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Adolphe Ganot – Trattato elementare di fisica sperimentale ed applicata e di meteorologia con una numerosa raccolta di problemi – PDF

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Christoph Willibald Gluck – Paride ed Elena – Libretto – PDF

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Christoph Willibald Gluck – Orfeo ed Euridice – Libretto – PDF

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Alessandro Scarlatti – La dama spagnola ed il cavalier romano – Libretto – PDF

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Daniel DeFoe – The Complete English Tradesman (1839 ed.)

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EText-No. 14444
Title: The Complete English Tradesman (1839 ed.)
Author: Defoe, Daniel, 1661-1731
Language: English
Link: 1/4/4/4/14444/14444-h/14444-h.htm

EText-No. 14444
Title: The Complete English Tradesman (1839 ed.)
Author: Defoe, Daniel, 1661-1731
Language: English
Link: 1/4/4/4/14444/14444-8.txt
Link: 1/4/4/4/14444/14444.txt

EText-No. 14444
Title: The Complete English Tradesman (1839 ed.)
Author: Defoe, Daniel, 1661-1731
Language: English
Link: 1/4/4/4/14444/14444-h.zip

EText-No. 14444
Title: The Complete English Tradesman (1839 ed.)
Author: Defoe, Daniel, 1661-1731
Language: English
Link: 1/4/4/4/14444/14444-8.zip
Link: 1/4/4/4/14444/14444.zip

Vincenzo Lazari – Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari

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EText-No. 26866
Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
Language: Italian
Link: cache/generated/26866/pg26866.epub

EText-No. 26866
Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
Language: Italian
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EText-No. 26866
Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
Language: Italian
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EText-No. 26866
Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
Language: Italian
Link: 2/6/8/6/26866/26866-pdf.pdf

EText-No. 26866
Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
Language: Italian
Link: cache/generated/26866/pg26866.txt.utf8

EText-No. 26866
Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
Language: Italian
Link: 2/6/8/6/26866/26866-pdf.zip

EText-No. 26866
Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
Language: Italian
Link: 2/6/8/6/26866/26866-8.zip

Gaspara Stampa – A che vergar, signor, carte ed inchiostro

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A che vergar, signor, carte ed inchiostro
in lodar me, se non ho cosa degna,
onde tant’alto onor mi si convegna;
e, se ho pur niente, è tutto vostro?
Entro i begli occhi, entro l’avorio e l’ostro,
ove Amor tien sua gloriosa insegna,
ove per me trionfa e per voi regna,
quanto scrivo e ragiono mi fu mostro.
Perché ciò che s’onora e ‘n me si prezza,
anzi s’io vivo e spiro, è vostro il vanto,
a voi convien, non a la mia bassezza.
Ma voi cercate con sì dolce canto,
lassa, oltra quel che fa vostra bellezza,
d’accrescermi più foco e maggior pianto.

Pier delle Vigne, Amore, in cui disio ed ò speranza

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Amore, in cui disio ed ò speranza
di voi, bella, m’à dato guiderdone;
guardomi infin che vegna la speranza,
pur aspettando bon tempo e stagione;
com’om ch’è in mare ed à spene di gire,
quando vede lo tempo ed ello spanna
e già mai la speranza no lo ‘nganna,
così faccio, madonna, in voi venire.
Or potess’eo venire a voi, amorusa,
o come larone ascoso e non paresse!
Ben lo ter[r]ia in gioia aventurusa
se l’Amor tanto bene mi facesse!
Sì bel parlante, donna, con voi fora
e direi como v’amai lungiamente
più ca Piramo Tisbia dolzemente,
ed ameragio infin ch’eo vivo ancora.
Vostro amor è che mi tene in disi[r]o
e donami speranza con gran gioi,
ch’eo non curo s’io doglio od ò martiro
membrando l’ora ched io vegna a voi,
ca, s’io troppo dimoro, par ch’io pera,
[ aulente lena ], e voi mi perderete;
adunque, bella, se ben mi volete,
guardate ch’io non mora in vostra spera.
In vostra spera vivo, donna mia,
e lo mio core adesso a voi dimanda,
e l’ora tardi mi pare che sia
che fino amore a vostro cor mi manda.
Guardo tempo che vi sia a piacimento
e spanda le mie vele in ver voi, rosa,
e prenda porto là ove si riposa
lo meo core a l[o] vostro insegnamento.
Mia canzonetta, porta esti compianti
a quella c’à ‘n bailìa lo meo core
e le mie pene contale davanti
e dille com’eo moro per suo amore,
e mandimi per suo messagio a dire
com’io conforti l’amor ch’i[n] lei porto,
e, s’io ver lei feci alcuno torto,
donimi penitenza al suo volire.

Guittone d’Arezzo, Amor m’ha priso ed incarnato tutto

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Amor m’ha priso ed incarnato tutto,
ed a lo core di sé posanza
e di ciascuno membro trae frutto,
da poi che priso ha tanto di possanza.
Doglia onta e danno hame condutto,
e del mal meo mi fa aver disianza,
e del ben di lei spietat’ème ‘n tutto,
sì meve e ciascun’alma ha ‘n disdegnanza.
Spessamente lo chiamo e dico: Amore,
chi t’ha dato di me tal segnoraggio,
ch’hai conquiso meo senno e meo valore?
Eo prego che ti facie meo messaggio
e che vade davante al tuo segnore
e d’esto convenente il facie saggio.

Guittone d’Arezzo, Vergogna ho, lasso, ed ho me stesso ad ira

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Vergogna ho, lasso, ed ho me stesso ad ira;
e doveria via più, reconoscendo
co male usai la fior del tempo mio.
Perché no lo meo cor sempre sospira,
e gli occhi perché mai finan piangendo,
e la bocca di dir: merzede, Dio,
poi franchezza di core e vertù d’alma
tutta sommisi, ohimè lasso, al servaggio
de’ vizi miei, non Dio, né bon usaggio,
né diritto guardando in lor seguire,
non mutando desire?
S’eo resurgesse, com fenice face,
già fora a la fornace
lo putrefatto meo vil corpo ardendo;
ma, poi non posso, attendo
che lo pietoso padre me sovegna
di tal guisa, ch’eo vegna
purificato e mondo di carne e alma.
Ohi, lasso! Già vegg’io genere omano,
che segnoril naturalmente è tanto,
che ‘l minor om talenta emperiare;
e ciò, più ch’altro, i piace, e più li è strano
d’aver segnor; ché Dio volontier manto
non vole già ciascun, sì come pare.
Come poi donque lo minore e ‘l maggio
sommette a vizio corpo ed alma e core?
Ed è servaggio alcun, lasso, peggiore,
od è mai segnoria perfetta alcona,
che sua propia persona
tenere l’omo ben sotto ragione?
Ahi, che somm’è ‘l campione
che là, ov’onne segnor perde, è vincente,
né poi d’altro è perdente;
ché, loco u’ la vertù de l’alma empera,
non è nocente spera,
né tema, né dolor, ned allegraggio.
O morti fatti noi de nostra vita,
o stolti de vil nostro savere,
o poveri de riccor, bassi d’altezza;
com’è vertà da noi tanto fallita,
ch’ogne cosa di vizio è noi piacere
ed ogne cosa de vertù gravezza?
Già filosofi, Dio non conoscendo,
né poi morte sperando guiderdone,
ischifar vizi aver tutta stagione,
seguendo sì vertù, ch’onesta vita
fu lor gaudio e lor vita.
Noi con donque può cosa altra abellire,
che ‘n vertù lui seguire,
lo qual chi ‘l segue ben perde temore?
Ché non teme segnore,
morte, né povertà, danno, né pene,
ch’ogni cosa gli è bene,
sì come noi è mal, non lui seguendo.
Pugnam donque a valer forzosamente;
no ‘l ben schifiam perché noi sembri grave;
ch’orrato acquisto non fue senza affanno;
e se l’om pene per vertute sente,
ne’ vizi usar sempr’è dolze e soave,
che spesso rede doglia onta e danno.
Ma ciò ch’è ‘n noi contra talento e uso
n’è grave, e n’è legger ciò ch’è con esso,
ch’uso e voler, ch’avemo nel mal messo,
ne ‘l fa piacere, e despiacer lo bene.
Adonqua ne convene
acconciare a ben voglia ed usanza,
se volem benenanza;
ché non è ben, se da ben non è nato,
e onne gioi di peccato
è mesta con dolore, e fina male;
ed onne cosa vale
dal fine suo, che n’è donque amoroso.
Come a lavorator la zappa è data,
è dato el mondo noi: non per gaudere,
ma per esso eternal vita acquistare;
e no l’alma al corpo è già creata,
ma ‘l corpo a l’alma, e l’alma a Deo piacere,
perché Lui, più che noi, devemo amare.
Emprima che noi stessi, amò noi esso;
e, se ne desamammo e demmo altrui,
di se medesmo raccattonne poi.
Ahi, perché, lasso! , avem l’alma sì a vile?
Già l’ebb’ei sì a gentile,
che prese, per trar lei d’eternal morte,
umanitate e morte.
Abbialla donque cara, ed esso amiamo,
ove tutto troviamo
ciò che può nostro cor desiderare;
né mai altro pagare
ne può già, che lo ben ch’ha noi promesso.
O sommo ben, da cui ben tutto è nato,
o luce, per qual vede ogne visaggio,
o sapienza, unde sa ciascun saggio!
neiente feci me, tu me recrii;
desviai, tu me renvii;
ed orbai me, tu m’hai lume renduto!
Ciò non m’ha conceduto
mio merto, ma la tua gran bonitate.
O somma maestate,
quanto laudare, amar, servir deo tee
demostra ognora a mee,
e fa ch’a ciò lutto meo cor sia dato!
A messer Cavalcante e a messer Lapo
va, mia canzone, e dì lor ch’audit’aggio
che ‘l sommo ed inorato segnoraggio
pugnan di conquistar, tornando a vita;
e, se tu sai, li aita,
e dì che ‘l comenzar ben cher tuttore
mezzo e fine megliore,
e prende onta l’alma e ‘l corpo tornare
a mal ben comenzare:
e dì ch’afermin lor cori a volere
seguire ogne piacere
di quelli, che per tutto è nostro capo.

Guittone d’Arezzo, Gioia ed allegranza

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Gioia ed allegranza
tant’hai nel mio cor data, fino amore,
che pesanza non credo mai sentire;
però tanta abondanza,
ch’è dei fin beni, avanzala tuttore,
che de ciascun porea sovragioire.
E no lo porea dire
di sì gran guisa, come in cor la sento:
però mi tegno ad essere tacente,
ché no lo guida fin conoscimento
chi contr’al suo forzor vo star rapente.
Rapente disianza
in me è adimorata per mant’ore,
caro amore, de te repleno gire.
Amor, perch’altra usanza
me non porea far degno prenditore
del gran riccore ch’aggio al meo disire?
Avegna ch’en albire
lo mi donasse grande fallimento,
or l’ho preso e posseggio, al meo parvente,
standone degno, ché for zo no sento
che ‘l core meo sofferissel neente.
Neente s’enavanza
omo ch’acquista l’altrui con follore,
ma perta fa, secondo el meo parire,
e sofferir pesanza,
per acquistare a pregio ed a valore,
è cosa ch’a l’om dea sempre piacire.
Ed eo posso ben dire
che, per ragion di molto valimento,
ho preso ben, che m’è tanto piacente,
che tutt’altra gioi ch’ho no è già ‘l quento
di quella, che per esso el meo cor sente.

Franco Sacchetti – Basso della Penna fa un convito, là dove, non mescendosi vino, quelli convitati si maravigliono, ed egli gli chiarisce con ragione, e non con vino

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Questo Basso (ed è la seconda novella di quelle che io proposi in queste di sopra) in questi due mesi di sopra contati, ne’ quali era già febbricoso del male che poi morío, parve che volesse fare la cena come fece Cristo co’ discepoli suoi; e fece invitare molti suoi amici, che la tal sera venissono a mangiare con lui. La brigata tutta accettoe; e giunti la sera ordinata, essendo molto bene apparecchiate le vivande, postisi a tavola, e cominciando a mangiare, gli bicchieri si stavono, che nessuno famiglio metteva vino.
Quando quelli che erano a mensa furono stati quanto poteano, dicono a’ famigli:
– Metteteci del vino.
Gli famigli, come aombrati, guardano qua e là, e rispondono:
– E’ non c’è vino.
Di che dicono che ‘l dicano al Basso, e cosí fanno; onde il Basso si fa innanzi, e dice:
– Signori, io credo che voi vi dovete ricordare dell’invito che vi fu fatto per mia parte: io vi feci invitare a mangiare meco, e non a bere, però che io non ho vino che io vi desse, né che fosse buono da voi, e però chi vuol bere, si mandi per lo vino a casa sua, o dove piú li piace.
Costoro con gran risa dissono che ‘l Basso dicea il vero, mandando ciascuno per lo vino, se vollono bere.
Il Basso fu loico anco qui, ma questa non fu loica con utile, se non che risparmiò il vino a questo convito; ma se volea risparmiare in tutto, era migliore loica a non gli avere convitati, che arebbe risparmiato anco le vivande; ma e’ fu tanta la sua piacevolezza che volle e fu contento che gli costasse per usare questo atto.

Franco Sacchetti – Basso della Penna a certi forestieri, che domandorono lenzuola bianche, le dà loro sucide, ed eglino dolendosi, prova loro che l’ha date bianche

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Questa pera mézza, con la quale il Basso fece cosí bene i fatti suoi, mi reduce a memoria un’altra novella di pere mézze, fatta già per lo detto Basso, nella quale si dimostra apertamente che insino nell’ultimo della sua morte fu piacevolissimo. Ma innanzi che venisse a questo, io dirò due novellette, che fece in meno di due mesi anzi che morisse, avendo continuo o terzana o quartana, che poi lo indusse a morte.
A Ferrara arrivorono alcuni Fiorentini all’albergo suo una sera, e cenato che ebbono, dissono:
– Basso, noi ti preghiamo che tu ci dia istasera lenzuola bianche.
Basso risponde tosto, e dice:
– Non dite piú, egli è fatto.
Venendo la sera, andandosi al letto, sentivano le lenzuola non essere odorose, ed essere sucide. La mattina si levavono, e diceano:
– Di che ci servisti, Basso, che tanto ti pregammo iersera che ci dessi lenzuola bianche, e tu ci hai dato tutto il contrario?
Disse il Basso:
– O questa è ben bella novella; andiamole a vedere.
E giunto in camera caccia in giú il copertoio, e volgesi a costoro e dice:
– Che son queste? son elle rosse? son elle azzurre? son elle nere? non son elle bianche? Qual dipintore direbbe ch’elle fossono altro che bianche?
L’uno de’ mercatanti guatava l’altro, e cominciava a ridere dicendo che ‘l Basso avea ragione, e che non era notaio che avesse scritto quelle lenzuola essere d’altro colore che bianche. E con queste piacevolezze tirò gran tempo tanto a sé la gente che non si curavono di letto né di vivande.
E questa è una loica piacevole, che sta bene a tutti gli artieri, e massimamente agli albergatori, a’ quali molti e di diversi luoghi vengono alle mani. Questa novelletta ha fatti molti, che l’hanno udita, savii; e io scrittore sono uno di quelli che giugnendo a uno albergo, volendo lenzuola nette, addomando che mi dea lenzuola di bucato.

Franco Sacchetti – Piero Brandani da Firenze piatisce, e dà certe carte al figliuolo; ed elli, perdendole, si fugge, e capita dove nuovamente piglia un lupo, e di quello aúto lire cinquanta a Pistoia, torna e ricompera le carte

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Nella città di Firenze fu già un Piero Brandani cittadino che sempre il tempo suo consumò in piatire. Avea un suo figliuolo d’etade di diciotto anni, e dovendo fra l’altre una mattina andare al Palagio del Podestà per opporre a un piato, e avendo dato a questo suo figliuolo certe carte, e che andasse innanzi con esse, e aspettasselo da lato della Badía di Firenze; il quale, ubbidendo al padre, come detto gli avea, andò nel detto luogo, e là con le carte si mise ad aspettare il padre, e questo fu del mese di maggio.
Avvenne che, aspettando il garzone, cominciò a piovere una grandissima acqua: e passando una forese, o trecca, con un paniere di ciriege in capo, il detto paniere cadde; del che le ciriege s’andarono spargendo per tutta la via; il rigagnolo della qual via ognora che piove cresce che pare un fiumicello. Il garzone, volonteroso, come sono, con altri insieme, alla ruffa alla raffa si dierono a ricogliere delle dette ciriege, e infino nel rigagnolo dell’acqua correano per esse. Avvenne che, quando le ciriege furono consumate, il garzone, tornando al luogo suo, non si trovò le carte sotto il braccio però che gli erano cadute nella dett’acqua, la quale tostamente l’avea condotte verso Arno, ed elli di ciò non s’era avveduto; e correndo or giú, or su, domanda qua, domanda là, elle furono parole, ché le carte navicavano già verso Pisa. Rimaso il garzone assai doloroso, pensò di dileguarsi per paura del padre: e la prima giornata, dove li piú disviati o fuggitivi di Firenze sogliono fare, fu a Prato; e giunse ad uno albergo, là dove dopo il tramontare del sole arrivorono certi mercatanti, non per istare la sera quivi, ma per acquistare piú oltre il cammino verso il ponte Agliana. Veggendo questi mercatanti stare questo garzone molto tapino, domandarono quello ch’egli avea e donde era: risposto alla domanda, dissono se volea stare e andare con loro.
Al garzone parve mill’anni, e missonsi in cammino, e giunsono a due ore di notte al pont’Agliana; e picchiando a uno albergo, l’albergatore, che era ito a dormire, si fece alla finestra:
– Chi è là?
– Àprici, ché vogliamo albergare.
L’albergatore rampognando disse:
– O non sapete voi che questo paese è tutto pieno di malandrini? io mi fo gran maraviglia che non sete stati presi.
E l’albergatore dicea il vero, ché una gran brigata di sbanditi tormentavono quel paese.
Pregorono tanto che l’albergatore aperse; ed entrati dentro e governati li cavalli, dissono che voleano cenare; e l’oste disse:
– Io non ci ho boccone di pane.
Risposono i mercatanti:
– O come facciamo?
Disse l’oste:
– Io non ci veggio se non un modo, che questo vostro garzone si metta qualche straccio indosso, sí che paia gaglioffo, e vada quassú da questa piaggia, dove troverrà una chiesa: chiami ser Cione, che è là prete, e da mia parte dica mi presti dodici pani: questo dico perché, se questi che fanno questi mali troverrano un garzoncello malvestito, non gli diranno alcuna cosa.
Mostrato la via al garzone, v’andò malvolentieri, però che era di notte, e mal si vedea. Pauroso, come si dee credere, si mosse, andandosi avviluppando or qua or là, sanza trovare questa chiesa mai; ed essendo intrato in uno boschetto, ebbe veduto dall’una parte un poco d’albore che dava in uno muro. Avvisossi d’andare verso quello, credendo fosse la chiesa; e giunto là su una grande aia, s’avvisò quella essere la piazza; e ‘l vero era che quella era casa di lavoratore: andossene là, e cominciò a bussare l’uscio. Il lavoratore, sentendo, grida:
– Chi è là?
E ‘l garzone dice:
– Apritemi, ser Cione, ché il tal oste dal ponte Agliana mi manda a voi, che gli prestiate dodici pani.
Dice il lavoratore:
– Che pani? ladroncello che tu se’, che vai appostando per cotesti malandrini. Se io esco fuori, io te ne manderò preso a Pistoia, e farotti impiccare.
Il garzone, udendo questo, non sapea che si fare; e stando cosí come fuor di sé, e volgendosi se vedesse via che ‘l potesse conducere a migliore porto, sentí urlare un lupo ivi presso alla proda del bosco, e guardandosi attorno vide su l’aia una botte dall’uno de’ lati, tutta sfondata di sopra, ed era ritta; alla quale subito ricorse, ed entrovvi dentro, aspettando con gran paura quello che la fortuna di lui disponesse.
E cosí stando, ecco questo lupo, come quello che era forse per la vecchiezza stizzoso, e accostandosi alla botte, a quella si cominciò a grattare; e cosí fregandosi, alzando la coda, la detta coda entrò per lo cocchiume. Come il garzone sentí toccarsi dentro con la coda, ebbe gran paura; ma pur veggendo quello che era, per la gran temenza si misse a pigliar la coda, e di non lasciarla mai giusto il suo podere, insino a tanto che vedesse quello che dovesse essere di lui. Il lupo, sentendosi preso per la coda, cominciò a tirare: il garzone tien forte, e tira anco elli; e cosí ciascuno tirando, e la botte cade, e cominciasi a voltolare. Il garzone tien forte, e lo lupo tira; e quanto piú tirava, piú colpi gli dava la botte addosso. Questo voltolamento durò ben due ore; e tanto, e con tante percosse dando la botte addosso al lupo, che ‘l lupo si morí. E non fu però che ‘l giovane non rimanesse mezzo lacero; ma pur la fortuna l’aiutò, ché quanto piú avea tenuto forte la coda, piú avea difeso sé stesso, e offeso il lupo. Avendo costui morto il lupo, non ardí però in tutta la notte d’uscire della botte, né di lasciare la coda.
In sul mattino, levandosi il lavoratore, a cui il giovene avea picchiata la porta, e andando provveggendo le sue terre, ebbe veduto appiè d’un burrato questa botte: cominciò a pensare, e dire fra sé medesimo: “Questi diavoli che vanno la notte non fanno se non male, ché non che altro, ma la botte mia, che era in su l’aia, m’hanno voltolata infino colaggiú”; e accostandosi, vide il lupo giacere allato la botte, che non parea morto. Comincia a gridare: – Al lupo, al lupo, al lupo -; e accostandosi, e correndo gli uomini del paese al romore, viddono il lupo morto e ‘l garzone nella botte.
Chi si segnò di qua e chi di là, domandando il giovene:
– Chi se’ tu? che vuol dire questo?
Il garzone, piú morto che vivo, che appena potea ricogliere il fiato, disse:
– Io mi vi raccomando per l’amore di Dio, che voi mi ascoltiate e non mi fate male.
Li contadini l’ascoltarono, per udire di sí nuova cosa la cagione, il quale disse, dalla perdita delle carte insino a quel punto, ciò che incontrato gli era. A’ contadini venne grandissima pietà di costui, e dissono:
– Figliuolo, tu hai aúta grandissima sventura, ma la cosa non t’anderà male come tu credi: a Pistoia è uno ordine che chiunque uccide alcun lupo, e presentalo al Comune, ha da quello cinquanta lire.
Un poco tornò la smarrita vita al giovene, essendoli profferto da loro e compagnia e aiuto a portare il detto lupo; e cosí accettoe. E insieme alquanti con lui, portando il lupo, pervennono all’albergo al pont’Agliana, donde si era partito, e l’albergatore della detta cosa si maraviglioe, come si dee immaginare, e disse che e’ mercatanti se ne erano iti, e che egli ed eglino, veggendo non era tornato, credeano lui essere da’ lupi devorato, o essere da’ malandrini preso. In fine il garzone appresentò il lupo al Comune di Pistoia, dal quale, udita la cosa come stava, ebbe lire cinquanta; e di queste spese lire cinque in fare onore alla brigata, e con le quarantacinque, preso da loro commiato, tornò al padre; e addomandando misericordia, gli contò ciò che gli era intervenuto, e diegli le lire quarantacinque. Il qual padre, come povero uomo, gli tolse volentieri, e perdonògli; e con li detti denari fece copiare le carte, e dell’avanzo piatío gagliardamente.
E perciò non si dee mai alcuno disperare, però che spesse volte, come la fortuna toglie, cosí dà; e come ella dà, cosí toglie. Chi averebbe immaginato che le perdute carte giú per l’acqua fossono state rifatte per un lupo che mettesse la coda per uno cocchiume d’una botte, e sí nuovamente fosse stato preso? Per certo questo è un caso e uno esemplo, non che da non disperarsi, ma di cosa che venga non pigliare né sconforto né malinconia.

Onesto Bolognese – A Cino da Pistoia – “Mente” ed “umìle” e più di mille porte

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“Mente” ed “umìle” e più di mille porte
piene di “spirti” e ‘l vostro andar sognando
mi fan considerar che, d’altra sorte,
non si pò trar ragion di voi rimando.
Non so chi·l vi fa fare, o vita o morte,
ché, per lo vostro andar filosofando,
avete stanco qualunqu’è ‘l più forte
ch’ode vostro bel dire imaginando.
Ancor pare a ciascuno molto grave
vostro parlare in terzo con altrui,
e ‘n quarto ragionando con voi stessi;
ver’ quel de l’uom ogni pondo è soave:
cangiar donque maniera fa per voi;
se non ch’i’ porrò dir: “Ben sète dessi!”

Le monete di Venezia descritte ed illustrate da Nicolò Papadopoli Aldobrandini, v. 1 – Con disegni di C. Kunz

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EText-No. 30164
Title: Le monete di Venezia descritte ed illustrate da Nicolò Papadopoli Aldobrandini, v. 1 – Con disegni di C. Kunz
Author: 1922;Papadopoli, Nicolò;Papadopoli Aldobrandini, Nicolo;Papadopoli Aldobrandini, Nicolò;1841;Aldobrandini, Nicolò Papadopoli
Language: Italian
Link: cache/generated/30164/pg30164.epub

EText-No. 30164
Title: Le monete di Venezia descritte ed illustrate da Nicolò Papadopoli Aldobrandini, v. 1 – Con disegni di C. Kunz
Author: 1922;Papadopoli, Nicolò;Papadopoli Aldobrandini, Nicolo;Papadopoli Aldobrandini, Nicolò;1841;Aldobrandini, Nicolò Papadopoli
Language: Italian
Link: cache/generated/30164/pg30164.html.utf8

EText-No. 30164
Title: Le monete di Venezia descritte ed illustrate da Nicolò Papadopoli Aldobrandini, v. 1 – Con disegni di C. Kunz
Author: 1922;Papadopoli, Nicolò;Papadopoli Aldobrandini, Nicolo;Papadopoli Aldobrandini, Nicolò;1841;Aldobrandini, Nicolò Papadopoli
Language: Italian
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EText-No. 30164
Title: Le monete di Venezia descritte ed illustrate da Nicolò Papadopoli Aldobrandini, v. 1 – Con disegni di C. Kunz
Author: 1922;Papadopoli, Nicolò;Papadopoli Aldobrandini, Nicolo;Papadopoli Aldobrandini, Nicolò;1841;Aldobrandini, Nicolò Papadopoli
Language: Italian
Link: 3/0/1/6/30164/30164-pdf.pdf

EText-No. 30164
Title: Le monete di Venezia descritte ed illustrate da Nicolò Papadopoli Aldobrandini, v. 1 – Con disegni di C. Kunz
Author: 1922;Papadopoli, Nicolò;Papadopoli Aldobrandini, Nicolo;Papadopoli Aldobrandini, Nicolò;1841;Aldobrandini, Nicolò Papadopoli
Language: Italian
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EText-No. 30164
Title: Le monete di Venezia descritte ed illustrate da Nicolò Papadopoli Aldobrandini, v. 1 – Con disegni di C. Kunz
Author: 1922;Papadopoli, Nicolò;Papadopoli Aldobrandini, Nicolo;Papadopoli Aldobrandini, Nicolò;1841;Aldobrandini, Nicolò Papadopoli
Language: Italian
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EText-No. 30164
Title: Le monete di Venezia descritte ed illustrate da Nicolò Papadopoli Aldobrandini, v. 1 – Con disegni di C. Kunz
Author: 1922;Papadopoli, Nicolò;Papadopoli Aldobrandini, Nicolo;Papadopoli Aldobrandini, Nicolò;1841;Aldobrandini, Nicolò Papadopoli
Language: Italian
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Eugenio Barbarich – La Campagna del 1796 nel Veneto – Parte prima: La decadenza militare della serenissima uomini ed armi

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EText-No. 11305
Title: La Campagna del 1796 nel Veneto – Parte prima: La decadenza militare della serenissima uomini ed armi
Author: 1868;Barbarich, Eugenio;1931
Language: Italian
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EText-No. 11305
Title: La Campagna del 1796 nel Veneto – Parte prima: La decadenza militare della serenissima uomini ed armi
Author: 1868;Barbarich, Eugenio;1931
Language: Italian
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EText-No. 11305
Title: La Campagna del 1796 nel Veneto – Parte prima: La decadenza militare della serenissima uomini ed armi
Author: 1868;Barbarich, Eugenio;1931
Language: Italian
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EText-No. 11305
Title: La Campagna del 1796 nel Veneto – Parte prima: La decadenza militare della serenissima uomini ed armi
Author: 1868;Barbarich, Eugenio;1931
Language: Italian
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EText-No. 11305
Title: La Campagna del 1796 nel Veneto – Parte prima: La decadenza militare della serenissima uomini ed armi
Author: 1868;Barbarich, Eugenio;1931
Language: Italian
Link: 1/1/3/0/11305/11305-8.zip

Scritti di Giuseppe Mazzini – Politica ed economia, volume secondo

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EText-No. 29325
Title: Scritti di Giuseppe Mazzini – Politica ed economia, volume secondo
Author: 1805;Mazzini, Giuseppe;1872;Brown, Giorgio Rossi
Language: Italian
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EText-No. 29325
Title: Scritti di Giuseppe Mazzini – Politica ed economia, volume secondo
Author: 1805;Mazzini, Giuseppe;1872;Brown, Giorgio Rossi
Language: Italian
Link: 2/9/3/2/29325/29325-h/29325-h.htm

EText-No. 29325
Title: Scritti di Giuseppe Mazzini – Politica ed economia, volume secondo
Author: 1805;Mazzini, Giuseppe;1872;Brown, Giorgio Rossi
Language: Italian
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EText-No. 29325
Title: Scritti di Giuseppe Mazzini – Politica ed economia, volume secondo
Author: 1805;Mazzini, Giuseppe;1872;Brown, Giorgio Rossi
Language: Italian
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EText-No. 29325
Title: Scritti di Giuseppe Mazzini – Politica ed economia, volume secondo
Author: 1805;Mazzini, Giuseppe;1872;Brown, Giorgio Rossi
Language: Italian
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EText-No. 29325
Title: Scritti di Giuseppe Mazzini – Politica ed economia, volume secondo
Author: 1805;Mazzini, Giuseppe;1872;Brown, Giorgio Rossi
Language: Italian
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Leonardo Manin – Illustrazione delle medaglie dei dogi di Venezia denominate Oselle – Edizione seconda con correzioni ed aggiunte

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EText-No. 26701
Title: Illustrazione delle medaglie dei dogi di Venezia denominate Oselle – Edizione seconda con correzioni ed aggiunte
Author: 1771;Manin, Leonardo;1863
Language: Italian
Link: cache/generated/26701/pg26701.epub

EText-No. 26701
Title: Illustrazione delle medaglie dei dogi di Venezia denominate Oselle – Edizione seconda con correzioni ed aggiunte
Author: 1771;Manin, Leonardo;1863
Language: Italian
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EText-No. 26701
Title: Illustrazione delle medaglie dei dogi di Venezia denominate Oselle – Edizione seconda con correzioni ed aggiunte
Author: 1771;Manin, Leonardo;1863
Language: Italian
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EText-No. 26701
Title: Illustrazione delle medaglie dei dogi di Venezia denominate Oselle – Edizione seconda con correzioni ed aggiunte
Author: 1771;Manin, Leonardo;1863
Language: Italian
Link: 2/6/7/0/26701/26701-pdf.pdf

EText-No. 26701
Title: Illustrazione delle medaglie dei dogi di Venezia denominate Oselle – Edizione seconda con correzioni ed aggiunte
Author: 1771;Manin, Leonardo;1863
Language: Italian
Link: cache/generated/26701/pg26701.txt.utf8

EText-No. 26701
Title: Illustrazione delle medaglie dei dogi di Venezia denominate Oselle – Edizione seconda con correzioni ed aggiunte
Author: 1771;Manin, Leonardo;1863
Language: Italian
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EText-No. 26701
Title: Illustrazione delle medaglie dei dogi di Venezia denominate Oselle – Edizione seconda con correzioni ed aggiunte
Author: 1771;Manin, Leonardo;1863
Language: Italian
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Errico Malatesta – Organizzatori ed antiorganizzatori

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Sono degli anni che si fa tra gli anarchici un gran discutere su questa questione. E, come avviene spesso, quando si piglia passione in una discussione ed alla ricerca della verità subentra il puntiglio di aver ragione, o quando le discussioni teoriche non sono che un tentativo per giustificare una condotta pratica ispirata da altri motivi, si è prodotta una grande confusione d’idee e di Read More »

Franco Sacchetti – La sorella del marchese Azzo, essendo andata a marito al giudice di Gallura, in capo di cinque anni torna vedova a casa. Il frate non la vuol vedere, perché non ha fatto figliuoli, ed essa con un motto il fa contento.

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Il marchese Azzo da Esti andò cercando il contrario d’una sua sorocchia. Questo marchese credo fosse figliuolo del marchese Obizzo, e avendo una sua sorocchia da marito che, salvo il vero, ebbe nome madonna Alda, la quale maritò al giudice di Gallura; e la cagione di questo matrimonio fu che ‘l detto judice era vecchio e non avea alcun erede, né a chi legittimamente succedesse il suo; onde il marchese, credendo che madonna Alda, o madonna Beatrice come certi hanno detto avesse nome, facesse di lui figliuoli che rimanessono signori del judicato di Gallura, fece queto parentado volentieri: e la donna Read More »

Franco Sacchetti – Come Alberto, essendo per combattere con li Sanesi, si mette il cavallo innanzi, ed elli, smontato, li sta di dietro a piede, e la ragione che elli assegna quello esser il meglio.

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Similmente questo Alberto in questa sua terza novella, che segue, non mi pare molto sciocco; però che essendo li Sanesi, per certa guerra che aveano co’ Perugini, assembrati per combattere, e ‘l detto Alberto essendo a cavallo tra la brigata sanese, e bene armato, scese da cavallo, e misesi il cavallo dinanzi, ed egli stava di drieto a piede. Veggendo gli altri che v’erano Alberto stare per questa forma, diceano:
– Che fai tu, Alberto? sali a cavallo, però che noi siamo subito per combattere.
A’ quali Alberto rispose:
– Io voglio stare cosí, ché, se ‘l cavallo mio fosse morto, serà fatto la Read More »

Franco Sacchetti – Alberto da Siena è richiesto dallo inquisitore, ed elli, avendo paura, si raccomanda a messer Guccio Tolomei; e in fine dice che per Donna Bisodia non è mancato che non abbia aúto il malanno.

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Al tempo di messer Guccio Tolomei fu in Siena uno piacevole uomo e semplice, e non malizioso come messer Dolcibene. Era costui balbo della lingua, e avea nome Alberto; il quale essendo uomo di pura condizione, e usando spesso in casa del detto messer Guccio, però che ‘l cavaliere ne pigliava gran diletto, avvenne che uno dí di quaresima, trovandosi messer Guccio con lo inquisitore, di cui era grande amico, compose con lui che l’altro dí facesse richiedere il detto Alberto, e quando fosse dinanzi da lui, gli opponessi qualche cosa di resía, e di questo ne seguirebbe alquanto di piacere Read More »