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Ludovico Ariosto – CINQVE CANTI DI VN NVOVO LIBRO DI M. LODOVICO ARIOSTO, I QVALI SEGVONO LA MATERIA DEL FVRIOSO DI NUOVO MANDATI IN LVCE

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CANTO PRIMO

alfa
Oltre che già Rinaldo e Orlando ucciso
molti in più volte avean de’ lor malvagi,
ben che l’ingiurie fur con saggio aviso
dal re acchetate, e li comun disagi,
e che in quei giorni avea lor tolto il riso
l’ucciso Pinabello e Bertolagi;
nova invidia e nov’odio anco successe,
che Franza e Carlo in gran periglio messe.

beta
Ma prima che di questo altro vi dica,
siate, signor, contento ch’io vi mene
(che ben vi menerò senza fatica)
là dove il Gange ha le dorate arene;
e veder faccia una montagna aprica
che quasi il ciel sopra le spalle tiene,
col gran tempio nel quale ogni quint’anno
l’immortal Fate a far consiglio vanno.

1
Sorge tra il duro Scita e l’Indo molle
un monte che col ciel quasi confina,
e tanto sopra gli altri il giogo estolle,
ch’alla sua nulla altezza s’avicina:
quivi, sul più solingo e fiero colle,
cinto d’orrende balze e di ruina,
siede un tempio, il più bello e meglio adorno
che vegga il Sol, fra quanto gira intorno.

2
Cento braccia è d’altezza, da la prima
cornice misurando insin in terra;
altre cento di là verso la cima
de la cupula d’or ch’in alto il serra:
di giro è dieci tanto, se l’estima
di chi a grand’agio il misurò, non erra:
e un bel cristallo intiero, chiaro e puro,
tutto lo cinge, e gli fa sponda e muro.

3
Ha cento facce, ha cento canti, e quelli
hanno tra l’uno e l’altro uguale ampiezza;
due colonne ogni spigolo, puntelli
de l’alta fronte, e tutte una grossezza;
di cui sono le basi e i capitelli
di quel ricco metal che più s’apprezza;
et esse di smeraldo e di zafiro,
di diamante e rubin splendono in giro.

4
Gli altri ornamenti, chi m’ascolta o legge
può imaginar senza ch’io ’l canti o scriva.
Quivi Demogorgon, che frena e regge
le Fate, e dà lor forza e le ne priva,
per osservata usanza e antica legge,
sempre ch’al lustro ogni quint’anno arriva,
tutte chiama a consiglio, e da l’estreme
parti del mondo le raguna insieme.

5
Quivi s’intende, si ragiona e tratta
di ciò che ben o mal sia loro occorso:
a cui sia danno od altra ingiuria fatta,
non vien consiglio manco né soccorso:
se contesa è tra lor, tosto s’adatta,
e tornar fassi adietro ogni trascorso;
sì che si trovan sempre tutte unite
contra ogn’altro di fuor, con ch’abbian lite.

6
Venuto l’anno e ’l giorno che raccorre
si denno insieme al quinquennal consiglio,
chi da l’Ibero e chi da l’Indo corre,
chi da l’Ircano e chi dal Mar Vermiglio;
senza frenar cavallo e senza porre
giovenchi al giogo, e senza oprar naviglio,
dispregiando venian per l’aria oscura
ogni uso umano, ogni opra di natura.

7
Portate alcune in gran navi di vetro,
dai fier demoni cento volte e cento
con mantici soffiar si facean dietro,
che mai non fu per l’aria il maggior vento.
Altre, come al contrasto di san Pietro
tentò in suo danno il Mago, onde fu spento,
veniano in collo alli angeli infernali:
alcune, come Dedalo, avean l’ali.

8
Chi d’oro, e chi d’argento, e chi si fece
di varie gemme una lettica adorna;
portàvane alcuna otto, alcuna diece
de lo stuol che sparir suol quando aggiorna,
ch’erano tutti più neri che pece,
con piedi strani, e lunghe code, e corna;
pegasi, griffi et altri uccei bizarri
molte traean sopra volanti carri.

9
Queste, ch’or Fate, e da li antichi fòro
già dette Ninfe e Dee con più bel nome,
di precïose gemme e di molto oro
ornate per le vesti e per le chiome,
s’appresentar all’alto concistoro,
con bella compagnia, con ricche some,
studiando ognuna ch’altra non l’avanzi
di più ornamenti o d’esser giunta innanzi.

10
Sola Morgana, come l’altre volte,
né ben ornata v’arrivò né in fretta;
ma quando tutte l’altre eran raccolte,
e già più d’una cosa aveano detta,
mesta, con chiome rabuffate e sciolte,
alfin comparve squalida e negletta,
nel medesmo vestir ch’ella avea quando
le diè la caccia, e poi la prese, Orlando.

11
Con atti mesti il gran collegio inchina,
e si ripon nel luogo più di sotto;
e, come fissa in pensier alto, china
la fronte e gli occhi a terra, e non fa motto.
Tacendo l’altre di stupor, fu Alcina
prima a parlar, ma non così di botto;
ch’una o due volte gli occhi intorno volse,
e poi la lingua a tai parole sciolse:

12
— Poi che da forza temeraria astretta,
non può senza pergiur costei dolerse,
né dimandar né procacciar vendetta
de l’onta ria che già più dì sofferse;
quel ch’ella non può far, far a noi spetta,
ché le occorrenze prospere e l’avverse
convien ch’abbiam communi; e si proveggia
di vendicarla, ancor ch’ella nol chieggia.

13
Non accade ch’io narri e come e quando
(perché la cosa a tutto il mondo è piana)
e quante volte e in quanti modi Orlando,
con commune onta, offeso abbia Morgana;
da la prima fïata incominciando
che ’l drago e i tori uccise alla fontana,
fin che le tolse poi Gigliante il biondo,
ch’amava più di ciò ch’ella avea al mondo.

14
Dico di quel che non sapete forse;
e s’alcuna lo sa, tutte nol sanno:
più che l’altre soll’io, perché m’occorse
gire al suo lago quel medesimo anno:
alcune sue (ma ben non se n’accorse
Morgana) raccontato il tutto m’hanno.
A me ch’a punto il so, sta ben ch’io ’l dica,
tanto più che le son sorella e amica.

15
A me convien meglio chiarirvi quella
parte, che dianzi io vi dicea confusa.
Poi che Orlando ebbe preso mia sorella,
rubbata, afflitta e in ogni via delusa,
di tormentarla non cessò, fin ch’ella
non gli fe’ il giuramento il qual non s’usa
tra noi mai violar; né ci soccorre
il dir che forza altrui cel faccia tòrre.

16
Non è particolare e non è sola
di lei l’ingiuria, anzi appartien a tutte;
e quando fosse ancora di lei sola,
debbiamo unirsi a vendicarla tutte,
e non lasciarla ingiurïata sola;
ché siam compagne e siam sorelle tutte;
e quando anco ella il nieghi con la bocca,
quel che ’l cor vuol considerar ci tocca.

17
Se toleriam l’ingiuria, oltra che segno
mostriam di debolezza o di viltade,
et oltra che si tronca al nostro regno
il nervo principal, la maiestade,
facciam ch’osin di nuovo, e che disegno
di farci peggio in altri animo cade:
ma chi fa sua vendetta, oltra che offende
chi offeso l’ha, da molti si difende. —

18
E seguitò parlando, e disponendo
le Fate a vendicar il commun scorno:
che s’io volessi il tutto ir raccogliendo,
non avrei da far altro tutto un giorno.
Che non facesse questo, non contendo,
per Morgana e per l’altre ch’avea intorno;
ma ben dirò che più il proprio interesse,
che di Morgana o d’altre, la movesse.

19
Levarsi Alcina non potea dal core
che le fosse Ruggier così fuggito:
né so se da più sdegno o da più amore
le fosse il cor la notte e ’l dì assalito;
e tanto era più grave il suo dolore,
quanto men lo potea dir espedito,
perché del danno che patito avea
era la fata Logistilla rea.

20
Né potuto ella avria, senza accusarla,
del ricevuto oltraggio far doglianza;
ma perch’ivi di liti non si parla
che sia tra lor, né se n’ha ricordanza,
parlò de l’onta di Morgana, e farla
vendicar procacciò con ogn’instanza;
che senza dir di sé, ben vede ch’ella
fa per sé ancor, se fa per la sorella.

21
Ella dicea che, come universale
biasmo di lor son di Morgana l’onte,
far se ne debbe ancor vendetta tale
che sol non abbia da patirne il Conte,
ma che n’abbassi ognun che sotto l’ale
de l’aquila superba alzi la fronte:
propone ella così, così disegna,
perché Ruggier di nuovo in sua man vegna.

22
Sapeva ben che fatto era cristiano,
fatto baron e paladin di Carlo;
ché se fosse, qual dianzi era, pagano,
miglior speranza avria di ricovrarlo;
ma poi che armato era di fede, in vano
senza l’aiuto altrui potria tentarlo;
ché, se sola da sé vuol farli offesa,
gli vede appresso troppo gran difesa.

23
Per questo avea fier odio, acerbo isdegno,
inimicizia dura e rabbia ardente
contra re Carlo e ogni baron del regno,
contra i populi tutti di Ponente;
parendo lei che troppo al suo disegno
lor bontà fosse avversa e renitente;
né sperar può che mai Ruggier s’opprima,
se non distrugge Carlo o insieme o prima.

24
Odia l’imperator, odia il nipote,
ch’era l’altra colonna a tener ritto,
sì che tra lor Ruggier cader non puote,
né da forza d’incanto essere afflitto.
Parlato ch’ebbe Alcina, né ancor vòte
restar d’udir l’orecchie altro delitto:
ché Fallerina pianse il drago morto
e la distruzion del suo bell’orto.

25
Poi ch’ebbe acconciamente Fallerina
detto il suo danno e chiestone vendetta,
entrò l’aringo e tenel Dragontina,
fin che tutt’ebbe la sua causa detta;
e quivi raccontò l’alta rapina
ch’Astolfo et alcun altro di sua setta
fatto le avea dentro alle proprie case
de’ suoi prigion, sì ch’un non vi rimase.

26
Poi l’Aquilina e poi la Silvanella,
poi la Montana e poi quella dal Corso;
la fata Bianca, e la Bruna sorella,
et una a cui tese le reti Borso;
poi Griffonetta, e poi questa e poi quella
(ché far di tutte io non potrei discorso)
dolendosi venian, chi d’Oliviero,
chi del figlio d’Amon e chi d’Uggiero;

27
chi di Dudone e chi di Brandimarte,
quand’era vivo, e chi di Carlo istesso.
Tutti chi in una e chi in un’altra parte
avean lor fatto danno e oltraggio espresso,
rotti gli incanti e disprezzata l’arte
a cui natura e il ciel talora ha cesso:
a pena d’ogni cento trovavi una
che non avesse avuto ingiuria alcuna.

28
Quelle che da dolersi per se stesse
non hanno, sì de l’altre il mal lor pesa,
che non men che sia suo proprio interesse
si duol ciascuna e se ne chiama offesa:
non eran per patir che si dicesse
che l’arte lor non possa far difesa
contra le forze e gli animi arroganti
de’ paladini e cavallieri erranti.

29
Tutte per questo (eccettüando solo
Morgana, ch’avea fatto il giuramento
che mai né a viso aperto né con dolo
procacceria ad Orlando nocumento),
quante ne son fra l’uno e l’altro polo,
fra quanto il sol riscalda e affredda il vento,
tutte approvar quel ch’avea Alcina detto,
e tutte instar che se gli desse effetto.

30
Poi che Demogorgon, principe saggio,
del gran Consiglio udì tutto il lamento,
disse: — Se dunque è general l’oltraggio,
alla vendetta general consento;
che sia Orlando, sia Carlo, sia il lignaggio
di Francia, sia tutto l’Imperio spento;
e non rimanga segno né vestigi,
né pur si sappia dir: «Qui fu Parigi». —

31
Come nei casi perigliosi spesso
Roma e l’altre republiche fatt’hanno,
c’hanno il poter di molti a un solo cesso,
che faccia sì che non patiscan danno;
così quivi ad Alcina fu commesso
che pensasse qual forza o qual inganno
si avesse a usar; ch’ognuna d’esse presta
avria in aiuto ad ogni sua richiesta.

32
Come chi tardi i suo’ denar dispensa,
né d’ogni compra tosto si compiace,
cerca tre volte e più tutta la Sensa,
e va mirando in ogni lato, e tace;
si ferma alfin dove ritrova immensa
copia di quel ch’al suo bisogno face,
e quivi or questa or quella cosa volve,
cento ne piglia, e ancor non si risolve:

33
questa mette da parte e quella lassa,
e quella che lasciò di nuovo piglia;
poi la rifiuta et ad un’altra passa;
muta e rimuta, e ad una alfin s’appiglia:
così d’alti pensieri una gran massa
rivolge Alcina, e lenta si consiglia;
per cento strade col pensier discorre,
né sa veder ancor dove si porre.

34
Dopo molto girar, si ferma alfine,
e le par che l’Invidia esser dea quella
che l’alto Impero occidental ruine;
faccia ch’a punto sia come s’appella;
ma di chi dar più tosto l’intestine
a roder debba a questa peste fella,
non sa veder, né che piaccia più al gusto
creda di lei, che ’l cor di Gano ingiusto.

35
Stato era grande appresso a Carlo Gano
un tempo sì, che alcun non gli iva al paro;
poi con Astolfo quel di Mont’Albano,
Orlando e gli altri che virtù mostraro
contra Marsiglio e contra il re africano,
fér sì che tanta altezza gli levaro;
onde il meschin, che di fumo e di vento
tutto era gonfio, vivea mal contento.

36
Gano superbo, livido e maligno
tutti i grandi appo Carlo odiava a morte;
non potea alcun veder, che senza ordigno,
senza opra sua si fosse acconcio in corte:
sì ben con umil voce e falso ghigno
sapea finger bontade, et ogni sorte
usar d’ippocrisia, che chi i costumi
suoi non sapea, gli porria a’ piedi i lumi.

37
Poi, quando si trovava appresso a Carlo
(ché tempo fu ch’era ogni giorno seco),
rodea nascosamente come tarlo,
dava mazzate a questo e a quel da cieco:
sì raro dicea il vero, e sì offuscarlo
sapea, che da lui vinto era ogni Greco.
Giudicò Alcina, com’io dissi, degno
cibo all’Invidia il cor di vizi pregno.

38
Fra i monti inaccessibili d’Imavo,
che ’l ciel sembran tener sopra le spalle,
fra le perpetue nevi e ’l ghiaccio ignavo
discende una profonda e oscura valle
donde da un antro orribilmente cavo
all’Inferno si va per dritto calle:
e questa è l’una de le sette porte
che conducono al regno de la Morte.

39
Le vie, l’entrate principal son sette,
per cui l’anime van dritto all’Inferno;
altre ne son, ma tòrte, lunghe e strette,
come quella di Tenaro e d’Averno:
questa de le più usate una si mette,
di che la infame Invidia have il governo:
a questo fondo orribile si cala
sùbito Alcina, e non vi adopra scala.

40
S’accosta alla spelunca spaventosa,
e percuote a gran colpo con un’asta
quella ferrata porta, mezzo rósa
da’ tarli e da la rugine più guasta.
L’Invidia, che di carne venenosa
allora si pascea d’una cerasta,
levò la bocca alla percossa grande
da le amare e pestifere vivande.

41
E di cento ministri ch’avea intorno,
mandò senza tardar uno alla porta;
che, conosciuta Alcina, fa ritorno
e di lei nuova indietro le rapporta.
Quella pigra si leva, e contra il giorno
le vien incontra, e lascia l’aria morta;
ché ’l nome de le Fate sin al fondo
si fa temer del tenebroso mondo.

42
Tosto che vide Alcina così ornata
d’oro e di seta e di ricami gai
(ché riccamente era vestir usata,
né si lasciò non culta veder mai),
con guardatura oscura e avenenata
gli lividi occhi alzò, piena di guai;
e féro il cor dolente manifesto
i sospiri ch’uscian dal petto mesto.

43
Pallido più che bosso, e magro e afflitto,
arido e secco ha il dispiacevol viso;
l’occhio, che mirar mai non può diritto;
la bocca, dove mai non entra riso,
se non quando alcun sente esser proscritto,
del stato espulso, tormentato e ucciso
(altrimenti non par ch’unqua s’allegri);
ha lunghi i denti, rugginosi e negri.

44
— O delli imperatori imperatrice, —
cominciò Alcina — o de li re regina,
o de’ principi invitti domitrice,
o de’ Persi e Macedoni ruina,
o del romano e greco orgoglio ultrice,
o gloria a cui null’altra s’avicina,
né serà mai per appressarsi s’anco
il fasto levi all’alto Impero franco;

45
una vil gente che fuggì da Troia
sin all’alte paludi de la Tana,
dove ai vicini così venne a noia
che la spinser da sé tosto lontana;
e quindi ancora in ripa alla Danoia
cacciata fu da l’aquila romana;
et indi al Reno, ove in discorso d’anni
entrò con arte in Francia e con inganni:

46
dove aiutando or questo or quel vicino
incontra agli altri, e poi, con altro aiuto,
questi ch’ora gli avea dato il domino
scacciando, a parte a parte ha il tutto avuto,
finché il nome regal levò Pipino
al suo signor, poco all’incontro astuto.
Or Carlo suo figliuol l’Imperio regge,
e dà all’Europa e a tutto il mondo legge.

47
Puoi tu patir che la già tante volte
di terra in terra discacciata gente,
a cui le sedie or questi or quelli han tolte,
né lasciato in riposo lungamente;
puoi tu patir ch’or signoreggi molte
provincie, e freni omai tutto ’l Ponente,
e che da l’Indo all’onde maure estreme
la terra e il mar al suo gran nome treme?

48
Alle mortal grandezze un certo fine
ha Dio prescritto, a cui si può salire;
che, passandol, serian come divine,
il che natura o il ciel non può patire;
ma vuol che giunto a quel, poi si decline.
A quello è giunto Carlo, se tu mire.
Or questa ogni tua gloria antiqua passa,
se tanta altezza per tua man s’abbassa. —

49
E seguitò mostrando altra cagione
ch’avea di farlo, e mostrò insieme il modo;
però ch’avria un gran mezo, Ganelone,
d’ogni inganno capace e d’ogni frodo:
poi le soggiunse che d’obligazione,
facendol, le porrebbe al cor un nodo
in suoi servigi sì tenace e forte,
che non lo potria sciòrre altro che morte.

50
Al detto de la fata, brevemente
diè l’Invidia risposta, che farebbe.
Gli suoi ministri ha separatamente,
che ciascun sa per sé quel che far debbe:
tutti hanno impresa di tentar la gente;
ognun guadagnar anime vorrebbe:
stimula altri i signori, altri i plebei;
chi fa gli vecchi e chi i fanciulli rei.

51
E chi gli cortigiani e chi gli amanti,
e chi gli monachetti e i loro abbati:
quei che le donne tentano son tanti,
che seriano a fatica noverati.
Ella venir se li fe’ tutti innanti,
e poi che ad un ad un gli ebbe mirati,
stimò sé sola a sì importante effetto
sufficïente, e ciascun altro inetto.

52
E de’ suoi brutti serpi venenosi
fatto una scelta, in Francia corre in fretta,
e giunger mira in tempo ch’ai focosi
destrieri il fren la bionda Aurora metta,
allor ch’i sogni men son fabulosi,
e nascer veritade se n’aspetta:
con nuovo abito quivi e nuove larve
al conte di Maganza in sogno apparve.

53
Le fantastiche forme seco tolto
l’Invidia avendo, apparve in sogno a Gano;
e gli fece veder tutto raccolto
in larga piazza il gran popul cristiano,
che gli occhi lieti avea fissi nel volto
d’Orlando e del signor di Mont’Albano,
ch’in veste trionfal, cinti d’alloro,
sopra un carro venian di gemme e d’oro.

54
Tutta la nobiltà di Chiaramonte
sopra bianchi destrier lor venìa intorno:
ognun di lauro coronar la fronte,
ognun vedea di spoglie ostili adorno;
e la turba con voci a lodar pronte
gli parea udir, che benediva il giorno
che, per far Carlo a null’altro secondo,
la valorosa stirpe venne al mondo.

55
Poi di veder il populo gli è aviso,
che si rivolga a lui con grand’oltraggio,
e dir si senta molta ingiuria in viso,
e codardo nomar, senza coraggio;
e con batter di man, sibilo e riso,
s’oda beffar con tutto il suo lignaggio;
né quei di Chiaramonte aver più loda,
che gli suoi biasmo, par che vegga et oda.

56
In questa visïon l’Invidia il core
con man gli tocca più fredda che neve;
e tanto spira in lui del suo furore,
che ’l petto più capir non può, né deve.
Al cor pon delle serpi la piggiore,
un’altra onde l’udita si riceve,
la terza agli occhi; onde di ciò che pensa,
di ciò che vede et ode ha doglia immensa.

57
De l’aureo albergo essendo il Sol già uscito,
lasciò la visïone e il sonno Gano,
tutto pien di dolor dove sentito
toccar s’avea con la gelata mano.
Ciò che vide dormendo gli è scolpito
già ne la mente, e non l’estima vano;
non false illusïon, ma cose vere
gli par che gli abbia Dio fatto vedere.

58
Da quell’ora il meschin mai più riposo
non ritrovò, non ritrovò più pace:
da l’occulto venen il cor gli è roso,
che notte e giorno sospirar lo face:
gli par che liberale e grazïoso
sia a tutti gli altri, et a nessun tenace,
se non a’ Maganzesi, il re di Francia;
fuor che la lor premiata abbia ogni lancia.

59
Già fuor di tende, fuor de padiglioni
in Parigi tornata era la corte,
avendo Carlo i principi e baroni
e tutti i forestier di miglior sorte
fatto, con gran proferte e ricchi doni,
contenti accompagnar fuor de le porte;
e tra’ più arditi cavallier del mondo
stava a goder il suo stato giocondo.

60
E come saggio padre di famiglia
la sera dopo le fatiche a mensa
tra gli operari con ridenti ciglia
le giuste parti a questo e a quel dispensa;
così, poi che di Libia e di Castiglia
spentasi intorno avea la face accensa,
rendea a signori e cavallieri merto
di quanto in armi avean per lui sofferto.

61
A chi collane d’oro, a chi vasella
dava d’argento, a chi gemme di pregio;
cittadi aveano alcuni, altri castella:
ordine alcun non fu, non fu collegio,
borgo, villa né tempio né capella,
che non sentisse il beneficio regio:
e per dieci anni fe’ tutte le genti
ch’avean patito dai tributi esenti.

62
A Rinaldo il governo di Guascogna
diede, e pension di molti mila franchi;
tre castella a Olivier donò in Borgogna,
che del suo antiquo stato erano a’ fianchi;
donò ad Astolfo in Picardia Bologna;
non vi dirò ch’al suo nipote manchi:
diede al nipote principe d’Anglante
Fiandra in governo, e donò Bruggia e Guante;

63
e promesse lo scettro e la corona,
poi che n’avesse il re Marsiglio spinto,
del regno di Navara e di Aragona,
la qual impresa allor era in procinto.
Ebbe la figlia d’Amon di Dordona
da quello del fratel dono distinto:
le diè Carlo in dominio quel che darle
in governo solea: Marsiglia et Arle.

64
In somma, ogni guerrier d’alta virtute,
chi città, chi castella ebbe, e chi ville.
A Marfisa e a Ruggier fur provedute
larghe provisïoni a mille a mille.
Se da lo imperator le grazie avute
tutte ho a notar, farò troppe postille:
nessun, vi dico, o in commune o in privato, .
partì da lui che non fosse premiato.

65
Né feudi nominando né livelli,
fur senza obligo alcun liberi i doni;
acciò il non sciorre i canoni di quelli
o non ne tòrre a’ tempi investigioni,
potesse gli lor figli o gli fratelli,
gli eredi far cader di sue ragioni:
liberi furo e veri doni, e degni
d’un re che degno era d’imperio e regni.

66
Or, sopra gli altri, quei di Chiaramonte
nei real doni avean tanto vantaggio,
che sospirar facean dì e notte il conte
Gan di Maganza, e tutto il suo lignaggio:
come gli onori d’un fossero l’onte
de l’altra parte, lor pungea il coraggio;
e questa invidia all’odio, e l’odio all’ira,
e l’ira alfine al tradimento il tira.

67
E perché, d’astio e di veneno pregno,
potea nasconder mal il suo dispetto,
e non potea non dimostrar lo sdegno
che contra il re per questo avea concetto;
e non men per fornir alcun disegno
ch’in parte ordito, in parte avea nel petto,
finse aver voto, e ne sparse la voce,
d’ire al Sepolcro e al monte della Croce:

68
et era il suo pensiero ire in Levante
a ritrovar il calife d’Egitto,
col re de la Soria poco distante;
e più sicuro a bocca che per scritto
trattar con essi, che le terre sante
dove Dio visse in carne e fu traffitto,
o per fraude o per forza da le mani
fosser tolte e dal scettro de’ Cristiani.

69
Indi andar in Arabia avea disposto,
e far scender quei populi all’acquisto
d’Africa, mentre Carlo era discosto,
e di gente il paese mal provisto.
Già inanzi la partita avea composto
che Desiderio al vicario di Cristo,
Tassillo a Francia, e a Scozia e ad Inghelterra
avesse il re di Dazia a romper guerra;

70
e che Marsilio armasse in Catalogna,
e scendesse in Provenza e in Acquamorta,
e con un altro esercito in Guascogna
corresse a Mont’Alban fin su la porta;
egli Maganza, Basilea, Cologna,
Costanza et Aquisgrana, che più importa,
promettea far ribelle a Carlo, e in meno
d’un mese tòrli ogni città del Reno.

71
Or fattasi fornir una galea
di vettovaglia, d’armi e di compagni,
poi che licenza dal re tolto avea
uscì del porto e dei sicuri stagni.
Restar a dietro, anzi fuggir parea
il lito, et occultar tutti i vivagni:
indi l’Alpe a sinistra apparea lunge,
ch’Italia in van da’ Barbari disgiunge;

72
indi i monti Ligustici, e riviera
che con aranzi e sempre verdi mirti
quasi avendo perpetua primavera,
sparge per l’aria i bene olenti spirti.
Volendo il legno in porto ir una sera
(in qual a punto io non saprei ben dirti),
ebbe un vento da terra in modo all’orza
ch’in mezo il mar lo fe’ tornar per forza.

73
Il vento tra maestro e tramontana,
con timor grande e con maggior periglio,
tra l’oriente e mezodì allontana
sei dì senza allentarsi unqua il naviglio.
Fermòssi al fine ad una spiaggia strana,
tratto da forza più che da consiglio,
dove un miglio discosto da l’arena
d’antique palme era una selva amena:

74
che per mezo da un’acqua era partita
di chiaro fiumicel, fresco e giocondo,
che l’una e l’altra proda avea fiorita
dei più soavi odor che siano al mondo.
Era di là dal bosco una salita
d’un picciol monticel quasi rotondo,
sì facile a montar, che prima il piede
d’aver salito, che salir si vede.

75
D’odoriferi cedri era il bel colle
con maestrevole ordine distinto;
la cui bell’ombra al sol sì i raggi tolle,
ch’al mezodì dal rezzo è il calor vinto.
Ricco d’intagli, e di soave e molle
getto di bronzo, e in parti assai dipinto,
un lungo muro in cima lo circonda,
d’un alto e signoril palazzo sponda.

76
Gano, che di natura era bramoso
di cose nuove, e dal bisogno astretto
(che già tutto il biscotto aveano roso),
de’ suoi compagni avendo alcuno eletto,
si mise a caminar pel bosco ombroso,
tra via prendendo d’ascoltar diletto
da’ rugiadosi rami d’arbuscelli
il piacevol cantar de’ vaghi augelli.

77
Tosto ch’egli dal mar si pose in via
e fu scoperto dal luogo eminente,
diversa e soavissima armonia
da l’alta casa insino al lito sente:
non molto va, che bella compagnia
truova di donne, e dietro alcun sergente
che palafreni vuoti avean con loro,
altri di seta, altri guarniti d’oro;

78
che con cortesi e belli inviti fenno
Gano salir, e chi venìa con lui.
Con pochi passi fine alla via denno
le donne e i cavallieri, a dui a dui.
L’oro di Creso, l’artificio e ’l senno
d’Alberto, di Bramanti, di Vitrui,
non potrebbono far, con tutto l’agio
di ducent’anni, un così bel palagio.

79
E dai demoni tutto in una notte
lo fece far Gloricia incantatrice,
ch’avea l’esempio nelle idee incorrotte
d’un che Vulcano aver fatto si dice;
del qual restaro poi le mura rotte
quel dì che Lenno fu da la radice
svelta, e gettata con Cipro e con Delo
dai figli de la Terra incontra il cielo.

80
Tenea Gloricia splendida e gran corte,
non men ricca d’Alcina o di Morgana;
né men d’esse era dotta in ogni sorte
d’incantamenti inusitata e strana;
ma non, com’esse, pertinace e forte
ne l’altrui ingiurie, anzi cortese e umana,
né potea al mondo aver maggior diletto
che onorar questo e quel nel suo bel tetto.

81
Sempre ella tenea gente alla veletta,
a’ porti et all’uscita de le strade,
che con inviti i pellegrini alletta
venir a lei da tutte le contrade.
Con gran splendor il suo palazzo accetta
poveri e ricchi e d’ogni qualitade;
e il cor de’ viandanti con tai modi
nel suo amor lega d’insolubil nodi.

82
E come avea di accarezar usanza
e di dar a ciascun debito onore,
fece accoglienza al conte di Maganza
Gloricia, quanto far potea maggiore;
e tanto più, che ben sapea ad instanza
d’Alcina esser qui giunto il traditore:
ben sapeva ella, ch’avea Alcina ordito
che capitasse Gano a questo lito.

83
Ell’era stata in India al gran Consiglio
dove l’alto esterminio fu concluso
d’ogni guerriero ubidïente al figlio
del re Pipino; e nessun era escluso,
eccetto il Maganzese, il cui consiglio,
il cui favor stimar atto a quell’uso:
dunque, a lui le accoglienze e’ modi grati
che quivi gli altri avean, fur radoppiati.

84
Gloricia Gano, com’era commesso
da chi fatto l’avea cacciar dai venti,
acciò quindi ad Alcina sia rimesso
tra’Sciti e l’Indi ai suoi regni opulenti,
fa la notte pigliar nel sonno oppresso,
e gli compagni insieme e gli sergenti.
Così far quivi agli altri non si suole,
ma dar questo vantaggio a Gano vuole.

85
E benché, più che onor, biasmo si tegna
pigliar in casa sua ch’in lei si fida,
et a Gloricia tanto men convegna,
che fa del suo splendor sparger le grida;
pur non le par che questo il suo onor spegna:
ché tòrre al ladro e uccider l’omicida,
tradir il traditor, ha degni esempi,
ch’anco si pon lodar, secondo i tempi.

86
Quando dormia la notte più suave,
Gano e i compagni suoi tutti fur presi,
e serrati in un ceppo duro e grave,
l’un presso all’altro, trenta Maganzesi.
Gloricia in terra disegnò una nave
capace e grande con tutt’i suo’ arnesi,
e fece gli pregion legare in quella,
sotto la guardia d’una sua donzella.

87
Sparge le chiome, e qua e là si volve
tre volte e più, fin che mirabilmente
la nave ivi dipinta ne la polve
da terra si levò tutta ugualmente.
La vela al vento la donzella solve,
per incanto allor nata parimente;
e verso il ciel ne va, come per l’onda
suol ir nocchier che l’aura abbia seconda.

88
Gano e i compagni, che per l’aria tratti
da terra si vedean tanto lontani,
com’assassini istranamente attratti
nel lungo ceppo per piedi e per mani,
tremando di paura, e stupefatti
di maraviglia de’ lor casi strani,
volavan per Levante in sì gran fretta
che non gli avrebbe giunti una saetta.

89
Lasciando Ptolomaide e Berenice
e tutt’Africa dietro, e poi l’Egitto,
e la Deserta Arabia e la Felice,
sopra il mar Eritreo fecion traghitto.
Tra Persi e Medi, e là dove si dice
Batra, passan, tenendo il corso dritto
tuttavia fra orïente e tramontana,
e lascian Casia a dietro e Sericana.

90
E sì come veduti eran da molti,
di sé davano a molti maraviglia:
facean tener levati al cielo i volti
con occhi immoti e con arcate ciglia.
Vedendoli passar alcuni stolti
da terra alti lo spazio di due miglia,
e non potendo ben scorgere i visi,
ebbon di lor diversi e strani avisi.

91
Alcuni imaginar che di Carone,
lo nocchiero infernal, fosse la barca,
che d’anime dannate a perdizione
alla via di Cocito andasse carca.
Altri diceano, d’altra opinïone:
— Questa è la santa nave ch’al ciel varca,
che Pietro tol da Roma, acciò ne l’onde
di stupri e simonie non si profonde. —

92
Et altra cosa altri dicean dal vero
molto diversa e senza fin remota.
Passava intanto il navilio leggiero
per la contrada a’ nostri poco nota,
fra l’India avendo e Tartaria il sentiero,
quella di città piena e questa vuota,
fin che fu sopra la bella marina
ch’ondeggia intorno all’isola d’Alcina.

93
Ne la città d’Alcina, nel palagio,
dentro alle logge la donzella pose
la nave, e tutti li prigioni adagio,
e l’ambasciata di Gloricia espose.
Nei ceppi, come stavano, a disagio
Alcina in una torre al sol ascose
i Maganzesi, avendo riferite
del dono a chi ’l donò grazie infinite.

94
La sera fuor di carcere poi Gano
fe’ a sé condurre, e a ragionare il messe
de lo stato di Francia e del romano,
di quel che Orlando e che Ruggier facesse.
Ebbe l’astuto conte chiaro e piano
quanto la donna Carlo in odio avesse,
Ruggiero, Orlando e gli altri; e tosto prese
l’util partito, et a salvarsi attese.

95
— S’aver, donna, volete ognun nimico, —
disse — che de la corte sia di Carlo,
me in odio avrete ancora, ché ’l mio antico
seggio è tra’ Franchi, e non potrei negarlo;
ma se più tosto odiate chi gli è amico
e di sua volontà vuol seguitarlo,
me non avrete in odio, ch’io non l’amo,
ma il danno e biasmo suo più di voi bramo.

96
E s’ebbe alcun mai da bramar vendetta
di tiranno che gli abbia fatt’oltraggio,
bramar di Carlo e di tutta sua setta
vendetta inanzi a tutti i sudditi aggio;
come di re da cui sempre negletta
la gloria fu di tutto il mio lignaggio,
e che, per sempre al cor tenermi un telo,
con favor alza i miei nimici al cielo.

97
Il mio figliastro Orlando, che mia morte
procurò sempre e ad altro non aspira,
contra me mille volte ha fatto forte;
per lui m’ha mille volte avuto in ira:
Rinaldo, Astolfo et ogni suo consorte
di giorno in giorno a maggior grado tira;
tal che sicuro, per lor gran possanza,
non che in corte non son, ma né in Maganza.

98
Or, per maggior mio scorno, un fuggitivo
del sfortunato figlio di Troiano,
Ruggier, che m’ha un fratel di vita privo
et un nipote con la propria mano,
tiene in più onor che mai non fu Gradivo
Marte tenuto dal popul romano:
tal che levato indi mi son, con tutto
il sangue mio, per non restar distrutto.

99
Se me e quest’altri ch’avete qui meco,
che sono il fior di casa da Pontiero,
uccidete o dannate a carcer cieco,
di perpetuo timor sciolto è l’Impero;
ch’ogni nimico suo ch’abbia noi seco
per noi può entrar in Francia di leggiero;
ché ci avemo la parte in ogni terra,
fortezze e porti e luoghi atti a far guerra. —

100
E seguitò il parlar astuto e pieno
di gran malizia, sempre mai toccando
quel che vedea di gaudio empirle il seno,
che le vuol dar Ruggier preso et Orlando.
Alcina ascolta, e ben nota il veleno
che l’Invidia in lui sparse ir lavorando:
commanda allora allora che sia sciolto,
e sia con tutti i suoi di prigion tolto.

101
Volse che poi le promettesse Gano,
con giuramenti stretti e d’orror pieni,
di non cessar, fin che legato in mano
Ruggier col suo figliastro non le meni:
ma, per poter non darli impresa in vano,
oltr’oro e gemme e aiuti altri terreni
promise ella all’incontro di far quanto
potea sopra natura oprar l’incanto.

102
E gli diè ne la gemma d’uno anello
un di quei spirti che chiamiam folletti,
che gli ubedisca, e così possa avello
com’un suo servitor de’ più soggetti:
Vertunno è il nome, che in fiera, in ucello,
in uomo, in donna e in tutti gli altri aspetti,
in un sasso, in un’erba, in una fonte
mutar vedrete in un chinar di fronte.

103
Or perché Malagigi non aiuti,
com’altre volte ha fatto, i Paladini,
gli spiriti infernal tutti fe’ muti,
gli terrestri, gli aérii e gli marini;
eccetto alcuni pochi c’ha tenuti
per uso suo, non franchi né latini,
ma di lingua dagli altri sì rimota
ch’a nigromante alcun non era nota.

104
Quel ch’alla fata il traditor promise,
promiser gli altri ancor ch’eran con lui.
Fermato il patto, Gano si rimise
nel fantastico legno con gli sui.
Il vento, come Alcina gli commise,
fra i lucidi Indi e gli Cimerii bui
soffiando, ferì in guisa ne l’antenna,
ch’in aria alzò la nave come penna.

105
Né, men che ratto, lo portò quïeto
per la medesma via che venut’era;
sì che, fra spazio di sett’ore, lieto
si ritrovò ne la sua barca vera,
di pan, di vin, di carne e infin d’aceto
fornita e d’insalata per la sera:
fe’ dar le vele al vento, e venne a filo
ad imboccar sott’Alessandria il Nilo.

106
E già da l’armiraglio avendo avuto
salvocondotto, al Cairo andò diritto,
con duo compagni, in un legno minuto,
secretamente, e in abito di Egitto.
Dal calife per Gano conosciuto,
ché molte volte inanzi s’avean scritto,
fu di carezze sì pieno e d’onore,
che ne scoppiò quasi il ventoso core.

107
In questo mezo che l’Invidia ascosa
il traditor rodea di chi io vi parlo,
come l’altrui bontà fu da lui rosa,
ché poco dianzi il simigliavo a un tarlo;
ira, odio, sdegno, amor facea angosciosa
Alcina, e un fier disio di strugger Carlo;
e quanto più credea di farlo in breve,
tant’ogn’indugio le parea più greve.

108
Il conte di Pontier le avea narrato
che, prima che di Francia si partisse,
da lui fu Desiderio confortato,
per ambasciate e lettere che scrisse,
che con Tedeschi et Ungheri da un lato,
che facil fòra che a sue genti unisse,
saltasse in Francia; e che Marsiglio ispano
saltar faria da l’altro, e l’Aquitano.

109
E che quel glien’avea dato speranza;
poi venia lento a metterla in effetto,
o che tema di Carlo la possanza,
o sia mal di sua lega il nodo astretto.
Alcina, che si mor di desïanza
di por Francia e l’Impero in male assetto,
adopra ogni saper, ogni suo ingegno,
per dar colore a così bel disegno.

110
Et è bisogno al fin ch’ella ritruovi,
per far muover di passo il Longobardo,
sproni che siano aguzzi più che chiovi:
tanto le par a questa impresa tardo!
E come fece far disegni nuovi
dianzi l’Invidia a quel cochin pagliardo,
così spera trovar un’altra peste
che ’l pigro re de la sua inerzia deste.

111
Conchiuse che nessuna era meglio atta
a stimularlo e far più risentire,
d’una che nacque quando anco la matta
Crudeltà nacque, e le Rapine e l’Ire.
Che nome avesse e come fosse fatta,
ne l’altro Canto mi riserbo a dire,
dove farò, per quanto è mio potere,
cose sentir maravigliose e vere.

CANTO SECONDO

1
Pensar cosa miglior non si può al mondo,
d’un signor giusto e in ogni parte buono,
che del debito suo non getti il pondo,
benché talor ne vada curvo e prono;
che curi et ame i populi, secondo
che da’ lor padri amati i figli sono;
che l’opre e le fatiche pei figliuoli
fan quasi sempre, e raro per sé soli:

2
ponga ai perigli et alle cose strette
il petto inanzi, e faccia agli altri schermo:
che non sia il mercenario il qual non stette,
poi che venir vide a sé il lupo, fermo;
ma sì bene il pastor vero, che mette
la vita propria pel suo gregge infermo,
il qual conosce le sue pecorelle
ad una ad una, e lui conoscono elle.

3
Tal fu in terra Saturno, Ercole e Giove,
Bacco, Poluce, Osiri e poi Quirino,
che con giustizia e virtüose prove,
e con soave e a tutti ugual domino,
fur degni in Grecia, in India, in Roma, e dove
corse lor fama, aver onor divino;
che riputar non si potrian defunti,
ma a più degno governo in cielo assunti.

4
Quando il signor è buono, i sudditi anco
fa buoni; ch’ognun imita chi regge:
e s’alcun pur riman col vizio, manco
lo mostra fuor, o in parte lo corregge.
O beati gli regni a chi un uom franco
e sciolto da ogni colpa abbi a dar legge!
Così infelici ancora e miserandi,
ove un ingiusto, ove un crudel commandi;

5
che sempre accresca e più gravi la soma,
come in Italia molti a’ giorni nostri,
de’ quali il biasmo in questo e l’altro idioma
faran sentir anco i futuri inchiostri:
che migliori non son che Gaio a Roma,
o Neron fosse, o fosser gli altri mostri:
ma se ne tace, perché è sempre meglio
lasciar i vivi, e dir del tempo veglio.

6
E dir qual sotto Fallari Agrigento,
qual fu sotto i Dionigi Siracusa,
qual Fere in man del suo tiran cruento;
dai quali e senza colpa e senza accusa
la gente ogni dì quasi a cento a cento
era troncata, o in lungo esiglio esclusa.
Ma né senza martìr sono essi ancora,
ch’al cor lor sta non minor pena ognora.

7
Sta lor la pena de la qual si tacque
il nome dianzi, e de la qual dicea
che nacque quando la brutt’Ira nacque,
la Crudeltade e la Rapina rea:
e quantunque in un ventre con lor giacque,
di tormentarle mai non rimanea.
Or dirò il nome, ch’io non l’ho ancor detto:
nomata questa pena era il Sospetto.

8
Il Sospetto, piggior di tutti i mali,
spirto piggior d’ogni maligna peste
che l’infelici menti de’ mortali
con venenoso stimolo moleste;
non le povere o l’umili, ma quali
s’aggiran dentro alle superbe teste
di questi scelerati, che per opra
di gran fortuna agli altri stan di sopra.

9
Beato chi lontan da questi affanni
nuoce a nessun, perché a nessun è odioso!
Infelici altretanto e più i tiranni,
a cui né notte mai né dì riposo
dà questa peste, e lor ricorda i danni,
e morti date od in palese o ascoso!
Quinci dimostra che timor sol d’uno
han tutti gli altri, et essi n’han d’ognuno.

10
Non v’incresca di starmi un poco a udire,
ché non però dal mio sentier mi scosto;
anzi farò questo ch’or narro uscire
dove poi vi parrà che sia a proposto.
Uno di questi, il qual prima a nudrire
usò la barba, per tener discosto
chi gli potea la vita a un colpo tòrre,
nel suo palazzo edificò una torre,

11
che, d’alte fosse cinta e grosse mura,
avea un sol ponte che si leva e cala;
fuor ch’un balcon, non v’era altra apertura,
ove a pena entra il giorno e l’aria esala:
quivi dormia la notte, et era cura
de la moglier di mandar giù la scala:
di quella entrata è un gran mastin custode,
ch’altri mai che lor due non vede et ode.

12
Non ha ne la moglier però sì grande
fede il meschin, che prima ch’a lei vada,
quand’uno e quando un altro suo non mande,
che cerchi i luoghi onde a temer gli accada.
Ma ciò poco gli val, ché le nefande
man de la donna, e la sua propria spada,
fér d’infinito mal tarda vendetta,
e all’inferno volò il suo spirto in fretta.

13
E Radamanto, giudice del loco,
tutto il cacciò sotto il bollente stagno,
dove non pianse e non gridò: — I’ mi cuoco —,
come gridava ogn’altro suo compagno;
e la pena mostrò curar sì poco,
che disse il giustiziere: — Io te la cagno —;
e lo mandò ne le più oscure cave,
dov’è un martìr d’ogni martìr più grave.

14
Né quivi parve ancor che si dogliesse;
e domandato, disse la cagione:
che quando egli vivea, tanto l’oppresse
e tal gli diè il Sospetto afflizione
(che nel capo quel giorno se gli messe,
che si fece signor contra ragione),
che sol ora il pensar d’esserne fuore
sentir non gli lasciava altro dolore.

15
Si consigliaro i saggi de l’Inferno
come potesse aver degno tormento;
che saria contra l’instituto eterno
se peccator là giù stesse contento;
e di nuovo mandarlo al caldo, al verno
concluso fu da tutto il parlamento;
e di nuovo al Sospetto in preda darlo,
ch’entrasse in lui senza più mai lasciarlo.

16
Così di novo entrò il Sospetto in questa
alma, e di sé e di lei fece tutt’uno,
come in ceppo salvatico s’inesta
pomo diverso, e ’l nespilo sul pruno;
o di molti colori un color resta,
quando un pittor ne piglia di ciascuno
per imitar la carne, e ne riesce
un differente a tutti quei che mesce.

17
Di sospettoso che ’l tiràn fu in prima,
or divenuto era il Sospetto istesso;
e, come morte la ragion di prima
avesse in lui, gli parea averla appresso.
Ma ritornando al mio parlar di prima,
ché per questo in oblio non l’avea messo,
Alcina se ne va dove sul tergo
d’un alto scoglio ha questo spirto albergo.

17
Lo scoglio ove ’l Sospetto fa soggiorno
è dal mar alto da seicento braccia,
di rovinose balze cinto intorno,
e da ogni canto di cader minaccia.
Il più stretto sentier che vada al Forno,
là dove il Grafagnino il ferro caccia,
la via Flamminia o l’Appia nomar voglio
verso quel che dal mar va in cima al scoglio.

18
Prima che giunghi alla suprema altezza,
sette ponti ritrovi e sette porte:
tutte hanno con lor guardie una fortezza;
la settima de l’altre è la più forte.
Là dentro, in grande affanno e in gran tristezza,
ché gli par sempre a’ fianchi aver la morte,
il Sospetto meschin solo s’annida;
nessun vuol seco e di nessun si fida.

20
Grida da’ merli e tien le guardie deste,
né mai riposa al sol né al cielo oscuro;
e ferro sopra ferro e ferro veste:
quanto più s’arma, è tanto men sicuro.
Muta et accresce or quelle cose or queste
alle porte, al serraglio, al fosso, al muro:
per darne altrui, munizïon gli avanza;
e non gli par che mai n’abbia a bastanza.

21
Alcina, che sapea ch’indi il Sospetto
né a prieghi né a minacce vorria uscire,
e trarlone era forza al suo dispetto,
tutto pensò ciò che potea seguire.
Avea seco arrecato a questo effetto
l’acqua del fiume che fa l’uom dormire,
et entrando invisibil ne la rocca,
con essa ne le tempie un poco il tocca.

22
Quel cade addormentato; Alcina il prende,
e scongiurando gli spirti infernali
fa venir quivi un carro, e su vel stende,
che tiran duo serpenti c’hanno l’ali;
poi verso Italia in tanta fretta scende,
che con la più non van di Giove i strali.
La medesima notte è in Lombardia,
in ripa di Ticin dentro a Pavia:

23
là dove il re de’ Longobardi allora
l’antiquo seggio, Desiderio, avea.
Nel ciel orïental sorgea l’aurora
quando perdé il vigor l’acqua letea:
lasciò il sonno il Sospetto; e quel, che fuora
e lontan dal castel suo si vedea,
morto saria, se non fosse già morto;
ma la fata ebbe presta al suo conforto.

24
Gli promesse ella indietro rimandarlo
senza alcun danno; e in guisa gli promesse,
che poté in qualche parte assicurarlo,
non sì però ch’in tutto le credesse;
ma prima in Desiderio, che di Carlo
temea le forze, entrasse gli commesse,
e che non se gli levi mai del seno
fin che tutto di sé non l’abbia pieno.

25
Mentre fu Carlo i giorni inanzi astretto
dal re d’Africa a un tempo e da Marsiglio,
il re de’ Longobardi, per negletto
e per perduto avendo posto il giglio,
non curando né papa né interdetto
alla Romagna avea dato di piglio;
po’ entrando ne la Marca, con battaglia
e Pesaro avea preso e Sinigaglia.

26
Indi sentendo ch’era il foco spento,
morto Agramante e il re Marsiglio rotto,
de la temerità sua mal contento
si riputò a mal termine condotto.
Or viene Alcina, e accresceli tormento:
ché fa ’l rio spirto entrar in lui di botto,
che notte e dì l’afflige, crucia et ange,
e più che sopra un sasso in letto il frange.

27
Gli par veder che lassi il Reno e l’Erra
il popul già troiano e poi sicambro,
et apra l’Alpi e scenda ne la terra
che riga il Po, l’Ada, il Ticino e l’Ambro:
veder s’aspetta in casa sua la guerra,
e sua ruina più chiara che un ambro;
né più certo rimedio al suo mal truova,
che contra Francia ogni vicin commova.

28
E come quel che gran tesori uniti
avea d’esazïoni e di rapine,
et avea i sacri argenti convertiti
in uso suo da le cose divine;
con doni e con proferte e gran partiti
colligò molte nazïon vicine,
come già il conte di Pontier gli scrisse
prima che da la corte si partisse.

29
Tutta avea Gano questa tela ordita,
che ’l Longobardo dovea tesser poi;
e quella poi non era oltre seguita,
e fin qui stava ne’ principii suoi.
Or la mente, d’un stimolo ferita
piggior di quel che caccia asini e buoi,
conchiuse e fece nascer com’un fungo
quel che più giorni avea menato in lungo.

30
Fe’ in pochi dì che Tassillone, ch’era
suo genero e cugin del duca Namo,
tutta la stirpe sua fuor di Bavera
cacciò, senza lasciarvene un sol ramo:
fe’ similmente ribellar la fera
Sansogna, e ritornar a re Gordamo;
e trasse, per por Carlo in maggior briga,
con gli Ungheri Boemi in una liga;

31
e ’l re di Dazia e il re de le due Marche
pór tra la Frisa e il termine d’Olanda
tante fuste, galee, carache e barche,
per gir ne l’Inghilterra e ne l’Irlanda,
che per fuggir avean le some carche
molte terre da mar da quella banda.
Da un’altra parte si sentiva il vecchio
nimico in Spagna far grande apparecchio.

32
Tutto seguì ciò ch’avea ordito Gano,
ch’era d’insidie e tradimenti il padre.
Fu suscitato Unnuldo l’aquitano
a soldar genti fazïose e ladre:
mettendo terre a sacco, capitano
di ventura era detto da le squadre;
nascosamente da Lupo aiutato,
di Bertolagi di Baiona nato.

33
Fér queste nove, per diversi avisi
venute, a Carlo abbandonar le feste,
e a donne e a cavallieri i giochi e’ risi,
e mutar le leggiadre in scure veste.
De’ saccheggiati populi et uccisi
per ferro, fiamme, oppressioni e peste,
le memorie percosse ad ora ad ora
prometteano altrotanto e peggio ancora.

34
O vita nostra di travaglio piena,
come ogni tua allegrezza poco dura!
Il tuo gioir è come aria serena,
ch’alla fredda stagion troppo non dura:
fu chiaro a terza il giorno, e a vespro mena
sùbita pioggia, et ogni cosa oscura.
Parea ai Franchi esser fuor d’ogni periglio,
morto Agramante e rotto il re Marsiglio;

35
et ecco un’altra volta che ’l ciel tuona
da un’altra parte, e tutto arde de lampi,
sì che ogni speme i miseri abbandona
di poter frutto cor de li lor campi.
E così avvien ch’una novella buona
mai più di venti o trenta dì non campi,
perché vien dietro un’altra che l’uccide;
e piangerà doman l’uom ch’oggi ride.

36
Per le cittadi uomini e donne errando,
con visi bassi e d’allegrezza spenti,
andavan taciturni sospirando,
né si sentiano ancor chiari lamenti:
qual ne le case attonite avvien, quando
mariti o figli o più cari parenti
si veggon travagliar ne l’ore estreme,
ch’infinito è il timor, poca è la speme.

37
E quella poca pur spegnere il gelo
vuol de la tema, e dentro il cor si caccia:
ma come può d’un piccolin candelo
fuoco scaldar dov’alta neve agghiaccia?
Chi leva a Dio, chi leva a’ Santi in cielo
le palme giunte e la smarrita faccia,
pregandoli che, senza più martìre,
basti il passato a disfogar lor ire.

38
Come che il popul timido per tema
disperi, e perda il cor e venga manco,
nel magnanimo Carlo non iscema
l’ardir, ma cresce, e nei paladini anco:
ché la virtù di grande fa suprema,
quanto travaglia più, l’animo franco;
e gloria et immortal fama ne nasce,
che me’ d’ogn’altro cibo il guerrier pasce.

39
Carlo, a cui ritrovar difficilmente,
la terra e ’l mar cercando a parte a parte,
si potria par di santa e buona mente,
e d’ogni finzion netta e d’ogn’arte
(e lasso! ancor oltre l’età presente
volgi l’antique e più famose carte);
a Dio raccomandò sé, i figli e il stato,
né più curò ch’esser di fede armato.

40
Né men saggio che buono, poi ch’avuto
ebbe ricorso alla Maggior Possanza,
che non mancò né mancherà d’aiuto
ad alcun mai che ponga in lei speranza,
fece che, senza indugio, proveduto
fu a tutti i luoghi ov’era più importanza:
gli capitani suoi per ogni terra
mandò a far scelta d’uomini da guerra.

41
Non si sentiva allor questo rumore
de’ tamburi, com’oggi, andar in volta,
invitando la gente di più core,
o forse (per dir meglio) la più stolta,
che per tre scudi e per prezzo minore
vada ne’ luoghi ove la vita è tolta:
stolta più tosto la dirò che ardita,
ch’a sì vil prezzo venda la sua vita.

42
Alla vita l’onor s’ha da preporre;
fuor che l’onor non altra cosa alcuna:
prima che mai lasciarti l’onor tòrre
déi mille vite perdere, non ch’una.
Chi va per oro e vil guadagno a porre
la sua vita in arbitrio di fortuna,
per minor prezzo crederò che dia,
se troverà chi compri, anco la mia.

43
O, com’io dissi, non sanno che vaglia
la vita quei che sì l’estiman poco;
o c’han disegno, inanzi alla battaglia,
che ’l piè gli salvi a più sicuro loco.
La mercenaria mal fida canaglia
prezzar li antiqui imperatori poco:
de la lor nazion più tosto venti
volean, che cento di diverse genti.

44
Non era a quelli tempi alcun escluso
che non portasse l’armi e andasse in guerra,
fuor che fanciul da sedici anni in giuso,
o quel che già l’estrema etade afferra:
ma tal milizia solo era per uso
di bisogno e d’onor de la sua terra:
sempre sua vita esercitando sotto
buon capitani, in arme era ognun dotto.

45
Carlo per tutta Francia e per la Magna,
per ogni terra a’ suoi regni soggetta,
fa scriver gente, e poi la piglia e cagna
secondo che gli par atta et inetta;
sì che fa in pochi giorni alla campagna
un esercito uscir di gente eletta,
da far che Marte fin su nel ciel treme,
non che a’ nimici l’impeto non sceme.

46
Gli elmi, gli arnesi, le corazze e scudi,
che poco dianzi fur messi da parte,
e de lor fatte ampie officine ai studi
de l’ingegnose aragne era gran parte,
sì che forse tornar in su gli incudi
temeano, e farsi ordigni a più vil arte;
or imbruniti, fuor d’ogni timore,
godeano esser riposti al primo onore.

47
Sonan di qua, di là tanti martelli,
che n’assorda di strepito ogni orecchia:
quei batton piastre e le rifanno, e quelli
vanno acconciando l’armatura vecchia;
altri le barde torna alli penelli,
coprirle altri di drappo s’apparecchia:
chi cerca questa cosa, e chi ritrova
quell’altra; altri racconcia, altri rinuova.

48
Poi che Carlo al tesor ruppe il serraglio,
ebbon da travagliar tutti i mestieri:
ma né maggior né più commun travaglio
era però, che di trovar destrieri:
ché gli disagi e de le spade il taglio
tolto n’avean da le decine i zeri:
quali si fosson (ché i buon eran rari),
come il sangue e la vita erano cari.

49
Carlo, oltra l’ordinario che solea
aver d’uomini d’armi alle frontiere,
e de la gente che a piè combattea,
che per pace era usato anco tenere,
de l’un canto e de l’altro fatto avea
che pieno era ogni cosa di bandiere:
trenta sei mila armati in su l’arzoni,
e quattro tanto e più furo i pedoni.

50
E per gli molti esempi che già letto
de’ capitani avea del tempo veglio,
com’uom ch’amava sopra ogni diletto
d’udir istorie e farne al viver speglio;
e più perché vedutone l’effetto
per propria esperïenzia, il sapea meglio;
conobbe al tempo la prestezza usata
aver più volte la vittoria data;

51
e ch’era molto meglio ch’egli andasse
i nimici a trovar ne la lor terra,
e sopra gli lor campi s’alloggiasse,
e desse lor de’ frutti de la guerra;
che dentro alle confine gli aspettasse
che l’Alpi e ’l Pireneo fra dui mar serra.
Fatta la mostra, i populi divise
in molte parti, e a’ suoi capi i commise.

52
In quel tempo era in Francia il cardinale
di Santa Maria in Portico venuto,
per Leon terzo e pel seggio papale
contra Lombardi a domandarli aiuto;
ché mal era tra spada e pastorale,
e con gran disvantaggio combattuto.
L’imperator, dunque, il primier stendardo
che fe’ espedir, fu contra il Longobardo.

53
Era Carlo amator sì de la Chiesa,
sì d’essa protettor e di sue cose,
che sempre l’augumento e la difesa,
sempre l’util di quella al suo prepose:
però, dopo molt’altre, questa impresa
nome di Cristianissimo gli pose,
e dal santo Pastor meritamente
sacrato imperador fu di Ponente.

54
Mandò il nipote Orlando, e mandò fanti
seco, a cavallo e una gran schiera d’archi.
Subito Orlando a pigliar l’Alpi inanti
fece ir gli suoi più d’armatura scarchi;
ma trovar ch’i nemici vigilanti
avean prima di lor pigliato i varchi,
e fur constretti d’aspettar il Conte
con tutto l’altro campo a piè del monte.

55
Orlando quei da l’armi più leggiere,
quando pedoni e quando gente equestre,
cominciò a la sua giunta a far vedere
or su le manche or su le piagge destre;
e far fuochi avampar tutte le sere,
di qua e di là, per quelle cime alpestre;
e di voler passar mostra ogni segno
fuor ch’ove di passar forse ha disegno.

56
A Mon Ginevra, al Mon Senese avea,
e a tutti i monti ove la via più s’usa,
provisto il Longobardo, e vi tenea
con fanti e cavallieri ogni via chiusa;
sopra Saluzzo i monti difendea
un suo figliuolo, et esso quei di Susa.
Per tutti questi passi, or basso or alto,
Orlando movea loro ogni dì assalto.

57
Spesso fa dar all’armi, e mai non lassa
l’inimico posar né dì né notte:
né però l’un su quel de l’altro passa,
e ben si puon segnar pari le botte.
Ma sarebb’ita in lungo e forse cassa
d’effetto sua fatica in quelle grotte,
se non gli avesse la vittoria in mano
fatta cader un nuovo caso strano.

58
Nel campo longobardo un giovane era,
signor di Villafranca a piè de’ monti,
capitan de li armati alla leggiera,
che n’avea mille ad ogn’impresa pronti,
di tanto ardir, d’audacia così fiera,
che sempre inanzi iva alle prime fronti;
e sue degne opre non pur fra gli amici,
ma laude anco trovar da gli nimici.

59
Era il suo nome Otton da Villafranca,
di lucid’armi e ricche vesti adorno,
che la fida moglier, nomata Bianca,
in ricamar avea speso alcun giorno.
La destra parte era oro, era la manca
argento, et anco avean dentro e d’intorno,
quella d’argento e questa in nodi d’oro,
le note incomincianti i nomi loro.

60
Avea un caval sì snello e sì gagliardo,
che par non avea al mondo, et era còrso,
sparso di rosse macchie il col leardo,
l’un fianco e l’altro, e dal ginocchio al dorso.
Men sicuro di lui parea e più tardo,
volga alla china o drizzi all’erta il corso,
quell’animal che da le balze cozza
coi duri sassi, e lenta la camozza.

61
Su quel destrier Ottone, or alto or basso
correndo, era per tutto in un momento,
quando lanciando un dardo e quando un sasso,
ché la persona sua ne valea cento.
Or s’opponeva a questo, or a quel passo;
né sol valea di forza e d’ardimento,
ma facea con la lingua e con la fronte
audaci mille cor, mille man pronte.

62
Poi che Fortuna a quella audacia arriso
ebbe cinque o sei giorni, entrò in gran sdegno;
ché pur troppa baldanza l’era aviso
ch’Otton pigliasse nel suo instabil regno,
ch’avendo di lontano alcuno ucciso,
d’entrar nel stuol facesse anco disegno;
e gli ruppe in un tratto, come vetro,
ogni speranza di tornar a dietro.

63
Baldovin con molt’altri gli la tolse,
ch’a un stretto passo il colse per sciagura:
il cavallo al voltar dietro gli colse
dove i schinchi e le cosce hanno giuntura;
sì che lo fe’ prigion, volse o non volse,
quantunque il cavallier senza paura
non si rendette mai, fra la tempesta
di mille colpi, fin ch’ebbe elmo in testa.

64
Perduto l’elmo, non fe’ più contrasto,
ma disse: — Io mi vi rendo —; e lasciò il brando,
molto più del destrier che vedea guasto,
che del maggior suo danno sospirando.
La presa di quest’uomo venne il basto,
com’io vi dirò appresso, rassettando,
sul qual fur poi le gravi some poste
ch’a Desiderio si rupper le coste.

65
Lasciato a Villafranca avea la fida,
casta, bella, gentil, diletta moglie,
quando di quella schiera si fe’ guida,
seguendo più l’altrui che le sue voglie:
or restando prigion, n’andar le grida
là dove più poteano arrecar doglie;
alla moglie n’andar casta e fedele,
che mandò al cielo i pianti e le querele.

66
Sparso la Fama avea, com’è sua usanza
di sempre aggrandir cosa che rapporte,
che Otton preso e ferito era, non sanza
grandissimo periglio de la morte.
Perciò il figliuol del re, ch’avea la stanza
vicino a lei con parte di sua corte,
andò per visitarla e trar di pianto,
se valesse il conforto però tanto.

67
Penticon (ché quel nome avea il figliuolo
del re de’ Longobardi) poi che venne
a veder la beltà che prima, solo
conoscendo per fama, minor tenne;
com’augel ch’entra ne le panie a volo,
né può dal visco poi ritrar le penne,
si ritrovò nel cieco laccio preso,
che nel viso di lei stava ognor teso.

68
E dove era venuto a dar conforto,
non si partì che più bisogno n’ebbe.
Dal camin dritto immantinente al torto
voltò il disio, che smisurato crebbe:
or, non che preso, ma che fosse morto
Otton suo amico, intendere vorrebbe:
l’uom che pur dianzi con ragione amava,
contra ragione or mortalmente odiava.

69
Né può d’un mutamento così iniquo
render la causa o far scusa migliore,
che attribuirlo all’ordine che, obliquo
da tutti gli umani ordini, usa Amore;
di cui per legge e per costume antiquo
gli effetti son d’ogn’altro esempio fuore.
Non potea Penticon al disio folle
far resistenza; o se potea, non volle.

70
E lasciandosi tutto in preda a quello,
senza altra escusa e senza altro rispetto,
cominciò a frequentar tanto il castello,
ch’a tutto il mondo dar potea sospetto:
indi fatto più audace, col più bello
modo che seppe, a palesarle il petto,
a pregar, a promettere, a venire
a’ mezi onde aver speri il suo desire.

71
La bella donna, che non men pudica
era che bella, e non men saggia e accorta,
prima che farsi oltre il dovere amica
di sì importuno amante, esser vuol morta.
Ma quegli, avegna ch’ella sempre dica
di non voler, però non si sconforta;
et è disposto di far altre prove,
quando il pregar e proferir non giove.

72
Ella conosce ben di non potere
mantener lungamente la contesa;
e stando quivi, se non vuol cadere,
non può, se non da morte, esser difesa.
Ma questa suol, fra l’aspre, orride e fiere
condizïon, per ultima esser presa:
quindi, prima fuggir, e perder prima
ciò ch’altro ha al mondo, che l’onor, fa stima.

73
Ma dove può ella andar, ch’ogni cittade
che tra il mar, l’Alpi e l’Appennino siede,
del padre de l’amante è in podestade,
né sicuro per lei luogo ci vede?
Passar l’Alpi non può, ch’ivi le strade
chiude la gente, chi a caval, chi a piede:
non ha il destrier che fe’ alle Muse il fonte,
né il carro in che Medea fuggì Creonte.

74
Di questo fe’ tra sé lungo discorso,
né mai seppe pigliar util consiglio.
Ad un suo vecchio al fin ebbe ricorso,
che amava Otton come signore e figlio.
Costui s’imaginò tosto il soccorso
di trar l’afflitta donna di periglio,
e le propose per segreti calli
salva ridurla alle città dei Galli.

75
Stato era cacciator tutta sua vita,
ma molto più quand’eran gli anni in fiore;
et avea per quei monti ogni via trita,
di qua errando e di là, dentro e di fuore.
Pur che non fosse nel partir sentita,
la condurrebbe salva al suo signore:
solo si teme che la prima mossa
occulta a Penticon esser non possa;

76
che, non che un dì, ma poche ore interpone
che non sia seco, e v’ha sempre messaggio.
Mentre va d’una in altra opinïone
come abbia a proveder il vecchio saggio,
vede che lei salvar, e con ragione
Otton può vendicar di tanto oltraggio,
portar facendo al folle amante pena
di quel desir ch’a tanto obbrobrio il mena.

77
Esorta lei ch’anco duo dì costante
stia, fin che di là torni ove andar vuole;
e, come saggia, intanto al sciocco amante
prometta largamente e dia parole.
Fatto il pensier, si parte in uno instante
per una via ch’in uso esser non suole,
con lunghi avolgimenti, ma assai destra
quanto creder si può d’una via alpestra.

78
Tosto arrivò dove occupava il monte
la gente del figliuol del re Pipino,
e dimandò voler parlar al Conte;
ma la guardia il condusse a Baldovino,
che del campo tenea la prima fronte.
Costui d’Orlando frate era uterino:
vuo’ dir ch’ambi eran nati d’una madre;
ma l’un Milon, l’altro avea Gano padre.

79
Il Maganzese, poi che di costui
attentamente ebbe il parlar inteso:
di liberar il signor suo, e per lui
darli il figliuol del re nimico preso;
non lasciò che parlasse al Conte, in cui
di virtù vera era un disio sì acceso,
che di ciò non seria stato contento,
ch’aver gli parria odor di tradimento.

80
E dubitava non facesse Orlando
quel che Fabrizio e che Camil già féro,
che l’uno a Pirro, e l’altro già assediando
Falisci, in mano i traditor lor diero.
Finse voler la notte occupar (quando
la strada avea imparata) un poggio altiero
che si vedea all’incontro oltre la valle,
e i nimici assalir dietro alle spalle.

81
Con volontà d’Orlando, in su la sera
Baldovin se ne va con buona scorta
de cavallieri armati alla leggiera,
e un fante ognun di lor dietro si porta.
La luna in mezo ’l ciel, che ritond’era,
vien lor mostrando ogni via dritta e torta:
appresso a terza, si trovar dal loco
dove s’hanno a condur lontani poco.

82
Si fermar quivi, e ricrear alquanto
sé et i cavalli in una occulta piaggia;
che seco vettovaglia aveano, quanto
bastar potea per quella via selvaggia.
Il vecchio corre alla sua donna intanto,
e le divisa ciò ch’ordinato aggia.
A Villafranca Penticon rimena
il suo desio, che ’l giorno spunta a pena.

83
La donna, che dal dì che le fu tolto
il suo marito andò sempre negletta;
questo, che spera di vederlo sciolto
e far d’ogni sua ingiuria alta vendetta,
ritrova i panni allegri, e il crine e ’l volto,
quanto più sa, per più piacer rassetta;
e fe’ quel dì, quel che non fe’ più inante,
grata accoglienza al poco cauto amante.

84
E con onesta forza, la mattina,
e dolci preghi, a mangiar seco il tenne.
Il vecchio intanto a Baldovin camina,
ch’al venir ratto aver parve le penne:
piglia tosto ogni uscita, indi declina
ove il dì si facea lieto e solenne;
e quivi, senza poter far difese,
e Penticone e de’ suoi molti prese.

85
Lasciato avea chi sùbito al fratello
la vera causa del suo andar narrassi;
ch’avea per prender Penticon, non quello
monte occupar, volti la sera i passi;
sì che per l’orme sue verso il castello
pregava che col resto il seguitassi.
Benché non piacque al Conte che tacciuto
questo gli avesse, pur non negò aiuto:

86
e con tutti gli altri ordini si mosse,
senza che tromba o che tambur s’udisse;
e perché inteso il suo partir non fosse,
lasciò chi ’l fuoco insino al dì nutrisse.
La presa del figliuol, non che percosse,
ma al vecchio padre in modo il cor trafisse,
che si levò de l’Alpi; e mezza rotta
salvò a Chivasco et a Vercei la frotta.

87
Né a Vercei né a Chivasco il paladino
di voler dar l’assalto ebbe disegno;
anzi i passi volgea dritto al Ticino,
alla città che capo era del regno.
Desiderio, per chiuderli il camino,
lo va a trovar, ma non gli fa ritegno;
et è sì inferïor nel gran conflitto,
che ne riman perpetuamente afflitto.

88
Quivi cader de’ Longobardi tanti,
e tanta fu quivi la strage loro,
che ’l loco de la pugna gli abitanti
Mortara dapoi sempre nominoro.
Ma prima che seguir questo più inanti,
ritornar voglio agli altri gigli d’oro,
che Carlo ai capitani raccomanda
ch’alle sue giuste imprese altrove manda.

89
Con dieci mila fanti e settecento
lance e duo milla arcier andò Rinaldo
verso Guascogna, per far mal contento
di sua perfidia l’Aquitan ribaldo.
Bradamante e Ruggier, che ’l regimento
avean del lito esposto al fiato caldo,
ebbon di fanti non so quanti miglia,
e legni armati a guardia di Marsiglia.

90
Come chi guardi il mar, così si pone
chi a cavallo, chi a piè, che guardi il lito.
Olivier guardò Fiandra, Salamone
Bretagna, Picardia Sansone ardito:
dico per terra; ch’altra provisione,
altro esercito al mar fu statüito.
Con grossa armata cura ebbe Ricardo
da la foce del Reno al Mar Picardo.

91
E dal Picardo al capo di Bretagna,
avendo uomini e legni in abondanza,
uscì Carlo col resto alla campagna,
e venne al Reno, e lo passò a Costanza;
et arrivò sì presto ne la Magna,
che la fama al venir poco l’avanza;
passò il Danubio, e si trovò in Bavera,
che mosso Tassillone anco non s’era.

92
Tassillon, de Boemi e de Sassoni
esercito aspettando e d’Ungheria,
alle squadre di Francia e legïoni
tempo di prevenirli dato avia.
Carlo fermò ad Augusta i confaloni,
e mandò all’inimico ambasceria
a saper se volesse esperïenza
far di sua forza o pur di sua clemenza.

93
Tassillon, impaurito de la presta
giunta di Carlo, ch’improviso il colse,
con tutto il stato se gli diè in podesta,
e Carlo umanamente lo raccolse;
ma che rendesse alla prima richiesta
il tolto a Namo et a’ consorti, volse;
e che lor d’ogni danno et interesse
ch’avean per questo avuto, sodisfesse;

94
e settecento lance per un anno,
e dieci mila fanti gli pagasse;
la qual gente volea ch’allora a danno
di Desiderio in Lombardia calasse.
Con gli statichi i Franchi se ne vanno;
e prima che ’l passaggio altri vietasse
(ché de’ Boemi prossimi avean dubio),
tornar ne l’altra ripa del Danubio.

95
E verso Praga in tanta fretta andaro,
di nostra fede a quella età nimica
(ben che né ancora a questa nostra ho chiaro
che le sia tutta la contrada amica),
ch’a prima giunta i varchi le occupato,
cacciato e rotto con poca fatica
re Cardoranno, che mezo in fracasso
quivi era accorso a divietar il passo.

96
Gli Franceschi cacciar fa su le porte
di Praga gli Boemi in fuga e in rotta.
Quella città, di fosse e muta forte,
salvò col suo signor la maggior frotta:
le diè Carlo l’assalto; ma la sorte
al suo disegno mal rispose allotta,
ch’a gran colpi di lance il popul fiero
fe’ ritornar la gente de lo Impero.

97
Ché, mentre era difeso et assalito
da un lato il muro, il forte Cardorano
(di cui se si volesse un uom più ardito,
si cercheria forse pel mondo in vano)
fuor d’una porta era d’un altro uscito,
et avea fatto un bel menar di mano;
e dentro, con prigioni e preda molta,
sua gente seco salva avea raccolta.

98
E fe’ che Carlo andò più ritenuto
et ebbe miglior guardia alle sue genti,
avendo lor d’un sito proveduto
da porvi più sicuri alloggiamenti,
dove il fiume di Molta è ricevuto
da l’acque d’Albi all’Oceàn correnti:
la barbara cittade in loco sede,
che quinci un fiume e quindi l’altro vede.

99
Tra le due ripe, alla città distanti
un tirar d’arco, s’erano alloggiati,
sì che s’avean la città messa inanti,
che gli altri fiumi avea dietro e dai lati.
Carlo, perché dai luoghi circonstanti
non abbian vettovaglia gli assediati,
e perché il campo suo stia più sicuro,
tra un fiume e l’altro in lungo tirò un muro;

100
che era di fuor di travi e di testura
di grossi legni, e dentro pien di terra;
e perché non uscisson de le mura
dal canto ove la doppia acqua gli serra,
su le ripe di fuor ebbe gran cura
di por ne le bastie genti da guerra,
che con velette e scolte a nissun’ora
lassassino uomo entrar o venir fuora.

101
Quindi una lega appresso, era una antica
selva di tassi e di fronzuti certi,
che mai sentito colpo d’inimica
secure non avea né d’altri ferri:
quella mai non potesti fare aprica,
né quando n’apri il dì né quando il serri,
né al solstizio, né al tropico, né mai,
Febo, vi penetrar tuoi chiari rai.

102
Né mai Diana, né mai Ninfa alcuna,
né Pane mai, né Satir, né Sileno
si venne a ricrear all’ombra bruna
di questo bosco di spavento pieno;
ma scelerati spirti et importuna
religïon quivi dominio avieno,
dove di sangue uman a Dei non noti
si facean empi sacrifici e voti.

103
Quivi era fama che Medea, fuggendo
dopo tanti inimici al fin Teseo,
che fu, con modo a ricontarlo orrendo,
quasi ucciso per lei dal padre Egeo;
né più per tutto il mondo loco avendo
ove tornar se non odioso e reo,
in quelle allora inabitate parti
venne, e portò le sue malefiche arti.

104
So ch’alcun scrive che la via non prese,
quando fuggì dal suo figliastro audace,
verso Boemia, ma andò nel paese
che tra i Caspi e l’Oronte e Ircania giace,
e che ’l nome di Media da lei scese:
il che a negar non serò pertinace;
ma dirò ben ch’anco in Boemia venne
o dopo o allora, e signoria vi tenne;

105
e fece in mezo a questa selva oscura,
dove il sito le parve esser più ameno,
la stanza sua di così grosse mura
che non verria per molti secol meno;
e per potervi star meglio sicura,
di spirti intorno ogn’arbor avea pieno,
che rispingean con morti e con percosse
chi d’ir nei suoi segreti ardito fosse.

106
E perché, per virtù d’erbe e d’incanti,
de le Fate una et immortal fatt’era,
tanto aspettò, che trionfar di quanti
nimici avea vid’al fin Morte fiera:
indi a grand’agio ripensando a tanti
a’ quai fatt’avea notte inanzi sera,
all’ingiurie sofferte, affanni e lutto,
vid’esser stato Amor cagion di tutto.

107
E fatta omai per lunga età più saggia
(ché van di par l’esperïenze e gli anni),
pensa per lo avvenir come non caggia
più negli error ch’avea passati, e danni;
e vede, quando Amor poter non v’aggia,
ch’in lei né ancor avran poter gli affanni;
e studia e pensa e fa nuovi consigli,
come di quel tiran fugga gli artigli.

108
Ma perché, essendo de la stirpe antica
che già la irata Vener maledisse,
vide che non potea viver pudica,
et era forza che ’l destin seguisse;
pensò come d’amor ogni fatica,
ogni amarezza, ogni dolor fuggisse;
come gaudi e piacer, quanti vi sono,
prender potesse, e quanto v’è di buono.

109
Cagion de la sua pena l’era aviso
che fosse, com’avea visto l’effetto,
il tener l’occhio tuttavia pur fiso,
e l’animo ostinato in uno oggetto;
ma quando avesse l’amor suo diviso
fra molti e molti, arderia manco il petto:
se l’un fosse per trarla in pena e in noia,
cento serian per ritornarla in gioia.

110
Di quel paese poi fatta regina,
che venne a lungo andar pieno e frequente,
perché ammirando ognun l’alta dottrina
le facea omaggio volontariamente;
nuova religïone e disciplina
instituì, da ogn’altra diferente:
che, senza nominar marito o moglie,
tutti empìano sossopra le sue voglie.

111
E de li dieci giorni aveva usanza
di ragunarsi il populo gli sei,
femine e maschi, tutti in una stanza,
confusamente i nobili e i plebei:
in questa dimandavan perdonanza
d’ogni gaudio intermesso agli lor Dei,
ch’era a guisa d’un tempio fabricata
di vari marmi, e di molt’oro ornata.

112
Finita l’orazion, facean due stuoli,
da un lato l’un, da l’altro l’altro sesso;
indi levati i lumi, a corsi e a voli
venian al nefandissimo complesso;
e meschiarsi le madri coi figliuoli,
con le sorelle i frati accadea spesso:
e quella usanza, ch’ebbe inizio allora,
tra gli Boemi par che duri ancora.

113
Deh! perché quando, o figlia del re Oeta,
o d’Atene o di Media tu fuggisti,
deh! perché a far l’Italia nostra lieta
con sì gioconda usanza non venisti?
Ogni mente per te seria quïeta,
senza cordoglio e senza pensier tristi;
e quella gelosia che sì tormenta
gli nostri cor, serìa cacciata e spenta.

114
Oh come, donne, miglior parte avreste
d’un dolce, almo piacer, che non avete!
Dove voi digiunate, e senza feste
fate vigilie in molta fame e sete,
tal satolle e sì fatte prendereste,
che grasse vi vedrei più che non sete.
Ma bene io stolto a porre in voi desire
da farvi, per gir là, da noi fuggire!

115
Visse più d’una età leggiadra e bella,
regina di quei populi, Medea;
ch’ad ogni suo piacer si rinovella,
e da sé caccia ogni vecchiezza rea;
e questo per virtù d’un bagno ch’ella
per incanto nel bosco fatto avea;
al qual, perché nissun altro s’accosti,
avea mille demoni a guardia posti.

116
Questa fata del populo boemme
ebbe per tanti secoli governo,
che ’l tempo si potria segnar con l’emme,
e quasi credea ognun che fosse eterno:
ma poi che a partorir in Bettelemme
Maria venne il figliuol del Re superno;
quivi regnare non poté, o non volse,
e di vista degli uomini si tolse.

117
E ne l’antiqua selva, fra la torma
de li demoni suoi tornò a celarsi,
dove ogni ottavo dì sua bella forma
in bruttissima serpe avea a mutarsi.
Per questa opinïon, vestigio et orma
di piede uman nissun potea trovarsi
inanzi a questo dì di ch’io vi parlo,
che l’aurea fiamma alzò in Boemia Carlo.

118
L’imperador commanda che dal piede
taglin le piante a lor bisogno et uso:
l’esercito non osa, perché crede,
da lunga fama e vano error deluso,
che chi ferro alza incontra il bosco, fiede
sé stesso e more, e ne l’inferno giuso
visibilmente in carne e in ossa è tratto,
o resta cieco o spiritato o attratto.

119
Carlo, fatta cantar una solenne
messa da l’arcivescovo Turpino,
entra nel bosco, et alza una bipenne,
e ne percuote un olmo più vicino:
l’arbor, che tanta forza non sostenne,
ché Carlo un colpo fe’ da paladino,
cadde in duo tronchi, come fu percosso;
e sette palmi era d’intorno grosso!

120
Chi si ricorda il dì di san Giovanni,
che sotto Ercole o Borso era sì allegro?
che poi veduto non abbian molt’anni,
come né ancora altro piacere integro,
di poi che cominciar gli assidui affanni
dei quali è in tutta Italia ogni core egro:
parlo del dì che si facea contesa
di saettar dinanzi alla sua chiesa.

121
Quel dì inanzi alla chiesa del Battista
si ponean tutti i sagittari in schiera;
né colpo uscia fin ch’al bersaglio vista
la saetta del principe non era;
poi con la nobiltà la plebe mista
l’aria di frecce a gara facea nera:
così ferito ch’ebbe il bosco Carlo,
fu presto tutto il campo a seguitarlo.

122
Sotto il continuo suon di mille accette
trema la terra, e par che ’l ciel ribombi;
or quella pianta or questa in terra mette
il capo, e rompe all’altre braccia e lombi.
Fuggon da’ nidi lor guffi e civette,
che vi son più che tortore o colombi;
e, con le code fra le gambe, i lupi
lascian l’antiche insidie e i lochi cupi.

123
Per la molta bontà ch’era in effetto
e vera in Carlo, non mendace e finta,
fu sì la forza al diavol maledetto
da l’aiuto di Dio quivi rispinta,
ch’a lui non nocque, né, per suo rispetto,
a chi s’avea per lui la spada cinta:
sì che mal grado de l’Inferno tutto
alli demoni il nido era distrutto.

124
Un fremito, qual suol da l’irate onde
del tempestoso mar venir a’ lidi,
cotal si udì fra le turbate fronde,
meschio di pianti e spaventosi gridi;
indi un vento per l’aria si difonde
che ben appar che Belzebù lo guidi:
ma né per questo avvien ch’al saldo e fermo
valor di Carlo abbia la selva schermo.

125
Cade l’eccelso pin, cade il funebre
cipresso, cade il venenoso tasso,
cade l’olmo atto a riparar che l’ebre
viti non giaccian sempre a capo basso;
cadono, e fan cadendo le latebre
cedere agli occhi et alle gambe il passo:
piangon sopra le mura i pagan stolti,
vedendo alli lor dèi gli seggi tolti.

126
Alcun dentro ne gode, ché n’aspetta
di veder sopra a Carlo e tutti i Franchi
scender dal ciel così dura vendetta
ch’a sepelirli il populo si stanchi.
Com’è troncato un arbore, si getta
nel fiume ch’alla selva bagna i fianchi;
e quello, ubidïente, ai corni sopra
lo porta al loco ov’è poi messo in opra.

127
In questo tempo avea l’iniquo Gano,
per dar a Carlo in ogni parte briga,
composto il re d’Arabia e il Soriano
col Calife d’Egitto in una liga;
e dopo il colpo, per celar la mano,
in guisa d’uom che conscïenza instiga,
per voto a cui già s’obligasse inanti,
era andato al Sepolcro, ai Luoghi santi.

128
Quivi da Sansonetto ricevuto,
che da Carlo in governo avea la terra,
era stato alcun giorno, e poi venuto
verso Costantinopoli per terra;
dove certa notizia avendo avuto
di Carlo che in Boemia facea guerra,
s’era voltato, per la dritta via
di Servia e di Belgrado, in Ungheria.

129
Ritrovò, essendo già Filippo morto,
aver il regno un figlio d’Otacchiero,
che come l’avol dritto, così ei torto
ebbe l’animo sempre da lo Impero.
Gano gli venne in tempo a dar conforto,
ch’era pel re di Francia in gran pensiero,
del qual nimico discoperto s’era
per la causa del duca di Baviera:

130
e molto si dolea di Tassillone
ch’avesse senza lui fatta la pace,
di che il Boemme e l’Ungaro e il Sassone
restava in preda alla francesca face.
Avea d’aiutar Praga intenzione,
ma de lo assunto si vedea incapace:
impossibil gli par che in così breve
tempo far possa quel ch’in ciò far deve.

131
Ma se lo assedio si potea produrre,
se potea andar in lungo ancora un mese,
tanta gente era certo di condurre,
oltre il soccorso che daria il paese,
che i gigli d’or ne le bandiere azzurre
quivi restar faria con l’altro arnese:
ma s’ora andasse, non farebbe effetto
se non d’attizzar Carlo a più dispetto.

132
Gano promesse che farebbe ogn’opra
che Praga ancor un mese si terrebbe;
e poi che molto han ragionato sopra
quanto far ciascun d’essi in questo debbe,
parte Gano da Buda, e tra via adopra
lo ’ngegno che molt’atto a tradire ebbe:
va da Strigonia in Austria, indi si tiene
a destra mano et in Boemia viene.

133
Il peregrino di Gerusalemme,
con quanti avea condotti a’ suoi servigi,
umilmente, senza oro e senza gemme
ma di panni vestiti grossi e bigi,
nel campo tolto al popolo boemme
baciò la mano al buon re di Parigi,
ch’avendolo raccolto ne le braccia,
di qua e di là gli ribaciò la faccia.

134
Era inclinato di natura molto
a Gano Carlo, e ne facea gran stima,
e poche cose fatte avria, che tolto
il suo consiglio non avesse prima;
com’ogni signor quasi in questo è stolto,
che lascia il buono et il piggior sublima;
né, se non fuor del stato, o dato in preda
degli inimici, par che ’l suo error veda.

135
Per non saper dal finto il vero amico
scernere, in tal error misero incorre.
Di questo vi potrei, ch’ora vi dico,
più d’un esempio inanzi agli occhi porre;
e senza ritornar al tempo antico,
n’avrei più d’uno a nostra età da tòrre:
ma se più verso a questo Canto giungo,
temo vi offenda il suo troppo esser lungo.

CANTO TERZO

1
D’ogni desir che tolga nostra mente
dal dritto corso et a traverso mande,
non credo che si trovi il più possente
né il più commun di quel de l’esser grande:
brama ognun d’esser primo, e molta gente
aver dietro e da lato, a cui commande;
né mai gli par che tanto gli altri avanzi,
che non disegni ancor salir più inanzi.

2
Se questa voglia in buona mente cade
(ch’in buona mente ha forza anco il desire),
l’uom studia che virtù gli apra le strade,
che sia guida e compagna al suo salire:
ma se cade in ria mente (ché son rade
che dir buone possiam senza mentire),
indi aspettar calunnie, insidie e morte,
et ogni mal si può di piggior sorte.

3
Gano, non gli bastando che maggiore
non avea alcuno in corte, eccetto Carlo,
era tanto insolente, che minore
lui vorria ancora, e avea disio di farlo;
et or che sopranatural favore
si sentia da colei che potea darlo,
oltra il desir avea speme e disegno
fra pochi giorni d’occupargli il regno.

4
E pur che fosse il suo desir successo,
non saria dal fellon, senza rispetto
che tra gli primi suoi baroni messo
Carlo l’avea di luogo infimo e abietto,
stato ferro né tòsco pretermesso,
né scelerato alcun fatto né detto;
e mille al giorno, non che un tradimento,
ordito avria per conseguir suo intento.

5
Carlo tutto il successo de la guerra
narrò senza sospetto al Maganzese,
e gli mostrò ch’avria in poter la terra
prima ch’a mezo ancor fosse quel mese.
Questo nel petto il traditor non serra,
ma tosto a Cardoran lo fa palese;
e per un suo gli manda a dar consiglio
come possa schifar tanto periglio.

6
Da quella volpe il re boeme instrutto,
mandò un araldo in campo l’altro giorno,
che così disse a Carlo, essendo tutto
corso ad udir il populo d’intorno:
— Il mio signor, da la tua fama indutto,
o imperador d’ogni virtute adorno,
per crudeltà non pensa né avarizia
ch’abbi raccolto qui tanta milizia;

7
né che tu metta il fin di tua vittoria
in averli la vita o il stato tolto,
ma solo in aver vinto; ché tal gloria
più che sua morte o che ’l suo aver val molto
acciò che il nome tuo ne la memoria
del mondo viva e mai non sia sepolto:
ché contra ogni ragion saresti degno,
come tu sei, se fessi altro disegno.

8
Ma tu non guardi fosse che l’effetto
tutto contrario appar a quel che brami:
tu brami d’esser glorïoso detto,
e con l’effetto tuttavia t’infami.
Che tu sia entrato nel nostro distretto
con cento mille armati, gloria chiami;
ma quanto ella sia grande estimar déi,
che noi siamo a fatica un contra sei.

9
Milziade e Temistocle converse
a parlar in suo onor tutte le genti,
perché con pochi armati, questi Xerse,
quel vinse Dario, in terra e in mar possenti.
Vincer pochi con molti, mai tenerse
non sentisti fra l’opere eccellenti.
S’in te è valor, pon giù il vantaggio, e poi
vien alla prova, e vincine, se puoi.

10
Da sol a sol la pugna t’offerisce,
da dieci a dieci, o voi da cento a cento,
il mio signor; e accresce e minuisce,
secondo che accettar tu sei contento:
con patto che, se Dio lui favorisce,
sì che tu resti vinto o preso o spento,
che tu gli abbi a rifar e danni e spese,
e tornar col tuo campo in tuo paese;

11
né chi la Francia e chi l’Imperio regge
fino a cento anni lo guerreggi mai:
ma se tu vinci lui, torrà ogni legge
ch’imporre a senno tuo tu gli vorrai.
Il buon pastor pon l’anima pel gregge:
essendo tu quel re di che fama hai,
la tua persona o di pochi altri arrisca,
acciò così gran popul non perisca. —

12
Così disse lo araldo, né risposta
lo imperador gli diede allora alcuna;
ma da la moltitudine si scosta
e i consiglieri suoi seco raguna,
ché lor sentenzie sopra la proposta
de l’araldo udir vuol ad una ad una.
Il primo fu Turpin che consigliasse
che l’invito del Barbaro accettasse,

13
non già da sol a sol, ma in compagnia
di quattro o sei de’ suoi guerrier più forti;
dei quali egli esser uno si offeria.
Così Namo et Uggier par che conforti;
e che fra dieci dì la pugna sia,
o quanto può che ’l termine più scorti:
perché, successo che lor sia ben questo,
possano volger poi l’animo al resto.

14
Era in quei cavallier tanta arroganza
pei fortunati antichi lor successi,
che tutti in quella impresa, con baldanza
di restar vincitor, si sarian messi.
Poi disse il suo parer quel di Maganza,
che la pugna accettar pur si dovessi;
ma non però venir a farla inante
che Rinaldo ci fosse o quel d’Anglante;

15
che ci fosse Olivier con ambi i figli,
Ruggier et alcun altro dei famosi:
ché quando senza questi ella si pigli,
fòran di Carlo i casi perigliosi.
— Tenete voi sì privi di consigli
gli inimici, — dicea — che fosser osi
di domandar a par a par battaglia,
se non han gente ch’al contrasto vaglia?

16
Se non ci intervenisse la corona
di Francia, non avrei tanti riguardi;
benché, né senza ancor, di scelta buona
si de’ mancar in tòrre i più gagliardi:
ma dovendo venirci il re in persona,
come a bastanza potremo esser tardi
a darli, con consiglio ben maturo,
compagnia con la qual sia più sicuro?

17
Io non vi contradico che valenti
cavallier qui non sian come coloro
che nominati v’ho per eccellenti;
ma non sappiàn così le prove loro.
Questo luogo non è da esperimenti
di chi sia, al paragon, di rame o d’oro:
vogliàn di quei che cento volte esperti,
de la virtute lor n’han fatti certi. —

18
E seguitò mostrando, con ragioni
di più efficacia ch’io non so ridire,
che non doveano senza i dui campioni,
lumi di Francia, a tal pruova venire;
e la sua vinse l’altre opinïoni,
che la pugna si avesse a diferire
fin che venisse a così gran bisogna
l’uno d’Italia e l’altro di Guascogna.

19
Queste parole et altre dicea Gano
per carità non già del suo signore;
ma di vietar che non gli andasse in mano
quella città studiava il traditore,
e tanto prolungar, che Cardorano
l’aiuto avesse che attendea di fuore:
in somma, il suo parer parve perfetto,
e fu per lo miglior di tutto eletto.

20
Che dieci guerrier fossero, si prese
conclusion, pur come Gano volse;
e da’ dieci di maggio al fin del mese
di giugno un lungo termine si tolse.
In questo mezo si levar le offese,
e quello assedio tanto si disciolse,
che Praga potea aver di molte cose
che fossino alla vita bisognose.

21
Nuove intanto venian de l’apparecchio
che l’Ungaro facea d’armata grossa;
ma sempre Gano a Carlo era all’orecchio,
che dicea: — Non temer che faccia mossa. —
Io lessi già in un libro molto vecchio,
né l’auttor par che sovvenir mi possa,
ch’Alcina a Gano un’erba al partir diede,
che chi ne mangia fa ch’ognun gli crede.

22
Quella mostrò nel monte Sina Dio
a Moise suo, sì che con essa poi
il popul duro fece umile e pio,
e ubidiente alli precetti suoi.
Poi la mostrò il demonio a Macon rio,
a perdizion degli Afri e degli Eoi:
la tenea in bocca predicando, e valse
ritrar chi udiva alle sue leggi false.

23
Gano, avendo già in ordine l’orsoio,
di sì gran tela apparecchiò la trama;
e quel demon che d’uno in altro coio
si sa mutar, a sé da l’anel chiama.
— Vertunno, — disse — di disir mi moio
di fornir quel che da me Alcina brama;
e pensando la via, veggio esser forza
che d’alcun ch’io dirò tu pigli scorza. —

24
E le parole seguitò, mostrando
che tramutar s’avea prima in Terigi:
Terigi che scudiero era d’Orlando,
venuto da fanciul ai suo’ servigi;
e dopo in altre facce, e seminando
dovea gir sempre scandali e litigi.
Presa che di Terigi ebbe la forma,
di quanto avesse a far tolse la norma.

25
Di sua mano le lettere si scrisse
credenzïal, come dettolli Gano;
che, con stupor vedendole, poi disse
Orlando, e Carlo, ch’eran di sua mano.
Postole il sigil sopra, dipartisse
Vertunno, e col signor di Mont’Albano,
ch’era a campo a Morlante, ritrovosse
prima che giunto al fin quel giorno fosse.

26
Presso a Morlante avea Rinaldo, e sotto
il vicin monte, avuto aspra battaglia;
et in essa lo esercito avea rotto
de li nimici, e morto e messo a taglia.
Unuldo ne la terra era ridotto,
e Rinaldo gli avea fatto serraglia,
pien di speranza, in uno assalto o dui,
d’aver in suo poter la terra e lui.

27
Veduto il viso et il parlar udito,
che di Terigi avean chiara sembianza,
Rinaldo fa carezze in infinito
al messaggier del conte di Maganza:
che sia d’Orlando, e quello avea sentito
per fama, gli dimanda con instanza;
come abbia a piè de l’Alpi, et indi appresso
Vercelli, in fuga il Longobardo messo.

28
Come presente alle battaglie stato
fosse il demonio, gli facea risposta;
e la lettera intanto, che portato
di credenza gli avea, gli ebbe in man posta.
Quel l’apre e legge; e lui per man pigliato,
da chi lo possa udir seco discosta.
Vertunno, prima ch’altro incominciasse,
di petto un’altra lettera si trasse.

29
Poi disse: — Il cugin vostro mi commise
ch’io vi facessi legger questa appresso. —
Rinaldo mira le note precise,
che gli paion di man di Carlo istesso;
il qual Orlando di Boemia avise
d’esser pentito senza fin, che messo
così potente esercito abbia in mano
de l’audace signor di Mont’Albano:

30
però che, vinto Unuldo (come crede
che vincer debbia) e toltoli Guascogna,
egli d’Unuldo esser vorrà l’erede,
ché crescer stato a Mont’Alban agogna;
e la sospizïon c’ha de la fede
di Rinaldo corrotta, non si sogna:
in somma, par che sia disposto Carlo,
per forza o per amor, quindi levarlo.

31
Ma che prima tentar vuol per amore:
finger ch’al maggior uopo lo dimande
per un dei dieci il cui certo valore
abbatta a Cardoran l’orgoglio grande;
e vuol per questo che dia un successore
all’esercito c’ha da quelle bande;
e che disegna mai più non gli porre
governo in man, se gli può questo tòrre.

32
Vuol ch’Orlando gli scriva ch’esso ancora
serà in questa battaglia un degli eletti,
e gl’insti che, rimossa ogni dimora,
veduto il successor venire, affretti.
Rinaldo, mentre legge, s’incolora
per ira in viso, e par che fuoco getti;
morde le labbia, or l’uno or l’altro; or geme,
e più che ’l mar quand’ha tempesta freme.

33
Letta la carta, il spirto gli soggiunge,
pur da parte d’Orlando: — Abbiate cura,
che se alla discoperta un dì vi giunge,
vi farà Carlo peggio che paura;
però che tuttavia Gano lo punge
che la corte di voi faccia sicura:
la qual, sì come dice egli, ogni volta
che voglia ve ne vien, sossopra è volta.

34
Al cugin vostro acerbamente duole
che ’l re tenga con voi questa maniera,
che cerchi, a instanza di chi mal vi vuole,
far parer vostra fé men che sincera;
e che più creda alle false parole
d’un traditor, ch’a tanta prova vera
che si vede di voi: ma dagli ingrati
son le più volte questi modi usati.

35
Ché, quando l’avarizia gli ritiene
di render premio a chi di premio è degno,
studian far venir causa, e se non viene,
la fingon, per la quale abbiano sdegno;
e di esilio, di morte o d’altre pene,
in luogo di mercé, fanno disegno;
per far parer ch’un vostro error seguito
quel ben che far voleano abbia impedito.

36
Orlando, perché v’ama, e perché aspetta
il medesmo di sé fra pochi giorni,
che ’l re in prigion, Gano instigando, il metta
o gli dia bando o gli faccia altri scorni
(ché, come contra voi, così lo alletta
contra esso ancor), senza far più soggiorni
per me vi esorta a prender quel partito
ch’egli ha di tòr di sé già statüito:

37
che di quel mal che senza causa teme
facciate morir Carlo, come merta.
Prendete accordo con Unuldo, e insieme
con lui venite a fargli guerra aperta:
vegga se Gano, e se ’l suo iniquo seme,
contra il valor e la possanza certa
di Chiaramonte, e l’una e l’altra lancia
tanto onorata, può difender Francia. —

38
E seguitò dicendoli che Orlando
prima favor occulto gli darebbe;
poscia in aiuto alla scoperta, quando
fosse il tempo, in persona li verrebbe.
Rinaldo avea grand’ira, et attizzando
il fraudolente spirto, sì l’accrebbe,
ch’allora allora pensò armar le schiere
e levar contra Carlo le bandiere;

39
poi diferì fin che arrivasse il messo
ch’alla pugna boemica il chiamasse,
e che sentisse commandarsi appresso
ch’in guardia altrui l’esercito lasciasse.
Quel che Gano gli avea quivi commesso,
Vertunno a fin con diligenzia trasse:
poi, con lettere nuove e nuovo aspetto,
venne a Marsiglia e fece un altro effetto.

40
D’Arriguccio s’avea presa la faccia,
ch’era di Carlo un cavallaro antico:
egli scrive le lettere, egli spaccia
se stesso e chiude egli in la bolgia il plico:
l’insegna al petto e il corno al fianco allaccia,
e fu a Marsiglia in men ch’io non lo dico;
e le dettate lettere da Gano
pose a Ruggiero et alla moglie in mano.

41
Alla sorella di Ruggier, Marfisa,
mostrò che Carlo lo mandasse ancora,
come a tutti tre insieme, e poi divisa-
mente a ciascun da Carlo scritto fòra.
Sotto il nome del re Gano gli avisa
che navighi Ruggier senza dimora
ver’ le colonne che Tirinzio fisse,
e sorga sopra la città d’Ulisse;

42
e Marfisa con gli altri da cavallo
si vada con Rinaldo a porre in schiera;
ché vinto Unuldo, come senza fallo
vederlo vinto in pochi giorni spera,
vuol ch’assalti Galizia e Portogallo;
né l’impresa esser può se non leggiera:
ché gli dà aiuto, passo e vettovaglia
Alfonso d’Aragon, re di Biscaglia.

43
Appresso scrive all’animosa figlia
del duca Amon che stia sicuramente:
che né da terra né da mar Marsiglia
ha da temer di peregrina gente.
Se false o vere son non si consiglia,
né si pensa alle lettere altrimente:
Ruggier va in Spagna, Marfisa a Morlante,
resta a guardar Marsiglia Bradamante.

44
L’imperadore, intanto, che le frode
non sa di Gano, e solo in esso ha fede,
di tutti gli altri amici il parere ode,
ma solamente a quel di Gano crede;
né cavallier, se non che Gano lode,
a far quella battaglia non richiede:
con lui consiglia chi si debba porre
nei luoghi onde gli due s’aveano a tòrre.

45
Quando Gano ha risposto, ogn’altro chiude
la bocca, né si replica parola.
In luogo di Rinaldo egli conclude
che mandi Namo; e l’intenzion è sola
perché Rinaldo, a cui le voglie crude
l’ira facea, lo impichi per la gola;
ché pensarà che sol lo mandi Carlo
per levarli l’esercito e pigliarlo.

46
Consiglia che si lassi Baldovino
a governar in Lombardia le squadre;
il qual fratel d’Orlando era uterino,
nato, com’ho già detto, d’una madre;
cortese cavalliero e paladino,
e degno a cui non fosse Gano padre,
per consiglio del qual Carlo lo elesse
ch’all’imperio fraterno succedesse.

47
Gli dieci eletti alla battaglia fòro
Carlo, Orlando, Rinaldo, Uggier, Dudone,
Aquilante, Grifone, il padre loro,
e con Turpino il genero d’Amone.
Fatta la elezïone di costoro,
si spacciaro in diversa regïone
prima gli avisi, e poi quei che ordinati
in luogo fur dei capitan chiamati.

48
Namo fu il primo, il qual, correndo in posta,
insieme con l’aviso era venuto.
Già Rinaldo sua causa avea proposta,
e dimandato alla sua gente aiuto;
che tanto in suo favor s’era disposta,
che, dai maggiori al populo minuto,
tutti affatto volean prima morire
che Rinaldo lasciar così tradire.

49
Tra Rinaldo et Unuldo già fatt’era
accordo et amicizia, ma coperta.
Allo arrivar del duca di Baviera
Rinaldo, che la fraude avea per certa,
di sdegno arse e di còlera sì fiera,
che tre volte la man pose a Fusberta,
con voglia di chiavargliela nel petto;
pur (non so già perché) gli ebbe rispetto.

50
Ma spesso nominandol traditore,
e Carlo ingrato, e minacciandol molto
che lo faria impiccar in disonore
di Carlo, lo raccolse con mal volto.
Namo, a cui poco noto era l’errore
in che Vertunno avea Rinaldo involto,
mirando ove da l’impeto era tratto,
stava maraviglioso e stupefatto:

51
ma magnanimamente gli rispose
che, traditor nomandolo, mentia.
Rinaldo, se non ch’uno s’interpose,
alzò la mano e percosso lo avria:
prender lo fece, et in prigion lo pose;
e tolto ch’ebbe Unuldo in compagnia,
le ville, le cittadi e le castella
dal re per forza e per amor rubella.

52
E dovunque ritrovi resistenza
o dà il guasto o saccheggia o mette a taglia:
gli dà tutta Guascogna ubidïenza,
e poche terre aspettan la battaglia.
Gan da Pontier, che n’ebbe intelligenza,
ché del tutto Vertunno lo raguaglia,
con lieto cor, ma con dolente viso,
fu il primo che ne diede a Carlo aviso.

53
Gano gli diè l’aviso, e poi che ’l varco,
come bramato avea, vide patente
di potersi cacciar a dire incarco
et ignominia del nimico absente,
sciolse la crudel lingua, e non fu parco
a mandar fuor ciò che gli venne in mente:
dei falli di Rinaldo, poi che nacque,
che fece o puoté far, nessuno tacque.

54
Come si arruota e non ritruova loco
né in ciel né in terra un’agitata polve,
come nel vase acqua che bolle al foco,
di qua di là, di su di giù si volve:
così il pensier gira di Carlo, e poco
in questa parte o in quella si risolve.
Provisïon già fatta nulla giova;
tutta lasciar conviensi, e rifar nuova.

55
Se padre, a cui sempre giocondo e bello
fu di mostrarsi al suo figliuol benigno,
se lo vedesse incontra alzar coltello,
fatto senza cagione empio e maligno;
più maraviglia non avria di quello
ch’ebbe Carlo, vedendo in corvo il cigno
Rinaldo esser mutato, e contra Francia
volta senza cagion la buona lancia.

56
Quel ch’averria a un nocchier che si trovasse
lontano in mar, e fremer l’onde intorno,
tornar di sopra, e andar le nubi basse
vedesse negre et oscurarsi il giorno;
che mentre a divietar s’apparecchiasse
di non aver da la fortuna scorno,
il governo perdesse, o simil cosa
alla salute sua più bisognosa;

57
quel ch’averrebbe a una cittade astretta
da nimici crudel, privi di fede,
che d’alcun fresco oltraggio far vendetta
abbian giurato e non aver mercede;
che, mentre la battaglia ultima aspetta
e all’ultima difesa si provede,
vegga la munizione arsa e distrutta,
in ch’avea posto sua speranza tutta;

58
quel ch’averria a ciascun che già credesse
d’aver condotto un suo desir a segno,
dove col tempo la fatica avesse,
l’aver, posto, gli amici, ogni suo ingegno;
e cosa nascer sùbito vedesse
pensata meno, e romperli il disegno:
quel duol, quell’ira, quel dispetto grave
a Carlo vien, come l’aviso n’have.

59
Or torna a Carlo il conte di Pontiero,
e gli dà un altro aviso di Marsiglia,
ch’indi sciolta l’armata avea Ruggiero
per uscir fuor del stretto di Siviglia,
né ad alcun avea detto il suo pensiero;
e certo, poi che questa strada piglia,
gli è manifesto che, voltando intorno,
si troverà sorto in Guascogna un giorno.

60
E de la coniettura sua non erra:
perché Marfisa ad un medesmo punto
se n’era coi cavalli ita per terra,
et a Rinaldo avea potere aggiunto.
Or, se Carlo temea di questa guerra,
ché Rinaldo lo fa restar consunto;
quanto ha più da temer, se questi dui
di tal valor, si son messi con lui?

61
Gano con molta instanza lo conforta
che di Rinaldo tolga la sorella,
prima che di Provenza et Acquamorta
seco gli faccia ogni città rubella,
et al fratello apra quest’altra porta
d’entrar in Francia sin ne le budella;
ché ben deve pensar ch’ella il partito
piglierà del fratello e del marito.

62
E che mandasse sùbito a Ricardo,
ch’avea l’armata in punto, anco gli disse,
acciò che dal Fiamingo e dal Picardo
ne l’Atlantico mar ratto venisse;
et il rubello e truffator stendardo
di Ruggier inimico perseguisse,
che con tutte le navi s’avea, senza
sua commission, levato di Provenza;

63
e che sùbito a Orlando paladino
con diligenza vada una staffetta
ad avisarlo, come avea il cugino
del perfido Aquitan preso la setta;
e ch’egli dia la gente a Balduino,
ripassi l’Alpi, e a Francia corra in fretta,
e con lui meni tutta quella schiera
che dianzi gli ha mandata di Baviera;

64
e che tra via faccia cavalli e fanti,
quanti più può, da tutte le contrade;
non quelli sol che gli verranno inanti,
ma che constringa a darne ogni cittade,
altre mille, altre il doppio, altre non tanti,
come più e men avran la facultade:
e ch’egli dare il terzo gli volea
di questi che in Boemia seco avea.

65
Carlo pensava chi d’Orlando in vece,
e chi degli altri dui poner dovea
nella battaglia, che da diece a diece
dianzi promessa a Cardorano avea.
Come quel mulatiero, in somma, fece,
ch’avea il coltel perduto e non volea
che si stringesse il fodro vòto e secco,
e ’n luogo del coltel rimesse un stecco:

66
così, in luogo d’Orlando e di Ruggiero
e di Rinaldo, fu da Carlo eletto
Ottone, Avolio e il frate Berlingiero:
ch’Avino infermo era già un mese in letto.
Gli dà consiglio il conte di Pontiero
che di Giudea si chiami Sansonetto,
per valer meglio, quando a tempo giugna,
che i tre figli di Namo in questa pugna.

67
A danno lo dicea, non a profitto
di Carlo, il traditor; perché all’offesa
che di far in procinto ha il re d’Egitto,
non sia in Ierusalem tanta difesa.
A Sansonetto fu sùbito scritto,
e dal corrier la via per Tracia presa,
il qual, mutando bestie, sì le punse,
ch’in pochi giorni a Palestina giunse.

68
Di tòr Marsiglia si proferse Gano,
senza che spada stringa o abbassi lancia:
vuol sol da Carlo una patente in mano
da poter commandar per tutta Francia.
Nulla propone il fraudolente in vano:
se giova o nuoce, Carlo non bilancia;
né véntila altrimenti alcun suo detto,
ma sùbito lo vuol porre ad effetto.

69
Di quanto avea ordinato il Maganzese
andò l’aviso all’Ungaro e al Boemme,
ne le Marche, in Sansogna si distese,
in Frisa, in Dazia, all’ultime maremme.
Gano de’ suoi parenti seco prese,
seco tornati di Ierusalemme;
e quindi se n’andò per tòr la figlia
del duca Amon, con frode, di Marsiglia.

70
Di Baviera in Suevia, et indi, senza
indugio, per Borgogna e Uvernia sprona;
e molto declinando da Provenza,
sparge il rumor d’andar verso Baiona:
finge in un tratto di mutar sentenza,
e con molti pedoni entra in Narbona,
che per Francia in gran fretta e per la Magna
raccolti e tratti avea seco in campagna.

71
Giunge in Narbona all’oscurar del giorno,
e, giunto, fa serrar tutte le porte,
e pon le guardie ai ponti e ai passi intorno,
che novella di sé fuor non si porte.
D’un corsar genoese (Oria od Adorno
fosse, non so) quivi trovò a gran sorte
quattro galee, con che predando gia
il mar di Spagna e quel di Barberia.

72
Gano, dato a ciascun debiti premi,
sopra i navigli i suoi pedoni parte;
e, come biancheggiar vide gli estremi
termini d’oriente, indi si parte,
e va quanto più può con vele e remi:
ma tien l’astuto all’arrivar quest’arte,
che non si scuopre a vista di Marsiglia
prima che ’l sol non scenda oltra Siviglia.

73
La figliuola d’Amon, che non sa ancora
che Rinaldo rubel sia de l’Impero,
veduto il giglio che sì Francia onora,
la croce bianca e l’uccel bianco e il nero,
e poi Vertunno in su la prima prora,
ch’avea l’insegna e il viso di Ruggiero,
senza timor, senz’armi corse al lito,
credendosi ire in braccio al suo marito;

74
il qual sia, per alcun nuovo accidente,
tornato a lei con parte de l’armata:
non dal marito, ma dal fraudolente
Gano si ritrovò ch’era abbracciata.
Come chi còrre il fior volea, e il serpente
truova che ’l punge; così disarmata,
e senza poter farli altra difesa,
dagli nimici suoi si trovò presa.

75
Si trovò presa ella e la rocca insieme,
ché non vi poté far difesa alcuna.
Il popul, che ciò sente e peggio teme,
chi qua chi là con l’armi si raguna;
il rumor s’ode, come il mar che freme
vòlto in furor da sùbita fortuna:
ma poi Gano parlandogli, e di Carlo
mostrando commission, fece acchetarlo.

76
Disegna il traditor che di vita esca
la sua inimica, innanzi ch’altri il viete;
poi muta voglia, non che gli n’incresca
né del sangue di lei non abbia sete;
ma spera poter meglio con tal ésca
Rinaldo e Ruggier trarre alla sua rete:
e tolti alcuni seco, con speranza
di me’ guardarla, andò verso Maganza.

77
Dui scudier de la donna, ch’a tal guisa
trar la vedean, montar sùbito in sella;
e l’uno andò a Rinaldo et a Marfisa
verso Guascogna a darne la novella;
l’altro Orlando trovar prima s’avisa,
che ’l campo non lontano avea da quella,
da quella strada, per la qual captiva
la sfortunata giovane veniva.

78
Orlando avendo in commissione avuto
di dar altrui l’impresa de’ Lombardi
et a’ Franceschi accorrere in aiuto
contra Rinaldo e gli fratei gagliardi,
era già in ripa al Rodano venuto,
e fermati a Valenza avea i stendardi;
dove da Carlo esercito aspettava,
altro n’avea et altro n’assoldava.

79
Venne il scudiero, e gli narrò la froda
ch’alla donna avea fatto il Conte iniquo,
e ch’in Maganza lungi da la proda
del fiume la traea per calle obliquo;
poi gli soggiunse: — Non patir che goda
d’aver quest’onta il tuo avversario antiquo
fatta al tuo sangue. Se ciò non ti preme,
come potranno in te gli altri aver speme? —

80
Di sdegno Orlando, ancor che giusto e pio,
fu per scoppiar, perché volea celarlo,
come di Gano il nuovo oltraggio udio;
e benché fa pensier di seguitarlo,
pur se ne scusa e mostrasi restio,
ché far non vuol sì grave ingiuria a Carlo,
per commission del qual sa ch’avea Gano
posto in Marsiglia e ne la donna mano.

81
Così risponde, e tuttavia dirizza
a far di ciò il contrario ogni disegno;
ché l’onta sì de la cugina attizza,
sì accresce il foco de l’antiquo sdegno,
che non truova per l’ira e per la stizza
loco che ’l tenga, e non può stare al segno:
a pena aspettar può che notte sia,
per pigliar dietro al traditor la via.

82
Né Brigliador né Vaglientino prese,
perché troppo ambi conosciuti furo;
ma di pel bigio un gran corsier ascese,
ch’avea il capo e le gambe e il crine oscuro:
lassò il quartiero e l’altro usato arnese,
e tutto si vestì d’un color puro:
partì la notte, e non fu chi sentisse,
se non Terigi sol, che si partisse.

83
Gano per l’acque Sestie, indi pel monte
alla man destra avea preso il camino;
passò Druenza et Issara, ove il fonte
a men di quattro miglia era vicino:
ché nel paese entrar volea del conte
Macario di Losana, suo cugino;
e per terre di Svizzeri andar poi,
e per Lorena, a’ Maganzesi suoi.

84
Orlando venne accelerando il passo,
ch’ogni via sapea quivi o breve o lunga;
e come cacciator ch’attenda al passo
ch’a ferire il cingial nel spiedo giunga,
si mise fra dui monti dietro un sasso;
né molto Gano il suo venir prolunga,
che dinanzi e di dietro e d’ambi i lati
cinta la donna avea d’uomini armati.

85
Lassò di molta turba andare inante
Orlando, prima che mutasse loco;
ma come vide giunger Bradamante,
parve bombarda a cui sia dato il foco:
con sì fiero e terribile sembiante
l’assalto cominciò, per durar poco:
la prima lancia a Gano il petto afferra,
e ferito aspramente il mette a terra.

86
Passò lo scudo, la corazza e il petto;
e se l’asta allo scontro era più forte,
gli seria dietro apparso il ferro netto,
né data fòra mai più degna morte.
Pur giacer gli conviene a suo dispetto,
né quindi si può tòr, ch’altri nol porte:
Orlando il lassa in terra e più nol mira,
volta il cavallo e Durindana aggira.

87
Le braccia ad altri, ad altri il capo taglia;
chi fin a’ denti e chi più basso fende;
chi ne la gola e chi ne la inguinaglia,
chi forato nel petto in terra stende.
Non molto in lungo va quella battaglia,
ché tutta l’altra turba a fuggir prende:
gli caccia quasi Orlando meza lega,
indi ritorna e la cugina slega.

88
La quale, eccetto l’elmo, il scudo e il brando,
tutto il resto de l’armi ritenea:
ché Gano, per alzar sua gloria, quando
non più ch’una donzella presa avea,
pensò, avendola armata, ir dimostrando
che ’l medesimo onor se gli dovea
ch’ad Ercole e Teseo gli antiqui dènno
di quel ch’a Termodonte in Scizia fenno.

89
Orlando, che non volse conosciuto
esser d’alcun, indi accusato a Carlo;
e per ciò con un scudo era venuto
d’un sol color, che fece in fretta farlo;
andò là dove Gano era caduto,
e prima l’elmo, senza salutarlo,
e dopo il scudo, la spada gli trasse,
e volse che la donna se n’armasse.

90
Poi se n’andò fin che a Mattafellone,
il buon destrier di Gan, prese la briglia,
e ritornando fece ne l’arcione
salir d’Amon la liberata figlia;
né, per non dar di sé cognizione,
levò mai la visiera da le ciglia:
poi, senza dir parola, il freno volse,
e di lor vista in gran fretta si tolse.

91
Bradamante lo prega che ’l suo nome
le voglia dire, et ottener nol puote:
Orlando in fretta il destrier sprona, e come
corrier che vada a gara, lo percuote.
Va Bradamante a Gano, e per le chiome
gli leva il capo, e due e tre volte il scuote;
et alza il brando nudo ad ogni crollo,
con voglia di spiccar dal busto il collo.

92
Ma poi si avvide che, lasciandol vivo,
potria Marsiglia aver per questo mezo,
e gli faria bramar, d’ogn’agio privo,
che di sé fosse già polvere e lezo.
Come ladro il legò, non che cattivo,
e col capo scoperto al sole e al rezo,
per lunga strada or dietro sel condusse,
or cacciò innanzi a gran colpi di busse.

93
Quella sera medesima veduto
le venne quel scudier del quale io dissi
ch’andò a Valenza a dimandare aiuto,
né parve a lui che Orlando lo esaudissi;
indi era dietro all’orme egli venuto
di Gano, per veder ciò che seguissi
de la sua donna, e per poter di quella
ai fratelli portar poi la novella.

94
A costui diede la capezza in mano,
che pel collo, pei fianchi e per le braccia,
sopra un debol roncin l’iniquo Gano
traea legato a discoperta faccia.
Curar la piaga gli fe’ da un villano,
che per bisogno in tal opre s’impaccia;
il qual, stridendo Gano per l’ambascia,
tutta l’empie di sal, e a pena fascia.

95
Il Maganzese al collo un cerchio d’oro
e prezïose annella aveva in dito,
et alla spada un cinto di lavoro
molto ben fatto e tutto d’or guarnito;
e queste cose e l’altre che trovoro
di Gano aver del ricco e del polito,
la donna a Sinibaldo tutte diede,
ch’era di maggior don degna sua fede.

96
A Sinibaldo, che così nomato
era il scudier, con l’altre anco concesse
la gemma in che Vertunno era incantato,
ma non sapendo quanto ella gli desse;
né sapendolo ancora a chi fu dato,
con l’altre annella in dito se lo messe;
stimòllo et ebbe in prezzo, ma minore
di quel ch’avria, sapendo il suo valore.

97
Pel Delfinato, indi per Linguadoca
ne va, dove trovar spera il fratello,
ch’avea Guascogna, o ne restava poca,
omai ridotta al suo voler ribello.
Come la volpe che gallina od oca,
o lupo che ne porti via l’agnello
per macchie o luoghi ove in perpetuo adugge
l’ombra le pallide erbe, ascoso fugge;

98
ella così da le città si scosta
quanto più può, né dentro mura alloggia;
ma dove trovi alcuna casa posta
fuor de la gente, ivi si corca o appoggia:
il giorno mangia e dorme e sta riposta,
la notte al camin suo poi scende e poggia:
le par mill’anni ogni ora che ’l ribaldo
s’indugi a dar prigion al suo Rinaldo.

99
Come animal selvatico, ridotto
pur dianzi in gabbia o in luogo chiuso e forte,
corre di qua e di là, corre di sotto,
corre di sopra, e non trova le porte;
così Gano, vedendosi condotto
da’ suoi nimici a manifesta morte,
cercava col pensier tutti gli modi
che lo potesson trar fuor di quei nodi.

100
Pur la guardia gli lascia un dì tant’agio,
che dà de l’esser suo notizia a un oste;
e gli promette trarlo di disagio
s’andar vuol a Baiona per le poste,
et al Lupo figliuol di Bertolagio
far che non sien le sue miserie ascoste:
ch’in costui spera, tosto che lo intenda,
ch’alli suoi casi alcun rimedio prenda.

101
L’oste, più per speranza di guadagno
che per esser di mente sì pietosa,
salta a cavallo, e la sferza e ’l calcagno
adopra, e notte o dì poco riposa:
giunse, io non so s’io dica al Lupo o all’agno:
so ch’io l’ho da dir agno in una cosa:
ch’era di cor più timido che agnello,
nel resto lupo insidïoso e fello.

102
Tosto che ’l Lupo ha la novella udita,
senza far il suo cor noto a persona,
con cento cavallier de la più ardita
gente ch’avesse, uscì fuor di Baiona;
e verso dove avea la strada uscita
che facea Bradamante, in fretta sprona;
poi si nasconde in certe case guaste
ch’era tra via, ma ch’a celarlo baste.

103
L’oste quivi lasciando i Maganzesi,
andò per trovar Gano e Bradamante,
ché da l’insidie e dagli lacci tesi
non pigliassero via troppo distante.
Non molto andò che di lucenti arnesi
guarnito un cavallier si vide inante,
che cacciando il destrier più che di trotto,
parea da gran bisogno esser condotto.

104
Galoppandoli innanzi iva un valletto,
due damigelle poi, poi veniva esso:
le damigelle avean l’una l’elmetto,
la lancia e ’l scudo all’altra era commesso.
Prima che giunga ove lor possa il petto
vedere o ’l viso, o più si faccia appresso,
l’oste all’incontro la figlia d’Amone
vede venir col traditor prigione.

105
Poi vide il cavallier da le donzelle,
tosto ch’a Bradamante fu vicino,
ire a ’bracciarla, et accoglienze belle
far l’una all’altra a capo umile e chino;
e poi ch’una o due volte iterar quelle,
volgersi e ritornar tutte a un camino:
e chi pur dianzi in tal fretta venia,
lasciar per Bradamante la sua via.

106
Quest’era l’animosa sua Marfisa,
la qual non si fermò, tosto ch’intese
de la cognata presa, et in che guisa;
e per ir in Maganza il camin prese,
certa di liberarla, pur ch’uccisa
già non l’avesse il Conte maganzese;
e se morta era, far quivi tai danni,
che desse al mondo da parlar mill’anni.

107
L’oste giunse tra lor e salutolle
cortesemente, e mostrò far l’usanza,
ché la sera albergar seco invitolle,
e finse che non lungi era la stanza;
poi, mal accorto, a Gano accennar volle,
e del vicino aiuto dar speranza:
ma dal scudier che Gano avea legato
fu il misero veduto et accusato.

108
Marfisa, ch’avea l’ira e la man presta,
lo ciuffò ne la gola, e l’avria morto,
se non facea la cosa manifesta
ch’avea per Gano ordita, et il riporto;
pur gli travolse in tal modo la testa,
ch’andò poi, fin che visse, a capo torto.
Le chiome in fretta armar, ch’eran scoperte,
de le vicine insidie amendue certe.

109
Tolgon tra lor con ordine l’impresa,
che Bradamante non s’abbia a partire,
ma star del traditor alla difesa,
ch’alcun nol scioglia né faccia fuggire;
e che Marfisa attenda a fare offesa
a’ Maganzesi, ucciderli e ferire.
Così ne van verso la casa rotta,
dove i nimici ascosi erano in frotta.

110
L’altre donzelle e i dui scudier restaro,
ch’eran senz’armi, non troppo lontano;
Bradamante e Marfisa se n’andaro
verso gli aguati, avendo in mezo Gano.
Tosto che dritto il loco si trovaro,
saltò Marfisa con la lancia in mano
dentro alla porta, e messe un alto grido,
dicendo: — Traditor, tutti vi uccido. —

111
Come chi vespe o galavroni o pecchie
per follia va a turbar ne le lor cave,
se gli sente per gli occhi e per l’orecchie
armati di puntura aspera e grave;
così fa il grido de le mura vecchie
del rotto albergo uscir le genti prave
con un strepito d’armi e, da ogni parte,
tanto rumor ch’avria da temer Marte.

112
Marfisa, che dovunque apparia il caso
più periglioso divenia più ardita,
con la lancia mandò quattro all’occaso,
che trovò stretti insieme in su l’uscita;
e col troncon, ch’in man l’era rimaso,
solo in tre colpi a tre tolse la vita.
Ma tornate ad udir un’altra volta
quel che fe’ poi ch’ebbe la spada tolta.

CANTO QUARTO

1
Donne mie care, il torto che mi fate
bene è il maggior che voi mai feste altrui:
che di me vi dolete et accusate
che nei miei versi io dica mal di vui,
che sopra tutti gli altri v’ho lodate,
come quel che son vostro e sempre fui:
io v’ho offeso, ignorante, in un sol loco;
vi lodo in tanti a studio, e mi val poco.

2
Questo non dico a tutte, ché ne sono
di quelle ancor c’hanno il giudicio dritto,
che s’appigliano al più che ci è di buono,
e non a quel che per cianciare è scritto;
dàn facilmente a un leve error perdono,
né fan mortal un venïal delitto.
Pur, s’una m’odia, ancor che m’amin cento,
non mi par di restar però contento:

3
ché, com’io tutte riverisco et amo,
e fo di voi, quanto si può far, stima,
così né che pur una m’odii bramo,
sia d’alta sorte o medïocre o d’ima.
Voi pur mi date il torto, et io mel chiamo;
concedo che v’ha offese la mia rima:
ma per una ch’in biasmo vostro s’oda,
son per farne udir mille in gloria e loda.

4
Occasïon non mi verrà di dire
in vostro onor, che preterir mai lassi;
e mi sforzerò ancor farla venire,
acciò il mondo empia e fin nel ciel trapassi;
e così spero vincer le vostr’ire,
se non sarete più dure che sassi:
pur, se sarete anco ostinate poi,
la colpa non più in me serà, ma in voi.

5
Io non lasciai per amor vostro troppo
Gano allegrar di Bradamante presa,
ché venir da Valenza di galoppo
feci il signor d’Anglante in sua difesa;
et or costui che credea sciorre il groppo
di Gano, e far alle guerriere offesa,
a vostro onor udite anco in che guisa,
con tutti i suoi, trattar fo da Marfisa.

6
Marfisa parve al stringer de la spada
una Furia che uscisse de lo inferno;
gli usberghi e gli elmi, ovunque il colpo cada,
più fragil son che le cannucce il verno;
o che giù al petto o almen che a’ denti vada,
o che faccia del busto il capo esterno,
o che sparga cervella, o che triti ossa,
convien che uccida sempre ogni percossa.

7
Dui ne partì fra la cintura e l’anche:
restar le gambe in sella e cadde il busto;
da la cima del capo un divise anche
fin su l’arcion, ch’andò in dui pezzi giusto;
tre ferì su le spalle o destre o manche;
e tre volte uscì il colpo acre e robusto
sotto la poppa dal contrario lato:
dieci passò da l’uno all’altro lato.

8
Lungo saria voler tutti gli colpi
de la spada crudel, dritti e riversi,
quanti ne sveni, quanti snervi e spolpi,
quanti ne tronchi e fenda porre in versi.
Chi fia che Lupo di viltade incolpi,
e gli altri in fuga appresso a lui conversi,
poi che dal brando che gli uccide e strugge
difender non si può se non chi fugge?

9
Creduto avea la figlia di Beatrice
d’esser venuta a far quivi battaglia,
e si ritrova giunta spettatrice
di quanto in armi la cognata vaglia:
ché non è alcun del numero infelice
ch’a lei s’accosti pur, non che l’assaglia:
che fan pur troppo, senza altri assalire,
se puon, volgendo il dosso, indi fuggire.

10
D’ogni salute or disperato Gano,
di corvi, d’avoltor ben si vede ésca;
ché, poi che questo aiuto è stato vano,
altro non sa veder che gli riesca.
Lo trasser le cognate a Mont’Albano,
che più che morte par che gli rincresca;
e fin ch’altro di lui s’abbia a disporre,
lo fan calar nel piè giù d’una torre.

11
Ruggiero intanto al suo vïaggio intento,
ch’ancor nulla sapea di questo caso,
carcando or l’orza et or la poggia al vento,
facea le prore andar volte all’occaso.
Ogni lito di Francia più di cento
miglia lontano a dietro era rimaso.
Tutta la Spagna, che non sa a ch’effetto
l’armata il suo mar solchi, è in gran sospetto.

12
La città nominata da l’antico
Barchino Annon, tumultüar si vede;
Taracona e Valenza, e il lito aprico
a cui l’Alano e il Gotto il nome diede;
Cartagenia, Almeria, con ogni vico,
de’ bellicosi Vandali già sede;
Malica, Saravigna, fin là dove
la strada al mar diede il figliuol di Giove.

13
Avea Ruggier lasciato poche miglia
Tariffa a dietro, e da la destra sponda
vede le Gade, e più lontan Siviglia,
e ne le poppe avea l’aura seconda;
quando a un tratto di man, con maraviglia,
un’isoletta uscir vide de l’onda:
isola pare, et era una balena
che fuor dal mar scopria tutta la schena.

14
L’apparir del gran mostro, che ben diece
passi del mar con tutto il dosso usciva,
correr all’armi i naviganti fece,
et a molti bramar d’essere a riva.
Saette e sassi e foco acceso in pece
da tutto il stuolo in gran rumor veniva
di timpani e di trombe, e tanti gridi,
che facea il ciel, non che sonare i lidi.

15
Poco lor giova ir l’acqua e l’aer vano
di percosse e di strepiti ferendo:
che non si fa per questo più lontano,
né più si fa vicino il pesce orrendo;
quanto un sasso gittar si può con mano,
quel vien l’armata tuttavia seguendo:
sempre le appar col smisurato fianco
ora dal destro lato, ora dal manco.

16
Andar tre giorni et altre tante notti,
quanto il corso dal stretto al Tago dura,
che sempre di restar sommersi e rotti
dal vivo e mobil scoglio ebbon paura:
gli assalse il quarto dì, che già condotti
eran sopra Lisbona, un’altra cura:
ché scoperson l’armata di Ricardo
che contra lor venia dal mar Picardo.

17
Insieme si conobbero l’armate,
tosto che l’una ebbe de l’altra vista:
Ruggier si crede ch’ambe sian mandate
perché lor meno il Lusitan resista;
e non che, per zizanie seminate
da Gano, l’una l’altra abbia a far trista:
non sa il meschin che colui sia venuto
per ruinarlo, e non per darli aiuto.

18
Fa sugli arbori tutti e in ogni gabbia
e le bandiere stendere e i pennoni,
dare ai tamburi, e gonfiar guance e labbia
a trombe, a corni, a pifari, a bussoni:
come allegrezza et amicizia s’abbia
quivi a mostrar, fa tutti i segni buoni;
gittar fa in acqua i palischermi, e gente
a salutarlo manda umanamente.

19
Ma quel di Normandia, ch’assai diverso
dal buon Ruggier ha in ogni parte il core,
al suo vantaggio intento, non fa verso
lui segno alcun di gaudio né d’amore;
ma, con disir di romperlo e sommerso
quivi lasciar, ne vien senza rumore;
e scostandosi in mar, l’aura seconda
si tolle in poppa, ove Ruggier l’ha in sponda.

20
Poi che vide Ruggiero assenzo al mèle,
armi a’ saluti, odio all’amore opporse;
e che, ma tardi, del voler crudele
del capitan di Normandia s’accorse;
né più poter montar sopra le vele
di lui, né per fuggir di mezo tòrse,
si volse e diede a’ suoi duri conforti,
ch’invendicati almen non fosser morti.

21
L’armata de’ Normandi urta e fracassa
ciò che tra via, cacciando Borea, intoppa;
e prore e sponde al mare aperte lassa,
da non le serrar poi chiovi né stoppa:
ch’ogni sua nave al mezo, ove è più bassa,
vince dei Provenzal la maggior poppa.
Ruggier, col disvantaggio che ciascuna
nave ha minor, ne sostien sei contr’una.

22
Il naviglio maggior d’ogni normando,
che nel castel da poppa avea Ricardo,
per l’alto un pezzo era venuto orzando:
come su l’ali il pellegrin gagliardo,
che mentre va per l’aria volteggiando,
non leva mai da la riviera il sguardo;
e vista alzar la preda ch’egli attende,
come folgor dal ciel ratto giù scende.

23
Così Ricardo, poi che in mar si tenne
alquanto largo, e vedut’ebbe il legno
con che venia Ruggier, tutte l’antenne
fece carcar fino all’estremo segno;
e, sì come era sopra vento, venne
ad investire, e riuscì il disegno:
ché tutto a un tempo fur l’àncore gravi
d’alto gittate ad attaccar le navi;

24
e correndo alle gomone in aita
più d’una mano, i legni gionti furo.
Da pal di ferro intanto e da infinita
copia di dardi era nissun sicuro:
che da le gagge ne cadea, con trita
calzina e solfo acceso, un nembo scuro:
né quei di sotto a ritrovar si vanno
con minor crudeltà, con minor danno.

25
Quelli di Normandia, che di luogo alto
e di numero avean molto vantaggio,
nel legno di Ruggier féro il mal salto,
dal furor tratti e dal lor gran coraggio;
ma tosto si pentir del folle assalto:
ché non patendo il buon Ruggier l’oltraggio,
presto di lor, con bel menar de mani,
fe’ squarzi e tronchi e gran pezzi da cani;

26
e via più a sé valer la spada fece,
che ’l vantaggio del legno lor non valse,
o perché contra quattro fosson diece:
con tanta forza e tanto ardir gli assalse!
Fe’ di negra parer rossa la pece,
e rosseggiar intorno l’acque salse:
ché da prora e da poppa e da le sponde
molti a gran colpi fe’ saltar ne l’onde.

27
Fattosi piazza, e visto sul naviglio
che non era uom se non de’ suoi rimaso,
ad una scala corse a dar di piglio,
per montar sopra quel di maggior vaso;
ma veduto Ricardo il gran periglio
in che incorrer potea, provide al caso:
fu la provisïon per lui sicura,
ma mostrò di pochi altri tener cura.

28
Mentre i compagni difendean il loco,
andò alli schiffi e fe’ gettarli all’acque:
quattro o sei n’avisò; ma il numer poco
fu verso agli altri a chi la cosa tacque.
Poi fe’ in più parti al legno porre il foco,
ch’ivi non molto addormentato giacque;
ma di Ruggier la nave accese ancora,
e da le poppe andò sin alla prora.

29
Ricardo si salvò dentro ai batelli,
e seco alcuni suoi ch’ebbe più cari;
e sopra un legno si fe’ por di quelli
ch’in sua conserva avean solcati i mari:
indi mandò tutti i minor vasselli
a trar i suoi dei salsi flutti amari:
che per fuggir l’ardente dio di Lenno
in braccio a Teti et a Nettun si denno.

30
Ruggier non avea schiffo ove salvarse,
ché, come ho detto, il suo mandato avea
a salutar Ricardo et allegrarse
di quel di che doler più si dovea;
né all’altre navi sue, ch’erano sparse
per tutto il mar, ricorso aver potea:
sì che, tardando un poco, ha da morire
nel foco quivi, o in mar se vuol fuggire.

31
Vede in prua, vede in poppa e ne le sponde
crescer la fiamma, e per tutte le bande:
ben certo è di morir, ma si confonde,
se meglio sia nel foco o nel mar grande:
pur si risolve di morir ne l’onde,
acciò la morte in lungo un poco mande:
così spicca un gran salto da la nave
in mezo il mar, di tutte l’armi grave.

32
Qual suol vedersi in lucida onda e fresca
di tranquillo vivai correr la lasca
al pan che getti il pescator, o all’ésca
ch’in ramo alcun de le sue rive nasca;
tal la balena, che per lunga tresca
segue Ruggier perché di lui si pasca,
visto il salto, v’accorre, e senza noia
con un gran sorso d’acqua se lo ingoia.

33
Ruggier, che s’era abbandonato e al tutto
messo per morto, dal timor confuso,
non s’avvide al cader, come condutto
fosse in quel luogo tenebroso e chiuso;
ma perché gli parea fetido e brutto,
esser spirto pensò di vita escluso,
il qual fosse dal Giudice superno
mandato in purgatorio o giù all’inferno.

34
Stava in gran tema del foco penace,
di che avea ne la nuova Fé già inteso.
Era come una grotta ampia e capace
l’oscurissimo ventre ove era sceso:
sente che sotto i piedi arena giace,
che cede, ovunque egli la calchi, al peso:
brancolando le man quanto può stende
da l’un lato e da l’altro, e nulla prende.

35
Si pone a Dio, con umiltà di mente,
de’ suoi peccati a dimandar perdono,
che non lo danni alla infelice gente
di quei ch’al ciel mai per salir non sono.
Mentre che in ginocchion divotamente
sta così orando al basso curvo e prono,
un picciol lumicin d’una lucerna
vide apparir lontan per la caverna.

36
Esser Caron lo giudicò da lunge,
che venisse a portarlo all’altra riva:
s’avvide, poi che più vicin gli giunge,
che senza barca a sciutto piè veniva.
La barba alla cintura si congiunge,
le spalle il bianco crin tutto copriva;
ne la destra una rete avea, a costume
di pescator; ne la sinistra un lume.

37
Ruggier lo vedea appresso, et era in forse
se fosse uom vivo, o pur fantasma et ombra.
Tosto che del splendor l’altro s’accorse
che feria l’armi e si spargea per l’ombra,
si trasse a dietro e per fuggir si torse,
come destrier che per camino adombra;
ma poi che si mirar l’un l’altro meglio,
Ruggier fu il primo a dimandar al veglio:

38
— Dimmi, padre, s’io vivo o s’io son morto,
s’io sono al mondo o pur sono all’inferno:
questo so ben, ch’io fui dal mar absorto;
ma se per ciò morissi, non discerno.
Perché mi veggo armato, mi conforto
ch’io non sia spirto dal mio corpo esterno;
ma poi l’esser rinchiuso in questo fondo
fa ch’io tema esser morto e fuor del mondo.

39
— Figliuol, — rispose il vecchio — tu sei vivo,
com’anch’io son; ma fòra meglio molto
esser di vita l’uno e l’altro privo,
che nel mostro marin viver sepolto.
Tu sei d’Alcina, se non sai, captivo:
ella t’ha il laccio teso, e al fin t’ha colto,
come colse me ancora, con parecchi
altri che ci vedrai, giovani e vecchi.

40
Vedendoti qui dentro, non accade
di darti cognizion chi Alcina sia;
che se tu non avessi sua amistade
avuta prima, ciò non t’avverria.
In India vedut’hai la quantitade
de le conversïon che questa ria
ha fatto in fere, in fonti, in sassi, in piante,
dei cavallier di ch’ella è stata amante.

41
Quei che, per nuovi successor, men cari
le vengono, muta ella in varie forme;
ma quei che se ne fuggon, che son rari,
sì come esserne un tu credo di apporme,
quando giunger li può negli ampli mari
(però che mai non ne abbandona l’orme),
gli caccia in ventre a quest’orribil pesce,
donde mai vivo o morto alcun non esce.

42
Le Fate hanno tra lor tutta partita
e l’abitata e la deserta terra:
l’una ne l’Indo può, l’altra nel Scita,
questa può in Spagna e quella in Inghilterra;
e ne l’altrui ciascuna è proibita
di metter mano, et è punita ch’erra:
ma comune fra lor tutto il mare hanno,
e ponno a chi lor par quivi far danno.

43
Tu vederai qua giù, scendendo al basso,
degli infelici amanti i scuri avelli,
de’ quali è alcun sì antico, che nel sasso
gli nomi non si puon legger di quelli.
Qui crespo e curvo, qui debole e lasso
m’ha fatto il tempo, e tutti bianchi i velli;
che quando venni, a pena uscìan dal mento
com’oro i peli ch’or vedi d’argento.

44
Quanti anni sien non saprei dir, ch’io scesi
in queste d’ogni tempo oscure grotte:
che qui né gli anni annoverar né i mesi,
né si può il dì conoscer da la notte.
Duo vecchi ci trovai, dai quali intesi
quel da che fur le mie speranze rotte:
che più de la mia età ci avean consunto,
et io gli giunsi a sepelire a punto.

45
E mi narrar che, quando giovenetti
ci vennero, alcun’altri avean trovati,
che similmente d’Alcina diletti,
di poi qui presi e posti erano stati:
sì che, figliuol, non converrà ch’aspetti
riveder mai più gli uomini beati,
ma con noi che tre eramo, et ora teco
siam quattro, starti in questo ventre cieco.

46
Ci rimasi io già solo, e poscia dui,
poi da venti dì in qua tre fatti eramo,
et oggi quattro, essendo tu con nui:
ch’in tanto mal grand’aventura chiamo
che tu ci trovi compagnia, con cui
pianger possi il tuo stato oscuro e gramo;
e non abbi a provar l’affanno e ’l duolo
che quel tempo io provai che ci fui solo. —

47
Come ad udir sta il misero il processo
de’ falli suoi che l’han dannato a morte,
così turbato e col capo demesso
udia Ruggier la sua infelice sorte.
— Rimedio altro non ci è — soggiunse appresso
il vecchio — che di oprar l’animo forte.
Meco verrai dove, secondo il loco,
l’industria e il tempo n’ha adagiati un poco.

48
Ma voglio proveder prima di cena,
che qui sempre però non si digiuna. —
Così dicendo, Ruggier indi mena,
cedendo al lume l’ombra e l’aria bruna,
dove l’acqua per bocca alla balena
entra, e nel ventre tutta si raguna:
quivi con la sua rete il vecchio scese
e di più forme pesci in copia prese.

49
Poi, con la rete in collo e il lume in mano,
la via a Ruggier per strani groppi scorse:
al salir et al scendere la mano
ai stretti passi anco talor gli porse.
Tratto ch’un miglio o più l’ebbe lontano,
con gli altri dui compagni al fin trovorse
in più capace luogo, ove all’esempio
d’una moschea, fatto era un picciol tempio.

50
Chiaro vi si vedea come di giorno,
per le spesse lucerne ch’eran poste
in mezzo e per gli canti e d’ogn’intorno,
fatte di nicchi di marine croste:
a dar lor l’oglio traboccava il corno,
ché non è quivi cosa che men coste,
pei molti capidogli che divora
e vivi ingoia il mostro ad ora ad ora.

51
Una stanza alla chiesa era vicina,
di più famiglia che la lor capace,
dove su bene asciutta alga marina
nei canti alcun commodo letto giace.
Tengono in mezo il fuoco la cucina:
che fatto avea l’artefice sagace,
che per lungo condutto di fuor esce
il fumo, ai luoghi onde sospira il pesce.

52
Tosto che pon Ruggier là dentro il piede,
vi riconosce Astolfo paladino,
che mal contento in un dei letti siede,
tra sé piangendo il suo fero destino.
Lo corre ad abbracciar, come lo vede:
gli leva Astolfo incontro il viso chino:
e come lui Ruggier esser conosce,
rinuova i pianti, e fa maggior l’angosce.

53
Poi che piangendo all’abbracciar più d’una
e di due volte ritornati furo,
l’un l’altro dimandò da qual fortuna
fosson dannati in quel gran ventre oscuro.
Ruggier narrò quel ch’io v’ho già de l’una
e l’altra armata detto, il caso oscuro,
e di Ricardo senza fin si dolse;
Astolfo poi così la lingua sciolse:

54
— Dal mio peccato (che accusar non voglio
la mia fortuna) questo mal mi avviene.
Tu di Ricardo, io sol di me mi doglio:
tu pati a torto, io con ragion le pene.
Ma, per aprirti chiaramente il foglio
sì che l’istoria mia si vegga bene,
tu déi saper che non son molti mesi
ch’andai di Francia a riveder mie’ Inglesi.

55
Quivi, per chiari e replicati avisi
essendo più che certo de la guerra
che ’l re di Danismarca e i Dazii e i Frisi
apparecchiato avean contra Inghilterra;
ove il bisogno era maggior mi misi,
per lor vietar il dismontar in terra,
dentro un castel che fu per guardia sito
di quella parte ov’è men forte il lito:

56
ché da quel canto il re mio padre Ottone
temea che fosse l’isola assalita.
Signor di quel castell’era un barone
ch’avea la moglie di beltà infinita;
la qual tosto ch’io vidi, ogni ragione,
ogni onestà da me fece partita;
e tutto il mio voler, tutto il mio core
diedi in poter del scelerato amore.

57
E senza aver all’onor mio riguardo
che quivi ero signor, egli vassallo
(ché contra un debol, quanto è più gagliardo
chi le forze usa, tanto è maggior fallo),
poi che dei prieghi ire il rimedio tardo
e vidi lei più dura che metallo,
all’insidie aguzzar prima l’ingegno,
et indi alla vïolenzia ebbi il disegno.

58
E perché, come i modi miei non molto
erano onesti, così ancor né ascosi,
fui dal marito in tal sospetto tolto,
che in lei guardar passò tutti i gelosi.
Per questo non pensar che ’l desir stolto
in me s’allenti o che giamai riposi;
et uso atti e parole in sua presenza
da far romper a Giobbe la pacienza.

59
E perché aveva pur quivi rispetto
d’usar le forze alla scoperta seco,
dov’era tanto populo, in conspetto
de’ principi e baron che v’eran meco;
pur pensai di sforzarlo, ma l’effetto
coprire, e lui far in vederlo cieco;
e mezzo a questo un cavalier trovai,
il qual molt’era suo, ma mio più assai.

60
A’ preghi miei, costui gli fe’ vedere
com’era mal accorto e poco saggio
a tener dov’io fossi la mogliere,
che sol studiava in procacciargli oltraggio;
e saria più laudabile parere,
tosto che m’accadesse a far vïaggio
da un loco a un altro, com’era mia usanza,
di salvar quella in più sicura stanza.

61
Còrre il tempo potea la prima volta
che, per non ritornar la sera, andassi:
che spesso aveva in uso andar in volta
per riparar, per riveder i passi.
Gualtier (che così avea nome) l’ascolta,
né vuol ch’indarno il buon consiglio passi:
pensa mandarla in Scozia, ove di quella
il padre era signor di più castella.

62
Quindi segretamente alcune some
de le sue miglior cose in Scozia invia.
Io do la voce d’ir a Londra; e, come
mi par il tempo, un dì mi metto in via;
et ei con Cinzia sua (che così ha nome),
senza sospetto di trovar tra via
cosa ch’all’andar suo fosse molesta,
del castello esce, et entra in la foresta.

63
Con donne e con famigli disarmati
la via più dritta inverso Scozia prese:
non molto andò, che cadde negli aguati,
ne l’insidie che i miei li avean già tese.
Avev’io alcuni miei fedel mandati,
che co’ visi coperti in strano arnese
gli furo adosso, e tolser la consorte,
e a lui di grazia fu campar da morte.

64
Quella portano in fretta entro una torre,
fuor de la gente, in loco assai rimoto;
donde a me senza indugio un messo corre,
il qual mi fa tutto il successo noto.
Io già avea detto di volermi tòrre
de l’isola; e la causa di tal moto
era, ch’udiva esser Rinaldo a Carlo
fatto nemico, et io volea aiutarlo.

65
Alli amici fo motto; e, come io voglia
passar quel giorno, inverso il mar mi movo;
poi mi nascondo, et armi muto e spoglia,
e piglio a’ miei servigi un scudier novo;
e per le selve ove meno ir si soglia,
verso la torre ascosa via ritrovo;
e dove è più solinga e strana et erma,
incontro una donzella che mi ferma,

66
e dice: «Astolfo, giovaràtti poco»
che mi chiamò per nome «andar di piatto;
che ben sarai trovato, e a tempo e a loco
ti punirà quello a chi ingiuria hai fatto.»
Così dice; e ne va poi come foco
che si vede pel ciel discorrer ratto:
la vuo’ seguir; ma sì corre, anzi vola,
che replicar non posso una parola.

67
E se n’andò quel dì medesimo anco
a ritrovar Gualtiero afflitto e mesto,
che per dolor si battea il petto e ’l fianco,
e gli fe’ tutto il caso manifesto:
non già ch’alcun me lo dicessi, e manco
che con gli occhi i’l vedessi, io dico questo;
ma, così, discorrendo con la mente,
veggo che non puote esser altramente.

68
Conietturando, similmente, seppi
esser costei d’Alcina messaggera;
che dal dì ch’io mi sciolsi dai suoi ceppi,
sempre venuta insidïando m’era.
Come ho detto, costei Gualtier pei greppi
pianger trovò di sua fortuna fiera;
né chi offeso l’avea gli mostra solo,
ma il modo ancor di vendicar suo duolo.

69
E lo pon, come suol porre alla posta
il mastro de la caccia i spiedi e i cani;
e tanto fa, ch’un mio corrier, ch’in posta
mandav’a Antona, gli fa andar in mani.
Io scrivea a un mio, ch’ivi tenea a mia posta
un legno per portarmi agli Aquitani,
il giorno ch’io volea che fosse a punto
in certa spiaggia per levarmi giunto.

70
Né in Antona volea né in altro porto,
per non lasciar conoscermi, imbarcarmi:
del segno ancora io lo faceva accorto
col qual volea dal lito a lui mostrarmi,
acciò stando sul mar tuttavia sorto
mandasse il palischermo indi a levarmi;
et, all’incontro, il segno che dovessi
far egli a me in la lettera gli espressi.

71
Ben fu Gualtier de la ventura lieto,
che sì gli apria la strada alla vendetta.
Fe’ che tornar non poté il messo, e, cheto,
dov’era un suo fratel se n’andò in fretta,
e lo pregò che gli armasse in segreto
un legno di fedele gente eletta.
Avuto il legno, il buon Gualtiero corse
al capo di Lusarte, e quivi sorse.

72
Vicino a questo mar sedea la rocca,
dove aspettava in parte assai selvaggia,
sì ch’apparir veggo lontan la cocca
col segno da me dato in su la gaggia:
io, d’altra parte, quel ch’a me far tocca
gli mostro da la torre e da la spiaggia.
Manda Gualtier lo schiffo, e me raccoglie,
et un scudier c’ho meco, e la sua moglie.

73
Né sé né alcun de’ suoi ch’io conoscessi
prima scopersi che sul legno fui;
ove lasciando a pena ch’io dicessi:
— Dio aiutami —, pigliar mi fece ai sui,
che come vespe e galavroni spessi
mi s’aventaro; e, comandando lui,
in mar buttarmi, ove già questa fera,
come Alcina ordinò, nascosa s’era.

74
Così ’l peccato mio brutto e nefando,
degno di questa e di più pena molta,
m’ha chiuso qui, onde di come e quando
io n’abbia a uscir, ogni speranza è tolta;
quella protezïon tutta levando,
che san Giovanni avea già di me tolta. —
Poi ch’ebbe così detto, allentò il freno
Astolfo al pianto, e bagnò il viso e ’l seno.

75
Ruggier, che come lui non era immerso
sì nel dolor, ma si sentia più sorto,
gli studiava, inducendogli alcun verso
de la Scrittura, di trovar conforto.
— Non è — dicea — del Re de l’universo,
l’intenzïon che ’l peccator sia morto,
ma che dal mar d’iniquitadi a riva
ritorni salvo, e si converti e viva.

76
Cosa umana è a peccar; e pur si legge
che sette volte il giorno il giusto cade;
e sempre a chi si pente e si corregge
ritorna a perdonar l’Alta bontade:
anzi, d’un peccator che fuor del gregge
abbi errato, e poi torni a miglior strade,
maggior gloria è nel regno degli eletti,
che di novantanove altri perfetti. —

77
Per far nascer conforto, cotal seme
il buon Ruggier venìa spargendo quivi;
poi ricordava ch’altra volta insieme
d’Alcina in Oriente fur captivi;
e come di là usciro, anco aver speme
dovean d’uscir di questo carcer vivi.
— S’allora io fui — dicea — degno d’aita,
or ne son più, che son miglior di vita. —

78
E seguitò: — Se quando ne l’errore
de la dannata legge ero perduto,
e ne l’ozio sommerso e nel fetore
tutto d’Alcina, come animal bruto,
mi liberò il mio sommo almo Fattore;
perché sperar non debbo ora il suo aiuto,
che per la Fede essendo puro e netto
di molte colpe, io so che m’ha più accetto?

79
Creder non voglio che ’l demonio rio,
dal qual la forza di costei dipende,
possa nuocere agli uomini che Dio
per suoi conosce e che per suoi difende.
Se vera fede avrai, se l’avrò anch’io,
Dio la vedrà che i nostri cori intende:
e vedendola vera, abbi speranza
che non avrà il demonio in noi possanza. —

80
Astolfo, presa la parola, disse:
— Questo ogni buon cristian de’ tener certo.
Non scese in terra Dio, né con noi visse,
né in vita e in morte ha tanto mal sofferto,
perché il nimico suo dipoi venisse
a riportar di sua fatica il merto.
Quel che sì ricco prezzo costò a lui,
non lascerà sì facilmente altrui.

81
Non manchi in noi contrizïone e fede,
e di pregar con purità di mente;
che Dio non può mancarci di mercede:
Egli lo disse, e il dir suo mai non mente.
Scritto ha nel suo Evangelio: «Ch’in me crede,
uccide nel mio nome ogni serpente,
il venen bee senza che mal gli faccia,
sana gli infermi e gli demoni scaccia.»

82
E dice altrove: «Quando con perfetta
fede ad un monte a commandar tu vada:
“Di qui ti leva, e dentro il mar ti getta”;
che ’l monte piglierà nel mar la strada.»
Ma perché fede quasi morta è detta
quella che sta senza fare opre a bada,
procacciamo con buon’opre che sia
più grata a Dio la tua fede e la mia.

83
Proviam di trarre alla vera credenza
quest’altri che son qui presi con nui;
di che già fatto ho qualche esperïenza,
ma poco un parer mio può contra dui.
Forse saremo a mutar lor sentenza
meglio insieme tu et io, ch’io sol non fui;
e se potiam questi al demonio tòrre,
non ha qua dentro poi dove si porre.

84
E Dio, tutti vedendone fedeli
pregar la sua clemenza che n’aiute,
dal fonte di pietà scender dai cieli
farà qua dentro un fiume di salute. —
Così dicean; poi salmi, inni e vangeli,
orazïon che a mente avean tenute,
incominciar i cavallier devoti,
e a porr’in opra i prieghi e i pianti e i voti.

85
Intanto gli altri dui con studio grande
cercavan di far vezzi al novell’oste.
Di vari pesci varie le vivande
a rosto e lesso al foco erano poste.
Poco inanzi, un naviglio da le bande
di Vinegia, spezzato ne le coste,
la balena s’avea cacciato sotto
e tratto in ventre in molti pezzi rotto;

86
e le botte e le casse e gli fardelli
tutti nel ventre ingordo erano entrati.
Gli naviganti soli coi battelli
ai legni di conserva eran campati:
sì che v’è da dar foco, e nei piatelli
da condir buoni cibi e delicati
con zucchero e con spezie; et avean vini
e còrsi e grechi, precïosi e fini.

87
Passavano pochi anni, ch’una o due
volte non si rompesson legni quivi;
donde i prigion per le bisogne sue
cibi traean da mantenersi vivi.
Poser la cena, come cotta fue;
s’avessen pane o se ne fosson privi,
non so dir certo: ben scrive Turpino
che sotto il gorgozulle era un molino,

88
che con l’acque ch’entravan per la bocca
del mostro, il grano macinava a scosse,
il quale o in barcia o in caravella o in cocca
rotta, là dentro ritrovato fosse.
D’una fontana similmente tocca,
ch’a ridirla le guance mi fa rosse:
lo scrive pure, et il miracol copre
dicendo ch’eran tutte magich’opre.

89
Non l’afferm’io per certo né lo niego:
se pane ebbono o no, lo seppon essi.
Gli dui fedel, de’ dui infedeli al prego,
fen punto ai salmi, e a tavola son messi.
Ma di Astolfo e Ruggier più non vi sego:
diròvvi un’altra volta i lor successi.
Finch’io ritorno a rivederli, ponno
cenare ad agio, e dipoi fare un sonno.

90
Intanto Carlo, alla battaglia intento
che ’l re boemme aver dovea con lui,
senza sospetto ignun che tradimento
(quel che non era in sé) fosse in altrui,
facea provar destrier, che cento e cento
n’avea d’eletti alli bisogni sui;
e gli migliori, a chi facea mestieri,
largamente partia fra i suoi guerrieri.

91
Non solo aver per sé buona armatura
quanto più si potea forte e leggiera,
ma trovarne ai compagni anco avea cura,
che se mai lor ne fu bisogno, or n’era.
Seco gli usava alla fatica dura
due fïate ogni dì, mattino e sera;
e seco in maneggiar arme e cavallo
facea provarli, e non ferire in fallo.

92
Ma Cardoran, che non ha alcun disegno
di por lo stato a sorte d’una pugna,
viene aguzzando tuttavia l’ingegno,
sì come tronchi all’augel santo l’ugna.
Aspetta e spera d’Ungheria, e dal regno
de li Sassoni ormai, ch’aiuto giugna:
la notte e il giorno intanto unqua non testa
di far più forte or quella cosa or questa.

93
E ridur si fa dentro a poco a poco
e vettovaglia e munizione e gente,
ché, per la tregua, in assediar quel loco
l’esercito era fatto negligente;
e parea quasi ritornata in gioco
la guerra ch’a principio era sì ardente;
e scemata di qui più d’una lancia,
contra Rinaldo era tornata in Francia.

94
Sansogna e Slesia et Ungheria una bella
e grossa armata insieme posta avea:
la gente di Sansogna, e così quella
di Slesia, i pedestri ordini movea;
venir con questi, e la più parte in sella,
l’esercito de l’Ungar si vedea;
poi seguia un stuol di Traci e di Valachi,
Bulgari, Servïan, Russi e Polachi.

95
Questi mandava il greco Costantino,
e per suo capitano un suo fratello;
sì come quel ch’a Carlo di Pipino
portava iniqua invidia et odio fello,
per esser fatto imperador latino
e usurparli il coronato augello.
Ben di lor mossa e di lor porse in via
avuto Carlo avea più d’una spia;

96
ma, com’ho detto, Gano con diversi
mezi gli avea cacciato e fisso in mente
che si metteva insieme per doversi
mandar verso Ellesponto quella gente,
e tragittarsi in Asia contra i Persi
ch’avean presa Bittinia nuovamente;
e ch’era a petizion fatta et instanza
del greco imperator la ragunanza.

97
Né ch’ella fosse alli suoi danni volta
prima sentì, ch’era in Boemmia entrata;
sì che ben si pentì più d’una volta
che la sua più del terzo era scemata.
Già credendo aver vinto, quindi tolta
n’avea una parte et al nipote data.
Ma quel ch’oggi dir volsi è qui finito:
chi più ne brama udir, domani invito.

CANTO QUINTO

1
Un capitan che d’inclito e di saggio
e di magno e d’invitto il nome merta,
non dico per ricchezze o per lignaggio,
ma perché spesso abbia fortuna esperta,
non si suol mai fidar sì nel vantaggio,
che la vittoria si prometta certa:
sta sempre in dubbio ch’aver debbia cosa
da ripararsi il suo nimico ascosa.

2
Sempre gli par veder qualche secreta
fraude scoccar, ch’ogni suo onor confonda:
ché pur là dove è più tranquilla e queta,
più perigliosa è l’acqua e più profonda;
perciò non mai prosperità sì lieta
né tal baldanza a’ suoi desir seconda,
che lasciar voglia gli ordini e i ripari
che faria avendo uomini e Dei contrari.

3
Io ’l dirò pur, se bene audace parlo,
che quivi errò quel sì lodato ingegno
col qual paruto era più volte Carlo
saggio e prudente e più d’ogn’altro degno:
ma il vincer Cardorano, e vinto trarlo,
glorïoso spettacolo, al suo regno,
quivi gli avea così occupati i sensi,
ch’altro non è che ascolti, vegga e pensi.

4
Né si scema sua colpa, anzi augumenta,
quando di Gano il mal consiglio accusi.
Per lui vuol dunque ch’altri vegga o senta,
et ei star tuttavia con gli occhi chiusi?
Dunque l’aloppia Gano e lo addormenta,
e tutti gli altri ha dai segreti esclusi?
Ben seria il dritto che tornasse il danno
solamente su quei che l’error fanno.

5
Ma, pel contrario, il populo innocente,
il cui parer non è chi ascolti o chieggia,
è le più volte quel che solamente
patisce quanto il suo signor vaneggia.
Carlo, che non ha tempo che di gente,
né che d’altro ripar più si proveggia,
quella con diligenzia, che si trova,
tutta rivede e gli ordini rinova.

6
E come che passar possa la Molta
sul ponte che v’è già fatto a man destra,
e sua gente ne li ordini raccolta
ritrarre ai monti et alla strada alpestra;
e ver’ le terre Franche indi dar volta,
o dove creda aver la via più destra:
pur ogni condizion dura et estrema
vuol patir, prima che mostrar che tema.

7
Or quel muro ch’opposto avea alla terra
tra un fiume e l’altro con sì lungo tratto,
fa con crescer di fosse, e legne e terra,
più forte assai che non avea già fatto;
e con gente a bastanza i passi serra,
acciò non, mentre attende ad altro fatto,
questi di Praga, ritrovato il calle
di venir fuor, l’assaltino alle spalle.

8
L’un nimico avea dietro e l’altro a fronte,
e vincer quello e questo animo avea.
L’esercito de’ barbari su al monte
passò l’Albi, vicino ove sorgea.
Carlo tenea sopra l’altr’acqua il ponte,
ch’uscìa verso la selva di Medea;
e quello alla sua gente, che divise
in tre battaglie, al destro fianco mise.

9
E così fece che ’l sinistro lato
non men difeso era da l’altro fiume:
si pose dietro l’argine e il steccato,
da non poter salir senza aver piume.
Il corno destro ad Olivier fu dato,
del sangue di Borgogna inclito lume,
che cento fanti avea per ogni fila,
le file cento, con cavai seimila.

10
Ebbe il Danese in guardia l’altro corno,
con numer par de fanti e de cavalli.
L’imperator, di drappo azurro adorno
tutto trapunto a fior de gigli gialli,
reggea nel mezo; e i Paladini intorno,
duchi, marchesi e principi vassalli,
e sette mila avea di gente equestre,
e duplicato numero pedestre.

11
All’incontro, il stuol barbaro, diviso
in tre battaglie, era venuto inanti,
men d’una lega appresso a questi assiso,
e similmente avea i dui fiumi ai canti.
Cento settanta mila era il preciso
numer, ch’un sol non ne mancava a tanti;
e in ogni banda con ugual porzioni
partiti i cavalli erano e i pedoni.

12
Ogni squadra de’ barbari non manco
ivi quel giorno stata esser si crede,
che tutto insieme fosse il popul franco,
quanto ve n’era, chi a caval, chi a piede:
ma tal ardir e tal valor, tal anco
ordine avean questi altri, e tanta fede
nel suo signor, d’ingegno e di prudenza,
che ciascun valer quattro avea credenza.

13
Ma poi sentir, che si trovar in fatto,
che pur troppo era un sol, non che a bastanza;
né di quella battaglia ebbono il patto
che lor promesso avea lor arroganza:
e potea Carlo rimaner disfatto
se Dio, che salva ch’in lui pon speranza,
non gli avesse al bisogno proveduto
d’un improviso e non sperato aiuto.

14
E non poteron sì l’insidie astute,
l’arte e l’ingan del traditor crudele,
che non potesse più chi per salute
nostra morendo, volse bere il fele:
Gano le ordì, ma al fin l’alta Virtute
fece in danno di lui tesser le tele:
lo fe’ da Bradamante e da Marfisa
metter prigione, e detto v’ho in che guisa.

15
Quelle gli avean già ritrovato adosso
lettere e contrasegni e una patente,
per le quali apparea che Gano mosso
non s’era a tòr Marsiglia di sua mente,
ma che venuto il male era da l’osso:
Carlo n’era cagion principalmente;
e vider scritto quel ch’in mar appresso
per distrugger Ruggier s’era commesso.

16
E leggendo, Marfisa vi trovoro
e Ruggier traditori esser nomati,
perché, partiti da le guardie loro,
in favor di Rinaldo erano andati;
e per questo ribelli ai gigli d’oro
eran per tutto il regno divulgati;
e Carlo avea lor dietro messo taglia,
sperando averli in man senza battaglia.

17
Marfisa, che sapea che alcun errore,
né suo né del fratello, era precorso,
pel qual dovesse Carlo imperatore
contr’essi in sì grand’ira esser trascorso,
di giusto sdegno in modo arse nel core,
che, quanto ir si potea di maggior corso,
correr penso in Boemia e uccider Carlo,
che non potrian suoi Paladin vietarlo.

18
E ne parlò con Bradamante, e appresso
col Selvaggio Guidon, ch’ivi era allora:
ché Mont’Alban gli avea il fratel commesso
che vi dovesse far tanta dimora
che Malagigi, come avea promesso,
venisse; e l’aspettava d’ora in ora
per dar a lui la guardia del castello,
e poi tornar in campo al suo fratello.

19
Marfisa ne parlò, come vi dico,
ai dui germani, e gli trovò disposti
che s’abbia a trattar Carlo da nimico
e far che l’odio lor caro gli costi;
che si meni con lor Gano, il suo amico,
e che s’un par di forche ambi sian posti;
e che si scanni, tronchi, tagli e fenda
qualunque d’essi la difesa prenda.

20
Guidon, ch’andar con lor facea pensiero
né lasciar senza guardia Mont’Albano,
espedì allora allora un messaggiero,
ch’andò a far fretta al frate di Viviano;
e gli parve che fosse quel scudiero
che tratto avea quivi legato Gano;
per narrar lui che la figlia d’Amone
libera e sciolta, e Gano era prigione.

21
Sinibaldo, il scudier, calò del monte
e verso Malagigi il camin tenne;
e noi potendo aver in Agrismonte,
più lontan per trovarlo ir gli convenne.
Ma il dì seguente Alardo entrò nel ponte
di Mont’Albano; e bene a tempo venne,
ché, lui posto in suo loco, entrò in camino
Guidon, senza aspettar più il suo cugino.

22
Egli e le donne, tolto i loro arnesi,
in Armaco e a Tolosa se ne vanno
due donzelle e tre paggi avendo presi,
col conte di Pontier che legato hanno.
Lasciànli andar, che forse più cortesi
che non ne fan sembianti, al fin seranno:
diciam del messo il qual da Mont’Albano
vien per trovar il frate di Viviano.

23
Non era in Agrismonte, ma in disparte,
tra certe grotte inaccessibil quasi,
dove imagini sacre, sacre carte,
sacri altar, pietre sacre e sacri vasi,
et altre cose appartinenti all’arte,
de le quai si valea per vari casi,
in un ostello avea ch’in cima un sasso
non ammettea, se non con mani, il passo.

24
Sinibaldo, che ben sapea il camino
(ché vi venne talor con Malagigi,
del qual da’ tener’anni piccolino
fin a’ più forti stato era a’ servigi),
giunse all’ostello, e trovò l’indovino
ch’avea sdegno coi spirti aerii e stigi,
ché scongiurati avendoli due notti
gli lor silenzi ancor non avea rotti.

25
Malagigi volea saper s’Orlando
nimico di Rinaldo era venuto,
sì come in apparenza iva mostrando,
o pur gli era per dar secreto aiuto:
perciò due notti i spirti scongiurando,
l’aria e l’inferno avea trovato muto;
ora s’apparecchiava al ciel più scuro
provar il terzo suo maggior scongiuro.

26
La causa che tenean lor voci chete
non sapeva egli, et era nigromante;
e voi non nigromanti lo sapete,
mercé che già ve l’ho narrato inante.
Quando contra l’Imperio ordì la rete
Alcina, s’ammutiro in un instante,
eccetto pochi, che serbati fòro
da quelle Fate alli servigi loro.

27
Malagigi, al venir di Sinibaldo,
molto s’allegra udendo la novella
che sia di man del traditor ribaldo
in libertà la sua cugina bella,
e ch’in la gran fortezza di Rinaldo
si truovi chiuso in potestà di quella;
e gli par quella notte un anno lunga,
che veder Gano preso gli prolunga.

28
Perciò s’affretta con la terza prova
di vincer la durezza dei demoni;
e con orrendo murmure rinova
preghi, minacce e gran scongiurazioni,
possenti a far che Belzebù si mova
con le squadre infernali e legïoni.
La terra e il cielo è pien di voci orrende;
ma del confuso suon nulla s’intende.

29
Il mutabil Vertunno, ne l’anello
che Sinibaldo avea sendo nascosto
(sapete già come fu tolto al fello
Gan di Maganza, e in altro dito posto:
non che ’l scudier virtù sapesse in quello,
ma perché il vedea bello e di gran costo),
Vertunno, a cui il parlar non fu interdetto,
là si trovò con gli altri spirti astretto.

30
E perché il silinguagnolo avea rotto,
narrò di Gano l’opera volpina,
ch’a prender varie forme l’avea indotto
per por Rinaldo e i suoi tutti in ruina;
e gli narrò l’istoria motto a motto,
e da Gloricia cominciò e d’Alcina,
fin che sul molo Bradamante ascesa
per fraude fu con la sua terra presa.

31
Maravigliossi Malagigi, e lieto
fu ch’un spirto a sé incognito gli avesse
a caso fatto intendere un secreto
che saper d’alcun altro non potesse.
L’anel in ch’era chiuso il spirto inquieto,
nel dito onde lo tolse, anco rimesse;
e la mattina andò verso Rinaldo,
pur con la compagnia di Sinibaldo.

32
Rinaldo dava il guasto alla campagna
de li Turoni e la città premea;
ché, costeggiando Arverni e quei di Spagna,
col lito di Pittoni e di Bordea,
se gli era il pian renduto e la montagna,
né fatto colpo mai di lancia avea:
ma già per l’avvenir così non fia,
poi ch’Orlando al contrasto gli venia.

33
Orlando amò Rinaldo, e gli fu sempre
a far piacer e non oltraggio pronto;
ma questo amore è forza che distempre
il veder far del re sì poco conto.
Non sa trovar ragion per la qual tempre
l’ira c’ha contra lui per questo conto:
cagion non gli può alcuna entrar nel core,
che scusi il suo cugin di tanto errore.

34
Or se ne vien il paladino innanti
quanto più può verso Rinaldo in fretta;
e seco ha cavallieri, arcieri e fanti,
varie nazion, ma tutta gente eletta.
Sa Rinaldo ch’ei vien; né fa sembianti
quali far debbe chi ’l nimico aspetta:
tanto sicur di quello si tenea
ch’in nome suo detto ’l demon gli avea.

35
Da campo a Torse, ove era, non si mosse,
né curò d’alloggiarsi in miglior sito.
È ver che nel suo cuor maravigliosse
che, dopo che Terigi era partito,
avisato dal conte più non fosse,
per tramar quanto era tra loro ordito:
molto di ciò maravigliossi, e molto
ch’avessi il baston d’or contra sé tolto;

36
e non gli avesse innanzi un dei mal nati
del scelerato sangue di Maganza
mandato a castigar de li peccati
indegni di trovar mai perdonanza:
ma tal contrari non puon far che guati
fuor di quanto gli mostra la fidanza,
né che per suo vantaggio se gli affronti,
dove vietar gli possa guadi o ponti.

37
Ben mostra far provisïon; ma solo
fa per dissimulare e per coprire
l’accordo ch’aver crede col figliuolo
del buon Milon, da non poter fallire.
Ma ’l Conte, che non sa di Gano il dolo,
fa le sue genti gli ordini seguire;
né questa né altra cosa pretermette,
ch’a valoroso capitan si spette.

38
Alla sua giunta, tutti i passi tolle,
che non venga a Rinaldo vettovaglia;
e di quanti ne prese, alcun non volle
vivo serbar, ma impicca e i capi taglia.
Quel donde più Rinaldo d’ira bolle,
è che ’l cugin fa publicar la taglia,
la qual su la persona il re de’ Franchi
bandita gli ha di cento mila franchi.

39
Et ha fatto anco publicar per bando
che ’l re vuol perdonar a tutti quelli
che verran ne l’esercito d’Orlando
e lasceran Rinaldo e gli fratelli.
Rinaldo al fin si vien certificando
ch’Orlando esser non vuol de li ribelli;
e si conosce, in somma, esser tradito,
ma quando non vi può prender partito.

40
Vede che se non vien al fatto d’arme,
ancor che noi può far con suo vantaggio,
di fame sarà vinto, se non d’arme,
ch’a lui nave ir non può né carïaggio;
e teme appresso, che la gente d’arme
un giorno non si levi a farli oltraggio:
ché non è cosa che più presto chiame
a ribellarsi un campo, che la fame.

41
Mirava le sue genti, e gli parea
che di febre sentissero ribrezo:
sì la giunta d’Orlando ognun premea,
ch’avean creduto dover star di mezo.
Rinaldo, poiché forza lo traea,
fece tutto il suo campo uscir del rezo,
e cautamente, in quattro schiere armato,
al Conte il fe’ veder fuor del steccato.

42
Già prima i fanti e i cavallieri avea
con Unuldo partito e con Ivone;
quei di Medoco il duca conducea,
con quei di Villanova e di Rione,
da San Macario, l’Aspara e Bordea,
Selva Maggior, Caorsa e Talamone,
e gli altri che dal mar fino in Rodonna
tra Cantello s’albergano e Garonna.

43
Usciti erano gli Auscii e gli Tarbelli
sotto i segni d’Unuldo alla campagna;
gli Cotüeni e gli Ruteni, e quelli
de le vallee che Dora e Niva bagna;
e gli altri che le ville e gli castelli
quasi vuoti lasciar de la montagna
che già natura alzò per muro e sbarra
al furore aquitano e di Navarra.

44
Rinaldo gli Vassari e gli Biturgi,
Tabali, Petrocori avea in governo,
e Pittoni e gli Movici e Cadurgi,
con quei che scesi eran dal monte Arverno;
e quei ch’avean tra dove, Loria, surgi,
e dove è meta al tuo viaggio eterno,
le montagne lasciate e le maremme,
con quei di Borgo, Blaia et Angolemme.

45
Et oltre a questi, avea d’altro paese
e fanti e cavallier di buona sorte;
di quai parte avea prima, e parte prese
dal suo signor, quando partì di corte;
tutti all’onor di lui, tutti all’offese
di suoi nimici pronti sino a morte.
Dato avea in guardia questo stuol gagliardo
a Ricciardetto et al fratel Guicciardo.

46
Unuldo d’Aquitania era nel destro,
Ivo sul fiume avea il sinistro corno;
de la schiera di mezo fu il maestro
Rinaldo, che quel dì molto era adorno
d’un ricco drappo di color cilestro
sparso di pecchie d’or dentro e d’intorno,
che cacciate parean dal natio loco
da l’ingrato villan con fumo e foco.

47
E perché ad ogni incommodo occorresse
(che non men ch’animoso, era discreto),
contra quei de la terra il fratel messe,
con buona gente, per far lor divieto
che, mentre gli occhi e le man volte avesse
a quei dinanzi, non venisser drieto,
o venisser da’ fianchi, e con gran scorno,
oltre il danno, gli dessero il mal giorno.

48
Da l’altra parte il capitan d’Anglante
quelli medesimi ordini gli oppone:
fa lungo il fiume andar Teone innante,
figliuolo e capitan di Tassillone;
da l’altro corno al conte di Barbante,
alla schiera di mezo egli s’oppone.
Bianca e vermiglia avea la sopravesta,
ma di ricamo d’or tutta contesta.

49
Ne l’un quartiero e l’altro la figura
d’un rilevato scoglio avea ritratta,
che sembra dal mar cinto, e che non cura
che sempre il vento e l’onda lo combatta.
L’uno di qua, l’altro di là procura
pigliar vantaggio, e le sue squadre adatta
con tal rumor e strepito di trombe
che par che triemi il mar e ’l ciel ribombe.

50
Già l’uno e l’altro avea, con efficace
et ornato sermon, chiaro e prudente,
cercato d’animar e fare audace
quanto potuto avea più la sua gente.
Era d’ambi gli eserciti capace
il campo, sino al mar largo e patente;
ché non s’era indugiato a questo giorno
a levar boschi e far spianate intorno.

51
Gli corridori e l’arme più leggiere,
e quei che i colpi lor credono al vento,
or lungi, or presso, intorno alle bandiere
scorrono il pian con lungo avvolgimento;
mentre gli uomini d’arme e le gran schiere
vengon de’ fanti a passo uguale e lento,
sì che né picca a picca o piede a piede,
se non quanto vuol l’ordine, precede.

52
L’un capitano e l’altro a chiuder mira
dentro ’l nimico, e poi venirli a fianco.
Teon, per questo, il corno estende e gira,
e Ivo il simil fa dal lato manco.
Andar da l’altra parte non s’aspira,
ché l’acqua vi facea sicuro e franco
a Rinaldo il sinistro, al Conte serra
il destro corno il gran fiume de l’Erra.

53
L’un campo e l’altro venìa stretto e chiuso
con suo vantaggio, stretto ad affrontarsi:
tutte le lance con le punte in suso
poteano a due gran selve assimigliarsi,
le quai venisser, fuor d’ogn’uman uso,
forse per magica arte, ad incontrarsi.
Cotali in Delo esser doveano, quando
andava per l’Egeo l’isola errando.

54
All’accostarsi, al ritener del passo,
all’abbassar de l’aste ad una guisa,
sembra cader l’orrida Ircina al basso,
che tutta a un tempo sia dal piè succisa:
un fragor s’ode, un strepito, un fracasso,
qual forse Italia udì quando divisa
fu dal monte Apennin quella gran costa
che su Tifeo per soma eterna è imposta.

55
Al giunger degli eserciti si spande
tutto ’l campo di sangue e ’l ciel di gridi:
a un volger d’occhi in mezo e da le bande
ogni cosa fu piena d’omicidi:
in gran confusïon tornò quel grande
ordine, e non è più chi regga o guidi,
o ch’oda o vegga; ché conturba e involve,
assorda e accieca il strepito e la polve.

56
A ciascuno a bastanza, a ciascun troppo
era d’aver di se medesmo cura.
La fanteria fu per disciorre il groppo,
perduto ’l lume in quella nebbia oscura:
ma quelli da cavallo al fiero intoppo
già non ebbon la fronte così dura;
le prime squadre sùbito e l’estreme
di qua e di là restar confuse insieme.

57
Le compagnie d’alcuni, che promesso
s’avean di star vicine, unite e strette,
e l’un l’altro in aiuto essersi appresso
né si lasciar se non da morte astrette,
in modo si disciolser che rimesso
non fu più ’l stuol fin che la pugna stette;
e di cento o di più ch’erano stati,
al dipartir non furo i dui trovati.

58
Ché da una parte Orlando e da l’altra era
Rinaldo entrato, e prima con la lancia
forando petti e più d’una gorgiera,
più d’un capo, d’un fianco e d’una pancia;
poi, l’un con Durindana, e con la fera
Fusberta l’altro, i dui lumi di Francia,
a’ colpi, qual fece in Val Flegra Marte,
poneano in rotta e l’una e l’altra parte.

59
Come nei paschi tra Primaro e Filo,
voltando in giù verso Volana e Goro,
nei mesi che nel Po cangiato ha il Nilo
il bianco uccel ch’a’ serpi dà martoro,
veggiàn, quando lo punge il fiero asilo,
cavallo andare in volta, asino e toro,
così veduto avreste quivi intorno
le schiere andar senza pigliar soggiorno.

60
A Rinaldo parea che, distornando
da quella pugna il cavallier di Brava,
gli suoi sarebbon vincitori, quando
sol Durindana è che gli afflige e grava;
di lui parea il medesimo ad Orlando:
che se da le sue genti il dilungava,
facilmente alli Franchi e alli Germani
cederiano i Pittoni e gli Aquitani.

61
Perciò l’un l’altro, con gran studio e fretta
e con simil desir, par che procacci
di ritrovarsi, e da la turba stretta
tirarse in parte ove non sia ch’impacci.
Per vietarli il camin nessun gli aspetta,
non è chi lor s’opponga o che s’affacci;
ma in quella parte ove gli veggon volti,
tutti le spalle dàn, nissuno i volti.

62
Come da verde margine di fossa
dove trovato avean lieta pastura,
le rane soglion far sùbita mossa
e ne l’acqua saltar fangosa e scura
se da vestigio uman l’erba percossa
o strepito vicin lor fa paura;
così le squadre la campagna aperta
a Durindana cedono e a Fusberta.

63
Gli duo cugin, di lance proveduti
(che d’olmo l’un, l’altro l’avea di cerri),
s’andaro incontro, e i lor primi saluti
furo abbassarsi alle visiere i ferri.
Gli dui destrier, che senton con ch’acuti
sproni alli fianchi il suo ciascun afferri,
si vanno a ritrovar con quella fretta
che uccel di ramo o vien dal ciel saetta.

64
Negli elmi si feriro a mezo ’l campo
sotto la vista, al confinar dei scudi:
suonar come campane, e gittar vampo,
come talor sotto ’l martel gl’incudi.
Ad amendui le fatagion fur scampo,
che non potero entrarvi i ferri crudi:
l’elmo d’Almonte e l’elmo di Mambrino
difese l’uno e l’altro Paladino.

65
Il cerro e l’olmo andò, come se stato
fosser di canne, in tronchi e in schegge rotto:
messe le groppe Brigliador sul prato,
ma, come un caprio snel, sorse di botto.
L’uno e l’altro col freno abbandonato,
dove piacea al cavallo, era condotto,
coi piedi sciolti e con aperte braccia,
roverscio a dietro, e parea morto in faccia.

66
Poi che per la campagna ebbono corso
di più di quattro miglia il spazio in volta,
pur rivenne la mente al suo discorso,
e la memoria sparsa fu raccolta:
tornò alla staffa il piè, la mano al morso,
e rassettati in sella dieder volta;
e con le spade ignude aspra tempesta
portaro al petto, agli omeri e alla testa.

67
Tutto in un tempo, d’un parlar mordente
Rinaldo a ferir venne, e di Fusberta,
al cavallier d’Anglante, e insiememente
gli dice — Traditor — a voce aperta;
e la testa che l’elmo rilucente
tenea difesa, gli fe’ più che certa
ch’a far colpo di spada di gran pondo
si ritrovava altro che Orlando al mondo.

68
Per l’aspro colpo il senator romano
si piegò fin del suo destrier sul collo;
ma tosto col parlare e con la mano
ricompensò l’oltraggio e vendicollo:
gli fe’ risposta che mentia, e villano
e disleal e traditor nomollo;
e la lingua e la mano a un tempo sciolse
e quella il core e questa l’elmo colse.

69
Multiplicavan le minacce e l’ire,
le parole d’oltraggio e le percosse;
né l’un l’altro potea tanto mentire
che detto traditor più non gli fosse.
Poi che tre volte o quattro così dire
si sentì Orlando dal cugin, fermosse;
e pianamente domandollo come
gli dava, e per che causa, cotal nome.

70
Con parole confuse gli rispose
Rinaldo, che di còlera ardea tutto;
Carlo, Orlando e Terigi insieme pose
in un fastel, da non ne trar construtto:
come si suol rispondere di cose
donde quel che dimanda è meglio instrutto.
— Pian, pian, fa ch’io t’intenda, — dicea Orlando
— cugino; e cessi intanto l’ira e ’l brando. —

71
In questo tempo i cavallieri e i fanti
per tutto il campo fanno aspra battaglia,
né si vede anco in mezo, né dai canti
qual parte abbia vantaggio e che più vaglia.
Le trombe, i gridi, i strepiti son tanti,
che male i duo cugin alzar, che vaglia,
la voce ponno, e far sentir di fuore
perché l’un l’altro chiami traditore.

72
Per questo fur d’accordo di ritrarsi
e diferir la pugna al nuovo sole;
poi, la mattina, insieme ritrovarsi
nel verde pian con le persone sole;
e qual fosse di lor certificarsi
il traditor, con fatti e con parole.
Fatto l’accordo, dier subito volta,
e per tutto sonar féro a raccolta.

73
Al dipartir vi fur pochi vantaggi;
pur, s’alcun ve ne fu, Rinaldo l’ebbe:
che, oltre che prigioni e carrïaggi
vi guadagnasse, a grand’util gli accrebbe,
ché alloggiò dove aver da li villaggi
copia di vettovaglie si potrebbe.
L’altra mattina, com’era ordinato,
si trovò solo alla campagna armato.

qui mancano molte stanze
74
Scendono a basso a Basilea et al Reno,
e van lungo le rive insino a Spira,
lodando il ricco e di cittadi pieno
e ’l bel paese ove il gran fiume gira.
Entrano quindi alla Germania in seno,
e son già a Norimbergo, onde la mira
lontan si può veder de la montagna
che la Boemia serra da la Magna.

75
………………………………………………….
………………………………………………….
………………………………………………….
………………………………………………….
Venner, continüando il lor vïaggio,
su ’n monte onde vedean giù ne la valle
la pugna che Sassoni, Ungari e Traci
facean crudel contra i Francesi audaci:

76
e gli aveano a tal termine condotti,
per esser tre, come io dicea, contr’uno;
e sì gli avean ne l’antiguardia rotti,
che senza volger volto fuggia ognuno:
né per fermargli i capitani dotti
de la milizia avean riparo alcuno;
anzi, i primi che ’n fuga erano volti,
i secondi e i terzi ordini avean sciolti.

77
L’ardite donne, con Guidone, e ’nsieme
gli altri venuti seco a questa via,
sul monte si fermar che da l’estreme
rive d’intorno tutto il pian scopria:
dove sì Carlo e li suoi Franchi preme
la gente di Sansogna e d’Ungheria,
e l’altre varie nazïoni miste,
barbare e greche, ch’a pena resiste.

78
Con gran cavalleria russa e polacca,
l’esercito di Slesia e di Sansogna
guida Gordamo; e sì fiero s’attacca
con la gente di Fiandra e di Borgogna,
e sì l’ha rotta, tempestata e fiacca
al primo incontro, che fuggir bisogna;
né può Olivier fermargli, ch’è lor guida,
e prega invano e ’nvan minaccia e grida.

79
Or, mentre questo et or quell’altro prende
ne le spalle, nel collo e ne le braccia,
volge per forza l’un, l’altro riprende,
che ’l nemico veder non voglia in faccia;
Gordamo di traverso a lui si stende,
e s’un corsier ch’a tutta briglia caccia
sì con l’urto il percuote e sì l’afferra
con la gross’asta, che lo stende in terra.

80
Non lunge da Olivier era un Gherardo
et un Anselmo: il primo è di sua schiatta,
ché di don Buovo nacque, ma bastardo
(però avea il nome del vecchio da Fratta);
il secondo fiamingo, il cui stendardo
seguia una schiera in sue contrade fatta:
restar questi dui soli alle difese,
fuggendo gli altri, del gentil marchese.

81
Gherardo col caval d’Olivier venne,
e si volea accostar perché montassi;
et Anselmo, menando una bipenne,
gli andava innanzi e disgombrava i passi:
quando Gordamo alzò la spada, e fenne
con un gran colpo i lor disegni cassi:
ché da la fronte agli occhi a quello Anselmo
divise il capo, e non li valse l’elmo.

82
Tutto ad un tempo, o con poco intervallo,
con la spada a due man menò Baraffa,
venuto quivi con Gordamo, et hallo
accompagnato il dì sempre alla staffa;
e le gambe troncò dietro al cavallo
de l’altro sì, che parve una giraffa:
ch’alto dinanzi e basso a dietro resta.
Sopra Gherardo ognun picchia e tempesta;

83
e tanto gli ne dàn che l’hanno morto
prima ch’aiutar possa il suo parente.
Dolse a Olivier vederli far quel torto,
ma vendicar non lo potea altrimente;
perché, da terra a gran pena risorto,
avea da contrastar con troppa gente;
pur, quanto lungo il braccio era e la spada,
dovunque andasse si facea far strada.

84
E se non fosser stati sì lontani
da lui suoi cavallieri in fuga volti,
che fuggian come il cervo inanzi a’ cani
o la perdice alli sparvieri sciolti;
tra lor per forza de piedi e di mani
saria tornato, e gli avria ancor rivolti:
ma che speme può aver perché contenda
che forza è ch’egli muoia o che s’arrenda?

85
Ecco Gordamo, senza alcun rispetto
ch’egli a cavallo e ch’Olivier sia a piede,
arresta un’altra lancia, e ’n mezzo il petto
a tutta briglia il Paladino fiede;
e lo riversa sì, che de l’elmetto
una percossa grande al terren diede.
Tosto ch’in terra fu, sentì levarsi
l’elmo dal capo, e non potere aitarsi:

86
ché li son più di venti adosso a un tratto,
su le gambe, sul petto e su le braccia;
e più di mille un cerchio gli hanno fatto:
altri il percuote et altri lo minaccia;
chi la spada di mano, chi gli ha tratto
dal collo il scudo, e chi l’altre arme slaccia.
Al duca di Sansogna al fin si rende,
che lo manda prigione alle sue tende.

87
Se non tenea Olivier, quando avea ancora
l’arme e la spada, la sua gente in schiera,
come fermarla e come volgerl’ora
potrà, che disarmato e prigion era?
Fuggesi l’antiguardia, et apre e fora
l’altra battaglia, e l’urta in tal maniera
che, confondendo ogn’ordine, ogni metro,
seco la volge e seco porta indietro.

88
E perché Praga è lor dopo le spalle,
i fiumi a canto e gli Alemanni a fronte,
non sanno ove trovar sicuro calle
se non a destra, ov’era fatto il ponte;
e però a quella via sgombran la valle
con li pedoni i cavallieri a monte;
ma non rïesce, perché già re Carlo
preso avea il passo e non volea lor darlo.

89
Carlo, che vede scompigliata e sciolta
venir sua gente in fuga manifesta,
la via del ponte gli ha sùbito tolta,
perché ritorni, o ch’ivi faccia testa;
né vi può far però ripar, ché molta
l’arme abbandona e di fuggir non resta;
e qualche un, per la tema che l’affretta,
lascia la ripa e nel fiume si getta.

90
Altri s’affoga, altri nuotando passa,
altri il corso de l’acqua in giro mena;
chi salta in una barca e ’l caval lassa,
chi lo fa nuotar dietro alla carena;
o dove un legno appare, ivi s’ammassa
la folta sì, che, di soverchio piena,
o non si può levar se non si scarca,
o nel fondo tra via cade la barca.

91
Non era minor calca in su l’entrata
del ponte, che da Carlo era difesa;
e sì cresce la gente spaventata,
a cui più d’ogni biasmo il morir pesa,
che ’l re non pur, con tutta quella armata
che seco avea, ne perde la contesa,
ma, con molt’altri uomini e bestie a monte,
nel fiume è rovesciato giù del ponte.

92
Carlo ne l’acqua giù dal ponte cade,
e non è chi si fermi a darli aiuto;
che sì a ciascun per sé da fare accade,
che poco conto d’altri ivi è tenuto:
quivi la cortesia, la caritade,
amor, rispetto, beneficio avuto,
o s’altro si può dire, è tutto messo
da parte, e sol ciascun pensa a se stesso.

93
Se si trovava sotto altro destriero
Carlo, che quel che si trovò quel giorno,
restar potea ne l’acqua di leggiero,
né mai più in Francia bella far ritorno.
Bianco era il buon caval, fuor ch’alcun nero
pelo, che parean mosche, avea d’intorno
il collo e i fianchi fin presso alla coda:
da questo al fin fu ricondotto a proda.

Manca il fine

Pietro Aretino – Questo è un libro d’altro che Sonetti

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Questo è un libro d’altro che Sonetti,
di Capitoli, d’Egloghe o Canzone;
qui il Sannazaro o il Bembo non compone
né liquidi cristalli, né fioretti.

Qui il Bernia non ha madrigaletti,
ma vi son cazzi senza discrezione,
ecci la potta, e ‘l cul che gli ripone,
come fanno le scatole a’ confetti.

E qui son gente fottute sfottute,
e di cazzi e di potte notomie,
e nei culi molte anime perdute.

E ognun si fotte in le più leggiadre vie,
ch’a Ponte Sisto non sarian credute,
infra le puttanesche gerarchie.

Et in fin le son pazzie
a farsi schifo di sì buoni bocconi,
e chi non fotte ognun, Dio gli perdoni!

Federico García Lorca – Libro de Poemas – Audiobook

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Entre 1919 y 1921, Lorca publicó Libro de poemas, compuso sus primeras Suites, estrenó El maleficio de la mariposa y desarrolló otras piezas teatrales. También durante esta etapa, gracias otra vez a la ayuda de Fernando de los Ríos, tuvo ocasión de conocer a Juan Ramón Jiménez, que influiría en su visión de la poesía y con el que llegaría a tener mucha amistad.

da: www.librivox.org

Pubblico dominio

Juan Ruiz Arcipreste de Hita – Libro de buen amor

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EText-No. 16625
Title: Clásicos Castellanos: Libro de Buen Amor
Author: Ruiz, Juan, 1283?-1350?
Language: Spanish
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EText-No. 16625
Title: Clásicos Castellanos: Libro de Buen Amor
Author: Ruiz, Juan, 1283?-1350?
Language: Spanish
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Title: Clásicos Castellanos: Libro de Buen Amor
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Title: Clásicos Castellanos: Libro de Buen Amor
Author: Ruiz, Juan, 1283?-1350?
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EText-No. 16625
Title: Clásicos Castellanos: Libro de Buen Amor
Author: Ruiz, Juan, 1283?-1350?
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Martínez Ruiz, José – Antonio Azorín – pequeño libro en que se habla de la vida de este peregrino señor

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EText-No. 26545
Title: Antonio Azorín – pequeño libro en que se habla de la vida de este peregrino señor
Author: Martínez Ruiz, José, 1873-1967
Language: Spanish
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EText-No. 26545
Title: Antonio Azorín – pequeño libro en que se habla de la vida de este peregrino señor
Author: Martínez Ruiz, José, 1873-1967
Language: Spanish
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EText-No. 26545
Title: Antonio Azorín – pequeño libro en que se habla de la vida de este peregrino señor
Author: Martínez Ruiz, José, 1873-1967
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Author: Martínez Ruiz, José, 1873-1967
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Author: Martínez Ruiz, José, 1873-1967
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Title: Antonio Azorín – pequeño libro en que se habla de la vida de este peregrino señor
Author: Martínez Ruiz, José, 1873-1967
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Ellen Cyr – Libro segundo de lectura

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EText-No. 11047
Title: Libro segundo de lectura
Author: Cyr, Ellen M., -1920
Language: Spanish
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EText-No. 11047
Title: Libro segundo de lectura
Author: Cyr, Ellen M., -1920
Language: Spanish
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EText-No. 11047
Title: Libro segundo de lectura
Author: Cyr, Ellen M., -1920
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EText-No. 11047
Title: Libro segundo de lectura
Author: Cyr, Ellen M., -1920
Language: Spanish
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Title: Libro segundo de lectura
Author: Cyr, Ellen M., -1920
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Title: Libro segundo de lectura
Author: Cyr, Ellen M., -1920
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Il libro della cucina del sec. XIV, testo di lingua non mai fin qui stampato

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EText-No. 33954
Title: Il libro della cucina del sec. XIV, testo di lingua non mai fin qui stampato
Author:
Language: Italian
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EText-No. 33954
Title: Il libro della cucina del sec. XIV, testo di lingua non mai fin qui stampato
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Language: Italian
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Title: Il libro della cucina del sec. XIV, testo di lingua non mai fin qui stampato
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Language: Italian
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Title: Il libro della cucina del sec. XIV, testo di lingua non mai fin qui stampato
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Language: Italian
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Title: Il libro della cucina del sec. XIV, testo di lingua non mai fin qui stampato
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Baldassarre Castiglione – Il libro del Cortegiano – PDF

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Gianfrancesco Pico della Mirandola – Libro detto Strega o delle illusioni del demonio

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Jacopo da Sanseverino – Libro piccolo di meraviglie – PDF

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Cordelia – Piccoli eroi – Libro per ragazzi – PDF

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Cordelia – Piccoli eroi – Libro per ragazzi

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Questo libro è la semplice storia di alcuni fanciulli che passano i mesi d’autunno in campagna assieme alla sorella maggiore, la quale insegna loro la scienza della vita, e coglie l’occasione degli avvenimenti che succedono tutti i giorni, per dar loro saggi consigli ed utili ammaestramenti.
Le allegre scampagnate, le visite agli stabilimenti industriali, i divertimenti all’aria aperta, vengono alternati colla lettura di racconti, nei quali si narra la storia di eroismi ignorati, di sacrifizî sconosciuti.
Questo libro è dedicato ai ragazzi dai nove ai quattordici anni. Spero anch’io, per servirmi delle espressioni di un illustre e caro maestro, che esso possa interessare i giovani lettori e far loro un po’ di bene.

LA FAMIGLIA MORANDI.

Appena il signor Morandi potè riaversi dal colpo provato per la morte della moglie, sentì una stretta al cuore pensando al suo impiego, che lo teneva fuori di casa tutto il giorno, e ai suoi sei figliuoli ancora giovanetti, dei quali bisognava occuparsi.
– Come posso fare? – disse con accento straziante, tenendosi la fronte colle mani in atto disperato. – Non so più dove dare del capo!
Maria, una bella fanciulla di diciassette anni, colla faccia di madonnina e gli occhi espressivi, gli si avvicinò e mettendogli le braccia intorno al collo disse:
– Babbo, tu pensa al tuo ufficio; ai ragazzi penserò io.
Il signor Morandi la guardò in faccia per accertarsi se dicesse da vero, ed esclamò:
– Che cosa puoi far tu che sei quasi una bimba? Se almeno tutti i ragazzi fossero d’indole docile come Vittorio e Giannina, ma gli altri tre…. Oh la sarebbe una cosa superiore alle tue forze!
– Senti, babbo, – riprese Maria. – Lo so, di mamme non ce n’è che una, ed è impossibile poterla supplire, ma quello che potrebbe fare un’altra persona, ti prometto di farlo io; chè infine i miei fratelli li conosco da tanto tempo e gli voglio bene.
– È vero, sei una donnina, ma tanto giovane che non puoi sapere quello che ci vuole a condurre una casa come la nostra.
– Mi farò vecchia, sono così seria che tutti mi danno molti anni di più; vedrai, babbo, che resterai contento.
– Non pensi che dovrai sacrificare la tua gioventù in un ufficio ingrato?
– Faccio qualunque sacrifizio piuttosto che veder un’altra persona far le veci della mamma, mi ci metto con tutta la buona volontà e ti prometto di fare il possibile affinchè tu possa stare tranquillo.
– E sia! – disse il signor Morandi dando un sospirone di sollievo e alzandosi per nascondere la sua commozione; poi prese fra le mani la testolina bruna della figlia e la baciò dicendole:
– Dio t’aiuti e faccia sì che non t’abbia mai a pentire dell’incarico che ti sei preso! – Poi chiamò gli altri figliuoli e disse loro accennando a Maria: – Questa sarà la vostra mammina, mi raccomando, siate buoni e non la fate troppo inquietare.
Ecco come Maria si trovò a diciassette anni al governo della casa, coll’obbligo di dover pensare a cinque figliuoli irrequieti.
Non era ancora uscito suo padre, che Maria ebbe timore d’aver presunto troppo delle sue forze; dei suoi fratelli, Carlo, il maggiore, era insubordinato, Elisa piena di pretensioni, come se fosse una principessa, Vittorio studioso ma disordinato, Mario vivace ed irrequieto e la sola Giannina docile e buona; e mentre si sentiva disposta a dar loro dei consigli e ad aiutarli negli studii, come avea sempre fatto, le dava pensiero il fare da massaia. Quell’ufficio non era il suo ideale, non sapeva nemmeno da che parte incominciare, specialmente con una famiglia tanto numerosa, colle poche rendite di cui poteva disporre e in una città dispendiosa come Milano.
Il padre era impiegato alla ferrovia, aveva un discreto impiego, ma per mantenere tutta la famiglia con un certo decoro bisognava fare miracoli di economia, come avea sempre fatto la signora Morandi.
Da principio Maria continuò collo stesso sistema della mamma, e si arrovellava il cervello a far conti per venirne a capo coi quattrini che le dava il babbo.
Il suo sogno era di poter a furia di abilità e di economia far godere alla famiglia una vita agiata, ed il suo scopo, veder bene avviati i ragazzi.
Essa avea fatto in cuor suo intera rinuncia dei suoi desiderii e delle sue aspirazioni, per consacrarsi interamente al benessere della famiglia.
La mattina s’alzava prima di tutti, e dopo aver dato ai fratelli una bella ciotola di latte, li mandava a scuola mettendo nel loro paniere qualche cosa per la merenda, affinchè potessero aspettare tranquillamente l’ora del pranzo.
Eppure per quel po’ di merenda bisognava vedere come la facevano stizzire!
Elisa era spesso imbronciata di dover portare soltanto pane e burro o un po’ di cacio, mentre molte compagne avevano nel paniere prosciutto, arrosto, biscotto ed altre leccornie; a Carlo non bastava mai nulla, avrebbe voluto una porzione da lupo. Mario invece, nella sua sbadataggine, era capace di dimenticare a casa la merenda; meno male che Vittorio era sempre contento e Giannina divideva spesso il suo companatico colle compagne che portavano alla scuola pane solo.
Spesso a Maria venivano le lagrime agli occhi per la sua impotenza a tener tranquilli i ragazzi, per l’impossibilità di vederli contenti; però al babbo non diceva nulla per non tormentarlo, egli avea già abbastanza pensieri pel capo; ed essa tenea tutto dentro di sè, ma qualche volta non ne poteva più e si sentiva affranta e scoraggiata.
Godeva un po’ di tranquillità sol quando i fratellini erano alla scuola; allora si sedeva a rattoppare i loro vestiti, a rammendare la biancheria, faceva calcoli colla sua testolina per vedere di fare delle economie, sempre preoccupata del loro benessere.
Uno dei pensieri che rallegrava le sue ore di solitudine era di poter condurre in campagna i fratelli a passar le vacanze. Era una sorpresa che preparava loro fra pochi giorni, un sogno che stava sul punto di realizzare.
Parecchi anni prima, un vecchio zio avea lasciato loro in eredità un casolare di campagna presso il villaggio di M….
Era modestissimo e composto in tutto di sette stanze con davanti un pezzo di terra circondato da un muricciuolo. Non vi avevano mai abitato, perchè colla mamma, spesso ammalata, quella casa mancava di comodità ed era tanto lontana dal villaggio, che prima di poter aver medico e medicine c’era tempo di morire.
Il signor Morandi non avea potuto trovare nè da venderla nè d’affittarla, e la teneva come una cosa inutile, finchè fossero venuti tempi migliori da poterla riattare, oppure da trovare un compratore.
Maria sapeva di quella casetta, e dandole pensiero avere in città, nel tempo delle vacanze, quei cinque diavoletti, volle andare a vedere se c’era la possibilità di poterla abitare, e parlò di questo suo disegno al babbo.
– Chissà quante spese bisognerà fare per abitarla! – egli rispose. – Credo che sia un sogno.
Maria fece una corsa fuori di città un giorno che i ragazzi erano a scuola, e trovò che la casetta era abitabile: semplice, con pochi mobili, di forme antiquate, non eleganti, ma non vi mancava nulla di quello che era strettamente necessario; la sola spesa sarebbe stata di dare una mano di bianco alla cucina. Appena ritornata, disse al padre:
– Il letto dello zio, che è il migliore, va bene per te, gli altri, se non sono molto soffici, non importa, noi siamo giovani e non abbiamo bisogno di tante ricercatezze.
E il padre acconsentì, contento di farsi dare i suoi giorni di permesso durante l’autunno, per fare un po’ di campagna.
Maria, nei momenti di calma, pensava a quei due mesi d’autunno, come ad una festa.
I ragazzi, stando all’aria aperta in libertà, avrebbero acquistata tanta salute; intanto essa avrebbe anche fatto delle economie. In quel pezzo di terra davanti alla casa dove lo zio coltivava i suoi fiori, essa s’era contentata di conservare qualche rosaio presso la porta d’ingresso, ma avea fatto piantare, nel resto del campo, cavoli, fagiuoli, piselli, patate, pomidoro, prezzemolo, insalatina e tutta la verdura che sarebbe bisognata per la casa, e quella verdura s’era offerto a coltivargliela un vicino; così non avea spese: poi al villaggio tutto era più a buon mercato che in città; insomma essa era felice di questo suo disegno. Era soltanto preoccupata degli studii dei suoi fratelli, perchè, se dovevano ripetere gli esami, allora addio campagna! avrebbe forse dovuto rinunciarvi, e a quel pensiero si sentiva stringere il cuore.

GLI ESAMI.

Era una giornata calda nel cuor dell’estate. Elisa e Giannina che frequentavano le scuole elementari, e Carlo che andava al ginnasio, dovevano far l’esame appunto in quel giorno, e Maria, ansiosa di saperne l’esito, andava ogni tanto alla finestra per vederli spuntare di lontano.
Vennero prima le bambine contente, avevano risposto bene ed erano certo passate. Carlo invece entrò di cattivo umore, e tutto furioso gettò il cappello da una parte e i libri dall’altra. Maria si sentì dare un colpo al cuore, e capì subito che cosa significasse quella furia.
– Gli esami non sono andati bene? – chiese con un sospiro.
– Il professore è un asino, – disse Carlo irritato.
– Sarai tu un asino, che non avrai saputo rispondere; almeno lo confessassi, e non fossi tanto presuntuoso. Dunque non sei passato? Me l’aspettavo.
– Mi domandò certe cose difficili; poi i compagni mi facevano ridere, mi sono confuso, ecco.
– Mi dispiace, – disse Maria con amarezza, – così tutti per colpa tua dovranno rinunciare alla campagna.
– Non dir questo, Maria, posso studiare anche là, anzi studierò meglio in mezzo alla quiete campestre.
– Gli è che forse non avrai più bisogno di studiare. Sai che cosa ha detto il babbo? Se non passi ti metterà ad un mestiere, almeno ti guadagnerai il pane.
– Siete matti, – disse Carlo, – io far l’operaio? Mai più. Lo sai, io voglio diventare un personaggio celebre, un eroe.
Le sorelline si misero a ridere.
Maria gli disse che principiava molto bene; del resto sarebbe meglio diventare un buon operaio, che un cattivo dottore.
– Non lo dire al babbo che l’esame è andato male. – disse Carlo, – studierò e ti prometto di non ripetere l’anno; non lo dire al babbo, ti prego.
– Non lo dirò, ma lo verrà a sapere, lo domanderà ai professori.
– Spero che non avrà tempo.
– Però in villa ci andiamo, non è vero, Maria? – chiese colla sua grazietta Giannina, la bimba più piccola.
– In villa? – disse Maria. – Non è una villa la nostra, ma una povera casetta di campagna.
– Se Elisa raccontò ad Angiolina Merli che avevamo una bella villa, con un bel giardino!…
– Sempre le tue solite fanfaronate, – disse Maria rivolgendosi con accento severo ad Elisa. – Possibile che non ti corregga mai di questo vizio?
– Tutte raccontano che vanno in villa e parlano di viali ombrosi, di giardini fioriti, e l’ho raccontato anch’io, per non essere da meno dello altre.
– Lo sai che non voglio che tu dica quello che non è vero.
– L’Angiolina non può mica vedere.
– È forse la figlia della cucitrice? È una buona ragazza.
– Sì, – disse Giannina, – è la più attenta di tutta la scuola, e quando Elisa raccontava della villa avea le lagrime agli occhi pensando che i suoi genitori erano tanto poveri e non potevano andare nemmeno a respirare un po’ d’aria buona; essa diceva: “Invece di una villa mi contenterei di andare in una capanna, pur di essere all’aria aperta e vedere un po’ di verde.”
– Ebbene, la inviteremo a venire con noi, – disse Maria, – è una brava ragazza, conosco sua madre e si fa un’opera buona, così anche vedrà la differenza che passa fra la villa fantastica che le ha descritta Elisa e la casa modesta dove andiamo ad abitare.
Elisa s’era fatta tutta rossa e diceva:
– Maria, ti prego, non farlo, lo racconterà alle compagne e rideranno di me.
– Sarà il tuo castigo, così imparerai a non esagerare le cose e a non farti credere più di quello che sei.
– Piuttosto invita l’Evelina, – disse Elisa.
– Ti pare? Essa è abituata a viver più riccamente di noi, ci dovremmo mettere in impegno e far delle spese, e poi non si troverebbe bene; invece per Angiolina non cambiamo nulla delle nostre abitudini e si troverà bene come una regina. Evelina sarebbe un disturbo inutile perchè non ho nessuna intenzione di fare degli inviti; riguardo ad Angiolina si fa una buona azione. Così uno di questi giorni andremo dalla signora Merli per invitarla.
– Chissà se sua madre la lascerà venire! – disse Elisa. – Sarei proprio contenta che non le desse il permesso.
In questa speranza si calmò, ma era sempre preoccupata dal dubbio che Angiolina accettasse, e quel pensiero le turbò la gioia d’aver terminati gli esami.

MARIO E VITTORIO.

Vittorio faceva la seconda e Mario la prima classe delle scuole tecniche. Erano tutt’e due intelligenti, ma Vittorio tranquillo, studioso, diligente, e Mario invece irrequieto, non avea voglia di studiare e non stava mai attento. Avea dovuto perdere un anno per la sua condotta, e perchè in scuola si burlava non solo dei compagni, ma dei professori.
Maria era impaziente d’aver notizie dei suoi fratelli, e ad una cert’ora s’avviò colle ragazze alla scuola, ma quando entrò nell’atrio, s’accorse che gli esami non erano ancora terminati. Vi trovò molti babbi e molte mamme, anch’essi impazienti di aver notizie dei loro figli, e alcuni ragazzi che uscivano a due a due, a gruppi, chiacchierando assieme e gesticolando, alcuni saltando dalla gioia, altri, incerti, fermati ad attendere che uscissero i professori, nella speranza di saper qualche cosa sull’esito dei loro esami.
Quelli che vedevano da lungi i genitori si univano a loro e quasi tutti erano contenti d’aver terminato le scuole per quell’anno, e della prospettiva di due o tre mesi di vacanza.
Finalmente uscì Vittorio e s’avvicinò alle sorelle colla faccia contenta, sicuro dell’esame che avea fatto.
– È andato bene? – disse Maria.
– Il professore m’ha domandato una cosa facile e m’ha detto: bravo! Come sono contento! – S’alzò in punta dei piedi e diede un bacio a Maria.
Mario uscì correndo e saltando, si mise a giocare alla palla coi libri, e fermatosi davanti alla turba dei suoi fratelli disse:
– Non mi chiedete nulla?
– Dalla tua allegria si direbbe che è andato bene.
– Credo di sì, io non sapevo molto di quello che m’hanno domandato, sono andato avanti diritto senza interrompermi, e pare siano rimasti contenti.
Intanto Maria vide uscire il professore di Mario che conosceva bene, per avergli raccomandato spesso il fratello, gli si avvicinò e gli chiese notizie dell’esame.
– Può dire d’esserne uscito per miracolo, e se non lo salvavo io….
– Ne fece qualcuna delle sue? – chiese Maria.
– Guardi! – rispose il professore, e levò di tasca un pezzo di carta che mostrò a Maria, dicendo: – Questo è il professore che assisteva all’esame, se l’avesse veduto, pensi che classificazione gli avrebbe data!
Era una buffa caricatura che faceva ridere anche non avendone voglia.
Mario rideva e diceva:
– Era troppo bello con quel naso a punta e con quella barbetta; non ho saputo resistere alla tentazione di disegnarlo.
– Pensi, – soggiunse il professore, – che egli m’ha chiesto che cosa facesse colla matita il signorino. Io m’avvicinai, vidi di che si trattava e prendendogli la carta risposi: È uno sgorbio, e dissi a Mario che quella non era l’ora di disegnare; l’ho salvato per miracolo.
– Grazie, – disse Maria al professore, poi rivoltasi a Mario lo rimproverò.
Non poteva perderlo quel brutto vizio di mettere tutti in caricatura?
E Mario rideva e diceva:
– Era troppo bello; era troppo bello.
E il professore salutando Maria, le susurrò a bassa voce:
– Che cosa vuole! è un capo ameno che mi diverte, non sono capace d’essere severo con quel ragazzo, però ha troppa smania di burlarsi di tutti, o finirà coll’aver qualche dispiacere.
Ma Mario non sentiva nulla e tutto felice di aver terminato per quell’anno la scuola, diceva ai suoi libri: Miei cari amici, ora vi vado a mettere al sicuro, e finchè durano le vacanze non turberò il vostro riposo. E andava avanti correndo, urtando la gente come se fosse il padrone della città.

LA CUCITRICE DI BIANCHERIA.

Anna Merli abita, per spender poco, un piccolo quartiere al terzo piano d’una gran casa un po’ fuori del centro. Ha una bella cucina chiara e spaziosa, una camera grande dove dorme col marito, e nello stesso tempo sta tutto il giorno a lavorare. Vicino c’è un camerino, o a dir meglio un bugigattolo, dove dorme Angiolina. Il marito è operaio meccanico, essa cucitrice di biancheria, e fra tutt’e due guadagnano appena tanto da poter vivere colla figliuola.
Un giorno Angiolina, mentre la mamma faceva andare il pedale della macchina da cucire, stava mettendo in assetto la cucina e lavando le stoviglie che avevano servito pel pranzo, quando sentì bussare all’uscio e fu tutta sorpresa di trovarsi in faccia alla Maria e all’Elisa Morandi.
– Mamma, – disse, – c’è qui l’Elisa Morandi colla signorina Maria.
La Merli sospese il lavoro e andando incontro a Maria e ad Elisa esclamò un po’ confusa:
– Che bella sorpresa!
Fece sedere Maria davanti alla macchina, mentre Angiolina conduceva Elisa dal lato opposto della camera.
Maria disse subito lo scopo della sua visita: desiderava che la signora Merli le facesse il favore di lasciar andare l’Angiolina in campagna con loro.
– Quanto sono buoni, – esclamò la cucitrice, – di pensare alla mia figliuola! Poverina, è così palliduccia e ne avrebbe tanto bisogno di un po’ di campagna; ma non sarà troppo incomodo per loro? e poi noi siamo povera gente, e temo che mia figlia faccia cattiva figura coi suoi vestiti modesti.
– Non si dia pensiero di questo, – disse Maria, – abbiamo non poco da fare a tirare innanzi anche noi colla massima economia e non nuotiamo nel lusso, ma già che nostro zio ci ha lasciato una casetta in campagna, e c’è un letto di più, ho pensato d’invitar l’Angiolina che è una brava ragazza, ed è stata delle prime della scuola; così sarà una compagnia e un buon esempio per le mie sorelle.
– Oh per questo, della mia Angiolina non posso lagnarmi; se avesse veduto come mi ha assistito poco tempo fa quando fui ammalata, e non per questo trascurava la scuola, e poi…. – qui si avvicinò per dire qualche cosa all’orecchio di Maria e non farsi sentire da Angiolina che si era avvicinata a loro.
– Povera Angiolina, – esclamò Maria, – sono proprio contenta di poterle procurare un po’ di distrazione.
Intanto la signora Merli chiamò a sè la figlia, e le disse dandole un bacio:
– Sai, figliuola mia, la ragione per cui la signorina Maria si è incomodata a venir fin quassù? È stato per invitarti ad andare in campagna con loro.
– Io in campagna! lo dici per celia, – rispose la fanciulla facendosi rossa.
– Proprio sul serio, – disse Maria, – so che sei amica dell’Elisa, e ho pensato che avrà piacere di averti insieme almeno per quindici giorni.
– È vero? – chiese Angiolina rivolta ad Elisa che se ne stava in un angolo tutta confusa. – Non lo merito, sai; vedi, quando mi raccontavi della tua bella villa credevo che tu lo facessi per farmi dispetto, perchè ero povera e non potevo andare anch’io in campagna, e ho pensato male di te, sono stata ingiusta, perdonami.
– Anch’io mi sono ingannata, – disse Elisa, – non è una villa la nostra, ma una casa, lo ha detto Maria, poi vedrai, ma non aspettarti grandi cose, – e diede un sospirone, contenta d’aver rimediato alle esagerazioni dei giorni passati.
– Sarà sempre troppo per me; mi basta un po’ di aria libera e vedere degli alberi verdi. Che gioia, che felicità! – e si mise a saltare e a battere le mani.
Ad un tratto si fece seria e disse:
– Ma e tu mamma resterai sola! non ho cuore di lasciarti.
– Ora sto bene, e sono contenta che tu vada a divertirti; non pensare a me, la sera ho il babbo e di giorno ho la mia macchina che mi tiene compagnia; piuttosto ringrazia queste signore che hanno voluto farti questa sorpresa.
Angiolina si avvicinò a Maria e, – Grazie! le disse volendo baciarle le mani, ma essa la baciò in volto, poi volle che la signora Merli riprendesse il lavoro interrotto, anzi la pregò che le mostrasse come poteva lavorare così speditamente e tanto bene.
– Ci vuole un po’ d’abitudine e d’attenzione, – disse, e le mostrò come si dovea infilar l’ago in modo che il filo avesse una tensione uguale, e dove si dovea mettere il lavoro e come bisognasse sempre condurlo colle mani, affinchè l’impuntura venisse diritta.
– Appena avrò fatta qualche economia, voglio prendermi anch’io una macchinetta da cucire, – disse Maria, – è un gran risparmio di tempo.
– Può comperare una macchinetta a mano; costa meno, e per una famiglia basta, – disse la Merli; – ma se mi vuol far proprio un piacere quando ha qualche lavoro lungo venga da me, io metto la macchina a sua disposizione. Me lo promette, non è vero? magari le fossi utile a qualche cosa! Sarei felice di mostrarle la mia riconoscenza; è proprio un’opera buona quella che fa per la mia figliuola.
– Sono ben contenta, – disse Maria congedandosi. – Dunque siamo intese; dopodomani alla stazione, – e uscì tutta lieta d’aver avuta quella buona idea.
Elisa si sentiva felice d’aver cancellata l’impressione del suo racconto esagerato, e diceva:
– Per gente che vive in due camerette, la nostra casa farà l’effetto di una villa; io però sarei stata più contenta d’avere l’Evelina.
– E non ti fece piacere la gioia di quella povera gente! – disse Maria. – Sei proprio senza cuore. Dà retta a me; se avessi invitato Evelina, o avrebbe rifiutato, essa che ha tante ville, migliori della nostra catapecchia, o avrebbe accettato con mal garbo e credendo di farci un onore, si sarebbe trovata male, e per giunta ci avrebbe sprezzati e criticati, mentre invece possiamo esser contenti d’aver fatto una buona azione e d’aver reso un servizio a persone che lo meritano e ci serberanno un po’ di gratitudine.

IN CAMPAGNA.

Il treno rallentava, ed i ragazzi volevano slanciarsi fuori, impazienti di correre per l’aperta campagna.
– Adagio, – disse Maria, – volete rompervi una gamba prima di arrivare; finchè non siamo ben fermi, vi proibisco di muovervi.
– Io sono lesto, – esclamò Mario.
– Non ho paura, – disse Carlo.
– Tutto va bene; ma scendere quando una carrozza è in moto è una grave imprudenza; tanti altri più agili di voi e più coraggiosi si sono rovinati per tutta la vita; si tratta d’un minuto e non c’è proprio bisogno d’essere impazienti.
Intanto il treno s’era fermato e giù discesero lesti come tanti scoiattoli, impazienti di correre.
Maria volle invece radunare prima tutto il bagaglio e consegnarlo ad un facchino, raccomandandogli di portarlo a casa sua subito, poi s’avviò assieme ai ragazzi, tutti contenti di trovarsi all’aria aperta, in mezzo ai prati verdi, lontani dalla scuola e dalla città.
Maria aveva un bel da fare a dirigere quella schiera irrequieta. Alla donna di servizio disse di fermarsi al villaggio per far le provviste più necessarie: legna, carbone, candele, pane, vino, carne, uova e burro; le raccomandò di far presto; intanto sarebbe andata avanti coi ragazzi ad aprire la casa.
Vittorio le domandava notizie di tutti i villini che vedevano, Carlo saltava sui muricciuoli e nei fossi lungo la via, Elisa osservava le ville più belle, e Angiolina e Giannina ammiravano tutto, ed erano allegre e contente di trovarsi in campagna.
La loro casa, poco lontana dalla stazione, era una casetta con un balcone grande, coperto da un pergolato di vite, che circondava tutto il muro del cortile; era molto semplice, quadrata, bianca, colle persiane verdi, e d’aspetto ridente. Davanti c’era qualche vaso di fiori e dai lati la verdura che Maria avea fatto piantare e che essa fu piacevolmente sorpresa di trovare molto cresciuta.
– Come sono contenta! – disse. – Guardate quei fagioli che s’arrampicano lungo il muro, e quella insalatina fresca; voi ragazzi, quando avrete riposto nei cassettoni la vostra roba, coglierete un po’ di quell’insalata per pranzo.
Ma nè Carlo nè Mario non se la sentivano di lavorare, volevano correre e divertirsi; invece Angiolina si mise subito all’opera con una prontezza che fece meravigliare Maria.
Essa l’aiutò a disfare i bauli e le casse, a scopare le camere e spolverare le mobiglie con un’abilità da vera massaia.
Giannina voleva imitarla, ma non ci riusciva, invece di radunare la polvere in un mucchio per poi raccoglierla nella cassetta delle spazzature, la sparpagliava per la stanza e dovette rinunciarvi.
– Sei ancora troppo piccina. – disse Maria, – dovrebbe piuttosto farlo l’Elisa.
Ma Elisa invece perdeva il tempo ad osservare le stampe attaccate alle pareti del salotto, rappresentanti la leggenda del Figliuol prodigo, ed i mobili, che guardava con aria sprezzante, trovandoli vecchi e di cattivo gusto.
Al pianterreno non c’erano che tre stanze, la cucina, il salotto grande, spazioso, con tre finestre, ammobigliato con una tavola rotonda nel mezzo e intorno un canapè coperto di damasco di lana verde, due poltrone uguali, e delle sedie di paglia; addossata ad una parete una credenza a tre piani per mettervi i tondi all’ora del pranzo, dovendo quel salotto servire da sala da pranzo, da studio e da ricevere; accanto poi c’era uno stanzino per la donna di servizio. Il piano superiore era composto di quattro camere da letto grandi e ammobigliate colla massima semplicità: nella prima dovea dormire il signor Morandi e Vittorio, nella seconda Mario e Carlo, nella terza Maria e Giannina, nella quarta Elisa e Angiolina.
Quando ritornò la donna colla provvista, Maria volle che s’occupasse unicamente della cucina; le premeva troppo che le casseruole e le pentole fossero pulite bene e le tavole lavate colla potassa; diede un’occhiata agli arnesi di rame per assicurarsi che fossero stagnati, perchè diceva sempre: Non c’è bisogno di fare dei manicaretti, ma quello che si mangia deve essere sano e pulito.
Poi andò al piano superiore e si fece aiutare dall’Elisa che si prestò di malavoglia a rifare i letti, mentre gli altri mettevano i loro vestiti nei cassettoni; ma i ragazzi facevano un’insalata di tutto, e l’Angiolina aveva un bel da fare per mettere un po’ d’ordine in quei cassetti. Essa diceva:
– Fate così; le camice da una parte, le mutande dall’altra, e nel mezzo le cose minute, i fazzoletti, le calze, le cravatte; vedete, ci sta tutto in un cassetto, nell’altro potete mettere i vestiti.
– Ma non c’è l’attaccapanni? – disse Carlo.
– Sì, ma è meglio lasciarlo libero, vedrete che in poco tempo sarà carico anch’esso.
Fece mettere i libri nel cassetto del tavolino che ognuno aveva nella propria camera; così, col suo aiuto, la casa fu presto in ordine, anzi, ebbero tempo di pensare anche agli adornamenti.
In un armadio trovarono dei vecchi tappeti: uno fu disteso in salotto davanti al canapè, con un altro copersero la tavola; poi corsero nel cortile, spiccarono un ramo di rose fiorite, vi aggiunsero un geranio, qualche ramo d’erba odorosa, formarono un mazzo di fiori che misero in mezzo alla tavola, ed il salotto prese un aspetto più gaio ed elegante.
Quando tutto fu in ordine, Maria per contentare i ragazzi li condusse a fare un giro nel villaggio prima del pranzo; passando, andò a salutare il curato che era stato tanto amico di suo zio, e li accolse sorridendo.
Era un buon vecchietto che parlava volentieri del tempo passato, e raccontava le storie del quarant’otto, avendo preso parte in quella rivoluzione, e dimenticando il presente in quei ricordi.
Maria, stimando utile per i ragazzi la conversazione di quel buon vecchio, lo invitò a casa sua, e gli chiese intanto notizie degli altri villeggianti.
Egli raccontò che la bella villa sulla collina apparteneva ad una famiglia di ricchi industriali, che portavano molto vantaggio al paese perchè avevano una grandiosa fabbrica laggiù nella valle, che dava lavoro ad un gran numero di operai, e poi perchè spendevano molto, e il signor Guerini, proprietario della villa e della fabbrica, non dimenticava nè i poveri nè la chiesa, anzi avea regalato a sue spese un nuovo organo.
– E quel casino rosso laggiù in fondo al viale? – chiese Maria.
– È il casino del professore Damiati, una persona molto istruita che viene qui a villeggiare da qualche anno.
– L’ho inteso nominare, è professore al ginnasio, non è vero? – riprese la fanciulla; – mi piacerebbe tanto conoscerlo perchè vorrei pregarlo di dare delle lezioni a Carlo che deve ripetere un esame.
– Glielo farò conoscere, – disse don Vincenzo, – anzi, se andiamo verso la posta, lo incontriamo di sicuro.
– Ebbene, tanto meglio, se non le incomoda siamo pronti.
E s’avviarono tutti insieme parlando della stagione, della campagna e dello zio, che don Vincenzo nominava sempre con vero rincrescimento.
– Crede, – diceva, – che dopo la sua morte mi pare quasi di non viver più nemmeno io? Ci siamo conosciuti giovani, alle barricate di porta Vittoria nelle Cinque Giornate; sono momenti dei quali non ci si dimentica, e poi siamo stati sempre amici, tanto ch’egli è venuto ad abitar qui per me, e ci si divertiva a stare assieme la sera ricordando il tempo passato; le ore trascorrevano in un lampo; penso sempre a quelle belle serate.
– Venga ora che ci siamo noi a raccontarci di quel tempo, sarà tanto utile anche per i ragazzi.
– Ecco il professore, – disse don Vincenzo accennando ad un giovane che veniva verso di loro, assorto nella lettura del giornale che era arrivato in quel momento, e seguito da un bel cane.
– Signor Damiati? signor Damiati? – chiamò il curato. – Deve aver trovato delle notizie molto interessanti in quel giornale, che non alza nemmeno gli occhi per salutarmi.
– Davo una scorsa alle novità del giorno, ma di questa stagione anche la politica tace, – disse Damiati alzando gli occhi e salutando.
– C’è qui la signorina Morandi che desidera conoscerla, – soggiunse don Vincenzo.
Il professore salutò Maria e fece una carezza a Mario che gli era vicino, mentre gli altri ragazzi avevano fatto circolo intorno al cane.
– Ho inteso parlare di lei, – disse Maria, – e speravo proprio incontrarla, anche perchè desidererei un favore.
– Dica pure, se posso esserle utile….
E un po’ timidamente, quasi tremante, gli disse come era imbarazzata per Carlo, temendo che da solo non potesse studiare, e lo pregava che gli volesse dare qualche lezione, qualche suggerimento….
Il professore disse che proprio quando era in campagna avea deciso di riposare e di non obbligarsi a dar lezioni, ma essendo tanto vicini avrebbe fatto un’eccezione, sarebbe stato felice di andar a passare qualche ora nella loro compagnia, e così quasi conversando avrebbe potuto aiutare Carlo nei suoi studii.
– Mi farà un vero regalo, – disse Maria, – scusi, sa, se sono stata un po’ ardita di chiederle un favore così subito, senza conoscerla, sono tanto umiliata di non potere aiutar io mio fratello, perchè di latino non so proprio nulla.
Il professore promise di andar presto a vederli, poi si salutarono tutti, e Maria tornò a casa coi ragazzi, contenta del modo con cui avea occupato quel primo giorno; anche i ragazzi eran felici della bella passeggiata e soltanto Carlo pareva imbronciato all’idea di dover rimettersi a studiare.

L’IDEALE DI CARLO.

La famiglia Morandi era raccolta nel salotto intorno alla tavola rischiarata da una lampada appesa al soffitto. Il signor Morandi leggeva il giornale, Vittorio guardava un libro illustrato, Maria accomodava della biancheria insieme all’Angiolina che aveva chiesto di aiutarla, mentre Giannina pregava Elisa, che non ne avea voglia, di farle dei vestiti per la bambola.
– Andiamo, – disse Maria, – falle questo piacere.
– M’annoio, – disse Elisa.
– Ti annoierai di più a non far nulla, – soggiunse, poi rivolgendosi a Carlo disse: – Tu spero ti metterai a studiare il tuo latino.
– Che noia! sempre questo eterno latino! – rispose il ragazzo facendo spallucce; – io già, sai, non m’importa di diventare uno scienziato, voglio essere un uomo d’azione, un gran generale, un eroe: Alessandro, Giulio Cesare, Napoleone; ecco i miei ideali, al diavolo i libri, lasciatemi fare il soldato, – esclamò Carlo cogli occhi lucenti e il viso in fiamme, tutto eccitato da quella giornata passata all’aria aperta.
– Sì, – disse Maria ironicamente, – dopo bisognerà improvvisare una guerra per mettere il tuo eroismo alla prova. Ora, mio caro, il mondo è cambiato, e al giorno d’oggi la parola eroe ha un significato molto diverso da quello che aveva una volta; eroe si può esserlo in tutti i luoghi, in tutte le professioni, alla scuola, all’officina, fra le pareti domestiche, purchè uno dimentichi sè stesso, rinunci al proprio piacere, alla propria volontà, per un alto ideale, per il bene del suo paese, della propria famiglia e dei suoi simili, e forse è un eroe tanto più grande, perchè il suo eroismo è ignorato e non vi è spinto dall’idea della gloria che è sprone a grandi sagrifizi. Se vorrete, vi leggerò quando sarete stati ubbidienti, alcune storie vere, ch’io ho raccolto, di eroismi ignorati, nella speranza che possano esservi utili; sarà un modo di occupare queste serate d’autunno.
– Brava! – disse Vittorio. – Che gioia! I tuoi racconti mi piacciono tanto.
– Vediamo questi eroi! – disse Carlo, – anzi, dovresti cominciare subito.
– Per questa sera, – rispose Maria, – contentati di studiare; il mio manoscritto è in fondo al baule.
– È tanto noioso questo latino! Ora poi che sono in vacanza….
– Ebbene lascia stare, – disse il signor Morandi interrompendo la sua lettura, – ti prometto che se non passi l’esame ti mando a fare il ciabattino.
I fanciulli diedero in una risata, mentre Mario continuava colla matita a scarabocchiare sulla carta.
– Ecco il tuo ritratto, – disse a Carlo quando ebbe terminato.
Le ragazze ansiose s’avvicinarono a Mario e si misero a ridere con tutta la forza dei loro polmoni, alla vista d’una figura che avea un po’ il profilo di Carlo, seduta al bischetto con un paio di scarpe in mano tirando lo spago; con sotto la scritta: l’eroe dello spago.
Carlo, indispettito, diede uno schiaffo a Mario che si ribellò, e incominciarono a picchiarsi e a prendersi per i capelli.
Maria li divise e rivoltasi a Carlo disse tranquillamente:
– Un eroe che batte un ragazzo più giovane di lui! Che vergogna!
Carlo rimase mortificato da quelle parole, ma tenne tutta la sera il broncio al fratello, il quale andava dicendo che, volere o non volere, avrebbe illustrato tutti gli avvenimenti e i tipi che gli sarebbero passati davanti durante le vacanze e i racconti che si sarebbero fatti intorno a lui. Se suo fratello voleva essere un eroe, egli aspirava alla gloria d’un grande artista e voleva esercitarsi a cogliere il vero che gli cadeva sott’occhi.

I RACCONTI DI MARIA.

I ragazzi non si dimenticarono la promessa di Maria e non la lasciarono in pace finchè non cercò il manoscritto. La sera dopo quando furono tutti radunati intorno alla tavola la supplicarono impazienti di incominciarne la lettura.
Aveva appena lette le prime parole, che entrò don Vincenzo assieme al professore Damiati.
– Continui pure, – dissero.
Maria voleva sospendere la lettura dicendo che erano storielle scritte per i ragazzi e non potevano interessare persone come loro.
Ma non ci fu verso, vollero che continuasse, altrimenti minacciavano di andarsene.
– Sono tutta confusa, – disse Maria, – di avere un simile uditorio, non so più dove sia rimasta, – soggiunse riprendendo il manoscritto.
– Incominci dal principio, – disse il professore, – vogliamo sentir tutto, e mentre Mario stava temperando la matita per illustrare il racconto, come diceva lui, tutti gli altri fecero silenzio per ascoltare la lettura di Maria.
Essa incominciò colla voce un po’ tremante, ma chiara e armoniosa, a leggere il suo racconto.

LA FIGLIA DEL CANTONIERE.

Pierina era la figlia, del guardiano della casa cantoniera numero 6, posta presso ad un modesto villaggio, sulla via del Gottardo.
Fra i primi ricordi dell’infanzia, al primo risvegliarsi della sua intelligenza intorpidita, essa rammentava che parecchie volte al giorno, suo padre usciva con qualche cosa arrotolata oppure con un lanternino in mano, e pochi momenti dopo, si sentiva uno strepito, che pareva il terremoto e faceva scuotere fino dalle fondamenta la piccola casa, poi il rumore si affievoliva, finchè si dileguava in lontananza. Non sapeva che cosa fosse, ma quando usciva il padre, essa stava attenta, aspettando il solito rumore.
Una sera che il babbo era assente, ed essa un po’ irrequieta, la mamma accese il lanternino, la prese fra le braccia e uscì sulla strada.
L’impressione che provò quella volta non la dimenticò più.
Vide lontano una massa scura, grande, gigantesca, con due occhi rossi infocati, che sbuffava e mandava lampi di fuoco, come un mostro fantastico, e quella massa nera veniva precipitosamente verso di loro come se volesse ingoiarle, stritolarle. Nascose la testa sulla spalla della mamma, chiuse gli occhi e si mise a gridare.
La mamma non si mosse: stette ferma al suo posto finchè il mostro fu passato e si sentì il rumore diminuire in lontananza e ad un certo punto cessare.
Pierina continuava a piangere e a tremare.
– Bisognerà bene che ti abitui al passaggio del treno, mia piccola paurosa, – le disse la madre riconducendola in casa.
E infatti s’abituò in breve a quel rumore, anzi quando cominciò a camminare e sentiva lo strepito della macchina, voleva correr fuori a veder il vapore, e avrebbe voluto toccarlo, e colle manine tese faceva festa al luccicore dell’ottone intorno alla locomotiva, seguiva cogli occhi la colonna di fumo, ed esclamava guardando in alto: bello! bello! In poco tempo, quell’oggetto che l’aveva tanto sgomentata era divenuto il suo divertimento, anzi, quando lo sentiva in distanza, correva sulla strada ferrata in mezzo alle rotaie, ballando e saltando dalla gioia.
E allora la sua mamma, tutta agitata, usciva a prenderla fra le braccia e le dava tante busse da farla strillare.
– Non devi andar sulla strada quando viene il treno, hai capito? – le diceva.
Ma Pierina non capiva nulla, soltanto sapeva che quando andava sulla strada per far festa al vapore, prendeva le busse che le facevano male, e un po’ alla volta perdette l’abitudine d’andarci, e si contentò di salutare il treno dalla finestra o dalla corte, davanti alla casa.
Fattasi più grandicella, incominciò a frequentare la scuola del villaggio, e tutte le mattine quando vi si recava, sentiva nelle orecchie la voce della mamma che le diceva:
– Ricordati, prendi il sentiero della montagna, non passare lungo le rotaie.
– Oh mamma, non sono più una bimba, – rispondeva, – e non c’è pericolo che vada sotto al treno.
– In ogni modo sono più tranquilla se prendi l’altra strada; qualche volta ritornando colle amiche, chiacchierando, non si sa mai, una disgrazia è presto venuta, e noi siamo tanto abituati al rumore del treno che ci può venir addosso senza che ce ne accorgiamo.
Ormai Pierina era una cantoniera perfetta, e spesso quando i suoi genitori erano occupati, andava lei stessa, all’ora che passava il treno, a fare i segnali.
Il padre l’aveva istruita bene, perchè potesse far le sue veci e lo aiutasse, tanto più che la mamma doveva occuparsi d’un altro bimbo ancora in fasce e non poteva muoversi di casa. Il cantoniere prima che passassero i treni, percorreva la strada affidata alla sua custodia, poi dava un’occhiata ad un ponte sospeso sopra un precipizio, per vedere se non ci fosse alcun guasto, specialmente dopo qualche temporale, e quando aveva veduto che tutto era in ordine si metteva al suo posto, e tenendo in mano la bandieruola verde indicava al treno che poteva proseguire; se la via era ingombra prendeva invece la bandiera rossa e lo faceva arrestare.
Pierina lo aveva accompagnato spesso, era stata attenta e aveva subito imparato ogni cosa, tanto che tutta felice di poter rendersi utile, diceva spesso al babbo:
– Se hai da fare, va pure, penserò io al passaggio dei treni.
– E posso fidarmi? – le diceva, – non dimenticherai l’orario?
– Non c’è pericolo, poi la mamma me lo rammenterebbe.
Pierina era tanto attenta e diligente che di lei potevano proprio fidarsi, anzi essa era al suo posto sempre dieci minuti prima del passaggio del treno col segnale in mano, colla sua faccia sorridente e i riccioli biondi agitati dal vento e indorati dal sole.
I conduttori e i macchinisti dei treni che percorrevano quella via, conoscevano già la Pierina, e quando s’avvicinavano alla casa cantoniera numero 6, pensavano che forse avrebbero veduto la biondina che faceva loro l’effetto d’una bella apparizione. Qualche volta la salutavano con un cenno, ma essa era sempre là ferma e seria, tutta compresa del suo ufficio.
E vi fu un periodo di tempo che vedevano sempre la biondina e di giorno e di sera, là in vista col segnale in mano, e si potea dire che la guardia della strada era unicamente affidata a lei.
Ciò avvenne perchè suo padre, una notte avendo dovuto aspettare il treno in ritardo, mentre nevicava, s’era presa una polmonite, e avea dovuto starsene a letto, mentre la mamma dovea stare ad assisterlo.
Il male avea fatto progressi, e il medico diceva che non c’era più speranza.
La Pierina non sorrideva più, avea il cuore grosso e le lagrime agli occhi, ma non dimenticava l’ora del passaggio dei treni, sapeva che i suoi genitori non avevano più testa, e doveva pensarci lei.
Ed anche il giorno che il babbo morì, e la sua mamma piangeva, essa non dimenticò d’andare alle ore consuete al suo posto.
Il babbo glielo avea detto tante volte in quei giorni che era ammalato, di non dimenticare l’orario; ed ora ch’egli non era più là, essa stava ancor più attenta.
Passarono alcuni giorni, e la sua mamma piangeva sempre.
– Perchè piangi? – le diceva Pierina, – ormai non c’è rimedio, se ti ammali, che cosa facciamo io e Luigino?
– Penso, – le rispondeva, – che ora che non c’è più lui, ci manderanno via dalla nostra casetta, e vedi, io voglio bene a questa casa dove sono venuta col mio uomo, dove vi ho veduti nascere.
– Anch’io voglio bene alla mia casetta, ai miei fiori, alle montagne e al vapore che passa, – disse Pierina. – Vedi, non potrei vivere nemmeno senza di lui, ma come abbiamo potuto fare questi giorni che il babbo era ammalato, potremo fare ancora; io sono grande e posso pensare alla strada.
– Sì, ma vedrai che ci manderanno via, – e a quel pensiero non poteva darsi pace.
Quando venne un ispettore, mandato dalla direzione della ferrovia, per vedere come fosse composta la famiglia, la povera donna lo supplicò in ginocchio che le lasciasse la casa cantoniera.
– È un mese che ce ne occupiamo noi, e, vede, non è mai accaduto nulla; è questione di qualche anno, poi mio figlio crescerà, e allora saremo tre come prima.
– Ma si tratta di una grande responsabilità, – diceva l’ispettore, – e non possiamo lasciare la guardia a due donne, ed una di queste ancora bambina.
– La mia Pierina è come un uomo, attenta, coraggiosa, intelligente; vedrà, vedrà che saranno contenti di noi, ma ci lasci al nostro posto.
L’ispettore era commosso dalle lagrime di quella donna, ma non poteva decidersi a cedere alle sue preghiere.
– Basta, vedremo, – disse, – io farò il possibile, ma senza un uomo è difficile, quello che posso fare per voi è di lasciare per il momento le cose come stanno; tutti gl’impiegati dei treni m’hanno detto bene di voi e della bambina; fingerò di ignorare che vostro figlio è un bimbo, e per qualche tempo procureremo di tirare innanzi, ma attente che non succeda nulla, e non dimenticate d’esser sempre al vostro posto.
La povera donna dovette contentarsi di quelle parole, ma viveva sempre con quella paura nel cuore e col pensiero di dover da un giorno all’altro abbandonare la sua casetta ed andare raminga coi figli a guadagnarsi il pane.
Pierina faceva miracoli: fra un treno e l’altro trovava il tempo di andare alla scuola, ma quando il treno dovea passare essa era sempre là, immobile al suo posto, e si divertiva a seguire collo sguardo quella lunga striscia nera che s’incurvava come una serpe, sul dorso dei monti, entrava nelle viscere della terra, e usciva trionfante, divorando la strada; che le passava innanzi, soffermandosi come per salutarla, per poi riprendere il suo cammino con maggior forza di prima.
Le pareva di veder passare un amico, e diceva che non avrebbe potuto vivere in un luogo dove non avesse veduto passarle davanti cinque o sei volte al giorno il vapore.
Se prima l’avea guardato con paura, poi con ammirazione, dopo che la maestra le ebbe spiegato come la forza che fa muovere tutto quell’ammasso di carri, carrozze, di gente e di roba, non è che un po’ di vapore, formato dall’acqua in ebollizione, e sapientemente compresso, cercava di studiare il movimento di tutti quei congegni, combinati tanto bene, e come mossi da una volontà sola, da un potere misterioso.
Un giorno che una macchina s’era fermata davanti alla sua casa, essa potè salirvi e vide il focolare come una bolgia infocata, entro la quale continuamente un operaio getta enormi pezzi di carbone che bruciano in poco tempo, e la caldaia, dove bolle l’acqua continuamente, e i motori, e le valvole di sicurezza, e il fumaiuolo donde esce il vapore dopo che in quella complicazione di congegni ha dato l’impulso che muove tutta quell’immensa massa; ma essa avrebbe voluto comprendere il mistero di quei congegni e scoprirne la forza arcana, e ci pensava sopra tutte le volte che lo vedeva passare.
Era una giornata burrascosa sul finir di novembre. Tutto il giorno avea nevicato in montagna, e raffiche di vento scuotevano le cime degli alberi, ruggivano nelle gole dei monti.
Luigino era ammalato, e la mamma non lo poteva lasciare un minuto.
Pierina, come al solito, dava un’occhiata alla strada, ed era al suo posto al passaggio dei treni, senza curarsi dell’infuriar della bufera e della pioggia che cadeva a torrenti.
Tutt’a un tratto verso l’ora del tramonto, mentre stava colla mamma ed il fratellino, che si lagnava nel suo letto, soffrendo più del solito, s’udì uno scroscio, un rombo terribile che fece tremare la casa come se crollasse.
– Mio Dio! che cosa succede? è la fine del mondo? – disse la donna.
– Vado a vedere, – disse Pierina.
– Con questo tempo? aspetta almeno che sia cessato, prenderai un malanno.
– Bisogna vedere, non sai che deve passare il treno delle cinque?
– È il diretto, non rallenta.
– Ma se fosse accaduta qualche disgrazia?
– Alle due è passato il treno, e tutto era in ordine, – disse la madre.
– Ma questo rumore? vado per stare tranquilla, non ho paura, sai, ci sono avvezza.
Si coperse bene con un mantello impermeabile, e uscì.
Tornò dopo cinque minuti tutta agitata, accese in fretta la lanterna rossa che attaccò ad un bastone. Prese il corno che stava quasi sempre inoperoso attaccato al muro e se lo mise a tracolla.
– Che fai? – -le disse la madre.
– È venuta una frana, è caduto il ponte, che orrore!
– Che cosa intendi di fare?
– Bisogna fermare il treno.
– Sei pazza?
– Lascia fare a me, non t’inquietare, vedi, preparo i segnali.
– Se non li vedono con questo tempo, con questa nebbia?
– Suonerò il corno.
– Se non lo sentono?
– Speriamo che possano vedere o sentire. Vado, mamma, è l’ora.
Incappucciata nel suo mantello nero con un lampione rosso in una mano e la bandiera nell’altra, uscì, mentre il vento era più impetuoso che mai, e una pioggia gelata tagliava la faccia.
Pierina non si sgomenta per il tempo, il solo pensiero che la preoccupa è che quelli del treno vedano oppure odano i segnali. Il dubbio che le fa battere il cuore, è che con quel tempo non stiano in vedetta, tanto più essendo il treno diretto che non rallenta quasi mai. Sente il fischio in distanza della vaporiera, il suo cuore batte più forte, l’idea che quel lungo treno possa sfracellarsi nel precipizio le mette i brividi, è già in vista, ed essa soffia nel corno con quanto fiato ha in corpo, comincia disperatamente ad agitare la lanterna e la bandiera, ma il treno non rallenta, Pierina grida, si smania, suona più forte, ma il rumore delle carrozze e del vento rende indistinto il suono del corno, e il vapore s’avanza, sempre imperterrito, ed è già a pochi passi dalla fanciulla.
Essa non pensa più al proprio pericolo, s’avvicina, è quasi davanti alla macchina, sta per toccarla, soffia nel corno con tutta la forza dei suoi polmoni, non vede più nulla, le par di sentire come un gran frastuono nelle orecchie, e cade esausta per terra.
Si trovò sollevata dalla madre, la quale non potendo resistere dall’inquietudine, era uscita quando aveva sentito avvicinarsi il treno, e vedendo il pericolo a cui s’era esposta la figlia, sfogava la sua nervosità battendola come quando era bambina.
– Un bel spavento m’hai fatto prendere, – diceva, – non vedi che è stato un miracolo se non sei stata stritolata; che imprudenza!
Pierina nel vedere il treno fermo, immobile come una gran massa inerte, rideva e piangeva nello stesso tempo.
Non era dunque caduto nel precipizio! O quale miracolo! essa che avea creduto d’esser precipitata anche lei, era invece caduta affranta dalla fatica: le parea di sognare trovandosi ancora viva.
Ma intanto, mentre i conduttori chiedevano e volevano vedere la causa di quella brusca fermata, i forestieri strepitavano e si lagnavano d’essere stati disturbati e fermati così tutt’a un tratto, là in mezzo alla strada, con quel tempo, e furibondi, aprivano gli sportelli e scendevano per saperne la ragione.
– Eccola la ragione, – disse il macchinista, conducendo tutti quei curiosi al ponte, – possiamo ringraziare il Signore se non siamo tutti sfracellati laggiù.
– Ma come ve ne siete accorto?
– È stata questa bambina, – disse andando a prendere per un braccio Pierina, – e possiamo ringraziar lei prima di tutti, essa ci ha salvati, – e raccontò come proprio all’ultimo momento vedendo quell’ombra nera avvicinarsi alla macchina, e come un oggetto rosso agitarsi davanti ai suoi occhi, non avea pensato che a stringere i freni e a fermarsi; era stata una gran scossa, egli era caduto quasi giù dalla macchina, anche tutti i viaggiatori avevano dovuto rimaner tramortiti dal colpo, ma erano vivi e lo dovevano alla biondina.
Mentre il capo conduttore dava ordini affinchè alcuni uomini andassero al villaggio a cercare mezzi di trasporto, per il trasbordo dei viaggiatori e della roba, e telegrafava alle stazioni vicine che la strada era ingombra, e che mandassero dei soccorsi, i viaggiatori curiosi vollero scendere per vedere il luogo del disastro.
C’erano uomini e donne di tutte le età e di tutte le condizioni, alcuni ben vestiti e imbacuccati in ricche pellicce, altri con scialletti di lana avvolti intorno al capo, e ruvidi mantelli intorno alla persona.
Molte signore al vedere quella voragine, dove avrebbero potuto esser precipitate, svenivano; altri scherzavano dicendo: – Sarebbe stato un bel salto! – ma tutti ammiravano il coraggio della fanciulla che li aveva salvati.
La sua mamma invece continuava a sgridarla e a dirle:
– Un filo soltanto mancava che andassi sotto alla macchina; che cosa avrei fatto senza di te? Perchè sei stata così imprudente?
– Ho pensato a tutta quella gente che sarebbe morta, a tante mamme, a tante bambine che avrebbero pianto, a me non ho pensato, – rispose.
Una signorina inglese era in ammirazione davanti a Pierina, e tutta sorpresa che sua mamma la sgridasse.
– Come è brutale quella donna! – disse scambiando alcune parole in inglese colla signora che l’accompagnava, poi rivoltasi alla Pierina soggiunse:
– Vuoi venire con me? sono ricca, ti terrò come una sorella, ho una bella casa; starai tanto bene, nessuno ti sgriderà, vuoi venire?
Alla donna chiese:
– Me la lasciate? vi darò in cambio dei denari.
La donna non capiva e la guardava in faccia come trasognata; ma Pierina aveva capito bene, e gettando le braccia al collo della sua mamma, esclamò:
– Resto colla mia mamma, nella mia casetta, sono tanto contenta!
Un signore, ad imitazione della signorina inglese, volea fare qualche cosa per la fanciulla che li aveva salvati quasi miracolosamente, e disse:
– Piuttosto, per mostrare la nostra gratitudine, facciamo una sottoscrizione per questa povera gente, – e incominciò a dare l’esempio levando fuori del borsellino cento lire e tutti gli altri concorsero secondo le loro forze.
Ma Pierina non voleva accettare.
– Non ho fatto che quello che dovevo, – disse, – siamo qui apposta per guardare la strada; ma se volete proprio esserci utili, dovete dire alla Direzione della ferrovia che abbiamo fatto il nostro dovere, che nemmeno un uomo poteva fare di più; raccomandate loro che ci lascino la nostra casa cantoniera, il nostro cantuccio dove viviamo tanto felici.
– Lasciate fare a me, – disse il signore ch’era un ingegnere addetto alla direzione della ferrovia. – Lo faremo certo, e dopo un fatto simile credo non vi manderanno via, ma in ogni modo accettate questo denaro, vi servirà a pagarvi la casa nel caso non volessero lasciarvi la guardia d’un posto tanto pericoloso, e la Direzione della ferrovia, vi assicuro, ne fabbricherà un’altra vicino al ponte.
Intanto erano venuti i muli e i carri per caricare la roba, e passare al di là del precipizio, sul sentiero della montagna.
Molti viaggiatori lasciarono un ricordo alla Pierina, e l’abbracciarono, ed essa, quando tutto fu ritornato tranquillo, disse alla mamma che ancora non poteva rimettersi dallo spavento passato:
– Sono contenta; almeno non ci porteranno più via la nostra casa.
– Quanto sei buona! – le disse la madre, – ed io che t’ho sgridata, ma, sai, non ho pensato che al tuo pericolo; avevo perduta la testa.
– Non ti crucciare, mamma, lo so che mi vuoi bene, e pensare che quella signora voleva che andassi con lei! Doveva esser pazza.

Tutti quei ragazzi avevano seguito attentamente il racconto senza fiatare.
– Bello, bello, – esclamarono, – peccato che sia finito! ma ce ne racconterai un altro, è vero? – disse Giannina.
– Un’altra sera, ora sono stanca.
– Brava! – esclamò don Vincenzo.
– È bello davvero, – disse il professore.
– È una storia vera, – disse Maria, – non ho fatto che trascriverla.
– E aggiungervi un po’ della vostra grazia e del vostro sentimento, – soggiunse il Damiati.
– È bellissima la sua idea, e spero non mancherà di avvertirmi quando ne leggerà qualche altro.
– Si figuri, ne sono tutta orgogliosa, e non mi sarei mai aspettata che queste storie per i ragazzi, potessero interessare un professore come lei; ma ella è tanto buono!
Poi per cambiar discorso guardò quello che stava scarabocchiando Mario in silenzio.
– È proprio incorreggibile, – disse mostrando al professore i disegni del fratello.
Era una carta che rappresentava un treno dal quale scendevano dei tipi veramente buffi d’inglesi impalati, di forestieri camuffati con mantelli ridicoli; c’erano teste che guardavano fuori dai finestrini coi capelli irti e le facce spaventate, oppure con dei berretti dalle fogge più strane. Davanti a tutti poi, una bimba, con una cappa nera, con una bacchetta in mano, in atto di fermare il treno.
Il professore osservò quei scarabocchi e disse:
– Non c’è male, ha dell’attitudine a cogliere il lato ridicolo delle cose, e una certa facilità di disegnarle.
Poi rivoltosi a Mario, soggiunse:
– Però oltre che cercare di perfezionarti nell’arte del disegno, devi tenerti in mente una cosa: che se è bello qualche volta far spuntare il sorriso sulle labbra, e far risaltare anche il lato umoristico di un fatto o d’una persona, ci sono certi fatti, certe virtù che non si possono mettere in ridicolo, senza mostrare poco criterio o poco cuore. Non bisogna lasciarsi trascinare dalla smania di faro lo spiritoso a qualunque costo; vedi, per esempio, in questo tuo disegno tutti possono ridere al vedere quelle facce spaventate, quelle persone vestite in modo bizzarro, perchè sono persone immaginarie, e possono anche esser ridicole; ma hai avuto un bel camuffare la povera Pierina con quella cappa nera, hai potuto ben farla piccina, tutti quelli che ne conoscono la storia, rispetteranno quella veste, come si rispetta il cappotto del soldato crivellato di palle sul campo di battaglia, e più l’hai fatta piccina, più grande appare il suo eroismo. Impara dunque a distinguere quello che può essere colto impunemente, o anche con vantaggio, da quello che deve esser sacro ad una persona di cuore.
– Come parla bene, professore! – disse Maria. – Vede, tutte queste cose le ho pensate tante volte, ma non sapevo dirle come le ha dette lei: se mi volesse aiutare ad educare questi ragazzi!
– Volentieri, – rispose, – sono a sua disposizione per quello che posso.
Intanto era venuta a don Vincenzo la voglia di fare anche lui la sua predica, e disse che appunto l’arma di satirizzare, adoperata bene, può recare dei vantaggi, e citò il Giusti, che colle sue poesie satiriche, gettando il ridicolo sopra i principotti che opprimevano da tiranni l’Italia, diede loro il colpo di grazia, tanto che col suo spirito fu uno dei principali autori dell’indipendenza del nostro paese.
Damiati, al vedere che don Vincenzo incominciava il suo discorso favorito, e non avrebbe terminato tanto presto, s’alzò dicendo:
– È tardi, un’altra sera io farò la lezione a Carlo, e don Vincenzo vi potrà raccontare tutte le sue avventure del quarant’otto; se domani intanto i ragazzi vogliono venire a fare una passeggiata con me sulla collina, potrò continuar loro la mia predica, se non si annoiano.
Essi accettarono con gioia, e Maria ringraziò con un sorriso il professore che la sollevava un po’ dal pensiero di quei ragazzi vivaci.
Mario stava ancora disegnando.
Il professore gli disse salutandolo:
– Ti raccomando, se fai la mia caricatura, non farmi troppo brutto; però te lo permetto, ma certe cose, no.
Quando fu uscito assieme a don Vincenzo i ragazzi si misero a ridere forte.
Il professore doveva essere un mago, aveva proprio indovinato: Mario faceva il ritratto del Damiati in piedi su un pulpito, in atto di predicare.

UNA PASSEGGIATA.

Il professore Damiati, la mattina dopo, mentre un bel sole di autunno indorava la cima delle colline e le goccie di rugiada tremolavano sull’erba dei prati, chiamò, passando da casa Morandi, i ragazzi per condurli a passeggiare sulla collina. Voleva indurre a seguirli anche Maria colle fanciulle, ma ella si scusò dicendo di dover accudire ad alcune faccende domestiche e promise di andare ad incontrarli più tardi, verso l’ora del tramonto.
Il professore aveva intenzione di condurre i ragazzi ad un Santuario che si vedeva biancheggiare sulla cima d’una collina in mezzo alle piante verdi, dove un tempo c’era un chiostro. Di lassù si godeva una bella vista e nei mesi d’autunno era il pellegrinaggio favorito delle comitive di villeggianti; vi andavano a far colazione, per passare tutta la giornata all’ombra delle piante e visitare nel medesimo tempo il Santuario.
Si avviarono, allegri, col paniere pieno di viveri in mano, e Vittorio si offerse di portare anche quello del professore. Mario aveva, oltre al paniere, l’album, che portava sempre con sè per disegnare gli avvenimenti della giornata.
Damiati cercò di star vicino a Carlo e incominciò subito ad interrogarlo dei suoi studii e volle sapere perchè non cercasse di essere più attento alla scuola e di contentare la sorella.
Gli rispose quello che diceva sempre:
– Non sono nato per studiare, voglio fare il soldato.
– E credi che i soldati non abbiano bisogno di studiare? Naturalmente tu non ti contenteresti di esser soldato semplice.
– Il mio sogno è di diventar generale, vorrei fare come Garibaldi.
– Probabilmente se tu avessi il coraggio e l’abilità di Garibaldi, ti mancherebbe l’occasione per metterli alla prova e per farli conoscere. Non capisci che ora i tempi sono cambiati, e colle armi perfezionate anche le battaglie si vincono al tavolino e la guerra è diventata una scienza? Poi le guerre di conquista non sono più conformi alla nostra civiltà, e l’Italia libera e indipendente non ha più gran bisogno che i suoi figli le consacrino il loro coraggio e il loro sangue, bensì le occorrono ingegni educati a forti studii, che la facciano ricca e potente.
– Se non potrò fare il soldato, diventerò marinaio, – disse Carlo.
– E avresti poi la forza di sopportare una vita dura e piena di pericoli? Non sai quanti ragazzi attratti dalla poesia del mare, dopo aver provato quella vita di privazioni e di paure, vi hanno rinuncialo spossati e spoetizzati. Prima di esporsi alle grandi fatiche, bisogna aver coraggio di affrontare le piccole, prima di essere grandi, bisogna esser piccoli eroi, come dice bene tua sorella; perciò, se vuoi darmi retta, incomincerai a vincere la tua pigrizia ed a metterti a studiare sul serio; quando avrai superate le difficoltà che ti si presentano, quando avrai fatto degli sforzi per fare non quello che ti piace, ma quello che è tuo dovere, sarai già incamminato a diventare qualche cosa e forse anche un eroe se te ne capita l’occasione; ma dà ascolto a me, principia col riportare qualche piccola vittoria sopra te stesso, le altre verranno da sè.
Lo lasciò poi andare dicendo che non voleva annoiare tutta la compagnia a furia di prediche e incominciò ad ammirare il paesaggio, a cogliere dei fiori lungo il sentiero della collina, e fu una gara fra quei ragazzi per arrampicarsi sui declivi onde scoprire i ciclamini che si vedevano spuntare in mezzo al verde. Quel sentiero girava intorno al monte, incurvandosi e salendo sempre, mentre da un lato c’era la valle profonda che in certi punti faceva l’effetto d’un baratro.
Il professore raccomandò ai ragazzi di tenersi dalla parte del monte, perchè dall’altra, c’era pericolo di cadere nel vuoto. Proseguivano il loro cammino, arrampicandosi e cogliendo fiori, quando tutt’a un tratto, ad una svolta della strada, videro avanzarsi verso di loro una mandria di buoi, che occupava tutto il sentiero e sbarrava la via. I ragazzi si fermarono esitanti.
– Avanti, Carlo – disse il professore, – tu che vuoi fare il soldato dovresti essere il più coraggioso, passa per il primo in mezzo a quei buoi.
– Non c’è posto – disse tutto tremante il ragazzo.
– Avvicinati! coraggio!
Carlo s’arrampicò sul monte per evitare quegli animali, ma lo fece così in fretta e con tanta paura che un vitello ch’era sul pendio lo rincorse, ed egli gridando, tutto pauroso, rifece i suoi passi e si nascose dietro il professore.
Tutti si misero a ridere e il professore disse a Vittorio:
– Prova tu, vediamo se hai più coraggio.
Vittorio si fece innanzi ubbidiente e passò in mezzo a quelle bestie come se nulla fosse, seguito dagli altri, che dopo il suo esempio non vollero esser da meno di lui.
– Vedete, – disse Damiati, – che non c’è da temere, quelle sono le bestie più docili che ci siano, basta non spaventarle. Osservate, le conduce un ragazzo.
Infatti il mandriano era un ragazzo di forse quindici anni.
– Io non ho mai capito come bestie così grosse, – disse Mario, – si lascino condurre da un ragazzo così piccolo; io al loro posto scapperei.
– Sì, ma ai loro occhioni, come si suol dire, un ragazzo è un gigante, e poi non conoscono la forza che possiedono e non si ribellano che quando sono infuriati – disse il professore; – vi assicuro che le bestie sono buone, basta non molestarle.
– Sì, ma i leoni?
– Se hanno fame s’ingegnano come possono e se incontrano per istrada una buona preda l’ammazzano; io invece conosco dei ragazzi che tormentano, inutilmente, delle povere bestioline che non fanno nulla di male. Chi è più crudele?
Mario aperse la mano tutto confuso e lasciò fuggire una farfalla che ci teneva chiusa.
– L’avevo presa per copiarla, – disse; – del resto sono bestie stupide che non sentono nulla.
– Speriamo sia così, in ogni modo questi animali hanno la vita di un giorno e non bisogna esagerare nemmeno nella compassione; anche gli scienziati li tormentano, ma con uno scopo utile, solo non mi piace che si faccia per crudeltà.
Intanto s’avvicinarono alla meta. In mezzo alle piante secolari si vedeva sorgere una chiesetta circondata da cappelle, poi, accanto, una casa e un cortile con un gran porticato che pareva un convento.
– Ci sono i frati? – chiese Vittorio.
– No, – rispose Damiati, – c’è soltanto un custode che si fa chiamare col nome di eremita, ed è infatti un eremita dei nostri tempi.
– Che gioia! – disse Mario; – sono proprio contento di far conoscenza con un eremita.
– È un uomo come gli altri.
– Come! io che me lo figuravo con una tonaca e una barba lunga; allora non c’è nessuna novità.
– Un vero eremita dovrebbe essere quasi un selvaggio, una persona che vive soltanto colla natura e mangia solo i frutti della terra; ora è cambiato anche questo, ci sono degli uomini che vivono solitari, ma a patto di scendere ogni tanto al villaggio quando sono stanchi della solitudine, e forse stanno soli perchè sono d’un carattere così bisbetico che non vanno d’accordo col loro simili, – disse Damiati; – ma ecco l’eremita.
Infatti un uomo veniva incontro a loro e chiedeva se volessero vedere la chiesa.
I ragazzi lo guardavano con curiosità e gli chiesero se non s’annoiasse di star sempre lassù solo. Egli disse che non aveva bisogno di nessuno; gli domandarono la sua età e la ragione per cui si fosse ritirato in quella solitudine, ma non volle dir nulla, e visto ch’essi avevano levato le provviste dai loro involti, s’offerse di portare dei sedili e dei piatti perchè potessero mangiare comodamente all’ombra delle piante.
Prima di tutto si misero a mangiare, perchè l’aria fresca della mattina aveva aguzzato il loro appetito, e divoravano la carne, le uova sode e le altre provviste che avevano recato, come se fossero bestie affamate.
– Bisogna lasciar qualche cosa per l’eremita, – disse Mario.
– Ma io ho fame, – rispose Carlo.
– Non ci pensate, – disse Damiati, – al caso gli lasceremo qualche moneta; – poi fece loro ammirare il bellissimo paesaggio che si vedeva da quel posto: di faccia una fila di colline verdeggianti intersecato da strade che formavano delle righe bianche, poi giù una valle sparsa di paeselli con un torrente che scendendo dallo montagne l’attraversava e sul quale stavano in certi punti sospesi dei ponticelli pittoreschi.
– Bello! – diceva Mario, – come mi piacerebbe dipingere questo quadro, ma quando sarò più grande lo farò. Senta, professore, dica al babbo ed a Maria che mi facciano studiare la pittura.
– Se avrai una vera inclinazione, lo faranno certo, ma intanto devi cercare da te stesso di esercitare l’occhio a cogliere il vero; prova a ritrarre quel paesaggio e ne vedrai la difficoltà. Si fa presto a dire voglio essere un artista, o voglio essere un eroe, come dice tuo fratello, anzi a questo mondo tutti vorrebbero essere qualche gran cosa, tutti hanno grandi aspirazioni, ma pochissimi riescono ad uscire dalla mediocrità. Sentite, ragazzi, ora siete giovani e dovete pensare a faticare e a lavorare molto, e forse dopo potrete avere il premio che sperate.
Mario s’era posto a disegnare colla matita in mano e l’album aperto, ma dopo due o tre tentativi inutili per copiare il paesaggio si contentò di fare la caricatura di Carlo che fuggiva inseguito da un vitello perdendo lungo la via il paniere della colazione, e disse:
– È inutile, io non sarò altro che un pittore caricaturista.
– Chi sa che cosa diverrai! – disse Damiati. – È troppo presto per saperlo, intanto pensa a studiare.
Visitarono la chiesa e poi scesero saltellanti dalla collina, contenti della loro passeggiata. Ai piedi del monte trovarono Maria, Elisa, Angiolina e Giannina e tutti assieme s’avviarono verso casa narrandosi gl’incidenti della giornata.
Ad un certo punto videro un gruppo di ragazze guardare attentamente per terra; Elisa, che era molto curiosa, si avvicinò a quel gruppo composto della signorina Guerini, l’istitutrice, e di una loro amica, ma appena si accostò, le altre se n’andarono senza salutarla, ed essa si trovò davanti ad una biscia morta che faceva ribrezzo. Corse subito a raggiungere la sorella, dicendo tutta imbronciata:
– Hai visto la signorina Guerini? che superbia!
– Perchè? S’è fermata un momento, ma non metteva conto che si fermasse di più per quella bella vista.
– È stato per non salutarci; domanda anche a Carlo come questa mattina sono passati davanti a noi in carrozza senza nemmeno degnarsi di guardarci.
– Non vi conoscono e non si saranno accorti di voi, che non siete poi dei personaggi illustri.
– Ma Alberto è stato alla scuola elementare con me? – disse Carlo.
– Non se ne ricorderà; ma perchè volete occuparvi degli altri? Pensiamo a godere piuttosto della nostra passeggiata.
Ma Elisa che sperava di far amicizia colla signorina Guerini era imbronciata, Giannina ed Angiola correvano avanti per fermarsi a coglier fiori e Mario raccontava a Vittorio che voleva fare la caricatura di Alberto Guerini quando passa tutto superbo sul suo velocipede, senza degnarsi di guardare i miseri mortali che camminano lungo la via.
– Vedi, – diceva, – voglio disegnarlo in tre tempi: prima nell’atto che passa superbo lungo la strada, poi quando scende impetuosamente da un declivio, e finalmente nel punto che cade in un fosso colle gambe all’aria e il cappello un miglio distante.
Maria parlava invece col professore Damiati domandandogli consigli sul modo d’educare i ragazzi, sempre preoccupata dal pensiero dei cinque figliuoli, e quando la salutò sull’uscio di casa essa gli raccomandò di venire spesso la sera a trovarli insieme a don Vincenzo.
– La loro conversazione sarà tanto utile ai miei figliuoli, – disse Maria; – mi raccomando, non mi abbandonino.

SERATE IN FAMIGLIA.

A don Vincenzo pareva di ringiovanire quando andava a passar la sera in casa Morandi. Perciò vi andava spesso e volentieri, accompagnato dal professore, che ammirava la dolcezza e l’abnegazione di Maria la quale si dedicava così giovane al benessere della famiglia e all’educazione dei suoi fratelli. Egli era tutto felice di esserle utile e s’era fitto in capo di far amare lo studio a Carlo; lo trovava un po’ pigro e svogliato, ma sperava, aiutandolo nelle difficoltà, stuzzicando il suo amor proprio, di riuscire a renderlo più docile ed a fare che dedicasse qualche ora della giornata allo studio.
Gli parlava più da amico che da professore, ed il ragazzo si rassegnava a studiare con lui, in grazia delle storielle piacevoli e degli aneddoti curiosi che gli raccontava e delle passeggiate che sapeva organizzare per divertirlo quando rimaneva contento dei suoi cómpiti.
Però la sua idea fissa erano i fatti eroici, i lunghi viaggi, la vita avventurosa, e diceva sempre:
– Io studio per non vedervi imbronciati, ma se capita l’occasione, scappo e mi faccio soldato, marinaro o esploratore.
Quando don Vincenzo parlava del quarant’otto, Carlo pregava Damiati di sospendere la lezione e s’avvicinava con tanto d’orecchi alla tavola, dove le ragazze lavoravano, e il prete ricominciava per la centesima volta i suoi racconti, ma sempre animandosi, gesticolando in modo che pareva avessero la virtù di levargli una ventina d’anni dalle spalle.
“Ora si muore, si vegeta, – egli diceva, – quelli erano tempi in cui si viveva, ogni giorno c’era qualche novità, qualche avvenimento che ci faceva battere il cuore, e s’era tutti uniti in un solo pensiero come se attraverso tutte le nostre teste passasse una medesima corrente elettrica.
“Io, in quel tempo, ero a Milano al seminario a studiare, ma anche là dentro, fra quelle quattro mura, in mezzo ai nostri studi, penetravano le idee che correvano per la città, si sapeva tutto quello che accadeva, eppure non vi saprei dire in che modo quelle notizie giungessero fino a noi.
“Voi, nati in questi tempi, non sapete che cosa voglia dire non esser padroni in casa propria, essere tenuti schiavi, spiati e magari posti in prigione e condannati per una parola sfuggita involontariamente, per un’occhiata mal interpretata; pensate che un mio fratello il quale aveva dato senza accorgersi uno spintone ad un ufficiale austriaco, fu posto agli arresti e mancò poco che fosse fucilato.
“Ve la immaginate voi la nostra vita agitata? Eppure era così bella, si congiurava nascostamente, s’era pieni di speranze nell’avvenire, e ci si consolava delle continue sofferenze nel vederci tutti uniti nelle nostre aspirazioni e nei nostri desiderii.
“Noi si studiava, ma la nostra mente faceva mille progetti per concorrere a liberare il nostro paese, ognuno di noi sognava d’essere un eroe e di riuscire in qualche impresa ardita da far tremare quelli che ci opprimevano; fra una lezione di latino e di teologia si scrivevano dei versi nei quali s’invocava l’angelo sterminatore che sperdesse i nostri nemici. Quando poi si seppe che Pio IX, il nostro pontefice, favoriva la libertà, allora furono inni al Santo Padre, preghiere che ci aiutasse, e lo adoravamo in ginocchio come si adorano i Santi e la Madonna. Vi assicuro che vivevamo in un’agitazione febbrile, ognuno di noi era una specie di bomba pronta a scoppiare alla prima scintilla, e quando si seppe che fuori c’era la rivoluzione, che si facevano le barricate, allora nessuno seppe star tranquillo, si fece anche noi la nostra piccola rivoluzione interna, e si volle prendere parte agli avvenimenti.
“Mi par ancora ieri, e sì che ne sono passati dei begli anni; quando ci si mise a fabbricare le barricate, si pareva matti, si entrava nelle case a prendere lo mobiglie che potevano servirci, si spogliavano gli appartamenti, si smantellavano le fabbriche per adoperare i materiali onde sbarrare le vie, ci si cambiava in facchini, manovali, e poi si finiva col diventare non soldati, ma leoni per difendere le barricate che avevamo innalzate con tanta fatica, e là, dietro a quei ripari, fabbricati dalle nostro mani, vi dico io che ne ho vedute di scene commoventi, vi assicuro che se vivessi cent’anni, il ricordo di quei tempi basterebbe per riempirmi la mente e tenermi compagnia.
“In quei giorni tutta la popolazione era nelle strade, le donne scappavano in casa qualche ora per prepararci da mangiare, e poi venivano a recarcelo colle loro mani.
“Mi pare di vedere ancora una bella giovane di venti anni venir tutti i giorni con un canestro pieno di viveri, che distribuiva indistintamente a poveri e ricchi, amici e sconosciuti, a tutti quelli che erano là instancabili, oppure accasciati dalle ferite e dalla fatica a combattere; ci appariva come una fata benefica, quando un giorno, mentre faceva la distribuzione dei viveri, scoppiò una bomba accanto a lei e rimase ferita orribilmente: fu un urlo d’indignazione in tutti noi e ci si mise a combattere con maggiore energia per vendicarla.
“Mi ricordo d’un bambino che s’arrampicava come uno scoiattolo sulle barricate, e munito dei sassi che avea tolti dal selciato della via li lanciava con forza sopra quelli che osavano avvicinarsi; di tratto in tratto veniva la madre a strapparlo da quel posto pericoloso.
” – Sei matto, – gli diceva, – ad esporti così?
“Ma egli ritornava sempre al suo posto elevato; e quando una palla gli trapassò un braccio, egli disse:
” – Non è nulla, fasciatemelo presto che ritorni al mio posto, per fortuna ho ancora un braccio buono.
“Non ci fu verso, volle ritornare ma cadde svenuto, e dovettero trascinarlo via per forza.”
– Come mi sarebbe piaciuto vivere in quel tempo! – disse Carlo; – allora, sì, avrei potuto diventare un eroe.
– Eravamo tutti eroi, – soggiunse don Vincenzo, – però non si poteva fare altrimenti, non era permesso di tremare nè di aver paura. Mi ricordo un signore che trovò il figlio nascosto dietro una porta, e trascinandolo fuori per un braccio gli disse: – Almeno muoviti e fa il galoppino da una barricata all’altra, e se vengo a sapere che non hai fatto il tuo dovere, non ti riconosco più per figlio.
Quando don Vincenzo s’infervorava in quei discorsi, anche il signor Morandi, di consueto silenzioso, si animava e parlava di quei tempi quando anch’egli si era trovato in mezzo alla rivoluzione e bloccato a Venezia.
Come avea sofferto in quel tempo! Anzi, quelle sofferenze gli avevano lasciato un’ombra di tristezza che non si sarebbe cancellata mai più.
– Pensi, don Vincenzo, – disse una volta, – a Milano la rivoluzione è durata cinque giorni, ed è quasi stata una festa, ma io che mi son trovato a Venezia, ed ho sofferto la fame per un anno!… E ai figli disse: Se sapeste che cosa voglia dire soffrire la fame, come sareste contenti della vita che fate, come godreste la vostra agiatezza e la vostra tranquillità!
– E perchè non ci racconti nulla, babbo? – chiesero i ragazzi.
– Quel tempo mi ricorda cose troppo tristi, – rispose il signor Morandi; – mio fratello è morto a Marghera, mia madre morì di dolore, non posso evocare quei giorni senza che mi si spezzi il cuore; la libertà mi è costata troppo cara.
– Come saranno stati belli i primi tempi di libertà, dopo tante lotte e tanti sagrifizi! – disse Maria.
“- Si dovette attendere ancora dieci anni, ma quei primi giorni furono deliziosi, – disse don Vincenzo, – fu una gioia da non poter comprendere se non si è provata. Si pareva pazzi, per le vie ci si abbracciava tutti, amici e sconosciuti, si saltava dalla contentezza, si parlava dalle finestre, poveri, ricchi, tutti amici, tutti uniti, come si fosse una sola famiglia; quando entrarono i nostri soldati fu una frenesia: una pioggia di fiori li coperse, un grido d’entusiasmo uscì da tutto le bocche, tutti volevano vederli da vicino, i ragazzi andavano in mezzo alla truppa, fra le zampe dei cavalli, si voleva ammirarli, abbracciarli, i nostri fratelli, i nostri soldati che avevamo tanto desiderato. Quando poi entrarono i bersaglieri correndo, seguendo il ritmo della loro allegra fanfara, lesti, colle penne dei cappelli agitate dal vento che correndo per le vie come se volassero, parevano un gaio stormo d’uccelli che venisse a portarci la primavera, la pace, l’allegria, allora l’entusiasmo fu al punto culminante. So che tutti ridevamo, piangevamo, eravamo pazzi; in quel delirio di gioia avevo la febbre; so che dovetti andarmene a casa affranto, non potei dormire, tanto ero agitato, e se chiudevo gli occhi mi vedevo una danza di bandiere a tre colori, di soldati e di cappelli da bersagliere.
“E la gioia maggiore fu di vedere il nostro re Vittorio Emanuele entrare a Milano col suo aspetto marziale, la sua faccia aperta e buona. Sono stati momenti quelli che non si dimenticano, e vedete, io non invidio la vostra gioventù baldanzosa, piena di speranza nell’avvenire, perchè sono contento d’esser vissuto in quei giorni in cui eravamo tutti fratelli, e come si era stati compagni nelle lotte e nelle privazioni si ritornava ad esserlo nella gioia comune.
“Però passato quel tempo d’entusiasmo la vita m’apparve monotona. Pio IX non era più quello di prima, dovevano avergli cambiata la testa; noi, preti, in città, non avevamo più tante simpatie, e il mondo mi parve così brutto che volli venire in campagna, dove lo spettacolo della natura è sempre grandioso ed attraente.
“Qui ho trovato delle gioie tranquille e non mi pento della mia risoluzione, ho degli amici che mi vogliono bene, ho i miei fiori, gli uccelli che ritornano ogni anno a fare i nidi sotto al mio stesso tetto. Quando poi avevo vostro zio che era stato un mio compagno del quarant’otto e non si stancava mai di ricordare quel tempo, io non desideravo nulla di più, e proprio bisogna dire che il Signore mi vuol bene; dopo che m’ha dato il dispiacere di togliermi quel buon amico, ecco che siete venuti voi ed io posso ritornare in questa casa, che mi ricorda tante cose, e vi vedrò ritornare tutti gli anni come gli uccelli dei miei nidi; crescere, poi magari prendere il volo, finchè un giorno o l’altro lo prenderò io il volo. Intanto, l’avervi conosciuto sarà una consolazione dei miei ultimi anni, e poi sono certo che resterà qualcuno a ricordare il vecchio curato, non è vero?
– Ora deve star qui tanti anni con noi, non dobbiamo pensare a malinconie, – dissero in coro i ragazzi.
– Anzi, – soggiunse il Damiati che avea terminato di ripassare il compito di Carlo, – la signorina Maria dovrebbe raccontarci le avventure d’un altro piccolo eroe.
– Questa sera, no, – disse Maria, – una bella figura farebbero i miei eroi dopo i discorsi del quarant’otto! Se volete v’invito per domani sera.
– Bene, bene, domani sera è impegnata, – disse il professore.
E si contentarono di far ancora un po’ di chiacchiere finchè Mario terminava una vignetta dove pretendeva d’aver rappresentato la rivoluzione del quarant’otto con bombe, barricate e una tal confusione nella quale non si poteva raccapezzare nulla, tanto che anche il futuro artista dovette concludere che i quadri storici non erano il suo forte.

IL PROCACCIA.

Angiolina era andata a prendere il manoscritto e l’avea posto davanti a Maria, mentre tutti gli altri stavano intorno alla tavola attenti ad ascoltarla.
– Quest’oggi – disse Maria – è una storia molto semplice, e forse dopo i fatti eroici di ieri sera non riuscirà ad interessarvi; procurerò di esser breve. – E preso il manoscritto incominciò:

Siamo in un tugurio sopra una montagna; intorno, delle praterie, verdi l’estate, e l’inverno coperte di neve, delle cime aguzze di monti con boschi di abeti neri e di tratto in tratto qualche capanna, qualche casolare, in mezzo a quella solitudine
In una camera povera, affumicata e quasi spoglia, se ne sta rannicchiata accanto al fuoco una donna dall’aspetto macilento e tremante dal freddo.
Un ragazzo entra portando un fascio di legna.
– Ecco, mamma, della legna per riscaldarci.
– Se bastasse! – disse la Maddalena con un sospiro, – ma bisogna mangiare,
– Abbiamo ancora della farina, – rispose il ragazzo che si chiamava Antonio, – poi Francesco m’ha lasciato i suoi quattrini prima di partire.
La donna diede in un sospiro più forte sentendo nominare l’altro figliuolo e disse:
– Se almeno me lo avessero lasciato, non si correrebbe il pericolo di morire di fame, oppure se mi sentissi bene, qualche cosa potrei fare, ma invece me lo mandano soldato ora che avevo più bisogno di lui.
– Ci sono io, – disse Antonio.
– Che cosa vuoi fare tu che sei ancora bambino?
– Ho dodici anni e sono forte, cercherò del lavoro e l’ho promesso anche a Francesco.
– A proposito, che cosa ti ha detto prima di partire? – chiese la donna.
– Nulla! che cercassi del lavoro, anzi scendo al villaggio per vedere se trovo da fare qualche cosa.
Così dicendo uscì, e mentre scendeva la montagna erta e sdrucciolevole per la neve caduta, andava pensando a quello che gli avea detto appunto Francesco prima di partire pel reggimento.
Egli era vissuto fino a quel giorno senza crucci, andando alla scuola, e i giorni di vacanza giocando cogli amici. Avea spesso fatto qualche piccolo servizio al fratello o alla mamma, e all’ora consueta trovava in casa un boccone da mangiare, che, per quanto fosse semplice, gli facea l’effetto di un cibo squisito, ed era vissuto tranquillo e felice come un uccellino.
Ma quella mattina, dopo il discorso fattogli dal fratello, si sentiva trasformato, i suoi pensieri non erano più tanto allegri e gli pareva d’esser già un uomo col peso d’una grande responsabilità.
– Senti, – gli avea detto Francesco, – se non mi chiamavano soldato, non t’avrei parlato di nulla, e non avrei turbato con delle inquietudini la tua età spensierata, ma parto, e devo dirti tutto quello che mi pesa sul cuore da tanto tempo. Tu ora così piccino devi aver molto giudizio e fare il capo di famiglia.
– E la mamma? – avea detto Antonio.
– Povera mamma! Non sai che è molto ammalata? il dottore dice che ha mal di cuore e non deve aver pensieri nè inquietudini, ha bisogno di mangiar bene e di non faticare; insomma, bisognerebbe essere ricchi, oppure ch’io potessi pensare per tutti, invece ora a lei devi pensarci tu, finchè sono via; ti raccomando, sai, bada che quella povera donna non soffra, fa tutto il possibile, magari chiedi l’elemosina, ma procura che non le manchi un po’ di pane; io, sta tranquillo, cercherò di mandarti qualche soldo, ma che cosa può fare un povero soldato!
Antonio pensava a questo discorso e a Francesco che nel farglielo avea le lagrime agli occhi, e rammentava come l’avea preso fra le braccia stringendolo stretto contro la sua faccia, quando gli promise di lavorare e guadagnare il pane per sè e per la mamma ammalata.
Ma ora in quella strada deserta, intirizzito dal freddo, vedeva che era più difficile di quello che avesse immaginato.
Se fosse la buona stagione, pensava, potrei offrirmi a qualche mandriano per pascolare le bestie, ma siamo d’inverno…. Vedremo, giù al villaggio può darsi che trovi qualche occupazione.
Egli nella sua mente vagheggiava i tempi delle fate, quando bastava esser buoni e ubbidienti, per veder subito qualche fata accorrere ad aiutarci; egli sarebbe stato tale per meritare la protezione di una buona fata, e si guardava intorno se ci fosse qualche animaluccio da salvare, qualcuno da soccorrere, come se fossero ancora quei bei tempi; ma non c’era anima viva, e soltanto udiva il rumore del vento che usciva dalle gole dei monti e scuoteva le cime degli abeti.
Quando vide le prime case del villaggio il suo cuore si aperse alla speranza; in quelle case abitava della gente, e forse qualcuno si sarebbe mosso a pietà di lui.
Camminando adagio per quelle vie deserte, vide aprirsi una porta ed una donna uscire con un paiuolo in mano, per ripulirlo.
Si avvicinò a lei e si fece coraggio di chiederle se avesse qualche occupazione da dargli.
– Posso far di tutto, – disse, – ripulire e lavare la casa, aver cura delle bestie, far delle commissioni.
– Sei matto, – disse la donna; – coi tempi che corrono, non c’è abbastanza da lavorare nemmeno per noi.
Egli proseguì il suo cammino con un sospiro.
Vicino alla chiesa, vide un uomo piuttosto ben vestito che veniva incontro a lui.
Egli si fece avanti, e pensando alla mamma ammalata, a quello che gli aveva detto il fratello, stese la mano per chiedere l’elemosina.
– Non ti vergogni? – gli disse quell’uomo, – alla tua età chiedere l’elemosina! va a lavorare, piccolo vagabondo.
Non chiedeva di meglio che procurarsi del lavoro, avrebbe voluto dirglielo, ma sentì come un gruppo alla gola che gli tolse il respiro e corse via senza dir nulla, vergognandosi.
Cominciava ad essere scoraggiato e pensava se non fosse meglio per quel giorno ritornare a casa, quando udì il rumore della diligenza che arrivava, e non si mosse, nella speranza che quelli che venivano di lontano fossero più pietosi.
La diligenza si fermò davanti all’osteria della Posta, ed egli corse subito per togliere ai viaggiatori le sacche, gl’involti che avevano in mano, e per aiutare a scaricare i bauli. Ma l’oste che al rumore della diligenza era uscito, diede uno scappellotto ad Antonio dicendogli:
– Levati dai piedi, non abbiamo bisogno del tuo aiuto.
Il povero ragazzo non potè più resistere e diede in uno scoppio di pianto.
La figlia dell’oste, uscita anch’essa all’arrivo dei viaggiatori, ebbe compassione di quel ragazzo e si avvicinò domandandogli che cosa avesse.
– Volevo guadagnarmi qualche soldo aiutando a scaricare i bauli; ho tanto bisogno di trovar lavoro, colla mamma ammalata e mio fratello soldato, ma sono troppo disgraziato, dovrò tornare a casa a mani vuote.
La fanciulla fu commossa dalle parole di quel ragazzo che le pareva sincero, e pensò di aiutarlo.
– Vieni, – disse, – ti darò un po’ di brodo per riscaldarti.
– Per me non importa, ma è per la mia mamma che voglio guadagnare qualche cosa.
– Povero ragazzo! – pensò la fanciulla. Poi si rivolse a lui dicendogli: – Posso fidarmi di te? sei forte per portare un pacco sulla montagna nella cascina chiamata Colombara?
– Se sono forte! Lo credo io! Mi dia questo pacco.
– Ma potrai farlo? Non lo lascerai cadere lungo la via?
– No, stia sicura; glie lo giuro! – disse mettendosi la manina sul petto.
– Bada che è pesante.
– Sono forte.
– Ecco, – disse la ragazza consegnandogli un involto alquanto voluminoso; – vedi, è inutile, è più grande di te.
– Non abbia timore, – disse Antonio. Prese un pezzo di legno che trovò in terra, si fece dare una corda e vi attaccò il pacco solidamente e se lo mise dietro le spalle. – Mi pare una piuma, – soggiunse, – domani ritornerò a vedere se ha altri pacchi da consegnarmi.
– Bada di portarlo direttamente alla Colombara, ti daranno venticinque centesimi per la tua fatica; buon viaggio, procura di non sdrucciolare.
– A rivederci domani, – disse Antonio tutto contento e saltellando sulla strada fangosa, come se andasse ad una festa.
Il pacco era pesante, la salita faticosa, ma egli non sentiva nulla, nella sua felicità di poter fare qualche cosa ed essere utile alla mamma; pensava ch’egli aveva trovato una buona fata, e ormai l’ostessa l’avrebbe protetto. Aveva una faccia così buona quella ragazza che si teneva sicuro che non l’abbandonerebbe più, e saliva saliva la montagna con quei pensieri allegri, non sentendo nè il freddo, nè il disagio del cammino; eppure ci voleva circa un’ora per giungere a destinazione, e quando la montagna si faceva più erta egli sentiva il pacco farsi più pesante, ma era pieno di coraggio e andava avanti finchè giunse alla cascina, tutto sudato.
Gli venne incontro una ragazza e gli chiese se avesse una lettera per lei.
– Non m’hanno consegnato che questo pacco, ma domani ritorno in paese e domanderò se vi sono lettere per voi, – disse Antonio.
– Ricordati, – le disse la fanciulla, – per ogni lettera che mi porterai ti darò un soldo, prendi intanto. – -E gli diede i cinque soldi per il pacco ed un bicchiere di vino per giunta.
Antonio discese la montagna canterellando, egli aveva un progetto con cui sperava di mantenere la sua mamma, e gli pareva già d’esser ricco.
Giunse a casa allegro portando una bottiglia di latte e un po’ di pane, comperato lungo la via.
Trovò la mamma inquieta della sua lunga assenza.
– Bisognerà bene che tu mi lasci andare se vuoi che guadagni da vivere; non sono più un bimbo io, e non c’è pericolo che mi perda.
Essa si mostrò contenta del figliuolo, ma pensava sempre al suo Francesco che era lontano, e tutte le volte che Antonio ritornava dal villaggio, gli chiedeva ansiosa se avesse ricevuto lettera dal fratello.
In pochi giorni Antonio era diventato il corriere della montagna. Aveva tanto pregato Rosa, la figlia dell’oste (ch’egli si ostinava a riguardare come la sua buona fata), che affidasse a lui tutti i pacchi e la corrispondenza della montagna, che malgrado la sua giovinezza glielo aveva accordato. Sempre però gli diceva:
– Bada che non sia troppa fatica e troppa responsabilità per un ragazzo come te; se perdessi una lettera, guai! non ti darei più nulla e dovresti pagare la multa.
Ma Antonio la rassicurava, e la supplicava di lasciare a lui quell’incarico, affinchè potesse guadagnare qualche soldo, per poter comperare il pane alla sua mamma.
E così, ogni mattina, scendeva al villaggio, ed era tutto felice quando la diligenza portava tanti pacchi e tante lettere per gli abitanti della montagna, e bisognava vedere come si caricava, tanto che qualche volta la sua personcina scompariva sotto quella massa di roba; ma più ne aveva, più era contento, e girava la montagna per delle ore, finchè avesse tutto consegnato all’indirizzo preciso.
Il ragazzo era ormai un amico per gli abitanti di quei casolari, che gli venivano incontro col sorriso sulle labbra, in attesa di notizie dei parenti lontani.
La ragazza che abitava alla Colombara stava ad attenderlo sempre sull’uscio, nella speranza che le portasse qualche lettera del suo promesso sposo, ch’era soldato; essa lo faceva sempre entrare a riscaldarsi, e non mancava mai di dargli un bicchiere di vino o una ciotola di latte; gli faceva anche delle confidenze e gli raccontava quello che Enrico le scriveva, quando egli le portava una lettera.
E Antonio le parlava di Francesco che era soldato anche lui, e le raccontava che aveva voluto andare a Massaua in un paese lontano lontano, dove si moriva dal caldo, ma per guadagnare di più; e ciò gli dava pensiero perchè le lettere tardavano a venire, e per non vedere inquieta la mamma dovea dirle che aveva avuto notizie, anche se non ne sapeva nulla.
– Dille che Enrico mi scrive che sta bene, – gli diceva la ragazza, – -sono soldati tutti e due, ed è naturale che essendo dell’istesso paese, si possano conoscere.
E così Antonio diceva sempre alla mamma che Francesco stava bene; l’avea saputo alla Colombara.
C’erano giorni che in paese non arrivava nulla e Antonio dovea tornarsene a casa tutto avvilito d’aver perduta la sua giornata.
Ci fu un periodo di tempo che nevicava forte, e andar per quelle montagne era difficile e pericoloso.
La Rosa lo consigliava di aspettare che il tempo si facesse migliore; ma egli non le dava retta, e quando c’era qualche cosa da portare, voleva andare lo stesso, a costo di arrivare a casa sfinito e assiderato.
Dalle notizie che raccoglieva da quelli che avevano i parenti lontani, avea saputo che in Africa c’era stato un combattimento con morti e feriti, ed egli era in pensiero pel fratello che da tanto tempo non mandava notizie; anche la mamma era inquieta e per calmarla le diceva che Francesco faceva sapere col mezzo d’Enrico che stava bene e li salutava.
Però quella vita cominciava ad esser troppo faticosa per lui, e quel dover tenere tutto chiuso in sè stesso, gli opprimeva il cuore, s’aggiunse che la malattia della mamma s’aggravò ed egli andava al villaggio coll’inquietudine di trovarla peggiorata, ritornando a casa la sera.
Un giorno ebbe come una scossa quando trovò una lettera del sindaco che avea delle comunicazioni da fare alla sua mamma. Non disse nulla e andò tutto solo a sentire la ragione di quella chiamata.
Quando il sindaco gli disse che l’aveva fatto chiamare per dirgli che suo fratello era morto a Dogali combattendo contro Ras Alula, egli non volea credere e stette là ad aspettare che gli dicesse d’aver fatto per celia, ma il sindaco gli confermò la tremenda notizia.
– Consolati, – gli disse, – è morto da eroe, e certo gli daranno la medaglia.
Ma che cosa gl’importava e la medaglia e che fosse morto da eroe, se non sarebbe ritornato, e non l’avrebbe più riveduto! E alla mamma come avrebbe potuto dare quella terribile notizia? No, non era possibile, piuttosto che dirglielo non sarebbe ritornato a casa.
Infatti non disse nulla, ma gli pesava di dover continuare ad ingannarla; andò a consigliarsi colla sua amica alla Colombara, ed anch’essa lo esortò a non dir nulla alla mamma; era inutile affliggerla, poichè non aveva che pochi giorni di vita.
Essa compiangeva il povero Antonio; ma quel giorno era contenta perchè le aveva portata una lettera nella quale Enrico le scriveva che sarebbe presto venuto in congedo.
Essa regalò al suo amico tante cose da portare a casa; delle frutta, della farina e delle uova.
– Prendi, – disse, – almeno che la tua mamma abbia da sostentarsi.
Ma egli non pensava che al suo fratello morto e al segreto che dovea tenere in petto.
Quando entrò in casa volle mostrarsi contento, ma aveva le lagrime agli occhi.
– Perchè hai quella faccia? – gli disse la mamma.
– Sono stanco, ecco.
– E di Francesco non sai nulla?
– Sta bene, me lo dissero alla Colombara.
– Pure dovrebbe scrivere, io sono inquieta, – replicò la povera donna.
Antonio non parlò più in tutta la giornata, e da quel momento avrebbe voluto star tutto il giorno fuori perchè la mamma non gli chiedesse di Francesco. E stava fuori infatti il maggior tempo possibile, e in casa non parlava mai; si era fatto chiuso e muto come una tomba.
Anche la sua mamma era di cattivo umore, si lagnava sempre dei suoi mali, borbottava perchè egli non le raccontava più nulla e Francesco non scriveva.
Ed egli continuava la sua vita faticosa, sempre in giro sulla montagna, carico di pacchi e di lettere, che portavano ora la gioia ora la tristezza nei tugurii di quei montanari.
Un giorno, di ritorno dalle sue escursioni, trovò la mamma che si dibatteva in preda a violente convulsioni fra spasimi atroci; egli corse a chiamare il medico che tentò di calmarla, ma essa era uscita, avea saputo che suo figlio era morto ed era ritornata a casa in quello stato.
Quando incominciò a rinvenire se la prese con Antonio che non le aveva detto nulla, e continuò a rimproverarlo dicendogli che non aveva cuore perchè le avea tenuto nascosto un fatto simile, e l’avea ingannata sulla sorte del suo figlio prediletto.
Antonio, tutto confuso, non sapeva che cosa dire; ma la sua vita diventava più triste e più insopportabile e il suo lavoro più ingrato.
Egli si sentiva la voglia di andarsene solo, lontano, per non sentir più quei rimproveri che sapeva di non meritare; ma poi pensava che senza di lui la sua mamma sarebbe morta di fame e rimaneva.
Pochi ragazzi avrebbero avuto tanta pazienza di sopportare i rimproveri e le ire di quella donna, divenuta quasi pazza dal dolore; ma egli si rammentava le raccomandazioni di Francesco e continuava a lavorare per lei, a curarla quand’era ammalata ed a sopportare pazientemente le sue sfuriate.
E quando un giorno la trovò morta nel suo letto e non lo sgridò più, egli si sentì un groppo alla gola e pianse d’esser rimasto solo al mondo.
Egli continuò a girare quei monti, ma triste, senza parlar mai, con un’idea fissa nel capo: di andar soldato in Africa e di uccidere Ras Alula per vendicare il fratello.

Questa storia aveva interessato molto Carlo, il quale diceva che, sebbene non avesse da vendicare nessuno, sarebbe andato anche lui assieme ad Antonio in Africa, tanto per andare alla guerra.
E Mario alla vignetta che rappresentava Antonio che saliva la montagna sepolto sotto una quantità di pacchi e d’involti, ne aggiunse un’altra, che rappresentava Carlo, il quale, appena incontrato un africano, fuggiva a gambe levate come se avesse veduto il diavolo.

LA FIERA.

La mattina, mentre Maria colle sorelle ed Angiolina attendevano alle faccende domestiche, i ragazzi solevano fare una passeggiata fino al villaggio.
Un giorno ritornarono tutti animati, allegri, raccontando che nei giorni seguenti ci doveva essere la fiera del villaggio: avevano letti gli avvisi che promettevano feste, fuochi e luminarie: poi in piazza incominciavano già a piantar banchi, baracche, per mostrare fenomeni viventi, un teatro di burattini, una giostra e tante altre cose; doveva proprio essere una vera baldoria, ed essi erano contenti pensando di approfittare di tutti quei divertimenti.
Maria disse chiaro e tondo che non li avrebbe lasciati andare a divertirsi se prima non avessero dedicato qualche ora allo studio, perchè ci doveva esser tempo per tutto e che non pensassero di starsene in piazza tutto il giorno.
Carlo ed Elisa non volevano intendere quelle ragioni, e replicarono che durante la fiera volevano far festa, come tutti quelli del villaggio, e facevano progetti di divertirsi, d’assistere a quegli spettacoli, e già, prima del tempo, cominciavano a distogliere la mente dallo studio. Maria con quei due ragazzi pigri ed insubordinati si sentiva scoraggiata e avvilita nella sua impotenza di renderli ubbidienti.
Guai se gli altri non l’avessero compensata delle sue fatiche colla loro dolcezza di carattere e colla loro ubbidienza! Specialmente Giannina la rendeva contenta cercando d’imitare l’Angiolina, la quale era una perfetta massaia e una ragazza ben educata e piena di cuore.
Maria era sempre più contenta d’aver invitata l’Angiolina, perchè colla sua operosità dava il buon esempio alle altre. Essa la mattina si alzava prima di tutti, e dopo aver dato aria alla camera ed essersi lavata e pettinata, rifaceva il suo letto ed anche quello di Elisa, la quale non finiva mai di star allo specchio a ravviarsi i capelli, e non le parea vero d’avere un’amica che facesse anche la sua parte di lavoro.
– Come sei buona! – le diceva, – ma che non sappia Maria che sei tu quella che metti in ordine la camera, altrimenti mi sgrida.
– Mi piace tanto, mi fa tanto bene questo moto, diceva l’Angiola; e intanto andava di qua e di là a spolverare i mobili, e quando aveva finito scendeva per dare una mano a Maria e alla donna di servizio.
Poi si mettevano tutte a lavorare, e quel giorno appunto dovevano terminare di orlare delle lenzuola, e ci si misero tutte e tre con molta assiduità per restare libere pei giorni di fiera. Angiolina rimpiangeva la macchina da cucire della sua mamma, ma la Maria diceva che aveva piacere che le sorelle s’avvezzassero a cucire a mano; esercitavano così la pazienza, stavano tranquille e potevano chiacchierare.
– Le macchine, – disse, – vanno bene quando c’è fretta, ma forse sono una delle ragioni per cui le donne al giorno d’oggi sono tanto nervose, non dico per te, Angiolina che sei un’eccezione; ma mi pare più sano raccogliersi intorno al tavolino e stare assieme a discorrere. Guardate come sta bene Giannina, orlando il suo fazzoletto. – Infatti quella bimba lavorava con una grazia che faceva venir voglia di baciarla.
Mario si annoiava quando le ragazze lavoravano, e andava a tirar loro le trecce e non le lasciava un momento in pace.
– Bada che domani non ti conduco alla fiera, – disse Maria, – se non stai tranquillo.
– M’annoio, – disse Mario.
– Fa qualche cosa.
– La vostra caricatura, allora.
– Quello che vuoi, basta che ci lasci quiete.
Ma mentre le ragazze facevano andar l’ago sulla tela colla massima rapidità, i ragazzi erano distratti e continuavano a parlare dei divertimenti che avrebbero goduto il giorno appresso.
Mario tutt’a un tratto nel temperare la matita si tagliò un dito, e andò da Maria pallido per lo spavento.
– Non è nulla, – disse la fanciulla, e legò con un fazzoletto il dito tagliato. Andò poi a prendere nell’armadio la cassetta della farmacia, ne tolse cotone e pezzuole fenicate, e con queste, legò stretto il dito del fratello raccomandandogli di star tranquillo e di star più attento un’altra volta.
L’Angiolina le chiese perchè adoperasse quelle pezzuole che puzzavano, invece di un semplice pezzo di tela. Allora Maria spiegò come è sempre più prudente di fasciare una ferita con roba disinfettata.
– Vedi, – disse, – noi siamo circondati da microbi, cioè da animali invisibili che se penetrano nell’organismo ci possono avvelenare il sangue e farci molto male. Quando la pelle è tagliata, è come se ci fosse una porta aperta per lasciarli entrare; sicchè è sempre meglio adoperare sostanze che riescono loro nocive.
Angiolina stava ad ascoltarla a bocca aperta; poi dopo aver pensato un momento, disse:
– Ma quella volta che la mamma si ferì la mano colla macchina da cucire, se io l’avessi fasciata come il dito di Mario, non le sarebbe venuta la risipola?
– Probabilmente no, – rispose Maria, – perchè quello è un male che viene spesso da infezione del sangue.
– Pensare che s’io avessi saputo queste cose la mamma non avrebbe sofferto tanto! Ma m’insegnerà, non è vero, tutto quello che sa di medicina? – disse rivolgendosi a Maria.
– Volentieri. Prenderai degli appunti, come ho fatto io stessa, e come desidero che facciano anche le mie sorelle; nella vita non si sa mai quello che può accadere, ed è una grande soddisfazione prevenire i mali che possono venire ad una persona di famiglia e saperli curar bene.
– Ma dimmi, una volta non c’erano questi microbi? – chiese Giannina.
– C’erano, – rispose Maria, – ma nessuno lo sapeva, perchè non si potevano vedere; fu l’invenzione dei microscopii potenti, che fece scoprire tutto un mondo invisibile, e fu l’ingegno di grandi scienziati che a furia di studii e d’esperienze riuscì qualche volta a trovar il modo di combattere questi nemici. Un tempo quando uno era ferito gravemente, gli si faceva un’operazione chirurgica, e la morte era molto probabile: ora invece coi nuovi sistemi questo pericolo è molto diminuito.
Angiolina stava attenta a quei discorsi come se si trattasse di un racconto fantastico.
– Come è bella la scienza e quanto mi piacerebbe studiarla! Ma mi dica, se non si hanno alla mano dei disinfettanti, come si fa?
– Si può sempre lavar la ferita coll’acqua bollita, perchè ad un certo grado di calore tutti i microbi muoiono e l’acqua bollita è già disinfettata.
Mario, che era pauroso e sentiva dolore nella ferita, era tutto pallido e temeva di aver qualche microbo; la sorella lo rassicurò, ma volle cambiare discorso, promettendo ad Angioina di darle una lezione di medicina domestica in seguito, tranquillamente, dopo finito il chiasso della fiera.

LETTERA DI ANGIOLA ALLA SIGNORA MERLI.

Cara mamma.

Come sei stata buona a lasciarmi venire in campagna colla signora Morandi! Quanto mi diverto! E quante cose avrò da raccontarti al mio ritorno.
Da tre giorni siamo in piena baldoria, c’è la fiera in paese e ci siamo dati tutti alla pazza gioia.
Però oggi la signorina Maria volle che si rimanesse in casa a raccogliere le nostre idee, e per non restare oziosi ci disse di scrivere le nostre impressioni sulla fiera del paese.
È una specie di gara, per vedere chi di noi scrive meglio, e questa sera il professar Damiati giudicherà, e classificherà i nostri componimenti.
Io approfitto subito di questa giornata di tranquillità, e sono felice di aver tempo di scriverti; ma Carlo quando seppe che oggi si stava a casa, ha fatto il muso, l’Elisa andò di malavoglia a prendere i suoi quaderni, e sento Mario, nella stanza vicina, irrequieto, che s’alza ogni momento per correre alla finestra ad ogni più piccolo rumore che vien dalla strada.
– Ma mi accorgo che anche la mia signora figlia si perde in divagazioni inutili, – mi par di sentirti dire.
Hai ragione, mammina mia, ed ecco che torno all’argomento.
T’assicuro che la vita di questi giorni pare un sogno. Il nostro villaggio non è più riconoscibile.
Nella piazza quasi sempre spopolata e tranquilla, tanto che quando passavamo per andare alla messa o alla posta, non s’incontrava che qualche donna colle secchie la quale andava ad attingere l’acqua alla fontana, o qualche contadino colla gerla sulle spalle, c’è un frastuono indiavolato, intorno alla chiesa sono collocati dei banchi colle tende bianche, e sui banchi una quantità di oggetti variopinti e luccicanti, che si vendono per quarantanove centesimi, e una folla di contadine vestite da festa, alcune venute dalle montagne, nei loro costumi tradizionali, colle camicette bianche ricamate, i corpetti di velluto, la vita corta, e le vesti di panno con bordure rosse, che guardano cogli occhi meragliati(1), tutta quella roba, incerte su quello che devono comperare; poi banchi pieni di dolci e frutta, e in terra mucchi di stoffe variopinte, poi delle altre distese sui muri, e i venditori che gridano da assordare, e una folla che non lascia passare se non a forza di spintoni.
La parte più interessante dello spettacolo è sul prato dietro la chiesa, dove c’è una giostra che è il gran divertimento dei ragazzi, poi il teatro delle scimmie, che mi ha tanto divertito, ed è molto buffo. Pensa, delle scimmie vestite da gran dame, coi cappellini piumati, e i vestiti guarniti di gale, che fanno delle scene buffe e graziose.
Ce n’è una che mi piace tanto; si mette il cappellino davanti allo specchio, come si potrebbe far noi, si guarda con compiacenza, poi quando un’altra scimmia vestita da cameriera, le dice che la carrozza è pronta, sale in carrozza, – una carrozzella colle ruote dorate, e tirata da due cani bardati con molta eleganza, – si sdraia, sui cuscini con grande sussiego, tenendo colla mano l’occhialino, e di tanto in tanto facendosi vento con un gran ventaglio.
Il cocchiere e lo staffiere sono due scimmie vestite di azzurro, coi cappelli a cilindro, coi galloni d’oro, e anch’esse stanno sedute a cassetta, così impettite e serie come la loro padrona.
Quando la carrozza ha fatta due o tre giri sul palcoscenico, la signora scende, e si fa portare da mangiare; pare che le vivande non siano di suo aggradimento, perchè va sulle furie, e getta il piatto in faccia al cameriere, e irritata sbattendo il ventaglio, salta in carrozza, e via senza salutare nessuno. Se sapessi quanto ci ha fatto ridere! ti assicuro che non ne potevo più.
Fuori, sul prato, abbiamo assistito ad un altro spettacolo. Una compagnia di saltimbanchi avea steso un tappeto, tirata una corda, e facevano salti ed esercizii ginnastici.
C’era una bimba, tanto carina, che l’avrei mangiata coi baci. Avea una bella faccia bianca, coi capelli biondi come l’oro, e degli occhi dolci e buoni, tanto che mi pareva, una piccola fata; essa mi faceva compassione così vestita, succinta con un piccolo gonnellino a pagliuzze d’argento. Ballava sulla corda con molta grazia, e tutti andavano pazzi per lei; però anch’essa si diverte, ed è tutta felice quando le battono le mani.
La chiamano polentina, e il pubblico non è mai sazio di vederla, tanto che quando ha terminato i suoi giochi, si sente gridare da tutte le parti:
– Ancora, ancora, Polentina, – e lei, quantunque stanca, e rossa infocata, riprende i suoi esercizii allegra e sorridente.
Benchè essa sembri contenta della sua sorte, io la compiango; e quando ho veduto la sua casa, ho pensato quanto io sia felice d’avere una mamma come te, che pensa a farmi star bene, e degli amici come i Morandi che mi fanno tanto divertire.
Se vedessi la casa di Polentina!
È un carro coperto di tela, dove dorme assieme al suo babbo, che suona la gran cassa; alla sua mamma, che dice la buona ventura, vestita da zingara, e ad uno scimmiotto.
In quel carro dormono, fanno da mangiare, e si portano da un paese all’altro, dove vanno a ripetere sempre i medesimi giuochi.
Povera gente! Eppure non si mostrano malcontenti della loro sorte.
Mi sono anche molto divertita a vedere la cuccagna, ch’era una cosa nuova per me.
Tu, sai già di che cosa si tratta: è un albero alto alto, liscio, dove in cima sono attaccate tante buone e belle cose, che i contadini devono conquistare, arrampicandosi lassù, a furia di braccia e di ginocchi, ciò che riesce abbastanza difficile, perchè quell’antenna è tutta insaponata e sdrucciolevole.
Se avessi veduto quanti ragazzi tentavano quella salita, e poi non erano ancora a mezza strada che scendevano giù sdruccioloni, fra le risate e i motteggi di tutta la popolazione.
Finalmente, dopo molti tentativi inutili, uno riuscì ad arrivare in cima, poi un altro, poi un altro ancora. Bisognava sentire che applausi e che grida da tutte le parti!
Come erano contenti quei ragazzi, che scendevano carichi dei trofei della vittoria.
Erano polli, salsicciotti, sciarpe colorate, e anche dei borsellini con qualche moneta.
Don Vincenzo, ch’era vicino a noi, e che se la godeva come un bambino, diceva che in questo gioco c’è la sua moralità: prima è un esercizio ginnastico, poi mostra che non si giunge alla meta senza fatica.
Più tardi, ci dovevano essere i fuochi d’artifizio; i ragazzi volevano aspettarli, ma la signorina Maria non volle, perchè dice che di notte, in mezzo alla folla, sono pericolosi; una volta essa vide un fanciullo sfigurato, per esser stato colto da un razzo in mezzo alla faccia; dunque non metteva conto per un piccolo divertimento, esporsi ad un pericolo anche lontano, ed ho trovato che aveva ragione.
Se sapessi che buona ragazza, è la signorina Maria! Ho imparato da lei tante cose, in questi pochi giorni, più che se fossi andata a scuola; essa sa tutto: sa curare gli ammalati, fasciare le ferite, fa dei buoni dolci, e poi ha scritto dei racconti, che ci legge qualche volta, ed è per me una vera festa il sentirli.
Se una buona fata mi domandasse di esprimere un desiderio, ti assicuro che non chiederei, come farebbe l’Elisa, gli equipaggi e i vestiti eleganti della signorina Guerini, nè di essere un famoso pittore, come vorrebbe Mario, o un eroe come Carlo; ma le chiederei di farmi rassomigliare a Maria.
Spero che quando saranno ritornati in città, mi lascerai andar spesso in casa Morandi; sarà il mio più grande divertimento, ed io studierò, e sarò buona per meritarmelo.
Addio, mammina, abbraccia il babbo, e sta sicura che per quanto io mi trovi qui assai bene, pure sono impaziente di abbracciarti.

LA TUA ANGIOLINA.

P.S. Prima di spedirti la lettera ti racconto l’esito della nostra gara.
Alla presenza del professore Damiati si diede lettura dei nostri scritti.
Quello di Vittorio, e quello della tua figlia furono giudicati i migliori.
Carlo ed Elisa erano troppo distratti per poter far bene.
Mario mostrò un foglio di disegni che fecero rider tutti.
Rappresentavano il teatro delle scimmie, e le scimmie eravamo noi: Elisa che voleva imitare la signorina Guerini, Carlo il ragazzo Guerini, io la Maria, la Giannina volea imitar me; insomma tutti scimmie, e sopra scrisse: Impressioni della fiera.
Veramente nel programma non c’era un cómpito di disegno, ma si rise e glielo hanno passato per buono.
Mi sono dimenticata nella mia descrizione di parlarti di un ciarlatano che ci fece molto divertire, e siccome Vittorio lo descrisse nel suo componimento, così te lo mando perchè tu ti possa formare un’idea esatta del modo con cui abbiamo passato questi giorni. Addio, e un bel bacio.

RICORDI DELLA FIERA
(dal taccuino di Vittorio)

IL CIARLATANO.

Dove sono? Chi fu il mago che ha trasformato il mio villaggio? Forse siamo di carnevale? Che frastuono! Che baraonda! Ma è pur bella qualche volta un po’ di confusione!
Ed io godo in questi giorni di fiera appunto perchè durano poco.
Mio Dio, che strepito!
– Signorine, vengano a comperare! novantanove centesimi al pezzo, guardino che bella roba.
– Della tela bellissima, dei fazzoletti, tutto a buon mercato; avanti avanti, signori!
– Il teatro delle scimmie, le sette meraviglie del mondo! il cosmorama pittorico! entrino, signori, che resteranno sorpresi! – E simili grida da tutte le parti, tanto che mia sorella ha tutte le ragioni di dire che ha la testa grossa come un pallone.
– Taratatà taratatà, che cos’è questo rumore che viene laggiù dalla strada maestra? Si vede un nuvolo di polvere, s’ode uno scalpitìo di cavalli, tutti tacciono per un momento e si domandano:
– Che cosa sarà?
Le trombe squillano più forte, la massa nera s’avvicina, e già si distinguono quattro cavalli bianchi attaccati ad un cocchio alto e maestoso.
Vengono a gran carriera, son già vicini alla piazza.
– Largo largo, indietro, eh op, eh op.
La folla si restringe, si pigia, e il cocchio passa a mala pena in mezzo a quel mare di teste e s’arresta nel centro della piazza.
Un uomo di mezza età, colla barba brizzolata, d’aspetto abbastanza simpatico, sale sul seggio davanti, il quale è tutto ricoperto di velluto rosso, e si rivolge a tutta quella folla, intenta ad ascoltarlo.
Parla bene, con voce sonora, dice di chiamarsi Rocco Lavarione, d’aver studiato all’università, viaggiato mezzo mondo e conclude che possiede una polvere miracolosa che guarisce tutti i mali, ed invita quella gente a farsi avanti per comprarsela.
Il professore Damiati dice che è uno dei soliti ciarlatani; però io non mi sarei mai figurato un ciarlatano dall’aspetto così rispettabile.
“Venite venite, – intanto egli continua dall’alto del suo cocchio, – io non sono un ciarlatano, quello che dico è la pura verità, comperate la mia polvere, se non avrà la virtù ch’io vi prometto me la renderete, ed io vi restituirò il vostro danaro; posso parlar meglio di così? vedete che non arrischiate nulla.”
Tutta quella popolazione, rimasta incerta fino a quel momento, incomincia a scuotersi; già una donna si avvicina, sale sul cocchio e domanda la polvere, che le viene subito data per una lira; un’altra segue il suo esempio; un giovanotto dice di avere un dolore sulla faccia, e Rocco Lavarione gli fa una fregagione colla sua polvere, e poi gli chiede:
– E il dolore non lo sentite più?
Il ragazzo dice di no e se ne va tutto contento.
Incomincia il pigia pigia della gente intorno alla carrozza; tutti stendono le mani per chiedere la polvere miracolosa.
Rocco Lavarione e il suo domestico non hanno braccia bastanti per appagar tutti; le lire piovono nel vassoio, s’accumulano in un momento. E tutta quella gente se ne va contenta col pacchetto di polvere in mano, sorridente come se portasse a casa un tesoro.
Vicino a noi c’è un gruppo di villeggianti che vorrebbero persuadere quei contadini che è un inganno, ma essi non credono e continuano ad affollarsi intorno al cocchio di Rocco Lavarione.
Se si mette in dubbio l’efficacia di quella polvere essi ci guardano con occhi feroci; e infatti perchè togliere loro la fede e la speranza?
L’idea di possedere un farmaco che guarirà i loro mali, non è già una felicità?
Il professore presso di noi dice che il popolo è come un fanciullo che vuole il meraviglioso.
Al medico del villaggio, che si presenta come qualunque altra persona e che pure ha studiato, non credono, ed invece hanno fede in quell’uomo che parla come un oracolo, dall’alto della sua carrozza.
Io vorrei comperare un pacchetto di polvere per sapere di che cosa è composta, ma mia sorella non vuole; lo fa invece un mio vicino, il quale dal vestito si capisce che non è un contadino.
Al vedere quel signore ben vestito che s’avanza verso Rocco Lavarione, si fanno arditi anche i più timidi; e coloro che se ne stavano incerti, tutti s’avanzano a far ressa intorno al cocchio; i danari piovono, i pacchetti sfumano e Rocco Lavarione sorride contento, e quando vede diradarsi la folla, mette il danaro in un sacco di pelle, fa sferzare i cavalli, e via di corsa, aprendosi un varco in mezzo alla gente che lo segue cogli occhi, mentre egli si dilegua in lontananza, come una visione fantastica. I venditori ricominciano ad offrire la loro merce; si sente la gran cassa richiamare gli spettatori nel teatro delle scimmie, e noi restiamo a discutere se sia permesso approfittare della credulità della gente per intascare danaro come fa Rocco Lavarione.
Taluno dice che non si dovrebbe permettere; altri invece gli danno ragione di far così, finchè vi sono gonzi che si lasciano pigliare. Uno racconta la storia di quell’uomo, e narra che una volta era un povero diavolo che aveva anche studiato per far il dottore, ma non era riuscito a conseguire la laurea, avea cercato un impiego inutilmente e stava quasi per morire di fame, quando gli venne l’idea della sua polvere, che se non ha la virtù che egli le attribuisce, è composta di erbe aromatiche polverizzate e non è nociva.
– Infine ha diritto di vivere anche lui, – soggiunge, – e se la gente si lascia ingannare, suo danno.
In tutta la giornata non si fece che pensare a quello spettacolo, ed io me ne tornai dalla fiera con una grande compassione per tutta quella gente credula, così felice dell’acquisto fatto, e per Rocco Lavarione, che era un ciarlatano per quanto sostenesse di non esserlo, e in quello stesso momento mi pareva di vederlo felice intorno ad una tavola ben guernita, mangiando il suo pranzo, tutto allegro del danaro guadagnato, e mi domandavo se la sua baldoria durerà molto tempo; ma mi persuadevo che durerà fintanto che al mondo vi saranno dei gonzi, cioè ancora per un bel numero d’anni.

TOM E FRIDA.

Quella sera, dopo che i ragazzi ebbero terminato di leggere i loro componimenti, vollero che Maria leggesse uno dei suoi racconti. Non era giusto che essa non prendesse parte alla gara dei suoi fratelli.
– Già che lo volete, ne leggerò uno volentieri, ed anche d’un argomento che ha qualche analogia coi divertimenti di questi giorni, ma il mio, sarà fuori di concorso.
– In quanto a questo, le decretiamo subito il primo premio, e credo che nessuno se ne lagnerà, – disse il professore Damiati.
– Benissimo! – esclamarono gli altri applaudendo, – ed ora sentiamo questo racconto.
– Ed io rinuncio ad illustrarlo, – disse Mario, – mi sono stancato troppo colla mia composizione.
Maria aveva già cercato nella sua cartella il racconto che avea promesso di leggere ed incominciò.

Tom e Frida erano fratello e sorella, e non sapevano in qual modo si fossero trovati a far parte del circo equestre diretto dai signori Harris, nè perchè li chiamassero con quei nomi esotici, essi che erano nati sotto il bel cielo d’Italia.
Tom era maggiore di Frida di quattro anni, e aveva soltanto un vago ricordo della sua infanzia.
Si rammentava, come in sogno, un bel paese illuminato dal sole, dove stava tutto il giorno all’aria aperta, in mezzo al profumo dei fiori, allegro e felice; poi una notte mentre dormiva nel medesimo lettuccio con Frida, si ricordava d’aver sentito tremare la casa, poi un rombo, un grido, e avea visto il palco della camera abbassarsi in modo che poteva toccarlo colle sue manine, e tanti sassi, tanta polvere, da rimanere accecati, poi più nulla.
Qualche tempo dopo si era trovato nel circo del signor Harris, assieme ai cani sapienti, alle scimmie ammaestrate ed ai cavalli addestrati all’alta scuola.
Aveva sentito parlare d’esser stato salvato colla sorella quasi per miracolo al tempo del terremoto di Casamicciola, perchè la trave della sua stanza avea formato come un arco sopra il letto, impedendo alle macerie di schiacciarlo assieme alla sorella.
Essendo rimasti soli al mondo, la signora Harris era stata così buona da accoglierli nel suo circo, per educarli all’alta scuola come i suoi cavalli.
Infatti ogni giorno c’erano parecchie ore di lezione. Tom doveva imparare varii esercizii ginnastici, e di equilibrio: poi, fare i salti mortali e montare i cavalli più indomiti.
Egli avrebbe preferito fare qualche altra cosa; ma era agile e forte, e si prestava abbastanza volentieri a quegli esercizii, che imparava colla massima facilità; invece Frida, gracile e delicata, si rifiutava spesso di ubbidire alla signora Harris, e allora erano colpi di frusta che scendevano sulle sue spalle delicate, perchè la padrona voleva adoperare il medesimo sistema colle persone, e coi suoi cavalli.
Tom fremeva quando facevano piangere la sua sorellina, e una volta che le fece scudo colla propria persona s’ebbe una scudisciata così forte, da dover rinunciare alla volontà di difenderla.
Essi vivevano uniti, tenendosi abbracciati, o giocando assieme, e quasi estranei a tutto quel mondo di bestie e d’uomini peggiori delle bestie, che viveva intorno a loro. Ogni volta che venivano chiamati per gli esercizii, Frida piangeva, e nascondendo la sua testina sulle spalle del fratello diceva: – Non voglio. –
Egli proponeva di far doppio lavoro, anzi di fare le parti di Frida, purchè la lasciassero in pace; ma la signora Harris diceva che nessuno della compagnia doveva mangiare il pane a tradimento, e se Frida non era buona di lavorare da sè sola, doveva rassegnarsi a fare gli esercizii assieme cogli altri.
La bimba pesava poco, ed era molto utile nelle piramidi umane dove il suo posto doveva esser sempre su in cima; tremava come una foglia dalla paura, quando la signora Harris faceva gli esercizii sul cavallo e la tenea ritta in piedi sulle spalle mentre il cavallo galoppava colla massima celerità.
Mandava allora dei piccoli gridi; credeva di morire, e l’Harris le dava dei pizzicotti nelle gambe per farla tacere.
Soltanto quando faceva qualche esercizio assieme al fratello non si ribellava; egli la prendeva delicatamente, si sdraiava in terra e poi colle gambe in aria, i piedini di lei appoggiati sui suoi, girava intorno come una ruota, e quand’era stanca apriva le braccia, ed essa spiccava un salto e cadeva in grembo a lui con tanta grazia che tutti applaudivano.
– Quando sono con te mi sento sicura, – diceva Frida; – ma quando sono presa da quelle manacce, mi vien freddo e mi par di morire.
Tom, nella speranza di render i suoi padroni più buoni colla sorella, imparava sempre nuovi giuochi: era riuscito a salire e scendere sopra un piano inclinato, con una gran palla sotto i piedi, a fare il doppio salto mortale sul cavallo in moto, a correre col velocipede sopra un filo di ferro, mostrando una destrezza ed un coraggio straordinarii in un fanciullo di dodici anni; ma queste cose, invece di giovare, recavano danno a Frida, perchè i coniugi Harris, avidi solo di guadagno, diventavano più esigenti colla fanciulla, che volevano seguisse l’esempio del fratello. Ogni giorno le insegnavano qualche nuovo gioco, ed essa piangeva sempre, che era proprio una compassione.
Si può dire che gli Harris, i loro quattro figliuoli e Tom e Frida, unitamente a quattro cani, due scimmie e quattro cavalli, formassero il nucleo della compagnia stabile; poi si scritturavano ogni tanto, per qualche sera, degli artisti avventizii, che erano ora qualche fenomeno vivente, ora dei ginnasti famosi, oppure degli animali sapienti.
Una volta si trovavano in una città di provincia dell’Italia settentrionale, quando si unirono a loro due ginnasti, che facevano delle cose meravigliose, restando appesi solo coi piedi a due trapezii collocati in alto sotto alla vôlta del teatro. Erano giuochi da mettere i brividi, pensando al pericolo di una caduta che poteva riuscire pericolosissima, benchè sotto ci fosse una rete per ammortire il colpo.
Quando questi ginnasti, i quali erano marito e moglie, videro Frida, dissero:
– Quanto è leggera! Pare una palla, che bei giuochi si potrebbero fare con questa bimba! –
– Prendetela, – dissero gli Harris, – e fatela lavorare, con noi non fa quasi nulla.
Essi furono contenti, e un giorno la condussero su, in alto, dove c’erano i trapezii; la bimba piangeva, ma la fecero tacere a furia di busse. – Avanti, marmotta, – le dicevano quando essa non voleva salire le scale malsicure, che univano la rete ai trapezii.
Una volta in alto, la donna prese in braccio la bimba e si lasciò cadere colla testa in giù tenendosi coi piedi attaccata al trapezio; il marito dall’altro trapezio nella stessa posizione, aspettava colle braccia aperte, e a quell’altezza incominciarono a gettarsi la bambina come se fosse una palla; essa strillava, ma non le davano retta. Tom era in teatro cogli occhi in alto per non perder nulla di quella scena, e fremeva di sentirsi impotente a liberare la sorella da quel supplizio.
– Va benissimo, – esclamarono gli acrobati, – questa sera faremo il giuoco che sarà di un bellissimo effetto, e tu bada di non piangere, – dissero a Frida, – se apri bocca, guai a te!
Tom pregava che la lasciassero in pace, ma nessuno gli badava, e la sera Frida fu costretta a prender parte ai giochi della coppia volante.
Il teatro era pieno di spettatori, le signore tremavano per la povera piccina, quando la videro lassù sotto la vôlta del teatro gettata come una palla; ma era un’emozione mai provata, un gioco nuovo e applaudivano calorosamente, tanto che dovettero ripetere il gioco, e la coppia degli acrobati era trionfante.
Ogni sera, quand’era il momento della rappresentazione, Frida usciva tremante e Tom stava ad osservare tutti i suoi movimenti, non staccando gli occhi da lei, e quando la vedeva scendere, le correva incontro, la prendeva fra le braccia e la portava via.
– Basta, – diceva la bimba piangendo e tutta ansante, – non voglio più, mi fa troppo male.
– Anche a me fa male – diceva Tom – vederti lassù; potessi andar io in tua vece, come sarei contento!
– No, no, non dirlo, vengono le vertigini, par di vedere una buca profonda colla bocca aperta per ingoiarci; è terribile.
Una sera tutti erano al solito posto, i due ginnasti salirono le scale di corda trascinandosi dietro Frida che aveva gli occhi pieni di lagrime; aveva detto di non sentirsi bene, di avere un forte mal di capo, ma l’esercizio era annunciato nel programma e bisognava eseguirlo.
I due coniugi incominciarono le loro evoluzioni, mentre la bimba riposava, seduta sopra un trapezio, tenendo in mano una corda.
– Andiamo, a noi, – disse la donna, aprendo le braccia per pigliare Frida.
Essa si lasciò andare, come corpo inerte, e incominciarono il solito gioco, mandandosela da una mano all’altra come una palla, ad un certo punto essa ebbe una specie di vertigine, perdette i sentimenti, sgusciò di mano alla donna e andò a cadere a capo fitto nella rete.
Un gemito partì dal petto della bimba, un altro dagli spettatori, e un grido da Tom, il quale tutto tremante s’arrampicò sulle corde che scendevano dall’alto, e lesto come un gatto andò nella rete, prese fra le braccia Frida e la portò giù.
Essa sentendosi nelle braccia del suo amico aperse gli occhi.
– Ti sei fatta male? – disse Tom.
– Sono tutta stordita, – rispose la fanciulla.
Appena fu scesa, il signor Harris le si avvicinò e volle che camminasse.
– Non posso, – disse Frida.
– Un momento solo, devi uscire e mostrare che sei viva; – così dicendo la strappò dalle mani di Tom e la spinse in mezzo al circo, dove la piccina fu salutata da un applauso.
Tom li raggiunse con un salto, riprese la sorella fra le braccia, e la condusse via mandando ad Harris un’occhiata feroce.
– Non voglio più fare quell’esercizio, – disse Frida.
– Non temere, appena potrai reggere alla fatica, andremo via, lontano da qui; io farò di tutto piuttosto che sopportare questo supplizio.
– Sì, andiamo presto, – disse la bimba.
– Ancora non sei forte abbastanza.
– Con te posso andare fino alla fine del mondo, non ho paura.
Una notte mentre tutti dormivano, Tom e Frida zitti, zitti, uscirono, prima dagli alloggi della compagnia, e poi dalle porte della città, si misero a correre per potersi trovare il giorno dopo molto lontani dai loro aguzzini. Però ad un certo punto Frida rallentò il passo.
– Sei stanca? – disse Tom.
– Non è nulla, andiamo avanti.
Ma venne il momento che la bimba non si sentì più la forza di proseguire.
Tom la prese in braccio, e così fece ancora qualche chilometro, tanto per mettere maggior distanza fra sè e gli Harris.
L’aria della notte e la lunga strada aveva aguzzato il loro appetito e non avevano un soldo in tasca per comprarsi del pane.
Fu quello il primo momento in cui Tom si trovò seriamente impensierito, nel dubbio di aver salvato la sorella da un pericolo, per poi farla morire di fame.
Cominciava appena ad albeggiare, e le strade erano deserte.
– Entriamo qui, – disse Tom trovando una cascina aperta, di quelle che si trovano in mezzo ai boschi e servono ai boscaiuoli per riporvi gli arnesi del lavoro, – quando sarà giorno andremo laggiù dove si vedono quelle case, e domanderemo del pane.
Sdraiati sulla paglia si addormentarono, e si svegliarono quando il sole era già alto sull’orizzonte. Tom incominciò a temere d’essere inseguito dagli Harris, e si mise a correre con Frida attraverso il bosco finchè giunse al villaggio nel pomeriggio.
Avevano fame; ma Tom non ebbe coraggio di chiedere l’elemosina e pensò di guadagnarsi qualche soldo facendo qualcuno dei suoi giochi.
Egli s’era portato in un sacco i suoi arnesi, e là, in mezzo alla piazza sulla nuda terra incominciò a far salti, capriole, giocò con delle palle e dei piatti, tanto per divertire quella gente, mentre si sentiva stanco e affranto dalla fatica. Guadagnò qualche soldo che valse a fargli proseguire la via e continuò così per parecchi giorni, conducendo la sua sorellina, soffermandosi quand’era stanca, facendo i suoi giochi quando aveva fame, e temendo sempre d’essere scoperto ed inseguito dagli Harris.
Un giorno lesse nei giornali che gli Harris offrivano un premio a chi scoprisse il luogo dove dovevano esser nascosti due ginnasti della compagnia, che erano fuggiti rubando degli attrezzi di proprietà dei signori Harris.
Tom si sentì i brividi al leggere quelle parole, e come gli facessero una colpa d’aver portato con sè gli attrezzi ch’egli adoperava sempre, e che avea pagati cento volte col suo lavoro; e lo colse tanta paura d’essere preso, che da quel momento pensò di andare lontano, lontano, dove non sentisse mai più parlare degli Harris, che gli avevano fatto tanto male.
Incominciò a camminare giorno e notte senza fermarsi; quando Frida era stanca la prendeva in braccio e continuava il suo cammino guardandosi indietro nel timore d’essere inseguito. Se incontrava qualche carro per via, supplicava che gli permettessero di salirvi per fare un tratto di strada assieme alla sorella; diceva che doveva andar lontano lontano, e che la bimba era stanca e ammalata.
Essa era pallida, gracile, ma non parlava mai, contenta di appoggiarsi solamente sopra suo fratello, e di non far più quegli esercizii che le incutevano tanta paura.
Un giorno arrivarono in una bella città in riva al mare, dove c’erano tanti bastimenti pronti per la partenza.
Il primo pensiero di Tom fu d’imbarcarsi sopra uno di quei bastimenti e andare in un paese lontano, dove gli Harris non l’avrebbero potuto raggiungere.
Ma non aveva danari; poi, sopra un bastimento non avrebbero accolto tanto facilmente due piccoli vagabondi, come qualche volta s’erano sentiti chiamare andando per i villaggi, e infatti coi loro vestiti sbrindellati, colla faccia pallida, ne avevano tutta l’apparenza.
Tom, deciso d’imbarcarsi ad ogni costo, pensò ad uno stratagemma.
Sull’imbrunire, mentre una folla d’emigranti caricava la propria roba sopra il bastimento, s’offerse di aiutare a trasportare i bagagli.
Era forte, alzava dei pesi enormi per la sua corporatura; venne accettato. Così incominciò ad andare avanti e indietro in mezzo a quel via vai di gente e di facchini, finchè s’accorse che s’erano abituati a vederlo e non badavano più a lui.
Allora prese per mano Frida, e la condusse sul bastimento, e scesero giù per una scala erta e stretta finchè entrarono in un bugigattolo nascosto, buio, dove non c’era pericolo che nessuno li potesse scoprire.
– Ed ora, zitti, – disse Tom, – non dobbiamo muoverci finchè il bastimento non è in moto.
Frida aveva paura in quel bugigattolo che pareva una tomba e stava vicina al fratello, facendosi piccina e rannicchiandosi come un uccello spaurito.
Stettero così delle ore, che parvero interminabili, quando udirono prima un gran movimento, poi un rumore, e finalmente si sentirono trasportare lontani con delle scosse che li facevan traballare nel loro antro.
– Usciamo, – disse Frida, – ho paura.
Ma Tom non osava uscire; all’idea che il suo stratagemma venisse scoperto gli batteva il cuore dalla trepidazione.
E intanto il bastimento andava, andava a tutto vapore; dovevano esser lontani dal porto; ma Tom non osava uscire.
Tutto ad un tratto videro un’ombra nera, entrare nel loro bugigattolo: era un marinaio venuto a prendere del carbone; il quale quando vide muovere qualche cosa, accese un lanternino e – Che cosa fate qui, piccoli vagabondi? – chiese vedendo i due fanciulli che tremavano come una foglia.
– Pietà, – disse Tom, – non abbiamo fatto nulla di male, ho voluto fuggire i miei padroni, che mi maltrattavano.
– Intanto uscite di qui, – disse il marinaio, – e sentiremo che cosa ne penserà il capitano.
Quando i ragazzi furono alla presenza del capitano, Tom raccontò la sua storia, e dichiarò che avrebbe fatto qualunque servizio, anche il più umile, per guadagnare il vitto per sè e per Frida.
– Vedrà, sarà contento di me, – disse il ragazzo coll’accento della sincerità.
Il capitano si lasciò commovere da quelle parole e disse:
– Basta, vedremo; se vi condurrete bene, vi perdonerò la vostra scappatella, altrimenti appena arriviamo in America, vi farò mettere in prigione.
Ma Tom era buono, ubbidiente e servizievole; tutto il giorno in piedi, non si stancava di correre, e rendersi utile. Egli s’arrampicava come uno scoiattolo sugli alberi del bastimento, scendeva le scale colla massima rapidità, e stava ritto in piedi, anche quando il mare era agitato, e i più esperti marinai traballavano e perdevano l’equilibrio; non era un ginnasta per nulla.
Il capitano si affezionò a quel fanciullo così docile e laborioso, e gli propose di restar con lui e di fare il marinaio.
Il mare era sempre stato il sogno di Tom, e a quella proposta egli si sentì battere il cuore dalla gioia, tanto che si sarebbe sentito una voglia prepotente di abbracciare il capitano.
– Essere marinaio! – pensava, – viaggiare, vedere paesi nuovi, fare un mestiere nobile, vestire una divisa onorata, invece della maglia del saltimbanco, servire il proprio paese, invece di avvilirsi a fare il giocoliere e divertire una folla che l’avrebbe sprezzato; questa era la felicità, la riabilitazione, ed esclamò: – Ma dice davvero?
– Sì, sì, davvero.
– E Frida potrà stare con me?
– Questo no, non è possibile.
Tom stette un poco a pensare, diede un’occhiata alla sorella che gli era vicina, e lo guardava in aria supplichevole, e rispose:
– Grazie, capitano, la sua proposta mi fa tanto piacere, ma non posso accettarla.
– E perchè?
– Non posso abbandonare la mia sorellina.
– E che cosa farai quando sarai arrivato?
– Mi farò scritturare in qualche circo equestre, e ritornerò alla vita del saltimbanco: è il mio destino.
Sì dicendo prese fra le braccia Frida, e scappò via; aveva un nodo alla gola, temeva di pentirsi, di lasciarsi tentare ad accettare fa proposta del capitano, e non voleva, no, non voleva abbandonare la sua Frida.
La bimba, ormai sicura che Tom non l’avrebbe lasciata, gli cingeva il collo colle sue piccole braccia; batteva le mani dalla contentezza ed era felice. Essa però non poteva comprendere la lotta che avea dovuto sopportare il di lui nobile cuore; nè il grande sacrificio che avea fatto per lei.

LE RICETTE DI MARIA.

La fiera era terminata, ma i ragazzi continuavano ad essere distratti, irrequieti e non avevano voglia di rimettersi a studiare.
Carlo voleva andare a vedere in piazza se ci fosse ancora un po’ di gente e Mario desiderava salutare polentina e le scimmie prima che partissero; Maria disse che non poteva accompagnarli perchè avea promesso d’andare colle ragazze a visitare una donna ammalata e poi avevano da occuparsi in casa; soli non li avrebbe lasciati, perchè in paese c’era ancora troppa confusione.
Più tardi videro passare il professore Damiati e Carlo si fece coraggio per chiedergli d’accompagnarli fino al villaggio.
– Volentieri, – disse il professore, – se vostra sorella lo permette.
Visto che andavano col professore, Maria non aveva più nulla a ridire, e i tre ragazzi tutti contenti, presero il cappello e s’avviarono assieme al Damiati.
Elisa rimase imbronciata, perchè anch’essa avrebbe desiderato andar a divertirsi; ma Maria volle che le fanciulle restassero in casa ad occuparsi; erano state a zonzo abbastanza nei giorni passati.
Infatti avevano da cucire della biancheria; da aggiustare i loro vestiti e da fare tante altre piccole cose trascurate durante la fiera.
Prima di tutto uscirono per andare a vedere una povera donna, una vicina di casa, che si era scottata gravemente un braccio. Quella stessa mattina aveva chiamato Maria, la quale con delle compresse inzuppate d’acqua fredda e con qualche goccia d’etere versata sulla ferita era riuscita a calmarne gli spasimi; ora andava a farle la fasciatura e portava con sè tutto l’occorrente. Essa desiderava che le sue sorelle assistessero a simili medicazioni, affinchè imparassero a fare altrettanto se si fosse presentata l’occasione.
Elisa aveva ribrezzo di tutte le piaghe, Giannina diventava pallida e quasi si sentiva mancare, ma dovevano avvezzarcisi per contentare Maria: la quale diceva sempre:
– Voi siete di quelle che in un caso di disgrazia, invece di recare aiuto, scappereste un miglio lontano, e intanto il povero ammalato potrebbe morire, per mancanza di soccorso.
Angiolina invece, si metteva di buona voglia ad imparare; e quando furono dalla donna si fece forza ed aiutò Maria a fasciarle il braccio.
La poveretta diceva di sentirsi un po’ più sollevata, ma lungo il braccio aveva una piaga con tutt’attorno una striscia rossa infiammata. Maria la medicò con tutta delicatezza, lavando la piaga con acqua tiepida, poi mettendovi delle filacce inzuppate d’acqua fenicata e fasciando il braccio in modo che la fasciatura non si muovesse e nello stesso tempo non fosse tanto stretta da impedire la circolazione del sangue; poi legò un fazzoletto dietro al collo della donna in modo che le scendesse sul petto e le fece mettere dentro il braccio.
– Vi raccomando di non muoverlo, – disse Maria salutandola, ed uscì dicendo: – Giacchè Elisa si mostra tanto delicata, la prima volta che ci sarà da fasciare un ammalato, dovrà occuparsene lei.
Quando furono a casa incominciarono a parlare di mali e rimedii.
Angiolina voleva notarsi i consigli di Maria; essa aveva sempre il rimorso della risipola venuta alla sua mamma, perchè non aveva saputo curarla bene.
– Pensare che s’io avessi saputo tante cose come lei, – diceva a Maria, – la mamma non avrebbe sofferto tanto! Non so perchè a scuola non insegnino una scienza che è così utile.
Maria la confortava, dicendole che trattandosi d’un male grave è sempre meglio chiamare il medico, ma aggiungeva che è certo una soddisfazione il saper assistere una persona cara ed esserle utile, almeno se il dottore tarda a venire; anzi, giacchè in quella mattina non avevano distrazioni, avrebbe dato qualche norma in proposito.
Angiolina prese la penna per scrivere; sapendo che in fatto di medicina bisogna essere esatti, temeva che la memoria non le servisse.
– Gli accidenti che possono succedere più spesso in una famiglia, – disse Maria, – sono il tagliarsi con un coltello, con un vetro, con delle forbici; se il taglio è semplice, basterà lavarlo coll’acqua fredda, unire gli orli della ferita e legarla con un pezzo di tela; se la ferita è più profonda bisogna comprimere un po’ più forte; se poi il sangue che esce in gran copia, di color roseo, mostra che è stata tagliata un’arteria, allora la cosa è più grave, bisognerà fortemente comprimere la ferita colle dita: se le bende o una moneta avvolta in un pezzo di tela non bastano, legare stretta l’arteria sopra la ferita e non stancarsi di far tutti questi sforzi per arrestare il sangue, finchè venga il medico.
– E quando ci si abbrucia? – chiese Angiolina.
– Avete veduto come ho fatto a quella donna. Basterà una fasciatura con qualche cosa di fresco, come un pezzo di tela bagnato d’acqua o della neve o del ghiaccio; quando il dolore è un po’ calmato, converrà fasciare la ferita con pezze inzuppate nell’acqua fresca, aggiuntavi qualche goccia di acido fenico.
Una persona che si espone ad un freddo intenso può aver le membra gelate in modo da perderle, perchè si sospende la circolazione del sangue e la carne s’incancrenisce; in questi casi non bisogna assolutamente esporre la parte offesa al fuoco, perchè ne sarebbe certa la perdita, bisogna invece, far ritornare la circolazione e il calore lentamente con fregagioni fatte prima colla neve e col ghiaccio, senza mai stancarsi; poi con pezzuole di lana, e così a poco a poco riscaldare il membro intirizzito.
– E se ci punge un insetto? – chiese Angiolina.
– Se ti punge un insetto, ciò che avviene spesso in campagna, sono utili le fregagioni fatte con acqua ed aceto o acqua fenicata, o meglio ancora coll’ammoniaca: rimedio che bisognerebbe aver sempre pronto, perchè salva anche dal veleno della vipera; però se avete la disgrazia d’essere morsi da uno di questi animali venefici, bisogna legare subito la parte sopra la ferita, bruciarla coll’ammoniaca, e prenderne anche per bocca, mista coll’acqua.
– Come ha fatto ad imparare tutte queste cose? – chiese Angiolina.
– Sono vecchia, – disse Maria, – poi ho sempre avuto il desiderio d’imparare quello che può esser utile, e credete pure che recar sollievo ad un ammalato, salvare una persona cara, è una grande felicità.
Angiolina voleva altre ricette e altri insegnamenti, ma Maria disse che prima ancora di portar soccorso ai mali bisogna procurar d’evitarli, e ciò si può fare facilmente con un po’ d’attenzione.
– In casa vi sono sempre dei veleni, – soggiunse, – che servono per varii usi domestici; bisogna tenerli lontani dalle cose che si mangiano, poi non devono essere a mano e si deve scrivere sulle boccette veleno con tanto di lettere; poi ci sono le cose facilmente infiammabili(2), come il petrolio, la benzina, l’alcool, ecc. e bisognerà tenerle lontane dal fuoco, e se per caso con tali materie avviene un principio d’incendio, bisogna esser pronti a soffocarlo con cenere, con coperte, e mai gettarvi un liquido che potrebbe mutare un semplice accidente in una grave disgrazia. Anche nell’adoperare le cose taglienti bisogna aver riguardo; trattandosi poi di armi, è una grave imprudenza tenerle cariche in casa, e specialmente i ragazzi non dovrebbero mai toccarle.
Quelle fanciulle stavano tutte ad ascoltar con tanto d’orecchi; Giannina diceva che voleva imparare tutte quelle cose che sapeva la sorella. Elisa invece confessava che non sarebbe mai stata buona da nulla, e soltanto alla vista del sangue cadeva in svenimento.
Ma Maria sosteneva che con un po’ di buona volontà ci si avvezza a tutto, che anch’essa una volta scappava al vedere una ferita, ma che avea voluto vincere quella ripugnanza e si era poi trovata tanto contenta.
Angiolina andò a prendere una bambola e volle che Maria le insegnasse a fasciarla e a curarla come se fosse ferita, ma la bambola era di legno e non poteva servire, sicchè Giannina si prestò a lasciarsi fasciar lei un dito e poi un braccio.
Maria mostrò come si doveva fare, poi si provò Angiolina, poi Elisa; ma nè una nè l’altra riuscirono a fare una fasciatura così forte come quella di Maria. Poi essa volle che imparassero a preparare un impiastro; prese dalla sua farmacia un po’ di farina di semi di lino, e insegnò a versarci sopra l’acqua bollente e fare come una poltiglia, poi a stenderla sopra una stoffa leggera e cucirla tutto intorno in modo che non uscisse; questa cosa divertì molto quelle bambine; come se fosse un gioco, vi si misero di buona voglia. Pareva proprio che ci trovassero gusto, e visto che Giannina si stancava di far la parte di ammalata, ricominciarono colla bambola, che da quel giorno fu considerata come un’inferma, ebbe la testa fasciata, le braccia coperte d’impiastri, e venne messa a letto dove di tratto in tratto riceveva le visite delle sue infermiere.

EROISMO DI VITTORIO.

Le bambine stavano ancora sedute lavorando accanto a Maria, la quale aveva un bel da fare a rispondere alle interrogazioni di Angiolina, che non si stancava mai d’imparare cose nuove, quando s’udirono delle voci, poi dei passi e finalmente entrarono nella stanza tre ragazzi che parevano indiavolati e il professore che volea salutare Maria.
I ragazzi si misero a parlare tutti in coro e raccontare dei saltimbanchi che avevano veduto partire, di Polentina che avevano salutata, e poi di un cane, di Vittorio, dei signori Guerini; una confusione di discorsi che assordavano quelle povere ragazze, le quali non riuscivano a capir nulla e si turavano le orecchie.
– Zitti, zitti, – disse il professore Damiati, – ora parlerò io; intanto presento alla signorina Maria un altro piccolo eroe, che potrà figurare con onore nella sua collezione.
– Come! Vittorio? fa per celia? – disse- Maria.
– Quella marmottina! – soggiunse Elisa ridendo.
Vittorio sentendo che si parlava di lui, era andato tutto confuso a rincantucciarsi e per far qualche cosa avea preso un libro in mano.
– È proprio così, – soggiunse Damiati, – e Carlo e Mario sono testimoni della sua prodezza. Io però voglio raccontare il fatto come è avvenuto, perchè so che sarà utile a queste bambine, e poi il coraggio di Vittorio merita di essere conosciuto.
Dunque andavamo verso il villaggio dove c’era sempre molto chiasso, sebbene un po’ meno che nei giorni passati.
I venditori ambulanti raccoglievano le mercanzie e le mettevano nelle casse. I saltimbanchi spogliavano le baracche, e caricavano i carri di roba, mentre le scimmie facevano le capriole e Polentina salutava tutti, mangiando dolci, che le venivano regalati da qualche ammiratore.
Noi ragionavamo; e facevamo le nostre osservazioni. Abbiamo anche noi salutato Polentina e regalato un pomo ad una scimmia che ci avea stesa la mano e i ragazzi si divertivano in mezzo a quella confusione, tanto che non avrebbero voluto più ritornare a casa; c’erano anche i Guerini coll’istitutrice, e Mario voleva restare finchè restavano loro; non so veramente per qual ragione, perchè essi non si voltavano mai dalla nostra parte; ma forse per studiare il naso dell’istitutrice inglese. Finalmente quando essi si mossero, anche noi, dietro di loro, ci siamo posti in cammino. Bisogna sapere che io ero con Mario, e davanti camminavano Vittorio e Carlo, i quali si trovavano più vicini alla comitiva dei Guerini.
Tutto ad un tratto, non so precisamente come sia avvenuto, perchè io ero intento a dare delle spiegazioni a Mario, si vede sbucare un cane brutto, brutto, si slancia dietro ai Guerini che non potevano vederlo e nello stesso tempo sento Vittorio gridare:
– Un cane idrofobo, scappate, correte!
Quelli non badano e continuano la loro strada, non sospettando di aver il cane proprio alle calcagna colla bocca aperta, la lingua fuori, tanto che poco mancò che afferrasse la gamba di Alberto. Quand’ecco Vittorio in un lampo prende un sasso e lo scaglia con tutta la sua forza sulla testa del cane, il quale, quantunque mezzo tramortito dal colpo, si volge furente contro Vittorio, mentre i Guerini infuriati non sapendo nulla del cane, gridavano voltandosi verso di noi: – Chi è quel villano che getta sassi?
A questo punto m’accorsi di tutto quello che accadeva e vidi il pericolo di Vittorio, che con un coraggio qual non mi sarei mai aspettato aveva preso un altro sasso per scagliarlo contro al cane inferocito. Non so se sia stato precisamente il sasso di Vittorio o un colpo di bastone ch’io gli assestai sul capo: ma il fatto è, che il cane cadde morto, e noi potemmo pensare al pericolo corso e nello stesso tempo al coraggio e alla rapidità colla quale Vittorio aveva operato.
Ma io non ho potuto trattenermi dal dire in inglese all’istitutrice di casa Guerini additando il nostro eroe: – Potete ringraziare Vittorio Morandi se non siete stati morsicati da un cane idrofobo.
– Come idrofobo? – disse la signorina.
– Sicuro, proprio così, guardate, e le facevo osservare la lingua nera e la bava che usciva dalla bocca del cane steso morto per terra.
I ragazzi tremavano e non potevano parlare per l’emozione.
– Non toccatelo, – dissi, – e andiamo a casa, perchè abbiamo bisogno di rimetterci dallo spavento provato. I Guerini se n’andarono salutandoci appena; eppure forse Vittorio ha salvato loro la vita.
– Ma era proprio idrofobo? – disse Maria tutta commossa pensando al pericolo al quale erano sfuggiti i suoi fratelli.
– Sì, sì, idrofobo! – disse Vittorio. – me ne sono accorto subito, aveva una faccia brutta, la testa bassa, la lingua fuori, la bocca spalancata, la coda strasciconi, era brutto brutto, proprio come mi ha spiegato il professore che sono i cani idrofobi.
– E perchè non sei scappato? – disse Elisa.
– Ho visto che andava verso i Guerini, e mi son fatto coraggio.
– E se ti mordeva? – disse Maria.
– Non m’hai insegnato tu che bisogna fare quello che si deve, senza pensare a ciò che può accadere?
– Meritava proprio che tu esponessi la vita per quegli antipatici Guerini! – disse Elisa.
– L’idrofobia è una cosa così terribile! – soggiunse Maria, tutta pallida all’idea del pericolo cui s’era esposto il fratello; poi lo fece venire vicino, gli prese la testa fra le mani e gli diede un bacio dicendogli:
– Va, sono proprio contenta di te; non avrei immaginato tanto coraggio con un’apparenza così tranquilla.
– E Carlo che cosa faceva, – disse Elisa, – egli che vuol essere un eroe?
– Carlo aveva la testa bassa e non fiatava.
Vi fu un momento di silenzio, nessuno voleva parlare.
– Ma dunque che cosa faceva? – chiese Maria, rivolgendosi a Mario.
– È scappato, – disse Mario, – come ha fatto ora; infatti, mentre tenevano quel discorso, Carlo tutto confuso era sgattaiolato fuori di casa.

LA FAMIGLIA GUERINI.

Carlo, tutto avvilito d’essersi scoperto pauroso la prima volta appunto che s’era presentata l’occasione di mostrare un po’ di coraggio, pensò di mettersi a studiare sul serio, anche per sfuggire alle beffe dei fratelli che non lasciavano di tormentarlo.
– Ecco il nostro eroe! – diceva Elisa.
– Guarda che bella figura facevi! – diceva Mario mostrandogli una caricatura dove scappava a gambe levate, mentre Vittorio combatteva con un cane.
– Lasciatemi in pace, voglio studiare, – rispondeva Carlo; – del resto io non sono così sciocco da esporre la mia vita per chi non mi saluta nemmeno quando m’incontra. Egli avea detto al professore che volea studiare, e mostrargli che se non avea coraggio di affrontare i cani idrofobi, avea quello di superare le difficoltà della grammatica.
Damiati era contento di poter frequentare la casa Morandi, perchè si trovava bene in quell’atmosfera serena e quieta, ed era tutto pieno d’ammirazione per Maria, che sotto apparenze modeste avea molto ingegno e non comune istruzione, non che rara pazienza nel sopportare tutte le impertinenze dei fratelli, cui correggeva senza perdere la calma e non lagnandosi mai della sorte che le era toccata, di perdere i più begli anni della giovinezza nel fare da mamma.
Egli era pronto a renderle servigio, e contento di aver ridestato un po’ d’amore allo studio nella mente di Carlo, ci metteva tutto l’impegno a renderglielo facile e piacevole.
Stava appunto correggendo i lavori del suo allievo, mentre Maria lavorava accanto alla finestra assieme alle sorelle e ad Angelina che le continuava a chiedere ricette domestiche, Mario scarabocchiava, e Vittorio leggeva un libro di viaggi, quando tutt’a un tratto quel silenzio fu interrotto da un rumore di ruote, e una carrozza si fermò appunto davanti alla loro casa.
– I signori Guerini, – disse Elisa guardando dalla finestra; – mio Dio, che disordine che c’è qui! – soggiunse guardandosi intorno.
– Non è nulla, – disse Maria, – è il disordine che c’è sempre in una stanza dove si studia e lavora; io non mi confondo per così poco, sei tu che hai fatto tutto questo disordine tagliando i vestiti per la bambola.
Ma Angelina aveva già radunati i ritagli di stoffa che erano in terra e li aveva portati in cucina nella cassetta della spazzatura, appunto mentre la signora Guerini entrava accompagnata dai suoi figli.
Tutti si alzarono, e vi fu nel salotto un momento di silenzio vedendo entrare nella stanza modesta quella bella signora vestita colla massima eleganza. Ma essa fece cenno che nessuno si scomodasse, e rivoltasi a Maria, disse che avea saputo il pericolo corso dal suo Alberto e avea voluto condurlo in persona a ringraziare il suo salvatore.
Così dicendo essa dava intorno un’occhiata come per cercare a chi dovesse rivolgersi.
Maria chiamò Vittorio, il quale si fece innanzi tutto confuso; la signora Guerini lo accarezzò, lo presentò al figlio, dicendogli:
– Spero che sarete amici, e il mio Alberto non si dimenticherà mai che l’hai salvato da un gran pericolo.
– Io non ho fatto nulla che meriti tutti questi elogi, è stata una combinazione, ho veduto una brutta bestia e l’ho uccisa.
– Sei altrettanto modesto quanto coraggioso! – disse la signora che si era seduta, e indirizzato il discorso a Maria le fece molti complimenti dell’aver educato così bene quei ragazzi.
– Creda che non ci ho alcun merito, – disse Maria, – quando hanno una natura buona, riescono bene.
La signora parlò ad uno ad uno a tutti i ragazzi e chiese i loro nomi, poi presentò la sua figlia Elvira, che poteva avere l’età di Elisa, ma se ne stava silenziosa accanto alla mamma e non osava parlare.
– È molto timida, – disse la signora Guerini, – ma spero che farà amicizia colle bambine, come già vedo Alberto che fa coi ragazzi….
Infatti Alberto parlava con Carlo che avea interrotta la lezione e con Vittorio, poi osservava gli scarabocchi di Mario e si smascellava dalle risa vedendosi rappresentato sul punto di esser morso da un cane, scappando da una parte mentre Carlo scappava dall’altra.
Il professore s’era unito al crocchio dove c’era la signora Guerini, la quale diceva a Maria che avea appunto udito far i suoi elogi dal professore e da don Vincenzo, e invitava tutti ad una festa campestre, che dovea dare nel suo giardino il giorno dopo.
Maria disse che dopo la morte della mamma faceva una vita molto a sè e tentò di rifiutare, ma la signora Guerini ci mise un po’ di insistenza; era una cosa alla buona, proprio campestre, senza etichetta, e aggiunse che avrebbe avuto un immenso dispiacere se non fossero andati tutti a rallegrare la sua casa; si fece promettere da Maria che non sarebbero mancati, poi la pregò di leggere ai suoi figli uno di quei bei racconti che divertivano tanto don Vincenzo e che erano così istruttivi.
– Sono racconti da ragazzi, – disse Maria tutta confusa.
– Ed è per questo che ho piacere che i miei figli li sentano, e la pregherò d’invitarci tutte le volte che ne farà la lettura.
– Sono tutti troppo buoni, – mormorò Maria.
– Sono così belli quei racconti! – entrò a dire Angiolina, – anzi bisogna che ora ne legga uno ogni giorno, perchè voglio sentirli tutti prima di andare a casa.
– Andiamo, ce ne legga uno, – disse la signora Guerini.
– Sì, – soggiunse Angiolina, – almeno il più breve.
– Ebbene, già che lo volete, non mette conto che mi faccia pregare; lo dico volentieri, tanto più che l’eroina è una persona di mia conoscenza.

UNA PICCOLA FATA.

Era una famigliuola modesta e felice perchè si contentava di poco. Il babbo era operaio meccanico e guadagnava venticinque lire la settimana, la mamma era cucitrice di bianco, e lavorava per vivere con un po’ d’agiatezza, e possibilmente far qualche risparmio.
Avevano una figlia che era la loro consolazione e il costante pensiero di tutti e due.
Volevano procurarle quel benessere che avevano invano sognato per loro, e lavoravano con maggior lena e con più coraggio pensando alla cara bambina.
Vivevano a questo modo da parecchi anni; la figlia frequentava la scuola, studiava con amore, ed era fra le prime della sua classe, tanto che i genitori formavano i più bei sogni per quella bimba d’ingegno.
Volevano che potesse studiare e diventar da più di loro, non c’era sacrificio a cui si sarebbero rifiutati per lei, ed essa era tanto buona che meritava tutto il bene che le volevano.
In casa non mancava nulla; il marito consegnava alla moglie tutta la sua settimana e non spendeva un soldo all’osteria; dicendo che se la sera si sentiva voglia di bere un bicchiere di vino, preferiva di berlo in casa, nella sua cameretta tepida e ben illuminata, avendo accanto la moglie e la figlia, che lo rallegrava col raccontargli i fatti e gli avvenimenti della scuola, e colle sue allegre risate.
Qualche volta prendeva la figlia sulle ginocchia, e le raccontava delle storielle, mentre la mamma faceva andare la sua macchina da cucire per terminare un lavoro urgente.
A lei non veniva mai meno il lavoro, essa era precisa, onesta, i principali negozianti la conoscevano, le davano quantità di commissioni, tanto che il lavoro si ammucchiava nella sua stanza, ed essa era lieta pensando al benessere che così poteva procurare alla famiglia.
Ma un giorno l’allegria scomparve da quella casa.
Lavorando in fretta, facendo correre allegramente il pedale della sua macchina, l’ago, senza che si accorgesse, le trapassò una mano, tanto che dal dolore fu sul punto di cadere svenuta.
Era sola in casa, e trovò appena la forza di mettere la mano dentro l’acqua fresca, poi sentendo quietare il dolore fasciò la ferita, e fece uno sforzo per mostrarsi sorridente quando rientrarono il marito e la figlia.
– Che hai, mamma? – chiese la piccina vedendole la mano fasciata.
– Non è nulla, mi sono punta, ma passerà.
Però quel giorno non ebbe voglia di mangiare, e il giorno dopo non potè servirsi della mano che si era tutta gonfiata.
Essa non disse nulla al marito per non affliggerlo; ma la accorava il non poter continuare a lavorare; appunto in quei giorni aveva promesso di terminare dei lavori urgenti che dovevano servire per il corredo d’una sposa.
– Perchè non mangi? – le diceva la bambina.
– Non mi sento troppo bene, è questa mano che mi duole, ma guarirà.
– Va dal dottore, – le disse il marito.
– È inutile, noi non abbiamo tempo d’essere ammalati; questa sera mi metterò un impiastro.
Ma la notte, invece, il male s’aggravò, e le venne la febbre, tanto che la mattina il marito prima d’andare all’officina andò a chiamare il medico.
La bambina, sentendo che la mamma era ammalata, e che doveva venire il medico, non volle andare alla scuola, e pregò una compagna che venisse a dirle la lezione che avevano fatta, così avrebbe potuto studiare restando in casa.
Quando venne il dottore trovò che il male era grave, c’era già un principio di risipola, poi la febbre era abbastanza alta.
Raccomandando alla donna il massimo riposo, ordinò una medicina da prendere ogni due ore, e disse che forse avrebbe dovuto fare un piccolo taglio alla mano, ma in ogni modo per parecchi giorni non c’era da pensare ad alzarsi.
La fanciulla si sentiva venire le lagrime agli occhi, vedendo la sua mamma ammalata più di quello che avrebbe immaginato; ma si fece coraggio e le disse:
– Tu stattene quieta, alla casa penserò io.
– Sì, ma il mio lavoro che il negoziante aspetta e che gli premeva tanto…. Chissà che cosa penserà di me!
– Passerò io, e gli dirò che sei ammalata, – disse la fanciulla.
– Non dirgli nulla, forse domani starò meglio, e se potrò lavorare cercherò di far presto.
Ma il giorno dopo stava peggio, aveva la febbre e vaneggiava.
Padre e figlia s’erano messi d’accordo di star alzati la notte, prima uno, poi l’altro per assistere l’inferma.
La fanciulla, quantunque piccina, pareva una infermiera provetta, scriveva tutte le prescrizioni del dottore per non dimenticar nulla, e le eseguiva a puntino, poi colle sue mani preparava dei brodi succolenti per l’ammalata, e il mangiare per il babbo, a sè pensava poco, non n’aveva tempo, spesso si contentava d’un po’ di latte e un po’ di pane.
Ma la malattia si prolungava, e la mamma era sempre preoccupata del suo lavoro.
Una sera, mentre l’ammalata riposava, la fanciulla provò ad avviare la macchina e a far andar avanti il lavoro che stava ammucchiato in una cesta.
Vide che le riusciva bene e continuò ad andare innanzi, approfittando dei momenti nei quali la mamma dormiva, perchè quando era desta doveva stare ad assisterla.
La povera donna si crucciava sempre, e diceva al dottore:
– Mi faccia guarir presto, ho bisogno di alzarmi, di lavorare; esser ammalati e non guadagnar niente per giunta è una gran pena.
– Stia tranquilla che guarirà presto, specialmente se starà un po’ quieta.
Alla figliuola diceva invece:
– Come faremo ad andare avanti se non posso lavorare?
– Mamma, bada a guarire, non pensare a nulla.
Il lavoro andava sempre avanti, e la fanciulla vedendo che le riusciva bene, lavorava, lavorava tutte le notti; si sentiva stanca, le sue palpebre si facevano gravi pel sonno, ma essa lo combatteva facendo un giro per la stanza e dandosi dei pizzicotti, e il lavoro procedeva sempre, finchè un giorno, lo portò tutta contenta al negoziante senza dir nulla alla mamma, e tornò a casa con un gruzzolo di danaro che capitava a proposito, perchè colla malattia avevano quasi consumato tutti i risparmi.
Quando la fanciulla era stanca da non potersi più reggere in piedi incominciò la convalescenza per la mamma: era tempo.
Il dottore prediceva che fra pochi giorni l’inferma avrebbe potuto alzarsi, e intanto la fanciulla poteva dormire di più mentre la mamma non aveva più febbre, la ferita s’andava rimarginando e non c’era bisogno di vegliare la notte.
Il primo pensiero della povera donna quando si sentì meglio, fu di chiedere il suo lavoro.
– È stato consegnato al mercante.
– E chi lo ha terminato?
– Io non so, sarà stata una fata.
La donna guardò in faccia la figlia, poi si ricordò d’averla veduta come in un sogno, nelle sue notti febbrili, tutta intenta a far andare la macchina da cucire e alla sua mente apparve la verità.
– Figlia mia, – disse abbracciandola, – sei stata proprio tu; ma come hai fatto a far questo miracolo? – poi la guardò bene in faccia, e soggiunse: – Povera bimba, si vede; sei tanto pallida, e hai sotto agli occhi quei due cerchi neri; e pensare che non m’ero accorta di nulla! Come si diventa egoisti quando si è ammalati! Ma ora dovrai andar fuori all’aria aperta e divertirti, sarò io che ti curerò.
– Vedrai, mamma, che il saperti guarita mi renderà per la gioia il colore alla faccia; non temere, sto bene e sono tanto contenta.

– È la storia di Angiola, – saltò su Giannina.
Angiolina era tutta confusa, e disse: – È un tradimento, ma la storia non è terminata.
– Raccontaci il seguito, – disse Giannina.
– Ecco, – soggiunse Angela:

“Quella bambina, non meritava d’essere collocata fra le eroine, perchè ognuno al suo posto avrebbe fatto lo stesso; si trattava della sua mamma! ma è stata più fortunata di tante altre. Un giorno è capitata a casa sua una buona fata, la quale l’ha condotta in campagna, in mezzo agli alberi verdi, agli uccelli che la mattina la rallegrano coi loro canti, e nella compagnia di tanti bei bambini, con tanti divertimenti; davvero che quella fanciulla domanda sempre a sè stessa, perchè è stata tanto fortunata.”

Tutti le fecero festa, la signora Guerini la additò come esempio ai suoi figli, poi salutando Maria, disse:
– Sono proprio felice d’esser venuta in mezzo a fanciulli così buoni, vi assicuro che nell’uscire dalla vostra casa ci si sente migliori; vi supplico, non mancate domani alla nostra festa; abbiamo bisogno di buone fate come siete voi, a rivederci; anche voi, professore, ricordatevi.
Maria li accompagnò alla carrozza e stette coi fratelli sulla porta finchè li vide allontanarsi sulla strada maestra.

LA FESTA CAMPESTRE.

– Andremo, è vero, Maria? – disse Elisa, appena fu uscita la signora Guerini.
– Non so, – rispose Maria, – devo pensarci, perchè se mi fa piacere essere in buona relazione coi nostri vicini, non ho mai pensato di entrare nella loro intimità; c’è fra noi troppa distanza; essi sono ricchi, e ci potrebbero trascinare a delle spese che per noi sarebbero una rovina, e forse ci renderebbero malcontenti della nostra vita modesta, che ora ci piace tanto.
– Andiamo, andiamo, ho tanta voglia di vedere la villa; dicono che è così bella, – disse Elisa.
– E a me Alberto mi ha promesso di farmi andare in velocipede, – soggiunse Carlo.
– Voi, proprio non lo meritereste; se mi risolverò a condurvi sarà per compensare Vittorio d’essere stato coraggioso.
– Andiamo, – supplicava Mario, – così potrò fare qualche caricatura!
Maria non seppe resistere a quelle preghiere e promise di accompagnarli.
Allora Elisa incominciò a pensare ad aggiustare il suo vestito, quello che metteva i giorni di festa, ed era tutto sciupato; voleva andare in paese a comperare dei nastri per adornarlo, ma Maria si oppose. Non voleva spendere un centesimo per quella festa, e tanto meno per fronzoli inutili; bisognava contentarsi di andar vestiti semplicemente e non mettersi in capo di essere ammirati: soltanto voleva dare un’occhiata ai vestiti chiari per vedere che non ci fossero macchie o strappi, e durante il giorno ebbe un bel da fare a ripulirli e stirarli, e dar loro qualche punto. Angiolina le era di grande aiuto e pensava alle sue amiche senza pensare a sè stessa.
Essa diceva che avrebbe fatta una figura meschina col suo vestito di lanetta bigia ed anzi si era proposta di stare a casa; ma quando capì che Maria non gliel’avrebbe permesso, si rassegnò, dicendo che si sarebbe nascosta in un canto perchè nessuno badasse a lei.
Per tutta la giornata quei ragazzi non fecero che parlare della festa; erano allegri, felici, gridavano e saltavano come pazzi.
Maria stava sopra pensiero; dopo la fiera, la festa in casa Guerini: erano troppi divertimenti, troppe distrazioni, e chi ne andava di mezzo era lo studio, e temeva che Carlo non potesse passare gli esami; ma egli la rassicurava. Avrebbe studiato con più lena dopo essersi divertito.
Il giorno dopo all’ora stabilita s’avviarono verso villa Guerini.
Maria era vestita semplicemente di lana, con un cappellino di paglia che le copriva la fronte; le sorelle avevano aggiustato e ripulito i loro vestiti chiari e in mezzo alla campagna facevano una bella figura.
Quando giunsero davanti al gran cancello della villa, si fermarono un po’ timide, non avevano coraggio d’andare avanti.
Anche Maria, che non era avvezza a frequentare la società, si sentiva confusa e impacciata, ma si fece coraggio ed entrò seguita dalla sua compagnia. Attraversarono un viale ombreggiato ed un giardino tutto formato da gruppi di conifere, di piante esotiche e di macchie fiorite.
– Come è bello! – dicevano i ragazzi in ammirazione; – pare un giardino incantato.
E pareva incantato davvero: ad ogni tratto s’apriva un viale, poi si trovavano quasi rinchiusi in un boschetto misterioso, poi veniva un po’ di rado dove entrava esultante un raggio di sole, e alberi, e fiori, e sedili coperti di musco; ma per un bel tratto non trovarono anima viva; ad un certo punto soltanto incontrarono due cani danesi, che fecero subito amicizia con Mario e Giannina, e finalmente dopo aver passato un viale più largo si trovarono davanti alla bellissima villa tutta circondata di piante fiorite e illuminate dal sole, rallegrata da immensi zampilli d’acqua, che a quella luce parevano spruzzi di diamanti, e davanti videro un bel prato verde dove era preparata una quantità di giochi, e si trovavano aggruppate varie persone, belle signore eleganti, e vispi bambini che correvano e si trastullavano, ridendo e riempiendo quel giardino di vita e d’allegria.
I signori Guerini fecero molte feste ai Morandi, e la signora presentò al marito, Vittorio che aveva salvato Alberto, Angiolina quella brava figliuola ch’era stata tanto utile alla sua mamma, e Maria che amava già come una vecchia amica, della quale don Vincenzo e il professore Damiati avevano sempre parlato con molta stima. Il signor Guerini era un uomo cortese, ma d’aspetto severo, e a quei fanciulli dava soggezione tanto che gli stavano innanzi cogli occhi bassi senza parlare.
Egli, per fargli animo, disse loro di raggiungere il crocchio dove si trovavano Alberto ed Elvira cogli altri invitati, e mentre si disperdevano correndo sul prato, rimase a chiacchierare con Maria. Parlarono dei bimbi e del modo di educarli: egli si mostrava impensierito, perchè ai suoi figli piacevano troppo i divertimenti e poco lo studio, e mostrò il desiderio che frequentassero casa Morandi, dove sapeva che i ragazzi erano studiosi e passavano le giornate occupandosi.
Maria parlò dei suoi fratelli, poi ammirò il giardino, la villa, e si mostrò riconoscente d’esser stata invitata ad una festa così bella, come non ne avea mai veduto l’uguale.
Infatti la festa riusciva bellissima, arrivavano da lontano degli equipaggi che conducevano signore eleganti, e bimbi belli, e ben vestiti.
Sul prato verde e pieno di gente, gli attrezzi della ginnastica e l’altalena erano presi d’assalto; poi si giocava alla palla, al volano, ai cerchi; in mezzo ad un boschetto ombroso c’era un casotto di burattini, che al momento in cui s’incominciò la rappresentazione raccolse intorno a sè tutta quella schiera di bimbi.
Carlo fece una corsa in giardino sul velocipede di Alberto, Vittorio si fece prestare una macchinetta fotografica e volle tentare di cogliere qualche gruppo. Furono serviti dei rinfreschi, dei pasticcini, che formarono la delizia di tutti quei bimbi, e il divertimento terminò con un ballo campestre in mezzo al prato.
Fu una festa completa, che lasciò una durevole memoria nei ragazzi Morandi, i quali non avevano mai assistito ad un simile spettacolo, tanto che appena ritornati a casa, Angiolina scrisse subito alla sua mamma la lettera seguente:

Cara mamma,

Te la puoi imaginare la tua figliuola ad una splendida festa in una villa grandiosa, di quelle che si trovano descritte nei libri delle fate?
Eppure, la tua figlia c’è proprio andata, in carne ed ossa, colla sua vesticciuola di lana bigia e il suo cappellino di paglia semplice e modesto.
Ma se avessi veduto che allegria! che splendidezza! Fu una vera fantasmagoria! ne ho ancora la testa tutta confusa!
Figurati un bel giardino grande, anzi immenso, con tanti viali, tanti boschetti e tanti fiori; pensa che allontanandosi dalla casa c’era da perdersi come in un labirinto.
Fortunatamente che non c’era bisogno d’allontanarsi tanto, perchè tutti i divertimenti erano vicini, raccolti intorno alla villa; un vero incanto.
Della villa non potrei fartene la descrizione, perchè non vi entrai che un momento solo, ed ho preferito stare in giardino dove c’erano tanti giochi e tante bambine.
Non mi ricordo nemmeno tutto quello che ho fatto; so che ho giocato, ho ballato come una disperata, ho assistito ad una rappresentazione di burattini; figurati che Arlecchino voleva far da maestro agli altri, e intanto diceva una quantità di spropositi, che ci facevano smascellar dalle risa.
Ho mangiato una quantità di pasticcini deliziosi, e mi sono tanto divertita, che credo in paradiso non ci si possa divertire di più.
C’era una lotteria, con regali per tutti, ed io ne ho avuto uno bellissimo, un astuccio con l’occorrente per scrivere; poi Alberto Guerini, il quale ha una macchina fotografica, fece la fotografia di tutti i presenti, a frotte, a gruppi, e mi promise una copia del gruppo, dove c’entro anch’io, per memoria di una giornata così bella.
Ritornando a casa, non si fece che parlare della festa. Elisa era fuori di sè, e invidiava Elvira destinata ad una vita così ricca ed elegante. Carlo avrebbe avuto una gran voglia del velocipede di Alberto, e Vittorio diceva di volersi fabbricare una macchinetta fotografica; il professore gli avea spiegato tanto bene come era fatta, che sperava di riuscirvi.
Anche Mario e Giannina erano allegri, e pensavano di andar spesso in casa Guerini; ma Maria non sembra pensarla così, osservando che la vita non è una continua festa, che bisogna studiare e lavorare, e che per quest’anno non avrebbe accettato un altro simile invito.
Poi voleva persuadere Elisa che i signori Guerini, con tutte le loro ricchezze, dovevano aver molte brighe; intanto tutto il da fare che si erano presi per divertire quella gente, poi quell’essere sempre in giro, od aver sempre degli ospiti, doveva esser una vita faticosa, che non lasciava tempo all’intimità ed al raccoglimento.
A me pare che abbia tutte le ragioni, e che facendo una vita a quel modo, non ci sia nemmeno tempo di volersi bene, e di scambiare le proprie idee colle persone care.
Ti confesso però che mi sono divertita molto, appunto perchè non avevo mai assistito ad una festa simile; ma se ciò si ripetesse spesso, mi stancherei, e non sarei contenta di passare il tempo a divertirmi senza esser utile a nessuno.
Tu temi che mi rincresca ritornare in città! Mamma mia, non dir queste brutte cose! Ho avuto molto piacere di passar quindici giorni in campagna, mi sono tanto divagata; ma rivedere dopo tanto tempo la mia mamma e il mio babbo, e ritornare alla mia casetta, è per me la gioia più grande.
Mi spiace più di tutto perdere i bei racconti di Maria; ma essa mi ha promesso di leggerne qualche altro finchè rimango qui, e poi di mandarmeli tutti, sono racconti che mi piacciono tanto; pare che il mondo sia più buono, dopo averli sentiti.
Addio, mamma mia; addio, babbo, fra tre o quattro giorni sarò di nuovo con voi, vi racconterò tutto quello che ho goduto, e che sarebbe troppo lungo scrivere, e vi farò vivere della mia vita di questi quindici giorni; la vostra

ANGIOLINA.

DOPO LA FESTA.

Maria era disperata; dopo la festa di casa Guerini i suoi fratelli erano tanto fuori di sè che non riusciva più a farli studiare; non facevano che parlare del divertimento goduto, delle splendidezze di quella villa. Carlo era infatuato del velocipede, Vittorio della macchina fotografica, e si era proposto di farsene una, sicchè Maria diceva loro chiaro e tondo che dopo una visita di ringraziamento, non sarebbe ritornata tanto spesso a villa Guerini, ma i ragazzi aspettavano Alberto ed Elvira, che avevano promesso di venire ad ascoltare un racconto di Maria.
Aspettavano anche il professore e don Vincenzo, perchè ormai i racconti si leggevano di giorno, in un angolo della corte, sotto un pergolato.
Elisa era impaziente che venissero; intanto si guardava nello specchio per vedere se era ben pettinata e quasi si vergognava della sua casa modesta, del suo giardino, il quale non era che una corte con un po’ di piante, e diceva:
– Chissà che cosa diranno i Guerini, loro che hanno una villa così bella!
– Sciocca, – le diceva Maria, – colle tue idee sarai sempre disgraziata; noi non siamo ricchi e non possiamo competere coi nostri vicini; se non si contentano di venire nella nostra casa modesta, rimangano pure nella loro villa. Tu certo nei loro panni sdegneresti di venire da persone modeste come noi.
Elisa rimase tutta avvilita ed andò ad abbracciar la sorella dicendole:
– Non andare in collera, hai ragione, sono troppo ambiziosa, e voglio correggermi; ma non vengono mai, – soggiunse guardando fuori dalla finestra.
– Pazienza, – disse Maria, – abbiamo vissuto tanto tempo senza di loro e potremo vivere ancora.
– Eccoli, eccoli, – esclamò Carlo.
Infatti si sentì in distanza un rumore di ruote, e poi una carrozza si fermò davanti al cancello del cortile.
Scesero i ragazzi Guerini e l’istitutrice. Alberto diede a Vittorio una lente di una sua vecchia macchina fotografica, come gli aveva promesso, perchè si facesse una macchinetta; e una scatola di lastre preparate, affinchè potesse divertirsi a fare delle fotografie, e dopo gli avrebbe mostrato il modo di svilupparle.
Elvira, dopo aver salutate le amiche, pregò Maria che le leggesse una delle sue belle storie; intanto erano venuti anche don Vincenzo e il professor Damiati, e tutti si sedettero sotto il pergolato con tanto di orecchie attente per non perdere una parola del racconto di Maria.

CARMELA.

L’infanzia di Carmela fu triste, la madre le morì quando era ancora in fasce, ed essa fu costretta a vegetare sola sola, in una viuzza di Napoli, dove non penetrava raggio di sole, mentre il padre, Giovanni, girava la città vendendo ostriche ed altri frutti di mare.
– Sta tranquilla, e bada di non farti male, – le diceva prima di uscire di casa; poi le lasciava qualche cosa da mangiare, dei gusci di ostriche per giocare, e se ne andava fino alla sera in giro per la città.
Carmela non ardiva uscire dalla sua buia stradicciuola, ed era contenta quando qualche bimbo del vicinato si fermava a giocare con lei.
Così cresceva pallida, come una pianta priva di sole; avea i capelli nerissimi, che non pettinava mai, arruffati e tanto in disordine che le nascondevano la faccia e gli occhi, belli ed espressivi.
Si era ormai abituata a quella vita e avrebbe desiderato che continuasse per molto tempo, quando avvenne un fatto che portò il disordine in casa, e le fece provare il primo dolore della sua vita.
Un giorno il padre venne a casa ad un’ora insolita conducendo con sè una bella donna, bianca, rossa e grassa; proprio il ritratto della salute,
– Questa donna ti farà da mamma, e non starai più sola, – le disse, – bisogna che tu le voglia bene.
Carmela alzò gli occhi, guardò la donna e rispose:
– Non avevo bisogno di nessuno; stavo tanto bene sola.
– È un vero mostriciattolo, – disse la donna, dando un’occhiata alla bambina, che s’era rincantucciata e nascosta in mezzo ad un mucchio di cenci.
– È molto buona, e non dà noia; te la raccomando, – soggiunse Giovanni rivolgendosi alla moglie.
Ma ad Anna non piaceva quella bimba, che la chiamava mamma, e le era d’impiccio; essa aveva sposato Giovanni per godersi un po’ di libertà, almeno nei primi anni di matrimonio, e cominciò ad averla in uggia, fin da quel primo giorno.
Per Carmela che desiderava soltanto star quieta, la pace era finita, perchè Anna, amante dei propri comodi e del farsi servire, la faceva sgambettare e lavorare tutto il giorno.
– Bisogna bene che s’avvezzi a far qualche cosa, se non vuol mangiare il pane a tradimento, – diceva al marito ed alle vicine. Le comandava di far questo o quello, di attingere l’acqua, o accendere il fuoco per far bollire i maccheroni, di scopare le stanze, e magari di aggiustarle i vestiti; se la bimba non ubbidiva, erano busse che cadevano sulle sue spalle senza pietà, sicchè a Carmela toccava rassegnarsi e sgobbare come un mulo.
E fu peggio, quando nacque in casa un’altra bimba, e Carmela fu costretta a fare anche da bambinaia, e guai se non toccava la sua sorellina con tutta delicatezza! Se la bimba faceva capricci, la colpa naturalmente era di Carmela, e a lei toccavano i rimproveri e le busse.
Di carattere dolce, non diceva nulla, non si lagnava, si rassegnava alla sua trista sorte e piangeva in silenzio.
Molte volte s’era proposta di raccontare al padre i maltrattamenti della matrigna, poi non ne aveva avuto il coraggio. Del resto non avrebbe servito a nulla, perchè Giovanni, innamorato della moglie al punto d’esserne schiavo, non vedeva che cogli occhi di lei, e anch’egli preferiva Graziella, colle sue guancie rosee e paffute, colla allegria chiassosa, che dava vita alla casa come un raggio di sole, a Carmela buona, dolce, ma sempre triste, muta e rassegnata.
Mano mano che Graziella cresceva, erano per lei, non solo le carezze e i baci, ma altresì i vestiti più belli, i bocconi più saporiti; in casa i genitori la tenevano come una regina, e appagavano tutti i suoi desiderii, ed essa era capricciosa, volea sempre uscire, andare a divertirsi, e la mamma che non sapeva negarle nulla, la conduceva al passeggio, in riva al mare, a giocare cogli altri ragazzi, e lasciava Carmela sempre a casa, a far bollire la pentola, come Cenerentola.
Se per caso mostrava desiderio anch’essa di uscire, per vedere qualche cosa di più gaio della stradicciuola, dove vegetava priva d’un raggio di luce, la madre le faceva capire che colla sua faccia gialla era ben meglio che restasse nell’ombra, e già che non poteva brillare alla luce del sole dovea rassegnarsi ad essere utile alla famiglia.
Carmela nel suo isolamento aveva un solo amico: il figlio d’una vicina che abitava nella stessa viuzza, e che da bambino aveva giocato assieme a lei coi gusci d’ostriche. Egli si chiamava Gennaro, e quando sapeva che la signora Anna era uscita, andava dalla Carmela a raccontarle i piccoli avvenimenti della sua scuola, le parlava dei compagni, dei suoi divertimenti, della campagna, del mare e delle rappresentazioni di Pulcinella, alle quali assisteva spesso, ed essa stava là intenta ad ascoltarlo, pendeva dalle sue labbra e per quei racconti avrebbe lasciato qualunque divertimento.
Un giorno Gennaro la venne a salutare; avea stabilito di andar a fare il mozzo sopra un bastimento, e dovea andare lontano lontano a girare il mondo, perchè volea diventare marinaio.
– Che farò ora senza di te? – disse Carmela.
– M’aspetterai, e quando ritornerò, ti racconterò tante belle storie di paesi che non conosci.
– Vedrai delle altre bambine, e ti dimenticherai di me, che sono brutta.
– Non è vero, i tuoi occhi sono tanto belli e buoni, che non li dimenticherò certamente.
Era la prima volta che Carmela sentiva fare un elogio della sua persona, ed era commossa, avrebbe voluto dire tante cose al suo amico, ma non poteva; un groppo alla gola le toglieva il fiato; però lo guardò coi suoi occhi buoni, con uno sguardo espressivo che voleva dire: – Torna presto.
Dopo quel giorno, rimase ancora più triste; ma quando la matrigna le diceva che era un mostriciattolo, essa pensava alle parole di Gennaro, e si consolava.
Graziella cresceva a vista d’occhio, era bianca, rossa e prosperosa, ma di una bellezza volgare; avea poco cuore, e quando poteva, cercava d’umiliare la sorella in tutti i modi possibili; raccontava i suoi trionfi, i complimenti che le venivano fatti; era continuamente occupata ad adornarsi e ad agghindarsi allo specchio, pensava sempre a vestiti nuovi, tanto che il babbo dovea lavorare dalla mattina alla sera, per appagare i suoi capricci.
– Ma non ti pare che sarebbe tempo che Graziella guadagnasse qualche cosa? – diceva Giovanni alla moglie.
– Lascia che si diverta, è ancora una bimba, – rispondeva Anna; però, un giorno si decise di metterla da una sarta, affinchè imparasse il mestiere; ma ciò non valse ad altro che a darle un pretesto per stare di più fuori di casa, e per diventare più vanerella.
Carmela s’era rassegnata anch’essa a tenere Graziella come un essere privilegiato, e l’ammirava continuamente; si divertiva anzi ad ornarla come una bambola, ed a vederla farsi più bella, dopo aver indossato la veste nuova che aveva aiutato a cucirle, rubando delle ore al sonno.
Graziella era una piccola egoista, non amava che sè stessa. Accarezzava Carmela quando aveva bisogno del suo aiuto; la mamma, perchè la conducesse ai divertimenti; il babbo, quando voleva che le desse quattrini per comperare dei fronzoli; e godeva la vita senza pensieri, passando lunghe ore fuori di casa, assieme alla madre, non curandosi nè di Giovanni, che lavorava come un cane, nè di Carmela, che si preoccupava di preparare loro la minestra, e porre in ordine la casa.
Un giorno Anna e Graziella si spaventarono nell’udire che una loro vicina era morta di vaiuolo, e che la malattia regnava nella città. Ebbero subito il pensiero di andare lontano; ma Giovanni disse che non avea quattrini da sprecare per capricci. Perciò dovettero rassegnarsi a rimanere, ma tremavano dalla paura di prendere la malattia, e quando uscivano di casa, cercavano di star in mezzo alla via per non toccare il muro; non parlavano più coi vicini, ed erano infelici di dover vivere con quel pensiero. Un giorno Giovanni venne a casa con una febbre fortissima, e le due donne divennero pallide come morte, quando il dottore affermò che si trattava di vaiuolo.
Il primo pensiero di Anna fu di mandare il marito all’ospedale, dicendo che sarebbe stato curato meglio; ma egli disse che voleva morire nel suo letto: in quanto a lei era padronissima di andarsene, se temeva di prendere il male; in quanto a lui qualche santo lo avrebbe aiutato.
– Non è per me, è per Graziella, – disse Anna, – sarebbe peccato che la sua faccia rimanesse butterata; non posso permettere che rimanga qui a questo pericolo.
– Andate, – disse Carmela, – resterò io che sono brutta.
Anna non si fece ripetere due volte questa proposta, e rispose:
– È giusto; è inutile che stiamo qui tutti; tu sola basti; poi si tratta di tuo padre: ti raccomando di curarlo bene e guarda di non prender quel brutto male; anzi è meglio che tu ti faccia vaccinare.
Anna non s’avvicinò nemmeno al letto per salutare il marito, e assieme a Graziella, che quando aveva inteso parlare di vaiuolo non era più entrata in casa, andò a Portici, presso una vecchia parente.
Carmela rimase sola accanto al letto dell’ammalato, non dormendo nè giorno nè notte per assisterlo, e quando il dottore le diceva:
– Badate, è una malattia contagiosa, non vi avvicinate troppo a vostro padre – essa non gli dava retta, e si contentava di lavarsi col sublimato corrosivo o coll’acido fenico, dicendo:
– Faccio queste cose, perchè voglio star bene e poter assistere mio padre, e che non resti solo; ma per me, non m’importa di nulla.
Per parecchi giorni sopportò le più crudeli sofferenze; avvilita dall’impotenza di recar sollievo al povero infermo. Vi fu un momento che il padre, in preda ad una febbre ardente, voleva gettarsi dalla finestra, ed essa temè di non aver abbastanza forza per trattenerlo. Nè poteva far assegnamento sull’aiuto di alcuno, perchè tutti fuggivano la loro casa come se fossero appestati, ed essa era alla disperazione; sola, col padre delirante, che voleva alzarsi, che non la riconosceva più, e la cacciava via. Fortunatamente quel periodo non durò molto, e a furia di cure e di riguardi il male prese una buona piega: ma bisognava vedere com’era sfigurato il povero Giovanni! avea la faccia gonfia, tutta piena di piaghe, e Carmela con una pazienza da santa, vinceva il ribrezzo e la nausea che quella vista le incuteva, per curarlo e diminuirgli lo spasimo.
Furono venti giorni di vero martirio per la povera figliuola; e quello che le dispiaceva di più, era vedere che nè la madre nè Graziella davano segno di vita, mentre l’ammalato domandava nel delirio continuamente di loro.
Quando Giovanni incominciò a star meglio, allora conobbe la grande abnegazione della sua figlia, e l’egoismo della moglie e di Graziella, e disse a Carmela:
– Tu sei un angelo. Guai se non eri tu a curarmi! sarei morto come un cane; e dire che a te non badavo nemmeno! Come mi pento d’essere stato così ingiusto! Ma ora, noi due staremo sempre assieme, e le altre resteranno là dove sono andate; non le voglio più vedere.
Carmela le difendeva: – Sarebbe stato un peccato che Graziella venisse presa da una malattia così terribile, che può lasciar tracce sul viso, – diceva scusandole.
Ma Giovanni non voleva saperne più nè della moglie, nè dell’altra figliuola, e diceva abbracciando Carmela:
– Si sta tanto bene noi due, e non voglio più che tu faccia la vita che facevi una volta; verrai con me a girare la città, a respirar un po’ d’aria libera: ne hai di bisogno, sei tanto pallida.
Quando la casa tu disinfettata, e Giovanni guarito, ritornò Anna, ma egli non la volle vedere.
Anna se la prese con Carmela, dicendo che le aveva guastato il marito, che non le voleva in casa perchè Graziella era più bella di lei; e mentre s’avventava contro la figliuola per batterla, entrò Giovanni, che, rivoltosi alla moglie, disse:
– Voi non siete degna di respirare l’aria che respira quest’angelo; voi mi avete abbandonato, essa mi ha assistito e m’ha salvato. – Poi a Carmela, disse: – Andiamo via noi da questa casa, giacchè loro non vogliono andarsene. – E condusse fuori la figlia, la quale diceva alla matrigna:
– Vado per obbedienza.
Giovanni era forte, robusto e non avea paura del mare; s’unì ad una compagnia di pescatori, e quando faceva buona pesca, andava a venderla assieme a Carmela, la quale si sentiva rivivere trovandosi tutto il giorno all’aria aperta che le accarezzava la faccia, le penetrava nei polmoni, e la rinvigoriva.
Essa però pensava sempre ad Anna e Graziella, che non sapevano lavorare, e sarebbero certo morte di fame; e quando il padre aveva fatto una buona pesca, riempiva in segreto una cesta di pesci, e sull’imbrunire andava nell’antica viuzza accanto alla casa dove era nata, e sulla soglia lasciava la cesta, e poi rifaceva la via in un lampo.
Anna e Graziella quando la prima volta trovarono i pesci presso l’uscio, dissero:
– È la provvidenza che si ricorda di noi.
Esse non erano più riconoscibili tanto soffrivano; non sapevano lavorare, e per conseguenza non avevano di che mangiare.
Graziella era bensì ritornata a lavorare dalla sarta, ma non guadagnava che pochi centesimi. Anna aveva offerto i suoi servizi a qualche famiglia, ma non essendo buona a nulla, dopo le prime prove veniva licenziata.
– Tutto colpa di quel mostricciattolo di Carmela, che ha stregato Giovanni durante la malattia, – diceva Anna, e si sentiva crescer l’odio che aveva sempre avuto per quella fanciulla.
Quando trovavano la cesta di pesce sulla porta, dicevano che certo qualche buona fata pensava a loro, e per far qualche soldo, vendevano il pesce ai vicini.
Graziella sarebbe stata curiosa di sapere chi dovesse ringraziare del pesce, e volea spiare sull’uscio per scoprire qualche cosa; ma Anna non volea saper nulla: diceva che era meglio credere che venisse dal cielo e non aver obbligazioni con alcuno.
Una sera che Carmela avea portato il pesce al posto consueto, e se ne tornava a casa, incontrò nella viottola buia un bel marinaio che la guardò negli occhi.
– Gennaro, siete voi?
– Carmela! – esclamò, – non vi avrei più riconosciuta, vi siete fatta bella come una fata.
– E nemmeno io vi avrei riconosciuto, se il cuore non m’avesse detto che eravate voi.
– Ma che cosa fate ora?
– Sto in riva al mare, e faccio la pescatrice.
– Volete che vi accompagni!
– Venite.
Così traversarono la città raccontandosi a vicenda le loro avventure di tutto il tempo in cui erano stati lontani. Ad un certo punto, il marinaio si fermò, e le chiese guardandola negli occhi:
– Volete che ci sposiamo? io sono stanco di star solo.
– Perchè no? – rispose Carmela, – se è contento il babbo!
– Andiamo a chiederglielo, – disse Gennaro.
E senza por tempo in mezzo, andò da Giovanni a chiedergli la mano della figlia.
Il giovane era forte e aveva voglia di lavorare, e Giovanni non seppe trovar altra risposta che questa:
– Se vi piacete, pensateci voi; io non ho nulla in contrario.
E così combinarono, e Carmela si sentiva contenta come una regina.
Però il giorno del matrimonio, disse al padre:
– Perchè io sia felice devi farmi un bel regalo.
– Tu sai che non sono ricco.
– Ma tu puoi fare quello che chiedo.
– Ebbene; che cosa vuoi?
– Prima, promettimi che lo farai.
– Sentiamo.
– Devi perdonare alla mamma e a Graziella.
– Non me ne parlare.
– Ti prego, babbo, se vedessi come hanno sofferto; non si riconoscono più: sii buono, fammi contenta. Dunque, le faccio venire?
– Fa pure, sei tu la padrona.
E Carmela corse, anzi volò alla sua vecchia casa, entrò come un razzo, e disse:
– Mamma? Graziella? venite, venite, il babbo vi perdona.
Graziella la guardava stupefatta, Anna era muta dalla sorpresa.
Finalmente Graziella le gettò piangendo le braccia al collo, e le disse:
– Sei stata tu, non è vero, a far decidere il padre? Quanto sei buona! E fosti anche tu quella che ci portava sempre il pesce, e pensava a noi?
– È stato chi è stato, e non se ne parli più; il babbo vi perdona, ed è contento di ritornare con voi; andiamo. – E le trascinò fuori, fino in fondo alla strada, dove Giovanni e Gennaro l’aspettavano.
– Ecco, babbo, oggi tutti devono esser felici, abbraccia la mamma e Graziella! – Poi presentò il suo sposo.
– Che bel giovane! – disse Anna. – Si diventa buoni quando si hanno di quelle fortune! – soggiunse ironicamente.
– Io la sposo, perchè Carmela è sempre stata buona, – disse Gennaro, – perchè ho saputo l’assistenza che ha fatto a Giovanni quando fu ammalato, e penso che se mai mi capiterà una disgrazia simile, non mi lascerà morir solo come un cane.
– Basta, basta, – disse Carmela, – non voglio che pensiamo a malinconie, dobbiamo stare allegri.
Graziella disse alla mamma:
– È vero! Carmela merita la sua fortuna; Gennaro ha ragione, è sempre stata buona anche quando io era cattiva; ma ora che ho provato che cosa è soffrire, ho più compassione per gli infelici.
Carmela la fece star zitta dandole un bel bacio.
Giovanni disse a Gennaro, scotendo il capo:
– Graziella è giovane, e se ne farà ancora qualche cosa: ma l’altra è proprio incorreggibile.

Quando Maria ebbe terminato, quell’uditorio stato attento dal principio alla fine incominciò a far dei commenti, tutti ammirarono la bontà e l’abnegazione di Carmela, ed erano contenti che l’altra ragazza fosse stata punita. Maria osservava che quantunque nel mondo i buoni non siano sempre premiati e i cattivi puniti, in ogni modo far il proprio dovere è una tale soddisfazione che non ha bisogno d’altri compensi. Mario come al solito avea fatto la caricatura di Carmela brutta come un mostriciattolo, con una grande cesta di pesci sulla testa e Graziella davanti allo specchio a farsi bella.
Intanto venne la signora Guerini colla carrozza a prendere i figli, e pregò Maria di andar spesso alla villa, dove quasi tutti i giorni dopo la cinque vi era un po’ di gente e i ragazzi si sarebbero divertiti giocando assieme.
Maria ringraziò, e disse: – che non avrebbe potuto approfittare spesso dell’invito, temendo che i troppi divertimenti servissero a distrarre i suoi fratelli dagli studii, specialmente Carlo che dovea ripetere l’esame; ma chiese il permesso di condurli invece a vedere la fabbrica, perchè essi lo desideravano e sarebbe stata una cosa molto istruttiva.
La signora Guerini disse che alla fabbrica potevano andare quando credevano, anzi soggiunse che Alberto ed Elvira sarebbero stati felici di accompagnarli. Così fissarono la gita per la mattina dopo, e Vittorio pensava di mettere intanto in ordine la sua macchinetta fotografica, e far fotografie e poi andare a svilupparle nella camera oscura di Alberto.

VISITA ALLO STABILIMENTO GUERINI.

Nel punto dove la valle si allarga e il torrente scendendo dalle montagne rumoreggia fra i sassi, si vede biancheggiare un vasto fabbricato quadrato, con grandi cortili e degli altissimi fumaiuoli che sembrano toccare il cielo.
I ragazzi Morandi erano passati tante volte davanti a quel fabbricato, s’erano fermati a sentire il rumore delle macchine e il canto degli operai, ma non avevano osato entrare, trattenuti da un cartello sul quale era scritto: Non entrano che le persone addette ai lavori; perciò quel giorno, tutti contenti, uscirono di casa prima dell’ora stabilita, impazienti di ritrovarsi coi loro amici.
Maria avea pregato il professore Damiati di accompagnarli. Egli così istruito, che sapeva parlare di tutto con chiarezza, avrebbe potuto dare ai ragazzi delle spiegazioni sulle macchine, e la visita allo stabilimento sarebbe stata più utile con una guida come lui.
Vittorio poi, che aveva la passione delle macchine, e diceva che avrebbe voluto fare l’ingegnere meccanico, era lietissimo di quella passeggiata e la considerava come una vera festa.
Passando da villa Guerini chiamarono i loro amici, e trovarono che il signor Guerini in persona voleva accompagnarli e far loro gli onori del suo stabilimento. Egli, strada facendo, incominciò a raccontare la storia della sua azienda.
Narrò che suo padre gli aveva lasciato un filatoio, ancora incompiuto, posto nell’ala più vecchia del fabbricato, ed egli a poco a poco s’era innamorato di quel genere di lavoro, era andato in Inghilterra a studiare i nuovi sistemi di filatura, avea ampliato la sua fabbrica, vi avea aggiunto una tintoria, e finalmente la tessitura delle stoffe, che ora occupava la parte principale del fabbricato; egli parlava con amore del suo stabilimento, che avea veduto nascere e crescere sotto ai suoi occhi, ma diceva di essere stanco, e impaziente che suo figlio potesse supplirlo per riposarsi.
Così discorrendo erano giunti davanti al cancello, ed entrarono tutti nel primo cortile passando per la camera del custode; un ampio stanzone dove il signor Guerini, mostrò intorno al muro, attaccate ad una tabella, delle medaglie con un numero progressivo; ogni operaio ne avea una che dovea consegnare al custode quando entrava e farsela restituire all’uscita per verificare l’ora d’entrata e le ore del lavoro.
Nel primo cortile c’erano mucchi di lana e di cotone in bioccoli, che gli operai caricavano sopra carri a mano e trasportavano sotto ad una tettoia per la pulitura. Là sotto videro alcuni grandissimi recipienti d’acqua bollente, più in là, dei forni per asciugare, poi più giù delle macchine per scardare il cotone e la lana ripulita, e dappertutto una quantità di uomini, donne e ragazzi occupati a trasportare, a ripulire, separare la merce buona dalla cattiva.
Non fecero che traversare quella tettoia, fermandosi poco, perchè il signor Guerini diceva che quelle operazioni non erano molto importanti; ma fecero una sosta più lunga nella tintoria, dove dentro a grandi caldaie, bollivano materie d’ogni colore e dove degli operai sudanti per il caldo eccessivo, prodotto da quei liquidi in ebollizione, gettavano nelle caldaie matasse di filo greggio che si tingevano nei più vivi colori, poi le mettevano ad asciugare, ma spesso dovevano passare per un’altra tinta, e forse per altre ancora.
– Andiamo avanti, che qui c’è troppo sudiciume, – diceva Elvira, ma i ragazzi si divertivano nel vedere tutto quelle pozzanghere rosse, verdi, violette, quelle acque di tutti i colori che correvano in appositi canaletti e poi andavano a finire in un fosso, che le conduceva nel torrente.
– Ora capisco, – disse Carlo, – perchè qualche volta si vede l’acqua tinta di vari colori.
– Badate di non sciupare i vestiti, – disse il signor Guerini.
Uscirono all’aperto e s’avvicinarono a un luogo donde si sentiva il rumore delle macchine, che pareva un mare in burrasca.
– Oh bello! – esclamarono in coro quei ragazzi, quando entrarono in un bel stanzone spazioso, ben illuminato, dove c’era una quantità di macchine in moto e si vedeva un bel numero d’operai attenti al lavoro; un vortice di ruote, di pulegge, di cilindri, un luccichio di metalli, tanto che per il primo momento non poterono raccapezzarsi in quella confusione, con quel rumore assordante.
– Questi sono i filatoi, – disse il signor Guerini; – sono quasi tutti uguali l’uno all’altro, e per non far confusione, fermiamoci ad osservarne uno.
Si fermarono davanti ad una bellissima macchina, grande, rotonda, dove dal centro usciva il cotone e la lana a falde, e a mano a mano che passava da alcuni forellini messi in moto da ruote dentate, s’andava assottigliando, in modo che si avvolgeva in fili sottilissimi intorno alle centinaia di rocchetti, che giravano continuamente, come in una danza vertiginosa.
Il signor Guerini fece fermare la macchina, perchè vedessero bene, e allora il professor Damiati spiegò, come quegli arnesi dove il cotone era disposto a falde quasi in natura, facessero l’ufficio della conocchia che adoperavano le donne antiche per filare, e mostrò quale progresso si era fatto da quel tempo, in cui s’impiegavano parecchie giornate per filare un solo gomitolo di cotone, ed ora se ne filano centinaia in un’ora.
– Pare una magia, – dicevano quei ragazzi tutti attenti a vedere come in quel continuo ballare di rocchetti e di fili, le cose procedessero con tanta prestezza e precisione, ed espressero il desiderio che si rimettesse in moto la macchina; poi stettero ad osservare meravigliati, estatici, ammirando la velocità con cui andava, e la prontezza colla quale gli operai riappiccavano il filo che qualche volta si spezzava durante il lavoro, cambiavano i rocchetti e fermavano la macchina quando accadeva qualche incaglio.
– Pare una gran ragnatela, – disse Mario, che stava ad ammirare a bocca aperta quello spettacolo nuovo per lui.
– Mi pare che ce ne sieno tante di ragnatele! – soggiunse Angiolina, – e dire che non ho mai pensato, che per una gugliata di cotone ci volesse tanto lavoro!
– Ma credi che con quel cotone si possa lavorare? – chiese Alberto Guerini. – Senti, – e le diede un filo, che appena teso, si spezzò.
– Vedete, – disse, mostrando di essere istruito nella materia, – ora venite con me e vi farò vedere.
E li condusse vicino ad un’altra macchina, la quale serviva di torcitoio, cioè torceva i fili di due o tre rocchetti avvoltolandoli intorno ad uno solo; e qui Alberto tutto contento di poter far sfoggio della sua scienza, soggiunse:
– In questo modo si fa il cotone più o meno grosso, secondo che si torcono insieme due, tre o quattro fili; e così il cotone che serve per cucire, si può far forte quanto si vuole.
Tutti i ragazzi stavano a bocca aperta, davanti a quelle macchine in moto, a quegli operai attenti al lavoro, che parevano anch’essi far corpo colle loro macchine, ma furono ancora più maravigliati quando andarono nello stanzone della tessitura.
– Oh bello! – disse Giannina fermandosi davanti ad un grande telaio, dove erano tesi in bell’ordine dei lunghissimi fili, e una spola correva avanti e indietro con grande rapidità, formando, dove passava, una tela fitta e compatta.
– Pare un topolino! – esclamò Mario.
– Ecco, vedete, questo è l’ordito, – disse il professore Damiati, – e il filo che lo attraversa guidato dalla spola è la tessitura; badate come quando la spola è passata, con un macchinismo quasi automatico, una metà dei fili s’abbassa e l’altra metà si alza perchè i fili che devono essere intrecciati si alternino coi fili trasversali.
– E che cosa sono tutte quelle spole? – disse Carlo.
– È per fare un tessuto di colori diversi; ogni colore ha una spola, e l’operaio deve stare attento di cambiarla al momento giusto.
– Come è bello! – disse Vittorio, – mi piacerebbe star qui tutto il giorno, – e intanto guardava sotto alle macchine, cercando di scoprire il loro meccanismo, si arrovellava il cervello in mezzo a quell’intrecciarsi di ruote e di cilindri, e diceva che gli pareva impossibile, che tutte quelle macchine così esatte e perfette, fossero fatte dagli uomini.
Mentre erano là con tanto d’occhi ad osservare, la tela si tesseva con grande rapidità e si avvoltolava intorno ai cilindri; e nel medesimo tempo dalla parte opposta ne usciva altrettanto ordito, e Vittorio continuava a guardare dicendo:
– È meraviglioso, io ci perderei la testa.
Il professore spiegava come l’invenzione di quelle macchine fosse avvenuta a poco a poco, a furia di uomini d’ingegno che vi apportarono sempre nuovi miglioramenti e coll’aiuto delle nuove scoperte nell’industria; narrò che i primi tessuti erano cose grossolane, poi l’arte del tessere si perfezionò col telaio inventato da Jaquard, ma anche quello era rozzo, pesante, e la spola doveva esser guidata dalla mano, finchè a poco a poco si giunse al punto di poter ottenere colla massima facilità una immensa quantità di lavoro, specialmente dopo che s’incominciò(3) ad adoperare il vapore come forza motrice.
Maria avrebbe voluto stare tutta la giornata in quel tempio del lavoro, ma temeva di abusare della bontà del signor Guerini, il quale trascurava in quel momento le sue occupazioni, per servire loro di guida; poi temeva che una visita tanto prolungata, potesse distrarre gli operai; sicchè dopo aver dato un’occhiata alle stanze meno importanti dove la tela veniva imbiancata e cilindrata, dove ai rocchetti di cotone si appiccicavano dei bigliettini colla marca di fabbrica e si mettevano in scatole per la spedizione; dopo essersi per ultimo soffermata davanti alla macchina a vapore, dalla quale partiva tutto il movimento, uscì da quel luogo riportandone un’impressione indimenticabile.

LA MACCHINA FOTOGRAFICA.

Vittorio era riuscito coll’aiuto d’una lente regalatagli da Alberto, a mettere assieme una macchina fotografica molto semplice, ma colla quale si riprometteva un grande divertimento, pel tempo delle vacanze.
Ecco come avea fatto per combinare la sua macchinetta: – Prima prese una cassettina di legno, che foderò di stoffa nera, avendo cura che non vi penetrasse nemmeno un filo di luce: poi collocò davanti la lente destinata a raccogliere i raggi luminosi e mandarli nell’interno della cassetta, o camera oscura; guardò se gli oggetti posti davanti alla lente si disegnavano bene e con chiarezza, sopra un vetro smerigliato che pose dietro alla cassetta per fare l’esperimento. La macchinetta era riuscita bene; ed egli poteva benissimo al posto del vetro smerigliato mettere dei vetri preparati col bromuro d’argento, e sensibili alla luce. Studiò un sistema per cambiar i vetri entro un sacco nero, in modo che non fossero esposti alla luce, e fece un cappello aderente alla lente da mettere e togliere a mano, e intanto studiava una forma più comoda di otturatore.
Egli voleva fare il ritratto di tutta la sua brigata, prima che partisse l’Angiolina; faceva i dispetti a Mario che coi suoi disegni non avrebbe potuto più gareggiare con lui, il quale copiava scene e paesi colla rapidità fotografica.
Quando la sua macchina fu pronta, fece posare al sole tutta la famiglia, e si stizziva perchè, vedendo la sua aria importante da provetto fotografo, non potevano star fermi, nè trattenersi dal ridere. Rifece tre volte il gruppo nella speranza che riuscisse almeno una volta; poi non ebbe pace finchè non gli venne fatto d’andare alla villa Guerini per sviluppare le sue lastre nella camera oscura d’Alberto, il quale dovea fargli da maestro.
Andò assieme a Carlo, che era ansioso di vedere i risultati della fotografia, e quando furono tutti e tre rinchiusi nella camera buia, Alberto versò un liquido in una bacinella e disse:
– Vedete, questo è idrochinone, una sostanza che farà risaltare la imagine sul vetro; si potrebbe anche adoperare l’acido pirogallico, l’ossalato di ferro e tante altre cose; ma io preferisco questo, perchè mi pare migliore. – Poi coperte le lastre col liquido, gl’insegnò a scuoterlo fino al punto di veder disegnarsi qualche cosa, infatti sui vetri si andavano figurando delle linee bianche e nere come per virtù magica.
– Vedete, – disse, – gli oggetti chiari più in luce, vengono neri, e viceversa, le cose scure vengono chiare, perciò queste si chiamano negative. Ecco ora questo vetro è abbastanza nero, mettiamolo in questa bacinella, dove c’è un po’ d’iposolfito di sodio il quale scioglie i sali d’argento ormai inutili; così, ora, la negativa è completa, possiamo portarla alla luce; però prima bisogna lavarla bene nell’acqua pura.
Quando furono alla luce ebbero la dolorosa sorpresa di trovare una negativa colle figure doppie.
– Oh rabbia! si sono mossi, – disse Carlo tutto imbronciato.
– Mi pare che sia la macchina che s’è mossa; – disse Alberto, – queste però sono riuscite meglio; ma sono senza testa, – soggiunse osservando la seconda negativa.
La terza era meglio delle altre, ma le persone avevano la faccia nera e poco distinta, e anche quella non si poteva dire ben riuscita, però bisognava lasciarla asciugare prima di stamparla, e poterne vedere l’effetto. Alberto regalò agli amici qualche pezzetto di carta preparata, affinchè potessero stampare le fotografie, ed una bottiglietta con un liquido per fissarle sulla carta.
– Quando questa carta è esposta alla luce senza negativa viene tutta nera, – disse Alberto – e non si vede nulla; – e spiegò come le parti che sulla negativa erano chiare venivano scure sulla carta, perchè la luce vi passava liberamente e l’anneriva, mentre le parti scure rimanevano chiare; ed era tutto contento di poter fare da maestro a quei ragazzi, che per la prima volta avevano nelle mani una macchina fotografica.
Andarono a casa tutti allegri, credendo che una volta stampata la fotografia avrebbero potuto mostrare la loro bravura, ma appena Maria diede loro un’occhiata, disse tutta spaventata:
– Che cosa avete fatto? Non vedete che i vostri vestiti sono macchiati?
Essi si guardarono e risposero confusi:
– È vero – ma non ci si vedeva in quella camera buia, buia; c’era soltanto un lanternino rosso.
– E intanto avete sciupato i vestiti, e così non potrete più venire in nessun posto, e molto meno dai signori Guerini, perchè non posso comperarvi degli abiti nuovi per i vostri capricci.
– Prova a ripulirli – disse Vittorio.
– Non vedete che gli acidi hanno intaccato il colore? ormai non c’è rimedio, non si possono ripulire.
Maria era disperata, voleva rompere la macchinetta, perchè quelli non erano divertimenti per loro, costavano troppo, ed era certa che non erano riusciti e non avevano fatto altro che perdere il tempo e sciupare i vestiti.
I ragazzi si misero a stampare, e rimasero proprio malcontenti di vedere i gruppi così mal riusciti, e che tutti avevano le faccia scure come se fossero africani.
Elisa non voleva essere così brutta, Giannina diceva che pareva una scimmia, e Angiolina diceva d’essere un mostro.
I fotografi erano avviliti, e Vittorio si dichiarava vinto e diceva di voler rinunciare alla fotografia, anche per non dare dispiacere alla sorella. Carlo avrebbe voluto la macchinetta di Vittorio per perfezionarsi; ma Maria la prese e la chiuse in un armadio, mentre Angiolina pensava al modo di mettere un pezzettino di stoffa nuova con un rammendo, dove erano le macchie, tanto per non vedere delle faccie scure l’ultimo giorno che restava in loro compagnia. Invece Mario trionfava; aveva ragione di essere nemico della fotografia! almeno coi suoi scarabocchi non sciupava i vestiti e anzi, già che gli capitava la buona occasione, s’accinse a fare la storia delle gesta fotografiche dei suoi fratelli.
Lavorò tutta la giornata, e quando mostrò i suoi lavori, furono accolti da un’ilarità generale.
Erano tre quadretti, pieni di spirito; nel primo la posa, coi fotografi che si davano grande importanza e gli altri negli atteggiamenti più grotteschi; il secondo rappresentava la camera oscura, cioè uno stanzino buio dove misteriosamente i suoi fratelli versavano un liquido sui loro vestiti, invece di versarlo sulle negative; poi finalmente il quadro finale: i fotografi coi vestiti macchiati e con in mano due pezzi di carta che rappresentavano dei personaggi senza testa, o con due teste, i fotografi con tanto di naso, e Maria che si disperava di vederli in quello stato.
Tutti risero, e Angiolina pregò Mario di regalarle quei disegni.
Maria faceva uno sforzo per star seria, ma avea una gran voglia di ridere, e sgridava Mario di non esser buono che a burlarsi di tutti.
Più tardi quando vennero il professore e Don Vincenzo, essa raccontò loro le disgrazie(4) dei suoi fratelli, che s’erano sciupati i vestiti; e disse ch’era proprio adirata colla fotografia e con tutte le nuove invenzioni.
Don Vincenzo fece eco alle sue parole; anch’egli trovava che si viveva meglio nei tempi passati senza tante macchine, tanti giornali e tante scoperte. Appunto quella mattina aveva letto in un giornale che un operaio aggiustando un filo della luce elettrica era rimasto fulminato e che era avvenuto uno scontro ferroviario: tutte cose che in altri tempi non sarebbero accadute. Damiati non voleva sentire quei discorsi; egli che era un vero uomo moderno, amava il progresso e ammirava i nuovi ritrovati della scienza: diceva soltanto che bisognava esser preparati a tutte queste novità. Invece ci comportavamo da bambini, esagerando in tutto; prima eravamo rimasti spauriti dall’invasione di tante macchine, che si credevano opere infernali, dopo s’andò all’eccesso opposto, e si riguardò tutto come un giochetto, mettendo spensieratamente le mani fra le macchine, bruciandosi e avvelenandosi coi preparati chimici, esaltandosi il cervello colla lettura dei giornali, impazienti di correre e d’arrivare, dopo che il vapore avea sostituito i cavalli, avidi di notizie dopo che correvano col telegrafo, e tutta una vita agitata e febbrile che venne a turbarci la calma.
– A me, vi confesso, – soggiunse, – piace questo movimento e questo progresso, ma vorrei solo che i nostri figli fossero anche essi pari alle difficoltà dei nostri tempi; cioè, più avveduti, più prudenti, e conoscessero i pericoli che aumentano da tutte le parti, e avessero l’avvertenza di schivarli. Se quell’operaio avesse saputo il modo con cui si forma l’elettricità, avrebbe saputo scansarsi prima di lasciarsi uccidere dalla corrente elettrica; se Carlo e Vittorio avessero saputo come erano composti i liquidi che adoperavano per la fotografia, non si sarebbero macchiati i vestiti; forse, causa la loro ignoranza avrebbero anche un giorno o l’altro potuto bere in sbaglio uno di quegli acidi, e avvelenarsi. Ora la smania d’arrivare a tutto, di saper molte cose, fa sì che si studia superficialmente: la scienza resa popolare, ci famigliarizza anche colle cose più nocive, e si è circondati da pericoli prima ancora di conoscerli e di saperli evitare. Una volta invece la scienza era possesso di pochi; si circondava di silenzio e mistero, e naturalmente c’erano meno pericoli; ma le popolazioni erano invece ignoranti e superstiziose.
Consigliò poi i ragazzi a diffidare delle sostanze che non conoscono, ad esser prudenti e studiare per poter rendersi ragione dei pericoli, e tenerne lontane le persone di famiglia.

PARTENZA DI ANGIOLINA.

Angiolina vedeva volar via con rammarico le belle giornate che passava in campagna assieme ai suoi amici; ma la mamma la sollecitava a ritornare a casa, ed essa s’era decisa di partire assieme al signor Morandi, il quale dovea recarsi in città.
Bisognava proprio che pensasse al piacere di rivedere la sua mamma, per non dolersi troppo di abbandonare quella vita che le piaceva tanto.
Aveva ancora un giorno di vacanza, e quella giornata volle impiegarla bene. Essa radunò tutta la sua roba e chiuse la sua valigetta; poi andò a salutare tutti gli angoli della casa e del cortile; volle per ultimo uscire per andare alla posta, ed ivi trovò il curato e il professore, che come al solito, parlavano delle notizie del giorno.
– Domani non sarò più qui – pensò, e quasi senza volerlo i suoi occhi le si empirono di lagrime.
Quando fu seduta a tavola disse:
– È l’ultimo giorno che pranzo con voi.
– Vuoi restare finchè stiamo tutti? – chiese Maria, – a noi fai piacere.
– Ho la mamma che m’aspetta, – rispose Angiolina.
– Ma ritornerai l’anno venturo – disse Maria.
– Per me sarei tanto contenta, e vivrò tutto l’anno con questa speranza.
Poi volle a tutti i costi portare con sè alcuni lavori che Maria dovea fare.
– Li terminerò io – disse; – così occupandomi dei vostri lavori mi sembrerà d’esser meno lontana da qui. – Poi soggiunse: – Mi dispiace per tante ragioni andar via, anche perchè non sentirò più raccontare le belle storie di Maria.
– Belle o brutte, te ne leggerò in città, – disse Maria, – intanto mi si presenterà forse l’occasione di aggiungerne delle altre.
– Ci vedremo dunque anche in città?
– Certo.
– Come sono contenta! mi dispiace meno d’andar via.
Poi voleva dire tante cose per esprimere la sua riconoscenza, ma non aveva coraggio.
– Sono una sciocca, – disse a Maria, – non so dir nulla, ma mi hanno fatto tanto bene queste settimane passate all’aria aperta; e poi ho imparato tanto, è così brava lei! Come mi piacerebbe poterla imitare!
E Maria le prendeva la testina e le dava tanti baci dicendole:
– Non hai bisogno d’imparar nulla da nessuno, conservati una buona figliuola come sei e come vorrei che fossero le mie sorelle.
– Ecco l’ultima notte che dormo in questa stanza, ecco l’ultima colazione che faccio con voi, – andava dicendo la fanciulla. Ma la colazione non la fece, perchè non ne aveva voglia: era troppo commossa di lasciare quei luoghi, dove si era trovata tanto bene.
Andò nella sua camera e discese col cappellino e la borsetta in mano.
Tutti vollero accompagnarla alla stazione, e darle qualche ricordo: Vittorio le regalò un libro, Giannina le porse un mazzo di fiori, Mario le regalò un disegno che rappresentava tutta la famiglia Morandi in lagrime per la sua partenza.
Essa era turbata e non trovava più parole per ringraziare.
– È troppo, è troppo, grazie, – continuava a dire, – quanto siete buoni!
Arrivarono alla stazione cinque minuti prima che partisse il treno.
Dovette subito mettersi al posto, ma stette al finestrino a chiacchierare coi suoi amici; aveva da raccomandar loro tante cose e specialmente di scriverle, di dirle tutto quello che accadeva in quel paese e di tornar presto in città, dove essa avrebbe contato i giorni aspettandoli. Le pareva d’aver ancora tanto da dire, ma si udì il segnale della partenza.
– Addio, addio, – disse sporgendo la manina fuori dal finestrino; poi fu vista quella manina scuotere un fazzoletto bianco mentre il treno spariva in distanza.
– Addio, addio, – gridarono tutti sventolando i fazzoletti, e stettero là fermi finchè videro un punto nero che correva, correva lontano, finchè non udirono più il rumore del treno, poi rifecero la strada fatta, ma più tristi, come se mancasse loro qualche cosa e sempre parlando di Angiolina.
– Ecco una ragazza che dovreste prendere per modello, – disse Maria.
– È vero, è tanto buona, – disse Giannina, – voglio proprio aiutarti come faceva lei.
Elisa pensava invece, che sarebbe toccato a lei ad aiutare la sorella maggiore; ma ciò le dava noia perchè il suo maggior piacere sarebbe stato di far la signora e non pensare che ai divertimenti, come Elvira Guerini.
Essa propose alla compagnia d’andare appunto a trovare i Guerini per consolarsi della partenza di Angiolina; ma Maria replicò che di distrazioni ne avevano avute anche troppe, e bisognava pensare a lavorare e a studiare, altrimenti Carlo non avrebbe passato l’esame; poi non voleva andar troppo spesso in casa Guerini; perchè la sua famigliuola modesta al contatto coi Guerini avrebbe certo acquistato delle abitudini e dei bisogni che non avrebbe potuto soddisfare.
– Quelle sì sono persone felici! – disse sospirando Elisa, e si rassegnò a tornarsene a casa, ma tenne il broncio per tutto il giorno, tanto che Vittorio si maravigliava che l’Elisa si rattristasse tanto per la partenza di Angiolina.

L’EROE DELLA MONTAGNA.

La mancanza di Angiolina era tanto sentita da tutta la famiglia Morandi, che pareva fosse partita, assieme alla fanciulla, anche una buona dose d’allegria.
Elisa era di cattivo umore, perchè non aveva più l’aiuto dell’amica, per metterle in assetto la camera, per rammendarle i vestiti, e per tante altre cose, che Angiolina faceva colla massima indifferenza, e a lei davano noia. Giannina cercava di aiutare un po’ più Maria, correva ad eseguire le sue commissioni, preparava la tavola, e faceva il possibile per rendersi utile, ma era tanto piccina, che le sue deboli forze non bastavano a far tutto.
Anche i Guerini venivano più di rado, perchè avevano degli ospiti coi quali dovevano andare tutto il giorno in giro pei dintorni. Però veniva un po’ più spesso il professore Damiati che si trovava sempre bene in casa Morandi. Per far piacere a Maria, dava lezione a Carlo, ed agli altri ragazzi utili suggerimenti, e spiegava loro tutte le cose che non riuscivano a comprendere.
Egli incoraggiava Maria a leggere i suoi racconti, che erano il divertimento di tutta la brigata, e avevano servito a quietare la vanagloria di Carlo, che prendendo a modello quelli eroi, diceva di contentarsi di eroismi più modesti. Giannina e Mario, i quali si annoiavano senza Angiolina, avevano pregato Maria di leggere l’eroe della montagna, come aveva promesso da tanto tempo; ed essa vedendo che la conversazione languiva, prese il suo manoscritto e incominciò la lettura.

La famiglia di Nando Verres, viveva in una casupola ai piedi delle Alpi, ed era felice. Nando, forte come una quercia, conosceva tutti i passi difficili delle montagne circostanti, ed era molto ricercato come guida dai viaggiatori, che volevano avventurarsi sulle cime aguzze di quelle alture, sempre coperte di neve.
Nella buona stagione, non restava mai in casa, anzi le persone che lo volevano, dovevano impegnarlo qualche settimana prima per poterlo avere, e non si muoveva se non lo pagavano bene.
Egli avea bisogno di guadagnar molto, poichè avea la moglie e una nidiata di bimbi da mantenere; il maggiore dei quali, che si chiamava Nando come il padre, aveva appena quattordici anni.
Il montanaro era partito con un signore inglese una mattina all’alba, per una gita che dovea durare tre giorni, ma quando fu il terzo giorno, la moglie cominciò ad essere inquieta non vedendolo ritornare; essa ogni tanto usciva dal suo casolare per contemplare il cielo grigio, e le montagne che erano tutte coperte da una nebbia fitta, e nel vedere quel cattivo tempo, si sentiva stringere il cuore, perchè temeva qualche sventura.
Nei primi anni di matrimonio, quando il suo uomo era sulla montagna, stava sempre inquieta; poi quando lo vide tutte le volte ritornare con un bel gruzzolo di quattrini, non ci pensò più; ma diceva sempre che non avrebbe voluto che i suoi figliuoli facessero quel mestiere dove c’erano troppi pericoli; però il figlio maggiore avea voluto spesso seguire il padre nelle gite alpestri e difficili, innamorato anch’egli delle alte cime, e dell’aria frizzante della montagna che gli dava appetito e gli rinvigoriva i muscoli.
Madama Verres, come la chiamavano nel villaggio, continuava dunque a guardare il cielo e i monti coll’ansia nel cuore.
Nella notte aveva sentito la bufera rumoreggiare nelle gole delle montagne, la pioggia cadere lenta e senza tregua, ed avea un triste presentimento, come non aveva avuto mai.
Passò due giorni in quell’inquietudine, quando si presentò a lei un messo venuto dalla città vicina a chiedere notizie del signore inglese partito con suo marito, per la montagna.
– C’è la madre di quel signore nella massima inquietudine; – disse, – si parla di un tempo orribile, di una compagnia che si è perduta sulla montagna, e mi ha mandato a vedere se ne sapete qualche cosa.
– Nulla, nulla, muoio anch’io dall’incertezza, dalla paura di qualche disgrazia, – disse la povera donna.
– Bisognerà far delle ricerche, – disse il montanaro, – la signora inglese promette una ricompensa a chi le porterà notizie del figlio; ma nessuno si vuol arrischiare a salir la montagna con questo tempo.
– Andrò io, – disse Nando, il ragazzo di quattordici anni.
– Sei pazzo? – gli disse la madre.
– Sono forte, conosco la montagna e la strada che è avvezzo a seguire il babbo, e sono certo di trovarne le tracce.
– E se avvenisse qualche disgrazia, che cosa faccio io?
– Ti prometto di ritornare, e di portarti notizie di babbo.
Prese una bisaccia di tela, con alcuni viveri, si munì di un bastone ferrato, e di corde, si fece seguire dal suo cane che non lo abbandonava mai, e s’avviò sulla montagna senza ascoltare le preghiere della mamma che temeva di perderlo.
Salì il sentiero lubrico del monte pieno di speranza, seguendo la via che soleva tenere suo padre. Camminò, avanti avanti, sempre salendo per ore intere, ora in mezzo alla fitta nebbia, ora sotto ad una pioggia che gli arrivava alle ossa; sempre cercando intorno a sè le tracce del passaggio del padre; nella notte si ricoverò in un rifugio, e quello fu il primo posto dove trovò segni del passaggio di persone viventi: in terra vide dei resti di viveri, poi la paglia coll’impronta di due persone, che dovevano aver dormito la notte, ed una di quelle impronte era proprio della lunghezza di suo padre. Dovevano certo esser passati di là per salire sulla cima del monte.
All’alba si rimise in cammino, sempre seguito dal cane, osservando tutto ciò che potesse indicargli il passaggio di qualche persona.
Il sentiero era scomparso sotto ai mucchi di neve caduta; egli col bastone ferrato ruppe quella neve, ma inutilmente; e avanti, avanti sulla montagna che si faceva più erta e pericolosa; si sentiva gelare, e pur dovea continuare il suo cammino. Ad un certo punto vide il cane inquieto, far dei moti strani, e scorse le traccie d’una valanga, che dovea esser caduta di recente.
– Cerca, cerca, – disse al cane.
E il cane obbediente cominciò a raspare colle zampe, finchè si fermò guardando e dimenando la coda; infatti sentì sotto la neve qualche cosa di molle, divenne pallido e cominciò a tremare; non avrebbe potuto continuare il suo lavoro senza l’aiuto del cane, che a furia di zampe cercava di rompere la neve gelata.
Quando si potè scoprire qualche cosa, non ci fu più dubbio: erano esseri umani quelli che erano sepolti in mezzo alla neve. Allora Nando si mise con maggior lena a disseppellire quella massa nera che si faceva più distinta, la quale prese forma di un gruppo di braccia e di gambe che non si capiva che cosa fosse; ma quando fu del tutto scoperta, Nando riconobbe il padre raggomitolato assieme all’inglese, che avevano trovato tutt’e due la stessa morte orribile.
Solo, in quella solitudine, con que’ due cadaveri davanti agli occhi, si sentì stringere il cuore, e pensò alla sua mamma; ma il freddo incalzava, e non c’era tempo da riflettere; lasciò il cane a guardia dei cadaveri, vide in distanza degli abeti, vi andò correndo, ne strappò dei rami, e fece una specie di slitta, dove adagiò i due cadaveri, e discese la montagna trascinandoseli dietro con una corda; il sentiero era sdrucciolevole, avea le mani intirizzite, si sentiva mancare; ma era coraggioso e volea resistere fino alla fine.
Era notte quando giunse al villaggio, e non avea coraggio di presentarsi alla mamma.
Ma essa, che stava continuamente alle vedette, gli andò incontro, e quando vide il corpo del marito steso sui rami d’abete, cadde svenuta nelle braccia del figlio.
La poveretta rimase parecchi giorni quasi inebetita, non potendo persuadersi che il suo uomo fosse morto, e non sapendo come campare tutti quei figliuoli. Quando vennero nuovi forestieri a cercare della guida Nando Verres, si presentò loro il figlio e disse:
– Eccomi.
– Come, vuoi tu andare così giovane, e dopo l’esempio di tuo padre? – gli disse la madre.
Egli mostrò i fratellini e disse:
– Bisogna che pensi a te e a loro; non temere, mamma, ti prometto che non mi esporrò ai pericoli inutilmente, – e sì dicendo partì e in poco tempo divenne degno successore di suo padre.
Ma sebbene egli sia ora una delle guide più rinomate delle Alpi, la signora Verres, quando parte, ha sempre le lagrime agli occhi, e trema sempre temendo di non rivederlo più.

SCIOPERO ALLO STABILIMENTO GUERINI.

Una mattina quando Carlo e Vittorio ritornarono dall’ufficio postale dove erano stati come al solito a prendere i giornali, raccontarono che tutto il villaggio era sottosopra, perchè gli operai dello stabilimento Guerini s’erano posti in isciopero, e dissero che nella piazza e per le vie, dappertutto si parlava di questo avvenimento, e c’erano gruppi d’operai, come se fosse festa.
Più tardi quando il professore andò dai Morandi(5) a dar lezione a Carlo, egli diede maggiori ragguagli.
Gli operai avevano preso il pretesto da una multa, che il direttore aveva inflitta ad uno di loro, per chiedere aumento di paga e diminuzione delle ore di lavoro, e non avendo ottenuto nulla, quella mattina non erano andati alla fabbrica.
Per quel giorno non si parlò d’altro che di quel fatto; ad ognuno se ne domandava notizie. Mario voleva sapere che cosa significasse questo sciopero, e il professore spiegava, come gli operai per ottenere quello che desideravano, si univano assieme e disertavano dal lavoro per obbligare il proprietario a conceder loro quello che esigevano.
-Sì, ma intanto non guadagnano, – disse Mario.
– Non è vero, – disse il professore. – Dovete sapere che s’è formata una società fra gli operai. Ognuno quando lavora, versa nella cassa della società una piccola somma, che poi serve a pagare gli operai che si mettono in sciopero, i quali in questo modo hanno la paga anche senza lavorare.
– È una cosa ingiusta, – disse il ragazzo.
– È un modo come un altro per far la guerra al proprietario; mezzo che in certi casi può essere giusto, e riesce a migliorare la condizione dell’operaio; ma molte volte l’operaio abusa di questa forza, va all’eccesso, ed allora il danno è tutto suo.
– Chissà come saranno inquieti ed irritati i signori Guerini! – osservò Maria.
Più tardi giunsero notizie peggiori; l’agitazione fra gli operai era grande; essi avevano fischiato i signori Guerini, e gettato dei sassi dietro la loro carrozza; si diceva che ci fossero dei feriti. A quelle notizie Maria non potè più star ferma e decise di andare alla villa Guerini per sapere qualche cosa di preciso.
– Non è prudenza muoversi, – disse Carlo, – gli operai se la possono prendere anche con noi.
– Dove è andato il tuo eroismo? – chiese Maria, – qui non si tratta di esporsi per capriccio ad un pericolo. È una famiglia di persone gentili che ci hanno accolto colla massima cortesia ed ora si trovano in angustie; mi par nostro dovere di andar a sentir le loro notizie e vedere se possiamo giovare in qualche modo ai nostri amici; non abbiamo fatto male a nessuno e non dobbiamo temere.
– Vi ammiro anche questa volta per il vostro coraggio, – disse il professore, – soltanto vi chiedo il permesso di accompagnarvi, anch’io desidero offrire i miei servigi ai signori Guerini.
– Andiamo, – disse Maria. – Carlo ed Elisa, che sono più grandi, possono venire con noi; gli altri restino a casa; è inutile dar tanto nell’occhio e andare in frotta, come se si trattasse d’una festa.
– E se vi succedesse qualche cosa?
– E non temete d’essere d’incomodo in questo momento? – chiesero i ragazzi.
– Se siamo d’incomodo non ci riceveranno, ecco tutto; – rispose Maria, – noi avremo fatto il nostro dovere. Non c’è pericolo che ci succeda qualche cosa; in ogni caso entreremo dalla porticina del giardino e nessuno ci vedrà.
Maria si mise il cappello e uscì assieme ad Elisa, seguita da Carlo e Damiati.
S’avviarono verso casa Guerini evitando di passare in mezzo al paese; però nelle vicinanze della villa incontrarono delle brigate di operai, che ragionavano fra loro e gesticolavano con vivacità. Proseguirono la strada senza badare a quei crocchi di persone disoccupate, e giunsero alla villa, dove i signori Guerini li ricevettero mostrandosi molto grati della loro premura e dispiaciuti che potessero aver qualche noia per cagion loro.
– Siamo messi all’indice, – disse la signora tutta addolorata, – e quello che mi rincresce di più è di vedere l’ingratitudine dei nostri operai, che abbiamo pur trattato sempre bene, come fossero nostri figli.
Poi raccontò come la mattina avesse voluto accompagnare il marito alla fabbrica, perchè sarebbe stata inquieta di lasciarvelo andar solo.
– Se vedeste – soggiunse, – che desolazione! Pare un cimitero; tutte quelle macchine là immobili, quegli stanzoni freddi, vuoti, quel silenzio…. fa stringere il cuore.
Il signor Guerini era tutto irritato, e andava avanti e indietro per la stanza pensando al danno che gli recava quello sciopero, alle commissioni che non poteva eseguire, e più di tutto a quella gente, alla quale avea dato lavoro, a tutti quei contadini, che gli dovevano l’esistenza e che ora gli si ribellavano.
Ogni tanto veniva qualche messo mandato dal direttore dello stabilimento: una commissione d’operai sarebbe venuta il giorno appresso per dire ciò che pretendevano.
Seppero che il sindaco aveva telegrafato alle autorità della provincia, e nella giornata doveva venir della truppa per tenere a dovere gli operai più turbolenti.
La signora raccontò una scena commovente.
Cinque operai erano andati al lavoro malgrado le minacce dei compagni, dicendo che non avevano nessuna ragione di abbandonare una famiglia che li aveva sempre beneficati. Gli altri volevano entrare a forza per trascinarli di là, bastonarli, e forse ucciderli; tanto che essa stessa li avea pregati di sospendere il lavoro; ma quando uscirono dalla fabbrica furono accolti a furia di fischi e d’insulti; era una cosa che faceva proprio pena. Era vero che dei sassi erano stati lanciati dietro alla loro carrozza. Fortunatamente non avevano ferito nessuno, ma erano tutti sgomentati e tremavano ad ogni più piccolo rumore e ad ogni suonata di campanello.
– E come farete questa notte? – disse il professore.
– Chiuderemo bene la villa, e starà alzato qualcuno a far la guardia.
– Se voleste venire da me, – disse il Damiati.
– O da noi – disse Maria.
– Grazie, – ma prima di tutto non si vorrebbe attirar su di voi l’ira del popolo, poi non vogliamo abbandonare la casa; sarebbe una viltà. Anche i ragazzi devono abituarsi alle lotte e alle difficoltà della vita; se in questi giorni avrete coraggio di venire a tenerci compagnia, ci farete un regalo; nei momenti difficili quando si ha tanti nemici, fa piacere aver dei buoni amici, e vedere che non ci abbandonano. –
Maria promise di passare alla villa gran parte della giornata coi suoi fratelli, e si offerse per tutto quello che potesse loro esser utile.
Le faceva proprio pena vedere quella famiglia in quel frangente, e chiusa in casa come in una prigione, e quando furono usciti, chiese ad Elisa se avrebbe avuto piacere in quel momento trovarsi nei panni d’Elvira, ch’essa invidiava tanto.
– Sono in prigione, ma è una bella prigione, dove io ci starei tutta la vita, – rispose la fanciulla.
– Ti annoieresti, – disse Carlo, – come un uccello si annoia in gabbia, anche se è d’oro.
– Ora passano, è vero, un brutto momento, ma io mi cambierei subito con loro, – disse Elisa. Però quei fatti la fecero riflettere, e capì che più si è in alto, più ci sono dolori, e che forse sua sorella aveva ragione nel dire che la vita modesta e ignorata ha pure i suoi vantaggi.
Vedendo gli operai abbastanza quieti, fecero un giro nel villaggio, in mezzo ai gruppi di gente dove non si parlava d’altro che dello sciopero; e di operai che ragionavano fra loro sul da farsi.
Bisognava resistere, – dicevano, – era tempo di finirla, erano stanchi di lavorare come bestie da soma, per mantenere il lusso dei ricchi, volevano godere e divertirsi, era venuto anche il loro tempo.
In alcuni gruppi c’erano le donne che volevano dar consigli e dir la loro ragione. Maria fermò una donna che conosceva ed era moglie d’un operaio, e le chiese se fosse contenta d’aver il marito ozioso tutto il giorno e se non sarebbe meglio che lo consigliasse a riprendere il lavoro.
– Si soffre oggi per godere domani, – rispose, – vogliamo anche noi vestir bene come loro, e farci servire; siamo stanche di soffrire.
C’erano altre che si mostravano dispiacenti, temevano che i mariti prendessero il vizio di bazzicare all’osteria, ed anzi andavano a levarceli di là; ma quelli le invitavano a bere insieme, alla riuscita della loro causa; e verso sera la piazza e le vie del villaggio presentavano uno spettacolo poco piacevole. Gli operai uscivano dall’osteria mezzo ubbriachi cantando delle canzonacce, coi cappelli per traverso e le vesti in disordine. Anche qualche donna era un po’ brilla, e i ragazzi non avendo più freno, girellavano per le strade e facevano baldoria.
Maria volle subito ritornare a casa e fece osservare ai fratelli la differenza che passa fra l’operaio quando è al lavoro, serio, attento, colla faccia composta, che mette allegria a vederlo, da quando è ridotto in quello stato dall’ozio e dal vino, come in quel giorno, che dava uno spettacolo da stringere il cuore.
Vi fu sull’imbrunire un momento che pareva ci fosse in paese la rivoluzione: fu quando venne e s’accampò vicino al villaggio una compagnia di soldati; allora il furore di quel popolo ubriaco era tale da metter paura: volevano dar fuoco alla fabbrica, uccidere il signor Guerini, e non si quietarono se non dopo l’arresto degli operai più turbolenti.

DON VINCENZO.

Lo sciopero durava da dieci giorni e non accennava a finire. Al chiasso e all’eccitamento dei primi momenti, era succeduto una specie di cupo abbattimento.
In villa Guerini erano stanchi di star chiusi come in prigione, e di non veder una fine a quella condizione di cose, ed essere costretti a vivere sempre nell’ansia dell’incertezza; per fortuna avevano la famiglia Morandi e il professore Damiati che passavano quasi tutta la giornata con loro, e ciò li confortava, ma il signor Guerini era stanco, scoraggiato, di cattivo umore.
Nel villaggio si vedevano capannelli d’operai che vagabondavano stanchi anch’essi di quella vita oziosa, ma decisi a continuarla, a resistere per vincere. Anche le donne erano stanche di aver sempre tra i piedi i loro mariti oziosi e desideravano che quello stato di cose terminasse; in dieci giorni, non s’era fatto un passo; soltanto tutti erano affranti, e capivano che a quel modo non potevano durare.
Don Vincenzo era il più afflitto di tutti, non riconosceva più il suo villaggio quieto e tranquillo e i suoi parrocchiani un tempo tanto laboriosi. Egli li vedeva tutto il giorno all’osteria, li sentiva alzare la voce e tremava per quelle povere famiglie che sarebbero state vittime innocenti. Egli voleva finirla, e dopo aver avuto una lunga conversazione col signor Guerini, decise di parlare la domenica prossima dal pulpito ai suoi fedeli. Infatti, dopo la messa, egli si rivolse al popolo e così incominciò il suo sermone.
“Dove sono, – disse, – i miei fedeli parrocchiani che andavano la mattina al lavoro cantando allegri e felici? Dov’è il mio villaggio tranquillo nel quale non si incontravano che facce liete, e che vedo ora tutto pieno di gente oziosa e vagabonda, di facce scure e minacciose, di persone briache? Io non riconosco più questi bei luoghi dove regnava la pace, dove fervea il lavoro, e mi par d’essere in un altro mondo.
“Io vi parlo come un padre parlerebbe ai suoi figli, penso al vostro bene e a quello delle vostre famiglie; per me ricchi e poveri siete tutti uguali, e vi assicuro che mi sento una stretta al cuore nel vedervi lasciare il lavoro per motivi futili. Vorrei sapere di che cosa vi lagnate. Non volete multe? Fate in modo di non meritarle, state attenti al vostro lavoro, precisi all’ora di entrare all’officina, e persuadetevi che quando si è in una popolazione tanto numerosa come la vostra, certe leggi ci vogliono per mantenere la disciplina. Volete diminuite le ore di lavoro? Per quali ragioni? Forse per aver più tempo di stare all’osteria e consumare i vostri risparmi? Lasciate chiedere diminuzione di orario a quelli operai che sono infelici davvero, destinati a lavorare nelle miniere, senz’aria, senza luce, esposti ad ogni istante a mille pericoli. Ma voi, vivete in stanze vaste e spaziose, basta guardarvi in faccia per vedere che siete il ritratto della salute, voi dovete mercanteggiare le ore di lavoro? Vergognatevi; eppure anche questo non basta, ed ecco che chiedete una maggiore mercede, e vi lagnate, e dite che siete voi che mantenete il lusso del proprietario, mentre invece dovreste ringraziarlo ch’egli col porsi a capo d’un’industria abbia trovato il modo di occupare degnamente voi e i vostri figli.
“Poi credete d’esser voi soli a lavorare e ch’egli poltrisca nell’ozio. Come v’ingannate! quando voi riposate in seno alle vostre famiglie, senza pensieri nè preoccupazioni, egli invece pensa a tutta la sua azienda, consuma il cervello sui registri, è turbato da mille incertezze, affranto dalla fatica e dalla responsabilità della fabbrica immensa a cui deve dare l’impulso, non ha un minuto di pace, e voi invece di aiutarlo, gli mettete dei bastoni nelle ruote; quanto siete ingrati! Pensate a quello che era questo paese quando non c’era lo stabilimento Guerini, a quello che eravate voi, condannati a sudare per lavorare una terra sterile, senza un raggio di sole nella vostra vita, senza una speranza per i vostri figli.
“Ora avete il benessere, l’agiatezza, guadagnate abbastanza per vivere e se avete giudizio potete far anche qualche risparmio; alla fabbrica potete occupare i vostri figli; se siete intelligenti, se amate il lavoro, potete riuscire a guadagnare una bella mercede, e la quiete per la vecchiaia; e tutto questo a chi lo dovete? Al signor Guerini. È inutile che facciate rumore, è proprio così. Egli era ricco senza di voi, e v’assicuro che avrebbe potuto vivere benissimo e forse più tranquillo, con quello che possedeva; ma pieno di vita, di coraggio, odiando l’ozio che avvilisce, pensò di adoperare le sue ricchezze per ampliare la piccola filanda lasciatagli dal padre, e sorse quel vasto stabilimento che per tanti anni fu la vostra provvidenza, che ha dato lavoro a voi e ai vostri figli, e fu la ricchezza di questo paese.
“È vero, ne convengo, anche il signor Guerini ha approfittato del vostro lavoro, ma voi che cosa sareste senza di lui? È inutile che vi vogliate sostituire a lui, che gridiate all’ingiustizia; a questo mondo tutti abbiamo assegnata la nostra parte, e tutti abbiamo diritto di vivere, dal più piccolo insetto all’animale più intelligente, ma tutti dobbiamo stare al nostro posto.
“Voi tutti, siete come le ruote che compongono una macchina: ognuna ha la propria parte per piccina che sia, ma se non è combinata assieme alle compagne, se non è messa al suo posto da un ingegnere intelligente, non è che un pezzo di metallo inutile, buono solo da mettere nei ferravecchi.
“Il proprietario è l’ingegnere, e mettetevi bene in testa che voi nulla valete senza di lui.
“Io parlo pel vostro bene; lo vedete, che io conduco una vita semplice e modesta come voi.”
– Mangia dei buoni capponi, – s’udì una voce gridare fra la folla.
“È vero, – riprese il prete – alle volte mi permetto il lusso di mangiar bene, ma è cosa che potete fare voi pure; soltanto preferite bere dei litri di vino di più. Ma vi ripeto, non faccio lusso, e se vado nelle case dei signori, è quale vostro ambasciatore; narro loro i vostri bisogni, le vostre pene, e a voi porto i soccorsi che essi mi danno; e se foste venuti da me invece di abbandonare il lavoro, forse le cose si sarebbero accomodate e voi non sareste stati tutti questi giorni vagabondi, oziosi, come bestie raminghe senza casa nè tetto. No, non è possibile che questo fatto sia venuto da voi, siete stati certo mal consigliati da qualche scioperato che non avendo voglia di lavorare trascina gli altri nella strada cattiva; e Dio voglia che non ve n’abbiate a pentire.
“Debbo confidarvi una cosa che mi venne all’orecchio? E vi assicuro che è proprio la verità. Sapete che cosa il signor Guerini ha intenzione di fare?
“Se domani non tornate al lavoro, egli, stanco di lottare con voi, di assistere alla vostra ingratitudine, ha deciso di chiudere lo stabilimento, di vendere le macchine, e andare lontano a riposarsi in quiete, e lo farà di sicuro perchè è disgustato del mondo e di voi.
“Ecco a qual decisione l’avrete trascinato. E voi che cosa farete? Chi ne soffrirà in questa lotta? Chi avrà compassione di voi, che pure avrete voluta la vostra rovina?
“Me ne dispiace per le vostre famiglie, che non ne hanno colpa, per i vostri figli innocenti. Ma voi, donne, perchè non pregate i vostri mariti che ritornino a migliori consigli? Perchè non li supplicate che questo fatto crudele non avvenga? Pensate che cosa sarà il nostro villaggio una volta che sarà chiuso per sempre quel tempio del lavoro; ch’era l’allegria e la gloria del nostro paese! Non vedete? passando davanti allo stabilimento sembra di passare davanti ad un cimitero, tutto è mesto e silenzioso; quel luogo dove pochi giorni sono regnava il moto e la vita, quel luogo dal quale i vostri mariti uscivano contenti dopo una giornata di lavoro, a godere l’aria aperta, la casa, i figli; lieti perchè avevano fatto il loro dovere e guadagnato il pane per sè e la propria famiglia. Io tremo pensando all’avvenire che vi aspetta; alla miseria, alla fame, a quello che sarà di voi tutti quando vi mancherà il lavoro; pensateci finchè siete in tempo; io v’ho avvertito, ho fatto il mio dovere.”

Finita la predica, un mormorìo s’udì echeggiare per la chiesa; pareva il mare in burrasca, tutti si domandavano se fosse vera la notizia che aveva dato don Vincenzo; alcuni alzavano le spalle, dicendo che il curato era d’accordo coi signori e aveva fatto per spaventarli; però, specialmente le donne, le quali avevano fede nel loro curato che aveva sempre detto la verità, tremavano che quel fatto si avverasse, e pregavano i mariti che ritornassero al lavoro. Essi si riunirono a gruppi sulla piazza della chiesa parlando vivacemente e discutendo sulla notizia che avevano intesa, incerti su quello che dovessero fare.
Decisero di recarsi in commissione da don Vincenzo per assicurarsi se fosse vero quello che aveva affermato, e dirgli nello stesso tempo le loro ragioni.
Essi erano un po’ meno arditi perchè avevano saputo il rifiuto di alcune società operaie alle quali avevano domandato soccorsi, essendovi altri scioperi, sicchè se proprio il signor Guerini avesse chiuso lo stabilimento, non avrebbero dopo poco tempo avuto da vivere.
Furono scelti gli operai più stimati e che sapevano parlar meglio per recarsi da don Vincenzo.
Essi, quando furono alla sua presenza, dissero che non pretendevano di mettersi al posto del proprietario, ma volevano la giustizia; lavoravano e avevano diritto di poter viver bene.
Don Vincenzo fece loro capire che il modo di vivere era una cosa relativa; egli sapeva che il Guerini era uno dei proprietari giusti, di quelli che cercano il benessere degli operai, ma non poteva dar retta ai loro capricci; si sa, il danaro più se n’ha, più ve ne sarebbe bisogno, e dovevano contentarsi e non esiger troppo.
Volevano parlare tutti ad un tratto, tanto che don Vincenzo dovette alzare la voce per rimetter un po’ d’ordine. Narravano che avevano tutti numerose famiglie da mantenere, e che i viveri crescevano di prezzo ogni giorno. Tutto ad un tratto entrò un uomo conducendo, anzi quasi trascinando, una ragazza pallida, magra, che metteva compassione.
– Vede se siamo ingiusti? – disse rivolto al prete, – mia figlia è ammalata e non ho mezzi per farla guarire; noi non domandiamo di aver dei palazzi, delle carrozze, ma almeno abbiamo diritto d’avere il necessario per curare i nostri figli ammalati; non domandiamo per le nostre famiglie che soffrono che una parte di quello che gettano via i ricchi nei divertimenti.
– Ha ragione; bene! – gridarono tutti quegli operai, facendo eco alle parole del loro compagno.
– Adagio, – disse don Vincenzo, – qui si va fuori del seminato; tutti quelli che mi hanno chiesto dei soccorsi, sono stati esauditi, anzi la signora Guerini mi dà ogni anno una somma da distribuire a questo scopo; perchè non mi avete detto nulla della vostra figliuola? – disse rivolto all’operaio che avea parlato.
– Sono troppo orgoglioso per domandar l’elemosina, – egli rispose.
– E chi può sapere che avete la figlia ammalata? Potete farne una colpa al signor Guerini se lo ignora? Poteva indovinarlo? In che modo? Vedete, avete delle pretese eccessive. Il vostro principale, se avete in casa degli ammalati, son sicuro che farà qualche cosa a vostro favore, ma non potrebbe farlo per tutti indistintamente, altrimenti dovrebbe poi domandare l’elemosina per sè e per i figliuoli.
È già un po’ di tempo che io ho consigliato il signor Guerini d’istituire una cassa di soccorso per gli operai ammalati, e che tutte le multe che vengono pagate vadano a beneficio di quella cassa; ora vi faremo aggiungere qualche cosa anche per le vostre famiglie, quando c’è qualcuno ammalato; va bene? Ecco; basterà la fede del medico che dichiari vostra figlia ammalata perchè possiate avere un supplemento alla paga; credete, tutti sono disposti a pensare al vostro bene, purchè siate ragionevoli; ma ve lo dissi, se continuate a star oziosi, si chiuderà la fabbrica; e allora piangerete, ma inutilmente.
Terminato questo discorso il prete stette ad aspettare.
Gli operai si consultarono fra loro a bassa voce, poi uno parlò a nome di tutti:
– Non piace nemmeno a noi stare in ozio, e desideriamo riprendere i lavori; siamo disposti a cedere qualche cosa, se anche il principale farà qualche concessione; per esempio possiamo rinunciare alla diminuzione d’orario, se ci aumenta almeno il salario.
– Non posso promettervi nulla, – disse don Vincenzo, – parlerò al signor Guerini in proposito; ma se volete un mio consiglio, tornate domani al lavoro, e vi prometto ch’egli farà il possibile per contentarvi.
– Prima ci conceda quello che è giusto, e poi ritorneremo.
– Andate, o altrimenti ve ne pentirete, – disse il prete congedandoli.
– Verremo più tardi a sentire la risposta.
Dopo qualche ora ritornarono da don Vincenzo e seppero che se tornavano al lavoro, il signor Guerini dava un aumento ai migliori operai, e la signora stabiliva della sua cassetta particolare una cassa di soccorso per le famiglie degli operai ammalati; ma se la mattina non entravano allo stabilimento, la fabbrica sarebbe stata chiusa per sempre, perchè il Guerini era stanco d’essere compensato così male da persone ch’egli aveva beneficate.
Dette queste parole, don Vincenzo licenziò gli operai i quali stettero tutto il giorno formando dei crocchi in mezzo alla piazza, incerti su quello che dovessero decidere.

DOPO LA BURRASCA.

I signori Guerini incominciarono a sentirsi più tranquilli. Da quello che aveva detto loro don Vincenzo, dalle persone che venivano dal villaggio e dalle voci che correvano, capivano che lo sciopero era quasi alla fine, che gli operai, venuti a migliori consigli, erano persuasi di riprendere il lavoro.
In quella casa, pareva che dopo molti giorni di pioggia fosse entrato un raggio di sole, tutti erano allegri e contenti; Alberto ed Elvira, stanchi di quella forzata prigionia, parlavano già di passeggiate, di trottate all’aria aperta e volevano riacquistare il tempo perduto.
Come erano annoiati di star rinchiusi nella loro villa! Guai se non avessero avuta la compagnia dei Morandi, che da buoni amici erano venuti tutti i giorni a confortarli ed a tener loro compagnia!
– Che buone persone! – diceva la signora Guerini parlando dei loro vicini – non c’era da divertirsi alla villa in questi giorni, eppure sono sempre venuti. È ben vero che gli amici si riconoscono nelle circostanze, e noi dobbiamo esser riconoscenti a quelli che non ci abbandonarono nei momenti difficili.
Anche i ragazzi s’erano affezionati ai Morandi e li aspettavano con impazienza, tanto più che Maria aveva promesso di riprendere la lettura dei suoi racconti, appena fosse succeduta un po’ di calma alla trepidazione di quei giorni.
I Morandi s’erano infatti avviati verso la villa, ma Maria volle passar prima dal paese per sentire se le voci che correvano fossero esatte e per avere il piacere di confermarle ai signori Guerini.
Traversarono il villaggio in mezzo ai crocchi d’operai che ragionavano tranquillamente, contenti anch’essi d’aver presa una decisione.
– Però se non cede anche il padrone, noi ritorneremo a passeggiare per le vie.
– Se crede di farci ritornare al lavoro promettendo quello che non ha intenzione di mantenere, si sbaglia; l’avrà a fare con noi! – Si sentiva esclamare di tratto in tratto da quegli operai.
Ma erano voci isolate, come gli ultimi lampi di un temporale che sta per cessare. Le donne li persuadevano ad esser ragionevoli, avevano sofferto abbastanza in quei giorni vedendo i loro mariti erranti per le osterie, ed era tempo che la quiete ritornasse nelle loro case.
Se prima sui muri c’erano scritte delle massime che incitavano il popolo alla ribellione, ora, si leggeva da per tutto queste e simili espressioni:

Operai al lavoro!
Il lavoro nobilita.
Chi non ha lavorato non gusta il riposo.
Chi non lavora s’annoia.

E Maria approfittava di quel risveglio al sentimento del lavoro che era come nell’aria, per dare ai fratelli degli utili suggerimenti.
– Avete veduto coi vostri occhi gli effetti dell’ozio? – diceva – ciò dovrebbe servirvi d’ammaestramento, e mettervi nell’animo la volontà di lavorare. Presto le vacanze sono terminate, e anche per voi torneranno i giorni del lavoro; procurate di mettervici di buona voglia, se vorrete l’anno venturo godervi i mesi d’autunno contenti e senza pensieri.
– E tu, Elisa, dopo aver veduto che anche nelle case dei ricchi vi sono delle noie e delle preoccupazioni, non dovresti più invidiarli.
Elisa non voleva ancora confessarlo, ma in cuor suo dava ragione alla sorella, e si proponeva d’essere in seguito più modesta e più laboriosa.
Intanto erano giunti a casa Guerini, dove trovarono tutti di buon umore, perchè avevano saputo che gli operai avevano deciso di riprendere il lavoro.
– È come se mi avessero tolto un peso dal cuore, – diceva il signor Guerini. – È certo che se gli operai non avessero ceduto, ero deciso a chiudere la fabbrica e a ritirarmi dagli affari; ma vi confesso, che per quanto io mi senta stanco di lottar sempre, ed essere compensato coll’ingratitudine di quelli ai quali ho fatto del bene; pure all’idea di lasciare la mia fabbrica che ho veduto sorgere dal nulla, che fu il pensiero costante della mia vita, il mio orgoglio, la mia ambizione, che amo come i miei figli, vi assicuro che sarei morto di dolore.
Egli, dicendo queste parole, avea quasi le lagrime agli occhi; ma diede un sospirone di sollievo, e alzandosi soggiunse:
– Ora è finita, non pensiamoci più, parliamo d’altro.
Cambiarono discorso, ma per un po’ di tempo continuarono a chiacchierare dei fatti del giorno; intanto entrò don Vincenzo assieme a Damiati, anch’essi a rallegrarsi che tutto stesse per finir bene. Raccontarono d’aver parlato agli operai, e che tutti erano disposti a ritornare l’indomani all’officina.
Quando i ragazzi furono seduti intorno alla tavola, e che la conversazione incominciava a languire, essi pregarono Maria di leggere il racconto promesso, e stettero tutti attenti ad ascoltarla.
– Leggerò un racconto che ha qualche relazione coi fatti di questi giorni, – disse Maria incominciando la sua lettura, – eccolo:

L’EROE DELL’OFFICINA.

Gigi e Pinella, figli d’operai, abitavano fuori di Porta Ticinese nella stessa casa in due stanze vicine. Erano nati nello stesso anno ed era sorta una specie di rivalità fra le loro mamme, dacchè ognuna voleva che il proprio figliuolo fosse più bello e più intelligente dell’altro; tanto che dopo la nascita dei figliuoli si guardavano in cagnesco, e si bisticciavano per cose da nulla.
– Rosa, mi pare che il vostro figlio sia piuttosto palliduccio, – diceva Filomena alla mamma di Pinella, – dovreste dargli l’olio di fegato di merluzzo.
– Gigi è più grasso, ma non vedete che ha sempre qualche cosa alla pelle? Ve lo dico io, non è un grasso sano, e preferisco il mio mingherlino, – rispondeva Filomena.
Quando poi i ragazzi cominciarono a frequentare la scuola, c’erano sempre nuove questioni.
Pinella studiava, era intelligente, e si faceva onore, e la Filomena moriva di rabbia e picchiava Gigi che invece d’andare a scuola si fermava per strada a giocare coi compagni.
– Di quel vostro figlio non ne farete mai nulla, – diceva la Rosa, – deve avere il cervello come quello d’un pulcino.
– Badate ai fatti vostri, e sarebbe assai meglio che non faceste studiar tanto il vostro figliuolo! Non vedete che ha la faccia gialla come un limone? Per conto mio preferisco un asino vivo a un dottore morto, – rispondeva Filomena.
Anche fra i ragazzi era un continuo bisticciarsi; andavano a scuola e giocavano assieme, parevano buoni amici, ma poi per una cosa da nulla attaccavano lite, ed erano busse d’inferno che fioccavano, tanto che spesso Pinella andava a casa o col naso rotto o con delle contusioni sulla faccia, e la Rosa si metteva a sbraitare che le ammazzavano il figliuolo, e che non era contenta se una volta o l’altra non faceva metter Gigi in prigione.
Quando Pinella ebbe terminato le scuole elementari, Rosa senza dir nulla a Filomena lo fece entrare nella tipografia dove lavorava il padre di Gigi, perchè imparasse il mestiere.
Era una tipografia che lavorava molto. Pinella fu destinato all’officina delle macchine, e gli diedero l’incarico di star dietro la macchina tipografica a ritirare i fogli che uscivano stampati.
Egli era tutto orgoglioso del suo incarico, e quando incontrava Gigi che andava ancora a scuola colla cartella sotto il braccio, si dava delle arie e gli diceva:
– Buon divertimento alla scuola; io vado all’officina.
Gigi si sentiva a quelle parole soffocare dalla bile, e un giorno disse chiaro e tondo ai genitori che non voleva più andare alla scuola dove insegnavano cose inutili e che voleva far l’operaio come Pinella; che infine aveva la sua stessa età ed anzi l’altro era più mingherlino.
Il padre voleva che continuasse a studiare, dicendo che meritava quel castigo perchè non era passato agli esami ed era rimasto più indietro del compagno.
Ma la Filomena dava ragione al figliuolo, diceva al marito che egli era pure diventato un buon operaio senza bisogno di tanti anni di scuola che era tempo che Gigi guadagnasse, e doveva assolutamente trovargli un posto nella tipografia, come l’avea trovato la Rosa per Pinella.
Una volta che le entrò in capo questa idea, tormentò tanto il marito, che questi per aver un po’ di pace, fece accettare Gigi nella stessa tipografia dove egli era impiegato da tanti anni, e dove c’era Pinella, ma essendo occupati tutti i posti principali, nella tipografia tennero Gigi come galoppino.
Egli era incaricato di far le commissioni, di portare le bozze di stampa, spazzare la stamperia e far tanti altri piccoli servizi.
Si rassegnò a quegli umili uffici piuttosto che di tornare alla scuola, ma il suo sogno era di occupare il posto di Pinella, e dal momento che entrò in tipografia fece tutto il possibile per metterlo in cattiva vista dei compagni.
Pinella era contento, e non si curava della malevolenza di Gigi; egli era sempre là sulla sua macchina, attento a tutti i movimenti, guardandola come un essere soprannaturale, cercando d’indovinare il mistero di quelle ruote e di quei congegni, che funzionavano con tanta precisione, da continuare per delle giornate a dargli stampati, e tutti uguali, i fogli ch’egli le porgeva bianchi.
Quel fatto che pure vedeva ripetersi cento volte all’ora, lo sorprendeva sempre.
– È un mostro – pensava – ecco, io gli dò della carta bianca da mangiare, ed egli me la rende scritta, e con tante belle cose che poi si spargono per il mondo a seminare il sapere; è come una magìa; – e avrebbe voluto legger tutto quello che stava scritto su quelle pagine, e il suo sogno era di veder smontare una di quelle macchine, e di poter riuscire a combinarla colle sue mani.
Quando il macchinista la faceva fermare per accomodar qualche congegno o per ungerla con un po’ d’olio, egli ne osservava tutti i movimenti, si chinava per vederne l’interno, e si arrischiava a domandare qualche spiegazione.
Quando era a casa, pensava sempre alla macchina, ed era felice la mattina di andare al suo posto; ci si divertiva e gli pareva quasi di trastullarsi con un balocco, e le voleva bene come se fosse una sua creatura.
Gigi soffriva nel vederlo lieto e contento sull’alto della macchina, che appena appena si degnava di guardarlo, e quando gli passava vicino gli faceva sempre delle boccacce, oppure cercava di sgualcire i fogli ch’egli teneva ammucchiati accanto a sè, pronti ad essere stampati.
Gigi aveva giurato in cuor suo di rubare il posto all’amico, e sperava di riuscirvi.
Il solo difetto di Pinella era di star qualche momento come incantato a guardare i movimenti della macchina, oppure di fermarsi a leggere qualche brano interessante sui fogli che uscivano stampati.
E Gigi non mancava di far osservare ai compagni quei momenti di distrazione.
– Guarda come è incantato, – diceva al padre accennando Pinella. – Se fossi io al suo posto!
E un giorno che Pinella rimase a casa ammalato, egli riuscì ad impadronirsi di quel posto e decise che non glielo avrebbe mai più lasciato.
Quando Pinella ritornò all’officina e trovò occupato il suo posto, sentì come un colpo al cuore, e soffocato dall’ira, avrebbe voluto salire sulla macchina e strappare di là il suo compagno, ma, di carattere dolce e non sentendosi forza di lottare con uno più forte di lui, si contentò di dire:
– È una cattiva azione.
E da quel giorno non parlò più a Gigi, e gli tolse il saluto; ma quando passava vicino alla sua macchina, si sentiva venir le lagrime agli occhi.
Eppure, quando non aveva altre faccende, era sempre là davanti alla sua macchina e sebbene vedesse Gigi tutto trionfante fargli gli sberleffi, egli restava là come affascinato, senza poter staccarsene.
A casa era sempre triste e avvilito, e la sua mamma quando seppe il tradimento di cui egli era stato vittima, giurò una guerra implacabile ai suoi vicini. Da quel giorno le due donne si fecero tutti i dispetti possibili; non parlarono più, si chiusero la porta in faccia, sparlarono l’una dell’altra, si gettarono addosso mucchi d’immondizie, e se non si presero per i capelli, fu perchè si sfuggivano per non farne qualcuna troppo grossa.
Era la vigilia di Natale, e nella stamperia dove si trovavano Gigi e Pinella, ferveva il lavoro; tutte le macchine erano in moto; si dovea far molto e presto, perchè c’era una quantità di lavori, che dovevano esser terminati prima di sera.
S’era aumentata la pressione al vapore, e le macchine andavano con una celerità vorticosa.
Tutti gli operai della tipografia erano allegri e loquaci, parlavano della festa che avrebbero passato in famiglia, il giorno dopo; dei cibi che avrebbero mangiati, dei divertimenti che avrebbero goduti; poi quella rapidità di lavoro, quel rumore delle macchine, dava a tutti un eccitamento febbrile, che si diffondeva per lo stabilimento, e gli animava, come se fossero tutti scossi da una corrente elettrica.
Gigi era al suo posto, ma distratto, pensando alle feste, ai dolci, ai giuochi, alle battaglie colle palle di neve cogli amici; si affrettava a mettere i fogli sotto la macchina sembrandogli colla fretta di terminar più presto la sua giornata di lavoro.
Pinella era come al solito intento ad osservare la sua macchina prediletta e Gigi, che pareva esaltato e non sapesse quello che faceva.
E il lavoro continuava sempre, colla rapidità e la forza delle ultime ore.
Ad un tratto, Gigi lasciò cadere un foglio, e si chinò distratto fin sotto alla macchina per raccoglierlo, frettoloso, non sapendo quello che facesse, ma non fu più visto alzar la testa, e un grido straziante s’udì uscire di sotto alla macchina, al quale rispose un grido di tutti i presenti, che avevano capito che un loro compagno s’era impigliato fra le ruote d’una delle macchine.
Pinella non gridò, ma svelto come uno scoiattolo saltò sulla sua macchina e strinse il freno con tanta forza, che la fece fermare all’istante, poi si chinò e trasse fuori Gigi, col braccio sanguinante.
Tutto questo fu fatto in un secondo, mentre gli operai spaventati dal grido non s’erano mossi.
– Bravo, – gridarono.
– Evviva Pinella.
Intanto il padre di Gigi che aveva assistito alla scena, s’era avvicinato tutto ansioso al figlio che aveva le carni del braccio un po’ strappate, ma era vivo, e si capiva che la ferita non era pericolosa.
– Ringrazia Pinella – gli disse – se non sei tutto stritolato e ridotto una massa senza forma; che cosa hai fatto? Dove avevi la testa per metterti a quel rischio?
Egli non rispondeva; confuso, avvilito, si lagnava del suo braccio, quantunque il medico chiamato in fretta avesse dichiarato che la ferita non era pericolosa.
Passato quel primo momento di confusione, tutti ammirarono la prontezza e la bravura di Pinella, e prima di uscir dallo stabilimento gli fecero una ovazione, e quasi lo portarono in trionfo.
Egli si schermì; era timido e tutto quel chiasso gli dava noia; chiese solo di ritornare a riprendere il suo posto preferito accanto alla macchina.
– Ti daremo un posto migliore, – gli disse il capo-macchinista. – Ti prendo sotto la mia protezione, e guai chi oserà farti del male!
Quando andò a casa e raccontò alla mamma il fatto, essa disse:
– Quella gente proprio non meritava che tu lo salvassi; ti vogliono tanto male!
Più tardi terminata la cena sentì picchiare timidamente all’uscio, entrò la Filomena conducendo Gigi col braccio al collo.
– Rosa, permettete, – disse tutta confusa, – voglio dare un bacio al vostro figliuolo, sono stata ingiusta, lo riconosco.
– Fate pure, – rispose la Rosa voltandosi dall’altra parte e sentendosi commossa.
– Hai un bel cuore; – disse Filomena a Pinella, e lo gettò nelle braccia di Gigi dicendo:
– Dovete essere amici, e anche noi, non è vero, Rosa? dobbiamo dimenticar il passato, e se non vi rincresce domani che è Natale si potrebbe suggellare la pace pranzando assieme.
Rosa non poteva rispondere, aveva le lagrime agli occhi, e quando potè parlare disse:
– Io non ho mai avuto nulla con voi, era tutto per amore del mio figliuolo.
– E lo merita, è proprio un buon figliolo, potete andarne superba. E tu devi chiedergli scusa d’avergli preso il posto – disse rivolta al figlio.
I ragazzi erano confusi di trovarsi ancora amici, ma erano contenti, si guardavano in faccia e sorridevano.

Un applauso salutò la fine di questo racconto.
Era venuta a proposito la descrizione di un’officina; e quell’aver tutta la settimana pensato e discorso di lavori e di operai l’aveva reso più interessante.
– È proprio bello, – disse il signor Guerini, – e ve ne faccio i miei complimenti.
– Lo lessi, perchè in questo momento mi parve fosse opportuno; – disse Maria; – vi ringrazio d’avermi prestata attenzione.
Mario, come al solito, si era sfogato a far disegni uno più buffo dell’altro, che tutti si passarono di mano in mano.
Rappresentavano nientemeno che un ragazzo che usciva dalla macchina tipografica colla faccia stampata, poi Gigi che faceva le boccacce a Pinella, e questi che dava un abbraccio alla macchina, ed altre simili stramberie.

ULTIMI GIORNI.

Maria si sentiva stringere il cuore al pensiero di lasciare quel casolare di campagna dove avea passato due mesi deliziosi e dove s’era trovata tanto bene: ai ragazzi pareva addirittura di andare in prigione ed erano tutti imbronciati all’idea di lasciare quella vita all’aria aperta, allegra e spensierata per riprendere la via della scuola ed essere obbligati a stare delle lunghe ore immersi nello studio.
Maria avea detto che anche le cose migliori devono finire, che quella vita era bella perchè diversa da quella di tutti i giorni, ma che bisognava decidersi a ritornare in città.
Incominciò ad occuparsi con ardore dei preparativi della partenza, tanto per stordirsi e sentir meno il distacco da quei luoghi piacevoli e da tante persone simpatiche, alle quali avea posto affezione.
Era verso l’ora del tramonto dell’ultima giornata di villeggiatura e un’ombra di tristezza passava sulla fronte serena della fanciulla all’idea delle lotte quotidiane che l’aspettavano in città per far studiare i suoi fratelli e tener disciplinata quella schiera irrequieta.
Quando vennero don Vincenzo e il professor Damiati per passare quelle ultime ore nella sua compagnia, erano dispiacenti anch’essi di dover interrompere la piacevole consuetudine di vedersi tutti i giorni, e di veder partire i loro amici.
La sera era bella e piena di profumi, e stettero fuori per un po’ di tempo, girando per il giardino e contemplando la luna che sorgeva sull’orizzonte come un disco infocato.
I ragazzi presero in mezzo a loro don Vincenzo, e gli fecero raccontare un episodio del quarant’otto.
Maria e il professore passeggiavano lentamente rimpiangendo i bei giorni passati, e formando progetti per l’anno venturo, quando si sarebbero ritrovati insieme, in mezzo a quelle colline.
– Verrà a vederci qualche volta anche in città? – disse Maria. – Se sapesse il bene che mi ha fatto coi suoi consigli e il suo aiuto! – soggiunse. – Anche Carlo dopo le sue lezioni è un altro ragazzo, ha preso amore allo studio, e credo che passerà l’esame; non so in qual modo esprimerle la mia riconoscenza, per quello che ha fatto per noi.
– Non mi faccia andare in collera, – rispose il professore. – Che cosa dovrei dire io, che dopo averla conosciuta, dopo essere stato ammesso come amico nella sua famiglia, mi sono riconciliato col mondo? Vede, avevo avuto dei dispiaceri, ero disilluso; certe virtù credevo che non esistessero che nei romanzi, e lei mi ha fatto ricredere; poi sa, che la storia dei suoi piccoli eroi m’ha interessato molto? sa, che ha una grande facilità di raccontare e tener desta l’attenzione cogli scritti, e mi sorprende come non abbia mai pensato di pubblicare i suoi racconti, che mi piacerebbero tanto?
– Senta, professore, – disse la fanciulla, – è poco tempo che ci conosciamo, ma mi pare di parlare ad un vecchio amico, e voglio aprirle intero il mio cuore. Quando viveva la mamma, ed io ero una ragazza spensierata, non avendo altre occupazioni che i miei studi e i miei giuochi, avevo fatto anch’io un bel sogno; ed era di poter un giorno mettere sulla carta tutte le fantasie che mi passavano pel cervello, i sentimenti che traboccavano dal mio cuore, e poi di poter spargere quelle fantasie per il mondo, in modo che capitassero nelle mani di altre fanciulle, a portar loro qualche ora di distrazione o d’obblio, e così, avere in qualche angolo del mio paese delle amiche sconosciute che mi volessero bene, e che pensassero a me con simpatia, oppure aver la speranza di confortare un dolore, di far vibrare un cuore assopito, e dopo morta, lasciar ancora qualche cosa di me, e forse la parte migliore del mio pensiero. – Ero troppo orgogliosa, e sono stata punita, – soggiunse con un sospiro. – Non è stato che un bel sogno.
– Che potrebbe però realizzarsi, – disse il professore.
– I sogni rimangono sogni, e forse è meglio così, – rispose Maria. – Ed ecco la realtà, – soggiunse, accennando ai fratelli, che s’avvicinavano, per rientrare in casa. – Ora, – riprese avviandosi dietro a loro, – tutti i miei sforzi devono mirare soltanto al loro benessere, ogni individuo è un mondo da studiare, ogni mente un campo da coltivare, e quando si hanno i figliuoli, dobbiamo dedicarci interamente a loro, nè è possibile che ci sia tempo da pensare ad altro.
– E a sè non penserà mai? nemmeno se un giorno un onest’uomo che le piacesse, la supplicasse d’essergli compagna per tutta la vita; se le balenasse la prospettiva d’avere i suoi proprii figli da educare, rifiuterebbe l’amore e la felicità?
– Certo, finchè i miei fratelli avranno bisogno di me.
– Cioè, finchè le sue sorelle avranno trovato marito, e i suoi fratelli una occupazione.
– Naturalmente.
– Ma sarà vecchia allora?
– Pazienza, sarò contenta d’aver compiuta la mia missione.
– Lei è una santa che vorrei adorare in ginocchio, – disse il professore.
Intanto erano tutti rientrati, e quando furono seduti intorno alla tavola, la conversazione si fece generale.
I ragazzi volevano che Maria raccontasse la storia d’un altro piccolo eroe, ma le era impossibile: non ne avea voglia; poi la sua collezione era esaurita,
Allora il professore disse ch’egli sapeva la storia d’un eroe che valeva più di tutti quelli di Maria.
– Ce la racconti, – disse Giannina.
– Andiamo, incominci, ch’io farò le illustrazioni, – saltò su Mario.
– La storia del mio eroe, o meglio della mia eroina, si racconta in poche parole, – disse il Damiati.
– Si tratta d’una fanciulla, che godeva la vita spensieratamente come voi, aveva un bel sogno che la riempiva di gioia, dei pensieri che le illuminavano la fantasia e che un giorno spontaneamente rinunciò alle aspirazioni di gloria, ai sogni di felicità, ai suoi piaceri, alla sua giovinezza, per dedicarsi interamente a dei fanciulli che non erano suoi, e così condusse una vita di sacrificio e d’abnegazione, sempre serena, sempre sorridente, senza lagnarsi mai, contenta della sua sorte.
Eppure ne aveva delle noie per la sua giovane età! pensate: un ragazzo non voleva studiare, una ragazza egoista e vanerella, un terzo studioso, ma disordinato, poi una bimba da educare, un birichino da dover frenare, e le toccò questa fatica, mentre era ancora nel fior degli anni. Forse col tempo quei ragazzi comprenderanno il suo immenso sacrificio e l’apprezzeranno, e forse invece la ricompenseranno coll’ingratitudine.
– Questo no! – proruppe Vittorio avvicinandosi a Maria, e saltandole al collo per abbracciarla.
– Cattivo professore! – esclamò Giannina, seguendo l’esempio del fratello.
– È la storia di Maria, – dissero Carlo ed Elisa, raggruppandosi tutti intorno alla sorella.
– Ha ragione, signor professore, è una vera eroina.
– Vediamo come la pensa Mario, – disse Damiati, strappandogli la carta che stava scarabocchiando.
– Bravo Mario! – esclamò mostrando il disegno. – È la prima volta che ha fatto qualche cosa di buono.
Non era una delle solite caricature, ma il disegno rappresentava Maria colla sua faccia dolce da madonnina, ed un’aureola intorno al capo come una santa, e ai suoi piedi i suoi fratelli in atto di adorarla, promettendo d’esser buoni per far contenta la loro mammina.
– Bravo! – gridarono tutti in coro.
– Benissimo, – disse don Vincenzo, – Mario diventerà un buon artista, perchè ha del cuore, – e rivoltosi a Maria, soggiunse: – Se poi con una sorella come voi, non facessero tutti il loro dovere, sarebbero davvero ingrati.
Maria era confusa, non trovava parole per rispondere, e sentiva una dolcezza che le veniva dal cuore, e le faceva venir le lagrime agli occhi; teneva la testa bassa, baciando Mario e Giannina per non far vedere la propria commozione, e balbettava:
– È un tradimento, è un vero tradimento.
Ma quando più tardi salutò il professore e don Vincenzo, si sentì prendere da una malinconia dolce e tranquilla, e le pareva che il suo cómpito fosse più facile, dopo che aveva avuto l’approvazione dei suoi amici, e quella prova di affetto dai fratelli, e si sentiva d’essere più agguerrita nel rientrare in città a ricominciare la vita di tutti i giorni; e salutandoli disse loro con un sorriso:
– Non compiangetemi, sono tanto felice!

FINE.

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Neera – Il libro di mio figlio

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A MIO FIGLIO ADOLFO.

Scrivo su queste pagine il tuo caro nome perchè in te le pensai, per te le raccolsi, a te le dedico.
I consigli, che ti presento, sono tutti frutti maturati ad uno ad uno dalla osservazione, coltivati nel mio cuore. So che si potrebbe dire di essi come di tutti i frutti del mondo: altri simili e migliori ne ha il vicino. Ma questi sono miei; e tanto per me, come per te, la giustificazione è di quelle che si possono ascrivere fra le circostanze attenuanti.
Nulla io tolsi agli illustri scrittori che mi precedettero nel trattare lo stesso tema; e ciò per la semplice ragione che non li ho letti. Così questo volume mancherà di dottrina, ma se, per avventura, qualche mia osservazione fosse avvalorata dall’osservazione di altri, meglio per te, ne ritrarrai maggior convincimento e profitto.
La mia vita somiglia ora ad un paesaggio da cui il caldo sole del meriggio si ritrae per lasciar posto alle ombre della sera; la luce non è ancora scomparsa, ma la notte è vicina. Possa tu trovare in questa fusione di raggi e di ombre tutta la saggezza della madre, tutta l’indulgenza dell’amica.
Il volume è piccino, perchè tu possa tenerlo sempre con te, accompagnarti nei tuoi viaggi, sorriderti sempre nella solitudine della tua camera, e sopratutto, e più ancora, tenertelo vicino quando non sarai solo.
È concettoso più che descrittivo, perchè voglio lasciare molta parte alla tua fantasia; indicarti, ma non limitarti la strada.
Non è un trattato di filosofia, dove nulla è trascurato ed ogni idea giunge ad una conclusione. È piuttosto un indice, un catalogo di idee. A te, a’ tuoi giovani compagni, che siete la forza viva del paese, dò questo terreno da lavorare.
Vorrei infine che il mio libro fosse una specie di dizionario dell’anima, al quale tu avessi da ricorrere in tutti i casi dove non sarai ben sicuro di te e dove ti apparirà un aspetto nuovo della vita e degli uomini.
Rifletti su ognuna delle mie frasi – leggendo attentamente – e fanne l’applicazione di volta in volta, secondo che i fatti ti si presentano. È questo il solo metodo per impossessarti della verità. Quantunque io sia persuasa di dirti il vero, ho piacere che tu stesso abbia a persuadertene.
A guisa di semente data a prova, non tutti i chicchi spunteranno subito, ma ciascuno alla sua stagione; e quelli che ora ti sembrassero acerbi, riponili; verrà il loro tempo. Verrà il giorno in cui, rileggendo questo libriccino con animo e criteri nuovi, una sola forse delle mie parole ti rischiarerà la via fatta spinosa e difficile. Pensa allora a tua madre.

Se non avesse l’apparenza un po’ cinica vorrei incominciare con una massima che io ritengo cardinale. Qualunque tu voglia essere, o galantuomo o briccone, siilo per intero.
È certo che per te non temo l’ambiguità della interpretazione, nè io mi credo obbligata a soggiungere: sii galantuomo. Tuttavia per galantomismo non intendo quella onestà rudimentale che consiste nel non rubare e che per una classe numerosissima di persone sarebbe affatto senza valore; nella stessa guisa che il pudore personale si chiama virtù solamente quando è applicabile alle donne e l’ubbidienza quando si tratta di frati, di soldati e di bambini.
L’onestà deve abbracciare tutto il carattere, tutte le classi, tutte le età. Deve essere la base e il coronamento, stendersi ai lati più lontani, penetrare e cementare lo intero edificio. Si potrà poi riuscire spiritosi o imbecilli, lavoratori o pigri, educati o villani – è una questione di più e di meno – l’indispensabile è di essere onesti, esserlo da cima a fondo; perchè l’onestà, la quale non guida sempre alla fortuna, basta a farci sopportare le disgrazie ove essa sia ampia e superiore.
Una mezza onestà invece è spesso un guaio; difficilmente resiste alle tentazioni, dunque non è valida; d’altra parte ci lascia sentire il rimorso, dunque non ci rende felici.
Ti esorto a meditare questa affermazione ed a farne l’esperimento su te stesso, che è cosa facilissima. Ogni qual volta nell’attrito del tuo interesse cogli interessi altrui l’egoismo la vince, ma pure non sei contento, vuol dire, sì, che l’egoismo era in te maggiore della virtù; ma quel malessere che senti, quella specie di amarezza che ti avvelena il trionfo, mentre prova l’esistere della coscienza, si erige ad ostacolo verso il pieno godimento egoistico. Soffri perchè non sei nè interamente buono nè interamente malvagio. Ecco dunque la necessità di decidersi per l’una e per l’altra di queste due strade.
Una persona che non abbia la vera vocazione del birbante deve, per suo vantaggio, avvicinarsi possibilmente a un ideale di onestà; la via di mezzo in questo caso è la peggiore.
O felici calpestando gli altri, non badando ai loro gemiti, godendoci il bottino. O felici innalzando le anime nostre a quelle regioni di filosofia pura dove la felicità non è altro che sinonimo di coscienza.

* * *

La coscienza è tanto necessaria all’ingranaggio della vita che, per supplire alle deficienze naturali, si prevò il bisogno di stabilire quei vade mecum della coscienza che vengono chiamati Decalogo e Codice; come sarebbe a dire le dande dell’umanità, una specie di cercine contro le cadute.
Ma a te sembra un uomo, un vero uomo, colui che cammina appoggiato solamente e ciò?
Nella storia appaiono fiacchi ed imbelli quei popoli che accettano la tirannia di un re; forti quelli che si reggono da soli – onde il frequente giudizio che la repubblica sia il migliore dei governi per ogni popolo, mentre non la forma di governo è quella che importa, bensì la saggezza dei popoli.
La forma anche qui, come nelle religioni, nelle arti, nella poesia, non è che la veste sotto la quale è necessario che palpiti un corpo ben conformato per dare impulso alla vita. È desso, il corpo, che deve plasmare ogni piega, ogni linea dell’involucro esteriore; ed è giudizio della più grossolana ignoranza credere che, mutando di abito, si mutino i nervi ed i muscoli.
Io non so se nei secoli futuri si potrà far senza dei freni addentati ora con tanta violenza da coloro che si definiscono da sè stessi “i ribelli.”
Ma veramente non si deve pretendere l’effetto prima della causa; allontanare il decalogo, il codice, il re, prima di avere, e fortemente, una coscienza.
A questo ideale l’umanità non giungerà che assai tardi. Frattanto chi sa, chi può, deve applicare le sue forze non ad abbattere la palizzata dei doveri riconosciuti, la quale, se non risponde più ai bisogni moderni, cadrà da sè senza bisogno di Maramaldi; ma ad iniziare la più grande conquista dei secoli venturi: la coscienza individuale.
Davide era un santo re, un uomo che viveva secondo le leggi di Dio; ma quando la legge di Dio si trovava in lotta colle sue passioni egli la metteva da parte, facendo uccidere con disinvoltura i mariti delle donne che gli piacevano. Sono costumi antichi che non differiscono molto dai moderni.
Nessuna legge esterna può frenare validamente le tempeste del cuore e dei sensi. Il freno deve pur esso nascere in noi, far parte delle nostre sensazioni e dei nostri bisogni, essere un coefficiente primo del nostro perchè di vivere.
L’onestà di un uomo, che mira ad essere qualcosa più del primo venuto si appoggia, non alle minacce del castigo, non agli allettamenti del premio, ma alla rivolta di tutto il suo ente superiore contro l’ente inferiore.
Senza questa necessità dell’animo non ci potremo mai chiamare interamente onesti. Somiglieremo ai cani che si illudono di essere liberi perchè scorrazzano per le vie, ma che hanno la museruola.

* * *

Una caratteristica delle nazioni oneste e culte, è il rispetto della proprietà e delle opinioni altrui, la quale trova poi nell’individuo la sua più alta estrinsecazione che è il rispetto di sè stessi.
Credersi degno di grandi imprese è magnanimità. Rispettarsi e stimarsi è semplicemente dovere. Se ognuno sentisse vivamente questo dovere, non si avrebbe la curiosa contraddizione che, mentre nel giudicare gli altri la nostra opinione ci sembra inappellabile, quando si tratta di portar giudizio sopra noi stessi ce ne rimettiamo facilmente al parere altrui, tenendoci da molto o da poco secondo che ci voglion fare.
Se ci stimassimo in noi e per noi, avremmo minore smania di apparire gentili, puliti, culti, e maggiore cura di esserlo.
Infine, preferendo il verdetto del prossimo al nostro, noi ci diamo una tacita patente di imbecilli.
Se si deve – e si deve senza dubbio – rispettare l’opinione di tutti, perchè non incominciamo da noi stessi? Questa è la sola via aperta a quel nobilissimo sentimento umano che è la dignità; sentimento per cui, anche cadendo, l’uomo superiore non si degrada mai e porta fin nei luoghi più turpi, fin nelle carceri e sul patibolo, la continua presenza di sè stesso a sè stesso.

* * *

L’uomo superiore non fa caso dei giudizi del mondo; egli ha in sè stesso un giudice unico che è la sua coscienza.
Capirai però che per usare di questo diritto è d’uopo tenere molto alto il proprio senso morale. Per bastare a sè stessi bisogna esser ricchi, e solo chi ha dovizie d’alti sentimenti e di propositi generosi può fare a meno del plauso della folla.
Se tu vedi qualcuno che va in cerca della lode e della approvazione altrui, di’ pure con certezza ch’ei si sente meschino; potrà essere onesto, ma è senza dubbio debole.
Questa ricerca di plauso, questa vanità del successo, in fondo non è altro che povertà, insufficenza, impotenza.
Nel detto antico “virtù basta a sè stessa” è racchiusa una profonda conoscenza dell’intelletto umano, il quale tanto più si appaga quanto maggiormente si nutre di sè.
L’importante è di non mettersi dalla parte del torto. Gl’insulti, la malignità, tutto è niente quando la ragione è nostra. La miglior risposta che si possa dare ad una parola bassa è un fatto magnanimo. Gli insulti appartengono a chi li fa, non a chi li subisce. Noi soli siamo i padroni delle nostre parole e dei nostri atti.
Essere malcontenti e tormentati dalla condotta altrui è un affanno volgare. Il solo affanno che t’auguro di non provare mai è il malcontento di te stesso.

* * *

Ti accadrà qualche volta di sentirti chiedere un consiglio, essendovi una quantità di persone che in ogni circostanza fuori dell’ordinario perdono la bussola e vanno tastando la coscienza del terzo e del quarto per confortare la propria. Tu dà sempre consigli onesti e schietti. Evita di chiederne se puoi. Taci se non sai e non credi.
Coltiva di buon’ora dentro di te il criterio e la rettitudine, così avrai due amici sicuri che non mancheranno di darti in qualunque occasione il migliore dei consigli.
C’è poi un metodo molto semplice per consigliarti da te stesso: “Nel fisico fa quello che senti, nel morale quello che devi.”
Ma anche qui occorre che tu rifletta come per affidarci sicuramente al nostro giudizio lo dobbiamo rendere perfetto, sì che non sia possibile nè un inganno dei nostri sensi, nè un inganno della nostra coscienza.
Ad ogni modo, e cogli uni e coll’altra, non bisogna mai transigere se si vuole dominarli. Dobbiamo tenerci cari i nostri sensi, ma non in diverso modo che ci teniamo caro un buon servitore; e verso la coscienza, questo Faro misteriosamente acceso in vista delle passioni che ci insidiano, pieghiamo sempre la prua vacillante dei nostri dubbi e dei nostri sconforti.

* * *

Vi sono persone di mente ristretta che, pur volendo assurgere ad un ideale qualsiasi, lo vanno cercando nell’osservanza scrupolosa di certe regole sociali; e più si credono educati quante maggiori catene si sono imposte; essendo per essi la livellatura delle belle creanze il suggello esclusivo della superiorità.
Tutti eguali: è il loro motto. Tutti lisci, levigati, lucidati, tosati a un modo; con quelle frasi, quei saluti, quel sistema di divertirsi, di estasiarsi, di addolorarsi; gli entusiasmi di ordinanza come la forma del cappello e i giudizi passati di cranio in cranio e di bocca in bocca come una parola d’ordine. Somigliano ai gnocchi fatti colla siringa, che l’uno non differisce dall’altro.
Di queste animucce di pecora vi è larga abbondanza fra gli uomini, e nelle donne poi è una gara a chi meglio vi riesce.
Tali persone piacciono, a dir vero, per la stessa ragione che nulla è più gradevole al palato dei più, quanto un gnocco ben fatto, rotondo, morbido, scivolante e senza troppo sale.
Ma per te, figlio mio, non desidero questa specie di perfezione meccanica. Sii sempre e anzitutto te stesso e lascia la meccanica a coloro che non possono avere altrimenti una forma.

* * *

Dicono che l’educazione può tutto, facendo essa ballare gli orsi.
Tuttavia non fa ballare le foche, ed a queste si accontenta di insegnare i vocalizzi. Ciò sembrerebbe un avvertimento della natura, la quale permette all’educazione di cacciare sopra i suoi possessi, ma con riserva.
Infatti si può fare qualche cosa di un uomo quando sia dotato di intelligenza e di criterio; ma da un rozzo cretino, da un arido egoista che ne trarrebbe la migliore delle educazioni? Essa darà solamente la vernice; tegamini da pochi soldi che si screpolano al primo fuoco.
L’educazione più potente di tutte, che è la scuola della vita, ha ottenuto prodigi con Franklin, con Muratori, con Lincoln (falegname, quasi analfabeta, poi presidente degli Stati Uniti), con Giotto, con Shakspeare, con Sisto V, con Nicola Breakspeare, che cominciò la vita mendicando per terminarla sul trono pontificale sotto il nome di Adriano IV – perchè questi uomini avevano in sè la molla che rispondeva, che scattava all’urto.
Ma gli scolari degli educandati più coscienziosi son sempre i migliori cittadini, i geni preclari?
E che si può pretendere dal povero maestro, quando gli si affida un fanciullo stupido, caparbio, materiale, con tutti gli istinti cattivi e nessuna scintilla nel cervello, nessuna goccia di sangue generoso?
Non era che ai tempi biblici e sotto la verga di Mosè che dalle rupi infeconde zampillavano le sorgenti vive. Oggi non si fanno più miracoli. Ogni conquista è il frutto di lunghi studi, di pazienti e audaci ricerche.
La pianta-uomo va innestata al pari delle altre nel profondo, nel midollo.
E noi dobbiamo a noi stessi questo innesto, pensando ai figli nostri che saranno per tal modo migliori di noi, che faranno fede dell’amore allargato fuori della persona, nei secoli, nelle generazioni che verranno.

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Quello che manca assai è il criterio. Se si potesse istituire cattedre di buon senso, allora sì, che l’istruzione cadrebbe in terreno fecondo.
Ma il criterio è uno dei più eletti doni della natura; difficilmente si acquista. Tanto è vero che noi vediamo degli avvocati ragionare come pappagalli, o certe signorine, uscite dalle scuole superiori, ricche di diplomi e così povere di cervello da far pietà.
È raro che ingegno, criterio e cuore si trovino riuniti nello stesso individuo. Per me, se dovessi scegliere fra questi meriti, lascierei fuori l’ingegno; e se me ne fosse concesso uno solo tirerei a sorte fra il criterio e il cuore, cercando di pigliare il criterio.
Non ti sembri eccessiva durezza la mia nel mettere il criterio a pari meriti col cuore e anco un pochino di più.
Il cuore da solo fa commettere molte sciocchezze; quanto all’ingegno esso potrà servire in date occasioni, mentre il criterio ci occorre tutti i giorni, nelle grandi e nelle piccole cose, negli affari come negli affetti.
I manicomi sono popolati da infelici a cui, nella maggioranza dei casi, nè l’ingegno nè il cuore facevano difetto.

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A fianco del criterio deve camminare la fermezza; è una qualità indispensabile del carattere. Senza fermezza, nessuna dote d’ingegno o di cuore è veramente pregevole e nemmeno utile.
Uomini che pur avevano ingegno fallirono in ogni loro tentativo perchè mancanti di fermezza. Giovanetti che davano le più belle speranze si sfiancarono e caddero a mezza strada, perchè incapaci di persistere, incapaci dì lottare.
Il genio non si conquista nemmeno dai più volonterosi; il carattere sì, se c’è la fermezza. Non confondere però la fermezza colla ostinazione. La prima è figlia di un nobile ideale, la seconda è il rampollo mal combinato della vanità e dell’impotenza.
La fermezza va applicata su vasta scala, con mète grandiose, senza preoccupazione dei minuti particolari sui quali appunto si abbarbica qual gramigna e arranca e succhia ed alza il capo prepotente per farsi vedere da tutti la meschinissima ostinazione. Direi: la fermezza è la prova che noi diamo a noi stessi del nostro valore; l’ostinazione e quella che pretendiamo di imporre agli altri. Sono la luce e l’ombra di un medesimo prisma.
Per esempio. La risposta che diede Galilei a tutti gli scienziati del suo tempo era la convinzione di un vero afferrato, era la sicurezza di chi sa. Una baracca di legno comparsa a diverse Esposizioni con la presunzione di svelare il segreto del moto perpetuo, non era altro che l’ostinazione di un ignorante in lotta coi principii più elementari della materia; non era più un genio che intuiva e provava, era un mattoide fantastico che voleva imporre il suo sogno.

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Si dà tanto vanto all’ingegno adesso, e le mamme si pavoneggiano con tanta compiacenza per la mente svegliata delle loro creature, ed i premi delle scuole sono così sempre volti all’intelligenza ed allo studio, che poco o nulla – nulla addirittura – si concede alla formazione del carattere, lasciando che i giovanetti se la spiccino da sè col proprio temperamento.
Ora, e per le pochissime lotte che la civiltà lascia all’adolescenza, e per gli agi della vita, e per l’invadente scetticismo, e per la mancanza d’ideali, raro è il caso di una vera forza di animo.
Sieno prova di ciò le statistiche dei suicidi incapaci di sostenere le lotte della vita, dei cassieri che non resistono alla tentazione dei denari a loro affidati, degli strilloni politici e declamatori di morale che avranno, magari, una aspirazione patriottica e virtuosa, ma che la perdono subito di vista quando casca a loro un’offa in bocca. Tutta un’armata di soldati a parole, di gente che vorrebbe rifare il mondo e la quale non arriva in conclusione che a rifare le proprie tasche quando può, disdicendo gli ideali, preferendo una bassezza ben nutrita ai magri eroismi che non rendono nulla.
Questi, naturalmente, gli effetti estremi; senza parlare dei casi minori e molteplici di fiacchezza che tu stesso devi osservare per essere, come già ti dissi, mio collaboratore nella ricerca della verità.
Prendi nota frattanto che la strada fatalissima dove si mina la fermezza è quella delle concessioni. Oggi si cede un dito, domani un palmo, poi tutto il braccio, finchè l’intero corpo è preso.
Non vi sono mai passi senza pericolo quando si cammina sopra un abisso.
Ricordalo.

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Una imperfezione del carattere che pone maggiori ceppi all’ingegno e sfronda molte gloriose corone e fa spargere infinite lagrime, è la leggerezza.
Fuggi per quanto puoi le persone leggiere. Ti sarà qualche volta difficile, perchè ve ne sono fra esse di simpaticissime. Hanno generalmente un abbandono, una grazia ingenua e naturale, una vivacità, una socievolezza che incanta e crea loro dovunque molte amicizie. Ma questi cari esseri che noi amiamo talvolta fino alla follìa sono i nostri peggiori nemici.
Cento volte meglio una persona malvagia; almeno noi ne diffidiamo e, al postutto, non commetterà il male a tutte le ore del giorno.
Coi leggeri invece non sai mai dove cammini; credi di correre sopra un praticello fiorito e sprofondi nella mota. Essi ti vorranno tutto il bene immaginabile, ma per inavvertenza ti uccidono.
Sono esseri ibridi, commedianti d’occasione, oggi eroi, domani vigliacchi, senza coscienza nè dell’una nè dell’altra parte; un po’ matti, un po’ fanciulli, innamorati sempre di quel che luccica, del similoro, delle gemme di vetro, delle pagliuzze, delle trombe e delle baracche di cerretani; con un bisogno continuo di movimento e di rumore, sia poi rumore di istrumenti musicali, o fischio di palle, o scrosciare di fulmini; per essi è tutt’uno.
A sette e a dieci anni sono i fanciulli adorabili, i graziosi birichini che ottengono quel che vogliono a furia di baci e di promesse. A quindici scroccano l’esame per la prontezza del loro spirito, per l’audacia e la duttilità della loro intelligenza. A venti anni si gettano a capo fitto nella vita, e siccome non mancano di una buona dose di arditezza che simula coraggio, molti fra essi hanno la fortuna di morire sul campo dell’onore, rimpianti ed adorati sempre.
Ma quelli che vivono lasciando giorno per giorno un lembo delle loro vesti ai rovi del sentiero, atterrando nella loro corsa cieca qualunque ostacolo, sia esso il cuore di una madre o l’onore di una sposa, sia una fortuna che dilapidano od un’amicizia che tradiscono, o una fede a cui vengono meno? Ma quando giunti al termine della loro esistenza guardandosi indietro trovano di aver lacerato, disperso, perduto tutto – salute, affetti, considerazioni, ricchezza – qual’è il loro grido? Essi dicono: Eppure non sono cattivo, non fui altro che leggiero!

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Non essere cattivi è una forza passiva, quindi pressochè inutile. Buoni bisogna essere.
La bontà è una qualità innata del carattere e ne parrebbe a tutta prima difficile l’acquisto, ma non è.
Nella stessa guisa che molte persone naturalmente buone riescono per ignoranza o per mali esempi a sviare i loro migliori istinti, altre ve ne sono le quali, non ottime in natura, alla bontà si avvicinano colla intelligente frequenza di sentimenti alti e gentili.
È dunque utile fare uno studio speciale per migliorarci sempre, che è anche una strada che conduce alla felicità. Una persona veramente buona si sente, non altro che per questo, paga.
La bontà che consola, la bontà che incoraggia, la bontà che insegna, la bontà che perdona, ecco altrettante sorgenti di purissime gioie per un’anima elevata.
Quasi tutti hanno qualche lampo di bontà. Pochi sono sempre e sinceramente buoni.
Conosco una quantità di persone delle quali si dice che non farebbero male ad una mosca. Ma va a domandare a queste persone un sacrificio, una noia, un disturbo un’ora di pazienza e di abnegazione! Va a dire a quel grasso sibarita che interrompa il suo desinare per correre a spegnere un incendio, a salvare un bambino. Egli ti darà venti lire perchè queste non gli costano nessuna fatica. Va a chiedere a quella signora, che sta vestendosi per il ballo, di levarsi l’abito elegante per sedere al capezzale di una donna che muore. Ella ti prometterà di fare al ballo una colletta.
È facile essere buoni così!

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Un uomo dal temperamento molle, dal cuore dolciastro e piagnucoloso, sensibilissimo al benessere materiale di una buona digestione, si commuove leggendo sul giornale che una madre ha ucciso a busse il suo bambino. Oppure, trovandosi davanti al fuoco, coi piedi nelle pantofole di pelo, un buon bicchiere davanti, si intenerisce ai disastri di una spedizione polare. Positivamente si intenerisce.
La sua piccola immaginazione gli rizza davanti una folla di pericoli e di sofferenze che avrebbero potuto, Dio guardi, toccare a lui stesso; e si agita, e versa qualche lagrimuccia, esclamando: “soffro troppo, soffro troppo!” finchè, getta via il giornale, tracanna il contenuto del bicchiere, adagiandosi pian piano, solleticato dalla morbidezza della poltrona, chiudendo gli occhi a un sonnellino benefico.
Che cuore sensibile! si dice intorno a lui.
Costui è un egoista di tre cotte. Egli non farebbe un passo per nessuno; ma è un egoista sorridente, inoffensivo, senza nervi e senza malizia, e tutte queste qualità negative lo circondano di un piccolo nimbo serafico, nel quale egli si compiace, come un santacchione, canonizzato in buona fede dall’ignoranza di chi lo circonda.
Noi vogliamo una bontà più intelligente e più forte; una bontà che dovrebbe forse cambiar nome e chiamarsi giustizia; una bontà attiva che ci faccia ricercare i mali del prossimo, una giustizia serena che ci induca a compensarli con quanto noi abbiamo di migliore: l’intelligenza e la volontà.

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L’eccesso di sensibilità nervosa, che è poi debolezza, non ha niente a vedere col sentimento. I moti generosi del cuore hanno ben altra sorgente.
Ora se una donnina grida al vedere una farfalla infilzata sopra uno spillo, la si crede molto sensibile e buona. Una volta le donne si chiamavano Cornelia, Lucrezia, Veturia, Virginia, Camilla, non sapevano nemmeno che cosa volesse dire la parola nervi; giurerei che una farfalla infilzata le lasciava indifferenti, e che per ciò? Diremo che erano peggiori di noi? Che non amavano la patria? Che non educavano altamente i figli? che non sapevano morire?
Dagli antichi romani che permettevano lottassero insieme uomini e fiere, al giorno d’oggi in cui vediamo riprovato nella cronaca cittadina delle gazzette un uomo che batte il suo asino, del cammino se n’è fatto. Ma chi corre di più? Il cuore o la fantasia?
La morbosa filantropia che popola le carceri di comodità e di diletti, che offre concerti ai ladri, delle commedie agli assassini, mentre a migliaia e a migliaia i morenti di fame esulano tutti gli anni verso lidi meno filantropici, che cosa vi induce a pensare? Che il sentimento vero è troppo spesso sacrificato al sentimentalismo.
Quella specie di sofferenza che le persone impressionabili risentono per i mali altrui (nota che la risentono per i soli mali che vedono) è affatto inutile, è anzi dannosa alla economia della natura, perchè non scema il male vero e per contro vi aggiunge il male immaginario.
Non crederti dunque un’anima nobile se l’aspetto di un uomo accoltellato ti dà una fitta al cuore. Soccorrilo. È la sola forma d’umanità che merita lode; tutto il resto è sentimentalismo vuoto.

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Certo dobbiamo a questo sentimentalismo la maggior parte del bene che si fa. Ognuno che benefica è persuaso di agire per la misericordia del prossimo, ma effettivamente il bene lo fa per sè stesso, per mitigare la suddetta sofferenza fantastico-nervosa.
La prova di ciò puoi averla, osservando come, novanta volte su cento, se noi arriviamo a vincere il nostro dolore pei mali altrui, non benefichiamo più.
Siamo tutti di un gran cuore al momento dell’impressione, cioè quando il nostro egoismo è trascinato a soffrire. Così non siamo generosi nè buoni, nè degni di assurgere alle glorie della carità.
La conclusione è pessimista. Pur troppo, lo studio dell’uomo conduce al pessimismo, ma non si deve fermare qui; il pessimismo non è un ostacolo alla mèta. Riconoscere la nostra deficienza non vuol dire accettarla ed accontentarsene. Il pessimismo in questo caso deve servirci di fiaccola.
Scrivo questo libriccino per allargare l’animo alla comprensione del bene. Il bene facile, quello che sgorga appunto dal midollo rammollito dei sentimentaloidi o dalla febriciattola dei vanitosi non basta più alla umanità matura.
Altri ideali, altre conquiste dovete avere, o giovinetti della nuova generazione, voi che inizierete il ventesimo secolo.

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Quando un uomo, movendo i primi passi dal presepio di Betlemme, percorse tutta la Palestina predicando l’amore, e disse di morire egli stesso per amore de’ suoi simili, le turbe meravigliate lo adorarono chiamandolo Dio.
Quelle turbe passarono, ed altre ne vennero tramutandosi la leggenda dell’uomo divino; ne fecero una religione, crearono dogmi, si ebbero guerre, odi, martiri ed eroi. Nessuno dopo Cristo, se non il poverello d’Assisi, ha mai dimostrato coi fatti che il progresso doveva consistere nella imitazione di quel sublime altruismo.
Ed ora, dal cuore di questo vecchio mondo si alza più che mai bisognoso, più che mai ardente e terribile il grido dell’umanità mistificata. Siamo fratelli; non vogliamo più vessilli, nè parole sonanti, nè cieli lontani, nè sterili lagrime. Dateci l’amore.
Oh! non l’amore volgare del pezzo di pane sbattuto sul viso, della colletta pubblicata sui giornali; ma l’amore vero, umano, il grande che corra qual soffio simpatico dalla reggia al tugurio, che sollevi dai solchi il contadino abbrutito, che unisca l’ingegno al denaro, la forza al sentimento, che redima la donna dalla sua abbietta condizione sessuale; l’amore che freni i nobili e disperati tentativi dei nichilismo; l’amore che infiammi di una religione nuova gl’increduli, che desti i pigri, che animi i codardi, che ispiri i generosi.
Quanto siamo lontani da questo ideale! Esso diventerà realtà il giorno in cui le coscienze elevate non saranno più sparsi drappelli, saranno legioni, saranno popoli; quando l’altruismo, vincendo l’immane battaglia che lo aspetta, avrà dimostrato che, meglio dell’egoismo, esso può dare la felicità.
Sicuro, bisogna capovolgere l’attuale sistema materialista che sotto forma di venali conquiste accarezza i peggiori istinti dell’uomo e lo spinge all’odio de’ suoi simili.
Nello stesso modo che si curano i polmoni coll’aria delle alte montagne, bisogna trasportare le nostre coscienze in alto, molto in alto.
È una cura lunga e faticosa alla quale si opporranno i malati più che i sani; e qui sorge spontanea la domanda: Chi ci condurrà, poichè Cristo non è più con noi a trascinare la sua croce?
No. Cristo non è più. Ma diffidare delle forze della natura, ma non credere che alle conquiste del pensiero abbia da aggiungersi la conquista della coscienza, e non sentire il dovere di concorrere a questa opera di civiltà, è un rinnegare il progresso, è un correre ciechi verso la barbarie più mostruosa di tutte, quella che non ha nemmeno la scusa dell’ignoranza.

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Del resto, io non intendo già d’inventare una virtù e di imporla agli uomini. Il vero spirito della carità esiste, è sempre esistito; non si tratta che di svilupparlo, deviando a suo vantaggio quella grande massa di forze morali e pecuniarie che si sperperano ogni giorno a profitto del sentimentalismo e della vanità.
È difficile che in una calamità, sia pubblica che privata, non si riveli improvvisamente il criterio di un uomo di cuore.
Dal re al soldato, dal giovanetto elegante alla suora di carità, nell’ultima epidemia colerosa che afflisse l’Italia, l’altruismo ha portato alta e superba la sua bandiera.
C’è un’innondazione, un terremoto? I fatti magnanimi si moltiplicano, non per opera dei comizi e delle fiere di beneficenza, no; ma dalle viscere stesse del popolo battuto dalla disgrazia sorge e si sviluppa il germe dell’amore per i fratelli.
Durante una gita alpina, tre uomini cadono in un burrone. I compagni già estenuati, avendone tentato inutilmente la salvezza, raccolgono le loro forze e muovono in cerca di aiuto.
Il paese dove essi giungono è povero, quasi disabitato: essi, esausti, più morti che vivi.
Non importa; bussano alla casa del parroco, additano il pericolo e svengono. Il parroco si alza, corre di porta in porta, chiede, esorta, impone, commuove, elettrizza. Raggranellata una piccola scorta, nel cuore della notte, tra i ghiacci minacciosi, rischiando la vita ad ogni passo, i modesti eroi dell’amore raggiungono i morenti e li salvano.
Che cosa dobbiamo concludere?
Che la forza vitale c’è; che in mezzo al putridume egoistico una vena di sangue generoso scorre ancora.
È piccola, è scarsa, ma deve bastare alla nostra fede. Un solo lembo di terra scoperto da lontano ridonò le forze ai compagni dell’audace genovese, che proseguirono animosi e trovarono un mondo.

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Giunta a questo punto m’arresto un istante e ti chiedo, figlio mio, sai soffrire?
Avendo deliberatamente bandito da questo libriccino le citazioni poetiche, dò però posto ad una che vorrei veder scritta su tutte le case abitate dagli uomini:

Liberamente il forte
Apre al dolor le porte
Del cor, come all’amico.

Il dolore è la più alta espressione del sentimento, è l’agente più nobile dell’educazione e della morale. Esso è necessario alla vita di una persona che non voglia assomigliare ad una marmotta.
L’educazione antica, dove aveva tanta parte il dolore, crebbe all’ammirazione dei posteri le tempre bronzine degli eroi di Plutarco.
Tutte le arti si ispirarono al dolore, dal gruppo di Laocoonte alla Deposizione, dal pianto di Andromaca al dubbio di Amleto e al grido di Rigoletto.
La setta degli stoici fiorente nella antica Grecia, se volle togliere alla vita il dolore dovette privarla anche del piacere. Fu essa che inventò la massima: il saggio poco si allegra e poco s’addolora. Chi soffre poco, gode leggermente, questo è innegabile.
Nel dolore l’anima ci affina, il pensiero si eleva. Il dolore ci avvicina al genio e ce ne rende comprensibili le opere, poichè da Omero a Leopardi i grandi uomini hanno grandemente sofferto. Una profonda verità filosofica sta racchiusa nel concetto cristiano che Dio manda il dolore a quelli che maggiormente ama.
L’esistenza è tessuta di piaceri e di sofferenze; ma nel mentre i primi scorrono, goccie limpide senza lasciare traccia, le sofferenze imprimono un marchio inedelebile.
Per questa sua potenza duratura il dolore sviluppa e modifica semi che giacerebbero forse inoperosi nel petto dell’uomo: per esempio la sensibilità, l’indulgenza, la pietà; così più giova alla educazione della vita una disgrazia che non una fortuna.
I grandi benefattori dell’umanità, incominciando da Cristo che nacque in una stalla, ebbero umili natali e giovinezza stentata.

* * *

Si sente spesso citare il fatto di uno che impazzisce in seguito ad una sventura, che muore disperato o che si suicida. Ma queste non sono prove contro il dolore.
Nessuna sventura può far girare la testa a chi l’ha saldamente attaccata alle spalle. Niobe, non si è suicidata e Respha ha difeso fino agli estremi, ritta e forte, i cadaveri dei suoi figli minacciati dagli avoltoi.
Questi miti della favola antica, come il principio di tutte le religioni del mondo, si appoggiano ad una profonda esperienza realista.
Chi diventa matto, qualunque sia la causa apparente, è perchè sortì nascendo il cervello di un matto; lo stesso dicasi del suicida.
Il Fattore del mondo, dando all’uomo il dolore, gli ha pur dato la facoltà di sopportarlo.
Siamo noi che a furia di accidia paralizziamo le nostre forze, riducendole pressochè tutte allo stato di un meccanismo irrugginito. Stoltamente egoisti, facciamo muovere solamente quei congegni che ci dànno un immediato diletto, e non si pensa che in natura tutto è collettivo, tutto è necessario; il dolore al pari del piacere.
A ben riguardare, il dolore è in certo modo una forma eccessiva del piacere; forma elevata, ignota al volgo, che ha fascini possenti, misteriosi come quelli dell’abisso.
Chi pensa e chi ama va incontro al dolore, così come affronta volontariamente la morte l’esploratore dei mari. Salomone lasciò scritto: avanzarsi nella sapienza è avanzarsi nel corruccio. Colui che studia lo sa e non indietreggia davanti a questo dolore necessario all’anima sua.
Ma se appaiono libere ed ampie le vie del dolore, non è così della gioia. Erra assai l’egoista che fuggendo il dolore si immagina di prepararsi un letto di rose; il dolore lo coglierà impreparato, fiacco, e allora, sì, farà di lui uno scimunito, un pazzo od un suicida.

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Il coraggio si allea naturalmente al pensiero del dolore. Al pari di quello si può dividere in coraggio fisico e coraggio morale.
Il coraggio guerriero è, nella maggior parte dei casi, frutto di un temperamento sanguigno e robusto, e deve necessariamente appoggiarsi sopra una fibra resistente. Difatti ai soldati non si chiede quale sviluppo abbia il loro essere pensante, ma se misurano ottanta centimetri di torace.
La pazienza, l’abnegazione, la perseveranza sono tutte forme di coraggio. Lottare per una convinzione, combattere per un’idea, è altrettanto coraggioso quanto scendere in campo. Lottare colle proprie passioni è l’espressione più alta del coraggio.
Ogni conquista, sia dessa fisica o intellettuale, rappresenta un nucleo di forze sostenute dal coraggio. Cesare, Napoleone, Franklin, Galileo, Savonarola, Giordano Bruno, Alighieri, Jenner, Stephenson, stanno a capofila dei coraggiosi.
Ma gli ospedali pure raccolgono nelle lente agonie, nelle eroiche operazioni chirurgiche, la somma di grandi, di ignorati coraggi; e nelle soffitte dei poveri, accanto alla miseria, alla malattia, agli stenti, il coraggio di un’umile madre è molte volte il perno intorno a cui si aggirano le onestà laboriose e rassegnate dell’operaio, della fanciulla, dei bambini affacciantisi alla vita.
È necessario ad ogni modo coltivare una certa forza di trasfusione per il caso che il nostro coraggio, invece di esserci domandato tutto intero, non lo si voglia suddiviso, centellinato nelle proporzioni inafferrabili ma continue dei piccoli sacrifici, dove la vittoria è meno splendida, meno appariscente, ma dove appunto il merito è più grande.

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Si è sempre detto che la virtù è rara. Fino ai vent’anni non lo credetti; giunta ai trenta mi parve vero, ma dopo venni fra me formulando la convinzione che essa sia, nel fatto, anche più rara di quel che si dice.
Uno avrà la virtù di buon cittadino e sarà cattivo figlio o cattivo padre. Un altro sarà onesto in tutti i suoi rapporti sociali preveduti dal codice, e nella sua vita intima batterà vie tortuose e buie. Così si sono visti dei ladri e degli assassini capaci di azioni eroiche, di affetti tenaci e profondi.
Strigelli, un bandito che viveva ottant’anni fa depredando diligenze, terrore di tutti i gendarmi e spauracchio dei viaggiatori, solea portare con sè dell’acqua di Melissa per sostenere le signore nei loro svenimenti; le confortava, le incoraggiava, riconducendole col cappello in mano nella vettura che egli aveva svaligiata. Non era certamente un malfattore volgare.
Lacenaire, omicida, scriveva dal carcere versi pieni di idealità, come La silfide. Non era dunque tutta bestiale l’anima sua.
E accanto a costoro, quanti poeti celebri, quanti scrittori morali che passarono ai posteri per l’alta virtù delle loro opere scritte, furono nelle loro opere vissute non meno colpevoli di Strigelli e di Lacenaire? Essi ebbero solamente il genio in più, e nei raggi di questo gran sole nascosero tutto ciò che era in loro di meschino e di volgare.
Si trovano qua e là dei frammenti di virtù, come si trovano in certe montagne rocciose dei filoni d’oro; ma una virtù intera, completa, dubito assai che esista.
È d’uopo aggiungere che l’occasione di essere eroi, capita quando capita, una volta nella vita; mentre a tutte le ore del giorno abbiamo bisogno di essere o pazienti o generosi o compassionevoli o fermi.
Ogni alba che spunta ci prepara un sacrificio.
È qui, in queste lotte meschine, incessanti, vere lotte di quei pigmei che noi siamo verso l’infinita incognita che ci domina; è in questo campo ristretto, apparentemente inglorioso, che noi dobbiamo esercitare le nostre modeste virtù, sviluppare il nostro coraggio, renderci forti contro la sofferenza, forti al punto di guardarla in faccia pari a pari come un nemico che non temiamo non solo, ma che disprezziamo.
E un’altra cosa occorre. Bisogna avere molte volte il coraggio di soffrire un momento, subito, per risparmiarci lunghe sofferenze poi. Questa massima, applicabile tanto ai casi di idrofobia quanto ai casi di passione, te la raccomando caldamente.
Forse è uno di quei chicchi acerbi di cui ti parlavo in principio. Passa oltre per ora, ma segna codesto punto colla matita rossa.

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La schiettezza e la sincerità non devono scompagnarsi dall’uomo onesto. L’ipocrita è ripugnante a tutti. Noi dobbiamo avere la convinzione dei nostri ideali e il coraggio delle nostre convinzioni.
Ma vi sono eziandio molti sciocchi i quali si vantano sempre di dire la verità, cioè quel tanto che essi credono verità, e bisogna appunto essere sciocchi per dire con tutti ciò che si pensa.
Questo non è certamente un omaggio alla verità. Può sembrare indizio d’animo schietto in un adolescente e come tale è bello; ma l’uomo che si addestra alla vita, così piena di tranelli e di maschere, deve procedere cauto.
La verità che giova altrui, la verità che sbugiarda il vizio, la verità che afferma i nostri diritti, ovvero i diritti del prossimo, ecco le verità che si debbono dire sempre a qualunque costo. Ma è strano come effettivamente queste qualità siano trascurate e si coltivi invece la inutile verità di mostrare al tale che ci è antipatico, al tal altro che non ha spirito e che veste male o che i suoi gusti in arte sono sbagliati.
Non dobbiamo scordarci di appartenere alla fragile discendenza di Adamo e concedere qualche cosa all’amor proprio.
E ad ogni modo una verità rustica, sgarbata, impertinente, la si tollera in un libro stampato o la si accetta per tradizione uscita dai labbri di un filosofo antico, molto antico.
Tra noi, in questa valle d’eguaglianza, anche la verità sorta ignuda dall’olimpo celeste deve coprirsi di qualche velo per far sì che tutti almeno la possano guardare.

* * *

Certuni, sotto pretesto di esser sinceri, lasciano trasparire qualunque brutto movimento dell’animo; e se capita a trovarli in un’ora di malumore un amico, non gli nascondono la loro contrarietà, adducendo che già sono franchi e non sanno fingere.
– Mi trovi più sincero che obbligante, – dicono. E dall’aria soddisfatta, altera, traspare l’intima loro persuasione di essere qualche cosa, di avere un carattere.
Ma la sincerità rozza, egoistica, non è una virtù, non è franchezza, non è sincerità; è semplicemente cattiva educazione.
In tale caso e in tutti i consimili è facile capire che c’è molto maggior merito a frenarsi ed a coprire con un po’ di discrezione la sfacciata nudità di un vero che non giova ad alcuno.
Non si può nemmeno immaginare che nella nostra società raffinata, l’integrità del carattere possa bastare a rendere accetta una persona triviale. È indispensabile un po’ di amabilità, perchè se le persone intelligenti potrebbero stimarti egualmente anche se privo di quella, il numero infinito dei vani, dei poveri di spirito, dei cervelli limitati, non te la perdonerebbero mai.
M’aspetto questa interruzione: “Che importa a me di costoro?”
Niente, lo so. Ma se puoi fare a meno del loro giudizio, essi sono troppo numerosi perchè non ti possa occorrere talvolta l’opera loro. Non dunque come giudici, ma come strumenti ti terrai amici anche costoro; e non per far piacere ad essi, ma per evitare dispiaceri inutili a te ed a’ tuoi cari, darai loro equo tributo di benevolenza.

* * *

La necessità di nascondere, in certi casi, quello che si pensa, mi si presentò per la prima volta evidentissima in una circostanza che ti voglio raccontare a fine di chiarir meglio il mio ragionamento.
Ero giovine affatto, forse ancora nella adolescenza, quando frequentavo la casa di una ricca signora che era stata molto elegante e che dall’abitudine dell’alta società conservava i modi più attraenti.
Mi voleva bene, mi usava infinite gentilezze; i giorni passati da lei erano per me giorni di festa; li ricordo ancora con dolcezza. Una volta trovai sul tavolino della mia nobile amica l’almanacco di Gotha e mi misi a sfogliarlo, fermandomi sopra i ritratti di due principesse di cui ora non saprei ricordare il nome.
La signora, che guardava al disopra della mia testa, additò improvvisamente una delle principesse esclamando: “Assomiglia tutta alla mia povera figlia!”
Le era morta una figlia bellissima nel fiore degli anni. Io non l’avevo conosciuta; ma, osservando entrambe le figure dell’almanacco, trovai più di mio gusto l’altra principessa, e mentre la povera madre si estasiava in esclamazioni: “Vedi che occhi! che fronte! che bocca!” io scioccamente, senza necessità, per quella stupida mania di dire tutto ciò che si pensa, affermai risolutamente: “Eppure, è più bella l’altra.”
Il volto, l’accento, i modi della gentilissima dama mi dimostrarono in un baleno quanto ero stata zotica e male educata, come il mio giudizio fosse inutile e la mia schiettezza inopportuna, ed evidente solo la mia assoluta ignoranza del vivere sociale.
Che importava il mio gusto sopra un genere piuttosto che sopra un altro di bellezza femminile? Non era invece il caso di accondiscendere la parzialità materna, di dare una gioia, una consolazione, una soddisfazione a lei che piangeva sempre la figlia morta? E neppure era necessaria una bugia, una negazione della mia preferenza. Bastava ch’io avessi detto: “Sì, è bella.”

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Ora, se si possono presentare delle circostanze in cui la prudenza, la cortesia od altro fanno transigere colla assoluta schiettezza riguardo al nostro prossimo, ciò non deve esser per noi e con noi. Ed è il punto difficile.
I lenocini della vanità sono sempre lì pronti a persuaderci dei nostri meriti. Ci acconciamo subito senza esame, senza indagini, senza paura di offendere la giustizia quando si tratta di credere a un complimento.
Vantano il nostro ingegno? La cosa ci sembra affatto naturale. Esaltano la nostra bellezza, la nostra amabilità? Niun vero ci appare sulla terra più chiaro di questo.
Ammettiamo astrattamente di avere dei difetti; ma alla resa dei conti, non ci ritroviamo che difetti graziosi, simpatici, provenienti dall’eccesso stesso delle nostre buone qualità.
Ah! povera schiettezza, quando si tratta di noi, quando bisogna discendere nel nostro interno risolutamente, e ghermire il nostro io nel momento della colpa, e smascherarlo, e batterlo e gridargli: “Sei vile!”
Eppure, figlio mio, bisogna fare così.

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Il nosce te ipsum scritto sulla porta del tempio greco è pur sempre la base d’ogni educazione, come è la base della giustizia, della moralità, della salute.
In verità lo studio di noi stessi è molto più necessario di tante altre cose per le quali vi sono cattedre e maestri patentati. La fonte della sapienza è in noi. L’uomo è il principio di tutto.
Che diresti di un padrone di casa il quale non conoscesse le proprie masserizie o di un condottiero che ignora il numero dei suoi soldati?
Nosce te ipsum per l’anima dunque: cioè, per le tue facoltà pensanti e sensibili. Nosce te ipsum per il corpo: igiene e bellezza.
Ma è proprio nella applicazione di questa massima che si intoppa contro il disamore della verità per il soverchio amore di sè stessi: base falsa d’amore, perchè rinnegare il brutto non vuol dire non averlo, anzi l’ignorarlo è la strada per tenerselo eternamente.
Si deve dunque avere il coraggio di confessare a sè stessi: io sono sleale o invidioso o maligno o ambizioso o infingardo o egoista. E sono: tubercoloso o sciancato o ipocondriaco o guercio o gobbo.
Queste sono le basi immutabili del sapere e del progresso.

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L’indagine costante del vero conduce assai spesso al dolore, ma su questo punto siamo già d’accordo.
Sappiamo, cioè, che il dolore non ci deve arrestare mai. Chi vuole la verità vuole il dolore.
Considera però, figlio mio, che il dolore qui non è che uno stato transitorio, una specie di limbo purgante dove l’uomo depone le sue scorie animali e dal quale passa alle serene intangibili regioni della filosofia pura, in cui l’elevatezza morale tien luogo di ogni altra felicità.
E nella applicazione materiale della mia massima il vantaggio è anche più immediato.
Conosco persone coraggiose che, in seguito alla schietta ricognizione di un fisico disgraziato e alla ferma persistenza nella cura di esso, vinsero una vera e propria battaglia colla natura.
Altri invece ne conosco deboli e vani, menti paurose che rifuggono da ogni scandaglio, bugiardi per fiacchezza, ciechi per ignoranza, che piangono e si disperano alla sola supposizione di non essere perfettamente sani, negando la malattia, fuggendo il medico, tutto ciò in odio a una dolorosa verità e vittime immancabili della loro codardia.

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Nella ricerca assidua del vero e procedendo, come già ti dissi, attraverso noi stessi, ci dobbiamo anzitutto rendere mondi da ogni preconcetto. Dobbiamo avere sì, il nostro giudizio che è un diritto sacrosanto; ma ci corre in pari tempo il dovere di rispettare e di studiare anche le convinzioni altrui, perchè, o le troviamo migliori delle nostre e allora le adotteremo, fedeli alla bandiera della verità che reca il motto: dovunque; oppure ci sembrano false e ciò servirà a consolidare la nostra fede.
Del resto, a voler mettere in sodo in un modo assoluto qual è il vero, qual è il falso, e tutte le derivazioni, applicazioni e conseguenze, c’è da riedificare la torre di Babele, perchè tutti gli assiomi creati dagli nomini sono impugnabili.
Il più grande filosofo, il primo dei pensatori ha pure un temperamento attraverso il quale il suo genio deve passare volere o no.
Tutte le scuole in filosofia e in arte nascono dal temperamento; l’inutilità delle discussioni lo prova abbastanza chiaro.
Noi possiamo essere grandi o meschini, ma sempre nell’indole nostra la quale ci è vietato di mutare; e se pare che muti qualche volta, ciò avviene per un processo naturale; nello stesso modo che il vino diventa aceto e l’acqua ghiaccio.
Non dunque io ti dirò: Questo o quello è il vero; sibbene: cercalo.
È in tale ginnastica, la più nobile per il cervello umano che troverai la tua via e sovr’essa imprimerai sicuro il passo. Prendiamo un esempio che valga a dimostrare meglio le mie osservazioni sul temperamento.
Agostino, nato a Tagaste in Africa, era un bellissimo giovane, nobile, pieno d’ingegno, di foga e di ardore. La scienza e l’amore lo trascinavano egualmente, tal che egli si ammaestrò in tutto lo scibile permesso a quei tempi (354-430) e lasciò pure scritto nelle Confessioni: “Quello che io volevo, quello che io cercavo, era d’amare e di essere amato.” Desiderio che fu ampiamente esaudito; come trovò ristoro la sua sete di imparare nelle scuole di Madaura, di Cartagine, di Roma, tra Cicerone e Platone, fra le teorie del Cristianesimo e quelle dei Manichei.
Ma temperamento straordinariamente appassionato, insaziabile di ideale, mobile, nervoso, multiforme, nè gli amori, nè i viaggi, nè i libri, nè le orgie, nè la scienza, nè le vive amicizie allacciate o sciolte potevano acquietare il vulcano che era in lui.
Avendo provato tutto a trent’anni, cadde finalmente nelle braccia della Religione cristiana che, splendida e nova, doveva affascinare quell’anima altamente generosa.
La Chiesa ascrive tra i suoi vanti la conversione di Agostino, attribuendola alle preghiere della santa madre di lui, Monica. L’osservatore, tuttavia, non può fare a meno di considerare che miscredente o cristiano il vescovo di Ippona resta sempre ciò che natura lo ha fatto: un uomo ardente, ricco di passioni.
L’indomito africano potè diventare uno dei capi del cattolicismo e tendere alteramente la destra al suo maestro ed emulo sant’Ambrogio. Dubito però ch’egli potesse mai diventare nè un umile san Pietro, nè un mansueto san Giuseppe, nè un san Giovanni Stilita da passare la vita sopra gli alberi, nè un ascetico san Luigi Gonzaga, nè un mistico san Filippo Neri.
L’evoluzione violenta, la soluzione estrema, erano naturale conseguenza del suo temperamento avido di ricerche.

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Astrattamente dunque ci è permesso di tracciare la via della verità, e fra le due verità indiscutibili della vita e della morte dar posto all’arte, alla scienza, all’amore, alla pietà, questi altri veri, mobili e cangianti, dove ognuno di noi cerca il proprio ideale.
Ma nella osservazione positiva, dobbiamo andare cauti assai per non incorrere nei giudizi temerari, così facili, spesso falsi.
È proprio di un osservatore superficiale l’attenersi agli effetti senza indagare le cause.
Uno si mostra freddo e taciturno: è insensibile. Non prende parte agli scherzi, ai motti di una società allegra: è senza spirito. Non accenna a commuoversi al racconto di una sventura: è senza cuore.
Ragionando in tal modo limitato non si tien conto dell’orgoglio, dello sdegno, della noia, della timidezza, della preoccupazione; tutte cause validissime, capaci in date circostanze di far parere cretino Dante Alighieri e spietato san Francesco di Paola.
Questi giudizi avventati provengono da leggerezza e dall’abitudine che si ha, giudicando gli altri, di non riportarsi mai a sè stessi, di non fare esami di coscienza, mentre l’uomo saggio dovrebbe a tutte le ore mirarsi nella propria coscienza come dentro a uno specchio e non imitare le donne vane che fatte vecchie non tengono più specchi intorno.
Io ho sempre trovato un po’ d’indulgenza per coloro che in una società vengono qualificati per imbecilli, rifacendomi poi, non lo nego, sopra una quantità di gloriole mondane, ingegni da salotto, rivenduglioli dello spirito e della scienza altrui.
Ammiriamo l’indulgenza; essa è la virtù dei grandi e dei puri.

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Vi è però una specie di indulgenza che sembra bontà e non è altro che debolezza ed accidia; l’indulgenza che assolve tutto senza esaminare; senza discutere, che si mostra facilmente caritatevole per evitarsi la noia di essere giusta; manica larga che ricopre egualmente il galantuomo ed il briccone colla ragione speciosa che siamo tutti fratelli.
Mettiamo in una società, in una famiglia, un terzo solo di persone siffattamente indulgenti; che cosa diventerà quella società, quella famiglia? Indulgenza ci vuole, ma non cieca, non pigra, sopratutto non complice.
Questa complicità la si osserva con frequenza nei partiti politici, nelle sette religiose, nelle combriccole letterarie, dappertutto dove un principio, una credenza o un interesse comune tengono uniti insieme molti uomini quali per onorare il principio nascondono o negano le colpe affidategli.
Comunissima è poi l’indulgenza per i difetti che abbiamo noi stessi. Sentirai dire dall’uno: io abborro l’ipocrisia; dall’altro: per me non v’è maggior peccato dell’avarizia; un terzo scaglierà i suoi fulmini contro la gola. E per logica conseguenza, il primo avrà molta tolleranza per la brutalità delle persone sedicentesi schiette; mentre l’altro, prodigo lui stesso, è convinto che la prodigalità sia un vizio amabile; e per l’altro ancora il primo eroe del mondo dovrebbe essere san Gerolamo, così alieno dal peccato della gola che beveva l’olio della lampada scambiandolo per acqua.
Principio rudimentale d’ogni studio sull’uomo è la serenità dell’osservazione.
L’indulgenza non deve consistere nel modo di giudicare ma nel modo di concludere; e tutte le volte che il tuo giudizio non ti presenta un caso di malafede, di disonestà, di offesa ai sani principi della morale, sui quali non è possibile transigere e dove l’indulgenza sarebbe colpa, devi usare verso il prossimo quella misericordia di giudizio che è una specie di carità dell’animo.
La sottile divisione, la linea leggera che separa queste due indulgenze basta a renderle tanto differenti. Non vi è norma in proposito. La regola ci viene dettata al momento pratico dal nostro criterio, da quel senso morale che si potrebbe chiamare il sesto senso e per il quale chi ne è dotato, all’infuori d’ogni legge e d’ogni dogma, in qualsiasi grado di coltura e di civiltà, riconosce subito il vero e dice con sicurezza: Questo è bene, questo è male.
Nature elette per cui sarebbe inutile scrivere qualsiasi trattato, perchè hanno in sè stesse il germe di tutte le cose belle, alle quali arrivano per naturale e spontaneo sviluppo.
Ma d’altra parte, siccome è ancor più inutile scrivere per i disgraziati privi di sentimento e di senno, niuna cosa ottiene minor premio quanto gettare buona semente in un terreno sterile, ben vengano gli eletti.
Di essi è il regno della verità.

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Nel viaggio sentimentale di Lorenzo Sterne c’è l’episodio di un povero il quale non cercava mai inutilmente la carità ai passeggieri.
Colpito da questo fatto persistente, il filosofo volle avvicinarlo per scoprire la molla segreta di tanto successo, e si accorse che la adulazione formava tutta la batteria aggressiva di quel furbo.
Chiamando belle le donne, generosi gli uomini, vispi e seducenti i vecchi, lusingando infine la vanità di ciascuno, egli accumulava elemosine, dove per vero dire il diavolo ci aveva a che fare ben più che Domeneddio, ma questo doveva importargli poco.
Resistere all’adulazione volgare, veramente, non dovrebbe essere molto difficile. Ma vi sono certe adulazioni sottili che si infiltrano colla soavità di un lento profumo, che ci stringono in un amplesso, che toccano giusto il nostro lato debole e vi versano sopra un balsamo a petto del quale l’olio, il miele, l’ambrosia e tutte le dolcezze conosciute non sono più nulla.
Sentendo vantare i nostri meriti, noi che, realmente, abbiamo il costante ideale di renderci meritevoli, ci persuadiamo subito di esserne in possesso. E un fumo come d’incenso di turiboli agitati, di corone sospese sulla nostra fronte, di fiori sparsi sotto ai nostri piedi, ci trasporta, ci esalta, non tocchiamo più la terra.
Quando ti senti preso da una simile ebbrezza, sta in guardia. Pensa all’accattone e metti la mano sulla borsa.

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Volgendo la massima dall’altro lato ti dirò ancora: tu non scenderai mai alla bassezza dell’adulazione.
Molti se ne servono per leggerezza, per divertirsi alle spalle dei gonzi che ci credono senza nessun altro scopo che di fare un esperimento. Ma anche questo è male. Non si deve scherzare colle cose sacre, e la coscienza umana, che una falsa lode può turbare, è fra le più sacre.
Valersi poi dell’adulazione per scopo di lucro, per ingraziarsi la benevolenza, per ottenere favori e parzialità, è uno dei più ignobili traffichi che l’uomo fa del suo io morale: dopo del quale non m’indigna più chi vende il proprio corpo.
La libertà fisica è priva di nobiltà e di coraggio quando sovr’essa non è libera l’anima: cioè il pensiero. E l’anima non potrà mai concedere una porzione di sè stessa ad una causa che non la persuade solo perchè le torna utile, o ad una persona che non ama, solo perchè la persona è potente.
Qui, dopo averti quasi promessa una sola citazione di versi, ti chiedo grazia per una seconda dello stesso autore; ma così veramente educatrice e degna dell’altra che mi è caro consegnarle entrambe a queste pagine che portano il tuo nome:

Me non nato a percotere
Le dure illustri porte
Nudo accorrà ma libero,
Il regno della morte.

Non senti tutta la fierezza di questo concetto, diciamo pure tutto l’orgoglio?
L’orgoglio, vedi? io lo stimo moltissimo – a parte l’orgoglio dell’asino che portava reliquie e che, vedendo i contadini inginocchiarsi dietro i suoi passi, rizzava le orecchie credendosi un gran personaggio.
Il vero orgoglio non si circoscrive alla meschina compiacenza di sè stessi. Si deve essere orgogliosi del principio che si professa; orgogliosi non dei meriti che abbiamo, ma del dovere di portarli altamente e nobilmente.
La modestia dei grandi è una virtù molto apprezzata dai piccoli, perchè la loro vanità ne esce incolume. Tuttavia occorre distinguere.
Di fronte all’ideale, ogni uomo per quanto grande, anzi in ragione del suo valore, proverà quel sentimento di ritrosia, quasi di rispetto, che è la sola modestia permessa: direi la modestia naturale.
Si oltrepassa però il limite della modestia e si entra nel convenzionalismo e nella ipocrisia quando l’uomo grande o semplicemente superiore, od anche solo onesto, trovandosi di fronte all’inetto, al birbante, credesi obbligato a farsi loro pari per modestia.
Una modestia che giunge a questo punto non mi persuade; niente più di quella umiltà che fa presentare la guancia sinistra dopo di aver ricevuto uno schiaffo sulla destra.
Francamente preferisco l’orgoglio di Napoleone, quando, mettendosi in capo la corona, getta al mondo come una sfida le altere parole: guai a chi la tocca! Nelle fibre di un eroe c’è sempre la stoffa di un orgoglioso.
Ripeto, orgoglioso; non superbia, non vanità, non iattanza. Soggiungo: orgoglio intimo. E se non sembrasse un paradosso direi: orgoglio modesto. Deve essere infine un fermo e giusto convincimento del nostro valore, senza boria, senza offesa per gli altri.

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Gli altri!
Parola che non ha un senso vago, misterioso; che svolge davanti ai nostri occhi un panorama di onde cozzanti, ruggenti; una folla indistinta oppure paurosa, tra la quale noi sentiamo che si agitano le fila del nostro destino.
Gli altri? Chi? Tutto il mondo. I nostri amici e i nostri nemici, i vicini, gli assenti, i futuri, coloro che amammo nel passato e coloro che, sconosciuti oggi, segneranno domani il loro nome incancellabile nella storia della nostra vita.
Non siamo più noi nella sostanza, ma siamo ancora noi collettivamente; sono gli anelli della nostra catena, le facce del nostro prisma, i nostri maestri, i nostri scolari, i nostri giudici; attori a vicenda e spettatori; la ragione unica del nostro essere, perchè se non ci fossero essi, noi non potremmo nè amare, nè odiare, nè combattere, nè produrre, nè esser buoni, nè esser cattivi e nemmeno vivere. Il nostro io, quell’io di cui siamo così teneri, non sarebbe che una nullità, uno zero senza valore, un atomo disperso.
L’uomo, solo nell’immensità del creato, sarebbe più meschino del filo d’erba che tremola sullo stelo. La sua forza gli viene dal numero. Il suo io non si afferma che moltiplicato per milioni.
È in quest’onda vivente che ne circonda che noi troveremo i nostri palpiti migliori, la migliore estrinsecazione delle nostre forze. Tutto è stato esplorato, i cieli, gli abissi, la profondità del mare, la sommità delle vette.
Dovunque l’uomo ha portato la fiaccola del progresso; ha studiato tutto intorno a lui, fuorchè sè stesso.
I minerali hanno dato il loro nome a diverse età; e come si ebbe il secolo dell’oro, dell’argento, del rame e del ferro, questo secolo decimonono si è chiamato da sè il secolo della luce. Ma quando verrà il secolo dell’uomo?

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Amando e cercando i nostri simili dobbiamo però inoltrarci colla stessa prudenza che ci guida attraverso un ospedale, dove noi passiamo accanto ai tifosi ed ai vaiolosi guardandoci bene dall’assorbirne l’infezione.
Non altrimenti va inteso il precetto di Orazio: Odi profanum vulgus et arceo. Non disprezzare il volgo, ma non averne bisogno, non subirne le debolezze, non lasciarti trascinare.
Fuggi la messa in iscena, la pompa, l’apparenza, la polvere negli occhi; ciò che brilla, che scoppietta, che abbaglia, che stordisce, che frastuona; i cerretani politici e i cerretani della morale: tutti quelli che fanno ballare le scimmie vestite da uomo.
Modesta la parola e alta l’idea. Così nei tempi splendidi consacrati dalla storia usavano i padri nostri. Così dobbiamo usare noi, se di quegli uomini sentiamo il cuore e l’intelletto.
Continuando il paragone dell’ospedale, ti dirò, che non deve aggirarsi tra la folla chi non abbia i disinfettanti con sè e robusto il temperamento.
Per questo il debole leggero si getta spensieratamente nel mondo; il debole prudente lo schiva; solo il forte lo affronta e ne esce incolume.
Il forte assomiglia a una lama di tersissimo acciaio; i putridumi vi passan sopra senza intaccarla.

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Hai mai osservato che i fiori, le stelle, i cristalli dei monti, tutte le meraviglie della creazione inanimata sono pure nel loro insieme un prodigio d’armonia; ma quando si manifesta la vita, questo fermento ignoto che anima uomini e bestie, la moltitudine diventa pericolosa?
Uno stormo di uccelli devasta quel campo che un uccello solo deliziava col suo canto. Una formica ci meraviglia e ci fa ridere per la sua piccolezza, ed una colonna di formiche invade la nostra casa.
Esistono gli eroi, i saggi, gli onesti, i magnanimi; esistono separatamente, flora privilegiata che si estolle in qualsiasi regione; ma le masse sono sempre e dovunque brutali.
Perchè? Per la stessa ragione che i morbi infuriano dove gli uomini sono più spessi; perchè in una maggioranza di deboli, il contagio si propaga rapidamente; infine perchè quando si lotta fianco a fianco l’egoismo prevale, e nella smania frenetica della conquista gli uomini diventano fiere.
L’assimilazione della folla è un grande pericolo per un giovinetto, quando non vi sia preparato da una seria educazione.
È nelle riunioni, nei teatri, nei comizi, che vengono a galla come materie impure, la grettezza, la stupidaggine, la volgarità, la sensualità: ed è diguazzando in codesti pantani che gli inesperti si insudiciano.

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Ciò che rende anche pericolosa la folla è la varietà della sua composizione, per cui quegli che resisterebbe ad un elemento soccomberebbe ad un altro.
Vi sono alcuni temperamenti così potentemente assimilatori che ben si potrebbero rassomigliare ad una spugna, la quale, nata in mare, beve acqua salata e null’altro desidera o cerca; estratta dal mare ed appesa ad un chiodo si impregna di polvere; tuffata nell’acqua dolce, nel latte o nell’acqua di Colonia diventa pulita, candida, profumata; messa in fondo a un calamaio assorbe l’inchiostro colla stessa facilità.
Di quante persone si può dire che sono riuscite candide o no, solo per essere cadute in un bagno di latte o in una bottiglia di inchiostro!
A questo proposito è facile sentire un buon uomo che vive di rendita, che ha sempre il suo letto rifatto e la tavola apparecchiata, sentirlo inveire contro il fatto diverso del suo giornale, dove si narra che un disperato mezzo morto di fame ha osato rubare. Rubare? Ma che si canzona?
E quelli che gridano, alle frutta: non si deve aver paura: l’uomo pauroso io lo disprezzo! Ma essi, per loro conto, non sono mai stati in battaglia, non hanno aiutato a spegnere nessun incendio, non si sono gettati in fiume per salvare un naufrago, non hanno assistito un coleroso; non ebbero infine nessuna ragione per provare nè a sè stessi nè agli altri il proprio coraggio.
Solo chi ha combattuto, chi ha sofferto, chi ha resistito può alzare la fronte in mezzo alla folla, ripetendo: Odi profanum vulgus et arceo.

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Se è vero quel che disse Tommaseo che le passioni sono una escrescenza della virtù, non dobbiamo soffocarle barbaramente, ma solo dirigerle.
Ciò concorderebbe con quanto lasciò scritto il poeta satirico Lucilio: “La virtù sta nel porre un limite e un freno al desiderio.”
Leopardi, infine, asserisce: “Niun maggior segno di essere poco saggio e poco filosofo quanto voler savia e filosofica tutta la vita.”
E consideriamo anche la bella definizione di Voltaire: “Le passioni sono i venti che gonfiano le vele del bastimento: lo sommergono qualche volta, ma privo di esse non potrebbe avanzare.”
Senza passioni non avremmo nè i capolavori dell’arte, nè le conquiste della scienza. Coloro che hanno fatto un po’ di bene a questo mondo furono tutte persone appassionate.
Abbiamo dunque un cuore caldo, una fervida fantasia, un sentimento vivo del bello; abbiamo delle passioni, ciò è permesso!
Badiamo solo che le passioni non giungano a dominarci, a vivere noi in loro, invece che esse in noi. La passione non deve in nessun caso intralciare il nostro dovere, nè far soffrire coloro che amiamo.

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Malgrado l’opinione contraria largamente diffusa, io sostengo che l’ideale è ciò che noi abbiamo di più concreto, di veramente nostro.
L’ideale è una delle forze occulte della natura, non meno misteriosa e non meno vera dell’armonia che guida gli astri, della nascita, della morte, della trasformazione, di tutto ciò infine che noi vediamo senza poter spiegare.
Quando si dice di uno: è troppo ideale: non mi pare esatto. Non si può essere troppo ideali, come non si può essere troppo sani, nè troppo belli. Egli è che il concetto esatto della idealità manca sovente e si scambia per idealismo l’assenza del criterio. Così si chiamano troppo idealisti i propugnatori di utopie, i fanatici, una quantità di persone squilibrate e ammalate di nervi.
L’ideale è il sangue del nostro cervello, e la giusta circolazione di esso può dare la norma della nostra costituzione psichica.
Poichè ognuno di noi ha per modo di dire due anime: l’anima sensibile e l’anima pensante: tutte e due bisognose di un nutrimento che solo l’ideale ci somministra sotto le diverse forme di religione, d’arte, di amore, di carità.
La religione è la forma più popolare della idealità. È quella che mostrandosi in ogni popolo, in ogni paese, attraverso tutti i tempi, dà ragione al motto profondo di Voltaire: “Se Dio non esistesse bisognerebbe inventarlo.”
L’arte è la manifestazione dell’anima pensante.
L’amore e la carità intrinsecano i bisogni dell’anima sensibile.
Ma adorazione, arte, amore, non sono che parvenze, forme, come sarebbe a dire il sapore del cibo; essenzialmente nutrono allo stesso modo.
E tutte queste espressioni parziali della più nobile facoltà dell’uomo, l’anima, non hanno in certe anime di prim’ordine limiti definiti. Meglio che accentuarsi solitariamente si fondono in una gamma ascendente di sensazioni squisite, di idealità inafferrabili al volgo: sentire, amare, adorare, beneficare, ecco l’ideale della vita per una tempra salda e gentile.
Si trovano nella storia, vediamo intorno a noi, qualche bella figura che non è precisamente il primo dei poeti, nè il più filantropo degli uomini; che non ha inventato una religione e non è morto d’amore; ma possiede il germe di tutti questi sentimenti che fanno di lui il più simpatico degli uomini celebri o il più amato dei nostri amici, quello a cui istintivamente vorremmo assomigliare.

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Poche parole ti dirò a proposito della religione. Essa è un sentimento, non una pratica. Se tu senti, credi. Se la voce divina non giunge a te, non negare per questo, non irridere. Cercala sotto altre manifestazioni. In ogni forma dell’ideale Dio esiste.
Ma, te ne prego, figlio mio, non tentare mai di togliere ad altri la fede. Essa è per molte persone l’unico bene.
Hai mai osservato la domenica in campagna? Le campane suonano a distesa perchè tutti i contadini possano udirle ed accorrere dai casolari lontani. Ed ecco che s’avviano da destra e da sinistra, a drappelletti, soli, a due a due, gli uomini cogli uomini, le donne colle donne, lenti, gravi, silenziosi.
Prendono posto in chiesa, gli uomini da una parte, le donne dall’altra; i primi arrivati siedono, gli altri stanno in piedi, molte donne si accoccolano per terra. E tutti zitti!
A guardare quella fila di faccie immobili dove l’eccesso della fatica materiale ha distrutto la fiamma del pensiero, ci si domanda con sgomento: sono questi i nostri fratelli?
Capiscono poco, povera gente. I più svegliati leggono in certi libri stampati a caratteroni grossi come ceci, dove le pagine della messa sono segnate al basso da due sfumature nereggianti che sono la traccia dei pollici. Qualcuno sgrana il rosario. Quando il prete sale sul pulpito stanno tutti attenti; quando canta lo accompagnano in una lingua che essi non intendono affatto; rivolgono a Dio, alla Madonna, una quantità di preghiere delle quali ignorano il significato; ma in quella elevazione qualsiasi delle anime i duri volti si illuminano, qualche pupilla si vela di lagrime di tenerezza. Da tutti i cuori si sprigiona un lamento, una domanda, uno sfogo.
I filosofi, le persone istruite, coloro che mangiano bistecche e leggono Schopenhauer, si capisce, possono fare a meno di ciò. Essi l’hanno il loro ideale, alto, orgoglioso, libero, comodo sopratutto.
Ma a questi umili cuori che cosa resterà se togliamo la loro piccola chiesa e il loro piccolo culto? Se togliamo quella fede misteriosa, quella speranza vaga, quel dolce e terribile ignoto che li frena e li consola?
Che cosa daremo loro invece della pace del tempio, della solennità dei riti, della poesia di un amore sconosciuto e potente?
Noi abbiamo le ricchezze, l’intelligenza, il sapere; essi hanno la fede! Essi credono che, condannati a lavorare ed a soffrire, li attende una vita nuova; e per un istante, almeno una volta alla settimana, quando il parroco parla loro delle gioie celesti intravedono anch’essi un raggio della divina immortalità; sulla loro fronte scende la luce di un pensiero ideale e tornano alle loro case più contenti, più calmi, recando il conforto di un bene interiore che non possono spiegare, ma che sentono. Passando vicino al cimitero, provano la commozione di un sentimento tenero e malinconico, che li fa sostare davanti alle croci come innanzi all’opera di una giustizia grande e sopranaturale, come alla sicura promessa di un premio.

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Lo so che qualche moderno riformatore, sogghignando mi può dire: “Oh ingenuità sentimentale! crede di giovare meglio al povero lasciandogli l’ostia che dandogli una grammatica!”
Veramente lo credo, perchè senza grammatica si può vivere, e senza ideale, no; e per una classe infinita di persone la religione è il solo ideale possibile.
Nè vale che mi diciate: “Istruiteli e non avranno più bisogno di religione.”
Facile è togliere e difficile dare! Migliorate pure le condizioni intellettuali e materiali del povero, ma accostatevi a lui coll’amore, non colla rapina: non spogliatelo di quello che ha, promettendogli un beneficio lontano, del quale poi non sapete nemmeno se vi sarà grato.
Non tutte le anime anche fra le persone le più culte, sono accessibili ai principî filosofici. Togliere a queste la fede è una mala azione come privare un bimbo della sua innocenza e un povero del suo unico soldo.
È per smania di atterrare la vecchia fede che noi vediamo tutta una generazione, non ancora preparata all’austera religione della coscienza e già priva dell’antico freno, brancicare con dondolamenti da ubbriaco.
Questa febbre distruggitrice mi fa pensare ad un povero ciliegio che alcuni monelli dopo di aver saccheggiato si posero a schiantare col pretesto che era vecchio e che già doveva morire lo stesso… Essi non pensavano che tuttochè vecchio poteva dare ancora ombra nei giorni estivi, poi foglie secche per le allegre fiammate d’autunno, finchè dai solchi pazientemente fecondati sorgesse l’albero nuovo.
Dicono anche gli innovatori: “Conservare il popolo nella religione, è conservarlo nella menzogna e nell’errore.”
Oh! uomini impastati di creta, cui sola esca e capitale conquista è il raggiungimento dei beni materiali, che ne sapete voi dei bisogni profondi di altri uomini che non potete giudicare perchè non li capite, ma che hanno diritto al pari di voi di scaldarsi ai raggi del loro sole? Essi non vi impediscono di correre al denaro. Perchè vietereste a loro di andare dove li porta il loro ideale?
La religione conserva l’ignoranza – voi dite. Ma è permesso almeno di sollevare un dubbio, quando il ciabattino che rimette il tacco delle vostre scarpe dichiara altezzosamente di non credere in Dio, perchè noi allora pensiamo a Manzoni, a Tommaseo, a Fogazzaro…
Ed anche fra i più giovani studiosi di ogni sistema filosofico, fra coloro che più audacemente si abbandonarono all’acre voluttà della negazione, non vediamo forse ora caldi e sinceri ravvicinamenti al principio cristiano del nostro nulla in rapporto al mistero che è dentro di noi e intorno a noi?
Inutile far nomi. Guardiamo. Dalle più sottili intelligenze, dai cuori più ardenti che già in veglie operose inseguirono il mistero ribellandovisi, ecco un tendere ansioso delle anime inappagate verso una felicità che il materialismo non ha potuto dare, verso una luce che non è di questo mondo?
L’indizio è rassicurante per il futuro. Quando le plebi avranno colmate tutta la bilancia dell’incredulità e dell’appagamento sensuale, balzerà più sicura la bilancia del desiderio spirituale che uomini nuovi affermeranno con nuovi e sempre più alti ideali.

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L’arte – e per arte intendo tutte le manifestazioni del pensiero che si accostano ad un ideale – è pur essa una fede; i suoi templi sono diffusi per tutto il mondo incivilito.
Al contrario della religione, la quale apre le sue braccia a tutti gli uomini, l’arte non si svela che a pochi. È la scintilla celeste che Prometeo voleva rapire e per cui ebbe il cuore continuamente rôso da un avoltoio.
Nessuno è obbligato ad essere artista, nè poeta, nè filosofo, nè pensatore. Troppi ai nostri giorni sono trascinati dalla vanità a far parlare di sè e per questo si camuffano da amanti dell’arte; ma per costoro ci vorrebbe il flagello già impugnato da Cristo a cacciare i farisei.
Il pensiero è dolore, la gloria è martirio. Chi non è disposto a farsi rodere il cuore si scosti dal pensiero dell’arte, tolga a chi ama l’arte davvero il doloroso spettacolo di questa corsa di fantini ansimanti dietro il premio di una banderuola.
Ascoltatemi, giovinetti: se volete arricchire non mettetevi sul sentiero dell’arte; se siete vani non mettetevi sul sentiero dell’arte; se cercate il plauso e la popolarità non mettetevi sul sentiero dell’arte.
Solo gettatevi in questa via se vi sentite di dare per essa il vostro sangue migliore e la vostra vita.

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Ed anche l’amore è dolore. I maggiori dolori ci vengono sempre da coloro che amiamo. I disinganni non esisterebbero se non si amasse; la separazione, l’assenza, la morte, non sarebbero quegli orribili strazi che sono, senza i vincoli d’affetto ch’essi spezzano.
Se si confonde spesso l’amore col piacere, è perchè nell’organismo generale, il piacere sta in fondo ad ogni ricerca, ad ogni aspirazione.
Tutte le aspirazioni riddano intorno a noi mascherate da amore, ingannando anche coloro che se ne credono investiti; ma l’amore non è l’ebbrezza momentanea, non è il riso giocondo dei sensi eccitati, non è la vanità della conquista, nè la curiosità della imitazione. L’amore sta in alto. Ben di esso si può dire: molti sono i chiamati e pochi gli eletti.
Essere amati è un dono inestimabile. Saper amare è una virtù.

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La carità è ancora amore. Se si potessero scomporre le immense beneficenze che vi sono nel mondo le troveremmo composte d’amore; cuori infranti che invece di avvizzire nell’inerzia o di imprecare nella vendetta, portarono sui campi della carità le ultime goccie del loro sangue generoso.
Amando si sanano le ferite dell’amore; amando il prossimo nella carità, amando l’ideale sensibile in Dio e l’ideale pensante nell’arte e nella scienza.
È per questa catena invisibile che le unisce e le fonde, che le quattro forme esterne dell’idealismo si trovano ad essere essenzialmente una stessa cosa; onde l’amore, l’arte, la carità sono pure religioni e la religione altro non è che un’infinita aspirazione di amore.
Per alcune persone i bisogni psichici non vanno più in là del vaso di basilico coltivato sul davanzale della finestra o dei baci scambiati col canarino; della lettura del giornale o della banda che suona in piazza. Sono anime povere, anime piccine. La fiammolina del loro ideale si alimenta con una goccia.
Altre anime esistono per le quali, al contrario, il mondo reale non è sufficiente spazio. Anime sconfinate che tutto abbracciano, fiamme distruttrici nei cui vortici ogni passione gitta i suoi torrenti senza che mai essi gridino: “basta!” A questa schiera appartengono principalmente i poeti e i pensatori, nella cui mente passa come un riflesso dei palpiti di tutto il mondo.
Amiamoli, figlio mio, mettiamoci sulla loro via: essi ci guideranno alla verità ed alla luce.

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Malattia grave dell’ideale è lo scetticismo. Lo scettico è un disgraziato che non seppe uscire dal conflitto fra il reale e l’ideale. È un debole che si crede forte.
L’ideale esiste, si afferma, crea, è una potenza ed una fecondazione. Lo scetticismo non è altro che una parola inventata per applicare un titolo pomposo ad uno stato patologico.
Le scettico mi fa insieme paura e compassione; paura per gli altri a cui egli nuocerà senza alcun dubbio; compassione per lui che soffre e soffrirà finchè vive.
Una caratteristica dello scettico è la menzogna. Egli mente continuamente, mente a sè stesso, mente quando afferma di non credere, di non sentire, di non amare nulla. Egli soffre piuttosto del pensare e dell’amare, è ammalato nel cervello ed ammalato nel sentimento. Conscio della sua infermità, si toglie presto dal mondo e va a morire solo, come fanno gli animali quando sono feriti a morte.
Questo è lo scettico onesto.
Ma vi è una turba di pretesi scettici, gente viziosa ed infeconda, generalmente giovani privi di vero ingegno, i quali si acconciano volentieri allo scetticismo che dubitando di tutto si presta mirabilmente al far nulla.
Colla scusa di non credere si rifiutano ad amare, a lavorare, e concentrano le loro facoltà psichiche in un ghigno beffardo che vorrebbe esser mefistofelico.
Questi sciocchi fanciulli che noi vediamo declamare contro tutto ciò che è nobile e santo, negando la virtù pel solo fatto che essi hanno tuffato il naso nel vizio, ci muovono a schifo. Il loro caso isolato sarà, non nego, l’accenno ad una infezione, ma l’esistenza degli ammalati non ha mai fatto paura ai sani e la rotta dei deboli non deve scoraggiare i valorosi.

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Sentirai molti giovinastri lagnarsi che la società li ha demoralizzati, che nella conoscenza del mondo hanno lasciato ogni ideale, che gli uomini colla loro ipocrisia, colla loro sensualità, hanno colpa se essi pure sono diventati ipocriti e bruti.
Non è vero! Costoro si corruppero perchè il germe della corruzione era in loro; perchè non avevano precisione di scopo, nè saldezza di propositi, nè elevatezza di fede.
Chi è forte può perdere la fede in un dato ideale, ma sa crearne un’altra. La modificazione dell’ideale primitivo è anzi quasi necessaria perchè solo l’esperienza del vero mette le basi a un saldo ideale; e il vero lo si acquista, non si eredita.
La conoscenza del mondo li ha demoralizzati? Ma forse Socrate non avrà mai conosciuto il mondo; e Demostene, e Cicerone, e Galileo, e Alighieri, e Gioberti, e Rosmini, e Manzoni erano bamboletti non ancora svezzati dalla nutrice?
Dovevano proprio venire questi sedicenti scettici a farci spuntare il dente della sapienza, che senza di essi noi avremmo ignorato le tristizie del mondo!
La smania di uscire dalla mediocrità, la febbre dell’oro, dei piaceri, della pubblicità; l’invidia per chi vi è giunto, la assoluta mancanza di coscienza, di dignità e di fermezza: ecco quello che li rende scettici. Perchè hanno l’intelligenza svegliata si credono genî, trinciano giudizî, affettano una superiorità cui nulla giustifica; e parlano, scrivono, arringano, conferenziano. Ma chi li cura? Che cosa è mai un briciolo d’intelligenza priva di carattere, se non un pallone vuoto che il primo imbecille può gonfiare col fiato?
No, non è colpa del mondo se noi vediamo correre affannosamente dietro tutte le soddisfazioni della vanità; se in arte si chiamano decadenti, in politica opportunisti, e materialisti nella vita.
È il tarlo del secolo. Sono costoro che accompagnano i pericoli di decadenza. Corvi precursori del vicino cadavere, dove sono essi già si sente l’odore di carogna.
Ma voi, o giovinetti, che rappresentate il futuro, passate sul corpo di questi caduti senza gloria, mirando dritto ed in alto, dove brilla la stella del pensiero che non può mai essere scetticismo.

* * *

Fosse in mio potere darti a scelta un cumulo di ricchezze od un felice temperamento non esiterei a scegliere quest’ultimo.
E ciò non per dispregio dell’oro o per una ascetica venerazione per i piaceri immateriali, ma perchè sono convinta che la sorgente prima della felicità sia in noi stessi; nella nostra salute, nel nostro temperamento, nella nostra educazione.
“Non è che raccogliendo sapientemente le briciole della felicità che si arriva ad essere felici.” Lo ha detto un autore moderno; ma credo, che Salomone stesso non saprebbe contraddirlo.
I più si immaginano che per essere felici occorra o una grande ricchezza, od una somma gloria, o un immenso amore; dimenticando che la vita è tessuta di giorni, di ore, di minuti; che non si può tutti i giorni essere eroi, nè creare dei capolavori ad ogni giro d’oriuolo; e fossimo anche padroni del mondo, dovremmo pur troppo rammentare il saggio proverbio indiano: “Che l’uomo stia seduto sulle rive del Gange o su quelle di un ruscello, non può trasportare che un vaso delle loro acque.”
Possiamo anche paragonare la vita ad un rosario; solo dopo un gran numero di pallottole piccine c’è la pallottola grossa; e nel comune della vita le pallottole grosse sono anche più lontane che nei rosari.
Curiamo dunque i numerosi pochi che devono formare il nostro tutto; lungi dallo sdegnare le soddisfazioni piccine, moltiplichiamole intorno a noi.
Saverio de Maistre, racchiuso forzatamente nella sua camera, trovava un vero piacere ascoltando il rumore della caffettiera appoggiata sugli alari del caminetto, mentre egli, dalla porticina, seguiva i voli fervidi della fantasia che gli facevano percorrere il più piacevole dei viaggi.

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Coltivare i piaceri dello spirito vuol dire mettere da parte un tesoro. Essi, non solamente sono quelli che ci fanno godere di più e che più durano, ma sono anche la ricchezza aristocratica per eccellenza, affatto personale, cui non gravano balzelli e sulla quale gli eredi non possono far conti.
Tra i piaceri dello spirito l’immaginazione è uno dei più splendidi; e pare che la natura favorendone principalmente gli uomini di ingegno abbia voluto compensarli in anticipazione dei dolori che la turba dei mediocri infligge sempre a chi s’innalza sopra il livello comune.
L’invidia può schizzare il suo veleno, la malignità può arrotare le sue punte; vi è un Eden per l’uomo superiore. In quell’Eden nessun mortale lo raggiunge! Egli vi si rifugia nelle ore dello sconforto, come un ricco nelle sue terre; vi si trova potente e libero.
Chi può rapirlo alla estasi del pensiero, veggente, alla dolcezza infinita della sua coscienza? Chi lo scaccia dalla reggia d’oro dell’idea, questo monarca del mondo invisibile, questo re per diritto divino? Gli altri parlano, egli pensa; gli altri camminano, egli vola.
C’è in questa padronanza dispotica dello spirito qualche cosa che ne afferma l’origine sovrana.
Il pensiero è ciò che noi abbiamo di più sicuro. Per i piaceri materiali si ha sempre bisogno di qualcuno o di qualche cosa, mentre le gioie ideali si provano nello squallore di una soffitta, nel deserto, nel carcere, dovunque. I sensi ubbidiscono ad un contatto, il pensiero no. Dunque il pensiero è l’intima essenza nostra, il nostro io superlativo.
Ecco l’aristocrazia vera, quella che sopraviverà a tutte le rivoluzioni, a tutti gli sconvolgimenti, quella che il volgo invidia, ma che non può distruggere, che il ricco sprezza, ma che non può comprare; quella che pone una barriera insuperabile tra l’individuo e la folla, tra gli uomini e l’uomo.

* * *

Regge e conserva ogni facoltà umana, fisica e morale, l’economia.
Lo spreco del denaro conduce alla miseria, lo spreco dell’intelletto alla pazzia, lo spreco del sentimento alla dabbenaggine, lo spreco della salute alla morte.
Nulla di troppo nè di poco è la formula d’una ben intesa economia.
Sprezzare le ricchezze è una massima un po’ vaga. Il denaro è una forza e nessuna forza va disprezzata. Spregevole è solamente la ricchezza in mano degli sciocchi, degli egoisti, degli ignoranti. Chi ha senno sa trarre dalla ricchezza diletto e virtù. Ottimo procedimento per avere sempre denari è quello di limitare i propri bisogni, e massima invariabile, intangibile: Non fare debiti.
L’avarizia sola è vizio; l’economia è ordine e armonia.
Dicendo questo penso che cosa succederebbe del mondo, ove appunto tutto è ordine ed armonia, se la terra sprecando le ore fissate al suo giro ci mostrasse il sole oggi alle dieci del mattino, domani a mezzogiorno e poi alle quattro. O se gli astri, divenuti improvvisamente prodighi, versassero ad un tratto tutta la loro luce e tutto il loro calore.
L’economia degli affetti e delle sensazioni è sopratutto raccomandabile a voi, giovani, che sprecate spesso tesori d’entusiasmo per oggetti che non li meritano, che non vi renderanno mai, neppure nella vil moneta del piacere, tutto ciò che voi perderete per essi di energia e di idealità. (Altro chicco da riporre, altro segno colla matita rossa).
L’economia del tempo poi, riassume e compendia tutte le altre economie. Senza fretta e senza posa, parmi la sintesi migliore di chiunque voglia lavorare con criterio e profitto.
Nella Bibbia, quel libro dei libri, si trova pure: “Vi è tempo per tutto, tempo per ridere e tempo per piangere, tempo per fare allegrezza e tempo per lavorare.”
Il tempo è la vita: sciupare il tempo è una specie di suicidio morale. Ed è anche un furto che ci conduce all’impoverimento del nostro capitale psichico, per cui si vedono tante persone che giunte al termine della vita trovano di non aver fatto nulla e riportano intatto alla natura il loro bagaglio di intelligenza, d’affetto e d’operosità: soldati che tornano dalla guerra senza aver sparato una cartuccia, viaggiatori che non scesero mai di cocchio.
Costoro sono atomi passivi nella grande economia della natura.
Il cardinale di Richelieu, che aveva così fine intelletto politico, soleva dire: “Io e il tempo contro altri due, chiunque essi sieno!”
Ciò è dare senza dubbio gran valore al tempo ed a sè stesso.
Ma appunto sopra questi due valori si appoggia tutto l’edificio delle conquiste umane.

* * *

Briciola, se vogliamo, ma briciola importante del valore del tempo è la puntualità. È questa una prova quasi sempre sicura della serietà e della leggerezza di un individuo.
Colui che manca ad un ritrovo è pure quello che non restituisce un libro, e chi non restituisce un libro è sulla via di non pagare i propri debiti.
Fa parte della dignità umana il rispetto per la parola data.
Non importa che questa riguardi una passeggiata od un’ora di studio, un impegno morale od un impegno materiale, la promessa di un affetto o la promessa di venti lire. Tutto ciò che entra nella dignità non ha limiti di grande e di piccino. Avere sporco un dito o sporco un braccio ha lo stesso valore per la persona pulita. Intendi?
Se così spesso avvengono le promesse non seguite da mantenimento, ciò devesi attribuire a debolezza più che a povertà – e non intendo con tale affermazione menomare la colpa degli spergiuri, avendoti già dimostrato nelle pagine precedenti quanto sia colpevole la leggerezza.
È positivo che una quantità di promesse non effettuate nacquero con tutte le buone intenzioni; cioè il promettitore sperava, credeva, lusingavasi insomma. E poichè tale lusinga sua implicava pur quella del richiedente, creando intorno ad entrambi un ambiente simpatico, esigevasi una gran forza di volontà, una percezione netta e fredda del vero per resistere. E questo è ciò che non tutti sanno fare.
Ma essere amabile al momento per venire scherniti e maledetti poi, non mi sembra un vantaggio.
Occorre riflettere sempre prima di prendere un impegno; una volta preso è debito d’onore condurlo fino all’ultimo.
Non lasciarti dunque sedurre dal sorriso che accoglierebbe un tuo facile sì.
È conquista degna dei forti, il sapere, all’occorrenza, e contro tutte le seduzioni, rispondere onestamente: No.

* * *

Prima di scrivere la parola “fine” sotto a queste pagine voglio toccare un altro argomento. Toccarlo appena, accennarlo, così come feci per tutti gli altri, fidandomi di parlare a giovanetti colti che ben presto si troveranno sulle scene della vita ed al cui ingegno perspicace basta aprire uno spiraglio per esser compresi, se non oggi, domani.
Intendo parlare dell’onestà con le donne.
È questa una onestà speciale, più delicata dell’altra, più soggetta a scappatoie ed a mistificazioni.
Vi sono uomini conosciuti onestissimi dagli altri uomini, magistrati integerrimi, soldati leali, patrioti, cittadini senza macchia. La società li acclama galantuomini, sono stimati e onorati, proposti a modello. Ma quanti io ne conosco nel cui passato una donna piange ancora ed ebbe per essi la vita spezzata. Oh! quella debole voce perduta, soffocata nel coro degli elogi, ripete per sempre inesorabilmente: “No, non sei interamente onesto!”
La malafede verso le donne è tanto più codarda in quanto che, nella maggioranza dei casi, la vittima non può gridare ad alta voce.
Onora la donna, rispettala. Essa rappresenta un ideale sacro. L’omaggio che le tributerai, più che a lei va al culto che essa informa, va al Dio di cui essa è l’altare.
Qualche volta l’altare è profanato, ma gli uomini onesti di tutte le religioni venerano la santità delle memorie, anche quando il tempio cade in rovina.

* * *

Ed ora va, figlio mio, affronta questa rude battaglia che è la vita, seriamente e serenamente.
Io non potrò accompagnarti fino all’ultimo; ma queste pagine che racchiudono tutta l’anima mia non si disgiungano mai da te.
Nell’ora della tristezza, dello sconforto, del dubbio; quando vorresti avere aperto davanti l’occhio amoroso di tua madre e sentire la sua mano sulla tua fronte, cercami qui, chiamami. Io ti guarderò e ti parlerò ancora in questo libro dettato per te dal più grande degli amori

FINE.

Ludovico Ariosto – Cinque canti / un nuovo libro di m. Lodovico Ariosto, i quali seguono la materia del furioso di nuovo mandati in luce ; a cura di Luigi Firpo

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CINQVE CANTI
DI VN NVOVO LIBRO DI M.
LODOVICO ARIOSTO, I QVALI SEGVONO
LA MATERIA DEL FVRIOSO
DI NUOVO MANDATI
IN LVCE

CANTO PRIMO

alfa
Oltre che già Rinaldo e Orlando ucciso
molti in più volte avean de’ lor malvagi,
ben che l’ingiurie fur con saggio aviso
dal re acchetate, e li comun disagi,
e che in quei giorni avea lor tolto il riso
l’ucciso Pinabello e Bertolagi;
nova invidia e nov’odio anco successe,
che Franza e Carlo in gran periglio messe.

beta
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Un economista eclettico – presentazione del libro a cura di Alberto Quadrio Curzio e Claudia Rotondi

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Presentazione del libro a cura di Alberto Quadrio Curzio e Claudia Rotondi (Ed. Il Mulino). Gli allievi di Nino Andreatta ricordano il maestro.

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Guido Crainz – Il Paese reale. Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi

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Presentazione del libro di Guido Crainz (Ed. Donzelli)

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Alberto Abruzzese – Le televisioni di Massimo Fichera

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Presentazione del libro di Alberto Abruzzese, Guido Barlozzetti e Monica Bartocci (Ed. Rai Eri).

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Libri Galeotti – “Le prigioni degli stranieri” presentazione del libro di Caterina Mazza

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2° incontro di presentazione del libro di Caterina Mazza (Editore Ediesse) nell’ambito della terza edizione di “Libri Galeotti. Carcere, pena (e dintorni) nelle pagine di recenti volumi” promosso dal Dipartimento di Giurisprudenza Dottorato in Diritto costituzionale dell’Università degli Studi di Ferrara in collaborazione con Ufficio del Garante delle persone private della libertà della Regione Emilia, Uffico del Difensorte civico della Regione Emilia Romagna, Progetto Libro della Scuola Superiore dell’Avvocatura e Ufficio del Garante dei detenuti del Comune di Ferrara e ibs.it (internet book shop), in programma in alcune date di settembre e ottobre 2013.

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Legalizzare la tortura. Ascesa e declino dello Stato di diritto – Marina Lalatta Costerbosa

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Presentazione del libro di Marina Lalatta Costerbosa (ed. Il Mulino), nell’ambito della terza edizione del ciclo di incontri “Nuovi libri dietro le sbarre. Carcere, pena (e dintorni)” . Iniziativa promossa dal dottorato di ricerca in diritto costituzionale di Unife.

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L’Italia dei democratici. Cambiare il Pd per cambiare il Paese – Presentazione del libro di Enrico Morando e Giorgio Tonini, (Ed. Marsilio)

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Presentazione del libro di Enrico Morando e Giorgio Tonini, (Edizioni Marsilio, collana I Grilli).

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Carlo Freccero – Televisione

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Presentazione del libro di Carlo Freccero (Edizioni Bollati Boringhieri) nell’ambito di “Capalbio libri. Il Piacere di leggere in piazza. In rete”, in programma dal 3 al 14 agosto 2013

Capalbio, 11 agosto 2013

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Licenza: http://creativecommons.org/licenses/by/2.5/it/

Michele Ainis – Doppio riflesso

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Presentazione del libro di Michele Ainis nell’ambito di “Capalbio libri. Il Piacere di leggere in piazza. In rete”, in programma dal 3 al 14 agosto 2013

Capalbio, 13 agosto 2013

da: www.radioradicale.it