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Olindo Guerrini – Questa notte allungai la passeggiata

Questa notte allungai la passeggiata
Sino al balcon della fanciulla mia
E vidi un’ombra bianca ed agitata
Accennar di lassù verso la via.

Un brivido mi corse sotto ai panni:
«È un’ora che ci amiamo e già m’inganni!

«Perchè, perchè questa finzione orrenda?
«Amor mio, che t’ho fatto…?» Era la tenda.

Olindo Guerrini – Io non voglio saper quel che ci sia

Io non voglio saper quel che ci sia
Sotto la chioma al bacio mio donata
E se nel bianco sen, ragazza mia,
Tu chiuda un cuor di santa o di dannata.

Che cosa importa a me se una bugia
Tra una promessa e l’altra t’è scappata?
Che cosa importa far la notomia
A quell’ora d’amor che tu m’hai data?

Non cercherò se dentro al vin bevuto
Ci fosse qualche droga forestiera:
Il tuo vino era buono e m’è piaciuto.

Io non voglio saper quanto sei casta,
Ci amammo veramente un’ora intera,
Fummo felici quasi un giorno e basta.

Olindo Guerrini – Ebbro

Noi d’Epicuro i sacerdoti siamo,
Noi la face d’amor lieta rischiara,
Noi l’opulenta mensa abbiam per ara
E i cantici di Bacco al ciel leviamo.

Frine con noi sacerdotessa abbiamo
Che i misteri del Dio calda c’impara,
E di Pafo alla Dea libera e cara
I canti, i baci, i sacrifici diamo.

Noi non abbiam per rito altro che il riso,
E non sognamo il travaglioso acquisto
D’una noia infinita in Paradiso;

Ma l’uggia debelliam del secol tristo
In un femineo sen celando il viso,
Bevendo in fresco e bestemmiando Cristo.

Olindo Guerrini – Nella capanna in fondo al mio cortile

Nella capanna in fondo al mio cortile
Il luppolo alle canne s’attorciglia;
Nell’aria fresca c’è un odor gentile,
Odor di gelsomino e di vainiglia.

Un’Ebe quasi nuda, alta e sottile,
Sorride e spia con le marmoree ciglia
De’ palombi gli amor sotto al sedile:
E il vento del mattin passa e bisbiglia.

Bisbiglia e narra di lontane aiuole
Gli amor lontani a un popolo giocondo
Di gerani fiammanti e di vïole.

Quanto amor, quanta gioia in questo mondo
Di pochi passi che si desta al sole!
Oh quanta vita! Ed io son moribondo.

Olindo Guerrini – Noia

Aria ferma e corrotta, acque stagnanti,
Biscie, zanzare e rane,
Sabbie senza confin, corvi vaganti,
Donne brutte e villane,
Gente ignorante gialla e discortese:
Ecco questo paese.

Sbadigliando languir solo soletto
Lunghi tediosi giorni,
Dormire e ricader disteso in letto
Finchè il sonno ritorni,
Sentir la mente e il core in etisia,
Ecco la vita mia.

È la vita che move il tenerume
Del polipo natante;
È il vegetar del verro entro al pattume
Del brago ributtante;
Un medico direbbe: è un caso bello
D’atrofia di cervello.

E pur così sempre non vissi, e torna
Il mio pensiero ai lieti,
Ai cari monti che la vite adorna,
Ai tranquilli oliveti,
All’innocente riso, alla gaiezza
Della mia fanciullezza.

Odorati rosai, dov’è rivolta
Ogni speranza mia,
Dove il mio core amò la prima volta
E che l’estrema fia,
Questo vi giunga almen lontano addio,
Rosai dell’amor mio!

Ahi trascinando nella pigra noia
Questa vita inamena,
Vie più m’è duro il rimembrar la gioia
Spensierata e serena
Che non curante delibai nel fiore
Del mio tempo migliore!

O mia Venezia! Allor non conoscea
Questi tedi mortali
Quand’io soletto in gondola correa
La notte i tuoi canali,
Da’ miei sogni cullato e dalla bruna
Onda della laguna!

E mirando nell’acqua il tremolio
De’ pallidi lampioni,
E tendendo l’orecchio al mormorio
Di lontane canzoni,
Io gustavo l’arcana ed infinita
Voluttà della vita.

O Napoli! O Palermo! O rimembranza
De’ miei cari vent’anni,
O larve liete della mia speranza
Di cui piango gl’inganni.
Deh, perchè tormentar quest’agonia
Che fortuna m’invia?

Lasciate consumar stupidamente
L’ozioso viver mio
Tanto ch’io possa addormentar la mente
Nel tedio e nell’oblio:
Così riposerò notti tranquille,
Così morrò imbecille.

S. MARIA DEL SALICE (Maremma toscana)
La notte dal 4 al 5 aprile 1870.

Olindo Guerrini – Quando nacque Gesù dal sen fecondo

Quando nacque Gesù dal sen fecondo
Della vergine ebrea, l’orrida vesta
Scosse l’inverno e rinverdì giocondo
E Betlemme adorò di Dio la gesta.

Sorse un inno d’amor dal ciel profondo,
Iddio s’unì degli uomini alla festa;
Osanna, ognun gridò, redento è il mondo,
Ma l’asino ed il bue scosser la testa.

L’asino disse: o spalle mie, saprete
A suon di verghe se redente siete
Quando a Gerusalemme il condurrete!

Ed il bue: le mie costole sapranno
Un giorno a Cana se redente l’hanno
Quando in bistecche me le mangeranno!

Olindo Guerrini – Io morirò, che la fatal mia sera

Io morirò, che la fatal mia sera
Volando giunge e il tempo non s’arresta
E già la tomba spalancata e nera
A divorar la carne mia s’appresta.

Quando tutto ritorna a primavera
Io sol non tornerò. Sulla mia testa,
Dalla materia mia già tanto altera
La maggiorana crescerà modesta.

Là vieni, o donna: il tuo fedel t’invita.
Là sulla tomba mia cògli commossa
L’erba che amavi dal mio cor nudrita.

Oh non negarle un bacio, e liete l’ossa,
Come a’ tuoi baci già soleano in vita,
Fremeranno d’amor dentro la fossa.

Olindo Guerrini – No, non chiamarmi giovane

No, non chiamarmi giovane
Perchè i capelli miei son lunghi e biondi
E le mie guancie floride
Di molli carni e di color giocondi.

Son come il frutto fradicio
Dentro e che serba il suo color di fuora.
Donna, ti sembro giovane
E sono un morto che cammina ancora.

Chiusa per sempre ho l’anima
Alle dolci lusinghe ed ai conforti.
Donna, non mi sorridere;
Donna, non mi tentar; rispetta i morti.