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Gaspara Stampa – Che meraviglia fu s’al primo assalto – Lettura di Valerio Di Stefano – MP3

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Gaspara Stampa – A che vergar, signor, carte ed inchiostro

A che vergar, signor, carte ed inchiostro
in lodar me, se non ho cosa degna,
onde tant’alto onor mi si convegna;
e, se ho pur niente, è tutto vostro?
Entro i begli occhi, entro l’avorio e l’ostro,
ove Amor tien sua gloriosa insegna,
ove per me trionfa e per voi regna,
quanto scrivo e ragiono mi fu mostro.
Perché ciò che s’onora e ‘n me si prezza,
anzi s’io vivo e spiro, è vostro il vanto,
a voi convien, non a la mia bassezza.
Ma voi cercate con sì dolce canto,
lassa, oltra quel che fa vostra bellezza,
d’accrescermi più foco e maggior pianto.

Gaspara Stampa – Lodate i chiari lumi, ove mirando

Lodate i chiari lumi, ove mirando
perdei me stessa, e quel bel viso umano,
da cui vibrò lo stral, mosse la mano
Amor, quando da me mi pose in bando.
Lodate il valor vostro alto e mirando,
ch’al valor d’Alessandro è prossimano:
sallo il gran re, sallo il paese strano,
che di voi e di lui vanno parlando.
Lodate il senno, a cui non è simile
nel bel verde degli anni; e, quel che ‘n carte
vedrò famoso, il vostro ingegno e stile.
In me, signor, non è pur una parte,
che non sia tutta indegna e tutta vile,
per cui sì vaghe rime sieno sparte.

Gaspara Stampa – Quelle rime onorate e quell’ingegno

Quelle rime onorate e quell’ingegno,
pari a la beltà vostra e al gran valore,
rivolgete a voi stesso in far onore,
conte, come di lor soggetto degno;
o trovate di me più altero pegno,
se pur uscir da voi volete fore,
perché a sì larga vena, a tanto umore
son per me troppo frale e secco legno,
e non ho parte in me d’esser cantata,
se non perch’amo e riverisco voi
oltra ogni umana, oltra ogni forma usata.
Sì chiara fiamma merta i pregi suoi;
in questa parte io deggio esser cantata
fin ch’io sia viva, eternamente, e poi.

Gaspara Stampa – Mille volte, signor, movo la penna

Mille volte, signor, movo la penna
per mostrar fuor, qual chiudo entro il pensiero,
il valor vostro e ‘l bel sembiante altero,
ove Amor e la gloria l’ale impenna;
ma perché chi cantò Sorga e Gebenna,
e seco il gran Virgilio e ‘l grande Omero
non basteriano a raccontarne il vero,
ragion ch’io taccia a la memoria accenna.
Però mi volgo a scriver solamente
l’istoria de le mie gioiose pene,
che mi fan singolar fra l’altra gente:
e come Amor ne’ be’ vostr’occhi tiene
il seggio suo, e come indi sovente
sì dolce l’alma a tormentar mi viene.

Gaspara Stampa – Deh foss’io almen sicura che lo stato

Deh foss’io almen sicura che lo stato,
dov’or mi trovo, non mancasse presto,
perché, sì come or è lieto ed or mesto,
sarebbe il più felice che sia stato.
I’ ho Amore e ‘l mio signor a lato,
e mi consolo or con quello, or con questo;
e, sempre che di loro un m’è molesto,
ricorro a l’altro, che m’è poi pacato.
S’Amor m’assale con la gelosia,
mi volgo al viso, che ‘n sé dentro serra
virtù ch’ogni tormento scaccia via:
se ‘l mio signor mi fa con ira guerra,
viene Amor poi con l’altra compagnia,
vera umiltà ch’ogni alto sdegno atterra.

Gaspara Stampa – Se voi poteste, o sol degli occhi miei

Se voi poteste, o sol degli occhi miei,
qual sète dentro donno del mio core,
veder coi vostri apertamente fuore,
oh me beata quattro volte e sei!
Voi più sicuro, e queta io più sarei:
voi senza gelosia, senza timore;
io di due sarei scema d’un dolore,
e più felicemente ardendo andrei.
Anzi aperto per voi, lassa, si vede,
più che ‘l lume del sol lucido e chiaro,
che dentro e fuori io spiro amor e fede.
Ma vi mostrate di credenza avaro,
per tormi ogni speranza di mercede,
e far il dolce mio viver amaro.

Gaspara Stampa – Pommi ove ‘l mar irato geme e frange

Pommi ove ‘l mar irato geme e frange,
ov’ha l’acqua più queta e più tranquilla;
pommi ove ‘l sol più arde e più sfavilla,
o dove il ghiaccio altrui trafige ed ange;
pommi al Tanai gelato, al freddo Gange,
ove dolce rugiada e manna stilla,
ove per l’aria empio velen scintilla,
o dove per amor si ride e piange;
pommi ove ‘l crudo Scita ed empio fere,
o dove è queta gente e riposata,
o dove tosto o tardi uom vive e père:
vivrò qual vissi, e sarò qual son stata,
pur che le fide mie due stelle vere
non rivolgan da me la luce usata.

Gaspara Stampa – Chi può contar il mio felice stato

Chi può contar il mio felice stato,
l’alta mia gioia e gli alti miei diletti?
O un di que’ del ciel angeli eletti,
o altro amante che l’abbia provato.
Io mi sto sempre al mio signor a lato,
godo il lampo degli occhi e ‘l suon dei detti,
vivomi de’ divini alti concetti,
ch’escon da tanto ingegno e sì pregiato.
Io mi miro sovente il suo bel viso,
e mirando mi par veder insieme
tutta la gloria e ‘l ben del paradiso.
Quel che sol turba in parte la mia speme,
è ‘l timor che da me non sia diviso;
ché ‘l vorrei meco fin a l’ore estreme.

GAspara Stampa – Gioia somma, infinito, alto diletto

Gioia somma, infinito, alto diletto,
or che l’amato mio tesoro ho presso,
or che parlo con lui, che ‘l miro spesso,
m’ingombrerebbe certamente il petto,
se ‘l cor non mi turbasse un sol sospetto
di tosto tosto rimaner senz’esso,
per quel ch’io veggo a qualche segno espresso,
ché sol apre Amor gli occhi a l’intelletto.
E, se ciò è, io vo’ certo finire
questa misera vita in un momento,
anzi ch’io provi un tanto aspro martìre;
perché conosco chiaramente e sento
che senza lui mi converria morire,
ch’è l’appoggio, a cui ‘l viver mio sostento.