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Angelica Palli Bartolommei – Memorie di Federigo

CAPITOLO I.

Io nacqui unigenito in seno d’una famiglia provveduta di mediocre fortuna, tranquilla e rispettabile per domestiche virtù, per nullo desiderio di figurare sul teatro del mondo. Mio padre morì quando io compiva appena i dieci anni, e quel primo dolore lo sentii forte così, che la mia immaginativa da quel tempo in poi inclinò a cupa melanconia. Mia madre era una buonissima donna, ma oltre la casa non conosceva quasi che la via della chiesa; mi amava teneramente, io le corrispondeva con molto affetto: e non essendo in condizione da dirigere la mia educazione, avrebbe forse dovuto mettermi in un collegio; non ebbe il coraggio di separarsi da me, ed i maestri, ai quali diede l’incarico d’istruirmi, mi parlavano così materialmente delle scienze e delle arti, che le loro lezioni erano per me un corso di sbadigli e null’altro. La mia esistenza era tutta positiva; nessun pensiero ideale o esaltato entrava mai ne’ discorsi delle poche persone che frequentavano la mia casa: mi stava d’intorno una quiete profonda, un trascorrer di giorni tutti simili l’uno all’altro, una felicità fondata sull’assenza del dolore; e già a dieci anni io mi annoiava di vivere in cotal modo. Tratto tratto mi si suscitava nell’animo come un turbine: non erano desiderii diretti decisivamente a uno scopo, non rammarichi del passato, non disperazione dell’avvenire: era un mesto impeto di affetto, un imperioso bisogno di fare; e invece allora io sedeva molte ore immobile, con gli occhi fissi sopra un oggetto qualunque, colla fisonomia alterata, in uno stato d’indefinibile angoscia. Mia madre chiamava quel mio soffrire senza causa apparente, – l’attacco nervoso, – e mi tormentava per farmi ingoiare quelle medicine, nelle quali avea fede. Io le sorrideva mestamente ricusando d’inghiottire i rimedii; ed essa usciva dalla mia stanza gridando: “Non ci tornerò più;” ma dopo appena un quarto d’ora la vedeva riaffacciarsi pian piano all’uscio, spiare s’io m’era mosso, ritirarsi sospirando, e ritornare più volte; finchè pietà di lei mi vinceva, e per darle pace io usciva di casa dopo averle detto: “Sto meglio.” Povera madre! quanta tenerezza racchiudeva nel suo candido cuore!

CAPITOLO II.

Io aveva compìti appena i diciannove anni, quando ti conobbi, o Maria! Tu splendevi della doppia luce della beltà e della giovinezza: t’incontrai in mezzo al profumo dei fiori, sul declinare di un bel giorno di primavera: il sorriso errava sulle tue labbra; mi fermai immobile a contemplarti…. Tu arrossivi, e stringendoti al braccio della compagna affrettavi il passo. Orfana sfortunata! fossi tu fuggita lontano, così lontano, ch’io non avessi potuto mai più raggiungerti! Ti vidi entrare in una casa di meschina apparenza, ove restai accanto all’uscio: era già notte, un debil lume rischiarava una stanza del primo piano, ma la finestra restò deserta. Finalmente pensai a mia madre, mi mossi per tornare là dove essa mi aspettava inquieta per l’inusitata tardanza. Alla notte il sonno non mi confortò mai; un nuovo volume dell’esistenza mi si era aperto dinanzi, ed occupava ogni mio pensiero. Il domani rivisitai quella strada, guardai quell’uscio con una specie di religioso rispetto; alzai gli occhi, vidi Maria affacciata alla finestra, e li riabbassai!
Era sola sulla terra; i suoi genitori avean vissuto nell’agiatezza; poi colpiti dalla sventura eran morti, raccomandando Maria alle cure di una vecchia che li serviva già da molti anni. La fanciulla provvedeva col lavoro delle sue mani al proprio sostentamento, e a quello insieme della buona Camilla: viveva giorni quieti, se non felici, e amandomi, sperò un avvenire tutto letizia! “Starò teco,” mi diceva, “sempre teco! Tu mi metterai a parte d’ogni tuo piacere e d’ogni tua pena; siamo giovani, l’avvenire è lungo, e possiamo guardarlo senza paura.” Dolci, affettuose parole! Io l’amava; e nonostante mi sentiva tuttavia un vuoto nell’anima.

CAPITOLO III.

La corda dell’amore non era più muta, rimaneva a rompere il silenzio quella dell’amicizia. Oh! fosse quel silenzio rimasto ineccitabile, eterno! Al caffè dove io era solito passare ogni giorno qualche ora, fumando, chiacchierando, leggendo i giornali; conobbi un uomo, amabile nei modi, arguto nei concetti, ricco di cognizioni svariate. Il suo dire aveva per me una prepotente attrattiva, ciò nonostante io non osava sostenere la fosca luce che tramandavano i suoi occhi grigi; era un baleno troppo forte per la mia virtù visiva.
Di sera in sera la nostra relazione si faceva più intrinseca; egli rideva della mia semplicità, de’ miei pregiudizii all’antica, perchè la tenerezza filiale, l’amore, l’idea d’un Ente supremo erano per lui pregiudizii: avvolgeva i suoi sofismi in tanta amenità di parole, ch’io non persuaso, ma vinto, finiva sempre col dirgli: “Hai ragione;” e mentre non avevo ancora finito di dirlo sentivo già nascere nell’animo il rimorso d’averlo detto. Abbominandone le massime, io mi sentiva imperiosamente trascinato ad ascoltarlo, ed io pendeva più avido dalle sue labbra che da quelle dell’ingenua Maria. La mia natura impetuosa abbisognava di forti sensazioni; la scintilla elettrica partì dal vizio, perchè la virtù sulle labbra di una donna semplice, d’indole dolce e mansueta, non bastava a destarla: creato per l’entusiasmo fui sul punto di consacrarlo alle inspirazioni del delitto, e la mia vita destinata alla quiete fu dunque uno sbaglio del caso! Il torrente cerca una via per calar dal monte; se non la trova, precipita giù devastando: – io devastai tre vite! – Oh! se l’uomo potesse sempre svolgersi sotto sguardi vigili, capaci d’intendere l’arcana tendenza che lo governa, vi sarebbero sulla terra meno colpe e meno sventure!

CAPITOLO IV.

Una sera: “Senti,” mi disse Fausto (tale era il nome che si dava meco il mio amico), “ti veggo un ragazzo e vorrei far di te un uomo.”
“In qual modo?”
“Oh! la cosa è difficile, e non so nemmeno se con tutto il mio buon volere potrei pervenirci.”
“Mi tieni così da poco?…”
“Fosti male educato; che sperare da un giovine perduto fra le smorfie di due femmine, la madre e l’innamorata?”
“Mi fai torto.”
“Voglio sperarlo.”
“Mettimi dunque alla prova.”
“Vedremo.”
Ei mutò discorso, e per più sere, malgrado della mia insistenza, non volle ritornare sopra questo argomento. L’umiliazione di passare per un dappoco, d’aver lo sprezzo dell’uomo ch’io, nonostante l’orrore inspiratomi talvolta dalle sue massime, non potevo fare a meno di apprezzar molto, era un martirio che mi addoppiava la consueta melanconia: neppur l’idea delle vicine nozze bastava più a serenarmi. Quando la vista delle placide gioie domestiche si affacciava tra le nebbie che mi offuscavano l’animo e l’intelletto, se io la contemplava un momento con compiacenza, ecco il beffardo sogghigno di Fausto frapporsi tra me e quelle dolci immagini, e scacciarle come indegne di riempire i maschi pensieri dell’uomo: egli però non mi aveva mai detto a quale scopo dovessero dirizzarsi questi pensieri; il suo silenzio era da me interpetrato come segno di poca stima, ma venne pur troppo il momento, in cui egli mi stimò abbastanza da romperlo!

CAPITOLO V.

Egli mi condusse in una casa remota: molti uomini erano riuniti in una stanza del quinto piano, smobiliata, e quasi all’oscuro.
“Il coraggio è la potenza di vincere la paura e il rimorso, di vibrare con mano ferma uno stile e piantarlo, senza tremare nè impallidire, nel petto dell’essere su cui è caduta la condanna di morte; chi è incapace di quest’atto non ha d’uomo che il nome: è un aborto della natura, una femminuccia sotto forma maschile.”
Tali massime io ascoltai predicare in quell’assemblea! Uscivano dalle labbra d’un uomo di statura altissima, dotato d’occhi neri, scintillanti, di voce sonora: l’uditorio pareva preso da entusiasmo; vidi un pugnale nelle mani di tutti, e tremai. Il mio spavento fu osservato, mi guardarono col sorriso dello sprezzo; l’orgoglio offeso si destò.
“Di che ridete?” domandai con voce forte e sicura.
Tacquero tutti, ma nessuno cessò dal guardarmi e sorridere: io ripetei la domanda. Allora l’oratore si mosse dal suo posto, a passo lento mi venne vicino, e: “Ragazzo,” disse, “qui non si trema.”
“Chi vi ha detto ch’io tremo?” risposi.
“Nessuno, ma abbiamo tutti un’ottima vista. Via, che giova il vestir da leone la lepre? Chi sta sempre fra la madre e l’innamorata non può riuscire che lepre; ci vuol altro per esser un uomo!”
“Io voglio essere!”
“Adagio, sta a vedere se ti riesce.”
Così dicendo mi poneva sott’occhio lo stile; lo guardai con fronte tranquilla, benchè tra la paura e l’amor proprio mi si suscitasse un fiera lotta nell’animo.
“Saprà trattarlo,” esclamò quel feroce; “i più non ressero a questa prova. “Poi rivolgendosi a me: “Hai fatto il primo passo,” soggiunse; “vuoi andare avanti o tornare indietro? risolvi.”
La memoria di quei sogghigni di sprezzo s’alzò onnipotente nel mio spirito.
“Avanti,” dissi.
“Bene,” rispose, “fra tre sere ci rivedremo;” e ci separammo.
Oh! la notte che venne dopo questo colloquio fu ben diversa da quella che successe al mio primo sospiro d’amore, all’incontro con Maria! Allora una soave ebbrezza invadeva i miei sensi; adesso il mio sangue bolliva infiammato da un fuoco divoratore. Larve spaventevoli circondavano il mio letto, e la cara immagine di Maria si perdeva in mezzo a tanti oggetti d’orrore.

CAPITOLO VI.

Il mattino era fresco; m’alzai pallido, sparuto; mia madre mi guardava inquieta.
“Sei tornato al tempo degli attacchi nervosi,” mi disse.
Io sorrisi senza rispondere, e dacchè Maria mi aspettava, sperai ritrovar pace al suo fianco; ma appena mi vide gettò un grido.
“Che cos’è stato?” domandai.
“Ohimè, Federigo!” rispose, “come ti trovo diverso da ieri! tu hai passata una brutta notte!”
“È vero, Maria; non istò bene.”
Mi gettai sopra una sedia a bracciuoli, e più non dissi parola: la fanciulla mi rimirava stupita, afflitta, con occhi pregni di lagrime. Entrò la vecchia Camilla, e vedendoci in tale atteggiamento pensò che fossimo corrucciati per qualche inezia, e cominciò a ridere.
“Di che ridete?” domandai aspramente alzandomi, perchè quel riso mi avea richiamata alla mente una memoria umiliante. Essa rideva più forte. “Vecchia imbecille!” esclamai, e senza dir neppure addio a Maria uscii dalla stanza, dalla casa, feci un lungo cammino senza scopo, bestemmiando, e immerso in una cupa mestizia. Non mangiai a desinare: mia madre domandò se mi mancava l’appetito, o se i cibi non mi piacevano: abbracciai avidamente la scusa, dissi un monte d’ingiurie alla povera donna, che in casa nostra faceva sola tutto il servizio; poi m’alzai e mi chiusi nella mia stanza. Ivi il pensiero del vicino ritrovo mi dominò intieramente; voleva convincere me medesimo di desiderarlo, e un involontario ribrezzo mi avvertiva che invece avrei voluto allontanarne il momento. Tenni quel ribrezzo come un indizio di paura, me lo rimproverai amaramente, e tratto da un armadio un antico pugnale, eredità di mio padre, mi posi a esaminarne attentamente la lama; la mano mi tremava nel reggerlo. “Sciagurato!” gridai a me stesso, “tu hai dunque paura d’un’arme! tu non sei uomo!” Gettato a terra lo stile, mi posi a camminare disperatamente in su e in giù per la camera.
“Ma, Federigo, tu impazzisci davvero!” Mia madre proferiva queste parole, ferma sulla soglia dell’uscio che aveva mezzo aperto.
Mi fermai; essa entrò, mi venne vicina; mi prese amorosamente la mano, e il mio cuore si sciolse dall’inviluppo della ferocia: guardai la veneranda sembianza, e chinai il capo sopra il suo seno.
“Che hai, mio povero Federigo?” disse quella tenera madre.
“Nulla! nulla!”
“Signore del Cielo! che è questo?” Essa aveva inciampato nello stile.
Vidi la sua paura, da prima ne fui commosso; ma poi: “Anch’io,” pensai, “poc’anzi nel toccarlo ho avuto quasi paura.” La rabbia dell’amor proprio mi surse come un flutto minaccioso nel petto.
“Che cos’è?” risposi aspramente, “non lo vedete? uno stile.”
“Che ne fai tu? perchè tieni questo istrumento scellerato nella tua stanza?”
“Vi terrò invece la rocca e l’ago!”
“Sarebbe meglio per te e per me!”
“Già lo so; voi mi vorreste un dappoco, un imbecille, buono a cantare in coro, a scaldare le panche delle chiese, e a null’altro.”
“Federigo! non parlare con quel tono di sprezzo di cose ch’io t’insegnai a venerare, e che tu non so dove imparasti a porre in ridicolo; bada, non son parole da galantuomo; si comincia così, poi sa Dio dove si finisce.”
“Siete donna e idiota,” risposi, “dovete pensare come pensate; per voi la quiete di casa è tutto; vorreste che il mondo fosse popolato da una razza stupida, buona a dir rosarii e nulla più; vi compatisco, ma lasciatemi in pace.”
“Ah disgraziato! ed io compiango te dal profondo dell’animo, tu sei sulla via della perdizione!”
“Andatevene, fatemi questo piacere.”
Ella rimaneva, ed io, preso il partito di lasciarla padrona del campo, raccolsi lo stile, me lo nascosi nel seno, e uscii precipitosamente per non darle modo di tentare di trattenermi.

CAPITOLO VII.

Il luogo, dove fui condotto questa volta, era diverso da quello, dove tre sere innanzi m’introdusse la medesima guida. Era un piazzale quadrato, sparso di molti cipressi, cinto d’alte mura, a poca distanza dalla città. L’erba cresceva folta nel mezzo; d’intorno era un lastrico, in fondo una porta, a cui non rimanevano usciali, che introduceva in una piccola stanza, la quale dall’indole dell’architettura pareva aver servito un tempo ad uso di cappella mortuaria. Un chiaror di luna velata da nubi diafane illuminava la tetra scena; molti uomini passeggiavano qua e là nel piazzale, ora visibili, ora coperti dall’ombra dei cipressi; nessuno parlava: parevano gli spettri dei sepolti nelle antiche fosse del cimitero. Ad un tratto una forma gigantesca si presentò sulla porta della cappella, di cui la fosca luce addoppiava le dimensioni d’ogni sua parte; tutti gli astanti si raccolsero in un semicerchio intorno all’uomo gigante, ch’io riconobbi per quello che avea perorato nell’adunanza, nella quale io intervenni tre sere prima.
“Fratelli,” egli disse, “alla specie umana degradata occorre di riacquistare la sua dignità; il figlio della terra per essere degno dei suoi alti destini deve cominciare da vincere il senso della paura, l’agonia del ribrezzo, il sussulto involontario del cuore; deve poter ciò che vuole, deve saper uccidere obbedendo ad una fredda volontà, a un calcolo del pensiero fermato sopra motivi diversi da quelli che armano la mano dell’uomo offeso che vuol vendetta, e del sicario che vuol denaro; deve uccidere nella calma della solitudine, senza l’ebbrezza che vien nel soldato dalla musica, dalle trombe, dalle grida della moltitudine: che cos’è la vita di poche creature, le più, disgraziate, miserabili, di peso alle altre e a sè stesse? – La scuola del coraggio, – e non costa altro prezzo fuorchè il mandarle a riposar sotto terra: intanto la specie umana scossa da un terror salutare si riavvezza a forti emozioni, dimentica per qualche momento la mollezza de’ suoi costumi, e s’innalza al di sopra delle codarde abitudini. Benefattori dell’uman genere, noi lo spoglieremo del terrore di dare e ricever morte; di quel prepotente terrore che disarma spesso la mano della giustizia e raddoppia i misfatti colla speranza d’impunità; che spinge tanti sciagurati a bruttarsi di qualunque infamia anzi che affrontar la punta di un ferro. Su via dunque, proseguiamo l’opra ben cominciata: ai voti!”
Ognuno stese rapidamente la mano per porre il proprio nome nell’urna;… io (nel rammentarlo m’invade tuttavia un brivido di raccapriccio!), io, preso da un feroce entusiasmo, vedendomi dimenticato:
“Prendete anche quello di Federigo,” gridai.
“Non si può ancora confidare sopra di te,” rispose il capo, “ci faresti torto.”
“Fidateci, non ismentirò la vostra fiducia,” replicai; e anche il mio nome venne accolto nell’urna, che fu poi scossa dalla mano del capo.
“Tocca al più giovane a estrarre il nome dell’eletto a soddisfare il debito della notte,” egli disse.
Fausto mi fece inoltrare nel mezzo, come quello che avea diritto a farsi ministro della fortuna. Spinsi la mano dentro l’urna con un’ansietà inesprimibile, ignorando tuttavia a qual prova di coraggio andasse incontro l’uomo, il cui nome sarebbe per me estratto da quel vaso fatale…. tremando e anelando d’esser io quello! Afferrai una scheda, la porsi al capo, egli, bastandogli a ciò fare la luce della luna, lesse il nome che conteneva, – il mio! – Gettai un grido…. Era di gioia? era di spavento? Non so. Egli mi comandò d’inoltrarmi fin sulla soglia della stanza mortuaria e d’inginocchiarmi; andò nell’interno della stanza, e un momento dopo ricomparve brandendo nudo uno stile.
“Questo è per tutti,” disse; “il sangue vi si lava col sangue; guai a chi lo lavasse colle lagrime della paura! Giovinetto, ora a te appartiene; domani sera al tocco della mezzanotte tu l’immergerai nel petto del primo che ti passerà vicino, mentre starai passeggiando le strade più popolate della città; bada di non lasciar l’arme nella ferita, poi torna a casa tua, e dormi tranquillo; la sera dopo verrai qui a rendermi conto dell’operato, e a restituirmi lo stile che solennemente ora ti consegno.”
Io rimaneva immobile ai suoi piedi guardandolo; il suo viso, percosso in quel momento da un pieno raggio di luna, appariva in tutta la selvaggia orridezza che lo facea spaventevole: l’istinto, la coscienza, il cuore parlarono; fui sul punto di alzarmi, e di fuggire da quel covile di fiere; di correre da mia madre, e da Maria, per dimenticare fra le loro braccia il sogno orrendo che m’avea affascinato. Funesto amor proprio! vanità spregiabile! m’inceppaste ai piedi del mostro! Accolsi da quelle mani maledette e strinsi nelle mie il ferro bagnato di tanto sangue innocente!

CAPITOLO VIII.

Era un mattino d’autunno, limpido, bello; apersi la mia finestra, e contemplai le meraviglie della creazione: il cielo vestito del suo azzurro purissimo, la terra tutta verdura, il piano, il mare, le sovrastanti montagne. L’animo mio si espanse, e la cocente febbre che m’avea divorato l’intera notte parve sedata: mi appoggiai alla finestra, e una lagrima bagnò le mie palpebre inaridite dalla veglia angosciosa.
“Quanto tu vedi” dissi a me stesso “tu puoi goderlo colla forza, coll’energia della giovinezza; tu puoi godere d’un bel mattino, raccogliere sul tuo capo le sue rugiade, asciugarle al raggio del sole di mezzogiorno, per poi ribagnarti di quelle della sera; tu puoi goder del creato! E quando il tuo cuore s’inebria alla vista del quadro magnifico della natura, e prova il bisogno di effondere le sue sensazioni in un cuore che le faccia sue; tu puoi posar la mano sul cuore di Maria e sentirlo battere come il tuo, tu puoi goder le celesti voluttà dell’amore, e far sì che la terra per te sia un Eden! Oh sciagurato! perchè non appagarti di gioie pure! Da quanto tu vedi scende all’anima un senso di gioia, di tenerezza; e quando anche la natura si veste di forme tremende, il suo orrore è solenne, è sacro; invita a mestizia, non ad opre di sangue: perchè creder l’uomo creato a far ciò, cui la sola voce dell’uomo lo incita? Gli uomini nella corruzione hanno snaturato l’istinto; ora tu bevi nelle fragranze del mattino le sue vergini inspirazioni, assecondale;… la tua mano è pura, non macchiarla, portala qual’è adesso all’altare per istringerla a quella di Maria! Figlio, marito, padre, avrai tanti dolci doveri, e l’adempirli ti darà più dritti alla stima, che non il furente coraggio dell’omicidio! Guarda quanta gente si aggira nelle vie; tutti costoro hanno legami, tutti hanno forse sulle labbra le tracce d’un bacio o della madre, o della sposa, o dei figli, che lasciarono per correre alle proprie incombenze; forse uno di questi tu ucciderai la ventura notte;… perchè? che ti hanno fatto? e domani ti terrai migliore d’oggi?”
Sciagurato! Lagrime dirotte mi sgorgarono dagli occhi, il velo era caduto, ed io vedeva le cose nel vero aspetto. Volli uscir di casa, perchè lo strazio dei pensieri era un cilicio troppo pesante, sperando fosse più soffribile all’aria aperta, sulle rive del mare. Quand’ebbi fatto appena una ventina di passi, mi sentii dolcemente chiamare a nome, alzai gli occhi…. Maria! – Vestiva un abito nero, e un lungo velo bianco le scendea dal capo fino ai ginocchi.
“Qui sola a quest’ora!” le dissi, “che vuoi dire?”
“Vengo dalla chiesa,” rispose; “ho adempito i miei doveri con Dio: oh Federigo, tu mi hai resa tante volte ingiusta verso la Provvidenza, mi hai fatto tante volte maledire la vita, io aveva per te tante colpe sull’anima!”
Tacque; chinò gli occhi a terra, e una nuvola di profonda mestizia si distese su lei.
“Maria!” esclamai, “perdonami; io vorrei farti felice.”
“Tu hai pensieri che non sono per me.”
“T’inganni.”
“Lo volesse il Cielo! Ma, vedi, la gente ci guarda perchè parliamo troppo vivaci; vieni, entriamo nella chiesa che ci è vicina, a quest’ora è quasi deserta: Iddio solo ci ascolterà.”
La seguitai, si fermò all’angolo più remoto; la vidi prendere un atteggiamento solenne, la sua fisonomia divenire grave, i suoi sguardi persero l’usata timidezza, e mi fissarono simili a quelli del giudice che cerca in cuore d’un accusato il delitto.
“Non t’avrei qui condotto,” mi disse, “se non era per parlarti parole quali vi si convengono. Federigo! a’ piedi dell’altare del Redentore, io ti supplico, dimmi che pensieri ti conturbano la vita; dimmelo, o se mi tieni indegna della tua fiducia, abbandonami. Io ho notato il tuo diradar le visite, l’abbreviarle, lo star meco astrattamente, pensando altrove o rispondendo senza aver nulla inteso delle domande; ti ho veduto dimagrare, impallidire, prendere l’aria di chi non può trovare il sonno; tutto questo perchè? Neppure tua madre lo sa, ed è inquieta come sono io: che hai? dillo a chi t’ama, confessati all’amore ed al Cielo.”
“Maria! perchè tormentarti con mal fondati sospetti? io t’amo, Maria; te prima, te sola amo…. ti basti: uomo, posso aver segreti non miei unicamente; che t’importa, quando non riguardano in nulla quel che a te devo?”
“Che m’importa? si tratta di te, e dici: che m’importa? Oh Federigo! non dirlo!”
“Ebbene, te lo confesso, ho avuto dei dispiaceri, cose affatto straniere a te, al nostro amore: ora sono finiti, ora son tranquillo, non se ne faccia mai più parola.”
“Tranquillo!… tu non sei, tu hai tuttavia un grave peso sul core!”
“Perchè crederlo?”
“Perchè ti conosco.”
“Non più di ciò, te ne prego.”
Essa tacque, e lentamente s’allontanava.
“Perchè mi lasci, Maria?” dissi seguitandola.
“Perchè” rispose “devo lasciarti co’ tuoi segreti, perchè non potrei viver con te a patti d’aver tu pensieri e cure ch’io dovrei non conoscere; e non per curiosità, sai? ma t’amo tanto! e mi terrei non riamata.” – Gli occhi le si empivan di lacrime. “E poi, chi sa?” continuò interrotta dal pianto; “tu frequenti cattivi compagni…. forse ti spingeranno a far male, a viver nei bagordi, a bestemmiare il Santissimo; io voglio perderti e morir di dolore, anzi che esser tua moglie e pianger sul tuo traviamento in mezzo a disgraziate creature! Addio, Federigo! addio!”
“Maria, fermati!… è vero forse ch’io frequentai male; però…. la mia debolezza fu già punita: se il castigo non basta, se devo subirne uno peggiore, oh! non venga da te, lascia che mi raggiunga per altra mano. Forse domani ti dorrà d’avermi rigettato, perchè il destino che mi sta sul capo può colpirmi domani, oggi….”
“Che dici? che destino?”
“Dimmi che qualunque cosa avvenga di me, tu mi amerai sempre.”
“Oh! parla chiaro.”
“Non posso, ma non sono ancora indegno di te, te ne do sacrosanta parola; e per non divenire, forse dovrò soccombere.”
“Dio! Dio! aiutatemi a farlo parlare!” gridò l’affettuosa fanciulla. “Federigo! Eccoti la mia mano, prendila senza patti; ch’io manchi di tutto, del fuoco, del pane, di tutto!… ch’io pianga misera, sconsolata, non importa; tu però promettimi di custodire la tua persona, di allontanarti dai rischi. Vuoi a questo patto essermi marito? lo vuoi?”
“No, Maria; sarebbe il patto d’un Angelo col Demonio; tu sei un angiolo, io non voglio essere il demonio; io farò teco la parte del galantuomo; adesso prima di dartela, io la brucerei questa mano. Credilo,” soggiunsi, “è immenso pegno d’amore il rifiutarla.”
“Sarà, vedo che bisogna rassegnarsi…. Addio!… addio!”
Uscì di chiesa, la seguitai, ma più non volle ascoltarmi.
Corsi in traccia di Fausto, lo rinvenni, e: “Senti,” gli dissi, “tu devi liberarmi dall’inferno che m’hai posto nel cuore; riporta lo stile a chi me lo diede, io non voglio assassinare.”
Egli mi guardò sorridendo, ed io notai quel sorriso.
“Non ischerzo,” soggiunsi, “eccoti lo stile; ti giuro un eterno silenzio su quanto so di te, de’ tuoi compagni, ma non contate sopra di me.”
“Lo sapevo,” egli rispose coll’accento del più profondo disprezzo; “sei un ragazzo, e volevi passar per uomo, ecco tutto.”
“Fausto, ho cambiato parere, perchè repugno ai delitti, non perchè mi atterrisca il ferire.”
“Sarà.”
“Ti prego di dirlo a coloro.”
“Oh! sono proprio gente da crederlo.”
“Che dunque crederanno?”
“Te l’ho da ripetere? che hai avuto paura.”
“Avranno torto.”
“O torto, o ragione, è così.”
“Dunque, secondo voi, chi non è assassino, non è tale se non perchè gli è mancato il coraggio di essere. Se a nessuno mancasse, che sarebbe la terra?”
“Io non so far riflessioni filosofiche,” rispose Fausto; “so bensì che a forza di sottigliezze si è trovata una scusa a tutto, e che il cuore della lepre è ben contento di potersi avviluppare in un mantello di filosofo e di filantropo.”
Prese dalle mie mani lo stile, e se ne andava; poi si rivolse verso di me, e:
“Senti,” mi disse, “mi fai tanta compassione, che voglio darti un avviso: questa non è più aria per te, fa di andartene avanti sera.”
“Perchè?”
“Per paura di provare la punta dello stile che mi rendesti; vattene a casa, e non uscirne che per chiuderti ben bene in una carrozza, dalla quale ti farai portare lontano molto di qui: poi d’ora innanzi in qualunque luogo ti trovi, da casa in chiesa, e viceversa, come tua madre.”
“Chetati, Fausto; io non sopporto gl’insulti.”
“Che forse chiami insulto un avviso caritatevole? Povero te, se non vuoi seguirlo! e pure mi par che t’importi il vivere; su, dunque, a casa.”
“Fausto, è troppo!”
“Se vuoi darmi qualche commissione per la tua Maria, l’eseguirò volentieri, le dirò che ti sei nascosto per prudenza, per senno.”
“Basta!”
“Che se ti vuole, vada a cercarti alle prediche, ai vespri.”
“Fausto!”
“Che c’è?”
“Basta, ti dico.”
“Vattene dunque a casa.”
“Il mio sangue bolle.”
“Per la paura?”
“Ben altro.”
“Via! non fare il gradasso.”
“Rendimi lo stile.”
“A te? se fosse una rocca!”
“Rendimelo.”
“Scherzi.”
“Dico davvero.”
“Che vuoi farne?”
“Provarti che non son vile.”
“Eh! son bambocciate, io non ho tempo da perdere; addio.”
“Fausto!” gridai, “dammelo, o trema!”
Ei si volse, e: “Non posso,” rispose, “me l’hai dato, devo renderlo al nostro capo; se veramente tu hai la forza di rivolerlo per farne l’uso che devi, richiedilo a lui medesimo; questa sera ci troverai tutti uniti mezz’ora prima di mezzanotte.”
“Dove?”
“Nel piazzale dei cipressi.”
“Verrò.”
“Non ci credo….”
Egli se ne andò ripetendo queste parole, ed io rimasi in preda a mille riflessioni, tutte, una più tormentosa dell’altra. Quando ridomandai lo stile fu nell’impeto dello sdegno, senza aver risoluto che ne farei; forse per piantarlo nel petto di Fausto, o nel mio. Adesso un altro proponimento mi si affacciò al pensiero, dopo le seguenti considerazioni: la fuga mi pareva tal viltà, contro cui si sollevava l’anima tutta; rimanendo, la morte per mano di un sicario era per me inevitabile, e: “Quand’anche,” pensai, “cosa che non può essere, mi risparmiassero, rimarrei esposto ad un continuo dileggio; sono, è vero, coloro un’accolta di scellerati che dovrei spregiare; ma lo scherno, venga da qualunque siasi labbro, umilia, avvilisce…. È bensì impossibile che mi lascino in vita; mi posero a parte dei loro segreti, potrei tradirli, sanno essi che cos’è l’onore per aver fiducia nel mio?… La mia morte è sicura; almeno si muora, provando di non esser vile. Io tornerò là dove mi fu consegnato il ferro omicida, proverò così di non averlo restituito per paura; mi lasciai traviare, bisogna pagarne il fio…. E chi sa? forse richiamerò qualche altro traviato sulla strada del pentimento, le mie parole ridesteranno dei rimorsi, salverò qualche vittima…. morrò nè codardo in faccia agli uomini, nè senza porre una buona azione nella bilancia di Dio!” – Questo pensiero era il solo, su cui mi appoggiava per riposare qualche momento da tanta guerra.

CAPITOLO IX.

Risoluto di affrontare la vendetta di Fausto e dei suoi compagni, sentii esser per me di somma necessità l’assestare le mie faccende, il far testamento. Tornai perciò a casa, mia madre era fuori; entrai nella sua camera, mi gettai colle braccia aperte sopra il letto, e baciai il luogo dove essa appoggiava il capo venerando, ricordando di quante lagrime lo aveva già bagnato per me, per le follie della mia adolescenza! Ed ora…. nella prossima notte probabilmente nuove lagrime disperate lo inonderanno!… Piansi anch’io; poi mi chiusi nel mio così detto Studio, per occuparmi del testamento. L’uomo che lo verga lottando con gli orrori dell’agonia; quegli che se ne occupa quasi per passatempo pensando a un lontano avvenire: sono l’uno troppo vicino, l’altro troppo lontano dalla morte, per poterla considerare come io la considerai in quell’ora. Giovane, sano, libero, io scriveva per il domani, in cui era in me la quasi assoluta certezza di non esser più che un cadavere. Ordinando le mie cose spesso mi veniva fatto il dimenticare che io non dovea godere dei vantaggi di quell’ordine; che io non entrava per nulla in quelle disposizioni dell’avvenire: e al riaffacciarsi di questa memoria, mi pareva una cosa incomprensibile, e mi fermavo colla penna sul foglio, chiedendo a me stesso: “È vero? Non ci sarò io?”
M’immaginai che mia madre e Maria potrebbero vivere insieme; ne scrissi ad ambidue una calda preghiera, e mi posi a riflettere, che in casa vi abbisognerebbero due stanze di più, una per Maria, una per la vecchia Camilla. Queste mancavano; vi era bensì la mia stanza, il mio studio. Ebbene non mi fu possibile indurre la mia mente a confessare, che rimarrebbero libere, che il domani se ne potrebbe disporre. Poi si trattò di assegnare una dote a Maria: “Essa è giovanissima,” pensai; “se deve rimanere, è giusto che abbia una piccola fortuna per portarla al marito che sceglierà; tutto quello che non è necessario al benessere di mia madre si lasci a lei.” Però, Maria sposa di un altro era tal pensiero, che mi faceva andar sulle furie, e quando scrissi: “Lascio, perchè quando si marita….” mi prese tal impeto di rabbia, che fui sul punto di lacerar quel foglio. – Come!… io nude ossa, polvere, dimenticato dentro una sepoltura, senza aver più diritto che a un De profundis;… e un altro, seco,… nel suo cuore, fra la sue braccia!… E la cosa sarà come deve essere…. e a nessuno parrà un’ingiustizia? Ed ecco da capo mi rammentavo di provvedere a un ordine di cose affatto distaccato da me…. In quel momento tutta l’amarezza contenuta nell’idea della distruzione mi piombò sull’anima…. Oh! finchè si sfidano i rischi, finchè si contempla nel sepolcro un asilo contro l’umana nequizia, la morte non ha terrori; ma quando si pensa: “Quelli che io amo mi dimenticheranno, stringeranno nuovi nodi di tenerezza, l’oblio starà solo sulla mia sepoltura!” allora…. colui soltanto che non sentì mai il potere degli affetti, guarda imperterrito l’avvicinarsi del momento supremo.

CAPITOLO X.

Il cielo era negro e soffiava un vento impetuoso; mi parevano indizi funebri. Per via intesi il gracchiar d’un corvo, mi venne l’idea che fosse per me il precursore della salmodia che la domani mi accompagnerebbe freddo cadavere al cimitero… Un brivido mi serpeggiò per tutta la persona…. “È freddo!” dissi ad alta voce, benchè sentissi venirmi una vampa al viso da ogni soffio di vento. Uscii all’aperta campagna, e gli alberi che incontravo, da lontano mi parevano vestir forme orrende: avrei pur desiderato non esser solo! Io andava spontaneamente incontro alla morte, dunque non poteva esser paura quel ch’io provava; oppure esiste nel cuore umano una paura più potente di quella della morte, oltre la paura dell’infamia e d’Iddio?… Non so! narro i fatti senza commento.
Volsi i passi al luogo funesto; e a mano a mano che mi andava avvicinando alla mèta del cammino, rallentavo sempre più il passo, spingevo gli occhi fra le circondanti tenebre, e scorgendo tutto nero e nessun indizio di muraglie, provava un’intima soddisfazione. Ma ecco trapelare allo sguardo un non so che di bianco: feci un altro passo, e il muro mi si offerse al termine della strada. Mi fermai allora,… caddi per un movimento rapido, spontaneo, in ginocchio; alzai gli occhi e le mani verso l’immensa vôlta del firmamento, che mi appariva più maestosa nel suo manto di nuvole…. Il mio spirito sentì l’esistenza, il potere d’un Dio! e una prece mi eruppe dal petto commosso: non era per la vita: quel momento mi aveva rivelato l’Eternità. Stavo per alzarmi, quando uno scoppio di riso si fece sentire vicinissimo.
“Bravo!” gridò una voce che riconobbi subito per quella di Fausto; “hai proprio bene scelto il luogo per la preghiera; io ti veniva già incontro, e mi pareva tu tardassi troppo; vien meco.”
Lo seguitai, muto, con passo fermo; i miei polsi avevano rallentato i battiti, il capo non ardeva più, e dissipate le larve della fantasia, ritrovai il sangue freddo…. forse della disperazione. Entrammo nel recinto, e Fausto s’inoltrò verso la stanza mortuaria.
“Rainaldo!” chiamò.
“Fausto!” rispose di dentro la sonora voce dell’uomo gigante.
“Egli è qui.”
“Bene!”
Vidi la porta ingombra dalla forma colossale, sentii chiamarmi a nome e mi avvicinai.
“Fratelli!” egli disse, “uomini legati dal giuro del sangue, giudicate costui; egli rese lo stile quale lo ebbe, senza aver compito l’opera della notte a lui dal Destino prescritta; egli è un vile oggi, domani sarà un traditore, una spia dei nostri segreti.”
“Muoia!” gridarono tutti.
Lo dirò? lo stridere del gufo aveva fatto sui miei sensi una impressione più angosciosa di quella prodotta ora da questo grido, ma restai impassibile. Il capo mi chiamò un’altra volta a nome.
“Ti compiango,” disse, “perchè sei un ragazzo; ma la paura è una brutta pianta che ha già messe radici troppo profonde e bisogna sradicarla col ferro: t’avviso che il sole di domani non ti troverà più fra i vivi.”
“Sia!” risposi con dignitosa fermezza; “meglio morto che disonorato; avrò vendetta, spero, dagli uomini; se no, da Iddio.”
“Non vogliamo prediche,” gridò quel feroce, “chètati, o il gastigo sarà maggiore!”
“Vi sfido,” gridai, “di togliermi più che la vita; il mio onore, l’anima mia stanno intangibili fra gli artigli di queste tigri.”
“Sciagurato! Tu non sai qual’è la nostra potenza! Vattene.”
Fausto si fece avanti, e volle persuadermi a riprender lo stile, a giurare di commettere l’assassinio: la sua eloquenza aveva perduto l’incanto, lo ascoltai con ribrezzo; e quando tacque, ripetei d’esser risoluto a non commettere un delitto. Tentai scuotere quei petti indurati, ma uno scoppio di risa generale fu la risposta alle miei esortazioni; sdegnato, inorridito, volsi le spalle a quell’infame masnada, e prima di aver potuto riordinar le mie idee, mi trovai là dove poco fa mi era inginocchiato pregando. Appena la vista del luogo ebbe ridestata la ricordanza, ricaddi in ginocchio. “È l’ultima preghiera,” pensai, “sia per mia madre e per Maria;… io non le vedrò più!” – Mi alzai; il vento portava fino a me il rimbombo delle voci dei mostri raccolti nell’orrendo ritrovo; ridevano tuttavia forte, senza dubbio di me,… li compiansi. Ripresi lentamente la strada della città;… la morte mi pareva così inevitabile, che neppur mi cadde in pensiero il cercar di evitarla. Dopo aver fatto pochi passi, e parendomi di essere inseguito, mi fermai, e tratto il pugnale mi preparai a dare a caro prezzo la vita.
“Federigo, Federigo!” chiamò l’acuta voce di Fausto.
“Che vuoi da me?” gli risposi; “è toccato a te in sorte di assassinarmi?”
“Eh! ho altro da fare io; mi fai davvero pietà, e t’ho seguitato per giovarti;… è la prima volta che mi viene l’idea di tentare un’opera di misericordia; vediamo se ci riesco.”
“Cioè?”
“Senti: accanto all’uscio di casa tua si sta ad aspettarti da più di un’ora…. capisci.”
“Un sicario!”
“Un bravo giovine della lega; lo stile è avvelenato, la più lieve ferita sarebbe mortale; dunque non aspettare che ti venga addosso; senza far motto, senza dargli tempo di muoversi, gettati alla disperata su di lui col tuo vecchio pugnale rugginoso;… forse preso così all’impensata si lascerà ferire anche da un par tuo; guai però se il primo colpo ti va fallito! è uomo colui da non lasciarti vibrare il secondo. Ora…. uomo avvisato mezzo salvato: addio.”
Se ne andò, ed io rimasi in preda al dispetto di vedermi anco spregiato, benchè avessi dato prova di non esser codardo; non poteva persuadermi che Fausto mi avesse dato un avviso diretto veramente a salvarmi, nè d’altra parte avrei saputo immaginare qual altro scopo aver potesse, avvisandomi che un assassino mi aspettava accanto all’uscio di casa mia. “Ma infine,” conclusi, “che importa a lui se muoio io, oppur chi mi deve succedere? A questi cannibali basta aver sangue; da qual petto si versi è l’ultimo dei loro pensieri. Fausto sa che per salvare la mia vita devo troncarne un’altra; è contento perchè vi sarà in ogni modo una vittima: perciò mi avrà trascinato a commettere l’omicidio, e così da quel momento sarò anch’io stretto per forza alla lega; forse anche un avanzo di coscienza, un rimorso indistinto gli fanno desiderare ch’io non perisca per opera sua; ed io mi varrò dell’avviso. Qui non si tratta di usare i modi di una guerra aperta, generosa; ogni mezzo è buono, purchè riesca; s’io lascio venire avanti l’assassino senza prevenirlo, egli solito a tali imprese non mi darà tempo di respingere l’assalto…. Lo ha detto anche Fausto: gli scellerati si conoscono bene tra loro! bisogna, appena visto, assalirlo.”
Il cielo era più che mai nero, il vento fortissimo; varcai le porte della città camminando come un cieco, a tastoni fra densissime tenebre. I pochi lampioni rimasti accesi davano da lontano una luce abbagliante, e da vicino nulla giovavano per chiarir gli oggetti. Batteva il tocco dopo mezzanotte, quando arrivai a capo della strada dov’era la mia abitazione, e mi fermai. La bufera imperversava tratto tratto, quasi a intervalli misurati; dopo un forte sibilo di vento, una quiete intera per quattro o cinque minuti: in quello nessun romore, nessuna voce, nessun’eco di passi. Io aveva in mano nudo il mio vecchio pugnale; l’amore dell’esistenza, che l’orgoglio offeso avea tanto sopito poche ore prima, si era ridestato in tutta la sua energia: tremando, io spiava il muoversi d’un atomo di polvere; ma i passi del temuto sicario non echeggiavano in quel silenzio solenne. M’inoltrai sulla strada; lo stesso silenzio, la stessa solitudine: già la mia casa era vicina; qualche altro passo, e avrei varcata la soglia. “Che Fausto m’abbia ingannato per darmi l’agonia di questa ora?” Mentre io pronunziava sommessamente queste parole, ecco un lieve rumore…. È di passi…. vien dalla parte della mia casa. “Chi va là?” grido. – Nessuno risponde. – Mentre colla mano destra impugno lo stile, colla sinistra muovo in giro il bastone; inciampo nei piedi di una persona, ed una voce fioca pronunzia il mio nome. “È il sicario!” Non perdo tempo, lo assalisco…. il colpo è vibrato…. Un gemito, il rumore d’un corpo che cade a terra;… poi torna ogni cosa nel silenzio di prima. Io rimango immobile; i capelli mi si rizzano sulla fronte. “L’ho fatto per difesa, sì; ma a pochi passi da me sta una creatura agonizzante, ed io non ho nè la potenza nè il coraggio di assisterla;… io alfine, ora, sono anch’io un assassino!” – Il sangue mi si portava tutto alla testa; per entrare nel mio uscio avrei dovuto probabilmente calpestare il ferito: questo pensiero mi toglieva la forza di muovermi. L’anima mia aveva fino a quel momento deviato solo, per dir così, in astrazione dalle strade della innocenza; la realtà del delitto, il terrore, l’ansia che l’accompagnano, la puntura del primo rimorso, le erano sconosciuti: conobbi tutti questi martirii ad un tempo! Io non mi poteva ancor muovere, ed era in tale stato da non udire nulla di quanto m’accadeva d’intorno, quando ad un tratto il riverbero d’una lanterna mi balenò sotto gli occhi! Il mio cattivo genio, Fausto mi stava accanto.
“L’hai tu spedito?” domandò.
“Pur troppo!” risposi.
“Va bene: ora bisogna che tu veda chi stava qui ad aspettarti.”
“No, no, non potrei.”
“Il debito della notte fu soddisfatto, ma il sacrificatore non può esentarsi dal gettare almeno uno sguardo sopra la vittima;… ora tu sei della lega, non mancare al minimo dei tuoi obblighi, poichè soddisfacesti al maggiore!”
Dicendo queste tremende parole, egli mi trascina verso il luogo, ove giace il moribondo. Assorto nell’orrore della cosa, trafitto dall’idea che mi balenava in quel momento al pensiero, d’essere stato il trastullo della scellerata masnada, io macchinalmente mi lasciai trascinare senza oppor resistenza. Si chinò, accostò la lanterna al viso della vittima.
“Lo riconosci?” domandò col più amaro sarcasmo.
Per uno spontaneo senso di ribrezzo io avea chiusi gli occhi.
“Guardalo! guardalo!” egli soggiunse, – e mi scoteva forte il braccio.
Apersi gli occhi, chinai lo sguardo smarrito sul doloroso oggetto che mi stava dinanzi; i capelli mi si drizzarono sulla fronte!… Sarà un’illusione dell’animo conturbato!… Guardai più fisso; un gran mantello avvolgeva tutta la persona del giacente; ma il cappello gli era uscito di testa nella caduta….
“Una donna!… Ah!… Maria!”
“Sì, Maria,” gridò Fausto, “è già spirata. Così la lega del sangue punisce un codardo; la morte era poco castigo, ora pensa che sei nostro, che non puoi tradirci senza perder te stesso; addio.”
Il mostro si dileguò con rapidi passi; io ripetei più volte ad alta voce: “Maria! Maria!” poi caddi semivivo al suo fianco.

CAPITOLO XI.

Scorsero quindici anni da quel momento terribile! Dieci ne passai in un reclusorio di pazzi, abbandonato intieramente dalla luce dell’intelletto. Quando la mia mente si liberò dalla non so se debba dire funesta o pietosa conturbazione, seppi che una lettera anonima aveva avvertita Maria di trovarsi da mezzanotte all’una presso l’uscio della mia casa, per salvarmi la vita, giacchè un sicario doveva aspettarmi sulle scale, e sarei morto infallibilmente sotto i suoi colpi. L’ingenua fanciulla fu presa al laccio; involta in un mantello, che fu già di suo padre, uscì di casa, quando Camilla era già in letto e dormiva profondamente. Correva a salvarmi, e invece!… E pur essa era incontaminata anche dall’idea d’un delitto! Il mio fu considerato come effetto di un’alienazione mentale…. Non ho potuto punire Fausto!… Se l’umana giustizia non può raggiungerlo, certo non isfuggirà alla divina.
Mia madre morì di dolore due anni dopo quella catastrofe, e fu sepolta in un cimitero campestre accanto a Maria!… Quando mi fu resa la libertà, i miei primi passi si diressero al luogo dove ambedue riposano dopo i dolori della vita. Mi pareva che il sonno del sepolcro si sarebbe interrotto al mio arrivo, che mia madre e Maria risorgerebbero per dirmi una parola di pace…. Ohimè! trovai due gelide pietre…. null’altro! e soltanto in quel momento sentii d’aver tutto perduto. M’inginocchiai fra le due lapide…. pregai…. invocai le mie povere vittime! – Oh! certo sulla terra, fuorchè poca polvere, nulla più rimane di loro; altrimenti mi sarebbe venuto all’animo straziato un cenno di commiserazione e d’affetto! Lasciai il luogo dove il dolore può soltanto trovare una crudele irrisione, e i miei sguardi dal muto ricovero delle ceneri si rivolsero al Cielo!

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Charles Perrault (F.lli Grimm) – I regali degli gnomi – Traduzione di Federigo Verdinois

Viaggiavano insieme un sarto e un fabbro ferraio. Una sera, mentre il sole tramontava dietro i monti, udirono di lontano il suono d’una musica che via via si faceva più chiaro. Era un suono straordinario, ma così delizioso da far loro dimenticare la stanchezza e da spingerli quasi di corsa verso la parte dond’esso veniva. Era già sorta la luna, quando arrivarono ad una collina sulla quale videro una folla di omiciattoli e di donnettine che allegramente ballavano in tondo, tenendosi per mano. Cantavano anche melodiosamente, e questa era la musica che i viaggiatori avevano udito. Stava nel mezzo un vecchio, un po’ più alto dei compagni, con indosso una veste screziata e con una barba bianca che gli scendeva sul petto. I due amici stettero a guardare a bocca aperta. Il vecchio fece lor cenno di avanzarsi, e i piccoli ballerini fecero largo. Il fabbro ferraio entrò nel cerchio senza esitare un momento; aveva la schiena alquanto curva ed era temerario come tutti i gobbi. Il sarto invece, spaurito alla bella prima, si tenne indietro, ma quando vide che tutti rideano e si spassavano, si fece coraggio ed entrò anche lui. Di botto, rinchiusosi il cerchio, gli omicciattoli ripresero a cantare e a ballare, spiccando salti prodigiosi, ma il vecchio, afferrato un coltellaccio che aveva alla cintola, si diè ad affilarlo e poi si voltò verso i due nuovi venuti. Figurarsi la loro paura! In un lampo il vecchio agguantò il fabbro ferraio e con due o tre botte gli tagliò interamente barba e capelli; poi, senza perder tempo, fece lo stesso al sarto. Finito che ebbe, battè loro amichevolmente sulla spalla, come per dire che aveano fatto benissimo a lasciarsi radere senza opporre resistenza. Indicò poi col dito un mucchio di carboni che sorgeva poco discosto, e fece intendere a segni che se ne empissero le tasche. Obbedirono tutti e due, senza sapere che ne avrebbero fatto di quel carbone, e si rimisero in cammino cercando un qualunque ricovero per la notte. Arrivando nella valle, sentirono la campana d’un convento battere la mezzanotte: nel punto stesso, tacque il canto, tutto disparve, ed essi non altro videro che la collina deserta rischiarata dalla luna.
I due viaggiatori trovarono un albergo e si coricarono bell’e vestiti sulla paglia, scordandosi per la grande stanchezza di sbarazzarsi dei carboni. Se non che, un peso insolito che gli schiacciava li fece svegliare a punta di giorno. Si toccarono le tasche, e non credettero agli occhi propri quando le trovarono piene, non già di carboni ma di verghe di oro vergine. Anche la barba e i capelli erano ricresciuti a meraviglia. Erano ricchi oramai; soltanto il fabbro ferraio, che per avidità avea più del sarto rimpinzato le tasche, possedeva il doppio della ricchezza.
Ma un uomo avido vuol sempre aver di più. Il fabbro propose dunque al compagno di trattenersi ancora un giorno e di andar la sera dal vecchio per guadagnare altri tesori. “No, rispose il sarto, per me, son contento; aprirò bottega da me, sposerò la mia cara e sarò felice”. Nondimeno, per far piacere all’amico consentì a trattenersi un giorno di più.
Venuta la sera, il fabbro si caricò di due sacchi e si mise in cammino verso la collina. Come la notte precedente, trovò gli omicciattoli che cantavano e ballavano. Il vecchio lo rase e gli accennò di prendere i carboni, nè quegli se lo fece dir due volte, anzi riempì i sacchi quanto più poteva, scappò all’albergo e si ficcò tutto vestito in letto. “Quando l’oro, disse fra sè, comincerà a pesare, lo sentirò”, e si addormentò nella dolce speranza di svegliarsi più ricco d’un Creso.
Appena aperti gli occhi, suo primo pensiero fu di cacciarsi le mani in tasca; ma per quanto frugasse, non vi trovò che carboni. “Almeno, pensò, mi resta l’oro che ho guadagnato l’altra notte.” Andò subito a vedere; ma anche quello, ahimè! era ridiventato carbone. Si diè con la mano tinta un colpo alla fronte e sentì di aver la testa calva e rasa come il mento. Eppure, non conosceva ancora tutta la sua disgrazia; e di lì a poco si avvide che alla gobba che aveva di dietro se n’era aggiunta un’altra davanti.
Sentì che quello era il castigo della sua ingordigia e si diè a lamentarsi ed a piangere. Il buon sarto, svegliato da quel piagnisteo, si svegliò e cercò di consolarlo. “Noi, disse, siamo compagni, abbiamo insieme fatto il viaggio; resta con me e la ricchezza mia basterà a farci campare tutti e due.”
Mantenne la promessa, ma il fabbro dovette pur troppo portar tutta la vita le due gobbe e nascondere sotto un berretto la testa pelata.

Fratelli Grimm

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Charles Perrault – L’accorta principessa – Traduzione di Federigo Verdinois

A tempo delle prime crociate, un re di non so che regno di Europa deliberò di andarsene in Palestina per far la guerra agli infedeli. Prima di avventurarsi al lungo viaggio, aggiustò così bene le cose del regno e ne affidò la reggenza a un così bravo ministro, che da questo lato stava tranquillo. Più d’ogni cosa, la famiglia lo teneva in pensiero. Da poco tempo gli era morta la moglie, senza lasciargli che tre giovani principesse da marito. Come si chiamassero, non so; ma secondo la semplicità dei tempi che dava dei soprannomi a tutte le persone eminenti in armonia delle virtù loro o dei difetti, la prima era detta la Sciattona, la seconda la Ciarliera e la terza Finetta.
Di sciattone come Sciattona non ce n’era un’altra. Tutti i giorni, al tocco, non era ancora sveglia; la trascinavano in chiesa così come usciva dal letto, arruffata, discinta, senza cintura, e spesso con una pantofola diversa dall’altra. Si rimediava a ciò durante la giornata; ma non si riusciva mai a farle smettere le pantofole, visto che gli stivalini le parevano insopportabili. Dopo desinare, Sciattona si dava ad acconciarsi fino alla sera; poi, fino a mezzanotte, giocava e cenava; poi ancora ci voleva tanto a spogliarla quanto s’era messo a vestirla; e finalmente entrava in letto che già faceva giorno.
Altra vita menava la Ciarliera. Era una principessa vivace, che poco tempo dedicava a sè stessa; ma tanta e tanta voglia avea di discorrere, che da mattina a sera non chiudeva bocca. Sapeva la storia delle famiglie male organizzate, degli amoretti, delle galanterie, non solo della corte ma di ogni infimo borghese. Tenea registro di tutte le donne leste di mano pur di sfoggiare un bel vestito, ed era informata a puntino di quanto guadagnava la cameriera della contessa Tale e il maestro di casa del marchese Talaltro. Per appurare tante inezie, se ne stava a sentire la nudrice o la sarta più volentieri che non avrebbe ascoltato un ambasciadore; e poi intronava con le sue storielle dal re fino all’ultimo staffiere, perchè chiunque fosse l’ascoltatore, bastava a lei di ciarlare.
Il prurito della chiacchiera fu anche motivo di un altro guaio. A dispetto del grado, quel fare troppo confidenziale, troppo alla carlona in una principessa, dettero animo a più d’un bellimbusto di spifferarle delle galanterie. La principessa dava retta, tanto per avere il gusto di rispondere. Naturalmente, a simiglianza della Sciattona, la Ciarliera non si dava mai pensiero di pensare, di riflettere, di leggere, di badare alle faccende di casa, di svagarsi con l’ago o col fuso. Insomma le due sorelle, eternamente in ozio, non facevano mai agire nè il cervello nè le mani.
Ben diversa era la sorella minore. Sempre vigile e pronta di mente e di persona, mirabilmente vivace, badava a far buon uso di ogni sua dote. Ballava, cantava, suonava stupendamente; era maestra in tutti quei lavoretti che tanto son cari alle donne; metteva l’ordine in casa e impediva i furti della gente di servizio, ai quali fin da quei tempi i principi erano esposti.
E non basta. Avea giudizio da vendere, e tanta prontezza che subito trovava i mezzi per cavarsi da un qualunque impaccio. Avea scoperto, con la sua scaltrezza, un pericoloso trabocchetto teso da un ambasciadore al re suo padre in un trattato che questi stava per firmare. Per punire la perfidia dell’ambasciadore e di chi l’avea mandato, il re mutò l’articolo del trattato, sostituendolo con le parole suggeritegli dalla figlia, e così ingannò a sua volta l’ingannatore. Un altro giorno, la giovane principessa scoprì un certo tiro che un ministro volea giocare al re, e fece in modo, con un suo consiglio, che la perfidia macchinata venisse a colpire lo stesso ministro. Più e più volte, la principessa diè prova di sagacia e finezza di spirito, tanto che per consenso di tutto il popolo, fu chiamata Finetta. Il re le voleva un gran bene, e tanto la stimava giudiziosa che se avesse avuto quell’unica figlia sarebbe partito senza un pensiero al mondo. Ma le altre due, pur troppo, lo tenevano sulle spine. Sicchè, per esser sicuro della propria famiglia come credeva esser sicuro dei sudditi, adottò le misure seguenti.
Se n’andò a trovare una Fata, della quale era amico intrinseco, e le espose schietto tutta la pena che lo tormentava.
– Non già, disse, che le due figliuole più grandi abbiano mai mancato al loro dovere; ma son così grulle, imprudenti, disoccupate, da farmi temere che, durante la mia assenza, non s’abbiano a cacciare in qualche ginepraio col pretesto di svagarsi. Quanto a Finetta, non ci penso nemmeno; ma, per non far parzialità, la tratterò come le altre. Epperò, mia buona Fata, io vi prego di farmi per queste ragazze tre conocchie di vetro, così congegnate che si rompano di botto non appena chi le possiede abbia commesso qualche cosa di men che onorevole.
La Fata che era abilissima diè al principe tre conocchie incantate e lavorate con ogni cura per il disegno da lui ideato. Ma di ciò non contento, egli menò le tre principesse in un’alta torre, fabbricata in un posto deserto. In quella torre doveano rimanere tutto il tempo della sua assenza, con assoluto divieto di ricevere chiunque si fosse. Tolse loro ogni sorta di servi dell’uno e dell’altro sesso; e dopo averle fornite delle conocchie incantate di cui spiegò loro le qualità, abbracciò le figlie, chiuse le porte della torre, ne prese con sè le chiavi e partì.
Si penserà forse che le principesse corressero pericolo di morir di fame. Niente affatto. A una finestra della torre una carrucola era stata attaccata con una corda cui le prigioniere sospendevano un cestino. Nel cestino mettevasi la provvista del giorno, e dopo tiratolo su anche la corda era deposta in camera.
La Sciattona e la Ciarliera menavano nella torre una vita disperata; si annoiavano a morte; ma bisognava aver pazienza, per dato e fatto della conocchia che alla minima mancanza sarebbe andata in frantumi.
Quanto a Finetta non si annoiava: il fuso, l’ago, gli strumenti, bastavano a svagarla; senza dire che, per ordine del ministro che governava lo Stato, si metteva ogni giorno nel cestino delle principesse una lettera che le informava di quanto accadeva fuori e dentro del regno. Così il re avea voluto, e il ministro eseguiva gli ordini appuntino. Finetta leggeva con avidità tutte quelle notizie e ci trovava gusto. Non così le sorelle, tanto erano afflitte da non potersi divertire a codeste inezie; avessero almeno avuto delle carte per ammazzare il tempo durante l’assenza del padre!
Passavano così tristamente i giorni, mormorando contro il destino; e forse ebbero anche a dire che meglio è nascer felici che figlio di re. Spesso si mettevano alla finestra della torre, per vedere almeno quel che accadeva in campagna. Un giorno, mentre Finetta era occupata in camera a qualche bel lavoro, le sorelle videro a piè della torre una povera donna cenciosa, che si lamentava della sua miseria e le pregava a mani giunte di lasciarla entrare. Era, diceva, una infelice forestiera che sapeva mille e mille cose e che avrebbe loro reso ogni sorta di servigio. Sulle prime, pensarono le principesse all’ordine dato dal re di non lasciare entrare anima viva nella torre; ma la Sciattona era così stanca di servirsi da sè, e la Ciarliera così annoiata di poter solo discorrere con le sorelle, che l’una per farsi pettinare, l’altra per chiacchierare, si decisero entrambe a far entrare la vecchia.
– Credi tu, disse la Ciarliera alla sorella, che il divieto del re comprenda anche una infelice come questa? Per me, mi pare che nulla ci sia di male a riceverla.
– Fa come vuoi, rispose la Sciattona.
La Ciarliera non se lo fece dir due volte, calò il cestino, fece cenno alla vecchia di entrarvi, e le due sorelle la tirarono su con la carrucola.
Quando la videro da vicino, furono disgustate dalla sudiceria dei suoi vestiti, e voleano subito dargliene degli altri; ma la vecchia rispose che se ne sarebbe parlato il giorno appresso, e che pel momento non volea che servirle. Mentre così parlava, apparve Finetta e molto stupì di veder quella intrusa; le sorelle le spiegarono perchè l’aveano fatta entrare; e Finetta, visto che non c’era più rimedio, dissimulò il dispiacere che quella imprudenza le cagionava.
La nuova cameriera girava intanto e rigirava per la torre, col pretesto di voler servire le principesse, ma in realtà per osservare la disposizione delle camere; poichè la pretesa mendicante era altrettanto pericolosa nel castello quanto il conte Ory nel convento dove s’insinuò travestito da badessa fuggitiva. In due parole, la vecchia cenciosa era il figlio di un gran re, vicino del padre delle principesse. Questo principe, malizioso quanto mai, governava a suo talento il re suo padre, il quale aveva un carattere così dolce ed agevole, che lo si chiamava per soprannome Molto-Benigno. Il principe invece che agiva sempre per artifizi e stratagemmi, era detto dal popolo il Furbo.
Aveva egli un fratello minore così ricco di virtù per quanto egli era ricco di vizi, eppure, a malgrado dell’indole diversa, regnava tra i due fratelli un così perfetto accordo che tutti ne stupivano. Oltre le doti dell’anima, il principe più giovane aveva un così bello aspetto che gli si era dato il nome di Belvedere. Era il principe Furbo che aveva inspirato all’ambasciadore del re suo padre quel tiro di malafede che poi l’accortezza di Finetta avea ritorto a loro danno. Da ciò era cresciuto l’odio che Furbo già nudriva per il padre delle principesse. Epperò, quando a lui giunse notizia delle precauzioni prese a riguardo delle tre ragazze, una voglia maligna lo prese d’ingannar la prudenza d’un padre così sospettoso. Trovato un qualunque pretesto, Furbo ottenne il permesso di mettersi in viaggio, ed escogitò i mezzi per insinuarsi nella torre.
Esaminando il castello, vide il principe che era facile alle principesse farsi udire da chi passava di fuori, e ne concluse che gli conveniva conservare il travestimento durante tutto il giorno, per evitare che quelle chiamassero gente e lo facessero punire per la temeraria impresa. Seguitò dunque a fingersi mendicante; ma la sera, dopo che le tre sorelle ebbero cenato, gettò via i cenci e si mostrò in tutto lo splendore degli abiti di cavaliere, ricamati d’oro e di gemme. Le povere principesse, atterrite a quella vista, scapparono più che di corsa. Finetta e la Ciarliera, più svelte, ripararono subito alle camere loro; ma la Sciattona, che a fatica metteva il passo, fu subito raggiunta dal principe.
Gettatosi ai piedi di lei, questi le dichiarò l’esser suo, dicendole che la fama di bellezza da lei goduta e i ritratti l’avevano spinto a lasciare una corte deliziosa per offrirle i suoi voti e la sua fede. Smarrita sulle prime, la Sciattona non trovò parole da rispondere al principe genuflesso: ma noi. incalzata dalle calde proteste e dalla preghiera di divenir subito sua sposa, nè avendo la voglia o la forza di discutere, disse senza pensarci sopra che credeva alla sincerità di quelle dichiarazioni e le accettava. Queste, e non altre furono le formalità da lei osservate per conchiudere le nozze; ma, in compenso, la conocchia fu perduta e si ruppe in mille frantumi.
Finetta intanto e la Ciarliera, chiuse ciascuna in camera sua, stavano sulle spine. Le due camere erano lontane l’una dall’altra; epperò, ignorando la sorte delle sorelle, le povere principesse passarono la notte senza chiuder occhio. Il giorno appresso, il maligno principe menò la Sciattona in un appartamento a terreno in fondo al giardino. La principessa non celò a Furbo di essere molto inquieta per le sorelle, benchè non osasse mostrarsi a loro per paura di esserne rimproverata. Il principe la rassicurò, dicendole che avrebbe ottenuto il loro consenso alle nozze; e dopo pochi altri discorsi, uscì, chiuse a chiave la Sciattona, senza ch’ella se n’avvedesse, e se n’andò alla ricerca delle altre due sorelle.
Stette un bel pezzo prima di trovar le camere dove stavano rinchiuse. Ma poichè la Ciarliera, sempre smaniosa di parlare, si lamentava da sola a sola della sorta toccatale, il principe si accostò all’uscio della camera e la vide dal buco della serratura. Come già avea fatto con la sorella, Furbo le disse attraverso la porta di essersi insinuato nella torre per offrir proprio a lei il cuore e la fede di sposo.
Esaltò la bellezza e lo spirito della Ciarliera; e costei, che era persuasissima dei propri meriti, ebbe la balordaggine di aggiustar fede alle parole del principe e rispose di dentro con un torrente di amabili parole. E dire che era abbattuta e che non avea nemmeno preso un boccone! In camera non avea provviste, tanto le pesava perfino il pensarvi; se di qualche cosa abbisognava, ricorreva a Finetta; e questa cara principessa, sempre laboriosa e preveggente, avea sempre in camera un’infinità di paste, marzapani, confetture secche e liquide fatte con le proprie mani. La Ciarliera dunque, stretta dalla fame e dalle tenere proteste del principe, aprì la porta al seduttore, il quale seguitò abilmente a recitar la sua parte.
Usciti insieme dalla camera, se n’andarono in cucina, dove trovarono ogni sorta di rinfreschi; perchè la cesta ne forniva sempre con anticipazione. Sulle prime, la Ciarliera era in pensiero per le sorelle; ma poi si figurò, chi sa come e perchè, che fossero tutt’e due nella camera di Finetta, dove di nulla mancavano. Furbo si sforzò, di confermarla in questa idea, assicurandola che la sera stessa sarebbero andati a trovarle. La Ciarliera non fu dello stesso parere, e rispose che bisognava cercarle subito dopo aver mangiato.
Finalmente, il principe e la principessa mangiarono insieme e d’accordo. Dopo di che, Furbo domandò di visitare il bell’appartamento del castello, e data la mano alla sua compagna, vi fu da lei condotto. Riprese qui a parlarle del suo amore e della felicità delle nozze. Le disse, come già alla Sciattona, che bisognava sposar subito, per evitare che le sorelle vi si opponessero, allegando che un così gran principe era miglior partito per la sorella maggiore. La Ciarliera, dopo molti discorsi che non avean senso, fu così stravagante come la sorella era stata: accettò il principe in isposo, e della conocchia non si ricordò che dopo averla vista rotta in cento pezzi.
Verso sera, la Ciarliera tornò in camera sua col principe, e fu allora che, per prima cosa, vide la conocchia di vetro in frantumi. Si turbò a quella vista, e il principe le domandò che cosa avesse. Incapace di tacere, smaniosa di chiacchierare, la Ciarliera svelò a Furbo il mistero delle conocchie; e il principe malvagio gongolò di gioia, pensando che il padre della principessa avrebbe avuto la prova della mala condotta delle figlie.
La Ciarliera intanto non avea più voglia di cercar le sorelle; temeva i loro rimproveri; ma il principe si offrì di andar lui invece e di persuaderle ad approvar le nozze. Dopo questa assicurazione, la principessa, che tutta notte non avea chiuso occhio, si addormentò; e Furbo profittando di quel sonno, la chiuse a chiave come aveva fatto con la Sciattona.
Chiusa che l’ebbe, andò per tutte le camere del castello, e trovandole tutte aperte, ne arguì che l’unica chiusa era quella dove Finetta erasi ritirata. Avendo preparata una arringa circolare, se n’andò a spifferare davanti alla camera di Finetta le stesse fandonie dette alle sorelle. Ma la principessa, più giudiziosa delle altre due, lo ascoltò a lungo senza rispondere. Finalmente, vistasi scoperta, gli disse che se davvero nudriva per lei tanto calore di affetto, scendesse in giardino, e che ella gli avrebbe parlato dalla finestra.
Furbo non accettò la proposta; e poichè la principessa si ostinava a non aprire, egli, preso un tronco nocchieruto, sfondò la porta. Trovò Finetta armata d’un grosso martello che per caso era stato lasciato in una guardaroba attigua alla camera. L’emozione la facea divampare; e per furibondi che fossero gli occhi, le conferivano una straordinaria bellezza. Furbo tentò di gettarlesi ai piedi, ma ella, tirandosi indietro, gli disse altera:
– Se vi accostate, principe, vi spacco la testa con questo martello.
– Come, bella principessa! esclamò Furbo ipocritamente, l’amore che vi si porta è meritevole di tanta vendetta?
Tornò a protestarle, trascinandosi per la camera, l’amore ardente inspiratogli dalla fama di tanta bellezza e di tanto spirito. Soggiunse di essersi travestito proprio per venirle ad offrire il cuore e la mano, e domandò perdono, in grazia della passione, di averle sfondato la porta. Conchiuse che, nell’interesse di lei, bisognava sposar subito. Disse ancora di non sapere dove le sorelle eransi ritirate, non avendole nemmeno cercate, tanto di lei era infatuato. L’accorta principessa, fingendo di rabbonirsi, gli disse che bisognava cercar le sorelle, e che poi tutti insieme si sarebbe preso un partito; ma Furbo allegò di non poter cercare le principesse, finchè ella non avesse consentito alle nozze, poichè certo le sorelle vi si sarebbero opposte, accampando la primogenitura.
Finetta, già sospettosa delle proteste del principe, pensò tremando alla sorte delle sorelle, e risolvette vendicarle con lo stesso colpo che le farebbe evitare una disgrazia simile a quella che avea colpito loro. Disse dunque a Furbo che consentiva a sposarlo, ma che era persuasa esser sempre infelici i matrimoni fatti di sera. Rimandasse dunque la cerimonia nuziale al giorno appresso; assicurò che non avrebbe avvertito le principesse, e pregò di rimaner sola un momento per pensare al cielo; che lo menerebbe poi in una camera dove troverebbe un letto eccellente, e che poi, fino al mattino, sarebbe tornata a chiudersi in camera propria.
Furbo, che non era mica un prode e che vedeva Finetta scherzar col martello come avrebbe fatto d’una penna, consentì alla proposta e si ritirò. Vistolo partito, Finetta corse a far un letto sulla buca d’una fogna che era in una camera del castello. La camera era pulita come le altre; ma nella buca si soleva gettare tutte le spazzature del castello. Due bastoni incrociati pose Finetta sulla buca, ma molto deboli, poi vi fece sopra un letto, e se ne tornò in camera.
Il principe, senza spogliarsi, si gettò sul letto. Il peso del corpo fece spezzare i bastoni, ed egli precipitò in fondo alla fogna, senza poter afferrarsi, facendosi venti bolle alla testa e fracassandosi le costole. La caduta fece un fracasso del diavolo, e poichè non era lontano dalla camera di Finetta, questa capì subito che lo stratagemma era riuscito e ne risentì una gioia che le fu di vero sollievo. Impossibile dire il piacere da lei provato a sentirlo sguazzar nella fogna. Il castigo era meritato, e la principessa aveva ragione di rallegrarsene. Ma non per questo dimenticava le sorelle. Prima sua cura fu di cercarle. Le fu agevole trovar la Ciarliera. La chiave era di fuori nella serratura. Finetta aprì, entrò di furia, svegliò la sorella, la quale restò confusa e smarrita. Finetta le narrò il come erasi sbarazzata del principe Furbo, venuto per oltraggiarle. La Ciarliera sbigottì, come colpita dalla folgore. Per ciarliera che fosse, avea bonariamente creduto a tutte le fandonie spifferatele dal principe. Ce n’è sempre al mondo di queste balorde.
Soffocando il dolore, la Ciarliera se n’andò con Finetta a cercar la Sciattona. Gira di qua, gira di là, la scovarono finalmente nel quartierino a terreno. Era più morta che viva dal dispiacere e dalla fiacchezza, perchè da ventiquattr’ore non prendeva cibo. Le sorelle le apprestarono ogni soccorso; dopo di che, entrarono in certe spiegazioni che straziarono a morte la Sciattona e la Ciarliera; poi tutte e tre se n’andarono a letto.
Furbo intanto passò assai male la notte, nè si trovò meglio a giorno chiaro. Era precipitato in certe caverne orrende, dove la luce non penetrava mai. Pure, dalli e dalli, trovò l’uscita della fogna che dava sopra un fiume assai lontano dal castello. Riuscì a farsi udire da certi pescatori, e da costoro fu tratto fuori in uno stato compassionevole. Si fece trasportare in corte del padre, per curarsi a comodo; e la disgrazia toccatagli gli mise addosso tant’odio contro Finetta, che pensò meno a guarire che a vendicarsi.
Finetta passava delle ore assai tristi; più della vita le stava a cuore la gloria, e la vergognosa debolezza delle sorelle la metteva in una disperazione invincibile. Pure la cattiva salute delle due sorelle, effetto dell’indegno matrimonio, mise ancora alla prova la costanza di Finetta. Furbo, dopo il guaio capitatogli, divenne più furbo che mai. La fogna e le ammaccature non gli davano tanto cruccio quanto l’aver trovato chi era più astuto di lui. Presentì le conseguenze dei due matrimoni; e per tentare le due principesse inferme, fece portare sotto le loro finestre certi cassoni con entro tanti alberi carichi di frutti. La Sciattona e la Ciarliera, sempre spenzolate alle finestre, li videro; e tanta voglia ebbero di assaggiarli, che costrinsero Finetta a scendere nella cesta per coglierli. Finetta, sempre compiacente, si lasciò calare, portò i frutti e le sorelle se li mangiarono con avidità.
Il giorno appresso, altri frutti apparvero. Da capo la voglia, da capo la compiacenza di Finetta; ma gli sgherri di Furbo nascosti, cui la prima volta era fallito il colpo, si scagliarono su Finetta e la portaron via sotto gli occhi delle sorelle che si strappavano disperate i capelli.
Fu trasportata Finetta in una casa di campagna, dov’era il principe convalescente. Furibondo contro la principessa, questi la caricò d’ingiurie, cui ella rispose con una fermezza e una magnanimità da quella eroina che era. Finalmente, dopo tenutala prigione alquanti giorni, ei la fece trascinare in cima a un’alta montagna, dove egli stesso arrivò poco dopo, e le annunziò che una morte terribile l’aspettava perchè scontasse i brutti tiri che gli avea giocato. Così dicendo, mostrò a Finetta una botte irta all’interno di temperini, rasoi, uncini, e le dichiarò che per punirla come si meritava l’avrebbero prima ficcata in quella botte e poi rotolata dall’alto al basso della montagna.
Benchè non Romana, Finetta non fu atterrita dal supplizio imminente, più che Regolo non fosse stato. Serbò tutta la sua fermezza e la presenza di spirito. Furbo, invece di ammirare l’eroismo di lei, ne fu più che mai inviperito e pensò ad affrettare il supplizio. Si chinò verso l’orifizio della botte, per assicurarsi se questa fosse ben fornita delle armi omicide. Finetta, vistolo così intento a guardare, non perdette tempo; con un urto lo spinse dentro, e fece subito rotolar la botte giù per la montagna, senza dar tempo al principe di fiatare. Fatto il colpo, fuggì; e gli ufficiali del principe, che avevan visto con gran dolore con quanta crudeltà voleva egli trattare la bella principessa, non si curarono di correrle dietro. D’altra parte, erano così spaventati dell’accaduto, che solo pensarono ad arrestar la botte; ma ogni sforzo fu inutile: la botte rotolò fino in fondo, e il principe ne fu tirato fuori tutto coperto di piaghe.
L’accidente di Furbo fu un colpo terribile per il re Molto-Benigno e per il principe Belvedere. In quanto al popolo, nessuno se ne curò. Furbo ne era odiato, anzi la gente stupiva che il principe più giovane, così nobile e generoso, potesse tanto amare l’indegno fratello. Ma Belvedere era di così buon indole da volere un gran bene a tutti della famiglia; e Furbo avea sempre avuto l’arte di mostrargli tanta affezione, che il principe generoso non si sarebbe mai perdonato di non corrispondergli allo stesso modo.
Belvedere ebbe dunque gran cordoglio delle ferite del fratello, e tutto mise in opera per vederlo subito guarito. Ma, checchè si facesse, nulla giovava. Le piaghe di Furbo s’inasprivano sempre più e lo facevano soffrire orribilmente.
Scampato il gran pericolo della botte, Finetta era tornata alla torre. Ma non a lungo vi stette, che nuove sventure le piombarono addosso. Le due principesse dettero alla luce un bimbo ciascuna. Finetta ne fu imbarazzatissima, ma non si smarrì; il desiderio di nascondere la vergogna delle sorelle la spinse ad affrontare altri rischi. Per riuscire nel piano escogitato, prese tutte le misure che la prudenza può suggerire; si travestì da uomo, chiuse i bimbi in due scatole, facendo a queste tanti buchi perchè quelli respirassero, prese un cavallo, vi caricò quelle ed altre scatole, e con questo bagaglio arrivò alla capitale del re Molto-Benigno.
Seppe di primo acchito che la larghezza del principe Belvedere nel compensare i rimedi apprestati al fratello, aveva attirato alla corte tutti i ciarlatani di Europa; poichè in quei tempi, c’erano molti avventurieri senza impiego, senza ingegno, che si spacciavano per portenti dotati di facoltà soprannaturali per guarire ogni sorta di mali. Costoro, unica scienza dei quali era l’impostura più sfrontata, trovavano sempre molti credenzoni. Un po’ con l’aspetto, un po’ coi nomi bizzarri che assumevano. gettavano la polvere negli occhi. Cosiffatti medici non restano mai dove son nati; e la qualità di stranieri è per loro altrettanto merito agli occhi del volgo.
L’ingegnosa principessa, bene informata di tutto ciò, assunse un nome forestiero e si chiamò Sanatio; poi fece annunziare da ogni parte che il cavalier Sanatio era arrivato con mirabili segreti per guarire ogni sorta di ferite per gravi e maligne che fossero. Subito Belvedere mandò a chiamare il preteso dottore. Finetta arrivò, fece a perfezione il medico empirico, spifferò cinque o sei parole d’arte: niente ci mancava. Il bello aspetto e i modi amabili di Belvedere la colpirono; e dopo aver con lui ragionato delle ferite del principe Furbo, disse di voler portare una bottiglia di acqua miracolosa, e che intanto lasciava lì due scatole, che contenevano unguenti di prima qualità adatti al principe ferito.
Ciò detto, il preteso dottore uscì; ma non tornava più, e molto s’impazientivano di non vederlo tornare. Finalmente, quando si stava già per mandarlo a premurare, si udirono delle grida infantili in camera di Furbo. Grande fu lo stupore in tutti, perchè di bambini non se ne vedevano. Qualcuno prestò ascolto, e così scoprirono che le grida venivano dalle scatole dell’empirico.
Erano infatti i nipotini di Finetta. La principessa gli avea fatti ben nudrire prima di portarli a palazzo; ma poichè parecchio tempo era passato, i piccini volevano altro nutrimento, epperò si dolevano. Aperte le scatole vi si trovarono con sorpresa due marmocchi bellissimi. Furbo indovinò all’istante essere questo un altro tiro di Finetta; e tanta rabbia ne prese, che le ferite s’inacerbirono e lo ridussero per davvero agli estremi.
Belvedere ne fu addoloratissimo; e Furbo, perfido fino all’ultimo, volle abusare dello affetto del fratello.
– Tu sempre m’amasti, disse, e piangi ora la mia perdita. Non ho più bisogno di altre prove di devozione, visto che muoio. Ma se davvero ti fui caro, promettimi di accordarmi il favore che ti chiederò.
Belvedere, incapace di negargli alcunchè in momenti come quelli, promise coi più terribili giuramenti che tutto avrebbe fatto.
– Ebbene, esclamò Furbo abbracciandolo; io muoio contento, poichè sarò vendicato. Unica mia preghiera è questa che tu, appena morto io, domandi la mano di Finetta. Senza dubbio, ti sarà concessa; e non sì tosto la avrai in tuo potere, conficcale un pugnale nel cuore.
A tali parole Belvedere ebbe un tremito di orrore; si pentì delle imprudenti promesse, ma non era più tempo di disdirsi, nè egli diè a vedere il suo pentimento al fratello, che poco dopo morì. Il re Molto-Benigno ne provò un vivo dolore. Quanto al popolo, tutti si rallegrarono che la morte di Furbo assicurasse la successione del regno a Belvedere, il cui merito era riconosciuto e universalmente stimato.
Finetta, tornata ancora una volta dalle sorelle, fu informata della morte di Furbo, e poco dopo ebbe l’avviso del ritorno del padre. Arrivò questi nella torre, e suo primo pensiero furono le conocchie. La Sciattona corse a prendere la conocchia di Finetta, e la mostrò al re; poi, fatta una profonda riverenza, la riportò a posto. La Ciarliera fece lo stesso; e finalmente Finetta portò la sua. Ma il re, che era sospettoso, volle veder le tre conocchie in una volta. Solo Finetta potè rispondere all’invito; e il re montò in tanta furia contro le figlie maggiori, che subito le mandò dalla Fata che gli avea fornito le conocchie, pregandola di tenerle sempre con sè e di castigarle come si meritavano.
Per cominciare, la Fata le menò in una galleria del suo castello incantato, dov’era dipinta la storia di moltissime donne, illustri per virtù e per vita laboriosa. Per mirabile fatagione, tutte le figure aveano movimento ed erano in azione da mane a sera. Si vedevano in ogni parte trofei e motti in onore di codeste donne virtuose; nè fu poca mortificazione per le due sorelle paragonare il trionfo di quelle eroine con la situazione abbietta in cui l’imprudenza aveale ridotte. Per colmo di dolore, disse gravemente la Fata che se si fossero occupate come quelle di cui vedevano i ritratti, non sarebbero piombate negli indegni traviamenti che le avean perdute; ma che l’ozio era il padre d’ogni vizio e la sorgente di tutte le loro sventure.
Soggiunse la Fata che per evitare una ricaduta e per riparare al tempo perso, bisognava occuparsi. Obbligò dunque le principesse alle fatiche più grossolane e vili; e senza riguardo per la loro carnagione, le mandò a cogliere ceci e a strappar le male erbe nei suoi giardini. La Sciattona non resse a lungo, e morì di dolore e di stanchezza. La Ciarliera, che trovò mezzo di scappar nottetempo dal castello della Fata, si ruppe la testa contro un albero e morì dalla ferita fra le mani dei contadini.
Buona com’era, Finetta si afflisse della sorte misera delle sorelle. Seppe intanto che il principe Belvedere l’avea fatta domandare in isposa e che il re suo padre avea consentito senza avvertirla: poichè fin da quel tempo l’inclinazione era l’ultima cosa che si consultasse nei matrimoni. Alla notizia, Finetta si atterrì; temeva, con ragione, che l’odio di Furbo non fosse passato nel cuore del fratello, il quale forse e senza forse meditava la vendetta. Piena di questa inquietitudine, la principessa corse dalla Fata, la quale tanto stimava lei per quanto disprezzava la Ciarliera e la Sciattona.
La Fata nulla volle svelare a Finetta. Disse solo:
– Principessa, voi siete giudiziosa e prudente; le misure adottate finora son figlie di questa verità che prudenza è madre di sicurezza. Non dimenticate l’importanza di questa massima, e riuscirete ad esser felice senza il soccorso dell’arte mia.
Non avendo potuto cavare altri chiarimenti, Finetta se ne tornò a palazzo estremamente conturbata.
Pochi giorni dopo, un ambasciadore la sposò in nome di Belvedere e la menò dallo sposo in un magnifico equipaggio. Fu accolta in gran pompa alle prime due città di frontiera, e nella terza trovò il principe Belvedere, venutole incontro per ordine del padre. Tutti stupivano in veder la tristezza del principe alla vigilia di un matrimonio tanto sospirato; il re stesso ne lo sgridava e lo avea mandato, mal suo grado, a ricever la principessa.
Vistala appena, Belvedere fu abbagliato da tanta bellezza, e gliene fece i suoi complimenti, ma con tanta confusione da far temere alle due corti che il grande amore gli avesse fatto perdere il cervello. Tutta la città rintronava di grida gioconde, di concerti, di fuochi. Finalmente, dopo una magnifica cena, gli sposi si ritirarono.
Finetta, ricordando sempre le massime della Fata, avea fatto il suo progetto. Comprata una delle donne che avea la chiave dell’appartamento destinatole, le aveva ordinato di portar là una vescica, della paglia, del sangue di montone, e le interiora di vari animali mangiati a cena. Entrata con un pretesto nel gabinetto, la principessa fece una figura di paglia e vi ficcò dentro le interiora e la vescica di sangue. Aggiustò poi in capo a quella figura una bella cuffia. Ciò fatto, raggiunse la brigata, e poco dopo principe e principessa furon condotti in camera loro. Fatti i dovuti preparativi di toletta, la dama d’onore prese i candelabri e si ritirò. Subito Finetta gettò sul letto la donna di paglia e si ritirò in un angolo.
Dopo aver sospirato due o tre volte il principe afferrò la spada e passò da parte a parte il corpo della pretesa Finetta. Sentì subito scorrere il sangue da tutte le parti e trovò la donna di paglia senza movimento.
– Che feci? esclamò Belvedere – Come! dopo tante crudeli agitazioni, dopo aver tanto esitato a serbare il giuramento a costo d’un delitto, ho tolto la vita a un’amabile principessa che ero nato per adorare! Le sue grazie mi rapirono dal primo istante che la vidi; ma non ebbi la forza di tradire un giuramento strappatomi da un fratello furibondo, avido di vendetta! Oh cielo! ed è mai possibile che si voglia punire una donna, sol perchè virtuosa? Ebbene! ecco compiuta, o fratello, la tua vendetta; ma ora mi tocca vendicar Finetta con la mia morte. Sì, bella principessa, la stessa spada…
Capì Finetta che il principe, cui la spada era sfuggita di mano, la cercava ora per trafiggersi; e subito gli gridò:
– Principe, io non son morta. Il vostro buon cuore m’ha fatto indovinare il vostro pentimento; e con un’astuzia innocente vi ho risparmiato un delitto.
E qui Finetta narrò al principe lo stratagemma della donna di paglia. Il principe, fuor di sè dalla gioia, ammirò la prudenza di lei, e le fu gratissimo di avergli impedito di commettere un orrendo misfatto. Non capiva ora come mai avesse avuto la debolezza di non vedere la nullità dei giuramenti strappatigli con un perfido artifizio.
Eppure se non fosse stata ben persuasa che prudenza è madre di sicurezza, Finetta sarebbe stata uccisa, e la sua morte avrebbe portato per conseguenza quella di Belvedere; e poi ogni sorta di ragionamenti si sarebbero fatti sulla bizzarria dei sentimenti di cotesto principe. Evviva la prudenza con la presenza di spirito! I due sposi ne furono preservati dalla sventura e consacrati alla sorte più dolce. Si amarono sempre con grande affetto, e trascorsero molti e molti giorni in una gloria e una felicità che sarebbe difficile descrivere.

Morale

Cento volte la mia balia, invece delle solite favole di animali mi ha contato questa mirabile storia. Vi si vede un principe malvagio, carico di guai, trascinato nel vizio dalla perfida indole. Vi si vede come due principesse imprudenti, che passarono i giorni in vuote mollezze e miseramente si perdettero, furono prontamente e giustamente punite. Ma, di contro al vizio punito, si vede qui la virtù trionfante e coperta di gloria. Dopo mille incidenti imprevedibili, la saggia Finetta ed il generoso Belvedere, arrivano a godere una perfetta beatitudine. Sì, queste storie fanno più colpo che non le gesta della bertuccia o del lupo, ed io, come tutti i ragazzi, mi divertivo un mondo. Ma piaceranno queste favole anche agli spiriti colti ed eletti. Si rievochino le ingenue narrazioni dei trovatori e si vedrà che non valgono meno delle fantasie di Esopo.

M.ma Lhèritier

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Charles Perrault – Cenerentola, ovvero la pianellina di vetro – Traduzione di Federigo Verdinois

C’era una volta un gentiluomo il quale in seconde nozze si pigliò una moglie che la più superba non s’era mai vista. Aveva costei due figlie che in tutto e per tutto la somigliavano. Dal canto suo, il marito aveva una ragazza, ma così dolce e buona che non si può dire: doveva queste qualità alla mamma, che era stata la più brava donna di questo mondo.
Subito dopo fatte le nozze, la madrigna diè sfogo al suo malanimo. Non potea soffrire le doti della giovanetta, che rendevano ancor più odiose le figlie sue. La incaricò dei più bassi servizi della casa: toccava a lei lavare i piatti e spazzar le scale, stropicciare l’impiantito in camera della signora e delle signorine figlie; dormiva in cima alla casa, in un granaio, sopra un misero pagliericcio, mentre alle sorelle erano assegnate camere con pavimenti intarsiati, letti di ultima moda, e specchi in cui si miravano da capo a piedi. La povera ragazza soffriva tutto con pazienza, nè osava lamentarsi col padre, perchè questi l’avrebbe sgridata, visto che dalla moglie si facea comandare a bacchetta.
Finito il suo lavoro, mettevasi accanto al camino e si sedeva nella cenere, epperò in casa la si chiamava comunemente Cucciolona; la minore delle due sorelle, non tanto sgarbata quanto l’altra, la chiamava Cenerentola. Eppure Cenerentola, infagottata com’era nei suoi cenci, era cento volte più bella delle sorelle sfarzosamente vestite.
Accadde che il figlio del Re diede un ballo, invitandovi tutte le persone di conto. Anche le nostre due signorine ebbero l’invito, perchè faceano gran figura nel paese. Eccole tutte contente e affaccendate per scegliere gli abiti e le acconciature che stessero lor meglio: novella fatica per Cenerentola, perchè doveva lei stirar la biancheria delle sorelle e pieghettarne i manichini. Non si parlava che dei vestiti da mettersi. “Io, disse la maggiore mi metterò l’abito di velluto rosso e i pizzi d’Inghilterra. – Per me, disse l’altra, non avrò che la veste solita; ma in compenso mi metterò il mantello fiorato d’oro e la collana di diamanti, che non è mica una cosa da niente”. Si mandò a chiamare la crestaia perchè aggiustasse le cuffiette a doppia gala e si comprarono dei nei dalla profumiera. A Cenerentola anche domandarono un parere, perchè la sapevano di buongusto. Cenerentola le consigliò che meglio non si poteva e si offrì perfino di pettinarle, al che le due sorelle si degnarono di accettare.
Mentre si facevano pettinare, le dicevano: “Ti piacerebbe di andare al ballo, Cenerentola? – Ahimè! signorine, voi vi burlate di me; non è cosa per me. – Hai ragione; sarebbe un gran ridere, se si vedesse al ballo una Cucciolona.”
Un’altra le avrebbe pettinate alla diavola; ma Cenerentola era buona e le pettinò a perfezione. Stettero quasi due giorni senza mangiare, tanto erano fuor di sè dalla gioia; più di dodici laccetti si spezzarono, a furia di stringere i busti per far loro la vita sottile; e tutti i momenti si miravano allo specchio.
Spuntò finalmente il giorno felice. Le due sorelle andarono, e Cenerentola le seguì con gli occhi finchè potette. Quando non le vide più, si mise a piangere. La comare che la vide tutta in lagrime, le domandò che avesse. “Vorrei… vorrei tanto…” Piangeva così forte che non potette finire. La comare, che era Fata, le disse: “Vorresti andare al ballo, non è così? – Oh, sì! sospirò Cenerentola, – Ebbene, dice l’altra, se sarai buona, ti faccio andare”. Se la menò in camera e le disse: “Va in giardino e portami una zucca.” Cenerentola subito andò a cogliere la più bella che le riuscì di trovare, e la portò alla comare, senza capire come mai quella zucca l’avrebbe fatta andare al ballo. La comare la vuotò, e quando non fu rimasta che la sola scorza, la percosse con la sua bacchetta, e la zucca fu subito mutata in una bella carrozza tutta dorata.
Andò poi a guardar nella trappola, e trovativi sei topolini ancora vivi, disse a Cenerentola di alzare un tantino il caditoio. I topolini ne uscirono ad uno ad uno; ed ella subito un colpo di bacchetta, e il topolino mutavasi di botto in un bel cavallo; in meno di niente si ebbe così un magnifico attacco di sei cavalli d’un bel grigio sorcio pomellato.
Vistala poi in pena da che cosa dovesse fare un cocchiere, disse Cenerentola: “Vado a vedere chi sa mai ci fosse qualche sorcione nella trappola grande; ne faremo un cocchiere. – Hai ragione, approvò la comare, va a vedere”. Cenerentola le portò la trappola, e c’erano infatti tre sorcioni: la Fata ne prese uno, che avea tanto di barbigi, e toccatolo appena, lo trasformò in un grosso cocchiere, che aveva un par di baffi i più belli che si sian mai visti.
Poi le disse: “Va in giardino, troverai dietro l’innaffiatoio sei lucertole, portale qui.” Avutele appena, le mutò in sei lacchè, che montarono subito dietro la carrozza coi loro abiti gallonati, e vi si tennero attaccati come se non avessero fatto altro per tutta la vita.
La Fata disse allora a Cenerentola: “Ecco fatto, adesso puoi andare al ballo: sei contenta? – Sì, ma come fo ad andarci, con questi miei cenci indosso?” La comare non fece che toccarla con la bacchetta, e nel punto stesso gli abiti cenciosi diventarono d’oro e d’argento, tempestati di pietre preziose. Le diè poi un par di pantofole di vetro, le più belle del mondo. Così adornata, Cenerentola montò in carrozza; ma la comare le raccomandò, sopra ogni cosa, di non passar mezzanotte; un momento di più che rimanesse al ballo, la carrozza sarebbe ridiventata zucca, i cavalli sarebbero tornati topolini, i lacchè lucertole e gli abiti sfoggiati più cenciosi che mai.
Promise Cenerentola alla comare di lasciare il ballo prima di mezzanotte, e partì, fuor di sè dalla contentezza. Il figlio del re, avvertito dell’arrivo d’una grande principessa, che nessuno conosceva, le corse incontro. Le porse la mano per farla smontar di carrozza, e la menò nella sala dove gl’invitati erano raccolti. Un gran silenzio si fece; cessò il ballo, tacquero i violini, tanto si era intenti a contemplare le grandi bellezze dell’incognita. Udivasi solo un confuso vocio: “Ah! com’è bella!” Anche il re, tuttochè vecchio, non si stancava di guardarla, ripetendo sommesso alla regina che da un gran pezzo non gli capitava di vedere una persona così bella ed amabile. Tutte le dame osservavano con grande attenzione l’acconciatura e gli abiti di lei, per averne il giorno appresso dei simili, dato che si trovassero così belle stoffe ed operai abbastanza bravi.
Il figlio del re la fece sedere al posto d’onore, e poi la prese per mano, invitandola a ballare; e Cenerentola ballò con tanta grazia da suscitare una sempre più viva ammirazione. Si portò poi una bellissima refezione, che il giovane principe non toccò nemmeno, tanto era occupato a contemplar la fanciulla. Questa andò a sedere accanto alle sorelle e le colmò di gentilezze, offrendo loro perfino delle arance e dei limoni datile dal principe: il che le maravigliò assai, perchè non la conoscevano.
Mentre così discorrevano, Cenerentola sentì battere le undici e tre quarti; fece subito una grande riverenza alla brigata e scappò via più che di fretta. Arrivata a casa, corse dalla comare, la ringraziò, le disse che con tanto piacere sarebbe tornata al ballo la sera appresso, perchè il figlio del re ne l’aveva pregata. Prese poi a narrarle tutto ciò che era accaduto, e in quel mentre le due sorelle bussarono alla porta. Cenerentola andò ad aprire. “Come arrivate tardi!” esclamò sbadigliando, fregandosi gli occhi e stirando le braccia come se allora allora si fosse svegliata; eppure, da che s’erano lasciate, non l’era mai venuto voglia di dormire. “Se tu fossi venuta al ballo, disse una delle sorelle, non ti saresti annoiata: ci è venuta una bella principessa, la più bella che si possa mai vedere. Mille finezze ci ha fatto; ci ha dato delle arance e dei limoni.”
Cenerentola era fuor di sè dalla gioia; domandò come si chiamasse quella principessa, ma le sorelle risposero che nessuno la conosceva, che il figlio del re non trovava più pace, e che tutto avrebbe dato per saper chi fosse. Cenerentola sorrise e disse: “Era proprio bella assai? Beate voi! Oh, se potessi anch’io vederla… Sentite, signorina Javotte, prestatemi l’abito giallo che voi indossate tutti i giorni. – Davvero! esclamò la signorina Javotte; prestare il mio bell’abito a una sudicia Cucciolona come te! Fossi matta!” Cenerentola si aspettava questo rifiuto, e ne fu contentissima, perchè si sarebbe trovata molto imbarazzata se la sorella avesse consentito a prestarle il vestito.
La sera appresso, le due sorelle andarono al ballo, e Cenerentola pure, ma molto più ornata dell’altra volta. Il figlio del re le stette sempre a fianco, susurrandole ogni sorta di galanterie; la fanciulla non s’annoiava e dimenticò quel che la comare le aveva raccomandato; sicchè sentì sonare il primo colpo di mezzanotte, quando si figurava che non fossero ancora le undici. Si alzò e scappò via leggiera come una cerva; il principe le corse dietro, ma non riuscì a raggiungerla. Nella fuga, una pantofola di vetro le cadde, e il principe la raccolse con gran cura. Tornò a casa Cenerentola affannando, senza carrozza, senza lacchè, e con indosso le sue vesti cenciose: di tutta la sua magnificenza non avanzava che una pantofolina, la compagna di quella cadutale dal piede. Fu domandato alle guardie di palazzo se avessero visto uscire una principessa; dissero di aver visto uscire solo una ragazza assai mal vestita, che sembrava più che altro una contadina.
Quando le sorelle tornarono dal ballo, Cenerentola domandò loro se si fossero divertite anche stavolta, e se la bella signora c’era stata; risposero di sì, ma che se n’era scappata al tocco di mezzanotte, e con tanta furia da lasciarsi cadere una delle sue pantofoline di vetro, la più bella del mondo; che il figlio del re l’avea raccolta, che per tutto il resto del ballo non avea fatto che guardarla, e che certamente era innamorato pazzo della bella creatura a cui la pantoffolina apparteneva.
Ed era proprio vero; perchè, pochi giorni dopo, il figlio del re fece bandire a suon di tromba ch’egli avrebbe sposato colei al cui piede quella pantofola fosse di misura. Si cominciò prima a provarla alle principesse, poi alle duchesse, poi a tutta la corte, ma inutilmente. La si portò dalle due sorelle, che fecero tutto il possibile per farvi entrare il piede, ma non vi riuscirono. Cenerentola, che le guardava e avea riconosciuto la sua pantofola, disse ridendo: “Vediamo un po’ se mi va a me!” Le sorelle si misero a ridere e a motteggiarla. Il gentiluomo, incaricato di provar la pantofola, guardò fiso a Cenerentola, e avendola trovata assai bella, disse che la cosa era giusta e ch’egli aveva ordine di provarla a tutte le ragazze. Fatta sedere Cenerentola e accostatale la pantofola al piedino, vide che la si calzava senza fatica e vi si adattava come se fosse di cera. Grande fu lo stupore delle due sorelle, ma anche maggiore, quando videro che Cenerentola cavava di tasca la pantofolina compagna e se la calzava. Arrivò a questo punto la comare, e con un colpo di bacchetta fece diventare gli abiti di Cenerentola ancor più sfarzosi di tutti gli altri.
Allora le due sorelle riconobbero in lei la bella principessa del ballo. Le si gettarono ai piedi, e le domandarono perdono di tutti i mali trattamenti che le avean fatto soffrire. Cenerentola le fece alzare, le abbracciò perdonò loro di tutto cuore, e le pregò di volerla sempre bene. Tutta adorna com’era, la si condusse dal giovane principe, questi la trovò più bella che mai, e pochi giorni dopo la sposò. Cenerentola che era non meno buona che bella, fece alloggiare le due sorelle a palazzo reale, e le maritò, lo stesso giorno, a due gran signori della Corte.

Morale

La bellezza è per la donna un gran tesoro, nè mai ci si stanca di ammirarla; ma assai più vale la buona grazia. Questa diè a Cenerentola la comare, educandola, istruendola fino a farne una regina. Questo dono, o belle, ha più potere di una ricca acconciatura per avvincere un cuore e farlo proprio. La buona grazia è il vero dono delle Fate; senza di essa, nulla si può; con essa, tutto.

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Charles Perrault – Cappuccetto rosso – Traduzione di Federigo Verdinois

C’era una volta una bambina di villaggio, la più carina che si potesse vedere; la mamma ne farneticava, e la nonna anche più. Questa buona donna le fece fare un cappuccetto rosso così aggraziato ed acconcio, che dapertutto la si chiamava Cappuccetto rosso.
Un giorno, dopo aver fatto e cotto certe ciambelle, la mamma le disse: “Va a vedere come sta la nonna, perchè m’han detto che è ammalata. Portale una ciambella e questo barattolino di burro.” Cappuccetto rosso partì subito per andar dalla nonna, che abitava in un altro villaggio. Traversando un bosco, s’imbattè in compare Lupo, e questi fu preso da una gran voglia di mangiarsela, ma non osò, a motivo di certi taglialegna che trovavansi non lontano. Le domandò dove andasse. La povera bambina, che non sapeva esser pericoloso fermarsi per dar retta ad un Lupo, gli rispose: “Vado dalla nonna e le porto una ciambella con un barattolino di burro, mandatole dalla mamma. – Abita lontano? s’informò il Lupo. – Oh, sì, disse Cappuccetto rosso; di là da quel mulino, laggiù, laggiù, nella prima casa del villaggio. – Ebbene, disse il Lupo, voglio anch’io venirla a vedere; io piglio di qua, e tu di là: vediamo chi arriva prima.”
Il Lupo si diè a correre alla disperata per la via più corta, e la bambina se n’andò per la via più lunga, divertendosi a coglier nocciuole, a rincorrere le farfalle, a far mazzolini di fiori.
Il Lupo non ci mise gran che ad arrivare a casa della nonna. Bussa: toc, toc. – “Chi è? – La piccina vostra, Cappuccetto rosso, dice il Lupo contraffacendo la voce, che vi porta da parte della mamma una ciambella e un barattolino di burro.” La buona nonna, che era a letto, perchè un po’ indisposta, gridò: “Tira il cavicchio, il rocchetto scorrerà.” Il Lupo tirò il cavicchio, e la porta si aprì. Si scagliò sulla buona donna, e ne fece un boccone; perchè eran più di tre giorni che non mangiava. Chiuse poi la porta, e andò a coricarsi nel letto della nonna, aspettando Cappuccetto rosso. Poco dopo arrivò Cappuccetto: toc, toc. – “Chi è?” Cappuccetto rosso, che udì la voce grossa del Lupo, ebbe paura a bella prima, ma figurandosi che la nonna fosse infreddata, rispose: “La piccina vostra, Cappuccetto rosso, che vi porta da parte della mamma una ciambella e un barattolino di burro.” Il Lupo le gridò, addolcendo un po’ la voce – “Tira il cavicchio, il rocchetto scorrerà.” Cappuccetto rosso tirò il cavicchio, e la porta s’aprì.
Vedendola entrare, il Lupo le disse nascondendosi sotto la coperta: “Posa la ciambella e il barattolino di burro sulla legna e vieni a coricarti con me.” Cappuccetto rosso si spoglia, ed entra nel letto, dove fu molto sorpresa di veder com’era fatta la nonna svestita. “Nonna, le disse, che lunghe braccia che avete! – Gli è per meglio abbracciarti, figliuola mia! – Nonna, che grosse gambe che avete! – Gli è per correr meglio, bambina mia! – Nonna, che orecchie lunghe che avete! – Gli è per sentir meglio, piccina mia! – Nonna, che occhioni che avete! – Gli è per meglio vederti, bambina mia! – Nonna, che denti lunghi che avete! – Gli è per mangiarti! – E così dicendo, il Lupo cattivo si avventò a Cappuccetto rosso e ne fece un boccone.

Morale

Si vede qui che i bambini, e soprattutto le bambine ben fatte e aggraziate, fanno male a dar retta a ogni sorta di gente, e che non è mica strano di vederne tante mangiate dal Lupo. Dico il Lupo; perchè non tutti i Lupi son compagni; ce n’è dei furbi, tutti miele e carezze, i quali vanno dietro le ragazze fin nelle case, fino alle cortine del letto. Ma ahimè! chi non sa che questi lupi melliflui sono i più pericolosi di tutti i lupi!

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Charles Perrault – Pollicino – Traduzione di Federigo Verdinois

C’era una volta uno spaccalegna e una spaccalegna, che avevano sette bimbi, tutti maschietti. Il maggiore avea solo dieci anni e il più piccolo sette. Come mai, direte, tanti figli in così poco tempo? Gli è che la moglie andava di buon passo e non ne faceva meno di due alla volta.
Era poverissima, e i sette bimbi gl’incomodavano assai, visto che nessuno di essi era in grado di buscarsi da vivere. Per giunta di cordoglio, il più piccino era molto delicato e non apriva mai bocca, sicchè si scambiava per grulleria quello che era un segno di bontà di cuore. Era piccolissimo, e quando venne al mondo non era mica più grosso del pollice, ed è però che lo chiamarono Pollicino.
Questo povero bimbo era il bersaglio della casa, e sempre a lui si dava il torto. Era però il più sennato e fine di tutti i fratelli, e se poco parlava, ascoltava molto.
Venne una gran brutta annata, e tanta fu la carestia, che quella povera gente decise di sbarazzarsi dei piccini. Una sera che questi erano a letto, lo spaccalegna disse tutto afflitto alla moglie, seduta con lui davanti al fuoco: “Tu vedi che non possiamo più dar da mangiare ai piccini; vedermeli morir di fame sotto gli occhi non mi dà l’animo, e ho deciso di menarli domani al bosco perchè vi si sperdano. La cosa sarà facile; quando li vedremo occupati a far fascinotti, tu ed io ce la svigneremo. – Ah! esclamò la moglie, e avrai proprio cuore di far smarrir i figli tuoi?” Aveva un bel parlare di miseria il marito, la poveretta non si faceva capace; era povera sì, ma era la loro mamma.
Se non che, considerando quanto avrebbe sofferto a vederli morir di fame, finì per acconsentire e se ne andò a letto, piangendo.
Pollicino aveva intanto udito ogni cosa, perchè essendosi accorto che discorrevano di affari, era sgusciato fuori dal suo letticciuolo e s’era insinuato sotto lo sgabello del padre. Andò subito a ricoricarsi, nè chiuse più occhio, pensando a quel che avesse da fare. Si alzò di buon mattino e se n’andò sulle rive d’un ruscello, dove s’empì le tasche di pietruzze bianche, e poi se ne tornò a casa. Si misero in cammino, e Pollicino non disse niente ai fratelli di quanto sapeva.
Entrarono in un bosco foltissimo, dove a dieci passi di distanza non si vedevano l’un l’altro. Il padre si mise a spaccar legna, e i piccini a raccoglier frasche per farne fascinotti. Vedendoli così occupati, il babbo e la mamma si allontanarono a poco a poco e poi, per una straducola di traverso, via di corsa.
Quando si videro soli, i bambini si dettero a gridare e a piangere il più che potevano. Pollicino li lasciava gridare, ben sapendo per che via ritornare a casa; poichè cammin facendo, avea lasciato cader per terra le pietruzze portate in saccoccia. “Non abbiate paura, disse, fratelli miei; il babbo e la mamma ci han lasciati qui, ma io vi ricondurrò fino a casa: seguitemi.”
Lo seguirono, e per lo stesso cammino, guidati da lui, traversarono il bosco e tornarono a casa. A bella prima, non osarono entrare, ma si fermarono davanti alla porta, per sentire quel che la mamma e il babbo dicevano.
Arrivati a casa dal bosco, lo spaccalegna e la moglie ricevettero dieci scudi, che da un pezzo doveano riscuotere dal signore del villaggio e sui quali non contavano più. Si sentirono rinascere, tanta era la fame che li tormentava. Il marito mandò subito la moglie dal beccaio. E poichè da molto tempo si stava digiuni, la donna comprò tanta carne che poteva bastar per sei persone non che per due. Saziati che furono, disse la poveretta: “Ahimè, dove saranno ora quei poveri piccini! Che festa farebbero di questi avanzi. Colpa tua, Guglielmo, che volesti perderli; io te lo dissi che ci saremmo pentiti. Che faranno ora nel bosco? O Dio! chi sa che i lupi non gli abbiano mangiati! Sei proprio cattivo tu di aver così perduto i figli tuoi!” Lo spaccalegna, dalli e dalli, gli scappò la pazienza, e minacciò di batterla, se non si stava zitta. Non già che non fosse più addolorato di lei; ma la moglie ciarliera gli rompeva la testa ripetendogli che l’avea detto, ed egli era come tanti altri, cui piacciono le donne che dicono bene, ma che non possono soffrire quelle che hanno sempre ben detto.
La moglie si struggeva sempre in lagrime e badava a ripetere: “Ahimè! dove saranno i miei figli, i miei poveri figli!” E così forte disse queste parole, che i piccini gridarono di fuori: “Siamo qui! siamo qui!” Subito corse ad aprir la porta ed esclamò abbracciandoli: “Come son contenta di rivedervi, anime mie! Dovete essere stanchi ed affamati; e tu, Pietruccio, come sei inzaccherato! Vien qui, che ti lavi”.
Pietruccio era il maggiore dei figli, il beniamino suo, perchè era rosso di capelli come lei!
Si misero a tavola, e mangiarono con una fame che facea piacere al babbo e alla mamma, ai quali raccontarono la paura che aveano avuto nel bosco, parlando quasi sempre a coro. La contentezza dei genitori fu grande, ma durò solo fino a che durarono i dieci scudi; finiti questi, ricaddero i poveretti nella disperazione di prima, e da capo decisero di perdere i figli, portandoli, per non mancare il colpo, molto più lontano della prima volta.
Per segreto che fosse il complotto, Pollicino ne afferrò qualche parola, e subito contò di cavarsi d’impaccio come la prima volta; ma, benchè si alzasse di buon mattino per raccoglier pietruzze, non riuscì nell’intento, perchè trovò chiusa a doppia mandata la porta di casa. Non sapea che fare, quando, avendo la mamma dato a ciascuno un pezzo di pane per la colazione, ei pensò di servirsi del pane invece che delle pietruzze, sbricciolandone la mollica lungo la strada che avrebbero fatto; epperò se la cacciò bene in saccoccia.
Il babbo e la mamma li menarono nel punto più fitto e scuro del bosco, e poi, infilata una scorciatoia, li piantarono soli. Pollicino non se n’afflisse gran che, credendo di poter ritrovare la via di casa per mezzo del pane sbricciolato cammin facendo; ma fu molto sorpreso, quando non riuscì a trovarne nemmeno una briciola: gli uccelli erano venuti e aveano mangiato ogni cosa.
Figurarsi la loro afflizione! Più camminavano, più si sperdevano e si sprofondavano nel bosco. Venne la notte, e un gran vento si levò, che faceva loro una paura terribile. Da tutte le parti parea loro di sentire gli urli dei lupi che venivano per mangiarli. Non osavano quasi parlare nè voltar la testa. Sopravvenne un acquazzone, che li bagnò fino all’osso; sdrucciolavano ad ogni passo, ruzzolavano nella mota e si rialzavano tutti inzaccherati, non sapendo che fare delle loro mani.
Pollicino si arrampicò in cima ad un albero, per vedere se gli riuscisse di scoprir qualche cosa; voltò la testa di qua e di là, e scorse alla fine un piccolo chiarore come d’una candela, ma lontano assai, di là dal bosco. Discese dall’albero, e quando fu a terra non vide più niente, purtroppo. Nondimeno, dopo aver camminato ancora, un po’ coi fratelli verso la parte del chiarore, lo rivide uscendo dal bosco.
Arrivarono finalmente alla casa dov’era la candela, non senza molta paura; perchè spesso la perdevano di vista, quando scendevano in qualche sentiero più basso. Bussarono alla porta. Una buona donna venne ad aprire, e domandò che cosa volessero. Rispose Pollicino che erano dei poveri bambini sperdutisi nel bosco, e che domandavano per carità un posticino per dormire. La donna, vedendoli tutti così bellini, si mise a piangere. “Ahimè! disse, poveri piccini, dove siete capitati! Sapete voi che questa è la casa d’un Orco, che si mangia i bimbi? – Ahimè! signora, rispose Pollicino, che tremava tutto come i fratelli, e che faremo noi? Se non ci date ricovero, non può mancare che stanotte stessa non ci mangino vivi i lupi del bosco. Se così dev’essere, meglio è che ci mangi il signor Orco; può anche darsi che abbia pietà di noi, se voi vi compiacerete di pregarlo”.
La moglie dell’Orco, credendo di poterli nascondere al marito fino alla mattina, li lasciò entrare e li fece scaldare davanti a un bel fuoco; perchè c’era un montone intiero allo spiedo per la cena dell’Orco.
Cominciarono a scaldarsi, quando udirono tre o quattro colpi bussati forte alla porta: era l’Orco che tornava. Subito la donna li fece nascondere sotto il letto, e corse ad aprire. L’Orco domandò prima se la cena era pronta e se il vino era spillato, e senz’altro si mise a tavola. Il montone era ancora sanguinolento, ma egli lo trovò squisito. Fiutava intanto a dritta e a sinistra, dicendo che sentiva odore di carne fresca. “Dev’essere, disse la moglie, quel vitello, che or ora ho apparecchiato per cucinarlo domani. – Io sento la carne fresca, ti ripeto, riprese l’Orco guardando di sbieco alla moglie. Gatta ci cova! E così dicendo, si alzò dalla tavola e andò diritto al letto.
“Ah! esclamò, ecco come mi vuoi infinocchiare, strega maledetta! Non so chi mi tenga dal mangiar te per la prima. Fortuna per te che sei una bestia vecchia. Ecco della caccia che mi arriva a proposito per trattare tre Orchi amici miei, che verranno fra giorni a farmi visita”.
Li tirò uno dopo l’altro di sotto al letto. I poveri piccini si gettarono in ginocchio, domandando pietà: ma pur troppo avean da fare col più feroce di tutti gli Orchi, il quale, non che impietosirsi, li divorava già con gli occhi, e diceva alla moglie che sarebbero stati con una buona salsa manipolata da lei altrettanti bocconi appetitosi.
Andò a prendere un coltellaccio, e avvicinandosi ai bimbi, lo andava affilando sopra una lunga pietra che teneva nella mano sinistra. Ne avea già agguantato uno, quando la moglie gli disse: “Che volete fare a quest’ora? Non avrete forse tempo domani? – Zitto là! le gridò l’Orco, saranno così più teneri. – Ma ne avete tanta della carne, ribattè la moglie: ecco qua un vitello, due montoni e mezzo maiale! – Hai ragione, disse l’Orco; dà loro una buona cena, perchè non dimagrino, e mettili a letto”.
La buona donna, tutta contenta, portò loro da cena; ma nessuno di loro potè mangiare tanta era la paura. L’Orco intanto si rimise a bere, felice di aver sotto mano un bel pasto pei suoi amici. Tracannò una dozzina di bicchieri più del solito, il che gli diè un poco alla testa e lo costrinse a mettersi a letto.
L’Orco avea sette figlie, tutte piccine. Queste piccole orche aveano tutte una bella carnagione, perchè mangiavano carne fresca come il padre; ma aveano degli occhietti grigi e tondi, il naso ad uncino e una boccaccia fornita di denti lunghi, puntuti e slargati. Molto cattive non erano ancora; ma davano di sè belle speranze, perché già mordevano i bimbi per succhiarne il sangue.
Di buon’ora le avean mandate a dormire e tutte e sette erano distese in un gran letto, ciascuna con in capo una corona d’oro. Nella stessa camera c’era un altro letto, egualmente grande; e fu in questo che la moglie dell’Orco fece coricare i sette bambini; dopo di che, se n’andò a pigliar posto nel letto del marito.
Pollicino aveva intanto notato che le figlie dell’Orco aveano in capo delle corone d’oro; e poichè temeva che l’Orco s’avesse a pentire di non averli scannati la sera stessa, si alzò verso la mezzanotte, prese il berretto proprio e quelli dei fratellini, e piano piano li andò a mettere in capo alle figlie dell’Orco, dopo aver loro tolto le corone d’oro. Queste qui poi se le misero lui e i fratelli, affinchè l’Orco scambiasse loro per le figlie, e le figlie pei ragazzi che volea scannare. La cosa andò per l’appunto come l’avea pensata; perchè l’Orco, svegliatosi sulla mezzanotte, si rammaricò di aver rimandato al domani quel che potea fare il giorno prima. Saltò dunque dal letto e, afferrato il coltellaccio: “Orsù, disse, andiamo a vedere come stanno quei biricchini: non ci pensiamo su due volte”.
Salì a tentoni nella camera delle figlie, e si accostò al letto dov’erano i ragazzi, i quali tutti dormivano, meno Pollicino che ebbe una paura terribile quando si sentì toccare la testa dalla mano dell’Orco, che gíà avea toccato la testa dei fratelli. L’Orco che sentì le corone d’oro: “Stavo per farla grossa, brontolò; si vede che ho bevuto troppo iersera. Si accostò poi al letto delle figlie, e quando ebbe palpato i berretti: “Ah! eccoli, disse, i bricconcelli! Lavoriamo da bravi!” Così dicendo, e senza esitare un momento, tagliò la gola alle sue sette figlie, e tutto contento della bravura, se ne tornò da basso accanto alla moglie.
Non appena udì russare l’Orco, Pollicino destò i fratelli e disse loro che si vestissero presto e lo seguissero. Discesero in punta di piedi in giardino e saltarono di sopra al muro. Corsero quasi tutta la notte, tremando sempre e senza sapere dove andassero.
Svegliatosi l’Orco, disse alla moglie: “Va di sopra e apparecchiami quei furfantelli di iersera.” L’Orca si maravigliò di tanta bontà nel marito, e subito montò di sopra, dove ebbe un colpo quando vide le sette figlie scannate che nuotavano in un mare di sangue.
Cominciò per venir meno, perchè questo è il primo espediente che le donne trovano in casi simili. L’Orco, vedendola tardare, andò anche lui di sopra ed ebbe a trasecolare davanti all’orribile spettacolo. “Che ho fatto! esclamò. Me la pagheranno quegli sforcati, e subito!”
Gettò una pentola d’acqua nel naso della moglie, e quando la vide tornare in sè: “Dammi presto, disse, i miei stivaloni dl trenta miglia, affinchè li raggiunga”. Detto fatto, si mise in cammino, e dopo aver corso lontano di qua e di là, entrò finalmente nel sentiero dove camminavano i poveri ragazzi, che erano solo a cento passi dalla casa del babbo. Videro l’Orco che andava di montagna in montagna e traversava i fiumi come se fossero ruscelletti. Pollicino, visto non lontano una roccia scavata, vi si nascose coi fratelli, guardando sempre a quel che l’Orco faceva. L’Orco, che si sentiva spossato dal lungo cammino, perchè gli stivaloni di trenta miglia stancano maledettamente chi li porta, volle riposarsi e andò a sedere, per caso, proprio sulla roccia dove i piccini stavano nascosti.
Siccome non ne poteva più, pigliò sonno dopo un poco, e cominciò a russare con tanto fracasso che i poveri bambini ebbero la stessa paura di quando l’avean visto col coltellaccio in mano, pronto a scannarli. Pollicino ebbe meno paura degli altri, e disse ai fratelli che subito scappassero a casa mentre l’Orco dormiva sodo, e che di lui non si dessero pensiero. Quelli seguirono il consiglio e in meno di niente furono a casa loro.
Pollicino si accostò all’Orco, gli cavò pian pianino gli stivaloni e se li mise. Gli stivaloni erano molto grandi e larghi; ma siccome erano anche fatati, aveano il dono di allargarsi o di stringersi secondo la gamba di chi li calzava; sicchè a Pollicino andarono a pennello, come se per lui fossero stati fatti a misura.
Se n’andò difilato alla casa dell’Orco, dove trovò la moglie di lui che piangeva sempre accanto alle figlie scannate. “Vostro marito, le disse Pollicino, è in gran pericolo; è incappato in una banda di ladri, e questi hanno giurato di ammazzarlo se egli non dà loro tutto il suo danaro. Nel punto che gli tenevano il pugnale alla gola, egli mi ha visto e mi ha pregato di correre ad avvertirvi e di dirvi che mi consegniate tutti i valori, nessuno escluso, se no lo scannano senza misericordia. Siccome la cosa è urgente, ha voluto anche che prendessi i suoi stivaloni di trenta miglia, sì per far presto sì perchè non m’aveste a pigliare per un imbroglione”.
La buona donna, più impaurita che mai, gli diè subito quanto aveva; perchè l’Orco era un marito eccellente, con tutto che mangiasse i bimbi. Pollicino, carico di tutte le ricchezze dell’Orco, se ne tornò alla casa paterna, dove fu accolto a braccia aperte.
A questo particolare molti non credono. Pollicino, dicono costoro, non ha mai fatto questo furto all’Orco; e se gli prese gli stivaloni, lo fece perchè l’Orco se ne serviva per correre dietro i bambini: questo essi sanno di sicuro, avendo anche mangiato e bevuto in casa del taglialegna. Affermano poi che quando ebbe calzato gli stivaloni dell’Orco, Pollicino se n’andò alla corte, dove sapeva che si stava in gran pensiero per un esercito che si trovava lontano 700 miglia e che avea dato battaglia chi sa con quale esito. Si presentò, dicono, al re, e gli disse che se voleva notizie gliene avrebbe portato prima di sera. Il re gli promise, dato che riuscisse, una grossa somma. Pollicino portò la notizia la sera stessa; e così, fattosi un nome per questa prima bravura, guadagnava quel che voleva; perchè il re lo pagava profumatamente per portar gli ordini ai soldati e moltissime dame gli davano quanto più volesse per aver notizie dei loro amanti, anzi fu questo il suo guadagno più grosso. C’erano anche di quelle che lo incaricavano di portar le lettere ai mariti; ma lo pagavano così male ch’ei non si degnava mettere a conto quel che guadagnava per questa mano.
Dopo aver fatto un certo tempo il corriere, ammassando una bella fortuna, Pollicino tornò dal padre, dove non si può figurarsi quanto si fu contenti di rivederlo. La famiglia nuotò nell’abbondanza. Pollicino comprò altrettanti impieghi pel babbo e pei fratelli, e quando gli ebbe tutti ben collocati seguitò egli stesso a vivere in corte da gran signore.

Morale

Nessuno si lamenta di aver molto figliuoli, se questi sono belli, grossi e vistosi; ma se ce n’è un solo debolino, questi è disprezzato, deriso, maltrattato; eppure qualche volta toccherà proprio al marmocchio di far la fortuna di tutta la famiglia.

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Charles Perrault – Pelle d’asino – Traduzione di Federigo Verdinois

C’era una volta un re così grande, così amato dai suoi popoli, così rispettato dai vicini e dagli alleati, che si potea dire il più avventurato dei sovrani. La sua fortuna era anche confermata dalla scelta fatta d’una principessa non meno bella che virtuosa, con la quale viveva nel massimo accordo. Dalla loro unione una figlia era nata, così colma di grazia che non faceva lor lamentare di non avere una più larga figliolanza.
Il lusso, il gusto, l’abbondanza regnavano a palazzo; i ministri erano bravi e giudiziosi; i cortigiani virtuosi e affezionati; fedeli e laboriosi i servi; vaste le scuderie, con cavalli magnifici coperti di ricche gualdrappe; se non che gli stranieri che venivano ad ammirare quelle scuderie stupivano in vedere nel posto più appariscente un asino con tanto d’orecchi. Non già per capriccio aveva il re collocato la bestia a quel modo. Le virtù di quel rarissimo asino meritavano la distinzione, poichè così straordinariamente la natura lo aveva dotato, che il suo strame, non che apparir sudicio, era tutte le mattine largamente coperto di scudi e monete d’oro d’ogni sorta, che si andava a raccogliere al suo primo svegliarsi.
Ora, poichè le vicende della vita non risparmiano mai i re e poichè ai beni si mescola sempre qualche male, volle il cielo che la regina fosse colta da un subitaneo malore, contro il quale la scienza medica nulla potette. La desolazione fu generale. Il re, sensibile e affezionato, tuttochè si dica che il matrimonio è la tomba dell’amore, si affliggeva smisuratamente, portava voti a tutte le chiese del regno, offriva la propria vita in cambio di quella della sposa adorata; ma i numi e le fate furono sordi. Sentitasi prossima a morire, disse la regina al marito piangente: “Permettetemi, prima di morire, che io vi domandi una grazia: se mai vi venisse voglia di riammogliarvi…” A. queste parole, il re mandò un grido da spaccare il cuore, afferrò le mani della moglie, le bagnò di lagrime, giurò che era inutile di parlare di seconde nozze. “No, no, disse, cara regina, parlatemi piuttosto di seguirvi. – Lo Stato, riprese la regina con fermezza, esige un erede e poichè soltanto una figlia io vi ho data, è naturale che vi si faccia pressione perchè abbiate dei figli a voi somiglianti; ma io vi chiedo ardentemente, per tutto l’amore che mi portaste, di non cedere alle insistenze del vostro popolo, se non quando avrete trovato una principessa più bella di me. Voglio che me lo giuriate, e così morrò contenta.”
Si sospetta che la regina, la quale non mancava di amor proprio, avesse preteso quel giuramento, nella sicurezza che nessuna donna al mondo potesse rivaleggiar con lei. Finalmente morì. Lo strepito che fece il marito non si può dire: pianti, singhiozzi giorno e notte, furono la sua unica occupazione.
Ma i grandi dolori non durano. E poi anche i grandi dello Stato si riunirono e vennero a pregare il re che si riammogliasse. La proposta provocò un novello scoppio di lagrime. Il re si scusò col giuramento fatto, sfidando tutti i consiglieri a trovare una principessa più bella della buon’anima. Ma il consiglio non fece caso della promessa, e disse che poco importava della bellezza, purchè la regina fosse virtuosa e non sterile; che la sicurezza dello Stato esigeva un erede; che la figlia del re possedeva, in verità, tutte le doti d’una gran regina, ma che bisognava poi darla in moglie ad uno straniero; e che allora o costui se la porterebbe via o, regnando con lei, i figli non sarebbero più considerati dello stesso sangue, e che quindi, non essendovi ora altri principi del suo nome, i popoli vicini potrebbero suscitar delle guerre da portare la rovina del regno. Il re, colpito da queste considerazioni, promise che avrebbe pensato a contentarli.
Cercò infatti, fra le principesse da marito, quella che più gli convenisse. Tutti i giorni gli si portavano bellissimi ritratti; ma non uno che avesse le grazie della defunta regina; epperò il re non si decideva. Per mala sorte, gli venne in testa che la propria figlia non soltanto era un incanto di bellezza, ma sorpassava inoltre la mamma in quanto a spirito e modi graziosi. La giovinezza di lei, la freschezza della carnagione, infiammarono a tal segno il re da spingerlo a rivelare ogni cosa, a dirle schietto di aver risoluto di sposarla, potendo ella sola scioglierlo dal giuramento.
Virtuosa e pudica com’era, poco mancò che la giovane principessa non venisse meno a quella orribile proposta. Si gettò ai piedi dei padre, e con quanto calore avea nell’anima, lo scongiurò di non costringerla a commettere un tal delitto.
Il re, fittosi in capo quel progetto bisbetico, avea consultato un vecchio Druido, per rassicurare la principessa. Il Druido, più ambizioso che pio, sacrificò all’onore di essere il confidente d’un gran re, l’interesse dell’innocenza e della virtù, e così abilmente s’insinuò nell’animo del re, tanto seppe temperare l’orrore del delitto, da persuadergli perfino che sposar la figlia era un’opera meritoria. Lusingato dai discorsi del furfante, il re lo abbracciò e tornò a palazzo più caparbio che mai. Fece dunque ordinare alla figlia di prepararsi all’obbedienza.
Straziata dal dolore, la giovane principessa non seppe altro immaginare che ricorrere alla fata dei Lilà, sua madrina. La stessa notte partì in un biroccino tirato da un grosso montone che sapeva tutte le vie. Arriva sana e salva. La fata, che le voleva bene, le disse di saper già tutto, che non si desse pena, che niente di male sarebbe successo, purchè eseguisse appuntino le sue istruzioni. “Perchè sarebbe un gran peccato, disse, di sposar vostro padre, ma voi, cara, potete, senza contradirgli, evitare il male; ditegli che vi dia, per contentare un vostro capriccio, una veste color del tempo; mai e poi mai, con tutto il suo amore e il suo potere, riuscirà ad averla”.
La principessa ringraziò la madrina, e il giorno appresso parlò al re, dichiarandogli che non avrebbe dato una risposta se prima non le si dava una veste color del tempo. Il re, animato dalla speranza, chiamò i più famosi operai, e ordinò loro la veste, minacciando, se non riuscivano, di farli tutti appiccare. Non gli toccò il dispiacere di ricorrere a questo eccesso; due giorni dopo la veste era pronta. Il firmamento, cinto da nuvole d’oro, non è così azzurro com’era quella splendida veste. La principessa ne fu afflitta e non sapeva come cavarsela. Il re insisteva per conchiudere. Bisognò di nuovo rivolgersi alla madrina, e questa, sorpresa di veder sventato il suo stratagemma, le consigliò di chiedere un altro vestito color della luna. Il re, che nulla le sapea rifiutare, fece chiamare i più esperti operai, e ordinò loro con tanta premura un vestito color della luna che tra l’ordine e l’esecuzione nemmeno ventiquattr’ore passarono.
La principessa, assai più contenta della magnifica veste che non delle tenerezze paterne, si disperò quando si trovò sola con le sue donne e con la sua nudrice. La fata dei Lilà, che tutto sapeva, accorse in aiuto dell’afflitta, e le disse: “Se non m’inganno, io credo che domandando un vestito color del sole, si verrà a capo di disgustare il re vostro padre, perchè non riuscirà mai ad averlo: ad ogni modo avremo guadagnato tempo”.
Il vestito fu chiesto; e il re innamorato diè volentieri tutti i diamanti e i rubini della corona per agevolare il lavoro, con ordine espresso di non risparmiare niente perchè il vestito fosse come il sole. E tale fu; tanto che, appena spiegato, tutti i presenti furono costretti a chiuder gli occhi. Fu allora che s’inventarono gli occhiali verdi e neri. Figurarsi la principessa! Una cosa così bella, un lavoro così artistico nessuno aveva visto mai. Confusa, allegando di aver male agli occhi, si ritirò in camera sua, dove la fata l’aspettava, più che mai mortificata; peggio ancora, arrabbiata.
“Ah! perbacco! esclamò, vedremo ora di mettere a una dura prova l’amore di vostro padre. Lo so che è testardo; ma sarà certo sbalordito della domanda che gli farete ora: chiedetegli la pelle d’asino a lui così caro e che sopperisce a tutte le spese della corte: andate, dite che quella pelle vi è indispensabile”.
La principessa, senza perder tempo, obbedì. Benchè sbalordito davanti a quel nuovo capriccio, il re non esitò un momento. Il povero asino fu sacrificato, e la pelle fu galantemente presentata alla principessa, che si diè nel punto stesso a percuotersi le guance e a strapparsi i capelli.
“Che fate, figlia mia? le gridò la madrina accorrendo. Ecco il momento più felice della vostra vita. Avvolgetevi in questa pelle, uscite dal palazzo, correte finchè le gambe vi bastano: quando si sacrifica tutto alla virtù, non può mancare il compenso. Andate. Penserò io a farvi seguire dai vostri vestiti: dovunque vi fermiate, la vostra cassetta con gli abiti e i gioielli vi seguirà sotto terra; ed ecco pure la mia bacchetta: battendo la terra, quando ne abbiate bisogno, subito la cassetta verrà fuori. Partite subito, non perdete tempo”.
Mille volte la principessa abbracciò la madrina, la pregò di non abbandonarla, s’infagottò nella brutta pelle, dopo essersi sporcato il viso con la fuliggine del camino, ed uscì dal ricco palazzo senza esser riconosciuta da anima viva.
La sparizione della principessa fece colpo. Il re, che aveva fatto preparare una festa magnifica, era inconsolabile. Più di cento gendarmi e di cento moschettieri furono spiccati sui passi della fuggitiva; ma la fata che la proteggeva la rese invisibile ad ogni ricerca.
Così, fu forza consolarsi.
La principessa intanto camminava. Cammina, cammina, non trovava mai chi la volesse, tanto la trovavano sporca. Entrò in una bella città, e proprio sulla porta trovò una fattoria, dove la fattora avea bisogno d’una vaiassa per lavare gli strofinacci, pulire i tacchini e il trogolo dei maiali. La principessa tanto era stanca, accettò l’offerta, e fu subito cacciata in un cantuccio della cucina, dove fu fatta segno alle beffe del servidorame, tanto era ributtante nella sua pelle d’asino. A poco a poco, non si badò più a lei; anzi la fattora prese a proteggerla, tanto la vide sollecita dei suoi doveri. La principessa guidava le pecore e i tacchini, come se altro non avesse mai fatto; e checchè facesse, non sbagliava mai.
Un giorno, seduta tutta afflitta presso una fontana, pensò di mirarvisi, e uno spavento la prese quando si vide così infagottata in quella orrenda pelle di asino. Tutta vergognosa, si lavò il viso e le mani, e diventò più bianca dell’avorio. La gioia di vedersi così bella le fece venir la voglia di fare un bagno; ma subito dopo, ebbe di nuovo a indossar la pelle per tornare alla fattoria. Fortunatamente, il giorno appresso era festa; sicchè ella ebbe modo di tirar fuori la sua cassetta, di cavarne i vestiti, d’incipriarsi i capelli, d’indossare la bella veste color del tempo. La camera era così piccina che lo strascico della veste non trovava posto. La principessa si mirò e si ammirò, tanto che decise alla fine, per scacciar la noia, di indossare i suoi bei vestiti tutte le feste e le domeniche: e così fece. S’intrecciava nei capelli fiori e diamanti; dolevasi spesso che soli testimoni della sua bellezza fossero i montoni e i tacchini, che pur le volevano bene con tutta la sua orribile pelle d’asino.
Un giorno di festa che Pelle-d’Asino aveva indossato il vestito color di sole, il figlio del re, a cui la fattoria apparteneva, vi si fermò per riposarsi dalla caccia. Era giovane, bello, adorato dai genitori, idolatrato dal popolo. Gli fu offerta una rustica refezione; dopo della quale, ei si diè a girare di qua e di là pei cortili. Entrò così in un oscuro androne che aveva in fondo una porta chiusa. La curiosità lo spinse a metter l’occhio al buco della serratura; ma che colpo fu il suo, quando vide la principessa così bella, così sfarzosamente vestita, così nobile all’aspetto da parere una divinità? La furia del sentimento lo avrebbe spinto a sfondar la porta se non fosse stato il rispetto inspiratogli dalla magica apparizione.
Uscì a malincuore dall’oscuro androne, e subito domandò chi fosse la persona che abitava quella camera. Gli risposero che era una vaiassa, chiamata Pelle-d’Asino, perchè d’una pelle d’asino era vestita, che tanto era sudicia ed unta, che nessuno la guardava o le parlava; e che la si era presa per guardiana dei montoni e dei tacchini.
Poco soddisfatto di questi chiarimenti, il principe capì essere inutile chieder notizie a quella gente grossolana. Tornò alla reggia, più che mai innamorato, avendo sempre davanti agli occhi la divina visione balenatagli attraverso la serratura. Si pentì di non aver picchiato, e decise di farlo un’altra volta. Ma la furia del sangue, effetto dell’amore, gli diè la stessa notte una febbre così forte che in brevissimo tempo lo ridusse agli estremi. La regina madre, avendo in lui l’unico suo figlio, si disperava. Prometteva ai medici i più straordinari compensi; ma i medici, con tutta la loro scienza, a niente riuscivano.
Indovinarono finalmente che la causa del male era un dolore profondo; e ne avvertirono la regina, la quale corse subito al capezzale del figlio per interrogarlo e supplicarlo: “Parlasse franco: quand’anche si trattasse di ceder la corona, il re suo padre scenderebbe volentieri dal trono perchè il figlio vi montasse; se desiderava una principessa, dato pure che si fosse in guerra col padre di lei, tutto si porrebbe in opera per contentarlo; ma ad ogni modo, non si abbandonasse così, non morisse, poichè dalla vita di lui dipendeva la loro.”
Così parlando, un fiume di lagrime le sgorgava dagli occhi.
“Signora, rispose il principe con un fil di voce, io non sono così snaturato da ambire la corona di mio padre; faccia il cielo che egli viva a lungo e che mi abbia come il più fedele e devoto dei sudditi! In quanto a principesse, non ho ancora pensato ad ammogliarmi; e voi sapete che, obbediente come sono, farò sempre ed a qualunque costo il vostro volere. – Ah, figlio mio! proruppe la regina, nulla ci costerà per salvarti la vita; ma tu salva la mia e quella di tuo padre, confessandomi quel che desideri, e sta pur certo che ti sarà accordato. – Ebbene, signora! disse il principe, vi obbedirò: non voglio affrontare il delitto di mettere in pericolo due esseri che mi son cari. Sì, madre mia, io desidero che Pelle-d’Asino mi faccia una torta, e che questa subito dopo mi sia portata.”
La regina domandò sbalordita chi mai fosse Pelle-d’Asino. “È la più brutta bestiaccia che si possa immaginare, rispose un ufficiale che per caso avea visto la ragazza; una sudiciona, guardiana di tacchini, alloggiata nella vostra fattoria. – Non importa, disse la regina; mio figlio, tornando dalla caccia, avrà forse mangiato qualche cosa cotta da lei; è un capriccio d’ammalato; in somma, io voglio che Pelle-d’Asino gli faccia subito una torta.
Si corse alla fattoria, si chiamò Pelle-d’Asino, le si ordinò di fare una torta pel principe.
Vogliono alcuni che Pelle-d’Asino si fosse accorta del principe, quando questi spiava dalla serratura; e che poi, messasi alla finestra, l’aveva visto allontanarsi ed era rimasta colpita dalla bellezza del giovane. Comunque sia, o che l’avesse visto, o che ne avesse inteso a parlare, tutta lieta di aver un mezzo per farsi conoscere, Pelle-d’Asino si chiuse in camera, gettò via la pelle, si lavò il viso e le mani, si pettinò i biondi capelli, indossò un bel busto di argento, una gonna simile, e si diè a manipolare la torta con farina purissima, uova e burro. Mentre lavorava, sia per caso, sia a posta, un anello che aveva al dito cadde e si mescolò nella pasta. Fatta la torta, rimise la pelle, e consegnò quella all’ufficiale, a cui domandò notizie del principe; ma l’ufficiale le voltò le spalle senza degnarsi di risponderle.
Il principe prese la torta e con tanta furia la divorò, che i medici dichiararono esser quello un brutto segno. Poco mancò infatti che il principe non s’affogasse con l’anello; ma destramente se lo cavò di bocca, e mangiò più a rilento, mentre esaminava il fine smeraldo, incastonato in un così stretto cerchietto d’oro, che non poteva adattarsi che al più bel ditino del mondo.
Mille volte baciò quell’anello, se lo mise sotto il guanciale, e ad ogni poco lo tirava fuori, quando credeva non esser visto. Ma come fare per trovare colei cui quell’anello si adattasse? come ottenere che gli si facesse vedere la manipolatrice della torta? come confessare quel che avea visto pel buco della serratura, senza far ridere del fatto suo ed esser trattato da visionario? Tutti questi dubbi lo tormentarono a segno, che la febbre lo riprese; e i medici, non sapendo più che farsi dichiararono alla regina che il principe era ammalato d’amore.
La regina e il re accorsero insieme dal figliuolo. “Figlio, figlio mio! esclamò disperato il sovrano, parla, nomina colei che tu vuoi, noi giuriamo di dartela, fosse anche la più brutta delle schiave.” La regina, abbraciandolo, confermò il giuramento del re. “Babbo, mamma, rispose il principe commosso da quelle lagrime, io non penso mica a fare un matrimonio che vi dispiaccia; e, in prova di ciò, io vi dichiaro che sposerò solo colei, a cui andrà bene questo anello; (e così dicendo, tirava lo smeraldo di sotto al guanciale); non è credibile che una persona con un così bel dito sia una zoticona o una contadina.”
Il re e la regina presero l’anello, l’osservarono, e conchiusero che esso non poteva appartenere che ad una nobile damigella. Abbracciato il figlio e pregatolo di guarire, il re uscì, fece dar nei tamburi, fece sonar pifferi e trombe, non che gridare dagli araldi per tutta la città che si venisse a palazzo per provare un anello, e che colei cui l’anello si adattasse sposerebbe il principe ereditario.
Arrivarono prima le principesse, poi le duchesse, le marchese e le baronesse; ma checchè si sforzassero ad assottigliarsi il dito, a nessuna riuscì d’infilar l’anello. Si dovette scendere alle crestaie, le quali, per belline che fossero, avean sempre troppo grosse le dita. Il principe che stava meglio, facea da sè la prova. Finalmente si arrivò alle cameriere: peggio di peggio. Non c’era più alcuna che non si fosse provata a infilar l’anello, quando il principe domandò le cuoche, le guattere, le pecoraie. Vennero anche queste, ma le dita rosse e corte non entrarono nemmeno più in giù dell’unghia.
“Si è fatta venire quella tale Pelle-d’Asino, che mi ha fatto in questi giorni una torta?… domandò il principe. Tutti si misero a ridere, rispondendo di no, tanto quella era sudicia e unta. “Si vada a cercarla all’istante, disse il re; non sarà mai detto ch’io abbia eccettuato qualcuno.”
Si corse, ridendo a più non posso, a cercare la guardiana di tacchini.
La principessa, che aveva inteso i tamburi e le grida degli araldi, avea ben sospettato che l’anello suo fosse il motivo di tanto fracasso. Amava il principe; e poichè il vero amore è timido e senza vanità, trepidava sempre che qualche signorina non avesser il dito sottile come il suo. Fu dunque lietissima di sentir picchiare alla sua porta e di esser chiamata a corte. Da che avea saputo che si cercava un dito adatto all’anello, non so che speranza l’avea spinta a pettinarsi con più cura, a mettersi il busto d’argento con la gonna ricca di balze, di pizzi d’argento cosparsi di smeraldi. Alla prima bussata, si nascose subito nella pelle d’asino, ed aprì la porta. I messi, burlandosi di lei, le dissero che il re la voleva per farle sposare il principe; poi, sempre ridendo, la condussero dal principe, il quale, sbalordito a vederla così vestita, non osò credere che fosse la stessa da lui vista così bella e fastosa. Triste e mortificato esclamò: “Siete proprio voi che alloggiate in fondo all’androne nel terzo cortile della fattoria? – Sì, o signore, rispose ella. – Mostratemi la mano, disse il principe, tremando e sospirando.
Perbacco! chi mai se l’aspettava? Il re, la regina, i ciambellani, i signori di corte, tutti restarono a bocca aperta, quando videro uscire di sotto a quella pelle nera ed unta una manina delicata, bianca e color di rosa, con un ditino incantevole cui l’anello si adattò senza fatica… Poi, ad un leggiero movimento della principessa, la pelle cadde a terra, ed ella apparve così fulgida di bellezza che il principe, con tutta la sua debolezza, si mise alle ginocchia di lei e le abbracciò con un ardore che la fece arrossire; ma nessuno se ne accorse, perchè il re e la regina vennero ad abbracciarla, domandandole se voleva essere la sposa del loro figliuolo. La principessa, confusa da tante carezze non che dall’amore del principe, stava per ringraziare, quando il soffitto si aprì e la fata dei Lilà, discendendo sopra un carro fatto di rami e fiori del suo nome, narrò con grazia squisita la storia della principessa.
Il re e la regina, contentissimi di scoprire una grande principessa in Pelle-d’Asino, raddoppiarono le loro carezze; ma il principe fu ancor più commosso e più innamorato alla virtù di lei.
L’impazienza fu tale in lui per affrettare il giorno delle nozze, che appena s’ebbe il tempo di fare i preparativi. Il re e la regina non facevano che abbracciare la futura nuora. Questa aveva intanto dichiarato di non poter sposare, senza il consenso del padre; epperò lo s’invitò subito, senza dirgli chi fosse la sposa, come appunto aveva consigliato la fata dei Lilà, che a tutto presiedeva. Arrivarono sovrani da tutti i paesi, chi in portantina, chi in baroccio; i più lontani, montati su tigri, aquile, elefanti; ma il più magnifico e il più potente fu il padre della principessa, il quale s’era fortunatamente scordato della sua folle passione e avea sposato una regina vedova e bella, da cui non aveva avuto figli. La principessa gli corse incontro; ei la riconobbe, l’abbracciò teneramente, non permise che s’ inginocchiasse. Il re e la regina gli presentarono il figlio, che da lui fu accolto con affetto. Le nozze si fecero con tutta la pompa immaginabile. Ma i giovani sposi, poco curanti di tante magnificenze, non guardavano che a sè.
Il re, padre del principe, fece il giorno stesso coronare il figlio, e checchè questi si opponesse, lo mise in trono. Durarono le feste circa tre mesi; ma l’amore dei due sposi durerebbe tutt’ora, tanto si volean bene, se essi non fossero morti cento anni dopo.

Morale

La storia di Pelle-d’Asino non è facilmente credibile; ma finchè vi saranno al mondo mamme, nonne e bambini, se ne conserverà la memoria.

Altra morale

Meglio esporsi alla più dura fatica che venir meno al dovere. La virtù può essere sfortunata, ma ha sempre il suo premio. Poco vale la ragione contro un amore forsennato, nè c’è ricchezza che un innamorato non sia pronto a spendere. Acqua pura e pan bigio bastano a qualunque fanciulla, purchè abbia di bei vestiti. Non c’è donna al mondo che non si creda bella e non si figuri che, se avesse preso parte alla famosa tenzone delle tre Beltà, sarebbe a lei toccato il pomo così detto della discordia.

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Charles Perrault – Ricchetto dal ciuffo – Traduzione di Federigo Verdinois

C’era una volta una regina, la quale mise al mondo un figlio, così brutto e mal fatto che si stentò un pezzo a crederlo un essere umano. Una Fata, presente alla nascita, assicurò nondimeno che il bambino sarebbe stato amabile lo stesso, visto che avrebbe avuto molto spirito; soggiunse anzi che in virtù del dono da lei fattole, egli avrebbe potuto comunicare tutto il proprio spirito alla persona che avesse amato.
Tutto ciò consolò la povera regina, che era desolata per aver dato alla luce un così sconcio marmocchio. Vero è che il bambino non appena incominciò a parlare, disse mille cose graziose, con questo di più che aveva in tutti i suoi modi non so che di spiritoso, che tutti n’erano incantati. Dimenticavo dire ch’egli era nato con un ciuffettino sulla testa, ond’è che lo chiamavano Ricchetto dal ciuffo, essendo Ricchetto il nome suo di famiglia.
In capo a sette, otto anni, la regina d’un regno vicino partorì due bambine. La prima era più bella del giorno, e la regina n’ebbe tanta contentezza che si temette per la sua salute. La stessa Fata, che aveva assistito alla nascita del piccolo Ricchetto dal ciuffo, era presente, e per moderare la gioia della regina, dichiarò a questa che la principessina non avrebbe avuto punto spirito e che sarebbe stata sciocca per quanto bella. La regina ne fu mortificata; ma, pochi momenti dopo un maggior dolore le toccò, poichè la seconda figlia si trovò che era brutta all’eccesso. “Non vi affliggete tanto, signora, le disse la Fata; vostra figlia sarà compensata per un altro verso, e tanto spirito avrà che sarà quasi impossibile accorgersi dell’assenza di bellezza in lei. – Dio lo voglia, esclamò la regina; ma non ci sarebbe mezzo di fare avere un tantino di spirito alla sorella maggiore, che è così bella? – Per lei, signora, nulla posso io per quanto riguarda lo spirito, rispose la Fata; ma tutto posso quanto a bellezza; e poichè per farvi contenta son pronta a fare qualunque cosa, le darò per dono di poter rendere bello o bella la persona che le andrà a genio”.
Via via che si facevan grandi le due principessine, crescevan anche i loro pregi, sicchè si discorreva da per tutto della bellezza della prima e dello spirito della seconda. Vero è che anche i difetti crebbero con l’età. La seconda diventava sempre più brutta, la prima sempre più sciocca: o non rispondeva a chi l’interrogava o diceva una scempiaggine. Era inoltre così goffa, che non riusciva a posare quattro porcellane sul marmo d’un caminetto senza romperne una, nè a bere un bicchier d’acqua senza versarsene la metà sui vestiti.
Benchè la bellezza sia un gran vantaggio in una giovanetta, la brutta faceva sempre miglior figura della sorella nelle brigate. A primo tratto si andava verso la bella per vederla e ammirarla; ma subito dopo si correva da quella che aveva più spirito, per udire dalla sua bocca mille cose graziose; sicchè in meno d’un quarto d’ora la grande non aveva intorno a sè anima viva, l’altra invece era circondata da tutte le parti. Stupida com’era, la grande se n’avvide, e avrebbe dato volentieri tutta la sua bellezza per avere metà dello spirito della sorella. La regina, per quanto fosse prudente, non potè fare a meno di rimproverare parecchie volte la sua sciocchezza, il che poco mancò non facesse morir di dolore la poverina.

*
* *

Un giorno essendosi rifugiata in un bosco per piangere la sua disgrazia, si vide venire incontro un omicciattolo deforme, ma sfarzosamente vestito. Era il giovine principe Ricchetto dal ciuffo, che s’era innamorato di lei avendone visto i ritratti sparsi per tutto il mondo, ed avea perciò lasciato il regno paterno per avere il piacere di vederla e parlarle. Tutto lieto di trovarla sola, le si avvicinò con tutto il rispetto e la gentilezza immaginabili. Poi vistala così malinconica, le disse, dopo i consueti complimenti: “Non capisco, signorina, come mai una così bella fanciulla possa essere così triste; perchè infatti, benchè io possa vantarmi di aver visto migliaia di bellezze, nessuna, vi assicuro, nemmeno alla lontana, è paragonabile a voi”. Bontà vostra, signore, rispose la principessa, e non disse altro. – La bellezza, riprese Ricchetto, è tal pregio che vale tutto il resto; e quando la si ha, non so vedere come ci si possa affliggere. – Preferirei, disse la principessa, esser brutta come voi e aver dello spirito, all’esser bella e stupida come sono. – Il più sicuro indizio di spirito è la persuasione di non averne, signorina; più se ne ha, più si crede di mancarne. – Cotesto non lo so, disse la principessa; so bene invece di essere molto stupida, e da ciò deriva il dolore che mi uccide. – Se non è che questo, signorina, io posso facilmente far cessare le vostre pene. – E come farete? esclamò la principessa. – Io ho il potere, signorina, disse Ricchetto dal ciuffo, di dare tutto lo spirito possibile e immaginabile alla persona da me amata; e poichè questa persona siete proprio voi, signorina, da voi solo dipende aver quanto spirito volete, purchè acconsentiate a sposarmi”.
La principessa rimase interdetta e non rispose. “Vedo, riprese a dire Ricchetto, che la proposta vi dispiace, nè già ne stupisco; ma vi do un anno intiero per risolvervi”. La principessa, sciocchina com’era e smaniosa di diventare intelligente, si figurò che la fine di quell’anno non dovesse mai arrivare; di tal che accettò la proposta. Non appena ebbe promesso a Ricchetto dal ciuffo di sposarlo in capo a un anno, il tal giorno, che si sentì subito tutt’un’altra persona; diceva con gran facilità tutto ciò che le piacesse, e lo diceva con grazia, con naturalezza, con disinvoltura. Cominciò in quello stesso momento una conversazione galante e vivace con Ricchetto dal ciuffo, nella quale tanto brillò che Ricchetto pensò di averle dato più spirito di quanto se ne fosse serbato per sè.
Tornata che fu al palazzo, tutta la Corte non sapea che pensare dell’improvviso e straordinario mutamento; poichè per quante impertinenze avevano udito prima dalla bocca di lei, per altrettanto ne ammiravano ora le parole assennate e spiritose. Tutta la corte n’ebbe una gioia da non si dire; solo la sorella minore non ne fu molto allegra, poichè, non avendo più il vantaggio dello spirito, non pareva più a fianco di lei che una bertuccia tutt’altro che simpatica.
Il re la consultava ad ogni poco, e qualche volta perfino teneva consiglio nell’appartamento di lei. Alla fama del mutamento avvenuto, tutti i giovani principi dei regni vicini fecero ogni sforzo per farsi amare dalla principessa, e quasi tutti ne chiesero la mano; ma ella non ne trovava alcuno che avesse spirito abbastanza, e mentre a tutti dava retta, con nessuno s’impegnava. Ne arrivò alla fine uno così potente, ricco, spiritoso, ben fatto, che la principessa non potè fare a meno di guardarlo di buon occhio. Accortosene il padre, le disse che la lasciava libera di scegliersi uno sposo. Ma poichè, quanto più si ha spirito tanto più si dura fatica a prendere una ferma risoluzione in simili faccende, la principessa, dopo aver ringraziato il padre, domandò un po’ di tempo per pensare.
Se n’andò per caso a passeggiare nello stesso bosco dove s’era imbattuta in Ricchetto dal ciuffo, per meditare più comodamente sul da fare. Mentre passeggiava immersa nei suoi pensieri, udì sotto i piedi un rumor cupo, come uno scalpiccìo di gente affaccendata. Stette in ascolto e sentì una voce che diceva: “Portami cotesta pentola”. E un’altra: “Dammi cotesta caldaia”. E un’altra ancora: “Metti legna al fuoco”. Nel punto stesso si aprì la terra, ed ella vide in giù come una grande cucina piena di guatteri, cuochi, servi, rosticcieri. Venti o trenta di questi andarono a prendere posto in un viale del bosco intorno ad un tavolone, e là, con in mano il lardatoio e la coda di volpe sull’orecchio, si misero a lavorare in cadenza al suono di un’armoniosa canzone.
Stupita a quello spettacolo, la principessa domandò per chi lavorassero. “Lavoriamo, rispose quello che pareva il capo della banda, per il principe Ricchetto dal ciuffo, le cui nozze si faranno domani”. La principessa, ancor più sorpresa di prima, si rammentò di botto che proprio il giorno appresso scadeva il termine della promessa fatta a Ricchetto dal ciuffo. Se n’era scordata, perchè nel momento di farla era una sciocchina; e poi divenuta intelligente per opera e virtù del principe, s’era scordata di tutte le sue sciocchezze.
Non aveva fatto una trentina di passi seguitando la sua passeggiata, quando ecco le si presenta Ricchetto dal ciuffo, ardito, magnifico, come un principe che vada a nozze. “Eccomi, signorina, le disse, puntuale a mantener la parola, e son sicuro che voi siete qui per mantener la vostra, rendendomi col dono della vostra mano il più felice degli uomini. – Francamente vi confesserò, rispose la principessa, che una decisione non l’ho ancora presa, nè credo che la prenderò mai quale voi la desiderate. – Voi mi fate stupire, signorina, esclamò Ricchetto dal Ciuffo. – Lo credo, disse la principessa, e certo, se avessi da fare con un uomo brutale, senza spirito, mi troverei molto imbarazzata. La parola di una principessa è sacra, egli mi direbbe, e bisogna che voi mi sposiate come prometteste; ma siccome la persona a cui parlo è la più intelligente che sia al mondo, io son sicura che sarà anche ragionevole. Voi sapete che, da sciocca qual’ero, io non mi risolvevo a sposarvi; come volete ora, dopo avermi dato tanto spirito da rendermi assai più meticolosa di prima, ch’io prenda oggi una risoluzione che non potei prendere allora? Se voi pensavate sul serio a sposarmi, aveste molto torto a guarirmi della mia grulleria e di farmi veder più chiaro che prima non vedessi. – Se un uomo senza spirito, rispose Ricchetto, avrebbe motivo, come voi dite, di rinfacciarvi la mancanza di parola, perchè volete, o signorina, ch’io non faccia lo stesso in un fatto in cui tutta la felicità della mia vita è in giuoco? Vi par giusto che le persone dotate d’intelligenza siano poste in condizione inferiore di quelle che non ne hanno? e potete voi pretender questo, voi che tanto ne avete e tanto sospiraste per averne? Ma veniamo al fatto, se vi piace: a parte la mia bruttezza, c’è in me qualche cosa che non vi vada a genio? Siete scontenta della mia nascita, del mio spirito, del mio carattere, dei miei modi? – Tutt’altro, rispose la principessa; mi piacciono in voi tutti i pregi che avete enumerati. – Se così è, riprese Ricchetto dal ciuffo, vuol dire che sarò felice, poichè voi potete far di me il più amabile degli uomini. – E come? esclamò la principessa. – La cosa accadrà, rispose Ricchetto, se voi mi amate abbastanza per desiderare che accada; e affinchè non ne dubitiate, sappiate, signorina, che quella stessa Fata da cui ebbi il dono di rendere intelligente la persona da me amata, fece anche a voi il dono di poter render bello colui che vi deciderete a beneficare col vostro amore. ” – Se stanno così le cose, disse la principessa, io desidero con tutto il cuore che voi diventiate il più bello e il più amabile principe del mondo; e per quanto da me dipende vi fo questo dono”.
Non avea finito di pronunciar queste parole, che Ricchetto dal ciuffo le apparve il più bell’uomo, il meglio fatto, il più amabile che avesse mai visto. Assicurano alcuni che non già l’incantesimo della Fata operò la trasformazione, bensì l’amore. Dicono che la principessa, considerata la costanza dell’amante, non che la discrezione e tutti gli altri pregi di mente e di cuore, non vide più la deformità del corpo e la bruttezza del viso; che la gobba le sembrò l’atteggiamento elegante di un uomo che si curvi, e che, mentre l’avea prima visto zoppicare maledettamente, trovò adesso in lui un’andatura un po’ inclinata, piena di grazia. Dicono inoltre che gli occhi loschi del principe le parvero brillanti, che nel loro disordine credette di scorgere il segno d’un amore sfrenato, e che finalmente quel suo naso rosso ebbe per lei non so che di marziale e di eroico.
Checchè ne sia, la principessa gli promise subito di sposarlo, purchè il re padre consentisse. Il re, visto che la figlia avea grande stima per Ricchetto dal ciuffo, già da lui conosciuto per principe saggio e intelligentissimo, lo accolse volentieri come genero. Il giorno appresso si fecero gli sponsali, come Ricchetto dal ciuffo avea previsto e secondo gli ordini da lui stesso dati molto tempo innanzi.

Morale

C’è in questa storia più verità che fantasia; tutto è bello nella persona amata; tutto ciò che si ama ha la grazia dello spirito.

Altra morale

Per toccare un cuore, la più eletta bellezza, il più splendido incarnato, ogni più squisito dono della natura, avranno meno potere di una sola grazia invisibile che l’amore vi metta.

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Charles Perrault – Le fate – Traduzione di Federigo Verdinois

C’era una volta una vedova, che aveva due figlie: la prima tanto le somigliava nel viso e nel carattere, che veder lei e la mamma era tutt’una cosa. Erano tutt’e due così intrattabili e superbe che non era possibile viverci insieme. La seconda invece, che per dolcezza e civiltà era tutto il babbo, era anche la più bella ragazza che si potesse vedere. E poichè naturalmente si vuol bene a chi ci somiglia, la mamma farneticava per la prima e non potea soffrire la seconda, facendola mangiare in cucina e lavorare a tutto spiano.
Fra le altre cose le toccava alla povera ragazza andar due o tre volte al giorno ad attingere l’acqua due miglia lontano di casa, e riportarne piena una brocca. Un giorno, mentre stava alla fontana, le si accostò una povera donna che la pregò di darle a bere. “Volentieri, buona donna, disse la bella fanciulla e risciacquata lì per lì la brocca, attinse l’acqua nel posto più limpido della fontana, e gliela porse, reggendo sempre la brocca, perchè bevesse meglio. Bevuto che ebbe, la buona donna le disse: “Voi siete così bella, così buona, così affabile, che non posso fare a meno di farvi un regalo, (perchè era una Fata trasformatasi in una povera donna di villaggio, per vedere a che punto arrivasse l’affabilità della ragazza). E vi concedo il dono, che ad ogni parola che direte, vi uscirà di bocca o un fiore o una pietra preziosa”.
Arrivata a casa la bella fanciulla, fu sgridata dalla mamma per essere tornata così tardi dalla fontana. “Vi domando scusa, mamma, disse la poverina, se ho indugiato un po’ soverchio”; e pronunciando queste parole le uscivano di bocca due rose, due perle e due grossi diamanti. “Che vedo! esclamò stupita la mamma; le escono di bocca, mi pare, perle e diamanti. Com’è questo, figlia mia?” (Era la prima volta che la chiamava figlia). La povera ragazza ingenuamente le narrò quanto le era successo, e tutto il racconto fu anch’esso una pioggia di diamanti. “In verità, disse la mamma, bisognerà che vi mandi mia figlia. Guarda, Fanchon, guarda quel che esce di bocca a tua sorella quando parla. Non ti piacerebbe anche a te di avere quel dono? Ebbene, va alla fontana per attingere acqua, e quando una povera donna ti domanderà da bere, porgile affabilmente la brocca. – Bella figura farei davvero, rispose quella di mala grazia, andando alla fontana! – Voglio che ci vada e subito,” – ordinò la mamma.
Obbedì la figlia, ma sempre brontolando. Prese con sè il più bel vaso d’argento che fosse in casa. Arrivata appena alla fontana, eccoti sortir dal bosco una signora magnificamente vestita, che le si accostò pregandola di un sorso d’acqua. Era la stessa Fata comparsa alla sorella, ma che avea preso figura e vesti da principessa per vedere a che punto giungesse la ruvidezza di quella ragazza. “O che vi pare ch’io sia venuta qui per dar da bere a voi? rispose con superbia la screanzata. Che abbia portato a posta per la signora un vaso d’argento? Se volete bere, accomodatevi pure. – Siete poco gentile, disse la Fata senza andare in collera; ebbene, vi fo il dono che merita la vostra sgarbatezza: ad ogni parola che direte vi uscirà di bocca un rospo o una serpe.”
Appena l’ebbe vista di lontano, la mamma le gridò: “Ebbene, figliuola mia? – Ebbene, rispose la burbera, vomitando due vipere e due rospi. – Oh cielo! esclamò la mamma, che vedo! È tutta colpa della sorella, e me la pagherà”. E così dicendo, corse per batterla. La povera ragazza scappò e andò a rifugiarsi nel bosco vicino. S’imbattè in lei il figlio del re, che tornava dalla caccia, e vedendola così bella, le domandò che facesse là sola sola e perchè piangeva. “Ahimè! signore, gli è che la mamma mi ha scacciata di casa”. Il figlio del re che le vide uscir di bocca sei perle e sei diamanti, la,pregò di dirgli donde venisse quel dono.
Ella gli narrò ogni cosa. Il figlio del re se, ne innamorò, e considerando che un dono simile valeva assai più di qualunque più ricca dote, la condusse al palazzo del Re suo padre, e la sposò.
Quanto alla sorella, tanto si fece prendere in uggia, che la mamma la scacciò; e la disgraziata, dopo aver molto camminato senza trovare un cane, che la ricevesse, andò a morire sul margine d’un bosco.

Morale

Diamanti e monete d’oro hanno sugli animi un gran potere; ma le parole cortesi hanno assai più forza e valore.

Altra morale

La cortesia costa un po’ di studio e di tolleranza; ma prima o dopo ha il suo compenso, spesso anzi quando meno ci si pensa.

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Charles Perrault – Il gatto stivalato – Traduzione di Federigo Verdinois

Ai tre figli che aveva un mugnaio non lasciò altro che un mulino, un somaro e un gatto. La divisione fu presto fatta senza bisogno di notaio o procuratore, che s’avrebbero mangiato essi tutto il misero patrimonio. Il maggiore ebbe il mulino, il secondo l’asino, e l’ultimo il gatto. Non si consolava questi che gli fosse toccata una così magra porzione. “I miei fratelli, diceva, potranno, mettendosi insieme, guadagnarsi onestamente la vita; per me, mangiato che avrò il gatto e fattomi della sua pelle un manicotto, bisognerà che muoia di fame”
Il Gatto, che udì queste parole senza però farne le viste, gli disse in tono serio e posato: “Non vi affliggete, padroncino mio, datemi solo un sacco e fatemi far un par di stivali per andar nelle macchie, e vedrete che la vostra sorte non è poi tanto cattiva quanto credete.”
Benchè poco ci contasse, il padrone del Gatto non disperò di cavarne un certo aiuto, tante bravure gli avea visto fare per chiappar sorci e topi, ora sospendendosi per le zampe di dietro ora facendo il morto sulla farina.
Avuto il fatto suo, il Gatto s’infilò gli stivali, si mise in collo il sacco, ne afferrò i cordoni con le zampe davanti e se n’andò in una conigliera dove i conigli abbondavano. Empì il sacco di crusca e di cicerbite, e stendendosi come se fosse morto, aspettò che qualche giovane coniglio, poco esperto delle malizie di questo mondo, s’insinuasse nel sacco per mangiarvi quel che vi avea messo.
Coricatosi appena, il colpo fu fatto; uno storditello di coniglio entrò nel sacco, e mastro Gatto strinse subito i cordoni, lo prese e lo uccise senza misericordia.
Tutto glorioso della preda, se n’andò dal re e domandò udienza. Lo fecero montare agli appartamenti di Sua Maestà, e là, fatto al Re un profondo inchino, disse il Gatto: “Ecco, Maestà, un coniglio di conigliera che il sig. marchese di Carabas (così gli venne in testa di chiamare il suo padroncino) mi ha incaricato di presentarvi. – Dirai al tuo padrone, rispose il Re, che del regalo son molto compiaciuto e lo ringrazio.”
Un’altra volta, andò a nascondersi in un campo di frumento, tenendo sempre il sacco aperto, e quando due pernici vi furono entrate, tirò i cordoni e le prese tutt’e due.
Poi se n’andò dal Re, e gliele offrì come avea fatto dei conigli. Il Re accettò volentieri le due pernici e gli fece dare una mancia.
Per due o tre mesi continuò il Gatto a portare al Re di tanto in tanto un po’ di caccia da parte del suo padrone. Saputo un giorno che il Re doveva andar a spasso in riva al fiume, insieme con la figlia, che era la più bella principessa di questo mondo, disse al suo padroncino: “Se mi date retta, la vostra fortuna è fatta: non avete che a fare un bagno nel fiume, in un posto che io vi indicherò, e poi lasciate fare a me.”
Il marchese di Carabas seguì il consiglio del Gatto, senza indovinare a che potesse servire. Mentre faceva il bagno, si trovò a passare il Re, e il Gatto si diè a gridare con quanta ne aveva in gola: “Aiuto! aiuto! il marchese di Carabas annega!” A quel grido il Re si affacciò allo sportello, riconobbe il Gatto che tante volte gli avea portato della caccia, e ordinò alle sue guardie di accorrere subito in aiuto del marchese di Carabas.
Mentre tiravan fuori dall’acqua il marchese di Carabas, il Gatto si avvicinò alla carrozza e disse al Re che due ladri erano venuti ed avean portato via i vestiti del marchese, per quanto egli si sgolasse a gridare al ladro! Il furbaccio gli avea nascosti sotto una grossa pietra.
Il Re ordinò subito agli ufficiali della guardaroba di andare a prendere il più sfarzoso vestito che vi fosse pel sig. marchese di Carabas. A lui stesso fece il Re mille gentilezze, e poichè i bei vestiti rialzavano la bella figura del giovane, la figlia del Re lo trovò molto di suo gusto e non appena il marchese di Carabas le ebbe rivolto due o tre occhiate rispettose ma un po’ tenere, se ne innamorò fino alla follia.
Il Re se lo fece montare in carozza e lo volle compagno della passeggiata. Il Gatto, tutto lieto di veder riuscire il piano architettato, si diè a fare il battistrada e avendo visto dei contadini che falciavano un prato, disse loro: “Buona gente che falciate, se voi non dite al Re che questo campo appartiene al signor marchese di Carabas, sarete trinciati e tritati come la carne per le salsicce.”
Non mancò il Re di domandare ai falciatori a chi apparteneva quel prato che falciavano. “Al signor marchese di Carabas, risposero tutti ad una voce, tanto avevano avuto paura della minaccia del Gatto.
“Avete costì una bella eredità, disse il Re al marchese di Carabas. – Voi vedete, Maestà, rispose il marchese, è un prato che tutti gli anni mi dà un reddito abbondante.”
Mastro Gatto, che correva sempre avanti, incontrò dei mietitori e disse loro: “Buona gente che mietete, se voi non dite che tutto questo frumento appartiene al signor marchese di Carabas, sarete trinciati e tritati come carne di salsicce” Il Re, che passò subito dopo, volle sapere di chi fosse tutto quel frumento” Del signor marchese di Carabas » risposero i mietitori, e il Re se ne rallegrò di nuovo col marchese. Il Gatto che precedeva sempre, ripeteva la stessa storia con quanti incontrava; e il Re stupiva dei grandi possedimenti del signor marchese di Carabas.
Mastro Gatto arrivò finalmente ad un bel castello, il cui padrone era un Orco, il più ricco che mai fosse; poichè tutte le terre già dal Re attraversate dipendevano da quel castello. Informatosi di quel che fosse cotest’Orco e di quanto sapesse fare, il Gatto domandò di parlargli, dicendo che non avea voluto passare così vicino al suo castello senza aver l’onore di fargli riverenza.
L’Orco lo accolse con tutta quell’affabilità di cui un Orco è capace e lo fece riposare.
“Mi si è dato ad intendere, disse il Gatto, che voi avete il dono di mutarvi in qualunque sorta di animale, che potete, per esempio, diventar leone o elefante. – È vero, rispose burbero l’Orco, e per dimostrarvelo, adesso vedrete come mi trasformo in leone.” Il Gatto fu così spaventato di vedersi davanti un leone, che spiccò un salto fin sulle grondaie, non senza fatica e pericolo, a motivo degli stivali che non erano buoni per camminar sui tetti.
Qualche tempo dopo, vistogli mutar forma il Gatto ridiscese e confessò di avere avuto una gran paura. “Mi hanno pure assicurato, disse, ma io non ci credo, che voi potete anche prender la forma dei più piccoli animali, di cambiarvi per esempio in topo o sorcio: vi confesso però che la cosa mi pare impossibile. – Impossibile? esclamò l’Orco, adesso vi fo vedere.” E detto fatto si mutò in un topolino, che si diè a correre sul pavimento. Subito il Gatto gli saltò addosso e ne fece un boccone.
Il Re intanto, passando pel castello dell’Orco, volle entrarvi. Il Gatto che udì il rumore della carrozza sul ponte levatoio, corse incontro e disse al Re: “Benvenuta, Maestà, nel castello del signor marchese di Carabas! – Come, signor marchese! esclamò il Re, anche questo castello è vostro? Niente può esser più bello di questo cortile e di tutte le fabbriche circostanti. Vediamone l’interno, di grazia.”
Il marchese diè la mano alla principessina, e, tenendo dietro al Re che saliva, entrarono in un’ampia sala dove trovarono una lauta colazione che l’Orco avea fatto preparare per certi suoi amici, che doveano venire quel giorno stesso, ma che non aveano osato entrare, sapendo della presenza del Re. Ammaliato dalle buone qualità del marchese di Carabas, come già la principessina ne andava matta, e vedendo i molti beni da lui posseduti, il Re gli disse, dopo aver bevuto cinque o sei bicchieri di vino: “Sol che vogliate, signor marchese, voi potete divenir mio genero”. Il Marchese, facendo inchini sopra inchini, accettò l’onore che il Re gli faceva, e quel giorno stesso si sposò la principessa. Il Gatto divenne gran signore, e non corse più dietro i topi che per solo passatempo.

Morale

Checchè valga una ricca eredità che ci venga di padre in figlio, valgono assai più pei giovani l’industria e l’accortezza.

Altra moralità

Se il figlio d’un mugnaio conquista così presto il cuore d’una principessa e si fa guardar da lei con languide occhiate, gli è che il vestito, l’aspetto e la giovinezza non son mezzi di poco conto per inspirare una tenera simpatia.

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