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Neera – Il libro di mio figlio

A MIO FIGLIO ADOLFO.

Scrivo su queste pagine il tuo caro nome perchè in te le pensai, per te le raccolsi, a te le dedico.
I consigli, che ti presento, sono tutti frutti maturati ad uno ad uno dalla osservazione, coltivati nel mio cuore. So che si potrebbe dire di essi come di tutti i frutti del mondo: altri simili e migliori ne ha il vicino. Ma questi sono miei; e tanto per me, come per te, la giustificazione è di quelle che si possono ascrivere fra le circostanze attenuanti.
Nulla io tolsi agli illustri scrittori che mi precedettero nel trattare lo stesso tema; e ciò per la semplice ragione che non li ho letti. Così questo volume mancherà di dottrina, ma se, per avventura, qualche mia osservazione fosse avvalorata dall’osservazione di altri, meglio per te, ne ritrarrai maggior convincimento e profitto.
La mia vita somiglia ora ad un paesaggio da cui il caldo sole del meriggio si ritrae per lasciar posto alle ombre della sera; la luce non è ancora scomparsa, ma la notte è vicina. Possa tu trovare in questa fusione di raggi e di ombre tutta la saggezza della madre, tutta l’indulgenza dell’amica.
Il volume è piccino, perchè tu possa tenerlo sempre con te, accompagnarti nei tuoi viaggi, sorriderti sempre nella solitudine della tua camera, e sopratutto, e più ancora, tenertelo vicino quando non sarai solo.
È concettoso più che descrittivo, perchè voglio lasciare molta parte alla tua fantasia; indicarti, ma non limitarti la strada.
Non è un trattato di filosofia, dove nulla è trascurato ed ogni idea giunge ad una conclusione. È piuttosto un indice, un catalogo di idee. A te, a’ tuoi giovani compagni, che siete la forza viva del paese, dò questo terreno da lavorare.
Vorrei infine che il mio libro fosse una specie di dizionario dell’anima, al quale tu avessi da ricorrere in tutti i casi dove non sarai ben sicuro di te e dove ti apparirà un aspetto nuovo della vita e degli uomini.
Rifletti su ognuna delle mie frasi – leggendo attentamente – e fanne l’applicazione di volta in volta, secondo che i fatti ti si presentano. È questo il solo metodo per impossessarti della verità. Quantunque io sia persuasa di dirti il vero, ho piacere che tu stesso abbia a persuadertene.
A guisa di semente data a prova, non tutti i chicchi spunteranno subito, ma ciascuno alla sua stagione; e quelli che ora ti sembrassero acerbi, riponili; verrà il loro tempo. Verrà il giorno in cui, rileggendo questo libriccino con animo e criteri nuovi, una sola forse delle mie parole ti rischiarerà la via fatta spinosa e difficile. Pensa allora a tua madre.

Se non avesse l’apparenza un po’ cinica vorrei incominciare con una massima che io ritengo cardinale. Qualunque tu voglia essere, o galantuomo o briccone, siilo per intero.
È certo che per te non temo l’ambiguità della interpretazione, nè io mi credo obbligata a soggiungere: sii galantuomo. Tuttavia per galantomismo non intendo quella onestà rudimentale che consiste nel non rubare e che per una classe numerosissima di persone sarebbe affatto senza valore; nella stessa guisa che il pudore personale si chiama virtù solamente quando è applicabile alle donne e l’ubbidienza quando si tratta di frati, di soldati e di bambini.
L’onestà deve abbracciare tutto il carattere, tutte le classi, tutte le età. Deve essere la base e il coronamento, stendersi ai lati più lontani, penetrare e cementare lo intero edificio. Si potrà poi riuscire spiritosi o imbecilli, lavoratori o pigri, educati o villani – è una questione di più e di meno – l’indispensabile è di essere onesti, esserlo da cima a fondo; perchè l’onestà, la quale non guida sempre alla fortuna, basta a farci sopportare le disgrazie ove essa sia ampia e superiore.
Una mezza onestà invece è spesso un guaio; difficilmente resiste alle tentazioni, dunque non è valida; d’altra parte ci lascia sentire il rimorso, dunque non ci rende felici.
Ti esorto a meditare questa affermazione ed a farne l’esperimento su te stesso, che è cosa facilissima. Ogni qual volta nell’attrito del tuo interesse cogli interessi altrui l’egoismo la vince, ma pure non sei contento, vuol dire, sì, che l’egoismo era in te maggiore della virtù; ma quel malessere che senti, quella specie di amarezza che ti avvelena il trionfo, mentre prova l’esistere della coscienza, si erige ad ostacolo verso il pieno godimento egoistico. Soffri perchè non sei nè interamente buono nè interamente malvagio. Ecco dunque la necessità di decidersi per l’una e per l’altra di queste due strade.
Una persona che non abbia la vera vocazione del birbante deve, per suo vantaggio, avvicinarsi possibilmente a un ideale di onestà; la via di mezzo in questo caso è la peggiore.
O felici calpestando gli altri, non badando ai loro gemiti, godendoci il bottino. O felici innalzando le anime nostre a quelle regioni di filosofia pura dove la felicità non è altro che sinonimo di coscienza.

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La coscienza è tanto necessaria all’ingranaggio della vita che, per supplire alle deficienze naturali, si prevò il bisogno di stabilire quei vade mecum della coscienza che vengono chiamati Decalogo e Codice; come sarebbe a dire le dande dell’umanità, una specie di cercine contro le cadute.
Ma a te sembra un uomo, un vero uomo, colui che cammina appoggiato solamente e ciò?
Nella storia appaiono fiacchi ed imbelli quei popoli che accettano la tirannia di un re; forti quelli che si reggono da soli – onde il frequente giudizio che la repubblica sia il migliore dei governi per ogni popolo, mentre non la forma di governo è quella che importa, bensì la saggezza dei popoli.
La forma anche qui, come nelle religioni, nelle arti, nella poesia, non è che la veste sotto la quale è necessario che palpiti un corpo ben conformato per dare impulso alla vita. È desso, il corpo, che deve plasmare ogni piega, ogni linea dell’involucro esteriore; ed è giudizio della più grossolana ignoranza credere che, mutando di abito, si mutino i nervi ed i muscoli.
Io non so se nei secoli futuri si potrà far senza dei freni addentati ora con tanta violenza da coloro che si definiscono da sè stessi “i ribelli.”
Ma veramente non si deve pretendere l’effetto prima della causa; allontanare il decalogo, il codice, il re, prima di avere, e fortemente, una coscienza.
A questo ideale l’umanità non giungerà che assai tardi. Frattanto chi sa, chi può, deve applicare le sue forze non ad abbattere la palizzata dei doveri riconosciuti, la quale, se non risponde più ai bisogni moderni, cadrà da sè senza bisogno di Maramaldi; ma ad iniziare la più grande conquista dei secoli venturi: la coscienza individuale.
Davide era un santo re, un uomo che viveva secondo le leggi di Dio; ma quando la legge di Dio si trovava in lotta colle sue passioni egli la metteva da parte, facendo uccidere con disinvoltura i mariti delle donne che gli piacevano. Sono costumi antichi che non differiscono molto dai moderni.
Nessuna legge esterna può frenare validamente le tempeste del cuore e dei sensi. Il freno deve pur esso nascere in noi, far parte delle nostre sensazioni e dei nostri bisogni, essere un coefficiente primo del nostro perchè di vivere.
L’onestà di un uomo, che mira ad essere qualcosa più del primo venuto si appoggia, non alle minacce del castigo, non agli allettamenti del premio, ma alla rivolta di tutto il suo ente superiore contro l’ente inferiore.
Senza questa necessità dell’animo non ci potremo mai chiamare interamente onesti. Somiglieremo ai cani che si illudono di essere liberi perchè scorrazzano per le vie, ma che hanno la museruola.

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Una caratteristica delle nazioni oneste e culte, è il rispetto della proprietà e delle opinioni altrui, la quale trova poi nell’individuo la sua più alta estrinsecazione che è il rispetto di sè stessi.
Credersi degno di grandi imprese è magnanimità. Rispettarsi e stimarsi è semplicemente dovere. Se ognuno sentisse vivamente questo dovere, non si avrebbe la curiosa contraddizione che, mentre nel giudicare gli altri la nostra opinione ci sembra inappellabile, quando si tratta di portar giudizio sopra noi stessi ce ne rimettiamo facilmente al parere altrui, tenendoci da molto o da poco secondo che ci voglion fare.
Se ci stimassimo in noi e per noi, avremmo minore smania di apparire gentili, puliti, culti, e maggiore cura di esserlo.
Infine, preferendo il verdetto del prossimo al nostro, noi ci diamo una tacita patente di imbecilli.
Se si deve – e si deve senza dubbio – rispettare l’opinione di tutti, perchè non incominciamo da noi stessi? Questa è la sola via aperta a quel nobilissimo sentimento umano che è la dignità; sentimento per cui, anche cadendo, l’uomo superiore non si degrada mai e porta fin nei luoghi più turpi, fin nelle carceri e sul patibolo, la continua presenza di sè stesso a sè stesso.

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L’uomo superiore non fa caso dei giudizi del mondo; egli ha in sè stesso un giudice unico che è la sua coscienza.
Capirai però che per usare di questo diritto è d’uopo tenere molto alto il proprio senso morale. Per bastare a sè stessi bisogna esser ricchi, e solo chi ha dovizie d’alti sentimenti e di propositi generosi può fare a meno del plauso della folla.
Se tu vedi qualcuno che va in cerca della lode e della approvazione altrui, di’ pure con certezza ch’ei si sente meschino; potrà essere onesto, ma è senza dubbio debole.
Questa ricerca di plauso, questa vanità del successo, in fondo non è altro che povertà, insufficenza, impotenza.
Nel detto antico “virtù basta a sè stessa” è racchiusa una profonda conoscenza dell’intelletto umano, il quale tanto più si appaga quanto maggiormente si nutre di sè.
L’importante è di non mettersi dalla parte del torto. Gl’insulti, la malignità, tutto è niente quando la ragione è nostra. La miglior risposta che si possa dare ad una parola bassa è un fatto magnanimo. Gli insulti appartengono a chi li fa, non a chi li subisce. Noi soli siamo i padroni delle nostre parole e dei nostri atti.
Essere malcontenti e tormentati dalla condotta altrui è un affanno volgare. Il solo affanno che t’auguro di non provare mai è il malcontento di te stesso.

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Ti accadrà qualche volta di sentirti chiedere un consiglio, essendovi una quantità di persone che in ogni circostanza fuori dell’ordinario perdono la bussola e vanno tastando la coscienza del terzo e del quarto per confortare la propria. Tu dà sempre consigli onesti e schietti. Evita di chiederne se puoi. Taci se non sai e non credi.
Coltiva di buon’ora dentro di te il criterio e la rettitudine, così avrai due amici sicuri che non mancheranno di darti in qualunque occasione il migliore dei consigli.
C’è poi un metodo molto semplice per consigliarti da te stesso: “Nel fisico fa quello che senti, nel morale quello che devi.”
Ma anche qui occorre che tu rifletta come per affidarci sicuramente al nostro giudizio lo dobbiamo rendere perfetto, sì che non sia possibile nè un inganno dei nostri sensi, nè un inganno della nostra coscienza.
Ad ogni modo, e cogli uni e coll’altra, non bisogna mai transigere se si vuole dominarli. Dobbiamo tenerci cari i nostri sensi, ma non in diverso modo che ci teniamo caro un buon servitore; e verso la coscienza, questo Faro misteriosamente acceso in vista delle passioni che ci insidiano, pieghiamo sempre la prua vacillante dei nostri dubbi e dei nostri sconforti.

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Vi sono persone di mente ristretta che, pur volendo assurgere ad un ideale qualsiasi, lo vanno cercando nell’osservanza scrupolosa di certe regole sociali; e più si credono educati quante maggiori catene si sono imposte; essendo per essi la livellatura delle belle creanze il suggello esclusivo della superiorità.
Tutti eguali: è il loro motto. Tutti lisci, levigati, lucidati, tosati a un modo; con quelle frasi, quei saluti, quel sistema di divertirsi, di estasiarsi, di addolorarsi; gli entusiasmi di ordinanza come la forma del cappello e i giudizi passati di cranio in cranio e di bocca in bocca come una parola d’ordine. Somigliano ai gnocchi fatti colla siringa, che l’uno non differisce dall’altro.
Di queste animucce di pecora vi è larga abbondanza fra gli uomini, e nelle donne poi è una gara a chi meglio vi riesce.
Tali persone piacciono, a dir vero, per la stessa ragione che nulla è più gradevole al palato dei più, quanto un gnocco ben fatto, rotondo, morbido, scivolante e senza troppo sale.
Ma per te, figlio mio, non desidero questa specie di perfezione meccanica. Sii sempre e anzitutto te stesso e lascia la meccanica a coloro che non possono avere altrimenti una forma.

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Dicono che l’educazione può tutto, facendo essa ballare gli orsi.
Tuttavia non fa ballare le foche, ed a queste si accontenta di insegnare i vocalizzi. Ciò sembrerebbe un avvertimento della natura, la quale permette all’educazione di cacciare sopra i suoi possessi, ma con riserva.
Infatti si può fare qualche cosa di un uomo quando sia dotato di intelligenza e di criterio; ma da un rozzo cretino, da un arido egoista che ne trarrebbe la migliore delle educazioni? Essa darà solamente la vernice; tegamini da pochi soldi che si screpolano al primo fuoco.
L’educazione più potente di tutte, che è la scuola della vita, ha ottenuto prodigi con Franklin, con Muratori, con Lincoln (falegname, quasi analfabeta, poi presidente degli Stati Uniti), con Giotto, con Shakspeare, con Sisto V, con Nicola Breakspeare, che cominciò la vita mendicando per terminarla sul trono pontificale sotto il nome di Adriano IV – perchè questi uomini avevano in sè la molla che rispondeva, che scattava all’urto.
Ma gli scolari degli educandati più coscienziosi son sempre i migliori cittadini, i geni preclari?
E che si può pretendere dal povero maestro, quando gli si affida un fanciullo stupido, caparbio, materiale, con tutti gli istinti cattivi e nessuna scintilla nel cervello, nessuna goccia di sangue generoso?
Non era che ai tempi biblici e sotto la verga di Mosè che dalle rupi infeconde zampillavano le sorgenti vive. Oggi non si fanno più miracoli. Ogni conquista è il frutto di lunghi studi, di pazienti e audaci ricerche.
La pianta-uomo va innestata al pari delle altre nel profondo, nel midollo.
E noi dobbiamo a noi stessi questo innesto, pensando ai figli nostri che saranno per tal modo migliori di noi, che faranno fede dell’amore allargato fuori della persona, nei secoli, nelle generazioni che verranno.

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Quello che manca assai è il criterio. Se si potesse istituire cattedre di buon senso, allora sì, che l’istruzione cadrebbe in terreno fecondo.
Ma il criterio è uno dei più eletti doni della natura; difficilmente si acquista. Tanto è vero che noi vediamo degli avvocati ragionare come pappagalli, o certe signorine, uscite dalle scuole superiori, ricche di diplomi e così povere di cervello da far pietà.
È raro che ingegno, criterio e cuore si trovino riuniti nello stesso individuo. Per me, se dovessi scegliere fra questi meriti, lascierei fuori l’ingegno; e se me ne fosse concesso uno solo tirerei a sorte fra il criterio e il cuore, cercando di pigliare il criterio.
Non ti sembri eccessiva durezza la mia nel mettere il criterio a pari meriti col cuore e anco un pochino di più.
Il cuore da solo fa commettere molte sciocchezze; quanto all’ingegno esso potrà servire in date occasioni, mentre il criterio ci occorre tutti i giorni, nelle grandi e nelle piccole cose, negli affari come negli affetti.
I manicomi sono popolati da infelici a cui, nella maggioranza dei casi, nè l’ingegno nè il cuore facevano difetto.

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A fianco del criterio deve camminare la fermezza; è una qualità indispensabile del carattere. Senza fermezza, nessuna dote d’ingegno o di cuore è veramente pregevole e nemmeno utile.
Uomini che pur avevano ingegno fallirono in ogni loro tentativo perchè mancanti di fermezza. Giovanetti che davano le più belle speranze si sfiancarono e caddero a mezza strada, perchè incapaci di persistere, incapaci dì lottare.
Il genio non si conquista nemmeno dai più volonterosi; il carattere sì, se c’è la fermezza. Non confondere però la fermezza colla ostinazione. La prima è figlia di un nobile ideale, la seconda è il rampollo mal combinato della vanità e dell’impotenza.
La fermezza va applicata su vasta scala, con mète grandiose, senza preoccupazione dei minuti particolari sui quali appunto si abbarbica qual gramigna e arranca e succhia ed alza il capo prepotente per farsi vedere da tutti la meschinissima ostinazione. Direi: la fermezza è la prova che noi diamo a noi stessi del nostro valore; l’ostinazione e quella che pretendiamo di imporre agli altri. Sono la luce e l’ombra di un medesimo prisma.
Per esempio. La risposta che diede Galilei a tutti gli scienziati del suo tempo era la convinzione di un vero afferrato, era la sicurezza di chi sa. Una baracca di legno comparsa a diverse Esposizioni con la presunzione di svelare il segreto del moto perpetuo, non era altro che l’ostinazione di un ignorante in lotta coi principii più elementari della materia; non era più un genio che intuiva e provava, era un mattoide fantastico che voleva imporre il suo sogno.

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Si dà tanto vanto all’ingegno adesso, e le mamme si pavoneggiano con tanta compiacenza per la mente svegliata delle loro creature, ed i premi delle scuole sono così sempre volti all’intelligenza ed allo studio, che poco o nulla – nulla addirittura – si concede alla formazione del carattere, lasciando che i giovanetti se la spiccino da sè col proprio temperamento.
Ora, e per le pochissime lotte che la civiltà lascia all’adolescenza, e per gli agi della vita, e per l’invadente scetticismo, e per la mancanza d’ideali, raro è il caso di una vera forza di animo.
Sieno prova di ciò le statistiche dei suicidi incapaci di sostenere le lotte della vita, dei cassieri che non resistono alla tentazione dei denari a loro affidati, degli strilloni politici e declamatori di morale che avranno, magari, una aspirazione patriottica e virtuosa, ma che la perdono subito di vista quando casca a loro un’offa in bocca. Tutta un’armata di soldati a parole, di gente che vorrebbe rifare il mondo e la quale non arriva in conclusione che a rifare le proprie tasche quando può, disdicendo gli ideali, preferendo una bassezza ben nutrita ai magri eroismi che non rendono nulla.
Questi, naturalmente, gli effetti estremi; senza parlare dei casi minori e molteplici di fiacchezza che tu stesso devi osservare per essere, come già ti dissi, mio collaboratore nella ricerca della verità.
Prendi nota frattanto che la strada fatalissima dove si mina la fermezza è quella delle concessioni. Oggi si cede un dito, domani un palmo, poi tutto il braccio, finchè l’intero corpo è preso.
Non vi sono mai passi senza pericolo quando si cammina sopra un abisso.
Ricordalo.

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Una imperfezione del carattere che pone maggiori ceppi all’ingegno e sfronda molte gloriose corone e fa spargere infinite lagrime, è la leggerezza.
Fuggi per quanto puoi le persone leggiere. Ti sarà qualche volta difficile, perchè ve ne sono fra esse di simpaticissime. Hanno generalmente un abbandono, una grazia ingenua e naturale, una vivacità, una socievolezza che incanta e crea loro dovunque molte amicizie. Ma questi cari esseri che noi amiamo talvolta fino alla follìa sono i nostri peggiori nemici.
Cento volte meglio una persona malvagia; almeno noi ne diffidiamo e, al postutto, non commetterà il male a tutte le ore del giorno.
Coi leggeri invece non sai mai dove cammini; credi di correre sopra un praticello fiorito e sprofondi nella mota. Essi ti vorranno tutto il bene immaginabile, ma per inavvertenza ti uccidono.
Sono esseri ibridi, commedianti d’occasione, oggi eroi, domani vigliacchi, senza coscienza nè dell’una nè dell’altra parte; un po’ matti, un po’ fanciulli, innamorati sempre di quel che luccica, del similoro, delle gemme di vetro, delle pagliuzze, delle trombe e delle baracche di cerretani; con un bisogno continuo di movimento e di rumore, sia poi rumore di istrumenti musicali, o fischio di palle, o scrosciare di fulmini; per essi è tutt’uno.
A sette e a dieci anni sono i fanciulli adorabili, i graziosi birichini che ottengono quel che vogliono a furia di baci e di promesse. A quindici scroccano l’esame per la prontezza del loro spirito, per l’audacia e la duttilità della loro intelligenza. A venti anni si gettano a capo fitto nella vita, e siccome non mancano di una buona dose di arditezza che simula coraggio, molti fra essi hanno la fortuna di morire sul campo dell’onore, rimpianti ed adorati sempre.
Ma quelli che vivono lasciando giorno per giorno un lembo delle loro vesti ai rovi del sentiero, atterrando nella loro corsa cieca qualunque ostacolo, sia esso il cuore di una madre o l’onore di una sposa, sia una fortuna che dilapidano od un’amicizia che tradiscono, o una fede a cui vengono meno? Ma quando giunti al termine della loro esistenza guardandosi indietro trovano di aver lacerato, disperso, perduto tutto – salute, affetti, considerazioni, ricchezza – qual’è il loro grido? Essi dicono: Eppure non sono cattivo, non fui altro che leggiero!

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Non essere cattivi è una forza passiva, quindi pressochè inutile. Buoni bisogna essere.
La bontà è una qualità innata del carattere e ne parrebbe a tutta prima difficile l’acquisto, ma non è.
Nella stessa guisa che molte persone naturalmente buone riescono per ignoranza o per mali esempi a sviare i loro migliori istinti, altre ve ne sono le quali, non ottime in natura, alla bontà si avvicinano colla intelligente frequenza di sentimenti alti e gentili.
È dunque utile fare uno studio speciale per migliorarci sempre, che è anche una strada che conduce alla felicità. Una persona veramente buona si sente, non altro che per questo, paga.
La bontà che consola, la bontà che incoraggia, la bontà che insegna, la bontà che perdona, ecco altrettante sorgenti di purissime gioie per un’anima elevata.
Quasi tutti hanno qualche lampo di bontà. Pochi sono sempre e sinceramente buoni.
Conosco una quantità di persone delle quali si dice che non farebbero male ad una mosca. Ma va a domandare a queste persone un sacrificio, una noia, un disturbo un’ora di pazienza e di abnegazione! Va a dire a quel grasso sibarita che interrompa il suo desinare per correre a spegnere un incendio, a salvare un bambino. Egli ti darà venti lire perchè queste non gli costano nessuna fatica. Va a chiedere a quella signora, che sta vestendosi per il ballo, di levarsi l’abito elegante per sedere al capezzale di una donna che muore. Ella ti prometterà di fare al ballo una colletta.
È facile essere buoni così!

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Un uomo dal temperamento molle, dal cuore dolciastro e piagnucoloso, sensibilissimo al benessere materiale di una buona digestione, si commuove leggendo sul giornale che una madre ha ucciso a busse il suo bambino. Oppure, trovandosi davanti al fuoco, coi piedi nelle pantofole di pelo, un buon bicchiere davanti, si intenerisce ai disastri di una spedizione polare. Positivamente si intenerisce.
La sua piccola immaginazione gli rizza davanti una folla di pericoli e di sofferenze che avrebbero potuto, Dio guardi, toccare a lui stesso; e si agita, e versa qualche lagrimuccia, esclamando: “soffro troppo, soffro troppo!” finchè, getta via il giornale, tracanna il contenuto del bicchiere, adagiandosi pian piano, solleticato dalla morbidezza della poltrona, chiudendo gli occhi a un sonnellino benefico.
Che cuore sensibile! si dice intorno a lui.
Costui è un egoista di tre cotte. Egli non farebbe un passo per nessuno; ma è un egoista sorridente, inoffensivo, senza nervi e senza malizia, e tutte queste qualità negative lo circondano di un piccolo nimbo serafico, nel quale egli si compiace, come un santacchione, canonizzato in buona fede dall’ignoranza di chi lo circonda.
Noi vogliamo una bontà più intelligente e più forte; una bontà che dovrebbe forse cambiar nome e chiamarsi giustizia; una bontà attiva che ci faccia ricercare i mali del prossimo, una giustizia serena che ci induca a compensarli con quanto noi abbiamo di migliore: l’intelligenza e la volontà.

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L’eccesso di sensibilità nervosa, che è poi debolezza, non ha niente a vedere col sentimento. I moti generosi del cuore hanno ben altra sorgente.
Ora se una donnina grida al vedere una farfalla infilzata sopra uno spillo, la si crede molto sensibile e buona. Una volta le donne si chiamavano Cornelia, Lucrezia, Veturia, Virginia, Camilla, non sapevano nemmeno che cosa volesse dire la parola nervi; giurerei che una farfalla infilzata le lasciava indifferenti, e che per ciò? Diremo che erano peggiori di noi? Che non amavano la patria? Che non educavano altamente i figli? che non sapevano morire?
Dagli antichi romani che permettevano lottassero insieme uomini e fiere, al giorno d’oggi in cui vediamo riprovato nella cronaca cittadina delle gazzette un uomo che batte il suo asino, del cammino se n’è fatto. Ma chi corre di più? Il cuore o la fantasia?
La morbosa filantropia che popola le carceri di comodità e di diletti, che offre concerti ai ladri, delle commedie agli assassini, mentre a migliaia e a migliaia i morenti di fame esulano tutti gli anni verso lidi meno filantropici, che cosa vi induce a pensare? Che il sentimento vero è troppo spesso sacrificato al sentimentalismo.
Quella specie di sofferenza che le persone impressionabili risentono per i mali altrui (nota che la risentono per i soli mali che vedono) è affatto inutile, è anzi dannosa alla economia della natura, perchè non scema il male vero e per contro vi aggiunge il male immaginario.
Non crederti dunque un’anima nobile se l’aspetto di un uomo accoltellato ti dà una fitta al cuore. Soccorrilo. È la sola forma d’umanità che merita lode; tutto il resto è sentimentalismo vuoto.

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Certo dobbiamo a questo sentimentalismo la maggior parte del bene che si fa. Ognuno che benefica è persuaso di agire per la misericordia del prossimo, ma effettivamente il bene lo fa per sè stesso, per mitigare la suddetta sofferenza fantastico-nervosa.
La prova di ciò puoi averla, osservando come, novanta volte su cento, se noi arriviamo a vincere il nostro dolore pei mali altrui, non benefichiamo più.
Siamo tutti di un gran cuore al momento dell’impressione, cioè quando il nostro egoismo è trascinato a soffrire. Così non siamo generosi nè buoni, nè degni di assurgere alle glorie della carità.
La conclusione è pessimista. Pur troppo, lo studio dell’uomo conduce al pessimismo, ma non si deve fermare qui; il pessimismo non è un ostacolo alla mèta. Riconoscere la nostra deficienza non vuol dire accettarla ed accontentarsene. Il pessimismo in questo caso deve servirci di fiaccola.
Scrivo questo libriccino per allargare l’animo alla comprensione del bene. Il bene facile, quello che sgorga appunto dal midollo rammollito dei sentimentaloidi o dalla febriciattola dei vanitosi non basta più alla umanità matura.
Altri ideali, altre conquiste dovete avere, o giovinetti della nuova generazione, voi che inizierete il ventesimo secolo.

* * *

Quando un uomo, movendo i primi passi dal presepio di Betlemme, percorse tutta la Palestina predicando l’amore, e disse di morire egli stesso per amore de’ suoi simili, le turbe meravigliate lo adorarono chiamandolo Dio.
Quelle turbe passarono, ed altre ne vennero tramutandosi la leggenda dell’uomo divino; ne fecero una religione, crearono dogmi, si ebbero guerre, odi, martiri ed eroi. Nessuno dopo Cristo, se non il poverello d’Assisi, ha mai dimostrato coi fatti che il progresso doveva consistere nella imitazione di quel sublime altruismo.
Ed ora, dal cuore di questo vecchio mondo si alza più che mai bisognoso, più che mai ardente e terribile il grido dell’umanità mistificata. Siamo fratelli; non vogliamo più vessilli, nè parole sonanti, nè cieli lontani, nè sterili lagrime. Dateci l’amore.
Oh! non l’amore volgare del pezzo di pane sbattuto sul viso, della colletta pubblicata sui giornali; ma l’amore vero, umano, il grande che corra qual soffio simpatico dalla reggia al tugurio, che sollevi dai solchi il contadino abbrutito, che unisca l’ingegno al denaro, la forza al sentimento, che redima la donna dalla sua abbietta condizione sessuale; l’amore che freni i nobili e disperati tentativi dei nichilismo; l’amore che infiammi di una religione nuova gl’increduli, che desti i pigri, che animi i codardi, che ispiri i generosi.
Quanto siamo lontani da questo ideale! Esso diventerà realtà il giorno in cui le coscienze elevate non saranno più sparsi drappelli, saranno legioni, saranno popoli; quando l’altruismo, vincendo l’immane battaglia che lo aspetta, avrà dimostrato che, meglio dell’egoismo, esso può dare la felicità.
Sicuro, bisogna capovolgere l’attuale sistema materialista che sotto forma di venali conquiste accarezza i peggiori istinti dell’uomo e lo spinge all’odio de’ suoi simili.
Nello stesso modo che si curano i polmoni coll’aria delle alte montagne, bisogna trasportare le nostre coscienze in alto, molto in alto.
È una cura lunga e faticosa alla quale si opporranno i malati più che i sani; e qui sorge spontanea la domanda: Chi ci condurrà, poichè Cristo non è più con noi a trascinare la sua croce?
No. Cristo non è più. Ma diffidare delle forze della natura, ma non credere che alle conquiste del pensiero abbia da aggiungersi la conquista della coscienza, e non sentire il dovere di concorrere a questa opera di civiltà, è un rinnegare il progresso, è un correre ciechi verso la barbarie più mostruosa di tutte, quella che non ha nemmeno la scusa dell’ignoranza.

* * *

Del resto, io non intendo già d’inventare una virtù e di imporla agli uomini. Il vero spirito della carità esiste, è sempre esistito; non si tratta che di svilupparlo, deviando a suo vantaggio quella grande massa di forze morali e pecuniarie che si sperperano ogni giorno a profitto del sentimentalismo e della vanità.
È difficile che in una calamità, sia pubblica che privata, non si riveli improvvisamente il criterio di un uomo di cuore.
Dal re al soldato, dal giovanetto elegante alla suora di carità, nell’ultima epidemia colerosa che afflisse l’Italia, l’altruismo ha portato alta e superba la sua bandiera.
C’è un’innondazione, un terremoto? I fatti magnanimi si moltiplicano, non per opera dei comizi e delle fiere di beneficenza, no; ma dalle viscere stesse del popolo battuto dalla disgrazia sorge e si sviluppa il germe dell’amore per i fratelli.
Durante una gita alpina, tre uomini cadono in un burrone. I compagni già estenuati, avendone tentato inutilmente la salvezza, raccolgono le loro forze e muovono in cerca di aiuto.
Il paese dove essi giungono è povero, quasi disabitato: essi, esausti, più morti che vivi.
Non importa; bussano alla casa del parroco, additano il pericolo e svengono. Il parroco si alza, corre di porta in porta, chiede, esorta, impone, commuove, elettrizza. Raggranellata una piccola scorta, nel cuore della notte, tra i ghiacci minacciosi, rischiando la vita ad ogni passo, i modesti eroi dell’amore raggiungono i morenti e li salvano.
Che cosa dobbiamo concludere?
Che la forza vitale c’è; che in mezzo al putridume egoistico una vena di sangue generoso scorre ancora.
È piccola, è scarsa, ma deve bastare alla nostra fede. Un solo lembo di terra scoperto da lontano ridonò le forze ai compagni dell’audace genovese, che proseguirono animosi e trovarono un mondo.

* * *

Giunta a questo punto m’arresto un istante e ti chiedo, figlio mio, sai soffrire?
Avendo deliberatamente bandito da questo libriccino le citazioni poetiche, dò però posto ad una che vorrei veder scritta su tutte le case abitate dagli uomini:

Liberamente il forte
Apre al dolor le porte
Del cor, come all’amico.

Il dolore è la più alta espressione del sentimento, è l’agente più nobile dell’educazione e della morale. Esso è necessario alla vita di una persona che non voglia assomigliare ad una marmotta.
L’educazione antica, dove aveva tanta parte il dolore, crebbe all’ammirazione dei posteri le tempre bronzine degli eroi di Plutarco.
Tutte le arti si ispirarono al dolore, dal gruppo di Laocoonte alla Deposizione, dal pianto di Andromaca al dubbio di Amleto e al grido di Rigoletto.
La setta degli stoici fiorente nella antica Grecia, se volle togliere alla vita il dolore dovette privarla anche del piacere. Fu essa che inventò la massima: il saggio poco si allegra e poco s’addolora. Chi soffre poco, gode leggermente, questo è innegabile.
Nel dolore l’anima ci affina, il pensiero si eleva. Il dolore ci avvicina al genio e ce ne rende comprensibili le opere, poichè da Omero a Leopardi i grandi uomini hanno grandemente sofferto. Una profonda verità filosofica sta racchiusa nel concetto cristiano che Dio manda il dolore a quelli che maggiormente ama.
L’esistenza è tessuta di piaceri e di sofferenze; ma nel mentre i primi scorrono, goccie limpide senza lasciare traccia, le sofferenze imprimono un marchio inedelebile.
Per questa sua potenza duratura il dolore sviluppa e modifica semi che giacerebbero forse inoperosi nel petto dell’uomo: per esempio la sensibilità, l’indulgenza, la pietà; così più giova alla educazione della vita una disgrazia che non una fortuna.
I grandi benefattori dell’umanità, incominciando da Cristo che nacque in una stalla, ebbero umili natali e giovinezza stentata.

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Si sente spesso citare il fatto di uno che impazzisce in seguito ad una sventura, che muore disperato o che si suicida. Ma queste non sono prove contro il dolore.
Nessuna sventura può far girare la testa a chi l’ha saldamente attaccata alle spalle. Niobe, non si è suicidata e Respha ha difeso fino agli estremi, ritta e forte, i cadaveri dei suoi figli minacciati dagli avoltoi.
Questi miti della favola antica, come il principio di tutte le religioni del mondo, si appoggiano ad una profonda esperienza realista.
Chi diventa matto, qualunque sia la causa apparente, è perchè sortì nascendo il cervello di un matto; lo stesso dicasi del suicida.
Il Fattore del mondo, dando all’uomo il dolore, gli ha pur dato la facoltà di sopportarlo.
Siamo noi che a furia di accidia paralizziamo le nostre forze, riducendole pressochè tutte allo stato di un meccanismo irrugginito. Stoltamente egoisti, facciamo muovere solamente quei congegni che ci dànno un immediato diletto, e non si pensa che in natura tutto è collettivo, tutto è necessario; il dolore al pari del piacere.
A ben riguardare, il dolore è in certo modo una forma eccessiva del piacere; forma elevata, ignota al volgo, che ha fascini possenti, misteriosi come quelli dell’abisso.
Chi pensa e chi ama va incontro al dolore, così come affronta volontariamente la morte l’esploratore dei mari. Salomone lasciò scritto: avanzarsi nella sapienza è avanzarsi nel corruccio. Colui che studia lo sa e non indietreggia davanti a questo dolore necessario all’anima sua.
Ma se appaiono libere ed ampie le vie del dolore, non è così della gioia. Erra assai l’egoista che fuggendo il dolore si immagina di prepararsi un letto di rose; il dolore lo coglierà impreparato, fiacco, e allora, sì, farà di lui uno scimunito, un pazzo od un suicida.

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Il coraggio si allea naturalmente al pensiero del dolore. Al pari di quello si può dividere in coraggio fisico e coraggio morale.
Il coraggio guerriero è, nella maggior parte dei casi, frutto di un temperamento sanguigno e robusto, e deve necessariamente appoggiarsi sopra una fibra resistente. Difatti ai soldati non si chiede quale sviluppo abbia il loro essere pensante, ma se misurano ottanta centimetri di torace.
La pazienza, l’abnegazione, la perseveranza sono tutte forme di coraggio. Lottare per una convinzione, combattere per un’idea, è altrettanto coraggioso quanto scendere in campo. Lottare colle proprie passioni è l’espressione più alta del coraggio.
Ogni conquista, sia dessa fisica o intellettuale, rappresenta un nucleo di forze sostenute dal coraggio. Cesare, Napoleone, Franklin, Galileo, Savonarola, Giordano Bruno, Alighieri, Jenner, Stephenson, stanno a capofila dei coraggiosi.
Ma gli ospedali pure raccolgono nelle lente agonie, nelle eroiche operazioni chirurgiche, la somma di grandi, di ignorati coraggi; e nelle soffitte dei poveri, accanto alla miseria, alla malattia, agli stenti, il coraggio di un’umile madre è molte volte il perno intorno a cui si aggirano le onestà laboriose e rassegnate dell’operaio, della fanciulla, dei bambini affacciantisi alla vita.
È necessario ad ogni modo coltivare una certa forza di trasfusione per il caso che il nostro coraggio, invece di esserci domandato tutto intero, non lo si voglia suddiviso, centellinato nelle proporzioni inafferrabili ma continue dei piccoli sacrifici, dove la vittoria è meno splendida, meno appariscente, ma dove appunto il merito è più grande.

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Si è sempre detto che la virtù è rara. Fino ai vent’anni non lo credetti; giunta ai trenta mi parve vero, ma dopo venni fra me formulando la convinzione che essa sia, nel fatto, anche più rara di quel che si dice.
Uno avrà la virtù di buon cittadino e sarà cattivo figlio o cattivo padre. Un altro sarà onesto in tutti i suoi rapporti sociali preveduti dal codice, e nella sua vita intima batterà vie tortuose e buie. Così si sono visti dei ladri e degli assassini capaci di azioni eroiche, di affetti tenaci e profondi.
Strigelli, un bandito che viveva ottant’anni fa depredando diligenze, terrore di tutti i gendarmi e spauracchio dei viaggiatori, solea portare con sè dell’acqua di Melissa per sostenere le signore nei loro svenimenti; le confortava, le incoraggiava, riconducendole col cappello in mano nella vettura che egli aveva svaligiata. Non era certamente un malfattore volgare.
Lacenaire, omicida, scriveva dal carcere versi pieni di idealità, come La silfide. Non era dunque tutta bestiale l’anima sua.
E accanto a costoro, quanti poeti celebri, quanti scrittori morali che passarono ai posteri per l’alta virtù delle loro opere scritte, furono nelle loro opere vissute non meno colpevoli di Strigelli e di Lacenaire? Essi ebbero solamente il genio in più, e nei raggi di questo gran sole nascosero tutto ciò che era in loro di meschino e di volgare.
Si trovano qua e là dei frammenti di virtù, come si trovano in certe montagne rocciose dei filoni d’oro; ma una virtù intera, completa, dubito assai che esista.
È d’uopo aggiungere che l’occasione di essere eroi, capita quando capita, una volta nella vita; mentre a tutte le ore del giorno abbiamo bisogno di essere o pazienti o generosi o compassionevoli o fermi.
Ogni alba che spunta ci prepara un sacrificio.
È qui, in queste lotte meschine, incessanti, vere lotte di quei pigmei che noi siamo verso l’infinita incognita che ci domina; è in questo campo ristretto, apparentemente inglorioso, che noi dobbiamo esercitare le nostre modeste virtù, sviluppare il nostro coraggio, renderci forti contro la sofferenza, forti al punto di guardarla in faccia pari a pari come un nemico che non temiamo non solo, ma che disprezziamo.
E un’altra cosa occorre. Bisogna avere molte volte il coraggio di soffrire un momento, subito, per risparmiarci lunghe sofferenze poi. Questa massima, applicabile tanto ai casi di idrofobia quanto ai casi di passione, te la raccomando caldamente.
Forse è uno di quei chicchi acerbi di cui ti parlavo in principio. Passa oltre per ora, ma segna codesto punto colla matita rossa.

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La schiettezza e la sincerità non devono scompagnarsi dall’uomo onesto. L’ipocrita è ripugnante a tutti. Noi dobbiamo avere la convinzione dei nostri ideali e il coraggio delle nostre convinzioni.
Ma vi sono eziandio molti sciocchi i quali si vantano sempre di dire la verità, cioè quel tanto che essi credono verità, e bisogna appunto essere sciocchi per dire con tutti ciò che si pensa.
Questo non è certamente un omaggio alla verità. Può sembrare indizio d’animo schietto in un adolescente e come tale è bello; ma l’uomo che si addestra alla vita, così piena di tranelli e di maschere, deve procedere cauto.
La verità che giova altrui, la verità che sbugiarda il vizio, la verità che afferma i nostri diritti, ovvero i diritti del prossimo, ecco le verità che si debbono dire sempre a qualunque costo. Ma è strano come effettivamente queste qualità siano trascurate e si coltivi invece la inutile verità di mostrare al tale che ci è antipatico, al tal altro che non ha spirito e che veste male o che i suoi gusti in arte sono sbagliati.
Non dobbiamo scordarci di appartenere alla fragile discendenza di Adamo e concedere qualche cosa all’amor proprio.
E ad ogni modo una verità rustica, sgarbata, impertinente, la si tollera in un libro stampato o la si accetta per tradizione uscita dai labbri di un filosofo antico, molto antico.
Tra noi, in questa valle d’eguaglianza, anche la verità sorta ignuda dall’olimpo celeste deve coprirsi di qualche velo per far sì che tutti almeno la possano guardare.

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Certuni, sotto pretesto di esser sinceri, lasciano trasparire qualunque brutto movimento dell’animo; e se capita a trovarli in un’ora di malumore un amico, non gli nascondono la loro contrarietà, adducendo che già sono franchi e non sanno fingere.
– Mi trovi più sincero che obbligante, – dicono. E dall’aria soddisfatta, altera, traspare l’intima loro persuasione di essere qualche cosa, di avere un carattere.
Ma la sincerità rozza, egoistica, non è una virtù, non è franchezza, non è sincerità; è semplicemente cattiva educazione.
In tale caso e in tutti i consimili è facile capire che c’è molto maggior merito a frenarsi ed a coprire con un po’ di discrezione la sfacciata nudità di un vero che non giova ad alcuno.
Non si può nemmeno immaginare che nella nostra società raffinata, l’integrità del carattere possa bastare a rendere accetta una persona triviale. È indispensabile un po’ di amabilità, perchè se le persone intelligenti potrebbero stimarti egualmente anche se privo di quella, il numero infinito dei vani, dei poveri di spirito, dei cervelli limitati, non te la perdonerebbero mai.
M’aspetto questa interruzione: “Che importa a me di costoro?”
Niente, lo so. Ma se puoi fare a meno del loro giudizio, essi sono troppo numerosi perchè non ti possa occorrere talvolta l’opera loro. Non dunque come giudici, ma come strumenti ti terrai amici anche costoro; e non per far piacere ad essi, ma per evitare dispiaceri inutili a te ed a’ tuoi cari, darai loro equo tributo di benevolenza.

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La necessità di nascondere, in certi casi, quello che si pensa, mi si presentò per la prima volta evidentissima in una circostanza che ti voglio raccontare a fine di chiarir meglio il mio ragionamento.
Ero giovine affatto, forse ancora nella adolescenza, quando frequentavo la casa di una ricca signora che era stata molto elegante e che dall’abitudine dell’alta società conservava i modi più attraenti.
Mi voleva bene, mi usava infinite gentilezze; i giorni passati da lei erano per me giorni di festa; li ricordo ancora con dolcezza. Una volta trovai sul tavolino della mia nobile amica l’almanacco di Gotha e mi misi a sfogliarlo, fermandomi sopra i ritratti di due principesse di cui ora non saprei ricordare il nome.
La signora, che guardava al disopra della mia testa, additò improvvisamente una delle principesse esclamando: “Assomiglia tutta alla mia povera figlia!”
Le era morta una figlia bellissima nel fiore degli anni. Io non l’avevo conosciuta; ma, osservando entrambe le figure dell’almanacco, trovai più di mio gusto l’altra principessa, e mentre la povera madre si estasiava in esclamazioni: “Vedi che occhi! che fronte! che bocca!” io scioccamente, senza necessità, per quella stupida mania di dire tutto ciò che si pensa, affermai risolutamente: “Eppure, è più bella l’altra.”
Il volto, l’accento, i modi della gentilissima dama mi dimostrarono in un baleno quanto ero stata zotica e male educata, come il mio giudizio fosse inutile e la mia schiettezza inopportuna, ed evidente solo la mia assoluta ignoranza del vivere sociale.
Che importava il mio gusto sopra un genere piuttosto che sopra un altro di bellezza femminile? Non era invece il caso di accondiscendere la parzialità materna, di dare una gioia, una consolazione, una soddisfazione a lei che piangeva sempre la figlia morta? E neppure era necessaria una bugia, una negazione della mia preferenza. Bastava ch’io avessi detto: “Sì, è bella.”

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Ora, se si possono presentare delle circostanze in cui la prudenza, la cortesia od altro fanno transigere colla assoluta schiettezza riguardo al nostro prossimo, ciò non deve esser per noi e con noi. Ed è il punto difficile.
I lenocini della vanità sono sempre lì pronti a persuaderci dei nostri meriti. Ci acconciamo subito senza esame, senza indagini, senza paura di offendere la giustizia quando si tratta di credere a un complimento.
Vantano il nostro ingegno? La cosa ci sembra affatto naturale. Esaltano la nostra bellezza, la nostra amabilità? Niun vero ci appare sulla terra più chiaro di questo.
Ammettiamo astrattamente di avere dei difetti; ma alla resa dei conti, non ci ritroviamo che difetti graziosi, simpatici, provenienti dall’eccesso stesso delle nostre buone qualità.
Ah! povera schiettezza, quando si tratta di noi, quando bisogna discendere nel nostro interno risolutamente, e ghermire il nostro io nel momento della colpa, e smascherarlo, e batterlo e gridargli: “Sei vile!”
Eppure, figlio mio, bisogna fare così.

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Il nosce te ipsum scritto sulla porta del tempio greco è pur sempre la base d’ogni educazione, come è la base della giustizia, della moralità, della salute.
In verità lo studio di noi stessi è molto più necessario di tante altre cose per le quali vi sono cattedre e maestri patentati. La fonte della sapienza è in noi. L’uomo è il principio di tutto.
Che diresti di un padrone di casa il quale non conoscesse le proprie masserizie o di un condottiero che ignora il numero dei suoi soldati?
Nosce te ipsum per l’anima dunque: cioè, per le tue facoltà pensanti e sensibili. Nosce te ipsum per il corpo: igiene e bellezza.
Ma è proprio nella applicazione di questa massima che si intoppa contro il disamore della verità per il soverchio amore di sè stessi: base falsa d’amore, perchè rinnegare il brutto non vuol dire non averlo, anzi l’ignorarlo è la strada per tenerselo eternamente.
Si deve dunque avere il coraggio di confessare a sè stessi: io sono sleale o invidioso o maligno o ambizioso o infingardo o egoista. E sono: tubercoloso o sciancato o ipocondriaco o guercio o gobbo.
Queste sono le basi immutabili del sapere e del progresso.

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L’indagine costante del vero conduce assai spesso al dolore, ma su questo punto siamo già d’accordo.
Sappiamo, cioè, che il dolore non ci deve arrestare mai. Chi vuole la verità vuole il dolore.
Considera però, figlio mio, che il dolore qui non è che uno stato transitorio, una specie di limbo purgante dove l’uomo depone le sue scorie animali e dal quale passa alle serene intangibili regioni della filosofia pura, in cui l’elevatezza morale tien luogo di ogni altra felicità.
E nella applicazione materiale della mia massima il vantaggio è anche più immediato.
Conosco persone coraggiose che, in seguito alla schietta ricognizione di un fisico disgraziato e alla ferma persistenza nella cura di esso, vinsero una vera e propria battaglia colla natura.
Altri invece ne conosco deboli e vani, menti paurose che rifuggono da ogni scandaglio, bugiardi per fiacchezza, ciechi per ignoranza, che piangono e si disperano alla sola supposizione di non essere perfettamente sani, negando la malattia, fuggendo il medico, tutto ciò in odio a una dolorosa verità e vittime immancabili della loro codardia.

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Nella ricerca assidua del vero e procedendo, come già ti dissi, attraverso noi stessi, ci dobbiamo anzitutto rendere mondi da ogni preconcetto. Dobbiamo avere sì, il nostro giudizio che è un diritto sacrosanto; ma ci corre in pari tempo il dovere di rispettare e di studiare anche le convinzioni altrui, perchè, o le troviamo migliori delle nostre e allora le adotteremo, fedeli alla bandiera della verità che reca il motto: dovunque; oppure ci sembrano false e ciò servirà a consolidare la nostra fede.
Del resto, a voler mettere in sodo in un modo assoluto qual è il vero, qual è il falso, e tutte le derivazioni, applicazioni e conseguenze, c’è da riedificare la torre di Babele, perchè tutti gli assiomi creati dagli nomini sono impugnabili.
Il più grande filosofo, il primo dei pensatori ha pure un temperamento attraverso il quale il suo genio deve passare volere o no.
Tutte le scuole in filosofia e in arte nascono dal temperamento; l’inutilità delle discussioni lo prova abbastanza chiaro.
Noi possiamo essere grandi o meschini, ma sempre nell’indole nostra la quale ci è vietato di mutare; e se pare che muti qualche volta, ciò avviene per un processo naturale; nello stesso modo che il vino diventa aceto e l’acqua ghiaccio.
Non dunque io ti dirò: Questo o quello è il vero; sibbene: cercalo.
È in tale ginnastica, la più nobile per il cervello umano che troverai la tua via e sovr’essa imprimerai sicuro il passo. Prendiamo un esempio che valga a dimostrare meglio le mie osservazioni sul temperamento.
Agostino, nato a Tagaste in Africa, era un bellissimo giovane, nobile, pieno d’ingegno, di foga e di ardore. La scienza e l’amore lo trascinavano egualmente, tal che egli si ammaestrò in tutto lo scibile permesso a quei tempi (354-430) e lasciò pure scritto nelle Confessioni: “Quello che io volevo, quello che io cercavo, era d’amare e di essere amato.” Desiderio che fu ampiamente esaudito; come trovò ristoro la sua sete di imparare nelle scuole di Madaura, di Cartagine, di Roma, tra Cicerone e Platone, fra le teorie del Cristianesimo e quelle dei Manichei.
Ma temperamento straordinariamente appassionato, insaziabile di ideale, mobile, nervoso, multiforme, nè gli amori, nè i viaggi, nè i libri, nè le orgie, nè la scienza, nè le vive amicizie allacciate o sciolte potevano acquietare il vulcano che era in lui.
Avendo provato tutto a trent’anni, cadde finalmente nelle braccia della Religione cristiana che, splendida e nova, doveva affascinare quell’anima altamente generosa.
La Chiesa ascrive tra i suoi vanti la conversione di Agostino, attribuendola alle preghiere della santa madre di lui, Monica. L’osservatore, tuttavia, non può fare a meno di considerare che miscredente o cristiano il vescovo di Ippona resta sempre ciò che natura lo ha fatto: un uomo ardente, ricco di passioni.
L’indomito africano potè diventare uno dei capi del cattolicismo e tendere alteramente la destra al suo maestro ed emulo sant’Ambrogio. Dubito però ch’egli potesse mai diventare nè un umile san Pietro, nè un mansueto san Giuseppe, nè un san Giovanni Stilita da passare la vita sopra gli alberi, nè un ascetico san Luigi Gonzaga, nè un mistico san Filippo Neri.
L’evoluzione violenta, la soluzione estrema, erano naturale conseguenza del suo temperamento avido di ricerche.

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Astrattamente dunque ci è permesso di tracciare la via della verità, e fra le due verità indiscutibili della vita e della morte dar posto all’arte, alla scienza, all’amore, alla pietà, questi altri veri, mobili e cangianti, dove ognuno di noi cerca il proprio ideale.
Ma nella osservazione positiva, dobbiamo andare cauti assai per non incorrere nei giudizi temerari, così facili, spesso falsi.
È proprio di un osservatore superficiale l’attenersi agli effetti senza indagare le cause.
Uno si mostra freddo e taciturno: è insensibile. Non prende parte agli scherzi, ai motti di una società allegra: è senza spirito. Non accenna a commuoversi al racconto di una sventura: è senza cuore.
Ragionando in tal modo limitato non si tien conto dell’orgoglio, dello sdegno, della noia, della timidezza, della preoccupazione; tutte cause validissime, capaci in date circostanze di far parere cretino Dante Alighieri e spietato san Francesco di Paola.
Questi giudizi avventati provengono da leggerezza e dall’abitudine che si ha, giudicando gli altri, di non riportarsi mai a sè stessi, di non fare esami di coscienza, mentre l’uomo saggio dovrebbe a tutte le ore mirarsi nella propria coscienza come dentro a uno specchio e non imitare le donne vane che fatte vecchie non tengono più specchi intorno.
Io ho sempre trovato un po’ d’indulgenza per coloro che in una società vengono qualificati per imbecilli, rifacendomi poi, non lo nego, sopra una quantità di gloriole mondane, ingegni da salotto, rivenduglioli dello spirito e della scienza altrui.
Ammiriamo l’indulgenza; essa è la virtù dei grandi e dei puri.

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Vi è però una specie di indulgenza che sembra bontà e non è altro che debolezza ed accidia; l’indulgenza che assolve tutto senza esaminare; senza discutere, che si mostra facilmente caritatevole per evitarsi la noia di essere giusta; manica larga che ricopre egualmente il galantuomo ed il briccone colla ragione speciosa che siamo tutti fratelli.
Mettiamo in una società, in una famiglia, un terzo solo di persone siffattamente indulgenti; che cosa diventerà quella società, quella famiglia? Indulgenza ci vuole, ma non cieca, non pigra, sopratutto non complice.
Questa complicità la si osserva con frequenza nei partiti politici, nelle sette religiose, nelle combriccole letterarie, dappertutto dove un principio, una credenza o un interesse comune tengono uniti insieme molti uomini quali per onorare il principio nascondono o negano le colpe affidategli.
Comunissima è poi l’indulgenza per i difetti che abbiamo noi stessi. Sentirai dire dall’uno: io abborro l’ipocrisia; dall’altro: per me non v’è maggior peccato dell’avarizia; un terzo scaglierà i suoi fulmini contro la gola. E per logica conseguenza, il primo avrà molta tolleranza per la brutalità delle persone sedicentesi schiette; mentre l’altro, prodigo lui stesso, è convinto che la prodigalità sia un vizio amabile; e per l’altro ancora il primo eroe del mondo dovrebbe essere san Gerolamo, così alieno dal peccato della gola che beveva l’olio della lampada scambiandolo per acqua.
Principio rudimentale d’ogni studio sull’uomo è la serenità dell’osservazione.
L’indulgenza non deve consistere nel modo di giudicare ma nel modo di concludere; e tutte le volte che il tuo giudizio non ti presenta un caso di malafede, di disonestà, di offesa ai sani principi della morale, sui quali non è possibile transigere e dove l’indulgenza sarebbe colpa, devi usare verso il prossimo quella misericordia di giudizio che è una specie di carità dell’animo.
La sottile divisione, la linea leggera che separa queste due indulgenze basta a renderle tanto differenti. Non vi è norma in proposito. La regola ci viene dettata al momento pratico dal nostro criterio, da quel senso morale che si potrebbe chiamare il sesto senso e per il quale chi ne è dotato, all’infuori d’ogni legge e d’ogni dogma, in qualsiasi grado di coltura e di civiltà, riconosce subito il vero e dice con sicurezza: Questo è bene, questo è male.
Nature elette per cui sarebbe inutile scrivere qualsiasi trattato, perchè hanno in sè stesse il germe di tutte le cose belle, alle quali arrivano per naturale e spontaneo sviluppo.
Ma d’altra parte, siccome è ancor più inutile scrivere per i disgraziati privi di sentimento e di senno, niuna cosa ottiene minor premio quanto gettare buona semente in un terreno sterile, ben vengano gli eletti.
Di essi è il regno della verità.

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Nel viaggio sentimentale di Lorenzo Sterne c’è l’episodio di un povero il quale non cercava mai inutilmente la carità ai passeggieri.
Colpito da questo fatto persistente, il filosofo volle avvicinarlo per scoprire la molla segreta di tanto successo, e si accorse che la adulazione formava tutta la batteria aggressiva di quel furbo.
Chiamando belle le donne, generosi gli uomini, vispi e seducenti i vecchi, lusingando infine la vanità di ciascuno, egli accumulava elemosine, dove per vero dire il diavolo ci aveva a che fare ben più che Domeneddio, ma questo doveva importargli poco.
Resistere all’adulazione volgare, veramente, non dovrebbe essere molto difficile. Ma vi sono certe adulazioni sottili che si infiltrano colla soavità di un lento profumo, che ci stringono in un amplesso, che toccano giusto il nostro lato debole e vi versano sopra un balsamo a petto del quale l’olio, il miele, l’ambrosia e tutte le dolcezze conosciute non sono più nulla.
Sentendo vantare i nostri meriti, noi che, realmente, abbiamo il costante ideale di renderci meritevoli, ci persuadiamo subito di esserne in possesso. E un fumo come d’incenso di turiboli agitati, di corone sospese sulla nostra fronte, di fiori sparsi sotto ai nostri piedi, ci trasporta, ci esalta, non tocchiamo più la terra.
Quando ti senti preso da una simile ebbrezza, sta in guardia. Pensa all’accattone e metti la mano sulla borsa.

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Volgendo la massima dall’altro lato ti dirò ancora: tu non scenderai mai alla bassezza dell’adulazione.
Molti se ne servono per leggerezza, per divertirsi alle spalle dei gonzi che ci credono senza nessun altro scopo che di fare un esperimento. Ma anche questo è male. Non si deve scherzare colle cose sacre, e la coscienza umana, che una falsa lode può turbare, è fra le più sacre.
Valersi poi dell’adulazione per scopo di lucro, per ingraziarsi la benevolenza, per ottenere favori e parzialità, è uno dei più ignobili traffichi che l’uomo fa del suo io morale: dopo del quale non m’indigna più chi vende il proprio corpo.
La libertà fisica è priva di nobiltà e di coraggio quando sovr’essa non è libera l’anima: cioè il pensiero. E l’anima non potrà mai concedere una porzione di sè stessa ad una causa che non la persuade solo perchè le torna utile, o ad una persona che non ama, solo perchè la persona è potente.
Qui, dopo averti quasi promessa una sola citazione di versi, ti chiedo grazia per una seconda dello stesso autore; ma così veramente educatrice e degna dell’altra che mi è caro consegnarle entrambe a queste pagine che portano il tuo nome:

Me non nato a percotere
Le dure illustri porte
Nudo accorrà ma libero,
Il regno della morte.

Non senti tutta la fierezza di questo concetto, diciamo pure tutto l’orgoglio?
L’orgoglio, vedi? io lo stimo moltissimo – a parte l’orgoglio dell’asino che portava reliquie e che, vedendo i contadini inginocchiarsi dietro i suoi passi, rizzava le orecchie credendosi un gran personaggio.
Il vero orgoglio non si circoscrive alla meschina compiacenza di sè stessi. Si deve essere orgogliosi del principio che si professa; orgogliosi non dei meriti che abbiamo, ma del dovere di portarli altamente e nobilmente.
La modestia dei grandi è una virtù molto apprezzata dai piccoli, perchè la loro vanità ne esce incolume. Tuttavia occorre distinguere.
Di fronte all’ideale, ogni uomo per quanto grande, anzi in ragione del suo valore, proverà quel sentimento di ritrosia, quasi di rispetto, che è la sola modestia permessa: direi la modestia naturale.
Si oltrepassa però il limite della modestia e si entra nel convenzionalismo e nella ipocrisia quando l’uomo grande o semplicemente superiore, od anche solo onesto, trovandosi di fronte all’inetto, al birbante, credesi obbligato a farsi loro pari per modestia.
Una modestia che giunge a questo punto non mi persuade; niente più di quella umiltà che fa presentare la guancia sinistra dopo di aver ricevuto uno schiaffo sulla destra.
Francamente preferisco l’orgoglio di Napoleone, quando, mettendosi in capo la corona, getta al mondo come una sfida le altere parole: guai a chi la tocca! Nelle fibre di un eroe c’è sempre la stoffa di un orgoglioso.
Ripeto, orgoglioso; non superbia, non vanità, non iattanza. Soggiungo: orgoglio intimo. E se non sembrasse un paradosso direi: orgoglio modesto. Deve essere infine un fermo e giusto convincimento del nostro valore, senza boria, senza offesa per gli altri.

* * *

Gli altri!
Parola che non ha un senso vago, misterioso; che svolge davanti ai nostri occhi un panorama di onde cozzanti, ruggenti; una folla indistinta oppure paurosa, tra la quale noi sentiamo che si agitano le fila del nostro destino.
Gli altri? Chi? Tutto il mondo. I nostri amici e i nostri nemici, i vicini, gli assenti, i futuri, coloro che amammo nel passato e coloro che, sconosciuti oggi, segneranno domani il loro nome incancellabile nella storia della nostra vita.
Non siamo più noi nella sostanza, ma siamo ancora noi collettivamente; sono gli anelli della nostra catena, le facce del nostro prisma, i nostri maestri, i nostri scolari, i nostri giudici; attori a vicenda e spettatori; la ragione unica del nostro essere, perchè se non ci fossero essi, noi non potremmo nè amare, nè odiare, nè combattere, nè produrre, nè esser buoni, nè esser cattivi e nemmeno vivere. Il nostro io, quell’io di cui siamo così teneri, non sarebbe che una nullità, uno zero senza valore, un atomo disperso.
L’uomo, solo nell’immensità del creato, sarebbe più meschino del filo d’erba che tremola sullo stelo. La sua forza gli viene dal numero. Il suo io non si afferma che moltiplicato per milioni.
È in quest’onda vivente che ne circonda che noi troveremo i nostri palpiti migliori, la migliore estrinsecazione delle nostre forze. Tutto è stato esplorato, i cieli, gli abissi, la profondità del mare, la sommità delle vette.
Dovunque l’uomo ha portato la fiaccola del progresso; ha studiato tutto intorno a lui, fuorchè sè stesso.
I minerali hanno dato il loro nome a diverse età; e come si ebbe il secolo dell’oro, dell’argento, del rame e del ferro, questo secolo decimonono si è chiamato da sè il secolo della luce. Ma quando verrà il secolo dell’uomo?

* * *

Amando e cercando i nostri simili dobbiamo però inoltrarci colla stessa prudenza che ci guida attraverso un ospedale, dove noi passiamo accanto ai tifosi ed ai vaiolosi guardandoci bene dall’assorbirne l’infezione.
Non altrimenti va inteso il precetto di Orazio: Odi profanum vulgus et arceo. Non disprezzare il volgo, ma non averne bisogno, non subirne le debolezze, non lasciarti trascinare.
Fuggi la messa in iscena, la pompa, l’apparenza, la polvere negli occhi; ciò che brilla, che scoppietta, che abbaglia, che stordisce, che frastuona; i cerretani politici e i cerretani della morale: tutti quelli che fanno ballare le scimmie vestite da uomo.
Modesta la parola e alta l’idea. Così nei tempi splendidi consacrati dalla storia usavano i padri nostri. Così dobbiamo usare noi, se di quegli uomini sentiamo il cuore e l’intelletto.
Continuando il paragone dell’ospedale, ti dirò, che non deve aggirarsi tra la folla chi non abbia i disinfettanti con sè e robusto il temperamento.
Per questo il debole leggero si getta spensieratamente nel mondo; il debole prudente lo schiva; solo il forte lo affronta e ne esce incolume.
Il forte assomiglia a una lama di tersissimo acciaio; i putridumi vi passan sopra senza intaccarla.

* * *

Hai mai osservato che i fiori, le stelle, i cristalli dei monti, tutte le meraviglie della creazione inanimata sono pure nel loro insieme un prodigio d’armonia; ma quando si manifesta la vita, questo fermento ignoto che anima uomini e bestie, la moltitudine diventa pericolosa?
Uno stormo di uccelli devasta quel campo che un uccello solo deliziava col suo canto. Una formica ci meraviglia e ci fa ridere per la sua piccolezza, ed una colonna di formiche invade la nostra casa.
Esistono gli eroi, i saggi, gli onesti, i magnanimi; esistono separatamente, flora privilegiata che si estolle in qualsiasi regione; ma le masse sono sempre e dovunque brutali.
Perchè? Per la stessa ragione che i morbi infuriano dove gli uomini sono più spessi; perchè in una maggioranza di deboli, il contagio si propaga rapidamente; infine perchè quando si lotta fianco a fianco l’egoismo prevale, e nella smania frenetica della conquista gli uomini diventano fiere.
L’assimilazione della folla è un grande pericolo per un giovinetto, quando non vi sia preparato da una seria educazione.
È nelle riunioni, nei teatri, nei comizi, che vengono a galla come materie impure, la grettezza, la stupidaggine, la volgarità, la sensualità: ed è diguazzando in codesti pantani che gli inesperti si insudiciano.

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Ciò che rende anche pericolosa la folla è la varietà della sua composizione, per cui quegli che resisterebbe ad un elemento soccomberebbe ad un altro.
Vi sono alcuni temperamenti così potentemente assimilatori che ben si potrebbero rassomigliare ad una spugna, la quale, nata in mare, beve acqua salata e null’altro desidera o cerca; estratta dal mare ed appesa ad un chiodo si impregna di polvere; tuffata nell’acqua dolce, nel latte o nell’acqua di Colonia diventa pulita, candida, profumata; messa in fondo a un calamaio assorbe l’inchiostro colla stessa facilità.
Di quante persone si può dire che sono riuscite candide o no, solo per essere cadute in un bagno di latte o in una bottiglia di inchiostro!
A questo proposito è facile sentire un buon uomo che vive di rendita, che ha sempre il suo letto rifatto e la tavola apparecchiata, sentirlo inveire contro il fatto diverso del suo giornale, dove si narra che un disperato mezzo morto di fame ha osato rubare. Rubare? Ma che si canzona?
E quelli che gridano, alle frutta: non si deve aver paura: l’uomo pauroso io lo disprezzo! Ma essi, per loro conto, non sono mai stati in battaglia, non hanno aiutato a spegnere nessun incendio, non si sono gettati in fiume per salvare un naufrago, non hanno assistito un coleroso; non ebbero infine nessuna ragione per provare nè a sè stessi nè agli altri il proprio coraggio.
Solo chi ha combattuto, chi ha sofferto, chi ha resistito può alzare la fronte in mezzo alla folla, ripetendo: Odi profanum vulgus et arceo.

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Se è vero quel che disse Tommaseo che le passioni sono una escrescenza della virtù, non dobbiamo soffocarle barbaramente, ma solo dirigerle.
Ciò concorderebbe con quanto lasciò scritto il poeta satirico Lucilio: “La virtù sta nel porre un limite e un freno al desiderio.”
Leopardi, infine, asserisce: “Niun maggior segno di essere poco saggio e poco filosofo quanto voler savia e filosofica tutta la vita.”
E consideriamo anche la bella definizione di Voltaire: “Le passioni sono i venti che gonfiano le vele del bastimento: lo sommergono qualche volta, ma privo di esse non potrebbe avanzare.”
Senza passioni non avremmo nè i capolavori dell’arte, nè le conquiste della scienza. Coloro che hanno fatto un po’ di bene a questo mondo furono tutte persone appassionate.
Abbiamo dunque un cuore caldo, una fervida fantasia, un sentimento vivo del bello; abbiamo delle passioni, ciò è permesso!
Badiamo solo che le passioni non giungano a dominarci, a vivere noi in loro, invece che esse in noi. La passione non deve in nessun caso intralciare il nostro dovere, nè far soffrire coloro che amiamo.

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Malgrado l’opinione contraria largamente diffusa, io sostengo che l’ideale è ciò che noi abbiamo di più concreto, di veramente nostro.
L’ideale è una delle forze occulte della natura, non meno misteriosa e non meno vera dell’armonia che guida gli astri, della nascita, della morte, della trasformazione, di tutto ciò infine che noi vediamo senza poter spiegare.
Quando si dice di uno: è troppo ideale: non mi pare esatto. Non si può essere troppo ideali, come non si può essere troppo sani, nè troppo belli. Egli è che il concetto esatto della idealità manca sovente e si scambia per idealismo l’assenza del criterio. Così si chiamano troppo idealisti i propugnatori di utopie, i fanatici, una quantità di persone squilibrate e ammalate di nervi.
L’ideale è il sangue del nostro cervello, e la giusta circolazione di esso può dare la norma della nostra costituzione psichica.
Poichè ognuno di noi ha per modo di dire due anime: l’anima sensibile e l’anima pensante: tutte e due bisognose di un nutrimento che solo l’ideale ci somministra sotto le diverse forme di religione, d’arte, di amore, di carità.
La religione è la forma più popolare della idealità. È quella che mostrandosi in ogni popolo, in ogni paese, attraverso tutti i tempi, dà ragione al motto profondo di Voltaire: “Se Dio non esistesse bisognerebbe inventarlo.”
L’arte è la manifestazione dell’anima pensante.
L’amore e la carità intrinsecano i bisogni dell’anima sensibile.
Ma adorazione, arte, amore, non sono che parvenze, forme, come sarebbe a dire il sapore del cibo; essenzialmente nutrono allo stesso modo.
E tutte queste espressioni parziali della più nobile facoltà dell’uomo, l’anima, non hanno in certe anime di prim’ordine limiti definiti. Meglio che accentuarsi solitariamente si fondono in una gamma ascendente di sensazioni squisite, di idealità inafferrabili al volgo: sentire, amare, adorare, beneficare, ecco l’ideale della vita per una tempra salda e gentile.
Si trovano nella storia, vediamo intorno a noi, qualche bella figura che non è precisamente il primo dei poeti, nè il più filantropo degli uomini; che non ha inventato una religione e non è morto d’amore; ma possiede il germe di tutti questi sentimenti che fanno di lui il più simpatico degli uomini celebri o il più amato dei nostri amici, quello a cui istintivamente vorremmo assomigliare.

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Poche parole ti dirò a proposito della religione. Essa è un sentimento, non una pratica. Se tu senti, credi. Se la voce divina non giunge a te, non negare per questo, non irridere. Cercala sotto altre manifestazioni. In ogni forma dell’ideale Dio esiste.
Ma, te ne prego, figlio mio, non tentare mai di togliere ad altri la fede. Essa è per molte persone l’unico bene.
Hai mai osservato la domenica in campagna? Le campane suonano a distesa perchè tutti i contadini possano udirle ed accorrere dai casolari lontani. Ed ecco che s’avviano da destra e da sinistra, a drappelletti, soli, a due a due, gli uomini cogli uomini, le donne colle donne, lenti, gravi, silenziosi.
Prendono posto in chiesa, gli uomini da una parte, le donne dall’altra; i primi arrivati siedono, gli altri stanno in piedi, molte donne si accoccolano per terra. E tutti zitti!
A guardare quella fila di faccie immobili dove l’eccesso della fatica materiale ha distrutto la fiamma del pensiero, ci si domanda con sgomento: sono questi i nostri fratelli?
Capiscono poco, povera gente. I più svegliati leggono in certi libri stampati a caratteroni grossi come ceci, dove le pagine della messa sono segnate al basso da due sfumature nereggianti che sono la traccia dei pollici. Qualcuno sgrana il rosario. Quando il prete sale sul pulpito stanno tutti attenti; quando canta lo accompagnano in una lingua che essi non intendono affatto; rivolgono a Dio, alla Madonna, una quantità di preghiere delle quali ignorano il significato; ma in quella elevazione qualsiasi delle anime i duri volti si illuminano, qualche pupilla si vela di lagrime di tenerezza. Da tutti i cuori si sprigiona un lamento, una domanda, uno sfogo.
I filosofi, le persone istruite, coloro che mangiano bistecche e leggono Schopenhauer, si capisce, possono fare a meno di ciò. Essi l’hanno il loro ideale, alto, orgoglioso, libero, comodo sopratutto.
Ma a questi umili cuori che cosa resterà se togliamo la loro piccola chiesa e il loro piccolo culto? Se togliamo quella fede misteriosa, quella speranza vaga, quel dolce e terribile ignoto che li frena e li consola?
Che cosa daremo loro invece della pace del tempio, della solennità dei riti, della poesia di un amore sconosciuto e potente?
Noi abbiamo le ricchezze, l’intelligenza, il sapere; essi hanno la fede! Essi credono che, condannati a lavorare ed a soffrire, li attende una vita nuova; e per un istante, almeno una volta alla settimana, quando il parroco parla loro delle gioie celesti intravedono anch’essi un raggio della divina immortalità; sulla loro fronte scende la luce di un pensiero ideale e tornano alle loro case più contenti, più calmi, recando il conforto di un bene interiore che non possono spiegare, ma che sentono. Passando vicino al cimitero, provano la commozione di un sentimento tenero e malinconico, che li fa sostare davanti alle croci come innanzi all’opera di una giustizia grande e sopranaturale, come alla sicura promessa di un premio.

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Lo so che qualche moderno riformatore, sogghignando mi può dire: “Oh ingenuità sentimentale! crede di giovare meglio al povero lasciandogli l’ostia che dandogli una grammatica!”
Veramente lo credo, perchè senza grammatica si può vivere, e senza ideale, no; e per una classe infinita di persone la religione è il solo ideale possibile.
Nè vale che mi diciate: “Istruiteli e non avranno più bisogno di religione.”
Facile è togliere e difficile dare! Migliorate pure le condizioni intellettuali e materiali del povero, ma accostatevi a lui coll’amore, non colla rapina: non spogliatelo di quello che ha, promettendogli un beneficio lontano, del quale poi non sapete nemmeno se vi sarà grato.
Non tutte le anime anche fra le persone le più culte, sono accessibili ai principî filosofici. Togliere a queste la fede è una mala azione come privare un bimbo della sua innocenza e un povero del suo unico soldo.
È per smania di atterrare la vecchia fede che noi vediamo tutta una generazione, non ancora preparata all’austera religione della coscienza e già priva dell’antico freno, brancicare con dondolamenti da ubbriaco.
Questa febbre distruggitrice mi fa pensare ad un povero ciliegio che alcuni monelli dopo di aver saccheggiato si posero a schiantare col pretesto che era vecchio e che già doveva morire lo stesso… Essi non pensavano che tuttochè vecchio poteva dare ancora ombra nei giorni estivi, poi foglie secche per le allegre fiammate d’autunno, finchè dai solchi pazientemente fecondati sorgesse l’albero nuovo.
Dicono anche gli innovatori: “Conservare il popolo nella religione, è conservarlo nella menzogna e nell’errore.”
Oh! uomini impastati di creta, cui sola esca e capitale conquista è il raggiungimento dei beni materiali, che ne sapete voi dei bisogni profondi di altri uomini che non potete giudicare perchè non li capite, ma che hanno diritto al pari di voi di scaldarsi ai raggi del loro sole? Essi non vi impediscono di correre al denaro. Perchè vietereste a loro di andare dove li porta il loro ideale?
La religione conserva l’ignoranza – voi dite. Ma è permesso almeno di sollevare un dubbio, quando il ciabattino che rimette il tacco delle vostre scarpe dichiara altezzosamente di non credere in Dio, perchè noi allora pensiamo a Manzoni, a Tommaseo, a Fogazzaro…
Ed anche fra i più giovani studiosi di ogni sistema filosofico, fra coloro che più audacemente si abbandonarono all’acre voluttà della negazione, non vediamo forse ora caldi e sinceri ravvicinamenti al principio cristiano del nostro nulla in rapporto al mistero che è dentro di noi e intorno a noi?
Inutile far nomi. Guardiamo. Dalle più sottili intelligenze, dai cuori più ardenti che già in veglie operose inseguirono il mistero ribellandovisi, ecco un tendere ansioso delle anime inappagate verso una felicità che il materialismo non ha potuto dare, verso una luce che non è di questo mondo?
L’indizio è rassicurante per il futuro. Quando le plebi avranno colmate tutta la bilancia dell’incredulità e dell’appagamento sensuale, balzerà più sicura la bilancia del desiderio spirituale che uomini nuovi affermeranno con nuovi e sempre più alti ideali.

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L’arte – e per arte intendo tutte le manifestazioni del pensiero che si accostano ad un ideale – è pur essa una fede; i suoi templi sono diffusi per tutto il mondo incivilito.
Al contrario della religione, la quale apre le sue braccia a tutti gli uomini, l’arte non si svela che a pochi. È la scintilla celeste che Prometeo voleva rapire e per cui ebbe il cuore continuamente rôso da un avoltoio.
Nessuno è obbligato ad essere artista, nè poeta, nè filosofo, nè pensatore. Troppi ai nostri giorni sono trascinati dalla vanità a far parlare di sè e per questo si camuffano da amanti dell’arte; ma per costoro ci vorrebbe il flagello già impugnato da Cristo a cacciare i farisei.
Il pensiero è dolore, la gloria è martirio. Chi non è disposto a farsi rodere il cuore si scosti dal pensiero dell’arte, tolga a chi ama l’arte davvero il doloroso spettacolo di questa corsa di fantini ansimanti dietro il premio di una banderuola.
Ascoltatemi, giovinetti: se volete arricchire non mettetevi sul sentiero dell’arte; se siete vani non mettetevi sul sentiero dell’arte; se cercate il plauso e la popolarità non mettetevi sul sentiero dell’arte.
Solo gettatevi in questa via se vi sentite di dare per essa il vostro sangue migliore e la vostra vita.

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Ed anche l’amore è dolore. I maggiori dolori ci vengono sempre da coloro che amiamo. I disinganni non esisterebbero se non si amasse; la separazione, l’assenza, la morte, non sarebbero quegli orribili strazi che sono, senza i vincoli d’affetto ch’essi spezzano.
Se si confonde spesso l’amore col piacere, è perchè nell’organismo generale, il piacere sta in fondo ad ogni ricerca, ad ogni aspirazione.
Tutte le aspirazioni riddano intorno a noi mascherate da amore, ingannando anche coloro che se ne credono investiti; ma l’amore non è l’ebbrezza momentanea, non è il riso giocondo dei sensi eccitati, non è la vanità della conquista, nè la curiosità della imitazione. L’amore sta in alto. Ben di esso si può dire: molti sono i chiamati e pochi gli eletti.
Essere amati è un dono inestimabile. Saper amare è una virtù.

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La carità è ancora amore. Se si potessero scomporre le immense beneficenze che vi sono nel mondo le troveremmo composte d’amore; cuori infranti che invece di avvizzire nell’inerzia o di imprecare nella vendetta, portarono sui campi della carità le ultime goccie del loro sangue generoso.
Amando si sanano le ferite dell’amore; amando il prossimo nella carità, amando l’ideale sensibile in Dio e l’ideale pensante nell’arte e nella scienza.
È per questa catena invisibile che le unisce e le fonde, che le quattro forme esterne dell’idealismo si trovano ad essere essenzialmente una stessa cosa; onde l’amore, l’arte, la carità sono pure religioni e la religione altro non è che un’infinita aspirazione di amore.
Per alcune persone i bisogni psichici non vanno più in là del vaso di basilico coltivato sul davanzale della finestra o dei baci scambiati col canarino; della lettura del giornale o della banda che suona in piazza. Sono anime povere, anime piccine. La fiammolina del loro ideale si alimenta con una goccia.
Altre anime esistono per le quali, al contrario, il mondo reale non è sufficiente spazio. Anime sconfinate che tutto abbracciano, fiamme distruttrici nei cui vortici ogni passione gitta i suoi torrenti senza che mai essi gridino: “basta!” A questa schiera appartengono principalmente i poeti e i pensatori, nella cui mente passa come un riflesso dei palpiti di tutto il mondo.
Amiamoli, figlio mio, mettiamoci sulla loro via: essi ci guideranno alla verità ed alla luce.

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Malattia grave dell’ideale è lo scetticismo. Lo scettico è un disgraziato che non seppe uscire dal conflitto fra il reale e l’ideale. È un debole che si crede forte.
L’ideale esiste, si afferma, crea, è una potenza ed una fecondazione. Lo scetticismo non è altro che una parola inventata per applicare un titolo pomposo ad uno stato patologico.
Le scettico mi fa insieme paura e compassione; paura per gli altri a cui egli nuocerà senza alcun dubbio; compassione per lui che soffre e soffrirà finchè vive.
Una caratteristica dello scettico è la menzogna. Egli mente continuamente, mente a sè stesso, mente quando afferma di non credere, di non sentire, di non amare nulla. Egli soffre piuttosto del pensare e dell’amare, è ammalato nel cervello ed ammalato nel sentimento. Conscio della sua infermità, si toglie presto dal mondo e va a morire solo, come fanno gli animali quando sono feriti a morte.
Questo è lo scettico onesto.
Ma vi è una turba di pretesi scettici, gente viziosa ed infeconda, generalmente giovani privi di vero ingegno, i quali si acconciano volentieri allo scetticismo che dubitando di tutto si presta mirabilmente al far nulla.
Colla scusa di non credere si rifiutano ad amare, a lavorare, e concentrano le loro facoltà psichiche in un ghigno beffardo che vorrebbe esser mefistofelico.
Questi sciocchi fanciulli che noi vediamo declamare contro tutto ciò che è nobile e santo, negando la virtù pel solo fatto che essi hanno tuffato il naso nel vizio, ci muovono a schifo. Il loro caso isolato sarà, non nego, l’accenno ad una infezione, ma l’esistenza degli ammalati non ha mai fatto paura ai sani e la rotta dei deboli non deve scoraggiare i valorosi.

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Sentirai molti giovinastri lagnarsi che la società li ha demoralizzati, che nella conoscenza del mondo hanno lasciato ogni ideale, che gli uomini colla loro ipocrisia, colla loro sensualità, hanno colpa se essi pure sono diventati ipocriti e bruti.
Non è vero! Costoro si corruppero perchè il germe della corruzione era in loro; perchè non avevano precisione di scopo, nè saldezza di propositi, nè elevatezza di fede.
Chi è forte può perdere la fede in un dato ideale, ma sa crearne un’altra. La modificazione dell’ideale primitivo è anzi quasi necessaria perchè solo l’esperienza del vero mette le basi a un saldo ideale; e il vero lo si acquista, non si eredita.
La conoscenza del mondo li ha demoralizzati? Ma forse Socrate non avrà mai conosciuto il mondo; e Demostene, e Cicerone, e Galileo, e Alighieri, e Gioberti, e Rosmini, e Manzoni erano bamboletti non ancora svezzati dalla nutrice?
Dovevano proprio venire questi sedicenti scettici a farci spuntare il dente della sapienza, che senza di essi noi avremmo ignorato le tristizie del mondo!
La smania di uscire dalla mediocrità, la febbre dell’oro, dei piaceri, della pubblicità; l’invidia per chi vi è giunto, la assoluta mancanza di coscienza, di dignità e di fermezza: ecco quello che li rende scettici. Perchè hanno l’intelligenza svegliata si credono genî, trinciano giudizî, affettano una superiorità cui nulla giustifica; e parlano, scrivono, arringano, conferenziano. Ma chi li cura? Che cosa è mai un briciolo d’intelligenza priva di carattere, se non un pallone vuoto che il primo imbecille può gonfiare col fiato?
No, non è colpa del mondo se noi vediamo correre affannosamente dietro tutte le soddisfazioni della vanità; se in arte si chiamano decadenti, in politica opportunisti, e materialisti nella vita.
È il tarlo del secolo. Sono costoro che accompagnano i pericoli di decadenza. Corvi precursori del vicino cadavere, dove sono essi già si sente l’odore di carogna.
Ma voi, o giovinetti, che rappresentate il futuro, passate sul corpo di questi caduti senza gloria, mirando dritto ed in alto, dove brilla la stella del pensiero che non può mai essere scetticismo.

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Fosse in mio potere darti a scelta un cumulo di ricchezze od un felice temperamento non esiterei a scegliere quest’ultimo.
E ciò non per dispregio dell’oro o per una ascetica venerazione per i piaceri immateriali, ma perchè sono convinta che la sorgente prima della felicità sia in noi stessi; nella nostra salute, nel nostro temperamento, nella nostra educazione.
“Non è che raccogliendo sapientemente le briciole della felicità che si arriva ad essere felici.” Lo ha detto un autore moderno; ma credo, che Salomone stesso non saprebbe contraddirlo.
I più si immaginano che per essere felici occorra o una grande ricchezza, od una somma gloria, o un immenso amore; dimenticando che la vita è tessuta di giorni, di ore, di minuti; che non si può tutti i giorni essere eroi, nè creare dei capolavori ad ogni giro d’oriuolo; e fossimo anche padroni del mondo, dovremmo pur troppo rammentare il saggio proverbio indiano: “Che l’uomo stia seduto sulle rive del Gange o su quelle di un ruscello, non può trasportare che un vaso delle loro acque.”
Possiamo anche paragonare la vita ad un rosario; solo dopo un gran numero di pallottole piccine c’è la pallottola grossa; e nel comune della vita le pallottole grosse sono anche più lontane che nei rosari.
Curiamo dunque i numerosi pochi che devono formare il nostro tutto; lungi dallo sdegnare le soddisfazioni piccine, moltiplichiamole intorno a noi.
Saverio de Maistre, racchiuso forzatamente nella sua camera, trovava un vero piacere ascoltando il rumore della caffettiera appoggiata sugli alari del caminetto, mentre egli, dalla porticina, seguiva i voli fervidi della fantasia che gli facevano percorrere il più piacevole dei viaggi.

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Coltivare i piaceri dello spirito vuol dire mettere da parte un tesoro. Essi, non solamente sono quelli che ci fanno godere di più e che più durano, ma sono anche la ricchezza aristocratica per eccellenza, affatto personale, cui non gravano balzelli e sulla quale gli eredi non possono far conti.
Tra i piaceri dello spirito l’immaginazione è uno dei più splendidi; e pare che la natura favorendone principalmente gli uomini di ingegno abbia voluto compensarli in anticipazione dei dolori che la turba dei mediocri infligge sempre a chi s’innalza sopra il livello comune.
L’invidia può schizzare il suo veleno, la malignità può arrotare le sue punte; vi è un Eden per l’uomo superiore. In quell’Eden nessun mortale lo raggiunge! Egli vi si rifugia nelle ore dello sconforto, come un ricco nelle sue terre; vi si trova potente e libero.
Chi può rapirlo alla estasi del pensiero, veggente, alla dolcezza infinita della sua coscienza? Chi lo scaccia dalla reggia d’oro dell’idea, questo monarca del mondo invisibile, questo re per diritto divino? Gli altri parlano, egli pensa; gli altri camminano, egli vola.
C’è in questa padronanza dispotica dello spirito qualche cosa che ne afferma l’origine sovrana.
Il pensiero è ciò che noi abbiamo di più sicuro. Per i piaceri materiali si ha sempre bisogno di qualcuno o di qualche cosa, mentre le gioie ideali si provano nello squallore di una soffitta, nel deserto, nel carcere, dovunque. I sensi ubbidiscono ad un contatto, il pensiero no. Dunque il pensiero è l’intima essenza nostra, il nostro io superlativo.
Ecco l’aristocrazia vera, quella che sopraviverà a tutte le rivoluzioni, a tutti gli sconvolgimenti, quella che il volgo invidia, ma che non può distruggere, che il ricco sprezza, ma che non può comprare; quella che pone una barriera insuperabile tra l’individuo e la folla, tra gli uomini e l’uomo.

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Regge e conserva ogni facoltà umana, fisica e morale, l’economia.
Lo spreco del denaro conduce alla miseria, lo spreco dell’intelletto alla pazzia, lo spreco del sentimento alla dabbenaggine, lo spreco della salute alla morte.
Nulla di troppo nè di poco è la formula d’una ben intesa economia.
Sprezzare le ricchezze è una massima un po’ vaga. Il denaro è una forza e nessuna forza va disprezzata. Spregevole è solamente la ricchezza in mano degli sciocchi, degli egoisti, degli ignoranti. Chi ha senno sa trarre dalla ricchezza diletto e virtù. Ottimo procedimento per avere sempre denari è quello di limitare i propri bisogni, e massima invariabile, intangibile: Non fare debiti.
L’avarizia sola è vizio; l’economia è ordine e armonia.
Dicendo questo penso che cosa succederebbe del mondo, ove appunto tutto è ordine ed armonia, se la terra sprecando le ore fissate al suo giro ci mostrasse il sole oggi alle dieci del mattino, domani a mezzogiorno e poi alle quattro. O se gli astri, divenuti improvvisamente prodighi, versassero ad un tratto tutta la loro luce e tutto il loro calore.
L’economia degli affetti e delle sensazioni è sopratutto raccomandabile a voi, giovani, che sprecate spesso tesori d’entusiasmo per oggetti che non li meritano, che non vi renderanno mai, neppure nella vil moneta del piacere, tutto ciò che voi perderete per essi di energia e di idealità. (Altro chicco da riporre, altro segno colla matita rossa).
L’economia del tempo poi, riassume e compendia tutte le altre economie. Senza fretta e senza posa, parmi la sintesi migliore di chiunque voglia lavorare con criterio e profitto.
Nella Bibbia, quel libro dei libri, si trova pure: “Vi è tempo per tutto, tempo per ridere e tempo per piangere, tempo per fare allegrezza e tempo per lavorare.”
Il tempo è la vita: sciupare il tempo è una specie di suicidio morale. Ed è anche un furto che ci conduce all’impoverimento del nostro capitale psichico, per cui si vedono tante persone che giunte al termine della vita trovano di non aver fatto nulla e riportano intatto alla natura il loro bagaglio di intelligenza, d’affetto e d’operosità: soldati che tornano dalla guerra senza aver sparato una cartuccia, viaggiatori che non scesero mai di cocchio.
Costoro sono atomi passivi nella grande economia della natura.
Il cardinale di Richelieu, che aveva così fine intelletto politico, soleva dire: “Io e il tempo contro altri due, chiunque essi sieno!”
Ciò è dare senza dubbio gran valore al tempo ed a sè stesso.
Ma appunto sopra questi due valori si appoggia tutto l’edificio delle conquiste umane.

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Briciola, se vogliamo, ma briciola importante del valore del tempo è la puntualità. È questa una prova quasi sempre sicura della serietà e della leggerezza di un individuo.
Colui che manca ad un ritrovo è pure quello che non restituisce un libro, e chi non restituisce un libro è sulla via di non pagare i propri debiti.
Fa parte della dignità umana il rispetto per la parola data.
Non importa che questa riguardi una passeggiata od un’ora di studio, un impegno morale od un impegno materiale, la promessa di un affetto o la promessa di venti lire. Tutto ciò che entra nella dignità non ha limiti di grande e di piccino. Avere sporco un dito o sporco un braccio ha lo stesso valore per la persona pulita. Intendi?
Se così spesso avvengono le promesse non seguite da mantenimento, ciò devesi attribuire a debolezza più che a povertà – e non intendo con tale affermazione menomare la colpa degli spergiuri, avendoti già dimostrato nelle pagine precedenti quanto sia colpevole la leggerezza.
È positivo che una quantità di promesse non effettuate nacquero con tutte le buone intenzioni; cioè il promettitore sperava, credeva, lusingavasi insomma. E poichè tale lusinga sua implicava pur quella del richiedente, creando intorno ad entrambi un ambiente simpatico, esigevasi una gran forza di volontà, una percezione netta e fredda del vero per resistere. E questo è ciò che non tutti sanno fare.
Ma essere amabile al momento per venire scherniti e maledetti poi, non mi sembra un vantaggio.
Occorre riflettere sempre prima di prendere un impegno; una volta preso è debito d’onore condurlo fino all’ultimo.
Non lasciarti dunque sedurre dal sorriso che accoglierebbe un tuo facile sì.
È conquista degna dei forti, il sapere, all’occorrenza, e contro tutte le seduzioni, rispondere onestamente: No.

* * *

Prima di scrivere la parola “fine” sotto a queste pagine voglio toccare un altro argomento. Toccarlo appena, accennarlo, così come feci per tutti gli altri, fidandomi di parlare a giovanetti colti che ben presto si troveranno sulle scene della vita ed al cui ingegno perspicace basta aprire uno spiraglio per esser compresi, se non oggi, domani.
Intendo parlare dell’onestà con le donne.
È questa una onestà speciale, più delicata dell’altra, più soggetta a scappatoie ed a mistificazioni.
Vi sono uomini conosciuti onestissimi dagli altri uomini, magistrati integerrimi, soldati leali, patrioti, cittadini senza macchia. La società li acclama galantuomini, sono stimati e onorati, proposti a modello. Ma quanti io ne conosco nel cui passato una donna piange ancora ed ebbe per essi la vita spezzata. Oh! quella debole voce perduta, soffocata nel coro degli elogi, ripete per sempre inesorabilmente: “No, non sei interamente onesto!”
La malafede verso le donne è tanto più codarda in quanto che, nella maggioranza dei casi, la vittima non può gridare ad alta voce.
Onora la donna, rispettala. Essa rappresenta un ideale sacro. L’omaggio che le tributerai, più che a lei va al culto che essa informa, va al Dio di cui essa è l’altare.
Qualche volta l’altare è profanato, ma gli uomini onesti di tutte le religioni venerano la santità delle memorie, anche quando il tempio cade in rovina.

* * *

Ed ora va, figlio mio, affronta questa rude battaglia che è la vita, seriamente e serenamente.
Io non potrò accompagnarti fino all’ultimo; ma queste pagine che racchiudono tutta l’anima mia non si disgiungano mai da te.
Nell’ora della tristezza, dello sconforto, del dubbio; quando vorresti avere aperto davanti l’occhio amoroso di tua madre e sentire la sua mano sulla tua fronte, cercami qui, chiamami. Io ti guarderò e ti parlerò ancora in questo libro dettato per te dal più grande degli amori

FINE.

Neera – Uno scandalo

Nell’afa del recinto chiuso si sarebbero sentite a volare quel paio di mosche miserelle che erano capitate là dentro, se anch’esse sfiaccolate e senza energia non se ne fossero state aderenti alla tenda di grossa tela color arancione, la quale tenda pur non serviva nè a mitigare il caldo esterno del solleone nè quello interno della stanza dove una trentina di ragazze sbadigliavano sui loro compiti aspettando l’ora della liberazione. Già a terminare il componimento non c’era nemmeno da pensarci, con quella giornata sciroccale fatta apposta per togliere ogni lena a chi l’avesse avuta, figurarsi poi a chi non l’aveva! La stessa Varisco non era ancora riuscita a trovare la prima parola. Si sa che se non viene la prima le altre sono più difficili ancora, per cui Varisco se ne stava a masticare la cannuccia cogli occhi al soffitto. Improvvisamente, che è che non è, le pupille della fanciulla si accendono e scintillano del lampo della ispirazione; la cannuccia ricondotta alla sua naturale pendenza corre veloce sulla carta.
Le compagne di Varisco la guardano con invidia. Come mai ella ha potuto trovare il bandolo di quel tema su Gerolamo Savonarola, la sua predicazione e il suo supplizio? Bel soggetto da trattarsi nel mese di luglio, proprio quello che ci voleva. O chi si ricorda ancora di Gerolamo Savonarola dopo tanto tempo che è morto?… Ma già. Varisco è stata a Firenze, che ci ha la nonna; avrà veduto almeno il posto dove fu rizzato il rogo e allora, si capisce, qualche cosa si può dire. Fortunata Varisco!
La fanciulla non si accorge di essere osservata. Ella scrive, scrive, scrive, rossa in faccia, sprofondata così nella sua ispirazione che le compagne la chiamano invano.
– Varisco, dimmi una parola anche a me, la prima, tanto da poter cominciare….
– Varisco, ti ricordi di che paese era quel frate?
– Era proprio un frate, Varisco? E l’anno in cui visse?
Un ronzìo di alveare subentra al silenzio stanco; un subito risvegliarsi di energie che vorrebbero riconquistare il tempo perduto; un incrociarsi di domande, di risposte, di malintesi; un scrosciare sommesso di risatine miste a qualche ripicco, a qualche rimbeccata.
– Silenzio! – grida la maestra.
Tutte tacciono come per incanto; ma adagio adagio, con un movimento di acqua cheta, si spingono l’una verso l’altra fino a trovarsi a portata di leggere al di sopra della spalla della scrivente.
– Fatevi in là, – mormora Varisco infastidita, – come siete male educate! – e nello stesso tempo copre colla mano la sua paginetta di scritto.
Per alcuni istanti il silenzio ritorna. Nella caldura afosa si ode scricchiolare rapidamente la penna di Varisco e le sue pupille che tratto tratto si sollevano sembrano inseguire al di là della tenda color arancione una visione ridente che lascia le fanciulle più che mai perplesse sul modo con cui trattare la morte del Savonarola.
Ma Luzzani, che era più curiosa delle altre, rizzandosi in punta di piedi potè finalmente gettare un’occhiata sul foglietto e il suo stupore fu tale che per poco non ruppe in una fragorosa esclamazione. Videro l’atto le compagne e circondandola premurosamente si fecero subito a domandarle come incominciava la composizione di Varisco.
– Ah! come incominciava? – Luzzani con ambedue i pugni stretti sulla bocca tratteneva a stento le risa.
– Dillo! dillo! – imploravano le altre.
– Zitte! – fece ancora la voce della maestra.
E per un altro poco il silenzio ritornò. Ma la fanciulla che era la più vicina a Luzzani mormorò pianissimo:
– Dillo solamente a me!
Luzzani che ne schiattava dalla voglia le soffiò all’orecchio:
– “Mio adorato Gustavo”.
– Impossibile.
– Giuro.
– Che c’è? – Che avete detto? – Cosa ha detto Luzzani, “mio adorato Gustavo”? – Impossibile! – Che significa? Savonarola non si chiamava Gustavo. – Eh? Che cosa?… Non ho capito. – “Mio adorato Gustavo”. Oh! cielo! Ma questo è il principio di una lettera. – Varisco che fai? Lascia vedere. – Si può forse trattare il tema per lettera? – Sì. – No. – Lasciami stare. – Impertinente! – Villana! – Lo dirò alla signora. – No. – Sì. – Taci.
– Cos’è questo subbuglio? – tuona minacciosa la voce della maestra. – È il modo di gridare? Sono signorine o sono monelli che ho in classe?
Questa volta è fiato sprecato. Il demonio della curiosità domina tutte le ragazze che vogliono leggere a qualunque costo la singolare composizione, spingendosi, urtandosi, fino a che la maestra si accorge dove è veramente il focolare della sommossa e con accento imperiso chiama:
– Varisco!
L’interpellata si fa pallida. Tutte le altre palpitano per la commozione del momento, ma nessuna parla più.
– Varisco, che cosa ha davanti?
Le due mosche sulla tenda color arancione produssero forse l’indistinto stridore che seguì queste parole, o forse fu un tentativo di Varisco per far sparire il foglietto? Comunque, il suono non era ancora svanito nell’aria che la mano della maestra piombò con destrezza di avvoltoio sul malaugurato foglietto e lo portò via al di sopra delle teste esterrefatte delle scolare.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Nel gabinetto della Direzione era stato radunato un Consiglio d’urgenza. La direttrice severa, imponente, con un gran naso grifagno a cavalcioni della faccia giallognola rammentava lontanamente Pietro Arbuez, il terribile inquisitore. Della stessa famiglia appariva la maestra, irritatissima perchè lo scandalo era avvenuto nella sua classe. Più mansueto e bonaccione si mostrava don Celso, il catechista, il quale riusciva persino a sorridere di tanto in tanto mentre coll’occhio mite di linfatico percorreva le linee sottili del corpo del delitto.
– Non c’è che dire. Sembra una lettera portata fuori tale e quale dal “Segretario galante”. E la fanciulla è?…
– Varisco. Emma Varisco, di quinta.
– Quella brunetta che sembra una zingarella?
– Non ho mai visto zingari, – disse la maestra con piglio sdegnoso, – ma è ben degna di somigliare a simili banditi una che si permette tali cose; nell’aula della scuola! alla mia presenza!
– Che direbbero mai le “Orsoline” se lo sapessero! – esclamò la direttrice giungendo le mani quasi a scongiurare il pericolo. – Esse che accusano il mio educandato di mancanza di religione! Sarebbe un discredito senza esempi.
– Non lo deve sapere nessuno, – consigliò il catechista, – pur che le condiscepole non se ne sieno accorte.
– Lo sanno! Lo sanno! – gemette la maestra. – È questo lo scandalo. Quella Luzzani maliziosa come Lucifero l’ha letta certamente o tutta o in parte e riferita alle compagne.
Don Celso tornò a guardare il foglietto che aveva in mano. “Mio adorato Gustavo! Da quel giorno che ti ho veduto bello come un angelo e fiero come un soldato”.
– Non ha l’antitesi molto felice, Varisco.
– È una scribacchiona, – interruppe la maestra, – lascia scappare dalla penna tutto ciò che le passa per quella testa sventata, senz’ordine, senza stile.
– E chi sarà Gustavo? – osservò la direttrice. – È necessario saperlo.
– Probabilmente qualche cuginetto, – soggiunse don Celso con intenzione di attenuare la colpa. – Bisognerebbe interrogare la ragazza. Alcune frasi della lettera inducono a credere che legge romanzi. “l’ebbrezza che provo pensando a te….” Ah! benedetta gioventù!
– E come fanno a leggere romanzi, domando io, colla sorveglianza, colla severità della nostra disciplina!! Chiamatela, chiamatela subito.
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La fanciulla venne, a testa bassa, accartocciando le cocche del grembiule.
– È lei che ha scritto questa lettera? – domandò la direttrice con un cipiglio tale che, se fosse stato una saetta, di Varisco non rimaneva più neppure un capello.
La testa della fanciulla si abbassò più ancora ma non rispose.
– Chi tace acconsente. Possiamo prendere il suo silenzio per una confessione; anzi è desso la prova più sicura dello stato della sua coscienza. Ah! si vergogna ora? Non osa sollevare lo sguardo verso i suoi superiori? Ma con quali parole chiameremo noi la incredibile sfrontatezza sua che non si peritò di portare l’onda impura di tali sconcezze in mezzo alle innocenti compagne, nel sacrario dell’educandato, sotto i nostri occhi? Non sa che con questo documento in mano io potrei scacciarla ignominiosamente additandola all’obbrobrio di tutti gli onesti?
Uno scoppio di pianto interruppe la sfuriata. Don Celso credette bene di appoggiare una mano sulla testa della colpevole soggiungendo:
– O figliuola, figliuola l’hai fatta grossa.
La direttrice per nulla intenerita continuò acerbamente:
– Ci vuol altro che piangere quando il male è fatto! Chi rimedia allo scandalo dato? E chi è questa persona?
Varisco, sempre muta come un pesce, nuota nelle proprie lagrime ed asciugandosele col grembiule lascia sfuggire dal taschino di esso una piccola fotografia che la maestra raccoglie prontamente, guardandola prima, gettando un grido di orrore poi:
– Anche questa ci voleva!
Il cartoncino passa nelle mani della direttrice che a momenti sviene. Don Celso si accomoda gli occhiali e guarda anche lui. È il ritratto di un bel giovane dai lineamenti regolari, dall’attitudine ardita, dallo sguardo fiammeggiante; sotto c’è scritto: “Gustavo alla sua adorata Emma”.
– Questa faccia non mi è nuova, – pensa don Celso.
E la maestra al colmo dell’indignazione esclama:
– Ma è dunque una tresca in tutta regola!
La direttrice, a giudicare dall’apparenza, sta forse per decretare la morte di Varisco, quando don Celso, vedendo la fanciulla nel colmo dell’abbattimento, accasciata al suolo, la solleva con dolcezza e le dice:
– Andiamo, Varisco, un po’ di sincerità. Sarai perdonata se aprirai interamente l’animo tuo a chi vuole il tuo bene. Fosti condotta a un passo sconsigliato, poverina; lo capisci anche tu, nevvero, di aver fatto cosa contraria alla modestia, alla verecondia, che sono le più belle doti di una fanciulla? Sei pentita, nevvero? Su, animo. Dio è misericordioso coi più fieri peccatori; lo sarà anche con te che non avesti certamente l’intenzione di offenderlo. Non l’avesti, di’, l’intenzione di offendere Dio?
A queste buone parole, a questo grave scongiuro, la fanciulla sollevando finalmente il capo protestò energicamente:
– No, no, non volli offendere Dio!
Messa così a posto la questione principale don Celso riprese:
– Devi dir tutto figliuola. Perchè hai scritto quella lettera? Chi è Gustavo?
Una grande confusione, un tremore, uno spavento ignoto le paralizzavano le parole. Il buon prete la incuorò con un’altra carezza sulla testa:
– Via, andiamo, chi è questo signor Gustavo?
– Nessuno, – mormorò la fanciulla.
– Anche bugiarda! – inviperì la direttrice.
– Pace, pace, – disse don Celso, – non la spaventiamo. Se non vuoi dirmi chi è Gustavo, dimmi allora di chi è questo ritratto. Sarà bene di qualcuno!
– Io non lo so, – mormorò ancora Varisco tutta confusa.
– Spiegami allora come si trova in tuo possesso.
La fanciulla esitò, arrossì, volle tornare a piangere ma un sorriso venne suo malgrado a volteggiarle sulle labbra. Disse pianissimo:
– L’ho vinto alla riffa.
– Volevo ben dire! – esclamò don Celso rimettendo gli occhiali, – che non era una faccia nuova. Costui è Langiewitz!
I nasi della direttrice e della maestra disegnarono nell’aria un immenso punto interrogativo.
– Sì, – completò don Celso, – Langiewitz, l’eroe polacco morto da mezzo secolo.
Tutto fu spiegato. Varisco aveva realmente vinto il ritratto in uno di quei giuochi che fanno le ragazze nascondendo fiori o disegni tra i fogli di un libro ed estraendoli a sorte. Un po’ romantica e colpita dalla bellezza del giovane sconosciuto se ne formò subito un ideale chiamandolo Gustavo. Era stata lei a scrivere sotto il ritratto “Gustavo alla sua adorata Emma”.
– Ha fretta questa figliola, – concluse don Celso ridendo bonariamente nel darle un buffetto sotto la ganascia.
Ma l’ultima parola la pronunciò la direttrice:
– Otto giorni a pane ed acqua.

Neera – Gli occhiali

Una tenda a rete di color turchino scuro separava la bottega dell’ottico dalla strada, invasa a quell’ora da un sole cocente che sembrava, anticipare l’estate quantunque non si fosse che in giugno.
Nella vetrina i canocchiali da teatro allineati simmetricamente, quelli di pelle nera, quelli d’avorio, quelli di madreperla, quelli di metallo, tutti ben lucidi e puliti, avevano l’aria di dormire, come accade in tempo di morta stagione, accanto alle lenti solite che si vendono tutti i giorni ed a certi complicati trabiccoli per studi speciali che facevano fermare i ragazzi curiosi sempre di ciò che non capiscono.
Tentavano anche i ragazzi di sbirciare nell’interno della bottega dove si rizzava sopra un cavalletto di legno un grande stereoscopio, ma la tenda a rete di color turchino scuro nello stesso modo che impediva alle mosche di entrare impedivalo pure agli sguardi dei piccoli indiscreti.
A un dato momento, tuttavia, sotto la pressione di una piccola mano serrata in un guanto di pelle di Svezia, la tenda si scosse e ondeggiò aprendo il passo ad una signora dall’aspetto semplice e distinto che scomparve subito nella penombra interna. Giungendo dalla caldura della strada il negozio presentava un ristoro di oasi che la signora avvertì subito con una lieve espressione di piacere nel bel volto pallido un po’ sfiorito.
– Le sue lenti non sono ancora pronte, – esclamò l’occhialaio da dietro il banco, sospendendo di frizionare con un pezzo di flanella un manico di tartaruga -; se ha la bontà di aspettare dieci minuti, un quarto d’ora al più…
– Benissimo, – fece la signora prendendo posto con tutto suo agio sopra un divanuccio collocato in fondo al negozio, fra due scansie che lo rinchiudevano isolandolo in una improvvisazione di cantuccio intimo assai attraente. – Non ho fretta e si sta bene qui.
Poi girò intorno gli occhi, calma, assorbendo la quiete dell’ambiente silenzioso e fresco come una biblioteca. Una scarsa luce quasi di tempio attraverso il turchino scuro della tenda le cui maglie filavano i raggi del sole, stendeva una specie di tessuto vaporoso dove non si muoveva un sol atomo di polvere. Dietro il banco il principale aveva ripreso a frizionare la sua tartaruga coi movimenti calmi e sapienti delle mani un po’ floscie avvezze alle cure meticolose dei piccoli oggetti fragili; era vestito di nero con una severità professorale e portava i capelli argentei lucidi e ben pettinati divisi da una parte in una riga così perfetta che sembrava tracciata con un regolo. Un misterioso rumore intermittente veniva dal retro-bottega, come di lima… ma poteva anche essere altra cosa.
La signora si accomodò meglio sul divanino, presa da una languida stanchezza che aveva il suo fascino in quel luogo raccolto, fra le bacheche ornate di piccoli istrumenti ignoti, di rigidi astucci d’onde luceva appena con un bagliore discreto il torso convesso di una lente o una sottile rilegatura d’oro. Un termometro dinanzi a lei segnava ventisette gradi; fuori dovevano essere più di trenta. Con una mano sulla bocca, la signora sbadigliò lievissimamente.
In quell’istante apparve nel negozio un signore di mezza età, o piuttosto di tre quarti d’età, molto ben conservato, ritto, elegante, il passo elastico, la pupilla viva; alla bottoniera del suo completo grigio occhieggiava un mazzolino di fiori azzurri da campo. Egli chiese che gli mostrassero un canocchiale da montagna, e intanto trasse fuori dal taschino del bianco panciotto un paio di “pincenez” da fare aggiustare.
– “Sprechen Sie deutsch”?
Il signore saltò indietro due passi al suono delle barbare parole pronunciate dietro di lui e lasciò libero il banco a un drappello di viaggiatori che sulla risposta affermativa dell’ottico vi si precipitarono ingombrando il negozio colle loro persone massiccie, i grossi piedi corti e le grosse faccione erubescenti. Vi erano nel drappello uomini, donne e qualche campione di sesso incerto; e tutti tenevano tanto posto che il signore non sapeva più dove mettersi.
– Scusi, sa, – gli disse il principale con un sorriso imbarazzato, – se non le dispiace attendere….
– Si figuri!
Retrocedendo fino in fondo al negozio, e voltandosi, il signore si trovò faccia a faccia colla signora.
– Oh!!
– Voi!!
Certo nessuno dei due alzandosi quel mattino avrebbe immaginato di dover mettere fra i casi della giornata il singolare incontro. D’ambo le parti la sorpresa fu tanto schietta quanto piacevole; se lo dissero subito prima cogli occhi, poi con una stretta di mano lunga, cordiale….
Fu la signora che ritraendo la manina ed arrossendo un poco colla grazia che alcune donne conservano anche quando non sono più giovani mormorò piano:
– Da quanto tempo non ci vediamo più!
– Da quanto!
L’istante di silenzio che seguì fu impiegato da ognuno dei due a un breve calcolo mentale. Il signore disse:
– Ma vi ritrovo la stessa.
– Oh! prego….
– Sì sì, vi assicuro, la stessa, – soggiunse con accento commosso, – almeno per me.
– Sempre galante.
– Dite fedele.
– Questo mi sembra un po’ troppo, via!
– Secondo ciò che si intende per fedeltà. Credete che….
– Ma anche voi state benissimo, – interruppe vivacemente la signora, – non soffrite più quei terribili mali alla testa?
– No. Da quando mi sono ritirato in campagna la mia salute si è rinnovata.
– Vivete in campagna adesso? Così si spiega perchè non ci siamo incontrati più.
– Veramente vengo spesso in città, ma piccole corse, scappate come questa per comperare gli occhiali.
La signora si morse le labbra con un sospiro doloroso.
– Io so a che cosa pensate, – continuò lui. – Volete che ve lo dica? Pensate al tempo in cui la mia vista, era così buona che in piena notte scrivevo versi d’amore per gettarli nella vostra fines….
– Anche la mia vista si è indebolita assai. Ho durato fatica a servirmi delle lenti, non potevo abituarmi. Fu l’oculista che me le impose. Che fare? Convenne rassegnarsi.
– Piccole miserie del resto quando gli occhi si conservano belli.
La signora abbassò i suoi, non sapendo come prendere il complimento che quantunque indiretto era stato accompagnato da una mimica troppo espressiva per non appropriarselo. Del resto ella sapeva perfettamente che i suoi occhi erano ancora belli e che tutta la sua persona, favorita da una grazia speciale, resisteva vittoriosamente alle insidie dell’età. Non si dice che non vi contribuisse un uso moderato e sapiente delle risorse che la civiltà offre alle donne ma infine, poichè il risultato era buono, nessuno poteva dolersene.
La banda dei tedeschi intanto aveva messo a soqquadro il negozio e il principale che appunto in quell’ora si trovava solo aveva il suo bel da fare ad accontentare tutti.
Con un gesto gentile la signora additò il posto vuoto sul divano.
– Credo che dovremo aspettare ancora un poco.
– Nè io me ne dolgo! – esclamò il signore sedendosi rapidamente accanto alla signora.
– Una volta non vi piaceva la campagna….
– Una volta. Ohimè si cambia. Non potete credere quale piacere io provi ora nella solitudine dei prati o coltivando i fiori del mio orto…. Fiori e frutti.
– Anche i frutti?
– Vi scandalizzerò. Ho un pollaio.
– Allevate le galline?
– Non le allevo precisamente ma il chiccherichì del gallo è una musica che mi innamora.
– In fatto di musica almeno converrete che non siete fedele. Vi piaceva tanto una volta “La stella confidente”.
– Mi piace ancora ma, capite, non ho più nulla da confidarle. E voi siete ancora mondana come lo eravate al tempo in cui mi toccava cercarvi di festa in festa, di teatro in teatro…. pazzamente, solo per scambiare uno sguardo, una parola, una stretta di mano?
– Non vado quasi più in società. Non siete persuaso che alla lunga vi si annoia?
– A chi lo dite!
– Sono sempre gli stessi discorsi inconcludenti e vuoti. Se volete parlare sul serio di un argomento nuovo vi guardano come una bestia rara e il meno che vi tocca è di sentirvi dare dell’originale. In teatro è peggio. Vi divertite forse voi agli spettacoli moderni?
– Ho rinunciato assolutamente al teatro. Assisto alle nuove produzioni seduto nella mia poltrona e leggendo quello che ne scrive il mio giornale. Non andiamo sempre d’accordo sugli apprezzamenti ma almeno se mi scappa detto che l’autore è un asino ciò non ha conseguenze.
– Vi ricordate il duello che aveste a proposito di Sbarbaro? Quanto ho tremato per voi!….
– Grazie, cara. Sarebbe stata una morte ben sciocca. Ho cambiato radicalmente di opinione.
– Eravate così bollente allora, così pronto ad accendervi, a lottare per le vostre idee….
– Non lotto più; lascio che ognuno pensi a suo modo o non pensi affatto. Purchè non vengano a gettar sassi nel mio pollaio ed a rovinarmi l’erba novellina del mio prato, piena libertà a tutti di fare o di disfare il mondo.
– Non è un po’ di egoismo questo?
– Tutto è egoismo negli uomini. Quando agivo diversamente non era forse per obbedire al mio gusto d’allora? Il mio egoismo aveva un altro colore, ecco tutto. Ma, ditemi la verità, avete proprio tremato per me quando dovevo battermi?…
La domanda inaspettata ricondusse una leggera fiamma sulle guancie della signora che ne parve ringiovanita. Rispose subito:
– Ne dubitate?
– Tremato veramente? tremato per il timore di perdermi?…
– Per che cosa dunque?
Il signore assaporò per un attimo le dolci parole, ma non potè impedire che l’aspide nascosta tra i fiori non desse il suo sibilo. Involontariamente sussurrò, piano, guardandola sotto le ciglia:
– E Viviani?
– Dio mio! – fece la signora congiungendo le palme, – sareste ancora geloso?
– Non ne ho più il diritto, ma lo fui, lo fui terribilmente!
Egli continuava a fissarla sperando forse un diniego che non venne. Soggiunse allora con amarezza:
– Eravate tanto coquette….
– Io?!
– Ma sì, lo siete anche in questo momento. Non vi compiacete forse delle mie torture retrospettive?
– Tanto retrospettive che non devono più torturarvi affatto. (Così disse ironicamente la signora).
Il signore reclinò la fronte mordendo il pomo della sua canna. Per qualche minuto nessuno dei due parlò. Fu egli che riprese:
– Io passai notti di inferno pensando a quell’uomo che abitava presso a voi, che poteva vedervi a tutte le ore, che vi amava…. certamente vi amava.
Invece di rispondere la signora aperse e chiuse per ben due volte il suo ventaglio, poi, come colpita da un ricordo improvviso, chiese:
– Non facevate voi la corte un poco a vostra cugina Amelia?
– Che cattiva! Che cattiva!
– Già, noi siamo sempre cattive quando non vogliamo prestarci al vostro giuoco. Vi piacerebbe ora di rendermi responsale di quel che avvenne fra noi, ma io preferisco, poichè il destino di ciascuno è ineluttabile e il sogno che abbiamo sognato insieme non si tradusse in realtà, preferisco di questo nostro incontro così fortuito portare con me un dolce ricordo. Volete perdonarmi i torti che ho potuto avere, mentre io mi sento così bene disposta ad assolvervi di quelli che per avventura potreste avere voi stesso?
Il signore alzò gli occhi verso la porta. Una nuvola oscurava il sole e dalle maglie della tenda la luce più pallida sembrava sostenere un velo nell’aria. I tedeschi erano partiti; anche il principale non si trovava più al suo posto dietro il banco. Erano soli. I vetruzzi, le tartarughe, gli ori tutt’all’ingiro splendevano delicatamente colla moderazione di filosofi che sanno la vita.
Il signore che adagio adagio aveva ripresa la mano della signora vi depose un bacio lieve e lungo.
– La vostra generosità mi fa doppiamente rimpiangere ciò che ho perduto.
– No, non rimpiangete nulla, la felicità è fatta di transazioni.
– Vi ho conosciuta così piena di fede nell’assoluto!
– È vero. L’assoluto è l’ideale dei vent’anni; poi si comincia a transigere coll’amore che non è mai quello che si immaginava….
Il signore volle interrompere ma la signora continuò:
– … coll’amicizia di cui si scoprono a poco a poco i doppi fondi innumerevoli e sempre più ristretti, come quelle ingegnose scatole giapponesi che vi presentano un uovo e ne contengono sette od otto; con noi stessi infine quando all’apparire del primo capello bianco lo strappiamo, o lo tingiamo, o facciamo il possibile per nasconderlo, o rassegnandoci pensiamo che la tinta grigia nelle chiome non è poi quella spiacevole cosa che pretendono i pessimisti. Guardate il mio cappello, come vi sembra? Io ho sempre abborrito il colore viola, eppure alla mia età devo subirlo.
– Il vostro cappello è delizioso e il color viola vi si addice magnificamente; ma lasciatemi dire, amica mia, che se le vostre comparazioni tra l’assoluto e il relativo mi persuadono abbastanza ve ne è una che desidererei discutere. Avete affermato con una crudele sicurezza che l’amore non è mai come lo si immagina. Forse il primo amore….
– Ogni amore è un primo amore.
– Il motto è profondo. Pure, non vi sembra che (diciamo la prima volta) appunto perchè si parte dall’assoluto è ovvio che si cada nel relativo, mentre può accadere che più tardi, quando abbiamo fatta nostra la teoria, delle transazioni, ci aspetti la gradevole sorpresa di un assoluto…. o quasi.
La signora rise di un morbido riso smorzato:
– Quel quasi, amico mio, guasta tutto. Credete a me, quando si è perduta la fede nell’assoluto e che noi stessi non abbiamo più nulla di assoluto è meglio rinunciare all’amore.
– Che è mai allora la vita?! – esclamò il signore con impeto.
– Vi sono dei compensi, – rispose a bassa voce la signora.
– Nominatene uno.
– Quest’ora.
– Ecco il “lorgnon”, – disse il principale sbucando dal retro-bottega, – chiedo scusa di aver fatto aspettare tanto.
– Ah! – mormorò sommesso il signore all’orecchio della signora che si era alzata prontamente, – se voleste essere ancora quella di una volta!
Ella prese il “lorgnon” dalle mani del principale piegando il capo con un movimento pieno di grazia e di malinconia:
– Mi chiedete l’impossibile.
– Perchè?
– Perchè io una volta guardavo il mondo coi miei begli occhi….
– Che sono sempre belli.
– Forse. Ma vedete questi vetruzzi? non posso più farne senza ora e gli occhiali, amico mio, sono essi che fanno guardare il mondo in un altro modo!

Neera – In qual modo Pinotto divenne uomo libero

Coloro che conoscono Giacomo Gondi conoscono anche Pinotto. È impossibile che non rammentino la sua figura tozzotta, bassotta eppure svelta, i suoi capelli duri e ritti pari alle setole di una spazzola, i suoi occhi grigi e leali, buoni ed anche un cotal poco spiritati come se un folletto di dentro vi si affacciasse tratto tratto ad accendervi un pizzico di pece greca.
Fino a poco tempo fa gli amici di Giacomo Gondi quando andavano a trovarlo pregustavano fuori dalla soglia l’onesto compiacimento di vedere la faccia sorridente di Pinotto mentre diceva con una frase quasi invariabile:
– Resti servito, il mio padrone scrive ma la vedrà volontieri.
Era un’idea fissa di Pinotto quella di credere che il suo padrone scrivesse sempre. Secondo lui, per riempire tante colonne di gazzette, tante pagine di volumi, occorreva scrivere senza respiro. E se introduceva con gentile premura i visitatori c’era forse in fondo alla sua cortesia un retropensiero, sia pure vago ed incerto, di portare un po’ di sollievo a quel terribile scribacchiatore; perchè Pinotto aveva buon cuore, bisogna convenirne; anche se altre facoltà scarseggiavano in lui, sarebbe a dire criterio, prudenza, senno, il suo cuore era buono, il suo cuore era largo, tanto largo che da vero ingordo ingoiava tutto.
È noto il simpatico accordo che da parecchi anni univa queste due creature rendendole vicendevolmente felici. Se Pinotto risparmiava al suo padrone la briga di occuparsi delle piccole faccende del suo appartamentino da scapolo servendolo con intelligenza e con onestà, è pur vero che Giacomo Gondi chiudeva facilmente un occhio sugli stivali mal lucidati o sul caffè troppo lungo, e se pure gli accadeva di dover riprendere Pinotto, lo faceva con perfetta carità di simile, ricordando a tale proposito il motto di Sterne: “Basta che nella faccia di un povero diavolo io legga questa espressione dolente: eccomi, sono tuo servo, per sentirmi subito disarmato”.
Giacomo Gondi, per quanto fosse di professione letterato, aveva ottimo stomaco e non era punto fegatoso. Non soffriva nè di dispepsia nè d’invidia e sapeva sorridere persino nel momento tragico in cui due direttori di giornali gli scaraventavano addosso contemporaneamente questi due quesiti: “Credete voi all’immortalità dell’anima?” – “Quale è la vostra opinione sui cappelli delle signore a teatro?” Evidentemente non si trova in tutta la repubblica letteraria un carattere migliore di quello di Giacomo Gondi. Pinotto era il primo a riconoscerlo.
Quanto a Giacomo Gondi, inveterato ottimista, si era a poco a poco persuaso di avere risolto in piccolo uno dei più gravi problemi che tormentano l’umanità. Egli pensava: io ho bisogno di Pinotto e Pinotto ha bisogno di me; egli mi serve con amore ed io lo tratto con amore; i nostri interessi sono così vicini che ne formano uno solo. Quello di noi due che sopravviverà all’altro gli chiuderà gli occhi in pace e il morto potrà essere sicuro che almeno una lagrima sincera sarà caduta sulla sua fossa. Pensando tali cose Giacomo Gondi si commoveva davvero.
Ma, non so se qualcuno se ne sia accorto, da qualche tempo Pinotto era cambiato. Quando apriva l’uscio agli amici del suo padrone non lo faceva più con quel garbo simpatico e sincero che gli accaparrava tutti gli animi: sorrideva meno; interpellato, rispondeva con una bruscheria e un disdegno affatto insoliti. Invece della frase sacramentale: – Resti servito, il mio padrone scrive ma la vedrà volontieri, – il più delle volte non parlava accontentandosi di accennare colla mano tesa l’uscio dello studio.
Anche in casa, col suo padrone, si era fatto torvo e concentrato.
– Pinotto, cos’hai? – gli chiese un giorno Giacomo Gondi mettendogli una mano sulla spalla.
– Oh! mi lasci stare, ognuno ha i propri pensieri, – rispose Pinotto con una scrollata che lo liberò dalla mano amichevole.
E un altro giorno essendo stato fuori per una commissione un’ora buona oltre il necessario, Giacomo Gondi osservò che già altre volte si era assentato così senza apparente motivo lasciandolo inquieto e che lo pregava quando volesse andare a spasso per suo conto di avvertirlo, almeno, per sua regola. Alle quali parole, dette con accento conciliativo, Pinotto non si peritò di contrapporne altre violente ed aggressive, soggiungendo che era un uomo libero, che il tempo delle imposizioni era finito e che i padroni non hanno il diritto di controllare le azioni dei domestici.
Io mi ricordo che verso quel tempo appunto Giacomo Gondi si era mostrato con me impensierito per il mutamento di Pinotto.
– Non vorrei che covasse qualche malattia, – mi disse. – Fosse l’itterizia?
Poco dopo, proprio quando si ebbe notizia dei primi sollevamenti russi contro lo Stato, Pinotto, che non si era mai occupato di politica, saltò su a gridare:
– Benone! Così va fatto!
Ero presente alla improvvisa sortita e so che il folletto nascosto in fondo ai suoi occhi mi fece quasi paura per la gran vampata che cacciò fuori.
Ma il peggio fu quando Giacomo Gondi, colle braccia cascanti dell’uomo che ha ricevuto una bastonata, mi confidò sospirando:
– Caro te, io ho un gran timore che Pinotto impazzisca!
Gli aveva parlato per tutta la sera di diritti conculcati, di sfruttatori, di succhioni, di egoisti, con un ardore di novizio che sfodera in un colpo solo tutte le sue armi, colla veemenza dell’allucinato in preda ai primi assalti dell’idea fissa. Giacomo Gondi, che è timido come una fanciulla (una fanciulla dei tempi andati), era rimasto ad ascoltarlo a bocca aperta. Gli promisi che lo avrei tastato io così alla lontana per cercare di farmi un’idea precisa di quella diavoleria che era entrata in corpo a Pinotto.
Giusto appunto essendo capitato un giorno dal droghiere a comperarmi delle caramelle di pomo per la tosse, trovai Pinotto in un gruppetto di quattro o cinque scamiciati riuniti intorno ad un tavolino dove si beveva non so che liquore brindando alla morte di tutti i padroni. Pinotto era anche lui col suo bravo bicchierino alzato e non lo depose affatto vedendomi, ma rosso d’ira mi gettò un’occhiata torva senza salutarmi.
– Ebbene, Pinotto, – gli dissi avendolo aspettato sul canto della via, – da quando in qua sei diventato un rivoluzionario?
– Da quando apersi gli occhi, – rispose il pover’uomo con una cert’aria tracotante che nelle sue intenzioni doveva rappresentare il coraggio. – Il mondo ha finito di essere ignorante; ora anche quelli che non hanno studiato la sanno lunga e non si lasciano più infinocchiare.
– Ma chi ha infinocchiato te, povero Pinotto?
– Oh! non parlo per me, non sono egoista io. Io sento vibrare (si diede un gran pugno sul petto) l’anima collettiva del popolo che soffre.
Era proprio Pinotto che parlava? Se non lo avessi avuto davanti in carne ed ossa, avrei potuto credere che un fonografo accanto a me ripetesse la concione tribunizia di uno dei tanti comizi che rallegrano le folle.
– Ma tu hai brindato alla morte di tutti i padroni….
Non mi lasciò finire. Sempre più eccitato nel fenomeno dell’autosuggestione e nella fanfara delle proprie parole che lo inebbriavano come il più capzioso dei vini, egli interruppe:
– I padroni rappresentano la tirannia del capitale, bisogna abbatterli tutti affinchè l’uomo sia libero. Guardi in Russia….
– Lascia stare la Russia, Pinotto, che tanto non è roba per i tuoi denti ed è troppo lontana perchè tu possa mai lusingarti di ficcarvi lo sguardo. Invece dell’anima del popolo, che anche codesto è un osso duro da rosicchiare, interroga la tua coscienza e dimmi che cosa puoi rimproverare al tuo padrone?
– Il mio padrone non c’entra, – si affrettò a rispondere Pinotto, – non parlo per lui.
– Benissimo. Ma se fra coloro che gridano morte ai padroni tre quarti, o la metà, od anche un quarto solo dovesse fare la restrizione mentale che fai tu, qual valore di sincerità e di verità vi sarebbe nel vostro plebiscito?
Qui Pinotto parve comprendere poco perchè si grattò malamente un orecchio e soggiunse con impazienza:
– Loro padroni non comprendono nulla dei nostri bisogni e poichè tengono la penna in mano quando non torna loro il conto a metter giù un nove lo capovolgono e ne viene fuori un sei, così hanno sempre ragione.
– Ti assicuro, Pinotto, che questa operazione aritmetica mi riesce affatto nuova e….
– Dovrebbero – continuò colle fiamme negli occhi – venir loro a tirare il carro, a sudare come bestie, a patire la fame, il freddo, i microbi….
Anche i microbi!!… A tal punto rividi bene Pinotto nella linda cucinetta di Giacomo Gondi, col suo bravo fuoco acceso sotto le appetitose vivande che cuocevano per entrambi; o cantarellare intanto che spazzolava gli abiti: o fumare la sua pipa accanto alla finestra aspettando il ritorno del padrone; o sfogliare i giornali illustrati alla sera quando aveva sparecchiata la tavola; od aprire l’uscio ai visitatori; o girare il rubinetto della luce elettrica; o portare una lettera alla posta; o preparare il caffè e prenderne la sua parte; o schiacciare un pisolino sulla poltrona di Giacomo Gondi quando Giacomo Gondi si attardava fuori di casa; e tutte queste miti occupazioni fra le quali si era svolta per tanti anni la vita serena di Pinotto facevano un tale contrasto colla sua descrizione della miseria proletaria, che non mi riuscì di frenare un sorriso ed allontanandomi lemme lemme mi veniva fatto di pensare: Possibile che vi sia in certi uomini tanta voluttà di soffrire che anche quando stanno bene vogliono persuadersi del contrario per non rinunciare al gusto di lagnarsi?
– Bada – dissi all’amico mio – che Pinotto frequenta una cattiva compagnia.
– Lo so, – mi rispose Giacomo Gondi, – e il mio dispiacere è di non potere fare nulla per questo povero illuso. Io lo vedo avviarsi giorno per giorno alla sua rovina, sento che mi sfugge, che si perde e che lo perdo e sono impotente ad arrestarlo. Nel suo cervello semplice quell’idea che vi hanno gettata come una noce in una scatola vuota gli fa intorno un frastuono indiavolato, lo intontisce, lo ubbriaca. Va a ragionare se puoi con un uomo che non sta ritto sulle gambe!
Francamente devo dire che ignoro ciò che avrei fatto nei panni dell’amico mio, essendo più che ogni altra cosa malagevole il sostituirsi al pensiero, al sentimento, alla impressionabilità di un altro, ma Giacomo Gondi nella infinita dolcezza del suo temperamento credette far bene raddoppiando verso il suo domestico di affabilità e di condiscendenza. Fu peggio che andar di notte, perchè costui a vedere quella remissione non pensò neppure un istante che fosse una nuova prova della bontà di Giacomo Gondi e l’attribuì tutta alla paura delle sue minacce, quanto dire alla superiorità inappellabile della sua causa, per cui si fece sempre più insolente, infingardo e pieno di pretese. Giacomo Gondi ne soffriva nelle più intime fibre della sua anima di timido, di sognatore, di ottimista e – come succede agli individui del suo temperamento – si lasciava andare pel verso della corrente, affidato ad una fluttuante speranza che le cose dovessero da un momento all’altro cambiare.
Si era a questo punto quando una delle scorse sere, un po’ prima di mettere in tavola, Giacomo Gondi che ritornava da una lunga corsa in mezzo alla nebbia tutto rattrappito e freddoloso, pregò Pinotto di accendergli il caminetto nel suo studiolo, ed avvenne che accendendolo Pinotto lasciasse cadere sul tappeto un tizzo ardente.
– Bada, bada, raccattalo presto! – gridò Giacomo Gondi, il quale aveva visto con terrore la minaccia di una abbruciatura in quel tappeto a lui carissimo per lontane memorie.
– Cosa crede, che lo abbia fatto apposta? – fu pronto a rimbeccare Pinotto.
– Non dico questo, ma spicciati; non vedi che ne hai lasciato cadere un altro pezzo? Oh! povero me!
– Ih! quante smanie per un cencio di stoffa da tener caldi i piedi alle loro signorie mentre tanti poveri disgraziati muoiono di freddo nelle steppe….
– ….russe, – completò Giacomo Gondi al corrente del tic russofilo del suo servitore.
Pinotto, che stava accoccolato soffiando nella bragia, si alzò come un galletto in atto di sfida:
– E non mi canzoni sa? perchè il tempo di umiliare la povera gente è passato. So benissimo che ella l’ha con me perchè le furono riferite delle cose che mi riguardano.
– Ti inganni, Pinotto, io verso di te non mutai affatto, tu piuttosto….
– Ma sicuro! (il neofita vedeva presentarsi l’occasione di affermare coraggiosamente il suo credo, forse di divenire un eroe, un martire, uno di quei personaggi che passano poi nei libri e dei quali si discorre per un pezzo; questo pensiero gli infuse una audacia straordinaria). È suonata la diana! Tutte le viltà degli sfruttatori ricadono sul loro capo; abbastanza essi abusarono del loro potere, ma la nostra coscienza ora si è svegliata, sentiamo la nostra dignità di uomini tutti eguali e soprusi non ne vogliamo soffrire più.
– Ma Pinotto, che diavolo è mai entrato nella tua pelle, non ti riconosco! Vuoi dirmi almeno che male io t’ho fatto?
– Lei, lei…. – non parlo per lei, – mormorò Pinotto con voce rabbonita; ma poi subito pentito quasi si fosse sorpreso in delitto di fellonia, soggiunse: – Del resto, anche lei come tutti gli altri. Se appariva buono, se mi trattava bene, non lo faceva mica per amor mio, ma solo per il suo interesse.
– Pinotto….
– Sì, per il suo interesse, perchè gli fa comodo a tenermi; e se mi nutre bene non è già per buon cuore, oh! no, ma perchè abbia maggior salute e maggior forza da mettere al suo servizio. I padroni non fanno nulla per buon cuore. Essi ci lascerebbero crepare di fame se non avessero bisogno di chi pulisce le loro camere e i loro abiti!
Giacomo Gondi tremava di commozione, di sdegno, di pietà a vedere così trasformato il suo compagno di otto anni, di quegli otto anni trascorsi con tanta soddisfazione reciproca e (almeno aveva creduto) reciproco affetto.
– Senti, – disse con accento pacato e grave, – tu non sei in stato normale, o hai la febbre o sei pazzo. Va a coricarti.
– Non sono nè malato nè pazzo. Ho tutto il mio senno.
– Allora c’è qualcuno che ti ha scaldata la testa, va, va a riposare.
– A me scaldare la testa? – esclamò Pinotto ridendo ironicamente, – non sono nè un bambino nè uno stupido; dica piuttosto che è lei che vuole liberarsi di me. Ah! ma se è questo (una vampata sinistra balenò ne’ suoi occhi) il servizio glielo faccio subito e me ne vado.
Non così presto lo scatto di una rivoltella risponde alla pressione del dito quanto l’azione seguì le parole di Pinotto. Gettò via la paletta che teneva ancora in mano e corse all’uscio. Giacomo Gondi credette che si fosse riparato in cucina a sfogare da solo il malumore e già si rassegnava colla solita filosofia a posticipare il pranzo di qualche mezz’oretta, quando lo vide riapparire sulla soglia col cappello in mano e un fardello sotto il braccio.
– O dove vai ora?
– Vado che la riverisco.
– Ma sei matto?
– O matto o no, non voglio sopportare più gli scherni e gli oltraggi di un padrone che dopo di avermi succhiato il sangue, quando non fossi più buono a nulla mi caccerebbe via come un cane.
– Veramente, se c’è qualcuno che in questo momento possa dire di essere trattato come un cane, Pinotto, non sei tu quello! Rifletti….
– Ho riflettuto abbastanza. Un tozzo di pane duro ma colla dignità di uomo libero.
– La dignità, Pinotto….
Un bel discorso in proposito avrebbe forse pronunciato Giacomo Gondi che già se lo sentiva salire tutto caldo e sincero su dal cuore, se quell’indemoniato gliene avesse lasciato il tempo, ma che! Giacomo Gondi rincorrendolo lo vide precipitarsi per le scale a guisa di valanga, infilare la porta, sparire laggiù, laggiù verso la nebbia, dove era buio, freddo, solitudine.
– E pensare – mi diceva ancora ieri Giacomo Gondi – che io avevo già provveduto all’avvenire di quell’imbecille nominandolo nel mio testamento per una rendita vitalizia.
– Il bello poi sarebbe – soggiunsi io – che tu da questo fatto bizzarro ne ricavassi una novella. Allora sì Pinotto potrebbe chiamarti sfruttatore e succhione. Ti par poco?…. Far denari sulla sua pelle!

Neera – Il convegno dei sette peccati

Nel palazzo della Superbia, eretto sopra un’altura che dominava tutte le case circostanti, un guardaportone in gran livrea introduceva gli invitati i quali dovevano genuflettersi e fare atto di deferenza fin dalla soglia, poi attendere che Sua Maestà si degnasse riceverli; e questa attesa trascorreva in una galleria mobiliata di alti specchi destinati a riflettere, moltiplicandolo all’infinito, lo stemma di famiglia, la cui origine risaliva nientemeno che a Lucifero, e che si adagiava fra leoni rampanti ed aquile romane al di sopra di ogni specchio.
Prima ad arrivare fu la Gola, dal viso rubicondo e dagli occhietti lustri. Ella chiese subito se vi sarebbe stato trattamento e senza aspettare la risposta gonfiò le narici per cogliere nell’aria qualche buon odore di cucina. Era vestita in modo bizzarro ed appetitoso con una gonna succinta di un bel roseo tenero in gradazione di carne di aragosta e le cingeva la vita senza serrarla un corsaletto di velluto color tartufo bruno con guarnizione di piccoli gamberi di corallo. Una gorgiera trasparente di una tinta indefinibile tra il petto di tortora e il brodo di tartaruga le si allacciava intorno al collo rotondo, tenuta ferma da un largo topazio somigliante ad una gelatina d’arancio. Penduli da un braccialetto si cozzavano tra loro tre porcellini d’argento; le calze aveva di seta finissima nella intonazione delicata delle squamme di trota e sopra questa deliziosa piramide troneggiava un cappello a larghissime tese cariche di ciliegie, d’uva, di ribes, con due penne di fagiano e una testa di pappagallo. Sedette, e per non perder tempo trasse da una sacca che aveva portata con sè “fondants”, gianduiotti e “marrons glacés”.
Venne seconda una splendida donna che al solo apparire fece correre un fremito nella schiera dei valletti ossequienti al suo passaggio. La sua entrata nella galleria degli specchi parve un soffio del caldo vento di Oriente pregno dei succhi delle rose di Teheran; la superficie dei cristalli si appannò riflettendo la sua bellezza come una guancia di efebo che si copre di pudibondo rossore ai primi assalti della voluttà.
Buon giorno Lussuria, – disse Gola andandole incontro, – ti sei fatta bella assai per il convegno.
Sorrise l’altra, senza rispondere, coi denti candidi fra le labbra sanguigne; e trascinando in morbide onde il lunghissimo strascico dell’abito marezzato di un verde smeraldo con fondi cupi di giaietto, raggiunse l’unico divano e vi si adagiò in posa molle. Le ampie pieghe della stoffa si distesero intorno a lei quasi sorreggendola in un amplesso; un profumo acuto corse per l’aria. La donna chiuse un istante le palpebre nell’attitudine di assaporare una sua intima ebbrezza e sollevando il seno con profondo respiro fece scintillare sulle carni nude un bizzarro amuleto incastonato fra vividi rubini che parevano goccie di sangue. (Ella aveva anche impressa sul dorso una maschera schifosa dalle occhiaie purulenti, ma non si poteva vedere se non quando si voltava; per questo non si voltava mai).
– Quanto sei bella Lussuria! – ripetè Gola, sempliciotta e ciarliera.
Un gran colpo intanto fece sbattere l’uscio e parve che una fiamma l’avvampasse. Ma non era che una personcina vestita di rosso, agitata e sbuffante, coi capelli in disordine e gli occhi di bragia.
– Come! – esclamò, – non è ancora riunito il Consiglio? Non sono tutte pronte le sorelle? Dovrò io aspettare a lungo? Superbia si prende forse giuoco di noi?
– Calmati sorella Ira. Non sono giunte tutte ancora, è vero, e Superbia sta a dare l’ultima mano alla sua toeletta. Ma c’è tempo.
– Io non ho mai tempo. Io ardo, brucio, investo, distruggo. L’ozio e la calma mi sono insopportabili. Io l’ho anche con te, Lussuria, che stai a poltrire fra i tuoi profumi invece di correre per il mondo in cerca di lotta. Vuoi che ci battiamo noi due intanto che si aspetta?
– Mille grazie, – rispose Lussuria accarezzando la testa di un serpentello d’oro che le formava cintura -; ben altre sono le mie battaglie.
– Sorelle, per carità, – mormorò una voce chioccia dietro la portiera, – chi di voi mi può prestare qualche lira per pagare il nolo della carrozza? Sono stata sorpresa dalla pioggia in mezzo alla via ed io non ho mai denaro con me, lo sapete, sono povera.
– Entra, Avarizia, entra, pagheremo noi.
Si presentò Avarizia, vecchia, sbilenca, vestita di nero, colle mani rugose senza guanti, con un cappello di forma e di stoffa indecise per poter servire in tutte le stagioni; aveva i chiodi sotto le scarpe e un randello sotto il braccio che le serviva ad allontanare i mendicanti ed i cani.
Un’altra voce dietro a lei implorò subito:
– Tienimi sollevata la portiera, sorella, affinchè possa entrare anch’io. Sono orribilmente stanca per la fatica di aver salito le scale.
– Vieni, Accidia, – disse Lussuria accompagnando l’invito con un grazioso movimento del braccio, – vieni amata sorella, ti farò un posticino su questo divano, bertuccia mia, còccola mia, vieni!
– Ah! – rispose Accidia lasciandosi andare sulla prima sedia accanto all’uscio, – sei troppo distante. Le forze non mi reggono.
Avarizia si accostò alla nuova venuta e palpandole colle dita adunche la stoffa dell’abito disse:
– Cospetto, che ricami! Devono esserti costati caro.
– Non lo so, non mi ricordo.
– È argento fino?
– Credo bene.
– Quando smetti questo abito lo vuoi dare a me?… Eh? Ne farò qualche cosa.
Accidia percorse con uno sguardo indifferente i ricami argentei del suo vestito che rappresentavano leggiere e soffici ragnatele sulla stoffa di crespo bianco. Elegantissimo vestito, a cui per altro cadeva qualche sbrendolo qua e là, ed era insozzato sul lembo estremo da numerose pillacchere dovute alla nessuna cura che si prendeva la sua proprietaria di sollevarlo quando attraversava un posto sudicio.
– Ci siamo tutte? Andiamo? – disse Ira la quale non aveva voluto sedersi e passeggiava agitata in su e in giù.
– Manca….
Ma la frase fu troncata da un domestico che annunciò:
– Sua Maestà attende le loro signorie.
Rapida fu Ira a balzare all’uscio, seguita da Lussuria che snodò ancora sul pavimento lo strascico sinuoso della sua gonna marezzata di verde smeraldo con fondi cupi di giaietto. Gola veniva appresso sorreggendo Accidia sotto le ascelle e Avarizia se ne stava qualche passo indietro rovistando il suolo cogli occhi acuti e colla punta del randello per vedere se qualcuna delle sorelle avesse lasciato cadere una bazzecola qualsiasi.
Introdotte nella gran sala d’onore rimasero quasi acciecate dallo sfolgorio del trono sul quale stava rigida ed immobile Superbia, vestita con un magnifico abito di raso giallo lucente come oro fuso, recinto il collo di perle che le scendevano fino ai ginocchi, sparsa la persona di brillanti, di topazi, di rubini, di zaffiri, di smeraldi, cariche le dita di ogni sorta di gemme e la fronte altera chiusa in un diadema di stelle.
– Buon giorno, sorelle mie, prendete i vostri seggi. Scade oggi il mio turno di regno e dobbiamo nominare quella di noi che regnerà l’anno prossimo.
Lussuria si adagiò al posto d’onore, alla destra del trono, sorridendo coi denti candidi fra le labbra sanguigne.
– Grande è la nostra responsabilità, o sorelle, – continuò Superbia appoggiando la destra gemmata sopra uno scettro d’oro sormontato da una bestia favolosa, metà drago metà leone, cogli occhi di carbonchio -: noi assistiamo giornalmente alle conquiste davvero meravigliose che il progresse compie in tutti i rami. Dalla scienza alla legislatura, dall’arte alle più umili manifestazioni della vita tutto avanza, si svolge, si arricchisce. Ogni giorno ci dà una conquista nuova, ogni secolo ci presenta a gara invenzioni e scoperte, ed ogni invenzione ed ogni scoperta nuova mentre da una parte ci inorgoglisce sta pure a dimostrare da quanta imperfezione, da quanta insufficenza, da quanta manchevolezza siamo usciti. Solo il peccato non ha cambiato mai. Pensate: il progresso non ha saputo trovare un peccato di più! Ciò prova la nostra forza. Noi siamo al completo. E poichè nessun peccato è stato tolto, nessuno aggiunto, a noi che sempre fummo e sempre saremo, spetta di essere chiamate le Immortali.
Annuirono le sorelle con un modulato sussurro che dimostrava la loro soddisfazione.
– È d’uopo per altro riconoscere, – aggiunse Superbia girando intorno l’occhio sfavillante, – che io sola ho saputo fino ad ora tener alto il prestigio della nostra famiglia. Tu sei bella, Lussuria, ma io sono più bella di te e coloro che tengo stretti non si accorgono neppure de’ tuoi vezzi. Nè tu Gola, nè tu Accidia, nè tu Avarizia potete illudervi di arrivare neppure a’miei calzari. Tu poi Ira mi fai ridere colle tue furie irriflessive….; sta cheta, non agitarti, tanto non mi spaventi. Ma vedo che sarà difficile trovare in mezzo a voi la persona degna di succedermi.
Rizzandosi sul busto morbido che si atteggiò in un movimento felino Lussuria prese la parola con voce velata e bassa:
– Io faccio dell’uomo quello che voglio; lo plasmo, lo trasformo, lo imbestialisco; oppure lo maciullo come stelo di canapa in tutta la sua carne fino all’osso; oppure mi attacco alla sua intelligenza che sotto il soffio delle mie labbra si spegne a poco a poco; e lo dilanio, e lo struggo finchè ridotto vil cencio muore nella morsa delle mie braccia. Nè basta, chè il veleno inoculato co’ miei baci discende nelle stirpi e le attossica alle sorgenti. Io sono la lonza dai fianchi agili e dalla bocca crudele. Sono in una parola la Sterminatrice!
Un silenzio appassionato accolse le dichiarazioni della bellissima donna. Ognuno sentiva che lo scettro del potere sarebbe toccato a lei. Tuttavia facendosi innanzi con discreta audacia Gola volle anch’essa pronunciare il suo discorso:
– Per essere meno violenti di quelli di sorella Lussuria i miei mezzi di distruzione non sono meno efficaci e più lunga è la mia opera sugli uomini giacchè li prendo dalla culla e li posso dominare fino alla più tarda età. È ben vero che da qualche tempo quella pettegola di Igiene non fa altro che mettermi dei bastoni nelle ruote, ma io me ne rido, oh! se rido!…
La vecchia Avarizia movendo verso il trono a brevi passi sospettosi prese a sua volta la parola:
– Ecco, io non aspiro all’alto onore di essere nominata regina dei peccati, molto più che vi sarebbero certamente delle spese di rappresentanza e sono così povera così povera che vi farei sfigurare tutte. Però se quella che sarà assunta al potere vorrà gratificarmi di una modesta pensione, avuto riguardo alla mia età ed alle mie disgrazie, non credo di esserne immeritevole. Quanto bene io impedisco nel mondo! Senza strepito e senza scandali lascio marcire nella miseria innumerevoli persone, intralcio opere, faccio abortire progetti grandiosi, disprezzo l’arte e la poesia che soffocate dal soffio gelido della mia mano si raggrinzano e cadono al pari di frutti bacati. Ben sta a sorella Lussuria il paragone della lonza. Io sono il tarlo. Ciascuno fa quello che può.
– E tu Accidia non dici nulla? – chiese la sedente in trono.
– Ah! lasciatemi stare, parlare è una ben grave fatica. E poi è tutto così inutile! L’ozio solo è bello.
– Eppure devi contribuire anche tu al fasto del nostro nome. Non si può essere peccati se non si fa qualche cosa.
– Scusa, sorella, non hai forse mai approfondita la mia missione nel mondo. Colla mia apparenza insignificante fo degno riscontro a sorella Avarizia; se ella è il tarlo che rode io sono l’acqua cheta che mina e ti so dire che ben molti ponti sotto i quali passarono trionfanti le fiumane dei secoli stanno per crollare in grazia mia. Chi vivrà vedrà. Ho detto.
– Ed io! Io! Io! Perchè non mi interroghi? – gridò Ira sollevando in ventate di rabbia il suo abito fiammeggiante.
– Taci, ragazza. I tuoi meriti come peccato sono considerati appena dai sacerdoti in confessione. Nel mondo non fai male abbastanza. Ora procederemo alla nomina della nuova regina. Ma che vedo, sorelle? Che è mai quella specie di fumo che entra dalla fessura dell’uscio?
– È forse nebbia.
– Pare un velo.
– Pare un cencio.
Una indistinta massa cenerognola strisciando di sotto all’uscio si avanzava pian piano, cresceva, ergendosi, e prendendo definitivamente forma e consistenza di donna si pose ritta dinanzi al trono.
– Ah! Invidia, povera Invidiuzza, ti avevamo dimenticata.
– Lo so, è quello che fate sempre. Ognuna di voi pensa e agisce come se io non esistessi.
Amarissima suonò la voce della nuova venuta, la quale chinandosi con ironica umiltà a baciare la mano di Superbia trovò modo di sputare senza essere vista sullo strascico di Lussuria. Ed era la più brutta delle sette sorelle, più brutta di Avarizia, benchè più giovane. Piccola, sparuta, dalla magrezza rachitica e viziosa, sulle sue guancie livide i desideri insoddisfatti e urlanti avevano scavato quasi una fossa; la sua bocca pieghevole alle basse adulazioni temprava nello stesso tempo la freccia avvelenata e i suoi occhi, dei quali uno era di vetro, avevano il sinistro bagliore degli occhi dello sciacallo vagolante intorno ai cadaveri. Sull’abito meschino di color bigio portava false perle e gemme di vetro sfacciatamente luccicanti.
– Come mai, – disse Gola grassa e senza malizia, – hai potuto passare nella fessura dell’uscio?
– Io striscio, raspo, gratto, lecco, mi schiaccio, mi assottiglio a piacer mio. È uno dei miei mezzi per penetrare dove voglio. Sono arrivata tardi perchè ero in giro d’affari.
– Dove?
– Nel mondo.
Così dicendo scoperse una face che teneva nascosta sotto la gonna e l’agitò per l’aria.
– Questa è la face della Discordia! – esclamarono insieme Superbia ed Ira.
– Appunto. Io me la faccio prestare sempre quando mi reco nell’uno o nell’altro luogo; con essa accendo le fantasie degli uomini dove già deposi il fermento infiammabile dell’odio. Voi quante siete agite con mezzi limitati sopra una categoria di individui ciascuna; il mio dominio invece è universale, perocchè io posseggo una parte dell’anima di ogni essere vivente così che il superbo, il lussurioso, l’avaro, il ghiottone, l’accidioso, l’iracondo mi appartengono a loro insaputa e mentre ognuno di costoro avrà uno dei peccati che voi rappresentate il peccato mio è in tutti.
– Oh! – fece Superbia aggrottando le ciglia.
– Da questo medesimo posto dove noi sorelle siamo riunite non ho che a scatenare il mio dèmone per vedervi tutte l’una contro l’altra. Tu per la prima, Superbia, invidii le belle forme e il sorriso incantatore di Lussuria.
La donna in trono si morse le labbra per dispetto. Invidia che la guardava col suo occhio unico torbido, mentre l’occhio di vetro riluceva sinistramente, continuò:
– Voi vi saziate qualche volta, io mai. Io sono la lupa dal ventre concavo e dalle fauci bramose che gira sempre in cerca di preda. Non udite i sordi rumori che salgono da ogni parte del mondo? Io sollevo i popoli come voi sollevate una festuca. Qualunque arma mi serve; perfino la Verità che so violentare e condurre a’ miei fini, perfino l’Innocenza che accieco e della quale mi faccio scudo. Chi rompe le amicizie, chi disunisce le famiglie, chi mette in guerra i popoli, chi insidia il trono dei re? Io. Vedete quelle case silenziose, quegli austeri conventi dove nel nome di Cristo stanno riunite tante pie suore, tanti religiosi fratelli? Essi hanno rinunciato alle tue pompe o Superbia, alle tue tentazioni o Lussuria ed alle tue o Gola; essi dànno un pane a chi non ne ha e la regola vieta loro di essere oziosi ed iracondi. Sono soli con Dio. Una ferrea porta ingraticciata li divide dal resto degli uomini…. Ma io penetro, io, il peccato universale!
Un brivido corse nell’assemblea fatta muta e tremante.
– E coloro che si chiamano figli delle Muse, questi esseri ideali che si pascono di poesia e di fantasie leggiadre, grandissimi talvolta, talvolta assurgenti alle più alte questioni che preoccupano l’umanità, aquile librate sopra le miserie terrene, vedeteli, vedeteli questi superuomini, pallidi in volto del mio pallore, denigrarsi a vicenda e colpirsi alle spalle con zanne di tigre. Quale grandezza io rispetto? Quale sentimento mi arresta? Quale tradizione mi unisce a’ miei simili? Io rinnego tutto e tutti.
Le sei sorelle si strinsero insieme intorno al trono con un movimento pauroso, tanto era bieco l’occhio unico di Invidia e l’altro, l’occhio di vetro, mandava riflessi gelidi di morte.
– Ah! voi vi amate? – rauca e cavernosa era la voce di Invidia, scosse le membra da un tremito febbrile, mentre soffiava in volto alle sorelle l’alito impuro. – Voi credete ancora ai vincoli del sangue? Guardatemi, prostratevi dinanzi a me, riconoscetemi per vostra regina. Io vi odio!
Tacita, Superbia discese dal trono, si tolse il diadema di stelle e ne cinse il capo di Invidia, allentò lo scettro e lo pose nella destra di lei, poi chinandosi al baciamano di rito, mormorò fra il silenzio sbigottito delle sorelle:
– Cedo a te le insegne del potere e ti riconosco regina dei peccati.
Rapidamente Avarizia raccolse da terra le gemme false che Invidia, ascendendo in trono, aveva lasciate cadere.

Neera – Una citazione

Nicola Bordello entrò quella sera nell’osteria della “Testa d’asino” di assai cattivo umore. Diede subito una pedata al gatto, e sedutosi sulla panca con una mossaccia che gli scosse sulla fronte l’arruffata chioma picchiò un gran pugno sulla tavola esclamando senza la menoma intenzione di fare un giuoco di parole:
– Mondo infame.

 

La frase, per quanto energica, passò inosservata accanto a un piccolo gruppo di contadini che stavano discutendo dei loro affari, confidandoli a un vinello un po’ acido, non tanto però che le mosche non accorressero da ogni parte a contenderlo – essendo pur vero che quando si tratta di pigliare ogni cosa torna buona. Solamente l’oste il quale stava dietro il banco grattandosi la testa ed i fastidi insieme sbirciò con indolenza il nuovo arrivato biascicando:
– Il solito ottavino?
– Un quartuccio perbacco e crepi la miseria! – esclamò ancora Nicola assestando un secondo formidabile pugno.
L’oste che non era nè guercio nè bolognese, ma che oste era, capì che lì ci stava un gran fuoco da estinguere e, dato di piglio al quartuccio e messolo sulla tavola, rimase in piedi davanti all’avventore con una cotal sua aria rimminchionita e dabbene che chiamava le confidenze come il cacio il pane.
Nicola Bordello prese il quartuccio e rovesciando indietro il capo ne bevette a garganella una buona metà ascoltando con piacere il glu glu del liquido che gli scendeva nell’ampio torace. Almeno bere si può sempre.
– Quest’anno, – disse l’oste, – il vino sarà anche migliore. Le viti sono di una bellezza….
– Accidenti! – esclamò Nicola stenando il suo terzo pugno.
L’oste rimase al pari di colui che avendo spianato il fucile verso un uccello pianamente posato in ramo se lo vede volar via ad un tratto. Per paura di far peggio stette zitto.
Fu Nicola Bordello che dopo un po’ di tempo pizzicandosi il naso soggiunse:
– A me le capitan tutte.
L’oste si accontentò di fare: hum! hum! Con un tono che non voleva dir nulla; e fu appunto quello che ispirò fiducia all’altro.
– Tu eri presente, nevvero, quando ebbi una disputa uno di questi giorni con Maso del Ghero, quello scimunito?…
L’oste tornò a fare: hum! hum!
– Ma già a lavare la testa all’asino (non parlo della tua, sai) si butta via sapone e ranno. Cosa mi salta in mente di volergli spiegare che cos’è la repubblica, come se lui potesse intendermi! Così da una parola all’altra ci siamo riscaldati la bile, ti ricordi?
– Vagamente.
– E gli dissi il fatto suo che gli stava bene, a quell’animale, ma niente di più del fatto suo; e nessuno ha parlato della Ghita del bosco che se ne infischia di lui; per questo il motivo della disputa non fu altro che la repubblica; tienilo a mente, la repubblica. Ora dimmi un po’ per quale ragione m’ha tagliato nella vigna sette piedi di vite, che se non gli capita addosso mio padre la era tutta spacciata?
– Sette piedi di vite ti ha tagliato?
– Sette. Per vendetta che gli diedi dell’imbecille, come se la colpa fosse mia e non di sua madre che quando era gravida di lui ebbe certo voglia di una zucca.
– E quando è stato? – chiese l’oste con un interesse mediocre, solo per sostenere il discorso.
Ma Nicola Bordello ora che aveva dato la stura all’eloquenza non intendeva di finirla così subito. Buono che si fece portare un altro quartuccio prima di entrare nei particolari della sua disgrazia. Avvenne però questo, che le chiacchiere e il vino invece di calmarlo non fecero che eccitarlo maggiormente, al punto che gridava e smaniava sulla panca dell’osteria quando entrò per l’appunto il maresciallo dei carabinieri a farsi dare una gazosa perchè moriva dal caldo. Nicola Bordello vociava in quel momento:
– Non sono nemmeno io se non glie la faccio vedere a quel cane! Sette denti gli voglio strappare, sette martellate gli voglio dare!
L’oste ammiccò al maresciallo e questi che conosceva Nicola gli si avvicinò bel bello sorridendo col passo cauto della donnicciuola a cui è fuggito il merlo:
– Calma, calma, con chi l’avete, diavolo?
– L’ho che vedo rosso questa volta (Dio sa se intendeva rosso di sangue o rosso di vino) e uno sproposito lo faccio come è vero che mi chiamo Nicola.
– Perchè volete fare uno sproposito, – soggiunse il maresciallo con tono conciliativo, dopo di avere ascoltato il racconto di Nicola, – quando c’è modo di farvi rendere giustizia dai tribunali?
– I tribunali! – mormorò Nicola colpito dalla grandiosità della parola e dal mistero che in essa si celava, – possono forse i tribunali rendermi le mie viti?
– Possono obbligare Maso del Ghero a rifondervi i danni.
Gli occhi di Nicola luccicarono per improvvisa cupidigia, ma l’oste osservò:
– Maso è un po’ corto di cervello. Chi sa se gli riconoscerebbero la responsabilità del mal fatto.
– Non importa, – soggiunse il funzionario, – i suoi genitori rispondono di lui ed hanno di che pagare sette piedi di vite.
– Ben detto! – esclamò Nicola. – Questa è giustizia. Io però non so come si fa a parlare ai tribunali.
– Se non è che questo vi aiuterò io a stendere l’atto d’accusa.
– Nel quale direte che fu in seguito a una disputa politica, senza parlare della Ghita del bosco che non c’entra per nulla.
– Come vorrete.
– In causa della repubblica, che lui non capiva che è il modo di comandare un po’ tutti….
– Ma sì, ma sì.
– E siete sicuro che lo obbligheranno a rifondermi i danni?
– Almeno credo, se le cose stanno come le avete raccontate voi; ma anche alla peggio, male non ve ne può venire.
– Pare anche a me, – concluse l’oste che vedeva spuntare all’orizzonte un nuovo quartuccio.
In tal modo la querela di Nicola Bordello contro Maso del Ghero fu decisa.

*

– Gli faccio causa, – ripeteva in quei giorni Nicola a tutti i suoi conoscenti, smanioso di farsi pagare il guasto delle viti ed anche fiero di quell’improvviso contatto coi tribunali che doveva, secondo lui, accrescergli importanza. – In paese almeno sapranno che a Nicola Bordello non la si fa impunemente.
Quando uscì la citazione egli corse a casa con passi di un trabucco l’uno ed al vecchio che rimestava la cenere del focolare per trovare una brace da accendere la pipa gridò tutto giulivo:
– È qui! È qui!
Padre e figlio consultarono attentamente il foglio di carta bollata nel quale si diceva che il querelante Nicola Bordello doveva presentarsi al tribunale della città di*** la mattina del giorno 28 alle ore nove precise.
– Ti daranno subito il denaro? – chiese il vecchio smettendo di soffiare sulla brace.
– Sfido io! e per che cosa mi chiamerebbero allora?
– Te ne daranno molto?
– Tutto quello che mi viene di sacrosanto diritto.
– Perchè, vedi, si son dati dei casi…. io almeno ho visto qualcuno a pigliare di più, capisci? Tu puoi dire intanto che era la miglior vite del podere; questo non è vero, ma tu lo devi dire.
– Sicuro.
– I genitori di Maso del denaro ne hanno, dunque paghino. Il tribunale non deve nemmeno sapere che noi quella vite la si sradicava lo stesso perchè era troppo fitta. È necessario dire in pubblico i nostri interessi?
– Giustissimo.
– Col denaro potremo invece rifare il tetto della stalla.
– O comperare l’oro per la sposa, – scattò fuori Nicola fregandosi le mani.
– Si vedrà, si vedrà, – disse il vecchio senza entusiasmo.
– Ma della Ghita in tribunale non parlo, – continuò Nicola con fuoco, – se Maso crede ch’ella lo voglia sposare per i suoi denari si inganna, si inganna, si inganna! La Ghita se ne infischia di lui e noi la lite l’abbiamo fatta per questioni politiche, lo giuro.
I due uomini stavano ancora discorrendo quando entrò tutta umile e compunta la madre di Maso e così sbigottita che sembrava una delle tre Marie reduce dal Calvario.
– Con permesso, – ella incominciò, – scusate se entro in casa vostra, ma è per il mio figliolo che voglio bene sperare non me lo lascerete solo nel ginepraio. Ha ricevuto la citazione per il giorno 28 alle ore nove precise e non sa che cosa fare, poverino.
– Come non sa? – gridò Nicola. – Non è per altro difficile. Egli se ne va a*** dove andrò anch’io e ci presenteremo al tribunale che farà giustizia. Vedremo quanto glie li faranno pagare i sette piedi di vite che mi ha tagliato, oltre lo scorno e il dispiacere.
– Non è questo, non è questo, – gemette la donna, – se aveste parlato con me prima di fargli quella figuraccia della citazione si sarebbe potuto accomodare tutto fra noi; ed ora invece mi tocca di vedere il mio sangue a andare insieme ai ladri ed agli assassini.
– Ma che ladri, ma che assassini, – disse il vecchio scuotendo la pipa, – quando vostro figlio ci avrà dato quello che ci viene saremo amici come prima.
– E non si poteva esserlo senza tirare in ballo i tribunali?
– Oramai ciò che è fatto è fatto, – disse Nicola, – la colpa non è mia. Non sono entrato io nel vostro podere a danneggiarvelo. Ognuno ha quel che si merita e la giustizia è la giustizia.
– Ma almeno – riprese la donna con accento lamentevole – non lasciatelo solo nel ginepraio. Egli non è molto svegliato di mente, lo sapete….
– Oh! se lo so! – disse Nicola squassando la folta chioma nel trionfo intimo della propria superiorità.
– Dunque usategli un po’ di misericordia. Mio marito che ha una risipola in una gamba non lo può accompagnare; prendetevelo insieme per andare a***. Egli non ne verrebbe mai a capo da solo. È pentito, ve lo assicuro.
– Confesserà almeno in tribunale che il torto è tutto suo?
– Confesserà.
– E pagherà? – soggiunse il vecchio.
– Pagherà.
– E allora tutto va bene, – concluse Nicola, – ditegli che lo aspetto.
Ma la madre di Maso uscendo e tirandosi la pezzuola del capo sulla faccia perchè in seguito alla faccenda della citazione si vergognava di mostrarsi in paese, pensava:
– Eppure non c’era proprio bisogno dei tribunali!

*

– Il treno delle 8,15 non si piglia.
– E mo’ perchè?
– Perchè arriva alle 9,30 e l’udienza è per le 9.
Il vecchio padre cui Nicola, la sera prima di partire stava, facendo l’osservazione, crollò la testa in aria di compatimento.
– Che ci fa? Minuto più, minuto meno….
– Il diretto parte alle 7,50. Quello sì anderebbe bene! Ma non ha la terza classe.
– Dici poco? Oltre il danno, il processo, il viaggio, sta a vedere che dovremo pagare la seconda classe.
– Per questo no, non ho intenzione di regalare i miei soldi alla ferrovia. Piuttosto beverli.
– Così va fatto. E che il tribunale aspetti! Tanto, cosa gli importa a lui? È pagato apposta per star là in poltrona ad aspettare le parti, Del resto non è nemmeno sicuro che il treno arrivi alle 9,30. Sbaglia il prete a dir messa; non può sbagliare anche un treno?
– E poi, – fece Nicola illuminato da un pensiero improvviso, – nessuno è tenuto a fare l’impossibile. Noi non possiamo prendere il diretto che è il treno dei signori, va bene? E dunque non è colpa nostra se il treno della povera gente arriva alle 9,30. Questo ragionamento è così giusto che il tribunale non ci può trovar nulla a ridire. Io gli dichiarerò con tutta schiettezza: Signor tribunale noi eravamo pronti. È il treno che non era pronto.
– Impari il tribunale a studiare i treni prima di citare la povera gente, – brontolò il vecchio.
– Oppure, – sghignazzò Nicola, – ci ordini un treno apposta. Noi siamo nel nostro diritto, noi! Il governo ne fa abbastanza delle prepotenze, ma non può obbligarci a pigliare un treno che non ci accomoda. Ecco, dirò a quella bestia di Maso, ecco se non lo capisci ancora cosa vuol dire repubblica!
Maso per altro non fece nessuna difficoltà. La mattina del 28 giunse vestito a nuovo, con una penna di gallo nel cappello e le scarpe che facevano crac crac ad ogni passo. Teneva sul braccio un’ampia sporta piena d’ogni ben di Dio; cacio, pane, un pollo arrosto, tanto salame da poter mettere bottega e un fiasco di vin vecchio; tutta roba che la sua buona mamma gli aveva ficcato addosso per forza temendo le peripezie del viaggio, fra cui, terribile, quella di patire la fame.
– Andate, – disse il vecchio, – e che Dio vi aiuti.
Nicola si voltò sulla, soglia:
– Purchè il treno arrivi proprio alle 9,30!…
– Minuto più, minuto meno, – tornò a fare il vecchio crollando le spalle come colui che certe fisime non gli entrano, – chi ci bada? e cosa sono pochi minuti davanti all’eternità?
La frase l’aveva udita in chiesa una volta, dal predicatore che era venuto a fare il quaresimale e gli parve di bell’effetto per incoraggiare i due giovinotti i quali correvano già attraverso i campi per andare a raggiungere il treno delle 8,15.
Il mattino era bello, l’ora fresca, i prati verdi; viaggiare in treno era un piacere. Nicola Bordello e Maso del Ghero lo riconobbero subito cacciandosi fuori degli sportelli colla gioia rumorosa ed ingenua di chi viaggia di rado. Poi fosse l’aria, il moto o la novità sentirono presto gli stimoli della fame, e la sporta che la mamma di Maso aveva così bene approvvigionata venne a proposito che mai più. Seduti l’uno dirimpetto all’altro cogli occhi allegri e le mandibole voraci, mangia tu che mangio anch’io, bevi tu che bevo anch’io, lo scopo per cui si trovavano insieme venne quasi dimenticato e non erano ancora a mezza strada che già si erano abbracciati brindando all’amicizia.
Come il vecchio aveva pronosticato sbaglia il prete a dir messa, possono sbagliare l’orario anche i treni; questo difatti invece di giungere alle 9,30 entrò in stazione alle 9,45.
– Che fa! – disse Nicola – minuto più, minuto meno….
Querelante e querelato entrarono in*** tenendosi sotto braccio come Damone e Pizia, non molto fermi sulle gambe a dir vero, ma pieni di speranza; e così mossero verso il tempio della Giustizia che trovarono chiuso.
– To’, – fece Maso, – il tribunale ha la faccia di legno.
Venne fuori in quel momento l’usciere che domandò loro che cosa volevano. Fu Nicola che prese la parola:
– Noi siamo quei due che ebbero una bega per ragioni politiche, e costui mi tagliò sette piedi di vite, che la repubblica non glie lo avrebbe mai permesso e per questo….
– Siete Nicola Bordello? – interruppe brusco l’usciere.
– Sono.
– E dov’è Maso del Ghero?
– Presente.
– Non essendo sul posto all’ora prescritta, – riprese l’usciere sempre più brusco, – il Tribunale ha fatto il processo senza di voi.
– Questa è bella! – esclamò Nicola, – come avrà fatto se non gli dissi le mie ragioni?
– Le ha dette per voi l’avvocato.
– E come poteva saperle l’avvocato?
– Gli avvocati sanno tutto.
– Bè, e che si fa ora?
– Ora si paga. Maso del Ghero per aver tagliato a scopo di vendetta sette piedi di vite nel podere di Nicola Bordello condannato in lire cinquanta….
– Che è giustizia! – gridò Nicola puntando l’indice verso il portone chiuso.
– …. e Nicola Bordello per non essersi presentato all’ora indetta lire cinquanta.
– Io! Io! Che c’entro io? Io pagare cinquanta lire? Non le ho tagliate io le viti. No! No! Giustizia! Voglio giustizia! Aprite il portone. Parlo io. La repubblica….
E cadde di botto sul sentiero.
Accorsero dalle case vicine uomini e donne spaventate chiedendo se era morto.
– No, – disse l’usciere con calma, – è solamente ubbriaco.
Maso del Ghero un po’ intontito si raddrizzava sul cappello la penna di gallo.

Neera – Due mondi

Conosco un paese che sta a quattro metri di livello sotto il mare, affondato dietro gli argini di un fiume dai ricchi affluenti le cui acque gonfiandosi lo inondano spesso e trasportando dall’una all’altra riva interi banchi di sabbia ne vanno mutando continuamente l’aspetto e la configurazione; malinconico paese perduto in mezzo a vaste campagne di grano sulle quali torreggiano cime di pioppi giganteschi appena mosse dall’aria greve. Paese triste che fu un tempo allegra città e che della caduta signoria conserva una specie di dignità pensosa sparsa nelle vie larghe dove l’erba verdeggia sulla soglia dei palazzi abbandonati, nelle piazze deserte, in certi viottoli oscuri mai battuti dal sole, dove pure rizza il fianco monumentale una vecchia bicocca trasformata in prigione e l’abside longobarda di una chiesuola coperta di musco.
Era appunto in una di queste vie, la più oscura, la più triste, la più romita, che salendo due deformi gradini di mattonato per una porticina esigua si entrava nell’abitazione di mamma Monica, dove l’impressione prima faceva pensare simultaneamente ad una cantina, ad un pollaio e ad un ripostiglio di legna. Ognuna di queste cose si trovava veramente ad occupare in piccola parte lo stretto vestibolo che a porta rinchiusa rimaneva quasi buio, e vi stava pure la scala conducente al piano superiore; ma tutta la vita delle persone che vi abitavano si svolgeva a quel pianterra umido e basso, in una lunga cucina che si apriva dirimpetto alla porta d’entrata mostrando in fondo una finestretta dai vetri affumicati come si vedono in alcuni quadri olandesi, ed era tanto lunga la cucina che quella finestretta sembrava la lente posta in fondo ad un canocchiale.
La giornata d’inverno, penetrando dai piccoli vetri opachi con una luce che la neve circostante rendeva più bianca, prendeva a tergo la figura evanescente di mamma Monica accantonata presso il focherello del camino; e mentre davanti il riflesso della fiamma le coloriva di insolito vigore il volto nonagenario, i raggi pallidi che le piovevano sulla capigliatura d’argento la circondavano di un nimbo etereo.
– Come è bella oggi la nostra mamma! – disse la maggiore delle tre figlie.
– Sì, è bella, – rispose la seconda.
– Molto bella, – confermò la terza.

 

Queste figliole erano anch’esse tre vecchierelle quasi incorporee, coi capelli appena un po’ meno bianchi di quelli della loro genitrice. Girondolavano chetamente per la cucina, dandosi attorno alle loro faccenduole: una accomodava sul tagliere in belle file simmetriche certi cappelletti col ripieno di zucca che erano la grande specialità del paese nei giorni solenni; un’altra, seduta vicino alla finestra, macinava il caffè; l’ultima attizzava la legna sul focolare. Fu costei che soggiunse dopo un po’ di tempo:
– Non vi siete accorte come oggi il fuoco soffia e sbuffa?… Segno di visite…. Verranno, verranno!
Mamma Monica sorrise debolmente.
– Nevvero, mamma, che verranno?
– Io lo credo; poichè domani è Natale, Piero non vorrà mettersi in viaggio nel giorno santo. Se assomiglia a suo padre deve avere il rispetto delle feste solenni.
La maggiore delle figlie, che era quella che macinava il caffè vicino alla finestra, si alzò, e dopo di aver riposto la polvere nell’apposito barattolo di latta, fattasi accanto alla madre le susurrò piano colle mani sotto al grembiule:
– Se devo dirti la verità, mamma, quel pensiero che la sposa di Pietro è una ballerina non mi va giù….
– Era, era, – rispose la nonagenaria.
– Ma è sempre una brutta cosa che lo sia stata. Quando mai vi furono ballerine nella nostra famiglia?
Le due sorelle, ognuna dal loro posto, approvarono in silenzio col capo.
– Il Signore – soggiunse mamma Monica – sa Lui quello che si fa. Del resto, anche una ballerina può essere una ragazza onesta.
Ubbidienti, le tre figlie non replicarono una sola parola; la mamma doveva saperne più di loro. Ammutolivano sempre così con una specie di rassegnazione umile tutte le volte che si accennava a cose od avvenimenti che la loro semisecolare innocenza non poteva comprendere. Ma la maggiore aveva visto tanti anni addietro, in un’antica strenna, una vignetta colorata che portava per titolo: “Zuleika la ballerina”; e rappresentava una giovane odalisca leggermente vestita la quale intrecciava una danza orientale davanti al Sultano con tali mosse e attitudini che le avevano lasciato nella memoria un turbamento incancellabile. Alla osservazione della veneranda madre ella tacque al pari delle sorelle ma tornò a prendere il suo posto vicino alla finestra guardando fuori.
L’orto, che appariva traverso il piccolo quadrato della finestra circondato da un alto muro e così pieno di verde che un po’ ne restava anche nella fredda stagione, voleva dire per quelle volontarie recluse tutto l’orizzonte. Quanti pensieri, quanti sogni, quanti desideri, quanta tristezze, quante rinuncie, ed anche quanta definitiva acquiescenza dovevano racchiudere le esili pianticelle dei cucurbitacei arrampicate sul muro dal quale aprivano in primavera il largo ventaglio delle foglie molleggianti alle prime brezze! Pensieri ingenui, sogni casti, tristezze senza nome, rinuncie senza lotta e dolce dolce chinare dei cuori all’oscuro decreto della Provvidenza che tale aveva voluto dell’esser loro.
– Il gatto è fuori, – esclamò improvvisamente la maggiore che aveva visto ondeggiare la rada siepe di mortella che divideva l’orto, – andiamo a prenderlo, poverino!
– Vado io, – disse l’ultima delle tre sorelle che si era abbastanza abbrustolita accanto al fuoco.
Aperse la rozza imposta di legno che conduceva all’orto e trovato il miccio in mezzo alla neve se lo pose nel grembiule scottante ravvolgendolo con tenerezza materna.
– Stai bene eh? qui; stai bene, girovago, al calduccio?… Meglio il fuoco che la neve, eh?
La mamma lo volle vedere, lo volle accarezzare anch’essa, e le altre due vennero a far coro. Gli occhi del miccio luccicavano attraverso un lembo del grembiule e le quattro vecchie ridevano, ammiccando, solleticandolo colle loro mani rugose che tremavano un poco.
Suonarono in quel mentre le festose campane del mezzogiorno. La nonagenaria si fece il segno della croce, mormorando le prime parole del “Benedicite”; risposero le figlie in attitudine raccolta colle mani giunte; ed ella replicò:
– Diciamo un'”Ave Maria” per coloro che sono in viaggio.
Nella mente della vecchiarda l’idea del viaggio mal poteva disgiungersi da infinite peripezie su strade malagevoli infestate da briganti; non avendo per suo conto mai vista una ferrovia non cessava dall’aggiungere alle sue preghiere quel pio richiamo ai pellegrini viaggiatori d’altri tempi. Ma in quel momento la preghiera aveva una destinazione ben precisa. Ella pensava a Piero che doveva arrivare colla sposa. Questo nipote, che non conosceva, era figlio del suo unico figlio, il quale, partito da giovane in qualità di cameriere non aveva più fatto ritorno, ed era morto all’estero.
Compresero le figlie l’amorosa preoccupazione materna; colle tre teste grigie chine intorno alla venerabile testa bianca, l'”Ave Maria” fu recitata con ardore, seguita da un breve silenzio durante il quale il gruppo delle vecchie sullo sfondo della finestretta assumeva la rigidità arcaica dei primitivi. Ricominciava a nevicare lentamente.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Due colpi bussati alla porta di strada fecero sobbalzare la minore delle figlie la quale corse subito ad aprire. A quell’atto le povere guancie emaciate di mamma Monica arrossirono per la commozione; si levò in piedi, così fragile e barcollante che sembrava un’ombra, e mosse alcuni passi verso il vestibolo, seguita dalle altre due figlie che rattenevano il fiato e spalancavano gli occhi sulla singolare apparizione.
Chi erano questi signori e che cosa volevano? Un giovinotto con soprabito scuro e bavero di pelliccia si affacciò primo alla soglia; aveva un paio di pantaloni attillatissimi e scarpe gialle; l’orlo di un fazzoletto di finta batista usciva dal taschino del petto, una catena d’oro si sprofondava in quello del panciotto; aveva un paio di baffi ingommati e tirati su fin sotto gli occhi; un brillante scintillava al suo mignolo.
– Chi cerca? – domandò colei che aveva aperto la porta.
– La signora Monica Deviti?…
A un cenno affermativo l’elegante sconosciuto fece un passo avanti scoprendo una leggiadra donnina il cui volto sprofondava quasi tutto sotto l’ala prepotente di un cappello intorno al quale attorcigliavasi una lunga piuma grigiastra, ma il cui corpo provocante si mostrava invece con ostentazione sotto la morbidezza complice di un drappo sottile color turchese.
– A chi ho il bene di parlare? – articolò, confusa, la voce tremula della nonagenaria.
– La signora Monica Deviti?
– Monica Deviti sono io; signora no, – rispose col suo sorriso ingenuo, accennando ai forestieri che entrassero.
Ci volle un po’ di fatica da ambe le parti per riconoscersi. Lo stupore e il disinganno furono reciproci. Ma quando il signore elegante dichiarò di chiamarsi Pietro Deviti, mamma Monica sopraffatta dalla commozione lasciò sfuggire qualche lagrima. La figlia maggiore esclamò: Gesù! Le altre, incapaci a parlare, si affrettarono a porre delle sedie intorno al fuoco.
Una vocetta stridula, aspra, stonata, fischiò di sotto alla lunga piuma:
– È questa la casa?
La seconda figlia si affrettò a spiegare che lì accanto c’era il tinello, ma nel rigore del verno la mamma preferiva mettersi in cucina, dove si stava più caldi.
– Ho novantadue anni, – disse la vecchiona, quasi per scusarsi.
La voce stridula risuonò ancora in una breve ma inopportuna risata; Pietro Deviti a sua volta scusò la sposa dicendo che era molto giovane.
Poi stettero a guardarsi tutti insieme passando di meraviglia in meraviglia. Pietro Deviti faceva il cameriere anche lui come suo padre, ma le povere vecchie zitelle non avevano mai visto altro che il cameriere della “Colombina”, quando andavano a prendere un po’ di vino per la mamma e non sapevano capacitarsi di tanta eleganza, ne pigliavano soggezione, nè per qualunque cosa avrebbero ardito dare del tu a quel loro nipote così ben vestito. Quanto a mamma Monica, ci vedeva poco, e metteva tutte le sue forze nell’offrire da mangiare e da bere ai nuovi arrivati.
– Pranzerete con noi or ora, se non volete altro prima, – concluse ella affabilmente.
La donnina vestita in color turchese diede uno spintone al marito che si affrettò a rispondere:
– Ma noi non pranziamo a quest’ora.
– No?… – fece mamma Monica con dolcezza, – ebbene, quando vorrete.
La figlia minore additò il tagliere con benevola disinvoltura per vedere di rompere quel ghiaccio:
– Guardate, vi abbiamo preparati i cappelletti col ripieno di zucca; sono le zucche del nostro orto.
– E di sopra – soggiunse la seconda – vi aspetta il vecchio letto di papà e mamma, colla coperta filata dalla mamma stessa quando venne sposa.
La donnina che non aveva voluto sedersi accanto al fuoco fece una piroetta, mormorando ironicamente: Che gioia!… e l’aria mossa dalle sue sottane portò alle nari della seconda figlia un acuto odore di muschio. La maggiore delle tre sorelle, rannicchiata dietro la madre, guardava da un po’ di tempo con indicibile sorpresa un gonnellino di seta rosa e verde coperto di merletti che appariva e spariva continuamente nei rapidi movimenti della sua proprietaria. Ciò le rammentava con una visione violenta “Zuleika la ballerina”.
Pietro Deviti si trovava più male di tutti. Aveva accettato per convenienza di sedere accanto alla veneranda Nonna, e, intanto che ella gli narrava di suo padre giovinetto, egli, con un fuscello, frugava nella cenere del focolare cercando il mezzo di cavarsela alla men peggio. Che sfortunata idea era mai stata quella di venire a conoscere i suoi parenti! Sollevando tratto tratto gli occhi dalla cenere vedeva il quadratello appannato della finestra, con quei vecchi vetri verdognoli dietro ai quali la neve sembrava anche più triste e si desiderava lontano cento chilometri.
A un tratto una delle sorelle esclamò:
– Venite a vedere il presepio?
Pietro Deviti si alzò con premura, stese i pantaloni sotto al ginocchio, arricciò i baffi e fece un cenno a sua moglie. In un angolo del tinello che fiancheggiava la cucina, sopra una cassapanca, era stato rizzato il paesaggio di cartone colla capanna coperta di paglia e il bambinello Gesù con un pannolino attraverso il corpo fra il bue e l’asinello che dovevano riscaldarlo. Le pie donne si affrettarono poi a spiegare che la Madonna era la figura in ginocchio col manto azzurro e i tre vecchi sul fondo rappresentavano i Re Magi. San Giuseppe mancava perchè proprio la sera prima era caduto per terra rompendosi in due.
– Guarda! Guarda!
L’interruzione veniva dalla sposina che aggrappata al braccio di suo marito si abbandonava a un nuovo accesso di ilarità.
– …. guarda il bambino. È il costume tale e quale avevo io nel balletto: “Amore è il più furbo”. Solamente che….
Pietro Deviti chiuse con una mano la bocca a sua moglie e prendendo una sùbita risoluzione, disse:
– Andiamo!
– Come? Dove? E il pranzo?
– Non posso fermarmi, – confermò lui abbottonandosi il soprabito fin sotto la gola.
– E i cappelletti?
– Li mangerete voi.
Mamma Monica dal suo cantuccio gridò:
– Che c’è? Cosa dice Piero?
– Dice che vuol partire.
– Ma è impossibile…. è appena venuto! Dobbiamo fare il Santo Natale insieme.
– Non posso, non posso.
– Lo avevi promesso, – gemette la vecchia Nonna con una tristezza profonda.
– Avevo promesso la visita e l’ho fatta; non ho parlato io del Natale; non posso, non posso. Addio a tutte.
– Ed anche ai personaggi del presepio, – esclamò la sua compagna strisciando una riverenza buffa. – A rivederci nella valle di Giosafat.
Mamma Monica tornò a sollevarsi dalla sedia, ma le gambe le tremavano troppo; le sue figlie la sorressero intanto che ella stendeva la mano in atto di benedire chi partiva. Non fece in tempo però; la porta di strada si schiuse rapidamente; ella brancicò un poco colla destra tesa, sbattè le palpebre, disse:
– Ma perchè sono partiti?
Su quelle parole così semplici di un dolore tanto profondo le quattro vecchie stettero mute. Parve che qualche cosa d’invisibile si fosse spezzato intorno a loro. La neve cadeva sempre dietro i vetri opachi della finestra…. Un odore di biscia era rimasto nell’aria.

Neera – Viaggio d’istruzione

Dal momento che Filarete Assioli ebbe licenziato per le stampe il suo romanzo “Inesorabilmente”, non ebbe più pace nè di giorno nè di notte. Di giorno appostava il procaccia, ansioso di ricevere dal suo editore una lettera che gli annunciasse l’edizione esaurita; di notte non vedeva che donne ideali curve sulle nitide pagine dove egli aveva posto tanta parte di sè stesso, dove palpitava la sua anima di giovane entusiasta confinata nelle anguste pareti notarili di uno studiolo da villaggio. Ma la lettera dell’editore non veniva e nessuna fra le celesti creature dei suoi sogni si decideva a prendere veste mortale per cingergli la chioma coll’alloro del vincitore.
Il maggior cruccio di Filarete era quello di doversene stare neghittoso colle mani in mano mentre l’opera sua correva il mondo a briglia sciolta. Egli numerava tutte le città d’Italia, i borghi dove il suo libro sarebbe apparso e le belle vetrine rilucenti dei librai, immaginandosi le persone che si fermavano di botto colpite dalla tinta signorile della copertina sulla quale spiccava in caratteri bizzarri quel titolo enigmatico: “Inesorabilmente”. Quante città, quanti borghi, quante vetrine, quante persone! A non contare l’estero, dove pure il suo editore gli aveva promesso di mandarne qualche copia, quanti occhi si erano già posati sulle parole scritte da lui, sui suoi pensieri, sulle belle fantasie della sua mente così a lungo carezzate e che dovevano portare a’ suoi fratelli il saluto di un cuore vergine assetato di bellezza ideale.
E dunque perchè sì eterno silenzio?… Gli avevano detto (era questo forse il più sottile e il più celato dei suoi desideri) che gli autori ricevono talvolta graziose letterine di ignoti; specie di sorrisi, specie di baci, specie di fiori che la platea lancia all’artista preferito e che trasporta d’anima ad anima nel mistero della lontananza il calore benefico di una simpatia ricambiata. Oh! una forte e leale mano virile che a traverso poche parole di approvazione fosse venuta a stringere la sua in quel momento di battaglia! Oh! una manina lieve, graziosa, un po’ tremante, che gli avesse scritto…. Che cosa? Non sapeva, non voleva pensarlo, non toccava a lui; ma che qualcuno avesse risposto a tutti i gridi d’amore e di dolore che aveva messo nel suo libro come un disperato appello alla umanità, questo!
La provincia, si sa, è goffa. Non si aspettava nulla dal nucleo di piccoli possidenti fossilizzati in farmacia attorno ai barattoli della cassia, nè dalle beghine che facevano la spola fra la casa e la chiesa intente a scacciare, peggio che mosche a luglio, ogni parvenza di idee nuove che ronzasse loro attorno. Nè il suo patrono, il notaio, avrebbe permesso che gli si parlasse di libri all’infuori dei classici; nè il dottore per la sua professione assorbente, nè il segretario per la sua poca cultura, nè il maestro per la sua dura cervice, nè don Anselmo per i suoi pregiudizi, nessuno, nessuno poteva intendere, amare, proteggere il suo libro.

 

In famiglia subivano il contraccolpo della prostrazione che finalmente aveva invaso l’anima candida di Filarete. La sua buona mamma che aveva più di ogni altro sognato e palpitato insieme con lui, senza chiedere nemmeno che cosa fosse quel sogno, lo guardava di sottecchi sospirando e raccomandandolo al Signore come fosse in pericolo di vita; ma il padre crollando la testa forte e dura di lavoratore sembrava appoggiare ad ogni colpo i pronostici già fatti sul cattivo esito della speculazione. Non sapeva chiamare con altra parola la follia di suo figlio che aveva ridotto in carta inutile le poche economie raggranellate a stento: cattiva speculazione. Le sorelle non fiatavano.
– Ouf! – fece una mattina Filarete tendendo i pugni al cielo, – se continua questa epidemia di silenzio, mi suicido.
Intanto leggeva nelle gazzette cittadine il fervore di vita pulsante più che mai verso la fine dell’anno; i teatri aperti, i negozi riforniti, il fiotto di persone che si riversava per le vie attardandosi fin sotto i riverberi della luce elettrica davanti alle bacheche seducenti. Il mio libro è là – pensava Filarete – tutti lo hanno visto, molti senza dubbio lo hanno comperato; lo si discute, lo si loda, lo si attacca forse…. e quel cane di editore non mi dice nulla!
Correva con ansia febbrile alla pagina delle recensioni sempre sperando di trovare un articolo e l’articolo non c’era. Si era preparato da tanto tempo a ricevere il trionfo con modestia, l’attacco con fermezza, lo scherno, se per disgrazia fosse venuto, con dignità; e tutti gli accordi presi con sè stesso riuscivano vani perchè non era nè ammirato, nè attaccato, nè schernito.
Rifaceva allora nella sua mente tutto il romanzo: come era nato, come si era svolto nel più grande ardore della ispirazione, come lo aveva curato per farlo mondo da ogni improprietà, con quale coraggio si era posto a sfrondarlo in diversi punti per renderlo più snello, più agile, più alato, più degno di quel pubblico intellettuale al quale lo dedicava con un atto profondo di umiltà e di fede. Egli scrivendolo aveva pianto, aveva riso, si era innalzato al vertice del lirismo ed era sceso nei più torbidi recessi del cuore umano. Tutta la vita colle sue passioni, coi suoi eroismi, colle sue viltà si agitava là dentro e c’era tanto pensiero da interessare il filosofo, tanto movimento da tener desta l’attenzione dell’uomo di mondo, tanto amore tanto entusiasmo da cattivarsi ogni cuore femminile. Oh! la donna intellettuale come doveva comprenderlo! Egli l’aveva veduta nei ritratti delle Riviste alla moda, nelle descrizioni di romanzi, nei cenni suggestivi dei giornali all’indomani di una première o di una conferenza celebre e l’aveva amata per la sua bellezza fatta di intelligenza, per la sua eleganza composta nei filtri più misteriosi della grazia e della sovranità. Era lei che voleva commuovere, perchè alle perle che cingevano il suo collo leggiadro egli, Filarete, aveva sognato di aggiungere la perla viva di una lagrima strappata ai bellissimi occhi.
– Addio mamma, vado. Non ne posso più.
Così il giovane autore si accomiatò dalla sua famiglia in un mattino di dicembre lasciandosi dietro quella fredda casa, quel freddo borgo che gli gelavano il cuore e corse alla voragine ardente della grande città.
Bisogna vedere, bisogna muoversi, bisogna imparare – pensava Filarete facendosi strada in mezzo alla folla della capitale e porgendo un orecchio attento ai discorsi che udiva colla vaga speranza di afferrare idee nuove, magari qualche rivelazione. Le donne soprattutto lo interessavano nel loro numero stragrande, nella varietà delle loro acconciature, nella scioltezza delle movenze che era l’indice di una raffinatezza ignota alle donne del suo paese; ma fu poco fortunato perchè a farlo apposta tutte quelle che seguì per raccoglierne la voce e le idee non parlarono mai d’altro che di nastri e di stoffe.
Col cuore che gli batteva Filarete entrò nel negozio del suo editore che era anche libraio. Non si erano mai visti, il contratto essendo stato fatto per lettera, e lo scrittore novellino si apparecchiava ad un momento di grande commozione. Non ne fu nulla però. L’editore-libraio stava ravvolgendo in un foglio di carta un libro sul quale Filarete fece scorrere l’occhio curioso. Era la Guida per Nizza e Montecarlo che un signore elegante prese, pagò e si pose sotto il braccio. Quando egli ebbe annunciato il proprio nome, il libraio che si era già rivolto da un’altra parte per sgridare un ragazzo che gli guastava il gomitolo della cordicella, lì per lì, o che non avesse inteso bene o che la sua mente fosse troppo lontana, non diede con nessun atto quella speciale dimostrazione di piacevole sorpresa che Filarete si aspettava da lui. Questo piccolo fatto bastò a sconcertarlo. Arrossì lievemente e ripetè con dolcezza: Filarete Assioli, l’autore di “Inesorabilmente”.
– Ahan!… Piacere.
– Anzi, si figuri, il piacere è mio, – riprese Filarete con grande premura, sorridendo.
Stettero mezzo minuto a guardarsi nel bianco degli occhi. L’editore disse:
– E lei è venuto per le feste? Magnifica occasione; la città si trova nel suo momento migliore. Abbiamo uno spettacolo d’opera….
– Ma no, ma no. Io Sono venuto per sapere come va il mio romanzo.
Pronunciando queste parole le guancie del giovane autore di rosa peonia che erano passarono al rosso fragola.
– Il suo romanzo? Non va niente affatto.
– Ni….en….te?
– Af-fat-to. Ne vuole la prova? Pietro (chiamò il commesso) quante copie hai venduto di “Inesorabilmente”?
– Neppur una, – rispose il commesso senza pietà.
E si ha compassione per quelli che si rompono una gamba! Quaranta giorni di letto fra morbidi guanciali, accarezzati dai parenti, visitati dagli amici che recano fiori, dolciumi, giornali illustrati…. Ah! veramente il cuore è fuori di posto.
Siccome Filarete brancicava il banco come uno che mal si regge in piedi, l’editore gli offerse una sedia con sufficiente cordialità.
– Prego, s’accomodi, non faccia complimenti. Un autore, qui, è un poco in casa sua. Certo occorre abituarsi all’ambiente; nel nostro mestiere non sono tutte rose, anzi, al contrario…. Pietro, hai mandato “Aphrodite” alla marchesa Luparelli?
Filarete si rimetteva a poco a poco. Sembrandogli che quel libraio in fondo non fosse un cattivo uomo si arrischiò a domandare:
– Leggono molto le signore dell’alta società?
– Romanzi francesi, sì, specie se sono di un certo genere…. Pare che sia alla moda perchè non domandano che quello.
– Ma vi saranno pure le intellettuali….
– Intellettuali?… Non saprei. Vi sono le vecchie intellettuali abbonate tutte alla “Revue des deux mondes” e quanto alle giovani si servono del gabinetto di lettura dove si trova un po’ di tutto.
– Il gabinetto di lettura? Libri in prestito?
– Sì. Due e cinquanta al mese: tre volumi per settimana.
– Ma questo è buono per le cameriere! – esclamò Filarete.
– Pare che vi trovino il loro tornaconto anche le signore perchè serviamo a questo modo le migliori case. Duchessa Vallese, contessa di Sira, principi Belmondo, le signore Guttierez, Vicobelli, Altalena, della Buscaglia…. tutte clienti del gabinetto di lettura. Quanto vi ha di meglio in fatto di nobiltà e di finanza.
– Ma – tornò a dire Filarete del tutto disorientato – questi libri che vanno in mano di chiunque, del bottegaio unto, del giovinastro avvinazzato, di persone a cui quelle nobili dame non vorrebbero a niun prezzo toccare un dito…. e in case sudicie, in letti ignoti… questi libri pieni di infezioni e di microbi…. sui quali il vizio e la malattia hanno posato misteriosamente le loro traccie invisibili…. questi libri della comunità e della miseria che non si sa di dove vengono, carichi di fiati e di sputi…. che non si sa dove andranno portando via l’effluvio del salotto elegante dove posarono un giorno tra gli oggetti intimi e più cari…. no, questi libri non possono soddisfare il gusto raffinato di quella parte di femminilità che tutte le altre donne guardano con invidia e che noi poeti collochiamo così alto nel nostro ideale.
Il libraio si strinse nelle spalle e rispose con finta bonomia:
– Che vuole, la vita è cara. I guanti devono essere freschi tutti i giorni al pari dei fiori, i nastri si gualciscono, le trine si stracciano, i cappelli si sformano prima che finisca la stagione. Un abito appena appena decente costa due o trecento lire, le mantelline duecento, trecento, cinquecento, ottocento a seconda dei ricami. Converrà che una signora vestita a questo modo non può portare scarpe scalcagnate e che se versa una goccia di profumo sul suo fazzoletto non può essere che una essenza da quindici lire la boccetta. Allora è naturale che per fare un po’ di economia si permetta solo due e cinquanta al mese di intellettualità.
Caso singolarissimo in dicembre, Filarete si sentiva la fronte madida di sudore. Egli seguiva ora col pensiero la corsa misteriosa e fatale di quei libri e gli sembrava di scorgere i bacilli del tifo annidati tra le pagine sorgere e rampare lungo gli abiti eleganti di due o trecento lire, sulla bianca mano, nelle morbide chiome che in sogno aveva tante volte baciate. E dietro quei microbi da ospedale quanti altri microbi ancora non catalogati, microbi di cancrene morali e di inaudite volgarità non vedeva egli corrompere le più pure sorgenti delle sue illusioni! Stette così qualche tempo assorto, dimenticato dal libraio che si affaccendava intorno a clienti migliori, finchè approfittando di una sosta nel negozio arrischiò timidamente un’altra osservazione:
– E gli scrittori? Essi sono una falange. Questi uomini intelligenti non comperano mantelli da cinquecento lire nè profumi rari. Si interessano ben essi all’opera letteraria dei confratelli.
– Ah! caro signore, gli serittori non leggono che sè stessi. È il magro compenso che loro resta.
Filarete ammutolì. Inchiodato sulla sedia, in mezzo alle piramidi di libri che coprivano le pareti egli ne leggeva macchinalmente i titoli come si leggono in un cimitero le epigrafi delle lapidi. Tutti morti – pensava – eppure qualcuno deve pur vendersi poichè il libraio vive.
Quasi gli avesse divinato il pensiero, l’editore-libraio prese l’iniziativa di altre spiegazioni e pigliando dallo scaffale or l’uno or l’altro volume venne commentando:
– Ogni tanto capita un successo. Questo per esempio: “Mémoires d’une femme de chambre”. Non una delle mie clienti se ne è privata perchè le due copie circolanti del gabinetto di lettura non bastavano a soddisfare la curiosità di tutte.
– Anche “Quo Vadis” ha avuto a suo tempo un bel successo però.
– Sì, anche quello. Vede, o preti o…. Ci vogliono questi due argomenti per far fortuna. Ognuno ha il suo pubblico speciale e in giornata si specializza tutto. Se lei scriverà un altro romanzo ci pensi prima: o preti o….
Filarete abbassò il capo. Le ombre del crepuscolo invernale oscuravano già la soglia del negozio; altre ombre si addensavano nell’anima sua. Era dunque stato inutile tanto amore e tanto ardore?
A un tratto l’ombra sulla soglia apparve più cupa; una persona l’aveva ostruita in parte. Il commesso si affrettò ad accendere la luce elettrica facendosi innanzi ad un giovane che si avanzava timidamente sbirciando la fila dei libri schierati sul banco.
– In che cosa posso servirla?
L’incognito, portava un pastrano nero con bavero di velluto piuttosto usato e cappello a cencio schiacciato sull’occhio, mostrò un leggero imbarazzo continuando a guardare furtivamente le copertine. Finalmente disse a voce bassa, quella voce che tradisce immancabilmente lo stato della scarsella:
– Vorrei vedere il nuovo romanzo uscito: “Inesorabilmente” di Filarete Assioli.
Come mai non si accorse del giovine che diede un balzo sulla sedia a due passi da lui? Il commesso strizzò l’occhio da quella parte col fare di chi la sa lunga e porse il volume richiesto. Allora si vide una pantomima curiosa. Il nuovo arrivato, in piedi sotto la lampadina elettrica, sfogliava adagino le pagine introducendo il dito nei fogli ancora congiunti per tentare di allargare lo spiraglio, dando segni di interesse, di curiosità, di piacere; e Filarete dall’angolo semibuio dove si trovava abbandonato sulla sedia seguiva con ansia ogni movimento, ogni piega della fronte o delle labbra e cercava a sua volta di indovinare approssimativamente quale era il capitolo o il periodo che quello stava leggendo; quando lo vedeva sorridere si sentiva invaso da una straordinaria letizia e quando facevasi serio e attento tutta la sua anima trasmigrava nel corpo dello sconosciuto per scrutarne le sensazioni. A un certo punto il foglio chiuso da tutti i lati accrebbe la curiosità del lettore e diede a Filarete un brivido di febbre.
– Ebbene, quanto costa? – disse l’uomo dal pastrano nero; e prima ancora che il commesso potesse rispondere, avendo gettato uno sguardo sul dorso del volume, esclamò terrorizzato: – Quattro lire!
– Il volume ha quattrocento sessanta pagine, – si affrettò a dire il commesso, – l’edizione è elegante, caratteri nuovi….
Una viva contrarietà si era diffusa intanto sul volto dello sconosciuto; la sua tasca, quella tasca che aveva già dato il tono alla sua voce e che andava ora palpando malinconicamente modificò d’un tratto i guizzi lieti della sua fisionomia. Depose il volume sul banco mormorando:
– Ci penserò.
La sua voce era umile, scorata, mentre a passi incerti si avviava fuori della soglia.
Filarete non fece che un salto. Lo afferrò per la manica del nero pastrano e con voce ancora più umile, ancora più scorata, gli pose nelle mani il suo romanzo sospirando lieve:
– Lo accetti, la prego, lo accetti in omaggio…. Sono l’autore.