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Avancinio Avancini – Papà Gedeone ha ceduto

Raccontai già altrove che papà Gedeone, per causa del suo orologio a sveglia, ebbe forti dispiaceri col nipote e che poi questi se ne vendicò.
Ma la mia imprudenza costò cara al povero Tata ed a Martuccia i quali, così, videro svelato il proprio affetto a mezzo mondo e, quel che è peggio, anche a papà Gedeone.
Una sera, mentre io leggeva il giornale su la porta di casa, ecco arrivar Tata furibondo con un randellaccio in mano.
– Abbiamo un conto da accomodare – mi disse. E poichè, essendo alquanto distratto, non mi raccapezzava, egli soggiunse:
– Quell’affare dell’orologio. Sa benissimo. E il bacio e papà Gedeone e io e tutti. Perchè mi ha compromesso inventando un’assurdità simile? Non mi sono mai sognato di baciarla, io. Ma intanto lo zio Gedeone, che non mi crede, ha giurato di farcela pagare. È fuori dei gangheri; e, bisogna dirla, non ha torto. Se io avessi una figlia e leggessi nei giornali certe cose, farei altrettanto. Sì, già. E quella poverina? quanto ha sofferto! è diventata magra e gialla. Un così bel colore, che aveva prima! Pare un’altra donna. Per me non è un gusto. Sono stato in Piemonte a lavorare. Portai a casa ventitre marenghi e mezzo: vado subito dallo zio e mi scaccia. Bella cosa! e ci vogliamo tanto bene con quella benedetta…
Io, a dir la verità, provava un certo rimorso. Cercai di rabbonire il mio avversario.
– Tutto non è perduto – gli dissi.
– Tutto, tutto, signore.
– Una speranza c’è sempre.
– Per me no.
– Eh! via! Scommettiamo? Se ho fatto il male, farò anche l’ammenda. Ci rimedierò io.
– Che rimediarci! nè anche il papa…
– Zitto – mormorai. – Venite in casa. Lasciate stare il papa… si parla di conciliazione e se mai…
Fatto è che lo indussi ad entrare, parlammo a lungo discutendo vari disegni e, dopo un’ora circa, egli si allontanò facendomi tanto di cappello.
– So che le piacciono le cose antiche – mi disse. – Le porterò una moneta che trovai in Piemonte. È tutta verde per la muffa e rôsa dell’umidità. La vuole? dev’essere di Pio nono.
– Volentieri – gridai con riconoscenza sorridendo.
Ed ora eccovi cosa avevamo combinato.

*
* *

Papà Gedeone si era fatto assai taciturno. Curva la testa sopra il desco lavorava da mattina a sera pazientemente, con un cencio di berretto su la fronte e gli occhiali infilati a metà del naso. Per evitar di servirsi della sua figlia e di rivolgerle qualche parola, aveva anzi preso, a venti soldi la settimana, un fanciulletto del paese che tirava gli spaghi, picchiava il cuoio, levava le forme, cavava l’acqua e tagliava le legna. La povera Martuccia erane desolatissima. Costretta a rimaner lungamente con le mani sotto il grembiale, provava una malinconia indicibile ed i suoi guardi andavano fuori della piccola finestra, ben turata alle fessure con carta greggia e piombo fuso. Non le era più concesso uscir di casa. Quando sporgeva la testa dall’uscio per qualche necessità, suo padre rabbuiava la faccia e si tirava i baffi grigi. Tutti in paese erano spettatori di questa disarmonia domestica e se ne facevano commenti in ogni discorso. Il solo che venisse a portare un momento di allegrezza era Lorenzo, ferraio che aveva sempre qualche suola da farsi accomodare o qualche ferro da chiedere. Egli inoltre doveva di frequente regolar l’orologio del campanile che, per i freddi eccessivi di quell’invernata, si era guasto e oggi correva disperatamente, domani si fermava all’improvviso con grave disturbo per gli affari. Perocchè la sveglia di papà Gedeone, malgrado gli avvenimenti di cui era stata complice, continuava ad essere un oggetto preziosissimo nel paese e, in tante settimane, non aveva sbagliato più nè anche di un minuto. Basta dire, come papà Gedeone, che essa era di Germania.
I colloquî, anzi, i monologhi di Lorenzo non cambiavano mai.
– Papà Gedeone, son qui a rompervi le scatole per un poco di filo; – oppure: per un dito di cuoio; – oppure: per un chiodino da mettere alle ciabatte. E così? che ora facciamo? oggi siam giusti: la differenza è solo di sette minuti. Però, unsi d’olio le ruote piccole del congegno. In un luogo mancava una laminetta d’ottone; foggiai la maniglia d’un uscio e ve la posi. Niente di nuovo? Ho visto il vostro garzone che andava dal fornaio. Sapete che è un gran bighellonaccio? correva dietro alle oche, dico, in mezzo alla via, e poneva loro le bricciole su la coda. Mi son permesso di dargli uno scappellotto. Già. Ha la pelle dura. Sicchè dunque vi hanno raccontato? al sindaco è morto il bracco. È stato morsicato da una bestia forestiera e si è dovuto attossicarlo. Una morte orribile. Io l’ho visto dalla inferriata; aveva la bava alla bocca e si contorceva come un cane. Non potevano attendere? si è sempre in tempo ad ammazzare. Ma voi siete stato anche in guerra ed avete visto di ben altre cose, non è così?
Papà Gedeone allora cominciava a rianimarsi nelle memorie del passato e le sue disquisizioni concludevano sempre con un rabbuffo al presente.
– L’Italia? la libertà? dove è questa Italia? bella roba che ci han dato. La miseria, e tutti i vizî, e le birbanterie, e le stupidaggini. Non si può più bere un bicchiere di vino; falsificato anche il vino. I croati erano rozzi ma ci davano da bere. E il tabacco? altro che i virginia, i sella, i che so io. L’ho a morte con questi italiani del diavolo. Dico dunque che la va male. Non si lavora più. C’è tanti che si fanno concorrenza. La roba è cara e noi non ci pàgano mica. Guardate: sui registri ho per duecento e più lire di credito. Denari buttàti via. Ho paura che morirò senza rivederli. Basta, finiamola. È meglio farci una croce su la lingua. Qualche giorno la succederà grossa.
E Lorenzo, strizzando l’occhio a Martuccia, guardava in alto un certo quadro bislungo, entro la sua cornice greggia, semi coperto da ragnateli e voltato con la faccia verso il muro. Il ritratto di Garibaldi.

*
* *

Martuccia sedeva alla tavola di noce, nella parte posteriore della bottega. Cadeva la sera; sul focolare si udiva un allegro bollir di pentola.
– Papà! – ella disse con voce tremolante. E le sue dita sfogliarono le pagine d’un librone che le stava dinanzi tutto stellato di sgorbi neri e traversato da lunghe striscie d’inchiostro. Gedeone, al deschetto, aveva deposto una scarpaccia e coi gomiti su le ginocchia meditava in silenzio.
– Papà; sono due settimane che non prendiamo un soldo. E dieci giorni fa hai dato trentasette franchi in prestito al pizzicagnolo. Se non tieni denari di sopra, in qualche canterano…
– Non ho niente – rispose asciutto asciutto il vecchio.
– Vedi però: se mi lasciavi andare al filatoio…
– Mai.
– Sarebbero stati pochi, ma nelle nostre condizioni…
– Mai, dico.
– Che anno disgraziato! – soggiunse la povera fanciulla con atto dolente. E levatasi dalla tavola andò a riattizzare il fuoco. Papà Gedeone intanto, avendo preso il posto di lei, cominciò a scartabellar quel registro, togliendone interi fogli, numerando le somme lunghe da cime a fondo. Ma non trovò nulla di buono e, tratto tratto, i suoi sospiri nella penombra del crepuscolo risonavano come soffî di mantice. Non era un bel momento, vero? ed ecco all’improvviso spalancarsi la porta. Entrò Lorenzo ferraio accompagnato da un altro che aveva il mantello su gli occhi: la sorpresa di papà Gedeone apparve grandissima, ma fu più grande ancora quella di Martuccia.
– Papà Gedeone – proruppe Lorenzo: – volete guadagnar trenta franchi? ecco uno che desidera un paio di stivali.
– Per chi, poi? – chiese il vecchio.
– Per chi ha le gambe. Volete o non volete?
– Si fa il nostro mestiere, diamine.
– Sicchè dunque prendetegli la misura.
L’uomo dal mantello si accomodò su la seggiola di papà Gedeone e ne fece crepitare il cuoio imbottito.
– Di che pelle? – disse papà Gedeone andando a prendere una lista di carta ripiegata. – E quante suole? una o due? ed a che uso dovranno servire? bisogna saperlo prima.
Lorenzo diede le risposte che occorrevano.
– Pelle fina. Non guardate a spesa. Due suole, a punta in rilievo. Per un camminatore le scarpe devono essere leggiere. Fatele dunque molto leggiere. E niente aristocrazia, niente economia. Un largo gambale che caschi su le caviglie in pieghe uniformi; un collo del piede alto e comodo, punta piatta e forte sì che all’occasione possa usarsi in certi esercizî.
E papà Gedeone si curvò in ginocchio per terra, tolse al cliente la scarpa destra, appoggiò la gamba di lui sopra una delle sue coscie, indi, calcàti gli occhiali al loro posto, si mise a palpare in tutti i sensi quel povero piede, a misurarlo di sopra, a misurarlo di sotto, a segnar di brevi tagli la carta che aveva tra le dita, a brontolar misteriosi discorsi, assorto completamente nelle funzioni della propria arte.
Quand’ebbe terminato lasciò andare il piede, si rizzò di nuovo e corse a trascrivere l’ordinazione in apposito registro.
– Ecco fatto – mormorò.
– E il costo? – chiese Lorenzo.
– Vedremo dopo.
– Vi raccomando una punta larga – alla sua volta disse l’uomo ammantellato. – Soffro molto in questa parte. E non voglio chiodi alle suole. E nè meno voglio rinforzi al calcagno. Guai se mi viene a dolere il calcagno!
– Lasciate fare, lasciate fare, lasciate fare! – ripeteva papà Gedeone accendendo la piccola lucerna.
E dopo che i due furono usciti, rivoltosi a Martuccia:
– Glieli faccio perchè ho bisogno di soldi, veh! ma poscia lo metto ancora alla porta, quell’asino.

*
* *

Passarono quindici giorni. Tata (poichè era egli) ritornò a prendere gli stivali.
– E così? fatti?
– Fatti.
– Si può provarli?
– Eccoli.
– Belli. Bravo. Mi piacciono. Quale è il destro? ah! ho capito. Benissimo. Datemi una sedia. Così. Tentiamo. Uno, due… La scarpa è fuori. Li avete anche lucidàti? a meraviglia. Il gambale è molto comodo. Perfettamente. Uno, due… ancora un poco… è su!
Tata, avendo messo lo stivale destro, diede un colpo a terra per meglio adagiarvi il piede e fece qualche passo nella bottega. Ma ben presto cominciò a far di quelle smorfie, di quei visacci, di quelle bocche!
– Ahi! ahi! – gemeva il povero diavolo zoppicando. – Impossibile! Avete fatto la punta troppo stretta. Ci voleva un centimetro più comoda. Son rovinato.
Papà Gedeone cercò di gridare.
– Ma se ho misurato, ma se ho fatto largo come il campanile! ma se ho tagliato giù un piede buono per san Cristoforo!
– Insomma non si può. Io non voglio guastarmi il piede. Quand’è guastato è guastato.
– Trentacinque franchi alla malora! – gemette papà Gedeone buttando gli stivali sotto la tavola. – Bei guadagni che faccio. Ma non importa. Succeda quel che vuole succedere. Te ne preparerò un altro paio. Torna giovedì prossimo. Fuori, fuori. Chiudo la bottega.
Tata dovette andarsene.
– Contento voi, contento tutti – esclamò mentre usciva in istrada.
E al giovedì seguente fu puntuale. Sul deschetto lo aspettava un secondo paio di stivali, più belli dei primi, a cui il vecchio, aiutato dal garzoncello, dava l’ultima spalmata di grasso.
– Fatti?
– Sono qui.
– Mi rincresce, sapete…
– Colpa mia.
– Proviamo?
– Proviamo pure.
E si posero all’opera. Dopo cinque minuti il giovane rinnovò i suoi esperimenti attraverso la camera. Ma l’esito fu eguale.
– Oh! Dio! oh! che bruciore! l’ho detto io! ho adosso il malocchio. Stavolta sono i chiodi alla suola. E la gamba? che vi è venuto in mente, zio? troppo sottile, troppo esile! è buona per uno struzzo e non per me che devo fare trenta chilometri al giorno!
– Ma se di chiodi non ce ne ho messi!
– Ecco, già. Vedete? sono chiodi. E non si possono togliere. Hanno la testa in giù. Il cuoio è sollevato. Resterà sempre una montagnetta al loro posto. Poi c’è la gamba. Come allargarla? sfido io. Quando si è disgraziati!
Papà Gedeone diede un grande calcio anche a quel secondo paio di stivali e chiuse la bottega.
– Torna lunedì l’altro. Ci porrò tutto l’impegno. E se il diavolo non ci ficca le corna…
– Oh! zio! lasciate lì!
– Silenzio. So il mio dovere.
E serrate le imposte afferrò il garzoncello per un orecchio.
– Tu hai messo quei chiodi, mariolo. Ti manderò via, brutto ceffo.
Poscia, picchiatolo a suon di tamburo, salì per coricarsi.
Martuccia vide il fanciullo che piangeva, gli si avvicinò e gli offerse una scodella di latte caldo.

*
* *

È inutile insistere molto: fatto è che Tata, il lunedì indicato, venne alla bottega, calzò gli stivali, fece mezzo giro per la contrada e ricomparve rosso come bragia, bestemmiando senza ritegno. Questa volta era il tallone che tormentavalo: in fondo agli stivali, proprio dove si fanno le pieghe, era cucita una pezza di cuoio dura e nodosa.
Papà Gedeone diventò di tutti i colori. Via; anche un santo avrebbe rinnegato la pazienza. E non era per quel centinaio di franchi sprecàti che più si rammaricava; era per l’onore della sua arte irremissibilmente perduto: era per le ciarle che se ne facevano in paese, per i sardonici sorrisetti che gli pareva di scorgere su la faccia di qualunque mascalzone, per gli scherni di cui lo si rendeva oggetto ad ogni mosca che volasse. Tutte le occasioni si prestavano per burlarlo. Egli era la vittima degli amici, i quali durante una quindicina di giorni lo importunarono per diritto e per traverso con mille allusioni, con mille beffe, con mille ironie. Bisogna essere vissuti un po’ di tempo in un villaggio ozioso ed ignorante per intendere fino a qual grado possano arrivare certi pettegolezzi campagnoli.
Il povero uomo alla fine, trovandosi così bersagliato, perdette la testa e un bel giorno confidò a Martuccia che gli pareva di essere uno scemo.
Quanto a Tata, s’era opposto vivamente che suo zio gli facesse un quarto paio di stivali: essere troppa la spesa, ritener che doveva incolparsene qualche spirito maligno, demonio o strega o mago sabino, aver intenzione di parlarne col cappellano e di pregarlo a benedirgli i piedi con l’acqua santa. In realtà papà Gedeone non avrebbe trovato nei canterani due lire per comperare un’altra lista di cuoio.
Ma ogni cosa ha la sua spina e la sua rosa, come sentenziava Lorenzo ferraio. Il quale una sera giunse tutto in chicchera (cioè con le scarpe e senza grembiale) giunse tutto in chicchera, accompagnato dal figlio maggiore del sagrestano. Essi presero papà Gedeone a tu per tu e gli dissero:
– Tata è figlio di vostra sorella Maria. Maria morendo ve lo raccomandava. Egli ha fatto il militare, è sano, è senza fastidî, è un bel maschione: tien via un cumuletto di marenghi guadagnati con le sue onestissime fatiche; non ha vizi, gli piace la pipa ma è meglio la pipa che peggio. Sicchè dunque, per che cosa non gli dareste Martuccia? L’età è a proposito: si vogliono bene, anzi benissimo, o non desiderano che questo. Fateli contenti e sarete contento anche voi.
Papà Gedeone rispose con una sola parola:
– Amen.
E diede una affermativa crollatina di spalle.

*
* *

Il giorno delle nozze papà Gedeone era di allegrissimo umore. Tata portava una coppia di quegli stivali famosi nè sembrava esservi a disagio.
– Oh! da un pezzo ho capito che me la volevi fare – mormorò in fine di pranzo papà Gedeone a sua figlia. – E trinciò la mano per aria, sorridendo, in atto di carezzevole minaccia.
Frattanto Lorenzo ferraio, rosso come un peperone, passava dall’uno all’altro dei convitati susurrando loro nell’orecchio:
– Sapete, già: era Martuccia che metteva i chiodi, e tagliava le suole, e cuciva le pezze di cuoio. Ho sempre detto che è maliziosa come… come… come… Facciamo baldoria!

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Gandavo, Pero de Magalhães – Tractado da terra do Brasil – no qual se contem a informação das cousas que ha nestas – partes feito por P.º de Magalhaes

EText-No. 28122
Title: Tractado da terra do Brasil – no qual se contem a informação das cousas que ha nestas – partes feito por P.º de Magalhaes
Author: Gandavo, Pero de Magalhães, -1576
Language: Portuguese
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Ley, porque V. Magestade ha por bem restituir aos indios do Grão Pará, e Maranhão a liberdade das suas pessoas, e bens etc.

EText-No. 24289
Title: Ley, porque V. Magestade ha por bem restituir aos indios do Grão Pará, e Maranhão a liberdade das suas pessoas, e bens etc.
Author: Anonymous
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Fray Luis de León – Amor casi de un vuelo me ha encumbrado

Amor casi de un vuelo me ha encumbrado
adonde no llegó ni el pensamiento;
mas toda esta grandeza de contento
me turba, y entristece este cuidado,

que temo que no venga derrocado
al suelo por faltarle fundamento;
que lo que en breve sube en alto asiento,
suele desfallecer apresurado.

mas luego me consuela y asegura
el ver que soy, señora ilustre, obra
de vuestra sola gracia, y que en vos fío:

porque conservaréis vuestra hechura,
mis faltas supliréis con vuestra sobra,
y vuestro bien hará durable el mío.

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Lorenzo de’ Medici – Giá sette volte ha Titan circuíto

Giá sette volte ha Titan circuíto
nostro emispero e nostra grave mole:
per me in terra non è stato sole,
per me la luce o splendor fuor non uscito.
Ond’è ch’ogni mio gaudio è convertito
in pianto oscuro, e, quel che piú mi duole,
veder Amor che ne’ princípi suole
parer placato, ognor piú incrudelito.
Tristo principio è questo al nostro amore,
e già mi pento della prima impresa,
ma or quando aiutar non me ne posso;
ch’io sento arder la face a mezzo il core,
e oramai troppo è questa ésca accesa.
Dunque, ben guardi ogn’uom pria che sia mosso.

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Franco Sacchetti – Uno giovene Sanese ha tre comandamenti alla morte del padre: in poco tempo disubbedisce, e quello che ne seguita.

Ora verrò a dire di una che s’era maritata per pulzella, e ‘l marito vidde la prova del contrario anzi che con lei giacesse, e rimandolla a casa sua, senza avere mai a fare di lei.
Fu a Siena già un ricco cittadino, il quale, venendo a morte, e avendo un figliuolo e non piú, che avea circa a venti anni, fra gli altri comandamenti che li fece, furono tre. Il primo, che non usasse mai tanto con uno che gli rincrescesse; il secondo, che quando elli avesse comprato una mercanzia, o altra cosa, ed elli ne potesse guadagnare, che elli pigliasse quello guadagno e lasciasse guadagnare ad un altro; il terzo, che quando venisse a tòr moglie, togliesse delle piú vicine, e se non potesse delle piú vicine, piú tosto di quelle della sua terra che dell’altre da lunge. Il figliuolo rimase con questi ammonimenti, e ‘l padre si morío.
Era usato buon tempo questo giovene con uno de’ Forteguerri, il quale era stato sempre prodigo, e avea parecchie figliuole da marito. Li parenti suoi ogni dí lo riprendevano delle spese, e niente giovava. Avvenne che un giorno il Forteguerra avea apparecchiato un bel desinare al giovene e a certi altri; di che li suoi parenti li furono addosso, dicendo:
– Che fai tu, sventurato? vuo’ tu spendere a prova col tale che è rimaso cosí ricco, e hai fatto e fai li corredi, e hai le figliuole da marito?
Tanto dissono che costui come disperato andò a casa, e rigovernò tutte le vivande che erano in cucina, e tolse una cipolla, e puosela su l’apparecchiata tavola, e lasciò che se ‘l cotal giovene venisse per desinare gli dicessono che mangiasse di quella cipolla, che altro non v’era, e che ‘l Forteguerra non vi desinava.
Venuta l’ora del mangiare, il giovene andò là dove era stato invitato, e giugnendo su la sala domandò la donna di lui: la donna rispose che non v’era, e non vi desinava; ma che elli avea lasciato, se esso venisse, che mangiasse quella cipolla, che altro non v’era. Avvidesi il giovene, su quella vivanda, del primo comandamento del padre, e come male l’avea osservato, e tolse la cipolla, e tornato a casa la legò con un spaghetto e appiccolla al palco sotto il quale sempre mangiava.
Avvenne da ivi a poco tempo che, avendo elli comprato un corsiere fiorini cinquanta, da indi a certi mesi, potendone avere fiorini novanta, non lo volle mai dare, dicendo ne volea pure fiorini cento; e stando fermo su questo, al cavallo una notte vennono li dolori, e scorticossi. Pensando a questo, il giovene conobbe ancora avere male atteso al secondo comandamento del padre e, tagliata la coda al cavallo, l’appiccoe al palco allato alla cipolla.
Avvenne poi per caso ancora, volendo elli pigliare moglie, non si potea trovar vicina, né in tutta Siena, giovene che li piacesse, e diési alla cerca in diverse terre, e alla fine pervenne a Pisa, là dove si scontrò in un notaio, il quale era stato in officio a Siena, ed era stato amico del padre, e conoscea lui.
Di che il notaio gli fece grande accoglienza, e domandollo che faccenda avea in Pisa. Il giovene li disse che andava cercando d’una bella sposa, però che in tutta Siena non ne trovava alcuna che li piacesse.
Il notaio disse:
– Se cotesto è, Dio ci t’ha mandato, e serai ben accivito; però che io ho per le mani una giovene de’ Lanfranchi, la piú bella che si vedesse mai, e dammi cuore di fare che ella sia tua.
Al giovene piacque, e parveli mill’anni di vederla, e cosí fece. Come la vide, s’accostò al mercato, fu fatto e dato l’ordine quando la dovesse menare a Siena. Era questo notaio una creatura de’ Lanfranchi, e la giovene essendo disonesta, e avendo avuto a fare con certi gioveni di Pisa, ella non s’era mai potuta maritare. Di che questo notaio guardò di levare costei da dosso a’ suoi parenti e appiccarla al Sanese. Dato l’ordine della cameriera, forse della ruffiana, la quale fu una femminetta sua vicina, chiamata monna Bartolomea, con la quale la donna novella s’andava spesso trastullando di quando in quando; e dato ogni ordine delle cose opportune e della compagnia, tra la quale era alcuno giovene di quelli che spesso d’amore l’avea conosciuta, si mosson tutti col marito e con lei ad andare verso Siena, e là si mandò innanzi a fare l’apparecchio.
E cosí andando per cammino, un giovene de’ suoi che la seguía parea che andasse alle forche, pensando che costei era maritata in luogo straniero, e che senza lei gli convenía tornare a Pisa; e tanto con pensieri e con sospiri fece che ‘l giovene quasi e di lei e di lui si fu accorto: perché ben dice il proverbio che l’amore e la tosse non si può celare mai. E con questo vedere, preso gran sospetto, tanto fece che seppe chi la giovene era e come il notaio l’avea tradito e ingannato. Di che giugnendo a Staggia, lo sposo usò questa malizia disse che volea cenare di buon’ora, però che la mattina innanzi dí volea andare a Siena, per fare acconciare ciò che bisognava; e disselo sí che ‘l valletto l’udisse.
Erano le camere dove dormirono quasi tutte d’assi l’una allato all’altra. Il marito ne avea una, la sposa e la cameriera un’altra, e in un’altra era il giovene e un altro, il quale non fu senza orecchi a notare il detto del Sanese; ma tutta la sera ebbe colloquio con la cameriera, aspettando l’alba del giorno, e cosí s’andorono al letto. E venendo la mattina, quasi un’ora innanzi a dí, e lo sposo si levò per andare a Siena come avea dato ad intendere. E sceso giuso, e salito a cavallo, cavalcò verso Siena quasi quattro balestrate, e poi diede la volta ritornando passo passo e cheto verso l’albergo donde si era partito; e appiccando il cavallo a una campanella, su per la scala n’andò; e giugnendo all’uscio della camera della donna, guardò pianamente e sentí il giovene essere dentro; e pontando l’uscio mal serrato, v’entrò dentro; e accostandosi alla cassa del letto pianamente, se alcun panno trovasse di colui che s’era colicato, per avventura trovò i suo’ panni di gamba, e quelli del letto, o che sentissono, e per la paura stessono cheti, o che non sentissono, questo buon uomo si mise le brache sotto, e uscito della camera, scese la scala, e salito a cavallo con le dette brache, camminò verso Siena.
E giunto a casa sua, l’appiccò al palco allato alla cipolla e alla coda.
Levatasi la donna e l’amante la mattina a Staggia, il valletto non trovando le brache, sanza esse salí a cavallo con l’altra brigata, e andorono a Siena. E giunti alla casa, dove doveano essere le nozze, smontorono. E postisi a uno leggiero desinare sotto le tre cose appiccate, fu domandato il giovane quello che quelle cose appiccate significavano. Ed elli rispose:
– Io vel dirò; e prego ognuno che mi ascolti. Egli è piccol tempo che mio padre morí, e lasciommi tre comandamenti: il primo sí e sí, e però tolsi quella cipolla e appicca’ la quivi; il secondo mi comandò cosí, e in questo il disubbidi’; morendo il cavallo, taglia’ li la coda e quivi l’appiccai; il terzo, che io togliesse moglie piú vicina che io potesse; e io, non che io l’abbia tolta dappresso, ma insino a Pisa andai, e tolsi questa giovene, credendo fosse come debbono essere quelle che si maritono per pulzelle. Venendo per cammino questo giovene, il quale siede qui, all’albergo giacque con lei, e io chetamente fui dove elli erano; e trovando le brache sue, io ne le recai e appicca’ le a quel palco: e se voi non mi credete, cercatelo, che non l’ha: – e cosí trovorono. – E però questa buona donna, levata la mensa, vi rimenate in drieto, che mai, non che io giaccia con lei, ma io non intendo di vederla mai. E al notaio, che mi consigliò e fece il parentado e la carta, dite che ne faccia una pergamena da rocca.
E cosí fu. Costoro con la donna si tornorono a piè zoppo col dito nell’occhio; e la donna si fece per li tempi con piú mariti, e ‘l marito con altre mogli.
In queste tre sciocchezze corse questo giovene contro a’ comandamenti del padre, che furono tutti utili, e molta gente non se ne guarda. Ma di questo ultimo, che è il piú forte, non si puote errare a fare li parentadi vicini, e facciamo tutto il contrario. E non che de’ matrimoni, ma avendo a comprare ronzini, quelli de’ vicini non vogliamo, che ci paiono pieni di difetti, e quelli de’ Tedeschi che vanno a Roma, in furia comperiamo. E cosí n’incontra spesse volte e dell’uno e dell’altro, come avete udito, e peggio.

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Luis de Camoes – Grão tempo ha ja que soube da Ventura

Grão tempo ha ja que soube da Ventura
A vida que me tinha destinada;
Que a longa experiencia da passada
Me dava claro indicio da futura.
Amor fero e cruel, Fortuna escura,
Bem tendes vossa fôrça exprimentada:
Assolai, destrui, não fique nada;
Vingai-vos desta vida, que inda dura.
Soube Amor da Ventura, que a não tinha,
E porque mais sentisse a falta della,
De imagens impossiveis me mantinha.
Mas vós, Senhora, pois que minha estrella
Não foi melhor, vivei nesta alma minha;
Que não t~ee a Fortuna poder nella.

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Michelangelo Buonarroti – Tu ha’ ‘l viso più dolce che la sapa

Tu ha’ ‘l viso più dolce che la sapa,
e passato vi par sù la lumaca,
tanto ben lustra, e più bel c’una rapa;
e’ denti bianchi come pastinaca,
in modo tal che invaghiresti ‘l papa;
e gli occhi del color dell’utriaca;
e’ cape’ bianchi e biondi più che porri:
ond’io morrò, se tu non mi soccorri.
La tua bellezza par molto più bella
che uomo che dipinto in chiesa sia:
la bocca tua mi par una Continua la lettura di Michelangelo Buonarroti – Tu ha’ ‘l viso più dolce che la sapa

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Franco Sacchetti – La sorella del marchese Azzo, essendo andata a marito al giudice di Gallura, in capo di cinque anni torna vedova a casa. Il frate non la vuol vedere, perché non ha fatto figliuoli, ed essa con un motto il fa contento.

Il marchese Azzo da Esti andò cercando il contrario d’una sua sorocchia. Questo marchese credo fosse figliuolo del marchese Obizzo, e avendo una sua sorocchia da marito che, salvo il vero, ebbe nome madonna Alda, la quale maritò al giudice di Gallura; e la cagione di questo matrimonio fu che ‘l detto judice era vecchio e non avea alcun erede, né a chi legittimamente succedesse il suo; onde il marchese, credendo che madonna Alda, o madonna Beatrice come certi hanno detto avesse nome, facesse di lui figliuoli che rimanessono signori del judicato di Gallura, fece queto parentado volentieri: e la donna Continua la lettura di Franco Sacchetti – La sorella del marchese Azzo, essendo andata a marito al giudice di Gallura, in capo di cinque anni torna vedova a casa. Il frate non la vuol vedere, perché non ha fatto figliuoli, ed essa con un motto il fa contento.

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