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Avancinio avancini – Don Bonomo è senza cena

Dopo sei mesi che Bonomo dei Pollinetti era partito pe ‘l seminario, già reduce(3) da Bergamo aveva assunto la propria carica di cappellano ad Anona. Il vescovo, sapendo che in giovanezza Bonomo era stato ad un pelo di farsi prete, appena gli dissero ch’egli aveva perso la moglie lo fece chiamare e s’adoperò tanto che lo persuase a dedicarsi al sacro ministero della religione. Si mancava di preti, in quelle montagne, e il papa permetteva un mezzo straordinario per ottenerne, reclutando alla meglio chiunque avesse o avesse avuto una preparazione elementarissima. Bonomo veramente aspettò un poco prima di risolversi al grande passo: non vi si era così facilmente risolto a diciott’anni, dunque con maggior ragione doveva andar cauto a quarantaquattro. Ma ciò che lo decise proprio all’ultima ora fu l’accorgersi che insomma Petronilla non si voleva maritare e non aveva nessuna simpatia per lui: il povero uomo la scongiurò cento volte, alla sua maniera, cercando persino sedurla con regali e proferte di quattrini; e, visto finalmente ch’ella era inflessibile, una bella notte formò il suo piano di guerra.
All’alba, quando scese in cucina, Petronilla, con un grande fazzoletto rosso annodato su la nuca, faceva bollire un po’ d’acqua nella pentola.
– Petronilla – disse Bonomo: – oggi tu sei libera.
Petronilla non mosse palpebra; solo crollò impercettibilmente le spalle.
– Io vado in seminario – soggiunse il padrone.
– Vi fate prete? – mormorò ella alzando gli occhi celesti.
– Prete, sì.
Ella non credeva.
– Oh! vedrai! – proruppe Bonomo con la gola arsa dall’affanno. E stette ad aspettare.
Petronilla tolse la pentola dalla catena, versò l’acqua in una catinella di rame e poi, mettendosi le mani sul fianco, esclamò:
– Spero bene che mi darete quello che mi spetta? – E a mezzogiorno uscì di casa con un grosso involto dopo aver salutato la mucca bianca e baciato le belle capre allevate da lei. Bonomo era triste e si chiuse in camera a piangere davanti agli abiti della sua defunta Pepa.

*
* *

Il presbiterio quando vi entrò don Bonomo dei Pollinetti era in isfacelo. Sgretolavansi le muraglie, sfasciavansi gli stipiti ed i soffitti cadevano in rovina. Il predecessore l’aveva lasciato in quel modo fuggendo per la disperazione; – ma esso presentava per don Bonomo, a malgrado di tutto, le comodità d’una curia. Egli se ne impossessò beatamente con la compunzione indispensabile per la circostanza; fece trasportare i suoi rustici mobili e li collocò lungo le pareti: non osò cambiar di posto nè meno ad un travicello e lasciò che presso le finestre i ragni tessessero le proprie tele. Solamente, perchè le pareti erano troppo sudicie, si piegò dopo lunghi battibecchi col sagrestano a dar loro una tinta verde, seminata di fiorellini azzurri. Nei cantucci umidi si respirava lo stesso odore di antichità e di muffa; ed ogni mattina Moschetto, scopando le camere, trovava su la tavola uno strato di pulviscolo rosso.
Ma don Bonomo era felice. Serrò in un armadio gli abiti della povera Pepa, li cosparse di tabacco perchè gli insetti non li guastassero, comperò una piccola Madonna di gesso e, col cuore sanguinante, aiutò in persona Moschetto a portare nella sua stanzuccia uno dei letti che facevano parte del letto matrimoniale. Ahi! gli ultimi ricordi di quel tempo andato e di quelle gioie terminate erano così per sempre sepolti.
Don Bonomo si rassegnò. Una volta per settimana continuò le proprie visite al camposanto su la fossa di Pepa, disse alla povera donna una quantità di messe funebri e, fatta fabbricare da Zancastro una croce di legno, vi pose egli medesimo questa epigrafe:

HIC. IACET.
. PEPA. POLLINETTI. IE.
. SUS. PER. ANIMAM. SUAM. AMEN.

Intanto alla mattina si alzava alla solita ora per leggere il breviario: andava a trovare le capre verso mezzodì, a merenda faceva una passeggiata e all’avemaria mangiava la cena preparata da Moschetto. Le campane suonavano a distesa entrambe sopra il suo capo: ed egli, seduto a tavola, beveva malinconicamente il freddo vinello di Salò mormorando a voce bassa:
– Oh! Pepa! chi l’avrebbe detto? Eccomi cappellano. Se tu potessi ritornare!

*
* *

Fu dopo un anno di questa solitudine che, improvvisamente, Don Bonomo ebbe un incontro poco gradevole. Un pomeriggio, uscendo per la passeggiata, s’imbattè a faccia a faccia con Petronilla.
Sempre bianca e paffuta ella sedeva a piedi scalzi sul margine d’un sentiero, lasciando che le pecore brucassero l’erba tra le pietra del monte.
– Vi saluto, Bonomo – ella disse con un sorriso confidenziale e leggiermente ironico.
Don Bonomo, e ne fu tutto addolorato, sentì tremarsi le ginocchia.
– E che! – soggiunse. – Tu sei ancora ad Anona? Già ti credeva partita. Che fai qui? A quanto sembra stai bene. Come è che non ti vedo mai?
Petronilla con falsa timidezza abbassò gli occhi.
– Oh! caro il mio Bonomo, non mi posso rallegrare della sorte. Ho trovato un posto da papà Merlo e prendo tre franchi al mese, ma nè pure una mancia.
Il discorso languiva. Entrambi erano imbarazzàti. Finalmente Don Bonomo, fissandola in faccia con aria di schietto rimprovero, mormorò:
– E in chiesa non vieni mai? Tu trascuri la tua anima, Petronilla.
Petronilla picchiando per terra il bastone rispose:
– Giust’appunto: questa sera aveva fissato di venire da voi, in casa vostra.
Don Bonomo, senz’aggiungere verbo, si allontanò con la testa sconvolta e il sangue in fiamme.
– Che volete da cena, Don Bonomo? – domandò Moschetto quando lo vide comparire.
Ma Don Bonomo, taciturno, infilò un uscio dopo l’altro e andò a rincantucciarsi nel salotto nuovo.
Che sarebbe venuta a fare Petronilla? in sua casa? di sera? dopo tanti mesi che non si parlavano più? ma perchè mai gli aveva detto ch’era poco lieta della propria condizione, lasciandogli intendere che desiderava cambiarla?
Il povero prete, inquietissimo, fece venti volte il giro della camera a grandi passi. Con le palme dietro il dorso e la testa curva sul petto, egli tradiva, nel guardo, nel portamento, nel gesto, una insolita apprensione. O che Petronilla calcolasse di ritornare al presbiterio? e se ciò accadesse? la miseria, il bisogno l’avevano dunque piegata? ora che non si potrebbe più concludere nulla? Sedette; lesse e rilesse il brevario; tentò distrarsi; uscì nel piccolo orto e lo mise in iscompiglio: poi siccome la sera s’avvicinava passò in chiesa, l’attraversò lentamente, si diresse al coro e vi s’inginocchiò al suolo in atto desolatissimo. Una luce pallida di vespro nuvoloso pioveva dai vetri del finestrone; nella penombra gli stalli ergevano le braccia nere, tarlate e unte d’olio; in fondo, presso il campanile, una donna scopava il pavimento. Don Bonomo aperse un libro di preghiere e pensò.
Quella sciagurata non rifletteva mica ai pericoli in cui lo porrebbe? ed alle ciarle del paese non si doveva proprio avere un riguardo? ed egli conserverebbe sempre, con l’aiuto del Signore, la forza d’animo necessaria a vincere ogni tentazione? In seminario, più che su tutto il resto, avevano insistito sul bisogno di premunirsi contro le seduzioni della terra; ma per quale fanciullesca leggierezza colei verrebbe a disturbarlo, a metterlo su l’orlo dell’abisso, insomma a renderlo infelice? Vedersela davanti ogni giorno! così bella, così giovane, così cara! dopo averla amata! dopo averle proposto un matrimonio!
– Pepa – gemeva Don Bonomo con la fronte tra le palme: – Pepa, se è vero che la mia pace sta per essere distrutta, intercede pro me, libera me a malo!

*
* *

Cadde la sera nè Don Bonomo si moveva dalla sua posizione. Ad un tratto comparve il sagrestano e a voce forte, quasi impaziente, lo avverti ch’egli era atteso nel plebisterio. Il prete si alzò scosso a quelle parole che rimbombavano come squilli nel coro e si ritirò a testa bassa, con un acre odore d’incenso nella veste. Dalla cucina invece arrivava un buon profumo di tordi allo spiedo; e Don Bonomo si consolò riflettendo che Moschetto era diventato un bravo figliuolo.
In sala Petronilla aspettava sul canapè comperato a Clusone pochi giorni prima. Ella portava il suo vecchio abito di lana azzurra, non aveva scarpe e teneva intorno alla schiena, cadente con civetteria, uno scialle frusto ereditato dalla povera Pepa. I suoi occhioni celesti luccicavano da quel cantuccio e le sue mani si nascondevano sotto il grembiale.
– Addio Petronilla – disse Don Bonomo quando la scorse; – la giovanetta senza nè meno alzarsi ripetè:
– Addio, Bonomo.
Ella non poteva perdere le antiche abitudini e, nella sua ignoranza, le riusciva impossibile chiamare il cappellano in altra maniera.
Ma Don Bonomo, tremando un poco dall’emozione, ruppe il ghiaccio per il primo.
– E dunque?
Mille domande si racchiudevano in quest’unica domanda. Il povero diavolo sentivasi venir freddo e dovette appoggiarsi alla tavola per non cadere indietro. Il momento era solenne. Un’imprudenza sarebbe pur bastata a rovinarlo: e nel suo cuore di vedovo, nel suo mondano cuore non sufficientemente preparato al sacrifizio, tumultuavano le memorie degli anni trascorsi, della famiglia antica, degli antichi affetti. Levò di tasca la grande pezzuola a scacchi e si asciugò la fronte calva. Ma, siccome la fanciulla guardandolo sfacciatamente sembrava lieta di prolungar la sua penosa agonia, egli si avvicinò al divano, sedette adagio adagio, le prese con calore la mano e ripetè le tre parole:
– E dunque, Petronilla?
Petronilla svincolò sùbito la propria destra. Era calma e seria.
– Dunque – rispose, – -prendo marito.
Don Bonomo non respirava più.
Nello stesso tempo su la porta presentossi Moschetto recando seco dalla cucina un’altra ondata di odore; egli, pallido come un morto, stava alla soglia con un paiuolo nella destra ed una pentola nella sinistra. La fanciulla, senza muovere labbro, lo segnò a dito. La mimica era espressiva.
Don Bonomo abbassò la fronte, permise che parlassero tutti e due insieme, concesse quello che vollero e si sbarazzò di Petronilla dopo aver combinato con lei che le nozze avrebbero luogo tra un mese al più tardi. Egli stesso diede parola che pe’l giorno del matrimonio consegnerebbe a Moschetto sei franchi ed a lei un abito completo della povera Pepa. Era tutto quanto potesse fare.
Petronilla quindi, piena di gioia, partì sbattendo gli usci e saltellando in modo che le sue vesti alzarono nuvole di polvere; Moschetto rimase con la bocca aperta al medesimo posto e Don Bonomo, affievolito, stanco, di pessimo umore, sarebbe scoppiato in lagrime.
Suonò l’avemaria; le campane rimbombavano entro il loro castello e il plesbiterio ne tremava.
– Orvia, spero che mi porterai da cena – mormorò il cappellano a Moschetto.
Ma i tordi, dimenticati in cucina, avevano côlto l’occasione per volar via; qualche gatto affamato li aveva forse messi in salvo e Don Bonomo dovè accontentarsi di mangiar la polenta sola. Egli si accomodò a tavola con gli occhi chiusi, da persona rassegnata, e fattosi il segno della croce esclamò più volte:
– Sia rispettata la volontà del cielo!

Sanz, Eulogio Florentino – Don Francisco de Quevedo: Drama en Cuatro Actos

EText-No. 19847
Title: Don Francisco de Quevedo: Drama en Cuatro Actos
Author: Sanz, Eulogio Florentino, 1822-1881
Language: Spanish
Link: cache/generated/19847/pg19847.epub

EText-No. 19847
Title: Don Francisco de Quevedo: Drama en Cuatro Actos
Author: Sanz, Eulogio Florentino, 1822-1881
Language: Spanish
Link: 1/9/8/4/19847/19847-h/19847-h.htm

EText-No. 19847
Title: Don Francisco de Quevedo: Drama en Cuatro Actos
Author: Sanz, Eulogio Florentino, 1822-1881
Language: Spanish
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EText-No. 19847
Title: Don Francisco de Quevedo: Drama en Cuatro Actos
Author: Sanz, Eulogio Florentino, 1822-1881
Language: Spanish
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EText-No. 19847
Title: Don Francisco de Quevedo: Drama en Cuatro Actos
Author: Sanz, Eulogio Florentino, 1822-1881
Language: Spanish
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EText-No. 19847
Title: Don Francisco de Quevedo: Drama en Cuatro Actos
Author: Sanz, Eulogio Florentino, 1822-1881
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Link: 1/9/8/4/19847/19847-8.zip

Quevedo, Francisco de – Historia de la vida del Buscón, llamado Don Pablos, ejemplo de vagabundos y espejo de tacaños

EText-No. 32315
Title: Historia de la vida del Buscón, llamado Don Pablos, ejemplo de vagabundos y espejo de tacaños
Author: Quevedo, Francisco de, 1580-1645
Language: Spanish
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EText-No. 32315
Title: Historia de la vida del Buscón, llamado Don Pablos, ejemplo de vagabundos y espejo de tacaños
Author: Quevedo, Francisco de, 1580-1645
Language: Spanish
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EText-No. 32315
Title: Historia de la vida del Buscón, llamado Don Pablos, ejemplo de vagabundos y espejo de tacaños
Author: Quevedo, Francisco de, 1580-1645
Language: Spanish
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EText-No. 32315
Title: Historia de la vida del Buscón, llamado Don Pablos, ejemplo de vagabundos y espejo de tacaños
Author: Quevedo, Francisco de, 1580-1645
Language: Spanish
Link: 3/2/3/1/32315/32315-8.txt
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EText-No. 32315
Title: Historia de la vida del Buscón, llamado Don Pablos, ejemplo de vagabundos y espejo de tacaños
Author: Quevedo, Francisco de, 1580-1645
Language: Spanish
Link: 3/2/3/1/32315/32315-8.zip

Picón, Jacinto Octavio – Vida y obras de don Diego Velázquez

EText-No. 30280
Title: Vida y obras de don Diego Velázquez
Author: Picón, Jacinto Octavio, 1852-1923
Language: Spanish
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EText-No. 30280
Title: Vida y obras de don Diego Velázquez
Author: Picón, Jacinto Octavio, 1852-1923
Language: Spanish
Link: 3/0/2/8/30280/30280-h/30280-h.htm

EText-No. 30280
Title: Vida y obras de don Diego Velázquez
Author: Picón, Jacinto Octavio, 1852-1923
Language: Spanish
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EText-No. 30280
Title: Vida y obras de don Diego Velázquez
Author: Picón, Jacinto Octavio, 1852-1923
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EText-No. 30280
Title: Vida y obras de don Diego Velázquez
Author: Picón, Jacinto Octavio, 1852-1923
Language: Spanish
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EText-No. 30280
Title: Vida y obras de don Diego Velázquez
Author: Picón, Jacinto Octavio, 1852-1923
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