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Angelica Palli Bartolommei – Calliroe

Nacqui alle falde del Taigeto, e amai Calliroe sino dai primi anni infantili! Anch’ella mi amava, e le nostre famiglie, che avevano risoluto di unirci fino dal giorno, in cui nacque Calliroe (due anni dopo quello della mia nascita), erano liete nello scorgere che l’obbedienza alla loro irrevocabile volontà non riuscirebbe grave per noi.
Calliroe cresceva bella come le antiche Ninfe, ornamento delle floride campagne, framezzo alle quali serpeggia l’Eurota. Il tempo e la servitù non tolsero al nostro paese i doni, de’ quali gli fu larga natura; le sue vergini sono tuttavia la divina immagine della bellezza accompagnata colle grazie e colla verecondia; ed era fra tutte Calliroe la più degna di ammirazione e d’amore.
Nati in luoghi alpestri, che i Mussulmani anche prima della sollevazione dei Greci guardavano da lontano senza avere il coraggio di porvi il piede, noi non eravamo legati dalla dura legge che prudenza imponeva ai nostri fratelli abitatori delle città e delle pianure. Le fanciulle non erano costrette a vivere sepolte fra le mura della casa paterna per non accendere della brama di sè gli sfrenati dominatori della Grecia; imperocchè nessun Turco avrebbe osato inoltrarsi fra le scoscese gole che conducono al nostro villaggio, di cui mio padre e quello di Calliroe erano i primati.
Io vedevo ogni giorno quella soavissima creatura, e bevevo nei suoi sguardi, nell’armonia delle sue parole il nettare dell’amore, che soddisfatto del suo presente poco pensa all’avvenire, benchè sappia di doverne ottenere un tesoro di felicità nuova e illimitata. Ma, ohimè! i nati su questa terra, ove tutto è mutamento continuo, non potrebbero durare immobili così nel bene come nel male, senza che infrante cadessero le norme imposte dall’arbitrio della natura al tenore della vita umana. Il mio dolce vivere si trasformò in amaro appena ebbi compito i diciotto anni. – Anche fra le nostre quasi selvagge dimore la passione del sapere era venuta ad infiammare le anime degli Elleni, che si preparavano di nascosto a combattere i loro oppressori. I padri anelavano alla gloria di consacrare i figli alla guerra della libertà contro il tiranno, e una voce istintiva gli avvertiva che quella guerra per estendersi doveva anche essere guerra dell’incivilimento contro la barbarie. Ogni famiglia si spogliava perciò dei pochi averi, di cui poteva disporre, per inviare i giovani alle università di Alemagna, di Francia e d’Italia. I miei genitori erano vecchi, ed ebbero rossore di non fare quello che i poveri facevano a furia di sacrifizii; per la qual cosa fu risoluto di mandarmi in Toscana all’università di Pisa, per istudiare la filosofia e le lettere.
L’annunzio di quella risoluzione fu un colpo di folgore per Calliroe e per me. Io non avevo ambizione, perocchè nell’animo mio dominavano tre affetti supremi: l’amore, la patria, la famiglia! Da questi soltanto dipendeva la mia felicità, e il distacco da quei luoghi ove m’era conceduto darmi in balìa di tutta la loro divina dolcezza, tornava lo stesso che un condannarmi ad una vita piena di affanno.
Mentre la partenza per la Toscana era a me crudele sventura, agli occhi di Calliroe essa era il termine del mio amore. L’Italia, a parer suo, dovea di necessità indurmi ad obliare i miei giuramenti; e ormai ella risguardava sè stessa come una creatura serbata all’abbandono. Ella aveva udito lodare la bellezza, la grazia, lo spirito vivace delle donne italiane, e le pareva cosa impossibile ch’io potessi resistere all’incanto delle loro attrattive. Io mi sdegnavo pei suoi timori, e l’amavo di un amore che vinceva tutte le seduzioni, di cui ella compiacevasi a mettermi sott’occhio il quadro, disegnato dalla gelosia; io stringeva la sua mano sul mio cuore, e: “Qui,” le dicevo, “tu starai sempre sola!”
Venne il giorno della partenza, e Calliroe nel dirmi addio non pianse, perchè il suo dolore troppo intenso non le concedeva lo sfogo delle lagrime. I suoi grandi occhi neri avevano una espressione che straziava l’animo mio più assai che non avrebbero fatto le grida e i singhiozzi della disperazione; si affissavano in me colla pupilla dilatata, priva di scintillazione; io osai stringerla fra le mie braccia in presenza di sua madre, che esclamava ad ogni momento: “Vergine Santissima, abbiate pietà di lei!” Calliroe non fu ardita d’accostare il suo viso al mio, ma chinò la fronte sul mio seno, il pianto sgorgò dalle già chiuse latebre del petto…. ed ella fu tolta al pericolo di uscire della mente.
M’imbarcai, ed in pochi giorni arrivai a Livorno, da dove mi condussi subito a Pisa. L’aspetto malinconico di quella città spopolata, la magnificenza de’ suoi edifizii, la maestà che spira dal corso dell’Arno per chi si fa a contemplarlo dal Ponte di Mezzo, la Metropolitana, il suo antico Cimitero, fecero sulla mia immaginativa un senso profondo a un tempo e soave…. Seduto sui monumenti del Cimitero io pensavo a Calliroe, alla Grecia, ed alla prisca grandezza del popolo, di cui calcavo le ceneri! Due pensieri solenni mescendosi a quello dell’amor mio, lo inalzavano sopra alle volgari passioni, essendochè le care sembianze dell’adorata fanciulla si avvicendavano colla nobile immagine della patria, e accanto all’una e all’altra io vedevo sorgere una forma bella, di quella bellezza che sembra non poter mai essere avvivata dal lampo di un riso; e quella forma rappresentava per me la città di Pisa! I miei compagni di studii mi tormentavano, perchè io partecipassi ai loro sollazzi, e vagheggiassi con essoloro le fanciulle e le spose che ai passeggi ed ai teatri facevano pompa di sè; ma io li pregava di lasciarmi alle mie meditazioni solitarie, e sorridevo dei loro motteggi. Calliroe mi scriveva alcuna volta lettere brevi e semplici, e neppur io rispondendole osava esprimerle il mio intimo sentire. Passarono due anni, lunghi, uniformi, nei quali studiavo senz’amore, ma pure studiavo; e che altro dovevo fare io, giovane estraneo alla tumultuosa vita de’ coetanei che meco frequentavano le aule universitarie? Ad un tratto l’annunzio della sollevazione del Peloponneso venne a scuotermi dal letargo, nel quale mi pareva di essere immerso, e tutti i miei affetti sursero come flutti tempestosi dal profondo del petto: amante, figlio, elleno, io ritrovai tutta l’energia delle mie potenze, io sentii la vita circolare nelle mie vene al pensiero dei pericoli, cui erano esposti gli oggetti dell’amor mio. Corsi a Livorno, e trovato in questo porto un naviglio che stava per salpare alla volta di Giacinto, vi salii, e giunto a quell’isola noleggiai un piccolo legno, che in poche ore mi portò alla terra di Sparta.
Mio padre mi accolse come sapesse già che io dovevo arrivare, ed abbracciandomi mi disse: “Io fidavo in te. – Fratelli,” soggiunse poi, volgendosi ai primati di Màina che sedevano con lui a consiglio, “ecco un altro soldato della libertà!”
Io stetti seco due interi giorni senza avere il coraggio di chiedergli il permesso di andare al nostro villaggio per rivedere Calliroe e prostrarmi sul sepolcro di mia madre, morta tre anni prima della mia partenza per l’Italia. Aiutandolo nelle sue molteplici cure, mi accorgevo di riuscire di alcun utile a lui ed alla patria, nè potevo risolvermi a lasciare il campo, ove a lui eransi uniti tutti i capi dei distretti e i primati de’ villaggi di Màina. Finalmente ebbi da lui medesimo l’ordine di condurmi sui nostri monti per raccogliere le provvigioni necessarie ai combattenti. Montai a cavallo, volai su per gli scoscesi dirupi che abbreviano la strada, facendola passare attraverso vette quasi inaccessibili, torrenti gonfi e precipizii.
Tosto che Calliroe mi rivide, mise un grido, e gittatasi in ginocchio dinanzi ad una sacra immagine, a cui dalla sua infanzia era solita fare orazione mattina e sera, chinò il capo sul seno e pianse di consolazione. Io la rialzai, e, appoggiandola a me, mi feci a guardare il suo viso, bello tuttavia, ma le rose ne erano sparite! La fanciulla era magra e pallida; e in quella magrezza, in quel pallore aveva qualche cosa di etereo, e mi attraeva a sè più di quando l’avevo lasciata nel fiore della salute e della bellezza!”
“Hai molto sofferto,” le dissi, guardandola nel fervore della passione.
“Hai tu desiderato che io non soffrissi lontano da te?” mi rispose ella in voce di dolce rimprovero.
“No, no,” esclamai, “perchè anch’io soffrivo e non potevo desiderare che tu fossi lieta.”
La madre di Calliroe interruppe il nostro colloquio, e mi parlò delle voci che si divulgavano nei villaggi di Màina, del prossimo irrompere nel Peloponneso di un esercito turco; io tentai tranquillarla, esponendole gli argomenti, pei quali era da sperare nelle forze dei sollevati, e riuscii ad acquietarla alquanto. In questa Calliroe taceva, e parea non partecipasse ai timori della madre.
“Che ne pensi tu?” le domandai, “non è vero che i nostri sono uomini valorosi?”
“Sì,” rispose.
“E per questo sei tranquilla?”
“No, la fortuna può tradire i valorosi; ma tu sei tornato, ed io sono sicura di vivere o di morire con te!”
“Calliroe, il tuo amore schietto, appassionato, mi empie il cuore d’una voluttà celeste: io sono amato! amato davvero! Quanti sono gli uomini che possono dire altrettanto ed essere sicuri di dire il vero?”
Tornai all’accampamento dei nostri risoluto a chiedere al padre di Calliroe l’adempimento delle sue promesse; ed appena mi trovai solo con lui gli dissi: “I Turchi non tarderanno a invadere il Peloponneso; la guerra sarà lunga e terribile, noi saremo forse costretti a separarci dalle nostre famiglie, inviandole nelle Isole Ionie per non essere ridotti a tremare per loro, e io non devo esporre il mio affetto per la vostra figliuola agli eventi dubbii della guerra.”
“Val quanto dire,” rispose Ciriaco, “che vorresti fare le nozze prima di combattere.”
“Sì, lo vorrei.”
“Ed io non voglio.”
Il fiero Spartano avea finito di dire queste parole; quando entrò mio padre, e vedendomi afflitto domandò se vi fosse qualche trista nuova.
“Nulla, nulla,” rispose Ciriaco; “questo ragazzo si è guastato il cervello laggiù fra i letterati! Pensa a nozze invece di pensare a battaglie.”
Mio padre fu anch’egli di opinione che i miei sponsali dovessero rimandarsi a tempi più quieti, nè io osai contradirlo.
I Turchi invasero la provincia di Màina, e a vicenda vinti e vincitori noi pugnammo disperatamente. Le nostre donne, i vecchi e i bambini furono ricoverati nelle selvaggie gole dei monti, ed io fui scelto ad accompagnarli; ma Calliroe, non volendo staccarsi da suo padre e da me, ci scongiurava di lasciarla rimanere vicino a noi.
“E se i Turchi trionfassero?” le dissi io; “se tuo padre perisse combattendo ed io con lui?”
“Tre morti possono entrare nella fossa scavata per due,” rispose la vergine, sorridendo di un sorriso dolcissimo e tutto suo.
Le lagrime della madre la persuasero a partire, e poichè l’ebbi condotte in luogo di sicurezza, diretto dal dovere, volli congedarmi da lei. La donzella, suffuso il volto d’una luce divina, assunse cotale un atteggiamento solenne, che io fui preso quasi da riverenza.
“Stefanio,” mi disse, “se tu vai lassù (e accennò il Cielo), con qual titolo verrò a raggiungerti? Come otterrò dal Signore di stare con te per tutta quanta l’eternità?”
“Col diritto dell’amore,” risposi.
“Non basta,” replicò, “bisogna ch’io sia tua moglie, che possa dire: Signore, il mio luogo è accanto a lui: concedimi di riprenderlo.”
“Tu conosci il volere dei nostri genitori,” le dissi.
“Obbediamo a loro nelle cose terrene,” ella riprese a dire sempre più infervorandosi, “ma non in quelle che appartengono al Cielo, all’eternità…. perchè io sono sicura che quaggiù non ci rivedremo; e prima di separarci preme che sia tolto qualsivoglia ostacolo alla nostra riunione in un’altra vita.”
Io tacevo, ma il fervore dell’affetto, la felicità del sentirmi amato davvero eran palesi nei miei sguardi. Calliroe mi prese per mano, ma quella mano non tremava secondo il solito nel toccare la mia.
“Vieni,” mi disse: “la chiesa è vicina; mia madre è ammalata e non esce di camera; padre Eutimio ci aspetta, e tutte le famiglie attendono agli apparecchi della partenza; la via è deserta, e nessuno baderà a noi.”
Era già notte; mi sentivo trascinato da una forza insuperabile…. Uscimmo di casa e giungemmo alla chiesa, dove il sacerdote, già vestito della sacra stola e del manto, stava aspettandoci sulla porta del santuario. C’inginocchiammo, ed egli ci pose sul capo due ghirlande di fiori freschi: erano viole e giacinti colti in fretta nel suo giardino. Ohimè! l’essere la nostra ghirlanda intrecciata di fiori freschi era presagio che presto appassirebbe…. e i fiori che la componevano, spiravano un olezzo che ricordava le ghirlande funebri.
“Figli miei,” ci disse il buon vecchio, “ci mancano tempo e modo da compiere in tutte le sue parti il rito nuziale; nondimeno voi uscirete di qui moglie e marito.”
Calliroe avea pensato anche agli anelli, e quando quei simboli d’una catena, di cui l’amore non lascia sentire il peso, ebbero ornato le nostre mani, vidi una lagrima di gioia tremolare negli occhi di lei…. Ella era sicura di essere legata a me per tutta quanta l’eternità.
Uscimmo di chiesa: nessuno di noi poteva parlare, la commozione ci stringea le fauci. Calliroe mi si appoggiava al braccio e camminava a passo lento, come se desiderasse prolungare la via. Giunti finalmente alla porta di casa sua, là si fermò, e distaccandosi dal mio braccio: “Stefanio,” mi disse, “io sono tua moglie; morto o vivo verrai a prendermi e saremo felici qui o altrove: ora lasciamoci.”
In così dire presemi la mano, se la strinse sul cuore, la baciò, poi aprì l’uscio di casa, e varcatane la soglia: “Addio,” disse, e disparve nella oscurità del cortile.
Ricordanze delle ultime gioie da me godute sulla terra, perchè mi perseguitate? – Calliroe mi apparteneva; aveva affidato a me il suo avvenire immortale, ed io all’idea di quella immortalità mi sentivo allora capace di non curare l’avvenire terreno, transitorio; ma, oimè! Calliroe era tuttavia sulla terra, era vicino a me! nè io conoscevo che cosa fosse la separazione, la quale mette le tenebrose regioni della morte fra due creature che s’amano!
La mattina seguente, mentre eravamo in procinto di partire per le sommità dei monti, eletti a ricoverare le nostre famiglie, ecco, portato quasi a volo dal cavallo, che appena fermatosi cadde sfinito dalla fatica, arrivare Eutimete, uno dei miei più cari compagni d’arme.
“Che novelle ci arrechi?” gli chiesi coll’ansia del terrore nella voce e nello sguardo.
“Funeste!” ei rispose. “I Turchi irrompono da tutte le parti, anche dalle vie dirupate delle montagne.”
“A che dunque fare internare le nostre famiglie nei gioghi non più inaccessibili ai nemici?”
“Io vengo inviato da tuo padre a dirti di farle discendere alla marina, dove troverai modo di tragittarle a Giacinto.”
“O forse non sarebbe meglio riunirle alle genti armate, e affrontare tutti insieme il furore dei Barbari?”
“Già tuo padre colla sua schiera è lontano da questi luoghi; ha dovuto accorrere a impossessarsi d’una stretta; bisogna fuggire e al più presto.”
Eutimete partì, e noi scendemmo avviandoci alla marina, donde il rumoreggiare de’ flutti ci giungeva, simile all’ululato dei naufraghi vicini ad annegare. Calliroe sosteneva la madre, ed io vedendola pallida ed estenuata volli sottentrare al pietoso ufficio. Ma ella respingendomi: “No,” mi disse, “tu non devi badare a noi; vi sono tante creature più deboli e più soffrenti…. volgiti a loro.”
Alcuni piccoli navigli erano ancorati a quel lido, perchè l’amore degli Elleni settinsulari vegliava sempre sui loro fratelli, pronto a qualunque ardimento per sottrarli al ferro degl’Infedeli. Giacinto era a breve distanza, e il vento soffiava favorevole al salpare. Calliroe fu l’ultima delle donne raccolte nelle barche, perchè ella così volle, nè io osai oppormi alla sua volontà; ultimo degli uomini vi posi il piede io, e andai a sedermi al suo fianco.
“Tu sei salva!” le dissi, stringendole la mano.
“Ah! Stefanio,” rispose cogli occhi pieni di lagrime, “guarda come il lido si scosta! ogni onda ci allontana sempre più dalla patria.”
“La rivedremo presto,” replicai.
“Sì, la rivedremo, ne sono sicura, e nondimeno ho l’anima piena di tristi presentimenti; come quell’onda, così fugge per me la vita.”
Calliroe proferendo queste parole aveva nell’accento della voce quasi che l’eco d’un’altra voce misteriosa nunzia di sventura e di morte; io ne fui tocco, ma arrossendo del superstizioso terrore che si era impadronito di me, tentai volgere la mente di Calliroe ad altri pensieri; ella mi sorrise dolcemente, e rimase muta, guardando i patrii monti che andavano via via dileguandosi dagli occhi nostri. La nostra navicella era troppo carica, e vi fu un momento, in cui temetti che andasse sommersa nella spumante voragine, sulla quale apriva un profondo solco.
Calliroe si accorse dei miei timori, e: “Se non fosse per mia madre,” mi disse sottovoce, “io non sarei lontana dal desiderare quello che tu temi per me.”
“La morte, o Calliroe?”
“La morte in ogni modo verrà; ora verrebbe senza dolori, e un sepolcro d’alga vale un sepolcro di pietra.”
“Tu godi nell’affliggermi.”
“Perdona! ho la fantasia tetra.”
“Vivi colori non li ha neppur la mia, ma sono almeno libero e vicino a te: perchè dovrei disperare?”
Rimanemmo muti e pensosi. Alcuni dei nostri compagni d’infortunio per secondare la corrente dolorosa dei loro pensieri intonarono in coro un canto patetico e mesto: “Non vi è piaga che uguagli quella della separazione!” diceva il ritornello dei versi.
“È vero!” disse Calliroe, “lo so, e chieggo al Signore di non tornare sulle vie del passato.”
Finalmente la gaia e verdeggiante isola ospitale cominciò a distaccarsi dal lembo dell’orizzonte. Era da prima un punto nero, ma a poco per volta si sviluppò dal velo, in cui la ravvolgeva la lontananza, e i suoi colli indorati dal sole cadente fecero vaga mostra di sè. Noi tutti ergemmo le mani al Cielo, offrendo grazie alla Provvidenza per averci concesso di arrivare là, dove cure amorevoli e fraterne ci attendevano sotto tetti ospitali. Già potevamo distinguere la gente accalcata sulla riva e che ci salutava colla voce e coi cenni. Le barche toccavano la terra, ed io mi era già alzato e mi accingeva ad aiutare Calliroe e sua madre a discendere sulla sponda, quando ad un tratto vedemmo la folla inerme allontanarsi, disperdersi, e una schiera di soldati inglesi prenderne il luogo. Questi ci gridarono che le leggi della neutralità vietavano ai popoli settinsulari di ospitare i Greci ribelli di Terraferma.
“Le leggi tacciono” risposi “là dove l’umanità fa udire il suo gemito; se voi ci respingete da questo suolo fraterno, la morte è inevitabile per noi.”
“Non possiamo accogliervi,” replicarono quei crudeli. Infiammato d’ira e di dolore, io mi slanciai sulla riva, e: “Uccideteci piuttosto voi stessi,” gridai.
I soldati si mossero venendo verso di me, ed io li aspettavo a piè fermo; ma due braccia di donne mi si avviticchiarono al petto, ed a forza mi ritrassero verso la barca.
Calliroe si era anch’ella slanciata a terra, e alla vista degli atti ostili delle guardie mi avea circondato delle sue braccia per salvarmi o per morir meco.
Fummo costretti a scostarci dall’isola, nonostante che già sovrastasse la notte, e il mare si facesse ad ogni momento più tempestoso.
“Fratelli!” dissi ai miei compagni di sventura, “la pietà umana è muta per noi: venite, affidiamoci a quella del Cielo!”
Non ci rimaneva scelta, tranne fra l’essere ingoiati dal mare, o tornar colà donde eravamo partiti. Errammo tutta la notte in balìa delle onde, e finalmente al rinascere del giorno la fame e lo sfinimento delle forze ci vinsero, e fu risoluto di scendere a terra e se i Turchi ci assalissero, di dare almeno a caro prezzo la vita.
“Io te lo avevo detto che rivedrei le nostre montagne; ecco, la prima parte del mio presagio si è avverata.”
All’udire queste parole da Calliroe, io ricordai ch’ella aveva anche presagito imminente per sè medesima la morte, e fui preso quasi da ira al pensiero che mi avesse costretto a risalire nella barca, invece di lasciarmi morire per mano de’ guardacoste inglesi.
“Tu, dunque,” le risposi, “hai voluto che ritornassi a Màina per essere testimone dell’avverarsi della seconda parte del tuo presagio!”
“Io potevo morir teco a Giacinto,” ella replicò; “e, credilo, non ti ho costretto a tornare qui meco per la speranza di averti compagno di vita! V’è alcun che di tenebroso nel mio destino, ed io soltanto leggo nel suo libro che sovrasta una catastrofe.”
La spiaggia era deserta quando approdammo; un raggio di speranza balenò a riconfortarci; ci prostrammo a baciare la dolce terra nativa, e ci pareva che l’averla abbandonata fosse stato effetto di un delirio. Essa ci riaccoglieva tranquilla e bella quale era al nostro partire, e le sue fronde, i suoi fiori, il suo musco erano incontaminati, nè le mani nè i piedi dei Barbari avevano impressa un’orma sin là, dove poteva arrivare l’acume dei nostri sguardi. Forse non avevano osato varcare i monti, forse erano stati vinti dai nostri fratelli! Molte donne sedute sull’erba addormentavano i loro bambini o li nutrivano col latte del proprio seno; altre raccoglievano erbe e radici per cuocerle, mentre i vecchi e i fanciulli o cercavano fra gli scogli i crostacei, o tendevano lacci ai pesci; Calliroe e sua madre cercavano rami e foglie secche per accendere il fuoco. Quella scena avea tinte vivaci e al tempo medesimo riposate e serene; invitava all’oblìo dei dolori, ed io contemplandola mi sentiva trascorrere per le vene una calma ristoratrice!
Ad un tratto un suono di trombe, di timballi e di altri strumenti barbarici destò l’eco della spiaggia, venendo dai monti, e noi vi rispondemmo con un grido di terrore.
I Turchi! – Le donne si alzarono e circondarono i figliuoli delle proprie braccia come a difesa; i vecchi ed i fanciulli rimasero immobili, e Calliroe mi venne vicina e mi accennò un’altura, sulla quale già comparivano le turme degl’Infedeli, sboccando da tortuoso sentiero delle roccie montane.
“Torniamo nelle barche,” esclamarono molte donne.
“Cerchiamo libertà e sepoltura negli abissi del mare,” dicevano alcuni vecchi, in cui l’età non avea domata la vigoria della mente.
I fanciulli guardavano muti quella scena fatta tanto diversa da ciò che era pochi momenti prima; ma nè tra le donne, nè tra’ fanciulli, nè tra’ vecchi, io vidi quel codardo abbandono della dignità umana che si palesa col dirotto piangere, e toglie incanto alla bellezza e venerabilità alla canizie.
Intanto i Turchi scendevano; quelli tra i nostri vecchi che aveano armi le impugnarono, ed io feci altrettanto. Calliroe avea reclinato il capo sul seno materno e taceva…. l’anima della mia sposa raccoglieva le sue forze…. io me ne accorsi, e: “Non ci rimane scampo,” le dissi.
“Lo so,” rispose.
“Io voglio almeno vendicarmi morendo,” soggiunsi; “tu quando mi vedrai caduto, accorri, prendi il mio pugnale, e vieni a ritrovarmi in un altro mondo.”
“Avrò tempo e libertà di farlo?”
“Il Cielo ti aiuterà.”
“Il Cielo vuol provarci; non volere che la prova sia superiore alle mie forze. Vedi, i Turchi toccano il piano; salvami dal cadere viva nelle loro mani!”
“Ah Calliroe!” e il pianto mi sgorgò dal profondo del cuore.
Ella afferrò la mia mano, se l’accostò alle labbra e la inondò di baci. “T’amo, Stefanio,” disse, “t’amo…. e voglio morire degna di te!”
Oimè! quella dolce creatura avea vestito sembianza sovrumana, e mentre mi baciava la mano, io sentivo che il mio posto era ai suoi piedi!
I Turchi erano a pochi passi da noi. Le donne correvano verso il mare per gettarvisi insieme coi fanciulli. I vecchi aspettavano il nemico per affrontarlo. La madre di Calliroe stese le braccia verso di me, e accennando sua figlia: “Salvala,” mi gridò, “o muoia teco!”
Una zuffa disperata ebbe principio: due Turchi riccamente vestiti adocchiarono Calliroe, e uno di loro stese la mano per impadronirsi di lei; io troncai quella mano colla mia sciabola, ma al ferito sottentrò il suo compagno, e altri Turchi accorsero ad aiutarlo…. Io era tuttavia accanto a Calliroe, ma era bensì impossibile che vi rimanessi; già sua madre non era più seco, chè l’onda dei combattenti l’aveva divelta dal suo fianco. Anche un momento, e la mia sposa rimaneva sola fra i nemici della sua patria e del suo Dio!
“Stefanio,” disse ella, “se mi vuoi compagna lassù, chiudi gli occhi e ferisci qui;” e mi accennava il suo petto. Intanto un Turco mi feriva in una spalla, ed io sentii che stavo per cadere. Allora alzai la mano sul petto di Calliroe, e vibrai il colpo…. “Grazie!” ella disse cadendo; ma in questa ci fu sopra una caterva che ci separò: io pure venni atterrato per nuova ferita, e tramortii. – Ah! sciagurato! dopo aver data alla vergine quella morte che la scampava dall’infamia di vivere vituperata e schiava in potere del Mussulmano, non avevo incontrato la morte pugnando. Riacquistai l’uso dei sensi dopo tre giorni nel mio villaggio, e seppi che un corpo di Elleni era sopravvenuto pochi momenti dopo la morte di Calliroe; che i Turchi avevano dovuto arrendersi prigionieri, e che mio padre era il comandante dei vincitori. La madre di Calliroe piangeva da un lato del mio letto, e mio padre stava dall’altro, guardandomi con occhi ebri di tenerezza! Ambedue si unirono a persuadermi di accettare la vita, ed alle loro persuasioni si univa la voce della patria, che mi chiamava a combattere le sue battaglie! Mi arresi, e appena guarito andai a inginocchiarmi in chiesa sulla lapida di Calliroe; poi partii con mio padre per continuare la guerra nazionale.
Calliroe mi aspetta, e la speranza della vita immortale comune con lei mi dà lena a sopportare i dolori e il deserto dell’anima, a cui sono condannato per tutto il resto della vita mortale.

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Angelica Palli Bartolommei – Eleonora

PARTE PRIMA.

LETTERA PRIMA.

GUIDO A GHERARDO.

Tu credi che le mie ossa dormano nella pace del sepolcro, ed io sono tra i vivi! Non volli scriverti mai, perchè fino dai conforti della pietosa amicizia io abborriva!…
Dopo nove anni di lontananza, ho finalmente ceduto al bisogno irresistibile di rivedere l’Italia, e da un mese ho stabilito la mia dimora sulla vetta di questa alpestre collina. – Gherardo! mi hai tu dimenticato? E colei?… vive?… è felice? Dimmi solamente se vive…. una parola e non più. Parlami di te e della patria; oh! quante volte udii proferire il suo nome fra gli stranieri…. e non potei trattenere le lagrime! Coloro che danno nome di chimera all’amore della terra nativa parlano così, perchè non subirono la terribile necessità di abbandonarla per sempre.
Io morirò in questa solitudine: qui mi sprofonderò nell’abisso, di cui la face della morte può sola rischiarare le tenebre!…
Tu lo sai, io non voleva fuggire…. fosti tu che teco a forza mi trascinasti fuori di chiesa, e profittando del tumulto e dello smarrimento generale, mi ponesti in salvo…. “Vieni, affrettati a fuggire,” mi dicevi nel condurmi fuori della città; “si tratta di evitare l’infamia!…” Dunque, io così rifletteva nell’ascoltarti, l’infamia non istà nel delitto, sta nella pena. E quando sdegnosamente biasimandomi di non avere in orrore il patibolo: “Si tratta d’onore,” soggiungevi, “che monta il resto!…” È un pensiero sublime, io diceva in me stesso; benchè nasca da un pregiudizio che degrada l’idea dell’onore!…
Taci di avere ricevuto novella di me; a qual pro ridestare memorie o sopite o spente?… Non si deve ormai sapere di me che la morte: e ciò perchè l’odio e la compassione abbian pace…. Addio per oggi.

LETTERA SECONDA.

GUIDO A GHERARDO.

Ecco un altro disinganno! una speranza dileguata, mentre a me pareva vestisse aspetto di realtà! Il cattivo stato della salute di tua madre t’impedisce per ora di venire a riabbracciare lo sfortunato compagno de’ tuoi primi anni: pazienza! Mi dici di non sapere dove colei si trovi, e di credere che deplori in qualche asilo solitario le conseguenze del suo vile spergiuro. Io credo invece che abbia seguitato un nuovo amante in lontani paesi. Io diedi celebrità alle sue attrattive uccidendo il mio rivale nel punto, in cui le porgeva la mano di sposo, e poche donne si dorrebbero d’una tale celebrità, benchè comprata a prezzo di sangue!
Vorrei dimenticarla, non posso…, e la sua immagine mi perseguita! Compiono oggi dieci anni dal giorno che per la prima volta la vidi!… Io passeggiavo sulle rive del fiume, era vicina la sera: “Dolce viso!” esclamai. Ella parlò e mi parve udire una melodia incantevole. È vera dunque la esistenza di quell’arcano potere che fa dipendere da un solo sguardo il destino della intera vita! Quante donne più belle di Eleonora io avevo incontrate, ammirate e tosto dimenticate, prima di quel giorno nefasto! Quante voci melodiose erano risonate al mio orecchio, senza destarmi la più leggiera commozione nel cuore! e da quel giorno in poi io cercava in tutti i visi femminili i lineamenti di Eleonora; in ogni voce il suono di quella di lei…. Questo cuore, ahi! troppo debole, palpita pur tuttavia più forte nel ricordarla…. è viltà! a me non rimane altra scelta che fra l’odio e l’oblio…. L’oblio!… no, l’odio piuttosto…. l’odio implacabile, eterno.
Non posso lamentarmi se il padre di Armando si oppone alla revoca della mia condanna;… perdendo il conforto della vendetta, che cosa gli rimarrebbe per mitigare il dolore della sua perdita?…
Addio…. Ti scriverò spesso, perchè lo vuoi.

LETTERA TERZA.

GUIDO A GHERARDO.

Tu hai ragione! ti sono debitore del racconto dei casi che mi condussero prima, inaspettato spettatore, nella chiesa, ove si celebravano le nozze di lei con Armando, poi di quelli de’ sette anni d’esilio. Te lo farò…. ma consentimi di esser breve. Cosa strana! l’anima mia vive nel passato e il riandarne scrivendo le dolorose vicende sarebbe una fatica, alla quale le mie forze non reggerebbero.
Tu sai che io avevo appena vent’anni, quando m’innamorai di Eleonora minore a me di tre anni. Essendo orfano, ricco e padrone di me medesimo, malgrado dei tuoi consigli non indugiai a chiederla in consorte; fummo fidanzati e mi fu concesso inebriarmi di speranze che mi aprivano nell’avvenire un paradiso, di cui già mi pareva prelibare i gaudii. La mia immaginativa e l’animo passionato trovavano in Eleonora tutte le doti valevoli a produrre su loro un’impressione profonda! Ella m’intendeva quando io m’inalzavo alle eteree regioni del bello morale, ed oh come mi sentiva felice d’esser inteso da lei! Ricordo che tu mi deridevi di parlare alla fidanzata d’altro che d’amore, dei preparativi per le nozze e dell’addobbo della casa…. “Ella può venir meco più in alto,” io rispondeva; e tu continuavi a deridermi, dicevi cose che parevano sofismi e che in seguito ho dovuto riconoscere per verità. “In generale,” tu mi dicevi, “le donne dotate d’immaginativa potente vanno anche più in là di noi nel fervore dei desiderii fantastici: sognano amori più che umani, e un amante, uno sposo alla buona, non fa per loro. Per aver fede presso gli Ebrei Geòva parlava tra lo scrosciare dei fulmini; se l’amore non parla tra le contrarietà e i pericoli, le donne d’indole passionata non gli prestano attenzione!”
Io, a dispetto delle tue prediche, ero felice, e mancavano ormai tre soli mesi alle nozze, quando le vicende politiche del 1859 mi fecero mettere da parte i preparativi nuziali per iscrivermi sotto le bandiere della Indipendenza d’Italia. Molti de’ miei compagni d’arme lasciarono le ossa a Palestro, a Magenta, a Solferino; molti andarono prigioni e tornarono in patria finita la guerra. Io dopo avere ucciso a San Martino un ufficiale che mi aveva assalito proditoriamente alle spalle, fui circondato da un drappello di soldati, di cui pare che egli fosse il capo; la spada nel fervore della difesa mi cadde di mano e forza fu lo arrendermi prigioniero. Venni subito allontanato dal campo, dove durava tuttavia la battaglia, e nella notte di quel giorno medesimo costretto a partire per la Germania. La sola cosa che ottenni da’ miei due guardiani fu di scrivere a mio zio quella lettera più che laconica che tu già conosci: io vivo. Termine del viaggio fu un castello nell’interno della Boemia: fui chiuso in una torre, e vi rimasi tre giorni in preda all’ansietà crudele di conoscere a qual destino mi riserbassero. Il quarto giorno era già sul meriggio, quando il suono di una musica funebre destò tutti gli echi del castello. Essendomi inerpicato fino alla finestra ferrata che dava luce al mio carcere, vidi entrare nel cortile un feretro portato dai famigliari del castello medesimo. Il corteo entrò nella cappella, ed io mi tolsi dalla finestra all’udire che aprivano la porta della torre.
Il mio carceriere mi ordinò di seguitarlo ed io lo obbedii. Egli mi condusse nella chiesa, che trovai addobbata di gramaglie e piena di gente anch’essa vestita a lutto. Sorgeva nel mezzo un gran catafalco circondato di lumi e sovr’esso era stato deposto il feretro.
Era scoperto, e riconobbi nel morto che vi giaceva l’ufficiale da me ucciso per mia difesa a San Martino. Fui condotto ai piedi del catafalco, e pochi momenti dopo udii un suono di voci dolorose e di pianti. Un vecchio venerando per la canizie e per il profondo e disperato dolore scolpito in ogni suo lineamento entrò nella chiesa sorretto da due famigliari che lo condussero accanto al feretro, ed egli vi si gettò sopra e inondò il viso del cadavere di baci e di lagrime.
“Signore,” gli disse l’uno dei due servi che lo sostenevano: “smettete di piangere e gustate il conforto della vendetta. I vostri fedeli ve l’hanno preparata ponendo in poter vostro l’uccisore del figlio, di cui lamentate la perdita. Uccidetelo di propria mano e consolatevi.”
Il vecchio snudò la spada e venne impetuosamente verso di me, che immobile e muto aspettava il colpo mortale. Stava per trafiggermi; ma, fermatosi, chinò a terra la punta della spada, barcollò e cadde svenuto nelle braccia della sua gente.
Io fui ricondotto nella torre, dove ogni tanto quello sfortunato veniva colla intenzione di uccidermi, e trattenuto ogni volta dal ribrezzo di farsi reo di un vile omicidio se ne andava profondamente commosso dalla lotta che gli straziava il cuore, lotta terribile fra le massime dell’onore e l’istinto feroce della vendetta. Essa durò un anno, al termine del quale la morte gli diede pace, ed io fui lasciato partire liberamente dal nipote che venne a raccoglierne il retaggio.
Mi pareva che scrivendo ad Eleonora o a te avrei rinunciato al piacere della sorpresa, al gaudio di asciugare all’improvviso le lagrime dell’amore e dell’amicizia; nè l’idea che una sventura, un dolore, potessero aspettarmi al rientrare nel mio paese, venne mai a funestarmi. Ogni mio pensiero era un riso dell’universo. Mi pareva che il viaggio durasse una eternità, pur finalmente arrivai. Era già notte: entrato in una carrozza col mio piccolo baule, mi feci portare all’uscio della mia casa; là discesi, e fatto posare il baule sugli scalini della porta, licenziai la carrozza per non avere testimoni alla scena che sovrastava. Venne ad aprire il vecchio Pietro. “Chi volete?” domandò, ed io senza rispondergli spinsi il baule dentro la casa, vi entrai e richiusi l’uscio. “Chi siete?… Chi volete?” tornò a chiedere tremando il buon vecchio. Io accostai il viso al lume che teneva nella mano: “Santissima Vergine!” egli esclamò riconoscendomi; il lume cadde sul pavimento e si spense. La mia nutrice accorse al rumore, portando anch’essa un lume. “Teresa,” le dissi, “ son io, sono vivo e sano…. non piangere, abbracciami e preparami da cena.”
L’idea della cena, il dover pensare a prepararla, fece una gran diversione al patetico della scena. Teresa singhiozzando e Pietro ripetendo sotto voce la sua esclamazione prediletta: “Vergine Santissima!” dopo avere acceso i lumi nel salotto da desinare corsero in cucina, e Pietro si preparava ad uscire di casa per comperare di che darmi una lauta cena; ma io non glielo permisi, temendo che empisse la città della notizia del mio ritorno. Chiamai Teresa, e:
“Saresti capace” le dissi “di andare da Eleonora per consegnarle un mio biglietto che si prepari a rivedermi? Temo gli effetti della sorpresa, ella è così facile a svenirsi!…” Teresa mi guardava attonita. “Perchè non mi rispondi?” soggiunsi, dopo avere aspettato invano la sua risposta per qualche momento.
“Vossignoria non sa dunque?…” ella rispose finalmente.
“Che cosa dovrei sapere?” esclamai: “d’essere passato per morto? lo so….”
“Se lo sa, ricordi il proverbio: chi muore giace, e chi vive si dà pace!”
Io avevo capito, pur mi ostinavo a non voler capire.
“Dammi da scrivere,” dissi sdegnosamente, “non ho tempo da perdere coi proverbi.”
“Vuole scrivere alla signora Eleonora?”
“Sì.”
“Non avrà tempo di leggere,” riprese a dire Teresa, punta al vivo dal mio modo sprezzante.
“E perchè?”
“Ha da prepararsi per domani; anderanno in chiesa alle sei.”
“In chiesa! con chi?”
Teresa taceva, perchè il mio viso alterato e il tono cupo della voce la spaventavano.
“Finisci, ti ho detto: chi va in chiesa con lei?”
“Il signor Armando.”
“Ah traditori!”
Nessun’altra parola potè uscirmi dalle fauci: caddi a sedere su di una seggiola, mi copersi il viso con ambo le mani, e intanto i due servi affezionati mi offrivano acque odorose per rianimarmi. Io li respingeva muto; ma quando udii che volevano chiamare un medico mi alzai e con aspetto quasi tranquillo: “Portate la cena,” dissi. E la recarono, ed io mi sforzai a ingoiare qualche boccone; poi, alzatomi, diedi la felice notte a quelle due buone creature e andai a chiudermi nella mia camera, di cui Teresa aveva già preparato il letto.
Pietro e Teresa passarono la notte seduti accanto all’uscio della camera; io la passai disteso nel letto…. Fu una notte orribile; pure assai meno di quelle che le tennero dietro. Il desiderio e la speranza della vendetta occupavano di sè tutta l’anima mia. Io meditavo di uccidere Eleonora e trafiggere poi me medesimo: l’intenzione di toglier di vita Armando non entrava per nulla nei miei disegni; e infatti egli era assai meno colpevole della sua complice, che mi aveva giurato tante volte una fede alla prova dell’assenza e della morte…. Io non pretendevo tanto…. ma un anno era appena trascorso dal giorno della nostra separazione ed avevo potuto scrivere: “Io vivo.” Quand’anche Eleonora avesse avuta la certezza della mia morte…. dunque amoreggiando con un altro amante dava un pegno d’affetto e di dolore alla mia memoria?… Armando era un bel giovane, leggiero ed elegante: ella gli piaceva; l’idea di una fedeltà più durevole di pochi mesi non era mai entrata nel cervello di lui; visto il campo libero, si era presentato: la colpa non istava da parte sua; stava da quella di chi non rigettò le sue offerte e consentì di seguitarlo all’altare.
Queste riflessioni mi persuasero a rispettare la vita del mio rivale, e appena vidi spuntare la prima luce dell’alba, mi levai pian piano dal letto, apersi la porta e mi accorsi che i miei due vegliatori si erano addormentati. Passando fra loro traversai l’anticamera e non feci rumore, talchè mi riuscì d’uscire di casa senza che se ne accorgessero.
Corsi alla cattedrale, sapendo essere quella la parrocchia di Eleonora, e la trovai parata a festa e già risplendente di lumi e olezzante di fori e d’incensi. Mi situai in un angolo oscuro, dove potevo rimanere inosservato, finchè volessi. Dopo una mezz’ora udii il rumore di molte carrozze, e pochi momenti dopo il corteo nuziale entrava in chiesa accolto dal suono dell’organo.
Io vidi distintamente il viso di Eleonora! era pallido, ed ella parea camminare a stento come se il peso del velo la opprimesse…. Vidi Armando: il gaudio raggiava in tutta la sua persona; mi sembrò che un sorriso di scherno gli increspasse le labbra, mentre i suoi sguardi si affissavano a caso là dove io stavo nascosto, e un brivido mi corse per ogni vena!… – Ti riconobbi in mezzo a un gruppo di spettatori, ed è questa l’ultima cosa che ricordo di ciò che accadde nella chiesa…. il resto è ravvolto in densa nebbia: e le prime circostanze che in seguito a quella scena d’orrore ho presenti alla memoria, sono le tue esortazioni a fuggire e i congedi nel punto di separarci.
Perchè invece di vibrare lo stile nel petto di Eleonora, lo vibrai in quello d’Armando?… Non so darne ragione a me stesso!… Forse l’antico fascino operò sui sensi alla insaputa dell’intelletto e guidò altrove la mano!; forse quel giovine presuntuoso e beffardo proferì qualche parola insultante che volse a suo danno lo scoppio del mio furore; io nulla ne so, e mi trovai stretto al tuo braccio in una strada deserta…. inconsapevole quasi dell’accaduto!…
Tornato in me, pieno di vergogna e di rimorso, cercai lo stile per trafiggermi, ma era caduto al piede dell’altare, e tu piangendo mi supplicavi di non rigettare la vita, serbata a me dalla tua amicizia per valermene ad espiare il delitto dell’amore oltraggiato: vinto, intenerito, io tutto promisi.
Varcai di nuovo le Alpi…. questa volta colla disperazione nel cuore! Non una larva di gloria appariva da lontano sul mio sentiero accennandomi di seguirla!… io non era più che un abbietto omicida! nessuna impresa alta e generosa mi si addiceva! Aggiungi a questa certezza umiliante i martirii d’una passione non domata, e potrai farti un’idea del mio stato.
Io non istarò a narrarti i casi della vita errante che ho menata per sette anni interi. La noia mi spingeva a non fermarmi mai, ad andare avanti senza sapere il dove. Tu dovrai credere che io porti un grande amore alla vita, se mi adattai a sopportare il peso di uno stato pieno di tanta miseria: nondimeno credendolo t’inganneresti…. Io non avevo cara la vita, mi mancava bensì l’energia necessaria a prendere la risoluzione di finirla, nè già n’ebbi cura, nè mi sottrassi ai pericoli, che anzi li affrontai, aiutando spesso gli oppressi a resistere agli oppressori…. Ma le sorgenti dell’entusiasmo si erano inaridite nel mio cuore; e appena sciolto da un impegno mi allontanava dai luoghi dove aveva combattuto, dove avrei potuto vivere circondato di onoranza e di amore. Eleonora ed Armando mi perseguitavano; io mi sentiva nato per godere i gaudii della famiglia: e quando in Creta, in mezzo a un popolo ormai senza casa e senza pane, io tornavo con una schiera di valorosi dall’avere respinti i Turchi da qualche villaggio che erano venuti a saccheggiare, vedendo i miei compagni accolti con lagrime di tenerezza dalle loro famiglie e ricordando di esser solo…. la disperazione s’impossessava dell’anima mia. Mi assalirono le febbri, languii in una capanna durante un intero rigido inverno; e venuta la primavera, fui condotto da due giovani robusti sul lido del mare e imbarcato in un naviglio che mi depose a Corcira. Io lasciai Creta imprecando all’Europa incivilita, che non solo si mostra indifferente al destino di un popolo che antepone la libertà a tutti i beni del mondo, ma anche sovviene d’aiuto i suoi feroci tiranni, e soffocando la voce della equità dà loro ragione e chiama ribelli i sollevati.
Da Corcira salutai la terra d’Italia che mi appariva come un punto lontano all’orizzonte; il gelo del cuore mi si disciolse a quella vista, e: “Terra adorata!” esclamai, “io voglio riporre il piede sopra i tuoi lidi…. voglio esser sepolto nelle materne tue glebe!” Trovai un legno pronto a salpare per questi paraggi e non esitai ad imbarcarmi, parendomi che qui, lontano dalla mia città nativa, facendo la vita del solitario, potrei ritrovare forse quella tranquillità che da tanti anni ho perduta, e rimanere ignoto sotto un nome fittizio.
La vetta dei colli che sovrastanno al littorale è quasi deserta, le loro falde sono popolate d’agricoltori, e qua e là sorge qualche casa signorile abitata per uno o due mesi della stagione estiva. Ho trovato una casipola vicino ad un ruscello, circondata da un folto bosco di quercie; l’ho presa a pigione dal proprietario, e per non destare sospetti gli ho lasciata una stanza e la stalla. Egli è un pastore, la sua greggia è alloggiata come prima, e per conseguenza poco importa a lui di stare più stretto. Gli ho detto che volendo farmi frate trappista, per provare se la mia vocazione è vera, ho risoluto di passare un anno nella solitudine ed ho perciò lasciato la Francia, dandomi a lui per francese. Il buon pastore mi tiene quasi in concetto di santo!… Vedi, Gherardo, che l’illusione è la regina del mondo! quell’uomo semplice s’illude sul conto mio; io mi illusi su quello di Eleonora…. e tu?… forse che non t’illudesti supponendo in me un’anima che nulla cosa potrebbe far deviare dal retto sentiero? L’infedeltà di una donna è bastata a far cadere in polvere l’edifizio della mia virtù! Ridi di me e di te medesimo, e per oggi addio.

LETTERA QUARTA.

GUIDO A GHERARDO.

Ti ringrazio di tutte le notizie che mi dài dei parenti e degli amici; io mi sono accorto, leggendo la tua lettera, che la morte mi ha tolto quasi metà dei conoscenti, e rifletto con pena al vôto che troverei se tornassi tra voi! Ho presenti tanti visi simpatici, e mi pare di doverli incontrare nel luogo medesimo dove era solito incontrarli; mi figuro di trovare nelle famiglie da me frequentate le persone, le abitudini, di nove anni fa, e gli uni e le altre più non sono gli stessi!… Tutto cangia, e nondimeno a me pare che se il giorno della distruzione sorgesse, fra la ruina della sconvolta natura il mio pensiero rimarrebbe qual è, fisso sul passato e indifferente dell’avvenire. Sarà probabilmente una illusione, ed io chiederei volentieri conto a questa regina del mondo del perchè fa parerci incancellabili le ricordanze dei mali e dipinge quelle dei gaudii con tinte labili e smorte!…
Ti sono grato d’esserti preso cura della mia casa e dei due miei vecchi servi, come te ne pregai nel partire…. Non ho speranza nè desiderio di rivedere le cose ch’ebbi dilette in altri tempi; soltanto vorrei inginocchiarmi sul sepolcro di mia madre: in quel sepolcro è chiusa una polvere insensibile, lo so, ma il mio cuore rigetta sdegnoso i bei parlari della Dea Ragione.
Sai tu che ho fatto ieri un incontro che chiameresti romantico? Essendo disceso a metà della collina mi posi a sedere accanto a un ruscello, all’ombra di una quercia gigantesca, e raccolsi un mazzolino di gelsomini che trovai sull’orlo del ruscello: erano freschi e olezzavano soavemente; odorandoli mi sentivo come inebriato di dolcezza: quando uno stormire improvviso delle fronde degli alberelli che circondavano il ruscello, mi tolse a quella ebbrezza dei sensi. Alzai il capo e vidi una giovinetta vestita signorilmente, ferma a pochi passi da me. Tu dirai che non ho più la mente sana, all’udire che la mia fantasia fu colpita stranamente da quella vista; guardata con attenzione la giovinetta, non somiglia Eleonora, perchè dunque me ne offerse l’immagine? perchè mi riscossi al vederla?
M’accorsi che guardava il mazzolino e capii che lo aveva perduto lei; glielo porsi, dicendole mi scusasse di averlo raccolto e d’esserne stato per pochi momenti il depositario. Ella lo prese, mi ringraziò arrossendo, e mi si dileguò dalla vista scendendo di corsa l’erta scoscesa. No, non rassomiglia a lei; è meno alta della persona; ha gli occhi azzurri e i capelli biondi…. ed io m’innamorai di due grandi occhi neri, splendenti in un viso pallido, ornato di chiome nerissime…. Dispero proprio di me medesimo, se devo ritrovare quelle fatali sembianze anche là dove non è orma di loro! Addio.

LETTERA QUINTA.

GUIDO A GHERARDO.

Io prendo la penna colla mano che trema tuttavia per la commozione suscitata da un sogno! La superstizione dà ai sogni il potere di condurre l’anima, mentre i sensi dormono, nelle regioni dell’avvenire; benchè senza attribuir loro un mandato soprannaturale noi non possiamo negare che ci pongono sott’occhio il passato, colorandone i quadri di vivissime tinte e spesso formandone dei nuovi cogli stessi elementi di quelli. Ascolta il racconto del sogno che ha ripiena delle sue larve la notte dianzi terminata.
Mi sembrò di avere ottenuto il permesso di ripatriare, e di ritrovarmi già in faccia a una porta della nostra città. Mentre stava per passarla, l’incontro di un feretro accompagnato da numerosa associazione m’impedì l’entrata, ed io mi fermai per aspettare che fosse libera. Quando il feretro mi fu vicino, vidi sollevarsi il tappeto funereo che lo copriva; una mano gelida e scarna afferrò la mia:
“Fermati,” disse una voce, che conobbi essere quella di Armando, “sono io che ti vieto il ritorno.”
Una donna vestita a lutto venne allora a prostrarsi accanto al feretro, e: “Perdonalo, Armando,” la udii esclamare piangendo, “io sola sono colpevole del suo delitto.”
“Alzati,” rispose Armando, “io gli perdono a condizione che non disturbi la nostra pace.”
Così dicendo, lasciò libera la mia mano e strinse quella di Eleonora: “Se tu vieni meco,” soggiunse, “egli può rimanere a far di sè ciò che meglio gli aggrada.”
“No, coppia infame, non sperare di riunirti,” io gridai, “se è necessario un altro delitto per separarti di nuovo, io non esiterò a farmene reo.”
Corsi a strappare Eleonora dalla mano dello spettro; traendola meco, entrai in città e percorsi molte strade deserte, fuggendo dal feretro che ci veniva pur sempre dietro.
Finalmente mi fermai, e: “Poichè,” dissi alla donna, “volesti seco vivere, meco morrai.” Già stavo per vibrare il colpo, ma in quel punto i miei sguardi s’incontrarono con i suoi. Così teneri, così passionati li volgeva verso di me nei giorni beati del nostro amore! Impotente a resistere al loro fascino, gettai il ferro e strinsi quella forma seducente al mio seno. Uno scoppio di riso mi tolse all’ebbrezza del fatale amore; e vidi lo spettro che mi stava al fianco deridendomi. “Vile,” ei disse; ed io, raccolto il ferro, stava di nuovo in atto di uccidere Eleonora, quando una mano di donna trattenne il colpo: era quella della giovinetta che incontrai ieri nel bosco. Un momento dopo Eleonora e lo spettro erano spariti, ed ella stava sola vicino a me.
Mi destai: pioveva dirottamente e incessanti erano il bagliore dei lampi e il romoreggiare del tuono. Io lasciai il letto per contemplare la guerra degli elementi, ed aprii la finestra del mio tugurio colla fantasia piena ancora delle larve del sogno. Guardando verso il bosco, allo splendore d’un lampo mi parve che un albero vestisse la figura dello spettro di Armando e venisse verso di me…. Un freddo sudore m’inondò la fronte…. chiusi gli occhi, e quando li riapersi, ogni cosa nel bosco e nella capanna era immersa in un buio profondo. Tornai a coricarmi e mi riaddormentai d’un sonno conturbato dai fantasmi del sogno di prima.
Quando mi destai, la tempesta era cessata e spuntava l’alba.
Tu che conosci la mia costituzione e la mia indole, non sarai maravigliato all’udire che una fanciullaggine abbia così sconvolto i miei sensi. Certe paure sono per lo più le conseguenze de’ racconti di apparizioni spaventevoli fatte ai bambini dalle nutrici e dalle fantesche; a me nessuno osò farne, perchè mia madre non lo avrebbe sofferto: e nondimeno trovai sempre nel mondo fantastico delle leggende un’attrattiva irresistibile mescolata ad un terrore che il senno non ha forza di dissipare istantaneamente. Guai a me, se non avessi dato prova di coraggio in faccia alla realtà de’ pericoli, se un nemico vivo fosse mai riuscito a farmi impallidire: io che ho tante volte sentito il mio sangue gelarsi al pensiero di aver che fare cogli abitatori dei sepolcri, nella mia coscienza mi terrei per codardo!

LETTERA SESTA.

GUIDO A GHERARDO.

Tu dici di poter arguire dal mio sogno che se rivedessi Eleonora sarei capace di perdonarle. Deh! non affliggermi col sospetto d’una debolezza, nella quale mi sento incapace di cadere, mentre confesso che la ricordanza di quel viso, di quegli sguardi, di quella voce conserva una potenza di fascino, a cui non mi riesce sottrarmi. Io ho cercato l’oblio nella vita operosa dei campi guerreschi, nelle lontane peregrinazioni, nello studio, nel tumulto di città popolose, e la noia del presente mi ha sempre costretto ad attenermi con maggiore pertinacia al passato, dove almeno sento la vita.
Ho incontrato di nuovo la giovinetta, della quale ti ho già parlato, e mi sono accorto da ciò che ella mi ha detto, di essere io tenuto in odore di santità presso gli abitatori della collina. Il mio vivere semplice e solitario; l’avere saputo che mi preparo a vestire l’abito di frate trappista; le mie lunghe ore di meditazione che essi credono consacrata a Dio, al pensiero dell’eternità: tutto ciò insomma che si riferisce a me, veste forme misteriose e sante. Ecco la conseguenza dell’avere infiammata la fantasia d’una gente divota e superstiziosa colla stranezza del mio contegno. Se avessi detto di essere un ammalato che chiede la salute a questo clima salubre, nessuno si sarebbe occupato dei fatti miei…. ma una specie di eremita! come era possibile che uomini e donne non sentissero per lui il pungolo della curiosità?
“Anch’io,” mi ha detto la nuova mia conoscente, desideravo incontrarvi; nondimeno la curiosità contrastava colla paura e questa era la più forte.”
“Paura!” esclamai, “mi avete dunque preso per un assassino?”
“No,” ella rispose, “no mai: la mia paura era un sentimento indefinito.”
“Ohimè,” le dissi allora, “voi avete toccata una ferita che gronda sangue! No, io non sono uno scellerato, ma neanco posso vestirmi del candido manto della innocenza. Compiangetemi, potete farlo senza rimorso; ma la vittima di furibonde passioni non può pretendere alla stima di una creatura ingenua e pura quale voi siete.”
“M’accorgo che siete molto infelice,” riprese a dire la giovinetta con voce commossa e dopo un momento di silenzio; “abituata dall’infanzia a vedere scorrere le lagrime della sventura, io non ho ripugnanza a stare dove si piange, che anzi direi quasi di averne, quando mi trovo fra gente lieta e felice. La mia paura si è dileguata…. ed anche la venerazione,” soggiunse sorridendo; “vi prometto bensì di essere discreta e di lasciarvi godere della vostra riputazione di santità.”
Noi ci separammo buoni amici; ma io fui imprudente. Ella potrebbe chiamare su di me l’attenzione della sua famiglia e de’ suoi conoscenti. Promise, è vero, di tacere…. ma poss’io affidarmi alle promesse di una donna?… io!… mi converrà cangiar presto di domicilio. Addio.

LETTERA SETTIMA.

GUIDO A GHERARDO.

Io scrivo porgendo l’orecchio al canto monotono e dolce del pastore, che seduto sull’erba vede le sue pecorelle pascolanti fra i dirupi dell’erta, e gode la calma della natura, calma divina per le anime tranquille, angosciosa per quelle, su cui spira il soffio devastatore delle passioni. Egli non sospinge il volo dei desiderii oltre i limiti del suo fato; vive contento e gli sarà concesso morire dove nacque! Io non posso intendere come l’uomo possa risolversi a lasciare volontariamente la terra nativa per andare a vivere in lontane contrade. “Tornerò,” dice partendo. Sciagurato, e sai tu se potrai tornare? I proprietarii e i coltivatori devono essere i più affezionati alle glebe natìe, perchè gli uni le riguardano come sacro retaggio dei padri loro, gli altri le bagnano del proprio sudore e sanno che il padre, l’avo, il bisavo fecero altrettanto; gli uni e gli altri vi cercano orme dilette, vi trovano le ricordanze della famiglia, e le amano d’un amore che in sè comprende tutti gli altri amori. Il mestierante, l’operaio e ogni altra classe ch’ha un domicilio fattizio, per migliorare le condizioni della famiglia non sono restii a cangiare di città, di casa, di provincia; in loro il sentimento della nazionalità è puramente morale e non può mai giungere all’intensità di quello che lega l’uomo alla terra su cui nacque, crebbe, e nel cui grembo avrà sepoltura. Forse per questo le più magnanime prove di patriottismo furono date dai popoli che vivono del frutto dei campi, di cui sono i coltivatori, e dalla nobiltà sparsa nelle campagne e costante abitatrice dei romiti castelli. A mano a mano che i castellani e i piccoli proprietarii spariscono dalla odierna società, il patriottismo modificato non ha più le aspirazioni del passato e veste altre forme, nelle quali primeggia lo spirito di associazione. L’individuo, la famiglia, il villaggio e la città danno alla Nazione quella parte d’amore che loro spetta nella ripartizione generale, e ormai la patria si chiama Nazione. Finirono le guerre fraterne, e con esse finirono gli amori ardenti per le poche zolle di terreno, di cui una gente d’uno stesso sangue si disputava il possesso, trucidandosi a vicenda…. Dov’è il meglio?… Nel presente, senza dubbio; ma per goderne bisogna adattarci a provar commozioni meno forti e meno potenti, e diventare in qualche congiuntura cosmopoliti.
Ieri dall’alto di una rupe vidi Luisa, così ha nome la giovine abitatrice di questa solitudine; ella sedeva leggendo accanto al ruscello, ed io la osservavo nascosto dai folti rami delle quercie. Era vestita di bianco; tutta la sua persona spirava la quiete dell’innocenza mescolata a una espressione di mestizia che accresce potere alle sue attrattive. Benchè gli occhi azzurri non mi sieno piaciuti mai, non potei far a meno, guardando quelli di lei, di confessare che ebbi torto disprezzandoli.
Discesi pian piano dalla rupe, mi accostai non visto là dove ella sedeva, e mi accorsi meravigliando, che il libro da lei tenuto nelle mani era il poema di Dante! “Una fanciulla di vent’anni che legge la Divina Commedia o è una dottoressa o una creatura eccezionale,” dissi a me stesso: e mi chinai per sapere qual parte del poema la occupasse. I miei sguardi si fermarono su quella terzina che contiene un sentimento così vero, così profondo:

…. Nessun maggior dolore
Che ricordarsi del tempo felice
Nella miseria….

“Ah! pur troppo,” esclamai, “il cuore di ogni sfortunato lo sa!”
Luisa si alzò quasi atterrita e il libro le cadde di mano.
“Perdonatemi” soggiunsi “d’avervi così disturbata…. voi leggevate dei versi che ripeto continuamente a me stesso.”
“Sono belli!” rispose; “io li imparai a memoria, mentre ero quasi bambina, nell’udirli spesso ripetere da una persona a me carissima, ed ora, ve lo confesso, li rileggevo, perchè mi sembra di trovarvi l’accento della voce che li faceva giornalmente risonare al mio orecchio….”
Ella mi aveva già detto di aver perduto i genitori nella infanzia; pur mentre proferiva quelle parole: da una persona carissima, c’era tanta innocenza, tanto candore sul suo viso, la voce aveva un tono così riposato nella sua mestizia, che l’idea di avere ella inteso parlare di un amante neanche osò presentarmisi alla mente.
L’ho riveduta anche quest’oggi e l’ho trovata più melanconica del solito; mi ha detto di non sentirsi bene, ed io sono disceso con lei fino al cancello del suo giardino, parendomi scortesia lasciarla tornare sola a casa, mentre si scorgeva aperto nella lentezza dei passi che mal si reggeva in piedi. È una dolce e affettuosa creatura. Oh! perchè nei miei primi anni vagheggiai attrattive e indole così diverse dalle sue? perchè mi lasciai vincere da un incanto misterioso, disdegnando quello che emana da un animo schietto, che si rivela come un libro aperto e scritto in semplici e chiare note allo sguardo del lettore?…
Colei non appariva mai la stessa nelle movenze, nei pensieri…, ed io stolto sentivo accrescersi la mia passione dalla incessante incertezza del come mi accoglierebbe, o del corso che avrebbero preso le sue idee durante la mia assenza. Allora io avevo vent’anni, e l’anima mia provava il bisogno di molteplici scosse, di continui tumulti; una felicità placida e uniforme mi pareva uno stato anormale, pieno di noia. Ora ne ho trenta; l’esaltazione della fantasia si è calmata; la sventura e il vivere errabondo mi hanno fatto sentire bisogni e desiderii diversi da quelli della prima giovinezza…. Se fossi in caso di prender moglie e non avessi mai amato, aborrirei dallo scegliere una donna somigliante ad Eleonora e offrirei la mia mano a Luisa, il cui dolce e gentile aspetto, l’indole affettuosa e pacata, mi appariscono capaci di abbellirmi la vita. Sì, ella mi starebbe al fianco angiolo di conforto e di pace!
Ma ormai, poichè è mio destino vivere e morir solo, a che mi perdo negl’inutili rammarichi e faccio dei confronti tardi, dolorosi?… Gherardo!… per carità, non credere che il tuo povero amico vaneggi…. Le larve di uno stato di cose, quale avrebbe dovuto essere il mio nel corso naturale delle vicende umane, mi circondano mio malgrado, ma io mi sento forte abbastanza da volgerle in fuga. Addio.

LETTERA OTTAVA.

GUIDO A GHERARDO.

Mi pare talvolta che se dovessi temere nuove sventure, quel timore togliendo il mio spirito alla mortifera inazione mi farebbe del bene, perchè tornerei a sentire la vita dell’ansia, del timore e della speranza…. Ma, oh Dio! non temere, non isperare nulla dall’avvenire e gemere sul passato, ecco il colmo dell’infortunio!
Tu vorresti che evitassi Luisa per timore d’innamorarmene. Senti: ho creduto finora che il mio cuore non possa amare due volte; ho visto la bellezza in tutto il suo splendore…. e sono rimasto freddo, impassibile; dopo tanti anni stanco del mondo, di me, de’ miei delirii, dei giorni che si succedono tutti eguali, tutti pieni di noia, sono venuto a fermarmi qui…. perchè qui c’è il silenzio, ed io lo preferisco al frastuono di una società, colla quale nulla ho che fare, che gode e soffre per gaudii e dolori, a cui sono indifferente. Il caso fa che io vi trovi una creatura che vive solinga quasi al pari di me, e perchè è donna giovane ed avvenente, dovrei fuggirla per timore di un pericolo immaginario? Or bene, il pericolo in ogni caso sarebbe per me solo, giacchè tu certamente non mi farai l’onore di credermi buono a innamorare quella cara fanciulla. E se io potessi innamorarmene, qual male n’avverrebbe? Mi dispero sul passato, mi dispererei per il presente…. in fondo sarebbe tutt’una!
Tu hai osservato che non ti parlo più di lei; e che mai vorresti che te ne dicessi? oh! non sei tu quegli che mi ha predicato il perdono e l’oblio? io voglio porre in pratica le tue lezioni, voglio dimenticarla…. Perchè mi costringi a pensare a lei? lasciami in pace!
Ieri passeggiai tutto il giorno nel bosco e Luisa non comparve; verso sera mi arrischiai ad avvicinarmi al cancello della sua villa…. ma la casa e il giardino erano muti. Quando, tre giorni or sono, l’accompagnai fin là, non stava bene…. forse giace in letto ammalata: a chi e come chiederne notizie? Dirai che fo male a occuparmi di lei, della sua salute. Oh! ma se ella sparisse da questi luoghi, che mai rimarrebbero?… Ahimè! le spiagge dello Spitzberg, dove non ci spunta un filo d’erba. Eccoti il tèma di una dissertazione filosofica – l’egoismo; giacchè io m’affanno non per timore che Giulietta soffra e muoia, no; è per quello di non rivederla più, di rimanere privo del conforto che mi viene da’ suoi colloquii. Sono io un’eccezione al comune dei viventi, ovvero, poco più poco meno, siamo tutti così? Gherardo, lascio a te il decidere la questione.

LETTERA NONA.

GUIDO A GHERARDO.

Tu sai che una campagna solitaria mi sembrò sempre un quadro incompiuto senza una chiesuola col suo campanile e il suo cimitero. Essa mi si presenta al pensiero come un’oasi in mezzo al deserto, dove dopo un faticoso viaggio i mortali trovano finalmente il riposo. Com’è solenne la quiete che versano nelle anime agitate dalle umane tempeste i suoi stalli vuoti, la lampada che arde sull’altare, i fiori inariditi, di cui va ornato. Gli stalli ricordano la preghiera in comune, quella che chiede al Signore il pane quotidiano, il benessere, la salute; la lampada offre il simbolo dell’anima solitaria, le cui preghiere non possono unirsi a quelle della generalità dei viventi, perchè chieggono cose non intese e non curate dai più; i fiori appassiti sono un’immagine del disfacimento inevitabile di tutte le cose umane: furono belli, e non sono più che foglie cadenti!
La filosofia de’ simboli è più potente di quella espressa con le parole, va più direttamente al cuore e lo domina per via delle impressioni. Così la vista di un cimitero ci parla della morte con una eloquenza impossibile a ottenersi dall’arte e dal genio oratorio. Il suono delle campane che annunzia lo svanire della luce, non ti sembra che abbia in sè qualcosa di così soave da intenerire i petti più feroci, quando arriva lento e fioco all’orecchio da una chiesa campestre?
Io sono uscito stamane dal mio abituro per andar a visitare la chiesuola che biancheggia da lontano sull’estremo lembo del colle…. Si trattava di espormi a incontrare qualche persona del piano, e ci pensai non per rinunziare alla mia intenzione, ma per vestirmi più accuratamente del solito. La chiesa era deserta; dopo una breve sosta, ne uscii per entrare nel modesto cimitero, il quale spande sulle fosse l’ombra dei platani, dei salici e dei cipressi ch’empiono il suo recinto. M’inoltrai in un viale tutto di cipressi; e parendomi il luogo adatto alla meditazione, mi distesi sull’erba accanto a una lapide. Il pensiero della eternità venne ad occuparmi la mente, e vestendo forma d’immensa e nera nuvola avvolse il mio spirito.
“Com’è possibile che io discerna ciò che v’è al di là di questo buio cogli occhi della carne?” dissi a me stesso; “se la fede nel dogma della immortalità spegnesse la sua fiaccola, io starei a brancolare cieco tra fitte tenebre! Oh, non la spenga!… e l’orgoglio umano confessi d’essere impotente a veder l’invisibile.”
Mi alzai e volli percorrere tutto il recinto mortuario; in un angolo remoto una donna vestita a lutto orava in ginocchio sopra un tumulo; riscossa dal suono de’ miei passi, si volse verso di me, e la riconobbi…. era Luisa.
Si alzò e mi venne incontro: era pallida e mesta; mi disse di avere avuto un breve corso di febbri e non sentirsi ancora forte abbastanza da riprendere le passeggiate abituali sulla vetta della collina…. “Ma voi” soggiunse sorridendo “vi siete sospinto al di là dei limiti delle vostre abitudini.”
“È vero,” risposi, “sentivo proprio il bisogno di venire fin qua…. nè certo immaginai di trovarvi in orazione sopra un sepolcro. Alla vostra età siamo pieni di vita, non si pensa alla morte.”
“La mia indole è melanconica,” ella riprese a dire; “oltre a ciò abito da sette anni in questi luoghi remoti, sono orfana e ho patito molti dolori; i gaudii del mondo sono un’eco di voci lontane, a cui non porgo l’orecchio…. forse perchè so di non poterne godere, forse perchè la natura mi fece poco atta a sentirli…. Io pregava sulla lapide di un nipote di mia madre, che giovinetto morì vittima di un amore infelice. Povero Carlo! faceva una vita simile a quella che fate voi medesimo: sempre solo, sempre pensoso! Io ricordo il suo viso smunto e pallido, il suo mesto sorriso.”
“Egli dunque morì dal dolore di non essere corrisposto?…”
“No, egli era: ma la donna del suo cuore non poteva appartenergli…. era già moglie e madre…. ed egli abborriva ugualmente dal rapirla al marito e dall’avere con lei una relazione. Prese perciò il partito di ritirarsi a vivere in questa solitudine con sua madre; e quando io ci venni con mia sorella, lo trovai già quasi morente per lenta malattia di languore!… Oggi cade il sesto anniversario dalla sua morte, e sono venuta a portare una ghirlanda di fiori lugubri come il suo destino sulla fossa, dentro cui egli riposa.”
Uscimmo insieme dal cimitero e tornai seco in chiesa, dove si celebravano le esequie commemorative del povero Carlo. Il suono dell’organo, che non ho mai ascoltato senza commozione, venne a inebriarmi di una voluttà celeste! Giulietta prese posto sugli stalli vicino a tre famigliari della sua casa venuti per la sacra funzione, ed io rimasi solo in fondo della chiesa. Gherardo!… in faccia ai riti della morte l’anima mia sentì per la prima volta dopo sette anni una calma dolcissima, ed i miei pensieri si affissarono sulla vita senza imprecare.
Finite le esequie, mi allontanai dalla chiesa prima che Luisa e i suoi compagni fossero usciti, e andai a vagare nel bosco, ma senza cercare le sue parti più cupe, senza camminare prestissimo per sottrarmi all’artiglio del pensiero, fermandomi anzi tratto tratto e prestando attenzione alle innumerevoli voci della natura che animano i luoghi, dove non risuonano quelle degli umani.
Ti ringrazio delle tue premure per far cancellare la mia condanna colla revisione del processo. So anch’io che potendo provare di non avere commesso un omicidio premeditato le cose muterebbero d’aspetto, e forse i sette anni e mezzo trascinati nell’esilio potrebbero essere tenuti per bastevole espiazione. Ma finchè vive il padre d’Armando, non oso sperare la revisione del processo. Ormai la mia ambizione di acquistare rinomanza nel mestiere delle armi si è spenta; tutte le altre splendide larve de’ miei primi anni svanirono: una sola mi perseguita tuttavia…. quella della felicità di un amore corrisposto…. nè so come dopo l’atroce disinganno di otto anni fa abbia potuto non dileguarsi colle altre, e mi vada susurrando all’orecchio misteriose lusinghe!… So che devo stare in guardia contro di loro, che oramai la trista vita del celibe, del romito, è il mio retaggio…. Lo so: ma comincio a persuadermi che bisogna proprio ch’io vada a farmi trappista per domare le aspirazioni del cuore, le quali erano mute quando la sventura le premeva colla sua mano di ferro; ma non appena quella mano si è fatta più leggiera, riacquistano voce….
Nei tetri recessi dell’Ordine fondato dalla disperazione quel raggio di luce, che irradia il mio cuore, si estinguerebbe: io ritroverei l’arido dolore che non ha lagrime nè sospiri, godrei di una specie di felicità negativa, frutto dell’essermi imposto tutte le privazioni…. e occupato nella scrupolosa osservanza di regole contrarie agl’istinti dell’umano consorzio, scavandomi la fossa, e confrontandola cogli strazii del vivere in quel soggiorno, la riguarderei come un letto di rose!… Nondimeno è bene che esso ci sia…. che la disperazione abbia un asilo, ove tutto si confaccia con lei.… e vi fu un tempo, in cui io mi vi sarei trovato proprio al mio posto. Ora nulla è cangiato nel mio stato, è solamente cangiato il punto, dal quale io lo guardo…. ho dinanzi agli occhi un prisma che non è più quello di prima.
La felicità e la sventura non dipendono che da’ capricci del cuore, di quel despota orgoglioso che accetta leggi unicamente da sè medesimo. Tutto il merito della virtù consiste nel fare senza seguirne gl’impulsi, quando sono in contradizione con quelli dell’onore; ma appena la lotta comincia, la felicità fugge per non ritornare mai più.
Per contentarti eccomi quasi risoluto ad abbandonare questo porto, dove si sono acquetate le mie tempeste; se ne parlassi a Luisa, forse l’affliggerei. Ella è assuefatta a incontrarmi, a parlar meco delle sue letture, a chiedere il mio parere sui libri che le mandano dalla città, a disputare meco sul loro merito, e a finir quasi sempre col darmi ragione: meno forse per essersi lasciata convincere, che per obbedire al gentile istinto del suo sesso, inchinevole a evitare i lunghi contrasti e a cedere volentieri le palme dell’intelletto, anzi che ferire l’amor proprio degli uomini che stima. Questo istinto osta ai principii d’emancipazione morale delle donne, che menano tanto rumore ai dì nostri…. Una donna dotata di tutta la squisitezza del proprio sentire non potrebbe, per esempio, voler mai trionfare del suo amante in una lotta politica o letteraria, chè sentirebbe d’averlo umiliato, e guai alla donna che umilia l’orgoglio dell’uomo!
Ti ho scritto uno zibaldone; la mobile immaginativa conduce la penna, e se non la fermassi, chi sa dove m’ingolferebbe! Addio.

LETTERA DECIMA.

GUIDO A GHERARDO.

Io le ho detto che penso ad abbandonare questi luoghi.
“Fate bene,” mi ha risposto, “se è per andare altrove a star meglio.”
Queste parole e il tono di voce, con cui le ho udite proferire, mi hanno fatto male; perchè confesso di essermi aspettato una esclamazione di sorpresa e quasi di dolore. Deluso nella mia aspettativa, sono rimasto come un avvocato, cui l’avversario oppone un quesito, al quale non sia preparato a rispondere; ho taciuto per qualche momento; poi:
“Siete voi che starete meglio,” le ho detto quasi con mal garbo…. “rimarrete libera dalla noia d’incontrarmi….”
“Perchè parlate così?” mi ha risposto con un sorriso pieno di soavità.
“Perchè mi accorgo di esservi a carico.”
“E perchè mi sareste?” ha ripreso a dire l’incantatrice giovinetta; “non avrei potuto forse evitarvi, dove mi pesasse il conversare con voi? Siete ingiusto nei vostri giudizii; ma io vi perdono, e voglio che ci separiamo amici. Addio!”
Ciò detto si allontanava: io, le ho tenuto dietro, e per fermarla ho afferrato un lembo della sua mantiglia.
“In che posso servirvi?” mi ha domandato fermandosi.
“Non mi lasciate….”
“Siete voi che lasciate me.”
“È vero!” ho esclamato, “son io che da stolto rinunzio al conforto che mi viene in vedervi e conversare con voi! Non lo farò…. vi rimarrò vicino, finchè non mi direte di andare altrove….”
Il volto di Luisa si è coperto di rossore; mi è sembrato che temesse di aver detto troppo.
“No,” mi ha risposto, “ non dovete rimanere per me…. io nè lo pretendo, nè lo desidero.”
“Volete che me ne vada?”
“Non posso, non devo ingerirmi in ciò che vi tocca.”
“Ohimè! e a chi se non a voi, unica amica di questo sfortunato, importeranno le mie risoluzioni?… Che importa al resto dei viventi che io parta, che io resti, ch’io viva o muoia?…”
“Siete solo!”
“Ahi! pur troppo….”
“Perchè dunque volete allontanarvi?”
“Perchè presso di voi mi sento felice, e la felicità non è più per me!”
Quindi ella ha potuto dirmi soltanto: “Ci rivedremo,” e mi ha lasciato solo; nè io ho osato questa volta tenerle dietro…, ho sentito che tutto non è finito tra noi! Gherardo! io l’amo, e invano vorrei celarlo a me stesso. La ricordanza delle mie sciagure s’illanguidisce, io più non vegeto, io vivo; lo sento al sussulto delle mie fibre, al fuoco che scorre nelle mie vene. È finita la indifferenza per ogni cosa. I luoghi, dove l’ho veduta, mi piacciono a preferenza d’ogni altro luogo. Così la passeggiata, nella quale io era solito incontrare Eleonora, era la mia prediletta, anche nei giorni, in cui sapevo che non ce l’avrei incontrata. Quando mi sia tolto il dire: “Qui la vedrò!” mi riesce pur consolante il poter almeno pensare: “Qui l’ho veduta.” Così le memorie e la speranza riempiono tutta la vita delle loro illusioni, e accrescendo a dismisura il pregio dei beni perduti e di quelli che aspiriamo a possedere, sono la quasi unica sorgente delle pene e dei gaudii umani. Il presente illuminato dalla luce della realtà non può illuderci e per conseguenza non ci fa mai paghi di sè.
Tu vedi che io filosofeggio anche nel bollore della passione. È il tristo privilegio de’ miei trent’anni. Il cuore è rimasto quello ch’era a venti, mentre l’intelletto è arrivato al suo pieno svolgimento…. e si diverte a sindacar le follìe del suo compagno senza avere la possa di troncarne il corso.
“Luisa,” ho io detto ier sera a quell’angelo, “temo che la pietà verso uno sfortunato possa costarvi dispiaceri. Gli uomini sono così maligni, così pronti alla calunnia!”
“Io nè temo nè disprezzo il giudizio degli uomini,” ha risposto; “ma com’è possibile che la pietà apparisca loro un delitto?”
“È possibile, perchè pochi ne sono capaci; e la prendono per una finzione che nasconde rei intendimenti. Oh, ma ditemi se davvero vi dorrebbe l’abbandonarmi!”
“Ve l’ho già detto, mi dorrebbe perchè siete infelice….”
“Vuoi tu ridurmi a benedire le mie sciagure!” ho esclamato. Ed ella senza parlare, senza guardarmi, si è allontanata come se quel primo mio impeto improvviso le avesse fatto paura.
Gherardo…. il delitto di nove anni in qualche modo è scusabile, perchè vi fui spinto dalle furie dell’amore offeso; ma se alimento la nuova passione che già si è impadronita di me, se la confesso a Luisa, se per il sentiero della pietà la conduco ad amarmi, non diverrò io un vilissimo seduttore? Chi sa? benchè io non sia che l’ombra di me medesimo, quella ingenua e compassionevole creatura potrebbe amarmi come Desdemona amò Otello (per la pietà di vedermi così solo, così reietto dal mondo), e rinunziare per me a qualche partito convenevole e degno di lei…. No, no; io saprò fuggirla; io non le sarò d’inciampo a un avvenire felice.
Creatura impareggiabile, io t’amo…. ma tu non lo saprai; ed io così potrò non rinunziare alla tua vista, finchè tu stessa non abbandonerai questi luoghi: e nel darti l’ultimo addio ti farò una sola preghiera, quella di non obliarmi! Forse fra poco ella amerà…. diventerà moglie e madre…. Oh l’arbitro del destino dei mortali le consenta uno sposo che l’ami com’è degna di essere amata, e di cui ella sia il primo e l’ultimo amore!…
Quand’anche io non fossi ramingo, esule e dannato a morte.… no, io non oserei offrire a Luisa un cuore che ha già tanto amato e tanto sofferto…. Quel sentimento divino, che primo si desta in un petto giovanile e disvela un nuovo universo dinanzi allo sguardo rapito, è l’unico omaggio degno di lei: io non sono più in condizione di offrirglielo, lo consacrai a una donna che n’era immeritevole e ormai inutilmente ne piango.

LETTERA DECIMAPRIMA.

GUIDO A GHERARDO.

Sì, hai ragione, il rimanere vicino a lei sarebbe follìa; io devo tornare alla vita errabonda; ma lasciami la scelta del nuovo domicilio…. così come talvolta il medico lascia all’ammalato la scelta della medicina. Domani scenderò al piano, il mare è a breve distanza; m’imbarcherò nel piccolo porto dove scesi a terra, e tornerò a trovare i miei compagni di tanti anni, la noia e l’odio di tutte cose…. Lascio la penna, perchè è l’ora della passeggiata nel bosco; mi congederò da lei e risalirò qui per prepararmi a partire. Addio, a questa sera.

Gherardo! ella mi ama!… Dolce, consolante pensiero!… tu fai il cuore felice a dispetto della ragione…. Sì, non posso dubitarne…. Luisa mi ama. Non l’ho trovata accanto al ruscello, e sono arrivato cercandola fino alla porta del cimitero…. era aperto e vi sono entrato, per una lieve speranza di trovarla in quel ricetto della melanconia. Infatti l’ho vista da lontano seduta sopra un tronco di colonna…. nè so se pregasse o meditasse; non s’è alzata al mio arrivo, e mi ha fatto segno di sederle vicino….
“Vorrei” mi ha detto “che le case dei morti si ornassero con più cura anche nei piccoli paesi. Quello che rimane di noi sulla terra è argilla insensibile, lo so; nondimeno chi potrebbe calpestare l’argilla, di cui si composero le persone de’ suoi più cari? chi non cerca di farle onore? Guardate le croci di legno erette sui tumuli! Chi sa quante madri, quante mogli si privarono del pane quotidiano, finchè non avessero risparmiato tanto denaro che potesse bastare a pagarne la spesa! Coll’andare del tempo, le croci, i tumuli, quelle povere donne, tutto s’inabisserà nella voragine del tempo…. Ma intanto il dolore dei vivi viene a pascersi di memorie nei cimiteri…. ed io accolsi di mal’animo la risposta di un tale, a cui diceva ciò che ora ho detto a voi: “Tutta la terra è un cimitero,” ei mi disse, “a che ornare i temporanei ricettacoli che servono di deposito a poche libbre di argilla?…”– “La dottrina” io risposi “è un cibo che gela il cuore; a furia di discorsi sul nulla delle cose umane i dotti arrivano o fingono d’arrivare all’indifferentismo.”
“Mi conforto nel vedere che voi non li approvate,” risposi, “così meco verrà la speranza che un giorno recherete un fiore alla lapida, su cui vedrete scritto: Qui riposano le ossa d’Adolfo” (tale ho detto essere il mio nome).
“Può essere che tocchi prima a me di andarmene da questo mondo,” ha ella risposto ridendo; “in tal caso farete voi la visita.”
“Tocca a me di partire il primo, a me che sono meno giovane e più disgraziato,” replicai. “Vi prometto di lasciar detto che vi facciano sapere il quando e il dove avrò terminato il dramma lugubre della mia vita…. Intanto vi prego di venire qualche volta a pensare a me fra questi sepolcri…. come fossi già morto….”
“Ma dunque…. voi partite….”
“Sì…. parto.”
Non ho detto di più, perchè ho veduto il viso di Giulietta impallidire ad un tratto.
“Lo so!” ho esclamato quasi fuor di me stesso, “il tuo cuore è fatto per la pietà, tu non potresti odiare la vittima di un amore forsennato, tu le daresti una lagrima, e una tua lagrima è compenso bastevole ad una eternità di rimorsi e di pene!”
Ho taciuto, maravigliato io medesimo delle parole escite dalle mie labbra…. E dopo un lungo silenzio, che Giulietta è stata la prima a rompere:
“Guai” ella ha detto “a coloro che sottomettono la ragione ai delirii del cuore!”
“Ah sì! guai a quegli sciagurati!…” ho io ripreso a dire, trascinato dall’onda sempre crescente della passione! “una potenza irresistibile li domina e li muove in opposizione coi dettami del senso e della virtù che adorano e a cui giurarono di obbedire!”
“Invero,” ha soggiunto Luisa, “è strano che tante forze riunite non bastino a trionfare di un sentimento che il capriccio del cuore spenge senza fatica e senza contrasto….”
“No, il capriccio non ha potere su l’amore vero! ma nei primi anni della giovinezza, in quegli anni, nei quali proviamo irresistibile il bisogno di amare, le illusioni della inesperienza, l’avere già colla fantasia architettato il romanzo del primo amore, a cui non manca più che l’eroina o l’eroe, ci fanno cadere in un inganno che ci costa poi la pace della vita intera!”
Nel proferire queste parole ho volto alla fanciulla uno sguardo, da cui traspariva tutta la piena delle dolorose ricordanze che mi straziavano il cuore! Ella ne è stata commossa.
“La felicità non abita sulla terra,” ha detto con un sospiro…. “benchè giovane, io ne sono persuasa!… Anche il destino del mio parente, che riposa fra questi morti, ha fortificata la mia persuasione….”
“Luisa!” le ho detto con veemenza, “se in quel gelido letto, in cui giace quella vittima dell’amore, fosse invece disteso colui che vi sta ora dinanzi; se io avessi dato adito nel mio seno a una passione forsennata e ne morissi vittima…. ditemi, maledireste la mia memoria? vi farebbe orrore la vista del mio sepolcro?…”
“Io maledirvi!… no…. non potrei quand’anche vi sapessi molto colpevole, sento che non potrei.”
“Tu l’hai detto! bada di non disdirti,” ho esclamato, e afferrandole la mano: “Qui dentro,” ho continuato a dire, premendomi quella mano sul petto, “sta chiuso un segreto che sono costretto a confessarti….”
“Lasciatemi!” ella ha detto, interrompendomi.
“No, devi saperlo, per darmi una lagrima quando dormirò nel sepolcro: io ti amo!”
“Rientrate in voi stesso….” ha replicato smarrita, lasciate che io m’allontani.
Non ho osato vietarle di scostarsi di qualche passo, ma ho steso verso di lei le braccia in atto supplichevole. Ella si è fermata.
“Luisa!” ho esclamato, “e mi abbandoni?…”
Un moto involontario l’ha costretta a tornare verso di me…. I nostri sguardi non si sono incontrati, perchè i suoi eran reclinati al suolo…. nondimeno in quel momento i cuori si sono intesi….
“Addio!…” ha detto Luisa…. e quando io ho avuto la forza di ripetere quella parola, ella era già lontana.
Rimasto solo, ho ricordato ogni suo atto…. il tremar della voce, l’impallidire…. i detti pietosi e gli sguardi, più che pietosi, teneri, forse senza che ella sapesse…. “Mi ama!” ho esclamato ebbro di contentezza…. poi ho ricordato il mio stato, le mie sciagure, ed ho finito per tornare al mio abituro molto più infelice di quando n’era uscito. Oh Gherardo! l’uomo che non è padrone di sè stesso…. che non può rispondere della propria condotta, è il più misero dei viventi: posto di continuo fra la colpa e la virtù, senza osar mai di risolversi per l’una o per l’altra, prova tutte le pene che accompagnano i sacrifizii della virtù e tutti i rimorsi inseparabili dalla colpa, nè può aspirare a cogliere il frutto di questa o ad ottenere il premio dei sacrifizii di quella.

LETTERA DECIMASECONDA.

GUIDO A GHERARDO.

Tre giorni! e non l’ho ancor riveduta! mi sfugge…. e non posso lagnarmene…. È dunque sì gran delitto l’amarla?… m’ingannai credendomi corrisposto, fu l’illusione del desiderio!
È notte, e la speranza di rivederla è quasi spenta! O luna! cela fra le nuvole il tuo dolce raggio! madre dei teneri pensieri…. a che splendi? Forse mentre io veglio e mi dispero, ella dorme in un sonno placido…. oh! almeno torbidi sogni turbino il suo riposo…. si desti agitata, atterrita, e a me pensi.
A che mirano i miei lamenti? Che vale il rivederla?… inorridisco all’idea di diventare un vil seduttore, e calco la via che a diventarlo conduce: deplorabile debolezza! Ormai il velo della pietà è caduto. Ella non può vedere in me che il suo amante! e se m’ama, tanto più deve fuggirmi…. Dal momento che le confessai la mia passione, l’onore ci comanda di unirci o di separarci per sempre. Le mie funeste vicende fanno impossibili le nozze tra noi…. dunque? non mi resta che mettere ad effetto la disegnata partenza. Sì, partirò. O Italia! il verde de’ prati, l’azzurro del tuo cielo, il tuo aere pregno di fragranze…. tutto in te desta e alimenta il fuoco delle passioni. Terra cara e fatale! ti fuggirò un’altra volta e quest’addio sarà l’ultimo! La forza della necessità vuole che la mia polvere non si mesca con quella delle tue glebe. Gherardo! è dunque vero che l’inesorabile onore m’impone di fuggirla? Ohimè! ella era bambina, quando io avrei potuto offrirle la mia mano senza disdoro. Ed ora…. come oserei chiedere amore alla donna che non può appartenermi? ottenendolo che ne risulterebbe?… null’altro, tranne l’infamia di ambedue. Tornerò in Grecia; poichè mi è tolto l’aver sepoltura in Italia, l’avrò almeno in grembo alla terra che dopo la terra materna mi è più cara! L’eco dei suoi monti rispose per lo passato a’ miei gemiti, ed io le riporto altri affetti, ma lo stesso dolore.
Mi duole di non riabbracciarti, giacchè non puoi lasciare tua madre: è dura necessità il rinunziare al conforto che mi verrebbe dal versare qualche lagrima nel tuo seno. Oh! se un giorno verrai a visitare questo ermo colle selvaggio, al piede di una rupe, il cui scosceso pendio è ombreggiato da annose quercie, vedrai un abituro circondato da una siepe di albospino, e potrai dire commosso: “Qui Guido visse otto mesi rinato alla vita del cuore.” E se mai ti accadesse di rivedere quella che fu l’unica cagione delle mie sciagure e delle mie colpe…. dille che i miei delirii ebbero fine, che la disprezzo e amo un oggetto meritevole d’amore e di stima.

LETTERA DECIMATERZA.

GUIDO A GHERARDO.

Ti scrissi di aver risoluto di lasciare questi luoghi; ier l’altro feci i miei preparativi, e stanco uscii di casa poco prima del meriggio per dare l’ultimo addio al bosco, al ruscello, al cimitero. Il silenzio e la solitudine regnavano dappertutto…. M’accòrsi allora che i miei passi avevano avuto per guida la speranza di riveder Luisa prima di partire, e mi fermai sul margine del ruscello che fu testimone del nostro primo colloquio, per dare sfogo all’anima piena di amarezza.
“Così mi fugge,” esclamai, “e disse di non abbandonarmi, finchè io fossi infelice! Me sciagurato! dopo i dolori del primo inganno dovevo io cadere nel secondo. Sesso detestabile! tu non curi le rigide convenienze, finchè si tratta di farci cadere ne’ tuoi lacci…. ma poi….”
“Ingiusto!” disse una voce, che tutto mi scosse; Giulietta era accanto a me.
“Perdono,” risposi, “io disperavo di rivedervi….”
“Ho molto sofferto in questi giorni….” ella riprese a dire, “e non ho ancora riacquistate le forze, ma non voglio differire più oltre un colloquio, forse l’ultimo, fra noi. Ascoltatemi,” ella s’affrettò a soggiungere, vedendo che io stava per interromperla, “poi disporrete voi medesimo della vostra e della mia sorte. Mi diventaste caro, perchè anche prima di saperlo da voi mi accorsi che eravate infelice e perchè fui inesperta da conoscere il pericolo del sentimento che s’insinuava nell’anima mia, invece di respingerlo lo accolsi e lo alimentai tenendolo per una sorgente d’innocenti piaceri. L’idea di spargere di qualche fiore l’arido sentiero della sventura, di consolare una creatura addolorata mi sorrideva soavemente al pensiero; e invece di evitarvi mi affrettavo a venirvi incontro, e vicino a voi provavo un gaudio tanto puro, quanto funesto! Forse per voi l’amore vestì sembianza di gratitudine, ed io voglio crederlo per non essere costretta ad accusarvi di avere insidiato alla mia pace. L’inganno è finito per ambedue; è tempo di separarci, ma sia senza rancore.”
Ella tacque, ed io raccogliendo tutta la mia fermezza:
“Sì,” risposi, “questa separazione è inevitabile, ed io ti giuro di partire in questo giorno medesimo dai luoghi, dove cercando pace ho trovato nuovi martirii! Sappilo, ho un cuore pieno di bollenti passioni, che in altri tempi non sarebbe stato indegno di te, ma che ora non oso offerirti. Deh! non avvilire il tuo amante tenendolo capace di arti abbiette, che egli mai non conobbe. Avrei dovuto fuggirti, appena che mi accorsi del mio amore: non lo feci e son reo. Le mie sciagure mi avevano tolta l’energia necessaria a prendere una magnanima risoluzione; ora l’idea di essere amato da te risveglia il mio coraggio e mi fa capace di uno sforzo straordinario: quello di lasciarti.”
“Sei tu legato a un’altra donna?” domandò Luisa con voce tremante.
“No,” risposi, “e nondimeno non puoi appartenermi: questa mano fu contaminata da un omicidio, ed io non ti trarrò per prezzo della tua tenerezza ad errare lontano dal tuo paese e dal mio, dove sono dannato a morte; e dove tu non rifuggissi dall’accostare le labbra al calice amaro che solo mi è concesso offrirti, pensa che dovresti trasmetterlo a’ tuoi figliuoli e lo respingerai inorridita!”
Amendue rimanemmo in silenzio, gli sguardi della fanciulla erano fissi al cielo, da cui parevano implorare la forza di compiere un penoso dovere….
Io fui il primo a poter parlare.
“Promettimi almeno di non dimenticarmi,” le dissi.
“Dimenticarti! ah non temerlo! Tu primo, tu ultimo e solo regni sull’anima mia…. e così pur fosse che tu potessi dire altrettanto.”
“Non voglio ingannarti,” esclamai, “ho amato e l’amore fu la sorgente di tutti i miei mali.”
“Ti fu cara un’altra donna!”
“Pur troppo!…”
“Ah dunque tu non mi ami, tu non puoi amarmi!” e si allontanò per nascondere il pianto.
“Giulietta,” io ripresi a dire seguendola, “deh, non fare più penosi i nostri congedi amareggiandoli con sospetti ingiusti! Arbitra dei miei affetti, puoi tu dubitare del tuo impero?”
“E si può amare due volte?”
Queste parole mi colpirono dolorosamente il cuore. L’immagine di Eleonora si presentò alla mia mente e chinai gli occhi al suolo; pur mi riebbi subito, e:
“Non devi credere,” le dissi, “che io abbia spezzati i nodi del primo amore con un vile spergiuro…. Se colei che mi fu troppo cara avesse un cuore simile al tuo, forza umana non avrebbe potuto separarci. Mi tradì, ed io l’amai forse, finchè non ti conobbi. Giulietta….” soggiunsi additandole il ruscello, “quando mi trovasti qui la prima volta, io stavo intento al romorìo di quell’acqua cadente, e parevami che addormentasse le memorie e il dolore; da quel giorno non pensai più che a te sola!”
Il nostro colloquio fu interrotto da un vecchio famigliare della sua casa, che la chiamava ad alta voce.
“Senza dubbio,” ella mi disse, “è arrivata mia sorella, e non posso trattenermi di più.”
Il servo intanto ci aveva raggiunti, e annunziandole l’arrivo della sorella:
“Non istà meglio di quando partì,” soggiunse, “venite, ella non vede l’ora di riabbracciarvi….”
Il servo ci lasciò soli. Luisa, dopo avermi fatto promettere di non partire prima di aver avuto un altro colloquio con lei, si affrettò a tornare a casa, dove l’aspettavano gli amplessi della sorella. Io mi avviai pensoso verso il mio solingo abituro per annunziare al mio ospite che ritarderei la partenza di qualche giorno; nè tu, spero, mi apporrai a delitto il ritardo. Si tratta di dare a quell’angiolo un pegno di deferenza al suo desiderio: il delitto starebbe nell’andarmene villanamente senza averla riveduta. Addio.

LETTERA DECIMAQUARTA.

GUIDO A GHERARDO.

Ho ricevuto la tua lettera che mi reca la notizia della morte del padre di Armando, e mi fa sperare probabile e vicina la revocazione della mia condanna. Sarebbe stato un rinascere da morte a vita; ma la fortuna, per provarmi che non toglie nè dona a metà i suoi favori, ha fatto sì che un’ora dopo la tua io abbia ricevuto un’altra lettera, di cui ti accludo la copia. Leggila, e se lo puoi, effigia a te stesso una languida immagine della felicità che tutta inebria l’anima del tuo amico.
“Io non posso nè voglio mentire; mi siete caro, e l’idea di avervi a compagno mi arride così da indurmi a farvi un’offerta che parte proprio dal cuore.
” Io sono orfana: dolorose vicende mi consigliarono di venire a domiciliarmi in questa solitudine, presso una zia, di cui mia sorella ed io siamo le uniche eredi. Non ci venne meno il retaggio paterno che per metà mi appartiene. Se voi non siete reo di colpe disonoranti, se la coscienza vi dice di poter comparire dinanzi al tribunale della giustizia suprema senza il terrore di una condanna incancellabile: io mi sento capace di sfidare i giudizii umani, di vivere con voi qui dove vi conobbi e vi amai, per godere i gaudii della famiglia, e porre ogni mio studio a farvi dimenticare le vostre disgrazie, delle quali verrete a fare il racconto a mia zia e a mia sorella appena che vi sarete risoluto di accettare la mia proposta.
” Mi risponderete a voce domani, e vi aspetterò al luogo solito dei nostri ritrovi.”
Che ne dici, Gherardo? La generosa fanciulla mi offre sè stessa e i suoi averi con una semplicità che fa quasi dimenticare quanto e quale sia il dono! Io non saprei dire se, essendo povero come ella crede, farei atto di maggiore o minore generosità accettando! Alle anime temperate ad alto e dilicato sentire nulla costano i sacrifizii dei beni materiali, delle vanità e dei gaudii sociali; ma l’accettare il benessere del vivere giornaliero dall’amore di una donna è cosa, a cui l’istinto ripugna nel cuore dell’uomo…. Avrei io dovuto obbedire a quella ripugnanza o imporle silenzio?… Per fortuna, non son povero, e grazie alle cure amorevoli del mio vecchio zio la mia lontananza, non che diminuire, ha quasi raddoppiato i miei averi. Se la mia condanna è revocata, io potrò offrire a Luisa una splendida condizione sociale e presentarmi alla sua famiglia come un amante non immeritevole d’ottenerla in isposa.
Luisa mi aspetterà domani nel bosco, dovrò dirle il mio vero nome e raccontarle il mio passato.
Non so il perchè, questo pensiero mi conturbi la mente! ormai ella sa di non essere il mio primo amore: ciò che mi rimane a narrarle non può colpirla dolorosamente al pari di quella confessione! perchè dunque l’avvicinarsi del colloquio, in cui le dirò ogni cosa, mi fa terrore?
È mezzanotte e faccio punto per trovare nel sonno qualche riposo alle commozioni di un giorno che mi ha promesso la felicità, ospite ormai straniera alla esistenza del tuo amico, e che arrivando insperata e inattesa suscita la quasi paura di sè che mi agita e mi conturba.

LETTERA DECIMAQUINTA.

GUIDO A GHERARDO.

Io la trovai seduta accanto al ruscello: appena mi vide si alzò, e nello stendermi la mano mi accòrsi che arrossiva e tremava….
“Ebbi la tua lettera,” mi affrettai a dirle; “è degna di te.”
“Accetti?”
“Sì, e posso farlo senza esporci nè l’uno nè l’altro alle accuse della malignità…. Io non sono privo dei beni della fortuna…. e presto spero sia revocata la condanna, di cui un padre, al quale tolsi l’unico figlio, aveva accresciuto il rigore col farmi apparire più reo che io non fossi. Ora egli è morto; – i miei parenti e i miei amici chiedono la revisione del processo, e probabilmente gli otto anni di esilio volontario da me subiti basteranno a soddisfare l’equità della legge interrogata senza triste prevenzione.”
Il viso di Luisa raggiò di gaudio.
“Perdonami,” io ripresi a dire, “ho teco mentito il nome e la patria….”
“Tu non ti chiami adunque Adolfo?” ella disse, tornando seria e pensosa.
“No…. il mio vero nome è Guido M….”
Ella gettò un grido; mi accorsi che vacillava e mi affrettai a sostenerla….
“Che hai?” le chiesi; ma non ebbi risposta…. Dopo alcuni momenti di silenzio, alzò il capo che aveva appoggiato al mio braccio, quando la trattenni dal cadere, e mi guardò in modo così doloroso e straziante da farmi antivedere nuove e irreparabili sciagure.
“Luisa!… parla….” esclamai.
Ella continuava a tacere.
“Non farmi languire nella incertezza!” soggiunsi.
Vidi che si affaticava per trarre la voce fuori delle fauci strette da una contrazione nervosa; e cessando d’interrogarla, l’aiutai a discendere al piano; e là, per obbedire ai suoi cenni reiterati, la lasciai avviarsi sola verso la casa, contentandomi di non perderla di vista, finchè non fosse entrata nel cancello del giardino.
Oggi nulla ho saputo di lei, ma nella sua casa tutto è quiete; sono stato molte ore a vigilare e nessun indizio di agitazione, nessun andare e venire di servi ne ha turbata la solita tranquillità.
Mistero incomprensibile! quando mai le tue tenebre si dilegueranno? se dovessi perderla! se nuovi ostacoli…. Senti, Gherardo, la mia costanza è al termine; sono stanco e…. No, no, sii tranquillo, poichè mi assicuri che presto sarò assoluto.… tu e la fossa di mia madre mi rivedrete…. ne fo sacramento.

LETTERA DECIMASESTA.

GUIDO A LUISA.

Ieri e oggi ti ho aspettata inutilmente, e sono stato sul punto di presentarmi alla tua famiglia. Il timore di dispiacerti mi ha trattenuto finora, ma se domani non ho tue notizie, verrò. Lo stato, in cui eri quando ci separammo, il mistero del tuo dolore, mi riempiono l’animo di presentimenti sinistri…. Hai tu forse conosciuta Eleonora e udito da lei calunniare la vittima del suo spergiuro? Chi ti parlò di me? chi osò denigrare il mio nome? Ma non ira, dolore immenso traspariva da’ tuoi sguardi, ed io cerco inutilmente d’indagarne l’origine e mi perdo in vane congetture. Deh! affrettati a farmi conoscere la verità, onde io sappia almeno se del destino o degli uomini abbia a lamentarmi.

LETTERA DECIMASETTIMA.

LUISA A GUIDO.

Se la pietà, se l’amore per me ti parlano, non venire; mia sorella non mi lascia sola neanche un momento; per ciò non mi hai riveduta…. frenati e aspetta.

LETTERA DECIMOTTAVA.

GUIDO A LUISA.

Ch’io aspetti! oh! non sai tu che un’ora contiene un’eternità di martirii?… Che è mai dunque questo segreto che tu non possa rivelarlo in brevi parole scrivendo? e perchè non vuoi che mi presenti a tua sorella e a tua zia?… Molto io ti amo; trema bensì, trema d’ingannarmi…. Per vendicare l’amore oltraggiato trafissi un rivale al piede dell’altare e al fianco della perfida che si preparava a contaminarlo. Ora ho nuova sete di sangue!… Ah! che dico? non crederlo…. io sarò unicamente capace di troncare la mia vita ormai straziata da troppi martirii! O tu, a cui ho sperato per un momento di dare il dolce nome di sposa, mia consolatrice, mio angelo tutelare, non abbandonarmi e, se lo puoi, diminuisci almeno l’orrore del mio stato.

LETTERA DECIMANONA.

GUIDO A GHERARDO.

Scrissi più volte a Giulietta, e le sue risposte non fecero che accrescere la mia ansietà, le mie smanie, talchè presi la determinazione di rivederla a qualunque costo. Fermo in questo proponimento, discesi il colle e m’indirizzai verso la sua casa. Incominciava la sera, e la luna confondeva la sua luce con quella degli ultimi raggi del sole. Il cancello della villa era socchiuso; entrai e cercando un luogo dove nascondermi, vidi a poca distanza dalla casa un boschetto di piante odorifere e mi affrettai a farne il mio nascondiglio…. Io mi vi trovava da poco, quando la porta della casa si aprì; una donna ne uscì e venne verso il boschetto; il mio cuore balzò forte quando la riconobbi: era Luisa.
Entrò nel boschetto, ed io aspettai silenzioso e senza muovermi che mi fosse vicina; allora:
“Non puoi fuggirmi,” dissi, apparendole all’improvviso dinanzi.
“Guido!” ella esclamò coll’espressione della sorpresa e dello spavento.
“Sì, son io che vengo a interrogarti sul mio destino; parla una volta….”
“Non posso appartenerti,” ella rispose con un cupo sospiro; “che vale il resto?”
“Chi ci separa?”
“Il destino.”
“Ho giurato trionfarne o perire. Tu m’ami, lo veggo, lo sento, e dovrei rinunziare a te? ah no!”
“Mi rigetteresti tu stesso…. se io dicessi….”
Ella tacque, e i più neri sospetti sorsero nel mio spirito.
“Se devo lasciarti,” ripresi, “è certo che il comando me ne verrà dall’onore; tu l’hai dunque oltraggiato?…”
“Io!…”
Quella esclamazione e lo sguardo che l’accompagnò mi fecero rientrare in me stesso, e supplichevole tornai a chiederle il vero….
Ella invece di rispondermi era tutta intenta a guardare verso la casa.
“Ho inteso abbastanza,” gridai; “addio!” e stavo per uscir fuori del boschetto.
Luisa mi trattenne, e: “Poichè ad ogni costo lo vuoi….” rispose, “conosci tutto l’orrore del tuo destino e del mio: tu detesti Eleonora.”
“Non me ne ha dato forse il diritto?…”
“Luisa,” chiamò una voce che mi fece riscuotere; “dove sei?”
“È dessa!” disse Luisa; “allontànati, va,” e mi spingeva fuori del boschetto dal lato opposto a quello, donde era venuta la voce. Invano! la vista dell’inferno spalancato sotto i miei passi non avrebbe potuto costringermi a retrocedere; io non udiva, non vedeva più Luisa, tutti i miei sensi erano intenti in colei che s’inoltrava verso di noi. La piena delle memorie accompagnava i suoi passi, e venne a piombarmi sul cuore…. Mi appoggiai a un albero, mentre Luisa le andava incontro per impedirle di venire avanti.
Ma già gli occhi dell’oggetto, che mi suscitava tanti tumulti nel petto, erano fitti sul mio viso, che gli estremi raggi del crepuscolo illuminarono. Scôrsi in ogni suo moto il colmo della sorpresa e del terrore, e: “Riconoscimi….” gridai, “son io!” E quella cadde a terra come se fosse colpita dal fulmine.
Luisa corse a soccorrerla.
“Puoi tu compiangerla?” le dissi.
“È mia sorella,” rispose.
“Tua sorella! per questo nome io la maledico….” e respingendola: “Lascia” continuai a dire “ch’ella muoia ai piedi della sua vittima. Mi ha tolto patria, innocenza, felicità, ed ora te pure vorrebbe togliermi: l’inferno l’ha rivomitata per frapporla tra noi.”
Intanto l’autrice dei mali miei riprendeva i sensi.
“Non fu il timore, fu il rimorso, che mi fece cadere svenuta a’ tuoi piedi,” mi disse, “e se venisti qui per punirmi, te ne sarò grata.”
“Per punirti! puoi tu estimarmi così vile?… Va…. degna del mio disprezzo, abbilo intero e lasciami in pace…. Il cuore che per mia eterna vergogna fu tuo, appartiene altrui…. Io amo, e l’amore qui mi ha condotto….”
“Tu ami…. e chi ami?…”
“Luisa….”
“Ah! lo merito questo castigo….” ella disse sotto voce, e poi: “Siate felici,” soggiunse risolutamente. “Siatelo…. ma lontani da me.”
“Ascoltami….” prese a dire Luisa, “io non sapevo chi fosse quando lo amai; ma appena ho saputo il suo nome, ho giurato fuggirlo per sempre.”
“Ed è vero? a tal segno io ti sono cara?”
“E puoi dubitarne?” esclamò, abbracciandola quella tenera giovinetta.
Eleonora si sciolse dall’amplesso fraterno, e volgendosi a me:
“Odiami,” disse; “il cuore di mia sorella mi preferisce….”
“Scellerata!” io gridai furibondo, “trema di togliermi l’unico bene che può compensarmi di tutto ciò che ho sofferto per te…. E tu Luisa! tu dunque consenti ad abbandonarmi per compiacere alla mia persecutrice, il demone ch’ebbe in sorte il diritto di presiedere al mio destino?”
“Deh! perdonami,” riprese ella a dire, “l’idea del tuo disprezzo, l’annunzio del tuo amore, erano due colpi inattesi e terribili; nel riceverli la mia ragione vacillò…. Ora rientro in me stessa: le anime vostre sono unite da dolci legami, ed io tenterei di spezzarli?… No…. no mai!” e prendendo la mano della sorella volle unirla alla mia.
Luisa ritrasse la mano.
“Se fossi sua sposa, so che tu non potresti più amarmi,” disse Giulietta.
“No, non è vero….”
“Voglio vivere per te sola….”
“Devi esser sua,” replicò Eleonora. E volgendosi a me: “Guido” soggiunse “si arrenderà alle tue preghiere; ti lascio seco; le mie forze sfinite più non reggono…. Addio!…”
Uscì del boschetto, ed io smarrito, confuso, neppure mi accorsi che Luisa l’avea seguitata.
Gherardo! che diverrò? Giulietta vuole abbandonarmi…. E…. O amico! ho provato nel rivederla un tale miscuglio d’odio, di disprezzo e di tenerezza, che io stesso non arrivo a comprendere quale di questi sentimenti sia il più forte.

PARTE SECONDA.

LETTERA PRIMA.

ELEONORA A GUIDO.

Sei vendicato! Ne provo tutti i martirii che ti feci provare; e mille volte più sfortunata di te, sono costretta a non odiare la mia rivale e ad approvare la tua scelta. Ama Luisa come un tempo mi amasti, e non temere che ella ricompensi il tuo amore con un vile spergiuro. Il mio esempio fa sicura la tua pace domestica, perchè vale a porle sott’occhio quanto costi un errore.
Domani io parto, voglio evitare di essere spettatrice dei vostri sponsali per non turbarne la festa colla mia lugubre presenza; poi, quando vi saprò uniti e vicini al giorno di abbandonare questi luoghi, ritornerò per abbracciare mia sorella e darle l’ultimo addio. Intanto un asilo sconosciuto a voi tutti mi deve accogliere.
Deh! non t’irritino le lagrime che la tua sposa verserà ricordandomi: io le sono cara, e tu non puoi desiderare che ella divenga snaturata.
Fra poco regnerai solo sopra il suo cuore; ella non avrà più un pensiero che non ti appartenga, e ambedue vi dimenticherete interamente di me. Ma prima di cadere nell’oblio siami concesso chiederti un sospiro di compassione; consenti a leggere nell’animo mio e l’otterrò.
Io partecipai alla commozione da te provata al primo vedermi; e dicendoti di amarti non t’ingannai: ma in quel tempo la mia troppo tenera giovinezza faceva sì che l’intelletto e il cuore si lasciassero dominare dalla fantasia, che per mia disgrazia io aveva sortita potente, piena di fuoco e sdegnosa delle vie facili e piane. Se tu fossi stato povero, e malgrado di ciò avessi osato amarmi per impulso d’irresistibile simpatia; ovvero se da un luogo eccelso i tuoi sguardi si fossero chinati su di me misera e oscura: il tuo amore mi sarebbe riuscito caro come l’unica felicità degna delle aspirazioni di un cuore di donna alto e gentile. Pari a me nella condizione sociale e negli averi, tu chiedesti la mia mano senza sacrifizio, senza mancare a nessuna convenienza, senza suscitare il biasimo, facendo anzi cosa naturalissima…. Invece di esserne felice, io ne piansi, perchè il romanzo del mio cuore appena cominciato stava per finire! Nondimeno tu mi eri caro, e se le vicende politiche non fossero venute a dividerci, ti avrei sposato, e l’età e i miei affetti di moglie e di madre avrebbero calmata la effervescenza fantastica de’ miei pensieri. L’amore della indipendenza d’Italia diventò nel tuo cuore il rivale di quell’amore che provavi per me e che ormai era ridotto a starsene muto in secondo luogo. Le tue sere non mi appartenevano più, e se venivi a visitarmi non era per parlarmi d’altro che di disegni guerreschi e di spedizioni in Lombardia, di riscosse e di battaglie. Io era cresciuta inconsapevole degli affetti, ai quali ti vedeva dare la preferenza su quelli del nostro amore; sentiva altamente, ma quell’altezza non arrivava fino all’abnegazione dell’io a favore di un ente morale, che ad un tratto mi si presentava dinanzi chiedendomi il più crudele dei sacrifizii.
Se tu mi avessi invitata ad accompagnarti sulle pianure lombarde, se tu mi avessi detto: “Eleonora! io non posso mancare al mio dovere verso la patria per rimanere con te: sposiamoci e vieni meco, o morremo ambedue o torneremo insieme;” io avrei sentito d’essere amata. Invece tu parlavi sempre di partenza, passando sopra al dolore che io doveva risentirne, affrettandone coi tuoi voti il giorno e vedendolo arrivare ebbro di entusiasmo e non avendo per me che un addio e una stretta di mano.
Io rimasi persuasa di esserti quasi indifferente e tacqui per orgoglio la mia persuasione; le lettere che mi scrivevi, con le quali non parlavi che dei casi della guerra, avvaloravano il mio interno convincimento e mi facevano riflettere con immenso dolore che sarei una moglie come tante altre, non arbitra del cuore di mio marito, oggetto per lui di una tenerezza pacata, preferita alle cose secondarie, sempre al disotto delle primarie….
Io era usa fino dall’infanzia a chiedere al Cielo un amante, uno sposo capace di sacrificarmi averi, famiglia, gloria, tutto! Quando dopo la battaglia di San Martino tuo zio ricevè il tuo foglio coll’unica parola: “Io vivo,” non seppi altro di te; ed io, più che al dolore, mi diedi in braccio al geloso sospetto, non potendo persuadermi che ti mancasse modo di scrivermi, e supponendo che tu nascondessi il luogo di tua dimora per così indurmi a rinunziare a te.
Armando, visto il campo libero, si presentò, da prima come un amico che viene a partecipare ai dolori, poi a poco per volta cangiò favella e seppe vestire quelle forme di passione esaltata, a cui si era accorto essere io inchinevole a dare molta importanza! Lo sciagurato non era innamorato di me, aveva saputo nascondere la rovina dei suoi averi consumati al giuoco; e sperava soddisfare i creditori colla mia dote.
Egli si valse dei due doni, di cui gli fu prodiga la natura, l’eloquenza e l’astuzia; parlò de’ tuoi difetti: ti dipinse come un uomo volgare…. e spense in me anche la stima che avrebbe alimentata la fede. Affascinata e non vinta…. io acconsentii a seguitarlo all’altare…. Là ti rividi, là il tuo furore e la tua vendetta mi persuasero che tu mi amavi di vero amore! e il mio riacquistò tutta la sua forza.
Fosti salvo, ed io risolsi di vivere per meritare di morire col tuo perdono. Mio padre morì pochi mesi dopo il tuo momentaneo ritorno, mia madre era già morta da cinque anni; rimasta padrona di me medesima tolsi Luisa dall’Istituto d’educazione, dove entrò bambina, e venni seco in questa solitudine ad abitare colla vedova sorella di nostra madre.
Qui ho languito otto anni senza udire mai novella di te, e qui il Cielo ha crudelmente esauditi i miei voti!
Ti ho riveduto…. ahi! ma a qual prezzo! Io credeva che le tue sventure medesime ti avrebbero vietato di obliare colei che ne fu la cagione! e tu eri presente a’ miei pensieri quale ti vidi ai piedi dell’altare, furibondo, avido del mio sangue, pur tuttavia occupato di me…. e ti ritrovo indifferente all’antica offesa, e ti ascolto dirmi che mi disprezzi…. Guido!… questa idea mi fa fremere…. Fosti mio e sono un nulla per te…. un’altra donna trovò la via del tuo cuore! e mentre io vivo e t’adoro, non ho diritto di lamentarmene! Oh! compiangimi…. e pensa che se fu grave la colpa, non è minore la pena.

LETTERA SECONDA.

ELEONORA A LUISA.

Io sento quale sia il prezzo del sacrifizio che tu vuoi farmi; e la certezza di esserti cara a segno d’indurti a rinunziare per me alla felicità che ti offre un amore corrisposto, è il conforto di ogni mia pena. Ma la tua tenerezza sarebbe funesta ad ambedue se ti vietasse di accettare la mano d’un amante degno di possederti. Sorella, il tuo bene è ormai l’unico scopo, a cui tendono i miei desiderii: consentimi di conseguirlo, e sappi che la tua mal’intesa generosità mi ridurrebbe a maledire la mia vita condannata ad essere origine di sventura pe’ miei più cari.
Io parto, nè mi rivedrai finchè Guido non sia tuo sposo; affretta il giorno delle nozze, nè cerca di scoprire il mio nascondiglio: lo tenteresti inutilmente, mentre sai di avere nelle mani il modo di farmi ritornare presso di te.

LETTERA TERZA.

GUIDO A GHERARDO.

Io ebbi la tua lettera ier l’altro mattina, mentre, per non espormi ad incontrare Eleonora, non osava andare in traccia di sua sorella…. La notizia che la mia condanna è revocata e che posso ritornare nel mio paese, fece sì che mi appigliassi subito al partito di chiedere la mano di Luisa alla zia, celebrare le nozze e partire da questi luoghi colla mia sposa. Stavo già per incamminarmi verso il piano, quando il vecchio servo della sua famiglia entrò nel mio abituro, e porgendomi una lettera:
“Le mie padrone,” disse, “vi aspettano, e vi pregano di non indugiare a visitarle.”
“Verrò,” risposi, e rimasto solo aprii la lettera: era di Eleonora. Io fui un momento tentato di lacerarla prima di leggerla, ma poi la curiosità trionfò della ripugnanza e lessi! Ella mi diceva che non volendo turbare la mia felicità si allontanava dalla famiglia, e terminava col chiedermi compassione e perdono. “È partita!” esclamai, “si corra a rivedere Luisa,” e scesi rapidamente dalla collina.
Ella mi venne incontro colla zia, a cui mi presentò con brevi parole; poi mi narrò che Eleonora era partita in segreto, senza lasciare indizio del luogo dove andava.
“Deh! raggiungetela….” soggiunse l’affettuosa fanciulla, “fate che ritorni.”
“Io!”
“Sì, voi che l’amaste, che dovete compiangerla.”
La zia aggiunse le sue premure a quelle della nipote, ed io le ascoltava, frenando a stento l’impeto dello sdegno.
“Che pretendete?” risposi, “forse che spetta a me il ricondurvi colei? a me, per cui la sua presenza è il peggiore dei supplizii! Fa bene a fuggirmi: pur se così vi affligge la sua lontananza, poichè promette ritornare dopo le nostre nozze, si compiano.”
“Tremo per la sua vita, e vuoi che pensi alle nozze!…” esclamò Luisa. “Ah! se ho qualche potere sull’animo tuo, cedi alle mie preghiere, al mio pianto, corri in traccia di mia sorella.”
“Ci vuole uniti, appaghiamola.”
“Non lo sperare, se prima non la rivedo.”
“Lo so che mi abbandoneresti per lei!”
“Ingiusto!” ella disse sotto voce.
“Profittiamo della sua assenza per fare indissolubile il nodo del nostro amore; non costringermi a rivederla, trema della funesta influenza che ha esercitato sul mio destino!”
Luisa fece un atto di sdegno, e volgendosi alla zia:
“Andiamo,” le disse, “a che perdere il tempo in parole inutili! cerchiamola noi medesime…. Egli è implacabile, ma saprò punirlo; non mi rivedrà, finchè non abbia ritrovata Eleonora.”
“Tu lo vuoi!” risposi, vietandole d’uscire dalla stanza; “ io mi arrendo alla tua cruda minaccia, corro a rintracciare la mia nemica.”
“E se tu m’ingannassi….”
“E mi credi capace di farlo?”
“No, a te m’affido.”
“Ah! Giulietta! tu sola potevi indurmi a tal passo, e tu sola puoi esserne la ricompensa.”
Un cavallo era già pronto, io mi recai alla città più vicina, e nulla trascurai per avere notizie della fuggitiva…. Inutili furono le mie cure e le mie fatiche; stanco delle indagini, mi fermai in una piazza, e gettando gli occhi sopra un gruppo di donne ferme a pochi passi di distanza da me, riconobbi fra loro Laura, la fida cameriera di Eleonora.
La chiamai ad alta voce: si voltò verso di me, mi riconobbe e volle fuggire; ma la trattenni e colle preghiere e le minacce la costrinsi a confessarmi che Eleonora si trovava in casa di una sua conoscente, ed era in procinto di partire per un monastero degli Appennini. Mi feci condurre a quella casa, ma volli che Laura mi precedesse per aver tempo di calmare la mia commozione ed apparire tranquillo. Introdotto presso di lei, la vidi impallidire.
“A che vieni?” mi disse, “io ti fuggiva, e tu….”
“Bene facesti a fuggirmi,” risposi interrompendola, “nè certo fu mia intenzione impedirti la fuga…. Le lagrime di Luisa mi hanno imposto l’odioso incarico di ricondurti presso di lei per fare che acconsenta a venir meco all’altare.”
Le vampe dell’ira comparvero per un momento sulle sue guancie, e uno sguardo rapido come il pensiero mi espresse un vivo rimprovero.
“Sì,” continuai, “la fatalità che m’insegue ti fa un’altra volta arbitra del mio destino…. Parla…. che risolvi?…”
L’ira era sparita dal suo sguardo, e dolore profondo, rassegnato, ne avea preso il luogo.
“Mi allontanai,” disse, “supponendo che la mia partenza fosse necessaria alla vostra felicità; se il mio ritorno può valere a farla sicura, sono pronta a seguirti.”
“Tanto ora t’importa che io sia felice!…”
Proferii queste parole coll’amaro sogghigno dell’ironia.
Ella ne fu colpita: “Giudice supremo,” esclamò, “dammi tu la forza di reggere a sì dure prove!”
Mi volsi altrove per conservare il contegno sprezzante e sdegnoso, e fermando a caso gli occhi sopra il tavolino, accanto a cui ella sedeva quando entrai nella stanza…. vi riconobbi il mio ritratto. Glielo avea dato nel giorno, in cui fummo fidanzati; nel rivederlo, nel ricordare i giuramenti che ella fece nel riceverlo, fui preso da tale impeto di furore che lo gettai a terra e calpestandolo:
“Così si annienti” gridai “ogni ricordanza del mio rossore.”
Eleonora si precipitò per raccoglierlo, io la prevenni e negai di restituirglielo. Allora ella proruppe in pianto dirotto, e coll’accento della disperazione:
“Non abusare” mi disse “dei tuoi diritti, restituiscimi quella miniatura che fu dono d’amore, e che invoco adesso dalla pietà…. tu me la desti, nè puoi riprenderla.”
“Osi tu ricordare il quando e il come l’avesti?…”
“Così potessi dimenticarlo! sarei meno infelice!… oh! restituiscila….” e stendeva verso di me le mani in atto supplichevole…. “Ho tradito” soggiunse “i giuramenti che proferii nel riceverla; ma tu stesso, se tu mi avessi amata come nel darmela giurasti, non ti sarebbe ora possibile il trattarmi così crudelmente.”
“Strano rimprovero!…”
“Eleonora,” mi dicesti, “se tu sapessi a quante prove ho sottoposto il mio cuore prima di offrirtene il regno! ti ho detto: t’amo, certo di non ritrattare questa parola, quand’anche mi accorgessi che tu non meriti l’amor mio, e sento che non potrei togliertelo, nè darlo altrui…. Così dicesti, e ami un’altra e vuoi privarmi del mio ultimo conforto…. va, non fui io sola spergiura!…”
“Sciagurata! qual demone ti trasse a riaprire tutte le mie ferite? io non ti amai di vero amore, tu dici, ah! quale sarà dunque il vero amore sopra la terra?…”
“Quello che dura per tutta la vita e accompagna l’anima in seno all’eternità.”
“Tu sola vietasti al mio d’esser tale….”
“Se tale ne fosse stata la tempra, il mio codardo oblio non avrebbe potuto spengerlo.”
“Iddio, mosso a pietà del mio soffrire, condusse Luisa là dove io lamentava il tempo perduto in amarti…. ella mi apparve angiolo apportatore di pace, ed io mi sentii rivivere per amarla.”
“Amala,” disse colei, “io stessa verrò a condurvi all’altare; nasconderò le mie pene nel fondo del petto e il viso potrà apparire tranquillo. Tanto prometto e tanto otterrò; ma tu cessa dall’insultante disprezzo e non indebolire la mia fermezza, poichè a tuo pro io devo valermene.”
Tornò a stendere la mano per riavere il ritratto.
“Potresti guardarlo senza arrossire di te medesima?” le dissi, tuttavia negando dì darglielo.
“Più soffro e meglio ti vendico,” rispose, “porgilo.”
Io esitava.
“Guido!” soggiunse tenera e supplichevole.
La guardai e (lo confesso) ebbi rimorso del mio troppo rigore!… Posai il ritratto sul tavolino, e mi affacciai a una finestra per nascondere la mia commozione. In quello entrò Laura ad avvertire la sua padrona essere tutto pronto per la partenza.
“Devo ritornare presso mia zia,” le disse Eleonora. Andò a congedarsi dalla padrona di casa, poi salì con Laura in carrozza ed io le seguitai a cavallo.
Giungemmo: Luisa corse ad abbracciare la sorella.
“Ti ho obbedita,” le dissi, “pensa ora alla ricompensa.”
“L’avrai,” rispose Eleonora, “non dubitarne.”
Intanto Luisa la rimproverava di averla abbandonata, ed ella le rispondeva colle lagrime; io mi congedai per non turbare le tenere espansioni dell’amore fraterno.
Tornato al mio tugurio scrissi a Luisa, per chiederle di affrettarsi a dare una risposta definitiva alla mia richiesta, e n’ebbi la seguente risposta:
“Eleonora mi giura che le nostre nozze, lunge dallo accrescere il suo soffrire, serviranno invece a farle riacquistare la pace e con essa la salute. Io perciò adempio il suo desiderio e seguo i moti del cuore che mi parla per te; sarò tua, ma voglia il Cielo che non abbiamo ambedue a pentirci di questa risoluzione.”
Tranquillo sulla mia sorte e sicuro di essere in breve sposo di Luisa, io volsi il pensiero alla sciagurata che espia le antiche colpe contribuendo all’adempimento dei voti dell’amor mio. Rilessi la lettera che prima di partire mi aveva scritta, ne fui commosso e volli risponderle.
Non pare anche a te che sarebbe crudeltà l’opprimerla con nuovi rimproveri?… I miei mali finirono, abbia fine anche l’odio per colei che ne fu la cagione.

LETTERA QUARTA.

GUIDO AD ELEONORA.

No, Eleonora, tu non devi credere che goda nel tormentarti; persuaditi invece che senza averti perdonata non potrei godere una felicità non mescolata di amarezza. Abbilo dunque il mio perdono, e poichè io dimentico il passato, dimenticalo tu pure. La colpa fu sempre ignota al tuo cuore. Io ne sono persuaso: la tua giovinezza, la tua inesperienza e le arti di Armando ti condussero in inganno; ma io era amato.
Deh! non condannarti alla solitudine e al lutto. Osa aspirare a nuovi e più fortunati legami; dona ad altrui quella mano che doveva esser mia e mi fu tolta. Col cessare delle mie sventure cessa l’obbligo che imponesti a te medesima di separarti dal mondo, da’ gaudii suoi, e il sentimento che la pietà e il rimorso hanno alimentato sinora nel tuo animo, si estinguerà facilmente. Diffidi, tu forse di destare il palpito d’amore in qualche altro petto?… Ama; riamata sii felice, e i voti della tua famiglia ed i miei saranno adempiti.

LETTERA QUINTA.

ELEONORA A GUIDO.

Sei tu che mi scrivi?… Dopo tanti anni ricevo una lettera di Guido, e parla di perdono e di pace! Sì, poichè mi perdoni, io cesso dall’abborrire me stessa, e il mio cuore, libero dal peso che finora l’oppresse, respira! Ma puoi tu parlarmi di altri legami?… no…. e’ non sono possibili! Qui…. dove ho vissuto sette anni, trarrò il resto della vita e la memoria del tuo perdono sarà l’ultimo conforto!
Addio, Guido, addio! Godi al fianco della tua sposa quella felicità, di cui privai me stessa per sempre!… È d’uopo condannarlo a un eterno silenzio questo amore che tutta m’investe delle sue fiamme: ti rivedrò occupato unicamente di mia sorella, e dovrò frenare le lagrime e fingere calma sul viso, mentre avrò la morte nel cuore? Puoi tu farti un’idea giusta del mio soffrire?… delle mie smanie, dei miei tormenti?… Ohimè!… sono atroci, insopportabili…. Non temere però: Luisa non li saprà…. Ma a che intorbido i tuoi gaudii co’ miei lamenti?… Gelose furie, ritraetevi nel profondo dell’anima, e là suscitate le vostre tempeste…. io saprò vietarvi di varcarne il confine.

LETTERA SESTA.

GUIDO A GHERARDO.

Gherardo! io mi persuado ogni giorno più che la felicità non è frutto terreno…. Dovrei essere contento e provo invece una inquietudine, una mestizia, che tutti i miei sforzi non valgono a superare. Da oggi a un mese si faranno le nozze, e partirò subito colla mia sposa per riporre il piede con lei ne’ miei lari ormai deserti da due lustri, ed Eleonora rimarrà presso la zia.
Io la veggo di rado, ella vuol nascondere le sue pene, e la violenza che fa a sè stessa per comparire tranquilla, spinge all’estremo il deperimento della sua salute…. Il suo stato comincia a seriamente inquietarci, e Luisa, nel vederla magra e pallida più assai che non fosse quando tornò dalla campagna, non sa darsi pace.
Amico! io dopo avere tanto sofferto per lei, la vedo soffrire per me! Eleonora mi ama, ed io ho cessato d’amarla! qual cangiamento!… Vicende umane, siete pure strane!
“Il mio stato è crudele,” mi diceva ieri Luisa; “al solo nominarti impallidisce Eleonora. I vostri antichi legami ci amareggiano ogni contentezza del presente.”
Io ascoltava in silenzio, confessando meco stesso la veracità delle sue parole.
“È vero,” poi le risposi, “che tua sorella ed io non potremmo ormai vivere insieme, ma fra un mese tu ed io ci allontaneremo da questi luoghi, dove ella ha stabilito di rimanere e allora staremo tutti meglio.”
Così parlando giungemmo vicino al boschetto, dove per la prima volta rividi Eleonora, e un momento dopo un suono di chitarra si fece udire dal boschetto.
“Ella è fra le piante che predilige,” disse Giulietta, “e si prepara a cantare la romanza a lei cara e a me fonte d’infinita mestizia.”
Infatti un momento dopo, terminato il preludio, Eleonora cantò le parole che ti trascrivo, sopra un motivo semplice e adatto al loro tetro significato:

Spento nel fior degli anni,
Pace ho nell’urna alfin;
Termine han qui gli affanni,
Si placa il rio destin.
Cento lusinghe e cento
Sedussero il mio cor:
Ma nel cercar contento,
Sempre trovai dolor!

Non saprei esprimerti la commozione che provai nell’udire quel canto! lasciai Luisa all’ingresso del boschetto, uscii dal recinto della villa, salii l’erta, arrivai al mio casolare, e mi pareva che la mestissima melodia non fosse ancora cessata.

LETTERA SETTIMA.

GUIDO A GHERARDO.

Perchè tremo quando si parla di lei? Perchè anche a fianco di sua sorella tendo l’orecchio al più lieve rumore, sperando che sia quello de’ suoi passi?… Pensoso, astratto, in guerra con me medesimo, non vorrei pensare che alla mia sposa, e mio malgrado penso a Eleonora.
Gherardo! deridimi, ne hai ben donde!… Oh!… ma se tu la vedessi, abbattuta, languente! se tu avessi udito il suo canto! Luisa è bella; la sua ingenuità, il suo candore ispirano un sentimento misto di rispetto e di tenerezza; Eleonora è fatta per suscitare l’ebbrezza dell’amore e per parteciparne le ispirazioni. Il mio affetto per sua sorella è frutto delle circostanze, da cui ebbi adito ad avvicinarla e ad apprezzarne i pregi: la passione, di cui arsi per Eleonora, nacque da irresistibile simpatia ed io ne provo tuttora l’impero. Ti giuro nondimeno che quand’anche libero io mi fossi da qualunque siasi impegno, non perciò ella diverrebbe mia moglie…. Una barriera insuperabile ci divide, ed io mi estimerei il più abbietto degli uomini se potessi dimenticarlo.
Ieri trovai Luisa più melanconica del solito.
“Guido,” mi disse, “mia sorella è molto ammalata, e m’accorgo pur troppo che dissimula dicendo di desiderare le nostre nozze.”
Entrò la zia e anch’ella si mostrò afflitta per lo stato di sua nipote. Io mi adoperai a consolarle coll’asserire che la fortissima commozione provata nel rivedermi aveva senza dubbio contribuito a peggiorarne la salute già a tristi condizioni ridotta, che bensì sarebbe follìa l’attribuire il peggioramento ad altre cause non possibili ed immaginarie. Parvero persuase, ed io le lasciai anelando di abbandonarmi nella solitudine allo strazio dei miei pensieri….
Nell’uscire incontrai Laura e la fermai per chiederle che cosa pensasse dello stato della sua padrona.
“Ah! signore,” mi rispose, “io tremo per la sua vita.”
“Ingegnatevi a divagarla.”
“È impossibile.”
“Ditele che addolora tutti quelli che l’hanno cara.”
“Lo sa, e dice che vorrebbe vivere, finchè voi e sua sorella le siete vicini.”
“Se voi sapeste il male che mi fanno queste parole.”
“L’avete dunque perdonata di cuore?”
“E potete dubitarne?…”
“Vi assicuro che lo ha meritato!…” e mi lasciò per ritornare presso di lei.
O amico, il mio stato è orribile…. ella morrà, se le mie nozze si fanno: e come impedirle se ella medesima non parla che di affrettarne il momento?

LETTERA OTTAVA.

GUIDO A GHERARDO.

Era notte inoltrata; io mi era congedato da Luisa e dalla zia a un’ora molto più tarda del solito, avendo dovuto occuparci insieme di alcune faccende da assestarsi prima delle nozze…. Eleonora era rimasta nella sua stanza, ed io da tre giorni non l’aveva veduta.
Mi fermai nel giardino, e l’anima mia potè liberamente darsi in braccio alle memorie del primo e (m’è forza il dirlo) del solo vero amor mio. Trovandomi a caso accanto al boschetto, dove Eleonora passa tante ore meditando o cantando le sue meste canzoni, nacque in me un subitaneo pensiero di entrarvi. Ella vi era.
“Laura, sei tu?…” disse; ed io non risposi…. Replicò la domanda, e allora all’udirmi proferire il suo nome, venne verso di me.
La luna scintillando fra un ramo e l’altro spandeva un vivido raggio sopra il suo viso: era bagnato di pianto, ed io sapeva che quel pianto lo aveva versato per me!
“A che vieni?…” mi disse.
“Il caso mi ha condotto,” risposi, “nè pensai di qui ritrovarti ad ora tarda.”
Ella sospirò, e i suoi occhi si empierono di nuove lagrime.
“Perchè” esclamai quasi fuor di me stesso “non le versasti, quando le avrei rasciugate anche a costo della vita?… ora è tardi!…”
“Lascia dunque che io versi il pianto della disperazione e allontànati.”
“Non posso, una forza, a cui non so resistere, m’incatena al tuo fianco.”
“Ah! che dici!” esclamò; poi: “Parti, parti,” soggiunse coll’accento del terrore.
Presi la sua mano, e: “Fosti l’eletta del mio cuore,” le dissi, “nè mai l’ho tanto sentito, quanto in questo momento. Sì, non arrossisco a dirtelo, la sorgente della celeste felicità dell’amore è in te, ne’ tuoi sguardi, nella tua voce…. Donna fatale! poteva io rivederti e non arrendermi di nuovo al fascino delle tue attrattive?” E additandole la luna: “Guarda,” soggiunsi, “l’astro gentile che tante volte ci vide l’uno accanto all’altro sul patrio lido…. e mi udì esprimerti l’eccesso dell’amor mio! La sua voce è soave come in quei momenti beati…. Io son teco…. ah!… come non sentirei la stessa fiamma divamparmi nel seno?”
“Tu!… deh!… fuggi, lasciami; un abisso ci sta spalancato dinanzi, e se vi cadiamo, Luisa vi cadrà con noi.”
Questo nome dissipò l’incanto; lasciai la mano di Eleonora, e percotendomi la fronte:
“Dove mi sono lasciato trasportare!” esclamai.
Uscii dal boschetto, e mentre mi allontanava ella mi dava gemendo un addio!
Ah! se Luisa sapesse quanta e quale è la tempesta che m’infuria nel petto! Cara e innocente fanciulla! La guardi il Cielo dal partecipare ai tormenti di due sfortunati che l’amano. Amico! sovvienimi de’ tuoi consigli; io provo un contrasto tale tra il dovere e l’affetto, da essere costretto a non formare una risoluzione senza che le tenga dietro un rimorso, e trascino la vita invidiando gli anni che trassi esule, ramingo!… Almeno allora era uno il dolore; io pensavo a Eleonora, ma supponendo di odiarla e d’esserne odiato; ora, non spergiura, non d’altri accesa mi si presenta al pensiero; tenera e supplice la veggo, e quando a tale immagine sento ridestarsi il sopito, ma non mai spento amor mio, rammento Luisa e il rimorso mi strazia!…

LETTERA NONA.

ELEONORA A GUIDO.

Non fu una illusione! tu lo dicesti che m’ami ancora! Io non meritai di gustare la felicità, di cui m’innonda l’anima questa idea confortatrice d’ogni mio dolore! Che importa se non posso omai appartenerti sulla terra? Iddio tranquillo fra i turbini ci unisce colla mano dell’Eternità, e basta. E nel seno dell’Eternità io vado ad aspettarti; compi i tuoi doveri, poi verrai a raggiungermi, e non ci separeremo mai più.
Sì, Guido, io sento che la mia vita si avvicina al termine; Luisa deve ignorarlo, e tu col dirglielo mi affretteresti la morte. Nè devi pensare che le vostre nozze mi uccidano: quando ti ho riveduto, io era certa che l’ultimo de’ miei giorni già mi sovrastasse: ed anzi, poichè tolsi a me stessa di poter essere tua consorte, mi è dolce il pensare che darai quel nome a mia sorella, e così io non sarò straniera a’ tuoi nuovi legami. Deh! non piangermi; io vado a trovar pace; e l’ultimo palpito del mio cuore sarà consacrato a te, a te che adoro e potei tradire. Dimentica la colpa della prima mia giovinezza, di quegli anni, in cui il senno tuttavia vacillante è facile a lasciarsi dominare dall’inganno! Ricorda soltanto che ho vissuto otto anni fra il pianto e i rimorsi, pensando a te solo e che spirerò col tuo nome sulle labbra.

LETTERA DECIMA.

GUIDO AD ELEONORA.

Tu muori! ed io preparerei la ghirlanda nuziale, e i suoi fiori sarebbero colti in un coi cipressi destinati a ornare il tuo feretro?… No, non mi sento capace di tale virtù, o piuttosto di tale barbarie!… mi costi già tanto, che ormai mi sembra quasi facile il sacrificarti anche la coscienza e l’onore! Perciò senz’avere la certezza che la tua vita non sia in pericolo, io non anderò all’altare, non vi anderò, te lo giuro!… Contempla pure con gaudio il sepolcro dove aneli di scendere: sappi bensì che non vi scenderai sola; anch’io ho bisogno di pace…. Oh, non ridurmi a maledire il tuo pentimento e il tuo amore! Se mi ami, se tua sorella ti è cara, abbi cura di una vita, da cui le nostre dipendono…. Nella notte di domani voglio parlarti, ad ogni costo lo voglio…. tu sola puoi darmi il coraggio e la risoluzione di adempiere i miei doveri.

LETTERA DECIMAPRIMA.

ELEONORA A GUIDO.

Tu vuoi che io tenti di rianimare in me la scintilla vitale già vicina a spengersi: m’imponi di vivere, ed io vorrei obbedirti…. ma se mi riuscisse impossibile di farlo…. tu saresti ingiusto apponendomi a colpa la impotenza. Luisa spera vedermi riacquistare le forze: lasciala nel suo inganno e affretta il dì delle nozze. Io dovrei negarti il colloquio che mi chiedi; pur come resistere alla voce che mi chiama a godere un’ultima ora di felicità prima di cadere nelle tenebre della morte?… Domani a mezzanotte mi troverai nel boschetto con Laura…. Addio.

PENSIERI DI ELEONORA.

Verseranno qualche lagrima e poi saranno felici! l’oblio è l’unico abitatore del recinto, in cui dormono le ceneri dei trapassati! esso li cancella dalla memoria dei vivi! Vidi un giovine marito visitare ogni giorno il sepolcro della perduta compagna. Scorsero sei lune, e lo incontrai al fianco di un’altra sposa! Guido mi ha riveduta ed ha dimenticato il mio spergiuro; non mi vedrà più e si dimenticherà di me!…
Lo vidi seduto accanto a Giulietta e un brivido mi corse per ogni vena!… Se in quel momento mia sorella fosse venuta ad abbracciarmi, mi pare che l’avrei respinta…. Mia sorella! oh! se tale non fosse…. io le torrei l’amante, che fu ed è tuttavia il mio…. Egli, è vero, non può stimarmi, ma mi ama, e l’amore tien luogo di tutto!… Anch’egli mi vide e impallidì…. non del pallore dell’ira.
“Credilo,” mi diceva ieri Giulietta, “Guido non ti odia….” Insensata! Io ti contemplo, o verdeggiante collina, dov’egli trovò un asilo. Mentre l’eco delle tue falde ripeteva i miei gemiti, quello della tua vetta rispondeva ai gemiti di Guido…. Chi sa quante volte i nostri sguardi si saranno affissati ad un tempo nel punto medesimo della terra, del mare o del firmamento.… e il cuore non ce ne fece avvertiti!… Le sue secrete ispirazioni son dunque menzogne?…
Io ho promesso di accompagnarli all’altare: che importa il morirvi per lo strazio del cuore! E poi mi pare impossibile che egli possa dirle: “Son tuo;” per persuadermene ho bisogno di ascoltare da lui medesimo quelle parole. Proferiscile, o Guido, tu puoi farlo, perchè fra poco Eleonora sarà polvere; ma per averne la forza devi ricordare che io fui sul punto di dirle ad Armando.

LETTERA DECIMASECONDA.

GUIDO A GHERARDO.

Fra due ore io la troverò; le esprimerò per l’ultima volta il mio amore!… Il passato e l’avvenire son nulla…. quel momento è tutto…. Chi sa? forse invece di separarci per sempre, prenderemo la risoluzione di affrontare insieme l’eternità…. A Giulietta non mancheranno altri sposi! ho meco un pugnale e gli ho tolta la ruggine…. Addio….

LETTERA DECIMATERZA.

GUIDO A GHERARDO.

Entrai nel boschetto; ella non c’era, e mezzanotte era già sonata; aspettai un’ora e non venne! Uscii smanioso; mi avvicinai alla casa e vidi molte stanze illuminate. La porta si aprì, ne uscì il vecchio famigliare e udii la voce di Laura che gli diceva di far presto. Aspettai ch’egli si fosse allontanato e la chiamai sottovoce; ella mi conobbe, e venendo verso di me:
“Muore!” mi disse.
Io non risposi, entrai in casa e corsi alla camera di Eleonora. La vidi giacente sopra un divano: la sorella e la zia le stavano accanto piangendo. Luisa nel vedermi entrare fece un atto di sorpresa.
“Dimmi se è morta,” gridai furibondo.
“No,” rispose, “è caduta in deliquio per non volersi coricare, mentre aveva una febbre ardentissima.”
“E sei tu che potresti rianimarla? tu che la uccidi?…”
Così dicendo la spinsi lontana da Eleonora e presi il suo posto.
Vivamente colpita dalle mie parole e dall’atto, ella mi guardava come se fosse istupidita. Io intanto bagnava di lagrime le mani di Eleonora, dandole i nomi più teneri…. ma la sfortunata non mi udiva, e il suo letargo era simile al sonno dei trapassati.
“Tu non ti desti,” esclamai, “ebbene, dormirò anch’io!” e mi trassi dal seno il pugnale.
Luisa si slanciò verso di me, gettando un grido di spavento; io sorrisi, e:
“Un giorno prima, un giorno dopo,” dissi, “è tutt’uno. Io avevo già risoluto finirla…. perchè senza di lei la vita è per me peso insopportabile!…”
“Barbaro!” esclamò Luisa, “ora lo dici, ora che la vedi morente?…”
“Sì, io la uccido, ma tu sola n’hai la colpa!…” In quel momento Eleonora riaprì gli occhi.
“Ella torna alla vita,” soggiunse Luisa, “il Cielo non consente che io porti la pena dei vostri errori.”
Eleonora alzò il capo, mi vide e un raggio di piacere brillò sul viso già coperto dalle ombre di morte. Sua sorella si accostò di nuovo:
“Tu mi hai molto offesa,” le disse, “ed io voglio vendicarmi: ecco il tuo amante, quegli che te prima amò e che al rivederti ha sentito di non poter amar che te sola…. te lo restituisco….”
Eleonora si volse verso di me, e:
“Che hai tu fatto!” mi disse.
“Non accusarmi,” risposi, “io veniva per rivederti e per morir teco, ove mi fossi sentito incapace di abbandonarti.”
“Vivi dunque per lei!” esclamò Luisa, “ti sciolgo da qualunque siasi impegno, e ardisco credere che quell’impegno soltanto e non un falso punto d’onore ti vietasse finora di darle la mano di sposo. Ed io, stolta, supponeva che tu l’odiassi e non riconobbi il tuo amore nei tuoi furori medesimi!… Deh! perdonatemi ambedue di avere così prolungate le vostre pene; siate felici, e ricordatevi qualche volta di me!…”
“Gran Dio!” disse Eleonora, “non mi avevi tu abbastanza punita?… anche a questo nuovo supplizio mi riserbavi! Luisa! cara e generosa Luisa! ogni tua parola è un colpo di stile che penetra in fondo di questo cuore colpevole. E che! tu ami Guido, ed io, sciagurata cagione d’ogni suo danno, io potrei rapirtelo?… Oh! lo estimi tu sì poco, da credere che acconsentirebbe a farmi sua moglie?… No, egli non è capace di avvilirsi a tal segno, ma dove fosse, spetterebbe a me il vietargli di contaminare l’onor suo. Forse sarà vero che il mio pentimento e i miei rimorsi abbiano ridestato in lui qualche scintilla del primo affetto; ma in un cuore alto come il suo l’amore diviso dalla stima non può esser mai altro che un passeggiero delirio!… Te egli ama e stima, e teco soltanto egli potrà sentirsi felice….”
Luisa si volse a me, e:
“Non è più tempo di dissimulare,” mi disse; “a nome dell’onore ti chiedo di svelare i tuoi intimi sentimenti verso l’una e l’altra di noi; trema di mentire; ami tu mia sorella come l’amasti per lo passato?…”
“L’amo,” risposi, “e più ancora di prima.”
“Taci,” esclamò Eleonora, “tu menti.”
“Vi oltraggerei ambedue se mentissi,” ripresi a dire; e volgendomi a Giulietta: “No,” soggiunsi, “virtuosa fanciulla, tu non devi credere che io abbia voluto ingannarti; ohimè! io ingannava me stesso, e se non avessi riveduto l’oggetto del funesto amor mio, tu avresti fatto durare l’inganno per tutta la vita. Al rivedere Eleonora io sentii rinfiammarsi l’antica passione.”
“E non di meno volevi porgermi la tua mano.”
“Dovevo farlo.”
“Nozze sciagurate! Ed io ne invocavo il giorno! e nella mia stupida credulità mi teneva amata! Oh, che sarebbe di me, di voi, se avessi tardato a conoscere il vero! Iddio è giusto.”
“La sua giustizia è terribile!” esclamò Eleonora; poi gettandosi in ginocchio dinanzi a noi: “A che mai volete ridurmi?” ci disse supplichevole, “deh! se io vi sono cara, liberatemi dall’orribile rimorso che mi martira. Non l’amore, la pietà e la tenerezza fraterna vi stringano l’uno all’altro, fate che io non spiri fra disperati tormenti. Nasce il giorno, affrettatevi, andate all’altare e tornate a consolarmi e a ricevere l’ultimo mio sospiro.”
Noi la rialzammo; le poche sue forze erano esauste; non poteva più parlare, ma i suoi sguardi continuavano a supplicarci. La ponemmo sul letto, arrivò il medico, ed io mi ritrassi per aspettarlo nella sala d’ingresso del piano terreno. Egli dapprima mostrò di avere qualche speranza, ma quando io dissi di non poterne essere a parte, non osò darmi sulla voce e tacque. Ora ella dorme un sonno torbido, agitato, pieno di sussulti. Ah! probabilmente presto dormirà quello, la cui tranquillità è ineccitabile!

LETTERA DECIMAQUARTA.

GUIDO A GHERARDO.

Ti scrissi ier l’altro: ieri mentre Eleonora riposava in una calma che aveva ravvivate le speranze del medico e della famiglia, Luisa venne a raggiungermi nel giardino. Al trovarmi solo con lei, io chinai gli occhi a terra, nè ardiva parlarle. Ella si accorse della mia confusione, e:
“Non è tempo” mi disse “di occuparci di noi; si tratta di salvare colei che amiamo di pari affetto. La sua antica colpa fu espiata: tu l’ami, e deve essere tua sposa, ma dobbiamo adoperarci per indurla ad accettare la felicità che l’aspetta, e se tu mi secondi….”
“No, Luisa,” le risposi interrompendola, “i voti del tuo cuore generoso non saranno adempiuti; Eleonora morrà, se per farla vivere io devo diventare suo sposo.”
“Sei tu che parli così, tu che dici d’amarla? “ella esclamò con sorpresa e sdegno.
“Sì, l’amo, e perchè non ho potuto celartelo, non vo’ più offrirti un nodo a tutti tre ugualmente funesto; ma non chiedermi di più. Per risparmiare a te nuovi dolori, ad Eleonora ed a me stesso più cocenti rimorsi, l’unico modo che mi rimane è di allontanarmi da voi per sempre.”
“Come! tu pensi di abbandonare Eleonora?”
“Sì….”
“È tardi, ormai non puoi farlo senza esserle cagion di morte.”
“Bisogna obbedire alla legge dell’onore, e siane qualsivoglia il prezzo.”
Tacqui; ed ella:
“O Guido,” riprese a dire, “io ho creduto finora che la voce degli affetti fosse su te più potente di quella di un falso punto d’onore: nè avrei potuto immaginare che arrossiresti di dare il nome di tua sposa alla donna che non arrossisci di amare! Supposi oltre a ciò di esserti cara a segno che una passione infrenabile potesse sola costringerti a scioglierti dall’impegno meco contratto, e perchè errai anche in questa supposizione, quell’amore che non può indurti a vincere un pregiudizio derivato da vanità e da orgoglio, dev’essere un sentimento fatuo e superficiale. Tu temi di essere deriso presentando per tua consorte alla società la donna che ti fu spergiura, e a questo timore sacrifichi l’amor tuo e la sua vita.”
Punto al vivo dal suo rimprovero:
“Anch’io m’ingannai,” le risposi, “supponendo che il tuo cuore intendesse il mio! Dove ciò fosse, non ti udrei rimproverarmi di fuggire un legame, a cui non l’orgoglio e la vanità, ma altri più potenti motivi si oppongono; tu li conosci pure; e poichè sembri averli dimenticati, sarebbe stoltezza in me il ricordarteli.”
“Ecco dove io voleva condurti,” ella replicò, “l’ostacolo maggiore o piuttosto il solo son io.”
“Sì, tuo malgrado; e se l’antico amante di Eleonora non può essere lo sposo di Giulietta, colui che giurò d’amarti, che ricorse alle preghiere e alle lagrime per turbare la pace del tranquillo tuo cuore, sarebbe un infame se potesse stringersi ad altri nodi, anche ricevendone il permesso da te medesima.”
“Dunque?…”
“La mia risoluzione ti è nota.”
“Va bene! tu vuoi due vittime, una sola non ti basta; sarai soddisfatto,” e si allontanava.
“Fèrmati,” io le gridai, “se ti è possibile, insegnami il modo di sacrificare me solo.”
“Una di noi deve morire se resti, se parti moriremo ambedue,” ella mi rispose da lontano.
In quel momento venne Laura ad avvertirci che la sua padrona era desta e chiedeva di me.
“Va,” mi disse Giulietta, “e se lo puoi, conserva presso di lei le tue determinazioni.”
“Vado,” risposi, “ ma se io potessi dimenticarle, ella me ne farebbe risovvenire.”

LETTERA DECIMAQUINTA.

GUIDO A GHERARDO.

Entrai tremando nella camera di Eleonora; le sue guancie erano infiammate, e negli sguardi le si leggeva lo smarrimento, il tumulto dell’animo.
Mi accostai al letto, presi la sua mano, e:
“Eleonora,” dissi, “cara Eleonora! càlmati, te ne prego.”
Ella mi tolse la mano, e con voce fievole ed interrotta:
“È dunque risoluto?” esclamò, “devo morire fra sì orribili smanie?…”
“Tu vivrai.”
“Lo tolga il Cielo….” soggiunse singhiozzando; “ella intanto mi maledice.”
“Chi mai può maledirti?”
“Mia sorella.”
“Luisa ti ama e darebbe la vita, perchè tu fossi felice.”
“Ella mi ama! ed io, sciagurata, le ho tolto il tuo cuore.”
“Fu sempre tuo, e se io m’ingannai supponendo di poterne disporre, tu non sei colpevole del mio inganno.”
“Vi ho divisi.”
“Non accusartene.”
“Doveva fuggirti appena che t’incontrai la prima volta, e rimasi per sedurti di nuovo.”
“Hai dunque dimenticato che qui ti ricondussi io medesimo?… che cercai la tua vista, mentre tu volevi evitarmi? Ah! se non ti avessi ritrovata quale mi apparisti quando cominciai ad amarti, il mio amore non si sarebbe ridestato fervido e potente di tutta l’antica energia. Luisa non può lamentarsi di te s’io d’ambedue mi divido, se ti fuggo adorandoti.”
“Non ne avrai d’uopo,” ella disse, fissando su di me un tetro sguardo.
La intesi e tremai.
“Il rimorso è qui,” ella continuò a dire, ponendosi la mano sul cuore, “e tu solo puoi liberarmene…. Va, gèttati ai piedi di Luisa, giurale…. ciò che le giurasti tante altre volte; fingi d’odiarmi, odiami anche davvero, solo che acconsenta a seguitarti all’altare.”
“Vuoi che io diventi un vil mentitore?” risposi.
“Mentirai per poco; la mia ultima ora è vicina, e quand’io giacerò nel sepolcro….”
“Donna crudele!” esclamai interrompendola, “perchè vuoi che il mio pensiero varchi un limite, di là dal quale nulla più vede?… S’inoltra fino sull’orlo del tuo sepolcro e retrocede inorridito.”
“Al di là,” ella riprese a dire, con voce lenta e solenne, “si trova il termine di un penoso cammino, e tu devi correrlo a fianco di mia sorella; poi in seno alla eternità mi sarai restituito per sempre. Ormai nè i voti dell’amore, nè i sacrifizii della tenerezza fraterna potrebbero rianimare in me la vita già mezzo spenta; ma poichè dipende da te lo spargere di dolcezza i miei ultimi momenti, perchè ricusi di appagarmi?…”
Io l’ascoltava senza quasi por mente alle sue parole; l’agitazione dell’animo e l’ardore della febbre avevano tornato il suo viso alla leggiadria che lo adornò negli anni della salute e della felicità, e mentre ella voleva fissare la mia mente su quel che v’ha di più terribile e di più sacro – la morte e l’eternità – contemplandola io m’inebriava di amore, nè avrei potuto imaginare che quel viso così vago, così seducente, fosse vicino alla distruzione.
“A che pensi?…” ella mi domandò.
“Al mio, al tuo amore,” risposi.
“Ahi! che vale?…”
“Ascoltami….” io replicai con un’ebbrezza sempre crescente: “finchè tu lo abiti, questo mondo può parermi un soggiorno incantevole; se tu lo abbandoni, a che vi rimarrei per languire in un tenebroso deserto?… tu sola lo abbellisci ai miei sguardi; e versato per te è soave anche il pianto della disperazione…. Deh! non parlarmi di morte, mentre ti vedo piena di vita!”
“Non illuderti, io muoio….”
“Tu muori…. ohimè!… l’idea espressa in questa parola ora è incomprensibile, e mi sembra che ov’io ti stringessi al mio seno, non potresti essermi tolta mai.”
“Tu vaneggi….”
“E sia; se la tua morte deve farmi rientrare in me stesso, ho in mio potere un mezzo sicuro per sottrarmi al ritorno della ragione,” e le mostrai lo stile.
“Che vuoi tu farne?…” ella domandò.
“Io lo recai meco la scorsa notte per uccider te e me medesimo. Sì, tremo per la tua vita e pensai spengerla di mia mano; ma non ne avrei avuto il coraggio, e un tuo sguardo sarebbe bastato a farmi rinunziare al feroce proponimento. Posso tuttavia adattarmi a vivere lontano da te; fossi tu all’una estremità del globo ed io all’altra, mi basterebbe poter dire a me stesso: ella vive e a me pensa.”
“Ah! che mai dici!” ella esclamò, guardandomi colla espressione del più tenero amore…. “Sono amata a tal segno, e ardisco lagnarmi del mio destino!”
“Saresti un’ingrata!” disse Luisa, che entrando nella camera aveva udito quelle parole.
Il suono della voce di lei produsse nell’ammalata un cangiamento così istantaneo e funesto, che io ne fui spaventato…. Abbandonò il capo sul guanciale e chiuse gli occhi, mentre al vivido colorito delle guancie succedeva una livida pallidezza.
“È svenuta!” gridò Luisa.
Eleonora fece segno che no; riaprì gli occhi, e additandomi alla sorella:
“Oramai,” disse, “finchè io vivo, egli non può essere d’altri che mio.”
“Lode al Cielo!…” esclamò Luisa! “tu l’hai persuasa, ella vivrà….”
“Ah! ora la sua morte è sicura,” risposi.
Eleonora sorrise, e:
“Tu solo m’intendi,” mi disse sotto voce; poi volgendosi a sua sorella: “Perdona,” le disse, “egli è mio, ma forse domani avrà bisogno d’una mano soccorrevole che asciughi il suo pianto; e tu, spero, non vorrai rifiutar la tua al pietoso ufficio.”
Luisa ascoltava, turbandosi a grado a grado, ed Eleonora spossata dall’incessante anelito non aveva più forza di proseguire.
Entrò la zia, e si unì a noi per pregarla di riposarsi.
“È inutile,” ella rispose: “Eleonora moribonda vi implora,” soggiunse poi, volgendosi alla sorella ed a me: “giuratemi di vivere insieme, di amarvi come mi amate. Il funebre monumento che racchiuderà il mio cadavere, vi farà risovvenire dei vostri scambievoli impegni e dei doveri che sulla terra a compiere vi rimangono. Guido, ecco colei che fu la tua consolatrice, torni ad esserlo, e tu, tenera Luisa, poichè già conosci le vie del suo cuore, non ristarti dallo spargerne le piaghe di un balsamo salutare. Rammentatemi, piangete per me, ma insieme, e fate che il mio paese non mi disprezzi più oltre, quando sappia che la vostra unione fu l’ultimo de’ miei voti.”
Noi tacevamo profondamente commossi; entrò il medico e ci ordinò di ritirarci. Volli uscire, ma Eleonora mi richiamò:
“Sto male,” mi disse, “e temo di non poter più parlare; deh! prima che possiate leggere i moti del cuore unicamente nei miei sguardi, fate che io sappia se devo sperare d’essere esaudita….”
“Contentatela,” disse il medico, traendoci in disparte, “o le affretterete la morte….”
Io non risposi, e Luisa andò premurosa e piangendo a sostenere il capo della sorella, che quasi soffocata dall’affanno tentava rialzarsi per respirare meno difficilmente. Intanto appoggiato al suo letto io guardandola volgeva in mente disperati pensieri.
Quel viso che poco prima appariva ornato di tutte le sue attrattive, ora squallido, contraffatto, non pareva più lo stesso!… Lo vedeva deformarsi ogni momento più, e i delirii dell’amore si dileguavano dalla mia mente smarrita.
“Tu hai un ferro,” mi disse Eleonora con voce quasi inintelligibile; Luisa tremò: “consegnalo al medico,” soggiunse la malata, parlando a stento.
Il medico si accostò per prenderlo, ed io me lo trassi dal seno per darglielo; ma in quell’atto ne diressi astrattamente la punta verso il mio petto.
Ambedue le sorelle gettarono un grido; Luisa mi afferrò la mano e tentava togliermi l’arme; io dolente di avere spaventato Eleonora, lasciai prenderla.
“A lei sì!” esclamò Eleonora, vedendomi disarmato, e tosto pentendosi della parola che le era sfuggita: volle proseguire, la voce le mancò e inutilmente si sforzava per farsi intendere.
“Che mai dicesti!” io risposi colpito da quella esclamazione, “tu sola mi hai disarmato, il tuo volere è la mia legge.”
“Uscite,” mi gridò il medico, e fui costretto ad obbedire.

LETTERA DECIMASESTA.

GUIDO A GHERARDO.

Era già notte; uscii dalla casa, e camminai a passi prestissimi come se sperassi sottrarmi colla fuga al sentimento delle mie pene; ma, oh Dio! esso era immedesimato coll’anima mia e veniva meco da per tutto. Entrai nel boschetto; un raggio di luna lo rischiarava come nella sera, in cui vi trovai Eleonora…. ed Eleonora era moribonda!… “Qui….” dissi, e riandando col pensiero ogni suo moto e le parole che in quel colloquio le aveva udito proferire: “ed ora,” soggiunsi, “mai più!” e sconsolato uscii.
Ritornato verso la casa, non ebbi coraggio di entrarvi, temendo che mi dicessero: “È morta.” Mi allontanai dal recinto della villa, e dopo avere camminato a caso forse una mezz’ora, sempre di corsa, mi trovai in faccia alla chiesetta del luogo. Era aperta, vi entrai: era deserta, ma l’altar maggiore splendeva illuminato da molti ceri. Io non so come mi venisse fatto di distendermi sui marmi del pavimento; forse sperai che il loro gelo potesse temprare il fuoco divoratore che mi ardeva nel seno. Entrò il sacrestano, si accorse di me, e temendo che io fossi svenuto volle rialzarmi. Io lo prevenni e drizzatomi in piedi, lo ringraziai dell’atto pietoso. “Voi soffrite,” egli mi disse, ed io gli strinsi la mano senza poter parlare.
In quel momento udii i rintocchi lugubri della campana, e i capelli mi si rizzarono sulla fronte; pur non osaii interrogare il sacrestano del perchè di quel suono. Intanto entravano in chiesa molte persone, fra le quali ravvisai due famigliari della zia di Eleonora e alcuni coltivatori de’ suoi terreni. Io era ormai sicuro che le preci erano per Eleonora; dunque non aveva ancora finito di vivere.
Quando uscii di chiesa il cielo era coperto di nuvole, e l’incessante romoreggiare del tuono presagiva una vicina tempesta. “Dianzi sereno e ridente,” dissi, alzando gli occhi al firmamento, “ora avvolto in profonde tenebre! Dianzi ella viveva, ora forse la natura è in lutto per la sua morte!” soggiunsi, “Ah! che dico!… Eleonora avrebbe cessato di vivere!… no, è impossibile…. Ma forse mentre io qui mi dispero, ella chiede di me e trattiene lo spirito fuggente per darmi un addio…. Ah! si corra….” A passi precipitosi ripresi la strada della villa. Quando arrivai alla porta di casa, vi regnava un cupo silenzio, nè io osava interromperlo sonando il campanello per farmi aprire. Immobile sugli scalini: “Adesso” io pensava “la speranza è tuttavia meco…. un solo passo che io faccia là dentro, e sarà forse perduta per sempre!… come osarlo?…”
Udii qualche romore nell’interno; e gelai. Riconobbi la voce della zia che chiedeva di me, e coprendomi il viso con una mano come se volessi farmene scudo, afferrai coll’altra il campanello, e lo scossi con forza…. Diè suono, e un famigliare accorse ad aprire.
“Guido!” disse la zia, “io stavo appunto per mandare a cercarvi; radunate tutto il vostro coraggio e seguitemi.”
“Dunque ella vive?…” domandai tremando.
“Vive ma è agli estremi.”
Lo crederesti, Gherardo? tale risposta sollevò il mio cuore, quell’è agli estremi mi sembrò un nulla in confronto di ciò che io temeva.
“Andiamo,” risposi, e m’incamminai verso la camera di Eleonora; fui costretto a fermarmi più volte, perchè le mie ginocchia vacillavano.
“Chi prega?” domandai.
“Il sacerdote,” disse la zia.
“Credete che Eleonora possa riconoscermi?”
“Lo sperò…. dianzi ha proferito il vostro nome, ed è perciò che io cercava di voi; ora entrate,” e mi spinse nella camera.
Il sacerdote ritto accanto al letto e vestito della sacra stola fu il primo oggetto che si offerse ai miei sguardi. Luisa inumidiva tratto tratto le labbra della morente, e Laura le sosteneva il capo. I capelli di Eleonora erano sparsi sul suo collo, e di là cadevano a coprire i guanciali e le coltri; tenea gli occhi chiusi, e il suo fievole singulto era l’unico romore che negl’intervalli, in cui le preci tacevano, rompesse il silenzio di quella stanza funerea.
Andai a inginocchiarmi a piè del letto, e stendendo le mani verso lei:
“Eleonora!” dissi, “cara Eleonora!” e mi mancò la forza di dire di più. Ella si mosse…. si provò a rialzare il capo.
“Oh Dio!” disse, e aprì gli occhi. Il suo sguardo pareva cercare qualche cosa.
“Ha conosciuta la tua voce,” disse Luisa, “accòstati.”
Il sacerdote si allontanò dal letto, ed io presi il suo posto: allora Eleonora mi vide, e coll’assistenza della sorella e di Laura riuscì a rialzarsi alquanto…. proferì il mio nome e ricadde. Luisa me l’additò.
“La seguiremo,” disse, “ed io prima!”
Sorrisi amaramente, e in quel momento l’odiai che supponesse il suo dolore non soltanto uguale, ma anche più forte del mio!
Eleonora, avendo inghiottito qualche goccia di calmante, potè risollevarsi, ci guardò ambedue con tenerezza, prese la mia mano e la unì nella sua a quella di Luisa, e niuno di noi osò ritrarsi.
“Tremi,” gridò con un tuono di voce alto e sonoro, “qual di voi due oserà rompere questo nodo; la maledizioni del Cielo piomberà sul suo capo, ed io risorgerò dal sepolcro per tormentarlo!”
L’atto, le parole, l’apparato di morte che mi circondava, tutto in quella scena straziante mi empieva l’animo di un religioso terrore, e sentivo la mano di Luisa stringersi tenacemente alla mia, mentre anch’ella quasi disensata operava senza l’impulso dell’intelletto.
“Padre,” disse Eleonora al sacerdote, “benedite la loro unione.”
Egli alzò la mano sul nostro capo e ci benedisse…. E mentre niuno di noi ricordava nemmeno che l’altro esistesse, avendo l’anima tutta assorta in un unico pensiero, in un unico affetto, prendevamo ambedue l’impegno di amarci e di vivere sempre insieme! Sì, accanto al letto di morte della donna che adorai viva e che adoro estinta, mi lasciai fidanzare alla sua rivale! Oh! ma Eleonora mi leggeva nel cuore!
“Sono soddisfatta,” disse, e lasciò la mano di Luisa: “pochi momenti mi restano,” soggiunse, “e questi, o Guido, appartengono a te.” Poi con voce così fievole che a stento potei intendere le sue parole: “Se mai” disse “questa separazione fosse eterna! se io ti perdessi per sempre!”
“No, non può essere,” mi affrettai a rispondere; “lo dicesti tu stessa, ed io sento che tu dicesti il vero.”
“Sì,” ella riprese a dire, “speriamo.”
“Eleonora!” gridai al vederla rimanere immobile…. Mi strinse leggermente la mano, e i suoi sguardi mi davano l’ultimo addio!
“Spira!” disse il sacerdote, e si accostò per proferire l’ultima prece.
Laura e la zia piangevano, e Luisa mi stava accanto in un cupo silenzio. Amico! io la vidi spirare, ricevei l’ultimo respiro di Eleonora e ancor vivo!… Mentre gli altri soccorrevano Luisa che era caduta a terra svenuta, io rimaneva al mio posto; nè saprei dirti in quale stato mi fossi…. Non credere bensì che molto soffrissi…. tutte le potenze fisiche e intellettuali erano come assopite! Ma quando mi vollero costringere ad allontanarmi da quel funebre letto, mi destai dal sopore della mente e dell’animo e ricusai ostinatamente di movermi.
Il sacerdote volle porre in opera i conforti della religione, “Siamo nati per soffrire,” mi disse.
“Dunque si muoia!” risposi, e se lo stile fosse rimasto nelle mie mani, i funerali di Eleonora sarebbero stati anche i miei! Ella è sotterra, e quando penso che non la vedrò più; quando dico a me stesso: “È morta,” e veggo nondimeno l’ordine della natura essere tuttavia quello di prima, non posso adattarmi ad accogliere per vero il fatto espresso in quella parola!

LETTERA ULTIMA.

GUIDO A GHERARDO.

Fra poche ore io parto; rivedrò il mio paese, e mi sarà concesso versare le mie lagrime nel tuo seno! Se poi fra un anno il dolore non mi avrà ucciso, adempirò, sposando Luisa, l’ultimo desiderio della sua sfortunata sorella.
Sono andato a piangere sul suo sepolcro, nè potevo distaccarmene; e ricordando su quella lapide tutti gli avvenimenti della mia vita, ne ho invocato il termine!…
Il passato non mi addita altro che speranze deluse e dolori; il presente mi mostra un quadro pieno d’ineffabile strazio, e nell’avvenire non vedo che giorni di amarissimo pianto!… Io non ne troncherò il corso, ma se l’Arbitro della natura dicesse: “Quel misero ha molto sofferto…. riposi!…” questo sarebbe per me il maggiore dei suoi benefizii!
Quanto amai!… quante incantatrici illusioni mi promisero la felicità!… O Eleonora! per te le passioni umane hanno finito la lotta del cuore!… tu sei tranquilla, ed io ardo ancora e mi dibatto nei lacci usati!… La tua immagine mi perseguita; io ti veggo…. ascolto il dolce suono della tua voce, e piango e deliro!…
Luisa mi è cara; ma sento di non poter amare in lei che la sorella di Eleonora…. È nondimeno l’unica donna, per cui sono capace di nutrire un sentimento di tenerezza; il mio dolore è anche il suo, e due sfortunati che gemono sotto il peso della stessa sventura…. devono amarsi.

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Angelica Palli Bartolommei – Un episodio dell’insurrezione greca

CAPITOLO I.

Siamo a mezzo marzo (stil vecchio); l’inverno siede tuttavia rigido e silenzioso sulle cime dei monti Acroceraunii, mentre la primavera ha già rivestito del suo manto di fronde e di fiori le valli e le colline della vicina Corcira.
Sulla spiaggia corcirese del Canale che separa l’antica Caonia dall’isola de’ Feaci, nel punto in cui il mare giunge appena alla larghezza di un miglio, due uomini vestiti colla fustanella albanese seggono all’estremità d’uno scoglio. Il sole è tramontato già da due ore, e sulla costiera d’Albania il belare degli armenti cessò allo sparire dell’ultimo raggio di luce. Sulle vette dei monti splende qua e là qualche fuoco, indizio di gente che veglia nel sospetto di una sorpresa: sono popolazioni albanesi, cui la vicinanza dei villaggi abitati dai Greci già erompenti in manifesta insurrezione comanda di vegliare e far guardia attenta.
Su i lidi corciresi l’unico punto illuminato è quello, dove splende il faro del porto; il resto dell’isola è immerso nella oscurità: i due che seggono sullo scoglio guardano il mare e tendono l’orecchio al leggiero mormorio delle onde.
“Dovrebbe essere già arrivato!” dice sottovoce il più giovane.
“Sì,” rispose l’altro; “ma chi vive in mezzo a continui pericoli non può sempre attenere quanto promette.”
Tacciono, perchè hanno udito un rumore simile a quello che fa un grosso pesce fendendo le acque.
“Ascolta!”
“Sto attento.”
Le due vigili sentinelle avevano appena finito di scambiarsi queste parole, che un oggetto da prima indistinto comparve a breve distanza e andò sempre più avvicinandosi con moto celere e continuo.
“È Anastasio.”
“Rendiamone grazie al Signore!”
Si alzarono, e il notatore arrivato alla punta dello scoglio vi si aggrappò con ambe le mani, lasciando che l’onda si ritirasse scarica del suo peso.
“Anastasio!”
“Amici!”
Aiutato da’ due che aspettavano la sua venuta, egli salì sullo scoglio e indossò un abito fatto secondo il costume dei contadini corciresi, là portato espressamente per lui.
Il viaggiatore marino era un giovane di statura alta, di belle forme, di occhi neri e vivaci; i suoi modi pieni di gentilezza contrastavano colla ruvida semplicità di quelli degli altri due Elleni. Mentre si vestiva, essi lo andavano interrogando intorno ai progressi della insurrezione in Epiro, e all’udire che i loro compatriotti erano usciti vincitori da tutti gl’incontri avuti coi Mussulmani, alzavano al Cielo gli occhi bagnati da lagrime di consolazione.
Poichè Anastasio fu pronto, scesero tutti e tre dallo scoglio, e presero un viottolo che da amene collinette e da boschetti di aranci tornava a vicenda sulla spiaggia, o precipitava nel fondo di cupi burroni. Arrivati là dove l’isola fa una curva, se fosse stato giorno avrebbero veduto di fianco le cime del Salvatore, i giganteschi olivi che ne circondano il pendìo, e le sue falde bagnate dalle acque del tuo lido, o Glifà, caro asilo di pace, verso cui tornano sempre con assiduo volo i pensieri del pellegrino, al quale fosti cortese di ospitalità e di riposo! Ah sì! ogni volta che le bellezze della natura accelerano i battiti dei suoi polsi, egli pensa a te, al nascere e al tramontare de’ tuoi soli, alla fragranza de’ tuoi mirti, al molle incarnato delle tue rose! Nè i colli della bella Toscana, nè gli ubertosi piani della terra lombarda, nè le Alpi spiranti sublime orrore dell’armigero Piemonte, valgono a offrirgli uno spettacolo pari a quello che egli contemplava sedendo sullo scoglio di Glifà, e volgendo l’occhio e la mente ora sui monti del vicinissimo Epiro, ed ora al non lontano lembo della penisola italiana! Il viottolo, risalendo, condusse i viaggiatori a una specie di terrazzo naturale, su cui è edificata una chiesetta: i due vestiti all’albanese s’inginocchiarono primi, Anastasio seguì il loro esempio, e tutti e tre pregarono il Signore di ricordarsi dell’Epiro nei giorni della misericordia, poichè ormai se ne ricordò in quelli dell’ira! Il viottolo di là dalla chiesa riscendeva al mare; l’aria imbalsamata dai fiori esalava profumi soavi, e il faro di Corfù balenava in faccia ai tre che affrettavano il passo, desiderosi di giungere alla mèta del notturno viaggio.
“Credete che li troveremo già radunati?” domandò Anastasio a Spiro, il più attempato de’ suoi due compagni.
“Ne sono sicuro,” egli rispose, “credo anzi che arriveremo gli ultimi.”
“Siamo a Glifà,” esclamò l’altro; “ecco là il casino, io distinguo il biancheggiare de’ suoi muri in mezzo al nero degli alberi.”

CAPITOLO II.

I tre viaggiatori erano in fatti arrivati a Glifà: un casino signorile è l’unica abitazione umana di quel luogo ameno, che sei miglia di mare in linea retta e dodici miglia di spiaggia serpeggiante separano dalla città capitale dell’isola. Il suo primo piano è addossato al monte, e il pian terreno arriva quasi a toccare la riva bagnata dal mare.
In faccia al casino, alla distanza di poche braccia da terra, sorge uno scoglio pittoresco che, molto elevato nel mezzo, decresce simmetricamente da ambo i lati e somiglia un immenso uccello con le ali spiegate, le cui punte formano due seni, dove il mare entra placidissimo a lambire la sabbia del lido.
“Hai ragione, Pietro; vedo anch’io il casino,” disse Anastasio; “non veggo però venire nessuna luce dalle finestre.”
“Avranno chiuse le impannate per prudenza; i vestiti di rosso ci lasciano fare, ma potrebbero cangiar condotta da un momento all’altro; è bene procedere con segretezza.”
Anastasio si mostrò soddisfatto della spiegazione data da Pietro al buio, in cui appariva immerso il casino, e cominciarono a salire la scala, per la quale si giunge a una loggia che gli serve di vestibolo. Pietro picchiò e l’uscio fu aperto da un giovane in abito nero, che appena visto Anastasio diede a Pietro la lanterna che teneva in mano e gli stese le braccia al collo con dimostrazione di molto affetto.
Spiro richiuse l’uscio della loggia ed entrarono tutti in una stanza buia, dalla quale il giovine vestito all’europea introdusse gli ospiti in un’altra più grande, illuminata e piena di gente.
Anastasio si trovò in mezzo a un consesso composto di Greci venuti da paesi lontani gli uni dagli altri per discutere insieme sul partito da prendersi nelle gravi congiunture, in cui l’insurrezione scoppiata in Epiro poneva tutti i popoli della Grecia.
Al suo apparire i seduti si alzarono e tutti lo accolsero con manifesti segni di cordialità e di piacere. Egli rese i saluti, stese la mano a quelli tra i membri dell’assemblea, coi quali aveva conoscenza personale, e con voce commossa così prese a parlare:
“Elleni! fratelli! noi siamo qui sicuri e tranquilli, mentre in Epiro e nella Tessaglia la spada fu già tratta dal fodero! Ciò è accaduto in un cattivo momento! Tutti lo gridano e sarà vero, ma ormai il male è fatto; siamo in aperta insurrezione…. Ci abbandonerete voi??”
“No, no;” gridarono tutti.
“I Turchi,” continuò a dire Anastasio, “ebbero paura dal 21 al 27, poi i loro spiriti feroci si andarono a grado a grado rialzando, e tornarono quelli che erano prima della insurrezione; noi, per lo contrario, dopo avere assaporate le dolcezze della libertà non potevamo più tornare alla obbedienza passiva: oltre ciò, il confronto del nostro stato infelicissimo con quello fortunato degli abitatori del regno ellenico ci addoppiava il soffrire: dopo avere combattuto insieme per la libertà, vediamo liberi loro e ci sentiamo il giogo sul collo!”
“Gli Epiroti hanno ragione.”
“Hanno ragione anche i Tessali e i Macedoni.”
“Tutti liberi o tutti schiavi.”
“No, tutti liberi o tutti morti.”
“Grazie, compatriotti, grazie!” esclamò Anastasio; “se i Governi e i popoli d’Occidente ascoltassero queste voci, si persuaderebbero forse che la Grecia non ista nel solo milione di Greci sudditi di S. M. Ottone I, ma in tutti i cinque milioni e mezzo de’ suoi figli legittimi…. Piacciavi continuare a prestarmi la vostra attenzione. Come io vi diceva dianzi, il nostro stato in questi ultimi anni andava sempre più peggiorando, ma lo sopportavamo in silenzio non vedendo modo di uscirne. Dopo la dichiarazione di guerra della Russia, sia che i Turchi supponessero in noi la intenzione d’insorgere, sia che provassero il bisogno di sfogare la rabbia dell’essere ridotti a chiedere aiuto ai Cristiani d’Occidente, fatto sta che cominciarono a mostrarsi più crudeli e più sanguinarii del solito. I consoli di Francia e d’Inghilterra pregarono inutilmente il Pascià di Giannina di tutelare gli averi e le vite dei Cristiani sudditi della Porta; le sevizie delle carneficine crescevano; la tazza delle tribolazioni andava sempre più empiendosi: quando fu piena traboccò! Il paese di Lacca, terra di Suli, fu il primo a sollevarsi: i suoi palicàri rammentarono le geste di Marco, e senza pensare al poi inalberarono il suo stendardo, intorno a cui stanno già radunate molte migliaia di valorosi: i monti si commovono, le valli romoreggiano, Paramithia è in piedi, le rive dell’Aspropotamo e del Calama suonano d’armi! le strade da Arta fino a Giannina sono nostre, l’antica capitale di Alì Tebelen è cinta d’assedio, e il presidio d’Arta si è chiuso nella cittadella aspettando soccorsi dalla Tessaglia. Fratelli! abbiamo fatto quanto dipendeva da noi; se il resto della Grecia non accorre a secondare i nostri sforzi, siamo vittime consecrate all’esterminio!… Voi chiamaste qui un messo de’ sollevati, eccolo in mezzo a voi: ditemi se posso portare una parola di consolazione al campo di Griva, di Zicos, di Caraiscacki e degli altri capi, che tutti vedono le loro bande decimate dalla fame e tremano molto più per questo flagello che pel nemico.”
Anastasio tacque: l’assemblea a mano a mano ch’egli s’inoltrava nella orazione gli si era sempre più andata stringendo d’intorno; poichè l’ebbe terminata, non echeggiarono grida, non proteste, non giuramenti. Le mani di tutti gli astanti, come se fossero sospinte da una forza magica, si trovarono in un attimo avviticchiate le une alle altre in una sacra catena, nel cui centro stava il messaggero dei fratelli pericolanti.
Peloponnesiaci, Attici, Acarnani, isolani dell’Egeo e dell’Ionio, scambiarono fra loro uno sguardo pieno di sublime eloquenza!
“Or bene!” disse Anastasio, appena la commozione gli permise di riacquistare l’uso della voce; “poichè siete quali ho sperato trovarvi, ragioniamo pacatamente di ciò che può giovare o nuocere alla causa comune.”
Quanti trovarono modo di farlo, sedettero, cedendo bensì i giovani il luogo ai vecchi. Spiro, uno dei due compagni di Anastasio, si fece avanti.
“Sono un uomo di Parga,” disse, “venni adolescente a Corcira; ma il mio cuore abita fra le zolle di quella terra diletta, all’ombra de’ suoi platani; me felice, perchè mi è concesso tornarvi colle armi in pugno!… Meco verranno tutti gli uomini di Manduchio.”
Il giovane che primo aveva accolto Anastasio alla porta della loggia dichiarò di essere incaricato dai Greci che mercanteggiano in Francia, in Inghilterra e in Italia, di offrire armi e denari per mandare avanti l’insurrezione.
“Ed io vengo a riunire per sempre la causa de’ Peloponnesiaci e degli altri Greci del regno a quella degli Epiroti, dei Tessali e dei Macedoni.”
“Chi ti manda?” domandò Anastasio al Peloponnesiaco che aveva pronunziate queste parole.
“Chi? i miei e i tuoi compatriotti.”
“Bada di non prendere il desiderio dei pochi per quello dei molti.”
“Con questo dubbio tu fai loro non lieve offesa.”
“Perdonino l’offesa al dovere dell’uomo onesto.”
“Quand’anche” replicò il Peloponnesiaco “il desiderio di partecipare al destino de’ sollevati non fosse nel cuore di tutti i sudditi del re Ottone, l’energia e il fervore dei meno basterebbero a spingere il paese nella lotta, che una volta cominciata diventerebbe generale per forza.”
“No, compatriotta, no! L’arte del mettere in impegno i popoli per costringerli a sollevarsi, non è per noi uomini stranieri alle astuzie politiche delle nazioni incivilite. Qui non si tratta di gente straziata al pari di noi dallo staffile del servaggio; le provincie del regno progrediscono nelle vie della civiltà e del benessere: noi, supplicandole di assistenza, non intendiamo ravvolgerle nella nostra fortuna.”
“Noi giuriamo parteciparne,” tornò a dire l’inviato della penisola; e quanti altri nativi del regno erano in quel consesso si unirono a lui per esprimere la stessa risoluzione.
“Barca greca!” susurrò un Corcirese agli orecchi del suo vicino: “discordi in tempo di bonaccia; concordi finchè dura la tempesta!”
L’inviato dei Cretesi dichiarò che la sua patria manderebbe l’oro de’ ricchi, e quanti fra i suoi potessero sfuggire alla vigilanza dei Mussulmani.
Quelli di Samo, di Scio e di Cipro promisero altrettanto.
“Quali provvedimenti prenderemo,” riprese a dire Anastasio; “su quali aiuti esterni possiamo contare?”
“Il grande Autocrate delle Russie” così parlò un Macedone “combatte per noi: v’ha egli d’uopo di altri aiuti? Le miriadi dei suoi guerrieri s’avanzano verso la città dei Cesari, e si preparano a restituire Santa Sofia al nostro culto, a fare di Costantinopoli la capitale di un regno greco.”
“Viva lo Czar!” gridarono molte voci.
“Viva l’Ortodosso protettore dei Cristiani d’Oriente!”
Il Macedone propose di mandargli una deputazione, e già molti consentivano, quando un vecchio, che fino a quel momento era rimasto muto al suo posto, si alzò e fece segno di voler parlare; il venerando aspetto impose silenzio a tutta l’assemblea, ed egli quando la vide pendere ansiosamente dalle sue labbra, prese a parlare in questa sentenza:
“Figliuoli! non contate sugli stranieri, e siano anche cristiani ortodossi. Nel 1770 la Russia ci chiamò alle armi; mio padre udì l’appello dalle cime dei monti della Messenia, e scese al piano armato del suo vecchio moschetto. Tutti gli uomini atti a combattere erano già pronti, e si unì con loro. I Turchi furono vinti, ed i Moscoviti ci lodavano e giuravano morire anzi che abbandonarci. Quel medesimo stendardo col segno augusto della redenzione, che sventola adesso in riva al Danubio, sventolava allora nel Peloponneso: ebbene, pochi giorni dopo, la Porta comprò la pace dalla ortodossa imperatrice, e noi fummo lasciati alla vendetta dei nostri tiranni. Il mio avo, mia madre ed io medesimo (avevo allora 15 anni) scendemmo alla marina con molte centinaia di sfortunati: le navi russe già si preparavano a sciogliere le vele; c’inginocchiammo sulla sabbia, supplicando ci accogliessero a bordo…. ma, oh Dio! i crudeli lavoravano con doppia fretta, ansiosi di salpare per sottrarsi alla noia delle nostre preghiere, della nostra disperazione! Il labaro colla Croce stava già ripiegato in fondo alla nave ammiraglia; l’armata partì, i Turchi arrivarono poco dopo e fecero strage di quella turba supplichevole; una barca veneta raccolse la mia famiglia e la portò a Parga…. io là crebbi.”
“Ahi! qual nome hai tu pronunciato!” esclamò Spiro, “Parga la mia dolce patria, la incancellabile vergogna dell’Inghilterra!”
“Ecco ciò, di cui io vorrei persuadervi,” riprese a dire il vecchio: “primi ci abbandonarono i Russi, gl’Inglesi hanno poi fatto altrettanto, e nessuno tra gli stranieri farà diversamente ogni qual volta troverà l’utile proprio nel danno nostro. Combattiamo dunque profittando della guerra iniziata dalla Russia, senza dichiararci suoi dipendenti: due parole soltanto sieno scritte sulle nostre bandiere: Croce e Indipendenza; e forse nessuna tra le Potenze cristiane d’Occidente ardirà strapparcele dalle mani.”
Il consiglio del vecchio fu accolto con plausi unanimi, e il consesso passò a deliberare sul modo da tenersi per provvedere le bande armate della Caonia e della Tesprozia di munizioni e di viveri. Uno Psariotto offerse il suo bastimento all’àncora nel porto di Corfù: fu risoluto di caricarlo segretamente di polvere e di farine, e farlo partire appena pronto per qualche rada della Terraferma già caduta in potere dei Greci insorti.

CAPITOLO III.

Chi mai arrivando a Corfù non si affretta a visitare Manduchio, l’asilo degli esuli di Parga, il luogo consapevole dei nobili dolori di un popolo generoso, che le astuzie di Alì Tebelen e i trattati del 1815 ridussero alla dura necessità di abbandonare la dolce terra natia? Manduchio avrebbe nome di villaggio, se fosse lontano qualche miglio dalla città; essendone quasi alle porte, deve chiamarsi sobborgo. I Pargioti si accatastarono ne’ suoi tugurii, e dal 1815 fino al 1831 vissero vendendo l’acqua nelle vie di Corfù; cotesto mezzo di sussistenza venne loro tolto appena si cominciò a far uso dell’acquedotto fatto costruire dagl’Inglesi, con la intenzione lodevole che la città non fosse più così povera d’acque potabili. Essi erano allora già molto scemati di numero, avendo presa parte viva alla guerra della indipendenza: i rimasti a Manduchio e i pochissimi tornati dal combattere si diedero alla coltivazione delle terre, alla navigazione e a qualunque siasi mestiere non portante seco la perdita della libertà personale, bene a cui pongono molta importanza, essendo l’unico che loro rimanga. La speranza di riacquistare la patria gli ha allettati durante qualche mese dell’anno corrente; nel marzo metà della loro gioventù avea passato il Canale a nuoto e stava già tra le file dei combattenti, mentre il rimanente già si preparava a fare altrettanto in compagnia degli uomini di età matura, e fino dei ragazzi e dei vecchi. Le madri, le figlie, le spose, non che tentassero trattenerli, erano a parte del loro ardore, e si inebriavano con loro bevendo alla tazza delle ridenti illusioni d’un avvenire fantastico! Già sognavano d’essere in procinto d’imbarcarsi per Parga! per andare a stabilirsi presso i sepolcri e nelle case dei padri loro!…. Esuli di Parga! ohimè, il caro sogno è svanito! Tornate alla triste realtà delle cose! ai tetti affumicati del fangoso Manduchio!
Sul tramontare del giorno che tenne dietro alla notte che avvenne il convegno di Glifà, un giovane e una fanciulla sedevano sotto il pergolato del giardinetto attiguo alla casa di Spiro Bucovala. Il giovane portava la divisa di ufficiale della marineria inglese; era biondo e bello, ma poteva dirsi di lui ciò che il Gray disse di un poeta nel Cimitero campestre: “Melanconia lo segnò in fronte per suo!” La fanciulla aveva bellezza di un tipo molto diverso, neri erano i suoi capelli, neri gli occhi vivacissimi, e l’insieme della fisonomia dava l’idea di un carattere bollente, incapace di lasciarsi dominare dalla mestizia indefinita che s’impossessa di chi nasce e cresce sotto un cielo freddo e nebbioso.
Sir Edoardo (così avea nome il giovine ufficiale) era venuto a Corfù capitano di un legno da guerra; la sua immaginazione romantica dopo essersi innamorata in Italia del bello della natura e delle arti, cercò nuovo alimento vitale nell’isola posta accanto ai monti del vecchio Epiro! Egli aveva intenzione di passare il Canale, visitare quei monti e interrogare il genio custode delle loro rovine; ma l’amore lo trattenne a Corcira! Il cuore del giovine ufficiale rimasto muto in faccia alle bellissime donne della nativa Albione, e a quelle forse meno belle, ma più seducenti nate di qua dalle Alpi, parlò alle feste di Scriparò, tra le danze delle vergini dei poveri esuli di Parga! Egli là vide Irene Bucovala, e quelle soavi sembianze gli si scolpirono profondamente nel cuore. La meschina condizione della fanciulla non gli fece nascere nella mente disegni e speranze colpevoli! Orfano e perciò padrone di sè medesimo, poichè seppe che essa apparteneva a una onorata famiglia, non esitò a chiederla in moglie ai suoi genitori.
Spiro ricusò da prima di dare sua figlia a un Inglese, razza (così egli diceva) dei venditori di Parga: sua moglie, la buona Paraschievì, non vedeva l’ufficiale di mal occhio, ma non osava contrastare alla volontà del marito. Passarono due mesi di dolore per gli amanti, di cattiva vita domestica per Spiro, che vedeva la figlia deperire e struggersi, e leggeva negli occhi della moglie un continuo rimprovero del sacrificio da lui fatto della sua felicità alle avversioni nazionali. Era tempo di quiete: sir Edoardo aveva nome di amare la Grecia e di disapprovare altamente la condotta del proprio Governo nella cessione di Parga; era buono, ricco e senza famiglia; prometteva uniformarsi in tutto alla volontà dei parenti d’Irene; il non dargliela sarebbe stata per conseguenza una ingiustizia priva di scusa! Il povero Spiro finì col persuadersene, e fidanzò la fanciulla al capitano di marineria.
Quando scoppiò la insurrezione in Epiro, ed egli vide gl’Inglesi fare causa comune con i Turchi, con i barbari oppressori del suo paese, lo prese un amaro pentimento della promessa e avrebbe voluto ritrattarla, ma come fare? Sir Edoardo non gli dava motivo personale di rimprovero, ed anzi sopportando in silenzio le imprecazioni da lui scagliate continuamente contro l’Inghilterra, gli provava sempre più di non partecipare alla ingiustizia del suo Governo.
Il giorno delle nozze sovrastava imminente, e Spiro lo vedeva arrivare come se fosse quello dell’esecuzione di una terribile sentenza pendente sopra il suo capo. Il convegno di Glifà era avvenuto nella notte dal 15 al 16 marzo, e i due amanti dovevano essere uniti il dì 17 del medesimo mese.
La sera adunque della vigilia degli sponsali, sir Edoardo intratteneva la sua fidanzata delle gioie, di cui ogni sposo novello che va a nozze ardentemente desiderate vede infiorarsi dinanzi a sè tutti i giorni dell’avvenire. Paraschievì stava affaccendandosi intorno agli apparecchi della cena, e Teodoro, l’unico fratello di Irene, seduto in un canto della stanza che serviva al tempo medesimo di cucina, d’entratura e di sala da pranzo, meditava sul come indurre suo padre a permettergli di partire per l’Epiro. Spiro entrò in casa tenendo per mano Anastasio, e lo presentò alla famiglia come il nipote di un illustre capitano suliotto morto nella guerra dei diciassette anni: sir Edoardo, appena lo ebbe veduto, si affrettò a salutarlo amichevolmente; si erano già conosciuti in Italia, quando viaggiavano ambedue per diletto e per istruzione. Il piacere dimostrato da Anastasio nell’incontro del giovine inglese fu un balsamo per l’animo del suo ospite, che aveva sentito una fredda mano posarsegli sul cuore nel trovarsi costretto a dire, presentandoglielo: “Ecco lo sposo di mia figlia.” La sua fronte si rasserenò, fu di buon umore in tutto il tempo della cena, e parlò al futuro suo genero con insolita amorevolezza. Dopo la cena sir Edoardo si congedò, annunziando che verrebbe la mattina dopo prestissimo per condurre Irene in chiesa. Anastasio, dovendo vedere molte persone in città, uscì seco di casa Bucovala e presero insieme la via di Corfù.
Dopo pochi minuti di conversazione, sir Edoardo con tale un suono di voce che svelava la profonda commozione dell’animo:
“Ecco la Grecia nuovamente impegnata nella lotta del 21!” disse al suo compagno di cammino, “vorrei che fosse con auspicii migliori!”
“Certo è,” rispose Anastasio, “che l’Europa non ha più per noi gli affetti del 21!”
“Dite pur troppo la verità!”
“Eppure, la nostra causa è la medesima.”
“Nessuno può negarlo,” tornò a dire l’Inglese, “ma la condizione delle altre nazioni è molto cangiata.”
“Voi convenite bensì che quella di almeno due terzi dei miei compatriotti non è minimamente?”
“Ne convengo.”
“I vostri uomini di Stato non ne convengono.”
Sir Edoardo sorrise: “Io non seggo nel Parlamento,” rispose, “ho gli occhi liberi dalle lenti della politica.”
“I vostri ministri hanno dichiarato che lo stato dei Greci era felice anche prima delle ultime concessioni fatte dalla Porta alle sue provincie elleniche.”
“Dovevano dichiararlo: la Porta è alleata dell’Inghilterra.”
“Che cosa sono in realtà coteste concessioni tanto magnificate! Polvere gettata negli occhi dei nostri falsi protettori! Le ragioni medesime che la ritennero dallo esterminarci nel 1770, le impediscono adesso di consentire di buona fede alla nostra emancipazione; se non vi fossero più rajas per pagare le imposizioni, su quali entrate potrebbe contare un Governo che non può percepirne dai suoi sudditi correligionarii?”
“I membri del Parlamento sanno, al paro di noi,” riprese a dire sir Edoardo, “che il Corano vieta ai credenti in Maometto di mettersi a parità di condizioni coi loro schiavi; ma, ve lo ripeto, caro Anastasio, la Turchia è alleata, e per conseguenza deve aver ragione in tutto e per tutto nei nostri discorsi parlamentari.”
“Pazienza!” replicò Anastasio, “se l’avesse unicamente nei discorsi parlamentari: l’Europa intiera alza la voce contro di noi!”
“Anche l’Europa ha ragione di farlo, perciò l’esistenza del suo edificio sociale dipende dall’esito della guerra colla Russia. La Russia non può esser vinta, se la Turchia non è vincitrice; nè la Turchia può vincere, se i Greci non la lasciano disporre di tutte le proprie forze contro gli eserciti del Moscovita. Come volete che gli amici, i parenti, i compatriotti dei Cristiani combattenti in Oriente affratellati coi Turchi facciano voti per il trionfo dei Greci?”
“Pur troppo è vero! o signore!” disse con amarezza il giovane elleno dopo qualche momento di silenzio; “le vostre ragioni si appoggiano a una logica disperante! Voi dunque disapprovate il nostro fervore verso la indipendenza?”
“V’ingannate! io lo ammiro; ma neanche biasimo l’Inghilterra e la Francia se lo disapprovano e si preparano forse a reprimerlo.”
“E se il padre della vostra sposa andasse a partecipare alle fatiche e ai pericoli dei sollevati?”
“Direi: Spiro adempie un santo dovere!”
“Strana cosa per Iddio! Tenete la nostra causa per giusta e sacra, e se il vostro Governo ve lo comandasse, impieghereste volenteroso il braccio alla nostra rovina.”
“La fortuna mi risparmierà, spero, questo dolore.”
Anastasio non replicò, perchè erano arrivati in città, ed ognuno di loro doveva prendere una direzione diversa. Nel lasciarlo sir Edoardo gli strinse affettuosamente la mano, e lo pregò di non dimenticare l’invito per la mattina. Si separarono, e ognuno di loro impiegò le ore notturne in modo molto diverso. Anastasio andò nelle case dei Corciresi e degli altri Greci, narrando le imprese dei combattenti in Epiro, e suscitando dappertutto le fiamme del patriottismo; sir Edoardo si ritirò nella casa propria, e stanco dalle commozioni del giorno dormì qualche ora di sonno, rallegrato dalle care visioni dei sogni dalle ali rosee.

CAPITOLO IV.

Dopo che lo sposo e il messo de’ sollevati se ne furono andati, i due Bucovala marito e moglie si ritrassero nella loro camera: Teodoro dopo avere espresso timidamente al padre il desiderio di far parte della spedizione per la Terraferma, fece altrettanto, e Irene si chiuse nella propria per riporre entro un baule tutto ciò che essa, uscendo dalla casa paterna, desiderava portare con sè in quella dello sposo. A mano a mano che levava i suoi arredi da un rozzo stipo, avanzo della casa di Parga, la fanciulla li bagnava di lagrime, e benchè codesti arredi fossero rozzi e poveri, ella non poteva distaccarne lo sguardo, nè si volgeva a rimirare quelli ricchi ed eleganti sopra il suo letto.
Consistevano questi nell’abito nuziale, la ghirlanda, il velo e uno scrigno di gioie risplendenti (tutti doni di sir Edoardo), pegni del lieto vivere, a cui andava incontro. La giovinetta nel ripiegare le vesti tolte dallo stipo era tornata alle care immagini dei tempi passati! Ognuna di quelle vesti era nella sua breve vita il simbolo di un tempo diverso; le richiamava al pensiero giorni di spensierata allegria e di mestizia senza dolore; danze, in cui ebbe lode di bella; feste della parrocchia del suo sobborgo, nelle quali molti sguardi si fissarono in lei, mentre colla cara madre stava inoltrandosi in mezzo alla chiesa per baciare o la Croce o il Santo festeggiato in quel giorno!… Le tornava in mente anche qualcuno di quegli sguardi di fuoco, che avevano fatto battere forte forte il suo petto verginale!… larve già dimenticate, ora apparse un momento dinanzi alla fantasia per ripiombare in un oblio senza fine!… Le venne in mano un’immagine della Madonna di Parga, e pensò all’avo che gliela diede dicendole: “Anche i tuoi figliuoli saranno sotto la sua protezione: serbala per offrirla un giorno ai loro baci, come io l’offro oggi ai tuoi.” – “Ohimè! e i miei figli non saranno sotto la protezione della Madonna di Parga!” disse fra sè la fanciulla; “io lascerò questa sacra immagine nella casa dello straniero, dove non avrà baci nè preghiere!…” A questo pensiero fu presa da un brivido; in quello stesso momento udì l’ululato di un uccello di sinistro augurio; la palma benedetta appesa accanto al suo letto si staccò dal muro e cadde a terra: v’era intrecciato un ramoscello di cipresso e andò a posarsi sul velo nuziale; la lucerna mandò una gran luce, poi rimase come se fosse spenta, e intorno a lei le sedie, il letto, il tavolino scricchiolarono; l’immagine le cadde di mano: “Vergine santa!” esclamò, gettandosi bocconi sul letto!

È ridente, o Corcira, il nascere del mattino sopra i tuoi lidi! La nebbia non copre mai col suo grigio ammanto i tuoi poggi, e le montagne dell’altro lato del Canale sembrano giganti posti dalla natura a guardia della tua soave bellezza. Il tuo mattino rammenta quello del giorno nuziale, olezzante per fiori coltivati dal desiderio e dalla speranza; fiori che spesso il soffio gelido della morte cangia in cipressi; ma la coppia che se ne inghirlanda, per benefica previdenza della natura non pensa al dimani e dimentica i pensieri e le lagrime del giorno innanzi!
Irene è vestita da sposa, le sue giovani compagne le cinsero il capo della candida corona di fiori d’arancio, e vi appuntarono sopra il lungo velo: la fanciulla riluce di più che umana bellezza: la madre appoggiata all’uscio sta contemplandola, nè saprei se la stilla che scende a inumidirle le gote sia tutta di consolazione; i suoi sguardi nel volersi fissare sulla figlia hanno incontrato gli arredi preparati per la partenza.
Spiro è già nella stanza del pian terreno con Teodoro e con i parenti e gli amici invitati per assistere al rito nuziale; egli è grave e pensieroso. Lo scalpitare dei cavalli e il cigolìo delle ruote che si fanno sentire da lontano, annunziano l’arrivo dello sposo. “Eccolo!” dice Spiro, e la sua fronte si copre di una nuvola anche più tetra. – “Eccolo!” ripetono i convitati: ma nessuno si muove, nessuno gli corre incontro. Anche Irene e Paraschievì hanno inteso l’avvicinarsi delle carrozze, e ambedue impallidiscono. La natura fa valere i suoi eterni diritti: Irene si stringe alla madre come se le dicesse: “Non permettere che ci dividano;” la madre intende quell’atto, e se la preme sul petto: ambedue singhiozzano…. Ahi! umano cuore! tu hai lagrime e singhiozzi anche per le nozze! non ti contenti di averne pei funerali!
Le carrozze sono arrivate all’uscio della meschina casetta e si fermano; sir Edoardo ne discende raggiante di felicità, inconsapevole degli affetti che sconvolgono il cuore della sua fidanzata! Spiro lo abbraccia, poi lo abbracciano gli altri. Mentre egli volge gli occhi all’alto della scaletta di legno che conduce alle camere da letto, una esclamazione di sorpresa esce dalle labbra di tutti; Irene è comparsa fuori dell’uscio della sua camera, l’adornano le proprie attrattive e i doni dello sposo! Scende a passo lento, appoggiata al braccio della madre, e sir Edoardo la contempla rapito! Quando è arrivata in fondo, il padre la bacia in fronte: “Va,” le dice, “io ti affido a quest’uomo onesto; sii nella sua casa quello che fosti nella mia, buona, docile, amorosa! La sua casa non è quella di un Pargioto, non vi troverai gli usi, la lingua, la religione della tua famiglia! non dimenticarli perciò: pensa a quelle montagne che io ti additai da che nascesti, come mèta a’ tuoi desiderii; pensaci anche non desiderando più di andarci a vivere e a morire….” Irene s’inginocchia, i due genitori le impongono le mani sul capo, e pochi momenti dopo le carrozze si rimettono in moto verso Corfù.

CAPITOLO V.

Lo sposo all’uscire di chiesa aveva invitati i suoi nuovi parenti e il loro ospite a uno splendido banchetto; sedevano già tutti intorno alla tavola lautamente imbandita, quando il padrone del bastimento psarioto si presentò alla porta della casa di sir Edoardo, chiedendo di parlare a Spiro. Venne introdotto in un gabinetto, dove il padre d’Irene andò subito a ritrovarlo. Egli recava tristi notizie; il Governo inglese era escito dall’apparente indifferenza, e disapprovando la condotta degli Ionici, pubblicava ordini severissimi, acciocchè cessassero dall’alimentare l’insurrezione sovvenendola di continui aiuti. L’editto del Lord Alto Commissario accennava anche alla imminente partenza di un legno da guerra destinato a incrociare nel Canale per impedire ai bastimenti greci di accostarsi alla Terraferma e sbarcarvi uomini e munizioni.
Spiro rimase costernato, e ambidue tacquero per qualche momento: ma ad un tratto il Pargioto rialzò il capo, e la luce di un’idea ravvivatrice del suo spirito gli balenò negli occhi:
“Per mia disgrazia,” disse, “e per colpa delle noie che mi ha fatto patire mia moglie, io sono suocero di un Inglese, e questo Inglese è capitano dell’uno dei due brick che sono ora nel porto di Corfù.”
“Ebbene,” domandò lo Psarioto, “a che vale per noi questa circostanza?”
“Io non avrei dato mia figlia a un turcofilo,” replicò Spiro, “quand’anche mia moglie avesse dovuto tormentarmi in eterno: mio genero ama i Greci per inclinazione e per dovere, e non ricuserà di aiutarli.”
“In qual modo?”
“Aspettate.”
Egli escì dal gabinetto e vi tornò quasi subito con Anastasio e sir Edoardo.
“Vieni, figlio mio,” disse a quest’ultimo dopo che ebbe richiuso l’uscio del gabinetto; “la tua nazione torna alle usate ingiustizie, vuole impedirci di portare aiuti in Epiro, e manderà un legno da guerra per trattenere i nostri dal toccare quel littorale; ma noi dobbiamo ad ogni costo toccarlo, e sbarcare tutto ciò, di cui abbisognano i combattenti sotto il vessillo della Croce: ecco qui Pietro pronto a partire, guai se lo trattenessero, i nostri palicàri morirebbero di fame! Tu sei un onest’uomo, tu sei mio genero, il Lord Alto Commissario ti stima e ti colma di cortesie; va, va subito a chiedergli di essere mandato col tuo brick a incrociare nel Canale; c’intenderemo in modo da essere gli uni a levante e gli altri a ponente; nessuno, tranne noi quattro, lo saprà, e quei disgraziati potranno vivere e continuare la guerra.”
Spiro aveva terminato di parlare e aspettava la risposta di sir Edoardo; ma la risposta non veniva.
“Ebbene, figliuolo?”
“Padre mio! io sono Inglese e ufficiale della marineria; giurai obbedienza alle leggi del mio paese; ciò che voi mi proponete di fare mi disonorerebbe….”
“Come! il non partecipare alla infamia de’ tuoi compatriotti, il non cooperare alla rovina di quelli di tua moglie, sarebbe un’infamia? Ahi, carne e ossa dei venditori di Parga!”
Anastasio, temendo che l’ira del suo ospite andasse tropp’oltre, tentò mitigarla, facendogli osservare che fra le nazioni incivilite vi sono certe norme di condotta, dalle quali non è dato scostarsi.
“Ecco,” esclamò Spiro, “che cosa si guadagna a girovagare nei paesi della civiltà; se Teodoro tornasse in casa mia colle idee che tu mi vai spacciando, troverei ben io modo di raddrizzargli il cervello.”
“Sospendete la partenza almeno di qualche giorno,” riprese a dire timidamente sir Edoardo; “forse gli ordini del mio Governo saranno mitigati da casi impreveduti; forse una vittoria in riva al Danubio cambierà l’aspetto delle cose.”
“Una vittoria dei Turchi, eh! tu l’aspetti dunque, tu la desideri! ed io ti ho dato mia figlia! Ah, sciagurato, che ho mai fatto!”
Dopo queste esclamazioni Spiro andò verso la porta per uscire, il povero ufficiale lo trattenne scongiurandolo di ascoltarlo, di giudicarlo con minore severità, e di non mettere in pericolo la causa dei Greci per troppo zelo.
“La causa dei Greci è giusta,” borbottò Spiro.
“Lo so,” rispose sir Edoardo con passione.
“Quella dei Turchi è scellerata.”
“Ne convengo.”
“Perchè dunque la favorisci?”
“Una funesta serie di eventi fa sì che sia collegata con quella della mia nazione.”
“Ah! sciagurato, sciagurato! che ho mai fatto!” ricominciò ad esclamare Spiro, e respingendo il genero aprì impetuosamente l’uscio ed uscì dal gabinetto. Appena fu rientrato nella sala dov’era radunata la sua famiglia: “Paraschievì,” disse alla moglie, “è tempo di andarcene.”
La moglie e la figlia lo guardarono; il suo viso era contratto dall’ira e le braccia gli tremavano.
Ambedue si alzarono spaventate.
“Che hai?” gridò la moglie.
“Nulla, nulla! andiamcene, ti dico.”
“Padre mio, che cosa vi è accaduto?” così domandò Irene, accostandosegli con affettuosa sollecitudine.
Egli non le rispose; si voltò verso Teodoro, lo chiamò a nome, e vedendogli le mani piene di confetti: “Di là dal Canale,” gli disse, “non hanno pane; come hai tu cuore di accostarti alla bocca coteste ghiottonerie? Lasciale a chi non è più dei nostri.”
Il giovinetto obbedì e posò i confetti. Tacquero tutti, finchè non furono rientrati in sala Anastasio e sir Edoardo. Quest’ultimo teneva in mano una lettera aperta; s’inoltrò verso Spiro, e con una fermezza che contrastava col profondo abbattimento, in cui appariva sepolto: “Questa lettera” gli disse “mi reca l’ordine di partire questa sera col mio brick; l’ufficio di fare la crociera nel Canale è fidato a me, all’onor mio. Non vi mettete in mare, ve ne prego in nome di quanto avete di più sacro; aspettate tempi migliori. Se io incontrassi il bastimento destinato per le coste di Terraferma, sarei obbligato a ricondurlo prigioniero a Corfù, o anche a colarlo a fondo se resistesse!… Non mi riducete a terribili estremità, lo fareste senza giovare alla Grecia….”
Il Pargioto questa volta non montò in furia, non rispose imprecando; un sorriso ironico gli spuntò sulle labbra. “Grazie del consiglio!” disse; poi volgendosi alla figlia: “Lo ascolti tu, fanciulla?” soggiunse collo stesso sorriso. “Il tuo dolce biondino si prepara a colare a fondo tuo fratello e tuo padre! ma la vedremo! Il bastimento di Pietro porta otto cannoni! Ora è tempo di uscire da questa casa per non rientrarci mai più…. Ho commesso un errore, anzi un delitto, dando mia figlia a un turcofilo…. felice me, se ella volesse aiutarmi a espiarlo!”
“In qual modo, padre mio?”
“Tornando con noi a Manduchio, al tugurio paterno; lasciando a costui i suoi gioielli e le sue fastose suppellettili. Tu sei greca, epirota e mia figlia! Quando egli tornasse glorioso per averci colato a fondo, tu non potresti rimanertene con lui! tanto fa separartene adesso.”
Mentre Spiro parlava, il volto d’Irene esprimeva la guerra degli opposti affetti che le infuriava nel cuore; i gioielli, le suppellettili erano facile sacrifizio, ma Edoardo, il suo amante, il suo sposo! come rinunziare a lui, all’amor suo!!
Egli rimaneva immobile cogli sguardi smarriti, aspettando che schiudesse le labbra alla tremenda risposta; intanto che la madre e il fratello, prendendole ciascuno una mano, la traevano verso la porta. La povera Irene assuefatta alla cieca obbedienza verso i suoi parenti, e avendo contratto il dovere di una nuova obbedienza da troppo breve tempo per rammentarsene, si arrese da prima all’impero dell’abitudine, e andò macchinalmente con la madre e col fratello fino alla porta. Vedendola sul punto di passarne la soglia, sir Edoardo proruppe in una esclamazione di dolore! Essa al noto suono di quella voce diletta si fermò, voltò il viso verso di lui, lo guardò muta per un momento: egli susurrò il suo nome…. la piena della passione le inondò allora il petto, staccò la mano da quelle dei parenti, tornò indietro: “No, no,” gridò; “non vo via, rimango con te, tu sei solo!”
Spiro, che era già nell’anticamera, rientrò in sala, ne spinse fuori la moglie e il figlio, tenne loro dietro, e tutti e tre accompagnati da Anastasio ripresero la via di Manduchio.

CAPITOLO VI.

Spiro tornò al suo sobborgo col cuore pieno di disperati proponimenti, corse di casa in casa, pregò i suoi compatriotti di riunirsi nella sua, e quando furono tutti arrivati:
“Fratelli!” disse loro, “ho dato mia figlia a un nemico della Grecia! Ho fatto male, ma quelli tra voi che sono ammogliati, intendono quanto pesino nella bilancia del cuore le preghiere della compagna di venti anni di tribolazioni! Colui portava la maschera del filellenismo, ed oggi soltanto si è smascherato: va col suo brick a incrociare nel Canale per impedirci di aiutare i fratelli! sa che dobbiamo partire, gliel’ho detto io medesimo, e va a colpo sicuro.”
“Se rinunziamo alla spedizione, come andranno le cose di là dal Canale?” domandò un vecchio.
“Malissimo!” rispose Anastasio, “ma come fare altrimenti!”
“Rinunziare alla spedizione? Chi lo ha detto, chi lo ha pensato?” gridò Spiro. “I nostri palicàri passino il Canale a nuoto; il viaggio sui monti è lungo e faticoso, ma non importa, arriveremo a salvamento là dove si combatte. Mio figlio ed io partiremo col bastimento.”
La proposta di Spiro ebbe molti voti contrarii; parendo ai più non convenisse l’esporsi a perdere carico e bastimento.
“E se non ci esponiamo a tal perdita,” replicò Spiro, “chi aiuterà i nostri fratelli? come faranno a tirare avanti?”
“Ohimè! essi non hanno più polvere nè pane!” Questa esclamazione di Anastasio ricondusse gli animi a non rigettare l’idea di un tentativo, giudicato pochi momenti prima come ineseguibile.
Spiro s’avvide del cangiamento, e coll’eloquenza della passione aggiunse nuovi argomenti in favore del disegno, che desiderava ardentemente di fare accettare al consesso. “Forse,” riprese a dire, “colui sarà punto dai rimorsi e ci lascerà passare; ma quand’anche ci abbordasse colla intenzione di ricondurci a Corfù, nel vedermi sul ponte pronto a morire piuttosto che arrendermi, credete voi che arriverebbe fino a colare a fondo il padre di sua moglie? Io, malgrado della pessima opinione che ho di lui e di tutta quanta la sua stirpe, confesso che non so persuadermene.”
“Caro Spiro! voi conoscete male gl’Inglesi,” disse Anastasio con un sospiro.
“Ebbene! ci coli a fondo, moriremo facendo il nostro dovere.”
Spiro ottenne finalmente che vincesse il partito di far partire il bastimento psarioto; Anastasio volle essere ad ogni costo nel piccol numero dei chiamati a montarlo, e la partenza fu stabilita per la mattina del giorno dipoi, non potendo il carico trovarsi pronto prima d’allora.
Spiro a mente queta non avrebbe mai acconsentito a farsi accompagnare dal figlio, trattandosi di una impresa circondata da tanti pericoli; ma nella febbrile concitazione del suo spirito egli adesso s’immaginava di provare sempre più il suo amore alla causa nazionale e l’odio verso gli stranieri, esponendo colla propria anche la vita del suo diletto Teodoro! Quando Paraschievì seppe la terribile notizia, protestò timidamente contro la risoluzione del marito, dicendo:
“Teodoro è sempre uccello di nido! lascia che vi rimanga per un altr’anno.”
“Donna!” rispose il Pargioto, “lo farei, se le tue preghiere non mi avessero ridotto a permettere che il nido fosse contaminato; ora per purificarlo bisogna che padre e figlio lo disertino insieme; restaci sola…. lo hai meritato!”

CAPITOLO VII.

Manduchio non echeggia più dei canti di Riga, i suoi palicàri passarono a nuoto il Canale, e per vie quasi inaccessibili si dirigono verso la Tesprozia; rimasero i fanciulli, i vecchi e le donne, creature deboli, che si affollano al piede degli altari, chiedendo al Signore ciò che i figli del vecchio Epiro gli chiedono da tanti secoli: un destino più mite per la terra degli avi e dei padri nostri!
Dal terrazzino di una casa che ha l’entratura sotto i portici della spianata e gode la vista del mare e del porto, una donna guarda il sole che s’alza sull’orizzonte. Il suo viso è pallidissimo, un cerchio quasi nero ne circonda gli occhi, su cui s’aprono a fatica le palpebre gravi del peso della veglia e del pianto. Benchè la circondino il lusso e la più squisita eleganza dei mobili e delle suppellettili, essa è vestita colla rozza semplicità d’una fanciulla di Manduchio: i capelli le ondeggiano sciolti sulle spalle, e un ricco velo di trina inglese e una ghirlanda di bellissimi fiori bianchi giacciono abbandonati in un canto della camera: un abito di trina simile a quella del velo rimane egualmente negletto sopra una sedia.
Quando sir Edoardo poche ore dopo gli sponsali si separò da Irene per imbarcarsi, ella si affacciò a quel verone, e vide il suo sposo discendere al porto, salire sulla barca e raggiungere il brick sull’àncora a poca distanza da terra. La mattina dipoi si riaffacciò per rinfrescare colla brezza marina la sua fronte che ardeva per la febbre del cuore, e riconobbe suo fratello e suo padre che si affrettavano con Anastasio a scendere verso il porto per imbarcarsi. Vinta da un trasporto di dolore e di tenerezza, la figlia di Bucovala si spogliò in fretta delle vesti nuziali, si strappò dal capo la ghirlanda che portava tuttavia intrecciata nei capelli, e senza pensare nemmeno a raccoglierli nel modo solito, appena che ebbe rivestito l’abito che portava nella casa paterna, scese a precipizio le scale e corse sull’orme dei suoi parenti. Spiro la vide venire da lontano, e forse per timore di lasciarsi dominare dall’affetto, disse ad Anastasio di trattenerla, e scese con Teodoro là dove li aspettava la barca; vi entrò seco, e dato da ambidue di piglio ai remi si scostarono dal lido. Irene trattenuta un momento da Anastasio, gli sfuggì di mano e scese lo scalo, ma era tardi; il padre e il fratello erano già nella barca, già vogavano verso il bastimento!… Si fermò, guardò prima la navicella, poi il lido, e dal lido rialzò gli occhi e li fissò sul bastimento, nè si mosse più, finchè i suoi parenti non furono saliti a bordo; allora, senza far motto, voltò le spalle al mare, risalì lo scalo e accompagnata da Anastasio riprese la strada della casa maritale. Appena vi fu rientrata, egli tornò al porto per raggiungere Spiro sul bastimento: Irene si riaffacciò alla finestra e vide il legno psarioto ondeggiare, muoversi da prima lentissimamente, poi scostarsi dalla terra, e prendere un moto sempre più celere tosto che, sprigionandosi dalla chiusura del porto, sentiva il vento trastullarsi più libero nelle sue vele.
La figlia di Spiro passò quel giorno e il seguente senza uscire dalla sua camera, e benchè spesso la prendesse un immenso desiderio di tornare a Manduchio, di gettarsi fra le braccia di sua madre, non intendeva essa medesima per qual motivo non lo facesse! La sfortunata era nello stato, in cui si trova l’aria nelle ore che precedono le grandi commozioni della natura, coll’apparenza cioè di una calma affannosa, e un’interna vibrazione delle fibre e dei polsi!
Allo spuntare del terzo giorno Irene stava al solito terrazzino cogli occhi fissi sul mare; un bastimento entrava nel porto; è legno di guerra, portabandiera britannica! La sposa di sir Edoardo palpitò forte! Prese un cannocchiale…. guardò quel legno…. e lo riconobbe…. vi era salita tante volte coi parenti e con lui: era il suo brick.
“Edoardo!” esclamò; il gelo accumulato nel suo petto si liquefece e le corse il pianto su gli occhi: pianto di gioia che la Misericordia divina le avrà perdonato, perchè essa, spargendolo, dimenticava la cagione della partenza del capitano del brick.
Egli torna! tra poco lo rivedrà! La prospettiva di questo gaudio le ingombra tutta la mente; il bastimento greco, la Grecia, la sua famiglia, si sono dileguate dalla memoria della giovane innamorata.
Il brick si va sempre più avvicinando; Irene coll’aiuto del cannocchiale distingue sir Edoardo ritto sul cassero, in atto di dare degli ordini a’ marinai; si scosta un momento dalla finestra, e passando davanti allo specchio volge quasi di soppiatto un’occhiata al bellissimo viso riflettuto in quel cristallo, e sorride di compiacenza; tornata alla finestra vede il brick gettare le àncore, le ginocchia le tremano e corre a distendersi in un seggiolone da riposo. Il molle abbandono del corpo dà agio all’anima di ravvedersi dell’involontario godimento; il legno veleggiante verso le coste d’Epiro sorge simile a uno spettro nel buio della sua mente: “Che fu di quel legno? perchè mai sir Edoardo torna sì tosto? ha dunque adempiuto la sua commissione? in qual modo?” – Irene si alza con impeto; qualche cosa di più terribile del legno psarioto le si è presentato dinanzi al pensiero, ed essa alzandosi tenta sottrarsi alla visione funesta…. Passeggia in su e in giù per la stanza, e a poco per volta la fisonomia le si compone, se non alla espressione della gioia, almeno a quella della speranza; come è accaduto il cangiamento? Essa ha trovato una risposta plausibile alle domande fatte poco prima dall’intelletto: sir Edoardo e suo padre devono aver fatto a gara nell’evitarsi; i Greci sono già sbarcati sul continente e il capitano del brick riconduce il suo legno a Corfù per darne avviso al Governo, per giustificarsi di non averli raggiunti e catturati. Questa spiegazione le si presenta così ovvia, così naturale, che fa le meraviglie come abbia potuto sospettare un momento che la cosa fosse andata diversamente! Si riaccosta al verone, e passando davanti lo specchio vi rivolge un’occhiata, mentre la sua mano allontana sbadatamente dalla fronte una ciocca di nerissimi capelli che la ingombravano.
Il brick ha gettato le àncore alle otto del mattino: è già mezzogiorno e più, e sir Edoardo non si è veduto; Irene si è affaticata durante quelle quattro ore, cercando sempre nuove scuse alla sua tardanza; spossata finalmente dalla impossibilità di trovarne una che valga più a soddisfarla, si riabbandona sulla sedia del riposo e chiude gli occhi. Si direbbe, guardandola, che gli abbia chiusi per procurare di addormentarsi; li ha chiusi, per lo contrario, con l’intenzione di raccogliere la potenza di tutti i sensi in quell’unica dell’udito! Dopo forse un quarto di ora, il campanello dell’uscio di casa si fa sentire; senza fretta però, con un suono fiacco, quale verrebbe da una mano renitente a farlo oscillare.
Irene si alza e corre all’uscio di casa: l’alzarsi e il correre non sono bensì moti spontanei, non partono dall’istinto del cuore. Quel suono di campanello non può venire dalla mano di Edoardo, dello sposo amante!… non può!
Irene è all’uscio prima del servitore e lo apre…. non è sir Edoardo!… Che importa a lei di sapere chi sia la persona, la quale non è sir Edoardo? Appena intravveduto un viso diverso da quello che anelava di vedere, vòlta le spalle e rientra nella sua camera.
Dopo pochi momenti un rumore di passi le echeggia vicino; l’uomo, cui essa ha aperto l’uscio, le ha tenuto dietro, è entrato dopo di lei nella camera, le sta accanto e con voce piena di mestizia: “Irene,” le dice, “venite a Manduchio, vostra madre vi aspetta.”
La figlia di Spiro ha riconosciuto la voce di Anastasio; alza gli occhi al suo viso e lo vede pallido, contraffatto. “Voi qui!” esclama, “e gli altri?” Il giovine non risponde.
Irene dovrebbe intendere quel silenzio, ma il cuore umano è tenace nel non volersi distaccare dalla speranza. “Sono sbarcati?” ridomanda.
Egli continua a tacere.
La disgraziata ha già bevuto più che mezzo il calice della tremenda verità; non ostante esita a convenirne con sè medesima!
“Perchè li avete lasciati?” torna a domandare.
“Non li ho lasciati!”
“Sono qui dunque?”
“Venite, venite!”
Essa travolge gli occhi, spalanca le braccia e precipita sul pavimento. Il veleno è penetrato nelle più interne latebre del cuore!

CAPITOLO VIII.

Manduchio è uscito dal silenzio; i suoi vicoli e la sua strada sono pieni di gente. Le vecchie Pargiote che nel giorno in cui partirono dalla patria, fecero voto di portare il bruno, finchè non venisse loro concesso di ritornarvi, e tennero il voto, benchè fossero allora negli anni della beltà e della giovinezza, stanno sulle porte delle loro case coi nepotini, e pare aspettino il cenno d’incamminarsi verso qualche ritrovo; le donne di mezza età, le giovani spose e le vergini, benchè l’essere nate a Corfù le faccia essere esenti dal voto, vestono anch’esse il saio nero, e stanno terminando in fretta le faccende domestiche per trovarsi pronte alla chiamata delle antiche matrone.
La chiesa è sparsa di funereo cipresso, i sacerdoti hanno indossato la nera stola riserbata ai riti sepolcrali; e si preparano a uscire preceduti dalla Croce e seguitati da due feretri vuoti.
L’aspetto delle case appare a Manduchio assai più tetro del solito, e la natura per non irridere ai miseri colla veste lieta e serena si è anch’essa vestita a bruno; il cielo è coperto di nere nuvole!
Forse da che gli esuli di Parga stabilirono la loro stanza nel sobborgo della ospitale Corcira, esso non aveva mai più presentato un’apparenza così simile a quella del giorno, in cui i dolori dell’esilio si ripararono all’ombra de’ suoi tugurii sdruciti.
La porta della casa dei Bucovala è spalancata, e vi si fa un continuo andirivieni di gente. Nell’entrata seggono otto o dieci vecchie colle mani incrociate sul petto; non piangono! gli occhi loro da molto tempo non hanno più lagrime; vanno bensì dovunque si piange! convitate immancabili alle feste del dolore!
Sulla scaletta che conduce alle camere da letto è un continuo urtarsi tra le persone che salgono e quelle che scendono, e nella più grande delle tre camerette due cadaveri stanno distesi l’uno accanto all’altro sopra il letto medesimo. Ai due lati e ai piedi del letto ardono molti ceri; due turiboli in continuo moto nelle mani dei due sacerdoti fanno grave l’atmosfera di un denso fumo d’incenso. Ciascuno dei due morti ha sul petto un Crocifisso e due immagini sacre: l’una è quella della Madonna protettrice di Parga, l’altra del Santo protettore di Corfù. Spiro è vestito com’era quando partì da Manduchio per imbarcarsi; sono le vesti di tutti i giorni, senza oro, senza ricamo. Teodoro, benchè vestito anch’egli dell’abito che indossò il giorno della partenza, ha il davanti e le maniche del corsaletto piene di ricami e guernite di bottoni d’oro. Il giovanetto si era adornato per la festa delle battaglie, ma il giorno di quella festa non doveva spuntare per lui!
Una donna sta ritta accanto al letto e tiene il capo appoggiato sul guanciale, su cui posa quello di Spiro: tiene gli occhi chiusi, non geme, non singhiozza! pare si trovi al suo luogo! Il rumore di tanti passi, l’eco delle preci, il fumo dell’incenso, nulla vale a riscuoterla. L’infelice sogna forse di essere tornata alle placide notti, in cui il suo capo posava sullo stesso guanciale col capo di suo marito: quel capo diletto le posa accanto come in quelle notti: il viso abbronzato dalle fatiche e dal mare è lì; ella può carezzarlo colla mano amorevole: in fatti, l’ha stesa più volte per farlo, ma ohimè! quella mano ha sentito un gelo di una natura a lei ignota fino allora…. Non è quello della neve che essa da bambina spezzava per giuoco sulle alture di Parga!… è il gelo della morte: il suo tocco la fa rabbrividire; la mano cade dal viso del cadavere, ma il capo rimane sul suo guanciale.
Un’altra donna, vestita anch’essa di saio nero, con lunghissimi capelli grigi, parte avvoltolati al velo che le cinge il capo, e parte cadenti in disordine sulle spalle e sul seno, si presenta all’uscio della camera, e gli astanti si ristringono gli uni agli altri per darle luogo, acciocchè possa entrare e accostarsi al letto. È di statura alta, e le sue fattezze conservano molti avanzi di una bellezza severa; benchè apparisca già inoltrata nell’autunno dell’età, le sue forze fisiche e morali non sembrano punto menomate dalla falce del tempo, ed ha negli occhi qualche cosa, cui può darsi nome di delirio o d’ispirazione.
Incede con passo lento e dignitoso, i sacerdoti le scuotono in faccia i turiboli e l’avvolgono dentro una nuvola di fumo odoroso. Ella si ferma ai piedi del letto, guarda i cadaveri, si fa il segno della Croce, poi comincia con voce da prima debole e fiacca, poi forte e vibrata di mano in mano che va avanti nel dire, a celebrare i pregi e le virtù di Spiro, a rammemorare i fatti principali della sua vita e a lamentarne la morte:
“Tu nascesti fra gli aranci e le rose di Parga, la mala fede degli stranieri ti tolse al dolce luogo natìo! Deh! perchè mai Parga pose fede negli stranieri!
”La fedele alleata di Suli si coperse il capo di cenere, vestì il saio del dolore e versò amarissime lagrime quel dì, in cui Avarico, Samoniva e le rupi di Cunghi videro la prima volta lo stendardo della Mezzaluna salire trionfante i loro gioghi; quel dì, in cui gli eroi caddero, e l’Aspropòtamo ne portò al mare i cadaveri sanguinosi…. Ohimè! che fato peggiore già le pendeva sul capo!… e donde avvenne, o mia Parga, che quel fato ti pendesse sul capo? Ahi, misera! tu ponesti fede negli stranieri!
” La schiatta dei Bucovala è schiatta di prodi; molte scimitarre e molti turbanti stavano appesi all’antica casa, retaggio degli avi loro. Quella casa è rimasta vôta di abitatori, il suo desco ospitale non s’imbandisce più per gli stranieri accorrenti a visitare le nostre belle contrade; gli stranieri hanno tradita l’ospitalità dei figli di Parga! Deh perchè mai, o figli di Parga, poneste fede negli stranieri!
” Corcira ti accolse, o valoroso rampollo di una schiatta incontaminata; Corcira sul suo lido suonante per flutti rompentisi alla lunga scogliera diede cortese asilo agli esuli volontarii, e benchè le sue rose e i suoi aranci non sieno quelli di Parga; benchè a chi in Parga nuotava nell’abbondanza fosse appena rimasto di che sbramarsi la fame, – Corcira è isola ellenica, rifulge della bellezza che versa l’ellenico sole sui lidi di Parga, e piacque agli occhi dell’esule. Deh! perchè mai l’esule dimenticò che anche Corcira è in balia degli stranieri!
” Il vento della libertà è tornato a soffiare nelle foreste dell’Epiro, e lo spirito di Riga è ricomparso nelle valli e sui monti della Tessaglia! ha posto un’altra volta sulle labbra dei pastori il suo inno immortale! L’eco prese sulle ali quell’inno, passò il Canale e lo fece risuonare alle orecchie degli esuli di Parga e di Suli; dalle orecchie scese nei cuori, e ben cento e cento braccia si armarono; ahi! ma si armarono sulla terra padroneggiata dagli stranieri!
” Ecco, tu giaci freddo cadavere e teco giace il florido ramoscello, speranza della tua stirpe! giace senza che la luce della libertà lo abbia irradiato mai di un suo raggio! Ahi! non conobbe, è vero, le delizie della libertà, ma neanche conobbe il dolore d’averla perduta!
” Dormite ambidue sepolti nella terra dell’esilio; dormite in mezzo ai parenti, agli amici, ai compatriotti! dormite in pace! Accanto a voi dormono le ossa dei padri vostri, dissotterrate per non lasciarle a Parga alla profanazione, agli insulti; ed oh! conceda il Signore che quelle ossa, tolte al cimitero di Manduchio, tornino colle vostre a quelle di Parga!… vi rimarrebbero fino al giorno del giudizio supremo, perchè Parga non porrebbe mai più la sua fede negli stranieri!”
L’improvvisatrice aveva appena terminato il suo carme mortuario, e s’intese da lontano il salmeggiare dei cantori e dei sacerdoti che venivano a prendere i due cadaveri per portarli in chiesa. Paraschievì si scosse, alzò il capo…. le salmodie si facevano sempre più vicine.
“Che cos’è mai questo canto?” esclamò la povera donna…. Si mosse, fece il giro del letto, e come se provasse rimorso d’avere trascurato il figlio per il marito, appoggiò il capo al guanciale, su cui giaceva il capo di Teodoro: “Figlio mio!” disse, e con atto d’ineffabile tenerezza impresse un bacio sulle pallide labbra del giovinetto.
Il corteo funebre si era fermato davanti l’uscio della casa; i cantori rimasero fuori, i sacerdoti entrarono e salirono la scaletta di legno. Paraschievì vide comparire la Croce, simbolo di sacrifizio, e comprese qual terribile sacrifizio dovesse compire…. l’animo non le resse, stese le mani in avanti, e: “No, no,” gridò, “sono miei!”
“Consegnali alla terra e ti saranno restituiti in cielo.”
Queste parole pronunciate con accento solenne dal sacerdote che portava la Croce e la porgeva al suo bacio, le rammollirono i sensi. Rimirò lungamente quei visi diletti con occhi avidi, con un’attenzione appassionata, come se tentasse di bene scolpirseli nella memoria! Poi: “Signore,” disse, “sia fatta la tua volontà!”
Il sacrifizio era compiuto! si scostò dal letto, e lasciò che i ministri del culto adempissero il loro pio ministero.
Quando i due cataletti furono usciti dalla camera, anch’essa ne uscì per accompagnarli in chiesa.
Prima veniva la Croce, cui tenevano dietro salmeggiando i cantori; dopo i cantori venivano i sacerdoti, recitando sotto voce le preghiere per i defunti. Quattro esuli, due di Parga e due di Suli, reggevano i lembi della coltre che copriva il cataletto di Spiro. Tutti avevano combattuto la sacra guerra della indipendenza: ed ora decrepiti, curvi sotto il peso degli anni e della sventura, vedevano dileguarsi il raggio di speranza che aveva brillato un momento sull’orlo dei loro sepolcri! E’ non torneranno a morire là dove nacquero, la chiesa verso cui s’incamminano accoglierà i loro cadaveri, e dal piede dei suoi altari li manderà al suo cimitero!
La bara, in cui giace Teodoro, è portata da quattro giovanetti, progenie anch’essi di Parga e di Suli: essi sentono come a diciotto anni sia dolce il vivere; non pertanto nessuno di loro si rifiuterebbe a morire in olocausto alla Grecia, alla sua indipendenza!
Gli sguardi della gente che da tutte le parti dell’isola è accorsa per assistere alle esequie dei Bucovala, si fissano con un senso di più profondo rammarico sulla creatura viva che viene subito dopo le due bare, anzi che sulle bare medesime! È Paraschievì, che rasciugati gli occhi cammina con passo fermo e misurato. Sembra ai Pargioti di trovarsi al giorno, in cui, prima d’imbarcarsi, s’incamminarono verso la chiesa della Vergine per pregare l’ultima volta al piede de’ patrii altari; i Suliotti tornano col pensiero al funebre corteo del più grande de’ loro eroi, Marco Bòtzaris!
La chiesa è sfavillante di luce, e nel suo mezzo sorge il catafalco, su cui devono essere deposti i due feretri. La Croce è già accanto al catafalco, i feretri le tengono dietro e stanno già al loro posto; i sacerdoti e i cantori danno principio alle esequie; gli uomini del corteo si dispongono a circolo intorno al catafalco, e Paraschievì, circondata dalle vecchie matrone, appoggia la persona a uno stallo.
La funzione è già vicina al suo termine e i cantori intuonano il canto dell’ultimo vale: l’invito al bacio dell’addio supremo su questa terra! Tocca al più prossimo parente dei defunti l’accostarsi primo alla bara; ognuno si volge a Paraschievì, e i cantori vanno ripetendo il: “Venite all’ultimo amplesso;” essa non si muove, nè v’è chi ardisca avvertirla di soddisfare alla dolorosa consuetudine.
Mentre dura l’ansietà e la sospensione degli animi, due persone si presentano sulla porta della chiesa; ognuno li riconosce, sono Irene e Anastasio. Non fu possibile al giovine suliotto il condurre prima la figlia di Bucovala presso sua madre, essa ha passata la notte in continui deliqui.
Paraschievì, che finalmente si è mossa, arriva barcollando al piede del catafalco nel mentre che Irene tocca il lembo del drappo nero, su cui giace suo padre! Vedendo la madre, essa si getta alle sue ginocchia, e la povera donna appena abbassato il viso sulla supplichevole, lo rialza e guarda d’intorno a lei come se temesse d’incontrarsi in qualche oggetto odioso, spaventevole; ma Irene è sola. La madre riporta lo sguardo sul suo viso, non più florido di salute e di fresca bellezza; poi si volge a quello dell’adolescente disteso nel feretro; ohimè! poca è la differenza fra il pallore dell’uno e quello dell’altro viso! Paraschievì se ne avvede, e vinta da pietà, da tenerezza getta le braccia al collo dell’unica creatura a lei rimasta delle tre, in cui pose tutta l’anima!… La madre e la figlia si stringono, si avviticchiano; l’assemblea prorompe in lagrime…. ma quelle piangono!
Paraschievì si rialza e seco rialzando la figlia: “Fratelli,” dice, “e voi servi del Signore, rischiarate il buio del mio intelletto; questa sciagurata è moglie dello straniero, di colui che fu cagione di morte a questi cari perduti; dite, può essa accostarsi ai loro cadaveri? baciare la mano del padre, che vivo non l’avrebbe concessa a’ suoi baci?”
Nessuno risponde, i sacerdoti non osano proclamare che al di là della fossa la misericordia è infinita! Irene in mezzo a quel silenzio spaventevole fa un passo verso il feretro del padre; Paraschievì vuol ritenerla: “Guarda,” le dice sua figlia, “egli mi sorride, egli mi fa cenno di accostarmi, perchè legge nell’animo mio e sa che lo straniero vi sta maledetto.” Così dicendo, afferra la gelida mano del padre e se la pone sul capo, esclamando: “Tu mi benedici!”

CAPITOLO IX.

I cipressi sparsi nella chiesa di Manduchio il dì delle esequie dei Bucovala ebbero appena tempo di appassire, e già il sagrestano spoglia di nuove fronde gli alberi lugubri che ombreggiano le fosse dei poveri abitatori del villaggio…. Un nuovo feretro esce nell’ora del tramonto dalla casa, donde uscirono gli altri due! Irene va a riunirsi al padre e al fratello; una febbre cerebrale l’ha condotta a morte il terzo giorno dopo quello dei funerali dei suoi parenti….
Gli esuli di Parga non danno tributo di pianto al fine immaturo della misera giovinetta. Sua madre, ah! il cuore di una madre contiene un tesoro di carità e d’amore! unisce nelle preci e nel pianto il nome d’Irene a quello degli altri due morti, di cui lamenta la perdita, e quando visita le zolle sotto cui riposano, la fossa d’Irene è sempre quella su cui s’inginocchia per rimanervi lungamente assorta nella meditazione e nella preghiera!
Che fu di sir Edoardo? Il suo brick raggiunse il bastimento psarioto, mentre stava per sbarcare le munizioni e i viveri sulla costiera d’Epiro, e gl’intimò di arrendersi prigioniero. Spiro e Teodoro vollero apporre resistenza, e trascinando seco i compagni a un conflitto disperato furono ambidue feriti mortalmente. Anastasio cadde in mare, e i marinai del brick lo raccolsero, mentre stava già per sommergersi. Il resto della marinaresca greca si arrese carica di ferite, il bastimento fu colato a fondo e i due Bucovala spirarono sul brick prima di arrivare a Corfù. Sir Edoardo, non osando presentarsi a sua moglie, mandò Anastasio, acciocchè la conducesse a Manduchio; sembrandogli fosse atto di dovere verso la infelicissima madre il restituirle la figlia nei giorni dei dolori supremi. Quando Irene agonizzava nella casa paterna, egli non lo seppe, perchè anche Anastasio giaceva in letto ammalato, e a nessun altro poteva cadere in mente a Manduchio di dargliene avviso.
Abborrendo dal richiedere i proprii diritti, il capitano del brick aspettava in preda a una dolorosa ansietà che Irene decidesse del destino d’ambidue, ma nessuna notizia gli giungeva dal sobborgo. Finalmente Anastasio potè trascinarsi a Corfù e salire alla casa di lui per far succedere la calma della disperazione all’ansietà, alle trepidazioni dell’incertezza.
Sir Edoardo non fece strepito, si atteggiò quasi subito al contegno dell’uomo afflitto, ma rassegnato, e Anastasio se ne andò, portando seco la persuasione che il tempo cicatrizzerebbe le ferite di lui senza molta fatica.
L’Inglese si rimise in mare, vigilò per altre due settimane nel Canale, vegliando con solerti cure alla esecuzione degli ordini del suo Governo: un altro brick venne a dargli il cambio, ed egli allora rientrò nel porto, scese a terra e corse a rinchiudersi nella sua camera; in quella camera, dove aveva lasciata Irene dopo le nozze!
Tornò in patria; ma il dolore non lo fe’ sopravvivere a lungo. Lo seppellirono insieme col ritratto d’Irene che gli fu trovato addosso.

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Angelica Palli Bartolommei – La donna tradita

In una piccola città dell’Italia meridionale viveva pochi anni or sono una coppia felice. Lorenzo avea consacrato a Giulietta il suo primo palpito d’amore; Giulietta per la prima volta sentì nel veder Lorenzo che la tenerezza filiale le lasciava tuttavia nell’animo un vôto immenso, e che l’amore poteva solo riempire. Si amarono all’eccesso, come due creature nuove alla piena degli affetti, e col divino entusiasmo della giovinezza che non ragguardò ancora alla strada della crudele esperienza; si amarono come si amano gli angeli, se all’amore è dato penetrare nei cieli! – Giulietta era povera, Lorenzo orfano ed erede d’ampie dovizie; egli sorrise quando la saviezza dei suoi amici volle dissuaderlo da nozze male assortite, e additargli fanciulle più degne di lui, dicevano, perchè nobili e ricche. Che cosa erano per lui tutti i tesori dell’universo? Egli amava! La fanciulla vinta da nobile orgoglio resisteva alle sue preghiere e ricusava di sposarlo….
“Verrà giorno,” gli diceva, “che un rammarico ti nascerà nel fondo del cuore; non ti verrà sulle labbra, ma io te lo leggerò negli occhi e sarò disgraziata per tutto il resto della vita!”
“O Giulietta,” ei rispondeva, “io t’amo, io sento in me la certezza d’amarti sempre; ma se il tuo amante potesse divenirti spergiuro, pensi tu che le ricchezze di un’altra femmina vincerebbero la sua fede?”
Essa cedè, e l’altare accolse i loro candidi voti; ed oh! la gioia, l’ebrezza di quel giorno potevano servire di bastante compenso a una vita intera di lacrime! Era un giorno che poche coppie vedono spuntare bello di tante speranze, di tanti voti, di tanto riso dell’universo! Un momento, una parola, unì le loro sorti in una sola per sempre; confuse in uno i nomi d’ambedue, pose un solo avvenire, una sola strada in faccia ai due sposi. Questo pensiero che gela di spavento quelli che si legano senza amarsi, è il pegno della felicità per gli amanti. Ahi, umano cuore! sempre credulo e sempre deluso!
Una casa campestre che spirava agiatezza e tranquillità accolse la coppia allora beata. Era cinta da ridenti colline, da vaghi giardini; e pareva che la felicità non dovesse stancarsi mai d’abitarla! Giulietta coltivava i fiori, e Lorenzo si occupava d’agricoltura.
“Amica mia,” ei le diceva, “sento che preferirei la spada all’aratro, ma l’inerzia è il peggiore dei mali; vorrei tu fossi la compagna d’un eroe; almeno non sarai quella d’un neghittoso, di un codardo cultore dei vizii che degradano la generazione presente!”
Giulietta abbracciandolo: “Sèrbati quale ora tu sei,” rispondeva, “io non posso nè desiderarti, nè immaginarti diverso.”
Quattro anni scorsero rapidi, pieni di soavi commozioni. Due figli accrebbero la felicità di quei dimenticati dalla sventura. L’amore non era più per essi una passione impetuosa, una febbre dell’anima, ma era un sentimento dolce, un bisogno per vivere: e perciò il cessare d’amarsi e il morire pareva ad ambedue una cosa sola, e la gelosia, le angosce del sospetto erano ignote ai loro pensieri. Oggetto l’uno per l’altro di tènere cure, di delicate attenzioni, vivevano, sposi come vissero amanti, lontani dalla gelida trascuranza che spoglia d’ogni incanto le coniugali catene, e fa che la mente di chi le porta si volga con doloroso confronto al passato, e dia nome d’illusioni alle speranze che stettero seco a piè dell’altare: a quelle speranze che diedero lena alla voce di proferire il giuramento del tremendo per sempre insieme. I due bambini erano un nuovo stimolo ad amarsi. Giulietta, ignara delle frivole gioie della vanità, consacrava tutte le sue cure ai pegni adorati dell’amor di uno sposo, che solo le era più caro dei figli! Oh quante volte cercò nei loro visi le dilette sembianze, e palpitò di piacere nel ravvisarle! – Lorenzo usciva al passeggio tenendo fra le braccia il piccolo Giulio, mentre Giulietta sosteneva i passi incerti della leggiadra Matilde. Essi parlavano dell’avvenire dei due bambini, delle gioie che se ne promettevano; cercavano indovinarne l’indole, l’ingegno, e finivano desiderando che fossero felici com’erano i genitori. Soave quadro di domestica pace! spregiato forse da chi ama di sentire soltanto la vita nelle tempeste, nelle grandi vicende, e getta appena repugnante uno sguardo sull’interno giornaliero vivere della famiglia, sui placidi godimenti di una vita monotona e oscura. Ma, nell’età in cui le virtù degli eroi non sono che il sogno dei cuori generosi, mentre la gloria è un vano sospiro; sola gioia pura, degna di essere scopo al vivere, è certo quella che procede da un casto amore! Perchè spregiarla? – Lorenzo andava qualche volta a diporto nei villaggi e nelle città vicine. L’uomo ha bisogno di moto, di attività; e Giulietta, persuasa di questo principio, vedeva senza dispiacere le brevi assenze di suo marito, perchè ritornava così tenero, così lieto di rivederla, baciava con tanto trasporto i suoi figli! Egli partiva la mattina, e tutto il giorno era da lei occupato nell’idea della sera, del momento che i fidi mastini annunzierebbero abbaiando l’arrivo del loro padrone, ed ella balzerebbe in piedi per correre ad incontrarlo. Il marito la bacerà dolcemente, entreranno tenendosi per mano nella stanza dei figli, e seduti presso il leticciuolo s’interrogheranno a vicenda del come scorsero le ore della separazione!
Una sera Lorenzo tornò un’ora più tardi. Era mesto, era conturbato, il suo bacio non fu quello dell’altre volte, la sua mano cadde distrattamente in quelle di Giulietta, e nulla chiese, nulla disse, si coricò, e parve addormentarsi subito. Giulietta rimase pensierosa; temeva, ma soltanto, che ei fosse malato e non volesse dirlo per non affliggerla; che altro avrebbe potuto temere? La mattina, appena vide aprirsi gli occhi allo sposo, gli stese le braccia al collo e in atto timido e soave domandò se stava bene. Ei la strinse forte al seno, e: “Con te, sto sempre bene,” rispose. Queste parole, quell’amplesso tranquillarono Giulietta, non pensò più all’angoscia di quella notte e fu di nuovo felice. Dopo pochi giorni Lorenzo si assentò nuovamente, ritornò più mesto dell’altra volta; baciò la moglie e i figli con effusione di affetto, ma pareva quasi cercasse in quei baci un rifugio, un sostegno contro le tempeste del cuore! Giulietta se ne avvide; – l’amore indovina tutto! – e per la prima volta non corrispose alle sue carezze. Egli se ne indispettì, la lasciò, e andò a sedere all’altro angolo della stanza. Ella rimase colle braccia pendenti, cogli occhi pregni di lacrime. Tacevano ambedue. La Matilde, che da qualche giorno era alquanto indisposta, gettò un grido nel sonno: il padre e la madre s’alzarono nel punto medesimo, e nel punto medesimo si trovarono insieme accanto al letto della bambina. Giulietta non potè reggere:
“Ti è cara,” esclamò, “ed io non sarei più così! Lorenzo! no, non può essere!”
“Mia Giulietta!” e cadde piangendo fra le sue braccia.
“Che hai? dimmelo! Mi dicesti sempre tutto, tutto: oh parla!”
“Nulla, mi sei cara, sì; più cara che tu stessa nol pensi. Oh! non creder mai di non essere così: amami e saremo felici.”
Anche questa nube si dileguò; ma il cielo non rimase interamente sereno. Giulietta non conosceva ancora della vita che i fiori, e la gelosia le era quasi ignota, perchè Lorenzo aveva amato lei prima, lei sola; assuefatta a volgere a suo talento la chiave di ogni affetto nel cuore di lui, non concepiva adesso il come senza essere sdegnato colla moglie, o inquieto per la salute dei figli, egli potesse non esser lieto; ma non diffidava. La larva di un’altra donna desiderata da Lorenzo non si era mai presentata a’ suoi vaghi pensieri. Intanto egli si assentava al solito, nè più nè meno; tornava tenero, ma, se ella ben guardava, il suo viso aveva perduto la vivacità della commozione viva, spontanea, che altre volte provava nel rivederla; spesso alle sue domande rispondeva astratto, ella si scostava dal suo fianco ed egli pareva non avvedersene; scioglieva la mano dalla sua, e quella mano rimaneva immobile, aperta, inconsapevole di non essere più stretta in un caro nodo. Ahi, dunque erano la mano e il cuore indifferenti a quel nodo!…
Quest’idea che si affacciò improvvisa, tremenda, all’anima di Giulietta, portò seco in quell’anima il veleno della gelosia, del sospetto. Amare lagrime le sgorgarono dagli occhi che avrebbero dovuto chiudersi al sonno eterno, se la morte venisse quando finisce l’illusione che fa cara la vita! Lorenzo la sentì singhiozzare. Egli sedeva meditabondo presso una finestra, senza essersi accorto che Giulietta si era allontanata da lui; corse a lei, strinse fra le sue braccia quelle forme, oggetto un tempo di tanti delirii! Essa declinò il viso dal suo, lo nascose nel seno che fu per tanto tempo il suo unico asilo, e continuò a piangere.
“Perchè quelle lagrime?” le domandò con dolcezza.
“Per nulla!”
“Tu vuoi nascondermene la sorgente!”
“Che vuoi? vi sono momenti, in cui idee triste, terribili, mi assaliscono mio malgrado! Dianzi, vedi follìa! dianzi mi pareva che tu non mi amassi più, che tu pensassi a tutt’altra che a me.”
Nel dire queste parole alzò a caso gli occhi, e s’incontrarono in quelli di Lorenzo che li chinò a terra con moto rapido, involontario, come fa l’uomo ch’è stato fra le tenebre all’apparir della luce! Quel moto non isfuggì a Giulietta: pur troppo lo intese! Egli parlò l’antico linguaggio dell’amore, ripetè i solenni giuramenti di amarla sempre, di viver per lei sola; nessun fatto stava contro di lui: innocente, tenero come prima, egli aveva tutte le ragioni di accusar sua moglie di follìa, di stoltezza, se avesse proferito una parola di accusa. Che sono dinanzi al tribunale del buon senso una mano immobile, uno sguardo evitato? La povera Giulietta sentì che la ragione militava per lui, rinchiuse nel profondo dell’animo i suoi dolori, sorrise, e disse di esser tranquilla.
Due mesi scorsero in questo stato di apparente tranquillità. Un giorno essa volle andare ad una fiera solita tenersi in un paesetto lontano poche miglia dalla sua casa, vi andò col marito. Il concorso era molto, ma tutta gente di campagna. Non vide che una sola donna in abito signorile, la quale le volgeva le spalle; ma senza vederne il viso, Giulietta pensò che fosse una bella donna, e lo disse a Lorenzo.
“Può essère,” egli rispose; e prese con la moglie una strada diversa da quella dove si trovavano allora. Si fermarono in una bottega per comprare qualche trastullo per i bambini; e mentre vi si trattenevano, entrò una contadina, che, visto appena Lorenzo, lo salutò in aria di conoscenza, e:
“Signore,” gli disse, “anche madama è qui; che non l’avete veduta?”
“Chi è madama?” domandò Giulietta.
“La bella forestiera,” riprese la contadina, “oh! il signore costì la conosce.”
Giulietta guardò Lorenzo, ch’era di fuoco; null’altro disse, finì quietamente le sue compre, riprese il braccio del marito, e si allontanò muta dalla bottega.
“Era nostro pensiero,” gli disse appena potè parlare, “di trattenerci qui tutta la mattina; ma io mi pento di aver voluto rimaner tante ore lontana da’ miei bambini; resta tu, io torno a casa, se lo permetti.”
“Sia come ti piace,” egli rispose: le diede braccio a salire in calesse, le strinse forte la mano, e rimase.
Giulietta aveva il respiro affannoso, gli occhi coperti da un velo. Oh come anelava di arrivare, di rinchiudersi nella sua stanza! Appena vi fu, cadde sopra una sedia, vinta dall’interna tempesta. – Una forestiera! bella! giovine! ed egli la conosce! e a me non ne parla mai! e l’ho veduto arrossire! ah Lorenzo! – Egli tornò; ma pareva evitasse di rimaner solo colla consorte; trovava sempre un pretesto o per chiamare i servi, o per parlare ai bambini. Giulietta pallida, abbattuta, taceva. La sera venne; e il letto coniugale accolse i due sposi: ma un silenzio profondo regnava nella stanza, che non era il silenzio del sonno! Affine un sospiro scoppiò dal cuore di Giulietta; ed egli però non osò dimandarle: “Che hai?” Tacque, e un secondo sospiro più angoscioso del primo venne a trafiggerlo.
“In nome del Cielo,” disse allora, “perchè questi dolori? di che ti affliggi?”
“Senti, Lorenzo, io ti chiedo schiettezza, e null’altro: è la sola cosa che io posso pretendere, credo.”
“Ebbene?”
“Quella donna, quella straniera, come, perchè la conosci?”
“L’ho incontrata a caso, era con un mio conoscente.”
“Una volta sola tu le parlasti?”
“No, l’ho incontrata.”
“Ed io non ne so nulla!”
“Che dunque devo contar le parole che dico per riferirtele? Strana pretesa! vedo tanta gente!”
“È vero, perdona, una moglie non ha tanti diritti, ma io sognava posseder tuttavia quelli dell’amore!… perdona!…” e tacque.
Lorenzo era buono, sentì tutta la propria ingiustizia, sentì una voce interna gridargli: “Tu l’oltraggi, e invece di cadere a’ suoi piedi, anche la maltratti.” – Prese la mano della moglie, l’inondò di baci e di lagrime! Giulietta commossa non potè pronunziar più rampogne; e così rimasero al solito.
La giovane sposa aveva delle amiche d’infanzia, le quali qualche volta, benchè di rado, venivano a visitarla; e una di queste venne un giorno pregandola in aria misteriosa di chiudersi seco nella sua stanza. Era una giovine maritata da pochi mesi ad uno scapestrato che non amava, ma che aveva sposato per esser padrona di sè, e godere il bel mondo. Quando Giulietta fu sola con lei, essa cominciò un discorso a salti, inconcludente, nel quale finalmente voleva provare che bisogna riguardare il marito come un amico, e cercare altrove la tenerezza, perchè già è impossibile vivere insieme, e amarsi di amore; perchè la donna, che si ostina ad essere innamorata del marito, non ha che sprezzo da lui e beffe dalla gente. Giulietta ascoltava e un brivido le prendeva.
“Perchè mi fai questo sermone?” domandò dolcemente.
“Perchè” rispose l’amica “mi dispiace di vederti fare una trista figura.”
“Come?”
“Eccoti qui appassionata per il tuo Lorenzo, non ostante che….”
“Spiegati!”
“Parlerei se tu fossi ragionevole.”
“Oh! io sono.”
“Ebbene, tutti sanno che egli corteggia la bella Elisa di Montalto, e tu, che certo lo sai, non prendi una risoluzione, e rimani qui a far la marmotta!”
Giulietta sorrise, e poi: “Son ciarle, cara Enrichetta,” rispose; “il mondo non vede per tutto se non intrighi e galanterie; Lorenzo ha altro per il capo che corteggiare le dame.”
“Sei pur buona! mi fai compassione; io lo so di certo, e ti consiglio di risolverti a qualche cosa.”
“L’ho già fatto.”
“Davvero?”
“Sì: penso a mio marito, ai miei figli, non curo la maldicenza e vivo felice.”
Le due amiche si separarono. Giulietta nulla disse al marito in tutto il corso del giorno; ma la sera, quando si trovò sola con lui, prese un’aria grave e solenne, e ponendosegli dinanzi:
“Lorenzo,” gli disse, “tu mi hai amata, io sono la madre dei tuoi figli, e questo nome sacro mi darebbe solo il diritto di vederti rispettare l’onor mio in faccia al mondo. Lorenzo, tu hai nome di amante di Elisa di Montalto! – non voglio saper se tu sei! – chiedo, o che tu faccia tacer questa voce o ch’io divisa da te per sempre provi a chi volge su me lo sguardo col sogghigno della derisione, che Giulietta può morire vittima dell’infedeltà di uno sposo troppo caro; ma che non può dividerne con un’altra il possesso o, quand’anche non avesse che il tuo arcano sospiro, quando Dio solo sapesse che abbracciandomi pensi a lei, io non vorrei quegli amplessi; pensa se posso star teco, mentre è pubblica la fama del tuo nuovo amore. Questi cari sono miei; e’ mi daranno, spero, la forza di sopportare la vita: dammeli; cessando di esser marito, dimentica di esser padre: abbandonati in braccio alla tua passione.”
Egli la guardava attonito; quelle tremende parole gli piombavano in fondo al cuore; colei che le proferiva era in quel momento in tutta la pompa delle sue attrattive, perchè le attrattive di Giulietta consistevano nel fuoco e nella delicatezza del sentire, più che nei lineamenti del viso; anzi nelle circostanze solenni la circondava quell’insuperabile incanto, che appunto allora si fa muto nella bellezza delle donne volgari.
“Giulietta!” esclamò, “Giulietta, vuoi dunque abbandonarmi! vuoi lasciarmi solo, deserto! oh, perchè? Tu non conosci il mondo, tu non sai com’è facile al codardo sospetto! Io non t’ho oltraggiata! io sono sempre degno di te; riaprimi le tue braccia!”
“Proferisci il nome di Elisa, dimmi che non l’ami, dimmelo, e crederò a te solo.”
“Sì! non l’amo.”
E in quel momento egli non mentiva, egli riprovava tutta l’energia dei suoi primi affetti.
“Giurami che non la rivedrai, che vivrai per me, per i figli.”
Ed egli giurò, e un lampo di gioia celeste scese a calmar le angosce di quei due cuori; ritrovarono l’amore candido dei primi anni, e i suoi trasporti e le sue dolci lagrime e la felicità!

È tempo adesso di penetrare nell’animo di Lorenzo, e conoscere la sorgente della tempesta che lo sconvolgeva. La natura gli aveva dato passioni vivissime, spirito irrequieto, e desiderii che si spingevano oltre i limiti del suo stato. Amò di vivissimo amore Giulietta, ma questo amore non ebbe contrasti, e non bastò a consumare tutta l’energia dei suoi affetti. La sua sposa nascondeva un carattere fermo e un cuore bollente sotto il velo della dolcezza; questa dolcezza era inalterabile: nè capricci, nè misteri, nè sdegni la conturbavano mai, perchè l’ingenua donna non sapeva che l’uomo non sente più il prezzo di un bene che possiede senza contrasti, senza timori di perderlo….
Così avvenne. Lorenzo cominciò a sentire un gran vôto in sè, un bisogno imperioso di forti commozioni: pure costante ai voti dell’amor suo, non cercava svaghi fra le braccia del vizio, ma fra quelle di Giulietta ritrovava spesso la calma, e probabilmente senza una fatale circostanza il tempo avrebbe sopito quei vani desiderii, e la sua fede sarebbe rimasta incontaminata…. Troppa virtù, troppa quiete abitavano in quelle mura, e la fortuna ne fu gelosa. Elisa di Montalto scelse per sua dimora un villaggio, a poche miglia dalla città dov’erano stabiliti i due sposi. Questa donna, dotata di straordinaria bellezza, ne aveva accresciuto il pregio con tutte le attrattive che somministra un’educazione accurata e gentile. Sposata a un uomo che forse non era degno di lei, l’offese dopo pochi mesi di matrimonio con folli amori; egli non sopportò muto l’oltraggio, chiese una separazione, l’ottenne. E la bella Elisa, perduta all’onore nel fior degli anni, pensò di nascondersi al mondo e di riparare così in parte ai suoi errori; e però si viveva sola, con pochissima servitù in un villaggio, sconsolata per il passato, incerta per l’avvenire, infelicissima. Lorenzo, passando davanti alla porta della sua casa, la vide seduta in atto di profondo abbattimento, pallida, coll’arpa negletta a pochi passi dalla sua sedia, e si fermò. Elisa al suono dei passi levò gli occhi: mai forse coppia meglio assortita per vaghezza di forme non si era incontrata e contemplata a vicenda. Lorenzo salutò rispettosamente, e seguitò la strada.
Il giorno dopo quasi involontariamente diresse i suoi passi verso quello stesso villaggio, e passò davanti la medesima casa; Elisa sedeva come la sera innanzi presso la porta, nella sala terrena, ma questa volta le sue braccia non pendevano inerti, perchè sonava l’arpa e cantava. Com’era soave e malinconico il suono della sua voce! Lorenzo udiva una melodia incantatrice che lo rapiva in estasi: avrebbe voluto esprimere la sua ammirazione alla bellissima cantatrice, ma era timido, poco assuefatto ai modi sciolti della società. Quando Elisa finì di cantare, ei proseguì sospirando il cammino, e arrivò a casa pensieroso e turbato; e le affettuose parole di Giulietta, il turbamento che provava, tutto gli fece nascere in mente l’idea che avrebbe malfatto, continuando a passare per quella strada. Per molte sere non vi passò; finalmente disse a sè stesso: “È un mettere troppa importanza in una cosa da nulla; un uomo dev’esser sicuro di sè stesso; guai, se per esser fedele a sua moglie ha bisogno di non vedere altre donne in faccia!”

Ritornò al villaggio abitato da Elisa: passò davanti alla sua casa, la porta era spalancata, ma la sala deserta. Sentì allora tutto l’amaro di una speranza delusa; la strada lo portava verso la chiesa del villaggio, vasto, tenebroso edifizio, che quella sera veniva illuminato da molte faci per un mortorio, e passando vi gettò dentro uno sguardo, che certo andava in traccia di qualche cosa. A pochi passi dalla porta stava inginocchiata la vaga incognita, nell’atteggiamento della solenne preghiera in abito di lutto. V’era molta gente in chiesa. “Posso entrarvi ancor io per curiosità,” pensò, o finse di pensare, e vi entrò. La calca forse gl’impedì d’inoltrarsi, e si fermò dietro Elisa; sentì che sospirava profondamente, e sospirò anch’egli senza volerlo.
“Perchè questa funzione?” domandò a voce bassa ad un contadino che aveva accanto.
“È la signora che vedete lì inginocchiata quella che fa le spese, è per l’anima di sua madre,” rispose forte colui.
Elisa voltò il capo, e riconobbe Lorenzo, e i loro sguardi s’incontrarono un’altra volta come sull’uscio della casa di lei, e Lorenzo rimase lì immobile, finchè durò la funzione. Quando tutta la gente usciva di chiesa, Elisa era sola, rompeva a fatica la calca rustica che la circondava; ond’egli con moto rapido e spontaneo le offerse il braccio, che fu subito accettato in silenzio. Poi quando furono all’aria aperta, s’avvidero ch’era già notte e nessuno dei servi di Elisa era lì per accompagnarla; perciò la urbanità comandava che Lorenzo non la lasciasse sola in una strada, a quell’ora, e si offrì di darle braccio fino a casa. Elisa accettò con semplicità, ringraziandolo dolcemente. Egli lodò il suo canto; ella parve poco inclinata alla vanità della lode, e parlò invece di sua madre morta già da tre anni, del dolore che provava ancora per quella perdita irreparabile. Lorenzo taceva commosso; si separarono amici; e quella sera il giovane, immerso nelle memorie dell’accaduto, nemmeno sentì stringersi la mano dall’affettuosa Giulietta.
Dopo qualche giorno credè suo dovere il fare una visita alla bella forestiera. Fu ricevuto con dignità, con modi semplici e soavi, e passò due ore presso l’incantatrice, che gli faceva provare un tumulto di sensazioni che egli non avea mai conosciute. Quella bellezza velata dalle nubi del dolore e della sventura; quelle parole, in cui traspariva un’umiltà, frutto della persuasione di avere errato, ma qualche volta superata da qualche tratto che rivelava un nobile orgoglio istintivo; quel canto fatto celeste più ancora dall’espressione del sentimento, che dall’innata soavità della voce e dalla perfezione dell’arte; tutto in Elisa era grazia, tutto era un incanto. Lorenzo vi tornò molte volte: divenne il suo confidente, senti chiamarsi l’unico amico di una misera. Come abbandonare colei che così lo chiamava? Ma pensava che Giulietta si era avveduta che il suo affetto per lei era diminuito, la voce del rimorso avvertiva lui che il marito fedele di Giulietta non poteva essere l’amico di Elisa; sentiva la necessità di rinunziare a una relazione pericolosa; sapeva già che nel villaggio si mormorava, perchè nei piccoli luoghi nulla passa senza nota, senza commento. Prese una strada di mezzo: diminuì le sue visite, e così credè di aver soddisfatto ad ogni dovere. Sciagurato! che non pensò come il mondo non tien conto dei piccoli sacrifizi, e per rintegrare una fama ha bisogno di esser testimone di magnanimi sforzi, di virtù decisive. Non mica che egli avesse mai detto ad Elisa di amarla, nè che Elisa avesse mai proferito una parola di amore; pur nonostante e’ sapevano di amarsi, e tutti i vicini lo sapevano, e il silenzio del labbro era l’ultimo ritegno rimasto alla passione per non irrompere tempestosa.
Lorenzo, che per la prima volta vide Giulietta atteggiata a nobile sdegno e n’ascoltò le solenni rampogne (dopo ch’ebbe saputa l’infedeltà di lui), sentì che Elisa non avrebbe potuto compensarlo di perder tanto per lei; sentì la forza prepotente della virtù che lo chiamava al pentimento: la tenerezza che prima avea fatto oscillare le corde del suo cuore, le ripercosse, e resero un suono profondo. Per una sera, per una notte, Elisa fu dimenticata, e Giulietta ritrovò l’amante perduto. Il giorno dopo l’immagine della donna pericolosa tornò ad assalire Lorenzo; egli, fermo nella risoluzione di non più vagheggiarla, cercò distrazione nell’occuparsi dei figli e delle proprie faccende da qualche tempo neglette. Per una settimana intiera che non vide Elisa, gli pareva di aver percorso un secolo, d’aver compìto un eroico sacrifizio. Immaginava che Giulietta dovesse essergli molto grata ch’ei soffrisse tanto per la sua pace; s’irritava vedendo che a lei pareva non vi fosse nella condotta del marito nulla di nuovo, nè di straordinario. Il malumore e la stizza lo dominavano; stava burbero, muto, con gli sguardi cupi e dolenti. Giulietta vide che egli non era punto tornato quello di prima; sentì il perduto impero, sentì l’angoscia di un amore non più corrisposto, non più inteso, e per la prima volta si dolse di aver già troppo vissuto. La sua mestizia non isfuggì a Lorenzo.
“Ne ha ben d’onde,” pensò, “la presuntuosa! mentre per lei trascuro quell’angelo, e sto qui ad annoiarmi…. Che pretende di più? già son pazzo io a far tanti sacrifizi per chi nemmeno sa intenderli, per chi mi crede obbligato alla dura catena!” – Prese il cappello, e si avviò per uscire.
“Esci?” domandò Giulietta.
“Sì,” rispose egli aspramente.
Giulietta non potè ritenere un sospiro.
“Che novità è questa?” soggiunse anche con più asprezza di prima, “devo render conto anche di ogni passo che faccio? È troppo!”
“Oh, Lorenzo! Lorenzo! sei l’arbitro dei tuoi passi, di te medesimo. Ahimè! che deve importarmi il dove si volgono i passi, quando il cuore non è più meco?”
Egli si raddolcì, si accostò alla moglie, e: “Via, non ci tormentiamo così!” le disse, baciandola in fronte; “io sono, io voglio esser tuo; sta tranquilla.” – E la lasciò anche più disgraziata, perchè sentì in quelle parole l’accento della compassione: e la compassione è così umiliante compenso all’amore!
Lorenzo uscì senza scopo, commosso dallo stato della moglie, e sempre deciso di non darle più dispiaceri. “È bene” pensò “di troncare per sempre una relazione, che diveniva funesta alla mia domestica pace; bisogna che Elisa sappia ch’io tralascio di frequentarla; e sarebbe villania di romperla così alla muta, senza nulla avvisare: vi anderò un’altra volta, e sarà l’ultima. Le dirò che si mormora nel villaggio, che io sacrifico alla sua quiete il piacere di trovarmi con lei, tacerò il resto: è viltà per un uomo il mostrar tanta deferenza ai capricci della moglie.” E così pensando picchiò alla porta di Elisa.
Elisa era ammalata; non ostante volle riceverlo. La trovò immersa in un abbattimento mortale; non si dolse della trascuranza, ma egli lesse nei suoi sguardi che ne era stata profondamente afflitta. Povera Elisa! L’immagine di Giulietta disparve. Dopo un’ora di colloquio interrotto da lunghi intervalli di silenzio, Lorenzo rammentò il perchè era venuto; pensò a Giulietta con ira, ma vi pensò; bisognava adempire un dovere, o almeno tentare di adempirlo, forse per così scemarsi i rimorsi, per poter dire a sè medesimo: “Ho voluto farlo, e non ho potuto, l’errore non fu dunque nella mia volontà.”
“Elisa,” disse, “non vi vedrò più. Già lo prevedevo…. La vostra riputazione….”
“Ohimè! a torto o a ragione che sia, io l’ho perduta,” rispose; “dite piuttosto il volere di vostra moglie!”
“No! v’ingannate.”
“Siete voi che volete ingannarmi; ma è giusto: immolatemi pure a un affetto sacro e legittimo: so che la vostra Giulietta n’è degna; ricevete i miei congedi, e siate felice!”
Tacque: ei restava immobile, guardandola con occhi smarriti.
“Ebbene? perchè non partite?”
“Elisa, Elisa! non posso.”
“Lorenzo, il dovere ve lo comanda!”
“Vuoi tu ch’io gli obbedisca?” gridò con voce soffocata, “lo vuoi?”
“Devo volerlo.”
“Addio dunque;” e s’incamminò rapidamente verso l’uscio.
Un gemito l’arrestò, – si rivolse. Elisa era caduta a terra priva di sensi. Corse a lei, la rialzò, la sostenne fra le sue braccia; dimenticò Giulietta, l’universo! Elisa rinvenne, aprì gli occhi, li richiuse abbandonando il capo sul seno dell’amante. Sentirono essi l’impossibilità di dividersi, di dimenticarsi, il bisogno prepotente di vedersi, e cederono…. colpevoli forse più per la fragilità dell’umana natura, che per inclinazione al delitto! Fu risoluto che un velo impenetrabile nasconderebbe la loro intelligenza, e che non si vedrebbero se non di rado, nascostamente.
Lorenzo tornò a casa quasi contento di sè medesimo; il misero sognava di aver messo d’accordo la sua rea inclinazione con il dovere! Abbracciò la moglie con un dolce sorriso: eran tanti giorni che Giulietta non l’avea visto sorridere! Però ne fu ebbra di contento, e presi per mano i due bambini, li condusse al padre, li mise fra le sue braccia, fra quelle braccia, che poc’anzi si erano schiuse a ben altro amplesso! Ei si abbandonò ai moti della natura, li colmò di carezze. Giulietta respirava, credè di aver riacquistato l’amor di Lorenzo, o piuttosto volle persuadersi che mai non l’aveva perduto, perchè l’animo suo delicato sentiva che l’amore non si riacquista. Un mese passò così, ma Lorenzo a grado a grado era tornato alla mestizia, all’asprezza. Giulietta non avea più sentito parlare della bella forestiera; la sua immagine tornò a perseguitarla. Tornò a dubitare; non aveva confidenti, e quando anche ne avesse avuti, come proferire la funesta parola: “Egli non mi ama più?” Si volse ad esaminare tutti i passi e tutte le parole di Lorenzo; da queste traspariva chiaro un interno strazio, un pensiero fisso, immutabile per qualunque vicenda esterna; dai passi nulla di certo potea rilevare, poichè egli rade volte si allontanava, e allora usciva solo, di sera, e tornava presto. Formò un ardito disegno. Una sera, era il cominciar dell’inverno, il tempo tempestoso, l’aria rigida, il cielo coperto di dense nuvole; e Lorenzo sedeva leggendo vicino al fuoco, quando ad un tratto posò il libro, come se gli tornasse l’idea di una cosa dimenticata, s’alzò, e: “Torno presto, non posso fare a meno di uscire, e mi pesa;” voltosi alla moglie disse come trascuratamente, e lasciò la stanza.
Giulietta sentì aprirsi e richiudersi l’uscio di strada; avea già indossato il mantello del marito; scese rapidamente le scale; uscì senza far rumore; il suono dei passi di Lorenzo fu guida ai suoi e lo seguì. Egli entrò in una strada abitata da povera gente, si fermò a un uscio, e picchiò; gli fu aperto; e l’uscio si richiuse. Allora Giulietta rimase coll’inferno nel cuore. Che fare? come por fine alla tremenda incertezza? La pioggia cadeva a torrenti, il freddo la irrigidiva. Se anch’essa avesse picchiato a quell’uscio? Ma poi, e s’egli era lì per un motivo innocente, se rendeva sè stessa e lui favola del paese, e senza alcun frutto? Ma se Elisa di Montalto fosse là, se entrando potesse trovarli insieme, e sfogarsi, e caricarli di giuste, di tremende rampogne, e amareggiare le gioie di un tristo ritrovo?… Ondeggiando in questa procella di affetti, si era accostata all’uscio. Allora pensò che per lei bastava il sapere se Elisa si trovasse in quella casa: se vi era, bastava. Si spinse il cappello da uomo fin sugli occhi, si ravvolse tutta nel mantello, e picchiò. Ahi, come le tremava la mano! Una vecchia aprì, e:
“Chi volete?” domandò.
“È qui la signora?”
“Di chi cercate?”
“Di quella che viene per quel giovane.”
“Ah intendo!”
“Sono insieme?”
“Sì.”
Giulietta si appoggiò all’uscio.
“Ebbene, ditele che il suo lacchè l’aspetta qui fuori.”
“Entrate.”
“No, non importa, chiudete pure.”
L’uscio fu un’altra volta chiuso, e la sfortunata rimase sola, colla certezza terribile che avea sospirato di possedere, e che ora vorrebbe ad ogni costo non avere acquistata. Che non darebbe per essere, come un momento prima, nell’incertezza, per avere il diritto di pensare: “Forse è innocente?” Voleva allontanarsi, ma non poteva, una forza prepotente la incatenava lì, accanto a quella casa funesta. L’uscio per la seconda volta si aprì; la voce della vecchia si fece sentire.
“Venite, ragazzo, la signora è qui, vuol parlarvi.”
Giulietta non rispose, ma si riavvicinò; vide, al chiarore di una lucerna in mano della vecchia, suo marito e accanto a lui la femmina, a cui l’occhio della gelosia cresceva in quel momento bellezza, perchè l’occhio della gelosia ingigantisce tutto come l’amore. Elisa si avanzò fin sulla soglia dell’uscio.
“Chi siete? che volete da me?” domandò.
“Che voglio, sciagurata?” esclamò Giulietta! e stese la mano e afferrò quella della rivale; “voglio il cuore di Lorenzo!” e fuggì via con rapidissimi passi.
Quella stretta di mano, quelle parole furono un colpo di folgore per Elisa; ammutì; vacillò: Lorenzo la sostenne quasi svenuta, ma essa lo respinse con un moto d’orrore.
“Tu mi scacci,” gridò disperato; “ne hai ragione…. Addio!” e varcò la soglia, e prese la via della propria abitazione.
Il suo sangue bolliva, e un’ira cieca contro sua moglie lo dominava; picchiò forte, e un servo gli aprì; in un baleno salì le scale, e si trovò in un salotto, dove mezz’ora prima aveva lasciata Giulietta. Ella sedeva nel medesimo posto, in aspetto apparentemente tranquillo.
“Sei stata sempre qui?” domandò bruscamente.
“Sì.”
“Mentisci!”
“Dimmi tu dunque dove sono stata.”
“Te lo dirò: ad assumerti dei diritti che non hai, a turbare la quiete di chi rispettava la tua. Oh! hai tu pensato che verrei a cadere alle tue ginocchia, a supplicarti del tuo perdono? Sciagurata! disingànnati: son uomo, e finora non usai che pochissimi dei privilegi che la natura e la società mi hanno concessi. Tu ardisci cimentarmi, ed io userò di tutti; starai sola e non curata; comanda fra queste pareti; null’altro tu puoi pretendere. Hai inteso? io son padrone di me medesimo.”
“Lorenzo! Lorenzo! così mi parli! oh! taci piuttosto: ch’io t’immagini almeno afflitto del mio dolore! oh sì! tu puoi far quel che vuoi. Non mi ami più! ami un’altra! che m’importa del resto?”
“Amo chi voglio.”
“Lascia questo modo crudele! non inasprire la piaga, è abbastanza profonda!”
“Mi hai reso ridicolo.”
“Tu mi hai resa infelice…. ed io ti perdono.”
“Oh, invero generosa!” egli esclamò coll’accento dell’amaro disprezzo, “sciagurata! imparerai a cangiar modi.”
“No, Lorenzo, no!” rispose con nobile fermezza la sposa oltraggiata: “io non posso cangiarli! io disprezzerei me stessa, se lo potessi, perchè la moglie che non si cura dell’amor del marito nutre desiderio di altri amori, e il cuore che molto amò, che fu molto amato, non può avvezzarsi al deserto mai; io ti amo! io senza te null’altro curo! Oh! perchè, perchè mi hai tu tradita? eravamo tanto felici…. Ed ora?…”
Il pianto l’interruppe, e cominciò a singhiozzare.
“Finiscila,” gridò Lorenzo, “tormentatrice, creatura insopportabile! lasciami respirare:” e la lasciò sola.
Uscì di casa: il vento, la pioggia, i lampi, i tuoni, facevano un orrendo frastuono, e camminava in mezzo alla guerra degli elementi senza quasi avvedersene. Il suo cuore era gonfio di dolore, di rabbia; un forsennato egoismo ammutiva in lui l’indole gentile, la coniugal tenerezza. Ei non vedeva più in Giulietta che un ostacolo ad essere felice: la vedeva sorgere, noioso fantasma, fra lui e la forma spirante voluttà che l’animo suo vagheggiava. Il disgraziato, molle dall’acqua cadente, intirizzito dal freddo, col capo sconvolto e le membra agitate da pulsazioni febbrili, picchiò alla casa di Elisa circa alla mezzanotte. Una vecchia serva conosciutolo alla voce gli aprì.
“È in letto la signora?” domandò Lorenzo.
“No,” rispose la donna; “credo che scriva.”
“Annunziatemi: ho da parlarle.”
Dopo pochi momenti la vecchia tornò a dirgli che madama ricusava vederlo, e lo pregava di ritirarsi.
“No! assolutamente no!” egli rispose; “voglio, devo parlarle.”
“Signore, non fate scene.”
“Conducetemi alla sua stanza.”
“Sarei licenziata.”
“Ebbene, la troverò io:” e s’incamminava.
Allora la donna, vista la sua ostinazione, tornò ad avvertirne la padrona, e venne col permesso d’introdurlo presso di lei. Elisa quando lo vide, si alzò, e si preparava a rimproverarlo; ma quando lo ebbe guardato, il miserando stato in cui le appariva dinanzi, vinse ogni sdegno, e muta e tremante lo fece accostare al fuoco, e ne riscaldò le mani gelide nelle sue. – Quando potè parlare:
“Oh, angelo!” egli disse, “qual differenza! esecrandi diritti! nodi aborriti dalla natura! deve dunque l’uomo tutto immolarvi?”
“Amico mio,” rispose Elisa, “la società vuol così.”
“Ma il cuore non lo vuole,” riprese impetuosamente, “ed io voglio obbedirgli. Elisa non ispaventarti, ascoltami: colei ebbe il mio nome, abbia anche la mia fortuna; viva coi figli, rispettata, arbitra di quanto è in me di concederle; ormai questa mia forma sfiorata dalla tempestosa passione non può esser più l’oggetto dei suoi desiderii. E poi, essa è virtuosa; e la virtù sta con la calma, col buon senno: Giulietta anche senza me può esser felice.”
“Ebbene,” domandò a bassa voce Elisa, “che vuoi tu concludere?”
“Osi tu darti a me, misero, privo di tutto, a me che ti offro la miseria, l’infamia ed il mio amore?”
“Lorenzo!”
“L’osi tu?” e la guardava con delirio.
Ella si sentiva sul viso il suo alito di fuoco, e lo amava; e già aveva altre volte fatto il primo passo nella via del precipizio, e la sua guida non era un uomo acceso come Lorenzo di ardentissimo amore! Oh! la virtù avrebbe forse ceduto, e poteva Elisa già non più incontaminata resistere? Si arrese; fu risoluto che la notte seguente partirebbero per il porto più vicino onde imbarcarsi colà per l’America, dove Lorenzo doveva guadagnarsi un pane col sudore della sua fronte e divider quel pane colla compagna della sua fuga. Mille disegni fantastici occuparono la mente dei due amanti! Costoro rinunziando alle ricchezze si tenevano quasi tornati innocenti. “I miei figli!” diceva Lorenzo, “che sono io per i miei figli? nulla personalmente; li lascio padroni di un cospicuo retaggio: che potrebbero desiderar di più?”
All’alba uscì dalla casa di Elisa; il tempo era allora più quieto. Lorenzo, malgrado di tutte le sue riflessioni, si sentiva oppresso da un’angoscia divoratrice, nè osava rientrare nelle mura, dove stavano la sua sposa e i suoi figli; camminava per le vie a caso, guardando senza vedere, urtando e lasciandosi urtare. Entrò in una chiesa senza saperlo; e quando vi fu, il buio lo fece accorto che non era più all’aria aperta; si guardò intorno; si era appoggiato a un altare. Lo riconobbe: cinque anni prima, ai piedi di quell’altare, avea giurato una fede eterna! E la crudele memoria gli riponeva dinanzi la timida vergine inghirlandata di candide rose, che accolse il suo giuramento, e accettò lui per protettore, per guida nel cammino della vita. Oh! allora il velo cadde per un momento, e Lorenzo sentì l’atrocità del suo fallo; si percosse la fronte, e fuggì via spaventato di sè medesimo.
“Sono un mostro!” esclamò: “Elisa, Elisa! perchè ti conobbi?”
Entrò in casa; tutti ancora dormivano. Entrò nella stanza dei figli: i due vezzosi bambini erano immersi in placidissimo sonno: li contemplò avidamente; oh come somigliavano a lui, alla madre! quante idee tènere e pure richiamavano alla mente del padre! Si chinò per baciarli, ma non osò, ristette, si allontanò, tornò; era una lotta inenarrabile quella che lo straziava. Entrò nella stanza maritale e anche Giulietta dormiva; stette dietro le cortine, tremando che si destasse, osò gettare lo sguardo sopra di lei! Com’era pallida! come appariva cangiata! e non era opera del tempo! egli solo avea conturbato i suoi giorni sereni, ed ora l’abbandonava al dolore, alla solitudine. La mano di Giulietta stava pendente fuori del letto; l’anello ch’ei le avea posto in dito a piè dell’altare, ornava ancora quella mano. Ahi vista! ahi memorie! Egli non potò reggere; si allontanò, si chiuse nel suo gabinetto, e là sentì che l’inferno stava ormai nel suo petto per sempre. E impugnò uno stile, e fu sul punto di fuggire il martirio terreno; ma venne un pensiero, un pensiero di egoismo, e la mano di Lorenzo si fermò…. “Perire! immolarsi al rimorso, mentre della colpa non avea provato che le angosce, gli spasimi! immolarsi, mentre la piena della vita gli irrompeva per le vene; mentre gli era dato inebriarsi al calice del diletto, vuotar quel calice, e poi rassegnare al sepolcro un’anima insipida e consumata! – Per Giulietta, per i figli, è lo stesso che io muora o ch’io fugga; finirò certo col suicidio, perchè sento che il rimorso mi premerà insuperabile; ma prima, oh! ch’io prima obbedisca all’impulso che adesso mi domina. Non saranno le gioie che io provai fra le tue braccia, o Giulietta; esse appartenevano al Cielo; quelle che anelo ora sono vomitate dall’inferno. Oh! perchè i frutti dell’inferno hanno potenza di inebriare il mortale?” – Posò lo stile, e cominciò a scrivere: era una lettera per la moglie.
“Giulietta,” le diceva, “hai diritto di aborrirmi; maledici la mia memoria, e vivi coi tuoi figli felice. Io, rinunziando a te e a quei cari, son già quasi punito; il resto del castigo l’avrò tra non molto di mia mano. Ti accludo il mio testamento; esso ti fa arbitra della mia fortuna, ti dà sui figli tutti i diritti paterni: usane: e un giorno quando non rimarranno di me che le ceneri, e un nome disonorato, un giorno fa che sappiano il delitto del padre; e gli concedano una stilla di pianto e una prece! Addio!”
Chiuse nella lettera il testamento, la sigillò, radunò i pochi arredi e i pochi denari che volea portar seco: bruciò tutti i fogli, di cui non voleva che rimanesse traccia; pose in regola i suoi conti, perchè Giulietta trovasse chiaro tutto ciò che riguardava il patrimonio della famiglia. All’ora dì pranzo fu chiamato, non potè ricusare di comparire a tavola, vi andò, ma in tale aspetto, che, appena la piccola Matilde lo vide, gettò un grido, e gli corse incontro. – Giulietta già era seduta alla mensa; al grido della bambina alzò gli occhi in viso al marito, poi li tornò a chinare, e non disse parola. Nessuno mangiò. Matilde ripeteva al padre: “Come sei malato!” ed egli la baciava senza rispondere. Alfine si alzò per andarsene; ma la figlia non voleva sciogliersi dalle sue braccia, ond’egli la pose in quelle della madre: in quell’atto versò una lagrima, che cadde sul viso di Giulietta. Essa stese la mano, e trasse vicino al suo il viso del marito; lo vide sconvolto, lo baciò in fronte, e sentì quella fronte coperta di un freddo sudore.
“Lorenzo!” disse, “è tempo ancora: ritorna a noi! Vedi che ti stendiamo le braccia! Lorenzo, ora o mai più.”
Ei fu sul punto di abbandonarsi fra quelle braccia…. ma quelle di Elisa si aprivano già per accoglierlo; si rialzò, e rapidamente uscì dalla stanza. Giulietta strinse al seno la figlia, e rimase colla disperazione nel cuore.
Appena fu notte, lasciata la lettera sopra il suo scrittoio Lorenzo abbandonò la sua casa. La carrozza era pronta; Elisa lo aspettava, vi entrarono, dirigendosi ad un paesetto di montagna distante tre poste per passarvi la notte, e proseguire all’alba il cammino.
Giulietta seppe subito che il marito era uscito; un funesto presentimento la perseguitava. Andò al suo gabinetto, e la prima cosa che vide fu la lettera. Prenderla, lacerare il suggello, leggere, fu un punto solo; non gridò, non pianse, non cadde priva di sensi; era un colpo di quelli che uccidono, o raddoppiano l’energia della vita. Quando lesse: “Ti lascio arbitra della mia fortuna,” rise amaramente. “La sua fortuna! egli crede che io conti la fortuna per qualche cosa. Sciagurato! io volli te: vile! che osi offrirmi così abietto compenso. Oh Dio! oh Dio! e l’ho amato! e l’amo!” Stette un momento muta, poi si assise là dove erasi seduto Lorenzo a scriverle quella lettera. Scrisse a uno zio del marito, uomo rispettabile che viveva in campagna a poca distanza, gli raccomandò i figli, il loro avvenire; poi prese lo stile che Lorenzo avea lasciato sullo scrittoio, e se lo nascose nel seno. Si fece accompagnare da un fido servo al villaggio dove abitava Elisa; e scese alla porta di quella casa funesta. La serva aprì.
“C’è la padrona?” domandò Giulietta.
“La padrona è partita.”
“Per dove?”
“Non lo so.”
“Sola è partita?”
“Non lo so.”
“Oh! lo so io,” disse un ragazzo impiegato alla Posta, che in quel momento passava con due cavalli. “L’ho condotta io a **** e ritorno. Anzi ho sentito che diceva di dormire alla Montagna, perchè mi ha domandato se vi era un comodo albergo.”
“Era sola o no?”
“Con un signore.”
“Basta così.”
E un quarto d’ora dopo, Giulietta era sola in una carrozza di posta presa al villaggio, e seguiva le tracce dei fuggitivi. Giunta al paesetto sul monte, dove pensava che pernotterebbero, osò scendere all’unico albergo, dove certo stavano Elisa e Lorenzo: avviluppata nel suo mantello, sola, muta, salì le scale. La condussero in un lungo corridoio, dove da una parte e dall’altra erano le porte delle camere assegnate ai viaggiatori. Aprirono una di quelle stanze, e ve la introdussero.
“Non vi è di meglio,” le dissero, “perchè i signori venuti prima hanno occupato gli appartamenti migliori.”
“E quali sono?” domandò Giulietta.
“La signora dormirà nella stanza di faccia a questa, il signore in quella qui accanto; ora però son giù a pranzo.”
Giulietta chiuse l’uscio, e si abbandonò sopra una sedia: erano state così tremende le commozioni provate, e così improvvisa la determinazione di seguire le tracce di Lorenzo, che non aveva ancora avuto tempo di chiedere a sè stessa il perchè lo seguiva. – Ora, certa di averlo raggiunto, si fece questa domanda. Il cuore le rispose con un palpito accelerato. “È qui! con lei!” pensò, “mi ha abbandonata ed io senza di lui non posso vivere, ed egli non può viver per me! dunque?…” Si trasse dal seno lo stile, lo tolse dal fodero, lo contemplò. Una volta le avrebbe fatto orrore, ora invece le pareva di tenere in mano un’àncora di salvezza. Un momento dopo però pensieri miti la riassalirono. “S’io scendessi dove essi stanno, se la mia vista, le mie parole, conducessero la donna al rimorso, al pentimento; se negasse andar seco…. E che! a lei esser debitrice del non perderlo, a lei! e conservarlo così! vilissima, hai tu potuto pensarlo? No, no! egli è suo adesso, lo abbia, viva seco come io seco viveva; tornerò presso i miei figli, vivrò per quei diletti fanciulli…. Sì, sì. Che voglio dall’uomo che non mi ama più? Andiamo….” – E si alzò, e si rivestì del mantello, ed era sul punto di uscir dalla camera; si fermò: “Parto sola,” pensò, “egli non resta solo; passerò la notte in lagrime disperate, ed egli!…” – Rigettò il mantello, un fremito convulsivo le contraeva le labbra; vacillava. Andò ad appoggiarsi al letto; tutti i martirii della gelosia l’assalivano; si abbandonò su quel letto spossata, e in quel momento sentì nel corridoio la voce di Lorenzo. Si alzò precipitosamente, corse alla porta, dalla fessura della chiave vide il marito ed Elisa, accompagnati da un servo con lume. Si fermarono all’uscio in faccia, il servo l’aprì; Elisa vi entrò e lo richiuse. Sentì che Lorenzo entrava nella stanza accanto alla sua; il servo gli augurò la felice notte e si ritirò. Tutto fu silenzio. Giulietta appena appena respirava: “Sono divisi, ognuno nella sua stanza. Oh! s’io osassi entrare in quella di lui; certo ora rammenta chi piange! chi per tanto tempo dormì appoggiata sopra il suo seno! Forse commosso cadrebbe ai miei piedi; anche una volta mi direbbe: – Cara Giulietta! – Ah! me lo dicesse anche una sola volta, mi basterebbe!” Un lieve rumore interruppe il corso dei suoi pensieri, e la camera di Lorenzo si aprì: sentì che ne usciva e con passo lieve lieve si avvicinava a quella in faccia alla sua; egli l’aprì, entrò, richiuse l’uscio.
Oh, allora chi potrebbe esprimere quel che accadeva nell’animo della sfortunata Giulietta? Un dolore acuto cresceva, come un’onda immensa, e sommergeva ogni traccia di dolcezza, di teneri e timidi affetti. Impugnò lo stile, aprì pian piano la porta, e voleva entrare nella stanza di Elisa; poi le parve più sicuro di nascondersi in quella di Lorenzo. Vi entrò; si nascose dietro il letto, in un angolo oscuro: e là contava i momenti, la sua fantasia volava alla stanza vicina, ne rifuggiva spaventata, e gridi soffocati le fuggivano, e facea l’atto d’immergere il pugnale nel proprio seno, e si soffermava, e: “Vendetta, vendetta!” diceva con voce sepolcrale, e non versava più lagrime. Oh, il Signore per lo strazio di quei momenti avrà forse minorato il suo castigo nel giorno della sentenza! Povera Giulietta! tante angosce può reggere il petto umano senza spezzarsi? – Dopo due ore la porta si aprì; era Lorenzo. Si accostò al letto, pronunziò il nome di Elisa, si gettò sulle coltri, ridisse quel nome. Dopo pochi momenti Giulietta sentì che dormiva; allora uscì di dietro la cortina e lo vide; le belle forme del volto di Lorenzo erano animate da un voluttuoso sorriso che errava tuttavia sulle labbra socchiuse. Giulietta salì sul letto, e si distese al fianco di lui per meglio vagheggiarlo; provò un momento di delizia, perchè l’anima si abbandona volentieri all’oblio sull’orlo degli abissi ed ama dormire tra il fremere delle tempeste. – Lorenzo aperse e distese le braccia; Giulietta si spinse in quell’amplesso, e si trovò stretta sul cuore che aveva tanto palpitato per lei… Che momento! Lorenzo sognava; inondò di baci il viso di Giulietta, ed ella rese quei baci. Ma “Elisa….” ei mormorò; e Giulietta si sciolse da quelle braccia, e in un baleno la sua mano avea piantato lo stile nel cuore che l’oltraggiava. Lorenzo gettò un profondo sospiro, aprì gli occhi, e guardò la donna! “Non è Elisa, son io,” disse Giulietta. Gli parve riconoscerla, stese la mano, prese quella di lei, l’accostò alle sue labbra, e: “Giulietta!” disse. Poi l’agonia lo prese, lasciò cadere quella mano, agitò con moti convulsivi le labbra, spalancò più volte e richiuse gli occhi; non si mosse più; era spirato! Giulietta stava in piedi immobile. Ma quando s’avvide ch’egli avea resa l’anima al Creatore: “Lorenzo!” gridò, “Lorenzo! mi hai già lasciata, e quella stretta di mano, quel bacio, quello sguardo erano per me! Oh mio Lorenzo!” e abbracciò strettamente il cadavere.
Un momento dopo sentì aprirsi la porta. Una voce che ben riconobbe: “Lorenzo,” disse, “è tardi, sono le quattro; alzati, bisogna partire.” Uno scroscio di risa acuto, convulsivo, fu la risposta. “Lorenzo!” ridisse quella voce: “ Ebbene! che vuol dir ciò?” Il medesimo riso si fece udire. Allora la persona che avea parlato chiuse l’uscio, e si accostò al letto. Un lume dentro un piccolo vaso d’alabastro, annerito dagli anni, tramandava un’incerta luce…. il letto rimaneva nell’angolo più oscuro della camera. La persona nuovamente venuta non poteva ben distinguere gli oggetti; stese una mano sulla persona che credeva sola e addormentata; quella mano urtò nel manico del pugnale. Elisa, perchè era dessa, la ritrasse con un brivido. La sentì bagnata, fece due passi verso il lume, guardò; la mano era tutta sangue; un moto spontaneo, involontario, la trascinò verso la porta, ma ritornò poi verso il letto tremando forte, e coi capelli irti dallo spavento.
“Lorenzo!” chiamò, “Lorenzo mio!”
“Non è più tuo, è mio e della morte!”
Una figura, che lenta lenta si alzò dal fianco dell’uomo giacente, pronunziò con tuono di voce solenne queste parole. Elisa riconobbe la voce, e cadde ai piedi del letto. Giulietta colle mani grondanti sangue la rialzò, la fece sedere sul letto, e:
“Guardalo,” le diceva, sempre con quel riso d’inferno; “è bello! ma non si desterà più; le tue carezze non hanno più potere; te l’ho rapito.”
Elisa, quasi fuor di sè stessa, non potea proferir parola, e si gettava per abbracciare anch’essa il cadavere. Giulietta come una furia s’interpose, glielo strappò dal fianco.
“Sciagurata!” gridò, “te l’ho detto, non è più tuo.”
“E tu l’amavi,” potè dire Elisa, “tu che l’hai sacrificato al tuo orgoglio offeso!”
“Io sì,” rispose Giulietta, “lo amavo come forse uomo non fu amato mai. Oh! il mio primo, il mio solo amore, egli lo ebbe, e lo porta seco all’eternità. Se io avessi amato meno, non lui, te avrei uccisa; ma che m’importava del dove avea posto gli affetti, non più miei, e a me sola dovuti? Te li diede il delitto, la vendetta te li ha rapiti, e l’ultimo palpito del suo cuore fu mio! Sì, ei la baciò questa mano, ei proferì il mio nome; io sola stetti dinanzi ai suoi sguardi e nell’animo suo nel momento supremo. Egli lo sentì ch’io l’amava tanto da non poter lasciarlo vivere! Siamo riconciliati. Iddio ci darà comune il perdono, o la pena. Tu che hai avvelenato un santo nodo, che hai costretta una moglie, una madre a strappare il padre ai suoi figli, a lasciarli orfani, soli; tu scòstati, nulla hai qui di tuo. Egli tornò mio, va, che più non ti vegga!”
“Si diede a me, ed io l’accettai misero, nudo delle dovizie che a te lasciava!” rispose Elisa amaramente.
“Oh, dunque, conti le dovizie per qualche cosa,” esclamò Giulietta, “se le estimasti una perdita per te, un compenso per me! Oh! il suo amore non poteva appartenerti per lungo tempo: ma pure mi fai compassione; un doppio e grave peso d’infamia ti sta sul capo; la tua contaminata bellezza non ti è scudo bastante contro l’oltraggio del mondo. Vuoi tu fuggirlo? guarda,” e trasse lo stile dal seno di Lorenzo; “questo è l’amico della sventura, della gelosia e del delitto! Anch’io donna, giovane, timida, n’ebbi un tempo paura; per te la mia mano osò impugnarlo, e, vedi, ho colpito giusto nel cuore! nel cuore di quest’uomo adorato: ora farò la seconda prova sul mio; aspetta qui; prendilo dal mio cadavere, e fallo ministro del tuo castigo: lo ardisci tu?”
Elisa tremava forte, e taceva.
“Prendilo, impara ad impugnarlo,” soggiunse Giulietta, e glielo porgea sorridendo.
La bella Montalto volse altrove la testa.
“Oh! io lo sapevo,” rispose Giulietta; “credi tu che se ti avessi creduta capace di tanto ti avrei offerto di venir con noi, di starci al fianco nel sepolcro, e forse nell’inferno o nel cielo? No, no! va adesso, va, il giorno spunta, lasciami in pace….” e la spingeva verso la porta.
Elisa cedeva, senza far motto. Arrivata alla porta, Giulietta l’aprì, poi spinse fuori della soglia l’atterrita rivale, e richiuse. “Oh!” disse poi, “come son poche le anime che alla prova non restano fango, fango nudo dell’orpello che le vestiva! E tu, Lorenzo, tu a quel fango immolasti il mio cuore, dove ardente, inestinguibile, stava la fiamma dell’amore celeste! Misero!…” E versò ancora una lagrima, e…. fu l’ultima! –
Quando i servi della locanda entrarono in quella stanza, vi trovarono due cadaveri. Elisa di Montalto era partita; forse in un’altra solitudine trovò un altro consolatore. I due sposi furono riconosciuti, e portati ad aver sepoltura nella città, dove nacquero e dove abitavano: – l’ebbero ai piedi dell’altare che accolse i giuramenti del loro amore. Così la Vendetta inalzò il suo funebre monumento presso quello della Fede tradita!

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Angelica Palli Bartolommei – Memorie di Federigo

CAPITOLO I.

Io nacqui unigenito in seno d’una famiglia provveduta di mediocre fortuna, tranquilla e rispettabile per domestiche virtù, per nullo desiderio di figurare sul teatro del mondo. Mio padre morì quando io compiva appena i dieci anni, e quel primo dolore lo sentii forte così, che la mia immaginativa da quel tempo in poi inclinò a cupa melanconia. Mia madre era una buonissima donna, ma oltre la casa non conosceva quasi che la via della chiesa; mi amava teneramente, io le corrispondeva con molto affetto: e non essendo in condizione da dirigere la mia educazione, avrebbe forse dovuto mettermi in un collegio; non ebbe il coraggio di separarsi da me, ed i maestri, ai quali diede l’incarico d’istruirmi, mi parlavano così materialmente delle scienze e delle arti, che le loro lezioni erano per me un corso di sbadigli e null’altro. La mia esistenza era tutta positiva; nessun pensiero ideale o esaltato entrava mai ne’ discorsi delle poche persone che frequentavano la mia casa: mi stava d’intorno una quiete profonda, un trascorrer di giorni tutti simili l’uno all’altro, una felicità fondata sull’assenza del dolore; e già a dieci anni io mi annoiava di vivere in cotal modo. Tratto tratto mi si suscitava nell’animo come un turbine: non erano desiderii diretti decisivamente a uno scopo, non rammarichi del passato, non disperazione dell’avvenire: era un mesto impeto di affetto, un imperioso bisogno di fare; e invece allora io sedeva molte ore immobile, con gli occhi fissi sopra un oggetto qualunque, colla fisonomia alterata, in uno stato d’indefinibile angoscia. Mia madre chiamava quel mio soffrire senza causa apparente, – l’attacco nervoso, – e mi tormentava per farmi ingoiare quelle medicine, nelle quali avea fede. Io le sorrideva mestamente ricusando d’inghiottire i rimedii; ed essa usciva dalla mia stanza gridando: “Non ci tornerò più;” ma dopo appena un quarto d’ora la vedeva riaffacciarsi pian piano all’uscio, spiare s’io m’era mosso, ritirarsi sospirando, e ritornare più volte; finchè pietà di lei mi vinceva, e per darle pace io usciva di casa dopo averle detto: “Sto meglio.” Povera madre! quanta tenerezza racchiudeva nel suo candido cuore!

CAPITOLO II.

Io aveva compìti appena i diciannove anni, quando ti conobbi, o Maria! Tu splendevi della doppia luce della beltà e della giovinezza: t’incontrai in mezzo al profumo dei fiori, sul declinare di un bel giorno di primavera: il sorriso errava sulle tue labbra; mi fermai immobile a contemplarti…. Tu arrossivi, e stringendoti al braccio della compagna affrettavi il passo. Orfana sfortunata! fossi tu fuggita lontano, così lontano, ch’io non avessi potuto mai più raggiungerti! Ti vidi entrare in una casa di meschina apparenza, ove restai accanto all’uscio: era già notte, un debil lume rischiarava una stanza del primo piano, ma la finestra restò deserta. Finalmente pensai a mia madre, mi mossi per tornare là dove essa mi aspettava inquieta per l’inusitata tardanza. Alla notte il sonno non mi confortò mai; un nuovo volume dell’esistenza mi si era aperto dinanzi, ed occupava ogni mio pensiero. Il domani rivisitai quella strada, guardai quell’uscio con una specie di religioso rispetto; alzai gli occhi, vidi Maria affacciata alla finestra, e li riabbassai!
Era sola sulla terra; i suoi genitori avean vissuto nell’agiatezza; poi colpiti dalla sventura eran morti, raccomandando Maria alle cure di una vecchia che li serviva già da molti anni. La fanciulla provvedeva col lavoro delle sue mani al proprio sostentamento, e a quello insieme della buona Camilla: viveva giorni quieti, se non felici, e amandomi, sperò un avvenire tutto letizia! “Starò teco,” mi diceva, “sempre teco! Tu mi metterai a parte d’ogni tuo piacere e d’ogni tua pena; siamo giovani, l’avvenire è lungo, e possiamo guardarlo senza paura.” Dolci, affettuose parole! Io l’amava; e nonostante mi sentiva tuttavia un vuoto nell’anima.

CAPITOLO III.

La corda dell’amore non era più muta, rimaneva a rompere il silenzio quella dell’amicizia. Oh! fosse quel silenzio rimasto ineccitabile, eterno! Al caffè dove io era solito passare ogni giorno qualche ora, fumando, chiacchierando, leggendo i giornali; conobbi un uomo, amabile nei modi, arguto nei concetti, ricco di cognizioni svariate. Il suo dire aveva per me una prepotente attrattiva, ciò nonostante io non osava sostenere la fosca luce che tramandavano i suoi occhi grigi; era un baleno troppo forte per la mia virtù visiva.
Di sera in sera la nostra relazione si faceva più intrinseca; egli rideva della mia semplicità, de’ miei pregiudizii all’antica, perchè la tenerezza filiale, l’amore, l’idea d’un Ente supremo erano per lui pregiudizii: avvolgeva i suoi sofismi in tanta amenità di parole, ch’io non persuaso, ma vinto, finiva sempre col dirgli: “Hai ragione;” e mentre non avevo ancora finito di dirlo sentivo già nascere nell’animo il rimorso d’averlo detto. Abbominandone le massime, io mi sentiva imperiosamente trascinato ad ascoltarlo, ed io pendeva più avido dalle sue labbra che da quelle dell’ingenua Maria. La mia natura impetuosa abbisognava di forti sensazioni; la scintilla elettrica partì dal vizio, perchè la virtù sulle labbra di una donna semplice, d’indole dolce e mansueta, non bastava a destarla: creato per l’entusiasmo fui sul punto di consacrarlo alle inspirazioni del delitto, e la mia vita destinata alla quiete fu dunque uno sbaglio del caso! Il torrente cerca una via per calar dal monte; se non la trova, precipita giù devastando: – io devastai tre vite! – Oh! se l’uomo potesse sempre svolgersi sotto sguardi vigili, capaci d’intendere l’arcana tendenza che lo governa, vi sarebbero sulla terra meno colpe e meno sventure!

CAPITOLO IV.

Una sera: “Senti,” mi disse Fausto (tale era il nome che si dava meco il mio amico), “ti veggo un ragazzo e vorrei far di te un uomo.”
“In qual modo?”
“Oh! la cosa è difficile, e non so nemmeno se con tutto il mio buon volere potrei pervenirci.”
“Mi tieni così da poco?…”
“Fosti male educato; che sperare da un giovine perduto fra le smorfie di due femmine, la madre e l’innamorata?”
“Mi fai torto.”
“Voglio sperarlo.”
“Mettimi dunque alla prova.”
“Vedremo.”
Ei mutò discorso, e per più sere, malgrado della mia insistenza, non volle ritornare sopra questo argomento. L’umiliazione di passare per un dappoco, d’aver lo sprezzo dell’uomo ch’io, nonostante l’orrore inspiratomi talvolta dalle sue massime, non potevo fare a meno di apprezzar molto, era un martirio che mi addoppiava la consueta melanconia: neppur l’idea delle vicine nozze bastava più a serenarmi. Quando la vista delle placide gioie domestiche si affacciava tra le nebbie che mi offuscavano l’animo e l’intelletto, se io la contemplava un momento con compiacenza, ecco il beffardo sogghigno di Fausto frapporsi tra me e quelle dolci immagini, e scacciarle come indegne di riempire i maschi pensieri dell’uomo: egli però non mi aveva mai detto a quale scopo dovessero dirizzarsi questi pensieri; il suo silenzio era da me interpetrato come segno di poca stima, ma venne pur troppo il momento, in cui egli mi stimò abbastanza da romperlo!

CAPITOLO V.

Egli mi condusse in una casa remota: molti uomini erano riuniti in una stanza del quinto piano, smobiliata, e quasi all’oscuro.
“Il coraggio è la potenza di vincere la paura e il rimorso, di vibrare con mano ferma uno stile e piantarlo, senza tremare nè impallidire, nel petto dell’essere su cui è caduta la condanna di morte; chi è incapace di quest’atto non ha d’uomo che il nome: è un aborto della natura, una femminuccia sotto forma maschile.”
Tali massime io ascoltai predicare in quell’assemblea! Uscivano dalle labbra d’un uomo di statura altissima, dotato d’occhi neri, scintillanti, di voce sonora: l’uditorio pareva preso da entusiasmo; vidi un pugnale nelle mani di tutti, e tremai. Il mio spavento fu osservato, mi guardarono col sorriso dello sprezzo; l’orgoglio offeso si destò.
“Di che ridete?” domandai con voce forte e sicura.
Tacquero tutti, ma nessuno cessò dal guardarmi e sorridere: io ripetei la domanda. Allora l’oratore si mosse dal suo posto, a passo lento mi venne vicino, e: “Ragazzo,” disse, “qui non si trema.”
“Chi vi ha detto ch’io tremo?” risposi.
“Nessuno, ma abbiamo tutti un’ottima vista. Via, che giova il vestir da leone la lepre? Chi sta sempre fra la madre e l’innamorata non può riuscire che lepre; ci vuol altro per esser un uomo!”
“Io voglio essere!”
“Adagio, sta a vedere se ti riesce.”
Così dicendo mi poneva sott’occhio lo stile; lo guardai con fronte tranquilla, benchè tra la paura e l’amor proprio mi si suscitasse un fiera lotta nell’animo.
“Saprà trattarlo,” esclamò quel feroce; “i più non ressero a questa prova. “Poi rivolgendosi a me: “Hai fatto il primo passo,” soggiunse; “vuoi andare avanti o tornare indietro? risolvi.”
La memoria di quei sogghigni di sprezzo s’alzò onnipotente nel mio spirito.
“Avanti,” dissi.
“Bene,” rispose, “fra tre sere ci rivedremo;” e ci separammo.
Oh! la notte che venne dopo questo colloquio fu ben diversa da quella che successe al mio primo sospiro d’amore, all’incontro con Maria! Allora una soave ebbrezza invadeva i miei sensi; adesso il mio sangue bolliva infiammato da un fuoco divoratore. Larve spaventevoli circondavano il mio letto, e la cara immagine di Maria si perdeva in mezzo a tanti oggetti d’orrore.

CAPITOLO VI.

Il mattino era fresco; m’alzai pallido, sparuto; mia madre mi guardava inquieta.
“Sei tornato al tempo degli attacchi nervosi,” mi disse.
Io sorrisi senza rispondere, e dacchè Maria mi aspettava, sperai ritrovar pace al suo fianco; ma appena mi vide gettò un grido.
“Che cos’è stato?” domandai.
“Ohimè, Federigo!” rispose, “come ti trovo diverso da ieri! tu hai passata una brutta notte!”
“È vero, Maria; non istò bene.”
Mi gettai sopra una sedia a bracciuoli, e più non dissi parola: la fanciulla mi rimirava stupita, afflitta, con occhi pregni di lagrime. Entrò la vecchia Camilla, e vedendoci in tale atteggiamento pensò che fossimo corrucciati per qualche inezia, e cominciò a ridere.
“Di che ridete?” domandai aspramente alzandomi, perchè quel riso mi avea richiamata alla mente una memoria umiliante. Essa rideva più forte. “Vecchia imbecille!” esclamai, e senza dir neppure addio a Maria uscii dalla stanza, dalla casa, feci un lungo cammino senza scopo, bestemmiando, e immerso in una cupa mestizia. Non mangiai a desinare: mia madre domandò se mi mancava l’appetito, o se i cibi non mi piacevano: abbracciai avidamente la scusa, dissi un monte d’ingiurie alla povera donna, che in casa nostra faceva sola tutto il servizio; poi m’alzai e mi chiusi nella mia stanza. Ivi il pensiero del vicino ritrovo mi dominò intieramente; voleva convincere me medesimo di desiderarlo, e un involontario ribrezzo mi avvertiva che invece avrei voluto allontanarne il momento. Tenni quel ribrezzo come un indizio di paura, me lo rimproverai amaramente, e tratto da un armadio un antico pugnale, eredità di mio padre, mi posi a esaminarne attentamente la lama; la mano mi tremava nel reggerlo. “Sciagurato!” gridai a me stesso, “tu hai dunque paura d’un’arme! tu non sei uomo!” Gettato a terra lo stile, mi posi a camminare disperatamente in su e in giù per la camera.
“Ma, Federigo, tu impazzisci davvero!” Mia madre proferiva queste parole, ferma sulla soglia dell’uscio che aveva mezzo aperto.
Mi fermai; essa entrò, mi venne vicina; mi prese amorosamente la mano, e il mio cuore si sciolse dall’inviluppo della ferocia: guardai la veneranda sembianza, e chinai il capo sopra il suo seno.
“Che hai, mio povero Federigo?” disse quella tenera madre.
“Nulla! nulla!”
“Signore del Cielo! che è questo?” Essa aveva inciampato nello stile.
Vidi la sua paura, da prima ne fui commosso; ma poi: “Anch’io,” pensai, “poc’anzi nel toccarlo ho avuto quasi paura.” La rabbia dell’amor proprio mi surse come un flutto minaccioso nel petto.
“Che cos’è?” risposi aspramente, “non lo vedete? uno stile.”
“Che ne fai tu? perchè tieni questo istrumento scellerato nella tua stanza?”
“Vi terrò invece la rocca e l’ago!”
“Sarebbe meglio per te e per me!”
“Già lo so; voi mi vorreste un dappoco, un imbecille, buono a cantare in coro, a scaldare le panche delle chiese, e a null’altro.”
“Federigo! non parlare con quel tono di sprezzo di cose ch’io t’insegnai a venerare, e che tu non so dove imparasti a porre in ridicolo; bada, non son parole da galantuomo; si comincia così, poi sa Dio dove si finisce.”
“Siete donna e idiota,” risposi, “dovete pensare come pensate; per voi la quiete di casa è tutto; vorreste che il mondo fosse popolato da una razza stupida, buona a dir rosarii e nulla più; vi compatisco, ma lasciatemi in pace.”
“Ah disgraziato! ed io compiango te dal profondo dell’animo, tu sei sulla via della perdizione!”
“Andatevene, fatemi questo piacere.”
Ella rimaneva, ed io, preso il partito di lasciarla padrona del campo, raccolsi lo stile, me lo nascosi nel seno, e uscii precipitosamente per non darle modo di tentare di trattenermi.

CAPITOLO VII.

Il luogo, dove fui condotto questa volta, era diverso da quello, dove tre sere innanzi m’introdusse la medesima guida. Era un piazzale quadrato, sparso di molti cipressi, cinto d’alte mura, a poca distanza dalla città. L’erba cresceva folta nel mezzo; d’intorno era un lastrico, in fondo una porta, a cui non rimanevano usciali, che introduceva in una piccola stanza, la quale dall’indole dell’architettura pareva aver servito un tempo ad uso di cappella mortuaria. Un chiaror di luna velata da nubi diafane illuminava la tetra scena; molti uomini passeggiavano qua e là nel piazzale, ora visibili, ora coperti dall’ombra dei cipressi; nessuno parlava: parevano gli spettri dei sepolti nelle antiche fosse del cimitero. Ad un tratto una forma gigantesca si presentò sulla porta della cappella, di cui la fosca luce addoppiava le dimensioni d’ogni sua parte; tutti gli astanti si raccolsero in un semicerchio intorno all’uomo gigante, ch’io riconobbi per quello che avea perorato nell’adunanza, nella quale io intervenni tre sere prima.
“Fratelli,” egli disse, “alla specie umana degradata occorre di riacquistare la sua dignità; il figlio della terra per essere degno dei suoi alti destini deve cominciare da vincere il senso della paura, l’agonia del ribrezzo, il sussulto involontario del cuore; deve poter ciò che vuole, deve saper uccidere obbedendo ad una fredda volontà, a un calcolo del pensiero fermato sopra motivi diversi da quelli che armano la mano dell’uomo offeso che vuol vendetta, e del sicario che vuol denaro; deve uccidere nella calma della solitudine, senza l’ebbrezza che vien nel soldato dalla musica, dalle trombe, dalle grida della moltitudine: che cos’è la vita di poche creature, le più, disgraziate, miserabili, di peso alle altre e a sè stesse? – La scuola del coraggio, – e non costa altro prezzo fuorchè il mandarle a riposar sotto terra: intanto la specie umana scossa da un terror salutare si riavvezza a forti emozioni, dimentica per qualche momento la mollezza de’ suoi costumi, e s’innalza al di sopra delle codarde abitudini. Benefattori dell’uman genere, noi lo spoglieremo del terrore di dare e ricever morte; di quel prepotente terrore che disarma spesso la mano della giustizia e raddoppia i misfatti colla speranza d’impunità; che spinge tanti sciagurati a bruttarsi di qualunque infamia anzi che affrontar la punta di un ferro. Su via dunque, proseguiamo l’opra ben cominciata: ai voti!”
Ognuno stese rapidamente la mano per porre il proprio nome nell’urna;… io (nel rammentarlo m’invade tuttavia un brivido di raccapriccio!), io, preso da un feroce entusiasmo, vedendomi dimenticato:
“Prendete anche quello di Federigo,” gridai.
“Non si può ancora confidare sopra di te,” rispose il capo, “ci faresti torto.”
“Fidateci, non ismentirò la vostra fiducia,” replicai; e anche il mio nome venne accolto nell’urna, che fu poi scossa dalla mano del capo.
“Tocca al più giovane a estrarre il nome dell’eletto a soddisfare il debito della notte,” egli disse.
Fausto mi fece inoltrare nel mezzo, come quello che avea diritto a farsi ministro della fortuna. Spinsi la mano dentro l’urna con un’ansietà inesprimibile, ignorando tuttavia a qual prova di coraggio andasse incontro l’uomo, il cui nome sarebbe per me estratto da quel vaso fatale…. tremando e anelando d’esser io quello! Afferrai una scheda, la porsi al capo, egli, bastandogli a ciò fare la luce della luna, lesse il nome che conteneva, – il mio! – Gettai un grido…. Era di gioia? era di spavento? Non so. Egli mi comandò d’inoltrarmi fin sulla soglia della stanza mortuaria e d’inginocchiarmi; andò nell’interno della stanza, e un momento dopo ricomparve brandendo nudo uno stile.
“Questo è per tutti,” disse; “il sangue vi si lava col sangue; guai a chi lo lavasse colle lagrime della paura! Giovinetto, ora a te appartiene; domani sera al tocco della mezzanotte tu l’immergerai nel petto del primo che ti passerà vicino, mentre starai passeggiando le strade più popolate della città; bada di non lasciar l’arme nella ferita, poi torna a casa tua, e dormi tranquillo; la sera dopo verrai qui a rendermi conto dell’operato, e a restituirmi lo stile che solennemente ora ti consegno.”
Io rimaneva immobile ai suoi piedi guardandolo; il suo viso, percosso in quel momento da un pieno raggio di luna, appariva in tutta la selvaggia orridezza che lo facea spaventevole: l’istinto, la coscienza, il cuore parlarono; fui sul punto di alzarmi, e di fuggire da quel covile di fiere; di correre da mia madre, e da Maria, per dimenticare fra le loro braccia il sogno orrendo che m’avea affascinato. Funesto amor proprio! vanità spregiabile! m’inceppaste ai piedi del mostro! Accolsi da quelle mani maledette e strinsi nelle mie il ferro bagnato di tanto sangue innocente!

CAPITOLO VIII.

Era un mattino d’autunno, limpido, bello; apersi la mia finestra, e contemplai le meraviglie della creazione: il cielo vestito del suo azzurro purissimo, la terra tutta verdura, il piano, il mare, le sovrastanti montagne. L’animo mio si espanse, e la cocente febbre che m’avea divorato l’intera notte parve sedata: mi appoggiai alla finestra, e una lagrima bagnò le mie palpebre inaridite dalla veglia angosciosa.
“Quanto tu vedi” dissi a me stesso “tu puoi goderlo colla forza, coll’energia della giovinezza; tu puoi godere d’un bel mattino, raccogliere sul tuo capo le sue rugiade, asciugarle al raggio del sole di mezzogiorno, per poi ribagnarti di quelle della sera; tu puoi goder del creato! E quando il tuo cuore s’inebria alla vista del quadro magnifico della natura, e prova il bisogno di effondere le sue sensazioni in un cuore che le faccia sue; tu puoi posar la mano sul cuore di Maria e sentirlo battere come il tuo, tu puoi goder le celesti voluttà dell’amore, e far sì che la terra per te sia un Eden! Oh sciagurato! perchè non appagarti di gioie pure! Da quanto tu vedi scende all’anima un senso di gioia, di tenerezza; e quando anche la natura si veste di forme tremende, il suo orrore è solenne, è sacro; invita a mestizia, non ad opre di sangue: perchè creder l’uomo creato a far ciò, cui la sola voce dell’uomo lo incita? Gli uomini nella corruzione hanno snaturato l’istinto; ora tu bevi nelle fragranze del mattino le sue vergini inspirazioni, assecondale;… la tua mano è pura, non macchiarla, portala qual’è adesso all’altare per istringerla a quella di Maria! Figlio, marito, padre, avrai tanti dolci doveri, e l’adempirli ti darà più dritti alla stima, che non il furente coraggio dell’omicidio! Guarda quanta gente si aggira nelle vie; tutti costoro hanno legami, tutti hanno forse sulle labbra le tracce d’un bacio o della madre, o della sposa, o dei figli, che lasciarono per correre alle proprie incombenze; forse uno di questi tu ucciderai la ventura notte;… perchè? che ti hanno fatto? e domani ti terrai migliore d’oggi?”
Sciagurato! Lagrime dirotte mi sgorgarono dagli occhi, il velo era caduto, ed io vedeva le cose nel vero aspetto. Volli uscir di casa, perchè lo strazio dei pensieri era un cilicio troppo pesante, sperando fosse più soffribile all’aria aperta, sulle rive del mare. Quand’ebbi fatto appena una ventina di passi, mi sentii dolcemente chiamare a nome, alzai gli occhi…. Maria! – Vestiva un abito nero, e un lungo velo bianco le scendea dal capo fino ai ginocchi.
“Qui sola a quest’ora!” le dissi, “che vuoi dire?”
“Vengo dalla chiesa,” rispose; “ho adempito i miei doveri con Dio: oh Federigo, tu mi hai resa tante volte ingiusta verso la Provvidenza, mi hai fatto tante volte maledire la vita, io aveva per te tante colpe sull’anima!”
Tacque; chinò gli occhi a terra, e una nuvola di profonda mestizia si distese su lei.
“Maria!” esclamai, “perdonami; io vorrei farti felice.”
“Tu hai pensieri che non sono per me.”
“T’inganni.”
“Lo volesse il Cielo! Ma, vedi, la gente ci guarda perchè parliamo troppo vivaci; vieni, entriamo nella chiesa che ci è vicina, a quest’ora è quasi deserta: Iddio solo ci ascolterà.”
La seguitai, si fermò all’angolo più remoto; la vidi prendere un atteggiamento solenne, la sua fisonomia divenire grave, i suoi sguardi persero l’usata timidezza, e mi fissarono simili a quelli del giudice che cerca in cuore d’un accusato il delitto.
“Non t’avrei qui condotto,” mi disse, “se non era per parlarti parole quali vi si convengono. Federigo! a’ piedi dell’altare del Redentore, io ti supplico, dimmi che pensieri ti conturbano la vita; dimmelo, o se mi tieni indegna della tua fiducia, abbandonami. Io ho notato il tuo diradar le visite, l’abbreviarle, lo star meco astrattamente, pensando altrove o rispondendo senza aver nulla inteso delle domande; ti ho veduto dimagrare, impallidire, prendere l’aria di chi non può trovare il sonno; tutto questo perchè? Neppure tua madre lo sa, ed è inquieta come sono io: che hai? dillo a chi t’ama, confessati all’amore ed al Cielo.”
“Maria! perchè tormentarti con mal fondati sospetti? io t’amo, Maria; te prima, te sola amo…. ti basti: uomo, posso aver segreti non miei unicamente; che t’importa, quando non riguardano in nulla quel che a te devo?”
“Che m’importa? si tratta di te, e dici: che m’importa? Oh Federigo! non dirlo!”
“Ebbene, te lo confesso, ho avuto dei dispiaceri, cose affatto straniere a te, al nostro amore: ora sono finiti, ora son tranquillo, non se ne faccia mai più parola.”
“Tranquillo!… tu non sei, tu hai tuttavia un grave peso sul core!”
“Perchè crederlo?”
“Perchè ti conosco.”
“Non più di ciò, te ne prego.”
Essa tacque, e lentamente s’allontanava.
“Perchè mi lasci, Maria?” dissi seguitandola.
“Perchè” rispose “devo lasciarti co’ tuoi segreti, perchè non potrei viver con te a patti d’aver tu pensieri e cure ch’io dovrei non conoscere; e non per curiosità, sai? ma t’amo tanto! e mi terrei non riamata.” – Gli occhi le si empivan di lacrime. “E poi, chi sa?” continuò interrotta dal pianto; “tu frequenti cattivi compagni…. forse ti spingeranno a far male, a viver nei bagordi, a bestemmiare il Santissimo; io voglio perderti e morir di dolore, anzi che esser tua moglie e pianger sul tuo traviamento in mezzo a disgraziate creature! Addio, Federigo! addio!”
“Maria, fermati!… è vero forse ch’io frequentai male; però…. la mia debolezza fu già punita: se il castigo non basta, se devo subirne uno peggiore, oh! non venga da te, lascia che mi raggiunga per altra mano. Forse domani ti dorrà d’avermi rigettato, perchè il destino che mi sta sul capo può colpirmi domani, oggi….”
“Che dici? che destino?”
“Dimmi che qualunque cosa avvenga di me, tu mi amerai sempre.”
“Oh! parla chiaro.”
“Non posso, ma non sono ancora indegno di te, te ne do sacrosanta parola; e per non divenire, forse dovrò soccombere.”
“Dio! Dio! aiutatemi a farlo parlare!” gridò l’affettuosa fanciulla. “Federigo! Eccoti la mia mano, prendila senza patti; ch’io manchi di tutto, del fuoco, del pane, di tutto!… ch’io pianga misera, sconsolata, non importa; tu però promettimi di custodire la tua persona, di allontanarti dai rischi. Vuoi a questo patto essermi marito? lo vuoi?”
“No, Maria; sarebbe il patto d’un Angelo col Demonio; tu sei un angiolo, io non voglio essere il demonio; io farò teco la parte del galantuomo; adesso prima di dartela, io la brucerei questa mano. Credilo,” soggiunsi, “è immenso pegno d’amore il rifiutarla.”
“Sarà, vedo che bisogna rassegnarsi…. Addio!… addio!”
Uscì di chiesa, la seguitai, ma più non volle ascoltarmi.
Corsi in traccia di Fausto, lo rinvenni, e: “Senti,” gli dissi, “tu devi liberarmi dall’inferno che m’hai posto nel cuore; riporta lo stile a chi me lo diede, io non voglio assassinare.”
Egli mi guardò sorridendo, ed io notai quel sorriso.
“Non ischerzo,” soggiunsi, “eccoti lo stile; ti giuro un eterno silenzio su quanto so di te, de’ tuoi compagni, ma non contate sopra di me.”
“Lo sapevo,” egli rispose coll’accento del più profondo disprezzo; “sei un ragazzo, e volevi passar per uomo, ecco tutto.”
“Fausto, ho cambiato parere, perchè repugno ai delitti, non perchè mi atterrisca il ferire.”
“Sarà.”
“Ti prego di dirlo a coloro.”
“Oh! sono proprio gente da crederlo.”
“Che dunque crederanno?”
“Te l’ho da ripetere? che hai avuto paura.”
“Avranno torto.”
“O torto, o ragione, è così.”
“Dunque, secondo voi, chi non è assassino, non è tale se non perchè gli è mancato il coraggio di essere. Se a nessuno mancasse, che sarebbe la terra?”
“Io non so far riflessioni filosofiche,” rispose Fausto; “so bensì che a forza di sottigliezze si è trovata una scusa a tutto, e che il cuore della lepre è ben contento di potersi avviluppare in un mantello di filosofo e di filantropo.”
Prese dalle mie mani lo stile, e se ne andava; poi si rivolse verso di me, e:
“Senti,” mi disse, “mi fai tanta compassione, che voglio darti un avviso: questa non è più aria per te, fa di andartene avanti sera.”
“Perchè?”
“Per paura di provare la punta dello stile che mi rendesti; vattene a casa, e non uscirne che per chiuderti ben bene in una carrozza, dalla quale ti farai portare lontano molto di qui: poi d’ora innanzi in qualunque luogo ti trovi, da casa in chiesa, e viceversa, come tua madre.”
“Chetati, Fausto; io non sopporto gl’insulti.”
“Che forse chiami insulto un avviso caritatevole? Povero te, se non vuoi seguirlo! e pure mi par che t’importi il vivere; su, dunque, a casa.”
“Fausto, è troppo!”
“Se vuoi darmi qualche commissione per la tua Maria, l’eseguirò volentieri, le dirò che ti sei nascosto per prudenza, per senno.”
“Basta!”
“Che se ti vuole, vada a cercarti alle prediche, ai vespri.”
“Fausto!”
“Che c’è?”
“Basta, ti dico.”
“Vattene dunque a casa.”
“Il mio sangue bolle.”
“Per la paura?”
“Ben altro.”
“Via! non fare il gradasso.”
“Rendimi lo stile.”
“A te? se fosse una rocca!”
“Rendimelo.”
“Scherzi.”
“Dico davvero.”
“Che vuoi farne?”
“Provarti che non son vile.”
“Eh! son bambocciate, io non ho tempo da perdere; addio.”
“Fausto!” gridai, “dammelo, o trema!”
Ei si volse, e: “Non posso,” rispose, “me l’hai dato, devo renderlo al nostro capo; se veramente tu hai la forza di rivolerlo per farne l’uso che devi, richiedilo a lui medesimo; questa sera ci troverai tutti uniti mezz’ora prima di mezzanotte.”
“Dove?”
“Nel piazzale dei cipressi.”
“Verrò.”
“Non ci credo….”
Egli se ne andò ripetendo queste parole, ed io rimasi in preda a mille riflessioni, tutte, una più tormentosa dell’altra. Quando ridomandai lo stile fu nell’impeto dello sdegno, senza aver risoluto che ne farei; forse per piantarlo nel petto di Fausto, o nel mio. Adesso un altro proponimento mi si affacciò al pensiero, dopo le seguenti considerazioni: la fuga mi pareva tal viltà, contro cui si sollevava l’anima tutta; rimanendo, la morte per mano di un sicario era per me inevitabile, e: “Quand’anche,” pensai, “cosa che non può essere, mi risparmiassero, rimarrei esposto ad un continuo dileggio; sono, è vero, coloro un’accolta di scellerati che dovrei spregiare; ma lo scherno, venga da qualunque siasi labbro, umilia, avvilisce…. È bensì impossibile che mi lascino in vita; mi posero a parte dei loro segreti, potrei tradirli, sanno essi che cos’è l’onore per aver fiducia nel mio?… La mia morte è sicura; almeno si muora, provando di non esser vile. Io tornerò là dove mi fu consegnato il ferro omicida, proverò così di non averlo restituito per paura; mi lasciai traviare, bisogna pagarne il fio…. E chi sa? forse richiamerò qualche altro traviato sulla strada del pentimento, le mie parole ridesteranno dei rimorsi, salverò qualche vittima…. morrò nè codardo in faccia agli uomini, nè senza porre una buona azione nella bilancia di Dio!” – Questo pensiero era il solo, su cui mi appoggiava per riposare qualche momento da tanta guerra.

CAPITOLO IX.

Risoluto di affrontare la vendetta di Fausto e dei suoi compagni, sentii esser per me di somma necessità l’assestare le mie faccende, il far testamento. Tornai perciò a casa, mia madre era fuori; entrai nella sua camera, mi gettai colle braccia aperte sopra il letto, e baciai il luogo dove essa appoggiava il capo venerando, ricordando di quante lagrime lo aveva già bagnato per me, per le follie della mia adolescenza! Ed ora…. nella prossima notte probabilmente nuove lagrime disperate lo inonderanno!… Piansi anch’io; poi mi chiusi nel mio così detto Studio, per occuparmi del testamento. L’uomo che lo verga lottando con gli orrori dell’agonia; quegli che se ne occupa quasi per passatempo pensando a un lontano avvenire: sono l’uno troppo vicino, l’altro troppo lontano dalla morte, per poterla considerare come io la considerai in quell’ora. Giovane, sano, libero, io scriveva per il domani, in cui era in me la quasi assoluta certezza di non esser più che un cadavere. Ordinando le mie cose spesso mi veniva fatto il dimenticare che io non dovea godere dei vantaggi di quell’ordine; che io non entrava per nulla in quelle disposizioni dell’avvenire: e al riaffacciarsi di questa memoria, mi pareva una cosa incomprensibile, e mi fermavo colla penna sul foglio, chiedendo a me stesso: “È vero? Non ci sarò io?”
M’immaginai che mia madre e Maria potrebbero vivere insieme; ne scrissi ad ambidue una calda preghiera, e mi posi a riflettere, che in casa vi abbisognerebbero due stanze di più, una per Maria, una per la vecchia Camilla. Queste mancavano; vi era bensì la mia stanza, il mio studio. Ebbene non mi fu possibile indurre la mia mente a confessare, che rimarrebbero libere, che il domani se ne potrebbe disporre. Poi si trattò di assegnare una dote a Maria: “Essa è giovanissima,” pensai; “se deve rimanere, è giusto che abbia una piccola fortuna per portarla al marito che sceglierà; tutto quello che non è necessario al benessere di mia madre si lasci a lei.” Però, Maria sposa di un altro era tal pensiero, che mi faceva andar sulle furie, e quando scrissi: “Lascio, perchè quando si marita….” mi prese tal impeto di rabbia, che fui sul punto di lacerar quel foglio. – Come!… io nude ossa, polvere, dimenticato dentro una sepoltura, senza aver più diritto che a un De profundis;… e un altro, seco,… nel suo cuore, fra la sue braccia!… E la cosa sarà come deve essere…. e a nessuno parrà un’ingiustizia? Ed ecco da capo mi rammentavo di provvedere a un ordine di cose affatto distaccato da me…. In quel momento tutta l’amarezza contenuta nell’idea della distruzione mi piombò sull’anima…. Oh! finchè si sfidano i rischi, finchè si contempla nel sepolcro un asilo contro l’umana nequizia, la morte non ha terrori; ma quando si pensa: “Quelli che io amo mi dimenticheranno, stringeranno nuovi nodi di tenerezza, l’oblio starà solo sulla mia sepoltura!” allora…. colui soltanto che non sentì mai il potere degli affetti, guarda imperterrito l’avvicinarsi del momento supremo.

CAPITOLO X.

Il cielo era negro e soffiava un vento impetuoso; mi parevano indizi funebri. Per via intesi il gracchiar d’un corvo, mi venne l’idea che fosse per me il precursore della salmodia che la domani mi accompagnerebbe freddo cadavere al cimitero… Un brivido mi serpeggiò per tutta la persona…. “È freddo!” dissi ad alta voce, benchè sentissi venirmi una vampa al viso da ogni soffio di vento. Uscii all’aperta campagna, e gli alberi che incontravo, da lontano mi parevano vestir forme orrende: avrei pur desiderato non esser solo! Io andava spontaneamente incontro alla morte, dunque non poteva esser paura quel ch’io provava; oppure esiste nel cuore umano una paura più potente di quella della morte, oltre la paura dell’infamia e d’Iddio?… Non so! narro i fatti senza commento.
Volsi i passi al luogo funesto; e a mano a mano che mi andava avvicinando alla mèta del cammino, rallentavo sempre più il passo, spingevo gli occhi fra le circondanti tenebre, e scorgendo tutto nero e nessun indizio di muraglie, provava un’intima soddisfazione. Ma ecco trapelare allo sguardo un non so che di bianco: feci un altro passo, e il muro mi si offerse al termine della strada. Mi fermai allora,… caddi per un movimento rapido, spontaneo, in ginocchio; alzai gli occhi e le mani verso l’immensa vôlta del firmamento, che mi appariva più maestosa nel suo manto di nuvole…. Il mio spirito sentì l’esistenza, il potere d’un Dio! e una prece mi eruppe dal petto commosso: non era per la vita: quel momento mi aveva rivelato l’Eternità. Stavo per alzarmi, quando uno scoppio di riso si fece sentire vicinissimo.
“Bravo!” gridò una voce che riconobbi subito per quella di Fausto; “hai proprio bene scelto il luogo per la preghiera; io ti veniva già incontro, e mi pareva tu tardassi troppo; vien meco.”
Lo seguitai, muto, con passo fermo; i miei polsi avevano rallentato i battiti, il capo non ardeva più, e dissipate le larve della fantasia, ritrovai il sangue freddo…. forse della disperazione. Entrammo nel recinto, e Fausto s’inoltrò verso la stanza mortuaria.
“Rainaldo!” chiamò.
“Fausto!” rispose di dentro la sonora voce dell’uomo gigante.
“Egli è qui.”
“Bene!”
Vidi la porta ingombra dalla forma colossale, sentii chiamarmi a nome e mi avvicinai.
“Fratelli!” egli disse, “uomini legati dal giuro del sangue, giudicate costui; egli rese lo stile quale lo ebbe, senza aver compito l’opera della notte a lui dal Destino prescritta; egli è un vile oggi, domani sarà un traditore, una spia dei nostri segreti.”
“Muoia!” gridarono tutti.
Lo dirò? lo stridere del gufo aveva fatto sui miei sensi una impressione più angosciosa di quella prodotta ora da questo grido, ma restai impassibile. Il capo mi chiamò un’altra volta a nome.
“Ti compiango,” disse, “perchè sei un ragazzo; ma la paura è una brutta pianta che ha già messe radici troppo profonde e bisogna sradicarla col ferro: t’avviso che il sole di domani non ti troverà più fra i vivi.”
“Sia!” risposi con dignitosa fermezza; “meglio morto che disonorato; avrò vendetta, spero, dagli uomini; se no, da Iddio.”
“Non vogliamo prediche,” gridò quel feroce, “chètati, o il gastigo sarà maggiore!”
“Vi sfido,” gridai, “di togliermi più che la vita; il mio onore, l’anima mia stanno intangibili fra gli artigli di queste tigri.”
“Sciagurato! Tu non sai qual’è la nostra potenza! Vattene.”
Fausto si fece avanti, e volle persuadermi a riprender lo stile, a giurare di commettere l’assassinio: la sua eloquenza aveva perduto l’incanto, lo ascoltai con ribrezzo; e quando tacque, ripetei d’esser risoluto a non commettere un delitto. Tentai scuotere quei petti indurati, ma uno scoppio di risa generale fu la risposta alle miei esortazioni; sdegnato, inorridito, volsi le spalle a quell’infame masnada, e prima di aver potuto riordinar le mie idee, mi trovai là dove poco fa mi era inginocchiato pregando. Appena la vista del luogo ebbe ridestata la ricordanza, ricaddi in ginocchio. “È l’ultima preghiera,” pensai, “sia per mia madre e per Maria;… io non le vedrò più!” – Mi alzai; il vento portava fino a me il rimbombo delle voci dei mostri raccolti nell’orrendo ritrovo; ridevano tuttavia forte, senza dubbio di me,… li compiansi. Ripresi lentamente la strada della città;… la morte mi pareva così inevitabile, che neppur mi cadde in pensiero il cercar di evitarla. Dopo aver fatto pochi passi, e parendomi di essere inseguito, mi fermai, e tratto il pugnale mi preparai a dare a caro prezzo la vita.
“Federigo, Federigo!” chiamò l’acuta voce di Fausto.
“Che vuoi da me?” gli risposi; “è toccato a te in sorte di assassinarmi?”
“Eh! ho altro da fare io; mi fai davvero pietà, e t’ho seguitato per giovarti;… è la prima volta che mi viene l’idea di tentare un’opera di misericordia; vediamo se ci riesco.”
“Cioè?”
“Senti: accanto all’uscio di casa tua si sta ad aspettarti da più di un’ora…. capisci.”
“Un sicario!”
“Un bravo giovine della lega; lo stile è avvelenato, la più lieve ferita sarebbe mortale; dunque non aspettare che ti venga addosso; senza far motto, senza dargli tempo di muoversi, gettati alla disperata su di lui col tuo vecchio pugnale rugginoso;… forse preso così all’impensata si lascerà ferire anche da un par tuo; guai però se il primo colpo ti va fallito! è uomo colui da non lasciarti vibrare il secondo. Ora…. uomo avvisato mezzo salvato: addio.”
Se ne andò, ed io rimasi in preda al dispetto di vedermi anco spregiato, benchè avessi dato prova di non esser codardo; non poteva persuadermi che Fausto mi avesse dato un avviso diretto veramente a salvarmi, nè d’altra parte avrei saputo immaginare qual altro scopo aver potesse, avvisandomi che un assassino mi aspettava accanto all’uscio di casa mia. “Ma infine,” conclusi, “che importa a lui se muoio io, oppur chi mi deve succedere? A questi cannibali basta aver sangue; da qual petto si versi è l’ultimo dei loro pensieri. Fausto sa che per salvare la mia vita devo troncarne un’altra; è contento perchè vi sarà in ogni modo una vittima: perciò mi avrà trascinato a commettere l’omicidio, e così da quel momento sarò anch’io stretto per forza alla lega; forse anche un avanzo di coscienza, un rimorso indistinto gli fanno desiderare ch’io non perisca per opera sua; ed io mi varrò dell’avviso. Qui non si tratta di usare i modi di una guerra aperta, generosa; ogni mezzo è buono, purchè riesca; s’io lascio venire avanti l’assassino senza prevenirlo, egli solito a tali imprese non mi darà tempo di respingere l’assalto…. Lo ha detto anche Fausto: gli scellerati si conoscono bene tra loro! bisogna, appena visto, assalirlo.”
Il cielo era più che mai nero, il vento fortissimo; varcai le porte della città camminando come un cieco, a tastoni fra densissime tenebre. I pochi lampioni rimasti accesi davano da lontano una luce abbagliante, e da vicino nulla giovavano per chiarir gli oggetti. Batteva il tocco dopo mezzanotte, quando arrivai a capo della strada dov’era la mia abitazione, e mi fermai. La bufera imperversava tratto tratto, quasi a intervalli misurati; dopo un forte sibilo di vento, una quiete intera per quattro o cinque minuti: in quello nessun romore, nessuna voce, nessun’eco di passi. Io aveva in mano nudo il mio vecchio pugnale; l’amore dell’esistenza, che l’orgoglio offeso avea tanto sopito poche ore prima, si era ridestato in tutta la sua energia: tremando, io spiava il muoversi d’un atomo di polvere; ma i passi del temuto sicario non echeggiavano in quel silenzio solenne. M’inoltrai sulla strada; lo stesso silenzio, la stessa solitudine: già la mia casa era vicina; qualche altro passo, e avrei varcata la soglia. “Che Fausto m’abbia ingannato per darmi l’agonia di questa ora?” Mentre io pronunziava sommessamente queste parole, ecco un lieve rumore…. È di passi…. vien dalla parte della mia casa. “Chi va là?” grido. – Nessuno risponde. – Mentre colla mano destra impugno lo stile, colla sinistra muovo in giro il bastone; inciampo nei piedi di una persona, ed una voce fioca pronunzia il mio nome. “È il sicario!” Non perdo tempo, lo assalisco…. il colpo è vibrato…. Un gemito, il rumore d’un corpo che cade a terra;… poi torna ogni cosa nel silenzio di prima. Io rimango immobile; i capelli mi si rizzano sulla fronte. “L’ho fatto per difesa, sì; ma a pochi passi da me sta una creatura agonizzante, ed io non ho nè la potenza nè il coraggio di assisterla;… io alfine, ora, sono anch’io un assassino!” – Il sangue mi si portava tutto alla testa; per entrare nel mio uscio avrei dovuto probabilmente calpestare il ferito: questo pensiero mi toglieva la forza di muovermi. L’anima mia aveva fino a quel momento deviato solo, per dir così, in astrazione dalle strade della innocenza; la realtà del delitto, il terrore, l’ansia che l’accompagnano, la puntura del primo rimorso, le erano sconosciuti: conobbi tutti questi martirii ad un tempo! Io non mi poteva ancor muovere, ed era in tale stato da non udire nulla di quanto m’accadeva d’intorno, quando ad un tratto il riverbero d’una lanterna mi balenò sotto gli occhi! Il mio cattivo genio, Fausto mi stava accanto.
“L’hai tu spedito?” domandò.
“Pur troppo!” risposi.
“Va bene: ora bisogna che tu veda chi stava qui ad aspettarti.”
“No, no, non potrei.”
“Il debito della notte fu soddisfatto, ma il sacrificatore non può esentarsi dal gettare almeno uno sguardo sopra la vittima;… ora tu sei della lega, non mancare al minimo dei tuoi obblighi, poichè soddisfacesti al maggiore!”
Dicendo queste tremende parole, egli mi trascina verso il luogo, ove giace il moribondo. Assorto nell’orrore della cosa, trafitto dall’idea che mi balenava in quel momento al pensiero, d’essere stato il trastullo della scellerata masnada, io macchinalmente mi lasciai trascinare senza oppor resistenza. Si chinò, accostò la lanterna al viso della vittima.
“Lo riconosci?” domandò col più amaro sarcasmo.
Per uno spontaneo senso di ribrezzo io avea chiusi gli occhi.
“Guardalo! guardalo!” egli soggiunse, – e mi scoteva forte il braccio.
Apersi gli occhi, chinai lo sguardo smarrito sul doloroso oggetto che mi stava dinanzi; i capelli mi si drizzarono sulla fronte!… Sarà un’illusione dell’animo conturbato!… Guardai più fisso; un gran mantello avvolgeva tutta la persona del giacente; ma il cappello gli era uscito di testa nella caduta….
“Una donna!… Ah!… Maria!”
“Sì, Maria,” gridò Fausto, “è già spirata. Così la lega del sangue punisce un codardo; la morte era poco castigo, ora pensa che sei nostro, che non puoi tradirci senza perder te stesso; addio.”
Il mostro si dileguò con rapidi passi; io ripetei più volte ad alta voce: “Maria! Maria!” poi caddi semivivo al suo fianco.

CAPITOLO XI.

Scorsero quindici anni da quel momento terribile! Dieci ne passai in un reclusorio di pazzi, abbandonato intieramente dalla luce dell’intelletto. Quando la mia mente si liberò dalla non so se debba dire funesta o pietosa conturbazione, seppi che una lettera anonima aveva avvertita Maria di trovarsi da mezzanotte all’una presso l’uscio della mia casa, per salvarmi la vita, giacchè un sicario doveva aspettarmi sulle scale, e sarei morto infallibilmente sotto i suoi colpi. L’ingenua fanciulla fu presa al laccio; involta in un mantello, che fu già di suo padre, uscì di casa, quando Camilla era già in letto e dormiva profondamente. Correva a salvarmi, e invece!… E pur essa era incontaminata anche dall’idea d’un delitto! Il mio fu considerato come effetto di un’alienazione mentale…. Non ho potuto punire Fausto!… Se l’umana giustizia non può raggiungerlo, certo non isfuggirà alla divina.
Mia madre morì di dolore due anni dopo quella catastrofe, e fu sepolta in un cimitero campestre accanto a Maria!… Quando mi fu resa la libertà, i miei primi passi si diressero al luogo dove ambedue riposano dopo i dolori della vita. Mi pareva che il sonno del sepolcro si sarebbe interrotto al mio arrivo, che mia madre e Maria risorgerebbero per dirmi una parola di pace…. Ohimè! trovai due gelide pietre…. null’altro! e soltanto in quel momento sentii d’aver tutto perduto. M’inginocchiai fra le due lapide…. pregai…. invocai le mie povere vittime! – Oh! certo sulla terra, fuorchè poca polvere, nulla più rimane di loro; altrimenti mi sarebbe venuto all’animo straziato un cenno di commiserazione e d’affetto! Lasciai il luogo dove il dolore può soltanto trovare una crudele irrisione, e i miei sguardi dal muto ricovero delle ceneri si rivolsero al Cielo!

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Angelica Palli Bartolommei – Il villaggio incendiato – Memorie di Lambro

Il sangue bolliva nelle vene dei tornati a sentire la vita! – Che importava il sentirla nell’ansia, nelle fatiche, nei rischi?… Era vita, e l’inerzia del servaggio fu morte! – L’inverno del 1822 il grido delle battaglie non aveva ancora destato l’eco del mio villaggio, che sorgeva sulla cima di un monte della Tessalia, incoronato di boschi, ignoto quasi agli oppressori, queta sede di genti dedicate a cure pastorali. Semplici erano i nostri costumi, caldi, ma raccolti in poche cose gli affetti: ed ai miei non bastavano il padre, la madre, i fratelli, e la ingenua vergine, a me primogenito del primate del villaggio promessa in consorte. Diletti mi erano i parenti e la fidanzata…. ma io mi sentiva la potenza d’amare qualche altro oggetto con ugual fervore e con più abbandono…. Elena era bella, soavemente bella! – immagine dell’angiolo del pudore! Ma ohimè! l’essere creato per avvolgersi tra le spire del turbine abborre dal respirare un aere immobilmente sereno!… Spesso coi canti di Riga Ferèo sulle labbra io m’inselvava, e il passato mi trapelava al pensiero, benchè poco io sapessi di glorie antiche; pur quel poco, confuso, disordinato, s’ingigantiva nella maestà della solitudine, e il mio cuore batteva forte. Venne la nuova del sollevamento del Peloponneso, delle eroiche gesta dei Suliotti: un lampo brillò negli occhi degli uomini, quelli delle donne si empirono di lagrime. Alzammo il sacro stendardo: nessuno parlò passionate parole; lo baciammo in un profondo silenzio – quel bacio diceva tutto! Io fui eletto ad accorrere in aiuto degli Epiroti con una schiera di giovani del mio stesso villaggio. Mio padre mi benedisse, e il tremito della mano nell’atto solenne fu l’unico indizio che anche il cuore tremava. La madre mi abbracciò con molte lagrime, ma nulla disse per ritenermi. Elena mi diede un lungo sguardo d’addio! Io le strinsi la mano così come l’aveva stretta alle mie due sorelle, senza sentir differenza nello affetto, senza avvedermi che l’una delle tre fanciulle più delle altre mi fosse cara.
Tinsi la mia spada nel sangue degli oppressori, che vinti in ogni incontro ci lasciarono proseguire il cammino alla volta dell’Epiro. Io m’inebriava del nèttare della gloria; uno degl’imperiosi bisogni della mia esistenza era appagato: combattere, vincere per la patria, per la libertà, per la religione! nè aveva osato sperar tanto neppure negli aerei vaneggiamenti dei giorni inerti.
Riverente posi il piede sulla terra d’Epiro, perchè lo Scanderbeg e i Suliotti mi sonavano nomi cari e famosi; traversai le sue antiche foreste: ed oh! come solenne, grandiosa è la natura in quella contrada! io la vidi atteggiata a cose che durerebbero eterne, se l’eternità fosse cosa del nostro globo. Il sacro fuoco di Vesta si conservò inestinguibile tra i monti della Selleide – nè solo inestinguibile…. ma puro, e bello degli antichi prestigi di gloria, e d’eroismo! “Salve,” esclamai, “sacra terra, madre di Scanderbeg, dei Palicàri di Parga e di Suli! salve, terra di fasti nuovissimi degni di emulare gli antichi!… Iddio ti protegga nel nobile agone! Ove tu soccombessi, qual parte della Grecia vorrebbe libertà? Oh! sarebbe come se il naufrago, salvandosi afferrato ad una mano soccorritrice, lasciasse poi perire sommersa la creatura che gliela porse… No: una la lotta – uno il fato!”
Dopo una corsa faticosa tra aspri dirupi, affamati, stanchi ci posammo sulle rive d’un fiumicello. – Il sole attraverso un velo di nuvole mandava un ultimo raggio, ed io comandava una sosta per pensare dove ricoverarci nella tetra notte che sovrastava. Seduto sulle rive del fiume, che seppi poi essere la Tiamide, io tenea fisso lo sguardo nelle sue acque; ma il mio pensiero vagava tra i dirupi, da cui era circondato quel luogo selvaggio: da qual parte volgerci? qual via ci condurrebbe a qualche casolare di Elleni? Dopo un breve silenzio mi volsi ai miei compagni, e: “Vi è alcuno tra voi,” dimandai, “che abbia viaggiato fra le dirupate gole della Selleide?” Tutti tacquero, nè io ardiva risolvermi a prendere a caso co’ miei dieci uomini il sentiero erto e stretto che si apriva dinanzi a noi fra roccie altissime. Mentre io languiva nella incertezza, uno de’ miei compagni mi fe’ cenno di volgere lo sguardo verso un viottolo, che parea scavato fra le rupi per abbreviare, la scesa. Io vidi un uomo vestito della fustanella albanese, il quale discendeva dall’erta a passi tardi e faticosi; e quando fu arrivato vicino a noi si fermò e, in greco, ci diede la buona sera. Pareva sui quindici anni; avea faccia pallida e smunta, pupille nere che lentissime si movevano.
“Fanciullo,” gli dissi, “che fai solo fra queste balze?”
“Non sono solo,” rispose, “gli spiriti dei morti son meco.”
“E chi erano eglino i tuoi morti?”
“Erano il mio orgoglio e il mio amore.”
“Dove nacquero?”
“Sulla terra dei valorosi.”
“Tu vuoi dire in Epiro?”
“Sì: ho io forse torto di darle un tal nome?”
“No: essa lo merita…. E dove perirono i tuoi cari?”
“Combattendo nel villaggio che è in cima a questa via dirupata, e che un mese fa i Turchi incendiarono.”
“Sono abitabili le sue rovine?”
“Sono…. io non ebbi cuore di distaccarmene.”
“Ebbene, per questa notte saremo tuoi ospiti. I Turchi hanno abbandonato queste vicinanze, e non dobbiamo temere di una sorpresa; io desidero per la mia schiera qualche ora di riposo in un luogo che non abbia il firmamento per padiglione.”
“Lo troveranno lassù…. te ne do parola….”
“Sta bene: – sii tu nostra guida.”
Noi non tardammo a rimetterci in cammino, ed io mi posi accanto al giovinetto.
“Come hai nome?”
“Spiro,” rispose.
“Tutti i tuoi parenti sono dunque morti?”
“Sì, tutti.”
Il giovinetto accompagnò queste parole con un sospiro, e rimase qualche passo indietro. Io mi voltai a guardarlo; aveva chinata la faccia sul petto, e pareva assorto in disperati pensieri.
“Fratello, che hai?” gli dissi con voce commossa.
“Ognuno,” mi rispose, rialzando il capo, “porta con sè il carico dei proprii dolori: talvolta pare che il peso ci atterri…. nondimeno ci rialziamo.”
Ciò detto si dètte a camminare più spedito di prima, ed io gli tenni dietro senza più interrogarlo.
La fuggevole luce del crepuscolo si era dileguata, e nera dalle vette dei monti calava la notte ravvolgendo nella caligine la Tiamide, le sue rive, e i massi che loro sovrastavano, simili a giganti schierati a guardia dell’angusto sentiero. I nostri passi ripercotevansi con suono uniforme e misurato in quel vasto silenzio; ed io, non so perchè, ricordai quello di coloro che, accompagnando i morti all’ultima dimora, affrettano sempre più il passo a misura che si allontanano dall’abitato.
Dopo circa un quarto d’ora di cammino silenzioso, tornai a interrogare la nostra guida.
“Siamo vicini?”
“Più che a mezza strada,” rispose.
Se io da sicuri avvisi non avessi saputo che tutto quel tratto di paese era omai sgombro di milizie turche, il tono col quale Spiro mi rispondeva e la sua profonda preoccupazione, avrebbero fatto nascere in me il sospetto di un tradimento. In fatti pareva ch’ei non ascoltasse me, ma una voce interiore, il cui accento egli udisse con raccapriccio, tanto cupa ed affannosa usciva la sua dalle fauci.
Ripresi il mio posto accanto a lui. Uno stuolo di corvi passò quasi rasentando il nostro capo nell’uscire dal cavo di una rupe per andare in cerca di preda.
“Hanno fame,” disse Spiro, e rise forte – “hanno fame!”
Io mi scostai d’un passo…. Quella creatura dal delicato e pallido viso, la cui forma ricordava il tenero arboscello non ancora ricco di tutte le sue fronde, mi fece in quel momento ribrezzo.
Cominciammo una salita più ripida – la Tiamide romoreggiava cadendo qua e là in cascata dalle balze, e la scena tenebrosa dintorno a noi diventava sempre più lugubre. Stesi la mano sulla spalla di Spiro.
“Insomma,” dissi con voce quasi di minaccia, “quando arriviamo?”
“Capitano, sei stanco, o hai paura?” rispose fermandosi.
“Fanciullo, non è tempo da scherzi!” replicai con piglio severo. Nè dissi di più, perchè in quel punto le due file di roccie, dentro le quali stava incavato il sentiero, si allargarono in modo da permettere che i nostri occhi, omai assuefatti alla oscurità, scorgessero dinanzi a sè una rapidissima e breve salita, in cima alla quale il monte parea terminare in una spianata di forma rotonda.
“Eccoci alle rovine,” disse Spiro, additando quella vetta.
“Fratelli,” gridai ai miei compagni, “fra pochi momenti ci riposeremo. – Su, al covo disfatto delle aquile.”
Tutti di corsa si diedero a salire, e il solo Spiro rimase indietro; pensai che non gli bastasse la lena a correre al pari di noi, e anch’io tornai indietro per ritrovarlo. Egli si era fermato accanto a una pianta di rose, e chinato sopra lo stelo pareva assorto nella soavità del loro olezzo.
“Sei tu stanco?” gli dissi sorridendo.
“Capitano, ami tu le rose?”
“Sì, le amo nei giorni della quiete…. non ora.”
“Io le amai sempre, e le amerò anche nell’agonia della morte.”
“Ma come mai fioriscono qui?”
“Erano cura dolcissima delle fanciulle del villaggio; ora fioriscono inaffiate dalla rugiada e dal sangue che le inondò nel conflitto notturno….”
“Camminiamo,” gli dissi interrompendolo; “appòggiati al mio braccio, e ti stancherai meno.”
“No, grazie, capitano, non mi fermai per essere stanco, ma le rose mi attrassero a sè con insuperabile incanto.”
Egli si diede a correre colla velocità del capriolo, e presto raggiungemmo i miei compagni sulla spianata, dove facemmo sosta.
Io non era libero dai sospetti: il contegno e le parole di Spiro avevano qualche cosa di strano, e destavano in me una diffidenza, colla quale io lottava senza che mi riuscisse trionfarne, e in ogni modo io sentiva di avere l’obbligo della più scrupolosa circospezione. Ordinai che si accendesse un gran fuoco, alla cui luce scorgemmo gli avanzi delle case del villaggio già distrutte dall’incendio, e la chiesa che in fondo alla piazza sorgeva ridosso delle rupi, che sovrastando servivano di sostegno alla vôlta del santuario rimasta intera. Le fiamme avevano incenerita la porta e il muro di fronte, Ma tutto il rimanente del sacro edifizio poco o punto aveva sofferto: l’altare era intatto, intatti gli stalli; nel santuario, le imagini dei santi, le lampade e i ceri rimanevano tuttavia al proprio luogo.
Essendo la chiesa l’unico edifizio in piedi, io risolsi di radunarvi i miei compagni per dar loro qualche ora di riposo. Accendemmo i ceri trovati nel santuario e le lampade non esauste d’olio; sedemmo chi su gli stalli, chi su gli scalini di quello, e ciascuno trasse dalla bisaccia le sue provvigioni di pane e di frutta secche; ma la sete ci tormentava anche più della fame, ed io cercai cogli occhi la nostra guida, perchè c’indicasse la fonte del villaggio, nè la vidi tra i seduti della chiesa. Tornai sulla piazza, dove il fuoco acceso al nostro arrivo era tuttavia alimentato dalle scolte che avevano l’incarico di vegliare, mentre il resto della schiera dormirebbe entro la chiesa.
Spiro non era sulla piazza, ed io m’inoltrai fra le rovine delle case; il cielo si era serenato, le stelle scintillavano, ed io poteva scorgere gli oggetti dintorno a me. Un’eco lamentosa venne a ferirmi le orecchie, ed io movendo là onde veniva, mi trovai in un piccolo giardino. I fiori esalavano una fragranza che versò un’onda di voluttà su’ miei sensi, e mi fermai perchè l’eco dei lamenti mi suonò da vicino: era una creatura che gemeva a pochi passi da me.
“Chi è qui?” gridai.
“Capitano,” rispose una voce, che subito riconobbi per quella di Spiro, “sono io.”
“È la tua casa?”
“No, è il luogo dove colle mie mani medesime diedi sepoltura a mia madre.”
“Morì per mano dei Turchi?”
“Per mano dei nostri nemici!”
“La corona dei martiri sta sul suo capo – non piangerla.”
“No – farò meglio…. la vendicherò.”
“Bravo fanciullo! ora vieni a insegnarci dove trovare acqua da bere.”
“Accanto alla chiesa si trova una fonte nascosta fra due platani.”
“Bene…. vieni meco e lascia in pace i morti fino al giorno della vendetta.”
“Dici bene, capitano; ma l’acqua non rinvigorisce i corpi estenuati dalle fatiche.”
“Lo so: meglio sarebbe bere del vino – ma non ne abbiamo e bisogna farne a meno.”
“Ne avrete…. va a insegnare dove si trova la fonte, io recherò il vino. È vecchio, dev’esser buono.”
Lieto di portare una buona novella a’ miei compagni, corsi a raggiungerli. Uno di loro attinse l’acqua dalla fonte ombreggiata dai platani, e mercè la sete soddisfatta e la speranza della bevanda più atta a mantenere le forze in difetto di cibi succolenti, eglino si esilararono, e la chiesa cominciò a risuonare di canti. Alcuni più divoti intuonarono le salmodie che accompagnano la celebrazione dei santi misteri, e vi fu perfino chi si diede a cantare le lugubri note delle esequie.
In mezzo a quel concento di voci, mentre l’intercalare dell’inno di Riga rispondeva al Venite all’ultimo amplesso de’ funebri riti, il tempio diroccato mandava come un’eco di gemiti in risposta ai canti che profanavano la solennità del suo silenzio. Ritto sulla porta del santuario, io desiderava, pur non ardiva dar fine a quel tripudio venuto a ravvivare gli spiriti d’una gente che già da un mese non aveva riposate le membra sul letto di una casa ospitale. Mi volsi al cantore de’ funerali, e:
“Dimo,” gli dissi, “pare a te che sia ben fatto mettere in ridicolo le salmodie che accompagnarono tuo padre al cimitero?”
“Capitano,” ei rispose, “fo per me la parte che probabilmente i preti non faranno.”
Uno scoppio di plausi interruppe il nostro colloquio. Spiro era rientrato in chiesa, portando un vaso pieno di vino e una tazza. Egli s’inoltrava a passo grave, come se ciò che teneva nelle mani pesasse molto. Tutti gli si fecero incontro, tutti lo circondarono con grida festose. Il giovinetto posò il vaso e la tazza su di uno stallo: non disse parola e si trasse in disparte; ma fu richiamato. “Devi essere il nostro coppiere,” gridarono molte voci ad un tempo, e Spiro sempre a passo tardo e grave tornò là dove avea posato il vaso.
“Comincia dal capitano,” gli fu gridato, mentre empiva la tazza.
“No,” diss’io, “il capitano vuol essere l’ultimo.”
Spiro porse la tazza a chi primo gliela chiese, poi continuò a riempirla, finchè tutti i dieci uomini della mia schiera non ebbero bevuto, ed allora si fermò.
“Pare che tu ti sia dimenticato di me,” gli dissi io da lontano.
“Eccomi a te, capitano.”
E così dicendo versò nella tazza quel po’ che era rimasto nel vaso, e si avviò per recarmela. I ceri accesi ai due lati del santuario sotto due imagini di santi fecero sì che, quando Spiro fu al piede della scalinata, per la quale si ascendeva al luogo sacro, io potei ben discernere il suo viso e l’espressione dei suoi sguardi. Il viso non era più pallido, ma di un colore livido; gli occhi tenea semichiusi, pure mandavano un lampo di luce sanguigna. Io sentiva un brivido corrermi per le membra, e un’idea indefinita, e forse perciò più spaventevole si affacciò alla mia mente. Per un moto istintivo non istesi la mano alla tazza, e rimasi colle braccia incrociate sul petto; nè Spiro saliva i tre scalini della gradinata per giungere a me. Io lo guardava fisso, ed egli sentiva il mio sguardo e parea che tremasse tutto. Nel guardarlo io rifletteva, e l’idea indefinita si andava sempre più concretando. – Tradimento! sentii susurrarmi nell’animo. – E se è un tradimento, vorrò non esserne vittima io solo!
Appena questo pensiero ebbe attraversato la mia mente, io scesi due scalini e stesi la mano per prendere la coppa. “Dammela,” dissi; – egli alzò il capo e i nostri sguardi s’incontrarono. A me parve di leggere nei suoi la colpa, egli lesse ne’ miei l’annegazione dolorosa, ma pur rassegnata. Alzò la mano che stringeva la coppa, quella mano era scossa da un tremito convulsivo…. toccò la mia, e si ritrasse come dal tocco di carboni ardenti; le dita si aprirono, si distesero; la tazza cadde anch’essa, e la mano rimase penzoloni sul fianco. – Spiro fece due o tre passi all’indietro, e barcollando si appoggiò a una tavola, che serviva di leggìo ai cantori dei divini ufficii.
Intanto i canti erano cessati, il silenzio aveva ripreso il suo impero sulle rovine; i miei compagni sedevano muti sugli stalli, come se fossero sopraffatti da una potenza misteriosa. Al fosco balenìo delle lampade e dei ceri, i seduti parevano morti tolti ai sepolcri per profumarli coi turiboli, inondarli d’acqua lustrale e rimandarli alla cella mortuaria a dissolversi e restituire alla terra i vani elementi concorsi a formare la creta umana. Io mi affissai su quel quadro di repente trasformato di gaio in lugubre.
“Fratelli!” dissi, “che avete?”
Nessuno rispose, e ripetei la domanda. Allora un giovane a me carissimo si mosse dal fondo della chiesa, e s’inoltrò fin là dove Spiro stava appoggiato a uno stallo; vidi che impugnava uno stile, e precipitandomi su lui gli trattenni la mano.
“Che vuoi fare?” gli gridai.
“Vendicarci! – quel vino era avvelenato.”
“Non può essere,” diss’io, mentendo al mio proprio convincimento, “forse si era corrotto nell’umido.”
“Era avvelenato, ti dico.”
Un profondo gemito, uscito da molti petti ad un tempo, servì d’eco a quella terribile affermazione. Intanto Spiro si era accostato a me.
“Grazie, capitano,” mi disse con voce sicura: “tu mi hai restituito quello che dianzi ti ho dato. Ora chi vuole la mia vita venga a prenderla, io non la difendo; soddisfeci al mio dovere…. posso morire.”
Anche il giovane, che aveva tentato trafiggere Spiro, non era più in caso di parlare, e anch’egli traballando tornava a sedersi al posto di prima.
“Che hai tu fatto?” esclamai, volgendomi a Spiro, “devo io stimare la tenera adolescenza capace d’un atroce misfatto!”
“Io ho ventidue anni!”
“Tu?”
“Io sì,” – e gettato a terra il berretto che portava calato fino a mezza fronte, lunghe trecce di neri capelli scesero, coprendogli le spalle ed il seno.
“Non sono Spiro, sono Zulmè,” soggiunse; “non adoro il Cristo, la mia fede è in Allah e nel suo Profeta.”
“Dunque…. il vino?”
“Fu da me avvelenato.”
“Ahi! scellerata!”
“Capitano, sono due anni, io era una fanciulla innocente, chiusa a Bairutte nel palazzo paterno; sono tre mesi, io era tuttavia la casta e tenera sposa del Bey d’Aulona…. ora sono una scellerata: Allah ha voluto così!”
“Non gittare su colui che è Dio per tutti il peso del tuo misfatto! Ma che posso io fare per salvare le tue vittime?”
“Nulla…. Il veleno che hanno bevuto col vino non lascia speranza di vita; si sveglieranno dal sopore per spirare tra gli spasimi.”
“Oh fratelli miei! vi avrò io dunque condotti fin qui per darvi preda a una morte ingloriosa…. e senza che nemmeno il pensiero della vendetta sorrida all’anima mia, poichè il vostro assassino è una donna….”
“Che non fugge e sa morire!”
Ciò detto Zulmè si trasse dal cinto uno stile. Io le afferrai il braccio; le strappai l’arme di mano, e: “Tu,” gridai, legandole ambe le mani con una corda che aveva meco per altro uso, “morrai della morte de’ malfattori; io ti consegnerò alla giustizia umana, ed essa ti darà a quella di Dio.”
“Non essere tanto crudele!”
Senza risponderle, io oltre le braccia le legai i piedi, e sicuro che non potrebbe fuggire, mi accostai a’ miei sfortunati fratelli per tentare di riscuoterli dal sopore mortifero; e mentre io mi affaticava senza pro per riuscire nel mio intento, la donna, presa da ira feroce nel vedersi tolta ogni via di sottrarsi al supplizio, si dibatteva ne’ suoi lacci, rompendo il silenzio che presiedeva al sonno dei moribondi.
“Ismaele!” diceva ella, “esci dalla fossa, entro la quale ti distesi in mezzo alle rose; io ti ho obbedito, ho fatto la tua vendetta come per me si poteva. Ora sorgi, poni la tua gelida mano sul mio petto, e avrà finito di battere! Non volere che la tua sposa muoia per mano di un carnefice…. o io imprecherò a te, al mio amore e al Profeta che al pari di te mi abbandona.”
Vedendo poi che, rinunziando agli inutili sforzi di risvegliare gli avvelenati, io tornava a lei nello atteggiamento di furibonda minaccia:
“Capitano,” gridò, “e’ muoiono: tu hai visto come sono lividi i loro visi, come è affannoso il respiro che esce dagli arsi petti…. muoiono – vanno coi loro peccati al tribunal del Cristo, ed io intanto vivo e non soffro, e la vita è dolce anche fra le catene: vorrai tu lasciarmela godere?”
“Serpente, non tentare l’anima mia,” esclamai, posando la mano convulsa sull’elsa del mio pugnale; “lasciami in pace.”
“Si,” riprese a dire Zulmè, “la vita è dolce; e se ora tu la fruisci, se tu speri riabbracciare i tuoi cari, lo devi a me. Io stava per porgerti la tazza: ti guardai, e mi sembrò di leggere ne’ tuoi sguardi, che tu sapevi il contenuto di quella tazza e ti rassegnavi a beverla. Ohimè! in quell’atto c’era quel non so che, a cui l’animo mio sempre fu riverente. La tazza mi cadde di mano…. tu vivi…. deh! per mercede dammi la morte.”
Anche nelle parole della omicida io trovava il fascino d’una grandezza contaminata e non ispenta. Mi quietai allora, e con pietosa voce:
“Sciagurata creatura,” le dissi, “tu sei donna, e i miti istinti del tuo sesso si palesarono nel senso che ti vietò di porgermi la bevanda mortale: deh! come ti permisero di porgerla a dieci creature che al pari di me non ti avevano offeso?”
“Sono Elleni – della schiatta di coloro che mi hanno morto lo sposo – forse di quei medesimi che lo uccisero.”
“Chi lo uccise? quando?”
“Qui, un mese fa.”
“E chi era egli il tuo sposo?”
“Il palmisto dell’Albania! il sole che illuminava la mia vita! il figlio del Bey di Bairutte. Olezzavano le rose di aprile, quando gli fui disposata. Egli era bello! più bello delle rose, di cui si componeva la mia corona nuziale – io ringraziai Allah di essergli sposa, posi in lui l’anima tutta, ed egli mi corrispose di pari amore. I giaurri si ribellarono…. – “Io vo a combatterli,” mi disse Ismaele. – “Ed io verrò teco,” risposi. – Mi spogliai delle vesti femminili. Gli uomini non mi conoscevano, e passai facilmente per un giovinetto paggio del Bey. Arrivati a questo villaggio, vi trovammo una fiera resistenza, ma alla fine vincemmo, e le fiamme e il ferro distrussero le case e gli abitatori. Ismaele si avvide che io era estenuata dalla fatica, e risolse fermarsi qui una notte perchè io avessi tempo di riposarmi; ma assaliti fra le tenebre, i suoi codardi soldati fuggirono; ed egli restò solo con me. All’avvicinarsi dei nemici io voleva fargli scudo del mio corpo, quando una mano robusta mi strappò dal suo seno e mi atterrò lontana da lui; il colpo mi tolse l’uso dei sensi; e quando tornai in me, il sole stava per tramontare. Mi alzai e volsi gli occhi all’intorno cercando Ismaele; non era più meco. Anche i giaurri erano spariti! – Mi aggirai fra le rovine, chiamando Ismaele, e mi rispondeva l’eco della mesta solitudine! Finalmente trovai lo sposo accanto al rosaio della salita. Era trafitto da ferita mortale, e spirò dopo avermi fatto giurare che lo vendicherei. Portai il cadavere nel giardino, ove mi hai trovata; lo adagiai nel grembo della terra, e come augello che cerca cibo pei figli e non si scosta dal nido, in cui stanno aspettandolo, mi aggirai nei contorni di queste rovine. Tu sei giunto colla tua schiera; io aveva giurato di vendicare il mio sposo (fosse col ferro o col veleno, che importa?), ed egli è vendicato. Capitano, permetti che il mio corpo dorma col suo. Allah giudicherà l’anima mia.”
Finito il suo breve racconto, Zulmè fissò ne’ miei gli occhi supplichevoli, esprimenti la preghiera che non degna ricorrere alle lagrime per ottenere il fine, cui anela.
Io pensai all’angiolo caduto; poi feci a me medesimo questa domanda: Se domani mi venisse fatto di ravvolgere cento Turchi in una imboscata, stimerei forse delitto il profittare dell’astuzia per ucciderli tutti? No. Ma tu, mi diranno, li uccideresti col ferro. – Che monta? il veleno è anch’esso istrumento di morte: per averlo scelto a ministro della sua vendetta sarà costei più colpevole di quello che nol sarei io, servendomi della spada dopo essermi servito dell’inganno? – Il mio cuore commosso forse da quelle sembianze, da quella voce, da quel bollore di affetti, rispondeva: – La tua colpa sarebbe di poco minore della sua…. la equità naturale sta sopra alla fittizia creata dai pregiudizii umani…. e tu potresti concedere a costei la libera morte, perchè ella fece ciò che tu hai già fatto, che tu potendo farai di nuovo. –
Io taceva pensando, e Zulmè seguiva con ansia affannosa ogni mio movimento. Io stava a piè della gradinata per la quale si ascendeva al santuario; la donna con mani e piedi legati mi stava in faccia appoggiata alla tavola coperta di panno nero; lungo il muro delle due parti laterali della chiesa v’erano due file di stalli di legno divisi gli uni dagli altri da lunghi bracciuoli, e in essi sedevano, colle braccia e la testa appoggiate a questi, i miei poveri compagni immersi nel letargo, prodotto dal primo effetto della bevanda funesta. La parte posteriore della chiesa, non avendo più porta nè muro, lasciava libera la vista del cielo allora tutto scintillante di stelle. Il fuoco acceso sulla piazza andavasi via via estinguendo, perchè le scolte che avevano l’incombenza di alimentarlo, essendo accorse in chiesa per avere la loro porzione di vino, dormivano del sonno medesimo degli altri soldati. Quella luce fioca e rossastra contrastava col tremolante fulgore delle stelle; e le rovine, gli alberi, ombre del quadro, prendendo forme indeterminate e lugubri, gli cresceano terrore.
Io provai la sensazione naturalmente prodotta da quel cumulo di cose tanto disparate fra loro, e che pur nondimeno s’accordavano col mio stato. Incapace a prendere una risoluzione che venisse dall’intimo della coscienza, circondato dalla morte, con in faccia la colpa vestita del manto che indossò l’umanità, quando indusse il Figlio dell’Eterno a immolarsi per lei – io per un momento rimasi in braccio alla disperazione, e percotendomi la fronte con ambe le mani, mi diedi a percorrere il sacro recinto senza quasi sapere più quello che io mi facessi.
Ad un tratto un gemito risuonò nel silenzio che mi circondava; mi fermai: veniva da uno degli assopiti negli stalli; un momento dopo ne udii un secondo. – “Si destano,” dissi sottovoce, “si destano per morire tra gli spasimi, fra i tormenti: nel sonno la morte sarebbe stata troppo dolce! Oh! fratelli miei, dove vi ho condotti? a chi vi ho affidati? Ed una voce di pietà parlò dianzi nel mio cuore per il vostro assassino! Sciagurato! da che mai mi lasciai vincere? È donna, è giovinetta, è bella!… forse fu voce venuta dall’inferno….”
Nuovi gemiti e grida lamentevoli, singulti e imprecazioni fecero risuonare l’eco del tempio; tutti i dieci avvelenati avevano scosso il letargo, ed alzatisi traballando, contorcendosi, appoggiandosi l’uno all’altro venivano alla mia volta. Io li vidi chiudermi in un cerchio, sul quale si libravano la disperazione e la morte. Stetti immobile nel mezzo; guardai quelle faccie sfigurate: ed oh! come esprimere quello che provai a cotal vista? Mi gettai in ginocchio, stesi le braccia verso quei cari, li chiamai tutti a nome! e: “Perdono! fratelli, perdono!” gridai, “perdono per l’altro mondo; se in questo può esservi di sollievo il caricarmi di percosse, – il fare a brani il mio corpo! fatelo, venite….”
“Percuotere te!” disse il giovinetto Anastasio, fratello della mia fidanzata; “ah! non sia!”
“No, no!” gridarono gli altri ad una voce.
“Il capitano! no,” disse Dimo, il più anziano di tutti; “ma con noi e prima di noi muoia l’assassino, il Giuda.”
“Sì, muoia,” gridarono gli altri.
“Dov’è egli?” tornò a dire Dimo, “forse che tu lo lasciasti fuggire?”
“Non è fuggito,” risposi; “ma voi, deh! non vi presentate lassù colle mani insanguinate. Io vi giuro che l’assassino avrà il castigo che merita.”
“Da chi?”
“Dalla giustizia.”
“Vogliamo eseguirla noi.”
Così dicendo, Dimo seguito dagli altri s’inoltrò verso là dove stava Zulmè, impotente a movere un passo e ad alzare una mano. Lo spasimo degli atroci dolori raddoppiava nell’animo di quei miseri la sete del sangue che anelavano di versare, e parea quasi che lo considerassero come un balsamo al loro soffrire.
Io non sapevo proprio a qual partito appigliarmi: mi parea viltà il lasciare che una creatura debole, inerme, fosse trucidata sotto i miei sguardi, e non mi bastava il cuore di privare le sue vittime della consolazione che potea far loro sopportare con più rassegnazione il martòro dell’agonia, alla quale andavano incontro. Mentre io mi struggeva nella lotta dei pensieri, un raddoppiamento di spasimo e il crampo delle membra irrigidite fece cadere a terra Dimo, il solo che avesse avuto la forza di giungere quasi vicino a Zulmè. Egli cadde proferendo orribili imprecazioni, che finirono di chiudere a ogni senso di umano sentire il petto degli altri morenti. Eglino maledissero la vita, imprecarono alla natura, alla patria, a me che li aveva condotti a una morte tanto orribile; e digrignando i denti, e impugnando colle convulse mani le armi che pendevano dalla loro cintura, minacciavano Zulmè e me stesso.
Ella: “Capitano,” gridava, “gettami in mezzo a loro, così fra un momento avrò finito di essere maledetta e di maledire. Ismaele è contento di me, mi chiama, mi aspetta…. oh! gettami tra di loro, e apriranno le porte perchè il mio spirito vada a raggiungerlo.”
La mia mente si smarriva in mezzo a quella scena di inesprimibile orrore. La catastrofe sovrastava; due agonizzanti reggendosi agli stalli venivano verso Zulmè, e vinto dal ribrezzo io mi slanciai per escire di chiesa. In quel punto, una figura alta, maestosa, vestita col nero manto sacerdotale finiva di salire la scalinata dell’ingresso. – Si fermò; una lunga barba bianchissima le scendeva dal mento fino al petto. Ci fermammo faccia a faccia, ed a me sembrò che avesse nello sguardo una scintillazione sovrumana. Per un moto che fu più rapido del pensiero, più spontaneo della volontà medesima, io m’inginocchiai, ma essa mi rialzò, e additando l’interno della chiesa:
“Che è questo?” domandò.
“È la morte che infierisce contro la vita,” risposi “quei dieci Elleni furono avvelenati da una Turca e vogliono farla a brani.”
“Sciagurati!”
Ciò detto lo incognito entrò in chiesa, ed io gli tenni dietro. Andò difilato al santuario ed indossò una sacra stola; strinse poi nella destra una croce d’oro che si trasse dal seno; colla sinistra prese il vaso dell’acqua lustrale e si presentò sull’ingresso del luogo sublime. Si era tolto di capo il berretto, e i capelli bianchi al par della barba crescevano venerabilità al suo aspetto. – Egli abbracciò con lo sguardo il quadro che si svolgeva dinanzi a lui, ed era spaventevole ne’ suoi particolari come nel tutto insieme. Alzò la mano verso quei miseri, che, tenendo già il piede sulla soglia della eternità, avevano pur tuttavia i petti divampanti di passioni terrene ed atroci! La croce d’oro sfavillava in quella mano. Eglino la videro, e un lamentevole Kyrie eleison uscì dalle labbra, che un momento prima avevano vomitato un torrente di bestemmie e d’imprecazioni.
“Cristiani,” disse il servo del Signore, “sappiate morire.”
Egli discese i tre gradini, si accostò ai giacenti e sparse sul loro capo l’acqua lustrale.
“Dalle tenebre della tomba alla luce della eternità v’è un passo solo,” egli proseguì a dire; “felice chi può farlo senza spavento!”
I moribondi avevano cessato di lamentarsi, e col viso alzato verso il sacerdote comparso fra loro, come se le ali degli angioli ve lo avessero portato, lo contemplavano muti, immobili…. Era uno di quei momenti supremi, nei quali l’anima fa prova della sua divina potenza, e soggioga il corpo, di cui non sente più il peso, i bisogni, i patimenti.
“Voi state già sul limitare delle tenebre transitorie; e a che pensate, o fratelli? Io non veggo accanto a voi la preghiera e la penitenza!… ben riconosco il demone della vendetta che attorciglia le sue serpi al collo di ognuno di voi, e si accinge a trascinarvi dal buio della tomba ai martirii dell’inferno!”
“Kyrie eleison!” ripeterono in coro gli agonizzanti.
“Se la Mussulmana vi ha avvelenati, lo ha fatto, perchè mani ellene le uccisero il marito: oh! forse che il Vangelo insegnò a lei il perdono delle offese? Può dire al suo giudice: Io non conosceva la tua legge; ma voi, Cristiani, che gli direte?”
Un altro Kyrie eleison uscì, rotto dai singulti, dalle labbra dei ravveduti: e il sacerdote si chinò in atto di ineffabile pietà su di loro.
“Sì,” esclamò, “la misericordia che non ha limiti, come lo hanno il vivere e il peccare umano, stende verso di voi le sue braccia.”
E così dicendo, egli porgeva il segno della Redenzione alle loro labbra!… ed eglino vi imprimevano fervidi baci, inondandolo di lagrime.
“Creatore! deh! non rigettare le tue creature supplichevoli ed accoglile nel tuo regno!” Così benedicendo e spargendo d’acqua lustrale le fronti già bagnate dal gelido sudore dell’agonia, il servo dell’Altissimo adempieva il suo divino ufficio; e vedendo che le ree passioni mondane erano soggiogate, si accinse a versare il balsamo d’una soave speranza ne’ petti, dove vivevano tuttavia gli affetti che hanno origine celeste – la famiglia e la patria – e colla religione mirabilmente si accordano. “Cristiani,” egli disse, “sperate la redenzione delle anime vostre; Elleni, sperate quella della patria in premio del sangue sparso dai vostri martiri, e di tanti anni di una croce, che un Dio solo avrebbe potuto portare senza venir meno sotto il peso. Sperate: la Grecia sarà redenta.”
I moribondi riaprirono anche una volta – l’ultima – gli occhi, sui quali già stava la mano della morte, e il raggio vitale vi rifulse prima di estinguersi, in tutto lo splendore della sua luce; ma quell’ultimo sguardo non cercò oggetti presenti: vide forse in rapida visione i natii focolari, i cari parenti, e la Grecia libera, trionfante! Poi i loro occhi si richiusero, e un lento affannoso anelito rimase solo a testimoniare che la tenzone fra la vita e la morte non era ancora finita.
Io piangendo baciai in fronte tutti quei cari perduti; poi: “Ministro del Cielo,” dissi al sacerdote, “rivelami ora se il Cielo medesimo ti ha qui condotto.”
“Io abito fra questi dirupi,” egli mi rispose, “nè volli fuggire, quando i Turchi invasero la Selleide, perchè sperai non essere inutile istrumento dei voleri di Dio.”
“La tua speranza non fu male fondata,” replicai; “ora volgiti a questa colpevole:” gli additai Zulmè.
Il sacerdote si accostò alla donna e la considerò per qualche momento in silenzio. – Anch’ella lo guardava….
“Zulmè!” egli disse.
“Samuele!”
“Figlia di Zoè, che hai tu fatto?”
“Ho obbedito al mio sposo.”
“Tu la conosci dunque?” domandai.
“Sì, la conosco. Sua madre era greca, cristiana; fu rapita alla casa paterna dal Bey di Beirutte…. e divenne madre di questa creatura, a cui non potè far conoscere il lume del Vangelo. Io, compiono ora cinque anni, la confortai nella morte….”
“Oh! madre mia!” Queste parole uscirono dal petto di Zulmè con un gemito.
“Ella ti raccomandò di amare i suoi fratelli, e tu!…”
“Ohimè! qual amore può eguagliarsi a quello che ho sentito per Ismaele? Egli è morto, non come mia madre nel placido letto dell’harem; è morto trafitto da cento colpi, e fra queste balze inospiti; io per obbedirgli l’ho vendicato! Fa che vada anch’io a dormire seco nel grembo della terra; non volere una vendetta che superi la mia; vedi, costoro dormono!”
“I corpi dormono, le anime no.”
“Lascia le anime loro al Cristo, la mia ad Allah!”
“Tu non vuoi dunque più rivedere tua madre?”
“Sì, ma più di lei è a me diletto Ismaele: così potessi trovarli nel luogo medesimo, e per salirvi io mi sentirei capace di subire tutti i martirii che può inventare la rabbia degli uomini! Ismaele era un giusto; ei combatteva per il suo popolo e per la sua fede.”
“La giustizia non abita cogli oppressori. Povera creatura!” seguitò a dire Samuele, “tu hai creduto adempiere un dovere, ed hai commesso invece il più atroce dei delitti. Crescesti nell’ignoranza, e l’unica virtù concessa dall’Islamismo al tuo sesso è riuscita funesta all’anima tua inconsapevole della esistenza di altre più sublimi virtù; e le leggi umane non terrebbero conto della ignoranza e della obbedienza, e ti condannerebbero alla morte dei malfattori. I tuoi affetti ardenti e abbandonati a sè stessi ti hanno aperto sotto ai piedi un abisso, potevano e possono tuttavia darti ali che valgano a farti giungere in grembo al Creatore.”
“Il Dio d’Ismaele non è quello di mia madre, non è il tuo! ed io voglio salire al suo paradiso! Tu sei buono, o Samuele, lo so…. Al capitano serbai la vita…. abbiate pietà di me! – Ponete fine al mio strazio…. Che importa a me delle discordie che dividono i credenti nel Corano e i credenti nel Vangelo? Se feci voti perchè la Grecia intera obbedisse ai Mussulmani, fu pel desiderio che innumerevoli migliaia di schiavi servissero colui che mi chiamava la padrona del suo cuore. Ora che m’importa se la Mezzaluna o la Croce si alza su queste vette o sulle rive del Bosforo? Il destino della donna che ama è legato al suo amore.”
Samuele mi trasse in disparte.
“Capitano,” mi disse, “io non dispero di condurre al porto quell’anima quasi sommersa tra i flutti delle passioni. Non ha l’idea della giustizia, ma la face del dovere non si spense nell’anima sua: ella è rea per obbedienza verso il suo compagno e signore. Credi tu che l’Eterno avrebbe castigato Eva con eguale severità se avesse gustato del frutto, arrendendosi non ai consigli di Satana, ma ai voleri d’Adamo?”
“Non so,” risposi.
“Ascolta,” ei riprese a dire: “non lungi di qui, fra rupi quasi inaccessibili, sorge un monastero di donne; sono nove sfortunate, cui la guerra ha tolto padri, mariti e figliuoli; non hanno più che un unico affetto terreno, la patria, e per lei dì e notte pregano l’Onnipotente. – Permetti che Zulmè sia condotta in quel sacro asilo; forse le mie esortazioni e le cure affettuose delle suore le avvieranno l’anima nel sentiero del ravvedimento.”
“Sia come tu vuoi,” rispos’io.
Quando fu giorno seppellimmo i morti nel cimitero attiguo alla chiesa, poi costringemmo Zulmè a seguitarci, e l’affidammo alle cure delle abitatrici del chiostro solitario. Samuele promise rimanere presso di lei per alcuni giorni, ed io partii subito per raggiungere i capi della sollevazione, e dar loro conto del funesto risultato della mia spedizione.

La memoria del tremendo caso avvenuto nel villaggio incendiato mi perseguitava continuamente; ma tratto lontano dall’Epiro dalle vicende della guerra, non mi riuscì avere mai nuove di Samuele. Quando poi la quiete dei sepolcri tornò ad invadere tutte le provincie dell’Ellade restituita al dominio dei Turchi, io volli visitarle ed inalzare almeno a Dio le mie preghiere dalle cime dei monti, dove prima della guerra ondeggiava il Labaro. Sette anni erano trascorsi dall’epoca degli avvenimenti che ho narrati, quando visitai le rovine del villaggio, e pregai sulle fosse, omai coperte di foltissima erba e di pruni, delle vittime di Zulmè. Finita la preghiera, m’incamminai verso il monastero situato in fondo a una via circondata da precipizii. – Delle nove suore due sole vivevano tuttavia; esse mi condussero nel recinto dove erano sepolte le loro compagne…. Le fosse erano otto, e sopra una di esse fioriva una rosa.
“È quella di Zulmè,” dissi appena l’ebbi scòrta.
“Sì,” rispose una suora; “Samuele piantò questa rosa colle proprie mani il giorno dopo quello, in cui Zulmè fu seppellita.”
“Dunque,” sclamai, “morì ravveduta?”
“Sì,” rispose la monaca; “Samuele la persuase che il Dio di sua madre era anche il Dio del suo sposo, ed ella lo adorò pentita, e quando si sentì vicina alla morte, chiese per ultima grazia di rivedere la fossa d’Ismaele. – Vi fu condotta. – S’inginocchiò, pianse, pregò e svenne…. Noi la riportammo semiviva al monastero, ove due giorni dopo spirò, supplicando la misericordia divina di avere pietà dell’anima sua e di quella d’Ismaele.”
Io bagnai di lagrime quelle zolle, sotto le quali dormiva un cuore che si diede al delitto come si sarebbe dato alla virtù, se tale fosse stato il comando del suo onnipotente signore. – Povera Zulmè! ben possono gli uomini invocare in dono dal Cielo una donna che abbia un cuore simile al tuo, perchè, trovandolo, da loro soli dipende lo inalzarlo al cielo o precipitarlo nell’inferno.

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Angelica Palli Bartolommei – Memorie di Paolina

Io ero orfana e povera; mio padre, già vedovo da parecchi anni, morì quando io ne avevo 18, consunto dal dolore d’aver perduto tutti i suoi averi per il fallimento doloso della casa bancaria, a cui gli aveva affidati.
La figlia di una sorella di mia madre, vedova e provveduta di un discreto patrimonio, volle che andassi ad abitare con lei, e quando conobbi Manfredo ella mi aveva raccolta nella sua casa da quasi due anni.
Anche Manfredo era orfano e aveva eredato, oltre il ricco patrimonio paterno, quello anche più cospicuo di un parente, i cui beni si trovavano in una provincia d’Italia lontana dalla nostra città nativa. Ciò lo aveva costretto a vivere quasi sempre nel paese, dove lo incatenava la cura dei nuovi possessi, ed era tornato in patria soltanto da pochi mesi, allora che per la prima volta io lo vidi.
Era una bella giornata di primavera; io passeggiavo con mia cugina lungo la riva del mare; egli ci passò vicino insieme con un altro giovine, che seppi poi essere l’unico parente che gli rimaneva, e a cui era legato da reciproco affetto. Gli sguardi di tutta la gente erano fissi in lui. Come potrei descrivervi la sua incantatrice bellezza? egli pareva creato dalla natura per accrescere le delizie del luogo, in cui passeggiava sfogliando sbadatamente un mazzolino di rose. “È bello!” dicevano le donne; io le guardavo, e se erano giovani e belle, sentivo corrermi un brivido fino al cuore.
Mentre egli passava quasi accanto a me, il cavallo di un tale che si era fermato a parlargli, s’impennò impaurito, non saprei da qual cosa, e spiccando un salto mi fece stramazzare sul terreno. Svenni per il colpo e per lo spavento, e quando ripresi l’uso dei sensi mi trovai sul mio letto. La mia buona cugina mi stava accanto: dal lato opposto del letto mi sembrò vedere il viso di un’altra persona. Credei essere in delirio; fissai i miei in quei belli occhi, che parevano sorridere dolcemente nel vedermi rinvenuta dallo svenimento; e li richiusi per non cessar di vedere la visione incantevole.
Che vale il narrare queste minute particolarità riguardanti me sola? – Egli chiese ed ottenne da mia cugina il permesso di visitarci, e un giorno: “Paolina,” mi disse, “tu mi sei cara, ma sento di non poterti dare la felicità, nè tu stessa la daresti a me; – nondimeno sei la sola creatura che può farmi sopportabile l’esistenza; – la melanconia che a’ miei sguardi copre d’un tetro velo tutte le bellezze della natura, accanto a te perde ogni sua amarezza; deh! mia consolatrice, mio angelo tutelare, non abbandonarmi; rimani al mio fianco in questo deserto, dove tu sola potrai far germogliare un fiore.”
Fu stabilito che un sacro nodo ci unirebbe, e il giorno delle nozze era già vicino. Manfredo, sempre uguale a se stesso, melanconico anche nella espressione della sua tenerezza, mi delineava con tinte non gaie, eppur soavi, il quadro del nostro avvenire; spesso passeggiando seco per la campagna io tentavo deviare la corrente dei suoi pensieri dalle segrete preoccupazioni che gli avvelenavano la vita; gli parlavo di musica, di poesia, e quei colloquii erano una felicità…. Ahi, come avrei potuto immaginare che fosse l’unica a me concessa dalla fortuna!!
Un giorno, ne mancavano due soli a quello delle nozze, egli venne turbato e più afflitto del solito. “Che hai?” gli dissi. – Ed ei: “Nulla,” rispose; poi: “Io sfuggo” soggiunse “d’incontrarmi con quei presuntuosi visitatori del nostro paese, che spargono fiori sulle lapidi dei morti e insultano i vivi, ma la fatalità me li pone sempre davanti. Stamane uno di loro ha proferito, me presente, tali parole da farmi venire il prurito di dargli uno schiaffo; ma poi: – Manfredo, – ho detto a me stesso, – egli è vile; il calpestarlo potrebbe farti perdere la tranquillità propria e, ciò che più, importa, quella di Paolina; pare a te che sia meritevole di tal sacrifizio? – Questa riflessione mi ha dato il coraggio di uscire dal caffè senza rispondere al codardo insultatore di una gente inerme.”
Tentai calmarlo; sorrideva fremendo; mi accorsi che la sua mente non era meco, finsi averne rancore e lo addolorai di più, senza frutto. Il giorno di poi, vigilia di quello dei nostri sponsali, spuntò per me tetro, lugubre; il mio cuore era oppresso da un peso insoffribile! All’ora solita Manfredo non venne; lo aspettai fino a mezzogiorno, poi non potendo reggere all’ansia tormentosa de’ miei pensieri, pregai mia cugina a uscir meco di casa.
In una delle strade più frequentate incontrammo due giovani, che io sapeva essere l’uno amico, l’altro cugino di Manfredo. Ambidue mi guardavano in atto di curiosità mescolata a compassione. Mi fermai, chiamai a nome quello dei due, coi quale avevo conoscenza maggiore.
“Signore,” gli domandai, “non avete ancora veduto Manfredo quest’oggi?”
“Pochi momenti or sono egli era meco,” rispose.
“Sapreste indicarmi dove incontrarlo?”
“A un ritrovo d’amici, dove noi andiamo a raggiungerlo.”
“Che gli è accaduto?” esclamai.
“Per ora nulla,” replicò l’incauto.
“Per ora! dunque egli è minacciato da un pericolo, dunque ho ragione di temere?”
“Tranquillatevi,” riprese a dire il giovane, “egli pensa alle nozze, ed anzi mi ha invitato per accompagnarlo domani.”
In quel momento passò vicino a noi un altro giovane che io non conoscevo, e chiamato a nome quello che parlava meco: “So tutto,” gli disse, “tu sei il padrino di Manfredo.” – Gettai un grido; poi: “Io voglio, io devo sapere di che si tratta,” esclamai; “per amor del cielo non vogliate ingannarmi.”
La gente cominciava a radunarsi intorno a noi. “Andiamo a casa vostra,” mi disse il parente di Manfredo, “là vi contenterò.”
Lo seguitai in silenzio reggendomi al braccio della cugina, ed ecco ciò che, appena arrivati a casa, seppi da lui. “Si trova da circa un mese nella nostra città un forestiero, che ha il mal vezzo di censurare e di mettere in ridicolo le cose nostre e noi medesimi. Noi accoglievamo i suoi spropositi col sogghigno del disprezzo, sembrandoci che sarebbe un degradarci il prenderli sul serio. Incoraggiato dalla nostra tolleranza, poche sere fa, egli ha osato dire nel caffè che le donne italiane, dalla popolana alla dama, si vendono tutte. Gli uditori erano forestieri, eccetto un solo, padre di famiglia e maestro di casa presso un gentiluomo anch’egli non italiano. Il bisogno di dar pane a sei figliuoli e alla moglie inferma imponeva a quel disgraziato di non rispondere allo abbietto insultatore, nondimeno vi fu un momento, in cui l’ira vinse la mano alla riflessione, ed egli proferì qualche parola di rimprovero, di difesa. Quei mezzi termini, quella titubanza fecero una pessima impressione sull’assemblea, e tutti risero della difesa e del difensore. Egli uscì dal caffè con l’animo concitato a fiero tumulto, e com’è l’uso degli uomini rimessi d’animo o per indole priva di energia o perchè la ferrea mano della miseria li preme, scrisse una lettera scevra d’offese personali, nella quale si accinse a dimostrare che il parlare delle cose italiane senza conoscerle espone a dire spropositi, e osò chiedere al forestiero di ritrattarsi. Costui era privo di delicatezza e di qualunque siasi sentimento della propria dignità. Si recò dal gentiluomo, nella cui casa quel povero padre di famiglia era impiegato, gli parlò a lungo e quando se ne fu andato, il gentiluomo chiamò a sè il maestro di casa e gli dichiarò che, ove non facesse pubblica ritrattazione di tutto ciò che aveva osato scrivere al forestiero, si tenesse per licenziato dal suo servizio. Il servo era marito e padre, aveva già provato lo strazio del sentirsi chieder pane dalla famiglia e non aver di che comperarlo; Iddio non lo aveva fornito di quella maschia energia che osta all’avversità, o forse l’aveva perduta nel continuo bere al calice delle umiliazioni. Fatto sta che scrisse la ritrattazione. Ieri io entrai con Manfredo in un gabinetto di lettura, dove ci conduceva la speranza di trovarvi un notaro che egli voleva incaricare di stendere il vostro contratto nuziale. Trovammo colà molta gente; v’era, fra gli altri, lieto, trionfante, il dispregiatore di noi, della patria nostra. Aveva tra le mani un foglio e lo mostrava a coloro che gli stavano d’intorno, esclamando: “Eccola qui la ritrattazione; quel miserabile, quel vile l’ha scritta! Questo foglio è per gl’Italiani un nuovo monumento di gloria da essere registrato cogli antichi nei loro archivi.” – Manfredo si slanciò nel mezzo della stanza, e: “Tu menti,” gridò a colui, “tu sei più abbietto della polve che calpesti. Tu hai posto la virtù del povero alle prese colla miseria! Va, l’uomo che ha dovuto soccombere nel tremendo agone è un codardo, ma chi ha provocato quell’agone è codardo e infame.” Lo straniero lo guardava con occhi scintillanti di rabbia, voleva ridere e digrignava i denti. “Non sei degno dell’ira di un onesto uomo,” continuò a dire Manfredo; “ma perchè tu e costoro non possiate dar nome di paura al disprezzo, io ti sfido.”
“Accetto,” rispose con affettata indifferenza quel presuntuoso.
“Domani a mezzogiorno, al villaggio di X***,” replicò Manfredo.
“Vi sarò co’ miei padrini.”
“Siamo intesi.”
E ciò detto, Manfredo salutando cortesemente le altre persone che si trovavano nella sala, ne uscì con me e col notaro. Io l’abbracciai; ci separammo, e lo vidi incamminarsi col notaro verso la propria casa.
Il giovine tacque e mi guardava fisso, aspettandosi a vedermi da un momento all’altro cadere svenuta sul pavimento. La mia apparenza di quasi perfetta tranquillità lo maravigliò, e continuando a guardarmi fisso:
“Ebbene,” mi disse, “siete d’opinione che sfidando quel tale egli abbia ben fatto?”
“Sì,” risposi, “ha ben fatto per l’onor suo.”
Entrò il servo di Manfredo, e mi consegnò una sua lettera. Mi scriveva: “Non posso venir da te fino a sera. Ho molte occupazioni, e ciò non deve maravigliarti nella vigilia delle nostre nozze; aspettami dopo il tramonto del sole.”
“Egli vuole ingannarmi,” dissi, sorridendo, al suo amico: “informatelo, vi prego, della verità; ditegli che so tutto; che non venga colla menzogna sulle labbra e non tema del mio dolore.”
Il giovine uscì, io rimasi con mia cugina. La buona donna voleva provarsi a farmi coraggio, ma io le accennai di lasciarmi sola, e poichè fu uscita dalla stanza mi sembrò di respirare più liberamente. Non potei desinare; un nodo mi stringeva la gola; il capo e le gote mi ardevano.
Entrai nella mia stanza da letto, gettai gli occhi sulla veste nuziale già pronta e distesa sopra un canapè, sulla ghirlanda di fiori d’arancio, sul bianco velo; mi prese un impeto di rabbia, fui sul punto di lacerare e calpestar tutto.
Quel vestito, quegli ornamenti, mi sembrarono una amara derisione. “Sposa,” esclamai, “e forse vedova dopo un’ora…. ah Manfredo!”
Mi accostai alla finestra, il sole era tuttavia alto; avrei voluto che camminasse tanto presto, quanto presto presto batteva il mio cuore! per rivedere Manfredo, per dirgli…. ohimè! non sapevo io medesima quello che gli avrei detto.
A momenti io mi preparavo ai rimproveri, poi ai lamenti, alle lagrime.
Una volta arrivai a risolvere di aver ricorso alle preghiere per indurlo a rinunciare al duello, a partire con me per lontani paesi;… ma fu l’idea d’un momento, perchè, quand’anche io avessi potuto esser capace di consigliare una viltà, ben mi era noto che Manfredo non ne avrebbe mai accettato il consiglio. Mi fermai finalmente sulla risoluzione di non sopravvivergli, ove egli dovesse soccombere; e lo aver preso una risoluzione mi restituì la fermezza e la calma. “In ogni modo non saremo divisi,” dissi con una specie di dolorosa esultanza, e guardai allora a occhi asciutti quella ghirlanda, quel vestito, quel velo, su cui pochi momenti prima mi era riuscito impossibile di fissare lo sguardo senza spargere un torrente di lagrime.
Chiamai la cugina, mi occupai seco di faccende domestiche, provando nella mente e nella persona una energia straordinaria, un bisogno imperioso di movermi, di fare. Ogni tanto guardavo il sole…. ohimè! il suo corso era il solito di ogni giorno, e quel giorno era così diverso da ogni altro giorno per me!
Non desinai, scesi in giardino e mi posi a sedere là dove era solito di sedere Manfredo. “Lo vedrò seduto qui un’altra volta di sicuro,” pensai; “sì, lo vedrò questa sera; domani Dio sa dove saremo ambidue!” e percossi la terra col piede, come se volessi additarla al pensiero per nostra abitazione del giorno dipoi.
Tornai nella mia camera, radunai tutti i doni di Manfredo: anelli, braccialetti tessuti coi suoi capelli e un ritratto di lui; li chiusi in una piccola scatola, come fa chi pensando a partire raduna le cose dilette per recarle con sè.
Finalmente il sole tramontò; la mia smania, il battito impetuoso dei polsi, crebbero a dismisura coll’avvicinarsi della notte, e quando la luce fu quasi spenta del tutto, scesi un’altra volta in giardino. – Manfredo non venne; mi scrisse poche parole, pregandomi di scusarlo e di farmi trovare pronta alle ore nove del mattino per andare alla Comunità e in chiesa.
Un’ora prima di quella prefissa per la celebrazione delle nozze, la mia casa era già piena di parenti e d’amici di Manfredo e miei; pare avessero risoluto di assistere alla doppia cerimonia nell’atteggiamento della disperazione; e l’insieme dell’assemblea offeriva l’immagine di gente raccolta per un funerale. Io uscii dalla mia camera, e senza far motto m’inoltrai sino in faccia alla porta, da cui doveva entrare Manfredo. Un mio vecchio parente mi venne accanto, e: “Nipote,” mi disse, “permettimi di domandarti se il contratto fu sottoscritto colle formalità volute dalla legge?”
Lo guardai e non risposi, perchè nulla essendovi nelle sue parole che toccasse l’unica corda atta in quel momento a dar suono nell’animo mio, esso restò muto….
“Io fo questa domanda,” egli soggiunse dopo avere aspettato inutilmente la mia risposta, “perchè se non fosse per l’utile che può derivar dal contratto nuziale, i tuoi parenti avrebbero l’obbligo di non lasciarti sposare un uomo, il quale forse poche ore dopo le nozze sarà cadavere.”
L’ultima frase del discorso del vecchio toccò pur troppo la corda sensitiva dell’animo mio!
“Manfredo!” esclamai, “Manfredo sarà cadavere! Ebbene….” e qui troncai un singhiozzo con un fiero sorriso, “ve ne sarà un altro da seppellire!”
“Pazzie, nipote, pazzie,” riprese a dire il vecchio. E tutta la comitiva fece atto di approvazione alle sue parole.
Io restai muta, e: “Costoro,” dissi tra me medesima, “sono nel loro stato normale; stanno fermi sul suolo che li sostiene: mentre io volo dalla terra al cielo, e dal cielo precipito negli abissi; com’è possibile che fra loro e me vi sia modo d’intenderci?”
Una carrozza era entrata nel cortile, e tutti gli sguardi si volsero alla porta della sala, che spalancata ci stava in faccia. I miei si coprirono di un velo, le ginocchia mi si piegarono, e il cuore, invece di battere più forte, quasi si fermò, e un brivido mi corse per ogni vena. Pochi momenti dopo Manfredo entrò nella sala accompagnato dai suoi testimoni; io, attraverso la densa nebbia che mi offuscava la vista, lo vidi venire verso di me. Mi prese la mano, e al sentirla di gelo: “Paolina,” esclamò, “che hai? Scuotiti, è tempo di andare in chiesa.” Io non aveva forza per movermi, e se non mi fossi appoggiata al suo braccio, nel tentare d’alzarmi sarei caduta distesa sul pavimento.
“Povera fanciulla!” esclamò il mio vecchio parente, “se voi foste un uomo alla buona e non un paladino da romanzo, il giorno delle sue nozze sarebbe spuntato più lieto per lei, per noi tutti, e anche per voi.”
“Signore,” rispose Manfredo con tranquilla dignità, “non so che cosa vogliate significare coll’epiteto di paladino da romanzo; io certo non sono un accattabrighe, ma neppure sono un codardo. La fatalità mi ha trascinato a un atto necessario al mio decoro, a quello del mio paese, e voglio sperare che l’onestà delle mie intenzioni sarà premiata colla vittoria sul mio avversario; motivi ugualmente sacri mi hanno anche indotto a supplicare Paolina a non ritardare le nostre nozze, e a permettere che sieno celebrate nel giorno e all’ora già stabiliti.”
Durante questo dialogo, io aveva avuto il tempo di riavermi, e quando Manfredo ebbe finito di parlare: “Si,” esclamai con voce chiara e forte, “io voglio esser sua moglie, non fosse che per poche ore….”
“Via,” disse Manfredo sorridendo, “non pensiamo a melanconie; è tempo di andare in chiesa.”
Mi condusse alla carrozza, la cugina vi salì con noi; i testimoni e il resto della comitiva ci tennero dietro e ci indirizzammo alla chiesa.
Il sacerdote era già all’altare, e le navate del tempio echeggiavano di dolce e melanconica melodia. – Noi ci inginocchiammo; il passato, il presente e l’avvenire si dileguarono dal mio pensiero, quando proferii il sì chiesto dal sacerdote; ricordai soltanto che quel sì mi legava a Manfredo per tuttaquanta l’eternità, e ogni tempesta dell’animo tacque, e guardai il mio sposo cogli occhi raggianti di una felicità ineffabile. Nello sguardo che rispose al mio vidi balenare l’usata mestizia, scevra bensì di amarezza.
Ci recammo alla Comunità per compiervi l’atto civile del matrimonio, atto importante per i suoi effetti anche più del religioso, ma privo di quella solennità che la religione soltanto può imprimere sulle azioni umane. E poi che il nostro doppio ufficio fu adempito, io per la prima volta posi il piede nella casa di Manfredo diventata da mezz’ora casa mia, e nella quale io dovevo passare nell’ansia e nel terrore il giorno, in cui ne prendevo possesso.
Queste idee balenarono alla mia mente, mentre io salivo le scale, e quando entrai nella sala dov’era preparata la colazione, una lagrima ardente cadde sulla mano che stringeva la mia. Manfredo mi guardò, e un sospiro gli uscì dal profondo del petto.
Terminata la colazione, che fu breve e silenziosa, ci alzammo primi da tavola.
“Entriamo in questo salotto,” mi disse Manfredo, conducendomi verso una porta socchiusa. Entrammo, ei la chiuse, mi fece sedere sopra un sofà, e mi si pose a sedere accanto.
“Paolina,” mi disse, “tu sei mia moglie, e fra poche ore io devo trovarmi là dove mi chiama un impegno d’onore.”
“Lo so,” risposi a mezza voce. Poi: “Mi è anche noto bensì,” soggiunsi con voce più sicura, “che tu mi hai condotta in questa casa coll’intenzione che io vi rimanga sola, ove tu non deva rientrarvi. Manfredo, ti sei ingannato; la povera Paolina non vi sarebbe entrata senza avere prima risoluto di uscirne se tu non ritorni, per riunirsi con te nel cimitero.”
“Tu devi vivere, non per la felicità, ma per soddisfare al mio desiderio, se mai questo fosse il desiderio del giorno supremo.”
Si trasse dal seno una lettera, e: “Ove” soggiunse “fossimo riservati a non più rivederci sulla terra, tu aprirai domani questo foglio; giurami di fare ciò che in esso io ti chiedo. Non lagrime, non proteste di non voler sopravvivermi; più alta prova d’amore io ti chieggo, è quella di accettare un fato che non conosci, di accettarlo perchè imposto da me…. Se ritorno, mi restituirai la lettera senza averla aperta.”
“Ma che puoi tu pretendere da questa sfortunata?” esclamai.
“Nulla che sia in contraddizione colle leggi dell’onore, della virtù e dell’amore medesimo.”
Io lo guardai, il suo atteggiamento era solenne; esprimeva un comando, temperato da affetto, da gentilezza, pur sempre comando. Era il primo comando dell’amante diventato marito. Qual donna innamorata dell’uomo che le diede il suo nome, l’udì mai senza sentirsi il cuore inebriato di una nuova felicità? Io invece l’udii cogli occhi bagnati dal pianto della disperazione.
Era il primo comando! ma, e se fosse anche l’ultimo? pensai…. Se dovessi rimproverarmi di averlo disobbedito, e tremare di rivederlo in grembo all’eternità malcontento di me? “No, no,” esclamai, rispondendo ad alta voce a quell’intimo mio pensiero, “io non disubbidirò; la donna è nata per sottomettersi ai voleri del suo compagno, per tutto accettare da lui, tutto, tranne la infamia…. e questa, Manfredo non può mai darla;” e poi rivolgendomi a lui: “Tu conosci” soggiunsi “la pochezza delle mie forze…. Deh! non chiedere più di quello che io posso dare.”
“No, amica mia,” rispose, “io non ti chieggo cosa difficile…, snaturata.”
“Ebbene,” replicai alzandomi, “io ti giuro che la tua volontà sarà fatta.”
“Grazie, Paolina mia, grazie.” Mi trasse a sè, mi baciò, mi strinse fra le sue braccia…. Poi: “Rimettiti in calma,” soggiunse, “io ti lascio sola per pochi momenti;” e uscì dal salotto: nè a me cadde in mente di sospettare che partirebbe senza più rivedermi.
Dopo circa un quarto d’ora la porta del salotto fu aperta: invece di Manfredo entrò mia cugina, seco entrarono i parenti e gli amici e mi circondarono.
“Manfredo! dov’è Manfredo?” chiesi con voce affannosa.
Nessuno rispose, ed io volli precipitarmi fuori della stanza.
Fui trattenuta e ricondotta sul canapè, su cui caddi disperatamente piangendo; perchè il vero mi era già balenato alla mente. “È partito!” esclamai.
“Ebbene, sì, è partito;” rispose il mio vecchio parente:” ma consòlati, la fortuna è amica dei matti, e presto tu lo vedrai ritornare glorioso e trionfante.”
“Affè di Dio!” disse il cugino di Manfredo, “è un bel modo il vostro di giudicare l’azione generosa di Manfredo.”
“Ognuno ha la propria opinione,” replicò l’altro.
“Dunque, a parer vostro, egli avrebbe dovuto sopportare in pace l’offesa recata all’onor nazionale?”
“S’egli lo avesse fatto,” riprese a dire il vecchio, “noi ora sederemmo allegri e contenti a convito, e questa disgraziata invece d’essere oggetto di compassione, lo sarebbe d’invidia.”
“Sì, ma la fronte d’ogni Italiano avrebbe una macchia.”
“Ciascuno è figlio delle proprie azioni, dice il proverbio.”
“Non è vero, perchè il figlio arrossirà sempre delle vergogne del padre, e trarrà sempre argomento di nobile orgoglio dalle belle azioni di lui. Togliete ai nati dallo stesso sangue la solidarietà reciproca delle azioni, della fama, su qual base inalzerete l’edifizio della virtù cittadina, dei sacrifizii all’amore della patria? Il nostro secolo” seguitò a dire il giovane “ha questo di strano, che le sue aspirazioni sono contradittorie; pretende ricondurci a quel sublime amore di patria che produsse tanti esempi di virtù eroiche presso i Greci e i Romani, ma dimentica che insieme colle virtù che emanano da un principio, bisogna accettare anche i difetti derivanti dal principio medesimo.”
“Mi fa maraviglia” riprese a dire il vecchio con un maligno sorriso “che vossignoria co’ suoi principii sia qui.”
“Ci sono,” rispose il giovine, “perchè là dov’è andato Manfredo non c’è bisogno di me, ed egli mi ha pregato di rimanere presso la sua sposa….”
Questo colloquio mi fu riferito da mia cugina molto tempo dopo; quando ebbe luogo, le parole ne giungevano al mio orecchio simili ad un suono indistinto. Seguendo il corso delle mie idee: “È partito!” esclamai; “Signore del Cielo, assistilo tu, fa che possa rivederlo anche sulla terra.”
“Sì, lo rivedrete,” mi disse il mio nuovo cugino, “egli tornerà.”
“E quando potrebbe tornare?”
“Questa sera medesima.”
Il cuore mi si dilatò per la nuova speranza. Gettai gli occhi sull’orologio a pendolo che mi stava in faccia: segnava mezzogiorno. Fino alla sera ve n’erano altre otto o nove! Ebbi spavento del cammino che la lancetta avrebbe dovuto percorrere per arrivarci, come se dalla sera dovesse venirmi di certo una consolazione, come se non sussistesse più il pericolo del contrario.
Io aveva tuttavia nelle mani la lettera di Manfredo, in quell’impeto di speranza mi cadde in terra; uno degli astanti la raccolse e me la porse.
“Che foglio è?” domandò il mio vecchio parente.
“Una lettera di Manfredo,” risposi.
“Ho inteso, è il suo testamento sigillato, da aprirsi se la cosa andasse male.”
“Signore, v’ingannate,” entrò a dire il cugino di Manfredo, “perchè il testamento è nelle mie mani da ieri sera in poi.”
Questo dialogo aveva riaperte tutte le ferite dell’anima mia; la speranza si era velata, e il dubbio vestito di nero mi stava accanto.
“Signori,” dissi, “permettetemi di star sola per qualche ora; ho bisogno di raccogliermi, di pregare:” e senza aspettar risposta entrai nella stanza accanto al salotto, in cui Manfredo mi aveva lasciata.
Era una camera da letto elegantemente mobiliata; vi trovai il mio corredo, e mi venne la volontà di spogliarmi di tutti gli ornamenti nuziali; mi tolsi di capo la ghirlanda e la posai sul mobile che mi era più vicino; v’era già sopra un libro; mi accorsi che era la Bibbia. “Signore,” esclamai, “se tu hai risoluto il suo sacrifizio, deh permettimi di non sopravvivergli!” Tolsi dalla tasca dell’abito la lettera di Manfredo, la posai accanto alla Bibbia, poi m’inabissai nella meditazione e nella preghiera. A poco a poco un conforto che non mi pareva cosa terrena, calmò la tempesta de’ miei pensieri; la Fede che mi fu inspirata ne’ miei primi anni risorse gigante e mi avviluppò nel suo candido velo, come fa la madre che, allo avvicinarsi di qualche oggetto spaventevole, ravvolge nelle proprie vesti il suo nato per sottrarlo al terrore di quella vista. La bontà, la giustizia di Dio mi si offersero alla mente immense, infinite, e affidandomi in loro scacciai da me il dubbio, il terrore, ed ebbi un quarto d’ora di piena certezza che Manfredo vincerebbe, che lo rivedrei fra poche ore…. Ohimè! come se la bontà e la giustizia divina dovessero seguire la via tracciata dal mio corto intelletto e mancassero loro altri mezzi di fare il bene, di punire e di premiare, oltre quelli a me noti.
Il sole tramontò senza che novella alcuna di Manfredo mi fosse recata. Io tacevo, e i parenti e gli amici tacevano anch’essi. La speranza aveva finito d’accarezzare colle sue ali i raccolti nella mia stanza nuziale, e un tetro silenzio, precursore di un doloroso annunzio, regnava d’intorno a me. Anche i servi ne subivano l’impero, e chi si fosse fermato alla porta della casa, per accorgersi dal romorìo dell’interno se fosse o non fosse abitata, se ne sarebbe allontanato colla certezza che fosse vuota. – Suonarono le otto, e l’Ave Maria della sera scoccò dal campanile della chiesa vicina.
Pochi momenti dopo mi parve udire un rumore come di chi battesse piano alla porta di casa: mi alzai e corsi precipitosamente a quella volta. Trovai che i servi non s’erano ancora mossi, e apersi io medesima. Le scale erano illuminate: io mi vidi dinanzi il cameriere di Manfredo e lessi sul suo viso, nei singhiozzi che non gli riusciva di frenare, che Manfredo non tornerebbe, o tornerebbe cadavere! La mano della sventura mi si era posata sul capo, facendomi cadere in una specie di catalessi che m’impediva di movermi, di parlare, di piangere. Tutte le persone che io avevo lasciate nella mia camera si erano raccolte intorno a me. Spaventate dalla mia insensibilità fisica e morale, si affrettarono a ricondurmi nella camera da letto; mi fecero respirare odori fortissimi, e un medico che era fra gl’invitati mi aperse la vena del braccio sinistro…. Fu invano.
L’avversario di Manfredo, a cui apparteneva la scelta delle armi, aveva preferito la pistola. Egli fu il primo a scaricar l’arma e la palla andò a trapassare da parte a parte il petto di Manfredo, che cadde e pochi momenti dopo spirò.
Non parve a’ suoi testimoni cosa conveniente portane il cadavere nella casa, dove io stavo aspettando l’esito del duello; fu portato nella stanza mortuaria di una chiesa, e il suo cameriere venne a recare il funesto annunzio al cugino di Manfredo, acciocchè me lo partecipasse nel modo che stimerebbe migliore. Il mio vecchio parente volle ad ogni costo che fosse immediatamente aperto e letto il testamento per sapere se vi fosse qualche disposizione relativa alle esequie e al luogo della tumulazione. Egli ordinava semplicemente che lo seppellissero accanto ai suoi genitori, e lasciava me sola erede di tutti i suoi averi.
Intanto io rimanevo immobile, distesa sul letto dove mi avevano adagiata; il medico dichiarò esservi assoluta necessità di risvegliarmi dal letargo catalettico, e fu pensato alla lettera di Manfredo. Me la posero sott’occhio, nè so come mi venne fatto di riconoscerla: stesi una mano per prenderla; l’accostai alle mie labbra, la baciai e piansi. “Ella è salva,” disse il medico.
Ricordandomi che Manfredo nel porgermi quel foglio mi aveva detto: “Se io soccombo, domani la leggerai,” non volli aprirla fino al mattino del giorno dipoi, e non chiamai alcuno a parte di quella lettura.
Ecco la lettera:

“Paolina mia,
” Se io dovessi soccombere nel duello, cui vado incontro, tu vivrai per fare le mie veci, adempiendo un atto di beneficenza che affido al tuo cuore sensitivo e compassionevole. – Sull’Appennino che sta a breve distanza dal villaggio di ***, io posseggo una casa circondata da un piccolo recinto. Colà, da oltre tre anni, trascina la sua miserabile esistenza una donna che la Natura si piacque ornare dei suoi più splendidi doni, e che il vizio contaminò nel primo fiorire della giovinezza. Ebbi la sventura di piacerle, ed ella vestì le apparenze dell’onestà per incatenarmi al suo carro. I vezzi dell’ammaliatrice mi offuscarono, e senza amarla di vero, d’intenso amore, io m’impegnai a sposarla.
” Un mio amico che l’aveva conosciuta a Parigi circondata da adoratori e facente mostra di un lusso che era frutto del disonore, dissipò il mio inganno; io corsi alla casa di Clara, la colmai di rimproveri e di disprezzo, poi ne uscii per non rimettervi il piede mai più. In quel petto di donna la corruzione non aveva attutita la violenza delle passioni, e il mio giusto abbandono, invece di spegnere il suo amore, non fece che accrescerne la fiamma devastatrice. Meditò vendicarsi uccidendomi; e una sera armata di pugnale andò a bussare alla porta della mia casa. Il servo che le aperse, ingannato dalla miseria delle sue vesti, la lasciò sola per andar a cercare un tozzo di pane, prendendola per un’accattona.
” Ella profittò del momento propizio e s’inoltrò nell’interno della casa con la sicurezza che io vi fossi, avendomi veduto entrare. Trovò la mia camera, nella quale io sedeva leggendo…. entrò pian piano, brandì il pugnale e tentò immergermelo nel petto…. la mano che vibrava il colpo era tremante, e la ferita riescì grave, pur non mortale.
” Io gettai un grido, i servi accorsero e disarmarono Clara, che tentò invano trafiggere il proprio petto. La perdita del sangue mi fece cadere in un lungo svenimento, e quando riacquistai l’uso dei sensi, Clara era già stata condotta in carcere, dove rimase, finchè, avendo perduto l’uso della ragione, fu condannata a star chiusa per tutta la vita in un manicomio; ma i miei amici ottennero che fosse a me consegnata, dichiarandomi io responsabile di tutto ciò che potesse accadere. Il suo stato invece di migliorare peggiorò e giunse alla frenesia. Io comprai allora la casa sull’Appennino, Clara l’abita già da tre anni, ma la sua mente è tuttavia coperta da dense tenebre! Due custodi vegliano su di lei, un uomo e una donna. Io sono sempre andato a informarmi del suo stato almeno cinque o sei volte all’anno; se muoio, farai tu le mie veci, e supplirai alle spese del suo mantenimento colla rendita della somma che nel testamento ho notata come destinata a un’opera di beneficenza, di cui affido la continuazione a mia moglie.
” MANFREDO.”

Manfredo era morto, e nondimeno alla lettura di quel foglio le fiamme della gelosia divamparono nel mio petto; scomparve il deserto, da cui mi pareva d’essere circondata, e il mondo tornò a sembrarmi abitato; ma le larve dell’amore avevano ceduto il luogo a quelle dell’odio. Un’altra donna lo amava, ed egli seguiterebbe a comparire nei sogni della sua fantasia delirante come ne’ miei, e forse più amoroso, più tenero. A tale idea mi assaliva un fremito, il mio pensiero non si aggirava più fra le tombe, una persona viva ne aveva il dominio. Ahi! misteri incomprensibili del cuore umano! La vedova di Manfredo, colma dei suoi benefizii, aveva bandito da sè la riconoscenza, il dolore! Pensava a lui non per immaginarselo disteso nel feretro, sibbene al fianco di Clara, di colei che prima e forse sola egli amò! È vero che diede a me la sua mano…. oh! ma io era una fanciulla onesta! egli volle trionfare della passione, ed evitare sposandomi il rischio di ricadere nei lacci della incantatrice bellezza, di cui avea già subito l’impero. Se Clara fosse stata onesta, non v’è da dubitare che egli l’avrebbe prescelta.
Mi alzai dal letto, ascoltai a occhi asciutti la lettura del testamento, nè diedi segno di commozione all’udirmi nominare unica erede del testatore. Che importava a me delle ricchezze diventate mie? Erano dono dell’amante di Clara! La stranezza del mio contegno, la mia freddezza destarono la meraviglia di tutti coloro che mi avevano vista quasi morente all’annunzio dell’esito del duello; e il medico persuaso che io fossi in balìa di un delirio, ordinò che mi guardassero a vista.
Le mie forze presto tornarono, e dopo quindici giorni mi sentii in istato d’intraprendere il viaggio, che doveva condurmi là dove potrei appagare il desiderio che mi divorava le viscere – conoscer Clara. Dichiarai di dover andare in un paese, dove Manfredo mi aveva incombensata di recarmi in persona per soddisfare a un suo impegno d’onore, sul quale mi pregava di serbare il più profondo segreto.
Scelsi per compagnia un vecchio servo della mia famiglia paterna, di cui m’erano note a prova la discretezza e la fede. Un giorno intero di viaggio sulla strada ferrata mi condusse al piede dell’Appennino, sul cui erto pendìo si trovava la casa abitata da Clara e da’ suoi due custodi a pochi passi dal villaggio di ***. In tre ore una carrozza di posta mi portò al cancello del recinto, dentro a cui si trovava la villetta in mezzo a un breve giardino. Il giardiniere avvertì i due custodi di Clara del mio arrivo, ed essi accorsero ad incontrarmi. Consegnai loro un foglio che io aveva trovato accluso nella lettera di Manfredo, ed era l’ordine per ambidue di obbedire a me come obbedirebbero a lui medesimo.
M’introdussero nella casa; Clara si riposava dormendo dei vaneggiamenti della notte.
“Parrebbe quasi” disse la donna “che ella sia informata dell’accaduto, perchè invece di urli e di maledizioni, da alcuni giorni non le escono dalle labbra che gemiti, e ieri la vidi piangere.”
“È impossibile” io risposi “che la morte di Manfredo le sia nota; ma può essere che abbia il presentimento di una disgrazia.”
Domandai quale impressione potrebbe fare su di lei la mia visita. “Nessuna,” rispose Teresa (tale era il nome della custode), “perchè ella non fa attenzione alle cose e alle persone che le stanno d’intorno; vado a vestirla; e fra una mezz’ora la condurrò nel salotto terreno, dove passa molte ore del giorno.”
Teresa prima di lasciarmi sola mi aperse la porta del salotto, ed io vi entrai per aspettarvi la venuta di Clara. Le commozioni del viaggio e dell’arrivo avevano impedito all’anima mia di concentrarsi, di fissare tutta la sua potenza sul tremendo problema, la cui soluzione ormai non poteva più uscire che da un sepolcro. Fui o non fui amata? E se lo fui, chi, io o Clara, esercitò un fascino più potente sul cuore di Manfredo? A quale delle due, se pari fossero stati in noi l’onestà e l’affetto, avrebbe data la preferenza? Evocai le memorie del breve tempo, in cui vidi giornalmente Manfredo essendogli fidanzata. Egli si mostrò sempre affettuoso, non mai passionato, e la melanconia avea già solcato di una ruga quasi impercettibile la sua fronte bellissima. Parlava del nostro avvenire con una calma serena, che talvolta senza volerlo presi per indifferenza. Aveva chiesto la mia mano due mesi appena dopo il giorno, in cui il caso accaduto al passeggio ebbe per conseguenza che egli fosse introdotto nella casa di mia cugina, e i nostri sponsali avrebbero avuto luogo dopo altri due soli mesi, se io non avessi insistito per protrarne la celebrazione fino al sesto.
Perchè quella fretta? ohimè! Considerando forse la simpatia che io gli aveva inspirata come il prodotto di un lucido intervallo fra un accesso di passione per Clara ed un altro, e temendo di non poter resistere alla violenza del nuovo accesso che già sentìa sovrastare; e per non trovarsi, al ritorno del senno, legato a una persona immeritevole di stima e caduta nel baratro, donde una donna non si rialza più mai, probabilmente egli volle affrettarsi a porre sè medesimo nella impossibilità di sposarla.
La venuta di Teresa troncò il corso alle mie riflessioni.
“Ecco la signora,” ella disse; e a quell’annunzio io mi sentii fatta incapace a movermi, il sangue mi affluì al cuore, e tutto il mio corpo tremò.
Intanto Clara entrava nel salotto. Era bella di bellezza quasi divina; s’inoltrò fino al pianoforte, e non fece nessuna attenzione a me che sedeva in un angolo quasi oscuro.
Chiamò a nome la cameriera, e: “Credi tu” le disse “che Manfredo verrà questa sera a visitarmi?”
“Io credo di sì,” rispose Teresa, che aveva ordine dal medico di rispondere affermativamente a tutte le sue domande.
“Sono già molte sere che viene vestito a lutto senza volermene dire il perchè.”
Queste parole di Clara mi fecero dare un balzo.
“Oltre di che,” ella continuò a dire, “è pallido e melanconico più del solito…, ti assicuro che sono inquieta….”
Ricusò di passeggiare nel giardino, si mise al pianoforte e suonò la marcia funebre del Profeta.
Ad un tratto si alzò. “Egli giunge,” disse, “ascolto il suono dei suoi passi nell’anticamera; Manfredo, Manfredo, la tua Clara ti aspetta; affrettati…. vieni….”
Corse alla porta e là si fermò, e stette come chi porge l’orecchio ai rumori che vengono di fuori. Volle il caso che un suono di passi echeggiasse vicino; erano quelli del custode. “Sì,” ella esclamò, “è desso, ora lo vedrò.”
Ohimè! nulla vide…. Rientrò nel salotto e si diede a piangere dirottamente.
“Non verrà,” diceva in mezzo ai singhiozzi, “non vuol più vedermi. Ah! Manfredo, credi tu che io possa soffrirlo in pace? Sciagurato, non crederlo! non sperarlo…. ti punirò.”
Così parlando, percorreva la stanza a passi celeri; il viso le si era sconvolto, e negli occhi le si manifestava chiaro il delirio. Le sue idee si confusero; fece atto d’impugnare uno stile, e fu assalita da un accesso maniaco. I suoi custodi accorsero, e quando il parossismo fu passato, la ricondussero nella sua camera.
La sera del giorno dipoi io rientrai nella casa, dove due cuori affettuosi aspettavano con ansietà il mio ritorno, trepidanti per un’assenza, di cui non sapevano spiegare a sè medesimi la cagione. Il mio aspetto, il mio contegno, nulla avevano in sè di rassicurante. Le mie guance erano animate da un colorito febbrile, e i miei occhi brillavano di una luce sinistra.
Quella casa, dove per la prima volta io aveva posto il piede, appoggiata al braccio di Manfredo, non ridestava in me le dolorose commozioni che pareva dovessero straziarmi l’anima al solo rivederla! Dopo un breve colloquio co’ miei due parenti, mi ritrassi nella mia camera, mi coricai, e i miei pensieri tornarono ad affissarsi tutti su Clara, su l’amore di Manfredo per lei. Come sapere se egli si valse di me come di un’àncora di salvezza, per non cadere nella tentazione di sposare una donna che egli non poteva tenere per meritevole della sua stima? Come leggere in un cuore ormai gelato dall’alito della morte?
Ricordai mancare un giorno solo a compiere un mese da quello, in cui divenni sposa e vedova poche ore dopo. Manfredo era seppellito in un cimitero suburbano, dove lo furono í suoi genitori, e dove regna la quiete solenne che si addice alla casa dei morti. La mattina appena alzata dal letto, m’informai dai miei parenti se avessero pensato alla celebrazione delle esequie commemorative: mi risposero di averlo fatto, ed io dichiarai di volermivi recare con essi; invano si affaticarono a distogliermi da quel proponimento, e benchè fossi debole e sfinita, lo posi in esecuzione.
Nella chiesa campestre attigua al cimitero avevano innalzato un magnifico catafalco, ed io m’inginocchiai accanto ad esso senza versare una lagrima, e ascoltai le preci e i canti funerei con una calma che maravigliò gli astanti. Oh, se avessero potuto vedere l’orrenda bufera che imperversava sotto il velo di quella calma! Terminate le esequie, io volli esser condotta nel cimitero; m’inginocchiai sulla lapide di Manfredo, e ottenni di rimaner sola per pregare e piangere senza testimoni. Appena il mio desiderio fu esaudito, l’idea della morte si cancellò dalla mia mente, e l’uomo che dormiva sotto quella lapide di un sonno ineccitabile, si presentò alla mia immaginazione vivo, nel fiore della sua virile bellezza; accanto a lui stava una donna adorna anch’essa di celesti attrattive. Oh quale, oh quanta felicità balenava negli sguardi d’ambedue, nell’atteggiamento della persona! Si amavano, si amavano di ardentissimo amore, e quell’amore, io pensai, gli ha accompagnati in grembo all’eternità. Ivi l’anima di Manfredo, libera dal giogo delle convenienze sociali, da cui fu costretta ad abbandonare Clara, ora che essa ha espiato le sue colpe col lungo delirio, si è riunito a lei, ed io, quando l’angiolo della morte verrà per condurmi seco, a chi mi riunirò! Ohimè! dopo il deserto della vita dovrò forse languire eternamente nel deserto dell’infinito! “Sì, tu starai sola in eterno!” mi sembrò udirmi rispondere da una voce uscita dal sepolcro, su cui io mi era prosternata.
Caddi boccone sulla lapide disperatamente piangendo, e vi rimasi, finchè i miei due parenti, inquieti di non vedermi comparire là dove mi aspettavano, vennero a rialzarmi, e sorreggendomi mi condussero, quasi fuori di me, fino alla carrozza.
Pochi giorni dopo la visita al cimitero, Enrico imprudentemente, per tentare di distrarmi, narrò essere arrivata nella nostra città una Tedesca, famosa per la straordinaria potenza a lei attribuita di far comunicare fra loro i morti ed i vivi. “Ella è un Medium,” diss’egli, “vale a dire, secondo il frasario degli spiritisti, una interpetre che mette in comunicazione i vivi coi morti.”
Parlammo a lungo su tale argomento. La conclusione dei nostri discorsi fu, che non si può prestar fede alla scienza dello spiritismo; ma io la sera di quel giorno medesimo mi presentai sotto un nome supposto alla casa della Tedesca, accompagnata dal mio vecchio famigliare.
Fui introdotta in un salotto rischiarato da due lampade, che vi spandevano una luce languida e fioca. Una donna giovane vestita di nero sedeva presso una tavola, su cui oltre i lumi si trovavano alcuni libri, due quaderni di carta non scritta, un calamaio e una macchinetta, di cui non avrei saputo indicare l’uso. – La giovane mi accolse facendomi un profondo inchino, e mi accennò di sederle accanto.
“Vi è nota” le domandai “la segreta origine delle mie pene?”
“Mi è nota,” rispose.
“Fate che io sappia se fui amata.”
“Vi sono molte specie d’amore,” replicò; “può essere che quello ispirato da voi fosse diverso dall’amore che avreste preferito inspirare.”
“Temo che abbiate ragione,” ripresi a dire con un sospiro. “Ditemi ora se l’uomo, da cui mi fu consacrato un sentimento così poco conforme al mio modo di sentire gli affetti, aveva nell’anima un altro amore, ovvero era incapace di sentire passioni ardenti, esclusive.”
“Sono pochi” rispose la giovane “gli uomini che amino una volta sola in tutta la vita: e quasi sempre il primo amore è quello che imprime orme più profonde nei loro petti e nella loro memoria.”
“Ah! pur troppo voi dite il vero,” esclamai; “e il primo amore di Manfredo non fu per me,” soggiunsi quasi sottovoce.
“Ma forse,” disse il Medium, guardandomi fissamente, “la donna che egli amò prima d’amar voi non lo meritava, e in tal caso….”
“Che importa!” io vivamente la interruppi, “lo ebbe! Deh! se è vero che vi è concesso riaprire le labbra dei trapassati, riaprite quelle di Manfredo, sciolga egli medesimo il tremendo problema che mi martira.”
Il Medium mi ascoltò con un’aria di tenera compassione; poi i suoi sguardi si affissarono nel vano e pareva cercassero un oggetto che sfuggiva alle sue indagini, mentre i miei seguivano ogni suo movimento.
“Ah! eccolo,” ella disse, “finalmente è venuto!”
Prese la macchinetta, vi adattò una penna, e mi parve che la sua mano si lasciasse condurre dalla macchinetta medesima, scorrendo seco rapidamente sul foglio. Dopo circa venti minuti la macchinetta e la mano si fermarono, il Medium prese di su la tavola il foglio scritto, e me lo porse. Io vi lessi ciò che segue: “Tu sei un’ingrata! tu pretendi scandagliare gli abissi dell’anima mia, fare ciò che non feci mai io medesimo; io che voleva ignorare qual sentimento vi dominasse. Che t’importa se, allontanandomi per sempre dall’oggetto del mio primo amore, volsi uno sguardo di tenero compianto a quelle soavi sembianze, su cui io sentiva la mia impotenza a stendere un velo di oblìo?… Io ti aveva scelta per consolatrice, per compagna di tutta la vita. Volli che tu fossi la madre dei miei figli; non ti è bastato: e invidii a quella sfortunata, a cui tolsi tutto quanto di me mi fu possibile il toglierle, un sospiro, una lagrima, che nessun’anima gentile potrebbe ricusare! È troppo! cessa d’interrogarmi…. addio.” – Io lessi rabbrividendo! il foglio cadde ai miei piedi…, e passò più di un’ora prima che potessi tornare alla mia abitazione appoggiata al braccio del mio vecchio servo.
Non mi fu possibile celare l’accaduto a’ miei due parenti; la cugina si mostrò persuasa che il Medium fosse una ciarlatana. “Io non so ciò che ella sia,” disse Enrico; “ma sono costretto a persuadermi che coloro, i quali rinunziano alle credenze del passato per accettarne delle nuove, da cui l’umanità è posta in contradizione con sè medesima, danno prova di corto intelletto. L’anima per i materialisti non è che la parte più sottile della materia, e il soffio gelido della morte la spenge insieme colla intera vitalità del corpo. Perchè dunque molti fra i materialisti si occupano di spiritismo? perchè si adattano a invocare chi secondo loro più non esiste? Questa contradizione” continuò a dire il giovane “mi prova che, se l’intelletto umano non può persuadersi che la morte sia il termine assoluto della esistenza, sente il bisogno di spingere lo sguardo oltre le tenebre del sepolcro per vedere aprirsi di là da quel buio nuovi orizzonti luminosi. I riluttanti a stendere la mano all’áncora della Fede e credere nel dogma della immortalità, spesso non lo sono a volgersi alle tavole parlanti e alle macchinette scriventi! e ciò fanno per appagare il bisogno di non tenere del tutto spenta la esistenza nel petto dei morti…. Essi ricorrono a meschini trovati, paghi di ottenerne il balsamo di un conforto, di cui abbisognano molto più di coloro che sperano nel ritrovo oltre il sepolcro. Oh! se lo spirito di Manfredo esiste ed è libero di aggirarsi d’intorno a noi, come è possibile che abbia preferito rivelare la sua presenza per mezzo di una persona a te e a lui egualmente straniera? In una questione di tale e tanta gravità, qual’è quella di cui si tratta, certe riserve, certe prerogative sembrano giuochi da fanciulli e null’altro. In quanto a me, io non posso figurarmi l’Ente Supremo capace d’imporre leggi insulse e ridicole. Potendo avere illusioni, vorrei che fossero almeno degne emanazioni di un principio sublime; e se fossi condannato a vegetare nell’arido deserto del materialismo, accetterei addirittura il nulla col suo silenzio ineccitabile, eterno; ma l’idea del nulla non può entrare nell’umano intelletto, e coloro che ne abbracciano il culto, appena fatto capolino nella spaventosa solitudine che si offre ai loro sguardi di là dalla vita, si appigliano per popolarla a credenze che fanno a pugni con il buon senso. Per loro i morti conservano una personalità simile a quella che conservavano secondo i pagani della remota antichità; diventano Idoli, parola greca che significa larve. La lettera scritta dalla donna Medium è opera di una persona dotata di mente sottile, è quella che probabilmente ti avrebbe scritto Manfredo, se vivo tu lo avessi tormentato, perchè ti dicesse ciò che egli stesso ignorava. Quella donna con una rapida occhiata s’internò nel tuo stato, ne vide i dolori e scrisse; ma puoi tu credere che la lettera fosse dettata da Manfredo?”
Enrico tacque, ed io rimasi colpita dalle sue parole, pur nondimeno incapace a vincere le aberrazioni della fantasia esaltata. Presi l’uso di passare il mio tempo studiando i varii sistemi, mercè i quali mi si faceva credere alla possibilità di corrispondere cogli spiriti dei trapassati e a porli in opera, ma senza poter mai giungere alla mèta ardentemente desiderata.
Clara, meno sfortunata di me, cessò di vivere tre mesi dopo la morte di Manfredo, di una febbre nervosa che in pochi giorni la precipitò nel sepolcro. Io non potei accorrere in tempo da trovarla ancor viva. La trovai distesa nel feretro; era tuttavia bella; ed io, invece di versare una lagrima di compassione sul suo funesto destino, provai accanto al suo cadavere un sentimento d’invidia feroce. Manfredo, a parer mio, l’aveva attratta a sè per riunirsi a lei nel mondo invisibile. Ormai non v’era potenza che valesse a separarli; il pugnale meglio affilato non avrebbe potuto fermare i battiti dei loro cuori, poichè quei cuori non erano più sottoposti alle leggi dell’esistenza terrena. Tutte le idee sublimi relative alla immortalità dell’anima si erano dileguate dalla mia mente o vi rimanevano coperte da un denso velo. Chinai la fronte sul feretro, e una visione si offerse dinanzi alla mia immaginazione delirante. Vidi una landa immensa tutta ingombra di larve d’uomini e di donne: la più gran parte di esse pareva indifferente allo svolgersi e al compiersi delle sorti umane, poichè ormai migliaia d’anni si erano accatastati fra il presente e il passato, in cui i più di loro erano rivestiti di carne e d’ossa. Una piccola frazione soltanto, gli avi, i padri, i fratelli della generazione ora vivente sulla terra, simile a nebbia, si librava sulle reggie, sulle case, sui tugurii – e tutta quella moltitudine non aveva avvenire, e l’eternità esisteva per lei, acciocchè la trascinasse nel vuoto… “Se le cose stanno così,” dissi fra me, “è male il nascere e peggio il morire.” Fui costretta a riscuotermi e a rialzare il capo, perchè la stanza si era empita di gente; il feretro fu chiuso e portato là dove l’aspettavano gli eletti ad accompagnarlo al cimitero del villaggio. Enrico ed io ci unimmo al funebre corteo.
Quando potei tornare alla villetta, mi sentii impotente a rimettermi in viaggio. Dopo un mese di malattia tornai ad abitare la casa maritale, ma il soggiorno della città mi era diventato insopportabile. Andai pertanto a stabilirmi nella casa, ove Clara era morta. Da dieci anni l’abito colla cugina: e riacquistando le forze ho ritrovato quella fermezza che innalza l’intelletto alle serene regioni, dove i sogni d’un misticismo morboso sono incapaci a raggiungerlo.

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Angelica Palli Bartolommei – Alessio ossia gli ultimi giorni di Psara

Cominciava il giugno del 1824; i Greci minacciati da imminente pericolo sentivano il bisogno della concordia, e i sollevati contro il Governo vinti, più che dalla forza, da carità della patria, rivolgevano le armi contro il comune nemico. Il figlio di Colocotroni avea, per comando del padre, ceduta Napoli di Romania alle milizie del Governo, ed erasi stabilito che i rappresentanti della nazione terrebbero per l’avvenire le loro sessioni in quell’importante fortezza. Il pascià d’Egitto preparava la sua flotta, quella uscita dai Dardanelli era tuttavia a Mitilene, e la flotta greca stava raccogliendosi nel porto d’Idra per recare ai Cretensi soccorso d’uomini e di munizioni, e andar poi in traccia delle navi nemiche per costringerle ad un conflitto. Correa voce fosse intenzione dell’ammiraglio turco tentare uno sbarco nelle isole d’Idra, di Spezia e di Psara, le quali avendo equipaggiati quanti più legni potevano, dopo la partenza dei medesimi rimanevano vuote di difensori; niuno però tra quegl’isolani lo credeva capace di osar tanto contro popoli, ch’ei ben sapeva non potersi sottomettere, nè trucidare come mandrie di agnelli. La prudenza voleva che quei tre baluardi della libertà di Grecia fossero presidiati da truppe di terraferma; ma da una parte indugiavasi a domandarle, nè si ebbe in mente dall’altra di offrirle prima che venissero domandate.
In questo stato di cose due legni psariotti mandati a protegger Samo, dove i Turchi avean pur minacciato uno sbarco, tornavano a Psara per riattarsi, e raggiunger quindi la flotta stanziata nel porto d’Idra; erano carichi di prigionieri e di prede mercè una scorrerìa fatta sulle coste dell’Asia. Il giovine Alessio, proprietario e capitano di questi due legni, salutò da lungi la patria dalla quale da tre mesi era assente; Amina, moglie di uno dei primarii agà di Scala Nova e prigioniera d’Alessio, stava muta al suo fianco, riflettendo, raccolta in sè stessa, come fra tanti motivi di dolore e di lutto il suo animo potesse abbandonarsi in preda a speranze incomprensibili a lei medesima. Vesti rilucenti d’oro lasciavano trasparire tutta l’eleganza della sua persona; aveva nei lineamenti del viso non la regolarità della bellezza, e non quell’aria di capriccio, indizio della leggerezza della mente e del nulla dell’anima, ma quei lineamenti scolpiti, che indicano esservi qualche cosa di straordinario nella persona che li possiede. Alessio fissava i suoi negli occhi nerissimi della prigioniera, e in quei momenti la memoria degli azzurri languidi occhi della tenera Evantia si dileguava dalla sua mente; Evantia eragli bensì carissima, e dai primi anni dell’adolescenza l’amò e ne fu riamato. La morte del padre del giovine e dei genitori della donzella ritardò le loro nozze, e quando il giorno n’era finalmente stabilito, morì anche la madre d’Alessio pochi giorni prima ch’egli fosse costretto a imbarcarsi per Samo; così vennero ritardate fino al ritorno.
Egli tornava, era giunto quasi al momento di possedere l’oggetto tanto a lungo desiderato, e il suo fervido sospiro non volava al porto che stava per afferrare, e il pensiero rimaneva immoto al suo fianco!
È giunto; balza a terra; abbraccia gli amici che lo circondano, e accennando ad Amina di seguirlo, si dirige verso la casa, dove Evantia dimorava con la vecchia Sebastì nutrice del suo diletto. La vecchia gli viene incontro:
“Dov’è Evantia?” egli domanda dopo averla abbracciata.
“In chiesa,” risponde Sebastì; “vi si canta per tua madre l’ufficio de’ morti;… compiono oggi tre mesi da che l’abbiamo perduta!”
“Pur troppo;… ma lasci tu Evantia escir sola?”
“Non ho potuto accompagnarla, ed è andata con le vicine.”
“Ho inteso.” E dopo averle consegnata la prigioniera, corre alla chiesa di San Niccola, situata sull’erta del colle, sul quale è fabbricata parte dell’unica città ch’è nell’isola.
Ognuno in tali luttuose funzioni rammenta i proprii morti e sta nel raccoglimento delle care e dolorose memorie. Quando Alessio entrò nella chiesa, tutti gli astanti tenevano in mano un cero, il cui fioco chiarore spandendosi sopra i visi ne faceva più spiccare la mestizia; i cantori salmeggiavano in tono lugubre, e gl’inservienti in cappa nera stavano accanto alla porta con un canestro pieno di còliva (grano bollito con uva passa, mandorle e noci) da distribuirsi fra tutti coloro che assistevano al funerale. Evantia stava nella parte superiore della chiesa riservata alle donne; ella riteneva a stento le lagrime, e il cero tremava nella vacillante sua mano. Alessio si fermò sulla porta, parevagli tornato il momento, in cui la madre moribonda lo abbracciò e unì la sua mano a quella d’Evantia…. pensò come la buona madre gli pose la propria mano sul capo benedicendolo…. come un grido d’Evantia lo avvertisse, che esalava lo spirito…. ed egli rialzò il capo…. e quella mano cadendo priva di vita sdrucciolò fredda sul viso di lui. Un brivido lo assalì, come allora avealo assalito;… come allora vacillò, e cadde tramortito sul pavimento. Gli astanti gli si affollano intorno a rialzarlo, a soccorrerlo.
“Un uomo si è svenuto,” dice una delle compagne di Evantia.
“È Alessio,” dice un’altra più lontana, “l’ho conosciuto.”
La donzella appena udite queste parole traversa la chiesa…, eccola al fianco del caro giovine, e poichè la sua casa è assai meno lontana, di quella d’Alessio, fa che egli tosto vi sia trasportato. Son giunti…. entrano…. Amina, veduto Alessio privo di sensi sulle braccia degli amici, si fa largo disperatamente fra il cerchio di persone che circonda il letto, ove è stato deposto, e osserva smaniosa se ancor respira; commozione le accresce vaghezza…. Evantia guardandola prova per la prima volta il più amaro d’ogni dolore, – il solo cui niun dolce è frammisto, – teme d’aver perduto il cuore, al quale fidò tutte le speranze del suo!… Gli occhi d’Alessio si riaprono, e il loro primo sguardo non è per Amina: essi cercano la compagna del proprio lutto, colei che prestò gli estremi ufficii a sua madre. – Evantia, accogliendo quello sguardo, si conforta e torna a sperare. Gli amici si congedano; Evantia, Amina e Sebastì rimangono sole al suo fianco; egli sente il bisogno del pianto, Evantia piange con lui: “L’abbiamo perduta!” esclamano, e ambedue giurano di piangerla e di vivere sempre insieme.
Il giorno cade: Alessio fa accostare Amina, e ponendone la mano in quella della vergine:
“È una disgraziata,” le dice; “questa parola basta per te, io te l’abbandono.”
Ciò detto egli esce, ed Evantia premendo quella mano sul cuore accenna alla prigioniera, che troverà in lei una pietosa sorella. Si separano per trovar pace nel sonno, ma il sonno non scende colà, dove le passioni fan guerra!
Evantia è ancor certa d’essere amata, ma Amina è compianta! La virtuosa giovinetta senza desiderare che cessi di esser l’oggetto di quella pietà, le invidia la sventura che le dà dritto alla compassione d’Alessio.
Amina, essendo stata servita da schiave greche, imparò a comprenderne e a parlarne il linguaggio; ella ha quindi saputo, conversando con Sebastì, che Evantia dev’esser moglie d’Alessio;… l’idea d’un amore libero, spontaneo, si presenta per la prima volta alla sua mente, e la sconvolge. Spuntava per lei l’ultima aurora del terzo lustro, quando Selim, senza averla mai fino a quel giorno veduta, la salutò col nome di sposa; egli era giovine, dotato di maschia bellezza, l’amava, nè aveva concesso tal nome ad altra donna, ma amava anche le odalische dell’aremme. Fieramente geloso, avrebbe trafitta la moglie per uno sguardo vòlto ad altr’uomo; guai però se ella avesse osato proferire un lamento contro di lui! Favorito dalle leggi e dal culto, egli aveva in fatti il dritto di non patirne, e Amina consapevole di questo dritto taceva, dovendo anche mostrarsi grata d’aver sola il nome di sposa. Partendo per unirsi alla spedizione contro Scio, Selim aveva lasciato la moglie in una casa campestre sulla riva del mare; colà, mentre stava mollemente distesa sopra gli aurei sofà del suo chioscho, godendo l’olezzo de’ boschetti d’arancie di rose che circondavano la sua abitazione, udì le grida delle schiave…. vide spalancarsi le porte; dieci marinari de’ legni d’Alessio le comparvero davanti, e la costrinsero a seguirli alla spiaggia. Il giovine capitano tornava allora col rimanente delle sue genti dall’avere sparso il terrore e la morte in mezzo a un’orda di assassini, pronta a imbarcarsi per mietere gli avanzi delle stragi di Scio; la sua vista, il dolce suono della sua voce destarono nell’animo della prigioniera una commozione, la cui soavità le era ignota: egli le sorrise pietosamente, e già gli occhi d’Amina esprimevano l’estasi dell’amore. Ora Alessio è vicino alla sposa, nè potrà occuparsi della povera prigioniera, – l’ha abbandonata ad Evantia, e la pietà d’Evantia è nulla per lei!… Immersa in queste penose riflessioni essa non trova quiete in tuttaquanta la notte.
Alessio è anch’egli ben lungi dall’esser tranquillo: esce dalla città appena albeggia, e si dirige verso la parte alta dell’isola; colà alle falde d’un colle sulla riva del mare era un’ampia grotta, e le onde venivano a frangersi contro gli scogli, che ne circondavano l’ingresso; un cipresso coronava la vetta della rupe pendente sopra la grotta: era solo, come l’abitatore della grotta! Da tre anni uno straniero vi aveva stabilito la sua dimora, e niuno, tranne Alessio, sapeva da qual terra venne a cercarvi un asilo; si faceva chiamare Eutimio, non oltrepassava l’ottavo lustro, aveva forma alta e maestosa, occhi azzurri e scintillanti; i solchi d’un profondo dolore rigavano le sue guance, e la sua bocca pareva non essersi da molti anni aperta al sorriso. Negò sempre di mischiarsi nelle pubbliche faccende degli Psariotti, nè può dirsi se negasse per diffidenza della propria capacità, o per un sentimento d’apatia, frutto d’irreparabili disavventure. Quando gli Psariotti tornarono dall’aver arsa la nave dell’ammiraglio turco davanti alla devastata Scio, egli corse al porto, li abbracciò; una sua lagrima cadde sulla mano dell’intrepido Costantino Canaris, poi tornò anche più mesto del solito alla spiaggia deserta. Egli amava Alessio, si compiaceva d’istruirlo, e aveagli confidati gli avvenimenti, dai quali fu costretto ad abbandonare la patria. Il giovine lo trovò immobile sull’ingresso della grotta, contemplando il nascer del sole; al vederlo fece un leggiero gesto di sorpresa, gli strinse la mano, e dopo essersi informato de’ motivi del suo ritorno, gli parlò della patria e de’ pericoli che le sovrastavano.
“La distruzione è colà,” disse additando Scio, che appariva da lontano circondata dalla mattutina nebbia; “d’un passo può varcar l’onde, e inghiottire anche Psara.”
“Venga,” rispose Alessio, “qui si muore uccidendo.”
“Pensa” replicò il Saggio “alle donne, ai vecchi, ai bambini, a questi esseri, a cui manca la forza di dar morte, e il coraggio d’andarle incontro per sottrarsi alla schiavitù…. li ucciderete dunque voi stessi all’apparire delle vele nemiche. Tu inorridisci!… Ma, dimmi, concederesti che Evantia vivesse per soddisfare della sua bellezza il sozzo delirio di un feroce assassino?… Ah no! lo sprezzo dei pericoli non è concesso ai figli, ai padri, ai mariti: bello è il coraggio della disperazione allorchè inatteso arriva il bisogno di farne uso; ma chi può far sicura l’esistenza di quanto ha di più caro dopo la patria e l’abbandona al caso, o è un infame, o uno stolto.”
“Qui si ha la certezza che i Turchi non oseranno assalirci.”
“Ed è appunto questa certezza che può farli osare; affrettatevi a chiedere aiuto al Governo; Scio vi sta davanti, per avvertirvi a non dormire in una ingannevole sicurezza. Dimmi ora” continuò Eutimio “se le discordie cessarono nel Peloponneso!”
“Sì,” rispose Alessio, “grazie all’imminente pericolo, tutto è quieto. O Eutimio, quando l’orizzonte è più nero, allora devi posar tranquillo sulla gloria della mia nazione! I Greci dotati dalla natura d’un’energia infaticabile, quando non possono adoprarla contro i nemici, la volgono a distrugger sè stessi; perciò i campi illustrati dalle vittorie contro il Perso, furono inondati di greco sangue da mani greche versato; perciò, caduti sotto il giogo degli Osmanli, schiavi avviliti, null’altro potendo, si calpestavano l’un l’altro sulla soglia della reggia del despota, che poi con un cenno tutti li annientava sprezzandoli. Ora tu li hai veduti eroi in campo, e spesso discordi, facinorosi nell’Assemblea nazionale; non tremare per essi, mentre un nuovo nemico si accinge a comparir nell’arena giurando di sterminarli.”
Tacque, e rimasero ambidue muti e pensosi. Eutimio ruppe primo il silenzio, domandando se avea condotti molti prigioni.
“Sì,” disse l’altro, “e condussi una donna nel fior degli anni; seppi bensì rispettarla, e sta con Evantia.”
“Perchè qui trascinarla!” riprese il solitario, “io non pretendo oppormi al dritto di render male per male, ma la vendetta dei generosi non si sfoga sui deboli.”
“L’anima mia non sa nulla celarti,” replicò Alessio, “io volea dir: rilasciatela, e non potei….”
“Sciagurato, che mi fai intendere!…” esclamò Eutimio: e fissando lo sguardo nel viso d’Alessio lo vide coperto del rossore della vergogna…. “Povera Evantia!” soggiunse.
E Alessio: “Che pensi? Io l’amo, io le appartengo, tant’anni d’amore, tante promesse formano tra noi indissolubil legame, e se anche lecito fosse l’abbandonarla senza mancare all’onore, ti giuro che non potrei separarmene; essa mi è cara, molto cara! pure io ho dei rimorsi, io provo per Amina un sentimento indefinibile. Quando mi fu condotta, stava muta in mezzo a coloro che la scortavano; era senza velo e coi suoi grandi occhi neri fissi a terra; li alzò per guardarmi, e parean dirmi: – A te solo non ricuso chieder pietà; – a me in quel momento, non so come, parea pietà il non abbandonarla, nè mi cadde in mente che ella impetrasse libertà con quel supplichevole sguardo; gliela offersi nel punto di levar l’àncora; impallidì, fissò con dolorosa commozione la terra nativa: “È bella,” disse, “ma la terra del mio signore dev’esser più bella.” – “Non vuoi dunque restare,” domandai. – “Gettami in mare,” rispose, “e mi vedrai morire, tentando di risalire sulla tua nave.”
“Rendila a suo marito,” riprese Eutimio, “o ti perdi.”
“La renderò; sei tu soddisfatto di tal promessa?”
“Io sono:” e si separarono.
Alessio tornò in città; un battello proveniente da Idra aveva confermata la notizia della pace tra i capitani moreotti e i membri del Governo; aggiungevasi che i Turchi erano stati battuti in più luoghi, che la flotta egiziana non sarebbe uscita sino alla fine del luglio, che quella ancorata a Mitilene, desolata dalla peste, e atterrita dai preparativi de’ Greci, non s’arrischiava a scostarsi dal suo rifugio. Queste notizie dileguarono interamente l’idea del pericolo che parea minacciar gl’isolani. Alessio si affrettò a parteciparle ad Evantia. Egli la trovò nel piccolo giardino, ove si dilettava coltivare i più bei fiori a dispetto dell’aridità del terreno. Nel dolcissimo viso della vergine stava scolpito l’animo mite e gentile, e l’azzurro de’ suoi occhi era più vago che l’azzurro del bel cielo, sotto cui nacque. Additò all’amante un mirto e una rosa, che intrecciati l’uno con l’altro parean nascer dalla stessa radice.
“Furono piantati dalle mie mani,” gli disse, “quand’io diceva: – Il mirto è il mio fiore; – e tu: – La rosa è il mio, – rispondevi. Vedi, qui crescono insieme, e ogni giorno inaffiandoli io prego il Cielo di tener unite l’anime nostre, come uniti stanno i rami di queste piante.”
“Tenera Evantia,” esclamò Alessio,”come potrebbe il Cielo non esaudirti!”
In quel punto alzò gli occhi verso la casa, e vide Amina appoggiata alla porta; i vivaci e variati colori delle sue vesti ne rendevano anche più pittoresco l’atteggiamento; Alessio suppose vedere in lei il genio della sventura, che lo avvertiva di non fidarsi alle speranze dell’avvenire: sospirò, ed Evantia, che erasi pure accorta d’Amina, comprese che quel sospiro era diretto alla prigioniera.
“Guardala,” gli disse il giovine additandola; “tranquilla nel palazzo del suo sposo, ella forse non aveva nemmeno ideato l’esistenza della sventura, adesso ne presenta l’immagine!… O Evantia!… tel giuro, la mia compagna non presenterà mai questa immagine desolante nelle case de’ nostri nemici; prima che lasciarviti trascinare io ti ucciderei di mia mano…. Io avrei questo atroce coraggio….”
“Ed io quello di ringraziartene,” rispose Evantia; “ma puoi tu confrontare lo stato della prigioniera d’un Greco con quello della schiava d’un Turco? L’una va incontro alle fatiche, al disonore, agli strazii; l’altra trova la pietà che consola, che le dà un sospiro…. e chi ottiene un sospiro non è poi tanto da compiangere quanto tu dici….”
Il tono di voce col quale furono proferite queste parole, rivelò ad Alessio il sentimento che aveale ispirate: ne fu dolente, ma tacque. Evantia si avviò per uscir dal giardino, ed egli la seguitò per prender congedo; passò accanto ad Amina, essa s’inchinò incrociando le mani sul petto, ed egli non ardì nemmeno guardarla; colpita da quest’atto d’insolita noncuranza, la prigioniera sentì allora tutta l’amarezza del presente suo stato…. non pianse però, il suo animo era tanto altero da non permetterle di versar lagrime là dove colui, dal quale vedevasi disprezzata, poteva esserne testimone. Avvi una delicatezza di sentimento che non deriva dalla educazione, e nasce (per così dire) con noi, o ci è negata per sempre; Amina la possedeva. Per meglio nascondere il suo turbamento andò a chiudersi nella sua piccola stanza, e quando Sebastì venne a chiamarla, era già nell’aspetto bastantemente tranquilla. La vecchia le propose d’accompagnarla fuori di casa; accettò l’offerta, ed escirono.
Dopo aver traversato alcune strade, Sebastì entrò colla sua compagna in una casa, dove consegnò a un’altra vecchia, che le venne incontro, un canestro contenente dei dolci, e un mazzo di fiori, dicendole:
“Questi doni manda Evantia al mio caro figlio.”
“Come!” esclamò Amina, “siamo nella casa d’Alessio?”
“Sicuramente.”
“Perchè mi vi hai tu condotta?”
“Sei meco, non v’è alcun male.”
“Andiamo via subito.”
“No davvero, voglio prima riposarmi:” e seguìta dalla custode della casa entrò in un’altra stanza.
Amina rimasta sola sarebbe volentieri partita, ma non ardiva per non disgustar la nutrice; irresoluta, agitata, si pose a passeggiare, porgendo orecchio ad ogni più lieve rumore. La sala, ove si trovava, conteneva la porta d’ingresso e quella di quattro stanzini, i quali unitamente alla sala medesima formavano tutta la casa. Alessio non poteva in conseguenza entrare nè uscire senza incontrarsi con lei. “Dirà che vengo a cercarlo,” pensò Amina. L’idea di questa umiliante supposizione superò ogni riguardo; s’incamminò verso la porta d’ingresso, risoluta d’andarsene, senza più aspettar la nutrice; ma ne aveva appena toccata la soglia, che s’incontrò con Alessio. Ambidue rimasero immobili….
“Qui Amina!…” egli disse con l’accento d’una grata sorpresa, e la memoria del disprezzo, con cui l’aveva trattata nel giardino d’Evantia, agitando con maggior violenza l’animo della prigioniera, ella si mosse per uscire; ed egli la trattenne afferrando un lembo della sua sopravveste…. ella si fermò, ma senza guardarlo.
Accorgendosi del mazzo di fiori, lasciato sopra un desco dalla custode, egli lo prese e l’offrì col gesto ad Amina, sperando che lo avrebbe accettato. Vedendo che non stendeva la mano:
“Prendilo,” disse supplichevole; “perchè non ho io altri doni da offrirti?… “
Vide il seno d’Amina sollevarsi agitato da violento palpito, e in quel punto ella fissò gli occhi in quelli di lui.
“Non sono per me i tuoi fiori,” rispose; “perchè me li porgi?”
“Hai ragione! non sono quelli de’ tuoi giardini.”
“Sono più belli, ma se qui comparisse Evantia, tu li strapperesti dal mio seno per darli a lei.”
“Piacesse a Dio ch’io me ne sentissi la forza!”
“Evantia è bella, io non sono, perciò quando le stai vicino, nemmeno mi guardi.”
“Evantia è gelosa, vuol ch’io ami lei sola.”
“Anche Selim mi comandava d’amarlo, ed io m’avveggo ora che l’amore non può comandarsi.”
“Tu non gli offristi spontaneo il tuo amore, ed io mi sono per me stesso impegnato a non amar che Evantia in tutta la vita.”
“Fortunata Evantia! povera Amina!…” tacque, e s’avviò per uscire.
Alessio più che mai intenerito la trattenne di nuovo, prendendone la mano che essa gli abbandonò in atto mestissimo.
“Perchè,” esclamò il giovine, “non sei tu nata sopra il mio scoglio!… io avrei amata te prima, te sola, ed Evantia sarebbe felice con altro sposo.”
“Mi avresti amata!… ed io t’amerei come nessuno può amarti;… ma…. doveva esser così!”
“Accetta almeno i miei fiori.”
Ella prese il mazzo, e il ritorno di Sebastì interruppe il loro colloquio. La vecchia, dopo salutato Alessio, disse ad Amina esser tempo d’andarsene, ed uscì, precedendola, dalla casa; l’appassionata femmina, seguendola lentamente, baciò i fiori, dono dell’amato, se ne ornò il seno, e si dileguò dagli occhi, che teneri e desiosi la seguitavano.
Evantia vede tornare Amina col viso animato, riconosce i fiori colti poc’anzi da lei medesima per inviarli ad Alessio, e smaniosa interroga Sebastì, che le racconta d’aver condotta la prigioniera in casa di lui.
“E i fiori?”
“La vecchia Marina li ha lasciati sopra una tavola, Amina li avrà presi.”
“Sarà,” replica Evantia; e benchè non rimanga persuasa, non ardisce cercar nuovi schiarimenti.
La nutrice meno delicatamente curiosa, appunto perchè non ha interesse di esserlo, corre a domandare ad Amina il perchè ha preso quei fiori.
“Me li ha dati Alessio,” risponde alteramente la prigioniera. E la vecchia, chiamata Evantia, le ripete la sua risposta; la vergine impallidisce.
“Egli ti ha dato i miei fiori!” esclama con dolorosa sorpresa.
“Ebbene, non v’è di che disperarsi,” riprende la nutrice, “Alessio non sapeva che tu li avessi colti per lui, a momenti tornerà qui, costei ti renda il mazzo, glielo darai, e così tutto è finito.”
“Rendere il regalo d’Alessio!” dice Amina, “è impossibile.”
“Straniera,” risponde Evantia, “credi tu che lo prenderei?”
“Che puntigli sciocchi!” grida la vecchia, “andrò io a coglierne un altro; lode al Cielo, nel giardino non mancan fiori;” e s’incammina, ma Evantia la trattiene, dicendole:
“È inutile, ei può dare di quelli del suo giardino….” E vedendo entrare Alessio, incapace di più frenarsi prorompe in un pianto dirotto, e si ritrae precipitosamente nella sua stanza.
“È una bambina,” dice Sebastì; “piange, perchè hai dato quei fiori ad Amina: io la seguo per cercar di calmarla, tu se vuoi far bene torna domani.”
Amina rimasta sola con Alessio se gli avvicina, ed egli pensando siasi vantata del dono de’ fiori, per viepiù ingelosire Evantia e turbarne la pace, la respinge sdegnoso. La prigioniera alza gli occhi al Cielo, stringendo fortemente l’una mano con l’altra, poi strappandosi i fiori dal seno li getta ai piedi di lui, e s’allontana. Lo sfortunato rimane smarrito, non può versare in un petto il balsamo del conforto senza straziare altro petto; il dovere, la virtù, l’affetto, lo chiamano ad asciugare il pianto d’Evantia; ma ha sotto gli occhi i fiori gettati da Amina, e quella vista l’obbliga ad un confronto, dove la moglie di Selim si presenta sotto un aspetto molto più sublime della sua piangente rivale. Si risolve a seguire il consiglio di Sebastì, ed esce dirigendosi verso la grotta d’Eutimio.
Sopraggiunge la notte: le onde percotono la spiaggia con cupo muggito: il Saggio seduto sopra uno scoglio sta pensando ai dì che fuggirono, portando seco le sue speranze; scosso dalla voce d’Alessio, si alza, e lo conduce dentro la grotta. Il giovine espone le angosce del suo stato, e gli opposti affetti che gli straziano il cuore.
“O Eutimio,” egli dice, “credo che soffrirei meno, se il mio delirio per Amina mi avesse costretto a non amar più Evantia; ma io l’amo, io sento che se un rivale tentasse rapirmela correrei a strapparla dalle sue braccia; perchè dunque provo così impetuosi palpiti al fianco d’Amina? perchè l’idea della celeste felicità dell’amore è per me indivisa dalla sua immagine? Oh mio amico, mia unica guida, insegnami a ravvisare me stesso, la mia ragione si smarrisce, e l’animo non regge fra tanti contrasti!…”
“Calmati,” risponde Eutimio, “calmati, o fortunato anche nell’eccesso de’ tuoi tormenti…. Il fervido sospiro di due cuori è tuo!.., guardati però dal demeritare il più soave tra i doni che la Provvidenza comparte; rendi Amina al suo sposo, e la sua immagine rimanga nella tua mente. Vi sono de’ momenti, in cui l’uomo sente il bisogno di rifugiarsi in un mondo ideale, e che niuna felicità posseduta può mai riempire…. Amina presieda ai sogni di quei momenti, ma nemmeno l’eco della solitudine ti ascolti proferire il suo nome…. Io non atterrirò il tuo spirito in tempesta, imponendoti a nome della virtù ciò che ora deve parerti impossibile, di obliarla. Lunge da me l’atra bile di quei moralisti, che chiedendo troppi sacrificii dall’umana fralezza terminano col non ottenerne nessuno. Evantia ti è sempre cara, tu vuoi viver per lei, non sei dunque colpevole. Oh! s’ella avesse l’arte di nasconderti parte dell’amor suo, se minore fosse in te la certezza d’esser l’arbitro solo dei suoi pensieri, la straniera non avrebbe ottenuto un solo de’ tuoi; ma quella stessa ignoranza d’ogni artificio, quella fiducia d’un cuore ingenuo che tutto a te s’abbandona, sono appunto i sacri nodi che devono ritenerti dal deluderne le speranze.”
“Io disprezzo” rispose Alessio “le donne che fondano il loro impero sull’arte che le degrada, perciò vissi fra popoli inciviliti senza incontrarne una sola capace di costarmi un rammarico…. Amina è ben altro che le artificiose sirene delle vostre contrade! Torni a languire nell’aremme del suo sposo, io sarò quello d’Evantia fra pochi giorni: poi condurrò i miei legni là dove i Turchi tremano sin dell’ombra che le proprie navi spandono sul mare coll’immensa mole; mi sento capace di ardite imprese, e se perirò voi mi piangerete;… così potessi esser sepolto sotto l’ombra del tuo cipresso; essa mi è cara!”
“No,” disse Eutimio, “quell’ombra lugubre è mia: fra quell’aride zolle poserà questo petto inaridito anch’esso dalla sventura; a te sorgerà la tomba allato a quella de’ tuoi padri, e il cantico della libertà vi accompagnerà il tuo cadavere circondato dagli amici e dai figli. È per me il solitario cipresso! Deh! quando i figli della mia patria verranno a visitar questa spiaggia, ed io sarò già polve sotto quell’albero, venga loro additato. Disingannato di tante e tante illusioni, io non chieggo più che un sospiro de’ figli della mia patria!”
Egli tacque, e Alessio non osava turbarne il silenzio, accorgendosi che il suo animo errava fra le memorie de’ tempi scorsi; lo vide uscire dalla grotta, e contemplar fissamente la stellata vôlta del firmamento. Lo seguitò.
“Che cercano là i tuoi sguardi?” gli disse.
“Una larva” rispose Eutimio “disparve dall’orizzonte della mia terra nativa; e non potendo a dispetto della mia ragione cessar d’adorarla, la seguitai sotto questo cielo, ove spande adesso il suo abbagliante fulgore. Vedi là dentro quegli ampii volumi? tutti insegnano che la sua luce si dilegua appena ha brillato; lessi, credei, e nonostante mi posi sulle sue tracce; mi trascinò sulle vie della sventura, mi ridusse esule, mendico…. e si dileguò: ora qui splende, e qui venni a morire. Tu vivi, combatti per la salvezza della tua nazione; giura sull’altare della religione di consacrare ad Evantia i giorni, di cui la patria non ti chiederà conto; acquista il dritto d’esser padre per offrirle il braccio de’ figli, quando il tuo, indebolito dall’età grave, non potrà reggere al peso dell’armi.”
Infiammato da queste parole Alessio si separa dall’amico risoluto di non lasciarsi più soggiogare da una colpevole debolezza. Appena il nascer del sole gli permette di tornare al fianco d’Evantia, si affretta a incaricare Sebastì di chiederle un colloquio, e va ad attenderla nel giardino. Ella viene, è pallida, abbattuta; s’inoltra lentamente, e pare rattenga a stento le lagrime; Alessio le va incontro.
“Dovrò ripartire fra pochi giorni,” le dice, “vengo a chiederti con qual nome dovrò chiamarti nel nostro addio.”
Evantia tace.
“Non vuoi dirmelo?” egli soggiunge.
“Chiamami la povera Evantia.”
“No, la mia diletta, la mia sposa.”
“Ti costerebbe troppo dolore, ed io non voglio costartene.”
“Amare parole!” esclama Alessio; “che mi giurasti quand’io partiva?”
“Partisti solo!”
“T’intendo; ma sappi che Amina tornerà al suo sposo, ch’io la rendo senza riscatto…. ti basta?”
Evantia non sa frenare la sua gioia: con moto rapido, involontario, prende la mano d’Alessio e se l’accosta alle labbra; poi, pentita di quel che ha fatto, l’abbandona e si volge altrove. Alessio intenerito stringe l’ingenua vergine al cuore, che in quel momento palpita per lei sola.
“Dolce Evantia,” le dice, mentre si scioglie dal caro amplesso, “permettimi di stabilire il dì delle nozze.”
Un cenno di consentimento è la risposta d’Evantia; resta stabilito che fra otto giorni saranno uniti, e si dividono concordi e felici.
Questa felicità per Alessio non è che un lampo. Appena diviso da Evantia, egli pensa alla prigioniera; deve dichiararle avere stabilito di rimandarla là donde fu tolta; nè vuol farlo presente ad Evantia, temendo mal celare la commozione, da cui sa non potersi difendere. Ma come aver seco un colloquio senza ridestare i gelosi sospetti della sua sposa? Dopo avere scorse più ore occupandosi del riattamento de’ suoi legni, egli s’incammina verso la vetta d’un colle per abbandonarsi liberamente in preda alle riflessioni che lo tormentano; inoltrandosi fra alcuni arboscelli ode un suono di voci, e vede Amina seduta sull’erba al fianco della vecchia nutrice. All’improvvisa comparsa di Alessio, le gote d’Amina s’infiammano, s’alza e rimane ferma al suo posto.
“Figlio mio,” dice Sebastì, “rallegrati, la tua prigioniera rinunzia alla credenza di Maometto: la credenza d’Alessio, mi ha ella detto, dev’essere certamente la migliore, ed è risoluta di credere tutto quello che credi tu stesso; la condurremo al sacro fonte, e sarà il più bel giorno della mia vita.”
“Madre mia,” le risponde Alessio, già mal potendo vincere l’agitazione in cui lo pongono gli sguardi d’Amina e quanto ha udito di lei, “il vostro zelo è lodevole; ma vi prego di rinunziare all’intenzione di catechizzar questa giovine, perchè non deve vivere tra i Cristiani.”
“Come! il suo sposo ha offerto i suoi tesori per riscattarla?”
“Nulla mi è stato offerto: la rendo spontaneamente senza alcun prezzo.”
“Insensato!” grida la vecchia, “qual cattivo genio ti ha inspirata questa intenzione? Lasciala, in nome del Signore, lasciala rimanere presso di me; lavorerà, non ti sarà a carico, e avrai il merito d’aver salvata un’anima dalla perdizione.”
“È impossibile,” replica Alessio, “non me lo chiedete, perchè non posso.”
Allora Sebastì si volge disperatamente ad Amina che tace.
“Ti manda via,” le dice, “non v’è rimedio, l’ostinato ha risoluto così.”
“Mi manda via!…” Queste parole suonano sulle labbra d’Amina, come se le ripetesse l’eco insensibile; non v’è nel suo modo di proferirle rimprovero nè dolore: “Mi manda via….” ripete, mentre Sebastì continua a disperarsi, e a pregare Alessio che cangi risoluzione.
Egli nemmeno l’ascolta: vede il viso d’Amina turbarsi a grado a grado; la vede portar la mano alla fronte, come per richiamare le idee smarrite: il coraggio della virtù l’abbandona, e sente che al fianco suo la voce d’ogni altro affetto è debole a confronto di quella che parla per lei; se fosse solo con Amina le esprimerebbe parte almeno di quel che prova, ma la presenza di Sebastì lo ritiene, ed è questo ritegno che lo riconduce a fare attenzione ai lamenti della vecchia.
“Vi giuro” le dice “che la rendo al suo sposo, perchè sia felice con lui, giacchè non può esserlo qui.”
“Siete troppo pietoso!” esclama Amina…. “Selim non ha bisogno di me per esser felice, io non lo fui seco…. nè potrò esserlo mai…. ma non mangerò per forza il pane del mio padrone: partirò anche nel momento, s’ei lo comanda.”
Alessio le dichiara che partirà fra due giorni per Samo, donde si avrà cura di rimetterla sulle coste dell’Asia; e profittando poi d’un momento in cui Sebastì si è allontanata di qualche passo:
“Domani,” le dice, “all’ora del vespro sarai sola…. verrò nel giardino….”
Amina, abbassando languidamente il capo, accenna d’acconsentire, e si separano; le due donne s’incamminano verso la città, mentre Alessio torna alla grotta del Solitario.
Solo nell’alpestre sentiero, egli riflette, e si rimprovera d’aver chiesto un segreto colloquio alla rivale d’Evantia; i suoi rimorsi sono bensì calmati dall’idea, che sia lecito concedere un ultimo sfogo innocente ad una passione immolata al dovere. Fatale inganno che può immergere nel baratro della colpa colui che in quel punto medesimo si tiene per inalzato al trono della virtù. Nè evvi al certo momento più pericoloso per l’umana fralezza di quello, in cui l’uomo ha fatto un gran sacrificio alle convenzioni sociali e a’ proprii doveri. Le potenze dell’animo, esauste di forze, rimangono come annientate e le passioni soffocate, ma rinascenti, combattono contro un nemico debole, e persuaso dall’orgoglio d’una vittoria d’esser divenuto invincibile.
Intanto Sebastì, appena tornata in casa, narra piangendo ad Evantia che Amina deve partir fra due giorni.
“È dunque vero!” esclama l’amante di Alessio,”egli me l’aveva promesso; ma io cominciava a temere.”
“Come!” risponde la vecchia, “sei tu che hai chiesta la sua partenza? mentre io m’affatico per acquistare quell’anima al Cielo, tu la vuoi restituire all’Inferno! Sciagurata! bada…. il Signore non benedirà le tue nozze, sarai disprezzata da tuo marito, starai nella tua casa deserta come sta il corvo, e il tuo albero non avrà rami…. Povera vittima,” continua, dirigendosi ad Amina che esce in quel momento dalla sua stanza, “ecco chi ti scaccia, questa tigre dal dolce viso.”
Quanto ora ascolta è per la prigioniera un lampo di luce; ella comprende per qual motivo Alessio vuol farla partire, ed è pur meno penoso per lei l’esser vittima della gelosia piuttosto che del disprezzo!
“Essa ha uno sposo,” replica Evantia punta dai rimproveri della nutrice…. “viva in pace con lui, e mi lasci in pace col mio.”
“Hai paura che costei te l’usurpi?”
“E se la gelosia mi tormentasse, perchè vorreste ostinarvi a tormentarmi ancor voi?”
“Non arrossiresti di anteporre una pazza gelosia agl’interessi della tua religione?… te l’ho già detto, sarai disgraziata.”
“Ma” riprende Evantia “non è forse colpa tenere una moglie divisa da suo marito? Se Amina lo ama, non vorrà nemmeno andare in un cielo, ove è sicura di non incontrarlo.”
“Tu bestemmi, tu parli come una stolida; Amina già persuasa da me aveva risoluto di abbracciare la vera fede, di credere tutto quello che crede Alessio.”
“Come!”
“L’ho inteso io, io medesima.”
“E volete ch’io non sia gelosa! ma se la religione lo comanda, rimanga pure, io non voglio mettermi sul cammino dell’empietà.”
Ciò detto Evantia si ritira, e Sebastì, scuotendo il capo:
“È pazza,” va ripetendo più volte, “è pazza davvero! Tu però, figlia mia,” continua, dirigendosi ad Amina, “sei veramente risoluta di darti al Dio dei Cristiani? Interroga bene la tua coscienza, e se non vacilla, ti giuro che non tornerai fra i mostri dell’Asia, dovessi anche ridurmi a chiedere l’elemosina per nutrirti: ti giuro che lo farò volentieri.”
“Buona madre,” le risponde Amina, “Alessio è mio padrone, obbedirò a tutto quello che vorrà comandarmi; vi protesto bensì che non servirò mai altri che lui, che non mi farò cristiana che per lui, e non accetterò elemosina che da lui.”
“Farti cristiana per lui! non intendo.”
“Oh! io m’intendo, e anch’egli m’intende.”
“Se potesse sposarti, direi che ti faresti cristiana per questa speranza; ma giacchè deve sposare Evantia, come c’entra egli colla tua abiura dell’Islamismo?”
“Io non andrò nel vostro cielo per trovarlo là accanto ad Evantia; Selim ha molte schiave, ma io sola sono sua moglie e starà con me sola: lasciami dunque sulle vie del paradiso che Maometto promette ai fedeli.”
“Son davvero un’insensata a perdere il mio tempo con due pazze!” grida la vecchia sdegnata, “resta pure col tuo Profeta: ho fatto quel che ho potuto per metterti sulla via dell’eterna salute: la mia coscienza è tranquilla, sia di te quello che Satana vuole.”
Alessio narra all’amico gli avvenimenti del giorno, e tace soltanto di aver chiesto ad Amina il colloquio, del quale ha preventivo rimorso senza potervi bensì rinunziare; poi ambidue volgono la mente alle vicende politiche. Si è saputo che le truppe da sbarco e gli equipaggi delle navi egiziane son diretti da ufficiali europei…. Questa notizia ha sparsa la costernazione tra le popolazioni del continente e dell’isole.
“Tutti congiurano contro noi,” dice Alessio.
E il Saggio: “Perciò appunto non perirete,” risponde; “guai alla nazione che fonda le sue speranze sopra i soccorsi promessi dagli stranieri! ponendo fiducia nelle altrui forze trascura le proprie e, come suol sempre accadere, abbandonata a sè medesima nel momento del pericolo, si trova inabile alle difese e soccombe. Sia base d’ogni disegno de’ Greci questa riflessione: siam soli, e basterem contro tutti; credilo a me, cui una fatale esperienza dà il diritto di proclamar tale assioma: guai a chi spera in altri che in sè medesimo! guai alla nazione che spera libertà non acquistata a prezzo del proprio sangue!… Io la vidi una volta calar da’ monti che fan corona al mio suolo nativo, venne scortata da straniere coorti, e noi resi abbietti dall’ozio, dalla mollezza, dai vizii, mal potendo sostenere il suo improvviso fulgore, cademmo ciechi nella polvere, così che gli stessi stranieri, i quali per ingannarci la conducevano, non ebbero più rimorso di farla sparire appena comparsa. Fra voi ella apparisce in un mar di sangue, su cui galleggiano i mutilati cadaveri de’ vostri fratelli; ogni passo che fa inoltrandosi costa migliaia di vittime, e se retrocedesse, i Turchi ne scancellerebbero l’orme col sangue dell’intiera nazione. Non usciste ad incontrarla dalle tranquille case, battendo palma a palma, come al gorgheggiare di melodioso cantore; giungeste a lei attraverso le rovine e le stragi, meritando perciò il suo sorriso. Congiuri pur contro voi una turba di vagabondi, rifiuto del proprio paese; che possono il fiacco braccio e il consiglio de’ vili? Vostri sono i magnanimi petti, dove l’amara esperienza non potè frenare lo slancio dell’entusiasmo…. Io ebbi un amico, non era figlio della mia nazione, ma volle combatter meco per lei; venne in Grecia prima di me, e più non n’ebbi novella…. forse morì vedendo fuggire i barbari…. Lui felice!… io non farò la morte del prode! io cadrò come l’albero che lentamente s’imputridisce nel deserto, e alfin cade! Giurai gettando disperatamente a terra la spada, giurai non impugnarla mai più: dovea invece piantarmela in petto, nè so dire che mi ritenne; l’animo mio avvilito non ebbe nemmeno il coraggio di sottrarsi allo spaventoso avvenire.”
“Spera,” disse Alessio, “forse la Provvidenza ti serba a più lieti eventi.”
“Ch’io speri!” riprese Eutimio: “oh giovine!… conosco le cose, e gli uomini!… ma, come tel dissi altre volte, benchè persuaso di aver incensata una larva, venni ancora a prostrarmi a’ suoi altari…. ecco l’incomprensibile mistero del cuore umano!… Sai tu (e t’aprirò ora il più interno mio pensamento), sai tu perchè serbo il voto di non ricinger la spada? perchè ho scelto per asilo una spiaggia deserta?… Mischiandomi negli eventi potrei incontrare l’ingratitudine, l’ingiustizia; mi troverei forse costretto a cessar d’amare coloro che non potrei cessar d’ammirare; l’ultimo piacere che m’abbellisce la vita svanirebbe, e vo’ che sia meco fino all’estremo sospiro. Sì, o Grecia, io voglio idolatrare i tuoi eroi, dimenticando che crebbero senza conoscer freno alle immoderate passioni. Non è già ch’io sia del parere di quei tali, che, udendo le discordie de’ vostri capitani, esclamano, ciò accadere perchè non erano preparati all’altezza del grado che occupano. Essi erano assuefatti a guidare tra i pericoli le orde de’ loro palicari indisciplinati e invincibili; i nemici contro i quali ora combattono, sono gli stessi contro i quali combatterono sempre, e la loro politica è quale conviensi al grado d’incivilimento delle due nazioni. Quindi nè al combattere nè al primeggiare erano stranieri, ma (e purtroppo ciò accadeva in Grecia anche ne’ tempi del maggiore incivilimento) il figlio del Peloponneso non sa persuadersi che la sua prosperità sia indivisa da quella de’ Greci d’oltre l’istmo e dell’isole; invano i sapienti, accorsi a far mostra di eloquenza al Congresso nazionale, consigliano questa unione d’interessi, che i sublimi oratori delle auree età della Grecia consigliarono senza frutto ai loro coetanei inciviliti, e nonostante discordi anche più de’ semibarbari discendenti. Quando però i Turchi piombano sulle città dell’Epiro e delle altre contrade della Grecia, allora soltanto i Moriotti alla sete di vendetta che tutti gl’invade, si persuadono che gli Epirotti e gli altri Greci son loro fratelli. Questo spirito di discordia non è proprio a voi soli, esso fu pure l’origine d’ogni infortunio della mia nazione! La natura ha segnato una linea di somiglianza tra i vostri caratteri e i nostri, e ci somigliamo anche nelle sventure; ma purtroppo colà, dove ogni morale deformità si nasconde sotto la vernice delle costumanze sociali, là il germe delle grandi e generose passioni sta inerte e muore. O Alessio! miseri voi se volevate esser prima inciviliti, poi liberi! getta lo sguardo sulle vicende de’ popoli, dai quali i vostri incaricati accattavano la luce del sapere per ispargerla poscia tra voi; inducendovi a educarvi com’essi, vi avrebbero, anche senza volerlo, indotti ad imitarli in tutto, ed ora lo stendardo della Croce non sventolerebbe sulle fortezze tolte ai Turchi; i vostri piccoli legni non sarebbero il terrore della flotta del figlio del Sole, e l’inno della libertà non echeggerebbe su questi lidi.”
I due amici si trattennero in questi ragionamenti fino al primo biancheggiare dell’alba, allora si separarono.
Evantia sospirava il momento di rivedere Alessio: ella volea dirgli che non facesse partir Amina per lei, benchè l’idea d’averla sempre vicina le straziasse il cuore; era persuasa che, se restando fosse realmente per divenire cristiana, sarebbe gran colpa il farla partire; temeva per sè e per Alessio lo sdegno celeste, nè volea provocarlo. Ma non poteva al tempo stesso dissimularsi che la gelosia dominava tra’ suoi pensieri, e che la presenza d’Amina sarebbe stato un continuo supplizio per la sposa d’Alessio. Combattuta da questi contrarii affetti, passò la notte molto agitata, Alessio la trovò mesta e languente; ne fu sorpreso, perchè il giorno avanti l’aveva lasciata contenta, e domandò la causa della tristezza in cui la vedeva immersa.
“Tu vuoi mandar via Amina,” rispose la vergine, “ella si fa cristiana se resta; vuol credere tutto quello che credi tu stesso, bisogna secondare la sua vocazione, altrimenti Dio ti castigherebbe…. Rimanga…. son io che te lo domando.”
“Generosa Evantia! io ti comprendo,” replicò Alessio; “tu acconsenti di vivere in un inferno per toglier me all’inferno dell’eternità!… rassicurati; poichè Amina vuole, come tu dici, abbracciare la vera fede per credere a tutto quello ch’io credo, la sua vocazione non vien dal Cielo, e Dio non accoglie chi si dà a lui per cause straniere al suo culto.”
“Parli tu il vero?”
“Non dubitare”
“Ah! mi tornasti a vita!”
“La temi dunque molto colei?”
“È disgraziata…. e tu ami tanto i disgraziati!… Io temeva perciò, non perchè è giovine e bella; so che il mio Alessio non mi sacrificherebbe alla bellezza d’un’altra donna.”
“No, no, cara Evantia; benchè sii tu la più bella fra le vergini di Psara, benchè spesso il pellegrino di lontani paesi abbia esclamato, fissandosi nel tuo soave viso: – Felice chi sentirà i palpiti di quel seno! – non è la bellezza l’amo, a cui mi prendesti, nè maggior bellezza potrebbe a te togliermi mai. Tutte le mie memorie son tue; tutte le lagrime che versai finora, o scorsero per te, o da te furono rasciugate, il mio amore è la tua felicità, e questo amore ti tradirebbe? no, non temerlo, io son tuo.”
“Quando parli così,” rispose Evantia, “mi par d’essere in cielo; appena mi lasci sono infelice.”
“Fidati in me, sii certa che ti amo, e vivrai sempre felice.”
Questo colloquio calmò Evantia, e ridestò nel cuore d’Alessio tutta la sua tenerezza per lei. La lasciò per occuparsi nei preparativi delle nozze, ma anche in mezzo a tale occupazione non poteva fare a meno di osservare talvolta se il sole piegava verso l’occaso.
Amina aveva veduto Alessio, quando si divise da Evantia, senza però farsi vedere da lui…. “Egli l’ama!” disse con un sospiro, e le parve follìa d’aver potuto credere d’essere amata. Pensò poi che anch’essa aveva amato Selim, che mentre adorava Alessio, il suo sposo l’era tuttavia caro, e lo stato del proprio cuore le fece indovinare quello del cuore d’Alessio…. Allevata in un paese, dove la donna non osa aspirare all’assoluto dominio sugli affetti dell’uomo, la prigioniera non avrebbe dovuto sentirsi avvilita dall’idea di possedere metà soltanto di quelli d’Alessio; ma la forza del sentimento s’inalza a dispetto della educazione al di sopra degli usi e dei pregiudizii. Amina sentì esservi una gran distanza tra l’affetto che essa provava per Selim, e quello che Evantia inspirava ad Alessio; e arrossì d’aver posto speranza in un sentimento secondario e fugace…. “Egli fa bene a scacciarmi,” disse con un amaro sorriso, “sa che non potrei contentarmene!” Qui le tornò in mente il confronto fra la ventura di una sposa maomettana, e quella di una cristiana; delineò coll’immaginazione il quadro della felicità di una donna che può dire: – Il mio diletto è mio; nè, finchè vivo, può esser mai d’altra amante: – e pianse di dolore e di rabbia.
L’ora del vespro non era ancor giunta, e una forza irresistibile avea già strappato Alessio ad ogni altra cura; smanioso, pieno di rimorsi scese nel giardino della sua casa, e s’accostò a un mirto, la pianta prediletta d’Evantia e il simbolo del suo carattere dolce e affettuoso: “Riempimi” esclamò odorandolo “della pura voluttà che tu inspiri; la tua fragranza è soave come l’amore d’Evantia, come quello che destò nel mio petto!” Ne svelse un ramo e tornò a passeggiare. “Ma tu non sei che dolce,” soggiunse, “la dolcezza non può soddisfarmi; ti amo, pur sento che non mi basti, ho bisogno talvolta d’una fragranza che scuota con violenza i miei nervi, che signoreggi tutte le potenze dell’anima…. Oh Amina! il fiore che ha fragranza così forte e potente, quello è il tuo fiore; io la domino, l’ingenua vergine, ma tu sola puoi dominarmi!…”
Uscì dal giardino e si diresse con rapidi passi alla chiesa di San Niccola, vi entrò per assicurarsi se v’era Evantia con la nutrice; le vide, riuscì inosservato, e corse là dove Amina stava aspettandolo, tremando che non venisse. Egli teneva tuttavia nella mano destra il ramoscello di mirto, stese e aprì la mano per prender quella d’Amina; il mirto cadde, ed egli non se n’accòrse nemmeno. Invano il mare increspato dal soffio del venticello, il sereno aere, il sol cadente, e l’alpestre isola verdeggiante offrono dilettevole vista allo sguardo, gli occhi d’Alessio non ne son vaghi, e si fissano in quelli della donna che gli sta accanto immersa in un muto dolore.
“Domani” ei le dice “tu saluterai Psara dal mare: oh! dimmi se penserai a me salutandola.”
“Può essere che non vi pensi,” risponde Amina, “se questo (e preme la mano d’Alessio sul cuore) starà qui immoto.”
“Non dir così!… il tuo cuore palpiterà!… ben presto sotto altra mano.”
“Dissi addio per sempre al profumo delle mie rose, non tornerò a odorarle; tu mi scacci, il tuo mare m’accoglierà.”
“Amina! mi fai troppo male con queste parole,… bisogna separarci,… tu sei di Selim, io d’Evantia.”
“Tu sei d’Evantia, io son tua.”
“No, seducente creatura! tu non devi essere di chi ad altri appartiene.”
“Ebbene, sarò del tuo mare.”
“Ma non t’è caro il tuo sposo?”
“Sì, e non voglio ingannarlo; se torno a lui, gli dirò: – Amo Alessio; – mi darà la morte, poi sarà disgraziato.’’
“Restando, sai tu che dovresti vedere?”
“Le tue nozze, lo so.”
“Pretendi che io abbandoni Evantia?”
“No: io non voglio nè tornare in Asia, nè toglierti a Evantia, nè star teco come le schiave dell’aremme del mio sposo; so che tu mi disprezzeresti se questo io volessi, e potrei soffrire che tutto il mondo mi disprezzasse per te, ma non soffrirei il tuo disprezzo…. Vedi il misero mio stato…. caro Alessio! che vuoi tu ch’io faccia sopra la terra?…”
Egli la stringe disperatamente al petto; quando il labbro non ha conforti da porgere, l’anima, spiegando allora tutta la sua passionata energia, giunge a convertire in felicità lo stesso dolore.
“Sciagurato! che fai….” grida una voce che strappa Alessio dall’estasi dove era assorto, “ignori tu che la flotta nemica è alle viste?”
“Eutimio, che dici!”
“Il vero,” replica il Saggio; “venendo in traccia di te, perchè m’inquietava il tuo stato, ho veduto giungere il battello portatore della notizia, che i Turchi s’accostano; pochi momenti dopo la flotta è comparsa; vedila inoltrarsi rischiarata dagli ultimi raggi del sole…. tu però non affannarti; la tua diletta non trema…. i carnefici di Scio sono suoi fratelli.”
“Uomo! non tormentarlo, vedi ch’ei soffre troppo….”
Queste parole proferite da Amina coll’accento dell’ira colpiscono Eutimio; egli s’avvede esservi in costei qualche cosa d’elevato che attira e seduce; non le risponde, e rivolgendosi ad Alessio:
“Ben veggo” riprende “non esser questo tempo di rimproveri. Nella mia grotta è un nascondiglio dove Evantia e Sebastì staranno sicure: bisogna condurvele; poi ci prepareremo a dare a caro prezzo la vita.”
“Sì,” risponde Alessio, “mi vedrai espiare la mia debolezza.”
“Ma questa infelice deggio così abbandonarla?”
“Abbandonarmi!” esclama Amina, “dammi un’arme; se quelli che costui chiama miei fratelli vorranno dar morte a te, anch’io per difenderti darò a’ miei fratelli la morte….”
“No,” le dice Alessio, “non puoi venir meco, scegli di restar qui o nasconderti con Evantia.”
“Ebbene, nascondimi; se ci scoprono, ti giuro che farò rispettar la tua sposa.”
Giunge Evantia atterrita dalla tremenda notizia che pone Psara in iscompiglio, ma niega distaccarsi da Alessio per nascondersi nella grotta.
Egli prega: “Mi fai perdere un tempo dovuto alla difesa della patria,” le dice; “per te, se resti, avrò taccia di vile.”
La vergine cede; prima di partire si prostra e chiede a Dio la salvezza della patria e d’Alessio; il suo sposo l’abbraccia.
“Se non ti vedrò più,” le dice, “vivi e perdonami.”
“Che devo perdonarti?”
“Le lagrime che ti ho fatte versare.”
“Perdonami tu pure ogni mio lamento; ma quand’anche questo addio sia l’ultimo sulla terra, ci ritroveremo ben presto là dove il Signore vorrà riunirci; perchè, se tu mori, io non voglio vivere!”
L’addio di Amina è un profondo gemito, la sfortunata non ha come Evantia la speranza di rivedere l’amato in un mondo migliore; quella dolce speranza che consola nelle sventure coloro che s’amano e nacquero in seno di un culto istesso, non c’è con lei! Vedendo Sebastì spossata dal tremito del terrore, le offre di appoggiarsi al suo braccio, e sostenendola segue a passo lento Eutimio e la sua rivale.
Psara è in tumulto: mal fornita di difensori, senza il sostegno de’ suoi legni, come potrà resistere a una flotta d’oltre 300 vele? Prima cura degli Ottimati è lo spedire de’ battelli a Idra e a Spezia per chieder soccorso; intanto i forti si pongono nel migliore stato di difesa possibile, il popolo s’arma, le più coraggiose tra le donne s’armano anch’esse; un sol grido echeggia nell’isola: o liberi o morti.
Alessio si unisce agli altri capi per preparar le difese: con parole calde d’entusiasmo raddoppia il coraggio degl’isolani: “Il Dio delle battaglie ci ha esauditi,” egli grida, “siamo noi i prescelti a erigere il primo trofeo sui cadaveri di quella ciurma di vilissimi schiavi; vengano, i superstiti serberanno memoria di noi.”
Eutimio, nascoste le donne, torna anch’egli in città; è armato, e benchè non speri salvezza, nè per sè la desideri, ha la certezza che i Turchi trarranno più danno che utile dallo sbarco a cui si preparano.
È già notte, si aspetta ad ogni momento d’udire gridare all’arme. I Turchi tentan lo sbarco. Ecco, quel grido che non verserebbe spavento ne’ petti degli Psariotti, se non fossero figli, padri e mariti, rimbomba, e l’eco de’ colli lo prolunga e ripete: i Turchi tentano lo sbarco nella città. I difensori accorrono, nè son tutti Psariotti, altri Greci del continente e delle vicine isole contrastano la palma del valore ai nativi di Psara. Non hanno a fronte i molli abitanti dell’Asia; le truppe da sbarco, che sommano a dodicimila soldati, son quasi tutte composte di Albanesi, ai quali un resto di greco sangue scalda le vene e li rende i meno imbelli tra i seguaci dell’Islamismo; pure tentano inutilmente metter piede a terra: i Greci li respingono e ne fanno strage. Delusi nel primo tentativo si ritirano; facendo il giro dell’isola, rischiano un secondo sbarco nella parte opposta alla città, e riescono a scendere là dove una spiaggia circondata da alti scogli credevasi abbastanza difesa dalla natura, nè si pensò quindi a munirla delle difese dell’arte: colà duemila Albanesi sbarcano, e s’incamminano per assalire la città; poi, mentre i Greci son costretti a riunirsi per respingerli, il resto delle truppe sbarca sui diversi punti, ove non trova più opposizione. Così dodicimila barbari assetati di sangue, premono il suolo di Psara. Il giorno spunta, ed i Greci conoscono allora tutta l’estensione del loro pericolo.
Alessio sta con Eutimio e con altri pochi valorosi a guardia di un forte fuori della città, i Turchi l’assalgono furibondi.
“Che dee farsi?” dice Alessio, stringendo la mano dell’amico. “Essi hanno superato ogni argine, e vedi…. siamo già circondati.”
“Ebbene,” risponde Eutimio, “si tenti d’aprirci una via colla spada.”
Sbaragliando, atterrando, uccidendo, escono illesi dal forte…. non ne erano ancora lontani, quando un altro forte, situato a poca distanza, con spaventevole scoppio saltò in aria, avvolgendo nelle rovine settanta eroi della Croce, e duemila infedeli. I due amici entrano nella città; vi si combatte con furore; le posizioni fortificate sono tuttavia in potere dei Greci; se però tarda l’arrivo del chiesto soccorso, dovranno cederle morendo. Gli assassini saccheggiano le case, strappano le vergini dalle braccia delle madri, e il fragore della battaglia è misto a un suono incessante di lamenti e di gemiti.
La disperazione rende feroce la tenerezza, molte madri uccidono i cari pargoletti, poi trafiggono il proprio petto, rinnovando così (in parte almeno) l’esempio della madre ebrea…. Quel fatto orribile fu allora il pegno dell’ira d’Iddio; ma i Greci, fra i quali sì di sovente or rinnovasi, meritarono essi lo sdegno celeste combattendo per i dritti più sacri?… Arcana impenetrabil sapienza! il misero figlio della terra deve soffrire, adorarti e tacere!
I due amici sperano arrivare fin là dove i Greci combattono ne’ luoghi fortificati; un torrente di nemici li assale e respinge; retrocedendo, in una strada deserta incontrano due vergini trascinate da quattro Albanesi. “Fratelli, soccorreteci,” esse gridano. – I magnanimi si slanciano contro i rapitori, e li uccidono; le vergini alzano al Cielo le mani in atto di riconoscenza; ma alte grida rimbombano…. Ecco, dai due lati della strada giungere altri scellerati…. son molti…. “Chi ci salva?” esclamano le misere. Alessio offre loro un pugnale; quella che prima lo afferra se lo immerge nel petto, poi lo porge grondante di sangue alla compagna, che segue il suo esempio…. Cadono, e: “Grazie, fratello!” sono le loro estreme parole.
Alessio assalito si difende al fianco d’Eutimio, si fanno largo fra la moltitudine assalitrice; e vedendo impossibile farsi strada fin là dove stanno i Greci, volgono il pensiero ad uscire dalla città. Stanchi, carichi di ferite, vi riescono alfine, prendono la via della grotta e protetti dalla notte vi giungono illesi. Prima di entrarvi odono venir dall’interno un suono di molte voci: son voci d’uomini, oh spavento! certo i Turchi hanno scoperto il nascondiglio d’Evantia!… Evantia o è morta o schiava…. Mentre Alessio si è fermato per radunar le sue forze, ed Eutimio riflette al partito cui fa d’uopo appigliarsi in circostanze sì disperate, i nuovi abitatori della grotta escono e li circondano. “Chi siete?” domanda in greco una voce, che Alessio conosce esser quella d’uno Psariotto…. Oh gioia! è in mezzo di Cristiani e fratelli…. Evantia è salva…. rivedrà Amina. Questi passaggi rapidissimi dalla speranza al timore, dalla disperazione alla gioia, non si esprimono, ma il cuore sa comprenderli, benchè appena accennati.
Eran coloro un drappello di Psariotti, cui non fu possibile unirsi ai combattenti nei forti e nella città, e che inseguito da numerosa schiera di barbari aveala vinta e dispersa; ritirati nella grotta i valorosi, attendevano ora a ristorarsi col riposo, per sostenere poi nuovi assalti.
Le donne che fino a quel punto erano rimaste nel nascondiglio, udita la voce d’Alessio escono, e il piacere di rivedersi sopisce per qualche momento ogni dolore: Eutimio accende nel fondo della grotta la lampada, compagna delle sue veglie; gli Psariotti fanno vicendevole guardia all’ingresso. Sebastì medica le ferite di tutti, e un raggio di calma splende nell’asilo della sventura.
Amina cerca inutilmente gli sguardi d’Alessio, ei par non veda che Evantia; e piena di dispetto e di sdegno, la prigioniera si ritrae in un angolo della grotta: colà, mentre i suoi sguardi errano vagamente su gli oggetti che la circondano…. un uomo a lei più vicino degli altri attrae e fissa la sua attenzione. Sta appoggiato ad un masso, dal quale sgorga una vena d’acqua limpidissima, e cadendo con melanconico mormorìo tra altri massi si smarrisce in sotterranei sentieri; la luce della lampada batte in linea retta sopra il suo viso, è pallido, sparuto, e scosso tratto tratto da un tremito convulsivo…. guarda attentamente l’acqua che cade…. v’immerge la mano…. se la porta alla fronte, poi l’appoggia sul pugnale, che tien fitto nella cintura. Amina comprende che quell’uomo è il più disgraziato tra i suoi compagni; se gli accosta desiosa d’interrogarlo, ei la guarda e si rivolge al cader dell’acqua, ma essa gli sta immobile davanti. Il dolente rialza gli occhi…. si fissano su le vesti d’Amina…. si scuote…. corre rapidamente verso i compagni.
“È greca costei?” domanda.
“No,” risponde Sebasti, “è mussulmana, e moglie d’un agà.”
“Egli la piangerà, come piango io la mia Elena.”
“Che vuoi tu fare?” grida Alessio, vedendolo tornare verso Amina con aspetto truce e minaccioso.
“Vendicar Elena.”
“Su chi?”
“Costei è turca.”
“Tu vaneggi, scostati….” e afferrandolo lo trattiene.
“Ma non sai tu che mia moglie è stata prima contaminata, poi morta? ch’io ne ho veduto poc’anzi il cadavere sfigurato sulla soglia della mia casa?”
“Disgraziato marito!”
“Dunque costei tornerà al suo sposo! farà felice uno de’ mostri che si sono lordati del sangue della mia Elena!… No, la trascinerò morta, straziata, fuori della grotta; Iddio vi condurrà l’assassino, la vedrà, piangerà, si dispererà com’io mi dispero!”
“Lasciatelo,” dice Amina, “a me nulla importa il vivere; ma tu, misero, sappi che morta nessuno mi piangerà, nessuno sarà per me disgraziato: tu solo, vedendo il mio cadavere, ti affliggerai d’avermi senza frutto immolata.”
“Nessuno ti ama?”
“Ah! nessuno.”
“La mia Elena era tanto amata!”
Lo sventurato cessa di divincolarsi fra le braccia dei compagni, versa abbondanti lagrime, e il suo animo indurato dall’atrocissima angoscia si ammollisce col pianto.
“Era bella,” ei continua interrotto dai singhiozzi, “era buona…. quand’io tornava dal mare, mi veniva incontro prima che la chiamassi; dianzi ho chiamato…. non mi ha risposto. La madre stava seduta fuori della porta sopra un mucchio di pietre con le braccia pendenti, e con gli occhi chiusi…. che doveva guardare? sua figlia era morta!… Madre, gridai, così dormi?… aprì gli occhi, alzò una mano, e m’accennò il cadavere d’Elena…. Io non piansi…. la baciai e caddi…. Perchè mi avete qui trascinato, invece di condurmi dove si combatte e si muore? Donna…. non temere, sono tranquillo…. non voglio il tuo sangue…. voglio quello degli assassini.”
“Ohimè!” esclama Evantia, “nulla può renderti la tua Elena!”
“È vero, ma la vendetta è come la rugiada, fa bene.”
L’uomo che invigila sull’ingresso della grotta rientra per annunziare d’aver inteso un prossimo calpestìo; seguìto dai compagni torna a porsi in osservazione e, malgrado dell’oscurità della notte, distinguono essere un solo l’individuo che lentamente avvicinasi. È Turco, o almeno tale sembra alle vesti: si risolve d’arrestarlo, per aver novelle di ciò che succede nella città.
Alessio si slancia il primo verso di lui: “Renditi o sei morto,” gli grida.
“Son ferito,” risponde in greco, “non mi difendo.” Si lascia trarre nella grotta, dove gli Psariotti ravvisano in lui il capo della schiera, che aveali assaliti e fu vinta. Caduto a terra ferito, fu abbandonato da’ suoi, che si diedero a fuggire in disordine; ora, riavutosi alquanto, errava alla ventura, sperando incontrarli. Egli non trema, solleva la fronte, e guarda con fierezza i Greci meravigliati di trovare tal contegno in un Turco prigione.
“Uccidetemi,” dice con voce ferma e tranquilla.
“Sei ferito,” risponde Alessio, “noi non siamo carnefici…. Ma, dimmi, sei tu veramente quale ti mostri? I Turchi sono audaci coi Greci inermi, e timide lepri in faccia agli armati…. tu però….”
“Che t’importa di ciò ch’io sia,” risponde, interrompendolo il Maomettano; “son vostro nemico, come tale devi trattarmi, nè chieder altro.”
“Superbo! per noi i nemici vinti son uomini disgraziati, sappiamo rispettarli ed assisterli…. siedi…. riposati. Sebastì accostati, e vedi se sanabili sono le sue ferite…. tu sai medicarle.”
“Medicar le ferite d’un Turco! Vergine celeste!… tutta l’acqua dell’Arcipelago non basterebbe a purificarmi.”
“Lasciatela in pace,” dice il ferito col sorriso dell’ironia, “non voglio che per me si contamini.”
“Hai bisogno di soccorso,” riprende Alessio, “costei non può ricusartelo.”
“Eh! quanta compassione!” grida un altro Psariotto, “le nostre mogli, i nostri figli muoiono in questo momento, e nessuno li soccorre.”
“Tanto più divenite degni d’ammirazione, rendendo bene per male,” risponde Eutimio, che fino a quel momento era rimasto muto spettatore di quanto accadeva.
“Chi ha parlato?” chiede il Maomettano.
“Lo straniero,” rispondono gli Psariotti.
“Sì, uno straniero che morrebbe contento, se i suoi ultimi sguardi vedessero la Grecia trionfante.”
Il ferito, sempre più colpito dal suono della voce d’Eutimio, vorrebbe accostarsi a lui; ma le forze gli mancano, nè può reggersi in piedi, e il debole splendore della lampada non gli permette di ben distinguerne le sembianze…. Eutimio è anch’egli agitato, un doloroso pensiero gli lampeggia alla mente…. si accosta…. ambidue si guardano in silenzio.
“In nome del Cielo! chi sei?” domanda primo il Solitario.
L’altro: “Ti ho conosciuto, conoscimi tu pure,” risponde sollevandosi, e gettando l’ampio turbante che gl’ingombrava la fronte.
“Ernesto!”
“Sì, il tuo amico. “
“Sei tu amico d’un vile apostata?” esclamano gli Psariotti, e le braccia d’Eutimio, già aperte per istringere lo sciagurato, ricadono.
“È tuo compatriotto?” gli chiede uno di quei magnanimi.
“No,” risponde, “la sua infamia non ricade sul mio capo; ma l’amai, come perdonare a me stesso d’averlo amato!… no…. io non so ancora persuadermi che tu sei Ernesto.”
“Son quello.”
“Non venisti tu in Grecia per difendere la sua libertà?”
“È vero.”
“E invece vendesti a’ suoi tiranni il tuo onore!”
“Ascoltami, e saprai il perchè sì diverso da quello di prima mi trovi. Nel primo bollore del giovanile entusiasmo, vedendo la mia nazione tornata dopo il giro di molte e diverse fortune sulle vie dell’antico stato, dissi in me stesso: Maladetto chi ecciterà nuovi tumulti, chi farà scorrere nuovi fiumi di sangue su questo suolo, poichè la rugiada basta a fecondare il suolo non atto a produr altro che fiori. Così pensando rimasi inerte nella casa paterna, finchè all’echeggiare della tromba che si fece udire d’oltre i monti, che dividono dalla tua la mia patria, scesi, volai, e tu mi vedesti combattere non da vile al tuo fianco. Poichè ti vidi gettare lunge da te l’inutile spada, udendo che in Grecia si oprava, venni in Grecia colla mente piena dell’antica sua gloria; trovai la discordia tra’ primati, l’odio tra i capitani, combattei, soffersi fatiche e stenti; l’odio di un primate mi suscitò contro l’accusa d’aver segreta intelligenza co’ Turchi, fui condannato a languire per molti anni in un carcere; potei fuggire, e pieno di disprezzo per la mia e per la tua nazione, d’ira e di rancore contro i Greci…. mi feci turco….”
Egli tacque: Eutimio e gli Psariotti, mestamente guardandosi, parevano non trovar parole per condannarlo.
“Infami” disse primo Alessio “coloro che degradano la santissima causa!”
“Infami” riprese un altro Psariotto “coloro che non tengono conto anche d’una stilla di sudore sparso in nostro pro da gente straniera.”
“E più infami” soggiunse Eutimio “gli stranieri che insultano i Greci, perchè avendo in mente di trovar qui degli angioli non trovarono che uomini, e vogliono far cadere su di loro l’onta e il danno della propria stoltezza. O tu sciagurato! che ti lamenti? Fuvvi mai nascente Stato senza contrasti, discordie, gelosie, ed anche senza delitti? Forse nessuno de’ Greci subì la tua stessa condanna? e su te solo, come straniero, cadde la sorte? no. Fatto parte d’una nazione in tempesta, fosti vittima di un sospetto, e un sospetto basta a far proferire la condanna d’un solo, dove trascurato può perder tutti; se poi ti lamenti che il sospetto fu insidia di chi voleva la tua rovina; per aver dritto d’odiare uno o anche diversi individui, acquistasti perciò il dritto d’odiare una intiera nazione? Vile egoista! sacrificasti a private abbiette passioni l’amore del bello e del giusto, t’unisti agli oppressori de’ Greci, perchè questi in tant’anni di schiavitù parteciparono a qualcuno de’ loro vizii; per punire l’avidità del potere di pochi mal augurati spacciatori di dottrine e di leggi, e l’orgoglio di capitani selvaggi come le native montagne, ti facesti carnefice di popoli innocenti, armati a difesa di santi dritti, e che degli uni e degli altri son pur essi la vittima. Mori non pianto, l’odio d’ogni cuore ben nato stia eternamente con l’esecrate tue ceneri….”
L’apostata pareva profondamente commosso.
“È vero,” disse, “la mia immaginazione vagante sempre lunge dal vero mi ha perduto!”
“Ma,” domandò Alessio, “quando vedevi i miei fratelli affrontar pochi le vostre migliaia, non sentivi alcun moto nell’anima?”
“Io li ammirava senza cessare d’odiarli, ed anzi più mi sdegnava, vedendo che gli uomini più vicini al modello, che del vero patriottismo io m’era creato colla fervida fantasia, ne fossero ancora tanto lontani…. Generosi Psariotti, condannatemi, ma non mi confondete con quei miserabili, che vendono a prezzo d’oro il loro sangue a’ vostri nemici, e dirigono freddamente le armi destinate a distruggervi. L’inesperta ardente giovinezza, e il giudicar male delle cose e degli uomini, mi hanno immerso nel baratro, donde non si risorge.”
Eutimio gli stende la mano.
“Fratelli, perdoniamolo,” esclama, volgendosi agli Psariotti.
“Lo perdoni Iddio, come lo perdoniamo noi tutti,” rispondono ad una voce.
Sebastì, intenerita da quanto ha ascoltato, offre allora di medicarlo.
“Buona madre,” le dice Ernesto, “vi son grato, le vostre cure sarebbero bensì inutili, la piaga è mortale:” e aprendosi le vesti mostra il petto squarciato. “Anche pochi momenti,” soggiunge, “e andrò a udire più tremendi rimproveri.”
“Spera, disgraziato,” gli dice la pietosa Evantia; “se gli uomini ti perdonano, perchè non dovrà perdonarti Iddio tanto più buono degli uomini?”
“Dove ricorrerai,” riprende Amina, “se morendo rinneghi il Profeta? egli ti scaccerà e ti scaccerà anche il tuo Dio.”
“Purtroppo!” risponde il moribondo, “ho abbandonata la religione de’ miei padri, ho oltraggiato Iddio! In quest’ora suprema, dove l’umana debolezza ha più bisogno della misericordia divina…. io non ardisco implorarla…. io sento adesso il mio nulla, e l’onnipotenza di quello che mi punisce e vendica la religione e l’umanità calpestate…. Ho una madre…. deh, non sappia mai che suo figlio muore esecrato dagli uomini…. maledetto da Dio!… non costringete il cuore d’una madre a maledirmi!…”
Egli manca…, un gelido sudore spunta sulle livide guance…. straziato da atroci spasimi si contorce, e il suo viso diviene spaventevole…. Volge in giro gli occhi spalancati, dove sta impressa la disperazione d’una impura coscienza…. ecco…. si fissano nel dolce viso d’Evantia, e la fisonomia del moribondo si rasserena…. Ne’ delirii dell’agonia crede veder in Evantia l’angiolo consolatore, nunzio del celeste perdono…. con un ultimo sforzo ei si solleva, vuol prostrarsi…. e in quell’atto ricade e spira…. Gli astanti colpiti da pietà, da terrore, si prostrano implorando pace per l’anima del defunto; niuno ergendo in quel momento supplichevoli voti all’Arbitro de’ destini, prega per sè medesimo.
La guardia entra di nuovo per annunziare che un piccol legno nemico approda a quella spiaggia, davanti alla grotta. È già l’alba, la grotta può esser vista e visitata “Stiam pronti.” Lo siamo…. Evantia trema, ma non per sè; Amina ha osservata una pistola accanto alla lampada, sentendola carica, se ne impossessa e la nasconde fra le vesti, poi senza far motto si pone al fianco d’Alessio. Le grida de’ Turchi che sbarcano, rimbombano nella grotta “Al saccheggio, a distruggere i ghiaur.” Gli Psariotti fremono, il sangue bolle nelle vene de’ valorosi.
“I fiacchi si nascondono…. noi abbiamo sempre mostrata la fronte al nemico…. esciamo…. facciam fuoco su gl’infedeli;” così bisbigliano, agitando le armi.
Eutimio li tiene a freno: “Serbatevi a più utili imprese…. non spendete inutilmente la vita…, la patria chiederà vendetta…, chi le risponderà se niuno si salva? chi compirà la vendetta?”
Gli altri si calmano, l’infelice marito d’Elena non può ritener lo scoppio del suo furore, egli si slancia fuori della grotta; si sente tosto la scarica del suo fucile, e il grido dei Turchi. Allora Eutimio e gli Psariotti non esitano a correre in suo soccorso, assalgono gl’infedeli che sorpresi, spaventati si ristringono verso gli scogli, per cercare scampo sopra il naviglio. Il capitano, che in quel punto è sceso a terra, li rimprovera e li fa retrocedere; il suo aspetto è maestoso e terribile, egli s’avanza tra i primi…. i Turchi son quaranta, quattordici i Greci.
La zuffa comincia con pari ardore; il rimbombo delle scariche copre le grida. Evantia e Amina non soffrono di rimanere nella grotta…. escono…. i loro sguardi cercano Alessio; spinto dal suo infrenabile ardire, egli si è inoltrato sulla punta d’uno scoglio inseguendo un Turco;… lo raggiunge e l’uccide; ma al momento istesso una palla di fucile lo coglie nel braccio destro; incapace di più regger la spada ei la lascia cadere, mentre il capitano del naviglio turco viene verso di lui; Eutimio, occupato a difendersi contro molti assalitori, non può soccorrerlo; grande è il pericolo del giovine, è solo e disarmato. Evantia getta un grido, vorrebbe correre, le forze le mancano…. vacilla e stramazza sul suolo priva di sensi…. Amina corre, si precipita su gli scogli, e raggiunge il capitano prima che possa ferire Alessio colla sua scimitarra.
“Fermati,” grida in turco, “fermati….”
Ei si volge, la guarda:
“Amina!”
“Selim!”
I due sposi si guardano meravigliati.
“Lascia che finisca d’esterminare questi ghiaur,” dice il capitano alla donna, “poi ti condurrò sul mio legno.”
Ella si prostra a’ suoi piedi.
“Risparmia costui, egli è stato compassionevole colla tua sposa.”
“Tu tremi per lui!… donna infame…. tu l’ami!”
“Salvalo.”
“No.”
“Salvalo in nome del Profeta…. vedi…. è ferito.”
“Amina,… non pregare,” esclama Alessio.
“Mori,” grida Selim, e già tenendo la scimitarra in alto si avanza…. Amina lo precede, colla rapidità del lampo impugna la pistola che avea nascosta, la scarica e ferisce Selim nel petto…. Egli getta un urlo spaventevole, e cade.
“Che facesti!”
“Ti ho salvato!” e in quel momento Eutimio e gli altri Psariotti inseguono sul naviglio il resto dell’equipaggio.
Alessio chiede d’Evantia, Amina gliel’addita: “Ella t’ama, ma io t’ho salvato!”
Selim non è ancor morto, la gelosia rianima le sue forze, egli si trascina inosservato fin presso Amina, e alzata a due mani la scimitarra coglie la donna nel destro fianco, e vi apre profonda e mortale ferita; poi, avendo con tal atto esaurite le forze, ricade esalando lo spirito. Alessio sostiene, benchè ferito nel braccio, la trafitta donna.
“Muoio,” ella dice, “muoio per te!”
“Amina!” ei ripete gemendo…. “cara Amina!”
Evantia, tornata in sè stessa, vede la sua rivale tra le braccia d’Alessio.
“Spergiuro! mi ha abbandonata!… temeva gli rapissero la diletta…. la tiene stretta al seno;…” e l’addita a Eutimio e agli altri, che tornano dall’aver ucciso fin l’ultimo Turco dell’equipaggio.
“Nol vedi?” risponde Eutimio, “ella è coperta di sangue, corriamo allo scoglio.”
Evantia lo precede; al vederla: “Egli è salvo,” le dice Amina, “non tremare…. son io che muoio, ma io l’ho salvato e muoio per lui…. egli deve piangermi e amarmi.”
La pietà domina ogni altro sentimento nel tenero cuore della vergine, ella assiste la sua rivale e vuol sostenerla…. Amina la respinge: “Egli solo!” dice, “non invidiarmi pochi momenti, poi sarà tuo per tutta la vita….”
Vorrebbero trasportarla nella grotta: “Fermatevi,” dice, “il più picciol moto mi fa morire. Alessio! fa ch’io senta ancora il suono della tua voce! Vedi là mio marito, egli ha fatto bene ad uccidermi…. così siamo senz’obblighi l’uno verso dell’altro…. ora per tutta l’eternità non penserò che a te solo! dimmi anche una volta: Cara Amina!… guardami…. addio!…”
Egli preme la mano sul cuore della moriente…. è immoto: “Amina! Ahi non è più!”
La tolgono dalle sue braccia, ei si distacca a stento dal diletto cadavere; Evantia gli sta allato; ma ei non la guarda, gustando almeno nell’amarezza del suo cordoglio il conforto di potersi occupare d’Amina senza rimorso, d’aver il dritto d’amarla e di piangerla.
“Compagni,” dice Eutimio, “non v’è tempo da perdere, il Cielo ci apre una via di salvezza, approfittiamone: montiamo sul naviglio rimasto deserto, e si navighi verso Idra…. saremo salvi.”
“Al mare….” gridano gli Psariotti; ma Alessio niega gettarvi il cadavere d’Amina.
“Partite,” risponde ai compagni, che lo pregano di seguirli; “io resterò a seppellirlo sotto il cipresso.”
Commossi dal suo dolore e vedendolo irremovibile nella presa risoluzione, essi ritardano la partenza, e si affrettano a scavare una fossa sotto l’ombra dell’albero, che dovea custodire le ceneri del Solitario; così la Provvidenza schernisce gli umani proponimenti! La fossa è pronta; Alessio, assistito da’ compagni, vi stende l’amata salma, e imprime sulle gelide labbra d’Amina il primo e l’ultimo bacio…. Ecco…. la terra nasconde per sempre quel viso, ove sì vivo balenava il raggio delle bollenti passioni…. Alessio ha preso con mano tremante il primo pugno d’arena per gettarlo sopra la fossa…. ma non ne ha la forza, e si allontana piangendo…. L’opra è compita…. egli si prostra, bacia quella terra divenuta sacra per lui…. Eutimio lo rialza, s’imbarcano; appena lontani dal lido incontrano la flotta greca, che si affretta a soccorrere Psara e a scacciarne i barbari. Giunti a Idra, gli Psariotti non feriti ripartono, per partecipare de’ pericoli e della gloria de’ loro compatriotti; Alessio e Eutimio, inabili a regger l’armi per le molte e gravi ferite, rimangono. Là un santo nodo unì Alessio ad Evantia, ma anche ai piedi dell’altare Amina ebbe un sospiro dal cuore d’Alessio. Egli condusse Evantia e Sebastì all’isola d’Egina, divenuta l’asilo delle famiglie Psariotte, poi partì con Eutimio per unirsi ai vendicatori della sua patria; il Saggio, trascinato dalle circostanze, avea ricinta la spada, nè poteva più deporla senza viltà, finchè non gli fosse dato di tornare tranquillamente al suo asilo. Il legno che portava i due amici passò davanti alla spiaggia, ove l’alto cipresso custodisce il sepolcro d’Amina…. tramontava il sole…. Alessio additò a Eutimio il cipresso…. non parlò, ma strinse fortemente la mano dell’amico…. e finchè vide l’albero e la spiaggia…. stette muto…. e non pianse!

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Angelica Palli Bartolommei – Epiro e Tessaglia – Tessale valli, ove echeggiar s’udìo

Tessale valli, ove echeggiar s’udìo
L’inno di Riga, Epiro, oh tu, che il santo
Làbaro ergesti fra le rupi, ov’io
Sull’ali del pensiero errai cotanto;

Quando, lassa, darò l’ultimo addio
Ai miei cari, alla terra, al sole, al canto,
Liberi ancor voi non sarete: il rio
Giogo vi preme, e il tempo scorre intanto.

Sperai vicina la fulgente aurora
Di libertà; ma, oh Dio! su l’orizzonte
Folta, profonda, è la tenèbra ancora.

Ride l’Europa ai vostri danni, all’onte;
E mentre sull’altar la Croce adora,
L’armi in aita al Musulmano ha pronte.

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O. C. Vallecchi – Note biobibliografiche su Angelica Palli Bartolommei

Angelica Palli Bartolommei nacque il 22 di novembre del 1798 in Livorno, da famiglia greca che vi ebbe fermato dimora. Fino dalla tenera età mostrò ingegno svegliato, onde i suoi ch’erano agiati, volenterosi di educarla ed istruirla, nulla trasandarono: però crebbe all’amore della Grecia e dell’Italia, le sue due patrie, sorelle di gloria e di sventura: studiò il greco antico e il moderno, ed ebbe a maestro nelle lettere italiane il chiarissimo De Coureil. Intanto “le vennero a grado le greche e italiane lettere,” dice il Guerrazzi, “che potè leggere l’originale greco di Omero in quella età in cui, troppo più che non vorremmo, fanciulle italiane appena appena compitano un libro nel paterno idioma.” In poco tempo appresso tutti i nostri scrittori classici, e massime i poeti, le furono così famigliari, che riteneva nella sua ferrea memoria, anco negli ultimi suoi anni, assai squarci di molti e quasi tutta la Gerusalemme del Tasso e gran parte delle Tragedie dell’Alfieri. L’indole e il genio di lei bentosto si rivelarono; e siccome sdegnava il manierato e le bolliva la vena veramente poetica, così ella si dètte allo improvvisare, dimostrandovisi, per quanto lo comporti il poetare improvviso, valentissima, improvvisando poesie di vario argomento, e perfino tragedie, “onde per giudizio universale lei reputarono piuttosto meravigliosa che rara.” Tra queste merita menzione il Tieste, egregio lavoro, tuttochè fosse parto dell’estro estemporaneo; il quale poi venne dato in luce con pochi emendamenti.
“Posato alquanto quel ribollimento dello spirito, ella ebbe in pregio più riposati studii, ed in questi perseverò con tanta costanza, che io stesso (seguita il Guerrazzi) ve la vidi versare quotidianamente per parecchie ore, sia in città, sia in campagna; nè mai le uscì dal labbro, detto, o dalla penna, scritto, che non promuovesse il culto di quanto veneriamo quaggiù per decoro, per gentile, per buono e per bello.”
Già ella aveva levato fama di sè, e in casa Palli convenivano i più eletti ingegni a conoscerla ed ammirarla. Una sera del 1827, il Lamartine ed il Manzoni vi si trovarono, rimasero affascinati nell’udirla improvvisare intorno a’ Dolori di Saffo, nè poterono astenersi dall’obbedire all’estro da essa suscitato negli animi loro: anzi vollero lasciarle per ricordo d’ammirazione alcuni versi che ciascuno nella propria lingua improvvisò a lode di lei “novella Saffo.”
Fu sposa a Giampaolo Bartolommei, gentiluomo, patriotta provato, facoltosissimo: “e quando arrise speranza di fati men tristi alle fortune afflitte della Patria, ella non distolse già il marito dal proposito di accorrere sulle pianure lombarde a combattere quella guerra, che allora senza eccezione da tutti celebravasi santa, e più da quelli che valicato ormai il confine ultimo dell’umana turpitudine la vilipendono adesso. Infamia di secolo che vince in abbiettezza il paragone d’ogni più vile metallo! Certo a Giovampaolo Bartolommei non faceva punto mestieri eccitamenti: tuttavolta glieli diè la consorte, diversa in questo dall’antica Andromaca e più animosa di lei; nè si ristette qui, che tolto seco l’unico e dilettissimo figlio, lasciando le morbidezze di vivere opulento, si condusse a perigliare sulle orme del marito, affinchè il figliuol suo si educasse di vista nei paterni esempi ad operar fortemente per la Patria. E quando per disposizione dei cieli, o come credo piuttosto per punta virtù nostra, le italiane sorti di liete mutaronsi in lagrimevoli; la egregia Donna non disperò, bensì cheta cheta, senza iattanza, condusse il figlio in Piemonte, e quivi lo arruolò semplice soldato nell’esercito che unico drappella adesso la insegna italiana. Stanziata a Torino, ella si mostra cortese di consiglio e di aiuto a quanti giovani toscani, e non sono pochi, si avviarono colà pel medesimo scopo: onde a molti di loro lontani dalle paterne case non sembra avere lontana la madre; chè lo affetto in lei per espandersi che faccia non menoma di calore e di luce.” Così parlava il Guerrazzi di lei, a cui volle dedicata La battaglia di Benevento.
Intrinsichezza di amicizia vera e schietta ella ebbe con G. B. Niccolini (di cui si conservano le lettere a lei indirizzate, alcune delle quali pubblicò il Vannucci); corrispose a lungo con lo Champollion, il quale pure le dava sovente relazioni dell’Egitto superiore in molte lettere pregevolissime. Quasi tutti i più insigni letterati furon conosciuti da lei, perchè tutti bramavano conoscerla: e Giuseppe Giusti e Francesco Domenico Guerrazzi e Carlo Bini furono ammirati del suo ingegno e delle sue virtù. Nè solo nelle italiane e nelle greche lettere era versatissima, delle quali fu sommo decoro; ma pure ebbe familiare la francese letteratura tanto da scrivere sotto la veste di essa alcuni drammi, e tenne in sommo pregio, la letteratura inglese di cui era cultrice assidua, ammiravane i poeti Shakespeare e Byron.
Tanta copia d’ingegno e tanta dovizia d’istruzione furono in lei quasi splendida cornice di un superbo quadro: perocchè Angelica Palli Bartolommei ebbe in singolar maniera elette le qualità dell’animo, forte, schivo di bassezze, di piaggerie; ed insieme d’una modestia senza pari, benevolo, dolce, affettuoso: tale insomma che la resero cara a tutti quanti la conobbero. La sventura, da cui venne per lunga stagione provata, fe’ spiccar sempre più la forte tempra del suo animo, alto, virile, nobilissimo. Chè quando la cospicua fortuna Bartolommei andò in fondo (al che per gran parte contribuirono le ingenti somme profuse a sovvenire la guerra della indipendenza del 1848-49), – ella non ismentì sè medesima. Nessuno le udì mai uscire della bocca un rimpianto del tempo lieto: e dopo che l’amato consorte, tuttora in fresca età, era morto, ella si confortò nell’amore del suo diletto figlio Luciano e in quello del suo affettuoso fratello Michele Palli.
“Delle opere di lei piacemi (parla il Guerrazzi) rammentarne sol due: l’Alessio ch’ella dettò per sovvenire alla Grecia pericolante nelle fiere fortune della guerra turchesca, e il libro non ha guari stampato a Torino per sovvenire alle fortune pericolanti dell’Italia.(1) Non senza speranza però di possibile riscossa, conciossiachè come patria ella amasse Italia e Grecia; questa perchè vi nacquero i suoi, quella perchè a lei diede vita: e certo ella non potea sortire dai cieli Patrie che più fossero degne di amore, nè più sventurate. Consiglio non solamente buono, ma caritatevole altresì, io per me non dubito dichiarare quello che indusse la onoranda Signora a comporre l’ultimo libro intorno ai costumi delle donne;(2) avvegnadio far pressa che leggi mutinsi e stato, è nulla, se prima il costume non mutisi: e grande cosa paia questa, che, mentre tutti si affannano a tutto mutare per di fuori, nessuno attenda a mutar niente in sè stesso….”
Troppo lungo sarebbe enumerare i lavori in prosa ed in verso, onde Angelica Palli Bartolommei arricchì il patrimonio delle patrie lettere. Trattò la lirica con affetto e con estro maravigliosi; ma per la sua innata modestia che non le faceva tener conto delle cose sue, esse furono stampate in mille e diversi giornali e in tempi differenti senza pur conservarne copia, sicchè accurate ricerche e diligenze infinite occorreranno a radunar le frondi sparte. Forse, o che io m’inganno, la lirica meglio ch’ogni altro genere fu da lei trattato, come più consentaneo alle ali del suo genio spregiatore di pastoie: e pure erano le liriche quelle, alle quali pareva c’affidasse meno sua fama, appunto per la facilità, onde la Musa le andava dentro dettando. Scrisse molti drammi, tra’ quali, oltre al Tieste testè rammentato, si vuol ricordare Buondelmonte, Saffo, Corinna, tutti e tre già editi, e Deifira ed altri molti inediti; i quali sono pregevoli, vuoi pel verso armonioso, vuoi per affetto patrio che suscitano, vuoi per caratteri bene delineati, vuoi per situazioni ed intreccio non comuni: ma che forse mancano del così detto effetto scenico. Più ancora ardua impresa riuscirebbe fare una rassegna dei suoi lavori in prosa tanti e diversi uscirono (perfino negli ultimi giorni di vita) dalla sua penna infaticabile: solo pe’ conforti di chi scrive questi cenni s’indusse proprio agli ultimi suoi mesi a raccogliere alcuni racconti già editi, e riunirli in un volume, come appunto escono oggi per le stampe. Anzi, quasi presagisse del suo prossimo fine, voleva raccomandato all’Editore ne affrettasse l’opera, “perchè altrimenti, diceva, non farebbe in tempo.” Questi suoi Racconti (così da lei intitolati, ma che sono veri romanzi) hanno stupende situazioni drammatiche, pitture di caratteri squisite; scevri di retorica e digressioni, bene coordinati allo scopo e per ordinario brevi, corrono rapidi ad un facile scioglimento. Sempre ornato e poetico e nobile lo stile, quindi non popolare: non affettato, non smanierato, ma chiaro e scorrevole, sebbene alquanto negletto: onde è che se nella forma ha qualche menda, ciò avviene o per difetto di lima o per ispregio della ricercatezza. Ma sventuratamente le incolse la morte, quando appena se ne erano stampate poche pagine.(3) – Negli ultimi mesi di sua vita, come se volesse tutta raccogliersi nel pensiero della morte, intese a far la traduzione del Cimitero campestre del Gray, che poi pubblicò.(4) È questa una delle sue più squisite liriche, mentre è la traduzione più fedele di quante siano state fatte fino ad ora di quella Elegia divina: anzi ne diceva, esserle costata gran fatica, perchè volle conservare nel verso italiano il ritmo e il metro pressochè uguali del testo inglese. Molte poesie lasciò inedite, e liriche e drammatiche: la traduzione di due tragedie dello Shakespeare: Macbeth e Il sogno di una notte d’estate; due o tre drammi scritti in francese, e la traduzione assai accurata delle Contemplazioni di Vittor Hugo, di cui alcune andarono già stampate in varii giornali. Importantissima poi per il patrimonio letterario tornerà la raccolta e il riordinamento delle lettere e da lei scritte e a lei dirette da illustri uomini, quali il Mazzini, G. B. Niccolini, il Guerrazzi e lo Champollion. Per ultimo ne preme trascrivere il bel sonetto che dettava dal suo letto di morte,(5) per dimostrar come nè l’età nè la sventura nè le sofferenze, avessero per nulla offuscato in lei la potenza dell’ingegno nè la fervida fantasia nè l’alto sentire.

EPIRO E TESSAGLIA.

Tessale valli, ove echeggiar s’udìo
L’inno di Riga, Epiro, oh tu, che il santo
Làbaro ergesti fra le rupi, ov’io
Sull’ali del pensiero errai cotanto;

Quando, lassa, darò l’ultimo addio
Ai miei cari, alla terra, al sole, al canto,
Liberi ancor voi non sarete: il rio
Giogo vi preme, e il tempo scorre intanto.

Sperai vicina la fulgente aurora
Di libertà; ma, oh Dio! su l’orizzonte
Folta, profonda, è la tenèbra ancora.

Ride l’Europa ai vostri danni, all’onte;
E mentre sull’altar la Croce adora,
L’armi in aita al Musulmano ha pronte.

Questo fu l’ultimo canto: come una sera degli anni scorsi aveva recitato l’ultimo suo canto improvviso, in geniale conversare in mezzo a’ suoi amici, con un sonetto sulla insurrezione dei generosi, ma sventurati e derelitti Cretensi, del quale rincresce che non rimanga traccia. – Angelica Palli Bartolommei morì il 6 di marzo 1875: la città di Livorno sua patria ne menò sincero, universale cordoglio: spontanee le funebri onoranze, cui tutti i cittadini di ogni condizione e d’ogni ceto parteciparono.

O. C. VALLECCHI.

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