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Carlo Bini – Il Forte della Stella

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IL FORTE DELLA STELLA
di
Carlo Bini

SCENA UNICA

CARLO a un’inferriata, che fischia sbadatamente, e il signore INNOCENZIO TIENLISTRETTI, che viene verso l’inferriata badando dove mette i piedi.

CARLO Oh! ve’ chi vedo! questi son miracoli! buon giorno e buona sera, signore Innocenzio! come mai quassù sulle nuvole? è forse l’Anno Santo? ve l’hanno dato per penitenza?

INNOCENZIO Eh! penitenza davvero! un fallimento giù in quella bicocca, ed eccovi spiegato tutto! Io questa volta non ho voluto saper di procure, e son venuto da me a cantar l’esequie alle due mila lire defunte in corpo ed in anima, Eh! questa non è l’annata dei galantuomini.

CARLO E un bel pezzo che in questo genere la raccolta va male. Ma diamo bando alle malinconie. Come stanno a casa mia? come stanno a casa vostra?

INNOCENZIO Bene di qua e di là. Io, giacché per mala ventura mi trovavo in queste parti, ho sollecitato il permesso di venirvi a vedere, e l’ho ottenuto. Ma come diavolo è andata la faccenda? Quand’io lo seppi, rimasi di sasso! pare impossibile! un uomo come voi! avete i vostri anni! avete i vostri affari! di che vi siete mischiato? parlate, ditele giuste; vediamo se v’è da rimediarla.

CARLO Come è andata la faccenda? io ve lo saprò dire quando me lo diranno.

INNOCENZIO Oh! voi me la vorreste ficcar bella! Vorreste darmi ad intendere che si piglia un uomo come un sacco di lana, e si porta qua, si porta là, senza un perché, senza una ragione che lo comandi? Io son vecchio, e conosco il mondo prima di voi. Queste cose a mio tempo non si facevano, e non si fanno né anch’oggi. Su via: siamo a quattr’occhi; – io sono un uomo d’onore. Mettete da parte i ghiribizzi: già lo so il cervello balzano che siete. Non ho mai conosciuto quando dite da vero, e quando dite da burla. Voi dovete averla pur fatta una qualche cosa, altrimenti non mi parlereste di dietro a un’inferriata. Aut, aut. La Giustizia non è cieca; ella non opera a caso.

CARLO Messere, io non ho mai veduto la Giustizia; però non so dirvi se ella sia cieca, o se abbia vista di lince, o se porti gli occhiali. La vedrei bensì volentieri cotesta matrona; la vedrei volentieri non per altro, badate, che per baciarle le mani. Solamente vi dirò, che a Livorno un contadino una volta affacciandosi a un tribunale a dimandare se stesse lì la Giustizia, gli fu risposto aspramente: – Fuori, fuori; qui non ci sta la Giustizia.

INNOCENZIO E via cogli scherzi, e via coi sarcasmi! Ma voi siete un diavolo, – siete incorreggibile! Orsù, ve lo chiedo per grazia; mettete capo a partito. Son cinque minuti che discorriamo, e non abbiamo concluso nulla.

CARLO Per me non è una gran cosa, per me che sono avvezzo a discorrere un giorno, e se volete anche un mese, senza concludere. Il concludere è una cosa arida, una cosa incivile, che scioglie le conversazioni e le manda a letto. Non vi pare un bel che, quel segnare un visibilio di numeri senza tirar mai la somma? Io ci godo. Tolleranza vuoi essere! Ognuno ha il suo stile.

INNOCENZIO Il santo Giob con voi bestemmierebbe più di quello che non ha fatto. Me ne fareste dir delle belle! Ma pazienza. Sapete perché mi perdo con voi? perché conosco la vostra famiglia; – vi ho veduto piccolo, – vi ho veduto crescere, – ora vi vedo in prigione, e vi voglio piuttosto bene che no. Se non fosse così, vi avrei già piantato fino dal bel principio. Torniamo a bomba. Voi siete in prigione: ne andate d’accordo?

CARLO Poiché me lo dite, io ci voglio credere.

INNOCENZIO Laus Deo! è una risposta mezza e mezza, ma con certi capi bisogna contentarsene. Ora veniamo alla seconda parte. Perché ci siete? Mi avete detto di non saperlo, ma queste mi paion novelle. Non bisogna rispondere quello che prima viene alla bocca. Rifletteteci un poco. Fate l’esame di coscienza. Io son qua per ascoltarvi.

CARLO Avete voi facoltà di confessare? avete voi tutti gli ordini? Badate di non commettere un sacrilegio.

INNOCENZIO Bah! che il diavolo vi porti! Non posso buttar fuori una parola, che voi subito non me la peschiate all’amo. Io non ve lo voleva dire che siete un rompicollo; ma ormai ve l’ho detto; rimanetevi col malanno e colla malora, – io me ne vado.

CARLO Io vi direi buon viaggio, se da tanto tempo non avessi desiderato di vedere un uomo pur che sia: – ma via, mettetevi in calma; farò l’esame di coscienza come volete; che cosa dite che io abbia fatto?

INNOCENZIO Ah! misero me! con chi mai son capitato! Non hanno sbagliato a prendervi, hanno sbagliato nel luogo.

CARLO Dovevano mettermi all’ospedale. Non è vero? che ve ne pare? miro diritto?

INNOCENZIO Malizioso! malizioso! vorreste terminare col farmi ridere. Con quei vostri modi strani mi avete talmente imbrogliata la testa, che non so più neppur io né perché son qua, né che cosa volevo. Rovesciamo le parti, e sarà meglio. Cominciate voi a dimandare.

CARLO Mi maraviglio! Le buone creanze son pur qualche cosa in questo mondo. La diritta va sempre data al più vecchio.

INNOCENZIO Pazienza! e Dio scriva questo colloquio in isconto de’ miei peccati. Vedo che a buoni patti con voi non si ottiene mai nulla. Entrerò dunque in mezzo alla questione ex abrupto. Avete forse rubato?

CARLO Vi risponderò una parola sola: io sono un mercante.

INNOCENZIO Lingua di vipera! che vorreste dire per questo? anch’io sono un mercante; che vorreste dire per questo?

CARLO Nient’altro che io sono un mercante.

INNOCENZIO Dunque?

CARLO Io sono un mercante, e voi siete un mercante; uno più uno fa due. Questo linguaggio d’algebra non può fallire.

INNOCENZIO Voi siete un veleno. Io avrei tutte le ragioni da dubitare che abbiate voluto offendermi. Vi compatisco perché siete giovane; ma datemi retta per vostro bene: – tenete più conto delle parole che spendete.

CARLO Le parole non mi costano nulla, posso scialacquare a mia posta. E poi, perché tanto caldo? Non temete di nulla. Son io forse il Bargello? anzi, tutto il contrario; – io sono un carcerato. Voi siete un mercante; – non è forse vero? e la mercatura è l’arte di far quattrini o in un modo o in un altro. Chi batte le strade maestre, chi le scorciatoie. E’ questione di far più presto, o più tardi.

INNOCENZIO Puf! lasciate ch’io m’asciughi la fronte e tiriamo innanzi. Avete ammazzato nessuno?

CARLO Non mi pare, o potrei dirvi di no: – anzi, potrei mostrarvi i miei trattati di pace con tutto il genere umano ratificati da una parte e dall’altra. Solamente una volta ebbi ad ammazzare un amico; – non già per ira, che aveste a credere, ma così per un lancio di fantasia: fortunatamente la pistola non era carica.

INNOCENZIO Bravo per Dio! e vi ringrazio di avermelo detto; – è un avvertimento opportuno per chi avesse voglia di prendervi a casigliano. Intanto ripigliamo il Decalogo, e vediamo su qual comandamento la prigione abbia potuto far presa di voi. Abbiamo già contato due peccati, e non vi appartengono, per quanto dite voi. Dei peccati che riguardano Dio e le pratiche religiose non tratterò, perché la Giustizia umana oggi non se ne cura. Bensì voi mi avete una tal cera su questo conto che non promette nulla di buono; – ma sarà peggio per voi, e il Demonio farà di bei processi. Sentirete voi le scottature, signor bello spirito! Non mi fermerò né anche sull’onorare il padre e la madre; – l’abbiate o non l’abbiate fatto, io non so; – ma i genitori hanno tali viscere, che perdonano sempre, e non reclamano mai. Io pure son padre. Dunque conclusione, giacché io son l’uomo del concludere. Avete fornicato? Ma che dico mai, Dio mel perdoni! Questo è un peccato pur troppo, e nessuno ne dubita; – però i peccatori son troppi: come fareste voi a punirlo, – voi che leggete, che sapete tante belle cose, che siete uno spirito moderno, che fate le risa sulla mia coda, e sui miei calzoni corti?

CARLO Io lo perdonerei, perché egli è un peccato dolce, e nessuno se ne lamenta; pure se voleste punirlo di prigione, mettete un paio d’inferriate ai due poli della terra. La spesa del ferro non sarà molta; – costerà piuttosto il viaggio.

INNOCENZIO Io non intendo nulla nei vostri discorsi e per dirvela all’antica, o parlate troppo bene, o parlate troppo male. Ma sia per non detto, e seguitiamo l’esame. Avete fatto qualche falsa testimonianza?

CARLO Io non ho il vizio di giurare: questa è una moneta che il galantuomo e il furfante può coniare a suo beneplacito. Io non voglio con un giuramento sforzarvi a credere sulla mia lealtà. Vi dirò soltanto che fin qui i Tribunali non mi hanno chiamato mai come testimonio, e in questo non ho peccato; ma bisogna anche dire che l’occasione e mancata. Vedremo in seguito se resisto al cimento. L’uomo dammelo morto. Vedete ch’io son sincero, forse anche troppo.

INNOCENZIO Già, quando vi torna. In somma noi siamo alla coda del Decalogo, e con uno scambietto voi mi avete saltato tutte le fosse. Avete un’agilità maravigliosa; tale che la vostra corporatura non lo farebbe supporre. Dio voglia che abbiate detta la verità; ma perdonate, io ci ho i miei dubbi. Non ostante, non v’è che ridire: voi dite di no, ed io non posso né voglio darvi la torto: – Ora non rimangono che due peccati di desiderio; ma questi non hanno che fare cogli sbirri; – sarebbe inutile ch’io ve ne facessi dimanda. Pure, giacché sono in corso, son curioso di farvela. Avete mai commesso peccati di desiderio?

CARLO Da poi che son vivo, io ho sempre desiderato: ora in questo momento desidererei di non esser qua dentro; se fossi fuori, avrei desiderato di non avere inciampato in questo vostro colloquio; – non per nulla di male, – ma voi avreste dato agli affari il vostro tempo, – io mi sarei baloccato il mio meglio a mio grado. Del resto, se il desiderio avesse le mani come non l’ha, io so dire che avrei tante cose al mio servigio, che non saprei dove metterle.

INNOCENZIO Dunque voi avete desiderata la donna degli altri.

CARLO Confesso la mia debolezza; io l’ho desiderata, e la desidero tuttavia. Ne ho desiderate molte, – molte, vedete; – non quante voi, perché avete più anni, – ma molte davvero; – tante, che se mi fossero venute tutte, ne avrei rimandata via la metà. E d’ogni bellezza, d’ogni colore, d’ogni statura; e vedove, e maritate, e fanciulle. E vi so dire ch’io me ne intendo, e che in questo genere ho fantasia di poeta e di pittore. Le ho desiderate bigotte, spiritose, scimunite, contegnose, e civette; e le desidero tuttavia, e faccio poche restrizioni, tranne quella dell’età e della bruttezza. Poche n’ho desiderate per amore, tutte per piacere. Poi non m’inquieto a informarmi se la donna sia sciolta o legata, se appartenga a Tizio o a Sempronio. È un pensiero che io lascio volentieri a Tizio o a Sempronio. E credete pure che l’idea di proprietà, che gli uomini si son fitti in testa, dì possedere la donna come posseggono un pappagallo, è una prepotenza tutta nostra, derivata dalla forza brutale, e non dal diritto. La donna è libera come l’uomo, – ha le medesime facoltà, – e fra lei e lui non esiste che una leggiera differenza di organismo. L’uomo solo, o la donna sola, sono imperfetti; – l’uomo e la donna uniti insieme formano l’ente completo; – quindi è fra loro analogia inevitabile d’elementi. Perché non posso io amare la donna di Tizio, ed ella non può amarmi? Già per le donne non è un peccato, e voi non trovate scritto nella legge di Dio: – O donna, non desiderare l’uomo altrui; – quindi non marcate le ciglia se le donne sono così ben disposte ad usare di questo loro privilegio; – per esse i comandamenti son nove; – il desiderio dell’uomo altrui non essendo loro formalmente vietato, per lo meno è per loro una cosa indifferente. Ma voi direte: v’è un contratto di mezzo. – Il contratto nuziale è, come tutti gli altri contratti, regolato da un interesse reciproco. Il contratto nuziale stabilito in perpetuo è contro natura; quindi la ragione per cui viene infranto si spesso. Un contratto che ha per base l’amore, tuolsi stipulare per infine che dura l’amore. L’amore nel matrimonio è il principio fondamentale a cui si rannoda la convenienza delle due parti. Se io dopo un lasso di tempo non ho più mezzi di piacere alla donna, è colpa mia; son io che manco alla condizione principale, e la donna rimane sciolta, e così viceversa. È come se voi in una scritta di cambio condizionata intralasciaste di pagare i frutti all’epoca convenuta; – allora l’altra parte rimane in arbitrio di rompere il contratto. Quando la donna cessa d’esservi grata, non siete voi il primo che vi movete subito in cerca di miglior ventura? E perché la donna alla sua volta non potrà usare del medesimo diritto? Quando l’uomo non ama più la donna, né la donna più l’uomo, cade l’interesse per cui si erano congiunti. A che stanno insieme? Per tormentarsi, e nulla di più. Quell’uomo potrebbe benissimo acconciarsi con un’altra donna, e quella donna con un altr’uomo. Ma voi direte che questa sarebbe licenza, e offesa grave al buon costume. Ed io vi rispondo che questo sarebbe un godere, e un pigliar le cose per il loro manico. Tanto, vogliate o non vogliate, non segue lo stesso? E invece, come dico io, la cosa allora sarebbe legalizzata dal consenso generale. Perché il gran busillis nelle cose di questo mondo sta nell’andar d’accordo. Ma voi replicherete: – questo sarebbe un rimetter fuori il caos: come regolare l’eredità, come provvedere alla confusione delle proli? – Oh! vi dà noia una festuca come questa? Togliete il sistema sociale dai cardini antichi, perché son rugginosi, – mettetelo sopra un nuovo pernio, e allora scioglierete il problema. Le sostanze possono essere il patrimonio di tutti; – i figliuoli possono essere i figliuoli di tutti, e di nessuno al tempo stesso. San Simone ha pensato questo sistema, ma nessuno gli ha dato retta; – altri in seguito più felice di lui, rettificandolo, potrà dargli pratica. Sparta nell’antichità ne ha dato un abbozzo praticamente. Che ve ne pare, messere? Ragiono io? sono un filosofo o sono un allocco?

INNOCENZIO A dirvela schietta, mi avete fatto entrare il dolor ai capo, e in questo vostro discorso io ho veduto le stelle, e mille colori, come se taluno mi avesse dato un pugno negli occhi; ma che volete? io vi darò ragione, perché il mio nonno diceva che dove l’uomo non intende nulla, lì c’è del buono davvero. E però diamogli passata, e veniamo a quest’altro. Avete mai desiderato la roba degli altri?

CARLO Su questo punto spieghiamoci bene. Per esempio, io non ho mai desiderato la cicuta di Socrate, o il tegolo che schiacciò la testa di Pirro; e per venire ai tempi d’oggi, io, per esempio, non desidero, signore Innocenzio, la vostra gotta o i vostri cinque figliuoli, Ma quando io ho tetto nella Bibbia le tante ricchezze del re Salomone, vi dico il vero che n’ho desiderato almeno un ottavo. Anzi ripensandoci meglio, del’ re Salomone io ho desiderato tutto, cominciando dalla sapienza fino alla regina Saba, meno però quella sua innamorata che aveva il naso come una torre, per paura che non prendesse il vizio del tabacco. Dunque, come vedete, io desidero la roba degli altri; – e quando io sono stanco, perché dovete sapere ch’io sono un gran camminatore a piedi, desidero una delle dieci carrozze del principe Buffen-biffen-baffen; – e quando mi fa sete, desidero piuttosto il vino d’una cantina privata che l’acqua d’una fontana pubblica. Ma non son io peggio che matto di andar così per le lunghe? Dove son essi mai i peccati di desiderio? Io lo vedo, voi che mi fate il semplicione, voi avete voluto uccellarmi. Chi è che non desidera ciò che gli manca, sia pur in mano di chi vuolsi? Fino Dio desidera l’anima del peccatore, che secondo il gius delle genti sarebbe vera e legittima preda del Demonio. Voi stesso alle Stanze, quando avete veduto un bel sacco, non l’avete invidiato? non mica per desiderare il sacco d’altri, ma perché il vostro mille diventasse un dumila. Come. no? Eh! non me lo dite; io vedo che, a rammentarvelo soltanto, la vostra fisionomia di cartapecora si è fatta più larga. Andate a dire al povero intirizzito dal freddo che non desideri il vostro mantello; – vi caccia via con un urlo, ed è un miracolo che non ve io levi d’addosso, e farebbe bene se lo facesse. E poi, bisogna desiderare per forza la roba degli altri, perché la roba del mondo è in potere di pochi, e non è là in un monte dove ognuno possa andare a prendere secondo il suo bisogno. Trovatemi un casamento che non abbia il suo padrone! Solamente al Camposanto un giorno vidi una fossa fresca fresca, e dimandai di chi fosse; il becchino mi rispose: per ora non è di nessuno, – è del primo che viene; – forse di me, forse di lei. Gesù ci liberi tutti! – Io diedi la mancia al becchino, e me n’andai più serio del solito. Oltre di che, non sapete voi che la Natura, un giorno che non aveva altro che fare, si mise a scrivere nel cuore umano il desiderio di star bene in quel modo che meglio poteva?

INNOCENZIO Io non so nulla di tutto questo. Chi le ha dette a voi tante belle cose? Io so che quando cominciate, non la finite più. Chi vi chiamò dondolone, aveva gli occhi al suo posto. I vostri discorsi sono una ruota rapidissima d’indovinelli e d’eresie, talché me ne abbaglia la vista. Puh! mandate un odor di zolfo, che fa morire. L’Inferno l’avete accanto. Buon per voi che l’Inquisizione ha consumato tutte le sue fascine! Intanto coi vostri bei tratti, colle vostre spallate, col vostro svoltare come un lampo, ne siete uscito pel rotto della cuffia, ed io non ho potuto saper nulla di nulla. Ma diamine! siete schizzinoso meglio d’una ragazza. Ditemelo, via! Mi basta una parola; il resto lo indovino da me. Avete fatto del male? avete fatto del bene?

CARLO Niente affatto di ciò che dite; per non avere occasione di fare il male, non facevo né anche il bene.

INNOCENZIO É inutile! Con costui non ci si cava le gambe; – sapete voi che il Cancelliere si troverà sgomento con voi?

CARLO Sarà come voi dite; ed è per questo ch’io gli risparmierei volentieri la pena d’interrogarmi.

INNOCENZIO Ci siete per un contrabbando? Su, una volta! non ci sente nessuno.

CARLO Impossibile! neppure se Dio volesse! voi mi deste un precetto aureo, un precetto troppo savio, perché io me lo potessi dimenticare giammai vi rammentate di, avermi detto un giorno queste parole: – Volete fare il contrabbando a man salva? fatelo fare alle guardie di Dogana.

INNOCENZIO Io lo dissi come una cella.

CARLO E lo facevate come una cella.

INNOCENZIO Siete una lingua a due tagli. Ditemi un poco: intanto voi siete in prigione: che cosa importa se a torto o a diritto? l’effetto è lo stesso.

CARLO Che volete? la prudenza è in ribasso; non vai più ciò che valeva una volta.

INNOCENZIO Io dico però che se vi foste contenuto meglio, la non vi sarebbe andata così. Come portate la pezzuola da collo?

CARLO Sempre nera.

INNOCENZIO Veramente non v’è da ridire. Un colore solo non dà noia. Ma perché quella barba tutta. intera, quella barba sotto? Credete a me, che ci badano. Che serve tanta barba? due peli sul viso e basta; – tanto per attestare che un uomo non è una donna. Ma dunque? sarete stato svagato, – avrete badato più al fatti degli altri che al vostri. Perché non badavate al vostro negozio?

CARLO Io ci badavo bene e meglio, – stava sempre sulla porta.

INNOCENZIO Perché non vi accasavate? l’uomo che piglia moglie, incappa in una tal rete, che non ha più testa alle frascherie.

CARLO A prender moglie ci vuole poco giudizio, e troppi quattrini; mi mancava una delle due cose.

INNOCENZIO Eh! lo so: avevate troppo giudizio, e pochi quattrini..

CARLO No; avevo poco dell’uno e degli altri.

INNOCENZIO Eh! via! siete un talentaccio.

CARLO Bravo! mordetemi quando è tempo; io non vi do quartiere.

INNOCENZIO Vediamo se c’indovino, Fatevi in qua colla testa, perché ho bisogno di parlar piano, e non voglio che senta né anche l’aria. Sareste uno di quelli? un massone, un giacobino, un carbonaro? uno di quelli che guastano il sonno ai regnanti?

CARLO Questa è una domanda che potrebbe farla una spia; e l’unica risposta che dovrei darvi sarebbe di tirarvi per ambe le orecchie; ma queste sbarre vi difendono, ed è il vostro bene. Nondimeno ascoltate, signore Innocenzio Tienlistretti, quanto credo opportuno di dirvi a questo proposito: io sono stato sempre nemico giurato di tutte le Accademie letterarie, religiose, politiche e di qualunque specie vogliate, perché non ci credo. Io sono convinto nel mio interno che un’Accademia qualunque, il meglio che possa essere sia una cosa ridicola, e il peggio una cosa inutile; e che non sia in istato di fare altra rivoluzione, fuorché facendo una capriola. Ora vedete voi se per queste baie torni il conto di ambire il brevetto di socio onorario, o pure ordinario, come volete, per incorrere in una serie di pene graduate a mano a mano usque ad furcam! Io son convinto che una nazione quando s’è indolita a star sempre sur un fianco, si volti naturalmente sull’altro, e non abbia bisogno per farlo degli stimoli e degli schiamazzi d’un pugno di fanatici incappati di rosso o di verde. Le fiumane vanno da sé; e se voi ci saltate nel mezzo a diguazzarvici coll’intenzione di spingerle, – potrete intorbidarle, ma non potrete accelerarne il corso. E se quando una nazione fa una qualche cosa, vien fuori un’Accademia, e dice: ego sum, ego sum, io l’io fatta, io l’ho fatta, non ci credo, per quanto ella giuri e spergiuri; e mi rammento allora la mosca della favola, che vedendo un aratro tratto vigorosamente da un bel paio di bovi, vi volò sopra esclamando: – guardate, guardate; io tiro l’aratro.

INNOCENZIO Che bella filastrocca avete saputo mettere insieme! Eh! le parole non vi muoiono in bocca, – sapete li conto vostro; – ma anch’io so quello che devo credere, e quello che non devo credere. Ma seguitiamo: – avete sparlato in qualche caffè delle teste coronate?

CARLO La Natura mi ha fatto curvo, perché non mi venga la tentazione di voltarmi in alto; – io non lodo né biasimo le cose che non conosco. Del resto, poi, quando le teste son teste davvero, le stimo secondo il merito, senza perdermi a vedere di che vadano coperte.

INNOCENZIO Cospetto! siete tenero su certi tasti; – prendete fuoco come la polvere. Avete scritto qualche libello?

CARLO Io scrivo qualche cosa in prigione, – ma per forza, – perché non ho da appiattare il tempo se sono in me: – fuori per altro so far di meglio. Anzi, ora vado a scrivere parola per parola il nostro dialogo, dove potete immaginarvi che il miglior posto sarà il mio.

‘INNOCENZIO Se lo fate, non siamo più amici.

CARLO É meglio perdere un amico come voi che un bon mot.

INNOCENZIO Siete un uomo senza fede.

CARLO Dio lo volesse! così almeno non avrei da fare atti di contrizione.

INNOCENZIO Dunque non c’è da saper nulla; me ne andrò: – volete nulla di fuori?

CARLO Grazie; siete troppo generoso; – l’uomo che non vuoi nulla non ha bisogno di qualche cosa.

INNOCENZIO Siete il solito impertinente; quando metterete giudizio?

CARLO La barca della vita può navigare senza questa vela. Per invecchiare non ve n’è bisogno. Quanti anni avete, mon ami? ci saremo sulla sessantina?

INNOCENZIO Io non capisco le vostre fanfaluche.

CARLO È un cattivo sordo colui che non vuole intendere.

INNOCENZIO Io credo che si potrebbe usare un poco più di rispetto; lo porto agli altri, lo voglio anch’io.

CARLO Volete rispetto? imparate dalle cantonate: fatevi fare sulle spalle una croce.

INNOCENZIO Eh! vi vedo e non vi vedo. Dio vi tenga le sue sante mani sul capo.

CARLO Voi non potreste dire lo stesso a vostro riguardo.

INNOCENZIO Che forse io non ho capo, signor saccente?

CARLO Voi l’avete detto: – io non me ne intrigo: – è una questione che lascio a decidere alla signora vostra consorte.

INNOCENZIO Uh! chi mi tiene? Prudenza, prudenza, legami la lingua. Siete un impertinente, uno sciocco, un satanasso. V’hanno messo in prigione? ci ho gusto; – peggio vorrebbe essere. Io me ne vado. Ci siete? stateci.

CARLO Intanto voi ve ne andate in collera, ed io rimango di buon umore.

INNOCENZIO Eppure io non so staccarmi corrucciato da voi. Le vostre sferzate mi hanno fatto levar la galla, – ma le dite con un certo tono, con una certa negligenza, da non credervi tanto tristo come parete. La vostra malignità è piuttosto di spirito che di cuore. Ma per l’amore dei vostri Santi! ditemi una parola del vostro fatto: – la curiosità mi rode fino al midollo.

CARLO Mi avete tanto tartassato colle vostre dimande, ch’io non vi dirò nulla né anche quando me lo diranno

INNOCENZIO Dunque me ne posso andare?

CARLO Consultate le vostre gambe.

INNOCENZIO Dunque addio, figliuol mio; – giudizio per carità.

CARLO Tenetevi il vostro consiglio, – non fa lume né per me né per voi. Badate ai sassi con quelle gambe, – badate alle scese. Questo Forte della Stella è una cosa diabolica. Eh! voi traballate; – fate piano, vi dico, – non vi mettete sulle furie, – abbiate pazienza, – anch’io ho pazienza: – la pazienza è la virtù dei filosofi.

INNOCENZIO Da quando in poi? una volta era soltanto la virtù degli asini: – da quando in poi ve la siete divisa?

E il signor Carlo stava per rispondergli: – Di grazia, signore Innocenzio, cedetemi la vostra metà; in questo luogo mi farà buono. – Ma il vecchio era ormai scantonato, e così l’ultima botta fu sua.

Arrigo Boito – Il pugno chiuso

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Nel settembre del 1867 viaggiavo in Polonia per certa missione medica che mi era stata affidata; doveva fare delle ricerche e degli studi intorno ad una fra le più spaventose malattie che rattristano l’umanità: la plica polonica. Benché questo morbo sia circoscritto nella sola Polonia i suoi strani effetti ed il suo nome sono conosciuti, anche dai profani della scienza, per ogni parte d’Europa; fosserci così pure palesi le sue cause ed i suoi rimedi. V’ha chi sostiene che questa malattia de’ capelli sia epidemica, adducendo ad esempio alcune località lungo la Vistola che ne sono infestate; altri asseriscono che sia prodotta dall’immondezza dei contadini polacchi e dall’uso tradizionale fra quelle genti del tener lunghe le chiome. Una prova in favore di questa seconda opinione si è che la plica apparisce come un flagello esclusivo della più bassa plebe, della più lorda genìa dei servi, dei vagabondi, dei mendicanti. L’avere la plica è in Polonia un titolo per dimandare l’elemosina.
La mia missione mi portava per necessità in pieno conventicolo di tenants, in piena familia contagii. Accettai risolutamente il dovere e incominciai le ricerche.
Appunto nel mese di settembre si solennizzano in quei paesi le feste della Madonna di Czen- stokow; questa piccola città gloriosa pel suo antico santuario diventa a que’ giorni il ritrovo dei polacchi di Varsavia, di Cracovia, di Posen, e la dilaniata nazione si ricongiunge così per breve ora, idealmente, nella unità della preghiera.
Traggono a frotte, a turbe, dai confini austriaci, dai confini prussiani i devoti, quali a piedi, quali in briska, arrivano alla villa santa, salgono la collina della chiesa pregando, varcano i massicci muri di cinta, che fanno di quel sacro asilo una vera piazza forte da sostenere assalti e battaglie, poi giunti al sommo si prosternano davanti alla porta del tempio; poi s’avanzano chini, compunti e si gettano giù colla faccia sui marmi dell’altare. Molti pregano da quella bruna Madonna tempestata di gemme la salute della povera patria; altri più egoisti perché più sventurati domandano la loro propria salute, il risanamento di qualche loro infermità e abbondano i paralitici, i ciechi, gli storpi, gl’idropici, i cronici d’ogni specie e fra costoro v’ha pure la lurida torma dei malati di plica. Questi ultimi, protetti dallo stesso ribrezzo che incutono, attraversano la folla stipata, la quale s’allarga schivando il loro passaggio, ed arrivano così fino alle più ambite vicinanze dell’altare. Là sotto il riverbero delle lampade d’oro, fra il caldo vapore dei profumi sacri, picchiandosi il petto e la fronte urlano come ossessi le loro preci e gesticolano freneticamente, poi se ne ritornano e si schierano fuori dell’ingresso principale per chiedere l’elemosina a chi esce.
L’anno 1867 ero anch’io alle feste di Czenstokow: la certezza di trovare ivi materia pe’ miei studi mi aveva tratto in mezzo alla pia baraonda. Infatti i soggetti di plica non mancavano; quando io giunsi erano già tutti al loro posto in doppia fila lungo la gradinata dell’atrio, strillando la loro nenia e invocando un kopiec in nome della Vergine. Immondi, orribili tutti, col loro ciuffo irto sulla fronte (e quale l’avea biondo e quale nero e quale canuto) parevano schierati là per ordine mio.
Li squadrai rapidamente, gettai a terra davanti ad essi una moneta di rame, ed entrai nella chiesa. Non avevo camminato dieci passi sotto la vòlta del santuario quando udii fuor della porta un feroce baccano come di veltri latranti e di pietre percosse e in mezzo al tumulto la parola przeklety (maledetto) urlata con beffardo repetio. Mi volsi verso la parte di dove veniva il tafferuglio ed escii. Un odioso spettacolo fu quello che io vidi.
Vidi un gruppo ululante di cenciosi arruffati in terra circa sul luogo dove avevo gittato il kopiec.
Su quel confuso allacciamento di persone non apparivano che le teste nefande e le braccia furenti.
Alcuni stringevano in mano una pietra e s’avventavano con quella su qualche ignota cosa che l’intera massa del gruppo celava.
“Dài al rosso! dài al maledetto! Dài al patriarca”, gridavano alcuni.
“Dài al ladro dei poveri! dài al tesoriere!” strillavano altri.
“Quel kopiec non è per te. Tu hai già il fiorino rosso di Levy”.
“Ammazza! Paw è un impostore, ha la plica finta; l’ho visto io ingommarsi i capelli per parer più bello di noi”.
“Tiraglieli!” ed allora un vecchio accattone membruto si gettò in mezzo a quel brulicame e con voce più minacciosa degli altri gridò:
“Paw! apri quel pugno o ti tiro pel ciuffo” E accompagnò con un gesto la minaccia.
In quel momento (pari ad una molla che scatta, dopo essere stata con violenza compressa) sorse dal suolo un uomo lungo, nervoso, giallastro, magrissimo. Il suo balzo fu tale che tutti coloro che gli stavano sopra percuotendolo, stramazzarono a terra in un lampo. I capelli di quest’uomo erano più orrendi degli altri per la loro tinta rossastra e per la loro smisurata lunghezza; parevano sulla fronte di quel disgraziato una mitria sanguinosa, alta e dura. Forse per ciò lo chiamavano il patriarca. Non avevo mai visto un caso più spaventoso di plica. Quell’uomo mitrato, erto, immobile sul floscio branco dei mendicanti caduti, protendeva orizzontalmente le braccia come una croce viva e serrava le pugna con rigido atteggiamento. Dopo un istante aperse il pugno sinistro, lasciò cadere il kopiec, non disse parola.
“Apri anche l’altro”, gridavano in coro gli accattoni sghignazzando, ma l’altro pugno restò chiuso. Paw calò con lentezza le braccia e s’avviò verso la discesa della collina. Mentre si allontanava una tempesta di ciottoli e di bestemmie lo assaliva alle spalle. Io lo seguivo a trenta passi di distanza.
Quella scena mi aveva quasi atterrito, quel personaggio mi aveva commosso. La pietà che si scompagna di rado dall’egoismo della curiosità mi attirava verso quello sventurato. Egli camminava lento, sotto la mitraglia delle pietre, con passo grave da stoico. Io movevo veloce per raggiungerlo. Avevo dinanzi a me un meraviglioso problema di scienza e fors’anche un fatale argomento di dramma. Quel paria dei mendicanti, quel patriarca della plica colle tempie così atrocemente segnate, quell’uomo vilipeso, percosso, a cui era tolto perfino l’estremo rifugio sociale, l’elemosina, quel lugubre Paw m’invadeva il pensiero. Avevamo percorso un buon tratto di collina, la bufera dei sassi era cessata. Giunto all’ultimo girone della discesa, il personaggio che seguivo s’arrestò, alzò il pugno destro al cielo in atto di rivolta e di dolore, indi riprese il cammino.
Gli stavo a due metri di distanza, lo chiamai: “Paw!”.
Nell’udirsi chiamato accelerò il passo, paurosamente. Allora gli venni d’accosto e gli dissi:
“Amico. Eccoti dieci kopiechi, invece d’uno”, e gli porsi il denaro. Paw mi guardò meravigliato e sclamò:
“La Santa Vergine di Czenstokow vi benedica, eccellente padrone, e dia la salute a voi e la pace ai vostri morti”.
Sclamando ciò, egli si era curvato fino a terra per abbracciarmi le ginocchia, io mi ritrassi un poco.
Il sole tramontava, i lembi del colle erano immersi in un’ombra fresca, azzurrina che saliva lentamente come una tranquilla marea. La brezza della sera soffiava e mi scuoteva i capelli sul viso ma la chioma di Paw resisteva al vento come una roccia. Il berretto, che chi sa da quanti anni egli non poteva più tenere sul capo, gli pendeva al collo appeso ad uno spago.
“Buon uomo – gli dissi – l’ora è tarda ed hai mendicato abbastanza, vieni a riscaldarti lo stomaco con un bicchierino di acquavite”.
“La Madonna del Santuario vi tenga sotto la sua buona guardia” mormorò e un caldo lampo di gratitudine brillò nella sua pupilla nervosa.
Poi che fummo discesi fino all’ingresso della città alla prima osteria che incontrammo entrai. Paw mi seguì.
La taverna, degna del dialogo che stava per incominciare, era un bugigattolo cupo, tutto impregnato di vapore denso. Sorgeva in un angolo una stufa gigantesca che fumava come un cosacco, e in un altro angolo sdraiato su d’un tavolo vedevasi un cosacco colla sua pipa in bocca che fumava come una stufa. L’immagine della Madonna era inchiodata alla parete di mezzo: un triste lumicino le ardeva davanti.
Mi accovacciai nel cantuccio più oscuro della taverna; accennai a Paw una sedia che mi stava di fronte. Comandai: rhum e acqua calda. Accesi due bicchieri di punch e ne porsi uno al mio uomo. La sera inoltrava, la fiamma del punch spandeva un riverbero verdognolo e vacillante sulla faccia scialba del mio commensale ch’io esaminavo curiosamente. Paw co’ suoi capelli irti, coi suoi occhi spalancati, cadaverico, tremante, pareva il fantasma del Terrore. Dopo alcuni minuti di silenzio chiesi:
“Buon uomo, quando fu che ti venne questa brutta malattia?”.
“La è una lunga storia, padrone”.
“Tanto meglio, bevi un altro bicchiere di punch e narrala tutta”.
“Questa pettinatura – riprese Paw sorridendo amaramente – mi venne per uno spavento ch’ebbi una notte che passai con Levy”.
“Chi è Levy?”.
“Il mio padrone lo ignora? forse che il mio padrone non è di questi paesi. Codesta di Levy la è un’altra lunga storia”.
“Meglio due che una”.
Dalle parole di Paw intravedevo già un fatto importante cioè, che la plica poteva essere la conseguenza d’uno spavento.
Tornai a indagare la chioma del mio malato; nel contemplarla a lungo un tale terrore mi colse che portai rabbrividendo le mie mani a’ miei capelli, perché mi pareva che la plica fosse già sulla mia testa.
Guardai intorno e vidi l’osteria deserta, oste e cosacco esciti.
Paw ed io, soli, ci guardavamo in faccia.
Finalmente Paw ruppe il silenzio così:
“Padrone mio; ecco la storia di Levy”:
(Paw narrava la storia che segue con tanta esuberanza di particolari e con un dire così convinto e vivo che sembrava narrasse cose vedute, udite e toccate con mano. A volte trasaliva. Egli si compiaceva nel terrore del suo racconto, la sua parola, i suoi pensieri erano attratti dall’Orrido come da un abisso, un fuoco sinistro, gli brillava negli occhi. Eppure parlando soffriva. Su quell’uomo rivelavasi un riflesso di tragica intelligenza. Io non attenuerò qui menomamente il carattere bieco del suo stile, trascriverò la storia di Levy come l’udii narrare io stesso da quel mendicante, quella sera d’autunno, in quel fosco casolare polacco).
Simeòn Levy di Czenstokow viveva ancora dieci anni fa, ed era il più avaro usuraio del ghetto. Fin da ragazzo girovagava le contrade per raccogliere gli stracci che cadevano dalle finestre e in vent’anni ne radunò una quantità strabocchevole. Vendé i suoi stracci ad una cartiera prussiana pel prezzo, credo, di mille fiorini d’argento e con quel capitale in mano prestò ad usura. Fra i guadagni che ritraeva dai debitori e la sua innata avarizia arrivò in poco tempo a far, di mille, dieci- mila.
Levy si vestiva co’ cenci che trovava per via, li cuciva insieme ingegnosamente e se ne faceva la tunica. “Cento piccole monete fanno un rublo, cento piccoli brandelli fanno un vestito” egli diceva. Levy mangiava regolarmente una volta ogni trent’ore, quando di giorno e quando di notte, con questo sistema egli economizzava, su d’uno spazio d’otto giorni, due giorni di cibo, e otto giorni sullo spazio di un mese.
Tutte le sue abitudini si subordinavano alle sue trent’ore; la giornata di Levy aveva sei ore di più che per gli altri uomini e la settimana un giorno di meno. Il giorno eliminato era il sabato. Lo chiamavano l’Ebreo senza sabato. Levy non riposava mai e per attendere alle sue faccende non abbadava al corso del sole, lo si vedeva correre per la città all’alba o al meriggio o di notte come portava il suo bizzarro calendario. Chi aveva a fare con Levy doveva sottomettersi non solo alla tirannia del suo per cento ma anche alla tirannia delle sue abitudini. “Il sole non è la mia lucerna” soleva ripetere. Intanto Levy arricchiva. Ogni decennio aumentava d’uno zero la cifra del suo capitale. A trent’anni non possedeva che 10.000 fiorini, a quaranta ne aveva 100.000, a cinquanta toccava il 1.000.000.
La notte che compì il mezzo secolo, salì nel solaio dove abitava, aperse lo scrigno e si mise a far conti. Contò pila per pila i ducati d’oro d’Olanda, gli imperiali di Russia, i talleri d’argento prussiani, contò fascio per fascio le banconote e le cambiali, beandosi alla vista del suo milione.
Già mezzo milione era contato, già settecento mila fiorini erano contati, già era contato quasi l’intero milione di fiorini, quando s’accorse che per fare la somma rotonda gli mancava un fiorino d’oro. Felice per la ricchezza che aveva sott’occhi e disperato ad un tempo pel fiorino che gli man- cava, si coricò. Non poteva chiuder occhio. Si rammentò con dispetto che una settimana prima era morto a Czenstokow un povero studente al quale egli aveva prestato ad usura. Il debito ammontava alla somma di un fiorino rosso (moneta equivalente ad un ducato d’ oro) proprio la somma che gli mancava. Lo stato d’indigenza in cui era morto il debitore toglieva all’ebreo ogni speranza di ricuperare la moneta perduta; per ricuperarla Simeòn avrebbe volentieri dissotterrato il cadavere e venduto le misere ossa.
“La morte mi ha derubato (pensava Levy) a mia volta posso derubare la morte. Quello scheletro mi appartiene”. Meditava già di far valere i suoi diritti sul funebre metro di terra sotto il quale stava sepolto in cimitero il debitore suo. Il fiorino rosso era nel centro del cervello di Levy come un ragno nel mezzo della sua tela, tutti i pensieri di Simeòn cadevano nel fiorino d’oro.
Quella moneta d’oro che non aveva, gli abbagliava la mente, come la macchia ritonda che resta nella pupilla dopo aver fissato il sole. Levy si riaffermò sempre più nell’idea di vendere il morto per riguadagnar la moneta e con questo pensiero da jena più che uomo, si addormentò.
Ed ebbe un sogno così violento che gli parve realtà.
Sognò che un amaro odore di putredine l’aveva desto e che una figura funerea gli stava davanti! Quell’orribile fantasma aveva le gambe allacciate dal legaccio mortuario, camminava a fatica e nella mano sinistra teneva un oggetto rotondo che brillava.
“Il mio fiorino rosso!” sclamò l’avaro. Era infatti un vecchio fiorino d’oro col conio di Sigismondo III e la data del 1613. Parve a Levy che il morto gli dicesse con voce soffocata dalla terra che gli otturava la bocca:
“Vengo a pagare il debito mio. Ecco il fiorino della tua usura”.
L’ebreo tremava. Il morto replicò, il suo aspetto era terribile; portava sul capo una zolla del sepolcro, e le radici delle ortiche gli crescevano nelle fosse nasali, la sua parola d’offerta suonava come una minaccia. L’ebreo continuava a tremare. Il morto replicò una terza volta. Levy affascinato dalla luce del fiorino rosso, s’inginocchiò, stese la mano, il morto avvicinò la sua, la moneta cadde nel palmo dell’ebreo. Lo spettro scomparve; il sogno cessò. Levy si nascose sotto le coltri serrando stretto il fiorino d’oro nel pugno.
All’alba aperse gli occhi, saltò giù dal letto, corse allo scrigno per gettarvi la moneta che completava il milione, non poté, la mano gli si era rattratta durante la notte, né sapeva più disserrarla. I suoi muscoli facevano degli sforzi impotenti; il pugno s’era chiuso.
(Qui Paw sospese un istante il racconto, una forte emozione traspariva sul suo volto, gli versai ancora un bicchiere di punch, per rinfrancarlo. Bevette e i suoi occhi si rianimarono. Osservai per la terza volta che Paw pigliava sempre il bicchiere colla mano sinistra, e che la destra la teneva celata nella sua vecchia pelliccia di pelle di capra).
Paw continuò:
Il pugno era chiuso! Levy benché desto e in faccia alla luce del giorno, sentiva ancora gli orli del fiorino d’oro che gli premevano l’interno della mano. E poi la contorsione stessa del pugno provava evidentemente la realtà del prodigio.
Il milione era completo e questa idea lo beava tutto. Il fiorino che mancava nello scrigno ne lo possedeva, lo palpava, lo stringeva nel pugno. Pure avrebbe voluto vederlo, avrebbe voluto collocarlo insieme agli altri in d’una di quelle sue belle pile luccicanti.
A un tratto gli balenò un pensiero, indossò la sua tunica ed escì; attraversò molte contrade, s’arrestò ad un uscio, picchiò, gli fu aperto, salì una scala e salendo si mise a gridare con voce tremebonda d’ansia:
“Mastro Wasili! Mastro Wasili!”.
La porta d’una camera s’aperse. Levy entrò. Mastro Wasili gli stava di fronte.
Costui era un antiquario russo, molto erudito e molto scaltro, uno di quelli che torcono in male la scienza, come altri torcono in male la forza. “Io lo conobbi (diceva Paw) quand’ero guardiano al tesoro del Santuario, spesso egli soleva dirmi che se la pietra filosofale consisteva nel mutare in oro le cose le più volgari egli l’aveva scoperta. Infatti Wasili per ogni sesterzio antico falsificato guadagnava un vero imperiale d’oro. In fine, mastro Wasili, dottore, professore, antiquario, numismatico, paleologo, chimico era un ladro”.
Quando vide Simeòn così trafelato esclamò:
“Da quale tregenda di streghe sei tu scappato buon Simeone? Se non ti chiamassero l’Ebreo senza sabato ti crederei arrivato dal Sabba tedesco o dal Sabba lituano, dal Hartz o dalla Lisagora. Che demonio ti sprona?”.
“Un demonio no, ma un fantasma è quello che mi sprona”, rispose Simeòn, e raccontò a Wasili la visione notturna.
Finito ch’ebbe il racconto, Wasili sogghignando nel folto della sua nera barba esclamò:
“Iesusmària!” e fece il segno della croce greca toccandosi la fronte, il petto e tagliando una linea trasversale dalla spalla sinistra al fianco destro.
La faccia dell’ebreo era tutta sconvolta.
“Mastro Wasili, – disse Simeòn – vi propongo il più bell’affare che abbiate mai fatto. Vi vendo un pezzo di numismatica così prezioso da disgradarne la più rara moneta egiziana. Datemi un fiorino d’oro corrente ed io vi cedo questo fiorino rosso del morto. Qualche diavolo o qualche chirurgo che mi apra questa mano ci dev’essere certo”.
“Vediamo il pugno” (rispose Wasili). Il pugno era serrato come una scatola di ferro. “E che mi andate celiando, questa mano è secca”.
“Sulla bibbia, vi giuro che in questa mano c’è il fiorino rosso portante il conio di Sigismondo III e la data del 1613; ed è un vecchio fiorino che vale assai più d’un ducato moderno; pesandolo, così, sento che è oro preziosissimo, oro di 24 caratti”.
Wasili dopo avere ben bene scrutato l’ebreo e il pugno dell’ebreo disse:
“Top. Sta bene. Accetto l’affare, ma pongo un patto inesorabile. La tua mano sarà aperta entro tre mesi (voglio essere paziente) ed entro tre mesi tu mi darai la moneta del morto portante il conio di Sigismondo III.
“Voglio essere onesto. Quando vedrò la tua mano aperta e la tua moneta nella mano mia, ti darò mille per uno cioè mille fiorini d’oro per il tuo fiorino rosso. Ma se entro tre mesi non avrò la moneta che stringe quel pugno sarai tu che darai a me mille per uno. Eccoti intanto il fiorino che chiedi, serbalo per caparra”.
Wasili gettò sul tavolo un fiorino d’oro poi sedette ad uno scrittoio estese il contratto, lo lesse a Levy e glielo porse dicendo:
“Sottoscrivi”.
“Non posso”, rispose Levy accennando la destra.
“Sottoscrivi colla sinistra, metti una croce”, disse il greco.
“Me ne liberi il profeta! (sclamò l’ebreo scandolezzato) quest’uomo mi farebbe peccare!” prese una penna colla mano sinistra e vergò faticosamente il suo nome. Poscia intascò il fiorino.
“Dunque a rivederci, fra tre mesi, – disse il greco sogghignando – spero che allora potremo stringerci la mano”.
“Amen”, rispose Levy; e si separarono. Lo stesso giorno l’ebreo di Czenstokow, calcolando sui mille fiorini di Wasili fece una gita a Varsavia dove mutò in carta quasi tutto il suo oro. Il giorno dopo partì per Londra in traccia del dottor Camble.
(Paw tacque ancora per qualche minuto, i suoi polmoni emunti avevano bisogno ad ogni tratto d’un po’ di riposo. Paw prendeva occasione da queste frequenti soste per trangugiare alcuni sorsi di punch. La bevanda forte e bollente gli rendeva ancora qualche guizzo di forza, e ripigliava il racconto. Più che beveva più la sua parola diventava incalzante e la sua faccia allibita. I fatti ch’egli mi narrava dovevano commoverlo violentissimamente perché spesso sollevava il pugno destro per avventarselo alla fronte in atto d’angoscia, ma troncava il gesto a mezzo e tornava tutto sospettoso a rannicchiare il braccio fra le pieghe della pelliccia. Certo qualche nesso fatale esisteva fra la storia fantastica ch’io stavo udendo ed il fantastico personaggio che me la narrava. Io frugavo negli occhi, nei moti, negli accenti di Paw per indagare il doppio fondo della sua leggenda. Non di rado mi accadeva di smarrire il filo del racconto per la curiosità che mi ispirava il raccontatore. Paw aveva già ripresa la narrazione ed io continuavo a guardarlo fissamente e non lo ascoltavo più. Per una bizzarria della memoria mentre osservavo l’uomo quasi terribile che mi stava davanti udivo un rombo incessante nel mio cervello che ripeteva quel frammento di terzina dantesca dove è descritta la dannazione degli avari e dei prodighi:

Questi risurgeranno dal sepulcro
Col pugno chiuso e quelli co’ crin mozzi.

E queste ventidue sillabe dell’inferno facevano e rifacevano il loro corso nel mio cervello simili al girare d’un aspo.
A un tratto fui scosso dalla seguente frase):
“Signore, – disse il medico – quel pugno non s’apre più”.
Levy non si scoraggiò menomamente, andò da un altro dottore il quale gli consigliò la cura de’ fanghi, e garantì di guarirlo.
Levy intraprese la cura; per un mese tutti i dì egli teneva la mano immersa in una gora tiepida e fetente. Il morbido contatto della melma rammolivagli i muscoli irrigiditi, spesso Levy era colto da un balzo di gioia indicibile; sentiva le sue dita stendersi lente, lente, e la cavità del suo palmo dilatarsi, e i pori dell’epidermide inumidirglisi di madore benefico ed un acre vischio maligno sciogliersi dalle falangi e la tenera carezza del fango vivificare già le ossa ed i nervi della misera mano; Levy sentiva i tendini vibrare e scorrere il sangue fino all’unghie.
La mano sepolta nel palude era già semiaperta, già quasi aperta, la moneta vi scivolava entro, allora Levy per tema di smarrire nel fango il fiorino rosso estraeva rapidamente la mano. Il pugno era sempre chiuso! Tutti i giorni Levy subiva lo scherno di questa illusione.
Compiuto il mese di cura, l’ebreo non fu sanato e partì per Vienna ove dimorava a que’ tempi un celebre medico. Questi suggerì al malato i bagni elettrici. Levy sommerse allora il suo pugno in un recipiente metallico pieno d’acqua salata su cui agiva una potentissima corrente di pila voltaica.
L’elettricità percorreva il braccio dell’ebreo per un’ora continua quotidianamente. Levy scuoteva il pugno nell’acqua e allora sentiva una forma circolare, piatta e dura che gli si agitava dentro, come l’animella d’un sonaglio scrollato.
Ma Levy non guarì. Passò a Parigi.
Raccontò ad un altro famosissimo medico la sua storia meravigliosa, e poi che l’ebbe narrata aspettò la risposta dell’uomo sapiente. Costui sorrise un poco, guardò la mano e disse:
“Questa mano è un singolare esempio di stimmatizzazione, voi m’offrite in sommo grado una prova della reazione delle idee sull’organismo, siete un interessante soggetto per la scienza; la fisiologia, l’ipnologia vi terrebbero in grande onore, ma non guarirete mai. Per aprire il vostro pugno non v’è che un mezzo solo: amputarlo”.
L’avaro stette perplesso un momento, poscia i mille fiorini d’oro di Wasili gli balenarono e rispose:
“Ebbene: amputatelo”.
Il medico meravigliato, esclamò:
“Siete pazzo? val meglio un pugno chiuso che un braccio monco”.
“E il mio fiorino rosso? – urlò Levy -il fiorino rosso che c’è dentro? lo voglio! tagliatemi la mano, apritemi il pugno, voglio la mia moneta!”.
“Non vi farò mai questa operazione; e poi (soggiunse il medico con voce ironicamente marcata) e poi siete proprio sicuro che là quel fiorino ci sia?”.
Questa interrogazione annichilì il povero ebreo. Non eragli mai sorto nella mente il dubbio d’essere stato il giuoco d’una lunga allucinazione. La domanda del medico gli insinuò per la prima volta questo dubbio. Subitamente tutta la sua forza crollò. Scosse in aria il pugno per sentire la moneta oscillare; ma il fiorino rosso non si muoveva più, era svanito anch’esso come la fede. L’oro dai 24 caratti era svaporato come un fumo; Levy pesava la sua mano e la sentiva alleggerita.
Disperato fuggì da Parigi. Aveva speso assai per viaggi, per cure, per medici, ed ecco che se ne ritornava a casa, che riprendeva la via di Czenstokow, che rifaceva le scale della sua soffitta più malato e meno ricco di prima. Il suo milione era diminuito di parecchie centinaia di fiorini: stavano per scadere i tre mesi convenuti con mastro Wasili e la scommessa dei 1.000 fiorini d’oro era per- duta. Tre mesi prima, la certezza di tenere in mano il complemento del suo milione e la difficoltà di schiudere quella mano, era per Levy un’angoscia fatale, ma lieve, paragonata al dubbio di quegli ultimi giorni. Quel pugno predestinato, sinistro, impenetrabile come un mistero, era divenuto un enigma più oscuro assai dal dì che la fede aveva fallito. Pareva che si fosse chiuso più strettamente.
Prima serrava una moneta, adesso serrava forse il vuoto. Quel forse era la condanna più crudele del povero avaro. Da quando aveva incominciato a dubitare, la smania di aprire quel pugno gli si era fatta più ardente. Egli vedeva che tutti gli uomini aprivano agevolmente le loro mani; quel moto così naturale e così facile gli era interdetto. A volte ciò gli pareva impossibile e tentava co’ sforzi più accaniti di sgominare l’immobilità de’ suoi muscoli di pietra. Tutto era vano. I tre mesi compironsi, e Levy una sera, mentre sedeva davanti il suo scrigno, udì picchiare all’uscio delicatamente.
“Entrate”.
Wasili entrò dicendo con giovialità:
“Compare Levy, quà la mano”.
“Sì! (ruggì l’ebreo mostrandogli, minaccioso, il pugno) l’ho fatta diventare di marmo per avventartela in faccia, greco maledetto”.
“Pace, pace, pace – mormorò Wasili. – Potrei essere benedetto se mi ascolti. Ho una idea pel capo e sai che le idee sono oro: abbi un po’ di pazienza. Soffri ch’io esca e ch’io torni colla tua guarigione, col tocca e sana”.
Così dicendo escì. Levy sbalordito si gettò su d’una seggiola ad aspettare. Dopo un quarto d’ora s’udi una briska arrestarsi davanti alla casa dell’ebreo, indi Wasili rientrò con un piccolo sacco sotto il braccio.
“Cosa c’è in quel sacco?”.
“La medicina. Lasciatevi curare da me. Fra cinque minuti vedremo la bella faccia di Sigismondo III saltar fuori dalle tue dita, oppure non la vedremo se non ci sarà, ma il pugno dev’essere aperto. Dicesti che hai la mano di marmo ed ecco ch’io ti porto una forza che la aprirà come quella d’un bimbo.
“La polvere che fa scoppiare le montagne spezzerà agevolmente queste tue vene pietrificate entro le quali c’è forse una preziosa vena d’oro. Lasciati minare il pugno, qui c’è un sacchetto di polvere. L’operazione chirurgica è nuova, pure fidati in me, sai come sono sapiente”.
A Levy l’idea della polvere gli parve sublime. Finalmente gli si offriva un mezzo sicuro per uscire dal dubbio. “Se il fiorino c’è (pensava) i mille fiorini entrano nel mio scrigno ed il milione sarà completato ed io sarò lieto per tutta la vita, se non c’è, amen, perderò mille fiorini, avrò il cuore tranquillo fino alla morte”, e porse il braccio a Wasili con un gesto possente.
Wasili raccolse dal sacco una manata di polvere e si mise attento ad osservare il pugno di Levy.
Una epiderme secca e lucida lo avviluppava, le unghie erano penetrate nella polpa, le dita parevano suggellate, il pollice conficcavasi fra la seconda falange dell’indice e del medio, il mignolo s’era così grinzo che sembrava un gruppo informe di nervi, sott’esso appariva un piccolo pertugio formato naturalmente dalle due pieghe del metacarpo. Attraverso quel forellino Levy soleva spiare se la moneta luccicava. Wasili notò quel pertugio con una pazienza da alchimista e con una sagacia da chiromante: vi infiltrò grano a grano una dose di polvere equivalente ad una cartuccia e mezza di fucile da caccia, indi con un grosso ago la compresse come quando si carca un’arma. Poi disse:
“Il mortaio è all’ordine; ora si tratta di spararlo, a ciò basti tu solo. Ma prima chiudiamo le finestre, perchè la moneta, se c’è, non balzi in istrada”.
Quand’ebbe sprangate le imposte, Wasili prese una miccia di pece e di corda, l’accese e la diede a Levy che la afferrò nella mano sinistra. “Fa tu stesso la tua operazione, – disse Wasili all’ebreo, – io intanto depongo nello scrigno i miei mille fiorini pel caso ch’io debba pagarteli. Per- dona se ti volto le spalle: risparmiami la noia di vedere lo scoppio di un così nuovo petardo”.
La notte calava.
Levy immobile col pugno erto e colla miccia alzata, la cui fiamma oscillante rischiarava la cella, pallido, muto, esitava: giunto a quell’estremo, sentiva la lena mancare. Le scintille e le goccie della miccia gli cadevano sulle dita della mano sinistra già invischiata nella pece.
Intanto Wasili curvo davanti lo scrigno aperto faceva le viste di contare i suoi mille fiorini, ma invece intascava quanti gliene capitavano sotto le unghie, abbrancava con una rapidità prodigiosa i rotoli d’oro e le carte monetate, dicendo: “Facciamo i conti”.
Prendeva occasione dallo sgomento dell’ebreo per rubare a man salva.
A un tratto Levy s’accorse che l’altro lo derubava e gridò:
“Maledetto ladro!” e mosse per corrergli incontro colla torcia ardente e colle braccia tese.
Wasili, snello come un vampiro, si voltò, ghermì il sacco di polvere deposto a’ suoi piedi e !ò vuotò a terra tutto davanti a sé e davanti allo scrigno, poi girando su Levy la sua faccia terribile, gli disse con accento più terribile ancora:
“Fra te ed il tuo scrigno c’è questo pavimento!” e indicò l’alto e nero mucchio di polvere che lo separava da Levy. Lo scrigno era presso all’uscio. Il tugurio era angusto. Levy tentava invano schermirsi dalla miccia che gli incatramava fatalmente le dita dell’unica mano sana, piovendo innumerevoli faville a’ suoi piedi: spegnerla col soffio era impossibile. La polvere sparsa gli impediva ogni mossa. Aveva davanti una mina. Wasili intanto continuava a rubare e ad ogni rotolo che intascava, diceva ridendo:
“Cento imperiali!”.
“Mastro! manigoldo!” strillava Simeòn.
“Mille ducati! cinquanta rubli! Ho finito” e fissò l’ebreo col suo volto spettrale.
Nel cervello dell’ebreo tuonava l’accento del fantasma quando gli disse: “Ecco il fiorino della tua usura!”. Gli pareva che la pietrificazione del pugno avesse già invaso tutto il suo corpo.
Ma repente si scosse e urlò:
“Al ladro! al ladro! al ladro!”.
Il ladro non c’era più. S’udì il rumore di un briska che partiva e il galoppo di due cavalli.
Mezzo minuto dopo, le persone che passavano per via udirono un fragore di vetri spezzati venir dalla cella di Levy e videro alla finestra lui che gridava e subito dopo una miccia ardente cadere.
Coloro che salivano alle grida trovarono Levy svenuto per terra.
Tutti gli abitanti di Czenstokow ciarlavano già allegramente della catastrofe dell’ebreo, intercalando i motti piacevoli e l’ironia alla narrazione e ai commenti. Israeliti e cristiani, donne e uomini gongolavano; la sciagura del povero avaro fu la buona ventura di tutti. Nessuno pronunziò una parola di compassione, chi sorrise, chi rise, chi sogghignò, chi sghignazzò e chi squittì dalle risa.
“Ecco i frutti dell’avarizia!”.
“Ecco i frutti dell’usura!”.
“Farina del diavolo… ecc. ecc.”.
Questi erano i discorsi della folla. E Wasili fuggito, non lasciava traccia di sé.
Quando Levy rinvenne era solo; guardò la porta spalancata, poi la finestra spalancata, poi lo scrigno spalancato e vuoto! Volle uccidersi, ma come? il suo pugno non poteva afferrare coltello né pistola e temeva i colpi fiacchi ed incerti della mano sinistra. Poscia il timore della morte lo colse. Il ricco avaro era diventato miserabile, non più una moneta nel suo scrigno, quella povera cassa forte schiusa a tutti i venti rendeva imagine di una gabbia dalla quale fossero volati via i canerini canori.
Levy torceva gli occhi per non vederla. Non gli restava più nulla delle passate ricchezze, tranne forse il fiorino d’oro nel pugno! Ma Levy abbattuto, sfinito, non credeva più a quella moneta fatale. L’incredulità era subentrata al dubbio come il dubbio alla fede.
Levy trascinò poveramente così alcuni giorni di vita rosicchiando qualche rimasuglio di cibo provveduto nei fertili tempi.
Una mattina, disperato, affamato, non sapendo come lavorare, come vivere, salì la collina e si inginocchiò davanti alla porta del Santuario per chiedere l’elemosina.
Molti che lo conoscevano passandogli davanti lo maledicevano, altri che avevano toccato denari suoi a prezzo d’usura lo insultavano.
Altri lo beffavano. Nessuno gli faceva la carità d’un kopiec.
Io a quell’epoca ero guardiano del tesoro della Madonna. Un giorno, ritornandomene a casa, abitavo nel convento, vidi Levy, n’ebbi pietà e gli dissi:
“Questa sera quando i frati dormiranno entra nella mia cella e ceneremo assieme”.
Quella notte Levy capitò. Mangiammo tutti e due, Levy era diventato spaventoso a vedersi. La cella era illuminata dal lumignolo che ardeva davanti alla Madonna come qui adesso. Levy in quella notte mi raccontò tutta la sua storia come io ve la raccontai ora. Quando l’ebbe terminata s’alzò… andò davanti alla Vergine (mentre Paw descriveva questi ultimi particolari accompagnava cogli atti e coi gesti le sue parole) poscia lo vidi estrarre il suo pugno dalla sua pelliccia… (e Paw estrasse il pugno)… alzarlo risolutamente… (e Paw lo alzò)… collocarlo sulla fiamma del lume, dicendo:
“Così finisce la storia di Levy”.
Una tremenda esplosione seguì queste parole. Mi parve che un fulmine ed un tuono si fossero sprigionati da quella mano ardente davanti il quadretto della Madonna. Il pugno fu spaccato in frantumi… l’ebreo cadde… il lume si spense… Nello stesso momento udii un suono metallico scorrere sul suolo. Raccolsi nel buio una moneta… il fiorino rosso… di Sigismondo III… Levy non si moveva più, lo scoppio l’aveva ucciso.
Giunto a questa fine l’accento di Paw si ruppe in un rantolo e svenne. La fatica del racconto, le crudeli cose narrate, il rhum bevuto l’avevano vinto. La sua testa pesante non reggevasi più. Il delirio lo colse: “Moneta d’inferno… è qui… è qui…”. Il delirio si aggravava.
Feci trasportare il povero Paw in una camera appartata dell’osteria. Là, su d’un letto s’addormentò. Paw aveva un principio d’idropisia al cervello, le frequenti libazioni fatte in quella sera avevano decisa una crisi fatale. Passai la notte a vegliarlo. Dal suo labbro non uscì più una parola che valesse a chiarire l’oscuro nesso che lo legava al racconto. Verso l’alba si destò, guardò attorno, mi vide e con tenera gratitudine mi ringraziò.
“Dopo morto ripagherò il mio debito” disse, ma poi spaventato soggiunse “…no …no …vi porterebbe sciagura” e tornò a delirare. Indovinai l’idea del malato. Durante tutta la notte potei osservare che il pugno destro di quell’uomo non s’apriva mai. Dedussi da ciò e da qualche altro indizio che Paw aveva raccolto il contagio dell’allucinazione di Levy; credeva anch’esso di stringere il fiorino dell’usura nel pugno. Questa fissazione maniaca era potentemente aiutata dallo stato morboso del suo cervello. Paw mi appariva come una vittima di quel fenomeno fisico che i cristiani dell’evo medio chiamavano sugillationes, e che è una forma della stigmatizzazione.
Un tale fenomeno s’è manifestato più volte anche in questo secolo razionalista. Basta leggere le lettere di Harwitz, stampate a Berlino nel 1846, per vedere citati molti casi di stimmatizzazione avvenuti ai nostri tempi. Maria di Maerl, monaca dell’ordine terzo di San Francesco, fu segnata colle stigmate nell’anno 1834.
Maria Domenica Lazzari, soprannominata l’Addolorata di Capriana, portava anch’essa, ver- so la stessa epoca, le stigmate ai piedi, alle mani, al fianco.
Crescenzia di Nickleitsch fu stimmatizzata nel 1835.
Filippo d’Aqueria, Benedetto da Reggio, cappuccino, Carlo di Gaeta, frate laico, sono altri esempi di stigmatizzati, i quali ottennero l’eredità delle benedette piaghe di San Francesco d’Assisi in premio della loro fede.
Oggi la fisiologia dimostra chiaramente che ciò che nei passati secoli era chiamato miracolo non era che l’effetto d’un morbo, d’un turbamento generale dell’economia, la conseguenza di menti sconvolte dalla esaltazione religiosa, da un troppo lungo abuso dell’astinenza, dell’ascetismo, della vita contemplativa, su organismi già oltremodo predisposti ai disordini dello innervamento.
In molti casi di malattie mentali (casi in cui il morale opera potentissimamente sul fisico) si osserva che le idee, reagendo sugli organi, infliggono agli organi le stesse loro perturbazioni.
La suggellazione e la stigmatizzazione appartengono ad uno stesso ordine di fatti fisiologici e possono esser prodotti dalla mania religiosa, non solo, ma da qualunque altra mania, come avvenne nell’avaro Levy e come apparisce nel povero Paw.
E così considerando, vegliavo il mio malato. Sapevo purtroppo che la scienza non avrebbe potuto salvarlo. Infatti dopo tre giorni morì.
Quando la nuova della morte di Paw si sparse per la città, l’osteria fu assediata da una turba di curiosi. Affollavano l’oste pregandolo di lasciarli penetrare nella camera del morto.
Molti fra essi volevano spezzare il pugno di Paw per carpire il fiorino.
Chiedevano quella grazia all’oste come una elemosina, alcuni altri come un diritto.
Io li udivo, indignato, dal luogo dove stavo.
Uno diceva: “Paw mi ha donato quel fiorino per testamento”.
Un altro: “Io ho più diritto di te perché lo tengo da Levy stesso”.
E il primo ancora: “Sta a vedere chi ha ragione”.
E un terzo: “Quel fiorino va al tesoro della Madonna”.
E un quarto: “Bisogna prima bagnarlo nell’acqua santa e purificarlo tutto; io so come si fa”.
E un quinto: “Quel fiorino rosso dev’essere diviso fra tutti i confratelli di Paw, fra tutti i suoi compagni d’elemosina, fra tutti quei della plica”.
Un applauso fragoroso segui quest’ultima parlata fatta da una voce robusta, ch’io riconobbi essere quella di quel mendicante del Santuario che più degli altri aveva percosso Paw.
Intanto la folla inferocita si spingeva verso la camera dove stavo io col morto. L’oste non poteva più porre argine alla spinta degli assalitori.
L’uscio fu spalancato, la camera fu invasa dalla turba. Videro il morto, s’arrestarono sospesi fra la cupidigia e il terrore.
Quando s’accorsero di me s’inchinarono tutti. Io allora parlai:
“Profanatori! riconosco qualcuno fra voi che l’altro dì, sulla collina, diede invero bella prova di pietà percotendo vigliaccamente il pover’uomo che giace lì su quel letto. Tutti contendevate a Paw una moneta di rame quand’era vivo, ed ora ch’è morto tornate a scagliarvi tutti sul suo pugno, per rapirgli la moneta d’oro che chiude. Malandrini! uomini di rapina e di fango! corvi limosinanti! Quella moneta diventerà cancrena nelle vostre mani. Sarà la vostra maledizione. La sorte di Levy e di Paw vi aspetta.
“Non voglio negarvi il castigo che domandate con tanta ferocia. Chi di voi vuole il fiorino maledetto alzi il braccio…”.
Tutti alzarono il braccio. Io allora afferrai un martello, corsi al letto di Paw, presi in mano il suo pugno, due volte morto, alla prima martellata si ruppe come quello d’una mummia. La turba a- nelante attendeva il fiorino rosso; tutti gli sguardi spiavano rivolti al mio martello, e tutte le orecchie erano tese e preparate al suono della moneta d’oro.
Il pugno s’infranse.
La folla stupì.
Il fiorino rosso non c’era.

Tails 4.0 è in linea per il download gratuito

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E’ in linea la distribuzione Linux TAILS, versione 4.0, per la creazione di chiavette USB.

Il file .IMG è scaricabile al link:

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Gpg4win 3.1.1.0 disponibile per il download

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E’ disponibile per il download libero e gratuito la versione 3.1.1.0 per Windows di GPG, il potente programma di criptazione e protezione dati.

La risorsa può essere scaricata qui:

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Goldberg Variation – In linea il DVD ROM di tutti i brani della sezione Open Bach

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I file .WAV del progetto Open Bach, dedicato alle Variazioni Goldberg esegute da Kimiko Ishizaka sono scaricabili da oggi in un unico file .ZIP, raggiungibile anche dalla lista “Iso files”.

Gaspara Stampa – Prendete il volo tutti in quella parte

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Prendete il volo tutti in quella parte,
ove sta chi può dar fine a’ miei mali
col raggio sol de’ lumi suoi fatali,
o sospir, o querele al vento sparte.
E con quanta eloquenzia e con quant’arte
vi detterà colui c’ha face e strali,
dite a la vita mia pietose quali
dì provo, quando egli da noi si parte.
E se con vostri umili modi adorni
potrete far pietoso il vago aspetto,
sì ch’a star oggimai con noi ritorni,
non tornate più voi, ch’io non v’aspetto:
rimanetevi pur in que’ soggiorni,
e venga a me con lui gioia e diletto.

Matilde Serao – Il Cristo morto

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La cappella è glaciale. Pavimento di marmo, marmo alle pareti, tombe di marmo, statue di marmo alle pareti, tombe di marmo, statue di marmo. Un marmo scuro, che ha preso una tinta malaticcia ed umida pel tempo che è trascorso, pel sole che manca, per la scialba luce che piove dalle vetrate. Non ornamenti di oro, non candelabri, non lampade votive, non fiori: invece fregi, ornamenti, mosaici, iscrizioni, palme, volute, capitelli in pietra bianca, grigia o nera, non altro che pietra. Tutto vi è gelido, tranquillo, serenamente sepolcrale. Altrove è vita la voce del prete che prega, la tenue fiammella delle candele, lo squillo del campanello, lo scricchiolio di una sedia, il fumo sottile dell’incenso; qui non si prega, non ardono lumi, non sedie, non suonano campanelli, non fumano incensi. Non si vive per pregare, si muore nello sfinimento della preghiera che s’arresta sulle fredde labbra. Non è una chiesa, è una tomba.
– Volete vedere il Cristo morto? – chiede la guida, con la sua voce strascicata
Quella voce umana e volgare mi scuote. Eppure mi parla ancora di morte.
– Vediamo la prima cappella – mormoro, quasi vergognandomi di parlare.
Coloro che vi giacciono, quieti ed immobili, le braccia in croce sul cuore morto, appartengono alla nobilissima fra le famiglie; Grandi di Spagna di prima classe, due volte principi, due volte duchi, tre volte conti, cinque o sei volte marchesi. Sulla porta di entrata è la tomba dell’antichissimo antenato che andò alle crociate: ferito o svenuto in un combattimento, fu creduto morto e portato a seppellire, ma risvegliatosi d’un tratto, saltò fuori dalla bara più animoso e sbaragliò e sconfisse il gruppo dei nemici. Tombe dappertutto. Pompose iscrizioni latine in cui il sentimento ed il carattere s’affogano nella monotona convenzionalità dell’elogio. Solo le cifre hanno un malinconico significato: la vita non è lunga nella nobile casa Vi muoiono presto le fanciulle, vi muoiono presto i giovanetti. Ogni tomba ha la statua grande di colui che vi è sepolto, o almeno un medaglione su cui si disegnano e si rilevano certi profili soavi, certe linee serenamente altiere, certi ondeggiamenti marmorei di chiome disciolte. Nella famiglia è tradizionale una pura bellezza, più d’espressione che di plastica. Ogni tomba ha la sua statua, ogni tomba ha il suo medaglione.
– Volete vedere il Cristo morto? – insiste il custode.
– Finiamo di veder la cappella – ripeto io, singolarmente infastidita e colpita da quella insistenza.
Fra una tomba e l’altra, statue e gruppi allegorici, sempre in quell’interno e freddo marmo. Ecco il Pudore col volto coperto da un velo, ecco la Fortezza, ecco la Temperanza, ecco la Gloria, ecco l’Educazione, ecco l’Amor filiale, vuote allegorie che non chiudono più alcuna idea. Ultimo, poeticamente ultimo, è il Disinganno, un uomo che cerca con uno sforzo supremo districarsi da una fitta rete che l’avviluppa tutto. Singolare chiusura della vita, termine singolare di tutte le sublimità, di tutte le passioni, di tutti gli amori. Il Disinganno – e più altro.
– Perché questa tomba non ha medaglione? – domando al custode.
Egli non m’ ha udita, perché ricomincia a dire:
– Il Cristo morto…
– Vediamo l’altar maggiore – ripeto io, ostinandomi.
Sì, l’ultima tomba a dritta non ha medaglione. Manca il ritratto della nobile principessa che vi è sepolta, che è morta anch’essa così giovane. Il medaglione è liscio, vuoto, bianco, come se ne avesse raspata, cancellata l’immagine. Ed è triste come nella sala ducale, a Venezia, il ritratto di Faliero, coperto da un velo nero. L’altar maggiore è nudo, severo. Sulla parete, in fondo, n alto v’è un quadro, una Vergine della Pietà, scolorita, che sostiene sulle ginocchia il livido corpo di Gesù.
La pittura è guasta, bruna, tetra; un sorcio ha fatto un buco nero nel costato di Gesù. Più giù, proprio dall’altar maggiore, un grande gruppo in marmo che rappresenta la Deposizione della Croce. Sempre lo stesso soggetto, sempre la morte.
– Ed ecco – ripete trionfalmente il custode, staccandosi dall’altar maggiore – il Cristo morto.
Sta ai piedi dell’altar maggiore, a sinistra. Sopra un largo piedistallo è disteso un materasso marmoreo; sopra questo letto gelato e funebre giace il Cristo morto. È grande quanto un uomo, un uomo vigoroso e forte. Nella pienezza dell’età. Giace lungo disteso, abbandonato, i piedi diritti, rigidi, uniti, le ginocchia sollevate lievemente, le reni sprofondate, il petto gonfio il collo stecchito, la testa sollevata sui cuscini, ma piegata, sul lato diritto, le mani prosciolte. I capelli sono arruffati, quasi madidi del sudore dell’agonia. Gli occhi socchiusi, alle cui palpebre tremolano ancora le ultime e più dolorose lagrime. In fondo, sul materasso, sono gettati, con una spezzatura artistica, gli attributi della Passione, la corona di spine, i chiodi, la spugna imbevuta di fiele, il martello. Sul piedistallo, sotto i cuscini, questa iscrizione: Joseph Sammartino, Neap., fecit, 1753. E più nulla. Cioè no: sul Cristo morto, su quel corpo bello ma straziato, una religiosa e delicata pietà ha gettato un lenzuolo dalle pieghe morbide e trasparenti, che vela senza nascondere, che non cela la piaga ma la molce, che non copre lo spasimo ma lo addolcisce. Sopra un corpo di marmo, che sembra di carne, un lenzuolo di marmo che la mano quasi vorrebbe togliere. Niente manca, dunque, in questa profonda creazione artistica: e vi è il sentimento che fa palpitare la pietra, turbando il nostro cuore, e v’è l’audacia del creatore che rompe ogni regola, e v’è il magistero di una forma eletta, pura, squisita. Quel corpo morto era poc’anzi vivo, si contorceva nelle angosce di un’agonia spaventosa, giovane e robusto si ribellava al male, si ribellava alla morte. Non vi era sfinimento, non vi era abbattimento: le fibre non volevano morire, il corpo non voleva morire. Ma sotto le pieghe del lenzuolo la testa ha un carattere stupendo: la fronte liscia ha un vasto pensiero; piangono gli occhi, è vero, pel cruccio fisico, ma le labbra schiuse hanno una traccia di sorriso che è una indefinita speranza. È vero. è vero, il dolore è passato dal corpo all’anima; è vero, l’anima è contristata, ma non è disperazione, ma non è desolazione. L’anima come la bocca è abbeverata di fiele, ma una goccia di consolazione vi è stata. Tutto quel Cristo è un dolore supremo, ma è anche una suprema speranza; ma il mistero di quella testa divina è così grandioso, ma l’ammirazione per la meravigliosa opera d’arte è così sconfinata, ma la pietà del bellissimo estinto è così invadente che il pensatore si scuote e non frena più le acute indagini dalla sua mente, l’artista s’inchina nella esaltazione del suo spirito ed il credente non può che abbandonarsi, piangendo, sui piedi del morto, cospargendoli di lagrime e di baci.
Singolare anima d’artista doveva esser quella dello scultore che ha dato all’arte questo Cristo morto. Nell’opera sua vi è tutto il suo spirito. Uno spirito dove sorgevano uguali, immensi, due amori: quello per una donna, quello per l’arte. Infelicissimo, terribilmente doloroso il primo.
Solamente chi ha conosciuto il furore acuto di una sofferenza senza nome può far passare tutta la poesia di questa sofferenza nel marmo senza vita; solamente chi è vissuto nelle lagrime, nell’angoscia, nella esaltazione di un’anima innamorata e solitaria, può infondere nel marmo il solitario e cupo dolore di questo Cristo. Lo scultore ha saputo, ha sentito. Ha saputo, ha sentito che cosa fosse il tormento sottile che stride come una sega piccina ed inesorabile; la desolazione grigia, lunga, monotona, dove tutto è cenere, tutto è nausea, tutto è disgusto: la disperazione larga e vasta e lenta come una fiumana di pianto; la disperazione fragorosa e tumultuante come un torrente che tutto trascina.
Chi ha fatto quel Cristo ha spasimato d’amore; ha amato ed ha pianto; ha amato ed un fremito mortale gli ha travolto le fibre; ha amato ed una convulsione ha contorta e spezzata la sua vita; ha amato senza speranza, senza gioia, senza diletto, abbruciando la propria esistenza nella tormentosa voluttà del dolore. Solo un uomo che ama può creare quel Cristo morto; solo colui che soffre col trasporto, con la passione delle sofferenze, può mettere in una statua tutta la sublime epopea del dolore. Ogni colpo di scalpello che scheggiava, rompeva, carezzava, curvava, ammorbidiva il marmo, era una parola, un gemito, un lamento, un grido, uno scoppio furente di questo amore. La passione dell’uomo vivo creava la passione del Cristo morto. E ne veniva fuori un’anima d’artista che imprimeva il suo carattere in un capolavoro dell’arte.

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– Perché quella tomba non ha ritratto? – chiesi di nuovo uscendo dalla chiesa, mentre il custode faceva tintinnire le chiavi.
– Lo scultore non ebbe tempo di finirlo…
– Quale scultore?
– Il Sammartino.
– Ah!…
– …Morì prima di finirlo. Fu trovato in una straduccia buia, di notte, con un pugnale nel petto.
– Fu ucciso o s’uccise?
– Si crede che si fosse ucciso.

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Come nello strazio dell’ignota agonia, la testa del morto scultore doveva rassomigliare a quella del Cristo morto!

Matilde Serao – Il diavolo di Mergellina

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Assisa innanzi allo specchio, ella lasciava che la sua acconciatrice passasse il pettine nella ricchezza dei capelli biondo-fulvi, di un colore acceso e voluttuoso. Si guardava attentamente nello specchio: sul volto di una candidezza abbagliante, che parea fosse fulgido, non compariva traccia di roseo; nei grandi occhi glauchi, cristallini, il lampo dello sguardo era verde e freddo; le labbra carnose, rosse, come il granato, dovevano essere dolci ed amare quanto il frutto che ricordavano; il collo superbo, pieno e rotondo palpitava lentamente. Ella si guardò le mani attraverso la luce, mani candide quanto il viso; si guardò le braccia sode e rasate come un frutto maturo in cui si possa mordere. Si trovava seducente, bellissima; ed un eroico sorriso le sfiorò le labbra. Ella si adorava; idolatrava la propria bellezza e vi abbruciava ogni giorno un copioso incenso che si univa a quello di tutti coloro che l’amavano.
– Una lettera per madonna Isabella – disse un paggio ricciuto, inchinandosi e porgendo il biglietto sopra un vassoio d’argento.
Madonna Isabella scórse la lettera. Messer Diomede Carafa le scriveva ancora d’amore, una lettera piena di fuoco che a volte scoppiava nell’impeto della disperazione, a volte si allentava e s’illanguidiva nelle divagazioni di una mestizia insanabile. Messer Diomede Carafa sapeva amare: la sua anima nobile ed eletta era aperta a tutte le squisite sensibilità dell’affetto, la sua forte anima comprendeva tutti gli slanci di una passione umana e potente; le orgogliose dame spagnole della Corte vicereale avrebbero volentieri abbandonato la loro fierezza castigliana per esser amate da lui e per amarlo; le fanciulle dell’aristocrazia napoletana, brune fanciulle dagli occhi azzurri, lo avrebbero amato se egli avesse voluto amarle. Ma messer Diomede non amava che madonna Isabella che aveva fama di donna crudele e disamorata; difatti ella non fece che sorridere appena alle frasi amorose che messer Diomede le scriveva.

Nel grande salone del suo palazzo, madonna Isabella, vestita di broccato rosso che faceva risaltare il pallore del volto, con una reticella di perle sulle fulve trecce, sedeva a conversazione con messer Diomede. Il giovane innamorato era seduto alquanto discosto dalla sua donna, ma la fissava con l’occhio intento e cupido, senza mai distogliere lo sguardo da quella figura; a seconda che la donna parlava, sul viso del giovane passavano onde di sangue che lo coloravano, o un terreo pallore vi si diffondeva; come il giovane si lasciava trasportare dall’amore, la sua voce tremava, ed in essa passava la nota tenera e grave dell’affetto, la vibrazione profonda della gelosia, l’ondulazione indefinita della mestizia, la nota stridula dell’ironia, tutte le variazioni che ha l’amore.
La dama, placida, tranquilla, sorridente, agitando il leggiero ventaglio di piume, giocherellava amabilmente e ferocemente col cuore del giovane. Ella, a sua posta, creava in lui lo sconforto desolato o l’inesauribile speranza, la cupa gelosia o l’estrema fiducia, la collera senza nome e senza limiti o la gioia senza confine. Abituata a questi sottili e malvagi godimenti, ella si compiaceva stringere quel cuore innamorato in una mano di ferro che lo soffocava a poco a poco e poi ridonargli la vita, carezzandolo con una mano leggiera e vellutata; si dilettava far sussultare di dolore quell’anima, gittandola bruscamente nella disperazione; gioiva facendola esaltare grado a grado, sempre più, fino a farla impazzire nella vertigine dell’altissimo pinnacolo. Furono tali donne, sono e saranno. Il mondo le maledice, le disprezza, paiono fatte estranee alla soave comunanza femminile, paiono odiate, esecrate. Ma il mondo le ama, ma l’uomo le ama. Così è sempre, così sempre sarà. Pace a voi, giovanette gentili, dalle anime buone che rischiarano come luce di lampada familiare il corpo delicato; pace a voi, donne il cui destino unico è l’amore, è il sagrifizio: giammai sarete amate come quelle donne lo saranno. Virtù, dolcezza, abnegazione, serenità, calma, felicità sono vani nomi: l’acre e malsano desiderio dell’uomo corre verso la misteriosa e temuta sirena. Pace a voi; amate, soffrite, morite: giammai sarete amate come quelle donne lo saranno.

Eppure fu un giorno in cui Diomede Carafa credette di arrivare al culmine inaccessibile della sua vita, al momento fatale in cui ogni facoltà, ogni potenza fisica, ogni luce di ragione, ogni festa di fantasia, ogni robustezza di fibra, si riuniscono in una sola, profonda, alta armonia che è l’amore. Fu il giorno in cui madonna Isabella, all’impensata, dopo una lotta d’un anno in cui essa non aveva ceduto di una linea sola, presa da un subitaneo abbandono e dominata da una strana causa, disse d’amarlo. Oh! chi ha amato la conosce questa stagione calda ed esuberante, colorita dal sole, nell’azzurro sconfinato, nell’infiammato meriggio dove tutto arde e si consuma in una grande voluttà, quando i fiori nascono presto, vivono una vita rapida e soverchiante, esalano profumi grevi e violenti e muoiono per aver troppo vissuto; la stagione fremente dove tutto è luce, tutto è fulgore, tutto è febbre che precipita il sangue; la benedetta stagione, la eccelsa stagione dopo la quale tutto è cenere e fango. Chi ha amato sa la stagione d’amore di Diomede Carafa e non aspetta dalla scialba parola del freddo e disanimato cronista una descrizione. Chi ha amato evochi tutti, tutti suoi ricordi di amore, riviva in quel passato pieno di una gioia e di un dolore che non hanno l’eguale, palpiti, s’agiti, abbia la convulsione ed il delirio di quell’amore e saprà di Diomede Carafa. Le storie d’amore non si raccontano, non si descrivono che miseramente: l’arte istessa, la divina arte che tutto scopre, tutto rivela, non può che dare una sola e fuggevole immaginazione del proteiforme amore.

Breve stagione. Se durasse, il cuore morirebbe nella esagerazione di un sentimento che è la follia. A poco a poco, con gradazioni impercettibili, madonna Isabella fu meno felice, meno innamorata; il sorriso fu più scarso sulla bocca, le braccia più fiacche nell’abbraccio, le labbra più gelide nel bacio, il palpito meno frequente nell’arrivo e nel distacco. Diomede Carafa, cieco, pazzo d’amore, non vedeva, non comprendeva. Madonna Isabella discendeva sempre più verso l’indifferenza che poi era il suo stato abituale e la sua naturale ferocia rinasceva per la tortura di quell’uomo. Ma Diomede Carafa soffriva e s’inebriava di quella sofferenza, piangeva e s’ubriacava di quelle lagrime, era ammalato e si consolava di quel morbo ora gelido, ora infuocato che gli consumava la vita; era tormentato, oppresso, disperato. ma si estasiava di ciò come i martiri cristiani del sangue che usciva dalle loro vene esauste. Isabella si mostrava con lui chiusa, dura, sprezzante e lui l’amava anche così, massimamente così; Isabella si faceva volubile, leggiera, accogliendo in casa i più bei cavalieri napoletani e lui, morendo di gelosia, amava Isabella per la gelosia che aveva di lei. Egli gettava pazzamente i suoi averi, obliava le prerogative della sua nobiltà, non conosceva più amici, non conosceva più parentado, non sapeva più nulla di obblighi o di diritti: Isabella, Isabella, amare Isabella. Fino a che un giorno tutta la verità gli fu palese come parola di Dio e seppe del proprio avvilimento, seppe del tradimento di Isabella con Giovanni Verrusio, amico suo e suo compagno d’infanzia.

Egli nascose a tutti il dramma del suo spirito, sdegnoso di compianto. Il crollo immenso della sua felicità, la rovina tragica e nera dello splendido edificio non ebbero testimonio. Meglio così. Che vale il rimpianto? Che cosa è la parola compassionevole e glaciale? Foglie morte che il vento si porta via, ed il dolore rimane eterno. Invano egli errò, viaggiatore solitario e noncurante, per fiorenti paesi, invano chiese alle ricchezze, al lusso, ad altri amori, a feste stupende, l’oblio; invano egli volle innamorarsi delle vaghe creazioni dell’arte per ritrovare la pace. Dappertutto, in ogni paese, in ogni donna, in ogni fiore, al fondo dei vini generosi, nelle figure dei quadri, nelle figure delle statue, negli ondeggiamenti della musica, egli ritrovava Isabella. Il suo dolore non era più acuto e straziante, ma lento, lungo, stupefacente. egli sentiva la sua anima gonfiarsi di affetto ed i suoi occhi gonfiarsi di lagrime; egli provava il bisogno del sagrificio, del culto, dell’estasi…
– Dio, Dio – ripetette un giorno la stanca amica sua.

Diomede Carafa fu vescovo di Ariano, prelato esemplare e amatore dell’arte. Leonardo da Pistoia, pittore, fu suo amico. Per sua ordinazione e per la chiesa di Piedigrotta dove giace il Sannazaro, il Leonardo fece il quadro bellissimo di S. Michele che atterra Lucifero. Lucifero vinto e bello e ancor folgorante, ha il volto di madonna Isabella. Ed è una donna il diavolo di Mergellina.

Matilde Serao – Il segreto del mago

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Nell’anno 1220 della salutifera Incarnazione regnando in Palermo ed in Napoli il grande e buon re Federico secondo di Svevia, accadde in Napoli un caso bellissimo che non vi sarà discaro ascoltare, trattandosi di piacevole argomento. Simil novella non troverete né in istorici, né in eleganti narratori; io stessa la raccolsi rozza ed informe dalla tradizione popolare e voglio, narrandola a voi, consacrarla in questa scrittura, affinché ne possano avere disadorna ma chiara notizia i più tardi nepoti, per cui lavora e s’affatica ogni scrittore disdegnoso del facile plauso contemporaneo. Ma senza più intrattenervi in preliminari, avendo spiegata chiaramente la mia intenzione, ecco il caso.
Nello stretto vico dei Cortellari. che come ognuno sa, apparteneva al seggio di Portanova, v’era una casuccia magra ed alta, dalle piccole finestre, aventi i vetri sporchi ed impiombati. La porta d’entrata era bassa e oscura; sporca e ripida la scala; di rado si aprivano le finestruole. La gente vi passava dinanzi frettolosa, dando uno sguardo fra il collerico ed il pauroso, e borbottando fra i denti non so se una preghiera o una maledizione. In verità, nella casuccia abitava gente malfamata; al primo piano v’era un maledetto giudeo, degno discendente di coloro che crocifissero nostro signore Gesù Cristo, un giudeo ladro che dava il denaro ad usura e tosava le monete d’oro; al secondo una giovane bella, di quelle che sono la tentazione e la dannazione dell’uomo; al terzo un marito ed una moglie, brutti ceffi che il giorno eran fuori di casa a qualche ignoto ed equivoco mestiere e quando rincasavano, a notte piena, si battevano come la lana. Quello che formava lo sgomento dei viandanti non era specialmente l’ebreo cane, lo sguardo provocante della donna, o gli strilli della moglie bastonata dal marito, ma era tutto questo insieme e principalmente il pensiero che all’ultimo piano della casa indiavolata abitava Cicho il mago. Le anime timorate di Dio si facevano il segno della croce che è anche quello della nostra salvazione e passavano oltre; gli spiriti mondani facevano le corna con la mano, si tastavano il ginocchio, pronunziavano qualche scongiuro e simili cose operavano che volgarmente si credono atte a disperdere il malocchio. Sebbene Cicho uscisse molto raramente e raramente spalancasse le imposte della sua finestruola, il popolo sapendo della sua magia, del suo potere sovrumano, n’avea timore grandissimo.
Senza dubbio i misteriosi andamenti di Cicho davan fede di verità a quanto di lui si dicea. Chi fosse non si sapea, né donde venisse; sempre chiuso in casa; in apparenza privo di amici e di parenti: curvo nell’incedere, lento il passo, l’occhio fisso a terra mormorando parole greche, latine o di qualche lingua demoniaca; parco nel conversare, ma non aspro nei modi, anzi sorridente nella fluente barba bianca; scuri ma netti i vestimenti. Invano, quando venne ad abitare nel vico Cortellari, le femminette d’intorno s’informavano di lui, chiesero, osarono interrogarlo, fermarono il suo servo e adoperarono i mille mezzi che mai sempre consiglia alla donna, la gran maestra e signora, la curiosità. Nulla potettero sapere e Cicho, la sua origine, la sua famiglia, la sua vita rimasero nelle tenebre dello sconosciuto. Ma in seguito, spiando, osservando, escogitando, si seppe che Cicho intendeva a opere magiche; durante la notte, mai si spegneva la lampada della stanzuccia dove egli studiava su grossi volumi di manoscritti a fermaglio, tolti da una polverosa scansia, mai cessava d’uscire, dalla cappa nera del suo focolare, un filo di fumo e la sua stanza era piena di storte, di lambicchi, di fornelli, di singolari coltelli in tutte le forme e di altri istrumenti in ferro destinati ad usi paurosi.
Si dicea che spesso Cicho passava ore intere curvato sopra un pentolino che bolliva, bolliva e dove sicuramente danzavano le maledette erbe infernali che cagionano malsania, follìa e morte, sebbene il servo non comperasse in piazza che le erbe di cucina, come maggiorana, pomidoro, basilico, prezzemolo, cipolle, agli ed altro. Ma si sa che gli stregoni vanno sui prati, nella notte del sabato, incantano la luna, chiamano il diavolo e colgono le erbacce malefiche. Si diceva altresì che Cicho venisse fuori sul suo piccolo terrazzino, scuotendo dalle mani e dall’abito una polvere bianca che certo doveva avvelenare l’aria; che spesso andasse a lavarsi le mani macchiate di rosso in un tinello di cui l’acqua si corrompeva. Quelle mani macchiate di rosso davano autorità a orribili sospetti; tanto più che si soggiungeva esservi spesso, nel laboratorio di Cicho, sul pavimento, larghe macchie di rossobruno, simili a pozze di sangue e che quello sciagurato stregone di Cicho si occupasse, nella notte, a tagliare coi sottili coltelli, sopra una grande tavola di marmo bianco, non so che di delicato. Membra di bambini, o gambe di rana, o pelli di serpentelli – ripeteva la gente. E quando camminava nella via, le comari ammiccavano e si davano delle gomitate nei fianchi, dicendo:
– Cicho il mago, Cicho il mago!
– Cerca il modo di ridiventare giovane, il secchione!
– Vuol trovar l’oro, forse.
– O quella pietra per cui s’ha virtù, saggezza e lunga vita.
– Che!! Chiama il diavolo per diventare Gran Turco.
Cicho ascoltava e tirava via sorridendo. In fondo le comari, avendone paura, non osavano maledirlo che sottovoce; a ammonivano i bimbi ad usargli rispetto. lo stregone, malgrado le voci temerarie, aveva rispetto di galantuomo e quella tale aria di soddisfatto raccoglimento di chi medita una bella e feconda idea. Parea dicesse: verrà, verrà il giorno mio, o gente ingrata.
A chiarirvi un poco il mistero ed a denudare la sua vita di quella parte sovrumana che Dio non permette più sulla terra, poiché Dio fa miracoli solamente per l’anima e non più per il corpo, vi dirò quanto segue. Cicho era stato a suo tempo ricco e gagliardo e bel giovanotto: aveva saputo goder bene della salute, della gioventù e della ricchezza; amante, era stato amato; aveva avuto palazzi, corridori di nobil sangue, pietre preziose, vestimenta intessute d’oro; aveva goduto feste, conviti, balli, tormenti, giostre; aveva assaporato col più vivo piacere baci di donne, colpi di spada di cavaliere e vini poderosi. Quando la sua ricchezza cominciò a dileguare, come sempre accade, si allontanarono donne ed amici; ma Cicho che aveva fatta sugli scrittori antichi buona e larga provvista di filosofia , non se ne accorò. Sibbene rimasto solo, con niuna opera da compiere, gli venne vaghezza di rendersi utile agli uomini. E dopo aver escogitato tutti i mezzi, ricordando i suoi godimenti ed i suoi piaceri, entrò nella persuasione dover lui ritrovare qualche cosa che concorresse specialmente alla felicità del suo simile, felicità instabile e passeggera a cui egli voleva dare un qualche solido fondamento. Raffermato in questa intenzione comperò pergamene e volumi, studiò lungamente, tentando e ritentando ogni giorno prove novelle, sbagliando, ricominciando da capo, consumando le sue notti, il suo denaro ed il carbone dei suoi fornelli. Per molto tempo la mala fortuna lo perseguitò e le sue esperienze riuscirono sempre fallaci, ma non per questo venne meno la sua costanza. Ei lavorava per la felicità dell’uomo e cotale altissimo scopo gli era innanzi agli occhi come visione animatrice; alla fine, dopo molti anni di travaglio, si poté dire di aver raggiunto la sua meta, gridando anche lui la parola del greco Archimede, di fronte a tanta scoperta. Poi, come usano gli inventori, s’occupò a vezzeggiare al sua scoperta, a carezzarla , a darle forme variate e seducenti, a perfezionarla, in modo da poter dire agli uomini: Eccola qui; io ve la dono bella e completa.

Ora accade che sul terrazzino di Cicho il mago sporgesse anche una porticina di una stanzuccia dove abitava con suo marito Jovannella di Canzio. Era costei maliziosa, astuta e linguacciuta quanto mai femmina possa essere; e sua dilettosa occupazione era conoscere i fatti del vicinato o per trarne personale vantaggio o per malignarvi su. non è a dire se la malvagia Jovannella spiasse continuamente Cicho il mago; ché anzi s’arrovellava di giorno e non aveva tregua nelle lenzuola alla notte, per la inappagata curiosità; e più non riusciva a saper nulla , più, per dispetto, lacerava la riputazione delle vicine e tormentava il marito Giacomo, guattero di cucina al real palazzo. Ma non senza saviezza corrono dettami popolari esprimenti che la donna ottiene sempre quello che vuole fortemente – e malgrado le precauzioni di segretezza adoperate da Cicho il mago, malgrado le porte chiuse, le finestre sbarrate, la Jovannella seppe il segreto dello stregone. Fosse stato per buco di serratura, per fessura di porta, per foro nel muro, o per altro, io non so. Ma è certo che un giorno la trionfante Jovannella disse al guattero marito:
– Giacomo, se hai ardire di uomo, la fortuna nostra è fatta.
– Sei tu diventata strega? Io mel sapeva.
– Malann’aggia la tua bocca sconsacrata! Ascolta. Vuoi tu dire al cuoco di palazzo che io conosco una vivanda di così nuova e tanto squisita fattura da meritare l’assaggio del re?
– Femmina, tu sei pazza?
– Dio mi sradichi questa lingua che ho tanto cara, s’io mento!
E con molte sue persuasioni lo indusse a parlarne col cuoco, che a sia volta ne discusse col maggiordomo, il quale ne tenne parola con un conte, che osò dirne al re.
Piacque al re la novella e dette ordine che la moglie del sguattero si recasse nelle reali cucine e componesse la prelibata vivanda: infatti la Jovannella accorse prontamente e in tre ore ebbe tutto fatto. Ecco come: prese prima fior di farina, lo impastò con poca acqua, sale e uova, maneggiando la pasta lungamente per raffinarla e per ridurla sottile sottile come una tela; poi la tagliò con un suo coltellaccio in piccole strisce, queste arrotolò a forma di piccoli cannelli e fattane un a grande quantità, essendo morbidi ed umidicci, li mise a rasciugare al sole. Poi mise in tegame strutto di porco, cipolla tagliuzzata finissima e sale; quando la cipolla fu soffritta vi mise un grosso pezzo di carne; quando questa si fu crogiolata bene ed ebbe acquistato un colore bruno-dorato, ella vi versò dentro il succo denso e rosso dei pomidoro che aveva spremuti in uno straccio; coprì il tegame e lasciò cuocere, a fuoco lento, carne e salsa.
Quando l’ora del pranzo fu venuta, ella tenne preparata una caldaia di acqua bollente dove rovesciò i cannelli di pasta: intanto che cuocevano, ella grattugiò una grande quantità di quel dolce formaggio che ha nome da Parma e si fabbrica a lodi. Cotta a punto la pasta, la separò dall’acqua ed in bacile di maiolica la condì mano mano con una cucchiaiata di formaggio ed un cucchiaio di salsa. Così fu la vivanda famosa che andò innanzi al grande Federigo, il quale ne rimase meravigliato e compiaciuto; e chiamata a sé la Jovannella di Canzio, le chiese come avesse potuto immaginare un connubio così armonioso e stupendo. La rea femmina disse che ne aveva avuto rivelazione in sogno, da un angelo: il gran re volle che il suo cuoco apprendesse la ricetta e donò alla Jovannella cento monete d’oro dicendo che era molto da ricompensarsi colei che per una così grande parte aveva concorso alla felicità dell’uomo. Ma non fu questa solamente la fortuna di Jovannella, poiché ogni conte ed ogni dignitario volle avere la ricetta e mandò il proprio cuoco ad imparare da lei, dandole grosso premio; e dopo i dignitarii vennero i ricchi borghesi e poi i mercati e poi i lavoratori di giornata e poi i poveri dando ognuno alla donna quel che poteva. Nel corso di sei mesi tutta Napoli si cibava dei deliziosi maccheroni – da macarus, cibo divino – e la Jovannella era ricca.

Intanto Cicho il mago, solo nella sua cameruccia, modificava e variava la sua scoperta. Pregustava il momento in cui, fatto noto agli uomini il segreto, gliene sarebbe venuta gratitudine, ammirazione e fortuna. Infine, non vale più la scoperta di una nuova pietanza che quella di un teorema filosofico? che quella di una cometa? che quella di u nuovo insetto? Bene, dunque: e lodato senza fine sia l’uomo che la fa. Ma un giorno che il termine era vicino, Cicho il mago uscì a respirare per la via del Molo: arrivato presso la porta del Caputo, un noto odore gli ferì le nari. Egli tremò e volle rincorarsi, pensando che era inganno. Ma roso dall’ansietà, entrò nella casa donde l’odore era venuto e domandò ad una donna che badava ad un tegame:
– Che cucini tu?
– Maccheroni, vecchio.
– Chi te lo insegnò, donna?
– Jovannella di Canzio.
– Ed a lei?
– Un angiolo, dicono. Ella ne cucinò al re; ne vollero i principi, i conti, tutta Napoli. In qualunque casa entrerai, o vecchio pallido e morente, troverai che vi si cucinano maccheroni. Hai fame? Vuoi tu cibartene?
– No. Addio.
Entrato in varie case, trascinandosi a stento, Cicho il mago ebbe certezza dell’accaduto e del tradimento di Jovannella; il custode del palazzo reale gli ripeté la storiella. Allora, disperato d’ogni cosa, tornatosene alla sua casetta, rovesciò lambicchi, storte, tegami, forme e coltelli; ruppe, fracassò tutto; abbruciò i libri di chimica. E partissene solo ed ignorato, senza che mai più fosse veduto ritornare.
Come è naturale, la gente disse che il diavolo aveva portato via il mago. Ma venuta a morte la Jovannella dopo una vita felice, ricca ed onorata, come la godono per lo più i malvagi, malgrado le massime morali in contrario, nella disperazione della sua agonia, confessò il suo peccato e morì urlando come una dannata. Neppur tarda giustizia fu resa a Cicho il mago: solamente la leggenda soggiunge che nella casa dei Cortellari, dentro la stanzuccia del mago, alla notte del sabato, Cicho il mago ritorna a tagliare i suoi maccheroni, Jovannella di Canzio gira la mestola nella salsa del pomodoro ed il diavolo con una mano gratta il formaggio e con l’altra soffia sotto la caldaia. Ma diabolica o angelica che sia la scoperta di Cicho, essa ha formato la felicità dei napoletani e nulla indica che non continui a farla nei secoli dei secoli.

Matilde Serao – Il palazzo donn’Anna

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Il bigio palazzo si erge nel mare. Non è diroccato, ma non fu mai finito; non cade, non cadrà, poiché la forte brezza marina solidifica ed imbruna le muraglie, poiché l’onda del mare non è perfida come quella dei laghi e dei fiumi, assalta ma non corrode. Le finestre alte, larghe, senza vetri, rassomigliano ad occhi senza pensiero; nei portoni dove sono scomparsi gli scalini della soglia, entra scherzando e ridendo il flutto azzurro, incrosta sulla pietra le sue conchiglie, mette l’arena nei cortili, lasciandovi la verde e lucida piantagione delle sue alghe. Di notte il palazzo diventa nero, intensamente nero; si Serena il cielo Sul suo capo, rifulgono le alte e bellissime stelle, fosforeggia il mare di Posillipo, dalle ville perdute nei boschetti escono canti malinconici d’amore e le monotone note del mandolino: il palazzo rimane cupo e sotto le sue vòlte fragoreggia l’onda marina. Ogni tanto par di vedere un lumicino passare lentamente nelle sale e fantastiche ombre disegnarsi nel vano delle finestre: ma non fanno paura. Forse sono ladri volgari che hanno trovato là un buon covo, ma la nostra splendida povertà non teme di loro; forse sono mendicanti che trovarono un tetto, ma noi ricchi di cuore e di cervello, ci abbassiamo dalla nostra altezza per compatirli. E forse sono fantasmi e noi sorridiamo e desideriamo the ciò sia; noi li amiamo i fantasmi, noi viviamo con essi, noi sogniamo per essi e per essi noi moriremo. Noi moriremo per essi, col desiderio di vagolare anche noi sul mare, per le colline, sulle rocce, nelle chiesette tetre ed umide, nei cimiteri fioriti, nelle fresche sale dove il medioevo ha vissuto.
Fu una sera e splendevano di luce vivida quelle finestre; attorno attorno il palazzo, sul mare, si cullavano barchette di piacere adorne di velluti che si bagnavano nell’acqua, vagamente illuminate da lampioncini colorati, coronate di fiori alla poppa; i barcaiuoli si pavoneggiavano nelle ricche livree. Tutta la nobiltà napoletana, tutta la nobiltà spagnuola, accorreva ad una delle magnifiche feste che l’altiera Donn’Anna Carafa, moglie del duca di Medina Cœli, dava nel suo palazzo di Posillipo. Nelle sale andavano e venivano i servi, i paggi dai colori rosa e grigio, i maggiordomi dalla collana d’oro, dalle bacchette di ebano: giungevano continuamente le bellissime signore, dagli strascichi di broccato, dai grandi collari di merletto, donde sorgeva come pistillo di fiore la testa graziosa, dai monili di perle, dai brillanti che cadevano sui busti attillati e seducenti; giungevano accompagnate dai mariti, dai fratelli e qualcuna, più ardita, solamente dall’amante. Nella grande sala, sulla soglia, nel suo ricchissimo abito rosso, tessuto a lama d’argento, con un lieve sorriso sulla bocca, il cui grosso labbro inferiore s’avanzava quasi in atto di spregio, inchinando appena il fiero capo alle donne, dando la mano da baciare ai cavalieri grandi di Spagna di prima classe come lei, stava Donna Anna di Medina Cœli. L’occhio grigio dal lampo d’acciaio, simile a quello dell’aquila, rivelava l’interna soddisfazione di quell’anima fatta d’orgoglio: ella godeva, godeva senza fine nel vedere venire a lei tutti gli omaggi, tutti gli ossequi, tutte le adulazioni.
Era lei la più nobile, la più potente, la più ricca, la più bella, la più rispettata, la più temuta, lei duchessa, lei signora, lei regina di forza e di grazia. Oh poteva salire gloriosa i due scalini che facevano del suo seggiolone quasi un trono; poteva levare la testa al caldo alito dell’ambizione appagata che le soffiava in volto. Le dame sedevano intorno a lei, facendole corona, minori tutte di lei: ella era sola, maggiore, unica.
In fondo al grande salone era rizzato un teatrino destinato per lo spettacolo. Tutta quella eletta schiera d’invitati dovevano dapprima assistere alla rappresentazione di una commedia ed a quella di una danza moresca; poi nelle sale si sarebbero intrecciate le danze sino all’alba. Ma la grande curiosità della rappresentazione era che gli attori, per una moda venuta allora di Francia, appartenessero alla nobiltà. Donn’Anna Carafa di Medina disprezzava i facili costumi francesi che corrompevano la rigida corte spagnuola, ma scrutatrice dei cuori e apprezzatrice del favore popolare com’era, s’accorgeva che quelle molli usanze piacevano ed erano adottate con trasporto. Solo per questo ella aveva consentito che Donna Mercede de las Torres, sua nipote di Spagna, sostenesse una parte nella rappresentazione. Donna Mercede, giovane, bruna, dai grandi occhi lionati, dai neri capelli, le cui trecce le formavano un elmo sul capo, era una spagnuola vera. Ella rappresentava nella commedia la parte di una schiava innamorata del suo padrone, una schiava che lo segue dappertutto, e lo serve fedelmente sino a fargli da mezzana d’amore, sino a morire per lui d’un colpo di pugnale destinato al cavaliere da un padre crudele. Ella recitava con un trasporto, con un tale impeto che tutta la sala si commuoveva allo sventurato e non corrisposto amore della schiava Mirza: tutti si commuovevano, salvo Gaetano di Casapesenna che faceva la parte del cavaliere. Ma così dal poeta era stata ispirata ogni parola del cavaliere, ed egli, freddo, indifferente, inconscio, non faceva che rimaner fedele al carattere che rappresentava. Solo, alla fine della commedia, quando la sventurata Mirza ferita a morte, s’accomiata con parole d’affetto da colui che fu la sua vita e la sua morte, allora, egli, cui appare finalmente la verità qual luce diffusa meridiana, preso dall’amore, s’abbandona in ginocchio dinanzi al corpo della poveretta morente e copre di baci quel volto pallido d’agonia. Invero, egli fu così focoso in tale slancio, così patetica ed improntata di dolore la sua voce, così disordinato ogni suo gesto, che veramente parve superiore ad ogni vero attore, e parve che la verità animasse il suo spirito, sino al punto che la sala intera scoppiò in applausi.
Sola, sul suo trono, tra le sue gemme, sotto la sua corona ducale, Donn’Anna impallidiva mortalmente e si mordeva le labbra. Non era lei la più amata.
Le due donne s’incontravano nelle sale del palazzo Medina; si guardavano, Donna Mercede fremente di gelosia, l’occhio nero covante fuoco, smorta, rodendo un freno che la sua libera anima aborriva; Donna Anna, pallida di odio, muta nella sua collera; si guardavano, impassibile e fredda Donn’Anna, agitata e febbrile Donna Mercede. Scambiavano rade ed altere parole. Ma se la gelosia scoppiava irresistibile, l’ingiuria correva sul loro labbro:
– Le donne di Spagna sono esse le prime ad abbandonarsi all’amante – diceva Donn’Anna, con la sua voce dura e grave.
– Le donne di Napoli si gloriano del numero degli amanti – rispondeva vivamente Donna Mercede.
– Voi siete l’amante di Gaetano Casapesenna, Donna Mercede.
– Voi lo foste, Donn’Anna.
– Voi obliaste ogni ritegno, ogni pudore, dandoci vostro amore a spettacolo, Donna Mercede.
– Voi tradiste il duca di Medina Cœli, mio nobile zio, Donn’Anna Carafa.
– Voi amate ancora Gaetano Casapesenna.
– Voi anche lo amate ed egli non vi ama, Donn’Anna.
Vinceva la bollente spagnuola e Donna Anna si consumava dalla rabbia. Ma egualmente l’odio glaciale della duchessa contro cui s’infrangeva ogni slancio di Donna Mercede, tormentava la spagnuola. Esse avevano nel cuore un orribile segreto; esse portavano nelle viscere il feroce serpente della gelosia, esse morivano ogni giorno di amore e di odio. Donn’Anna celava il suo spasimo, ma Donna Mercede lo rivelava nelle convulsioni del suo spirito e del suo corpo. La duchessa agonizzava sorridendo; Donna Mercede agonizzava, piangendo e strappandosi i neri capelli. Fino a che ella scomparve d’un tratto dal palazzo Medina Cœli e fu detto che presa da improvvisa vocazione religiosa, avesse desiderato la pace del convento e fu narrato del misticismo ond’era stata presa quell’anima, e delle lunghe giornate passate in ginocchio dinanzi al Sacramento, e del fervore della preghiera e delle lagrime ardenti: ma non fu detto né il convento, né il paese, né il regno dove era il convento. Invano Gaetano di Casapesenna cercò Donna Mercede in Italia, in Francia, in Ispagna ed in Ungheria, invano si votò alla Madonna di Loreto, a San Giacomo di Campostella, invano pianse, pregò, supplicò. Mai più rivide la sua bella amante. Egli morì giovane, in battaglia, quale a cavaliere sventurato si conviene.
Altre feste seguirono nel palazzo Medina, altri omaggi salutarono la ricca e potente duchessa Donn’Anna; ma ella sedeva sul suo trono, con l’anima amareggiata di fiele, col cuore arido e solitario.

Quei fantasmi sono quelli degli amanti? O divini, divini fantasmi! Perché non possiamo anche noi, come voi, spasimare d’amore anche dopo la morte?

Jakob e Wilhelm Grimm – Antonio Gramsci – Il lupo e i sette caprettini

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C’era una volta una vecchia capra che aveva sette caprettini e li amava, come una madre ama i suoi bambini. Un giorno dovette andare nella foresta a cercare del cibo; chiamò a sé i sette piccoli e disse: «Cari figli, io devo recarmi nella foresta, state attenti al lupo, perché se entra, vi mangia con tutta la pelle e il pelo. Il malvagio qualche volta riesce a contraffarsi, ma voi lo riconoscerete ugualmente dalla voce rauca e dalle zampe nere».
I caprettini risposero: «Cara madre, staremo attentissimi, puoi allontanarti senza preoccupazione».
La vecchia belò teneramente e tutta consolata si mise in cammino.
Non passò molto tempo, qualcuno bussò alla porta di casa gridando: «Aprite, cari figli, vostra madre è qua ed ha portato qualcosa per ognuno di voi».
Ma i caprettini capirono dalla voce rauca che era il lupo. «Non apriamo – gridarono, – tu non sei nostra madre; la sua voce è bella e amorevole, mentre la tua è rauca, tu sei il lupo».
Il lupo andò lontano, da un merciaio, e comprò un grosso pezzo di gesso: lo mangiò e così rese sottile la sua voce. Poi tornò indietro, bussò alla porta della casa e gridò: «Aprite, cari figli, vostra madre è qui e ha portato qualcosa per ognuno di voi».
Ma il lupo aveva posato le sue zampe nere sulla finestra; i caprettini le videro e gridarono: «Non apriamo, nostra madre non ha i piedi neri come te, tu sei il lupo».
Allora il lupo corse da un panettiere e disse: «Mi sono fatto male alle zampe, stendici sopra un po’ di pasta».
Quando il panettiere ebbe steso la pasta sulle zampe, il lupo corse da un mugnaio e disse: «Spargi della farina bianca sulle mie zampe».
Il mugnaio pensò: «Il lupo vuole ingannare qualcuno» e si rifiutò, ma il lupo gli disse: «Se non lo fai, ti mangerò».
Il mugnaio ebbe paura e gli imbiancò le gambe. Sì, così sono gli uomini!
Allora, per la terza volta, il malvagio bussò alla porta della casettina e disse: «Apritemi, figli, la vostra cara mammina è ritornata e ha portato dalla foresta qualcosa per ognuno di voi».
I caprettini gridarono: «Mostraci prima le tue zampe, perché sappiamo che tu sei la nostra cara mammina».
Il lupo posò le zampe sulla finestra e quando quelli ebbero visto che erano bianche, credettero fosse tutto vero ciò che il lupo aveva detto e aprirono la porta. Ma chi entrò fu il lupo.
Essi ne furono terrorizzati e cercarono di nascondersi: uno saltò sotto il tavolo, il secondo nel letto, il terzo nella stufa, il quarto in cucina, il quinto nell’armadio, il sesto nella tinozza del bucato, il settimo nella cassa del pendolo.
Ma il lupo li trovò tutti, e non fece troppe cerimonie, uno dopo l’altro li trangugiò nelle sue fauci; solo non scoprì il più piccolino che si era nascosto nella cassa del pendolo.
Quando il lupo ebbe così soddisfatto la sua ingordigia, se ne andò a sdraiarsi fuori sul verde prato sotto un albero e si addormentò.
Non molto tempo dopo la vecchia capra ritornò a casa dalla foresta. Ah! che cosa le toccò vedere! La porta della casettina era spalancata, il tavolo, le sedie e le panchine erano rovesciati, la tinozza del bucato era in pezzi, coperte e cuscini erano stati strappati dal letto. Ella cercò i suoi figlioletti, ma non li trovò in nessun luogo. Li chiamò uno dopo l’altro per nome, ma nessuno rispose. Infine, quando giunse al più piccolino, una voce sottile sottile gridò: «Cara madre, sono nascosto nel pendolo».
Ella lo trasse fuori ed egli le raccontò come fosse venuto il lupo e avesse mangiato tutti gli altri. Potete pensare come la vecchia capra pianse per i suoi poveri figlioletti.
Infine ella uscì tutta angosciata e il caprettino più giovane le corse dietro. Quando giunse al prato vide il lupo che, sdraiato sotto l’albero, russava così fragorosamente che i rami ne tremavano. Ella lo guardò da tutte le parti, e vide che nella sua pancia piena qualcosa si muoveva e si dimenava.
Dio mio – pensò, – che i miei poveri figlioletti, che egli ha divorato come cena, siano ancora vivi?».
Allora fece correre fino alla casettina il caprettino a prendere forbici, ago e filo. Quindi aprì la pancia al mostro e appena ebbe fatto il primo taglio, un caprettino allungò fuori la testina, e quando continuò a tagliare, tutti e sei saltarono fuori, uno dopo l’altro, ed erano tutti in vita e non avevano sofferto nessun male, poiché il mostro li aveva inghiottiti d’un colpo nella sua ingordigia.
Fu una grande allegria! Essi abbracciarono la loro cara madre e ballarono come se andassero a nozze.
Ma la vecchia disse: «Adesso andate a cercare delle grosse pietre, con cui riempiremo la pancia alla bestia scellerata, mentre è immersa nel sonno».
I sette caprettini trascinarono in tutta fretta delle pietre e le misero nella pancia del lupo, tante quante ne poteva contenere. Quindi la vecchia ricucì il taglio in un momento in modo che lui non si accorgesse di nulla e non si muovesse.
Quando il lupo finalmente si svegliò, si levò sulle zampe e poiché le pietre nello stomaco gli avevano suscitato una grande sete, volle andare ad una fontana a bere. Ma appena cominciò a camminare e a muoversi qua e là, le pietre si urtarono l’un l’altra nella sua pancia. Il lupo gridò:
«Cos’è che rimbomba e rimbalza
e m’indolenzisce il pancione?
Sei caprettini ho mangiato
nel gozzo ho un quintale di sassi».
E appena arrivò alla fontana si curvò sull’acqua per bere, ma le pesanti pietre lo spinsero giù ed egli affogò miseramente.
A quella vista i sette caprettini corsero in tutta fretta, gridando: «Il lupo è morto! Il lupo è morto!» e danzarono dalla gioia con la loro mamma intorno alla sorgente.

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Vincenzo Bellini – Il pirata – Libretto – PDF

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AA. VV. – Il Pastor Fido – Libretto – PDF

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