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Edmond About – Le nez d’un notaire. Spanish; La nariz de un notario

EText-No. 26404
Title: Le nez d’un notaire. Spanish;La nariz de un notario
Author: About, Edmond, 1828-1885
Language: Spanish
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EText-No. 26404
Title: Le nez d’un notaire. Spanish;La nariz de un notario
Author: About, Edmond, 1828-1885
Language: Spanish
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EText-No. 26404
Title: Le nez d’un notaire. Spanish;La nariz de un notario
Author: About, Edmond, 1828-1885
Language: Spanish
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EText-No. 26404
Title: Le nez d’un notaire. Spanish;La nariz de un notario
Author: About, Edmond, 1828-1885
Language: Spanish
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EText-No. 26404
Title: Le nez d’un notaire. Spanish;La nariz de un notario
Author: About, Edmond, 1828-1885
Language: Spanish
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EText-No. 26404
Title: Le nez d’un notaire. Spanish;La nariz de un notario
Author: About, Edmond, 1828-1885
Language: Spanish
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Gaetano Sangiorgio – Le tre valli della Sicilia

EText-No. 22506
Title: Le tre valli della Sicilia
Author: Sangiorgio, Gaetano;1910;1843
Language: Italian
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EText-No. 22506
Title: Le tre valli della Sicilia
Author: Sangiorgio, Gaetano;1910;1843
Language: Italian
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EText-No. 22506
Title: Le tre valli della Sicilia
Author: Sangiorgio, Gaetano;1910;1843
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EText-No. 22506
Title: Le tre valli della Sicilia
Author: Sangiorgio, Gaetano;1910;1843
Language: Italian
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EText-No. 22506
Title: Le tre valli della Sicilia
Author: Sangiorgio, Gaetano;1910;1843
Language: Italian
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Gabriele D’Annunzio – Le vergini delle rocce

EText-No. 42513
Title: Le vergini delle rocce
Author: Montenevoso, Gabriele d’Annunzio, principe di;1863;D’Annunzio, Gabriele;Annunzio, Gabriele d’;1938
Language: Italian
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EText-No. 42513
Title: Le vergini delle rocce
Author: Montenevoso, Gabriele d’Annunzio, principe di;1863;D’Annunzio, Gabriele;Annunzio, Gabriele d’;1938
Language: Italian
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EText-No. 42513
Title: Le vergini delle rocce
Author: Montenevoso, Gabriele d’Annunzio, principe di;1863;D’Annunzio, Gabriele;Annunzio, Gabriele d’;1938
Language: Italian
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EText-No. 42513
Title: Le vergini delle rocce
Author: Montenevoso, Gabriele d’Annunzio, principe di;1863;D’Annunzio, Gabriele;Annunzio, Gabriele d’;1938
Language: Italian
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EText-No. 42513
Title: Le vergini delle rocce
Author: Montenevoso, Gabriele d’Annunzio, principe di;1863;D’Annunzio, Gabriele;Annunzio, Gabriele d’;1938
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Vincenzo Lazari – Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari

EText-No. 26866
Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
Language: Italian
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EText-No. 26866
Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
Language: Italian
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EText-No. 26866
Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
Language: Italian
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EText-No. 26866
Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
Language: Italian
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EText-No. 26866
Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
Language: Italian
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EText-No. 26866
Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
Language: Italian
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EText-No. 26866
Title: Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari
Author: Lazari, Vincenzo;1864;1823
Language: Italian
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Gaspara Stampa – Voi, voci, voi, sospir, voi le tempeste

Voi, voci, voi, sospir, voi le tempeste
sète, voi sète i graziosi venti,
che dimostrate poi sì dolce il porto,
quando il sol arde e quando ardon le stelle;
voi sète la sicura e dritta via,
che ci guidate de’ diletti al mare.
Qual d’eloquenzia fia sì largo mare,
e sì scarco di nubi e di tempeste,
che possa dir senza arrestar fra via,
mentre stan quete le procelle e i venti,
la gioia che mi dan le mie due stelle,
or c’hanno il mio signor ridotto in porto?
Dolce sicuro e grazioso porto,
che del mio pianto l’infinito mare
m’hai acquetato al raggio de le stelle,
ch’ovunque splendon fugan le tempeste,
sì ch’io non posso più temer ch’i venti
turbin sì cara e dilettosa via!
Menami, Amor, omai per questa via,
fin che quest’alma giunga a l’altro porto,
ch’io non vo’ navigar con altri venti,
né di questo cercar più largo mare,
né nel viaggio mio vo’ ch’altre stelle
mi sieno scorte, e sgombrin le tempeste.
Aspre tempeste ed importuni venti
non m’impediran più del mar la via,
or che le stelle mie m’han mostro il porto.

Federico II, De le mia disïanza

De le mia disïanza
c’ò penato ad avire,
mi fa sbaldire – poi ch’i’ n’ò ragione,
chè m’à data fermanza
com’io possa compire
[ lu meu placire ] – senza ogne cagione,
a la stagione – ch’io l’averò [‘n] possanza.
Senza fallanza – voglio la persone,
per cui cagione – faccio mo’ membranza.
A tut[t]ora membrando
de lo dolze diletto
ched io aspetto, – sonne alegro e gaudente.
Vaio tanto tardando,
chè paura mi metto
ed ò sospetto – de la mala gente,
che per neiente – vanno disturbando
e rampognando – chi ama lealmente;
ond’io sovente – vado sospirando.
Sospiro e sto ‘[n] rancura;
ch’io son sì disioso
e pauroso – mi face penare.
Ma tanto m’asicura
lo suo viso amoroso,
e lo gioioso – riso e lo sguardare
e lo parlare – di quella criatura,
che per paura – mi face penare
e dimorare: – tant’è fine e pura.
Tanto è sagia e cortise,
no creco che pensasse,
nè distornasse – di ciò che m’à impromiso.
Da la ria gente aprise
da lor non si stornasse,
che mi tornasse – a danno chi gli ò offiso,
e ben mi à miso – [ . . . -ise]
[ . . . -ise] – in foco, ciò m’è aviso,
che lo bel viso – lo cor m’adivise.
Diviso m’à lo core
e lo corpo à ‘n balìa;
tienmi e mi lia – forte incatenato.
La fiore d’ogne fiore
prego per cortesia,
che più non sia – lo suo detto fallato,
nè disturbato – per inizadore,
nè suo valore – non sia menovato,
nè rabassato – per altro amadore.

Antonio Gramsci – Il Partito Comunista e le agitazioni operaie in corso

Un fremito di lotta percorre le file del proletariato italiano. La massima depressione dell’attività del proletariato è decisamente sorpassata e la lotta di classe va riprendendo il ritmo imponente che aveva prima degli avvenimenti della fine del 1920. L’offensiva capitalistica, il cui inizio si può ravvisare negli episodi del 21 novembre 1920 – un anno addietro – a Bologna, si è andata, nelle sue molteplici forme, scatenando solo dopo che sul morale delle masse aveva avuto il suo malefico influsso la disastrosa politica del Partito socialista e della Confederazione del lavoro, e pur profittando soprattutto degli errori e delle colpe dei dirigenti proletari, non appare essere stata tanto perniciosa quanto questi, se al massimo suo infierire la classe operaia risponde risollevandosi alla combattività di una volta.
Tra il periodo di lotte operaie che la tattica equivoca dei socialisti ha allora sciupato, e quello attuale, vi sono differenze profonde di situazioni e di rapporti di forze. Allora sembrava lasciata agli organismi proletari l’iniziativa dei movimenti e la scelta del programma di conquista, e l’avversario, padronato e Stato, sembrava disorientato e pressoché passivo. Oggi invece è la borghesia con una serie di armi ben temprate che muove contro il proletariato e lo assale sul terreno politico colla reazione e col fascismo, e sul terreno economico colle serrate e le denunzie dei patti di lavoro allora conquistati.
Secondo i socialisti di destra fu una colpa proporsi in quel periodo favorevole obiettivi rivoluzionari troppo grandiosi e irreali e non assicurarsi piú limitate conquiste, nelle quali tuttavia il proletariato si sarebbe saldamente rafforzato. Ma essi non alludono a conquiste economiche, poiché queste in realtà si verificarono su vasta scala, ed evidentemente parlano di un programma politico la cui realizzazione, sul terreno politico, venne impedita dalla conclamata aspirazione alla conquista di tutto il potere alla classe operaia.
Ma costoro non dicono né mostrano quale forma di regime, se non l’integrale possesso della forza statale da parte dei lavoratori, avrebbe garantito il proletariato dal contrattacco borghese. È facile convincersi come, se l’offensiva borghese è derivata dalla reazione al peso che aveva assunto la volontà degli organismi proletari nell’andamento della vita sociale, e dalla coscienza che in corrispondenza a questa influenza apparente non vi era una solida organizzazione di lotta, maggiormente essa si sarebbe scatenata nel caso che le masse avessero appoggiata la loro influenza sociale, non sulla loro organizzazione, ma su ulteriori concessioni ottenute con mezzi pacifici da ipotetici alleati scelti tra la sinistra borghese, sul terreno delle combinazioni parlamentari, o di qualche simulacro di crisi di regime; ora l’unico mezzo, in realtà, di impedire il ritorno offensivo borghese era il disarmo dell’apparato borghese di governo e della borghesia stessa, e la diretta gestione dei poteri e della forza armata da parte del proletariato: ossia la dittatura rivoluzionaria di questo.
Nella situazione odierna, in cui la borghesia tende ad una propria dittatura economica e politica, che lasci immutate le forme del suo regime, ma demolisca i fortilizi della organizzazione operaia e respinga il proletariato alle condizioni di anteguerra e piú indietro ancora, gli esponenti della socialdemocrazia, a cui non può nemmeno reggere il comodo alibi cui rispondevamo or ora, non osano piú formulare alcun programma. Essi sostengono, o piuttosto effettuano, il ripiegamento senza lotta, per non essere costretti ad ammettere la necessità dell’armamento non solo ideale ma anche materiale del proletariato per la lotta di classe, da cui consegue necessariamente il programma del consolidamento di quest’apparato di lotta in un apparato di potere rivoluzionario.
I comunisti invece, coerenti alle accuse che nel «felice» periodo degli anni 1919 e 1920 facevano alla politica dei socialisti di destra, incapace di utilizzare ogni tappa percorsa lottando dal proletariato per la organizzazione delle sue facoltà rivoluzionarie, al di fuori e contro lo Stato borghese, come unica garanzia della difesa di quelle conquiste e della loro integrazione fino alla emancipazione proletaria, i comunisti oggi sostengono che il proletariato deve accettare dalla situazione gli eloquenti insegnamenti di lotta che ne derivano, e deve affrontare i singoli conflitti colle forze avversarie con una visione generale dei suoi compiti che prepari il movimento unico di tutta la classe lavoratrice sul piano rivoluzionario.
Se il considerare come isolate le singole azioni e il vantare la tattica di occupare successivamente e con poco spreco di energia le singole posizioni prendibili, poteva avere un senso nel periodo della avanzata, oggi quel metodo equivale evidentemente all’esporsi a certa disfatta.
I comunisti hanno tracciato il piano di azione proletaria nell’incanalamento di tutte le lotte in un’unica azione del fronte unico dei lavoratori, che abbia come posta tutto il presidio delle conquiste operaie che la offensiva borghese viene ad insidiare. Questo piano si viene tracciando negli stessi avvenimenti, che in modo quasi automatico conducono i lavoratori ad allargare la base dei conflitti, fondendoli con quelli a cui son provocate altre categorie e riunendo rivendicazioni politiche ed economiche.
Mentre questa sintesi degli sforzi è programmaticamente completa nella parola d’ordine del Partito comunista, che deve servire come guida all’azione proletaria, nella realtà ci sono coefficienti che si oppongono alla sua realizzazione, principalissimo tra questi l’atteggiamento dei capi di destra. L’azione verso il fronte unico proletario appare cosí come una doppia lotta: contro la borghesia su fronti determinati dai suoi attacchi e contro i socialdemocratici che impediscono alla organizzazione proletaria di rispondere coll’allargamento del fronte alla tattica borghese, che è di battere successivamente e separatamente le forze operaie.
Il Partito comunista intende in tutta la sua complessità questa situazione, e le difficoltà che si frappongono alla realizzazione della piattaforma di azione unica che esso ha proposta, che culminerebbe nello sciopero generale nazionale, mettendo la lotta su di una via decisamente rivoluzionaria, non lo distolgono dal seguire e dal sostenere tutte le fasi della lotta difensiva proletaria che, sebbene impastoiata dalla dittatura socialdemocratica sulle organizzazioni, volge per successive azioni alla estensione del fronte.
Perciò i comunisti hanno un preciso compito, anche se non si è accettata dai loro avversari la forma di azione che essi ritengono e che è la sola che presenti le vere probabilità di una vittoria proletaria. Essi non si fanno della mancata realizzazione fin dal principio, e da parte di tutte le masse, della loro tattica, una ragione di passività o un alibi per le loro responsabilità; essi sono avantitutto per la lotta, la lotta su due fronti, contro l’aperto avversario borghese e contro il disfattismo interno degli opportunisti.
Quindi il Partito comunista è in prima linea negli esperimenti di azione allargata che oggi si svolgono e che indubbiamente preludono a piú vaste battaglie. È certo che se questi tentativi delle masse falliscono, sarà per effetto dell’influenza dei socialdemocratici che rallentano la diffusione del movimento, e che questi cercheranno di sfruttare le eventuali sconfitte proletarie come conseguenza del metodo dell’estensione dell’azione, mentre sarebbero solo conseguenza di quello della troppo tarda estensione. Ma ciò non toglie che compiendo grandi sforzi non si possa ottenere che anche per questa via, resa meno diretta dalla forza dei disfattisti, si possa costruire l’agguerrimento del proletariato alle lotte supreme rivoluzionarie. Quindi noi siamo, dopo avere bene stabilite tutte le responsabilità, nel pieno della lotta negli scioperi generali della Liguria e della Venezia Giulia; noi domandiamo l’estensione del movimento dei ferrovieri contro l’applicazione dell’art. 56.
Bisogna lottare contro questa situazione per trarre da ogni suo episodio un risultato di esperienze e di allenamenti rivoluzionari, con lo sguardo sempre volto all’obiettivo: azione generale unica di tutti i lavoratori.
Il livello della combattività proletaria andrà crescendo attraverso questi episodi nella misura in cui il Partito comunista sarà giunto a fronteggiare il disfattismo dei gialli. I quali attendono, non meno forse dei borghesi autentici, il rovescio che ripiombi il proletariato nella morta gora della passività e dello sbigottimento.
Ma, dai piú viscidi ai piú cinici nemici del movimento proletario, sembra sentano tutti soffiare ben altro vento: quello della grande tempesta rivoluzionaria.

Antonio Gramsci – Le masse e i capi

La lotta che il Partito comunista ha impegnato per realizzare il fronte unico sindacale contro l’offensiva capitalistica ha avuto il merito di creare il fronte unico di tutti i mandarini sindacali: contro la dittatura del Partito comunista e dell’Esecutivo di Mosca, Armando Borghi si trova d’accordo con Ludovico D’Aragona, Errico Malatesta si trova d’accordo con Giacinto Menotti Serrati, Sbrana e Castrucci si trovano d’accordo con Guarnieri e Colombino. La cosa non fa alcuna meraviglia a noi comunisti. I compagni operai che hanno seguito nell’Ordine Nuovo settimanale la campagna svolta per il movimento dei Consigli di fabbrica ricordano senza dubbio come sia stato da noi previsto anche per l’Italia questo fenomeno che si era già verificato negli altri paesi e poteva quindi già allora essere assunto come universale, come una delle manifestazioni piú caratteristiche dell’attuale periodo storico.
L’organizzazione sindacale, avesse un’etichetta riformista, anarchica o sindacalista, aveva dato luogo al sorgere di tutta una gerarchia di piccoli e grandi capi, le cui note caratteristiche erano specialmente la vanità, la mania di esercitare un potere incontrollato, l’incompetenza, la sfrenata demagogia. La parte piú ridicola e assurda era rappresentata in tutta questa commedia dagli anarchici, i quali tanto piú erano autoritari quanto piú strillavano contro l’autoritarismo, tanto piú sacrificavano la reale volontà delle grandi masse e la fioritura spontanea delle loro tendenze libertarie quanto piú ululavano di volere libertà, autonomia, spontaneità di iniziativa. Specialmente in Italia il movimento sindacale cadde in basso e divenne gazzarra da fiera: ognuno voleva creare il suo «movimento», la sua «organizzazione», la «sua vera unione» dei lavoratori. Borghi rappresentò una ditta brevettata, De Ambris un’altra ditta brevettata, D’Aragona una terza ditta brevettata, Sbrana e Castrucci una quarta ditta brevettata, il capitano Giulietti una quinta ditta brevettata. Tutta questa gente, come è naturale, si manifestava contraria all’ingerenza dei partiti politici nel movimento sindacale, affermava che il sindacato basta a se stesso, che il sindacato è il «vero» nucleo della società futura, che nel sindacato si trovano gli elementi strutturali dell’ordine nuovo economico e politico proletario.
Nell’Ordine Nuovo settimanale noi abbiamo, spregiudicatamente, con metodo libertario, cioè senza lasciarci deviare da preconcetti ideologici (quindi con metodo marxista, dato che Marx è il piú grande libertario apparso nella storia del genere umano) esaminato quale sia la reale natura e la reale struttura del sindacato. Abbiamo cominciato col dimostrare come sia assurdo e puerile sostenere che il sindacato possieda in sé la virtú di superare il capitalismo: il sindacato è obiettivamente nient’altro che una società commerciale, di tipo prettamente capitalistico, la quale tende a realizzare, nell’interesse del proletario, un prezzo massimo per la merce-lavoro e a realizzare il monopolio di questa merce nel campo nazionale e internazionale. Il sindacato si differenzia dal mercantilismo capitalista solo soggettivamente, in quanto, essendo formato e non potendo essere formato che da lavoratori, tende a creare la coscienza nei lavoratori che nell’ambito del sindacalismo è impossibile raggiungere l’autonomia industriale dei produttori, ma che perciò è necessario impadronirsi dello Stato (cioè privare la borghesia del potere di Stato) e servirsi del potere statale per riorganizzare tutto l’apparecchio di produzione e di scambio. Abbiamo poi dimostrato che il sindacato non può essere e non può diventare la cellula della futura società dei produttori. Il sindacato, infatti, si manifesta in due forme: nell’assemblea dei soci e nella burocrazia dirigente. L’assemblea dei soci mai è chiamata a discutere e a deliberare sui problemi della produzione e degli scambi, sui problemi tecnici industriali. Essa è normalmente convocata per discutere e decidere sui rapporti tra imprenditori e manodopera, su problemi cioè che sono propri della società capitalistica e che verranno fondamentalmente trasformati dalla rivoluzione proletaria. La scelta dei funzionari sindacali neppur essa avviene sul terreno della tecnica industriale: un sindacato metallurgico non domanda al candidato funzionario se sia competente nell’industria metallurgica, se sia in grado di amministrare l’industria metallurgica di una città o di una regione e dell’intera nazione; gli domanda semplicemente se sia in grado di sostenere le ragioni degli operai in una controversia, se sia in grado di compilare un memoriale, se sia in grado di tenere un comizio. I sindacalisti francesi della Vie ouvrière hanno, prima della guerra, cercato di creare delle competenze industriali tra i funzionari sindacali: essi hanno promosso tutta una serie di ricerche e di pubblicazioni sull’organizzazione tecnica della produzione (per esempio: come avviene che il cuoio di un bue cinese diventi la scarpa di una cocotte parigina? quale viaggio compie questo cuoio? come sono organizzati i trasporti di questa merce? quante sono le spese del trasporto? come avviene la fabbricazione del «gusto» internazionale per ciò che riguarda gli oggetti di cuoio? ecc.); ma questo tentativo è caduto nel vuoto. Il movimento sindacale, espandendosi, ha creato un corpo di funzionari che è completamente avulso dalle singole industrie e obbedisce a leggi puramente commerciali: un funzionario dei metallurgici passa indifferentemente ai muratori, ai calzolai, ai falegnami; egli non è tenuto a conoscere le condizioni reali tecniche dell’industria, ma solo la legislazione privata che regola i rapporti tra imprenditori e manodopera.
Si può affermare, senza paura di essere smentiti da alcuna dimostrazione sperimentale, che la teoria sindacalista si è ormai rivelata come un ingegnoso castello in aria, costruito da uomini politici i quali odiavano la politica solo perché essa, prima della guerra, significava solo azione parlamentare e compromesso riformistico.
Il movimento sindacale è nient’altro che un movimento politico, i capi sindacali sono nient’altro che leaders politici, i quali giungono alla posizione occupata per aggregazione invece che per elezione democratica. Per molti aspetti i capi sindacali rappresentano un tipo sociale simile al banchiere: un banchiere esperto, che ha un buon colpo d’occhio negli affari, che sa prevedere con una certa esattezza il corso delle borse e dei contratti, accredita il suo istituto, attira i risparmiatori e gli scontisti: un capo sindacale che sa prevedere i risultati possibili nel cozzo delle forze sociali in lotta, attira le masse alla sua organizzazione, diventa un banchiere d’uomini. Da questo punto di vista D’Aragona, in quanto era spalleggiato dal Partito socialista, che si affermava massimalista, fu miglior banchiere di Armando Borghi, emerito confusionario, uomo senza carattere e senza indirizzo politico, merciaiolo da fiera piú che banchiere moderno.
Che la Confederazione del lavoro sia un movimento politico essenzialmente, lo si può vedere dal fatto che la sua massima espansione coincide con la massima espansione del Partito socialista. I capi credono però di potersi infischiare della politica dei partiti, cioè di poter fare una politica personale senza la noia dei controlli e degli obblighi disciplinari. Ed ecco la ragione di questa sommossa tumultuosa dei capi sindacali contro la dittatura del Partito comunista e del famigerato Esecutivo di Mosca. Le masse comprendono istintivamente di essere impotenti a controllare i capi, a imporre ai capi il rispetto alle decisioni delle assemblee e dei congressi: perciò le masse vogliono il controllo di un partito sul movimento sindacale, vogliono che i capi sindacali appartengano a un partito bene organizzato, che abbia un indirizzo preciso, che sia in grado di far rispettare la sua disciplina, che mantenga gli impegni liberamente contratti. La dittatura del Partito comunista non spaventa le masse, perché le masse comprendono che questa terribile dittatura è la massima garanzia della loro libertà, è la massima garanzia contro i tradimenti e gli imbrogli. Il fronte unico che i mandarini sindacali di tutte le scuole sovversive costituiscono contro il Partito comunista dimostra una cosa sola: che il nostro Partito è finalmente diventato il partito delle grandi masse, che esso rappresenta davvero gli interessi permanenti della classe operaia e contadina. Al fronte unico di tutti i ceti borghesi contro il proletariato rivoluzionario corrisponde il fronte unico di tutti i mandarini sindacali contro i comunisti. Giolitti, per debellare gli operai ha fatto la pace con Mussolini e ha dato le armi ai fascisti; Armando Borghi, per non perdere la sua posizione di gran senusso del sindacalismo rivoluzionario, farà l’accordo con D’Aragona, bonzo massimo del riformismo parlamentare.
Quale insegnamento per la classe operaia, che non gli uomini deve seguire, ma i partiti organizzati che ai singoli uomini sappiano imporre disciplina, serietà, rispetto per gli impegni contratti volontariamente!