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Jolanda – Dal mio verziere

EText-No. 38698
Title: Dal mio verziere
Author: Jolanda
Language: Italian
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EText-No. 38698
Title: Dal mio verziere
Author: Jolanda
Language: Italian
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EText-No. 38698
Title: Dal mio verziere
Author: Jolanda
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EText-No. 38698
Title: Dal mio verziere
Author: Jolanda
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EText-No. 38698
Title: Dal mio verziere
Author: Jolanda
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EText-No. 38698
Title: Dal mio verziere
Author: Jolanda
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Author: Jolanda
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EText-No. 38698
Title: Dal mio verziere
Author: Jolanda
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Jolanda – Luce

Vi è una cosa essenziale da chiedere a Dio nelle nostre preghiere, da chiedere incessantemente, e che pur trascuriamo così spesso, forse perchè non appartiene al numero dei nostri bisogni materiali, o perchè orgogliosamente si pensa che non sia necessaria per noi: la luce spirituale. Eppure senza di essa non vi è elevazione vera, non fede scevra di superstizione, non fortezza invincibile. Senza la luce che viene dall’alto seguiremo le pratiche del culto per abitudine e per obbedienza, ma nessun giovamento deriverà all’anima nostra; piegheremo affranti sotto il peso dei dolori, ci smarriremo nel labirinto delle passioni, non vedremo che ingiustizie, in cielo e in terra, perchè la corrispondenza del nostro spirito col suo Creatore sarà imperfetta e insufficiente a rivelarci il valore della vita.
In qualunque età, in ogni condizione, in ogni disposizione morale si può e si deve chiedere d’essere illuminati. I giovani per avere la rivelazione della loro missione futura: gli adulti per adempierla con efficacia e con zelo: i vecchi per riassumere degnamente il loro compito terrestre prima di comparire innanzi a Dio e per partire con tranquillità serena. I favoriti dalla fortuna invochino la luce per far buon uso dei loro averi, della loro potenza, del loro ingegno; i felici per non addormentarsi egoisticamente nella loro dolcezza. I diseredati la imploreranno affinchè la luce sovrumana dica il perchè del soffrire, e converta il dolore in una pura fiamma ritempratrice.
Luce significa percezione, significa sapienza, ma bisogna domandarla con umiltà e accoglierla con semplice cuore. Scrisse Tommaso da Kempis: «Quanto più uno starà raccolto, e diverrà semplice di cuore, tanto più intenderà le molte sublimi cose senza fatica; perchè allora riceve dall’alto il lume dell’intelligenza».
Occorre, infatti, saper rientrare in sè stessi e rinchiudersi nella propria anima segreta come in una cella chiusa ai tumulti esterni, in cui sulla nostra coscienza vigili solo lo sguardo di Dio. Il raccoglimento è così difficile e così raro nel nostro tempo di affanni materiali, di occupazioni pratiche, di lotta per la vita, di stordimento e di piacere; ma appunto per questi caratteri contemporanei è necessario a chi non vuol rinunziare a vivere la vita superiore che sola eleva l’uomo dai bruti e lo fa più forte delle miserie, delle infermità, della morte e dello stesso destino. E da questo raccoglimento, da questo esame silenzioso del nostro intimo, nella verità, verrà a noi una grande semplicità di cuore. La nostra natura si spoglierà dei suoi vani ornamenti come per un lavacro purificatore, e ritroveremo l’anima nostra di fanciulli per attendere trepidanti la parola divina del comando e della spiegazione. Le nebbie della presunzione e dell’orgoglio non lasciano passaggio al divino lume della Sapienza, ma tengono l’anima nella schiavitù delle tenebre giacchè ella s’illude di tutto conoscere e di saper reggersi da sè. Alcuni, anzi, pensando di poter raggiungere la luce con una scala di volumi, ammassano faticosamente cognizioni su cognizioni, si smarriscono in indagini sottili e pazienti per imprigionare l’infinito, per essere l’imponderabile, trascurando intanto la purezza del pensiero e la giustizia nelle azioni. Mentre la luce si raggiunge con un colpo d’ala e con un carico lieve. «Ma perchè molti si studiano piuttosto di sapere che di viver bene, per questo, spesse volte errano, e ne ritraggono poco frutto o quasi punto» si legge ancora nell’Imitazione. Invero, quante volte, per adornare il nostro spirito e acquistare così una superiorità su altrui, trascurammo i nostri elementari doveri, accogliemmo nel cuore sentimenti d’invidia, di malignità, di superbia, di disprezzo: alimentammo un rancore, vibrammo una ferita, negammo un aiuto, ci rifiutammo a compiere un atto di generosità, un sacrifizio occulto! A che giovò allora il nostro studio, la nostra superiorità di sapienza, se non ci potè fornire i mezzi per combattere i nostri istinti cattivi, trionfare di noi medesimi, mettere in pratica le nostre teorie più appariscenti, offrire agli altri la più efficace persuasione del nostro valore personale, che è quella data dall’esempio? L’esempio semplice, vivo, pratico, che opera più e meglio di cento prediche e di mille esortazioni…
Una persona di mente davvero illuminata non deve farsi largo e soverchiare, ostentando la propria grandezza, e cercar lodi e onori; ma, paragonando senza posa sè al proprio ideale, tenersi nell’umiltà e non lasciarsi abbagliare da vanità di trionfi, i quali possono impedirle di serbare un equo concetto di sè medesima. Ascoltiamo anche qui il consiglio dell’asceta antico, che ammonisce: «Quegli è grande davvero che è piccolo nel suo concetto, e ogni cima d’onore stima un nulla».
La necessità d’una vita monda e d’una semplice anima perchè Dio parli in noi e ci riconforti della sua celeste presenza, è ripetutamente affermata nei libri sacri. Uno dei più bei capitoli dell’Imitazione comincia così: «L’uomo si solleva con due ali sopra le cose terrene: cioè con la semplicità e con la purità». Infatti, non potrà essere capace di sacrificio, di elevazione, se non colui che segue la sua vita senza preoccuparsi degli ostacoli e delle impressioni altrui, e che si sente la coscienza in pace con sè stessa.
«Se tu fossi buono e puro intieramente – si legge più innanzi – non avresti impedimento a vedere ogni cosa, e la capiresti bene».
Anche questo, come è vero! Soltanto allorchè ci riesce di sgombrare l’anima da ogni caligine che ci ottenebra l’equa visione degli avvenimenti e delle cose, soltanto allorchè, attraverso al sacrifizio che Dio ci domanda e che ci pare troppo grande, riusciamo a far tacere il nostro egoismo, la ribellione dell’umana natura, ci appare in una zona di luce astrale la missione, il còmpito, che la Provvidenza ci assegnava e per cui è mestieri la rinunzia della nostra volontà.
Abbandonarsi a Dio, come il fanciullo stanco e dolente si abbandona sul seno fido, protettore della madre, ecco la suprema sapienza, ecco la profonda dolcezza. Non tentare con resistenze inutili e orgogliose di aprirsi una strada diversa da quella che Dio segretamente ci addita; non sottrarsi con pusillanime cuore dalle prove per cui Egli vuol farci passare per temprarci, per farci più veggenti e più puri. Vi è tanto conforto, vi è tanta pace, in questo umile atto d’omaggio supremo: in questa rassegnazione ampia e cosciente; in questa rinunzia grandiosa a tutte le lotte, a tutte le amarezze, a tutti gli affanni delle aspirazioni cocenti. «Vieni dietro a me – ha detto Gesù: – io sono via, verità e vita». E su quelle orme di luce noi dobbiamo incamminarci senza timore, certi che non ci smarriremo mai; che raggiungeremo, se anche per una via dolorosa, la vetta delle più alte idealità umane. Tutto ci può ingannare intorno a noi, la felicità, la ricchezza, l’amore, la gloria: tutti ci possono far danno, più o meno involontariamente, perfino gli esseri a noi più cari: noi stessi possiamo fallire alla prova, illuderci, essere infedeli ai nostri sentimenti più sicuri, alle nostre idealità più sacre. Perchè noi siamo deboli e infermi e senza la luce divina l’uomo torna ad essere quello che fu prima che il Creatore gli infondesse il suo soffio: un ammasso di fango. Ma se ci metteremo risolutamente sulle vestigia di Cristo, saremo nella chiarezza della verità, al sicuro da ogni agguato, da ogni tempesta, da ogni rovina.

Jolanda – Uguaglianza

Sempre Gesù procurava di divulgare le sue dottrine e di scuotere e migliorare le anime dei suoi rozzi ascoltatori per mezzo di semplici racconti ispirati dall’umile verità della loro vita. Così essi, udendolo parlare di cose note, e vedendo riflessi nella parola divina gli episodi, le incombenze, le passioni loro, vi si interessavano, e per mezzo dell’accesa fantasia scendeva nel loro oscuro mondo interiore alcun raggio di quella luce che poteva trasformare l’ignorante plebeo nell’apostolo di una fede destinata a rinnovare il mondo, l’intima donnicciola nella nuova madre conscia della sua grave missione. Ai più perspicaci di essi non sfuggiva il segreto intento del Maestro, sebbene non comprendessero il significato riposto nella parabola, e allora chiedevano insistentemente spiegazioni. E in una sentenza breve e profonda, il Nazzareno riassumeva l’essenza del suo pensiero.
Un giorno – forse era la stagione delle vendemmie, e l’opera gioconda diede alla Sua mente sempre assorta nel sogno sovrumano l’immagine ideale – ai suoi ascoltatori parlò così:
«- Il regno dei Cieli è simile a un padre di famiglia che uscì sull’alba a prender a opera lavoratori per la sua vigna. E avendo pattuito coi lavoratori per un denaro, il giorno li mandò alla sua vigna. E uscito sull’ora terza, vide altri che stavano sulla piazza sfaccendati, e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna e vi darò quel che sarà giusto. Or quelli andarono. Uscì di bel nuovo sulla sesta e nona ora e fece lo stesso. Uscito poi sull’undicesima trovò altri che stavano sfaccendati e disse loro: Perchè state qui tutto il giorno inoperosi? Gli rispondono: Perchè nessuno ci ha presi a giornata. E dice loro: Andate anche voi nella mia vigna. Venuta la sera il padrone della vigna dice al suo fattore: Chiama le opere e paga loro la mercede cominciando dagli ultimi sino ai primi. Venuti, dunque, coloro ch’erano andati circa l’undecima ora, ricevettero un danaro per uno. Venuti poi anche i primi si pensarono di prender di più: ma ebbero anch’essi un danaro per uno. E, presolo, mormoravano contro il padre di famiglia dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un’ora, e li hai uguagliati a noi che abbiam portato il peso della giornata e il caldo. Ma egli, rispondendo ad uno di loro, disse: Amico, non ti fo ingiustizia, non hai pattuito con me per un danaro? Piglia il tuo e vattene; voglio dare anche a quest’ultimo come a te. Del mio non posso far quel che voglio? O è maligno il tuo occhio perchè io son buono? Così saranno ultimi i primi, e primi gli ultimi».
Bisogna sapere che i Giudei erano invidiosi dei pagani e non potevano rassegnarsi a vederli uguagliati a loro, per mezzo della conversione, nel sentimento di Gesù; e a malincuore si convincevano che, sebbene entrati tardi nella religione Cristiana, potevano pure conseguire il premio Celeste nell’eternità. Per questo, il Maestro divino, cui tanto spiaceva e ripugnava la gelosia e l’invidia tra coloro ch’Egli stimava fratelli, e che, donando alto esempio di giustizia e d’umiltà, non tollerava la presunzione e lo sprezzo, volle col racconto dei vignaiuoli esporre e commentare una delle teorie più nobili e grandiose della sua dottrina d’amore e di misericordia. Volle dire che non è mai troppo tardi, che non deve parer mai troppo tardi, per farsi seguaci del Signore e portare il proprio contributo d’opera buona e feconda. E se quest’opera sarà data con coscienza, secondo le proprie forze, con volontà ferma e sincero fervore, Dio la ricompenserà come quella di una vita, giacchè Egli non guarda al tempo ma al modo; non alla materialità del contributo ma allo spirito che lo muove.
I lavoratori reclutati all’alba, sono coloro la cui infanzia scorse tra buoni esempi, insegnamenti onesti, nell’unione e nella pace d’una famiglia cristiana che instillò saldi principi di fede, avviò all’esercizio delle pratiche religiose, abituò per tempo a distinguere il male dal bene. Noi tutti ne abbiamo conosciuti di questi lavoratori sereni che trascorsero tutta la loro giornata, dall’alba alla sera, nella vigna del Signore. Però il loro merito non fu tanto grande, perchè mancarono ad essi le occasioni di fuorviare e perchè la responsabilità della loro coscienza illuminata e ben nutrita di forti propositi era maggiore. Spesse volte, anche, la sicurezza della Grazia li rese meno zelanti nell’adempimento dei loro doveri o li macchiò di soverchio orgoglio, di modo che si ritennero perfetti e degni di privilegio, male riconoscendo i meriti altrui.
I lavoratori che entrarono nella vigna solamente nel pomeriggio sono coloro che tardi risvegliarono il loro spirito e la loro coscienza alla luce delle verità eterne. Forse, chissà? oziavano neghittosi e inutili perchè nessuno aveva detto ad essi la buona parola: nessuno aveva loro rivolto l’invito incitatore. Le anime loro erano sbocciate nel silenzio della voce interiore che ammonisce, consiglia e guida. La triste indifferenza per la vita spirituale, l’arido scetticismo per la fede, pura fonte di energia, aveva circondato la loro puerizia fiorita sotto il dominio delle preoccupazioni per un benessere materiale sempre maggiore da raggiungere. Nè tempio, nè preghiera, giudicati avanzi di superstizione, superflui, e forse dannosi in un’èra di scienza e d’indagini libera col pensiero indipendente. Ma venne un giorno nefasto in cui le promesse della vita mancarono ad un tratto, in cui ad un tratto si sommerse fra le tenebre d’un naufragio il sogno più accarezzato, più lungamente perseguito: venne un giorno doloroso in cui la morte crudele rapì l’essere più necessario, più appassionatamente amato e prediletto: e per queste rovine, per queste distruzioni, per questi strazi, la scienza non ebbe che una parola fredda, il mondo un frettoloso compianto, la vita materiale un’inutile ricchezza.
Allora, sull’orlo del precipizio in cui la disperazione gettava queste anime travagliate, una mano misteriosa trattenne, una parola nuova risuonò, una visione mistica si aperse nel buio orizzonte, e chi non sapeva pregare s’inginocchiò e pianse, e chi non sapeva vedere oltre la fine della morte, intravide il chiarore d’un’alba; e chi credeva che tutta l’esistenza si svolgesse sulla terra, fra le creature e le passioni, fra le vittorie e le sconfitte umane, si sollevò su una cima solitaria e in una trasfigurazione conobbe il cielo.
Tardi entrarono nella vigna del Signore, ma non troppo, i lavoratori dolenti, e lo zelo e la spontaneità della loro opera compensò del tempo ch’essi avevano trascorso nell’ignoranza del bisogno che qualche santa missione aveva di essi, così che, a sera, sull’ora del premio e del riposo, poterono raccogliere la spirituale mercede come coloro che li avevano preceduti nel mattino.
I lavoratori, poi, giunti sull’ora tarda verso la notte, quando nessuno li aspettava più, quando nessuno pareva più aver bisogno di loro, obbedienti all’estremo appello del Signore che li invitava nel suo campo, possono venir considerati coloro che compresero il vero fine, il vero significato dell’esistenza soltanto allorchè non v’era più tempo che per uno slancio muto, noto solo all’anima da cui partiva e alla infinita Bontà che lo accoglieva. Il risveglio, tardi avvenuto, ma non invano, d’uno spirito intorbidato dal vizio o profondamente assopito nell’oblìo dei suoi doveri, delle sue migliori e più alte energie.
La resurrezione d’un’anima negli anni ultimi del suo pellegrinaggio terrestre, quando, disgustata, avvelenata dall’amaro che è in fondo ad ogni piacere illecito, o inorridita dalla visione avuta della propria coscienza in un istante di raccoglimento austero, rinnegando e rompendo ogni vincolo, scende umile, vergognosa e contrita nell’acqua lustrale che dà il grande oblìo, la pace inalterabile e prepara alla suprema vittoria.
Tardi lavoratori del vespro possono essere o divenire alcune di quelle misere creature che tutto perdettero, persino il nome, e che, sotto la divisa dell’infamia, rifiuti della società, espiano il delitto a cui non sempre la malvagità li trasse: possono essere o divenire alcune di quelle donne perdute di cui noi arrossiamo soltanto a ripetere il nome, che non sempre e non solo il vizio può avere spinto nel buio profondo della fogna.
Passa, invisibile e divino, Gesù, il salvatore, il rinnovatore delle coscienze e dei cuori: passa, ed è un pensiero alato, benefico, ed è una nostalgia di vita onesta e pura; ed è un ritorno angoscioso verso un ricordo degli anni primi, ed è un ribrezzo salutare del presente, un singhiozzo che subentra al riso amaro, al riso impuro: passa Cristo invisibile e chiama i tardi lavoratori a cui nessuno più nulla chiede, da cui più nessuno spera nulla, e l’immonda spoglia animale cade, e sui volti stravolti vaga, poi si afferma il tornante riflesso dell’anima immortale.
«- Perchè – il Redentore dice ai perduti – perchè non vi recate a lavorare nella mia vigna?
Ed essi:
– È tardi, Signore, è tardi troppo, le tenebre ci avvolgono da ogni lato, che opera potremmo noi dare? – Andate – insiste il Divino – non è mai troppo tardi per dare l’opera propria, per passare dall’inerzia all’azione, per unirsi coi volonterosi. Andate, lavorate con coscienza, e a sera avrete con gli altri la vostra mercede».
Ed essi vanno, gli ultimi, gli smarriti, i reietti. Mentre tutti li scacciano, Gesù, bontà e misericordia ineffabile, li invita. Vanno, e la loro opera d’amore è così ardente che spesso per umiltà e fiamma d’ardore vale più di quella del giusto. Così nel momento in cui tutte le vite si uguagliano, nel momento della dipartita estrema, avviene che la mercede sia la medesima.
«Saranno ultimi i primi, e primi gli ultimi» ammonisce Gesù agli orgogliosi.
Non sia, la severa parola, per noi. Entriamo nella vigna del Signore di buon mattino e diamo alacremente l’opera nostra, ma vedendo sopraggiungere alcuni di questi lavoratori dell’ultima ora non imitiamo i vignaiuoli della parabola gridando all’ingiustizia e facendoli segno del nostro disprezzo, affinché il Signore non abbia a dire a noi pure: «Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti».

Jolanda – Contemplazione

«E avvenne (narrano i Vangeli) che durante il cammino Egli entrò in un villaggio, dove una donna, per nome Marta, lo ricevette in casa sua. E questa aveva una sorella chiamata Maria, che, seduta a piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta, intanto, s’affannava tra molte faccende; e si presentò a dire:
«- Signore, non t’importa che mia sorella mi lasci sola alle faccende di casa? Dille, dunque, che mi dia una mano!
«- Ma il Signore le rispose:
«- Marta, Marta, tu t’affanni e t’inquieti di troppe cose. Eppure, una sola è necessaria. Maria s’è scelta la parte migliore che non le sarà levata».
L’insegnamento remoto che Gesù con la sua parola dolce e profonda dava alla rozza donna di Galilea, par fatto per i nostri tempi in cui si annette tanta importanza alla vita materiale e a tutto ciò che ha attinenza con essa, da non lasciarci nemmeno più comprendere l’ideale e il fine d’un’esistenza consacrata interamente all’attività e al perfezionamento dello spirito. Il contrasto tra le due sorelle del Vangelo, di cui l’una rappresenta la vita d’azione, la vita pratica, come si direbbe ora: e l’altra la vita del pensiero, l’attività dell’anima; questo contrasto si ripete attraverso i secoli in ben molte famiglie del presente. In tutte quelle famiglie dove per un diverso grado d’istruzione non può esistere una perfetta intesa d’anime nè un’adeguata corrispondenza d’idealità, si troverà sempre qualche Marta tutta dedita alle sue materiali incombenze, oltre le quali non vede se non la nebbia e il vuoto, che rimprovera ad una Maria di sedere con le mani inerti, neghittosa in apparenza, ai piedi di Gesù. Ma il Cristo non è più con noi per dire la parola della giustizia e della verità che giudica e acqueta. Rintracciamone noi la voce divina risalendo il corso dei tempi, e ascoltiamola ancora con la stessa riverenza, con la stessa fede dei suoi primi discepoli, e meditiamo sull’occulto significato ch’essa ci esprime. «Marta, Marta – dice Gesù, – tu t’affanni e t’inquieti di troppe cose. Eppure una sola è necessaria…»
Una sola, sì, o Signore. Quella d’ascoltare la Tua voce nel nostro cuore, nella coscienza nostra, luce, conforto e guida. A che serve tutto il resto se non porgiamo orecchio a questa voce interiore che persuade, che calma, che esorta, che rianima? A che cosa si ridurrebbe la vita se non dovessimo vedere e cercare in essa nient’altro che una concatenazione d’atti, che una serie di sforzi diretti ad un immediato o futuro benessere d’un ordine inferiore? Procurarsi una dimora comoda, soddisfare le nostre tendenze, anche buone o inoffensive, adornare la nostra persona e il nostro spirito, sognare l’amore come il soggiorno in un luogo d’incanto, la rinomanza come il dominio più luminoso e durevole, lavorare, insomma a foggiarci la vita a nostro agio come se nella nostra argilla non portassimo la scintilla inquieta e misteriosa d’una origine eccelsa, d’un eccelso destino… questo è errore pari all’affannarsi di Marta che per ripulire la sua casa e apprestare il cibo del corpo trovava superfluo ascoltare Gesù e alimentare l’anima con le parole di verità e di vita. Eppure il Maestro era venuto ad esse per questo: per dirozzarle, per ammonirle, per aprire i loro occhi al raggio d’una fede, d’un conforto sovrumano; per dare un indirizzo tutto nuovo alla loro esistenza umile che ne sarebbe stata nobilitata.
«Tu ti affanni e ti inquieti di molte cose, o Marta: ed una sola è necessaria…» rimproverava dolcemente il biondo austero Profeta. E aggiungeva, additando la devota che assisa a’ suoi piedi beveva le parole rinnovatrici delle coscienze e della civiltà del mondo: «Maria ha scelto la parte migliore, e non le sarà tolta».
Oh la bellezza e la bontà di questa osservazione soave e tranquilla di Gesù! Essa c’insegna a non dare a tutto ciò che riguarda e appartiene alla nostra esistenza quotidiana e materiale, un’importanza, una cura così assorbente da impedirci di guardare oltre il raggio del limitato orizzonte terrestre: che ingrandisce, aggrava, peggiora circostanze e afflizioni, inquietudini e affanni, e ci fa perseguire instancabilmente un bene che ci sfugge, una pace che dilegua, una felicità che trascolora. La terra ci nutre e ci alberga, ma non può, non deve bastare all’anima nostra avida e bisognosa di spaziare nell’infinito. E la cosa necessaria è questa: muovere dall’alto: prepararsi oltre la terra al nostro còmpito terrestre: attingere in luogo diverso, fuori dell’atmosfera dove respira l’umanità e palpitano le passioni e gemono i mali, attingere la luce, la forza, l’ardore, la sapienza per la diritta via che non si deve mai lasciare, che bisogna percorrere tutta sotto l’insegna austera del dovere, non curando o disprezzando tutto ciò che potrebbe fuorviarci o distoglierci dal nostro proposito fermo, dalla voce divina che parla a tutte le anime se vorranno ascoltarla con religioso ed umile raccoglimento d’amore. La vita più semplice, più oscura, più disadorna, più triste, si trasformerà in qualcosa di prezioso e di raro e di sacro, se trarrà le sue inspirazioni, i suoi motivi, i suoi conforti dall’alto e porterà nelle occupazioni quotidiane un’anima pura, in pace con sè stessa e con altrui.
Per questo, Gesù aggiunse che Maria aveva scelto la parte migliore.
Tutto ciò che è puramente soggetto alle leggi materiali è caduco, è fallace, è incerto. Salute, amore, giovinezza, bellezza, gloria, libertà, dovizie, pace, quanto è più caro e necessario per il benessere della vita, non è mai in mano nostra conquista così sicura da farcene credere padroni assoluti. La salute, l’amore, la ricchezza, la pace, si possono perdere in breve; gioventù, bellezza, gloria, sorridono appena e passano veloci lasciando l’anima, che solo di quelle s’appagò, nell’ombra d’una sconsolata tristezza.
Ma nulla si perde o s’invola di quello che lo spirito seppe conquistare, seppe cercare e rintracciare alle divine sorgenti della ricchezza, della consolazione durevole. Maria scelse la parte migliore perchè porgeva orecchio docile e attento agli insegnamenti della vita, anzichè agitarsi per la vita stessa: e le parole che cadevano nel suo cuore trepido e ardente, pronto a dare buoni frutti, vi deponevano una ricchezza spirituale di forza e di dolcezza che nulla e nessuno avrebbe potuto rapirle.
Vediamo di scegliere anche noi, come la donna di Galilea, la parte migliore: e, sollevandoci dalle preoccupazioni quotidiane e, dalle materialità della vita, cerchiamo il segreto della calma inalterata, della serenità imperturbabile, della forza invincibile, nella sfera superiore della fede e dell’ideale cristiano, là dove Maria di Betania l’attingeva: ai piedi di Gesù.

Jolanda – Dedizione

Nel suo rapido passaggio sulla terra, Gesù, il celeste risvegliatore delle coscienze e delle anime, diede agli uomini l’esempio della più profonda, più sincera umiltà, e questo esempio aveva tanto più risalto ed era tanto più notato in un paese e in un tempo in cui il fasto, l’appariscenza, l’ostentazione della potenza, della grandezza e della dottrina parevano qualità inseparabili dal dominio materiale o intellettuale. Se Gesù avesse voluto secondare lo spirito dei tempi in cui visse, usando mezzi esteriori di facile conquista, e si fosse circondato di lusso, d’agi, di parassiti, di cortigiani e di guerrieri, avrebbe trovato meno opposizioni, meno incredulità, meno nemici sul suo cammino. Ma il suo regno – com’Egli disse – non era di questo mondo: il suo regno glorioso e luminoso era tutto spirituale, e i più invidiabili tesori della terra gli sembravano vanità al confronto del suo ideale divino. Venuto fra gli uomini non per gareggiare in potenza e in fama coi grandi del suo tempo, ma per restituire all’anima la dignità perduta, per renderla cosciente della sua superiorità, della sua missione, del suo altissimo fine, Gesù mai volle secondare le debolezze delle passioni, mai accordare importanza e privilegio alle cose caduche, alle cose mortali. E passò nella sua bianca tunica, simbolo di purezza, povero fra i poveri, benedicendo, consolando, perdonando. Passò illibato e incorrotto nella sua anima ardente aperta a tutto l’amore, passò nelle volontarie rinunzie, nell’abnegazione, nell’austerità, poco e semplicemente parlando, molto operando, facendo di sè vivo esempio alle sue dottrine ed olocausto al suo ideale fulgido, immenso, come l’universo.
Umile passò fra le genti il dolce Messo divino: ma non di quella umiltà convenzionale che tende ad annientare ogni valore e rende insufficiente ed inefficace la conquista. Gesù era cosciente (e come non lo sarebbe stato?) della sua missione di Salvatore, di Redentore, della sua origine divina: più volte lo disse a coloro che gli stavano intorno, con espressioni più o meno velate, come era suo costume. Allo stesso modo che sentì l’amarezza delle defezioni e del tradimento, che provò tutta la crudeltà dell’ingiusto supplizio, Egli avvertì l’orgoglio santo d’essere e di affermarsi Figlio di Dio.
È in questi momenti che la figura augusta del Salvatore rifulge misticamente pur nella soave mesta dolcezza dei suoi atti e delle sue parole: è allora che intorno al suo biondo capo si diffonde un chiarore oltremondano: ed ancora, dopo venti secoli, si ripercuote in noi quella specie di sbigottimento e di stupore di cui erano percossi e gli apostoli e le turbe quando Egli si rivelava.
Nazareth, la piccola città di sua Madre, la sua città d’origine, dove avea trascorsa l’adolescenza sottomessa, laboriosa e tranquilla, Nazareth, che racchiudeva i suoi ricordi più teneri, fu la prima città che seppe quale glorioso Spirito fiammeggiasse entro le delicate spoglie mortali del Maestro. È il vangelo che lo dice:
«E andò a Nazareth, dove era stato allevato, e di sabato entrò, secondo l’usanza, nella sinagoga, e s’alzò a leggere. Or gli fu dato il libro del profeta Isaia. E, svolto il libro, trovò quel passo, dov’è scritto:
Lo spirito del Signore su me; perciò m’ha consacrato per dare ai poveri la lieta novella; mi ha mandato a sanare i contriti di cuore, ad annunziare la liberazione ai prigionieri; la vista ai ciechi; a rimettere in libertà gli oppressi, a predicare l’anno accettevole al Signore e il giorno del premio.
Poi, ripiegato il libro, lo rese all’inserviente e sedette. E gli occhi di tutti, nella sinagoga, erano fissi in lui. Or cominciò a dir loro:
«- Oggi questa scrittura è adempita negli orecchi vostri».
Gesù intese dire: La profezia d’Isaia oggi, si compie, e le parole ch’io v’ho letto, e che voi avete ascoltato, sono io ora che le dico, io apportatore della lieta novella; io che reco il perdono di Dio ai veramente pentiti, io che scioglierò i prigionieri del Male dai lacci delle passioni; io che aprirò gli occhi degli uomini a verità eterne finora ignorate o noncurate; io che sono qui a rendere giustizia al debole contro il forte; a insegnarvi come dovete vivere e meritarvi il regno di Dio.
Così, nella sua città natale, semplicemente, senza salire in cattedra, ma obbedendo ad una pratica del culto insieme coi suoi correligionari, aprendo un libro, Gesù fece la prima rivelazione dell’altissimo còmpito che Dio gli aveva assegnato.
Non è sublime questo, diremo, primo atto pubblico della vita di Gesù? Nessuno quasi conosceva il giovane Maestro che s’era preparato nella solitudine, nella meditazione, nella preghiera, e tutti lo mirano stupiti. I più degni – pochi – credono subito, poichè la divinità del Cristo ha avvolto l’anima loro come una luce improvvisa; i meno degni – molti – i dubbiosi, gli scettici, i pigri di spirito, gli invidiosi, esitano e negano, non comprendono o non vogliono comprendere. E questi saranno coloro che più metteranno a prova la pazienza di Gesù con le obbiezioni, col sarcasmo, con la boriosa ignoranza o l’inutile sapere. E a costoro che si affannavano a cercare nelle Scritture delle prove contro l’asserzione del nuovo Profeta, Gesù tranquillamente rispondeva:
«- Voi investigate le Scritture perchè credete di avere in esse vita eterna: ora, queste son quelle che fanno testimonianza per me». (Giov. V. 39).
Sempre l’orgoglio umano presunse di conoscere e di vedere più dello stesso Dio! Sempre ed in ogni tempo la diffidenza, l’incredulità, intorbidarono la limpida onda della fede! Certo, questa gente, che chiedeva le prove materiali d’un fatto spirituale, non poteva intendere nè l’arcano linguaggio, nè le nuove dottrine di quello strano filosofo così diverso dagli altri. E Gesù compativa alla loro grossolanità, alla loro ostinazione, alla loro ignoranza, e osservava tranquillo:
«- Voi siete di quaggiù, io sono di lassù. Voi siete di questo mondo io non sono di questo mondo». (Giov. VIII, 23).
E a quelli che lo riguardavano con curiosità incerta, come uno straniero, ma che pure si avvicinavano a lui, e mostravano l’ansia, il bisogno dell’anima d’essere convinti; quelli che, allora come ora, sentivano forse in fondo ai loro cuori la divina nostalgia d’un conforto sovrumano, diceva pianamente Gesù:
«- Ebbene, conoscete me e sapete di dove sono: tuttavia non sono venuto da me; anzi veritiero è Colui che mi ha mandato, il quale voi non conoscete. Ma io lo conosco perchè son da Lui, ed Egli mi ha mandato.» (Giov. 7, 28-29).
Così il Redentore tentava insinuare in quelle anime primitive la consapevolezza della Sua vera individualità, della Sua vera missione quaggiù. E molti, turbati, scandolezzati, forse, mormoravano: «Ha detto: Son figlio di Dio!» E alcuni convinti da un solo suo sguardo profondo, affermavano: «Tu davvero sei figlio di Dio!» Poi un umile fra gli umili, un pescatore, messasi la mano al petto in attestato di sincero convincimento, proclama:
– Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente.
E Gesù, rispondendogli, disse:
«- Beato te, Simone, figlio di Jona: perchè non la carne e il sangue te l’ha rivelato, ma il Padre mio ch’è nei cieli» (Matt. 16, 16-17).
Nel giovine pescatore, Gesù aveva scoperto un eletto, poichè non aveva atteso d’essere persuaso materialmente per credere, ma aveva seguito l’impulso della arcana ispirazione celeste. Eppure, molte volte gli uomini sdegnano il suggerimento, l’impulso, la divinazione che viene ad essi dal mistero, perchè non possono sottoporla all’analisi come una sensazione della loro personalità materiale!
Come aspra, come ardua, come dolorosa apparve al dolce Messo divino la via dal suo inizio! Tutto la vide piena di ostacoli e di rovi, tutta la misurò, fino alla croce piantata sulla vetta estrema. Ma non se ne sgomentò, ma nulla – nemmeno la visione del martirio – giovò a farlo indietreggiare d’un passo. Anzi si esaltava in sè stesso, s’inebbriava del suo còmpito celeste, e le sue parole sembravano un inno di gloria e di allegrezza:
«- Io venni luce al mondo affinchè chi crede in me non resti fra le tenebre.
«- Io per questo son nato: e per questo son venuto al mondo, a rendere testimonianza alla verità. Chi è della verità ascolta la mia voce.
«- In verità, in verità vi dico: chi custodirà la mia parola, non vedrà la morte in eterno.
«- Io sono la porta. Chi per me passerà sarà salvo.
«- Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno».
Consolanti, sublimi, veramente divine queste parole di Gesù! Luce, verità, vita, via, eternità: ogni parola dell’altissimo canto con cui il Martire proclamava la missione a lui affidata dall’Ente supremo, è un mistico asfodelo che sboccia come un nuovo astro sugli orizzonti del mondo. E noi, suoi seguaci, noi che ci chiamiamo dal nome Suo, Cristiani, siamo così pronti a scoraggiarci, così facili a stancarci, a pentirci, a mutar strada, a tornar indietro; ed anche, ahimè, a tradire i nostri ideali più cari appena ci accorgiamo che il premio non è sicuro, vicino, tangibile: che la ricompensa tarda troppo e potrà non venir mai! Noi, così pronti ad accusare le circostanze e il nostro prossimo, mentre la colpa è della nostra debolezza, del nostro egoismo, della nostra volubilità…
Impariamo dal nostro Modello divino che si deve amare ed esaltare, anche fra le maggiori lotte e amarezze, ed adempiere senza titubanze, senza transazioni, senza viltà, magari sino al martirio e alla morte, la missione che ci venne affidata, nascendo, dal Signore.

Jolanda – Umiltà

Le sacre carte ci hanno lasciato così la descrizione del precursore di Gesù «Questo infatti è l’uomo di cui è stato detto per bocca del profeta Isaia: Voce di Colui che grida nel deserto, preparate la via del Signore, appianate i suoi sentieri».
I profeti avevano, dunque, annunziato questo araldo divino la cui missione solenne e magnifica era quella di preparare le genti al grande avvento, di sgombrare le vie innanzi ai passi di Chi veniva dal cielo in terra per riformare il mondo e pacificare gli uomini con le sue leggi di fratellanza e di amore. Ma gli uomini, allora come ora, erano sordi e ostinati, increduli e beffardi, e riusciva malagevole al messo augusto il ridestare la fede e ottenere dai cuori la preparazione del pentimento umile.
Però Giovanni era instancabile, e, uomo rude, primitivo, aveva rudi parole per provocare la vergogna del male commesso ed aprire gli occhi dei ciechi alle nuove aurore. Robusto nella sua virilità austera, cinto di pelli belluine, dalla voce possente in cui scorreva, come il metallo ardente nella forma, l’onda sonora della sua eloquenza: la fronte nobile tra gli scompigliati capelli bruni e le pupille accese da una luce sovrumana, noi lo vediamo quale i nostri grandi artisti del pennello, il Guercino, Guido Reni, lo raffigurarono. E par d’udire le sue esortazioni alle folle che da Gerusalemme, dalla Giudea e da tutti i paesi lungo il Giordano, andavano a lui nel luogo selvaggio sulla sponda del fiume; e par di vederlo avvampare di sdegno quando scorgeva venire al suo battesimo, rito di penitenza e di purificazione, i superstiziosi Farisei la cui religione era tutta di forma e di apparenza e che si stimavano gran santi e agli altri superiori; o i sensuali Saducei che accomodavano la religione secondo il loro piacere e il loro interesse con vedute puramente materiali; «Razza di vipere, chi vi ha suggerito di fuggire dall’ira futura? Fate, dunque, frutto degno di penitenza…. La scure è già posta alla radice degli alberi. E ogni albero che non fa buon frutto, verrà tagliato e gettato nel fuoco». (Matteo, III, 4-11). Significando con questo che all’imminente venuta del Salvatore che leggeva nelle anime, sarebbero state vane le ipocrisie e i raggiri che bastano alla società, ed avrebbe ben saputo, Lui, distinguere il vero dal falso. E proseguiva: «Io vi battezzo bensì con acqua perchè facciate penitenza: ma Quello che verrà dopo di me, è più potente di me; nè io son degno di portargli i sandali: egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Il mio battesimo, voleva dire, è un simbolo umano per esortarvi a cancellare, i vostri peccati col pentimento che purifica, e a rinnovare la vostra vita; ma Gesù vi darà un battesimo divino e produrrà spiritualmente in voi l’effetto del fuoco che consuma, purifica e illumina.
L’acqua lustrale che l’araldo di Cristo versava sul capo di coloro che la sua parola toccava e convertiva – primo bagliore di crepuscolo annunziante una divina aurora in quelle anime chiuse ancora nel letargo dell’ignoranza bruta, nel buio dell’istinto, ignare d’un ideale trascendente la vita e l’appagamento dei sensi – l’acqua fresca e pura del fiume rispecchiante gli olivi e le palme, che rivelava al semplice pensiero dietro le fronti chine che cosa fossero e speranza e fede, sino allora virtù ignorate, e fece sgorgare le prime lagrime del pentimento – le lagrime di cui gli Angeli fanno preziose perle – questo rito embrionale cristiano possiamo ritrovarlo oggi nel sacramento della penitenza a cui ci accostiamo con cuore umile e ardente prima che Gesù si avvicini all’anima nostra per rivelarle un lembo d’infinito.
Il Redentore è ancora invisibile, è ancora lontano, ma tutto intorno è l’attesa trepida, il gran presentimento. Lo sognano come un possente re munifico i fanciulli dagli occhi sereni e innocenti: lo vagheggiano glorioso condottiero rivendicante ogni diritto i baldi giovani dal sangue fervido: lo affrettano presso la loro maturità declinante i padri per sentirsi alleggerire dal Divino il peso della vita e delle colpe; lo intravedono nell’ombra crepuscolare della lor semi-incoscienza i vecchi, anelando esulare dalla terra con la visione d’un mondo novello sugli occhi che troppe crudeltà, troppi dolori han veduto.
Egli è l’Atteso, l’Annunziato, e tutti ne immaginano la venuta come quella d’un possente sovrano, circondata dalla pompa d’uso in oriente, preceduta e segnalata da grande clamore.
Ed anche Giovanni Battista lo attende: non come le turbe ingenue, ma però con un alto senso di reverenza e di timore. Solo fra tutti, lo spirito eletto del Precursore è in grado di misurare la grandiosità del prodigio, di dare alla personalità del Maestro il suo vero valore.
Ed ecco, Egli giunge, non annunziato, senza scorta, quando non c’è nessuno a riceverlo, nessun fuor che il Battista. Era forse l’ora antelucana, l’ora fresca e pura in cui corre il brivido del primo risveglio nell’aria velata ancora delle ultime caligini notturne. Le rive del Giordano erano immerse nel silenzio profondo, solo qualche frullo d’ala nei canneti, qualche sommesso pispiglio nella boscaglia a specchio della grotta, rivolto verso Oriente elevava a Dio l’anima nella preghiera mattutina e si raccoglieva entro sè stesso per ascoltare la Voce sacra dell’ispirazione profetica che avrebbe tradotto in calde esortazioni alle turbe. E mentre implorava dall’Eterno la virtù dell’eloquenza che persuade e vince, una bianca forma emerge dall’incerto crepuscolo, viene innanzi lentamente lungo il sentiero. Il romito crede ad un’allucinazione e aguzza meglio l’occhio uso a scrutare il deserto. Non è un inganno, colui che s’avanza è una creatura umana. Una lunga tunica candida gli scende sino al piede ha il capo scoperto e i capelli biondi inanellati sfiorano le sue esili spalle. «È un messo del Cielo…. pensa palpitante innanzi al prodigio, Giovanni: è colui che fermò la mano d’Abramo o il Celeste che consolò Tobia… o il nunzio che recava la buona novella a Maria di Nazareth»…
Il misterioso pellegrino si avvicina ancora. Già il cielo era tutto roseo e rideva nelle acque d’argento del fiume: uccelli usciti dai loro nascondigli volavano intorno: le bianche colombe s’incrociavano nel sentiero innanzi ai passi del sopraggiunto. E a breve tratto da Giovanni, il primo raggio del sole lo circonfuse in un nimbo d’oro e lo rivelò agli sguardi del Precursore che ristette e stupì.
Era Gesù.
«Vengo per essere battezzato» gli disse semplicemente.
Udiamo il Vangelo:
«Ma Giovanni ne lo distoglieva dicendo:
« – Io ho bisogno d’esser battezzato de te; e tu vieni a me?
«E Gesù prese a dirgli:
«Adesso lascia fare; che così conviene a noi di adempiere ogni giustizia».
Allora gli condiscese. Gesù battezzato, uscì subito dall’acqua: ed ecco si aprirono i cieli; e vide lo spirito di Dio scendere siccome colomba e venir sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse:
«Questo è il figlio diletto, nel quale mi son compiaciuto». (Matteo, 3-12-17).
Grande insegnamento viene a noi da questo episodio della vita del Cristo. Egli, il Perfetto, il Puro per eccellenza, il Divino, il Sapiente, non pensò affatto di sottrarsi a un rito che per lui era superfluo, ma si accomunò ai mortali, si pareggiò ai peccatori, e s’umiliò a chi gli era inferiore e si sottomise all’atto di penitenza e di purificazione. «Così conviene a noi di adempiere ogni giustizia». Serene ed alte parole del giusto sopra tutti, che non voleva fosse fatta infrazione alla regola nemmeno per la propria eccezione divina!
Mentre l’orgoglio nostro, per un po’ di superiorità d’ingegno, di posizione sociale, di istruzione, è così facile e pronto a ribellarsi, ad esimersi, a creare le comode eccezioni, a uscire da quella fraternità cristiana che a Gesù era tanto cara e della quale ci diede con la parola e l’azione così belli esempi.
L’uomo-Dio volle purificare la sua anima per mezzo del suo araldo Giovanni, e la sua anima non aveva macchia: – mentre tante e tante creature dalla coscienza impura, sdegnano in una malintesa superbia di curvare il capo innanzi a Dio e al suo ministro: mentre innanzi all’autorità dei genitori, dei maestri e dei vecchi, tanta giovinezza sdegna di piegarsi credendosi infallibile.
Ma l’orgoglio altezzoso è dei piccoli; la sincera umiltà è dei grandi e degli eletti.
Il mercoledì delle Ceneri fu detto dai Santi Padri Caput jejunii. In questo giorno, con la cenere delle sacre palme abbruciate l’anno antecedente e benedetta con rito apposito, si segna di croce la fronte dei cristiani pronunziandola parola di monito alto e severo che inizia la Quaresima. E come ogni ricorrenza di giubilo o di lutto della nostra religione foggiata sulla tradizione e sul ricordo, così la quaresima, che ha le sue origini nello stesso Vangelo, richiama i quaranta giorni passati da Cristo nel deserto per prepararsi degnamente con la penitenza e col digiuno alla solennità della Pasqua.
Ancora un grande esempio, una profonda lezione d’umiltà che il divino Maestro ci ha dato. Egli, la cui giovinezza austera e illibata era consacrata intera alle opere di pietà e di bontà. Egli che passava con la bianca veste incontaminata dal fango della terra e l’anima tutta rivolta al suo ideale sovrumano: Egli, benedetto dalle madri a cui rendeva i figli, dalle sorelle a cui rendeva i fratelli già preda della morte: benedetto dai malati inguaribili che risanava con uno sguardo e una parola: benedetto dai miseri a cui forniva il cibo del corpo e dello spirito: benedetto dagli afflitti, dagli oppressi a cui apriva nuove vie d’ineffabili mistiche consolazioni e speranze: Gesù che rimetteva le colpe per un solo atto di pentimento, e alla cui purezza immacolata sorrideva fiduciosa e tenera l’innocenza infantile, volle considerarsi come un peccatore, come una debole creatura umana, e, modestamente e silenziosamente, come era sua abitudine, donando il grande e difficile insegnamento dell’esempio pratico, più efficace di mille prediche ed esortazioni, lasciò le città e le terre ove la fama dei suoi miracoli e della sua predicazione gli affollava intorno grande quantità di gente d’ogni classe e d’ogni rito, e si ritirò nella solitudine d’un luogo deserto per concentrarsi in sè stesso, purificare ancor più il suo spirito già mondo, nel contatto indisturbato con l’infinito, e comunicare ancor più intimamente col suo Padre celeste – con Dio.
Insegnamento possente d’umiltà nel considerarsi bisognoso di purificazione e di penitenza: insegnamento importante di vita spirituale nell’additarci la via della solitudine e del raccoglimento da cui la maggiore parte degli uomini rifugge poichè in essa non vede che la grande ombra aduggiante della tristezza, poichè la sola compagnia della propria coscienza accusatrice, pungente è a molti intollerabile; e coloro che si ritengono giusti portano sugli occhi la densa benda del loro orgoglio e pensano superfluo per l’anima loro un lavacro di purezza e di fede, mentre se si soffermassero ad esaminare il loro intimo pensiero, a contare gli errori, le macchie, le debolezze accumulate durante il letargo spirituale, forse ne stupirebbero e ne proverebbero una salutare vergogna. Ma pochi sentono il bisogno, conoscono il beneficio della solitudine, o possono sostenere la voce misteriosa. Anzi una delle principali preoccupazioni dell’uomo è quella di non essere solo, di ricercare le numerose e liete compagnie, di seguire le correnti più forti, di tuffarsi nella vita rumorosa, attiva, di perseguire il divertimento, di passare dall’uno all’altro piacere, e talvolta sino a farne il fine massimo dell’esistenza, ad abbrutirsi, ad uccidersi come in un turbine di vampe voraci. E il pensiero, l’affanno, il rimorso che si vuole fuggire segue invece instancabile, e nel colmo della gioia, dello stordimento, dell’egoistica ebbrezza, vibra il suo colpo di pugnale in mezzo al cuore momentaneamente oblioso per ricordare ferocemente la sua presenza, il suo dominio.
«Beata solitudo, sola beatitudo» cantava un trovatore di Dio; e Tommaso da Kempis ammonisce nel suo libro di eterna consolazione: «La cella abitata di continuo diventa dolce, malamente guardata genera fastidio» per significare che la solitudine non può essere feconda di bene se non quando è amorosamente ricercata nella persuasione di ritrarre da essa vantaggi morali e luce spirituale.
Lo spirito del Signore – dicono i Vangeli — sospinse Gesù nel deserto e ve lo tenne quaranta giorni e quaranta notti in meditazione e in preghiera.
Il Redentore voleva apparecchiarsi alla missione gloriosa che trascendeva ogni limite della natura umana dove stava imprigionata la sua anima divina. E per provare tutte le umane miserie, tutti gli umani pesi e dolori, lasciò che anche la tentazione venisse a Lui. E lo permise pure per dimostrare agli uomini quanta forza contro il Male può opporre un’anima dominatrice sulla materia e rimasta a lungo con l’infinito, con Dio.
Il racconto delle tentazioni di Gesù è fatto dagli Evangeli con infinita freschezza, direi quasi con ingenuità: eppure, per chi bene osservi, l’essenza delle passioni che più travagliano l’umanità apparisce nelle diverse visioni suggestive: «Avendo digiunato quaranta giorni e quaranta notti, Gesù ebbe fame. E il tentatore gli disse:
« – Se tu sei figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane….
«Ma Egli, rispondendo, disse:
«Non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio.»
Non il soddisfacimento dei sensi – insegna Gesù – è necessario, ma quello dell’anima. Non l’alimento del corpo ma quello dello spirito: perchè l’anima è la signora, il corpo lo schiavo; l’una deve dominare, l’altro obbedire.
«Allora il diavolo, dice il Vangelo, lo trasporta nella città santa, lo pone sul pinnacolo del tempio e gli dice
«- Se tu sei figlio di Dio, gettati giù poichè sta scritto che a’ suoi angeli comanderà per te ed essi ti porteranno sulle mani affinchè non inciampi il tuo piede nella pietra.
«Gesù gli disse:
«- Sta anche scritto: Non tenterai il Signore Iddio tuo.»
È la presunzione dell’infallibilità, dell’invulnerabilità, una forma d’orgoglio che determina le cadute dai più alti voli. È il pensiero di Lucifero di valere più che Dio. E saggiamente rispose Cristo che Dio non vuol essere tentato cioè che non si deve provocare il castigo dell’umiliazione che l’Eterno infligge a chi troppo presume di sè.
Di nuovo il diavolo lo porta sopra un monte molto elevato e gli mostra tutti i regni del mondo e la loro magnificazione e gli dice:
«Tutto questo io ti darò se prostrato mi adorerai.
«E Gesù gli disse:
«- Va via, Satana, che sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e servi Lui solo.
«Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco gli si accostarono gli angeli e lo servirono….»
Dopo l’orgoglio, la compiacenza, l’avidità del possesso, l’ambizione del dominio, la seduzione del lusso, del piacere, il sogno della felicità terrena per cui si dimentica il fine vero della vita, e si asservisce l’anima sino a renderla schiava delle cose caduche, a prostrarla innanzi al Male. Ma Gesù, tentato, è inespugnabile come rocca adamantina, dice all’antico avversario la parola che sfata il miraggio, che fa svanire l’inganno: Solo Dio, l’Eterno, l’Infinito è degno d’adorazione e d’amore. A Lui solo si deve obbedire, la Sua sovranità sola è la vera.
E ogni suggestione perturbatrice cessa innanzi alla conferma di fede semplice e invitta, innanzi alla superiorità del luminoso spirito che vedeva in tutta la loro vanità trista, malefica, miseranda, rovinosa, le piccole cose della terra, le soddisfazioni della materia, mentre i suoi occhi contemplavano i lontani eccelsi orizzonti fulgenti degli splendori eterni della perfezione ideale.
E se noi potremo ritrarci proprio in un deserto per farci più puri e forti contro la tentazione, per apparecchiarci con cuore degno alla festa della Pasqua, seguendo, ancora e sempre, i precetti di Gesù, potremo imparare quanto sia utile e ritemprante all’anima l’appartarsi ogni tanto, il vivere sola con sè stessa, l’ascoltare la propria coscienza, il riflettere e il deliberare su quelle azioni, quei sentimenti che influiranno sull’indirizzo della nostra vita ciò che non potremo mai fare se vivremo sempre d’una esistenza superficiale, frettolosa, avida di distrazioni e di socievolezza. Rifugiamoci qualche volta nella solitudine, e quando l’ultimo clamore della vita mondana si sarà spento, spogliando lo spirito nostro da ogni preoccupazione egoistica e materiale, lasciamolo salire leggero fino al suo eterno Principio, e dopo questo volo celeste che gli avrà dato l’intuizione dei suoi veri destini, le tentazioni e le lusinghe del male non avranno più poteri, sopra di lui, perchè gli appariranno chiaramente le trame e gl’inganni dell’oscuro mondo inferiore che non lo alletta più.

Jolanda – Carità

Un giorno Gesù narrò questa parabola:
«Un seminatore uscì a seminar la sua semenza, e mentre egli seminava, una parte cadde lungo la via e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono tutta.
Ed un’altra cadde sopra la pietra: e come fu nata si seccò, perciocchè non aveva umore.
E un’altra cadde per mezzo le spine, e le spine nate insieme l’affogarono.
E un’altra cadde in buona terra; ed essendo nata fece frutto, cento per uno».
L’alto e sagace insegnamento che attraverso il simbolo ci viene dal Maestro Divino, non dovrebbero mai dimenticare coloro che per superiorità di mente, per ricchezza di sentimento, per posizione sociale, sono designati dal Signore a spargere il buon seme nel mondo.
L’esercizio del bene è un obbligo per le nature privilegiate. Come il faro del porto, la lanterna del minatore, la lampada famigliare non ardono per compiacersi del proprio splendore, ma per rischiarare le genti, così la fiamma dell’intelletto e del cuore non può essere termine a sè stessa, ma fu accesa da una Volontà sovrumana per servire ai suoi altissimi fini.
È un dovere ed è una missione, di cui bisogna sentire l’importanza e la responsabilità prima ancora che l’orgoglio. E si deve adempiere con semplicità, con fedeltà, anche se le circostanze lo rendessero malagevole, penoso, pericoloso.
Quante volte abbiamo sentito dire da chi dà tutto sè stesso per qualche bella missione educativa, da chi vive nella dedizione, nell’abnegazione assoluta per un ideale di bontà, da chi ama più che non sia riamato, da chi elargisce più che non riceva, quante volte abbiamo udito dire dolcemente: Fare, affaticarsi, sacrificarsi anche, non sarebbe niente se si fosse corrisposti, se si vedesse un po’ di gratitudine, se s’avesse il compenso di raccogliere qualche frutto, di vedere qualche buon risultato dell’opera nostra! Ma nulla! L’indifferenza, l’ingratitudine, l’aridità… e qualche volta la derisione per sopra più.
Allora bisognerebbe ripetere la parabola del seminatore. Il viandante distratto, le spine crudeli, l’arida pietra rendono vano e sterile il buon seme, ma se una sola piccola porzione verrà raccolta dal terreno fecondo, la mèsse futura compenserà anche di quella parte d’opera sprecata.
Certo, non è come avevamo sognato nei fervidi anni della nostra preparazione alla vita.
Allora, con l’anima piena di generosi entusiasmi di conquista, di fede salda nella nostra potenza di riuscita, inebbriati della forza e della bellezza dei nostri ideali di giustizia, di verità, il disseminare il bene sotto qualunque forma alletti di più, sia in opere che in parole, in ammaestramenti o in organizzazioni, sembra cosa facile e lieta, quasi, come una luminosa impresa di gloria. Chi deve essere tanto assurdo da precludere la via al bene? Chi deve essere tanto cieco o sordo per non profittare dei vantaggi che promette all’umanità? Oh, certo, tutto e tutti aiuteranno, e il mondo fiorirà come un giardino e si raggiungerà la vera felicità.
E gli apostoli ardenti si pongono all’opera, sorretti dalla loro magnifica energia, dalla interna letizia di esercitare la missione voluta dal Signore.
Ma presto, assai presto devono accorgersi d’una verità mostruosa, che sulla terra è più facile e vantaggioso fare il male, o almeno non impedirlo, che fare il bene e tentare di guarire il male.
Seguire la corrente e l’esempio comune che avverte consistere la suprema saggezza nel soddisfare il meglio possibile i propri istinti e le proprie passioni, esigendo dagli altri moltissimo e dando meno che si può; vivere godendo senza curarsi dei dolori altrui, raccogliendo la maggior quantità d’onori, di ricchezze, di potenza, con tutti i mezzi leciti ed illeciti, purchè non si urti nel Codice e si salvino le apparenze: vivere così, chiudendo gli occhi per non vedere e scansando ogni molestia, si chiami essa pietà o dovere, è assai più facile che andare contro corrente, e cercar rimedio ai mali, alle miserie, e confortare i dolori, e svellere gli istinti brutali e combattere le passioni, e distogliere le anime dai facili piaceri per darle al dovere austero e duro.
Dapprincipio il mondo – chiamiamolo così nel significato che ad esso davano gli asceti antichi – il mondo si mostra diffidente coi buoni seminatori, e nell’opera infaticabile vuol cogliere ad ogni costo un secondo fine: interesse particolare, ambizione, mezzo di riuscita. E se l’evidenza la costringe a trovar vani i suoi sospetti, vedrà nell’apostolo, nel missionario un utopista, uno squilibrato, un sognatore inutile, un gonzo che non ha saputo imparar l’arte di sfruttare il prossimo e si sacrifica per delle vane illusioni. E colui che fa il bene, si trova talora a vergognarsene quasi come d’un’inferiorità, la luce che lo abbagliava impallidisce a poco a poco, la sua fede vacilla, la sua energia scema. Egli si rivolge un giorno la terribile domanda «A che serve tutto quello che faccio se nessuno mi seconda? Chi ascolta quello che dico, poichè non convinco nessuno?» Sono terribili momenti di stanchezza, di scoraggiamento, che tutti coloro che hanno cura d’anime o intendono con paziente perseveranza a lenire i mali dell’umanità, conoscono. Eppure bisognerebbe superarli con la forza stessa della convinzione profonda, come la freccia lanciata verso la mira vola ratta e fedele sopra gli impedimenti finchè non la raggiunge. Bisognerebbe che l’uomo o la donna che ha ricevuto dalla divinità per mezzo dell’ingegno, d’una vocazione, d’una fiamma inestinguibile, il privilegio d’una di queste missioni educatrici, redentrici, consolatrici, riparatrici, si corazzasse d’una virtù impenetrabile di fortezza e di fede, non soltanto per resistere alle lusinghe della vita, ma per vincere ogni sintomo di scoraggiamento appena germogli nell’anima. Non si deve giudicare la bellezza e la bontà di una missione dal punto di vista comune, perchè tanto varrebbe allora essere gente comune. La superiorità che dona vista più acuta e coscienza più sensibile e più ricco fervore di azione, non indugi a guardare ai risultati immediati delle azioni e delle parole sue, e sopratutto non ne esiga il compenso come la soddisfazione d’un debito.
Si deve spargere la buona parola, compiere l’opera di giustizia e adempiere scrupolosamente il proprio dovere per l’intima convinzione propria, per seguire l’ispirazione del proprio spirito compenetrato della luce divina: non per piccoli motivi, per calcoli umani. Il buon seminatore sparge il seme per il pane di tutti, non per il suo solo pane: e se parte del seme va perduto, egli non s’attrista troppo poichè pensa a quello che germinerà e darà frutto.
Pensiamo: se Cristo avesse dovuto predicare il nuovo verbo di fraternità e di pace, solamente dietro compensi immediati, e avesse cessato per le derisioni, le opposizioni, l’indifferenza e l’aridità delle turbe, non avrebbe subito il martirio glorioso, ma la sua parola non avrebbe nemmeno potuto rinnovare il mondo e serbare dopo venti secoli tanta efficacia in mezzo a noi. Che importano il fango, il gelo della terra quando si cammina per una via di luce? Che importano i giudizi errati e la cecità degli imperfetti, i tradimenti dei deboli, lo sfuggire delle anime leggere, l’ingratitudine degli egoisti? Se saremo giunti a consolare veramente qualche sventura, a dar luce e nuovi ideali a qualche anima smarrita, a far meno amara qualche ingiustizia, a render più forte qualche virtù e più attiva la bontà, ecco che quel seme prezioso accolto da un terreno fecondo e custodito, cresciuto, coltivato dall’amore, si coronerà di messe gagliarda e renderà, come il grano della parabola di Cristo, cento per uno.
Sfogliando quel libro eterno di verità, di giustizia e di consolazione che è il Vangelo, c’incontriamo ad ogni tratto, come in una mistica fioritura primaverile, in un’accolta di precetti, di sentenze, di brevi meditazioni, che se lette con mente attenta e cuore ben disposto ad accoglierne l’aroma di purezza e di bontà di vita possono rinnovare ed elevare tutto il nostro mondo morale e servire di base ad una condotta veramente conforme agli ideali di Gesù.
Poichè la dottrina di Cristo, a differenza di quelle di molti filosofi, è essenzialmente pratica: e in tutto il suo insegnamento non troveremo un solo consiglio che non possa essere seguito perchè esorbitante dalla possibilità dell’umana natura. Tutto è semplice, limpido, piano: tutto risponde ad alcuna di quelle tendenze buone che dormono in noi e che troppe volte non risvegliamo per un mero senso di noncuranza o di accidia. Quando Gesù esorta con la sua dolce voce che i secoli ci hanno tramandato: «Non giudicate affinchè non siate giudicati» intendendo: non criticate con malignità, se non volete che la giustizia divina giudichi Voi severamente; non è un pensiero d’equità e di carità di cui tutti noi sentiamo la bontà indiscussa e il valore morale? E quando prosegue Gesù col noto simbolo: «E perchè osservi tu la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, e non badi alla trave nell’occhio tuo? O come puoi dire al tuo fratello mentre c’è una trave nell’occhio tuo: Lascia ch’io ti levi dall’occhio la pagliuzza?» non risponde Egli a un sentimento spontaneo che c’invade allorquando udiamo persone tutt’altro che incensurabili rilevare ogni debolezza, ogni difetto altrui e pretendere di dettar legge e riformare il mondo? Allora quanto ci sembrano risuonare a proposito gli accenti sdegnosi rivolti dal Maestro a costoro: «Ipocrita! Lèvati prima la trave dall’occhio, allora vedrai di levare la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».
Cioè: emèndati prima dei tuoi difetti e purificati dalle tue colpe per avere il diritto di redimere il tuo simile.
Con altri detti più profondi, avvolti in un velo emblematico più denso, Gesù ci raccomanda di non profanare i nostri sentimenti più sacri, le nostre idealità di cui più siamo gelosi, le intime elevazioni del nostro essere e quanto altro forma il mistico tesoro dell’anima, parlandone con coloro che non possono comprenderli nè apprezzarli, e fraintendendo, faranno di questa nostra ricchezza un’arma da rivolgerci contro: «Non date ai cani ciò ch’è santo e non buttate le vostre perle davanti ai porci, che non le pestino coi loro piedi e si rivoltino a sbranarvi». – E quanto spesso purtroppo, o per esperienza nostra, o d’altrui; abbiamo potuto constatare la sapiente prudenza di queste parole!
Come dolce e consolante l’affermazione seguente, che dà ali all’anima e fiamma alla preghiera: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete: picchiate e vi sarà aperto».
E quanto illimitata e provvida appare attraverso alle parole di Cristo la Provvidenza divina, l’Ente supremo, che egli c’insegna e ci anima a chiamare col tenero nome di «padre»: «Chiunque chiede riceve; chi cerca trova: e a chi picchia sarà aperto. E chi mai è tra voi che se il figlio chiede del pane gli offra un sasso? E se chiede un pesce gli darà una serpe? Or se voi, cattivi come siete, sapete dar buoni doni a’ vostri figliuoli; quanto più il Padre vostro che è nei cieli, concederà cose buone a coloro che gliele domandano».
Notiamo che Gesù dice «cose buone». Due semplici parole di grande importanza e che potrebbero servire di risposta a molte e a molte delle persone che si lagnano di non essere esaudite quando pregano, e piuttosto d’accusare la propria insufficienza sarebbero tentati d’accusare Iddio. Chiedere a Dio cose buone vuol dire chiedere solo quello che è in armonia con la vita superiore dello spirito e non quello che il nostro piccolo egoismo pretende. Si può chiedere non pensando che a sè, un avvenimento o un’occasione favorevole dannosa o dolorosa o ingiusta per altri si può chiedere con cecità ostinata ciò che risulterebbe il nostro stesso male: si può anche domandare a Dio nell’aberrazione d’un sentimento qualchecosa che sia in contrasto con la religione stessa e i Comandamenti. E tante volte la limitatezza della nostra umanità che non può leggere nemmeno un millimetro nella gran pagina del destino, oltre l’oggi non può avvedersi subito degli alti e imperscrutabili fini dell’Altissimo quando non concede ciò che pure a noi sembrerebbe utile e buono e necessario.
Dunque Gesù dice di chiedere «cose buone» e seguendo sempre la bella similitudine del Padre e dei figliuoli, ci fa comprendere che Dio opera a guisa d’un padre, il quale non concede alle proprie creature ignare che quelle cose che non possono nuocer loro e che sono giovevoli.
«Fate agli uomini quanto volete ch’essi facciano a voi». Tutta la sapienza, tutta la bontà, tutta la giustizia e tutto l’amore sono rinchiusi nella breve, semplice frase che dovette parere quasi una mostruosità, certo una stravaganza, in un tempo in cui gli uomini si dividevano in due classi ben distinte: quella degli schiavi e quella dei padroni; quella degli oppressi e quella dei tiranni. E Gesù che stava cogli umili, che ne vedeva i mali, ne contava le lagrime, ne confortava i dolori con divine promesse, ne rialzava le umiliazioni risvegliando il senso della vita interiore che uguaglia e può mettere il povero al di sopra del ricco, Gesù non incitava alla rivolta, alla riscossa, alla vendetta, coloro che lo avrebbero certamente obbedito, ma sorgendo dalla folla oscura, bianca apparizione luminosa di pace, alzava la mano purissima che operava il miracolo verso i doviziosi, verso i dominatori, verso i gaudenti, e senza nulla chiedere, senza infliggere duramente, senza maledire, li esortava alla fraternità spirituale: – Non fate agli altri quello che non vorreste fosse fatto a voi: ma fatale ad essi ciò che vorreste che a voi fosse fatto. – Ed erano le basi d’una legge nuova destinata a sconvolgere il mondo che Gesù gettava con le suadenti, miti, famigliari parole.
Altro prezioso insegnamento pratico viene a noi dalla bella e poetica similitudine della porta. Cristo paragona l’inizio della pratica delle virtù austere che insegnano a rinnegare i propri istinti e spiritualizzano l’uomo, ad un arco angusto che s’apra su una via stretta e malagevole così che sono pochi quelli che la vedono praticabile e che vi si incamminano: mentre la via che permette all’uomo di secondare la sua animalità e di soddisfare le sue passioni senza d’altro curarsi che del suo benessere materiale, lasciando atrofizzare tutti i germogli e spegnere tutte le luci della vita superiore che lo guiderebbero al perfezionamento di sè, questo ingresso è spazioso e adorno a guisa d’un arco trionfale, e la via che segue è facile piana, e perciò scelta dai più.
«Entrate per la porta stretta: larga invece è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione: e molti sono quelli ch’entrano per essa. Quanto angusta è la porta e stretta la via che conduce alla vita! e son pochi quelli che la trovano!»
Così il Maestro non nascondeva le difficoltà ai suoi seguaci, non li illudeva con promesse ingannevoli, ma presentava tosto ad essi le difficoltà, le fatiche, i disagi che avrebbero incontrato, e nemmeno li incoraggiava coll’esempio dei più, pur tanto efficace, ma li avvertiva austeramente che essi – i coraggiosi, i forti, i puri, i degni – sarebbero stati in scarso numero su per la via aspra che guida alle stelle.
Se pensiamo infatti quanto più agevole è fare il male che il bene, la similitudine della porta spaziosa e della porta angusta ci appare appropriatissima e ci ricorrerà assai spesso alla mente. Forse perchè i più s’incamminano sotto il grande arco florido di lusinghiere promesse, per la via ampia e battuta, così facile da percorrere perchè declina verso il basso e condurrà adagio adagio dove nessun lume più brilla, quelli che volgono sdegnosamente le spalle all’attraente cammino per spingersi al lato opposto sotto la porta umile, di duro sasso, recante gli emblemi della passione, e fuor di quella s’avviano per lo stretto sentiero tra sterpi e roccie, reso ancor più malagevole dall’ascesa, questi sembrano stolti e si deride la loro stoltezza: sembrano alteri e sdegnosi e si disapprova la loro superbia: derisi, disapprovati, non compresi, si tenta – e molta volte si riesce – render loro ancor più dolorosa la via. Ma essi inoltrano dolorando e faticando, e inoltrando salgono, – e l’orizzonte si allarga, e l’azzurro è più vicino, e le fronti si cingono di luce, mentre il gregge degli altri va giù, verso il basso, a immergersi nelle tenebre.

Jolanda – Religione

Come vi è l’oro vero e l’oro falso, come vi sono le gemme false e le gemme vere, così abbiamo la vera e falsa religione. E allo stesso modo che le false pietre preziose hanno talvolta uno sfolgorio più abbagliante e più vividi colori delle pietre di vero pregio, così la falsa religione abbarbaglia per le sue esteriorità, inganna per il suo grande apparato di fervore, d’omaggi, di compunzione, di preci. Vi sono delle persone che si farebbero scrupolo di lasciare una Messa, ma che non pensano al dovere di assistervi con vero raccoglimento, e vanno in chiesa come a un ritrovo qualunque, credendo aver soddisfatto il loro obbligo soltanto con l’esservi state. Altre intraprenderanno lunghe devozioni, reciteranno un numero stragrande di Padre Nostro e di Avemmarie, ma non sentiranno Dio accanto ad esse e il loro pensiero, la loro vita, non verranno nè illuminati nè purificati dalla preghiera, e continueranno tranquillamente a sottrarsi più che possono al molesto peso del dovere, a ribellarsi al sacrifizio, a lasciarsi andare alle loro debolezze, ai loro difetti, qualche volta perfino a gravi errori. Ma poichè osservano i precetti della Chiesa e soddisfano gli atti rituali del cristiano, si credono in perfetta regola con la coscienza.
Per molte e molte poi – la generalità quasi – la religione è ridotta a pochissime pratiche, da sbrigare il più presto possibile perchè non c’è tempo, come una qualunque azione della vita materiale, uno dei tanti obblighi sociali e civili. E lo spirito, nell’adempirle, resta nella sua sfera superficiale, non si raccoglie, forse perchè non sa raccogliersi o non lo trova necessario. E si capisce poi come questa religione, sentita dai più come una briga molesta, come un accessorio fra le occupazioni quotidiane, non possa nei supremi momenti del dolore, della prova, del pericolo, della lotta, essere efficace ausilio, conforto vero.
«Non offrite più sacrifizio inutilmente – dice la Divinità nelle sacre carte: – ho in abbominazione l’incenso… le vostre solennità sono odiose all’anima mia… E allorchè stenderete le vostre mani, rivolgerò gli occhi da voi: e allorchè moltiplicherete le preghiere non darò retta, poichè le vostre mani son piene di sangue. Lavatevi, mondatevi, togliete dagli occhi miei la malvagità dei vostri pensieri: ponete fine al mal fare. Imparate a fare del bene: cercate quello che è giusto; soccorrete l’oppresso».
Ecco in poche severe parole caratterizzata la falsa religione, sdegnata con disprezzo come pompa inutile e vana; e additata l’altra, la vera, che consiste, nelle opere più che nelle parole, nella purezza della coscienza più che nelle manifestazioni appariscenti, nella pietà e nell’amore più che nella sterile adorazione.
E questa necessità di armonizzare lo stato dell’anima con le esteriori pratiche religiose è insistentemente proclamata nei libri sacri, tanto la contraddizione delle parole, delle apparenze, con le azioni e coi sentimenti intimi e i nascosti pensieri è spiacevole a Dio.
«Non appressatevi a Lui con cuor doppio», ammonisce l’Ecclesiaste: «Prima dell’orazione prepara l’anima tua».
Meglio non pregare affatto, che pregare distrattamente, con la mente ingombra di pensieri frivoli, materiali, profani e talora colpevoli. Meglio non entrare in una chiesa che entrarvi per profanarla col contegno, coi propositi, con le parole, con l’esempio. Io stimo più la donna che smarritasi per false vie ha abbandonato del tutto quella religione che le imponeva un freno ai suoi istinti, di quella che ipocritamente se ne vale per conservarsi la stima altrui non più meritata; o ha la coscienza così profondamente assopita e corrotta da conciliare tranquillamente come direbbe il filosofo Rétté: il diavolo e Dio.
«L’esercitare la misericordia e la giustizia è più gradito al Signore che le vittime» sta scritto ancora negli Evangeli: semplice ed efficace massima che nessuno di noi dovrebbe dimenticare nell’esercizio delle azioni quotidiane. Far del bene a un fratello bisognevole d’aiuto: adoperarsi perchè il diritto del più debole non venga calpestato dalla prepotenza del più forte, è certo mostrare in modo più difficile ed efficace delle offerte votive la fede che si professa, la religione cui si appartiene.
Insistentemente la nostra religione ci raccomanda di soccorrere i poveri. L’atto pietoso di fraternità e d’amore è quello che trova più grazia presso Dio: «Stendi al povero la tua mano – si legge ancora nel grave libro dell’Ecclesiaste – affinchè sia perfetta la tua propiziazione e la tua benedizione».
Come riesce infatti più dolce, più spontanea e intima la preghiera dopo una buona azione! Il riflesso del bene operato, illumina d’una luce soave, ideale, l’animo nostro, e lo sentiamo beneficato dal beneficio compiuto, più degno di comunicare con la Divinità, più degno di essere ascoltato.
«Ecco, o Signore, noi diciamo, che ho agito secondo il tuo comandamento: ecco che ti ho obbedito. Ascolta ora l’anima mia che in Te si rifugia e si apre a Te».
E non per noi saranno allora le severe parole che riferisce san Luca nel suo Vangelo: «Ma perchè dite a me Signore, Signore, e non fate quello che dico»?
Ecco l’angoscia che più contristò la vita terrestre di Gesù: l’indifferenza, l’inadempimento dei suoi precetti semplici e sublimi. I discepoli e le turbe erano pronti a ricorrere a Lui nelle necessità della lor vita materiale, erano insaziabili nell’esigere il miracolo, ma poi una volta soddisfatti e proclamata con uno slancio la loro riconoscenza, tornavano alle loro abitudini, non obbedivano al loro Maestro, non lo rimeritavano nell’unico modo ch’Egli, dolcemente, chiedeva:
«Ma perchè dite a me Signore, Signore: e non fate quello che dico?» E continuava: «Non chiunque dice a me Signore, Signore! entrerà nel regno de’ cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio, quegli entrerà nel regno de’ cieli. Molti mi diranno in quel dì: «Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e non abbiamo nel tuo nome cacciato i demoni, e nel tuo nome operato molti prodigi»? E ad essi allora dichiarerò: «Mai non vi conobbi! Andate, lungi da me, operatori d’iniquità».
Non dunque chi parla nel nome di Dio, chi amministra la religione di Cristo, chi predica la bontà, la carità, la purezza di anima e di vita, chi punisce e conforta e riabilita in vece del Signore è benedetto da Dio, ma solo colui che è veramente degno del proprio altissimo ministero, e adempie la sua missione con coscienza, e con la sua condotta e coi suoi atti non contraddice o tradisce le leggi del Signore. Come dovrebbero riflettere su queste parole del Vangelo i sacerdoti indegni, gli educatori che non sentono il dovere dell’esempio!
«Poichè non quelli che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che la legge mettono in pratica saranno giustificati».
Facile ed anche grato è l’ascoltare i buoni consigli, il sentirsi dotti nelle buone teorie, il conoscere la via della virtù vera, del dovere cristiano, dell’abnegazione, del sacrificio: ma non è questo che dà la superiorità, che concede la vera vittoria.
È la pratica, è l’azione, è l’applicazione, nei casi della vita, delle nostre idealità più care, delle nostre convinzioni più sincere. A che varrebbe del resto l’elevatezza del pensiero, la supremazia della scienza, se non dovesse avere un’influenza diretta, sollecita e pratica, nella nostra vita quotidiana?
Raccogliamoci un istante e meditiamo; vi offro intanto a questo proposito un immacolato e profumatissimo fiore di preghiera dettato da una eletta anima femminile, e che vi consiglio di ricopiare e serbare nel vostro libro d’orazioni:
«Signore, leggendo i mòniti severi che a Te e ai Profeti e agli Apostoli tuoi inspirarono la fede sterile, la religiosità farisaica, io mi domando quante volte non ho osato pregarti, accostarmi ai tuoi altari, senza pensar a combattere nel mio intimo le passioni – senza pensar a combattere, in me e intorno a me, l’ingiustizia – senza pensar a compiere i doveri della carità verso i fratelli. Mi domando se alla mia fede corrispondono le opere, o se essa è quella fede morta che l’Apostolo paragona al corpo senz’anima, – mi chiedo se l’incenso delle mie mani possa salir sino a Te…»

Jolanda – Fede

L’idea e la visione della morte, nei Vangeli, prescindendo dal tragico dramma del Calvario, olocausto apoteosi dell’Uomo-Dio, più che morte – è sempre soffusa di dolcezza, di pace, appena velata d’un’ombra sotto cui traspare la luce eterna; inghirlandata sovente dei mistici asfodeli del miracolo. Nulla di sinistro, d’impressionante, nemmeno quando un corteo funebre traversa le vie di Naim, poichè il Maestro divino lo cambia in una processione di letizia osannante; nemmeno quando un sepolcro s’apre e n’esce un uomo – Lazzaro – deposto colà da tre giorni, poichè la morte non fu che riposo. La bianca figura del Cristo, con la sua irradiazione di luce vince ogni tenebra.
Nella predicazione di Gesù ricorre sovente la promessa e il miraggio d’una vita oltre la vita, d’un regno Celeste di beatitudine, di giustizia e di pace a cui solo si può giungere attraverso la sofferenza, l’amore, la purità, la virtù; ma della morte come catastrofe o come termine dell’esistenza, Gesù non parla, quasi si trattasse soltanto di uno stato transitorio, di un sonno un po’ più lungo e un po’ più triste a cui il cristiano debba prepararsi guardando più lontano, nella chiarità di un’alba divina.
Ai Saducei che negavano la risurrezione diceva: «Non è il Dio dei morti, ma dei vivi» (Matteo XXII, 32).
Dell’ora del trapasso, Gesù parla con gravità dolce e tranquilla, come d’un appello, d’una diana che squillerà all’improvviso, esortando gli uomini a tenersi pronti con tranquillità di coscienza ed anima volta alle idealità superne. «Quanto poi a quel giorno e all’ora, nessuno lo sa: nemmeno gli angeli del cielo, ma il solo Padre» (Matteo XXIV 36) ed anche: «Vegliate dunque, perchè non sapete a che ora venga il Signor vostro…. Siate preparati, perchè in qual ora non pensate, verrà» (id. id).
Quanta previdenza soave nel ripetersi di questo ammonimento. Egli non rappresenta un Dio terribile, giustiziere, distruttore, ma uno Spirito arcano che passerà con un monito al quale ognuno deve obbedire, poichè la sua missione terrena è finita.
E voleva, Gesù, che ognuno sentisse l’importanza di questa missione, il dovere di perfezionarsi, di ascendere: di purificarsi per comparire mondi al cospetto di Dio che creò innocenti
«Vegliate su voi stessi; che i vostri cuori non siano depressi da crapula e da ubbriachezza e da cura della vita, cosicchè repentina vi venga addosso quella giornata: che come un laccio sopravverrà a quanti abitano la faccia di tutta la terra. Vegliate dunque pregando in ogni tempo…» (Luca XXI 34).
Vegliate – questa parola che ricorre come un ritornello è densa d’eloquenza per il cristiano, ed è tanto conforme alla dottrina di Cristo, di dolcezza, conforto, persuasione: conoscenza profonda della miseria umana. Egli non comanda di emendarsi alle turbe peccatrici, non intima loro di abbandonare le cattive abitudini, terrorizzando col Giudizio di Dio, come più tardi faranno i fanatici monaci medievali; Gesù consiglia soltanto fraternamente di vigilare: di guardare entro di noi, nella coscienza, nel cuore; di cercar luce; di essere previdenti e solerti.
La similitudine del sonno letargico dell’anima per significare la sua insensibilità all’obbligo della conversione o della purificazione era famigliare a Gesù che «morti» chiamava pur quelli completamente ribelli o sordi alla voce della Grazia. È la sola morte di cui insegna ad avere sgomento. Del resto, anche della sua fine parlava con calma grande e rassegnata, come di cosa inevitabile, ai discepoli fedeli. Quando nella cena in casa del lebbroso di Betania, il Maestro divino vide appressarsi una donna la quale gli cosparse il capo di prezioso unguento: ai discepoli che sgridavano osservava: «Perchè inquietate questa donna? Ha fatto opera veramente buona verso di me…. Quando ella ha sparso quest’unguento sul mio corpo, lo ha fatto pel mio seppellimento (Matteo XXVI, 10).
Tre volte Gesù predisse la propria Passione; e quando l’ora tragica venne, nemmeno volle che i suoi fedeli tentassero difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero: perchè quanti daran di mano alla spada, periranno di spada. Pensi forse ch’io non potrei pregare il padre mio; e mi appresterebbe ora più di dodici legioni di angeli? Or come s’adempiranno le Scritture secondo le quali bisogna che avvenga così?»
Anche in questo momento fiero e supremo della sua vita, Cristo offre a noi l’esempio della purezza del sentimento evangelico il quale non consente al fratello di macchiarsi del sangue del fratello; e l’esempio del completo abbandono alla volontà di Dio. Se Dio aveva decretato che fosse quella l’ora preludiante alla fine della sua vita terrena, vano e presuntuoso era l’andare contro le disposizioni del Padrone della morte e della vita a cui non sarebbero mancati i mezzi soprannaturali se avesse occorso la protezione e la salvezza.
Leggendo poi nei Vangeli il racconto semplice tramandato a noi da quegli uomini semplici che ritenevano ancora nelle pupille la immacolata radiosa figura del Maestro, e nell’anima trepida, riverente e fervida di novella fede, il vivo ricordo dei miracoli compiuti dalla sua divinità; leggendo il racconto semplice ed eloquente delle resurrezioni avvenute per volere di Gesù, ancor più la morte appare circonfusa di luce e di mistero alto e tranquillo. Come e perchè Gesù operò quei prodigi, che certamente furono i più maravigliosi poichè infrangevano violentemente le leggi naturali, invincibili, in migliaia di generazioni passate, presenti e future? Osserviamo: non per dar saggio della sua potenza e confondere orgogliosamente i suoi persecutori: non per vincere l’incredulità ostinata con una prova inconfutabile; non infine per accrescersi fama e considerazione, e nemmeno per salvarsi dal supplizio. Se questo Gesù avesse fatto, lo adoreremmo nella sua potenza, ma non sarebbe più il dolce Maestro umile, così grande nella sua umiltà, quale appare nei Vangeli. Amore e pietà lo indussero al miracolo straordinario. Chi, nel dolore supremo, nello schianto della perdita d’un essere infinitamente caro lo invocò perdutamente a conforto di ciò che non poteva averne se non dal sopranaturale, a rimedio dell’irreparabile, aveva il cuore infiammato d’ardentissima fede, di un amore più forte della morte. Ed era un padre che piangeva morta la sua fanciulla: era una misera vedova che si desolava di aver perduto nel figliuolo idolatrato l’unica ragione di esistere; erano due sorelle che lagrimavano il caro fratello che Gesù pure amava. Questi racconti d’ansia che noi ben possiamo raffigurarci al vivo, – giacchè chi è fra noi che non abbia sofferto della crudeltà della morte e che non pensi con invidioso struggimento a quei rari avventurati che furono attirati nel raggio divino all’inizio della nostra religione e poterono essere degni di così grande segno di predilezione? – anche ora, dopo venti secoli, hanno la virtù di commuoverci se li ascoltiamo con attento orecchio.
Marco evangelista così ci narra della risurrezione della figlia di Giairo:
«Passato Gesù di nuovo con la barca alla riva opposta, gran folla andò a lui, e stava lungo la marina. E venne uno dei capi della sinagoga, chiamato Giairo; il quale vistolo, si prostrò ai suoi piedi. E lo pregava molto così:
– La figliuola mia è agli estremi; vieni a porre su lei la mano affinchè sia salva e viva.
E Gesù andò con lui e lo seguiva gran folla che lo pigiava».
«…Mentre tuttora parlava, arriva gente dal capo della sinagoga a dirgli:
– Tua figlia è morta: perchè molesti più oltre il Maestro? – Ma Gesù sentito quel che dicevano, disse al capo della sinagoga
– Non temere: solo, abbi fede.
E non ammise a seguirlo se non Pietro, Giacomo e Giovanni. E giunto a casa del capo della sinagoga, vede del tumulto e gente che piangeva e ululava forte. Ed entrato disse loro:
– Perchè vi affannate e piangete? La fanciulla non è morta, ma dorme.
E se ne beffavano. Egli però, mandati via tutti, prende con sè il padre e la madre della fanciulla e quei ch’eran con lui, ed entra dove giaceva la fanciulla. E presa la fanciulla per mano, le disse:
– Talita cumi – che vuol dire: Fanciulla, dico a te, levati su.
E subito la fanciulla si alzò e camminava. Aveva dodici anni. E sbigottirono per grandissima meraviglia. Or comandò loro strettamente che non lo risapesse alcuno, e disse che le fosse dato da mangiare».

Non vi ha, penetrato tutta la soavità mistica di questa narrazione miracolosa, così poetica e tenera nella sua sobrietà disadorna d’ogni eleganza di stile?
Ecco dapprima l’azzurra distesa del mare con la navicella in cui biancheggia la veste di Gesù che si appressa ed approda, ed appare al padre angosciato come un salvatore mandato veramente da Dio. E gli si prostra umilmente innanzi, Giairo, che pure era investito d’autorità sacra, e lo implora. Nient’altro desidera se non che il Nazzareno stenda la sua mano pura sulla morente, tanto è profonda la sua fede nella virtù di quella palma onnipossente. Ma poi, ecco l’annunzio ferale recato dal messo sopraggiunto: Tutto è inutile, oramai, la giovinetta è spirata! Oh il cuore di quel padre a quella notizia destinata a recidere l’ultimo vincolo di speranza, ma non la sua fede, certo, poichè Gesù che leggeva nelle anime potè ravvivarla con una esortazione.
— Non temere: solo abbi fede.
Consolanti e profonde parole, da ricordare spesso, da ricordare sempre nei momenti di pericolo, d’angoscia, quando tutto crolla intorno e ci sentiamo soli con la nostra desolazione: «Non temere, solo abbi fede». Questo soltanto, Dio chiede per venire in nostro aiuto: che non disperiamo, mai, nemmeno dinnanzi all’irrimediabile.
Non permette, Gesù, a nessuno di seguirlo. Poteva, ripeto, confondere coloro che lo beffavano, dare ad essi la prova evidente della sua essenza divina: non volle, non se ne curò. Voleva vincere per le vie della persuasione e dell’amore, non abbagliando e umiliando le genti. Però non ritenne degni di vedere il miracolo coloro che non avevano fede in lui, e li escluse severamente. Noi vediamo la cameretta verginale nella casa in preda al dolore, la camera dove è entrata l’austera Visitatrice velata a recidere un giglio non tutto ancora schiuso. Allungata e rigida nel suo piccolo letto con le mani congiunte sul seno, la fanciulla giace senza palpito, senza sguardo, esangue. Ma la bianca apparizione si accosta, investita di tutta la sua divinità, e la chiama dolcemente nella lingua famigliare: Talita cumi – levati o fanciulla!
«E subito la fanciulla si alzò».
Oh la gioia incredula di sè stessa, dopo il pianto amaro! Il tumulto di dolore mutato in tumulto d’allegrezza! Il sorriso della risvegliata, la gratitudine benedicente dei genitori!
Ma il Maestro, schivo d’ogni effetto pomposo, raccomanda il silenzio e pensa ancora a suggerire cose opportune per la risorta, e seguito dai tre discepoli fedeli si allontana quietamente, lasciando sui suoi passi una indescrivibile felicità.

Ed ecco come l’evangelista Luca racconta un miracolo affine:
«E avvenne il giorno seguente ch’egli si avviasse ad una città chiamata Naim e i suoi discepoli e una gran folla di popolo andavano con lui. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, si portava alla sepoltura un figlio unico di sua madre; e questa era vedova; e gran numero di persone della città l’accompagnava. Il Signore vistala, se ne mosse a pietà e le disse:
– Non piangere.
E avvicinatosi, poichè i portatori si fermarono, toccò la bara e disse:
– Giovanetto, ti dico: levati su.
E il morto si levò a sedere e cominciò a parlare. Ed egli lo rese a sua madre. Allora entrò lo spavento in tutti, e glorificarono Dio dicendo:
– Un gran profeta è sorto tra noi, e Dio ha visitato il suo popolo».

Questo episodio è ancora più commovente. Ecco sulla via, tra il verde, fuor delle mura, i due cortei: quello di gloria e quello di lutto, che s’incontrano, faccia a faccia. Ma Gesù non torce lo sguardo dalla visione lugubre che viene a funestare il suo trionfale andare, non se ne attrista: non si occupa di chiedere particolari su quella salma accompagnata da così grande compianto. Una vista sola lo colpisce, tocca il suo cuore delicato, risveglia sino al profondo la sua pietà inesausta per ogni sventura; la vista della madre che seguiva piangente, affranta, la salma adorata dell’unico bene perduto.
Gesù dovette certo pensare alla propria Madre, e forse nella mente divinatrice la vide immersa nel dolore stesso in un non lontano e fatale giorno dell’avvenire. E la pietà ardente fiammeggiò, lo cinse dei suoi attributi sovrani.
– Non piangere.
La derelitta, dal fondo dell’abisso del suo dolore levò il capo verso Colui che le stava dinnanzi, che veniva verso di lei a capo d’una gran folla, luminoso nel volto, nell’abito candido, sulla testa bionda che il sole aureolava di un nimbo raggiante. Chi era egli? Non un sovrano poiché non montava lettiga, non indossava ricche vesti, non era cinto d’armati, e il suo portamento e il suo dire erano modesti e soavi. Un profeta? Non ne aveva la maestà austera nè la canizie. Chi era dunque quest’uomo così nobile e delicato all’aspetto e che la esortava così dolcemente a non piangere? Ma come non avrebbe pianto tutte le sue lagrime, sino a morire essa pure d’esaurimento sul corpo esanime del suo figliuolo?
Oh il cuore di quella madre al vedere lo Sconosciuto stendere la mano verso la spoglia adorata, nell’udire la voce grave e dolce comandare al giovanetto di levarsi dal funebre letto, di vivere!
Oh l’emozione formidabile di vederlo obbediente all’appello, svegliarsi e spendere dagli occhi le ombre di morte per fissarli estasiati in volto al suo Signore…
«Ed Egli lo rese a sua madre».
La semplicità sublime dell’atto è ben resa dalla semplicità della parola, evangelica. Così il divino Maestro compiva gli atti più maravigliosi: mentre noi, alla minima buona azione, ci affanniamo a divulgarne la notizia, a provocare l’ammirazione e ci sentiamo offesi se ci sembra che il nostro operare non venga valutato e lodato come meriterebbe…
Anche Lazzaro, ch’era a Gesù pur carissimo, rese all’affetto delle sorelle in un richiamo, considerando ancora la morte come un sonno placido e profondo. Ma sempre vuole la fede – la fede cieca, assoluta, viva, ardente, per operare il miracolo. «Io sono la resurrezione e la vita – afferma alle sorelle lagrimanti sulla tomba – chi crede in me, sebbene sia morto, vivrà». (Giovanni XI, 17-32).
«E ogni vivente e credente in me, non morrà in eterno» (id. id.).
Consolanti parole queste del Cristo: parole piene di balsamo rianimatore da ripetersi all’infinito in questi giorni in cui la pietà e il dolore ci riconducono nella città della morte, tra le lampade e i fiori votivi.
Parole di fede incrollabile, vincente la stessa lugubre realtà, vincente lo strazio delle memorie che accarezza con l’ala della preghiera saliente a Dio, e calma e trasforma e compone in una trascendentale visione. Oh sì: su tutte le tombe vediamole scolpite in caratteri di luce, oggi, e ascoltiamole ancora, dopo secoli, venire a noi dalle labbra del Maestro, le parole della salvezza e della grande Promessa: «Io sono la risurrezione e la vita: chi crede in me non morrà».

Jolanda – La Via

Mai la divina parola di Gesù fu più comprensiva ed eloquente che nell’ultima riunione coi suoi discepoli, allorquando spezzò insieme con essi ancora una volta il mistico pane di vita.
Il dolore del tradimento e dell’abbandono, l’amarezza della delusione e dell’offesa ricevute da tutti coloro che rimanevano indifferenti o increduli ai suoi ammaestramenti o che gli volgevano le spalle insultandolo e deridendolo e accusandolo come un malfattore, questo dolore per la cecità degli uomini lo opprimeva più dell’affanno dell’imminente martirio.
E nella sua parola, come sempre dolce, austera e profonda, passa l’accoramento segreto, l’ansia di penetrare nelle coscienze e nei cuori – nelle coscienze incerte, ottuse; nei cuori languenti e minaccianti di addormentarsi di nuovo quand’Egli non fosse più accanto a loro per farli vibrare con la sua voce calda e viva. – Le parole pronunziate da Cristo dopo l’ultima Cena, possono essere da noi considerate come il suo testamento spirituale, come le raccomandazioni estreme che un buon padre commette ai suoi figliuoli prima di separarsi per sempre da essi, nel desiderio di saperli anche nell’oltrevita riuniti nel pensiero di lui, eredi delle sue convinzioni più care, continuatori del pensiero, dell’opera, del nome suo. Ma fra Gesù e i discepoli vi è una discordanza di stato d’animo – se così posso esprimermi – che non potrebbe riscontrarsi forse tra un padre e dei figliuoli intorno al suo letto di morituro. Conscio del poco tempo che ancora gli rimane per adempiere la sua missione terrestre, Gesù par volere concentrare nei suoi ammaestramenti dell’ultima ora quanto di più luminoso e prezioso e immortale contiene la sua eccelsa e pur così semplice dottrina, onde ne risulti come un compendio chiaro e definito, atto ad essere subito messo in pratica, e dai suoi contemporanei, e dalle generazioni ch’Egli, in una divinazione della sua mente augusta, vide negli evi futuri a perpetuare il suo verbo col rozzo piccolo libro degli Evangeli che pur avrebbe vinto le più elaborate e superbe teorie dei filosofi greci e latini. E a quelle parole, al testamento di Gesù, giova a noi ritornare di quando in quando come alla più pura e sicura fonte della nostra fede per afforzarla, non solo, ma per rinnovarci nella memoria (che troppo sovente li dimentica) gli obblighi, le caratteristiche della dolce religione di Cristo in cui siamo nati e nella quale vogliamo vivere e morire.
«Figliuoli, – disse tristemente Gesù volgendo intorno sui suoi pochi fedeli gli azzurri occhi divini: – figliuoli, io sono con voi ancora per poco. Mi cercherete, ma ciò che dissi ai Giudei: «Dove io vo’, voi non potete venire» dico adesso anche a voi. Vi lascio però un comandamento nuovo: di amarvi scambievolmente: amatevi l’un l’altro così, come io vi ho amato. Da questo tutti riconosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore uno per l’altro».
Oh l’ingiunzione soave! Amarsi, cioè sorridersi, proteggersi, aiutarsi, compatirsi a vicenda: cioè espandere verso il fratello quel bisogno tormentoso e dolce dell’anima umana di donarsi, di piegarsi, di congiungersi nella luce alle anime sorelle per sentirsi paga e glorificar Dio! Il primo distintivo della nostra religione cristiana, così spesso fraintesa e tradita, anche da coloro stessi che più la dovrebbero comprendere ed onorare, è l’amore: l’amore che fa compiere i miracoli, che fa perdonare, che fa indovinare, che trova le parole della giustizia, della persuasione, della pace, della pietà. Facciamo di non dimenticare mai questo dovere nostro; questo fiammante emblema del nostro vessillo; amiamo Dio, amiamo la patria, amiamo gli uomini, tutti gli uomini, anche i malvagi, anche quelli che ci offesero e ci danneggiarono, anche quelli caduti nell’abbiezione così profondamente che la loro anima più non si ritrova sotto il cumulo del fango di cui sono imbrattati. Non neghiamo mai una parola, un soccorso, un perdono. Ricordiamoci che un atto generoso d’amore è più efficace del più profondo disprezzo per il ravvedimento, e che il perdono semplice e completo è l’atto che più vale presso Dio.
All’annunzio della prossima dipartita del Maestro, quegli uomini ignoranti si turbarono, conoscendo la loro pochezza ed anche, forse, temendo ch’egli li avesse ingannati e illusi per poi abbandonarli. E Gesù che leggeva limpidamente nei cuori disse:
– Non si turbi il cuor vostro. Abbiate fiducia in Dio e abbiate fiducia in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se così non fosse, non vi avrei detto che vo’ a preparare il posto per voi. E quando sarò andato a prepararvi il luogo, verrò di nuovo e vi prenderò con me, affinchè dove son io siate anche voi. E dove io vado voi sapete, e sapete la via.
Tommaso gli dice:
– Signore, non sappiamo dove vai; or come potremmo sapere la via?
E Gesù: «Io sono la via, la verità, la vita: nessuno va al Padre se non per me. Se aveste conosciuto me, certo conoscereste anche il Padre mio: conoscetelo dunque sin d’ora: voi già lo avete visto».
Il dolce profeta di Galilea volle rassicurare così i suoi seguaci tentando di far loro intendere che il premio oltre la vita non sarebbe per lui solo, ma per tutti coloro che avessero vissuto secondo le regole e gli ammonimenti ch’egli loro prescriveva per farli più buoni e puri. E il mezzo di convertirsi o di migliorarsi ed affinarsi oramai lo sapevano: bastava camminassero sulle sue orme luminose lungo la via dell’abnegazione, della rinunzia, della preghiera, della mansuetudine. Se noi imiteremo Cristo, non saremo mai separati da lui, giacchè egli sarà in noi, nell’anima nostra come in un Santuario, e solo allora comprenderemo Dio.
Ma i discepoli erano tardi a intendere e spesso la diffidenza, propria ad ogni ignoranza, si elevava come un muro tra le loro menti e la parola del Salvatore. Come i fanciulli, domandavano sempre le prove materiali e visibili di ogni asserto. Quindi un altro d’essi, Filippo, chiese maliziosamente a Gesù – Mostraci il Padre e ci basta. — E Cristo dolcemente rimproverandolo risponde: «Da tanto tempo sono con voi, e non mi conoscete? (Cioè: potete supporre che io sia un mistificatore?) Filippo, chi vede me, vede anche il Padre. Come dici dunque: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e che il Padre è in me? Le parole che vi dico, non le dico da me: il Padre che sta in me fa le opere sue. (Cioè: io parlo e agisco secondo le rivelazioni misteriose che ricevo da Dio). Non credete voi ch’io sono nel Padre e che il Padre è in me? Se non altro credetelo per le stesse opere! In verità vi dico: chi crede in me, le opere ch’io fo le farà egli pure: anzi ne farà di maggiori, poichè io vado al Padre e tutto ciò che voi chiederete al Padre in mio nome io lo farò, perchè nel Figlio sia glorificato il Padre….»
Dopo il precetto d’amore ecco l’alto insegnamento della fede. Non occorre vedere Dio per prostrarsi ad adorarlo. Basta semplicemente osservare i comandamenti di Gesù: imitarlo, operare come egli operava, onorare Dio nei pensieri, nelle parole, negli atti della vita: basta chiedergli quella luce e quella forza che Gesù chiedeva al suo Padre Celeste. Dio non si può vedere, ma si può sentire e sentir Dio è la maggior rivelazione della Divinità, è la risposta ottenuta dalla Fede. Ed ancora Cristo esorta i suoi discepoli a risvegliare in essi la luce che permette di credere, di comprendere, senza le prove materiali, la luce che li doveva fare più sapienti degli altri uomini perchè più prossimi alla Verità:
«Ed io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro Consolatore che in perpetuo rimanga con voi: lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere perchè non lo vede nè lo conosce. Ma voi lo conoscerete perchè abiterà con voi e sarà in voi».
Altra prerogativa del cristiano, la luce spirituale, quella luce che scesa sui raggi della fede aiuta a vivere e a morire dopo aver compiuto la missione che Dio chiede da noi.
«Chi ha i miei comandamenti e li osserva – disse ancora Cristo – quegli è che mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io pure lo amerò e a lui mi svelerò».
E disse pure, soavemente:
«Vi lascio la pace, vi dò la mia pace: ve la dò non come suole il mondo. Non si turbi il cuor vostro nè impaurisca».
Ricca eredità lasciata da Cristo a’ suoi fedeli, la pace! Più preziosa d’ogni dovizia poichè non ha limiti e chiunque può acquistarla vivendo nell’esercizio della virtù, con cuore semplice e puro; non chiedendo nulla, donando tutto….
Trascinati dal divino fervore, dell’eloquenza piena di luce e di bontà i discepoli forse si commossero e manifestarono in qualche modo l’eccelsa, miracolosa trasformazione che la parola del Maestro operava in essi, poichè Gesù con una frase sola li fece degni:
«Voi già siete puri per la parola che v’ho detto. Rimanete in me com’io in voi. Come il tralcio non può da sè dar frutto se non rimane nella vite, così neppur voi se non rimanete in me.
Io sono la vite, voi i tralci, se uno rimane in me ed io in lui, questo fa gran frutto: perchè senza me non potete far nulla».
Ecco dunque che il Maestro Divino raccomanda ai suoi adepti di rimanere in comunione spirituale con lui, per vivere della vita superiore e dare buon frutto. E come i tralci dal ceppo della vite, noi cristiani dobbiamo attingere dalla dottrina e dai comandamenti di Gesù gli elementi vitali e idealmente fecondatori.
Poi volle infondere ai novelli apostoli, ai probabili martiri, nuova fortezza; tentò renderli consci della loro missione austera, ridestare in essi la fierezza, quasi, del sapersi perseguitati e combattuti in nome della lor fede:
«Se il mondo vi odia – disse, – sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò ch’è suo. Ma poichè non siete del mondo, ma io vi elessi dal mondo, per questo il mondo vi odia. Rammentatevi della parola ch’io vi dissi: non c’è servo più grande del suo Signore. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi: se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo vi faranno a cagione del nome mio: perchè non conoscono Colui che mi ha mandato».
Meditiamo, meditiamo le divine parole di Gesù che vedeva lontano nei secoli e le persecuzioni, e le derisioni, e le violenze e le vergogne del rispetto umano, e le diserzioni e le aspostasie. Il mondo, cioè la gente che vive solamente la vita superficiale, la vita dei sensi, non ama e non comprende coloro che vivono d’una vita più intensa e più alta nel segreto dell’anima loro, in eccelsa comunione con Dio. «Non c’è servo più grande del suo Signore» cioè: se gli uomini hanno misconosciuto e disprezzato me, banditore del nuovo verbo, disconosceranno e sdegneranno pur voi che siete i miei seguaci e non potrete avere miglior ventura di me. Così Cristo non illudeva i suoi figli, non li adescava con vane promesse. Egli li chiamava a una missione dura, ad una missione aspra, e li confortava a tutto sopportare e soffrire dietro il suo esempio, ad essere anzi orgogliosi di questo martirio. E pregò per loro il suo Padre Celeste, e raccomandò ancora ad essi di amarsi l’un l’altro così come Egli li aveva amati, con indulgenza infinita, poichè perdonava anche, considerando l’umana debolezza, il loro prossimo abbandono: «Vi disperderete, ognuno dal canto suo e mi lascierete solo: però non sono solo, perchè meco è il Padre. Tali cose v’ho detto affinchè in me abbiate pace. Nel mondo avrete afflizioni, ma confidate: io ho vinto il mondo».
Ripetiamo a noi stessi le sublimi parole, quando siamo stanchi, quando siamo agitati o percossi dal dolore, e la pace, il conforto verranno immancabilmente a rialzare la nostra fronte reclina: «Tali cose v’ho dette affinchè in me abbiate pace…. Confidate: io ho vinto il mondo!».