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Gaspara Stampa – Qual fu di me giamai sotto la luna

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Qual fu di me giamai sotto la luna
donna più sventurata e più confusa,
poi che ‘l mio sole, il mio signor m’accusa
di cosa, ov’io non ho già colpa alcuna?
E, per farmi dolente a via più d’una
guisa, non vuol ch’io possa far mia scusa;
vuol ch’io tenga lo stil, la bocca chiusa,
come muto, o fanciul piccolo in cuna.
A qual più sventurato e tristo reo
di non poter usar la sua difesa
sì dura legge al mondo unqua si dèo?
Tal è la fiamma, ond’hai me, Amor, accesa,
tal è il mio fato dispietato e reo,
tal è ‘l laccio crudel, con che m’hai presa.

Luigi Pirandello – Il fu Mattia Pascal – Lettura di Mauro Leuce – MP3

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Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de’ miei amici o conoscenti dimostrava d’aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo:
— Io mi chiamo Mattia Pascal.
— Grazie, caro. Questo lo so.
— E ti par poco?

Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all’occorrenza:
— Io mi chiamo Mattia Pascal.

Qualcuno vorrà bene compiangermi (costa così poco), immaginando l’atroce cordoglio d’un disgraziato, al quale avvenga di scoprire tutt’a un tratto che… sì, niente, insomma: né padre, né madre, né come fu o come non fu; e vorrà pur bene indignarsi (costa anche meno) della corruzione dei costumi, e de’ vizii, e della tristezza dei tempi, che di tanto male possono esser cagione a un povero innocente.

Copertina (formato MP3)
I: Premessa (formato MP3)
II: Premessa seconda (filosofica) a mo’ di scusa (formato MP3)
III: La casa e la talpa (formato MP3)
IV: Fu così (formato MP3)
V: Maturazione (formato MP3)
VI: Tac tac tac… (formato MP3)
VII: Cambio treno (formato MP3)
VIII: Adriano Meis (formato MP3)
IX: Un po’ di nebbia (formato MP3)
X: Acquasantiera e portacenere (formato MP3)
XI: Di sera, guardando il fiume (formato MP3)
XII: L’occhio e Papiano (formato MP3)
XIII: Il lanternino (formato MP3)
XIV: Le prodezze di Max (formato MP3)
XV: Io e l’ombra mia (formato MP3)
XVI: Il ritratto di Minerva (formato MP3)
XVII: Rincarnazione (formato MP3)
XVIII: Il fu Mattia Pascal (formato MP3)
Avvertenza sugli scrupoli della fantasia (formato MP3)

da: www.liberliber.it
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Gaspara Stampa – Che meraviglia fu s’al primo assalto – Lettura di Valerio Di Stefano – MP3

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(C) – Tutti i diritti riservati Tutte le audioletture a cura di Valerio Di Stefano sono reperibili all’indirizzo: http://www.classicistranieri.com/audioletture/

Vittoria Colonna – Sì largo vi fu ‘l ciel che ‘l tempo avaro

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Sì largo vi fu ‘l ciel che ‘l tempo avaro
Quanto s’affretta più, meno divora
Signor la fama vostra, e d’ora in ora
Scopre cagion di farvi eterno e raro.
Fanno il vostro valor sempre più chiaro
Quei che agguagliarsi a voi speran forse ora,
Come veggiam paragonarsi ancora
Color contrari posti insieme a paro.
Si scorge un error quasi in ogni effetto
Di forza o ingegno d’altri, che raccende
Nei saggi petti ognor la vostra gloria.
Per proprio onor ciascuno alto intelletto
Farà dell’opre vostre eterna istoria;
Perchè chi men le loda, men l’intende.

Filippo da Messina, Oi Siri Deo, con forte fu lo punto

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[O]i Siri Deo, con forte fu lo punto
che gli oc[c]hi tuoi, madonna, isguardai, lasso!
chè sì son preso e da vostr’amor punto,
ch’amor d’ogn’altra donna per voi lasso.
Non fino di penare uno [sol] punto,
per omo morto a voi, donna, mi lasso,
non sono meo quanto d’un ago punto:
se mi disdegni, be[n] moragio, lasso!
Poi non son meo ma vostro, amor meo fino,
preso m’avete como Alena Pari,
e non amò Tristano tanto Isolda
quant’amo voi, per cui penar non fino;
oi rosa fresca che di magio apari,
merzè vi chiamo: lo meo male solda.

Guittone d’Arezzo, Tutto ‘l dolor, ch’eo mai portai, fu gioia

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Tutto ‘l dolor, ch’eo mai portai, fu gioia,
e la gioia neente apo ‘l dolore
del meo cor, lasso, a cui morte socorga,
ch’altro non vegio ormai sia validore.
Ché, prima del piacer, poco po noia,
ma poi, po forte troppo om dar tristore:
maggio conven che povertà si porga
a lo ritornador, ch’a l’entradore.
Adonqua eo, lasso, in povertà tornato
del più ricco acquistato
che mai facesse alcun del meo paraggio,
sofferrà Deo ch’eo pur viva ad oltraggio
di tutta gente e del meo for sennato?
NOn credo già, se non vol meo dannaggio.
Ahi, lasso, co mal vidi, amaro amore,
la sovra natoral vostra bellezza
e l’onorato piacenter piacere
e tutto ben ch’è ‘n voi somma grandezza!
E vidi peggio il dibonaire core
ch’umiliò la vostra altera altezza
a far noi due d’un core e d’un volere,
perch’eo più ch’omo mai portai ricchezza.
Ch’a lo riccor d’amor null’altro è pare,
né raina po fare
ricco re, como né quanto omo basso,
né vostra par raina amor è passo.
Donqua chi ‘l meo dolor po pareggiare?
Ché qual più perde acquista in ver me, lasso.
Ahi, con pot’om, che non ha vita fiore,
durar contra di mal tutto for grato,
sì com eo, lasso, ostal d’ogne tormento?
Ché se ‘n lo più fort’om fosse amassato
sì forte e sì coralmente dolzore,
com’è dolore in me, già trapassato
fora de vita, contra ogne argumento.
Come, lasso, viv’eo de vita fore?
Ahi morte, villania fai e peccato,
che si m’hai desdegnato,
perché vedi morir opo mi fora
e perch’io piò sovente e forte mora!
Ma mal tuo grato eo pur morrò forzato,
de le mie man, se mei non posso ancora.
Mal ho più ch’altro, e men, lasso, conforto:
ché s’eo perdesse onor tutto ed avere
e tutti amici e de le membra parte,
sì mi conforteria per vita avere;
ma qui non posso, poi ho di me torto
e ritornato in voi forzo e savere,
che non fue, amor meo, già d’altra parte,
Donqua di confortar com’ho podere?
E poi saver non m’aiuta, e dolore
me pur istringe il core,
pur conven ch’eo matteggi; e sì facci’eo;
perch’om mi mostra a dito e del mal meo
se gabba; ed eo pur vivo a disinore,
credo, a mal grado del mondo e di Deo.
Ahi, bella gioia, noia e dolor meo,
e punto fortunal, lasso, fue quello
de vostro dipartir, crudel mia morte,
che doblo mal tornò tutto meo bello!
Sì del meo mal mi dol; ma più per Deo
ème lo vostro, amor, crudele e fello;
ca s’eo tormento d’una parte forte,
e voi da l’altra più strigne ‘l chiavello,
como la più distretta enamorata
che mai fosse aprovata;
ché ben fa forza dimession d’avere
talor bass’omo in donn’alta capere;
ma ciò non v’agradìo già né v’agrata:
donque d’amor coral fu ‘l ben volere.
Amor, merzé, per Deo, vi confortate,
ed a me non guardate,
ché picciol è per mia morte dannaggio
ma per la vostra, amor, senza paraggio.
E forse anche però mi ritornate,
se mai tornare deggio, in allegraggio.
Amore, Amor, più che veneno amaro,
non già ben vede chiaro
chi se mette in poder tuo volontero:
che ‘l primo e ‘l mezzo n’è gravoso e fero
e la fine di ben tutto ‘l contraro,
o’ prende laude e blasmo onne mistero.

Lorenzo de’ Medici – Tanto crudel fu la prima feruta

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Tanto crudel fu la prima feruta,
sí féro e sí veemente il primo strale,
se non che speme il cor nutrisce ed ale,
saremi morte giá dolce paruta.
E la tenera etá giá non rifiuta
seguire Amore, ma piú ognor ne cale;
volentier segue il suo giocondo male,
poi c’ha tal sorte per suo fato avuta.
Ma tu, Amor, poi che sotto la tua insegna
mi vuoi sí presto, in tal modo farai,
che col mio male ad altri io non insegna.
Misericordia del tuo servo arai,
e in quell’altera donna fa’ che regna
tal foco, onde conosca gli altrui guai.

Isabella Morra – Non sol il ciel vi fu largo e cortese

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Non sol il ciel vi fu largo e cortese,
caro Luigi, onor del secol nostro,
del raro stil, del ben purgato inchiostro,
ma del nobil soggetto onde v’accese.
Alto Signor e non umane imprese
ornan d’eterna fronde il capo vostro,
cose piú da pregiar che gemme od ostro,
che dai tarli e dal tempo son offese.
Il sacro volto aura soave inspira
al dotto petto, che lo tien fecondo
di glorïosi, anzi divini carmi.
Francesco è l’arco de la vostra lira,
per lui sète oggi a null’altro secondo,
e potete col sòn rompere i marmi.

Francesco Petrarca – Qual ventura mi fu, quando da l’uno

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Qual ventura mi fu, quando da l’uno
de’ duo i piú belli occhi che mai furo,
mirandol di dolor turbato et scuro,
mosse vertú che fe’ ‘l mio infermo et bruno!
Send’io tornato a solver il digiuno
di veder lei che sola al mondo curo,
fummi il Ciel et Amor men che mai duro,
se tutte altre mie gratie inseme aduno:
ché dal dextr’occhio, anzi dal dextro sole,
de la mia donna al mio dextr’occhio venne
il mal che mi diletta, Read More »

Michelangelo Buonarrori – Oltre qui fu, dove ‘l mie amor mi tolse

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Oltre qui fu, dove ‘l mie amor mi tolse,
suo mercè, il core e vie più là la vita;
qui co’ begli occhi mi promisse aita,
e co’ medesmi qui tor me la volse.
Quinci oltre mi legò, quivi mi sciolse;
per me qui piansi, e con doglia infinita
da questo sasso vidi far partita
colui c’a me mi tolse e non mi volse.

Michelangelo Buonarroti – I’ fu’, già son molt’anni, mille volte

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I’ fu’, già son molt’anni, mille volte
ferito e morto, non che vinto e stanco
da te, mie colpa; e or col capo bianco
riprenderò le tuo promesse stolte?
Quante volte ha’ legate e quante sciolte
le triste membra, e sì spronato il fianco,
c’appena posso ritornar meco, anco
bagnando il petto con lacrime molte!
Di te mi dolgo, Amor, con teco parlo,
sciolto da’ tuo lusinghi: a che bisogna
prender l’arco crudel, tirare a voto?
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