperson l’armata di Ricardo
che contra lor venia dal mar Picardo.

17
Insieme si conobbero l’armate,
tosto che l’una ebbe de l’altra vista:
Ruggier si crede ch’ambe sian mandate
perché lor meno il Lusitan resista;
e non che, per zizanie seminate
da Gano, l’una l’altra abbia a far trista:
non sa il meschin che colui sia venuto
per ruinarlo, e non per darli aiuto.

18
Fa sugli arbori tutti e in ogni gabbia
e le bandiere stendere e i pennoni,
dare ai tamburi, e gonfiar guance e labbia
a trombe, a corni, a pifari, a bussoni:
come allegrezza et amicizia s’abbia
quivi a mostrar, fa tutti i segni buoni;
gittar fa in acqua i palischermi, e gente
a salutarlo manda umanamente.

19
Ma quel di Normandia, ch’assai diverso
dal buon Ruggier ha in ogni parte il core,
al suo vantaggio intento, non fa verso
lui segno alcun di gaudio né d’amore;
ma, con disir di romperlo e sommerso
quivi lasciar, ne vien senza rumore;
e scostandosi in mar, l’aura seconda
si tolle in poppa, ove Ruggier l’ha in sponda.

20
Poi che vide Ruggiero assenzo al mèle,
armi a’ saluti, odio all’amore opporse;
e che, ma tardi, del voler crudele
del capitan di Normandia s’accorse;
né più poter montar sopra le vele
di lui, né per fuggir di mezo tòrse,
si volse e diede a’ suoi duri conforti,
ch’invendicati almen non fosser morti.

21
L’armata de’ Normandi urta e fracassa
ciò che tra via, cacciando Borea, intoppa;
e prore e sponde al mare aperte lassa,
da non le serrar poi chiovi né stoppa:
ch’ogni sua nave al mezo, ove è più bassa,
vince dei Provenzal la maggior poppa.
Ruggier, col disvantaggio che ciascuna
nave ha minor, ne sostien sei contr’una.

22
Il naviglio maggior d’ogni normando,
che nel castel da poppa avea Ricardo,
per l’alto un pezzo era venuto orzando:
come su l’ali il pellegrin gagliardo,
che mentre va per l’aria volteggiando,
non leva mai da la riviera il sguardo;
e vista alzar la preda ch’egli attende,
come folgor dal ciel ratto giù scende.

23
Così Ricardo, poi che in mar si tenne
alquanto largo, e vedut’ebbe il legno
con che venia Ruggier, tutte l’antenne
fece carcar fino all’estremo segno;
e, sì come era sopra vento, venne
ad investire, e riuscì il disegno:
ché tutto a un tempo fur l’àncore gravi
d’alto gittate ad attaccar le navi;

24
e correndo alle gomone in aita
più d’una mano, i legni gionti furo.
Da pal di ferro intanto e da infinita
copia di dardi era nissun sicuro:
che da le gagge ne cadea, con trita
calzina e solfo acceso, un nembo scuro:
né quei di sotto a ritrovar si vanno
con minor crudeltà, con minor danno.

25
Quelli di Normandia, che di luogo alto
e di numero avean molto vantaggio,
nel legno di Ruggier féro il mal salto,
dal furor tratti e dal lor gran coraggio;
ma tosto si pentir del folle assalto:
ché non patendo il buon Ruggier l’oltraggio,
presto di lor, con bel menar de mani,
fe’ squarzi e tronchi e gran pezzi da cani;

26
e via più a sé valer la spada fece,
che ’l vantaggio del legno lor non valse,
o perché contra quattro fosson diece:
con tanta forza e tanto ardir gli assalse!
Fe’ di negra parer rossa la pece,
e rosseggiar intorno l’acque salse:
ché da prora e da poppa e da le sponde
molti a gran colpi fe’ saltar ne l’onde.

27
Fattosi piazza, e visto sul naviglio
che non era uom se non de’ suoi rimaso,
ad una scala corse a dar di piglio,
per montar sopra quel di maggior vaso;
ma veduto Ricardo il gran periglio
in che incorrer potea, provide al caso:
fu la provisïon per lui sicura,
ma mostrò di pochi altri tener cura.

28
Mentre i compagni difendean il loco,
andò alli schiffi e fe’ gettarli all’acque:
quattro o sei n’avisò; ma il numer poco
fu verso agli altri a chi la cosa tacque.
Poi fe’ in più parti al legno porre il foco,
ch’ivi non molto addormentato giacque;
ma di Ruggier la nave accese ancora,
e da le poppe andò sin alla prora.

29
Ricardo si salvò dentro ai batelli,
e seco alcuni suoi ch’ebbe più cari;
e sopra un legno si fe’ por di quelli
ch’in sua conserva avean solcati i mari:
indi mandò tutti i minor vasselli
a trar i suoi dei salsi flutti amari:
che per fuggir l’ardente dio di Lenno
in braccio a Teti et a Nettun si denno.

30
Ruggier non avea schiffo ove salvarse,
ché, come ho detto, il suo mandato avea
a salutar Ricardo et allegrarse
di quel di che doler più si dovea;
né all’altre navi sue, ch’erano sparse
per tutto il mar, ricorso aver potea:
sì che, tardando un poco, ha da morire
nel foco quivi, o in mar se vuol fuggire.

31
Vede in prua, vede in poppa e ne le sponde
crescer la fiamma, e per tutte le bande:
ben certo è di morir, ma si confonde,
se meglio sia nel foco o nel mar grande:
pur si risolve di morir ne l’onde,
acciò la morte in lungo un poco mande:
così spicca un gran salto da la nave
in mezo il mar, di tutte l’armi grave.

32
Qual suol vedersi in lucida onda e fresca
di tranquillo vivai correr la lasca
al pan che getti il pescator, o all’ésca
ch’in ramo alcun de le sue rive nasca;
tal la balena, che per lunga tresca
segue Ruggier perché di lui si pasca,
visto il salto, v’accorre, e senza noia
con un gran sorso d’acqua se lo ingoia.

33
Ruggier, che s’era abbandonato e al tutto
messo per morto, dal timor confuso,
non s’avvide al cader, come condutto
fosse in quel luogo tenebroso e chiuso;
ma perché gli parea fetido e brutto,
esser spirto pensò di vita escluso,
il qual fosse dal Giudice superno
mandato in purgatorio o giù all’inferno.

34
Stava in gran tema del foco penace,
di che avea ne la nuova Fé già inteso.
Era come una grotta ampia e capace
l’oscurissimo ventre ove era sceso:
sente che sotto i piedi arena giace,
che cede, ovunque egli la calchi, al peso:
brancolando le man quanto può stende
da l’un lato e da l’altro, e nulla prende.

35
Si pone a Dio, con umiltà di mente,
de’ suoi peccati a dimandar perdono,
che non lo danni alla infelice gente
di quei ch’al ciel mai per salir non sono.
Mentre che in ginocchion divotamente
sta così orando al basso curvo e prono,
un picciol lumicin d’una lucerna
vide apparir lontan per la caverna.

36
Esser Caron lo giudicò da lunge,
che venisse a portarlo all’altra riva:
s’avvide, poi che più vicin gli giunge,
che senza barca a sciutto piè veniva.
La barba alla cintura si congiunge,
le spalle il bianco crin tutto copriva;
ne la destra una rete avea, a costume
di pescator; ne la sinistra un lume.

37
Ruggier lo vedea appresso, et era in forse
se fosse uom vivo, o pur fantasma et ombra.
Tosto che del splendor l’altro s’accorse
che feria l’armi e si spargea per l’ombra,
si trasse a dietro e per fuggir si torse,
come destrier che per camino adombra;
ma poi che si mirar l’un l’altro meglio,
Ruggier fu il primo a dimandar al veglio:

38
— Dimmi, padre, s’io vivo o s’io son morto,
s’io sono al mondo o pur sono all’inferno:
questo so ben, ch’io fui dal mar absorto;
ma se per ciò morissi, non discerno.
Perché mi veggo armato, mi conforto
ch’io non sia spirto dal mio corpo esterno;
ma poi l’esser rinchiuso in questo fondo
fa ch’io tema esser morto e fuor del mondo.

39
— Figliuol, — rispose il vecchio — tu sei vivo,
com’anch’io son; ma fòra meglio molto
esser di vita l’uno e l’altro privo,
che nel mostro marin viver sepolto.
Tu sei d’Alcina, se non sai, captivo:
ella t’ha il laccio teso, e al fin t’ha colto,
come colse me ancora, con parecchi
altri che ci vedrai, giovani e vecchi.

40
Vedendoti qui dentro, non accade
di darti cognizion chi Alcina sia;
che se tu non avessi sua amistade
avuta prima, ciò non t’avverria.
In India vedut’hai la quantitade
de le conversïon che questa ria
ha fatto in fere, in fonti, in sassi, in piante,
dei cavallier di ch’ella è stata amante.

41
Quei che, per nuovi successor, men cari
le vengono, muta ella in varie forme;
ma quei che se ne fuggon, che son rari,
sì come esserne un tu credo di apporme,
quando giunger li può negli ampli mari
(però che mai non ne abbandona l’orme),
gli caccia in ventre a quest’orribil pesce,
donde mai vivo o morto alcun non esce.

42
Le Fate hanno tra lor tutta partita
e l’abitata e la deserta terra:
l’una ne l’Indo può, l’altra nel Scita,
questa può in Spagna e quella in Inghilterra;
e ne l’altrui ciascuna è proibita
di metter mano, et è punita ch’erra:
ma comune fra lor tutto il mare hanno,
e ponno a chi lor par quivi far danno.

43
Tu vederai qua giù, scendendo al basso,
degli infelici amanti i scuri avelli,
de’ quali è alcun sì antico, che nel sasso
gli nomi non si puon legger di quelli.
Qui crespo e curvo, qui debole e lasso
m’ha fatto il tempo, e tutti bianchi i velli;
che quando venni, a pena uscìan dal mento
com’oro i peli ch’or vedi d’argento.

44
Quanti anni sien non saprei dir, ch’io scesi
in queste d’ogni tempo oscure grotte:
che qui né gli anni annoverar né i mesi,
né si può il dì conoscer da la notte.
Duo vecchi ci trovai, dai quali intesi
quel da che fur le mie speranze rotte:
che più de la mia età ci avean consunto,
et io gli giunsi a sepelire a punto.

45
E mi narrar che, quando giovenetti
ci vennero, alcun’altri avean trovati,
che similmente d’Alcina diletti,
di poi qui presi e posti erano stati:
sì che, figliuol, non converrà ch’aspetti
riveder mai più gli uomini beati,
ma con noi che tre eramo, et ora teco
siam quattro, starti in questo ventre cieco.

46
Ci rimasi io già solo, e poscia dui,
poi da venti dì in qua tre fatti eramo,
et oggi quattro, essendo tu con nui:
ch’in tanto mal grand’aventura chiamo
che tu ci trovi compagnia, con cui
pianger possi il tuo stato oscuro e gramo;
e non abbi a provar l’affanno e ’l duolo
che quel tempo io provai che ci fui solo. —

47
Come ad udir sta il misero il processo
de’ falli suoi che l’han dannato a morte,
così turbato e col capo demesso
udia Ruggier la sua infelice sorte.
— Rimedio altro non ci è — soggiunse appresso
il vecchio — che di oprar l’animo forte.
Meco verrai dove, secondo il loco,
l’industria e il tempo n’ha adagiati un poco.

48
Ma voglio proveder prima di cena,
che qui sempre però non si digiuna. —
Così dicendo, Ruggier indi mena,
cedendo al lume l’ombra e l’aria bruna,
dove l’acqua per bocca alla balena
entra, e nel ventre tutta si raguna:
quivi con la sua rete il vecchio scese
e di più forme pesci in copia prese.

49
Poi, con la rete in collo e il lume in mano,
la via a Ruggier per strani groppi scorse:
al salir et al scendere la mano
ai stretti passi anco talor gli porse.
Tratto ch’un miglio o più l’ebbe lontano,
con gli altri dui compagni al fin trovorse
in più capace luogo, ove all’esempio
d’una moschea, fatto era un picciol tempio.

50
Chiaro vi si vedea come di giorno,
per le spesse lucerne ch’eran poste
in mezzo e per gli canti e d’ogn’intorno,
fatte di nicchi di marine croste:
a dar lor l’oglio traboccava il corno,
ché non è quivi cosa che men coste,
pei molti capidogli che divora
e vivi ingoia il mostro ad ora ad ora.

51
Una stanza alla chiesa era vicina,
di più famiglia che la lor capace,
dove su bene asciutta alga marina
nei canti alcun commodo letto giace.
Tengono in mezo il fuoco la cucina:
che fatto avea l’artefice sagace,
che per lungo condutto di fuor esce
il fumo, ai luoghi onde sospira il pesce.

52
Tosto che pon Ruggier là dentro il piede,
vi riconosce Astolfo paladino,
che mal contento in un dei letti siede,
tra sé piangendo il suo fero destino.
Lo corre ad abbracciar, come lo vede:
gli leva Astolfo incontro il viso chino:
e come lui Ruggier esser conosce,
rinuova i pianti, e fa maggior l’angosce.

53
Poi che piangendo all’abbracciar più d’una
e di due volte ritornati furo,
l’un l’altro dimandò da qual fortuna
fosson dannati in quel gran ventre oscuro.
Ruggier narrò quel ch’io v’ho già de l’una
e l’altra armata detto, il caso oscuro,
e di Ricardo senza fin si dolse;
Astolfo poi così la lingua sciolse:

54
— Dal mio peccato (che accusar non voglio
la mia fortuna) questo mal mi avviene.
Tu di Ricardo, io sol di me mi doglio:
tu pati a torto, io con ragion le pene.
Ma, per aprirti chiaramente il foglio
sì che l’istoria mia si vegga bene,
tu déi saper che non son molti mesi
ch’andai di Francia a riveder mie’ Inglesi.

55
Quivi, per chiari e replicati avisi
essendo più che certo de la guerra
che ’l re di Danismarca e i Dazii e i Frisi
apparecchiato avean contra Inghilterra;
ove il bisogno era maggior mi misi,
per lor vietar il dismontar in terra,
dentro un castel che fu per guardia sito
di quella parte ov’è men forte il lito:

56
ché da quel canto il re mio padre Ottone
temea che fosse l’isola assalita.
Signor di quel castell’era un barone
ch’avea la moglie di beltà infinita;
la qual tosto ch’io vidi, ogni ragione,
ogni onestà da me fece partita;
e tutto il mio voler, tutto il mio core
diedi in poter del scelerato amore.

57
E senza aver all’onor mio riguardo
che quivi ero signor, egli vassallo
(ché contra un debol, quanto è più gagliardo
chi le forze usa, tanto è maggior fallo),
poi che dei prieghi ire il rimedio tardo
e vidi lei più dura che metallo,
all’insidie aguzzar prima l’ingegno,
et indi alla vïolenzia ebbi il disegno.

58
E perché, come i modi miei non molto
erano onesti, così ancor né ascosi,
fui dal marito in tal sospetto tolto,
che in lei guardar passò tutti i gelosi.
Per questo non pensar che ’l desir stolto
in me s’allenti o che giamai riposi;
et uso atti e parole in sua presenza
da far romper a Giobbe la pacienza.

59
E perché aveva pur quivi rispetto
d’usar le forze alla scoperta seco,
dov’era tanto populo, in conspetto
de’ principi e baron che v’eran meco;
pur pensai di sforzarlo, ma l’effetto
coprire, e lui far in vederlo cieco;
e mezzo a questo un cavalier trovai,
il qual molt’era suo, ma mio più assai.

60
A’ preghi miei, costui gli fe’ vedere
com’era mal accorto e poco saggio
a tener dov’io fossi la mogliere,
che sol studiava in procacciargli oltraggio;
e saria più laudabile parere,
tosto che m’accadesse a far vïaggio
da un loco a un altro, com’era mia usanza,
di salvar quella in più sicura stanza.

61
Còrre il tempo potea la prima volta
che, per non ritornar la sera, andassi:
che spesso aveva in uso andar in volta
per riparar, per riveder i passi.
Gualtier (che così avea nome) l’ascolta,
né vuol ch’indarno il buon consiglio passi:
pensa mandarla in Scozia, ove di quella
il padre era signor di più castella.

62
Quindi segretamente alcune some
de le sue miglior cose in Scozia invia.
Io do la voce d’ir a Londra; e, come
mi par il tempo, un dì mi metto in via;
et ei con Cinzia sua (che così ha nome),
senza sospetto di trovar tra via
cosa ch’all’andar suo fosse molesta,
del castello esce, et entra in la foresta.

63
Con donne e con famigli disarmati
la via più dritta inverso Scozia prese:
non molto andò, che cadde negli aguati,
ne l’insidie che i miei li avean già tese.
Avev’io alcuni miei fedel mandati,
che co’ visi coperti in strano arnese
gli furo adosso, e tolser la consorte,
e a lui di grazia fu campar da morte.

64
Quella portano in fretta entro una torre,
fuor de la gente, in loco assai rimoto;
donde a me senza indugio un messo corre,
il qual mi fa tutto il successo noto.
Io già avea detto di volermi tòrre
de l’isola; e la causa di tal moto
era, ch’udiva esser Rinaldo a Carlo
fatto nemico, et io volea aiutarlo.

65
Alli amici fo motto; e, come io voglia
passar quel giorno, inverso il mar mi movo;
poi mi nascondo, et armi muto e spoglia,
e piglio a’ miei servigi un scudier novo;
e per le selve ove meno ir si soglia,
verso la torre ascosa via ritrovo;
e dove è più solinga e strana et erma,
incontro una donzella che mi ferma,

66
e dice: «Astolfo, giovaràtti poco»
che mi chiamò per nome «andar di piatto;
che ben sarai trovato, e a tempo e a loco
ti punirà quello a chi ingiuria hai fatto.»
Così dice; e ne va poi come foco
che si vede pel ciel discorrer ratto:
la vuo’ seguir; ma sì corre, anzi vola,
che replicar non posso una parola.

67
E se n’andò quel dì medesimo anco
a ritrovar Gualtiero afflitto e mesto,
che per dolor si battea il petto e ’l fianco,
e gli fe’ tutto il caso manifesto:
non già ch’alcun me lo dicessi, e manco
che con gli occhi i’l vedessi, io dico questo;
ma, così, discorrendo con la mente,
veggo che non puote esser altramente.

68
Conietturando, similmente, seppi
esser costei d’Alcina messaggera;
che dal dì ch’io mi sciolsi dai suoi ceppi,
sempre venuta insidïando m’era.
Come ho detto, costei Gualtier pei greppi
pianger trovò di sua fortuna fiera;
né chi offeso l’avea gli mostra solo,
ma il modo ancor di vendicar suo duolo.

69
E lo pon, come suol porre alla posta
il mastro de la caccia i spiedi e i cani;
e tanto fa, ch’un mio corrier, ch’in posta
mandav’a Antona, gli fa andar in mani.
Io scrivea a un mio, ch’ivi tenea a mia posta
un legno per portarmi agli Aquitani,
il giorno ch’io volea che fosse a punto
in certa spiaggia per levarmi giunto.

70
Né in Antona volea né in altro porto,
per non lasciar conoscermi, imbarcarmi:
del segno ancora io lo faceva accorto
col qual volea dal lito a lui mostrarmi,
acciò stando sul mar tuttavia sorto
mandasse il palischermo indi a levarmi;
et, all’incontro, il segno che dovessi
far egli a me in la lettera gli espressi.

71
Ben fu Gualtier de la ventura lieto,
che sì gli apria la strada alla vendetta.
Fe’ che tornar non poté il messo, e, cheto,
dov’era un suo fratel se n’andò in fretta,
e lo pregò che gli armasse in segreto
un legno di fedele gente eletta.
Avuto il legno, il buon Gualtiero corse
al capo di Lusarte, e quivi sorse.

72
Vicino a questo mar sedea la rocca,
dove aspettava in parte assai selvaggia,
sì ch’apparir veggo lontan la cocca
col segno da me dato in su la gaggia:
io, d’altra parte, quel ch’a me far tocca
gli mostro da la torre e da la spiaggia.
Manda Gualtier lo schiffo, e me raccoglie,
et un scudier c’ho meco, e la sua moglie.

73
Né sé né alcun de’ suoi ch’io conoscessi
prima scopersi che sul legno fui;
ove lasciando a pena ch’io dicessi:
— Dio aiutami —, pigliar mi fece ai sui,
che come vespe e galavroni spessi
mi s’aventaro; e, comandando lui,
in mar buttarmi, ove già questa fera,
come Alcina ordinò, nascosa s’era.

74
Così ’l peccato mio brutto e nefando,
degno di questa e di più pena molta,
m’ha chiuso qui, onde di come e quando
io n’abbia a uscir, ogni speranza è tolta;
quella protezïon tutta levando,
che san Giovanni avea già di me tolta. —
Poi ch’ebbe così detto, allentò il freno
Astolfo al pianto, e bagnò il viso e ’l seno.

75
Ruggier, che come lui non era immerso
sì nel dolor, ma si sentia più sorto,
gli studiava, inducendogli alcun verso
de la Scrittura, di trovar conforto.
— Non è — dicea — del Re de l’universo,
l’intenzïon che ’l peccator sia morto,
ma che dal mar d’iniquitadi a riva
ritorni salvo, e si converti e viva.

76
Cosa umana è a peccar; e pur si legge
che sette volte il giorno il giusto cade;
e sempre a chi si pente e si corregge
ritorna a perdonar l’Alta bontade:
anzi, d’un peccator che fuor del gregge
abbi errato, e poi torni a miglior strade,
maggior gloria è nel regno degli eletti,
che di novantanove altri perfetti. —

77
Per far nascer conforto, cotal seme
il buon Ruggier venìa spargendo quivi;
poi ricordava ch’altra volta insieme
d’Alcina in Oriente fur captivi;
e come di là usciro, anco aver speme
dovean d’uscir di questo carcer vivi.
— S’allora io fui — dicea — degno d’aita,
or ne son più, che son miglior di vita. —

78
E seguitò: — Se quando ne l’errore
de la dannata legge ero perduto,
e ne l’ozio sommerso e nel fetore
tutto d’Alcina, come animal bruto,
mi liberò il mio sommo almo Fattore;
perché sperar non debbo ora il suo aiuto,
che per la Fede essendo puro e netto
di molte colpe, io so che m’ha più accetto?

79
Creder non voglio che ’l demonio rio,
dal qual la forza di costei dipende,
possa nuocere agli uomini che Dio
per suoi conosce e che per suoi difende.
Se vera fede avrai, se l’avrò anch’io,
Dio la vedrà che i nostri cori intende:
e vedendola vera, abbi speranza
che non avrà il demonio in noi possanza. —

80
Astolfo, presa la parola, disse:
— Questo ogni buon cristian de’ tener certo.
Non scese in terra Dio, né con noi visse,
né in vita e in morte ha tanto mal sofferto,
perché il nimico suo dipoi venisse
a riportar di sua fatica il merto.
Quel che sì ricco prezzo costò a lui,
non lascerà sì facilmente altrui.

81
Non manchi in noi contrizïone e fede,
e di pregar con purità di mente;
che Dio non può mancarci di mercede:
Egli lo disse, e il dir suo mai non mente.
Scritto ha nel suo Evangelio: «Ch’in me crede,
uccide nel mio nome ogni serpente,
il venen bee senza che mal gli faccia,
sana gli infermi e gli demoni scaccia.»

82
E dice altrove: «Quando con perfetta
fede ad un monte a commandar tu vada:
“Di qui ti leva, e dentro il mar ti getta”;
che ’l monte piglierà nel mar la strada.»
Ma perché fede quasi morta è detta
quella che sta senza fare opre a bada,
procacciamo con buon’opre che sia
più grata a Dio la tua fede e la mia.

83
Proviam di trarre alla vera credenza
quest’altri che son qui presi con nui;
di che già fatto ho qualche esperïenza,
ma poco un parer mio può contra dui.
Forse saremo a mutar lor sentenza
meglio insieme tu et io, ch’io sol non fui;
e se potiam questi al demonio tòrre,
non ha qua dentro poi dove si porre.

84
E Dio, tutti vedendone fedeli
pregar la sua clemenza che n’aiute,
dal fonte di pietà scender dai cieli
farà qua dentro un fiume di salute. —
Così dicean; poi salmi, inni e vangeli,
orazïon che a mente avean tenute,
incominciar i cavallier devoti,
e a porr’in opra i prieghi e i pianti e i voti.

85
Intanto gli altri dui con studio grande
cercavan di far vezzi al novell’oste.
Di vari pesci varie le vivande
a rosto e lesso al foco erano poste.
Poco inanzi, un naviglio da le bande
di Vinegia, spezzato ne le coste,
la balena s’avea cacciato sotto
e tratto in ventre in molti pezzi rotto;

86
e le botte e le casse e gli fardelli
tutti nel ventre ingordo erano entrati.
Gli naviganti soli coi battelli
ai legni di conserva eran campati:
sì che v’è da dar foco, e nei piatelli
da condir buoni cibi e delicati
con zucchero e con spezie; et avean vini
e còrsi e grechi, precïosi e fini.

87
Passavano pochi anni, ch’una o due
volte non si rompesson legni quivi;
donde i prigion per le bisogne sue
cibi traean da mantenersi vivi.
Poser la cena, come cotta fue;
s’avessen pane o se ne fosson privi,
non so dir certo: ben scrive Turpino
che sotto il gorgozulle era un molino,

88
che con l’acque ch’entravan per la bocca
del mostro, il grano macinava a scosse,
il quale o in barcia o in caravella o in cocca
rotta, là dentro ritrovato fosse.
D’una fontana similmente tocca,
ch’a ridirla le guance mi fa rosse:
lo scrive pure, et il miracol copre
dicendo ch’eran tutte magich’opre.

89
Non l’afferm’io per certo né lo niego:
se pane ebbono o no, lo seppon essi.
Gli dui fedel, de’ dui infedeli al prego,
fen punto ai salmi, e a tavola son messi.
Ma di Astolfo e Ruggier più non vi sego:
diròvvi un’altra volta i lor successi.
Finch’io ritorno a rivederli, ponno
cenare ad agio, e dipoi fare un sonno.

90
Intanto Carlo, alla battaglia intento
che ’l re boemme aver dovea con lui,
senza sospetto ignun che tradimento
(quel che non era in sé) fosse in altrui,
facea provar destrier, che cento e cento
n’avea d’eletti alli bisogni sui;
e gli migliori, a chi facea mestieri,
largamente partia fra i suoi guerrieri.

91
Non solo aver per sé buona armatura
quanto più si potea forte e leggiera,
ma trovarne ai compagni anco avea cura,
che se mai lor ne fu bisogno, or n’era.
Seco gli usava alla fatica dura
due fïate ogni dì, mattino e sera;
e seco in maneggiar arme e cavallo
facea provarli, e non ferire in fallo.

92
Ma Cardoran, che non ha alcun disegno
di por lo stato a sorte d’una pugna,
viene aguzzando tuttavia l’ingegno,
sì come tronchi all’augel santo l’ugna.
Aspetta e spera d’Ungheria, e dal regno
de li Sassoni ormai, ch’aiuto giugna:
la notte e il giorno intanto unqua non testa
di far più forte or quella cosa or questa.

93
E ridur si fa dentro a poco a poco
e vettovaglia e munizione e gente,
ché, per la tregua, in assediar quel loco
l’esercito era fatto negligente;
e parea quasi ritornata in gioco
la guerra ch’a principio era sì ardente;
e scemata di qui più d’una lancia,
contra Rinaldo era tornata in Francia.

94
Sansogna e Slesia et Ungheria una bella
e grossa armata insieme posta avea:
la gente di Sansogna, e così quella
di Slesia, i pedestri ordini movea;
venir con questi, e la più parte in sella,
l’esercito de l’Ungar si vedea;
poi seguia un stuol di Traci e di Valachi,
Bulgari, Servïan, Russi e Polachi.

95
Questi mandava il greco Costantino,
e per suo capitano un suo fratello;
sì come quel ch’a Carlo di Pipino
portava iniqua invidia et odio fello,
per esser fatto imperador latino
e usurparli il coronato augello.
Ben di lor mossa e di lor porse in via
avuto Carlo avea più d’una spia;

96
ma, com’ho detto, Gano con diversi
mezi gli avea cacciato e fisso in mente
che si metteva insieme per doversi
mandar verso Ellesponto quella gente,
e tragittarsi in Asia contra i Persi
ch’avean presa Bittinia nuovamente;
e ch’era a petizion fatta et instanza
del greco imperator la ragunanza.

97
Né ch’ella fosse alli suoi danni volta
prima sentì, ch’era in Boemmia entrata;
sì che ben si pentì più d’una volta
che la sua più del terzo era scemata.
Già credendo aver vinto, quindi tolta
n’avea una parte et al nipote data.
Ma quel ch’oggi dir volsi è qui finito:
chi più ne brama udir, domani invito.

CANTO QUINTO

1
Un capitan che d’inclito e di saggio
e di magno e d’invitto il nome merta,
non dico per ricchezze o per lignaggio,
ma perché spesso abbia fortuna esperta,
non si suol mai fidar sì nel vantaggio,
che la vittoria si prometta certa:
sta sempre in dubbio ch’aver debbia cosa
da ripararsi il suo nimico ascosa.

2
Sempre gli par veder qualche secreta
fraude scoccar, ch’ogni suo onor confonda:
ché pur là dove è più tranquilla e queta,
più perigliosa è l’acqua e più profonda;
perciò non mai prosperità sì lieta
né tal baldanza a’ suoi desir seconda,
che lasciar voglia gli ordini e i ripari
che faria avendo uomini e Dei contrari.

3
Io ’l dirò pur, se bene audace parlo,
che quivi errò quel sì lodato ingegno
col qual paruto era più volte Carlo
saggio e prudente e più d’ogn’altro degno:
ma il vincer Cardorano, e vinto trarlo,
glorïoso spettacolo, al suo regno,
quivi gli avea così occupati i sensi,
ch’altro non è che ascolti, vegga e pensi.

4
Né si scema sua colpa, anzi augumenta,
quando di Gano il mal consiglio accusi.
Per lui vuol dunque ch’altri vegga o senta,
et ei star tuttavia con gli occhi chiusi?
Dunque l’aloppia Gano e lo addormenta,
e tutti gli altri ha dai segreti esclusi?
Ben seria il dritto che tornasse il danno
solamente su quei che l’error fanno.

5
Ma, pel contrario, il populo innocente,
il cui parer non è chi ascolti o chieggia,
è le più volte quel che solamente
patisce quanto il suo signor vaneggia.
Carlo, che non ha tempo che di gente,
né che d’altro ripar più si proveggia,
quella con diligenzia, che si trova,
tutta rivede e gli ordini rinova.

6
E come che passar possa la Molta
sul ponte che v’è già fatto a man destra,
e sua gente ne li ordini raccolta
ritrarre ai monti et alla strada alpestra;
e ver’ le terre Franche indi dar volta,
o dove creda aver la via più destra:
pur ogni condizion dura et estrema
vuol patir, prima che mostrar che tema.

7
Or quel muro ch’opposto avea alla terra
tra un fiume e l’altro con sì lungo tratto,
fa con crescer di fosse, e legne e terra,
più forte assai che non avea già fatto;
e con gente a bastanza i passi serra,
acciò non, mentre attende ad altro fatto,
questi di Praga, ritrovato il calle
di venir fuor, l’assaltino alle spalle.

8
L’un nimico avea dietro e l’altro a fronte,
e vincer quello e questo animo avea.
L’esercito de’ barbari su al monte
passò l’Albi, vicino ove sorgea.
Carlo tenea sopra l’altr’acqua il ponte,
ch’uscìa verso la selva di Medea;
e quello alla sua gente, che divise
in tre battaglie, al destro fianco mise.

9
E così fece che ’l sinistro lato
non men difeso era da l’altro fiume:
si pose dietro l’argine e il steccato,
da non poter salir senza aver piume.
Il corno destro ad Olivier fu dato,
del sangue di Borgogna inclito lume,
che cento fanti avea per ogni fila,
le file cento, con cavai seimila.

10
Ebbe il Danese in guardia l’altro corno,
con numer par de fanti e de cavalli.
L’imperator, di drappo azurro adorno
tutto trapunto a fior de gigli gialli,
reggea nel mezo; e i Paladini intorno,
duchi, marchesi e principi vassalli,
e sette mila avea di gente equestre,
e duplicato numero pedestre.

11
All’incontro, il stuol barbaro, diviso
in tre battaglie, era venuto inanti,
men d’una lega appresso a questi assiso,
e similmente avea i dui fiumi ai canti.
Cento settanta mila era il preciso
numer, ch’un sol non ne mancava a tanti;
e in ogni banda con ugual porzioni
partiti i cavalli erano e i pedoni.

12
Ogni squadra de’ barbari non manco
ivi quel giorno stata esser si crede,
che tutto insieme fosse il popul franco,
quanto ve n’era, chi a caval, chi a piede:
ma tal ardir e tal valor, tal anco
ordine avean questi altri, e tanta fede
nel suo signor, d’ingegno e di prudenza,
che ciascun valer quattro avea credenza.

13
Ma poi sentir, che si trovar in fatto,
che pur troppo era un sol, non che a bastanza;
né di quella battaglia ebbono il patto
che lor promesso avea lor arroganza:
e potea Carlo rimaner disfatto
se Dio, che salva ch’in lui pon speranza,
non gli avesse al bisogno proveduto
d’un improviso e non sperato aiuto.

14
E non poteron sì l’insidie astute,
l’arte e l’ingan del traditor crudele,
che non potesse più chi per salute
nostra morendo, volse bere il fele:
Gano le ordì, ma al fin l’alta Virtute
fece in danno di lui tesser le tele:
lo fe’ da Bradamante e da Marfisa
metter prigione, e detto v’ho in che guisa.

15
Quelle gli avean già ritrovato adosso
lettere e contrasegni e una patente,
per le quali apparea che Gano mosso
non s’era a tòr Marsiglia di sua mente,
ma che venuto il male era da l’osso:
Carlo n’era cagion principalmente;
e vider scritto quel ch’in mar appresso
per distrugger Ruggier s’era commesso.

16
E leggendo, Marfisa vi trovoro
e Ruggier traditori esser nomati,
perché, partiti da le guardie loro,
in favor di Rinaldo erano andati;
e per questo ribelli ai gigli d’oro
eran per tutto il regno divulgati;
e Carlo avea lor dietro messo taglia,
sperando averli in man senza battaglia.

17
Marfisa, che sapea che alcun errore,
né suo né del fratello, era precorso,
pel qual dovesse Carlo imperatore
contr’essi in sì grand’ira esser trascorso,
di giusto sdegno in modo arse nel core,
che, quanto ir si potea di maggior corso,
correr penso in Boemia e uccider Carlo,
che non potrian suoi Paladin vietarlo.

18
E ne parlò con Bradamante, e appresso
col Selvaggio Guidon, ch’ivi era allora:
ché Mont’Alban gli avea il fratel commesso
che vi dovesse far tanta dimora
che Malagigi, come avea promesso,
venisse; e l’aspettava d’ora in ora
per dar a lui la guardia del castello,
e poi tornar in campo al suo fratello.

19
Marfisa ne parlò, come vi dico,
ai dui germani, e gli trovò disposti
che s’abbia a trattar Carlo da nimico
e far che l’odio lor caro gli costi;
che si meni con lor Gano, il suo amico,
e che s’un par di forche ambi sian posti;
e che si scanni, tronchi, tagli e fenda
qualunque d’essi la difesa prenda.

20
Guidon, ch’andar con lor facea pensiero
né lasciar senza guardia Mont’Albano,
espedì allora allora un messaggiero,
ch’andò a far fretta al frate di Viviano;
e gli parve che fosse quel scudiero
che tratto avea quivi legato Gano;
per narrar lui che la figlia d’Amone
libera e sciolta, e Gano era prigione.

21
Sinibaldo, il scudier, calò del monte
e verso Malagigi il camin tenne;
e noi potendo aver in Agrismonte,
più lontan per trovarlo ir gli convenne.
Ma il dì seguente Alardo entrò nel ponte
di Mont’Albano; e bene a tempo venne,
ché, lui posto in suo loco, entrò in camino
Guidon, senza aspettar più il suo cugino.

22
Egli e le donne, tolto i loro arnesi,
in Armaco e a Tolosa se ne vanno
due donzelle e tre paggi avendo presi,
col conte di Pontier che legato hanno.
Lasciànli andar, che forse più cortesi
che non ne fan sembianti, al fin seranno:
diciam del messo il qual da Mont’Albano
vien per trovar il frate di Viviano.

23
Non era in Agrismonte, ma in disparte,
tra certe grotte inaccessibil quasi,
dove imagini sacre, sacre carte,
sacri altar, pietre sacre e sacri vasi,
et altre cose appartinenti all’arte,
de le quai si valea per vari casi,
in un ostello avea ch’in cima un sasso
non ammettea, se non con mani, il passo.

24
Sinibaldo, che ben sapea il camino
(ché vi venne talor con Malagigi,
del qual da’ tener’anni piccolino
fin a’ più forti stato era a’ servigi),
giunse all’ostello, e trovò l’indovino
ch’avea sdegno coi spirti aerii e stigi,
ché scongiurati avendoli due notti
gli lor silenzi ancor non avea rotti.

25
Malagigi volea saper s’Orlando
nimico di Rinaldo era venuto,
sì come in apparenza iva mostrando,
o pur gli era per dar secreto aiuto:
perciò due notti i spirti scongiurando,
l’aria e l’inferno avea trovato muto;
ora s’apparecchiava al ciel più scuro
provar il terzo suo maggior scongiuro.

26
La causa che tenean lor voci chete
non sapeva egli, et era nigromante;
e voi non nigromanti lo sapete,
mercé che già ve l’ho narrato inante.
Quando contra l’Imperio ordì la rete
Alcina, s’ammutiro in un instante,
eccetto pochi, che serbati fòro
da quelle Fate alli servigi loro.

27
Malagigi, al venir di Sinibaldo,
molto s’allegra udendo la novella
che sia di man del traditor ribaldo
in libertà la sua cugina bella,
e ch’in la gran fortezza di Rinaldo
si truovi chiuso in potestà di quella;
e gli par quella notte un anno lunga,
che veder Gano preso gli prolunga.

28
Perciò s’affretta con la terza prova
di vincer la durezza dei demoni;
e con orrendo murmure rinova
preghi, minacce e gran scongiurazioni,
possenti a far che Belzebù si mova
con le squadre infernali e legïoni.
La terra e il cielo è pien di voci orrende;
ma del confuso suon nulla s’intende.

29
Il mutabil Vertunno, ne l’anello
che Sinibaldo avea sendo nascosto
(sapete già come fu tolto al fello
Gan di Maganza, e in altro dito posto:
non che ’l scudier virtù sapesse in quello,
ma perché il vedea bello e di gran costo),
Vertunno, a cui il parlar non fu interdetto,
là si trovò con gli altri spirti astretto.

30
E perché il silinguagnolo avea rotto,
narrò di Gano l’opera volpina,
ch’a prender varie forme l’avea indotto
per por Rinaldo e i suoi tutti in ruina;
e gli narrò l’istoria motto a motto,
e da Gloricia cominciò e d’Alcina,
fin che sul molo Bradamante ascesa
per fraude fu con la sua terra presa.

31
Maravigliossi Malagigi, e lieto
fu ch’un spirto a sé incognito gli avesse
a caso fatto intendere un secreto
che saper d’alcun altro non potesse.
L’anel in ch’era chiuso il spirto inquieto,
nel dito onde lo tolse, anco rimesse;
e la mattina andò verso Rinaldo,
pur con la compagnia di Sinibaldo.

32
Rinaldo dava il guasto alla campagna
de li Turoni e la città premea;
ché, costeggiando Arverni e quei di Spagna,
col lito di Pittoni e di Bordea,
se gli era il pian renduto e la montagna,
né fatto colpo mai di lancia avea:
ma già per l’avvenir così non fia,
poi ch’Orlando al contrasto gli venia.

33
Orlando amò Rinaldo, e gli fu sempre
a far piacer e non oltraggio pronto;
ma questo amore è forza che distempre
il veder far del re sì poco conto.
Non sa trovar ragion per la qual tempre
l’ira c’ha contra lui per questo conto:
cagion non gli può alcuna entrar nel core,
che scusi il suo cugin di tanto errore.

34
Or se ne vien il paladino innanti
quanto più può verso Rinaldo in fretta;
e seco ha cavallieri, arcieri e fanti,
varie nazion, ma tutta gente eletta.
Sa Rinaldo ch’ei vien; né fa sembianti
quali far debbe chi ’l nimico aspetta:
tanto sicur di quello si tenea
ch’in nome suo detto ’l demon gli avea.

35
Da campo a Torse, ove era, non si mosse,
né curò d’alloggiarsi in miglior sito.
È ver che nel suo cuor maravigliosse
che, dopo che Terigi era partito,
avisato dal conte più non fosse,
per tramar quanto era tra loro ordito:
molto di ciò maravigliossi, e molto
ch’avessi il baston d’or contra sé tolto;

36
e non gli avesse innanzi un dei mal nati
del scelerato sangue di Maganza
mandato a castigar de li peccati
indegni di trovar mai perdonanza:
ma tal contrari non puon far che guati
fuor di quanto gli mostra la fidanza,
né che per suo vantaggio se gli affronti,
dove vietar gli possa guadi o ponti.

37
Ben mostra far provisïon; ma solo
fa per dissimulare e per coprire
l’accordo ch’aver crede col figliuolo
del buon Milon, da non poter fallire.
Ma ’l Conte, che non sa di Gano il dolo,
fa le sue genti gli ordini seguire;
né questa né altra cosa pretermette,
ch’a valoroso capitan si spette.

38
Alla sua giunta, tutti i passi tolle,
che non venga a Rinaldo vettovaglia;
e di quanti ne prese, alcun non volle
vivo serbar, ma impicca e i capi taglia.
Quel donde più Rinaldo d’ira bolle,
è che ’l cugin fa publicar la taglia,
la qual su la persona il re de’ Franchi
bandita gli ha di cento mila franchi.

39
Et ha fatto anco publicar per bando
che ’l re vuol perdonar a tutti quelli
che verran ne l’esercito d’Orlando
e lasceran Rinaldo e gli fratelli.
Rinaldo al fin si vien certificando
ch’Orlando esser non vuol de li ribelli;
e si conosce, in somma, esser tradito,
ma quando non vi può prender partito.

40
Vede che se non vien al fatto d’arme,
ancor che noi può far con suo vantaggio,
di fame sarà vinto, se non d’arme,
ch’a lui nave ir non può né carïaggio;
e teme appresso, che la gente d’arme
un giorno non si levi a farli oltraggio:
ché non è cosa che più presto chiame
a ribellarsi un campo, che la fame.

41
Mirava le sue genti, e gli parea
che di febre sentissero ribrezo:
sì la giunta d’Orlando ognun premea,
ch’avean creduto dover star di mezo.
Rinaldo, poiché forza lo traea,
fece tutto il suo campo uscir del rezo,
e cautamente, in quattro schiere armato,
al Conte il fe’ veder fuor del steccato.

42
Già prima i fanti e i cavallieri avea
con Unuldo partito e con Ivone;
quei di Medoco il duca conducea,
con quei di Villanova e di Rione,
da San Macario, l’Aspara e Bordea,
Selva Maggior, Caorsa e Talamone,
e gli altri che dal mar fino in Rodonna
tra Cantello s’albergano e Garonna.

43
Usciti erano gli Auscii e gli Tarbelli
sotto i segni d’Unuldo alla campagna;
gli Cotüeni e gli Ruteni, e quelli
de le vallee che Dora e Niva bagna;
e gli altri che le ville e gli castelli
quasi vuoti lasciar de la montagna
che già natura alzò per muro e sbarra
al furore aquitano e di Navarra.

44
Rinaldo gli Vassari e gli Biturgi,
Tabali, Petrocori avea in governo,
e Pittoni e gli Movici e Cadurgi,
con quei che scesi eran dal monte Arverno;
e quei ch’avean tra dove, Loria, surgi,
e dove è meta al tuo viaggio eterno,
le montagne lasciate e le maremme,
con quei di Borgo, Blaia et Angolemme.

45
Et oltre a questi, avea d’altro paese
e fanti e cavallier di buona sorte;
di quai parte avea prima, e parte prese
dal suo signor, quando partì di corte;
tutti all’onor di lui, tutti all’offese
di suoi nimici pronti sino a morte.
Dato avea in guardia questo stuol gagliardo
a Ricciardetto et al fratel Guicciardo.

46
Unuldo d’Aquitania era nel destro,
Ivo sul fiume avea il sinistro corno;
de la schiera di mezo fu il maestro
Rinaldo, che quel dì molto era adorno
d’un ricco drappo di color cilestro
sparso di pecchie d’or dentro e d’intorno,
che cacciate parean dal natio loco
da l’ingrato villan con fumo e foco.

47
E perché ad ogni incommodo occorresse
(che non men ch’animoso, era discreto),
contra quei de la terra il fratel messe,
con buona gente, per far lor divieto
che, mentre gli occhi e le man volte avesse
a quei dinanzi, non venisser drieto,
o venisser da’ fianchi, e con gran scorno,
oltre il danno, gli dessero il mal giorno.

48
Da l’altra parte il capitan d’Anglante
quelli medesimi ordini gli oppone:
fa lungo il fiume andar Teone innante,
figliuolo e capitan di Tassillone;
da l’altro corno al conte di Barbante,
alla schiera di mezo egli s’oppone.
Bianca e vermiglia avea la sopravesta,
ma di ricamo d’or tutta contesta.

49
Ne l’un quartiero e l’altro la figura
d’un rilevato scoglio avea ritratta,
che sembra dal mar cinto, e che non cura
che sempre il vento e l’onda lo combatta.
L’uno di qua, l’altro di là procura
pigliar vantaggio, e le sue squadre adatta
con tal rumor e strepito di trombe
che par che triemi il mar e ’l ciel ribombe.

50
Già l’uno e l’altro avea, con efficace
et ornato sermon, chiaro e prudente,
cercato d’animar e fare audace
quanto potuto avea più la sua gente.
Era d’ambi gli eserciti capace
il campo, sino al mar largo e patente;
ché non s’era indugiato a questo giorno
a levar boschi e far spianate intorno.

51
Gli corridori e l’arme più leggiere,
e quei che i colpi lor credono al vento,
or lungi, or presso, intorno alle bandiere
scorrono il pian con lungo avvolgimento;
mentre gli uomini d’arme e le gran schiere
vengon de’ fanti a passo uguale e lento,
sì che né picca a picca o piede a piede,
se non quanto vuol l’ordine, precede.

52
L’un capitano e l’altro a chiuder mira
dentro ’l nimico, e poi venirli a fianco.
Teon, per questo, il corno estende e gira,
e Ivo il simil fa dal lato manco.
Andar da l’altra parte non s’aspira,
ché l’acqua vi facea sicuro e franco
a Rinaldo il sinistro, al Conte serra
il destro corno il gran fiume de l’Erra.

53
L’un campo e l’altro venìa stretto e chiuso
con suo vantaggio, stretto ad affrontarsi:
tutte le lance con le punte in suso
poteano a due gran selve assimigliarsi,
le quai venisser, fuor d’ogn’uman uso,
forse per magica arte, ad incontrarsi.
Cotali in Delo esser doveano, quando
andava per l’Egeo l’isola errando.

54
All’accostarsi, al ritener del passo,
all’abbassar de l’aste ad una guisa,
sembra cader l’orrida Ircina al basso,
che tutta a un tempo sia dal piè succisa:
un fragor s’ode, un strepito, un fracasso,
qual forse Italia udì quando divisa
fu dal monte Apennin quella gran costa
che su Tifeo per soma eterna è imposta.

55
Al giunger degli eserciti si spande
tutto ’l campo di sangue e ’l ciel di gridi:
a un volger d’occhi in mezo e da le bande
ogni cosa fu piena d’omicidi:
in gran confusïon tornò quel grande
ordine, e non è più chi regga o guidi,
o ch’oda o vegga; ché conturba e involve,
assorda e accieca il strepito e la polve.

56
A ciascuno a bastanza, a ciascun troppo
era d’aver di se medesmo cura.
La fanteria fu per disciorre il groppo,
perduto ’l lume in quella nebbia oscura:
ma quelli da cavallo al fiero intoppo
già non ebbon la fronte così dura;
le prime squadre sùbito e l’estreme
di qua e di là restar confuse insieme.

57
Le compagnie d’alcuni, che promesso
s’avean di star vicine, unite e strette,
e l’un l’altro in aiuto essersi appresso
né si lasciar se non da morte astrette,
in modo si disciolser che rimesso
non fu più ’l stuol fin che la pugna stette;
e di cento o di più ch’erano stati,
al dipartir non furo i dui trovati.

58
Ché da una parte Orlando e da l’altra era
Rinaldo entrato, e prima con la lancia
forando petti e più d’una gorgiera,
più d’un capo, d’un fianco e d’una pancia;
poi, l’un con Durindana, e con la fera
Fusberta l’altro, i dui lumi di Francia,
a’ colpi, qual fece in Val Flegra Marte,
poneano in rotta e l’una e l’altra parte.

59
Come nei paschi tra Primaro e Filo,
voltando in giù verso Volana e Goro,
nei mesi che nel Po cangiato ha il Nilo
il bianco uccel ch’a’ serpi dà martoro,
veggiàn, quando lo punge il fiero asilo,
cavallo andare in volta, asino e toro,
così veduto avreste quivi intorno
le schiere andar senza pigliar soggiorno.

60
A Rinaldo parea che, distornando
da quella pugna il cavallier di Brava,
gli suoi sarebbon vincitori, quando
sol Durindana è che gli afflige e grava;
di lui parea il medesimo ad Orlando:
che se da le sue genti il dilungava,
facilmente alli Franchi e alli Germani
cederiano i Pittoni e gli Aquitani.

61
Perciò l’un l’altro, con gran studio e fretta
e con simil desir, par che procacci
di ritrovarsi, e da la turba stretta
tirarse in parte ove non sia ch’impacci.
Per vietarli il camin nessun gli aspetta,
non è chi lor s’opponga o che s’affacci;
ma in quella parte ove gli veggon volti,
tutti le spalle dàn, nissuno i volti.

62
Come da verde margine di fossa
dove trovato avean lieta pastura,
le rane soglion far sùbita mossa
e ne l’acqua saltar fangosa e scura
se da vestigio uman l’erba percossa
o strepito vicin lor fa paura;
così le squadre la campagna aperta
a Durindana cedono e a Fusberta.

63
Gli duo cugin, di lance proveduti
(che d’olmo l’un, l’altro l’avea di cerri),
s’andaro incontro, e i lor primi saluti
furo abbassarsi alle visiere i ferri.
Gli dui destrier, che senton con ch’acuti
sproni alli fianchi il suo ciascun afferri,
si vanno a ritrovar con quella fretta
che uccel di ramo o vien dal ciel saetta.

64
Negli elmi si feriro a mezo ’l campo
sotto la vista, al confinar dei scudi:
suonar come campane, e gittar vampo,
come talor sotto ’l martel gl’incudi.
Ad amendui le fatagion fur scampo,
che non potero entrarvi i ferri crudi:
l’elmo d’Almonte e l’elmo di Mambrino
difese l’uno e l’altro Paladino.

65
Il cerro e l’olmo andò, come se stato
fosser di canne, in tronchi e in schegge rotto:
messe le groppe Brigliador sul prato,
ma, come un caprio snel, sorse di botto.
L’uno e l’altro col freno abbandonato,
dove piacea al cavallo, era condotto,
coi piedi sciolti e con aperte braccia,
roverscio a dietro, e parea morto in faccia.

66
Poi che per la campagna ebbono corso
di più di quattro miglia il spazio in volta,
pur rivenne la mente al suo discorso,
e la memoria sparsa fu raccolta:
tornò alla staffa il piè, la mano al morso,
e rassettati in sella dieder volta;
e con le spade ignude aspra tempesta
portaro al petto, agli omeri e alla testa.

67
Tutto in un tempo, d’un parlar mordente
Rinaldo a ferir venne, e di Fusberta,
al cavallier d’Anglante, e insiememente
gli dice — Traditor — a voce aperta;
e la testa che l’elmo rilucente
tenea difesa, gli fe’ più che certa
ch’a far colpo di spada di gran pondo
si ritrovava altro che Orlando al mondo.

68
Per l’aspro colpo il senator romano
si piegò fin del suo destrier sul collo;
ma tosto col parlare e con la mano
ricompensò l’oltraggio e vendicollo:
gli fe’ risposta che mentia, e villano
e disleal e traditor nomollo;
e la lingua e la mano a un tempo sciolse
e quella il core e questa l’elmo colse.

69
Multiplicavan le minacce e l’ire,
le parole d’oltraggio e le percosse;
né l’un l’altro potea tanto mentire
che detto traditor più non gli fosse.
Poi che tre volte o quattro così dire
si sentì Orlando dal cugin, fermosse;
e pianamente domandollo come
gli dava, e per che causa, cotal nome.

70
Con parole confuse gli rispose
Rinaldo, che di còlera ardea tutto;
Carlo, Orlando e Terigi insieme pose
in un fastel, da non ne trar construtto:
come si suol rispondere di cose
donde quel che dimanda è meglio instrutto.
— Pian, pian, fa ch’io t’intenda, — dicea Orlando
— cugino; e cessi intanto l’ira e ’l brando. —

71
In questo tempo i cavallieri e i fanti
per tutto il campo fanno aspra battaglia,
né si vede anco in mezo, né dai canti
qual parte abbia vantaggio e che più vaglia.
Le trombe, i gridi, i strepiti son tanti,
che male i duo cugin alzar, che vaglia,
la voce ponno, e far sentir di fuore
perché l’un l’altro chiami traditore.

72
Per questo fur d’accordo di ritrarsi
e diferir la pugna al nuovo sole;
poi, la mattina, insieme ritrovarsi
nel verde pian con le persone sole;
e qual fosse di lor certificarsi
il traditor, con fatti e con parole.
Fatto l’accordo, dier subito volta,
e per tutto sonar féro a raccolta.

73
Al dipartir vi fur pochi vantaggi;
pur, s’alcun ve ne fu, Rinaldo l’ebbe:
che, oltre che prigioni e carrïaggi
vi guadagnasse, a grand’util gli accrebbe,
ché alloggiò dove aver da li villaggi
copia di vettovaglie si potrebbe.
L’altra mattina, com’era ordinato,
si trovò solo alla campagna armato.

qui mancano molte stanze
74
Scendono a basso a Basilea et al Reno,
e van lungo le rive insino a Spira,
lodando il ricco e di cittadi pieno
e ’l bel paese ove il gran fiume gira.
Entrano quindi alla Germania in seno,
e son già a Norimbergo, onde la mira
lontan si può veder de la montagna
che la Boemia serra da la Magna.

75
………………………………………………….
………………………………………………….
………………………………………………….
………………………………………………….
Venner, continüando il lor vïaggio,
su ’n monte onde vedean giù ne la valle
la pugna che Sassoni, Ungari e Traci
facean crudel contra i Francesi audaci:

76
e gli aveano a tal termine condotti,
per esser tre, come io dicea, contr’uno;
e sì gli avean ne l’antiguardia rotti,
che senza volger volto fuggia ognuno:
né per fermargli i capitani dotti
de la milizia avean riparo alcuno;
anzi, i primi che ’n fuga erano volti,
i secondi e i terzi ordini avean sciolti.

77
L’ardite donne, con Guidone, e ’nsieme
gli altri venuti seco a questa via,
sul monte si fermar che da l’estreme
rive d’intorno tutto il pian scopria:
dove sì Carlo e li suoi Franchi preme
la gente di Sansogna e d’Ungheria,
e l’altre varie nazïoni miste,
barbare e greche, ch’a pena resiste.

78
Con gran cavalleria russa e polacca,
l’esercito di Slesia e di Sansogna
guida Gordamo; e sì fiero s’attacca
con la gente di Fiandra e di Borgogna,
e sì l’ha rotta, tempestata e fiacca
al primo incontro, che fuggir bisogna;
né può Olivier fermargli, ch’è lor guida,
e prega invano e ’nvan minaccia e grida.

79
Or, mentre questo et or quell’altro prende
ne le spalle, nel collo e ne le braccia,
volge per forza l’un, l’altro riprende,
che ’l nemico veder non voglia in faccia;
Gordamo di traverso a lui si stende,
e s’un corsier ch’a tutta briglia caccia
sì con l’urto il percuote e sì l’afferra
con la gross’asta, che lo stende in terra.

80
Non lunge da Olivier era un Gherardo
et un Anselmo: il primo è di sua schiatta,
ché di don Buovo nacque, ma bastardo
(però avea il nome del vecchio da Fratta);
il secondo fiamingo, il cui stendardo
seguia una schiera in sue contrade fatta:
restar questi dui soli alle difese,
fuggendo gli altri, del gentil marchese.

81
Gherardo col caval d’Olivier venne,
e si volea accostar perché montassi;
et Anselmo, menando una bipenne,
gli andava innanzi e disgombrava i passi:
quando Gordamo alzò la spada, e fenne
con un gran colpo i lor disegni cassi:
ché da la fronte agli occhi a quello Anselmo
divise il capo, e non li valse l’elmo.

82
Tutto ad un tempo, o con poco intervallo,
con la spada a due man menò Baraffa,
venuto quivi con Gordamo, et hallo
accompagnato il dì sempre alla staffa;
e le gambe troncò dietro al cavallo
de l’altro sì, che parve una giraffa:
ch’alto dinanzi e basso a dietro resta.
Sopra Gherardo ognun picchia e tempesta;

83
e tanto gli ne dàn che l’hanno morto
prima ch’aiutar possa il suo parente.
Dolse a Olivier vederli far quel torto,
ma vendicar non lo potea altrimente;
perché, da terra a gran pena risorto,
avea da contrastar con troppa gente;
pur, quanto lungo il braccio era e la spada,
dovunque andasse si facea far strada.

84
E se non fosser stati sì lontani
da lui suoi cavallieri in fuga volti,
che fuggian come il cervo inanzi a’ cani
o la perdice alli sparvieri sciolti;
tra lor per forza de piedi e di mani
saria tornato, e gli avria ancor rivolti:
ma che speme può aver perché contenda
che forza è ch’egli muoia o che s’arrenda?

85
Ecco Gordamo, senza alcun rispetto
ch’egli a cavallo e ch’Olivier sia a piede,
arresta un’altra lancia, e ’n mezzo il petto
a tutta briglia il Paladino fiede;
e lo riversa sì, che de l’elmetto
una percossa grande al terren diede.
Tosto ch’in terra fu, sentì levarsi
l’elmo dal capo, e non potere aitarsi:

86
ché li son più di venti adosso a un tratto,
su le gambe, sul petto e su le braccia;
e più di mille un cerchio gli hanno fatto:
altri il percuote et altri lo minaccia;
chi la spada di mano, chi gli ha tratto
dal collo il scudo, e chi l’altre arme slaccia.
Al duca di Sansogna al fin si rende,
che lo manda prigione alle sue tende.

87
Se non tenea Olivier, quando avea ancora
l’arme e la spada, la sua gente in schiera,
come fermarla e come volgerl’ora
potrà, che disarmato e prigion era?
Fuggesi l’antiguardia, et apre e fora
l’altra battaglia, e l’urta in tal maniera
che, confondendo ogn’ordine, ogni metro,
seco la volge e seco porta indietro.

88
E perché Praga è lor dopo le spalle,
i fiumi a canto e gli Alemanni a fronte,
non sanno ove trovar sicuro calle
se non a destra, ov’era fatto il ponte;
e però a quella via sgombran la valle
con li pedoni i cavallieri a monte;
ma non rïesce, perché già re Carlo
preso avea il passo e non volea lor darlo.

89
Carlo, che vede scompigliata e sciolta
venir sua gente in fuga manifesta,
la via del ponte gli ha sùbito tolta,
perché ritorni, o ch’ivi faccia testa;
né vi può far però ripar, ché molta
l’arme abbandona e di fuggir non resta;
e qualche un, per la tema che l’affretta,
lascia la ripa e nel fiume si getta.

90
Altri s’affoga, altri nuotando passa,
altri il corso de l’acqua in giro mena;
chi salta in una barca e ’l caval lassa,
chi lo fa nuotar dietro alla carena;
o dove un legno appare, ivi s’ammassa
la folta sì, che, di soverchio piena,
o non si può levar se non si scarca,
o nel fondo tra via cade la barca.

91
Non era minor calca in su l’entrata
del ponte, che da Carlo era difesa;
e sì cresce la gente spaventata,
a cui più d’ogni biasmo il morir pesa,
che ’l re non pur, con tutta quella armata
che seco avea, ne perde la contesa,
ma, con molt’altri uomini e bestie a monte,
nel fiume è rovesciato giù del ponte.

92
Carlo ne l’acqua giù dal ponte cade,
e non è chi si fermi a darli aiuto;
che sì a ciascun per sé da fare accade,
che poco conto d’altri ivi è tenuto:
quivi la cortesia, la caritade,
amor, rispetto, beneficio avuto,
o s’altro si può dire, è tutto messo
da parte, e sol ciascun pensa a se stesso.

93
Se si trovava sotto altro destriero
Carlo, che quel che si trovò quel giorno,
restar potea ne l’acqua di leggiero,
né mai più in Francia bella far ritorno.
Bianco era il buon caval, fuor ch’alcun nero
pelo, che parean mosche, avea d’intorno
il collo e i fianchi fin presso alla coda:
da questo al fin fu ricondotto a proda.

Manca il fine

Carlo Tenca – La cà dei cani : cronaca milanese del secolo 14. / cavata da un manoscritto di un canattiere di Barnabo Visconti

LA CÀ DEI CANI

Cronaca Milanese
DEL SECOLO XIV
Cavata da un manoscritto di un Canattiere
DI

BARNABÒ VISCONTI

CON QUATTRO INCISIONI.

MILANO
COI TIPI DI BORRONI E SCOTTI

CONTRADA DI S. PIETRO ALL’ORTO N.° 893.
SI VENDE ANCHE DA ANDREA COLOMBO, LIBRAJO E CARTOLAJO
CONTRADA DE’ RATTI N.° 3190
Ai Lettori

“…. Et sconjuriamo ogni uno che si faciessero a leggere questa historia di ajutare credentia alle nostre parole, et di honorarla di cortese indulgentia. Con che poniam fine nel nome del Signore.” Le quali parole che chiudono la cronaca del canattiere di Bernabò, noi abbiamo stimato opportuno mettere in cima al nostro libro, quasi a perorare la nostra causa presso i lettori, e chieder loro quella credenza e benignità che il buon cronista domandava a’ suoi.
E invero non è senza un segreto sgomento che osiamo per la prima volta srugginire e mondar dalla polvere una vecchia pergamena, in questi tempi in cui tanti illustri ci precedettero sul difficile cammino e si accaparrarono intera l’attenzione del pubblico. Se il pensiero di esser puntello al pericolante edifizio delle lettere e di recare singolar giovamento alla società non ci avesse sospinto all’arrischiata impresa, forse noi avremmo lasciato dormire quel prezioso manoscritto fino al dopo pranzo del dì del giudizio, a gran tripudio dei topi e delle tignuole. Ma la santità della nostra missione la vinse sul natural timore: il bisogno dei tempi è troppo altamente annunziato dal succedersi degli almanacchi e delle strenne, il Cicca berlicca, l’Ara bell’ara, il Minin minell, il Cicciorlanda e tali altri riputatissimi libri dovevano avere un confratello. Ed ecco che la nostra buona ventura ci condusse a scoprire fra le carte d’un pescivendolo la cronaca del canattiere di Bernabò, la quale se non elevasi alla sublimità di quei primi modelli, non è priva di certa importanza ed ha in se tutti gli elementi che richiedonsi a fare un racconto storico. In essa trovammo le violenze, le prigioni, i rapimenti, le carnificine, le stregherie, le morti, e tutto ciò col condimento d’un po’ d’amore e di qualche scena burlesca: solo mancavano i tornei e le feste, e di questo difetto, più dei tempi che nostro, domandiamo generoso perdono ai lettori. Ben è vero che abbiam posto a tortura il nostro cervello, e abbiamo sudato le intere settimane per trovar modo a tirarvi pe’ capegli almeno un pajo di tali episodii, non tanto per seguitare il costume, quanto per rimpinzare con essi il racconto senza molto studio nè fatica; ma questo non ci venne mai fatto stante la gramezza dei tempi che tornei e feste non comportava. Invece, perchè gli episodii sono pur necessarii, anzi costituiscono la parte principale di un racconto storico, vi abbiamo introdotto la esecuzione di cento cittadini impiccati sulla pubblica piazza, quella di due frati abbruciati vivi, l’apparizione d’una cometa, tutte descrizioni che valgono per quelle di cento tornei e che hanno il pregio di sviare più che mai la mente del lettore dal fatto principale.
Per questo lato il nostro racconto non è privo di una certa importanza e può stare non ultimo fra molti romanzi storici contemporanei. Oltre di che l’erudizione vi è sparsa a piene mani essendoci stato d’ajuto in ciò il nostro cronista, il quale pare che sia andato razzolando tutte le memorie de’ suoi tempi e ne abbia fatto tesoro nella sua storia. Anzi fu sì grande questa sua smania di narrare fatti, che raccolse in una sola epoca avvenimenti di cinque o sei anni: il che noi abbiamo fedelmente osservato non solo per una cotal venerazione alle cronache, ma confortati in ciò dall’esempio di alcuni scrittori pei quali anacronismo è parola vota di senso.
Rispetto allo stile e alla lingua, che tengono oggidì primato d’importanza in un racconto qualsisia, ci siamo sforzati di stare più strettamente che per noi si potesse vicino alla verità. La qual verità noi riputammo consistere nel far parlare ciascheduno secondo la sua condizione e tutti secondo i tempi. Ond’è che al signore o al principe abbiamo posto in bocca un linguaggio fiorito e sentenzioso adorno di frasi studiate e peregrine, e al popolo un parlar basso e ruffianesco misto di solecismi e di arzigogoli d’ogni fatta. Anche in ciò i nostri lettori troveranno quella varietà e diremmo quasi screziatura che tanto piace nella comune dei romanzi. Pel colorito locale e contemporaneo poi ci fu modello la cronaca medesima, alla cui narrazione semplice e concisa attingemmo la maggior parte dei modi di dire, non in guisa però da non poter giurare di aver creato lo stile.
Inoltre, per accrescere curiosità ai lettori e per dare certa vaghezza al libro, abbiamo avuto cura d’interrompere qua e là il racconto e di saltare da un fatto all’altro, lasciando lacune che la mente dei lettori non riempirà mai. A questo uopo abbiamo religiosamente abbruciato alcuni fogli della nostra cronaca, per poter asserire con fondamento ch’essa è difettosa in alcune parti, e proprio là dove il racconto ha maggior bisogno di essere rischiarato. Tali lacune saranno abbellite da una falange di puntini, i quali oltre al far vaga mostra all’occhio, hanno il pregio di non istancare la pazienza dei lettori. Ben è vero che ove quelle lacune fossero veramente esistite, sarebbe stato facile supplirvi colla nostra imaginazione e compire la narrazione; ma poichè nessun romanziero, per quanto sappiamo, ha mai fatto ciò, noi pure ci siamo trattenuti dal farlo. I lettori poi sono pregati di credere che quelle pagine perdute contenevano le più belle e mirabili cose del mondo, al cui confronto sono uno zero quelle narrate nel restante del libro.
Il racconto abbiamo diviso in capitoli, e a ciascun capitolo abbiam posto in cima un motto od epigrafe per vieppiù invogliare i lettori a scorrerne le pagine. Queste epigrafi poi le abbiamo rubacchiate qua e là dovunque ci capitavano sott’occhio senza badar molto se si acconciavano o no alla narrazione; e quando non ne trovammo, le abbiamo fabbricate a bella posta spacciandole per brani di canzoni inedite o di poemi manoscritti che non esistettero mai. Il qual segreto insegnatoci già da un nostro confratello, abbiam trovato comodissimo e pieno di utilità. Solamente non volemmo dare alcun titolo ai capitoli, e ciò per un capriccio, che preghiamo i lettori di perdonarci. Quelli tra essi che non potessero far senza di questa oziosa nomenclatura, piglino l’ultimo romanzo da essi letto e ne applichino i titoli al nostro racconto, che vi si adatteranno a meraviglia. Perchè alla fine son sempre le medesime scene che si riproducono in tutti i romanzi, e i capitoli di ciascheduno hanno tanta analogia tra loro come le messe d’una chiesa rassomigliano a quelle d’un altra.
Ora ci rimarrebbe a dire del lusso dell’edizione, degl’intagli, e di tutte le vaghezze tipografiche. Ma di questo faccian ragione i lettori. Tanto più che troppe pagine abbiamo speso intorno al libro; e vogliamo che i giornalisti, se mai alcuno piglierà a lodarlo, possano far senza delle parole dell’autore e scrivere del proprio…. almeno circa la carta e i caratteri. Del resto chi sa che la cronaca del canattiere di Bernabò non pigli posto tra breve fra le edizioni illustrate.
Se ne sono vedute tante!

I.

Vulgo fu sempre vulgo – era ‘l capestro
E ‘l pane e ‘l boja, e sono e saran sempre
Il suo trastullo. –

FOSCOLO. Sermone.

Un mattino del novembre dell’anno 1374, la città di Milano erasi levata quasi a rumore, e gli abitanti accorrevano a torme di tre, quattro, fuori delle case accalcandosi per le contrade che mettono alla piazza della Vetra. Dappertutto era un correre, un affannarsi, un domandare, un parlar sommesso che dava indizio di qualche grave avvenimento. Chi avesse osservato da vicino siffatto trambusto non avrebbe detto certamente esser quello un giorno di festa o di pubblica allegrezza; anzi avrebbe cavato cattivo augurio dall’aspetto umile e rassegnato de’ cittadini e meglio ancora dai loro visi pallidi e sparuti. Lacere le vesti e sudicie, gli occhi infossati nell’orbita e tristissimi, le guance informate dalla pelle livida e gialliccia, il respiro affannoso additavano generale la miseria e la fame. Gli uomini parlavan piano tra loro e sfogavansi in amare lamentazioni, le donne alzavano gli occhi al cielo e piangevano: dei fanciulli, soliti sempre a far baldoria e schiamazzare in tali occasioni, pochi o nessuno se ne vedeva. Tutti poi avevano in fronte l’indignazione e più che l’indignazione il terrore, e guardavansi sospettosi da certe facce sinistre, che aggirantisi qua e là per mezzo alla moltitudine, scostavansi da loro come dalla peste.
E invero chi avesse veduto in quel torno la città di Milano avrebbe chiesto dov’era la splendidezza delle case, la chiassosa allegria dei cittadini, l’eccellenza delle arti, la frequenza di una plebe numerosa e felice. Fin dal principiare di giugno erasi appiccato di nuovo il contagio in Lombardia più fiero e più crudele che nel passato; tanto che quasi due terzi degli abitanti n’erano periti. Al qual numero se si aggiungano i morti nella peste dell’anno antecedente, di leggeri si farà ragione dello squallore e della miseria di questa città. I provvedimenti dati dal duca Bernabò Visconti, anzichè scemare, accrebbero di gran lunga la desolazione di Milano, perocchè nell’anno avanti, appena si ebbe indizio di contagio, fuggissi tostamente nelle sue castella presso Marignano, e nella città comandò che fossero diroccate le case di tutti coloro che eran morti di contagio, senza riguardo per gli ammalati o pei sani che vi potevano essere. Poscia, quando la peste si riprodusse più forte, diè ordine che tutti quelli i quali fossero tocchi dal male, dovessero portarsi fuori della città o del paese ove abitavano, e andassero nei boschi, nelle campagne a morirvi; nè alcuno, che avesse assistito un contagioso potesse ritornare a casa prima di dieci dì dalla morte di esso. I preti e i parrochi di ciascun luogo erano obbligati di visitare gl’infermi e di additare agl’Inquisitori, trascelti a tal uopo, ogni ammalato sotto pena del fuoco: del pari i beni di ciascuno erano dati al fisco fino a nuovo avviso. Le quali misure, giudichi ognuno quanto fossero atte a riparare a cosiffatta disgrazia, e come non dovevano immiserire questo bel paese, già gramo per una prepotente dominazione. Basti il dire che il Petrarca, ospite caro a Milano, il quale aveva stabilito di terminarvi i suoi dì tra le carezze della figlia e del genero, partissi al primo infierire del morbo nel 1361, nè più vi fece ritorno.
E quasichè non bastasse la morìa a spopolare e a far misera Milano, cominciò il cielo a imperversare in sull’aprirsi della primavera, e a cader una pioggia non mai interrotta fin presso al finire di luglio; talchè le biade ne rimasero al tutto guaste e distrutte. Da ciò nacque un’orribile carestia che condusse una moltitudine di persone a morir di stento, e attirò in Milano gran parte de’ contadini e dei montanari, i quali cacciati dalla fame versavansi a frotte nella città già ridotta allo stremo. Nè le limosine di Galeazzo Visconte, che furono molte e generose, nè quelle di Bernabò, valsero a trarre il paese da sì profondo abbattimento; e nel mese di novembre, in cui ebbero luogo gli avvenimenti che imprendiamo a narrare, quantunque il contagio fosse cessato d’un tratto, e la carestia avesse dato luogo alquanto, profonde erano tuttavia le tracce della desolazione e della morte.
Però, la curiosità, che fu primo retaggio dell’umana schiatta, e poscia principale attributo della plebe e delle femmine, aveva anche adesso fatto mostra del suo potere; ond’è che in onta alla peste ed alla carestia, in onta al dolore che struggeva l’animo de’ cittadini superstiti, la maggior parte di essi traeva alla piazza della Vetra per essere testimone di uno spettacolo miserando, d’una sventura più grande dei due flagelli mandati dal Signore. Bernabò Visconti, non appena tornato dal suo castello, ove passava il tempo cacciando, aveva pubblicato un editto, col quale minacciava fierissime pene a chi avesse ucciso cinghiali od altre salvaggine, ch’egli amava sopra modo. Nè pago di ciò, comprese nel medesimo editto tutti coloro che fossero accusati di averne ucciso alcuno nel periodo di quattro anni addietro; e si diè con ogni cura a cercare i rei. È facile immaginarsi che non mancarono le accuse, in parte vere, in parte anche false, perchè in ogni tempo e in quello specialmente, non mancarono tristi personaggi ed odiosi, che stimarono innalzar sè sulla caduta degli altri. Il perchè più di cento, tra plebei e cittadini, furono convinti, Dio sa come, di codesto delitto di lesa salvaggina, e condannati alla perdita degli occhi, poscia ad essere appiccati. La qual crudeltà, non nuova in quei tempi di barbarie e di dispotismo, ma terribile in un’epoca di tanta pubblica calamità, doveva certamente accrescere e l’abbattimento de’ poveri milanesi e l’odio a così strana oppressione. E tuttavia per quanto universale fosse lo squallore e unanimi le maledizioni per sì feroce atto, la moltitudine, fedele al suo istinto, non poteva privarsi di uno spettacolo favorito, e col fiele nell’animo trascinavasi al luogo del supplizio. La prima condanna era già stata eseguita il giorno innanzi nel palazzo dello stesso duca: ora rimaneva soltanto l’appiccatura, per la quale erasi eretto un gran palco capace non che di cento, ma di mille persone, se alcuno vi fosse stato, cui avesse fatto gola un ballo all’aria.
Sull’angolo della contrada degli Spadari, dove sbocca dritto negli Armorari, un uomo di forse quarant’anni, robusto della persona e franco, sebbene macilento in viso, preparavasi ad uscire della bottega in compagnia di un suo amico, e detto ai giovani che badassero al di dentro e non si lasciassero vincere dalla curiosità, cacciossi il berretto in capo, e in due passi fu in istrada. Quand’ecco al disopra della bottega, proprio rasente l’insegna, che era un elmo irrugginito posto a cavalcione d’un’alabarda, aprissi una finestra ed una voce malinconica ma pur gentile esclamò:
– Perchè vuoi tu uscire, Stefano? Ti pare una bella cosa l’andar a vedere quattro manigoldi metter il capestro al collo a tante brave persone, che alla fine sono nostro prossimo? Via, rimani in casa. E voi, signor Franciscolo, che avete più giudizio di lui, persuadatelo a restare. –
– Eh, mia buona signora Agnese, non sono già io che ha indotto questo capo sventato di Stefano ad uscire: è lui che vuol andarvi a tutti i modi, ed io per non lasciarlo solo ho dovuto acconciarmi ad andarne con lui. Ma state cheta che non ci accadranno disgrazie. –
– Disgrazie, tu dici? – rispose l’armajuolo. Che diamine ci può accadere di peggio? La scomunica del papa, la peste, la carestia, la corda, l’impiccatura, e che so io. Sai tu, Franciscolo, che vi sia qualche cosa d’altro da mettere appresso? –
– Sì; quattro carezze dei cani del Duca – gli disse Franciscolo all’orecchio – e se non tieni la lingua fra i denti…. –
– Maladetti i cani! – mormorò Stefano, poi guardando all’insù – moglie mia – disse – bada che non accada nulla a quella sguajata bestiaccia, se no mal per noi, mettile innanzi da far colazione, e fa in guisa che non fugga di casa. –
– Vi ubbidirò – rispose la moglie – siete proprio ostinato di voler andare a quella bella festa. In nome del Signore, guardatevi almanco dal parlar troppo, abbiate l’occhio a quelle facce sinistre di que’ canattieri, di quegli sgherri, di quegli stipendiati del duca, che mettono la terzana solamente a guardarli. Io non so che pro’ vogliate cavarne di questo vostro andare. –
– Che pro’ ne caverò? Dove non fosse altro, imparerò come impicchino i manigoldi del duca, e se il caso volesse che un qualche dì…… Ma via, via, non i sgomentarti Agnese, io porto il berretto fuori degli occhi. In ogni modo è bene l’andarvi, perchè la presenza di facce da cristiani come noi, conforta alquanto negli estremi momenti…. Ah! non mi ricordava che quei poveretti sono senz’occhi! Uf. Andiamo Franciscolo, addio Agnese. –
Ciò detto, pigliò pel braccio Franciscolo, che parve seguirlo a rilento, ed entrambi scantonarono per avviarsi al luogo dell’esecuzione. Quantunque la morìa fosse di fresco cessata, e non al tutto deposto lo spavento; quantunque un pò per la fame, un pò per la peste la popolazione di Milano fosse ridotta a meno di un terzo, tuttavolta le case non erano tanto deserte che non potessero uscirne un diecimila persone. E tante, e forse più se ne trovavano sulla piazza della Vetra, allorchè vi giunsero per la via del Carrobbio Stefano e Franciscolo. L’esecuzione era già incominciata, alla spiccia e senza molti preliminari, talchè una dozzina di quegl’infelici erano belli e spacciati. La moltitudine stava commossa e timorosa, e in tanto subbuglio di gente era un silenzio tale che udivansi chiaro le preghiere e le ultime parole dei condannati. Tra questi erano giovani e vecchi e sacerdoti e cittadini d’ogni classe, alcuni venerandi per canizie, altri stimati per probità e per valore; desiderio grandissimo della patria in quell’epoca di desolazione. La maggior parte non reggevasi sulle gambe e minacciava ad ogni istante di uscir di vita; e questi erano spacciati per i primi. Gli altri più giovani, più baldi e pieni ancora di vigorìa, sebbene doloranti per la perdita degli occhi, favellavano, volgevansi al popolo gridando, invocavano il Signore, e morivano pregando tempi migliori allo sfortunato loro paese. Invano gli sgherri or colla voce, or con punzoni o minacce tentavano di contenerli, di farli tacere: le bravate non valevano a nulla per essi, che avevano a due passi la morte, ond’è che stimarono più acconcio lasciarli dire. Tra gli altri erano due giovani, belli della persona e del volto, per quanto l’un e l’altro avessero sfigurato e malconcio: stavano sul davanti del palco, e tenevansi abbracciati in un amplesso così tenace, che pareva non se ne potessero più sciogliere. Dal muoversi convulso delle labbra e dallo stringersi così da vicino scorgevasi un immenso struggimento di non potersi mirare in viso, e un amore, una tenerezza, un abbandono non facile a trovarsi tra uomo e uomo. Quei due giovani erano fratelli, pellicciai di mestiere, tra i più facoltosi cittadini di Milano, citati siccome modello di fraterna amicizia. Il più giovine, debole e malaticcio, fu tra i primi ad esser colto dal contagio, e il maggiore portatolo fuor di città, com’era prescritto, non scostossi un istante da lui finchè non l’ebbe veduto salvo. Allora, siccome lo sfinimento prodotto dal morbo richiedeva cibi più succulenti e la carestia aveva fatto ascendere i mangiari a un prezzo enorme, vendette, come meglio potè, le sue pelliccie e perfino le masserizie per cavarne danaro; ma presto ridotto al verde, usciva il mattino intanto che il fratello dormiva, e con certi lacciuoli ingegnavasi di pigliar qualche lepre spinta dalla fame fin sotto le mura della città. Così erano campati entrambi fino al finir dell’ottobre, nel qual tempo pubblicatosi l’editto, vennero presi e condannati, l’uno per aver cacciato, l’altro per aver mangiato quelle lepri. Ora il fratello maggiore, che accusava sè della morte di entrambi, addoloravasi oltremodo e veniva sostenendo e confortando quell’altro colle più soavi parole, e quando furono al punto di dover essere divisi, pregò che gli concedessero di accompagnarlo fino a piè del patibolo. Dove giunti, furono tanti e sì teneri gli abbracci, e le parole così tristamente affettuose, che la moltitudine commossa non potè più contenersi e si diè altamente a singhiozzare. Forse in altri tempi quello spettacolo avrebbe destato una subita indignazione e levato il popolo a sommossa; ma allora gli animi infiacchiti dalle calamità e dall’oppressione non potevano dare altro che lagrime. Tanto più che gli alabardieri di Bernabò circondavano a doppie file la piazza, e non sarebbero stati gran fatto malcontenti di picchiar coll’asta nelle reni a quella sozza canaglia, com’essi chiamavano il popolo, e di mandarne porzione a far compagnia ai ranocchi nella fossa che gira quasi tutto all’intorno.
Stefano e Franciscolo non poterono più oltre patire la vista di quello spettacolo, e si volsero per uscire di là fieramente combattuti da mille diversi sentimenti. Quando furono davanti alla porticina della chiesa di S. Lorenzo, dove la moltitudine diradavasi e lasciava luogo a camminare alquanto più liberamente, Stefano, tratto un grosso sospiro, disse piano al compagno:
– Poveretti, come fanno compassione. E a vedere quei ribaldacci di stipendiati del duca come gavazzano e si tengono a festa. Maladetti! S’io rimaneva più là, avrei commesso qualche sproposito: mi pareva d’aver i piedi sulle brage, e qui nelle mani poi mi sentiva certi pizzicori… Che la Madonna e san Lorenzo mi ajutino. –
– Amen, rispose una voce grave a poca lontananza da lui.
Il povero Stefano, che tenevasi solo, e credeva che nessuno l’avesse udito, si volse pieno di sospetto, e vide due frati minori che si erano ritratti dalla folla e stavano rincantucciati presso alla porta della chiesa col viso quasi interamente coperto dalla cocolla. Sopra di costoro ei cacciò due occhi a guisa di due punti d’interrogazione; ma poichè il frugare e l’osservarli minutamente non servì a nulla, si trasse Franciscolo in disparte e accennò di andarsene. Allora uno dei frati scopertosi il viso gli mosse un passo all’incontro, e lo chiamò per nome.
– Che? Siete voi padre Teodoro, e voi padre Andrea? – disse Stefano riconoscendoli entrambi – che il cielo vi benedica, m’avete fatto una paura da non dirsi. E perchè appiattarvi qui come lepri in un cespuglio… Ah! mio Dio, l’ho detta grossa. Basta, fu così per un paragone, e spero non mi vorrete tradire; se no, povero il mio collo. –
– Noi siamo venuti a mirare l’opera della distruzione, a veder compiuto l’olocausto, a raccogliere i gemiti di tutte queste vittime e offrirli al trono del Signore: chi sa che il giorno dell’espiazione non sia presto maturo. –
– Oh: se tutti questi poltroni che stan qui a piangere come donnicciuole avessero un cuore come il mio, que’ manigoldi non riderebbero lungo tempo alle nostre spalle; e lo stesso duca ci farebbe di berretto se ci scontrasse per via, invece di farci inginocchiare come i pagani davanti all’idolo di Belo. –
– Lo scampo sta nelle mani del Signore – ripigliò il padre Teodoro – e non in quello degli uomini. Che potreste fare voi altri, branco di pecore, deboli e sommesse, che la voce del padrone manda quando vuole al macello? Al Signore tocca salvarvi, ed egli solo lo può. Finora ci ha dato le prove dell’ira sua castigandoci con ogni sorta di flagelli: ma egli è misericordioso e alla fine si placherà. Che, credete che possa esser lieta una città ov’egli non abita? una città ricetto di scomunicati, senza guida, senza pastore, nella quale lo stesso arcivescovo rifiuta di porre il piede? –
– Sopra di ciò ha ragione l’arcivescovo – entrò a dire Franciscolo – egli avrà davanti agli occhi quel che fece il duca con Roberto Visconti suo antecessore, quando gli diè del poltrone e del ribaldaccio, e se lo fe’ inginochiare a’ piedi. –
– Roberto Visconti fu uomo e debole, rispose il padre Teodoro, ma il vero ministro di Dio non teme le minacce dei superbi, anzi le sfida e le soggioga. Forse verrà tempo, nè è molto lungi, in cui Bernabò udrà dirsi la verità in nome del Dio che castiga, e può darsi ch’ei torni a miglior vita. Notte e dì noi preghiamo il Signore che ci accordi questa grazia, e se l’otterremo sarà il più gran miracolo che possa avvenire in questi tempi di depravazione. Però non disperiamo del cielo: tra breve vedrete gli effetti della grazia divina.
Appena aveva terminato di parlare, che le campane delle chiese circonvicine, che prima sonavano a tocchi lenti e misurati, come suolsi per gli agonizzanti, rumoreggiarono alla distesa e annunziarono compiuta la tremenda cerimonia. La moltitudine più sparuta e più avvilita di prima si volse ed avviossi lentamente mormorando alla volta delle case, con uno sgomento, una stretta al cuore, come se il dì appresso dovesse toccare a ciascuno la medesima sorte. I due frati si tirarono di nuovo la cocolla sul viso, e toccata la mano a Stefano e salutato il compagno, s’internarono per una stradicciuola che metteva dritto al loro convento che era degli Umiliati in Mirasole, posto non molto lungi di là. E i due nostri conoscenti senza muover parola tornarono un passo dopo l’altro sull’angolo degli Spadari, nella bottega d’ond’erano usciti.

II

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Ma per quanto a riamarlo la pregasse
Con lettere e con umili parole
Non si sa che la Dama gli badasse
Perchè rossi d’intorno non ne vuole.
In questo poi che ci volete fare?
Ha ognun la sua maniera di pensare.
GUADAGNOLI. Il color di moda.

Prima di tirar innanzi il nostro racconto è d’uopo che preghiamo i lettori, quando non si siano nojati coll’esordio, a intrattenersi alquanto per fare la conoscenza coi personaggi da noi posti in iscena, e specialmente coll’armajuolo che ne dev’essere l’eroe. Stefano Baggi era un uomo in sui trent’otto anni, più tarchiato che alto, al quale però il portamento robusto e sicuro dava un buon pollice di più: due occhi nerissimi di sotto a folte sopracciglia e una spessa barba accrescevano vigoria alla sua persona già maschia e bella. Fin da ragazzo egli era stato avvezzo a trattare spade e pugnali e manopole ed elmi; perchè i suoi da tempo immemorabile esercitavano il mestiero d’armajuolo allora uno dei più onorati e profittevoli. Valentissimo nell’arte sua, nella quale era salito in grido anche in lontani paesi, era del pari destro e forte in ogni esercizio della persona, e ne aveva date frequenti prove nelle giostre e ne’ giuochi popolari che ebbero luogo in Milano fino dai tempi di Luchino e di Giovanni Visconti, quand’egli era ancor giovinetto. Nella sua officina vedevansi appese ad una parete i premii da lui riportati nelle diverse lotte, e soprattutto una corona che il buon armajuolo accennava con singolare compiacimento, siccome quella che gli aveva valsa per moglie la più bella fanciulla di Milano. La sua Cecilia, che ad onta de’ suoi ventinove anni e di una cotal pienezza di forme quasi matronale era detta dal popolo la bella Cilia, era sette anni addietro il più fresco bottoncino di rosa che fosse sbucciato all’ombra della contrada dei Mercanti d’Oro. Quand’ella stavasi nella sua bottega da pellicciajo, e ciò accadeva sovente a cagione dei viaggi che il fratello era costretto fare, i garzoni dei dintorni vi si trattenevano dinanzi e gettavano occhiate malinconiche e sospiravano a guisa di mantici, e studiavano ogni modo di darle nell’occhio. Ma ella stava salda al suo banco e mostrava di non badare a quelle dimostrazioni, anzi in cuor suo le dispregiava, perchè aveva spesso udito dire dalla madre sua che la gioventù è fatta come le mosche, le quali accorrono dappertutto dove trovano il dolce, ma presto anche volano via. La qual morale della buona femmina, chi vuole, può trovar modo d’applicarla anche a questi dì, in cui tanto mutarono le cose, specialmente in fatto di amore. Tra gli altri amatori era pure il nostro armajuolo, il quale non passava mai davanti alla bottega di Cecilia senza trarre un sospiro ed esclamare – Per dio! darei la più bella manopola d’acciajo della mia fabbrica, e con essa la mia mano sinistra per ottenere un’occhiata benigna da questa furfantella di Cecilia. – Ma l’affare non era sì lieve. Non già che la fanciulla vedesse di mal occhio l’armajuolo, che anzi lo sceverava da tutta quella turba di vagheggini, essa era troppo austeramente educata, e, dobbiam dirlo, impeciata anche un pocolino di quel difettuzzo che tutte le donne ereditarono dall’antica loro genitrice, quel pò di orgoglio che in molte tien luogo di modestia; del resto però eccellente figliuola, buona, amorosa, e, quel che è più, ottima massaja. Stefano avrebbe voluto chiederla al padre, ma oltrecchè poca o nessuna relazione esisteva tra loro, trattenevalo il pensiero d’un rifiuto, perchè di solito accadeva che i matrimonj si facessero tra persone della stessa corporazione, e quanto a ciò, armajuolo e pellicciajo erano come diavolo e acqua benedetta. Tuttavia il caso volle che Stefano rendesse un piccolo servigio al padre della Cecilia; sicchè inanimito si fè coraggio a chiedergliela in isposa. Alla qual domanda il padre rispose più mansueto di quel che sarebbesi aspettato, ch’egli era vecchio e omai presso a morire, che i tempi erano grami e tristi e più favorevoli all’armi che al commercio, e la sua figliuola aveva bisogno di uomo che sapesse proteggerla contro le violenze dei signori; perciò l’avrebbe data a colui che nella vicina prova avesse guadagnato tutti i premii. Udito ciò, l’armajuolo partì giubilante e tutto pieno di speranza, e preparossi alla giostra. In que’ dì appunto si facevano grandi feste in Milano pel matrimonio di Marco Visconti con Elisabetta di Baviera, e il popolo siccome era uso di quei tempi, oltre i soliti spassi, soleva darsi quello dei giuochi pubblici e delle giostre, spasso che costava molte volte a chi un occhio, a chi un braccio, a chi perfino la vita. L’armajuolo presentossi tra i primi nello steccato, leggero e brioso come un puledro, e memore delle tante prove da cui era già uscito vincitore. La fortuna gli arrise dal principio alla fine, talchè gridato vincitore di bel nuovo, potè ricevere dalla mano stessa della Cecilia la corona guadagnata, e stamparle un bacio in fronte, il qual bacio fece arrossire come bragia la fanciulla. La sera medesima la figlia interrogata dal genitore se acconsentiva ad aver per marito l’armajuolo, aveva abbassato gli occhi e mormorato un sì inintelligibile a tutti fuorchè al solo Stefano che, pigliatala per mano, giurò che avrebbe vegliato sopra di lei e l’avrebbe amata fino alla morte. In tal guisa essi furono marito e moglie.
Ormai erano scorsi sette anni da quel dì, e la domestica tranquillità dell’armajuolo non era mai stata turbata da verun tristo avvenimento: solo la morte del padre di Cecilia, avvenuta due anni dopo, aveva cagionate alcune lagrime, le quali furono facilmente asciugate dalle carezze di un fanciullino, cui l’armajuolo aveva posto nome Marco in onore del Visconti sotto i cui auspicii aveva inaugurato la sua felicità. E Stefano poteva dirsi compiutamente felice, se fosse stato men uomo di quello che era, e se avesse potuto chiuder sempre un occhio a tempo e luogo. Ma troppo spesso ricordavasi di essere il primo fra i campioni milanesi e di aver fatto mordere la polve a molti di quegli spavaldi che andavano ora con aspetto tronfio e superbo e guardavano in cagnesco i poveri cittadini. Oltrecchè era di cuor buono e generoso e le miserie della sua città gli mettevano una rabbia nello stomaco che prorompeva ad ogni istante e che la sola Cecilia valeva a frenare. Nel forte della pestilenza, egli aveva soccorso molti cittadini con ogni maniera d’ajuto, e vantavasi che il cielo l’avesse risparmiato, anzi che lo facesse sempre più prosperare in salute. E ciò, diceva egli, a dispetto di que’ rozzi manigoldi del duca, che l’avrebbero voluto infilzato sulle coltella. Tuttavia siccome per lo imperversar della peste ogni industria era scemata e poco men che perduta, e nessuno poi pensava a provvedersi di arme quando mancavagli il pane da mangiare, così egli pure si vide ridotto a cattivo partito e, tanto per cavarsi il bisogno, fu costretto, a grande suo malincuore, di accogliere in casa sua uno dei cinquemila cani che Bernabò teneva distribuiti fra i cittadini, e il cui mantenimento largamente ricompensava. La qual industria, veramente barbara e crudele, porgeva però da campare a un gran numero di famiglie che forse sarebbero morte di fame. Così un po’ bene, un po’ male, il nostro Stefano era vissuto fino a quel dì, in cui erano stati appiccati i cento cittadini, avvenimento che gli aveva fatto ribollire il sangue nelle vene, e che nel tornarsene lo faceva uscire nelle più sanguinose imprecazioni, checchè gli andasse susurrando il compagno, al quale pareva d’avere le budella in un catino.
Giunti che furono davanti all’officina dell’armajuolo, Franciscolo, al quale era venuto crescendo per via una tenerezza straordinaria per casa sua, strinse la mano in fretta in fretta a Stefano, e partissi, non parendogli vero d’essersela cavata così a buon patto. E il tratto di strada che rimanevagli a fare divorò colla rapidità che permettevagli la convessità della pancia e due gambe degne del più ricco e pasciuto abate di Milano. Tanto più che prima di toccare al Malcantone, quando Stefano era nel forte delle sue invettive aveva veduto, o almeno eragli parso vedere lo Scannapecore, il canattiere favorito del Duca, che sogguardava dall’altro lato della strada con un viso arcigno da far paura ai morti; e ne aveva anche avvisato l’armajuolo, ma quegli dispettoso e testereccio come un ragazzo, aveva risposto – Buon prò, guardi pure, che fa a me? Ci vuol altro muso che il suo per farmi paura, e non sarei mica malcontento di accomodar oggi certe vecchie partite che so io. Ei crede di farmi l’amico, perchè mi ha condotto in casa quella carogna di cane, che se non fosse per mia moglie e pel povero Marco, avrei già scannato da un pezzo e mandato ad acconciare al fosso della Vetra. Oh! non mi cada tra i piedi quel brutto ceffo di canattiere. – E seguitava di questo pelo, parte gridando, parte borbottando fra i denti accompagnato dalle spinte che l’amico gli dava per farlo tacere. Se non che quando a Dio piacque, arrivarono a quella benedetta officina, e l’armaiuolo lasciato che l’altro se n’andasse, entrò sbuffante in bottega, e gettato il berretto in un canto abbandonossi sopra una panca dov’era solito lavorare. Ivi stette per alcun tempo immerso ne’ suoi pensieri, avendo sempre davanti agli occhi l’immagine di quei meschini che davano calci al vento, e riandando tra sè le parole del padre Teodoro che racchiudevano certamente qualche strano mistero. Non già che Stefano avesse un briciolo di speranza nell’ajuto e nella protezione di due frati; egli era armajuolo e manesco troppo per istimare dappiù le parole di un frate di quel che una buona lama ben temperata. – E dove questa non vale che cosa varrà mai? – Con queste parole, che Stefano pronunciò ad alta voce, pose fine alla sua meditazione, e balzato in piedi guardò all’ingiro nella bottega, e appena allora fu maravigliato di non vedervi alcuno de’ suoi garzoni.
– Ehi. Tonio, Martino, gaglioffi sfacciati, dove siete? Chi v’ha insegnato a disertare così la vostra bottega, cioè voglio dire la bottega del vostro padrone? Rispondete, o birbi di terzo pelo. Che il diavolo sia entrato qui dentro, e vi abbia portati via in anima e in corpo?
– Eh! il diavolo v’è entrato del sicuro, ma per ora se n’andato colle corna nel sacco, rispose una voce dalla scaletta che dalla bottega metteva alle camere superiori. In quel punto uno dei due garzoni saltò lesto dagli ultimi gradini, e avanzossi alla volta di Stefano. Ma questi non gli lasciò agio a innoltrarsi: afferratolo d’un tratto pel collo gli diè un tal rovescio alla persona che il povero Martino traballò sulle gambe, e fu lì lì per istramazzare. Se non che la stessa mano che l’aveva fatto cadere lo tenne saldo, in guisa che il garzone stette sospeso tra la terra e il braccio dell’armajuolo che stringevalo come tanaglia.
– Ah! cane traditore! gli gridò questi ficcandogli in faccia due occhi di bragia; bel modo da attendere alle cose mie. Non basta che il contagio e la carestia ci spazzino le case, bisogna lasciarle vote, perchè i ladri ajutino a fare del tutto il repulisti. Meriteresti un tal ricordo che non ti cadesse mai più dalla memoria.
– Ma, mio buon messer Stefano…. tentava di rispondere il garzone, quantunque per la stretta che aveva alla gola a stento gli uscissero le parole.
– Che? hai ragioni da addurre? Sta a vedere questo scimunito, che io tengo in bottega, perchè non muoja di fame su una strada, sta a vedere che vuol farla tenere a me!
– Ma, messer Stefano, se mi lascerete parlare, saprete….
– Che cosa ho da sapere, dì? che cosa? Che tu sei il più sfrontato briccone che abbia percosso l’incudine in contrada degli Spadari? Questo vuoi dir tu?
– Eh! mio Dio! ciò può essere: ma intanto, s’io lasciai la bottega vota, fu per soccorrere….
– Soccorrer chi? sclamò Stefano.
– Cioè, soccorrere veramente no, ma così tener d’occhio, che so io? ajutare in caso di bisogno….
– Spicciati, tristaccio; ajutar chi?
– Vostra moglie?
– Cecilia! E che cosa ha Cecilia? le prese forse qualche male, non sarebbero ancora finiti i guai?
Ciò detto, lasciò andare Martino e corso alla scaletta salì i gradini a quattro a quattro coll’ansietà di chi teme un pericolo e non sa quale. La Cecilia era seduta presso al letto, colla testa appoggiata ai cuscini e con una mano asciugavasi gli occhi rossi dalle lagrime. Poco lungi da lei stava Tonio, l’altro garzone, cavando fuori tutti gli argomenti che suggerivagli la sua rettorica per consolarla, nel qual uffizio faceva così patetiche smorfie col viso che avrebbe mosso a ridere qualunque altri che Cecilia. L’armajuolo, che erasi trattenuto alquanto sull’ingresso per mirare la scena, ora avvicinossi alla sua Cecilia e accarezzandole dolcemente una guancia, le chiese del suo male.
– Oh! nulla, nulla, rispose essa sollevando il capo, e sforzandosi di sorridere per mezzo alle lagrime; fu un capogiro. Adesso però m’è passato, e sto meglio: sì, sì, sto meglio…
– E vero, messer Stefano, disse Tonio, fu un capogiro, proprio di quelli che prendono quando uno sale in alto a guardar giù: e sì che la padrona, poveretta non faceva altro che guardar in su, e rivolger gli occhi al cielo. Ma tant’è, il capogiro le è venuto, e se n’è anche andato, la Dio mercè.
– Ma, sai, mia buona Cecilia, che mi hai fatto una paura da non dirsi. Quel gocciolone di Martino, al quale stava per rivedere il pelo, mi parlò così ingarbugliato, che quasi temeva d’un malanno più serio. Ben è vero che il contagio è sparito, ma in fin dei conti, dove c’è stato una volta può tornarci la seconda e la terza, e… Ma via, adesso son tranquillo.
– Vedi, marito mio, prese a dire Cecilia, hai voluto andare a quel brutto spettacolo.
– Hai ragione, non doveva uscire: quei poveri appiccati mi stanno sempre davanti agli occhi, e mi fanno una pietà… Ah! se avesti veduto i due Borsano, quei che avevano bottega di pelliccie vicino alla tua, con che tenerezza si abbracciavano. Ah! se tenessi qui nelle mie unghie il Duca, o qualcheduno dei suoi, per Dio vorrei conciarlo a mio modo, e non andrebbe a Marignano a pentirsene.
In quel mentre il cane che aveva a custodia dal Duca, erasi levato dal suo giaciglio e cacciavasi tra le gambe dell’armajuolo. Ma per sua mala ventura, perchè Stefano in quell’impeto di rabbia gli diede un tal calcio a mezzo il corpo che lo portò all’altra estremità della camera, dove percosse nella parete e stramazzò.
– Sta lì, cane, gridò poscia, vera imagine di quel tristo che s’ingrassa a spese di noi poveri cittadini, e ci lascia morire del contagio e di miseria. Così potessi fare di lui quel che ora farò di te.
– Oimè, Stefano, sclamò la moglie impaurita, vuoi tu vederci morti? Non sai che la perdita di quel cane costerebbe la vita a tutti noi?
– Badate a quel che fate, messer Stefano, sclamò Tonio; l’ha detto anche lo Scannapecore, guai se quel cane morisse.
– Lo Scannapecore, hai detto? E quand’è che quel manigoldo ha parlato con te?
– Con me no veramente, egli ha parlato con…. con…. cioè vi dirò, sono stato io, che così per dire…. ma non crediate… non vi ponete in capo che….
L’armajuolo guardò un istante in viso a Tonio, il quale confondevasi e faceva le più strane smorfie del mondo: poi voltatosi d’un tratto, vide Cecilia in atto di supplicarlo cogli occhi e col gesto perchè tacesse.
– E che? sclamò, vi ha dunque segreti per me? Tonio, tu vuoi dunque ch’io ti mandi a tener compagnia al cane del Duca?
– Oh, state sicuro che non lo desidero.
– E tu Cecilia, disse poi guardandola in atto di affettuoso rimprovero, tu pure non hai più fiducia nel tuo marito?
– Ah no, mio buon Stefano, sclamò essa e balzata in piedi, gettò le braccia al collo di lui. La fiducia io l’ho sempre avuta, ed ora più che mai, perchè sento di averne maggior bisogno; ma l’ira ti piglia tanto facilmente e ti fa commettere cose che poi non vorresti aver fatto, che in vero pensava di non darti anche questo rammarico.
– Parla dunque, per s.Eustorgio, che cosa è avvenuto? Che c’entra in tutto ciò quello sciagurato di canattiere?
– Chiedine a Tonio, col quale lo Scannapecore ha parlato, prima di parlare con me?
– Che? dunque quel manigoldo è salito qui sopra? Non gli bastava d’aver posto l’assedio alla mia casa, di perseguitarti con ambasciate e con profferte; bisognava ch’ei mettesse piede anche nella stessa mia camera? Ah, la misura è colma; perchè io so tutto, vedi, Cecilia, io so tutto, quantunque tu mi abbia sempre fatto un segreto di ciò. Nè ti biasimo per questo. Ma infine una buona giustizia la c’è per tutti, e quando uno non può averla, se la fa da per sè.
– Oimè, marito mio, lo sapeva io che avresti dato in minacce, invece di pregar Dio che ci porga ajuto.
– Tengasi chi può, quando sono lecite di tali ribalderie. Le preghiere sono certo un ottima cosa, ma io per me so che un buon braccio paga meglio le offese, e non ne tien debito con nessuno. Ma infine, che cosa t’ha detto, Tonio, parla una volta.
– Che so io? Egli è venuto in bottega con certi blandimenti di alabarde che voleva vedere, perchè al Duca ne facevano d’uopo, poi uscì a parlare del cane che avete in casa, e lo lodò assai, e disse che stava tanto a cuore a Bernabò, e che avrebbe voluto vederlo prima del dì della rassegna.
– E tu gliel’hai condotto abbasso?
– No, voleva ben farlo, ma egli mi trattenne, dicendo che non meritava la pena, e che sarebbe salito egli, anche per vedere in che modo era fatto giacere, e dare qualche consiglio su di ciò, perch’egli diceva, è molto amico vostro, e gli preme il vostro buon nome.
– Ah, il mio buon nome gli preme! borbottò fra i denti l’armajuolo.
– Certo, e con questi modi è salito.
– E poi?
– E poi, prese a dire Cecilia, mi venne innanzi con molta mia maraviglia, e mi chiese del cane, e dimostrò molto desiderio di vederlo, perchè guai, diceva, se egli dimagrasse o impinguasse, che non c’è pericolo, e peggio se venisse a morire. Infine cominciò un lungo discorso che andava a finire colle solite proteste, al che io risposi asciuttamente e con dignità; ma veduto che non ristava, chiamai Tonio e Martino, che accorsero entrambi, ed egli tenendosi per ischernito partì sdegnoso e borbottando.
– Ah! cane, te lo darò io lo sdegno.
– Deh! marito mio, non tiriamoci addosso peggiori malanni. Pensa al nostro Marco, a quell’angioletto, che sta là dormendo nell’altra camera, e che non deve patire per nostra colpa. Quanto allo Scannapecore, lascialo in pace, chè questa volta si sarà levato il ruzzo del capo, e non ci darà più fastidio, già un dì o l’altro si sarebbe venuto a ciò, e in ogni caso meglio oggi che domani. Via, Stefano, sii buono, siedi qui, vicino a me, vicino alla tua Cecilia che ti vuol tanto bene.
E intanto che così parlava, la Cecilia gli veniva stringendosi alla persona, e lo guardava amorosamente e l’accarezzava e gli posava la testa sulle spalle con tutte quelle arti che le femmine possedono in sommo grado e che sono la delizia e la disperazione della più forte metà del genere umano. E l’armajuolo, il quale ad onta della sua grand’ira, era nel fondo una buona pasta d’uomo, tenero assai della moglie, non potè star saldo a quelle preghiere e a quelle carezze, e cacciato fuori un gran sospiro che pareva gli volesse scoppiare il petto, gettossi a sedere senza dire una parola.
– Marco, Marco, chiamò allora la moglie che lo vide alquanto commosso. Marco, vieni, che il papà ti vuole.
Allora un fanciullo di cinque anni, paffuto e ricciutello come un amorino entrò nella camera lento lento e cogli occhi semichiusi, e andò a posarsi vicino all’armajuolo.
– Che cosa vuoi, papà?
L’armajuolo guardò un istante il fanciullo, poi la madre, poi ancora il fanciullo, e fregando la fronte col rovescio della mano come per cacciarne un pensiero molesto, borbottò tra sè. – Che serve? non si può essere uomini a questo mondo. Che cosa vale avere un cuore che senta le ingiurie, e due buone braccia per vendicarle, se il primo è fatto tacere con quattro lagrimuccie, le altre vi sono legate da coloro stessi che le dovrebbero lasciar libere? Uf! povero Stefano.
– Che cosa ha il papà, chiese il fanciullino, è forse in collera con me, perchè ho dormito troppo?
– Eh: no, rispose la madre, è stato un po’ di mal umore, ma adesso non ce n’è più l’ombra. Via, fagli un bacio, e poi va a giuocare.
E questo del bacio era l’ultimo tentativo per rabbonire l’armajuolo, perchè a quei tempi barbari e rozzi non conoscevansi certe raffinatezze di sentimento, che hanno gran voga oggidì, e andavasi molto più alla spiccia. Due carezze, un bacio, tutt’al più una lagrima, perchè le donne hanno sempre pianto dacchè uscirono dal fianco dell’uomo, facevano le spese di ogni tenerezza; i brividi, le convulsioni, i deliquii erano delicature ignote a quella buona gente che sopra ogni altra cosa faceva professione di sincerità. Allora era del cuore come della storia, la quale raccontavasi tutta d’un fiato; così alla carlona, senza sospensioni, senza episodii, senza capitoli, senza epigrafi, insomma senza tutte quelle inutili sdolcinature che crearono adesso il racconto storico. Nè questo sia detto per lodare i tempi andati a fronte dei nostri, che Dio ce ne guardi; tanto più che noi pure ci siam fatti seguaci del moderno costume e abbiamo trasformato una eccellente cronaca in un magro e stiracchiato racconto.
Così tornata un po’ di quiete nella casa dell’armajuolo, i pensieri presero naturalmente un’altra via, e il fanciullo fu il primo a darvi la spinta. Staccatosi dal collo dell’armajuolo dopo quell’ultimo bacio, egli era corso in traccia del cane, col quale soleva giuocare buona parte del giorno, e vedutolo steso per terra tutto sbalordito dalla percossa, cominciò ad alzare un lamento straordinario. Tonio erasi avvicinato esso pure, e sollevato il corpo del cane, e visitatolo in ogni parte, scuoteva il capo e stringeva le labbra in atto di chi sta per pronosticare un malanno. Persino la Cecilia erasi tolta al fianco del marito e innoltravasi tra paurosa e dolente per sapere del funesto caso. Il solo armajuolo pareva non badare a nulla e stava tutto assorto nelle sue meditazioni, tentando ogni mezzo di divorarsi la rabbia che gli fremeva nell’animo.
– Madonna Cecilia, disse Tonio sommessamente in guisa che l’armajuolo non udisse, ho paura che questo maledetto cane voglia darci più faccende che quel tristo di Scannapecore. Con colui non sono che parole; ma qui sì tratta della vita, e voi sapete che il Duca non ischerza. Vedete come ha gli occhi socchiusi, e come tira a stento il fiato! Non vorrei aver pigliato io quel calcio che toccò a quella brutta bestiaccia. Già il padrone non l’ha mai potuto vedere di buon occhio, e forse ha ragione; ma mio Dio! bisogna adattarsi ai tempi.
– Ed ora che si fa? chiese la Cecilia tremando.
– Che si fa? bisogna tosto dargli qualche rimedio per tornarlo in vigore, Se no, poveri noi.
– E che cosa dobbiamo dargli, se siamo allo stremo di tutto, se appena abbiamo di che sfamarci quest’oggi, finchè Dio provvede.
– Eh! per quest’oggi si pranzerà coll’aria. Per un giorno non si patisce, e alla fin dei conti mi preme più il collo che il ventre. Alla Vetra è tuttora in piedi quel tal ordigno, e giacchè non sono stato a vederlo, non vorrei per tutti i pranzi del mondo stringere conoscenza con esso. Intanto, Madonna Cecilia, date qui la boccetta dell’olio, che glielo verseremo per la gola a quel cane mal leccato.
– Oh! poveretta me, se ne ho appena tanto da accendere il lumiccino stassera davanti l’imagine di santa Radegonda.
– Or via, le faremo offerta de’ nostri stomachi digiuni, e santa Radegonda non ci rifiuterà la sua protezione. Date qui l’olio intanto e guardate di raccogliere quel po’ di farina e di grascia che avete, soprattutto cercate di ottenere una scodella di latte.
– Oh! poveretti noi! sclamò Cecilia, e avviavasi a capo chino. Se non che avvedutosi del suo andare l’armajuolo, sollevò il capo e le disse:
– Dove vai, Cecilia?
– Vado di là a pigliare la boccetta dell’olio, e la farina e la grascia e il latte per ristorare un po’ il cane, che non si rialzò più dopo quel calcio.
– Sta bene; così l’avessi acconciato del tutto.
– E il Duca? disse timorosamente la donna.
– Hai ragione, Cecilia, rispose l’armajuolo dopo d’aver meditato alquanto; i suoi cani ci mangiano il nostro pranzo, i suoi canattieri ci insidiano le nostre donne, e per soprammercato il Duca ci fa appiccare. Hai ragione, Cecilia: or va, e porta tutto quello che fa duopo per mantenere in vita questo sozzo animale; purchè egli rinvigorisca, crepi tutta una famiglia, che poco importa.

III.

L’eva la Lilla ona cagna maltesa
tutta pêl, tutta goss e tutta lard,
E in cà Travasa, dopo la Marchesa,
L’eva la bestia de magior riguard,
De mœud che guaja al ciel falla sguagnì,
Guaja sbeffalla, guai a dagh del ti.
PORTA, La Nomina del Capellan.

Il mattino appresso le cose erano tuttavia nel medesimo stato, vale a dire il cane non istava punto meglio di prima, perchè degli altri non vale tener discorso per ora. Le cure usategli dalla famiglia dell’armajuolo, i beveroni cacciatigli giù per la gola, gli empiastri messi sulla percossa, i cibi postigli innanzi avevano solo per poco rianimati gli spiriti del cane, sicchè tutti stavano in grande timore. Lo stesso Stefano, che il dì prima lo voleva veder morto, ora che la notte l’aveva fatto tornare a più miti pensieri, avrebbe dato non so che per riparare al mal fatto, e si affannava e si dava una briga da non dire per quella bestiaccia. Passato l’impeto dell’ira, la paura naturale in quei tempi ad ogni animo più forte, eragli tornata in corpo più gagliarda di prima, e la sua fantasia non presentavagli che capestri, roghi, tanaglie, mastini e tutte le dolcezze della giustizia sbrigativa di quei tempi. La notte poco si aveva dormito, e la Cecilia era in piedi avanti l’alba, tormentata da un cruccioso desiderio che non le lasciava chiuder occhio. Nel fervore del suo affanno e della sua devozione, ella aveva staccato dalla parete del capezzale un cero benedetto, che contava non so quanti anni di polverosa memoria, e accesolo davanti la sua prediletta imagine, vi si era inginocchiata d’appresso e pregava sommessamente. Però non potè far in guisa che il suo brontolio, o meglio quella specie di sibilo solito a uscire dalla bocca delle pinzochere, non risvegliasse il marito, il quale balzò fuori del letto e sguardato attorno, chiese:
– Che c’è? Che vuol dire quel cero acceso, e quel volto contristato, o Cecilia? forsechè ti è apparsa in soguo la buon anima di tuo padre che ha bisogno di un po’ di bene?
– Eh! no, caro Stefano, mio padre era troppo uomo dabbene, e Iddio l’avrà già ricevuto nella sua santa gloria.
– Perchè preghi adunque?
– Prego Dio, che voglia distornare da noi il pericolo che ci sta sopra; prego la mia protettrice che interceda la grazia di risanare quel cane che vuol essere la nostra rovina.
– Ah! disse l’armajuolo, non basta che questi cani ci tolgano di bocca il pane da mangiare, anche le intercessioni dei santi ci rubano. Oh! padre Teodoro, se vedessi quale strapazzo siamo costretti a fare della grazia divina, cercandola per un cane, che cosa diresti tu, vero frate del Signore? Ma, che serve? Poichè siam dentro nel pantano fino al collo, bisogna starci, e non dimenarci anche per non isprofondare. Come sta ora quel cane?
– Che so io? E là ancora disteso che non si muove: per me tengo che si sia addormentalo.
– Così pur fosse, che il sonno è indizio di guarigione. Ma temo assai. Basta, vediamo.
Ciò detto, avvicinossi al giaciglio, sul quale era stato posto il cane, e la Cecilia, asciugatasi una lagrima col rovescio della mano, gli tenne dietro col cero, perchè l’alba non era ancor tanto sorta da poterci vedere senza il lume di Marfisa. Il cane giaceva disteso, quant’era lungo, su uno strato di paglia, coperto all’infretta da alcuni stracci di lino. Egli era volto colla pancia all’insù, a cagione della percossa che gli era toccata proprio nel basso del ventre, e gli aveva prodotto un’enfiagione, con un lividore intorno di sangue rappreso. Ma il male che vedevasi all’esterno era un nulla, perchè alla fin fine un’enfiagione, per quanto sia ostinata, dove non ceda sotto l’azione dell’aceto, deve ammollirsi e sparire cogli empiastri refrigeranti. Il maggior guaio stava nel di dentro, dove il gran colpo ricevuto e il rimbalzo nella parete doveva aver cagionato un guasto terribile, e ciò argomentavasi dal respirare affannoso del cane e da una specie di sommesso guaito che di tanto in tanto gli scappava dalla gola. Ben è vero che il latte versatogli per la bocca e meglio ancora l’olio trangugiato aveanlo ristorato alquanto, e aperto il cuore di tutti alla speranza; ma fu l’affare d’un istante, perchè il male ripigliò tosto la sua violenza e lo ridusse nello stato, in cui lo trovò adesso l’armajuolo. Egli giaceva supino, come abbiam detto, e colle gambe stirate e quasi stecchite, gli occhi aveva socchiusi e lagrimanti, il capo penzolone da un lato, il corpo sgocciolante un sudor freddo, come di chi è vicino a mandar l’ultimo fiato. A vederlo adesso non riconoscevasi più il bell’alano, alto, maestoso, snello, colla pelle lucidissima, sparso di alcune macchie che lo rendevano ancor più bello, cogli occhi animati, col portamento ardito, col muso regolare e pieno di nobiltà, se è lecito adoperare tale espressione per un cane. Ora egli era prostrato, avvilito, deforme quasi; e tutto ciò per la miseria d’un calcio, che alla fin fine era poi sempre un calcio. E il buon armajuolo la pensava anch’egli così, perocchè nel visitarlo, andava borbottando:
– Che tu sia maladetto: a vederli questi cani pajon forti come orsi, e alla prova son più deboli delle lepri che perseguitano. Ecco lì, appena sollevi un piede contro di loro, ti cadono sbalorditi per terra come ragni colti dalla scopa. Già, quando si tratta di far dispetto, son tutti così. Se li hai bisogno docili e mansueti, ti saltano agli occhi e ti succhiano la minestra fuori del cucchiajo; se li desideri forti ed arditi, almen tanto da resistere all’urto d’un piede, ecco che a tua marcia rabbia diventano peggio che di stracci. Ma, pazienza; or non è tempo di ciarle, bisogna ajutarsi in qualche modo. Ehi! Tonio, Martino, non siete ancora alzati? Aspettate forse che il sole vi dia sul ventre?
– Mio Dio, sì, rispose una voce dal pian terreno, se il sole potesse entrarvi dentro e tener luogo di pane e di minestra, farei patto di stare tre giorni e tre notti colla pancia all’aria. Cioè, le notti no, messer Stefano, perchè le notti….
– Son fatte per i pipistrelli tuoi pari. Su via, sali, gaglioffo, che ho bisogno di te.
– In due minuti son lesto, rispose la medesima voce. E da lì a poco udissi un rumor di passi sulla scaletta, e la faccia di Tonio non ancora del tutto svegliato presentossi all’uscio.
– Che cosa volete da me, messer Stefano? chiese egli trattenendosi sull’ingresso. È forse sbucato qualche topo dal pagliariccio, come avvenne alcune notti fa; davvero non sarei mica malcontento di fargli la festa. Non sarà già il primo che sia entrato nello stomaco d’un milanese.
– Taci, in tua malora. Or trattasi del cane, che mi pare allo stremo.
– Ah! mio Dio, or sì, che me ne sovviene. Guardate, quando si dice, ed io aveva creduto che tutto ciò mi fosse avvenuto in sogno. Ah! povero Tonio, la tua pelle sa già di cadavere.
– Vuoi finirla, scimunito. Vieni qui, dammi un po’ un consiglio, chiama anche Martino, che voglio udire anche lui. Infine si tratta della vita di tutti. Maladetto cane!
– Martino è già presso a vestirsi. Ma siamo proprio a questo punto? Non c’è più rimedio?
– Guarda, come è lì senza moto, e come fiata a stento.
– Ah! Vergine santissima, ajutateci, sclamò Cecilia, alzando gli occhi al cielo e sospirando.
– Eccomi qui, disse Martino, entrando in quel punto.
– Ho piacere che siate qui entrambi, disse l’armajuolo; tutti siamo mossi dalla medesima paura, e la vita di questo cane è preziosa per tutti. I rimedii che gli abbiam dato jeri non valsero a nulla; anzi par che lo abbiano ridotto a peggior stato. Che dobbiam fare pertanto? Mettere la nostra sorte nelle mani del Signore, o confidarci nelle nostre gambe? Perchè la mostra è poco lontana, e se il cane non è vivo e sano, il Duca non ci userà cortesia al certo. Voi sapete quel che è toccato al povero Giorgio, l’orefice, non sono molti dì, e poi lo spettacolo d’jeri vi deve essere presente tuttora alla memoria.
Tonio e Martino si guardarono in viso istupiditi, e nel momento non trovarono fiato per pronunciare una parola. La Cecilia s’era ritratta in un canto e singhiozzava. Finalmente quando i due garzoni ebbero ripigliato alquanto animo, Martino cominciò a dire:
– Udite, messer Stefano: già a fuggire e ad essere impiccati siamo sempre in tempo, e la cosa non è poi tanto disperata che non possa aver rimedio. Da oggi al dì della mostra ci passano ancora tre giorni, e in tre giorni il cane può guarire. Le bestie non sono mica come noi cristiani, che quando le ci toccano le malattie, bisogna tenersele in corpo per dei mesi. Facciamo una prova. Io andrò al Carobbio a cercare della vecchia Marta, voi la conoscete, l’indovina che sa tutti i pianeti delle persone, e che sarebbe in grado di dire al Duca quanti peli ha sulla faccia, o quanti peccati ha sull’anima, che già son lì quanto al numero. Ella, che è anche medichessa, avrà qualche erba od empiastro da risanare il cane, o per lo meno ci potrà dare qualche buon suggerimento. Che vi pare, messer Stefano?
– Tu hai ragione, per Dio, guardate se non ci ha da cadere in mente prima d’ora? Se la vecchia Marta ha guarito tanti cristiani, come io ho capelli io capo, perchè non potrà essa guarire un cane? Va tosto, figliuol mio, e fa di indurla a venir qui,
– In due salti vado e torno. Tonio, non vuoi accompagnarmi?
– Io, neh? non mi ci prendi per questa volta. Tonio a casa d’una strega? Tra i due malanni preferisco di cadere nelle mani del Duca. In questo affare fa conto ch’io sia morto.
– Poverino! sei ben dolce di sale. Va a credere a tutte le fole che ti raccontano. Le streghe ci sono pur troppo, ma la vecchia Marta è tanto strega, come lo siamo io e tu. Il contagio che ha recato tanti guai, ha fatto almen questo di bene, che ci ha liberati quasi intieramente da quella razza d’inferno. Addio, addio.
– Ma, prese a dire Cecilia, la quale pareva inclinata a prestar fede ai sospetti di Tonio, questo ricorrere alla vecchia Marta non è quasi un offendere il Signore, il quale è il solo padrone della vita e della morte?
– Eh! rispose l’armajuolo, il Signore non vede mica malvolentieri che gli uomini si ajutino di per sè. Quand’essi non valgono a cavarsi d’impaccio, allora è tempo di rivolgersi a lui e di chiedergli un miracolo: se ciò non fosse, a che ci avrebbe dato due braccia due occhi e soprattutto due dita di cervello, chi n’ha? Però va, Martino, e spicciati.
Il garzone non se lo fece dire un’altra volta, ma pigliò l’uscio e giù per la contrada di s. Satiro fino al Carobbio. L’armajuolo intanto un po’ per la speranza natagli addosso, un po’ per quel coraggio naturale che possedeva in grado eminente, era tornato calmo e quasi allegro, e volgendosi a Tonio, diceva:
– Va giù in bottega, Tonio, ed apri le imposte, perchè il sole è già alto. Sebbene in questi tempi non ci sia nulla a fare, non bisogna lasciar credere ai maligni che siamo poltroni o caduti di tanto da non poter più aprir bottega. Va e da di mano a quel morione che l’anno passato ci diè a raccomodare quello scudiere che non tornò più indietro. L’hai già ribadito una dozzina di volte, ma non importa; picchiavi su, e che odano il suono del martello fino alla piazza di s. Giovanni alla Conca. Hai capito, Tonio?
– Ho capito; lasciate fare a me, che picchierò in modo da far miagolare tutti i gatti che la fame ha fatto entrare nel ventre dei milanesi.
– Bravo figliuolo, che s. Eustorgio ti faccia la grazia di mandarne alcuno davanti alla bottega.
– Oh, allora vedreste se so colpir netto sì o no; un gatto non è come il saracino, che se non lo cogli ti scarica addosso una tempesta di legnate.
– E tu lo sai per prova, gaglioffo.
Poscia, allorchè il garzone fu disceso, Stefano si volse alla moglie, la quale pareva non pigliasse parte alla comune speranza, e stavasene in un canto divorando i singhiozzi. L’armajuolo se le avvicinò affettuoso, e accarezzatole il mento le disse:
– Sta di buon animo, Cecilia, che le cose andranno alla meglio. La vecchia Marta ne sa più che il Medicina in persona, che pure è astrologo del Duca; e se vuole, in un pajo di giorni ce lo dà bell’e guarito questo cane. A noi che non c’intendiamo di cosiffatte miserie, pare ch’esso abbia un gran male, ma vedrete che colei lo troverà una cosa da niente, uno di quei mali che si cacciano col soffiarvi sopra.
– Lo voglia il cielo, disse Cecilia; ma se ho a dirti il vero io non ho una fiducia al mondo in codesta Marta. Fin da quando era fanciulla, correvano certe voci intorno a lei…. Parlavasi di bambini scomparsi, di donne ammaliate; e dicevasi la notte udirsi uno strano rumore nella sua casuccia, e vedersi da lungi assai uno splendore come di zolfo, che appestava tutto il Carobbio. Basta, non sarà vero, e neppure io proprio l’ho creduto; ma già se ne sono vedute tante…. Che il Signore ce la mandi buona!
– Amen. Ma i tuoi spaventi, Cecilia, non hanno fondamento. Io la conosco da un pezzo la vecchia Marta, e quando c’era la buon anima di mio padre, che Dio l’abbia nella sua santa gloria, è venuta più d’una volta in casa nostra, e so che teneva sempre qualche balocco per me, di che io faceva una festa grande. E allora non la credevano mica una strega, perchè era fresca e belloccia e inoltre soda come una corazza. Di più intendevasi di slogature, meglio che io di manopole, e le raccomodava con un’arte, con una precisione, che non s’andava più in là. E fu bene per una sconciatura che ebbe quel brav’uomo di mio padre nei giuochi dati trentacinque anni fa, quando Azzone nella chiesa di s. Ambrogio cinse il cingolo militare a Francescolo della Pusterla ed a Pinella Aliprando; fu allora che quella donna ci bazzicò sull’uscio qualche volta. Che vuoi? Finchè fu giovine e bella, la dissero buona, pietosa, caritatevole, infine un mondo di bene. Dappoichè le grinze pigliarono a pigione la sua faccia, e la sua pelle prese il colore di quell’armadio, addio bontà, essa è divenuta una strega, ed è un gran che se non l’hanno già abbruciata?
– Eppure, soggiunse Cecilia dopo un istante di silenzio, io non mi sento tranquilla. Ho in animo che quella donna ci debba recar disgrazia.
– Eh! chetati un po’, fanciulla. Sto mallevadore io per essa.
E infatti quanto alla faccia di strega ci poteva farlo a ragione, e i nostri lettori che vivono in un secolo di tanta luce, s’accorderanno volentieri coll’opinione dell’armajuolo. Quello però che l’armajuolo non sapeva e di cui nessuno aveva pur l’ombra del sospetto, era la segreta dimestichezza che esisteva tra la vecchia Marta e gli sgherri del Duca, e diciamo dimestichezza per non adoperare un’altra parola più vituperosa che vorrebbesi affatto sbandita da ogni linguaggio. Senza di questo celato patrocinio ella non avrebbe potuto ridere in barba a tutta quella turba di paurosi che le lasciavano il passo e si facevano il segno della croce quando l’incontravano per via. La vecchia Marta aveva dovuto acconciarsi colla necessità delle circostanze, come tanti altri fecero di poi e faranno per l’avvenire fino al dì del giudizio; salvo che essa il faceva per un fine non al tutto spregevole come quello di un sordido interesse. I tempi l’avevano trascinata a ciò, i tempi, i quali ebbero sempre la prima accusa nelle umane fragilità. Il volgo incolpandola di stregoneria l’aveva in certa guisa messa fuori del suo consorzio, e fatta nemica dell’uman genere: ora essa rendeva odio per odio, male per male, e se non aveva commercio coi diavoli, lo teneva coi manigoldi di Barnabò che non erano miglior pasta d’individui, e tutto ciò a danno di quel popolo balordo e maligno che a forza aveva voluto porsi in guerra con lei. E tuttavia questo popolo che quand’era sano, avrebbe creduto saper di bitume col solo passarle accanto, era poi sì gonzo da entrarle in casa e consultarla appena lo tormentasse un doloruccio, uno spasimo, una scottatura, e chiedeva consigli e medicamenti, e voleva saper l’avvenire, gl’innamorati specialmente, i quali anche nel secolo decimoquarto in mezzo alla peste ed alle oppressioni erano la più nojosa genìa che mai. Tanto in quell’età rozza e materiale i dolori del corpo prevalevano su quelli dello spirito. E la nostra vecchia ad accoglierli ciascuno, a dare consolazioni e rimedii, a dicifrare le linee della mano e col pretesto di predire il futuro a interrogare e venir in chiaro di tutti i fatti del vicinato. I quali fatti poi per quali orecchie entrassero e da che bocche fossero ripetuti, non è mestieri dirlo; e come se ne giovassero quei tristi, a cui importava conoscerli, lo sapevano i poveri cittadini, che cadevano loro nelle mani.
Nè è maraviglia che in tempi così violenti e pieni di sospetto esistessero esploratori anche nelle più basse condizioni del volgo. Anzi appunto allora che i costumi non erano raggentiliti come adesso, e la politica era un’arte sconosciuta, l’aver posto gli occhi addosso a persona così popolare di nome e così addentro nei segreti d’ogni famiglia, era raffinatezza bell’e buona e al di sopra dei comuni artifizii. Come poi vi si fosse acconciata la Marta, la quale in altri tempi aveva dimostrato pensieri di natura affatto contraria, fu sempre un mistero per tutti, e la stessa nostra cronaca lo tace. Forse fu il dispetto di vedersi sì mal corrisposta dei beneficii da lei fatti altrui, forse la tenerezza per la sua pelle, che poteva un dì o l’altro essere pascolo alle fiamme, forse, che so io? la rabbia di vedersi disegnar sul viso la prima ruga, senza aver mai trovato un po’ di marito. Il fatto è ch’ella vi si era acconciata, e bisogna dire che non le sembrasse una vita sì grama, perchè fin da quando era fanciulla la Cecilia, il che vuol dire una dozzina d’anni addietro, ella faceva baldoria la notte coi cagnotti della corte, e quel gran chiaro che vedevasi trapelar dalle imposte, e quegli strani rumori che la gente credeva opera di Balzebut, erano i segnali dello stravizzo che tenevasi in sua casa. Ma quel tempo passò in un istante, perchè la vita spensierata, specialmente quando uno vi si abbandona per soffocare qualche molesto pensiero, conduce presto alla vecchiaja; e la Marta dovette provarlo, perchè all’epoca del nostro racconto non aveva più di cinquantadue anni, ed era sì stecchita, sì rugosa, sì bruna del volto, che le si avrebbe dato agevolmente una settantina d’anni. Per lo che l’attributo di vecchia s’era naturalmeute e proprio per necessario impulso accompagnato col suo nome di Marta.
Ora, chiesto perdono ai lettori di tale digressione fatta a bella posta per lasciar tempo a Martino di andare dalla vecchia e rifar la via, facciam ritorno nella casa dell’armajuolo, dove abbiam lasciato tutti pieni di aspettazione e di speranza. E quando diciamo tutti, vogliamo che s’intenda anche il cane, il quale sebbene non sia stato dotato dalla natura di cuore e d’intelletto, tuttavia siam d’avviso che sperasse esso pure la guarigione, perchè teniam per fermo che la speranza debba porsi tra gl’istinti. Egli aveva ritirato un cotal po’ le gambe, e, raccosciatosi meglio di prima, erasi abbandonato sul giaciglio con un fare più tranquillo e più rassegnato, il suo respiro non era più così affannato e rantoloso, nè più udivasi quel guaito o lamento che straziava le viscere dell’armajuolo e della moglie, non tanto per compassione di quella bestia, come per sè medesimi. Intanto Martino entrato a furia nella bottega, saliva a tre a tre i gradini della scaletta, e appena affacciato all’uscio gridava:
– Presto, messer Stefano, pigliamo su il cane tal quale è, e portiamolo alla casa della vecchia Marta. Ella non può venire, che ha una flussione, un reuma, che so io? un malanno al ginocchio sinistro. Però m’ha detto di portarglielo, che in meno di due dì ce lo dà bello e vispo, come se non fosse stato nulla. Già non è ancora mattino fatto, e nessuno va in volta a quest’ora: e poi lo copriremo in guisa che parrà un’intera armatura. Lasciate fare a me che accomoderò la faccenda.
– Tutto ciò va bene, ma ci vorrebbe una lettiga per mettervelo a giacere con comodità.
– A questo ho già pensato io. Prima di salire quassù ho detto una parola a Tonio, il quale sta già apprestando le tavole e vi adatterà i travicelli per sostenerle. Noi vi porremo il cane e lo copriremo con quel saccone che sta giù in bottega, di sotto lasceremo che esca un po’ di manopola o di gambale, perchè nessuno faccia giudizii temerarii su quel che portiamo. Infine, vedrete che le faccende si volgeranno al meglio.
– Bravo Martino, disse l’armajuolo, aprendo le braccia quasi in atto di stringerlo al seno; l’ho sempre detto che in certe cose vali un tesoro. Ora sarai consolata, Cecilia, non è vero?
La Cecilia non rispose, ma innalzò gli occhi al cielo e sospirò.
– Che? che? sei ancora malinconica e ingrugnata! Non t’è uscito dal capo quel pensiero di stregoneria e di maleficio?
– Oh! non ci penso più, rispose con accento di rassegnazione la Cecilia.
– Così va bene, disse l’armajuolo; poi affacciatosi alla scaletta gridò; ehi, Tonio, sei a tiro con quell’ordigno?
– Vi metto ancora due chiodi, e poi ho finito.
Infatti udissi per breve il picchiare del martello, poi il rumore dei passi di Tonio che saliva la scala.
– A maraviglia, disse l’armajuolo, posala qui, per terra, e tu, Martino, dammi una mano a sollevare da terra questo malcreato. Così; piglialo per le gambe di dietro. Ehi, fa adagio, dico, non è mica un morione da potersi maneggiare a suo grado, fa adagio, per Dio, che lo tocchi nella parte, dov’ha il male.
– Via, state cheto, messer Stefano, rispondeva il garzone, che gli farò minor guasto io colla mano di quel che abbiate fatto voi col piede. A voi, badate al capo che non cada penzolone.
– Così, bravo. Eccolo accomodato. Ora a voi altri, Tonio ponti di dietro, e tu Martino piglia il davanti e mostra la via; io vi verrò dietro così alla lontana per tener d’occhio i passanti. Hai capito Tonio? Che cosa fai lì istupidito come l’uomo di pietra? Suvvia, spicciati?
– Lasciatelo stare, messer Stefano. Non l’avete udito poco fa, quando l’ho invitato a venir meco? egli ha paura, il poverino.
– Gaglioffo, te la farò passar io la paura…
– Non ti adeguare, Stefano, saltò a dire la moglie, e lascia ch’egli resti a casa. Già qualcheduno bisogna pure che rimanga. Vuoi tu ch’io stia qui sola ad aspettarti, dopo lo spavento che ho avuto jeri?
– No, per Dio, e poi pensava anch’io che in bottega ci deve stare qualcheduno. Basta. Partiremo noi, Martino ed io.
Ciò detto, alzarono dal suolo quella specie di lettiga, e scesi in bottega, e accomodatala in guisa che niuno potesse sospettare del caso, avviaronsi alla volta del Carobbio. E noi li lasceremo con buona pace di essi e dei lettori ai quali sarà già venuto a noia la compagnia di costoro. Chi poi arricciasse il muso perchè abbiamo speso tante pagine intorno ad un cane e l’abbiamo fatto l’eroe di questo capitolo e diremo quasi di tutto il racconto, la pigli col cronista, dal quale abbiamo cavato il fatto, la pigli coi tempi, colle consuetudini, col suo cattivo umore, se vuole, non già con noi. Se vi penserà a mente riposata, verrà anch’egli nella nostra opinione, che fra tanti personaggi scelti a protagonisti d’un racconto, quello dell’alano di Barnabò non è nè sarà la peggiore delle creazioni.

IV.

Era riuscito poco dianzi Barnaba con inestinguibile odio del popolo, molto più acerbo e più crudele di sè stesso, nè la vecchiezza mollificava punto il suo duro e crudele ingegno; sì come quello che rapace per la povertà, aveva accompagnato il nome della sua infame avarizia con una terribile crudeltà.
GIOVIO – Vita di Barnabò Visconti.

Ora conviene che i nostri lettori si mettano in sul grave e lascino da parte gli sbadigli, perocchè la cronaca del canattiere diventa d’un tratto più austera, e per conseguenza anche il nostro racconto elevasi oltre lo stile ordinario e assume la dignità di storia. Trattasi nientemeno che di far conoscere ai lettori che razza d’uomo fosse quel Barnabò, il quale sebbene non abbia propriamente parte nella nostra istoria, tuttavia esercita sopra ogni più piccolo avvenimento un’immensa preponderanza, appunto come il destino in una tragedia di Eschilo o di Sofocle.
Al punto in cui lo piglia il nostro racconto Barnabò Visconti governava da diecinove anni lo stato di Milano, partito già in due eguali porzioni tra lui e il fratello Galeazzo. Uscito per materna origine dalla famiglia dei Doria, donde gli venne il nome di Barnabò, parve avere da essa ereditato anche l’animo indomito e l’ingegno guerresco e feroce, imitando in ciò i suoi maggiori Branca, Pagano, Lamba e Luciano dei Doria, i quali educati fra le battaglie, avevan nome di terribili e fieri molto. Barnabò poi oltre ad un invitto vigor d’animo, possedeva certa naturale severità, quasi selvaggia, per lo che ardentemente bramava la guerra, e in essa tutto si compiaceva. Nè in quei tempi di prepotenza e di barbarie mancavano le occasioni per esercitarvisi, perchè nè pace ferma nè tregua durava a lungo tra gente sospettosa e sempre intenta a nuocersi. Fin dal suo primo salire al governo, egli erasi tirati contro i maneggi degli Estensi, dei Gonzaghi e del Marchese di Monferrato, i quali avevano indotto Marquardo Vescovo d’Ausburg, vicario imperiale in Pisa, a citare i due fratelli Visconti al suo tribunale perchè si discolpassero di molti reati specialmente in fatto di lesa religione. Ma nè l’uno nè l’altro, come è da credersi, pensarono ad andarvi, ond’è che il Vicario radunate le forze dei collegati era piombato sul Milanese, e aveva tolte molte città ai Visconti, e forse insignorivasi di Milano se non era Lodrisio Visconti che lo mise in rotta a Casorate. Non perciò gli animi dei principi erano sedati, ma ribollivano più fieri che prima a danno dei Visconti, e tanto operarono che nei primi quattro anni del loro dominio perdettero Bologna, Genova, Asti e Pavia, il che non era piccolo detrimento al Milanese. Se non che Pavia fu presto ricuperata da Galeazzo, il quale seminatovi il malcontento tra la plebe e i signori col mandarvi certo frate a predicare la rivolta, ne cacciò il Marchese di Monferrato e se ne rese padrone. Ma non così facile fu il riavere Bologna, intorno alla quale Barnabò consumò invano tutte le sue forze e i suoi maneggi. Fu questa in lui non solo malvagia ambizione, ma odiosissima ostinazione, giacchè per essa ebbe a sostenere in pochi anni nove guerre sempre rinascenti, a sprecare più che tre milioni d’oro, e più d’una volta ridursi a un pelo di perdere lo stato. Imperocchè e il papa e i Fiorentini e tutte le città vicine che non tenevansi sicure dal Visconte quand’egli fosse stato padrone di Bologna, fecero lega d’interessi e di forze, e chiamarono in Italia Bretoni ed Inglesi, e gli Spagnuoli capitanati da Albornocio, e gli Ungheri con Simone, e finalmente l’imperatore Carlo IV. Le quali lunghissime vicende di guerra non riuscirono nè a danno di Barnabò, nè a vantaggio dei Collegati, perchè il Duca di Milano rotto non lungi da Bologna a s. Rafaello, poi di nuovo a Guastalla, non rimise punto della sua ostinazione e rinfrancossi sempre con nuove genti e con nuovi danari. Anzi uscito vincitore in una battaglia navale sul Po di sotto a Viadana e difesosi accanitamente a Borgoforte contro le armi dell’imperatore, tanto operò, che, rotti gli argini del Po, la corrente traboccò tutta quanta sul territorio Mantovano e vi recò guasti e danni immensi. Ond’è che stanchi dall’una parte e dall’altra e voti di danaro, si venne a una pace generale tra il Visconte e i confederati, della quale fu mediatore Arionisto duca di Baviera, pace piuttosto apparente che vera, e di brevissima durata. Imperocchè la scomunica lanciata contro Barnabò da Innocenzo VI, e rinnovata con tanto fervore da Urbano V, memore della bolla ingojata sul ponte del Lambro, non fu solo cagione di quella specie di crociata, che abbiam detto, ma ancora di maggiori e più gravi mali a lui e allo stato. Nè la rinuncia fatta da Barnabò al Papa delle sue pretensioni in Bologna e sul Modenese, per la quale però ebbe cinquecentomila fiorini d’oro, valse a chetare neppure per poco lo sdegno della Chiesa, nè la morte istessa di Urbano V, procurò larghezza e pace al Milanese. Gregorio XI, che salì allora alla sede pontificale, parve ereditasse da suoi antecessori l’odio profondo contro di Barnabò, talchè uno de’ suoi primi atti fu quello di combinare una lega novella fra i principi italiani. Se non che veggendo che le armi temporali andavano troppo a rilento, ebbe ricorso alle armi ecclesiastiche, e scomunicò un’altra volta Barnabò, e dichiarò i sudditi di lui liberi dal giuramento di fedeltà. Nè pago di ciò gli mosse contro l’imperatore, il quale con suo diploma dato in Praga il 3 agosto dell’anno 1372 privò entrambi i fratelli Visconti del Vicariato imperiale, e Barnabò perfino dell’ordine equestre. L’esercito alleato piombò anche questa volta sul milanese, e sebbene non giungesse a far presa di alcuna terra, bastò nullameno a devastare e mettere in rovina gran parte dello stato.
Ciò quanto agli avvenimenti politici di quel tempo. Rispetto all’indole del governo ed alla natura di Barnabò, il cronista ce lo descrive severo nelle cose dello stato, largo nel soccorrere i cittadini bisognosi e più nel dotare monasteri e nell’erigerne di nuovi, generoso, ma a tratti e per bizzarria più che per impulso dell’animo, stranissimo di modi e di appetiti, ostinato e vendicativo in grado estremo, e spensieratamente crudele. Qual fosse la condizione di Milano sotto il suo reggimento, è facile ravvisare e dalle vicende guerresche, e dalle desolazioni della peste, e dalle continue estorsioni, e dalle leggi nuove per inaudita barbarie. E tuttavia in mezzo alle tribolazioni che travagliarono il suo dominio, maritò nove figliuole legittime coi più illustri principi dell’Europa, e due naturali con insigni capitani, spendendo per esse in doti e corredo più che due milioni di fiorini d’oro. Tutte queste larghezze e munificenze cadevano sempre a danno de’ poveri cittadini, i quali smunti, taglieggiati, oppressi, avevano di grazia a campar la vita e uscire colle membra intatte dalle mani del Duca. Imperocchè oltre a quella crudelissima legge già accennata nel primo capitolo, per la quale si condannavano alle forche ed avevano i beni confiscati coloro che avevano ucciso o solo mangiato del cinghiale nel periodo di cinque anni anteriori alla legge stessa, infiniti altri editti non meno feroci angariavano lo stato. Uno di questi proibiva che nessun cittadino potesse correre le strade di notte sotto pena del taglio di un piede; un altro comandava agli ecclesiastici che dovessero inginocchiarsi per le vie quando avveniva loro d’incontrarlo; un terzo ordinava che nessun prete potesse allontanarsi dal luogo della sua dimora sotto pena d’essere abbruciato vivo; un altro proibiva a tutti i cittadini di chiamarsi Guelfi o Ghibellini, pena il taglio della lingua; un altro ancora stabiliva che nessun giudice toccasse un quattrino di stipendio, finchè non avesse condannato nel capo un uccisor di pernici; e così via via. Nè sui soli cittadini sfogavasi la sua capricciosa ferocia, ma sugli stranieri ben anco e sopra uomini distinti per autorità e per natali. L’incontro di Barnabò coi legati del Pontefice sul ponte del Lambro, l’appiccamento di Francesco Fogliano, e il cattivo procedere contro i ministri dei principi collegati, sono prova di ciò. Questi ultimi essendo venuti in Milano trattare dell’accordo con Barnabò, non poterono parlargli, ma dovettero esporre la loro ambasciata davanti un notaio; poi cinti da una schiera d’armati, e costretti ad indossare una veste bianca in segno d’ignominia, stettero così per più di due ore davanti al suo palazzo, abbandonati allo scherno della plebe. Finalmente uscito Barnabò, egli medesimo si pose a capo della schiera, e, percorse tutte le vie della città in mezzo agl’insulti della ribaldaglia scortò i due messi fino al confine.
La maggiore e la più strana delle crudeltà toccò ai cittadini a cagione della straordinaria tenerezza ch’ei nutriva pei cani. Siccome egli amava singolarmente la caccia, così teneva gran numero di quegli animali, e parte dava in custodia a’ cittadini facoltosi, parte a’ contadini, che ne traevano un giornaliero stipendio: il restante raccoglievasi in un lato del suo palazzo di s. Giovanni alla Conca, detto anche oggidì la Casa dei Cani. Fra questi e quelli sommavano a più di cinquemila. Due volte al mese i canattieri facevano nel palazzo stesso una rassegna dei cani commessi ai cittadini, alla qual rassegna assisteva spesso il Duca. Se il cane era dimagrato o ingrassato, colui che lo teneva in custodia, era multato nelle sostanze: guai chi l’avesse reso inetto alla caccia, o l’avesse lasciato morire! Donde il terrore grande che aveva ciascheduno e la soverchia potenza dei canattieri, i quali erano rispettati e riveriti meglio che giudici o governatori. E n’avevano diritto, perocchè nelle loro mani stavano le sostanze e le vite di gran numero di persone, e dal loro giudizio, inappellabile sempre, dipendevano le sorti di quei meschini, cui il sopruso o la necessità aveva imposto così fatta gravezza. Abbiam detto necessità, perchè in questa stessa crudeltà era alcun lato buono, siccome sempre avviene delle cose di questo mondo; e frequente era il caso che un poveretto ridotto al verde, come già il nostro armajuoio, traesse sussistenza da questa strana industria. Tant’e tanto l’assegnamento che facevasi a ciaschedun cane valeva a sfamare qualche galantuomo; e sebbene fosse un camminare sull’orlo del precipizio, e cacciare, come si dice, da per sè il collo nel capestro, tuttavia uno poteva anche con siffatta paura campar la vita. Infine meglio il pericolo del male che il male stesso. Oltredichè il mantenimento di tutti questi cani, che stavano rinchiusi nel palazzo, parte liberi, parte assicurati, richiedeva gran consumo di cibo d’ogni fatta, e Dio sa, se per essi si misurava il mangiare. La città poteva ben ispopolarsi di gente e sfinire per la peste e per la carestia: nella Casa dei Cani si sbavazzava sempre ed era abbondanza di tutto. E questo consumo, che in origine era a danno de’ cittadini facoltosi, a cui Barnabò, or con un vezzo or coll’altro, non ristava dallo smungere danaro, tornava poi a beneficio dei bottegaj e dei rivenduglioli d’ogni specie, i quali erano fatti sicuri di vendere la roba loro a discreto patto ed anche con una tal quale larghezza. Dal che venne quel proverbio, ancora adoperato a’ dì nostri dai mercajuoli, i quali ad un’offerta poco convenevole rispondono: alla ca di can, so dove e da chi pigliar tanto. E ciò appunto avranno detto i venditori di quei tempi a quelli che invilivano la roba loro, perocchè eran certi di avere il tal prezzo alla Casa dei Cani.
Nè soltanto in Milano mantenevasi cotanta turba di cani, ma eziandio nelle altre città che stavano sotto il dominio di Barnabò. In Parma specialmente ei fece pubblicare un editto da certo frate Giovanni dell’ordine de’ Gaudenti, il quale era officiale de’ suoi cani, e con esso ordinò che tutti i cittadini, i quali avevano l’estimo di cinquecento lire dovessero ricevere uno de’ suoi cani in custodia sotto pena di dieci fiorini d’oro e di un fiorino d’oro al mese. E quelli che vi si rifiutarono furono condannati chi nei beni e chi nel capo. Neppure gli ecclesiastici andarono esenti da queste avanie; anzi sembra da quel che narra il nostro cronista e da quello che si raccoglie da tutti gli storici, che sopra di essi accumulasse tutte le oppressioni. Oltre alla taglia di soldi trenta per ogni lira d’estimo che dovevano sborsare, mercè la quale, non trovando modo a pagare, moltissimi erano posti in carcere, essi erano più di ogni altro esposti ai crudeli capricci del Duca che toglieva loro le prebende, li dimetteva dal loro ministerio, li torturava, li cacciava in bando, e li metteva spesso a morte. Tra i capi d’accusa accennati nella bolla pontificia del gennajo del 1373 contavansi anche questi, ch’egli avesse invaso gran parte de’ beni della Chiesa, che a suo grado disponesse delle dignità ecclesiastiche, che imponesse ai preti gravissime taglie, e che gli obbligasse a custodire i suoi cani con fierissime pene ai contravventori. Più particolarmente poi quella bolla parlava e dell’abate di s. Barnaba, fatto morire sull’eculeo; e del Primicerio della Metropolitana Simone da Castiglione, torturato con altri ecclesiastici e trascinato a coda di cavallo con una mitra di carta sul capo, indi abbruciato a fuoco lento; e di un frate degli Umiliati di Brera, impiccato cogli abili monacali; e dell’abate di s. Benedetto, Giovanni Visconti, tagliato a pezzi insieme a un altro monaco davanti la porta del convento; e di infinite altre dolcezze di tal fatta.
Quello che rendeva strano il suo procedere verso i poveri ecclesiastici, erano i benefizii di cui era largo colle chiese e coi monasteri; ond’è, che da una parte toglieva quello che voleva donare all’altra. Le sue liberalità verso gli spedali, l’erezione di nuovi conventi, le donazioni di moltissime terre a favore dei poveri, ai quali in epoche stabilite faceva distribuire vesti e cibo, le elargizioni alle chiese, erano una prova del suo carattere naturalmente dispotico e capriccioso. E veramente ei si dimostrò sempre tale in tutte le circostanze della sua vita non solo pubblica ma anche familiare. Gli aneddoti narrati nella cronaca dell’Azario e nella novella del Sacchetti, che riguardano due avventure toccategli or con uno spaccalegna, or con un mugnajo bastano a farlo chiaro. Quanto poi alle consuetudini della corte, ei non menava splendida vita, degenerando in ciò da tutti i suoi antecessori, spezialmente dagli zii Luchino e Giovanni i quali tenevano corte oltremodo magnifica. Il nostro cronista dice che Barnabò era economo come una massaja e non dava da mangiare ad alcuno; il maggior numero de’ convitati era di cinque persone, vale a dire, due vicarii e tre consiglieri, e anche con questi si faceva tavola molto meschina. Per contrapposto egli era pazzamente largo nell’edificare, perchè oltre all’aver ampliato e ridotto a guisa di fortezza il suo palazzo di s. Giovanni alla Conca, aveva edificato due altri castelli, uno a Porta Nuova, del quale si perdette ogni vestigio, e un altro a Porta Romana che stendevasi dalla basilica di s. Nazaro fino a quella di s. Stefano, precisamente nel luogo ov’è adesso lo Spedale Maggiore. Pei quali castelli e per gli altri eretti a Marignano, a Trezzo, a Brescia e altrove, ei non ispese meno di quattro milioni di fiorini d’oro. Somma ingentissima a’ quei tempi, se si consideri il valor dell’oro che doveva essere di gran lunga maggiore di quel che sia adesso, e più se si ponga mente all’entrate annue di Barnabò, le quali tra comuni e straordinarie, toccavano appena centosessantamila fiorini d’oro. Il qual reddito non che principesco, ma poco più che da signore privato, fa parere ancora più straordinaria la ricchezza trovata nei palazzi del Duca quando vennero saccheggiati dal popolo; perocchè raccontano gli storici che nella sola fortezza di Porta Romana trovaronsi settecentomila fiorini d’oro, e tanto argento da caricarne sei carri. Or vedasi donde e da chi potesse egli cavare tanto tesoro, e come dovessero stare i poveri sudditi a fronte di sì smisurata ingordigia.
E tuttavia il nostro cronista afferma, e con lui molti fra i più riputati storici, che Barnabò non gettava il danaro capricciosamente; che non vendeva i posti, ma davali gratuitamente a uomini meritevoli, nè quando li trovasse atti, li rimoveva più, che pagava esattamente e attendeva sempre più delle promesse: che non mancava di coraggio nè di militare perizia; che era liberale coi poveri, veridico, amante della giustizia e costante. Soprattuto ch’ei sapeva farsi servire a puntino; di che saranno persuasi i lettori, i quali hanno già scorto di che pelo fosse quel principe. Se non che, soggiungono poscia gli storici più coscienziosi, esso era temerario e tenace della propria opinione, impaziente, collerico al massimo grado. Negli impeti che spesso lo pigliavano e lo facevano uscire in ismanie terribili, diveniva crudele a guisa di fiera, e non aveva rispetto nè ad uomini, nè a Dio, e neppure a sè stesso. In quegli accessi nessuno osava accostarsi a lui, eccetto la moglie, Regina della Scala, la quale, tutta dolcezza e soavità di maniere, riusciva quasi sempre a temperare quella soverchia ira. Un’altra donna, colla quale aveva molta dimestichezza, e che egli amò assai, valeva pure a infondergli più miti pensieri, e costei fu Donnina dei Porri, che taluni vollero perfino sua moglie, la sola che abbia confortato la prigionia e gli ultimi momenti di quell’uomo singolare. A coronare poi tutta questa litania di vizii aggiungasi la dissolutezza dei costumi, per la quale la sua casa pareva piuttosto il serraglio d’un sultano che l’abitazione d’un principe cattolico. Il qual vizio, che è attaccaticcio più della pece, figuratevi se non doveva pigliar piede nella corte, e far proseliti tra i cagnotti del Duca. Anzi, come avviene sempre in tali occasioni, i servi erano più ghiotti e più prepotenti del padrone stesso, il quale, al dire del nostro cronista, non mai o solo in certi casi adoperava la violenza. Quali poi fossero questi casi, in cui riputasse lecito il sopruso e la forza, il cronista non dice, e noi lasciamo indovinare ai lettori.
All’epoca del nostro racconto, Barnabò aveva di fresco lasciato il suo castello di Marignano, ov’era stato rintanato tutto il tempo della peste, e da pochi dì trovavasi a Milano, bramoso di star presente alla mostra che doveva cadere imminente. Erano già dei mesi assai che egli non vedeva il suo palazzo e perciò era fatto privo dello spettacolo de’ suoi cani; ond’è che gli era nata in corpo una tenerezza, una smania non mai provata per lo addietro. Perchè, quantunque nel suo ritiro fosse uscito qualche volta a battere il bosco, non troppo lontano però dal castello, tuttavia non aveva potuto mai dare sfogo a quella sua immensa passione, e gli era toccato contentarsi di quelle scorrerie da nulla e della compagnia di pochi alani che teneva sempre seco. Egli era nel caso di un convalescente, il quale divorato dalla fame, è costretto per un pajo di mesi a trangugiare brodi e zuppe, se mai giunge a disfarsi del medico e a sentirsi padrone di sè, abbandonasi ad una tal corpacciata da saziare un uomo per una settimana. Il Duca pertanto era capitato in Milano una notte, quatto quatto, che nessuno quasi se ne accorse, tranne quelli che vegliavano ancora: i quali vedendo un insolito chiarore e udendo un calpestìo misurato ma silenzioso, che non era nè d’uomini nè di cavalli, s’addiedero della cosa. Il calpestio veniva infatti dalle zampe dei cani, i quali addestrati com’erano, seguivano il Duca nelle sue gite, e procedevano ordinati a due a due senza bisogno di guinzaglio e neppur quasi di voce per tenerli a dovere; il chiarore poi era quello delle faci portate dai servi e dai canattieri, dei quali trovavasi uno ogni trenta cani. La mattina appresso erasi tosto sparsa la nuova della sua venuta, e i cittadini anzichè rallegrarsi, ne rimasero profondamente addolorati. Tanto più che facevansi già le inquisizioni di coloro che avevano ucciso o mangiato selvaggina, giusta la legge del Duca; e la presenza di lui non poteva che accelerare il fatto, e togliere anche l’ultimo filo di speranza. Quella legge poi, dice il nostro canattiere, si tiene che fosse stata dettata dal Duca in un momento di dispetto, allorchè rinchiuso nel suo forte di Marignano, e fallitogli da più giorni il diletto della caccia, n’ebbe tanto dispiacere, che volle in certa guisa rovesciarlo sul capo di quelli ch’egli stimava più fortunati di lui, avendo ucciso lepri o cinghiali. Checchè ne sia, i cittadini viveano in grande spavento, ed ora che avvicinavasi il dì fissato per la mostra dei cani, raccomandavansi caldamente al Signore, perchè la mandasse buona a tutti.

V.

La sventura s’avvia
Per le città frequenti
E di querele un seguito la scorta,
Tarda ella muove, e spia
Le case dei viventi.
Oggi batte improvvisa a questa porta,
Domani a quella: nè mortal perdona.
Assidua, inesorata
Ai vestiboli appon d’ogni persona
La funesta chiamata.
SCHILLER, La sposa di Messina.

A questo punto il manoscritto del canattiere manca di due fogli, e salta d’un tratto quello spazio di tempo che correva tra l’avventura in casa dell’armajuolo e il dì fissato per la mostra dei cani. Noi preghiamo i lettori a portarsi in pace questa mancanza e a non volere nessun male ai topi che per avventura avessero rosicchiato quelle carte. Alla fine la lacuna non è che di due giorni, e non è d’uopo fantasticare gran fallo per indovinare che cosa sarà accaduto durante quel tempo. Basti il sapere, e questo la cronaca lo dice, che al finire del secondo giorno, vale a dire alla vigilia della rassegna, il cane trovavasi in ottima condizione, e non aveva un pelo sconciato; sicchè erasi convenuto che il mattino appresso l’armaiuolo sarebbe andato a levarlo per condurlo poscia al palazzo di Barnabò.
L’alba dei tafàni non istava molto a spuntare, allorchè in un salotto terreno del palazzo di s. Giovanni alla Conca, che metteva nel cortile destinato ai cani, sedevano intorno a un gran tavolone di quercia otto o nove canattieri in atto di veder il fondo a una gran pentola di Pestivino, camangiare grossolano ma ghiottissimo a que’ tempi, composto di castagne peste cotte nel vino. Il loro vestire più accurato del costume, il berretto piumato, il coltello a lato, come fossero per uscire a caccia, e soprattutto l’aria più trista, più burbanzosa dinotavano sentirsi coloro in quel dì alcun che di più che negli altri; e gli atti energici o trascurati manifestavano chiaramente l’interno sentimento. I loro visi poi non erano tali da inspirare miglior confidenza, perocchè oltre la pelle incallita e bruna, e la fronte rugosa o aggrottata, la lunga barba che ingombrava loro metà della faccia, e a taluni scendeva fino sul petto, accresceva terrore a quelle fisonomie naturalmente sinistre. Questo della barba era un costume universale in quel tempo, e tutti la lasciavano crescere, i soldati specialmente, nel cui numero potevano essere compresi i canattieri. Essi adunque stavano quale seduto sopra le panche, quale sdrajato sulla tavola medesima, e di tanto in tanto cacciavano le dita dentro alla pentola e cavavano una manata di quel bollito, che sgocciolava poi sulle barbe e sui berretti. Già allora non badavasi tanto per sottile al modo di star a tavola, e quei birbi poi pensavano, non senza qualche ragione, che se la natura gli aveva forniti di due buone mani, ciò era per qualche cosa; e in quella guisa che servivano a sgozzare un cinghiale, ad abbracciare una bella femmina, a vuotare le case altrui, potevano benissimo tener luogo di cucchiajo e di forchetta,
– Ohe! sclamò uno di costoro, dopo aver rimestato buona pezza nella pentola, compari mici, siamo già al fondo. E a dire che non sono due minuti che vi stiamo intorno. Che santa Lucia conservi la vista a ciascuno di noi; che quanto all’appetito non c’è bisogno di ajuto divino.
– Bel modo invero di saziar questo appetito, soggiunse un altro. Quattro castagne non più grandi di un pisello, cotte in un vino che, se fosse benedetto, farebbe fuggire il diavolo.
– Vuoi dire che potrebbe tener luogo di acqua, neh? ripigliò il primo. Eppure è di quello della cantina dell’Abate di s. Barnaba, e credo che non lo adoperasse per lavarsi i piedi.
– Che il diavolo se lo porti, saltò a dire un terzo. S’ei beveva di questo vino, ha meritato di andare all’inferno. Per me tengo migliore d’assai il pestivino che si fa dall’Ambrosiolo presso la chiesa di s. Maria Maddalena. Quello sì che è bollito da leccarsene le dita.
– Via, via, bel garzone, lo sappiamo che hai una tenerezza particolare per quella bottega e per tutto quello che c’è dentro. Ma bada a’ fatti tuoi, che gli occhi della Gilda ne han fatto cadere dei più furbi di te.
– Bada tu piuttosto a districarti dai lacci di quella tua fornaja; bel mobile per mia fè da farle addietro lo spasimato.
– Da un canto gli scherzi, amico; tu sai ch’io sono un po’ permaloso, sicchè non toccarmi su questo punto.
– Ih, ih, vedi come s’infiamma subito, e gli salta la mosca al naso. Ho proprio colto nel segno adunque? Povero Scortica, sei cotto davvero?
Lo Scortica si fece rosso in viso e stava per rispondere malamente a quello scherzo, quando uno dei compagni che non aveva mai aperto bocca, allungò le mani dal posto ove era, e tolta la pentola davanti ai due che parlavano, se la tirò bravamente sotto il mento, dicendo:
– Intanto che voi state a piatire, io vedrò di pescare le ultime castagne qui dentro. E tu, Randellajo, grida pure la croce addosso alle fornaje, già tu fosti sempre più amico del vino che della pagnotta; nè ti biasimo per ciò. Ma in fin dei conti il pane è pane, e il vino è vino, e coll’uno e coll’altro noi ce la sbavazziamo in barba della peste e della carestia.

Col favor di san Giovanni,
La mattana non ci punge,
Ogni sorta di malanni
Ci salutano da lunge,
Sempre brilli, sempre in festa
La malìa non ci molesta.

– Bravo Graffiapelle, bravo, la canzone! la canzone! gridarono tutti in coro.
– Sapete voi, disse questi, che il Medicina vi ha aggiunti due o tre rispetti circa la faccenda dell’altro dì? Già m’ha sempre avuto ciera di capo strambo, ma da far canzoni poi… Bisogna dire che quegli occhi cavati, e quei cento capestri l’abbiano fatto andare in visibilio. Basta; udrete.
– Suvvia, a te, intuona, che ti verremo appresso.
– Ancora due bocconi, e mi sbrigo. Maladetti quei cani, questa mattina, fanno un guaire, uno strepitare che par che voglia subissare il palazzo. Basta, farem conto che sia l’accompagnamento del mandolino.
Ciò detto, spinse lontano la pentola, si asciugò la bocca col rovescio della mano, e alzatosi in piedi colmò prima il bicchiere, il qual atto fu imitato da tutti i compagni; poi alzatolo fino al livello degli occhi, lo guardò alquanto con un sorriso suo particolare, e disse;
– Proprio di quel che brilla, e che si cambia in sangue. Benedetta la cantina del Duca.
E trangugiatolo d’un fiato, depose lentamente il bicchiere sulla tavola, poi strette le labbra, le fè scoppiettare come si farebbe per un bacio, ma con un suono più risoluto e più tenace, con quel suono che esce proprio dallo stomaco soddisfatto. Dopo il qual atto intuonò la prima strofa, la quale doveva essere ripetuta in coro da tutti.

Ringhia, latra, fa baccano,
Nobil razza di mastino,
Ogni muso di cristiano
Tiri dritto il suo cammino,
E in udir la nostra voce
Faccia il segno della croce.

– Bravo, Graffiapelle, gridò lo Scortica; m’hai preso certo tuono di voce, che mi sembri un canonico. Presto ti porremo indosso il piviale. A noi, ragazzi.
E tutti insieme ripeterono la cadenza compresa negli ultimi due versi.
– Tocca a te, Randellajo, disse allora il primo che aveva intuonato.
– Eccomi, eccomi.

Mercè i cani e la moria
Noi vaghiamo a nostro grado
Solitarj per la via,
Sempre pronti a trarre il dato,
E ci guatan con rispetto
Il cappuccio e il corsaletto.

E tutti in coro

E ci guatan con rispetto
Il cappuccio e il corsaletto.

Ora a me, disse lo Scortica, e colmatosi lestamente un bicchiere infino all’orlo, lo votò d’un fiato, e gridò con voce stentorea:

Col favor di san Giovanni
La mattana non ci punge,
Ogni sorta di malanni
Ci salutano da lunge,
Sempre brilli, sempre in festa
La malìa non ci molesta.

Questa volta il coro non si tenne pago della cadenza, ma volle ripetere l’intera strofa, con un baccano che ne tremarono le vôlte della camera. Intanto un altro era sorto e incominciava:

Se vegliam spesso le notti.

Ma Graffiapelle gli troncò la canzone in gola, e accennò colla mano che voleva parlare.
– Un momento, bel garzone, i nostri palati sono già arsi come bragie, si sospenda per un istante la canzone e si faccia un brindisi in onore di s. Giovanni.
– Viva s. Giovanni, viva il nostro protettore, gridarono tutti, empiendo i bicchieri e tracannandoli.
– Ora, Sciancato, puoi tirare innanzi.
Lo Sciancato non se lo fece dire due volte, e ripigliò:

Se vegliam spesso le notti
Invocando san Nicola,
Se un visin, ma di quei ghiotti,
Ci fa scorrer l’acqua in gola,
Il vegliare almen ci frutta,
Nè restiamo a bocca asciutta.

E il coro

Il vegliare almen ci frutta,
Nè restiamo a bocca asciutta.

In quel punto una voce sconosciuta che partiva dal cortile e s’avanzava alla volta del salotto, udissi cantare:

Se alle nostre oneste voglie
È d’ostacolo un marito,
O il pudor di sciocca moglie,
Cui non piace un muso ardito,
Colla corda e col danaro
Li facciam tacer del paro.

E intanto che gli altri ripetevano:

Colla corda e col danaro
Li facciam tacer del paro,

un uomo vestito nella stessa guisa che i canattieri, grosso e tarchiato della persona, e con un viso ricagnato da far paura, entrò nel salotto e prese posto nel crocchio.
– Sei giunto in tempo, Scannapecore, disse Graffiapelle, colmati una mezzina chè l’hai meritata. Quella canzone udita da lontano ha prodotto un effetto straordinario. E poi l’hai cantata con un gusto, con un fare così saporito, che valeva un tesoro. Di’ un po’, sarebbe forse vero che quelle parole quadrassero a’ casi tuoi?
– Eh, baje, rispose lo Scannapecore, sedendo con quell’aria soddisfatta di chi si è assicurato il giuoco.
– Eppure, ripigliò l’altro, ho udito certe voci intorno alla Cilia. Basta, hai un osso duro a rosicchiare, perchè Stefano l’armajuolo non è un baggeo da pigliarsi a scherzo, come tanti altri, ed anche la Cilia è una testolina. Ma di’ un po’, è dessa ancora quella bella creatura di sette anni fa?
– Capperi, non iscatta un pelo, rispose lo Scortica. L’ho veduta due settimane fa, ch’ell’era scesa in bottega per non so che, e vi so dire che è un boccone da principe. Non ha mica cattivo occhio qui il nostro Scannapecore.
– Orsù, pigliò a dire costui, tiriamo innanzi la canzone, e lasciamo stare le femmine nella loro malora.
– Ohe, disse il Graffiapelle, a udirti te, non mi sembri molto innanzi nelle buone grazie di quella ritrosetta. Ho paura che tu debba fare un buco nell’acqua. La sarebbe pur bella! Lo Scannapecore imbietolito e scornato per soprappiù.
– Adagio, carino, adagio, rispose lo Scannapecore un po’ imbronciato. Io sono innanzi e non sono: infine, che cosa ti fa a te? In ogni caso non sarà mai detto che uno, o maschio o femmina, abbia scornato lo Scannapecore. Quanto alla moglie dell’armajuolo, la è un’altra cosa, e non passeranno due dì che vedrete come si vincono le femmine.
– Che sì, che ti cascherà in braccio, neh? disse lo Scortica, oppure, piglierà a pigione il palazzo del Duca per venire ad abitare con te?
– Chi sa che non accada anche questo, disse lo Scannapecore con un sogghigno che nulla aveva di buono. Se ne son vedute tante! Ma infine questa non è cosa vostra, e a cui tocca, la sbrighi. Ora beviamo, innanzi che arrivi il Duca, e teniamci pronti alla mostra. Quest’oggi ne vogliamo veder di nuove.
– Alla sua salute, gridò lo Sciancato colmando la mezzina:, ora udiamo i nuovi rispetti del Medicina. A te Graffiapelle; ohe, a che stai guardando nel fondo della mezzina? sei forse divenuto astrologo, tu? la sarebbe bella, davvero.
– Eh, chi sa! La mia stella, come dice il Medicina, non è lassù nel firmamento, ma sta in fondo agli orciuoli. Qualche dì col gran votarne verrò a capo di scoprirla; e allora, allora vedrete chi è Graffiapelle.
– Bada piuttosto, saltò a dire lo Scortica, che questa tua stella non abbia a entrarti nel ventre, senza che tu te ne accorga.
– In tal caso, rispose Graffiapelle, potete star certi ch’essa tramonterà con me.
– Orsù, la canzone, gridò Scannapecore.
– Eccola, eccola.

Chi del pan non si tien pago,
Ma tirato per la gola
O coi cani o collo spago
Tende insidie a una bestiola,
Badi ben, chè un certo laccio
Lo torrà d’ogni altro impaccio.

– Bravo Giaffiapelle, gridarono tutti quand’ebbe finito, evviva il Medicina, ei scrive rispetti, meglio che il Bescapè.
– Cheti, figliuoli, disse lo Scannapecore, odo rumore sotto l’androne, che sia già venuto il Duca?
– Sì per Dio, sclamò lo Sciancato, ho sentito il picchio delle alabarde che posavano a terra. Suvvia, presto, nascondiamo le mezzine e la pentola, e poniamci al nostro posto. Di ragione qualcuno l’avrà veduto entrare, e sebbene non sia l’ora assegnata, poco staranno a capitare i cittadini.
Ciò detto alzaronsi tutti, e sbarazzata la tavola, quatti quatti, chi da una parte chi dall’altra se la svignarono nel cortile. Il Duca intanto aveva oltrepassato l’androne, ed era giunto proprio nel mezzo del primo cortile: con lui erano i due figliuoli Rodolfo e Lodovico, e dietro una scorta non troppo numerosa di alabardieri. Barnabò Visconti era alto della persona e vigoroso d’aspetto, quantunque avesse già oltrepassato i confini della virilità, contando a quell’epoca 55 anni. Il suo portamento era grave e risoluto, rozzi e duri i lineamenti, ma la fisonomia presentava una mistura di ferocia e di bonomia, che facilmente traeva in inganno. L’occhio però fisso e quasi impietrito nell’orbita manifestava il carattere strano e caparbio, di cui diè sì aperte prove. Indossava un robone di velluto violaceo foderato di ermellino e sormontato da un cappuccio che coprivagli quasi sempre il capo: disotto aveva il giaco di ferro, precauzione necessaria anche a un principe così temuto. Sulla fronte calva e rugosa vedevasi una ciocca di capelli grigi che sfuggiva di sotto al cappuccio, solo ornamento del capo, se ne eccettui una barba lunghissima e bipartita sul mento, siccome voleva il costume di que’ tempi. Il qual costume venne poco dopo distrutto dai francesi che diffusero in Italia il gusto dei visi pelati, come vediamo dipinti i successori di Barnabò. Il che prova che la superiorità della Francia in fatto di mode non è cosa moderna, ma data da tempi antichissimi.
Ora, poichè Barnabò fu giunto nel mezzo del cortile, si trattenne alquanto, e guardossi attorno in atto d’uomo che vuol riconoscere il luogo ove si trova; appunto come un ammalato che esce per la prima volta all’aperto e guarda le vie già da lui battute quasi fossero una cosa nuova. Poscia rivoltosi a Rodolfo che gli stava alla destra, gli disse:
– Per s. Ambrogio, non mi par vero di trovarmi qui a quest’ora nel mio palazzo di s. Giovanni alla Conca. In verità io teneva per fermo di non uscire dal mio forte di Marignano che al dì del giudizio, quando il diavolo avrebbe fatto risuonare a’ miei orecchi la sua tromba infuocata. Maladetta questa peste! Pareva che non la ristasse più. Sai tu, Rodolfo, ch’ella ha spazzato Milano, come una campagna dopo la messe? È questa la prima volta ch’io percorro le vie, dachè sono qui, e non volli neppur passare per la loggia, a bella posta per vedere in viso questa moltitudine che mi corre dietro ogni volta che esco all’aperto. Ma altro che moltitudine! Quattro gatti scorticati, mogi mogi, e con un viso da castagna cotta che mettono paura. Povero il mio paese!
– E per soprappiù, rispose Rodolfo, la carestia vi passeggia a tutto agio, e finisce di guastare ogni cosa.
– Quanto ai poveri, soggiunse Barnabò avviandosi alla volta del salotto, ci ho già pensato, ed ho ordinato che si distribuissero frumento e vino in buona copia, oltre le solite limosine che si fanno nello spedale di s. Lazaro dell’arco Romano, in quello di s. Giacomo, e in quello di s. Pietro e Paolo de’ Pellegrini. Quello che mi sta a cuore è la mancanza di braccia in questo momento che tanto mi gioverebbero. Basta: i beni confiscati a quei ribaldi che osarono cacciare sul mio, mi daranno ajuto a chiamare qualche banda forestiera. Per ora già non c’è speranza di rappacificarsi con Gregorio XI. Potessi almeno indurlo ad accettare una tregua!
Così favellando il Duca aveva oltrepassato il salotto, ed aveva posto piede nel secondo cortile, destinato ai cani. Gli alabardieri sfilarono all’ingiro lungo le pareti, e intorno al Duca non rimasero che i due figliuoli con sei lancie e pochi famigliari. Quel cortile era bello e spazioso e pareva fatto a bella posta per una rassegna: esso era stato fabbricato nei primi tempi del governo di Barnabò, allorchè entratagli in corpo quella matta smania di fabbricare, ampliò e costrusse con ingente spesa il palazzo. Il qual palazzo era stato in origine eretto da Luchino Visconti, ed era situato allo sbocco della contrada, detta anche oggidì di s. Giovanni alla Conca, là dove all’aprirsi del Corso di P. Romana incrociansi la via dei Moroni col vicolo della Maddalena. Esso abbracciava tutto quel tratto di case che dall’angolo dei Moroni corre fino alla piazza della chiesa, ora soppressa, e la cui facciata, comechè meschina, presenta il più bel tipo che abbia Milano della gotica architettura. Barnabò inoltre aveva aggiunto a quel palazzo alcuni muri forti, guerniti di merli, alti venticinque braccia, talchè aveva piuttosto l’aspetto di castello che di abitazione principesca. Da questo palazzo, fino dai tempi di Luciano, correva una loggia chiusa, che soprastava alle case e metteva dritto nella sua corte posta vicino al Duomo, dov’è adesso la residenza vicereale: e Barnabò, che non aveva più che Luchino tenerezza di comparire in pubblico, ne aveva fatto costruire un’altra del pari coperta, che a guisa di ponte tragittava di là alla sua fortezza di P. Romana. Il nome di Casa dei Cani, attribuito allora a quel luogo, durò fino a nostri dì nella bocca del popolo, ed anche adesso avviene di udirlo qualche volta così denominato. Che poi questo titolo fosse tutt’altro che grato alle orecchie dei milanesi, non è d’uopo che lo diciamo. Chi dei nostri lettori l’ha udito pronunciare da qualche vecchio con quel tuono misterioso e con quelle scrollatine di capo così significanti, potrà far ragione del brivido che avrà messo ai nostri progenitori di buona memoria.
All’intorno del cortile si aprivano i casotti e gli steccati, dentro i quali chiudevansi i cani, ed eranvi assicurati o co’ guinzagli o colle musoliere: più addentro erano le stanze destinate alle razze, ed agli alani più pregiati. Gli altri vagavano liberamente pel cortile, e addestrati, com’erano, bastava un cenno, un’occhiata dei canattieri per tenerli in freno. Tutti insieme poi, specialmente nell’ora del cibo, facevano una maladetta armonia di guaiti, di latrati, di abbaiamenti, che era una dolcezza ad udirli. E questa era musica ineffabile per le orecchie del Duca.
I canattieri al primo apparire di Barnabò eransi tirati in disparte, e col berretto in mano parevano attendere rispettosamente i suoi cenni. A vederli adesso umili e inchinati dinanzi a un’autorità maggiore della loro, un filosofo, se a’ que’ tempi ne fossero esistiti, avrebbe avuto campo di sciorinare un bel sermone sul nulla delle umane presunzioni. Ma il nostro cronista, che era canattiere pur esso, sebbene men ribaldo degli altri, era tanto valente in filosofia come lo speziale nel far tegole, sicchè si tenne pago al semplice mestiere di narratore, e ce li descrisse in questo atto e nulla più. Il Duca avanzossi lentamente alla volta di essi, e si diè a sguardare all’ingiro, a carezzare qualche cane di quei che vagavano nel cortile, a volgere domande sopra domande ai canattieri, intanto che costoro aprivano i cancelli, gli usci, e traevano pel guinzaglio o l’uno o l’altro dei cani favoriti.
– Veda la signoria vostra, diceva lo Scannapecore, il quale siccome il più innanzi nella grazia del principe, pigliava sempre la parola per tutti, veda come sono nutriti e addestrati questi cani; è proprio una consolazione il vederli. Osservi questi due alani, che la signoria vostra mi diè in particolare custodia; come son lucidi e snelli, che rubano gli occhi.
– È vero: due goccie d’acqua che valgono un tesoro. E quello sciocco di abate quasi me li aveva fatti stizzire. Buon per lui che il suo mugnajo lo fe’ salvo dei quattro fiorini e della pelle per giunta, se no voleva alloggiarlo per un dì con un pajo di mastini perchè imparasse di che guisa van trattati i cani.
– Sarebbe pur stato un bello spettacolo. Un abate colla musoliera e col guinzaglio, disse lo Scannapecore.
– L’han provato Giovanni Sordo e Antoniolo da Terzago, e ti so dire che hanno avuto agio a pentirsene. Ma in fine l’ora della mostra parmi arrivata. Perchè non son qui quei gaglioffi coi loro cani? Suvvia, fatte che entrino, e vediamo se avvi qualcheduno, cui faccia gola una gabbia di ferro e la compagnia d’un cinghiale affamato.
– In quel punto, dato il segnale, una turba di persone d’ogni età e d’ogni professione entrò tumultuosamente nel cortile, guidando i cani raccomandati a cordicelle di filo, e non si contenne che quando fu alla presenza del Duca. I canattieri senza attendere alcun cenno si gettarono sopra i cani, e dopo averli minutamente esaminati, se erano giudicati in istatu quo, li lasciavano andare insieme con chi li custodiva; quando avevano qualche appiglio, segnavano il nome di chi l’aveva condotto, e quegli era costretto a pagare la multa stabilita. Quando poi, il che avveniva più delle volte, il povero multato non aveva nè danari nè roba da soddisfare l’imposta, allora il Duca lo faceva metter prigione, lo torturava in cento guise, e spesso lo faceva o appiccare o gettare al fuoco.
– Questo cane, gridò lo Scannapecore volgendosi al Duca, ha gli occhi rossi e cisposi ed è dimagrato di un buon terzo.
– A chi fu dato in custodia?
– A Bernardino Brivio, lanajuolo.
– Ebbene, ei pagherà due fiorini d’oro.
– Oimè, prese a dire singhiozzando il povero lanajuolo, per pagare i due fiorini dovrò chiuder bottega e andare mendicando per le strade.
– Taci là, balordo, impara ad avere miglior cura dei cani; soprattutto bada a non lasciarti cogliere un’altra volta, perchè non te la caveresti così a buon patto. Ringrazia la bontà del Duca e vatti con Dio.
– Ehi, ehi, un momento, sclamava lo Sciancato ad un ecclesiastico che era sulle mosse, a vederlo andare in volta quel cane mi ha una cera da poltrone che consola. Già voi altri preti nuotate sempre nel ben di Dio, e questo cane fu pasciuto con tutta la lautezza d’un abate. Che il diavolo mi porti se questo è atto a dare una scrollatina ad una lepre.
– Che? saltò a dire il Duca, un cane ingrassato in tempo di carestia? Ma quest’è un miracolo: bisogna dire che il corvo del profeta Elia ti porti il cibo ogni giorno. In tal caso tu puoi pagare, senza sconciarti, quattro fiorini d’oro.
– Messer Duca, supplicava l’ecclesiastico.
Ma il Duca erasi volto da un altro lato e non badava alle parole di lui: sicchè gli fu forza pigliarsi il suo cane con sè e tra il dolente e lo sdegnoso tornarsene a casa.
– Deh! messer principe, sclamava un fanciullo di forse tredici anni inginocchiandosi davanti a Barnabò, abbiate compassione di me e della mia povera mamma. Son due giorni che non mangiamo, e a casa ho quattro altri fratellini che piangono. Al prestino dei Rosti ci han dato una volta un po’ di pane a credenza: e ora non ce ne vogliono dar più. Che colpa abbiamo noi se non c’è da mangiare? E sì che il primo boccone era sempre per il cane. Anche jeri c’era un po’ di crosta avanzata da tre dì, e il piccino la voleva per lui e singhiozzava; ma la mamma la fece ammollire nell’acqua e la porse al cane. Oh! messer Duca, abbiate pietà di noi.
– Finiscila, storditello; a udir voi con que’ vostri eterni lamenti, sembra che ogni dì siate lì per tirar le cuoja. So ben io di che piede zoppicano i miei cittadini, e so dar la giusta misura alle loro parole. Diavolo! forsecchè non avete all’epoca fissata le vostre buone lire imperiali in mercede del cane mantenuto? E queste non bastano a dar cibo ad un cane e a dieci furfantelli tuoi pari?
– Ah, mio buon signore! seguitava a dire il fanciullo sempre lagrimando, in altri tempi sì, c’era, non da sbavazzarla, ma stando a pane ed aglio, da camparla mediocremente. Ma ora che i forni sono quasi tutti chiusi, che la roba costa dieci volte tanto, e fortuna a trovarne, bisogna proprio cucirsi la bocca, e anche questo non basta.
– Via, via, per questa volta non pagherai che un fiorino d’oro, ma bada di non cadervi più.
– Oimè, gridava più forte il fanciullo, se non abbiamo un quattrino a cavarci la pelle di dosso!
– Allora avrai un pezzetto di lingua tagliata, disse il Duca, e non ti starà male perchè adesso è lunga oltre il dovere.
– Oimè, tapino, e la mia povera mamma, e il mio Ambrosiolo, e la mia Agnesina, e…
Ma il pianto gli soffocò le parole in gola, e lo fe’ rimanere come stordito sul suolo: tanto che uno dei canattieri che gli si trovava vicino, vedendo che non se n’andava, gli dette un urto con un piede che lo fe’ rotolare d’un tratto fino nel salotto. Ed ivi rimase alcun tempo quasi fuor di sè, e forse rimaneva fino al finir della mostra, se uno dei cittadini che se la svignava col suo cane, mosso a compassione, non l’avesse sollevato da terra e trascinato fuori all’aperto con lui. Da lì a poco rinvenuto, ricovrò forza bastante da ridursi a casa, dove trovò la madre che lo aspettava inginocchiata davanti un’imagine della Madonna. Lasciamo figurar al lettori lo spasima e l’agonia di quella meschina nell’udire così triste novelle, e nel vedere il figliuol suo spaurito e malconcio in quella guisa.
Intanto la rassegna era pressochè terminata: poche persone rimanevano ancora nel cortile, e quelle poche furono sbrigate nella stessa maniera degli altri. Ultimo affatto venne un canonico di s. Stefano, grasso e rubicondo che pareva avesse a gabbo tutti i contagi e tutte le carestie della terra. Egli sbuffava e dimenavasi irrequieto perchè Graffiapelle, il quale aveva il suo cane tra le mani, non rifiniva di visitarlo pelo per pelo, e scrollava il capo in aria di malcontento. Finalmente non potendo più contenersi, si abbassò all’orecchio del canattiere, e con una occhiata d’intelligenza, gli disse:
– Ehi! Graffiapelle, se mi sbrigate alla buon’ora, c’è un tal pizzico di terzuoli che chiedono di entrare nella vostra tasca.
Graffiapelle a quelle parole alzò il capo con un certo sogghigno tra il beffardo e il soddisfatto: ma si fe’ tosto serio in viso e assunse il fare d’uomo oltraggiato nella sua dignità, quando vide a canto al suo il viso del Duca, e l’udì esclamare:
– Vivaddio! tu semini terzuoli come se fossero ceci. Ebbene, canonico mio, vedremo se saprai fare altrettanto coi fiorini d’oro. Comincerai dal pagarne una dozzina.
Il canonico inchinossi tutto mortificato e fe’ l’atto d’andarsene. Ma il Duca non pareva soddisfatto, e proseguiva:
– Eh! bisogna dire che la tua prebenda sia molto lauta, perchè ti fa diventar grasso anche quando gli altri dimagrano. Tu sei di quelli di s. Stefano, non è vero?
– Sì, messer Duca, rispose il canonico.
– Orsù, domani sloggerai dal tuo posto, perchè ne ho d’uopo per alcun altro: mi hai inteso?
– Osservi, messer Duca, che chi m’ha nominato a tal posto fu l’Arcivescovo, e da lui solo dipende….
– Sozzo cane! gridò Barnabò andandogli contro, devo io imparare da te chi sono e che cosa posso fare? Ti sei dimenticato dell’editto che risguardava voi altri ecclesiastici? Orsù, inginocchiati ribaldo: perocchè qui son’io il solo Arcivescovo, il solo Papa, il solo Signore.
Il povero canonico, tutto spaurito, ebbe di grazia a inginocchiarsi finchè piacque al Duca di rimanergli davanti: poi alzatosi, se n’andò piangendo in cuor suo la grassa prebenda che gli sfuggiva di mano.
– Ora, la mostra sembra finita, disse il Duca in atto di partire, non è mancato nessuno di quei che dovevano condur cani?
I canattieri rimasero zitti senza trar fiato: ma lo Scannapecore si fece innanzi, e disse:
– Messer Duca, n’è mancato uno.
– E chi è costui? chiese Barnabò,
– Stefano Baggis armajuolo, il quale ha in custodia un alano dei più belli.
– Sai tu perchè non sia venuto?
– Credo che sì. A quanto ne udii dire, dev’essergli morto il cane.
– Maladetto! Non sanno aver cura d’un animale, che alla fin dei conti torna a loro vantaggio.
– Con permissione dell’eccellenza vostra, non fu già per difetto di cura che venne a morte quel mastino. Dicesi che l’armajuolo l’abbia ucciso.
– Ucciso, hai detto? E si ardisce qui, nella mia città, quando vi sono io, si ardisce di uccidere un cane? Scannapecore, piglia tosto con te quattro alabardieri e fa che prima di sera sia condotto qui quest’armajuolo con tutta la sua famiglia, se ne ha.
– Messer Duca, sarete ubbidito, rispose lo Scannapecore inchinandosi.
Poi voltosi a’ suoi compagni, intanto che il Duca usciva:
– Avete udito? disse con aria di trionfo, e tu, Scortica, che dicevi celiando che la sarebbe venuta a star qui: ti pare ch’io sappia fare i fatti miei?
– Ma che? ma come? – Se il cane c’era? In che modo è avvenuto? – Di’ sù, compare, gridavano tutti. Ma lo Scannapecore, fatto cenno agli alabardieri, e pigliato seco Graffiapelle, uscì in fretta, lasciando gli altri a fantasticare sull’avvenuto.

VI.

Ahi! istolti e semplici, quanto
siete vani, che avete speranza nelle
cose terrene! Aviate speranza in Dio,
di cui sono tutte le cose; ed egli le
fa, ed egli le può tutte disfare: egli
le ci dà, egli le ci può tôrre; e però
voi non curate di queste cose…
LEGGENDA DI TOBIA pubblicata dal Vannacci.

Ora è d’uopo che dicifriamo ai lettori, se mai ad alcuno resse la pazienza di seguirci fin qui, codesto segreto sulla scomparsa del cane, proprio nel punto in cui era maggior necessità di lui. Già le cose sono sempre andate d’una guisa a questo mondo, e quando uno ci diventa necessario, possiamo far ragione di non trovarlo più. Così avvenne del cane, e così avviene ed avverrà sempre di tutti gli uomini. Ma la cagione di ciò? In verità ci duole di doverla schiccherare qui sui due piedi ai lettori, e confessiamo che ci sarebbe goduto l’animo di poterla tacere sino al fluire del libro tanto per tener altrui in curiosità e per dare una misteriosa importanza al nostro racconto. Ma poichè ci siamo imposti di seguitare passo passo il cronista, fa d’uopo che rinunciamo a codesto piacere, perchè a que’ tempi d’ignoranza non conoscevasi neppur di nome l’arte di tirar per le lunghe un racconto, d’intricarlo con mille accidenti, e di farlo oscuro come una sciarada; il novellatore camminava dritto al termine senza pur volgere il capo per vedere chi gli teneva dietro. E così faremo noi. Solo preghiamo que’ tali che si fossero addati del fatto già da buona pezza addietro, di non darsene per intesi e di far le maraviglie per lo scioglimento impensato, e ciò per la nostra dignità di romanziere storico.
L’armajuolo adunque, al quale era d’un tratto rinata la vita per la prodigiosa guarigione del cane, gongolava tutto dalla gioja e non vedeva l’ora che giungesse quel benedetto dì della mostra per recarvisi insieme colla bestia e farla tenere in barba a quel tristaccio di Scannapecore. Anzi, aveva già pensato a certa beffa da dire sul viso a quello scomunicato, quando avesse dovuto noverargli i quattrini, e parevagli con essa di cavarne vendetta a misura di carbone. Ma il valent’uomo aveva fatto i suoi conti senza l’oste, e la beffa era tornata a suo danno, e peggio. Nel mattino del giorno aspettato egli era sorto per tempo, e salutata con un bacio la moglie e stretto il fanciullino al seno, era uscito solo alla volta del Carobbio, perchè, sebbene confidasse assai in Martino, era troppo grande l’ansietà dell’animo suo per lasciare che andasse il garzone. Per via il cuore battevagli fortemente, e sebbene avesse cagione di star allegro, un segreto sgomento lo tormentava suo malgrado. Finalmente giunse davanti all’abitazione della vecchia Marta, la quale era posta a sinistra sul primo sboccar del Carobbio. Entra nella porticina bassa e scura, sale una scaletta coi gradini di legno, picchia all’uscio, ma nessuno risponde. Ripicchia più forte e a molte riprese, sempre lo stesso silenzio. Che è, che non è? Al povero Stefano cominciarono a tremare le ginocchia, talchè fu costretto ad appoggiarsi all’assito della loggia. Ripreso fiato, si fa di bel nuovo a battere, poi chiama sommesso per nome, alza la voce, grida, strepita, ma invano. Figuratevi che cuore fosse il suo nel vedersi tolto così sul più bello ogni via di scampo, e senza una ragione, senza poterne saper nulla. Stanco finalmente e disperato scende abbasso e chiede ad un’erbajuola che stava a due passi lontano, se abbia veduto la vecchia Marta. Quell’erbajuola che stava annacquando tre grame radici e le metteva pomposamente in mostra siccome fior di verzura, sollevò alquanto il capo per vedere chi le volgeva una tal domanda, e sbirciato così all’infretta l’armajuolo, rispose asciutto:
– Non ne so nulla, io. Se volete un pizzico di lattuche, ma delle ghiotte, ne ho una manata che è degna della tavola d’un principe.
– Grazie, buona femmina: il mio stomaco ha appiccato lite colle ghiottonerie, siccome il mio borsellino coi terzuoli. Non è ciò ch’io desidero. Ora mi punge di sapere che cosa sia divenuta la vecchia Marta, e perchè non trovasi in casa.
L’erbajuola questa volta fissò i suoi occhi sulla faccia di Stefano e ve li tenne alquanto come per istudiare di che pelo fosse colui che le parlava in tal modo. Ma l’armajuolo soggiungeva con tuono ancora più umile e supplichevole:
– Deh! se sapete qualche cosa, fatemi la carità di dirlo, che il cielo ve ne rimeriterà. Si tratta della vita d’una povera famiglia.
– Sentite il mio uomo, rispose alquanto rassicurata l’erbajuola. Voi non m’avete cera di essere uno degli amici della strega, sicchè posso parlarvi col cuore in mano. Già è un pezzo che ho questo ruggine nell’animo, e ho proprio bisogno di sfogarmi. Voi volete sapere che cosa sia divenuta? E chi mai può dirlo, se non lo stesso Belzebù che viene a visitarla tutte le notti. La notte passata, per esempio, fu un baccano, un subbisso d’inferno: duo o tre de’ suoi diavoli, o stregoni, sono andati da lei, e li ho visti io con questi occhi. Per più d’un’ora si udirono grida e strepiti che pareva andasse in rovina la casa. Vi fu un istante che la voce della vecchia si fece piagnolosa e singhiozzante, e allora udivasi quel suo demonio gridare e minacciare di portarla via. E credetti infatti che se l’avesse portata, perchè poco dopo ogni cosa tornò in silenzio, e la casa tranquilla che pareva un deserto. Se non che questa mattina, quand’io sono uscita in sull’alba per raccorre questo po’ di verzura, vidi uscire quatto quatto da quell’uscio un’ombra di donna, che rassomigliava tutta alla vecchia, ma era tanto sfigurata e stravolta, che ci volle a riconoscerla.
– E avete veduto dove sia andata? chiese affannoso l’armajuolo.
– Eh, chi può tener dietro ad una strega? Ella tirò rasente il muro fin presso alla Vetra, ma voltato il canto, sparì d’un tratto come se fosse volata via.
– E non sapete chi abiti lì presso?
– Mio Dio! rispose l’erbajuola; egli è un certo luogo, ch’io non posso passarvi davanti senza fare il segno della croce. Una volta ci stava l’Agnesina con sua madre, che dicono abbia stregato più gente di quel ch’io ho capelli in capo. Ma dopo il contagio nessuno sa più nulla.
– Che la Marta si sia recata colà? disse tra sè il povero Stefano, e ringraziata l’erbajuola si volse dalla parte della Vetra.
La novità del caso aveva in tal modo scombujata la mente di Stefano, ch’ei camminava come trasognato, e barcollava ad ogni tre passi com’uomo che avesse veduto il fondo a parecchie mezzine. L’erbajuola lo stette a guardare finch’ebbe voltato il canto, ma poichè a que’ tempi di miseria l’ubbriachezza era derrata di contrabbando, poco durò a stimarlo ammaliato, e nel ritirarsi che fece nella sua botteguccia, esclamò:
– Pover’uomo! è proprio peccato ch’ei sia caduto nelle mani di quelle stregacce del demonio. Se non avesse gli occhi così stralunati e il viso tutto scomposto, ei sarebbe certamente un bell’uomo. E come mi guardava pietoso! Basta, che il cielo lo accompagni.
Intanto l’armajuolo proseguiva il suo cammino in traccia della vecchia Marta con poca speranza di coglierla fra quel labirinto di casacce rovinate, dato pure che colà si fosse ricoverata. Quantunque per la stagione innoltrata il freddo fosse rigido assai, grossi goccioloni di sudore gli cadevano dalla fronte, e impregnavansi tra i peli della barba, senza ch’ei si desse la briga d’asciugarli. Adesso ei provava un’affanno, una stretta al cuore molto più forte dello sgomento avuto tre giorni addietro, perocchè il ricader nel pericolo dopo la gioja dello scampo è assai più gran dolore che quel che reca il primo inciamparvi. E pensava alla moglie sì dolce, sì amorosa, al figliuolo così bello e vispo, alla sua officina che aveva il vanto sopra tutte quelle di Milano, ai giorni felici passati in seno della sua famigliuola, e sentiva uno struggimento, una doglia fin allora sconosciuta. Ad un tratto la vista gli si appannò, e parvegli che le case gli ballassero davanti, le gambe tremarongli sotto, e nelle orecchie udì un ronzio, come d’un mulino che girasse. Ei fece uno sforzo per ripigliare i sensi e per tenersi sulla persona, ma dopo aver traballato alquanto, le forze l’abbandonarono del tutto e svenne. Il poveretto non aveva assaggiato cibo nel giorno addietro, e la debolezza dello stomaco aggiunta all’angoscia che provava, gli fece quel brutto giuoco. Se non che la sua buona ventura, se tale può chiamarsi, volle che in quel punto ei si trovasse vicino al muro, talchè non cadde sul terreno, ma rimase un cotal po’ inclinato e colle spalle appoggiate alla parete. Quanto tempo ei rimanesse in quello stato, non seppe nemmeno l’armajuolo: la via era deserta, e non udivasi neppur da lungi rumore d’anima nata. Quand’egli ritornò in sè, era lo stesso silenzio e la stessa solitudine: perocchè in que’ dintorni la peste aveva menato un guasto terribile, e le case erano state pressochè tutte diroccate o abbandonate. L’armajuolo aprì gli occhi, non ancora ben rinvenuto, e fece l’atto di alzarli al cielo; ma qualche cosa che stavagli rimpetto attrasse tutta la potenza delle sue facoltà, che parvero concentrarsi negli occhi. Una finestretta aperta, che dava sopra una loggia per metà caduta, lasciava vedere una figura di donna, che pareva tendergli le mani e sorridere. Dapprima non ne ravvisò interamente la fisonomia:, poi a lungo osservare gli parve quasi di riconoscerla, ma sfinito com’era, non poteva ajutarsi bene colla memoria. Finalmente, guarda e riguarda, cominciò a vedere la pezzuola che le copriva il capo, poi una ciocca di capelli grigi, poi la fronte arsiccia e rugosa, poi infine la fisonomia della vecchia Marta. Essa era là che gli sorrideva e gli accennava di accostarsi, e gli parve perfino di udire la sua voce e il brontolìo del cane che aveva seco. Quella vista gli porse tanto vigore, che sollevatosi d’un tratto, si trovò sano e lesto in piedi, e stropicciandosi le mani corse alla volta di quella casa. Ma oimè, che è, che non è? La finestretta non è più finestretta, ma una cornice vetriata, e la vecchia Marta ha dato il luogo a una Madonna dipinta in atto di aprir le braccia ai passeggeri. Certamente quel Luino del secolo XIV che dipinse quello sgorbio di figura umana, non sognò neppure ch’ella sarebbe stata da tanto da divenir viva e animata agli occhi di chi la guardasse; e la cosa parve strana anche al nostro armajuolo, perchè, rinvenuto com’era, non sapeva darsi pace di quell’inganno. Se non che, osservando ad occhi sicuri quell’imagine e mirando tuttavia quell’atto amoroso e soave, gli sorse una nuova tenerezza in cuore, talchè inginocchiatosi si diè a pregare fervorosamente. Nè quella preghiera gli tornò infruttuosa, perchè si sentì sull’istante l’animo più alleviato e più inchinevole alla speranza, e potè tirar innanzi il suo cammino con maggior risoluzione.
Ma, entra in una casa, entra nell’altra, sale or questa or quella scala, fruga e rifruga, apre tutti gli usci, spia, interroga, nessun indizio di colei che cercava. Il povero Stefano dovette rifar la via e tornarsene al Carobbio, nella porticina dove prima era stato. Ma anche là un silenzio da cimitero, e l’uscio inchiodato come poc’anzi. Torna alla Vetra, va, gira, rigira, cerca un viottolo, cerca l’altro, capita di bel nuovo nel Carobbio, ma tutto invano, nessuno sa dirgli qualche cosa. Che fare adunque? L’ora della mostra era passata, ormai non c’era più modo a trarsi d’impaccio, laonde stimò opportuno di recarsi a casa e provvedere in qualche guisa ai casi suoi. Abbiam già detto che Stefano era uomo coraggioso e deliberato, sicchè nessuno maraviglierà nell’udire che sul punto d’aver perduta ogni speranza, egli avesse ricovrati tutti i suoi spiriti. Il vero coraggio è così fatto; teme del pericolo s’è incerto, ma quand’è inevitabile lo affronta con viso sicuro. E Stefano, ora che sapeva di che piede bisognava zoppicare, non era uomo da stare colle mani alla cintola e da sciuparsi in vane querele. Pertanto si pose la via tra le gambe e cheto cheto avviossi alla volta di casa sua. Ma quando fu lì per voltar l’angolo degli Armorari, per dove entravasi difilato nella bottega, si trattenne alquanto, e non potè cacciare un pensiero che gli martellava la mente. Che la vecchia Marta fosse tornata? Era questa l’idea che lo metteva in forse, e che impedivagli di proseguire il cammino. Quella maladetta speranza, che se piglia a pigione un povero cuore non lo lascia mai, faceva ora all’armajuolo uno dei soliti scherzi ch’ella fa agli innamorati. Lo dicano quei lettori che si sono recati ad un convegno, se c’è caso che uno possa spiccarsi dal luogo fissato, prima d’aver battuto il selciato almeno un pajo d’ore, e se avviene che la noja lo trascini lontano, quante volte non sarà ritornato per tema d’aver isfuggita l’opportunità. Lo stesso accadeva a Stefano. E questa speranza, o piuttosto gravissima molestia, fu sì forte in lui, che dovette dar di volta e rivedere il Carobbio. Ma le cose erano ancora nel medesimo stato: appena quel luogo così frequente e chiassoso dava indizio di vita, che gran parte delle case erano chiuse, e più gran parte ancora smantellate. Dei cittadini pochi vedevansi per le vie, e que’ pochi silenziosi e raccolti tiravano rasente il muro senza guardar in viso a persona. L’armajuolo trasse un grosso sospiro, e veduto fuggirsi anche quell’ultimo filo di speranza, tornavasene tristamente giù per la corsia, allorchè giunto che fu a mezza via, proprio rimpetto alla contrada di s. Ambrogio de’ Disciplini, vide Martino che affannavasi correndo alla volta di lui, e pareva portasse nel viso qualche trista novella. Quando il garzone gli fu vicino, senza neppure pigliar fiato, gli gridò:
– E così, messer Stefano, che cosa è avvenuto del cane?
– Ah! Martino mio, rispose l’armajuolo, ajutami che non mi reggo più.
– Oimè, come siete pallido e stralunato, che cosa è stato, dite su, messer Stefano?
– Che vuoi? tanto ne so io, che tu.
– Ma la vecchia Marta?
– Che il diavolo tormenti quel sozzo carcame di donna fino al dì del giudizio. Ell’è sparita, e nessuno l’ha veduta.
– E il cane?
– S’intende ch’è sparito insieme con lei.
Martino stette alquanto sopra pensiero, poi disse sommessamente, sebbene non vi fosse alcuno intorno:
– Uhm, questa scomparsa non è cosa naturale: qui sotto gatta ci cova, e quasi quasi starei per credere che lo Scannapecore ci entri per qualche cosa.
– Eh! via, che ci ha a fare la vecchia Marta collo Scannapecore?
– La volpe e il lupo non si leccano, è vero, ma quando si tratta di votare un pollajo san mettersi d’accordo. Basta, col tempo la cosa verrà in chiaro, ma intanto, sapete, messer Stefano, che il Duca ha comandato allo Scannapecore di venirvi a pigliare voi e la vostra moglie e tutti noi per condurci in quella maladetta ca dei cani a render ragione dell’aver mancato alla mostra?
– Oh Dio! corriamo tosto a casa a difendere la mia povera Cecilia, il mio Marco!
– Difendere, voi dite? Non è mica più il tempo in cui un buon popolano colla sua draghinassa poteva farsi chiaro in mezzo a una dozzina di mascalzoni prezzolati. Ora non sono soldati, ma sgherri da combattere, e colla giustizia non c’è da scherzare, ma è d’uopo tener le mani in cesso.
– Ebbene, noi fuggiremo, sclamò Stefano, intanto che avviavasi correndo alla volta di casa sua. Ma l’altro, pur seguendolo da vicino, gli susurrava all’orecchio:
– Fuggire, e dove? chi ci raccorrà? chi ci proteggerà contro l’ira del Duca?… Eppure, sì,… meglio fuggire, meglio morir di fame sopra una strada che cadere nell’unghie di Barnabò, o servir di pasto a que’ suoi mastini. Io l’aveva ben consigliato a vostra moglie di fuggire, e voleva condurnela tostochè udii quella brutta nuova, ma essa stette salda e rifiutò di uscire di casa finchè non avesse veduto voi. L’ho anche pregata colle lagrime agli occhi, che partisse di là, che si recasse da qualche sua conoscente, almeno per sottrarsi alla prima tempesta, e per acquistare tempo, ma fu tutto indarno. Ora chi sa se saremo più in tempo.
Intanto che così parlavano, erano giunti quasi sul limitare della bottega, e stavano per porvi il piede, allorchè Martino, preso fortemente l’armajuolo per un braccio, lo trasse indietro dicendogli:
– Avete udito, messer Stefano? I manigoldi son già entrati in casa. Ponete orecchio un momento. Ecco la voce di Tonio che prega piangendo e si dispera. Oh! udite madonna Cecilia che risponde alle interrogazioni dello Scannapecore. Santo Iddio! cercano del fanciullo, ch’essa l’abbia trafugato? Ah! andiamo, andiamo che vengono abbasso.
Martino infatti s’adoperava, parte colla forza, parte colla persuasione, a togliere di là l’armajuolo: ed ora poi che aveva udito lo Scannapecore minacciare aspramente e la Cecilia uscire in singhiozzi e preghiere, diè a credere all’armajuolo che gli sgherri partissero, e con una spinta risoluta gli fè voltare il canto, e giù entrambi per la via di s. Satiro.
– Sapete, che cosa dobbiam fare? disse allora Martino. Andiamo tosto a casa di messer Franciscolo. Là non verranno a cercarci, almeno per oggi. A domani Iddio provvederà.
L’armajuolo, che fino a quel punto erasi lasciato condurre come istupidito, si trattenne sui due piedi e fissò sulla faccia di Martino due occhi che pareva schizzassero dalla fronte. Poi, come tornato in sè, si volse a dare una ultima occhiata al luogo che doveva abbandonare, e scosse le braccia in atto di rabbia repressa: – Uf! disse levando un gran sospiro: sia fatto come tu vuoi. – E avviossi senza profferir più parola.
Non erano andati oltre un trenta passi, che dall’officina dell’armajuolo usciva fuori lo Scannapecore seguito da Graffiapelle e da’ sei cagnotti, i quali tenevasi in mezzo la Cecilia e Tonio. Quando furono nella via, lo Scannapecore si volse a Graffiapelle, dicendo:
– Tu, Graffiapelle, starai qui a fare buona custodia alla casa: non voglio che i ladri entrino a spazzarla. Se mai vedessi capitare alcuno, o solo bazzicare per la via, non lascialo sfuggire, m’hai inteso? Di ragione un momento o l’altro ei ci deve venire: e poi il fanciullo non mi par vero di non averlo trovalo. Sarebbe pur stato opportuno nel caso che il Duca avesse voluto lo spettacolo d’un giudizio coll’acqua fredda. Ma ora, andiamo.
– Ahi! ohi! sclamava Tonio, contorcendosi sotto la mano d’uno che l’aveva stretto in un braccio, che maniere son queste da usarsi coi cristiani? Io non so nulla, io, e lo può dire madonna Cecilia, se non sono un buon garzone, timorato di Dio e del Duca, che lascia stare i cani quando dormono…
– Orsù, tienti per te le tue chiacchere, mascalzone, gli gridò un altro della schiera, dandogli un punzone per di dietro che quasi lo mandava a gambe levate. Giacchè hai tanta parlantina ti metteremo a stare col bruciavia, che è il più brontolone di tutti i mastini: vedremo un po’ la bella figura che vi farai.
– Bella Cecilia, diceva intanto lo Scannapecore alla moglie dell’armajuolo, voi siete ancora in tempo di riparare a una grande sventura. Forsechè il timore non v’ha resa più umana ed arrendevole? Ricuserete tuttavia di prestar orecchio alle sincere mie proteste?
Per tutta risposta la Cecilia alzò gli occhi al cielo e sospirò. Lo Scannapecore scorgendo di non poterne cavare alcun costrutto, disse tra i denti:
– Ah! ah! carina mia, tu fai il bell’umore, e vuoi stare imbronciata con me. Ma ti leverò io la stizza dal capo. Ne ho guarite delle altre, sai? ed erano fior di roba e superbe come lucifero. Una notte che tu abiti fra quattro mura basterà a farti mutar parere.
– Ahi! meschino me! sclamava Tonio battendo i denti della paura, ma votete proprio metterci prigione? Che cosa vi abbiamo fatto noi? Che colpa abbiamo se il cane fu portato via dal diavolo? A queste cose non si può star innanzi.
– Mio bel garzone, dicevagli lo Scannapecore, tutte queste ragioni le potrai dire al Duca: intanto sta zitto, se no, saremo obbligati a porti la museruola.
E Tonio ricacciavasi in gola un lamento e tirava innanzi singhiozzando; ma siccome era di natura ciarlone, così nè timore, nè percosse valevano a farlo tacere un pezzo. Laonde non aveva fatto dieci passi che ripigliava brontolando tra sè e sè, quasi seguitasse il filo delle proprie idee.
– Povero il mio letticciuolo! E a dire ch’io mi lagnava sempre, e lo faceva troppo duro e disagiato, e gli dava cagione di tutti i malanni che provava. Ora chi sa su che razza di giaciglio sarò costretto a distendermi! E dover restar solo tutta una notte, in quel brutto luogo, all’oscuro, senza un’anima che mi ascolti.
– Hai paura a dormir solo, neh? soggiunse di nuovo lo Scannapecore il quale pareva pigliar sollazzo dagli sgomenti di Tonio. Non dubitare, figliuolo, che ti faremo tener compagnia, e tale che ti terrà svegliato più che non sei solito.
– Tonio alzò gli occhi sul viso dello Scannapecore e lo guardò con un certo piglio tra il dubbioso e lo spaventato, il che fece fare alla sua fisonomia una smorfia così patetica da cavar le risa a tutt’altri che allo Scannapecore. La stessa Cecilia, quantunque impensierita e tutta raccolta nel suo dolore, non potè stare dal volgersi un cotal po’, e veduto lo sgomento rivelarsi da ogni fibra del garzone, non seppe trattenere un senso di compassione più grande e più nuovo quasi che non quello provato poc’anzi. Perocchè, sebbene l’assenza del marito e la sottrazione del fanciullo le fossero stati argomento di consolazione, tuttavia, a mente un po’ più riposata, pensava che Stefano non avrebbe potuto tenersi celato a lungo, e che il fanciullo, se era salvo dagli sgherri, rimaneva però abbandonato nelle mani della provvidenza, e si voleva un miracolo perchè non morisse di fame. A ciò ella non aveva badato sulle prime, e appena avuto sentore del pericolo, visto che il fanciullo dormiva, se l’era pigliato sulle braccia, e l’aveva nascosto in un piccolo andito che metteva nel cortiletto dove niuno sarebbe andato a frugare. E infatti la cosa era avvenuta giusta il suo desiderio, e la Cecilia consolavasi nella speranza che Martino, il quale era uscito in traccia dell’armajuolo, trovatolo o no, ritornasse a casa, e ne levasse il fanciullo. Ma, allorchè vide lo Scannapecore appostare uno dei suoi nella bottega e udì il comando che gli fece, ogni lusinga le cadde dall’animo, e raccomandossi al Signore perchè la proteggesse. Anzi ell’era stata a un pelo di rivelare ogni cosa, e togliere così qualche più funesta ventura; ma il pensiero che lo Scannapecore le potesse leggere il dubbio nel volto, e non lasciasse perciò vota la casa, la trattenne. Il fanciullo ormai lo dava per perduto: almeno potesse porsi in salvo il marito.
Con tali pensieri erano giunti più che a metà della via, e toccavano proprio la contrada di s. Giovanni in Conca, allorchè lo Scannapecore sguardando all’intorno, corse cogli occhi fino alla fine della contrada che da un lato mette al Malcantone. Ivi, fosse realtà o illusione de’ suoi occhi da sparviero, parvegli scorgere due persone che lo guardassero e nello stesso tempo tentassero di celarsi dietro uno sporto di casa che fa angolo alla via. A un tratto ei si ferma, e senza darsi tuono di niente dice una parola all’orecchio di due dei suoi, i quali si spiccano tosto dalla comitiva, e cheti, cheti, un dietro l’altro, s’avviano rasente il muro alla volta del Malcantone. Gli altri senza darsi briga del fatto, e senza neppur volgere il capo proseguono il loro cammino, in guisa che nè la Cecilia, nè Tonio ebbero sospetto di ciò che accadeva. Questa volta gli occhi di Scannapecore l’avevano giovato assai bene, e così l’avessero giovato le gambe di quei suoi mascalzoni. Ma, aspetta, che vengo. I due che stavano spiando sull’angolo, e che avevano buona vista del paro, non aspettarono d’esser colti sul luogo, ma appena veduto il cenno dello Scannapecore, diedero una volta al canto e si raccomandarono alle calcagna. Per lo che quando vi giunsero gli altri trovarono il nido votato, e dovettero tornarsi colle pive nel sacco. Chi fossero poi coloro che stavano là in agguato non è bisogno che palesiamo ai lettori: solo diremo che nel fuggire presero la via di s. Sepolcro e non si fermarono che al crocicchio detto delle Cinque Vie dove abitava Franciscolo.
Allorchè i due scherani posero piede nel palazzo di s. Giovanni in Conca lo Scannapecore co’ suoi trovavasi già alla presenza del Duca, il quale aveva voluto egli stesso interrogare la moglie dell’armajuolo. La Cecilia nell’udire che toccavale di parlare col Duca, aveva riacquistato alquanto della sua naturale fermezza, perchè non le pareva vero che un principe così grande e potente dovesse essere crudele e testereccio come quella turba vile e schiava che gli faceva codazzo. Ma quando al presentarsegli che fece, vide quel suo cipiglio così fiero, e udì quella sua voce aspra domandarle conto del cane, le fuggì ogni coraggio, e si diè a tremare per tutte le membra. Pure facendo uno sforzo, rispose:
– Deh! signor mio, abbiate pietà di me; io sono un’infelice….
– Orsù, femmina, disse severo Barnabò, non chiedo chi tu sia, è del cane ch’io chiedo.
– Oh! poveretta me! il cane… il cane….
– Or bene, il cane?
– Il cane…. è…. è morto…. disse Cecilia con voce quasi spenta.
– Morto? Morto? gridò il Duca alzando e passeggiando per la sala. Il più bell’alano che abbia fermato una lepre? Per Dio! tu pagherai dodici fiorini d’oro, e ringraziami di lasciarti andare così a buon patto.
– Ohimè! signor mio, diceva singhiozzando la povera Cecilia, se appena abbiamo di che sfamarci. Come volete che troviamo sì gran somma?
– La troverete, sì, per s. Ambrogio che la troverete. Ringrazia il cielo se non ti chiedo in che guisa sia morto, perchè mal per te e per tuo marito, il quale, a quanto udii dire dallo Scannapecore, non deve avere la coscienza molto linda in quest’affare. Non so darmi pace che sia morto quel cane.
Tonio, che fin allora era rimasto a capo basso e tutto rattrappito per lo spavento, udendo che al Duca doleva forte che quel cane fosse morto, s’avvisò di rimediare al male dicendo il vero, il perchè si fe’ animo a parlare, e disse:
– Con vostra buona licenza, messer Duca, il cane non è proprio morto, come morto, ma gli è come se fosse morto.
Il Duca fisso gli occhi in viso a Tonio, al quale parve di sprofondare sotto quell’occhiata; poi voltosi allo Scannapecore, disse:
– Che cosa intende dire costui con quel suo garbuglio di parole? Chi è questo scimunito?
– Egli è il garzone dell’armajuolo, rispose eccitando un po’ lo Scannapecore. Parmi aver detto alla signoria vostra, che l’armajuolo non venne trovato in casa, e che neppure si trovò il fanciullo coll’altro garzone.
– E che cosa significa questo cane morto e non morto?
– Eh! chi può cavare una parola assennata da quel balordo.
– Balordo, sì, finchè si vuole, borbottò Tonio, ma infine quel ch’è vero è vero, e il cane non è morto.
– A te dunque, disse il Duca volgendosi a Cecilia, è egli vero quel che dice colui?
La Cecilia divenne rossa fin nel bianco degli occhi per essersi lasciata cogliere in bugia, la prima forse che avesse detto in vita sua: e sebbene le fosse accaduto per un fine retto, per distornare con una sola parola ogni ricerca del Duca, non perciò se ne vergognò meno, e ci volle alquanto prima che potesse rispondere. Finalmente, alzato il capo, disse timidamente come quella che adesso sentivasi rea:
– Messer sì, il cane non è morto.
– Orsù, dunque, che cosa è avvenuto di lui?
La moglie dell’armajuolo fu imbarazzata da tale richiesta e non trovò parole pronte per rispondere: se non che Tonio il quale, a sua grande maraviglia, aveva raccattato un coraggio insolito, saltò a dire:
– Con vostra buona licenza, messer Duca, il cane è scomparso e non si sa qual diavolo l’abbia portato via. Egli aveva un certo…
Ma la Cecilia la quale temeva che Tonio raccontasse il fallo per disteso, e non voleva che il Duca sapesse della malattia del cane e della percossa datagli da Stefano, fu lesta ad interromperlo, e disse con voce franca:
– È vero, il cane è scomparso di casa tre giorni sono, e non se n’è avuto più nuova.
– Poltronacci traditori, sclamò il Duca, bel modo di guardare i miei cani! Ci vorrebbe ch’io vi facessi dar la corda, per servir d’esempio a tutti i gaglioffi pari vostri. Orsù, per ora resterete qui entrambi finchè non si sia rinvenuto il cane, o che abbiate sborsato i dodici fiorini d’oro. E tu, Scannapecore, fa di alloggiarli come meritano. È tempo ch’io torni al mio castello: mi sono soffermato anche di troppo qui.

VII.

Per entro al bosco un monistero è sito
A cui sorge nel mezzo una chiesuola;
Quivi l’uom si raccoglie e sbaldanzito
Chiede il conforto di una pia parola,
E spera, e prega, e compie il santo rito,
E nell’alta quiete si consola;
Qui piange assorto nelle idee più meste
Ma d’un pianto dolcissimo, celeste.
Poema inedito.

In sulla sera dello stesso giorno l’armaiuolo era seduto in casa di Franciscolo coi gomiti appoggiati ad una tavola di quercia e col capo tra le mani. Egli era pallido, abbattuto, ma sul suo viso leggevasi ancora più l’ira e il dispetto che non il dolore. Il povero uomo non sapea darsi pace della scomparsa del cane, e andava fantasticando tra sè e fabbricando castelli all’aria, tanto più che le parole di Martino e l’aver veduto lo stesso Scannapecore far da sgherro alla sua Cecilia, gli avevano messi certi sospetti per la mente a tutt’altro atti che ad acchetarlo. Franciscolo lo andava guardando con aspetto di amorosa compassione, e taceva purchè quando il dolore è sì forte ed intenso le parole irritano anzichè consolare. Sulle prime s’era provato a fargli entrare un po’ di speranza nell’animo; ma siccome neppur egli ne aveva, così i suoi tentativi riuscirono vani, ed egli dovette accontentarsi a pigliar parte all’angoscia di Stefano e piangere con lui. Il che aveva contribuito meglio che ogni altra cosa a sollevare il cuore di quell’afflitto, e a toglierlo alquanto dai funesti pensieri che l’agitavano. Ora Franciscolo gli si era avvicinato, e vedutolo immobile e quasi istupidito, gli faceva dolce violenza e prendevagli una mano tra le sue stringendola con affettuosa commozione. Stefano vinto da quell’atto, alzò un istante gli occhi sull’amico, poi preso da un’insolita tenerezza, gli si abbandonò tutto fra le braccia, e si diè a singhiozzare come un fanciullo. Non mai come allora gli era parsa sì dolce l’amicizia di Franciscolo; nè lo stesso Franciscolo aveva mai sognato di volere un sì gran bene a Stefano; tant’è vero che anche cinque secoli addietro senza tante sdolcinature filosofiche sapevasi per pratica che il dolore santifica l’affetto. La qual massima antica come il mondo, si volle vender per nuova a’ nostri tempi, e fu presa a pigione dai moderni novellieri che ne fecero un immenso sciupio.
In quel mentre udissi un rumor di passi frettolosi, poi un bussar sommesso all’uscio. Franciscolo corse ad aprire, ma prima di alzare il saliscendi spiò dal buco della chiave chi stava di fuori, e non contento ancora domandò con voce trattenuta.
– Sei tu, Martino?
– Sì, son io, messer Franciscolo, aprite tosto.
Infatti appena l’uscio fu aperto, Martino entrò tutto trafelante nella stanza e gettandosi sopra una scrana, disse:
– Messer Stefano, il tiro è fatto, cioè non manca che il coraggio. Quel balordo di Graffiapelle, che stava là in bottega a guardia delle armature, m’ha impedito di entrare a visitar la casa, e forse avrei dovuto tornarne senza un costrutto, se quel ghiottone, preso forse dal vino o dalla noja, non si fosse addormentato sopra una panca. Però non mi arrischiai ad entrare in bottega, perchè se per caso si fosse svegliato e m’avesse trovato là, Dio sa che rumore faceva. Forse sarei stato costretto per farlo tacere a ricorrergli un poco il groppone, e a dirvi il vero, non ho troppa voglia di tirarmi addosso qualche malanno. Son già entrato in un brutto affare, nè mi piacerebbe cadere in un peggiore.
– Orsù, che hai fatto adunque? chiese l’armajuolo ansiosamente.
– Che ho fatto? Il muro della casa non è tanto liscio che non vi si possa appoggiare un piede, e poi la finestra è così bassa, che l’entrarvi è una faccenda da nulla. Perchè quanto all’arrampicarmi, sarei capace di dare la scalata alla torre di s. Goliardo. Adunque saltai la finestra, che era aperta, e cheto cheto sulla punta dei piedi frugai così all’oscuro ogni angolo della casa, e chiamai più volte sommessamente: Marco, Marco. Ma oibò, nessuno rispondeva. Solo quando fui nella seconda camera, quella che guarda nel cortiletto, parvermi d’udire un gemito, ma debole e lontano, quasi partisse da luogo chiuso. Allora pensai che il fanciullo doveva essere nascosto in quell’andito del cortiletto, ove siete solito chiudere le ciarpe da gettarsi ai ferravecchi; ma poichè per toccare quel luogo, bisogna passar dalla bottega, così me ne tornai quatto quatto come prima, mi lasciai sdrucciolare dallo sporto senza che ombra d’uomo mi scorgesse, e corsi qui ad avvertirvi della cosa. Ora bisogna farsi cuore e tentare un colpo un po’ ardito, ma che, spero in Dio, riuscirà a buon fine. Però spicciatevi, messer Stefano, prima che il vino abbia terminato di fare il suo uffizio in quello stordito. Per via vi dirò che cosa dobbiamo fare.
L’armajuolo si alzò da sedere, si pose il berretto sul capo, e con una mano frugò nel seno di sotto l’abito per cercarvi uno stiletto che da tre giorni in poi portava sempre con sè. Rassicuratosi, fe’ l’atto di andarsene, ma prima voltosi a Franciscolo gli strinse la mano, dicendo:
– Iddio ti compensi del bene che m’hai fatto quest’oggi, e ad entrambi faccia la grazia di trovarci in condizioni migliori. Se mai ricupererò il fanciullo, come spero, stassera andrò a rifuggirmi nel convento degli Umiliati presso il padre Teodoro, e poi chi sa… forse dovrò uscire di questo paese. Che se mai cadessi nelle unghie del Duca, o dovessi lasciar la pelle con que’ birbi che vorrei spacciare tutti da questo mondo; allora, ricordati di me, e di’ un po’ di bene per l’anima mia.
Franciscolo non potè rispondere, tanto aveva il cuor gonfio, ma gli strinse la mano fortemente e sentì inumidirsi gli occhi. Anche Stefano ripassò col rovescio della mano sopra la guancia per asciugare una lagrima che gli sgocciolava sul mento. Finalmente staccatisi, Stefano uscì sulla via insieme con Martino, e stretti a colloquio, s’avviarono di conserva alla volta degli Spadari.
Quando furono arrivati sull’angolo a un passo dalla bottega, Martino trattenne Stefano e avanzossi solo, piano piano, che pareva camminasse sulle uova. Là tese l’orecchio, e udito che il canattiere russava tuttavia, pose in mano a Stefano un grosso ciottolo da lui raccolto per via, e in due salti, lesto lesto, fu sul davanzale della finestra. La notte era già alquanto innoltrata e per le contrade era un bujo, un silenzio da cimitero. L’armajuolo quando gli parve il tempo opportuno, si recò cautamente sul davanti della bottega, v’innoltrò il capo e tutto il braccio destro, e gettò in alto il ciottolo, il quale venne a cadere sopra un’intera armatura: e staccatala dalla parete la rovesciò sopra altre due con immenso fracasso.
Graffiapelle svegliossi di soprassalto a quel rumore, e credette sulle prime che gli rovinassero addosso le case. Spalancò gli occhi, e non ben sicuro del luogo ove trovavasi, si diè a gridare:
– Chi è là?
In quel punto un nuovo e più strano rumore come se rovinasse la soffitta si fece udire di sopra; talchè il canattiere, ripigliati un cotal po’ i sensi, si diè brancolando a cercare le armi che gli erano cadute, e posta la mano sopra il suo coltello da caccia, lo brandì in atto formidabile, gridando più sicuro di prima.
– Chi è là?
Ma niuno gli rispose, e solo dopo un istante di silenzio udissi un urlo prolungato, poscia uno strepito come di gente che s’arrabattasse e s’avvoltolasse nelle stanze superiori. Giù in bottega poi un pianto, un lamento come di bambini che pareva uscisse di sotto la terra.
– Ohe! questa è nuova, disse tra sè Graffiapelle; che il diavolo fosse entrato qui dentro, e volesse risarcirsi su me delle tante volte che usurpai la sua parte. Venga pure: non sono Graffiapelle se non lo mando a piantar cavoli, e se non gli dico sul muso che valgo meglio di lui nello spaurire la gente.
Però queste parole le diceva colla bocca tanto per trovare un po’ di coraggio; il cuore non c’entrava e battevagli anzi alquanto più del consueto. Avvinazzato com’era e mal sicuro di sè, un vago sentimento di pericolo lo teneva in forse; e quel trovarsi di notte in un luogo sconosciuto, allo scuro, non gli andava gran fatto a sangue. In quel punto ricordossi del perchè era stato posto là, e delle parole dettegli dallo Scannapecore, ond’è che rassicurato, disse:
– Ah, ah, ho capito. Il merlotto è venuto a ficcarsi in gabbia da per sè. Ora andremo a snidarlo.
Ciò detto, cercò a tentone la scaletta, e trovatala, salì meglio che seppe, non senza inciampare due o tre volte nei gradini. Stefano appena udì ch’egli saliva, entrò difilato in bottega, e pratico, com’era, di casa sua, trovò tosto il luogo che cercava, penetrò nell’andito, e aperto l’uscio, ne trasse il fanciullo, mezzo morto dallo spavento. Poscia rassicuratolo ch’egli era il papà, perchè non gridasse; lo portò fuori colla stessa prestezza con cui era entrato, ed uscito in istrada battè due volte le mani per avvertire Martino. Tutto ciò era accaduto intanto che Graffiapelle trovata la camera, s’innoltrava alla cieca col suo coltellaccio sguainato, maledicendo l’oscurità che lo faceva inciampare ad ogni passo. Però, siccome un po’ di barlume entrava dalla finestra, quantunque a notte fitta, potè vedere, o almeno gli parve, un’ombra muoversi dall’altro lato della stanza. Per lo che ei mosse a quella volta sempre tenendosi alla parete per non smarrirsi. Quand’ecco sente alcun che di pesante sdrucciolargli fra le gambe, poi una specie di tanaglia afferrargli un piede, infine una spinta di sotto la persona così violenta e impensata, che il canattiere non ebbe tempo di profferire una parola, ma stramazzò quant’era lungo sul pavimento. La sua mala ventura volle che il capo andasse a percuotere contro lo zoccolo d’un armadio e ne provasse tale intronatura da fargli andare la vista in visibilio. In quello stordimento gli parve anche di sentirsi stringere alla gola e di provare sulla pelle il freddo di una lama; ma fosse illusione o realtà egli non ebbe la più piccola scalfittura e tranne un po’ di contusione alle costole, ne uscì senza un pelo torto. Il demonio, o folletto, o spettro che fosse, perchè il canattiere non volle persuadersi che un semplice uomo gli avesse fatto sì mal giuoco, si era ritirato appena ei fu boccone, e lo stesso Graffiapelle diceva di averlo veduto scomparire dalla finestra e sfumare a guisa di ombra.
Intanto che il mal capitato canattiere ingegnavasi alla meglio di rimettersi sulle gambe, e si toccava la persona per assicurarsi d’aver tutti i membri al lor posto, Stefano e Martino avviavansi a tutta lena alla volta del convento nel quale avevano deliberato di passare la notte. Il fanciullo portato sulle braccia dell’armajuolo piangente e balordo per quella specie di prigionia sofferta, avvinghiavasi con tutta la forza delle sue mani al collo di Stefano, e ad ogni istante lo chiamava per nome quasi dubitasse di trovarsi così da vicino al padre suo. E raccontava come al primo svegliarsi in quel luogo chiuso ed oscuro avesse domandato la mamma, temendo d’essere stato posto colà per castigo; ma poichè non aveva udito alcuna risposta e invano aveva pianto e pregato, gli era venuto uno sgomento, una paura, come di qualche caso straordinario ch’egli non sapeva spiegare. Ora pensava che la casa fosse sprofondata e ch’egli avesse rovinato giù in qualche vota cisterna, ora parevagli d’esser morto e di trovarsi nel limbo, che sapeva esser un luogo oscuro, ove andavano i fanciullini dopo morte. I quali pensieri, fatti più terribili dal silenzio che regnava in quel luogo, avevano talmente oppresso la mente di Marco, che rifinito di forze erasi abbandonato a giacere e poscia erasi addormentato o meglio assopito. Ei non sapeva dire quanto tempo fosse rimasto in quello stato: solo ricordavasi d’aver udito dopo un gran pezzo un rumore lontano, poi alcune voci, per il che s’era posto a piangere e a chiamare di bel nuovo. Questa volta i suoi lamenti erano stati uditi, e apertosi l’uscio, un uomo era venuto a trarlo da quella buca, ed ora trovavasi all’aperto al collo del suo caro papà.
– Mio buon Martino, diceva per via l’armajuolo, stringendo la mano al garzone, se il cielo farà ch’io possa tornare in prosperità, sarai ricompensato del gran servigio che mi hai fatto.
– Oibò, messer Stefano, rispondeva l’altro, che parlate di ricompensa? Credete voi che un’opera come questa si possa ricompensare così facilmente?
– Lo so, Martino, lo so che ci vorrebbe assai più di quello ch’io potrò fare. Ma tu terrai conto della buona volontà, non è vero?
– Non è questo ch’io voleva dire, messer Stefano, forse mi sarò spiegato male, e vi prego di scusarmi. Io intendeva che le ricompense che me ne potessero venire non valgono un acca a fronte del gusto che provo nell’averla fatta tenere a quei birbi di canattieri. Oh! lo Scannapecore vuol rimanere con tanto di naso quando udrà narrarsi la cosa. E quello scimunito di Graffiapelle! ah! ah!
– Di’ un po’, Martino, non l’avresti mica?…. Hai capito, che cosa voglio dire.
– Oh! state pur tranquillo, che quel balordo se l’è cavata colla paura. M’era ben nato il grillo di dargli tal ricordo che gli togliesse per sempre la voglia di far male alla povera gente. Ma ho pensato che avrei guasta la nostra faccenda, e messa in pericolo, più di quel che si trova, madonna Cecilia: sicchè mi accontentai di fargli sentire sotto il mento il freddo dell’acciajo, e lo lasciai stare. E poi era tanto cotto che sarebbe stato come sforacchiare un sacco, ed io non voglio assassinare nessuno.
– Bravo il mio Martino, hai più giudizio di quel che credeva.
– Sì certo, e n’ebbi tanto da frugar nella casa così all’oscuro per portarne fuori quel poco ben di Dio che si poteva. Ma sì, quei birbi avevano già votato gli armadj, e non avevano lascialo che i cenci. Neppure le minuterie di madonna Cecilia dimenticarono, sebbene non fosse sì facile il trovarle, tanto che dovetti proprio tornarmene a mani vote, salvo la miseria di alcune lire imperiali uscite di tasca a Graffiapelle nello stramazzare e che io raggranellai alla meglio.
– Hai fatto male, Martino, dovevi lasciarvele per non aver taccia di ladro.
– Ladro io? Oibò, quanto a ciò ho la coscienza leggiera che è una maraviglia. Alla fine è roba nostra, che ho preso, ed è ora una volta che ritorni nelle nostre tasche tanto danaro che cola nelle mani di quei tristi. Alla peggio poi io le ho raccolte da terra nella vostra camera, e non devo sapere chi ve le abbia seminate.
Così favellando eransi internati nelle stradicciuole che attorniano la piazza della Vetra, in una delle quali era posto il convento degli Umiliati, detto in Mirasole dal nome del luogo ov’era stalo fabbricato. Potevano essere le sei ore all’incirca della sera, quando i nostri due conoscenti batterono alla porta del convento, rallegrandosi tra se di non essere stati scorti da nessuno. Al terzo picchio più forte e più solenne degli altri, s’udì un rumor di passi sotto l’andito ed una voce nasale esclamare borbottando:
– Venga la peste a costoro che disturbano i divoti nel loro santo uffizio. Chi è là?
– Deo gratias, rispose Martino con accento sommesso. Siamo due pecorelle smarrite che si raccolgono all’ovile.
– Ho capito: due vagabondi che la fame ha cacciato sin qui in cerca di cibo. Già adesso che la carestia vi batte nei garetti, siete tutti umili e timorati di Dio, che è una consolazione, e il santo ovile vi è tornato in grazia. Oh! andate nel nome di Dio; la carità è per quelli che se l’hanno guadagnata.
– Quanto a ciò, padre Andrea, spero di non esserne al tutto immeritevole, disse Stefano riconoscendo alla voce colui che gli parlava. Se non v’ho trattato lautamente le volte che v’accolsi in casa mia, non v’ho neppur messo alla porta; e voi ve ne dovete ricordare.
– Che? Stefano Baggi, qui a quest’ora? Che malanno vi è accaduto? Aspettate che apro subito.
Il frate, ciò detto, diè piglio all’informe mazzo di chiavi che pendevagli dalla cintura, e aprì la portatori tanta fretta quanto in sulle prime era andato a rilento. Poscia allorchè l’armajuolo e il garzone furono entrati, richiuse la porta, la sbarrò, e pigliato sotto il braccio Stefano in atto confidente gli chiese la cagione di quell’insolita venuta.
– Oh! la è una storia troppo lunga da raccontarvi, e qui non istiamo a nostro agio. Ma voi non ne avete udito nulla? proprio nulla? Non mi par quasi vero!
– Eppure la è così. Sapete il proverbio che dice: Par che tu stii in un convento. In questi giorni poi non usciamo senza un grave bisogno, sicchè le novelle ci rimangono sulla soglia.
– E a me sono entrate in casa, vedete, e in un modo, che…. basta, mi sono sforzato di rassegnarmi alla volontà del Signore, ma non ne sono ancora venuto a capo. Ho gran bisogno di parlare col padre Teodoro. Quel degno uomo mi darà un buon consiglio, e mi inspirerà un po’ di coraggio colla sua fermezza e col suo senno.
– Il padre Teodoro adesso è in chiesa cogli altri frati a dir la compieta, soggiunse il padre Andrea. Presto però avrà finito.
Infatti nell’innoltrarsi che facevano sotto l’andito, le orecchie di Stefano e di Martino furono colpite da una lontana salmodìa, che a poco a poco andava facendosi più chiara e più distinta, finchè venuto affatto vicino quel canto grave e misurato udissi in tutta la sua pienezza. Frate Andrea non potè trattenersi dall’accompagnare, come per istinto, la cantilena intuonata nel coro, e ripetere i versetti di quel salmo sublime che incomincia: Magnificat, anima mea ecc. Quand’essi si trattennero ad ascoltare, il coro era giunto quasi alla metà del cantico, proprio a quelle parole – Et misericordia ejus a saeculo et in saeculum: super timentes eum. – Le quali parole contenenti un’ineffabile promessa, un conforto dolcissimo, accompagnate colla melodìa dell’organo e col fumo dell’incenso che diffondevasi per la corte, commossero fortemente il cuore dell’armajuolo, e gli smunsero una lagrima. Egli le ripetè col tuono di chi s’appiglia a una speranza tanto più cara quanto più debole e lontana: e nel pronunciarle la sua voce tremava, e il suo cuore facevasi gonfio come se volesse scoppiargli dal petto. Il qual atto non fu notato dal frate, cui la poesia di quel salmo non faceva sull’anima maggior sensazione, di quel che faccia all’occhio d’un carbonajo l’aspetto sublime dei monti. L’abitudine distrugge ogni sentimento di piacere. Quanto a Martino poi non poteva certo accorgersene, perchè fino dal primo por piede nel convento erasi staccato dal padrone, un po’ per lasciargli libertà di favellare col frate, ma più di tutto per correr dietro a certo odore che toccavagli forte il naso, e che non era quel dell’incenso. Il qual odore partiva da un salotto terreno che serviva di refettorio, a lato a cui era la cucina, grande e sterminata come quelle di tutti i monisterj, e tutta in faccende pei preparativi della cena. Il povero Martino, che era di odorato finissimo, ora fatto più acuto pei lunghi digiuni, era stato attratto nel cerchio di quelle soavi esalazioni, e non udiva nè salmi, nè organi, nè altro, beato di respirare quell’aria pregna di sostanze grasse e odorose.
Intanto il coro dei frati proseguiva: – Fecit potentiam in brachio suo: dissipavit superbos mente cordis eorum. E dopo breve pausa ripigliava: – Deposuit potentes de sede: et exaltavit humiles. – Alle quali parole l’armajuolo fe’ tener dietro un sospiro quasi dubitasse della verità di quella promessa, e paressegli che il Signore non si mostrasse allora quale erasi dichiarato ne’ tempi antichi, Signore di misericordia e di giustizia. Anzi quando si venne all’altro versetto che dice: – Esurientes satiavit bonis: et divites dimisit inanes, – sembrogli che il senso di esso facesse troppo a pugni col caso suo, e non ci fu verso che quelle parole gli potessero uscire di bocca. E forse nell’impeto del dolore sarebbe uscito in qualche amara imprecazione, ma quel canto solenne che nel silenzio della sera era ripetuto soltanto dalle vôlte del convento, quella quiete soave e religiosa che diffondevasi da quelle oscure pareti, erano troppo fatte per inspirare mitezza e rassegnazione; talchè al finire del salmo non potè stare dall’unire la sua voce a quella degli altri che cantavano Gloria al Padre, al Figliuolo ed allo Spirito Santo.
– Sentite, mio caro Stefano, prese a dire padre Andrea, intantochè i canti avevano dato luogo, e il priore recitava l’antifona: sarà bene che noi ci ritiriamo di qui ed entriamo nella mia camera, ovvero in quella del padre Teodoro. Non voglio che gli altri abbiano a vedervi; chè quanto al priore penserò io a farlo avvertito. Orsù, dov’è quel vostro compagno? Se non m’inganno, alla cera ei mi sembra Martino. Ma dove mai si è ficcato?
– Sono qui, sono qui, padre Andrea, disse Martino facendosi innanzi sulla punta dei piedi. Ho voluto far conoscenza un po’ col convento, perchè a dir il vero, ho sempre provato una tenerezza, uno struggimento straordinario per divenir frate. Adesso poi la vista del refettorio mi ha convertito affatto, sicchè mi metto nelle vostre mani, padre Andrea, disponete di me a vostro grado.
– Via, non dubitare figliuolo, rispose padre Andrea, quel po’ di benedizione che il Signore manda a’ suoi servi scenderà anche su di te.
– E voi ne avrete doppio guiderdone, soggiunse Martino, perchè non è soltanto un atto d’ospitalità che fate, ma è carità delle fiorite. Son dei giorni tanti che il nostro stomaco grida pane.
– Santo Iddio! E perchè non farcene motto mai? saltò a dire il frate. Noi non istiamo al largo, è vero, ma in qualche cosa avremmo pur potuto giovarvi. In questo avete avuto il torto, Stefano mio.
– Che volete? rispose l’armajuolo, furono tanti i guai che mi sbalordirono in questi dì, che è un miracolo se ho tenuto il capo a segno.
– Or bene, ritiriamoci, disse padre Andrea, ci racconterete poi tutto a miglior agio.
Ciò detto, il frate prese entrambi per mano e senza dire una parola li fe’ attraversare un vasto cortile, poi condottili sotto un portico situato al lato opposto a quello ov’era la chiesa, aprì un uscio e fe’ cenno ai due che entrassero.
– Questa è la cella del padre Teodoro, e qui potete star sicuri che nessuno baderà a voi. Ora vi lascio, perchè la compieta sarà quasi terminata, ed io devo trovarmi cogli altri per l’ora della cena. Finito che avremo di mangiare, verremo tosto a tenervi compagnia. Intanto addio, che il Signore sia con voi.
– Amen, disse Martino, e che ci mandi tosto la sua benedizione.
– Ho capito, Martino, rispose padre Andrea, prima di cenare dirò una parola all’orecchio di frate Pasquale, ed egli vi porterà questa benedizione. Addio, addio, la compieta è finita; lasciano già il coro.
Infatti nel chiudere che fece l’uscio della cella, udissi un fruscio confuso e un bisbigliare sommesso, che perdevasi nel cortile e sotto il porticato, finchè non furano tutti raccolti nel refettorio. Allora il convento si fece di nuovo silenzioso. Da lì a breve l’uscio della cella fu aperto, e un frate entrò recando un piatto di lenti con due pani ed un fiasco ch’ei depose sulla tavola senza far motto. Alla qual vista Martino balzò in piedi ed aspirato alquanto l’odor delle lenti, sclamò:
– Gran mercè, mio buon padre; Deus in adjutorium meum intende.
Il frate che aveva mosso il piede per uscire, borbottò fra i denti come per istinto: Domine ad adjuvandum me festina, e chiuse l’uscio. E noi lasceremo che l’armajuolo e il garzone gavazzino intorno a quel piatto, famoso nelle sante scritture, siccome lasceremo che i frati satollino nel refettorio le convesse lor pance, per ispendere quattro parole intorno al padre Teodoro, il quale, sebben per poco, rappresenta una parte importante nel nostro racconto. Che se mai ai lettori nojasse tal digressione e li facesse sbadigliare, la saltino di piè pari, che tant’e tanto il racconto comincierà lo stesso. Anzi, se dobbiamo dire il vero, questo padre Teodoro importuna non poco anche noi, specialmente perchè ci toglie l’agio di fare una magnifica descrizione della cena, accompagnata da varie scientifiche dissertazioni sull’antichità delle lenti, sul modo di mangiarle, se colla forchetta o col cucchiajo, sulla qualità del vino, sulla consuetudine di cenare; tutti ragionamenti di somma necessità in un romanzo storico, e dei quali se ne incontra uno ad ogni capitolo.
Il padre Teodoro usciva da una delle più riputate famiglie milanesi, crediamo dei Lampugnani, quantunque il nostra cronista lo taccia. Bello e valente della persona, la sua giovinezza era trascorsa tra i piaceri della corte e gli esercizii dell’armi, allora principale ornamento, anzi bisogno dell’educazione giovenile. Ne’ giuochi pubblici, ne’ tornei, nelle giostre egli tra sempre stato tra i primi, ed aveva riportato sì gran nome, che quando era bandita qualche giostra, tutti i cavalieri ambivano di averlo a condottiero. La sua conoscenza coll’armajuolo datava appunto da quei tempi, perchè Stefano teneva il primato negli ippodromi, siccome ne’ tornei lo teneva il padre Teodoro, o, per meglio dire, Uberto Lampugnani, che tale era il suo nome di nascita. il giovine signore capitava di frequente nella bottega dell’armajuolo a provveder elmi e corazze, o a farle raccomodare, e intrattenevasi volentieri collo Stefanolo, allora giovinetto di primo pelo, e con lui aveva preso una grande domestichezza. Egli aveva combattuto a Casorate sotto il comando di Lodrisio Visconte, in quella fiera giornata in cui Milano fu a un pelo di cadere in podestà dei collegati; era stato con Galeazzo all’impresa di Pavia; poscia con Barnabò all’assedio di Bologna, e in tutti questi fatti erasi coperto di gloria. Lo sviscerato amore che nutriva pel suo paese l’aveva tratto in quelle guerre che sembravangli sante, perchè fatte a difesa della sua terra ed al suo ingrandimento, e l’ambizione di Barnabò gli era parsa sulle prime bella e necessaria a fine di rafforzare una signoria combattuta e pericolante. Se non che quando vide sciuparsi vanamente uomini e danaro intorno a Bologna, e il desiderio di dominio, immenso nel Duca, rivolgersi a danno dei sudditi e tormentarli in mille guise, gli cadde dall’animo ogni divozione pel suo principe, nè più volle seguitarlo in veruna impresa, anzi lasciò affatto il mestiero dell’armi. Allora, fermata stanza in Milano, cominciò ad aprire gli occhi e a scorgere la desolazione del suo paese, e buono e dolce com’era, ingegnavasi di alleviare i mali de’ cittadini ora col danaro, ora colla preponderanza del suo consiglio. Nè forse gli sarebbe durato l’animo di rimanere in Milano alla vista di tante crudeltà e di tanti soprusi, se oltre alla carità di patria, un altro e più tenace affetto non l’avesse trattenuto. Il qual affetto era in lui tanto più forte ed intenso, in quanto che da nessuna o almen lieve speranza era alimentato; ed egli lo nutriva in silenzio nè mai accadeva che dagli atti o dalle parole di lui trapelasse. Allorchè, deposto ogni pensiero di guerra, si ritrasse a vivere tranquillamente nel palazzo de’ suoi maggiori, di cui non rimanevagli che la madre, nel frequentare che faceva alcuna volta la corte di Barnabò, aveva posto gli occhi sopra Verde, primogenita del Duca, la quale entrava appena allora nella prima giovinezza, ed appariva bella sopra ogni altra principessa de’ suoi tempi. La fama del Lampugnani, i suoi modi nobilmente cortesi, la grazia del favellare, l’avvenenza della persona, fecero sì, che la donzella lo notasse fra tutti i giovani milanesi, e mostrasse maggior piacere della sua presenza che di quella d’alcun altro. Almeno così era sembrato ad Uberto, e sebbene gli occhi dell’amore ingannino sovente, forse ciò era vero. Pertanto a poco a poco gli era venuto sorgendo nell’animo un desiderio sconosciuto, una smania, un affetto, dapprima combattuto, poi trionfante; infine soverchiante ogni suo sentimento. Ma questo amore era per lui affanno continuato, perchè ben sapeva qual distanza passasse tra lui e la figliuola del Duca; tanto più che l’orgoglio di Barnabò gli poneva innanzi soltanto re e principi a cui maritare le sue figlie. Inoltre l’austerità de’ suoi principii non gli avrebbe permesso di divenir genero ad uno ch’egli era costretto a disapprovare e quasi ad odiare siccome il più crudele nemico della patria sua. Ond’è che combattuto da sì dolorosi pensieri durò alcuni anni nella sua vita tranquilla e ritirata, soffocando sempre quella fiamma che dentro lo ardeva: finchè andatane Verde a nozze con Leopoldo duca d’Austria, ne provò così forte angoscia che infermò gravemente. Riavutosi, e veduto di aver posto invano il suo affetto, prima nella patria, poi in una donna, si volse interamente a Dio, e in lui collocò ogni suo sentimento. Pertanto scioltosi da ogni terreno vincolo, vestì l’abito degli Umiliati, e, lasciato il i nome di Uberto per pigliar quello di padre Teodoro, si consacrò tutto al servigio della Chiesa ed alle opere di pietà, nelle quali si segnalò in guisa da cattivarsi la riverenza e le benedizioni del popolo. Durante il contagio egli aveva raccolto e soccorso infermi, aveva amministrato sacramenti, nutrito bambini ed orfani, e tanto s’era adoperato a pro degl’infelici, che per lui la peste aveva fatto minor guasto. Dappertutto ov’era miseria da sollevare si era sicuri di trovar lui, o il padre Andrea, il quale sebbene non infiammato dallo stesso zelo, tuttavia col continuo esempio aveva gettata l’antica infingardaggine ed era riuscito una buona pasta di frate.
Tale si era quel padre Teodoro, che noi abbiamo veduto comparire un istante, nel primo capitolo, e col quale ora ripigliamo conoscenza, stantechè terminata la cena, ei s’è levato dal refettorio ed è entrato nella sua cella. Chi dei lettori nol trovasse poi una conoscenza affatto nuova, e non volesse assolutamente chiamarlo padre Teodoro, lo chiami pure fra Cristoforo, fra Buonvicino, o chi altri, che poco c’importa. Già i frati son tutti frati, e dal nome in fuori non conosciamo che siavi differenza tra l’uno e l’altro: sfidiamo i romanzieri a provarcelo.
– La benedizione del Signore sia con voi, diss’egli nell’entrare che fece nella sua stanzuccia. Qual buona ventura ti conduce qui, mio caro Stefano?
– Oimè! non tanto buona, padre Teodoro, rispose l’armajuolo. Voi vedete in me l’uomo più infelice che esista.
– Che?… Il vedervi qui, solo col fanciullo, a quest’ora… sarebbe forse accaduto qualche male alla vostra Cecilia?
– Oh! sì; pur troppo, e non solo a lei, ma a tutti noi, e tale, che non ha rimedio.
– Il Signore è potente e misericordioso, rispose gravemente il frate, non bisogna mai disperare della sua provvidenza.
– È vero, disse Stefano sospirando, sarò io che avrò meritato questo castigo, e non me ne lagno. Ma pure, vi son dei momenti….
– Infine, dite su, che cosa v’è accaduto?
In quel punto entrò anche padre Andrea, e tutti e quattro sedettero intorno alla tavola, intanto che Stefano raccontava per disteso il fatto avvenutogli. Padre Teodoro lo stette ascoltando in silenzio a capo chino, a guisa d’uomo assorto in profonda meditazione. L’armajuolo aveva finito di parlare, che il frate era tuttavia nella medesima attitudine, e pareva quasi non aver dato orecchio alla narrazione. Gli altri tre lo stavano guardando maravigliati e riverenti, e tacevano per non turbare i pensieri di lui. A un tratto ei balzò in piedi, e alzati gli occhi al cielo in atto di profetica inspirazione, gridò:
– Sì, la misura è colma. l’ora dell’emancipazione è venuta. Il Signore scenderà in me, e parlerà da’ miei labbri, e l’empio si scuoterà al suono di quelle parole e si nasconderà la faccia nelle mani, perchè esse parleranno la verità. E il cuore di luì si ammollirà all’annunzio della parola di Dio, o si spezzerà sotto la folgore dell’ira sua.
Ciò detto, ricadde sulla seggiola e stette come assopito da questi pensieri. Però da lì a breve, le sue idee parvero ripigliassero il loro ordine naturale, perchè volto ai due ospiti, disse:
– Non vi siete apposti male nel chiedere ricovero ed ajuto al povero frate: il mio pane intanto è diviso con voi, quanto al resto domani forse le cose cambieranno, se a Dio piace. Però datevi pace e fate di accomodarvi alla meglio nel mio letticciuolo: io passerò la notte nella chiesa. Padre Andrea, venite con me, chè ho gran bisogno di voi. Addio, Stefano, e anche tu Martino, che il Signore vi tenga entrambi nella sua santa custodia.
– Amen, rispose Stefano, e che esaudisca i vostri voti: ormai non c’è più speranza che in lui.
– Adesso e sempre, disse il padre Teodoro, e ripetuti gli addii, i due frati uscirono lasciando l’armajuolo e il garzone padroni intieramente della cella.

VIII

ALESSANDRO

Ti pigli una gran sicurtà con me, frate, forse perchè hai veduto che quest’oggi sono in frega di perdonare, ma bada che tutta la tempesta potrebbe cadere su te. Che c’entri tu nelle cose del governo? tuo mestiero è di rendere consolazioni a quelli che ne hanno bisogno, di assordare le celle del tuo convento sino a tanto ch’io non ti mandi in malora insieme co’ tuoi compagni; insomma le tue brighe devono essere intorno ai morti e non ai vivi. Il vostro tempo è pasato, e siete oramai ben conosciuti, e se seminerete ancora scandali; vi manderò tutti dove se n’è ito il vostro fra Girolamo Savonarola.
Revere, LORENZINO DE’ MEDICI.

Nel mattino appresso Barnabò Visconti erasi alzato per tempo, e aveva fatto chiamare i suoi due figliuoli Rodolfo e Lodovico non che il Medicina, il quale, oltre all’essere cameriere ed astrologo del Duca, adempiva anche l’uffizio di segretario, quando ne faceva d’uopo.. Da lì a breve entrarono anche Uberto da Monza, Airone Spinola e Gavazzo Reina suoi consiglieri e familiari, i quali cercati all’infretta, erano accorsi dubbiosi di qualche infausta novella. Barnabò camminava su e giù per la sala a passi concitati, e colle mani spiegazzava una pergamena, su cui di tanto in tanto gettava gli occhi. Il suo volto era corrugato e arcigno più del consueto, e le pupille gli splendevano d’una luce fosca e sanguigna. I consiglieri appena entrati s’accorsero del turbamento del Duca, e poichè sapevano con che uomo avessero a fare, si tennero in disparte e silenziosi, finchè non gli fosse piaciuto di rivolger loro la parola. Infatti Barnabò, fatti ancora due giri per la camera, si trattenne e voltosi a’ suoi, disse:
– Cattive nuove debbo darvi questa mattina. Il papa non si tien pago degli anatemi e delle scomuniche, e mi vuol morto ad ogni costo. La bolla che feci ingojare a Urbano V sul ponte del Lambro, sembra che sia passata nello stomaco di Gregorio XI, nè c’è verso ch’ei possa digerirla. Ma pazienza! questa volta l’ho meritata: doveva mandarlo sulla bella prima a tener compagnia ai pesci, che nè lui nè i suoi successori m’avrebbero dato più noja.
– Con rispetto della signoria vostra, prese a dire senza esitare lo Spinola, d’un mal grande si sarebbe fatto un mal peggiore: e poi toltone uno, ne sarebbero sorti contra cento nemici. Già la causa della discordia non istà in un meschino desiderio di vendetta: il vostro berretto ducale ha sempre fatto gola al triregno pontificio. Nè Innocenzo VI, nè Gregorio XI ebbero mai nulla a partire col Duca di Milano, e tuttavia non si mostrarono meno accaniti dell’abate da Grimoaldo.
– È vero, rispose Barnabò, io ho sempre avuto rispetto alla Chiesa, nè mai volli esserle nemico deliberatamente. Tutti i malanni derivarono da lei, che volle ad ogni costo insignorirsi di Bologna e me la tolse a tradimento. E perchè ho chiesto il fatto mio e tentato di ricuperarlo con ogni arte, dovrò essere scomunicato, trattato da cane e da infedele, e perseguitato in mille guise? E questo Gregorio XI mi stringerà ai lombi in modo da non lasciarmi fiato, e mi forzerà a vegliare notte e dì per custodire le mie terre?
– Ma la pace che doveva essere negoziata da Leopoldo d’Austria? chiese Gavazzo Reina.
– Pace, pace, voi dite? E quand’è che potrà esser pace fra me e il papa? Ben mi fe’ sapere Leopoldo ch’egli aveva scritto al pontefice per trattare della pace e che parevagli le cose inclinassero al meglio; ma intanto sapete che cosa accade? I miei sudditi mi si ribellano contro e sì mettono sotto la protezione della Chiesa.
– Oimè! prese a dire di nuovo lo Spinola; dunque io fui profeta di verità, quando pronosticai che le lettere messe fuori dal papa o tosto o tardi avrebbero recato cattivo frutto.
– Per s. Ambrogio, sì, che avevate ragione, ed io fui cieco a non badare al vostro consiglio, e a non rinforzare i miei presidii d’Ossola e di Chiavenna. Un corriere spacciato questa notte mi recò la triste novella, che i miei furono cacciati, e che gli abitanti sì dell’uno che dell’altro paese hanno inalberato lo stendardo pontificio.
– Padre mio! sclamò Rodolfo, datemi quattrocento lance, e lasciate fare a me a mettere a segno que’ ribaldi e a far loro ribaciare il biscione.
– Tu hai bel dire, ragazzo mio, bisognerebbe che la peste non avesse spazzato Milano di due terzi e più degli abitanti, e che si stesse meglio a danaro di quel che or siamo. Ma coi tempi che corrono, non monta sciuparsi intorno a due terricciuole, quando imminenti e più gravi disastri ci stanno sopra.
– Che? domandò Lodovico, vi sarebbero ancora altri malanni?
– Pur troppo, ed è perciò appunto che non voglio assottigliare le mie truppe. Anche Pavia e Piacenza e Vigevano minacciano di staccarsi da Milano per darsi al papa, e già buona parte dei signori si sono ribellati apertamente. Ma quelle città mi stanno troppo a cuore, e per Vigevano e per Piacenza ho già pensato; quanto a Pavia, mio fratello Galeazzo a quest’ora n’è informato, e non istarà colle mani alla cintola.
– Ma questa è dunque una guerra sorda che ci fa il pontefice, disse Gavazzo Reina.
– Altro che sorda! soggiunse Barnabò, ei m’è venuto addosso colle armi spirituali e temporali ad un tempo, ed io devo cingermi di doppia corazza per far fronte a’ suoi colpi. Figuratevi che non volle mai concedere al duca Alberto d’Austria che togliesse in isposa Violante mia nipote, e che tutte le istanze che fece quel bravo principe andarono vane.
– E che cosa importa al duca d’Austria del beneplacito del papa? disse lo Spinola. Non è egli tanto potente da farne senza?
– E l’interdetto che pesa sulla nostra famiglia? rispose Barnabò, e il breve che proibisce a tutti i principi della cristianità di stringersi in parentela coi Visconti? Non tutti sono della mia tempra, e sanno ridere delle bolle e delle scomuniche. Chi altri avrebbe osato rendere pane per focaccia e far proclamare scomunicato il papa, siccome io feci?
– È vero, disse il Reina, la signoria vostra ha sempre dimostrato animo invitto e pertinace, e guai se tale non fosse stato.
– E tuttavia, soggiunse il Duca, che cosa mi son guadagnato? A Bologna dovetti rinunciare una volta per sempre, e fu fortuna l’averne cavato qualche migliajo di fiorini. Quanto al resto non mi posso neppur tener sicuro della signoria, perchè un dì o l’altro l’imperatore, istigato com’è dal pontefice, mi torrà l’investitura e mi dichiarerà caduto d’ogni potestà. Oh! ma prima che arrivi quel tempo, la voglio far veder bella a que’ che mi gridano la croce addosso. La fortuna non mi sarà sempre avversa come a s. Rafaello ed a Guastalla. Chi sa che non possiamo tornar in campo di bel nuovo, e riparare all’onta delle sconfitte avute sul Modenese.
– Ma i soldati? domandò Rodolfo.
– I soldati! oh, di quelli non dubitare che non vi sarà penuria. Mancano bande mercenarie che girano per l’Italia, pronte a porsi sotto la bandiera di chi paga meglio? Il maggiore dei guai sta nell’aver danaro, e a quest’ora il mio erario è esausto. Ma non importa, leverò nuove imposte sui cittadini, accrescerò l’estimo delle prebende, e ciò mi darà qualche cosa. Infine, se farà d’uopo, rimetterò in vigore l’editto che misi fuori dieci anni fa, e i miei sudditi avran di grazia, a pigliar l’armi, se vogliono aver salva la pelle.
Intanto che così favellava, Barnabò erasi seduto sul suo seggio ducale, e colla destra sosteneva il capo, mentre colla sinistra accarezzava sbadatamente un bell’alano che guaiva di tripudio e tentava di leccargli la mano. Dopo un istante di silenzio il Duca si volse bruscamente ai tre famigliari, e disse:
– Orsù, dunque, che cosa mi consigliate di fare? Dovrò lasciare che si smembri a poco a poco il mio paese e portarmela in pace, oppure mostrare di nuovo i denti a’ miei nemici?
I consiglieri si guardarono in viso tra loro quasi per interrogarsi a vicenda, e poi sollevarono gli occhi sulla faccia di Barnabò in atto di spiare l’interno suo sentimento. Bisogna credere che in quel momento il volto di lui non apparisse gran che corrucciato e lasciasse traspirare piuttosto il desiderio della pace che quello della guerra; perchè tutti convennero nella medesima opinione, e non colsero in fallo.
– Con rispetto della signoria vostra, disse Uberto da Monza, parmi che il partito più opportuno saria quello di far nuove proposizioni al pontefice, e di mostrarsi inclinato a tutte quelle concessioni che gli parranno migliori.
– Che? sclamò il Duca, vorreste ch’io discendessi fino a implorare la pace, e a pagarla a prezzo del mio sangue? Barnabò avvilirsi a questo punto!
– Se la signoria vostra si degnerà di lasciarmi parlare, rispose Uberto, vedrà che altro è il mio intendimento. Innanzi tutto non è d’uopo rivolgersi direttamente al papa, ma scrivere all’uno o all’altro dei duchi d’Austria, perchè pongano maggior calore nelle negoziazioni, e le trattino anzi a nome vostro. Perciò conceder loro larga potestà di stabilire i patti, salvo a rifiutarsi nel momento di stipulare l’accordo. Così col mostrare di volere la pace, la signoria vostra troverà più docili ed affezionati gli animi dei soggetti, si procaccerà la benevolenza degli altri principi d’Italia, e in ogni modo guadagnerà tempo, e potrà mettersi in istato di far fronte a qualunque ostilità. Il temporeggiare non è mai stato dannoso.
Il Duca stette alquanto sopra pensiero, quasi meditasse il partito che gli veniva proposto, finalmente disse:
– Or bene, sia fatto come voi dite. Scriverò al duca Leopoldo e gli farò nuove proposizioni. Intanto, se Dio vorrà che la peste se ne stia lontana, e che il paese possa rifiorire di bel nuovo, ci appresteremo alla guerra per la primavera vegnente, e il diavolo si metta dalla parte di chi ha ragione. Se potessi trar dalla mia quel Giovanni Accoud che ora è al soldo del papa, quello sarebbe un potente ajuto. Ma per ottener ciò si vogliono tesori, e nella stagione che corre… Basta, di cosa nasce cosa, dice il proverbio, e il tempo matura tutto. Ora, Medicina mio, disponi la pergamena per la lettera che abbiam detto, e voi altri, Rodolfo e Lodovico, preparatevi ad uscire di Milano tra poco, perchè voglio fare una corsa al mio castello di Marignano. Mi sembra mill’anni che ne son lontano.
I due figliuoli di Barnabò appena udito il cenno, salutarono il padre ed uscirono, e i tre consiglieri, che videro di non aver più nulla a fare ivi, presero essi pure rispettosamente commiato e se ne andarono. Barnabò intanto senza muoversi da sedere, col capo tuttavia appoggiato alla mano destra, facevasi a dettare una lunghissima, lettera che incominciava – Magnificentiae tuae salutem. Quod de negotiis incohatis cum Romana Ecclesia nullum resultatum evenerit, ecc. ecc. Della qual lettera, citata per intero dal cronista, ora risparmiamo la noja ai lettori, riserbandoci di pubblicarla insieme cogli altri preziosissimi documenti, o di cederla, quando avverrà che il nostro racconto sia ristampato colle solite note ed illustrazioni storiche.
La lettera era appena compiuta, e il Duca erasi tolto dal suo seggio per apporvi la firma ed il suggello, quando dalla via gli giunse all’orecchio uno strano rumore di grida allegre e di risa, accompagnate da alcune voci da prima umili, poi risolute. Barnabò maravigliato di ciò, comandò al Medicina, che discendesse giù nel cortile e chiedesse della cosa. Intanto egli erasi riposto a sedere, e diceva tra sè carezzando l’alano che gli faceva intorno una festa grande:
– Io non so perchè questa Chiesa benedetta sia tanto schizzinosa, e si pigli sì gran fastidio per ogni filo d’aria che le dia in su una guancia. Che importa a lei di quattro pretonzoli messi fuor di prebenda, e di qualche abate impiccato? Alla fine costoro erano miei soggetti prima che divenissero ecclesiastici, e su di essi la mia podestà è più antica e più immediata della sua. Stà a vedere che non potrò esercitare la giustizia a casa mia, perchè tra quelli che mi ubbidiscono ve ne sono alcuni che portano la cotta o il piviale! La sarebbe bella davvero! Eppure tutte le discordie avute col pontefice e le guerre che ne naquero furono cagionate da siffatte inezie. che è una vergogna il dirle. E come ne tien memoria, e come le cava fuori ad ogni istante queste balorde accuse! Quasichè non predicasse tutti i giorni la moderazione e il perdon delle ingiurie. Oh! se potessi accostarmi una volta ai Fiorentini, la vorrei far vedere in barba alla Santa Sede e a tutti i collegati. Orsù, che cosa è accaduto laggiù?
Queste ultime parole il Duca le volse al Medicina, il quale entrava in quel punto e mostrava di aver qualche nuova non troppo grata, che non volesse uscirgli dalla gola.
– Orsù, diss egli di nuovo Barnabò, avresti veduto la befana forse, che sei diventato muto?
– Ho veduto peggio che la befana; ho veduto il demonio in carne ed ossa con abito da monaco. E bisogna proprio che sia tale, perchè le guardie che stanno giù alla porta, se l’avevan preso in mezzo e volevano fargli un bel giuoco: ma egli con quattro parole li fè stare tutti a segno, che è un gran dire.
– E che cosa vuole costui? disse il Duca facendosi scuro in viso.
– Che cosa vuole? cioè che cosa vogliono, perchè sono due i frati e non uno. Dicono che hanno grande necessità di parlare colla Signoria vostra, e chiedono ad ogni costo di essere messi dentro.
– Ho capito: saran venuti a domandare qualche limosina pei loro conventi. Questi frati sono più ingordi che i farisei: più ne hanno, più ne vorrebbero avere. Ed io son tanto balordo da darne loro ad ogni momento. Ma sì, adesso la cosa è cambiata, fa dir loro che vadano in pace.
– Gliel’ha già detto lo Sciancato, che per caso trovavasi giù abbasso, ma essi non vollero dargli retta, e battono sodo di voler favellare colla Signoria vostra. Anzi uno di loro è andato tant’oltre colle parole, che lo Sciancato aveva fatto mostra di dargli un sergozzone per fargli salutare la via colla faccia più presto che coi piedi. Ma il frate si gli è parato dinanzi con tanta autorità, e gli disse non so che parole, che colui non trovò il coraggio di lasciar andare il colpo.
– Poltrone! Orsù, va, e di’ loro che non voglio udirli, e che partano alla malora prima che accada di peggio.
Il Medicina scese all’infretta, e ritornò tostamente con non migliore ambasciata.
– Messer Duca, ei disse, bisogna proprio dire che abbiano il demonio in corpo, perchè giurano di non partirsi di qui se non hanno parlato con voi. Affermano di aver cose gravissime da dirvi, e mal per voi e per tutti se rifiutate di ascoltarli.
– Che siano maladetti questi eterni seccatori! Fagli entrare adunque, e guai ad essi se le cose che hanno a dirmi non sono di tale importanza da farmi chiudere un’occhio sulla noja patita.
Il Medicina discese un’altra volta, e il Duca sdrajato sbadatamente nel suo seggio, si diè di nuovo ad accarezzare il cane. I due frati, che i nostri lettori avranno già indovinato chi fossero, entrarono in atto grave e solenne e si trattennero poco oltre al limitare. Il padre Teodoro veniva il primo e mostrava nel viso tutta l’inspirazione di un apostolo; il padre Andrea lo seguiva coll’aspetto docile e rassegnato di chi è guidato da una volontà superiore. Entrambi stettero un momento silenziosi, come per raccogliere le proprie idee prima di parlare; tanto che il Duca, al quale dava gran fastidio quella visita importuna, cominciò a dar segni d’impazienza, e non aspettò che aprissero bocca, per dir loro:
– Mariuoli sfacciati! Su qual vangelo avete trovato che sia lecito penetrare a forza nelle case altrui e recar noja a chi non ne vuole? Parlate in vostra malora, e che vi si secchi presto la lingua.
Il padre Teodoro alzò gli occhi al cielo e rispose:
– Iddio, quando disse a Giona suo servo: Sorgi, e va a Ninive ad annunziare l’ira del Signore e la distruzione della città, affinchè le genti si convertano, non chiese se ai Niniviti sarebbe stata gradita o no la venuta di lui. E però gli disse, va, e non soffermarti nel cammino.
– E fu appunto perciò, disse il Duca, che quel profeta di mal augurio dovette stare tre giorni nel ventre della balena, se è vero quel che dicono le scritture. E tu pure, o frate, corri rischio di tener compagnia per tre giorni ai topi ed alle lucertole, se non ti spicci tosto di quel che hai a dire, e non vai pe’ fatti tuoi. Orsù, aggiunse il Duca, dimenandosi sul suo seggio con manifesti atti d’impazienza, lascia da parte questo tuo gergo da profeta, e vieni presto alla conclusione. Soprattutto guardati bene intorno, e fa conto che questo non è nè il presbitero nè il confessionale.
– Nel nome di Dio onnipotente, sclamò allora il frate, apri le orecchie e porgi ascolto a chi ti parla la voce della verità. Il Signore ti fe’ nascere grande e potente, ti colmò di tutti i doni della fortuna, e ti diè in custodia un popolo fiorente e prosperoso. Ora, in qual modo hai tu corrisposto ai benefizii del Signore? Oimè! s’io volgo l’occhio intorno non trovo che argomenti di pietà e di desolazione. La città spopolata e quasi vota per la peste e per la carestia; i pochi che rimangono vessati e messi a morte da una crudelissima legge; il pane tolto di bocca ai poveri e sciupato in pazze profusioni; i ministri di Dio sbeffeggiati e perseguitati; le rapine e le estorsioni divenute diritto e giustizia; l’onore delle famiglie insultato e deriso; il palazzo ducale fatto lupanare e bordello; e per soprappiù gli animali immondi accarezzati e trattati meglio che gli uomini fatti a imagine e somiglianza di Dio. Che hai tu fatto di questo popolo sì ricco, sì rigoglioso? Non temi la vendetta del cielo, perchè prosegui tanto sicuramente nella via della distruzione? Non ti bastarono gli avvisi avuti, le guerre sostenute, le scomuniche, gli odii, e tutti i castighi di Dìo?
– Bisogna dire che non siano bastati, gridò il Duca che non durava più nella pelle, perchè ora me ne tocca un nuovo e peggiore, che è quello di ascoltarti. In fe’ di Dio, non so chi mi tenga, che non ti lasci andar contro questo cane, il quale non ha altro desiderio che di far conoscenza colla tua carne. Via, togliti da’ miei piedi, intanto che le gambe ti giovano, perche da qui a un minuto non mi troveresti così sofferente.
– O degno fratello di Matteo! ripigliò il frate, hai tu dunque l’animo tanto indurito, che nè le lagrime dei popoli valgano a commuoverlo nè le minacce divine a scuoterlo? Non temi adunque l’ira del Signore, chè vuoi vederla compiuta? Or bene, va, prosegui la nefanda tua opera, opprimi, uccidi, distruggi, ma bada che la spada dell’angelo ti sta sopra. Anche Faraone si rise delle minacce di Mosè e non prestò fede ai castighi del cielo, ma rimase immerso nelle acque del mar Rosso. E tu impuro, sacrilego, eretico, fratricida, tu morrai della morte istessa che le tue mani prepararon al fratel tuo. Questo ti dice il Signore pur bocca del suo servo.
Intanto che così parlava, il padre Teodoro erasi infiammato in viso, gli occhi gli brillavano d’una luce straordinaria, la sua voce erasi fatta grave e tuonante, e la persona pareva ingrandita d’assai e quasi sollevata da terra. Il Duca per un istante restò affascinato dalla prepotenza di quelle parole, fors’anche più per la stranezza del caso, perchè non mai eragli toccato di vedere tanto ardimento al suo cospetto. Ma lo sdegno soverchiò tosto ogni altro sentimento, talchè alzatosi con violenza, mosse un passo alla volta del frate, come in atto di disserrarglisi addosso; poi, trattenutosi improvvisamente, si volse al compagno che stava in silenzio, sebbene franco e animoso, e con un sorriso d’ironia più terribile che qualunque impeto d’ira, gli disse:
– E tu, degno compagno di questo valente apostolo, non hai tu pure la predica da spifferarmi? Forsecchè la paura ti trattiene dal parlare? Via, non sarò mica malcontento di vedere se tu pure sei così forte in teologia.
– I servi di Dio non temono i potenti della terra, rispose il padre Andrea, al quale le parole del padre Teodoro avevano inspirato una sicurezza straordinaria. Che posso io dirti che non abbi già udito dalla bocca del mio compagno? I tuoi peccati soverchiano ogni misura, ma la misericordia di Dio è grande oltre ogni umano pensiero. Deh! fa di porgere ascolto alle nostre parole, riconciliati colla Chiesa, la quale ti attende a braccia aperte, deponi ogni cattivo costume, restituisci il suo a chi spetta, provvedi al bene del tuo paese, e riconosci una volta l’autorità del pontefice.
– Poltroni sguajati! gridò il Duca. È questo dunque che mi venite infinocchiando? Ch’io faccia l’atto di sommissione al papa, e che mi dichiari suo dipendente? Un bell’evangelio che andate predicando! Volere che il papa abbia il predominio sulle cose temporali, siccome pretende di averlo sulle spirituali. E questo non chiamasi adulterare la religione? Cani di eretici, v’insegnerò io in che modo si predichi. Ehi, Medicina, va, chiamami tosto Girardolo, e in pari tempo fa dire a Lodovico e Rodolfo che stieno pronti nel cortile, insieme colla scorta, per accompagnarmi al castello di Marignano. In verità io sono pazzo a voler darmi fastidio delle parole di costoro.
Il Medicina, il quale erasi ritirato nella camera attigua, appena entrati i due frati, accorse tosto alla chiamata e volò in traccia di Girardolo, intanto che il Duca andava misurando a gran passi la sala, e sclamava di tanto in tanto, volgendo gli occhi ai due frati:
– Ora, se tanto vi preme il papa, vi metterò innanzi io colui che è vero papa qui in Milano. Vedrete che egli è un dottore così sapiente da farvi star tutti a segno, sebbene non porti nè manto nè mitra. Quanto poi alla smania di predicare, vi farò innalzare una tal bigoncia donde potrete favellare alla moltitudine, se pur vi sarà chi voglia ascoltarvi.
Il padre Teodoro in questo mezzo aveva incrocicchiate le palme sul petto e sollevati gli occhi al cielo in atto di celeste rassegnazione, intanto che il suo compagno col capo inchinato mormorava tra le labbra alcune preghiere raccomandandosi a Dio. Finalmente dopo dieci minuti di aspettazione, che al padre Teodoro passarono inosservati, assorto com’era nella sua estasi religiosa, ma che sembrarono un eternità al Duca ed al padre Andrea, giunse il Medicina con Girardolo della Pusterla, il quale era ministro e procuratore di Barnabò, e, a cagione del suo potere, veniva detto per soprannome il papa. Poichè questi fu entrato ed ebbe riverito il suo signore, il Medicina, avvicinatosi a Barnabò disse:
– Messer Duca, i signori Lodovico e Rodolfo, vostri figli, vi attendono per partire. Nel salire gli ho veduti che son già a cavallo ed han seco trenta lance.
– Va bene. Ora consegno a te, Girardolo, questi due scimuniti, che son venuti a predicare una nuova eresia al mio cospetto. Sbrigali tu, che t’intendi di teologia meglio di s. Basilio e di s. Agostino. Bada soprattutto che nei capi d’accusa debba entrare anche la noia che m’hanno data. In somma, fanne quel che meglio stimi, ch’io te li abbandono interamente.
Ciò detto, Barnabò erasi mosso per uscire, ma il padre Teodoro, scosso improvvisamente dalla sua meditazione, gli si parò dinanzi quando fu vicino all’uscio, e sollevata la mano in alto, e rizzatosi su tutta la persona, così si pose a gridare:
– Anatema a te, in nome del Signore onnipotente, destruet te Deus in finem, evellet te, et emigrabit te de tabernaculo tuo et radicem tuam de terra viventium.
Nell’udire le quali parole il Duca divenne di bragia in viso e parve che gli schizzasse fuoco dagli occhi. Mosse un passo contro al frate e corse colla mano al fianco sinistro come per levarne un’arma: ma l’aspetto di Girardolo e del Medicina che gli si erano fatti vicini lo trattenne. Però, fissò gli occhi sul volto del frate, e veduto ch’egli aveva di nuovo innalzato i suoi al cielo con quella sua espressione dolce e rassegnata, fe’ un gesto di dispregio e d’impazienza, e voltosi a Girardolo disse:
– Sgombrami il cammino da questo poltrone, e prepara le legna davanti il palazzo. Voglio che entrambi siano abbruciati tostamente e che paghino il fio della loro ribalderia. Così anche tu avrai risparmiato la briga di esaminarli. Che fra un’ora sia tutto finito.
Dopo di che uscì, e da lì a breve udissi lo scalpitare dei cavalli nel cortile e sulla via, e la voce dei cavalieri che disponevano la cavalcata.
Girardolo intanto aveva detto una parola all’orecchio del Medicina, e questi, data una occhiata di traverso ai due frati, era uscito a dar gli ordini opportuni. Chi poi fosse maravigliato di quella grand’ira del Duca, allorchè intese l’apostrofe del padre Teodoro, sappia, che quelle erano le precise parole colle quali terminava la scomunica fulminata da Innocenzo VI contro di Barnabò; scomunica che gli diede sì gran molestia, e che fu, si può dire, il principio d’ogni suo danno. Le quali parole erano le più forti e le più terribili che la Chiesa avesse adoperato, talchè lo stesso Barnabò, che era solito ridere dei brevi e delle bolle, ne era rimasto fortemente crucciato, conoscendo assai bene quanto potere fosse in esse. Perchè è d’uopo sapere, e il nostro cronista lo afferma, che il Duca aveva buone lettere, e intendevasi di latino, e specialmente di faccende ecclesiastiche meglio che un canonico. Sopra le bolle e i brevi poi aveva fatto lunghissimi studii, ed era molto addentro in tutto ciò che apparteneva al jus ecclesiastico. Non ultima questa tra le bizzarre qualità di quel singolarissimo principe.
Girardolo della Pusterla, poichè fu partito il Medicina, erasi fatto dappresso ai due frati, e più al padre Teodoro, siccome quello che al suo ingegno perverso e beffardo sembrava il più ghiotto e il più solazzevole.
– Domine miserere, gli disse, voi siete fatto estranio a questa valle di lagrime. Buon padre, non vi degnerete voi di guardare in viso a un meschino peccatore, che implora a ginocchio la vostra benedizione?
– Vade retro Satana, sclamò il padre Teodoro protendendo le mani.
– Ah! padre, voi siete anche esorcizzatore? Questo non sapevo io. Sarà un merito di più per ottenere la palma del martirio.
– Ebbene, dov’è il carnefice? dov’è la corda? chiese il frate. Io son qui, mi son messo volontario nelle vostre mani, perchè il Signore ha voluto tentare un’ultima via per aprirvi gli occhi, ed ha scelto me per suo strumento. Ora che il suo servo non è più atto a nulla, ei lo chiama a sè, e gli mostra la gloria del paradiso. Or dunque che tardate ad uccidermi?
– E voi pure, siete dello stesso avviso? chiese Girardolo al padre Andrea, il quale stava a capo chino recitando fervorosamente le sue orazioni. Anche a voi fa gola la palma del martirio? Se dovessi badare alla ciera, parmi che non vi dovrebbe rincrescere tanto questo mondaccio doloroso, perchè m’avete un viso paffuto a rubicondo che consola. Basta: Ognuno ha i suoi gusti, ed io non sarò già quello che ve li disputerà.
Padre Andrea non diè retta alle maliziose parole di costui, e tirò innanzi a pregare, perchè sentiva dentro di sè il bisogno di accostarsi tenacemente a Dio per non pensare più alla terra, dalla quale, a dir vero, distaccavasi un po’ malvolentieri. Con tutto ciò, siccome non voleva parer di meno del padre Teodoro, mostravasi esso pure infervorato di santissimo zelo, e fors’anche lo era: ma la umana fragilità combatteva in lui più potente e più libera che non in quell’anima grande, e il pensiero della morte vicina gli appariva più terribile e più fiero che mai. Quanto a speranza di cavarsela, non glien’era pur venuta l’ombra, perchè sapeva già di che natura fosse il Duca, e peggio poi che razza d’uomo era quel Girardolo della Pusterla, ministro, procuratore, faccendiere, imbroglione, mezzano, insomma l’occhio destro di Barnabò. Costui era temuto in Milano assai più che il Duca medesimo; perchè Barnabò poteva qualche volta perdonare per capriccio, Girardolo, sia per entrare nella grazia del suo signore, sia per esercizio di potere non ne menava mai una buona. E lo sapevano gli ecclesiastici, coi quali più specialmente aveva a fare, e che non gli uscivano mai salvi dalle mani. Basti il dire, che uno dei capi d’accusa dei quali era stato citato il Duca a scolparsi davanti il pontefice, era appunto questo di aver accordato sì gran potere a un tal favorito, il quale ne abusava a piacer suo perseguitando soprattutto i preti.
In questo mezzo il Medicina era ritornato insieme con quattro alabardieri, i quali andarono a collocarsi a fianco dei due frati. Poscia fattosi vicino a Girardolo, gli disse:
– Messere, tutto è pronto. Il Duca nel partire aveva già dato il comando allo Sciancato, e quella buona lana, che quando si tratta di dar la corda od abbruciare alcuno, gli è come a nozze, non se l’è fatto dire due volte. Aprite la finestra e guardate giù sullo spianato, che vedrete come ogni cosa va a maraviglia.
– Va bene; la legna è preparata, e lo spianato comincia già a brulicare di gente. Bisogna dire che la nuova sia corsa a quest’ora per la città. Guarda, come corrono, quasi andassero ad una festa. Balordi! Ehi, avvertì lo Sciancato che disponga all’ingiro maggior numero di alabardieri, perchè il popolo è curioso, e ad ogni modo va tenuto in rispetto.
– Ho capito, rispose il Medicina.
– Ora scendiamo, disse Girardolo volto agli alabardieri, e questi presi in mezzo i due frati, s’avviarono giù per le scale. Quando furono giunti sotto l’androne, proprio sullo sboccare del ponte levatoio, e che si parò alla vista dei frati la catasta della legna e la fila dei soldati che la circondavano, entrambi alzarono gli occhi al cielo come in atto d’invocare la divina misericordia, poi mossi da un medesimo impulso si gettarono nelle braccia un dell’altro, e si tennero così avvinti per qualche minuto. Il primo a sciogliersi da quell’impulso fu il padre Teodoro, il quale inginocchiatosi davanti al compagno, gli disse: – Padre Andrea, perdonatemi, e datemi la vostra benedizione.
Padre Andrea, a cui quell’atto aveva destato nell’animo una commozione straordinaria non potè trattenere una lagrima, e disse con voce interrotta dai singhiozzi:
– Che Iddio vi ricompensi e vi benedica. In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito santo.
Poscia rilevatolo, e inginocchiatosi alla sua volta, piegò le mani sul petto aspettando la benedizione. Al che il padre Teodoro distese le mani sul capo di lui, e accennando in pari tempo alla moltitudine circostante, gridò con voce chiara e forte:
– Che il Signore benedica te, suo servo, e questo popolo gemente nella servitù, e i tristi che lo opprimono, e anche questi che ci conducono a morire senza sapere che cosa si facciano. Possa il nostro sangue fecondare questa terra isterilita, e produr frutti di amore e di pace.
– Amen, rispose padre Andrea nell’alzarsi.
– Ora andiamo, disse padre Teodoro, e nell’avviarsi intuonò con voce alta: Miserere mei Deus secundum magnam misericordiam tuam.
– Et secundum moltitudinem miserationum tuam dele iniquitatem meam, rispose padre Andrea, il quale aveva trovato un insolito coraggio e sorrideva nella speranza del premio celeste.
I pochi mascalzoni accorsi eransi accalcati all’ingiro della spianata, tenuti in freno dagli alabardieri, i quali di tanto in tanto davano loro sui piedi e sulle mani coll’asta dell’alabarda e ridevano accennandosi tra loro.
– Ahi! sclamava un ragazzotto di forse tredici anni, non ho le mani di pasta, io. Infine, che cosa ho fatto?
– Ti sta bene, gli diceva un grosso omiciatto, non dovevi ficcarti innanzi; sai però che le guardie ci sono per qualche cosa.
– Asperges me hysopo, et lavabis me, et super nivem dealbabor, borbottava una vecchia raggrinzita e nera del viso come una antica pergamena, la quale ripeteva divotamente i versetti del salmo recitato dai due frati.
– Volete tacere, Agnese, affrettavasi di dirle all’orecchio una grossa comare zoppa di un piede, volete tacere. Non sapete che quei due frati sono eretici, e che il dire le orazioni ch’essi dicono, è peccato?
– Davvero? Eufemia! rispondeva l’altra spalancando gli occhi. Quando è così non apro più bocca, e che il Signore mi perdoni.
– Eh! via, non è poi ben provato che siano eretici, saltò a dire un tale che a giudicarlo dalla ciera doveva essere un pescivendolo, e potrebbe darsi che fossero più eretici quelli che li fanno morire. In ogni caso, il miserere è sempre il miserere, e il bene che si dice frutta sempre.
Tali e somiglianti discorsi teneva la moltitudine, e per moltitudine vogliamo che si intendano quattro garzoni fuggiti a qualche officina, e alcune femmine trattevi dal caso o dalla naturale loro curiosità. I due frati intanto erano giunti davanti a quella specie di viuzza praticata nella catasta, per la quale, quei che dovevano essere abbruciati, entravano fino nel mezzo del rogo per essere così circondati da ogni lato dalle fiamme. Primo entrò il padre Teodoro, poi venne padre Andrea, sempre recitando il salmo ad alta voce. E anche dopo che furono dentro, anche dopo che la fiamma ebbe cominciato ad appiccarsi ai quattro lati del rogo, udivansi tuttavia le voci sonore dei frati tra il crepitare delle fiamme e lo sfasciarsi della legna. Il rogo non era più che un solo vortice di fuoco, che le parole uscivano ancor chiare e robuste. Finalmente al rovinare che fece un lato della catasta, le voci cessarono improvvisamente, e tutto tornò silenzioso. Le fiamme si spensero, i curiosi si dispersero, gli alabardieri e quei del Duca rientrarono nel castello, e di tutto quell’avvenimento non rimasero che poche ceneri sullo spianato.
Il Duca intanto, appena smontato al suo castello di Marignano, dava gli ordini per una gran caccia da tenersi il mattino appresso, e non pensava più ai due frati come se mai non fossero esistiti.

IX

Movea visibilmente le labbra, dicendo le sue divozioni, e di quel suo tacito pregare non si udiva altro che lo strascico delle ultime sillabe, le quali le morivano sulla bocca in un lieve fischio che ella accompagnava col piegare frequente del capo. Di tanto in tanto volgeva gli occhi a quel letticciuolo, poi gli alzava al cielo in atto di sì desolata pietà, da far manifesto il voto segreto che mandava al Signore, perchè degnasse di richiamarla a sè….
GROSSI, Marco Visconti.

È tempo ormai che ritorniamo alla moglie dell’armajuolo ed al garzone, che abbiamo lasciato dopo il loro colloquio col Duca nelle mani dello Scannapecore. Costui, quando Barnabò gli ebbe comandato di trattenerli come ad ostaggio e di collocarli in qualche angolo del palazzo, pensò che nulla di meglio poteva avvenirgli, e che quella volta gli cadeva proprio il formaggio sui maccheroni. Laonde, pigliata per una mano la Cecilia, che si lasciò condurre silenziosa e come istupidita, la fe’ passare per un labirinto di anditi e di corritoj, su e giù per mille rivolte e scalette a chiocciola, finchè giunsero in un canto affatto deserto, ov’era una volta il ricettacolo dei mastini, prima che il Duca li volesse distribuiti ai cittadini. Ivi, aperto un uscio tutto foderato di ferro, invitò la Cecilia ad entrare in una stanzuccia umida e nera che meritava piuttosto il nome di buca, nella quale entrava un po’ di luce da un’apertura fatta al basso del muro, alta due piedi da terra. E anche quel barlume era tolto per metà da una inferriata grossa quasi come un braccio, nella quale la ruggine faceva contrasto colla pulitezza e colla levigatura che scorgevasi qua e là. La quale pulitezza dinotava chiaramente quali fossero stati in addietro gli abitatori di quella specie di prigione, e come i mastini che vi si erano esercitati intorno coi denti non fossero la più pacifica genìa di animali. Nè quelle forse saranno state le sole tracce del loro soggiorno; ma sia che la luce venendo dal basso non rischiarasse che una piccola porzione di terreno, sia che si avesse avuto cura di togliere ogni vestigio, il fatto è, che non vi si scorgeva alcun segno delle violenze e delle stragi che forse ebbero luogo là dentro. Lo Scannapecore nell’accennare la prigione alla moglie dell’armaiuolo, volle in certa guisa scusarsi al suo cospetto della durezza usata, e mendicato il più grazioso dei sorrisi, con una faccia tutta compunta, le disse:
– Duolmi, bella Cecilia, di dover adoperare tanto rigore verso di voi; ma il mio dovere lo impone, e gli ordini del Duca sono precisi. Voi medesima li avete uditi. Se avverrà che siate più umana e ragionevole, farò ogni sforzo per mitigare la vostra prigionia, e cercherò ogni verso per liberarvene. Intanto vi lascio: la notte arreca consiglio, sicchè spero di trovarvi domani con più sani pensieri. Or ora vi manderò il cibo ed un saccone, perchè non voglio che adagiandosi sul terreno patiscano queste vostre membra così dilicate.
Così parlando le aveva posto familiarmente una mano sulla spalla e la lasciava sdrucciolare giù pel braccio in atto di accarezzarlo. Ma la Cecilia ritrattasi d’un passo, si strinse tutta nelle membra, come se quel contatto l’avesse fatta rabbrividire, e non disse parola. Solo dentro di sè raccomandossi caldamente alla Beata Vergine dell’aiuto, perchè venisse in suo soccorso. Lo Scannapecore fe’ mostra di non badare a quell’atto, e voltossi per uscire, dicendo con un suo ghigno beffardo:
– Addio, bella Cecilia, a rivederci domani.
Poi chiuse il pesantissimo uscio a doppio chiavistello, e se n’andò. La Cecilia, quando lo vide partito e si trovò affatto sola, diè libero sfogo all’angoscia che l’opprimeva, e ridottasi in un angolo di quella stanzaccia, uscì in lagrime così dirotte che avrebbero mosso a pietà qualunque animo più indurito. Quel trovarsi così abbandonata, in quel luogo solitario, nelle mani di un uomo ch’essa abborriva come il peccato, e che poteva fare di lei quello strazio che avesse voluto; quel non saper nulla, proprio nulla nè della propria sorte, nè di quella del marito e del figliuoletto, le cagionava un freddo al cuore, uno sgomento sì grande, che quasi temette di uscire di senno. Allorchè, dopo una mezz’ora circa, venne uno dei cagnotti a recarle il pane e la scodella dell’acqua, e a deporre il saccone, la Cecilia singhiozzava tuttavia e non s’era mossa dal luogo ov’erasi raccosciata: tanto che colui, sbirciatola di traverso, le disse:
– Ecco qui il pane e l’acqua ed anche il saccone, che è una dilicatezza ignota per questi luoghi.
Ma vedendo ch’ella non badava a lui, e tirava innanzi a piangere, scrollò il capo, e soggiunse, mentre usciva:
– Oh! colomba mia, si vede che tu sei novizia, e non hai ancora imparato a star in muda. Ma ti avvezzerai presto, te lo dico io. Hai forse paura a star sola, non è vero? Già voi altre femmine siete tutte così: ma non dubitare che verrà lo Scannapecore a tenerti compagnia. Lascia fare a lui che conosce tutti i vezzi per andar a’ versi alle donne.
Lasciamo pensare ai lettori se queste parole erano tali da rassicurare la Cecilia e da farla cessare dal piangere. Essa non toccò nè l’acqua nè il pane, e non si mosse mai da quella sua positura, temendo perfino di coricarsi sul saccone per non essere colta dal sonno, e di trovarsi per tal guisa più facilmente in balía del primo che fosse entrato.
E Tonio intanto? Tonio appena la Cecilia era condotta via dallo Scannapecore, fu preso in mezzo dallo Sciancato e dallo Scortica, ai quali bastò un’occhiata del compagno per sapere che cosa ne dovessero fare. Pertanto cominciarono a condurlo giù nel cortile, facendolo passare per un gran salotto nel quale, oltre a molti ordigni da caccia, vedevansi disposti i tormenti a dozzine: poi lo trassero dov’erano lasciati vagare i cani, che alla voce de’ canattieri aizzavansi, s’ergevano sulle zampe, abbajavano sordamente, scambiettavano fra le gambe del garzone, e ad ogni istante facevano l’atto di saltargli al viso. Nel salotto aveva già provato uno spavento grandissimo, perchè lo Sciancato, il quale pigliava un gusto matto dei lazzi di Tonio, l’aveva condotto davanti al sito in cui davasi la corda, ed aveva fatto mostra di adattarla alla persona del garzone, il che fece cadere in ginocchio quello sgraziato, e lo indusse a chieder mercè, con sì goffo piagnisteo, che i canattieri ne sganasciarono dalle risa. Figuratevi poi nel cortile in mezzo a quel subbuglio di cani che gli aggiravano intorno, mostrando i denti, e latrando in modo tutt’altro che piacevole. Il poveretto affannavasi tutto nell’evitare or questo or quel mastino, e saltava a piè pari, e raccosciavasi sulla persona, poi tiravasi presso la parete e si faceva lungo lungo quasi per occupare minore spazio, e intanto dalla fronte gli piovevano grosse goccie di sudore, che miste alle lagrime gli sgocciolavano giù per le guance. Di che quei birbi che l’avevano tolto in mezzo formavano uno spettacolo assai giocondo che studiavansi con ogni mezzo di prolungare.
In quel mentre lo Scannapecore, che tornava dall’aver condotto Cecilia, nel passare vicino al cortile, attratto forse dal rumor delle risa o dalle grida di Tonio, fe’ capolino da un andito, e visto il giuoco, s’innoltrò tosto per avere la sua parte di sollazzo.
– Bravi figliuoli, disse volgendosi ai compagni, già con voi altri basta dirvi le cose all’aria. Ben fatto. E tu, Tonio mio, soggiunse poi fatto vicino al garzone che batteva i denti dalla paura, come ti piace il luogo e la compagnia che t’abbiamo assegnato?
Il povero Tonio fe’ l’atto di alzar gli occhi sul viso del canattiere come per implorarne misericordia, ma la paura glieli tenne inchiodati sopra un mastino di smisurata grossezza che gli ringhiava rasente le gambe. Allora volle aprir bocca per pronunciare non so che parole di preghiera; ma un movimento del cane gliele cacciò di nuovo in gola, e non ne lasciò uscire che uno strano brontolio, un rantolo quasi di moribondo. Lo Scannapecore s’accorse dell’atto e, posta una mano sulla spalla del garzone, e coll’altra abbassatosi ad accarezzare il cane, gli disse:
– Sta cheto, figliuolo mio, non aver paura, che questo cane non ti farà un male al mondo. E poi a quest’ora non ha voglia di mordere, ed ha il ventre pasciuto come quello d’un eremita. Questa mattina ha fatto una lauta colazione in compagnia d’un fanciullo che gli fu dato a commensale: se nol credi puoi vederne gli avanzi a due passi di qui.
Ma il garzone che alla sola idea di esser posto insieme al cane e di servirgli di pasto, aveva sentito i brividi della febbre, figuratevi se aveva desiderio di vedere quel brutto spettacolo. E lo Scannapecore, il quale sapeva benissimo ch’ei non si sarebbe mosso, gli era venuto a bella posta infinocchiando quella favola del fanciullo sbranato. Ora poi vedendo che Tonio seguitava a tremare per tutte le membra, e a guardar di traverso il mastino, gli andava susurrando dolcemente:
– Via, via, ragazzo mio, non bisogna poi pigliar tutto in mala parte; e l’odio non istà bene neppure colle bestie. Animo, su, perchè stai lì rattrappito, e fai così brutta ciera a quel povero animale? Quando lo conoscerai più davvicino, non gli vorrai più quel gran male che ora gli vuoi, perch’egli, vedi, è la miglior pasta di cane che esista. Prova soltanto a fargli un cenno, una carezza, e vedrai.
Ma sì, il garzone al contrario ritraeva le mani a sè e cercava di nasconderle alla meglio, toccandole per assicurarsi se erano sane ed intere. Per lo che Scannapecore, sorridendo in tuono di beffa, gli disse:
– Oibò, oibò, ragazzo, tu fai male a portar sì grande odio a questo cane! Dov’è la carità del prossimo che t’avranno insegnato? Orsù, poni giù questa tua collera, voglio che facciate la pace, e vi abbracciate entrambi come buoni amici. Non è vero Bruciavia?
Il mastino udendosi chiamare per nome rispose con un guaito di allegrezza e si dimenò rasente le gambe del canattiere per fargli festa; il che cavò un nuovo grido dalla gola del garzone.
– A te, dunque, Tonio, porgigli la mano, disse lo Scannapecore, ho piacere che vi pigliate in amore. Che? Tu, Tonio, rifiuti di accostarti a lui? Vuoi proprio che il cane dia esempio a te di carità e di buona creanza? Or bene, Bruciavia, un abbraccio, ma da buon amico.
Tonio, il quale non sapeva ormai più in che mondo fosse, sentì d’un tratto alcun che di pesante cadergli sulle spalle, ed ebbe ancora tanta forza da alzare gli occhi davanti a sè. Ma, oimè! qual non fu lo spavento di lui nel vedersi a due dita dal naso il muso del mastino che, spalancata la bocca pareva attendesse solo il cenno del canattiere per isbranarlo. Al povero garzone si appannò la vista, e il cervello sbalordissi come se fosse stato colto da una subita percossa, talchè stramazzò sul terreno. Fors’anche di questa sua caduta era stato cagione il cane, il quale nel saltargli che fece al collo, gli aveva dato un urto così violento, da farlo traballare, se fosse stato più fermo di quel che era. Il fatto è, che Tonio giaceva per terra senza trar fiato, col viso pallido come un cadavere, e colle membra stirate; tanto che i canattieri ebbero di grazia a farglisi intorno, e a cercare di farlo rinvenire.
– Per Dio! Bruciavia, tu lo stringi troppo quel povero diavolo; orsù, lascialo, e va in tua malora, sclamava lo Scannapecore nel mentre che adoperava la voce e le mani per isciogliere il povero Tonio dall’amplesso del cane. Intanto alcuni erano corsi per acqua e per aceto, e gli altri stavano in faccende un po’ colla voce, un pò coi piedi a tener lontani ì cani, i quali vedendo un uomo supino aggiravansi ringhiando all’intorno.
Finalmente, fossero le cure prestategli, o l’efficacia dell’aceto, o fors’anche la stessa paura, la quale, quando piglia, farebbe balzar dal letto un moribondo, il garzone aprì gli occhi e li volse all’ingiro come in atto di riconoscere quel luogo. Ma veduto di bel nuovo i cani vagar pel cortile, e quelle facce scomunicate che gli stavano dappresso, li richiuse prestamente come per sottrarsi alla molestia di quell’aspetto. Se non che allora ei non era già nel suo leticciuolo della bottega di Stefano, nel quale allorchè svegliavasi il mattino e cacciava fuori il capo dalle coltri, se non udiva rumore, si voltava dall’altro lato e ripigliava il sonno quand’anche il sole fosse già alto sull’orizzonte. Adesso egli ebbe un bel stringere le palpebre e far forza alla mente; le imagini dello spavento avuto erano troppo presenti, per non tenerlo desto, sicchè dovette proprio riaprire gli occhi e sollevarsi un po’ sopra un gomito. Il suo primo atto fu quello di toccarsi colla mano in tutte le parti del corpo dalla testa in giù, per assicurarsi di avere le membra intatte, e il primo suono che gli uscì di bocca, fu un sospiro accompagnato da un gemito così doloroso, che i canattieri ne risero a creppapelle. Il poveretto dolorava per tutte le ossa a cagione della caduta, e ad ogni movimento che faceva per alzarsi, sentiva una doglia, uno spasimo non mai provati. Alla fine, ajutato dai canattieri, giunse a rizzarsi in piedi, ma poichè non trovava forza di camminare, e a quei tristi cominciava a parer lungo il trastullo, fu tolto sulle braccia dallo Sciancato e dallo Scortica e portato fuori del cortile nel luogo a lui destinato.
– Peccato! che non ci sia Graffiapelle, diceva nell’andare lo Sciancato. Ci avrebbe pur fatto ridere con quelle sue buffonerie.
– Giungerà a tempo pel giuoco di questa sera, disse lo Scannapecore, se no lo manderemo a levare. Già la parte del diavolo non è mai così bene affidata come a lui.
Intanto erano giunti in una camera immensa e pressochè vota, nella quale non iscorgevasi altro mobile che un gran tavolone di quercia, alto quasi come una persona, e presso a quello uno strato di paglia, che pareva posta là appositamente per servir di letto a Tonio. Il garzone, non anco ben rinvenuto, fu posto a giacere sopra di essa, e a canto gli venne collocato un vaso ripieno d’acqua e del pane. Nel partire, lo Sciancato gli disse:
– Ora, dormi tranquillo, e fa di non sognare questa notte.
Ciò detto chiuse l’uscio con gran rumore di catenacci, e il povero Tonio rimasto solo, sentì per un momento allargarsi il cuore scorgendo di essere fuori delle unghie di quei birbi. Ma quest’allegrezza gli durò poco, e la vastità di quel luogo, il silenzio che vi regnava, il freddo che lo colse appena adagiato sul pavimento di sasso, dal quale poco riparo facevagli la paglia, gli posero in cuore un nuovo e più grande sgomento, tanto che debole com’era e per la fame patita e per l’angoscia, richiuse gli occhi e giacque di nuovo assopito.
Bisogna dire ch’ei rimanesse a lungo in quello stato, perchè quando ricovrò i sensi e riaprì gli occhi, era già scesa la notte, o almeno così parve a lui, perchè non vedeva a due dita dal naso. Allora tentò di sollevarsi alquanto dal suo giaciglio, perchè pareva che le ossa gli si liquefacessero pel dolore; e accomodatosi alla meglio, allungò una mano per pigliare il vaso dell’acqua, e spegnere quella grande arsura che provava. Ma cerca a destra, dove gli era sembrato vedere il vaso, allunga la mano e il corpo finchè può, non trova nulla. – Che io mi sia ingannato? pensa il garzone, e che il vaso sia a sinistra? – Voltasi dall’altra parte, non senza pena, fruga colla mano, oibò! ancor nulla. – Che sia più in là? – Tonio ajutandosi colle mani, senza però alzarsi, perchè non poteva, si muove a sinistra, e va tentone in cerca dell’acqua; ma spingi, spingi, a un tratto ecco che il terreno gli manca di sotto, e giù un capitombolo fino chi sa dove. Il poveretto non ebbe neppur tempo di gridare misericordia, e giacque disteso col capo intronato e fuori di sè. Solo nel cadere gli era sembrato di udire alcune voci gemebonde, accompagnate da grandi scrosci di risa; il che gli aveva fatto credere di essere precipitato nell’inferno in mezzo ai dannati. Però, siccome la caduta ch’ei fece non era troppo alta, così anche questo nuovo svenimento non durò gran pezza; e Tonio potè aprire un’altra volta gli occhi e ritornare in sè. Il primo suo movimento fu quello di toccare il terreno per capire in che luogo fosse caduto: ma non fu poco maravigliato nel sentire la paglia di sotto al dorso, siccome prima. Che quella caduta fosse stata un sogno? No, perchè le ammaccature del capo e della persona erano troppo fresche e gli davano troppo dolore. Ma come dunque era avvenuto ciò? Il garzone si perdeva in un mare di meditazioni; ma ad ogni modo non attentossi più, neppure di voltarsi su un fianco, e quanto alla sete, poteva bruciarsegli la gola, che non penso più all’acqua per tutta la notte.
Da lì a breve il silenzio di quella camera fu rotto da un singhiozzo lontano lontano che pareva partisse di sotto terra, a cui tennero dietro molti altri gemiti che udivansi al di sopra. Tonio agguzzò gli occhi, e guardò all’intorno, ma regnava tuttavia la più grande oscurità, ed egli ch’era buon cristiano e credeva alle apparizioni dei morti, s’ingegnò alla meglio di fare il segno della croce, e borbottò fra i denti un Requiem eternam. Nella sua mente semplice e credenzona non sorse neppure il più piccolo dubbio che quelle non fossero le anime di tanti infelici fatti morire in quel luogo traditore, talchè accompagnò ogni parola con un brivido e un batter di denti naturale in chi amava soltanto la compagnia dei vivi. A un tratto ecco la camera illuminarsi all’intorno, ma d’un chiarore debole e interrotto, che non si scorgeva d’onde venisse; poi dalle nude pareti distaccarsi alcune ombre, pigliar corpo, e di mano in mano che innoltravansi, diventare giganti. Il povero Tonio fece l’atto di gridare a quella vista, ma la bocca non gli si volle aprire, chiuse gli occhi ed ebbe appena il tempo di raccomandarsi a Dio, perchè le ombre gli erano già sopra e lo sollevavano da terra. Il garzone si sentì trasportare lontano lontano per un gran tratto di cammino e di tanto in tanto provava un senso alla persona come d’un freddo intenso, o di un caldo cocentissimo, finchè giunto, a quel che gli parve, in un profondissimo sotterraneo, fu lasciato cadere, e sepolto ivi tra gli urli, le bestemmie e le strida di mille demonii. Quel che poscia sia avvenuto di lui, nè quanto tempo rimanesse in quel luogo, egli nol seppe, perchè quando si destò, era già il giorno alto, e il sole battevagli sul ventre traverso le vetriate dei balconi. Il garzone si guardò stupefatto attorno, e non gli sembrò vero di trovarsi ancora sul suo strato di paglia nel medesimo luogo di prima, col pane e col vaso dell’acqua vicini. Se non gli fossero rimaste le percosse nel corpo che gli davano un dolore fortissimo, avrebbe pensato che tutto ciò fosse stato un sogno, ma nell’alzare che fece una mano alla nuca, dove lo spasimo era più forte, la ritrasse tutta molle di sangue rappreso, il che non gli lasciò punto dubbio sulla sua caduta e sugli altri suoi casi.
Nè la Cecilia, che lasciammo rincantucciata in un angolo della sua prigione, aveva passata una notte migliore. Dopo essersi caldamente raccomandata alla beata Vergine, s’era ricordata di avere sopra di sè una piccola croce dorata, ch’ella teneva come un tesoro, perchè statale donala dal padre Teodoro, e benedetta in articulo mortis. Pertanto la trasse dal seno, e baciatala con effusione di affetto, se la pose innanzi, tenendola fra le mani, e si diè a pregare fervorosamente. Dopo la qual preghiera, le parve di sentirsi più sollevata, più libera, e le nacque un coraggio che prima non aveva. Tanto che tra un pensiero e l’altro, essendo già notte fitta, si lasciò andare a chiuder gli occhi e s’addormentò un cotal poco. Allora le parve di essere trasportata in paradiso, e vide il padre Teodoro tutto risplendente di gloria, che, fattosele vicino, le additava tre seggi voti, e udì che le diceva: – Sta di buon animo, Cecilia, questi seggi sono per te, per tuo marito e pel figliuol tuo, ma la vostr’ora non è ancora venuta, e voi godrete giorni felici per lungo tempo sulla terra. Quanto a me, il Signore mi ha chiamato, e quello è il mio posto, e quell’altro appartiene al padre Andrea. – A questo punto svegliossi, chè la notte era ancora alta, nè potè più riappiccare il sonno. Se non che quella apparizione, che le era sembrata così vera, quelle parole soavi dettele dal frate, e quella promessa di felicità, le aveva infuso un po’ di tranquillità nel cuore, talchè le lagrime non le piovevano più così dirotte, e i singhiozzi erano meno frequenti. Finalmente, venuto il dì, e insieme colla luce la speranza, sorse in piedi e avvicinossi alla finestra, tanto per riconoscere il luogo dov’era stata condotta; ma la finestra, come abbiam detto, anzichè ricevere la luce dall’alto, la riceveva dal basso, e non alzavasi più di due piedi del suolo, sicchè non lasciava vedere che poco spazio di terreno al di fuori. Quanto al cielo, la vista n’era affatto vietata. Lo Scannapecore aveva scelto a bella posta quella topaja, prima perchè era lontana da ogni luogo abitato, poi perchè voleva sgomentare anzi tratto l’animo della Cecilia e piegarlo col rigore. Il suo piano ei l’aveva già bell’e formato, e sperava che mostrando tutta la severità in sulle prime, poi raddolcendosi a poco a poco, avrebbe conquistato quell’animo schifo, salvo ad adoperare la violenza a caso disperato.
Ma questa volta il nostro canattiere aveva fatto i conti senza l’oste, perciocchè il dì appresso, mentre appunto stava per avviarsi alla volta della prigione, lo raggiunse un messo spacciato in fretta in fretta dallo Sciancato, il quale avvertivalo di tenersi in pronto con un centinajo di cani per recarsi tosto a Marignano a scortare il Duca nella caccia che voleva tenere. Nello stesso tempo gli faceva sapere che un nuovo passatempo avrebbe avuto luogo sul davanti del castello; laonde si sbrigasse se bramava goderne la sua porzione. Ad ogni modo, si trovasse sullo spianato non più tardi del mezzodì colla solita comitiva di cani e di canattieri, ch’egli lo avrebbe aspettato colà in compagnia di Girardolo della Pusterla e di alcune lance. Tali essere gli ordini di Barnabò, il quale aveva già preso la volta di Marignano.
Lo Scannapecore maledì per la prima volta in cuor suo quell’immensa smania di cacciare nel Duca, e appena si racconsolò un poco nel pensare che piacere differito non è perduto, anzi acquista pregio e diventa più ghiotto. Pertanto corse a dar avviso della partenza ai compagni, e lesti lesti, preparata ogni cosa, s’avviarono alla volta del castello di porta Romana, tenendosi in mezzo i cani assicurati a due a due per mezzo di guinzagli e di una lunghissima corda. Essi giunsero sullo spianato in tempo che lo spettacolo era finito e la gente tornavasi tristamente a casa. Lo Sciancato, che stava per rientrare co’ suoi nel castello, li vide spuntare dalla parte di s. Nazaro, e si trattenne sul margine del ponte levatojo. Quando furono vicini, voltosi allo Scannapecore, disse:
– Siete arrivati un po’ tardi: la festa è già terminata. Se aveste udito come cantavano quei due gaglioffi: pareva che andassero a vespro e non a farsi bruciare.
– Che è stato? – Chi sono? – Che cosa han fatto? – Chiesero i canattieri tutti ad un tempo.
– A bel bello, figliuoli, disse lo Sciancato, la storia è un po’ lunghetta e ve la racconterò per via. Ma ehi! soggiunse poscia, qui non siete tutti, dov’è rimasto Graffiapelle.
– Eh! quel balordo è più atto ad alzar mezzine che a fare il dover suo, rispose lo Scannapecore aggrottando la fronte. Jeri l’ho posto a custodia nella casa di quel tal armajuolo, e non so come, s’è lasciato accalappiare, ed è ritornato concio della persona che è una compassione. Oggi poi non ha voluto uscire, e ad ogni tratto gli salta fuori una nuova doglia, che par che voglia morire.
– Povero Graffiapelle! disse lo Sciancato, bisogna dire che jeri avesse il capo in cimberli più del costume.
– Stimo bravo io chi lo trova un minuto che non sia imbriaco, soggiunse lo Scortica; e in ciò poi non ha il torto. Viva il vino e l’imbriacatura.
/* Sempre brilli, sempre in festa, La malìa non ci molesta. */
– Che il diavolo li porti, sclamò lo Scannapecore. Se quel balordo non fosse stato così affogato nel vino e nelle percosse, questa notte avremmo avuto un più bel giuoco, e avremmo riso di miglior voglia.
– Eh! tant’è tanto io ho fatto la mia parte, disse lo Scortica, e ho proprio riso di cuore, quando udii quel poveretto cader giù dal tavolo e dar del capo sul suolo. Certo egli ha creduto di sprofondare fino in fondo all’inferno.
– E quando l’abbiam coperto col lenzuolo, disse Randellajo, e l’abbiam portato intorno alla camera. Allora sì, che avrà fatto conto di esser caduto in mano dei diavoli.
– Che? che è stato? dite su, compagni, chiese lo Sciancato in atto di meraviglia.
– Impara a star tutta la notte dall’Ambrosiolo, e a far il patito dietro un carcame di tosa, dissegli lo Scannapecore. Così hai perduto un divertimento dei più saporiti.
– Pazienza, rispose lo Sciancato, me ne ricatterò un’altra volta. Ora, ecco messer Girardolo insieme col Medicina. Andiamo, che è tempo.
Ciò detto, si sfilarono tutti in ordine, e presa la via che conduceva a porta Romana, s’avviarono a Marignano.

X

I consigli di Dio lampeggiavano sugli occhi dell’indurato Barnabò colla morte del figlio e della nuora, e colla vicinanza della peste; e pure nulla giovava a fargli cangiar costumi. Non so se sia verità, o se un sogno ed un inganno del volgo ciò che racconta il nostro annalista, dove dice, che nel mese di maggio apparve nella città di Milano alle diecinove ore del giorno un circolo di fuoco, dentro di cui vedevasi il capo di un uomo morto, dalle spalle in su, il quale pareva che ardesse; e durò per un’ora e mezzo assai vicino a terra, sopra il palazzo di Barnabò, cosicchè ognuno lo potette vedere; e poi disparve.
GIULINI, Memorie di Milano.

La nuova della morte dei due frati non avea destato gran rumore in Milano, perchè omai la gente aveva fatto il callo a cosiffatti avvenimenti, poi quell’accusa di eresia che erasi sparsa attorno, diminuiva in gran parte la compassione. Ben v’erano alcuni, i quali beneficati già dal padre Teodoro, e sicuri della virtù di quel sant’uomo, non volevano prestar fede a quelle voci; ma ad ogni modo stringevansi nelle spalle, e dicevano: sia fatta la volontà di Dio. Tanto il timore aveva oppresso gli animi, che fino la compassione era isterilita, e niuno piangeva la sorte degli altri, perchè diceva – Oggi è toccata a lui, domani può toccare a me. – Però nel convento dove i due frati, e specialmente il padre Teodoro, erano tenuti in gran conto, e, cosa rara, erano amati da tutti, l’annunzio della loro esecuzione produsse un senso straordinario. Appena la notizia ne venne, l’abate fe’ chiamare i frati a concistoro, e con un breve discorso esortandoli alla rassegnazione ed alla pazienza, e proponendo loro quei due siccome modelli di virtù, volle che si celebrassero le loro esequie con tutto il decoro che convenivasi alla circostanza, e che i loro nomi fossero venerati siccome quelli di due martiri della fede di Cristo.
Come rimanessero poi il nostro armajuolo e il garzone nell’udire quel fiero caso, è più facile imaginarlo che esprimerlo con parole. Allorchè quel frate Pasquale, di cui serbava grata memoria il ventre di Martino, venne a darne la nuova nella cella ov’erano raccolti i due sventurati in compagnia del fanciullo, Stefano si lasciò cadere sopra una seggiola come colpito dalla folgore, e Martino non ne fu meno dolente e maravigliato. Il povero armajuolo pensò in quel punto che la misericordia di Dio l’avesse propriamente abbandonato, giacchè per aggravare la sua sventura aveva perfino sagrificato due de’ suoi servi. A tale idea si strinse il capo nelle mani, quasi in atto di tenerlo a segno, e invero sentiva che la sua mente non poteva reggere a tanto succedersi di sventure, e dubitava di sè, degli uomini e perfino del Signore. Frate Pasquale, vedendolo così addolorato, stimò più opportuno lasciarlo solo e libero di sfogarsi, tanto più ch’egli stesso aveva troppo il cuore gonfio per la morte de’ suoi confratelli per poter consolare altrui. Laonde pian piano si ritirò dicendo all’orecchio di Martino:
– Fate di consolarlo voi quel pover’uomo, perchè io mi sento più voglia di piangere che di parlare. In ogni modo fate conto di essere ancora suoi ospiti, e state a vostro agio nel convento, come se vi fosse ancora quel santo uomo…. Anzi adesso vi avranno tutti maggior riguardo. Addio, la pace del Signore sia con voi.
Martino, poichè il frate fu uscito, prese la seggiola e portatola vicino all’armaiuolo vi si pose a sedere, aspettando ch’egli alzasse il capo. Ma Stefano pareva assorto in tristissimi pensieri e aveva la fronte cupamente rabbujata, come uomo che sta meditando alcun che di sinistro. Il garzone rimase profondamente rattristato a quell’aspetto, perch’egli non aveva mai veduto l’armajuolo così rabbuffatto in viso, neppure quando arrovellavasi con lui, e gli dava qualche scrollatina per avere svignato la bottega. Per lo che, temendo di qualche disgrazia peggiore, volle tentare di rabbonirlo se era possibile, e, chiamato a sè il fanciullo, gli accennò il padre suo e gli disse all’orecchio:
– Va, e abbraccia il papà, e digli che gli vuoi bene, perchè ne ha bisogno.
– E che cosa ha il papà? chiese il fanciullo pure a voce bassa; piange forse perchè gli hanno portato via la mamma? E questo diceva, perchè la sera innanzi aveva udito raccontare il fatto per disteso, allorchè c’erano i due frati.
– Sicuramente, ch’egli è per ciò, disse Martino. Or va, e fagli una carezza, e tienlo ben istretto finchè non ti dia un bacio.
Il fanciullo guardò tutto dolente il padre suo, poi fattosi vicino, gli salì sulle ginocchia, e colle braccia avvinghiatosi al collo, si diè a coprirlo di baci. L’armajuolo rimase ancora per qualche tempo nella sua attitudine meditabonda, e parve far forza a sè medesimo; infine, cedendo a quell’impulso naturale che gli sorgeva nell’animo, prese il ragazzo tra le sue mani e, guardatolo con atto d’ineffabile tenerezza, non disse che queste due parole: – Povero Marco. – Ma quelle parole dinotavano bastantemente che il cuore di Stefano era vinto, e che la sua mente cominciava a rischiararsi. Allora Martino non aspettò ch’ei ricadesse nella sua tristezza, ma voltosi d’un tratto a lui, gli disse:
– Or via, messer Stefano, che cosa dite che dobbiam fare?
– Partire tosto di qui, rispose l’armajuolo senza alzar gli occhi, intanto che con una mano seguitava ad accarezzare il fanciullo.
– E dove volete che andiamo? chiese di nuovo il garzone.
– Dove il diavolo ci porta. Che mi fa a me del luogo? disse Stefano corrucciato. Qui già non tira buon’aria per noi.
– Ma frate Pasquale m’ha dato sicurtà di rimanere, finchè ne piace, e m’ha detto che ci avranno tutte le cortesie possibili in memoria di quei due martiri che oggi furon falli morire.
– Lo so, lo so, rispose Stefano sospirando, che tutti volevano un gran bene al padre Teodoro, ed anche al padre Andrea, e che per ciò ci avrebbero riguardo siccome appartenenti a loro due. Non è dell’ospitalità di questi buoni frati ch’io temo; poveretti, essi hanno fatto tutto quello che possono a nostro prò.
– E di che cosa temete adunque? domandò Martino.
– Di che? del Duca, ossia dello Scannapecore. Credi tu che a quest’ora non sapranno ch’io sono rifuggito qui? E se nol sanno, che possano tardar molto a venirne in chiaro?
– Oh! non ardiranno venir a levarci di qui: sarebbe troppo grande insulto alla chiesa di Dio.
– Tu dici questo per ridere, eh, Martino? soggiunse tosto l’armajuolo. Che sì che il Duca avrà molto rispetto alla chiesa ed a chi vi abita. Ne hai sotto gli occhi l’esempio. Pensi tu, che se ha fatto abbruciare quei due santi uomini per una cosa da nulla, si rimarrebbe dal mandar sossopra tutto il convento e dal far arrostire tutti i frati, dall’abate al portinajo, quando volesse cavarsi una voglia, un capriccio, come questo?
– Ebbene, disse Martino alzandosi da sedere, eccomi qui, partiamo; io sono sempre con voi.
– Adagio, adagio, mio caro. Se non dobbiamo rimanere per non mettere in pericolo i nostri ospiti insieme con noi, non dobbiamo poi anche darci così alla cieca nelle mani del Duca. E l’uscire adesso sarebbe come dire, pigliateci. Bisogna lasciar passare il primo rumore. Questa notte dormiremo ancora qui, e domattina prima che faccia giorno usciremo di Porta Giovia, e sia di noi quel che è destinato.
– Udite, messer Stefano, prese a dire Martino. Voi già sapete che io vi sarò compagno sia nell’andare, sia nello stare, e di questo non ne parliamo. Solo voleva dirvi, che mi sa male di partire proprio così alla disperata, senza cercar di ajutarsi a restare.
– E che modo vorresti tu adoperare? disse l’armaiuolo sorridendo amaramente.
– Eh! messer Stefano, rispose il garzone, io non mi do ancora del tutto per vinto. La scomparsa del cane, e soprattutto quella della vecchia Marta, non l’ho ancora potuta ingojare. Se non li ha portati vìa il diavolo entrambi, in Milano ci devono essere; e poi, la vecchia Marta, con quel brutto nome di strega, deve aver di grazia a tornar a casa, se non vuol dormire la notte al sereno. Lasciate che stassera faccia una corsa fino al Carobbio, e vi saprò dire qualche cosa. Quell’andarsene così ad occhi chiusi non mi va a sangue, e chi sa che le faccende non si voltino. Se ne sono raccomodate di peggiori.
– Basta, disse l’armajuolo scrollando il capo con tuono di incredulità, per me fa quel che vuoi. Bada però a non capitar male.
– Eh! mio Dio, lasciate fare a me, che so come si vada attorno di notte senza inciampare. Così avessi in tasca tante lire, quante volte battei le strade di sera, quando c’era il taglio del piede a chi era colto. E i miei piedi, vedete, sono sani e lesti, e mi giovano a maraviglia.
Infatti Martino non aspettò neppure che la sera fosse innoltrata, e colla permissione di frate Pasquale, il quale era stato assunto all’ufficio di guardiano per la morte di padre Andrea, uscì di soppiatto dal convento, e non ritornò che dopo una buona mezz’ora. L’armajuolo, quantunque avesse mostrato poca fiducia nel tentativo del garzone, lo stava però aspettando con molta ansietà, perchè la speranza è come la pece, che dove s’attacca, lascia il segno. E Stefano sperava, senza sapere nè come, nè di che, ma pure sperava, e per quel momento sentivasi quasi sollevato dall’angoscia che l’opprimeva. Quando poi vide il garzone entrare tutto allegro nella cella, il cuore gli saltò di gioja, e tesagli una mano, gli disse affannoso:
– E così, com’è andata?
– Benone, messer Stefano, non poteva capitar meglio. L’ho detto io, che chi cerca trova, e chi non vuol cercare suo danno.
– Via, spicciati, di’ su, non tenermi in questa ansietà, disse l’armajuolo respirando appena.
– Ih! ih! messer Stefano, adesso v’è tornata la fiducia, neh? disse il garzone. Ma non importa, ora non voglio darvene cagione. Sappiate intanto che il cane è trovato.
– Trovato, dici? propriamente trovato? sclamò l’armajuolo, che tu sia benedetto, figliuol mio, tu mi torni in vita. E dov’è quella bestiaccia, dov’è?
– A bel bello, messer Stefano, un cane non è mica un balocco da mettersi in tasca, e nemmeno si può condurlo via così sui due piedi.
– Ma l’hai almeno veduto, chiese Stefano.
– Neppure.
– Ma in che modo dunque l’hai trovato? parla una volta in nome del cielo?
Se mi lascerete dire, parlerò, rispose il garzone. Ecco qui la cosa come avvenne. Uscito di qui, corsi difilato alla casa della vecchia Marta, e su per la scala, e siccome trovai l’uscio socchiuso, entrai a dirittura. La vecchia si volse a un tratto, ma sulle prime non mi riconobbe; poscia, quando ebbi sbarazzato il viso, gettò un grido e mi corse incontro: – Che? siete voi, proprio voi, che vedo? – La ribaldaccia mi credeva già ito a ingrassar cavoli. Io allora fo muso da saraceno e le dico – Dov’è il cane? – Ed essa – Ah! sì poveretti, lo so che avete patito molto a cagione di quella bestia – Ed io sempre più fiero. – Dov’è quel cane? – Essa allora si dà a piangere, mi prega e mi scongiura, che non l’ha fatto a posta, che fu costretta, e cento altre ciarle di tal fatta, tanto che riuscì a dire che il cane c’era, e sapeva in che luogo, ma che bisognava far la cosa segretamente, perchè guai a tutti; infine che tornassimo entrambi domani a sera che ce lo avrebbe consegnato.
– E tu hai creduto a tutte le bugie che colti t’ha infilzato, disse Stefano. Va, non ti credeva sì dolce.
– Eh! non sono poi quel gonzo che credete, rispose Martino. Pure, se aveste veduto come piangeva, e come m’andava supplicando, avreste detto voi stesso che faceva daddovero. E non contento di ciò, l’ho minacciata così fieramente, che varrà la paura se non varrà la coscienza; infine poi l’ho fatta giurare, per tutti i vangeli del mondo, che non ci avrebbe traditi, e se aveste veduto con che fervore invocava il Signore e la Beata Vergine. Sicchè per questo lato son sicuro.
– Orsù, lo vedremo domani, disse Stefano. Ora è tempo che ci corichiamo, perchè tu avrai bisogno di dormire.
Ciò detto, Martino col fanciullo si accomodarono alla meglio sopra il letticciuolo, e l’armajuolo si distese sopra una seggiola, rifiutando a tutta forza di coricarsi. Tutta la notte e tutto il dì appresso passarono senza che nulla accadesse di memorabile, almeno così pare a noi, perchè il nostro cronista lascia a questo punto i suoi personaggi, e non li ripiglia che in sulla sera del giorno vegnente. La quale, poichè fu giunta, Stefano prese commiato dall’abate e da frate Pasquale, diè a portare il fanciullo a Martino, e con lui s’avviò alla volta del Carobbio. La notte era già innoltrata d’alquanto, e l’oscurità così fitta che non vedevasi a un palmo dal naso. Allorchè i nostri profughi arrivarono davanti a quella tal porticina, l’armajuolo, nel rivedere quel luogo, sentissi rimescolare il sangue dentro le vene, e pensò allo strazio sofferto tre giorni addietro; pure si fece forza ed entrò. Se non che, nello sboccare che fecero nel cortile, Stefano si sentì afferrare per un braccio, e udì la voce di Martino che dicevagli sommesso all’orecchio:
– Su, pigliate voi il fanciullo, messer Stefano, che salirò io dalla vecchia. Non è cosa prudente il metterci entrambi nella trappola, se mai ve ne fosse. Voi state sulla via ad aspettarmi.
– No, Martino, rispose l’armajuolo. Se mai havvi pericolo, non voglio che tu ti esponga un’altra volta per me. Via, taci, ora voglio così. A dirti il vero, muojo anche dalla voglia di dir due parole a quella vecchia del diavolo.
– Sia come volete. Io mi tratterrò fuori della porta. In ogni caso non avete che a chiamare.
– Lascia fare a me; ho qui con che farmi chiaro; e toccava il pugnale.
Questa prudenza di Martino eragli stata suggerita dalla vista di un’ombra che i suoi occhi di lince avevano scorto nel cortile, la quale poteva benissimo esser prodotta da una illusione della sua fantasia, ma ad ogni modo gli aveva dato a pensare. Ei non ne fe’ motto all’armajuolo per non mettere la porta a rumore e mandar fallito il suo disegno; ma stimò opportuno adoperare quella cautela e porsi in guardia contro ogni evento. Pertanto accomodatosi come meglio potè il fanciullo sul braccio sinistro, brandì colla destra un coltellaccio che teneva seco ad onta del divieto del Duca, e collocossi allo sbocco della porta, dicendo tra sè: – Per Dio, se c’è alcuno dentro, dovrà passare di qui, se pure non è un fantasma.
L’armajuolo intanto aveva salito la scaletta, e trovato l’uscio aperto, era entrato nella stanza della vecchia Marta. Costei stava seduta davanti a un gran cammino, che era tutto l’ornamento di quella camera, e con un ferro andava attizzando sul focolare quattro carboni che minacciavano di spegnersi ad ogni istante. Dal cammino pendeva una pentola, in cui bolliva non so che strano intingolo, il quale mandava un odore sì perfido da appestare le nari di qualunque cristiano. La camera era illuminata soltanto da quel meschino fuoco, ond’è, che tranne un po’ di spazio all’intorno del focolare, il restante giaceva nell’oscurità. Al primo entrare dell’armajuolo, s’udì qualche cosa agitarsi in quel lato della stanza non rischiarato, e un brontolìo sommesso come di un cane che si svegli; ma un sibilo della vecchia bastò a tornare ogni cosa in silenzio. Stefano, che aveva udito quel brontolìo e quel dimenarsi, riconobbe tosto l’animale e sì sentì allargare il cuore dalla gioja, non però in guisa che non si volgesse sdegnato alla vecchia e le dicesse:
– Or via, Marta, la coscienza v’ha finalmente parlato? V’è rincresciuto una volta del male che avete fatto alla povera gente? Meritereste che io mettessi a bollire le vostre ossa dentro quella pentola, vecchia sciagurata. Ma, pazienza, per questa volta v’ho perdonato, e sappiatemene grado. Orsù, datemi il cane, e che ogni cosa sia finita.
La vecchia, la quale teneva volto il dorso all’uscio, girò un cotal poco gli occhi a quelle parole, e senza aprir bocca alzò le spalle con un gesto di sprezzo e tornò al suo ufficio di rimestare il fuoco. L’armajuolo fu più maravigliato che sdegnoso di quell’atto, e pensò che la vecchia non concedesse di buon grado il cane, e lo facesse solo costretta dalle minacce di Martino; il perchè, mosso un passo innanzi, disse:
– Ho capito, vi sa male di dover fare un po’ di opera buona, non è vero? Eppure io vi credeva di miglior pasta. Ma già voi altre donne ingannate sempre. Basta, non monta andar in collera per ciò: se non me lo consegnate voi il cane, me lo piglierò da per me, e la faccenda è accomodata, va bene così?
– No, rispose la vecchia con voce rauca e profonda, che pareva uscisse di sotterra.
L’armajuolo che erasi mosso in cerca del cane e lo chiamava colla voce, si trattenne stupefatto a quella risposta, e uno strano sospetto gli balenò nella mente. Colla mano corse al pugnale che teneva sotto il farsetto, poi avvicinossi cautamente al cammino. Ma ad ogni passo che faceva il sospetto gli andava lontano mille miglia, e quando le fu affatto vicino non ebbe più l’ombra del dubbio, che non fosse la vecchia Marta. Sua quella grama vestaccia che traeva al nero, sua la pezzuola, posta sbadatamente sul capo e dalla quale scappavano alcuni rari capelli grigi, sua l’incurvatura della persona; insomma non iscattava un pelo. Però se il sospetto era fuggito, non era però caduto lo sdegno, ond’è che postale una mano sulla spalla, e scossala fortemente le disse:
– Vecchia del demonio, hai piacere forse ch’io stritoli questo tuo sozzo carcame, perchè mi rispondi in tal guisa? Vuoi tu ch’io mi ricordi del mal giuoco che m’hai fatto, e ne pigli vendetta a misura di crusca?
– Bel bello, Stefano mio, rispose la vecchia volgendosi d’un tratto e cacciando indietro la pezzuola, le mie ossa sono di pasta alquanto più dura e scottano le dita a chi le tocca.
– Potenza di Dio! lo Scannapecore! gridò l’armajuolo, balzando indietro d’un passo.
– Ah! ah! disse il canattiere con quel suo ghigno ironico, t’è passata adesso la voglia di stritolarmi, e di pormi a bollire dentro la pentola? Gaglioffaccio! Hai creduto di farmela tenere, ma fallasti nei conti. Ora tocca a me a dirti: vuoi tu ch’io mi ricordi delle minacce e delle spavalderie che facevi alle mie spalle?
L’armajuolo non disse una parola, ma lo stette guardando in atto di fierissima risoluzione, e ringhiava tra i denti. A un tratto, spiccato un salto, si slancia sopra il canattiere col pugnale innalzato per ferire, e colla sinistra afferratolo alla gola, colla destra gli menò un colpo al cuore, che guai se l’avesse colto, tanto era dirizzato giusto. Ma il caso volle che la lama s’impigliasse nella vesta che il canattiere aveva indossato per rassomigliare alla vecchia, e per quanto l’armajuolo s’ingegnasse di cavarnela, non ne venne a capo. Lo Scannapecore, il quale sebbene avesse pensato di trovar resistenza nell’armajuolo, non sognava neppure di dover essere assalito a quel modo, ebbe appena il tempo di chiamare i compagni, e tentò di abbassarsi per dar di piglio al ferro che giaceva sul focolare. Ma Stefano, il quale vide che del pugnale non poteva più giovarsi, e che gli era un perder tempo, non gli lasciò agio a sciogliersi dalla prima stretta che gli diede, anzi, abbandonato d’un tratto il pugnale, gli si avvinghiò sì forte alla persona, che al canattiere venne meno il respiro. Pure trovò ancora tanto fiato da gridare una seconda volta, e fece anche uno sforzo violento per divincolarsi; ma i compagni dello Scannapecore o erano sordi, oppure fuggiti. Fin dal primo assalirsi dei due, uno strano chiarore era apparso dall’uscio tuttora aperto, e dapprima fioco e lento, erasi di poi vieppiù rinvigorito, e aveva preso un color fosco e sanguigno. Sì il canattiere che l’armajuolo erano rimasti maravigliati di quell’improvvisa apparizione, e temettero di qualche grave sciagura, e più il canattiere, il quale aveva la coscienza non troppo linda: ma, poichè trovavansi entrambi in un pericolo più forte e più vicino, non badarono più che tanto a quella luce. Chi vi badò e ne fu oltremodo spaventato, erano stati i cagnotti dello Scannapecore da lui collocati in agguato nel cortile, i quali al primo mostrarsi di quel chiarore si guardarono in viso pallidi e istupiditi, poi la diedero a tutte gambe senza trovar coraggio di voltarsi indietro. E n’avevano ben donde, imperocchè quella luce veniva da una apparizione celeste, la più strana e la più terribile che si potesse vedere. Era un teschio umano, ardente dentro un cerchio di fuoco, così vicino a terra, che pareva dovesse incendiare le case, e specialmente il palazzo del Duca, sopra il quale posava. Anche Martino fu preso da una gran paura, e temendo che le grida del fanciullo non lo scoprissero, si volse per fuggire, nè sapendo dove, incamminossi alla volta della bottega. Ivi, pensava, avrebbe potuto deporre il fanciullo, e poi ritornare in traccia dell’armajuoio. E così fece.
Stefano intanto a furia di arrabattarsi era riuscito a stramazzare lo Scannapecore, tanto che sentendo una mano libera, raccolse il pugnale da terra, ov’era caduto, e appuntatoglielo alla gola, gli gridò:
– Ora, raccomanda quella tua sozza anima a Dio, perchè la è finita per te.
– Oimè! pregava lo Scannapecore, non vogliate uccidermi; che pro ne caverete! Infine io non ho mai tentato di togliervi la vita.
– Lo so, ribaldo, lo so che volevi togliermi qualche cosa di più caro. Ma, soggiunse Stefano esitando, quasi sdegnasse di domandar ciò al canattiere, e di Cecilia che cosa è divenuto?
– Oh! quanto a lei, non le fu torto un pelo. Sebbene da quel dì che fu condotta prigione non l’abbia ancora veduta, me ne fo io mallevadore.
L’armajuolo sentì alleggerirsi d’un peso nell’udire che lo Scannapecore non aveva mai visitato la sua Cecilia, laonde raddolcito alquanto gli disse:
– Per ora ti dono la vita in grazia della nuova che mi hai dato, ma non isperare ch’io ti lasci libero, soggiunse poi vedendo ch’ei tentava di sollevarsi. Oibò, non sono sì gonzo da guastarmi le uova nel paniere, ora che ve le ho raccomodate. Vieni qui, seguitò a dire trascinandolo in un canto dov’era il letticciuolo. Giacchè hai indossato gli abiti della vecchia Marta, puoi anche giacere nel suo letto, e dormirvi finchè ti svegli la tromba del giudizio. Suvvia, ajutati a salirvi, o per Dio, ti fo assaggiare la punta di questo pugnale.
In quel mentre udissi un rumore di passi sulla loggia ed un uomo entrò nella camera. Stefano si volse minaccioso, senza però lasciare il canattiere, ma al chiarore che veniva dal di fuori, ravvisò tosto il garzone, talchè rassicuratosi, disse:
– Bravo Martino, sei giunto in tempo, cerca nella camera se mai ci sia qualche pezzo di corda per assicurare questo valent’uomo, affinchè nel dormire non caschi in terra.
Martino non durò gran pezza a frugare, e avvicinatosi al letto con un gran fascio di corde d’ogni fatta, le ravvolse attorno alla persona dello Scannapecore, poi cacciatogli addosso il saccone, ne assicurò i capi ai travicelli di ferro del letto, e lo scosse fortemente per provarne la tenacità. Quando furono sicuri che ogni cosa andava bene, e che il canattiere soffocato sotto il saccone e legato da ogni lato non poteva muovere un dito, e quasi neppur respirare, si portarono all’altro angolo della stanza dov’era legato il cane, e scioltolo, lo condussero con loro avviandosi alla volta della casa. Allorchè uscirono in istrada, l’armajuolo, visto donde veniva il chiarore, fece il segno della croce e disse:
– Oimè! qualche nuova sciagura ci deve toccare. Povera Milano! Poi, come risovvenendosi d’alcun che, disse, e il fanciullo?
– Il fanciullo è già coricato nel suo letticciuolo, rispose Martino.
– Va bene. Spero coll’ajuto del Signore che domani potremo tutti dormire nel nostro.
Così favellando erano giunti a casa, e accarezzato un po’ il fanciullo, che non s’era per anco riavuto dallo spavento, si coricarono entrambi colla speranza nel cuore. E noi li lasceremo dormire in pace sino al dì appresso, e sognare dei casi loro finchè vogliono: solo ai lettori più curiosi degli altri, i quali chiedessero in che modo si trovasse lo Scannapecore al posto della vecchia Marta, diremo…. anzi non diremo nulla, perchè allora torremmo al nostro racconto quel po’ di mistero, che a stento vi abbiamo introdotto. Però, lasciam libero ad essi di pensare che il canattiere possa essere tornato il dì appresso, dopo la caccia, che possa essersi recato dalla vecchia per saper nuove dell’armajuolo, che trovatovi il cane, e pigliato sospetto, abbia cavato il segreto dalla bocca della vecchia, che l’abbia costretta a spogliarsi e a sloggiare per lasciare ch’ei restasse: insomma, tutto quello che parrà loro più opportuno a spiegare la cosa. Quanto all’apparizione del teschio, se mai vi fosse qualche incredulo, abbiam posto a rinforzo di verità l’epigrafe tolta dal Giulini, colla sola differenza che, quello storico la pone nel maggio del 1383, mentre il nostro cronista ne parla siccome fosse avvenuta nel novembre del 1374.

Il mattino vegnente il Duca tornava dal suo castello di Marignano, e stava per metter piede nel palazzo di s. Giovanni in Conca, allorchè, nel voltarsi un tratto, si vide a lato un tale che, buttatosegli a’ ginocchi e presentandogli un cane, gli chiedea mercè.
– Chi sei? chiese il Duca, il quale era io vena di buon umore.
– Stefano Baggi, armajuolo, rispose colui sempre inginocchiato.
– Ah! ah! adesso mi sovviene, disse Barnabò. L’hai trovato finalmente il cane! Già con voi altri bisogna adoperar la corda e la prigione per cavarne qualche cosa.
– Deh! messer Duca, non vogliate darmene cagione, rispose Stefano, perchè non ne ho una colpa al mondo. E qui si faceva a narrargli l’accaduto.
Il Duca lo stette ascoltando tra il maravigliato e lo sdegnoso, e quand’ebbe finito, gli disse:
– Alzati, valent’uomo; se ciò che mi narri, è vero, ti sarà fatta giustizia, e vedrai se Barnabò permette soprusi nella sua corte. Girardolo, soggiunse poi volto al suo familiare, stacca quattro lance e mandale al Carobbio per cercarvi lo Scannapecore. Vogliamo un po’ godercela con quel tristo. E tu, armajuolo mio, bada di non aver detto bugie, perchè guai a te.
– Giuro per tutti i santi del paradiso, disse Stefano, che quello che dissi alla signoria vostra è vero, com’è vera la luce del sole.
– Ora lo vedremo, rispose il Duca.
Quand’ecco, intanto che le lauce stavano per avviarsi dalla parte del Malcantone, odesi un gran rumore di voci, e una moltitudine correre pazzamente alla volta del palazzo. Quando fu a pochi passi, i primi che s’affannavano, accortisi del Duca, cessarono dal gridare e diedero luogo ai sorvegnenti: tanto che lasciato uno spazio voto, si vide comparire una specie di lettiga, sulla quale era disteso alcun che rassomigliante al corpo d’una femmina. I quattro che la sostenevano, quando si videro in presenza di Barnabò, presi da subita paura, si tolsero quel peso dalle spalle e, lasciatolo cadere a terra, se la svignarono in mezzo alla folla.
– Che vuol dir ciò? chiese il Duca, il quale sospettava già della cosa.
– È lo Scannapecore, gridarono tutti in coro.
Infatti era il canattiere, il quale trovato al mattino mezzo soffocato nel letto, incapace di reggersi sulle gambe, era stato portato a braccia di popolo, così vestito da vecchia, fra le risa ed il tripudio della ribaldaglia. Il Duca appressatosi a lui, che giaceva senza trar fiato, riconosciutolo, gli diè una spinta con un piede, e disse:
– Gettate ai cani questa carogna, e che ognuno vada pe’ fatti suoi.
Lo Scannapecore fu portato dentro e posto in un camerotto insieme coi mastini, dove appena giunto mandò l’ultimo fiato;e la moltitudine partissi cheta cheta, e oltremodo contenta di quello spettacolo. L’armajuolo, entrato insieme col Duca, riebbe la moglie e il garzone, e tutti e tre recatisi a casa fecero una festa grande e ringraziarono il cielo della loro liberazione.

FINE.