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Federico De Roberto – L’imperio

I

Quando Ranaldi s’affacciò dal parapetto della tribuna, appoggiandovi la destra armata del cannocchiale, l’aula era spopolata. Scoccavano le due, e per aver salito più che in fretta le scale, dalla paura di perdere il principio dello spettacolo, il giovane ansava. Era anche un poco confuso e intimidito. Il bersagliere di guardia, al portone; più su, al primo piano, l’usciere che lo aveva avvertito di dover lasciare la mazza; l’altro usciere che, ancora più in alto, nella saletta già popolata di giornalisti vociferanti, gli aveva chiesto di mostrare la tessera, quasi sospettando in lui un intruso: quell’apparato, quella diffidenza, i visi sconosciuti, l’ignoranza della via, l’errore d’essere entrato nella sala del telegrafo prima di fare l’ultimo tratto di scale, lo avevano impacciato e quasi intimorito. L’impressione non era stata tuttavia tanto forte da impedirgli di notare l’angustia, la bruttezza e l’oscurità dei luoghi. Sapeva che l’entrata nobile serviva ai soli onorevoli e che alle tribune s’andava per altre vie; nondimeno anche queste avrebbero potuto essere lucide e decorose. I primi tratti della scala da lui salita erano invece così bui, che ad un punto egli aveva dovuto accendere uno zolfanello per non urtare contro il muro; più su il gas illuminava l’anticamera e il corridoio, piccoli, storti e ignobili come gli accessi d’un teatro di terz’ordine; salendo l’ultima rampa della scaletta di legno, erta, stretta e posticcia, gli era parso di arrampicarsi su per uno studio di fotografo. Un sordo crescente fragore lo aveva spronato, facendogli credere che i posti fossero già tutti occupati, che già il campanello del Presidente squillasse; invece la tribuna della stampa era vuota, quasi vuote le altre torno torno, eccetto una, la pubblica, dove i curiosi si pigiavano; e vuoto, deserto l’emiciclo. Alcune persone, probabilmente segretarii, ordinavano carte sul banco della presidenza; pochi onorevoli confabulavano accanto all’entrata, ed uno solo era seduto al suo posto: uno dei posti estremi del più alto ordine dei banchi.
Ranaldi comprese che quella doveva essere l’Estrema Sinistra. Non sapeva ancora se la Destra e la Sinistra che davano il nome alle parti politiche fossero quelle del Presidente rivolto all’assemblea, o degli onorevoli rivolti alla presidenza; ma la vista del zelante e solitario onorevole inerpicato sull’angolo dell’orlo dell’anfiteatro lo orientò: quella era la Montagna. Notando, all’altro capo dello stesso ultimo banco, una lapide nera con caratteri d’oro spiccante sulla tinta uniforme degli stalli, si confermò nella supposizione: quello era il posto di Garibaldi, non più occupato da nessuno dopo la morte del Generale. Ma neanche col cannocchiale il giovane riusciva a leggerne l’iscrizione; le stesse tavole dei plebisciti sul banco della presidenza, restavano nella lontananza. Dinanzi all’aula grandiosa Federico sentiva pertanto dissiparsi l’impressione di meschinità provata per le vie d’accesso, tornava anzi in preda a un senso di soggezione. Nella solenne ascensione delle gradinate dal piano un poco oscuro dell’emiciclo verso il cielo del lucernario donde pioveva una chiarità pacata, eguale, senza contrasti di raggi e d’ombre; nella sontuosità delle arcate e nella gravità delle colonne giranti attorno alle tribune; e più che altrove nell’imponenza del banco presidenziale, alto e massiccio come un altare sullo sfondo delle lapidi sacre, tra le quali spiccavano i simulacri dei Re, c’era qualche cosa del tempio. Non era quello, infatti, il tempio dove convenivano i fedeli al culto della patria e dove se ne celebravano i riti?
Le voci dei giornalisti che cominciavano ad entrare nella tribuna distolsero Ranaldi dalla contemplazione. Due di quelli che parlavano animatamente nella saletta proseguivano a discutere anche ora che s’avviavano a prender posto; ma non più col calore di prima, anzi piano e quasi sottovoce.
“Vedrai!… Vedrai!…” diceva uno, piccolo, magro, con una punta di barbetta sul mento, al compagno, piccolo anch’egli, ma grasso, con gli occhiali d’oro a stanghetta sulla faccia lucida e rossa; il quale replicava, soffermandosi e scotendo il capo:
“No, non è possibile!… All’ultimo momento?…”
“Anzi!… O perché?… La cosa è preparata accortamente… Le dichiarazioni del governo serviranno di pretesto…”
“Ma se ancora non si conoscono?…”
“Norsa, andiamo!… Sei troppo ingenuo!… Qualunque cosa il governo dichiari…”
“Ai voti!… Ai voti!…” esclamò un terzo giornalista, entrando frettolosamente nella tribuna, seguito da altri compagni, dei quali pareva volesse sbarazzarsi, ripetendo: “Ai voti! Ai voti!… La discussione è chiusa!…”
“Si voterà, poi?” domandò un altro.
“Puoi telegrafare alla Gazzetta la vittoria del ministero!”
“Ma guarda!… Guarda un po’!…” ad una nuova voce più squillante Ranaldi si rivoltò e scorgendo il cronista sopraggiunto additare qualcuno nell’aula, vide che questa già cominciava a popolarsi. “Ma guarda un po’ Vittoni che entra a braccio di Luzzi!”
“Si sono rimangiati i propositi battaglieri di ieri?”
“Buffoni!… Pagliacci!…”
Gli onorevoli scendevano le scale lentamente, soffermandosi a tratti, alcuni colle mani nelle tasche dei calzoni, altri coi pollici negli sparati dei panciotti, altri portando carte e giornali. Parecchi avevano già preso posto nei banchi degli ordini più bassi; molti restavano tuttavia in piedi, un numeroso crocchio si veniva formando a’ piedi della scala di sinistra, ingrossandosi dei nuovi venuti ai quali impediva il passo. Nuovi cronisti sopraggiungevano anche nella tribuna: l’uscio cigolava continuamente, le esclamazioni s’incrociavano.
“C’è già la palandrana del Sarchini!”
“Bello, il panciotto bianco del Valta!”
“Ma che ha il piccolo Pallastrini?… Peppino!… O Peppino?… Che ti prende?…”
Ranaldi, guardando col cannocchiale riconobbe nel gesticolante il celebre oratore Pallastrini, Giuseppe Pallastrini, la cui testa calva, sferica come una palla da bigliardo, aveva vista tante volte disegnata sui fogli umoristici. Una gran barba bianca, un naso aguzzo, un paio di occhiali d’oro: ed egli ravvisò un altro parlamentare celebre: Gori, il radicale austero. A poco a poco, secondo che i giornalisti li venivano nominando o additando, altri personaggi noti, grazie ai ritratti ed alle caricature, fermavano la sua attenzione: Marin il gran patriotta bresciano, superstite delle Dieci giornate, testa di cammeo dalla canizie veneranda; Marco Leoni, il garibaldino aristocratico, uno dei Mille chiamato ora “l’allievo carabiniere” per la rigidità dei suoi principii conservatori: alto, asciutto, elegante, con un altero portamento del capo, con un’aria di diplomatico nella redingote abbottonata: tutto l’opposto di Boldretti, troneggiante all’altra estremità dell’emiciclo, col viso grasso e rosso come congestionato, con una selva di capelli grigi, con baffi ancor neri, corti e folti: Boldretti, uno dei capi della Sinistra, l’ispiratore del democratico Campidoglio, l’oratore focoso ed ardente. Ma troppi visi di sconosciuti passavano nel campo del cannocchiale di Ranaldi, e invano il giovane cercava di riconoscere tutti coloro che i giornalisti venivano nominando, chiamandoli con tono confidenziale, rivolgendo loro domande, consigli e barzellette:
“Barresi cerca un’idea nel gilet di Santorelli… Corre voce che Cozzi-Balestri si sia mutata la camicia… Salandra, non fare il solletico a quel povero Bacchini…”
Abbassato il cannocchiale, il giovane volse uno sguardo circolare alle tribune che si erano venute popolando. Quelle della presidenza prendevano l’aspetto di vasti ed elegantissimi palchi, colle signore dagli abiti chiari e dai cappelli infiorati che ne occupavano i parapetti, colle file oscure degli uomini in piedi, nel fondo. In un’altra tribuna, sull’estrema Sinistra, si vedevano solo signore – le mogli degli onorevoli, certamente – ed anche nelle altre, tutt’in giro, molta gente prendeva posto; vuote soltanto restavano ancora la reale e quella d’angolo. Ma giù, nell’aula, la folla degli onorevoli cresceva di momento in momento e con la folla il brusio, il vocìo, l’animazione. Si vedevano gli uscieri andare e venire rapidamente; alcuni recavano carte e biglietti, altri disponevano i portafogli sul banco dei ministri, altri s’accostavano a qualche deputato che smetteva di discorrere e lasciava i colleghi. Scoppii di risa e parole pronunziate ad alta voce vincevano il sussurro, il ronzio d’alveare, e provocavano nuove osservazioni e commenti fra i giornalisti.
“Senti, senti come crocida Bettiloni!”
“Malvagna annunzia che il gruppo Picanelli si è trasportato a Frascati aspettando l’esito della votazione.”
“Se il Ministero è fottuto alla lettera P, vengono ancora!”
“Ma che succede?… Da quando in qua l’allievo carabiniere si abbandona alla lettura dello Squillo?”
“A momenti ne darà tre!”
“Bravo, Cerego: questa è buona!…”
Udendo nominar Cerego, Alvise Cerego, uno dei giornalisti romani più reputati, Ranaldi, si volse a guardarlo. Lungo, magro, vivace, mobilissimo, con gli occhietti roteanti, scintillanti e penetranti, Cerego, Pif dell’Era, si spenzolava dal parapetto, sorrideva ai deputati amici, tossiva con forza per richiamare l’attenzione di quelli che non badavano alla tribuna, lanciando motti e frizzi ai colleghi, tendendo le orecchie a tutti i discorsi, a tutte le notizie, a tutti i commenti.
“Non sapete di Maineri? Non viene per paura di Costi!”
“Il fiero Mabelli s’accosta all’onesto Ghironi… gli si inchina… gli stringe la mano!”
“No, sentite: è troppo canaglia!”
“Ortesi, di’ un po’: è vero che Toldi non viene più da Milano?”
“È stato colpito da un reumatismo al Borsetti!”
Ranaldi considerò il giornalista che aveva risposto con quella facezia: Ortesi, “Dragutte” del Pantagruele, un altro degli umoristi: un giovanetto, all’aspetto: imberbe, con appena un’ombra di baffettini biondi sul labbro carnoso, il naso aguzzo, un gran ciuffo di capelli castani sulla fronte.
“Ecco una compatta falange” osservava egli spenzolandosi dal parapetto “intorno al Giovannino: Tremarchi e Settemini, che fanno dieci; più Ottoboni: dieciotto!” Vedendosi guardato dall’Ortesi nell’atto che proferiva la freddura, Ranaldi gli sorrise. Appiccar discorso con l’arguto cronista gli sarebbe riuscito gratissimo. Ma già Dragutte, rivoltatosi dall’altra parte, esclamava, vedendo sopraggiungere un collega, un bell’uomo, barbuto e calvo, con le mani inguantate e imbarazzate da un fascio di stampe, dal cappello e dal binoccolo: “Oh, il Governo!… Bene arrivato il Governo!… Che notizie dei vessilliferi?”
“Rimpasto?… O bomba?… O connubio?…” incalzò un altro giornalista, rivolto al sopravvenuto. Questi, depositate le cose sue sul banco, afferratosi il barbone sotto il mento e facendolo scorrere tutto fino alla punta, nel pugno chiuso, rispose con aria di studiata gravità:
“Il Governo si riserva di dire se e quando risponderà…”
“Sul serio, Colombo” incalzò un altro “è vero che il tuo principale non ha voluto ricevere Zarini?”
“Domandane un po’ al tuo appaltatore che glielo ha spedito!”
Botta e risposta furono scambiate sorridendo, e Ranaldi ammirava la virtù di quella reciproca tolleranza. Senza guida, egli cominciava pure ad orientarsi. Il “Governo” era dunque Egidio Colombo, il Colombo del Nazionale, il foglio della Lega delle Sinistre, l’organo di Milesio, Presidente del Consiglio. Un nome pronunziato più volte alle sue spalle: “Borsi!… Onorevole Borsi!…” gli fece conoscere Scipione Borsi del Quotidiano, il deputato giornalista del Triumvirato, salito in visita alla tribuna della stampa e attorniato dagli ex-colleghi.
“Dov’è Avallini? Avete visto Avallini?…” domandava egli; e a un tratto, schiudendosi ancora l’uscio, gli fu risposto: “Eccolo!”
Ranaldi provò una delusione. Baldassarre Avallini, il “Signor di Camors” era un uomo d’età, tozzo, con un testone calvo, orecchi enormi e macchie di vaiuolo sul naso. Leggendone sulla Bandiera gli articoli spumeggianti di spirito, pieni di sapore d’arte, egli lo aveva immaginato giovane ed elegante, simile al Morello dell’Era che sopravveniva in quel punto, e che un collega chiamava: “Morello… Di’, Morello…”: tipo d’ufficiale di cavalleria in borghese: faccia magra, naso aquilino, baffi conquistatori, caramella all’occhio sinistro, pochi capelli, ma sapientemente accomodati, un grosso mazzo di violette, ingrandito da un giro di foglie, all’occhiello. Ma ad un tratto la voce squillante di Cerego attrasse di nuovo la sua attenzione verso l’aula:
“I vessilliferi!… i vessilliferi!”
Erano i ministri che entravano in quel punto e s’avviavano al loro banco. Accusati dal Triumvirato, dopo la scissione di febbraio, di non rappresentare più la Sinistra, uno di loro, Piretti, aveva asserito che ne erano rimasti i vessilliferi: la parola era rimasta, continuava ad essere adoperata con accento solenne dagli uni, con tono d’ironia dagli avversarii.
“Come son belli!” esclamava Cerego, frattanto. “Guarda quel Luzzi: che serafino! “Tanto gentile e tanto onesto pare…” No, la testa di Varinuzzi è proprio impagabile… E che fa Milesio?… Si tocca il sedere?… Spiega il vessillo?… Il vessillo! Il vessillo! Il vessillo!…”
Tutta la tribuna si mise a ridere, vedendo il Presidente del Consiglio cavare dalla tasca posteriore del soprabito un gran fazzoletto di colore e soffiarsi il naso: ridevano anche giù nell’aula, rideva anche Sua Eccellenza.
Ranaldi, spianato ancora una volta il cannocchiale, considerava ad uno ad uno i governanti, i supremi reggitori dello Stato, e ne riconosceva le figure rese popolari dalle fotografie e dai ritratti dei giornali illustrati ed umoristici, le più caratteristiche prima di tutte: la faccia lunga, glabra, quasi clericale, del Presidente del Consiglio; il cranio lucente e i baffi incerati del Generale Marghiera, ministro della Guerra; la testa quadrata, la barba quadrata, i capelli a spazzola di Viglianesi, ministro degli Esteri; il naso adunco, gli occhi sbuzzati, il pizzo baritonale del ministro delle Finanze. Un deputato, piccolo e grasso, con un testone rotondo e ricciuto, avvicinatosi a Milesio, gli diceva qualche cosa che Sua Eccellenza ancora in piedi si curvava a udire, senza guardarlo, con gli occhi sul banco, il viso inespressivo, e Cerego apostrofava:
“Melinuzzi, cominci presto con le paroline all’orecchio… Non rompere i freni all’automedonte… Infondi piuttosto un po’ di coraggio al defunto Coletti… Bene! Così!…” rincalzava, vedendo che l’on. Marinuzzi si volgeva al ministro degli Esteri: “Digli che non abbia paura, che Sonnino, se andrà al potere, lo manda ambasciatore alla Repubblica di S. Marino… E chi è ora quella palandrana che s’accosta al nostro venerato Agostino?… Guarda un po’ che lasagne!… Ma, Ortesi, chi è quella palandrana che si struscia contro il banco dei vessilliferi?”
L’interrogato, guardando dietro il cannocchiale, rispose:
“Mi pare un illustre ignoto.”
Ma ad un tratto l’altro, battendo le mani:
“È il cocchiere dell’ambasciata inglese!”
E allora Ortesi:
“Perdio!… Se non è lui!… Con quella faccia!… Con quelle lasagne!… Di’ un po’, Colombo, come si chiama il cocchiere dell’ambasciata inglese?”
“È l’onorevole Uzeda.”
“Ah, ecco!…” fece Cerego; e volgendosi al deputato, a voce alta, lo apostrofò: “Dica un poco, onorevole A, Bi, Ci, U, Zeta, guardi che la palandrana le piglia il lucido, se continua a strusciarsi così…”
Ranaldi sorrise ancora una volta. La redingote dell’onorevole era infatti abbondante ed appoggiato di fianco al banco governativo, parlando col Presidente del Consiglio e col ministro Mazzarini, egli faceva col busto una serie di brevi mosse in cadenza. Ma l’attenzione del giovane fu improvvisamente distratta da una esclamazione di Cerego:
“Pedrin s’avanza alfin!… Pedrin ascende il Calvario, seguito da alquanti Pitirolli… Tromba: attenti!”
Pietro Boglietti, il Presidente dell’assemblea, prendeva infatti posto sull’alto ed ampio seggio, e gli sguardi di Ranaldi andavano, dietro il cannocchiale, dall’uno all’altro banco, da quello del governo a quello della presidenza con un’attenzione crescente, con l’intima soddisfazione di trovarsi a quel posto, di vedere quegli uomini, di assistere a quello spettacolo. Quante volte, leggendo le relazioni delle tornate parlamentari sui grandi fogli politici, a Napoli ed a Salerno, aveva cercato di rappresentarsi il luogo e le persone, la viva fisonomia di Montecitorio!… Ora vi si trovava e riconoscendo dinanzi ed intorno a sé i maggiori uomini di governo, i più autorevoli rappresentanti del popolo, i moderatori della pubblica opinione più reputati per la gravità o la spigliatezza dell’ingegno, un senso di compiacimento lo animava. Le facezie di Dragutte e di Gravoche erano gustose nella loro birichina irriverenza; ma già i cronisti più seri prendevano posto, ordinavano carte, o curvi sulle ribalte cominciavano a scrivere, interrompendo il lavoro per prendere le loro copie degli ordini del giorno, dei disegni di legge, delle stampe ufficiali che l’usciere veniva distribuendo. Ranaldi lo vide avvicinarsi, poi allontanarsi senza avergli dato nulla: egli non osò reclamare.
Fra poco avrebbe pure udito i discorsi solenni dei grandi oratori, avrebbe assistito all’epilogo della gran lotta che si combatteva da una settimana, ne avrebbe visto l’esito dal quale sarebbero dipese le sorti del Paese. L’aula era piena oramai; zeppa a sinistra, un poco meno popolata a destra; ne saliva alle tribune un fragore come di folla in fermento; e le stesse tribune, nessuna delle quali era più vuota, sebbene nella diplomatica e nella reale non vi fosse la ressa delle altre, rumoreggiavano dall’impazienza.
Il giovane abbracciava con uno sguardo la scena, impressionato, commosso dalla maestà di Montecitorio, Foro della nazione, Basilica della terza Roma; quando, dietro di lui, una voce disse con tono breve e secco:
“Hanno mandato un altro?”
Voltatosi, vide un giornalista che lo guardava, dietro le lenti, con freddi occhi interrogatori. Capì d’avere occupato uno stallo già preso, e domandò al sopravvenuto:
“Questo posto non è libero?”
“Nossignore: tutta la prima fila è occupata.”
“Scusi, non sapevo…”
In quel momento il campanello del Presidente squillava, molte voci gridavano: “Ai posti!… Ai posti!…”
Dalla confusione, alzandosi, Ranaldi mise un piede in fallo e dovette appoggiarsi alla colonna. Allora, sotto la mano, sentì che la grave colonna sorreggente l’arco solenne era di legno foderato di cartone.

Da principio, i rumori cessarono: nelle tribune la gente era tutt’occhi e tutt’orecchi; nell’aula gli onorevoli s’insediavano, abbassavano le ribalte, leggevano le carte ufficiali, o scrivevano, o guardavano per aria, aspettando. Poi come uno dei segretarii, l’onorevole Torresio, leggeva con voce squillante e rapida il processo verbale della seduta precedente, un rapporto interminabile, a poco a poco le conversazioni si riappiccarono: non era più il frastuono di poco prima, ma un borbottio sordo sordo, quasi un accompagnamento di contrabbassi al falsetto del segretario. Ranaldi al secondo ordine di banchi, dove aveva trovato un unico stallo vuoto, non udiva una parola della lettura; udì ad un tratto i cronisti esclamare ad alta voce: “L’incidente!… Ci siamo!…” e interrogarsi l’un l’altro: “Chi è?… Chi è?…” Un deputato dell’Estrema, l’onorevole Bigli, aveva chiesto di parlare sul processo verbale, per ottenere che rettificassero il senso d’una sua frase; ma il Presidente, da principio con molto garbo, poi un poco concitato, gli dimostrava che nel rapporto era detto appunto ciò che egli voleva. “Ma sì!… Ma sì!…” gridava Momi Cèrego; e altri colleghi: “Bigli, finiscila!… Pappino ha ragione!… Se lo fate arrabbiare a quest’ora!…” Bigli, aperte le braccia in atto di remissione, sedette. Ma le esclamazioni, nella tribuna della stampa, ricominciarono più vivaci all’annunzio di alcune interrogazioni. L’on. Gorgias interrogava il ministro dei lavori pubblici sull'”ubicazione” d’una fermata in una ferrovia di Sardegna; l’on. Mari il ministro dell’interno sopra uno sciopero di sigaraie in una manifattura di tabacchi del Veneto. Le sigaraie dell’uno e la fermata dell’altro, accesero un foco di fila di apostrofi, di motti, di epigrammi, di allegri commenti: “L’ubicazione! L’ubicazione!… A destra! Passate a destra! Torna a destra!…” Dragutte, coll’indice teso, additava al ministro dei lavori pubblici la parte destra dell’aula; poiché infatti l’on. Marzoli era un ex-moderato passato tra i progressisti dopo il Settantasei; ma i vicini del cronista esclamavano: “Lascialo dire! Lascia ubicare su Gorgias! Lo ubicheremo noi?… Lo ubicherete voi?… Egli lo ubicherà!…” Poi tutta la Camera rise pel mancato lavoro delle sigaraie; ma le interrogazioni non erano finite: ce n’era una intorno allo scioglimento del Consiglio comunale di Casalnovo, un’altra sui danni prodotti da un’alluvione in Calabria, un’altra sull’applicazione d’un comma d’un articolo d’un regolamento. Nessuno udiva né gli interroganti né i ministri; le conversazioni erano generali, nell’emiciclo, e il Presidente tratto tratto scampanellava: dei giornalisti, alcuni cominciavano a consegnare dispacci al fattorino del telegrafo o all’usciere, altri, come il grave Colombo che Ranaldi aveva adesso sotto di sé, riempivano con poche righe di carattere largo le brevi cartelle che poi numeravano; i più almanaccavano sull’esito della battaglia: “Trenta voti di maggioranza… Bisogna vedere che fanno a destra… Quanti sono?… Quattrocentododici fino a stamani… Vedrai che neppur oggi si voterà…” Esaurite le interrogazioni in mezzo a un grande frastuono, la Camera continuò a rumoreggiare; molti deputati, lasciati i loro posti, si raggruppavano qua e là; il Presidente aveva intorno parecchi colleghi coi quali parlava animatamente; Ranaldi guardava in giro un po’ stanco; impaziente d’udire un vero discorso, quando risonò una scampanellata più energica, più lunga delle altre e nella tribuna esclamarono: “Griglia… Griglia… Silenzio!… Sst!… Zitti!” L’on. Griglia, il più eminente uomo di Destra, pubblicista ed oratore, finanziere e diplomatico, ex-Capo del Governo, sorgeva in quel momento; ma Ranaldi dovè mettersi in piedi per scorgerne la forte testa, la calva e rosea nuca contornata da una corona ancor folta di capelli bianchi come neve, la barba candida anch’essa, che sul viso florido e nudrito lo rendeva rassomigliante al San Giuseppe delle Sacre Famiglie.
Nell’aula, un gran rimescolio; gli onorevoli di sinistra lasciavano i loro posti e i loro banchi per affollarsi intorno all’oratore; ne venivano molti perfino dall’Estrema.
Il Presidente scampanellò ancora una volta: ma quando Griglia cominciò: “Onorevoli colleghi!…” non s’udiva più neanche uno zitto.
“Onorevoli colleghi! Il dibattito al quale assistiamo da giorni, se da una parte… assume nondimeno dall’altra… di risultati indubbiamente fecondi…” Deluso e irritato Ranaldi sporgevasi quanto più gli era possibile, concentrava tutta la sua attenzione sull’oratore per afferrare tutte le parole; ma la voce non arrivava lassù nitida e chiara se non quando Griglia volgevasi verso il centro della Camera. Tuttavia, guardando intensamente l’onorevole, protendendo tutto se stesso verso di lui, Ranaldi comprendeva il senso delle monche frasi.
La situazione parlamentare, secondo Griglia, era delle più curiose.
Il Ministero sorto dalla Sinistra, presieduto da uno dei suoi più obbediti capitani, accolto come salvatore del partito dai suoi maggiori organi, incoraggiato, applaudito, fedelmente seguito da quel lato della Camera, era adesso accusato, in quel lato della Camera, di apostasia e, “nol vorrei dire”, di tradimento… Suoni rauchi, scoppii come di tosse malfrenata s’udirono nella tribuna. Un certo movimento avvenne anche tra i colleghi dell’oratore, ma questi proseguiva. A chi dar credito: al gabinetto ed ai suoi fedeli, che sostenevano sempre lo stesso programma; o ai suoi avversarii che non lo credevano più genuino?
Il dibattito avrebbe potuto non interessare per niente l’altra parte della Camera dove l’oratore ascriveva ad onore di sedere, giacché essa sarebbe stata cattiva giudice della sincerità di idee non sue; anzi la discordia degli avversarii avrebbe dovuto esser per lei ragione di contento; ma estranea a quella lotta, un dovere le incombeva: osservare le promesse fatte al Paese, lavorare all’attuazione del programma suo proprio. Egli rammentava il discorso tenuto alla associazione costituzionale di Venezia durante il periodo elettorale, il discorso nel quale, accettando le riforme volute dalle due Camere e sancite dal Re, invocava una sosta nelle novazioni politiche. Il popolo italiano erasi mostrato degno delle maggiori libertà a lui accordate…
“Da lui volute” interruppe una voce brusca a Sinistra.
L’oratore sostò un poco guardando verso l’interruttore, poi riprese, con tono d’arrendevolezza cortese nella quale era un sottile rimprovero al mal garbo della correzione: il popolo erasi mostrato degno delle maggiori libertà chieste ed ottenute, ma esso aveva altri bisogni più gravi, più prementi, alla soddisfazione dei quali era mestieri che si rivolgessero ormai tutte le cure della rappresentanza nazionale… E con fraseggiare dignitoso e signorile, facile, soprattutto, come una lettura; senza incertezze, senza brusche reticenze, senza grossi effetti; con gesti sobrii, con atteggiamenti sempre ben composti, egli enumerava questi bisogni: l’instaurazione della giustizia nell’amministrazione e della sincerità nel bilancio; la razionale sistemazione del sistema tributario; la stipulazione di convenienti accordi commerciali con paesi vicini; l’assicurazione, principalmente, dell’ordine all’interno e della pace all’estero; libertà ordinata e dignitosa pace…
L’oratore non era applaudito ancora, ma ascoltato con attenzione crescente: al banco del governo alcuni ministri, il Presidente del Consiglio fra gli altri, tenevano la mano cupa all’orecchio per non perdere una parola; gli onorevoli affollati ai piedi del settore avevano tutti il collo teso e gli sguardi rivolti al collega: la meccanica uniformità di quell’attitudine faceva un poco sorridere Ranaldi. Il suo posto, rispetto all’oratore, era tale, che l’uditorio rivolto a Griglia pareva rivolto anche al punto della tribuna donde il giovane si protendeva a udire; e tutte quelle facce umane raggruppate sotto di lui, immobili, attonite o vuote d’espressione gli erano per lui una vista quasi comica. Forse contribuiva a quest’effetto un’altra impressione non ancora ben definita, un disinganno simile a quello provato nell’attraversare l’oscura e meschina parte di Montecitorio che dava accesso alla tribuna della stampa, nel sentire che le svelte colonne non erano di marmo ma di cartone. Il senso di delusione ch’egli adesso provava era simile, ma d’ordine diverso, tutto morale: Griglia, uno dei più reputati oratori della Camera, l’uomo politico pel quale senza conoscerlo, senza averlo mai visto né udito, egli aveva concepito un’ammirazione calda, veemente ed esclusiva come un amore, parlava in quel momento: tutta la Camera, tutte le tribune pendevano dalla sua bocca – e che diceva egli? Pace con rispetto, libertà con ordine, elasticità dei bilanci, sincerità delle cifre: periodo di raccoglimento, lavoro fecondo: luoghi comuni di cui erano zeppi gli articoli dei giornali. Tutto il discorso dell’onorevole pareva al giovane un articolo di giornale: a certi passaggi, egli pensava: “Dove ho letto, da chi ho udito dire la stessa cosa?…”. L’articolo aveva una forma corretta, nobile ed insieme elegante; le parole erano scelte, le frasi armoniosamente composte: ora egli non ne perdeva più alcuna; ma non trovava l’aspettata manifestazione di un pensiero nuovo, profondo, dominatore, sovrano…
La voce dell’oratore arrivava più chiara a tutta la Camera mano mano che egli avvicinavasi alla conclusione. Non già che si riscaldasse, che gridasse: neppure si poteva dire che il tono della voce si fosse innalzato; ma essa era più francamente emessa, più nettamente articolata, netta e franca come le dichiarazioni finali dell’onorevole. Quel programma pratico di riforme organiche, di raccoglimento fecondo era il suo: egli intendeva che si sostasse nelle riforme politiche non già perché ne disconoscesse la convenienza, ma perché non poteva affermarne l’urgenza. “Urge una sola cosa: assicurare al Paese la tranquillità di cui ha bisogno…” I primi applausi gli troncarono in bocca le parole: applaudivano i deputati di destra rimasti ai loro posti. “I favoleggiati prodigi del giardino d’Armida sono, per disavventura, impossibili: non v’è ubertà di suolo né clemenza di stagione, né assiduità di cure da consentire che mentre spunta una generazione di frutti, l’altra maturi…” Nuovi applausi. “Bisogna che i periodi di attività e di riposo s’avvicendino: altrimenti il campo si esaurisce. Questa stessa prudenza ci guidi nell’orto morale; perché la vegetazione delle idee è misurata come quella delle piante… Diamo tempo alle riforme votate di metter radici, di produrre tutti i loro frutti; altrimenti metteremo a dura prova la salute del Paese… Noi siamo quant’altri devoti alla causa della libertà e del progresso; il nostro amore, può parere tiepido forse perché è troppo geloso…” I bene, i bravo fioccavano ormai quasi ad ogni frase. “Del resto, il problema da risolvere non è tanto politico quanto sociale… La società nostra non ha tanto bisogno di franchigie, quanto di giustizia… Io seguirò chi si metterà su questa via… Gli oratori che mi hanno preceduto hanno guardato alla fede di nascita del ministero: io guarderò alla sua fede di battesimo…”
Griglia sedette mentre scoppiava un applauso lungo e caloroso: tutta la destra gli s’affollò intorno, gruppi animatissimi discutevano, giù nell’aula, vivacemente; molti onorevoli gestivano accalorati come sul punto di venire alle mani: nella tribuna, ognuno diceva la sua: “E dopo?… Sempre fine l’amico!… Voterà contro o a favore?… Ma che volevate dicesse?… Riconosce ora che il Paese si è mostrato degno della riforma? E quando ne aveva paura?… Bello, il socialismo della destra!… Non ancora connubio: fidanzamento!…”
Ma già una energica scampanellata annunziava la ripresa della seduta: Ranaldi vide sorgere a sinistra uno degli onorevoli che egli già conosceva: il marchese Reggiano,
“Il ministero, nato dall’equivoco, non smentisce la sua origine, e nell’equivoco e con l’equivoco, continua a vivere.”
Era entrato di botto in argomento, senza preamboli, senza espedienti rettorici; e la voce, il gesto, tutta l’espressione della sua persona somigliava quella d’un pubblico accusatore.
“Non per questo noi chiamammo tanta parte del Paese alla vita pubblica… non per questo sentimmo il bisogno di ritemprarci nella comunione col Popolo… non questo gli promettemmo… non questo egli aspettava da noi!…”
Tagliava l’aria col braccio, scrollava il capo, fremente di sdegno, fervido di ideali. “Il dodici novembre ’82 doveva segnare una data non solo nella storia parlamentare, ma in quella della Nazione…, da quest’aula partire una voce gagliarda capace di scuotere, di vivificare, di suscitare…” Come l’eloquenza dell’oratore era diversa da quella del preopinante, così il contegno dell’uditorio mutavasi: una specie di nervosità elettrica serpeggiava, scuoteva la folla dal raccoglimento un po’ torpido in cui la compostezza impeccabile di Griglia l’aveva immersa; i bravo i bene erano gridati quasi in tono di sfida; gli applausi calorosi d’un manipolo di amici rispondevano al mormorio ostile dei banchi ministeriali; ma, come la sorda agitazione cresceva, così Reggiano parlava più alto, più forte, più aspro. Quasi un domatore che più sente recalcitrare la bestia e più le stringe il morso e la sferza, egli non dava tregua al partito del governo: “Gli uomini che seggono a quel banco avevano una missione da compiere…: essi hanno dimostrato di non comprendere qual era e qual è… Non li affratella un ideale, non li unisce il partito…” Le interruzioni erano continue: “È vero!… No! Sì!… Bravo!… Benissimo!…”
Nella tribuna della stampa, molti cronisti scrivevano rapidamente per tener dietro all’oratore; alcuni come Cèrego e Dragutte, prendevano solo qualche appunto; quasi tutti, amici ed avversarii, scambiavano sguardi e brevi commenti per accertare o almeno concedere la vivacità dell’assalto, l’effetto che, nonostante la resistenza delle falangi fedeli, esso produceva sulla Camera. E quando Reggiano dopo una perorazione più concitata, più rapida, fatta d’argomenti incalzanti, enumerò le responsabilità cui i sostenitori di quella politica andavano incontro e dichiarò: “Altri le affronti, io voterò contro…” la Camera restò agitata, turbata, quasi sconvolta dal soffio di quell’eloquenza impetuosa. Sorse un altro a parlare, al centro sinistro, ma nessuno lo udiva, tanto animate e calorose erano le discussioni impegnate dovunque, intorno ai banchi, a piè delle scale: il Presidente scampanellava ogni cinque minuti, ma non gli davano retta; gli stessi cronisti dimenticavano di scrivere per commentare il discorso.
Il nuovo oratore parlò dieci minuti in mezzo ai rumori, accolto dalle grida di: “Basta!… Chiusura!” dei pochi deputati che gli badavano. A un tratto Ranaldi udì intorno a sé scoppii di risa, esclamazioni gioconde: “Ci siamo! Ci siamo! Adesso viene il bello!… Sortini!… Sortini!…” L’onorevole Sortini, un uomo tozzo, molto barbuto, con una gran catena d’oro sul panciotto, era sorto a sinistra, ma egli aveva appena aperto bocca che risate ed apostrofi cominciarono a fioccare dalla Camera e dalla tribuna.
“Onorevoli colleghi, mi direte che abuso della vostra pazienza…”
“Che!… Si figuri!… Parla! Parla!… Parli Sortini!…”
“Però io prometto che sarò breve…”
“Benissimo!… Bravo!… Promissio boni viri!…”
“Onorevoli colleghi, se credete che la discussione non è matura…”
“Ah! Ah!… poveretta!… Mettila sulla paglia…”
Imperterrito, egli continuava, ingrossando la voce, gesticolando con le braccia corte e grosse che facevano i manichi di quella pignatta che era il suo tronco: ma la voce era naturalmente debole; talché non arrivavano lassù, alla tribuna, se non mozziconi di periodi, lembi di frasi rotte, parole, ognuna delle quali provocava un nuovo accesso di ilarità…
“L’Italia è vergine… Quei banchi sono impotenti… L’orizzonte del gabinetto…”
Cèrego, specialmente, non ne perdeva una: quando finiva di torcersi dalle risa, gridava ai compagni: “Zitti!… State a sentire!… No, oggi è veramente sublime…” Ranaldi era scandalizzato del contegno dei giornalisti: l’oratore si esprimeva con immagini un po’ stravaganti, saltava da un argomento all’altro; ma non pareva al giovine che dicesse cose veramente ridicole, molto diverse da quelle che si leggono sui giornali e s’odono nei caffè e nelle farmacie. Durante una tregua delle risa, Sortini affermava giunto il momento d’avere il coraggio delle proprie opinioni, di decidersi risolutamente di saltare il fosso “fare, onorevoli colleghi, come diceva il personaggio di Dante Alighieri…” Momi, Dragutte cominciavano già a gongolare, gridando: “Zitti!… Ah!… Ah!… Sentiamo Dante Alighieri… Sentiamo che fece il personaggio…” E l’oratore: “…che giunto alla riva del pelago non si ferma già, né torna indietro, ma si volge all’acqua perigliosa e guada…” Scrosciò una risata così generale, in tutti i banchi, da tutte le tribune, che l’oratore restò colla bocca aperta e le braccia tese in atto di slanciarsi a nuoto. Poiché vide ridere anche i suoi vicini di banco, si chinò verso di loro, interrogandoli, voltandosi da destra a sinistra e viceversa; ma, come la risata non finiva, egli si risolse a concludere: “Insomma: chi comprende la situazione tanto meglio; chi non la comprende o non la vuol comprendere, tanto peggio…” “Bravo!… Benissimo!… Ah! Ah!…”
“Per conto mio non farò come quelli che, non contenti di tenere un piede nella maggioranza e uno nell’opposizione, vogliono anche metterne un altro…”
Allora tutta la Camera si torse, le risa convulse, spasmodiche come singulti formarono un concerto in mezzo al quale le ultime parole del disgraziato si perdettero.
Ma la calma e il silenzio si ristabilirono come per incanto quando sorse a parlare l’on. Corsi, il celebre leader dell’Estrema Sinistra. Ranaldi che aveva riso con gli altri alle ultime sparate del Sortini e s’era ricreduto, a suo riguardo, riconoscendo meritata l’accoglienza fattagli fin da principio, rivolse tutta la sua attenzione al nuovo oratore. Non udì neppure una parola, e provò una grande delusione. Corsi era rauco, la voce uscivagli rotta dalla gola come se parlasse mangiando; poi la distanza, le cattive condizioni acustiche dell’aula rendevano più confuso il suono inarticolato che arrivava alla tribuna. Ranaldi comprendeva però, dal solo aspetto del deputato radicale, il genere della sua eloquenza. Le mani, le braccia, la testa, tutta la persona, non stava un istante ferma. Mostrando delle carte, egli vi batteva su cinque, sei, sette, otto volte con la destra; additando il banco ministeriale pareva lavorasse a far penetrare un succhiello nell’aria, e alzava le braccia, le incrociava sul petto, si voltava da tutti i lati. I suoi colleghi, compresi quelli dell’altro lato della Camera, gli s’affollavano intorno, gli prestavano un’attenzione così profonda come quella accordata a Griglia; e sui banchi dell’Estrema le interruzioni approvative ed ammirative gli erano frequenti. Ma più parlava, più confusa arrivava la sua voce alla tribuna della stampa; e solo i reporters anziani, quelli che comprendevano gli oratori dall’atteggiamento della persona, annunziavano che il discorso era una requisitoria contro il ministero, più severa, più ardente, più acre di quella pronunziata dall’on. Arconti. Quella dichiarazione di guerra, dopo il discorso di Arconti e la buffa difesa di Sortini, e le riserve diplomatiche di Griglia, produceva un senso d’inquietudine tra i giornalisti ministeriali: Ranaldi lo comprendeva a certe frasi che i suoi vicini si scambiavano sotto voce, alla baldanza degli oppositori. “Scendono!… Scendono!… La baracca Milesio è in ribasso!… Guardate quel Curti-Sapioli: se non pare un cane bastonato!…” Alcuni facevano anticipatamente il computo dei voti: il ministero aveva per sé un centinaio di suffragi sicuri, a sinistra; all’opposizione c’era il partito dei duumviri, tutta la sinistra giovane, tutta l’estrema. I centri si sarebbero scissi; a destra, astensione prevalente e quasi generale: tutto sommato, una maggioranza a favore d’una diecina di voti, se pure; tale, in ogni caso, da non poter salvare il governo. Ma i ministeriali davano per sicura una maggioranza di trenta voti, almeno; Cèrego, quantunque non fosse parso a Ranaldi molto sicuro, dimostrava che, se fossero arrivati col treno dell’alta Italia, i deputati che avevano annunziato la loro presenza pel momento del voto, la maggioranza di 45 o 40 voti era certa. Solo Colombo non parlava, badava a scrivere, cartelle sopra cartelle, a consultare le prime colonne del resoconto sommario del quale Ranaldi aveva chiesto una copia all’usciere. Non potendo udire Corsi, che era interrotto sempre più spesso da approvazioni sempre più calde, egli leggeva quelle colonne, umide, odoranti di tipografia; e nonostante la stanchezza, e l’intorpidimento di tutta la persona, poiché da tre ore restava fermo al suo posto, non pensava ad andarsene, afferrato da un interesse simile a quello che si prende in teatro ad un dramma. Più grande, anzi, poiché il dramma era reale e non concepito freddamente a tavolino da uno scrittore; e i personaggi recitanti nell’aula parlavano per proprio conto, spinti da passioni realmente provate, e lo scioglimento impossibile ad antivedere, non era atteso soltanto per semplice curiosità, ma per la somma di conseguenze d’ogni genere che avrebbe avuto nella vita della nazione…
Pareva che il discorso del Corsi, finito tra applausi vivissimi ed insistenti, avesse accresciuto l’impressione di sgomento cominciatasi a manifestare sul principio: si vedevano alcuni deputati, che i giornalisti chiamavano tirapiedi di Milesio, andare a confabulare col capo del governo; salire e scendere pei settori accostandosi un momento all’orecchio dei tepidi amici, degli irresoluti, quasi per comunicare loro una parola d’ordine. Voci insistenti chiedevano: “Chiusura!… Chiusura!…” e specialmente nella tribuna della stampa gridavano: “Ai voti!… Ai voti!… È tardi!… La chiusura!…” Ma il Presidente scampanellò, e sorse un altro oratore al centro sinistro. “Chi è?… Chi è?…” Dragutte annunziò: “To’! Il cocchiere dell’ambasciata inglese!…”
Il deputato che era stato a lungo intorno al banco ministeriale prima della seduta, cominciò a parlare, con voce un po’ malferma, ma chiara, tenendo tutt’e due le mani afferrate alla ribalta.
“Onorevoli colleghi, ho bisogno innanzi tutto di fare appello alla vostra indulgenza, se dopo gli insigni oratori che vorrei poter chiamare col nome di maestri…”
Non lo lasciarono finire: nell’aula rumoreggiavano, pestavano coi piedi; nelle tribune lo apostrofavano: “Andiamo!… A quest’ora!… Ma chi è?… Un neo, uno degli eletti dell’art. 100!…” Dragutte, specialmente, udendo che l’onorevole faceva con quel discorso il suo esordio parlamentare, pareva inferocito: “Ma chi ha mai esordito in una discussione sopra una quistione di fiducia?… Sta zitto, art. 100!… Mettetegli la museruola!…” L’oratore, finito il preambolo, sostò un momento, guardandosi attorno incerto e quasi sgomento; ma una violenta scampanellata e una vivace esortazione del Presidente, ristabilirono un relativo silenzio. Ricominciò, dicendo che la situazione di cui si discuteva non era senza riscontro nella storia parlamentare, e che il modo come altre crisi dello stesso genere erano state risolte, poteva esser seguito, o per lo meno dar lume in quel momento. Tutti si volsero a udirlo. La promessa d’un paragone dal quale poter trarre qualche criterio sul da fare, gli conciliava l’attenzione generale. “Onorevoli colleghi, la situazione presente è del tutto eguale a quella determinatasi, dopo il bill sull’emigrazione, nella House of commons, l’anno millesettecento…” Un Uh! generale, fragoroso come un colpo di vento, levossi da tutta l’aula; Dragutte gridò: “Fuori!… Alla porta!… Facciamola finita!…” altri giornalisti emettevano suoni incomposti, sibili, latrati, miagolii, nitriti, o battevano i piedi contro i banchi per soffocare la voce dell’oratore; il quale, adesso, preso coraggio, proseguiva imperterrito citando “l’illustre Macaulay…”, i “capisaldi del diritto costituzionale”, le opinioni dei “più chiari giuspubblicisti…”.
Gli Uh!… Uh!… l’accompagnavano, più forti, più lunghi, ad ognuna di quelle frasi; il baccano cresceva di momento in momento, diveniva così violento che gli squilli del campanello presidenziale quasi non s’udivano più.
“Ma chi è?… Dove l’hanno pescato?… Si può sapere chi diavolo è questa palandrana?… Nessuno lo conosce?… Colombo?… Colombo?…” Colombo che scriveva ancora senza prender parte al chiasso dei colleghi, sorridendo appena alle loro più violente apostrofi, disse: “È un siciliano… un principe siciliano…” Allora Dragutte si mise a cantare, forte: “Un prence egli è, e nulla più…” accompagnato dai vicini che facevano da contrabbassi; ma il canto e l’accompagnamento si perdeva nel gran concerto dei cronisti esasperati che grugnivano, bubilavano, crocidavano, cantavano la ritirata: “Ritirati, cappellon!… Ritirati, cappellon!” o gridavano dei “Bravo!… Bene!… Ma benissimo!…” ironici. Il Presidente, arrabbiatissimo, scoteva il campanello come se lo picchiasse sulle spalle di qualcuno, si rivolgeva all’oratore per incoraggiarlo, o forse per invitarlo ad essere succinto; ma l’oratore, dopo brevi pause, ripigliava: “Il partito whig non è la nostra sinistra… il nostro moderato non è tory…” E i muggiti, i belati, i guaiti, gli squittii, gli urli animaleschi salivano al cielo.
“Momi, la marcia!… La marcia, Momi!…” gridavano parecchi rivolti al Cérego incitandolo, spronandolo, ma Cérego pareva di malumore, non più disposto come al principio della seduta a far chiasso. “Su, Momi, la marcia!…” E Ranaldi, intontito, sdegnato, e suo malgrado sorridente, non sapeva che cosa significasse quell’invito, fin dove dovesse arrivare il baccano; quando Momi, dapprima a fior di labbra, poi a tutta voce e sempre rinforzando, intonò la fanfara reale: “Tarà, taratatà, tarataltà, taratà…” Allora tutti si misero ad accompagnarlo, con la voce, con le mani, coi piedi; e alle prime battute della marcia: “Perepè, perepè, perepè!…” il concerto divenne così alto che tutte le tribune, gli stessi deputati rumoreggianti e vociferanti, si volsero ai banchi della stampa.
E l’oratore continuava! Tranquillo, sicuro, disinvolto, quasi gli prestassero un’attenzione benevola, anzi lo incoraggiassero addirittura, continuava a parlare, a rivolgersi agli “onorevoli colleghi”, a consultare un suo foglio di appunti. Impossibile udire una sola frase: intendevasi solamente il tono interrogativo delle antipofore, l’accento vittorioso degli inferimenti improvvisi, poiché il discorso era un vero discorso, ordinato, pieno di effetti rettorici. I deputati, stanchi, seccati, presero il partito di uscire, a frotte, rumorosamente; ma neppure quella dimostrazione lo arrestò: dinanzi all’aula spopolata e ormai tranquilla, egli continuava a perorare. E adesso Dragutte, Cérego, tutti i giornalisti prima furibondi, esprimevano uno stupore straordinario, una ammirazione senza limiti. “Perdio!… Corpo!… Che faccia!… Che polmoni!… Che fegato!…” Essi si guardavano l’un l’altro e la loro meraviglia cresceva, udendo il discorso dell’oratore, una specie di lezione di diritto costituzionale che egli faceva alla Camera: “I partiti si avvicendano al potere… la Corona ha il diritto del veto… il ministero è responsabile!…”
“Ma, onorevole di Francalanza,” gridò a un tratto il Presidente “venga alla quistione!”
“Francalanza!… Oh, Francalanza!… Di’, franco-Lanza!…”
Udendo il nome dell’oratore, i giornalisti ricominciarono a motteggiare, a rumoreggiare, a tempestare; e l’onorevole, dopo essersi arreso un momento al richiamo presidenziale, spiegava ancora il meccanismo parlamentare, le attribuzioni delle due Camere, le facoltà del potere esecutivo. “Ma, onorevole di Francalanza, che c’entra questo?… onorevole di Francalanza, la Camera è impaziente!… Ma la prego, onorevole di Francalanza!…” Ogni due minuti il Presidente lo interrompeva; e i giornalisti, adesso, preso il partito della canzonatura, si chiamavano tra loro col nome dell’impassibile oratore, mutando il senso della particella nobiliare: “Di’ Francalanza; vieni fuori?… Deh, Francalanza, hai il resoconto sommario?…” Molti, come gli onorevoli, se ne uscivano; Ranaldi, a cui le gambe cominciavano a formicolare, li seguì. Nella saletta, il fumo di sigari era fitto come una nebbia; il frastuono, assordante: discutevano le dichiarazioni di Griglia, di Arconti, e di Corsi, profetavano l’esito della votazione, narravano il dietro-scena, denunziavano i maneggi dei corridoi, le trame dell’ultim’ora. Per tutti quei discorsi, per la contraddizione delle notizie, per la sicurezza con la quale i risultati diametralmente più opposti erano creduti e negati, la curiosità di Ranaldi cresceva. Egli comprendeva che la sicurezza era ostentata; che tolto un certo senso di baldanza negli oppositori, nessuno poteva garentir nulla; e l’aspettazione dell’ignoto verdetto diventava in lui ansiosa come se il voto lo riguardasse personalmente. “Parla ancora!…” annunziavano i cronisti che andavano un momento a vedere quel che avveniva nell’aula; e le storpiature del nome di Francalanza interrompevano la gravità delle discussioni. “Ma che muso!… Ma che tipo!… Questo vi dà il Paese!… L’articolo 100! L’articolo 100!…”
Allora le conversazioni prendevano un’altra piega, s’aggiravano sulla riforma elettorale, sulle speranze che aveva fatto concepire, d’una radicale rinnovazione dell’ambiente politico.
“La chiusura!… La chiusura!…”
Tutti corsero ai loro posti. Dopo l’ultimo discorso la Camera aveva votato la chiusura; alcuni deputati iscritti per parlare rinunziavano alla parola tra le approvazioni generali. Quando sorse il Presidente del Consiglio l’aspetto dell’aula divenne imponente; tutti gli onorevoli rioccupavano i loro posti, e parevano cresciuti di numero; a sinistra, specialmente, tutti i banchi e tutti i settori erano pieni; non più una tribuna vuota: popolate quelle del Senato e degli ex-deputati; folla d’uomini e parecchie signore nella diplomatica; una dozzina di persone e una dama anche nella reale; e in tutte le altre la gente affollata negli ordini più alti e protesa a guardare nell’aula pareva sul punto di precipitarvi. L’onorevole Milesio, magro, alto, chiuso nella severa redingote tra da militare in ritiro e da pastore protestante, guardò un momento in giro, aspettando che gli ultimi piccoli rumori si spegnessero e cominciò:
“Poiché la Camera – ha espresso la volontà – di venire al voto – io sarò brevissimo. – Del resto, anche – se mi consentisse di indugiarmi – io non potrei, oggi, trarre profitto della sua indulgenza. Le dichiarazioni del governo – sono fresche di appena tre giorni, – e non una virgola – noi abbiamo a mutarne…”
Egli parlava breve, conciso, quasi secco: col braccio piegato, il pugno chiuso e il solo indice aperto, faceva un gesto sempre eguale, come per tagliare, per stroncare i suoi periodi che non erano già molto lunghi. La dichiarazione alla quale egli si riferiva era stata anch’essa definita una parafrasi, una trascrizione del programma di Firenze: il ministero non aveva dunque bisogno di ripetere ancora ciò che aveva detto più volte… Al passaggio trascrizione, una voce interruppe: “Per canto e pianoforte…” provocando una risata. Ma l’oratore: “Se nel concetto dei critici, questa definizione implica un biasimo, io credo invece di poterla apprendere come una lode non piccola: la precisa ed insistente ripetizione che può parere monotonia è anche indizio di fedeltà; mentre le variazioni continue possono alterare il motivo fino a mutarne il carattere…” Risero qua e là; alcuni esclamarono: “Bravo! Bene!…” Ma la massa della Camera rimaneva silenziosa, attenta, impassibile. L’oratore non dovendo riesporre il programma del gabinetto, sentiva la necessità di rispondere ad alcune accuse mossegli in quei giorni. E cominciò a confutare le asserzioni di Corsi, di Arconti, dei deputati che avevano parlato nella seduta precedente: “Non è esatto dire – che il ministero… Se l’onorevole Bonacà volesse darsi la pena… Il programma di Firenze rispondeva anticipatamente – a queste difficoltà!…” Senza accorgersene, egli tornava su ciò che aveva promesso di non ripetere: e tutto il discorso, confutazione degli accusatori, riaffermazione di promesse e di impegni, pareva a Ranaldi rigido, grigio, stranamente intonato con l’ora crepuscolare, che stendeva nell’aula come un velo di nebbia e le sottraeva calore.
Ad ogni periodo il giovane credeva che l’oratore stesse per sedere, non avendo altro da dire; che il suo discorso dovesse finire in mezzo a quel gelo, senza un movimento vivace, senza una calda esortazione; pure, Milesio proseguiva. Il ministero non smentiva le sue origini: nessun atto, o parola degli uomini che sedevano a quel banco, poteva far sospettare che essi disconoscessero il loro partito. A quel banco essi non erano andati: erano stati mandati. Se il programma del gabinetto riscoteva approvazioni in altri lati della Camera, non era né ragionevole né possibile rifiutarle e respingerle. Esso aveva detto quel che era e quel che voleva: “Chi ci ama, ci segua”.
E sedette. Agli ultimi passaggi, l’ambiente erasi un poco riscaldato; le decise affermazioni avevano provocato qualche applauso; la stessa repentina illuminazione dell’aula giovava all’oratore; infine scoppiò un battimano nutrito. Ma Ranaldi sentiva ancora l’impressione di stento, di freddo provata in principio: gli pareva che Milesio, compresa l’ostilità della Camera, e già disposto ad andarsene, avesse parlato per dovere, senza impegno, senza zelo; e il giovane vedeva che, nonostante gli applausi finali, il giudizio dei giornalisti concordava col suo. “Ohi, Ohi! Poca lena, stamane!… E che diamine: neppure il solito appello agli amici?… Vecchio effetto, l’andati e il mandati…. Causa persa, mio caro!… Se si vota, stasera, il disastro è fatale!…” Nell’aula, un cicaleccio lungo, un mormorio sommesso, confabulazioni intime tra gruppi di vicini e d’amici, quasi nessuno volesse manifestare chiaramente il proprio pensiero: né i ministeriali le loro paure, né gli oppositori le cresciute speranze.
Quando il Presidente scampanellò per dar lettura dell’ordine del giorno, molte voci esclamarono: “A domani!… a domani!…” Allora alcuni, a sinistra, denunziarono la manovra, gridando: “No!… Si continui!… Avete paura!…”
Proposta la quistione, la Camera risolse, a notevole maggioranza, di proseguire. E cominciò la sfilata degli ordini del giorno, di fiducia, di sfiducia, di fiducia condizionata: “La Camera, udito… La Camera, convinta… La Camera, considerato…”
Quasi tutti i sottoscrittori che sorgevano a darne ragione, parlavano in mezzo alla disattenzione, ai rumori. Pochissimi, nella tribuna della stampa, badavano agli oratori; Colombo, adesso, riceveva ogni due minuti letterine in busta chiusa alle quali rispondeva con biglietti chiusi egualmente, che consegnava all’usciere; poi riprendeva a scrivere cartelle, metodicamente, come un impiegato nel suo ufficio, sordo alle voci dei suoi colleghi che o discutevano vivacemente, o facevano baccano: “Chi parla?… Bertè!… Beh! Lo leggeremo domani nel Dibattimento… Oh Oh! Marinetti!… Un discorso Marinetti: questo poi no!… Passa via!… Auh! Auh!… Psccct!… Bum!… Bum!… Zu!…”
Pitti, primo sottoscrittore d’un ordine del giorno favorevole al quale aderivano trenta deputati, ottenne un po’ d’attenzione; ma, poiché egli tentava una glorificazione del ministero, interruzioni vivaci e applausi insistenti soffocavano le sue parole. Quando sedette, fu fatto un secondo tentativo di rimandare la seduta: le grida “A domani!… Sì!… No!… No!… Sì!…” echeggiavano da tutte le parti. Questa seconda volta la Camera per pochi voti manifestò la volontà di continuare.
Ranaldi udiva i giornalisti formare pronostici prendendo lume da quelle votazioni, studiando gli aggruppamenti delle firme nelle proposte di deliberazioni; ma i criteri erano fallaci; e non tutti gli oppositori si dimostravano sicuri della vittoria; alcuni dicevano che bisognava fare i conti sul gregge degli incerti e degli incoerenti, sulla massa anonima ed acefala che non sapeva ancora come voterebbe e non avrebbe neppur saputo dopo la votazione come aveva votato… E Ranaldi, un momento persuaso che il ministero sarebbe rimasto soccombente, comprendeva ora come prima, l’impossibilità di prevedere il risultato.
Per lui, ogni deputato doveva già esser fermo in una decisione; avversario risoluto o sostenitore fin dal principio; e gli pareva strano che i lunghi discorsi di quella seduta potessero avere influenza sull’animo di un uomo convinto, che gli assalti di Corsi e di Arconti potessero indurre un ministeriale a votar contro, o la difesa di Milesio sottrarre voti all’opposizione. Ma doveva pur esserci un gran numero di indecisi o di mal fidi, se laggiù, nell’aula, invece di votare immediatamente, parlavano ancora, esortavano, predicavano, se era vero quel che dicevano i cronisti cioè che, nei corridoi, armeggiavano e complottavano. Allora, chi avrebbe potuto dire come sarebbe finita?
A furia di mettere e levar pesi nei due piatti d’una bilancia, da qual parte sarebbe traboccata all’ultimo istante? E il giovane si sentiva venire un’idea che giudicava curiosa, un po’ stravagante, ma non del tutto sbagliata: “Tanto vale affidarsene al caso! Mettere un sì e un no in un’urna e tirare a sorte!… Oppure giocarla a pari e caffo!…”
Un movimento generale, un mormorio d’attenzione lo trasse da quei pensieri: “L’allievo-carabiniere!… Silenzio, adesso!… State a sentire!…” Adornesi, l’allievo-carabiniere, da un alto banco dell’ultimo settore di destra, dominava la Camera con l’alta persona rigidamente composta: la mano destra nello sparato dell’abito, il braccio sinistro pendente lungo il fianco, lo sguardo fiso, le sopracciglia corrugate, come un generale sopra un colle nel momento che l’azione impegnata nella pianura sta per decidersi.
“In venti anni di vita parlamentare mai come in questo giorno m’è stato grave parlare. Ho visto in quest’aula combattere lotte accanite e scatenarsi formidabili tempeste; ho visto il bagliore dei lampi, ho udito il cozzo dell’armi, i clamori dei trionfanti e le querele dei vinti: ho visto ancora prepararsi congiure e scoppiare ribellioni violente; ma nelle battaglie, nelle ribellioni, nelle stesse congiure la legge della lealtà vidi sempre rispettata, non mai onorati e premiati i traditori…”
Parve a Ranaldi come se dei colpi di moschetto echeggiassero nell’emiciclo; uno scoppiettio propagavasi pei settori, voci e rumori così forti, brevi e secchi come spari d’armi. I cronisti scambiavano rapide occhiate d’intelligenza, esclamazioni d’allarme: “Ohi! Ohi!… Capperi, Adornesi!… Ora viene il buono!… Ora cominciano i cazzotti!…”
“Una voce amata e venerata…” l’oratore si volgeva verso Griglia “ha qui oggi detto che bisogna distinguere tra fede di nascita e di battesimo: so anch’io che alla fonte battesimale, sia qualunque il rito e il Dio, l’uomo nasce veramente alla vita dell’anima, ma a questa fonte voglio vedere accostare i catecumeni, non apostati…”
Un nuovo, più alto fragore accolse le parole dell’onorevole: applausi, urli, voci di rampogna, proteste di minaccia, un tumulto infernale. Adornesi parlava ancora, gridava anzi, accompagnando la voce con gesti imperiosi, ma non si udiva più nulla, altro che lo squillare del campanello, l’esortazione disperata: “Onorevole Adornesi!… Onorevoli colleghi!!” del Presidente furibondo e abbaiante. All’Estrema Sinistra applaudivano un gruppo di quattro o cinque deputati con più calore che non a destra; ma in ogni parte della Camera gli onorevoli non badavano tanto all’oratore quanto ad apostrofarsi, ad accusarsi, a sfidarsi l’un l’altro. “Mo’ si mettono le mazzate!… Bene!… Bravo!… Stasera finisce a cazzotti!” esclamavano alcuni giornalisti gongolanti; altri si interrogavano in mezzo al tumulto: “Ma allora?… Vota contro?… La destra si divide?… E Griglia?… Chi ci capisce più nulla!…”
L’oratore, infatti, appena poté farsi udire, spiegò che il suo dolore, in quel momento, veniva dalla necessità di doversi separare dal capo del suo partito, di non poterlo seguire nella promessa dell’aspettazione benevola.
Nulla di buono poteva uscire dall’equivoco, dalla confusione, dalle beghe immorali… Ancora grida, ancora urli. Egli sedette senza che le ultime parole potessero udirsi.
“Ai voti!… Ai voti!… Ai voti!…”
In mezzo a un frastuono d’inferno gli ultimi ordini del giorno furono ritirati; Milesio sorto un momento a parlare, dichiarò d’accettare quello di Pitti. Ranaldi credeva che avrebbe risposto sdegnosamente alle accuse di Adornesi; invece, dopo quella dichiarazione scussa scussa, sedette.
E cominciò l’appello nominale. La disfatta del ministero pareva ormai a Ranaldi inevitabile; se mezza destra seguiva Adornesi, se quasi tutta l’Estrema Sinistra seguiva Corsi, quelle due grosse pattuglie unite alle fazioni di sinistra antiministeriale dovevano formare una maggioranza ostile. I no fioccavano spessi, risoluti, quasi trionfatori. I giornalisti ministeriali erano serii e taciturni; alcuni, in piedi, con un foglio in mano, facevano il conto dei voti; quelli che non scrivevano ostentavano una falsa fiducia, scherzavano, apostrofavano i votanti per nascondere la loro paura; solo Colombo, sempre seduto, conservava la sua serenità, non chiacchierava, non cantava vittoria né lagnava la sconfitta.
I sì e i no s’udivano da destra, da sinistra, saltellanti come le note d’un pianoforte i cui tasti sono toccati a caso. A poco a poco, i sì dapprima molto scarsi cominciavano a spesseggiare: alla lettera C le due parti s’equilibravano. E a un tratto cominciò una sfilata di sì, rapidi, impazienti, interrotti a rari intervalli da qualche no sonoro e violento che provocava risate.
I ministeriali riprendevano ardire; Cèrego esclamava: “I miei quaranta voti, vedrete!…” Ormai, che il ministero resterebbe vincente cominciava a non esser più dubbio. Ranaldi, affranto, esausto, intirizzito da sette ore di assoluta immobilità s’alzò, ma senza andar via, poiché non comprendeva quel che avveniva, l’agitazione dei deputati, le esclamazioni dei suoi vicini: “Il patto è stretto!… Quel Nicotera… c’è riescito!…”. E ormai non s’udivano altro che sì, sì, sì, sì, sì. Le proporzioni della già dubbia vittoria crescevano da un momento all’altro e cresceva il fermento nelle tribune e nell’aula.
La maggioranza era di quaranta, sommava a sessanta, s’avvicinava a settanta voti. Quasi tutta la Destra seguiva l’esempio di Griglia che aveva votato a favore; Adornesi restava in compagnia di una dozzina d’intransigenti. Gli astenuti erano pochissimi; come per effetto di un contagio, come non potendo dire altrimenti, tutti rispondevano sì, senza esitare. La proclamazione, 263 favorevoli, 140 contrarii e 12 astensioni, fu fatta in mezzo a un clamore di piazza in rivoluzione.
Ranaldi che non ne poteva più e non si reggeva in piedi, e non era riuscito a capire, s’avviò per uscire. E nella saletta, per le scale, dinanzi all’uscio dell’ufficio telegrafico, non udiva che voci di giornalisti d’opposizione esasperati, insulti rivolti alla maggioranza ministeriale, come, prima della seduta, aveva udito gli insulti dai ministeriali rivolti alla temuta opposizione: “Farabutti!… Mascalzoni!… Cretini!… Branco di pecore!… Che fior di canaglia!…”

II

Consalvo Uzeda di Francalanza era entrato a Montecitorio, in qualità di rappresentante del Paese il 22 novembre ’82, giorno in cui il Re aperse la XIV legislatura, salutando gli eletti dal suffragio quasi universale. La cerimonia inaugurale, sempre solenne, ebbe quella volta una particolare importanza, poiché le elezioni erano state fatte con la nuova legge, a scrutinio di lista ed a suffragio tanto allargato da potersi dire universale; i singoli deputati non rappresentavano, dunque, come prima, qualche centinaio di elettori d’un piccolo collegio, ma parecchie migliaia di cittadini di mezza provincia; la loro autorità era pertanto cresciuta, ed essi avevano diritto ad una maggiore considerazione.
Insuperbito pei seimila e tanti voti che gli avevano dato, ubbriacato dalle dimostrazioni popolari che per tre giorni consecutivi avevano salutato la grande vittoria del “principino”, come ancora lo chiamavano nella sua città natale, l’onorevole di Francalanza, appena eletto, aveva subito fatto le valige ed era partito per Roma in gran fretta, quasi che dal suo arrivo alla capitale dipendesse la salute della patria. La presunzione ereditaria degli Uzeda, più conosciuti, laggiù in Sicilia, col nomignolo di “Vicerè”, poiché vantavano parecchi vicerè tra gli antenati e dei vicerè serbavano ancora il fasto ed il prestigio; l’abilità della quale aveva dato prova nelle amministrazioni locali; la dottrina acquistata da sé, faticosamente ma ostinatamente, quando s’era proposto di mettersi nella vita pubblica, le facoltà naturali che sapeva di possedere: una forte memoria, una straordinaria facilità d’eloquio, una gran dose di astuzia, gli facevano nutrire le più alte ambizioni. L’ambizione lo aveva gettato nella politica, poiché a lui non bastavano né i titoli di principe di Francalanza e Mirabella, né le ricchezze paterne, né il rispetto di cui era circondato nel suo paese. Fino a ventidue anni se n’era appagato, badando soltanto a spassarsi, a guidare i suoi cavalli, a vestirsi come un figurino, a mettere a male ragazze ed a far baccano e prepotenze la notte insieme coi suoi nobili amici. Ma gli Uzeda, oltreché boriosi come veri discendenti di hidalghi, erano stravaganti, cocciuti e anche un po’ matti, e non riuscivano ad andar mai d’accordo in famiglia: Consalvo, per suo conto, s’era messo in urto col padre, il quale lo aveva tenuto fino a tardi chiuso nel noviziato dei Benedettini, e i contrasti erano divenuti quotidiani, quando il principe Giacomo, morta la prima moglie, aveva dato al figliuolo una matrigna. Proprio allora Consalvo, di fresco uscito dal convento, s’era messo a scialacquare ed a far debiti; la tensione si inasprì quindi a tal segno, che il padre lo mandò via di casa, a viaggiare, sperando che dopo quella diversione si sarebbe modificato, e godendo a ogni modo d’una tregua durante la sua assenza.
Il viaggio fu la grande lezione del giovane; e dopo dieci anni, la rammentava ancora. Non poteva, no, dimenticare la mortificazione provata nel vedere che la sua nobiltà, la sua ricchezza, tutte le ragioni del credito goduto in Sicilia, non valevano più nulla, o quasi, appena fuori di casa sua. A casa sua era Consalvo VII; il “principino”, uno dei “Vicerè”, conosciuto, ammirato, invidiato e riverito da tutti: egli era divenuto un signore qualunque a Napoli, a Roma, a Milano, e peggio ancora a Vienna, a Parigi ed a Londra.
Il ricordo di quel senso d’umiliazione quasi scorata, si ridestava più preciso, in lui, per virtù del contrasto, a bordo del piroscafo che trasportava a Napoli, non più Consalvo Uzeda, ma l’onorevole di Francalanza. Quell’altra volta, dieci anni addietro, nessuno aveva badato a lui; adesso i camerieri gareggiavano di zelo per servirlo, per indovinare i suoi desideri; i viaggiatori, saputo della sua qualità, lo guardavano con occhio curioso, parlottando piano tra loro; a tavola, il comandante gli aveva fatto assegnare il posto d’onore alla sua destra. Ed egli non aveva perso tempo: lì, tra una portata e l’altra, s’era messo a fare una specie di piccola inchiesta sulla marina mercantile, interrogando il capitano sui traffici, sul piccolo e il grande cabotaggio, sulla concorrenza tra le vele e il vapore, sull’efficacia dei premii; ascoltando con interesse le risposte dell’uomo di mare, ma enunziando in pari tempo le sue proprie vedute, i risultati “dei miei studii”, le idee “che propugnerò alla Camera…”. Parlava forte, faceva un vero discorso, per farsi udire ed ammirare dalla turba dei semplici mortali intenta a masticare a due palmenti; dimenticava la fame sua propria per gustar meglio la sodisfazione di sentirsi qualcuno, un pezzo grosso, un legislatore, una parte del Potere; per assaporar meglio il contrasto tra la riverenza di adesso e l’indifferenza d’un tempo. Allora, la prima volta che era andato fuori di casa, il suo orgoglio sanguinava vedendosi sconosciuto tra la folla, trattato come tutti gli altri dalle persone alle quali lo avevano raccomandato; offeso ed irato, egli quasi negava la bellezza delle metropoli; la rarità degli spettacoli, la varietà dei godimenti, l’intensità della vita forestiera; quasi voleva tornare indietro, rinunziare al resto del suo viaggio. Ma non v’era mezzo d’esser considerato anche fuori di casa sua come a casa sua, d’esser conosciuto, invidiato, riverito, in quelle grandi città dove, a suo dispetto, doveva pure riconoscere che solo metteva conto di vivere? E il mezzo che gli era rivelato repentinamente, quando meno credeva di trovarlo, a Roma, in compagnia dell’onorevole Mazzarini, pel quale suo zio l’onorevole d’Oragua, gli aveva dato una lettera di presentazione. Egli non aveva pensato, prima, che la politica potesse fargli raggiungere quello scopo, perché non lo aveva raggiunto suo zio. L’onorevole d’Oragua, deputato fin dal ’60, non era riuscito ad altro che ad arricchire: ignorante, incapace di dire una parola in pubblico, era passato di legislatura in legislatura ignoto a tutti fuorché ai faccendieri, ai sensali, agli speculatori. Vedendo invece che un umile avvocatuccio di provincia come Mazzarini aveva conquistato una situazione alla capitale, dove una piccola corte di sollecitatori gli stava sempre intorno, Consalvo s’era proposto: “Io sarò deputato e ministro…”. E niente gli era stato grave per lavorare a quello scopo. Appena tornato a casa, aveva sbalordito tutti con la sincerità della sua conversione: l’elegante rompicollo, il dissipatore ignorante, l’aristocratico disprezzatore della dottrina, dato un addio alle donne, ai cavalli, ai piaceri, s’era messo a studiare, a tenere gravi discorsi nelle società politiche, a fare il consigliere comunale, l’assessore e il sindaco! E non lo avevano arrestato i sarcasmi degli antichi amici, i rinati contrasti col padre, l’opposizione dei parenti borbonici, la sua propria fede borbonica, il suo ideale d’un governo assoluto, lo stesso senso di ribrezzo che gli impediva di stringere le mani altrui, non solamente le ignobili mani d’un borghese o d’un popolano, ma le guantate e profumate; lo schifo che quasi gli vietava di portare del pane alla bocca, perché era stato maneggiato dal panettiere. Aveva cominciato suo zio a fare il liberale per amor d’arruffare; ma adesso non bastava più il liberalismo tepido e malvaceo dell’onorevole d’Oragua, e Consalvo era divenuto democratico e progressista, promettendo di sedere a sinistra, di dare perfino una mano ai socialisti. Tutto questo non gli era costato nulla, o ben poco: parole, parole, parole; egli si sarebbe professato anche nichilista, se fosse stato necessario per conseguire lo scopo. In fondo, nell’intimo della sua coscienza, egli restava quel che era: autocratico, autoritario, despota, e dimostrava con grande impegno che gli uomini sono eguali, perché tutti coloro che non sapevano fare quella dimostrazione riconoscessero che egli era superiore.
Era stato avvezzo da piccolo a considerarsi come fatto d’una pasta diversa da quella degli altri uomini: nella Sicilia ancora quasi feudale di prima del Sessanta tra nobiltà e borghesia correva un abisso; e in mezzo alla nobiltà paesana gli Uzeda, i principi di Francalanza, i “Vicerè” portavano la palma. Al noviziato dei Benedettini, dove era stato per educazione, Consalvo aveva visto imperare gli stessi privilegi: solo i nobili potevano essere ammessi tra i novizii e tra i Padri; i plebei erano Fratelli destinati al servizio delle Loro Paternità, costretti ad alzarsi, a mettersi con le braccia in croce, la schiena piegata, e il capo basso, quando un ragazzo del collegio passava loro dinanzi. Più tardi la coscienza delle sue facoltà naturali, della sua accortezza, della forza della sua volontà, del valore acquistato con lo studio, avevano accresciuto la sua vanità; e soddisfazioni di vanità egli cercava nello studio e nella politica. Come prima aveva fatto sfoggio di cavalli e di cravatte, più tardi s’era messo a sfoggiare teorie economiche e sociali; come prima non aveva citato altre autorità fuorché quella del suo sarto di Firenze e del suo camiciaio di Napoli; più tardi aveva intronato la testa alle persone con le opinioni del “celebre Spencer” e del “famoso Darwin”. Non a vantaggi materiali egli aspirava, mettendosi nella vita pubblica: alla morte del padre era rimasto padrone di parecchi milioni; alla morte dei suoi zii quella fortuna si sarebbe raddoppiata: ma egli voleva essere circondato di considerazione, di rispetto, d’ammirazione; voleva goder credito ed esercitare autorità non più nella breve cerchia dov’era fin a quell’ora vissuto, ma a Roma, in tutta Italia, dovunque sarebbe andato…
E come tutto gli era andato a seconda! Tra per la reputazione acquistata nei Consigli civici, tra per l’eredità politica dello zio, ma specialmente perché al principe di Francalanza nulla era vietato ottenere, arrivava a Roma col prestigio dei seimila e tanti voti raccolti sul suo nome, del favore popolare che aveva circondato la sua candidatura; e arrivava a Roma non come tanti altri nuovi eletti, ancora sconosciuti, costretti a salire in un omnibus d’albergo o in una carrozzella da nolo; ma aspettato alla stazione dall’onorevole Mazzarini, da sua Eccellenza Mazzarini, il quale veniva a prenderlo con la carrozza del ministero del commercio, per condurlo subito a Montecitorio, nella sala rossa, alla riunione degli amici del Governo! Mentre la carrozza scendeva verso il centro della città, Mazzarini gli parlava del posto fattogli assegnare dall’ufficio di presidenza, dell’imminente discorso della Corona, della fisonomia della nuova Camera; ma, in verità, ei non gli dava molta retta, pieno com’era d’un tripudio quasi bambinesco, smanioso quasi di batter le mani, di ridere, di cantare, Egli era a Roma! Era a Roma l’onorevole di Francalanza! Un ministro veniva a prenderlo, gli altri ministri lo aspettavano!… Affacciandosi dallo sportello, egli vedeva la striscia di fuoco che illuminava via Nazionale, edifizii sontuosi che non rammentava di aver visto al suo primo viaggio, un movimento di carrozze, di trams, di pedoni al quale non era avvezzo; e quella vista, la rapida corsa per la grande città dove veniva a prendere il posto sognato, lo eccitavano, quasi lo sollevavano materialmente dal sedile. Dinanzi alla facciata luminosa del Teatro Drammatico, alla folla elegante che s’accalcava sulle sue porte, egli quasi disse: “Che bellezza!…” mentre Mazzarini gli riferiva per sommi capi il discorso della Corona, quel discorso che tutta l’Italia aspettava, del quale egli, non appena arrivato conosceva, con pochi altri, prima di tutti, il contenuto!… Tra i tanti motivi della sodisfazione che stentava a frenare, non ultima era la premura servizievole, quasi umile che gli dimostrava Mazzarini. Ministro, Eccellenza, Mazzarini lo accoglieva adesso come la prima volta, quando era semplice deputato; lo trattava con la stessa dimestichezza, un poco protettrice ma molto più rispettosa ed ossequente d’un uomo d’affari, pel gran signore. L’avvocatuccio arrivato al potere, superbo della fresca sua dignità dinanzi a tutto il mondo, provava un’istintiva soggezione in presenza del patrizio compaesano, quasi che il principe di Francalanza, il discendente dei Vicerè, potesse con una sola parola rammentargli la distanza che li separava. Ed era bastato a Consalvo scrivergli una letterina, dopo l’elezione, perché sua Eccellenza si mettesse ai suoi ordini, prendesse cura di trovargli un alloggio, si offrisse di guidarlo nel mondo parlamentare, di presentarlo ai colleghi del gabinetto, ai decani della Camera. Questa possibilità d’esser subito conosciuto, d’avvicinar subito i pezzi grossi, di mettersi in veduta la stessa sera del suo arrivo alla capitale, lo aveva indotto a lasciarsi ascrivere tra gli amici del gabinetto; senza di ciò non si sarebbe vincolato così presto. Vincolato?… Dov’era il vincolo? A che cosa obbligavasi? Quale carta sottoscriveva? Forse perché andava a quella riunione perdeva la potestà di regolarsi a modo suo, di votare secondo gli conveniva, di mettersi più tardi, nel momento della battaglia, dalla parte di chi aveva maggiori probabilità di vittoria?… Con questa intima riserva egli era andato a far atto di fede ministeriale, per godere i vantaggi dell’amicizia del governo; e un’ora dopo il suo arrivo, appena finito di lavarsi e di cambiar abito all’albergo del Quirinale, dove Mazzarini aveva fissato le sue stanze e mandati i suoi bagagli, era entrato con l’autorevole amico a Montecitorio, nella Sala Rossa già affollata di onorevoli: in mezzo ad un cerchio di Eccellenze, di segretarii generali, di ex-vice Presidenti della Camera, era stato presentato al Presidente del Consiglio; il quale, udito il suo nome, gli aveva steso la mano come a una persona di conoscenza che si ravvisa ad un tratto. “Ben lieto, onorevole, di poterla ringraziare del suo regalo. Ho letto il discorso, mi rallegro sinceramente con lei…” Infatti, egli aveva dato a stampare il programma svolto in un gran comizio elettorale: e ne aveva spedito una copia, accompagnata da dediche, laudative e ammirative, a tutti i luminari del Parlamento, sia di sinistra che di destra, sia di estrema sinistra che di centro: “All’on. Griglia, piccolo tributo di grande ammirazione… All’on. Luzio, con devozione di discepolo… All’autore dei Bisogni reali come ad un maestro…”
Ah, buona veramente, quella sua prima giornata romana, o per meglio dire quella prima notte: quasi tutti coloro che avevano ricevuto il discorso lo ringraziavano del dono e delle dediche; alcuni, è vero, o che non avessero ricevuto l’opuscolo o che non rammentassero il nome dell’autore, gli stringevano la mano senz’altro; ma in cambio tutti i vecchi parlamentari siciliani lì convenuti lo riconoscevano come compaesano, lo complimentavano per la clamorosa riuscita della sua candidatura. E il discorso di Milesio all’adunanza; l’appello fatto ai nuovi rappresentanti del Paese, alle giovani energie non ancora stancate da lotte spesso infeconde; la fiducia espressa dal vecchio statista che quei giovani confortati da così largo suffragio popolare avrebbero saputo esprimere i reali bisogni del popolo, e contentarli, e guidare l’Italia a un’alta e nobile meta, avevano finito di accenderlo, di persuaderlo che egli singolarmente, tra tutti quei nuovi, era chiamato a rappresentare una gran parte: Milesio, guardando in giro, non fermava spesso, più a lungo, gli occhi su lui? non faceva rivolgere a lui quelle esortazioni e quella fiducia?… Tornato all’albergo, messosi a letto, non aveva potuto chiudere occhio; la sodisfazione di cui era pieno, le previsioni della sua fortuna lo tenevano desto, contro voglia, perché era veramente stanco e sentiva il bisogno del riposo del sonno. Il nome dell’albergo dove alloggiava, il pensiero che appena arrivato a Roma era andato al “Quirinale” lo faceva sorridere di puerile compiacenza, gli faceva fantasticare le chiamate, a quell’altro Quirinale, alla Reggia. Fra quanti anni: dieci o trenta? Egli ne aveva appena trentadue: poteva dunque aspettare, ma non voleva che l’attesa si prolungasse poi troppo!… Del resto, egli sarebbe andato al Quirinale molto più presto, tra qualche mese, perché avrebbe chiesto di esser presentato al Sovrano. Voleva frequentare la Corte, il mondo diplomatico, la società elegante, tenersi bene con tutti, farsi amici dovunque!… Non potendo prender sonno, aveva riacceso la candela e s’era messo a sfogliare i giornali comprati a piazza Colonna. Il Menestrello portava alcune curiose variazioni statistiche sulla nuova Camera: il nome di Francalanza era citato due volte in prima linea: “I titolati sono sessantacinque che si dividono così: tre principi: Bramante, Ceri e Francalanza… Riguardo all’età quattro hanno trent’anni: Aretta, Torri, Bustini e Forla, due ne hanno trentuno, Messuoro e Provetti, due ne hanno trentadue, Francalanza e Rivatti…” Per l’età, per la posizione sociale egli era già additato alla pubblica attenzione, usciva subito dal limbo a cui erano condannati centinaia e centinaia di colleghi. Al Quirinale-reggia, sarebbe andato più tardi; ma quanti dei suoi colleghi potevano scendere all’albergo del Quirinale? Quelli ai quali aveva chiesto il loro indirizzo gli avevano detto nomi d’alberghi a lui sconosciuti o nomi di vie e numeri di portoni di più o meno modeste case mobigliate!… Certamente, il domani e i giorni seguenti furono più calmi; nella seduta reale, specialmente, egli provò un vero senso di mortificazione vedendosi perduto in mezzo a più di seicento tra senatori e deputati, i più reputati dei quali scomparivano tra per la gran folla, tra perché l’attenzione era tutta rivolta ai Sovrani. Il caso lo mise vicino a due radicali, che non battevano le mani, né gridavano evviva, anzi guardavano in giro con un sorrisetto canzonatorio, e durante la lettura del discorso della Corona scambiavano scettici commenti. Neppur egli batté le mani, un poco per distinguersi dall’anonima turba acclamante, un poco per ingraziarsi i colleghi repubblicani, ai quali definì il discorso “una raccolta di luoghi comuni”. Più tardi, in mezzo a un gruppo di ministeriali che giudicavano molto accorte e prudenti le parole messe in bocca al re, egli dichiarò che il passaggio relativo all’applicazione della riforma elettorale, tutto il programma della nuova legislatura, specialmente la chiusa, erano “come non si poteva dir meglio”.
Non temeva che potessero scoprire quella contraddizione. Da lontano, la Camera gli era parsa come un intimo circolo di persone che i diversi programmi politici potevano dividere ma che la comune funzione doveva quotidianamente accostare. Adesso invece s’accorgeva che era una specie di grande albergo, dove, ad eccezione dell’ora dei pasti – cioè delle sedute – ciascuno andava e veniva pei fatti suoi, senza badare ai vicini, senza neppure salutarli se non c’era stata una regolare presentazione. Tanti colleghi della precedente legislatura, discretamente assidui a Montecitorio, non già di quelli che si chiamano deputati-telegrafo perché vengono a Roma solo quando c’è da prender parte ad una votazione di fiducia, Mazzarini, vecchio parlamentare, li conosceva appena di nome; dacché era ministro, le sue relazioni avevano preso un grande sviluppo; tuttavia egli non aveva visto ancora la punta del naso di parecchie dozzine di colleghi. Del resto, anche tra quelli che si conoscevano, che stavano spesso insieme, Consalvo vedeva che l’intimità era rarissima e la diffidenza continua. Una delle cose che più lo impressionarono, nei primi giorni, fu la maldicenza unita ad una ipocrisia, così fine che senza la maldicenza egli non l’avrebbe scoperta. Nei circoli delle sue conoscenze, udiva i colleghi lodarsi reciprocamente, ascoltarsi con deferenza, scambiarsi espressioni di viva amicizia, alle volte quasi abbracciarsi: “Tu che hai tanta competenza… Voi che siete una persona di spirito… Ma sì, dite bene: è così, proprio così!… Carissimo!… Mio buon simpaticone!…”. Poi appena il collega lodato andava via, il lodatore sogghignava, ammiccava con l’occhio, esclamava: “Che buffone!…”, oppure: “Bisogna avere una bella dose di cretineria!…”, oppure: “Alla larga!…”. Un giorno che egli accostò Mazzarini intento a parlare con un onorevole, un biondo quasi rossiccio, con la lente d’oro sul naso aquilino e certi scopettoni che gli davano l’aspetto d’un diplomatico, il ministro fece la presentazione: “L’on. di Francalanza… l’on. Codenghi, non ho bisogno di aggiungere: una delle più chiare, autorevoli e rispettate personalità della Camera elettiva…” Il Codenghi mosse un poco il braccio e chinò gli occhi protestando: “L’indulgenza dell’on. Mazzarini…” Mazzarini invece insisté: “Dica la modestia sua! Io considero come una vera fortuna quando ho da trattare con colleghi di spirito così largo, di mente così retta come lei…”. Ma, quando Codenghi si congedò, il ministro, preso Consalvo pel braccio e conducendolo via, gli disse: “State bene attento, principe: guardatevi da quell’individuo: è un fior di mariolo!…”.
Prima di mettersi nella vita pubblica, fin da quando per le stravaganze e le liti continue dei suoi parenti era stato nella necessità di lodarli beffandoli tra sé, e di secondare le pretese dell’uno e contemporaneamente quelle dell’altro, Consalvo s’era assuefatto alla finzione; entrato nelle società politiche e nelle amministrazioni municipali aveva fatto strada con questo mezzo, affermando e negando le stesse cose, secondo l’umore dell’uditorio o della maggioranza o di quei pochi che voleva ingraziarsi, bordeggiando continuamente, menando tutti pel naso. Talvolta egli aveva pensato: “Io sono dunque scettico? Non ho carattere?…” quasi rimproverandosi questo scetticismo, questa mancanza d’una qualità reputata necessaria ad ottenere la stima del mondo: ma i suoi scrupoli s’erano acquetati all’idea che per riuscire bisogna esser così; che le fedi apparentemente più sincere nascondono, il più sovente, un tornaconto eguale a quello che consiglia i voltafaccia e l’instabilità. Del resto la fermezza in una opinione non può esser segno di cocciutaggine, di angustia di mente? Studiando, cercando nei libri le opinioni altrui, egli non ne aveva trovato due esattamente eguali: ed erano opinioni di filosofi, di scienziati, di critici insigni. Tutte le ipotesi, tutti gli ideali più contradittorii possono essere confortati da qualche grande autorità: se ognuno crede di aver ragione, vuol dire o che l’hanno tutti o che non l’ha nessuno. A parole, egli la dava a tutti; tra sé, credeva d’averla soltanto lui. “Il mio carattere” pensava “è di esser senza carattere.” Quella indipendenza, quella pieghevolezza, quella capacità d’ammettere e di negar tutto e di adattarsi a tutto, portate ad un grado estremo erano una grandezza e una superiorità come tante altre… Nondimeno, venendo a Roma, entrando a Montecitorio, egli aveva dubitato un istante. Lì, forse, quella sua attitudine gli sarebbe stata nociva; la saldezza in un principio, il costante proseguimento d’una idea netta e immutabile erano forse il segreto della vera forza. Credendosi scettico consumato, egli aveva ancora un istintivo senso di rispetto per certe cose. Ma il suo dubbio, si disperdeva rapidamente, alla Camera, vedendo che il suo scetticismo di piccolo provinciale era timido e innocente a paragone del cinismo di cui vedeva le prove.
Nei pochissimi giorni corsi tra il suo arrivo alla capitale e l’inaugurazione della legislatura, le conversazioni udite in casa di Mazzarini, dove convenivano parecchi deputati amici del ministro, lo avevano fatto ricredere: schernivano i colleghi; demolivano, con una parola, le reputazioni parlamentari che egli credeva più salde e pure; ministeriali, ne dicevano d’ogni colore perfino contro il Presidente del Consiglio; Mazzarini, suo collega, sua creatura, lo difendeva fiaccamente; alle incolpazioni più gravi, più atroci, portate con un modo leggiero e quasi scherzoso, fingeva di credere che non fossero dette sul serio, ma sorrideva, talvolta, quasi di compiacenza.
Questo continuo malinteso, questa comoda incertezza sul tono col quale le cose eran dette, comoda per la possibilità di disdirsi, dimostravano a Consalvo, che egli non doveva inquietarsi, e che la via per la quale voleva mettersi era la buona. Poi, aperta la Camera, le prove della reciproca disistima e della generale canzonatura, lo avevano confermato nei suoi propositi, erano valsi a fargli recuperare il suo primo senso di balda fiducia. Mentre tanti suoi colleghi giravano timidamente per le sale di Montecitorio, come invitati che non riescono a trovare il padrone della casa dove entrano la prima volta, egli si sentiva come in casa propria: vi parlava a voce alta; dopo pochi mesi vi aveva fatto tante conoscenze quante ordinariamente se ne fanno in parecchi anni. Oltre quelle dovute a Mazzarini, quasi tutte di sinistra, ne aveva contratte molte anche a destra grazie alle lettere di presentazione dategli da suo zio per quelli che il vecchio chiamava “miei amici”. Ma costoro, i più autorevoli, specialmente, Griglia fra gli altri, non lo avevano accolto come egli s’aspettava; cortesi e freddi, pareva lo considerassero eguale al parente; un gran signore ignorante, forse più ricco e perciò più retto, ma certo egualmente destinato a restare sconosciuto. Mortificato e pentito della svista commessa nel ricorrere alle raccomandazioni del vecchio faccendiere, egli era impaziente di dimostrare a tutti costoro, con gli studii, con l’ingegno, con la facilità della parola ch’egli possedeva, il loro inganno. Smanioso di fare il suo esordio, era poco disposto a seguire i consigli di Mazzarini, il quale gli raccomandava d’esser paziente, d’aspettare una buona occasione, e frattanto di assuefarsi all’aria di Montecitorio, di impratichirsi del meccanismo parlamentare. Certo, egli non voleva trascurare nessuno dei mezzi adatti a raggiunger lo scopo; e fin dalla costituzione degli uffici, era andato assiduamente alle riunioni del settimo, al quale la sorte lo aveva destinato. Però anche lì aveva roso il freno, vedendo come la sola anzianità, la presunta esperienza dei vecchi deputati, costituiva il maggior titolo alla considerazione dei colleghi. Per la nomina delle cariche, c’era stata una lotta tra Parrini e Malpioli: Malpioli, uno dei giovani intelligenti rivelatisi nelle ultime legislature, non aveva potuto vincere contro Parrini, solo perché questi sedeva da dodici anni a Montecitorio. Per ogni posto da occupare, nell’ufficio di presidenza, nella giunta del bilancio, nelle tante commissioni permanenti, quel criterio premeva sugli altri. “Come? Io ho quattro legislature!… Io ne ho cinque!… Io ne ho sei!…”
E quantunque la nullità di cotesti presuntuosi dovesse parere tanto più inguaribile quanto più a lungo erano stati alla Camera senza trovare un momento per mettersi in mostra e farsi valere, il numero delle medagline che portavano alla catenella misurava la loro importanza.
Quando il suo ufficio cominciò a lavorare, Consalvo poté accertare l’autorità esercitata dai vecchi parlamentari senz’altro fondamento che la sola pratica: con una parola, con un’osservazione, rammentando un precedente, citando una legge, per la sola virtù della memoria, solo per avere assistito a un gran numero di sedute, essi sgominavano i giovani. Sul progetto di legge relativo ai probi-viri, l’on. Barra aveva parlato a lungo, più volte, dimostrando d’essersi impadronito della quistione, d’averla studiata sotto ogni aspetto: non lo nominarono relatore perché era “troppo giovane”. Quella gioventù di cui Consalvo gloriavasi come d’un grande vantaggio, d’un titolo capace di giovargli, era invece d’ostacolo. Tanti fra questi giovani, quasi tutti i nuovi eletti, sentendo la propria inesperienza, avvertendo il pericolo del fiasco, se ne stavano zitti e quatti, lasciavano fare ai maggiori, stavano a udire, ad osservare, deferentemente e pazientemente.
Anch’egli dimostrava molto rispetto e molta ammirazione ai vecchi, dava loro del maestro a tutto pasto, faceva loro una corte in tutta regola, ma quanto alla pazienza dei colleghi, credeva che fosse alimentata piuttosto dalla paura, e avendo paura d’aver paura anche lui, si faceva forza per parlare, per farsi notare, nell’ufficio, nei corridoi, dovunque gli se ne offriva l’occasione. Alla Camera, durante la discussione del bilancio dei lavori pubblici, s’alzò la prima volta per fare una raccomandazione intorno alle ferrovie siciliane: non aveva prestabilito di chiedere di parlare, obbedì invece a un moto repentino ed impulsivo. Non più di cinque minuti di parola, dinanzi a una cinquantina di colleghi distratti e annoiati, ma conveniva cominciare comunque: e quel modo gli pareva il migliore.
Aspettando di poter fare il gran discorso che doveva essere la rivelazione, egli parlò un poco altre volte, fece altre raccomandazioni, presentò anche un’interrogazione al ministro della guerra intorno a certi inconvenienti avvenuti nell’impresa-viveri del XII° Corpo d’esercito. Sedute spopolate, senza pubblico, con la tribuna della stampa quasi vuota, bastando ai giornalisti il resoconto sommario; e neppure la soddisfazione d’esser nominato da tutte le gazzette perché molti si sbrigavano con un “raccomandazioni varie”; però il Dibattimento e la Politica, portarono sempre il sunto delle sue parole; due o tre righe, nella prima delle quali spiccava, pel carattere corsivo o molto inchiostrato, il suo nome: l’on. di Francalanza. Egli s’era abbonato, subito appena giunto, a tutti i giornali d’ogni colore, mandando i quattrini alle direzioni dei fogli piuttosto che alle amministrazioni: in casa di Mazzarini aveva anche conosciuto Romeo Colombo, e tutto questo: l’assiduità loquace agli uffici, i brevi discorsi alla Camera, gli abbonamenti presi ai giornali, gli pareva avessero dovuto già concigliargli l’attenzione benevola dei colleghi e della stampa.
Quando scoppiò la crisi, quando il ministero ricomposto dallo stesso Milesio si ripresentò alla Camera e vi fu accolto con tanto malumore che una seconda crisi parve imminente, lo spettacolo delle passioni scatenate, delle ambizioni frementi, delle agitazioni, delle gare, delle lotte cui era in preda tutto il mondo politico, gli dette la tentazione violenta di farsi avanti col solo modo che egli poteva adoperare: parlando, facendo un gran discorso politico, il primo vero discorso.
Mazzarini lo dissuase, gli disse che era un errore parlare in quell’occasione; che, nei momenti decisivi, soltanto chi aveva l’autorità di contribuire alla risoluzione poteva essere ascoltato; che un giovane come lui, senza seguito, ancora poco conosciuto, non poteva fare se non una dissertazione teorica, incapace di interessare gli animi appassionati. Egli riconobbe che l’amico diceva bene, che in quel momento non c’era da far nulla, che bisognava anzi agguerrirsi contro le tentazioni. A meno di sentirsi chiudere la strozza dinanzi al pubblico, come suo zio, chi non era capace di fare un discorso? E i discorsi che egli udiva in quell’occasione, che cosa avevano di alto, di nuovo, di peregrino? Si sentiva capace di farne una dozzina di fila, come quelli; di parlare un intero giorno, a favore del ministero, o contro, né a favore né contro, in un senso qualunque. Gli pareva che i più reputati oratori d’ogni parte della Camera non dicessero tutto ciò che si poteva dire in sostegno delle loro opinioni, o che non lo dicevano con la forma, con l’insistente efficacia che ci voleva; se avesse parlato lui, avrebbe messo le cose a posto, denunziati i malintesi, rischiarata la situazione… Ma egli non voleva parlare. Chiese la parola, come la prima volta, obbedendo a un impulso istintivo. Uno dei suoi colleghi aveva affermato che la situazione non aveva riscontro nella storia parlamentare; ora, giusto la sera precedente, leggendo la Storia del Parlamento inglese – che insieme con altri libri di diritto pubblico, di economia politica, di scienza amministrativa formava il suo pascolo serotino, in letto, al lume della candela – aveva trovato che nel parlamento inglese, una volta, sulla fine dello scorso secolo, s’era presentato un caso simile a quello di cui si trattava!…
I suoi elettori avevano il viso composto a mestizia, come nelle visite di condoglianza; alcuni, oltre che tristezza, esprimevano sdegno vivace e confortativa speranza.
“Principe, ci dispiace… Non sapevamo… Un’altra volta, certamente… Ma è una cosa indecente!… Qualcuno ci dovrebbe pensare!… Fanno sempre così?”
Di passaggio a Roma, quegli isolani erano andati a visitare il loro illustre concittadino per salutarlo, per ottenere da lui i biglietti di entrata alla Camera; e giusto ci s’erano trovati nel momento che egli parlava. Vedendolo sorgere, rammentando i trionfi oratorii da lui ottenuti laggiù in Sicilia, avevano creduto immancabili gli applausi e le congratulazioni; e orgogliosi di averlo mandato a Montecitorio, felici di averlo trovato in quella Roma dove s’aggiravano come anime in pena, senza conoscer nessuno, in quella Camera dove se ne stavano mogi come cani in chiesa, s’erano a un tratto rianimati, tirandosi l’un l’altro pel braccio, dicendo a voce alta nella tribuna: “Il principe… Zitto, parla il principe…” per far sapere ai vicini, che conoscevano qualcuno tra gli onorevoli, che erano amici di quel grand’uomo. E con le bocche aperte e gli occhi fissi e le persone piegate in due, avevano aspettato d’udire le cose straordinarie che avrebbe dette e le salve di battimani che lo avrebbero accolto, quando la sua voce era stata coperta dagli urli, dalle esclamazioni, dalle risa, da un baccano infernale. Il grand’uomo, il deputato del loro cuore destinato a sbaragliare la Camera con la forza dell’eloquenza, aveva fatto fiasco, ma un fiasco terribile, come neppure il più cane dei cantanti dinanzi al più feroce dei pubblici! Ne erano spaventati, non si sentivano neppure il coraggio di andarlo a trovare per ringraziarlo dei biglietti, per congedarsi da lui. Ma poiché, non avendo udito nulla di ciò che egli diceva, non potendo ammettere che la sua dottrina e il suo ingegno fossero mancati d’un colpo, essi addebitavano l’insuccesso allo scandaloso contegno degli onorevoli, all’invidia che forse li rodeva, deliberarono di andare, tutti insieme, per confortarlo, per dargli animo, per assicurarlo che essi gli serbavano intatta la loro fiducia devota. E il domani della memorabile seduta, di buon mattino, entrati nel salotto dell’albergo dove Consalvo, già levato, in veste da camera, scriveva, gli venivano incontro imbarazzati, dolenti, sdegnati, gli stringevano forte la mano, parlavano tutti insieme:
“È una vergogna!… Se avessimo saputo!… Ma quel Presidente?… Chi sa come la notizia sarà arrivata da noi?…” Erano stupiti vedendo che il loro deputato pareva non comprendere e li interrogava con lo sguardo, con la voce:
“Ma che?… Perché?… Che cosa è successo?…”
“La seduta di ieri… il discorso…”
“Ah, quel po’ di frastuono?… Ma sì, fanno sempre così, nelle lunghe discussioni! E, in verità, non hanno poi tutti i torti! Pensate che per tre giorni di seguito hanno dovuto sentire dozzine e dozzine di discorsi, lunghi, corti, serii, comici, importanti, futili, pedanteschi, noiosi; pieni, su per giù, la maggior parte, delle stesse cose, delle stesse idee, perfino delle stesse parole, e poi vediamo se la pazienza non scapperebbe anche alle panche!… Certo, non è molto piacevole, per chi parla, sentirsi fare quell’accompagnamento; e ci sono alcuni – anche dei vecchi, eh! – che si smarriscono, e smettono. Ma io mi sono presto abituato ai costumi parlamentari, e non mi lascio intimorire. Non volevo parlare, da principio; chiesi la parola per rispondere a una certa bestia che credeva tutti ignoranti come lui; poi, parlando, sapete come succede, un’idea ne chiama un’altra, e naturalmente…”
“Naturalmente!… Però il Presidente…”
“Il Presidente!… Poveromo! È la vittima più da compiangere! Ma sapete che esce con le braccia rotte, con la voce perduta, tutto in sudore, da una di queste discussioni; e che, appena finito, scappa a chiudersi nelle sue stanze dove muta biancheria da capo a piedi, per non prendere una polmonite?”
“Davvero?… Perbacco!… Eh, veramente…”
“Vorrei vedere un altro al suo posto! Armato d’un semplice campanello! Se avesse a sua disposizione un revolver o un cannoncino, non dico!…”
“Ah! Ah!… Allora!… Ma sì!…”
E tutti riconfortati, essi che erano venuti a confortare, ridevano, ammiravano la disinvoltura del loro eletto, l’indulgenza con la quale scusava i colleghi ineducati, la pratica, l’esperienza, la forza che aveva acquistata in pochi mesi. Non si parlò più del fiasco oratorio, ma del voto, delle cose del collegio, di quel che l’onorevole avrebbe fatto. Veramente, parlava egli solo, rispondeva continuamente, premuroso ed eloquente, alle domande degli elettori. “Il voto era previsto, non lo prevedeva il pubblico, la gente che non sapeva il dietroscena; ma io che… io che… In casa del Presidente del Consiglio, l’altra sera, prendemmo gli accordi che… Io sono col ministero, pel momento, ma s’intende: appoggio chiaroveggente, e non cieca fiducia. Pel momento, pare ben disposto verso di noi: il mio amico Mazzarini appoggia tutte le domande che ho fatte nell’interesse del collegio: fatelo sapere…”
Avendogli uno domandato se sarebbe presto venuto in Sicilia, il suo discorso prese un’altra piega:
“Eh, no; almeno per un certo tempo. Finché la Camera sarà aperta, mai, a nessun patto. Ma anche a Camera chiusa: io ho tante relazioni a Roma, né credo che il deputato, l’uomo politico, si improvvisi a Montecitorio: esso si forma a poco a poco, vivendo alla capitale, frequentando la società… Voialtri partite subito?…” Sì, la comitiva, provvista di biglietti-circolari, partiva il domani. “Se restaste qualche giorno, vi farei vedere la casa che ho affittato… l’albergo era buono pei primi tempi; adesso ho bisogno di sistemarmi a casa mia… Ho preso in affitto un primo piano del Villino Broggi, al Macao… sapete, vicino piazza dell’Indipendenza… quella gran piazza alberata? Sì… un bel quartiere: tremila lire l’anno, e non è caro… ho anche intenzione di mettere un carrozzino: le distanze, qui a Roma, avete visto? sono tanto grandi…” Enumerando le cose fastose che voleva fare, egli aveva cura di spiegarne la necessità, quasi di giustificarsi; perché i suoi elettori non pensassero che egli facesse stravaganze. Era sul più bello di quel discorso, quando il cameriere gli recò, sopra un vassoio, i giornali.
“I giornali del mattino… Il Dibattimento… La Politica… Volete vederli?…”
E li distribuì in giro. Allora ricominciò, pei suoi visitatori, l’imbarazzo di un’ora prima: lì, in quei fogli, doveva essere registrato il fiasco dell’onorevole: i giornalisti che nella loro tribuna avevano fatto come diavoli scatenati, non potevano prender la cosa con tanta filosofia come l’oratore… E lessero.
Il Dibattimento diceva: “L’on. di Francalanza dimostra che la situazione presente non è nuova. Il giovane deputato siciliano, che è un grande patrizio, sfoggia una erudizione molto rara e molto solida che gli fa veramente onore. Peccato che la Camera sia un poco nervosa e non stia attenta come converrebbe…” La Politica era più breve: “L’onorevole di Francalanza parla fra i rumori, rammentando un precedente e dichiarandosi favorevole al ministero”. Ma il Menestrello era più lungo, più favorevole e più grazioso: “L’onorevole di Francalanza, spezza una… lanza, con franca voce, pel gabinetto: l’oratore, che è giovanissimo e possiede molta dottrina e – beato lui – molti quattrini, non si lascia sgominare dall’impazienza dei colleghi e pronunzia un discorso molto serio e molto importante…”.

III

Quel sabato v’era, in casa Mazzarini, molta gente. La vittoria del governo dopo l’aspra battaglia procurava al ministro dei lavori pubblici, passato incolume dal primo al secondo gabinetto Milesio, nuovo favore: tutti i suoi amici, tutte le sue conoscenze venivano a rallegrarsi con lui della meritata fortuna. E l’on. di Francalanza, passando per le sale affollate, sorrideva tra sé al ricordo del vuoto, del freddo, dell’imbarazzo che aveva visto regnarvi le settimane passate, quando il credito di Sua Eccellenza pericolava.
Al posto del ministro, avrebbe egli accettato come moneta di buona lega quelle proteste di amicizia e quelle dimostrazioni di compiacimento?
Mazzarini, invece, era raggiante, la gioia gli si leggeva negli occhi come a un bambino. Oltre che ingenuo, quel contegno non era anche di cattivo gusto?… Consalvo cominciava a criticare, a ridire su molte cose. La società raccolta lì dentro parevagli poco scelta: accanto a qualche pezzo grosso della Camera, v’erano dei colleghi sconosciuti, timidi e umili del ministro come a Montecitorio; una quantità di magistrati e di impiegati più o meno alti, tutta la colonia calabro-sicula barbuta e taciturna. Dispiaceva particolarmente a Consalvo la padrona di casa, una buona signora, in fondo, che teneva un po’ troppo però ad avere un salone politico, a ragionar di politica, a fare il giuoco di suo marito. Piccola, bruna, miope in grado estremo, chiacchierina, inelegante, dispiaceva a Consalvo per l’aria di protezione che un po’ scherzando un po’ sul serio prendeva con lui. Sulle prime, ignaro di tante cose egli aveva creduto all’efficacia dell’amicizia di lei e di suo marito, all’importanza del loro salotto; a poco a poco, specialmente dopo la crisi, e al contrario della folla che dava maggior credito al ministro, egli s’era venuto ricredendo. I Mazzarini, marito e moglie, atteggiandosi a suoi protettori, non sapevano viceversa nascondere il prezzo che attribuivano all’amicizia del “principe”: solamente dal modo col quale la padrona di casa gli dava quel titolo e lo chiamava: “principe!…” egli comprendeva il segreto struggimento di quei borghesucci per la nobiltà; l’invidia che, arrivati alla supremazia politica provavano per un’altra supremazia, meno pratica, più vana, ma impossibile ad ottenere se non si possedeva dalla nascita; la vanità di dimostrarsi intimi con un gran signore genuino, simile a quella di un collezionista che tra molti quadri grandi e belli di moderni autori dà il posto d’onore a un disegnino antico o ad una stampa rara. In quella Roma dove i principi godevano d’un prestigio quasi regale, alcuni anzi più grande del regale, perché disconoscevano la nuova regalità; dove il ritiro di tanta parte dell’autentica nobiltà cittadina, era stato compensato dall’invasione d’una nobiltà più o meno dubbia, presentare un principe, non romano, è vero, ma un principe che si chiamava Consalvo Uzeda di Francalanza, i cui nomi lo dispensavano dall’esibire i diplomi, era un gran vanto per l’avvocato democratico a parole, per la provincialina ubbriacata dalla fortuna.
In casa loro, Consalvo vedeva una quantità di contesse i cui mariti non erano conti, ma colonnelli, contabili o magistrati, o capidivisione: nondimeno, la Mazzarini insisteva molto nel dar loro quel titolo. Di signore autentiche, egli ne aveva incontrate poche e nelle visite pomeridiane, piuttosto che di sera; ma, la marchesa Ersilia Clarenzi da lui riveduta al Quirinale, a un ballo di corte, s’era rammentata di suo zio il duca d’Oragua e gli aveva detto d’andarla a trovare. Al Quirinale, in casa Clarenzi, Consalvo andava per farsi vedere, per farsi conoscere, non già perché ci si divertisse. Un tempo, la società femminile lo attirava; dopo la metamorfosi, con la fermezza cocciuta degli Uzeda, aveva radicalmente soppresso la donna dalla sua vita.
Divenuto incapace di dire una galanteria, di accendersi dinanzi alle bellezze più procaci, per il lungo esercizio della castità, egli stava dinanzi alle signore come dinanzi agli uomini; parlava loro delle più serie cose con la serietà più grande. Sapeva di non esser antipatico di viso, e alle naturali doti della sua persona andava debitore d’una accoglienza quasi sempre affabile, nonostante quell’affettazione di serietà; inoltre, egli faceva alla frivolezza mondana una concessione che gli giovava molto presso le donne: l’eleganza degli abiti. Il conte Guelfo Alghieri-Randolfi gli aveva dato l’indirizzo del suo sarto di Londra, e da Londra egli faceva venire ogni cosa: prima d’andar fuori, quando si guardava allo specchio, rideva alla bella figura che lo specchio gli rivelava. Poi, in società, non provava grandi sodisfazioni: la casa dove andava più volentieri era quella di Clarenzi, come la più signorile e la meglio frequentata; tuttavia v’era troppa gente allegra e futile con la quale egli stava a disagio: vi si eseguiva troppa musica che egli non comprendeva.
La marchesa, giocatrice appassionata, lasciava gli ospiti alla figliuola e alla vecchia sorella, per fare il suo ecarté, in un salottino remoto, dove spesso Consalvo veniva a seguire le vicende delle partite. Studiò anche il giuoco che non conosceva, per poter sedere a tavolino con la padrona di casa, e guadagnarsi meglio la sua simpatia. Oltre che di domenica ella riceveva anche il sabato, e tra i due giorni v’era un gran differenza, perché il sabato veniva pochissima gente, soltanto gli intimi e i privilegiati: quantunque sicuro di annoiarsi peggio, Consalvo voleva esser di questi. Ora, giusto nella mattina, egli aveva incontrato sul corso la marchesa con la figliuola: dopo un breve scambio di chiacchiere, ella gli aveva chiesto se sarebbe andato alla serata della Patti, all’Argentina, ed alla risposta dubbia di lui: “Venga allora a trovarci, se non avrà di meglio a fare…”. Era una cosa molto rara ottener quell’invito, passare dalla folla domenicale all’intimo circolo del sabato: per esservi riuscito egli si sentiva da più, giudicava più severamente la mescolata società dei Mazzarini. Non potendosi esimere dal farsi vedere un momento da loro si compiaceva tuttavia nell’idea di passare da una casa all’altra, di essere dappertutto aspettato, desiderato, trattato con speciali riguardi… “Avete letto, principe, l’articolo dell’Italiano?… Che ne dite? Bisogna essere di mala fede, nevvero, onorevole Pastrini?”
La signora Emanuella dimenticava di pensare ai suoi invitati per esprimere la propria indignazione, contro gli sfoghi d’una certa stampa che, a proposito dell’ultimo voto, del nuovo atteggiamento della Camera, prediceva il finimondo: il voto del 12 maggio segnava la morte dei partiti, l’instaurazione d’un opportunismo che era indizio sicuro dell’agonia delle istituzioni parlamentari. I fogli radicali, da canto loro, calcavano la mano: quel tentativo di fusione tra le varie parti politiche era l’ultimo espediente cui si potesse ricorrere: finito quello, la liquidazione sarebbe stata immancabile.
“Bisogna essere di mala fede? Opportunismo! Fusione! Quando invece nessuno ha insistito con maggiore calore nel dichiararsi fedele alle proprie idee! Avete sentito la Destra? Il governo ha parlato chiaro?…” Ella invocava la testimonianza dell’on. Pastrini, uno dei giovani del centro sinistro che nel loro organo, la Cronaca, si compiacevano dell’avvenimento. Consalvo, prima che il collega rispondesse, e mentre altre persone s’avvicinavano al gruppo, esclamò:
“Quelli che ora denunziano l’accordo sono gli stessi che prima imprecavano al bizantinismo delle divisioni.”
“Bravo, principe! Ben detto!… I partiti, allora, non avevano séguito nel Paese…”
“Discutevano di cose vane…”
“Si dilaniavano a vicenda…”
“Invece di unirsi per badare agli interessi reali, di sodisfare ai veri bisogni…”
“Del resto” rispose Consalvo “chi ha abdicato?”
“Nessuno!”
Egli sapeva che era l’opinione prevalente, lì, quasi la parola d’ordine; e ne rideva tra sé. Ciascuno dichiarava di restar fermo al proprio posto, di non rinunziare alla più insignificante parte del proprio programma: gli strenui campioni di opposti ideali si trovavano poi insieme, come? perché?…
Per ragioni molto semplici che egli aveva comprese, che Mazzarini gli aveva confermate, che tutti realmente sapevano ma che non bisognava riconoscere ad alta voce: perché l’indisciplinatezza della Sinistra rendeva impossibile la durata d’una maggioranza di governo, e necessario l’accordo con altre parti della Camera: perché i conservatori, disperando di riafferrare il potere per le vie dirette, erano i soli capaci di venire a quell’accordo, mediante compensi.
“Nessuno abbandona il proprio posto; nessuno vuole uccidersi moralmente!… Guai se fosse avvenuta una cosa simile! La ragion d’essere del sistema parlamentare sta tutta nella distinzione dei partiti, nel loro alternarsi al potere ed all’opposizione, nella reciproca vigilanza… Può ricredersi un uomo, ne abbiamo visto più d’un esempio, ma come è mai possibile che si ricreda un partito? Se non restassero intorno alla bandiera altro che dieci, altro che cinque fedeli, essi vedrebbero presto o tardi accorrere le reclute, ingrossarsi le loro file, ricomporsi la falange!”
“Se mancassero le ragioni di dissidio…”
“Se fossero cancellati i ricordi delle antiche lotte…”
“Ma dacché mondo è mondo” ripigliava ancora Consalvo “c’è stata una radicale distinzione tra chi vuol muoversi e chi vuol stare fermo; tra chi rimpiange il passato e chi spera nell’avvenire; conservatori e progressisti non mancheranno mai; muteranno i nomi e le persone, resteranno ferme le tendenze. Vedete quel che è accaduto in Francia: i repubblicani che sotto l’impero erano gli oppositori, adesso sono la maggioranza conservatrice; ma sono sorti i radicali a far loro una opposizione più vivace di quella che i repubblicani facevano ai bonapartisti!… E, oltre queste due grandi tendenze, quante altre non ve ne sono; o per meglio dire quante gradazioni esse non comportano! Il Paese non comprende le distinzioni politiche? Chiama bizantine le loro lotte? Ma tutt’al contrario! Chi è il Paese? Il Paese è un nome collettivo, un’astrazione. Non esiste il Paese, ente definito, il cui nome corre sulle bocche di tutti; esistono moltitudini di cittadini in mezzo ai quali, se cercherete bene, non troverete forse due soli che siano interamente, sinceramente d’accordo e che chiedano le stesse precisissime cose! Però, le diversità fra tante opinioni non sono tutte radicali e inconciliabili; vi sono divergenze leggiere, secondarie, che permettono la formazione di gruppi di opinioni, di famiglie di idee; questi gruppi, queste famiglie si danno anch’essi la mano, hanno anch’essi dei punti di contatto, si risolvono gli uni negli altri. Così, se noi cominciamo dall’estremo reazionario…”
E lanciato a tutto vapore, pieno di vanità per l’attenzione che gli prestavano, egli non s’arrestava più: enumerava, definiva, paragonava i mille partiti in cui si divideva il Paese: i reazionarii, i nemici dell’unità, i clericali, i fautori del ritorno al regime assoluto; poi i conservatori rigidi, e gli aristocratici liberali che, rispettando la costituzione, avevano l’ideale d’un governo forte e severo; poi i liberali progressisti, poi i democratici radicali; poi i repubblicani di governo…
Col bisogno di giustificare la sua tesi, egli frazionava sempre più questi partiti, ne inventava di nuovi coniandone lì per lì i nomi; accozzando e riaccozzando a suo modo gli aggettivi: “radicali moderati”, “repubblicani conservatori”, “socialisti aristocratici…”. Tutte queste frazioni, dovevano essere rappresentate in Parlamento: non ne sarebbe nato il caos, perché essi avrebbero stretto alleanza secondo i loro interessi generali o del momento: i conservatori liberali avrebbero dato la mano ai progressisti temperati; i clericali agli assolutisti; e non era anche naturale un’intesa tra sovversivi e reazionarii? Gli accordi, stretti in un’occasione si sarebbero rotti in un’altra, e da queste continue combinazioni e scombinazioni, sarebbe nato l’equilibrio, là “media delle opinioni” necessaria a segnare la rotta alla nave governativa… Parlando, egli guardava in giro, il cresciuto uditorio, ma i suoi sguardi s’arrestavano di preferenza ed erano quasi attratti da quelli di un giovane a lui sconosciuto che stava a udirlo immobile e attonito. Degli altri, qualcuno lo interrompeva tratto tratto, per confermare o modificare le sue opinioni; ma, dopo aver risposto all’interruttore, egli riprendeva subito il filo del ragionamento, non cedeva la parola; e sempre quel giovane pareva pendere dalle sue labbra come udendo un verbo di verità e di salute…
“In Germania!… E in Germania?… Ma giusto in Germania!…” La signora Emanuella aveva a più riprese interrotto, per citare il parlamento tedesco come esempio di questo frazionamento di parti politiche, e quando era stata zitta, aveva, coi moti del capo, con l’espressione del viso, approvato le idee dell’on. di Francalanza; andando via, poiché i doveri di padrona di casa la chiamavano nelle altre sale, ella s’avvicinò al deputato siciliano, e gli disse, sottovoce, toccandogli la spalla con l’occhialino di tartaruga che rigirava sempre tra mano:
“Bravo, principe!… Così!…”
Consalvo rideva tre sé dell’aria di protettrice confidenza che ella prendeva con lui, degli incoraggiamenti che si credeva dover suo prodigargli, quasi a un giovanetto chiamato a dare un esame, bisognoso della benevola indulgenza dei professori. Specialmente dopo il discorso da lui tenuto alla Camera, ella insisteva in quell’attitudine, come per dirgli che il fiasco non doveva poi sgominarlo.
Perché fiasco c’era stato, senza dubbio, nonostante i pietosi eufemismi adoperati da alcuni giornali per nascondere il vero carattere dell’accoglienza fatta al presuntuoso oratore. Consalvo, ostentando la più sicura baldanza dinanzi ai suoi concittadini, sapeva bene quale fosse l’opinione generale intorno al suo esordio parlamentare: ma, come dinanzi ai suoi concittadini, egli s’era mostrato baldo e sicuro dinanzi ai colleghi imbarazzati al pari degli elettori di passaggio; e aveva preso la cosa a ridere dinanzi a quegli altri che ne ridevano, e aveva finto di non comprendere i sorrisi annacquati di quegli altri che lo schernivano.
Il domani della seduta, nei corridoi, aveva sorpreso un gruppo di deputati, che, ridendo sgangheratamente, s’erano subito contenuti al suo avvicinarsi: ma non tanto presto che egli non udisse un giudizio espresso clamorosamente da un piemontese, l’on. Radengo: “A l’è’ ‘na c…!”
E a Montecitorio apprendevasi presto il senso delle più energiche locuzioni dialettali… Ma niente riusciva a scemare la sua fiducia, tutto invece contribuiva ad accrescere il suo disprezzo per quei colleghi che, valendo meno di lui o quanto lui, credevano di poterlo trattare dall’alto in basso a Montecitorio, salvo poi a mutare contegno in casa Mazzarini. Lì, egli sapeva di spiccare, aveva più immediata coscienza dei proprii vantaggi, e dopo aver dominato l’uditorio con la sicurezza della sua parola, voltava le spalle ai colleghi che parlavano a loro volta, riprendendo l’eterno tema della divisione e della fusione dei partiti. Disponevasi a filare all’inglese senza salutar nessuno, quando Mazzarini lo raggiunse nell’anticamera:
“Principe, andate via? Aspettate ancora un momento!…”
“Volentieri se non dovessi fare un’altra visita. Ho preso impegno di non mancare…”
“Quand’è così!… Volevo dirvi che l’affare del giornale va avanti, la redazione è quasi composta… Volevo anzi presentarvi uno dei collaboratori, Ranaldi, un giovane di molto ingegno, che pare sia un prezioso acquisto…”
“Bene! Bene! Voi sapete fare le cose a modo! Non ci mancherà tempo di riparlarne.”

In casa Clarenzi, fin dall’anticamera, Consalvo comprese che la società del sabato non aveva niente da vedere con la domenicale: la guardaroba era quasi vuota: una mezza dozzina di pastrani e appena due o tre mantelli femminili; mentre la domenica, venendo a una cert’ora, non si trovava posto neppure per le mazze. Entrando nel salotto dove donna Maria riceveva, egli udì la voce di lei salutarlo, da lontano:
“Oh, Francalanza! È di parola…”
La marchesa non giocava; e, cosa anche più rara, c’era anche suo marito. La signorina Renata si levò nel punto che Consalvo s’apprestava a salutarla, e strettagli la mano, scomparve. Egli non si trovava in paese di conoscenze, la padrona di casa dovè presentarlo; e gli uomini, ammutoliti, avevano quasi tutti un’aria chiusa e diffidente, come in presenza d’un intruso. In cambio, donna Maria, fattoselo sedere accanto, pareva studiarsi di riuscirgli amabile, di guadagnargli la benevolenza degli altri invitati. Il discorso interrotto al suo arrivo, ricominciò: aggiravasi intorno all’idea d’una esposizione universale a Roma. Tutti gli uomini erano contrarii e tutte le signore favorevoli. La contessa Boriana, specialmente, voleva che ad ogni costo si facesse, sicura della riuscita.
“Siamo o non siamo nella capitale d’una grande nazione?”
“Ma che volete esporre, di grazia? Non abbiamo industrie, non abbiamo colonie…”
“L’arte! L’arte!”
“La baia d’Assab!…”
“Farla bene, o niente; è giustissimo.”
“Ci vuol altro che quadri e statue!”
“E lei, Francalanza? Darà il suo voto?”
Egli si dichiarò in massima favorevole all’idea. La produzione italiana, quantunque ancora scarsa… Ma non gli davano molta retta; la discussione era accalorata; il marchese, senza degnar d’attenzione la moglie che sosteneva l’opportunità dell’impresa, se la prendeva coi promotori; il generale Trotta di Cigliole, secco e lungo, coi capelli e i baffi bianchi come bambagia, spiegava che la più parte di costoro avevano aderito per amore di popolarità, non per fede che avessero nell’idea.
“Ma ci sono le sottoscrizioni!… I primi fondi raccolti!… Deliberazioni di Camere di commercio, di società…”
“Aspettate la sottoscrizione!… Ne riparleremo quando avrete raccolti cinquanta milioni!…”
“E il governo?… Tutto dipende dal governo!… Principe, sa che cosa farà il governo?”
Mazzarini glie l’aveva detto in confidenza: secondare l’iniziativa finché si trattava di dare buone parole e ambigue promesse, ma non impegnare in nessun caso i bilanci dello Stato. Poiché quel disegno vellicava l’amor proprio nazionale, il ministro non voleva che l’intimo suo pensiero si sapesse: presto o tardi la propaganda si sarebbe arrestata da sé, per le immense difficoltà della riuscita.
“Mi duole dirglielo, marchesa: il governo è contrario.” Tutti si voltarono dalla sua parte.
“Come?… Decisamente?”
“Decisamente…” ed egli espose tutto quello che Mazzarini gli aveva raccomandato di non dire; spiegò il perché dell’apparente adesione e della reale opposizione governativa.
Stavano tutti a sentirlo; un signore col pizzo, il cui nome egli non aveva bene udito, s’alzò anche dal suo posto e venne a metterglisi dinanzi, in piedi. Per dimostrare di essere nei secreti ministeriali, per prolungare il suo effetto in mezzo a quella società che dapprima non gli badava, egli inventava particolari di sana pianta, estendeva a tutto il gabinetto le idee di Mazzarini, riferiva testualmente dichiarazioni che nessuno gli aveva fatte.
“Bravo!… Finalmente!… Ma è un equivoco!… Anzi, è parlar chiaro!… Bisogna ripeterlo!… Bravo!… Così?…”
Mentre ciascuno approvava, e il signore che gli stava dinanzi quasi gli batteva le mani, e le dame protestavano, egli udì una voce femminile dire dietro di lui, replicatamente:
“È giusto, è giusto…”
Era la marchesina. In piedi, con una mano appoggiata alla spalliera della poltrona dov’egli sedeva, sola tra le donne, ella dava ragione al governo. Consalvo si levò.
“Non sono con la mamma, onorevole; non credo alla esposizione. Sarebbe una bella cosa, certo, se fosse possibile…”
Il resto della società discuteva con più calore di prima, l’attenzione s’era nuovamente distolta da lui; egli chinò il capo, dette ragione alla sua interlocutrice. Era stato poche volte insieme con la marchesina, nelle sue precedenti visite in casa Clarenzi. La domenica ella aveva quasi tutto il peso del ricevimento, si divideva tra un centinaio d’invitati, né egli faceva nulla per starle vicino. Se le signore più belle lo lasciavano indifferente, le signorine non gli parevano neppur donne; la loro frequentazione non poteva giovargli. È vero che tra le frivole compagne, la Renata faceva, secondo l’opinione generale, eccezione, per la serietà del carattere e la cultura della mente. Figliuola unica, con un gran nome, ricca della doppia ricchezza del padre e della madre, bella d’una geniale bellezza, bruna, alta, forme perfette, pareva strano che a venticinque anni non avesse ancora trovato da accasarsi. Ma Consalvo sapeva qualcosa delle particolari ragioni di questa stranezza. Il marchese e la marchesa stavano insieme come cani e gatti, non avevano altro sentimento comune fuorché un orgoglioso amore per quella figliuola: spartendosi dunque tra loro, sempre intenta a risolvere l’insolubile problema di comporre i loro continui dissidii, ella non aveva quasi tempo di pensare a sé stessa. In quella casa c’erano poi dei vecchi amici, devoti, ma esigenti fino alla gelosia, i quali si credevano in diritto di dire la loro opinione, d’essere ascoltati, d’esercitare una specie di tutela collettiva sulla giovane; talché mentre il padre, la madre e gli amici discutevano i possibili partiti, e quasi s’azzuffavano pretendendo di far accettare i proprii raccomandati, ella restava indifferente, non esprimeva volontà, non sceglieva.
Erasi in tal modo formata una specie di leggenda che affermava l’impossibilità del suo matrimonio: “Ha troppi padri e troppe madri…” dicevano; “è troppo fredda e troppo obbediente…”. Consalvo aveva udito queste cose, senza interesse, senza curiosità; parlando adesso con la giovane, dell’esposizione, della ricchezza nazionale, dei doveri dello Stato, di cose serie e gravi, si compiaceva di vedere che la fama di lei era meritata, di potere anche con una signorina sfoggiare la sua scienza di governo. S’erano seduti vicino al pianoforte, fuori del cerchio dove la discussione, presa un’altra piega, aggiravasi sulla politica: il signore col pizzo andava a piantarsi successivamente dinanzi a quelli che accaparravano l’attenzione generale.
“Povero commendatore!” esclamò a un punto la Renata, vedendo quell’armeggio “È sordo come una campana!”
“Mi faccia un piacere, marchesina: chi è?” le chiese Consalvo “Non udii il suo nome.”
“Il senatore Blandini!”
“Ah!”
Blandini: uno dei pezzi grossi della banca, della scienza e della politica: professore, capitalista, ex-ministro, capo-parte al Senato! Consalvo era dolente di non aver saputo prima il suo nome, di non avergli recitato ancora l’espressione del suo ammirativo rispetto, quando una nuova visita entrò. La più strana figura di donna che egli avesse mai veduta: lunga, magra, dinoccolata, coi denti scoperti come un cavallo annitrente, con indosso un abito straordinariamente vistoso, roseo e giallo: la vecchia miss inglese dei giornali di caricature, una maschera di carnevale. La Renata s’era levata per andarle incontro; e la nuova venuta l’abbracciava, dicendole: “Dear!…”. Inglese davvero?
“Donna Paola Boriani.”
Consalvo provava un senso di stupore. Il nome di donna Paola non gli veniva nuovo; anzi, egli aveva molto udito parlare di lei, come l’Egeria dell’on. Griglia, ma aveva sempre creduto che fosse se non più giovane, almeno più donna, non così stravagante e ridicola come la persona che si vedeva dinanzi.
A ogni modo, poiché la casa di lei dove conveniva una società ristrettissima e sceltissima, aveva fama di essere di difficile accesso, egli si rallegrava tra sé dell’occasione che lo metteva in presenza della celebre dama. Mentre ciascuno riprendeva posto, la marchesina gli passò vicino, e sottovoce, come suggerendogli una lezione, gli disse:
“Le parli inglese… le dica bene dell’Inghilterra…”
Dietro l’occhialino, donna Paola lo squadrava da capo a piedi: narrando alla marchesa in un italiano duro e quasi stentato come quello che parlano gli stranieri, pieno di but, di I’ dont e di true, si voltava ogni due minuti secondi verso di lui, lo guardava con tanta insistenza da imbarazzarlo; pareva continuamente sul punto di esclamare: “Chi è costui? Di dov’è piovuto?…”.
“E Matilde?” domandò la marchesa “Non sai che cosa le accade?”
“I’ dont… Doveva venire alla fine del mese. I believe che non la vedremo per ora.”
“Ma come può star sempre in moto, come non si stanca!…”
“Lasciatela fare!” disse la Boriani “A Roma pel quarto d’ora si sta così allegri!…” Tutti si misero a discutere la manìa viaggiante di quella signora; la marchesa, poiché Consalvo guardava in giro, senza aver nulla da dire, gli spiegò:
“La contessa Pavi, una nostra amica elegantissima e brillantissima, non così vecchia come noialtre…”
“Aulus!…” esclamò donna Paola, come Consalvo faceva un atto di protesta; e la padrona di casa:
“Aspetti di vederla; la vedrà qui certamente…”
La signorina Renata serviva frattanto il the. Il circolo si scompose: uomini e dame con le chicchere in mano, se ne andarono negli angoli della sala, s’aggrupparono diversamente: restarono intorno alla marchesa, Consalvo e donna Paola.
“Do you speak english?” domandò costei a bruciapelo al deputato.
Egli rispose d’un fiato, mentre la marchesina chinava il capo per nascondere un sorriso:
“Molto male, con mio rincrescimento. L’ho studiato a lungo, e a leggere un libro capisco ogni cosa: mi è invece sempre mancata l’opportunità di esercitarmi nella conversazione…”
Ella scoteva il capo d’alto in basso, come un cavallo che senta la briglia, mentre intingeva un biscotto nel the.
“Non stetti tanto a Londra da poter fare profitto. Vorrei potervi passare almeno un anno.”
“Basterebbe, conoscendo già la teoria.”
“Of course…”
“How do you like England?”
“Moltissimo…”
Il colloquio a poco a poco si venne animando: egli esprimeva con termini vivaci la sua ammirazione per la nazione britannica, per i costumi britannici, per la grandezza britannica. Quando gli se n’offriva il destro, ficcava nel suo discorso la mezza dozzina di espressioni anglo-sassoni che sanno tutti, e si infervorava a ripetere quel che aveva già detto quando non comprendeva le lunghe frasi inglesi di quella fanatica. La marchesa li aveva lasciati soli; ma Renata, finito di servire gli invitati, prese il posto della madre. Ella sorrideva discretamente a Consalvo, quasi per dirgli: “Vengo a darvi aiuto; ma vedo che siete sulla buona via…”. Infatti, donna Paola, quantunque piantasse ancora gli occhi addosso all’onorevole come un esaminatore a uno scolaro, ripeteva più spesso il gesto approvatore del capo, come un esaminatore non troppo scontento… Consalvo aveva preso a parlare della politica inglese di Gladstone, di Salisbury; e a poco a poco la conversazione divenne nuovamente generale; nel circolo ricomposto ciascuno disse la sua intorno al nuovo atteggiamento della Camera italiana. Qui i pareri erano diversi da quelli prevalenti in casa Mazzarini: il marchese e Blandini dichiaravano che l’accordo tra Milesio e la Destra significava la fine dei vecchi partiti; il generale, senza esprimere nettamente il suo pensiero, scrollava il capo in atto affermativo, la Boriani, avvertendo che non s’intendeva di diritto costituzionale, non capiva perché la sala delle sedute, a Montecitorio, dovesse essere semicircolare: se l’avessero fatta rotonda non vi sarebbe più stata né Destra né Sinistra e tutti si sarebbero trovati d’accordo. “Ecco un’idea!…” esclamava Micali; “La quadratura del circolo!… Bisognerebbe però che voi veniste a presiedere le sedute…” Scherzi a parte, tutti riconoscevano che non v’erano più in Italia, pel momento almeno, quistioni grandi e ardenti che dividessero l’opinione pubblica, e giustificassero una profonda divisione di parti politiche in Parlamento. Solamente donna Paola non diceva la sua: si voltava a udire gli altri, tutta d’un pezzo, alzando e abbassando le sopracciglia, aprendo e chiudendo gli occhi, stringendosi nelle spalle, dando buffetti alle pieghe della veste, smaniosa non si capiva perché. A un tratto si rivolse a Consalvo e gli domandò a bruciapelo:
“E lei, che ne pensa?”
Egli non esitò un momento:
“Io penso che il Paese è di un solo partito.”
L’uditorio era diverso, nessuno dei frequentatori di casa Mazzarini poteva comparirgli dinanzi; tutti coloro che lo circondavano esprimevano l’opinione contraria a quella da lui sostenuta qualche ora prima. Ed egli diceva bianco dopo aver detto nero.
“Il Paese è d’un solo partito: nessun conservatore nega il progresso, e tutti i progressisti riconoscono la necessità di conservare una quantità di cose. Non mancano gli intolleranti in un senso e nell’altro, ma quanti sono?…”
Micali gli batté le mani; donna Paola lo guardava intenta senza più gestire; ma egli era sicuro di averla per sé. L’amica di Griglia, del moderato arresosi con armi e bagagli, poteva affermare la vitalità delle parti politiche e la diversità dei programmi.

IV

Ranaldi era venuto a Roma trionfando dell’opposizione della famiglia. Suo padre, il commendatore Gaspare Ranaldi, intendente di finanza, aveva chiesto ed ottenuto il ritiro nel 1876, alla caduta della Destra, e viveva d’allora, con la moglie e tre figli maggiori e il minore Federico, nella nativa Salerno. Il fanciullo aveva lungamente peregrinato col padre, dalla Liguria alla Calabria, dal Veneto alla Sardegna, frequentando le quattro classi elementari e le cinque ginnasiali in sei diverse città, imparando altrettanti dialetti, acquistando e perdendo successivamente gli accenti, godendo dei frequenti viaggi, dei continui mutamenti, che invece erano stati ai genitori motivo di disagi e di crucci. Nei primi tempi egli non aveva compreso perché mai, ad ognuna di quelle traslocazioni, una grave inquietudine si diffondesse per la casa, e il padre si chiudesse in camera o in ufficio, e la madre scongiurasse i figliuoli di star buoni, di non aggravare “i dispiaceri” del babbo, e perché poi avesse con lui lunghi colloqui concitati, durante i quali non parlavano d’altro che del ritiro, degli anni ancora mancanti al conseguimento della pensione, della pace che li aspettava a casa loro. L’annunzio del trasferimento prometteva invece a Federico una serie di svaghi e di piaceri tanto più grandi quanto più lontana era l’Intendenza da raggiungere: prima di tutto i preparativi per la partenza, le casse ed i bauli da colmare di roba, le visite di congedo durante le quali già udiva lodare la nuova residenza; poi la partenza, la stazione o lo sbarcatoio pieni d’impiegati, di amici, di signore salutanti; poi la lunga corsa in treno o la traversata in piroscafo, talvolta l’una e l’altra, e talvolta ancora, in Calabria o in Sardegna, dopo il treno ed il piroscafo, il lungo tragitto in carrozza, con i carabinieri galoppanti allo sportello, a motivo dei briganti; e allora, per via, nella nuova città, i luoghi da vedere, le cose da apprendere, i costumi da conoscere: a Salerno, nei primi tempi che vi si era ridotto, egli aveva potuto vantarsi, tra i giovani amici non mai usciti dal guscio, d’aver visitato tanta parte d’Italia. Ma appunto perciò aveva concepito avversione a quella stabile dimora in una città dove era stato più volte, durante le licenze del padre, e che non gli pareva tanto grande, bella od attraente da esser preferita a tutte le altre. Certo, i genitori avevano lì parenti ed interessi; ma per conto suo egli conosceva bene i nonni ed i cugini, e non credeva di doversi rintanare laggiù per amor loro; e quanto alle possessioni – la casa di piazza Cavour, i poderi della Torre e di Marecoccola – per il momento pensava suo padre ad amministrarle; un giorno, poi, sarebbero andate spartite tra i figli, e la sua quota non gli avrebbe permesso di fare il mestiere del possidente: tutt’altro! Il padre e la madre, anzi, gli avevano sempre detto e ripetuto ed inculcato che doveva mettersi in grado di guadagnar denaro, che senza una professione o un impiego non avrebbe potuto mantenersi col decoro nel quale era nato e vissuto. Contemporaneamente, però, essi avevano dichiarato di volerlo sempre con loro e si erano anticipatamente doluti della necessità di lasciarlo andare durante quattro anni a Napoli, per gli studii universitarii.
Fin da quei primi tempi il giovinetto aveva cominciato a dissentire dai genitori. Non che vivere eternamente a Salerno, egli voleva andarsene subito via. Entrava in quel torno al liceo, e tre anni gli parevano lunghi; né l’università di Napoli, alla quale il padre lo destinava, come la più vicina, come quella dove egli stesso aveva ai suoi tempi studiato, lo attirava. Roma, la metropoli vista una sola volta, di passaggio, di sfuggita, e della quale, interrogato, aveva riferito ai creduli compagni cose lette, udite o addirittura immaginate con fervore di fantasia, lo affascinava; per rinunziarvi, per far contento il padre, gli chiese che, dovendo pure fra tre anni recarsi a Napoli per l’università, ve lo mandasse subito, a seguirvi anche il liceo. Fu una grossa lite. Il commendatore e la signora Luisa si opposero vivacemente a quella pretesa, giudicandola stravagante. A Salerno, dicevano, con meno ressa di scolari, gli studii liceali si potevano compiere con maggior profitto – ed egli fece invano osservare che questo vantaggio non compensava la minore valentia dei professori salernitani. Inoltre, per il momento, lo giudicavano troppo ragazzo e dichiaravano che sarebbero stati in troppa inquietudine a saperlo solo nella gran città, – quasi che, anche fra tre anni, egli non dovesse sottostare alla tutela dei Gargiulo, i vecchi amici di casa Ranaldi, ai quali lo avrebbero affidato!
Finalmente affermavano che il distacco anticipato di tre anni, senza necessità, senza ragione, anzi improvvidamente, avrebbe anche importato un dispendio non lieve – e questo era parso a Ranaldi, il vero, il grande, il solo motivo del rifiuto. Egli cominciava a dubitare dell’affetto dei genitori e giudicarne i difetti. Suo padre era diffidente ed avaro. Si lodava dei buoni studii del figlio, lo applaudiva perché non aveva vizii, ma gli lesinava poi i quattrini occorrenti a comperare i libri e a procurarsi qualche svago. Dichiarava che aspettava d’esserne aiutato nell’amministrazione della proprietà, e talvolta lo mandava in campagna, a vender derrate, ma vietava ai fattori di consegnargli denaro. Neanche alla moglie lasciava maneggiar nulla, fuorché l’occorrente alla spesa quotidiana. La madre, risecando, gli dava poche lire il mese con le quali egli comperava libri e fascicoli di opere periodiche; ma ella non gli sapeva attestare in modo più efficace il suo affetto, non lo assecondava nelle sue aspirazioni, non le comprendeva, andava d’accordo col marito nel pretendere di tenerlo sempre legato laggiù. Federico non si ribellava, ma li giudicava tra sé egoisti ed illogici. Se erano tanto orgogliosi dei suoi trionfi di studente, dei premii riportati agli esami, del lieto avvenire assicuratogli dai professori, come mai glielo circoscrivevano fra le mura del loro paesuccio? Professionista, che slancio avrebbe potuto prendere in quella bicocca? E non era poi anche più strano che, dichiarandosi mal contento della propria carriera di pubblico ufficiale, il padre gli desiderasse un impiego governativo?
Federico non sapeva che cosa avrebbe fatto. Molte cose lo attiravano a un tempo. La madre, buona musicista, gli aveva dato il gusto di quest’arte; e sonando al pianoforte, o assistendo alle lezioni di canto della sorella maggiore Maria, o udendo un’opera a teatro, egli sognava di farsi compositore; ma la sola volta che ne parlò in casa, i genitori si posero a ridere. A scuola, egli non aveva provato decisa simpatia o antipatia per l’uno o l’altro insegnamento, come la maggior parte dei suoi compagni, alcuni dei quali non potevano soffrire il latino e il greco, altri nutrivano un particolare rancore contro la storia e la geografia, e quasi tutti spiritavano al solo nome del professore di matematica. Egli aveva studiato ogni cosa con lo stesso zelo e con eguale profitto. La lettura dei libri di viaggi, il fascino delle avventure nei continenti misteriosi e nelle isole deserte, gli aveva fatto disegnare carte geografiche e ricercare la descrizione di sestanti e di bussole; ma se all’annunzio della sua vocazione artistica i genitori avevano riso, non lo lasciarono finire udendogli manifestare il proponimento di far la vita del marinaio. Tanto i Ranaldi quanto i Caravita, la famiglia della madre, erano nobili, e Ranaldi non divideva il senso d’alterezza che ne provavano i parenti; ma non perciò pensava che avrebbe derogato se, invece che al liceo, fosse entrato all’istituto nautico. Del resto, posto che la carriera del capitano mercantile non fosse molto signorile, che c’era da ridire contro quella dell’ufficiale di marina? Ma allora i suoi osservavano che, non dovendo fare il militare, sarebbe stato da stolto sottoporsi a quella disciplina; e del resto, militare o mercantile, la marina lo avrebbe strappato alla famiglia, e il loro amore – il loro egoismo, pensava Federico – non poteva rassegnarsi a perderlo. Egli non insistette, rammentandosi il mal di mare sofferto col cattivo tempo; ma, a questo argomento soggiunto dai suoi, rispose sdegnosamente che quasi tutti i grandi navigatori hanno vinto con l’assuefazione le nausee.
A poco a poco egli si venne così chiudendo in sé stesso giudicando inutile discutere con persone che non lo comprendevano. Altre cose lo avevano ferito, fuori della famiglia. In iscuola, al ginnasio, la gelosia dei compagni meno intelligenti o più svogliati si era vendicata insinuando che i professori lo proteggevano perché suo padre era un pezzo grosso amico del provveditore e del prefetto. Con la coscienza d’aver sempre studiato diligentemente, con la febbre di non far cattive figure, egli aveva provato un doloroso stupore e concepito un muto sdegno a quell’accusa. Udendo un giorno tutta la classe dargli del “figlio di papà” perché il professore lo aveva solennemente encomiato e portato ad esempio, ne aveva anche pianto. Come sbugiardare gli invidiosi, come provare ai calunniatori che suo padre, se diceva qualche cosa al provveditore od ai professori, raccomandava loro di essere particolarmente severi con lui?
Per fortuna, dopo la giubilazione, al liceo di Salerno, quell’accusa non poté più essere ripetuta. Ma egli ne udì allora un’altra, più grave. Gli studenti avevano le loro opinioni politiche: alcuni parteggiavano per la Destra, altri per la Sinistra, parecchi si professavano repubblicani, e qualcuno che non si pronunziava passava per gesuita e borbonico. Ranaldi era prima che ogni altra cosa italiano. In fondo alle più lontane sue memorie, il giorno dello Statuto ed il 14 marzo erano associati all’idea di festa solenne: la bella bandiera fiammante che l’usciere traeva dalla custodia e issava all’asta del balcone centrale, le salve dei cannoni, il Te Deum alla cattedrale, la rivista militare, la premiazione scolastica, la musica nelle piazze, la luminaria ed i fuochi. A scuola, uno dei primi maestri, un vecchio che si chiamava Milone, gli aveva data la prima lezione di storia patria contemporanea in un modo tanto efficace che gli si era indelebilmente stampata nella memoria. Disegnata col gesso sulla lavagna la figura dello stivale, simile a quella della gran carta geografica pendente dalla parete, ne aveva narrato e descritto col gesso le secolari divisioni: il regno delle Due Sicilie, lo Stato romano, il Granducato di Toscana, i possedimenti austriaci, e via dicendo. Quelle linee erano catene, barriere, muri che impedivano l’andare e il venire, e strozzavano la vita nazionale: egli s’era sentito propriamente mozzare il fiato alla descrizione delle male arti di quei governi: l’esilio, la prigione, l’estremo supplizio inflitti a chi manifestava un’opinione od esprimeva un voto o semplicemente portava il cappello d’una certa foggia: impossibile scrivere un libro, diffondere una notizia, cantare una musica, lasciarsi crescere il pizzo: gli sbirri padroni delle cose, della vita, dell’onore dei cittadini. Ma in un cantuccio di quella patria rotta ed inceppata, le cose procedevano molto diversamente, poiché un Re forte e valente lasciava liberi i sudditi suoi: differenza resa evidente dal maestro, con l’imbiancar di gesso la figura del Piemonte – capitale, Torino – sul fondo nero della lavagna, in cima allo screpolato stivale, il cantuccio tutto candido come di neve, attirava gli sguardi e confortava il cuore. Ed ecco un bel giorno il buon Re fare una bella pensata: quella di liberare, riunire, resuscitare tutta l’Italia! Allora, che fa? Insieme con un imperatore suo amico dichiara la guerra agli stranieri e li obbliga a restituire le province mal tolte; intanto, più giù, il popolo desto al fragore dell’armi ed ai canti della vittoria, insorge e mette in fuga i tiranni. Garibaldi scende per conto suo con mille diavoli rossi a rovesciare il maledetto Borbone; poco dopo il Re torna ad intimare una nuova guerra insieme con un altro amico, e sposa la Regina dei mari: così, ad uno ad uno, sotto la mano fremente del maestro infervorato che vi strofinava il bastoncino del gesso con tanta forza da mandarlo in frantumi, tutti gli altri pezzi d’Italia diventavano bianchi: il candore si distendeva a destra, scendeva in basso, risaliva dal basso all’alto, guadagnava tutti gli angoli, ricopriva tutta la figura, abbagliando… Una sera, a Cagliari, mentre c’erano visite in casa, un gran clamore di voci e riflessi di fuoco alle vetrate aveva fatto correre Ranaldi al balcone: le persone intorno dicevano che era la presa di Roma.
Così egli aveva cominciato a palpitare d’amor patrio; poi, col più preciso studio della storia e della letteratura nazionale, il suo fervore venne crescendo all’idea che l’Italia una, libera, grande, lungo sogno, aspirazione secolare, eterno struggimento dei poeti, dei politici, dei patriotti, finalmente esisteva. Che cosa avrebbero detto Dante e Petrarca, se avessero potuto un momento tornare al mondo e vedere il miracolo? Ah, se Leopardi fosse vissuto tanto da assistere al gran fatto! Trent’anni di vita ancora, e con “le mura e gli archi e le colonne e l’erme torri degli avi nostri”, egli avrebbe visto anche “la gloria!”. Alfieri avrebbe avuto novant’anni, se fosse vissuto fino al Sessanta: quanti non vivono anche di più? Ma non era stata una vera disdetta che Giusti, il gran poeta civile, amareggiato dai disinganni, dubitoso dell’avvenire, fosse morto proprio alla vigilia del miracoloso avvenimento?… Per compenso di quei rammarichi, Federico godeva di non aver visto i giorni del servaggio: a scuola, tra i compagni più grandi di lui, vantavasi d’esser nato in terra libera, il dodici novembre del 1860, lo stesso giorno che Vittorio Emanuele entrava in Napoli!… Ed a scuola, i compagni malevoli gli avevano dato del “figlio di birro borbonico!…”
Il commendatore Ranaldi veniva infatti dall’amministrazione napoletana, nella quale si chiamavano intendenze quelle che i piemontesi dovevano ribattezzare col nome di province. Segretario dapprima, poi consigliere, al tempo dell’annessione si era trovato, come il fratello capitano, e come tutti gli impiegati civili e militari delle Due Sicilie e di tutti gli antichi Stati, nel bivio di serbar fede al sovrano decaduto rinunziando all’impiego, oppure di assicurarselo giurando una seconda volta ad un altro. La devozione alla Dinastia era in lui ereditaria. Con pochi beni di fortuna, i Ranaldi entravano tutti negli uffici pubblici, nella magistratura, nell’esercito, nella marina; di nobiltà autentica ma non illustre, non si erano però spinti mai presso al trono e non ne avevano per conseguenza goduti i favori; nondimeno, secondo i tempi, dal regime e dal Re avevano avuto riconosciuti i gradi, le pensioni e gli onori conseguiti grazie alla solerzia ed alla lealtà dei loro servigi. Nessuno di essi aveva mai preso parte a cospirazioni, né si era ascritto alle sette o semplicemente dimostrato fautore di novità: nei moti rivoluzionarii del regno e di fuori, il padre di Federico aveva visto l’effetto di false dottrine destinate ad essere disperse dalla ragione e dal diritto, capaci di ridurre soltanto i malcontenti, gli squilibrati, i sognatori. Egli aveva quindi giudicato malaccorte e pericolose le repressioni severe, attribuendole alla violenza di altri fanatici e scagionandone il sovrano; per conto proprio, aveva sempre consigliato la prudenza ed il perdono, virtù essenziali ad un regime paterno.
L’improvviso trionfo della rivoluzione lo stupì ed afflisse. Quantunque, negli ultimi tempi, il governo che egli considerava legittimo lo avesse un poco trascurato, facendogli aspettare una promozione ad intendente che gli spettava per anzianità, egli lo vide crollare con segreto dolore; questo sentimento non fu determinato né accresciuto dall’incertezza della situazione nella quale egli restava. Dubitoso della durata del nuovo regime, invitato a servirlo grazie all’ottima reputazione acquistatasi, esortato dalla maggior parte dei più risoluti e meno scrupolosi compagni, stretto dalla necessità di accrescere le sue rendite, insufficienti ai bisogni della numerosa famiglia, inadatto ad altri lavori fuorché a quelli dell’ufficio suo, egli finì, dopo molti dubbi penosi, col prender servizio sotto la Dittatura. Mancò alla sua adesione l’entusiasmo, ma non la lealtà. Ne fu rimeritato con la promozione da più tempo invano aspettata; se non che, cessato il governo provvisorio, l’amministrazione italiana non confermò il decreto garibaldino. Altrettanto accadde a molti altri, a suoi compagni ed amici, ed allo stesso fratello: il ministero piemontese, cancellando i decreti del Dittatore, retrocesse tutti i militari da quest’ultimo promossi, rimettendoli nel grado inferiore che occupavano prima del 7 settembre 1860. Come il fratello Gaspare, così il capitano Lodovico Ranaldi aveva ottenuto l’avanzamento non già per favore, ma per diritto acquisito: entrambi, vedendo disconosciute le loro ragioni ed assistendo al trionfo degli intriganti che facevano valere mentite benemerenze patriottiche, non ne poterono concepire molta simpatia per il nuovo ordine di cose. Consigliati di recarsi a Torino per parlare coi ministri, vi andarono ottenendo mezza giustizia: il capitano riammesso nel grado di maggiore, ma tolto dai Corpi combattenti; il consigliere di intendenza riconosciuto intendente, ma non prefetto: dall’amministrazione politica lo sbalzarono alla finanziaria.
Né egli doveva godere in pace del contrastato grado. Come tutti gli impiegati provenienti dalle vecchie amministrazioni ai quali era mancata la destrezza di maneggiarsi e procacciarsi amici e protettori, egli sentì una sorda diffidenza e una secreta ostilità circondarlo, nei primi tempi, e coglier pretesto dalla sua inesperienza delle nuove leggi per infliggergli rimproveri e trasferimenti. Spinto da naturale amor proprio a far del suo meglio, riuscì a vincere il discredito; e nativamente onesto, fino allo scrupolo, volle anche smentire, coll’inflessibilità contro gli affaristi, l’accusa di corruzione troppo spesso scagliata al governo dal quale proveniva; ma allora altri e più grossi dispiaceri lo colsero, perché le nuove birbe non erano da meno delle antiche; anzi, grazie alle inframmettenze parlamentari, riuscivano meglio a sopraffare i galantuomini ed a vendicarsi di chi non si piegava a favorirle. La seconda fase della sua carriera fu perciò tempestosa: sbalestrato dall’uno all’altro capo d’Italia per dar soddisfazione ai protettori dei ladri, dei falsarii, dei prevaricatori, i ministri lo premiavano poi con le croci e le commende: ad ognuno di quei vani onori e di quelle reali afflizioni, egli sospirava il momento d’ottenere, con la giubilazione, la pace della vita privata. Equanime, non chiamava il nuovo ordine di cose interamente responsabile del male visto e patito, distingueva anzi la parte degli eterni vizii umani trionfanti sotto tutti i regimi, a dispetto delle leggi migliori, e non si metteva perciò fra coloro che, mangiando il pane del governo, lo denigravano e ne auguravano la caduta. Ma se non aveva partecipato alla rivoluzione nei primordii, né condiviso l’entusiasmo del domani divampato in tanti suoi colleghi, tanto più freddamente giudicò, coi disinganni, gli uomini e gli avvenimenti. Pieno di buon senso, presto si persuase, dopo le prime esitanze, che il vecchio regno non sarebbe mai più risorto; che anzi la rivoluzione avrebbe ripreso l’andare fatale; ma, ossequente per indole e tradizione all’autorità, rispettoso per educazione delle gerarchie e diffidente per esperienza dei mutamenti, non simpatizzò con gli impazienti e gli avventati che formavano l’opposizione nel Parlamento e nel Paese. Al 1876, compiti gli anni di servizio mentre la rivoluzione parlamentare portava la Sinistra al potere, chiese ed ottenne il ritiro, non condividendo i nuovi entusiasmi per l’avvento d’un partito che si vantava di dover riparare le colpe del predecessore. Al contrario: egli ne temette l’impreparazione e l’intemperanza, ed all’idea dei rischi che si stavano per correre coi vincitori, sostenne la causa dei vinti; sebbene poi, considerando quanto poco aveva da lodarsene, personalmente, l’amarezza antica gli ritornasse in gola. C’era per tutte queste ragioni nei suoi giudizii sulla cosa pubblica una freddezza, un riserbo, che all’ardente figliuolo doveva dispiacere. Quando i compagni gli rinfacciarono la prima volta le origini borboniche, Federico reagì con insolita violenza: nativamente mite, diede e ricevette ceffoni e pugni per affermare il paterno liberalismo; ma apprendendo che suo padre era stato realmente servo dei tiranni, ne provò dolore e vergogna. Più tardi, considerando che non tutti gli impiegati napoletani avevano preso parte alle infamie di quel governo, che anzi tanti erano fra i più stimati rappresentanti e difensori del nuovo regime, se ne consolò: il commendatore Ranaldi aveva bensì potuto appartenere all’amministrazione borbonica, ma per fatalità, non per elezione, soffrendone anzi ed uscendone con un senso di sollievo e di gioia! Non era uno dei rappresentanti della nuova Italia? Il posto del signor Intendente non era segnato accanto a quello del prefetto, del generale, del questore, del procuratore del Re, tutte le volte che si celebrava qualche festa civile?… Ma se in fondo alla memoria, Federico trovava i ricordi delle testimonianze d’ossequio tributate a suo padre, delle solenni cerimonie alle quali aveva preso parte: inaugurazioni, discorsi, ricevimenti di ministri e di prìncipi, e se perciò lo credeva uno dei sostegni della patria risorta, lo vedeva e lo udiva ora, crescendo negli anni, pronunziar critiche e fare reticenze, intorno a quest’Italia diletta, che lo turbavano ed offendevano. Cominciati i dissidii, il contrariato giovanetto dubitava, per il rancore che gl’invadeva l’animo, della coerenza politica paterna. Perché mai suo padre aveva preso servizio sotto il nuovo regime, se non lo apprezzava? Perché non si era dimesso, al Sessanta, se aveva rimpianto l’antico?… Fin dai tempi dei primi giuochi infantili, quando gli scolaretti marinavano la scuola per giocare alla guerra in qualche giardino, fra le macerie di qualche casa abbandonata o lungo la spiaggia, Federico aveva imparato a lanciare il grido di Savoia! come quello che incorava i combattenti nel momento del pericolo e li precipitava irresistibili sugli sgominati nemici. Come mai suo padre, servitore della prode monarchia, parlava ancora rispettosamente dei vili tiranni? Dell’ordinamento costituzionale, il giovanetto aveva udito spiegare la perfezione: Re e Popolo partecipi del governo, quello coi ministri, questo coi deputati; il Senato di nomina regia moderatore della Camera elettiva; il potere giudiziario libero e indipendente fra il legislativo e l’esecutivo: che cosa poteva opporre suo padre a questa perfezione? Un più grave e doloroso stupore egli doveva provare, udendo in famiglia affermare che, senza il tradimento, né mille né diecimila garibaldini avrebbero potuto abbattere un regno come quello di Francesco II!
A questo proposito, non il solo commendatore, ma anche la signora Luisa gettava acqua fredda sul fervore del giovanetto. Donna semplice ed unicamente inquieta del benessere della famiglia, la madre di Federico misurava la bontà dei governi dal trattamento che avevano fatto a suo marito: buono era stato, secondo lei, il borbonico, quando aveva rapidamente promosso il giovane segretario d’intendenza a consigliere; non tanto buono, quando gli aveva fatto sospirare l’avanzamento ad intendente; ottimo il garibaldino, nel rendergli prontamente giustizia; pessimo il piemontese nel negargliela; discreto dopo che ne riconobbe finalmente l’anzianità; detestabile nell’amareggiarlo e nell’infliggergli i frequenti traslochi, il fastidio e il danno dei quali ricadeva su lei, costretta a star sempre senza casa, a fare e disfare i bauli e le casse e a vedere la suo povera roba rovinarsi nei continui viaggi. Aggiungendo a questi motivi di cruccio l’enormezza delle tasse che si portavano via tanta parte del loro reddito fondiario, ella avrebbe avuto troppo poco da lodarsi dell’Italia una, se non fosse stata la paura del peggio. Il nuovo Stato non si dissolveva, il nuovo governo non falliva, come molti profetavano: pagava regolarmente, benché in fogli sudici e non in bella moneta sonante, lo stipendio di suo marito e le cedole della rendita che questi veniva comperando col frutto delle piccole economie e che formavano, al tempo della giubilazione, un ragguardevole capitaletto. Per questa ragione ella doveva augurarsi la saldezza del nuovo regime; ma, quando si parlava dell’antico, e particolarmente delle cerimonie regali, degli splendori della Corte, dei costumi delle principesse, ella che era nata e vissuta a Napoli, vicino alla Reggia, non finiva di rimpiangere il passato, esaltando la sontuosità di certi spettacoli, impietosendosi al destino di Maria Sofia, non comprendendo come la metropoli avesse potuto ridursi alla condizione di un qualunque capoluogo di provincia. “È stato un volenteroso sacrifizio sull’altare dell’unità!…” affermava Federico; ma ella sorrideva di quelle parole, protestava contro quel “volenteroso”, negava la spontaneità, adduceva sintomi di pentimento, senza accorgersi dell’irritazione inflitta al giovanetto. Egli ne aveva provata un’altra, il giorno che il fanciullo di dieci anni, declamando con enfasi una poesia patriottica intitolata Il Disertore, dove una madre diceva al figliuolo: “Figlio mio, t’ho partorito – per la patria e non per me!…” sua madre aveva riso di quella presunzione, di quella “patria”, che, a detta del poeta, esercitava più diritti della mamma! “Io t’ho partorito per me! per me!…” ma tra le braccia della mamma sua che pareva volesse contenderlo a invisibili nemici, egli era rimasto freddo e deluso; e i dubbii uditi esprimere da lei, più tardi, sull’eroismo delle genitrici lacedemoni e romane, lo avevano più profondamente ferito. Se ella non lo condivideva, non per questo doveva negarlo! Certo, ella giudicava così per la forza dell’amor materno; ma, come quello paterno, Federico lo veniva giudicando egoista, vedendosene ostacolato nelle sue aspirazioni.
Si placò un poco quando, compito il liceo, gli fu dato finalmente di lasciare Salerno per Napoli. Suo padre fedelmente e quasi superstiziosamente rispettoso delle tradizioni familiari, lo consegnò ai Gargiulo, in casa dei quali egli stesso e suo nonno erano stati ospitati, al tempo dei loro studi: gli fece assegnare la stessa camera già da lui occupata, nella quale stavano ancora i mobili e i libri da lui adoperati. Federico non vi restò più di un mese: la casa era vecchia, i mobili antiquati, gli ospiti borbonici. Se costoro si contentavano d’una pensione modicissima, tale vantaggio poteva sedurre il genitore, sempre a caccia di economie: per conto suo, egli preferiva avere meno da spendere nei minuti piaceri piuttosto che vivere tra quella gente. La sua risoluzione fu disapprovata dai suoi, i quali vedevano pericoli e danni in qualunque cosa egli facesse, e non gli scrivevano una sola volta senza rammentargli che si guardasse dai cattivi compagni e dai colpi d’aria, dalle carrozze e dai borsaiuoli, dalle indigestioni e dalla politica. Sapevano bene che questa era la sua gran passione!
Libero, sdegnoso delle raccomandazioni che implicavano una sfiducia nel segno del quale si credeva pieno, egli frequentò più le associazioni elettorali e le redazioni dei giornali che non le aule universitarie e le biblioteche. I sentimenti d’italianità si erano specificati in lui, divenendo un culto religioso per la monarchia redentrice e un’ammirazione sconfinata per il partito a lei più devoto. I moderati erano riusciti a portare l’Italia “da Novara a Roma”, – aveva udito e letto sul grave Dibattimento, il giornale di suo padre: – “dai campi del duolo al Campidoglio!…” – disse egli stesso in un foglio napoletano, Il Risveglio, del quale divenne presto gran parte, scrivendovi gli articoli di fondo e la cronaca teatrale. Con la politica, poteva ora soddisfare anche l’altro suo gusto per la musica, ottenendo spesso la libera entrata ai teatri ed ai concerti. Suo padre, quando lo seppe, gliene mosse rimprovero, giudicando che fosse poco dignitoso non pagare il biglietto, che ne restasse impedita la stessa libertà del giudizio: insofferente di quelle continue critiche, egli finì col tacere al genitore quasi tutte le sue occupazioni e i suoi disegni, col restringersi a dargli in poche righe le notizie della salute e del tempo. Gli nascose d’aver preso l’iniziativa di un Circolo universitario monarchico, per porre un freno alle prepotenze del Democratico e del Repubblicano. Dei repubblicani era avversario inconciliabile, ma rispettoso; il loro ideale gli pareva intempestivo, data l’imperfezione umana, e addirittura funesto in Italia; ma ne riconosceva la nobiltà e l’altezza. Quelli che invece si contentavano di chiamarsi democratici, o progressisti, o riformisti, e che si dicevano ossequenti alla monarchia, ma lavoravano a menomarla, discutendo il prestigio, restringendone le prerogative, gli parevano in mala fede. Le stesse parole che designavano, secondo la topografia parlamentare, i due partiti, ne rivelavano le qualità: la Destra era stata destra, sagace, maestra di senno politico, diplomatico, economico; l’opera della Sinistra riusciva veramente nefasta, ponendo a repentaglio, con le riforme più immature, i miracolosi risultati conseguiti dalla risoluta prudenza e dal cauto ardimento. Nel sostenere la moderazione gli metteva una foga alla quale i suoi compagni di fede poco partecipavano, e della quale si stupivano quelli tra i repubblicani ai quali era amico. Scarse e tempestose amicizie: perché, concependo questo sentimento come il più saldo e dolce legame delle menti e degli animi, egli non poteva ammetterlo senza la totale e perfetta concordia, e l’antipatia per l’atteggiamento politico diametralmente opposto al suo, gli impediva di apprezzare le belle qualità degli avversarii. Molti di costoro lo ripagavano di altrettanta antipatia, e liti violente insorgevano coi riformisti. Certi giorni, dovendo discutere e decidere l’atteggiamento di tutta la studentesca a proposito di qualche avvenimento o cerimonia, l’Università diveniva teatro di pugne clamorose: volavano le sedie, i vetri cadevano infranti, guardie e soldati accorrevano: al loro apparire, mentre i riformisti protestavano e i repubblicani fischiavano, Federico si cavava il cappello.
Una volta, ad un rivoluzionario il quale diceva: “Mi farei tagliare piuttosto la mano, che stringer quella di un Re!…” egli rispose: “Io mi onoro di stringerla ad un questurino, e non ad un sovversivo”. Allora l’altro gli diede del “birro dilettante” e dell'”aspirante spia”: trattenuto dai circostanti, non potendo castigare immediatamente l’offensore, lo sfidò a duello. Durante i preparativi, esercitandosi lungamente alla sciabola nella sala di scherma, col braccio irrigidito e le gambe rotte, il suo ardore si temperò alquanto, il pensiero dei parenti lontani lo turbò; ma l’insulto proveniva dalla malvagità dell’avversario: egli negava di averlo provocato. I padrini composero la questione, e le liti ricominciarono, più tardi.
Gli chiedevano che cosa sarebbe stato a quarant’anni, se a venti era tanto codino; ed egli rispondeva che il tempo non avrebbe modificato il suo liberalismo prudente, mentre a breve andare gli scamiciati avrebbero invidiato il knut allo Zar ed il palo al Gran Turco. L’eccellenza del reggimento monarchico costituzionale gli pareva innegabile, evidentissima la necessità di associare l’esercizio dei diritti con l’adempimento dei doveri, di contemperare l’autorità e la libertà. Cavour ed i suoi continuatori incarnavano talmente per lui il patriottismo illuminato e la sapienza politica, che diffidava dell’intelligenza di chi non li ammirava altrettanto. Una grossa questione che minacciò anch’essa di degenerare, fu quella del paragone tra l’inno garibaldino e la marcia reale: udendogli anteporre questa a quello, i suoi avversari gli risero in faccia: “E con simili criterii fai il critico musicale?…”. In verità egli non poteva apprezzare il puro valore artistico delle due composizioni, considerando che il canto dell’indipendenza, accaparrato ora dai sovversivi, echeggiava in tutte le dimostrazioni ostili alla monarchia; mentre la marcia reale evocava magicamente l’epopea nazionale: se egli ne udiva per le strade le prime battute, si scopriva, come al passaggio del Sacramento.
Dopo questi quattro anni di vita napoletana, il ritorno in Salerno, conseguita la laurea, ridestò più acuto e intollerabile il suo malcontento. Durante le vacanze autunnali, alla fine di ogni corso, il soggiorno della provincia non gli era riuscito grave; per la certezza di dover ripartire col novembre, alla riapertura dell’Università, e poi anche perché egli passava quei pochi mesi di riposo in campagna a Marecoccola. Due sole volte si era fermato in città, ma in due occasioni solenni, per i matrimonii delle due sorelle maggiori: di Maria con l’ingegnere Scarola, di Enrichetta col professore Romani. Ora, finiti gli studii, pretendendo suo padre di averlo eternamente con sé, l’idea di dover trascorrere l’esistenza a Salerno facendo il “paglietta” o mummificandosi tra gli scartafacci di qualche pubblico ufficio, quasi gli mozzava il fiato. L’ideale per lui era di andarsene a Roma, di far lì il giornalista, il polemista politico, il critico d’arte; i guadagni sarebbero stati modesti sulle prime, ma suo padre avrebbe potuto bene, senza perciò fallire, continuargli per qualche tempo la pensione pagatagli a Napoli. Come parlare però di quel disegno ad un uomo che giudicava il giornalismo l’ultima delle professioni, l’occupazione dei disoccupati, la capacità degli inetti?
Il temperamento trovato da Federico fu questo: egli avrebbe fatto, sì, l’avvocato – per contentar suo padre; ma a Roma, non già a Salerno, iscrivendosi come praticante, raccogliendo gli affari della provincia nativa – e cercando poi e trovando, una volta alla metropoli, il modo d’appagare le proprie inclinazioni. Questo temperamento, del quale il giovane ammirava la conciliante discrezione, non piacque neppur esso alla famiglia: padre e madre dichiararono di volerlo con loro. La passione per quel figliuolo, unico maschio, continuatore del nome, avvocato a ventidue anni, era cieca nei coniugi Ranaldi. Il commendatore, pur disapprovando l’attività giornalistica, era orgoglioso che il suo Federico sapesse scrivere; la signora Luisa lo giudicava il più bel giovane e il più vantaggioso partito della città, sognava per lui una sposa bella e buona; nobile e ricca, la perla delle mogli. Entrambi, maritate le prime figliuole, prevedendo che anche l’ultima, Giulia, tra poco li avrebbe a sua volta lasciati, non potevano rassegnarsi all’idea di restar soli nella casa deserta. Invano Federico osservò che ad evitare la solitudine avrebbero dovuto semplicemente scegliere con quale delle figlie far vita comune: gli risposero che i generi, benché rispettosi ed affezionati non si sarebbero acconciati a stare insieme coi suoceri; non soggiunsero, credendolo superfluo, che la compagnia cara e necessaria alla loro vecchiezza era la sua. L’ostinazione irritò il giovane, rinfocolò il suo rancore. Provvido veramente, quel grande amore dei genitori che gli contrastava la più innocente e legittima aspirazione, che gli precludeva l’avvenire, gli rinserrava l’orizzonte e gli toglieva la libertà! Quell’amore che dicevano di portargli, ma che li faceva solleciti del loro proprio vantaggio, del loro proprio piacere, non già del suo, non era altro che mostruoso egoismo! Era forse egoista egli stesso non sacrificando i propri desiderii all’affetto e alla devozione filiale? Ma egli entrava appena nella vita, doveva viverla ancora, adoperare la propria forza, provare la propria parte di gioia; mentre essi dichiaravano e ripetevano di non dover far altro al mondo, ormai, fuorché assicurare la felicità dei figli, la sua! Soltanto, pretendevano che la trovasse dove pareva loro che fosse: nella meschinità e nella grettezza della vita provinciale, nella dolcezza monotona ed a lungo andare incresciosa della famiglia, nel servaggio domestico! Per giudicare così, per cadere in simile contraddizione, per non intendere le aspirazioni di un giovane, le loro stesse facoltà mentali dovevano essere anguste! Già la madre, tolta la musica, riconosceva di non intendersi di nulla; e nella stessa musica non dimostrava di possedere un gusto molto squisito.
La cultura del padre era quella dei legulei di trent’anni addietro: nulla egli aveva fatto per rinfrescarla, la qual cosa non gli impediva di condannare, senza conoscerle, tutte le nuove dottrine scientifiche, filosofiche, morali! Disprezzava la politica, vituperava il giornalismo, incapace di comprenderne le funzioni sociali; e dopo aver passato sedici anni agli stipendii del nuovo regno, rimpiangeva l’antico! Quando tutta l’Italia fremeva sotto il giogo iniquo, quando il fiore della gioventù dava le sostanze, la libertà e la vita per la salute della patria, egli se ne era rimasto tranquillo sulla sua poltrona, a servir gli oppressori, ad eseguirne gli ordini, a mangiare il pane! Caduti, non aveva spinto lo zelo fino a restar loro fedele! La paga cresciuta esercitava una persuasione potente! Non tale, tuttavia, da renderlo riconoscente! E si lagnava della sua carriera? Ma che diritto poteva vantare ad un trattamento di favore un impiegato che invece di farsi perdonare la macchia originale, pareva anzi studioso di sfoggiarla, quasi fosse un titolo d’onore? Intransigente coi disonesti? Intrattabile piuttosto, con tutti; ostinato, cocciuto, angoloso, prepotente fuori di casa come in famiglia, ed anche peggio!…
La crisi si risolse nel pianto. Fanciullo, prima di partire per Napoli, tutte le volte che aveva qualche dissapore coi suoi, Federico non recalcitrava, non dava in escandescenze: al contrario: ammutoliva, rifiutava il cibo, si dava ammalato, si chiudeva in sé stesso, covava il suo corruccio, finché una carezza della mamma o una parola del babbo lo facevano sciogliere in lacrime. Allora, il suo rancore si dissipava, rapidamente, la stessa memoria se ne disperdeva. Giovane di ventidue anni, dottore in giurisprudenza, le tracce della nuova tempesta, simile alle antiche, ma tanto più grave, dovevano durare in lui più a lungo. Tra le braccia della madre, che non reggendo a vederlo tanto dolente, gli prometteva di intercedere per lui, di piegare il marito, di trovare una via di mezzo, egli riconobbe che la mamma era la più buona, la più santa fra le donne; baciando la mano al padre, dinanzi a cui ella lo trasse, udendo le dolorose espressioni del suo stupore e la promessa di lasciarlo andar via poiché disconosceva l’affezione dei genitori e la giudicava tirannica, si vergognò d’aver mal giudicato. Ma, superato il parossismo, la febbre dell’anima sua non cessò. Era stato indegno pensare cose tanto tristi dei genitori, ma essi medesimi avevano fatto sorgere in lui quegli odiosi pensieri, con la loro ostinazione nell’ostacolarlo. Come mai non si erano accorti del disastroso effetto della loro opposizione? Perché non lo avevano contentato un poco più presto, evitando quelle scene penose?… Egli stesso avrebbe potuto e dovuto trovare argomenti adatti a persuaderli, facendo assegnamento sull’amor loro… L’amor paterno ed il filiale, in quegli intimi dibattimenti, non gli parvero forze tanto pure quanto erano stimate: l’egoismo li intorbidava. La capacità del sacrifizio era molto rara: egli non aveva saputo rinunziare ai disegni di vita romana, i genitori si erano arresi dopo una lunga lotta.
A Roma, il commendatore aveva un amico d’infanzia nel celebre Satta, deputato e avvocato tra i più influenti alla camera e nel Foro: per convincere il padre della serietà delle proprie intenzioni, Federico gli aveva detto che sarebbe andato nel suo studio: Satta avrebbe immancabilmente portato avanti il figlio dell’amico di gioventù. E infatti il “professore”, come i praticanti lo chiamavano, lo aveva accolto a braccia aperte, gli aveva fatto una vera festa. Una dozzina di giovani popolavano il suo studio, formavano il suo “stato maggiore”. Ad eccezione di un toscano e di due romani, tutti gli altri erano meridionali: napoletani, calabresi, siciliani. Alcuni, gli anziani, lavoravano col professore, studiavano le cause, scrivevano le memorie; altri, ed erano i più, freschi di laurea come Ranaldi, stavano a udire, o prendevano note nei volumi della giurisprudenza, o ricopiavano manoscritti, o correggevano bozze di stampe, o correvano per le cancellerie e i gabinetti dei magistrati a estrarre documenti o a riferire ambasciate.
Federico faceva volentieri quel lavoro: il piacere d’essere a Roma, la novità della vita, l’amicizia del professore non gliene lasciavano vedere la meccanica aridità e la subordinazione quasi servile. Era del resto un onore molto conteso e molto difficile poter copiare le carte di Satta, stare tre o quattro ore al giorno in casa sua, accompagnarlo da per tutto, udire la sua parola. Quando non parlava degli affari professionali, egli discorreva di politica; e il posto che occupava in Parlamento, il credito di cui godeva presso i governanti, conferivano una grande importanza alle sue opinioni, alle sue previsioni, a tutto ciò che egli diceva.
Infatuato della Destra, il giovane credeva di dover udire cose molto amare pel suo partito, poiché il professore godeva fama di progressista ad ogni costo; invece, con suo grande stupore, egli criticava tutt’e due i partiti, ma più il proprio che il contrario. Un giorno che lo accompagnava solo, senza nessuno dei compagni di studio, il suo stupore crebbe vedendolo entrare negli uffici dell’Italiano, il giornale della vecchia Destra. Egli credeva che gli avversarii politici non si potessero incontrare se non sul terreno della lotta; che tra loro non ci potesse essere tregua: che cosa andava dunque a fare Satta, il liberale ardito, tra i conservatori più rigidi?
Seppe più tardi che il professore era amico di Cusagrande; ma questa amicizia pareva impossibile al giovane che le sue amicizie giovanili aveva sacrificato all’ideale politico. Ammaestrato dall’esperienza, s’era proposto, entrando nello studio, di star guardingo, di conoscere bene le idee dei nuovi compagni prima di stringere relazione con loro; ma egli non riusciva a sapere quali fossero queste idee. Non che essi evitassero di parlare di politica; anzi, non parlavano quasi d’altro, non facevano altro, nelle lunghe ore d’ozio, che leggere e commentare gli articoli dei giornali; ma nessuno d’essi dimostrava d’aver fede in un partito. Dicevano male di tutti, demolivano allegramente reputazioni di capi-parte e di giornalisti che Ranaldi credeva superiori al sospetto; ma ognuno di essi aveva pronti una quantità di rimedii per correggere i vizii della Camera, per instaurare la perduta moralità parlamentare: idee più o meno bislacche, ricette da farmacie politiche, proposte che facevano a pugni, dirette ad ottenere uno stesso risultato: restrizione del voto appena allargato, oppure suffragio addirittura universale; un solo deputato per provincia, oppure un’assemblea di mille legislatori; il referendum popolare oppure l’elezione di secondo, di terzo, di quarto grado. Le discussioni prolungavansi indefinitamente, erano riprese da un giorno all’altro, con nuova lena, secondo che nelle notizie parlamentari o negli articoli dei giornali ciascuno trovava nuovi argomenti. Federico stava a udire, col proposito di tenere per sé le proprie idee, poco allettato da quel genere di discorsi; ma i suoi compagni non ne facevano altri. Uno specialmente, Filippo Russo, ci metteva molta passione: per alleggerire alla famiglia il carico del suo mantenimento a Roma, mandava corrispondenze a parecchi giornali di provincia, di diversa tradizione politica; e la sua tesi era appunto questa: che ormai le antiche distinzioni di Destra e Sinistra non avevano più senso; che quattrocento deputati, sopra cinquecentootto, pensavano allo stesso modo e volevano le stesse cose. Per suo mezzo, Ranaldi andò alla Camera, nella tribuna della stampa, il 30 maggio, e vi tornò altre volte. Quantunque facesse forza a sé stesso per evitar la politica, la tentazione lo circondava da ogni parte, non solamente nello studio del professore, ma fuori, nei caffè, nei ridotti dei teatri, per le vie di quella Roma, dove i grandi giornali, gridati dai venditori, esposti da per tutto al pubblico, gli offrivano le notizie di prima mano, con una prontezza alla quale non era abituato; dove egli incontrava ogni giorno le persone che li scrivevano e quelle che erano oggetto delle loro scritture. E il professore più spesso faceva brillanti improvvisazioni dinanzi ai giovani e li metteva a parte delle sue idee, dimostrava di tener lui specialmente da conto. Volle leggere la tesi di laurea di Ranaldi, una tesi politica, I doveri della libertà, il cui solo titolo diceva l’ideale del giovane, i principii di severa disciplina, ai quali voleva che ubbidissero tutti e ciascuno; e per quella monografia che dalla commissione d’esame era stata giudicata molto favorevolmente e data alle stampe, Satta, il progressista che nella libertà avrebbe dovuto vedere più presto un diritto che un dovere, ebbe parole di lode sincera ed assoluta. Ranaldi, che da un pezzo trovava molti argomenti di stupore, non poté nascondere al professore quello che la sua lode gli procurava. Era anche questa volta solo con lui; Satta andava in fretta dal tribunale alla Camera, ma quando, data licenza al giovane di esprimere il suo pensiero, gli udì dire, timidamente, stentatamente: “Io credevo… io non credevo che lei m’avrebbe approvato…” si fermò ad un tratto ridendo. “Ti stupisce?” gli disse dandogli del tu, come faceva qualche volta. “Perché mi credi anarchico? Ma dovrei piuttosto stupirmi io stesso, vedendo un giovane di ventidue anni esprimere idee che cominciano a parer buone molto più tardi…” E, ripresa la corsa, come il passo altrettanto rapida divenne la sua parola. Sì, egli aveva sostenuto il diritto alla libertà quando era stato negato; quando la schiavitù era stata imposta come un dovere; ma della libertà non aveva mai disconosciuti i limiti necessarii al mantenimento del patto sociale. Fare che le due nozioni andassero d’accordo: questo era il problema antico; perché in ogni tempo, in ogni luogo, si manifestano tendenze a sconfinare in un senso o nell’altro, a troppo vincolare, e a sfrenar troppo; e il suo discepolo non aveva tutti i torti meravigliandosi un poco dell’approvazione accordata alla tesi più rigida da chi prima aveva accarezzata la più larga; ma questo mutamento era più apparente che reale. Poiché il pensiero è come il Pròteo della favola, che muta incessantemente d’aspetto, o meglio, poiché non v’è un pensiero unico e fisso, ma una serie infinita di pensieri, incostanti, contradittorii, nessuno può con una parola definire esattamente un uomo; nessun uomo può definire esattamente sé stesso. “Tu incolli sopra una bottiglia di Capri rosso un cartellino dove sta scritto Capri rosso, e sopra una bottiglia di Corvo bianco, il cartellino: Corvo bianco: la confusione è impossibile; se tu scambii i cartellini, i tuoi sensi, gli occhi e il palato ti avvertiranno dell’errore. Ma quando si tratta del pensiero, dello spirito, della persona morale, il sistema dei cartellini è sbagliato. Di quest’uomo dirai che è, mettiamo, credente, passa in quel punto un prete, perché gli vedi addosso l’abito talare e l’odi predicare la parola di Dio; ma sai tu se, nel punto che la predica, egli dubita; e quante volte, prendendosi la testa fra le mani, s’accusa di ipocrisia?” Così in politica. Definire un uomo da una parola, da un discorso, da cento discorsi, è un errore, giacché per ogni idea che egli esprime, ve ne sono, nel suo cervello, migliaia che la combattono o la combatteranno più tardi, e la potranno modificare, trasformare, distruggere. Perché si dice che i più violenti rivoluzionarii diventano i più rigidi tiranni? Tra un rivoluzionario e un autoritario che sembrano due uomini assolutamente diversi, incapaci di poter intendersi mai, la differenza non dev’esser poi molto grande, se l’uno è capace di mutarsi nell’altro e l’altro nell’uno. La convenienza, l’utilità, il tornaconto, può suggerire a ciascuno una certa professione di fede, interessata, e perciò soggetta ad esser disdetta col venire meno del vantaggio, ma chi potrà vantarsi d’esser del tutto disinteressato? Muta la qualità dell’interesse: interesse materiale o morale, diretto o indiretto, presente o futuro, reale o immaginario; ma sempre, tra tutte le opinioni che cozzano dentro di noi e che riconosciamo tutte vere, noi ne esprimiamo qualcuna per uno speciale motivo… “Ah, ah! ah!” Egli s’interruppe una seconda volta, per tirare una risata. Dove diavolo l’aveva trascinato la foga oratoria? Che discorsi scettici teneva a un giovane apostolo! “Sì, caro Federico…” e passatogli il braccio nel braccio riprese la via; “io ho modificato un poco le mie idee; è meglio confessarlo subito; ma le mie idee d’ora non mi sono nate a un tratto nel cervello, ci sono state sempre, invece; solamente, come in una bilancia, levando e mettendo continuamente pesi, ora s’inchina un piatto, ora l’altro, così nel mio, nel tuo pensiero, nel pensiero d’ogni uomo le oscillazioni sono continue. Vedi un poco che cosa accade lì dentro…”
Erano vicini a Montecitorio. “Due partiti che da anni ed anni si combattono, si dilaniano, si calunniano, adesso, guardandosi bene in faccia, cominciano a pensare che forse, in fondo, non c’è tra loro nessuna differenza. Quando la Sinistra non aveva ancor fatto l’esperimento del potere, era difficile, sì, che quest’idea venisse in mente a qualcuno; ma ora? I conservatori che temevano il finimondo dall’opera dei progressisti, si sono accorti che il mondo durerà quanto ha da durare; e se noi fossimo stati al governo durante la formazione del regno, diciamola tra noi, avremmo poi fatto molto diversamente da quelli contro i quali gridavamo?…”
Egli s’era fermato dinanzi al portone del palazzo, dimenticava la sua fretta, rispondeva meccanicamente, con un moto del capo o un gesto della mano, alle persone che lo salutavano passando, tutto occupato a sviluppare quelle idee. Non venivano nuove a Ranaldi; da che era a Roma, le aveva sentite ripetere, più o meno chiaramente, un po’ da per tutto: ma adesso, oltre che teoricamente, egli le vedeva praticamente dimostrate da quella specie di confessione. Il discorso del professore prendeva sempre più il tono d’una confidenza, a quattr’occhi, dell’intima espansione di un uomo che prova l’imperioso bisogno di dire tutta la verità: e un poco per l’evidenza delle prove, un poco per l’orgoglio d’essere stato lodato e messo a parte dell’intimo pensiero del maestro, la fede del giovane si scosse. Da principio, egli non aveva creduto né possibile né utile la lega tra gli opposti partiti, adesso, se uno come Satta parlava a quel modo, bisognava credere che un gran mutamento operavasi, anzi s’era già operato negli spiriti. Egli si sentì un poco turbato da quello che poteva avvenire dentro di lui. La forza innaturale da lui messa nel sostenere principii di moderazione era forse il segno d’un errore d’indirizzo, e credendosi conservatore inflessibile, era egli forse della stoffa dei rivoluzionarii?
In politica, aveva sostenuto con la più grande saldezza le proprie idee; ma in filosofia, nella speculazione pura, era stato egualmente partigiano? Studiando i grandi problemi metafisici, i secolari enimmi che opprimono il pensiero umano, non aveva riconosciuto quella parte di vero che c’è nelle contraddittorie soluzioni? Leggendo la storia della filosofia, vedendo il continuo sorgere e tramontare degli opposti sistemi, e il loro assiduo ritorno dopo un tramonto che pareva definitivo, non s’era persuaso che essi sono tutti falsi e tutti veri ad un tempo? Personalmente, che cosa aveva creduto intorno ai misteri dell’anima e di Dio? Era passato dalla fede positiva alla negativa, secondo l’efficacia dell’ultima lettura, l’umore dello spirito, il colore del cielo. Discutendo di queste cose, aveva dimostrato una grande arrendevolezza, una ragionevolezza larga; soltanto nel difendere un sistema politico era stato incrollabile!… Egli non dubitava ancora; ma, da quel giorno, si trovò naturalmente più disposto ad ascoltare le dimostrazioni di coloro che predicavano la fine delle antiche parti, la convenienza di un accordo formale come sanzione di quello sostanziale già riconosciuto. Il professore tornò a parlargli di queste cose, intimamente, quasi gli importasse di giustificarsi dinanzi a lui; e le parole di Satta esercitavano una più grande influenza nel suo spirito.
I fedeli ai vecchi partiti chiamavano confusionismo la nuova scuola; Satta protestava contro la volgare designazione, parlava d’un illuminato eclettismo. La politica, diceva, è la più pratica delle scienze; ma, se l’eclettismo ha del buono in filosofia, dove si specula intorno a idee, e la cocciutaggine partigiana non può in fin dei conti produrre grave danno, in politica, nella scienza pratica, la vera saggezza consiste nel prendere da tutti i sistemi quel che hanno di buono, o nell’adattare ogni sistema alle necessità del momento.
Secondo lui, in quel momento era necessario che, messe da parte alcune divergenze intorno a quistioni molto secondarie, tutti gli uomini fatti per intendersi si intendessero francamente, sinceramente e si dessero la mano, e si votassero con zelo ed amore ad un’opera di salute. I destini della patria erano in giuoco; le lotte di partito, venuti meno i principii, degeneravano in lotte personali, le più funeste di tutte: il credito del regime parlamentare pericolava, il malcontento del Paese poteva manifestarsi in modo violento se, occupati dai loro piccoli interessi, i deputati trascuravano i grandi, i vitali interessi della nazione… e Ranaldi era già persuaso della giustezza di queste idee, della necessità di questa predicazione, quando un giorno il professore gli disse che aveva da parlargli e lo invitò a desinare con lui. Il giovane era smanioso di sapere che cosa avrebbe potuto dirgli e con l’eccitata immaginazione esaurì tutte le ipotesi senza indovinare. Satta gli disse che, parecchi deputati, concordi nel riconoscere la convenienza di indirizzare per una nuova via, più larga, più diritta, l’attività parlamentare, avevano pensato di fondare un giornale che bandisse il nuovo credo: in questo giornale gli offriva di scrivere. Il capitale, già messo insieme, era tale da dar tempo di conquistare il favore del pubblico; maggiori difficoltà incontrava la scelta della redazione. A cose nuove, uomini nuovi: i fondatori volevano dei giovani indipendenti, fresche energie capaci d’intendere, prima di predicarla e per predicarla, quella rinnovazione ideale. Quanto alla direzione, la difficoltà era superata: il giornale non avrebbe avuto direttore; ma un comitato direttivo composto di cinque fondatori. Redattore capo sarebbe stato forse il Broggi, giornalista lombardo molto conosciuto per la smagliante eleganza dello stile, ma egli voleva mettergli accanto qualcuno di sua particolare fiducia. Non si contentava del solo Russo, che sapeva troppo divagato: aveva invece molta opinione di lui, Ranaldi, e sarebbe stato veramente contento della sua accettazione… Il giovane chiese del tempo prima di decidersi. L’offerta lusingava il suo amor proprio; ed egli non era indifferente ai vantaggi materiali.
Come egli stesso aveva proposto, suo padre non gli dava più di duecento lire il mese; lo stretto necessario; è vero che da casa gli mandavano una quantità di roba, biancheria, oggetti di vestiario, dolciumi, ma l’aiuto era mediocre, e specialmente adesso che egli cominciava a fare qualche conoscenza, che molte tentazioni di lusso alle quali dapprima aveva resistito, lo assediavano più da vicino, il magro assegno gli pareva magrissimo; con poca fatica, senza trascurare lo studio positivo, scrivendo qualche articolo, passando qualche ora in redazione, avrebbe potuto raddoppiare le sue entrate. Poi, per dimostrare alla famiglia che non s’era prematuramente vantato quando assicurava che appena arrivato a Roma avrebbe guadagnato quattrini, si confermava nella convenienza d’accettare; ma l’idea di far opera buona e feconda, di lavorare al rinascimento politico del suo Paese lo seduceva principalmente, lo infervorava, gli metteva addosso una vera febbre.
La lettura dei giornali, i discorsi dei compagni e del maestro, lo spettacolo della Camera, la frequentazione degli uffici giornalistici, quella specie di contagio diffuso nell’aria della capitale avevano operato tanto più facilmente in lui, in quanto che egli aveva già provato il morso della passione politica. Ma il paragone era forse possibile tra le agitate ed inutili discussioni fatte all’Università, o nei circoli giovanili o nei caffè napoletani, e l’opera di propaganda che adesso gli proponevano? Egli non avrebbe parlato a dieci o a venti compagni, ma il suo pensiero si sarebbe diffuso da un capo all’altro del Paese, persuadendo e convincendo.
Si sentiva veramente capace di persuadere e convincere, poiché il suo spirito erasi slargato, aveva perduto l’ostinata rigidezza di prima. L’antica infatuazione per un partito che trasformavasi mentre egli continuava a giurare in suo nome, gli pareva adesso un poco ridicola; continuare a combattere i progressisti come nemici non era prendere per giganti dei mulini a vento?
Morti quei partiti, bisognava suscitarne altri, nettamente distinti, fondati sopra divergenze reali e non nominali; egli intendeva l’eclettismo di Satta come mezzo, non come fine; aveva in mente tutto un nuovo ordinamento della vita parlamentare; e la grandezza dello scopo, l’opportunità del momento lo persuadevano a dir di sì.
Tuttavia sentiva di non poter fare un passo di tanta importanza senza consultare suo padre. Gli scrisse, quindi, e per ottenere più facilmente il consenso, espose egli stesso, preventivamente, i lati meno seducenti della proposta di Satta. Il mondo giornalistico era forse un po’ troppo mescolato, e accanto a pubblicisti insigni v’erano troppi mestieranti. Ma, innanzi tutto, la moralità di Satta era garanzia della moralità della redazione da lui formata; secondariamente, v’era molta differenza tra il giornalista di professione costretto a vivere in mezzo ai colleghi di professione, e il collaboratore d’un giornale che, scrivendo qualche articolo, sarebbe rimasto libero di vivere a modo suo, nella compagnia che gli sarebbe piaciuta. L’acrimonia delle polemiche, le noie delle quistioni personali non erano neppur da temere, perché egli avrebbe scritto articoli speculativi, pieni soltanto di serene idee. Restavano i vantaggi, non ultimo era quello di far cosa grata al professore, di entrar meglio nelle sue grazie.
Suo padre rispose con una lettera secca e breve, in cui rimproverandogli i dispiaceri dati alla famiglia, gli dichiarava che questo sarebbe stato il più grande. Allora, senz’altro, egli andò dal professore e gli disse che accettava.
Satta aveva ricevuto anch’egli una lettera dell’amico nella quale questi lo pregava di lasciare agli studii positivi il figliuolo e quasi lo rimproverava d’averlo tentato: “Dispiace a tuo padre, non ne parliamo più” disse al giovane che veniva a significargli il proprio consenso. “Mio padre” gli rispose “ha la curiosa pretensione di trattarmi come quando avevo dodici anni. Se almeno egli vedesse giusto, potrebbe avere il diritto d’essere ascoltato, ma le sue idee sono troppo particolari e fuori stagione. Tutto ciò che mi può legare a Roma gli dispiace perché vorrebbe che io tornassi a Salerno; ora io ho preso la ferma decisione di non tornarci a nessun patto, e di vivere dove e come credo…”
Salerno, Napoli, la stessa Roma dei primi tempi gli parvero molto lontane, il giorno che prese parte alla prima riunione della redazione. Si teneva in casa dell’on. di Francalanza, un quartiere in via Nazionale, montato con un lusso fiammante: una serie di salotti arabi, giapponesi, persiani, pieni di tende variegate, di vasi panciuti, di ventagli multicolori, e di tavolini minuscoli come deschetti da calzolaio. V’era tutto il comitato direttivo composto del padrone di casa e degli onorevoli Sceasse, Silonne, Buci e Calorio; v’era il redattore capo, Gualtiero Broggi, un piccolo uomo con poco pelo in viso, la fronte solcata da una cicatrice e il monocolo all’occhio destro; v’era l’amministratore Beneventi, israelita, con un naso che pareva un rostro, la barba d’un nero lucente e il cranio nudo roseo come il didietro d’un lattante; v’era Filippo Russo e un redattore letterario, Vietri, bel giovane coi capelli tagliati a frangia sulla fronte, una punta di barbetta alla fiamminga e le mani bianchissime e inanellate. Discutevano del titolo non ancora scelto. Gli onorevoli volevano un titolo serio, perché il giornale, pure avendo una parte letteraria, mondana ed amena, doveva essere innanzi tutto politico; rifiutavano quindi i nomi d’eroi più o meno popolari come Fortunio o Don Chisciotte; l’amministratore, senza proporne alcuno, raccomandava che il titolo fosse di facile comprensione, perché da questo dipendeva la vendita in piazza; la gente spicciola non avrebbe comprato un foglio il cui nome non le dicesse subito qualcosa: i titoli migliori erano per lui i più semplici: Gazzetta di Roma, Corriere nazionale, Cittadino italiano.
“Aspettiamo di sentire l’opinione della signora Vanieri” disse il padrone di casa.
Ranaldi non sapeva ancora che il giornale avrebbe avuto una collaboratrice. Al solo annunzio, egli sussultò. Della Vanieri, di Beatrice Vanieri, che aveva scritto fino a quel giorno nel Gargantua, anzi era stata la fortuna di quel giornale, parlavasi non soltanto come d’una valorosa cronista, ma anche come d’una donna molto attraente. Vedova, giovane, col prestigio della fama letteraria, aveva fatte molte passioni; l’idea d’averla compagna di lavoro infiammava Ranaldi, quantunque non l’avesse mai veduta. Egli non conosceva ancora l’amore, la passione intellettuale di cui sono piene le opere dei romanzieri e dei poeti; struggendosi d’amare e d’essere amato a tal modo, s’era dovuto contentare o del secreto e sterile culto per donne cui non aveva mai parlato, o dei disperati e non meno sterili tentativi di spirare un’anima alle mercenarie. Una scrittrice, una creatura che sapeva la vita, la Vanieri era per lui l’ideale: avendola tutti i giorni vicina, non dubitava che la fiamma si sarebbe accesa. Per suo conto, già era disposto ad amarla, non udiva più quel che dicevano intorno a lui, fantasticando tutto un avvenire di lavoro fecondo, di passione ardente, di felicità alta, quando s’udì squillare il campanello, e il cameriere annunziò la scrittrice. Ella entrò rapidamente, parlando fin dall’anticamera: “Scusate, principe, se mi sono fatta aspettare… prego questi signori di scusarmi…” e al primo vederla, dispiacque a Ranaldi. Non già che fosse brutta, al contrario: ben fatta di corpo, con una statura vantaggiosa, una copiosa chioma castana, la carnagione bianca, anzi pallida, la faccia forse un po’ troppo lunga, ma non disdicente all’alto personaggio; il giovane non riusciva a rendersi conto della propria impressione esaminando a parte a parte quella figura. Forse gli dispiaceva l’aria, il tutto insieme, la petulanza chiacchierina del suo ingresso, l’ineleganza o piuttosto la sciatteria dell’abito: dalla cintura le pendevano sul di dietro due pezzi di guarnizione così sgraziati e tanto gualciti che veniva voglia di strapparli via; sull’abito grigio portava un cappellino giallo e azzurro, giallo di paglia, ricoperto di velluto azzurro non di prima freschezza e ornato d’un’ala di volatile: l’ala era rotta, ad ogni movimento della persona oscillava.
“…Volete ammazzarlo in fasce? State bene attenti, signori miei: il titolo è una cosa gravissima, come il nome d’una creatura. Voi capite quant’è funesta la vita d’un uomo che si chiama Procopio o Apollonio? Neppure un titolo troppo futile, va bene; ma lasciate stare il Rinnovamento ed il Rinascimento, per carità!…”
Seduta accanto a Ranaldi, ella si rivolgeva a tutti fuorché al suo vicino; e il giovane non parlava, un poco punto dalla distrazione del padrone di casa che non lo aveva presentato. Ciascuno dicendo la sua, la discussione animavasi: “Io direi L’Araldo… Ce n’è uno a Como… Il Trovatore è un bel titolo… Anzi, Il Traviato… Ah! ah! ah! Quant’è bello Il Traviato… Siamo pratici: il titolo deve dire che cos’è il giornale: io lo chiamerei semplicemente: Il Partito Nazionale…”. Il Partito Nazionale proposto dall’on. Buci, piacque a parecchi suoi colleghi; ma la Vanieri:
“Il Partito Nazionale, scusate, onorevole, è seccante assai!” E il principe, che fino a quel punto era stato a sentire:
“Scusate, onorevole collega, non siamo d’accordo. Né Rinnovamento, né Partito Nazionale, né Partito Nuovo, né altro titolo di questo genere. Non ci facciamo illusioni: l’opera che stiamo per imprendere non è delle più facili; avremo da superare molte diffidenze; già ne vediamo qualcosa: se la naturale e logica evoluzione delle idee vien detta confusione interessata. Non conviene, poi, a mio giudizio, battezzare una cosa che è ancora da venire. Il Partito nazionale noi vogliamo formarlo appunto perché ancora non c’è. Di più, questi nomi peccano un poco, mi pare, di prevenzione; noi dobbiamo trovare qualcosa di più modesto e di più semplice…”
“Benissimo!… Molto giusto!… Io sto con voi!…”
La scrittrice approvava clamorosamente le idee del principe. L’on. Buci si arrese, e la caccia al titolo ricominciò. Ciascuno proponeva il suo: La Posta, Il Moschettiere, Il Giorno; ma nessuno incontrava interamente.
“E lei, Ranaldi, non dice nulla?”
Il giovane aveva pensato un titolo, che gli piaceva molto, ma per timidezza, per paura di far fiasco come gli altri, se l’era tenuto per sé.
“Ne proporrei anch’io uno, ma non so quanto valga… Un titolo semplice, di facile comprensione, né pesante né futile, mi pare che potrebbe essere La Cronaca…”
“Eccolo!”
Tutti approvarono, concordi: la Vanieri, particolarmente, esprimeva una vera ammirazione per la trovata; ripeteva quel nome, ad alta voce: La Cronaca, quasi a dimostrare quanto bene sonasse; si volgeva al suo vicino, del quale non s’era accorta fino a quel punto, per dirgli:
“Ben trovato!… Molto bene!… La Cronaca: quel che ci voleva…”
“Allora,” riprese il padrone di casa “diamo la parola all’amministratore, per la parte tipografica.” Il Beneventi espose le offerte avute da tre o quattro stampatori e da parecchie cartiere: mostrò dei campioni, riferì dei prezzi. Il Broggi e la Vanieri si misero a discutere, ma pareva più pratica quest’ultima degli uomini. Il tipografo Marcello era “un ladro”, con la casa Pistone non voleva che avessero da fare. “Non sapete che tiri giuoca?…” E raccontava commissioni non eseguite o eseguite al rovescio, di pubblicazioni sospese per colpa di “quegli lader”. Furono scartate assolutamente le tipografie dove si stampavano altri fogli politici; l’amministratore ebbe incarico di tornare a trattare con le rimanenti e di scegliere la più discreta. Metter tipografia propria era per la Vanieri il miglior mezzo di risolvere la quistione; ella assicurava che sarebbe stato un affare, date le condizioni di quell’industria a Roma, e ne spiegava la convenienza con gran lusso di cifre. Quantunque ci fossero lì cinque azionisti rappresentanti della società, ella rivolgevasi particolarmente al principe, come al pezzo più grosso, al più danaroso: “Il denaro sarebbe impiegato al 20 per cento: pensateci, principe!…”. Poi si discusse del servizio telegrafico. Il Broggi aveva grandi idee, raccomandava agli onorevoli di trattare col governo perché il giornale potesse avere un filo speciale. L’antico tipo di giornale, a base d’articoli di fondo, di elucubrazioni più o meno accademiche, con le notizie relegate in terza pagina, aveva fatto il suo tempo: bisognava che la Cronaca fosse innanzi tutto un foglio abbondante di notizie fresche, di prima mano, messe bene in vista; la rapidità e la copia delle informazioni le avrebbero procurato lettori da per tutto, i quali, grazie alle notizie, avrebbero poi letto gli articoli di propaganda. La Vanieri approvava il modo di vedere del redattore capo con più calore degli altri. Aspettando che le pratiche per la concessione del filo telegrafico particolare approdassero, il Broggi ebbe incarico di provvedere al servizio delle corrispondenze. L’on. Sceasse propose un suo cugino che stava a Londra come corrispondente della metropoli inglese; Vietri, il poeta, che non aveva ancora fiatato aprì la bocca per assicurare che Gustave Aloux, il celebre romanziere francese “amico mio” avrebbe accettato sicuramente di mandar delle lettere parigine; e la Vanieri a batter le mani: “Aloux! Aloux! Se Vietri ci fa avere Aloux, un migliaio di signore prenderanno l’abbonamento!…”. Frattanto l’on. Buci, dopo avere discusso a parte col suo collega Calario, richiamava l’attenzione della adunanza:
“Tutto questo sta benissimo; ma sarebbe tempo di pensare a una cosa più impellente: voglio dire all’ufficio del giornale.”
“Sicuro… Certamente… La casa…”
Ma il principe, a quel punto, s’alzò:
“Bisogna senza dubbio pensarci; ma, col permesso dell’onorevole preopinante, io vorrei dire che non c’è tanta impellenza quant’egli asserisce. Sempre che vi sarà bisogno di riunirci, per ora, ed anche dopo, sarò ben felice di mettere a vostra disposizione la mia casa. Potremo anche stabilire fin d’ora quando vogliamo rivederci per concretare le cose lasciate in sospeso. Frattanto, se gradite una tazza di the…”
Così dicendo, offerse galantemente il braccio alla signora; e tutti passarono nella sala da pranzo.
“Oh! Oh!… Una tazza di the… Che modestia…” V’era una tavola molto riccamente ed elegantemente imbandita: i cristalli dalle forme svelte e l’argento massiccio luccicavano in mezzo ai fiori: mazzi di fiori e piatti colmi di pasticcini, di frutta candita, si confondevano da lontano.
“Oh! Oh!… Grazie!… Quante buone cose!…” La Vanieri esaminava i piatti ad uno ad uno, ci ficcava dentro il naso, mangiando pel momento dei sandwichs, ghiottamente. “Caro principe, vi dirò che avete avuto un’ottima idea… Che roba è questa?… Il molto parlare mi mette appetito; e a lu?… Quella crema deve essere eccellente… Vietri non manca: i poeti si nutriscono d’aria!…”
Ella parlava e mangiava tutto in una volta. Il principe aiutava il cameriere a servire i suoi invitati, nessuno dei quali però faceva tanto onore ai rinfreschi quanto la scrittrice.
“E Calorio che voleva cercar subito un ufficio!… Il bisogno di sloggiare non è vivamente sentito; eh?… Ah! ah!… Questo marsala colma una lacuna… Anche lo sciampagna!… crescit eundo!…”
Allegrissima, rideva prima d’ogni altro di quelle espressioni scherzose, caricatura dello stile giornalistico; ma poiché gli altri tornavano a parlare del giornale, del suo ordinamento, della sua fortuna, ella lasciava lo scherzo per affermare:
“Io vi dico che fra un anno la Cronaca sarà attiva. Coi mezzi materiali e morali di cui disponiamo, la riuscita è immancabile. Esiste in questo momento un giornale a Roma?” “Questo poi!… Come… Ce n’è una dozzina…” “Carta stampata, se vi piace; ma giornale come intendiamo noi? Nominatene uno, di grazia… Sarebbe il Dibattimento?… O la Politica?… O la Sveglia?” E uno dopo l’altro li buttava giù, con una parola; buttava giù i direttori, i redattori, gl’ispiratori, dava a questo del “mariolo”, a quello della “volpe”, a quell’altro del cretino. “Cretino, v’assicuro; ma cretino a segno da non capire le cose più intuitive… Ne volete una prova?…” E confortava le sue asserzioni narrando aneddoti, riferendo motti, imitando le persone di cui parlava con una mimica efficacissima che faceva ridere l’uditorio. Poi, tornando al serio: “Quello che non si può tollerare, signori miei, è la mancanza di senso morale!… Oh!… Mi date ragione?… Mancanza di senso morale!…” Tolti due o tre galantuomini, persone veramente integre, tutti gli altri erano banditi, cavalieri di ventura, bravi pronti a lasciarsi assoldare dal maggior offerente. Chi aveva rispetto di sé poteva rassegnarsi a certe convenienze che, prolungandosi, dovevano essere giudicate come vere complicità? Così ella era uscita dal Menestrello, dall’antro dove, per sua disgrazia, l’avevano attirata: antro, sì, con quale altro nome chiamarlo? Se ne appellava a Vietri: “Voi che ci siete capitato, dite se è vero, se un galantuomo può restare in compagnia dei briganti…” se ne appellava ai deputati vecchi i quali conoscevano quei ricattatori, raccontava cose vituperevoli che colmavano di sdegno l’animo di Ranaldi. Sfogandosi, la scrittrice aveva smesso di mangiare: il principe le presentò un piatto di paste perché si facesse la bocca dolce. “Grazie! Voi siete amabilissimo, prenderò un’indigestione… No, basta, adesso grazie davvero… Facciamo una cosa, piuttosto: datemi un po’ di carta, li porterò a casa…”
Lo scoppio delle bottiglie di sciampagna sturacciate la mise di nuovo in allegria: alzato il bicchiere spumante, si rivolse al padrone di casa: “Prima di tutto, all’anfitrione!… Anfitrione! Vi prego di notare l’eccessiva bellezza di anfitrione, ah! ah!…” ridendo, torcendosi ella quasi si buttava nelle braccia del principe. “Poi alla Cronaca, giornale dei giornali… Il merito è tutto vosto…” Adesso si rivolgeva a Ranaldi: “Un bravo di cuore!… In verità, io domando e dico: chi leggerà altre cronache che non siano quelle della Cronaca?… Le politiche di Broggi, scoppiettanti e brillanti come fuochi d’artifizio; le letterarie di Vietri, dove Sainte Beuve dà la mano a Théophile Gautier; le mondane, e crepi la modestia, di Parisina; perché badate, signori miei, io non lascio il mio nome di battaglia…” “No, no!… Bene inteso!… Certamente!…” tutti approvarono. La conversazione divenne generale. “Volete venire a fumare una sigaretta?…” propose ad un punto il padrone di casa.
Un salotto turco era destinato al fumo: alle mura, trofei di pipe; sui tavolini, scatole di sigari, scatolini di sigarette, recipienti di tabacco per tutti i gusti. La Vanieri accese una sigaretta continuando ad assicurare la riuscita morale e materiale dell’impresa. Nessuno ne dubitava, del resto. Stabilito che si sarebbero rivisti fra sette giorni, l’on. Buci s’alzò per andarsene. “Vengo anch’io… ed anch’io…”
Lo stesso principe chiese un momento di tempo, volendo uscire insieme con i suoi invitati. Durante la sua breve assenza, la Parisina ne tessé l’elogio: “Un giovane d’avvenire, con un nome così bello, e con tanti quattrini più belli del nome!…”. Egli tornò portando un gran cartoccio di dolci e un fascio di fiori per lei: “Ma tanti! No, è troppo… Grazie!… Le orecchie v’hanno zufolato?… Parlavamo anche di voi!…”.
Per via, la conversazione continuò; la comitiva aggruppavasi diversamente secondo che qualcuno parlava più forte e richiamava l’attenzione dei più lontani.
La Vanieri, a braccio del principe, il quale portava il cartoccio dei dolci, lo costringeva ogni tratto a fermarsi, per volgersi indietro, per dire qualcosa a questo o a quello, per udire ciò che dicevano gli altri. Dal tema del giornale, erano passati a quello più vasto della politica; e i deputati, Broggi e la scrittrice discutevano animatamente, lungo i marciapiedi, nella notte alta: la scrittrice specialmente precipitava i suoi giudizii sugli avvenimenti e sugli uomini; come del mondo giornalistico, dimostrava una conoscenza minuta, intima, dell’ambiente parlamentare e governativo, diceva cose ardite e spietate, o comiche e mordenti, eccessiva in tutto, nella critica ed anche nell’ammirazione: “Quel Milesio, che forza, che polso, che fibra; un leone, no? Guardatelo in faccia, se non ha la faccia leonina, come Garibaldi; lo sguardo tagliente come d’acciaro!…”. E Ranaldi che le stava vicino dall’altro lato, ammirava in lei, quella bella natura vivace ed esuberante, quell’ingegno versatile, quella larga esperienza. A piazza Venezia, Beneventi e Vietri fecero per congedarsi; ella li costrinse a proseguire fino a mezzo il Corso: lasciato il braccio del principe, preso quello di Vietri, incominciò a parlare di letteratura e di poesia, a declamare versi francesi, a manifestare il suo culto per l’Aloux. A piazza Colonna la comitiva si sciolse; restarono insieme la Vanieri, il principe, l’on. Buci, e Ranaldi. Il Buci abitava in via dei Pontefici, gli altri tre lo accompagnarono. Tornando indietro, videro spegnere i primi lumi: era mezzanotte; ma dinanzi all’Aragno, il principe propose:
“Chi vuole un gelato? Io ho sete…”
Ranaldi entrò per restare in loro compagnia. La Vanieri, vedendo l’on. di Francalanza divorare il gelato, esclamò:
“Adesso si vede il siciliano!”
“E prima, no?”
“No, prima; davvero. Ranaldi, dite voi: pare siciliano? Neppure meridionale: tanto freddo, così corretto…” E prodigò una quantità di lodi all’onorevole, per la sua scienza del mondo, per la sua intelligenza: il principe se le prendeva.
Usciti dal caffè, ella dichiarò che adesso andava a casa. Stava alle Quattro Fontane, vicino a casa di Ranaldi. Allora il principe, lasciandola in buona compagnia, si congedò per andarsene al Circolo della caccia.
Il giovane era lieto ed impacciato ad un tempo, di trovarsi da solo a sola con la Vanieri, non sapendo bene di che parlare dopo che l’unico argomento possibile era stato esaurito in quattro ore di discussione. Ella stessa, lo cavò d’impaccio, domandandogli da quanto tempo era a Roma, che cosa aveva fatto fin lì. Udendo che egli non voleva più tornare al suo paese, gli dette ragione: non c’era altro che Roma per arrivar presto ed alto. “Costa, però; sapete?” Si fermò, scrollando il capo. “Costa; costa tanto che, alle volte, uno si domanda se ne vale la pena…” E senza parlare propriamente di lei ma col tono di chi ha provato le cose che narra, disse come era aspra e dura la concorrenza, tra quella folla avida d’arrivare; di quanti vinti era seminata la via; di quanta forza bisognava essere armati, per vincere. “Se è difficile agli uomini, immaginate che sarà stato per una donna!” Allora, come con un amico d’antica data, come con un congiunto, ella parlò di sé stessa, delle calunnie che l’avevano morsa, delle pene morali e fisiche che aveva dovuto patire prima d’imporsi. Il giovane l’ascoltava pieno di simpatia, di tenerezza. Ella gli dava ancora consigli: diffidate di tutto e di tutti: specialmente di chi più vi fa l’amico, di chi più sta vicino, cominciate a diffidare di me…
“Oh, signora Vanieri…”
“Sì, di me!… Adesso dico per dire; ma io che vi parlo non so se domani potrò esser costretta a combattervi, a sbarazzarmi di voi… Diffidate, aprite gli occhi, non credete: questa è una galera!… Avete visto quel Vietri, eh: il poeta, quell’anima squisita? Sarà il primo vostro nemico. Se vi potrà nuocere, anche senza guadagnare nulla, ne godrà con l’anima, per amore del male, così, per malvagità organica, per la sconfinata superbia che lo rode… Bugiardo, poi, bugiardo come una donna… Voi credete che sia amico di Aloux, che ci farà avere le corrispondenze di Aloux? Avrà seccato quel pover’uomo mandandogli i propri libri per ottenere un rigo di autografo; adesso si spaccia come amico d’Aloux… Aloux corrispondente di un giornale politico!… Non saprei darmene pace. Voi concepite questa cosa? È buffa, semplicemente, ah! ah!…
“E quel Broggi: state attento al Broggi, amico mio: io ne ho sentito di belle, a Torino, sul suo conto: quello lì è capace di passare sul cadavere del suo proprio fratello, se il fratello suo gli sbarra la strada. Tremendo, il Broggi; tremendo… Benvenuti ne ha da sapere qualcosa, quando furono insieme al Caffè… il giudeo, vi dico, è forse il migliore di tutti; ma giudeo, voi capite: giudeo!…”
S’era appoggiata al suo braccio, per parlargli più da vicino, quasi all’orecchio; e Ranaldi sentivasi altero d’aver conquistato d’un tratto l’amicizia di lei, stimavasi fortunato d’esser guidato da un’esperienza come la sua.
“Conosco un poco il mondo, amico mio; ho un certo fiuto… Voi siete giovane; chi sa forse se non pensate male di me, se non mi giudicate invidiosa, maldicente… No, non dico proprio questo; va bene, ma quando avrete sulle spalle cinque anni di vita romana e giornalistica, vedrete le cose come sono; la gara delle cupidigie, la lotta delle ambizioni nascoste sotto tanti nomi belli e sonori: la patria, la virtù, la moralità… E quel siculo, eh? Quel principe?… Avete mai visto una boria simile?… E quella casa? Mi pare un magazzino di tappezziere, quant’è presuntuosa!… Avete sentito le battute: niente programma troppo evidente, niente impegni compromettenti!… Quello lì, vi dico, ci darà da fare… Vuoto di testa, vuota come una zucca, sapete?… Ho parlato mezza dozzina di volte con lui, m’è bastato per giudicarlo. Furbo assai, quel siculo; ma vuoto come una zucca… E poi sapete: così…” mosse la sinistra come una banderuola; e si fermò a un tratto. “Io adesso sono arrivata; tante grazie, Ranaldi… E rammentatevi i miei consigli… Tante grazie; arrivederci!… Buona notte, arrivederci.”

V

Lunghe, nervose, le tornate parlamentari di quella primavera: la vittoria clamorosa del ministero non aveva tanto fiaccato l’ardire degli avversarii quanto riaccesa la loro ira; e sempre che ne trovavano il destro lo assalivano, lo molestavano, ordinavano il suo danno. Milesio, invece di rabbonirli, pareva si studiasse di esasperarli, lasciandoli dire, quasi non li temesse; o rispondendo breve e secco, o facendo rispondere da qualcuno dei suoi; talché l’elettricità si veniva addensando, il tono delle discussioni si inacerbiva, gli incidenti personali fioccavano. Consalvo di Francalanza, per dimostrare che il fiasco non lo aveva sgominato, anzi per sgominare egli stesso chi lo credeva mortificato e confuso, parlò, quindici giorni dopo la famosa tornata, per raccomandare certi interessi siciliani. La concione, ch’ei volle questa volta breve e succosa, passò senza infamia e senza lode; contento d’aver affermata in tal modo la propria padronanza, egli deliberò di starsene zitto, a studiare l’eloquenza degli altri. Ce n’era d’ogni genere e per tutti i gusti: dalla prolissa e cattedratica dei professori, all’impetuosa e scapigliata dei tribuni; dalla stentata e rigida dei militari, alla copiosa e drammatica degli avvocati. Alcuni dei massimi uomini politici, di quelli che Consalvo credeva grandi oratori, erano particolarmente infelici: Crispi pareva sostenesse una battaglia, parlando, quasi volesse aprirsi con le mani la strozza e cavarne la sillaba ribelle, quasi cercasse l’espressione addosso alla propria persona, intorno a sé, tra le sue carte, nell’aria, pronto a ghermirla. Zanardelli era facondo, ma parlava a scatti, saltuariamente, alternando pause lunghe, troppo lunghe, durante le quali pareva non avesse più nulla da dire, con periodi interminabili, emessi così rapidamente che il senso ne sfuggiva. Bernardino Grimaldi sgolavasi come un cerretano in piazza, con accompagnamento, se non di grancassa, di pugni assestati sul banco, e Prinetti, suo vicino, rassomigliava alle sonnambule che recitano d’un fiato le filastrocche mandate a memoria. Contro due o tre la cui parola era veramente facile e chiara e nobile a un tempo, la folla degli oratori abbaiavano, miagolavano, muggivano, ansanti e sbuffanti, per dir cose che non s’intendevano o per ripetere durante un’ora una stessa idea. Ma la Camera non li ascoltava e solo di tratto in tratto, quando interrompevano le loro chiacchiere, gli onorevoli riuscivano a cogliere lembi di periodi e pezzi di frasi: ai più noiosi, contendevano la parola con esclamazioni e rumori, e l’Uzeda era tra i primi a pestare i piedi, a far baccano, per vendicarsi, per sfogare l’irrequietezza che lo tormentava, nelle tornate monotone e interminabili. Studiavasi di far l’inglese, d’essere freddo e composto come un diplomatico; ma i suoi nervi di giovane e di siciliano scattavano. Li avrebbe domati, si sarebbe sentita la forza di domarli se fosse stato sul banco dei ministri; aspettando d’arrivarci si strofinava ad esso, andava a chiacchierare con Mazzarini, col Capo del governo, o saliva su dal Presidente, dal bonaccione Giuanin, col quale era entrato subito in dimestichezza. Verso le cinque lasciava l’aula per salire alla tribuna della stampa a trovare i redattori della Cronaca. Ranaldi non mancava mai. Prima d’entrare al giornale il giovane aveva creduto che la nuova occupazione non lo avrebbe distolto dallo studio, sicuro di dividere così bene la propria giornata da trovare tempo per tutto: cominciate le pubblicazioni, s’era sentito afferrare e travolgere come da un ingranaggio; l’ufficio, la tipografia e la Camera divennero il suo domicilio, il giornale accaparrò tutti i suoi pensieri. A prendere esempio da qualche compagno avrebbe potuto buttar giù i suoi articoli tra un sigaro e l’altro, venire il pomeriggio a chiacchierare nella sala di redazione, dare una capatina a Montecitorio; ma egli metteva molto amor proprio nel lavorar del suo meglio. Quel paio di centinaia di lire che gli davano ogni mese, il primo denaro guadagnato, gli parevano una gran somma; erano per lui, con l’assegno della famiglia, la ricchezza; gli sarebbe parso di non meritarle, di scroccarle quasi se non avesse compito con tutto zelo l’ufficio suo. Poi, egli s’affezionava a quel foglio che aveva tenuto a battesimo, gli pareva quasi d’averlo creato lui solo, sentiva come un dovere di lavorare alla sua fortuna. A poco a poco, senza obbligo, per amore, era arrivato a far solo più che tutti gli altri non facevano insieme. Egli doveva, oltre che scrivere un certo numero d’articoli, aiutare il Broggi nella compilazione; ma il Broggi, o per poca attitudine, o per poca voglia, lasciava fare tutto a lui. I primi numeri erano usciti zeppi d’errori di stampa; egli prese l’impegno di correggere le tre pagine da cima a fondo. Dalle otto della mattina a mezzogiorno, ora dell’uscita del giornale, non aveva un momento di riposo; dopo colazione, andava alla Camera; la sera di nuovo in ufficio, a scrivere, a sollecitare gli altri, a preparare il numero del domani. Amava il giornale quasi come una persona; lo rileggeva, dopo stampato, quasi non ne sapesse a memoria il contenuto, con un piacere nuovo, con l’orgogliosa compiacenza dell’autore per la creazione del proprio ingegno. E se la parte materiale del suo lavoro era ingrata e pesante, egli trovava un compenso nell’altezza e nella generosità dello scopo: la rigenerazione politica e morale del suo Paese, quasi una seconda creazione della Patria. Infatti, egli non si contentava, nei suoi articoli, d’almanaccare intorno alle combinazioni parlamentari, non si rivolgeva ai politicanti di professione, perché credeva che prima dei politicanti bisognasse persuadere il popolo, che non la coscienza dei deputati, ma quella dei cittadini fosse da rinnovare. E nella predicazione metteva un ardor di neofita, una fede così persuasiva, che la riuscita politica del giornale era in gran parte dovuta ai suoi scritti. L’on. di Francalanza non gli lesinava le lodi, gli dimostrava molta simpatia, gli scriveva bigliettini dal suo stallo di deputato, per riferirgli il dietroscena, le notizie circolanti pei corridoi, gli umori dei capiparte, ma più spesso andava a parlargli all’orecchio, su nella tribuna, guardandosi dagli altri giornalisti, prudentemente. Giacché egli non era molto indulgente per gli avversarii, anche i più rispettati, li accusava di malafede, li credeva capaci d’ogni più nera azione. Quella grande e nobile cosa, la formazione d’un partito nazionale, che non avesse altro scopo se non il bene del Paese, era avversata dai duumviri, da Grimaldi perché non ci vedevano altro che l’interesse di Milesio, mal sicuro della Sinistra, e l’ambizione di Griglia e di tutta la Destra, disperata per non poter agguantare altrimenti il potere! Costoro misuravano gli altri alla propria stregua! Se Milesio li avesse chiamati al ministero, si sarebbero subito ricreduti!… E l’Uzeda, oltre che riferire impressioni e notizie al giovane, gli portava spesso brevi note, commenti ai discorsi, previsioni parlamentari da pubblicare tra le ultime notizie della Cronaca: negli scritti, l’onorevole era un altro, non solamente non offendeva gli avversarii, ma li lodava, li trattava con le molle d’oro, come pecorelle smarrite, come figliuoli prodighi, più cari degli altri. Ranaldi che non si occupava mai delle persone ma delle idee, approvava il contenuto di quelle note; il suo imbarazzo era un altro, per la forma. L’on. di Francalanza, con la parola così facile e sino a un certo punto felice, non sapeva scrivere un periodo che si reggesse bene in gambe, usava una sintassi talmente imbrogliata e sconosceva talmente la punteggiatura, che il giovane non poteva lasciare passare quelle scritture senza ritoccarle e, alle volte, rifarle da cima a fondo. Da principio, non aveva saputo, se dovergliene chiedere licenza, oppure se correggere senz’altro; s’era appreso a quest’ultimo partito, perché, quantunque il principe gli dimostrasse molta confidenza, egli vergognavasi di fargli apertamente da maestro. L’amor proprio dell’autore se n’era punto. “Avete mutato qualche parola… avete fatto bene…” gli diceva; ma, dandogli altre note, lo pregava di restituirgli il manoscritto “se non vi piace…”.
“Ma no!” protestava Ranaldi. “Nient’affatto! Soltanto qualche espressione… Questa frase, per esempio, potrebbe essere più chiara, basterà mutare una parola o due, mettere qualche virgola…”
“Fate, fate pure…”
Si sentiva tuttavia che le correzioni gli dispiacevano. Verso la fine di giugno, quando l’Opposizione, non trovando altro mezzo di combattere il ministero, riunì i suoi sforzi per contrastare la proposta chiusura dei lavori parlamentari, Montecitorio fu di nuovo invaso dalla folla curiosa d’assistere all’ultima battaglia. L’aula aveva la sua leggera e fresca veste estiva; buon numero di onorevoli portavano abiti chiari, due o tre erano tutti candidi come colombi; alcuni avevano smesso i panciotti; quasi tutti erano provvisti di ventagli o se ne foggiavano coi giornali, con le stampe ufficiali. Consalvo portava ancora una palandrana nera, di stoffa più tenue, ma severamente abbottonata, e non si faceva vento, quantunque sudasse. Intanto che un oratore di Destra vociferava, accusando la Svizzera di proteggere i contrabbandi, egli dava un’occhiata alla sua posta. Dal collegio gli scrivevano una quantità di persone e di uffici: egli guardava le buste e le metteva da parte; ne aprì e ne scorse due o tre soltanto. Poi sfogliò i giornali siciliani; dacché era a Roma, tanto lontano, tant’alto, le notizie della vita di laggiù lo facevano ridere di compassione per la loro piccineria, di compiacenza per la sua propria importanza. Poi stracciò le fascette dei ponderosi fogli romani e milanesi e lesse gli articoli politici: ferveva la battaglia nella stampa come a Montecitorio; i più miti giornali d’opposizione chiedevano la testa di Luzzi, del ministro della pubblica istruzione; gli altri denunziavano con parole di fuoco la doppiezza, l’immoralità di Milesio. Il Dibattimento, rispondendo alla Cronaca, diceva che l’opera dei suoi ispiratori era più immorale di tutte le altre, poiché legittimava le confusioni, le transazioni, i connubii indegni col pretesto d’una “coscienza nuova”; della quale avevano forse bisogno “i capitani di ventura, i servitori di tutti i padroni” oppure “gli imberbi ambiziosi nati appena ieri alla vita pubblica”. Consalvo sorrise: l’imberbe ambizioso era lui! Sorrideva, non si sdegnava dei due aggettivi perché gioventù ed ambizione erano, pel momento, i suoi maggiori titoli. Messo da parte il Dibattimento e continuando lo spoglio, ei vide un giornale che non soleva ricevere: La Patria, di Torino. Apertolo lesse in prima pagina, al primo posto, sotto il titolo: Profili parlamentari, il suo nome: Consalvo Uzeda. Corse alla firma: era una semplice D, la sigla della Vanieri. Allora divorò l’articolo: cominciava ancor esso: “Giovane, giovanissimo, uno dei più giovani d’anni e di cuore, tra quegli abitanti di Montecitorio che sembrano nati vecchi tutti quanti”; seguiva la lode della nobiltà, di quell’alta stirpe degli Uzeda che avevano sparso il loro sangue “purpureo fiore aragonese” difendendo la croce cristiana sui campi iberici e sui lidi barbareschi, dall’Alcantara a Calatrava; e poi era venuta in Italia, in Sicilia, quando l’isola gemeva sotto gli Anjou. “Il cronista non sa la storia; ma se grande, troppo grande è l’ignoranza sua, gli rammenta che gli Aragonesi non si imposero con la forza bruta dell’armi ai fieri isolani…” ciò per dire che “se Massimo Taparelli D’Azeglio, dopo aver tanto gridato: Fuori lo straniero, fu preso dal dubbio d’esser egli straniero, il principe di Francalanza era esente da simile scrupolo”. E questo principe, spagnolo d’origine, italiano di nascita, era inglese di costume: “se il cronista sapesse la psicologia – ma non la sa, come non sa la storia, come non sa tante, troppe altre cose – egli troverebbe nel giovane deputato il soggetto d’uno studio sul cosmopolitismo dell’anima contemporanea”. Consalvo traeva più rapido il respiro, come avanzava nella lettura, come leggeva ch’egli era un self-made-man; giacché “questo gran signore che avrebbe potuto godersi le sue rendite, girando il mondo, senza far niente” aveva capito una cosa, “una cosa molto semplice, ma eziandio molto difficile; che egli aveva dei doveri…”. Allora lo scrittore domandava: “Che è quest’odio da cui nobili e ricchi sono perseguitati?”. E rispondeva: “È la ribellione contro la fortuna immeritata. La nobiltà e la ricchezza che uno acquista con l’opera propria nessuno le odia, perché tutti le sperano…”. Perciò il dovere di chi si trova possessore di beni non guadagnati direttamente ma avuti dalla nascita, era quello di guadagnarseli indirettamente, di meritarseli. “Questo dovere Consalvo Uzeda ha capito, e dal momento che ha sentito qual è il dover suo s’è messo all’opera, con la perseverante serietà degli hidalghi di Castiglia. Io conosco pochi uomini che abbiano una coltura tanto seria e al tempo stesso tanto brillante: questa cultura il principe di Francalanza l’ha acquistata da solo, perché ha voluto acquistarla: c’è dell’Alfieri in questo giovane patrizio che lasciati i suoi cavalli nelle scuderie, gli amici nei circoli e le dame nei salotti, s’era messo un bel giorno a studiare il diritto pubblico, la storia politica e la scienza dell’amministrazione. In meno d’un anno di vita parlamentare egli si è rivelato. Diciamo la verità, il suo primo discorso alla Camera, dispiacque. Dispiacque non già per sé stesso, ma pel momento in cui fu pronunziato. Nuovo ancora a Montecitorio egli prese la parola in una quistione politica: bell’audacia di giovane che però urtò i nervi ai vecchi. Il Francalanza non si sgomentò: quell’esordiente fu visto resistere alla tempesta come un oratore che avesse vent’anni di tribuna. E subito dopo tornò alla carica; ma questa volta scelse l’argomento: il lavoro dei fanciulli nelle miniere sicule. Dice chi se ne intende che questo discorso, breve, conciso, succoso, è un vero modello d’eloquenza pratica: qualche altro avrebbe fatto della rettorica: il Francalanza ha esposto delle cifre, ha citato dei rapporti di medici, ha detto ciò che ha visto egli stesso: eloquenza di cose, non di parole. Il cronista che lo udiva sentiva stringersi il cuore; ma egli confessava che alla tristezza ed alla pietà per l’atroce destino delle infelici creature penanti nella zolfara nocque lo stupore e l’ammirazione per quel gran signore che parlava dinanzi a qualche centinaio d’oratori di professione, con una sicurezza, una tranquillità, una padronanza, un’efficacia veramente rare; per quel ricco patrizio che faceva schietta professione di democrazia e di socialismo, di vera democrazia e di socialismo santo. L’on. di Francalanza ha una gran forza: la volontà. A Montecitorio è venuto non per la vanità della medaglina come tanti altri. Se lassù facessero ogni giorno la chiama, egli non avrebbe neppure un giorno d’assenza, come dicevamo a scuola. Non ha neppure un giorno d’assenza nel suo ufficio. Quando la Camera è in vacanza, egli se ne va a studiare nella biblioteca, a discutere degli interessi del Paese coi pochi colleghi presenti a Roma. Un altro luogo dove lo troverete è l’ufficio della Cronaca, del nuovo grande giornale romano. E credo d’aver sentito dire che certi trafiletti politici, scritti in uno stile piano semplice e chiaro concordano in modo evidente con le opinioni espresse a voce dal giovane signore. Il quale lavorando come un impiegato, voglio dire con la pazienza, l’assiduità, la continuità d’un uomo che ha un orario da osservare, un cómpito da fornire, un avanzamento da guadagnarsi, non avrebbe tempo né modo e forse neppur voglia di far vita di società, se dalla società non fosse desiderato e attirato con quella dolce violenza alla quale è tanto difficile resistere. Vi sono tre o quattro case, a Roma, tra quelle di più difficile accesso, che Consalvo Uzeda non può esimersi di frequentare. Perché un’altra gran forza, in verità, egli possiede, e la sua riuscita è immancabile per un’altra ragione, che parrà meno ragionevole, ma è forse, credete a me, più grande: la simpatia”.
“Bene! Perdio! Bene!…” a lettura finita, egli quasi pronunziava quelle parole, quasi batteva le mani, quasi piangeva, di gioia, di felicità. Con gli occhi inumiditi dalla commozione, cose e persone tutt’intorno gli apparivano incerte, velate, tremanti: udiva le parole del ministro del commercio, levato dietro il banco del governo, senza comprendere. A un tratto, una voce, accanto a lui, disse, timidamente:
“Scusi, collega… se ha finito, permette un momento?…”
E un deputato, seduto alla sua sinistra, un uomo sulla cinquantina, forte, con larga faccia e la fronte spaziosa e incorniciata da barba e da capelli sale e pepe, additava la Patria. Consalvo porse il foglio, con premura cortese, rispondendo:
“Prego, anzi…”
Voleva darla a leggere a tutti, presentarla al Presidente perché comunicasse l’articolo alla Camera intera. Ma il suo vicino guardò appena il titolo del profilo parlamentare e passò alla seconda pagina.
Consalvo che aveva visto quel posto sempre vuoto, non rammentava più quale deputato l’occupasse; esaminava però curiosamente la figura del collega, cercava di sommare coll’occhio le medagline che gli pendevano dalla catenella. Erano molte, un mucchio, più di mezza dozzina certamente: il collega doveva essere uno dei più anziani, forse rammentava il Parlamento subalpino; e l’anzianità spiegava quel modo d’attaccar discorso con chi non conosceva. O non piuttosto la poca finezza della educazione? Dall’abito, semplice anzi grossolano, dalla camicia senza polsini visibili, e col solino rovesciato che lasciava nudo il collo rugoso e venoso, pareva un possidente di campagna, un uomo molto alla buona. Però il mucchio delle medaglie incuteva rispetto a Consalvo; forse il collega era uno di quei piemontesi all’antica, come Sella, che sotto l’apparenza modesta e bonacciona nascondevano le più sode qualità dell’ingegno.
“Guarda un po’, Francalanza: la contessa ti saluta…” Baldo Guidobaldi, dal banco superiore, chiamava intanto l’Uzeda, additandogli le tribune della presidenza, di dove una dama con l’occhialino faceva cenni col capo: era la contessa, con la figliuola. Consalvo si levò, inchinandosi ripetutamente; poi, volto al conte, accennò con l’occhio il vicino dalle medaglie, come per domandargli chi era. Guidobaldi scosse una spalla per rispondere che non lo conosceva. Frattanto, finito di scorrere la Patria l’onorevole la ripiegava accuratamente:
“Mille grazie, collega… Pare dunque che sono arrivato un po’ tardi… se si voterà la chiusura?”
“Un po’ tardi, veramente.”
“Non è mia colpa. Tanti affari, privati e pubblici, che m’ero perfino dimesso. I colleghi, bontà loro, vollero accordarmi un congedo…”
Era veramente piemontese. Egli narrò gli affari suoi, quelli del suo collegio e del suo municipio, perché pareva che fosse anche sindaco; poi, toccando della situazione politica, disse che l’opposizione s’affannava invano, come già sapendo di parlare con un ministeriale. Dopo essere stato un poco a udirlo, per ingraziarselo, Consalvo si levò, dicendogli:
“Permetta collega: vado a salutare le signore…”
Allora l’altro fece un inchino, affrettato e confuso, come ne fanno dinanzi alle dame le persone non avvezze alla loro compagnia. Ma Consalvo sceso nell’aula, dove, nell’imminenza della votazione, gli onorevoli andavano e venivano, s’indugiava tra i crocchi delle conoscenze, con la Patria in mano, che alcuni gli toglievano confidenzialmente, e poi, scorto il titolo del primo articolo, scorrevano, sorridendo e scotendo il capo, per approvare, per rallegrarsi.
“Quella buona Vanieri… Troppo buona, troppo indulgente…”
“Giusta!… Giusta, soltanto!…”
Però, accorgendosi che i sorrisi dei lettori non erano tanto di rallegramento quanto di sottile canzonatura per quelle lodi che la loro invidia doveva giudicare esagerate, e compre, Consalvo insisté nello scusarsene: sotto il banco della presidenza, mentre l’on. Bandi leggeva l’articolo, egli commentava:
“Queste donne!… Destituite del senso della misura!… Eh? Par quasi che mi prenda in giro!”
Lo squillo del campanello presidenziale e la voce del Giuanin fecero rivoltare tutti quanti a un tratto:
“Vadano ai loro posti! Ha facoltà di parlare l’on. Aguglia.”
Ripreso il suo giornale, Consalvo salì alle tribune.
Remigia, mentre le dame erano tutte intente allo spettacolo, volse il capo quasi aspettasse qualcuno. E la contessa, avvertita da lei, esclamò:
“Francalanza, che bravo!… Sentite, venite un po’ qui: Ci capite nulla? [*]che fanno? Che dicono?… Quando voterete?”
“Il più tardi possibile… Per non far andar via loro signore…”
“Oh, oh!… Ma noi vi piantiamo lo stesso, se non fate presto!…”
“Allora corro da Biancheri…”
“State fermo, siate serio…” Voltasi allora alla dama che stava alla sua destra, presentò: “Paola, il principe di Francalanza… Donna Paola Rodenengo…” La signora rivoltò il capo verso lui, abbassando graziosamente le ciglia, a modo di saluto; e Consalvo rimase. Come mezz’ora prima, quasi gli scappava di bocca un altro “perdio!” tale meraviglia era la faccia di quella donna. Egli non aveva mai visto nulla di simile. Una bellezza perfetta, assoluta, sovrana; una di quelle bellezze lampanti, abbaglianti come un principio di verità, meno discutibili d’un assioma, così grandi che non sembrano umane, tant’alte, miracolose e inarrivabili che il cuore degli uomini ne resta quasi piagato. Bionda di capelli, d’un biondo pastoso e dolce di miele; e pallida di viso, con occhi neri e nere ciglia che parevano un tocco di sfumino sopra un pastello; e pallida d’un pallore che non era malattia o difetto di vitalità, ma quasi una commozione assidua, incessante, quasi una pietà inguaribile. Consalvo ne era sbalordito a segno di perdere la padronanza di sé. Dacché stava a Roma, egli non aveva toccato una donna con un dito. Da molto tempo prima, dal giorno che s’era proposto di mutar vita, le donne, già sua principale occupazione e delizia, eran diventate l’ultimo dei suoi pensieri; ne aveva cercate alcune, antiche amiche o mercenarie, a certi giorni, per igiene; e dal tanto dominio abituato a esercitare sopra sé stesso, dal tanto fervore della sua nuova ambizione, la continenza gli era divenuta insolitamente agevole e abituale. Ma anche quando aveva molto amato, l’amor suo non era mai stato turbamento dell’anima e bisogno d’affetto; l’elegante perversione della compagnia tra la quale viveva, l’abitudine feudale di considerar tutto, a cominciar dall’amore, come merce che si compra e si vende, la facilità con la quale, principe, ricco, giovane, non brutto, egli era riuscito con le donne che non si davano per quattrini, la stessa mancanza d’educazione del senso estetico, laggiù in Sicilia, tra una gente imbruttita dalle continue mescolanze di razze, tutte queste cause avevano fatto dei suoi amori altrettanti esercizii muscolari, semplici spese di forza nervosa. Ora, dinanzi a quella donna, egli provava qualcosa di nuovo, di strano, quasi lo sgomento dei sogni, quando la coscienza si sente invasa, sbandita da un’altra coscienza, ignota, difforme. Un momento, dimenticò d’essere a Montecitorio, nella tribuna della presidenza; non seppe più dove fosse, non comprese ciò che gli dicevano; poi tornò in sé, rispose alla contessa che s’ostinava a voler comprendere ciò che accadeva nell’aula:
“Sì contessa; voteremo la chiusura… Non sente? Non sente?…”
L’Aguglia, riassumendo i lavori parlamentari di quella sessione che il ministero voleva chiudere “per sottrarsi ai suoi giudici” dimostrava come un tempo prezioso fosse stato sprecato in chiacchiere inutili, come nessuna delle grandi leggi pomposamente annunziate fosse arrivata alla discussione. “Per colpa vostra!…” interrompevano dai banchi dei ministeriali; e l’oratore si riscaldava, rimbeccava l’accusa, dichiaravasi pronto a restare al suo posto fino in agosto – “uh! uh!” i ministeriali vociferavano più forte, pur di non dover rispondere ai suoi elettori, quando gli avrebbero domandato: “Che cosa avete fatto?”. “Abbiamo dato tre voti di fiducia ai vostri governanti!” Il baccano cresceva, il Presidente scoteva energicamente il campanello; ma Consalvo non badava più allo spettacolo, per udire donna Paola. La dama parlava con voce piana e dolce, senza accento notevole; e diceva:
“Tutti gli anni, in questa stagione, s’odono le stesse cose. L’opposizione assicura che non s’è fatto nulla; i ministeriali che hanno salvato la patria. La verità mi pare che sia nel mezzo…”
“Ah, come dice bene!” rispose egli. “E perché non dev’esser permesso che la sua voce, la voce del buon senso, s’oda in ogni angolo di quest’aula, per ricondurre gli animi accecati dalla passione di parte al sentimento di giustizia, di equità, di prudenza?”
“Ve l’avevo detto, neh?” disse a sua volta la contessa, torcendo il collo per guardare Consalvo. “Ve l’avevo detto, che la mia amica è forte nel diritto costituzionale?…”
Donna Paola si mise a ridere. Remigia stessa, che non aveva ancor proferito parola, esclamò con tono di indulgente rimprovero che non riesciva a nascondere il sorriso provocato dallo sproposito: “Oh, mamma!…” mentre Consalvo rideva rumorosamente: “Ah! Ah! Ah! Bellissimo, contessa!… Il diritto costituzionale!…”. Una specie di sordo grugnito lo fece tacere: il signore cogli scopettoni che accompagnava le altre dame esprimeva con quel suono e con uno sguardo severo il suo malcontento, anzi il suo biasimo per un contegno sconveniente a un rappresentante della nazione, il cui posto, invece che nella tribuna dove disturbava le persone serie venute a udire i serii discorsi, era giù nell’aula. E l’aula era in quel momento silenziosa e raccolta, perché parlava Vitrelli; anche lui contro il governo, ma con più garbo, con maggiore accortezza: “Il governo, cui spettava la direzione dei lavori parlamentari, ha compito l’ufficio suo in modo tale da metter la Camera in questo bivio: o sciogliersi oggi, senza poter menar troppo vanto d’aver proficuamente lavorato; oppure di intraprendere la discussione di leggi ponderose quando l’inclemenza della stagione terrà lontano da Roma una buona metà, non dirò di tutti i deputati, ma di quelli ordinariamente più assidui…”. Gli amici dell’oratore approvarono; ma poi sorse un ministeriale, l’on. Borio, il quale cominciò: “Io domando a me stesso quale nuova teoria attribuisce al governo la direzione dei lavori parlamentari; domando a me stesso se la Camera non è stata sempre lei stessa…”. Allora la Camera si mise di buon umore; ma quando, dopo avere domandato a sé stesso tante cose, l’onorevole riprese: “E ricordo a me stesso…” risa e interiezioni fecero un concerto assordante.
“Ora” avvertì donna Paola “la discussione fuorvia.” Infatti, dopo gli ultimi due discorsi, gli oratori non s’occupavano più di ciò che bisognava fare, ma dissertavano intorno al quesito: È la Camera quella che dirige i proprii lavori, oppure è il ministero? Consalvo, che si faceva vento con la Patria, rumorosamente, sperando che gli chiedessero quel giornale, diceva tratto tratto a donna Paola, che anche ella, a brevi cenni del capo, richiamava l’attenzione di lui:
“Senta!… Senta!… dov’è più l’argomento?…” “Sempre così… Ma è del resto naturale… Una parola tira l’altra… Le idee s’incatenano…” Ella pronunziava quelle frasi, rapidamente, per non perdere una parola dei discorsi, e non rispose neppure, quando Consalvo le disse: “Come si vede che è assidua a Montecitorio!” Allora, poiché ella non gli dava molto retta; poiché la contessa, mortificata dalle risa che avevano accolto la sua sciocchezza, intontita dalla gravità delle cose che dicevano i deputati, se ne stava zitta, col viso rosso come un peperone, facendosi vento, egli s’appressò a Remigia. La contessina occupava il posto d’angolo, e col gomito appoggiato alla base della colonna, si reggeva la testa sulla mano guantata.
“E lei, si diverte?”
“Sì…”
“È molto lusinghiero per noi, tutte queste gentili spettatrici, così attente, così indulgenti…” Egli si sentiva in vena di galanteria. Dagli abiti, da tutte le persone di quelle dame sprigionavansi profumi eccitanti; il ricordo dell’articolo della Vanieri, delle lodi più eccitanti dei profumi, gli mettevano addosso una smania insolita, un bisogno di muoversi, di parlare. Il turbamento morale prodotto dalla vista di donna Paola era passato del tutto, ora che aveva parlato con lei; restava un’esuberanza di vitalità, un’energia stimolata che chiedeva d’operare. “E la cugina? A casa? I miei complimenti pel suo cappellino. Elegantissimo… di gran gusto… le sta d’incanto…”
Neppur ella rispose, aveva un viso più serio del consueto, quasi severo. E Consalvo, come se non l’avesse ancor vista, giudicava che, senza paragone meno bella di donna Paola, anzi neppur bella nel senso stretto della parola, la contessina poteva piacere molto; che gli piaceva veramente. La vedeva un po’ dall’alto e di scorcio; vedeva un’orecchia piccola e accesa come vampa, una guancia morbida, saporosa che dava imagine d’un’albicocca polputa, come le albicocche tinta d’un giallo rosato e coperta di una specie di soave pruina; vedeva il seno modesto gonfiarsi ritmicamente, distendere il fresco tessuto della veste chiara; e a quella vista mani e labbra gli prudevano. Per distrarsi, riprese a soffiarsi con la Patria; ma, come Remigia lasciava il suo ventaglio chiuso sulla sponda della tribuna, egli disse:
“Contessina, permette?”
Ella stessa glielo porse. Allora, vide il giornale, vide il nome d’Uzeda stampato a grosse lettere, e disse:
“Parlano di lei?”
Egli esclamò, come stupito e confuso:
“Oh, niente… due parole… l’ho ricevuto or ora…”
“Mi faccia vedere.”
Un sussurro, uno zittio lungo correva in quel punto da un capo all’altro della Camera: sorgeva il Presidente del Consiglio. E alle prime parole di Sua Eccellenza, pronunziate con voce piana e bassa in mezzo a un silenzio profondo, scoppiò una specie di tumulto.
“Che è?… Come?… Che ha detto?… Che hanno?…”
“Il ministero non vuole nient’affatto chiudere la Camera: presenta il disegno di legge sulla riforma del Senato e chiede per esso l’urgenza.”
Così aveva detto Milesio, e Consalvo quasi credeva d’aver udito male, e donna Paola s’era rivolta a lui, come per chiedergli la spiegazione di quell’annunzio, che intanto continuava a provocare da ogni parte della Camera esclamazioni di protesta, apostrofi irose, un diavolio.
“C’è novità per aria…” disse Consalvo “l’avevo bene previsto…”
“E che?… E come?…” continuava a domandare la contessa, mentre il signore con gli scopettoni, smesso il cipiglio, tendeva l’orecchio dalla parte del deputato per scoprir qualcosa. Donna Paola, volta all’amica:
“Bice” disse “se l’onorevole resta qui per noi…”
“Per l’amor di Dio!…” protestò la contessa Bice “torni al suo posto… Vada a sentire che accade…”
Così egli stava per fare, appena scoppiata la bomba, senza aspettar l’invito; ma se la curiosità politica lo chiamava giù nell’aula, un’altra curiosità lo tratteneva nella tribuna. Remigia, spiegato il giornale sul velluto verde del davanzale, raccolte le mani in grembo, aveva cominciato a leggere l’articolo della Vanieri; e il ritmo del suo respiro acceleravasi, le guance s’infiammavano, le braccia stringevansi al petto, quasi a comprimerlo, a reprimere il turbamento; e con le labbra un po’ dischiuse, sorda al frastuono dell’aula, a ciò che dicevano vicino a lei, non pareva che leggesse, pareva quasi che bevesse le lodi, che se ne inebriasse.
“Allora, con permesso… Vado e torno… torno subito… Con permesso…”
Egli non sorrideva, rideva apertamente, giù per le scale, sul muso delle persone: “Tò!… Tò!… La piccina!… E che diamine!… Innamorata!… S’è innamorata!…”. Era chiaro: innamorata! Simpatico, le era riuscito simpatico: questo l’aveva capito; non ci voleva molto a capirlo; ma commuoversi, turbarsi così alla lettura della biografia, come se le lodi le andassero diritte al cuore, come se avessero parlato di lei!… “E che diamine!… Innamorata!… Lo vedrebbe un cieco!…” ripeteva fra sé, traversando i corridoi, silenziosi e spopolati; e a un tratto, scorto accanto all’uscio della sala di lettura Mazzarini parlare con Grimaldi, piano, a faccia a faccia, il corso delle sue idee deviò bruscamente: “Ho capito!”. Grimaldi doveva avere accettato le offerte del governo, il rimpasto era stabilito, perciò il ministero dichiarava di non voler chiudere la Camera, d’esser pronto alle nuove battaglie.
Infatti, rientrato nell’aula, dove i colleghi lasciavano rumorosamente i loro posti, perché la discussione era stata sospesa, Consalvo s’avvicinò a Mazzarini per dirgli all’orecchio:
“Ci casca? È cascato?”
Mazzarini sorrideva, e il suo sorriso, di gioia e di trionfo, per sé ed i suoi, di scherno e di pietà per gli avversarii, stonava con le sue parole severe:
“No, principe; nessuno è cascato… S’è tolto di mezzo un malinteso, un equivoco… S’è visto che c’era accordo nelle idee, nel programma…”
Ma il baccano, ora che il Presidente aveva lasciato il suo posto, cresceva fuor di misura; gli onorevoli, raggruppati qua e là, amici ed avversarii, gridavano; dalla tribuna della stampa i giornalisti li apostrofavano; oppure, volte le spalle all’aula, vociferavano tra loro, il pubblico rumoreggiava anch’esso, non comprendendo.
“Alla gogna!… In nome de principii!… Viva noi!… Le onorate fatiche!… Alla luce del sole!… Zitti voialtri!… Chi latra?… Andiamo via!… Ah! ah! ah! ah!”.
Pareva che i più inferociti stessero per menar le mani, le intonazioni ironiche provocavano acri risposte, alcuni ridevano sgangheratamente, altri cercavano di metter pace; una dozzina, rimasti ai loro posti, soli, guardavano intorno, come sapendola più lunga degli altri, come filosofando. Consalvo vide che il suo vicino, il Piemontese con molte medagline, era fra questi; e quando, alla ripresa della tornata, egli risalì al suo posto, dimenticando le signore, il collega gli si fece d’appresso e gli disse, con aria di doloroso stupore:
“Mi dica dunque, collega… il ministero è battuto?”
“Che?… Come?…” fece Consalvo guardandolo bene in viso.
“Se cede, se si disdice…”
“Ma chi è lei?…” stava per rispondergli, quasi temendo d’esser canzonato.
Chi diamine era, come si chiamava quell’imbecille che non capiva, che capiva al rovescio, con otto legislature? Chi diamine l’aveva mandato alla Camera, che ci veniva a fare? Consalvo non si dava pace d’averlo preso per un pezzo grosso, per un esperto parlamentare; poi, vedendo l’aria attonita dell’onorevole, il riso lo disarmò:
“Ma no, ma no; al contrario: sfida l’opposizione, l’ha sgominata, capisce? C’è un accordo col gruppo degli agrarii, Grimaldi entra nel ministero…” “Ah, capisco… capisco… Bene, collega; bene…”
Frattanto, il Presidente leggeva le proposte di deliberazioni, le vagliava e ne metteva a partito una prima presentata dall’opposizione e così concepita: “La Camera, conscia dei suoi doveri, afferma il proposito di mantenere le assicurazioni date al paese”. Gli oppositori emettevano i loro sì brevi, forti, recisi; alcuni con tono rabbioso, altri con accento di sfida, altri gridando in modo da far voltare e ridere tutta la Camera; e i no ministeriali sfilavano, più composti, più rigidi. Quando il segretario chiamò: “Colargedda”, il vicino di Consalvo si levò, aggrottò un poco i sopraccigli pelosi, fece un breve gesto con la destra, come per accrescere forza e solennità alla sua dichiarazione, e proferì un chiaro e franco: “Sì”.
“Collega!… Ma collega!… Che ha fatto?…”
“Come?…” rispose l’altro, rosso, confuso.
“Ma doveva dir no!…”
“Per approvare… io approvo…”
“Ma doveva dir no, respingere l’ordine del giorno… è di sfiducia, contrario al governo, non ha capito?…”
“Contrario?… Ma il Presidente… Io credevo… Ed ora come si fa?…”
L’idea d’aver votato contro il governo, mentre egli era tutto suo, lo contristava; lo sbaglio preso lo mortificava. Chiedeva consiglio al collega, pareva spaventato dall’idea di dover fare una dichiarazione, un discorso; ma come i “no” fioccavano e i “sì” divenivano più rari, e alcuni dei più accaniti oppositori lasciavano i loro posti, certi della sconfitta, e il sordo clamore del trionfo cominciava a levarsi, Consalvo, lieto della vittoria, esilarato dalla semplicità del vicino, gli disse:
“Stia di buon animo… il ministero ha vinto… Un voto di più, uno di meno!”

“Questa è una dichiarazione d’amore, non un profilo!” esclamava il Broggi rivolto alla Vanieri, nell’ufficio della Cronaca, quando, finita la seduta, Consalvo vi entrò. E i cronisti, gli amici dei redattori, tutte le persone che avevano presa l’abitudine di passare alla Cronaca un’ora, di andarvi a prendere le notizie del giorno, dicevano anch’essi la loro, attorniando, assediando la scrittrice, che vociferava più degli altri e teneva fronte a tutti:
“Sissignore! Mi l’ami; e poi?… Ch’el veda, che l’esamini se l’è ben fatt, come arte… Capiss na gott, liù!…” Aragonese o Castigliano? Bisognava decidersi!… La geografia!… La geografia!… E all’apparir di Consalvo, tutti si volsero a lui, quasi invocandone la testimonianza: “Castigliani e Aragonesi, principe?… I suoi vennero o d’Aragona o di Castiglia, è vero?” egli assentì, ridendo, con un gesto che voleva dire: “È naturale” e allora l’altra:
“Anca lu, neh? Ma indove che l’ha studiat’, la geografia? L’aragones l’è castigliano, come un bavarese l’è tudesc! Il Castigliano l’è lo spagnuolo per eccellensa, per antonomasia, ghe semm?…”
E come gli altri non s’arrendevano, e Consalvo pareva sempre disposto a dar torto alla sua lodatrice, ella si volse a Ranaldi gridando: “Ranaldi, dite voi, con quella competensa scientifica che tanto vi distingue: ho ragione o no?”
“Ha ragione” rispose l’interrogato.
“Ranaldi, voi siete un giovane d’ingegno! Ranaldi, io vi amo!…”
“Uuuuh!… Che gran cuore!… Troppi in una volta!…” dissero tutt’intorno, mentre Consalvo, ridendo più degli altri, esclamava:
“E io, allora? Badi che sono geloso…”
La Vanieri lo guardò un poco negli occhi, muta, con studiato atteggiamento di passione; poi, portata una mano sul cuore e scrollando il capo:
“No, minga vera! No, l’è inutil; podi minga resister; lu l’è el me solo amor, la mia passione…” e quasi gli si buttò addosso.
Consalvo, ridendo ancora, la strinse alle braccia; ma allora ella si ritrasse; e quantunque egli continuasse a ridere, il breve contatto con quel corpo di donna, la morbidezza delle braccia, il profumo dei capelli, rinnovò ed accrebbe il suo turbamento, eccitò i suoi sensi più della compagnia delle signore.
Frattanto l’onorevole Sonnino, preso a parte Ranaldi, gli parlava del nuovo fatto politico, dell’entrata di Grimaldi nel ministero, delle nuove polemiche che la Cronaca stava per sostenere; e anche nel gruppo più numeroso e più clamoroso, sedate le risa, la conversazione s’avviò su quel tema. La Vanieri, di buon umore dopo le grida e i motteggi, spiegava la conversione della Sinistra giovane e specialmente del suo capo, la giudicava inevitabile, si stupiva anzi che non fosse avvenuta prima: “Grimaldi l’è un bon fioeu, incapace di voler male a nessuno…; non voleva altro che il portafoglio…”
Il Broggi, quasi non avesse udito la botta della quale pochi sorrisero, fece osservare a Consalvo:
“Se in aprile non si fosse lasciato andare tropp’oltre, a quest’ora la sua entrata nel ministero sarebbe più naturale, non provocherebbe troppi commenti…”
E Consalvo confermava, con un cenno del capo, mentre la Vanieri rammentava: “Ma l’an passà! l’an passà! l’an passà era tutta una cosa col Milesio!…”
Ma poiché il Broggi non riconosceva l’importanza di quell’argomento, ella insisteva ancora: nell’ottanta, sotto il gabinetto Luzio, quando Grimaldi era ministro e Milesio capitanava l’opposizione, forse che le cose non erano andate allo stesso modo? Forse che Milesio non aveva attaccato ferocemente quel Grimaldi che poi doveva tenere nel proprio ministero? Ella citava le parole degli antichi discorsi, le frasi dei giornali, le date, con una precisione di memoria alla quale i suoi compagni di redazione sapevano di potersi affidare; e a poco a poco tutti gli altri tacquero… ella sola restò a perorare. “Diciamo pure che l’è un sacrifissio sull’altar della Patria… che l’è ‘l trionfo della coerenza… disomm quel che volemm… Hin tutt compagn; sono tutti gli stessi, infatti!…”
Ranaldi, dopo tre mesi che lavorava vicino a lei, l’udiva con lo stesso stupore della prima volta, quando gli s’era confidata un’ora dopo la presentazione. Morta sul nascere, la sua grande passione per la scrittrice. Egli aveva creduto che l’intimità sarebbe finita con la passione, e invece mai era stato lontano dal sospirato amore come vicino a lei. Quando ne cercava il perché, non sapeva bene quale, fra i molti possibili motivi, fosse il più potente. Non certamente il legame quasi maritale che univa da molto tempo la sua compagna di redazione a un pittore veneziano: l’ostacolo, anziché spegnere, avrebbe dovuto piuttosto attizzare le fiamme del desiderio. Forse la persuasione che quella donna non era come tutte le altre; che l’ingegno, le facoltà virili dell’ingegno, le stesse abitudini mascoline di vita, ne facevano una creatura a parte, senza esempio. Parlando e scrivendo dell’amore, ella diceva che era la cosa più importante della vita; ma se parlava o scriveva di politica, pareva che non vivesse se non di questa passione; salvo ad accendersi più tardi per l’arte o a dichiarare che fuor della fede nulla importava. Virile era l’ingegno; ma delle donne ella aveva i facili e pronti voltafaccia, l’isterica scontentezza, le sùbite accensioni seguite da freddezze dure; e se questa ambiguità del suo carattere, se l’imprevisto delle sue parole e dei suoi atti tenevano sempre desta la curiosità del giovane, egli era troppo stupito, soltanto stupito, come un naturalista dinanzi a una insolita forma della vita. La sera che ella lo aveva preso a confidente subito dopo averlo conosciuto, esprimendogli giudizii diametralmente opposti a quelli espressi dinanzi agli altri, egli non aveva saputo che cosa pensare di lei, se esserle grato dei suoi consigli o diffidare della sua sincerità. A poco a poco, frequentandola, aveva visto che era così con tutti, che si confidava a tutti, che diceva a chiunque ciò che pensava, che restava sincera nella contradizione perché i suoi pensieri mutavano ad un soffio di vento; ed allo stupore del giovane s’era unita l’ilarità, un sorriso contenuto, ma non sempre; tanto gli pareva comica quella schiettezza complicata, quella malizia ingenua, il mistero delle confidenze fatte al primo venuto, perfino l’ambiguità del linguaggio, la mescolanza del dialetto e della lingua, quell’abitudine di tradurre il vernacolo. Ora ella, lasciato Grimaldi e Milesio, ragionava degli oppositori più accaniti del governo, degli “inconciliabili” e mentre poco prima aveva denigrato gli amici, quasi lodava gli avversarii. “No, Cairoli ‘l’è ona bella figura; l’è bel quel suo odio, l’è grand, l’è antico: neh, Ranaldi? Ghe saria de far un quaicoss de artistico, neh?…” E Ranaldi rammentava che un mese addietro ella aveva scritto contro di Cairoli uno di quei suoi articoli che scottavano, tanto ella sapeva cogliere il lato debole di ciascuno, svelarne le intime magagne, le piccolezze e le ridicolaggini; tanto riusciva a dar sapore all’ironia, a graffiar carezzando. E come l’on. di Francalanza anche lui riconosceva l’onestà, la sincerità del duumviro, ella gli metteva una mano sulla spalla, confidenzialmente, e gli soffiava qualcosa all’orecchio: il principe rideva, scrollava il capo, acceso in viso, poi trattenendo pel braccio la scrittrice, le diceva a sua volta, piano, nell’orecchio, qualch’altra cosa, a cui ella rispondeva esclamando, tra alte risa: “Mi credi! Bravo!”, poi, facendo con la mano il gesto del press’a poco: “O una robba insci!…”.
A un tratto s’udì nella sala attigua un bisbiglio, un aprirsi e chiudersi d’usci, e il Broggi apparve sulla soglia…
“Principe, onorevole di Francalanza… C’è l’on. Grimaldi con l’on. Spirito, di là…”
Consalvo sorse in piedi e andò via, subitamente ricomposto. La Vanieri con la bocca ancora aperta, come nel momento dell’annunzio, guardò il poeta, guardò Ranaldi, poi disse:
“La visita di digestione?”
Vietri, finito di limarsi le unghie della destra, cominciava a lavorare l’altra mano; Ranaldi fece col capo un gesto d’assenso.
“Come si deve; non c’è che dire! La Cronaca trionfa! Vietri, scriviamo un inno a quattro mani?”
Il poeta rispose, senza guardarla, un “No” serio e grave, come se grave e seria fosse stata la proposta. Contemplandolo un momento con la stessa espressione d’irresistibile idolatria, che aveva rivolto poco prima all’Uzeda, ella esclamò:
“Amore, quanto l’è bel!…” Poi a Ranaldi: “Bene, mi vadi de là. Vado a intervistare Sua Eccellensa, per l’articolo di domani.” E s’avviò; ma, prima d’infilare l’uscio, si voltò, tornò indietro: “Ranaldi, ch’el disa… ch’el senta…” E avvicinatasi al giovane, tratta di tasca una carta, gliela porse, dicendogli, con voce un poco abbassata: “L’è ona robba del noster principe… Vuole che riveda l’ortografia… Mi podi minga.”
“E la date a me?”
“Voi che ci avete la mano…Mi podi minga; c’è troppi strafalcioni…”
E Ranaldi ebbe un bel protestare: ripetendo “Fate voi, mi podi minga…” gli lasciò l’articolo sulla scrivania. “Visita di digestione” aveva detto la Vanieri; e – quantunque Grimaldi non fosse ancora ministro – il motto non era improprio, giacché alla incessante predicazione della Cronaca, all’influenza personale di Sonnino, all’azione concorde del gruppo quel risultato era dovuto. Lo riconosceva Grimaldi, venendo nell’ufficio del giornale; lo riconosceva con la sua presenza nel salotto della redazione, senza dirlo, senza neppur parlare di sé stesso. Il discorso, tra gli onorevoli e i giornalisti, dopo la tempestosa tornata, s’aggirava disinteressato, impersonale, intorno ai varii incidenti della discussione, alle disposizioni dei partiti. Grimaldi era particolarmente riservato; alle critiche di cui facevano segno l’opposizione, alle lodi prodigate al ministero, egli se ne stava zitto, con gli occhi modestamente abbassati, come una signorina dinanzi alla quale si parla di matrimonii e d’amori. Consalvo era il più loquace di tutti. Aveva provato tante impressioni piacevoli, quel giorno, che si sentiva insolitamente eccitato, disposto a ridere, a fare il chiasso, col solletico addosso. Parlava in piedi, aggirandosi pel salotto, volgendosi a Grimaldi di preferenza; per far la corte al nuovo astro sorgente, per conquistare la sua amicizia, per entrare nella sua intimità; ma si fermava anche vicino alla Vanieri, a respirare il profumo dei suoi capelli, a saziar l’occhio della vista della nuca bianca e dorata, con un prurito nelle mani e sulle labbra, con la tentazione di ricominciare a prenderla per le braccia, a parlarle nell’orecchio… Remigia di Pianori lo amava! L’amore di lei non gli serviva, perché era ben deciso di non prender moglie e con una ragazza non c’era da far nulla, a meno che ella non usasse flirtare, come le Americane… Ma se l’aveva innamorata, poteva innamorare anche altre, quella Paola la cui bellezza lo aveva tanto turbato qualche ora addietro, altre belle dame alle quali prima non aveva posto attenzione, col proposito di sopprimere le donne dalla sua vita. Ma poteva forse restare eternamente casto? Ora che col sangue riscaldato e coi nervi eccitati egli si sentiva formicolar la pelle e provava come un bisogno di rotolarsi per terra, al pari dei cani in caldo, la sola vista delle gonnelle della Vanieri gli faceva dimenticare l’impegno preso. Avere quella donna gli pareva particolarmente facile; credeva anzi che gli si offerisse, che dicesse un po’ per chiasso un po’ sul serio dicendogli che lo amava; e se fino a quel momento, egli non aveva pensato a trarre profitto della loro intimità, della specie di cameratismo che li univa, che li avvicinava tutti i giorni, ciò dipendeva molto dalla calma dei suoi nervi, ma anche un poco dall’idea che quella donna sopra tutte le altre fosse per lui da evitare. La loro familiarità era troppo grande, i loro rapporti troppo frequenti: mettersi con lei sarebbe stato pericoloso come, per un uomo che vive in famiglia, avere un intrigo sotto lo stesso tetto domestico. Poi, com’egli soleva occuparsi di giornalismo, ella s’occupava di politica, e per questa rivalità, per la disinvoltura che ella metteva nel giudicare gli amici e lui stesso, per l’acrimonia che l’animava contro gli avversarii, egli la considerava con una sorda diffidenza: le chiedeva consigli, le passava i suoi articoli, ma la temeva. Ora però dimenticava il timore, disarmato dal desiderio, persuaso di rendersela più amica, più devota, dicendole che l’amava, prendendola con l’amore, con l’affezione, coi baci; e già studiava il modo di restar solo con lei, quando dalla corte s’udì un fischio modulato come i tocchi di tromba dei comandi soldateschi: tata-tata-taratà. Era Zerella, il pittore, che la chiamava. Com’ella andò via, anche gli onorevoli s’alzarono.
“Bene!” esclamò Sonnino “andiamo a desinare.”
“Dove andate?” domandò Consalvo, disponendosi a seguirli, a far la corte al ministro non potendo farla alla scrittrice.
“Al solito Cornelio.”
“Sapete che faccio? Vengo anch’io con voi.”
“O bravo!”
Uscirono tutti insieme, i quattro deputati col Broggi; ma questi e l’on. Ignoto si congedarono a Piazza Colonna. Grimaldi, tra Merzario e Consalvo Uzeda, entrò nel giardino del Caffè pieno a quell’ora della gente che ancora desinava e dei borghesi che, lasciato il desco familiare, venivano a prendere il gelato o il bicchierino. A una tavola appartata e vuota due seggiole inchinate coi piedi posteriori per aria e le spalliere sulla tovaglia, pareva facessero la riverenza; un cameriere biondo, domandato: “Sono in tre?” avanzò un’altra seggiola per Consalvo e cominciò ad apparecchiare per lui: gli onorevoli non s’erano ancora seduti, che un signore s’appressò a salutarli.
“Il commendatore Gorla” presentò Grimaldi. Consalvo che sperava di restar solo con l’amico Sonnino e col grand’uomo, s’aggrottò. Questo commendatore era intimo di Grimaldi: gli dava del tu, e non parlava della sua entrata nel ministero. Il discorso aggiravasi sulla roba da mangiare: egli raccomandava agli onorevoli un minestrone alla genovese; Grimaldi faceva l’elogio di quello di Milano; e Consalvo guardava una dopo l’altra le donne sedute ai tavolini tutt’intorno; sul verde scuro del giardino, le fresche vesti estive, i leggeri cappelli di paglia attiravano l’occhio: alla luce piovuta dalle lampadine del gas le carnagioni parevano tutte morbide e vellutate. Il commendatore s’era messo a sedere vicino ai deputati; una quinta seggiola fu avanzata per un giovanotto vestito elegantemente: calzoni grigi, panciotto bianco, giacchetta e cravatta nera, gardenia all’occhiello. Questo qui era Ferella, Tommaso Ferella, giornalista in voga, della nuova scuola, elegante, mondana, con pretese letterarie: al suo arrivo Consalvo, che dal principio del desinare non aveva parlato, sciolse lo scilinguagnolo. Come il giornalista era napoletano, egli lodò i vermicelli con le vongole e dichiarò di preferire lo strutto al burro.
“Ora che l’Italia è fatta, bisognerebbe unificare le cucine italiane!”
“Ardua impresa. Si potranno federare; se pure!”
E Grimaldi, messo di buon umore dal cibo, dal vino, propose di comporre una mensa nazionale, un pranzo italiano per eccellenza. Si cominciava naturalmente dai maccheroni, e su questo punto tutti erano d’accordo; poi Sonnino stava per le triglie alla livornese, mentre Grimaldi preferiva le sogliole fritte con calamaretti; e mentre gli onorevoli discutevano, masticando a due palmenti, bevendo, forbendosi la bocca con il tovagliolo, che Grimaldi teneva appeso al collo, come un gran bamboccione, altre persone appressavansi, stringevano la mano al nuovo ministro: “Il dado è tratto?… Milesio rinsavisce?… I miei rallegramenti!…”. E in piedi, intorno alla tavola, aspettavano d’udire il verbo del grand’uomo.
“Stracotto con risotto… zampone di Modena con purée di spinaci…”
“Eh! Ah!… Ma che purée!… Italiano! Bisogna parlare italiano!…”
“O come si dice?”
E Sonnino, nella sua qualità di toscano, suggerì: “Con passato di spinaci”.
“No; allora io sto per l’avvenire dei fagioli!…” Una gran risata fece rivoltar tutta la clientela del caffè dalla parte degli onorevoli. E allora la discussione s’aggirò intorno alla lingua. Grimaldi voleva si riconoscesse la necessità di accettare i neologismi e i barbarismi d’uso comune; Sonnino era purista intransigente e non lasciava parlare il collega, lo riprendeva quasi ad ogni frase; “Dal punto di vista… ho constatato… ciò mi sorprende…”. Ferella, come scrittore, approvava la severità filologica dell’onorevole; ma Consalvo si mise con Grimaldi, fece una gran sfuriata contro i pedanti che volevano mummificare la lingua, rendere più grande il divario fra il vivo linguaggio del popolo e quello dei letterati. Egli diceva che, secondo Spencer, le parole sono come i gettoni: il valore di questi e il significato di quelle dipendono dalla generale convenzione; e come Sonnino scoteva il capo, egli gli dette del “mandarino” e del “bonzo”. Grimaldi che trincava copiosamente, aveva gli occhi lucidi, e li fissava sul suo giovane difensore, con espressione di tenerezza grata; alle frutta, egli offerse del marsala a tutti, e ne vuotò per suo conto due bicchieri di fila. Forbendosi con la lingua i baffi, socchiudendo gli occhi beatamente, egli fece l’elogio dei vini italiani, assicurando che fra cinquantanni l’Italia sarebbe stata la prima nazione vinicola del mondo. E gli onorevoli passarono a rassegna la produzione nazionale, i tipi più accreditati, dal Piemonte alla Sicilia. Anche qui Consalvo disse la sua, approvando l’ottimismo del ministro per quel che riguardava la materia prima. L’industria, però, era timida e pigra; mancava, principalmente, lo spirito d’associazione; poi la réclame non era ancora ben conosciuta. In Sicilia, per esempio… ed egli parlò dei suoi vigneti, della difficoltà di persuadere i suoi mezzadri dell’utilità dei nuovi processi, dei nuovi meccanismi, del cumulo di ragioni per cui doveva rassegnarsi a vendere il suo vino immaturo, alle volte ancora mosto, invece di raffinarlo, di ridurlo un tipo costante.
“Il governo dovrebbe intervenire…” disse il Gorla. “Ma che cosa poteva fare il governo? Un monopolio enologico? Allora: Bacco, Tabacco e Venere, tanto per non lasciar da parte nessuno dei tre vizii – giacché fumo e prostituzione erano in mano sua…”
Con una risatina grassa Grimaldi si tolse il tovagliolo dal goletto e chiamò il conto. Quando i tre onorevoli ebbero pagato uscirono, seguiti dal commendatore, dal giornalista e da due o tre altri. Sul Corso, la comitiva andava lentamente, fermandosi ogni due passi, ingombrando il marciapiede, perché Ferella e Sonnino avevano intavolato una discussione sulla riforma della polizia dei costumi; e Ferella, che stava per la libertà delle mercenarie, si rivoltava ogni momento chiedendo l’approvazione di Grimaldi: “Avvocato!… Dite voi, avvocato… L’avvocato che ha fatto serii studii sull’argomento…”. E gli altri a ridere, compreso l’interrogato, il quale all’uscita dal caffè, col piè malfermo, il viso acceso, s’era appoggiato familiarmente al braccio di Consalvo. Consalvo, superbo dell’onore, pensava adesso, udendo le interrogazioni e le risa, alla reputazione di donnaiuolo di cui godeva Grimaldi, alle satire dei giornali umoristici che lo rappresentavano sempre dietro a qualche gonnella; e l’onorevole, infatti, sbirciava le passanti, grugniva di soddisfazione sfiorando le belle donne, stringeva forte il braccio del collega per richiamare la sua attenzione sulle bellissime, esclamando, nel dialetto nativo: “Quant’è bbona chestaccà!…”. Dinanzi ad Aragno altra gente salutò, s’avvicinò; ma Grimaldi pareva volesse restar solo, trascinava Consalvo e con lui i fedeli. Sonnino, che aveva da far visite, andò via a piazza Colonna, popolata d’una folla fitta, per la musica; da Ronsi e Singer Consalvo propose:
“Se prendessimo un gelato?”
Non c’eran posti disponibili, fuori; ma, scorto Grimaldi, alcune persone che occupavano il tavolino d’angolo, s’alzarono, offrendolo cerimoniosamente. E il grand’uomo si lasciò subito andare sopra una seggiola. Una fioraia, vestita di raso nero, senza niente in capo, con le braccia nude e grosse perle alle orecchie, venne a posare il suo cesto sul tavolino.
“Che sciccheria, stasera!” esclamò Grimaldi, guardandola da capo a piedi, con gli occhietti lubrici.
“E come!”
“Addò sta Ciccillo?”
Scegliendo tra i suoi fiori, ella scoteva il capo:
“Dalli con Ciccillo! Non ci sta più, né Ciccillo né Ciuccillo…”
“Vatténne!… Statte zitta!… Addò sta? Che s’è fatto?…”
Ella gli passò un mazzolino all’occhiello, mentre l’onorevole, con le gambe allungate, la testa rovesciata, le narici aperte, la guardava dal basso in alto, cupidamente. Il commendatore rifiutò i fiori con un gesto del capo; Ferella mostrò la sua gardenia, dicendo: “Troppo tardi, cara”; Consalvo si lasciò anche lui infiorare l’occhiello, nuovamente acceso alla vista delle braccia della fioraia, che erano bianche, ben fatte, coperte d’una peluria bionda, nuovamente eccitato dal passaggio delle mercenarie, che altre volte egli non aveva neppur degnato di uno sguardo, ma che ora considerava attentamente, discutendo tra sé come finire la sua serata. Esse apparivano rapidamente dall’angolo del Corso; oppure s’avanzavano dalla piazza; e passavano a testa alta, senza guardar nessuno, battendo i tacchi, con un fruscio di gonne riscaldate. Ce n’erano di piccole e grasse, di magre ed alte, per tutti i gusti: alcune avevano le facce sciupate dalla cipria, altre infiammate dal rosso; tutte portavano vesti e cappellini ricchi e miserabili a un tempo, di fogge esagerate, sovraccarichi di svolazzi pendenti come stracci e di piume rotte e stinte. Dinanzi a quelle povere diavole, Consalvo rivedeva con gli occhi della memoria le donne che lo avevano turbato, quel giorno; la prestigiosa e quasi innaturale bellezza di donna Paola, la simpatia di Renata, la piacevolezza della Vanieri; e subitamente, senza ch’egli avesse coscienza del come fosse nata, egli accoglieva un’idea prima sempre vivamente respinta: l’idea di prender moglie, di sposare la marchesina che lo amava, o un’altra qualunque; di avere una donna sua, che lo avrebbe garentito contro i turbamenti simili a questo che ora provava, che avrebbe fatto della sua casa un centro d’attrazione, un mezzo di propaganda. E perduto in questo pensiero, non ascoltava più quel che dicevano intorno a lui, la storia della fioraia e di Ciccillo che Grimaldi narrava al commendatore, il quale la stava a udire come la rivelazione d’un segreto trattato diplomatico; la storia d’un’altra fioraia napoletana che Ferella narrava a Grimaldi, il quale lo stava a udire più distratto, guardando le nottambule che continuavano a sfilare. Finita la musica, cominciate a spopolarsi le piazze, Grimaldi dette un’altra volta il segnale della partenza, e i quattro risalirono il Corso. Ora la processione delle affamate era più lunga: se ne incontravano a ogni passo; dalla Posta, dal Babbuino, da tutte le vie traverse ne sbucavano sempre; e come l’ora avanzava, le più miserabili, quelle senza cappello, con l’aspetto di serve, venivano fuori, a due a due, a braccetto, rivolgendo inviti ai passanti. Grimaldi s’era appoggiato da capo al braccio di Consalvo, e facendolo parlare della Sicilia, andava a piccoli passi, risaliva il Corso, fino a San Carlo, fino a palazzo Sciarra, più su ancora, fin presso a piazza del Popolo, dove i passanti erano rari, il marciapiede quasi deserto.
“Dove andremo a finire?” pensava Consalvo, quando Grimaldi, chiamato il Ferella che veniva dietro col commendatore, domandò al giovanotto:
“Neh, Ferella…: che ci sta da donn’Agnese?”
“Roba nuova, dice; ma io ci manco da molti giorni.”
“Vulimm’i a vedé?”
“Dove?” disse Consalvo, imbarazzato, stupito, irresoluto, poiché aveva sentito parlare, così in aria, di questa casa di donn’Agnese come d’un luogo discreto e sicuro dove la gente grave che non voleva dare spettacolo di sé in un luogo del tutto pubblico trovava quel che c’era di meglio a Roma in fatto di mercenarie o anche di donne non del tutto perdute che con la prostituzione secreta aiutavano le famiglie a sbarcare il lunario.
“E come?” esclamò Grimaldi. “Voi non siete ancora stato da donn’Agnese? Ma su, venite! Ferella, presentiamo il principe a donn’Agnese!…”
In cima alla scaletta coperta d’una striscia di stuoia, una serva che pareva una negra, tanto crespi aveva i capelli sul viso color cioccolata, introdusse la compagnia. Sugli usci, i quattro facevano complimenti, ciascuno volendo che gli altri passassero prima, e Ferella o Grimaldi rompevano le cerimonie avanzandosi risolutamente; il commendatore e Consalvo si tenevano indietro, con una specie di paura d’avventurarsi nei luoghi. Entrarono in un salotto che pareva la decorazione del quart’atto dell’Otello: una lampada veneziana poco luminosa pendeva dalla volta, e mobili tra veneziani e turcheschi, seggiole con le spalliere alte come inginocchiatoi, un divano-letto molto basso, tende di gusto orientale lo addobbavano. S’avanzò incontro ai signori una donna alta e forte sulla quarantina, che pareva vestita di carta: tutta di mussola bianca insaldata.
“To’, che si vede: don Bernardino! E quant’onore, stasera!”
“L’onore è mio…”
“L’onore è nostro” aggiunse Ferella.
“Voi state zitto!” ingiunse la matrona. “Abbiamo conti da fare insieme, noi due…” E frattanto guardava Consalvo, da capo a piedi.
“Donn’Agnese, voi mi permettete di presentarvi il mio amico e collega, il principe Consalvo, che ambisce l’onore di poter frequentare la vostra casa ospitale?”
“Fortunatissima” rispose donn’Agnese, abbozzando un sorriso e stendendo la mano. E Consalvo, messo di buon umore dalla serietà della presentazione, prese quella mano, che cedette sotto la sua stretta come se fosse di gomma elastica.
“Ma perché restano in piedi?… Prego, signori, s’accomodino… Posso offrire qualche cosa? Gradiscono un bicchiere di qualche cosa?”
“Donn’Agnese!” pregò Grimaldi. “Se avete ancora di quella birra…”
“Birra? Birra, per tutti?…”
E la serva che pareva una mora portò un vassoio con quattro bicchieri, grandi come boccali, pieni della bionda e spumosa bevanda. Allora, seduto, anzi sdraiato sopra un seggiolone, col boccale della birra in mano, al quale sorseggiava tratto tratto, Grimaldi sospirò di soddisfazione. La padrona di casa sorrideva amabilmente a Consalvo, gli domandava da quanto tempo era a Roma, gli offeriva di fargli visitare l'”appartamento”.
“Andiamo, donn’Agnese!…” disse Ferella.
Come i tre scomparvero dietro una tenda, il commendatore finalmente potè rivolgersi al grand’uomo:
“Senti un po’, ho parlato oggi con Palberti. Sapeva ogni cosa. Promette di votare per voialtri, con un patto, però.”
“Che patto?”
E quando gli altri tornarono, con la padrona di casa, e una pigionale di lei, una giovane dall’aspetto dolce, dagli occhi dolci e stupidi di capra sopra un viso bianco e delicato, vestita d’azzurro, con le gonne corte, il corpetto accollato, trovarono Grimaldi e l’altro che discutevano dei patti di Palberti, della difficoltà di farli accettare a Milesio…
“Milesio, personalmente, sarà favorevole” diceva Grimaldi; “m’impegno io a persuaderlo, ma Nicotera? Nicotera ci darà da fare. Ci sono troppi precedenti…” Consalvo e Ferella erano tutt’orecchi, il giornalista, anzi, cavato di tasca un taccuino, vi prendeva appunti; le donne guardavano stupidamente or l’uno or l’altro.
“E che ne dice questa nennella?” concluse Grimaldi, rivolgendosi alla ragazza.
Ella sorrise, abbassando il capo, per modestia.
Il grand’uomo s’alzò, le si appressò, le carezzò il mento, poi trasse in disparte donn’Agnese.
“Un uomo soltanto può persuadere Nicotera” disse Ferella.
“Biancheri?” rispose Consalvo.
“Precisamente.”
Essi continuarono a discutere dell’affare, gravemente, mentre Grimaldi continuava a discutere non meno gravemente con la matrona. Pareva che egli chiedesse qualcosa, con molta insistenza, e che l’altra rifiutasse, a malincuore ma decisamente; a un punto s’udì che gli diceva, smesso il voi: “Vedi se ci riesci…”. Ma l’altro scrollava il capo, tornava a insistere; finché, decidendosi, come rassegnato:
“Allora, andiamo…” disse.
La padrona rivolse un amabile sorriso ai suoi ospiti, quasi a chieder scusa di lasciarli soli, un momento, ma in buona compagnia; ma, come Ferella e il commendatore erano più che mai infervorati nella discussione, il grand’uomo, dall’uscio, si rivolse a Consalvo, incitandolo con gli occhi lucenti sulla faccia accesa, dandogli del tu: “Iammo, principe! Anima il mercato…”

VI

Il tempo passava, monotono, e Consalvo rodevasi dall’impazienza. Le prime fortune erano rimaste le sole: l’amicizia dei maggiori uomini politici, le lodi dei giornali, la parte da lui presa nella Cronaca, il suo studio attento, perseverante, instancabile, di cattivarsi simpatie, di rendersi accetto, di mettersi in mostra a Montecitorio, nei salotti, in tutta Roma, non davano i frutti sperati. Durante le vacanze parlamentari di quell’anno egli fu chiamato in Sicilia dalla morte della sua vecchia zia donna Ferdinanda Uzeda. Tutta la sostanza della defunta, ad eccezione di alcuni legati pii, andava a lui: egli s’arricchiva ancora di mezzo milione; e l’altro suo zio, il senatore d’Oragua, era anch’egli per morire, inchiodato sopra una poltrona da un insulto apoplettico. Tornato a Roma, alla riapertura delle Camere, l’erede ricevette una quantità di condoglianze gratulatorie per la sua nuova ricchezza; ma di quei quattrini che erano stati la massima ragione della sua rapida notorietà, sul principio, egli adesso quasi rammaricavasi d’esser possessore, comprendendo che gli riuscivano d’ostacolo, giacché la gente doveva credere che un gran signore tanto ricco non potesse essere anche un’aquila d’ingegno e un’arca di scienza. Riaperto il Parlamento, ricominciata la quotidiana battaglia politica, egli si mise a lavorare a una relazione di cui il suo Ufficio l’aveva incaricato, intorno a un disegno di legislazione sociale. Non lavorava solo, Ranaldi lo aiutava.
Dapprima, la revisione del giovane lo aveva seccato tanto che s’era rivolto alla Vanieri; ma qualche giorno dopo averle consegnato l’articolo, glielo aveva richiesto per aggiungervi qualcosa, e allora s’era sentito rispondere: “Scusate, principe: l’ho dato a Ranaldi”. A stento egli aveva frenato un impeto di stizza, gli doleva d’essere stato scoperto da Ranaldi; ma poi se l’era presa con sé stesso, con la propria sciocchezza: bisognava essere sciocco per affidarsi ad una donna, a quella donna! E pensare che, un momento, era stato sul punto di dirle parole d’amore, di farsene un’amante! Ringraziava in cuor suo Grimaldi della presentazione in casa di donn’Agnese: lì le sue velleità d’intrighi galanti e di vincoli matrimoniali s’eran dissipate, provvidenzialmente; ora la Vanieri, le altre, non lo turbavano più, lo lasciavano di sé stesso, come bisognava che fosse. E per correggere l’errore, comprendendo di potersi fidare del giovane, egli aveva ripreso a ricercarne l’aiuto. Ranaldi, capito da sua parte che l’onorevole si sentiva umiliato dalle correzioni fatte di nascosto, ora lo pregava di leggere insieme i suoi scritti; e da quella lettura, dalle osservazioni discrete ma lucide del giornalista egli ricavava un reale profitto, cominciava a scrivere meglio. L’intimità tra loro due s’era accresciuta; e ora Consalvo non scriveva più nulla senza chieder consiglio a Ranaldi. Per la relazione parlamentare questi gli indicava opere, articoli di rassegne e di giornali che potevano giovargli; andava spesso a casa sua, a discorrere dell’argomento, a sentire ciò che egli aveva scritto; e quest’idea di formare uno scrittore, di dirigere gli studii dell’onorevole lo colmava di soddisfazione orgogliosa.
La relazione fu lodata, ma non molto. Consalvo tentava persuadersi che bisogna dar tempo al tempo, che le fortune politiche non s’improvvisano, che sono i frutti di tarda maturazione; ma la persuasione ragionevole urtava contro la passione. Un giorno ricevette da casa sua notizia che lo zio s’era aggravato, che agonizzava; ma giusto in quel torno la Camera aveva da nominare una commissione d’inchiesta sulla Marina mercantile, ed egli s’era fitto in capo di farne parte, sicuro delle promesse di Mazzarini e di Grimaldi; all’ultima ora, il suo nome era stato sostituito da quello d’un vecchio parlamentare veneto; e tanta stizza ne aveva concepita, che, leggendo la lettera, disse tra sé: “Crepi chi ha da crepare”. Poi, di quello zio egli non aveva la migliore opinione. Cupido e pauroso, s’era barcamenato, al Quarantotto, tra borbonici e liberali; anzi un tempo aveva dovuto scappare dal suo paese minacciato dai patriotti come fedifrago; al Sessanta aveva dato il calcio dell’asino ai Borboni, ed era diventato un eroe, a furia di pagar da bere alla Guardia Nazionale; poi in venti anni di vita politica, non aveva fatto altro che speculare sui fondi pubblici, sugli appalti governativi e municipali, sulle ferrovie, nelle banche, arricchendosi, giovandosi del mandato elettivo per rifarsi il guscio, incapace di dire una parola dopo un’altra in pubblico, affiliato alla vecchia Destra, non per convinzione ma per tornaconto, sostenuto dalla consorteria cittadina, da tutti quelli che, in piccolo, avevano fatto come lui. Sollecitata la nomina di senatore per evitare un fiasco terribile, dopo la riforma elettorale, aveva raccomandato il nipote perché il potere restasse in famiglia; ma una sorda invidia pel trionfo clamoroso di questi gli era entrata in cuore; e Consalvo, quantunque ne dovesse ereditare, scherniva tra sé quella bestia presuntuosa, rideva dei suoi boriosi atteggiamenti, era ben deciso a lasciarlo crepar solo. Ma il domani dell’avviso epistolare, leggendo i giornali di laggiù che si faceva mandare tutti quanti, mutò a un tratto sentimento. I giornali annunziavano dolenti e trepidanti l’aggravamento dell’insigne patriotta, del cittadino cospicuo, del vecchio parlamentare, e dicevano che alla casa del venerando patrizio era un continuo accorrere di cittadini e d’autorità ansiosi di saper le sue nuove. Improvvisamente, egli fece le valige, annunziò alla Cronaca la nuova sciagura che stava per colpirlo, e partì. Lo zio non era ancora morto; non dava più parola, ma respirava, tenacemente afferrato alla vita. Appena giunto, egli parlò coi dottori per informarsi del suo stato; prima di congedarli, li pregò, se credevano, di redigere un bollettino sanitario. Il cartello, attaccato tutti i giorni in portineria, riprodotto dai giornali, comunicato per telegrafo da lui stesso alla Cronaca, fece grande effetto, accrebbe l’interesse pubblico pel moribondo. Lo stesso arrivo del nipote, che lasciava i lavori parlamentari per confortare gli ultimi momenti del parente, era giudicato molto bene; e Consalvo, annunziando a Mazzarini, a Grimaldi, a Sonnino, ai deputati intimi, lo stato dello zio, lasciava stampar ai giornali locali che tutto il Parlamento trepidava per la vita del duca d’Oragua. Però la cosa andava in lungo; il vecchio, che teneva gli occhi ostinatamente inchiodati sul nipote, non si decideva ad andarsene, e l’eterno bollettino, la continua montatura dell’avvenimento cominciavano ad essere un po’ ridicoli. Una bella mattina, il duca fu trovato stecchito. Allora Consalvo s’impadronì del morto: imbalsamazione, cappella ardente, messa di requiem, accompagnamento solenne: non lasciò intentato nessun mezzo perché, interessandosi al trapassato, la gente parlasse di lui. E all’annunzio della morte, comunicato circolarmente a tutti i suoi amici di Roma, i telegrammi di condoglianza cominciarono a piovere: i giornali cittadini ne avevano intere colonne: c’erano quelli della presidenza della Camera, e del Senato, del Governo, di Griglia; ma Consalvo ne aspettava ansioso ancor uno nel quale faceva ben altro assegnamento: il telegramma del Re, giacché egli aveva comunicato l’infausta nuova al ministro di Casa Reale, ed anche per maggior sicurezza, al prefetto di Palazzo. Venne il telegramma, nel quale il ministro partecipava le condoglianze del Sovrano; e l’effetto fu straordinario. Ma, perché l’avvenimento fosse noto a tutta Italia, non bastandogli i telegrammi concisi dell’Agenzia Stefani, e quelli dei giornali che avevano corrispondenti in Sicilia, egli stesso mandò, senza firma, un paio di dozzine di dispacci ai fogli grandi e piccoli di Milano, di Bergamo, di Venezia e di Ancona, descrivendo i sontuosi funerali, annunziando le condoglianze del Re, condolendosi col nipote, con l’on. Consalvo di Francalanza, angosciatissimo, ma confortato da tante dimostrazioni di simpatia. Dalla Cronaca gli avevano chiesto, per telegrafo, notizie biografiche del morto, celebre ma ignoto; ed egli le scrisse: scrisse che il duca d’Oragua apparteneva alla generazione di eroi che avevano fatto l’Italia, tra le persecuzioni e le minacce, a rischio della vita e dell’onore, perché i liberi sensi erano una tradizione in casa Francalanza; e che il morto aveva messo a disposizione della causa rivoluzionaria tutta la sostanza di casa Francalanza; e che la casa Francalanza,… nella casa Francalanza,… dalla casa Francalanza… Tre giorni dopo la morte fu aperto e letto il testamento: il defunto lasciava erede il nipote, ma non di tutto: cinquecentomila lire erano destinate alla fondazione d’un ospedale oftalmico; centomila lire andavano al Municipio, perché della rendita si formassero due pensioni pei giovani artisti più promettenti; trentamila lire andavano distribuite agli Istituti di beneficenza; duecentomila lire andavano a un certo Giovanni Rizzo, di Palermo, figliolo naturale, dicevano, del morto. Di questo non si parlò sui fogli, ma per annunziare le magnanime disposizioni dello zio, per continuare ad arrampicarsi sul morto, Consalvo fece piovere altri telegrammi per tutta l’Italia. A Roma egli tornò in primavera, rigidamente vestito di nero, considerevolmente moltiplicato; ma la gente, dopo avergli rinnovato le condoglianze, non s’occupò più di lui. Allora l’impazienza tornò a roderlo, e l’invidia contro coloro che, con meno ingegno di lui, con un nome ignoto, dovendo affrontare le maggiori e peggiori difficoltà dell’esistenza, erano riusciti a farsi avanti. A poco a poco, finì col detestare il suo titolo, le sue ricchezze, la sua stessa gioventù, tutte le sue fortune, considerandole come un impedimento. Se avesse dovuto prender parte alla lotta per la vita, sarebbe stato in contatto con più gente, avrebbe contratto obbligazioni e avrebbe fatto degli obbligati, si sarebbe trovato al centro d’una rete d’interessi sui quali avrebbe potuto fare assegnamento. Il suo nome e la sua sostanza, invece, lo isolavano, nonostante lo studio che egli poneva nell’acquistarsi amici e clienti. Il principe di Francalanza non ne avrebbe mai avuti quanto certi avvocatucoli, quanto certi faccendieri arrivati a Roma dalle estreme province, morti di fame, occupati il giorno a salire e scendere le scale dei tribunali, dei ministeri, di tutti i pubblici uffici, con una serqua di postulanti ai fianchi più morti di fame di loro. Costoro chiedevano favori al governo ma gliene rendevano anche, assicurandogli aderenze devote, e benefattori e beneficati erano cuciti a fil doppio, stretti da una specie di complicità. Quasi tutti coloro che erano saliti giovani al potere, che erano riusciti ad agguantare un posto di viceministro, erano creature di qualche pezzo grosso, di Sella, o di Nicotera, di Zanardelli o di Minghetti; e Consalvo, disperando di potersi tanto ingraziare qualcuno di questi vecchi, invidiava la loro stessa vecchiezza. A che gli serviva la gioventù, senza le grandi soddisfazioni d’amor proprio delle quali aveva bisogno come della stessa aria? Conquistare un posto eminente alla Camera in età ancora fresca, giungere al potere dopo pochi anni di vita parlamentare, grazie alle doti naturali ed al favore delle circostanze; cadere magari, ma additato alla pubblica attenzione, e per risorgere: a questo patto, sì, la gioventù era un pregio; ma che ne faceva egli, se per essa il suo nome era ignoto, se le sue opinioni non avevano credito, se nessuno o troppo pochi badavano a lui? Meglio, cento volte meglio la vecchiaia con la celebrità, con tutte le soddisfazioni dell’amor proprio, con tutte le dolcezze della gloria. Con tutte le amarezze, anche. Quei grandi uomini che egli invidiava erano contraddetti, accusati, insultati, derisi anche e maledetti, come nemici del bene pubblico, e venduti e traditori; ma che importava? Scotto inevitabile, tributo da pagare alla malevolenza, all’ignoranza, alla sciocchezza; chi saliva più alto, più si faceva nemici, e Consalvo voleva averne infiniti, pur di arrivare al primo posto. Nella avversione vedeva il segno della grandezza; e di questo appunto si doleva; d’essere rimasto, di dover rimanere chi sa per quanto tempo ancora un mediocre, uno dei tantissimi che passano senza infamia e senza lode. Ogni volta che apriva un giornale umoristico, quando vedeva le innumerevoli caricature di Depretis, di Giolitti, di Zanardelli, si struggeva d’esser ritratto su quei fogli, anche orridamente, anche sconciamente. Ma essere tosto riconosciuto da tutti, esser segnato a dito, imporsi all’attenzione universale! Volendo, ma non potendo affrettare il corso del tempo, egli si faceva, tutt’al contrario, più giovane che non fosse; dichiarava di dover studiare ancora, molto, a lungo. Studiava infatti, a modo suo, leggendo storie politiche, trattati di economia, volumi di statistiche per sbalordire i colleghi e i giornalisti, e classici italiani e novellieri toscani per impratichirsi della lingua ed emanciparsi dalle revisioni della Vanieri e di Ranaldi, e romanzi francesi e drammi scandinavi per parlarne nei salotti delle signore. Frequentava assiduamente quelli di donna Vittoria e della contessa Borromeo come i due meglio adatti, sebbene fossero tanto diversi ed egli stesso vi figurasse diversamente. In casa Cima, nel chiuso olimpo dove il Boito rappresentava la parte di Giove, col Gualdo sarcastico, scettico, inglesissimo; col Bonghi arca di scienza, egli si sentiva a disagio, tollerato appena, relegato all’ultimo posto; e ne soffriva, acutamente; nondimeno, vi tornava, per poter dire d’esserci stato, sapendo quanto era invidiata quella fortuna e quell’onore. Dalla Borromeo, al contrario, in mezzo alla folla anonima che si rinnovava quasi tutti i giovedì intorno ai pochi assidui del venerdì, egli era in miglior luce, godeva delle sue ore di trionfo quando faceva sfoggio d’eloquenza, nelle ore piccole, dinanzi alla contessa che lo stava a udire fumando come una canna di camino, al vecchio generale Corsi che si faceva un corno acustico con l’orecchio, al Micali ammutolito per la circostanza, agli altri ignoti che non gli incutevano soggezione. Ma né delle mortificazioni sopportate in casa di donna Vittoria, né delle soddisfazioni ottenute dalla Borromeo egli vedeva effetto alcuno; e nello scoraggiamento che a certe ore lo abbatteva, la persuasione d’avere sbagliato strada s’insinuava nell’animo suo. Quella buona società, quella sua condizione sociale che lo faceva ammettere, non servivano a niente, gli nuocevano anzi. I più eminenti parlamentari venivano dal popolo, s’erano fatti da sé, senza aiuti di signore più o meno intellettuali. Leggenda d’altri tempi, che i ministri si facessero nei salotti politici; in tempi di democrazia, le influenze aristocratiche non valevano più niente. Erano valse laggiù, in Sicilia, in mezzo ad un popolo ancora imbevuto delle tradizioni spagnolesche; e nonostante, anche laggiù egli aveva dovuto fare il democratico, stringere mani callose vincendo un senso di fisico ribrezzo, protestare contro le distinzioni di casta mentre s’era sempre creduto e sentito d’una pasta diversa dalla comune. Appena eletto, aveva preso posto a destra, tra i più rigidi conservatori; e ora cominciava a pensare se questo non era stato un errore. Il modo migliore di trarre profitto dalla sua nobiltà e dalle sue ricchezze non era quello di farle dimenticare, mettendosi coi democratici, coi repubblicani, cogli stessi socialisti, combattendo i pregiudizii aristocratici, le diversità sociali, predicando l’eguaglianza ad ogni costo? Tutta la sua educazione e tutta la sua più intima persuasione protestavano contro questa eguaglianza; egli non ammetteva che fossero sinceri neppure quelli che la predicavano con fervore di apostoli, perché il bisogno di emergere, di eccellere, di predominare gli pareva essenziale ad ogni uomo; ma se quello appunto era il mezzo, dato l’andazzo, per salire nella pubblica stima, se gli sciocchi portavano più alto chi, volendo salire, più si sgolava contro le altezze, perché non si sarebbe servito anch’egli di questo mezzo? L’esempio di Paolo Arconti alla Camera, doveva ammaestrarlo. Nobilissimo, ricchissimo, stava alla Estrema Sinistra, portavoce più tonante, presiedeva tutti i comizii radicali, all’aria aperta, scriveva articoli di fuoco nei fogli più accesi – ed era l’amante di sua cugina donna Teresa Duffredi Uzeda dei prìncipi di Casaura, ed aveva i gusti più raffinati ed i costumi più signorili. I democratici di nascita e di professione non lo credevano sincero; ma se ne giovavano, come egli si giovava di loro; perché l’utile era la grande molla di tutti, a destra e a sinistra, in alto e in basso; e tutti lo sapevano benissimo, nonostante le sonore proteste di nobili disinteressi e di suprema idealità. Se si fosse buttato tra i democratici, sarebbe stato accolto a braccia aperte, sostenuto a spada tratta, e, per giunta, tutti quei capoccia conservatori che adesso lo guardavano dall’alto in basso, come il primo venuto, o che lo trattavano peggio, con un’aria di protezione, senza far niente per lui, lo avrebbero riverito e temuto, se egli li avesse affrontati. E a poco per volta questa persuasione si radicò talmente in lui, che egli la venne rivelando.
“Hanno ragione coloro che fanno i repubblicani! Se viene la rivoluzione si trovano dalla parte del manico, e se non viene, per la paura che venga, i nostri buoni amici li tengono da conto, li accarezzano e li piaggiano. Voi avete sbagliato, caro Ranaldi, perché vi siete messo con noi?”
“Perché credo che la salute del Paese dipenda dal nostro partito.”
Egli si mise a ridere.
“Il Paese? Con la P grande? Voi ci credete ancora? Caro mio, se voi dite, chi è, dov’è, che cosa fa, dove si può trovare questo signor Paese ve ne sarò grato. Il Paese siamo io e voi, e l’usciere che sta in anticamera, e la signorina che ricopia lettere di là. Il Paese è tutti, il che vuol dire nessuno. E tanto valgono le nostre idee quanto quelle dei nostri avversarii.”
“Come? Ella crede che siano tutt’uno?”
“Ma sì! Io credo che tutti siamo d’accordo. Noi vogliamo conservare progredendo, gli altri vogliono progredire conservando: la differenza non mi pare un abisso. È quistione d’intendersi…”
“È quistione di metodo…”
“I metodi buoni sono quelli di chi riesce. E per riuscire, non bisogna mummificarsi col Sella e con tutti questi avanzi fossili dell’epoca terziaria di Cavour e di Ricasoli, ma star coi giovani, discendere tra la folla, parlarle, udirne le voci, senza paura che qualche cattivo odore ci salga alle nari. L’Arconti non sdegna di andare nelle osterie, a bere con gli operai. Ed è un conte milionario. Così fa Cavallotti, ed è un poeta romantico.”
“Costoro sono repubblicani!”
“E poi? Credete che faranno i difficili, se un giorno la Monarchia offrirà loro di prenderli come suoi consiglieri? Aspettano forse qualche altra cosa, mentre la Repubblica sta sulle nespole, a maturare? Repubblicani! Pronunziate questa parola come se volesse dire reprobi od appestati! Repubblicani, sì: hanno ragione di esser tali! Perché siamo monarchici, io e voi? Quali sono i frutti del regime che sosteniamo?”
“La Monarchia ha fatto l’Italia.”
“Proprio lei, sola sola? E come l’ha fatta? Sponte o spinte? Con le vittorie, o a furia di disfatte? E che cosa è questa sua Italia? Dov’è la gloria, il lauro e il ferro che il vostro Leopardi andava cercando sessant’anni addietro? Ne avete notizia voi? Siamo l’ultima delle grandi nazioni, una ranocchia gonfiata sul punto di crepare, come quella della favola. Teoricamente, filosoficamente, non mi direte che il regno d’un sol uomo su tutti gli altri suoi simili sia l’ideale. L’ideale, se siete idealista, è tutto il contrario, è la repubblica sociale, l’eguaglianza e l’accordo di tutti. Utopia, sta bene, e lo sanno anche coloro che la sostengono; ma utopia generosa, non rassegnazione antipatica, come la nostra. Generosa e pericolosa, volete dire? Andate là, che il mondo non è caduto e non cadrà, per quante riforme e per quante rivoluzioni si facciano…” Parlava con grande calore, con gran foga, come sinceramente persuaso di quel che diceva, come se nel suo pensiero l’evoluzione fosse matura ed egli stesse per passare nel campo opposto a quello dove aveva militato fino allora.
“Perché resta dunque con noi?” domandò Federico.
“Perché! Perché, espresso così da un giorno all’altro il mutamento d’opinione, parrebbe voltafaccia; perché non mi piace far parlare di me; perché vi sono certe cose e certe persone, tra i radicali, che mi ripugnano; perché preferirei che il nostro partito si svecchiasse, che smettesse una buona volta di prender l’imbeccata da questi oracoli sfiatati, da queste mummie chiuse nel loro egoismo…”
E cominciò a rivelare ciò che aveva nell’anima, il vero motivo del suo malcontento contro i maggiorenti della Destra, che non aiutavano i giovani, che volevano far tutto loro, e credevano dovuto l’omaggio e la sudditanza, come altrettanti Sovrani. E contro il Re, per i cui begli occhi egli ed i suoi sostenevano lotte, affrontavano amarezze, si guadagnavano inimicizie, senza ottenerne neanche un grazie.
“Noi continueremo a sostenerlo, il giorno del pericolo, e vedrete che egli preparerà i bauli, detterà la sua brava abdicazione, e ci lascerà nel ballo, a difendere un posto vuoto! Noi siamo più realisti di lui! A lui non importa niente di niente; fa il filosofo, lascia che l’acqua vada per la sua china. Ma io domando e dico, allora, perché fare i zelanti? Comincio ad averne abbastanza: sto da vent’anni sulla breccia: dieci in Sicilia, dieci qui a Roma, a combattere per gente che non s’accorge di me, a cui forse il mio zelo fa dispiacere. Con questo sistema di scoraggiare chi la difende, di accarezzare i suoi peggiori nemici, la Monarchia corre difilato al precipizio, ed io resto al mio posto e ci resterò forse fino all’ultimo anche per questo: per non parere che pensi a mettermi in salvo, avendo fiutato il cadavere. Ma se aspettano che voglia rompermi ancora le corna per i loro begli occhi, stanno freschi, mio caro Ranaldi!”
Il giovane non era più scandalizzato da quello scettico egoismo. Comprendeva che lo scontento per non essere arrivato ai posti dei quali si credeva meritevole faceva parlare così il deputato. Tanti altri aveva uditi parlare come lui, dichiararsi stufi di sostenere un regime dal quale non traevano nessun profitto, trattenuti solo per un certo rispetto umano dal compiere una “evoluzione” verso la libertà, nel senso della democrazia.
Dall’altra parte, qualche deputato della Montagna, dopo aver fatto il tribuno in provincia ed a Roma, e aver patito processi e condanne per insulti e attentati alle istituzioni, e per eccitamento alla guerra civile, un bel giorno, come il Nicotera, come il Sacchi, dichiarava che la quistione della forma del governo era secondaria, che l’importante erano le riforme sostanziali, e che se la Monarchia permetteva e prometteva di compierle, non c’era ragione di combatterla. Federico non si rallegrava più come un tempo di queste conversioni, cominciando a comprendere che non la forza delle idee, ma quella degli interessi le produceva; così come non si doleva più tanto della tepidezza dei monarchici, di Francalanza, particolarmente. Cominciava a conoscerlo come un furbo ambizioso, come un vanitoso impaziente d’arrivare, a qualunque costo. Da un giorno all’altro, avrebbe realmente abbandonato il suo partito, sarebbe andato a offrirsi egli stesso agli avversarii, pur di mettersi in mostra, di afferrare un solo capello della chioma della fortuna. Il giovane lo udì ancora, infatti, ripetere quello sfogo contro la Monarchia e i conservatori, non più a quattrocchi, ma dinanzi a molte persone, nell’ufficio della Cronaca: non parlava di sé, dell’egoismo dei capi, dell’abbandono nel quale erano lasciati i giovani come lui; ma diceva che, dinanzi al socialismo progrediente, alla “nuova coscienza” affermatasi, la cecità dei Sella e dei Minghetti era imperdonabile, che erano stolte le velleità di resistenza alla De Zerbi, e che erano ridicole le strette di mano distribuite dal Re agli operai. Parlava come uno che fosse sul punto di abbracciare la nuova fede, e Federico non si sarebbe stupito di vederlo realmente aderire in modo più o meno esplicito al socialismo, quando, qualche mese dopo, udì, in casa Borromeo, che ad iniziativa dell’Associazione Statutaria, l’onorevole di Francalanza avrebbe tenuta contro il socialismo una pubblica conferenza al teatro Valle.

Il rapido progresso del partito socialista, la moltiplicazione dei voti raccolti dai suoi candidati, la formazione di tante leghe e fasci e federazioni di operai, la pubblicazione di fogli che profetavano l’avvento del quarto Stato aveva cominciato ad inquietare alcuni dei conservatori. Un venerdì notte, verso il tocco, rincasando dal Whist, Federichello Borromeo trovò che sua moglie, il generale Corsi, il Micali e il Valtelina parlavano animatamente della necessità di fare qualche cosa per opporre propaganda a propaganda. La contessa Virginia, particolarmente, era spaurita, vedeva già il mercato rovinato dalla rivoluzione sociale, i titoli di rendita e le azioni delle società industriali ridotti ad altrettanti pezzi di carta da salumaio, i biglietti di banca svalutati peggio degli assegnati della prima Repubblica francese. Vedendo il marito, se l’era presa con lui, con l’Associazione Statutaria, con quell’accademia dalla quale non partiva una sola iniziativa efficace. Federichello l’aveva lasciata dire, tranquillamente, come sempre, chinando il capo, osservando di tanto in tanto: “Ma che si può fare?… Ma che possiamo fare?…”.
“Qualche cosa si dovrebbe tentare” aveva detto il Micali. “Si dovrebbe imitare i socialisti, nella loro prodigiosa attività di propaganda. Come acquistano proseliti? Parlando al popolo, scendendo in mezzo alla folla, predicando le loro teorie. Prendiamo esempio da loro: facciamo valere le nostre ragioni, dimostriamo ad alta voce come e perché il socialismo non potrà mantenere le sue promesse e preparerà delusioni e catastrofi, rovine e dolori.”
“Ci vogliono uomini di fede e di fegato” rispose Federichello, tossendo; “come quelli che hanno i socialisti. Dove volete che li prendiamo?”
“È vero!… Questo è vero!… Ci mancano gli entusiasti, i coraggiosi, i giovani pieni di vita; siamo un partito di vecchie mummie.”
Renata, che era rimasta nel suo cantuccio, con gli occhi sul ricamo, alzò allora il capo e disse:
“Qualche giovane entusiasta e coraggioso, capace di questa propaganda, non manca. Perché non la proponete a Francalanza?”
E la contessa Virginia, togliendosi il sigaro di bocca, con un gesto vivace, aveva subito esclamato:
“Brava! Francalanza! Francalanza è quello che fa al caso nostro!…”
Il pensiero della fanciulla era sempre rivolto al giovane siciliano, al deputato elegante e studioso, verso il quale la sua prima istintiva simpatia s’era mutata in un sentimento vie più forte e profondo. Ella aveva di lui, della sua fede politica, della sua arte oratoria, un concetto altissimo; lo stimava degno della maggior fortuna, si doleva di non vederlo arrivare tanto rapidamente quanto credeva che meritasse.
Consalvo, vedendo spuntare il giorno dopo la contessa Virginia, prima di colazione, non ancora in ordine nella persona, ma già odorante di sigaro, non seppe dalle prime che cosa volesse da lui.
“Abbiamo bisogno di voi! Abbiamo pensato a voi! È stata Renata che ci ha suggerito il vostro nome!” A quelle prime parole, un senso di compiacimento lo animò, vedendo che la proposta veniva dalla giovanetta; ma, quando seppe che cosa volevano precisamente, la soddisfazione diede luogo alla contrarietà. Non aveva nessuna voglia di esporsi all’odio dei socialisti, di scendere in campo come paladino di quei conservatori dai quali nulla otteneva.
“Come?… Rifiutate?… Niente affatto!… Venite con me, spiegatevi a Federico ed a Renata.” E lo trascinò in casa sua.
“Vi ho proposto io, infatti” gli disse Renata “perché mi sono rammentata delle vostre professioni di fede, perché pochi hanno i vostri studii severi e la vostra calda eloquenza. Voi siete anche tanto giovane, ed è bene dimostrare che il socialismo non ha accaparrato tutte le fresche energie…”
Quel linguaggio, da parte di quella bellissima creatura, solleticava dolcissimamente la sua vanità, ma non lo persuadeva.
“Chi vi ha detto che non sono socialista anch’io?”
“Come ogni persona di cuore, sì; e appunto di ciò si tratta: di dire al popolo fino a qual segno è giusto e santo parlargli dei suoi diritti, ma quanto è necessario e doveroso rammentargli anche i suoi doveri.”
“Il popolo, contessina mia, ode da quell’orecchio soltanto, ed è perfettamente sordo da questo. Andargli a tenere un simile discorso, assumersi una parte tanto antipatica, è una cosa fattibile quando si può sperare d’essere apprezzati e sostenuti da coloro nel cui interesse si parla; ma in Italia, oggi come oggi, a fare i conservatori zelanti, c’è da infliggere un vero dispiacere ai monarchici ed alla Monarchia. Ora, scusatemi, perché dovrei scendere in campo?”
“Per compiere un dovere…”
“Parole! Anche i socialisti compiono un dovere, facendo quello che fanno.”
“Ma come? Le vostre idee…”
“Le idee si equivalgono. Questa dichiarazione vi sembrerà da scettico? Tale è parsa anche ad un giovane, a un idealista come voi, a Federico Ranaldi. Sarà scetticismo il mio; ma è ciò che si trova in fondo all’esperienza. Tutte le fedi si perdono…”
“No, non dite così…” interruppe Renata con voce addolorata. “Non è possibile che in fondo al vostro pensiero, all’animo vostro…”
“In questo fondo, contessina, ci sono molte cose, e forse anche, a cercar bene, un poco di quella fede che vi piaceva in me; ma io non credo di doverla tirar fuori per i begli occhi del Re… di Prussia.”
Renata non insistè più. Quella ragione interessata le dispiaceva peggio, nell’uomo posto tanto alto nel suo cuore, che non l’ostentata indifferenza filosofica. Era vero che i meriti del giovane deputato non erano stati riconosciuti e premiati adeguatamente; ma ella non voleva saperlo tale da non far nulla senza un corrispettivo. Ella fu pertanto stupita e un poco anche mortificata quando udì poco tempo dopo, che, tornando sul primitivo rifiuto, Consalvo accettava di iniziare la proposta propaganda.
Il conte Federico aveva accennato con qualche compagno dell’Associazione Statutaria a quell’idea, di ricorrere al Francalanza per una compagna antisocialista: la proposta era stata accolta con favore, e da più parti Consalvo s’era sentito rinnovare l’invito. Lo stesso Boito, una sera, in casa Cima, si degnò di chiedergli se era vero che si preparava a tenere una serie di conferenze contro il socialismo.
“Mi hanno invitato a tenerle: ma non mi pare il caso…” Come se non avesse udito le ultime parole, Boito replicò:
“È bene opporre propaganda a propaganda; voi avrete occasione di farvi onore.”
E quelle parole del grand’uomo fecero più effetto che non tutti i discorsi e le insistenze di tutti gli altri. Boito incuteva ancora a Consalvo l’antica soggezione; a udirgli esprimere quella lusinghiera fiducia, dimenticò il rancore concepito contro di lui. Poi l’argomento era persuasivo: farsi onore, farsi strada, attirare l’attenzione sul suo nome, mettersi bene in mostra. E a breve andare, dai discorsi delle persone, dall’insieme col quale tutti i suoi conoscenti gli chiedevano se era vero delle conferenze antisocialiste, egli comprese che l’occasione era veramente propizia; che i conservatori in preda alla paura, che il gran pubblico borghese impressionato dal rapido progredire del socialismo, avrebbero accolto con molto favore, con vero slancio, il difensore dell’ordine e il paladino della proprietà. Lo tratteneva tuttavia la paura sua propria, la vecchia paura, di esporsi troppo direttamente alla nimistà dei socialisti, il terrore di dovere essere additato all’odio furente della folla ebbra di sangue, nei giorni della rivoluzione inevitabile. Sedotto dall’idea di far parlare di sé tutta l’Italia, come d’un forte e coraggioso oppugnatore dell’utopia collettivista, diceva a sé stesso che la rivoluzione non era poi tanto imminente; e che oggi, del resto, le rivoluzioni non sono più cruente come una volta, e che la futura rivoluzione sociale avrebbe avuto troppo da fare se avesse voluto impiccare quanti si erano pronunciati contro la comunanza della ricchezza; e anche rinunziando a tenere le proposte conferenze, i rivoluzionarii trionfanti non l’avrebbero certo considerato e protetto come uno dei loro; e che infine quella sua paura era troppo sciocca e vile; nondimeno, se in certi momenti la vinceva, in molti altri, quando prendeva in mano qualche foglio socialista e leggeva le minaccie rivolte ai nemici del popolo, o quando incontrava nei corridoi della Camera qualche rappresentante di quel giovane partito, il Costa con le sue diecine d’anni di condanne per eccitamento alla rivoluzione ed alla guerra civile, il Pantano apologista dell’Ottantanove e del Novantatré, la paura era più forte, e invece di un discorso contro il socialismo egli quasi desiderava di potersi accostare a quei colleghi, di parlare del loro ideale, e di dichiarare che, in fondo, con qualche riserva intorno al tempo e al modo di attuarlo, egli lo condivideva.
Questa possibilità, appunto, di conciliare, nelle conferenze che i conservatori volevano da lui, la lode ed il rispetto per le idee di eguaglianza e di fratellanza umana predicate dai socialisti, con la critica delle circostanze nelle quali costoro credevano di poterle attuare, incoraggiava Consalvo, faceva tacere la sua paura secreta. Così a poco per volta, i giovani monarchici che gli stavano alle costole per strappargli una parola di consenso, udirono da lui risposte meno evasive, sebbene ancora dubbiose. “Dove e come volevano che egli tenesse queste conferenze? In un luogo aperto, accessibile alla folla accorrente in tumulto da tutte le parti?…” No, assicuravano: in un luogo chiuso, in un teatro, con le debite cautele degli amici e della polizia. “E doveva anche rispondere ai possibili contraddittori, sostenere battibecchi inutili e imbarazzanti coi primi venuti?” Mai più, gli garentivano: si trattava d’una conferenza, non d’una accademia. Così, dopo aver posto tutte le sue condizioni, dopo aver prese tutte le cautele, egli si decise. A Renata Borromeo, che già aveva saputo il suo assenso dal padre, egli annunziò una sera:
“Ho accettato il vostro consiglio, contessina, e ve ne sono grato. Il nostro dovere è di difendere con ogni forza la Società minacciata. Io sono l’ultimo del mio partito, ed ho provato molte delusioni, e disinganni; ma, nel momento del pericolo, non posso disertare il mio posto. E il momento è grave come non mai…”

VII

Alle due il teatro era quasi pieno. I giovani del Circolo Nazionale avevano mantenuto la promessa, occupando e facendo occupare da persone amiche tutta la platea prima che le porte fossero dischiuse; i palchi, dove non si entrava senza biglietti, erano stati distribuiti alle famiglie dei socii, di uomini politici, di pubblici ufficiali, di magistrati, di giornalisti, talché non rimaneva ai profani altro che il loggione. Dalla scena, già occupata dai cronisti suoi colleghi e dall’ufficio di presidenza del Circolo, Federico guardava curiosamente nella sala. Se egli non avesse conosciuto la manovra dei promotori per assicurare al conferenziere un uditorio amico, l’avrebbe ora scoperta, vedendo quel pubblico di aderenti, di partigiani, di gente sodisfatta del proprio stato, di signore eleganti venute col ventaglio e l’occhialetto come alla commedia. Non sarebbe stata veramente una commedia l’imminente concione, quella predica contro il socialismo tenuta ai suoi naturali avversarii? Dov’erano i lavoratori che bisognava convertire, il popolo che doveva essere illuminato, la “massa” che conveniva distogliere dalle idee pericolose? Appena, levando gli sguardi verso la galleria estrema ed oscura, Federico poteva scorgere una fila di operai, intenti a guardare silenziosamente giù nella platea e sulla scena. Li riconosceva all’abito, all’aspetto: quasi tutti portavano corpetti scuri, senza camicia; la mancanza di biancheria ai polsi ed ai colli, rivelava particolarmente la loro condizione. Avevano aspettato, in gruppo, sulla via, che aprissero; ma, trovata piena la platea, respinti dai palchi, si erano ridotti lassù, occupando l’ultimo posto anche questa volta che non si pagava niente e che lo spettacolo era dato a loro beneficio. Due o tre coppie di guardie facevano capolino alle loro spalle. Il mormorio, nella sala, cresceva di momento in momento; massimamente nei palchi, dove le dame ricevevano visite come nelle serate di recita; tutte s’informavano dell’oratore, di quel principe siciliano, di quel gran signore che invece di godersi allegramente i milioni, si era dato agli studii sociali. Bell’esempio per l’aristocrazia scioperata. Dov’era? Mancavano pochi minuti alle tre; si sarebbe fatto aspettare? Era già in teatro, dietro le quinte, col presidente del Circolo che lo avrebbe presentato al pubblico. Perché avevano soppresso la musica? Sarebbe stato di grande effetto accoglierlo al suono della marcia reale.
Subitamente un movimento delle persone che stavano sulla scena, richiamò l’attenzione universale. Tutti gli occhi si volsero al palco, dove Consalvo di Francalanza, dando la destra al senatore Armani, già toccava la tavola centrale. Nel primo momento di stupore, prodotto dall’apparizione muta ed improvvisa, le voci tacquero; poi qualcuno tra i più zelanti cominciò a batter le mani; ma già altri, dal palco, coi segni e con gli zittii, chiedevano silenzio, perché il presidente parlava. Le prime parole furono udite soltanto dai più vicini, a poco a poco la voce risuonò chiara per tutta la sala.
“Il sodalizio che mi onoro di presiedere” diceva il senatore, “impensierito dal rapido dilagare d’idee che minacciano non solamente la compagine dello Stato, ma anche la vita della società e gli stessi vincoli della famiglia, ha pensato di opporre alla propaganda di funeste utopie, i dettati della scienza, i consigli della ragione e gli insegnamenti dell’esperienza. Mentre pubblicamente s’insegna a odiare e vilipendere gli istituti che sono vanto della nostra civiltà, noi abbiamo voluto che pubblicamente sorgesse una voce a difenderli. Non basta cullarsi nella fiducia che il secolare buon senso del popolo faccia giustizia dei sofismi di chi lavora a traviarlo: i sovvertitori potrebbero riuscire per un momento a illuderlo e a preparargli giorni terribili. Presento quindi l’oratore scelto dal nostro consiglio per questa prima conferenza: l’onorevole Consalvo Uzeda di Francalanza. Se i concetti che egli svolgerà trovassero nel pubblico qualche contraddittore, l’onorevole oratore desidera non essere interrotto, riserbandosi naturalmente di rispondere in fine a tutte le osservazioni che potranno essergli fatte.”
La presentazione era passata in perfetto silenzio: quantunque amico, il pubblico era freddo, ancora sorpreso dall’ingresso inaspettato, un poco malcontento anche per la mancanza di bande e di bandiere. Soltanto quando il senatore finì, si udirono molti: “Bene!… Benissimo!…” e qualche battimano.
Consalvo era molto pallido. Mai un pubblico discorso gli aveva incusso tanta soggezione e tanto timore. Quantunque rassicurato dalle informazioni degli amici e dalla stessa vista di quella sala elegante, intorno alla composizione dell’uditorio, nondimeno pensava che si sarebbe fuori risaputo parola per parola tutto quanto egli avrebbe detto, e che perciò l’approvazione dei presenti non lo avrebbe salvato dall’odio dei socialisti. Però egli sapeva ancora precisamente che cosa avrebbe detto. Aveva composto una specie di sommario di tutti gli argomenti da addurre: storici, filosofici, economici, umoristici; e alla fine della presentazione cavò di tasca e mise sulla tavola il foglio dove lo aveva trascritto; ma la sola cosa di cui fosse sicuro era l’esordio.
La freddezza del pubblico non era fatta per incorarlo; alzati gli occhi alla galleria e scoperti gli operai che la popolavano e che lo guardavano intenti, sentì crescere il suo turbamento. Nondimeno nessuno potè sospettarlo quando, appoggiate le mani alla tavola e piegatosi un poco, egli cominciò:
“Signore e signori, c’era una volta un critico il quale, affermando con straordinario calore la superiorità della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso sull’Orlando furioso di Lodovico Ariosto, attaccò molte liti con le persone che non la pensavano come lui, e sostenne perciò uno dopo l’altro non meno di quattordici fortunati duelli; ma al quindicesimo, cadde finalmente col petto trapassato dalla lama nemica. Allora i padrini che afflittissimi lo sorreggevano e aspettavano di raccogliere le sue ultime volontà, lo udirono uscire in questa confessione suprema: “E dire che io non ho ancora letto né l’Orlando furioso né la Gerusalemme liberata!…”.”
Una risata argentina, da un palco, diffuse per la sala il contagio della ilarità: l’allegro fragore fu tale che il conferenziere dovette arrestarsi un momento. Federico volse lo sguardo agli spettatori, e un sorriso spuntò sulle sue labbra vedendo tutta quella gente messa a un tratto di buon umore dal vecchio apologhetto, prevedendo l’uso che il deputato ne avrebbe fatto.
“Ciò che si narra del critico letterario avviene, possiamo dire, ogni giorno ai politici; e, se dobbiamo essere sinceri, forse nessuno di noi ha il diritto di scagliare la prima pietra contro chi difende od attacca questo o quel sistema di governo senza conoscere le necessarie cagioni e le ragioni estrinseche ed intrinseche, perché nessuno di noi è senza peccato. Il signor di Voltaire, a un parrucchiere che gli dava consigli sull’arte di poetare, rispose: “Mastro Andrea, fate parrucche…”” Un nuovo scroscio di risa echeggiò per la sala; lo stenografo annotò: Ilarità generale. “Chiedo a me stesso se il grande scrittore francese non sarebbe stato più accorto consigliando a mastro Andrea di studiare la prosodia! (Risa generali, applausi.) Anche un parrucchiere può parlare di versi, se conosce la metrica; ciascuno di noi non solo può, ma deve parlare dell’ordinamento sociale, a patto di averne studiato le leggi. Ora, mentre l’attuale costituzione della società umana è giudicata da un numeroso partito iniqua e peritura, mentre questo partito ne esalta un’altra, tutta diversa, e ne predica e ne chiede l’avvento, il nostro primo dovere è di studiare la nuova costituzione invocata ed esaltata; senza di che tanto l’anteporla quanto il posporla alla presente ci potrebbe un bel giorno costringere all’umiliante confessione del bellicoso critico di cui vi ho narrato la storia. Signore e signori, il partito che combatte la società presente, vuole e prepara il trionfo del socialismo. In che cosa consiste il socialismo? Io ho letto diecine e diecine di volumi, centinaia e centinaia di opuscoli, migliaia e migliaia di articoli per mettermi in grado di spiegare, a me stesso prima che a voi, come sarà governata l’umanità futura; ma debbo subito dirvi… che non lo so ancora. (Ilarità.) Ho dubitato un momento che fosse per difetto d’intelligenza da parte mia… (voci: No! No!) ma veramente non credo ora di essere immodesto affermando che sarei stato capace di comprendere un sistema di reggimento sociale… se me lo avessero descritto. I socialisti serii sconfessano quei romanzieri di fervida fantasia che hanno rappresentato a modo loro la vita avvenire, ma se i pensatori non ci dicono essi quale sarà, qual è la realtà che vogliono attuare, bisogna pure, per averne un’idea, accettare l’immagine che ne dànno i romanzieri. Nel regime socialista, ciascun cittadino lavorerà non per conto suo proprio, ma per conto di tutto il consorzio, e riceverà in cambio del suo lavoro un assegno tanto largo, che non si potrà spendere tutto. Se questa sarà la sola difficoltà nello Stato futuro, potremo dire senz’altro che tutto andrà d’incanto: la somma da spendere, il modo di spenderla sarà un problema insolubile. (Risa.) Dicono i romanzieri che ciascun cittadino spenderà i suoi buoni sulla ricchezza comune nel modo che più gli farà piacere: uno preferirà i bei cavalli, un altro i bei vestiti, un terzo la buona tavola, e via discorrendo. Resta soltanto da sapere chi vorrà essere tanto discreto da scegliere i cibi peggiori, i vestiti più brutti e i cavalli sfiancati. (Ilarità.) E non potrebbe anche darsi che ciascuno vorrà insieme i bei cavalli, i bei vestiti, la buona tavola, e tutte le cose buone, in una volta, nessuna eccettuata? Uno dei romanzieri dei quali vi parlo, spiega che i prezzi alti, ai nostri giorni, vogliono dire che certi articoli sono riservati solamente alla gente ricca; ma che in avvenire solo chi avrà un gusto speciale per tali articoli li acquisterà. Ora, il gusto per questi articoli sarà benissimo speciale, ma è certo che tutti gli uomini lo condividono; e la questione sociale esiste appunto per ciò, che ognuno vorrebbe soddisfare i suoi specialissimi gusti! Sapete voi qual è uno degli inconvenienti dell’attuale ordine di cose? Che i mercanti e i commessi, calcolando sulla vendita delle loro merci per vivere, ci fanno comprare con le loro arti ciò di cui non abbiamo bisogno. Vedete: quando noi ci fermiamo dinanzi a una mostra sfolgoreggiante, e ci struggiamo di possedere le belle cose che vi sono esposte, non è già il nostro appetito, il nostro istinto, il nostro bisogno che ci fa tanto cupidi; ma l’arte tenebrosa e la magnetica suggestione del mercante e dei suoi commessi. In avvenire, tutte le merci saranno della nazione, e i commessi non avranno interesse a vendere i brillanti piuttosto che gli strofinacci: allora nessuno vorrà più i brillanti e tutti si contenteranno degli strofinacci. Ancora un altro vantaggio: vi saranno magazzini o depositi centrali dove si troverà tutto il necessario, non già le botteghe speciali di oggigiorno. Il sistema moderno è tanto incomodo, che alcuni riformatori non capiscono come le nostre signore si decidano a fare le loro compere. È veramente una cosa incomprensibile; se le signore non ci sveleranno il loro segreto, noi dobbiamo rassegnarci a non capirne nulla.”
Un’altra fragorosa risata echeggiò per la vasta sala, e Federico rise anch’egli; ma il riso suo freddo e contenuto, non che dalle cose che l’oratore diceva, era anzi eccitato dal vedere e dal sentire come quelle cose puerili piacessero tanto all’uditorio. Forse non era da stupire che la moltitudine si mettesse di buon umore a quelle barzellette, che gongolasse credendo con quei burleschi argomenti disperso il pericolo del cataclisma sociale; ma come mai l’oratore poteva insistere su quel tono, come mai credeva possibile combattere il formidabile avversario con armi di quella natura? Ma già l’onorevole Uzeda cambiava metro.
“Signori, se noi non possiamo prendere sul serio le visioni descritte dai romanzieri del socialismo, dobbiamo riconoscere che neppure i socialisti serii ne fanno gran conto. Ma a questi ultimi noi chiediamo invano come sarebbe precisamente il mondo quando il loro ideale fosse attuato. Non lo sanno essi medesimi, e tutta la loro scienza, tutti i loro sforzi, sono diretti non già alla creazione, sempre difficile, ma alla facilissima critica. Seguiamoli in questa loro opera; vediamo quali addebiti fanno alla società presente, per giudicare il fondamento delle loro ragioni. Al presente ordine sociale essi muovono questa accusa suprema: che è fondato sul privilegio. Ora, o signori, che cosa vuol dire questa parola? Essa ha due significati: uno che direi storico, l’altro naturale. Storicamente i privilegi furono; oggi non esistono più. Le prerogative di classi chiuse in sé stesse, i vantaggi e le esenzioni di caste inaccessibili furono dispersi dal soffio purificatore della Rivoluzione francese. Oggi ogni cittadino è uguale ad un altro. Questa eguaglianza non è, certo, totale; ma potrebbe mai esserlo? Qual è, non dico il fantasioso romanziere, ma l’utopista più delirante, il quale sogni l’eguaglianza assoluta? Chi potrà ridurre gli uomini alla stessa statura, alla stessa forza, agli stessi sentimenti? Vi sono, da uomo a uomo, differenze che possono sembrare e saranno anche piccole se noi guardiamo l’umanità nel suo complesso, da lontano, astrattamente; ma che sono grandissime se consideriamo gli uomini ad uno ad uno, nei loro rapporti; queste differenze native, fatali, insuperabili, spiegano il vario aspetto e l’instabile assetto della società nostra, danno ragione dei privilegi intesi nel senso naturale e inalienabile della parola. La bellezza ha i suoi privilegi; ha i suoi privilegi l’intelligenza; hanno i loro la forza e la gioventù, ai quali corrispondono quelli della debolezza e della vecchiaia; come a quelli della scienza e della ricchezza corrispondono quelli dell’ignoranza e della povertà; perché, o signori, noi saremo barbari a paragone della civiltà nuova che certi apostoli vanno predicando e preparando; ma nella nostra barbarie cerchiamo pure di temperare la crudeltà di quella lotta per l’esistenza che è e sarà sempre la stessa legge della vita nella natura universa!”
Voci impetuose gridarono da più parti: “Bene! Bravo!” e Federico si guardò intorno. Chi erano quegli zelanti? Come potevano sinceramente approvare? Che cosa volevano dire quelle parole? Che significavano quei luoghi comuni?
“Perché tutti i privilegi, i più naturali, i più legittimi sparissero, bisognerebbe che tutti gli uomini fossero eguali. È questo il pensiero dei socialisti? Occorre intendersi intorno al significato della parola eguaglianza. Gli uomini sono eguali: come negarlo? Se non fossero eguali, non porterebbero il comune nome uomini. Tizio è uomo, Caio è uomo come Tizio e come Sempronio. Ma Tizio è Tizio, e Caio è Caio; e ciascuno di costoro, pur avendo comune con gli altri la qualità d’uomo, ha in proprio una particolare individualità, diversa da quella degli altri; ora questa diversità importa diseguaglianza. Ammettono i socialisti che l’eguaglianza è accompagnata da diseguaglianza, o credono che sia totale ed assoluta? Io infatti ho letto nel Marx, nell’Engels, ed in molti altri, che bisogna abolire ogni distinzione di classi sociali, che tutti debbono essere lavoratori, e che l’eguaglianza consiste nel partecipare al godimento dei prodotti in proporzione del lavoro fornito; perché l’uomo di braccio o di mente più forte, può fornire, nella stessa unità di tempo, maggior lavoro che un debole, o uno stesso lavoro in più breve tempo; e perciò che le doti individuali, e la maggiore o minore capacità che ne è la conseguenza, sono privilegi naturali, e che l’ineguaglianza naturale è un vero diritto, e che ogni altra eguaglianza, oltre quella derivata dall’abolizione delle classi, cade per necessità nell’assurdo. Ora, se così è – e par difficile che non sia – come è mai possibile che i medesimi socialisti vogliano abolite tutte le disparità sociali e politiche, ed affermata la perfetta eguaglianza dei diritti, dei doveri e delle condizioni d’esistenza per tutti? Questa eguaglianza, in questi termini espressa e reclamata, sarebbe l’eguaglianza assoluta, quella che i maestri del socialismo e l’universale buonsenso hanno dichiarato impossibile? Bisognerebbe, mi pare, decidersi. Se io avrò fornito per debolezza di fibra, per ottusità o disattenzione, un lavoro inferiore a quello d’un mio vicino, avrò diritto a un compenso inferiore od eguale a quello di costui? Se il mio compenso sarà inferiore, dove se ne va l’eguaglianza? Se sarà eguale dove se ne va la giustizia? Da questo dilemma è difficile uscire. Ora fermiamoci un momento a considerare una dopo l’altra le formidabili punte. Se l’unico inconveniente dell’eguale ripartizione dei beni tra coloro che disegualmente hanno concorso a produrli fosse l’offesa al senso della giustizia, noi potremmo anche passarvi sopra, perché, mutatis mutandis, sarebbe lo stesso inconveniente che oggi i socialisti lamentano nella società nostra ma compensato da un vantaggio. Oggi, dicono i socialisti, chi lavora da mattina a sera stenta la vita, mentre chi non fa niente nuota nell’abbondanza; domani nuoteranno nell’abbondanza tanto chi produce poco, quanto chi produce molto: ingiustizia per ingiustizia, chi non preferirà la seconda alla prima? La quistione, però, è un altra; la quistione è questa: come, e da chi saranno prodotti tanti beni da potervi nuotare dentro tutto il genere umano? Io ho supposto poc’anzi che, per fiacchezza di muscoli o per ottusità di mente, il mio lavoro sia inferiore a quello del mio vicino; ma ho anche sottinteso che io compia la mia parte di lavoro con tutta coscienza. Non riesco ad eguagliare il vicino perché non ho le qualità sue, ma faccio ogni mio sforzo per eguagliarlo. Questo sforzo, naturalmente, è penoso; il braccio si stanca, la fronte è in sudore, la mente si confonde. E, intanto che io soffro, un pensiero entra nella mia mente: “O perché mi affanno così, se, qualunque sia la mia parte al lavoro, la mia parte al beneficio sarà eguale a quella del vicino? Vale la pena di affannarmi? Non è meglio procedere agiatamente?” E il mio zelo si rallenta, e la mia produzione, già scarsa, scema ancor più; e mentre scema la mia, il mio vicino gagliardo pensa a sua volta: “O perché debbo lavorare con zelo a produrre molto, se chi produce meno di me, per incapacità reale o per pigrizia, partecipa esattamente come me al godimento dei beni? Non è meglio prender le cose con più calma, riposarsi spesso ed a lungo?…” E questo ragionamento, ripetuto da tutti i deboli e inabili come me, da tutti gli abili e gagliardi come il mio vicino, importerà un continuo decrescimento della produzione dei beni comuni, della comune ricchezza, il che vuol dire un continuo assottigliamento delle eguali razioni di ognuno. Ricorreremo ai sorveglianti perché lo zelo dei lavoratori sia mantenuto? Ma, prima di tutto, se distingueremo tra sorveglianti e lavoratori, non sarà più vero che tutti saremo lavoratori; in secondo luogo, se i sorveglianti avranno poco da fare, tutti vorranno essere sorveglianti, mentre se il loro ufficio sarà troppo penoso, nessuno vorrà sostenerlo; in terzo luogo chi dovrà scegliere i preposti alla vigilanza? Non un capo, perché non vi saranno capi. Si procederà allora per elezione: avremo quindi candidati, coi relativi programmi. Uno prometterà di chiudere un occhio, ma io voterò per quello che mi assicurerà di chiuderli tutti e due… (Ilarità.) Ecco che i sorveglianti saranno impegnati dinanzi ai loro elettori e costretti a mantenere le loro promesse, sotto pena di non essere rieletti alla prossima votazione, come noi deputati (ilarità fragorosa) il che vuol dire che bisognerà ricorrere ad altri sorveglianti che sorveglino i sorveglianti, il che vuol dire semplicemente che si cade in quell’assurdo che uno dei socialisti più serii, Federico Engels, riconosce essere la conseguenza della pretesa d’una eguaglianza assoluta. Noi dobbiamo quindi escludere che i beni, alla cui produzione gli uomini diversamente concorrono, siano egualmente ripartiti; e dobbiamo ammettere invece che la repartizione sia fatta proporzionatamente alla produzione. Allora avremo tutti i vantaggi e nessun inconveniente; avremo cioè soddisfatto il senso della giustizia, perché chi avrà fornito più lavoro sarà premiato con una razione maggiore, e viceversa; e avremo mantenuto, col premio, lo stimolo ad accrescere la produzione. Ecco in verità, risolto il problema. Se non che, o signori, dire: tutti debbono lavorare ed a ciascuno sarà dato secondo il suo lavoro, è una formola, seducente come tutte le formole; ma, se noi cerchiamo di farci un’idea di ciò che accadrà nel mondo quando sarà attuata, vedremo che la seduzione sparisce. Infatti: dire che la partecipazione ai beni sarà in proporzione del lavoro fornito, significa che quanti hanno lavorato più e meglio saranno privilegiati, avranno diritto ad un maggiore e migliore compenso, a cibi più abbondanti e squisiti, a godimenti più rari e raffinati.
“Gli utopisti vogliono che tutti gli uomini siano ricchi o agiati egualmente, questa eguaglianza nella ricchezza o nell’agiatezza, è la promessa con la quale allettano gli operai; perché se gli operai sapessero che il risultato dell’agitazione, sarà, come abbiamo visto, l’indigenza e la mediocrità universale, non darebbero loro ascolto. Ciò che muove il lavoratore a dichiararsi malcontento è la speranza del meglio; egli spera di lavorare sempre meno e di godere sempre più: è questa la formula della profezia socialista: il massimo dei beni col minimo dello sforzo; formula contro la quale protestano la ragione, la logica, le leggi del mondo organico e fisico dove gli effetti sono sempre rigorosamente proporzionati alle cause. (Applausi.)
“Tornando, quindi, ai rapporti del capitale e del lavoro, noi vediamo che il salario del lavoro non deve assorbire la rendita del capitale. Capitale e lavoro sono due termini che non si possono dissociare; l’uno crea l’altro e l’altro crea l’uno, con alterna vicenda. Gli stessi socialisti riconoscono che il capitale non è altro che lavoro umano concretato, sostanziato e cristallizzato: ora se il lavoro di due braccia è fruttuoso, non vogliamo che dia frutto il lavoro racchiuso dentro una sostanza? Ma i socialisti dicono che questa sostanza è formata col lavoro non di chi la possiede, sibbene degli altri, e che è perciò una usurpazione ed un furto. Tutti hanno lavorato, essi dicono, ma non tutti posseggono. Ma noi torniamo, o signori, al punto donde partimmo. Tutti hanno lavorato, sì; ma non tutti egualmente. Andiamo in un luogo dove si lavora, in una manifattura, e facciamo per un momento astrazione dal proprietario o dagli azionisti. In questa manifattura avranno lavoro, poniamo, mille persone; ma il loro lavoro è molto diverso. C’è un direttore tecnico, c’è un direttore amministrativo, c’è un cassiere, vi sono mezza dozzina di computisti e di scritturali, vi sono un buon numero di ispettori, di periti, di magazzinieri, di capi officina, di custodi: tutte persone che avranno una diversa, remunerazione. Fra gli stessi operai, a secondo dell’età, della forza, della perizia, della natura del lavoro, le paghe saranno molto diverse. Tutte queste diversità di trattamento sono legittime, e resterebbero inalterate se anche non ci fossero i capitalisti che prelevassero un profitto: tutti gli stipendii e i salarii crescerebbero, ma proporzionatamente. Ora, o signori, che accade? Accade una cosa naturalissima: chi ha i più forti stipendii, vuol dire chi ha più studii, più capacità, più destrezza, può accumularne una parte e diventare capitalista, piccolo o grande. Certo, non tutti coloro che potrebbero accumulare accumulano realmente, e vi sono direttori ai quali parecchie migliaia di lire al mese non bastano e cassieri i quali finiscono col fare una scappata in Isvizzera (Ilarità) ma, regolarmente, queste persone riescono a formare un patrimonio. Diremo che questa ricchezza così formata, per una parte con l’ingegno e lo studio, per l’altra col risparmio e la previdenza, sia iniqua? Ma se questa è iniquità, io non so più qual cosa al mondo meriti d’essere stimata giusta! (Applausi) Saranno soltanto i grossi impiegati, quelli che riesciranno a formare una sostanza? Non una sostanza, ma un gruzzolo, non potrà essere messo insieme da quelli operai che avendo, grazie alla intelligenza e alla perizia, un forte salario, hanno anche la virtù di risparmiarne una parte? E gli operai esperti e intelligenti non possono salire a quei gradi dove il risparmio è più facile e copioso? La storia non è piena di esempii simili? Non ne vediamo noi tutti i giorni? E additeremo all’odio pubblico questi borghesi, divenuti borghesi, e grassi per giunta, grazie a qualità che il mondo ha sempre onorato? Vi fu un tempo, è vero, nel quale il mondo onorava non già l’intelligenza e la previdenza, ma la forza e la brutalità. Allora l’umana attività si esplicava con la guerra e non con l’industria; allora la ricchezza, la proprietà, il feudo, si acquistava in un modo veramente barbaro, con la prepotenza della conquista violenta; ma anche allora avveniva una scelta, per effetto della quale i guerrieri più animosi e gagliardi, più esperti e avveduti, partecipavano alla spartizione della conquista. Anche allora c’erano quelli ai quali non toccava nulla o ben poco, che dovevano contentarsi della paga o del minuto bottino, e costoro dovevano naturalmente invidiare la sorte degli altri; e siccome erano i più, se avessero voluto, avrebbero potuto impedire che i capitani si appropriassero le terre conquistate. Perché, dunque, non lo facevano? Perché, nonostante l’invidia, un istinto li avvertiva che la miglior sorte degli altri era meritata; e perché speravano di potersi rifare in un’altra occasione. Il valore degli uomini è perfettibile e, come quello di tutte le cose, è relativo. Un bicchier d’acqua che da noi non costa nulla, in un deserto è impagabile; un guerriero che non ha potuto farsi valere in mezzo a una moltitudine di combattenti, si distingue quando pugna da solo o con pochi; e se non è riuscito a distinguersi in compagnia di più valenti di lui, emerge se l’occasione lo mette insieme con pusillanimi o malaccorti. La complessità dei casi, grandissima nella guerra, e infinita nelle attività pacifiche, nelle arti campestri, nelle speculazioni industriali, nelle occupazioni intellettuali, dove la qualità della mente, l’esperienza e la scienza valgono, per definizione, molto più che non nella battaglia. La presente ricchezza, nel mondo, è dovuta per la massima parte a queste qualità; i vestigi della conquista e della prepotenza vanno sparendo; vi saranno ancora feudi che risalgono ai tempi delle Crociate, come i loro possessori; ma questi, generalmente parlando, non pare che abbiano altra cura fuorché quella di venderli… (Ilarità) mentre alcuni riescono a sbarazzarsi dei pregiudizii di casta, e si affratellano agli operai del pensiero e scendono fra i lavoratori del braccio, per studiarne la vita e i bisogni… (Ovazione)
“Se, dunque, il capitale formato con mezzi leciti e probi, è impiegato a creare nuovo lavoro, e se chi lo impiega contribuisce a nuovo lavoro, diremo che sia iniquo il frutto del capitale? Due difficoltà opporranno i socialisti. La prima è che non sempre queste condizioni si avverano; che vi sono capitali formati in modo veramente iniquo, con la frode, col furto; che i possessori di questi capitali ne fanno un impiego stupido o indegno, che ne traggono un interesse usuraio. E nessuno, sciaguratamente, potrà negarlo; ma, a togliere questi danni non basta il sistema escogitato dai socialisti. Vi saranno, anche nello stato socialista, falsarii o ladri che falsificheranno i buoni o le tessere; vi saranno oltre che i parsimoniosi, anche gli avari che li accumuleranno cupidamente, vi saranno gli usurai che li cederanno agli infingardi, agli sciuponi. Vogliamo creder possibile che questi e gli altri simili inconvenienti siano evitati? Concediamolo pure; concediamo che le leggi dello stato socialista vietino e puniscano tutte le umane passioni; ma perché queste leggi siano rispettate bisognerà, prima di tutto, creare un esercito infinito di vigili, di informatori, di censori, di giudici, e di agenti della comunità, e per ogni semplice cittadino si avranno almeno un paio di angeli custodi. (Ilarità) Per conseguenza la costrizione delle passioni, il perfetto adempimento del dovere da parte di tutti, l’impossibilità delle minime infrazioni da parte di ognuno, saranno ottenuti a costo di quella libertà così cara, così preziosa, come sa chi per lei vita ricusa, e lo stato socialista, che manterrà questa ferrea disciplina, che costringerà tutti a lavorare, misurerà a tutti egualmente le ore di lavoro e di riposo, e che darà a tutti una razione press’a poco eguale di svaghi e di piaceri, rassomiglierà troppo a una colonia penitenziaria, dove i condannati non stanno chiusi a chiave, ma vivono apparentemente liberi e possono anche sposarsi, possedere, dar feste o rappresentazioni teatrali, ma sempre sotto la vigilanza degli aguzzini che hanno l’occhio all’orologio e ai regolamenti, e le manette e i fucili a portata di mano. (Ilarità, applausi)
“Ma, o signori, io vi dissi che i socialisti possono opporre due difficoltà, quando odono sostenere la legittimità per la ricchezza onestamente formata. Abbiamo visto che cosa si deve loro rispondere quando dicono che non tutte le ricchezze sono formate onestamente; più semplice è la nostra risposta quando essi ci fanno osservare che non tutti i buoni, i meritevoli riescono a formarla. È vero, anche questo è sciaguratamente vero. La ricchezza è solo in parte il premio dell’operosità, dell’intelligenza, della dottrina e in una parola del valore; un’altra parte è dovuta al caso, alla fortuna. Gli uomini, sotto questo aspetto, sono altrettanti giuocatori i quali imparano dapprima le regole della partita, aguzzano poi l’ingegno per formar piani, di attacchi o di difesa, pongono tutta la loro attenzione ai compagni e agli avversarii, pensano le combinazioni possibili, calcolano le probabilità e vincono grazie a questo studio e a questo zelo; ma grazie anche al caso che dà loro buone carte; senza delle quali lo studio e lo zelo poco o niente profittano. Ora, o signori, press’a poco così vanno le cose nella vita; e tutti gli sforzi degli uomini sono in gran parte frustrati quando la fortuna non li sorregge; ma la fortuna è tal benefica dea che consente a ciascuno di sperare, sempre, fino all’ultimo respiro. La ricchezza, assoluta o relativa, non può esser di tutti; è impossibile che quanti prendono parte al giuoco della vita vincano tutti, e che le vincite siano eguali; i giuocatori lo sanno, ma prima che le carte siano date, prima che il dado sia tratto, essi sono tutti in egual grado animati e confortati dalla speranza, e chi perde, se prova un umano senso di dispetto, accetta nondimeno la necessità della sorte, e aspetta la rivincita. O perché, se le cose vanno tanto male nel mondo, se pochissimi vincono e godono, e quasi tutti perdono e soffrono, noi non troviamo che mai, nei corsi e nei ricorsi della storia, il giuoco è stato abolito? Qual è la forza che ha mantenuto quelle istituzioni contro le quali i socialisti si scagliano? Dicono che sia stata e sia la forza bruta delle armi e quella che dipende dall’ignoranza e dalla incoscienza: il giorno che il popolo sarà istruito, che avrà aperto gli occhi, esso si muoverà come un sol uomo e non troverà più soldati contro di sé, perché i soldati avranno anch’essi buttato via i moschetti. Ma occorre veramente un corso speciale di studii perché i contadini, gli operai, i soldati s’accorgano e imparino che la condizione dei proprietarii, degli industriali e dei comandanti è più fortunata? (Ilarità) Se lo sanno e lo sentono, se l’hanno sempre saputo e sentito, perché non hanno distrutto e non distruggono subito, con la semplice forza del numero, queste situazioni e questi gradi eminenti? Perché ciascuno ne spera uno, legittimamente; perché, se non lo ottiene eminentissimo, si contenta di quello che gli capita guardando a chi è ancora meno fortunato di lui; perché spera ancora di migliorarlo per conto suo o dei suoi; perché quelli stessi che sono vinti del tutto, sopraffatti e travolti riconoscono che questa è una delle conseguenze fatali del giuoco, uno degli esiti inevitabili della vita!
Il consorzio sociale ridotto a una bisca, l’attività umana abbandonata alla cieca fortuna, il benessere e la felicità dipendenti da una combinazione di carte e di numeri: tale era dunque, pensava Federico, l’ideale dell’oratore e di coloro che gli battevano le mani? Tutti gli sforzi degli uomini, creature coscienti, non dovevano tendere invece a ridurre, a circoscrivere la parte del caso, a impedire le sue ingiustizie? Non era preferibile e doveroso distruggere in tutti le supreme speranze delle fortune insolenti ed assicurare invece ad ognuno una parte, piccola, ma sicura? Era più degno degli uomini cullarsi nell’aspettazione regolarmente delusa, di esser sollevati sopra una vetta sublime dalle bassure mefitiche, o non piuttosto procurare di attendarsi tutti sulle soleggiate pendici?
L’ordine che regna attualmente nel mondo sarà disordinatissimo come sostengono i socialisti; ma è il prodotto necessario e fatale delle forze che hanno agito ed agiscono nella natura e nella vita. Essi vorrebbero sostituirlo con un altro, con un ordine vero e non soltanto apparente, perfetto e non soltanto relativo; e ciò che promettono è così bello e seducente, che in verità è da stupire come tutti non abbraccino la nuova fede. Perché noi tutti non siamo socialisti? Chi non metterebbe tutte le sue forze a servizio di questo partito per assicurare la felicità del genere umano? Dal primo giorno che questo ideale balenò alla mente di un uomo – e il giorno è passato da un pezzo, perché il socialismo non è nato ieri – come mai non ha affratellato tutte le coscienze e tutte le volontà? Tredici secoli prima di Cristo si tenta di tradurlo in atto nell’isola di Creta; Platone lo condivide e lo enunzia in Grecia, altri altrove: come mai l’umanità è così tarda ad accettarlo? Ogni volta che un socialista si trova con un avversario, è inclinato a sospettare che costui sia interessato. Diremo che fosse interessato Aristotile quando dimostrò che in politica, come del resto in amore, il divino Platone era… platonico?… Lasciamo stare le accuse di interesse, perché noi potremmo da parte nostra rispondere che sono interessati anche i socialisti. E, certo, nel nostro campo, vi può essere chi combatte la nuova dottrina perché teme di dover perdere i vantaggi che attualmente usufruisce; come tra coloro che la sostengono, qualcuno è guidato dall’utilità che ne ricava; ma, posti da parte gl’interessati, che non mancano in nessun partito, e considerando gli spiriti nobili, che abbondano in tutti, che cosa impedisce che si uniscano per trasformare la faccia della società e conseguir l’ideale? La forma della società resiste per la semplicissima ragione che la maggior parte degli uomini, se concepiscono l’ideale, obbediscono ai dettami della ragione. L’ideale si chiama così perché non attuato e non attuabile; il giorno che fosse attuato, non sarebbe più l’ideale, ma il reale. Questa non è metafisica: è filosofia pratica, perché c’insegna a guardarci dai voli d’Icaro. Per volare al cielo, quell’infelice si ruppe l’osso del collo (Ilarità); noi che combattiamo il socialismo non vogliamo che, affidata ad ali di cera, sperando di raggiungere il paradiso superno, l’umanità si prepari una caduta tremenda. Diranno che non siamo ragionevoli, ma ciechi; risponderemo che non siamo noi i ciechi, ma essi gli illusi.”
Pronunziate con forza, accompagnate da un energico gesto, queste parole sollevarono nuovi applausi. Il pubblico era stato messo di buon umore dalle facezie, ammirava ora la facile loquela dell’onorevole, si sentiva rassicurato dalle sue dimostrazioni. Tutte quelle signore eleganti, tutti quegli uomini amanti del quieto vivere, quegli impiegati cupidi dello stipendio, quei giovani infervorati dell’ideale aristocratico, erano grati all’oratore che disperdeva così, tra la colazione e il pranzo, con un bel discorso garbatamente pronunziato, l’incubo della rivoluzione sociale. Quegli argomenti erano semplici, chiari, inoppugnabili; bastava enunziarli perché tutte le minacce del socialismo apparissero vane e quasi ridicole. E dovunque si applaudiva, in platea, in tutti gli ordini dei palchi, fuorché sul loggione. Gli operai riusciti a trovar lassù un posto disagiato, dal quale si udiva male, stavano sempre immobili, attentissimi, cercando di non perdere una sola parola, senza che né una voce né un gesto rivelasse il loro pensiero. E l’onorevole di Francalanza, tutte le volte che spingeva gli occhi in alto, durante le sapienti pause provocatrici di applausi, si sentiva disturbato da quegli sguardi fissi di spettatori silenziosi. L’impassibile loro atteggiamento gli incuteva una soggezione tanto grande, quanto forse non sarebbe stata la contrarietà se lo avessero interrotto e disapprovato. Che pensavano, come giudicavano? Si ridevano dei suoi argomenti? Ne riconoscevano il peso? O non piuttosto covavano un sentimento d’odio implacabile contro chi combatteva la loro fede e la loro speranza? Senza di loro, egli sarebbe stato più ardito, più intransigente; le attenuazioni, le concessioni erano fatte per quella parte del pubblico.
“Io che sto dinanzi a voi ho passato e passo buona parte della mia vita a studiare il problema sociale. Non credo di essere un’aquila, ma non sono neanche una talpa; sono un uomo preso a caso in mezzo alla famiglia umana, con le medie facoltà degli uomini medii. Perché non ho potuto aver fiducia nell’efficacia dei mutamenti proposti dai socialisti? Perché sono qui a combatterli piuttosto che a sostenerli? Quanti, come me, assistono alla predicazione della lotta di classe e deplorano i sentimenti di invidia, di gelosia, di rancore, di odio, che dividono gli uomini, non si darebbero tutti al socialismo, se potessero credere che il suo trionfo segnerebbe la concordia finale, totale e indistruttibile? Ma chi non si metterebbe, animo e corpo, tra i riformatori, chi non darebbe la sua attività, i suoi beni, la sua stessa vita alla causa della riforma, pur di assicurare a tutto il genere umano la pace suprema?…”
Federico lo udiva e lo guardava con un senso di stupore: quel prepotente, quel cupido si commoveva, si inteneriva, pareva veramente sul punto di fare il sacrifizio di tutto sé stesso sull’altare dell’umanità; pareva già spoglio di ambizioni, umile, solo zelante al bene degli altri.
“Se anche dubitassimo che la pace sia conseguibile per questa via, noi, potremmo e vorremmo prestarci all’esperimento, purché almeno durante la prova fossimo tutti concordi; ma che rispondere all’intima voce, la quale ci avverte che questa concordia non è possibile neanche durante la prova, e come chiudere gli occhi a quella luce che irraggia da tutte le pagine della storia e dimostra la fatalità della lotta? Noi vediamo che gli stessi socialisti, gli stessi annunziatori e preparatori della pace universale, sono anch’essi divisi in diverse scuole che si combattono e non sempre ad armi cortesi. Tra i seguaci di Ferdinando Lassalle e i devoti di Carlo Marx, tra i giovani socialisti e i Vollmariani, tra i centralisti e i federalisti, tra i possibilisti e gli intransigenti, tra i collettivisti e gli anarchici, vi sono state e vi sono aspre e violente contese. Quel conservatore che fosse disposto a convertirsi, sarebbe incerto a quale di tante scuole diverse portare la sua adesione. Non sarebbe legittimo che costui dicesse: “Mettetevi prima d’accordo, e poi sarò con voi”? (Ilarità) Ma questo non è difetto particolare al socialismo; che anzi ogni partito, quello che sembra più compatto, è diviso da opposte tendenze; in ogni scuola si rivelano metodi diversi, ogni sistema comporta qualche varietà. Dovunque sono uomini sono diversità di opinioni, disparità di sentimenti, differenza di umori, tali e tante variazioni temporanee o permanenti, che il consenso perfetto è impossibile, non dico fra tutti o fra molti, ma fra pochi, fra due. Frenare le opposte tendenze, ridurre tutti a un animo è vana speranza. I socialisti si lusingano di ottenere questo risultato perché, dicono, quando il loro programma sarà attuato, l’eccellenza dei risultati forzerà tutti a convenire con loro. Ma, posto che questa eccellenza si raggiunga, chi assicura che gli uomini se ne contenteranno? Che cosa appaga il cuore umano? Quando la ragione e gli stessi fatti gli dicono che non ha motivo di lamentarsi, non prova egli ancora un intimo, secreto, indefinibile disagio, e non sorgono in lui velleità nuove, che si mutano in nuove volontà, desiderii nuovi, che si mutano in nuovi bisogni e che lo spingono a mutare il suo stato? Chi dice che i beni promessi dai socialisti, saranno, se ottenuti, tanto apprezzati da non esser posti a rischio mai più? La tradizione religiosa dice che l’uomo fu creato nel paradiso terrestre; poteva goderselo tranquillamente, ma tanto fece che lo perdette. Il paradiso che ci promettono sarà perduto un’altra volta, tranne che i socialisti posseggano il segreto di levarci il gusto del pomo. (Ilarità prolungata) Ma l’eccellenza appunto, si deve negare che sia conseguibile, per tutte le ragioni che vi ho dimostrate; per altre moltissime che ho tralasciate; per altre, sempre nuove, che si potrebbero trovare in tutti i campi dello scibile: nella storia, nell’economia, nella fisiologia, dovunque. I socialisti sono uomini come noi; e tutte le opere nostre riescono imperfette, e nessuna rivoluzione mantiene ciò che promette. Fu abolita la schiavitù della gleba, e parve un vantaggio inestimabile, fu abolito il servaggio feudale, e parve un bene impareggiabile; ma non udite voi oggi i socialisti gridare, che il salario è una schiavitù e un servaggio come prima, peggio che prima? Aboliamo il salario, troviamo un’altra cosa, o un altro nome: si batteranno le mani, si urlerà di gioia, si metteranno fuori i lumi (Ilarità), ma un bel giorno, quelli stessi che avranno instaurato il nuovo sistema vi cominceranno a trovare difetti, si accorgeranno d’essersi ingannati, inventeranno una nuova novità alla quale correre dietro.
“Con questo io non voglio dire che le condizioni della vita umana debbano restare immutabilmente quelle che sono oggi. Dovrei negare la possibilità del progresso; meriterei che mi si chiudesse la bocca. Il progresso è la sintesi di tutta la storia umana; chi ne ha sfogliato i libri immortali, ha letto questa parola in ogni pagina. (Bene, bravo!>/i>) Ma sono proprio i socialisti quelli ai quali si potrebbe, dico si potrebbe, rimproverare la negazione del progresso. Quando essi, infatti, ci vengono a dire che l’ingiustizia regna oggi nel mondo come una volta, che la condizione degli operai è intollerabile come in altri tempi, non vengono essi a negare i miglioramenti ai quali noi crediamo? E allora, se dovessimo seguirli in questo modo di vedere, noi potremmo anche rimproverarli di essere illogici; perché, negando il progresso del passato, diventa logicamente impossibile affermarlo ed aspettarlo nell’avvenire. Ma i socialisti sono logici, credono al progresso futuro e non negano il passato se non per questa ragione: che esso sembra loro troppo lento e troppo magro, e per eccitare le moltitudini a conseguirne uno grandissimo e rapidissimo, dicono che niente si è ottenuto, che di tutto bisogna far tabula rasa. E questo, o signori, è ciò che ci divide da loro. Ammesso il progresso, come lo ammettiamo tutti, e riconosciuto che esso non è stato tanto rapido e grande quanto gli uomini avrebbero voluto; come dobbiamo considerare i presenti ordini sociali? Dobbiamo considerarli, quantunque siano zeppi di difetti, come una preziosa conquista ottenuta dopo sforzi secolari sulla barbarie primitiva, con l’opera assidua dei pensatori e dei martiri.
“E che dobbiamo insegnare ai giovani, ai semplici, a tutti coloro che non sono capaci d’un loro proprio pensiero, e che hanno bisogno di consiglio e di guida? Dobbiamo forse insegnar loro che bisogna distruggere questi ordini, immediatamente, improvvisamente, come si abbatte una casa inabitabile, come si disperde una fonte inquinata, come si abbrucia una suppellettile infetta? Dobbiamo insegnar loro che, mentre il moto verso il meglio è stato lentissimo nei secoli e nei millennii, oggi ad un tratto potrà essere rapidissimo, grazie a quest’opera di distruzione? Questo, o signori, insegnano i socialisti, e quando dico socialisti non intendo quelli temperati, oculati, prudenti, che per fortuna non mancano in questo partito; ma i socialisti tipici, quelli che parlano e scrivono per comunicare il loro fanatismo alle turbe. Che vogliamo fare noi invece? Noi vogliamo dire alle moltitudini: Questi ordini che segnano il progresso, piccolo o lento quanto si voglia, debbono essere rispettati; non è una buona ragione distruggerli oggi, perché domani ne avremo di migliori, sarebbe lo stesso come se prima d’avere un abito nuovo, perché il vecchio è vecchio, volessimo andar nudi; come se, prima d’avere una casa nuova, perché l’antica è difettosa volessimo dormire all’aperto. E la pazzia d’andar nudo o di dormire sotto le stelle è ancora possibile; ma gli ordini sociali non si possono smettere come un abito o abbandonare come una casa: si possono e si debbono modificare, e quando i vecchi sono modificati, non sono più vecchi, bensì nuovi, o rinnovati. Ma la rinnovazione non è definitiva; che anzi bisogna assiduamente tornar sopra il già fatto, per correggere, per adattare, migliorare sempre e sempre più. A quest’opera bisogna attendere, e se essa procederà troppo lentamente a paragone dei nostri desiderii e delle nostre speranze, non dobbiamo perciò né scoraggiarci né ribellarci. Lo scoraggiamento è da pessimisti, da fatalisti, da pusillanimi. Si accascia chi non ha fibra, chi non ha fede, chi non vede oltre sé stesso, chi non pensa che se il frutto dell’opera sua maturerà troppo tardi perché egli possa gustarlo, lo gusteranno i suoi figli, le generazioni future. Chi si ribella è mosso bensì da una generosa impazienza; ma se costui pensasse che vi sono fatalità ineluttabili, modererebbe la sua impazienza e insegnerebbe che seguirne gli scatti è stoltezza. Facciamo dunque oggi ciò che oggi si può; uniamo i nostri studii, le nostre braccia, le nostre volontà, i nostri cuori, fraternamente. Questo noi diciamo alle moltitudini. Ed ai socialisti diciamo: riconoscete ciò che l’antica sapienza degli uomini ha sempre riconosciuto; ammettete le necessità che hanno fondamento nella natura, negli istinti, nelle leggi della vita e del mondo, rinunziate all’impossibile, e otterrete, ed otterremo il possibile. Noi vi chiediamo d’esser con noi nella prudenza, nella ponderazione, nella misura; perché noi siamo con voi nella fede che l’umano consorzio possa e debba trovare un assetto sempre migliore, e nella buona volontà di mettere in opera tutti i mezzi coi quali raggiungere uno stato sempre più alto, più concorde e più giusto.”
Un subisso d’applausi, una ovazione formidabile accolse le ultime parole dell’oratore. Tranne che sul loggione dove gli operai si alzavano silenziosi come erano rimasti durante l’intera conferenza, in tutto il teatro, dal palcoscenico alla platea ed ai palchi, non si vedevano altro che braccia distese, mani plaudenti, bocche acclamanti; sorti in piedi, mettendosi i cappelli, disponendosi ad uscire, gli spettatori lanciavano ancora nuovi bene! bravo! si fermavano ancora ad applaudire. Le stesse signore partecipavano alla dimostrazione: non gridavano, non facevano molto rumore con le mani guantate, ma la vivacità del gesto e l’animazione delle fisionomie rivelavano la soddisfazione, il piacere, l’ammirazione. La marchesa Castiglione era fra le più infervorate; in piedi, rivolta all’oratore, protendeva le braccia magre, picchiava forte una contro l’altra le manine, si volgeva alla giovinetta amica visibilmente esortandola a fare altrettanto; ma la contessina era rimasta seduta tutta raccolta nella persona, ancora intenta, quasi aspettasse una nuova ripresa dell’orazione. E Federico andava con lo sguardo da lei all’oratore, il quale riceveva ora i complimenti dei circostanti, delle persone salite apposta sul palcoscenico. “Bravo, onorevole!… Ma bravo di cuore!… Era quello che ci voleva!… Discorso veramente magistrale!… Bisogna stamparlo subito subito!…” L’ironia e il ragionamento, dicevano, erano stati sapientemente contemperati; alla forza di quelle dimostrazioni, di quegli esempi nulla si poteva opporre; e la chiusa, particolarmente la chiusa: uno squarcio d’eloquenza magnifica, una fervida esortazione a tutti gli uomini di buona volontà; l’eccitamento alla universale concordia. E Federico, udendoli, pensava con un intimo sorriso come quella gente e lo stesso oratore, avessero dimenticato tutte le precedenti dimostrazioni della discordia inevitabile. Adesso i socialisti avrebbero immediatamente annacquato il loro vino perché i conservatori come il conferenziere e i suoi accoliti si dichiaravano socialisti ragionevoli e temperati dalla paura della rivoluzione! Salvo a giudicare rivoluzionario ogni tentativo di riforma, ogni disegno di novità!
“Addio, Ranaldi,” gli disse il conte Borromeo, venendogli innanzi. “V’è piaciuta la conferenza?”
“Ed a lei?”
“Bella, bella; ma ci sarebbe da parlarne, ed io vado a prendere mia figlia, e poi corro alla stazione.”
“Parte?”
“Vado a Torino.”
“Buon viaggio, onorevole!”
Già il teatro era mezzo vuoto. Federico scambiò ancora qualche parola con alcuni conoscenti, poi uscì. La folla che si disperdeva per le vie adiacenti al teatro non parlava d’altro che del discorso e del suo tema. Il giovane udiva lembi di frasi pronunziate con voce grossa: “Ma è tempo di finirla con le utopie!… Roba da manicomio!… L’eguaglianza!… L’abolizione della proprietà!…”. Qualcuno giudicava fin anche che l’oratore era stato troppo blando, che aveva assunto un tono troppo concessivo; s’era servito, sì, dell’ironia, e stava bene; ma sarebbe stato anche necessario bollare con parole di fuoco l’opera dei perturbatori.
“Gli operai sono brava gente, rassegnata al loro destino: infami sono coloro che li seducono, che li pervertono…” Udendo quei giudizii, Federico sentiva crescere lo sdegno e la ribellione nati in lui durante la concione, e un bisogno di gettare in faccia a quella gente l’angustia delle loro menti, l’egoismo dei loro cuori. Solo i ciechi e i sordi potevano attribuire ai perturbatori quello che era movimento fatale delle idee; solo un feroce egoismo poteva lodare la rassegnazione degli sciagurati, solo una maledetta paura poteva giudicare funesto che le coscienze si illuminassero. I paurosi dovevano piuttosto essi medesimi aver coscienza della loro paura, e vergognarsene; e vedere e sentire che il bene, il meglio non si poteva raggiungere senza quest’intima luce. Accostarsi, unirsi, procedere concordi, sì; ma spettava ai socialisti dar l’esempio della moderazione, o non piuttosto ai conservatori dar quello dell’ardimento?
Toccava ai disagiati, ai morti di fame, persuadersi che bisognava avere pazienza e tollerare ancora i disagi e la fame; o non piuttosto agli opulenti arrossire della loro abbondanza e dar mano ad un’opera di giustizia? La giustizia ideale, l’eguaglianza assoluta, il paradiso in terra non si potevano raggiungere? E perciò bisognava tollerare l’intollerabile? E non si doveva fare il possibile né tentare nessuna via per ottenere un miglioramento, anche piccolo? Se anche il peggio era da temere, il timore del peggio poteva impedire che si affrontasse una crisi? Vi sono certe sostanze che i dottori somministrano e gli infermi si procurano, quantunque sappiano che possono fare tanto male quanto bene; ma se c’è già un male insopportabile, la paura d’un male maggiore nulla vale contro la speranza di qualche sollievo. Si provocano a bella posta crisi che possono essere mortali, si tentano operazioni che possono avere un esito funesto: una crisi e un taglio, una estirpazione non si dovevano tentare nel corpo sociale, se era infermo, mostruosamente rigonfio in alcune parti, esangue in tutto il rimanente? Tutto il giorno Federico rimuginò queste idee; a casa non fece nulla, non scrisse, non lesse, osservando il mutamento che avveniva dentro di lui, sentendo sorgere dalle latebre della memoria, dall’intimo della coscienza pensieri e sentimenti concepiti altra volta, quando s’era fermato qualche istante a considerare il problema sociale, quando aveva visto qualche spettacolo di miseria oscura o di lusso insolente. Aveva ricacciato dentro di sé quei sentimenti, aveva combattuto quei pensieri, persuaso della fatalità delle differenze sociali, accecato dai pregiudizii; ora il velo gli cadeva dagli occhi. Come mai? Ad un tratto? Un altro velo, il velo della passione, non si sostituiva al primo? Non pensava egli queste cose, non aveva cominciato a pensarle per la gelosia dalla quale s’era sentito mordere acquistando la tristezza che Renata amava il Francalanza? Che importava! Da quella conferenza contro il socialismo egli sentiva d’essere uscito socialista. Restò in casa fino a tardi. L’idea che andando al giornale, vi avrebbe probabilmente incontrato il deputato, lo trattenne dal recarvisi, quando finalmente uscì. Scese dal Pincio, attraversò piazza del Popolo, s’avviò per i prati di Castello, arrivò sotto le mura del Vaticano col bisogno di restar solo, pieno dei nuovi pensieri. Non si sentì neppure di andare al solito caffè, con i soliti amici. Entrò in una trattoria di piazza Rusticucci, dinanzi alla piazza di San Pietro luminosa e deserta. Mangiò poco e di malavoglia. Non aveva ancora finito quando udì il grido del giornalaio che vendeva la Cronaca. Era un grido più forte del solito, quello col quale si annunciano le grandi e gravi notizie; ma, per la distanza, non si distinguevano bene le parole: “L’ato… dato… l’accordato… l’attentato…”. Poi la frase cominciò a compiersi: “L’attentato d’oggi contro…” ma il nome si udì soltanto quando il venditore fu vicinissimo: “L’attentato contro il deputato Francalanza!… Il tentato assassinio del deputato Francalanza!…”.
Federico comprò il giornale e lesse avidamente: “Stasera, dopo aver tenuta la conferenza sul socialismo della quale parliamo a lungo in altra parte del giornale, l’onorevole Uzeda di Francalanza rincasava, quando fu affrontato da uno sconosciuto, il quale gli esplose contro due colpi di revolver. Uno di questi andò a vuoto; l’altro, disgraziatamente, ferì non lievemente alla spalla l’onorevole deputato. L’aggressore fu subito disarmato ed arrestato. Aveva assistito alla conferenza del teatro Valle, ed ha voluto sfogare con un delitto la rabbia provata nell’udire la lucida e serena discussione dell’egregio sociologo; al quale mandiamo commossi l’espressione della nostra più viva simpatia e i più caldi auguri di pronta guarigione”.

VIII

Consalvo Uzeda s’era sentito alleggerito d’un gran peso nel pronunziare le ultime parole della sua conferenza. Ne aveva patito l’incubo per più di un mese; oramai era cosa passata. I calorosi applausi degli aderenti gli facevano piacere, ma non lo illudevano molto; il domani sarebbero venute senza meno le risposte vivaci e le critiche acerbe. Comunque, per il momento, pensava che meglio di così non sarebbe potuta andare. Uscendo dal teatro, una quantità di persone gli s’erano messe alle costole, e non l’avevano più lasciato, rinnovando i complimenti, tornando sugli argomenti da lui svolti, suggerendogliene altri per il libro che aspettavano da lui. A poco a poco, sul Corso, il codazzo delle persone che lo seguivano si era con sua soddisfazione, diramato; una mezza dozzina lo seguivano ancora. Avendo sete entrò da Aragno: gli ammiratori sedettero intorno, ed egli offerse a tutti da bere. Fu accostato da altre persone, da giornalisti, da conterranei, che si rallegravano con lui; poi andò al giornale. Anche lì gli parlarono della conferenza; le cartelle dell’articolo nel quale se ne rendeva conto erano già in tipografia, e Balzan gli disse che fra poco ne avrebbe avute le bozze. Egli le aspettò, le lesse e ne fu malcontento. La relazione era troppo sommaria e strozzata; ma data l’angustia dello spazio, non s’era potuto fare di più. Ottenne nondimeno che si accennasse ad alcuni punti essenziali, ed aspettò ancora di rivedere le nuove prove. Uscì alle sette insieme col Banzatti che aveva fretta di andare a casa e salì in una botte a piazza Colonna, offrendogli un posto fino a piazza del Tritone: egli fu un momento titubante, ma proprio in quel momento s’avviava per la salita l’onorevole Gionata, ed egli si accompagnò al collega. Parlarono della situazione parlamentare, della condizione del Ministero; giunti sulla piazza il Gionata voltò a sinistra, ed egli a destra. S’avviò lentamente, pensando a ciò che gli aveva detto il collega, alla probabile crisi, e alla lentezza della sua fortuna politica. Nulla ancora aveva ottenuto di quanto sperava e credeva di meritare; a niente erano giovate le prime impazienze, i lunghi lavori, il giornale, le amicizie. Si erano serviti di lui, anche ora lo avevano esposto al rischio di quella conferenza, e tutto era e sarebbe stato invano, chissà per quanto tempo ancora. La piccola rinomanza concepita in una breve cerchia non gli bastava, quasi l’offendeva, quasi gli faceva considerare preferibile la totale oscurità. Ignorato da tutti, avrebbe potuto credersi negletto ingiustamente; la mediocrità alla quale era giunto lo crucciava perché poteva segnare il grado del suo valore, agli occhi di chi non lo conosceva come egli stesso si conosceva. Non dubitava di sé; aveva sempre un altissimo concetto del suo ingegno, delle sue attitudini, della sua forza; il difficile era diffondere questo concetto, fare che un numero sempre maggiore di persone, intorno a lui, lo condividesse!
Giunse con questi pensieri quasi sul portone di casa. I primi lumi splendevano d’una luce d’oro nell’ultimo chiarore del crepuscolo; dinanzi a lui la strada era deserta; dietro di lui il rumore d’un passo. Si voltò: un uomo di umile stato, piccolo, con la barba ispida e un cappelluccio a cencio gli si accostò.
“È lei il deputato Francalanza?”
“Sono io.”
“È lei quello che ha tenuto oggi il discorso al teatro Valle?”
“Sì, io. Che volete?”
Quelle domande e il tono di voce escludevano che lo sconosciuto chiedesse qualche soccorso, come l’Uzeda aveva dapprima supposto.
“Allora…” riprese il suo interlocutore, portando una mano alla tasca “allora, ecco… prenda… questo è per lei…”
Egli vide luccicare la lama d’un pugnale, e non ebbe tempo di gettare un grido, di buttarsi indietro, che un urto violento alla spalla lo scosse. L’aggressore stava per dare un secondo colpo; ma già una voce, dietro di lui, gridava: “Ferma!… Ferma!…”. E dalle portinerie e dalle finestre spalancate altre voci rispondevano: “Ferma!… Ferma!… Dalli!… Assassino!…”.
L’omicida non fece un passo per tentare di fuggire, non oppose un moto di resistenza alle persone che gli furono sopra e lo disarmarono. Il portinaio di Villa Spada, riconosciuto il suo padrone pallido e barcollante, corse a lui:
“Eccellenza!… Signorino!… Chi è stato?… È ferito?…”
“Qui… Non è nulla… Portatemi su….”
Ma l’abito si rigava di sangue e l’Uzeda impallidiva sempre più.
“Una sedia!”
“Adagiatelo sopra una sedia!”
“Sora Rosa, andate voi!…”
“Subito…, ecco…” Mentre il portinaio e uno degli astanti lo sorreggevano, la portinaia accorreva con una sedia; su quella il ferito si abbandonò e fu trasportato sotto il vestibolo, su per le scale. Persone di servizio e padroni si affacciavano agli usci, chiedevano che cosa era accaduto, significavano con gli atti e le parole la loro pietà vedendo quel viso esangue, quegli abiti insanguinati, dai quali il sangue stillava sui candidi gradini di marmo.
“È morto?… È ferito?… Chi è stato?… Com’è stato?… Dinanzi al portone?… Hanno arrestato l’assassino?… Un dottore?… Dove sono le guardie? Dove sono i carabinieri… Non si trovano mai?… Povero signore!… È solo in casa?… Meglio portarlo all’ospedale… Ma era un ladro?… A quest’ora?… In una strada come questa?… Chi era?… Che voleva?… Il cameriere è in casa?… È in casa, bisognerebbe avvertirlo…”
La sora Rosa, infatti, passò innanzi, salendo a due a due le scale, mentre la sedia col ferito procedeva lentamente, seguita da una mezza dozzina di persone, ciascuna delle quali diceva la sua. Giunta sull’ultimo pianerottolo, la portinaia vide schiudersi l’uscio del senatore. La Clelia, con aria di curiosità, chiese:
“Che succede? Che è questo rumore?…” “Hanno ammazzato il deputato!…” le gridò la sora Rosa, con le mani nei capelli.
“Gesù! Come?… Perché?…”
Ma l’altra non le rispose, soffiando forte e attaccandosi al campanello elettrico. Antonio, aperto l’uscio, viste quelle due facce sconvolte, udite le loro parole affannose, non comprese sulle prime, a bocca aperta dallo sbalordimento.
“Il vostro padrone!… Lo portano su!… L’hanno sparato!…”
“Il padrone?…”
E si precipitò per le scale. Già i portatori, quantunque si fossero dato il cambio più volte, erano giunti sull’ultimo ripiano. Tra le parole costernate, i consigli, i suggerimenti, la sedia col ferito entrò per l’uscio spalancato.
La Clelia, rimasta ancora un momento sull’uscio suo, tornò dentro e andò difilato nel salotto dove la padroncina leggeva, aspettando l’ora del pranzo.
“Signorina… Signorina… Non sa?… Non ha sentito?…”
“Che c’è?”
“Hanno ammazzato il deputato Francalanza… lo portano su in questo momento…”
Renata sorse in piedi tutta smorta in viso; il libro le cadde dalla mano distesa a cercare istintivamente un appoggio.
“Ammazzato?… Morto?…”
“Par morto, o muore: non so… Signorina, che ha?… Gesù mio, signorina!…”
“Dio!…”
La breve parola le uscì sibilando dalle labbra pallide e frementi; gli occhi si dilatarono, rotearono, vuoti di sguardo; le mani si congiunsero al seno, comprimendolo forte.
“Dio!…”
E ad un tratto ricadde, irrigidita.
“Signorina mia!… Signorina mia!… Non mi faccia paura anche lei!… Si faccia coraggio!… Gli vuol bene: è vero?… Me n’ero accorta!… Sono stata una stupida!…”
“Morto, hai detto?… Morto?…”
“Ma no, non sarà morto… è ferito, è svenuto, guarirà, stia sicura… Non sente?… Una carrozza… Il dottore!…”
Allora la fanciulla si risollevò. Disse, brevemente: “Vieni, andiamo…”
“Che vuoi fare?”
“È solo, andiamo ad assisterlo.”
Parlava con un accento così risoluto, che la donna non tentò di opporre una sola parola, seguendola. E appena entrò in casa del ferito, appena fu dinanzi alla gente assiepata intorno al letto, il viso le si ricompose così, che nessuno poté sospettare l’angoscia che le attanagliava il cuore. Con voce dolce e ferma pregò gli astanti che si scostassero, che non togliessero l’aria al giacente; e, scorto il viso cereo, gli occhi vitrei, il corpo sanguinoso e abbandonato, non un moto la tradì.
“Preparate dell’acqua, una brocca, una catinella…”
“Clelia vai a prendere il cotone fenicato, nell’armadio della mamma… Una spugna, una forbice, qualche tovaglia…”
Il dottore, arrivando con l’ispettore di polizia, trovò tutto pronto. Gl’intrusi furono allontanati: ella restò, con la Clelia ed Antonio, vicino al letto. L’abito fu tagliato addosso al ferito, fu tagliata la camicia e il corpetto intorno alla spalla; egli trasalì, le labbra sibilarono ad uno strappo. Apparve la carne bianca dell’omero, apparve lo squarcio della ferita. Ella chiuse un istante gli occhi, poi li riaperse.
“La spugna… Accosti la catinella… Mi passi l’asciugamano…”
Il dottore si rivolgeva a lei; ella lo assisteva, come se avesse passato la vita in una clinica chirurgica. Chiuse ancora gli occhi, strinse forte le mascelle quando col ferro il sanitario frugò nella ferita, strappando un gemito al paziente. Tornata padrona di sé, domandò a bassa voce:
“È grave?…”
“Non credo.”
Allora respirò più liberamente.
“L’emorragia è arrestata. Bisognerebbe spogliarlo del tutto; occorre qualche striscia di tela…”
Ella corse a casa, fece a lembi un lenzuolo; quando tornò di là, il ferito era sotto la coltre, col busto eretto, appoggiato a un monte di guanciali e di cuscini: dalla camicia da notte aperta e squarciata sulla spalla destra, appariva il petto nudo, bianco e grasso quasi quello d’una donna, appena ricoperto sullo sterno da una lanuggine bionda. Quella nudità era fatta casta dalla ferita, dal sangue, dal pericolo di morte. La fanciulla dette ancora opera alla medicazione, come una suora, silenziosa ed agile, pronta ad ogni cenno del sanitario. Il ferito tornava in sé, girava gli occhi, moveva il capo. Ella si chinò su lui, gli disse, con un tenue sorriso:
“Francalanza, mi riconosce?… Siamo qui noi!… Il dottore assicura che non è nulla… Come si sente?…”
“Grazie…” rispose egli, guardandola. “Bene… meglio…”
“Ha bisogno di qualche cosa?… Ha sete?…”
“Sì…”
Ella stessa gli sorresse la testa e gli accostò il bicchiere alle labbra.
Squillò il campanello del telefono; la notizia dell’attentato si era diffusa; dalla Cronaca, dagli altri giornali, da Aragno, dai ministeri cominciarono a chiedere informazioni e particolari. Poco dopo, sopravvenendo le prime visite, Renata si ritirò, dando ordine alla Clelia di restare a disposizione del dottore e di chiamarla quando la gente se ne fosse andata. Ma, fino dalle prime parole rivolte al ferito da giornalisti, da colleghi, da amici, il dottore espresse il timore che la commozione potesse riuscire dannosa, e pregò gli astanti di ritirarsi. Il salotto, lo studio e l’anticamera rimasero pieni fino a tardi di gente; ma quando lo stesso Durante lasciò la camera del paziente, assicurando che tutto procedeva bene, le persone cominciarono ad andarsene. A mezzanotte lo stesso chirurgo, visto che il ferito riposava tranquillamente, diede le ultime raccomandazioni alla Clelia e ad Antonio, e andò via. La Clelia passò ad avvertire la signorina. La cuoca, venuta a schiuderle l’uscio, le disse che la signorina non aveva quasi assaggiato il desinare tenutole in caldo, e che si era ritirata in camera sua.
“Povera signorina!… È un gran colpo per lei!… Adesso bisognerebbe avvertirla…”
“Di che?”
“Che non c’è più nessuno, di là…
“Vuol tornarci ancora?”
“Non so, m’ha detto di chiamarla…”
“Se la lasciasse riposare?”
“Ma riposerà?…”
Ella apparve sull’uscio dell’anticamera, lieve come un’ombra.
“Clelia, sono andati?”
“Signorina sì, anche il dottore.”
“Chi c’è? Antonio?”
“Solo lui.”
“Andiamo.”
Le due donne tentarono di dire qualche parola per consigliarla a restare in casa e ad andarsene in letto; ella rispose, con voce dolce e ferma:
“Non possiamo lasciarlo solo, tutta la notte. Vieni.” Non trovò l’infermo così calmo come aveva sperato. Respirava con affanno, scuoteva il capo nel sonno grave; brividi nervosi gli passavano per le braccia e le mani.
“Che ha, signorina?” le domandò con voce bassa ed inquieta Antonio, additandolo “Da qualche momento, da che è andato via il dottore, si agita, pare che soffra…”
“Soffre…” rispose ella, chinandosi a guardare l’infermo. “Che ha detto il dottore?”
“Di dargli qualche cucchiaio di quella pozione che è sul canterano, se si desta…”
“Bene. Se volete andare a riposare, resto qua io.”
“Riposare? Non ci mancherebbe altro!”
“Tu, Clelia, torna a casa, o buttati qui sopra un divano. Io resto.”
“Resto con lei.”
“Fa come vuoi.”
Si pose a sedere sopra una poltrona, accanto al letto, con le spalle alla lampada, gli occhi rivolti all’infermo. Poco andò che udì il respiro forte dei due servi addormentati, Antonio nella stanza attigua, la Clelia in un angolo della stessa camera. Dalla via non saliva un rumore; solo di tanto in tanto, di lontano, veniva il fragor sordo d’una carrozza. Ella restava come assorta, con le mani congiunte, nella contemplazione di quel viso bianco e biondo. “Bisogna salvarlo! Bisogna che viva!” Passato lo stordimento e l’ambascia del primo istante, dispersa la prima paura che egli fosse già morto, questo era il pensiero che l’aveva sostenuta e dominata. Perché egli vivesse, perché fosse salvo era accorsa, aveva represso la commozione violenta, aveva data e dava l’opera sua. Era entrata nella casa d’un giovane, lo vegliava seduta al suo capezzale: nulla le importava ciò che ne avrebbero osservato i suoi o gli estranei. Se anche quel ferito fosse stato uno sconosciuto, gli avrebbe prestato le sue cure egualmente; ma una tenerezza gelosa la teneva a quel posto; vigile, inquieta e trepidante dinanzi all’uomo che era il suo pensiero, soave e tormentoso da anni. Forse egli non s’era neppure accorto del suo sentimento: che importava? Egli non aveva bisogno di lei; ma ella viveva di lui. Ne ammirava la vivacità dell’ingegno, il calore della parola, le piaceva il suo nome antico e sonoro; prediligeva con la fantasia, senza ancora conoscerla, la terra infocata e odorosa nella quale era nato e dalla quale veniva. Lo dicevano ambizioso: ella giudicava legittima e nobile l’ambizione di un uomo che aveva la sua posizione sociale, la sua cultura, la sua attitudine alla vita pubblica. Non tutto le piaceva in lui: certe professioni di scetticismo che aveva udito uscire dalle sue labbra, certe ironie, certi sarcasmi le erano stati cagione di contrarietà e di dolore. Anche quel giorno, al teatro Valle, durante la conferenza, non aveva condiviso tutti gli entusiasmi della sua anima: pure ammirando l’abilità delle argomentazioni, qualche cosa l’aveva scontentata: le note umoristiche troppo ripetute, il rigore dell’attacco contro le speranze d’un migliore assetto della famiglia umana, la mancanza d’un caldo soffio di simpatia animatrice. Ma gli stessi suoi difetti la stringevano a lui, eccitando il desiderio, il bisogno, la fede, di correggerli, se un giorno avesse potuto metterglisi a fianco e illuminarlo e ispirarlo. Ora egli giaceva sopra un letto d’agonia, col petto squarciato per aver professato pubblicamente quell’idee da lei non condivise interamente; e dinanzi all’effetto malefico ella non si sentiva più sicura nel giudizio di poco prima. Aver significato apertamente e solennemente un pensiero che stava quasi per costargli la vita, era stato un atto di stupendo coraggio civile! Doveva egli forse temperare l’espressione del proprio pensiero e cercare qualche ipocrita accomodamento per evitare il pericolo? Andargli incontro era stato degno d’un uomo forte e cosciente. Nel mondo anch’ella vedeva ora una lotta necessaria, fatale, se la semplice espressione d’un concetto sociale e politico si pagava col sangue; se il fanatismo armava la mano d’un uomo contro un altro colpevole solo di non pensar come lui. Ella poteva dolersi che il fanatismo esistesse, che le opinioni non fossero uniformi e concordi, che l’amore non governasse il mondo; ma l’uomo che aveva esercitato il diritto di enunziare le proprie idee, aveva anche compito un nobile, un alto, un santo dovere, ed era degno di tutta l’ammirazione e di tutta la pietà ora che giaceva sopra un letto di dolore. Ella stringeva forte le mani una contro l’altra udendo l’affannoso respiro del ferito, le torceva nell’impotenza di far nulla per alleviarne la pena. Vedendolo dare un sussulto più grave degli altri, sorse in piedi, si chinò su lui, gli prese una mano. Era calda di febbre.
“Consalvo… Consalvo…” gli disse, sottovoce, ma quasi all’orecchio, chiamandolo la prima volta col suo bel nome, tante volte ripetuto mentalmente e sussurrato; ma egli non udiva, immerso in un egro sopore, e un’eco le restava dentro: “Salvo… salvo…” come una speranza, come un augurio.
Lasciò la sua mano, tornò a sedere, a contemplare il viso febbricitante, con gli occhi aridi e fissi. Bisognava salvarlo: era troppo crudele che quella giovane vita perisse così, sia pure sopra un campo di battaglia, per un’idea. E quell’idea, se era legittima, se rispondeva alla realtà delle cose, non era, no, generosa! Una voce, dentro di lei, nonostante tutti i tentativi di persuasione contraria, le diceva che dimostrare inevitabili i mali sociali e impossibile ogni rimedio, poteva esser cosa che la ragione approvava, ma non il cuore. Morire per tentar di redimere gli uomini era divino; per togliere loro ogni speranza, inumano. Ed ella non voleva che l’uomo da lei amato lasciasse la vita in quella avventura: voleva vederlo salvato a un più degno destino; e poi, e prima, a sé stessa, all’amor suo!…
La notte scorreva così, tacita e lenta. La Clelia, destatasi, venne un momento in punta di piedi vicino al letto, per chiederle se avesse bisogno di nulla.
“Nulla; va! va a buttarti sopra un divano…”
Con gli occhi grevi di sonno, la donna obbedì. Nell’anticamera, al rumore del suo passo, Antonio si destò: Renata udì i due servi parlare un poco piano fra loro; poi le voci si spensero. L’infermo era adesso più tranquillo, e il respiro più facile. Ella gli toccò ancora la mano: le parve che fosse meno calda. Non la lasciò così presto come la prima volta. La presenza della donna, quantunque addormentata, l’aveva trattenuta; sola, si sentiva ora più ardita. Ma, ad un tratto, la testimonianza della propria coscienza le fece salire una fiamma alla fronte. “Che faccio!…” disse tra sé. Era stata sul punto di chinarsi su quel viso, di baciarlo. Restò un poco in piedi appoggiata alla sponda del letto, guardando con tutto l’ardore della sua passione il viso bello e maschio; poi tornò a sedere, a immergersi nei suoi pensieri. A poco a poco, le ciglia cominciarono a calarle sugli occhi stanchi dalla lunga veglia; ma ella reagì, con una tensione della volontà, dell’immaginazione, di tutta l’anima. Se si fosse destato, nessuno ormai gli era vicino. Che vita, quella d’un uomo solo senza un affetto sul quale poter fare sicuro assegnamento! Egli, e tutti i giovani suoi pari, la conducevano per amore della libertà, senza pensare ai giorni della solitudine triste; e quante volte ella si era sentita stringere il cuore all’idea delle altre donne, delle molte donne che avevano tenuto e continuamente tenevano qualche posto nella sua vita! Non erano venute anch’esse, assiduamente o per una notte, in quella casa, in quella camera? Non vi avevano lasciato qualche cosa dell’esser loro, un’eco della loro voce, una traccia del loro profumo, una forcella dei loro capelli? Non sarebbero tornate, alcune, le preferite, le meno volgari, udendo che egli giaceva in letto, ferito? E le pareva che esse entrassero realmente in quella camera, silenziose e guardinghe; che si avvicinassero a lui, che lo baciassero, senza i suoi scrupoli. Una, particolarmente, l’amante del cuore, significava, con la sicurezza dell’incesso, con la risolutezza degli atti, il dominio esercitato sul giovane; e nello scorgere lei, le rivolgeva uno sguardo di superbo disprezzo. Si impadroniva della casa e dell’infermo, giudicava mal fatta ogni cosa; la medicazione, la disposizione dei guanciali, il grado della luce. Abbassava la lampada, e nella penombra saettava contro di lei sguardi pungenti di scherno. “Che fa, qui costei?… Chi è questa intrusa?… Ti ama?… Ma tu non l’ami, tu; non le hai detto mai che l’ami; tu ami me, sei mio, e non sai che farti dell’amor suo!…” Lo teneva per mano, lo baciava sulla bocca, e col nuovo giorno al sopravvenire del dottore, della gente, riceveva tutti, dava spiegazioni ai visitatori ed ordini ai servi. La Clelia, venuta accosto alla sua padrona, le diceva: “Venga via; qui non è il suo posto; non vede che tutti la guardano?…”. Ma ella non riusciva ad alzarsi, appesantita su quella poltrona, con le gambe divenute come di sasso. E tutta la sua persona si veniva pietrificando, a poco a poco, dalle gambe al cuore, che batteva con la rigidità d’un martello, e che poi si induriva anch’esso, si rapprendeva, orribilmente; finché, nel punto del massimo spasimo ella si destò. Aveva sognato, aveva dormito, non sapeva quanto tempo: la notte era sempre alta, nessuna voce, nessun rumore tutt’intorno. Guardò l’infermo: aveva gli occhi aperti, la guardava tacitamente. Ella sorse e gli si fece dappresso.
“Siete desto?… Come vi sentite?…”
Consalvo chinò un poco il capo, con un ambiguo segno d’assenso.
“Meglio, è vero?… Vi sentite meglio?… Vi siete destato da un pezzo?”
Diniegò col gesto.
“Non potete parlare?”
“Sì…” rispose, pianissimo. Poi soggiunse: “Ma voi, qui…”
Ella scosse le spalle.
“Non pensate a me. Eravate solo, son qui ad assistervi. Avete bisogno di nulla? Volete che chiami Antonio?”
“Ho sete.”
“Subito… Ma prima bisogna che prendiate qualche cucchiaiata di questa pozione, ha detto il dottore… Aspettate… appoggiatevi… così…”
Ancora una volta gli resse il capo e gli diede la mistura.
“È sgrata?”
“No…”
“Volete ancora dell’acqua?”
“Ora non più… grazie…”
“La ferita vi duole?”
“Sì…”
“Vi sentite la febbre?”
“Non so.”
Ella gli prese il polso.
“No, fortunatamente non ce n’è più. Vedrete che guarirete rapidamente.”
“Vi ringrazio dell’augurio… Come siete buona…” Gli rispose solo con un tenue sorriso.
“Manca molto a far giorno?” domandò egli ancora.
Fattasi alla finestra, ella scorse il primissimo chiarore dell’alba in fondo al cielo.
“Comincia appena ad albeggiare.”
“Avete passata tutta la notte sopra una poltrona! Come ne sono dolente…”
Poiché parlava con qualche stento, ella protestò:
“Vi prego di non affannarvi per me; ho passata la notte benissimo.”
“Ne sono dolentissimo… ora andate a riposare, vi prego…”
“Sì, ora andrò. Vi manderò Antonio: va bene?”
“Sì, grazie… Era venuta molta gente?”
“Molta gente, iersera. Amici vostri, colleghi, giornalisti. Non li avete uditi?”
“Poco, soffrivo. Che dicevano?”
“Erano tutti inorriditi, dicevano che solo un pazzo poteva aver commesso quell’atto.”
Egli fece ripetutamente segno di no col capo.
“Lo conoscete?”
“No; ma non era pazzo…”
“Vi parlò?”
“Sì… come uno che sa bene quello che fa!…”
“E non concepiste nessun sospetto? Non aveste tempo di salvarvi?”
“In qual modo?”
“È vero!… Che infamia!”
Egli disse in atto e con voce di filosofica rassegnazione:
“Sono gli incerti del mestiere!… Ora andate, andate, ve ne prego…”
Le stese la mano. Ella gli diede la sua.
“Buona, buona!… Voi siete tanto buona…”
E la guardò negli occhi. Ella non sostenne quello sguardo lucente di gratitudine e di tenerezza. Sentì che egli attirava la sua mano, che l’accostava al proprio viso; e non seppe, o non volle o non potè ritirarla: il giovane vi impresse le labbra tepide e frementi.
“No” disse ella, finalmente ritraendola. “Addio… arrivederci…”
E tutta Roma fu piena della notizia, gridata dai giornalai, diffusa per i caffè, per gli uffici pubblici, telefonata e ripetuta da tutte le parti: Federico, uscendo di casa, non udì parlare d’altro. Le espressioni di rammarico erano universali; ma lo sdegno dei moderati prorompeva acre e violento contro i partiti estremi, alla propaganda dei quali era direttamente addebitato il tentato omicidio. I giornali nemici del ministero, particolarmente, s’impadronivano del ferito, mostravano la sua piaga a tutta l’Italia, facevano ricadere il suo sangue sul capo di coloro che avevano coscientemente eccitato l’istinto feroce d’un incosciente, predicando l’odio e la vendetta sociale. Interrogato l’assassino, verificate le sue affermazioni, si seppe che costui, un certo Lorani, umbro, non era ascritto al partito socialista, che non aveva neppure assistita alla conferenza dell’onorevole Francalanza; che era uno sciagurato senza arte né parte mandato via per mala voglia di lavorare e stravaganza di idee da tutti i padroni presso i quali era stato impiegato in luoghi diversi; che era arrivato a Roma da qualche settimana e non mangiava da due giorni, che era passato per caso dinanzi al teatro Valle quando la folla ne usciva, ed aveva saputo da un passante perché tanta gente si era adunata e che cosa il deputato aveva detto; che s’era messo a seguire il gruppo di persone tra le quali gli avevano additato l’oratore e che lì per lì aveva concepito l’idea di sfogar su di lui la rabbia della fame. Invano, sulla fede di queste notizie, i socialisti, i repubblicani, i radicali ricusavano ogni responsabilità nell’accaduto, tentavano di assegnare all’avvenimento il suo giusto carattere contro ogni esagerazione ed ogni preconcetto: tutti gli altri lavoravano a gonfiarlo, a farne il sintomo d’una condizione di cose intollerabile. Telegrafata a giornali di provincia, poco esattamente, la notizia era commentata dai monarchici piemontesi, dai moderati lombardi, dai conservatori meridionali con giudizii roventi che telegrafati a loro volta a Roma, mettevano nuova esca al fuoco. L’onorevole di Francalanza era un’insigne vittima dell’abuso della libertà, della licenza imperversante: egli cresceva da un momento all’altro sino alla statura d’un eroe. Solo fra tanti pusillanimi che gridavano a quattr’occhi contro le aberrazioni democratiche, ma non ardivano metter fuori la punta del naso, opporre propaganda a propaganda, egli aveva dato prova di ammirabile e raro coraggio scendendo in mezzo al popolo per fare udire apertamente, nitidamente, serenamente la voce della ragione; e la prima volta che in Roma, nella capitale di un libero Stato, un libero cittadino tentava di esprimersi liberamente, uno di coloro ai quali le sue opinioni non garbavano, gli rispondeva con una stilettata. Il pugnale del Lorani aveva colpito, sì, il petto d’un ragguardevole cittadino, di un rappresentante della Nazione; ma, oltre quella vita umana, aveva ferito qualche cosa di più sacro ancora; di più necessario e prezioso a tutti: la libertà. Il suo simulacro era battuto dalla mano del Terrore. La demagogia, invitata a ragionare, non trovando argomenti da opporre, ricorreva alle armi corte. Questa volta era toccata all’onorevole di Francalanza; la prossima a chi? Nessuno avrebbe potuto più significare un’idea sgradita ai tiranni imberrettati di frigio, senza correre il rischio di finire accoppato. Ma era tutta e soltanto loro la colpa? No, no; non era giusto asserirlo. Essi avevano fatto e facevano il loro mestiere; la colpa era di chi aveva il dovere di opporsi alle loro insane teorie; alle loro folli pretese, alla loro velenosa propaganda, e che invece di compiere questo dovere aveva trescato con loro, fedifrago alla Patria e al Re.
Dopo il tocco, Federico si recò a far visita al deputato. Trovò il letto circondato da una folla di gente: lo stato del ferito era tanto soddisfacente, che il dottor Durante gli aveva consentito di ricevere, di parlare. Egli narrava e rinarrava la storia dell’aggressione, tutto ciò che aveva fatto all’uscita del teatro fino all’arrivo dinanzi al portone di casa e all’incontro con l’aggressore; e a quanti lo interrompevano per osservare che naturalmente era stato colto alla sprovveduta, rispondeva al contrario che fin dal primo momento aveva capito le intenzioni ostili del malfattore. Era stato avvertito del pericolo, soggiungeva, fin dall’annunzio della conferenza; una lettera anonima lo aveva sconsigliato dal pronunziarla perché poteva costargli qualche grosso dispiacere.
“E non vi siete armato?… E non ti sei fatto seguire da qualche guardia?…”
Egli scrollava il capo, dicendo con accento di grande semplicità:
“A che pro?… Né le armi né le guardie giovano, in simili casi.”
“Ma allora perché ti sei lasciato accostare?… Come non vi siete messo sulla difesa?…”
“Dovevo fuggire?… dovevo gridare occorruomo?”
E tutti riconoscevano, che, realmente, non c’era nulla da fare; ma il suo coraggio rifulgeva e costringeva tutti all’ammirazione, rasentando per taluni la stessa temerarietà. E quanto sangue freddo, nel dire al portinaio che “credeva” soltanto di esser ferito, nell’ordinargli di trasportarlo su e di chiamare il dottore!… Egli si schermiva dalle lodi; diceva che non c’era niente di straordinario in quel che aveva fatto. Il pugnale, spiegava, era prodigiosamente passato fra il polmone ed il cuore; ma la ferita era abbastanza profonda.
“Ho sentito però con molto piacere,” osservò Federico “che la guarigione è questione di giorni.”
“Forse di qualche settimana” corresse egli; “ma, insomma non c’è nulla di grave.”
“Questa è una circostanza fortunata,” osservò l’onorevole Marazzi “della quale noi tutti ci rallegriamo; ma non menoma per nulla la gravità del fatto, che è enorme.”
Voci concordi esclamavano tutt’intorno:
“Enorme, mostruoso, intollerabile…”
“Milesio dovrà oggi renderne conto, non ne potrà uscire con le solite barzellette…”
“Sperate che si ravveda? Fiato sprecato!…”
“Preparatevi al peggio!”
“Guardiamoci tutti che non facciano la pelle anche a noi!”
L’onorevole Finocchiaro, uomo di sinistra, ministeriale, osservò:
“La disgrazia toccata al nostro collega…”
“La chiamate disgrazia?” interruppero gli altri con voce grossa.
“Dite delitto! Dite assassinio!… Altro che disgrazia!… Qui si assassina la gente!…”
“Sì, è un delitto…”
“Al quale siamo arrivati per merito dei vostri amici, del vostro governo…”
“Scusate, scusate, non esageriamo…”
“Ah, parlate già di esagerazione? Avete il coraggio di parlare di esagerazione, qui, dinanzi a un uomo accoltellato?… E non siete stati voi, con le vostre teorie liberali, con la vostra politica democratica, che avete permesso il dilagare dei principii sovversivi, l’ordinarsi delle forze rivoluzionarie?…”
“Nessuno più di me deplora… Nessuno più di me deplora…” tentava di dire il Finocchiaro; ma gli altri lo investivano, ad una voce, con gli occhi fuori della testa, con gesti violenti:
“Deplorate, piangete le lagrime del coccodrillo, a quest’ora!… Dopo che il male è fatto!… Dopo che è quasi irrimediabile!… Bisognava deplorarlo prima, bisognava; non mettervi coi fautori dei settarii e degli assassini…”
“Creda, collega… fece allora l’altro, rivolgendosi direttamente al ferito; e Consalvo, fra le voci iraconde dei suoi amici, gli rispondeva:
“Ma certo, ma certo… le sono tanto grato… non dia retta…”
Allora il Marazzi si rivolse contro di lui:
“Che cos’è?… Gli dai ragione anche tu, adesso?… Giudichi che abbiano ben fatto a pugnalarti? Ti dispiace che non t’abbiano sgozzato addirittura?”
“Andiamo!… La mia persona non c’entra…”
“Non c’entrerà per te; tu sei padrone di buttarti nel Tevere quando ti piace… Ma qui la nostra libertà, la nostra vita sono in giuoco, se non pensiamo a difenderle, come in un bosco, in mezzo ai briganti!…”
E tutti gli altri facevano eco, mentre Consalvo taceva, con gli occhi socchiusi, come se quel frastuono cominciasse a stancarlo: “Bisognava dare una stretta ai freni!… Far macchina indietro!… Mandare via i traditori del Paese!… Affidare il governo a gente capace di opporre un argine alla marea progrediente, che minacciava di travolgere ogni cosa!…”.
“Alla Camera!… Alla Camera!… Sono le due!… Alla Camera!…”
Federico profittò dell’uscita dei deputati per andar via anche lui, per seguirli a Montecitorio.
L’aula era più affollata del consueto; nella tribuna della stampa i giornalisti commentavano vivacemente l’attentato; si rinnovava la disputa avvenuta in casa Francalanza; tranne che non c’era più un solo ministeriale in mezzo a una muta di oppositori, ma due partiti press’a poco uguali, quindi alle accuse dei conservatori i liberali rispondevano per le rime: L’Uzeda era stato ferito? La cosa era dispiacevole; ma pezzi più grossi di lui erano stati aggrediti, colpiti ed uccisi! Che si poteva farci? Ah, sì: buttar giù il ministero!… Così i matti e i fanatici sarebbero scomparsi dalla faccia della terra! Perché non s’era guardato? Perché non aveva portato con sé uno stocco o un revolver? Insomma, che cos’era questa ferita? Era moribondo, sarebbe rimasto storpiato o deturpato?… Ma gli altri rincaravano la dose delle accuse e delle ironie. Ma sì! ma sì!… Un semplice salasso!… Una precauzione igienica, nell’imminenza dell’estate!… Ciascuno si munisse di stocchi e di revolver, di cotte e di elmi: si battagliasse per le strade, come ai felici tempi di mezzo!… Il ministero doveva essere rovesciato fin dai suoi primi atti di follia demagogica; ormai il male era fatto, e forse irreparabile. Cieco chi non lo vedeva! Ma domani te ne avvedrai, come diceva il piovano Arlotto!…
La scampanellata presidenziale ridusse tutti al silenzio. Il Biancheri, dall’alto del suo seggio, cominciò a parlare, dicendosi dolente di dovere annunziare alla Camera che un collega, l’onorevole Consalvo di Francalanza, era stato la sera precedente, vittima d’un odioso attentato.
“Io compio il dovere di portare all’infermo le espressioni della condoglianza non soltanto mia, ma di tutta la Camera (Bene) e sono certo d’interpretare il sentimento unanime dell’assemblea rinnovando qui, oggi, l’augurio che il nostro onorevole collega ci sia al più presto restituito perfettamente risanato, affinché egli possa tornare alle lotte nobili e pacifiche del pensiero, le sole feconde…”
Il Presidente si diffuse ancora un poco sull’iniquità inutile delle brutali e proditorie aggressioni, indi comunicò l’interrogazione presentata dall’onorevole Marinuzzi. Il capo del Gabinetto sorse in piedi per dichiarare che, prima d’ogni cosa, si univa alla Camera, in nome del Governo, nello stigmatizzare il tentato assassinio e nel far voti per la pronta guarigione dell’egregio collega. “Sono lieto di annunziare che il colpevole è stato assicurato alla giustizia, la quale fa il suo corso e pronunzierà il suo verdetto; ma già vi sono tutte le ragioni per credere che l’omicida non sia nel pieno possesso delle facoltà mentali…”
“Bel conforto!… La solita scusa!… È vero!… Silenzio!…”
Il Presidente fu costretto a scampanellare per far tacere gli interruttori:
“L’onorevole di Francalanza” continuò il Milesio “aveva tenuto al teatro Valle una conferenza d’argomento sociale, applaudita dagli aderenti e ascoltata con deferenza dagli avversarii…”
“Alla grazia della deferenza!… E i disturbatori messi alla porta?… C’era un accordo!… C’era un complotto!…”
“Qualche contrasto avvenuto in principio fu senza importanza e potè esser sedato con meno fatica che non debba talvolta sostenere l’onorevole nostro Presidente quando parla qui dentro qualcuno di noi…”
Molti deputati risero, dissero bravo; mentre all’opposizione, voci acri gridarono: “Anche la barzelletta!… Questo è cinismo!… Ma non si vergogna?…”.
“Ripeto che la giustizia segue il suo corso; e che bisogna aspettare le conclusioni; ma da ciò che finora risulta, non pare che l’omicida avesse complici, che premeditasse il delitto. Il Governo prese tutte le precauzioni necessarie ad assicurare la libertà di parola al conferenziere.”
“E di azione all’assassino!” gridò una voce. Altre si levarono qua e là concitate; nella tribuna della stampa esclamazioni di plauso e di biasimo scoppiarono e s’incrociarono; il Presidente dovette scampanellare ancora, più volte: “Onorevoli colleghi!… Ma onorevoli colleghi, lascino parlare il ministro…”.
“… L’ordine fu assicurato dentro e fuori il teatro; il nostro egregio collega attese a molte cose dopo che ne fu uscito; l’autorità di pubblica sicurezza non credette che egli corresse più pericolo e giudicò finito il proprio dovere…”
“Ebbe torto!…”
“Il delitto del quale l’onorevole di Francalanza è stato vittima è di quelli che riesce impossibile, con tutta l’oculatezza, prevedere e impedire. Noi lo deploriamo vivamente, in nome della civiltà, della libertà del pensiero, del rispetto al quale ha diritto la vita umana.”
Le ultime parole dell’oratore furono accolte da caldi applausi e il Presidente passò all’ordine del giorno. Ma, se la Camera passò ad altro argomento, non mutarono metro i fogli d’opposizione. L’attentato contro l’onorevole di Francalanza, colpevole solo di essersi opposto ai nemici dell’ordine, della proprietà e della famiglia, continuò a fare le spese dei loro articoli di fondo. E in cronaca, nelle ultime notizie, il bollettino medico, firmato dall’onorevole senatore Durante, annunziava lo stato dell’infermo: “Lieve reazione febbrile… Il processo di cicatrizzazione si compie regolarmente…”. Consalvo, infatti, guariva rapidamente, troppo rapidamente, secondo il suo desiderio. Dal fondo del letto, per mezzo dei giornali, dei discorsi degli amici, egli vedeva e misurava l’effetto prodotto dall’accidente occorsogli, la simpatia e il credito procuratigli dall’attentato, la reputazione di coraggio, l’aureola di martirio che cominciavano a circondare il suo nome. E quasi gli dispiaceva che la sua vita non fosse stata realmente in pericolo, che la guarigione non avesse tardato un poco; ma perché la sollecitudine e la commozione dell’opinione pubblica si sarebbero proporzionate alla gravità della ferita, alla durata dell’infermità.
Ed ai visitatori che gli chiedevano come stesse, egli rispondeva, con voce fioca, che non si sentiva bene, che la piaga gli doleva, che la perdita di sangue gli aveva prodotto una grave reazione nervosa per la quale tutte le funzioni sensorie e vitali si erano indebolite. Una sera, Federico, il quale aveva già cominciato a sospettare che il deputato recitasse la commedia, ne fu certo: il Durante annunziò che il domani non sarebbe venuto e che il ferito poteva levarsi.
“No, dottore!…” rispose egli; “non mi sento ancora in forze.”
“Ma se non ha più niente?”
“Credete!”
“Ne sono certo. Levatevi, nutritevi bene, bevete molto latte, mangiate larghe fette d’arrosto: vedrete che tutto passerà…”
Nonostante, egli restò un altro giorno a letto, e cominciatosi ad alzare, ne passò parecchi altri ancora sopra una poltrona, con un bastone a fianco, al quale s’appoggiava penosamente quando aveva da muovere qualche passo in presenza della gente, col petto curvo, come un vecchio che uscisse da una lunghissima infermità. Intorno a lui era sempre un cerchio di persone, di deputati, di senatori, di giornalisti i quali parlavano del tema eterno: la politica liberalesca del Milesio, la necessità di mutare indirizzo di governo; e quando egli interveniva nella conversazione per esprimere il proprio parere, tutti stavano a udirlo con nuova deferenza, come un oracolo. Egli diceva, a voce bassa ma chiara, che la fede nella libertà non era in lui scossa per l’accidente toccatogli; che con la libertà e per la libertà bisognava governare e combattere; ma che, naturalmente, gli eccessi erano da evitare, e che bisognava avvertire il governo dei pericoli ai quali andava incontro: il Milesio era ancora in tempo a ravvedersi.
I più arrabbiati non approvavano queste opinioni, non volevano che all'”uomo nefasto” si desse quartiere; ma egli rispondeva a costoro che era espediente di buona politica lasciare allo stesso “retore liberale” l’ufficio di correggere gli errori della sua retorica; e a voce più bassa, agli intimi, spiegava che questo era anche il modo di perdere quell’uomo: se fosse caduto sostenendo le sue idee, si sarebbe potuto un giorno o l’altro rialzare più forte; appoggiato dagli antichi avversarii, staccato dai suoi amici si sarebbe liquidato. In verità, Consalvo non sapeva bene che cosa sarebbe accaduto, e quindi non era deciso intorno alla condotta da seguire. Per un momento, si era illuso che il pugnale del suo aggressore avesse ferito a morte anche il Ministero: la commozione del pubblico, l’eccitazione della stampa moderata, la sollevazione dei deputati conservatori gli erano parsi tali da travolgere il Milesio; ma, dopo l’esito dell’interrogazione, quando ebbe visto che non una foglia era caduta, si persuase che l’avvenimento, se lo metteva in prima linea, se lo additava all’attenzione universale, non era tale che egli potesse sperarne maggiori immediati vantaggi. Cominciando ad uscire, andando alla Cronaca, alla Camera, nei pubblici ritrovi, misurò dalle calde accoglienze, dalle deferenti e reverenti espressioni, dalle mute ma eloquenti strette di mano, l’improvviso aumento del suo credito; ma la segreta sfiducia tornava a tormentarlo: anche la pugnalata sarebbe stata invano: già la commozione era sedata; col tempo, nessuno avrebbe più pensato al suo caso. La prima volta che era uscito di casa, aveva fatto una visita ai Corradi, per rendere le dovute grazie alla contessina. Non l’aveva più vista dalla notte, che, destandosi, se l’era trovata vegliante al capezzale e che aveva baciato la sua mano. Aveva pensato a lei, durante la convalescenza, con un senso d’intimo compiacimento, certo ormai che la fanciulla lo amava e persuaso che quell’amore gli era dovuto; ma senza esserne turbato se non perché l’amore di una fanciulla per un uomo come lui deciso a non incappare nei vincoli matrimoniali, poteva essere un poco imbarazzante. “Se crede che la sposi!…” diceva tra sé; ma, col fermo proponimento di restar libero, non credeva necessario significarlo, né fare il crudele respingendo senz’altro i muti omaggi, la discreta adorazione della giovane; anzi, non gli pareva mal fatto di mettere qualche esca al fuoco, solleticato nella vanità, ricordandosi i tempi della prima gioventù, i trionfi galanti riportati in Sicilia con signore, con donne di umile stato e con le stesse creature perdute. La contessa era in Roma; e come tutti i pomeriggi, aveva una quantità di visite. L’entrata di Consalvo nel salotto provocò una dimostrazione di vivace simpatia: quasi tutte le signore giovani si alzarono, tutte le mani inguantate si tesero verso di lui, mentre il coro delle vocette femminili, acute e squillanti, intonò il saluto.
“Oh, Francalanza!… Francalanza, che bravo!… Perfettamente guarito?… Complimenti, principe!… Rallegramenti, onorevole!”
La contessa, fumando un grosso sigaro toscano, con gli occhi lagrimosi dal fumo, gli prese la destra con tutte e due le mani, gliela strinse come se non volesse più lasciarla.
“Bravo, Francalanza!… Bravo!… Sentite che coro?… Tutte queste signore sono entusiasmate… Voi siete l’eroe del giorno!… Non avete che da buttare il fazzoletto…” Renata lo guardò muta, con occhi di passione: egli le si accostò, le strinse la mano senza dirle una sola parola, ma forte, come se tra loro corresse una tacita intesa. Ella non godeva dell’accoglienza fatta dalle astanti, era anzi sordamente irritata dalle loro espressioni ammirative, particolarmente dalle parole, dagli atti della piccola Errera, la quale esclamava, con gli occhi rovesciati, con voce flebile, quasi sul punto di svenire:
“Come cadeste bene Francalanza!… Colpito al petto!… Da eroe!…”
“Per difendere la causa della società, della famiglia!…” rincaravano tutt’intorno; e donna Elisa, con nuovo sdilinquimento:
“Io mi rallegro con voi della guarigione: ma, se anche non foste guarito, se anche il colpo fosse stato mortale” e la manina faceva il gesto di vibrarlo “il vostro destino mi sarebbe parso invidiabile…”
“Questo poi!” esclamò la contessa.
“Invidiabile e mille volte preferibile alla piccola oscura vita dei mediocri, dei pusillanimi, degli imbelli.”
Egli si godeva il trionfo, modesto in tanta gloria, parco di parole, largo d’inchini, di sorrisi, di gesti che volevano significare: “Voi siete troppo buone!… Non ho fatto niente di straordinario!… Non merito tanto”.
Mentre Renata serviva il the, la contessa lo richiamò al suo fianco per chiedergli, sotto voce:
“Come spiegate il rialzo della rendita?”
“Non so, contessa; non ho visto neppure i corsi.”
“Anche le azioni della Banca d’Italia sono in aumento. Durerà?”
“Che volete che vi dica! Vado attorno da così poco tempo!…”
“È vero. Ma v’informerete? Io riparto per Torino quest’altra settimana: fatemi sapere qualche cosa prima che vada via…”
“Non mancherò.”
Egli andò incontro a Renata che veniva ad offrirgli una tazza fumante.
“Ho sentito da vostra madre che riparte fra giorni?”
“Sì,” rispose ella brevemente.
“Ma partirete presto anche voi?”
“Ai primi di luglio, credo.”
“Dove passerete l’estate?”
“A Livorno, col babbo.”
“Anche a me hanno consigliato i bagni di mare. Probabilmente verrò a Livorno anch’io.”
Ella non rispose.
“Non vi ho detto ancora quanto vi sono grato del soccorso che mi prestaste…”
“Non occorreva dirlo.”
“Senza di voi, in quei primi momenti…”
“Non feci nulla davvero.”
Nelle parole della giovane, nel tono della voce, c’era qualcosa di freddo, di duro, quasi di ostile.
Egli pensò che fosse pentita del passo fatto entrando in casa di lui, vegliando al suo capezzale, per paura d’essersi esposta alla critica. Non sapeva che Renata di nulla era pentita, che aveva anzi narrato alla madre, al padre, semplicemente, ciò che aveva fatto per assistere il vicino. La irritavano ora le leziosaggini delle signore, la contrariava quell’accenno alla nuova partenza della madre; né, in quello stato d’animo, la promessa che egli sarebbe venuto a Livorno, fatta a quel modo, con una specie di sottinteso, le faceva piacere. In momenti simili a quelli, ella chiedeva a sé stessa se non fosse meglio dimenticare quell’uomo, studiare di strapparselo dal cuore, tanto la sua condizione le pareva sciagurata, tanto le pareva impossibile che egli l’amasse. Ma simili propositi erano di breve durata; e il pensiero di lui tornava tosto a signoreggiarla, e il suo nome udito pronunziare in mezzo a un discorso, letto in mezzo ad un articolo, le faceva salire le fiamme della passione alla fronte.
E il nome di Consalvo Uzeda tornava in quei giorni continuamente sui fogli. Dopo la conferenza sul socialismo e l’attentato, egli cominciava ad essere considerato come una delle forze del partito conservatore, in tutta Italia; esauriti gl’indirizzi gratulatori, gli piovevano ora inviti per ripetere la sua conferenza, in Piemonte, in Lombardia, nel Veneto; per tenere a battesimo bandiere e gonfaloni di società monarchiche in Romagna e in Liguria, per commemorare le glorie della Destra nel Mezzogiorno e nelle Isole. A poco a poco si sentiva trascinato a prendere un posto di combattimento che non aveva desiderato, al quale non si sentiva adatto. E mentre la gente ammirava il suo coraggio, lo esaltava come degno d’un eroe di altri tempi, lo giudicava più unico che raro nella codardia universale; la paura, l’antica secreta paura dei repubblicani, dei socialisti, degli anarchici, di tutti i rivoluzionari, tornava a stringergli il cuore. Egli si vedeva, direttamente additato al loro odio, alla loro esecrazione, da quegli inviti, da quelle lodi, da quelle esaltazioni. Finché si trattava di ringraziare, il rischio era poco; ma accettare gli inviti, fare il commesso viaggiatore della reazione, esporsi al fuoco della battaglia dopo avere ricevuta una prima stilettata, poco gli andava. Non aveva paura, no, di un altro attentato, di un’altra ferita, e neppure di morire in mezzo alle cure, al compianto universale: lo sgomentava l’idea della rivoluzione, lo atterriva la visione sinistra delle prigioni, della forca, della ghigliottina, delle teste livide sulle picche insanguinate; gli tremava il cuore pensando ai tribunali rivoluzionarii, ai comitati di salute pubblica, alle folle impazzate e avide di sangue. Ne aveva, certe notti, l’incubo; allora domandava a sé stesso come mai, con quel sentimento, s’era buttato nella politica; quale stolto consiglio, quale cieca ambizione lo avevano spinto a lasciare la vita del signore scioperato e ignorato, per quella dell’uomo di parte.
Ai troppo zelanti ammiratori, in quei primi giorni, ai troppo pericolosi inviti, rispondeva dicendo grazie e adducendo per esimersi, l’ancora malferma salute; ma non avrebbe potuto a lungo servirsi di quel pretesto; e, d’altra parte, se voleva farsi avanti, visto che per le altre vie non era arrivato, bisognava pure che accettasse quella nella quale si trovava posto dagli avvenimenti.
Ai primi di giugno, pregato dai colleghi romagnoli, di commemorare in Forlì il conte di Cavour, egli si vide costretto a dir di sì ed a partire. Si fermò un giorno a Bologna, invitato dal senatore Ricci; e mentre andava a pranzo da lui, udì gridare per le strade: “Supplemento alla Provincia! Supplemento alla Provincia! La caduta del Ministero!…”. Non capì. Aveva lasciato a Montecitorio un’acqua morta, nell’imminenza delle vacanze, col caldo precoce di quell’anno: la Camera discuteva fiaccamente il bilancio dell’agricoltura…
Ebbe per un momento la tentazione di tornare subito a Roma, piantando Cavour e i suoi seguaci; ma comprese che non era possibile, dopo gli impegni presi. Aveva con sé il cifrario della Cronaca: telegrafò a Federico per sapere come andavano le cose. E leggendo che la sollevazione improvvisa si aggravava, che ai caduti non davano quartiere, egli fu sicuro che questa volta qualche cosa avrebbe ottenuto.
Federico, a Roma, assisteva al dietroscena della crisi, della quale, sulla Cronaca e sugli altri fogli, il pubblico aveva notizie laconiche e false. Mentre si annunziava che Milesio faceva portar via le sue carte dal ministero, si sapeva invece che egli metteva in moto tutte le sue influenze per restar al Governo, per ottenere l’incarico di ricomporre il Gabinetto. Il Presidente della Camera e del Senato lo avevano additato alla Corona; ma contro di lui era tutto un partito, a corte. Il giovane non credeva che questo partito esistesse, né che, esistendo, esercitasse una vera forza; ma, udendo le notizie che tutti ripetevano, nelle redazioni, nei ritrovi politici, era costretto ad arrendersi. Il Re, personalmente, nutriva simpatia per il vecchio Piemontese, ne apprezzava le antiche benemerenze, aveva resistito al lungo e paziente lavorio di coloro che glielo dipingevano come traditore della monarchia, come un Liborio Romano redivivo, e la sua resistenza era stata, dicevano, agevolata dall’indifferenza della “marchesa di Maintenon”; ma, dopo che l’ammiraglio Morin era uscito dal primo gabinetto Milesio, ed aveva preso posizione di combattimento contro l’antico collega, la marchesa aveva lavorato per il suo amico. In quei primi momenti della crisi, nessuno parlava ancora del Morin che neppure era in Roma; i parlamentari ostili ad una nuova “incarnazione” del Milesio consigliavano un accordo tra il suo avversario di Sinistra, il Baccarini, e il Bonghi, capo della Destra.

Consalvo tornò a casa raggiante. Quando giunse sul portone scendeva la sera, accendevano i primi lumi, come il giorno dell’attentato. Egli si guardò intorno con un sorriso interiore: da quel giorno era cominciata propriamente la sua fortuna. Senza l’attentato, senza la ferita, quanti anni ancora avrebbe vegetato, prima di ottenere un posto di sottosegretario in qualche Ministero di terz’ordine? In meno di due mesi la stilettata di un pazzo lo sbalzava a ministro dell’Interno, a vice Presidente del Consiglio, quasi Viceré come i suoi maggiori! Egli ringraziava in cuor suo il pazzo, ma poi reagiva contro la propria esagerazione. Senza i meriti reali, la stilettata non gli avrebbe giovato a nulla: nei lunghi anni d’attesa, coi discorsi, con le relazioni, con gli articoli, con le conferenze, le sue rare qualità erano state apprezzate, a poco a poco, tra i colleghi, in mezzo ai giornalisti, in una cerchia sempre più larga: egli aveva disperato, perché non si era reso ben conto di questo lento diffondersi della sua fama; ma un giorno o l’altro ne avrebbe avuta la prova e la misura, anche senza il rumore dell’attentato… La strada era deserta, come quel giorno; ed egli si avvicinava leggiero e sorridente al punto dove era stato colpito. Il rumore d’una carrozza scendente da S. Nicolò da Tolentino distrasse la sua attenzione: un legno signorile si avanzava, gli veniva incontro, si fermava sull’uscio di casa sua. Era la marchesa che riaccompagnava in casa Renata. La giovanetta balzò giù mentre Consalvo si avvicinava a salutare, col cappello in mano.
“Oh, Francalanza!… Non vi si vede più!… Siete stato fuori di Roma?”
“Sì, marchesa, sono stato un poco in Romagna.”
“Abbiamo sentito, abbiamo sentito…”
Egli aspettava che gli domandassero della crisi, per dare la grande notizia della sua entrata nel nuovo Gabinetto, ma Renata non diceva nulla e la marchesa gli stese la mano:
“Fatevi vedere, parleremo di tante cose. Addio, Renata: rammentati della mia commissione.”
La carrozza si mosse, i due giovani si trovarono insieme nel vestibolo, si avviarono insieme per le scale. Renata procedeva a capo chino, come contrariata dall’incontro, dalla inaspettata compagnia. Portava un abito color di malva tenera, una veletta della stessa tinta, che dava uno straordinario risalto alla carnagione rosea del viso, ai capelli d’oro della nuca dove era annodata.
“La contessa è ancora a Torino?” domandò Consalvo, per dire qualche cosa.
“Sì.”
“E il senatore?”
“Anche il babbo.”
La certezza che il turbamento della fanciulla procedente al suo fianco proveniva da lui, mentre già egli si sentiva il cuore gonfio d’orgoglio appagato, moltiplicava la sua soddisfazione interiore, la mutava in un sentimento di trionfante superbia.
“A Livorno quando andrete?”
“Fra giorni.”
“Beati voi. Io dovrò rinunziare ai miei disegni.”
Si struggeva di dirle che era stato chiamato da Morin, che era ministro dell’interno; ma, nel considerare il bel corpo agile della giovane, nel mirare le ciocche d’oro della nuca bianca, nel respirare l’odore un po’ acre della veste muliebre, un altro turbamento si impadroniva di lui e metteva come un lievito di scontento nel suo trionfo. Egli era rimasto fino a quel giorno frigido dinanzi a Renata; non lo aveva infiammato la prova d’amore datagli dalla fanciulla accorrendo al suo capezzale dopo l’attentato; non il ricordo del bacio impresso, quella notte, sulla sua bianca mano: ora, la prima volta, nella cupidigia della improvvisa fortuna, nella voluttà dell’ambizione soddisfatta, egli sentiva un’altra cupidigia e il bisogno di un’altra voluttà, tutta fisica, tutta sensuale: come aveva contentata la sua lunga brama del potere e della gloria, così voleva ora poter saziare un’improvvisa sete di baci su quella nuca, sottoporre e possedere quel corpo, sbramare ad un tratto tutti gli istinti, ottenere in una volta tutte le prove della propria potenza.
“Avete rinunziato a Livorno?” gli domandò ella, dopo un breve silenzio.
“Rinunziato?… Per forza!”
“Che cosa vi trattiene?”
“La crisi!”
“Infatti…”
“Non se ne sentiva propriamente il bisogno, in questa stagione, quando d’ordinario i lavori parlamentari finiscono… È scoppiata per scombussolare tutti i miei piani…”
Parlava disinvolto, con tono ilare, salendo adagio le scale, soffermandosi tratto tratto, come stanco, per trattenere quanto più era possibile la bella creatura, per prolungare l’eccitazione alla quale era in preda. Renata si fermava con lui, porgendogli ascolto, appoggiandosi all’ombrellino, serena in apparenza.
“Mi facevo una festa di passare un mese a Livorno, in compagnia di persone amiche… Invece sarò probabilmente costretto a non muovermi da Roma…”
Non sapeva come dire la notizia della sua nomina, temeva di riuscir goffo annunziandola alla giovane come l’avrebbe annunziata ad un giornalista. Ella stessa lo trasse d’impaccio:
“Entrate nel nuovo Ministero?”
“Chi ve l’ha detto?”
“Nessuno… Lo immagino, dalle vostre parole…”
Ella si era improvvisamente accesa in viso, guardandolo, ferma, in mezzo all’ultimo ripiano delle scale. Improvvisamente, leggendole in faccia la commozione che provava all’idea della sua fortuna, il bisogno di trattenere quella donna, di vedersela vicina, di sentirla parlare, gli suggerì un artifizio del quale non si sarebbe creduto capace.
“Mi hanno offerto, sì, un portafoglio; ma sono incerto ancora se mi convenga accettarlo…”
“Che Ministero?”
Egli rispose modestamente, quasi scusandosi:
“L’Interno.”
“Bene” diss’ella, ma con voce fredda. “Perché non accettereste?”
“Perché non sono sicuro della vitalità del nuovo gabinetto…”
“Che importa la durata? Se l’ufficio è onorevole, se le vostre idee sono accettate…”
“Ecco: questo è il punto. Morin le conosce, e se non le accettasse non mi avrebbe chiamato…”
“Naturalmente…”
“Ma non so fino a che segno la composizione del suo Gabinetto sia omogenea… Non le sole mie idee debbono concordare con quelle di Morin, ma tutti i suoi collaboratori dovrebbero essere unanimi… Ora la concordia mi sembra più apparente che reale. Vi sono alcuni che intendono spingersi troppo nella reazione contro la politica di Depretis, altri che, viceversa, vorrebbero frenar troppo questi zelanti. Una via di mezzo dovrebbe essere la risultante di queste due tendenze; ma non so se, invece di contemperarsi, si urteranno… E poi… Non so veramente, vi sono altre ragioni…”
“Consigliatevi coi vostri amici.”
“Mi sono consigliato. Ma credete che un uomo politico abbia amici sinceri?…”
“Perché?…”
“Perché l’amico d’oggi sarà il nemico di domani, quando non è stato il nemico di ieri. Perché l’invidia, la gelosia, il dispetto, il sospetto sono continui ed invincibili, s’insinuano anche nelle anime più alte e le intorbidano. Nella società umana il disinteresse, l’altruismo, la sincerità non sono purtroppo frequenti; nel nostro mondo, credete, mancano affatto.”
La sua parola s’accendeva nel dire quelle cose, nel significare l’amarezza del rammarico, la tristezza della solitudine morale, perché egli sentiva d’esser ora sulla via buona, d’eccitare finalmente interesse e commozione nell’animo della fanciulla.
“Vi saranno pure le eccezioni!…”
“Non dico di no; ma io non ho la fortuna d’averne una accanto a me. Vi saranno, vi sono spiriti nobili, acuti e sereni; ma come volete ch’io vada da loro a pregarli di mettersi nei miei panni? È un ufficio che si può chiedere a una persona familiare ed amica, che ci conosce, che conosciamo…”
E la guardò. Erano giunti sul pianerottolo dei loro due quartieri.
Ella s’era tolto il guanto della mano destra. Consalvo sentì che stava per isfuggirgli, che fra un istante la bianca mano si sarebbe accostata al campanello.
“Ditemi voi che debbo fare.”
Anch’ella lo guardò. Attraverso la veletta egli vide il viso di lei imporporarsi, poi sbiancarsi ad un tratto.
“Io?…” rispose, con lieve tremito nella voce. “Che posso dirvi io?… Come volete che giudichi?…”
“Voi, sì;” soggiunse egli con voce più calda. “Non c’è bisogno d’esser stati alla Camera per intendere il mio imbarazzo. Voi avete un’anima così luminosa, da discernere subito, da farmi discernere la via che mi conviene seguire. Se anche non vi sentite sicura del vostro giudizio, che v’importa? Io lo antepongo a tanti altri, a tutti gli altri… Guardate: è forse uno scrupolo il mio; ma nessuno come voi è capace d’intenderlo e valutarlo…”
Egli parlava con l’accento della sincerità, dimenticando il sì risposto a Morin, il moto d’orgoglio provato nel veder finalmente appagata la sua ambizione, come se realmente quel fantastico scrupolo che sottoponeva alla giovane per sedurla, per attirarla, fosse sorto nell’animo suo, vi avesse esercitato un’azione gagliarda.
“Io temo che si siano rivolti a me non per altro se non perché oggi, dopo il caso toccatomi, il mio nome è stato ripetuto con qualche insistenza come quello d’una presunta vittima dei rivoluzionarii, quindi d’un presunto vendicatore dell’ordine. Senza la stilettata di Lorani, non si sarebbero accorti di me.”
“Non dite così, non siete giusto…”
“Lasciatemi dire. Siete tanto buona, ascoltatemi… Quanto poco io valga, lo so io stesso meglio che altri; e so pure che vi sono di quelli che valgono ancora meno. Ma appunto questo mi pare che accada: il mio valore reale, qualunque possa essere, non è oggi quello che determina l’invito di Morin, bensì il rumore sollevato intorno a me dalla pazzia d’uno sciagurato. Con questa condizione, che valore ha l’invito? Mi è stato rivolto liberamente, coscientemente, o non piuttosto per suggestione, per l’opportunità del momento? Non sono designato per un caso fortuito, che poteva accadere a me come ad altri, capitatomi senza né colpa né merito?…”
Ella era rimasta a udire tenendo il braccio appoggiato alla ringhiera, con gli occhi bassi. Egli la guardava, e quella figurina deliziosa, agile ed elegante, quel viso ombreggiato dalla grande ala del cappello, quella gola stretta nel colletto alto, quel seno un poco ansante, quella vita arcuata, quelle braccia sottili, quelle pallide mani, tutto il mistero di quel corpo chiuso nella veste come in una guaina, lo tentavano sempre più acutamente.
“È uno scrupolo che vi fa onore” rispose ella, dopo un breve silenzio; “ma fuori di luogo.”
“Credete?”
“Ne sono certa. Se il vostro caso fosse occorso al primo venuto tra i vostri colleghi, nessuno avrebbe pensato a farne un ministro.”
“Ma se non mi fosse capitato quel caso, non avrebbero fatto ministro me.”
“Il vostro valore non è creato dal caso. Se dite che questo vi ha messo in evidenza, potete avere ragione; ma le cose del mondo dipendono quasi tutte così, dagli avvenimenti, da occasioni impreviste, da circostanze fortuite.”
“I miei avversarii diranno che mi ha fatto ministro il Lorani.”
“Diranno una cosa non vera. E poi, v’importa degli avversarii? Degli amici vi deve premere. L’invito vi è venuto direttamente da Morin?”
“Sì.”
“Vi ha parlato, o vi ha scritto?”
“Mi ha scritto. Volete leggere la sua lettera?”
Ella non rispose altrimenti che con un moto di esitazione, guardando l’uscio di casa sua; ma Consalvo non le diede tempo:
“Aspettate, vado a prenderla in un istante…”
Non aspettò la risposta, aveva già cavato di tasca le chiavi, dischiuse l’uscio, entrò rapidamente, corse alla scrivania, vi frugò convulsamente, con la paura che ella gli sfuggisse, col bisogno imperioso di vedersela ancora accanto, con una febbrile speranza, con la folle aspettazione di poterla prendere, di stringerla fra le braccia, di spegnere sulle sue labbra l’improvvisa sete di baci. Quando tornò sul pianerottolo, ella s’accostò improvvisamente a lui.
“Sale gente,” disse con voce bassa ma concitata; “non voglio farmi trovare per le scale.”
“Chi sale?…”
“Non so; parleremo un’altra volta…”
“No, sentite…”
I passi e le voci dei sopravvenienti si accostarono.
“Renata… Renata… Sentite un momento… Siete venuta una volta… Renata…”
La prese, la trasse, la spinse dietro l’uscio, lo chiuse mentre le parole animate delle persone che salivano, echeggiavano sotto le volte dello scalone: “È impossibile; non ci pensare… Ma se ti dico… Ripetigli che è tempo perduto…”
“Renata… Renata…” le soffiava egli all’orecchio stringendosi a lei che si stringeva all’uscio, che schiudeva ancora la bocca per gridare, come nel primo momento, senza che alcun suono le uscisse dalla bocca, e che ancora, come nel primo momento, tendeva le braccia per respingerlo, senza riuscire ad opporglisi. “Renata… Renata… Renata… Siete qui!… Un’altra volta!… Vi rammentate quando ci veniste?… A salvarmi la vita!… Credete che me ne sia scordato?… Nulla vi ho detto, perché non ho saputo dire… Ma ora… Ma ora…”
Con le mani febbrili brancicava il bel corpo, le premeva sul seno, annodava le dita intorno alla nuca, e nella nuca era la maggior resistenza di lei, perché egli non riuscisse ad accostare la bocca alla bocca.
“Renata!… Renata!…” continuava a soffiarle all’orecchio, con voce tanto più bassa quanto più si appressavano dietro l’uscio quelle dei sopravvenienti. “Renata, vi amo!… Non lo sapete?… Non ve l’ho detto?… Renata, ti amo!… E tu pure mi ami!… Bella!… Bella!… Sei mia!”
Non sapeva quel che diceva, come ebbro, come pazzo, nella tensione spasmodica di tutti i nervi, nella impetuosa pulsazione di tutte le arterie, nella furiosa prepotenza dell’istinto virile. Gli sconosciuti, per le scale, si erano precisamente fermati, dietro l’uscio, parlavano con voce più acre: “Erano i patti stabiliti… Niente affatto: l’avvocato è testimonio… Il contratto precedente non lo diceva”.
“Bella… Anima!… Vita!… Nelle tue mani la mia vita!… Perché t’ho chiesto consiglio?… Ora e sempre dirai tu ciò che ho da fare… Mia!… Creatura mia!..”
La sua voce era proprio un soffio, tanto erano vicini gl’invisibili sconosciuti; ed il suo corpo era tutto stretto al corpo di lei che pareva schiacciato fra lo stipite e l’uscio, aderente al legno, rigido come il legno. E a un tratto egli riuscì a premere con le labbra sulle labbra. Erano fredde fredde, agghiacciate; ma egli le tentò, ne cercò l’interno umidore; e allora vide gli occhi di lei stravolgersi, udì il sibilo del fiato farsi rantolo, sentì il corpo accasciarsi. La sorresse per le ascelle: invano. Ella cadeva, lentamente, ma pesantemente, tramortita dal bacio. Le voci non s’allontanavano. Egli la distese per terra, fredda sulla fredda soglia marmorea, e le si buttò addosso con un bramito selvaggio.

IX

Nei primi giorni lo stupore ingombrò talmente l’anima sua, che gli altri sentimenti ne restarono attutiti e come soffocati. Rivedendosi a Salerno, nell’antica casa dei suoi, tra i vecchi genitori e i vecchi servi, per le vie della città rimasta press’a poco la stessa, egli provò come l’impressione d’un sogno che lo riportasse d’un tratto agli anni remoti della prima gioventù, a consuetudini di vita dimenticate, ma subitamente riprese come se mai non le avesse lasciate. Roma, il giornale, la politica, la guerra, la rivoluzione, l’amore, il dolore, tutto era offuscato, quasi dimenticato nell’evocazione della prima vita vissuta tra quelle mura, nella risurrezione di memorie, di impressioni, di affetti tanto lungamente e così profondamente nascosti, che egli aveva potuto crederli finiti e dispersi. Più grato e insieme più triste, tenero e amaro, per il rimorso della lunga dimenticanza passata e la paura della morte vicina, era il sentimento dal quale si sentiva invaso dinanzi al padre e alla madre. Vecchi, erano vecchi entrambi; la madre scarna e bianca, il padre curvo e calvo, gravi e taciturni entrambi, entrambi premurosi ma come frenati da un senso di soggezione dinanzi al figlio celebre, vissuto alla metropoli. Negli atti, nelle parole, negli sguardi era evidente il loro timore che la vita della piccola città e della famiglia semplice non gli piacesse, che non gli piacesse la qualità dei cibi, i modi della gente, l’arredo della casa, l’accento del dialetto. Lo avevano accolto a braccia aperte, col sorriso negli occhi e sulle labbra, ma senza molestarlo di soverchie domande sui casi suoi, sulle sue intenzioni. Egli aveva detto che si sarebbe fermato un pezzo, ed essi ne erano rimasti più confusi che lieti. Vedendosi fatto segno alle cure più intelligenti, allo zelo più discreto, all’affetto quasi rispettoso di quei vecchi, egli si sentiva premere e stringere il cuore da un rimorso intollerabile. Era stato l’amore, l’orgoglio, lo struggimento di entrambi, e così aveva corrisposto alla loro idolatria; abbandonandoli, dimenticandoli, lasciandoli invecchiare soli e dolorosi. Le due sorelle avevano da tanto tempo lasciata la casa, che quasi vi erano divenute estranee, dedite tutte ai mariti ed ai figli; e i vecchi non avevano sorrisi se non per i nipotini: una diecina di ragazzi e bimbe quasi tutti bellissimi, ma vivaci e rumorosi tanto, che, nonostante lo studio, egli non riusciva talvolta a nascondere il proprio fastidio. I vecchi gli davano ragione, pure scusando i monelli e non sapevano come fare per incuter loro verso lo zio la soggezione che essi provavano dinanzi al figlio. A certi momenti questa era tanta, e tanto evidente, che egli sentiva il dovere di protestare e ribellarsi; pure non significava la propria indegnità, non diceva una sola parola che esprimesse il suo pentimento, come essi non ne dicevano una che significasse il loro dolore. Avevano riposto in lui tutte le loro affezioni, tutte le loro speranze; ed egli era corso dietro ad altre speranze e ad altre affezioni; ed ecco: si ritrovavano ora insieme, delusi tutti: egli dall’esistenza, essi da lui! Che dire? Tante cose gli salivano alle labbra; ma non si potevano né dire né udire senza pianto e senza strazio. Meglio tacere, meglio prender esempio da loro, che avevano pure tante cose da dirgli, e le soffocavano.
Egli le comprendeva, le intuiva da parole che sembravano indifferenti, da atteggiamenti, da silenzii più eloquenti degli stessi discorsi. Accarezzando i nipotini, lodandone la bellezza, i vecchi cercavano sulle faccette di quelle creature una rassomiglianza, guardavano lui, facevano paragoni; poi ammutolivano. Si struggevano, era evidente, d’avere una creatura sua, l’erede del nome, il continuatore delle tradizioni familiari. Quando parlavano dei matrimonii contratti dai suoi coetanei, molto tempo innanzi, tanto da essere padri di giovanetti e di adolescenti, la loro voce si spegneva, i loro sguardi lo evitavano. Se il discorso cadeva sugli affari, sui commerci, sulle industrie, sulla cultura dei campi, sulla ricchezza, lodando la pratica attività, essi biasimavano implicitamente quella che va dietro ad altre cose. Non dicevano, no, che egli aveva fatto male a non prendere in moglie una ricca fanciulla del suo paese; ma tale era il pensiero che li crucciava. Il loro pensiero era che se egli si fosse creata una famiglia, se avesse dovuto badare a una casa propria, e crescere i propri figli e lavorare per lasciarli nella maggiore agiatezza possibile, la sua vita avrebbe avuto uno scopo concreto, al suo cuore non sarebbe rimasto tempo e modo di struggersi in vane tristezze. Essi vedevano la sua tristezza crescere e giganteggiare secondo che la prima impressione del ritorno nella casa natale si attenuava, e ne restavano contristati essi medesimi, e come vieppiù intimiditi.
Il tempo scorreva per lui lento, pigro, vuoto, mortale. Passati i primi giorni, durante i quali aveva badato a sistemar le sue cose, a riconoscersi nelle memorie domestiche e cittadine, non seppe più che fare. Impossibile scrivere a Roma, rammentarsi a qualcuno di coloro che ci aveva lasciati; considerava anzi come una singolare fortuna che nessuno scrivesse a lui: troppa amarezza, troppo disgusto aveva raccolto lassù; la sola cosa che ardentemente desiderasse era poter cancellare, svellere, distruggere ogni vestigio, in sé ed intorno a sé, della sua vita romana. Ma l’impresa era disperata. Quand’anche i parenti e gli estranei non gli avessero chiesto notizie degli ultimi avvenimenti, egli udiva ancora il mugghio terribile della moltitudine sollevata, il crepitio sinistro delle fucilate, gli urli e i gemiti dei morenti; e mescolato e confuso col ricordo della pubblica sciagura stava quello del suo proprio dolore. Uno solo di quei lutti lo avrebbe fiaccato; uniti, si aggravavano a vicenda e gli rendevano la vita intollerabile. A certi momenti, era come se l’aria gli mancasse, come se la gola gli si serrasse. Frugando tra i vecchi libri e le vecchie carte, ritrovando i volumi e i quaderni sui quali aveva studiato la storia del suo paese, ripensando ai fremiti d’entusiasmo che gli erano passati per tutte le fibre all’idea della patria grande e gloriosa, il fiele dello scherno gli saliva alle labbra. Un’orda di barbari e un pugno di mulatti ne avevano avuto ragione! Ma il destino era meritato, interamente. Si espandono, conquistano, signoreggiano il mondo i popoli operosi e forti, concordi, non i ciarloni, i vili, i nemici di sé stessi. Ora i partiti erano intenti a lavarsi le mani e ad accusarsi reciprocamente: gli imperialisti rigettavano la colpa delle disgrazie sui liberali, che avevano reso impopolari le imprese coloniali e impedito di largheggiare nei mezzi necessarii a compirle; i liberali addebitavano la rovina all’improntitudine, all’ignoranza, alla sciocchezza degli imperialisti. I repubblicani che chiamavano responsabile la Corte, i socialisti il capitale, i capitalisti l’anarchia, gli anarchici la società, gli umanitarii il militarismo, i militari l’inframmettenza borghese, i borghesi l’incapacità militare; e nessuno aveva il coraggio di confessare la sua parte di torto e ciascuno pareva godesse di una sventura che serviva a denigrare l’avversario.
Era bastato che Francalanza si dimettesse perché la sommossa si chetasse come d’incanto: il danno e la vergogna della nazione si risolvevano con una crisi ministeriale, come la discussione d’un bilancio. Il nuovo Gabinetto doveva mirare alla pace ed all’onore; ma chi voleva subito risarcire l’onore e chi voleva subito stipulare la pace. I conservatori, i militari, gli espansionisti pretendevano la rivincita, che i socialisti, i repubblicani, i democratici vietavano come sicura occasione di nuovi maggiori disastri; i primi erano invece sicuri di ottenerla con niente, e accusavano gli avversarii di imporre la viltà per il discredito che ne sarebbe poi venuto al regime. Il nuovo Governo si barcamenava per il momento tra le due correnti, per non esser subito travolto dall’una decidendosi a seguir l’altra. Alcuni dicevano che si perdeva un tempo prezioso, che volendo riparare la disfatta bisognava subito mandare un’altra squadra al Tropico, mentre quella Repubblica era tutta al suo trionfo, prima che l’America del Nord mettesse nella bilancia il peso della sua autorità; ma a costoro non si dava ascolto, o si rispondeva che una nuova squadra non poteva improvvisarsi, che quella perduta era quanto c’era di meglio, che l’intervento degli Stati Uniti era sicuro, che una guerra con quella nazione sarebbe stata fatale. I giornali amici del nuovo Gabinetto annunziavano che questo aveva ordinato il richiamo di tre classi di leva, l’armamento di tutte le navi disarmate, il concentramento di tutte le forze disponibili alla Maddalena, grandi approvvigionamenti di carbone e di munizioni; ma prima di dare queste notizie avevano messo le mani innanzi: il governo compiva uno stretto dovere di preveggenza, per non essere sorpreso dagli eventi, per ottenere le migliori condizioni di pace; nessun proposito in lui di continuare la guerra, di esporre il Paese a nuovi sbaragli. E i giornali amici del Ministero caduto, i sostenitori degli imprevidenti, degli incauti, dei temerarii, che avevano preparato la catastrofe di Colon, condannavano quei preparativi come inutili se era stabilito di non più combattere, come insufficienti se bisognava imporsi.
Gli ardimentosi volevano l’armamento del naviglio mercantile, il richiamo delle leve di terra, l’invio di due corpi d’esercito alla Tropicale; una spesa di cento milioni; i prudenti rispondevano che il naviglio mercantile consisteva in mezza dozzina di piroscafi lenti e malandati, che non bastavano due corpi d’esercito, che per vincere la Tropicale non ne bastavano quattro, che forse duecentomila uomini non erano troppi, e che la spesa sarebbe salita a un miliardo, a due miliardi. Esagerazione, rispondevano i battaglieri, e del resto trattandosi di ristabilire il prestigio della patria, non bisognava contare; se occorrevano mezzo milione di soldati, tre miliardi di spesa, tre miliardi si dovevano spendere per mandare mezzo milione d’uomini. Federico restava con quei fogli in mano, immobile, senza sguardo, come istupidito. Alcuni, a testimonianza della fiducia che riponevano nella sua opinione, gli domandavano che cosa credeva che bisognasse fare; egli rispondeva loro: “Non so, non so nulla”; e dentro di sé quella parola riecheggiava, sola, piena d’un altro senso. Nulla, non c’era da far nulla, non si poteva aspettare o sperar nulla, non si poteva credere in nulla. Di quale partito, di quali uomini fidarsi? Tutti gl’idoli che egli aveva venerati avevano rivelato le loro magagne, in tutti aveva trovato presunzione, ignoranza, vanità, intransigenza, difetti e vizii insanabili. Egli rideva della sua antica ricerca d’un uomo capace di salvare la nazione: nessuno poteva nulla salvare. L’Italia, e come ogni altro paese del mondo, e il mondo intero, erano stati salvati e perduti, e risalvati e riperduti, per fatalità inevitabili, secondo leggi ignote. Né l’apparente salvazione era realmente uno stato prospero e felice, né quella che si giudicava rovina era veramente tale.
Perché chiamare rovina la sconfitta patita ora dagli Italiani, o la condizione nella quale si trovavano cento anni prima, al tempo delle dominazioni straniere e delle tirannie paesane? Che cosa avrebbero dovuto fare essi, allora ed ora? Sollevarsi tutti, dal primo all’ultimo; farsi ammazzare tutti per la rivincita e per la libertà? Non lo facevano né l’avevano fatto: segno che il male non era tanto grande quanto alcuni, gli zelanti, i fanatici, lo giudicavano. La maggior parte delle nazioni e dell’intero genere umano non pensavano ad altro fuorché alla fame da saziare, nel modo più agevole e pronto. Quella stessa cieca potenza che aveva messo l’istinto della vita in ogni uomo, aveva anche dato ad alcuni, a pochissimi, l’appetito di qualche idea; ma l’efficacia delle idee sulle cose, che all’anima ingenua era parsa grande, ora pareva meno che nulla all’anima disingannata. Iniziando la sua carriera, egli aveva creduto di dedicare tutte le sue forze al bene pubblico, d’esercitare quotidianamente un apostolato. Quell’opera, che egli aveva creduto provvida e nobile, era stata giudicata iniqua ed impura dai suoi avversarii. Perché credere che la ragione e la verità erano state dalla sua parte, e non da quella degli altri? Nessuna missione egli aveva esercitato: s’era dato al giornalismo dopo essersi accorto che l’arte non era pane per i suoi denti; e al giornalismo ed all’arte s’era dato per poter vivere fuor del paese natale, libero dal giogo dei parenti, sulla via della gloria e della ricchezza. Questo era stato il suo vero ed unico scopo, travestito e decorato col nome di missione sociale!
E che valeva tutto ciò che egli aveva detto e scritto, in tanti anni? Che valeva tutto ciò che avevano detto e scritto gli altri al pari di lui, i più valenti, i sommi?
Le parole umane se ne andavano col vento, gli stessi scritti si cancellavano e si disperdevano; quelli che parevano immortali duravano un poco di più; ma l’oblio li aspettava del pari, dopo secoli invece che anni; ma anni e secoli e millenni non erano altro che momenti nell’eternità.
Un giorno, per una via di campagna, egli vide una lumaca avanzare lentamente, rigando di bava il cammino. Tutti i suoi scritti diffusi sui tanti fogli gli parvero allora come una bava che egli avesse lasciato dietro di sé. Se la lumaca avesse avuto coscienza, avrebbe presunto di letificare e beneficare il mondo con la qualità della sua bava; l’esperienza, reciprocamente, insegnava all’uomo che tutta la sua attività era altrettanto fruttuosa quanto quella dell’animale. Vide anche le formiche e le api intente ad un’opera più intelligente, ma vana del pari. In preda alle passioni della vita, gli uomini non potevano giudicare la inutilità dei loro atti; ma chi, come lui, era uscito fuori alla riva del pelago dopo esservi stato immerso sino ai capelli, riconosceva nel consorzio umano un formicaio più grande, un alveare più complicato, dove tutto si riduceva, come nei piccoli e semplici, a nascere, a crescere, a procreare ed a morire. Questa capacità di arrivare a comprendere la propria vanezza era l’unico privilegio dell’uomo sui bruti. Lustro ed inganno tutto il resto; le trovate dell’ingegno, le indagini del pensiero, le affermazioni della fede.
Dalle alture di San Giovanni si dominavano il mare, le rive, i campi, le colline, le città, i villaggi, i casolari, tutto un pezzo di mondo. Mentre i piroscafi solcavano il golfo sporcando il cielo di fumo, i treni strisciavano tra le valli e i monti, entravano nei trafori ruttando anch’essi, fischiando, rumoreggiando.
Due glorie della scienza, due trionfi della civiltà! Che importava arrivare un poco più presto o un poco più tardi? In che cosa lo stato umano s’era avvantaggiato dell’invenzione di quelle macchine? Quali sofferenze avevano sopportato e sopportavano i popoli che le avevano ignorate ed ignoravano ancora?
Ai vantaggi corrispondevano i rischi; né quelle macchine andavano sole: c’erano uomini nelle loro viscere, dinanzi alle fornaci ardenti ed alle bollenti caldaie, al posto della pena e del pericolo. La via era segnata dai pali del telegrafo: appoggiandosi a qualcuno d’essi, egli udiva una musica eolia. Anche quell’altra invenzione tanto decantata non procurava agli uomini nessun reale benefizio: senza l’elettricità, essi avevano egualmente comunicato fra loro. La scienza non aveva nulla creato: a furia di penose ricerche, a costo di errori madornali, aiutata principalmente dal caso, non aveva fatto altro che adattare in pochi modi qualcuna delle cose esistenti. In miriadi modi si potevano adattare le miriadi delle cose. Ma le condizioni della vita umana restavano inalterate, un ritardo di mezz’ora in un treno diretto faceva smaniare i viaggiatori moderni forse più che non smaniassero per la perdita di un’intera giornata gli antichi. Il progresso era tutto apparenza, illusione e presunzione. Tolta agli uomini la presunzione, che cosa restava loro? Che sapevano essi del loro destino, del mondo, della prima origine delle cause, dell’ultima fine di tutti gli effetti? Nulla, nulla, nulla. E invece di essere modesti, umili e rassegnati, essi erano arroganti, boriosi, inframettenti: gridavano, urlavano, battagliavano, pretendevano la signoria dell’universo, e si piegavano soltanto dinanzi a un Dio fatto a loro immagine e somiglianza.
Le campane delle chiesuole e delle cappelle squillavano in lontananza, chiamavano i fedeli alla predica ed alla preghiera. Sì, gli uomini pregavano Dio; ma ad ogni preghiera rispondeva una bestemmia. Lo invocavano nelle piccole occorrenze della loro piccola vita, perché Egli continuamente mutasse le leggi naturali, e sconvolgesse l’ordine degli avvenimenti; e lo benedivano quando l’evento era propizio e lo maledivano quando era avverso; alcuni lo benedivano sempre, a qualunque costo, credendo che Egli si divertisse a straziarli in questa vita, per poi compensarli in un’altra che nessuno sapeva come era fatta. Costoro erano giudicati folli da coloro che, badando soltanto ai piaceri della vita terrestre, erano bollati come bruti. Ma gli uni e gli altri si ribellavano al giudizio, e nessun giudizio di nessun giudice umano aveva mai credito e rispetto assoluti. Sì, alcuni, quelli che parevano i migliori, predicavano quelle che parevano virtù, ma tutte le prediche non avevano mutato la natura degli uomini, e i vizii erano necessarii all’esistenza delle virtù, che senza quelli non avrebbero avuto più significato. Non c’erano dunque né virtù né vizii, né colpe né meriti: nulla, nulla, nulla.
Dall’alto, nel silenzio profondo, il mondo gli pareva un semplice aspetto, una scena dietro alla quale non c’era nulla. Come tutte le cose tacevano, non sparivano anche al suo sguardo, non si dissolvevano nella chiarità del cielo? E contemplandolo con gli occhi intenti ed ardenti, tutto si cancellava infatti, tutto si disperdeva; ma quando egli credeva di vedere il vuoto ed il nulla restava la sua veggente coscienza. Non si poteva affermare veramente il nulla se non quando anche la coscienza spariva; ma, sparita la coscienza, chi o che cosa poteva pronunziare l’affermazione? La coscienza umana esisteva, era sempre presente ed attiva; e nella coscienza dell’uomo non si rispecchiava già il nulla, ma il tutto: le forme e le essenze, le cose e le idee, i sentimenti ed i fatti, l’universo materiale e morale, il mondo fisico e il metafisico!
Allora, che cos’era tutto questo mondo, tutto questo tutto, che pareva un inganno, ma che stava e durava, e premeva ed opprimeva, inesorabilmente? Era il Male. Tutte le forme dell’esistenza, dalle più semplici alle più complicate, erano forme maligne. Ogni atomo della inerte materia era il prodotto d’una irritazione, d’una infezione, d’un processo morboso. La terra, con i suoi piani ed i suoi monti, gli appariva come un enorme neoplasma, una mostruosa ipertrofia, una terribile sclerosi; le acque, i rivi, il mare, come un flusso, un catarro, un’iperemia; il fuoco come una febbre. L’alterazione si aggravava con la vita organica. In mezzo agli atomi indolenti, nascevano e crescevano le cellule: da questa superfetazione cominciava la sensibilità, cioè i pungoli, le crispazioni, i brividi, i fremiti, le trafitture, i dolori, gli spasimi. E l’unico fine del processo morboso non poteva essere altro, logicamente, che la necrosi.
La vita finiva con la morte perché era tutta un morbo dalle sue prime e più semplici fasi; e perché si manifestava e diffondeva nel corso d’un altro morbo, in mezzo al tumore del mondo. Gli esseri viventi, parassiti e vibrioni di questo tumore, si nutrivano delle sue morte fibre, o si divoravano tra loro; i più perniciosi, i più devastatori erano gli uomini.
Dall’alto, la città distesa sotto la costa, lungo la riva, bianchiccia in mezzo al bruno delle terre e al grigio del golfo, dava immagini d’un cancro piantato in mezzo ai tessuti ed ai vasi. Come un cancro, essa tutto rodeva intorno a sé, i prodotti dei campi e del mare, le altre forme della vita, la materia inerte. Stendeva i suoi tentacoli, mortificava una seconda volta le cose morte; e un simile processo, con maggiore o minore intensità, si ripeteva dove erano uomini; dalle epulidi dei villaggi ai terribili carcinomi delle metropoli, la degenerazione cancerosa si diffondeva da per tutto.
Federico pensava che, quella sua concezione, se egli l’avesse manifestata, avrebbe fatto spavento. Ma il più spaventevole non era appunto che un cervello umano l’avesse potuto elaborare? Nel cervello, nell’anima umana si assommava tutto il male dell’universo, e diveniva cosciente. Altri accoglievano una concezione che pareva contraria a quella del Bene: ma essa non era né contraria alla prima, né fondata come la prima. Il bene è un intervallo del male, come il piacere è una tregua del dolore. Esiste il dolore, il bisogno, la fame, la sete, il freddo, la caldura: i momentanei appagamenti, i sollievi fugaci non impediscono che i bisogni tornino ad urgere, col loro corteggio di sofferenze. Tutto quello che si è inventato per moltiplicare ed acuire i piaceri, le gioie, le soddisfazioni, le voluttà non è servito a nulla, si è ridotto a una complicazione, e tornato di nocumento a quei pochi che soli hanno potuto giovarsene. Altrettanto è accaduto, di tutte le invenzioni della bontà, della virtù, dell’amore. Tutte le prediche, tutte le esortazioni, tutti gli esempii, tutti i sacrifizii, tutti i martirii, i più grandi, i più clamorosi, erano stati invano, saranno invano: il male dura, invariato, eterno, inesorabile. L’anima può struggersi dalla sete del bene, può morirne, senza vederla appagata mai. Allora, perché insistere? Perché non accettare la legge dell’universo? Perché non riconoscere che la vita e l’esistenza è un contagio? Nel rivolgere tra sé queste idee, non che nuova ragione di cruccio, egli trovava la sola consolazione. Consolazione amara, come l’amaro che gli tornava alla gola dopo aver preso cibo. Era infermo, la sua digestione non si compiva regolarmente. I dottori lo misero a dieta, i parenti scelsero gli alimenti più sani e leggieri: egli si adattò a queste cure, senza volerle, senza aspettarne nulla. Il suo male era depressione ed esaurimento nervoso portato dalle lunghe fatiche mentali, dai patemi dell’animo, dagli eccessi e dalle frodi nell’amore. Gli ordinarono anche l’assoluto riposo intellettuale, precisamente quando sviluppare in uno scritto la sua concezione del Male gli parve il solo modo gradito di occuparsi, di ingannare il tempo, di ucciderlo aspettando di esserne ucciso. E nonostante le rimostranze dei genitori, si mise al lavoro; ma allora un altro cruccio lo rose: egli non riuscì a significare ciò che pensava, ordinare organicamente i frammentarii e saltuarii concetti, ad enumerare le prove. E tanto più la sua impotenza gli riuscì dolorosa, quanto che proprio allora, superata dalla nazione la crisi, studiosi di politica, di sociologia, di filosofia esprimevano le loro teorie, raccomandavano i loro sistemi, diffondevano i loro consigli. Perché non aveva egli una voce tanto gagliarda da farsi udire dall’uno all’altro capo della terra natale, di tutte le terre abitate, per significare l’inezia di quei consigli, l’insussistenza di quei sistemi, la fallacia di quelle teorie, la vanità e l’inutilità di tutto, la ferrea necessità del dolore, della morte, del male? Nessun partito, tra quelli che parevano più nuovi e audaci, meno sofferenti dell’ordine di cose esistente, era capace di formulare nettamente quest’idea. Quelli che parevano più ribelli, che erano disposti ad abbattere tutto, partivano dal concetto che tutto fosse da riedificare, che si potesse ricostruire eliminando ogni causa di danno. Con il loro pessimismo attuale, essi erano i più ottimisti e speranzosi nel futuro. Gli anarchici, volendo distruggere da cima a fondo il vecchio consorzio dei viventi, promettevano un nuovo assetto paradisiaco. Data la fatale eternità del male, la differenza tra costoro e i conservatori più accaniti, si riduceva a una quistione di forma e di tempo. Con una modificazione di forma da compire nel tempo, l’uomo e la natura avrebbero mutato di tempra, tutto sarebbe stato agevole e propizio, immutabilmente! I predicatori di questa dottrina dovevano essere più sciocchi degli stessi conservatori; perché costoro, quantunque predicassero il mantenimento d’un ordine iniquo, non ne negavano i danni, anzi li giudicavano fatali; mentre quegli altri ne promettevano la fine! Bugiarda promessa, stolta speranza, illusione ridicola. Mai, mai, mai, qualunque cosa si tenti, qualunque mutamento si compia, qualunque rivoluzione trionfi, i mali sociali [non] scompariranno, come non scompariranno i mali morali, come non scompariranno i fisici, manifestazioni particolari del male infinito ed eterno. La rivelazione di questo male nella coscienza implica un solo vero bene, nel quale è il solo vero rimedio offerto agli uomini: la possibilità di abolire la coscienza, di distruggere la massima forma dell’attività morbosa universale, di ridurre l’essere vivente a materia insensibile. L’esistenza della materia è anch’essa un danno, le infime forme vitali che nascono dalla concezione di un corpo umano sono anch’esse dolenti; ma il sentimento di sé, la memoria, il giudizio, il pensiero, la passione, tutti i tormenti della psiche sono finiti. Se la morte è il fine necessario della vita, tutta la saggezza consiste nell’affrettarne il conseguimento. Che fa la medicina quando il corpo, apparentemente sano, ma pure in preda al travaglio dell’essere, s’inferma palesemente, in modo tale che gli stessi credenti nella salute, debbono riconoscere l’infermità? La medicina asseconda ed affretta lo scioglimento della crisi. Quando la vita si rivela quella che è, tutta una crisi verso la morte, l’affrettamento del processo, il conseguimento della morte sarà considerato come l’unica cosa conveniente.
Il suicidio gli parve allora non più un atto disperato, da commettere furiosamente, improvvisamente, nelle ore delle angosce più acute, quando la ragione vacilla; bensì nel tempo della massima quiete, nell’apparente soddisfazione, quando il cuore è più tranquillo, quando la mente è più lucida, più presente a sé stessa, quando il concetto della malignità dell’essere si impone allo spirito esente da passioni e da pregiudizii, pervenuto al sommo della chiaroveggenza, un atto da compiere deliberatamente, da preparare attentamente, come il più solenne, come un esempio insigne, come l’insegnamento supremo. Ma quanti sono capaci di compierlo così, e quanti comprenderanno di doverlo imitare? Non c’è forse uomo, tra i più semplici, tra i più ciecamente obbedienti all’istinto della vita, tra i più invasi dal male della vita, che in qualche fuggevole istante non sia abbagliato dalla verità e non intravvede il male suo e dei suoi simili, ma quanti sono coloro che ne hanno l’esatta, la piena, la ferma coscienza? Quanti sono stati coloro che si sono uccisi, non già per sfuggire ad un determinato dolore, ma persuasi della fatalità del dolore universale? In ogni tempo si sono visti e uditi predicatori dell’insania della vita, del male dell’essere, della vanità del tutto; ma costoro non hanno uniformato i loro atti al loro concetto. Hanno professato il pessimismo, ma nessuno, o solo pochi, li hanno ascoltati, per poco, distrattamente, con uno scettico riso, come si ascolta un predicatore la cui vita privata è la negazione delle belle cose che dice. E perché questa contraddizione?
Federico la vedeva e la giudicava dentro di sé. Concepita la necessità di distruggere la vita, il suo primo pensiero non era quello di compiere la distruzione, bensì di predicarla. Tentava di scrivere, quando doveva agire. L’istinto vitale, la forza maligna operavano ancora in lui insidiosamente, nel punto stesso che egli credeva di averli smascherati e confusi. Se ciò accadeva in lui, che cosa non doveva accadere tra la folla degli sciagurati immersi nell’inganno, affascinati e perduti dalla Sirena Illusione? Predicare agli uomini la morte, con le parole o con l’esempio è stato e sarà sempre invano. Si può riconoscere il male, ma esso è tale e tanto, che non si lascia vincere. I saggi indiani hanno predicato l’astinenza e decantato il Nirvana: a che pro? Il più coraggioso rivelatore del dolore e del male ha concepito il suicidio della Terra; con quale effetto? Dove sono le opere, le azioni, i tentativi, un principio di esecuzione? Una setta di fanatici Sciti si mutilano per sottrarsi all’istinto della procreazione, ma costoro non sono già mossi dalla verità filosofica, bensì da un pregiudizio religioso. E quanti sono? E gli Sciti e tutti i popoli del vecchio e del nuovo mondo non crescono prodigiosamente, urtandosi, combattendosi, come colonie di microbi e di bacilli antagonisti dentro una piaga? Poi, quando si sono moltiplicati, quando si sono combattuti, quando hanno esercitato in tutti i modi la loro funesta energia, gli uomini di tutte le razze sospirano, gemono, piangono, urlano! Non sarà dunque possibile impedire questo danno? Non si troverà un modo di salvarli, loro malgrado? Si continuerà ancora e sempre a ricadere nell’inganno, ad inseguire una gioia illusoria, una felicità chimerica, un bene assurdo? Non ci sarà una nuova forma d’attività, la più cosciente, la più illuminata, la più conforme alla natura delle cose, intenta perciò a combattere non più i concorrenti, o le intemperie o i parassiti, ma la vita stessa? Tanti uomini si dànno alla milizia, forniscono le armi per uccidere coloro che li vogliono uccidere, si preparano ad una sterile e sanguinosa opera di difesa e di offesa; altri si stillano il cervello per inventare nuovi ordigni e nuove macchine che complicano sempre più le cose, altri per accrescere d’una pagina, d’una riga, il libro dell’ignoranza umana; altri predicano le parole d’un Dio che nessuno ha visto, di cui tutti in qualche ora dubitano; non se ne troveranno alcuni che, compresa la fallacia e l’insania di questa e di tutte le altre simiglianti attività, attenderanno unicamente a svellere il male umano dalle radici? Tanti partiti sorgono, si trasformano, si riformano, si scindono, per meglio combattersi mentre sono divisi soltanto da parole, da equivoci, da malintesi; e non se ne formerà mai uno, composto sia pure di pochissimi coscienti, che grideranno a tutti gli altri la loro insania, e li sforzeranno a riconoscere l’origine prima dei loro dolori e li guariranno loro malgrado del male della vita?…
Loro malgrado, sì! Perché l’uomo mortale non vuol morire, è attaccato alla sua vita, sia essa la più grama, la più sfrenata, da un istinto così prepotente, che solo in circostanze estreme, può essere vinto. Egli stesso sarebbe stato capace di uccidersi?
In quella casa di campagna, appese al muro d’un corridoio, erano le armi che gli erano venute dallo zio colonnello; una pistola corta e un revolver primitivo, con tutte le sei canne che giravano intorno al tamburo e si caricavano dalla bocca, con polvere e palle, erano cariche da tempo immemorabile, forse da Calatafimi, e certo non avrebbero preso fuoco; pure, accostando per prova la bocca alla tempia, l’impressione di quei gelidi anelli gli metteva un brivido di ribrezzo per tutti i nervi. La vinceva, tenendo a lungo l’arma in mano, e a certi momenti pensava che nulla sarebbe stato più facile che farne scattare il grilletto; ma altre volte restava attonito, atterrito, con gli occhi sbarrati, col sangue gelato, all’idea di quell’atto. Egli lo avrebbe forse commesso, ma non con la freddezza voluta. Sentiva d’aver bisogno d’una eccitazione, d’una esaltazione sia pure rapida, ma intensa. Se qualcuno lo avesse ucciso, gli avrebbe reso un benefizio; pure riconosceva che il vedersi dare la morte, al lampeggio di una canna di schioppo o d’una lama di coltello, lo avrebbe fatto tremare. Perché il benefizio fosse veramente insigne, bisognava che qualcuno lo uccidesse a sua insaputa, mentre pensava, mentre leggeva, mentre si aggirava per la campagna, quando era immerso nel sonno, in qualunque istante della sciagurata esistenza.
Lungo i sentieri, per i campi, se vedeva qualche insetto, lo schiacciava col piede: l’essere vivente spariva in un attimo, non restava altro che una macchia nel suolo. Perché non si rovesciava su lui un macigno tale da ridurlo in un lampo a poltiglia? Perché, se le cose che egli pensava erano orribili, qualcuno inorridito, un suo simile o Dio, non lo schiantava così?…

Un giorno ricevette da casa una lettera nella quale gli dicevano di tornare in città, perché suo padre stava poco bene. Tornò subito, infatti, la sera stessa. Il padre aveva preso freddo, ma la polmonite temuta non si era dichiarata: gli dissero prima che entrasse nella camera dell’infermo, dalla quale udiva venire delle voci sconosciute. Entrando, vide un bel vecchio, stranamente rassomigliante al principe di Bismarck, e una bambina alta e bionda, che stava ritta al capezzale dell’ammalato.
“Mio figlio” disse questi, presentando. “Il mio migliore amico, il Presidente Ursino, e la sua bella nipotina. Làsciati vedere, Anna” continuò, tenendo per mano la bambina. “Quanto rassomiglia al povero Gigi! Gli occhi, la fronte, la bocca…”
Federico comprese che parlava del padre della fanciulla, figlio del Presidente.
“Non ti ricordavi di Salerno? Come ti piace?…” le domandava ancora l’infermo.
“Mi piace!” rispose ella, vivacemente “non ne rammentavo nulla; ci venni che ero troppo piccola. I dintorni sono bellissimi. Quante passeggiate ci sarà da fare!…” Disse le ultime parole rivolte a Federico, il quale assentì con un cenno del capo. La voce della bambina era calda e dolce, con appena una velatura d’accento toscano. La faccia era capricciosa, con un naso un poco rivolto in su, gli occhi umidi e lucenti, la bocca piuttosto grande: un insieme capriccioso ed espressivo.
“Come ti farei volentieri da guida, figlia mia” riprese ancora una volta il commendatore “se non fossi così, se avessi le gambe d’una volta…”
“Ma come?” esclamò ella. “Vuol restare in letto tanto tempo? Aspetterò che si levi, andremo adagino quando sarà stanco: non ho mica furia! Perché forse il babbo le avrà detto che sono, come ho da dire?… un poco vivace?…”
“No, no; e quand’anche!… Allora è inteso, andremo tutti insieme quando sarò in piedi. T’invito fin da ora al Sacro Monte, di dove viene mio figlio.”
“È un bel sito? Che si vede?” domandò ella a Federico.
“Bellissimo” rispose egli “si vedono i due golfi, Napoli e Salerno, il Vesuvio, gli Appennini, le isole” e nel descrivere il panorama alla fanciulla, che stava a udire spalancando gli occhi grandi e profondi, ripensava alle immagini morbose concepite lassù, dinanzi a quella vista.
“Che bellezza! Che incanto!… Guarisca subito, commendatore!” aggiunse congiungendo le mani in atto di preghiera; “guardi che voglio andarci presto, presto, e che non ci andrò senza di lei!…”
Quando i due visitatori si ritirarono, non si parlò d’altro che di loro. Il Presidente tornava in patria dopo quarant’anni di carriera, giubilato, per riposarsi. Era vedovo, aveva visto morirsi uno dopo l’altro l’unico figlio e la nuora, gli restava la sola nipotina per tutta famiglia: si capiva quindi che l’amasse d’un amore folle, che la giudicasse la più bella, la più intelligente, la migliore fra tutte. Quantunque esagerasse, per un sentimento spiegabilissimo, Anna non era indegna di tante lodi. Bella, nello stretto senso della parola, no; ma vaga, leggiadra, piena di simpatia, certamente. Buona e intelligente anche, si capiva dallo sguardo, dall’espressione, dalla voce, dalle parole, dalla pietà filiale, della quale il commendatore riferiva alcuni tratti uditi dall’amico suo.
Ella tornò in casa Ranaldi il domani, e tutti i giorni seguenti ancora, perché suo nonno, venendo a trovare ogni giorno il commendatore, la conduceva sempre seco, non voleva lasciarla mai sola. Il commendatore che si rimetteva lentamente, se la faceva sedere vicino, preso da una gran simpatia per la nipote dell’amico, quasi non ne avesse qualche dozzina per proprio conto. Ma i nipoti suoi erano un po’ troppo chiassosi per l’infermo, mentre Anna, più grande di tutti quei monelli, gli stava vicino come una donna fatta, gli rendeva tanti servizietti prima che la signora Checchina arrivasse a renderglieli lei. Ma qualche altra volta, mentre i due vecchi amici ragionavano di cose gravi o intime, di politica o di affari, o delle memorie giovanili, Anna andava coi bambini e con le bambine in giardino, sulla terrazza, e faceva il chiasso con loro come se fosse della loro stessa età, e inventava una quantità di giuochi che deliziavano i piccoli e che la rendevano ad essi cara e preziosa. “Non è venuta Anna? Non viene oggi Anna?” dicevano entrando dal nonno, se non la trovavano; e la volevano anche nelle case loro, e pregavano il nonno di lei perché la lasciasse andare in loro compagnia, e battevano le mani ed erano felici al consenso del Presidente. Una delle gioie dei più piccoli era udire le fiabe e le novelle che la maggiore amica narrava. Quante ne sapeva! E tutte una più bella dell’altra. Un giorno ella chiese a Federico se tra i tanti suoi libri, non ne avesse qualcuno per lei. Egli trovò le fiabe del Perrault, e gliele diede. Anna prese il volume, ne lesse il titolo, e lasciò cadere le braccia.
“Queste le ho già lette, molto tempo fa…”
“Che le hai dato?” domandò il commendatore.
“Le fiabe del Perrault” rispose ella, piano, come mortificata.
“A una signorina di diciotto anni?” disse a Federico il padre. “Che t’è venuto in mente?”
Federico aveva creduto che Anna ne avesse quattordici, tutt’al più, che fosse alla sua prima veste lunga, tanto aveva l’aria ingenua ed infantile. Le cercò qualche romanzo, s’indugiò a sfogliare quelli che gli parevano meglio adatti ad una signorina, ne scartò alcuni dove rilesse pagine libere e audaci. Ella accolse con festa i prescelti, li lesse rapidamente, ne chiese ancora degli altri. In breve egli non ne ebbe più d’italiani.
“Conosce il francese?” le domandò.
“Anche un poco l’inglese” ella rispose, con una ambigua espressione d’ironica modestia.
“Ha studiato, sapete” spiegò suo nonno “e studia ancora da sola. Dove trova il tempo non lo so, perché ha lei tutto il peso della casa. Io non m’occupo di nulla: lei fa i conti, tiene le chiavi, compra la roba, dirige le persone di servizio, come una buona massaia.”
Studiava e leggeva la sera nei momenti di riposo; e la lettura era la sua distrazione prediletta, sebbene le piacessero anche moltissimo le passeggiate, le scampagnate, i teatri ed i balli. Dei libri letti disse l’impressione lasciatale, e Federico ne lodò la giustezza. “Una perfezione” la definì un giorno la signora Checchina, udendone lodare con caldissime parole le molteplici virtù, dal marito convalescente, la Perfezione cominciarono a chiamarla, quando non c’era, in casa Ranaldi, le figlie, i generi ed i nipoti.
Uno di costoro glielo disse un giorno, in presenza di tutti:
“Anna, la Perfezione, sai che ti chiamiamo così…”
Ella arrossì fino sulla fronte, poi sorrise:
“Perché mi canzonate?”
“Non ti canzoniamo, figlia mia” rispose il commendatore. “Ti ammiriamo.”
“Via non mi confonda. Pensi piuttosto alla sua promessa, adesso che sta bene!”
Qualche giorno dopo, infatti, le due famiglie andarono al Sacro Monte. Federico sarebbe rimasto a casa, se suo padre non avesse insistito per averlo con sé la prima volta che andava fuori dopo la malattia.
La giornata era stupenda, tutta la comitiva di buon umore; mezza dozzina di bambini stipati in una carrozza sotto la vigilanza di Anna facevano un tal chiasso che s’udiva dalle altre carrozze nonostante lo scalpitio dei cavalli e il fragore del moto. Su, alla terrazza della villa, dinanzi allo spettacolo grandioso dei due golfi, la giovinetta restò un momento muta, come confusa e sbalordita, poi congiunse le mani, intrecciandone le dita, stringendole forte, come a reprimere la commozione.
“Dio! Dio!” mormorò poi, con voce sommessa e come rotta. “Che meraviglia!”
“Le piace proprio? Le pare una cosa veramente bella?”
Ella si rivoltò verso Federico, guardandolo. Il giovane s’accorse che i grandi occhi ora stupiti erano pieni di lagrime.
“Piange?”
“Non so… Uno spettacolo tanto grande, tanto stupendo… E a lei non piace? Bisogna proprio dire che non si apprezza ciò che abbiamo tutti i giorni dinanzi…”
Poco dopo, attirata dai piccoli, corse per il giardino a cogliere fiori, a farne mazzolini, che poi venne a distribuire ai grandi. Federico ebbe tre rose, una bianca, una rosea ed una rossa. Le mani che le porgevano erano fresche e odorose come i petali di quei fiori. Egli le passò macchinalmente all’occhiello, guardando il cielo e il mare, ripensando alla sua visione del male eterno ed infinito, mentre Anna, coi minori amici, tornava in giardino, a cogliere i primi aranci. Quelle forme fresche di vita, quei fiori, quei frutti, quei fanciulli, quelle giovinette, erano anch’essi espressioni del male? Anch’esse. Piaghe, ulcere, tumori hanno forme e colorazioni che si ammirerebbero se non fosse la nozione dell’infermità che va ad essa associata. Reciprocamente, fiori, frutti e fanciulli si ammirano perché si dimentica il segreto lavorio di corruzione che li sfronderà, li farà marcire, invecchiare e incancrenire. La seduzione ne è tutta apparente. Chi ha visto il fondo delle cose, se ne guarda come del peggiore inganno. La saggezza espressa dal genere umano nella secolare esperienza, ripete ai giovani che la gioventù, la salute, i piaceri, sono tutti beni fallaci e fugaci. Essa raccomanda però quelli morali e promette premii futuri che non sono meno chimerici. Allora perché non dire a quella giovinetta che le esteriori forme da lei ammirate e la stessa sua vita non erano altro che prodotti del principio maligno? Perché non aprirle gli occhi alla verità, se ella pareva tanto intelligente e tanto sensibile?… Non l’avrebbe compresa. Venivano dal giardino i suoi allegri richiami, le sue esclamazioni canore: “Margherita!… Filippoooo!… Guarda questi, come sono grossi!… La scala più giù!… Ti stracci la gonna, amoruccio mio”. Quando tornò su, animata dal moto, coi capelli un poco sconvolti, con la faccia arrossita, tutta vibrante e fremente di gioia, Federico sorrise di sé stesso. Come aveva potuto supporre un istante che quella sciocca fosse capace di intenderlo? A tavola, l’appetito vorace, l’eloquio vivace di lei e di tutti gli altri, lo infastidivano. Poco poteva egli mangiare, e nulla sapeva dire che fosse intonato all’allegria di tutte quelle giovinezze. I vecchi ne sorridevano, la incoraggiavano, egli ammutoliva. Anna lo guardava di tanto in tanto, gli fermava un poco gli occhi negli occhi, come sul punto di dirgli, di chiedergli qualche cosa, poi si volgeva ai piccoli che aveva vicini, facendo loro da mamma. Prima che calasse la sera, tornarono tutti in città. Federico, spogliandosi, tolse le rose dall’occhiello e le buttò via. Ma, subito dopo, si pentì di quell’atto, raccolse i fiori e li mise a suggere nuova vita in un calice pieno d’acqua.
“Perché ho fatto così?” pensò poi “Perché prolungo artificialmente la vita a quei fiori? Che m’importa d’essi? Che m’importa di chi me li ha donati?…” E la figura di Anna gli sorse dinanzi. Riconobbe anzi che da qualche tempo ella era sempre presente al suo pensiero, nel primo piano o nello sfondo. Che voleva dire? Perché s’interessava a quella giovinetta? Perché le aveva cercato i libri adatti alla sua età ed al suo stato, e non le aveva dato i primi capitati? Perché aveva lodato la giustezza del suo criterio? Perché l’aveva giudicata capace e poi incapace d’intenderlo? Che bisogno aveva egli d’essere inteso? Le creature umane s’intendono? E non ci sono inganni formidabili tra le creature e in ogni creatura? La verità alla quale era arrivato consentiva che egli s’illudesse ancora? Perché il caso, sventando i suoi propositi di solitudine, gli aveva messo dinanzi una donna, egli si interessava a costei, la prima venuta, una bambina? Perché era vaga ne apprezzava la vaghezza? Perché pareva buona credeva alla bontà?
Passato lo stupore, riconobbe che questo effetto doveva prodursi. Egli non si era ucciso come avrebbe dovuto; l’istinto della vita, la speranza del bene operavano ancora in lui, vincevano ancora, come avrebbero vinto sempre fino all’ultimo istante, le persuasioni filosofiche e i concetti astratti. A quarant’anni, sì, dopo le sue delusioni, dopo i suoi dolori, dopo i suoi furori di distruzione, egli poteva innamorarsi di quella fanciulla. Anche più tardi, a cinquanta, a sessanta, con un piede nella sepoltura! Non sarebbe stato il primo né l’ultimo! Soltanto se egli se ne fosse realmente innamorato, se il sentimento avesse cercato alimento e manifestazione e ricambio, se per quell’amore egli fosse tornato alle illusioni e agli inganni, se l’istinto della vita gli avesse fatto credere che la felicità consisteva per lui, vecchio d’animo, decrepito di pensiero, guasto di corpo, nel vivere accanto a quella bambinella, la bilancia sarebbe traboccata, l’occasione necessaria e sufficiente a farla finita sarebbe spuntata. Dopo una notte insonne, levatosi con la bocca cattiva e la testa greve, si guardò allo specchio. Sapeva già d’esser dimagrato e intristito; che bisogno aveva dunque di esaminarsi dinanzi a quel testimonio muto? Il bisogno di considerare che cosa era avvenuto del suo aspetto, delle sue fattezze, in altri tempi da altri giudicate espressive. “Già, voglio vedere se sono ancora bello!…” Mentre una voce interna gli gridava che era ridicolo, un’altra sussurrava: “Via, non c’è male ancora!…”. Poteva ancora innamorare una donna, poteva ancora sedurla. Non possedeva quel certo fascino proprio a chi ha molto vissuto, il cui cuore ha molto amato, i cui occhi hanno visto molte cose? Ventidue anni di differenza potevano essere tanti, ma non erano poi troppi in certi altri casi. Non si sono viste persone di oltre quarant’anni, prossime alla cinquantina, sposare giovinette poco più che ventenni? Non aveva egli letto romanzi nei quali si vedevano fanciulle entrate appena nella vita innamorarsi di uomini maturi, d’alto animo, di pensiero gagliardo? E le rose recise fiorivano ancora!…
Poi una gran pietà lo vinse di sé stesso, come se, realmente uscito con lo spirito fuori della propria persona, si considerasse da estraneo. La tristezza che gli aveva occupata altre volte l’anima, vedendo uomini e donne tentar d’arrestare il tempo precipitante, ricorrere ai mal celati artifizii, ai capelli finti, alle pettinature industri, alle tinture, ai cosmetici, alle dentiere, e sfoggiar abiti e affettar modi della età tramontata, tutta la tristezza provata dinanzi allo spettacolo della vecchiaia non rassegnata, visibilmente camuffata di gioventù, gli strinse il cuore. E la vecchiaia sua gli parve più grande che realmente non fosse. Dacché era tornato da Roma, la sua carne non aveva provato una sola tentazione, i suoi sensi erano rimasti sordi ed inerti. Che specie d’amore avrebbe potuto offrire a una giovinetta nel pieno rigoglio della vita; in qual modo avrebbe iniziato una vergine?
E la tempesta s’addensò nell’animo suo, vedendo che l’amor proprio non l’aveva ingannato, che egli non era indifferente ad Anna. Perché mai ella lo guardava con quegli occhi grandi, taciti, interrogatori che lo avevano guardato alla terrazza, dinanzi al panorama di cartone? Perché li abbassava, se si vedeva guardata da lui, con una espressione di turbamento? Perché si volgeva a lui, talvolta, nelle conversazioni familiari, chiedendo le sue opinioni, chiamandolo a confermare le proprie, e tal altra ammutoliva e quasi lo fuggiva? Perché, mentre già dava il voi paesano a tutti coloro ai quali non dava del tu serbava per lui solo il lei della soggezione e del turbamento? Perché uno dei nipotini aveva potuto osservare che ella non dava più tanta retta ai piccoli amici? All’idea che egli potesse realmente turbare quell’anima, una gran tenerezza malinconica e grata lo invadeva e una esclamazione gli saliva alle labbra: “Povera figlia!…”. Grato a lei doveva essere, sì, tanto, poiché ella gli attribuiva ancora un valore di vita, ma poveretta lei se credeva che la sua vita fosse simile a quella degli altri. Un giorno un altro nipotino gli riferì che Anna gli aveva chiesto se lo zio Federico era stato mai promesso. “No, mai”, pensò di risponderle egli stesso; “ma ora, sì”. E poiché ella gli avrebbe chiesto il nome della sua fidanzata, le rispondeva nel proprio pensiero: “La Morte”.
La morte gli prometteva più beni che non l’amore e avrebbe mantenute le sue promesse. Lo avrebbe difeso da tutti i dolori del corpo e dell’anima, da tutti i bisogni, da tutte le vergogne, da tutti i disinganni, da tutti gli spergiuri, da tutte le bestemmie; gli avrebbe assicurato la pace immutabile, la quiete infinita, l’eterno riposo. L’amore, la gloria, il denaro, il dominio, tutto era ingannevole; se pure qualcuna soltanto delle loro tante promesse si avverava, ciò che si otteneva era caduco, e dietro alla vita più bella stava ancora la bellezza ultima e massima: la morte. Ma, conoscendo questa verità, ripetendosela continuamente, qualche cosa dentro di lui la negava, la soverchiava, la travolgeva. I suoi atti non andavano d’accordo con i suoi pensieri. Avrebbe dovuto evitare la giovinetta, e invece la cercava. Mentre voleva negarne la bellezza, si rinfrescava gli occhi contemplandola. Un secreto, acuto e penetrante compiacimento gli invadeva l’anima, nel vedere le nuove prove dell’effetto prodotto sulla fanciulla. Tutti gli istinti, tutti gli appetiti ad uno ad uno si ridestavano. Un giorno frugò nella guardaroba giudicando troppo vecchi e brutti gli abiti che aveva sottomano, non trovandone di abbastanza belli, andò dal sarto. Un altro giorno andò dal dottore per farsi curare il male di stomaco. Un altro giorno ancora, in campagna, aiutando Anna a passare un rigagnolo, prendendola per un braccio, sentendo la mollezza deliziosa di quelle carni, le vene gli si gonfiarono di sangue caldo. Era ancora giovane; stanco forse, ma non esaurito. A quarant’anni l’uomo ha raggiunto il vertice della vita; l’ascensione è finita, ma la discesa non è ancora cominciata. Allora, e non prima, in quella sosta, quando non si sprecano più forze per inoltrarsi, quando si raccolgono e si tesoreggiano anzi quelle che restano, allora è da dare stabile assetto all’esistenza. E perché l’esistenza sua doveva diversificare da quella degli altri? Che aveva egli di singolare? Per quale orgoglio e quale presunzione si voleva sottrarre al destino di tutti, e assumersi la missione di andar predicando cose che nessuno avrebbe ascoltate, di annunziare la grande scoperta che la morte è fatale?
E la vita lo riprese. Con la primavera nuova, coi primi sorrisi del cielo, coi primi olezzi dei fiori, qualcosa rifiorì nell’anima sua. La freschezza, la grazia, la soavità, tutte le seduzioni di Anna lo avvinsero. Come un collegiale, egli passò sotto le finestre di lei, la seguì da lontano, arrossì alla sua vista. Voltarle le pagine della musica, ricopiarle i disegni del ricamo, sceglierle libri e giornali, divennero per lui altrettante felicità. Tutti gli argomenti che potevano confortarlo acquistarono nuova forza: tutti coloro che lo stimavano giovane, adatto a creare una famiglia, gli riuscirono accetti; la possibilità di cancellare il suo passato morale, di aprire una nuova era nella sua storia gli parve naturale ed innegabile. Quando seppe che i dieciotto anni di lei erano già diciannove, ne fu consolato. Prima che la potesse sposare, Anna avrebbe quasi raggiunto i venti: non era dunque una bambina. Fece il conto dei suoi amici che avevano preso moglie dopo i quarant’anni: non erano pochi. A sessanta egli avrebbe potuto avere un figlio soldato, a settanta sarebbe stato nonno. Superata la crisi presente, lunghi anni di maturità sana e gagliarda si sarebbero seguiti… Un giorno, per via, incontrò un vecchio che si fermò un momento a guardarlo, poi gli si avvicinò stendendogli la mano:
“Ranaldi!… Non mi riconosci?”
Lo riconobbe infatti, alla voce, agli occhi: era un compagno di scuola, uno della provincia, del quale non gli riusciva di rammentarsi il nome, dopo tanti anni che non lo vedeva più.
“Io ti ho riconosciuto immediatamente! Ti conservi bene, sai!… Mi trovi” aggiunse, con un sorriso amaro “un poco cambiato?…”
Era un vecchio, quasi tutto bianco, nei capelli, nei baffi, nelle ciglie, e rugoso, e incurvato. Quel vecchio doveva avere appena quattro o cinque anni più di lui. Egli non capì bene che cosa gli diceva, occupato com’era, sulle prime, da un senso di egoistica soddisfazione all’idea di non essere stato in modo così atroce colpito dal tempo; ma più tardi, rimasto solo, rivedendo quella rovina con gli occhi della mente, antivedendo quella che fra poco sarebbe avvenuta anche in lui, calcolando quanto era imminente, tutta l’anima gli si chiuse. Finito, egli era un uomo finito. Quanti anni, lunghi, oscuri, irrevocabili, erano passati dal tempo degli studii e dei chiassi evocati da quel compagno! Quanti? Venticinque! Anche più! E Anna non era nata ancora, ne erano passati ancora sei o sette prima che ella nascesse! Ed egli aveva potuto sognare di farla sua? Ed aveva mendicato allo specchio assicurazioni di giovinezza e lusinghe di venustà? E aspettava forse di chiedere alle quarte pagine dei giornali rimedii contro l’esaurimento e promesse di virilità? Improvvisamente un impeto di sdegno e di vergogna lo sollevò dallo stupore accorato e dalla mortale meraviglia. La perfidia dell’eterna illusione gli parve insopportabile, la sciocchezza e l’impotenza sua e di tutti gli uomini, senza misura e senza fine. E il bisogno di vincerla, di reagire, di dare il passo alla fredda ragione, lo strinse. Quel giorno, tornato a casa vi trovò Anna col nonno. Quasi perché egli potesse meglio misurare l’enormità del proprio inganno, Anna era più rosea e più fresca, più rigogliosa che mai: tutta vestita di bianco, con un cappellone di paglia fiorito di papaveri, che le dava un aspetto quasi infantile, e allegra, eloquente, vibrante ed esuberante di vitalità. Un senso di rancore gli morse il cuore dinanzi a quella floridezza; poi sentì che il rancore diventava odio e quasi tentazione di spezzare quella vita prima della sua propria. Il riso di lei gli parve irritante. A chi rideva, di che rideva? Forse di lui, che l’aveva creduta sincera! La vanità di quella frivola era stata piacevolmente eccitata vedendosi fatta segno all’attenzione d’un uomo, del primo uomo capitato, perché così voleva la sua natura femminile; ma se egli avesse spinto la sciocchezza fino al punto da rivelare le sue intenzioni, chissà qual altro fragoroso riso! E lo sdegno, la vergogna, il rancore, l’odio, tutti i moti violenti si accumularono, ebbero bisogno di prorompere.
L’argomento del discorso, tra suo padre e i cognati, e il nonno di lei, era politico. Nella mattina il giornale locale e quelli di Napoli avevano portato la notizia d’un attentato contro la Camera austriaca. Un anarchico aveva deposto e fatto esplodere una bomba, sull’angolo della piazza del Parlamento all’uscita dei deputati. L’effetto non era stato molto micidiale; il solo autore dell’attentato era morto, per il tremendo coraggio di aver percosso la capsula con un sasso, stando inginocchiato dinanzi allo strumento di distruzione. Dalla parte dell’edifizio, si erano prodotti guasti notevoli, ma tra i deputati e i passanti, solo una dozzina erano i feriti, e due soli gravemente. Nel domicilio dell’anarchico si era trovato uno scritto, ancora fresco, dove, sul punto di uscire per commettere l’attentato, egli dichiarava i motivi che lo spingevano: il bisogno di protestare contro la società borghese ed i suoi rappresentanti occupati a combattersi in nome di quelle idee di patria e di nazione alle quali l’anarchia sostituiva il più vasto e generoso concetto dell’universale solidarietà umana; la speranza di far proseliti che, col sacrifizio della propria vita, dessero la morte ai detentori dei poteri pubblici, ai capi dei Governi e degli Stati, e dimostrassero con l’efficacia dell’esempio cruento e del martirio serenamente affrontato, la necessità di sopprimere, quindi, non più gli individui particolari, ma l’autorità che avevano arbitrariamente esercitato; affinchè ultimamente, in un avvenire più o meno lontano, ma immancabile, il consorzio civile, affrancato da ogni tirannia piccola o grande, materiale o morale, e sotto le uniche leggi della perfetta eguaglianza e dell’assoluta libertà, conseguisse quella felicità che gli era dovuta.
“Che ammasso di assurdità e di aberrazione!… Che sciocchezze e che orrori!… La patria negata! L’autorità soppressa! Il delitto convertito in esempio!… È una pazzia! È l’incoscienza!… No, è un’infamia!… Non c’è rigore bastevole a punirla, a prevenirla!…”
Tutti, ad una voce, discordando appena nella forma, esprimevano esecrazione e terrore. Il Presidente Ursino inorridiva particolarmente perché l’anarchico era italiano. Egli non capiva come un Italiano di Trieste avesse compito quell’atto, in Austria, mentre la sua terra natale era ancora oppressa dallo straniero. Il commendatore Ranaldi diceva che un simile orrore era conseguenza di pervertimento morale, delle stolte propagande; ma che, non potendosi andare più oltre, giunta l’evoluzione dell’idea rivoluzionaria all’estremo limite dell’anarchia, si poteva e si doveva sperare in un ritorno alle sane e secolari tradizioni dello spirito umano.
“Non si può andare oltre?” osservò a un tratto Federico, che fino a quel punto era stato a sentire, senza dir nulla. “Si andrà oltre, vedrete!”
“Come? In che modo?…” domandarono gli altri, mentre suo padre lo guardava, tacendo.
“Credete che l’anarchia sia l’ultima parola della ribellione? Ce n’è un’altra, ce ne sarà un’altra. Io non mi stupisco niente affatto che un Italiano, in Austria, abbia potuto commettere un atto simile, invece di imitare, per esempio, Oberdan. Certo, vi sono ancora triestini, che sognano di riunirsi a questa nostra patria comune come la massima possibile felicità. Altrettanto sognavano, cinquant’anni addietro, i milanesi e i veneziani. La felicità che questi hanno ottenuta, e noi con loro, non si vede e non si sente, è vero, ma solo perché è inesprimibile, tanto è grande e profonda!…”
La sua voce era piena d’una tagliente ironia.
“Quando gl’irredenti saranno redenti, come noi, non avranno più da odiare l’oppressore straniero; soltanto, come già tra noi vi sono alcuni incontentabili i quali trovano qualche cosa da ridire nella nostra gioia presente, così anch’essi, o alcuni di loro, penseranno che il problema non è stato ancora risolto. E chi sentirà che la libertà ottenuta è un inganno, che il pagar le tasse al governo italiano o all’austriaco, che il servire nell’esercito italiano o nell’austriaco, che l’obbedire al poliziotto italiano o all’austriaco, che il rispettare le leggi votate dai deputati italiani o dagli austriaci è press’a poco la stessa cosa, odierà l’oppressore paesano come e quanto già odiava il forestiero. Questo Badini mi pare dunque molto logico: invece di prendersela contro i deputati austriaci perché austriaci, salvo poi a prendersela coi deputati italiani, perché deputati, se l’è presa direttamente contro la funzione esercitata da quegli onorevoli…”
“Ma come? Lo approvate? Lo approvi? Che modo è questo di ragionare?”
“Lo approvo? Un momento! Non ho ancora finito. Dico che invece di procedere per gradi cominciando dal mirare vicino per poi arrivare più lontano, egli ha diretto subito il suo colpo contro la meta più alta; così un soldato volendo uccidere qualcuno per protesta contro il militarismo, non ammazza il suo caporale, dietro al quale sta il sergente, il furiere e tutti gli altri ufficiali sino al generale, ma accoppa il Ministro della guerra addirittura. Soltanto, sono d’accordo che l’eccidio è inutile; e non già perché, ammazzato un ministro, un deputato, un re, un imperatore, se ne fanno altri. Questa cosa l’anarchico la sapeva; egli ha, nondimeno, dato fuoco alla bomba, per far proseliti, – e l’ha scritto – che ammazzino ancora altri deputati, e poi ancora altri, che ne sterminino ancora altri, finché i borghesi intimoriti si persuaderanno a non eleggerne più, a non creare più altri legislatori ed esecutori di leggi, anzi a distruggere tutte le leggi. Ma quando saranno distrutte tutte le leggi, l’anarchico crede che il paradiso sarà conseguito; e qui è la sciocchezza sua. Perché, quando parrà che non vi saranno più leggi, ve ne saranno ancora, non fosse altra, la legge di non potere fare più legge; e gli uomini della società futura giudicheranno che questa è la più intollerabile di tutte; e allora si tornerà da capo e si vedrà ancora una volta ciò che fu noto sin dal primo principio a chi vide il fondo delle cose; voglio dire che tutte le rivoluzioni sono state e saranno inutili; e che la radice del male non è negli ordinamenti politici, ma nella nostra stessa natura…”
“Che novità!… Cose sapute e risapute!… Ma che vuol dire?… Ma che bisognerà fare?… Ma l’attività umana…”
Smentito da tutte le parti tranne che da suo padre, Federico sorrise, con un gesto pacato della mano.
“Un momento! Se non mi lasciate finire! Lei, Presidente, vuol dire che tutte le persuasioni astratte e tutti i disinganni concreti non impediranno all’attività umana come non le hanno mai impedito, di operare, di sperare, di attendere? Certo, certissimo; il mulo che fa andar la ruota, se anche non avesse gli occhi bendati, se anche vedesse che è condannato ad aggirarsi sempre dentro uno stesso circolo, non tralascerebbe per questo di muoversi, perché soltanto a patto di muoversi dentro quel circolo, egli mangia, beve e vive. Così gli uomini, è certo, continueranno a ricalcare le loro proprie pedate, credendo di procedere oltre, come il mulo bendato, od anche – e questo dimostra che la loro sopportazione è ancora più grande di quella del mulo – quando si sono già accorti che non procedono niente affatto, ma girano. Soltanto, in mezzo a questi uomini che abbiamo finora considerati complessivamente, vi sono certe varietà di sentimenti e di umori, grazie alle quali vediamo ogni giorno che alcuni si illudono molto ed altri poco; che alcuni vorrebbero correre, ed altri sdraiarsi, che alcuni si stimano infinitamente superiori al mulo, ed alcuni quasi lo invidiano; ora c’è una particolare varietà di cotesti uomini, e sia pure scarsissima, composta di quelli che arrivano a persuadersi essere il male, sotto tutte le forme, sociali, morali e fisiche, la condizione stessa dell’esistenza, sia dell’uomo che del mulo, o dell’insetto, o della pianta, o della pietra; e tanto costoro ne sono persuasi, che arrivano a distruggere, date certe condizioni, l’esistenza loro. Ora, se la religione della sofferenza umana che i nostri filosofi hanno scoperta diventerà una vera religione, se l’amore del prossimo, la carità, l’altruismo crescono e si effondono continuamente come sostengono i nostri ottimisti, verrà un giorno nel quale coloro che sono sul punto di procurarsi il gran benefizio del non essere, si vergogneranno del loro egoismo, e sentiranno il dovere di procurar lo stesso bene anche agli altri, al maggior numero possibile…”
Tutti tacevano.
Anna s’era accostata con tutti gli altri, piccoli o grandi, a udire. Nella breve pausa fatta dall’oratore, il solo Presidente Ursino domandò, aggrottando le ciglia:
“Il che significa?”
Federico, che aveva parlato fino a quel momento con un tono ed un sorriso di sottile ironia, riprese ad un tratto, con voce un poco stridula ed acre:
“Il che significa che si andrà oltre quell’anarchia attualmente giudicata come il termine ultimo della ribellione alla morale della tradizione, e che un nuovo partito sorgerà, il quale non s’indugerà a risolvere l’insolubile quistione sociale, ma affronterà tutto il problema umano. Questo partito saprà che la radicale soluzione indicata dalla stessa natura, è una sola: la morte. Darsela e darla a un tempo, sarà giudicato un diritto e un dovere. L’uccisione d’un uomo si condanna giustamente come il più nefando delitto, perché dalla morte data ad un simile, l’assassino ottiene un vantaggio per la sua propria vita; s’impadronisce del denaro altrui, soddisfa la gelosia, vendica l’onore, sbrama una passione; ma un giorno, quando in qualche testa umana, poche o molte non importa, si radicherà la persuasione che non c’è nessun vantaggio in nessuna vita, che nessuna passione s’appaga, che tutte risorgono, dopo il creduto appagamento, più feroci ed urlanti; che il bisogno non cessa, che il dolore è eterno, che il male è insanabile, allora la morte da questi pochi o da questi molti, sarà voluta dare non come una punizione e una vendetta, ma come un premio. Questi uomini non crederanno di formare un semplice partito politico, ma una religione nuova, e un fervore mistico li animerà. Lo sciagurato che lanciò ieri la bomba sapendo di doverne essere la prima vittima, voleva ottenere col terrore nel tempo, una modificazione dell’assetto umano; i fedeli della religione della morte lanceranno le bombe solo per morire insieme coi loro fratelli di dolore, per liberarli e liberarsi. Essi saranno certi di rendere il massimo bene a chiunque resterà sotto il colpo, uomo o donna, giovane o vecchio, povero o ricco, in qualunque disposizione del corpo e dell’anima. La più gran parte dei passanti in mezzo ai quali semineranno la morte saranno in preda a cure, a crucci, a tormenti, ad assilli, a rimorsi, a necessità; e quelli che si sentiranno gonfi di speranze troveranno a breve andare il disinganno, e quelli che per caso si crederanno felici, vedranno, dopo fatto qualche passo, disperdersi la loro felicità. La morte sarà un benefizio per tutti, per i sofferenti che non soffriranno più, per i gaudenti che non vedranno la fine del gaudio loro. E non la sola vita umana questi mistici vorranno distruggere, ma tutte le sue opere vane e tutte le altre effimere vite. Come gli anarchici d’oggi, essi si chiuderanno in luoghi remoti e segreti, a preparare, coi più potenti mezzi della chimica futura, strumenti che, in piccolo volume, racchiuderanno una forza tremenda, e che rovineranno dalle fondamenta tutto un edifizio, che ridurranno in polvere tutto un quartiere di città, e che non lasceranno un solo ferito, e neanche un solo cadavere intatto, ma faranno sparire tutti i corpi viventi come con una pedata si fa sparire un insetto.”
Egli era sorto in piedi: fece il gesto, strisciando forte con la suola sul pavimento. Il suo pensiero si precisava in quel punto. Egli trovava repentinamente la soluzione cercata. Per la concitazione, si mise ad andare su e giù per la sala, continuando a parlare:
“Costoro non abbomineranno la sola vita, ma la stessa esistenza delle cose che sono o sembrano inerti. Non potranno annientarle, ma romperle, sì, scioglierle, ridurle a uno stato sempre più incoerente. A pezzo a pezzo, coi loro formidabili arnesi, vorranno isterilire, rovinare, frantumare e polverizzare tutto ciò che sta in un angolo del mondo, la stessa materia del mondo, il monte, la collina, il promontorio, la pendice, l’isola, il campo. Ci furono un tempo distruttori di templi, di immagini, avremo i distruttori delle cose e della vita. Io già li presento, li vedo derivare dai più freddi e più logici anarchici. Questi uccidono e muoiono insieme con le loro vittime; non resta da far loro che spogliarsi dell’odio di cui sono ora animati; manca ad essi soltanto la rinunzia alle assurde speranze riposte in un avvenire chimerico, la semplice persuasione che con la morte si è già ottenuto, immediatamente. Il passo non è lungo, qualcuno lo compirà. Un primo esempio sarà tosto seguito da altri; allora il partito sarà formato e conterà proseliti sempre più numerosi. E già mi par di sentirne ripetere i nomi. Perché odieranno la vita essi saranno chiamati biofobi; perché faranno saltare a pezzo a pezzo il mondo si chiameranno geoclasti.”
Tacque, si fermò, guardando i circostanti. Erano tutti ammutoliti, tutti gli sguardi erano chini, tranne quello di Anna. La giovinetta lo guardava con i grandi occhi smisuratamente ingranditi, pieni di una espressione di spavento e angoscia. Anch’egli la guardò. Allora ella congiunse le mani, le strinse forte, col gesto abituale, ed esclamò:
“Che vi hanno fatto, perché diciate così?”
Quelle parole, il tono di quella voce, il lampo di quegli sguardi, gli rimasero nell’anima, incancellabili. “Che vi hanno fatto perché diciate così?…” Non le vivaci proteste dei cognati, non i freddi ragionamenti del Presidente, non il doloroso silenzio delle sorelle e dei genitori lo impressionarono altrettanto. Quella bambina aveva trovato la nota più giusta, l’osservazione più penetrante, la verità della quale egli stesso aveva una sorda coscienza. Tutti i suoi torbidi pensieri, tutta la sua nera disperazione, tutto l’odio suo mortale derivavano dall’esperienza dolorosa, dal veleno distillato in vent’anni di pandemonio politico, di galera giornalistica, di amori malsani. Se egli avesse vissuto in un altro mondo, o in un altro modo, in quel mondo, non sarebbe venuto a quelle conclusioni spaventose. Aveva visto lo spettacolo del male, la petulanza della menzogna, le tortuosità dell’ipocrisia, la ferocia degli egoismi, la mordacità della calunnia, la cupidità degli appetiti, la presunzione dell’ignoranza, l’insolenza della vanità, la sfrenatezza di tutte le peggiori passioni, ma non si era soffermato dinanzi al bene, non ne aveva cercate e raccolte le prove. Aveva commesso il male egli stesso, ingolfandosi nella battaglia, senza voltarsi indietro, senza ritrarsi di tanto in tanto, senza ritemprarsi sotto il tetto paterno, negli affetti semplici e sani. Non ce n’erano? Non era santo l’accordo dei suoi genitori, anche se ottenuto con gli anni, dopo i malintesi inevitabili? Non era una cosa buona e bella e commovente quella corona di freschissime vite che ne allietavano la vecchiezza, anche se facevano talvolta troppo rumore? I vecchi si rivedevano nei figli e nei nipoti; ed egli solo, con la sua presunzione di giudice supremo di tutto e di tutti, li addolorava e li atterriva. Solo, si sentiva solo in mezzo a quell’intimo cerchio; nessuno comprendeva le sue idee, di nessuno aveva cercato l’amore. E d’amore e di bene egli non era, no, incapace; ne aveva avuto sempre bisogno, il suo odio era una forma d’amore insoddisfatto, il suo concetto del male era l’inappagato struggimento del bene. E improvvisamente, all’idea di avere vicino ciò che cercava, di non dovere far altro che stendere la mano per ottenerlo, di stringere al cuore Anna, di rifarsi una gioventù, di entrare in una nuova esistenza con la benedizione dei suoi vecchi augusti, sentì gli occhi spietrarglisi e il pianto bagnargli le ciglia. Pianse tutta la notte, di speranza e di disperazione, ora lusingandosi d’essere ancora in tempo, ora sentendo quant’era tardi; a certi momenti immaginando e quasi pregustando le gioie che poteva ancora assaporare, a certi altri antivedendo e presentendo nuovi, maggiori dolori. I dolori non sarebbero mancati, ma una nuova voce gli diceva che sarebbero stati sani e santi, che bisogna accettare tutta l’esistenza qual è. La voce antica gridava ancora la necessità di ricusarla, di spezzare il cerchio degli inganni. Come uscire da quel travaglio? Come risolvere quel dubbio? E la soluzione dipendeva forse tutta da lui? Che c’era realmente nell’anima di Anna? Lo aveva ella compreso, lo amava, non lo giudicava troppo arido e vecchio, troppo orribile, più moralmente che fisicamente, dopo avergli udito proferire quell’atroce profezia?
Bisognava parlarle; dalle sue parole avrebbe preso consiglio. Senza svelarsi, senza chiederle nulla, direttamente, avrebbe trovato modo di conoscere il suo sentimento. E cercò l’occasione di restare da solo a sola con lei.
Un giorno, al Sacro Monte, dove ella era venuta col nonno, restarono soli.
“Volete venire alla cappella?”
“Ma sì! Con entusiasmo!”
Si avviarono. La via era come sospesa sul golfo, addossata da una parte al monte, chiusa dall’altra da un muricciuolo, sotto al quale la costa precipitava fino al mare. Il mare, lucido come specchio, pareva distendersi all’infinito, oltre l’orizzonte velato da sottili vapori. In alto il sole sfolgorava, ma la fitta vegetazione ne arrestava i raggi, ed Anna faceva girare capricciosamente il manico dell’inutile ombrellino rosso appoggiato alla spalla.
“Che bellezza!… Che incanto!…” esclamava, dinanzi al paesaggio grandioso. “Guardate Capri!… Guardate il Capo!… E quel piroscafo che se ne va in Sicilia!… È la strada della Sicilia, è vero?”
“Sì…”
“E questa scoscesa!… E questa spiaggia!… Si contano le casupole, i sassi, le rughe del mare!… Direte ancora che è di cartone?”
Egli restò un poco in silenzio, poi disse:
“Che ve ne importa ciò che io ne penso? Godetene voi, non ve lo impedisco!”
Ella rise.
“Grazie del permesso! Ma è che io non ne godo pienamente, pensando che a voi non piace. Non vi è accaduto mai, gustando un buon cibo, di non giudicarlo più buono se qualcuno vicino a voi ci trova un cattivo sapore?”
“Voi fate dipendere la vostra opinione da quella degli altri?” disse egli, con tono mordace.
“Nossignore; penso con la mia testa. Ma se fremo d’entusiasmo e qualcuno vicino a me resta diacciato, un poco di quel gelo raffredda anche me.”
“Non sapevo che foste tanto sensibile!…” osservò egli, con la stessa espressione di sottile ironia.
“Non più degli altri” replicò ella, tosto.
“Avete scelto allora un cattivo compagno.”
“Di questo non siete giudice voi.”
“Mi volete fare dei complimenti?”
“Niente affatto; vorrei dirvi…”
Ma non disse nulla; tacque ad un tratto, facendo girare più rapidamente, quasi nervosamente il manico dell’ombrellino.
“Che cosa?” domandò Federico.
“Vorrei dirvi…” riprese ella con un certo stento “vorrei chiedervi ciò che già vi chiesi l’altra sera: che cosa vi hanno fatto, perché siate così?”
Le rispose con un falso sorriso, con una finta curiosità impertinente, mentre sentiva che il cuore gli batteva più forte.
“Così come, di grazia?…”
“Così triste, scettico, acre, indifferente alle cose belle, sprezzante di ciò che piace agli altri, di ciò che credono gli altri; non so se posso anche dire…”
“Dite, dite pure, vi accordo tutti i permessi, oggi…”
“Non ridete… Questo riso non è sincero, fa male, peggio del rancore che esprimete quando parlate sul serio. Che male ci avete fatto, l’altra sera, con le vostre terribili profezie! Non avete visto il viso dei vostri genitori? Scusatemi, ma si dubiterebbe della vostra bontà, udendovi dire di quelle cose.”
“E chi vi dice ch’io sia buono?”
“Dovrei rispondervi che me lo hanno detto i vostri parenti, le persone che vi conoscono; ma perché non ripetiate che giudico con la testa degli altri” e sorrise “vi dirò che l’ho sentito, che l’ho compreso da me, nonostante le vostre parole amare e velenose… anzi proprio in quelle.”
Egli non rispose, con l’impressione che quella creatura stesse per leggere nel suo pensiero, per guardare dentro all’anima sua.
“Non volete che vi si giudichi buono? Lasciateci dire almeno che siete molto migliore di quel che non vogliate apparire. Lo sappiamo tutti, lo sanno meglio di tutti i vostri genitori; ma ciò non toglie che essi siano addolorati dalle vostre parole. Avrete certo buone ragioni per esser divenuto così misantropo; ma permettetemi di dirvi che a quei poveretti dovreste cercare di nascondere i vostri sentimenti acri, e mostrare soltanto i dolci. Vi dispiace che vi dica queste cose? Il mio nonno è tanto amico del vostro babbo, che mi pare di conoscervi da moltissimo tempo, di potervi parlare come una sorella…”
Ella pronunziò a bassa voce le ultime frasi; l’ultima parola, sorella, si udì appena. Per la soggezione di tenere un così grave discorso, lei giovanetta, ad un uomo? Non perché quella parola le sonava male, ne rendeva difficile un’altra, più intima ancora?
“Vi ringrazio” disse Federico, smettendo il tono dell’ironia “volete che vi parli come ad una sorella?”
“Ma sì! ma sì!”
“Volete sapere perché sono così? Volete sapere come sono realmente, in fondo, proprio nel fondo dell’essere mio? Sapete quanti anni ho?”
“Non lo so.”
“Ho quarant’anni, e ne ho passati venticinque, un quarto di secolo, – più che voi non ne abbiate – fuori di qui, a Napoli, a Roma, all’Università, nel giornalismo, nella politica, in mezzo al più vasto e tenebroso mondo. Ho vissuto, e la vita mi ha fatto come sono, come voi m’avete visto, peggio che non m’abbiate visto. Vi entrai con tanta fede, e con tante illusioni che ora non ho più, perché essa me le portò via a pezzo a pezzo, ad una ad una. Credevo al bene, alla virtù, a una infinità di cose, e ora non ci credo più. Fremevo d’entusiasmo per il mio paese, per questa Italia di cui avevo studiato la storia, e lacrimate le sciagure e benedetta la resurrezione… Ringraziavo Dio d’avermi fatto nascere lo stesso giorno che l’Italia risorgeva a dignità di nazione; me ne tenevo dinanzi ai più vecchi di me, come se qualche cosa della schiavitù, dell’abbiezione durante la quale essi erano nati, li contaminasse, mentre io ero nato puro, libero cittadino d’un libero, d’un glorioso paese…”
“Sì, sì…” fece ella secondandolo col gesto del capo, incoraggiandolo col tono della voce, quasi eccitandolo e spronandolo a manifestare un sentimento buono e vivace.
“Voi provate un simile entusiasmo?”
“Sì! sì! Ho studiato anch’io la storia, è una delle cose che più mi piacciono; ho visto a Torino, a Firenze, i ricordi del nostro risorgimento, i quadri delle battaglie, le vecchie bandiere scolorite dal tempo, traforate dalle palle, le vecchie uniformi dei soldati e dei volontarii; ho letto i proclami dei generali stranieri e dei re nostri, le sentenze di morte pronunziate contro i martiri, le lapidi murate sui luoghi memorabili, e ne ho ricevuto impressioni vivissime, fino a piangerne…”
“Ne ho pianto anch’io, ma ora rido del mio pianto.”
Ella si fermò, lo guardò attonita e dolorosa:
“Come è mai possibile?”
“Perché ho letto, dopo la storia, la cronaca; perché ho guardato dietro le scene della rappresentazione apparentemente magnifica; perché l’egoismo nascosto sotto l’eroismo mi si è rivelato, ma specialmente perché ho visto e vedo che i sacrifizii purissimi delle poche anime veramente nobili e belle furono compiti in forza dell’illusione, che l’unità, la libertà, l’indipendenza d’Italia avrebbero assicurato tutte le fortune a tutti gl’Italiani. Quel che si è ottenuto voi lo vedete, quantunque non vi occupiate di politica, né abbiate letto le statistiche, né siate vissuta in mezzo a quel mondo dove sono vissuto io.”
“Ma in tutte le cose” rispose ella vivacemente “vi sono difetti; le più belle, esaminate troppo da vicino sembrano brutte, o meno belle. Capisco benissimo che a Roma ne abbiate viste molte addirittura disgustose; ma scusate: lassù avevate messo casa per conto vostro, o mangiavate al caffè?”
“Che c’entra questo?”
“Ve lo spiegherò quando mi avrete risposto: al caffè o in casa?”
“Al caffè, al caffè.”
“E questo è il male! Vi siete guastata la salute, e non avete visto una cosa molto istruttiva. Se aveste messo su casa vostra, con la sua brava cucina, ci sareste entrato qualche volta, ed avreste visto quello che vi vedo io ogni giorno: che i cibi più gustosi e nutritivi non si possono preparare senza maneggiare della roba non sempre pulita, senza ammucchiare una quantità di detriti che vanno a finire allo spazzaturaio.
“A casa mia io entro in cucina tutti i giorni, e vi passo anzi parecchie ore, per invigilare e per dare una mano alla cuoca, quando occorre. So fare molte salse, molti dolci, un po’ di tutto; con tutto l’amore della nettezza, con tutto l’orrore per le sudicerie, bisogna pure imbrattarsi le mani, salvo a lavarsele dodici volte di fila. Della vostra politica io non m’intendo, ma immagino che anch’essa debba essere una specie di cucina, dove si preparano le leggi invece delle pietanze; nel manipolare le più belle e le più buone, non si eviteranno gl’inconvenienti delle cucine, ci si unge, ci si affumica, ci si ritrova in mezzo a bucce di limoni, a gusci d’uova, a lische di pesce, a rigovernature di casseruole… Voi sapete che cosa siete?”
“Pare di no! Ditemelo voi.”
“Siete poeta. Il paragone che vi ho portato non vi piacerà perché non è punto poetico. Vorreste tutto bello, tutto buono, tutto grande, tutto puro. Non siete il solo. Ma bisogna farsi una ragione!
“Oggi per il nostro povero paese corrono giorni prosaici; voi, che v’infiammaste di poesia patriottica, siete tanto scontento, che sembrate finanche cattivo, dal tanto amore del meglio. Ma il meglio, si dice, è nemico del bene…”
A un tratto, scoppiò in una risata.
“Ma sapete che è curiosa? Io vi faccio la predica, a voi! Come se tutte queste cose, con la vostra esperienza, non le sapeste meglio di me! Come se l’illusa, se la poetica, non dovessi essere io, piuttosto!…”
“Avete ragione! Sono uno sciocco a parlarvi così!…”
“E voi avete torto! Mi avevate promesso di parlarmi come ad una sorella, di aprirmi l’animo vostro.”
“Non posso e non debbo mantenere la promessa; perché a voi, alla vostra giovinezza ignara e fiduciosa, le conclusioni disperate che io ho tratto dall’esperienza si debbono tenere nascoste; o è inutile svelarle perché restano incomprensibili.”
“Adesso mi dite, con belle maniere, che la sciocca sono io!”
“No, Anna…” e pronunziando la prima volta dinanzi a lei, il nome di lei, una grande dolcezza, una tenerezza infinita, uno struggimento ineffabile lo costrinsero a tacere un istante; “no, Anna; non siete sciocca, siete anzi una delle più intelligenti creature del vostro sesso che io abbia finora conosciute;” ed ella chinò gli occhi, con un fine sorriso, con una espressione di modestia e di incredulità; “ma avete la disgrazia di dover ragionare con un uomo che è giunto all’estremo limite della stanchezza e della sfiducia, che non crede più a niente, che non aspetta più niente.” Ella si fermò ancora una volta, lo guardò negli occhi.
“Più niente niente?…”
Egli tacque, confuso da quello sguardo lucente, dolcissimo nella sottile ironia, quasi eccitatore, quasi provocatore d’una confessione attesa, desiderata.
Ma la paura di ingannarsi e la vergogna di scoprirsi, la suggestione dell’amor proprio e l’esitazione della volontà, gli fecero rispondere:
“Più niente niente di ciò che è possibile…”
Ella si fermò. Erano giunti dinanzi alla grotta dell’eremita: una vera grotta, scavata nel vivo sasso, chiusa da un rozzo cancello dalle sbarre del quale si scorgeva nel fondo buio una specie d’altare.
Accanto all’entrata, sopra una piccola buca lunga appena tanto da lasciar passare le monete, stava scritto con brutti caratteri: Elemosina, e intorno alle lettere erano dipinte orribili figure di santi spirituali col capo girato dall’aureola, di anime del purgatorio circondate da lingue di fiamma. Anna guardò dapprima tacitamente la grotta, la scritta, le pitture; poi, si voltò a guardar Federico.
“Niente di ciò che è possibile?” disse, ripetendo le parole di lui. “E l’impossibile?”
Egli rispose, con un sorriso:
“À l’impossible nul n’est tenu…”
“Ma che cosa è l’impossibile, secondo voi?”
“Lo volete sapere?”
“Sì!”
“Dimenticare, ricominciare, tornare addietro, ritrovare la speranza, la fede, la forza d’un tempo, rimettermi nella strada maestra battuta da tutti i miei simili…”
“Questo vi riuscirà difficile, forse, ma non è impossibile.”
“Con gli anni che ho sulle spalle?”
Ella abbassò l’ombrellino, lo chiuse con un gesto di impazienza.
“Se volete sostenere che siete vecchio, lasciamola lì; è inutile discutere.”
“Sono giovane, allora? Faccio in tempo a ricominciare? Come debbo fare?”
“Potete e dovete crearvi una famiglia: questo è il rimedio di cui avete bisogno.”
“E sono adatto a crearmela?”
“Perché no? Solo che vogliate!”
“E dove troverò una donna la cui volontà si accordi con la mia?”
S’udirono a un tratto le voci dei fanciulli chiamar da lontano:
“Anna!… Anna!…”
Ella rispose:
“Cercatela.”
E l’ultima notte arrivò, la notte bianca, angosciosa, ed eterna, durante la quale egli non potè chiudere gli occhi un istante, con l’animo in tempesta, il cervello in fiamme, il cuore in tumulto. Anna lo amava, sarebbe stata sua solo che egli avesse voluto. Contro tutti i suoi antichi convincimenti, le promesse dell’amore, la gioia di possedere un’anima viva, di dare tutta l’anima sua a quella creatura dolce e gentile, gli sorridevano ineffabilmente. Si vedeva al suo fianco, in un lungo viaggio di nozze, in una interminabile luna di miele, ringiovanito ad un tratto, prestigiosamente. La nuova esistenza non sarebbe stata tutta fiorita, ma gli avrebbe preparato travagli sani e fortificanti. La legge era la legge, procreare nuove esistenze, rivivere nei figli, che un giorno gli avrebbero chiuso gli occhi. Bella, buona, dolce, gentile, e fresca tanto, e tutta pietosa era la creatura a cui si sarebbe unito per sempre. Lo amava: il cuore gli si struggeva dalla gratitudine. A quell’umile sentimento s’aggiungeva anche la superba eccitazione dell’amor proprio: improvvisamente egli aveva coscienza di valere ancora qualche cosa, d’essere uscito con l’anima stanca dalla lunga esperienza, ma con un fascino nuovo sulla fronte. E tutte le sue forze latenti e disconosciute si sollevavano, insorgevano, facevano impeto, chiedevano d’essere esercitate, subitamente lo facevano balzare dal letto sul quale s’era disteso vestito, andare e venire per la camera con una mano stretta nell’altra, col gesto familiare ad Anna. Stringersela al petto in una stretta che nulla avrebbe potuto mai più sciogliere! Dirle tutto quello che aveva nel cuore, la resurrezione operata da lei, il miracolo della salute restituitagli con una parola, con uno sguardo! Non esitare più, non discutere più: abbandonarsi al sentimento, all’istinto, fiduciosamente e ciecamente… Esser cieco e sordo, sì, per non vedere, per non udire le cose e le voci contrarie, la disproporzione delle età, la sua vecchiezza morale, la sua stanchezza fisica, le insidie, i pericoli, i danni immancabili!… Ai quadri ridenti succedevano allora i tristi, i dolorosi, i desolati: i malintesi, le discordie, la nimistà da cui sarebbero stati più tardi e forse troppo presto divisi: egli vecchio senz’altro fra dieci anni, ella ancora nel rigoglio della prepotente giovinezza… E che importava? E perché pensare al poi, a un domani che forse non sarebbe venuto, se la morte avesse colto uno dei due, od entrambi?
E se importava, se bisognava pensare al poi ed al tutto, se egli doveva restare quello che era, con la disperazione e il suo scetticismo, allora la morte, subito, prima del nuovo giorno!
Presa l’arma in mano, l’esaminò, la posò sulla scrivania. Provò a scrivere; ma non potè. Che scrivere, a chi? Non era più l’ora. Col nuovo giorno la decisione doveva esser presa, irrevocabile. Egli sarebbe andato a uccidersi all’Eremitaggio, dinanzi allo spettacolo visto con lei, nel luogo dove ella gli aveva detto della donna cui unirsi: “Cercatela”. Quella parola significava: “L’avete qui, dinanzi a voi”. Morire, morire piuttosto che cercarne un’altra, che rinunziare a lei. Da sei mesi che frequentava quella creatura, il suo fascino lo aveva talmente penetrato, che ora se ne sentiva tutto pieno, fisicamente, come d’un fluido che circolasse nelle sue vene, che attivasse il suo respiro, antico, consueto, noto effetto della passione, contro la quale si credeva agguerrito, e non era. Contro nessuna passione era agguerrito: l’esperienza tornava vana. L’esistenza ancora forte e tenace reclamava tutti i suoi diritti, egli poteva troncarla d’un colpo, ma non comprimerne le energie, non mortificarne gl’istinti, non evitarne gli errori. Tutta la sua vita trascorsa gli passò dinanzi, dai giorni più remoti, dalle prime fedi, dalle prime illusioni, dalle prime battaglie. Alla finestra, vide spuntare il primo chiarore dell’alba. Spalancò le vetrate, s’affacciò alla terrazza. La freschezza della mattina temperò l’ardore della sua febbre, sollevò il suo petto oppresso. Sulla metallica lastra del mare, infinitamente puro, la purezza del cielo si rispecchiava con la prima luce, con le prime colorazioni. Perché non aveva egli più un’anima tersa, degna di riflettere l’immacolato candore di Anna? Perché l’aveva conosciuta così tardi, nel meriggio della sua giornata mortale, dopo tante contaminazioni? Pianse. Poi l’altro uomo che era in lui gli disse che non vi sono candori immacolati, che Anna era un essere umano come tutti gli altri, con tutte le stimmate umane, con tutte le macchie del suo sesso. Ella stessa lo aveva ammonito di guardarsi dalla troppa poesia. Se ella lo accettava così com’era, perché avrebbe egli fatto il difficile?… La rinunzia era bella, era la sola bella: sparire in quell’istante che l’occhio del sole si schiudeva sulla fronte del mare e del cielo, tra le ciglia dei tenui vapori, nel silenzio solenne e quasi attonito dell’universo. Morire con un sogno nell’anima, sparire prima di un nuovo risveglio. Ma già la città e la casa si ridestavano; rumori di carri. voci lontane per le vie; usci che si aprivano, stridori di passi nelle camere attigue.
Egli vide la madre avanzarsi verso di lui: potè appena nascondere il revolver tra le carte, fingendo di frugarvi.
“Già levato, Federico?…” domandò ella. “Che hai? Ti senti male?…”
“No, mamma… Non ho dormito…”
“Perché?”
Tacque un momento, prima di dire la parola decisiva. Vide la madre sua vecchia, decrepita: si vide vecchio con lei. A quarant’anni passati, senza salute, senza entusiasmo, avvizzito, isterilito, sposare una illusa bambina, accettare il sacrifizio della sua gioventù…
“Mamma, senti, ho pensato a tante cose… Mettiti a sedere accanto a me… Ho bisogno di parlarti.”
“Dì, figlio mio!…”
Già: invece di uccidersi, come aveva divisato tante volte, come aveva promesso a sé stesso; invece di uniformarsi alla disperata concezione del male universale, prender moglie, mettere al mondo altre creature, contribuire alla perpetuazione del male…
“Mamma, ti rammenti quando mi parlasti di Anna Ursino?… Quando mi dicesti che aveva una simpatia per me, e che s’era fitto in capo – furono le tue parole – di sposarmi?”
“Come no!… Anna è innamorata di te: se ne sono accorti tutti quanti, anche suo nonno, finalmente.”
“E che ne dice?”
“Ha detto a tuo padre che sarebbe molto felice se questo matrimonio si combinasse… Io dapprima ero contraria, non te lo nascondo, e non te ne ho più parlato; ma se a te piace, se vuoi…”
Non protestare, non obbiettare, accettare quelle offerte, goderne, esultarne: così voleva la vita.
“Mamma,” egli disse – prendendo la mano rugosa di lei “ho pensato a tutto: chiedi la mano di Anna per me…”

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Federico De Roberto – I Viceré

Parte prima

1

Giuseppe, dinanzi al portone, trastullava il suo bambino, cullandolo sulle braccia, mostrandogli lo scudo marmoreo infisso al sommo dell’arco, la rastrelliera inchiodata sul muro del vestibolo dove, ai tempi antichi, i lanzi del principe appendevano le alabarde, quando s’udì e crebbe rapidamente il rumore d’una carrozza arrivante a tutta carriera; e prima ancora che egli avesse il tempo di voltarsi, un legnetto sul quale pareva fosse nevicato, dalla tanta polvere, e il cui cavallo era tutto spumante di sudore, entrò nella corte con assordante fracasso. Dall’arco del secondo cortile affacciaronsi servi e famigli: Baldassarre, il maestro di casa, schiuse la vetrata della loggia del secondo piano intanto che Salvatore Cerra precipitavasi dalla carrozzella con una lettera in mano.
«Don Salvatore?… Che c’è?… Che novità!…»
Ma quegli fece col braccio un gesto disperato e salì le scale a quattro a quattro.
Giuseppe, col bambino ancora in collo, era rimasto intontito, non comprendendo; ma sua moglie, la moglie di Baldassarre, la lavandaia, una quantità d’altri servi già circondavano la carrozzella, si segnavano udendo il cocchiere narrare, interrottamente:
«La principessa… Morta d’un colpo… Stamattina, mentre lavavo la carrozza…»
«Gesù!… Gesù!…» Continua la lettura di Federico De Roberto – I Viceré

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Federico De Roberto – L’illusione

PARTE PRIMA.

I.

– Il nonno! Il nonno!… Arriva!… È qui!…
Lasciata a precipizio la finestra insieme con Lauretta, ella si mise a correre per le stanze, gridò dinanzi all’uscio della mamma: “È arrivato!… È qui!…” scappò a dare l’allarme alle persone di servizio, e tornò verso la sala, chiamando:
– Nonno!… Nonno!… Eccoci, nonno!…
Il nonno, seguìto dal portiere e dal facchino con le valigie, era a mezza scala quando la vide scendergli incontro. Abbracciandola e baciandola sulle due guancie, esclamò:
– Teresa!… Come stai? come sta la mamma?…
– Bene, nonno… tutti bene!… anche Lauretta…. Dov’è andata?… To’: eccola lì!
E scoppiò a ridere perchè la sorellina, rimasta indietro, ansimante, cominciava appena allora a scendere i gradini, uno alla volta, strettamente afferrata alle bacchette della ringhiera. Allora risalì di corsa e traversò di nuovo la casa, gridando:
– Mamma!… Ohè, mamma!… È qui!… Continua la lettura di Federico De Roberto – L’illusione

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Federico De Roberto – Ermanno Reali

La discussione, quella sera, come tutte le volte che nessun profano veniva a turbare il libero corso delle nostre grandiose fantasmagorie, aveva finito per aggirarsi intorno al problema del destino, alla misteriosa potenza che regola le azioni umane e che, attirandoci con magnifiche lusinghe, ci precipita nella più profonda ed incurabile miseria. Tutti convenivano nel considerare la felicità come una chimera; però, mentre qualcuno sosteneva che il dolore è condizione fatale dell’esistenza; che, qualunque cosa gli uomini facciano, esso si trova alla fine di tutto, qualche altro affermava che se noi non siamo sodisfatti è quasi sempre perchè cerchiamo la nostra sodisfazione dove non possiamo trovarla.
Allora, il ricordo di una tragica storia fu evocato in sostegno di quest’ultima tesi, secondo la quale la felicità sarebbe impossibile relativamente, per effetto d’un errore d’indirizzo, e non in un senso disperatamente assoluto.
Ma, poichè l’errore è universale ed eterno; poichè, ammessa l’esistenza della felicità, tutti la proseguono per vie che se ne discostano, non potrebbe darsi che le due tesi apparentemente distinte si fondessero in una, e che fosse un assai magro conforto quello derivante dalla fede in qualche cosa che nessuno consegue?…

I.

Ermanno Raeli era rimasto orfano a ventun anno. Figlio di un siciliano e d’una tedesca, i tratti caratteristici delle due razze si mostravano curiosamente commisti nella sua persona e nella sua personalità. I suoi grandi occhi azzurri, d’una purissima trasparenza cristallina, facevano uno strano contrasto coi capelli di un nero intenso, profondo, notturno, di un nero come difficilmente si vede l’uguale; sulla carnagione pallida del suo viso fiorivano le labbra un po’ grosse, sporgenti, vivide, delle vere labbra di arabo; alla fisonomia espressiva, dai mobili lineamenti, su cui si leggeva nettamente il pensiero, si opponeva una voce fredda, rara, povera d’intonazioni; e con una statura piuttosto piccola e forte, il suo incesso era lento, incerto, quasi vagante. Tutt’insieme, senza che egli potesse chiamarsi bello nel senso volgare della parola, spirava una grande simpatia ed un grande interesse; vederlo una volta bastava per non dimenticarlo più.
Ma la persona morale pagava caramente i vantaggi che l’individuo fisico doveva alla curiosa mescolanza delle due razze. Per quanto diversi, i due tipi avevano pur dovuto fondersi e riplasmarsi in un unico stampo; i due temperamenti persistevano intatti e divisi nella nuova coscienza, esponendola a un dissidio continuo e irrimediabile. Egli aveva come un doppio io, sentiva in due modi diversi, vagheggiava due opposti ideali, e al momento dell’azione non riusciva a decidersi. Si potrebbero riferire molti sintomi di tale complicazione psichica; basterà qualcuno per tutti. Bambino, egli aveva appreso dalla viva voce del padre e della madre l’italiano e il tedesco; più tardi, ne aveva fatto uno studio regolare, riuscendo a conoscerli entrambi; ma non era intanto padrone nè dell’uno nè dell’altro. Nella sua conversazione non c’erano di quelle frasi, di quelle espressioni, di quei modi di dire che sono come la notazione permanente delle idee e dei sentimenti di tutto un popolo. Pochissime volte accadeva di sentirgli citar dei proverbii; intendo i proverbii che corrono sulle bocche dei popolani e dei contadini, in cui si riassume la filosofia d’una razza, non quelli ogni giorno ripetuti nei discorsi convenzionali ed incolori delle classi più colte. Di qui, una difficoltà di rendere con evidenza molte impressioni, di definire precisamente molte idee, e sopratutto una mancanza di carattere, di significazione nel suo dire. Da un’altra parte, la mezza padronanza che egli aveva delle due lingue, lo metteva spesso in un grave imbarazzo; le due espressioni diverse, i due diversi giri di frase gli si presentavano contemporaneamente, in modo che spesso il suo italiano aveva un sapore tutto tedesco e il suo tedesco un’andatura assolutamente italiana. Questo faceva sorridere la gente; egli ne soffriva. In mezzo a un discorso, gli accadeva talvolta di arrestarsi, interdetto; cercando, esaurendosi in tentativi infruttuosi per esprimere chiaramente, non solo agli altri, ma anche a sè stesso ciò che egli pensava in un modo vago, indeterminato, si potrebbe dire algebrico. E a quel modo che, spesso, in una circostanza sollecitante all’azione, egli non sapeva risolversi per un partito, spesso ancora, dovendo tradurre il proprio pensiero, non riusciva a concretarlo in una formola esatta. Ma, se le alternative a cui era esposto dalla duplicità della sua natura riuscivano a ritardare i suoi atti mantenendolo in una specie di libertà d’indifferenza: allorquando l’equilibrio si rompeva egli portava nella risoluzione una foga che era come la rivincita della volontà lungamente compressa; talchè la contradizione non era soltanto in lui nella qualità delle tendenze, tra l’idealismo sognatore e il misticismo fantastico che gli venivano dalla madre e il senso del reale, la vivace energia dell’indole paterna, ma anche nella dinamica morale, tra l’atonia e i parossismi di cui subiva l’avvicendarsi.
Queste sterilizzanti contradizioni iniziali furono(1) ben tosto esasperate dalla sua educazione intellettuale. Amato in un modo esclusivo dai suoi, e specialmente dalla madre, che aveva come la divinazione della sua irrequieta debolezza, non fu neppure discussa l’idea di metterlo in collegio, e i riguardi dovuti alla sua salute, malferma e cagionevole fino alla adolescenza, contribuirono ad accrescere e forse ad esagerare la naturale indulgenza dei genitori. Poi sopravvenne la malattia della signora Raeli, lunga, penosa, per la quale tutta la famiglia dovè peregrinare in cerca di cieli miti e di acque salutari, che non giovarono a nulla; poi i lunghi giorni passati nello stupore e nel cordoglio, con l’imagine della morta vagante per la casa silenziosa; poi ancora il colpo di fulmine che portò via il padre; talchè, nell’età in cui egli entrava, solo, nella vita, Ermanno Raeli aveva appena una superficiale ed imparaticcia cultura. Ma a quelle stesse circostanze che avevano impedito alla sua mente di agguerrirsi alla disciplina di studii seri, egli doveva una grande esperienza sentimentale. A ciascun lutto che gli aveva allagata l’anima di nerezza, egli s’era ripiegato su sè stesso, aveva misurata la vanità degli affidamenti umani, apprezzata tutta la dolorosa precarietà dell’esistenza ed angosciosamente domandata una soluzione all’enimma della Vita. Così, quando s’accorse della propria ignoranza e si diede febbrilmente a ripararvi, intraprese ogni genere di studii, ma abbracciò di preferenza quelli dai quali si riprometteva una risposta ai quesiti che gli stavano a cuore.
Nella biblioteca che egli veniva formando, le opere filosofiche tennero ben presto il primo posto. Per sua stessa confessione, nessun romanzo gli aveva destato tanto interesse, nessun libro era stato da lui letto con tanta ansiosa avidità, come l’Etica, la Fenomenologia dello spirito, la Critica della ragione pura, il Mondo come rappresentazione e come volontà o la Filosofia dell’Incosciente. Al pari del Taine, egli avrebbe potuto dire: “Ho letto Hegel, tutti i giorni, durante un anno intero, in provincia; è probabile che non riceverò mai più delle impressioni eguali a quelle che egli mi ha procurate.”
Era stata un’esaltazione senza misura; egli aveva dimenticato il mondo circostante e sè stesso, per immedesimarsi, per confondersi nello spirito dei suoi autori, affascinato dalla grandiosità degli orizzonti che essi gli avevano schiusi. A quella luce di spirito, egli si vide rivelato ai proprii occhi; le tendenze alla contemplazione, all’astrazione, che gli venivano dall’indole materna, presero uno straordinario sviluppo, e la sua vocazione parve fermamente stabilita: egli avrebbe dedicate tutte le forze del suo ingegno allo studio della natura umana e dei fini dell’universo. Una grande disillusione lo aspettava…
Il pensiero è come quei farmaci potenti, modificatori salutari ma terribili veleni ad un tempo, che solo una lenta e graduale assuefazione è capace di rendere tollerabili. Se l’erpetico che si sottopone alla cura arsenicale assorbisse per la prima volta la dose a cui arriva in capo a qualche mese di progressivo accrescimento, gli effetti più disastrosi sarebbero a temersi. Qualche cosa di simile avvenne in Ermanno Raeli, a quell’improvvisa iniziazione filosofica. I metodi scolastici, contro i quali si rivolgono critiche frequenti ed acerbe, hanno questo di buono, che preparano e disciplinano. Un’accorta ginnastica intellettuale permette di arrivare, senza sensibile sforzo, alle concezioni più ardue; i principii imbevuti, si può dire, col latte non si abiurano mai completamente e permettono di superare la crise di scetticismo che presto o tardi scoppia nelle giovani coscienze. In Ermanno, la mancanza d’un’adeguata e razionale preparazione; l’aver cominciato a studiar tardi, da solo e tutto in una volta, con l’aggravante di una naturale tendenza ad esaurire ogni ordine di idee, a spingere fino agli ultimi limiti l’analisi, produssero una vera ubbriacatura, uno stordimento morboso, ed una conseguente incapacità ad arrestarsi ad una conclusione concreta… L’opera degli umili maestri non è così appariscente come quella degli oracoli dello spirito, il cui verbo essi spiegano e commentano; ma è forse più utile; poichè, in mezzo al laberinto dei sistemi contradittorii essi offrono una guida ed un appoggio. Imbevuto tutt’ad un tratto di questi sistemi; ammettendo, a volta a volta, la legittimità di ciascuno; confuso ed impotente però dinanzi al dissidio scoppiante fra l’uno e l’altro, Ermanno, che aveva cominciato con l’ansietà, finì con la saturazione e con il disgusto. Egli aveva avuta l’ambizione di trovare una personale soluzione al problema dell’esistenza; ma, a misura che approfondiva le proprie indagini, a misura che accumulava i materiali coi quali costruire, egli si accorgeva della loro irriducibile eterogeneità. Dapertutto vedeva contrasti ed antinomie; a ben guardarci, non si scopriva forse che tutto aveva un lato di vero, ma che tutto aveva ancora un lato di falso? A che cosa credere allora?… A tutto ed a niente… In questa conclusione d’un pirronismo progredito e sapiente, pessimistica malgrado l’apparente facilità di contentatura che essa suppone, egli si era finalmente ridotto. L’incapacità di rispondere ai problemi che egli s’era proposto: ecco l’unica risposta che era riuscito a trovare…
Fu verso quel tempo che io lo conobbi. Scrivevo allora, qualche volta, in una rassegna letteraria messa su da giovani con grandi speranze e poi miseramente scomparsa. Un giorno mi capitò fra mano un saggio, senza nome di autore, intitolato Filosofia del subbiettivo. Lo sfogliai, non lo nascondo, con un sentimento ostile; ma dovetti tosto ricredermi. Le idee non erano molto(2) connesse, la forma riusciva penosa a furia di tormentature e di contorsioni, la lingua era zeppa di neologismi e di frasi tolte di peso dal tedesco; ma dietro tutto ciò si sentiva il pensiero e l’erudizione. In breve, l’idea dell’autore era questa: l’unico campo del nostro studio, l’unico oggetto che noi abbiamo a nostra portata, siamo noi stessi; il mondo non è che un miraggio della nostra coscienza: non corriamo dunque dietro all’illusione, afferriamoci alla realtà, penetriamo nei recessi più intimi dell’io e seguiamovi l’elaborazione di tutti i concetti a cui, prestando dapprima una autonomia puramente formale, crediamo più tardi come a realità esteriori e indipendenti.
Scrissi un articolo su quel saggio, non discutendo le idee dell’autore, ma riesponendole in poche parole e dimostrando tutta la simpatia che quello spirito così serio m’aveva destata. Qualche giorno dopo, ricevetti la visita di Ermanno Raeli. Me ne ricordo come se fosse ieri. Mi trovavo all’ufficio della rassegna, in un chiaro pomeriggio di settembre, e quando Ermanno comparve sull’uscio dove si proiettava la luce irrompente dall’aperta finestra, non vidi che i suoi occhi, quegli occhi intensamente turchini, un vero spiraglio di cielo purissimo. Egli veniva a ringraziarmi dell’attenzione accordata al suo opuscolo e della simpatia colla quale avevo penetrato i suoi intendimenti, mentre sarebbe stato molto più facile – soggiunse – e molto più tentatore il combatterli.
Un’istintiva affinità, uno di quegl’impulsi di cui non riesciamo a darci ragione, ma a cui non possiamo sottrarci, mi portava verso di lui. Gli ripetei quanto pensavo del suo lavoro, e a poco a poco la conversazione si annodò. La sua voce era un po’ monotona, l’accento quasi cupo, ma in fondo a quell’apparente freddezza s’indovinava una grande sincerità, una confidenza assoluta. Uscimmo insieme e non ricordo più quali vie tenemmo. La folla era scomparsa ai nostri occhi, ingolfati come eravamo in piena metafisica, lontani da ogni realtà che non fosse ideale, felici di comprenderci interamente ed ansiosi di leggere sempre più addentro in noi stessi.
Come il sole declinava, ci trovammo al Giardino Inglese, a quell’ora quasi deserto. Sedemmo sopra un banco assaporando la dolcezza del riposo, dell’ombra, del silenzio, in quel luogo… Poi si riprese a discorrere, ma a salti, con delle pause in cui ciascuno seguiva per suo conto un filo di idee svolgentesi da una parola buttata lì, spesso a caso. Gli parlai di letteratura e gli chiesi se non avesse nulla composto. Mi risposo di no. Non stimava degna d’aspirazione che la poesia, “la grande arte,” ma lo spirito di critica gli dimostrava ch’essa era morta, o per lo meno spostata; gl’impediva di tentare di conseguirla. Ciò nondimeno, ammirava i poeti francesi contemporanei, nei quali trovava una squisita finitezza di forma e un’assoluta modernità di contenuto. Preferiva a tutti il Baudelaire, del quale sapeva a memoria moltissimi componimenti, e con voce leggermente tremante e curiosamente cadenzata, recitò le Armonie della Sera:

Voici venir les temps où vibrant sur sa tige
Chaque fleur s’évapore ainsi qu’un encensoir…

Quel richiamo alla primavera mentre la brezza vespertina faceva rabbrividire il fogliame dei platani che incominciava ad incresparsi d’oro, quella precoce tristezza d’accento in un giovane che s’affacciava appena alla vita, formavano dei contrasti così intimi e dolorosi che io sentii, mio malgrado, stringermi il cuore. “Ci rivedremo?” gli chiesi, quando fummo per separarci. “Al mio ritorno,” rispose; “parto domani per Napoli.”
Qualche tempo dopo egli mi confessò che quella partenza era stata un pretesto per evitarmi. L’impressione lasciatagli da quella comunione spirituale era stata così forte, il piacere risentito così raro e delicato, che egli aveva avuto paura di sciuparne il ricordo nella indifferenza o nell’impaccio di un nuovo incontro. Se per un raffinato istinto di civetteria egli avesse voluto rafforzare la seduzione esercitata sul mio spirito, nessun artifizio gli sarebbe meglio riuscito. Pensai a lui, continuamente; ricordando certi segni caratteristici, ero sicuro di essermi imbattuto in un tipo eccezionale, la cui eccezionalità consisteva nello incontro molto raro di certe tendenze isolatamente frequenti – per ciò stesso interessante a studiare. Fu quindi con raddoppiata simpatia che io lo rividi e che potei controllare l’esattezza delle mie induzioni. A poco a poco, riuscii a conquistare la sua intimità, a leggere in quell’anima ed a comprendere il suo modo d’essere e di sentire.
Ciò che egli aveva detto, sulle intenzioni poetiche di cui si sentiva pieno e sulla inattitudine all’esecuzione, aveva particolarmente attirata la mia attenzione; quando lo ebbi conosciuto, potei studiare a fondo quel caso curioso d’impotenza artistica. La visione era in lui di una potenza straordinaria, l’emozione che ne risentiva finiva per essere puerile a furia d’intensità; soltanto, quando tentava di rivestir d’una forma il suo concetto, egli sentiva talmente l’inevitabile disproporzione, da provarne una vera vergogna. Tutti gli artisti, i più forti, i più felici, conoscono questo pentimento di sfiducia dinanzi all’inconseguibile perfezione dell’ideale presente alla fantasia; avrebbe quindi potuto darsi che lo scontento di Ermanno dipendesse da una eccessiva scrupolosità di coscienza. Ma per grande che fosse la mia disposizione ad incoraggiarlo, fui costretto a riconoscere ch’egli aveva ragione di dubitare di sè.
Ricordo uno dei suoi poemetti più accarezzati: Le Tenebre. Esso era d’un’ispirazione molto fuor del comune. Al cadere d’un giorno, l’orizzonte appariva tutto sanguinoso, come se il sole fosse per morire svenato. Il mare era una pozza grumosa ed una pioggia di stille rossiccie fendeva il cielo silenziosamente. Poi la notte cadeva sulla faccia dell’abisso: una notte cieca, così profonda che l’orrore si impadroniva degli uomini e li cacciava, a turbe, sulle alture, dove aspettavano il primo raggio del nuovo giorno. Ma il tempo prefisso passava, e, in alto, in basso, da per tutto la spaventevole oscurità continuava a regnare. Gli uomini tentavano di vincerla, intorno alle loro dimore, con tutti i loro poveri mezzi; ma, questi non avevano più efficacia, le fiamme non irraggiavano più, erano delle macchie rossastre sul nero universale. Allora, quella disperata umanità formicolante nella notte senza fine, si rivelava quella che era originalmente: un branco animalesco cui l’istinto solo era norma; tutte le ipocrisie, tutte le menzogne cadevano; gli esseri si combattevano, si dilaniavano, si uccidevano: per ogni dove la forza bruta, la fame sorda, la rapina selvaggia…. E come, dopo un tempo immemorabile, un primo fioco barlume spuntava all’Oriente, tutti quegli esseri si buttavano a faccia a terra, e con le cresciute unghie si mettevano a scavare disperatamente, per nascondersi, per fuggire l’orribile luce… Questa visione apocalittica che dava i brividi a Ermanno, diventava, nelle sue terzine italiane, troppo scialba, troppo fredda, troppo paziente. Più egli vi lavorava, più il fantasma gli sfuggiva. Così, un altro componimento, molto più breve, La scatola di Norimberga, gli era stato suggerito dalla vista delle campagne etnee durante un’eruzione. Era un fanciullo che, cavando dalla sua scatola degli alberelli, delle casuccie verdi, delle siepi di cartone, una montagna di sughero, componeva un paesaggio accidentato, con dei piani, delle valli, dei paesetti. Poi, quando quella sua graziosissima natura era composta, vi nascondeva, qua e là, delle bricciche di pane, e la popolava di formiche che salivano e scendevano faticosamente in traccia del raro alimento. Poi, accendeva uno zolfanello e appiccava il fuoco a un lembo della carta; e il fuoco serpeggiava incenerendo gli alberi, investendo le case, mettendo lo scompiglio nel popolo dello formiche come impazzate. Poi finalmente dava un calcio al tavolo su cui il suo giuoco era disposto e mandava tutto per aria. Vi erano delle reminiscenze heiniane, un tentativo di umorismo in questi versi tedeschi; essi irritavano l’autore per la loro povertà. Egli avrebbe voluto fare dei capolavori; ma se anche ne avesse fatti, li avrebbe dichiarati delle miserie.

Dietro un olivo Venere la bionda
Sul berillo del ciel languida splende,
Piove dall’alto una pace profonda,
Il carbonar la sua catasta incende.

Piove dall’alto una pace profonda,
Un vel trapunto sul cielo si stende;
Della cicala tra l’oscura fronda
Solo il verso monotono s’intende.

Tra un nugolo di polvere la greggia
Si riduce all’ovile, i mandriani
Scagliano sassi a un branco che indietreggia;

Scodinzolando vigilano i cani
E nel clamore dei belati echeggia
Come un accento di lamenti umani.

Qualche volta, come in questa Sera, egli
raggiungeva una certa efficacia di forma; ma
era un disgusto che lo prendeva per il meschino
risultato di tanta energia, di tanta commozione
interiore…

Heine, gioconda larva innanzi a un teschio ròso,
Leopardi, eco triste, gemito lungo e stanco,
Baudelaire, erta sfinge con le catene al fianco,
Shelley, lampeggiamento sopra un mar tempestoso;

Quando, oppressa dal peso di mille ambascie, langue
L’anima e vi domanda un istante di pace,
È la vostra parola come morsa tenace
Che soffoca, che stringe fino al gocciar del sangue.

Quando mille punture sottili, dispietate,
Fan l’anima bersaglio, invece d’un usbergo
Son lancie i vostri detti, che dinanzi, da tergo,
Si conficcano ovunque, fitte ed avvelenate.

Quando l’esulcerata anima vi domanda
Una stilla soltanto d’un balsamo leniente,
Son le vostre parole pioggia d’olio bollente
Che stride, ed esacerba la piaga miseranda.

Sa tutto questo l’animo. Anch’esso il naufragato
Esperta ha l’amarezza delle azzurre distese,
Pure alla colma mano reca le labbra accese.
Così bevo io l’onda del canto disperato.

I soggetti dei versi di Ermanno Raeli, raccolti sotto il titolo generale di Flemme e Fiamme, erano molti e svariati; ma, cosa naturalmente notevole in un giovane, la passione ne era esclusa. E malgrado la nostra cresciuta amicizia, egli non mi aveva fatta nessuna confessione sentimentale. Questo avrebbe potuto spiegarsi col fatto che, nella sua vita ancor breve e semplicemente trascorsa, egli non aveva provato nulla che valesse la pena di essermi confessato – ma Ermanno evitava manifestamente ogni discorso che avesse rapporto a quel tema dell’amore anche in un modo generale ed astratto. Io rispettavo la sua riserva, ma non sapevo rendermene ragione. Quando, sulle prime, non ancora fatto accorto della sua ripugnanza, sceglievo quell’argomento, egli lasciava cadere la conversazione, divagava, mi sfuggiva; però, dietro quell’apparente indifferenza, io credevo sentire ch’egli avesse qualche cosa da dire. Che cosa?… Cercai per molto tempo, inutilmente, di appurarlo. In nessuna occasione riuscii; nè nella discussione delle opere dell’arte, che sono così sovente l’apoteosi dell’amore; nè negli incontri, in società, delle persone i cui romanzi erano sulle bocche di tutti. Compresi più tardi che una invincibile ritrosia, e come un vero ed istintivo pudore impediva ad Ermanno perfino di parlare delle cose del sesso. Tutta la sua vita era improntata d’un carattere di austerità: non sorpresi mai sulla sua bocca una parola cruda, non vidi mai nella sua libreria un libro frivolo; non lo trovai mai a teatro, al melodramma o alla commedia, dove la rappresentazione del sentimento è così immediata da acquistare tutta l’illusione della realtà.
Da che altro rifuggiva egli per indole se non dalla Realtà?…

II.

Io ebbi la chiave dell’enimma e gli ultimi veli che mi nascondevano l’anima di Ermanno si sollevarono a poco a poco, quando il mio giovane amico, sul finire dell’inverno del 188* intraprese un lungo viaggio attraverso l’Europa. Padrone assoluto di sè, bramoso di veder nuovi paesi e nuove genti, egli si era lungamente negato il conseguimento del suo desiderio, ponendovi come patto l’acquisto di una soda cultura. Spesso, dopo lunghe giornate di indefesso lavoro nel suo piccolo studio dalle pareti nascoste dietro gli scaffali, al grande tavolo su cui stavano accatastati, a portata di mano, ogni sorta di dizionarii, egli usciva in fretta e correva al porto, lasciando rinfrescar la sua fronte infiammata dalla cogitazione, bevendo a larghe boccate i balsamici effluvii del mare. Là, oltre quella distesa monotona, erano i paesi vagheggiati, le grandi capitali della civiltà, i centri donde parte e dove affluisce il pensiero dei popoli. Nessuno al mondo avrebbe potuto impedirgli di salire a bordo del primo vapore in partenza e di compiere la sua aspirazione; ma egli giudicava che non era ancor tempo; e tanto indugiò, e mise tanta coscienza nell’arricchire la mente di cognizioni prima di girare pel mondo, che l’ansia dei primi anni sbollì e le impressioni ripercosse in quel cervello troppo affaticato non ebbero nulla dell’aspettata vivacità. Il suo viaggio fu una serie di disillusioni; gli stilò dinanzi una processione di belle vedute: piazze, corsi, monumenti, giardini, che egli guardava come dietro a un vetro di cosmorama; le imagini si sovrapposero alle imagini, si confusero, finirono per stancarlo. Egli dovette mescolarsi alla folla che aborriva; la sua personalità si smarrì, si annullò quasi nella varia vastità degli ambienti, e il viaggiatore disingannato finì per rimpiangere le ore di silenziosa meditazione della sua vita di Palermo.
Da questo stato d’indifferenza un po’ stanca egli uscì una volta, a San Remo, dinanzi al sepolcro della madre; ma, compiuto quel pietoso pellegrinaggio, egli proseguì la sua via, senza desiderii, vagabondando, arrestandosi una settimana in un luogo ignorato, torcendo cammino secondo la disposizione dello spirito, la fisonomia dei luoghi o il colore del cielo. Verso i primi d’aprile era a Parigi. M’avvertì del suo arrivo mandandomi un giornale; poi nulla più, per quindici giorni. La prima lettera che ricevetti era datata in questo modo: Dalla Tebaide, 16 aprile…. “Che cosa supponi tu,” mi scriveva, “che io sia venuto a fare qui? Passo il mio tempo nei Musei, più spesso nelle Biblioteche. Sono stato dai principali librai ed ho la stanza ingombra di novità. Ieri fui al Collegio di Francia, al corso del Renan. Già lo avevo visto, ti ricordi, al tempo del Congresso degli Scienziati; egli non è apprezzabilmente mutato. Lo sentissi! Un buon piccolo parroco di villaggio che espone la dottrina ai villici; nessuna oratoria maestà, un’aria bonhomme, delle comuni e spesso familiari espressioni. Una inglese, grassa, bionda, cogli occhiali, certo una authoress, si guardava intorno, scandalizzata, malgrado la sua nordica flemma. Ma che disinvoltura! Sempre la stessa aria di un giocoliere che trasformi una palla in un fazzoletto, il fazzoletto in un soldo, il soldo in una chiave e che all’ultimo faccia tutto sparire. Leggi questo piccolo periodo colto a volo; si tratta della data del Levitico. “Ah! je fais bien mes compliments à ceux qui sont sûrs de ces choses-là! Le mieux est de rien affirmer, ou bien de changer d’avis de temps en temps. Comme ça, on a des chances d’avoir été ou moins une fois dans le vrai!…” Non è tutto l’uomo in questo giudizio?…”
Da quel tempo le lettere seguirono alle lettere, tutte datate ad un modo: Dalla Tebaide!… Dalla Tebaide! Ma lì, malgrado la sua indifferenza, egli aveva pur dovuto esser fatto segno di tentazioni d’ogni sorta! Come sarebbe uscito dalla lotta?… Inaspettatamente, la domanda che io mi rivolgevo ebbe una risposta. “Iersera,” diceva Ermanno in una sua lunga lettera, “il vago spirito di tentazione che qui serpeggia per ogni parte, ha preso una forma. La lotta non è stata lunga, nè la vittoria contrastata. Io ho evitata la Bestia; conosco quello che essa può darmi…” E da quel momento, ora a mezze frasi e ad allusioni, ora in lunghi passaggi di autobiografia, egli mi venne rivelando il secreto fino a quel momento così bene nascosto. “Hai tu notato,” mi scriveva, “la cura da me posta nell’evitare ogni occasione di rivelarti la mia concezione dell’amore? Egli è che le circostanze in cui io la costrussi non sono molto allegre. Da tutto il fondo del mio essere sale un tale disgusto al ricordarle, ed un ribrezzo così freddo mi passa per il corpo, che tu avresti rinunciato a sodisfare la tua curiosità per risparmiarmi una tanto penosa sensazione. Ma un giorno o l’altro non ti debbo io una confessione completa?
“…Dopo tutto, io ho forse torto di pensare che il mio caso sia estremamente raro e meritevole di storia. Io avrò conosciuto pochi uomini, ma una naturale attitudine all’osservare, a notare i minuti fatti, i fuggevoli segni, gl’indizii incerti a cui ordinariamente non si guarda su, ha slargato il campo della mia esperienza. M’inganno dunque se io dico che la gran parte di noi ha subita la mortale profanazione dei sogni più intimamente accarezzati? Sai tu dirmi in quali condizioni di raccapriciante cinismo ci è rivelato il mistero nascosto in fondo a quello che si è convenuto di chiamare l’amore?…”
“…Qui, i chroniqueurs, a proposito dell’ultimo romanzo di Zola, rimettono sul tappeto il vecchio tema del naturalismo. Alcuni gridano allo scandalo, hanno l’aria di chiedere al procuratore della Repubblica di sequestrare il volume e di processare l’autore. Io vorrei soltanto sapere se tutta questa gente è sincera; che cosa va a fare quando, dopo aver fulminato in nome della morale offesa, depone la penna ed esce sul boulevard?… Io non difendo il naturalismo; non mi occupo di sapere se dei limiti, e quali, debbano imporsi all’artistica rappresentazione del vero. Non mi preme tanto del fatto letterario, se non come segno dello stato psicologico di cui è una produzione. E quale è questo stato? Una violenta, e quando ancora si voglia brutale reazione contro le convenzionali menzogne, le raffinate ipocrisie di cui ogni giorno siamo testimoni. Coi piedi striscianti nel fango, con lo sguardo nell’infinito dei cieli, l’uomo s’aggira dentro una primordiale contradizione, e per una fatale vicenda, il magnificamento del basso provoca il magnificamento dell’alto, e viceversa. Gli esaltati, ebri, sognanti romantici hanno per mezzo secolo celebrata l’apoteosi dell’anima umana, gonfii di sublimi speranze, di indefinite aspettazioni. Essi hanno costrutto un ideale tipo di uomini nobili, magnanimi, eroici; hanno vista la vita dal lato più seducente. Ma la medaglia ha il suo rovescio, e troppo a lungo fu ripetuta la parte dell’angelo per non accorgersi che le ali erano di cera dorata. Più d’un Icaro, affidatosi ad esse per spiccare i suoi voli, sentì che si struggevano al sole e precipitò miseramente. Ancora contasi dalla caduta, non vuoi tu che rovesciassero la loro collera sugli autori dell’inganno e, perchè altri non ne fosse più vittima, che gridassero loro: Bugiardi?… Eccoli chinarsi nel fango, raccattare tutte le miserie, sfoggiare tutti i cenci, denudare tutte le piaghe, e con una brutalità di accento per entro alla quale echeggia una profonda amarezza, esclamare: “Questo è il Nume, adorate!…”
“Ciascuno di noi presume di conoscere sè stesso; ma non sorgono talvolta, dall’inesplorato fondo dell’io, delle tendenze, degl’impeti, dei desiderii, delle imagini, delle idee che ci stupiscono per la loro eterogeneità, come se non potessero appartenere alla coscienza che noi siamo avvezzi a scrutare? Tu mi dirai che io piglio le mosse un po’ da lontano per dirti che questo pomeriggio sono stato di una tristezza nera, soffocante, e che avrei voluto essere molte migliaia di miglia lontano da qui. La ragione? Nessuna, o molte. Non avevo detto una parola da parecchi giorni; io parlo un rotto francese e non amo di stringere nuove e temporanee conoscenze. L’atmosfera era dolce, il cielo radioso, il bosco straordinariamente popolato da una folla elegante, gioconda. Avevo soltanto letto poco prima i giornali, e tutte le cronache narravano la semplice e tragica storia del suicidio d’un giovane, quasi un ragazzo, ripescato nella Senna ed esposto alla Morgue. L’imagine del morto, che io non avevo visto, mi perseguitava, e dinanzi alla clemenza del cielo, alla pienezza della vita, io pensavo ostinatamente al dramma scoppiato in quel cuore, alla lotta ignorata, all’oscura sconfitta sull’alto del ponte, in fondo all’onda travolgente….. Poi, quando quell’ossessione cessò, in mezzo all’ultima animazione della folla che si disponeva a lasciar la passeggiata, mi sentii come travolgere anch’io sotto un’ondata fredda ed opaca. In quel momento compresi che non mi sarebbe molto costato il fare come quel povero ragazzo.
“…Assolutamente, le mie lettere non sono punto gaie; ma egli è che questo viaggio è stato finora una completa disillusione. Io temo d’essere incapace a provare ancora un’emozione un po’ viva. Per fortuna tu mi conosci e non crederai che io inclini verso quella cosa detestabile che qui chiamano pose. Se c’è niente che abbia virtù di farmi sorridere, questo è il pathos romantico; e del resto, oggi, esso sarebbe anche un poco fuori di moda. Non è più il tempo in cui Alfredo de Musset, visitando un podere di Ulrico Guttinguer, esclamava, come segno d’una eccelsa ammirazione: “Ah! quel bon endroit pour se tuer!…” Oggi la vita, anche pei poeti, va presa in un altro senso; ed è forse appunto perchè io non ho uno scopo pratico e immediato da proseguire, un obbiettivo verso il quale concentrare tutte le mie attività, che sono in preda a questo malessere. Ma, senza posa e con l’accento della più grande sincerità, io vedo il mio avvenire infinitamente triste. Nella vita del pensiero, ho provate le prime vertigini della follia, in cospetto del nero senza fine del destino e della fondamentale impotenza umana; nella vita pratica nulla mi arresta, e la vita del sentimento mi è interdetta: troppo brutale, troppo violenta è stata la disillusione sofferta; troppo angosciosa è stata l’esperienza della vergogna, della nausea che precedono e seguono lo spasimo di un istante; troppo amaro mi è rimasto sulle labbra il sapore dei baci comprati, troppo spaventevole è stata la visione delle torture a cui sono condannate(3) le tragiche vittime della nostra superba civiltà sociale, troppo acuto mi ha perseguitato il rimorso della contaminazione subita – e commessa – poichè la miseria è egualmente profonda da una parte e dall’altra nelle coppie accanite sopra i letti rischiosi…
“…Qui non si parla ora che del nuovo dramma di Alessandro Dumas. Io ti dirò una cosa che forse non crederai: non ho letta la sua Dame aux Camélias. Dirò meglio: non l’ho finita di leggere. Questa cosa rimonta – vediamo – ad otto anni fa. Già la prima malinconia del volgersi indietro e di misurare il tempo trascorso scende più spesso sopra di noi… Io ero nel periodo lirico della vita: breve quanto tu vuoi, l’ho attraversato ancor io. Fu una delle poche volte che andai a teatro, una sera che si rappresentava la Signora dalle Camelie. Non ricordo più come si chiamassero gli attori; certo non dovevano avere una grande reputazione, perchè non li ho più intesi nominare; ma fosse il loro ingegno mal conosciuto, od una speciale sovraeccitazione, o non so che cosa altro, tutto il pubblico fu trascinato all’entusiasmo da una rappresentazione così appassionata, così umanamente vera, da dare l’illusione della vita. Io uscii dal teatro ebro, alla lettera. I personaggi mi stavano ancora dinanzi: io li vedevo, io li udivo; Margherita meglio di ogni altro, immortalmente adorabile. Io non pensavo all’attrice, non davo un corpo alla spirituale Figura; ma io l’amavo, intensamente, sentivo di non poter amar altro che lei… Il giorno dopo comprai il romanzo, e andai a cominciarne la lettura, subito, al Giardino Inglese, sotto l’ombra che tu conosci, nel silenzio. La mia mano tremava nel voltare le pagine; ed a misura che avanzavo, il mio cuore batteva più forte, e la Figura mi sorrideva, più adorabile; e come un timore di profanare il mio sentimento, di togliere alla Figura la sua divina idealità cominciò a nascere in me; e il terrore del poi, della vaga angoscia all’approssimarsi della fine, e dello sbalordimento dopo voltata l’ultima pagina, sorse e si fece così gigante, che io chiusi il libro a un tratto, andai a riporlo a casa, e non l’ho più riaperto. A Palermo, io l’ho quasi a portata di mano; nelle mie ricerche in libreria, gli occhi mi corrono sempre a quel volume; ma non vi ho letto nè vi leggerò più…
“…La tentazione mi circonda, mi assedia da ogni parte, sotto tutte le forme. Talvolta temo di non poter durare a resisterle. Penso alla voluttà del rilassamento dei miei nervi troppo tesi, della frescura di una mano passante sulla mia fronte, della morbidezza che le mie braccia stringerebbero… A che cosa mi avrà servito questa mia virtù? Ed è virtù quello che cento persone su cento, a occhi chiusi, deriderebbero? Perchè ostinarmi a non fare ciò che fanno tutti gli altri, semplicemente?…
“… Più mi guardo attorno, più mi rendo padrone del meccanismo sociale, e più il problema dell’amore m’appare complesso e formidabile. Non passa giorno che qui non scoppii, come un tumore, uno scandalo; che delle piaghe non si mettano a nudo, che delle vittime non siano immolate. Passa la folla, elegante, allegra, felice: e il dramma o la tragedia covano nel profondo dei cuori. Ah! il problema è grave, e tutto, nella vita, dipende dalla soluzione che gli si dà: la pace, l’onore, la salute del corpo e dello spirito… Il grande commediografo ha ben ragione di studiarne, nelle sue geniali creazioni, tutti gli aspetti, ed io non vedo perchè sorridere di un’arte che prosegua degli alti e nobili fini. Ma, disgraziatamente, le sue soluzioni, come le nostre, come quelle di tutti, non sono esenti da lamentabili effetti. Il danno è ovunque!… Quelli che più mi rattristano, sono gli adolescenti dalle gentili e quasi muliebri figure. Io non conosco nulla di più angoscioso del contrasto fra la purissima idealità a cui si dedicano tutte le forze dell’anima, e la vergogna in cui si precipita e il brago in cui si affonda. A che cosa valgono dunque i propositi più nobili, le aspirazioni più alte, gli slanci più generosi, se un fiato pestilenziale ammorberà l’anima e ne soffocherà il verginale profumo?… Quando io discendo ad esplorare questi dolorosi secreti, quando io rimescolo il fondo disgustoso del ricordo, quando lo spettro orribile della profanazione mi si presenta dinanzi come il giorno che mi afferrò con le sue viscide mani; allora s’agguerrisce il mio spirito ed oppone più salde barriere alle traditrici lusinghe. Io proseguo intanto fra le rinunzie il mio vago pellegrinaggio(4) perchè, se un premio pur anche l’avvenire mi riserva, lavato, purificato, io possa riesserne degno…”

III.

Fu il contrario che avvenne.
Ermanno Raeli aveva lasciato Parigi e si era recato in Germania. Gli premeva di vivere per qualche tempo in mezzo ad un popolo col quale si sentiva legato per origine e per educazione, di sentir parlare la lingua di sua madre, di attingere direttamente alle sorgenti di quella filosofia di cui il suo spirito si era nutrito. Aveva già compilato un programma di studii e di ricerche, si faceva anticipatamente una festa di innalzarsi alle più ardue cime della meditazione, di vivere ancora più esclusivamente nel mondo delle idee, quando questa realtà lo avvinse con le sue più salde catene.
Fu a Vienna, uno di quei giorni “che il fondo inesplorato della coscienza ribolle sordamente, e come la terra freme per tutti i germi che vi stanno sepolti e tendono all’aria ed alla luce, così un oscuro lavorìo di crescenza si compie nel nostro essere.” Al concerto di Strauss, mentre il suo cuore si gonfiava “di rancori, di rimpianti, di aspirazioni indefiniti al ritmo incalzante d’un walzer che pareva un inno di tripudio universale,” egli incontrò colei che chiamò col simbolico nome di Sfinge… Ahimè, quanto poco enimmatica era la creatura nella quale egli s’era imbattuto, e come bisognava essere inesperti della vita per trovare un sapor di mistero là dove non era che una troppo ovvia verità!..
I giovani avvezzi a pensare con la propria testa ed a foggiarsi delle idee sopra ogni cosa prima ancora di conoscere nulla, sanno quel particolar genere di smarrimento che si prova dinanzi ai fatti in aperto contrasto con le persuasioni stimate più salde. Uno smarrimento di questo genere, ma intenso fino all’angoscia, fu quello provato da Ermanno dinanzi a quella donna che prima gli sorrise.
Le sue scettiche disposizioni dell’animo erano effetto di teorie, di concetti nominali, piuttosto che dell’esperienza; egli credeva morto il suo cuore, quand’esso invece non aveva ancora palpitato. L’iniziamento alle relazioni dei sessi nelle condizioni di disgusto in cui era avvenuto, gli aveva procurato una grande sfiducia; ma era stato il bisogno di una mancata correzione sentimentale che glie ne aveva fatto esagerare le proporzioni. Il giorno che egli fu messo in presenza di una seduzione come quella della signora Woiwosky, il suo sconforto si disperse. Non che egli non avesse resistito; ma la sua resistenza era dipesa soltanto dalla propria naturale irresolutezza, dalla tendenza a troppo considerare, dal contrasto perenne tra il pensiero e l’azione.
Il primo, l’istintivo sentimento che la donna gl’incuteva era una specie di vaga paura: egli si sentiva dinanzi ad un essere diverso, sconosciuto e per ciò stesso formidabile. L’apprensione era così forte, che egli non osava fissarne l’oggetto; ma a questo contribuiva ancora il suo particolare bisogno di rifugio nella contemplazione ideale. Egli non guardava le donne accanto alle quali si trovava talvolta; ne riceveva un’impressione d’assieme che elaborava nel profondo della mente, spendendovi intorno tutte le ricchezze dell’imaginazione. L’impressione del reale era per lui un punto d’appoggio per dar la scalata ai fantastici mondi; quando ne ridiscendeva, si sentiva oppresso come fuori dell’atmosfera necessaria al mantenimento della vita. Tutte le donne erano per questo(5) belle in qualche modo ai suoi occhi, poichè tutte gli davano la spinta ad una raffigurazione perfetta; tutte erano indegne perchè nessuna poteva rispondere completamente alla perfezione intravista. Quando incontrò la Woiwosky, si produsse il consueto fenomeno. Egli non osò guardarla, apprese del suo fascino appena quel tanto bastevole ad una idealizzazione suprema, si saturò di seduzione pensata; ma quando l’operazione inversa stava per prodursi, qualcosa di nuovo sopravvenne a produrre un risultato diverso.
Fra quei due, le parti si erano presto completamente invertite: la donna aveva anticipato il compimento dell’aspirazione che, timido, ombroso, indeciso, Ermanno non confessava nettamente neanche a sè stesso. Egli aveva come la sorda coscienza dei pericoli a cui andava incontro, della menomazione che avrebbe subita scendendo delle vette di quella sua solitudine. Ma la seduzione era irresistibile; il bisogno d’affetto, la sete dell’amore si erano in lui subitamente sviluppati e fatti impellenti; e ad un tratto egli si era abbandonato a quella dolcezza nuova, rifacendosi delle sue titubanze e delle sue esitazioni con quell’impeto che era da prevedersi.
Quando si ricordano i pensieri, i sentimenti, i concetti che si avevano un tempo e si paragonano ai nuovi che la diversa realtà conseguita suggerisce, par d’essere un tutt’altro individuo, tanto il passato è inconciliabile col presente. La rivoluzione operatasi nella sua esistenza aveva dato ad Ermanno Raeli questo sentimento, in fondo attristante, anche quando la mutazione avviene o si crede che avvenga in meglio. Dove egli aveva visto tutto nero, la luce più gioconda irraggiava; dove egli aveva di tutto disperato, la speranza, qualche cosa di più, la realità, gli sorrideva. Aveva creduto che i suoi giorni sarebbero scorsi fra gli studii più severi e difficili, e il mondo lo travolgeva nel turbine delle sue più potenti distrazioni. Aveva negato l’amore… e vi credeva? Oh, se credeva alle estasi divine del sentimento! Non viveva che di queste…
Il pericolo di simili reazioni interiori è che esse si compiono proporzionalmente all’azione iniziale, talchè ad un eccesso risponde un eccesso, senza che sia mai possibile una graduazione conveniente. Se Ermanno Raeli non fosse stato così profondamente scettico, non sarebbe divenuto così ciecamente fiducioso; se si fosse fatto un più equo giudizio delle cose e della vita, non avrebbe offerto il tesoro della sua verginità sentimentale alla prima donna incontrata per via.
La signora Woiwosky ne era degna? Ogni donna che accorda liberamente sè stessa all’amore d’un uomo è degna di quest’amore; la quistione che rimane aperta è di sapere che cosa l’uomo s’aspetta da lei. Non più giovanissima, vissuta in un ambiente dove i freni morali sono molto rallentati, avendo avuta per unica legge il suo proprio piacere, la signora Woiwosky non poteva dare ad Ermanno Raeli ciò che egli se ne riprometteva. Nel primo momento, come sempre, era stata la simpatia fisica che l’aveva vinta. Ordinariamente, la ignoranza del carattere reale della persona verso cui ci sentiamo spinti, è corretta dall’imaginazione che ce lo presenta quale lo desideriamo e che ci espone più tardi, dinanzi alla rivelazione di quello che è nel fatto, meglio a disinganni che a compiacenze. Per la signora Woiwosky, cotesto miraggio anticipato, che la realtà non avrebbe smentito, non era a temere – od a sperare; – e se ella fu meravigliata quando il carattere di Ermanno le si manifestò, la sua meraviglia fu del genere di quelle che si provano dinanzi alle cose strane e curiose. Quel giovane in cui ella aveva apprezzato il fascino personale, lo strano miscuglio di forza e di delicatezza, si trovava nello stesso tempo in anima delle più squisitamente sensibili. Era molto più che lei non domandasse!…
Preso dalle dolcezze della nuova vita, Ermanno aveva finito naturalmente per rimpiangere il tempo in cui non le aveva cercate; per ciò stesso, dinanzi alla felicità presente, egli non aveva l’agio di considerare come fosse venuta; tremava piuttosto che se ne andasse, e quasi le negava fede, tanto essa gli pareva grande, in questa condizione dell’animo, la facilità con cui la donna gli si era data non aveva il senso inquietante che avrebbe potuto avere per altri; diventava un titolo di più alla sua gratitudine. Tutto era per lui una ragione d’amarla, ed egli aveva delle incantevoli invenzioni di sentimento, una squisitezza di pensieri, una poesia d’espressione dinanzi alle quali l’altra, avvezza ad un mondo molto diverso, restava stupefatta, ma che sulle prime era disposta ad apprezzare in ragione stessa della loro rarità, benchè senza troppo capirle.
Da ambe le parti, l’equivoco fu delizioso; ma durò poco. Al completo abbandono dell’essere suo, Ermanno si veniva accorgendo che non era risposto con eguale effusione; che quella donna stretta al suo fianco era molto lontana da lui, più lontana che se migliaia di miglia li separassero… Come da un orlo indifeso, egli scorgeva un abisso spaventevole; ma la stessa enormità del pericolo gli procurava una specie di sicurezza. Sentiva che il disinganno gli sarebbe stato fatale, che aggiunto alle amarezze sofferte avrebbe avuto un’influenza decisiva su tutta la sua vita; e preso da una paura crescente dinanzi ai sintomi sempre più inquietanti che l’altra, già stanca di rappresentare una parte non sentita, non riesciva più a nascondere, cercava di persuadersi di aver visto male, di essersi ingannato, di diventar troppo esigente, di mancare d’esperienza… Se il fanciullo che chiude gli occhi dinanzi al pericolo crede di sottrarvisi, egli è che il pericolo in tanto esiste per lui in quanto ne ha la coscienza; con l’abolirne la percezione egli stima di averlo realmente abolito. Per le nature in cui l’imaginazione ha uno sviluppo esuberante, un simile fenomeno si riproduce frequentemente anche nell’età in cui la ragione potrebbe intervenire a far sentir la sua voce; ed Ermanno, che non poteva più illudersi, si sorprendeva talvolta a negar fede a ciò che avveniva.
Erano, sul principio, dei malintesi, futili in apparenza, a proposito di incidenti volgari: una parola interpretata in vario senso, un diverso modo di vedere, ma che intanto rivelavano la radicale impossibilità di una comprensione reciproca. Ciò nondimeno, Ermanno non poteva decidersi a rassegnarsi; e con l’inconfessato convincimento della inutilità dei suoi sforzi, cercava di leggere in fondo al cuore di quella Sfinge, nella lusinga di trovare qualche cosa a cui aggrapparsi. A misura che egli si faceva più insistente, la stanchezza della donna cresceva. Con una maggiore esperienza della vita, ella vedeva che era impossibile durarla, aspettava che egli stesso se ne sarebbe persuaso proponendole di separarsi con una buona stretta di mano, da persone di spirito. Dinanzi alla strana ostinazione di Ermanno, ella fu anche tentata di prendere l’iniziativa della separazione, dichiarandogli lealmente di voler riacquistare la propria libertà; un istintivo sentimento di rispetto per l’intuita superiorità di quell’anima la arrestò. Allora, i malintesi divennero più grandi, scoppiarono più frequenti, fin quando un giorno Ermanno Raeli vide compiersi una cosa abbominevole, che spense come un turbine l’ultima sua illusione. Quella donna che aveva appartenuto a lui, a cui egli aveva creduto come alla stessa Fede, si era data ad altri; semplicemente, freddamente, per capriccio, come gettava via dei guanti ancora freschi pei nuovi, ella lo aveva abbandonato per un altro… La súbita rivelazione di questa mostruosità diede una scossa terribile al suo spirito. Non crederla, era impossibile; ribellarvisi, era inutile: il fatto esisteva, brutale, violento. Tutte le dolcezze, tutte le promesse, quell’intima, quella lunga comunione: tutto era finito. Ogni legame era sciolto. Fra loro, dopo quello che erano stati l’uno per l’altro, nulla esisteva più di comune; essi erano ridiventati due estranei, come prima, più di prima… Un momento, egli fu tentato di andarsene da lei, di supplicarla, di scongiurarla, di riprenderla fra le sue braccia, di evocare gl’istanti volati, di rivelarle l’abisso che gli aveva scavato dinanzi, di fargliene misurare la profondità, di domandarle in ginocchio di stendergli una mano, di non farlo perdere, di non indurlo a negare, a bestemmiare la fede, l’amore… L’amore? E ad un tratto la mal repressa ribellione scoppiava dentro di lui. Era dunque quello l’amore? Quale disgusto!… In alto e in basso della scala sociale, brutalmente confessata o ipocritamente nascosta, venduta o concessa, non esisteva che la sodisfazione degl’istinti!… Egli non era stato amato, ma non aveva amato neppure. Riconosceva adesso la sua illusione, l’inganno in cui era caduto, il chimerico inseguimento di qualche cosa che era soltanto dentro di lui, nella sua imaginazione, e che mai, mai, avrebbe potuto afferrare…
Una crise violenta scoppiò nella sua coscienza. Come reazione voluta, accarezzata, con una sfrenata compiacenza, sostenuta dal fondo d’energia che era nella sua natura e che prendeva una rivincita, egli si buttò a capo fitto in una vita di pazzi piaceri e di amori malsani; trovò una specie di furibonda voluttà nel profanare, nel deridere, nel macchiare di fango i suoi assurdi ideali. Di quella crise fu per morire. Nondimeno, guarì; ma il suo sguardo serbò per sempre l’attonita immobilità di chi ha visto spalancargli la terra dinanzi; e una ruga precoce, indelebile traccia della tempesta, solcò la sua fronte.

IV.

Quando Ermanno Raeli tornò a Palermo, dopo parecchi anni di assenza, la sua vita riprese a scorrere sola, monotona, come una volta. Nessuno, o ben pochi, sospettavano ciò che era avvenuto nell’animo suo; a giudicarne dai suoi atti, nulla sembrava mutato in lui; la sua tristezza, il suo mutismo, la sua avversione pel mondo erano antichi. Agli occhi degli indifferenti, Ermanno non aveva nulla di particolarmente interessante: era un giovane dovizioso, di buona nascita, molto intelligente, ma incerto ancora della via da seguire, e forse per ciò stesso dall’aria un poco eccentrica.
Fra le rare persone la cui compagnia egli talvolta non disdegnava, il conte Giulio di Verdara occupava il primo posto. Era un carattere, nelle sue manifestazioni esteriori, perfettamente opposto a quello di lui; ma, sotto al sorriso canzonatore che gli errava sulle labbra, dietro le professioni di scetticismo egoistico, si nascondeva un gran fondo di bontà e di rettitudine. Avviatosi per la carriera diplomatica, l’aveva sul più bello lasciata, come se la riserva e la finzione imposte repugnassero a quello spirito franco malgrado l’apparente contradizione fra le teorie professate e la pratica. Datosi ad operazioni di grande commercio, egli sosteneva per esempio che l’onestà era una blague, che il primo istinto dell’uomo era quello della frode e della rapina; ciò non impediva intanto che egli fosse onesto fino allo scrupolo, e buono fino a danneggiare i proprii interessi quando v’era un interesse altrui da risparmiare.
Giulio di Verdara ed Ermanno Raeli, intendendosi nel fondo, soffrivano la loro diversità esteriore; ma i loro incontri, per la stessa natura delle loro tendenze, non erano frequenti. Il conte aveva preso moglie durante l’assenza di Ermanno; questi, nella sua avversione a conoscere nuova gente, aveva evitato una presentazione spesso proposta. Doveva però ben tosto avvenire una circostanza da metterlo nell’impossibilità di dare indietro.
Dalla sua peregrinazione per i musei di Europa, egli aveva portato un gusto per le cose dell’arte, e lasciata da un canto la filosofia, si era messo attorno ad uno studio sulla scuola siciliana di pittura, e specialmente sul Monrealese. La figura di questo artista forte, originale, precorritore del proprio tempo e di tanto superiore alla sua fama, lo aveva subitamente sedotto. Aveva fatto il giro dell’isola per vederne tutte le opere, ed a Palermo, quando lasciava il suo grazioso pianterreno del Corso Alberto Amedeo, passava le sue giornate fra la Biblioteca comunale e il Museo nazionale, attorno agli scritti su Pietro Novelli ed alle pitture di lui.
Un giorno che egli era appunto per recarsi al Museo, il conte di Verdara gli fece pervenire un biglietto nel leggere il quale Ermanno non potè frenare un movimento di contrarietà. “Mio caro,” scriveva il conte, col suo abituale tono disinvolto e scherzoso, “mi piove sul capo un’amica di mia moglie, alla quale bisogna fare gli onori della città. Io che mi ricordo quant’era seccante Cicerone a scuola, vorrei salvarle, mia moglie e l’amica, dai ciceroni di piazza. E quanto a me, la mia ignoranza è tale, che non so se il Monrealese è di Partinico. Poichè tu sai dunque i Filippini a memoria, sarai così amabile da trovarviti oggi all’una? Grazie e scusa.” Ad un invito motivato in quel modo, Ermanno non poteva sottrarsi, ma fu con un fastidio mal nascosto che egli s’incamminò. Però, quando fu giunto all’Olivella, appena entrato nel primo cortile, dimenticò completamente quel malumore e la sua causa. Al pensiero aborrente dall’attuale realtà, i ricordi e le evocazioni dei mondi sepolti sono un grato rifugio. Fra quelle antiche rovine Ermanno ritrovava, se non la gaiezza, almeno una compiacente serenità. Il Tritone del cinquecento, in groppa al delfino guizzante, distendeva in alto le braccia ad imboccare la involucrata buccina. Tutt’intorno: le iscrizioni greche, arabiche e medievali; le porte intagliate dell’antico ospedale, i sarcofaghi, le stele ed ogni sorta di marmi logori e scuri. In quel silenzio, in quella solitudine, quelle pietre mutilate si animavano agli occhi di Ermanno, ridicevano antiche storie di splendori e di miserie, attestavano con la loro sola presenza la fatale nullità delle umane vicende; però, la conferma che le cose esteriori danno ai nostri concetti più tristi non è per sè stessa una specie di strana ma profonda sodisfazione?.. L’attrattiva d’una grande poesia era per lui in quei ruderi da cui ordinariamente si rifugge attristati ed oppressi; le voci delle generazioni tramontate riecheggiavano ancora lì in mezzo, ed era come se le iscrizioni non fossero scolpite nella fredda pietra, ma sussurrate da qualche voce, dai morti dei vuoti sarcofaghi…
/# “Ti sei allontanato da quanto in vita era agli occhi tuoi più caro; hai lasciato il mondo e non ritornerai.
“Finchè Iddio non ridesti le sue creature. Nessuno spera vederti e pur tu stai vicino.
“Il tuo viso ogni dì si logora ed ogni notte: l’amor tuo non si svela e pur tu ami.
“Scenda sopra di te la pace di Dio, finchè sorga in Oriente il sole, finchè tremoli una vettina sugli alti rami dell’arak.” #/
Questi versetti d’un frammento d’iscrizione araba furono i primi che Ermanno Raeli spiegò quando, all’arrivo di Giulio di Verdara e delle signore, la comitiva cominciò il suo giro. La contessa Rosalia di Verdara poteva avere, a quel tempo, poco più di trent’anni. Alta, slanciata e flessuosa come un ramo di palma, bruna dalla carnagione leggermente dorata, dagli occhi vivi e profondi, ella riuniva la simpatia del più puro tipo siciliano all’eleganza e allo spirito di una parigina. Tutto in lei rivelava la gran signora di razza, l’agevole sicurezza di sè, la padronanza che esercitava dintorno, la distinzione del tratto, il modo di dire le cose più indifferenti. Appena suo marito ebbe pronunziato il nome di Ermanno, districato il braccio dal mantello che ricopriva l’abito di velluto e gros grain mordoré, chinando amabilmente il capo su cui portava una capottina analoga, guernita di un grosso colibri bianco, ella gli aveva stesa la mano: “Io già la conosco, di nome, come un buon amico di Giulio…” ed a sua volta lo aveva presentato alla sua giovane compagna: “La signorina Massimiliana di Charmory…” All’inchino di Ermanno questa aveva risposto con una breve mossa del capo; poi la visita era incominciata.
Intanto che si girava sotto i portici e che Giulio di Verdara scherzava sulle cose spiegate e sullo spiegatore, la contessa, leggermente intimidita dallo scuro ambiente, prestava alla sua nuova conoscenza un’attenzione tra curiosa ed inquieta; ma la signorina di Charmory pareva interessarsi soltanto a quel che vedeva. Era un tipo di bellezza perfettamente contrario. Con un personaggio egualmente slanciato, ma più piccolo, la signorina di Charmory aveva la carnagione bianca, i capelli d’un biondo cinereo e gli occhi ceruli d’una settentrionale. Sotto il suo costume ad ampie pieghe di vigogna azzurra con risvolte di faille della stessa tinta, il suo corpo s’indovinava appena; e solo la vita sottile e le braccia perfette si modellavano. Il guanto rovesciato al principio del pugno lasciava vedere la giuntura della mano, agile, nivea, solcata dagli esili filetti azzurri delle vene, e sotto l’ombra del cappellino rotondo a larghe falde con un’ala rossa, risaltavano i delicatissimi lineamenti, la levigatezza marmorea delle tempie, la magrezza sana delle guancie, la freschezza rosea delle labbra sbocciate sul pallore del viso, la grazia del mento che pareva fosse stato accarezzato dal pollice compiacente d’uno scultore. Ella aveva un modo di atteggiarsi, con le braccia pendenti non lungo i fianchi, ma un poco sul dinanzi del corpo, con le palme delle mani appena rivolte in fuori, che ricordava certe figure di Elette della scuola preraffaellesca. La espressione degli occhi larghi, nuotanti come in un fluido e quasi perduti dietro una visione errabonda, completava quel tipo di bellezza nordica, ma pertanto non fredda. Accanto alla contessa di Verdara essa acquistava risalto – e ne dava. Una era la grazia capricciosa, la simpatia vivace, la spigliata fantasia; l’altra era lo stesso candore, la stessa purezza fatta persona. Così com’erano, la loro gioventù, la loro freschezza, la loro eleganza formavano un contrasto deciso con la vecchiezza cadente dell’ambiente pel quale si aggiravano. Nulla era fatto per impressionare più di quelle figure di donne adorne di tutte le ricercatezze dell’ultima moda, fra gli scomposti avanzi di tempi remotissimi; l’efflusso odoroso che esse si lasciavano dietro, nell’atmosfera leggermente ammuffita del Museo; il suono argentino delle loro voci, nel silenzio dei corridoi; la vivacità dei loro movimenti, nella rigidezza cadaverica dei vecchiumi polverosi ed allineati… Ermanno comprendeva quelle due figure nella sua attenzione per gli oggetti circostanti, come se il Museo si fosse, da un giorno all’altro, arricchito di due nuovi oggetti; notava il contrasto, ma con lo stesso disinteresse personale, col quale giudicava le differenze passanti fra due quadri di scuola diversa… Egli continuava a guidarle e a dare le sue spiegazioni, malgrado gli epigrammi del conte, che facendo spesso sorridere la comitiva, contribuivano a sciogliere l’inevitabile freddezza di un primo incontro. A misura che la visita proseguiva, la curiosità con cui la contessa guardava intorno fra quelle tristi rovine si faceva sempre più allarmata; ma la signorina di Charmory pareva dimostrare un più grande interesse, rivelando nei suoi giudizii e nelle sue stesse domande una intelligenza dell’arte e della storia. “E i quadri del Monrealese?..” aveva chiesto, con la sua voce d’un’armonia sommessa, quasi lontana, quando, esaurito il giro delle gallerie e delle stanze del primo piano si stava per passare al piano superiore. “Vi saremo a momenti,” rispose Ermanno, con una visibile compiacenza per quell’interesse dimostrato verso il suo artista favorito; e intanto che la contessa si attardava un poco dinanzi al trittico del Van Eyck, il capolavoro del Museo nazionale, egli rappresentava alla signorina di Charmory le qualità che distinguono la pittura di Pietro Novelli. “Una freschezza di tavolozza, uno scrupolo di verità spinto talvolta a qualche eccesso, una preferenza per le proporzioni grandiose, un’intensità d’espressione nella figura umana: questi mi sembrano i suoi caratteri più salienti…” La signorina di Charmory lo aveva ascoltato senza guardarlo, chinando di tratto in tratto il capo. “Non lo chiamano il Raffaello di Sicilia?” chiese, quando Ermanno ebbe finito. “A torto, quanto allo stile; a ragione, quanto al valore…” E dinanzi al ritratto dell’artista – una figura scarna, dagli occhi espressivi, dalla piccola barba a punta spiccante sul bianco d’un grande collare alla spagnuola – egli s’era fermato un poco. “È stato l’ultimo dei grandi pittori siciliani; Antonello da Messina fu il primo. La storia della nostra pittura si riassume in questi due nomi. Di Antonello il Monrealese non ha però la fama. Gli nocque forse l’esser vissuto sempre nella sua isola, il non aver potuto allargare il campo dei proprii studii. Ed è morto giovane ancora, pure in questo simile a Raffaello…” Ermanno parlava pianamente, fissando il ritratto con una specie d’involontaria emozione. Con la forza della simpatia che egli metteva in tutte le cose, era in certo modo come se egli rivivesse la vita dell’antico artista, come se egli soffrisse un poco delle sofferenze che supponeva provate da lui; e, in fondo, quel destino abortito, quell’ingegno potenzialmente forte ma non espresso del tutto malgrado l’assiduo proseguimento di uno scopo preciso, non offriva dei punti di contatto col suo? Era dunque un interesse quasi personale che egli metteva nel parlare di lui, nel rimpiangerne la sorte; però, pentito di essersi lasciato trascinare, tacque ad un tratto. Dopo un istante di silenzio e quasi seguendo il filo di quel pensiero, la signorina di Charmory disse:

“Muor giovane colui che al cielo è caro…”

Ermanno fissò un momento lo sguardo su di lei. La citazione di quel verso in bocca ad una fanciulla, d’una straniera, non era certo una cosa molto comune; meno comune era l’aria di serietà triste con la quale ella era entrata nel suo modo di vedere… “Amici miei,” esclamò ad un tratto la contessa di Verdara, “voi siete funebri! Il signor Raeli ha trovato una collaboratrice in Maxette!… Per me, dichiaro umilmente che cotesto Monrealese ha un’aria molto antipatica!” – “Ammesso che sia lui!” disse Giulio di Verdara; “il Van Eyck non è poi certo che sia del Van Eyck!” – “Non si attribuisce al Mabuse?” chiese la signorina di Charmory evitando lo sguardo di Ermanno, cui la domanda pareva nondimeno diretta. “Se non è del Cornelissen…” rispose quest’ultimo. “O fatemi il piacere!..” esclamò allora la contessa, stringendosi un poco nelle spalle, con un moto graziosissimo. “E quell’attacca-panni, di che secolo è?..” disse a sua volta il conte, con una grande impassibilità, fermandosi dinanzi al gabinetto della Direzione e mostrando l’oggetto in quistione.
La visita al Museo finiva così, tra la finta serietà di Giulio, i sorrisi della moglie e il crescente turbamento di Ermanno. Dinanzi al portone, dove la sua victoria stazionava, la signora di Verdara rinnovava ad Ermanno i ringraziamenti per l’amabilità che egli aveva avuta. “Si ricordi,” soggiunse con intenzione, “che io sono in casa tutti i mercoledì… Ma già, lei è tanto severo con noi povere donne!.. Che cosa le abbiamo fatto?.. Ad ogni modo, se i quadri la interessano, le mie buone amiche sostengono che io mi dipingo! E grazie, ancora…” Ermanno, un poco confuso da quelle parole, dal tono leggermente sarcastico col quale erano state pronunziate, le porse la mano per aiutarla a salire in carrozza; e, come fu la volta della signorina di Charmory, questa s’inchinò un poco dinanzi a lui, ma senza accettare l’appoggio ch’egli le offriva. Il legno era già scomparso in fondo alla via Bara, che Ermanno, fermo sul marciapiedi, lo cercava ancora cogli occhi.

V.

La contessa Rosalia di Verdara abitava un elegante villino in fondo a quella strada della Libertà che è stata così rapidamente popolata di costruzioni graziose. La fabbrica era condotta su quella maniera arabo-normanno-sicula che, malgrado la mescolanza di tanti elementi, si considera come uno stile a parte, tanto essa è caratteristica di tutto un felice periodo di civiltà. Internamente, la leggiadra fantasia della padrona di casa aveva messo da per tutto la sua impronta. Linee spezzate, capricciose, ma armonizzanti nella loro apparente confusione; delle concessioni intelligenti al gusto modernissimo per il bibelot antico od esotico, una ricchezza sobria di stoffe e di mobili, una larga parte fatta all’arte contemporanea: erano questi i caratteri che davano un aspetto particolare alle sale della contessa.
Bisognava che ella fosse vista in quell’ambiente suo proprio, perchè si potesse giudicarla al suo giusto valore. Aveva una di quelle fisonomie mutabilissime che da un istante all’altro sono capaci di produrre un’impressione diversa. Analizzata a parte a parte e minutamente, non sarebbe parsa bella; ma vista in casa sua, con l’indefinibile adattamento dell’espressione all’ambiente, nelle tolette di ricevimento o meglio ancora negli abiti da camera delle visite più confidenziali, l’irregolarità dei suoi tratti sembrava più simpatica e geniale, la sua grazia più squisita, il suo spirito più brillante ed acuto.
Quel mercoledì seguente alla visita del Museo, la contessa avrebbe dato qualche cosa per dividere cotesta sicurezza. La forza dell’interesse personale è tanta, e il timore di non poterne conseguire la soddisfazione nasce e s’ingigantisce così facilmente, che le cose sulle quali si è fatto più grande e sicuro assegnamento, si vedono messe in forse ad un tratto. Un interesse ancora secreto e quasi incosciente persuadeva Rosalia di Verdara ad assicurarsi della propria seduzione; ma, più aveva bisogno di contar su di essa, più ne dubitava. Qualcuna delle sue amiche che si seguivano nel suo salottino le aveva detto, in un abbraccio affettuoso che era anche un mezzo di esaminar da vicino la qualità del velluto del suo abito nero a tablier e quille di jais, dal corpetto alla Watteau, e il gusto dei gioielli portati da lei: “Tu sei oggi un amore!” ma quegli elogi fatti con una grande espansione non la rassicuravano punto; più valore avrebbero avuto se fossero stati pronunziati a mezza voce, con quello stento che in simili casi è un sintomo di sincerità.
Ermanno Raeli sarebbe venuto da lei? Questa era la domanda che ella si rivolgeva. E perchè la possibilità di quella visita le toglieva un poco della padronanza di sè?… In quei giorni, la figura del giovane le era più d’una volta tornata alla memoria. Ella non riusciva a spiegarsi quella specie di enimma vivente, quell’uomo nella pienezza della vita che si teneva in una rigida clausura, che proseguiva delle aride cose quando tutto gli avrebbe sorriso dintorno… O meglio, ella credeva di spiegarselo: era forse una ricerca di originalità, la soluzione da lui data al problema che occupa la mente degli uomini: rendersi interessanti!.. Ma, nello stesso tempo che si applaudiva della sua chiaroveggenza per cui era messa sulle difese, si dava una fuggevole occhiata al grande specchio decorato che stava disposto vicino al suo seggiolone favorito… Nessuna, intanto, di quelle visitatrici avrebbe potuto sorprendere nulla della leggiera preoccupazione in cui ella si trovava. In mezzo alla gente, la contessa aveva tutto il suo brio, tutto il suo spirito più fresco e più vivo; da sola animava il piccolo mondo raccolto intorno a lei, mettendo le sue conoscenze in relazione tra loro con garbo facile e accorto, creando dei piccoli gruppi che di tanto in tanto faceva abilmente concorrere alla conversazione generale, interessando le persone col parlare a ciascuno di ciò che poteva riuscir più gradito, dimostrando sopra ogni cosa la grande virtù del sapere ascoltare. Soltanto, ogni volta che il domestico sollevava la cortina, annunziando una nuova visita, ella porgeva attento orecchio al nome pronunziato. Ma andando incontro alle amiche, stendendo la mano dal suo posto agli uomini, ella non dimostrava preferenze: egualmente affettuosi erano i sorrisi ed egualmente cordiali gli shake-hands scambiati. Nondimeno, annunziatasi la signorina di Charmory, nessuno si era stupito vedendola alzarsi vivamente, andarle incontro e baciarla con effusione. Erano quasi due sorelle; avevano fatto conoscenza a Parigi, dove Giulio di Verdara era stato alcun tempo addetto d’ambasciata; e come Massimiliana era giunta a Palermo, la contessa l’aveva accolta a braccia aperte. A Palermo, la signorina di Charmory era venuta con suo zio, il visconte d’Archenval, che da qualche anno conduceva per tutte le stazioni climatiche d’Europa la propria moglie, affetta da una malattia incurabile. La zia di Massimiliana era figlia del duca Gastone di Précourt, che non era venuto in Sicilia. Forse per le lunghe sofferenze della viscontessa, o forse ancora per le inveterate abitudini di un cosmopolitismo errabondo, questa famiglia pareva un poco disorganizzata. Il duca se ne stava lontano, ed era già molto se di tanto in tanto chiedeva, con un secco telegramma, notizie della salute della figliuola. Il visconte si era subito fatto presentare ai circoli, dove passava le sue giornate e le sue notti ai tavolini ed ai bigliardi, giuocando disperatamente. Vero tipo di viveur, già sciupato a quarant’anni, egli era diventato subito l’idolo di una certa società di eleganti, di giuocatori, di clubmen, che ne avevano fatto il loro modello e ne studiavano attentamente i modi di fare, di vestirsi e di discorrere. Al passeggio, lo si vedeva sugli stages di questo o di quel signore, guidare con polso fermo e con occhio esperto un four in hand; a teatro, la sua testa da cameo, incorniciata di capelli ancora biondastri che parevano incipriati, si affacciava un poco per volta da tutti i palchi dell’aristocrazia, e non v’era festa, o cerimonia, o partita di piacere, a cui egli mancasse. Con l’abitudine di questa vita, è facile supporre che alla morte di sua sorella vedova di Charmory, l’assumere su di sè l’educazione di Massimiliana, rimasta povera e sola, non dovesse costargli molto. Tenerla, fino a quando era possibile, in collegio; lasciarla poi in compagnia della moglie: questa era stata la soluzione che egli aveva trovata; soluzione tanto più facile, quanto la reciproca compagnia che le due donne si facevano lasciava lui più libero e meno responsabile.
Però, a giudicarne dalla loro vita di Palermo, i legami fra le due fanciulle – quantunque maritata, la viscontessa d’Archenval aveva tutta l’aria di una ragazza – non parevano molto intimi. La signorina di Charmory era quasi sempre con la contessa, in giro per la città, nei dintorni, o più semplicemente a pranzo, a teatro; mentre la zia usciva di rado, sola, nella carrozza di rimessa che era ogni giorno a sua disposizione, e passava il suo tempo nel raccoglimento un po’ da ospedale dell’Hôtel des Palmes. Quel giorno appunto la signorina di Charmory, entrando nel salotto della contessa, diceva all’amica che la zia l’aveva lasciata al cancello, non fidandosi di sostenere una conversazione. Da ogni parte, allora, delle esclamazioni di compianto si levavano; tutti però erano sicuri che il clima di Sicilia avrebbe fatto un miracolo restituendo la salute a quella povera e buona signora.
La conversazione si era fatta generale, la contessa di Verdara parlava a bassa voce con la sua giovane amica che si teneva vicina; quando il domestico, sopravvenendo, annunziò ad un tratto Ermanno Raeli. Nell’attenzione generale con cui gli astanti si erano rivolti verso l’uscio, il piccolo sussulto che la contessa non era riuscita a frenare passò inosservato. Tutti conoscevano, in quella società, o personalmente o per fama, Ermanno Raeli; nessuno si sarebbe aspettato però di vederlo arrivare lì in mezzo. Lo si sapeva un solitario, un contemplativo, un filosofo rifuggente dal consorzio degli uomini; non lo si era mai visto in quel mondo di cui la sua nascita gli avrebbe dischiuse le porte. Nel concetto dei più, Ermanno era uno spirito superiore; ma, come il riconoscimento della più evidente superiorità non è mai senza qualche riserva, che si risolve in fondo nell’attribuire un’altra superiorità a sè stessi, gli eleganti raccolti nel salotto della signora di Verdara aspettavano l’entrata di Ermanno Raeli per coglierlo in fallo almeno nella scienza del mondo.
Essi furono disillusi completamente. La naturale riservatezza dell’indole, il lungo soggiorno in paesi stranieri che da una parte la aveva accresciuta, dandogli dall’altra la pratica delle forme, facevano di Ermanno, in società, una personalità fuori del comune; con una correttezza inappuntabile, egli si manteneva estraneo ad ogni partito od influenza. Passato il primo momento di attesa; visto che egli si presentava come ogni altro, che sosteneva fermamente gli sguardi indagatori fissati su di lui, che non veniva a discorrere di filosofia o di estetica in una adunanza di signore, ma che prestava un eguale ascolto a tutto ciò che si diceva, mettendo di tratto in tratto nel discorso una sua qualche frase sobria ed originale, i curiosi, disingannati, lasciarono di osservarlo.
Anch’egli, in quel momento, ricuperava una relativa libertà di spirito. Uscendo, il giorno della visita, dal Museo nazionale, lasciata la contessa e la sua giovane amica, egli si era sentito in preda a una profonda e indefinibile agitazione. In ogni stato dell’animo, la coscienza è in ragione inversa della intensità; più un’impressione è potente, meno si può rendersene conto. L’impressione che quell’incontro, dapprima indifferente, aveva finito per produrre in Ermanno, era stato troppo forte perchè egli potesse aver cognizione di ciò che si operava in lui, e sceverare il timore dal piacere, lo stupore dall’attesa… La sua mente non era occupata se non da imagini: le figure supremamente graziose delle due donne con le quali egli aveva passata un’ora di intellettuale intimità. Durante tutto il tempo che era seguito, egli aveva rivissuta continuamente quell’ora, con la stessa intensità della prima volta, e quelle imagini così profondamente impresse avevano finito per obbiettivarsi, popolando, in una specie di allucinazione, la solitudine del suo quartierino, apparendo fra mezzo al verde un poco passato del suo giardino, seguendolo nel suo studio e mettendoglisi innanzi a intrattenerlo con muti sorrisi quando egli tentava di occuparsi. Una rivoluzione si era operata dentro di lui, egli aveva trascorsi quei giorni in una specie di fluttuazione ideale, incapace com’era a resistere o ad abbandonarsi agl’impulsi di cui non si rendeva ragione. Quel pomeriggio stesso, era stato inconsciamente, quasi automaticamente, che egli aveva ordinato al cocchiere di dirigersi verso Porta Macqueda; egli non aveva per nulla deciso di recarsi dalla contessa, si proponeva di voltare indietro appena giunto dinanzi alla sua villa, o di passar oltre. Com’era avvenuto dunque che dinanzi al cancello egli avesse fatto fermare la carrozza?… Quando noi crediamo di essere più indifferenti, e liberi di apprenderci a un partito piuttosto che all’altro, cerchiamo dunque d’ingannarci da noi stessi, ed il nostro partito è già preso irrevocabilmente? O nei momenti decisivi qualche cosa sorge dal fondo dell’incosciente per sospingerci in una certa via, come un’improvvisa corrente magnetica la quale sorga a distogliere dalla sua naturale orientazione l’ago calamitato?… La successione dei sentimenti, per Ermanno, era stata rapidissima. Appena uscito dalla sua incertezza, appena messo piede a terra, una specie d’ambascia erasi impadronita di lui, un terrore di andare incontro a qualche cosa d’arcano, un pentimento della sua risoluzione, e una tentazione imperiosa di tornare indietro. Se fosse stato possibile, se il portiere non gli fosse venuto incontro cavandosi rispettosamente il berretto, egli avrebbe obbedito a quella tentazione. Nitidamente, egli aveva scorto il motivo della sua paura: la possibilità che in casa della contessa si trovasse la signorina di Charmory. Fino a quel momento, le figure delle due donne gli si erano presentate insieme al ricordo, la sua attenzione si era portata, od aveva creduto portarsi indifferentemente sull’una e sull’altra. Ora, uno sdoppiamento si operava; poichè, sul punto di trovarsi in presenza della signora di Verdara il suo spirito restava tranquillo; mentre la sola idea che la signorina di Charmory potesse essere presso l’amica, lo gettava in un turbamento profondo…
Prima di entrare nel salotto, la confusione delle sue idee era pervenuta al massimo grado. Entrato, scorta la giovane straniera, presentati i suoi saluti, l’agitazione si era venuta sedando per dar luogo ad una sensazione sempre più profonda di sollievo, di benessere, di confidenza, di serenità deliziosa. Quella sensazione si accresceva, perveniva al suo massimo grado quando, sul tardi, andati via i visitatori indifferenti, egli era rimasto solo con le due donne. “Rieccoci dunque insieme i touristes dell’altra volta!” aveva esclamato, sorridendogli e prendendo fra le sue una mano dell’amica, la contessa Rosalia. “Maxette deve ancora veder tutto di Palermo,” riprese ella, “e la mia ignoranza mi atterrisce. Per fortuna, abbiamo nel signor Raeli la più intelligente e la più amabile delle guide…” Ermanno si era inclinato, ringraziando; ma la signora di Verdara continuò: “Non creda che si sbarazzerà presto di noi! La sequestriamo addirittura; non è vero, Maxette? La colpa è anche un po’ sua; se non fosse stato così compiacente, non sarremmo adesso tentate di abusare di lei!” Allora, col suo leggiero accento straniero che era una grazia di più, la signorina di Charmory aveva soggiunto: “Il signore è stato veramente assai gentile…” Nell’ambiente grazioso e raccolto, accanto alle due giovani che si tenevano per mano e gli dicevano delle cose lusinghiere, Ermanno si difendeva debolmente contro la dolcezza dell’ora. Il giorno tramontava; un cielo d’ametista si scorgeva dall’alto delle finestre, che ad un ordine della contessa furono chiuse, mentre le lampade dai cappucci rosei ed azzurri venivano accese. L’aria d’intimità si faceva più grande e la conversazione diveniva più espansiva. Ermanno proponeva alle due amabili interlocutrici un itinerario di visite e di escursioni; ad ogni allusione che faceva intorno alle antichità dell’arte, la contessa chinava un poco il capo, vergognosamente, confessando la propria ignoranza; mentre la signorina di Charmory dimostrava una perfetta conoscenza del paese che era venuta a visitare. “Ha letto l’Amari?… Ha letto il Di Marzo?…” le chiedeva Ermanno, ed ella rispondeva di sì. La conversazione di lei era fatta, più che d’altro, di risposte; ma non era evidentemente la timidità che la faceva tacere, che la lasciava come assorta in un pensiero recondito. Ermanno si sorprendeva invece di tratto in tratto a parlare con una facilità della quale si stupiva pel primo. Dalle antichità di Palermo e della Sicilia, il discorso era passato alle questioni dell’arte contemporanea, ed in tutto la signorina di Charmory manifestava delle opinioni profonde, che quasi sempre corrispondevano con le sue. Talvolta, egli sentiva di essere d’un altro parere, e non era per lui un soggetto di minor meraviglia l’accorgersi di sviluppare gli argomenti favorevoli alle teorie contrarie alle proprie. Era l’antico dilettantismo critico che rinasceva, la naturale disposizione ad ammettere tutto e a tutto legittimare, o una conversione temporanea, compiutasi sotto l’impero della seduzione che si esercitava su di lui?… Egli non aveva l’agio di pensare a tutto questo, nel delizioso infiacchimento della volontà che lo aveva guadagnato a poco a poco e che gli aveva impedito di congedarsi malgrado l’avanzarsi dell’ora.
Prendendo parte alla conversazione, la contessa serviva il the ai suoi amici, e ad un tratto sopravvenne Giulio di Verdara. “Ci sei capitato!” esclamò, con un risolino, nello scorgere Ermanno; poi, rivoltosi alla signorina Massimiliana: “È lei,” aggiunse, “che ha avuta la virtù di apprivoiser l’amico mio!” La contessa reclamava allora la sua parte di merito. “In verità, ci siamo messe in due ad abusare della sua cortesia!…” e come Ermanno cercava di protestare, il conte lo interrompeva, dicendo che le sue proteste erano inutili: non le credeva! Egli sviluppava questa teoria: che nel consorzio così detto civile tutto è posa, tutto è corvée. Non era una corvée quella della signorina di Charmory, di starlo a sentire? Non era una corvée quella di Ermanno, che avrebbe voluto essere a casa, a scrivere un capitolo della sua storia dell’arte?.. Versato allora sollecitamente il the in un’altra tazza, la contessa era venuta a presentarla al marito: “E questa è la corvée mia, di offrirti un the che non meriti!…” Allora, rivolgendosi agli altri come per invocare la loro testimonianza: “Vedete?” riprese immediatamente Giulio, “ecco una decozione medicinale che si è convenuto di trovare deliziosa. Bisogna sorbirla, perchè è chic. Quando io vi dicevo!…”
Un grazioso sorriso era spuntato sulle labbra abitualmente serie della signorina di Charmory, e fu pel suo contagio, più che per la simpatia di quella piccola scena tra marito e moglie, che Ermanno aveva sorriso anch’egli. Ma, al rumore di una carrozza che si avvicinava e che veniva ad arrestarsi dinanzi alla villa, fatto uno sforzo su di sè stesso, egli si alzò. “Si salva?…” esclamava la contessa. “Ha ragione! chissà quante ne sentirebbe!…” Poi, stringendogli la mano: “Badi che io tengo a tutte le sue promesse…” E mentre Giulio di Verdara insisteva nel suo scherzo, la signorina di Charmory stringeva anch’essa un poco, con la sua mano guantata, la mano del giovane.

VI.

La prima impressione provata da Ermanno Raeli quando egli uscì dalla villa del conte di Verdara, fu di stupore. Abituati gli occhi alla luce delle lampade, aveva creduto che fosse già notte; invece l’ultimo crepuscolo illuminava ancora il cielo. Sulle masse del verde che a quell’ora pareva quasi nero, un chiaror d’oro faceva intravedere dei vaghi contorni; i lumi erano già accesi e brillavano con fiamme larghe e gialle: le stelle cominciavano a luccicare e una quiete grandiosa regnava nel viale deserto. Camminando con gli sguardi all’alto, Ermanno aveva appena cansata una carrozza chiusa che si muoveva al passo dinanzi alla villa. In quel momento, egli sentiva nascere dentro di sè una specie di lirico slancio, come se nell’aria dolce, nel cielo purissimo, nelle masse quiete del verde qualche cosa cantasse. La muta armonia del tramonto, dell’adorabile mistica ora in cui, come a lenti giri, la luce sembra ascendere le cerule scale degli spazii infiniti, si riecheggiava in lui; tutto l’essere suo vibrava come in un’ebbrezza. Il ricordo dell’inquietudine, dell’angoscia per le quali era passato, si dileguava, s’inabissava in quel muto incanto. Era della figura, era della voce, era dello sguardo della signorina di Charmory che egli si sentiva deliziosamente pieno; era come una emanazione di lei che raddoppiava a quell’ora ogni sua facoltà vitale. Lo spettacolo del tramonto si svolgeva nel cielo, ma nulla rassomigliava al primo romper dell’alba quanto l’ultimo anelito del giorno, ed il chiarore d’un’alba spirituale si accendeva adesso in lui. Procedendo verso la città, egli fissava lo sguardo al cielo orientale, che si tingeva ancora d’un fioco riverbero, come per la promessa del nuovo giorno; e in quell’esteriore vicenda della luce e dell’ombra egli vedeva un simbolo dell’intima vicenda della gioia e della tristezza. Dopo l’agonia d’un tramonto e la nerezza fredda di una lunga notte polare, tornava il sole ad investirlo dei suoi raggi. Cercar di negarlo era adesso possibile?…
La confessione che noi spesso ci facciamo dell’incapacità a spiegare quel che succede dentro di noi, non è quasi mai sincera; essa esprime tutt’al più la volontà di riconoscere ciò che nel nostro intimo sappiamo con la precisione più grande. In presenza di qualche cosa che sul principio può non avere una spiegazione, l’imaginazione percorre rapidamente tutta la serie dei possibili e sa ben presto a che cosa tenersene. L’irresolutezza di Ermanno nei primi giorni, l’esitazione ad attribuire alla contessa di Verdara od a Massimiliana il suo nuovo turbamento, erano state volute; fin dal primo istante, fin da quando la giovane straniera aveva mostrato di dividere il suo pensiero, pronunziando il profondo verso di Menandro, egli s’era sentito scuotere fino all’intime fibre, aveva sentito iniziarsi la misteriosa operazione di cui adesso vedeva gli effetti, nell’esaltamento a cui era in preda. Ed una domanda tornava con invasante frequenza al suo spirito: come poteva ciò essere accaduto? Non era egli divenuto tetragono alle seduzioni fallaci? non sapeva quel che esse costavano? non aveva giurato a sè stesso di non ricadere mai più nell’abisso antico?.. Ah! egli era che malgrado gli amari disinganni, malgrado la mortale repressione, lo slancio dell’anima non era vinto; e come prima, più di prima, dalla solitudine in cui l’aveva costretta, nella rinunzia che le aveva imposta, essa anelava alla comunione… Dunque, amava già egli la signorina di Charmory? Il sì veemente che stava per salirgli alle labbra si spense prima d’esser formulato. In quello stesso momento, una carrozza sopravvenente lo avanzava, e voltandosi a guardarvi dentro egli aveva scorto, alla luce crepuscolare, il vago profilo della giovanetta. Come una mera apparizione, essa si dileguava verso la rumoreggiante città, dandogli la sensazione d’un distacco fatale… E la città, il mondo, la folla aborrita afferrava anche lui, gli rumoreggiava dintorno, pareva ricordargli che egli era sua preda…
Quando egli fu arrivato a casa sua, l’esaltazione era caduta in un grande sconforto. Ciò ch’egli sentiva, era di trovarsi in una disposizione di spirito dalla quale sarebbe stato in suo potere il passare alla passione, solo ch’egli avesse voluto; ma era appunto tale volontà che egli si risolveva in quell’ora a non avere. In una rapida intuizione, aveva misurata tutta la distanza che separava lui, vecchio di spirito, sfiduciato, ammalato, da quella creatura gentile, all’alba della vita, ignara degli abissi di miseria nei quali egli era caduto. Egli sentiva di non poter dire: io l’amo; ma di poter dire piuttosto: io l’amerei… In questa differenza grammaticale stava il secreto di tutta la sua vita. Una condizione era posta alla sua felicità: non avere avuta quella triste esperienza del mondo e di sè. E come questo non ora possibile, egli non aveva il dritto di domandare ciò di cui non era degno. Sedurre quella fanciulla, ottenerne l’amore con la promessa del suo, sarebbe stata una profanazione, un crimine inescusabile… Il cielo, nella sera saliente, si era fatto d’un azzurro tenero, d’una sfumatura infinitamente delicata, e lo scintillio degli astri era vivido e profondo. I fiori del suo piccolo giardino profumavano la mite aura autunnale. Squisito come la tinta di quel cielo, come il profumo di quei fiori, era il sogno che egli aveva visto balenare un istante; ciò che la ragione comandava era che restasse eternamente un sogno…
La risoluzione che Ermanno Raeli aveva presa quella sera domandava, come principale condizione, che egli non vedesse la signorina di Charmory. Invece, le promesse fatte alla contessa di Verdara, delle quali questa aveva chiesto l’adempimento, lo misero di nuovo, fin da qualche giorno dopo, in presenza di Massimiliana. Erano delle visite alle chiese ed ai monumenti, escursioni a Monreale, a Solanto, per tutti i dintorni più pittoreschi; delle lunghe trottate alle falde di Monte Pellegrino, durante le quali l’intimità fra i varii componenti della comitiva si stringeva naturalmente sempre di più. Le rare volte che la viscontessa d’Archenval si sentiva un poco meglio, ella prendeva parte a quelle gite, non abbandonando però quasi mai la sua carrozza. Di poco maggiore della nipote, aveva un aspetto più fanciullesco, a causa principalmente della malattia che l’aveva avvizzita, accasciata e quasi rimpiccolita. Era di una magrezza straordinaria; dei vuoti le si scavavano sotto gli occhi stanchi, le mani erano ridotte d’una bianchezza e di una fragilità come di cera, ed un brivido di freddo le serpeggiava sempre pel corpo, malgrado le pelliccie ed i plaids sotto ai quali si seppelliva, ed i soavi tepori del sole siciliano. Il visconte, attirato dalla sua passione per il giuoco, lasciava quasi sempre sole la moglie e la nipote, e Giulio di Verdara accompagnava anche raramente la contessa. Egli dichiarava di non comprendere nulla alle così dette bellezze dell’arte, quantunque poi gli artisti nell’imbarazzo conoscessero per prova la sua generosità. In tutto egli era così; sotto un sorriso inalterabile, sotto le teorie graziosamente scettiche, nascondeva una grande bontà, e se qualcuno credeva di prenderlo in contradizione, scoprendo qualcuna delle sue buone azioni, egli rispondeva che anche quelle erano delle blagues e delle corvées.
Accanto alla signorina di Charmory i propositi di Ermanno si erano, per via di continue transazioni, fiaccati. Fermo nel proposito di non far nulla che potesse dimostrare alla giovanetta il sentimento destato in lui, egli rimaneva estatico dinanzi alla sua grazia, alla sua delicatezza, alla sua seduzione tutta spirituale, come di creatura estranea al mondo sensibile. Col suo corpo esile, appena accennato sotto le vesti severe, con la sua andatura un poco incerta, come di sonnambula ignara del proprio cammino, ella pareva non aver presa sulla terra. Nella conversazione, non si interessava agli avvenimenti comuni della vita, a quei soggetti futili che formano il repertorio quotidiano dei salotti; la sua parola era scelta e rara. E l’occhio si perdeva continuamente dietro qualche cosa che ella soltanto poteva vedere. Cosa strana, della quale non era possibile accorgersi sulle prime: la signorina di Charmory non fissava mai i proprii sguardi su quelli dei suoi interlocutori. Nel più vivo d’una conversazione, od anche dinanzi ai più pittoreschi paesaggi, come quelli che le si svolgevano dinanzi nelle sue corse per la Conca d’Oro, il suo sguardo assumeva talvolta una fissità più grande; e argomenti di discussione o accidenti di natura, tutto pareva sparisse per lei.
Ermanno si saturava del suo fascino sottile e misterioso; ora, la sua risoluzione, sempre più indebolita, si era modificata: egli voleva amare Massimiliana, d’un amore inconfessato, che doveva essere tormento, ma anche delizia indicibile. Nel silenzio della campagna, quando la piccola comitiva degli escursionisti sostava un poco, egli porgeva l’orecchio ai deboli ed incerti rumori prodotti dall’aliare del vento, dalla caduta delle ultime foglie, dal sommesso ronzìo degl’insetti. Nella solitudine, come tutto taceva dentro di lui, egli si chinava ad ascoltare il flebile concerto del germinante amore. Erano delle voci fioche, sussurri indistinti, bisbigli carezzanti; era un nome, sempre lo stesso, ripetuto pianissimo, ma incessantemente, con una eguale intonazione di preghiera, di devozione, di umiltà, di speranza… Allora, dinanzi alla visione d’un avvenire più lieto, tutta la sua antica tristezza si ridestava, e il sentimento era così forte, che egli sentiva come un’amarezza salirgli alla gola. Aveva avuta la tentazione di scrivere dei versi su di ciò, e ideato già un componimento che avrebbe dovuto intitolarsi Il Calice; ma non gli era mai accaduto di apprezzare come allora la verità del giudizio che fa dell’arte un esercizio di giuoco, un’attività fittizia incompatibile con l’impeto delle impressioni reali. Così, quando la contessa di Verdara gli ebbe chiesto di scrivere qualche verso nel suo album, egli era stato nel più grande degl’imbarazzi. Farsi pregare gli sembrava un’ostentazione; e da un’altra parte quel componimento che gli frullava per il capo era troppo chiaro: una specie di confessione che tutti avrebbero compresa. Poi, a tutto questo s’aggiungeva, più secreto e più profondo, il sentimento del ridicolo che quello strano poeta trovava nella poesia… Se gli uomini hanno un bisogno di elevazione, se tutto ciò che esce dalla miseria di ogni giorno ha un prezzo ai loro occhi, volentieri essi dileggiano coloro che conseguono le cose rare e che si costituiscono una superiorità di eccezione. Il nome di poeta, suprema ambizione dei cuori sensibili, finisce così per essere sinonimo di stravagante, e l’ammirazione per chi ci procura dei momenti di puro gaudio spirituale si complica d’un certo compatimento beffardo. È una delle infinite contradizioni umane di cui pochi s’accorgono, ma che uno spirito critico come quello di Ermanno doveva avvertire fino alla sofferenza. Poeta, egli aveva quasi vergogna di sentirsi chiamare con questo nome, si sentiva a disagio allo stesso modo che se si fosse trovato un giorno per le vie vestito della bianca tunica dei secoli antichi, con una cetra fra le mani e il capo incoronato d’alloro… Alle cortesi insistenze della contessa, egli aveva finalmente risposto adoperando un piccolo artifizio: finse d’aver voltato dal tedesco di Steiblig – un nome di sua invenzione – quel sonetto del Calice che trascrisse nell’album della signora di Verdara firmandolo: Ermanno Raeli, traduttore:

Versato avea nel calice del cuore
La vita ogni amarezza: il corrosivo
Pianto, il Rimorso sordo accusatore,
La Nostalgia d’un cielo fuggitivo.

Ma come in uno strato inferiore
A fiocco a fiocco sempre l’adustivo
Fecciume scende, e il torbido liquore
Riede col tempo al suo nitor nativo,

Così del cuore il fiel pesantemente
Si raccolse nel fondo inesplorato
E ristagnò la calma vitrescente.

Or d’uno sguardo la potenza sola
I recessi del cuore ha penetrato
E il gusto amaro mi ritorna in gola…

Malgrado il suo stratagemma, egli temeva sempre che l’allusione fosse afferrata; ma finì col rassicurarsi completamente. Giulio di Verdara gli aveva risparmiate le sue osservazioni, e la contessa pareva tanto caduta nell’inganno, che lo aveva cortesemente rimproverato di non avergli dato dei versi originali. Anche la signorina di Charmory li aveva letti; ma nulla faceva sospettare ch’ella avesse afferrato il vero senso di quelle parole. Il suo spirito sembrava sempre assente dalla circostante realtà; e, quanto ai suoi rapporti con Ermanno Raeli, Massimiliana non cercava nè sfuggiva la sua conversazione; quando s’impegnava, questa non era nè brillante nè varia; non verteva su fatti, ma sopra idee. Nella eleganza mondana d’un salotto alla moda, la giovane straniera metteva ancora un contrasto; la sua grazia pareva austera nella futilità dell’ambiente, ed ella era come un poco isolata da tutti. In questa specie di impenetrabilità, Ermanno aveva finito per fondare un pericoloso sofisma. Se egli era per la signorina di Charmory un indifferente, una conoscenza come tutte le altre, che ragione di temere avrebbe egli avuta?.. Egli non si diceva che quell’indifferenza ora considerata compiacentemente, avrebbe potuto presto o tardi formare nel suo intimo un soggetto di disperazione; che tutti i suoi voti sarebbero stati perchè si dissipasse; egli non voleva pensare all’avvenire; non domandava altro che l’estasi di quei giorni durasse. La voce profonda diceva di troncare sul nascere ogni speranza, di sottrarsi ad ogni lusinga; e talvolta egli si chiudeva per qualche giorno nella sua solitudine, cercava di riprendere le occupazioni di un tempo; ma tutto gli pareva ora inutile e vuoto. Con uno di quei rapidi voltafaccia così naturali in lui, non gli sembrava più possibile di vivere se non nell’intimità di altri esseri; ed era un affetto fraterno che lo aveva legato ai Verdara, come se fra essi gustasse per la prima volta, dopo la morte dei suoi, le gioie serene della famiglia.
Ma passare accanto a Massimiliana di Charmory in mezzo alla folla, e non accorgersi di nessuno, non sospettare neanche le altre esistenze; essere tutto all’incanto di una comunione spirituale, col vivo sentimento che essa avrebbe formato il più puro profumo della ricordanza: era una di quelle cose che lo riconciliavano con la vita. Questo, anche meno, gli bastava. Solo, lontano da lei, il ricordarla, il ricostruire tutte le frasi che ella aveva pronunziate, il raffigurarsela in tutti gli atteggiamenti che aveva presi, il chiudere gli occhi e pensare soltanto: “Ella esiste,” lo manteneva in uno stato di beatitudine, di fiducia così salda, che egli si sentiva diventato veramente un altr’uomo.

VII.

All’occhio d’un osservatore superficiale, nulla trapelava della inclinazione che Ermanno Raeli sentiva ogni giorno più grande per la signorina di Charmory; le persone che il cambiamento operatosi nella sua vita impressionava, avrebbero potuto egualmente sospettare che le sue assiduità fossero rivolte alla contessa di Verdara. E poichè il supremo disinteresse e l’interesse supremo tolgono egualmente l’opportunità della percezione, la contessa si era del tutto illusa sul conto dei sentimenti di Ermanno. Egli è che, malgrado la sua resistenza, ella aveva finito per amarlo…
Col suo spirito vivace, critico e polemista – se questa parola vale a definire la speciale qualità che consiste nel non arrendersi mai, nel trovar sempre qualche argomento o qualche partito per rispondere o per ripiegarsi – pronta a cogliere i contrarii aspetti delle cose e dal loro contrasto a farsene un equo concetto, Rosalia di Verdara era naturalmente difesa contro i colpi di testa, gli esaltamenti, le prime impressioni e le esagerazioni di ogni sorta. Se a questo si aggiunga un sentimento vivissimo dei proprii doveri e una sincera gratitudine per la costante fiducia dimostratale dal marito, si comprenderà facilmente come ella non potesse esser tentata dalle seduzioni che si erano un tempo spiegate contro di lei. Poi a tutto questo si era aggiunta una reputazione di scetticismo, di indifferenza, di impermeabilità, che aveva ancor essa contribuito a difenderla. In questa situazione di spirito, la prima impressione destatale da Ermanno era stata una specie di curiosità dinanzi a quella singolare figura di asceta giovane e distinto, di filosofo elegante, di siciliano mezzo tedesco, senza accento nella pronunzia e senza risoluzione nella vita. Quel tipo offriva molti lati alla critica mordace della contessa, ne offriva perfino troppi; ora, quando si trovano nello stesso tempo troppe cose capaci di fare impressione, vi è una grande probabilità perchè nessuna di esse ne faccia. Era quello che accadeva a Rosalia di Verdara. Ermanno Raeli era troppo curioso, usciva troppo dall’ordinario, perchè ella gli applicasse il suo ordinario sistema d’esame e si potrebbe dire di decomposizione. Rimaneva stupita. La serietà di Ermanno spegneva il suo riso; la tristezza che leggeva in lui disturbava la sua serenità. Tutto ciò finiva per contrariarla. Sul principio, aveva potuto sospettare un momento che Ermanno rappresentasse; ma presto aveva riconosciuta tutta l’assurdità di un simile sospetto. Da ogni suo atto, da ogni sua parola, non traspariva forse in lui una grande, un’assoluta sincerità; una sincerità che volentieri si sarebbe chiamata ingenua? Dalla stupefazione alla contrarietà, il sentimento della contessa aveva già fatto un passo, tanto più pericoloso quanto meno apparente. L’avrebbe egli dunque vinta su di lei? Non si sarebbe mai detto! E si era data ad attaccarlo. Aveva già perduta la padronanza di sè. I suoi piccoli attacchi si spuntavano contro la superiorità di Ermanno. Di questa superiorità, Rosalia si accorgeva ogni giorno di più; ella si accorgeva della bontà del cuore, della elevatezza della mente, della nobiltà dei sentimenti di colui che ella considerava come un naturale avversario. Un avversario molto strano, intanto; che la ricercava, che pareva dimenticare in presenza di lei la sua malinconia, che trascurava le sue ordinarie abitudini, che si riconciliava, dal momento che l’aveva conosciuta, con quel mondo dal quale pareva avesse fatto divorzio. Che quella trasformazione fosse opera propria? Ed i versi del Calice erano venuti in buon punto a confermarla nella propria lusinga:

Or d’uno sguardo la potenza sola
I recessi del cuore ha penetrato
E il gusto amaro mi ritorna in gola…

Ella non aveva creduto un solo momento alla traduzione dallo Steiblig; aveva subito compreso che quella era una confessione personale, di cui aveva riconosciuto in sè stessa l’oggetto. Ed erano dei sorrisi interiori che fiorivano in lei, una compiacenza intima in cui si cullava all’idea di avere addomesticato quel mezzo selvaggio, facendolo ricredere, aggiogandolo al proprio carro come un trofeo di vittoria… Intanto, ella si lasciava andare al piacere di quella intimità, godeva di tutti i vantaggi d’un’amicizia come quella di Ermanno, si abituava al suo modo di pensare; a poco a poco, inavvertitamente, lasciava che si operasse in se stessa quella metamorfosi che aveva ideato di promuovere in lui.
La lusinga della contessa era tanto più verosimile, in quanto che, se Ermanno non faceva nulla per dimostrare alla signorina di Charmory ciò ch’egli sentiva, questa si rivelava, nella intimità da cui era legata a Rosalia, sempre più estranea ad ogni interesse mondano. La sua malinconia, la sua riservatezza si erano fatte, a misura che il suo soggiorno in Sicilia si prolungava, più grandi; tanto grandi che i primi allarmi si erano destati nella contessa, col timore che quella crescente freddezza potesse dipendere da un principio di gelosia. Ma portata così ad osservare da vicino l’amica e la famiglia di lei, ella era ben presto arrivata a domandarsi piuttosto se qualche cosa di intimo, di secreto non si nascondesse fra quelle persone, sotto la disinvoltura ammanierata del visconte, la lenta agonia della moglie e la precoce e crescente tristezza di Massimiliana. Durante il suo soggiorno di Parigi, ella non aveva osservato nulla di simile. Certo, Massimiliana non era mai stata molto vivace; rimasta orfana e povera abbastanza tardi per misurare la profondità della propria disgrazia, raccolta da quello zio che credeva d’aver fatto tutto per lei quando l’aveva assicurata contro le difficoltà materiali dell’esistenza in cambio della libertà che la reciproca compagnia delle due donne gli consentiva; diventata in un certo modo infermiera della viscontessa, la cui salute cagionevole era fin da quel tempo alterata dai dispiaceri che il marito col giuoco, il padre con la galanteria, le procuravano, Massimiliana non aveva molti argomenti di gaiezza nel proprio animo e nell’ambiente in cui viveva. Ma dalla serietà di quel tempo, alla tetraggine che ora di tratto in tratto sorprendeva nei suoi lineamenti quasi disfatti, la distanza era molta. Più la contessa studiava quella famiglia, più le sue vaghe apprensioni crescevano. Talvolta, ella avrebbe voluto parlare a suo marito degli stranieri dell’Hôtel des Palmes, dirle i suoi sospetti, sentire ciò che egli stesso ne pensava; ma dacchè l’imagine di Ermanno Raeli le stava sempre dinanzi, qualche cosa le faceva morire sul labbro le confidenze che era sul punto di fare al marito. Ella non aveva certamente nulla da rimproverarsi, nè un atto, nè una parola, e non pensava alla possibilità che fra lei ed Ermanno vi fosse altro che quella affinità inconfessata, ma infinitamente dolce nella sua purezza. Ella non aveva amato d’amore il conte Giulio; glie l’avevano dato, ella lo aveva trovato avvenente nella sua figura di giovane militare in ritiro, malgrado alcune ciocche di capelli grigi sulle tempie, che dimostravano però come egli avesse vissuto e gli davano un’altra attrattiva. I loro caratteri allegri sopra un fondo di bontà si erano convenuti; da persone di spirito, non avevano domandato di più. La vita era trascorsa per loro facile e lieta, in una mutua libertà consentita dalla profonda fiducia reciproca. Di quella fiducia, la contessa contava bene di esser sempre degna. La coscienza della sua propria forza, l’esperienza della nobiltà d’animo di Ermanno, per cui l’amicizia era sacra, non le facevano nutrire nessuna preoccupazione per l’avvenire. Ciò che ella domandava, era che il giovane le stesse vicino, che si chiamassero col soave nome di amici, che fossero l’uno per l’altro quella specie di giudice invisibile, di genio tutelare, sempre presente nella coscienza e la tacita approvazione del quale si sollecita in tutti gli atti della vita, nei più importanti come nei più minuti… Le donne sono maestre in questa specie di accomodamenti, che permettono loro di abbandonarsi alle dolcezze del sentimento senza credere di mancare al proprio dovere; ma la contessa Rosalia aveva uno spirito troppo acuto per non sentire, dentro di sè, la sostanziale incompatibilità fra quelle tendenze. Era per questo che ella, malgrado volesse persuadersi di non far nulla di male, aveva perduta l’antica serenità dinanzi al marito, con una soggezione crescente che metteva una freddezza nei suoi rapporti con lui.
Da parte di Giulio di Verdara, nulla v’era di mutato nelle sue relazioni con la moglie; ed egli pareva tanto meno essersi accorto dei nuovi sentimenti nati nell’animo di lei, che spesso egli era il primo a parlarle di Ermanno Raeli con quel tono di leggiero persiflage sotto al quale soleva nascondere tutti i suoi affetti e tutte le sue opinioni. Fu dunque senza nessuna istigazione da parte della contessa, e quando il pensiero di lei si era già distolto dagli stranieri dell’Hôtel des Palmes, che Giulio di Verdara, tornando una sera dal circolo, rivelò a sua moglie una circostanza per cui si risvegliarono in lei gli antichi sospetti. “Che giuoco disperato!” aveva cominciato per esclamare il conte, ancora sotto la impressione di ciò che aveva visto. Nel giro di poche ore, d’Archenval aveva perduta e vinta una fortuna, e si era finalmente alzato dal suo posto con una perdita netta di quaranta mila lire… “Il suo sangue freddo,” soggiungeva Giulio di Verdara, “finisce per far male, specialmente quando si pensa…” Ma si era ad un tratto arrestato, con uno scrupolo di propagare una notizia riguardante l’onore d’un uomo al quale stringeva ogni giorno la mano. La curiosità della contessa si era intanto svegliata, ed allo sguardo interrogativo che aveva rivolto al marito, questi aveva ripreso: “A te, infine, posso dir tutto: il visconte non s’è ancora messo in regola con gli ultimi suoi debiti. Stasera ho sentito qualcuno che già comincia a mormorare…” Rosalia di Verdara ascoltava con attenzione quella confidenza che le dava la conferma delle irregolarità sospettate. Se quelle estremità a cui il visconte si riduceva spiegavano il dolore della signora d’Archenval, in che modo potevano determinare la cupa tristezza di Massimiliana? E perchè il padre della viscontessa non veniva a mettere con l’autorità sua un riparo alla rovina del genero?.. Ella teneva per sè tutte quelle domande: “E non pagherà?..” chiese soltanto al marito, perchè egli continuasse a manifestarle ciò che pensava. “Ma….” riprese il conte, con delle nuove reticenze, “io non so se debbo dirti… Ecco: l’altro ieri mi ha chiesto in prestito, per qualche giorno, una somma… Non ho saputo dir di no. Voleva firmarmi delle cambiali; dice che ha telegrafato a suo suocero. Pare che questo suo suocero invisibile rappresenti una specie di divina provvidenza…” Dopo qualche momento di silenzio, la contessa esclamò: “È una famiglia un poco strana,” riassumendo con quella parola il proprio pensiero. Il conte, che passeggiava per la stanza, soggiunse: “Lo credo anch’io… E forse non arriveremo a spiegarla. D’Archenval ha espresso l’intenzione di lasciar la Sicilia.” Dopo una piccola pausa, si fermò, e guardando sua moglie quasi per studiare l’effetto che le sue parole avrebbero prodotto in lei, continuò: “La partenza di Massimiliana lascerà, come si dice, un vuoto!…” La contessa, che quell’annunzio non lasciava indifferente, rispose: “Oh, certo; io le voglio molto bene, povera Maxette…” Ma il conte non le aveva dato il tempo di finire: “Non parlo di te!..” A quelle parole, che suo marito aveva pronunziate con una intonazione scherzosa, la contessa aveva alzato gli occhi su di lui. Repentinamente, un’inquietudine era sorta in lei; una inquietudine nel primo momento assai vaga, ma crescente con tale rapidità, che finiva per darle la sensazione d’una stretta al cuore. Ciò che ella ora temeva, era d’indovinare l’allusione di Giulio; ma l’ipotesi le era parsa così assurda, così repugnante, che con voce calma, quasi indifferente, ella gli domandò: “Di chi parli dunque?..” – “Ma di Raeli, per bacco!..”
Indifferente in apparenza, il conte si era accorto da un pezzo della simpatia di sua moglie per l’amico; ma se da una parte la stima che aveva per Rosalia e dall’altra la fatta scoperta dell’amore di Ermanno per Massimiliana, lo assicuravano contro ogni pericolo, egli metteva ora una specie di piacere un poco cattivo nel togliere alla donna ogni più lontana illusione. Era la prima volta che sua moglie gli aveva dato ragione di sospettare, e l’idea del pericolo lo aveva sul principio turbato un istante. Non aveva mostrato il suo turbamento come non mostrava nessun altro moto dell’animo; ma per una reazione frequente, la sicurezza riacquistata non lo faceva indulgente verso l’oggetto della passata preoccupazione. “Non hai tu visto come guarda Massimiliana?” diceva; “ci vuol poco a capire che si è messo in testa di esserne innamorato! E i tipi di quel genere non si smontano facilmente…” Con una mano afferrata al bracciuolo della poltrona, con l’altra strettamente increspata fino a conficcarsi le unghie nella palma, la contessa faceva degli sforzi su di sè stessa per non gridare al marito: “Taci!.. Tu non sai quel che dici!… È un’assurdità…” ma il conte proseguiva, scherzosamente impassibile: “Quando la vede, gli ridono gli occhi. O perchè avrebbe mutato gusti, genere di vita? Non ti sei accorta di nulla? Ma l’ha perfino scritto sul tuo album… Tutti dicono che finirà per domandarla in moglie…” – “Taci!… Non vedi che mi fai male?…” avrebbe ora voluto gridargli la contessa Rosalia, subitamente ridotta a riconoscere la verosimiglianza di ciò che quello asseriva; ella doveva invece frenarsi, nascondere il tumulto che le si scatenava nell’anima e che le preparava una notte d’angoscia… Era dunque vero? Ella non si era accorta che Ermanno Raeli amava la signorina di Charmory? Fino a che punto si era dunque lasciata prendere, se si era così grossolanamente ingannata? Era vero, sì… ella ricordava ora mille piccoli particolari, mille indizii minuti, il tono con cui Ermanno aveva detto una parola, la vivacità con la quale aveva difesa un’opinione di Massimiliana, l’irrequietezza manifestata quando non l’aveva trovata da lei – da lei che si era creduta l’oggetto di quelle attenzioni… Era vero; ma ella si ostinava a non crederlo, cercava di negare ogni valore a quei sintomi sui quali l’opinione di suo marito si era fondata, di persuadersi che Ermanno era troppo serio, troppo freddo, troppo superiore per innamorarsi così, di punto in bianco… Ed ella non si accorgeva neppure che quell’argomento si ritorceva contro di lei, che era egualmente inverosimile, per la stessa ragione, ch’egli amasse lei. A quella conclusione della fredda logica dinanzi alla quale bisognava che ella sacrificasse il suo sentimento egoistico, ella si acquetava più volentieri, per la specie di consolazione negativa che almeno le procurava: Ermanno non amava lei, ma non amava neppur l’altra; entrambe erano eguali… Allora, l’angoscia della contessa si faceva nuovamente più viva: no, non erano eguali! come avrebbe ella potuto lottare con Massimiliana? Ella era la moglie d’un altro; ella non poteva dargli ciò che non era più suo; amarlo era un delitto! Suo marito era un amico di lui; i più atroci rimorsi avrebbero funestato in entrambi ogni possibile gioia. Invece, Massimiliana… – ma, arrivata ad ammettere che niente avrebbe potuto opporsi alla felicità di quei due, un sordo dispetto le invadeva l’anima: ella non voleva che quella felicità si compisse!… Non era lei la stessa donna che, prima, quando la gelosia non le era entrata nell’anima, aveva rifiutato di pensare che i suoi rapporti con Ermanno avrebbero potuto modificarsi? Non si era ella proposto di combattere la tentazione, di non aver mai nulla da rimproverarsi? Bisognava dunque che la virtù e la colpa non avessero nulla di meritorio o di riprovevole, che fossero il risultato di circostanze felici o disgraziate, se ora, perduta la sicurezza che il cuore di Ermanno fosse suo, ella intravedeva la possibilità di passar sopra ad ogni ostacolo per acquistarlo?… Fuggire dunque con lui, abbandonar la sua casa, fargli tradire l’amico, tradire ella stessa: ecco ciò che avrebbe potuto… Non erano più forti, più allettatrici, più potenti le voluttà che ella poteva dargli, a petto delle ingenuità d’una passione da collegiali, come quella che Massimiliana poteva solo promettergli?… Poi ancora il corso dei suoi pensieri prendeva un’altra piega: ella si domandava che cosa aveva a temere da Massimiliana, così indifferente a tutto, così piena d’uno sconforto che si leggeva negli sguardi sdegnosi di fissarsi su qualcuno o su qualche cosa? Era probabile che ella rispondesse all’amore di Ermanno, il giorno che egli lo avrebbe manifestato? E quell’esistenza enimmatica della sua famiglia, la condotta del visconte, quella partenza improvvisa, non erano altrettante ragioni che dovevano rassicurarla?… Poi ancora ella dubitava di tutto, la sua fiducia svaniva, una specie di delirio s’impadroniva di lei durante quella notte insonne e agitata. Le sue idee si confondevano, le imagini perdevano la loro chiarezza; assopitasi un istante, un terror vago, come fra tenebre minacciose, la risvegliava di scatto… Col nuovo giorno, la sua decisione fu presa: ella stessa avrebbe fatto in modo da apprendere la verità, da strappare ad Ermanno una confessione. Come? Non lo sapeva ancora; sapeva soltanto che quell’incertezza era la morte.

VIII.

Era già arrivata la novena di Natale, e il tempo si manteneva d’una serenità e d’una mitezza primaverili. Nei giardini d’aranci della Conca d’Oro, tra il verde cupo del fogliame quasi metallico, i frutti cominciavano ad occhieggiar gaiamente; e lungo le vie, attorno alle nicchie delle imagini sacre, se ne vedevano dei festoni, delle ghirlande artisticamente disposti. La melodia lenta e dolce della cornamusa risuonava da tutte le parti, come ripercossa dall’eco, nelle case più umili, nei chiassuoli, lungo le strade, e metteva tutto intorno una festività ridente e composta, diceva le gioie della pace, la poesia del focolare.
Fuggendo la baraonda cittadina, con un bisogno di concentrazione nel movimento, Ermanno Raeli se ne andava a cavallo per la campagna, ora slanciandosi al trotto, ora proseguendo al passo secondo l’umore del suo svelto ed elegante animale o le folate dei proprii pensieri. Egli non sapeva quale via tenesse; non vedeva nulla dinanzi a sè, con lo sguardo fisso lontanamente, ad una visione gentile…. Gentile, sì, era il termine che le conveniva. Gentile era la serietà del suo spirito, gentile era l’espressione dei suoi lineamenti, gentile era in ogni suo atto, in ogni sua parola…. Così lontano da lei, con la sola sua imagine spiritualizzata dinanzi, egli si sentiva colmato d’una felicità interiore, d’un gaudio muto ed intraducibile. L’aria odorosa che respirava, il tepido sole che lo riscaldava, il verde e l’azzurro che sorridevano, tutto gli dava un profondo benessere… Da qualche tempo, restando accanto a lei, sfiorando la sua veste, respirando l’impercettibile profumo che emanava dalla sua persona, fissando il movimento delle sue labbra mentre ella parlava, egli si sentiva, suo malgrado, vinto da un indefinibile turbamento. Il profumo carnale del suo guanto, ch’egli aveva una volta raccolto, gli aveva procurato una specie di vertigine, un’ebbrezza così dolorosa, che aveva creduto di svenire…
Egli è che per Ermanno Raeli la signorina di Charmory era una pura Idea, armoniosa, impersonale ed intangibile; era lo stesso amore con tutto ciò che esso ha di immacolatamente spirituale. In lei, egli non aveva potuto vedere la donna. Ella passava, come un soffio; si pensa forse ad afferrare qualche cosa d’alato e d’incorporeo?… Un incontro rarissimo delle disposizioni del proprio spirito con le circostanze esteriori, aveva dato a questo sentimento di ideale idolatria una forza straordinaria. Ciò che egli conosceva fin là dell’amore, era l’intollerabile. Dalla prima profanazione fredda e brutale, ma almeno spoglia d’ogni illusione, all’esperienza della menzogna che come un corrosivo aveva profondamente intaccato il suo cuore, e alla febbrile compiacenza nel vizio che aveva finito di amareggiarlo, egli non aveva visto che uno spettacolo di degradazione continua. Uscito da quella miseria, egli s’era fatto estraneo al mondo, attingendo nel disgusto del ricordo e nell’inclinazione alla vita speculativa la forza di resistenza contro ogni nuova tentazione. Ma ciò ch’egli domandava, nell’intimità impenetrabile della propria coscienza, con tutto il fervore della sua contenuta aspirazione, e disperando di raggiungerla mai, era sempre l’indissolubile unione degli spiriti, l’intelligenza e la rispondenza delle anime. Ciò che gli bisognava era di comprendere e di esser compreso da un’altra creatura, di vivere in uno scambio di pensieri, di idee, di sentimenti, tutta la vita più intima dello spirito e del cuore, con la parola e con lo sguardo, in una confidenza assoluta. E subitamente la vista della signorina di Charmory gli aveva rivelato che quella felicità era possibile. Sì, egli lo riconosceva, lo diceva quasi materialmente, a mezze labbra, durante quella passeggiata mattinale, nel cospetto del più clemente cielo: egli amava Massimiliana, perchè ella era come l’aveva sognata; l’aveva amata unicamente fin dal primo momento che l’aveva vista ed ascoltata; intanto che ella aveva parlato, una voce interiore gli aveva detto: Eccola!… Quello che avrebbe dovuto fare, sarebbe stato questo: prenderla per mano, e andar via, dritto innanzi, cogli occhi al cielo dal quale ella scendeva… A sua volta, lo amava ella? Formidabile quistione, che egli non poteva risolvere perchè non osava approfondirla. Ella era veramente per lui qualche cosa di misterioso, di sacro: toccare un lembo della sua veste, la punta d’un suo dito, gli sarebbe parso un sacrilegio. Con la sua espressione nostalgicamente estranea al mondo circostante, con la sua figura vaporosamente leggiera, ella aveva dato forma al suo sogno, lo aveva prolungato nella realtà. Egli si era risvegliato il giorno in cui aveva incominciato a intravedere, dietro la spirituale figura, la creatura umana…
Ermanno(6) Raeli aveva un bell’essersi trasformato, la vita esteriore aveva ben potuto riprenderlo: il pensiero analitico restava sempre il modo principale della sua attività. E con un’angoscia crescente egli aveva visto rideterminarsi l’antica incompatibile dualità della sua natura, in presenza d’una sollecitazione così potente come quella alla quale egli si trovava ora esposto. Amando la signorina di Charmory, egli si sentiva struggere di tenerezza all’idea della sua solitudine, della mancanza d’un grande affetto che invigilasse costantemente su di lei, della sua stessa lontananza dalla patria, dal cielo che l’aveva vista nascere, dagli uomini che parlavano il suo stesso linguaggio. Darle tutto, esserle tutto: patria, famiglia, tutela; guidarla ed esserne guidato nello instabile mar della vita: quale superbo miraggio! Esso si dissipava, sempre, non appena contemplato un istante. La visione dei suoi antichi amori gli si ripresentava allo spirito con una precisione invasante, e dall’intimo essere suo saliva una muta ribellione contro la possibilità di vedere l’imagine di lei al posto delle altre, contro l’assimilazione di quell’amore agli antichi… Sotto l’impero di una violenta disillusione, egli aveva negato fede all’ideale, aveva creduto unicamente all’impeto cieco degl’istinti primitivi, aveva dissipate le ricchezze della fibra nelle stupide orgie; ma come i dannati baudeleriani, per l’operazione di un mistero vendicatore, egli anelava ora ai più alti cieli spirituali. L’idea della carezza fisica era per lui insoffribile; ciò che egli non poteva ammettere, era la macchia al liliale candore, l’offesa alla purezza della fronte adorata. Per questo egli tremava in presenza di lei, non osava guardare all’avvenire e si era quasi ridotto a fuggirla. Egli si faceva sdegno e ribrezzo, tutta la propria persona gli pareva attaccata da una lebbra mostruosa ed insanabile; non che fare un passo per accostarsi alla gente, egli doveva aver la virtù di condannarsi ad un isolamento perpetuo…
A poco a poco, ed a misura che la serie dei tristi pensieri si svolgeva, un’espressione di abbattimento scacciava in lui la serenità di poco prima. Il suo cavallo, scuotendo la testa fine ed intelligente, si cercava oramai da sè la sua via. Tutto al turbamento che gli guadagnava l’animo, Ermanno si domandava perchè non aveva conosciuto prima la signorina di Charmory, quando egli non era ancora precipitato in fondo a quell’abisso; o perchè, essendovisi oramai ridotto, aveva dovuto conoscerla; e come nessuna voce in lui rispondeva a quel disperato dilemma, egli alzò un poco gli occhi al cielo. Esso era sempre d’un azzurro senza macchia; ma in alto, allo zenith, fissandolo intensamente, l’azzurro diventava quasi nero, come se non potesse vincere l’eterna notte regnante negli spazii. Era una nerezza egualmente intensa che, nei sostrati del proprio pensiero, oltre alle seducenti e superficiali parvenze, Ermanno aveva scorto; e durante quella paurosa contemplazione, l’attività psichica s’era spenta in lui… Un rumore lontano, ancora sordo, lo ricondusse alla coscienza di sè. Era presso alla piccola borgata di Pallavicino; le due masse imponenti di Monte Pellegrino e del Castellaccio, con il prolungamento del Monolfi e del Gallo, si facevano fronte lasciando fra di loro una piccola valle gaia di verde. Per la via, passavano dei carri; e dei contadini, con l’ereditario rispetto verso i signori, si cavavano il berretto, incontrandolo. Ma come egli s’accorse d’una carrozza che s’avvicinava da Palermo, si ricompose subito, strinse le redini con mano salda e si rizzò sulla sella nell’attitudine di una persona tutta intenta a guidare pei buoni passi il proprio cavallo. Egli non voleva che dei curiosi, che degli indifferenti, sorprendessero la sua preoccupazione; il possibile incontro di visi conosciuti lo turbava anticipatamente, e più la subitanea e istintiva previsione di trovarsi dinanzi a lei… Rapidamente avvicinatasi con un insistente schioccar della frusta, la carrozza si arrestò a pochi passi da Ermanno. Il sangue aveva dato a questi un tuffo violento nello scorgere Giulio di Verdara che guidava il legno, dove stavano la contessa e le sue amiche dell’Hôtel des Palmes… “Buona passeggiata!” gli gridava il conte, salutandolo con la mano, “Saresti per caso in servizio di avanscoperta?…” – “Perchè?…” domandò il giovane che si era accostato alla carrozza, col cappello in mano, e salutava le signore. “Esploravi tutt’intorno come per sorprendere il nemico!…” – “E noi la facciamo prigioniero!.,.” aggiunse la contessa, invitandolo ad accompagnarli e rimproverandolo amabilmente per la sua lunga assenza, della quale egli si scusava con pretesti mediocri.
Ermanno si era messo a cavalcare dalla parte della viscontessa d’Archenval, alla quale, nelle poche volte che l’aveva incontrata, aveva dimostrata una simpatica premura. Le sue sofferenze, i rapporti che passavano fra lei e Massimiliana, gliela facevano considerare con raddoppiato interesse; e come la viscontessa aveva una volta dichiarata la sua passione per i fiori, egli gliene aveva mandato spesso interi canestri. La signora d’Archenval ricambiava cordialmente la sua simpatia, ed in quel momento stesso lo ringraziava, col sorriso un po’ triste d’inferma, dei suoi doni gentili. Ermanno fissava di tratto in tratto lo sguardo sulla signorina di Charmory, che gli stava di fronte. Ella spariva sotto un mantello-veste di panno grigio con striscie di petit gris, e girava un’occhiata distratte per il paesaggio. La viscontessa, sepolta fra le pelliccie e i plaids su cui teneva dei mazzi di fiori campestri, aveva le magre guancie soffuse d’un leggero incarnato e respirava con le labbra un poco dischiuse, battendo spesso le palpebre. La sua figura disfatta formava uno strano contrasto accanto alla contessa Rosalia, che portava un mantello di lontra foderato di raso rosso e un cappello a barca di feltro muschio, e che, piena di salute e di vivacità, era quasi sola a mantenere, dal suo posto, la conversazione con Ermanno, come consentivano il moto della carrozza e del cavallo.
Sfoggiando tutte le risorse del suo spirito, ella faceva uno sforzo dentro di sè perchè nessuno si accorgesse dell’agitazione dalla quale si sentiva dominata. Dopo una lunga e vana attesa, ella si vedeva finalmente Ermanno d’accanto; ma in condizioni tali che il porre ad effetto il proprio disegno non era possibile. Cercava nondimeno di trarre profitto della circostanza per osservare il contegno di lui in presenza di Massimiliana; ma nulla poteva in quel momento rivelarle ciò che ella aveva paura di scoprire. Ermanno guardava la signorina di Charmory come le altre sue vicine, ma pareva più presto occupato del suo cavallo, il quale, in vicinanza del legno, scuoteva la testa, recalcitrava, e non si chetava un poco se non quando il cavaliere prendeva ad accarezzarlo con la mano e a parlargli quasi all’orecchio.
Vi era una specie di amor proprio che consigliava alla contessa di spiegare tutta la sua più elegante disinvoltura dinanzi ad Ermanno, quasi perchè egli potesse, notandola, apprezzare il contrasto col mutismo triste di Massimiliana. Dall’alto del cocchio, facendo schioccare continuamente la sua frusta, Giulio di Verdara entrava da parte sua, con qualche rapida esclamazione, a pigliar parte alla conversazione. Come la carrozza fu giunta in vicinanza delle prime case di Pallavicino, moderò la sua corsa e vedendo che il cavallo di Ermanno ricominciava ad imbizzirsi: “Facciamo una cosa!” disse all’amico: “Lascialo montare a me, tu salirai in carrozza.”
Intanto che il conte ed Ermanno scendevano, il primo da cassetta, lasciando le redini al groom, e il secondo da cavallo, Rosalia di Verdara aveva chiesto alla signora d’Archenval se si fidava di fare due passi. “Mi proverò!..” aveva risposto la viscontessa, che il moto e l’aria dolce avevano animata, e le amiche erano anch’esse discese dal legno, di cui Ermanno aveva dischiuso lo sportello. Intanto che Giulio di Verdara si spingeva innanzi, al trotto del cavallo completamente rassicurato, la piccola comitiva si era messa in cammino, seguita a breve distanza dalla carrozza vuota. La contessa dava il braccio alla signora d’Archenval, e Massimiliana ed Ermanno si tenevano al loro fianco; ma ben tosto, per la lentezza con la quale la sofferente era costretta ad incedere, i due giovani si erano trovati inavvertitamente un poco innanzi. Tutta avvolta, nel suo mantello, con le braccia e le mani nascoste dentro di esso, la signorina di Charmory si perdeva fra quei larghi contorni e solo il suo profilo purissimo si disegnava sotto la toque d’una tinta scura. Restando solo per la prima volta con lei, una trepidazione crescente si era impadronita di Ermanno. Nel mentre qualche cosa di armonioso vibrava nell’animo suo all’imprevedibile fortuna di quell’incontro, egli avrebbe voluto esser lontano, tanto dolorosa finiva per essere l’emozione cagionatagli dalla vicinanza di Massimiliana. Poi, che cosa dirle, se non il sentimento che gli divampava dentro; di che cosa parlarle, se non dell’amor suo? Ma, al tempo stesso che egli si confermava nel proposito di non far nulla per dimostrarle ciò che provava, egli pensava alla difficoltà di trovar parole con le quali tradurre la propria emozione, con le quali dire a Massimiliana l’angosciosa delizia che la sua presenza gli procurava, l’esclusiva passione di cui egli era pieno. La stessa ipotesi d’una dichiarazione, d’una formula convenzionale da recitare, gli pareva inammissibile; e in quel tormento di sentirsi pieno d’un’idea e di non volerla e di non poterla esprimere, fu con voce velata dall’imbarazzo che, voltandosi indietro: “Povera signora!” egli disse, fermandosi un poco a guardare la viscontessa e la sua amica: “È sempre molto sofferente…” – “Sì,” rispose la signorina di Charmory; “che martirio non vederla sollevarsi mai…” E l’accento col quale ella parlava di quella fatale malattia era anch’esso stanco, quasi depresso e così estraneo alla realtà che Ermanno sentiva sedarsi a poco per volta la sua inquietudine. “Il clima di Sicilia non le ha dunque giovato?” – “Quasi nulla. Sono dei miglioramenti passeggeri, seguiti da sùbite ricadute…. Del resto,” aggiunse Massimiliana, con un accento di sfiducia, “che cosa può fare un’aria mite o un tepido sole?…” Ed aveva guardato un momento un mendicante(7), avvolto in miserabili cenci, cogli occhi luccicanti dalla febbre, che in quel punto della via, abbandonato sopra un mucchio di sassi, tendeva un braccio scarno e tremante ai passanti. Ermanno gli si era avvicinato, mettendogli in mano una moneta. “Certo, si soffre dovunque…” aveva detto, tornando a fianco della sua compagna. “Vi sono grandi miserie!…” soggiunse la signorina di Charmory, e un piccolo brivido come di freddo le era passato pel corpo.
Essi erano giunti dinnanzi alle prime case della borgatella; le contadine, ferme sugli usci, guardavano curiosamente la coppia; e una di esse, spingendo col gomito una compagna per richiamarne l’attenzione, aveva esclamato con tutta l’espressiva efficacia del dialetto: “Come è bella l’Inglese!…” Ermanno aveva visto l’atto e udite le parole. Vi era una grande lusinga per lui in quell’ingenuo giudizio, una intima lusinga che si traduceva nell’espressione ridente dello sguardo; e voltandosi a guardare Massimiliana, egli disse: “Ha sentito, signorina?… La prendono per una Inglese…” Massimiliana di Charmory sorrise lievemente. “Tutti gli stranieri sono Inglesi per questa buona gente!…” In quel punto, gli occhi le erano andati sopra un altarino scavato nel rustico muro che chiudeva un podere, e tutto ornato di frasche e di aranci, su cui erano sparsi dei piccoli fiocchi di candida bambagia. “Guardi,” diss’ella, arrestandosi un momento lì dinnanzi. “Che cosa significa?..” Ermanno, che aveva scorto quei fiocchi bianchi, oggetto dell’attenzione della sua compagna, rispose: “È per ricordare la neve caduta durante la notte del Natale…” Egli aveva pronunziate quelle parole con un leggiero turbamento. Conosceva da ragazzo l’uso tradizionale che in un paese dove l’inverno è una continua primavera, vuol ricordare intorno all’imagine del Salvatore l’ostilità degli elementi in mezzo alla quale egli venne al mondo; ma tutte le volte che scorgeva quel simbolo – e ciò non gli accadeva più da anni – non sapeva frenare uno slancio di tenera dolcezza, di commossa simpatia. “Come è gentile!…” esclamò la signorina di Charmory; ed era una commozione eguale alla sua che egli sentiva nell’accento di Massimiliana, che vedeva negli sguardi lucenti coi quali ella fissava l’imagine sacra. “È una nostalgia del cielo settentrionale, dei paesaggi nevosi, dalla terra sepolta sotto bianchi lenzuoli che si prova dinanzi a questo simbolo…” ed improvvisamente egli aveva cessato di parlare, pensando a sua madre, al paese lontano ove ella era nata, le cui nebulose visioni gli aveva trasmesse col sangue; pensando all’altro lontano paese che aveva visto nascere l’Eletta, verso il quale egli avrebbe tanto voluto avviarsi, al suo fianco… “È vero, la nostalgia del cielo settentrionale…” aveva detto la signorina di Charmory, e nel ripetere le stesse parole pronunciate da Ermanno, i suoi sguardi si erano incontrati con quelli di lui. Subitamente, anche la voce della fanciulla si era spenta. Tacquero, ma comunicando con lo stesso pensiero, vinti entrambi da uno smarrimento ineffabile, dal quale l’avvicinarsi più rapido della carrozza li trasse bruscamente…
Scorgendo dei sintomi di stanchezza nella signora d’Archenval, Rosalia di Verdara l’aveva fatta subito risalire in carrozza per raggiungere i due giovani lontani. Una sorda gelosia le era nata in cuore nel seguire le due figure di Massimiliana e di Ermanno procedenti l’uno a fianco dell’altra. Che cosa potevano dirsi? Se ella avesse potuto lasciar lì, in mezzo alla via, la viscontessa, raggiungerli senza esserne scorta e sorprendere lo loro parole!… Era però arrivata abbastanza a tempo per notare quella confusione degli sguardi che segue un rapido scambio di pensieri come l’agitazione delle onde dopo un colpo di vento, per scorgere l’imbarazzo dei due giovani ancora sotto l’impressione della loro muta intelligenza.
Come la carrozza s’era fermata, Ermanno aveva aperto lo sportello, offrendo la mano nuda alla signorina di Charmory per aiutarla a salire. Dopo un attimo di esitazione, ella vi aveva appoggiata la sua mano nuda; e come Giulio di Verdara, sopravvenuto di carriera, smontava e passava le redini a Ermanno, questi si congedava dalle signore e partiva al galoppo.

IX.

Aveva bisogno di correre, di fuggire, preso da una paura intollerabile, non fidandosi di sostenere un istante di più la vista di Massimiliana, temendo che nel prolungarsi di quell’incontro tutto sarebbe stato detto fra loro. Che cosa era dunque avvenuto? Nulla: uno sguardo, la ripetizione di una parola, un silenzio, un turbamento… nulla; ma le loro anime si erano intese; in quell’istante, egli aveva avuto il sentimento di penetrare nel pensiero di Massimiliana, di occuparlo tutto di sè, di essere unito a lei così intimamente come non era possibile più… Come era avvenuto?.. Egli ricostruiva la scena, rapidamente, dall’incontro con la carrozza di Giulio fino alla sosta dinanzi al rustico altare, e ciò che sopra tutto lo colpiva era la semplicità dell’avvenimento, la facilità con cui in pochi minuti i suoi rapporti con la signorina di Charmory avevano fatto un passo che per tanto tempo egli aveva creduto impossibile. Naturalmente, senza nessuna sollecitazione da parte sua, qualche cosa era successo che metteva fra loro come una intesa, che nessun altro sapeva e che non si sarebbe potuto dimenticare. Già quando egli aveva offerto l’appoggio della propria mano alla fanciulla, ella era stata(8) un momento esitante; poi s’era decisa ad appoggiarvisi: una piccola cosa, senza dubbio; ma la prima volta che l’aveva incontrata, al Museo, ella non glie l’aveva accordata; e non erano forse le piccole cose che egli poteva gustare, incapace come era a guardare in faccia ad una più grande felicità?.. No, egli non si fidava di affrettare una spiegazione finale, non aveva il coraggio di pensare al poi, a quel che sarebbe accaduto di loro quando non avrebbero avuto più nulla da dirsi… e intanto egli cercava nella propria mano l’inpercettibile traccia lasciatavi da quella di Massimiliana, e sferzava il proprio cavallo con una ebbrezza crescente… Egli l’amava! l’amava! e avrebbe voluto che il tempo non scorresse più, e che quell’istante di purissima gioia, di emozione ineffabile, quell’unico istante in cui il miraggio, la parvenza, l’illusione secretamente nutrita cominciavano a prendere consistenza, a rivelarsi possibili, si arrestasse, prolungandosi eternamente… La stagione dell’anno che al suo spirito complicato più sorrideva, non era la primavera, la fioritura pomposa di cui egli sentiva la caducità, l’esplosione della vita in cui i germi letali già operavano la loro sinistra bisogna; erano i giorni che il primissimo verde metteva i suoi tenui ricami sul primo fresco celeste. Quell’incanto era scevro d’ogni amaro miscuglio; uscendo dalla bruma assiderata, non restava luogo nel cuore che alla sicura speranza, e la visione del tramonto si perdeva dietro a quella delle lunghe promesse. Di quella stagione spirituale egli aveva ora l’annunzio, ma come dinanzi al prestigioso conseguimento, per opera di qualche potenza soprannaturale, di un voto pazzo di grandezza e di felicità, il trepido smarrimento era in lui più forte del gaudio… Che fare, che dire, quale contegno assumere, in che modo esternare ciò che egli stesso non riusciva a definirsi?.. Ogni ragionamento era abolito, egli non aveva l’agio di riflettere; sentiva solo la necessità di isolarsi, quasi di fuggire quell’emozione che egli portava con sè, e che durava oltre quell’ora. Ma, lontano da Massimiliana, scomparso il pericolo di dover prendere una risoluzione, lo spirito restava libero di contemplare e di sognare. Ora egli non si arrestava agli ostacoli prima temuti, si sentiva come purificato dall’attenzione della fanciulla, come fatto più degno, e non più solo, non più libero di guidarsi a proprio talento. Aveva egli il diritto d’infrangere la delicata catena che stava per legarli reciprocamente? Fin quando egli era stato solo a spasimare, aveva potuto fare di sè tutto lo strazio possibile, ma se anche Massimiliana avrebbe adesso sofferto con lui?..
Egli era ancora sotto l’impero di questi sentimenti quando, ricordatosi, alcuni giorni dopo, dei cortesi rimproveri della contessa, si recò a visitarla. Trovarsi in sua presenza, gli procurava sempre un sereno piacere; la contessa era la sola amica, quasi una sorella di Massimiliana; era, in certo modo, qualche cosa di lei.
Vedendo entrare Ermanno nel suo boudoir, la signora di Verdara aveva leggermente sussultato; ma, scambiati i saluti, la sua conversazione con un’amica che le stava vicina aveva ripreso con una vivacità più grande. Ella parlava continuamente, saltando da uno ad un altro soggetto, rivolgendosi poco verso il giovane, prodigando un cara continuo alla sua compagna, come per indurla a non andar via. Sul punto di trovarsi da sola a solo con lui, il coraggio l’abbandonava. Nei giorni trascorsi dall’ultimo incontro, ella aveva molto pensato ed ogni lusinga era caduta per lei. L’imbarazzo sorpreso fra i due giovani quand’ella li aveva raggiunti, la fuga di Ermanno, lo sguardo col quale Massimiliana lo aveva un poco seguito, l’espressione di profondo raccoglimento che le si era dipinta sul viso, non le permettevano più di dubitare che i due giovani si amassero. Eppure, ella aveva aspettato ansiosamente, volendo avere da lui stesso la conferma delle sue apprensioni, volendo sapere fino a che punto fossero giunti… ma nell’ora d’affrontare la prova, una strana esitazione s’impadroniva di lei; avrebbe voluto differirla, si persuadeva che erano preferibili le beate illusioni alla crudele certezza… Con una stretta al cuore ella vide quindi alzarsi l’amica, che accompagnò fino all’anticamera. Però, quel momento di solitudine era bastato a farle riacquistare la padronanza di sè stessa; guardatasi un istante allo specchio, aveva gettata indietro la testa, irrigidendosi contro il pericolo; e rientrata nel salotto dove Ermanno l’aspettava in piedi: “Dunque?…” esclamò, con una espressione indefinibile, abbandonandosi un poco sul divano e fissando un enimmatico sguardo sul giovane. “Eccomi venuto a fare onorevole ammenda!” rispose questi, inchinandosi. “Ho meritato i suoi rimproveri; sia così generosa da perdonarmi…”
La contessa aveva un poco socchiusi gli occhi, immobile nell’angolo del divano, facendo soltanto girare col pollice l’anellino passato al dito più piccolo. Poi, scossa un poco la testa: “No, non la rimprovero,” disse, “non ne avrei il diritto… tanto più che lei, lo so bene, preferisce la solitudine, i suoi studii… E trovo, dopo tutto, che ha ben ragione! Questo mondo dal quale siamo circondati non vale il più piccolo dei sacrifizii che noi gli facciamo…” Suo malgrado, un tono leggermente amaro dava a quelle parole un secondo senso; però, nel timore di lasciarsi scorgere, ella accoglieva adesso con un sorriso più franco il laborioso complimento che Ermanno veniva svolgendo: “Il mondo astrattamente preso, sì; ma lei converrà meco nell’ammettere che il mondo collettivo risulta di tanti piccoli mondi presi insieme, in qualcuno dei quali noi possiamo trovare il nostro proprio simile, vuol dire chi divide le nostre idee, i nostri gusti, le nostre tendenze…” – “Un’astronomia morale, allora?” interruppe la contessa, sorridendo. “Con questo,” replicò Ermanno, “che non occorrono telescopii; le scoperte si fanno ad occhio nudo…”
La signora di Verdara chinò il capo, in atto che poteva parere di adesione a quel modo di vedere, un ringraziamento pel complimento che vi si racchiudeva, o anche il desiderio di mutar discorso. Ella sentiva che era molto più difficile di quanto non avesse pensato il disporre le cose in modo da strappare una confessione ad Ermanno; ma tale difficoltà l’agguerriva, le faceva sostenere con la consueta sicurezza i rischi di quella conversazione. “A parte questa comunicazione… interplanetaria,” riprese, disponendosi meglio nel suo soffice cantuccio, “il così detto consorzio civile non lo seduce punto?” – “Poco, per lo meno…” rispose l’altro, ma aggiungendo tosto, come una protesta: “Io non vorrei, intanto, che lei mi credesse un fatuo…” La contessa Rosalia fece dei segni di denegazione. “Bisognerebbe non conoscerla… Un tempo, viaggiò?..” – “E tornai completamente ricreduto sul conto di questa specie di distrazioni. Ho finito, guardi, per farmi una filosofia mia propria: trovo che il più saggio è di lasciarsi vivere, senza volontà…” – “È già averne una il non volerne avere…”
La contessa tacque un istante, quasi per godere della momentanea superiorità che la sua puntata le dava. Ermanno, inchinatosi, aveva detto, con un discreto sorriso: “Toccato!” trovando in quelle parole dell’amica un’allusione al proprio stato d’animo, alla dolcezza di cui si sentiva pieno, intanto che con un’ipocrisia della quale si rimproverava secretamente, parlava d’indifferenza e di rassegnazione… “Ha visto i d’Archenval?” chiese ad un tratto la contessa, fissandolo. “No, dall’altro giorno che siamo stati insieme.” – “Povera viscontessa!” esclamò la signora di Verdara, guardandosi una mano e riprendendo a far girare l’anellino. “Come fossero poche le sue sofferenze, bisognava che suo marito le desse sempre nuovi motivi di dolore…” Ermanno, il cui interesse era tutto concentrato sugli stranieri dell’Hôtel des Palmes, chiese allora con una certa vivacità: “In che modo?..”
Troppo preoccupata per trovare da sè un artifizio da indurre il giovane a rivelare i proprii sentimenti, la contessa Rosalia si era ricordata a tempo della conversazione avuta col marito. Non era stato all’annunzio della probabile partenza del visconte, che Giulio le aveva fatto nascere i primi dubbii, nella previsione del dolore che la lontananza di Massimiliana avrebbe prodotto in Ermanno? Questa dunque era la riprova migliore e più semplice: all’annunzio di quella partenza Ermanno non avrebbe saputo più padroneggiarsi… Ma, a misura che il momento di mettere in atto il suo disegno si avvicinava, ella sentiva rinascere più forte il proprio imbarazzo. Era la repugnanza di fingere, era la paura di sentire un’amara conferma, era sopra tutto l’intuizione del tormento che avrebbe inflitto ad Ermanno. Egli stava lì, presso di lei, pieno di confidenza, in una intimità dolce, aprendole il proprio pensiero, dandole la prova desiderata di apprezzare la sua amicizia sopra ogni altra; ed ella, freddamente, studiatamente, si sarebbe servita di mezzi inquisitorii per strappargli il suo secreto? L’amore non era dunque principalmente, prima di tutto, tutela della persona amata, cura gelosa di risparmiarla, sacrifizio del proprio interesse all’interesse altrui?.. Poi, che cosa sperava ella? che cosa poteva dargli ed ottenere da lui?.. Quante volte non si era fatta disperatamente quella domanda! La coscienza della perduta sua libertà, degli ostacoli materiali e morali attraverso ai quali avrebbe dovuto passare, si faceva in quel momento più viva; ma, nello stesso tempo, con la certezza della propria inferiorità dinnanzi a Massimiliana, rinasceva la sua gelosia, cadevano i suoi scrupoli, si dissipava la sua ingenua fiducia nella possibilità della sincera amicizia fra l’uomo e la donna… Risolutamente ella quindi rispose: “Il visconte fa un giuoco d’inferno… Ha perduto finora qualche cosa come ottantamila lire, e non ha pagato i suoi debiti…”
Ermanno s’era lasciato sfuggire un moto di stupore. Egli sapeva che d’Archenval era un giuocatore appassionato; non sospettava però che fosse arrivato fino a quel punto, e i vincoli che univano Massimiliana al visconte erano troppo stretti, perchè egli non fosse dolorosamente colpito da quella notizia. “Non ha pagato!..” ripetè; ma, dopo una breve reticenza, aggiunse prontamente: “Il visconte è un gentiluomo; farà onore alla sua parola!” – “Certo!” riprese la contessa; “nessuno ne dubita; ma la perdita non è indifferente e se crescesse… Credo che, per questo, i nostri amici lasceranno presto Palermo…” – “Lasceranno Palermo?…” E le due parole gli erano sfuggite, rapidissime, in un sussulto istintivo di tutta la persona, mentre con le mani contratte egli stringeva il suo cappello fin quasi a piegarlo…
La contessa, che aveva pronunziata l’ultima frase lentamente, quasi tremando, ma studiando, senza averne l’aria, l’espressione di Ermanno, aggiunse con uno stento più grande dopo l’atto sfuggitogli: “Credo anzi che sia una decisione già presa…” Era uno stupore doloroso, una fissità esterrefatta nello sguardo, una sospensione del respiro sulle labbra semiaperte, che si scorgevano in Ermanno; era la conferma fatale, era la certezza che il suo pensiero, il suo cuore, tutto l’essere suo dipendeva oramai da Massimiliana, che la sua vita era indissolubilmente legata a quella di lei, che nulla, null’altro esisteva per lui… Rosalia di Verdara aveva sentito tutto il sangue affluirle con violenza al cuore, le mani aggelarlesi; ed il suo proprio dolore si raddoppiava col rimorso, con la compassione per l’angoscia infinita che infliggeva ad Ermanno. “Le rincresce?..” trovò ancora la forza di aggiungere, stringendo una mano con l’altra. E come egli restava muto, anelante: “È dunque vero… che ama Massimiliana?…”
Era stata lei a dirlo per la prima! Passandosi automaticamente una mano sulla fronte, Ermanno si era finalmente scosso, dicendo, come in sogno, a frasi spezzate e lente: “Oh! signora contessa… Io non lo credevo ancora… cercavo d’illudermi… non volevo crederlo!.. Ma l’idea di perderla… Io le ho mentito, guardi, affermandole poc’anzi di non sperare più nulla, di non aver volontà… Io non potrei, io non posso più vivere senza di lei!…” Egli era stupito del suono della sua voce fattasi a poco a poco animata, con la strana sensazione di uno sdoppiamento interiore, come se l’uomo che parlava a quel modo, che rivelava finalmente la sua passione, che la precisava con parole irrevocabili, non fosse e non potesse essere quello stesso che ascoltava quelle parole. Egli non possedeva più la poca libertà di spirito che la sua natura gli consentiva, era spinto incosciamente da una forza tanto più potente quanto più a lungo compressa; non poteva scorgere la decomposizione che si era fatta nei lineamenti della donna a misura che egli era venuto(9) confessando tutto quel che aveva nell’animo…
E il tormento della contessa era diventato ineffabile. Ella si vedeva dinanzi colui che aveva fatto battere più forte il suo cuore, l’uomo che ella aveva amato, in secreto, come un essere superiore; quell’uomo era chinato verso di lei, con un’espressione supremamente appassionata, nello sguardo, nella voce; dalle sue labbra uscivano parole infiammate… e quelle parole, il fuoco di quella passione, erano per un’altra; egli dichiarava a lei, che era vissuta della sua vita, di non poter vivere senza quell’altra… Era uno spasimo così acuto, che finiva per diventare una specie di voluttà, era una compiacenza ammalata che ella sentiva nascere dentro di sè, di vuotare fino in fondo l’amaro calice, di misurare tutta la profondità della propria disperazione… “Dunque…” riprese, con voce che si studiava invano di parer ferma, ma il cui tremito sfuggiva all’uomo troppo occupato di sè, “dunque, non le ha detto ancora nulla?..” – “Come avrei potuto?” riprese allora Ermanno, rapidamente, quasi ansioso di dir tutto e presto, “come avrei potuto, se io stesso non volevo credere a me stesso? se io non mi credevo degno di lei? se io non ardivo neppure sognare che ella si fosse accorta(10) di me?…” – “E invece?” insisteva la contessa, col feroce bisogno di torturarsi. “Io non so… non posso sapere che cosa pensi di me la signorina di Charmory… So questo… che il pensiero di perderla…” – “Perchè non la sposa?”
Era ancor lei che formulava per la prima quella conclusione imposta dalla logica delle cose; ella ancora che preveniva il pensiero di Ermanno!… A misura che ascoltava la confessione di lui, che le si faceva manifesta l’intensità di quell’amore, ella si sentiva divenire estranea a lui, vedeva abolirsi ogni più ipotetico diritto sull’uomo che amava. Egli non poteva vivere senza la signorina di Charmory, Massimiliana era perfettamente libera di sè; in nome di che cosa poteva ella dunque opporsi alla loro felicità? Tutti i ragionamenti suggeriti dall’amor proprio, tutti i sofismi sostenuti dall’egoismo, cadevano dinanzi a quella persuasione; ella non poteva esser più nulla per Ermanno; era scartata, messa in disparte, annichilita; ma, nel tempo che riconosceva la ragionevolezza di tutto ciò, ella aveva la sensazione d’un peso enorme che gravasse sul suo cuore e che lo stritolasse, lentissimamente…
“Perchè…. infatti….” rispondeva frattanto Ermanno, cercando le parole, “perchè io non ho la forza, il coraggio necessario a parlare, a risolvermi, a credere in me stesso… ma perchè sento pure che se ogni speranza dovesse essermi tolta, io non so che cosa avverrebbe di me…” Un fosco lampo si era acceso nel suo sguardo, mentre egli si prendeva la fronte in una mano. “Mi perdoni, signora contessa!..” riprese dopo un istante, “mi perdoni se io non mi sono saputo frenare, se le ho parlato troppo di me… È che la mia esistenza è molto triste! che ho sofferto tanto! che non ho nessuno a cui confidarmi!..” Rosalia di Verdara aveva sentito passarsi un brivido di commozione per tutto il corpo, intanto che l’altro, con voce rotta, le diceva tutta la solitudine della sua vita, i suoi precoci dolori, le lotte del suo spirito ammalato, la sfiducia da cui si era sentito sempre più vincere, fino al desiderio di sparire, di rientrare nel nulla; e il raggio di speranza che era ad un tratto brillato, il nuovo soffio di vita che gli aveva allargato ad un tratto il petto oppresso, quando aveva cominciato a conoscere la signorina di Charmory. La commozione della contessa si faceva amaramente tenera; ella vedeva che quell’amore era necessario ad Ermanno come la luce, come l’aria, e che sarebbe stato ucciderlo il contrariarlo. Chi poteva dunque volere il suo male?.. Era il suo diritto di vivere, di esser felice dopo una miseria spirituale la cui esistenza ella non sospettava neppure, la cui rivelazione erale causa di un turbamento profondo. Tutta presa dalla pietà, la gran leva del cuore muliebre, ella sentiva spegnersi, soffocarsi, estinguersi la voce che reclamava per lei – in nome del suo amore trascurato, neppure scorto, e colpevole, ed impossibile – con un bisogno crescente di devozione e di sacrifizio, rassegnata all’idea della felicità di lui per opera d’un’altra, ma volendo contribuire al suo conseguimento perchè quello era anche l’unico modo di attaccarsi ad Ermanno, di partecipare alla sua vita, di aver qualche dritto su lui… “L’idea di doverla perdere” continuava il giovane, nella foga della sua confessione, “la possibilità della sua partenza, non mi s’affacciava allo spirito; io vivevo nella tranquilla sicurezza di essere presso di lei, contento di poterla vedere, di poterle parlare, quando avessi voluto… Ed ella parte! ed io non so, mio Dio!…” Come egli s’interrompeva, riprendendosi la testa nella mano: “Io non credo” disse la contessa, con voce ferma, “che lei sia indifferente a Massimiliana…” Facendosi allora più vicino alla sua compagna, pendendo dalle sue labbra, nell’attesa d’una confidenza fattale dalla fanciulla: “Come lo sa?” chiese egli, vivacemente. “Me ne sono accorta…” – “Oh! signora contessa!..”
Con un gesto appassionato, Ermanno le aveva preso una mano. Egli la stringeva con la stessa forza del naufrago che s’afferra ad una tavola, in mezzo al mare. Non era ella la sola amica, la sorella di Massimiliana? Era una sorella anche per lui; per la prima, si era a lei confidato… Egli non pensava più alla stranezza della situazione, non sapeva più come aveva trovata la risoluzione necessaria a parlare; o meglio, lo sapeva fin troppo, nel pericolo ancora soprastantegli di perdere Massimiliana… Egli sapeva però che bisognava uscire da quel limbo d’angoscia, e che per uscire da quel limbo un soccorso impensato gli s’offeriva… “Oh! signora contessa… lei che le vuol bene come una sorella, vorrà domandarle se è vero?… dirle tutto quello che io non saprei… che non potrei dirle ancora io stesso?…”
Nella penombra del salottino, la contessa aveva chiuso gli occhi, abbandonando la sua mano nella mano calda e fremente di Ermanno. Ad un tratto, l’aveva svincolata, alzandosi. “Sì… vedrò… alla prima occasione…”
Egli non si era accorto del suo pallore mortale, del tremito delle sue labbra; non si era neanche accorto che lo congedava. Mentre la contessa cercava istintivamente un appoggio con una mano, egli le stringeva ancora l’altra, dicendo confuse parole di fervida gratitudine e di trepida speranza.

X.

Il quartiere occupato dalla famiglia d’Archenval all’Hôtel des Palmes si componeva di quattro stanze: le camere della viscontessa e della signorina di Charmory, contigue; un salotto intermedio che serviva anche di stanza da pranzo, e la camera del visconte, dal lato opposto. L’ammalata si levava tardi, quando il sole era già alto, e intorno al tocco passava nel salotto, tutte le volte che se ne sentiva la forza(11), per la colezione. Erano delle sedute per lo più silenziose; la viscontessa reggeva di rado alla fatica di una conversazione; suo marito aveva sempre un’ansia febbrile di far presto e d’uscire; e quanto a Massimiliana, il suo spirito vagava lontano, ella tornava presto alla solitudine della sua camera, dove nulla veniva a disturbare il suo bisogno di raccoglimento, o scendeva nella serra, con un libro in mano, nelle ore in cui il luogo era deserto. Un’intesa, del resto, pareva esser corsa fra gli altri per rispettare la volontà della giovanetta, ed era soltanto quando il male della viscontessa si faceva più grave, che Massimiliana restava a lungo accanto alla zia, compiendo, con una abnegazione assoluta, il suo pietoso ufficio di suora di carità.
A questa enimmatica condizione di cose pensava la contessa Rosalia di Verdara, intanto che la sua carrozza, alcuni giorni dopo la visita di Ermanno Raeli, la trasportava verso l’Hôtel des Palmes. Che cosa andava ella a farvi? Un sorriso fra d’incredulità e di rassegnazione, di scetticismo e di pietà le si disegnava sulle labbra mentre ella si rivolgeva quella domanda. Come stranamente il suo martirio si compiva! Toccava a lei, a lei stessa, di apprestarne lo strumento… Ella non era stramazzata a terra, quando Ermanno l’aveva lasciata; non aveva smarrito i sensi o la ragione, non aveva gridato o pianto: era rimasta immobile, cogli occhi fissi nell’ombra saliente, con l’unica sensazione di un vuoto immenso fattosele intorno, di una solitudine sconfinata in mezzo alla quale era da quel tempo in poi condannata ad aggirarsi… finchè suo marito era sopravvenuto, a infliggerle i suoi insoffribili scherzi per quel romantico amore dell’oscurità… Ella viveva da quel giorno in uno stordimento così completo, da non trovare la forza di ribellarsi alla parte che si era richiesta da lei – che lei stessa aveva pensato di assumersi. Ella andava ora a compirla, trovando infine che non v’era nulla che non fosse giusto… Non era lei quasi una sorella di Massimiliana? Non era lei la sola amica a cui Ermanno avesse fatto la confidenza dell’amor suo? Era giusto, infine, che ella favorisse gli amori dei due giovani! che contribuisse ad affrettare la loro felicità!.. era quasi il suo dovere, se era una sorella, una amica!.. aveva quasi avuto torto a non offrirsi prima ella stessa!.. Il suo muto sorriso si faceva più amaro, gli occhi arrossiti le si gonfiavano un poco… Era giusto! Poteva ella aver nulla contro Massimiliana? Era un furto quello che la signorina di Charmory commetteva verso di lei, se il cuore di Ermanno non era, non era mai stato suo?.. Ella non aveva nessun diritto su di nessuno; potevano aver bisogno di lei in quei primi momenti, perchè riuscissero a intendersi; nessuno se ne sarebbe poi curato…
Degli istinti di ribellione, a momenti, le facevano corruscare lo sguardo, deridere il suo buon movimento, stupido come tutti i buoni movimenti; poi, vinta dalla ingrata realtà, si lasciava andare alla forza della corrente. Essi si sarebbero intesi senza di lei; un amore come quello di Ermanno avrebbe presto o tardi trionfato di ogni esitazione; quale ostacolo avrebbe potuto frapporsi?.. Quale?.. E lo spirito della contessa si perdeva dietro a strane induzioni, ad ipotesi assurde, dinnanzi all’enimma che le era parso d’intravedere nell’esistenza di Massimiliana. A quell’ora, la malattia della viscontessa, la lontananza di suo padre, la sregolata condotta del visconte e sopra tutto la misteriosa tristezza della fanciulla, la freddezza osservata nei suoi rapporti coi parenti: tutto prendeva per lei una più profonda significazione. Su quei sintomi, ella imaginava non sapeva ella stessa quali difficoltà, che complicazioni, dalle quali i voti di Ermanno avrebbero potuto essere attraversati. Si compiaceva dunque nella previsione del dolore di lui? non si era dunque rassegnata, aspettava ancora qualche cosa?..
Scendendo dalla sua carrozza, entrando nell’albergo, la contessa aveva bandito dal suo spirito tutte le larve, tutte le preoccupazioni che lo popolavano, agguerrendosi contro la prossima prova. Giusto, la viscontessa d’Archenval riposava quel giorno sopra una sedia lunga, in una fase improvvisa di peggioramento; talchè, dopo essere stata un poco accanto a lei, come l’inferma si assopiva, Rosalia di Verdara potè passare con Massimiliana nella camera di quest’ultima. Anche la signorina di Charmory pareva sofferente, la sua carnagione era d’una tinta malaticcia e gli occhi cerchiati di nero avevano un’espressione d’abbattimento. “Finirete per ammalarvi anche voi, mia povera Maxette!” le aveva detto l’amica, amorevolmente rimproverandola di trascurarsi troppo per curare la zia. “No, io sono molto forte…” rispose la signorina di Charmory; “non mi credete?..” soggiunse, con una reticenza, come se avesse cercato di dare una dimostrazione della sua forza e si fosse ad un tratto pentita. “La vostra partenza è dunque necessariamente rimandata?” chiese però subito la contessa. “Non saremmo partiti egualmente, anche senza questa ricaduta…”
Massimiliana aveva data quella risposta con un tono così evidente di contrarietà, che Rosalia di Verdara notò: “Come lo dite! parrebbe che vi rincresca di restare con noi!..” Ma allora, mormorando qualche parola di affettuosa protesta, la signorina di Charmory aveva passato un braccio attorno alla vita della contessa, chinando un poco la testa sulla spalla di lei. “Il soggiorno di Palermo non vi è dunque gradito?” insisteva ancora l’altra, intanto che prendeva una mano della giovanetta. “Se debbo dirvi tutto il mio pensiero, no…” rispose costei, “o almeno non più. In questa nostra vita instabile, le attrattive di ogni nuovo soggiorno finiscono presto; e non si sta volentieri a lungo dove non si è poi certi di restare…” Massimiliana diceva quelle cose con voce bassa, con un tono di stanchezza, scrollando un poco il capo, e tutta la persona esprimeva una debolezza vinta, un abbandono rassegnato e definitivo. “Così, se voi doveste restare per sempre a Palermo, non direste altrettanto?..” chiese ancora la contessa, esaminando attentamente la fisonomia dell’amica. La signorina di Charmory la guardò a sua volta con un inquieto stupore. Stringendole allora la mano con più forza che la situazione non richiedesse, Rosalia di Verdara cominciò finalmente: “Ebbene, Maxette… voi sapete se a mia volta l’amicizia che ho per voi sia grande, se io desidero sapervi felice. È per questo ch’io vengo oggi a fare presso di voi un passo che, in altre circostanze, avrebbe potuto meravigliarvi…” L’ansia della contessa nel pronunziare quelle parole trovava solo un riscontro in quella con cui la signorina di Charmory ne aspettava la spiegazione… “Non avete dunque notato, mia cara Maxette…” continuava la signora di Verdara, “l’impressione da voi prodotta su… qualcuno che vi sta intorno? Il vostro cuore non vi dice nulla per… questa persona, e non formate voi un voto nel compimento del quale avreste assicurato l’avvenire più lieto?..”
Massimiliana di Charmory si era tratta un poco indietro ed il pallore del suo viso era cresciuto. “Io non so, signora… io non ho nulla notato…” balbettava, contenendo il respiro, con le ciglia abbassate. “Ma la vostra emozione parla per voi!..” esclamò la contessa. “Non siete dunque sincera, Maxette?..” Ad un tratto, il viso della fanciulla si era fatto di porpora, ed i suoi occhi, fissatisi un momento sull’amica, si abbassarono dinnanzi allo sguardo fermo di lei. “Vedete…” riprendeva brevemente quest’ultima, a cui la specie di affermazione letta in quell’imbarazzo dava nuova energia e come un’impazienza di uscire da quell’umiliazione di tutta sè stessa: “Vedete, il signor Raeli vi ama… e dipende solo da voi… che egli faccia presso la vostra famiglia…” Non ebbe il tempo di finire, di trovar le parole da completare il proprio pensiero, che Massimiliana, levandosi in piedi: “Sono molto onorata,” rispose con accento risoluto, “della domanda del signor Raeli; ma non posso accettarla. Vi prego, mia buona amica, di riferirgli questo rifiuto, che non ha nulla di sfavorevole per lui…”
Le ultime parole erano state pronunziate a stento; la voce veniva mancando alla signorina di Charmory, e ad un tratto, ricadendo sul divano, ella aveva cominciato ad ansimare affannosamente, tutta la sua persona era stata scossa da un brivido nervoso come per l’invasione della febbre. “Maxette… Maxette, bambina mia!…” aveva esclamato la contessa, chinandosi premurosamente su di lei, tentando di sollevarla, di sedare quella scossa inattesa.
Se vi è per ogni persona nello stato di calma sicura una punta di crudele compiacenza dinnanzi allo spettacolo dell’ambascia altrui, la contessa di Verdara doveva trovare tanto più giusto che Massimiliana soffrisse, quanto più aveva sofferto lei stessa. Nondimeno, chinata sulla sua giovane amica, le prodigava dolci parole, carezze materne, senza osare di riconoscere quanta parte aveva in quella sua pietà l’egoistica gioia per il rifiuto della fanciulla. “Maxette…” le ripeteva, tenendola amorevolmente abbracciata, “Maxette, ascoltatemi… perchè vi turbate così? Non ve l’ho già detto?.. Tutto dipende da voi; se voi non vorrete, non sarà… Chi potrà forzarvi ad accettare l’offerta di un uomo che non amate?..” Allora soltanto, nascosto il viso tra le mani, Massimiliana era scoppiata in pianto.
Nello stesso tempo che sosteneva la giovanetta, la contessa si guardava intorno, confusa. Ella sentiva tutta l’eloquenza di quel pianto, di quell’unica risposta, ma non arrivava a comprenderne il significato. Allora, se lo amava, che cosa volevano dire le sue parole e perchè si disperava a quel modo?.. In mezzo ai singulti, abbandonata fra le braccia dell’amica, Massimiliana rispondeva: “Non posso… non posso… Mio Dio, dovevo prevederlo!.. Io non ho nulla, voi lo sapete… vivo di elemosina, della carità che mi fanno,..” ma l’accento con cui ella insisteva nel rifiuto non era eguale a quello con cui ne dava la ragione. Ragione o pretesto? Poteva quella essere una difficoltà da arrestare Raeli? Egli era ricco per due… “No,” ripeteva ostinatamente la giovanetta; “io sono una straniera… bisognerà che io parta… debbo partire… ditegli che partirò!..” E una convulsione l’aveva fatta ricadere.
Lo spettacolo di quel dolore si faceva attristante. Rosalia di Verdara aveva dimenticato il proprio interesse che si giuocava in quella partita, per darsi tutta alle cure che lo stato della sua giovane amica richiedeva. Ella sentiva che nessuno di quei pretesti reggeva, comprendeva che sarebbe bastato insistere ancora un poco, perchè Massimiliana le dicesse tutto, le svelasse il secreto che la soffocava; ma la sua lealtà, la sua coscienza l’ammonivano, le dicevano che profittare della debolezza, del dolore di quella creatura per strapparle una confessione della quale avrebbe potuto giovarsi, sarebbe stata una indegnità. Se Massimiliana avesse parlato… ma la signorina di Charmory le si irrigidiva tra le braccia, pareva sul punto di perdere i sensi. “No, è impossibile…” mormorava ancora, “io dovevo prevedere questo momento fatale…” – “Maxette, mia povera Maxette… fatevi animo!..” riprendeva allora Rosalia di Verdara; “sono qua io!.. contate su di me, se avete bisogno d’un aiuto, se avete bisogno d’un appoggio…” Sì, sì, l’altra accennava di sì, passandosi macchinalmente una mano sulla fronte… “Ebbene, innanzi tutto rimettetevi. La domanda per la quale io sono venuta, facciamo conto che non ve l’abbia partecipata. Guadagneremo del tempo. Voi avrete del tempo per considerarla attentamente, per maturare una decisione… Sta bene?.. E se potrò esservi utile… se i miei consigli…”
Ad un tratto, un gemito s’era sentito dall’altra camera; la contessa aveva pòrto l’orecchio, e passata di là, scorgendo la signora d’Archenval svenuta sopra una sedia accanto all’uscio di comunicazione, aveva chiamato: “Maxette, vostra zia!…” La signorina di Charmory, rapidamente ricomponendosi ed asciugate le sue lacrime, era accorsa mettendosi accanto alla tramortita e scostando con un gesto di preghiera l’amica. Ma come Rosalia di Verdara aveva fatto per avvicinarsi al bottone del campanello, per chiamare qualcuno, l’altra aveva scongiurato: “No, di grazia… non occorre…”
Respirando dei sali, sotto l’azione di bagnature fredde sulla fronte e sulle labbra, la sofferente si era scossa dal suo letargo; poi, battute un poco le palpebre, aveva spalancato gli occhi, e scorta Massimiliana curva su di lei, l’aveva stretta a sè con una forza che non si sarebbe sospettata in quel miserabile corpo stremato dal male. Si sentiva una specie di singulto rauco, di querela soffocata ma così lacerante, che la contessa di Verdara ne era rimasta turbata ed oppressa. Ella era nello stesso tempo piena d’imbarazzo, presentendo un secreto fra le due donne, persuasa che nessuna intimità poteva giustificare una sua più lunga presenza. Appena dunque Massimiliana si staccò dalla stretta della zia, ella si avvicinò alle amiche, mormorando un pretesto per ritirarsi. Prese la mano della viscontessa d’Archenval: era di una freddezza cadaverica. Massimiliana, terribilmente pallida, con le labbra quasi scomparse, le porse una mano che scottava; e tenendola a quel modo, la accompagnò fino al salotto.
Non diceva nulla, col respiro quasi spento, la testa china, gli sguardi fissi. E tutt’in una volta, come Rosalia di Verdara, fermandosi innanzi all’uscio, aveva fatto per abbracciarla, ella si era scostata un poco dall’amica, portando le mani alla bocca, come per soffocare il suono delle sue parole. “Ebbene… è una pazzia!.. bisogna, intendete? che tutto finisca!..” – “Massimiliana!” tentò d’interrompere la contessa, spaventata dall’espressione della giovanetta. Ma l’altra, abbassando ancora di più il tono della sua voce e accennando con la mano alla stanza vicina: “Zitta!..” scongiurò; “lasciatemi… Voi non sapete!.. Più tardi… più tardi!..”

XI.

La contessa di Verdara, tra riluttante ed insistente, ma comprendendo di non dover chiedere di più, era scomparsa in fondo al corridoio; la signora d’Archenval, accasciata sul suo letto, con la faccia tra le mani, non dava alcun segno di vita – e Massimiliana restava tutta allo schianto che la tragica prova le aveva prodotto.
Vi è una specie di forza tutta negativa, particolare agli spiriti troppo provati dal dolore, la quale consiste, invece che nell’agire sulle circostanze esteriori, come fa la reale energia, nel resistere all’azione di queste medesime circostanze. Una forza di tal genere era quella che la signorina di Charmory aveva spiegata durante il prepararsi del dramma, e che era diventata sforzo doloroso durante il suo colloquio con la contessa. Prevista, affrettata, angosciosamente temuta, scoccava per lei l’ora immancabile in cui la sinistra fatalità della sua vita doveva essere rivelata, da lei stessa, a costo di tutta sè stessa!.. Come lungamente il suo silenzio l’aveva oppressa! ma come studiatamente aveva cercato di prolungarlo – e come il dovere di parlare le si era imposto ogni giorno, a tutti gl’istanti!.. Da quali terrori era stata invasa, ogni volta che aveva creduto di scorgere in quanti la circondavano un’attitudine di sospettosa attenzione! e che violenze aveva dovuto farsi per non gridare il suo secreto all’amica, poichè aveva già cominciato a tradirsi!.. Non aveva ella, infatti, confessato l’amor suo per Ermanno? Sì, ella aveva osato questo… e non aveva avuto il coraggio di compiere la confessione, di soggiungere che ella era indegna di quell’amore, che mai ella avrebbe potuto accostarsi all’altare!.. Ella aveva avuta questa viltà; ma questa viltà era anche l’unico suo sostegno, l’unica ragione, non di sperare, perchè la speranza era morta per lei, ma di resistere – in tale abisso di miseria ella agonizzava!.. Ed era poi tutta colpa o merito suo il silenzio così gelosamente mantenuto, o non vi erano piuttosto delle terribili cose sfuggenti ad ogni espressione, da non potersi tradurre in parole senza che il sangue s’agghiacciasse nelle vene e la ragione si smarrisse?
Erano state le parole che le erano mancate, ogni volta che la sorda voce della coscienza le aveva ingiunto di dir tutto; erano le parole che ella cercava adesso, seduta al suo tavolo, dinnanzi alla carta con l’intestazione azzurra dell’albergo, sulla quale ella scriveva alla contessa, perchè sentiva di non poter durare nel silenzio senza danni più grandi; perchè ella doveva confessarsi alla donna a cui Ermanno stesso si era confessato, e perchè l’espressione scritta le pareva meno repugnante al pensiero gelosamente pensato… Più nitidamente che mai, a quell’ora che ne subiva le orribili conseguenze, che stava per rivelarla ad un’altra creatura vivente, risorgeva in lei, con tutti i suoi particolari, la storia della sua giovinezza contaminata, della sua vita distrutta. Ella si rivedeva, triste ma rassegnata, nella casa dove era stata raccolta, all’uscir dal collegio, fra quelle persone che le facevano più sensibile la mancanza della famiglia: lo zio, pel quale la famiglia non esisteva; la viscontessa, buona ma travagliata da dolori fisici e morali per la sfrenata condotta del marito e del padre lontano. Ella aveva sentito vagamente parlare dei continui scandali provocati da costui, di famiglie rovinate, di duelli fatali, che lo avevano finalmente costretto ad allontanarsi da Parigi per ricominciare altrove, lasciando alla figlia pietosa e sensibile il rimorso del male ch’egli aveva fatto… Ed un giorno egli era giunto inaspettatamente fra loro. Stanco della sua lunga peregrinazione attraverso i centri della vita internazionale, il duca Gastone di Précourt era stato preso dalla nostalgia dei boulevards; ma, tornato a Parigi, aveva cominciato a frequentare la casa di sua figlia, riconoscendo con lei i suoi torti, facendo proposito di mutar vita, mutandola infatti, e passando il suo tempo in compagnia delle due donne, che trattava non da parenti, ma da amiche a cui si vuol riuscire gradito. La viscontessa si era tutta rallegrata di quella trasformazione, uno dei suoi più grandi motivi di dolore svaniva; ma il visconte, ricorrendo ora all’aiuto del suocero, che non glie lo negava mai, si era dato con maggior foga al suo vizio.
Ricordando tutte le lacrime che il duca aveva fatto versare alla figlia, un’istintiva avversione aveva sulle prime allontanata Massimiliana da quell’uomo, che nulla prendeva sul serio, la cui vita era trascorsa in un’ansiosa febbre di piaceri sempre rinnovati e mai sufficienti ad estinguerla. A poco a poco, però, e dinnanzi a quella specie di conversione che si operava in lui, la diffidenza della fanciulla si era sopita; e come avrebbe ella sospettato di lui, se mai una parola od uno sguardo aveva tradito il disegno che egli aveva concepito?
Il duca Gastone di Précourt era uno di quegli individui che circoscrivono ogni scopo e dirigono ogni attività alla conquista della donna. Vi è però una grande differenza fra un certo tipo di Don Juan che l’enimmatica sfinge femminile attira incessantemente, e che passa di tragica in tragica prova senza penetrarne il mistero – vittima, fino ad un certo punto, più che carnefice – ed il seduttore di mestiere, senza grandezza, senza simpatia, che non cerca se non il piacere e che in breve non lo trova più. Non vi era in lui nè elevatezza d’intelligenza, nè delicatezza di sentimento; egli era solo distinto nell’abito e nelle maniere, e grande unicamente nel modo di profondere il proprio danaro. La sua stessa fisonomia aveva qualche cosa che deponeva contro di lui; non già che si potesse dir brutto; lo si giudicava anzi un bell’uomo e nessuno lo avrebbe creduto padre d’una signora come la d’Archenval; ma il suo sguardo era duro, volontario, uno di quegli sguardi dinnanzi ai quali tutti gli altri si abbassano; e nel suo viso, nell’aggrinzamento frequente delle sopraciglia, nella mobilità delle narici, nell’acutezza del naso e del mento, vi era come un ricordo della classica espressione del fauno.
Vedere la signorina di Charmory e fissar su di lei il proprio desiderio imperioso, era stato tutt’uno. Ma egli aveva ben presto compreso come gli ordinari mezzi d’attacco, la seduzione sentimentale o la bassa corruzione, si sarebbero spuntati contro la diffidenza che aveva letta in Massimiliana, e più contro la serietà triste di quella fanciulla tanto diversa dalle altre. Così, egli si era guardato bene dal commetter l’errore di dirle una sola parola di dubbio senso; l’aveva trattata come una sorella, come una figlia… Era riuscito ad evitare la diffidenza della viscontessa col suo cangiamento di vita, aveva alimentata l’inclinazione del visconte pel giuoco… ed improvvisamente, violentemente, buttata via la sua maschera, senza neppur tentare di coonestare con l’impeto della passione l’iniquo attentato, egli aveva tratto profitto della forza dei suoi muscoli irrigiditi, della potenza magnetica degli sguardi penetranti… Il rauco grido di ribrezzo, di terrore, di raccapriccio che era uscito dalle labbra contratte di Massimiliana, lo aveva fatto avvertito che nulla più egli aveva da sperare; allora, aveva avuto l’accortezza di allontanarsi, di dileguarsi, immediatamente e per sempre…
Egli era scomparso, ma la sua imagine turpemente decomposta non si era cancellata più dagli occhi di Massimiliana. Più che il sentimento della contaminazione subita, era un vaneggiamento dinnanzi all’infamia commessa da quell’uomo che occupava il suo spirito. Ciò a cui ella si ribellava, era il fatto che una simile doppiezza, che tanta perversione, che una iniquità simile fossero possibili. La sua fede, la sua stessa ragione si erano scosse, nella lunga crise che aveva seguita la repentina rivelazione dell’orrore. La sua primitiva tristezza si era complicata d’una profonda misantropia; il suo stesso sistema nervoso si era scosso, esponendola a turbamenti gravi e frequenti.
Bisogna che lo sconforto sia infinitamente grande, che la disperazione non abbia confini, perchè l’anima vi si possa finalmente acquetare e trovarvi una specie di compiacenza al rovescio. Per la signorina di Charmory, l’estremo limite del dolore, della solitudine, dell’impotenza, di tutte le miserie dello spirito era stato raggiunto. Con un carattere più energico, più risoluto del suo, una ribellione sarebbe stata la conseguenza della violenza patita; debole, sfibrata dai primi dolori, le impotenti velleità di rivolta si erano domate in Massimiliana; tutto era finito per comporsi in un accasciamento stanco ed apatico. Ella aveva pensato di fuggire almeno da quella casa, di andarsene non importa dove, di scomparire dai vivi, di mendicare la vita poichè non aveva altre risorse… ed era rimasta. Come non aveva trovato nel suo miserabile corpo la forza di respingere quell’uomo, così non aveva trovato nell’anima vinta dalla sventura la forza di mettere in atto il suo proponimento.
Dapprima, ella aveva coinvolta la viscontessa nell’odio per il padre, quasi anch’ella fosse responsabile dell’infamia commessa da lui; poi anche il suo principio di odio era caduto. Non una parola s’era scambiata fra le due donne, ma la viscontessa aveva tutto saputo, ed era di dolore che ella moriva. Ogni volta che i suoi sguardi si arrestavano su di Massimiliana, una dolente pietà, una specie di rimorso per aver potuto contribuire a quella sciagura, vi si leggeva; la povera donna accusava sè stessa, trovava che era stata sua colpa il non aver vigilato; che, data l’indole del padre, ella avrebbe dovuto prevedere quel che era accaduto – ma nutrire un simile sospetto non sarebbe stato un altro delitto?.. Però, con tutti gli sforzi dei quali, nella sua lenta agonia, era capace, aveva tentato di confortare lo strazio della fanciulla.
Massimiliana aveva rifiutato quei conforti; ella non domandava la pietà di nessuno. Aveva trascinata la sua esistenza sopportando da sola, in silenzio, il peso del suo destino, comprendendo che nessuno poteva nulla per lei, cercando e trovando solo nello studio un sollievo efficace. Quando il rapido deperire della salute della viscontessa aveva reso necessario quel continuo peregrinaggio che era finito in Sicilia, Massimiliana aveva dapprima temuto il cambiamento di vita, come temeva tutto quello che la togliesse alla sua concentrazione; ma, nell’errare di luogo in luogo, il suo spirito si era un poco distratto; in quella mancanza di stabilità, in quel rapido cambiare di orizzonti e di ambienti, ella aveva cominciato a trovare un’intima convenienza con lo stato dell’animo suo, che a nulla oramai poteva afferrarsi… Allora, un’altra triste esperienza era venuta a confermarla nel suo sconforto: nella promiscuità, di quella vita instabile, nella facilità con cui i rapporti si creavano e si rompevano in quel mondo raccogliticcio popolante gli alberghi e le case di salute, i freni morali erano aboliti; ed ella aveva saputo, spettatrice riluttante, confidente disgustata, i compromessi delle flirtations, le vergogne dei falsi legami, le miserie degli intrighi quotidiani, tutte le sozzure di una società accozzata, senza casa, senza rispetto… Ah, di quel mondo miserabile ella era degna! In nome di che cosa avrebbe potuto farsene giudice? Non si sarebbe parlato di lei, a bassa voce, con dei sorrisi d’intelligenza, come si parlava di tante altre sciagurate?.. Esisteva un altro mondo per lei?..
Lasciando tratto tratto di scrivere, Massimiliana si prendeva la testa fra le mani, atterrita dalle visioni che le sfilavano dinnanzi. Un altro mondo esisteva! ed ella ne aveva adesso la rivelazione, per sentirne l’incauto ma per apprezzarne anche l’impenetrabilità!.. Il suo primo turbamento aveva preceduto l’incontro di Ermanno Raeli; si era prodotto allo stesso annunzio della partenza per Palermo. Ella sapeva di trovarvi Rosalia di Verdara, e l’idea di rivedere un’amica che aveva conosciuta prima, l’aveva sgominata. Con una muta e quasi fatidica stretta al cuore, ella aveva contemplata la terra di Sicilia, vaporosa all’orizzonte, dal bordo della nave che ve la trasportava, rapidissimamente; e poco tempo dopo il suo arrivo, la vaga minaccia aveva subito preso corpo… La prima volta che aveva incontrato Ermanno Raeli, durante la visita al Museo nazionale, ella aveva evitato di guardarlo, di stringere la sua mano…. ma non ostante il suo partito preso di sottrarsi a tutto ciò che potesse attaccarla al mondo, ella aveva pur dovuto avvertire il senso delle parole del giovane e l’espressione che le coloriva. Era stata come una rispondenza secreta, fatale, come l’imprevedibile incontro di due note tratte da strumenti diversi… Fin da quel primo istante, la visione del futuro a cui andava incontro le era balenata alla mente; ed ella aveva combattuto, a palmo a palmo, contro di sè stessa; poichè ella non aveva il diritto di amare, poichè non poteva essere amata… E come più conosceva la nobiltà, la bontà, la gentilezza, tutte le doti del cuore e dello spirito di quell’uomo, l’affinità della sua indole con la propria, più ella si agguerriva contro la passione nascente… o credeva d’agguerrirsi; perchè quelle ragioni di evitarla erano nello stesso tempo delle ragioni – le più potenti! – di farla gigante. Ella aveva anche sperato di illudersi sul significato della riserva di Ermanno, cercando di attribuirla a indifferenza, piuttosto che a timida e delicata discretezza… e nel risveglio di tutti i suoi dolori, aveva sperato di esser la sola a sacrificarsi…
Ora, l’inganno non era più permesso. Si era rotto il giorno che i loro sguardi eransi incontrati, come i loro pensieri, sotto la rustica imagine del Salvatore; si dissipava, svaniva dinnanzi alla rivelazione della contessa. Egli l’amava, le tendeva la mano leale, e non sapeva che la mano di lei era indegna di posarsi sulla sua! Una voce interiore la rimordeva, l’accusava di perfidia, poichè ella non aveva fatto nulla per evitare l’inganno, e delle vampe di vergogna le salivano al viso… Bisognava che tutto finisse, o sarebbe stata senza scusa; bisognava che essi ridiventassero estranei l’una all’altro, come prima e senza ritorno. Ma nel punto che quella necessità le s’imponeva, inevitabile, ella sentiva che qualche cosa le si spezzava nel petto. Ella non sapeva dove avrebbe trovata la forza di rassegnarsi a quella necessità, perchè anch’ella lo amava, perchè la sua lotta era stata inutile, perchè ad ogni giorno, ad ogni ora, ella si era sentita avvincere a lui; e le prove ne erano l’illusione che si era fatta, tutte le transazioni per le quali era arrivata a quel punto… Aveva creduto distogliere la propria attenzione da quel sentimento, aveva quasi perduta la coscienza del suo stato, e ad un tratto la più formidabile delle alternative le si presentava: o ingannare ancora quell’uomo che aveva riposto in lei la sua fede e diventare in certo modo complice di sè stessa, o spezzare col cuore di quell’uomo anche il suo proprio… Vi era un’altra soluzione? Poteva ella andare da lui, e rivelargli tutto, ed aspettare la sentenza che egli avrebbe pronunziata?.. E sarebbe poi stata una soluzione diversa, o non si sarebbe risolta in una delle due che più l’atterrivano? Vincere Ermanno con le proprie lacrime, con la confessione del proprio amore, non sarebbe stato ancora ingannarlo? Ma l’orribile verità non avrebbe piuttosto tutto distrutto?..
Ella teneva per sè il dilemma angoscioso, intanto che finiva di rivelar tutto all’amica e che, atterrita dalla propria risoluzione, sicura che un istante di esitazione avrebbe fatto sorgere il pentimento col corteo di nuove lusinghe, chiudeva la lettera senza osar di rileggerla…

XII.

Prima ancora che la lunga e scomposta lettera di Massimiliana, nelle cui frasi spezzate e contorte si traduceva lo spasimo della scrittrice, avesse rivelato il secreto dell’amica alla contessa, costei aveva già compreso il genere d’ostacolo da cui quella era stata arrestata. Poichè la giovanetta amava Raeli – e l’attitudine di lei non ammetteva alcun dubbio su questo – poichè ella non poteva cedere alla persuasione dell’amore, poichè la viscontessa aveva tradito il sentimento di dolorosa pietà che la nipote le ispirava, non vi era, per uno spirito femminile acuto come il suo, da esitar molto sulla natura di quel secreto, specialmente in presenza di tutti gli altri piccoli dati che la signora di Verdara era venuta mano mano accertando… La lettera di Massimiliana confermava e spiegava ora tutto più chiaramente; però, se il suo primo movimento di Rosalia era stato di compassione verso la giovanetta, ella cercava inutilmente di nascondersi che una specie di egoistica soddisfazione lo aveva seguito per quell’ostacolo sorto contro la felicità della rivale. Aveva avuto un bel persuadersi di non poter nulla sperare per sè, aveva potuto ben consentire di fare un passo che si risolveva nella mortificazione del suo proprio amore… ma una compiacenza di cui ella sentiva la malvagità, poichè tentava di negarla, sorgeva in lei dinnanzi alla rivelazione di Massimiliana. Prima che la sua coscienza le rimproverasse quel movimento, l’idea del dolore che Ermanno avrebbe provato lo aveva distrutto. Se il suo interesse le dimostrava che il riferire al giovane il contenuto di quella lettera era uno stretto dovere, se le ragioni dell’egoismo le consigliavano di servirsi di quell’arma che le era venuta in mano, la visione del male che quell’arma a doppio taglio avrebbe fatto l’arrestava ad un tratto. E mentre una sorda voce di gelosia le veniva dimostrando che ella non doveva nulla a Massimiliana, la naturale sua rettitudine le rappresentava come un’indegnità il trarre profitto per sè, pei suoi fini inconfessabili, della confidenza che un momento di terribile angoscia aveva strappato alla disgraziata…. Presto o tardi, i due giovani non si sarebbero direttamente spiegati? ed anche senza di ciò, era possibile che Ermanno non fosse messo alla lunga in sospetto, in modo da evitare a lei l’odiosità di un atto che poteva parere una denunzia?…
In quel contrasto interiore, ella non aveva trovato di meglio che allontanare il momento in cui avrebbe dovuto render conto della missione compiuta; nè, da parte sua, Ermanno pareva volerlo affrettare. Lo sforzo che egli era riuscito a fare su di sè stesso, rivelando alla contessa l’amor suo per Massimiliana, aveva esaurita la sua iniziativa. In quella risoluzione, che solo il pericolo di non veder più la signorina di Charmory aveva determinata, egli si era acquetato, aspettando in una calma relativa l’esito che avrebbero avute le pratiche dell’amica. Non si sentiva oramai più libero di sè, si vedeva in balìa di circostanze sulle quali non avrebbe potuto spiegare nessuna influenza, che avrebbero deciso della sua vita, irrevocabilmente. Tutti i suoi dubbii, le sue indecisioni, i suoi timori, i suoi scrupoli, le sue aspettazioni si confondevano insieme, come se una piena contro cui le sue braccia nulla potessero lo travolgesse verso una meta ignorata ma infallibile. La sensazione non aveva nulla di penoso; tormentatore era per lui tutto ciò che sollecitava un impulso decisivo; l’abbandono, l’attesa, non avevano nulla di repugnante al suo modo d’essere naturale.
In tale stato di spirito, egli non aveva fatto nulla per affrettare la risposta della contessa; ancora più avrebbe aspettato senza l’inquietudine che una lunga clausura di Massimiliana e della signora d’Archenval gli aveva fatto nutrire. Ma questa circostanza appunto aveva suggerito a Rosalia di Verdara un pretesto per evitare di prendere un partito. Come Ermanno aveva cominciato a chiederle un giorno notizie delle ospiti delle Palme, ella gli aveva risposto che nelle peggiorate condizioni di salute della viscontessa non era stato possibile veder da sola Massimiliana; ma che, per ciò stesso, la partenza dei d’Archenval restava indefinitamente rimandata. Questa certezza bastava ad Ermanno. Se la previsione d’un rifiuto era per lui così penosa che il suo stesso senso della vita ne restava menomato, l’idea del conseguimento del suo sogno lo riempiva di turbamento fino all’intime fibre. Per le nature contemplative, il tradursi in atto di ciò che si è vagheggiato idealmente, in secreto, senza confessarlo a sè stessi, si accompagna ordinariamente con un senso d’intimo sgomento, per l’esagerata coscienza della propria inettitudine dinnanzi alla realtà. Amando Massimiliana come non credeva possibile che si amasse di più al mondo, concentrando in lei tutta la poesia della vita, riconciliandosi per lei con quella vita della quale aveva disperato, le difficoltà materiali di un accordo, della domanda, di tutti gli atti, di tutte le pratiche necessarie al conseguimento del sogno, lo arrestavano, gli parevano insormontabili ostacoli. E col pensiero unicamente occupato da una imagine, egli non poteva essere indotto, come sperava la contessa, a concepir dei sospetti. Le più grandi come le più semplici scoperte sono il risultato dell’associazione delle idee; ma egli era troppo pieno di una, perchè restasse posto ad un’altra qualsiasi. Se avesse potuto notare l’imbarazzo di Rosalia di Verdara, la paura di Massimiliana, tutte le circostanze che avevano destato i sospetti della sua amica, anch’egli ne avrebbe cercata la causa; ma per uno spirito tutto in dentro come il suo, ed occupato da un unico oggetto, un tal senso d’osservazione era impossibile.
Massimiliana di Charmory aveva dovuto finalmente strapparsi al conforto del suo isolamento e ritrovarsi in presenza della contessa e di Ermanno. Se l’acuto della sua ambascia era passato, lo spirito e la stessa persona ne portavano ancora le traccie, nello stordimento a cui era in preda, nella sofferenza che la sua tinta emaciata tradiva. E neppur lei aveva nulla risolto, occupata come era di sapere se la contessa avesse parlato ad Ermanno. L’attitudine dell’amica e del giovane le avevano ben presto dimostrato che questi non era stato messo a parte di nulla. Non una parola di Rosalia di Verdara aveva accennato a quel che era successo tra loro, e quanto ad Ermanno, la stessa timida riserva, la stessa delicatezza discreta si leggeva nei suoi occhi e nelle sue parole. La situazione restava quindi impregiudicata; ma i contrarii impulsi che dilaniavano l’anima di lei nel considerarla, la vertigine che la prendeva non sì tosto arrestavasi ad una soluzione, le facevano accettare come un bene insperato quel periodo di sosta in cui, acquetata la sua coscienza con la confessione fatta all’amica, nessuno le chiedeva nulla. Sotto l’impero di diverse lusinghe, tutti e tre cospiravano reciprocamente a prolungare uno stato d’incertezza, quasi a cancellare il ricordo di ciò che sapevano. Una specie di nuova fiducia cominciava a rinascere in loro, intanto che riprendevano l’intimità serena, la vita di prima, come se nulla fosse sopravvenuto a cambiare le loro relazioni. In quella incoscienza, per una parte voluta, per un’altra naturale – poichè una legge benefica fa perdere in durata alle scosse dello spirito ciò che esse guadagnano in intensità – l’amore della signorina di Charmory per Ermanno si faceva più profondo ed esclusivo. Era come se un raggio di luce brillasse nel grigio del suo cielo, come se qualche cosa le si schiudesse nell’anima che la trasformava; quasi in un ritorno alla salute dopo i travagli del male, ella assaporava mille sensazioni nuove, una dolcezza di vivere – la prima, la sola… Dei brividi la scuotevano, quando ella si sorprendeva abbandonata a quella nuova persuasione; fuggiva allora la compagnia degli uomini e restava lungamente inabissata in un muto terrore. Quelle uniche ore di sogno volavano, e come rapidamente!… Il risveglio non era lontano.
Fu in un freddo pomeriggio di febbraio, con un cielo bianco per gli alti turbini di neve qua e là squarciati sull’azzurro, e un sole senza raggi, che Ermanno erasi recato all’Hôtel des Palmes. Egli aveva trovata la signora d’Archenval nella serra, sopra una seggiola a ruote, con un plaid sulle ginocchia, circondata da alcune altre signore della colonia russa ed inglese. Massimiliana era alcun poco discosta, accanto a un tavolo di ferro; teneva in mano un libro dalla rilegatura rossa e i caratteri d’oro, ma conversava col generale von Koptleben, un vecchio tedesco che pagava ora, con una lenta malattia, i trionfi del 1870. La viscontessa aveva accolto coi segni della più viva premura Ermanno Raeli. Spirito ingenuo, che le prove dell’esperienza colpivano senza ammaestrarlo, ella si era persuasa che l’amore avrebbe finito per essere la salvezza di Massimiliana. Lo spettacolo dello strazio sofferto dalla giovanetta, sorpreso da lei il giorno della visita di Rosalia di Verdara, le era stato causa d’una commozione violenta, tradottasi nell’abbraccio doloroso e convulsivo che aveva dato a Massimiliana in presenza dell’amica; più tardi, la ripresa dei rapporti fra i due giovani, l’aria di calma diffusasi sulla fisonomia della nipote, le attenzioni delicate di cui Ermanno la faceva sempre oggetto, le avevano fatto sperare che quell’amore sarebbe riuscito a trionfare di tutti gli ostacoli, che per esso Massimiliana avrebbe visti compensati ed aboliti i suoi antichi dolori. Come dunque Ermanno, dopo essersi intrattenuto un poco con lei, le chiedeva il permesso di andare a salutare la signorina di Charmory ella aveva seguito il giovane con un lungo sguardo di compiacente fiducia.
Massimiliana, stretta la mano ad Ermanno, lo aveva presentato al militare, conoscendo la nazionalità del quale, il giovane aveva fatto notare la sua qualità di mezzo tedesco. La conversazione si era subito intavolata in questa lingua, e negli acuti sguardi del vecchio uomo di guerra si leggeva il piacere d’aver trovato quasi un compatriotta, che lo trasportava con lo spirito verso la patria lontana. Però, parlando della Germania col generale, Ermanno era tutto al novissimo incanto di sentire la signorina di Charmory prender parte al discorso nella lingua di sua madre. Era una grazia dolce che quegli aspri incontri di consonanti, quelle forti aspirazioni, prendevano sulle labbra di Massimiliana; era una specie di nuova, più grande intimità che lo stringeva a lei. Ermanno si sentiva intensamente felice, come poche volte era stato, e la sua simpatia si riverberava sul generale che, con la sua stessa presenza, rendeva impossibile ciò che egli temeva – desiderandolo: – una spiegazione suprema… Un secreto timore s’impadronì quindi di lui, allorchè, al sopravvenire d’un cameriere il quale annunziava l’arrivo del dottore, egli lo vide allontanarsi. “Se non le rincresce” disse a Massimiliana quando furono soli, e vincendo il turbamento che lo guadagnava sempre che restava in presenza di lei, “se non le rincresce, vuole che la nostra conversazione segua in tedesco? Io sono molto felice di sentir parlare questa mia lingua materna così bene come da lei…” – “Volentieri,” rispose la signorina di Charmory; “tanto più che, comunque parliamo, uno di noi dovrebbe adoperare una lingua non propria…”
Ermanno non aveva lo spirito così libero da notare l’espressione con la quale Massimiliana, anch’essa invasa da un intimo sgomento in vicinanza di Ermanno, aveva pronunziate quelle parole, la specie d’insistenza che ella aveva messa nel notare quella originaria diversità, quasi una barriera esistente fra loro. Superato il primo istante d’imbarazzo, egli si era abbandonato all’incanto di trovarsi presso a Massimiliana, ma ancora sotto gli occhi di altra gente dalla quale si sentiva assicurato contro le sue istintive paure. La soavità dell’ora in quell’ambiente tiepido e profumato era tanta, che tutto acquistava una straordinaria importanza per lui, anche l’argomento insignificante sul quale si aggirava la conversazione: la società che in quella stagione occupava l’Hôtel des Palmes…. “Una società cosmopolita” diceva la signorina di Charmory, rassicurata da quel tema su cui si avviava la conversazione; “la stessa a Palermo come a Nizza o ad Ostenda… Dei tipi sempre eguali, abitudini comuni e perfino uno stesso modo di vedere e di giudicare…” Anch’egli l’aveva conosciuta, quella società: “E non so se lei risenta lo stesso effetto di freddezza,” diceva alla signorina di Charmory, “che essa produce in me; il lamentevole effetto di queste relazioni strette con la stessa facilità con cui si rompono; delle quali nulla resta, altro che un nome ricordato, qualche volta…” Ermanno s’accorgeva, soltanto dopo averle pronunziate, che le sue parole potevano sembrar calcolate in vista di un effetto da produrre; egli che aveva parlato d’istinto, come il pensiero dettava, non era però pentito di averle pronunziate; cercava anzi di leggere nella fisonomia della signorina di Charmory l’impressione che l’accenno alla instabilità di quelle relazioni, al genere delle quali la loro propria apparteneva, avrebbe prodotto… Facendosi forza per non dimostrare la sua preoccupazione dinnanzi alla piega che prendeva il colloquio, Massimiliana aveva tentato di dare alle parole di Ermanno un significato diverso da quello che ella sentiva bene essere il proprio. “Sì,” rispose, “io divido il suo modo di pensare; è una vita affrettata, che finisce per produrre una vera stanchezza…” – “E un bisogno di quiete, di riposo, d’intimità vera ed esclusiva… Non pensa anche lei così?… Spesso i nostri giudizii s’incontrano…”
Ella scosse un poco la testa, senza dir nulla. Sentiva delle lacrime salirle agli occhi, che evitavano quelli di Ermanno e si rivolgevano verso i gruppi sparsi per il giardino, senza fissarsi in alcun luogo. Subitamente, la contenuta letizia di Ermanno era scomparsa. La tacita denegazione della signorina di Charmory, quasi ella disperasse di conseguir mai quell’ideale di vita al quale egli aveva fatto allusione, la vaga espressione di dolore composto e rassegnato che si era dipinta nei suoi lineamenti, gli avevano data come una trafittura acuta e rapidissima. Ma erano gli occhi di lei che egli voleva vedere, i suoi occhi profondi che si distoglievano dai suoi e con quella persistenza nell’evitarlo gli davano quasi una materiale impressione d’un distacco irreparabile. Egli si era un poco chinato verso di lei, appoggiando il braccio sul proprio ginocchio, ed aveva ripreso: “Non ha dunque pensato alle seduzioni di questa intimità?… Non la crede possibile?…” La signorina di Charmory rispose con fermo accento, subitamente scuotendosi: “No.” – “E non crede che qualcuno abbia potuto pensarvi per lei?… sognarla come la sola cosa degna di esser sognata?…”
Egli aveva parlato molto piano, con la stessa intonazione di prima, nell’attitudine in cui si trovava, fissando la mano bianca e diafana di Massimiliana. Egli non aveva sostenuto nessuno sforzo su di sè stesso; le parole gli erano subito venute una dopo l’altra alle labbra, come l’unica, la necessaria espressione del suo pensiero; egli non era più stupito di aver parlato, soltanto la percezione del mondo circostante si era abolita dalla sua coscienza.
Dischiuso il libro che teneva ancora in mano, la signorina di Charmory vi aveva rifugiato lo sguardo. La precisa sensazione che ella provava in quell’istante, era di naufragare, in un mare tranquillo, sotto un sole ridente, dinnanzi alla riva; ma di naufragare senza speranza di aiuto, sentendo già l’acqua alla gola. Rapidamente, prima che ella avesse avuto il tempo di prevederla, di prepararvisi, l’ora temuta della prova ultima era suonata, e una mano di ferro le aveva stretto il cuore, e un soffio di morte le aveva inaridite le labbra. Come, come superarla?… “Sapevo,” disse con voce che si sentiva appena, “che questo momento sarebbe arrivato… la signora contessa mi aveva già detto…” Allora, con uno slancio contenuto: “No, lasci dire a me!…” riprese Ermanno; “mi lasci dire tutto quello che ho in cuore, se pure sarà possibile…. È la mia vita che è legata alla sua… io ho creduto di morire quando mi hanno fatto temere che non l’avrei più riveduta… Si ricorda il giorno che c’incontrammo a Pallavicino? Come era piena la mia felicità!.. Non le avevo detto mai nulla… non sapevo, non potevo… guardi, avevo paura!…” Ad ognuna di quelle frasi roventi del giovane, la signorina di Charmory aveva un poco abbassato il capo, cogli occhi fissi in un punto, come ammaliata da una qualche visione che ella sola poteva mirare: ad un tratto si era scossa da quella contemplazione ed aveva fissato in viso il suo compagno… “Se vuole essere felice, rinunzii a me” disse, lentamente, cercando ad una ad una le parole, sentendo che una sola parola, che la sola intonazione della voce avrebbe potuto tradirla, toglierle le poche forze che chiamava a raccolta. “Io ho risoluto di non lasciare il mio stato… È una risoluzione antica, che non ha nulla contro di lei… Vi sono dei destini irrevocabili…”
Tacque ad un tratto, per paura di mentire, di ricorrere, come aveva fatto con la contessa, a pretesti che avrebbero detto il contrario di ciò che ella voleva significare. E appunto in quelle parole, in quell’accento, Ermanno Raeli sentiva che il pensiero di Massimiliana non era intero, che quella risposta non era completa. Non era possibile che ella avesse ascoltato la sua confessione, con quell’ansia nel respiro, con quella fissità negli sguardi, per rispondere a quel modo; non era possibile che tutto dovesse finire tra loro così, che una risoluzione antica ostacolasse la presente felicità. “Allora” riprese, con nuovo calore, “crede che questi nostri rapporti… che questo nostro incontro debba finire, come gli altri, senza che nulla ne resti?… Noi ci saremo conosciuti e compresi… per diventare di nuovo due estranei; come tutta questa gente che oggi conviene qui, intimamente, e che sarà domani dispersa pel mondo, e che non si rivedrà probabilmente più mai?…”
Nuove persone erano discese nella serra, in attesa dell’ora del pranzo; col rapido corso delle nuvole la luce si velava e tornava a splendere istantaneamente; le conversazioni tutt’intorno s’intrecciavano; ogni tanto si udivano dei piccoli colpi di tosse a stento repressi, e nulla era più strano di quella spiegazione decisiva, in cui i due giovani trattavano del loro avvenire, tra l’indifferenza dei propositi che si tenevano a distanza di pochi passi. Entrambi però, in presenza di quegli spettatori, si contenevano; trovavano in quel pubblico una specie di soccorso contro i pericoli dei quali l’argomento della loro conversazione era pieno… Alle ultime parole di Ermanno, la signorina di Charmory aveva chiuso un poco gli occhi; si leggeva nell’imbarazzo con cui cercava di darsi un’attitudine, nell’amarezza espressa dall’increspamento di un angolo del labbro, la lotta interiore che si combatteva in lei. Ella sentiva il cuore palpitarle in petto così forte come se fosse sul punto d’infrangersi. In quel suo lento naufragio, mentre le sue braccia si dibattevano istintivamente in cerca d’un appoggio impossibile, ecco un’altra mano distendersi verso la sua. Afferrarla, aggrapparvisi: questo diceva l’istinto della salute… ma perchè poi, se non per trascinare con sè un’altra vittima al fondo?.. Ella aveva nuovamente rivolto lo sguardo sul giovane. Come quell’incostante giornata, a momenti intensamente luminosa e ad un tratto oscurantesi, la fisonomia di lui si era trasformata: gli occhi splendevano di luce sul viso leggermente impallidito nell’emozione; una luce ed un pallore che erano l’espressione dell’estasi, d’una sublime speranza…. “Mi dica” continuava egli, con forza rinnovellata da quello sguardo profondo, “mi dica che non sente nulla per me… che non m’ama!.. Io non potrò replicare… accetterò la sua dichiarazione come una sentenza…. Non mi dica che aveva presa una risoluzione prima d’incontrarmi!.. Anch’io, prima di conoscerla, credevo che tutto fosse finito nel mondo; non speravo, non aspettavo più nulla… Se sapesse quale tristezza!… Ebbene, è bastato vederla… Anch’io tentai dapprima di resistere… io non mi credevo, io non ero degno di lei…” Massimiliana si era fatta, a misura che egli parlava, sempre più bianca; strette le mani da ultimo, le aveva appoggiate un momento contro il fianco, come per comprimere il cuore sanguinante a quel crudele scambio di parti, a quell’accusa d’indegnità che Ermanno rivolgeva contro di sè, mentre ella era straziata dalla coscienza dell’inguaribile indegnità sua… “Di grazia, signor Raeli!… mi risparmii, di grazia…” supplicò, scomposta dall’ambascia; ed a bassa voce, dolorosamente, notata la rapida alterazione dei lineamenti di lei: “Massimiliana!…” aveva esclamato Ermanno, “mi perdoni!… io le giuro che non sentirà più da me una sola parola, fin quando…”
Egli tacque un momento, titubante. Spiegando il contrasto a cui si dimostrava in preda la signorina di Charmory col fatto che, non essendole indifferente, ella non voleva o non poteva abbandonarsi al proprio sentimento, stava per aggiungere che avrebbe aspettato da lei stessa un’ultima parola, quale e quando che fosse… ma in quella brevissima pausa l’energia interiore che lo aveva sostenuto cadeva e il contrasto che era in Massimiliana si propagava, per una specie di contagio simpatico, in lui, occupando il suo spirito di mille opposte tendenze. In quel silenzio penoso che era seguito, il ritorno del generale von Koptleben(12) lo aveva sollevato, e profittando del primo momento in cui la conversazione, per quel reciproco imbarazzo non più animata come prima, era languita, aveva preso congedo. Nel lasciare la tiepida atmosfera della serra, era stato sorpreso dal freddo dell’aria esterna, un freddo pungente che gli aveva fatto battere i denti e che aveva accresciuto il senso penoso col quale usciva da quella spiegazione da tanto aspettata, che gli era stata argomento di tante imaginazioni e che adesso era irrevocabilmente passata. Una specie di scontentezza della cui ragione non si rendeva ben conto, ma che si originava forse più dalla disproporzione tra la fantasticante aspettativa e la realtà che dall’attitudine di Massimiliana, lo guadagnava, deprimeva a poco a poco il suo spirito. Esaurendo, infatti, la serie delle interpretazioni di cui le risposte di Massimiliana erano suscettibili, il ragionamento gli dimostrava che ella lo amava. Se non lo avesse amato, ella non avrebbe ascoltato così a lungo la confessione dell’amor suo, non gli avrebbe detto di rinunziare a lei, se voleva esser felice… Felice, avrebbe egli potuto mai essere senza di lei?… Ella lo amava; più che il suo contegno glie lo diceva qualche cosa che gli parlava dentro, un’intuizione misteriosa, quella chiaroveggente prescienza che ogni cuore innamorato ha del destino del proprio sentimento… Se dunque lo amava, che cosa avrebbe potuto opporsi alla loro felicità? Ah, sì; l’ostacolo v’era; ma era in lui, nel sùbito risveglio di tutti i suoi timori, di tutti i suoi sconforti che lo avevano arrestato sul punto di domandarle quell’unica concessione: del tempo… Con la sua natura eccessivamente impressionabile, la più piccola circostanza bastava a determinare un volta-faccia degli stati d’animo più profondi. La vista del dolore di Massimiliana, la stessa idea che qualche cosa d’immutabile si era compita fra loro aveva radicalmente cangiata la disposizione dell’animo suo, e tutto: il suo amore, la creatura amata, il suo destino, gli era subito apparso simpaticamente attraverso una nebbia di tristezza che gli guadagnava ogni parte dell’essere, come il nevischio di quella triste sera invernale…
Col tempo, l’impressione si andò dileguando; ma la reazione determinatasi in lui lo mantenne lungamente sotto l’influenza di tristi pensieri. Se egli non tentava ora, dopo la scena della serra, di riparlare a Massimiliana della propria passione, era meno per obbedire alla promessa fattale che per il rinato sentimento della propria incapacità a farla felice. Arrivava talvolta persino ad accusarsi di egoismo, di voler sedurre la signorina di Charmory per rifarsi con l’amore di lei una fede, un coraggio, un’energia che non aveva, simile ai fattucchieri che del sangue di fanciulli e di vergini compongono un elisir di vita. Allora una tenerezza, una carità lo prendevano per lei; Massimiliana ridiventava una cosa sacra, intangibile; e più acuto di prima si ridestava il timore di farle del male, di macchiarla con lo stesso pensiero… Ricordava di aver sentito parlare talvolta di sposi che, tornando dalla cerimonia nuziale, erano scomparsi abbandonando la donna a cui si erano, un istante prima, legati. Egli aveva il pentimento anticipato; ma la causa ne era in lui stesso, nelle disposizioni contradittorie del suo spirito e nei risultati amari della sua esperienza. Sì, egli sarebbe stato capace di lasciare l’Eletta, per custodirne solo l’idea imperitura, per non profanarla….. Poi ancora un’altra persuasione contribuiva ad arrestarlo, la persuasione particolare agli individui la cui imaginazione è esuberante: che l’attesa della gioia è più grande della gioia stessa…
Tutto questo complesso di desiderii e di paure lo mantenevano in uno stato d’irresolutezza che era per la signorina di Charmory una nuova e meno sperata tregua. Più d’una volta, dopo quella spiegazione, ella era stata sul punto di scrivere tutto ad Ermanno, per non più mantenerlo colpevolmente in una lusinga fatale: tutte le volte non era riuscita a concretare le sue idee in una forma possibile. Ogni volta che vedeva Rosalia di Verdara, faceva il proposito di ottenere da lei che gli rivelasse tutto quel che sapeva; ma, dopo che Ermanno le si era confidato, non poteva fermarsi all’idea di fargli apprendere da un’altra ciò che toccava a lei stessa di rivelargli. E nei loro incontri, che adesso erano più frequenti di prima, nelle loro conversazioni che erano scambii di idee sempre più intimi, i silenzii avevano per lei la terribilità di quelli che si fanno intorno alle agonie. Ma se il loro pensiero era occupato da uno stesso oggetto, se il loro destino era il formidabile tema che entrambi consideravano, non una parola di Ermanno vi faceva allusione. Ella dunque aspettava, finiva per cullarsi in una effimera tranquillità. Ella sperava, per quella facilità che noi abbiamo ad accogliere le illusioni propizie, che quello stato durasse, che non si parlasse più del loro amore, ma che continuassero ad amarsi, a comprendersi. Nell’impossibilità in cui ella era di appartenere a nessun uomo, non era forse quello l’unico modo di appartenere a lui?…

XIII.

Le assiduità di Ermanno Raeli presso la signorina di Charmory avevano finito per essere state notate, e nel mondo in cui vivevano si cominciava già a parlare del loro matrimonio. La sempre rimandata partenza della famiglia d’Archenval ne pareva una conferma; l’arrivo del duca Gastone di Précourt fu considerato come il segno sicuro d’una realizzazione imminente.
Lo schianto d’un fulmine non avrebbe potuto atterrire Massimiliana di Charmory più della notizia data un giorno dal visconte, che il duca suo suocero stava per arrivare a Palermo… L’uomo che era l’origine della sua atroce sciagura osava dunque ricomparirle dinnanzi – e quale suggestione perversa gli faceva scegliere quel momento in cui ella nutriva almeno l’illusione d’un ritorno alla vita? Ella avrebbe dunque dovuto trovarsi ogni giorno, ogni ora a contatto con lui?.. Intanto che il partito di fuggire precipitosamente da quella casa, da quella città, le si affacciava allo spirito, il visconte aveva soggiunto che l’alloggio del duca era già fissato alla Trinacria.
Nessuna intenzione ostile a Massimiliana guidava il gentiluomo libertino a raggiungere, per la prima volta dopo l’attentato, la sua famiglia. Il suo desiderio brutale si era spento non sì tosto appagato; per gli uomini di quella natura, la passione non va oltre la sensazione, e l’orrore espressogli dalla fanciulla l’aveva dissuaso dal ritentare la prova, non già perchè quell’orrore lo ferisse, ma perchè gli scemava la previsione del piacere. Gli rincresceva pertanto che quell’incidente lo avesse tenuto al bando della sua famiglia, dove la sua presenza sarebbe stata necessaria per invigilare sul visconte, che cominciava a fare un po’ troppo a fidanza con la sua borsa. Nei continui imbarazzi di cui il giuoco sfrenato era causa a d’Archenval, questi aveva ricorso al suocero, che si era sempre affrettato a rispondere alla aspettazione di lui, come fosse passata fra loro una intelligenza e quel denaro pagasse il silenzio del naturale tutore di Massimiliana… Tali compromessi taciti sono molto più frequenti che non pare e solo la malignità sospettosa dei più vede un mercato formalmente contratto, là dove nessuna dubbia parola è stata scambiata da una parte e dall’altra. Il visconte domandava degli aiuti al duca per l’unica ragione delle ingenti spese a cui la malattia della moglie lo obbligava; il duca si affrettava a rispondere a quelle richieste da padre affettuoso, zelante della salute della figliuola… Era però arrivato un momento in cui il duca aveva cominciato a trovare che la malattia della viscontessa gli costava un po’ troppo e che non sarebbe stato male di controllare un poco le note dei medici, dei farmacisti e degli albergatori. Palermo intanto, gli dicevano i suoi amici, era quell’anno il convegno d’una numerosa e scelta colonia; e dopo tutto sarebbe stato interessante fare una corsa in quell’isola che, secondo la geografia particolare alle persone della sua società, si considera come fuori d’Europa. Aveva però avuto il buon senso di seguire i suoi amici alla Trinacria, e con la figliuola e la signorina di Charmory si era incontrato, la prima volta, in pubblico, come con delle semplici conoscenze.
Dal momento che aveva appreso l’arrivo di lui a Palermo, Massimiliana era vissuta in un così grande terrore, che ogni altro sentimento ne era rimasto eclissato. Se egli fosse venuto ad abitare sotto lo stesso tetto, ella non avrebbe aspettato; sarebbe fuggita, scomparsa, non importa come… Intanto, l’attesa dell’inevitabile momento in cui si sarebbero ritrovati in presenza, le era causa d’un’ansia mortale, come non aveva creduto possibile di provarne una simile dopo tutto quello che aveva sofferto. E, ad un tratto, ella si accorgeva che quell’ansia era nulla, era quasi la tranquillità, dinnanzi al pensiero subitamente affacciatosele, che anche Ermanno avrebbe incontrato quell’uomo… Che cosa era finalmente il prossimo incontro per lei? Una prova di più, che non doveva esserle risparmiata, che era meglio, sotto un certo aspetto, affrettare. Nella sua cinica ferocia, l’uomo credeva probabilmente che ella avesse finito per consolarsi – e non aveva ella indovinato, poichè, facendosele incontro nel giardino delle Palme, egli le sorrideva disinvoltamente, trovava, che il soggiorno di Sicilia le aveva conferito e formulava voti per la sua prosperità?.. Appena arrivato, infatti, la voce circolante intorno ai due giovani era venuta all’orecchio del duca, e se egli aveva fin a quel momento nutrito degli scrupoli, questi erano subito spariti dinnanzi alla prova della consolazione che Massimiliana aveva trovata. Si era anzi fatto beffe di sè, per l’esagerazione d’un rimorso che la sua esperienza avrebbe dovuto dimostrargli infondato, e facilmente superate, con l’abituale sua disinvoltura, la difficoltà di un primo incontro, aveva del tutto dimenticata la giovane per le belle signore di cui la colonia straniera era provvista a dovizia.
Incapace di dir nulla dinnanzi all’incredibile impudenza dell’uomo, col sangue gelato nelle vene come alla vista di un rettile, Massimiliana aveva sentito ridestarsi tutto l’orrore dei lontani giorni, complicato dallo strazio della situazione presente. Il domani d’una grande sciagura, quando la coscienza comincia a destarsi tra le ultime nebbie di una sonnolenza pesante, e la memoria suggerisce ad un tratto la crudele certezza, si prova un’angoscia forse più grande di quella determinatasi nel primo momento. Una simile impressione di risveglio aveva determinata in Massimiliana la presenza del duca. Malgrado i contrasti provati, le lotte sostenute, era come se ella fosse rimasta lungamente immersa in un sonno, nel sonno profondo dell’illusione voluta, da cui la voce di quell’uomo la strappava ora violentemente. Come nutrire più nessuna lusinga, come e che cosa aspettare, se con la sua stessa presenza quell’uomo le ricordava la propria vergogna, e il dovere che aveva fin troppo trascurato di compiere?.. Ed egli aveva osato sorriderle, ed un sorriso di più sarcastica compiacenza, di compiacenza più iniqua avrebbe rivolto ad Ermanno, e le loro mani si sarebbero strette… A questo pensiero fitto, cocente, Massimiliana credeva d’impazzare. La sua complicità del silenzio le appariva più grande, imperdonabile; la confessione fatta alla contessa un calcolo ipocrito, poichè era sicura che non aveva avuto effetto; e la sua tortura si acuiva talmente, che ella affrettava coi voti il momento della soluzione, per tremenda che potesse essere…
Un calcolo, da canto suo, la contessa Rosalia aveva finito anche lei per credere la confessione dell’amica. Fino a quando i rapporti dei due giovani non si erano mutati, ella non aveva fatta un’accusa a Massimiliana di nascondere ancora il suo secreto ad Ermanno, aveva creduto che la confessione sarebbe bastata a dissipare ogni speranza di felicità; e la compassione per il dolore che li aspettava era riuscita a soffocare la voce della gelosia. Ma dinnanzi al prolungarsi di quella situazione, al crescere di quella intimità, alla intelligenza che indovinava esser corsa tra loro, al propagarsi della voce che li diceva promessi malgrado l’arrivo del duca, la sua pietà, la sua discretezza, i suoi riguardi, tutti i suoi buoni sentimenti le erano parsi delle debolezze e delle ingenuità. Con una grande amarezza ella sentiva di essere stata molto sciocca nel prendere sul serio la disperazione di Massimiliana, quasi tutta la condotta di lei non dimostrasse l’intenzione di raggirare Ermanno, la fiducia che l’accecamento dell’amore lo avrebbe fatto passar sopra ad ogni ostacolo!.. E questa fiducia che cosa aveva insomma d’infondato? Ella arrivava a coinvolgere nella sua disistima anche l’uomo che aveva amato – che amava ancora, senza speranza, ma tanto da perdere per lui la nozione del giusto!.. Come si era esagerata l’importanza di quell’ostacolo! Sarebbe egli forse stato il primo a passarvi sopra? Era verosimile ch’egli non si fosse accorto delle anormalità di quella famiglia? Ma chi le diceva che egli non sapesse tutto, che non si fosse già accomodato di quella condizione di cose? E il ricordo di romanzi, di commedie, in cui un lieto fine corona i dolorosi contrasti, avvalorava la sua persuasione… Allora, a che cosa sarebbe valso l’andare a mettere sotto gli occhi di lui la lettera di Massimiliana, come talvolta aveva la tentazione di fare? E la sua serenità di un tempo si perdeva in una irritazione crescente, in una contrarietà insofferente, dimostrata ad ogni momento e che il tono inalterabilmente scherzoso del marito finiva per esasperare… Più che mai sicuro che quella montatura di sua moglie sarebbe stata senza effetto, Giulio di Verdara si divertiva talvolta a punzecchiarla garbatamente, come una specie di punizione pel principio di colpa da lei commessa in idea. Ella aveva finito per domandarsi se Giulio sapeva quel che le passava per l’anima; e negli urti a cui era esposta, aveva a momenti la tentazione di sfidarlo, di provocarlo, come una rappresaglia, come un mezzo di uscire da quella situazione, che si affrettava intanto alla catastrofe…
La presenza in Palermo del duca Gastone di Précourt e dei suoi amici, se aveva gettato in quello stato la signorina di Charmory e la contessa, se aveva ridestato le apprensioni della signora d’Archenval, aveva messo una animazione nella colonia degli stranieri. Unicamente occupato del mondo femminile, il duca aveva trovato nelle signore un valido appoggio per i suoi disegni di svaghi, e come il carnevale s’inoltrava, e gli stranieri delle Palme e della Trinacria erano stati oggetto di molte cortesie da parte dell’ospitalissima società palermitana, egli aveva messo innanzi l’idea di una festa da offrire ai loro ospiti, a mezza quaresima. L’idea era stata subito accolta, e i preparativi erano incominciati alle Palme, dove i locali si adattavano meglio.
Ermanno Raeli, che aveva incontrato una o due volte il duca e si era interessato a lui come a tutto ciò che aveva qualche rapporto con Massimiliana, aspettava l’avvenimento con ansietà irrequieta. La malattia della viscontessa, ragione o pretesto, aveva fatto che la signorina di Charmory rifiutasse tutti gli inviti che le erano stati rivolti; adesso che l’iniziativa era presa dal duca e che la festa aveva luogo nello stesso albergo, non avrebbe certamente mancato di assistervi. Ed Ermanno si vedeva già al suo fianco, stringerle un braccio alla vita, tenerla per mano, confondere il suo respiro con quello di lei… L’imaginaria rappresentazione era così evidente che, solo, nel suo studio, egli si alzava di scatto, tentando di divertire l’attenzione da quella turbatrice visione… Fuori, era già la primavera che si annunciava, nel primo tenero verde delle robinie, nelle emanazioni delle zágare nuziali, nei tepori del sole di marzo, nella maggior durata delle giornate troppo piene di luce, da abbacinare alla lunga. Erano delle ubbriacature d’aria, delle ipnotizzazioni d’azzurro, delle saturazioni di sottili profumi che si prendevano in quella felice Palermo, porta dell’Oriente, lembo d’Arabia trasportato, quasi per una fantastica operazione da Mille ed una notte, in riva al lago del Mediterraneo. Un languor nuovo, uno snervamento molle che faceva intensamente assaporare la voluttà del riposo, guadagnavano Ermanno, lo mantenevano in una specie di dormiveglia durante il quale, abolito il pensiero, solo delle imagini gli passavano e ripassavano dinnanzi, svegliando in lui sopìte sensazioni di avidi dissetamenti, di abbandoni profondi… Una sorda irritazione nasceva in lui per quelle suggestioni(13) incoscienti, con un bisogno di castigarle che finiva per esasperarle. E l’impeto di sdegno che lo aveva vinto quando la Figura adorata era stata attaccata da quella abominazione, cedeva adesso ad impeti di desiderio, a una tentazione di indissolubili strette, che si mutava ancora in terrore all’idea di passare soltanto un braccio intorno alla vita di Massimiliana durante la prossima festa…
Sul punto di vedersi abbandonata dalle proprie forze, Massimiliana non aveva neppur tentato di evitare quell’avvenimento di cui sentiva le minaccie. Una oppressione la vinceva in mezzo a quel risveglio primaverile, a quel rifiorire di tutta la natura: l’oppressione morale alla certezza che la sua fatalità si sarebbe abbattuta su di lei prima dell’appassir di quel verde; il turbamento fisico, prodotto dal dardeggiare d’un sole infuocato sopra quella natura quasi tropicale. E dovunque ella si rivolgeva, il trionfo del fior d’arancio: nell’aria tutta compenetrata del soavissimo profumo, nei giardini il cui verde era tempestato come di candide costellazioni, nei quadri dei coloristi dilettanti, nei mazzi che egli mandava alla viscontessa. “Kennst Du das Land?..” l’appassionata canzone di Mignon le tornava alla memoria; ed in quella Terra appunto il suo destino aveva dovuto sospingerla; e da quelle prode fiorite sorgeva come una voce che le ricordava la sua sfiorita esistenza; e il simbolico candor di quei fiori le dava più dolorosa la coscienza della sua macchia indelebile…

XIV.

La festa dell’Hôtel des Palmes era riuscita splendidamente. La migliore società di Palermo aveva tenuto ad accettare la simpatica dimostrazione della colonia straniera, e le sale magnifiche dell’albergo, la serra, il giardino, adattati con gusto sapiente alla circostanza, erano popolati da una calca elegante e felice… In un abito di tulle bianco laminato d’argento, che avvolgeva il suo corpo come una tenue carezza; i biondi capelli vagamente raccolti sul capo e ornati di un ramoscello di mughetti meno pallidi del suo viso, la signorina di Charmory si sarebbe detta un’apparizione in mezzo alle figure vivaci dalle quali era circondata. Aveva un’aria disfatta, gli occhi accerchiati da un lividore e luccicanti, così che da più di una parte le avevano chiesto se si sentisse male. Aveva dovuto assicurare il contrario, subendo le attenzioni incresciose degli indifferenti; ed era rimasta grata in cuor suo a Rosalia di Verdara, che l’aveva salutata soltanto, passando nella stanza di toletta per accomodare la sua acconciatura. Dal salotto in cui la viscontessa d’Archenval, seduta, riceveva gl’inchini degli invitati, Massimiliana girava intorno gli sguardi, in cerca di qualcuno; e ad un tratto, inchiodatili ardentemente in un punto, le sue mani avevano preso a torcere convulsamente il suo fazzoletto di pizzo. Era Ermanno Raeli che, entrando, si era incontrato col duca e si era fermato un poco a parlare con lui… Gastone di Précourt, più giovane che mai nell’accorta toletta, troneggiava in quell’ambiente suo proprio, con un’aria di soddisfazione felice diffusa nella fisonomia. Parlando con Ermanno, facendo allusione a certi scandali della società palermitana che egli aveva subito appresi e che il giovane non conosceva, egli stringeva la mano ai passanti, accennava col capo ai lontani, s’interrompeva per inchinarsi profondamente al passaggio delle signore. A misura che quel colloquio si prolungava, come i gesti dell’uomo si facevano più espressivi, come i suoi lineamenti si atteggiavano al riso, la fissità degli sguardi di Massimiliana cresceva. Ah, quel riso schernitore e malvagio!.. Un fascino fatto di raccapriccio la inchiodava lì, dinnanzi a colui che osava stringere la mano di Ermanno. Era come se un serpe si fosse avviticchiato al braccio del giovane, e dal ribrezzo non prorompeva in un grido violento: “Schiacciatelo!.. Schiacciatelo!..” Ondate di gelo le passavano pel corpo, un gruppo le si stringeva al cuore come quello che le sue mani nervose stringevano nel fazzoletto, fino a lacerarlo… L’orchestra aveva dato ad un tratto il segnale della danza, ed Ermanno le era venuto incontro. Per un contrasto abituale nel suo spirito complicato e tormentato, la folla allegra, lo scintillio delle luci, gli acuti profumi che si svolgevano da quell’assembramento di gente elegante, la conversazione spregiudicatamente leggiera del duca, lo avevano attristato. Lo spettacolo dell’altrui felicità gli rendeva più sensibile la propria inquietudine; a quell’ora più che mai egli dubitava di sè stesso; delle strane idee di fuga, di rinunzia lo occupavano mentre egli si avanzava incontro a Massimiliana, e fu macchinalmente, con la quasi certezza d’un rifiuto, che egli le chiese di accordargli una danza. Tenendo ancora nelle mani il fazzoletto lacerato, la signorina di Charmory si alzò subitamente, come di scatto. “Non voglio che parliate a quell’uomo!..” disse ad Ermanno, con voce breve, mentre egli, sfiorandola appena col braccio passatole intorno alla vita, si slanciava con lei fra le coppie. Per grande che fosse l’incapacità di Ermanno a cogliere il senso delle cose, le parole di Massimiliana erano troppo strane perchè egli non le notasse. “Il duca?..” aveva mormorato quasi a domandarle che cosa avesse voluto dire; ma non aveva insistito al silenzio di lei, nella specie di ebbrezza che il contatto di quel corpo gli procurava, che aveva dissipato la sua tristezza e che centuplicava la letizia di sentirle esprimere una volontà – un comando… Le acute sensazioni che lo invadevano, il leggiero affanno del ballo gli soffocavano in gola le parole; solo il suo corpo si stringeva insensibilmente di più al corpo di Massimiliana…
Cogli sguardi chini, col corpo irrigidito sotto quella stretta, col respiro affrettato, Massimiliana si sentiva sul punto di stramazzare. Si era repentinamente decisa ad accettare l’invito di Ermanno per parlargli, per dirgli subito di evitare quell’uomo, per dirgli tutto; ma aveva troppo presunto, affidandosi in braccio a lui, stringendosi materialmente alla persona cui si sentiva stretta con tutte le forze dell’anima. Ogni cosa le girava ora d’intorno, come presa dalla vertigine che era in lei, il terreno le mancava sotto i piedi al ritmo cullante di quella mazurka di Chopin… e con accento di supplica, mentre il viso di Ermanno quasi la sfiorava, ella mormorò: “Basta!.. basta!..”
Egli si era subito arrestato, offrendole il braccio nel vacillamento che l’altra non riusciva ancora a vincere, e guidandola fuori della sala la cui atmosfera era divenuta asfissiante. “Grazie!…” mormorava, con voce profonda; “ogni suo desiderio è legge per me…” E senza dire più nulla, senza domandarle la ragione di quella proibizione nella gioia trionfale di sentirsela accanto, l’aveva guidata verso la serra. Il luogo era deserto, una luce discreta vi si diffondeva dalle oblunghe lampade giapponesi, i rumori della festa arrivavano attutiti dalla distanza, e la meravigliosa vegetazione tropicale, i fogliami larghi e carnosi, gli avviticchiamenti quasi convulsi dei rami, l’acutezza penetrante degli esotici profumi, l’umido tepore dell’aria deliziosamente snervante, avevano finito di opprimerli entrambi… “Si ricorda?..” mormorò Ermanno ad un tratto, con una voce bassissima stringendo un poco il braccio della sua compagna. Si era arrestato, contemplando il meraviglioso profilo di lei, le labbra leggermente dischiuse, gli sguardi smarriti, l’eburneo pallor delle guancie. “Si ricorda, Massimiliana…. quel che io le dissi qui?..” e le aveva presa una mano, stringendolesi di più. La signorina di Charmory aveva fatto per trarsi indietro, guardando attorno come in cerca d’aiuto; egli l’aveva trattenuta con una muta preghiera. L’allegra festa rumoreggiava lontano, dalla serra esalava una larga respirazione, un alito infinitamente dolce, come una persuasione d’amore… “Massimiliana… io l’amo…” sussurrò Ermanno, con la ragione perduta nella lenta invasione di un desiderio folle di carezze e di baci, “Massimiliana… mi consenta di ripeterlo… è una soavità unica al mondo…” Impallidendo ancora di più, ella si era riversata indietro, afferrandosi alla spalliera di un sedile, cogli occhi chiusi, e il suo corpo si era tutto profilato in quella posa, dalla fronte purissima, dalla guancia morbidamente soave, dal collo marmoreo, al seno palpitante, alla vita inarcata, al mistero di linee perdute, evanescenti… Ermanno aveva visto come una nebbia ondeggiargli dinnanzi. Passato, con un gesto lento ma sicuro, il braccio attorno alla vita di lei; presale, con l’altra mano, una mano, egli l’attirò a sè. Ella tentava inutilmente di sciogliersi da quella stretta sempre più fitta, di gettare indietro il capo per sottrarsi alla carezza del suo alito ardente… “Massimiliana!..” supplicava ancora egli, ma la parola si perdeva in un suono inarticolato, in una specie di sordo bramito… “No… non come…” gemè ella, in una repentina rivolta di tutto il suo essere, risentendosi in preda alla forza del maschio, e appena le labbra di Ermanno ricercarono avidamente le sue, si era accasciata sul sedile, priva di sensi.
Incapace di dire una sola parola, Ermanno aveva portata una mano ai capelli, come se volesse strapparli. Rapidamente, la reazione era sopravvenuta, con l’orrore dell’atto commesso. Egli contemplava livide e smorte quelle labbra cui aveva osato un momento innanzi appressare le proprie, disfatta in un supremo abbandono quella figura adorata, spenti quegli sguardi luminosi; ed era l’opera sua sacrilega che egli contemplava. Restava inchiodato lì, dalla vergogna, dal rimorso, non potendo risolversi a toccare più con un solo dito quelle forme che aveva strette in un impeto di brama cieca, in un ritorno dell’antico istinto, lungamente mortificato e represso. La cognizione del tempo si era perduta in lui, quand’egli intese un passo avvicinarsi: era la signora di Verdara che si avanzava verso di Massimiliana…
Nel rimescolio delle danze, la contessa Rosalia aveva seguito fissamente la giovane coppia; e, ad un tratto, era stato come se la festa si fosse mutata per lei in qualche funebre rito. Tutte le sue persuasioni cadevano dinnanzi alla radiante figura di Ermanno a fianco di Massimiliana; non restava luogo che per l’esplosione del suo mal frenato rancore. La materiale rappresentazione della loro unione colmava la misura, faceva traboccare il fiele di cui si era abbeverata. Ora, senza riguardo, l’indegnità di quei due le si faceva manifesta: che grossolano inganno era stato il suo di credere alla loro nobiltà!.. Essi erano degni l’una dell’altro, erano veramente fatti per intendersi e per convenirsi, come dicevano intorno a lei gli spettatori curiosi… Egli con le sue pose di tristezza, l’altra con la vergogna di cui era coperta, erano lì, animati ed allegri, a ballare, a sorridere!.. La vista della loro felicità le riusciva insopportabile, la offendeva in tutto ciò che la donna aveva di più caro. Si sentiva trascurata, vilipesa, avvilita. Avrebbe voluto una folla dintorno, avrebbe voluto che una sua parola fosse avidamente contesa, che per un suo sorriso degli uomini si fossero battuti, affinchè qualcuno avesse imparato a conoscerne il prezzo…. Invece la sua stessa tristezza la isolava. Lei, la regina delle feste per la grazia, pel brio, per l’eleganza, si sentiva spodestata da Massimiliana, che raccoglieva gli unanimi suffragi della società. Una quistione di amor proprio ferito è in fondo a tutte le rivalità femminili, e la contessa avrebbe forse trovata una consolazione se la sua sontuosa toletta dalla gonna di cordonné rosa pallido con trine spumose disposte sul davanti, e dal manto di velluto verde cupo circondato di rose; se lo splendore dei suoi smeraldi e dei brillanti che fermavano una aigrette rosa e verde disposta sul capo, non fossero stati offuscati dal modesto abito bianco e dai mughetti della signorina di Charmory. Turbata e quasi piangente, ella si era ridotta nella serra deserta e avvolta in una semioscurità propizia alla sua tristezza. E lì, con la bocca stretta, con le mani nervosamente contratte, ella aveva assistito, spettatrice non vista, alla rapida scena che si era risolta nella sincope di Massimiliana e che, dopo un momento di esitazione, aveva sollecitato il suo intervento. “Dell’acqua…. presto, qualche cosa….” aveva detto, tentando d’aprire la veste della fanciulla, ed Ermanno era corso ad intingere il suo fazzoletto nella vasca che la contessa gli additava, senza domandarsi in qual modo ella fosse sopravvenuta tanto a proposito.
Recando la pezzuola inzuppata, egli era passato dietro al sedile per sollevare la giovanetta, che all’impressione di freddo sulla fronte aveva tratto un profondo respiro, scuotendosi, “No… non come l’altro…” mormorava, respingendo la contessa che la teneva stretta fra le braccia. “Son io, Maxette!.. son io…” e con un segno della mano, ella ingiungeva ad Ermanno di tenersi discosto. Dischiusi gli occhi, Massimiliana guardò un poco la donna; poi si sollevò, in un rapido ritorno della memoria, spingendo lo sguardo dinnanzi a sè. E come si vide sola con l’amica, afferrossi a lei, convulsamente. “Aiuto… soccorso…” supplicava, fremendo; “è troppo… è la morte…” – “Maxette!.. Maxette!..” ripeteva la contessa, subitamente comprendendo, impotente a sedarla, atterrita al vedere Ermanno avvicinarsi… “Diteglielo voi, di fuggirmi… voi che vedeste le mie lacrime… che sapete tutta la mia vergogna… Ah, Dio Signore… mio Dio Signore!..” La contessa tentava invano di farla tacere, di chiuderle la bocca in un abbraccio, vedendo già lo sguardo di Ermanno smarrirsi; ma l’altra continuava, tra le soffocazioni: “Bisogna dir tutto… Voi non sapete..! Vedere quell’uomo, l’uomo che ebbe questo miserabile corpo… parlare con lui, stringergli la mano!. Ed egli mi confidava l’anima… ed io tacevo!..” Girando la testa, in cerca d’aria, aveva allora visto Ermanno impetrato lì accanto; ed era sorta in piedi, come uno spettro, con una mano alla gola quasi per lacerarla, mettendo un strido che la contessa aveva soffocato.
Era ricaduta, esanime, con la bocca dischiusa. Come della gente si affacciava dall’altra estremità della serra, la contessa ingiunse brevemente ad Ermanno: “Vada via… per carità; si allontani… mandi qualcuno…”
Egli andava, vacillante, guardando dinnanzi a sè, con uno sguardo cieco, vitreo, stendendo una mano come per afferrarsi a un sostegno. “Qualcuno, una donna, laggiù… nella serra…” disse al secretario dell’albergo, che domandava, allarmato, che cosa fosse avvenuto e non otteneva risposta…
Il duca Gastone di Précourt si avanzava, tenendo a braccio una dama elegantissima, che frenava a stento degli scoppii di risa dietro il ventaglio, mentre il suo cavaliere le mormorava qualche cosa all’orecchio. Ermanno aveva indietreggiato, come per dar loro passaggio; ma lentamente, senza arrestarsi, fino in fondo, fino a dar della testa sul muro.

XV.

Quando Massimiliana di Charmory riacquistò nuovamente i sensi, si trovò nella sua camera, adagiata sopra il suo letto con a fianco la contessa che spiava inquieta il suo ritorno alla coscienza. Ella aveva il vago ricordo di esser stata trascinata, inerte, con la testa fatta come di piombo; e lo stesso peso ora le gravava sulla fronte, malgrado la sua acconciatura fosse stata disfatta e una pezzuola imbevuta d’acqua ghiaccia vi venisse adattata continuamente. “Maxette… come stai?…” chiedeva sommesso la signora di Verdara, ed ella rispondeva appena con un moto degli occhi. Nella camera, solo la donna di servizio aiutava l’amica in quelle cure; la scena era avvenuta così rapidamente e tanto lontano dal centro della festa, che nessuno, neppure la viscontessa appartata in un salottino con qualche altra signora sofferente, se n’era accorto. “Desideri qualche cosa?… Vuoi che chiami tua zia?…” Ritrovando le sue forze a quella minaccia: “No… no!…” rispose Massimiliana, sollevatasi un poco sul letto; “ecco, è passato…” E, abbracciando l’amica: “Grazie… grazie!… Vorrei soltanto, come un favore, restare un poco sola…” La contessa insisteva per tornare più tardi; ma l’altra ripeteva: “Grazie, non occorre… È finito; ora sto bene…” E sorrise.
Ella sospingeva cogli occhi l’amica che si allontanava, dopo aver detto qualche parola alla cameriera; e come vide l’uscio richiudersi sulle due donne e come il rumore dei loro passi si spense, nascose la faccia tra le mani con un grido rauco di terrore e di raccapriccio. Era finito! Tutto era finito! Una parola era bastata perchè la malia fosse rotta! Egli era lì, aveva tutto udito, era rimasto come fulminato!.. Ella si sentiva come precipitare da un’altezza incommensurata, con la testa in giù, senza speranza d’arresto. La parola che avrebbe dovuto dire fin dal primo momento, il sinistro secreto della sua vita, la sua eterna condanna era pronunziata… Quale oscura, implacabile fatalità!.. “Perchè?… perchè?…” mormorava ella, soffocando il suono della sua voce contro i guanciali, torcendosi le mani, e i conati di ribellione si ammortivano sotto il peso enorme di quella fatalità. Implacabile!… Eterna!… “Perchè?… perchè?…” e non v’era risposta all’angosciosa domanda, o ve n’era una sola: perchè gli uomini erano delle belve insaziate, perchè la vita era una cosa malvagia. Fuggirla: questo ella avrebbe dovuto, e la propria debolezza, la propria viltà non l’avevano consentito. Aveva durato in quell’orribile vita, fra quegli agi che quell’uomo aveva finito per pagare, comprando così il silenzio dell’altro che avrebbe dovuto farle da padre! Tutto era turpitudine intorno a lei; tutto era falso in lei, come quelle falsificazioni della casa che erano gli alberghi nei quali aveva dimora. Fra quelle miserie aveva durato, aspettando – che cosa? che il peso di quel destino ricadesse ancora su di un altro, che un poco di quel fango schizzasse addosso ad un altro, che il sentimento della sua sciagura s’inacerbisse e si complicasse d’un rimorso. Parlare prima, dir tutto(14) subito e poi andarsene, ascriversi tra le suore di carità: era quello che avrebbe dovuto fare e che non aveva fatto per ridursi a quel supplizio. “Perchè?.. perchè?..” Perchè lo amava! perchè lo aveva amato fin dal primo giorno, con forza sempre cresciuta! “Io l’amo!..io l’amo!..” gridava, nascondendosi ancora la faccia contro l’origliere; ed era la morte dell’ultima illusione, la coscienza della fine, che le dava quelle vertigini… Com’era lontano quel giorno!.. appena pochi mesi, nel tempo; ma che cammino aveva ella fatto!.. Accasciata su quel letto di dolore, intanto che, come una raffinata ironia arrivavano fino a lei i suoni giocondi del ballo, ella ricostruiva tutta la storia di quella lotta, dimenticava un poco in quella evocazione il cordoglio presente, cercava di giustificarsi innanzi a sè stessa. Si era ella tradita una sola volta, quando aveva sentita la sua passione crescere ed ingigantirsi? Ella non poteva amare, ella era al bando del consorzio umano, e tutto il suo studio era stato di stornare da sè l’attenzione degli uomini, l’attenzione di lui… Un giorno era venuto, giorno di gioia paurosa e d’angoscia ineffabile, in cui ella si era accorta di essere amata – e come intensamente e delicatamente!.. Ella lo aveva ben compreso; aveva letto come in un libro nella sua anima nobile e grande; aveva previsto, prima ancora che egli le avesse detto una sola parola, in qual modo l’avrebbe amata!… Ella era ben certa di dir tutto, un giorno, quando ne avrebbe avuta la forza; di dire l’oltraggio subito, e non finalmente una colpa commessa… Sì, un istante ella era arrivata a dimenticare la sua macchia; era questa la sua colpa, e come orribile e pronto giungeva il gastigo! Ah, quell’uomo a fianco di lui!… la sua mano in quella di Ermanno… un viscido serpe… “Strappatelo!… schiacciatelo!”
Macchinalmente, ella alzava un braccio, accennando, e ad un tratto l’uscio si schiudeva, e la viscontessa, pallida, ansimante, le si faceva vicina… “Come stai?… Non mi hanno detto nulla… Maxette!” Subitamente alzatasi, cominciando a disfare la sua toletta: “Non è niente, un capogiro…” rispondeva Massimiliana. “Ma perchè non mi hai fatta chiamare?.. vuoi che venga un dottore?..” insisteva l’altra, prendendole una mano. In quel momento, l’ammalata non era più lei, era la giovanetta: ella lo comprendeva al tremore della persona, allo splendore degli sguardi; ma l’altra replicava: “No, grazie… il riposo finirà di guarirmi…” e ritirava la sua mano!.. Non la voleva con sè! Non voleva dirle la causa del suo male che ella aveva presentita nelle mezza parole con cui la contessa l’aveva fatta accorrere! Respingeva il suo aiuto, ancora, sempre!.. E la povera donna si allontanava, piegando la testa; sull’uscio, arrestavasi un poco, come volendo tornare; ma lasciava la camera, disperando.
“Va!… va!…” diceva mentalmente Massimiliana seguendola con lo sguardo. La presenza di un essere umano le era insoffribile. Che cosa poteva per lei quella moribonda?… La cameriera che aveva aiutata la contessa, tornava a chiedere notizie da parte della Verdara; ella la rimandava via con uno “Sto bene… sto meglio…” Si era passato un abito di casa, abbandonandosi sopra una seggiola, insofferente dell’immobilità del letto. E mentre il suono d’un vivace ballabile veniva dal salone, intese una carrozza allontanarsi. Repentinamente, il sordo pensiero a cui tutti gli altri si erano fino a quel momento sovrapposti, prese forma precisa. Ermanno!.. Dov’era egli?.. Che cosa accadeva in lui?… Una rovina più spaventevole di quella che lei stessa mirava! Ella si era illusa, volontariamente, deliberatamente; ella sapeva che quella felicità presto o tardi sarebbe fuggita per sempre. Ma lui che non sospettava di nulla, lui che l’aveva creduta pura ed immacolata, unicamente degna dell’amor suo, di quell’amore timido, discreto, rispettoso, supplichevole… ah! di quell’adorazione infinita?…
S’era alzata, smaniando; era andata ad appoggiare la fronte ai vetri della finestra, guardando nel buio. Vi era dunque qualche cosa di più terribile del dolore, l’idea del dolore di cui si è causa?.. E il bisogno di rivederlo sorgeva adesso in lei, imperiosamente. Ella si diceva di non poterlo lasciare in quel modo, sotto l’impressione della brutale rivelazione: era necessario completarla, giustificarsi… No, non giustificarsi; ma parlargli, dirgli tutte le circostanze dell’orrore, non lasciarlo così… Percorreva ora la sua camera, da un capo all’altro; il rumore dei suoi passi si attutiva sul grosso tappeto. Di tratto in tratto ella si arrestava, mettendo innanzi le mani, come per respingere qualcuno. Imaginava di trovarsi sola con lui, lo vedeva stringersela fra le braccia, avvicinarle le labbra alla bocca, sentiva il fuoco del suo bacio… “No!.. non come l’altro!..” Ebbene, perchè?.. Perchè lo avrebbe ella respinto? Ne aveva il diritto? Ella avrebbe quasi voluto ch’egli la prendesse; sarebbe morta poi… Oh, era il delirio, era la pazzia!..
Il movimento delle carrozze cominciava ora dinnanzi all’albergo, la festa volgeva alla fine, e dei rumori cominciavano a venir dalla via; degli usci che si schiudevano, un canto di carrettiere, quell’araba melopea malinconica che la faceva quasi piangere… “Che notte!… che notte!…” La sua veste bianca era ancora buttata sul divano, il ramoscello di mughetti sfrondato per terra. Ella contemplava tutto con occhio arido e freddo… Era necessario rivederlo: questo pensiero le martellava nella testa, non la lasciava più, le dava la forza di reggersi… Non sperava nulla, non aspettava nulla, non sapeva che cosa sarebbe avvenuto di lei, di lui, ma una spiegazione era indispensabile: non poteva lasciare così!.. L’uomo che l’amava, lei!.. che le aveva detto di vivere della sua vita!… E un brivido la percorse da capo a piedi, mentre i capelli le si drizzavano sulla fronte: “Morto!… per me!…”
Dalla finestra rimasta aperta, la prima luce dell’alba cominciava a penetrare nella camera, una luce fredda e triste; i rumori per la via si facevano più frequenti. Massimiliana restò un momento a guardarvi, poi andò a schiudere il suo grande baule, ne cavò il mantello e tolse la toque di pelliccia dalla scatola di cartone. I suoi movimenti erano secchi, automatici. Aveva presa la sua risoluzione: bisognava cercar subito di Ermanno. Non sapeva dove si sarebbe diretta; doveva trovarlo. Se avesse conosciuto il suo indirizzo sarebbe andata direttamente a casa di lui. Non le importava quel che avrebbe potuto pensare: l’interessante era di vederlo, subito… Adattossi la toque senza guardarsi allo specchio, si avvolse nel suo mantello… In quel momento l’uscio a fianco si aperse e la viscontessa, con indosso un accappatoio bianco, bianca ella stessa come una morta, si avanzò verso di Massimiliana. “Tu esci… a quest’ora?…” Anch’ella non aveva chiuso occhio, in quella notte d’angoscia, porgendo ascolto ad ogni rumore che venisse dalla stanza vicina, con la febbre della paura. “Lasciami!… lasciami andare!…” diceva Massimiliana; e la debole donna l’aveva circondata con le sue povere braccia, cercando di trattenerla. “Maxette… in nome di Dio!… Non voglio che tu esca…” – “Lasciami andare! non aver paura…” – “No!… verrò io stessa, piuttosto… aspettami; il tempo di vestirmi…” ma le forze l’abbandonavano sempre più, la sua respirazione si faceva affannosa. “Va a letto… non aver paura!…” ripeteva Massimiliana, allacciandosi il suo mantello con le mani tremanti; “ho bisogno d’aria… il tempo di respirare l’aria fresca del mattino…” – “Maxette!… Maxette!…” insisteva la viscontessa, afferrandosi a lei, passandole una mano scottante sulla fronte agghiacciata. “Maxette… non andare!… non morire!…” Allora ella proruppe, svincolandosi: “Ma è lui che muore!… lui che sa tutto… la mia vergogna… e la vostra!…”
La viscontessa era caduta sul divano, con la testa sul petto, ansimante. “Perdono!…. Perdono!… hai ragione… è colpa anche mia… è stato mio padre… oh!…” Come un singhiozzo le aveva lacerata la gola, Massimiliana era caduta quasi in ginocchio dinnanzi a lei, brancicandola: “Sei tu che devi perdonarmi…. Povera donna! non ti accusare… Che colpa è la tua?.. Sono stata troppo vivace; perdonami…” Allora la viscontessa aveva rotto in pianto. Era un nodo che aveva nel petto, da anni: vederla soffrire in silenzio, senza poter far nulla… e mai un lamento… mai un rimprovero… come una martire… “Oh, Maxette!… povera, povera!…” – “Basta!.. tranquillati!..” interrompeva Massimiliana; “buon Dio, basta!.. Vedi: anch’io sono tranquilla… Ma lasciami andare… è giorno chiaro, c’è già il sole… Senti, bisogna ragionare… Andrò dalla contessa, le domanderò per favore di chiamarlo presso di lei; è necessario ch’io lo riveda, non fosse che per un minuto…” – “Lasciami venire con te…” – “È una pazzia… Se hai la febbre!… E poi, perchè?… Non farò nulla senza la contessa… No, no!… è già tardi…” E svincolatasi dalla nuova stretta, era uscita, rapidamente.
Pei corridoi dell’albergo, nelle scale, nessun segno di vita. Nel salone da ballo, le candele consunte, il suolo sparso di carte dorate, di banderuole, di tutti i minuti residui del cotillon. Massimiliana rabbrividì, passandovi dinnanzi dagli usci spalancati. Sul vestibolo, ella andò incontro al portiere che passeggiava di su e di giù, con le mani in tasca e la pipa in bocca. “Dove potrei trovare una carrozza?” Il vecchio aveva smesso di fumare, guardandola stupito. “In piazza del Teatro Massimo… Se vuole che vada io…” – “No, grazie…”
Ella traversò il Maria-Square, dirigendosi alla via Cavour. La sua risoluzione era presa: andare dalla contessa, invocare l’assistenza di lei: era stata a parte di tutto; lei sola poteva soccorrerla. Errò un poco per le strade ancora deserte senza incontrare una carrozza; trovatala, dette al cocchiere l’indirizzo della villa Verdara. Col moto, con l’aria fredda del mattino, l’incubo si dissipava; ella considerava con un poco più di fermezza la situazione; ma la necessità di rivedere Ermanno le pareva sempre più imperiosa. Giunta alla villa, vide il cancello spalancato, le finestre aperte, come se anche lì non si fosse dormito. “La contessa?…” chiese alla cameriera che venne ad aprirle. “È uscita, per venire da lei, sarà un quarto d’ora…” Ella restava ancora sulla soglia dell’uscio, interdetta da quel contrattempo quando sopravvenne Giulio di Verdara, col cappello in mano, in atto di uscire. “Lei?..” Egli le strinse la mano, con un’espressione di affettuoso interessamento. “Come sta?… Ho saputo che iersera non s’è sentita bene… Rosalia era giusto venuta da lei per sentire sue notizie…” Allora, ringraziatolo, rifiutando l’offerta ch’egli le aveva fatta di accompagnarla, era risalita in carrozza, dando ordine al cocchiere di portarla all’Hôtel des Palmes…
Una notte egualmente insonne ed angosciosa era stata anche quella passata dalla contessa di Verdara. Soccorsa Massimiliana, ella era discesa a cercare di Ermanno, con l’idea dello strazio a cui doveva essere in preda. Non l’aveva trovato, e la sua preoccupazione era cresciuta. Aveva allora pregato suo marito di far venire la carrozza, non fidandosi più di assistere a quella lugubre festa. Durante il tragitto dall’albergo a casa, facendosi forza, sentendosi salire al viso le fiamme del rimorso all’idea di parlare di Ermanno con l’uomo che un momento aveva pensato di offendere, gli aveva detto ogni cosa: quello che era successo fra i due giovani, l’aiuto che bisognava dar loro perchè potessero superare la terribile crise… “Sì, hai ragione…” aveva risposto Giulio di Verdara, non più in vena di tormentarla un poco, come una volta; comprendendo che ella era ormai fuori di causa e che il dramma correva in quel momento rapidamente alla fine. “Sì, hai ragione…” ripeteva, guardandola soltanto un poco, come ella gli rappresentava l’ambascia in cui Ermanno doveva esser caduto; e nel cuore della notte, egli era riuscito, cercando inutilmente del giovane all’Hôtel des Palmes e a casa sua.
Dinnanzi allo sguardo di Giulio, a quel solo segno con cui egli le diceva di averle letto nel cuore, dinnanzi alla grandezza d’animo di quell’uomo che era corso in cerca dell’amico, la contessa Rosalia era stata sul punto di trattenerlo, di gettarglisi ai piedi, di confessarsi a lui e di chiedergli perdono; solo i tristi presentimenti che occupavano il suo spirito l’avevano arrestata, dimostrandole che in quel momento urgeva pensare agli altri.
Appena giorno, raccomandato a Giulio di andare nuovamente in cerca di Ermanno, ella si era messa in carrozza, facendosi portare all’albergo. Nulla, a quell’ora, le parlava più per lei: una pietà prepotente solo la vinceva per Ermanno, per Massimiliana, per tutti coloro che espiavano una colpa non propria. Era tutta un’esperienza che ella aveva fatta, ad insaputa di ognuno: gl’impeti della passione, i morsi della gelosia, i rimorsi dell’errore, le amarezze del disinganno, sentimenti buoni e malvagi, tenerezze e rancori: ella aveva tutto provato senza che nessuno ne avesse avuto un sospetto. Usciva dalla prova con una grande tristezza, ma guarita interamente. Per l’efficacia del contrasto, apprezzava ora come non aveva mai fatto, tutto il valore della sua tranquillità di spirito, del suo equilibrio interiore, della salute morale. Sarebbe ella stata a tempo di ridarla a quegli altri?…
La sua carrozza s’era arrestata dinanzi all’albergo; il portiere, avvicinandosi allo sportello, col berretto in mano, le rispondeva che la signorina di Charmory era uscita un poco prima. Allora, le sue paure erano cresciute. Dove poteva essere andata? che cosa pensava di fare?… Se una risoluzione funesta?… Scesa rapidamente dal legno, era salita dalla viscontessa: l’aveva trovata nella stanza di Massimiliana, raggomitolata sopra una poltrona, tremante di freddo. “È venuta da lei…” le diceva la moribonda, “per l’amor di Dio, corra a trovarla, a salvarla…”
Più turbata di prima, la contessa era ridiscesa, e nel vestibolo aveva scorta la signorina di Charmory. “Maxette!…” Massimiliana l’aveva presa per una mano, interrogandola, prima che con la parola, con lo sguardo: “Che cosa succede?…” – “Nulla… volevo vederti…” E l’ansia di ciascuna raddoppiandosi(15) dinnanzi a quella dell’altra, il loro pensiero si era incontrato nell’unico oggetto che l’occupava: Ermanno… “Bisogna che mi conduciate da lui!…” chiese risolutamente la fanciulla. “Maxette mia… è impossibile…” – “È necessario. Se non volete accompagnarmi, andrò sola…” E fece per allontanarsi. Allora la contessa la trattenne: “Aspetta… vieni con me…”
Ella dette al cocchiere l’indirizzo di Ermanno. Poichè suo marito doveva essere a quell’ora presso l’amico, ella lo avrebbe fatto chiamare. La carrozza correva rapidamente, intanto che le due donne si tenevano per mano, in silenzio. Allo svoltare da piazza dei Marmi nel corso Alberto Amedeo, la contessa mise il capo allo sportello: un assembramento sbarrava la via. Ad un tratto, Massimiliana sentì tremare la mano che teneva nella sua, vide la contessa ricacciarsi indietro. “Che è?…” E come anch’ella sporse il capo, vincendo la resistenza dell’amica, gettò un grido lacerante.
Il portone era socchiuso, due guardie vi stazionavano dinnanzi, trattenendo la folla. La carrozza s’era arrestata di botto, e Giulio di Verdara aveva aperto lo sportello, dando il passo alla signorina di Charmory. La folla si ritraeva, silenziosa. Rosalia, afferrata una mano del marito, la strinse con una domanda negli occhi. “Respira ancora,” disse questi, ricambiando la sua stretta; “vieni ad aiutarmi…”
Ermanno Raeli, pallido ma sereno in viso, stava disteso sul suo letto, nell’abito nero della sera innanzi. Una coperta era stata tirata fino a mezzo il petto per nascondere le chiazze di sangue, lasciando fuori il braccio destro. Massimiliana di Charmory, sulla soglia della camera, era caduta riversa, senza un grido, senza una parola, nelle braccia della contessa di Verdara e di suo marito.

Autunno del 1887

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Federico De Roberto – La volontà

In verità questo secolo, se non fosse il secolo della scienza, sarebbe quello della critica. L’occupazione prediletta, non solamente dalla folla incapace di far altro, ma anche dalle persone illuminate, è quella di criticare uomini e cose. Certo il fenomeno si spiega con la grande facilità della critica paragonatamente alla difficoltà della creazione; ma poichè esso, quantunque antichissimo, pure si è tanto aggravato ai nostri giorni, conviene vedere se non c’è un’altra ragione, presente, attuale, che spieghi la recrudescenza.
La ragione c’è ed è grave, e consiste nell’infiacchimento delle volontà. La timidezza della quale abbiamo ragionato ne è un semplice caso.

I.

I libri sacri dicono che l’uomo fu condannato, per non aver osservato la legge divina, a guadagnarsi il pane col sudore della fronte. Sarà forse per il fallo antico; ma quello di guadagnarsi il pane, come ogni altro lavoro, attento, paziente, continuato, fu ed è tuttavia considerato, da tutti quanti gli uomini, come una pena. Dai selvaggi ai fanciulli, che sono i selvaggi delle società civili, mettersi a fare qualche cosa che richieda attenzione e perseveranza, è difficile e repugnante. Ciò accade anche agli uomini ragionevoli. Il più gran numero delle persone che finiscono gli studî conseguendo una laurea o un diploma, spendono nel rimanente della loro vita la scienza acquistata in gioventù, giudicandola sufficiente, rinunziando ad accrescerla. I più forti lavoratori, quelli cui più sorride il premio delle fatiche scientifiche, letterarie o artistiche, conoscono quell’istinto d’inerzia, quel senso di fastidio, d’anticipata stanchezza e di sfiducia che bisogna ordinariamente superare prima di mettersi all’opera.
Questa universale indolenza non impedisce gli scatti dell’energia. Se di tanto in tanto gli uomini non fossero capaci di risoluzioni e d’azioni, perirebbero certo in poco tempo tutti quanti. Quando gli istinti gridano, quando i bisogni urlano, la volontà opera; ma, ottenuto l’appagamento necessario, lo sforzo cessa, e il dolce far niente torna ad essere lo stato prediletto. L’uomo è tanto superiore al bruto, possiede tante facoltà alte e nobili che sono la sua forza e il suo orgoglio; pure, nella maggior parte dei casi, la sua attività tende a manifestarsi come quella degli animali, a scatti, volta per volta, secondo che la necessità del momento richiede. Lo sforzo è penoso; senza immediato bisogno non si affronta. Il bisogno, la necessità, che sono per conto loro altrettante pene, lo fanno accettare come il solo mezzo adatto ad acquetarle; durante lo stato penoso determinato dal bisogno, la pena dello sforzo passa inavvertita, assorbita dalla pena maggiore. Le facoltà intellettuali, che sono privilegio degli uomini, dovrebbero, facendo antivedere i futuri bisogni, dandoci coscienza delle molte e continue difficoltà, persuaderci della convenienza dello sforzo continuato, dell’energia costantemente sostenuta, dell’attenzione sempre vigile; ma queste cose repugnano. Se gli uomini ne fossero capaci, se ne fossero capaci tutti, chi può dire che cosa sarebbero la scienza e la civiltà?
Uno psicologo francese, Giulio Payot, facendo queste osservazioni nell’Educazione della volontà, crede, col Ribot, che i primi sforzi di attenzione volontaria furono dovuti alle donne delle tribù selvagge, costrette, per evitare le bastonate, a un lavoro regolare, mentre i loro uomini si riposavano beatamente. Questo giudizio, fra parentesi, potrebbe far credere che l’autore sia femminista; ma, se egli trova la capacità riflessiva nelle donne selvagge, dice pure che le nostre donne sono altrettante marionette – «marionette artificiosamente composte, e coscienti senza dubbio, ma col principio di tutti i loro movimenti nella regione dei desiderî involontarî e delle suggestioni esteriori»; e che si ha un bell’impartir loro gli alti insegnamenti: «esse non arrivano alla solida cultura. Possono mandare a memoria una quantità di cose; ma non aspettate da loro nessuno sforzo d’immaginazione creatrice. Difficilmente si ottiene che esse abbiano una personalità; e il Manuel, da lunghi anni presidente della Giuria d’aggregazione delle signorine, lo accerta in molti dei suoi rapporti annuali».
Ma lasciamo stare il femminismo, del quale abbiamo già tenuto troppo lungo discorso, e torniamo alla volontà. Il Payot dà un buon esempio storico dell’indolenza abituale e degli impeti momentanei di tutto un popolo. «Gli Arabi», dice, «hanno conquistato un vasto impero. Essi non lo hanno conservato perchè è loro mancata la costanza degli sforzi con la quale si ordina l’amministrazione di un paese, si fondano le scuole, si creano le industrie». Un esempio più semplice, ma più vicino a noi, è quello offerto dal novanta per cento degli studenti, che tutti gli anni, d’estate, insaccano scienza per passar l’esame, e che, ottenuta la promozione, tornano all’ozio consueto. Un certo numero di essi studenti stanno di mezzo tra gli oziosi e i diligenti: il Payot li dice intenti ad un «lavoro ozioso:». Sono quelli la cui attività manca di direzione; «poichè l’energia della volontà si rivela non tanto negli sforzi molteplici, quanto con l’orientazione verso un medesimo fine di tutte le potenze dello spirito. Ecco qua un tipo di ozioso molto frequente: è un giovane vivace, gaio, energico. Resta di rado senza far nulla. Durante il giorno ha letto qualche trattato di geologia, un articolo di Brunetière su Racine, sfogliato alcuni giornali, riletto qualche nota, abbozzato uno schema di dissertazione, tradotto alcune pagine d’inglese. Non un solo istante egli è rimasto inattivo. I suoi compagni lo ammirano per la potenza del lavoro e la varietà delle occupazioni. Per lo psicologo, c’è in questa molteplicità di lavori soltanto l’indizio d’una attenzione spontanea abbastanza ricca, ma non ancora divenuta attenzione volontaria. Cotesta pretesa potenza di lavoro svariato non rivela se non una gran debolezza di volontà».
Fermiamoci qui un momento. Il Payot se la piglia legittimamente contro questo tipo di studente che chiama sparpagliato; ma non pensa che la colpa non è tutta imputabile all’infelice. L’attività dello studente si sparpaglia perchè egli non è capace di concepire e di porre in esecuzione un piano di studî; ma a produrre quest’effetto non ha anche contribuito l’eterogenea molteplicità delle cose che gli hanno dato da studiare? Il Payot parla della geologia, della letteratura e della lingua inglese; ma bisogna mettere nel conto la fisica e la geografia, la chimica e la storia, la filosofia e la botanica, il latino e la zoologia, la statistica e il greco. Diremo noi, come il Payot inclina a credere, che la colpa sia di chi ha compilato i programmi degli studî? La riforma dei programmi eviterà mai questo prodigioso cumulo di discipline? Non dipende esso dal prodigioso accumularsi del sapere umano? E che diremmo di programmi i quali trascurassero la diffusione14 di parte del sapere? Ecco qua: mentre scrivo, Errico Panzacchi pubblica un articolo, che è molto lodato, per dimostrare la necessità d’impartir nelle scuole l’insegnamento della storia dell’arte, e Ugo Ojetti lo approva, notando come un caso scandaloso che uno studente di lettere ignorasse dove è posta e da chi scolpita la statua di San Giorgio. Non è veramente scandaloso? Non bisogna istituire il nuovo insegnamento? La storia dell’arte, necessaria agli artisti, non è utilissima a ognuno? E, con la storia dell’arte, non vi sono tante altre cose non meno utili e necessarie a sapersi? Tutte le volte che il patrimonio intellettuale si accresce, – e questo fatto accade tutti i giorni, – non è naturale che le nuove nozioni siano partecipate agli studiosi, a tutti gli studiosi? E il patrimonio intellettuale non è di tanto cresciuto, che abbiamo visto la necessità di creare nuove scienze, di conferire la dignità di discipline indipendenti ai rami delle antiche discipline? Non abbiamo creato la psicologia, la statistica, la fisiologia, la sociologia, la biologia, la chimica organica, l’antropologia, la psichiatria, e via discorrendo? Se i cervelli non ci resistono, se le attenzioni più deboli si sparpagliano, la colpa non è tutta loro; la colpa è anche del tempo troppo sapiente, della civiltà troppo progredita in mezzo alla quale sono nati. L’avvocato, il medico, il professore hanno una biasimevole tendenza a vivere della scienza acquistata bene o male durante gli studî; ma, se anche essi volessero, potrebbero seguire tutto quanto il movimento delle loro discipline? Non avrebbero, in verità, neppure il tempo di sfogliare quel che si stampa. Il progresso della scienza è dovuto agli specialisti, a quelli che scelgono un capitolo, un paragrafo, un comma del gran libro dello scibile, e che dimenticano interamente il resto. Dall’altra parte stanno i volgarizzatori enciclopedici, quelli che sanno di tutto un poco e niente a fondo. Noi parlavamo, iniziando questi nostri ragionamenti sopra alcuni caratteri del tempo presente, della rarità delle opere di lunga lena, organiche, metodiche. Guardiamoci intorno: quali sono le pubblicazioni più copiose? Sono le memorie e i giornali. La memoria, che in poche pagine presenta il frutto di anni e anni di ricerche sopra un punto particolarissimo della scienza; il giornale, che sfiora la sociologia, la statistica, l’etnografia, la psicologia, la storia, la letteratura, la biologia, tutte quante le scienze. Il Payot nota bensì il danno prodotto dal giornale; ma non pensa che il giornale prospera appunto perchè soddisfa un bisogno della nostra società; e il bisogno di tutti quanti noi è quello di far presto; ai nostri giorni si corre, bisogna correre, sui tranvai, sulle ferrovie, sui piroscafi o sulle biciclette; bisogna volare col pensiero sui fili elettrici e sulle colonne del giornale. Presto e bene raro avviene, dice il motto; e la mediocrità è naturale conseguenza della fretta. Il trionfo delle velleità sulle volontà, l’esaurimento delle energie ne è un’altra.

II.

E il Payot non tiene conto di un’altra fatalità del nostro tempo, dalla quale anche dipende l’abulia, l’incapacità di volere e di agire. Questa fatalità è il trionfo dell’analisi.
La psicologia dimostra che un atto concepito è un atto cominciato, che fra l’idea dell’atto e l’atto stesso non c’è differenza essenziale. Dobbiamo concluderne che pensiero ed azione sono tutt’uno? In fisica abbiamo un certo numero di forze: la luce, il calore, l’elettricità. Uno studio attento ha portato ad affermare che esse non sono tanto diverse quanto sembrano, che anzi l’una si può mutare nell’altra, e che insomma la forza è unica e varie ne sono soltanto le manifestazioni. Ma che cosa importa questa nozione? Perchè l’elettricità è o può essere calore, diremo noi ad un assiderato di prendere in mano i fili di una corrente elettrica per riscaldarsi? Perchè il calore è luce, consiglieremo a chi non ha candele di mettersi a scrivere dinanzi alla bocca di un forno? Nel mondo delle forze vi sarà unità fondamentale; ma le manifestazioni dell’unica forza sono tanto diverse come se dipendessero da forze realmente diverse. Così nel mondo della materia. Abbiamo in chimica una quantità di sostanze che si possono considerare come risultanti dal diverso aggruppamento molecolare di una sostanza unica, elementare, primordiale; ma il fiele ed il miele, l’acqua e la pietra saranno perciò la stessa cosa?
Altrettanto dicasi del mondo morale. Vedemmo già che la riflessione dalla quale dipende la scienza, e l’ispirazione dalla quale nasce l’arte, sono in fondo tutt’uno: ma vedemmo pure che arte e scienza, non che confondersi, si sono sempre più distinte. L’energia vitale è una sola: non si può agire senza pensare, non si può pensare senza agire; ma ciò non vieta che questi due modi dell’attività umana si distinguano sino ad opporsi e ad escludersi. Chi si butta a capo fitto in una pugna, e dà e riceve colpi mortali, non può risolvere casi di coscienza. Archimede che medita sopra un problema, non solo non fugge all’avvicinarsi del nemico, ma non lo sente neppure avvicinarsi. Ora l’abito di riflettere continuamente, assiduamente, troppo, impedisce, od ostacola la capacità di risolversi, di agire; viceversa l’azione incessante diffusa, febbrile, non è compatibile con la meditazione. Per crederle compatibili, il Maeterlinck ha dovuto dire che agire è «aspettare, tacere e [**Nell’originale “e e”] raccogliersi». Appunto uno dei caratteri del nostro secolo, di questo tempo progredito, sapiente, cosciente, troppo cosciente, è la preminenza del raccoglimento, dell’analisi di coscienza, dell’esame interiore, del pensiero speculativo. Quella stessa moltitudine di cognizioni che disvoglia tanti dallo studio per la sua troppa varietà, invoglia altri allo studio; e che altro è lo studio se non riflessione ed analisi? E gli uomini di studio non sono, per l’esperienza che ogni giorno ne vediamo, tutto il contrario degli uomini d’azione? L’infiacchimento della volontà operosa, fattiva, non è soltanto effetto del pensiero riflessivo; ma anche causa. Noi non operiamo molto perchè pensiamo troppo; e pensiamo troppo perchè operiamo poco. I due fenomeni sono ad un tempo causa ed effetto l’uno dell’altro. La guerra contro i simili e contro la natura è la dura legge dei popoli selvaggi: essi non hanno dimora stabile, errano di luogo in luogo come un gregge, si riparano, combattono, agiscono; non pensano, o pensano quel tanto che bisogna per agire. Le società civili, che non emigrano più, che non si dilaniano più – o quasi – che sono assicurate quanto è possibile dai nemici naturali, studiano, meditano, pensano. Cercate un Amiel tra gli Unni: sarà alquanto difficile trovarlo; viceversa gli Attila sono – almeno per ora – scomparsi. Noi non abbiamo grandi cose da fare, perciò pensiamo; e quanto più pensiamo, tanto meno capaci diventiamo di operare.
Il Payot, mettendo come condizione della volontà operosa la riflessione meditativa, nega che tra le due vi sia antinomia. Egli dice che il concetto dell’incompatibilità dipende da una confusione. Azione e riflessione sono incompatibili, spiega, se si confondono gli agitati con gli uomini d’azione veramente degni del nome. «L’agitato è il contrario dell’uomo d’azione. L’agitato ha bisogno d’agire: la sua attività si manifesta con l’azione frequente, incoerente, fatta giorno per giorno. Ma siccome nella vita, in politica, etc., si riesce soltanto per mezzo della continuità dello sforzo in una stessa direzione, quest’agitazione sussurrona fa molto rumore, ma poco o punto profitto. L’attività orientata, sicura di sè stessa, implica la meditazione profonda. E tutti i grandi attivi, come Errico IV e Napoleone, hanno, prima d’agire, lungamente riflettuto». Alle quali osservazioni si risponde che la distinzione fra agitazione e attività è giusta, ma non prova nulla, o ben poco. Certo: fra il pensiero profondo e l’agitazione scomposta e pazzesca c’è opposizione evidente; ma ciò non vuol dire che tra riflessione indefessa e attività fruttuosa vi sia identità. In alcuni grandi uomini, molto rari, che sono per ciò oggetto di tanta ammirazione, pensiero ed azione possono darsi la mano; ma, se è vero che essi sono eccezioni, non bisogna addurli come prova della regola. Il gas dà luce e calore insieme, ma ciò non vuol dire che non vi siano calori oscuri e luci fredde. E poi, se la grandezza dell’azione implica la grandezza del pensiero, la reciproca non è altrettanto vera. Per fare grandi o anche piccole cose, bisogna certo aver pensato poco o molto; ma si può pensare moltissimo senza far quasi nulla. E questo è appunto il pericolo, anzi l’inconveniente lamentato. Suggerire di meditare per agire è inutile, se non dannoso. Non il pensiero ci fa difetto; al contrario: noi pensiamo troppo. A chi affoga non pare che sia da offrire un bicchier d’acqua.
È vero che il Payot consiglia la riflessione meditativa come mezzo di affrancarsi dai pregiudizî, di confutare i luoghi comuni del pensiero volgare, pigro e fiacco, di eccitare nell’animo gagliardi impulsi e vivaci repulsioni. Non è possibile, in questo senso, negare l’efficacia dell’abito riflessivo. I cretini e gli apati non riescono a far niente. La grandezza del pensiero interiore è condizione delle grandi cose, dei grandi fatti; ma il pensiero può esaurirsi sterilmente, inutilmente; e l’abuso è da evitare.
Altro punto della quistione. L’energia della volontà non è possibile in un corpo debole: l’educazione dev’essere dunque non soltanto intellettuale e morale, ma anche fisica. E questa cosa è certa. Certa cosa è pure, come nota il Payot, che non bisogna confondere la salute con la forza muscolare, e che gli esercizî violenti in onore presso gl’Inglesi e gli Americani sono tanto criticabili quanto lodevoli i razionali esercizî ginnastici ai quali si dà la gioventù svedese. «Le grandi vittorie umane non si guadagnano più in nessun luogo coi muscoli, bensì con le scoperte, con i grandi sentimenti, con le idee feconde: e noi daremmo i muscoli di cinquecento lavoratori della terra, più quelli totalmente inutili di tutti gli uomini sportivi, per la poderosa intelligenza di un Pasteur, di un Ampère o di un Malebranche». Ma la quistione è appunto questa: che il numero dei pensatori, o più semplicemente degli individui pensanti, tende sempre a crescere; e se i Pasteur, gli Ampère, i Malebranche sono rari, numerosissimi sono invece gl’infelici che pagano col nervosismo, con la neurastenia, con la rovina della salute, l’abuso delle facoltà intellettuali. «È cosa evidentissima», dice il Payot, «che l’ufficio della forza muscolare diminuisce di giorno in giorno, poichè l’intelligenza la sostituisce con le forze incomparabilmente più potenti delle macchine; e da un’altra parte la sorte degli uomini dotati di muscoli possenti è di essere assimilati sempre più alle macchine…». Ma, se l’ufficio della forza muscolare diminuisce di giorno in giorno, diminuisce per conseguenza la stessa forza: un organo non adoperato s’indebolisce, una forza non esercitata si perde. E questo è il danno del quale siamo spettatori: nelle vene della classe pensante e dirigente scorre un sangue pallido; i suoi muscoli sono flaccidi, i suoi nervi troppo impressionabili. Non è sempre vero, come afferma il Payot, che «la debolezza corporea va accompagnata con la fiacchezza della volontà, con la brevità e il languore dell’attenzione». Se ci fosse bisogno di addurre esempî per dimostrare come una mente altissima, un’intelligenza sovrumana, un’anima miracolosa possano sussistere in un corpo stremato ed agonizzante, basterebbero gli esempî del Leopardi e dello Spinoza. La sensibilità, l’immaginazione, tutte le facoltà che dipendono dal sistema nervoso, sono grandi, squisite, straordinarie, a costo troppo spesso del sistema nervoso, del suo equilibrio, della sua salute. Questo fatto dà appunto ragione della teoria lombrosiana sulla nevrosi del genio. Vedete: ciò che si chiede è una generazione capace di volere, di volere fortemente, indefessamente; orbene: Vittorio Alfieri, per aver voluto in questo modo, è stato ascritto, forse non senza ragione, tra i psicopatici.
Ma, lasciando stare i genî e la psicopatia, guardando la media umanità, noi vediamo che l’abuso delle facoltà mentali corrisponde alla depressione della volontà e allo squilibrio nervoso. Dallo scoppio dell’epidemia romantica sino ai nostri giorni il danno è andato crescendo. Esso è fatale, è lo scotto che bisogna rassegnarsi a pagare.

III.

La qual cosa non vuol dire che i tentativi per ottenere qualche temperamento siano biasimevoli. Il Payot avverte accortamente che un grande ostacolo all’impresa dell’educazione della volontà è nelle teorie del determinismo e del libero arbitrio. Esse sono diametralmente opposte, ma fanno male egualmente. I deterministi, sostenendo che l’uomo non è capace di fare ciò che vuole, o meglio che egli vuole ciò che deve volere, che la sua libertà è illusoria, che tutti i suoi atti e tutti i suoi pensieri sono rigorosamente prescritti, alimentano la sfiducia generale, una sfiducia fatale. Bisogna negare questo determinismo per poter attendere ad affrancare, a liberare la volontà. Così noi abbiamo veduto che Sully Prudhomme, determinista, finisce con l’essere fatalista; mentre il Maeterlinck espressamente afferma che «il carattere è ciò che più facilmente si modifica in un uomo di buona volontà». Ma se l’opera della padronanza di noi stessi ha fondamento sul concetto del libero arbitrio, questo può riuscirle, e le riesce infatti pericolosissimo, facendola credere troppo facile, semplice e naturale. «Alla formula del Fouillée», dice il Payot «secondo la quale l’idea della nostra libertà ci fa liberi, il Marion oppone precisamente questa affermazione più praticamente vera ed utile: che, stimandoci liberi, noi omettiamo di assicurarci di quale e quanta libertà possiamo godere… La libertà morale, come quella politica, come tutto ciò che ha qualche valore in questo mondo, dev’essere conquistata lottando, e continuamente difesa. Essa è la ricompensa dei forti, degli abili, dei perseveranti. Nessuno è libero se non merita di esser libero. La libertà non è né un diritto, né un fatto; è una ricompensa, la ricompensa più alta, la più feconda di felicità…».
Abbiamo detto nel precedente capitolo come il Dugas consigli di combattere il vizio dei timidi; la conquista della libertà morale, l’educazione della volontà è un’impresa molto simile e per certi rispetti quasi identica. Questa è la ragione per la quale il Payot consiglia lo stesso metodo del Dugas a coloro che egli chiama abulici, e che noi diremo svogliati, nolenti. Come quel timido che ricorreva alla cocaina per dar fermezza al proprio sguardo, chi vuol vincere il torpore fisico o intellettuale, o domare le eccitazioni dei sensi, può adoperare qualche farmaco; ma su questi mezzi fisiologici il Payot riconosce che non vale la pena di fermarsi. Egli si ferma sui mezzi morali, e ricorre, come il Dugas, all’autorità del Pascal, non che di Ignazio di Loiola, i quali raccomandano gli atti esteriori della fede come espedienti molto adatti a far nascere nell’animo il sentimento corrispondente. Tuttavia a questo processo il Payot non attribuisce un’efficacia unica e illimitata. Noi non possiamo qui seguirlo in tutta l’esposizione dei mezzi diretti a compiere l’affrancazione della volontà. Egli comincia col dimostrare la qualità sentimentale della facoltà volitiva, quindi afferma la necessità di coltivare gli stati affettivi; enumera poi i benefici effetti dell’attenzione e dell’azione che, con l’aiuto del tempo, diventa consuetudine; non che gli effetti funesti delle illusioni, dei sofismi. Abilmente espone tutte le difficoltà che si oppongono all’educazione della volontà, ma spiega come si possano vincere, e come le nostre stesse disfatte non siano inutili, poichè ci scottano, ci ammaestrano e ci preparano ad ulteriori trionfi. Le sue dimostrazioni, se anche non fossero feconde di pratici risultati, sono almeno confortatrici; se non ci dànno la possibilità di affrancarci, ce ne dànno l’illusione e la speranza. E in questo nostro tempo di colore oscuro, pieno di gemebondi predicatori della sciagura universale e irreparabile, di cogitabondi solutori di problemi insolubili, di critici dilettanti ed impotenti, non è piccola cosa.

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Federico De Roberto – La Timidezza

Quando si studiano i sinonimi, i primi e quasi direi classici esempî che i maestri ne dànno sono coraggio e temerità, timidezza e paura. Fra questi moti dell’animo passano differenze che ciascuno di noi sa valutare, per averle direttamente provate, dentro di sè. Fanciulli, se non potevamo entrare di notte in una stanza buia, eravamo paurosi; se invece, sapendo benissimo la nostra lezione, la presenza del signor ispettore, in iscuola, ci imbarazzava, eravamo timidi. Con gli anni, se la paura cessa – o per meglio dire cambia d’oggetto; perchè i più bravi ne conoscono, dinanzi a certi spettacoli o a certe idee, i freddi sudori – la timidità inceppa troppe volte chi sembra più sicuro di sè.
Questa incapacità di vivere merita di essere studiata, perchè è uno dei caratteri del nostro tempo. Il «male del secolo», la malinconia romantica il pessimismo filosofico ne sono altrettante manifestazioni. Pare che la volontà, l’energia operosa e la stessa attività vitale vadano di giorno in giorno scemando. A vantaggio del pensiero? Può darsi. A scapito della salute fisica e morale senza dubbio.

I.

Il pensiero contemporaneo ha, come abbiamo visto, andamenti scientifici. L’invasione della scienza nel campo che ora esaminiamo si è manifestata con la riduzione di tutti quanti i fatti morali ad altrettanti casi clinici. Il genio non è sano, paga con incapacità, disequilibri e infermità la sua forza; ma ogni sentimento forte, ogni vivace passione dei genî e dei non genî sono considerati come patologici. Veramente il fatto, riguardo alle passioni, non è del tutto nuovo, visto che passione viene appunto da patire; ma oggi noi tutti abbiamo una tendenza ad aggravare la cosa.
Dell’amor proprio e dell’ambizione diciamo che sono megalomania; la cautezza è abulia o follia del dubbio; chi opera risolutamente è invece impulsivo. La vaghezza del nuovo è neofilismo, la predilezione13 dell’antico è misoneismo o archeofilismo. Ogni tanto accade, non solo ai profani, ma anche agli studiosi, di imbattersi in una parola nuova che occorre interpretare con l’aiuto del greco. E siccome il vocabolario greco è molto ricco, e le combinazioni di parole sono infinite, così noi potremo dare nomi ellenicamente scientifici a tutti quanti i sentimenti e le cose. Già in una fabbrica milanese la cioccolatta è diventata teobroma.
Il Dugas, che ha preso a studiare la timidezza, non propone un nome scientifico per essa; ma la considera come una vera malattia, come un vero disordine delle diverse facoltà psichiche: della volontà, dell’intelligenza e dei sentimenti. Come disordine della volontà, soggiunge, la timidezza si può chiamare più propriamente goffaggine, ed è una specie di paralisi o scompiglio dei movimenti, per cui noi restiamo inerti o siamo incapaci di atteggiarci e di muoverci bene. Come disordine dello spirito, la timidezza si può chiamare attonitaggine o assenza: essa si rivela con l’impossibilità di seguire i ragionamenti altrui, o con l’incapacità di ordinare i nostri; sarebbe, in altre parole, ii contrario della presenza di spirito. Finalmente, come disordine affettivo, la timidezza si può chiamare stupore, e consiste nella perdita o nella confusione dei sentimenti. «Mi sembra», dice l’Amiel, che conobbe troppo bene questa particolare varietà, «mi sembra di esser divenuto una statua sulle rive del fiume del tempo. Mi sento anonimo, impersonale; ho l’occhio fiso come un morto, lo spirito perplesso e universale come il nulla o l’assoluto; sono in sospeso, sono come se non fossi…» E il male è che tutti e tre questi stati dell’animo sono coscienti. Esser goffo o attonito senza saperlo non è esser timido; timido è chi sa di dover essere, in certe occasioni, attonito e goffo.
Il Dugas, se ammette che il male dipende quasi sempre da speciali condizioni organiche, riconosce pure che è determinato da cause esteriori; non lo considera soltanto da scienziato, ma anche da filosofo, da moralista. L’origine morale del consorzio sociale, egli dice, è la simpatia, intesa in senso largo, cioè come corrente nervosa che si propaga da un individuo all’altro e fa che ciascuno di noi tenda ad uniformarsi istintivamente a coloro tra i quali vive, a imitare i loro atti, a condividere le loro idee, a partecipare ai loro sentimenti. Il timido-nato è incapace assolutamente di questo adattamento; i timidi, che chiameremo intermittenti, o d’occasione, sono tali quando si trovano in presenza di gente nuova, di persone con le quali non hanno dimestichezza, o dalle quali, per una ragione o l’altra, repugnano. Mettete un uomo cordiale insieme con un individuo chiuso e freddo: sarà subito intimidito; intimidito sarà un uomo di spirito dinanzi ad uno stupido. In tutti questi casi la timidità dipende da vera e propria antipatia, dall’impossibilità della simpatia. E, a guardarla per il sottile, bisognerebbe dire che antipatia e timidezza sono universali e fatali. Se noi siamo veramente inaccessibili gli uni agli altri; se, come aveva già detto il Taine, «nessuna creatura umana è mai compresa da nessuna creatura umana», la simpatia, e perciò l’adattamento, riescono impossibili. Ma le cose non vanno fortunatamente così: nella maggior parte del casi antipatia e simpatia operano insieme; mentre una corrente respinge, un’altra corrente di egual forza attrae: più che dal soppravvento dell’antipatia, come vuole il Dugas, la timidezza nasce appunto da questo contrasto.
Avvicinate un uomo comune, mediocre, ad un genio: osserverete subito nel primo confusione ed impaccio; ma possiamo dire che dipendano soltanto dall’antipatia? Certo, quando l’uomo comune pensa alla sua mediocrità, alla distanza che lo separa dalle vette del genio, si sente tanto umiliato da provare avversione; ma egli prova pure, nello stesso tempo, ammirazione per la magnificenza del genio e gratitudine per le commozioni ineffabili che questo gli ha procurate; e l’ammirazione e la gratitudine che tendono ad esprimersi sono forme di simpatia grande e vivace: la timidezza dura quanto il contrasto.
Il Dugas avrebbe potuto scrivere un bel paragrafo intorno alla timidezza sessuale. Fra uomini e donne, con l’istinto e col bisogno della simpatia e dell’accordo, vi sono differenze organiche, intellettuali e morali che producono, in un grado più o meno forte, e per un tempo più o meno lungo, freddezza ed ostilità; anche qui la timidità nasce dal dissidio.

II.

Molto acute sono le osservazioni dell’autore intorno al sentimento di vergogna che accompagna la timidità: i timidi si guardano dalla gente dalla quale temono di essere scoperti; ma se la pigliano anche con loro stessi, per l’incapacità di fare come gli altri. «La timidezza», ha detto Benjamin Constant, «ricaccia nel nostro cuore le impressioni più profonde, snatura sulla nostra bocca tutto ciò che tentiamo di dire e ci consente di esprimerci soltanto con parole ambigue, o con un’ironia più o meno amara, come se noi volessimo vendicarci sui nostri sentimenti del dolore di non poterli manifestare». Ma se la timidezza è spesso una falsa vergogna, essa è anche una specie di pudore. Dinanzi a certi spettacoli che li commuovono sino alle intime fibre, i timidi restano muti; quantunque sappiano che i loro sentimenti, se li significassero, sarebbero approvati e lodati, essi tacciono per discrezione, per rispetto di sè stessi, per non scemare e disperdere i sentimenti loro, comunicandoli. Un poco d’egoismo non si trova in fondo a questo stato d’animo che il Dugas approva?
Un appunto che non si può tralasciare di fargli è il seguente: assegnando come causa della timidezza una sensibilità eccessiva, egli dimentica di notarne un’altra, che è la smodata immaginazione. Se i timidi sono impressionabilissimi, se non credono di essere indifferenti a nessuno, se dovunque vedono testimonî intenti a spiare e a giudicare i loro atti e i loro pensieri, questo effetto è in gran parte dovuto a un’immaginazione vivace e incapace di sottoporsi alla realtà. I maggiori timidi che il Dugas cita ad esempio nel suo libro si trovano fra i romantici, a cominciare dal Rousseau; ora i segni particolari dei romantici sono la sensibilità troppo acuta e l’immaginazione disordinata. Il Dugas si accosta anch’egli a questo giudizio, ma per altre vie, quando osserva che nei timidi, con l’esaltazione e la sottigliezza dei sentimenti, si produce la coscienza d’essere originali, la presunzione d’essere rari ed unici; coscienza e presunzione che sono comuni a tutti i romantici.
Da questa idea della propria singolarità, i timidi sono spinti ad isolarsi; e la solitudine, se da una parte genera egoismo, procura dall’altra aspirazioni nobili ed alte. Giacchè la timidezza ha del buono e del cattivo: è una disposizione morbosa, ma anche una crisi normale, e pertanto può essere incoraggiata e combattuta, secondo i casi. Come difficoltà di adattamento, essa è un fatto ordinario. L’uomo non nasce con la scienza della vita; questa scienza dev’essere appresa a poco a poco: tutte le volte che noi abbiamo il sentimento della nostra imperizia siamo intimiditi, la qual cosa, naturalmente, ci accade molto più spesso nella fanciullezza che non nella maturità. E come stimolo a vincere le difficoltà che ci si presentano, a riflettere sui nostri atti, a saperli adattare al conseguimento dei fini, la timidezza è giovevole. Il timido non è sempre inventivo; ma chi non prova mai difficoltà di sorta è sempre un mediocre imitatore degli altri. Esser sicuri di sè stessi è senza fine preferibile ad esser timidi; ma la sicurezza vera e degna dell’uomo non è quella che dipende dalla cecità mentale o morale, o della presunzione; sibbene quella che proviene dalla timidezza superata e vinta. Ma quando la timidezza è tale che, invece di stimolarci a trionfarne, ci accascia e confonde, allora è di grave danno.
Anche in tali casi, tuttavia, essa può avere qualche vantaggio. L’incapacità di adattarsi alla vita pratica, che è dei timidi nati ed ostinati, spinge alla vita speculativa o immaginativa, alla scienza o all’arte. Il Wagner ha detto: «Se noi avessimo la vita, non avremmo l’arte. Se io potessi ritrovare la mia gioventù, la salute, la natura, una donna veramente amante, guarda: darei tutta l’arte mia.» E i difetti del timido nella vita, la sua smania di originalità, il suo scrupolo di perfezione, sono altrettante qualità del timido che si dà all’arte. Ciò è vero tuttavia sino a un certo segno. Lo sviluppo delle doti artistiche non è sempre agevole nel temperamento timido; alle volte anzi è del tutto impedito, come nell’Amiel, il quale diceva di sè stesso: «Tu hai lasciato, per timidità, l’intelligenza critica divorare dentro di te il genio creatore». E se il troppo ricercare la perfezione riduce all’impotenza, il troppo compiacersi nella singolarità conduce alla stravaganza, che è forse peggio.

III.

Per concludere: l’educazione deve saper discernere ciò che nella nativa timidezza di ogni uomo è qualità favorevole, da ciò che è pericoloso; e moltiplicare lo condizioni vantaggiose e combattere le funeste.
Le pagine che il Dugas dedica a questo punto del problema morale sono fra le più belle. Il mezzo migliore per vincere la timidità perniciosa, per acquistare la fidente padronanza di sè stessi è il medesimo, egli dice, che il Pascal suggerisce agli scettici perchè credano: fare come se si credesse. Il timido deve agire e parlare come se non fosse tale, dimenticando le proprie repugnanze, addomesticandosi con le persone e le cose dalle quali vorrebbe star lontano. I più timidi fra i timidissimi si trovano pure a loro agio in molte occasioni: da che cosa viene questa loro sicurezza? Dall’assuefazione. Bisogna dunque mutare in abituale tutto ciò che incute timidità.
Questa educazione morale, sulla quale torneremo or ora, è un mezzo di riuscita molto più sicuro che non il rimedio fisico adoperato da un timido degno di passare alla storia. Costui ricorreva… alla cocaina. Siccome la cocaina ha la virtù di rendere l’occhio momentaneamente immobile, così egli ne prendeva una buona dose per poter guardare in faccia i proprî interlocutori e non esserne sgominato!

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Federico De Roberto – Critica e creazione

Nemico dell’arte, Max Nordau non si contenta di fare il critico, il sociologo, il filosofo, il polemista; egli fa anche l’artista. Il caso è ancora più notevole che dapprima non paresse.
Dei suoi romanzi di un tempo non mette conto parlare; bisogna invece leggere l’ultimo, quello che egli ha pubblicato dopo la Degenerazione e la Psico-fisiologia del genio, cioè dopo i libri dove ha peggio trattato gli artisti e la stessa arte.

I.

Il nuovo romanzo di Max Nordau, che nella traduzione italiana s’intitola Battaglia di Parassiti, porta nell’originale tedesco il titolo di Drohnenschlacht, che vorrebbe più precisamente significare battaglia di fuchi, e alluderebbe ai maschi delle api, i quali sono uccisi quando la loro funzione è compita. Uno dei principali personaggi, Augusta Hausblum, chiarisce questa allusione. Rovinata da un giovanotto scapestrato quando era una modesta e zelante istitutrice, spinta al suicidio, salvata contro sua voglia, caduta nell’abbiezione, ella si è lasciata sposare da un vecchio banchiere straricco, il barone Agostini; in questa nuova situazione dichiara all’avventuriero Henneberg: «L’uomo ha voluto perdermi: gli renderò la pariglia. Sono rimasta già troppo a lungo operaia. Ora voglio diventare regina, e i fuchi debbono lavorare e morire per me».
Pare così che il Nordau abbia voluto discutere nel suo libro la quistione sessuale, il problema dell’amore, la dottrina del femminismo. Questa medesima baronessa Agostini dice alla giovanetta Elsa Koppel, anima d’artista, essere una strana aberrazione nelle donne il correre dietro alla gloria. «Ella non conosce ancora l’ufficio della donna, nè segnatamente i suoi diritti. Tendere alla gloria, signorina, equivale a voler piacere agl’indifferenti. Ora bisogna fare il contrario. Gl’indifferenti debbono affaticarsi per piacere a noi. Noi non concorriamo alle corone, le dispensiamo altrui. Nel torneo della vita non siamo i giostranti, siamo i giudici del campo sotto il baldacchino di velluto. Gli uomini debbono sudare per essere lodati da noi. Noi li eccitiamo a farsi animo e a dimostrare il meglio che sia in loro. Qualche volta veramente anche il peggio. Ma ciò dipende in molte guise da noi. Se non li spronassimo continuamente, gli uomini poltrirebbero e diventerebbero brutti e sudici animali, buoni solo a rimpinzarsi, a fumare e ad accopparsi l’un l’altro».
Se questa è veramente la tesi che il romanziere ha voluto studiare, bisogna dire che l’ha smarrita per via, oppure che ne ha derivato conclusioni molto diverse dalle previste; perchè nella sua battaglia di fuchi non periscono i fuchi soltanto, ma la stessa regina; e peggio ancora, lo scopo della lotta, la conservazione della specie, la continuazione della vita, non è ottenuto.
Henneberg ha incontrato Augusta quando costei era ridotta a vivere vendendosi, e con lei ha passato qualche settimana piacevolmente nelle isole Hyères. La disgraziata, dopo il primo tentativo di suicidio, ne medita un secondo; ma, confortata dall’affetto che Henneberg le dimostra, si riaffeziona alla vita, e spera che egli la redima, sposandola. Henneberg ricusa. Il barone Agostini le offre invece il proprio nome. Ella accetta. Diventata baronessa Agostini, rientrata nella legge, restituita all’onor civile, amata ciecamente11 dal vecchio marito, ella intende serbarglisi fedele. E come Henneberg, al contrario, pretende riaverla, ella gli resiste strenuamente. Allora quest’uomo che non ha voluto sposarla quando era libera, aspetta che il vecchio Agostini muoia per sposarla da vedova!… Frattanto specula alla Borsa, mette su banche, società, sindacati, per far denaro, per mantenere un lusso smodato, per assicurare una gran sostanza alla donna che aspetta di far sua. Il barone Agostini è associato alle sue imprese. La fortuna sorride lungamente agli speculatori; un brutto giorno le cose cominciano ad andar male e rapidamente precipitano. Agostini, quando si vede ridotto sul lastrico, minacciato della prigione, d’un processo infamante, si uccide. Henneberg corre da Augusta e le propone di fuggire con lui: egli vuol mettersi al sicuro per evitare le responsabilità del fallimento, lasciando cadere nel baratro quanti hanno avuto fiducia in lui, i suoi socî, i suoi azionisti, i suoi amici. La baronessa, misurando a un tratto la viltà di quest’uomo, lo discaccia. Egli si prepara a fuggir solo; ma, vinto, accasciato, perduto, si uccide anch’egli. E Augusta impazzisce.
Qual è la moralità della favola? Agostini si è portato con Augusta da galantuomo: l’ha desiderata, l’ha sposata, l’ha riscattata, ha lavorato per lei. E quando non le può dare la ricchezza e l’onoratezza del nome, preferisce sparire. Che la donna salvata e redenta cagioni la rovina del suo redentore non pare una conclusione molto morale. Agostini ha il torto dì essersi unito con una donna molto più giovane di lui. Max Nordau ha voluto forse dimostrare che i vecchi non debbono prender moglie, o non la debbono prendere troppo giovane?… Un altro torto di Agostini consiste nell’avere intrapreso speculazioni non troppo chiare: vuole forse l’autore dimostrarci che la farina del diavolo se ne va tutta in crusca?… Queste conclusioni sono bensì morali, ma non riescono molto nuove.
Henneberg, per conto suo, ha ottenuto i favori di Augusta quando costei li accordava facilmente. La sua funzione di fuco è stata esercitata. Egli potrebbe avere gran torto nell’ostinarsi a riottenere questa donna proprio quando, dopo averla rifiutata come moglie e spinta ad accettare un altro partito, ragionevolmente e doverosamente ella non vuol più saperne di lui. Nondimeno, dopo il suicidio di Agostini, egli la otterrebbe, se non rivelasse troppo brutalmente la bruttezza dell’animo suo. Ella ne è naturalmente nauseata. Ma lo sciagurato paga con la morte le sue brutture; dimostra, morendo, di non essere tutto orribile come pareva. E la donna che voleva esercitare una specie di potere sovrano, che voleva essere come la regina dell’alveare, quando vede morire uno dopo l’altro questi due uomini, questi due fuchi, non ammette più che dovessero morire, non riconosce nella catastrofe il compimento della legge alla quale si appoggiava e della quale si faceva banditrice; ma perde la ragione, come al quarto atto di un melodramma. Allora dove se ne va il concetto della battaglia degli uomini per l’amore, per l’acquisto della donna, per la continuazione della specie? Agostini e Henneberg lottano e muoiono per niente. Augusta, che voleva fare la forte, che voleva sostenere l’impassibilità e la supremazia del suo sesso, è vinta a sua volta.
Qual è dunque il significato, il perchè di tutte queste cose?

II.

Nel romanzo del Nordau non il solo amore è lo scopo della lotta; ma anche, e principalmente, il denaro. Parassiti non sono soltanto i fuchi, gli amanti, ma anche gli speculatori, i giocatori in Borsa, gli adoratori della faccia di Mammone. Henneberg e Agostini hanno intorno una folla avida, cupida, rapace. Anche le brave persone sono invase dalla febbre dell’oro. Koppel, ottimo insegnante, integerrimo padre di famiglia, smentisce tutta una tranquilla vita di lavoro, tradisce i principî socialisti un tempo professati, per buttarsi a capo fitto nella speculazione. Ed all’amico Henneberg che gli rimprovera il voltafaccia, che lo accusa di essersi messo dalla parte di quelli che prima giudicava parassiti, risponde: «Valersi ai propri fini della folla senza nome non mi pare una definizione molto calzante del parassitismo.» Gioca pertanto sui titoli russi, sulle azioni del Mercurio: una grande impresa nella quale è mescolata un’infinità di gente: il generale Zagal, il conte di Beira, il Kohn, avventurieri scaltri, poveri illusi che sognano e quasi raggiungono la fortuna, ma che un triste giorno, alla catastrofe della Società, si trovano con un pugno di mosche in mano, pieni di debiti, con l’usciere e i gendarmi alle costole.
Ora chiunque legge queste pagine ricorda necessariamente un altro gran romanzo straniero: l’Argent di Emilio Zola. Certo non si può dire che la favola messa insieme dal Nordau o i personaggi da lui presentati somiglino alla favola ed ai personaggi del romanzo francese – quantunque un’attenta analisi potrebbe scoprire certe affinità. Per esempio: tanto nella Battaglia di Parassiti come nell’Argent assistiamo al rapido crescere ed al precipitare di una grande impresa bancaria; come si uccide Agostini nella Battaglia, si uccide il povero Mazaud nell’Argent; lo Zola ha contrapposto ai loschi affaristi la figura di Sigismondo, il sognatore di una nuova êra liberata dalla nefanda guerra per il lucro, e Max Nordau contrappone ai proprî imbroglioni la figura di Klein, una specie di filosofo, di stoico, che muore, come Sigismondo, architettando certe sue teorie incomprensibili ai più. Ma, ripeto, nonostante questi punti di confronto, favola e personaggi sono, nei due romanzi, diversi. L’argomento, invece, la tesi, il fenomeno sociale studiato è lo stesso. Ora il paragone tra le due opere è inevitabile. Se pure il Nordau non si fosse mai occupato dello Zola, si potrebbe anche giudicare il suo libro senza far paragoni, senza dar peso alla identità dei due argomenti. Noi potremmo credere che lo scrittore tedesco ignorasse il romanzo parigino; potremmo ammettere12 che, conoscendolo, abbia voluto riprenderne il soggetto, per quella libertà che ha lo scrittore di scegliere i soggetti che più gli piacciono, non importa se trattati bene o male da altri. Ma non ha il Nordau espresso un giudizio intorno allo Zola? Non ha egli dato a questo scrittore del degenerato e del mentecatto? Non ha detto che l’arte sua è la negazione della verità, della verisimiglianza, della naturalezza? Non ne ha enumerati ad uno ad uno tutti i difetti? Non ne ha disconosciuti tutti i pregi? Allora è naturale, è necessario che la critica e il pubblico domandino: – O vediamo un poco che cosa ha saputo fare il Nordau, sano ed accorto, equilibrato e prudente, abile ed oculato, al posto di quel povero Zola, matto, incosciente e mediocrissimo!…

III.

La Battaglia di parassiti, così com’è, può piacere. Non vi mancano le osservazioni sottili ed acute, vi si trovano alcuni caratteri bene studiati, una certa logica nello svolgersi degli avvenimenti, qualche felice nota umoristica – come quella dei banchieri Zeil, ebrei che prestano denaro al Papa, e degli Agostini, cattolici che aiutano il Gran Turco. Ma quando si paragona il romanzo del Nordau a quello dello Zola, tutt’altro è il giudizio: l’opera dello scrittore tedesco appare povera e scolorita. Tra Saccard e Gundermann, nell’Argent, si combatte una battaglia veramente epica: quei due tipi hanno un rilievo straordinario, sono di statura gigantesca. Intorno a loro formicola tutto un mondo, una umanità piena di vita, indimenticabile. Chi ha scordato Busch, il sozzo affarista riscattato dal cieco amore che porta al fratello, a quel povero tisico che muore sognando una società rigenerata, in quella stessa casa dove si ordiscono i più immondi ricatti? Chi ha scordato quella Méchain che va attorno col sacco pieno di polizze scadute, di cambiali protestate, di titoli avariati, e che raccatta per pochi soldi un mucchio di azioni della Banca Universale, una sola delle quali valeva un tempo più di tremila lire? E i due sposini Jordan, poveri e sereni e felici, immuni dal contagio in mezzo a tanti dannati, a tante vittime della cupidigia? E l’ingenuo e illuso ingegnere Hamelin; e sua sorella, la povera signora Carolina; e la folle baronessa Sandorff, e le disgraziate contesse di Beauvilliers, e le povere orfanelle cui è stato insegnato a pregare il buon Dio perchè aiuti il signor Saccard, e che continuano a recitare l’innocente preghiera dopo che lo sciagurato ha rovinato mezza Parigi; e l’accecato Dejoie, che perde per lui i denari e la figlia, e nondimeno crede ancora in lui e prega il giudice di liberarlo per potergli affidare una seconda volta la fortuna, la vita e l’onore?…
Questo non è il luogo di giudicare l’opera di Emilio Zola, di additarne le esagerazioni e i difetti; ma con tutti i suoi difetti e le sue esagerazioni non mette egli in piedi creature di carne e ossa, non le anima d’un soffio possente, non rende il colore, il calore, il movimento della vita? Max Nordau gli rimprovera la mancanza di proporzione, l’accumulazione di troppi fatti; dice che i suoi romanzi sono, perciò, «mostruosamente e visibilmente falsi». Soggiunge che «egli esercita continuamente, nel modo più esteso ed intenso, quell’antropomorfismo e simbolismo atavistici che sono conseguenza di una mente non sviluppata, o misticamente confusa, naturale nei selvaggi, mentre nei degenerati di tutte le categorie costituisce una forma retrograda dell’intelletto… Egli vede qualunque fenomeno straordinariamente ingrandito, misteriosamente minaccioso, ributtantemente sfigurato…. La critica, senza comprendere l’importanza psichiatrica di tale carattere, ha già da lungo tempo rilevato che in qualunque romanzo di Zola predomina un fatto, sotto forma di idea incoercibile, formante il perno dell’opera, e influente come simbolo terribile sulla vita e sulle azioni dei personaggi…» Queste osservazioni sono giuste in parte, e si adattano specialmente all’Argent Ma il giorno che Max Nordau ha ripreso il tema dello Zola, che altro ha fatto se non seguirne l’esempio? In questa Battaglia non è accumulata una gran quantità di osservazioni, di casi, di episodî relativi alla febbre del denaro? La Borsa, il Giuoco, la Speculazione non è uno dei personaggi principali del romanzo, non vi agisce, non vi ordisce le sue seduzioni, i suoi raggiri, le sue perfidie? La differenza è questa: che lo Zola, esagerando, ingrossando, calcando la mano, ci persuade, ci scuote, ci trascina; mentre il Nordau ci lascia freddi e indifferenti.
La teoria dell’ambiente, dalla quale lo Zola prende le mosse, riesce efficace, secondo il Nordau, in antropologia e in sociologia; ma in arte è «un pervertimento, una confusione». E non ha scritto egli un romanzo d’ambiente? Il suo Koppel, che pareva un uomo sano, non è travolto dall’esempio, non respira il contagio con l’aria, non resta soggiogato dalle circostanze? Lo Zola, «che ride degli idealisti, scrittori dell’eccezionale e dell’inverisimile, ha preso per oggetto dell’opera sua ciò che di più eccezionale si può trovare: un gruppo di degenerati, di maniaci, di deliquenti, di donne perdute e di mattoidi, i quali per la loro morbosa costituzione sono fuori della specie, non appartengono alla società normale, ma ne restano esclusi e sono con essa in lotta continua; estranei al tempo e al paese nel quale vivono, per la loro natura non sembrano neppure membri di un qualche popolo civile del presente, bensì un’orda di selvaggi primitivi, dei più remoti secoli». Ma forse che Henneberg e Zagal e il re di Laos e Pfister e la famiglia Rigalle sono stinchi di santi, gente per bene, tipi ordinari? «Il campo nel quale si muove lo Zola è quello del romanzo popolare a fascicoli, vale a dire di un romanticismo deperito, che non svolge i suoi sogni nei palazzi come il romanticismo già in voga, ma nelle taverne, nelle carceri, nei manicomî, e si tiene tanto lontano dallo strato medio della vita normale quanto già il romanticismo antico in direzione opposta». Ma crede forse il Nordau di essersi per proprio conto tenuto nello «strato medio della vita normale»? Crede che storie di fortune e di rovesci, di suicidî e di pazzie come quelle narrate nella sua Battaglia accadano tutti i giorni? Egli che se la prende non solo con lo Zola, ma anche con gli altri naturalisti; che accusa il Goncourt di farci «ballare dinanzi agli occhi tipi senza carne, composti di fumo e di nebbia,» è poi sicuro di non aver composto con la stessa ricetta qualche personaggio del suo romanzo, come Henneberg, ribaldo capace di pagare con la vita le sue ribalderie; o meglio come l’Augusta, angelo caduto nel fango, mercantessa di baci che diviene poi moglie esemplare, spirito emancipato e ribelle che si mostra poi ligio a quanto credeva pregiudizio? Egli che accusa e deride gl’impressionisti alla Daudet non si è proprio ricordato, sia pure inconsciamente, di nessun personaggio del Daudet, quando ha descritto la famiglia Masmajour e il re di Laos e il generale Zagal?…
Lo Zola ha più volte dichiarato di aver fatto, coi suoi romanzi, altrettanti esperimenti scientifici. Tutto ciò che il Nordau dice di questo preteso romanzo sperimentale, ingiurie a parte, è giusto. Il romanziere non fa esperimenti, propone a sè stesso e risolve a modo suo i casi umani e i problemi sociali; ma se l’affermazione d’aver fatto opera di scienza è da parte di Emilio Zola insostenibile, crede forse il Nordau di aver fatto opera di clinica quando ha affibbiato allo Zola, al Wagner, al Tolstoi, al Maeterlinck, all’Ibsen e a tanti altri una quantità di malattie, di manie, di psicopatie, sulla fede degli aggettivi e degli avverbî che questi scrittori hanno adoperati?
Criticare, da che mondo è mondo, è stato sempre facile. Difficilissimo è mettersi al posto del criticato e fare meglio di lui. Finchè Max Nordau scriveva libri come la Degenerazione, poteva esser creduto molto abile; questa Battaglia di Parassiti è stata un’imprudenza.

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Federico De Roberto – Il genio e l’ingegno

«A quel massimo degli umani intelletti, Paolo Sarpi, ragionevolmente parve lo straordinario ingegno una prontissima passività a ricevere e riprodurre in sè anco le minime impressioni degli oggetti o sensibili o intelligibili, e però non altro che una straordinaria e male invidiata malattia, la quale i moderni fisiologi nel moderno linguaggio chiamerebbero lenta encefalite».
Queste righe di Pietro Giordani potrebbero trovar posto nei Precursori del Lombroso del dottor Antonini. Dove il prosatore piacentino diagnosticava una encefalite lenta, i filosofi contemporanei vedono, con l’autore dell’Uomo di genio, una nevrosi, una psicosi, una forma di epilessia. Max Nordau è stato seguace tanto fervente del Lombroso, che ha esteso la teoria oltre le intenzioni del maestro, sino a considerare la più gran parte degli ingegni artistici universalmente ammirati ai nostri giorni come il prodotto di una degenerazione; e Degenerazione appunto ha intitolato il libro nel quale ha discusso l’opera del Wagner e del Baudelaire, del Nietzsche e del Verlaine, del Tolstoi e del Maeterlinck, dello Zola e dell’Ibsen, non già da critico, ma da clinico; e da clinico non pietoso e neppure sereno, ma sgraziato e furioso contro i pazienti. Ora egli mette fuori un volumetto sulla Psico-fisiologia del genio e dell’ingegno, dove il lettore si fermerà stupito a questo passo: «Se io non dico nulla sulle cause che producono il genio, perchè sono ancora ignote, dirò qualche parola sulle relazioni del genio con la pazzia. Altri ha voluto assimilare le due cose. Per un gran numero di alienisti il genio è una nevrosi. Il mio illustre maestro Lombroso è più preciso: il genio è una forma di epilessia; dunque sempre patologico, dunque sempre degenerato. Io credo che questo sia un errore…».
È proprio Max Nordau quello che scrive così? Abbiamo in mano un libro dell’autore di Degenerazione, o non piuttosto quella Fisiologia del Genio dove Giovanni Gallerani ha sottilmente confutato le affermazioni del Lombroso e della sua scuola intorno alla natura patologica delle menti sovrane?
Le parole citate sono proprio del Nordau. E se il caso d’un discepolo ribelle al maestro è sempre notevole, tanto più notevole è questo, quanto che si riferisce ad una quistione palpitante, come si dice, di attualità.

I.

Veramente il Nordau non crede di essersi ribellato al Lombroso, ed è sicuro di essere rimasto d’accordo con sè stesso. Egli distingue i genî autentici da quelli che ne usurpano il nome ed il posto; e dice che, mentre il genio falso è certamente degenerato, il vero genio non è insano; può talvolta patire gravi disordini cerebrali, ma non già perchè nativamente infermo, bensì come scotto della rara potenza dei suoi organi. Lo scrittore crede pertanto di non lasciarsi cogliere in contraddizione: se nel suo primo libro diede nominatamente dell’idiota e del mentecatto a tanti ingegni novatori, ora li mette tutti in un fascio, biasimando che si chiami genio «l’imbecille estatico che si atteggia a profeta o ad artista e che sbalordisce con la sua assurda stravaganza la parte più disgustosa dell’esercito dei filistei: gli snobs estetizzanti…».
Ma il tentativo del Nordau per evitare la contraddizione non è riuscito. Lasciamo per un momento da parte la distinzione fra genî autentici e pseudo-genî, fra genî di primo e di ultimo ordine: consideriamo il genio cui il Nordau concede di chiamarsi tale. Come il Gallerani, egli dice che la potenza di questo spirito straordinario, non solo non dipende da una lesione, da una infermità, ma è anzi l’effetto della perfezione, organica. Note anatomiche speciali egli nega al semplice ingegno; negli uomini d’ingegno non si troverebbe un sostrato organico particolare, uno sviluppo tutto proprio dei centri nervosi. Ogni uomo normalmente costituito può quindi essere uomo d’ingegno e riuscire ottimamente in una disciplina qualunque. Portando alle ultime conseguenze questo suo concetto, il Nordau afferma che l’ingegno non esiste, o almeno che con questo nome non bisogna intendere nulla di specifico: le persone che emergono in una determinata scienza o arte debbono questo risultato non ad una speciale qualità del loro cervello, ma al caso, cioè alle circostanze esteriori per forza delle quali furono spinte a coltivare quella scienza o quell’arte, e all’«applicazione», cioè alla severità, all’assiduità, alla coscienza con la quale la coltivarono.
Tale modo di vedere non persuaderà molti; già il Sighele ha dichiarato che, senza la sua grande ammirazione per il Nordau, questa proposizione dello scrittore tedesco lo farebbe sorridere. Lo scrittore italiano giustamente osserva come tra due fanciulli posti nelle identiche condizioni, educati allo stesso modo, mandati a frequentare la stessa scuola, appariscano attitudini, vocazioni, tendenze diverse ed opposte: il fatto si ripete ogni giorno sotto i nostri occhi, e non si può spiegare senza ammettere quelle doti innate, quelle capacità originarie che il Nordau disconosce. La vocazione per una determinata attività è il più delle volte, a suo giudizio, una cosa tutta negativa; in altre parole: un giovane si mette a studiare, per esempio, la matematica, non già perchè si senta chiamato alla scienza, ma perchè è negato all’arte. Ora queste repugnanze, che sarebbero l’origine delle vocazioni, il Nordau le spiega con una deficienza organica, con una mancanza di sviluppo. Per non voler concedere un sostrato organico alle attitudini, egli lo ammette nelle inattitudini. È lecito dubitare dell’utilità di questa sostituzione e credere che sarebbe stato più semplice assegnare un fondamento anatomico alle capacità.
Negate le naturali qualità dell’ingegno, egli le riconosce nel genio, ed afferma che l’uomo di genio differisce dall’uomo normale per uno speciale sviluppo di due centri cerebrali: i centri del giudizio e della volontà. Ma dove siano e come siano fatti questi centri, egli non dice e non può dire, perchè ancora nessuno li ha visti. «Quali sono», gioverà riferire le sue stesse parole, «questi centri, non sappiamo ancora esattamente; ma col tempo saranno scoperti». Siamo dunque nel campo della pura ipotesi; e certo, data l’angustia dello spirito umano paragonatamente alla formidabile e paurosa grandezza dei problemi che gli sono proposti, l’ipotesi non è uno strumento da disprezzare; ma, prendendo le mosse da semplici supposizioni, il Nordau arriva a conclusioni troppo assolute e veramente discordi. La sua massima argomentazione contro il principio lombrosiano della patologia del genio è la seguente: asserito dapprima che il genio è evolutivo, egli stesso comincia a dubitarne, e presume soltanto che consista nella prima comparsa, in un singolo individuo, di funzioni nuove e perciò di tessuti nuovi, o almeno straordinariamente modificati, i quali diverranno «forse» tipici nella intera razza; quindi chiede: «Ora c’è esempio che una neoplasia patologica sia evolutiva?» Egli ha già dimenticato il «forse» di due righe prima, ha preso per un fatto comprovato ciò che è e che egli stesso riconosce essere una mera ipotesi. E lasciamo anche andare che, mentre nelle operazioni del genio assegna una parte minima al caso, vuole poi che questo caso sia arbitro dei destini dell’ingegno; e lasciamo anche andare che, dopo aver fatto dipendere l’ingegno, oltre che dal caso, anche dall’«applicazione», la quale non è altro che volontà, sostiene poi che solo nel genio il centro della volontà è straordinariamente sviluppato, mentre nell’ingegno resta assolutamente eguale a quello di tutti gli uomini normali.
Si dovrà pertanto affermare quel che il Nordau nega, cioè che il genio e l’ingegno differiscono in quantità, non mai in qualità? La conclusione non è questa. Tra la costituzione fisiopsicologica dell’uomo comune e dell’uomo d’ingegno, di un qualunque militare, per esempio, e di un buon condottiere, non è possibile che non vi sia differenza alcuna, nè di qualità, nè di quantità; si potrà tutt’al più concedere che la differenza sia soltanto di quantità; ma quella che passa tra un buon condottiere e Napoleone è senza fine maggiore, così profonda e radicale, che Napoleone, l’uomo di genio, pare veramente d’un’altra tempra. Il concetto lombrosiano secondo il quale la diversità consisterebbe in una anomalia, ha fautori convinti ed avversarî vivaci: certo è però che il Nordau, dopo averlo seguito, lo nega senza suggerirne uno più soddisfacente.

II

Ora, come si spiega il mutamento dello scrittore tedesco?
Questa teoria lombrosiana ha suscitato, specialmente negli ultimi tempi, vivaci opposizioni; ma esse procedono da ragioni che non possono essere quelle del Nordau. Ha principalmente nociuto al concetto del Lombroso l’abuso che se n’è fatto. Molti studiosi che lo condividono, e lo stesso maestro che lo ha formulato, ne hanno cercato e addotto nuove prove; ma le prove, certune almeno, si sono ritorte contro di esso.
Per esempio: Cesare Beccaria avrebbe patito di megalomania, perchè, come scrive il Verri, «quando è lodato è pazzo di vanità, ha dello spirito, è brillante. Fate che si cominci a trascurarlo, ch’egli per lo stesso principio vi abbandona e mette la coda in mezzo alle gambe come un bambino». Ma ciò accade non soltanto al Beccaria, sibbene a tutti i filosofi e ad ogni semplice mortale: la lode solletica e la trascuraggine umilia. È questo un sintomo patologico, o non piuttosto il giuoco naturale delle passioni, la legge eterna dell’umana natura? Il grado, l’intensità di questa reazione potrebbe dimostrarne la gravità, il carattere morboso; ma noi non possiamo misurare le reazioni avvenute in chi non è più, sulla fede di ciò che ne scrisse un amico, il quale per suo proprio conto obbediva alla stessa legge delle stesse passioni. La megalomania, da un’altra parte, pare che dovrebbe essere quella di chi ha un concetto di sè troppo grande e sproporzionato alle reali sue qualità; quindi il genio non potrebbe essere, per definizione, megalomane. E, per considerare un altro caso, tutte le volte che l’uomo si propone il problema metafisico, l’ignoranza e il dubbio lo inquietano e turbano: questo è un effetto naturale, non già follia. Tanto più che, dove manca il dubbio, dove si trova una fede cieca, la scuola antropologica vede un’altra follia, una monomania. In tutti questi casi, e negli altri simili, volendo trovare le prove morali della degenerazione e della pazzia, bisognerebbe procedere con somma prudenza; perchè i giudizî sui fatti morali sono molto difficili, e discutibili, e discussi; e perchè, adducendo tutte le passioni e tutti i sentimenti come altrettante prove di pazzia, si potrebbe estendere il giudizio e considerare, secondo ha fatto un certo grossolano buon senso, tutto quanto il mondo una gabbia di matti, e per conseguenza non trovare in nessun luogo l’uomo sano o, come si dice, normale. Quindi, lasciate da parte le prove mal sicure, bisognerebbe cercare le valide e innegabili; invece, l’accumulazione delle prove dubbie dà argomento di critica agli oppositori.
Ma questa non può essere la ragione del mutamento del Nordau. Perchè, non solamente egli non s’inquieta dell’ambiguità delle prove; ma, al contrario, non ha proceduto, nella sua Degenerazione, se non per via di interpretazioni abusive, di esagerazioni arbitrarie, di deduzioni temerarie.
Un’altra ragione per la quale l’affermazione della nevrosi del genio dispiace e suscita opposizione è relativa all’importanza pratica della nuova teoria. Vi sono molti che la condividono, che la credono ormai innegabilmente dimostrata. Ma questi, pure riconoscendo che l’insistenza dei suoi propugnatori è legittimata dagli attacchi degli avversarî, pensano che le prove dubbie possano essere accettate ed accumulate per eccesso di zelo, e ne domandano naturalmente il perchè. La verità è sempre amabile in sè stessa, anche quando non è feconda di conseguenze utili, di pratici adattamenti; ma naturalmente, umanamente, il maggior zelo si rivolge alla difesa delle verità utili; ora, quando si sarà dimostrato a tutti, e insegnato anche nelle scuole, che i genî sono alienati e degenerati, qual è la conseguenza pratica e dov’è l’utilità? Si metteranno al manicomio, o si sopprimeranno, come a Sparta i deboli e contraffatti? No, certamente. Si cureranno le malattie delle quali sono infermi? Neanche, se le malattie sono lo scotto e la condizione del genio, se sono lo stesso genio. Allora, che cosa si farà? Niente, o ben poco. I genî non saranno soltanto ammirati, ma anche compatiti; non soltanto lodati per la loro grandezza, ma anche biasimati per le debolezze e gli errori; la qual cosa, in verità, si è fatta sempre. Alcuni, tuttavia, combattono la teoria del Lombroso perchè temono precisamente che sia diretta, o possa portare a comprimere, a deprimere i sentimenti d’ammirazione che il genio eccita nella mediocre e infima umanità, e a scemarne l’importanza sociale. E ciò che dice, per esempio, il Roncoroni, potrebbe avvalorare il timore. Questo studioso, che il Lombroso cita a titolo di lode, afferma che il genio, il genio quale si è manifestato finora, «non è la più elevata espressione della specie. Infatti, in esso si trova un grande sviluppo di alcuni elementi psichici che, per quanto elevatissimi, non sono, per le necessità del consorzio civile, e conseguentemente per il progresso della specie, così necessarî9 come quegli elementi, filogeneticamente più evoluti, che in lui vediamo alterati». Ciò significa che la grandezza del genio è poco importante, è poco utile, mentre utilissime e importantissime sono le qualità che a lui mancano? La proposizione sarebbe innegabile se tutti i genî fossero grandi per un verso e deficienti per un altro; ma non pare che le cose stiano a questo modo; perchè noi vediamo, a cagion d’esempio, un genio grandissimo per i sentimenti egoisti, come Napoleone, e un altro grandissimo nel senso diametralmente opposto, come Francesco da Assisi; la stessa opposizione vediamo tra il genio filosofico del Nietzsche e quello del Tolstoi; vediamo ancora altri genî grandi per la forza della fede, ed altri per la forza del dubbio, e via discorrendo. E se le buone qualità sono scontate dalle cattive, se le qualità buone non sono buone del tutto, e viceversa, i benefici effetti del genio compenseranno i perniciosi; i genî non saranno considerati nè come indispensabili nè come inutili al procedere dell’umanità; e quella del compenso e dell’equilibrio parrà veramente una delle maggiori leggi al mondo.
Ora, per tornare al Nordau, qui pare che sia propriamente l’origine del suo dissidio con la scuola italiana. Tutta la sua ipotesi dello sviluppo speciale di speciali centri nervosi tende a stabilire una gerarchia dei genî, e delle facoltà dalle quali dipendono, gerarchia in forza della quale la sensibilità e il sentimento sarebbero inferiori al raziocinio ed alla volontà. Le produzioni artistiche lo fanno sorridere perchè, derivando soltanto da una speciale potenza sensoria e sentimentale, eccitano commozioni, ma non suggeriscono pensieri. Volentieri egli ripeterebbe con un antico matematico al finire di una sinfonia: Qu’est-ce que cela prouve? Nulla, evidentemente: la Nona Sinfonia non prova nulla, ma il Binomio di Newton non fa nulla provare. Tuttavia tale distinzione non dev’essere tanto radicale, se è vero ciò che alcuni matematici moderni vengono affermando e che il visconte d’Adhémar ha ultimamente esposto in uno studio pubblicato nella Revue des deux mondes. Questi matematici, adunque, sostengono che con i loro lavori non pensano tanto di raggiungere certi risultati positivi, quanto di procurarsi una commozione estetica; e la geometria e l’algebra e tutte le scienze esatte non sarebbero soltanto fonti di un godimento artistico, ma anche supreme forme dell’arte. Se questo agguagliamento della scienza all’arte si deve giudicare effetto di una esagerazione, non meno esagerato in senso contrario è il concetto del Nordau, secondo il quale fra arte e scienza c’è un abisso, e tutto il10 credito è da accordare alla scienza e l’arte ha un valore infimo. Un pianista come Listz è per lui altrettanto geniale quanto un perfetto ballerino: in entrambi l’eccellenza dipende dallo sviluppo dei centri di coordinazione dei movimenti. Il solo senso del colore produce un Mackart, cioè un uomo che sa combinare abilmente le tinte piacevoli come le sanno combinare il clamidodera, il ptilonorinco ed altri uccelli australiani costruttori di pergole multicolori. Un Beethoven o un Raffaello egli concede che si distinguano dai cani ammaestrati: ma saranno da considerare come veri genî? No. «Se il genio è giudizio e volontà a un grado di perfezione straordinario, che cosa farò dei genî emozionali, dei poeti e degli artisti? Ho ancora il diritto di ammettere che i poeti e gli artisti possano essere genî? Ebbene: questo diritto mi pare per lo meno contestabile…». I genî di prim’ordine, i soli veramente degni del nome sono i grandi capitani, i grandi legislatori, i grandi ordinatori degli Stati: con la massima lucidità di giudizio essi hanno una volontà talmente forte da sottoporre e disciplinare tutti gli altri uomini. Poi vengono i grandi inventori e scopritori, nei quali la volontà è meno geniale, perchè non lotta contro le vive forze dei simili, ma contro le resistenze passive della natura. In terzo luogo vengono i genî di solo giudizio, senza corrispondente sviluppo della volontà, cioè i pensatori, i filosofi. Finalmente, nella quarta categoria, quasi come una concessione, il Nordau comprende i poeti e gli artisti. «Questa gerarchia è la sola naturale, perchè poggiata su basi organiche», perchè determinata «dalla dignità dei tessuti e degli organi»; in altre parole: perchè le facoltà del giudizio e della volizione che formano i genî delle tre prime classi sono facoltà esclusivamente umane, senza riscontro nell’inferiore mondo dei bruti; mentre i genî di quarto ordine, i poeti e gli artisti, riconoscono la loro eccellenza dalle facoltà sensitive, le quali non sono del tutto nostre, ma comuni a noi ed agli animali.
Ora, prima di ogni altra cosa, un evoluzionista come il Nordau si vanta di essere può sostenere senza contraddizione che il giudizio e la volontà appartengano esclusivamente all’uomo, che siano apparsi in lui di punto in bianco, che non si riscontrino in grado embrionale, rudimentale, infinitamente piccolo anche nei bruti? Vuol egli mettere da parte tutta una scienza, la psicologia comparata? Certo, la distanza tra le facoltà mentali degli uomini e quelle dei bruti è enorme; ma altrettanto enorme è la distanza dalle facoltà sensitive e sentimentali nostre a quelle degli animali. Nessuno ancora ha visto un animale piangere o ridere; e l’artista che eccita in noi questi moti non li eccita automaticamente; anch’egli si serve del giudizio e della volontà. Certo le capacità si diversificano, si sviluppano variamente e si specificano in un senso o nell’altro; non abbiamo bisogno di ripetere ciò che già dicemmo ragionando dei rapporti della scienza e dell’arte; ma, perchè esse sono distinte, diremo che l’artista non ha nessuna delle facoltà umane dello scienziato, e viceversa; mentre sappiamo che sapienti e poeti furono un tempo, da Empedocle a Leonardo, e possono ancora essere, sebbene troppo raramente, un genio solo? Diremo, col Nordau, che il genio artistico «non è altro che un organetto» capace solo di ripetere meccanicamente certi pezzi di musica, mentre il genio scientifico crea liberamente? Dice egli sul serio quando afferma che il genio scientifico, filosofico, politico è «affrancato» dalle commozioni, dai sentimenti? Dove sono queste separazioni così profonde tra uomini ed uomini? Non sarà creazione, se il Nordau non vuole, quella del poeta; ma allora chi al mondo ha creato mai nulla? C’è qualcosa di nuovo sotto il sole? La creazione, se questa parola si può adoperare, non è tanto degli ordinatori di popoli, quanto degli speculatori di dottrine, quanto dei trovatori di immagini?
La classificazione dei genî non si deve pertanto fondare sulla «dignità» dei loro diversi attributi, i quali sono tutti degni egualmente; potrà solo dipendere dall’utilità delle loro opere. Un legislatore sarà maggiormente venerato che un filosofo, perchè l’opera sua maggiormente importa alla maggior parte degli uomini; uno scienziato avrà più lodi che un artista, perchè le sue scoperte sono più feconde di risultati positivi. Ma l’artista non lavora proprio ad altro che a procurarci un momento di piacere? Non può anch’egli parlare al nostro giudizio? E dato pure che non produca null’altro che sensazioni piacevoli, queste sono del tutto sterili e senza importanza notevole? La poesia non ha la sua utilità nella vita; non è, a giudizio di tanta parte del genere umano, ciò che le dà sapore e prezzo? Dice il Nordau: «Se in una tribù di Pelli Rosse sorgesse un Descartes o un Newton, sarebbe considerato come un membro inutile all’orda: ogni fortunato cacciatore d’orsi, ogni guerriero che porti già le cuti di molti cranî di nemici alla cintura, gli sarà anteposto». Certamente; ma questo esempio ha un significato contrario a quello che il Nordau gli vuole attribuire. In mezzo a Pelli Rosse non sorgono e naturalmente non possono sorgere altro che cacciatori e guerrieri; lo stesso autore ha bene osservato che in una città abitata tutta quanta da ciechi un solo veggente chiederebbe invano che si illuminassero di sera le vie. Ora, se le strade sono illuminate in tutte le città del mondo, ciò accade perchè la gente non è cieca; e se gli artisti che il Nordau tratta con tanta irriverenza sono apprezzati ed amati, ciò accade precisamente perchè la gente è capace d’intenderli. Essi non ci sono già piovuti dalla luna; escono anzi dalle vive viscere di questa nostra società dove non usa più portare alla cintura il cuoio capelluto dei nemici uccisi in guerra, ma si provano nuovi bisogni morali che chiedono urgentemente di essere appagati. E se lo stesso Nordau riconosce che soltanto per un ricordo dei tempi selvaggi e barbari si accorda anche oggi «il posto supremo al soldato», come poi vuole che Alessandro e Cesare e Bonaparte siano da chiamare genî più alti, più puri, più esclusivamente umani di Platone, di Dante, di Shakespeare? Non si potrebbe sostenere con fortuna precisamente l’opposto?
E la stessa idea di questa classificazione, di questa gerarchia, non è poco felice? Se il paragone non fosse, come dice il motto, odioso, non sarebbe inutile? Quando avremo dimostrato che Washington vale più di Vittor Hugo, forse non leggeremo più la Leggenda dei Secoli, o dovremo mettere la statua del suo autore sopra un piedistallo dieci centimetri più basso? E se, per confessione del Nordau, i filosofi dell’avvenire non stimeranno le dottrine del Darwin «più di quanto noi stimiamo oggi le teorie filosofiche di Parmenide o d’Aristotile», se il tempo distrugge le leggi come i quadri, le statue come i regni, le dottrine come gli edifizî, se tutte le cose umane sono egualmente caduche, perchè queste distinzioni?
Ma io dimentico che uno dei libri più singolari di Max Nordau porta un titolo molto significante. Si chiama Paradossi, e da quanto pare non è ancora finito.

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Federico De Roberto – Vincitori e vinti

La guerra tra la Spagna e gli Stati Uniti d’America ha rivelato molte cose che non era difficile prevedere, ma che pure hanno destato qualche stupore in più d’uno.
Alla stessa guerra molti non credettero, non vollero credere finchè l’eco delle cannonate non li costrinse. Che la vecchia Spagna ingorda e prepotente fosse disposta, come in altri tempi, a menar le mani, costoro ammettevano senza difficoltà; ma che la giovane e civilissima America assalisse il popolo spagnuolo, sia pure per «liberare» Cuba e le Filippine, non concedevano. L’America che non aveva eserciti, che non ne aveva voluti, che si era pensatamente astenuta dalle contese politiche, che badava soltanto a sè, alla sua prosperità, si sarebbe difesa come una leonessa se l’avessero aggredita; ma per nessuna ragione avrebbe dato l’esempio dell’aggressione. È vero che, qualche diecina d’anni addietro, gli Americani si erano fraternamente sgozzati tra loro; ma ciò non era stato senza una grave ragione; e poi, tanto tempo era passato, e quella nazione aveva tanto rapidamente progredito! Essa ci era additata come maestra di tante cose, come un modello di perfezione: duole vedere, quantunque bisognasse pure ricordare, che la perfezione non è di questo mondo.
Scoppiata la guerra, si videro, come in tutte le altre guerre, gli spettatori tenere dagli uni o dagli altri; ma poche volte le contrarie ragioni dei belligeranti sono state sostenute con tanto calore e simpatia. Di questa discordia, e delle sue cause, non sarà inutile dire qualche cosa.

I.

Nell’aprile del ’98 Pierre Loti, il poeta del mare, il pittore dei paesaggi esotici, il romanziere delle signore, si trovava in Francia, a Hendaye, presso il confine spagnuolo, quando lesse sui fogli pubblici che gli Stati Uniti movevano guerra alla Spagna. Alla notizia dell’aggressione americana egli ebbe improvvisamente coscienza delle sue simpatie per gli aggrediti. Corse a Madrid con l’incerta speranza di poterli servire, di poter versare il proprio sangue per loro. Dissero alcuni che egli era andato per chiedere di poter fare il corsaro contro gli Americani: «Ahimè», scrive egli, «quanto rimpiango che non sia vero e neppure possibile!» Non glie ne manca il desiderio, bisognerebbe però avere una nave da corsa che potesse filare venti nodi, almeno.
Non potendo battersi, egli manifesta come può le sue simpatie per il popolo castigliano. Se, durante la guerra, gli Spagnuoli pensano a divertirsi e ad andare a spasso, dice che così rivelano la loro nobile fierezza. «Questo popolo è deciso e pieno di confidenza nel suo buon diritto, questo popolo ha il coraggio amabile, il coraggio allegro, la vecchia gaiezza latina, – comune agli Spagnuoli ed ai Francesi…». Lo scrittore chiede un’udienza alla Regina reggente, e la prega di voler gradire la reverente espressione delle simpatie francesi. Nella stessa Corte, non che nel paese, egli trova «la vera, la sana democrazia», la democrazia che è sentimento della fratellanza umana. E giudica che il popolo sia più sano che non in Francia, e ironicamente dice che esso ha bisogno di progresso, e dei benefizî dell’istruzione laica, e di molti giornali, e di meno incenso e di meno preghiere nelle vecchie chiese, per agguagliare la Francia… E rimpiange6 i tempi andati, quando la Spagna avrebbe sicuramente vinto, perchè il valore personale decideva le battaglie; mentre ora, ahimè, «la guerra è divenuta brutta, putente di carbon fossile, chimicamente barbara; e i nemici d’Oltremare hanno più denaro, più macchine, più petrolio…». Nondimeno, nel veder sfilare i soldati spagnuoli, «eroici sempre», prevede che gli Americani potrebbero ancora aver la peggio, e che forse dovranno provare qualche sanguinosa sorpresa. E grida: «Ollè, ollè, viva la vecchia Spagna, addormentata soltanto sotto la Spagna d’oggi, capace ancora di ridestarsi per una poesia, per una canzone, per una furia di chitarre…».
Con meno eleganza di stile, le simpatie del romanziere per la Spagna furono espresse da moltissimi altri, l’anno scorso, in tutta l’Europa latina. Non furono tutte simpatie platoniche, si raccolsero anche denari: io conosco un ragazzetto di dieci anni che andò attorno con la sua brava scheda di sottoscrizione e mandò al ministro della guerra, a Madrid, un vaglia di dodici lire.
Molte cose spiegano questa simpatia. Tra i Latini, il sentimento dell’affinità di razza; tra i Latini e i non Latini la mancanza di cerimonie nella sfida americana, il presentimento che gli Spagnuoli fossero più deboli, e che dovessero quindi fatalmente soccombere nella lotta ineguale; e da ultimo la secreta paura che un giorno o l’altro gli Americani possano far sentire la loro potenza al resto d’Europa.
Nel caso di Pierre Loti noi vediamo l’influenza d’un’altra causa. Come artista, egli ama e difende la vecchia Spagna pittoresca, cavalleresca e poetica, la Spagna di Cervantes e Lope de Vega, di Velasquez e di Murillo; la Spagna di Granata e dell’Escurial. Tra gli artisti come lui questo sentimento è generale; tanto più notevole mi pare il caso d’un altro artista, latino come il Loti, che intende la forza e la grandezza americana.

II.

Quando uno scrittore riesce ad ottenere l’ammirazione universale non a grado a grado, provando e riprovando, ma d’un colpo, con un’opera singolare, il suo felice successo non è senza scotto; perchè il pubblico, in ogni opera successiva, vorrebbe trovare le stesse qualità che lo sedussero nella fortunatissima; e non trovandole7, se ne duole e quasi glie lo rimprovera. Gustavo Flaubert, dopo il trionfale incontro di Madame Bovary, ebbe un bel mettere fuori quel capolavoro di verità che è l’Educazione sentimentale, quei capolavori di fantasia e di erudizione che sono Salammbò e la Tentazione di Sant’Antonio: i lettori lodarono moderatamente, scrollando il capo ed esclamando: «Sì, va bene; ma non è più la Signora Bovary!…» La cosa andò tant’oltre, che il romanziere, piccato, si mise in capo di riscattare la proprietà letteraria di quel suo troppo fortunato volume, di ritirarne dal commercio tutti gli esemplari e di distruggerli, per non sentirsi più chiamare «l’autore di Madame Bovary».
Io credo che un pensiero simile dovè passare per la mente di Giuseppe Giacosa, quando gli entusiasmi eccitati dalla Partita a scacchi e dal Trionfo d’amore impedirono ai loro esclusivi e quasi gelosi ammiratori di apprezzare esattamente le diverse qualità delle altre opere sue. Al tenero e delicato cantore di Paggio Fernando e di Jolanda, al trovatore sentimentale, all’immaginoso evocatore del medio evo cavalleresco ed erotico, la maggior parte del pubblico, sedotta dall’arte squisita, richiese altri idillî dello stesso carattere, evocazioni simili, versi di eguale fattura; e, non avendone, e trovandosi dinanzi a opere di tutt’altro sapore, fu ingiusto con esse.
I giudizî del nostro poeta sul popolo americano contribuiranno ad alienargli l’animo dei suoi primi ammiratori. Alcuni anni addietro, per assistere alle prove della Dame de Challant che Sara Bernarhdt doveva recitare in America, il Giacosa raggiunse la grande attrice agli Stati Uniti. Le sue Impressioni d’America sono il frutto di quel viaggio. Egli non parla, e non può parlare della guerra; ma pochi libri spiegano meglio del suo le vittorie americane; perchè pochi osservatori hanno saputo come lui cogliere ed esprimere ed apprezzare i caratteri essenziali del popolo e della civiltà americana.
Leggete il capitolo su Nuova York8: dalle prime righe il Giacosa fa notare come vi primeggi l’azione: «la gran città agisce prima di mostrarsi»; dalle prime pagine egli mostra la saldezza che hanno le opere umane laggiù. «Fino dove l’occhio giunge, da ogni lato, nello spessore delle città litorali, sopra l’immenso corno dell’Hudson, su pel gran braccio di mare della East River, è un accavallarsi di giganteschi edifizî che rappresentano nelle nebbiose lontananze un vario ondeggiare di colli digradanti al mare. Quelle moli hanno di lontano la gravità riposata delle cose eterne e sembrano sorte col suolo. Io non vidi mai in altri luoghi l’opera dell’uomo, sola, scompagnata da ogni elemento naturale, naturalizzarsi così interamente e darmi un così pieno inganno di paesaggio».
Uno dei segni particolari dello spirito americano è l’individualismo, che spiega ad un tempo la forza e i difetti della razza yankee. Il Giacosa lo mette in evidenza e ne trova una causa nell’abitudine di operare e di attendere ai guadagni in luoghi lontani dalla casa, in quartieri che, finita la giornata di lavoro, restano vuoti, deserti. «È certo che la casa, l’home degl’Inglesi, esercita sull’animo nostro un’azione mitigante, lo predispone e lo inclina all’esercizio delle virtù altruistiche. Chi abbandona la mattina i dolci luoghi della vita domestica e va e rimane per traffichi fino a sera in luoghi dove non ne resta nessuna traccia, e dove non c’è traccia nemmeno di altre vite somiglianti che gli ricordino la propria, si avvezza in breve a sdoppiare quasi interamente la propria natura, a separarne gli elementi affettivi dai volitivi ed intellettuali, lascia a casa l’umanità amorevole e soccorrevole per armarsi soltanto negli affari di un egoismo aspro ed ingrato».
La permanenza dei caratteri etnici particolari alla razza nonostante l’esteriore uniformazione ai costumi europei, è ben dimostrata dal Giacosa nel capitolo sull’Intemperanza. «A parole, i fashionables del caffè Del Monico professano una estetica delicata che deve costar loro una continua autovigilanza. Quella tenuità di pensamenti e di movimenti, che è il non plus ultra della sciccheria, stride col loro fisico poderoso e bisognoso d’azione. Il formidabile individualismo onde trassero nel tempo ricchezza e grandezza, si adagia a stento nella disciplina convenzionale della nostra gente per bene. Quando si mettono per godere, vogliono godere oltre misura. Cento doganieri dell’estetica appostati sull’entrata di un salone a respingerne ogni oggetto non bollato per raffinatissimo, non possono impedire che la raccolta di troppe cose squisite esprima un gusto se non eteroclito, eterodosso. Ogni particolare della vita di quei gaudenti otterebbe l’accessit dal più schifiltoso fra i dittatori della moda e della delicatezza parigina, ma il loro complesso tradisce per lo più quella inclinazione a fare in grande che è propria degli arricchiti. Eppure esiste in America una aristocrazia plutocratica, i cui titoli nobiliari risalgono a nonni milionarî. Ma quel sottile smeriglio che è il milione da lungo tempo posseduto, non venne ancora a capo di levigare del tutto la ruvida scorza che salì dal ceppo agli ultimi rami. È certo che in America la lunga ricchezza non produsse ancora quello che a noi pare supremo fiore dell’eleganza spregiudicata e sicura: l’amore del semplice».
Ma il Giacosa non augura niente affatto all’America l’estetica tradizionale; egli apprezza, al contrario, e loda quella particolare idea del bello non disturbata da preconcetti storici, quell’«estetica sociale» adattata al benessere e confacente allo sviluppo della razza umana, che si viene formando oltre l’Atlantico ed è anche una delle nostre nuove inquietudini. Accortamente egli nota come una delle peggiori conseguenze del rispetto alle tradizioni, presso di noi, sia la paura del ridicolo, dalla quale invece gli Americani sono affrancati. «Il ridicolo in America non fa presa, e dove non fa presa non esiste, perchè non è che un fantasima creato dalla paura. Anche nei paesi latini, dove può tanto, chi più lo teme più c’incappa dentro e, diciamolo, più merita di incapparci. Il ridicolo è un prodotto delle società da lungo tempo costituite, le quali finiscono sempre col chiudersi in un formalismo dommatico. Esso aiuta le serrate di classe, contrariando l’entrata d’ogni classe a chi ne sta fuori e l’uscita a chi ci è dentro. Cane di guardia dello statu quo, non morde mai chi si appaga a quel grado di mediocrità che tutti possono conseguire, ma si avventa contro i solitarî che lo soverchiano. Educatrice a qualità discrete, a gentili eleganze ed a virtù negative, la tema del ridicolo impigrisce l’esercizio delle attività individuali e frena i movimenti iniziatorî. Perciò i paesi dove esso più agisce sono spesso retrogradi e sempre consuetudinarî; e perciò ivi l’eccentricità, cioè l’essere dissimile dai più, induce sempre un’idea di ridicolo. Ora se badiamo al procedere della civiltà, noi troviamo che il minor numero di uomini eccentrici s’incontra nei popoli stazionarî e il maggiore nei progressivi. L’America informi».
Originale, libero, pronto ad apprezzare tutto ciò che è nuovo e vivo e utile, lo spirito americano si distingue ancora per quella particolare specie di scetticismo che il Giacosa definisce: «previsione generica di doversi un giorno ricredere su tutte le cose attualmente credute» e che non è ignota al pensiero europeo contemporaneo. Però, mentre i discepoli del Renan e e gli ammiratori di Anatole France sono increduli e impotenti, l’incredulità degli Americani non attenua «il consenso e la fede in quanto è oggi tenuto in conto di verità;» al contrario: «la verità attuale prende nelle loro menti un carattere di tranquilla certezza e le move a praticarla con sicura energia. Solo sanno che la verità di oggi non è quella di ieri e non sarà quella di domani. E quella di ieri fu ieri una propria e reale verità, ed esercitò tutti i benefici influssi che esercita la verità, e sarà una verità quella di domani, quantunque destinata a cedere il posto ad una successiva. Alle prime questo pare un linguaggio anfibologico, ma non è indifferente pensare che lo spirito umano proceda per via di successive verità, piuttosto che di successivi errori. In sostanza la cosa viene a dire che i concetti di verità e di errore non sono assoluti, ma relativi; e negli effetti pratici se ne deduce la conclusione che ognuno deve aver fede nel tempo in cui vive e prenderlo sul serio ed agire in esso con sicurezza. Ogni verità, anche se transitoria, è una forza. I dubbiosi non producono bene, perchè agiscono tepidamente. Chi crede che l’azione che egli va compiendo corrisponda al vero, ci spende intorno la massima somma di energia ed opera senza esitazioni e senza mollezze. D’altra parte il sapere che il vero non è eterno nè immutabile, rimove il pericolo degli accecamenti ostinati e dell’intolleranza. E perchè la sicurezza è rasserenante e giocondatrice, questi spiriti hanno una gaia contentezza del presente ed una gaia aspettazione del futuro, e la loro ironia, scevra affatto di amarezza, si esercita tanto a spese delle fedi immobili, quanto del dubbio permanente».

III.

Ma se all’ammirazione del Loti per la Spagna noi abbiamo potuto contrapporre quella d’un artista come il Giacosa per l’America, troviamo un altro scrittore, un sociologo, il Guyot, il quale se la piglia direttamente coi fautori dei Castigliani in un libro severo come una requisitoria: l’Evolution politique et sociale de l’Espagne.
Mentre il Loti loda la vecchia fede castigliana, il Guyot trova nella superstizione una delle maggiori cause della decadenza del popolo iberico e della perdita delle sue colonie. La superstizione si accanì laggiù dapprima contro gli Ebrei ed i Mori; quando li vinse, li disperse e li uccise credendo di aver fatto una gran cosa, il paese del quale questi lavoratori avevano formato la ricchezza si trovò povero ed esangue. In ogni città conquistata sui Mori un terzo delle terre apparteneva alla Chiesa. Nel principio del secolo XVII c’erano nello Stato 120 mila chiese e cappelle, 200 mila preti, 10 mila conventi popolati da 100 mila frati e monache: mezzo milione di Spagnuoli appartenevano al clero. A Salamanca quindicimila studenti non studiavano altro che Aristotile e San Tommaso. Cervantes morì francescano. E quando non vi furono più Ebrei nè Mori da perseguitare, l’Inquisizione perseguitò gli stessi Spagnuoli cristiani. Essa imprigionò gli arcivescovi, vietò i bagni come costume pagano, si mescolò nelle cose civili sino ad occuparsi delle riscossioni doganali. In soli trent’anni del secolo scorso condannò quattordicimila persone e ne bruciò vive settecentottantadue.
Nelle colonie, sino ad ieri, il regime clericale era sovrano. Le Filippine pagavano un tributo di 66 milioni allo Stato, e di 116 milioni ai preti ed ai frati. L’insegnamento, in quelle isole, era affidato ai domenicani; i quali proibivano la lettura di Paolo e Virginia. Il governatore aveva il titolo di Vice-Patrono della Chiesa. Per reazione, 25 mila persone si erano raccolte in 180 logge massoniche; una setta misteriosa, il Katipunam, si proponeva di scuotere il giogo dei frati e degli Spagnuoli. Qual era il risultato economico di tale stato di cose? Era questo: che le Filippine importavano dalla Spagna, dalla madre patria, il solo tredici per cento, e tutto il resto dall’Inghilterra e dalle colonie inglesi.
E in America? Il Messico, Cuba, tutte quante le terre occupate sul principio dagli Spagnuoli erano popolatissime. I teologi discussero se gl’Indiani pelli-rosse avevano un’anima, mezza anima, o niente anima: finirono con l’accordare loro un’anima, e questa fu la rovina degl’infelici. I Mori e gli Ebrei erano stati scacciati dalla penisola iberica; gl’indigeni furono soppressi nelle colonie. Cortes bruciò vivi quelli che gli opponevano resistenza; Sandoval ne fece incenerire quattrocentosessanta in una città sola. Las Casas dovette presentare a Carlo V una memoria sulla Distruzione delle Indie; un concilio se ne occupò, e nel 1543 fu decretata la protezione degli indigeni. Ma gl’indigeni da proteggere erano ridotti a ben pochi: un milione di essi erano stati distrutti nel Perù, a Cuba ne restavano appena quattromila. Quando non ce ne fu più nessuno, i conquistatori si accorsero di aver fatto male a uccidere gli schiavi che lavoravano per loro; e allora cominciarono ad importare i Negri dall’Africa. Nel 1820 la tratta fu abolita ufficialmente, ma a Cuba continuarono ad arrivare da 30 a 60 negrieri l’anno. Nel 1885, data dell’abolizione definitiva, c’erano ancora venticinquemila schiavi. Anche qui le conseguenze di questo regime furono disastrose. Nonostante le tariffe combinate a posta per favorire il commercio della madre patria, nonostante tutti i monopolî, Cuba mandava alla Ispagna 38 milioni di franchi ogni anno, e agli Stati Uniti 340 milioni!
Un tempo, si osserverà, le cose non andarono così. Quando si pensa che il sole non tramontava mai negli Stati di Carlo V, quando si pensa che soltanto le colonie perdute dagli Spagnuoli durante questo nostro secolo si estendevano per sei milioni e mezzo di chilometri quadrati ed erano popolate da quaranta milioni di abitanti, si deve pur dire che, decaduta oggi, la Spagna fu strapotente in altri tempi. Il Guyot nega insino questa potenza passata. Egli riconosce che i Mori arricchirono la penisola, ma afferma che la miseria cominciò con la loro cacciata. Il tesoro pubblico si esaurì; Alfonso X, nel 1261, coniò monete calanti; il maestro di casa di Errico I non aveva più credito a Burgos, e non sapeva come fare per nutrire il suo padrone. Scoperta e conquistata l’America, l’oro rinsangua le esauste finanze nazionali: si calcola che ne sia entrato in Ispagna per quattro miliardi, cioè una media di quaranta milioni all’anno. Ma questo fiume d’oro serve ad alimentare la politica imperiale nei Paesi Bassi e in Germania; e le derrate crescono di prezzo, e la vanità e la boria nazionale aumentano, e con esse l’incapacità a lavorare. Invece d’un benefizio, quest’oro è una nuova causa di rovina. Filippo II, dopo San Quintino, non può continuare la guerra per mancanza di denaro: egli batte moneta in ogni modo, insino annobilendo gli Ebrei mediante una tassa di cinquemila ducati. Filippo V vende sessantamila ufficî municipali. Cervantes parla d’una proposta, secondo la quale ogni Spagnuolo dovrebbe essere obbligato a digiunare una volta il mese, ed a versare il prodotto di questa economia nel tesoro reale. Sotto Carlo II le difficoltà sono senza fine maggiori: vendite di pubblici impieghi, doni imposti alle città, tasse straordinarie sui ricchi, diminuzione e soppressione di paghe: tutto serve a far denaro. I banchieri genovesi ne prestano al 25 e al 40 per cento. Quando il re muore, il cardinale deve fargli recitare a proprie spese le messe funebri. L’esercito si compone di ottomila soldati, dei quali metà sono stranieri; la marina da guerra conta due soli vascelli in mediocri condizioni. La popolazione della penisola è ridotta a cinque milioni di abitanti, dei quali la marchesa di Villars dice che si nutrono «fiutando il sole».
Il quadro del Guyot ha tinte ancora più fosche.
Prima delle colonie d’America, la Corona spagnuola aveva perduto i Paesi Bassi. Secondo Grozio, l’Inquisizione aveva fatto laggiù centomila vittime. Il duca d’Alba vi portò la strage, il saccheggio, tutti gli orrori. Appena una parte di quelle provincie si rende indipendente, tosto prospera, s’arricchisce, commercia con la Cina e il Giappone; la parte rimasta alla Spagna si trascina nella miseria finchè non recupera anch’essa la libertà.
L’esperienza secolare non giova: Weyler, a Cuba, imita il duca d’Alba. Secondo i rapporti dello stesso governatore, nella provincia di Matanzas cinquantamila persone muoiono di fame e di miseria, centodiecimila in quella di Santa Clara, centotrentacinquemila in quella dell’Avana, ottantacinquemila in quella di Pinar del Rio; totale: trecentottantamila. Campos condanna alla deportazione, dalla quale nessuno ritorna, duemila Cubani sospetti; Weyler ottomila e quattrocento.
Fu guerra civile e fratricida quella dei Cubani e degli Spagnuoli? Ma gli Spagnuoli si sono dilaniati fra loro, nel loro stesso paese. Carlisti e Cristini hanno combattuto ferocemente durante mezzo secolo. Cabrera, dopo la battaglia di Moella, fece sgozzare cinquemila prigionieri. I «pronunciamenti» dei generali non si contano più: la parola castigliana è entrata nel patrimonio di tutte le lingue. Riego, Espartero, Narvaez e i loro compagni e seguaci sono a volta a volta padroni del paese, sciolgono e convocano le Cortes, fucilano le persone a centinaia senza giudizio, colmano le prigioni, vuotano il tesoro, confiscano i beni, incendiano le città….
Se il Guyot rammenta e mette in evidenza tutte queste cose, egli non è già mosso da eccessiva simpatia per gli Americani. Quando può, dice la verità anche a costoro. Le finanze spagnuole sono rovinate; ma le americane non prosperano. Per mantenere il regime protezionista ed esercitare in grande la corruzione elettorale, i governanti americani istituiscono le «pensioni liberali», trovano novecentomila veterani, vedove e figli di soldati della guerra di secessione; e, venticinque anni dopo che la guerra è finita, distribuiscono a tutti costoro le entrate delle dogane, settecento milioni di pensioni. E per proteggere i proprietarî delle miniere d’argento, il Tesoro pubblico è costretto a sovraccaricarsi ogni anno di quattro milioni e mezzo d’oncie del metallo invilito! E il debito pubblico sale a più di nove miliardi! E protezionisti a casa loro, questi Americani sfondano, per il vantaggio che ne sperano, le porte di Cuba tenute serrate dai protezionisti spagnuoli!
Nel dire tante amare verità agli ammiratori della Spagna, il Guyot è mosso pertanto da un altro sentimento: dal timore che la Francia sia trascinata ad una stessa sorte. Gl’Italiani che parteggiarono per il popolo iberico non avrebbero dovuto, per moderare i loro entusiasmi, temere dell’avvenire: sarebbe bastato che pensassero al passato. Il danno che noi avemmo dalla dominazione spagnuola fu tanto, che non è ancora cessato. Ecco un libro che lo denunzia e lo misura: la Descrizione del Regno di Napoli, composta nel 1713 da Paolo Mattia Doria, e pubblicata, dopo quasi due secoli, da Michelangelo Schipa. Per mantenere i loro dominî tra noi, gli Spagnuoli corruppero, inquinarono, pervertirono i nostri costumi: la servitù materiale, la schiavitù, sarebbe stata preferibile a quest’opera di dissoluzione sociale. Ma forse essi non intesero pervertirci, ci comunicarono semplicemente, naturalmente, i loro difetti e i loro vizî. E se riuscirono a comunicarceli, bisogna pure riconoscere che vi eravamo predisposti.

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Federico De Roberto – Il femminismo

Tre secoli addietro, nel 1595, a Wittenberg, furono pubblicamente sostenute cinquanta tesi per dimostrare che la donna non è una creatura umana. Oggi cinquantamila fra tesi, dissertazioni, conferenze, volumi e articoli di giornali attribuiscono al sesso femminile non solo le dignità che gli sono proprie, ma anche quelle che non gli convengono. Questa propaganda è uno dei segni particolari dell’età presente: come tale merita di fermare la nostra attenzione.

I.

I femministi cominciano col sostenere che il loro partito non chiede nulla di nuovo; che la donna già esercitò la supremazia della quale fu arbitrariamente privata ed alla quale ha nuovamente diritto. In Assiria, dicono, la madre aveva maggiori diritti del padre; ed anche oggi, fra le popolazioni turaniche, quando un figlio diffama il padre, è passibile di una semplice ammenda; mentre, se insulta la madre, gli si rade la testa, gli si nega la terra e l’acqua e spesso lo si chiude in prigione.
Prima di tutto è da osservare che questo costume significa semplicemente come alla madre si debba maggior rispetto e venerazione che non al padre, come l’insultare la madre sia un delitto tra i più gravi e nefandi. Anche presso di noi, senza che si rada la testa ai figli snaturati capaci di commetterlo, tale è l’opinione generale. In secondo luogo, quando pure tra i costumi antichi e tra quelli dei popoli selvaggi se ne trovasse qualcuno che veramente dimostrasse la supremazia sociale della donna, – e non già quella soltanto familiare della madre, – bisognerebbe forse per ciò concludere che hanno torto la civiltà e il secolo nostro, e che hanno ragione i tempi andati e le genti incivili? «Dagli Sciti ai Galli, dagli Iberi ai Germani di Tacito», dice il più autorevole tra i femministi, il Bebel, «noi vediamo la donna prendere, sin dai più remoti tempi, in mezzo alla famiglia ed alla società, il posto eminente che ha perduto nelle età successive». Vogliamo per ciò dire che gli Sciti, i Galli, gl’Iberi e i Germani erano più nel vero e nel giusto di noi? Se bisogna credere al progresso, – e i femministi debbono crederci; perchè, in caso contrario, come potrebbero sperare nei miglioramenti futuri? – se veramente dobbiamo dire che la storia del genere umano dimostra un successivo nostro perfezionamento, bisogna allora anche ammettere che la supremazia della donna è oggi scomparsa perchè non era ragionevole, non tollerabile, non sostenibile. Vogliamo dire che le società umane, progredite per certi rispetti, sono andate indietro per altri? Questo modo di ragionare è pericoloso; perchè chi distinguerà in quali cose abbiamo peggiorato e per quali altre siamo andati avanti? A Sparta si lasciavano morire i bambini deboli e mal fatti, per la salvezza della razza; è preferibile l’antico costume a quello presente di sostentare finchè è possibile le vite grame?
E poi: quale fu veramente questa supremazia femminile ai tempi antichi, ed in che cosa consistette? Nella medesima Sparta le fanciulle erano educate come i giovani, si addestravano nelle palestre insieme con quelli. Noi possiamo lodare l’educazione spartana: non la lodava però Aristotile, che poteva meglio di noi valutarne gli effetti. «Il legislatore di Sparta», dice lo Stagirita, «ha ordinato le istituzioni dello Stato in modo che gli uomini siano educati conformemente alle loro attitudini; quanto alle donne, le ha molto neglette: esse vivono licenziosamente in mezzo a quel popolo guerriero». Alla distanza di parecchie migliaia d’anni un dottore americano, – esagerando certamente, ma l’esagerazione è sintomatica, – così descrive gli effetti dell’educazione virile delle fanciulle americane: «Le nostre fanciulle non sono più capaci di perpetuare la razza; e se si continua ad impartir loro questa educazione, fra cinquant’anni bisognerà far venire le donne dalle altre parti del mondo». Il Nietzsche va più in là, come abbiamo visto: giudica che per ogni dove i costumi presenti rendono la donna incapace di perfezionare la specie umana.
Ma torniamo all’argomento. Era forse segno di supremazia femminile, a Roma, la facoltà di battere le donne con le verghe fino alla morte per il semplice sospetto d’ubbriachezza? O l’obbligarle a restare confinate nel focolare domestico, dove solo l’uomo poteva celebrare il culto degli avi? E quando le vere virtù muliebri, la modestia, il pudore, il timore degli Dei, il rispetto filiale, tutti gli affetti familiari furono dimenticati, e le donne si emanciparono, la società romana si rafforzò, oppure andò all’ultima rovina?
Il padre Roesler, grande confutatore, nella Quistione femminista, del Bebel, giudica tuttavia che, se non nell’antichità, almeno nel medio evo la donna fosse più libera o meglio protetta che non oggi: era sovrana, dettava sentenze, impugnava le armi, sosteneva tesi giuridiche, esercitava la medicina. Questo modo di giudicare somiglia troppo a quello, tanto famoso quanto criticato, dell’Inglese a Calais: vedendo una donna con i capelli rossi, scrisse nel suo libro di viaggio: «Le Francesi sono rosse». Le donne, nell’età di mezzo, esercitarono la medicina, sostennero discussioni legali, combatterono, giudicarono? Ma quante fecero queste cose? Dieci, cento, mille? E le altre? E la più gran parte? E quasi tutte? Non continuarono quasi tutte a fare ciò che avevano fatto sempre? Secondo Gringoire e Filippo da Novara le donne dovevano filare e cucire; non leggere nè scrivere. Lo stesso autore non avverte che Bertoldo di Ratisbona predicava: «L’uomo per la guerra, la donna per la tessitura»? E che la parola tedesca weib, donna, ebbe la stessa origine del verbo weben, tessere? E che schwertmagen, il nome col quale si designano i parenti dal lato paterno, viene da schwert, spada, e quello della parentela materna, spillmagen, da spindel, fuso?
Ma concesso che parecchi secoli addietro le quistioni poste dal moderno femminismo fossero tutte risolte, bisognerebbe allora far voti perchè quei tempi tornassero tali e quali: con le monacazioni più o meno spontanee, con le corti d’amore più o meno dissolute, con le cinture di castità e tutto il resto. Noi possiamo, considerando un periodo storico, lodare certi costumi e biasimarne altri; ma i costumi, le leggi e tutti i fenomeni sociali sono collegati in modo che non è possibile isolarli e mantenerne a piacimento alcuni ed evitarne altri. Per una logica, per una necessità contro la quale non possiamo nulla, un’epoca è quella che è, con tutte le sue virtù e tutti i suoi vizî; tener conto delle virtù sole sarebbe desiderabile, ma non è possibile: bisogna prenderla, purtroppo, con le une e con gli altri. Ora, a questo patto, chi vorrebbe tornare addietro?

II.

Una cosa è certa: che, a parte alcune eccezioni episodiche, le quali in conclusione confermano la regola, in ogni tempo e in ogni luogo fra uomini e donne si è mantenuta la differenza imposta dalla loro organica diversità. Occorre definire questa diversità? È proprio necessario indicare quali membri e quali organi sono più piccoli e deboli o più forti e gagliardi in ciascuno dei due sessi? Si deve proprio percorrere la scala di tutti gli esseri viventi per dimostrare che dovunque sono sessi, sono differenze, e che più si sale, più queste si aggravano? Basta la diversità della funzione sessuale, basta l’ufficio della maternità assegnato alla donna, per fare di lei un essere singolarissimo, profondamente diverso dall’uomo, capace di cose alle quali egli è inadatto, incapace delle cose alle quali egli è chiamato. La maternità è la missione della donna. Le restano bensì forze per attendere ad altre cose: ma queste forze, tanto le fisiche quanto le morali, sono molto minori di quelle dell’uomo.
I femministi, per poter dimostrare che la donna è capace e degna di essere interamente agguagliata all’uomo, cominciano col negare l’importanza della maternità, con l’affermare che l’ufficio materno è uguale al paterno, e che, quando pure fosse diverso, la diversità è soltanto formale, trascurabile, senza conseguenze. Al congresso femminista di Parigi un’oratrice svedese ha dichiarato che è ora di finirla con l’esaltazione della madre. «Alla Vergine che tiene eternamente un bambino fra le braccia io preferisco», ha detto, «la Venere di Milo, che è senza braccia». Per fortuna, non occorre dimostrare la sciocchezza di simili proposizioni. Ma, anche tra coloro che non arrivano a questi estremi ridicoli e odiosi, molti si rifiutano di ammettere che la donna, perchè destinata a concepire, a procreare, ad allattare e ad educare la prole, debba, pur meritando il rispetto e la protezione degli uomini, tenere un posto a parte nel consorzio umano. A costoro si può rispondere ciò che dice l’Albert nell’Amore libero. Questo scrittore, inconciliabile nemico del presente ordinamento, non solo dei rapporti dei sessi, ma di tutta quanta la vita, afferma tuttavia che «la prima condizione di ogni superiorità è di svilupparsi conformemente alla propria natura». L’uomo si è dunque sviluppato nel senso della potenza muscolare e cerebrale, che è la sua dote; la donna nel senso della maternità. Per credere che le donne debbano, o soltanto possano, fare la concorrenza dell’uomo, dice egli, «bisogna negare, o quasi, un fatto, l’esistenza e l’importanza del quale ci sembrano notorie. Questo fatto è lo stesso sesso, con tutte le sue conseguenze, con le sue obbligazioni, con la sua ripercussione nell’essere intero». E ancora: «Il principio della divisione del campo dell’attività umana fra le due serie di esseri che vi si muovono è stato senza dubbio male interpretato, esagerato in un certo senso, disconosciuto nell’altro; ma non per ciò vien meno la sua alta importanza, tanto a cagione della funzione materna della donna, quanto delle attitudini che ne derivano in lei. Se sarebbe assurdo respingere la cooperazione sociale della donna fuori della famiglia, cooperazione che del resto è sempre esistita, altrettanto assurdo sarebbe pretendere che l’attività produttrice di lei, nel senso stretto di questa espressione, non debba essere limitata da lei stessa, divenuta cosciente e libera come comporta e quanto comporta la natura sua propria, e francamente subordinata all’ufficio che il sesso le assegna nella vita». Per queste ragioni «è nell’ordine naturale che l’uomo, – individuo o consorzio, – lavori in una certa misura al posto della donna che procrea ed alleva. E checchè si possa dire sotto l’impero del paradosso, o per una reazione nelle idee, – reazione che del resto si spiega, – questa cooperazione, prima divisione del lavoro, è normale. Essa resterà, con forme e gradi diversi, secondo il diverso momento dell’evoluzione. La propaganda femminista, o piuttosto una certa propaganda, non arriverà a sopprimerla».
Ora, se è così, se gli uomini dedicano parte delle loro forze alle donne, se le donne debbono essere mantenute o protette dagli uomini, diremo che uomini e donne sono eguali? Egualmente necessarî riguardo alla vita, sì; ma diseguali le une dinanzi agli altri. Come tra uomini e uomini c’è somiglianza e diversità ad un tempo, così, anzi a più forte ragione, tra uomini e donne c’è equivalenza e diseguaglianza insieme. Dice l’Albert che «nei primi tempi, quando la lotta per la vita era dura, l’uomo dovette imporsi alla donna come provveditore della famiglia». Dovette imporsi: perchè? Perchè, senza dubbio, la donna, la madre, non era capace di provvedere alla famiglia, o provvedeva ad essa poco e male; e perchè l’uomo aveva questa capacità, o ne aveva una maggiore e migliore. Allora, continua l’Albert, «con l’aiuto del diritto del più forte e della brutalità antica, si stabilì la diseguaglianza dei sessi». Questa diseguaglianza sarebbe dunque una cosa artificiale? Ma se l’uomo esercitò il diritto del più forte, ciò deve voler dire che egli aveva questa maggior forza; e se aveva una forza maggiore, ciò deve importare che egli non era eguale alla donna.
La storia del genere umano dimostra da un capo all’altro del mondo questa superiorità virile. Tutte le mitologie, l’assira, la babilonese, l’egiziana, la greca, deificano l’uomo e la donna, ma il principio maschile è preminente. Giunone è sottoposta a Giove, Iside a Osiride, raggiante simbolo della luce. Nessuna donna può, in Egitto, sacrificare agli Dei nè alle Dee: solo gli uomini sono capaci del sacerdozio. Gli uomini hanno due vesti, le donne una sola. Ecco: essi cominciano ad abusare della loro maggior forza per farsi la parte più bella; ma già nei papiri di ventidue secoli prima di Cristo si legge il consiglio di moderazione che oggi la nostra morale diffonde: «Se tu sei saggio, ama la donna tua; senza discordie, senza litigi, nutriscila, adornala, rendi felici tutti i giorni della sua vita: ella è un bene, e il suo possessore deve stimarne il valore…». La funzione della maternità, la possibilità di dare al marito figli non suoi, rende oggi come cinque mila anni addietro l’infedeltà della moglie più grave che non quella dell’uomo: gli onori funebri resi alle donne egiziane erano proporzionati alla loro virtù coniugale, alla fedeltà verso lo sposo; come oggi i Turchi, così un tempo gli Assiri, chiudevano le donne in un luogo della casa dove nessuno poteva penetrare. Questa era ed è una prepotenza; ma, per opporsi alle prepotenze assurde e ridicole, i femministi avanzano oggi pretese non meno ridicole e assurde. Le vedove non debbono essere condannate a una vedovanza eterna, come nella Grecia più remota, o a morire incenerite sullo stesso rogo del morto marito, come tra gl’Indiani antichi e moderni; ma la fedeltà della moglie sarà sempre più apprezzata, più doverosa che non quella del marito. «Se l’adulterio della donna è punito come una colpa grave,» dice l’Albert, «e se il codice scusa insino l’uccisione della colpevole in caso di flagranza, mentre l’adulterio dell’uomo è considerato come una bagattella, e punito soltanto in circostanze speciali difficili ad osservarsi, ciò accade semplicemente per evitare che eredi illeggittimi s’introducano nella famiglia». Ma il giorno che non vi sarà più nè proprietà nè denaro, e che la famiglia non sarà creata per trasmettere queste cose, anche quel giorno l’adulterio della moglie, della compagna, della donna, sarà più grave; perchè ella potrà, come ora, concepire adulteramente, e l’attribuzione di figli non proprî dispiacerà all’uomo come e quanto gli dispiace ora. Se diversa dev’essere, come abbiamo visto che l’Albert vuole che sia, la cooperazione sociale dei due sessi, attesa la diversità delle loro funzioni, diversa sarà anche la loro responsabilità.

III.

Il nodo della quistione è questo: poichè gli uomini sono superiori alle donne, come più intelligenti, più attivi, più liberi, così c’è da parte loro una tendenza a trascurarle, a sottoporle, ad opprimerle, e talvolta anche a sopprimerle; ma poichè le donne, rispetto alla specie, valgono altrettanto quanto gli uomini, e uomini e donne sono egualmente necessarî alla continuazione della vita, così c’è un’altra tendenza a considerare nulli e vani i vantaggi maschili ed a parificare in tutto e per tutto i due sessi. In China la nascita delle femmine è considerata come una calamità; spesso le figlie sono buttate via, muoiono abbandonate per le strade; così pure in India: in certi villaggi indiani, non molti anni addietro, si contava una sola fanciulla sopra cento ragazzi. L’abuso della supremazia maschile non potrebbe essere dimostrato meglio che da questa infamia. Se i Chinesi e gl’Indiani riuscissero a sopprimere tutte le donne, si troverebbero in una situazione piuttosto difficile. Se volessero soltanto ridurne il numero, le difficoltà della scelta e l’asprezza della lotta sessuale crescerebbero, e il danno sarebbe tutto loro. Da noi le bambine non si lasciano morire, ma son accolte con minor festa: come più civili, noi sostituiamo ad una infamia una sciocchezza. La funzione vitale è ugualmente importante, la dignità umana è ugualmente grande nei due sessi; ma, se ripetiamo troppo spesso questa verità, ecco alcune donne, e i femministi con esse, pronti ad abusarne. In ogni tempo, ma specialmente nel nostro, il pensiero umano procede in questo modo: per esagerazioni.
Nell’antico Egitto i figli maschi non dovevano mantenere i vecchi genitori; quest’obbligo incombeva alle figlie. In un gran numero di società barbare e selvagge gli uomini non lavorano: obbligano le donne a lavorare per essi. Quando ciò accade perchè essi sostengono le più gravi fatiche della guerra contro i nemici o contro le forze naturali, nulla di più giusto: le cose, allora, stanno press’a poco come nelle società civili, dove le donne lavorano per gli uomini in casa, e gli uomini per le donne fuori di casa, attendendo, invece che alla guerra, ai commerci, alle industrie, alle professioni. «Non è il caso,» dice l’Albert, citando l’autorità del Geddes e del Thomson, «di vituperare scioccamente, come fanno la maggior parte dei femministi, il selvaggio che resta sdraiato, al sole, intere giornate, di ritorno dalla caccia, mentre la donna sua, pesantemente chinata, macina e lavora senza lamento e senza tregua; anzi, tenendo conto degli estremi sforzi che costa a lui la lotta incessante contro la natura e i proprî simili, per il nutrimento e la sussistenza, e tenendo conto della conseguente necessità di utilizzare ogni occasione di riposo per rifarsi e vivere la sua vita tanto corta e precaria, ma indispensabile alla donna ed ai figli, si vedrà che questa grossolana economia domestica è la migliore, la più morale, la più umanamente praticata, date le circostanze». Ma dove gli uomini costringono le donne a mantenerli senza far nulla, o lavorando meno di loro, essi infrangono la legge naturale; e queste infrazioni sono, in verità, rarissime. Poichè l’uomo è più forte della donna, ma la donna è necessaria all’uomo, la conseguenza logica e naturale è che egli adoperi una parte della propria forza a proteggere, a mantenere questa creatura debole della quale ha bisogno, e che a sua volta lavora un poco per lui e moltissimo per la prole comune. E, tranne le eccezioni, questa è veramente la regola alla quale obbedisce tutta quanta l’umanità. Ora invece i femministi vogliono che la donna faccia la concorrenza all’uomo: cosa altrettanto innaturale ed assurda quanto la pretesa di quegli uomini che vogliono lasciar le donne macerarsi per loro.
Il cristianesimo, dice il padre Roesler, operò una rivoluzione nei rapporti dei sessi, conferendo alla donna una dignità che prima non le era attribuita, afforzando il vincolo matrimoniale, difendendo la famiglia. E il fatto non si può negare; non è negato neppure dall’Albert, che attribuisce alla rivoluzione cristiana «il più gran progresso morale: l’amore sessuale moderno, prima sconosciuto». Ma questa rivoluzione non fu tanto radicale quanto pare: e lo stesso padre Roesler lo riconosce, e se ne loda; perchè, infatti, la supremazia dell’uomo fu mantenuta. Ora questa soluzione pare veramente la più conforme ai due fatti naturali e contraddittorî, ma certi: cioè, da una parte, l’eguaglianza dei sessi dinanzi alla specie, la loro reciproca dipendenza, l’impossibilità per ciascuno di essi di fare a meno dell’altro; e, dall’altra parte, la supremazia muscolare e intellettuale degli uomini. Le società barbare, considerando soltanto questa supremazia, avvilirono la donna; il cristianesimo, considerando l’eguale importanza dei sessi, la sollevò; ma non oltre certi limiti, cioè riconoscendo la naturale preponderanza dell’uomo. Noi possiamo seguire questo ragionamento in uno dei maggiori Padri della Chiesa. San Paolo dice che l’uomo è il capo della donna come Gesù Cristo è il capo della Chiesa; che l’uomo è immagine della gloria di Dio, mentre la donna è immagine della gloria dell’uomo; e fin qui l’apostolo ragiona al modo antico; ma tosto egli soggiunge che, se la donna è stata tratta dall’uomo, l’uomo non esiste senza la donna, e che entrambi hanno la stessa dignità: «nel Cristo non c’è differenza alcuna tra uomo e donna, perchè entrambi egualmente partecipano ai benefizî della creazione e della redenzione».
La soluzione cristiana della quistione sessuale è dunque un temperamento, e come tale potrebbe darsi che fosse la più ragionevole, la più pratica e veramente la migliore. Da principio, dovendo lottare contro l’eredità della morale barbara, il cristianesimo abbondò nel senso di ciò che oggi si chiama femminismo; il linguaggio di San Giovanni Boccadoro dovrebbe, per esempio, piacer molto ai suoi moderni campioni: «Dio,» dice il Santo, «non impone sull’uomo tutto il fardello della vita, e non fa dipendere da lui solo la perpetuità del genere umano. Anche la donna ha ricevuto un grave ufficio affinchè sia stimata. Iddio non le assegna un destino minore di quello dell’uomo; la Scrittura ce lo rammenta con queste parole: Diamogli una compagna simile a lui». Ma più tardi, quando l’evangelica esaltazione della donna degenerò nella goffa glorificazione che ne fece la cavalleria, una reazione in senso inverso si manifestò con la Riforma, la quale non si oppose agl’istinti poligamici degli uomini e tolse le donne dal trono ideale dove erano state collocate, per farne semplici e troppo spesso umili massaie.
Queste fluttuazioni del pensiero e queste modificazioni del costume umano, che il padre Roesler e molti altri studiosi hanno notato, dipendono dal contrasto dei due fatti naturali dianzi definiti. Un esempio curioso della perplessità del giudizio lo troviamo in quella dottrina morale del Maeterlinck che abbiamo già esaminata. Senza entrare direttamente nel dibattito, egli crede alla supremazia maschile quando afferma che l’uomo è più morale: «Tra un uomo e una donna di eguale potenza intellettuale, la donna impiegherà sempre una parte molto minore di questa potenza a conoscersi moralmente». Un centinaio di pagine più innanzi sostiene che, nella vita ordinaria2, «la donna è quasi sempre superiore all’uomo che ha dovuto accettare…». La quistione femminista è appunto per ciò, e sarà sempre una quistione: perchè, quando si considera l’innegabile eguaglianza morale e ideale dei due sessi, e l’abuso sciocco o nefando della maggior forza maschile, l’esaltazione della donna sembra ragionevolissima; quando si considera la non meno innegabile loro diseguaglianza reale, specifica, e l’inferiorità della donna, sembra ragionevolissima la sua subordinazione.
Nel temperamento trovato dal cristianesimo c’è un punto del quale il padre Roesler si loda moltissimo: l’istituto della verginità, il celibato monastico. Anzi, per lui, questa è la vera soluzione della quistione femminista. «I nostri padri», dice, «avevano dunque trovato la soluzione della quistione femminista: non solamente, tra loro, i numerosi monasteri offrivano un ritiro sicuro alle donne senza famiglia; ma le grandi anime potevano prendervi tutto il loro slancio, e la donna rimasta nel mondo godeva degli esempî della religiosa, come pure del rispetto col quale costei era considerata». Per giudicare a questo modo, bisogna anche credere che astenersi dalla funzione sessuale sia meglio che compierla; e tale è infatti il pensiero del Roesler. Come il Tolstoi, egli giudica che il vero cristianesimo, se loda il matrimonio, gli preferisce la castità. «Maritarsi è bene», dice con San Paolo; «ma non maritarsi è meglio». Questo giudizio, in un mistico come il Tolstoi, in un negatore dei fatti, in un nemico della scienza, è logico; non è logico nel Roesler, il quale, per stabilire razionalmente i rapporti dei sessi, ha voluto studiare la fisiologia, la biologia e la zoologia. Le scienze della natura avrebbero dovuto insegnargli che le leggi della natura non si trasgrediscono impunemente. Se i sessi sono stati creati per accostarsi, impedire i loro accostamenti è operare contrariamente alla loro ragion d’essere; questa non è una soluzione del femminismo; è al contrario, come nel Tolstoi, una forma di nihilismo. Che la castità sia possibile, in certe condizioni, per certi temperamenti, non si nega: ma la legge è quella della procreazione. E se i voti di castità furono e sono, per certe creature, facili e benefici, per moltissime altre furono e sono terribile cagione di orribili disordini. Il femminismo, non che essere risolto con la castità, deve assicurare, al contrario, la formazione della coppia umana: esso non cerca la soluzione nel celibato, vuole anzi l’amore libero.

IV.

I critici della presente legislazione dell’amore hanno buono in mano. Tanti sono gl’inconvenienti delle leggi e dei costumi, che non occorre rappresentarli: noi tutti, giovani e vecchi, uomini e donne, celibi e coniugati, ne conosciamo per prova i danni. Al giovane, cui non è offerto altro appagamento del bisogno d’amore se non l’amaro e velenoso piacere che si compra; alla moglie, che non può vivere insieme con chi non ama; alla sciagurata, che vive del mercato di sè stessa; agli amanti, cui i pregiudizî sociali vietano di unirsi agli adulteri, che debbono nascondere l’amor loro e tremare per la loro vita, lo stato presente non può piacere. Su questo punto tutti possono mettersi d’accordo. La quistione è un’altra, la quistione è questa: gl’inconvenienti lamentati sono eliminabili? Dipendono da un artifizio maligno che si può combattere, o da fatalità naturali contro le quali siamo impotenti?
I fautori dell’amore libero accusano la società. Tutto il danno viene da lei. Essa, badando agli interessi materiali, cupida soltanto di denaro, contrasta l’amore, la passione pura, ideale. Questi critici non lodano già lo stato di natura. Allo stato di natura, anzi, riconoscono che l’amore nel senso umano, migliore, più grande ed alto della parola, non esiste: esiste l’accoppiamento. L’infima e primitiva umanità è appena capace di una scelta sessuale simile a quella che esercitano gli stessi animali; le prime coppie umane sono appena durature quanto quelle di certi uccelli e di certi mammiferi; anzi meno. L’amore, da questi germi, si è sviluppato a poco a poco: la facoltà di scelta è divenuta passione morale, la tendenza a rendere stabile la coppia si è mutata nel bisogno d’un legame indissolubile, eterno.
Già si potrebbe a questo punto osservare: se ciò è avvenuto durante quello stesso processo storico che ha portato il mondo al presente ordinamento, possiamo dire che gli ordini attuali sono tanto contrarî all’amore? Non potrebbe darsi, al contrario, che l’amore sia nato insieme con questi ordini, e per effetto di essi? I giovani, le fanciulle segnatamente, sono tenute nell’ignoranza delle funzioni sessuali: questo fatto è denunziato dall’Albert come un abuso di confidenza commesso dalla famiglia contro l’amore, come uno dei numerosi espedienti adoperati dalla società moderna per impedire all’istinto sessuale di epurarsi. Non potrebbe darsi, invece, che le cose andassero al contrario? Il costume dell’ignoranza, del mistero, è certamente nocivo; ma, se nuoce, non nuoce appunto nel senso di far credere l’amore una cosa più arcana. più pura, più sublime che in realtà non è? E dalla scienza della realtà sessuale impartita senz’altro alle fanciulle e ai giovanetti, dalla loro libera educazione3 in comune, non potrebbero derivare altri inconvenienti nel senso opposto? L’Albert dovrebbe sospettarlo, egli che pur nota come una forma di prostituzione, l’etairismo, nacque dalla libertà sessuale accordata alle giovani prima del matrimonio. La verità vera non è forse che vi sono inconvenienti in tutti i sistemi? E gl’inconvenienti non dipendono dall’ambiguità della natura umana, che non è tutta bruta nè tutta pura, nè tutta senso nè tutta sentimento, nè tutta spirito nè tutta materia? Come ha detto Sully Prudhomme

Tout ce que son génie ouvre en haut de carrière
En bas la pesanteur à ses pieds l’interdit…

L’amore libero dovrebbe essere fondato sull’intimità fisica e morale degli amanti. Ma nè il senso e il sentimento vanno sempre d’accordo, nè vi è nel genere umano, come in tutto il mondo vivente, un assortimento così rigoroso delle creature, una tale convenienza fra gl’individui presi a due a due, che le coppie siano indissolubili. I più nobili fautori dell’amore libero non intendono già che esso debba consistere nella possibilità di cambiare dall’oggi al domani di amante, nel rompere e riannodare le unioni continuamente, a capriccio: vogliono tutto il contrario. L’Albert, per esempio, dice espressamente che l’unione dev’essere unica e costante, che nel reiterare le prove prima di contrarla vi sarebbe «sciupio di forza umana e disordine nell’economia della vita». Ma la scelta della creatura unica con la quale poter vivere eternamente è impossibile, perchè la creatura unica non esiste. Si è riso abbastanza dell’ansiosa e patetica ricerca dell’anima sorella al tempo che il romanticismo era in voga! Se ne è riso perchè l’anima sorella, l’anima unicamente conveniente all’anima nostra, non c’è. Quando abbiamo creduto di trovarla, ci accorgiamo, più o meno presto, che non fa più per noi come credevamo dapprima, che non è più quella che pareva, che ve ne sarebbero molte altre migliori, più convenienti, o capaci, se non altro, di ridarci, nei primi tempi, l’illusione di una assoluta convenienza; e allora vogliamo riprovare quest’illusione, che è molto dolce paragonatamente ai disinganni prodotti dai malintesi, dal disaccordo e dalla guerra di tutti i giorni. E se l’amore libero non deve implicare la possibilità di mutare continuamente di amante, non sarà anch’esso una specie di matrimonio? Il nome, più che la cosa, sarà mutato. Nel matrimonio attuale c’è un dovere materiale di restare accanto alla persona che abbiamo scelta; nell’amore libero ci sarà un dovere morale; ma, oltrechè il dovere morale dovrebbe essere più rigoroso del materiale, qualunque dovere, sia materiale o morale, sia scritto o pensato, non è tutto il contrario del piacere? «Non v’ha nulla che ci tenti come le cose proibite. Non vi sono persone altrettanto disposte a odiarsi e fuggirsi come quelle alle quali è stato comandato di restare insieme». Parole delle quali nessuno può negare la verità: ma quando i nuovi amori, dopo la prima unione libera, saranno vietati, non più dal codice, dai giudici e dai carabinieri, ma dalla nostra coscienza, dal ricordo del primo impegno, dal rimorso di annullarlo, il frutto proibito cesserà forse di eccitare la nostra bramosia?
La società moderna è contro l’amore, dicono, perchè gli antepone la proprietà, il denaro, il ventre; viceversa l’amore si vendica terribilmente, producendo drammi, tragedie, rovine d’ogni sorta e affermando così la propria onnipotenza. Questi sono fatti e non si possono negare. Ma che cosa significano essi? Significano che tra l’amore e l’amor proprio, fra l’istinto della conservazione individuale e quello della riproduzione della specie, c’è un contrasto, un dissidio, un conflitto. Certo, considerati all’origine, i due istinti si possono identificare: l’individuo si conserva per riprodursi, e si riproduce per conservarsi, per non perire del tutto, per durare in un altro individuo a lui simile e da lui generato. Ma questa identità essenziale, filosofica e metafisica, non vieta che realmente, praticamente, nella specie umana, che i due istinti vengano in urto, e che ora vinca l’io ora l’altro o l’altra; che ora trionfi l’amore, ora il denaro; ora gridi il ventre, ora… un altro organo. E se il ventre ha, come dicono i critici della società attuale, più culto ed onore che non l’amore, ciò dipende appunto dal fatto naturale che l’istinto della conservazione, nella nostra specie, opera continuamente, incessantemente, dal primo all’ultimo giorno della vita, ed è assolutamente indomabile; mentre quello della riproduzione comincia ad operare un buon tratto dopo la nascita, finisce di operare prima della morte, – della morte naturale, per vecchiezza, – nè opera continuamente, ma ad intervalli, ed è anche, relativamente, domabile. «Nella sfrenata concorrenza degli appetiti,» dice l’Albert, «nel conflitto mortale dei bisogni, l’uomo moderno si sente perduto se si disvia dal segno al quale è ribadito: nutrire il proprio corpo. Egli sa inoltre che l’ebbrezza d’amore trascina lungi dai calcoli meschini e che l’amore disperde le più elementari precauzioni dell’interesse personale». È difficile dir meglio. Sì, l’istinto della riproduzione, dal quale dipende il sentimento dell’amore, questo istinto che dovrebbe fare tutta una cosa con quello della conservazione personale, quest’amore che dovrebbe confondersi con l’amor proprio, gli si oppone, invece, terribilmente; ma non sempre: quello che opera sempre, che urla sempre, è il bisogno di nutrire il corpo. Ma, se è così, è naturale e fatale che la società, cioè l’insieme degli individui umani, posponga l’amore all’amor proprio. Se è così, possiamo sperare che la passione d’amore si affrancherà dalle passioni strettamente egoiste? Sciaguratamente, se è così, noi dobbiamo prevedere che il dissidio durerà finchè durerà l’attuale costituzione organica dell’animale-uomo.
L’amore libero, dice l’Albert, dev’essere «la vita sessuale indipendente dalla vita individuale». Ma questa indipendenza, questa autonomia, non esiste. Prima di tutto le due vite, i due istinti operano insieme in uno stesso individuo e lo sospingono in vario senso e vengono in contrasto; poi, e qui è la gravità maggiore, mentre ciascun individuo è indipendente e autonomo nell’esercizio della vita sua propria, dipende strettamente dall’individuo dell’altro sesso per l’esercizio della vita sessuale. E dal contrasto appunto di questa parziale indipendenza e di questa parziale soggezione, nasce un’altra enorme serie di inconvenienti. E se pure ciascun individuo di un sesso, soffrendo del contrasto, trovasse nell’individuo dell’altro sesso un contrasto egualmente forte, meno male ancora; ma nei due sessi la forza di questo contrasto è diseguale. Una delle cose più notevoli, nelle relazioni dei sessi, è questa: che mentre essi sono entrambi egualmente necessarî a compiere l’ufficio della propagazione della vita, l’appetito dell’amore è più gagliardo negli uomini che non nelle donne, in tutti i maschi animali che non nelle femmine. E di qui un numero infinito di altri danni.
Il padre Roesler ha lodato la verginità ed affermato che essa sarebbe, come fu, una soluzione della quistione femminista. Ora, se egli può dire e credere questa cosa, ciò accade perchè la verginità, l’astinenza, è nelle donne relativamente facile, mentre agli uomini è molto più difficile. Ma poniamo che tutte le donne capaci di castità si ritraessero dal mondo: esse avrebbero risolto il problema per conto loro; per tutte le rimanenti e tutti i rimanenti, cioè per il consorzio umano, la quistione si aggraverebbe; poichè, scemato il numero delle donne disponibili, la lotta sessuale diverrebbe acutissima. E quando si dice lotta sessuale, non s’intende soltanto quella che i maschi, che gli uomini concorrenti e rivali, sostengono tra loro; ma anche, e principalmente, quella tra uomini e donne. Questa lotta esiste ed è sempre esistita, non solamente nel genere nostro, ma anche in tutto quanto il regno organico: ai nostri giorni la biologia e la psicologia non hanno fatto altro che metterla in evidenza; nel momento che scrivo, uno studioso italiano, Pio Viazzi, ne ha fatto oggetto di un libro, intitolato appunto La lotta di sesso.
I sessi implicano diversità; senza diversità essi sarebbero un controsenso. Le diversità non sono soltanto negli organi, ma anche nelle funzioni, negli atteggiamenti, negli appetiti. Il maschio è attivo e ardente; la femmina è passiva e tepida. Questi due esseri diversi sono destinati ad accoppiarsi, a intendersi, ad amarsi; e ciò accade realmente, e la legge d’amore regola il mondo; ma l’intesa non si avvera semplicemente, facilmente, subito: al contrario, è preceduta da una contesa, e prima, durante e dopo l’amore c’è un lievito d’odio. «L’amore,» dice ancora l’Albert, «è fatto di uguaglianza». No, purtroppo, – o per fortuna. Giacchè, se l’attrazione è un bene, una fonte di piacere, essa nasce dalla diseguaglianza, dalla diversità. Ma la diversità non è cagione soltanto di attrazione, o di attrazione pura: l’avversione, fatalmente, la intorbida. «Oggi,» continua l’Albert, «l’uomo e la donna stanno l’uno in faccia all’altra nella situazione di due esseri d’ineguale importanza. La nozione d’una stretta equivalenza non ha potuto ancora stabilirsi fra le due serie di esseri che collaborano per una parte eguale, sebbene in modo diverso, all’opera vitale». Sì, uomini e donne importano egualmente; ma i loro portamenti sono diversi; e la diversità dei portamenti non è piccola, lieve, trascurabile o semplicemente correggibile. In avvenire, prevede questo scrittore, in una civiltà migliore, più pura, più disinteressata, veramente civile, «l’amore non implicherà più, come oggi, quella parte di odio che allontana l’idea dell’unione vera, franca e leale. Non sussisterà più, tra l’uomo e la donna, quel secreto pensiero d’ineguaglianza che dà tanto spesso all’amore moderno il carattere d’una lotta snervante e subdola». Questa cosa accadrà se la natura degli esseri umani cambierà; finchè saranno come sono, e come sono sempre stati, la lotta continuerà. Non è sempre esistita? Lo stesso Albert, che pure accusa la società, non dice che le diverse abitudini morali degli uomini e delle donne sono effetto «d’una lunga tradizione e di una costante esperienza?» Ora dai fatti di esperienza costante derivano le leggi; e la lotta sessuale è una legge della quale possiamo dolerci, ma contro la quale la buona volontà è inefficace. «Le brutalità passionali, come tutte le altre, sembrano essere il risultato degli ostacoli che la società oppose all’espansione degli individui». Ma negli ostacoli opposti dall’ordinamento sociale si potrà trovare l’occasione delle brutalità: la loro ragione, la loro origine è nella inimicizia, nell’avversione che si sovrappone all’amore. Quando i maschi e le femmine animali si feriscono, si dilaniano, si uccidono, ciò non accade per gli ostacoli frapposti dal gregge o dallo sciame; ma perchè ì maschi non intendono le femmine, e tanto meno le femmine intendono i maschi; e il risultato finale dell’intesa, che pure si ottiene, è pagato con le violenze, gli errori, gli orrori e i dolori.
La prostituzione è una piaga, una vergogna, un danno. Noi possiamo rintracciarne le origini sacre e le profane; possiamo denunziare e combattere le condizioni che la favoriscono, le occasioni che la provocano: ma la causa prima, la ragione essenziale che la fa sussistere è ancora nella diversità dei sessi, nel maggior prezzo che ha l’amore, la sensazione d’amore, per l’uomo; nel minor prezzo che ha per la donna: il pagamento ristabilisce l’eguaglianza: pagamento indiretto, ma pur sempre materiale, sotto forma di protezione, di aiuto, di compagnia; pagamento morale, sotto forma di gratitudine; pagamento diretto, brutale, col denaro. Quando le donne non si fanno pagare, gli uomini hanno il dovere di mantenerle, di sostenerle, o più semplicemente di amarle. Il matrimonio è veramente molte volte una specie di prostituzione. Ma se noi sopprimeremo la società attuale, col suo stato civile e con la sua moneta, i matrimonî-mercati, o per dir meglio le unioni-mercati sussisteranno, e la prostituzione con essa; perchè noi non potremo impedire che la donna tepida o frigida calcoli e speculi sugli ardori maschili e si dia a quegli uomini dai quali crede di poter ritrarre maggiori vantaggi.
E, per concludere, l’amore libero come l’intende l’Albert, e come merita di essere inteso, è l’amore perfetto, l’ideale dell’amore, l’amore affrancato da tutte le soggezioni, l’amore sottratto ad ogni pericolo, l’amore garentito da ogni danno. I due istinti di conservazione e di riproduzione sono diversamente proporzionati: nell’amore libero debbono essere tutta una cosa. Fra l’autonomia e la dipendenza delle creature sessuate c’è un contrasto: questo contrasto deve sparire. Il senso e il sentimento operano a volta a volta, o diversamente: queste alternative e queste diversità non debbono più esistere. Ogni individuo d’un sesso può amare una quantità d’individui dell’altro; questa possibilità deve finire, ci dev’essere invece un rigoroso assortimento di tutte le coppie. Uomini e donne vedono, pensano, operano diversamente: essi devono ridursi eguali in tutto… o quasi in tutto.
Questo è uno dei caratteri salienti del tempo nostro: la credenza e la previsione che le fatalità naturali dalle quali ci vengono i danni si possano combattere, eludere e sopprimere. Ma, dall’altra parte, se non si credesse così, se non si nutrisse questa speranza, se tutti fossimo convinti che tutto è ineluttabile, che cosa faremmo?…

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