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Antonio Gramsci – La crisi italiana

La crisi radicale del regime capitalistico, iniziatasi in Italia cosí come in tutto il mondo con la guerra, non è stata risanata dal fascismo. Il fascismo, con il suo metodo repressivo di governo, aveva reso molto difficile e, anzi quasi totalmente impedito le manifestazioni politiche della crisi generale capitalistica; non ha però segnato un arresto di questa e tanto meno una ripresa e uno sviluppo dell’economia nazionale. Si dice generalmente e anche noi comunisti siamo soliti affermare che l’attuale situazione italiana è caratterizzata dalla rovina delle classi medie: ciò è vero, ma deve essere compreso in tutto il suo significato. La rovina delle classi medie è deleteria perché il sistema capitalistico non si sviluppa, ma invece subisce una restrizione: essa non è un fenomeno a sé, che possa essere esaminato e alle cui conseguenze si possa provvedere indipendentemente dalle condizioni generali dell’economia capitalistica; essa è la stessa crisi del regime capitalistico che non riesce piú e non potrà piú riuscire a soddisfare le esigenze vitali del popolo italiano, che non riesce ad assicurare alla grande massa degli italiani il pane e il tetto. Che la crisi delle classi medie sia oggi al primo piano è solo un fatto politico contingente, è solo la forma del periodo che appunto perciò chiamiamo «fascista». Perché? Perché il fascismo è sorto e si è sviluppato sul terreno di questa crisi nella sua fase incipiente, perché il fascismo ha lottato contro il proletariato ed è giunto al potere sfruttando e organizzando l’incoscienza e la pecoraggine della piccola borghesia ubriaca di odio contro la classe operaia che riusciva, con la forza della sua organizzazione, ad attenuare i contraccolpi della crisi capitalistica nei suoi confronti.
Perché il fascismo si esaurisce e muore appunto perché non ha mantenuto nessuna delle sue promesse, non ha appagato nessuna speranza, non ha lenito nessuna miseria. Ha fiaccato lo slancio rivoluzionario del proletariato, ha disperso i sindacati di classe, ha diminuito i salari e aumentato gli orari; ma ciò non bastava per assicurare una vitalità anche ristretta al sistema capitalistico; era necessario perciò anche un abbassamento di livello delle classi medie, la spoliazione e il saccheggio della economia piccolo-borghese e quindi la soffocazione di ogni libertà e non solo delle libertà proletarie, e quindi la lotta non solo contro i partiti operai, ma anche e specialmente, in una fase determinata, contro tutti i partiti politici non fascisti, contro tutte le associazioni non direttamente controllate dal fascismo ufficiale. Perché in Italia la crisi delle classi medie ha avuto conseguenze piú radicali che negli altri paesi ed ha fatto nascere e portato al potere dello Stato il fascismo? Perché da noi, dato lo scarso sviluppo della industria e dato il carattere regionale dell’industria stessa, non solo la piccola borghesia è molto numerosa, ma essa è anche la sola classe «territorialmente» nazionale: la crisi capitalistica aveva assunto negli anni dopo la guerra anche la forma acuta di uno sfacelo dello Stato unitario e aveva quindi favorito il rinascere di una ideologia confusamente patriottica e non c’era altra soluzione che quella fascista dopo che nel 1920 la classe operaia aveva fallito al suo compito di creare coi suoi mezzi uno Stato capace di soddisfare anche le esigenze nazionali unitarie della società italiana.
Il regime fascista muore perché non solo non è riuscito ad arrestare, ma anzi ha contribuito ad accelerare la crisi delle classi medie iniziatasi dopo la guerra. L’aspetto economico di questa crisi consiste nella rovina della piccola e media azienda: il numero dei fallimenti si è rapidamente moltiplicato in questi due anni. Il monopolio del credito, il regime fiscale, la legislazione sugli affitti hanno stritolato la piccola impresa commerciale e industriale: un vero e proprio passaggio di ricchezza si è verificato dalla piccola e media alla grande borghesia, senza sviluppo dell’apparato di produzione; il piccolo produttore non è neanche divenuto proletario, è solo un affamato in permanenza, un disperato senza previsioni per l’avvenire. L’applicazione della violenza fascista per costringere i risparmiatori ad investire i loro capitali in una determinata direzione non ha dato molti frutti per i piccoli industriali: quando ha avuto successo, non ha che rimbalzato gli effetti della crisi da un ceto all’altro, allargando il malcontento e la diffidenza già grandi nei risparmiatori per il monopolio esistente nel campo bancario, aggravato dalla tattica dei colpi di mano cui i grandi imprenditori devono ricorrere nell’angustia generale per assicurarsi credito.
Nelle campagne il processo della crisi è piú strettamente legato con la politica fiscale dello Stato fascista. Dal 1920 ad oggi il bilancio medio di una famiglia di mezzadri o di piccoli proprietari è stato gravato di un passivo di circa 7.000 lire per aumenti di imposte, peggioramento delle condizioni contrattuali, ecc. In modo tipico si manifesta la crisi della piccola azienda nell’Italia settentrionale e centrale. Nel Mezzogiorno intervengono nuovi fattori, di cui il principale è l’assenza dell’emigrazione e il conseguente aumento della pressione demografica; a ciò si accompagna una diminuzione della superficie coltivata e quindi del raccolto. Il raccolto del grano è stato l’anno scorso di 68 milioni di quintali in tutta Italia, cioè è stato su scala nazionale superiore alla media, ma è stato inferiore alla media nel Mezzogiorno. Quest’anno il raccolto è stato inferiore alla media in tutta Italia, è completamente fallito nel Mezzogiorno. Le conseguenze di una tale situazione non si sono ancora manifestate in modo violento, perché esistono nel Mezzogiorno condizioni di economia arretrate, le quali impediscono alle crisi di rivelarsi subito in modo profondo, come avviene nei paesi di avanzato capitalismo; tuttavia già si sono verificati in Sardegna episodi gravi del malcontento popolare, determinato dal disagio economico.

La crisi generale del sistema capitalistico non è stata dunque arrestata dal regime fascista. In regime fascista le possibilità di esistenza del popolo italiano sono diminuite. Si è verificata una restrizione dell’apparato produttivo proprio nello stesso tempo in cui aumentava la pressione demografica per le difficoltà dell’emigrazione transoceanica. L’apparato industriale ristretto ha potuto salvarsi dal completo sfacelo solo per un abbassamento del livello di vita della classe operaia premuta dalla diminuzione dei salari, dall’aumento della giornata di lavoro, dal carovita: ciò ha determinato una emigrazione di operai qualificati, cioè un impoverimento delle forze produttive umane che erano una delle piú grandi ricchezze nazionali. Le classi medie che avevano riposto nel regime fascista tutte le loro speranze, sono state travolte dalla crisi generale, anzi sono diventate proprio esse l’espressione della crisi capitalistica in questo periodo.
Questi elementi, rapidamente accennati, servono solo per ricordare tutta la portata della situazione attuale che non ha in se stessa nessuna virtú di risanamento economico. La crisi economica italiana può solo essere risolta dal proletariato. Solo inserendosi in una rivoluzione europea e mondiale il popolo italiano può riacquistare la capacità di far valere le sue forze produttive umane e ridare sviluppo all’apparato nazionale di produzione. Il fascismo ha solo ritardato la rivoluzione proletaria, non l’ha resa impossibile: esso ha contribuito anzi ad allargare ed approfondire il terreno della rivoluzione proletaria, che dopo l’esperimento fascista sarà veramente popolare.

La disgregazione sociale e politica del regime fascista ha avuto la sua prima manifestazione di massa nelle elezioni del 6 aprile. Il fascismo è stato messo nettamente in minoranza nella zona industriale italiana, cioè là dove risiede la forza economica e politica che domina la nazione e lo Stato. Le elezioni del 6 aprile, avendo mostrato quanto fosse solo apparente la stabilità del regime, rincuorarono le masse, determinarono un certo movimento nel loro seno, segnarono l’inizio di quella ondata democratica che culminò nei giorni immediatamente successivi all’assassinio dell’on. Matteotti e che ancora oggi caratterizza la situazione. Le opposizioni avevano acquistato dopo le elezioni un’importanza politica enorme; l’agitazione da esse condotta nei giornali e nel Parlamento per discutere e negare la legittimità del governo fascista operava potentemente a disciogliere tutti gli organismi dello Stato controllati e dominati dal fascismo, si ripercuoteva nel seno dello stesso Partito nazionale fascista, incrinava la maggioranza parlamentare. Di qui la inaudita campagna di minacce contro le opposizioni e l’assassinio del deputato unitario. L’ondata di sdegno suscitata dal delitto sorprese il Partito fascista che rabbrividí di panico e si perdette: i tre documenti scritti in quell’attimo angoscioso dall’on. Finzi, dal Filippelli, da Cesarino Rossi e fatti conoscere alle opposizioni, dimostrano come le stesse cime del Partito avessero perduto ogni sicurezza e accumulassero errori su errori: da quel momento il regime fascista è entrato in agonia; esso è sorretto ancora dalle forze cosiddette fiancheggiatrici, ma è sorretto cosí come la corda sostiene l’impiccato.
Il delitto Matteotti dette la prova provata che il Partito fascista non riuscirà mai a diventare un normale partito di governo, che Mussolini non possiede dello statista e del dittatore altro che alcune pittoresche pose esteriori: egli non è un elemento della vita nazionale, è un fenomeno di folklore paesano, destinato a passare alle storie nell’ordine delle diverse maschere provinciali italiane piú che nell’ordine dei Cromwell, dei Bolívar, dei Garibaldi.

L’ondata popolare antifascista provocata dal delitto Matteotti trovò una forma politica nella secessione dall’aula parlamentare dei partiti di opposizione. L’assemblea delle opposizioni divenne di fatto un centro politico nazionale intorno al quale si organizzò la maggioranza del paese: la crisi scoppiata nel campo sentimentale e morale, acquistò cosí uno spiccato carattere istituzionale; uno Stato fu creato nello Stato, un governo antifascista contro il governo fascista. Il Partito fascista fu impotente a frenare la situazione: la crisi lo aveva investito in pieno, devastando le fila della sua organizzazione; il primo tentativo di mobilitazione della Milizia nazionale fallí in pieno, solo il 20 per cento avendo risposto all’appello; a Roma solo 800 militi si presentarono alle caserme. La mobilitazione diede risultati rilevanti solo in poche province agrarie, come Grosseto e Perugia, permettendo cosí di far calare a Roma qualche legione decisa ad affrontare una lotta sanguinosa.
Le opposizioni rimangono ancora il fulcro del movimento popolare antifascista; esse rappresentano politicamente l’ondata di democrazia che è caratteristica della fase attuale della crisi sociale italiana. Verso le opposizioni si era orientata all’inizio anche l’opinione della grande maggioranza del proletariato. Era dovere di noi comunisti cercare di impedire che un tale stato di cose si consolidasse permanentemente. Perciò il nostro gruppo parlamentare entrò a far parte del Comitato delle opposizioni accettando e mettendo in rilievo il carattere precipuo che la crisi politica assumeva di esistenza di due poteri, di due Parlamenti. Se avessero voluto compiere il loro dovere, cosí come era indicato dalla masse in movimento, le opposizioni avrebbero dovuto dare una forma politica definita allo stato di cose obbiettivamente esistente, ma esse si rifiutarono. Sarebbe stato necessario lanciare un appello al proletariato, che solo è in grado di sostanziare un regime democratico, sarebbe stato necessario approfondire il movimento spontaneo di scioperi che andava delineandosi. Le opposizioni ebbero paura di essere travolte da una possibile insurrezione operaia: non vollero perciò uscire dal terreno puramente parlamentare nelle questioni politiche e dal terreno del processo per l’assassinio dell’on. Matteotti nella campagna per tenere desta l’agitazione nel paese. I comunisti, che non potevano accettare una diffidenza di principio contro l’azione proletaria, che non potevano accettare la forma di blocco di partiti data al Comitato delle opposizioni, furono messi alla porta.
La nostra partecipazione in un primo tempo al Comitato e la nostra uscita in un secondo tempo hanno avuto come conseguenza:
1) Ci hanno permesso di superare la fase piú acuta della crisi senza perdere il contatto con le grandi masse lavoratrici; rimanendo isolato il nostro Partito sarebbe stato travolto dall’ondata democratica;
2) abbiamo spezzato il monopolio dell’opinione pubblica che le opposizioni minacciavano di instaurare: una parte sempre maggiore della classe lavoratrice va convincendosi che il blocco delle opposizioni rappresenta un semi-fascismo che vuole riformare, addolcendola, la dittatura fascista, senza far perdere al sistema capitalistico nessuno dei benefizi che il terrore e l’illegalismo gli hanno assicurato negli ultimi anni, con l’abbassamento del livello di vita del popolo italiano.
La situazione obbiettiva, dopo due mesi, non è mutata. Esistono ancora di fatto due governi nel paese, che lottano l’un contro l’altro per contendersi le forze reali della organizzazione statale borghese. L’esito della lotta dipenderà dai riflessi che la crisi generale eserciterà nel seno del Partito nazional fascista, dall’atteggiamento definitivo dei partiti che costituiscono il blocco delle opposizioni, dall’azione del proletariato rivoluzionario guidato dal nostro Partito.

In che cosa consiste la crisi del fascismo? Per comprenderla si dice che occorra prima definire l’essenza del fascismo, ma la verità è che non esiste una essenza del fascismo nel fascismo stesso. L’essenza del fascismo era data negli anni ’22 e ’23 da un determinato sistema dei rapporti di forza esistenti nella società italiana: oggi questo sistema è profondamente mutato e l’«essenza» è svaporata alquanto. Il fatto caratteristico del fascismo consiste nell’essere riuscito a costituire una organizzazione di massa della piccola borghesia. È la prima volta nella storia che ciò si verifica. L’originalità del fascismo consiste nell’aver trovato la forma adeguata di organizzazione per una classe sociale che è sempre stata incapace di avere una compagine e una ideologia unitaria: questa forma di organizzazione è l’esercito in campo. La Milizia è quindi tutto il perno del Partito nazional fascista: non si può sciogliere la Milizia senza sciogliere anche tutto il Partito. Non esiste un Partito fascista che faccia diventare qualità la quantità, che sia un apparato di selezione politica d’una classe o di un ceto: esiste solo un aggregato meccanico indifferenziato e indifferenziabile dal punto di vista delle capacità intellettuali e politiche, che vive solo perché ha acquistato nella guerra civile un fortissimo spirito di corpo, rozzamente identificato con l’ideologia nazionale. Fuori del terreno della organizzazione militare, il fascismo non ha dato e non può dare niente, e anche su questo terreno ciò che esso può dare è molto relativo.
Cosí congegnato dalle circostanze, il fascismo non è in grado di conseguire nessuna delle sue premesse ideologiche. Il fascismo dice oggi di voler conquistare lo Stato; nello stesso tempo dice di voler diventare un fenomeno prevalentemente rurale. Come le due affermazioni possano stare insieme, è difficile comprendere. Per conquistare lo Stato occorre essere in grado di sostituire la classe dominante nelle funzioni che hanno una importanza essenziale per il governo della società. In Italia, come in tutti i paesi capitalistici, conquistare lo Stato significa anzitutto conquistare la fabbrica, significa avere la capacità di superare i capitalisti nel governo delle forze produttive del paese. Ciò può essere fatto dalla classe operaia, non può essere fatto dalla piccola borghesia che non ha nessuna funzione essenziale nel campo produttivo, che nella fabbrica, come categoria industriale, esercita una funzione prevalentemente poliziesca non produttiva. La piccola borghesia può conquistare lo Stato solo alleandosi con la classe operaia, solo accettando il programma della classe operaia: sistema soviettista invece che Parlamento nell’organizzazione statale, comunismo e non capitalismo nella organizzazione dell’economia nazionale e internazionale.
La formula «conquista dello Stato» è vuota di senso in bocca ai fascisti o ha un solo significato: escogitazione di un meccanismo elettorale che dia la maggioranza parlamentare ai fascisti sempre e ad ogni costo. La verità è che tutta l’ideologia fascista è un trastullo per i Balilla. Essa è una improvvisazione dilettantesca, che nel passato, con la situazione favorevole, poteva illudere i gregari, ma oggi è destinata a cadere nel ridicolo presso i fascisti stessi. Residuo attivo del fascismo è solo lo spirito militare di corpo, cementato dal pericolo di uno scatenamento di vendetta popolare: la crisi politica della piccola borghesia, il passaggio della stragrande maggioranza di questa classe sotto la bandiera delle opposizioni, il fallimento delle misure generali annunziate dai capi fascisti possono ridurre notevolmente l’efficienza militare del fascismo, non possono annullarla.

Il sistema delle forze democratiche antifasciste trae la sua forza maggiore dall’esistenza del Comitato parlamentare delle opposizioni, che è riuscito a imporre una certa disciplina a tutta una gamma di partiti che va dal massimalista a quello popolare. Che massimalisti e popolari ubbidiscano a una stessa disciplina e lavorino su uno stesso piano programmatico, ecco il tratto piú caratteristico della situazione. Questo fatto rende lento e faticoso il processo di sviluppo degli avvenimenti, e determina la tattica del complesso delle opposizioni, tattica di aspettativa, di lente manovre avvolgenti, di paziente sgretolamento di tutte le posizioni del governo fascista. I massimalisti, con la loro appartenenza al Comitato e con l’accettazione della disciplina comune, garantiscono la passività del proletariato, assicurano la borghesia ancora esitante tra fascismo e democrazia che una azione autonoma della classe operaia non sarà possibile se non molto piú tardi, quando il nuovo governo sia già costituito e rafforzato, quando un nuovo governo sia già in grado di schiacciare un’insurrezione delle masse disilluse e del fascismo e dell’antifascismo democratico. La presenza dei popolari garantisce da una soluzione intermedia fascista-popolare come quella dell’ottobre 1922, che diventerebbe molto probabile, perché imposta dal Vaticano, nel caso di un distacco dei massimalisti dal blocco e di una loro alleanza con noi.
Lo sforzo maggiore dei partiti intermedi (riformisti e costituzionali) aiutati dai popolari di sinistra, è stato rivolto finora a questo scopo: mantenere nella stessa compagine i due estremi. Lo spirito servile dei massimalisti si è adattato alla parte dello sciocco nella commedia: i massimalisti hanno accettato di valere nelle opposizioni quanto il Partito dei contadini o i gruppi di Rivoluzione Liberale.
Le forze piú grandi sono portate alle opposizioni dai popolari e dai riformisti che hanno largo seguito nelle città e nelle campagne. L’influenza di questi due partiti viene integrata dai costituzionali amendoliani, che portano al blocco l’adesione di larghi strati dell’esercito, del combattentismo, della corte. La divisione del lavoro di agitazione avviene tra i vari partiti a seconda della loro tradizione e del loro compito sociale. I costituzionali, poiché la tattica del blocco tende a isolare il fascismo, hanno la direzione politica del movimento. I popolari conducono la campagna morale sulla base del processo e delle sue concatenazioni col regime fascista, con la corruzione e la criminalità fiorite intorno al regime. I riformisti riassumono questi due atteggiamenti e si fanno piccini piccini per far dimenticare il loro passato demagogico, per far credere di essersi redenti e di essere tutt’una cosa con l’on. Amendola e col senatore Albertini.
L’atteggiamento compatto e unitario delle opposizioni ha registrato dei successi notevoli: è un successo indubbiamente aver provocato la crisi del «fiancheggiamento», aver cioè obbligato i liberali a differenziarsi attivamente dal fascismo e a porgli delle condizioni. Ciò ha avuto già e piú avrà in seguito ripercussioni nel seno del fascismo stesso, e ha creato un dualismo tra il Partito fascista e l’organizzazione centrale del combattentismo. Ma esso ha spostato ancora a destra il punto di equilibrio del blocco delle opposizioni, cioè ha accentuato il carattere conservatore dell’antifascismo: i massimalisti non se ne sono accorti, i massimalisti sono disposti a fare le truppe di colore non solo di Amendola e di Albertini, ma anche di Salandra e di Cadorna.
Come si risolverà questo dualismo di poteri? Ci sarà un compromesso tra il fascismo e le opposizioni? E se il compromesso non sarà possibile, avremo una lotta armata?
Il compromesso non è da escludere assolutamente; esso è però molto improbabile. La crisi che attraversa il paese non è un fenomeno superficiale, sanabile con piccole misure e piccoli espedienti: essa è la crisi storica della società capitalista italiana, il cui sistema economico si dimostra insufficiente ai bisogni della popolazione. Tutti i rapporti sono esasperati: grandissime masse di popolazione attendono ben altro che un piccolo compromesso. Se questo si verificasse, esso significherebbe il suicidio dei maggiori partiti democratici; all’ordine del giorno della vita nazionale si porrebbe immediatamente l’insurrezione armata coi fini piú radicali. Il fascismo per la natura della sua organizzazione non sopporta collaboratori con parità di diritto, vuole solo dei servi alla catena: non può esistere un’assemblea rappresentativa in regime fascista, ogni assemblea diventa subito un bivacco di manipoli o l’anticamera di un postribolo per ufficiali subalterni avvinazzati. La cronaca quotidiana registra perciò solo un susseguirsi di episodi politici che denotano il disgregamento del sistema fascista, il distacco lento ma inesorabile dal sistema fascista di tutte le forze periferiche.
Avverrà dunque un urto armato? Una lotta in grande stile sarà evitata sia dalle opposizioni che dal fascismo. Avverrà il fenomeno inverso che nell’ottobre 1922: allora la marcia su Roma fu la parata coreografica d’un processo molecolare per cui le forze reali dello Stato borghese (esercito, magistratura, polizia, giornali, Vaticano, massoneria, corte, ecc.) erano passate dalla parte del fascismo. Se il fascismo volesse resistere, esso sarebbe distrutto in una lunga guerra civile alla quale non potrebbero non prendere parte il proletariato e i contadini. Opposizioni e fascismo non desiderano ed eviteranno sistematicamente che una lotta a fondo s’impegni. Il fascismo tenderà invece a conservare una base di organizzazione armata da far rientrare in campo appena si profili una nuova ondata rivoluzionaria, ciò che è ben lungi dal dispiacere agli Amendola e agli Albertini e anche ai Turati e ai Treves.
Il dramma si svolgerà a data fissa, con ogni probabilità esso è predisposto per il giorno in cui si dovrebbe riaprire la Camera dei deputati. Alla coreografia militaresca dell’ottobre ’22, sarà sostituita una piú sonora coreografia democratica. Se le opposizioni non rientrano nel Parlamento e i fascisti, come vanno dicendo, convocano la maggioranza come Costituente fascista, avremo una riunione delle opposizioni e una parvenza di lotta tra le due assemblee.
È possibile però che la soluzione si abbia nella stessa aula parlamentare, dove le opposizioni rientreranno nel caso molto probabile di una scissione della maggioranza, per cui il governo di Mussolini sia messo nettamente in minoranza. Avremo in questo caso la formazione di un governo provvisorio di generali, senatori ed ex presidenti del Consiglio, lo scioglimento della Camera e lo stato d’assedio.
Il terreno su cui la crisi si svolgerà continuerà ad essere il processo per l’assassinio Matteotti. Avremo ancora delle fasi acutamente drammatiche in proposito, quando saranno resi pubblici i tre documenti di Finzi, di Filippelli, di Rossi e le piú alte personalità del regime saranno travolte dalla passione popolare. Tutte le forze reali dello Stato, e specialmente le forze armate, intorno alle quali già si comincia a discutere, dovranno schierarsi definitivamente da una parte o dall’altra, imponendo la soluzione già delineata e concertata.
Quale deve essere l’atteggiamento politico e la tattica del nostro Partito nella situazione attuale? La situazione è «democratica» perché le grandi masse lavoratrici sono disorganizzate, disperse, polverizzate nel popolo indistinto. Qualunque possa essere perciò lo svolgimento immediato della crisi, noi possiamo prevedere solo un miglioramento nella posizione politica della classe operaia, non una sua lotta vittoriosa per il potere. Il compito essenziale del nostro Partito consiste nella conquista della maggioranza della classe lavoratrice, la fase che attraversiamo non è quella della lotta diretta per il potere, ma una fase preparatoria, di transizione alla lotta per il potere, una fase insomma di agitazione, di propaganda, di organizzazione. Ciò naturalmente non esclude che lotte cruente possano verificarsi, e che il nostro Partito non debba subito prepararsi e essere pronto ad affrontarle, tutt’altro: ma anche queste lotte devono essere viste nel quadro della fase di transizione, come elementi di propaganda e di agitazione per la conquista della maggioranza. Se esistono nel nostro Partito gruppi e tendenze che vogliano per fanatismo forzare la situazione, occorrerà lottare contro di essi in nome dell’intiero Partito, degli interessi vitali e permanenti della rivoluzione proletaria italiana. La crisi Matteotti ci ha offerto molti insegnamenti a questo proposito. Ci ha insegnato che le masse, dopo tre anni di terrore e di oppressione, sono diventate molto prudenti e non vogliono fare il passo piú lungo della gamba. Questa prudenza si chiama riformismo, si chiama massimalismo, si chiama «blocco delle opposizioni». Essa è destinata a scomparire, certamente e anche in un periodo di tempo non lungo: ma intanto esiste e può essere superata solo se noi volta per volta, in ogni occasione, in ogni momento, pur andando avanti, non perderemo il contatto con l’insieme della classe lavoratrice. Cosí dobbiamo lottare contro ogni tendenza di destra, che volesse un compromesso con le opposizioni, che tentasse di intralciare gli sviluppi rivoluzionari della nostra tattica e il lavoro di preparazione per la fase successiva.
Il primo compito del nostro Partito consiste nell’attrezzarsi in modo da diventare idoneo alla sua missione storica. In ogni fabbrica, in ogni villaggio deve esistere una cellula comunista, che rappresenti il Partito e l’Internazionale, che sappia lavorare politicamente, che abbia dell’iniziativa. Bisogna perciò lottare contro una certa passività che esiste ancora nelle nostre file, contro la tendenza a tenere angusti i ranghi del Partito. Dobbiamo invece diventare un grande partito, dobbiamo cercare di attirare nelle nostre organizzazioni il piú gran numero possibile di operai e contadini rivoluzionari, per educarli alla lotta, per formare degli organizzatori e dei dirigenti di massa, per elevarli politicamente. Lo Stato operaio e contadino può essere costruito solo se la rivoluzione disporrà di molti elementi qualificati politicamente: la lotta per la rivoluzione può essere condotta vittoriosamente solo se le grandi masse sono in tutte le loro formazioni locali, inquadrate e guidate da compagni onesti e capaci. Altrimenti si torna davvero, come gridano i reazionari, agli anni 1919-20, agli anni cioè dell’impotenza proletaria, agli anni della demagogia massimalista, agli anni della sconfitta delle classi lavoratrici. Neanche noi comunisti vogliamo tornare agli anni 1919-20.

Un grande lavoro deve essere compiuto dal Partito nel campo sindacale. Senza grandi organizzazioni sindacali non si esce dalla democrazia parlamentare. I riformisti possono volere dei piccoli sindacati, possono tentare di formare solo delle corporazioni di operai qualificati. Noi comunisti vogliamo il contrario dei riformisti e dobbiamo lottare per riorganizzare le grandi masse. Certo bisogna porsi il problema concretamente e non solo come forma. Le masse hanno abbandonato il sindacato, perché la Confederazione generale del lavoro, che pure ha una grande efficienza politica (essa è nient’altro che il Partito unitario) non si interessa degli interessi vitali delle masse. Noi non possiamo proporci di creare un nuovo organismo che abbia lo scopo di supplire la latitanza della Confederazione; possiamo però e dobbiamo proporci il problema di sviluppare, attraverso le cellule di fabbrica e di villaggio, una reale attività. Il Partito comunista rappresenta la totalità degli interessi e delle aspirazioni della classe lavoratrice: noi non siamo un puro partito parlamentare. Il nostro Partito svolge quindi una vera e propria azione sindacale, si pone a capo delle masse anche nelle piccole lotte quotidiane per il salario, per la giornata lavorativa, per la disciplina industriale, per gli alloggi, per il pane. Le nostre cellule devono spingere le Commissioni interne a incorporare nel loro funzionamento tutte le attività proletarie. Occorre pertanto suscitare un largo movimento nelle fabbriche che possa svilupparsi fino a dar luogo a una organizzazione di Comitati proletari di città eletti dalle masse direttamente, i quali nella crisi sociale che si profila diventino il presidio degli interessi generali di tutto il popolo lavoratore. Questa azione reale nella fabbrica e nel villaggio rivalorizzerà il sindacato, ridonandogli un contenuto e una efficienza, se parallelamente si verificherà il ritorno all’organizzazione di tutti gli elementi d’avanguardia per la lotta contro i dirigenti attuali riformisti e massimalisti. Chi si tiene lontano dai sindacati è oggi un alleato dei riformisti, non un militante rivoluzionario: egli potrà fare della fraseologia anarcoide, non sposterà di una linea le ferree condizioni in cui la lotta reale si svolge.

La misura in cui il Partito nel suo complesso, e cioè tutta la massa degli inscritti, riuscirà a svolgere il suo compito essenziale di conquista della maggioranza dei lavoratori e di trasformazione molecolare delle basi dello Stato democratico sarà la misura dei nostri progressi nel cammino della rivoluzione, consentirà il passaggio a una fase successiva di sviluppo. Tutto il Partito, in tutti i suoi organismi, ma specialmente con la sua stampa, deve lavorare unitariamente per ottenere il massimo rendimento del lavoro di ognuno. Oggi siamo in linea per la lotta generale contro il regime fascista. Alle stolte campagne dei giornali delle opposizioni rispondiamo dimostrando la nostra reale volontà di abbattere non solo il fascismo di Mussolini e Farinacci, ma anche il semifascismo di Amendola, Sturzo, Turati. Per ottenere ciò occorre riorganizzare le grandi masse e diventare un grande partito, il solo partito nel quale la popolazione lavoratrice veda l’espressione della sua volontà politica, il presidio dei suoi interessi immediati e permanenti nella storia.

Antonio Gramsci – Il destino di Matteotti

Esiste una crisi della società italiana, una crisi che trae la sua origine dai fattori stessi di cui questa società è costituita e dai loro irriducibili contrasti; esiste una crisi che la guerra ha accelerata, approfondita, resa insuperabile. Da una parte vi è uno Stato che non si regge perché gli manca l’adesione delle grandi masse e gli manca una classe dirigente che sia capace di conquistargli questa adesione; dall’altra parte vi è una massa di milioni di lavoratori i quali si sono lentamente venuti risvegliando alla vita politica, i quali chiedono di prendere ad essa una parte attiva, i quali vogliono diventare la base di uno «Stato» nuovo in cui si incarni la loro volontà. Vi è da una parte un sistema economico che non riesce piú a soddisfare i bisogni elementari della maggioranza enorme della popolazione, perché è costruito per soddisfare gli interessi particolari ed esclusivisti di alcune ristrette categorie privilegiate: – vi sono dall’altra parte centinaia di migliaia di lavoratori i quali non possono piú vivere se questo sistema non viene modificato dalle basi.
Da quarant’anni la società italiana sta cercando invano il modo di uscire da questi dilemmi.
Ma il modo di uscirne è uno solo. È che le centinaia di migliaia di lavoratori, che la grande maggioranza della popolazione lavoratrice italiana sia guidata a superare il contrasto spezzando i quadri dell’ordine politico ed economico attuale e sostituendo ad esso un ordine nuovo di cose, nel quale gli interessi e le volontà di chi lavora e produce trovino soddisfazione ed espressione complete. Il risveglio degli operai e dei contadini d’Italia iniziatosi, sotto la guida di animosi pionieri, or sono alcune decine di anni, lasciava sperare che questa strada stesse per essere presa e seguita, senza esitazione e senza incoerenze, fino alla fine.
Anche Giacomo Matteotti fu, se non per l’età, per la scuola politica cui appartenne, di questi pionieri. Egli fu di coloro a cui il proletariato italiano chiedeva di essere guidato a creare in se stesso la propria economia, il proprio Stato, il proprio destino, fu di coloro da cui dipese la soluzione, la sola possibile soluzione, della crisi italiana. Ricordare come la guida sia, praticamente, venuta meno, e il movimento si sia esaurito in se stesso, lasciando aperta la via al trionfo sfacciato dei suoi piú fieri nemici, è superfluo, forse, ricordare oggi, se non per mettere in luce la contraddizione interna, insanabile che viziava dalle fondamenta la concezione politica e storica di questi primi capi della riscossa degli operai e dei contadini d’Italia, che condannava l’azione loro a un insuccesso tragico, pauroso. Il risvegliare alla vita civile, alle rivendicazioni economiche e alla lotta politica le decine e centinaia di migliaia di contadini e di operai è cosa vana, se non si conclude con la indicazione dei mezzi e delle vie per cui le forze risvegliate delle masse lavoratrici potranno giungere a una concreta e completa affermazione di sé. A questa conclusione, i pionieri del movimento di riscossa dei lavoratori italiani non seppero giungere. L’azione loro, mentre faceva crollare i cardini di un sistema economico, non prevedeva la creazione di un diverso sistema, nel quale i limiti del primo fossero per sempre superati e abbattuti. Iniziava una serie di conquiste e non pensava alla difesa di esse. Dava ad una classe coscienza di sé e dei propri destini, e non le dava la organizzazione di combattimento senza la quale questi destini non si potranno mai realizzare. Poneva le premesse di una rivoluzione, di uno Stato nuovo. Scatenava la ribellione e non sapeva guidarla alla vittoria. Partiva da un desiderio generoso di redenzione totale e si esauriva miseramente nel nulla di una azione senza vie di uscita, di una politica senza prospettiva, di una rivolta condannata, passato il primo istante di stupore e di smarrimento degli avversari, a essere soffocata nel sangue e nel terrore della riscossa reazionaria.
Il sacrificio eroico di Giacomo Matteotti è per noi l’ultima espressione, la piú evidente, la piú tragica ed elevata, di questa contraddizione interna di cui tutto il movimento operaio italiano per anni ed anni ha sofferto. Ma se l’impeto di riscossa e gli sforzi tenaci durati nel passato hanno potuto essere vani, se ha potuto crollare paurosamente, in tre anni, l’edificio pezzo a pezzo cosí faticosamente costruito, non deve, non può rimanere vano questo sacrificio supremo, in cui tutto lo insegnamento di un passato di dolori e di errori si riassume.
Ieri, mentre i resti di Giacomo Matteotti scendevano nella tomba e al triste rito volgevano le menti, da tutte le terre d’Italia, tutti i lavoratori delle officine e dei campi, e dal Polesine e dal Ferrarese schiavi muovevano a frotte, per essere in persona presenti ad esso, i contadini e gli operai che della loro redenzione non disperano ancora, – ieri, commemorando Matteotti, un gruppo di operai riformisti chiedeva la tessera del Partito comunista d’Italia. E noi abbiamo sentito che in questo atto vi è qualche cosa che spezza il circolo vizioso degli sforzi vani e dei sacrifici inutili, che supera le contraddizioni per sempre, che indica al proletariato italiano quale insegnamento deve trarsi dalla fine del pioniere caduto sulle proprie orme, senza piú avere una via aperta davanti a sé.
I semi gettati da chi ha lavorato per il risveglio della classe lavoratrice italiana non possono andare perduti.
Una classe che si è una volta risvegliata dalla schiavitú non può rinunciare a combattere per la sua redenzione. La crisi della società italiana che da questo risveglio è stata acuita fino alla esasperazione non si supera col terrore; essa non si concluderà se non con l’avvento al potere dei contadini e degli operai, con la fine del potere delle caste privilegiate, con la costruzione di una nuova economia, con la fondazione di un nuovo Stato. Ma per questo occorre che una organizzazione di combattimento sia creata, alla quale gli elementi migliori della classe lavoratrice aderiscano con entusiasmo e convinzione, attorno alla quale le grandi masse si stringano fiduciose e sicure. È necessaria una organizzazione nella quale prenda carne e figura una volontà chiara di lotta, di applicazione di tutti i mezzi che dalla lotta sono richiesti, senza i quali nessuna vittoria totale mai ci sarà data. Una organizzazione che sia rivoluzionaria non solo nelle parole e nelle aspirazioni generiche, ma nella struttura sua, nel suo modo di lavorare, nei suoi fini immediati e lontani. Una organizzazione in cui il proposito di riscossa e di liberazione delle masse diventi qualcosa di concreto e definito, diventi capacità di lavoro politico ordinato, metodico, sicuro, capacità non solo di conquista immediata e parziale, ma di difesa di ogni conquista realizzata e di passaggio a conquiste sempre piú alte e a quella che tutte le deve garantire, la conquista del potere, la distruzione dello Stato dei borghesi e dei parassiti, la sostituzione ad esso di uno Stato di contadini e di operai.
Queste cose hanno inteso gli operai riformisti che nel ricordare il loro Capo caduto hanno chiesto di entrare nel nostro Partito.
Il sacrificio di Matteotti – essi dicono ai loro compagni – si celebra lavorando alla creazione del solo strumento per cui l’idea da cui Egli era mosso, l’idea della redenzione completa dei lavoratori, possa ricevere attuazione e realtà: il partito di classe degli operai, il partito della rivoluzione proletaria.
Il sacrificio di Matteotti è celebrato nel solo modo degno e profondo dai militanti che nelle file del Partito e della Internazionale comunista si stringono per prepararsi a tutte le lotte del domani. Solo per essi la classe operaia cesserà di essere «pellegrina del nulla», cesserà di passare di delusione in delusione, di sconfitta in sconfitta, di sacrificio in sacrificio, per voler risolvere il contraddittorio problema di creare un mondo nuovo senza mandare in pezzi questo vecchio mondo che ci opprime, solo per essi la classe operaia diventerà libera e padrona dei propri destini.

Antonio Gramsci – Sì, l’ora della coerenza

Torna di nuovo l’accusa di settarismo nelle gazzette della socialdemocrazia, rivolta all’atteggiamento dei comunisti nei riguardi dell’assassinio di Giacomo Matteotti.
Questa accusa di settarismo non è però nuova ai comunisti. La socialdemocrazia di tutti i paesi, per sottrarsi ai suoi impegni contratti con le masse lavoratrici, non ha trovato mai migliore espediente, nella sua lotta contro il proletariato rivoluzionario, che quello di mostrare come fatui «acchiappa nuvole» i socialisti marxisti rivoluzionari, cioè i comunisti, che credono al Marx della I Internazionale dei lavoratori e non a quello che in nome della socialdemocratica repubblica tedesca tratta gli affari degli eredi di Stinnes. Ma quali acchiappanuvole fossero i comunisti e continuino oggi ad esserlo lo hanno dimostrato e lo dimostrano i comunisti russi, che da sette anni dirigono il primo Stato proletario, il piú vasto del mondo per territorio e popolazione.
Che cosa hanno dimostrato di saper fare invece i «pratici» della socialdemocrazia arrivati al potere? In sette mesi di governo il presidente della II Internazionale, il signor MacDonald, non ha gestito piú o meno bene che gli affari dell’odiatissimo capitalismo borghese. E questo lo dice quel terribile… comunista che è l’ex premier inglese, Lloyd George. In Germania, il socialdemocratico Ebert non ha saputo in diversi anni di potere che gettare la rena su tutti i trattati e i provvedimenti che stabiliscono l’affamamento degli operai tedeschi, condannati oggi a dieci ore di lavoro ed a salari insufficienti rispetto all’alto costo della vita.
È tutto quanto hanno fatto i socialdemocratici su scala internazionale per meritare il titolo di strateghi della lotta operaia contro il capitalismo. E non ricordiamo neppure oggi che ricorre il decimo anniversario della guerra le responsabilità della socialdemocrazia nel prolungamento dell’ultima guerra, nella preparazione dell’altra che si avvicina, ad onta, anzi a motivo dello stesso proclamato socialpacifismo internazionale.
Settari? Acchiappanuvole? L’organo della socialdemocrazia italiana non ci sgomenta per questo. Noi sappiamo quello che vogliamo ed è appunto questa nostra chiarezza che sconcerta e turba le nebulose costruzioni politiche del socialriformismo. Il quale, sapendo però di non essere creduto dagli operai, ricorre alla calunnia e all’insinuazione. Esso ci dice: «Cosa vogliono mai i comunisti dalle opposizioni se ne sono fuori, se tutto attendono dalla classe operaia, dall’assalto finale, eccetera? Perché screditare le opposizioni con proposte e domande, che le opposizioni conoscono, ma che non potranno ricevere una soluzione se non quando le opposizioni avranno vinto?». E da questo si conclude che i comunisti, per coerenza, dovrebbero fare il piacere di non chiedere nulla alle opposizioni. Conosciamo per esperienza il valore di queste argomentazioni.
Anzitutto un chiarimento sul significato della proposizione che i comunisti attendono tutto dalla classe operaia. Certo è cosí. Solo la classe operaia possiede la forza e la capacità di guidare la lotta contro il fascismo. Questo non esclude che la classe operaia debba utilizzare tutte le incrinature che si manifestano nel muro avversario e che nella lotta contro la dittatura armata del capitalismo possa e debba trovare degli alleati. Gli operai russi, nel fare la rivoluzione e nel difenderla dagli assalti capitalistici, si sono alleati ai contadini e di questa alleanza hanno fatto la base del potere soviettista.
La politica estera della classe operaia russa, organizzata in classe dominante, verso gli Stati capitalistici nemici è tutta rivolta a sfruttarne gli antagonismi e le diverse contraddizioni interne a favore della rivoluzione mondiale.
Il nostro «classismo… di marca fascista», come pretende la Giustizia, si basa sull’esperienza di un grande Stato proletario diretto per la prima volta nella storia dalla classe operaia, com’è l’esempio della Russia soviettista, dove tutti sanno gl’immensi privilegi di cui gode il capitalismo. Ammettere dunque che la classe operaia deve utilizzare tutte le incrinature che si appalesano nella muraglia avversaria e non rifiutare alcun alleato per rovesciarla vuol dire anzitutto riconoscere due fatti: che bisogna rovesciare questa muraglia e che per rovesciarla è necessario la direzione della lotta l’abbia la classe operaia.
Ora, cosa fanno i nostri accusatori? Accettano la prima parte, ma ne dimenticano la seconda. Si ammette cioè la necessità del metodo, ma questo è impiegato non a dare alla classe operaia la sua libertà, ma a mettere le forze della classe operaia al servizio del suo stesso avversario. Brevemente: si deve lottare contro il fascismo. L’unità di fronte contro il fascismo deve crearsi nelle classi sfruttate e deve raggiungersi sotto la direzione della classe operaia. Solo le classi sfruttate hanno interesse a lottare realmente contro il fascismo, perché sono quelle che ne sopportano il peso. Si vuol forse discreditare con questo l’opera delle opposizioni? Facciamo opera utile al fascismo discreditando le opposizioni? Neppure di queste accuse, che sono quanto mai insulse noi possiamo gran che preoccuparci. Se qualcuno ha lavorato e lavora per il fascismo non è certo da cercarsi fra i comunisti. Un po’ di onestà, ammesso che di onestà si possa parlare con i nostri avversari e con gli avversari della classe operaia, sarebbe bastata a consigliare maggiore prudenza nell’impiego di certe frasi.
Chi ha dato i suoi ministri al governo di Mussolini? I popolari questo lo sanno e lo sanno pure gli amici di Amendola e di Di Cesarò. Chi ha illuso le masse, facendo credere alla possibilità che Mussolini «normalizzasse» il fascismo? Cosí presto si sono dimenticati gli scrittori di Giustizia, che rimproverano ai comunisti di non essere coerenti, i discorsi di D’Aragona alla Camera e le velleità ministeriali dei vari Baldesi, in fregola di feluche nel ministero di Mussolini?
I comunisti sono i soli che possono parlare sulla salma di Matteotti senz’aver bisogno di arrossire. Essi non hanno mai stretto alcun «patto di pacificazione» con i fascisti, come socialriformisti e massimalisti devono ricordare. Diciamo questa giacché si ama farci apparire dagli scrittori di Giustizia ancora una volta come coloro che si possono confondere con i colleghi di Dumini e compagni. Noi non abbiamo bisogno di rievocare Spartaco Lavagnini, Berruti, Pietro Ferrero e altre diecine di nostri assassinati, non abbiamo bisogno di ricordare gli anni di carcere distribuiti ai comunisti militanti, né di ricordare il regime eccezionale cui tutti i comunisti sono sottoposti dal fascismo per giustificare la nostra indignazione di fronte alla stupida insinuazione avanzata dai cattivi pastori del socialriformismo che noi si favorisca, coscienti o no, il fascismo. La storia di questi anni parla chiaro. Noi non abbiamo bisogno di rettificare nulla per essere coerenti coi bisogni di lotta della classe operaia. Combattiamo le opposizioni?
Non sappiamo se cosí devesi definire il fatto che noi chiediamo da esse che se vogliono lottare veramente contro il fascismo devono mostrare di non avere in diffidenza anzitutto la classe operaia, da cui indirettamente deriva la loro forza e prestigio. Noi chiediamo che la classe operaia abbia nel campo la direzione della lotta, perché essa sola ha la capacità della vittoria. E ciò si può ottenere unicamente mediante la lotta di tutti i giorni. La vittoria finale è il risultato dei nostri sforzi per conseguirla.
Non ha senso dire: «Noi vi daremo questo quando avremo vinto». Bisogna anzitutto lottare per quello che si vuole. La nostra richiesta di libertà ai prigionieri politici, di libertà alle organizzazioni operaie, di aiuto ai contadini poveri non sono che la piattaforma dell’azione che si deve condurre contro il fascismo. Sono semplici obbiettivi per l’azione, per ridare alle classi lavoratrici forza e fiducia nella propria capacità di lotta. Se questo vuol dire discreditare le opposizioni, noi abbiamo ragione di pensare che esse amano il silenzio per non essere obbligate alla lotta contro il fascismo.

Antonio Gramsci – La crisi della piccola borghesia

La crisi politica determinata dall’assassinio dell’on. Matteotti è tuttora in pieno sviluppo e non si può ancora dire quali saranno i suoi sbocchi conclusivi.
Essa presenta aspetti diversi e molteplici. Rileviamo innanzi tutto la lotta che si è riaccesa intorno al governo fra forze avverse del mondo plutocratico e finanziario per la conquista da parte degli uni e la conservazione da parte degli altri di un’influenza predominante nel governo dello Stato. Alla oligarchia finanziaria facente capo alla Banca commerciale si contrappongono quelle forze che un tempo si raccoglievano intorno alla fallita Banca di sconto ed oggi tendono a ricostituire un proprio organismo finanziario che dovrebbe scalzare la predominante influenza della prima. La loro parola d’ordine è «costituzione di un governo di ricostruzione nazionale», con la eliminazione della zavorra (si intendono i patrocinatori dell’attuale politica finanziaria). Si tratta in sostanza di un gruppo di pescicani non meno nefasti degli altri, che sotto la maschera dell’indignazione per l’assassinio di Matteotti ed in nome della «giustizia», muovono all’arrembaggio delle casse dello Stato. Il momento è buono e naturalmente cercano di non lasciarlo sfuggire.
Dal punto di vista della classe operaia il fatto piú importante è però un altro, e precisamente la ripercussione fortissima che gli avvenimenti di questi giorni hanno avuto nei ceti medi e piccolo-borghesi: la crisi della piccola borghesia precipita.
Se si tien conto delle origini e della natura sociale del fascismo si comprenderà l’importanza enorme di questo elemento che viene a sgretolare le basi della dominazione fascista. Questo improvviso e radicale spostamento dell’opinione pubblica, polarizzatasi intorno ai partiti della cosiddetta «opposizione costituzionale», pone questi partiti in prima fila nella lotta politica: essi devono rendersi conto, come alcuni strati della stessa classe operaia, delle necessità e delle condizioni che tale lotta impone.
Nel campo operaio non è mancata la immediata ripercussione di questo spostamento di forze: il proletariato ha oggi la sensazione di non essere piú isolato nella lotta contro il fascismo e ciò, oltre all’immutato spirito antifascista che lo anima, determina nell’animo suo la convinzione che la dittatura fascista potrà essere abbattuta, ed entro un periodo di tempo assai piú breve di quanto non si sia pensato per il passato. Il fatto che la rivolta morale della popolazione tutta contro il fascismo nella classe operaia si è manifestata con, sia pure parziali scioperi, come forma energica della lotta; l’aver sentito il bisogno e l’aver ritenuto possibile sotto certe condizioni lo sciopero generale nazionale contro il fascismo, dimostra che la situazione va mutando con una rapidità del tutto imprevista. Chi ha dei dubbi in proposito vada fra gli operai e sentirà come sono accolti i malinconici comunicati della Confederazione generale del lavoro imploranti la calma, nei quali si definiscono «elementi irresponsabili» ed «agenti provocatori» quanti fanno propaganda per l’azione: questo linguaggio eravamo abituati un tempo a leggerlo nei comunicati polizieschi…
Dall’atteggiamento e dalla condotta dei vari partiti schierati oggi sul fronte della lotta antifascista si può subito fare una prima constatazione: l’impotenza dell’opposizione costituzionale.
Questi partiti, nel passato, con l’opposizione al fascismo tendevano evidentemente ad attirare a sé la piccola borghesia ed in parte quegli strati della borghesia che, vivendo ai margini della plutocrazia dominante, risentono in parte le conseguenze del suo predominio assoluto e schiacciante nella vita economica e finanziaria del paese. Essi tendono verso sistemi meno dittatoriali di governo. Questi partiti oggi possono dire di aver raggiunto lo scopo, che costituisce per loro la premessa per condurre a fondo la lotta contro il fascismo. La loro azione, però, che nella situazione attuale dovrebbe avere un valore decisivo, si mostra incerta, equivoca ed insufficiente. Essa riflette in sostanza l’impotenza della piccola borghesia ad affrontare da sola la lotta contro il fascismo, impotenza determinata da un complesso di ragioni, dalle quali deriva altresí l’atteggiamento caratteristico di questi ceti eternamente oscillanti fra il capitalismo ed il proletariato.
Essi coltivano l’illusione di risolvere la lotta contro il fascismo sul terreno parlamentare, dimenticando che la natura fondamentale del governo fascista è quella di una dittatura armata, nonostante tutti i ciondoli costituzionali che cerca di appiccicare alla Milizia nazionale. Questa d’altronde non ha eliminato l’azione dello squadrismo e dell’illegalismo: il fascismo nella sua vera essenza è costituito dalle forze armate operanti direttamente per conto della plutocrazia capitalistica e degli agrari. Abbattere il fascismo significa in definitiva, schiacciare definitivamente queste forze e ciò non si può ottenere che sul terreno dell’azione diretta. Qualsiasi soluzione parlamentare sarà impotente. Qualunque sia il carattere del governo che da tale soluzione potesse derivare, si tratti del rimpasto del governo di Mussolini o dell’avvento di un governo cosiddetto democratico (ciò che d’altronde è assai difficile) nessuna garanzia potrà avere la classe operaia che i suoi interessi ed i suoi diritti piú elementari saranno tutelati, anche nei limiti consentiti da uno Stato borghese e capitalista, fino a quando quelle forze non saranno eliminate.
Per ottenere ciò, occorre lottare contro di esse sul terreno su cui è possibile vincere sul serio e cioè sul terreno dell’azione diretta. Sarebbe un’ingenuità affidare questo compito allo Stato borghese, sia pure liberale e democratico, il quale non esiterebbe a ricorrere al loro aiuto nel caso non si sentisse abbastanza forte per difendere il privilegio della borghesia e mantener soggetto il proletariato.
Da tutto ciò deriva la conclusione che una reale opposizione al fascismo può essere condotta solo dalla classe operaia. I fatti dimostrano quanto fosse rispondente a realtà la posizione da noi assunta in occasione delle elezioni generali, opponendo all’opposizione costituzionale l’«opposizione operaia» come la sola base reale ed efficace per abbattere il fascismo. Il fatto che forze non operaie confluiscano sul fronte della lotta antifascista, non cambia la nostra affermazione secondo la quale la classe operaia è la sola classe che possa e debba essere la guida direttiva in questa lotta.
La classe operaia deve trovare però la sua unità nella quale essa ritroverà tutta la forza necessaria per affrontare la lotta. Da ciò la proposta del Partito comunista a tutti gli organismi proletari per uno sciopero generale, contro il fascismo; da ciò il nostro atteggiamento, di fronte agli impotenti piagnistei socialdemocratici.

Antonio Gramsci – Problemi di oggi e di domani

Da un vecchio abbonato e amico dell’Ordine Nuovo abbiamo ricevuto questa lettera:

Mi pare che il nostro disaccordo sia specialmente di ordine cronologico: accetto una gran parte di ciò che lei mi scrive, ma come soluzioni di problemi che si presenteranno dopo la caduta del fascismo; è utilissimo studiarli e prepararsi ad affrontarli; ma i problemi di oggi sono assai diversi. Parliamo di questo. Confermo la mia opinione che la classe operaia è completamente assente alla vita politica; e non posso che concludere che il Partito comunista, oggi, non può far niente o quasi niente di positivo. La situazione somiglia, in modo impressionante, – a quella del 1916-17 ed anche il mio stato d’animo, che lei mi dice comune agli altri amici che le scrivono. Le mie opinioni politiche sono immutate, peggio, mi ci sono irrigidito; proprio, come mi ero irrigidito, fino al 1917, nel socialismo pacifista del 1914-15, da cui mi tolse la scoperta, fatta dopo Caporetto e la Rivoluzione russa, di novembre, che i fucili erano precisamente in mano degli operai-soldati. Disgraziatamente l’analogia non arriva fino a questo punto; ma come allora, pur rendendoci conto, ragionando, che la guerra doveva pur finire un giorno, tutti si «sentiva» che non sarebbe mai finita e non si vedeva come avrebbe potuto venire la pace – cosí è oggi per il fascismo. Mi ci vuole poco sforzo per accogliere la sua opinione che questo stato di cose non può durare e che gravi avvenimenti sono imminenti; è perfettamente logico, ma non lo si «sente», né si «vede». Non ci sarà la possibilità di un’azione politica operaia fino a che i problemi concreti che si presentano ad ogni operaio dovranno essere risolti individualmente e privatamente, come è oggi: c’è da salvare il posto, la paga, la casa e la famiglia: il sindacato e il Partito non possono dare alcun aiuto, anzi tutt’altro; si ottiene un po’ di pace solo facendosi piú piccoli possibile, polverizzandosi; e aumenta un po’ la paga, lavorando molto e cercando dei lavori straordinari, facendo concorrenza agli altri operai, ecc.: la vera negazione del Partito e del sindacato. La crisi economica si è ormai attenuata tanto che se ci fosse un minimo di libertà sindacale e di ordine pubblico, sarebbe possibile la ripresa delle organizzazioni, degli scioperi, ecc. (come per es. in Inghilterra). La questione urgente, pregiudiziale a qualsiasi altra, è quella della «libertà» edell’«ordine»: dopo verranno le altre, ma per ora non possono neppure interessare gli operai. Ora, un alleggerimento della pressione fascista non credo possa essere ottenuto dal Partito comunista: è il momento delle opposizioni democratiche e mi par necessario lasciarle fare e magari aiutarle. È necessario prima di tutto, una «rivoluzione borghese», che permetterà poi lo svolgersi di una politica operaia. In sostanza mi sembra che, come durante la guerra, non ci sia altro da fare se non aspettare che passi. Vorrei sapere la sua opinione a questo proposito. Non mi sembra che la mia sia inconciliabile coll’essere comunista, sia pure indisciplinatamente: la funzione che attribuisco alle «sinistre» si svolgerà, credo, molto rapidamente, e non converrebbe certo al PC di compromettersi con esse, anche perché non porterebbe alcun contributo ad una campagna di tal genere. Ma mi pare che sia anche un errore il mettersi apertamente contro di esse e insistere troppo (come fa per es. l’Unità) nella derisione della «libertà» borghese: bella o brutta, è la cosa di cui piú fortemente sentono oggi il bisogno gli operai ed è il presupposto di ogni conquista ulteriore. Proprio come durante la guerra il neutralismo non era certo una politica socialista: ma è certo stata la migliore politica, fra quelle possibili, per il Partito socialista, perché era la piú sentita dalle masse. Il PC non può, per la contraddizione, far la campagna per la libertà e contro la dittatura in genere: ma commette un grave errore quando dà l’impressione di sabotare un’alleanza delle opposizioni, come ha fatto con la precipitosa dichiarazione di partecipazione alla lotta elettorale, quando gli altri partiti fingevano di minacciare l’astensione. La sua funzione è, per ora, quella della mosca cocchiera, perché, dopo, sarà necessario per un partito di massa essersi distinto nella lotta contro il fascismo: ancora, come durante la guerra. E intanto sarà bene che, approfittando di quella esperienza, si prepari un programma concreto per dopo: allora certo sarà in primo piano la quistione meridionale e quella dell’unità. Ma non oggi: la battaglia dei fascisti per avere nella lista Orlando e C. non credo abbia il significato da lei attribuitole: può essere spiegata piú semplicemente come un ovvio espediente elettorale, necessario per evitar un fiasco: questa spiegazione è anche piú degna del prefetto di Napoli e di Mussolini. Lei dice esattamente che il fascismo sta disgregando l’unità dello Stato e la quistione è attuale e urgente; ma non credo sia del genere che lei dice, mi sembra piú che una questione sociale, un problema di polizia. Il fatto sta che il fascismo paga i suoi aderenti, piú che con denaro, con briciole di autorità dello Stato, col permesso di far prepotenze, per passatempo e per interesse privato: il rimedio si troverà in una polizia efficiente e indipendente dai ras, non importa poi se centralizzata o locale. Insomma si torna alla questione dell’ordine pubblico, non a quella territoriale.
Ho visto con commozione vera il primo numero dell’Ordine Nuovo. Io spero che, come già nel ’19, saprà trovare la parola d’ordine che oggi manca e che occorre. Spero anche saprà fare il processo al passato: ma non per determinare le colpe e i meriti degli individui e dei partiti, non per ripetere «io l’avevo detto»; soprattutto non il processo agli avversari, ma a se stessi e ai propri compagni, che è piú utile, ed è il solo che renda utile l’esperienza; ci vuol certo molto coraggio per farsi una auto-autopsia, ma il vecchio Ordine Nuovo forse l’avrà. – S.

Elementi liquidatori
Sono contenuti in questa lettera tutti gli elementi necessari e sufficienti per liquidare una organizzazione rivoluzionaria come è e deve essere il nostro Partito. Eppure tale non è l’intenzione dell’amico S., il quale, quantunque non iscritto, quantunque viva ai margini del nostro movimento e della nostra propaganda, ha fede nel nostro Partito e lo ritiene il solo capace di risolvere permanentemente i problemi posti e la situazione creata dal fascismo. È puramente personale la posizione che nella lettera viene assunta? Non crediamo. Essa non può non essere la posizione di una larga cerchia di intellettuali che negli anni 1919-20 simpatizzavano con la rivoluzione proletaria e che in seguito non hanno voluto prostituirsi al fascismo trionfante, essa è anche, incoscientemente, la posizione di una parte dello stesso proletariato, anche di compagni del Partito, che non hanno saputo resistere allo stillicidio quotidiano degli avvenimenti reazionari, nello stato di isolamento e di dispersione loro creato dal terrore fascista: ciò appare da tutta una serie di fatti ed è confessato apertamente dalla corrispondenza privata. L’amico S. non si pone dal punto di vista di un partito organizzato: gli sfuggono perciò le sue conseguenze e le molte contraddizioni in cui cade e giunge quindi fino all’assurdo, mettendo cosí in chiaro egli stesso la debolezza e la falsità dei suoi ragionamenti.
S. crede che l’avvenire sarà del nostro Partito. Ma come potrebbe continuare ad esistere, come potrebbe svilupparsi il Partito comunista – come cioè potrebbe trovarsi in grado, dopo la caduta del fascismo, di dominare e guidare gli avvenimenti, se oggi si annientasse nell’atteggiamento di assoluta passività prospettato dallo stesso S.? La predestinazione non esiste per gli individui e tanto meno per i partiti: esiste solo l’attività concreta, il lavoro ininterrotto, la continua adesione alla realtà storica in isviluppo, che dànno agli individui e ai partiti una posizione di preminenza, un ufficio di guida e di avanguardia. Il nostro Partito è una frazione organizzata del proletariato e della massa contadina, delle classi che oggi sono oppresse e schiacciate dal fascismo; se il nostro Partito non trovasse anche per oggi soluzioni autonome, proprie, dei problemi generali, italiani, le classi che sono la sua base naturale si sposterebbero nel loro complesso verso le correnti politiche che di tali problemi diano una qualsiasi soluzione che non sia quella fascista. Se ciò avvenisse, il fatto avrebbe un immenso significato storico, vorrebbe dire che l’attuale non è un periodo rivoluzionario socialista, ma che viviamo ancora in un’epoca di sviluppo borghese capitalistico, che non solo mancano le condizioni soggettive, di organizzazione, di preparazione politica, ma anche quelle oggettive, materiali per l’avvento del proletariato al potere. Allora veramente si porrebbe anche a noi il problema di assumere non una posizione autonoma rivoluzionaria, ma di semplice frazione radicale delle opposizioni costituzionali, chiamate dalla storia ad essere le realizzatrici della «rivoluzione borghese», di una tappa cioè, imprescindibile e inevitabile del processo che sboccherà nel socialismo. La situazione italiana autorizza forse a credere ciò? Lo stesso S. non lo crede, perché scrive che il compito delle opposizioni costituzionali sarà cronologicamente brevissimo, senza immediati sviluppi, altro che per una rivoluzione proletaria. S. si riferisce al periodo della guerra, pone come esemplare l’atteggiamento del Partito socialista durante la guerra. Quanto assurdo sia tale riferimento e come esso dia torto al suo autore, appare subito, anche dopo una piccola e affrettata analisi. Il neutralismo socialista fu una tattica essenzialmente opportunista, dettata dal tradizionale bisogno di tenere in equilibrio le tre tendenze di cui il Partito si componeva, che indicheremo coi tre nomi di Turati, Lazzari, Bordiga, niente altro: essa non fu una linea politica stabilita dopo un esame delle circostanze e dei rapporti di forza esistenti in Italia nel 1914-15, essa risultò dalla concezione dell’«unità del Partito sopra tutto, anche sopra la rivoluzione» che è propria ancora del massimalismo. Che l’amico S. abbia, solo dopo la rivoluzione di novembre e la rotta di Caporetto, fatta la scoperta che le armi erano nelle mani degli operai-soldati, dimostra solo come questa tattica opportunistica avesse lasciato all’oscuro le masse socialiste sulle discussioni che erano già avvenute a questo proposito nel campo internazionale. La sinistra di Zimmerwald aveva fin dal 1915 fatta questa «scoperta», che aveva determinato la tattica del Partito bolscevico russo: perciò alla rotta degli eserciti russi, dopo le offensive imposte al governo di Kerensky dall’Intesa, seguí la rivoluzione proletaria, la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile; alla rotta di Caporetto seguí solo una mozione in cui ci si limitava a riaffermare l’opposizione parlamentare al governo e il rigetto dei crediti militari.
L’atteggiamento tenuto durante la guerra dal Partito socialista italiano illumina anche gli avvenimenti posteriori fino al Congresso di Livorno, fino al Congresso socialista di Roma e alla formazione del Partito unitario. È la stessa tattica, in fondo, che si riveste di nuovi aspetti, per la nuova situazione: la stessa tattica di passività, di «neutralismo», dell’unità per l’unità, del partito per il partito, della fede nella predestinazione del Partito socialista a essere il Partito dei lavoratori italiani. Quali risultati questo atteggiamento abbia oggi, quando esistono il Partito unitario a destra e il Partito comunista a sinistra, è chiaro anche per l’amico S.; crisi interne in permanenza, scissioni dopo scissioni, che non risolvono mai la situazione, perché la tendenza comunista rinasce continuamente e la destra, favorevole alla fusione con gli unitari, continuamente si rafforza.

Residui di vecchie ideologie
L’amico S. non è ancora riuscito a distruggere in sé tutti gli avanzi ideologici della sua formazione intellettuale democratico-liberale, cioè normativa e kantiana, non marxista, e dialettica. Che significato hanno le sue affermazioni che la classe operaia è «assente», che la situazione è contraria al sindacato e al Partito, che la violenza fascista è un problema di «ordine», cioè di «polizia» e non un problema «sociale»?
La situazione italiana è certamente complicata e contraddittoria, ma non tanto che non si possano già cogliere in essa delle marcate linee unitarie di sviluppo. Il proletariato, cioè la classe rivoluzionaria per eccellenza, è la minoranza del popolo lavoratore oppresso e sfruttato dal capitalismo ed è accentrato prevalentemente in una sola zona, quella settentrionale. Negli anni 1919-20 la forza politica del proletariato consisteva nel trovarsi automaticamente alla testa di tutto il popolo lavoratore, nel centralizzare obbiettivamente nella sua azione diretta e immediata contro il capitalismo tutte le rivolte degli altri strati popolari, amorfi e senza indirizzo. La sua debolezza si dimostrò nel non aver organizzato questi rapporti rivoluzionari, nel non essersi neppure posto il problema della necessità di organizzare questi rapporti in un sistema politico concreto, in un programma di governo. La repressione fascista seguendo la linea del minimo sforzo, è incominciata da questi altri strati sociali ed è culminata contro il proletariato. Oggi la repressione sistematica e legale si mantiene contro il proletariato, si è invece allentata alla periferia, contro gli strati che nel 1920 gli erano solo oggettivamente alleati, e che si riorganizzano, rientrano parzialmente nella lotta, assumendo il carattere smorzato di opposizione costituzionale, cioè il loro piú spiccato carattere piccolo-borghese. Cosa significa dunque che la classe operaia è «assente»? La «presenza» della classe operaia, cosí come l’amico S. l’intende, significherebbe la rivoluzione, perché significherebbe di nuovo, come nel ’19-’20, che a capo del popolo lavoratore stanno non i piccoli borghesi democratici, ma la classe piú rivoluzionaria della nazione. Ma il fascismo è appunto la negazione di tale stato di cose, il fascismo è nato e si è sviluppato appunto per distruggere un tale stato di cose e per impedire che risorga. Come si pone dunque il problema oggi? A noi pare che si ponga in questi termini: – La classe operaia è e rimarrà ancora «assente» nella misura in cui il Partito comunista permetterà alle opposizioni costituzionali di monopolizzare il risveglio alla lotta degli strati sociali che storicamente sono gli alleati del proletariato. Il sorgere e il rafforzarsi delle opposizioni costituzionali infonde nuova forza nel proletariato, che di nuovo affluisce nel Partito e nei sindacati. Se il Partito comunista interviene attivamente nel processo di formazione delle opposizioni, lavora per determinare nella base sociale delle opposizioni una differenziazione di classi, ottenendo che le masse contadine si orientino verso un programma di governo operaio e contadino, ecco che il proletariato non è piú «assente» come prima, ecco una linea di lavoro politico in cui si risolvono i problemi di oggi e quelli di domani, in cui si prepara e si organizza il domani e non solo lo si aspetta dal destino.
Questa linea di lavoro politico è dunque contraria tanto alle opposizioni costituzionali quanto al fascismo, anche se l’opposizione costituzionale sostenga un programma di libertà e di ordine che sarebbe preferibile a quello di violenza e di arbitrio del fascismo. La verità è che l’opposizione costituzionale non attuerà mai il suo programma che è un puro strumento di agitazione contro il fascismo: non lo attuerà perché esso vorrebbe dire a breve scadenza che una tale «catastrofe» si verifichi e non lo attuerà perché tutto lo sviluppo della situazione è controllato in Italia dalla forza armata della Milizia nazionale. Lo sviluppo dell’opposizione e i caratteri che essa assume sono tuttavia fenomeni molto importanti, sono i documenti della impotenza del fascismo a risolvere i problemi vitali della nazione, sono un richiamo quotidiano alla realtà obbiettiva che nessuna raffica di male parole può annientare. Per noi rappresentano l’ambiente in cui dobbiamo muoverci e lavorare, se vogliamo rimanere aderenti alla realtà storica e non diventare una sètta di contemplativi, in cui dobbiamo ricercare la concretezza delle nostre parole d’ordine e dei nostri programmi immediati di azione e di agitazione.

Tre punti riassuntivi
Possiamo riassumere cosí i punti della nostra concezione dei bisogni e dei compiti attuali del movimento proletario in contrapposizione a quella dell’amico S.:
1) Dare al nostro Partito una coscienza piú viva dei problemi concreti che la situazione creata dal fascismo ha posto alla classe operaia, in modo che l’organizzazione non sia fine a se stessa ma diventi uno strumento per l’agitazione delle parole d’ordine rivoluzionarie in mezzo alle piú larghe masse;
2) lavorare per l’unità politica del proletariato sotto la bandiera dell’Internazionale comunista, affrettando il processo di scomposizioni e ricomposizioni iniziate al Congresso di Livorno;
3) stabilire concretamente il significato italiano della parola del governo operaio e contadino, dare a questa parola una sostanza politica nazionale, ciò che non può avvenire se non si esaminano i problemi piú vitali e urgenti delle masse contadine, in prima linea quindi i problemi specifici che si riassumono nell’espressione generale di «quistione meridionale».
Gli intellettuali come l’amico S., che non si sono lasciati travolgere dal fascismo, che in un modo o nell’altro non hanno voluto rinnegare il loro atteggiamento degli anni ’19-’20, possono nuovamente trovare nell’Ordine Nuovo un centro di discussione e di raccoglimento.

Antonio Gramsci – Il programma de “L’Ordine Nuovo”

Incominciamo con una constatazione materiale: – i primi due numeri già usciti dell’Ordine Nuovo hanno avuto un diffusione (una diffusione effettiva) che è stata superiore alla piú alta diffusione raggiunta negli anni 1919-1920. Parecchie conseguenze potrebbero tirarsi da questa constatazione. Ne accenniamo due sole: 1) che una rassegna del tipo dell’Ordine Nuovo rappresenta una necessità fortemente sentita dalla massa rivoluzionaria italiana nella situazione attuale; 2) che è possibile assicurare all’Ordine Nuovo le condizioni di una vita finanziariamente autonoma dal bilancio generale del nostro Partito; occorre solo perciò organizzare il consenso che si è verificato spontaneamente, organizzarlo perché esso abbia il modo di continuare a manifestarsi anche se la reazione, come è probabile, voglia intervenire per soffocarlo, per impedire ogni collegamento tra l’Ordine Nuovo e i suoi lettori o addirittura per non permettere che la rassegna a un certo punto sia piú stampata in Italia.
La diffusione raggiunta dai primi due numeri non può che dipendere dalla posizione che l’Ordine Nuovo aveva assunto nei primi anni della sua pubblicazione e che consisteva essenzialmente in ciò: 1) nell’aver saputo tradurre in linguaggio storico italiano i principali postulati della dottrina e della tattica dell’Internazionale comunista. Negli anni 1919-20 ciò ha voluto dire la parola d’ordine dei Consigli di fabbrica e del controllo sulla produzione, cioè l’organizzazione di massa di tutti i produttori per l’espropriazione degli espropriatori, per la sostituzione del proletariato alla borghesia nel governo dell’industria e quindi, necessariamente, dello Stato. 2) Nell’aver sostenuto in seno al Partito socialista, che allora voleva dire la maggioranza del proletariato, il programma integrale dell’Internazionale comunista e non solo una qualche sua parte. Perciò, al secondo Congresso mondiale, il compagno Lenin disse che il gruppo dell’Ordine Nuovo era la sola tendenza del Partito socialista che rappresentasse fedelmente l’Internazionale in Italia; perciò anche le tesi compilate dalla redazione dell’Ordine Nuovo e presentate al Consiglio nazionale di Milano dell’aprile 1920 dalla sezione di Torino, furono dal secondo Congresso indicate esplicitamente come base della riorganizzazione rivoluzionaria in Italia.
Il nostro programma attuale deve riprodurre nella situazione oggi esistente in Italia, la posizione assunta negli anni 1919-20. Esso deve rispecchiare la situazione obbiettiva odierna, con le possibilità che si offrono al proletariato per una azione autonoma, di classe indipendente; deve continuare, nei termini politici attuali, la tradizione di interprete fedele e integrale del programma dell’Internazionale comunista. Il problema urgente, la parola d’ordine necessaria oggi è quella del governo operaio e contadino: si tratta di popolarizzarla, di adeguarla alle condizioni concrete italiane, di dimostrare come essa scaturisca da ogni episodio della nostra vita nazionale, come essa riassuma e contenga in sé tutte le rivendicazioni della molteplicità di partiti e di tendenze in cui il fascismo ha disgregato la volontà politica della classe operaia ma specialmente delle masse contadine. Ciò naturalmente non significa che noi si debba trascurare le quistioni piú propriamente operaie e industriali, tutt’altro. L’esperienza, anche in Italia, ha dimostrato quale importanza; nel periodo attuale, abbiano assunto le organizzazioni di fabbrica; dalla cellula di Partito fino alla Commissione interna, alla rappresentanza di tutta la massa. Crediamo, per esempio, che oggi non esista neppure un riformista che voglia sostenere che nelle elezioni di fabbrica hanno diritto al voto solo gli organizzati; chiunque ricordi le lotte che fu necessario condurre intorno a questo punto, ha un elemento per misurare il progresso che l’esperienza ha costretto anche i riformisti a fare. Tutti i problemi dell’organizzazione di fabbrica saranno dunque da noi rimessi in discussione, perché solo attraverso una potente organizzazione del proletariato, raggiunta con tutti i sistemi possibili in regime di reazione, la campagna per il governo operaio e contadino può non trasformarsi in una ripetizione dell’…occupazione delle fabbriche.
Nell’articolo Contro il pessimismo pubblicato nel numero scorso abbiamo accennato alla linea che il nostro Partito deve tenere nei suoi rapporti coll’Internazionale comunista. Quell’articolo, non fu l’espressione di un solo individuo, ma il risultato di tutto un lavoro di affiatamento e di scambio di opinioni tra i vecchi redattori e amici dell’Ordine Nuovo; prima di essere un inizio fu dunque la risultante del pensiero di un gruppo di compagni, ai quali non si può negare certamente di conoscere per esperienza diretta e per lunga consuetudine di lavoro attivo i bisogni del nostro movimento. L’articolo ha suscitato qualche reazione che non ci ha meravigliato, perché è ineluttabile che tre anni di terrorismo e quindi di assenza di grandi discussioni abbiano creato, anche fra ottimi compagni, un certo spirito settario di frazione. Questa constatazione potrebbe dar luogo a tutta una serie di conseguenze: la piú importante ci pare quella della necessità di tutto un lavoro per far raggiungere alle masse del nostro Partito un livello politico uguale a quello raggiunto dai piú grandi partiti dell’Internazionale. Noi siamo oggi, relativamente, per le condizioni create dal terrore bianco, un piccolo partito, ma dobbiamo considerare la nostra attuale organizzazione, date le condizioni in cui vive e si sviluppa, come l’elemento destinato a inquadrare un grande partito di massa. Da questo punto di vista dobbiamo vedere tutti i nostri problemi e giudicare anche i singoli compagni. Si paragona spesso il periodo fascista al periodo della guerra. Ebbene: una delle debolezze del Partito socialista fu quella di non aver curato durante la guerra il nucleo di 20-25.000 socialisti rimasti fedeli, di non averlo considerato come l’elemento organizzatore della grande massa che sarebbe affluita dopo l’armistizio. Cosí avvenne che nel 1919-20 questo nucleo fu sommerso dal fiotto dei nuovi elementi e fu sommersa insieme la pratica organizzativa, l’esperienza acquistata dalla classe operaia negli anni piú neri e duri. Noi saremmo dei criminali se cadessimo nello stesso errore. Ognuno dei membri attuali del Partito, per la selezione che è avvenuta, per la forza di sacrifizio che è stata dimostrata, ci deve essere personalmente caro, deve essere dal Centro responsabile aiutato a migliorarsi, a trarre dalle esperienze attraversate tutti gli insegnamenti e tutte le indicazioni che comportano. In questo senso l’Ordine Nuovo si propone di compiere una speciale funzione nel quadro generale dell’attività di Partito.
Occorre dunque organizzare il consenso che si è già manifestato. È questo il compito specialmente dei vecchi amici e abbonati dell’Ordine Nuovo. Abbiamo detto che occorrerà raccogliere in sei mesi 50.000 lire, somma necessaria per garantire la vita indipendente della rassegna. A questo scopo è necessario si determini un movimento di 500 compagni ognuno dei quali si proponga seriamente di raccogliere 100 lire in sei mesi nella cerchia dei suoi amici e conoscenti. Noi terremo una lista esatta di questi elementi che vogliono collaborare alla nostra attività: essi saranno come i nostri fiduciari. La raccolta delle sottoscrizioni può essere composta cosí: 1) sottoscrizioni spicciole, di pochi soldi o di molte lire; 2) abbonamenti sostenitori; 3) quote per sostenere le spese iniziali di un corso per corrispondenza di organizzatori e propagandisti del Partito: queste quote non potranno essere inferiori alle 10 lire e daranno diritto ad avere un numero di lezioni che sarà determinato dalle spese complessive di stampa e di porto.
Crediamo di potere, attraverso questo meccanismo, ricreare un apparecchio che sostituisca quello esistente nel 1919-20 in regime di libertà e attraverso cui l’Ordine Nuovo si manteneva strettamente a contatto con le masse nelle fabbriche e nei circoli operai. Il corso per corrispondenza deve diventare la prima fase di un movimento per la creazione di piccole scuole di Partito, atte a creare degli organizzatori e dei propagandisti bolscevichi, non massimalisti, che abbiano cioè cervello, oltre polmoni e gola. Perciò ci terremo sempre in corrispondenza epistolare coi migliori compagni, per comunicare loro le esperienze che in questo campo sono state fatte in Russia e negli altri paesi, per indirizzarli, per consigliare i libri da leggere e i metodi da applicare. Crediamo che in questo senso molto debbano lavorare specialmente i compagni emigrati: dovunque esiste all’estero un gruppo di 10 compagni deve sorgere una scuola di Partito: gli elementi piú anziani e piú pratici devono essere gli istruttori di queste scuole, far partecipi i piú giovani della loro esperienza, contribuire a elevare il livello politico della massa. Certo non è con questi mezzi pedagogici che può essere risolto il grande problema storico della emancipazione spirituale della classe operaia: ma non è la risoluzione utopistica di questo problema che noi ci proponiamo. Il nostro compito si limita al Partito, costituito di elementi che già, per il solo fatto di aver aderito al Partito, hanno dimostrato di aver raggiunto un notevole grado di emancipazione spirituale: il nostro compito è quello di migliorare i nostri quadri, di renderli idonei ad affrontare le prossime lotte. Praticamente queste si presenteranno anche in questi termini: la classe operaia, resa prudente dalla reazione sanguinosa, per un certo tempo diffiderà nel suo complesso degli elementi rivoluzionari, vorrà vederli al lavoro pratico, vorrà saggiarne la serietà e la competenza. Dobbiamo metterci in grado di battere anche su questo terreno i riformisti, che indubbiamente sono il partito che ha oggi i quadri migliori e piú numerosi. Se non cercheremo di ottenere ciò, non faremo mai molti passi in avanti. I vecchi amici dell’Ordine Nuovo, specialmente quelli che hanno lavorato a Torino negli anni 1919-20, comprendono bene tutta l’importanza di questo problema, perché ricordano come a Torino si sia riusciti a eliminare i riformisti dalle posizioni organizzative solo a mano a mano che dal movimento dei Consigli di fabbrica si formavano dei compagni operai capaci di lavoro pratico e non solamente di gridare: Viva la Rivoluzione! Ricordano anche come nel 1921 non sia stato possibile togliere agli opportunisti alcune posizioni importanti come Alessandria, Biella, Vercelli, perché noi non avevamo elementi organizzativi all’altezza dei compiti; le nostre maggioranze in questi centri si sono disperse per la nostra debolezza organizzativa. Viceversa: in qualche centro, per esempio a Venezia, bastò un solo elemento capace, per farci conquistare la maggioranza dopo un solerte lavoro di propaganda e di organizzazione delle cellule di fabbrica e di sindacato. L’esperienza di tutti i paesi dimostrò questa verità; che le situazioni piú favorevoli possono capovolgersi per la debolezza dei quadri del partito rivoluzionario: le parole d’ordine servono solo per far entrare in movimento e dare l’indirizzo generale alle grandi masse; guai però se il partito responsabile non ha pensato alla organizzazione pratica di esse, a creare una struttura che le disciplini e le renda permanentemente potenti: l’occupazione delle fabbriche ci ha insegnato molte cose in questo senso.
Per aiutare le scuole di Partito nel loro lavoro ci proponiamo di pubblicare tutta una serie di opuscoli e qualche libro. Tra gli opuscoli indichiamo: 1° delle trattazioni elementari del marxismo; 2° una esposizione della parola d’ordine del governo operaio e contadino applicata all’Italia; 3° un manualetto del propagandista, che contenga i dati piú essenziali sulla vita economica e politica italiana, sui partiti politici italiani, ecc., i materiali indispensabili cioè per la propaganda spicciola fatta alla lettura in comune dei giornali borghesi. Vorremmo fare una edizione italiana del Manifesto dei Comunisti con le note del compagno D. Riasanof: nel loro complesso queste note sono una trattazione completa in forma popolare delle nostre dottrine. Vorremmo anche stampare una antologia del materialismo storico, cioè una raccolta dei brani piú significativi di Marx ed Engels che diano un quadro d’insieme delle opere di questi due nostri grandi maestri.
I risultati finora ottenuti autorizzano a sperare che si potrà continuare con sicurezza e con successo. Al lavoro dunque: i nostri migliori compagni devono persuadersi che si tratta anche di una affermazione politica, di una manifestazione della vitalità e della capacità di sviluppo del nostro movimento, di una dimostrazione, quindi, antifascista e rivoluzionaria.

Antonio Gramsci – Il Mezzogiorno e il fascismo

Fatto saliente della lotta politica attuale italiana è il tentativo di soluzione che il Partito nazional fascista ha voluto dare dei rapporti tra Stato-governo e il Mezzogiorno.
Il Mezzogiorno è diventato la riserva dell’opposizione costituzionale. Il Mezzogiorno ha manifestato ancora una volta la sua distinzione «territoriale» dal resto dello Stato, la sua volontà di non lasciarsi assorbire impunemente in un sistema unitario esasperato – che significherebbe solo accrescimento delle antiche oppressioni e dei vecchi sfruttamenti – trincerandosi dietro una serie di posizioni costituzionali parlamentaristiche, di democrazia formale, che hanno pur il loro valore e il loro significato se il Partito nazional fascista ha ritenuto opportuno, solo per decapitare il movimento dei suoi santoni Orlando, De Nicola, di dover fare le concessioni che ha fatto. Mussolini, insomma, non ha fatto altro che applicare la tattica giolittiana, in una situazione nuova, estremamente piú difficile e complicata di tutte le situazioni passate, con una popolazione che almeno parzialmente si è svegliata e ha cominciato a partecipare alla vita pubblica, in un periodo nel quale la diminuita emigrazione pone con maggiore violenza i problemi di classe che tendono a diventare problemi «territoriali» perché il capitalismo si presenta come straniero alla regione e come straniero si presenta il governo che del capitalismo amministra gli interessi.
Molti compagni si domandano spesso con meraviglia il perché dell’atteggiamento di opposizione al fascismo dei due grandi giornali dell’Italia settentrionale, il Corriere della Sera e La Stampa. Non ha forse creato il fascismo la situazione che questi giornali volevano? Non hanno questi due giornali contribuito potentemente alla fortuna del fascismo negli anni 1920-21? Perché oggi lavorano in senso inverso, lavorano a togliere al fascismo la sua base popolare, a minargli il terreno sotto i piedi, mettendo lo scompiglio e orientando le masse piccolo-borghesi verso gli «ideali di libertà»?
Evidentemente il Corriere della Sera e La Stampa, non sono due «puri» giornali, che tendono solo a mantenere ed allargare la cerchia dei loro abbonati e lettori insistendo su motivi cari alla mentalità della massa: se cosí fosse, a quest’ora i due giornali conoscerebbero già il ferro e la benzina delle squadre fasciste e l’«occupazione» da parte di redattori ligi ai nuovi padroni. Il Corriere e La Stampa non sono stati occupati, non si sono lasciati occupare perché non sono stati occupati e non si sono lasciati occupare questi tre ordini di «istituzioni» nazionali: – lo stato maggiore, le banche (ossia La Banca, la Banca commerciale, che esercita un incontrastato monopolio), la Confederazione generale dell’industria.
La Stampa e il Corriere sono tradizionalmente i due rappresentanti di queste «istituzioni», i due partiti di queste istituzioni nazionali. La Stampa, piú «sinistra», pone oggi apertamente la quistione di un governo radicale-socialista come possibile successore del fascismo, non sarebbe neppure aliena da un esperimento «MacDonald» in Italia – la Stampa vede il pericolo meridionale e cerca di risolverlo determinando l’entrata dell’aristocrazia operaia nel sistema di egemonia governativa settentrionale-piemontese, cerca cioè di ottenere che le forze rivoluzionarie del Mezzogiorno siano decapitate nazionalmente, che diventi impossibile un’alleanza tra le masse contadine del Sud che non potranno da sole rovesciare mai il capitalismo e la classe operaia del Nord, compromessa e disonorata in una alleanza con gli sfruttatori. Il Corriere ha una concezione piú «unitaria», piú «italiana» per cosí dire – piú commerciale e meno industriale – della situazione. Il Corriere ha appoggiato Salandra e Nitti, i due primi presidenti meridionali (i presidenti siciliani rappresentavano la Sicilia e non il Mezzogiorno perché la quistione siciliana è notoriamente distinta dalla quistione del Mezzogiorno) – era favorevole all’Intesa e non alla Germania come la Stampa, è libero scambista permanentemente e non solo nei periodi elettorali-giolittiani come la Stampa, non si spaventava come la Stampa durante la guerra, che l’apparecchio statale passasse dalle mani della burocrazia massonica giolittiana nelle mani dei «pugliesi» di Salandra: – il Corriere è piú attaccato al conservatorismo, farebbe anche alleanza coi riformisti, ma solo dopo il passaggio di costoro sotto molte forche caudine; il Corriere vuole un governo «Amendola», cioè che la piccola borghesia meridionale e non l’aristocrazia operaia del Nord entri ufficialmente a far parte del sistema di forze realmente dominanti: vuole in Italia una democrazia rurale, che abbia in Cadorna il suo capo militare e non in Badoglio come vorrebbe la Stampa, che abbia a capo politico un Poincaré italiano, non un Briand italiano. Il Corriere non si spaventa come la Stampa, che si abbia nuovamente un periodo come il decennio ’90-900, un periodo in cui le insurrezioni dei contadini meridionali si saldino automaticamente alle insurrezioni operaie delle città industriali, in cui ai «fasci siciliani» corrisponda un «’98 milanese»: il Corriere ha fiducia nelle «forze naturali» e nei cannoni di Bava-Beccaris. La Stampa crede che Turati-D’Aragona-Modigliani siano armi assai piú sicure dei cannoni per domare le rivolte dei contadini e per fare occupare le fabbriche occupate.
Alle concezioni precise e organiche del Corriere e della Stampa, il fascismo contrappone discorsi e misure puramente meccaniche e ridicolmente coreografiche.
Il fascismo è responsabile della distruzione del sistema di protezionismo operaio conosciuto col nome di «corporativismo reggiano», di «evangelismo prampoliniano», ecc. ecc. Il fascismo ha tolto ai «democratici» l’arma piú forte per far deviare sugli operai l’odio delle masse contadine che deve riversarsi sui capitalisti. Il «succhionismo rosso» non esiste piú: ma le condizioni del Mezzogiorno non sono migliorate per ciò. Al «succhionismo rosso» è successo il «succhionismo tricolore»: come evitare che il contadino meridionale veda nel fascismo la sintesi concentrata di tutti i suoi oppressori e i suoi sfruttatori? Rovesciato il castello di carta del riformismo emiliano-romagnolo, bisognò sciogliere la guardia regia, cui non si potevano piú dare a bere gli alcoolici antioperai. Gli industriali qualcosa fecero per aiutare Mussolini: la Confederazione generale dell’industria, nella sua conferenza del giugno 1923, cosí parlò per bocca del presidente on. Benni: «Cosí pure certamente andrà presto a termine un’altra azione lunga e complessa che noi abbiamo iniziato per il Mezzogiorno d’Italia. Vogliamo portare il nostro contributo, con un’azione pratica, al risorgere dell’Italia meridionale ed insulare, dove già si manifestano promettenti i primi indizi di un salutare risveglio economico. È un’opera non semplice: ma è necessario che la classe industriale ci si dedichi, perché è interesse di tutti che la compagine della nazione si amalgami ancor piú sulla base degli interessi economici». Gli industriali aiutano Mussolini con le belle parole; ma alle belle parole seguirono poco dopo dei fatti piú espressivi delle parole: – la conquista delle società cotoniere del Salernitano e il trasferimento delle macchine, camuffate da ferro vecchio, nella zona tessile lombarda.
La quistione meridionale non può essere risolta dalla borghesia altro che transitoriamente, episodicamente, con la corruzione o col ferro e col fuoco. Il fascismo ha esasperato la situazione e l’ha in gran parte chiarita. Il non essersi posto con chiarezza il problema, in tutta la sua estensione e con tutte le sue possibili conseguenze politiche, ha intralciato l’azione della classe operaia e ha contribuito, in larga parte, al fallimento della rivoluzione degli anni 1919-20.
Oggi il problema è ancor piú complicato e difficile che non fosse in quegli anni, ma esso rimane problema centrale di ogni rivoluzione nel nostro paese e di ogni rivoluzione che voglia avere un domani, e perciò deve essere posto arditamente e decisamente. Nell’attuale situazione, con la depressione delle forze proletarie che esiste, le masse contadine meridionali hanno assunto una importanza enorme nel campo rivoluzionario. O il proletariato, attraverso il suo Partito politico, riesce in questo periodo a crearsi un sistema di alleati nel Mezzogiorno, oppure le masse contadine cercheranno dei dirigenti politici nella loro stessa zona, cioè si abbandoneranno completamente nelle mani della piccola borghesia amendoliana, diventando una riserva della controrivoluzione, giungendo fino al separatismo e all’appello agli eserciti stranieri nel caso di una rivoluzione puramente industriale del Nord. La parola d’ordine del governo operaio e contadino deve perciò tenere speciale conto del Mezzogiorno, non deve confondere la quistione dei contadini meridionali con la quistione in generale dei rapporti tra città e campagna in un tutto economico organicamente sottomesso al regime capitalistico: la quistione meridionale è anche quistione territoriale ed è da questo punto di vista che deve essere esaminata per stabilire un programma di governo operaio e contadino che voglia trovare larga ripercussione nelle masse.

Antonio Gramsci – Contro il pessimismo

Nessun modo migliore può esistere di commemorare il quinto anniversario della Internazionale comunista, della grande associazione mondiale di cui ci sentiamo, noi rivoluzionari italiani, piú che mai parte attiva e integrante, che quello di fare un esame di coscienza, un esame del pochissimo che abbiamo fatto e dell’immenso lavoro che ancora dobbiamo svolgere, contribuendo cosí a chiarire la nostra situazione, contribuendo specialmente a dissipare questa oscura e greve nuvolaglia di pessimismo che opprime i militanti piú qualificati e responsabili e che rappresenta un grande pericolo, il piú grande forse del momento attuale, per le sue conseguenze di passività politica, di torpore intellettuale, di scetticismo verso l’avvenire.
Questo pessimismo è strettamente legato alla situazione generale del nostro paese; la situazione lo spiega, ma non lo giustifica, naturalmente. Che differenza esisterebbe tra noi e il Partito socialista, tra la nostra volontà e la tradizione del Partito socialista, se anche noi sapessimo lavorare e fossimo attivamente ottimisti solo nei periodi di vacche grasse, quando la situazione è propizia, quando le masse lavoratrici si muovono spontaneamente, per impulso irresistibile e i partiti proletari possono accomodarsi nella brillante posizione della mosca cocchiera? Che differenza esisterebbe tra noi e il Partito socialista, se anche noi, partendo sia pure da altre considerazioni, da altri punti di vista, avendo sia pure un maggior senso di responsabilità e dimostrando di averlo con la preoccupazione fattiva di apprestare forze organizzative e materiali idonee per parare ogni evenienza, ci abbandonassimo al fatalismo, ci cullassimo nella dolce illusione che gli avvenimenti non possono che svolgersi secondo una determinata linea di sviluppo, quella da noi prevista, nella quale troveranno infallibilmente il sistema di dighe e canali da noi predisposto, incanalandosi e prendendo forma e potenza storica in esso? È questo il nodo del problema, che si presenta astrusamente aggrovigliato, perché la passività sembra esteriormente alacre lavoro, perché pare ci sia una linea di sviluppo, un filone in cui operai sudano e si affaticano a scavare meritoriamente.

L’Internazionale comunista è stata fondata il 5 marzo 1919, ma la sua formazione ideologica e organica si è verificata solo al secondo Congresso, nel luglio-agosto 1920, con l’approvazione dello Statuto e delle 21 condizioni. Dal secondo Congresso comincia in Italia la campagna per il risanamento del Partito socialista, comincia su scala nazionale, perché essa era stata già iniziata nel marzo precedente dalla sezione di Torino con la mozione da presentare all’imminente Conferenza nazionale del Partito che appunto a Torino doveva tenersi, ma non aveva trovato ripercussioni notevoli (alla Conferenza di Firenze della frazione astensionista, tenuta nel luglio 1920, prima del secondo Congresso, fu respinta la proposta fatta da un rappresentante dell’Ordine Nuovo di allargare la base della frazione, facendola diventare comunista, senza la pregiudiziale astensionista che praticamente aveva perduto gran parte della sua ragione di essere). Il Congresso di Livorno, la scissione avvenuta al Congresso di Livorno furono riallacciati al secondo Congresso, alle sue 21 condizioni, furono presentati come una conclusione necessaria delle deliberazioni «formali» del secondo Congresso. Fu questo un errore e oggi possiamo valutarne tutta la estensione per le conseguenze che esso ha avuto. In verità le deliberazioni del secondo Congresso erano l’interpretazione viva della situazione italiana, come di tutta la situazione mondiale, ma noi, per una serie di ragioni, non muovemmo, per la nostra azione, da ciò che succedeva in Italia, dai fatti italiani che davano ragione al secondo Congresso, che erano una parte e delle piú importanti della sostanza politica che animava le decisioni e le misure organizzative prese dal secondo Congresso: noi, però, ci limitammo a battere sulle quistioni formali, di pura logica, di pura coerenza, e fummo sconfitti, perché la maggioranza del proletariato organizzato politicamente ci diede torto, non venne con noi, quantunque noi avessimo dalla nostra parte l’autorità e il prestigio dell’Internazionale che erano grandissimi e sui quali ci eravamo fidati. Non avevamo saputo condurre una campagna sistematica, tale da essere in grado di raggiungere e di costringere alla riflessione tutti i nuclei e gli elementi costitutivi del Partito socialista, non avevamo saputo tradurre in linguaggio comprensibile a ogni operaio e contadino italiano il significato di ognuno degli avvenimenti italiani degli anni 1919-20: non abbiamo saputo, dopo Livorno, porre il problema del perché il Congresso avesse avuto quella conclusione, non abbiamo saputo porre il problema praticamente, in modo da trovarne la soluzione, in modo da continuare nella nostra specifica missione che era quella di conquistare la maggioranza del proletariato. Fummo – bisogna dirlo – travolti dagli avvenimenti, fummo, senza volerlo, un aspetto della dissoluzione generale della società italiana, diventata un crogiolo incandescente dove tutte le tradizioni, tutte le formazioni storiche, tutte le idee prevalenti si fondevano qualche volta senza residuo: avevamo una consolazione alla quale ci siamo tenacemente attaccati, che nessuno si salvava, che noi potevamo affermare di aver previsto matematicamente il cataclisma, quando gli altri si cullavano nella piú beata e idiota delle illusioni.
Siamo entrati, dopo la scissione di Livorno, in uno stato di necessità. Solo questa giustificazione possiamo dare ai nostri atteggiamenti, alla nostra attività dopo la scissione di Livorno: la necessità, che si poneva crudamente, nella forma piú esasperata, nel dilemma di vita o morte. Dovemmo organizzarci in partito nel fuoco della guerra civile, cementando le nostre sezioni col sangue dei piú devoti militanti; dovemmo trasformare, nell’atto stesso della loro costituzione, del loro arruolamento, i nostri gruppi in distaccamenti per la guerriglia, della piú atroce e difficile guerriglia che mai classe operaia abbia dovuto combattere. Si riuscí tuttavia: il Partito fu costituito e fortemente costituito: esso è una falange di acciaio, troppo piccola certamente per entrare in una lotta contro le forze avversarie, ma sufficiente per diventare l’armatura di una piú vasta formazione, di un esercito che, per servirsi del linguaggio storico italiano, possa far succedere la battaglia del Piave alla rotta di Caporetto.

Ecco il problema attuale che si pone, inesorabilmente: costituire un grande esercito per le prossime battaglie, costituirlo inquadrandolo nelle forze che da Livorno a oggi hanno dimostrato di saper resistere senza esitazioni e senza indietreggiamenti, all’attacco violentemente sferrato dal fascismo. Lo sviluppo dell’Internazionale comunista dopo il secondo Congresso ci offre il terreno adatto a ciò, interpreta, ancora una volta, – con le deliberazioni del terzo e del quarto Congresso, deliberazioni integrate da quelle degli Esecutivi allargati del febbraio e giugno 1922 e del giugno 1923, – la situazione, e i bisogni della situazione italiana. La verità è che noi, come Partito, abbiamo già fatto alcuni passi in avanti in questa direzione: non ci rimane che prendere atto di essi e arditamente continuare. Che significato hanno infatti gli avvenimenti svoltisi in seno al Partito socialista, con la scissione dai riformisti in un primo tempo, con l’esclusione del gruppo di redattori di Pagine Rosse in un secondo tempo e col tentativo di escludere tutta la frazione terzinternazionalista in un terzo e ultimo tempo? Hanno questo preciso significato: – che mentre il nostro Partito era costretto, come sezione italiana, a limitare la sua attività alla lotta fisica di difesa contro il fascismo e alla conservazione della sua struttura primordiale, esso, come partito internazionale, operava, continuava ad operare per aprire nuove vie verso il futuro, per allargare la sua cerchia di influenza politica, per far uscire dalla neutralità una parte della massa che prima stava a guardare indifferente o titubante. L’azione dell’Internazionale fu, per qualche tempo, la sola che abbia permesso al nostro Partito di avere un contatto efficace con le larghe masse, che abbia conservato un fermento di discussione e un principio di movimento in strati cospicui della classe operaia che a noi era impossibile, nella situazione data, altrimenti raggiungere. È stato indubbiamente un grande successo l’aver strappato dalla ganga del Partito socialista dei blocchi, aver ottenuto, quando la situazione pareva peggiore, che dall’amorfa gelatina socialista si costituissero nuclei i quali affermavano di aver fede nonostante tutto nella rivoluzione mondiale, i quali, coi fatti se non con le parole che pare brucino piú dei fatti, riconoscevano di aver errato nel 1920-21-22. È stata questa una sconfitta del fascismo e della reazione: è stata, se vogliamo esser sinceri, l’unica sconfitta fisica e ideologica del fascismo e della reazione in questi tre anni di storia italiana.

Occorre reagire energicamente contro il pessimismo di alcuni gruppi del nostro Partito, anche dei piú responsabili e qualificati. Esso rappresenta, in questo momento, il piú grave pericolo, nella situazione nuova che si sta formando nel nostro paese e che troverà la sua sanzione e la sua chiarificazione nella prima legislatura fascista. Si approssimano grandi lotte, forse piú sanguinose e pesanti di quelle degli anni scorsi: è necessaria perciò la massima energia nei nostri dirigenti, la massima organizzazione e centralizzazione della massa del Partito, un grande spirito di iniziativa e una grandissima prontezza nella decisione. Il pessimismo prende prevalentemente questo tono: – Ritorniamo a una situazione pre-Livorno, dovremo rifare lo stesso lavoro che abbiamo fatto prima di Livorno e che credevamo definitivo. Bisogna dimostrare a ogni compagno come sia errata politicamente e teoricamente questa posizione. Certo bisognerà ancora lottare fortemente: certo il compito del nucleo fondamentale del nostro Partito costituitosi a Livorno non è ancora finito e non lo sarà per un pezzo ancora (esso sarà ancora vivo e attuale anche dopo la rivoluzione vittoriosa). Ma non ci troveremo piú in una situazione pre-Livorno, perché la situazione mondiale e italiana non è, nel 1924, quella del 1920, perché noi stessi non siamo piú quelli del 1920 e non lo vorremmo mai piú ridiventare. Perché la classe operaia italiana è molto mutata e non sarà piú la cosa piú semplice di questo mondo farle rioccupare le fabbriche con, per cannoni, dei tubi di stufa, dopo averle intronato le orecchie e smosso il sangue con la turpe demagogia delle fiere massimaliste. Perché esiste il nostro Partito, che è pur qualcosa, che ha dimostrato di essere qualcosa, e nel quale noi abbiamo una fiducia illimitata, come nella parte migliore, piú sana, piú onesta del proletariato italiano.

Antonio Gramsci – “Capo”

Ogni Stato è una dittatura. Ogni Stato non può non avere un governo, costituito da un ristretto numero di uomini, che a loro volta si organizzano attorno a uno dotato di maggiore capacità e di maggiore chiaroveggenza. Finché sarà necessario uno Stato, finché sarà storicamente necessario governare gli uomini, qualunque sia la classe dominante, si porrà il problema di avere dei capi, di avere un «capo». Che dei socialisti, i quali dicono ancora di essere marxisti e rivoluzionari, dicano poi di volere la dittatura del proletariato, ma di non volere la dittatura dei «capi», di non volere che il comando si individui, si personalizzi; che si dica, cioè, di volere la dittatura, ma di non volerla nella sola forma in cui è storicamente possibile, rivela solo tutto un indirizzo politico, tutta una preparazione teorica «rivoluzionaria».

Nella quistione della dittatura proletaria il problema essenziale non è quello della personificazione fisica della funzione di comando. Il problema essenziale consiste nella natura dei rapporti che i capi o il capo hanno col Partito della classe operaia, dei rapporti che esistono tra questo Partito e la classe operaia: sono essi puramente gerarchici, di tipo militare, o sono di carattere storico e organico? Il capo, il Partito sono elementi della classe operaia, sono una parte della classe operaia, ne rappresentano gli interessi e le aspirazioni piú profonde e vitali, o ne sono una escrescenza, o sono una semplice sovrapposizione violenta? Come questo Partito si è formato, come si è sviluppato, per quale processo è avvenuta la selezione degli uomini che lo dirigono? Perché è diventato il Partito della classe operaia? È ciò avvenuto per caso? Il problema diventa quello di tutto lo sviluppo storico della classe operaia, che lentamente si costituisce nella lotta contro la borghesia, registra qualche vittoria, subisce molte disfatte; e non solo della classe operaia di un singolo paese, ma di tutta la classe operaia mondiale, con le sue differenziazioni superficiali eppure tanto importanti in ogni momento separato, e con la sua sostanziale unità e omogeneità.
Il problema diventa quello della vitalità del marxismo, del suo essere o non essere la interpretazione piú sicura e profonda della natura e della storia, della possibilità che esso alla intuizione geniale dell’uomo politico dia anche un metodo infallibile, uno strumento di estrema precisione per esplorare il futuro, per prevedere gli avvenimenti di massa, per dirigerli e quindi padroneggiarli.

Il proletariato internazionale ha avuto ed ha tuttora un vivente esempio di un partito rivoluzionario che esercita la dittatura della classe; ha avuto e non ha piú, malauguratamente, l’esempio vivente piú caratteristico ed espressivo di chi sia un capo rivoluzionario, il compagno Lenin.
Il compagno Lenin è stato l’iniziatore di un nuovo processo di sviluppo della storia, ma lo è stato perché egli era anche l’esponente e l’ultimo piú individualizzato momento, di tutto un processo di sviluppo della storia passata, non solo della Russia, ma del mondo intiero. Era egli divenuto per caso il capo del Partito bolscevico? Per caso il Partito bolscevico è diventato il partito dirigente del proletariato russo e quindi della nazione russa? La selezione è durata trent’anni, è stata faticosissima, ha spesso assunto le forme apparentemente piú strane e piú assurde. Essa è avvenuta nel campo internazionale, al contatto delle piú avanzate civiltà capitalistiche dell’Europa centrale e occidentale, nella lotta dei partiti e delle frazioni che costituivano la II Internazionale prima della guerra. Essa è continuata nel seno della minoranza del socialismo internazionale, rimasta almeno parzialmente immune dal contagio socialpatriottico. Ha ripreso in Russia nella lotta per avere la maggioranza del proletariato, nella lotta per comprendere e interpretare i bisogni e le aspirazioni di una classe contadina innumerevole, dispersa su un immenso territorio. Continua tuttora, ogni giorno, perché ogni giorno bisogna comprendere, prevedere, provvedere. Questa selezione è stata una lotta di frazioni, di piccoli gruppi, è stata lotta individuale, ha voluto dire scissioni e unificazioni, arresti, esilio, prigione, attentati: è stata resistenza contro lo scoraggiamento e contro l’orgoglio, ha voluto dire soffrire la fame avendo a disposizione dei milioni d’oro, ha voluto dire conservare lo spirito di un semplice operaio sul treno degli zar, non disperare anche se tutto sembrava perduto, ma ricominciare, con pazienza, con tenacia, mantenendo tutto il sangue freddo e il sorriso sulle labbra quando gli altri perdevano la testa. Il Partito comunista russo, col suo capo Lenin, si era talmente legato a tutto lo sviluppo del suo proletariato russo, a tutto lo sviluppo, quindi, della intiera nazione russa, che non è possibile neppure immaginare l’uno senza l’altro, il proletariato classe dominante senza che il Partito comunista sia il partito del governo e quindi senza che il Comitato centrale del Partito sia l’ispiratore della politica del governo; senza che Lenin fosse il capo dello Stato. Lo stesso atteggiamento della grande maggioranza dei borghesi russi che dicevano: – una repubblica con a capo Lenin senza il Partito comunista sarebbe anche il nostro ideale – aveva un grande significato storico. Era la prova che il proletariato esercitava non solo piú un dominio fisico, ma dominava anche spiritualmente. In fondo, confusamente, anche il borghese russo comprendeva che Lenin non sarebbe potuto diventare e non avrebbe potuto rimanere capo dello Stato senza il dominio del proletariato, senza che il Partito comunista fosse il partito del governo: la sua coscienza di classe gli impediva ancora di riconoscere oltre alla sua sconfitta fisica, immediata, anche la sua sconfitta ideologica e storica; ma già il dubbio era in lui, e questo dubbio si esprimeva in quella frase.

Un’altra quistione si presenta. È possibile, oggi, nel periodo della rivoluzione mondiale, che esistano «capi» fuori della classe operaia, che esistano capi non-marxisti, i quali non siano legati strettamente alla classe che incarna lo sviluppo progressivo di tutto il genere umano? Abbiamo in Italia il regime fascista, abbiamo a capo del fascismo Benito Mussolini, abbiamo una ideologia ufficiale in cui il «capo» è divinizzato, è dichiarato infallibile, è preconizzato organizzatore e ispiratore di un rinato Sacro Romano Impero. Vediamo stampate nei giornali, ogni giorno, diecine e centinaia di telegrammi di omaggio delle vaste tribú locali al «capo». Vediamo le fotografie: la maschera piú indurita di un viso che già abbiamo visto nei comizi socialisti. Conosciamo quel viso: conosciamo quel roteare degli occhi nelle orbite che nel passato dovevano, con la loro ferocia meccanica, far venire i vermi alla borghesia e oggi al proletariato. Conosciamo quel pugno sempre chiuso alla minaccia. Conosciamo tutto questo meccanismo, tutto questo armamentario e comprendiamo che esso possa impressionare e muovere i precordi alla gioventú delle scuole borghesi; esso è veramente impressionante anche visto da vicino, e fa stupire. Ma «capo»? Abbiamo visto la settimana rossa del giugno 1914. Piú di tre milioni di lavoratori erano in piazza, scesi all’appello di Benito Mussolini, che da un anno circa, dall’eccidio di Roccagorga, li aveva preparati alla grande giornata, con tutti i mezzi tribunizi e giornalistici a disposizione del «capo» del Partito socialista di allora, di Benito Mussolini: dalla vignetta di Scalarini al grande processo alle Assise di Milano. Tre milioni di lavoratori erano scesi in piazza: mancò il «capo», che era Benito Mussolini. Mancò come «capo», non come individuo, perché raccontano che egli come individuo fosse coraggioso e a Milano sfidasse i cordoni e i moschetti dei carabinieri. Mancò come «capo», perché non era tale, perché, a sua stessa confessione, nel seno della direzione del Partito socialista, non riusciva neanche ad avere ragione dei miserabili intrighi di Arturo Vella o di Angelica Balabanof.
Egli era allora, come oggi, il tipo concentrato del piccolo borghese italiano, rabbioso, feroce impasto di tutti i detriti lasciati sul suolo nazionale dai vari secoli di dominazione degli stranieri e dei preti: non poteva essere il capo del proletariato; divenne il dittatore della borghesia, che ama le facce feroci quando ridiventa borbonica, che spera di vedere nella classe operaia lo stesso terrore che essa sentiva per quel roteare degli occhi e quel pugno chiuso teso alla minaccia.
La dittatura del proletariato è espansiva, non repressiva. Un continuo movimento si verifica dal basso in alto, un continuo ricambio attraverso tutte le capillarità sociali, una continua circolazione di uomini. Il capo che oggi piangiamo ha trovato una società in decomposizione, un pulviscolo umano, senza ordine e disciplina, perché in cinque anni di guerra si era essiccata la produzione sorgente di ogni vita sociale. Tutto è stato riordinato e ricostruito, dalla fabbrica al governo, coi mezzi, sotto la direzione e il controllo del proletariato, di una classe nuova, cioè, al governo e alla storia.
Benito Mussolini ha conquistato il governo, e lo mantiene con la repressione piú violenta e arbitraria. Egli non ha dovuto organizzare una classe, ma solo il personale di una amministrazione. Ha smontato qualche congegno dello Stato, piú per vedere com’era fatto e impratichirsi del mestiere che per una necessità originaria. La sua dottrina è tutta nella maschera fisica; nel roteare degli occhi entro l’orbite, nel pugno chiuso sempre teso alla minaccia…
Roma non è nuova a questi scenari polverosi. Ha visto Romolo, ha visto Cesare Augusto e ha visto, al suo tramonto, Romolo Augustolo.

Antonio Gramsci – Il problema di Milano

Bisogna porre con grande precisione e con grande franchezza agli operai di Milano il problema… di Milano. Perché a Milano, grande città industriale, con un proletariato che è il piú numeroso tra i centri industriali, che da solo rappresenta piú di un decimo degli operai di fabbrica di tutta Italia, perché a Milano non è sorta una grande organizzazione rivoluzionaria, mentre il movimento è sempre stato rivoluzionario? Perché a Milano non ci sono stati mai piú di tremila organizzati nel Partito socialista? Perché a Milano, anche quando il movimento era al suo massimo di altezza, comandavano effettivamente i riformisti? Perché a Milano tutte le associazioni operaie, sindacali, cooperative, mutue, sono sempre state nelle mani dei riformisti o semiriformisti, anche quando le masse erano spinte nelle strade dal piú entusiastico slancio rivoluzionario?
Bisogna porre nettamente e francamente il problema alle masse, e chiamarle a risolverlo coi loro propri mezzi, con la loro volontà, con i loro sacrifici. Il problema è vitale, è il piú importante problema della rivoluzione italiana. È possibile pensare a una rivoluzione italiana se la schiacciante maggioranza del proletariato milanese non è prima stata nettamente conquistata a una concezione precisa e tagliente di ciò che sarà la dittatura proletaria, dei sacrifici e degli sforzi inauditi che essa domanderà alle masse lavoratrici? A Milano sono i maggiori centri vitali del capitalismo italiano: il capitalismo italiano può essere solo decapitato a Milano.
Per la rivoluzione italiana esiste già un problema pieno di incognite, quello di Roma, della capitale politica e amministrativa, dove non esiste un proletariato industriale numeroso che possa avere il sopravvento sulla numerosa borghesia: i fascisti hanno mostrato una delle soluzioni che il problema di Roma può avere. Ma essa sarebbe utopistica per la rivoluzione proletaria senza una netta vittoria a Milano, se a Milano non si crea una situazione tale per cui decine e decine di migliaia di operai devoti, entusiasti e che abbiano delle idee molto chiare e dei fini molto precisi possano essere armati e solidamente inquadrati. Il problema di Milano non è quindi una questione locale: esso è un problema nazionale e in un certo senso anche internazionale. Gli operai di Milano devono persuadersi di ciò e dalla comprensione dei doveri formidabili che incombono su di loro devono trarre tutta l’energia e tutto l’entusiasmo che sono necessari per condurre a termine il compito necessario.
Non sarebbe difficile rintracciare le cause remote e vicine per cui a Milano si è creata l’attuale situazione, nella quale, è inutile nasconderlo, sono i riformisti ad avere l’effettivo controllo delle masse. Poche grandi fabbriche, numero infinito di piccolissime officine, grande quantità di piccoli borghesi addetti al commercio, grande numero di impiegati, tradizione democratica fortissima nei vecchi operai ecc. ecc. Ma a noi basta ricordare lo slancio rivoluzionario dimostrato sempre dalle masse operaie milanesi per giungere a queste conclusioni:
1) La situazione attuale si è creata per gli errori del Partito socialista negli anni dopo la guerra.
2) È possibile, con un lavoro assiduo, paziente, di ogni giorno, di ogni ora con la piú devota abnegazione dei migliori operai, mutare la situazione.
Il Partito socialista non si è preoccupato dell’importanza enorme che Milano avrebbe avuto nella rivoluzione e non ha mai cercato di creare una grande organizzazione politica. Negli anni 1919-1920 per essere all’altezza dei suoi compiti di centro organizzativo dell’economia nazionale, Milano avrebbe dovuto avere una sezione socialista di almeno 30-40.000 soci: cosa possibilissima in una città che conta circa 300.000 lavoratori quando la grande maggioranza segue il Partito che dice di volere la rivoluzione. Invece a Milano sembrava che gli operai venissero appositamente tenuti lontani dall’organizzazione di Partito. I circoli rionali non avevano che una molto scarsa importanza e d’altronde accoglievano solo gli iscritti al Partito. Nella sezione gli elementi operai non avevano la possibilità di far sentire la loro voce. La tribuna era sempre occupata dai grandi assi della demagogia riformista e massimalista, che parlavano ore e ore sui grandi problemi della politica internazionale o… comunale, non una discussione seria sui problemi piú intimamente operai, come i Consigli di fabbrica, le cellule d’officina, il controllo operaio, nella trattazione dei quali anche il piú semplice operaio avrebbe avuto una competenza e dei punti di vista da prospettare. Chi lavorava erano i riformisti: lo scheletro intiero dell’organizzazione operaia milanese era costituito dai riformisti. Sapientemente scaglionati in tutti i punti strategici piú importanti, sapendo lavorare silenziosamente e metodicamente, sapendo piegarsi e scomparire quando il turbine rivoluzionario diventava piú violento, i riformisti saldarono fortissime catene entro le quali oggi la classe operaia milanese circola senza neppure accorgersene. Era tipico di Milano e estremamente significativo dell’assenza di una organizzazione rivoluzionaria, il fatto che quando il movimento di piazza raggiungeva il suo massimo, quando da tutti gli angoli della città brulicava la massa fin nei suoi elementi piú miseri e piú apolitici, gli anarchici prendevano il sopravvento nella direzione; quando il movimento era medio e le grosse parole bastavano, allora i massimalisti erano i leoni; quando invece c’era stagnazione e solo le forze piú attive organizzate erano viventi, allora la direzione era dei riformisti. Il regime fascista ha ridotto ai minimi termini il movimento di classe e i riformisti trionfano su tutta la linea.
Cosa significa tutto ciò? Che noi, che gli operai rivoluzionari, lavoriamo molto male. Solo per la nostra incapacità, solo per il nostro torpore, i riformisti sono forti e pare rappresentino le masse. Bisogna quindi imparare a lavorare, bisogna prospettarsi il problema in ogni fabbrica, in ogni casa, in ogni rione, del come lavorare per conquistarsi la simpatia delle grandi masse, della parte piú povera della classe operaia che è anche la piú numerosa e che darà le piú folti e fedeli schiere di soldati alla rivoluzione.
E bisogna discutere e far discutere. Le nostre colonne hanno anche e specialmente questo scopo.