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Giacomo Leopardi – Il Parini, ovvero della gloria

CAPITOLO PRIMO

Giuseppe Parini fu alla nostra memoria uno dei pochissimi Italiani che all’eccellenza nelle lettere congiunsero la profondità dei pensieri, e molta notizia ed uso della filosofia presente: cose oramai sì necessarie alle lettere amene, che non si comprenderebbe come queste se ne potessero scompagnare, se di ciò non si vedessero in Italia infiniti esempi. Fu eziandio, come è noto, di singolare innocenza, pietà verso gl’infelici e verso la patria, fede verso gli amici, nobiltà d’animo, e costanza contro le avversità della natura e della fortuna, che travagliarono tutta la sua vita misera ed umile, finché la morte lo trasse dall’oscurità. Ebbe parecchi discepoli: ai quali insegnava prima a conoscere gli uomini e le cose loro, e quindi a dilettarli coll’eloquenza e colla poesia. Tra gli altri, a un giovane d’indole e di ardore incredibile ai buoni studi, e di espettazione maravigliosa, venuto non molto prima nella sua disciplina, prese un giorno a parlare in questa sentenza.
Tu cerchi, o figliuolo, quella gloria che sola, si può dire, di tutte le altre, consente oggi di esser colta da uomini di nascimento privato: cioè quella a cui si viene talora colla sapienza, e cogli studi delle buone dottrine e delle buone lettere. Già primieramente non ignori che questa gloria, con tutto che dai nostri sommi antenati non fosse negletta, fu però tenuta in piccolo conto per comparazione alle altre: e bene hai veduto in quanti luoghi e con quanta cura Cicerone, suo caldissimo e felicissimo seguace, si scusi co’ suoi cittadini del tempo e dell’opera che egli poneva in procacciarla; ora allegando che gli studi delle lettere e della filosofia non lo rallentavano in modo alcuno alle faccende pubbliche, ora che sforzato dall’iniquità dei tempi ad astenersi dai negozi maggiori, attendeva in quegli studi a consumare dignitosamente l’ozio suo; e sempre anteponendo alla gloria de’ suoi scritti quella del suo consolato, e delle cose fatte da se in beneficio della repubblica. E veramente, se il soggetto principale delle lettere è la vita umana, il primo intento della filosofia l’ordinare le nostre azioni; non è dubbio che l’operare è tanto più degno e più nobile del meditare e dello scrivere, quanto è più nobile il fine che il mezzo, e quanto le cose e i soggetti importano più che le parole e i ragionamenti. Anzi niun ingegno è creato dalla natura agli studi; né l’uomo nasce a scrivere, ma solo a fare. Perciò veggiamo che i più degli scrittori eccellenti, e massime de’ poeti illustri, di questa medesima età; come, a cagione di esempio, Vittorio Alfieri; furono da principio inclinati straordinariamente alle grandi azioni: alle quali ripugnando i tempi, e forse anche impediti dalla fortuna propria, si volsero a scrivere cose grandi. Né sono propriamente atti a scriverne quelli che non hanno disposizione e virtù di farne. E puoi facilmente considerare, in Italia, dove quasi tutti sono d’animo alieno dai fatti egregi, quanto pochi acquistino fama durevole colle scritture. Io penso che l’antichità, specialmente romana o greca, si possa convenevolmente figurare nel modo che fu scolpita in Argo la statua di Telesilla, poetessa, guerriera e salvatrice della patria. La quale statua rappresentavala con un elmo in mano, intenta a mirarlo, con dimostrazione di compiacersene, in atto di volerlosi recare in capo; e a’ piedi, alcuni volumi, quasi negletti da lei, come piccola parte della sua gloria.(1)
Ma tra noi moderni, esclusi comunemente da ogni altro cammino di celebrità, quelli che si pongono per la via degli studi, mostrano nell’elezione quella maggiore grandezza d’animo che oggi si può mostrare, e non hanno necessità di scusarsi colla loro patria. Di maniera che in quanto alla magnanimità, lodo sommamente il tuo proposito. Ma perciocché questa via, come quella che non è secondo la natura degli uomini, non si può seguire senza pregiudizio del corpo, né senza moltiplicare in diversi modi l’infelicità naturale del proprio animo; però innanzi ad ogni altra cosa, stimo sia conveniente e dovuto non meno all’ufficio mio, che all’amor grande che tu meriti e che io ti porto, renderti consapevole sì di varie difficoltà che si frappongono al conseguimento della gloria alla quale aspiri, e sì del frutto che ella è per produrti in caso che tu la conseguisca; secondo che fino a ora ho potuto conoscere coll’esperienza o col discorso: acciocché, misurando teco medesimo, da una parte, quanta sia l’importanza e il pregio del fine, e quanta la speranza dell’ottenerlo; dall’altra, i danni, le fatiche e i disagi che porta seco il cercarlo (dei quali ti ragionerò distintamente in altra occasione); tu possa con piena notizia considerare e risolvere se ti sia più spediente di seguitarlo, o di volgerti ad altra via.

CAPITOLO SECONDO

Potrei qui nel principio distendermi lungamente sopra le emulazioni, le invidie, le censure acerbe, le calunnie, le parzialità, le pratiche e i maneggi occulti e palesi contro la tua riputazione, e gli altri infiniti ostacoli che la malignità degli uomini ti opporrà nel cammino che hai cominciato. I quali ostacoli, sempre malagevolissimi a superare, spesso insuperabili, fanno che più di uno scrittore, non solo in vita, ma eziandio dopo la morte, è frodato al tutto dell’onore che se gli dee. Perché, vissuto senza fama per l’odio o l’invidia altrui, morto si rimane nell’oscurità per dimenticanza; potendo difficilmente avvenire che la gloria d’alcuno nasca o risorga in tempo che, fuori delle carte per se immobili e mute, nessuna cosa ne ha cura. Ma le difficoltà che nascono dalla malizia degli uomini, essendone stato scritto abbondantemente da molti, ai quali potrai ricorrere, intendo di lasciarle da parte. Né anche ho in animo di narrare quegl’impedimenti che hanno origine dalla fortuna propria dello scrittore, ed eziandio dal semplice caso, o da leggerissime cagioni: i quali non di rado fanno che alcuni scritti degni di somma lode, e frutto di sudori infiniti, sono perpetuamente esclusi dalla celebrità, o stati pure in luce per breve tempo, cadono e si dileguano interamente dalla memoria degli uomini; dove che altri scritti o inferiori di pregio, o non superiori a quelli, vengono e si conservano in grande onore. Io ti vo’ solamente esporre le difficoltà e gl’impacci che senza intervento di malvagità umana, contrastano gagliardamente il premio della gloria, non all’uno o all’altro fuor dell’usato, ma per l’ordinario, alla maggior parte degli scrittori grandi.
Ben sai che niuno si fa degno di questo titolo, né si conduce a gloria stabile e vera, se non per opere eccellenti e perfette, o prossime in qualche modo alla perfezione. Or dunque hai da por mente a una sentenza verissima di un autore nostro lombardo; dico dell’autore del Cortegiano:(2) la quale è che rare volte interviene che chi non è assueto a scrivere, per erudito che egli si sia, possa mai conoscer perfettamente le fatiche ed industrie degli scrittori, né gustar la dolcezza ed eccellenza degli stili, e quelle intrinseche avvertenze che spesso si trovano negli antichi. E qui primieramente pensa, quanto piccolo numero di persone sieno assuefatte ed ammaestrate a scrivere; e però da quanto poca parte degli uomini, o presenti o futuri, tu possa in qualunque caso sperare quell’opinione magnifica, che ti hai proposto per frutto della tua vita. Oltre di ciò considera quanta sia nelle scritture la forza dello stile; dalle cui virtù principalmente, e dalla cui perfezione, dipende la perpetuità delle opere che cadono in qualunque modo nel genere delle lettere amene. E spessissimo occorre che se tu spogli del suo stile una scrittura famosa, di cui ti pensavi che quasi tutto il pregio stesse nelle sentenze, tu la riduci in istato, che ella ti par cosa di niuna stima. Ora la lingua è tanta parte dello stile, anzi ha tal congiunzione seco, che difficilmente si può considerare l’una di queste due cose disgiunta dall’altra; a ogni poco si confondono insieme ambedue, non solamente nelle parole degli uomini, ma eziandio nell’intelletto; e mille loro qualità e mille pregi o mancamenti, appena, e forse in niun modo, colla più sottile e accurata speculazione, si può distinguere e assegnare a quale delle due cose appartengano, per essere quasi comuni e indivise tra l’una e l’altra. Ma certo niuno straniero è, per tornare alle parole del Castiglione, assueto a scrivere elegantemente nella tua lingua. Di modo che lo stile, parte sì grande e sì rilevante dello scrivere, e cosa d’inesplicabile difficoltà e fatica, tanto ad apprenderne l’intimo e perfetto artificio, quanto ad esercitarlo, appreso che egli sia; non ha propriamente altri giudici, né altri convenevoli estimatori, ed atti a poter lodarlo secondo il merito, se non coloro che in una sola nazione del mondo hanno uso di scrivere. E verso tutto il resto del genere umano, quelle immense difficoltà e fatiche sostenute circa esso stile, riescono in buona e forse massima parte inutili e sparse al vento. Lascio l’infinita varietà dei giudizi e delle inclinazioni dei letterati; per la quale il numero delle persone atte a sentire le qualità lodevoli di questo o di quel libro, si riduce ancora a molto meno.
Ma io voglio che tu abbi per indubitato che a conoscere perfettamente i pregi di un’opera perfetta o vicina alla perfezione, e capace veramente dell’immortalità, non basta essere assuefatto a scrivere, ma bisogna saperlo fare quasi così perfettamente come lo scrittore medesimo che hassi a giudicare. Perciocché l’esperienza ti mostrerà che a proporzione che tu verrai conoscendo più intrinsecamente quelle virtù nelle quali consiste il perfetto scrivere, e le difficoltà infinite che si provano in procacciarle, imparerai meglio il modo di superare le une e di conseguire le altre; in tal guisa che niuno intervallo e niuna differenza sarà dal conoscerle, all’imparare e possedere il detto modo; anzi saranno l’una e l’altra una cosa sola. Di maniera che l’uomo non giunge a poter discernere e gustare compiutamente l’eccellenza degli scrittori ottimi, prima che egli acquisti la facoltà di poterla rappresentare negli scritti suoi: perché quell’eccellenza non si conosce né gustasi totalmente se non per mezzo dell’uso e dell’esercizio proprio, e quasi, per così dire, trasferita in se stesso. E innanzi a quel tempo, niuno per verità intende, che e quale sia propriamente il perfetto scrivere. Ma non intendendo questo, non può né anche avere la debita ammirazione agli scrittori sommi. E la più parte di quelli che attendono agli studi, scrivendo essi facilmente, e credendosi scriver bene, tengono in verità per fermo, quando anche dicano il contrario, che lo scriver bene sia cosa facile. Or vedi a che si riduca il numero di coloro che dovranno potere ammirarti e saper lodarti degnamente, quando tu con sudori e con disagi incredibili, sarai pure alla fine riuscito a produrre un’opera egregia e perfetta. Io ti so dire (e credi a questa età canuta) che appena due o tre sono oggi in Italia, che abbiano il modo e l’arte dell’ottimo scrivere. Il qual numero se ti pare eccessivamente piccolo, non hai da pensare contuttociò che egli sia molto maggiore in tempo né in luogo alcuno.
Più volte io mi maraviglio meco medesimo come, ponghiamo caso, Virgilio, esempio supremo di perfezione agli scrittori, sia venuto e mantengasi in questa sommità di gloria. Perocché, quantunque io presuma poco di me stesso, e creda non poter mai godere e conoscere ciascheduna parte d’ogni suo pregio e d’ogni suo magistero; tuttavia tengo per certo che il massimo numero de’ suoi lettori e lodatori non iscorge ne’ poemi suoi più che una bellezza per ogni dieci o venti che a me, col molto rileggerli e meditarli, viene pur fatto di scoprirvi. In vero io mi persuado che l’altezza della stima e della riverenza verso gli scrittori sommi, provenga comunemente, in quelli eziandio che li leggono e trattano, piuttosto da consuetudine ciecamente abbracciata, che da giudizio proprio e dal conoscere in quelli per veruna guisa un merito tale. E mi ricordo del tempo della mia giovinezza; quando io leggendo i poemi di Virgilio con piena libertà di giudizio da una parte, e nessuna cura dell’autorità degli altri, il che non è comune a molti; e dall’altra parte con imperizia consueta a quell’età, ma forse non maggiore di quella che in moltissimi lettori è perpetua; ricusava fra me stesso di concorrere nella sentenza universale; non discoprendo in Virgilio molto maggiori virtù che nei poeti mediocri. Quasi anche mi maraviglio che la fama di Virgilio sia potuta prevalere a quella di Lucano. Vedi che la moltitudine dei lettori, non solo nei secoli di giudizio falso e corrotto, ma in quelli ancora di sane e ben temperate lettere, è molto più dilettata dalle bellezze grosse e patenti, che dalle delicate e riposte: più dall’ardire che dalla verecondia; spesso eziandio dall’apparente che dal sostanziale; e per l’ordinario più dal mediocre che dall’ottimo. Leggendo le lettere di un Principe, raro veramente d’ingegno, ma usato a riporre nei sali, nelle arguzie, nell’instabilità, nell’acume quasi tutta l’eccellenza dello scrivere, io m’avveggo manifestissimamente che egli, nell’intimo de’ suoi pensieri, anteponeva l’Enriade all’Eneide; benché non si ardisse a profferire questa sentenza, per solo timore di non offendere le orecchie degli uomini. In fine, io stupisco che il giudizio di pochissimi, ancorché retto, abbia potuto vincere quello d’infiniti, e produrre nell’universale quella consuetudine di stima non meno cieca che giusta. Il che non interviene sempre, ma io reputo che la fama degli scrittori ottimi soglia essere effetto del caso più che dei meriti loro: come forse ti sarà confermato da quello che io sono per dire nel progresso del ragionamento.

CAPITOLO TERZO

Si è veduto già quanto pochi avranno facoltà di ammirarti quando sarai giunto a quell’eccellenza che ti proponi. Ora avverti che più d’un impedimento si può frapporre anco a questi pochi, che non facciano degno concetto del tuo valore, benché ne veggano i segni. Non è dubbio alcuno, che gli scritti eloquenti o poetici, di qualsivoglia sorta, non tanto si giudicano dalle loro qualità in se medesime, quanto dall’effetto che essi fanno nell’animo di chi legge. In modo che il lettore nel farne giudizio, li considera più, per così dire, in se proprio, che in loro stessi. Di qui nasce, che gli uomini naturalmente tardi e freddi di cuore e d’immaginazione, ancorché dotati di buon discorso, di molto acume d’ingegno, e di dottrina non mediocre, sono quasi al tutto inabili a sentenziare convenientemente sopra tali scritti; non potendo in parte alcuna immedesimare l’animo proprio con quello dello scrittore; e ordinariamente dentro di se li disprezzano; perché leggendoli e conoscendoli ancora per famosissimi, non iscuoprono la causa della loro fama; come quelli a cui non perviene da lettura tale alcun moto, alcun’immagine, e quindi alcun diletto notabile. Ora, a quegli stessi che da natura sono disposti e pronti a ricevere e a rinnovellare in se qualunque immagine o affetto saputo acconciamente esprimere dagli scrittori, intervengono moltissimi tempi di freddezza, noncuranza, languidezza d’animo, impenetrabilità, e disposizione tale, che, mentre dura, li rende o conformi o simili agli altri detti dianzi; e ciò per diversissime cause, intrinseche o estrinseche, appartenenti allo spirito o al corpo, transitorie o durevoli. In questi cotali tempi, niuno, se ben fosse per altro uno scrittore sommo, è buon giudice degli scritti che hanno a muovere il cuore o l’immaginativa. Lascio la sazietà dei diletti provati poco prima in altre letture tali; e le passioni, più o meno forti, che sopravvengono ad ora ad ora; le quali bene spesso tenendo in gran parte occupato l’animo, non lasciano luogo ai movimenti che in altra occasione vi sarebbero eccitati dalle cose lette. Così, per le stesse o simili cause, spesse volte veggiamo che quei medesimi luoghi, quegli spettacoli naturali o di qualsivoglia genere, quelle musiche, e cento sì fatte cose, che in altri tempi ci commossero, o sarebbero state atte a commuoverci se le avessimo vedute o udite; ora vedendole e ascoltandole, non ci commuovono punto, né ci dilettano; e non perciò sono men belle o meno efficaci in se, che fossero allora.
Ma quando, per qualunque delle dette cagioni, l’uomo è mal disposto agli effetti dell’eloquenza e della poesia, non lascia egli nondimeno né differisce il far giudizio dei libri attenenti all’un genere o all’altro, che gli accade di leggere allora la prima volta. A me interviene non di rado di ripigliare nelle mani Omero o Cicerone o il Petrarca, e non sentirmi muovere da quella lettura in alcun modo. Tuttavia, come già consapevole e certo della bontà di scrittori tali, sì per la fama antica e sì per l’esperienza delle dolcezze cagionatemi da loro altre volte; non fo per quella presente insipidezza, alcun pensiero contrario alla loro lode. Ma negli scritti che si leggono la prima volta, e che per essere nuovi, non hanno ancora potuto levare il grido, o confermarselo in guisa, che non resti luogo a dubitare del loro pregio; niuna cosa vieta che il lettore, giudicandoli dall’effetto che fanno presentemente nell’animo proprio, ed esso animo non trovandosi in disposizione da ricevere i sentimenti e le immagini volute da chi scrisse, faccia piccolo concetto d’autori e d’opere eccellenti. Dal quale non è facile che egli si rimuova poi per altre letture degli stessi libri, fatte in migliori tempi: perché verisimilmente il tedio provato nella prima, lo sconforterà dalle altre; e in ogni modo, chi non sa quello che importino le prime impressioni, e l’essere preoccupato da un giudizio, quantunque falso?
Per lo contrario, trovansi gli animi alcune volte, per una o per altra cagione, in istato di mobilità, senso, vigore e caldezza tale, o talmente aperti e preparati, che seguono ogni menomo impulso della lettura, sentono vivamente ogni leggero tocco, e coll’occasione di ciò che leggono, creano in se mille moti e mille immaginazioni, errando talora in un delirio dolcissimo, e quasi rapiti fuori di se. Da questo facilmente avviene, che guardando ai diletti avuti nella lettura, e confondendo gli effetti della virtù e della disposizione propria con quelli che si appartengono veramente al libro; restino presi di grande amore ed ammirazione verso quello, e ne facciano un concetto molto maggiore del giusto, anche preponendolo ad altri libri più degni, ma letti in congiuntura meno propizia. Vedi dunque a quanta incertezza è sottoposta la verità e la rettitudine dei giudizi, anche delle persone idonee, circa gli scritti e gl’ingegni altrui, tolta pure di mezzo qualunque malignità o favore. La quale incertezza è tale, che l’uomo discorda grandemente da se medesimo nell’estimazione di opere di valore uguale, ed anche di un’opera stessa, in diverse età della vita, in diversi casi, e fino in diverse ore di un giorno.

CAPITOLO QUARTO

A fine poi che tu non presuma che le predette difficoltà, consistenti nell’animo dei lettori non ben disposto, occorrano rade volte e fuor dell’usato; considera che niuna cosa è maggiormente usata, che il venir mancando nell’uomo coll’andar dell’età, la disposizione naturale a sentire i diletti dell’eloquenza e della poesia, non meno che dell’altre arti imitative, e di ogni bello mondano. Il quale decadimento dell’animo, prescritto dalla stessa natura alla nostra vita, oggi è tanto maggiore che egli si fosse agli altri tempi, e tanto più presto incomincia ed ha più rapido progresso, specialmente negli studiosi, quanto che all’esperienza di ciascheduno, si aggiunge a chi maggiore a chi minor parte della scienza nata dall’uso e dalle speculazioni di tanti secoli passati. Per la qual cosa e per le presenti condizioni del viver civile, si dileguano facilmente dall’immaginazione degli uomini le larve della prima età, e seco le speranze dell’animo, e colle speranze gran parte dei desiderii, delle passioni, del fervore, della vita, delle facoltà. Onde io piuttosto mi maraviglio che uomini di età matura, dotti massimamente, e dediti a meditare sopra le cose umane, sieno ancora sottoposti alla virtù dell’eloquenza e della poesia, che non che di quando in quando elle si trovino impedite di fare in quelli alcun effetto. Perciocché abbi per certo, che ad essere gagliardamente mosso dal bello e dal grande immaginato, fa mestieri credere che vi abbia nella vita umana alcun che di grande e di bello vero, e che il poetico del mondo non sia tutto favola. Le quali cose il giovane crede sempre, quando anche sappia il contrario, finché l’esperienza sua propria non sopravviene al sapere; ma elle sono credute difficilmente dopo la trista disciplina dell’uso pratico, massime dove l’esperienza è congiunta coll’abito dello speculare e colla dottrina.
Da questo discorso seguirebbe che generalmente i giovani fossero migliori giudici delle opere indirizzate a destare affetti ed immagini, che non sono gli uomini maturi o vecchi. Ma da altro canto si vede che i giovani non accostumati alla lettura, cercano in quella un diletto più che umano, infinito, e di qualità impossibili; e tale non ve ne trovando, disprezzano gli scrittori: il che anco in altre età, per simili cause, avviene alcune volte agl’illetterati. Quei giovani poi, che sono dediti alle lettere, antepongono facilmente, come nello scrivere, così nel giudicare gli scritti altrui, l’eccessivo al moderato, il superbo o il vezzoso dei modi e degli ornamenti al semplice e al naturale, e le bellezze fallaci alle vere; parte per la poca esperienza, parte per l’impeto dell’età. Onde i giovani, i quali senza alcun fallo sono la parte degli uomini più disposta a lodare quello che loro apparisce buono, come più veraci e candidi; rade volte sono atti a gustare la matura e compiuta bontà delle opere letterarie. Col progresso degli anni, cresce quell’attitudine che vien dall’arte, e decresce la naturale. Nondimeno ambedue son necessarie all’effetto.
Chiunque poi vive in città grande, per molto che egli sia da natura caldo e svegliato di cuore e d’immaginativa, io non so (eccetto se, ad esempio tuo, non trapassa in solitudine il più del tempo) come possa mai ricevere dalle bellezze o della natura o delle lettere, alcun sentimento tenero o generoso, alcun’immagine sublime o leggiadra. Perciocché poche cose sono tanto contrarie a quello stato dell’animo che ci fa capaci di tali diletti, quanto la conversazione di questi uomini, lo strepito di questi luoghi, lo spettacolo della magnificenza vana, della leggerezza delle menti, della falsità perpetua, delle cure misere e dell’ozio più misero, che vi regnano. Quanto al volgo dei letterati, sto per dire che quello delle città grandi sappia meno far giudizio dei libri, che non sa quello delle città piccole: perché nelle grandi come le altre cose sono per lo più false e vane, così la letteratura comunemente è falsa e vana, o superficiale. E se gli antichi reputavano gli esercizi delle lettere e delle scienze come riposi e sollazzi in comparazione ai negozi, oggi la più parte di quelli che nelle città grandi fanno professione di studiosi, reputano, ed effettualmente usano, gli studi e lo scrivere, come sollazzi e riposi degli altri sollazzi.
Io penso che le opere riguardevoli di pittura, scultura ed architettura, sarebbero godute assai meglio se fossero distribuite per le province, nelle città mediocri e piccole; che accumulate, come sono, nelle metropoli: dove gli uomini, parte pieni d’infiniti pensieri, parte occupati in mille spassi, e coll’animo connaturato, o costretto, anche mal suo grado, allo svagamento, alla frivolezza e alla vanità, rarissime volte sono capaci dei piaceri intimi dello spirito. Oltre che la moltitudine di tante bellezze adunate insieme, distrae l’animo in guisa, che non attendendo a niuna di loro se non poco, non può ricevere un sentimento vivo; o genera tal sazietà, che elle si contemplano colla stessa freddezza interna, che si fa qualunque oggetto volgare. Il simile dico della musica: la quale nelle altre città non si trova esercitata così perfettamente, e con tale apparato, come nelle grandi; dove gli animi sono meno disposti alle commozioni mirabili di quell’arte, e meno, per dir così, musicali, che in ogni altro luogo. Ma nondimeno alle arti è necessario il domicilio delle città grandi sì a conseguire, e sì maggiormente a porre in opera la loro perfezione: e non per questo, da altra parte, è men vero che il diletto che elle porgono quivi agli uomini, è minore assai, che egli non sarebbe altrove. E si può dire che gli artefici nella solitudine e nel silenzio, procurano con assidue vigilie, industrie e sollecitudini, il diletto di persone, che solite a rivolgersi tra la folla e il romore, non gusteranno se non piccolissima parte del frutto di tante fatiche. La qual sorte degli artefici cade anco per qualche proporzionato modo negli scrittori.

CAPITOLO QUINTO

Ma ciò sia detto come per incidenza. Ora tornando in via, dico che gli scritti più vicini alla perfezione, hanno questa proprietà, che ordinariamente alla seconda lettura piacciono più che alla prima. Il contrario avviene in molti libri composti con arte e diligenza non più che mediocre, ma non privi però di un qual si sia pregio estrinseco ed apparente; i quali, riletti che sieno, cadono dall’opinione che l’uomo ne aveva conceputo alla prima lettura. Ma letti gli uni e gli altri una volta sola, ingannano talora in modo anche i dotti ed esperti, che gli ottimi sono posposti ai mediocri. Ora hai a considerare che oggi, eziandio le persone dedite agli studi per instituto di vita, con molta difficoltà s’inducono a rileggere libri recenti, massime il cui genere abbia per suo proprio fine il diletto. La qual cosa non avveniva agli antichi; atteso la minor copia dei libri. Ma in questo tempo ricco delle scritture lasciateci di mano in mano da tanti secoli, in questo presente numero di nazioni letterate, in questa eccessiva copia di libri prodotti giornalmente da ciascheduna di esse, in tanto scambievole commercio fra tutte loro; oltre a ciò, in tanta moltitudine e varietà delle lingue scritte, antiche e moderne, in tanto numero ed ampiezza di scienze e dottrine di ogni maniera, e queste così strettamente connesse e collegate insieme, che lo studioso è necessitato a sforzarsi di abbracciarle tutte, secondo la sua possibilità; ben vedi che manca il tempo alle prime non che alle seconde letture. Però qualunque giudizio vien fatto dei libri nuovi una volta, difficilmente si muta. Aggiungi che per le stesse cause, anche nel primo leggere i detti libri, massime di genere ameno, pochissimi e rarissime volte pongono tanta attenzione e tanto studio, quanto è di bisogno a scoprire la faticosa perfezione, l’arte intima e le virtù modeste e recondite degli scritti. Di modo che in somma oggidì viene a essere peggiore la condizione dei libri perfetti, che dei mediocri; le bellezze o doti di una gran parte dei quali, vere o false, sono esposte agli occhi in maniera, che per piccole che sieno, facilmente si scorgono alla prima vista. E possiamo dire con verità, che oramai l’affaticarsi di scrivere perfettamente, è quasi inutile alla fama. Ma da altra parte, i libri composti, come sono quasi tutti i moderni, frettolosamente, e rimoti da qualunque perfezione; ancorché sieno celebrati per qualche tempo, non possono mancar di perire in breve: come si vede continuamente nell’effetto. Ben è vero che l’uso che oggi si fa dello scrivere è tanto, che eziandio molti scritti degnissimi di memoria, e venuti pure in grido, trasportati indi a poco, e avanti che abbiano potuto (per dir così) radicare la propria celebrità, dall’immenso fiume dei libri nuovi che vengono tutto giorno in luce, periscono senz’altra cagione, dando luogo ad altri, degni o indegni, che occupano la fama per breve spazio. Così, ad un tempo medesimo, una sola gloria è dato a noi di seguire, delle tante che furono proposte agli antichi; e quella stessa con molta più difficoltà si consegue oggi, che anticamente.
Soli in questo naufragio continuo e comune non meno degli scritti nobili che de’ plebei, soprannuotano i libri antichi; i quali per la fama già stabilita e corroborata dalla lunghezza dell’età, non solo si leggono ancora diligentemente, ma si rileggono e studiano. E nota che un libro moderno, eziandio se di perfezione fosse comparabile agli antichi, difficilmente o per nessun modo potrebbe, non dico possedere lo stesso grado di gloria, ma recare altrui tanta giocondità quanta dagli antichi si riceve: e questo per due cagioni. La prima si è, che egli non sarebbe letto con quell’accuratezza e sottilità che si usa negli scritti celebri da gran tempo, né tornato a leggere se non da pochissimi, né studiato da nessuno; perché non si studiano libri, che non sieno scientifici, insino a tanto che non sono divenuti antichi. L’altra si è, che la fama durevole e universale delle scritture, posto che a principio nascesse non da altra causa che dal merito loro proprio ed intrinseco, ciò non ostante, nata e cresciuta che sia, moltiplica in modo il loro pregio, che elle ne divengono assai più grate a leggere, che non furono per l’addietro; e talvolta la maggior parte del diletto che vi si prova, nasce semplicemente dalla stessa fama. Nel qual proposito mi tornano ora alla mente alcune avvertenze notabili di un filosofo francese; il quale(3) in sostanza, discorrendo intorno alle origini dei piaceri umani, dice così. Molte cause di godimento compone e crea l’animo stesso nostro a se proprio, massime collegando tra loro diverse cose. Perciò bene spesso avviene che quello che piacque una volta, piaccia similmente un’altra; solo per essere piaciuto innanzi; congiungendo noi coll’immagine del presente quella del passato. Per modo di esempio, una commediante piaciuta agli spettatori nella scena, piacerà verisimilmente ai medesimi anco nelle sue stanze; perocché sì del suono della sua voce, sì della recitazione, sì dell’essere stati presenti agli applausi riportati dalla donna, e in qualche modo eziandio del concetto di principessa aggiunto a quel proprio che le conviene, si comporrà quasi un misto di più cause, che produrranno un diletto solo. Certo la mente di ciascuno abbonda tutto giorno d’immagini e di considerazioni accessorie alle principali. Di qui nasce che le donne fornite di riputazione grande, e macchiate di qualche difetto piccolo, recano talvolta in onore esso difetto, dando causa agli altri di tenerlo in conto di leggiadria. E veramente il particolare amore che ponghiamo chi ad una chi ad altra donna, è fondato il più delle volte in sulle sole preoccupazioni che nascono in colei favore o dalla nobiltà del sangue, o dalle ricchezze, o dagli onori che le sono renduti o dalla stima che le è portata da certi; spesso eziandio dalla fama, vera o falsa, di bellezza o di grazia, e dallo stesso amore avutole prima o di presente da altre persone. E chi non sa che quasi tutti i piaceri vengono più dalla nostra immaginativa, che dalle proprie qualità delle cose piacevoli?.
Le quali avvertenze quadrando ottimamente agli scritti non meno che alle altre cose, dico che se oggi uscisse alla luce un poema uguale o superiore di pregio intrinseco all’Iliade; letto anche attentissimamente da qualunque più perfetto giudice di cose poetiche, gli riuscirebbe assai meno grato e men dilettevole di quella; e per tanto gli resterebbe in molto minore estimazione: perché le virtù proprie del poema nuovo, non sarebbero aiutate dalla fama di ventisette secoli, né da mille memorie e mille rispetti, come sono le virtù dell’Iliade. Similmente dico, che chiunque leggesse accuratamente o la Gerusalemme o il Furioso, ignorando in tutto o in parte la loro celebrità; proverebbe nella lettura molto minor diletto che gli altri non fanno. Laonde in fine, parlando generalmente, i primi lettori di ciascun’opera egregia, e i contemporanei di chi la scrisse, posto che ella ottenga poi fama nella posterità, sono quelli che in leggerla godono meno di tutti gli altri: il che risulta in grandissimo pregiudizio degli scrittori.

CAPITOLO SESTO

Queste sono in parte le difficoltà che ti contenderanno l’acquisto della gloria appresso agli studiosi, ed agli stessi eccellenti nell’arte dello scrivere e nella dottrina. E quanto a coloro che se bene bastantemente instrutti di quell’erudizione che oggi è parte, si può dire, necessaria di civiltà, non fanno professione alcuna di studi né di scrivere, e leggono solo per passatempo, ben sai che non sono atti a godere più che tanto della bontà dei libri: e questo, oltre al detto innanzi, anche per un’altra cagione, che mi resta a dire. Cioè che questi tali non cercano altro in quello che leggono, fuorché il diletto presente. Ma il presente è piccolo e insipido per natura a tutti gli uomini. Onde ogni cosa più dolce, e come dice Omero,
Venere, il sonno, il canto e le carole
presto e di necessità vengono a noia, se colla presente occupazione non è congiunta la speranza di qualche diletto o comodità futura che ne dipenda. Perocché la condizione dell’uomo non è capace di alcun godimento notabile, che non consista sopra tutto nella speranza, la cui forza è tale, che moltissime occupazioni prive per se di ogni piacere, ed eziandio stucchevoli o faticose, aggiuntavi la speranza di qualche frutto, riescono gratissime e giocondissime, per lunghe che sieno; ed al contrario, le cose che si stimano dilettevoli in se, disgiunte dalla speranza, vengono in fastidio quasi, per così dire, appena gustate. E in tanto veggiamo noi che gli studiosi sono come insaziabili della lettura, anco spesse volte aridissima, e provano un perpetuo diletto nei loro studi, continuati per buona parte del giorno; in quanto che nell’una e negli altri, essi hanno sempre dinanzi agli occhi uno scopo collocato nel futuro, e una speranza di progresso e di giovamento, qualunque egli si sia; e che nello stesso leggere che fanno alcune volte quasi per ozio e per trastullo, non lasciano di proporsi, oltre al diletto presente, qualche altra utilità, più o meno determinata. Dove che gli altri, non mirando nella lettura ad alcun fine che non si contenga, per dir così, nei termini di essa lettura; fino sulle prime carte dei libri più dilettevoli e più soavi, dopo un vano piacere, si trovano sazi: sicché sogliono andare nauseosamente errando di libro in libro, e in fine si maravigliano i più di loro, come altri possa ricevere dalla lunga lezione un lungo diletto. In tal modo, anche da ciò puoi conoscere che qualunque arte, industria o fatica di chi scrive, è perduta quasi del tutto in quanto a queste tali persone: del numero delle quali generalmente si è la più parte dei lettori. Ed anche gli studiosi, mutate coll’andare degli anni, come spesso avviene, la materia e la qualità dei loro studi, appena sopportano la lettura di libri dai quali in altro tempo furono o sarebbero potuti essere dilettati oltre modo; e se bene hanno ancora l’intelligenza e la perizia necessaria a conoscerne il pregio, pure non vi sentono altro che tedio; perché non si aspettano da loro alcuna utilità.

CAPITOLO SETTIMO

Fin qui si è detto dello scrivere in generale, e certe cose che toccano principalmente alle lettere amene, allo studio delle quali ti veggo inclinato più che ad alcun altro. Diciamo ora particolarmente della filosofia; non intendendo però di separar quelle da questa; dalla quale pendono totalmente. Penserai forse che derivando la filosofia dalla ragione, di cui l’universale degli uomini inciviliti partecipa forse più che dell’immaginativa e delle facoltà del cuore; il pregio delle opere filosofiche debba essere conosciuto più facilmente e da maggior numero di persone, che quello de’ poemi, e degli altri scritti che riguardano al dilettevole e al bello. Ora io, per me, stimo che il proporzionato giudizio e il perfetto senso, sia poco meno raro verso quelle, che verso queste. Primieramente abbi per cosa certa, che a far progressi notabili, nella filosofia, non bastano sottilità d’ingegno, e facoltà grande di ragionare, ma si ricerca eziandio molta forza immaginativa; e che il Descartes, Galileo, il Leibnitz, il Newton, il Vico, in quanto all’innata disposizione dei loro ingegni, sarebbero potuti essere sommi poeti; e per lo contrario Omero, Dante, lo Shakespeare, sommi filosofi. Ma perché questa materia, a dichiararla e trattarla appieno, vorrebbe molte parole, e ci dilungherebbe assai dal nostro proposito; perciò contentandomi pure di questo cenno, e passando innanzi, dico che solo i filosofi possono conoscere perfettamente il pregio, e sentire il diletto, dei libri filosofici. Intendo dire in quanto si è alla sostanza, non a qualsivoglia ornamento che possono avere, o di parole o di stile o d’altro. Dunque, come gli uomini di natura, per modo di dire, impoetica, se bene intendono le parole e il senso, non ricevono i moti e le immagini de’ poemi; così bene spesso quelli che non sono dimesticati al meditare e filosofare seco medesimi, o che non sono atti a pensare profondamente, per veri e per accurati che sieno i discorsi e le conclusioni del filosofo, e chiaro il modo che egli usa in espor gli uni e l’altre, intendono le parole e quello che egli vuol dire, ma non la verità de’ suoi detti. Perocché non avendo la facoltà o l’abito di penetrar coi pensieri nell’intimo delle cose, né di sciorre e dividere le proprie idee nelle loro menome parti, né di ragunare e stringere insieme un buon numero di esse idee, né di contemplare colla mente in un tratto molti particolari in modo da poterne trarre un generale, né di seguire indefessamente coll’occhio dell’intelletto un lungo ordine di verità connesse tra loro a mano a mano, né di scoprire le sottili e recondite congiunture che ha ciascuna verità con cento altre; non possono facilmente, o in maniera alcuna, imitare e reiterare colla mente propria le operazioni fatte, né provare le impressioni provate, da quella del filosofo; unico modo a vedere, comprendere, ed estimare convenientemente tutte le cause che indussero esso filosofo a far questo o quel giudizio, affermare o negare questa o quella cosa, dubitar di tale o di tal altra. Sicché quantunque intendano i suoi concetti, non intendono che sieno veri o probabili; non avendo, e non potendo fare, una quasi esperienza della verità e della probabilità loro. Cosa poco diversa da quella che agli uomini naturalmente freddi accade circa le immaginazioni e gli affetti espressi dai poeti. E ben sai che egli è comune al poeta e al filosofo l’internarsi nel profondo degli animi umani, e trarre in luce le loro intime qualità e varietà, gli andamenti, i moti e i successi occulti, le cause e gli effetti dell’une e degli altri: nelle quali cose, quelli che non sono atti a sentire in se la corrispondenza de’ pensieri poetici al vero, non sentono anche, e non conoscono, quella dei filosofici.
Dalle dette cause nasce quello che veggiamo tutto dì, che molte opere egregie, ugualmente chiare ed intelligibili a tutti, ciò non ostante, ad alcuni paiono contenere mille verità certissime; ad altri, mille manifesti errori: onde elle sono impugnate, pubblicamente o privatamente; non solo per malignità o per interesse o per altre simili cagioni, ma eziandio per imbecillità di mente, e per incapacità di sentire e di comprendere la certezza dei loro principii, la rettitudine delle deduzioni e delle conclusioni, e generalmente la convenienza, l’efficacia e la verità dei loro discorsi. Spesse volte le più stupende opere filosofiche sono anche imputate di oscurità, non per colpa degli scrittori, ma per la profondità o la novità dei sentimenti da un lato, e dall’altro l’oscurità dell’intelletto di chi non li potrebbe comprendere in nessun modo. Considera dunque anche nel genere filosofico quanta difficoltà di aver lode, per dovuta che sia. Perocché non puoi dubitare, se anche io non lo esprimo, che il numero dei filosofi veri e profondi, fuori dei quali non è chi sappia far convenevole stima degli altri tali, non sia piccolissimo anche nell’età presente, benché dedita all’amore della filosofia più che le passate. Lascio le varie fazioni, o comunque si convenga chiamarle, in cui sono divisi oggi, come sempre furono, quelli che fanno professione di filosofare: ciascuna delle quali nega ordinariamente la debita lode e stima a quei delle altre; non solo per volontà, ma per avere l’intelletto occupato da altri principii.

CAPITOLO OTTAVO

Se poi (come non è cosa alcuna che io non mi possa promettere di cotesto ingegno) tu salissi col sapere e colla meditazione a tanta altezza, che ti fosse dato, come fu a qualche eletto spirito, di scoprire alcuna principalissima verità, non solo stata prima incognita in ogni tempo, ma rimota al tutto dall’espettazione degli uomini, e al tutto diversa o contraria alle opinioni presenti, anco dei saggi; non pensar di avere a raccorre in tua vita da questo discoprimento alcuna lode non volgare. Anzi non ti sarà data lode, né anche da’ sapienti (eccettuato forse una loro menoma parte), finché ripetute quelle medesime verità, ora da uno ora da altro, a poco a poco e con lunghezza di tempo, gli uomini vi assuefacciano prima gli orecchi e poi l’intelletto. Perocché niuna verità nuova, e del tutto aliena dai giudizi correnti; quando bene dal primo che se ne avvide, fosse dimostrata con evidenza e certezza conforme o simile alla geometrica; non fu mai potuta, se pure le dimostrazioni non furono materiali, introdurre e stabilire nel mondo subitamente; ma solo in corso di tempo, mediante la consuetudine e l’esempio: assuefacendosi gli uomini al credere come ad ogni altra cosa; anzi credendo generalmente per assuefazione, non per certezza di prove concepita nell’animo: tanto che in fine essa verità, cominciata a insegnare ai fanciulli, fu accettata comunemente, ricordata con maraviglia l’ignoranza della medesima, e derise le sentenze diverse o negli antenati o nei presenti. Ma ciò con tanto maggiore difficoltà e lunghezza, quanto queste sì fatte verità nuove e incredibili, furono maggiori e più capitali, e quindi sovvertitrici di maggior numero di opinioni radicate negli animi. Né anche gl’intelletti acuti ed esercitati, sentono facilmente tutta l’efficacia delle ragioni che dimostrano simili verità inaudite, ed eccedenti di troppo spazio i termini delle cognizioni e dell’uso di essi intelletti; massime quando tali razioni e tali verità ripugnano alle credenze inveterate nei medesimi. Il Descartes al suo tempo, nella geometria, la quale egli amplificò maravigliosamente, coll’adattarvi l’algebra e cogli altri suoi trovati, non fu né pure inteso, se non da pochissimi. Il simile accadde al Newton. In vero, la condizione degli uomini disusatamente superiori di sapienza alla propria età, non è molto diversa da quella dei letterati e dotti che vivono in città o province vacue di studi: perocché né questi, come dirò poi, da’ lor cittadini o provinciali, né quelli da’ contemporanei, sono tenuti in quel conto che meriterebbero; anzi spessissime volte sono vilipesi, per la diversità della vita o delle opinioni loro da quelle degli altri, e per la comune insufficienza a conoscere il pregio delle loro facoltà ed opere.
Non è dubbio che il genere umano a questi tempi, e insino dalla restaurazione della civiltà, non vada procedendo innanzi continuamente nel sapere. Ma il suo procedere è tardo e misurato: laddove gli spiriti sommi e singolari, che si danno alla speculazione di quest’universo sensibile all’uomo o intelligibile, ed al rintracciamento del vero, camminano, anzi talora corrono, velocemente, e quasi senza misura alcuna. E non per questo è possibile che il mondo, in vederli procedere così spediti, affretti il cammino tanto, che giunga con loro o poco più tardi di loro, colà dove essi per ultimo si rimangono. Anzi non esce del suo passo; e non si conduce alcune volte a questo o a quel termine, se non solamente in ispazio di uno o di più secoli da poi che qualche alto spirito vi si fu condotto.
È sentimento, si può dire, universale, che il sapere umano debba la maggior parte del suo progresso a quegl’ingegni supremi, che sorgono di tempo in tempo, quando uno quando altro, quasi miracoli di natura. Io per lo contrario stimo che esso debba agl’ingegni ordinari il più, agli straordinari pochissimo. Uno di questi, ponghiamo, fornito che egli ha colla dottrina lo spazio delle conoscenze de’ suoi contemporanei, procede nel sapere, per dir così, dieci passi più innanzi. Ma gli altri uomini, non solo non si dispongono a seguitarlo, anzi il più delle volte, per tacere il peggio, si ridono del suo progresso. Intanto molti ingegni mediocri, forse in parte aiutandosi dei pensieri e delle scoperte di quel sommo, ma principalmente per mezzo degli studi propri, fanno congiuntamente un passo; nel che per la brevità dello spazio, cioè per la poca novità delle sentenze, ed anche per la moltitudine di quelli che ne sono autori, in capo di qualche anno, sono seguitati universalmente. Così, procedendo, giusta il consueto, a poco a poco, e per opera ed esempio di altri intelletti mediocri, gli uomini compiono finalmente il decimo passo; e le sentenze di quel sommo sono comunemente accettate per vere in tutte le nazioni civili. Ma esso, già spento da gran tempo, non acquista pure per tal successo una tarda e intempestiva riputazione; parte per essere già mancata la sua memoria, o perché l’opinione ingiusta avuta di lui mentre visse, confermata dalla lunga consuetudine, prevale a ogni altro rispetto; parte perché gli uomini non sono venuti a questo grado di cognizioni per opera sua, e parte perché già nel sapere gli sono uguali, presto lo sormonteranno, e forse gli sono superiori anche al presente, per essersi potute colla lunghezza del tempo dimostrare e dichiarare meglio le verità immaginate da lui, ridurre le sue congetture a certezza, dare ordine e forma migliore a’ suoi trovati, e quasi maturarli. Se non che forse qualcuno degli studiosi, riandando le memorie dei tempi addietro, considerate le opinioni di quel grande, e messe a riscontro con quelle de’ suoi posteri, si avvede come e quanto egli precorresse il genere umano, e gli porge alcune lodi, che levano poco romore, e vanno presto in dimenticanza.
Se bene il progresso del sapere umano, come il cadere dei gravi, acquista di momento in momento, maggiore celerità; nondimeno egli è molto difficile ad avvenire che una medesima generazione d’uomini muti sentenza, o conosca gli errori propri, in guisa, che ella creda oggi il contrario di quel che credette in altro tempo. Bensì prepara tali mezzi alla susseguente, che questa poi conosce e crede in molte cose il contrario di quella. Ma come niuno sente il perpetuo moto che ci trasporta in giro insieme colla terra, così l’universale degli uomini non si avvede del continuo procedere che fanno le sue conoscenze, né dell’assiduo variare de’ suoi giudizi. E mai non muta opinione in maniera, che egli si creda di mutarla. Ma certo non potrebbe fare di non crederlo e di non avvedersene, ogni volta che egli abbracciasse subitamente una sentenza molto aliena da quelle tenute or ora. Per tanto, niuna verità così fatta, salvo che non cada sotto ai sensi, sarà mai creduta comunemente dai contemporanei del primo che la conobbe.

CAPITOLO NONO

Facciamo che superato ogni ostacolo, aiutato il valore dalla fortuna, abbi conseguito in fatti, non pur celebrità, ma gloria, e non dopo morte ma in vita. Veggiamo che frutto ne ritrarrai. Primieramente quel desiderio degli uomini di vederti e conoscerti di persona, quell’essere mostrato a dito quell’onore e quella riverenza significata dai presenti cogli atti e colle parole, nelle quali cose consiste la massima utilità di questa gloria che nasce dagli scritti, parrebbe che più facilmente ti dovessero intervenire nelle città piccole, che nelle grandi; dove gli occhi e gli animi sono distratti e rapiti parte dalla potenza, parte dalla ricchezza, in ultimo dalle arti che servono all’intrattenimento e alla giocondità della vita inutile. Ma come le città piccole mancano per lo più di mezzi e di sussidi onde altri venga all’eccellenza nelle lettere e nelle dottrine; e come tutto il raro e il pregevole concorre e si aduna nelle città grandi; perciò le piccole, di rado abitate dai dotti, e prive ordinariamente di buoni studi, sogliono tenere tanto basso conto, non solo della dottrina e della sapienza, ma della stessa fama che alcuno si ha procacciata con questi mezzi, che l’una e l’altre in quei luoghi non sono pur materia d’invidia. E se per caso qualche persona riguardevole o anche straordinaria d’ingegno e di studi, si trova abitare in luogo piccolo; l’esservi al tutto unica, non tanto non le accresce pregio, ma le nuoce in modo, che spesse volte, quando anche famosa al di fuori, ella è, nella consuetudine di quegli uomini, la più negletta e oscura persona del luogo. Come là dove l’oro e l’argento fossero ignoti e senza pregio, chiunque essendo privo di ogni altro avere, abbondasse di questi metalli, non sarebbe più ricco degli altri, anzi poverissimo, e per tale avuto; così là dove l’ingegno e la dottrina non si conoscono, e non conosciuti non si apprezzano, quivi se pur vi ha qualcuno che ne abbondi, questi non ha facoltà di soprastare agli altri, e quando non abbia altri beni, è tenuto a vile. E tanto egli è lungi da potere essere onorato in simili luoghi, che bene spesso egli vi è riputato maggiore che non è in fatti, né perciò tenuto in alcuna stima. Al tempo che, giovanetto, io mi riduceva talvolta nel mio piccolo Bosisio; conosciutosi per la terra ch’io soleva attendere agli studi, e mi esercitava alcun poco nello scrivere; i terrazzani mi riputavano poeta, filosofo, fisico, matematico, medico, legista, teologo e perito di tutte le lingue del mondo; e m’interrogavano senza fare una menoma differenza, sopra qualunque punto di qual si sia disciplina o favella intervenisse per alcun accidente nel ragionare. E non per questa loro opinione mi stimavano da molto; anzi mi credevano minore assai di tutti gli uomini dotti degli altri luoghi. Ma se io li lasciava venire in dubbio che la mia dottrina fosse pure un poco meno smisurata che essi non pensavano, io scadeva ancora moltissimo nel loro concetto, e all’ultimo si persuadevano che essa mia dottrina non si stendesse niente più che la loro.
Nelle città grandi, quanti ostacoli si frappongano, siccome all’acquisto della gloria, così a poter godere il frutto dell’acquistata, non ti sarà difficile a giudicare dalle cose dette alquanto innanzi. Ora aggiungo, che quantunque nessuna fama sia più difficile a meritare, che quella di egregio poeta o di scrittore ameno o di filosofo, alle quali tu miri principalmente, nessuna con tutto questo riesce meno fruttuosa a chi la possiede. Non ti sono ignote le querele perpetue, gli antichi e i moderni esempi, della povertà e delle sventure de’ poeti sommi. In Omero, tutto (per così dire) è vago e leggiadramente indefinito, siccome nella poesia, così nella persona, di cui la patria, la vita, ogni cosa, è come un arcano impenetrabile agli uomini. Solo, in tanta incertezza e ignoranza, si ha da una costantissima tradizione, che Omero fu povero e infelice: quasi che la fama e la memoria dei secoli non abbia voluto lasciar luogo a dubitare che la fortuna degli altri poeti eccellenti non fosse comune al principe della poesia. Ma lasciando degli altri beni, e dicendo solo dell’onore, nessuna fama nell’uso della vita suol essere meno onorevole, e meno utile a esser tenuto da più degli altri, che sieno le specificate or ora. O che la moltitudine delle persone che le ottengono senza merito, e la stessa immensa difficoltà di meritarle, tolgano pregio e fede a tali riputazioni; o piuttosto perché quasi tutti gli uomini d’ingegno leggermente culto, si credono avere essi medesimi, o potere facilmente acquistare, tanta notizia e facoltà sì di lettere amene e sì di filosofia, che non riconoscono per molto superiori a se quelli che veramente vagliono in queste cose; o parte per l’una, parte per l’altra cagione; certo si è che l’aver nome di mediocre matematico, fisico, filologo, antiquario; di mediocre pittore, scultore, musico; di essere mezzanamente versato anche in una sola lingua antica o pellegrina; è causa di ottenere appresso al comune degli uomini, eziandio nelle città migliori, molta più considerazione e stima, che non si ottiene coll’essere conosciuto e celebrato dai buoni giudici per filosofo o poeta insigne, o per uomo eccellente nell’arte del bello scrivere. Così le due parti più nobili, più faticose ad acquistare, più straordinarie, più stupende; le due sommità, per così dire, dell’arte e della scienza umana; dico la poesia e la filosofia; sono in chi le professa, specialmente oggi, le facoltà più neglette del mondo; posposte ancora alle arti che si esercitano principalmente colla mano, così per altri rispetti, come perché niuno presume né di possedere alcuna di queste non avendola procacciata, né di poterla procacciare senza studio e fatica. In fine, il poeta e il filosofo non hanno in vita altro frutto del loro ingegno, altro premio dei loro studi, se non forse una gloria nata e contenuta fra un piccolissimo numero di persone. Ed anche questa è una delle molte cose nelle quali si conviene colla poesia la filosofia, povera anch’essa e nuda, come canta il Petrarca(4) non solo di ogni altro bene, ma di riverenza e di onore.

CAPITOLO DECIMO

Non potendo nella conversazione degli uomini godere quasi alcun beneficio della tua gloria, la maggiore utilità che ne ritrarrai, sarà di rivolgerla nell’animo e di compiacertene teco stesso nel silenzio della tua solitudine, con pigliarne stimolo e conforto a nuove fatiche, e fartene fondamento a nuove speranze. Perocché la gloria degli scrittori, non solo, come tutti i beni degli uomini, riesce più grata da lungi che da vicino, ma non è mai, si può dire, presente a chi la possiede, e non si ritrova in nessun luogo.
Dunque per ultimo ricorrerai coll’immaginativa a quell’estremo rifugio e conforto degli animi grandi, che è la posterità. Nel modo che Cicerone, ricco non di una semplice gloria, né questa volgare e tenue, ma di una molteplice, e disusata, e quanta ad un sommo antico e romano, tra uomini romani e antichi, era conveniente che pervenisse; nondimeno si volge col desiderio alle generazioni future, dicendo, benché sotto altra persona:(5) pensi tu che io mi fossi potuto indurre a prendere e a sostenere tante fatiche il dì e la notte, in città e nel campo, se avessi creduto che la mia gloria non fosse per passare i termini della mia vita? Non era molto più da eleggere un vivere ozioso e tranquillo, senza alcuna fatica o sollecitudine? Ma l’animo mio, non so come, quasi levato alto il capo, mirava di continuo alla posterità in modo, come se egli, passato che fosse di vita, allora finalmente fosse per vivere. Il che da Cicerone si riferisce a un sentimento dell’immortalità degli animi propri, ingenerato da natura nei petti umani. Ma la cagione vera si è, che tutti i beni del mondo non prima sono acquistati, che si conoscono indegni delle cure e delle fatiche avute in procacciarli; massimamente la gloria, che fra tutti gli altri è di maggior prezzo a comperare, e di meno uso a possedere. Ma come, secondo il detto di Simonide,(6)

La bella speme tutti ci nutrica
Di sembianze beate;
Onde ciascuno indarno si affatica;
Altri l’aurora amica, altri l’etate
O la stagione aspetta;
E nullo in terra il mortal corso affretta,
Cui nell’anno avvenir facili e pii
Con Pluto gli altri iddii
La mente non prometta;

così, di mano in mano che altri per prova è fatto certo della vanità della gloria, la speranza, quasi cacciata e inseguita di luogo in luogo, in ultimo non avendo più dove riposarsi in tutto lo spazio della vita, non perciò vien meno, ma passata di là dalla stessa morte, si ferma nella posterità. Perocché l’uomo è sempre inclinato e necessitato a sostenersi del ben futuro, così come egli è sempre malissimo soddisfatto del bene presente. Laonde quelli che sono desiderosi di gloria, ottenutala pure in vita, si pascono principalmente di quella che sperano possedere dopo la morte, nel modo stesso che niuno è così felice oggi, che disprezzando la vana felicità presente, non si conforti col pensiero di quella parimente vana, che egli si promette nell’avvenire.

CAPITOLO UNDECIMO

Ma in fine, che è questo ricorrere che facciamo alla posterità? Certo la natura dell’immaginazione umana porta che si faccia dei posteri maggior concetto e migliore, che non si fa dei presenti, né dei passati eziandio; solo perché degli uomini che ancora non sono, non possiamo avere alcuna contezza, né per pratica né per fama. Ma riguardando alla ragione, e non all’immaginazione, crediamo noi che in effetto quelli che verranno, abbiano a essere migliori dei presenti? Io credo piuttosto il contrario, ed ho per veridico il proverbio, che il mondo invecchia peggiorando. Miglior condizione mi parrebbe quella degli uomini egregi, se potessero appellare ai passati, i quali, a dire di Cicerone,(7) non furono inferiori di numero a quello che saranno i posteri, e di virtù furono superiori assai. Ma certo il più valoroso uomo di questo secolo non riceverà dagli antichi alcuna lode. Concedasi che i futuri, in quanto saranno liberi dall’emulazione, dall’invidia, dall’amore e dall’odio, non già tra se stessi, ma verso noi, sieno per essere più diritti estimatori delle cose nostre, che non sono i contemporanei. Forse anco per gli altri rispetti saranno migliori giudici? Pensiamo noi, per dir solamente di quello che tocca agli studi, che i posteri sieno per avere un maggior numero di poeti eccellenti, di scrittori ottimi, di filosofi veri e profondi? poiché si è veduto che questi soli possono fare degna stima dei loro simili. Ovvero, che il giudizio di questi avrà maggiore efficacia nella moltitudine di allora, che non ha quello dei nostri nella presente? Crediamo che nel comune degli uomini le facoltà del cuore, dell’immaginativa, dell’intelletto, saranno maggiori che non sono oggi?
Nelle lettere amene non veggiamo noi quanti secoli sono stati di sì perverso giudizio, che disprezzata la vera eccellenza dello scrivere, dimenticati o derisi gli ottimi scrittori antichi o nuovi, hanno amato e pregiato costantemente questo o quel modo barbaro; tenendolo eziandio per solo convenevole e naturale; perché qualsivoglia consuetudine, quantunque corrotta e pessima, difficilmente si discerne dalla natura? E ciò non si trova essere avvenuto in secoli e nazioni per altro gentili e nobili? Che certezza abbiamo noi che la posterità sia per lodar sempre quei modi dello scrivere che noi lodiamo? se pure oggi si lodano quelli che sono lodevoli veramente. Certo i giudizi e le inclinazioni degli uomini circa le bellezze dello scrivere, sono mutabilissime, e varie secondo i tempi, le nature dei luoghi e dei popoli, i costumi, gli usi, le persone. Ora a questa varietà ed incostanza è forza che soggiaccia medesimamente la gloria degli scrittori.
Anche più varia e mutabile si è la condizione così della filosofia come delle altre scienze: se bene al primo aspetto pare il contrario: perché le lettere amene riguardano al bello, che pende in gran parte dalle consuetudini e dalle opinioni; le scienze al vero, ch’è immobile e non patisce cambiamento. Ma come questo vero è celato ai mortali, se non quanto i secoli ne discuoprono a poco a poco; però da una parte, sforzandosi gli uomini di conoscerlo, congetturandolo, abbracciando questa o quella apparenza in sua vece, si dividono in molte opinioni e molte sette: onde si genera nelle scienze non piccola varietà. Da altra parte, colle nuove notizie e coi nuovi quasi barlumi del vero, che si vengono acquistando di mano in mano, crescono le scienze di continuo: per la qual cosa, e perché vi prevagliono in diversi tempi diverse opinioni, che tengono luogo di certezze, avviene che esse, poco o nulla durando in un medesimo stato, cangiano forma e qualità di tratto in tratto. Lascio il primo punto, cioè la varietà; che forse non è di minore nocumento alla gloria dei filosofi o degli scienziati appresso ai loro posteri, che appresso ai contemporanei. Ma la mutabilità delle scienze e della filosofia, quanto pensi tu che debba nuocere a questa gloria nella posterità? Quando per nuove scoperte fatte, o per nuove supposizioni e congetture, lo stato di una o di altra scienza sarà notabilmente mutato da quello che egli è nel nostro secolo; in che stima saranno tenuti gli scritti e i pensieri di quegli uomini che oggi in essa scienza hanno maggior lode? Chi legge ora più le opere di Galileo? Ma certo elle furono al suo tempo mirabilissime; né forse migliori, né più degne di un intelletto sommo, né piene di maggiori trovati e di concetti più nobili, si potevano allora scrivere in quelle materie. Nondimeno ogni mediocre fisico o matematico dell’età presente, si trova essere, nell’una o nell’altra scienza, molto superiore a Galileo. Quanti leggono oggidì gli scritti del cancellier Bacone? chi si cura di quello del Mallebranche? e la stessa opera del Locke, se i progressi della scienza quasi fondata da lui, saranno in futuro così rapidi, come mostrano dover essere, quanto tempo andrà per le mani degli uomini?
Veramente la stessa forza d’ingegno, la stessa industria e fatica, che i filosofi e gli scienziati usano a procurare la propria gloria, coll’andare del tempo sono causa o di spegnerla o di oscurarla. Perocché dall’aumento che essi recano ciascuno alla loro scienza, e per cui vengono in grido, nascono altri aumenti, per li quali il nome e gli scritti loro vanno a poco a poco in disuso. E certo è difficile ai più degli uomini l’ammirare e venerare in altri una scienza molto inferiore alla propria. Ora chi può dubitare che l’età prossima non abbia a conoscere la falsità di moltissime cose affermate oggi o credute da quelli che nel sapere sono primi, e a superare di non piccolo tratto nella notizia del vero l’età presente?

CAPITOLO DUODECIMO

Forse in ultimo luogo ricercherai d’intendere il mio parere e consiglio espresso, se a te, per il tuo meglio, si convenga più di proseguire o di omettere il cammino di questa gloria, sì povera di utilità, sì difficile e incerta non meno a ritenere che a conseguire, simile all’ombra, che quando tu l’abbi tra le mani, non puoi né sentirla, né fermarla che non si fugga. Dirò brevemente, senz’alcuna dissimulazione, il mio parere. Io stimo che cotesta tua maravigliosa acutezza e forza d’intendimento, cotesta nobiltà, caldezza e fecondità di cuore e d’immaginativa, sieno di tutte le qualità che la sorte dispensa agli animi umani, le più dannose e lacrimevoli a chi le riceve. Ma ricevute che sono, con difficoltà si fugge il loro danno: e da altra parte, a questi tempi, quasi l’unica utilità che elle possono dare, si è questa gloria che talvolta se ne ritrae con applicarle alle lettere e alle dottrine. Dunque, come fanno quei poveri che essendo per alcun accidente manchevoli o mal disposti di qualche loro membro, s’ingegnano di volgere questo loro infortunio al maggior profitto che possono, giovandosi di quello a muovere per mezzo della misericordia la liberalità degli uomini: così la mia sentenza è, che tu debba industriarti di ricavare a ogni modo da coteste tue qualità quel solo bene, quantunque piccolo e incerto, che sono atte a produrre. Comunemente elle sono avute per benefizi e doni della natura, e invidiate spesso da chi ne è privo, ai passati o ai presenti che le sortirono. Cosa non meno contraria al retto senso, che se qualche uomo sano invidiasse a quei miseri che io diceva, le calamità del loro corpo; quasi che il danno di quelle fosse da eleggere volentieri, per conto dell’infelice guadagno che partoriscono. Gli altri attendono a operare, per quanto concedono i tempi, e a godere, quanto comporta questa condizione mortale. Gli scrittori grandi, incapaci, per natura o per abito, di molti piaceri umani; privi di altri molti per volontà; non di rado negletti nel consorzio degli uomini, se non forse dai pochi che seguono i medesimi studi; hanno per destino di condurre una vita simile alla morte, e vivere, se pur l’ottengono, dopo sepolti. Ma il nostro fato, dove che egli ci tragga, è da seguire con animo forte e grande; la qual cosa è richiesta massime alla tua virtù, e di quelli che ti somigliano.

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Giuseppe Parini – Il bisogno

Oh tiranno Signore
De’ miseri mortali,
Oh male oh persuasore
Orribile di mali
Bisogno, e che non spezza
Tua indomita fierezza!

Di valli adamantini
Cinge i cor la virtude;
Ma tu gli urti e rovini;
E tutto a te si schiude.
Entri, e i nobili affetti
O strozzi od assoggetti.

Oltre corri, e fremente
Strappi Ragion dal soglio;
E il regno de la mente
Occupi pien d’orgoglio,
E ti poni a sedere
Tiranno del pensiere.

Con le folgori in mano
La legge alto minaccia;
Ma il periglio lontano
Non scolora la faccia
Di chi senza soccorso
Ha il tuo peso sul dorso.

Al misero mortale
Ogni lume s’ammorza:
Ver la scesa del male
Tu lo strascini a forza:
Ei di sè stesso in bando
Va giù precipitando.

Ahi l’infelice allora
I común patti rompe;
Ogni confine ignora;
Ne’ beni altrui prorompe;
Mangia i rapiti pani
Con sanguinose mani.

Ma quali odo lamenti
E stridor di catene;
E ingegnosi strumenti
Veggo d’atroci pene
Là per quegli antri oscuri
Cinti d’orridi muri?

Colà Temide armata
Tien giudizj funesti
Su la turba affannata,
Che tu persuadesti
A romper gli altrui dritti
O padre di delitti.

Meco vieni al cospetto
Del nume che vi siede.
No non avrà dispetto
Che tu v’innoltri il piede.
Da lui con lieto volto
Anco il Bisogno è accolto.

O ministri di Temi
Le spade sospendete:
Da i pulpiti supremi
Quà l’orecchio volgete.
Chi è che pietà niega
Al Bisogno che prega?

Perdon, dic’ei, perdono
Ai miseri cruciati.
Io son l’autore io sono
De’ lor primi peccati.
Sia contro a me diretta
La pubblica vendetta.

Ma quale a tai parole
Giudice si commove?
Qual dell’umana prole
A pietade si move?
Tu WIRTZ uom saggio e giusto
Ne dai l’esempio augusto:

Tu cui sì spesso vinse
Dolor de gl’infelici,
Che il Bisogno sospinse
A por le rapitrici
Mani nell’altrui parte
O per forza o per arte:

E il carcere temuto
Lor lieto spalancasti:
E dando oro ed aiuto,
Generoso insegnasti
Come senza le pene
Il fallo si previene.

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Giuseppe Parini – La vita rustica

Perchè turbarmi l’anima,
O d’oro e d’onor brame,
Se del mio viver Atropo
Presso è a troncar lo stame?
E già per me si piega
Sul remo il nocchier brun
Colà donde si niega
Che più ritorni alcun?

Queste che ancor ne avanzano
Ore fugaci e meste,
Belle ci renda e amabili
La libertade agreste.
Quì Cerere ne manda
Le biade, e Bacco il vin:
Quì di fior s’inghirlanda
Bella innocenza il crin.

So che felice stimasi
Il possessor d’un’arca,
Che Pluto abbia propizio
Di gran tesoro carca:
Ma so ancor che al potente
Palpita oppresso il cor
Sotto la man sovente
Del gelato timor.

Me non nato a percotere
Le dure illustri porte
Nudo accorrà, ma libero
Il regno de la morte.
No, ricchezza nè onore
Con frode o con viltà
Il secol venditore
Mercar non mi vedrà.

Colli beati e placidi,
Che il vago Èupili mio
Cingete con dolcissimo
Insensibil pendìo,
Dal bel rapirmi sento,
Che natura vi diè;
Ed esule contento
A voi rivolgo il piè.

Già la quiete, a gli uomini
Sì sconosciuta, in seno
De le vostr’ombre apprestami
Caro albergo sereno:
E le cure e gli affanni
Quindi lunge volar
Scorgo, e gire i tiranni
Superbi ad agitar.

In van con cerchio orribile,
Quasi campo di biade,
I lor palagi attorniano
Temute lance e spade;
Però ch’entro al lor petto
Penetra nondimen
Il trepido sospetto
Armato di velen.

Qual porteranno invidia
A me, che di fior cinto
Tra la famiglia rustica
A nessun giogo avvinto,
Come solea in Anfriso
Febo pastor, vivrò;
E sempre con un viso
La cetra sonerò!

Non fila d’oro nobili
D’illustre fabbro cura
Io scoterò, ma semplici
E care a la natura.
Quelle abbia il vate esperto
Nell’adulazïon
Chè la virtude e il merto
Daran legge al mio suon.

Inni dal petto supplice
Alzerò spesso a i cieli,
Sì che lontan si volgano
I turbini crudeli;
E da noi lunge avvampi
L’aspro sdegno guerrier;
Nè ci calpesti i campi
L’inimico destrier.

E, perchè a i numi il fulmine
Di man più facil cada,
Pingerò lor la misera
Sassonica contrada,
Che vide arse sue spiche
In un momento sol;
E gir mille fatiche
Col tetro fumo a vol.

E te villan sollecito,
Che per nov’orme il tralcio
Saprai guidar frenandolo
Col pieghevole salcio:
E te, che steril parte
Del tuo terren, di più
Render farai, con arte
Che ignota al padre fu:

Te co’ miei carmi a i posteri
Farò passar felice:
Di te parlar più secoli
S’udirà la pendice.
E sotto l’alte piante
Vedransi a riverir
Le quete ossa compiante
I posteri venir.

Tale a me pur concedasi
Chiuder campi beati
Nel vostro almo ricovero
I giorni fortunati.
Ah quella è vera fama
D’uom che lasciar può quì
Lunga ancor di sè brama
Dopo l’ultimo dì!

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Giuseppe Parini – La salubrità dell’aria

Oh beato terreno
Del vago EUPILI mio,
Ecco al fin nel tuo seno
M’accogli; e del natìo
Aere mi circondi;
E il petto avido inondi.

Già nel polmon capace
Urta sè stesso e scende
Quest’etere vivace,
Che gli egri spirti accende,
E le forze rintegra,
E l’animo rallegra.

Però ch’austro scortese
Quì suoi vapor non mena:
E guarda il bel paese
Alta di monti schiena,
Cui sormontar non vale
Borea con rigid’ ale.

Nè quì giaccion paludi,
Che dall’impuro letto
Mandino a i capi ignudi
Nuvol di morbi infetto:
E il meriggio a’ bei colli
Asciuga i dorsi molli.

Pera colui che primo
A le triste ozïose
Acque e al fetido limo
La mia cittade espose;
E per lucro ebbe a vile
La salute civile.

Certo colui del fiume
Di Stige ora s’impaccia
Tra l’orribil bitume,
Onde alzando la faccia
Bestemmia il fango e l’acque,
Che radunar gli piacque.

Mira dipinti in viso
Di mortali pallori
Entro al mal nato riso
I languenti cultori;
E trema o cittadino,
Che a te il soffri vicino.

Io de’ miei colli ameni
Nel bel clima innocente
Passerò i dì sereni
Tra la beata gente,
Che di fatiche onusta
È vegeta e robusta.

Quì con la mente sgombra,
Di pure linfe asterso,
Sotto ad una fresc’ ombra
Celebrerò col verso
I villan vispi e sciolti
Sparsi per li ricolti;

E i membri non mai stanchi
Dietro al crescente pane;
E i baldanzosi fianchi
De le ardite villane;
E il bel volto giocondo
Fra il bruno e il rubicondo,

Dicendo: Oh fortunate
Genti, che in dolci tempre
Quest’aura respirate
Rotta e purgata sempre
Da venti fuggitivi
E da limpidi rivi.

Ben larga ancor natura
Fu a la città superba
Di cielo e d’aria pura:
Ma chi i bei doni or serba
Fra il lusso e l’avarizia
E la stolta pigrizia?

Ahi non bastò che intorno
Putridi stagni avesse;
Anzi a turbarne il giorno
Sotto a le mura stesse
Trasse gli scelerati
Rivi a marcir su i prati

E la comun salute
Sagrificossi al pasto
D’ambizïose mute,
Che poi con crudo fasto
Calchin per l’ampie strade
Il popolo che cade.

A voi il timo e il croco
E la menta selvaggia
L’aere per ogni loco
De’ varj atomi irraggia,
Che con soavi e cari
Sensi pungon le nari.

Ma al piè de’ gran palagi
Là il fimo alto fermenta;
E di sali malvagi
Ammorba l’aria lenta,
Che a stagnar si rimase
Tra le sublimi case.

Quivi i lari plebei
Da le spregiate crete
D’umor fracidi e rei
Versan fonti indiscrete;
Onde il vapor s’aggira;
E col fiato s’inspira.

Spenti animai, ridotti
Per le frequenti vie,
De gli aliti corrotti
Empion l’estivo die:
Spettacolo deforme
Del cittadin su l’orme!

Nè a pena cadde il sole
Che vaganti latrine
Con spalancate gole
Lustran ogni confine
De la città, che desta
Beve l’aura molesta.

Gridan le leggi è vero;
E Temi bieco guata:
Ma sol di sè pensiero
Ha l’inerzia privata.
Stolto! E mirar non vuoi
Ne’ comun danni i tuoi?

Ma dove ahi corro e vago
Lontano da le belle
Colline e dal bel lago
E dalle villanelle,
A cui sì vivo e schietto
Aere ondeggiar fa il petto?

Va per negletta via
Ognor l’util cercando
La calda fantasìa,
Che sol felice è quando
L’utile unir può al vanto
Di lusinghevol canto.

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Giuseppe Parini – L’innesto del vaiuolo – Al dottore Gianmaria Bicetti de’ Buttinoni

O Genovese ove ne vai? qual raggio
Brilla di speme su le audaci antenne?
Non temi oimè le penne
Non anco esperte degli ignoti venti?
Qual ti affida coraggio
All’intentato piano
De lo immenso oceano?
Senti le beffe dell’Europa, senti
Come deride i tuoi sperati eventi.

Ma tu il vulgo dispregia. Erra chi dice,
Che natura ponesse all’uom confine
Di vaste acque marine,
Se gli diè mente onde lor freno imporre:
E dall’alta pendice
Insegnolli a guidare
I gran tronchi sul mare,
E in poderoso canape raccorre
I venti, onde su l’acque ardito scorre.

Così l’eroe nocchier pensa, ed abbatte
I paventati d’Ercole pilastri;
Saluta novelli astri;
E di nuove tempeste ode il ruggito.
Veggon le stupefatte
Genti dell’orbe ascoso
Lo stranier portentoso.
Ei riede; e mostra i suoi tesori ardito
All’Europa, che il beffa ancor sul lito.

Più dell’oro, BICETTI, all’Uomo è cara
Questa del viver suo lunga speranza:
Più dell’oro possanza
Sopra gli animi umani ha la bellezza.
E pur la turba ignara
Or condanna il cimento,
Or resiste all’evento
Di chi ‘l doppio tesor le reca; e sprezza
I novi mondi al prisco mondo avvezza.

Come biada orgogliosa in campo estivo,
Cresce di santi abbracciamenti il frutto.
Ringiovanisce tutto
Nell’aspetto de’ figli il caro padre;
E dentro al cor giulivo
Contemplando la speme
De le sue ore estreme,
Già cultori apparecchia artieri e squadre
A la patria d’eroi famosa madre.

Crescete o pargoletti: un dì sarete
Tu forte appoggio de le patrie mura,
E tu soave cura,
E lusinghevol’ esca ai casti cori.
Ma, oh dio, qual falce miete
De la ridente messe
Le sì dolci promesse?
O quai d’atroce grandine furori
Ne sfregiano il bel verde e i primi fiori?

Fra le tenere membra orribil siede
Tacito seme: e d’improvviso il desta
Una furia funesta
De la stirpe degli uomini flagello.
Urta al di dentro, e fiede
Con lièvito mortale;
E la macchina frale
O al tutto abbatte, o le rapisce il bello,
Quasi a statua d’eroe rival scarpello.

Tutti la furia indomita vorace
Tutti una volta assale ai più verd’anni:
E le strida e gli affanni
Dai tugurj conduce a’ regj tetti;
E con la man rapace
Ne le tombe condensa
Prole d’uomini immensa.
Sfugge taluno è vero ai guardi infetti;
Ma palpitando peggior fato aspetti.

Oh miseri! che val di medic’ arte
Nè studj oprar nè farmachi nè mani?
Tutti i sudor son vani
Quando il morbo nemico è su la porta;
E vigor gli comparte
De la sorpresa salma
La non perfetta calma.
Oh debil’ arte, oh mal secura scorta,
Che il male attendi, e no ‘l previeni accorta!

Già non l’attende in orïente il folto
Popol che noi chiamiam barbaro e rude;
Ma sagace delude
Il fiero inevitabile demòne.
Poichè il buon punto ha colto
Onde il mostro conquida,
Coraggioso lo sfida;
E lo astrigne ad usar ne la tenzone
L’armi, che ottuse tra le man gli pone.

Del regnante velen spontaneo elegge
Quel ch’è men tristo; e macolar ne suole
La ben amata prole,
Che non più recidiva in salvo torna.
Però d’umano gregge
Va Pechino coperto;
E di femmineo merto
Tesoreggia il Circasso, e i chiostri adorna
Ove la Dea di Cipri orba soggiorna.

O Montegù, qual peregrina nave,
Barbare terre misurando e mari,
E di popoli varj
Diseppellendo antiqui regni e vasti,
E a noi tornando grave
Di strana gemma e d’auro,
Portò sì gran tesauro,
Che a pareggiare non che a vincer basti
Quel, che tu dall’Eussino a noi recasti?

Rise l’Anglia la Francia Italia rise
Al rammentar del favoloso Innesto:
E il giudizio molesto
De la falsa ragione incontro alzosse.
In van l’effetto arrise
A le imprese tentate;
Chè la falsa pietate
Contro al suo bene e contro al ver si mosse,
E di lamento femminile armosse.

Ben fur preste a raccor gl’infausti doni
Che, attraversando l’oceàno aprico,
Lor condusse Americo;
E ad ambe man li trangugiaron pronte.
De’ lacerati troni
Gli avanzi sanguinosi,
E i frutti velenosi
Strinser gioiendo; e da lo stesso fonte
De la vita succhiar spasimi ed onte.

Tal del folle mortal tale è la sorte:
Contra ragione or di natura abusa;
Or di ragion mal usa
Contra natura che i suoi don gli porge.
Questa a schifar la morte
Insegnò madre amante
A un popolo ignorante;
E il popol colto, che tropp’alto scorge,
Contro ai consigli di tal madre insorge.

Sempre il novo, ch’è grande, appar menzogna,
Mio BICETTI, al volgar debile ingegno:
Ma imperturbato il regno
De’ saggi dietro all’utile s’ostina.
Minaccia nè vergogna
No ‘l frena, no ‘l rimove;
Prove accumula a prove;
Del popolare error l’idol rovina,
E la salute ai posteri destina.

Così l’Anglia la Francia Italia vide
Drappel di saggi contro al vulgo armarse.
Lor zelo indomit’ arse,
E di popolo in popolo s’accese.
Contro all’armi omicide
Non più debole e nudo;
Ma sotto a certo scudo
Il tenero garzon cauto discese,
E il fato inesorabile sorprese.

Tu sull’orme di quelli ardito corri
Tu pur, BICETTI; e di combatter tenta
La pietà violenta
Che a le Insubriche madri il core implica.
L’umanità soccorri;
Spregia l’ingiusto soglio
Ove s’arman d’orgoglio
La superstizïon del ver nemica,
E l’ostinata folle scola antica.

Quanta parte maggior d’almi nipoti
Coltiverà nostri felici campi!
E quanta fia che avvampi
D’industria in pace o di coraggio in guerra!
Quanta i soavi moti
Propagherà d’amore,
E desterà il languore
Del pigro Imene, che infecondo or erra
Contro all’util comun di terra in terra!

Le giovinette con le man di rosa
Idalio mirto coglieranno un giorno:
All’alta quercia intorno
I giovinetti fronde coglieranno;
E a la tua chioma annosa,
Cui per doppio decoro
Già circonda l’alloro,
Intrecceran ghirlande, e canteranno:
Questi a morte ne tolse o a lungo danno.

Tale il nobile plettro infra le dita
Mi profeteggia armonïoso e dolce,
Nobil plettro che molce
Il duro sasso dell’umana mente;
E da lunge lo invita
Con lusinghevol suono
Verso il ver, verso il buono;
Nè mai con laude bestemmiò nocente
O il falso in trono o la viltà potente.

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Giuseppe Parini – Sopra la carita’

PROLUSIONE

Savissimamente, o signori, è stato dall’Accademia ordinato che in avvenire non sia più lecito a talento di ciascheduno di noi il comporre per la pubblica recita di questa stagione sopra qualsivoglia suggetto sacro o morale; ma che anzi, come nelle altre pubbliche recite si costuma, così anche in questa tutti quanti cospiriamo a trattare uno stesso determinato argomento.

Ciò si é voluto spezialmente per vostro riguardo, o signori, si perché il concorso de’ varii metri, de’ varii stili e de’ varii pensieri tendenti ad un medesimo scopo venga a render tanto più ingegnosa e vivace e per conseguenza a voi tanto più dilettevole la nostra poetica esercitazione; si, perché, accogliendo insieme diversi lavori sopra una stessa materia, venga questa ad esser più pienamente trattata, onde i nostri versi, a diletto non solo, ma, quanto per noi si può, ancora vi tornino ad utilità, che é quanto, fino dal ristabilimento della nostra Accademia, ci siamo proposti; acciocché non un vano solletico degli orecchi, ma un vantaggioso trattenimento sieno le nostre pubbliche adunanze.

Savissimo consiglio ancora é stato quello dei nostri Conservatori di scegliere per tema della recita di stassera la Carità; conciossiaché ragionevole cosa era che, avendo noi per la prima volta determinato il suggetto della recita sacra e morale, ciò non altro fosse che quella virtù ch’è il fine di tutta la morale, il compendio di tutta la legge ed il precipuo fondamento della religione.

Deh, perché mi é egli così limitato il tempo e lo ingegno, ch’io non possa ragionarvi come e quanto vorrei di una virtù ch’è la cagione d’ogni nostro bene presente e la base di tutte le nostre future speranze? d’una virtù, alla quale non solo spezialmente ne obbliga la Legge, ma la Natura stessa ne invita, e ne conduce e ne sprona il nostro proprio interesse? d’una virtù che, quale altra forza di attrazione, accosta e lega insieme gli animi degli uomini e fa nascere nel mondo formale quella stessa maravigliosa armonia che nel materiale veggiamo? d’una virtù finalmente, che o, secondo la filosofia, con avventuroso equivoco ne conduce ad amar noi stessi negli altri, onde agli uni ed agli altri risulta sicurezza e felicità; o, secondo la religione, ci fa amare nei nostri prossimi il nostro Dio; e, quel ch’è più, solleva noi creature mortali a nobilissimo e delizioso commercio col sommo nostro principio?

Ma io sarei troppo lungo, e nulla direi nondimeno, se io volessi soltanto scorrere i varii capi di questa si nobile e si dolce materia. Permettetemi adunque che le circostanze di questo luogo destinato alle lettere, di questo di scelto per darne pubblico saggio, di voi, o signori, che le amate cotanto e le favorite, mi servan di pretesto per sottrarmi allo smisurato peso dello argomento, e m’invitino a ragionarvi della Carità per quella parte che gli uomini letterati risguarda.

Quanto desiderabile cosa sarebbe mai che tutti coloro che sortito hanno dalla natura uno ingegno adatto alle Lettere, fossero stimolati allo studio ed allo scrivere non da una leggiere curiosità o da un vano amore di gloria; ma dalla carità e de’ suoi prossimi, de’ suoi concittadini, del suo paese! Quanti inconvenienti non si verrebbono a schifare così, e di quanto maggior utile sarebbono le lettere e i letterati nel mondo

L’uomo che dalla semplice curiosità o dal solo amore della gloria é condotto alle lettere, non avviene giammai che non sia accompagnato nella sua carriera da uno stuolo di vizii, che a lui recano danno e notabilmente ostano all’altrui utilità, la quale ogni uomo dabbene dee proporsi per iscopo princi. pale del suo operare.

Se la semplice curiosità é il motivo che lo spinge alle Lettere, necessario é ch’egli non faccia differenza alcuna tra le cose importanti a sapersi e quelle che sono frivole e da nulla imperciocché, non avendo egli altro di mira se non se di scoprire le cose che a lui sono ignote, forza é ch’egli consideri d’egual peso e quelle che, scoperte, possono recargli vantaggio, e le altre che, occulte o rivelate, fieno mai sempre futili e di nessun valore. Da ciò nasce ch’egli, con eguale sollecitudine e con eguale dispendio di tempo, va in traccia delle une e delle altre. Di qui voi potete argomentare, o signori, quanti studii e quanti sudori si debbano perdere vanamente, senza proprio né altrui profitto, da quegl’ingegni che per semplice curiosità si dànno alle Lettere. Avvertite ancora che il letterato di pura curiosità aggiugne il prezzo de’ suoi travagli e delle sue fatiche a quelle vane cognizioni che per tali mezzi acquistò; e a poco a poco se medesimo persuade della verace solidità ed importanza di esse.

Ma non si ferma già qui tutto il male che alla fine consisterebbe soltanto nella illusione che l’uomo di Lettere a se medesimo fa, e nella trascuranza del giovare agli altri per mezzo de’ suoi studii, come gli altri giovano a lui per mille altri mezzi. Il peggio e il più deplorabile si é che, misurando egli la preziosità delle sue merci non già dallo intrinseco valore di esse ma dal caro prezzo che gli sono costate, e venendo egli così perversamente convinto d’un fantastico tesoro che a lui sembra reale, pretende poscia che gli altri ne facciano quel medesimo conto ch’egli ne fa; e quindi, stimolato dall’ambizione e dallo amore di se medesimo, e talor anche da una falsa e perciò inutile carità, procura di vendere altrui i suoi vetri e il suo orpello a quel carissimo prezzo a ch’egli li ha comperato, adoperandosi d’insinuare nella mente degli altri il medesimo concetto che egli ne ha.

Né é da credere che i compratori gli manchino o gli sieno scarsi giammai. Sovvengavi che la scuola di Protagora era assai più frequentata che quella di Socrate; e che gli uomini sono, per corruzione della loro natura, assai più inclinati a ricercar seriamente le frivolezze che la loro verace utilità. L’utile ed il vero, che ordinariamente vanno di compagnia, ci si presentano innanzi alla guisa di due cortesi Genii facili ed ignudi; ma la futilità e l’illusione, che per sostenersi hanno bisogno di mille artificii er ornamenti, ne compaiono innanzi alla foggia di que’ Genii finti che alle volte s’introducono sulle scene adorni di variopinti pennacchi che loro s’innalberano sovra gli argentati cimieri, e fieri e pomposi per iscudi e per aste, rilucenti d’oro e di gemme. Da queste fastose apparenze noi ci lasciamo abbagliar più facilmente, che non ci lasciam lusingare dalle semplici grazie native. Quindi é che noi veggiamo si di frequente correre scapigliati ed affannosi molti uomini di Lettere dietro ad una fatua erudizione, la cui materia, siccome fu di poca o nessuna importanza agli antichi, così non dovrebb’essere di nessun momento a’ nostri tempi; o dietro a molte parti delle scienze astratte, che non possono contribuire giammai nella pratica all’uso ed al vantaggio degli uomini.

La facile gioventù, ch’è priva dell’esperienza, veggendo correre affannati questi antesignani, bene spesso ancora a lei assegnati per condottieri, s’incammina sulle lor orme, e spera d’arrivar con esso loro a possedere la cosa; e allora s’accorge di non essere andata in traccia d’altro che dell’ombra, quando la possa non basta al ritornarsene addietro, e troppo vicina é la sera perché le resti tempo da mettersi sul camino [sic] migliore.

Questa é la ragione per la quale noi compiangiamo la perdita di tanti begl’ingegni e di tanti begli anni, onde la patria poteva sperare utilità insieme ed onore, ove in cambio si vede compassionevolmente delle sue speranze delusa.

Ma ben più compassionevole é la sventura della patria e del pubblico, se si osserva che questa dannosa curiosità spesse volte conduce le ardite menti de’ suoi letterati cittadini si innanzi, che doppio svantaggio gliene accade, e del bene che perde, e del male che gliene emerge. Ciò accade singolarmente nelle filosofiche e nelle teologiche scienze; conciossiaché lo sfrenato amatore d’ogni sorta di sapere, non essendosi proposto l’utilità per meta de’ suoi studii, audacemente varca ogni limite, con danno della morale e della religione.

Ma per ora sia detto abbastanza di questa infelice curiosità, e passiamo a vedere che segua nell’uomo di Lettere stimolato agli studii dal solo amor della gloria e spogliato della carità che sola dovrebb’essere il principio e lo scopo delle sue applicazioni.

Chi aspira alla gloria in questo mondo, dee di necessità studiarsi d’essere singolare. Chi non procura d’innalzarsi sopra il comune degli uomini, non isperi di diventar celebre fra loro. Ora per singolarizzarsi fra gli uomini mediante le Lettere, non solo fa di mestieri una mente superiore alle altre, ma eziandio l’arte di far valere le prerogative di essa. Quel letterato che dalla sola ambizione é condotto, tutte quest’asti conosce, e tutte le mette in opera a suo potere. Non si dona egli già a quel genere di studii ch’egli conosce essere il più vantaggioso; ma a quello che la moda del secolo esalta sopra degli altri, od a quello nel quale egli si persuade di potersi maggiormente distinguere. La necessità del doversi rendere singolare conduce seco nell’uomo di Lettere ambizioso molti vizii che inevitabili sono. La invidia verso tutti coloro che a lui si trovano innanzi, la insofferenza dello avere eguali, il dispregio degl’inferiori, lo accompagnano tuttavia. Siccome egli non cerca la verità, ma soltanto la celebrità del suo nome, tosi egli s’incammina per tutte quante le vie, non badando che quella dell’utile e del vero é una sola. Quindi é che da questo nudo amor della gloria ne nasce la singolarità di tante pericolose opinioni fatte sorgere dal seno della teologia, della filosofia e della filologia medesima, le quali non solo scuotono i fondamenti della rivelazione, ma la ragione altresì oscurano, e rovesciano il buon senso. Se il riportare esempli in materie odiose odiosa cosa non fosse, ben molti ve ne potrei addurre, seguiti in ogni genere di letteratura, non solamente in luoghi o in tempi rimoti da noi, ma nell’Italia medesima, a’ nostri giorni, e quasi dissi sugli occhi nostri.

La nuda ambizione letteraria non solo é fabbricatrice di strane e pericolose opinioni per amore di singolarità; ma eziandio, per sua natura e per suo proprio interesse, si ostina pertinacemente in quelle; e, posciaché non le é permesso di sostenerle colla ragione, almeno tenta di farlo co’ sofismi, e con ciò che per onta della letteratura chiamasi Cabala letteraria; e non di rado ancora colla prepotenza.

Da questa pertinacia e irremovibilità d’opinioni, figliuole della letteraria superbia, ne nascono perciò quegli odii irreconciliabili delle contrarie scuole, che, di odio delle opinioni, diventan odio degli opinanti, e, tràduci ed ereditarii di maestro in maestro e di uditore in uditore, durano i secoli interi, con iscandolo universale e con isvantaggio grandissimo del pubblico bene.

Quindi puranco addiviene che cotanto s’innaspriscono poscia le dispute fra’ privati uomini di lettere, che d’ordinario il vincitore insulta con agri motteggi e con villana soperchieria il perdente; e questi, invece di godere d’aver servito di mezzo onde si scoprisse o meglio assicurasse una verità, armato di mala fede e d’indiretti argomenti e d’impudentissime ingiurie, che feriscono la persona o nelle qualità dell’animo o ne’ difetti del corpo, affronta il suo rivale; sicché il più delle volte va a terminare la disputa non in altro che in vicendevole scorno e in dispregio della pubblica onestà, degno di singolar punizione.

D’infiniti altri pregiudizii io vi potrei favellare, che vengono cagionati alla società da quelli uomini di Lettere, che, privi dello spirito della carità, da nessun altro motivo sono spinti, fuorché dalla curiosità e dall’ambizione; ma né quelli che finora tumultuariamente vi ho accennati, né quelli ch’io taccio, aggiungono in veruna maniera a quel massimo che ne proviene, qualora del numero di questi letterati sieno coloro che presiedono col loro magisterio agli studii della gioventù.

In simil caso il danno non é solo di pochi, ma é d’un’intera città, d’uno intero paese; ed é tale che seminato in teneri e novelli campi, vi mette profonde radici e vi produce quasi irreparabilmente frutti sempre più amari e nocivi.

Un simile precettore non sale giammai su’ pulpiti delle sue scuole con intenzione d’insegnar l’utile e il vero; ma unicamente per insegnare se stesso vi sale, e per irrigare, assiepare 24 e rassodare sempre più le proprie opinioni o quelle che colà trova già da lungo tempo piantate da’ suoi maggiori. Cosi vien tradita l’innocente gioventù, alla sua direzione affidata: tosi i miseri padri veggono tornar dalle scuole e da’ collegi i suoi [sic figliuoli vuoti d’ogni verace sapere, e colla mente ingombra d’idee false, e di stravaganti principii; secondo i quali regolandosi essi poscia, o rimangono affatto ignoranti, o dànnosi in preda ad inutili studii, dell’ignoranza medesima assai peggiori, perciocché più dell’ignoranza notevoli alle famiglie ed alle patrie loro. Io auguro bene della` patria nostra, imperocché m’immagino che nessuno di questi soltanto curiosi ed ambiziosi maestri presieda a’ nostri studii; anzi mi giova di lusingarmi che, siccome non sonosi mossi ad attender privatamente alle Lettere per verun altro spirito fuorché per quello della carità, tosi il facciano vie più ogni qualvolta loro ne corra maggior obbligo, per lo esser eglino posti a guidare ed ammaestrar gli altri.

Ma parmi ora di sentirmi rimproverar da qualcuno e dirmi così: ‑ Or vuoi tu dunque, o novello dittatore e politico della letteratura, rovinare ad un tratto i maggiori stimoli che gli uomini abbiano avuto mai alla ricerca del sapere, cioè la curiosità e lo amor della gloria? ‑ Ma io rispondo a questi troppo solleciti rimproveratori : ‑ Non sono io tosi stolto che non conosca esser questi due de’ più possenti motivi che accender possono negli uomini lo amor delle Lettere: io non pretendo perciò di spegnerli, tessilo il Cielo: desidero unicamente di ordinarli a buon fine; e, per ottener questo, dico esser necessaria negli uomini di lettere la carità. Non intendo io di rintuzzare questa a noi tosi propria curiosità ispirataci dalla stessa natura; ma desidero che la carità le sia in vece di soave auriga che la spinga o la freni siccome più torna in vantaggio della società. Potrei ben io agevolmente mostrare la vallea m duella gloria acclucntale tue I letterati cercano tosi avidamente; ma voglio ch’essi non perdano i gloriosi allori cresciuti per le loro fatiche, e bramo solo che la carità ne intrecci le ghirlande e ch’ella di propria mano ne cinga loro la fronte. Voglio che la gloria sia un premio, non della loro curiosità, a dir vero, ma della carità loro.

Io mi lusingo che voi vi risovvenghiate, o signori, de’ vizii onde noi abbiamo veduto di sopra non potere andare esenti gli uomini di Lettere unicamente curiosi ed ambiziosi; a’ quali vizii voi senza dubbio ne avrete aggiunti mille altri, dal vostro sagace discernimento scoperti. Ora veggiamo come tutti questi vizii si dileguino in un momento, e come in quel cambio sorgano grandissimi beni, se la carità diviene la scorta e la maestra d’un letterato.

Quell’uomo d’ingegno che sul principio della sua letteraria carriera é assistito dallo spirito della carità, prima d’ogni altra cosa riflette seco medesimo che l’uomo dabbene dee consacrare alla utilità de’ suoi prossimi, o sia della repubblica in cui vive, ciò che, oltre la conservazione di se medesimo, formar dee l’occupazione principale della sua vita. Con questa persuasione, lasciati da un canto quegli studii che a lui pare non poter esser principii né strumenti di alcuna verace utilità, ad un di quelli si appiglia che a lui pare poterlo essere ed al quale si sente più naturalmente disposto. Nel cammino di quella parte di letteratura da sé principalmente intrapresa raccoglie da più o da meno utili altri studii, che gli si presentano sulla via, que’ soccorsi che conferir possono a rendere il suo particolar sapere più vantaggioso a sé ed a’ prossimi suoi. Stende spesse volte la mano anco negli altri diversi campi della letteratura, sempre per cogliervi frutti, e non già fiori soltanto. Allor ch’egli sente vicino il tempo che la sua opera può essere di giovamento altrui, allora é che vie maggiormente lo infiamma la carità dell’altrui bene. Essa medesima vie più accende la sua curiosità, finché il vantaggio gli si appresenta, ed essa medesima, qual fido Mentore, lo ritrae di là ove comincia la vanità e la menzogna, persuadendogli che la curiosità del letterato già non debb’essere di sapere, ma di saper ciò che n’è vantaggioso, e che in ciò solo consiste la vera sapienza.

Quindi non fia maraviglia, se, non avendo egli altro avuto per obbietto de’ suoi studii fuorché l’utilità ed il vero, noi il vedrem poscia produr nelle sue opere frutti alla sua lodevole intenzione corrispondenti: e il suo paese ed il pubblico ne rimarrà insieme contento ed edificato.

Qual vizio potremo noi riprendere ad un uomo di Lettere di questa fatta? forse l’invidia de’ talenti altrui? Ma egli, che per ispirito di carità altra cosa non ha di mira che il bene, godrà, anzi, che questo si moltiplichi per altrui mezzo; ed accenderassi ad emular vie più le altrui prove, poiché a lui sembrerà utile il farlo. Odierà egli forse di trovarsi a lato degli eguali? Anzi ei prenderà coraggio da’ loro sforzi e loro ne insinuerà vicendevolmente; e tosi tutti, raccolti in un lieto drappello, andranno in traccia del pubblico bene. Dispregierà egli forse gl’ingegni a se medesimo inferiori? Anzi al contrario egli li agguaglierà a’ suoi pari, e a quelli ancora che sono emulati da lui, qualora questi procurino a lor possa d’essere vantaggiosi; e loderà l’intenzione, benché gli rimangano a desiderare gli effetti. I suoi inferiori in materia di Lettere altri non saranno che quelli ch’egli vedrà perduti dietro agli studii vani e nocivi; né questi dispregierà egli mai, ma li compiangerà; e compiangeralli efficacemente, adoperandosî di ridurli sul cammino migliore.

Come sarebb’egli possibile che l’uomo di Lettere, acceso di carità, si ostinasse a difendere irragionevolmente le sue opinioni, o che s’argomentasse di promulgarle e di farle passare, per mezzo degli scritti o della voce, nella mente degli altri? Se per avventura egli cadesse in errore, questa bella virtù, che gode estremamente della verità, gl’insegnerebbe a nobilmente confessarlo e a ringraziare colui che lo avesse illuminato. Come potrebb’egli offendere co’ suoi scritti veruno, essendo guidato da una virtù di carattere mansueto, che non cerca i suoi proprii interessi, che non ama la ingiustizia, non s’innasprisce e non dispregia veruno? In somma, da tutto ciò che finora ho detto, chiaramente si raccoglie, o signori, che siccome rispetto al costume l’uomo non é nulla senza la carità, ed é tutto con essa; tosi nessuno può essere un vero uomo di Lettere, che nella medesima letteratura non sia guidato da questa virtù.

Le opere d’ingegno, che non sono rivolte al comune bene, traggono ogni lor pregio dalla opinione ag degli uomini, la quale é sempre mai diversa secondo i tempi, le persone ed i luoghi. Tale opera che ha pregio nella Francia non ne ha veruno in Italia o in Inghilterra; e tale, che fu anticamente sti­mata, ora non si conosce neppure.

Non tosi avviene delle opere che ammaestrano gli uomini e che loro son vantaggiose: imperocché, siccome l’utile é in ogni luogo, in ogni tempo e da ogni persona desiderato, tosi gli autori guidati dalla carità, che quello procurano agli uomini, sono da ogni nazione e da ogni tempo apprezzati; e i presenti ed i posteri con sentimento di gratitudine rammenteranno il nome dello scrittore che gli ha benificati, od anche ha solamente tentato di farlo.

La vera gloria é quella che o presto o tardi segue i beneficii fatti dall’uomo all’altr’uomo; e questa é quella che sola universalmente si spande, e che sola é durevole e costante, perciocché ha le sue radici non già nell’opinare g’, ma nel sentimento naturale degli uomini, che é a tutti comune e non é soggetto a verun cambiamento.

Gioventù che cresci provveduta di rari talenti a mantenere lo splendore della nostra nazione, apprendi adunque a pigliare per guida de’ tuoi studii la carità, che é l’amore del vero, l’amor dell’utile e l’amore del bene. Renditi certa che i tuoi concittadini e la tua patria tosto o tardi non potranno negar ricompensa a’ tuoi profittevoli sudori. I Grassi, i Piatti, i Cazare i pusilli. Tu vuoi, anzi, che i potenti sieno il sostegno, e i dotti e letterati la luce del genere umano.

Ma voi intanto, valorosi accademici, trattate meglio di me un argomento di cui il più dolce non può risonare sulle poetiche cetre, e che, quantunque a molto più sublimi e sante che le vostre non sono, pure é da lungo tempo alle cetere avvezzo. Cercate anche ne’ vostri nobili trattenimenti l’utilità col commendare oggi la più bella delle virtù, siccome qui la cercate altre volte col deridere salutarmente i difetti degli uomini e col riprenderne i vizii.

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Giuseppe Parini – Testamento

Nel nome del Signore Iddio; nell’anno della di lui nascita millesettecentonovantotto, correndo l’indizione romana seconda, nel giorno di lunedì quindici ottobre, vecchio stile (ventiquattro vendemiale anno VII repubblicano).

Siccome è inevitabile la morte ed incerta l’ora della medesima, così io, prete Giuseppe Parini del fu Francesco Maria, abitante nell’altre volte collegio di Brera di questa comune, situato in Porta Nuova; parrocchia di San Marco, sano di mente, vista, loquela, udito ed anche di corpo, ho determinato di fare, siccome fo, il presente mio testamento nuncupativo implicito, ossia per relationem ad schedulamin forza del quale:

Dico e dichiaro primieramente di non aver fatto alcun altro testamento, codicillo od atto di ultima volontà, per quanto io mi ricordi; e, qualora si ritrovasse (il che non credo) qualche codicillo, donazione per causa di morte, o qualunque altra disposizione di mia ultima volontà, quella e quelle ho rivocato, cassato ed annullato, siccome casso, revoco ed annullo in ogni miglior modo, ancorchè in quello o quelli o in altro d’essi vi fossero parole derogatorie del presente mio testamento, delle quali fosse preciso il fare individua menzione, essendo la mia precisa e determinata volontà che questo testamento sia derogatorio a tutti gli antecedenti, e che questo solo debba unicamente attendersi ed osservarsi, e le altre disposizioni come non fatte.

Voglio, ordino e comando che le spese funebri mi siano fatte nel più semplice e mero necessario, ed all’uso che si costuma per il più infimo dei cittadini.

Lascio, in via di legato e di particolare istituzione o come meglio, ecc., a Francesco Facchetti, mio attuale inserviente, due terzi del mio spoglio della biancheria sì da letto che da tavola, dei mobili, suppellettili, cumò, canapè, stagni, quadri ed altro, compresa anche la mia libreria, ma esclusa sempre qualunque cosa di metallo, qualunque sia il metallo medesimo, che deve rimanere in proprietà degli infrascritti miei eredi; e l’altro terzo di quanto sopra l’ho lasciato e lascio, in via pure di legato e di particolare istituzione come sopra, a Benedetta Lavezzari, pure attuale mia inserviente. Questo legato però non avrà effetto a favore di casi o di altro di loro, se non nel caso che al tempo di mia morte siano al mio servizio; mentre, qualora essi o alcuno di essi non fosse o fossero più al mio servizio al tempo di mia morte, non avrà più effetto questo legato rispetto a quegli o quella che non sarà più al mio servizio, e la sostanza come sopra ad essi rispettivamente legata dovrà cedere in allora ed accrescere a favore degli eredi da me come abbasso instituiti e nominati; ed in allora si darà invece a quella persona o persone che saranno al mio servizio unicamente il mio spoglio e vestiario, e quel di più che crederanno gli infrascritti miei esecutori testamentarii, nei quali pienamente confido ed ai quali conferisco perciò ogni più ampia ed opportuna facoltà.

A tal effetto incarico gli stessi miei esecutori testamentarii che, subito seguita la mia morte, debbano apprendere, senz’opera o ministero di giudice, ed assicurare tutta la mia sostanza, facendone poi fare l’opportuno inventario, per quella consegnare agli infrascritti miei eredi all’atto che li medesimi si presenteranno e che avranno dichiarato nelle forme di adire la mia eredità; beninteso però e dichiarato che li predetti miei esecutori testamentarii non siano mai obbligati a consegnare l’eredità a’ suddetti miei eredi, se prima non saranno soddisfatti in totalità tutti li legati da me come sopra disposti, nonchè le spese funebri e li debiti che vi possano essere al tempo di mia morte, e non altrimenti.

A tale effetto dovranno gl’infrascritti miei esecutori testamentarii far fare, contemporaneamente all’inventario, anche la stima de’ miei mobili, suppellettili, argenti, come sopra, massime all’oggetto di poter dividere secondo il da me disposto le robbe legate in quota al Facchetti ed alla Lavezzari, e per ogni altro effetto di ragione.

Ritrovandosi dopo mia morte qualche nota da me scritta od anche semplicemente da me sottoscritta dopo il presente mio testamento, voglio che tale nota debba unirsi al medesimo, e quindi eseguirsi come parte dello stesso testamento.

In tutta poi la restante mia sostanza, dedotti i legati come sopra da me disposti e soddisfatte da’ miei esecutori testamentarii le spese funebri come sopra, come pure soddisfatti li debiti che vi possano essere al tempo di mia morte e le occorrenti spese, ho instituito ed instituisco miei eredi universali per una metà li figli e discendenti maschi da maschio del fu Carlo Appiani del luogo di Bosisio, e per l’altra metà li figli e discendenti maschi da maschio del fu Francesco Corneo del luogo di Monestirolo sopra Porcara, i quali Carlo Appiani e Francesco Corneo erano miei nipoti per parte di sorelle; e, in mancanza de’ maschi tanto del suddetto Appiani che del suddetto Corneo od altro d’essi, instituisco le femmine da essi rispettivamente discendenti e li figli maschi d’esse femmine, in caso di mancanza delle medesime, tutti per eguali proporzioni.

Dichiaro ad ogni miglior effetto di ragione che tutto il denaro effettivo, che si ritroverà al tempo di mia morte, come pure tutti gli argenti, le bigioterie ed altre cose di valore, nonchè le cose di metallo, qualunque sia il metallo medesimo, comprendendo in questa denominazione anche il rame, peltro, bronzo e simili, come pure qualunque credito a me spettante per qualsivoglia titolo e causa, ed altresì li manoscritti delle mie opere debbano essere assolutamente esclusi dal legato come sopra da me disposto a favore dei suddetti Facchetti e Lavezzari, e debbano formare parte dell’eredità mia a favore degli eredi da me sopra nominati ed Istituiti.

In esecutori testamentari poi di questa mia disposizione ho deputato e deputo il cittadino Giovanni Antonio Vimercati, pubblico notaro di Milano, mio conoscente, a cui intendo consegnare questo mio testamento nuncupativo implicito, ed il cittadino prete Cesare Frapolli, attuale reggente nelle Scuole di Brera, e ciò solidalmente, cosicché quello che principierà l’uno possa finir l’altro, e così viceversa; conferendo ai medesimi, per tutto quanto sopra, la più ampia autorità, ed incaricandoli di dare la piena esecuzione al da me come sopra disposto.

Dichiarando inoltre, ad ogni miglior effetto di ragione, di avere messa la mia firma su questo foglio di fronte all’istituzione degli eredi da me come sopra nominati ed instituiti. Ed in fede io sottoscrivo anche qui abbasso di propria mano, nel giorno mese ed anno suddetti.

GIUSEPPE PARINI.

All’esterno:

1798, giorno di lunedì, quindici del mese di ottobre, vendemiale 24, anno VII repubblicano.

Testamento nuncupativo implicito che consegno al cittadino Giovanni Antonio Vimercati, notaro di Milano, perchè dopo la mia morte lo apri e pubblichi, senza veruna formalità.

GIUSEPPE PARINI.

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Giuseppe Parini – Lettera all’abate Soresi sui pregiudizi delle umane lettere

Voi mi comandaste, a questi giorni addietro, ch’io leggessi il libro del Padre maestro Alessandro Bandiera intitolato: I pregiudizii delle umane lettere, e che dappoi ve ne dicessi quel ch’io ne sento. Per verità, Io aver voi confidato di troppo nella debolezza del mio giudizio non mi debbo scusar per verun conto dall’ubbidirvi; nè il nome, nella letteraria repubblica chiarissimo, di quello scrittore, m’ha a rattener punto dal palesarvi liberamente il mio parere sull’opera di lui. lo vi protesto però che il solo amor della verità fammi pôr mano alla penna; e che, dove il mio giudizio singolarmente irragionevol sembrasse, voglio che sia soggetto al parer de’ più e meglio intendenti nomini che l’opera leggeranno del Padre Bandiera. Io ho vedute, molto prima d’ora, tre altre onorevoli statiche di questo autore. Due le ho scorse leggermente perentro, siccome colui che necessità di leggerle non avea; cioè i due volgarizzamenti, l’uno delle Vite di Cornelio Nepote, l’altro delle Orazioni di Cicerone. Esse mi parvero senza dubbio opere utilissimo agli studiosi, perocchè quivi il traduttore ha con assai diligenza conservate le bellezze dell’originale, e convenevolmente espressa la forza e l’energia del latino linguaggio. Io oso dir che la traduzion di Cornelio è assai buona, e quella di Cicerone, indubitatamente, la migliore di quante perinsino a qui ne sieno state fatte nella nostra lingua, se noi non ne vogliamo eccettuare alcune orazioni traslatate da messer Cornelio Frangipane, dal Bonfadio, e dal Tagliazucchi, uomo da non lasciarsi dopo alcun altro. Ei non si vuol negar però che anche migliori traduzioni non se ne possano fare in avvenire; il che di leggieri mi concederà, il medesimo Padre Bandiera, principalmente intorno a ciò che riguarda alla purità dello scrivere italiano e allo sfuggimento delle affettazioni. La terz’opera, ch’io vidi del Padre Bandiera, è quella ch’egli con un nome, per dir così, procelloso e sesquipedale ha chiamata Il Gerotricamerone. Le larghe promesse del frontispizio mi allettarono ad aprirne il libro ridendo; nè prima cominciai a leggerlo, che stomacommi l’affettatissima e storta imitazion del Boccaccio, in mezzo a rancide voci ed a gramaticali errori, che facean loro un non disconvenevol corteggio. Per la qual cosa io fui costretto di chiuderlo bentosto; se non ch’io diedi paranco un’occhiata alle proposte del frontispizio, compatendo que’ valorosi ingegni che son di se medesimi così soverchiamente invaghiti. Io ho voluto premetter lo cose dette finora, per mostrarvi che il nome dell’autore dell’opera De’ prepiudizii non è sì sconosciuto ed oscuro, che non sia potuto, giugnere a’ miei orecchi, lontani dal bollor più grande delle letterarie faccende. Ora io verrò sponendovi l’oppinion mia intorno al libro che voi m’avete comandato d’esaminare, cioè De’ pregiudizii delle umane lettere. Non ragionerò io punto de’ pregi di quest’opera. Consistono essi specialmente nelle cose che ci si dicono intorno alla maniera dell’insegnare, le quali, nel vero, e sode e chiare e molto non sono. Ci si conosce per entro lo spirito del Padre Bandiera, il qual mostra che desiderosissimo sia del pubblico bene. Io m’atterrò soltanto a parte di qua’ difetti ch’io ho potuto rilevar leggendo secondo l’ottusità dell’intelletto zelo: e comecchè io sappia ohe questi ancora saranno ottimamente scoperti da voi, che intendentissimo siete e delle bellezze della nostra lingua assiduo vagheggiatone, ad ogni modo io ne toccherò qualche cosa per soddisfare almeno in parte all’obbligo che vi tengo in grazia del vostro comando. Il principal difetto, al qual si posson ridur tutti gli altri che mi son venuti scoperti in quest’opera, e così in tutte le altre del Padre Bandiera, si è la troppa estimazione in che e’ mostra di tener se medesimo; il che apertamente si comprende e da’ titoli delle opere sue e dal restante di esse: nè solamente dal decider ch’e’ fa troppo liberamente sulle opere degli uomini grandi, ma eziandio dal propôr se medesimo per esemplare altrui. Le quali due cose, quanto debbano esser lontane dalla penna d’un uom savio, siccome egli è, ognun sel vede, che fiordi conoscimento abbia della modestia ch’issar si vuole scrivendo. Ma quanto in ispecie debbano star lungi dal Padre Bandiera, tenterò io ora di mostrarvi dalla presente opera sua, non già per vaghezza di detrarre in verun conto al merito ed alla fama di quello scrittore, ma puramente per palesarvi ciò che in lui mi dispiace; com’altri farebbe d’una bellissima donna, il troppo fasto rimproverandone e ’l troppo conto in ch’ella tiene la sua bellezza.

Or io, lasciando dapparte ogni altro scrittore sulle cui fatiche troppo sicuramente decida il P. Bandiera, prenderò solamente a ragionar di ciò ch’all’immortal Segneri appartiene; il che servirà d’argomento a mostrar quanto, almeno apparentemente, in modestia pecchi quel per altro valoroso senese. Imprende egli addunque, nella terza parte e nel capitolo terzo dell’opera sua, ad esaminare i pregi e i difetti del Quaresimale di Paolo Segneri. Quivi tratta egli lungamente della bellezza di quelle prediche; e, commendandone giustamente lo autore, fa mostra insieme e d’ottima critica e di perfetto giudizio. Ma dove egli discende a favellar del linguaggio adoperato nel Quaresimale, com’ei lo chiama, segneriano, quivi egli, uscendo del seminato, tutta la più laudevol modestia lascia da un lato, trasportato, cred’io, dal troppo zelo della boccaccesca eloquenza. Comincia egli a dichiarar francamente che il Padre Paolo Segneri « o non ha letto giammai i buoni scritturi toscani; o, se gli ha letti, non è giammai entrato nel gusto della nostra lingua ». Le quali due proposizioni chi non vede apertamente quanto non pure appaiano di troppo arrischiate a’ semidotti, ma tali sieno eziandio di fatti senza dubbio veruno? Come avrebb’egli potuto il valoroso gesuita, in tempi alle buone lettere contrariissimi, scriver sì corrottamente nulla toscana grammatica, siccom’ e’ fece, e come dal P. Bandiera n’è conceduto, s’egli sulle scritture de’ migliori toscani il vero e diritto uso della nostra lingua non avesse studiato? Come avrebb’egli potuto dir, siccome ei fa nella prefazione alle sue prediche, d’aver proccurato [sic] « nella elocuzione di mettere ogni suo studio? », d’aver  riputato suo debito il sottoporsi con rigore non piccolo a quelle leggi che son nella toscana lingua le riverite generalmente e le rette ? » Egli è forza addunque che ’l Segneri vegliasse nulle opere più purgate de’ toscani scrittori, per ivi apprendere e ’l più puro linguaggio e la miglior locuzione. Nè soltanto l’asserzion sua, o lo sperimento ch’ei ne diede, ci debba assicurar di ciò, ma la relazion di coloro eziandio, che lasciate hanno onorevoli memorie di quel grand’uomo.

Che ’l Segneri poi non sia giammai entrato nel gusto della nostra lingua, niuno insino ad ora ha ardito di asserir così ampiamente, fuorchè il P. Bandiera. Egli stima, siccome cred’io, che ’l gusto della nostra lingua consista soltanto in un ben tornito periodo, che per tortuose vie si ravvolga in se stesso a guisa d’un labirinto, o in un zibaldoncello di rancide voci e di affettate maniere di dire, le quali poi si gettino senza risparmio in ogni capitolo d’un’opera scritta o in ogni pagina d’un’orazione, siccome coi comprenderete in appresso lui medesimo aver fatto. Cotale abuso non troverem noi nelle opere tutte del Padre Segneri, il quale in ogni luogo ha quasi sempre fatt’uso di buone voci; e frasi ha adoperate e costruzioni sempre mai naturali e proprie della toscana lingua. Si possono egli forse mostrar negli scritti di lui vocaboli o modi di dire vieti e muffati, o vili e barbari, e per niente accettati dall’uso? No certamente: dunque convien creder che ’l Padre Segneri entrasse al par d’ogni altro nel gusto della nostra lingua, dappoichè egli seppe scriver colle voci e colle frasi di quella. Che s’egli di troppo sublime stile alle occasioni non ai servi, e quelle arti trascurò che conciliar lo potevano alle prediche sue, di ciò debb’egli esser ripreso dal retore, a cui s’appartiene il giudicar dello stile che è comune ad ogni linguaggio: al grammatico non già, che i confini non dee varcar della propria favella; se già non s’hanno a confondere insieme due con disparate cose. Laonde altri potrebbe dir bensì, a un bisogno, che il Padre Segneri con mala rettorica scrisse; ma non già con cattivo linguaggio: per quale guisa medesima che niuno negar non potrebbe che Giovanni Villani, verbigrazia, scritto abbia pulitamente nella toscana lingua, e per conseguente conosciutone il gusto, comecchè egli poi seguito non abbia lo stile istorico siccome il Guicciardino. E siccome non si dee dir che ’l Passavanti non sia entrato nel gusto della nostra lingua, perchè lo stil del Boccaccio non tenne o nella scelta o nella disposizion delle parole, così nè manco del Segneri si potrà il medesimo asserire.

Ma il P. Bandiera non si contenta solo di trattare immodestamente, e ciò fuor d’ogni ragione, un sì famoso scrittore; che anzi, levando in alto lo staffile e faccendogli [sic] del pedante addosso, si pone egli medesimo a rifargli il latino. Distende egli però, siccome ci dice, in toscana lingua, prima un caso narrato dal Segneri nell’undicesima predica, dappoi l’esordio della predica prima dello stesso; e molte cose ci cangia or a piacer suo e senza ragione, ora, ed il più delle volte, a grandissimo torto. Di qui potete voi comprender quanta sia stata l’animosità del P. Bandiera, osando esso pôr mano sul dettato d’uno scrittor così chiaro. Egli è certo che tutti quanti gli autori, per illustri ch’ e’ si possan essere, han qualche difetto. Questo non si può negar per niuna maniera né d’Omero, nè di Demostene, nè di Vergilio, nè del medesimo Cicerone; ma ad ogni modo non è lecito ad alcuno, senza taccia di solenne arroganza, di corregger l’opere altrui; e tanto meno le opere grandi, le quali, per le  somme bellezze ch’esse contengono, hanno acquistato ragion di non esser tocche nemmeno nelle lor macchie: e per certo modo sacrilego dee riputarsi colui che a migliorar vuol porsi lo scritto d’un celebre autore. Però il pubblico consenso de’ letterati ha sempre applaudito a coloro che modestamente avvisarono altrui d’un’opera difettuosa; ma per lo contrario garrito a que’ burbanzosi che pedantescamente han messo la penna negli altrui scritti. Che se colui, che di migliorare intende alcuna cosa, la peggiora e la guasta in quella vece, vie più arrogante chiamar si dee; onde anche per questa parte da riprender sarebbe il P. Bandiera, il quale, cotal sopruso faccendo [sic] al P. Segneri, non pur migliorato non lo ha, ma renduto, in iscambio, peggiore in quel lato ch’ e’ lo prese ad emendare.

Non per altro dic’egli sè aver tolto ad ammendare il Segneri, che per mostrar come il dettato di lui a espor si possa in toscana lingua, che fu propria de’ migliori scrittori: convien dunque che nella miglior toscana lingua il Segneri non abbia scritto. E siccome il miglior toscano consiste nelle frasi e nelle voci de’ migliori scrittori; così bisogna che quelle frasi e quelle voci posto in uso dal Segneri di genere così fatto non sieno. Or veggiamone con lo sperimento la verità. «Sentite caso terribile, e inorridite», dice, per esempio, il Segneri: corregge il Bandiera: «Ahi tristo e spaventevole caso!». Per verità, che, se noi parliam di linguaggio, son di sì buon toscano le voci della prima maniera quanto quelle dell’altra: che se dello stile, ed eccoci entrare in ciò che è fuor di proposito, perchè nulla ha che far colla lingua. Ma procediamo più avanti. «Invaghitosi di una certa fanciulla», dice il Segneri; e ’l Bandiera: «in amore accesosi d’una fanciulla». «Invaghirsi» non significa egli nobilmente e con più brevità, lo innamorarsi? non è egli maniera frequentissimamente adoperata presso il Boccaccio? Or perchè sostituirvi quell’altro più affettato modo di dire: «in amore accesosi d’una fanciulla?». Vediam di peggio. Scrive il Padre Segneri nell’esordio della prima predica: « Un funestissimo annunzio son qui a recarvi, o-miei riveriti uditori; e vi confesso che non senza una estrema difficultà mi ci sono addotto». Ma così rifà il Bandiera: «Un funesto e fiero annunzio sono io questa mane quassù asceso ad arrecarvi, riveriti ascoltatori; ma non senza un’altissima renitenza mi vi sono condotto». Ponghiam da banda ogni altra cosa, ch’ei qui non migliora punto; e solo attenghiamoci a un marrone ch’egli ci appicca. Dice il Segneri: «son qui»; e ci fa corrisponder quel «mi ci sono addotto», cioè «qui, in questo luogo». Ora il Bandiera in iscambio ci pon «vi», che per lo contrario «quivi» significa od «in quel luogo». Io mi sare’ riso di questa gentil correzione, se veduto non avessi ch’ei tien carissima questa particella; perocchè nel decorso del suo libro usurpa tuttavia per essa quel luogo ch’al «ci», suo fratello, giuridicamente s’apparterrebbe. Ma che accade ch’io m’abusi e della pazienza e dell’avvedutezza vostra, tutte quelle parti riandando ch’egli ci ha rendute peggiori, o per lo manco non migliorate assolutamente? Io tengo per fermo che, qualunque uom  discreto legga que’ due capi, non potrà far di non meravigliarsi, veggendo a quanto tristo giudizio abbia portato qullo scrittore una troppo smoderata foia di render lo altrui cose migliori. S’io ho a dire il vero però, sembrami che, quantunque il P. Bandiera abbia in molti luoghi del suo libro giudiziosamente distinto tra lo stile e ’l linguaggio, e spezialmente in questo medesimo capitolo terzo della terza parte; dimenticatosene però nell’atto del giudicare, abbia confusa inavvedutamente l’una cosa coll’altra; imperciocchè, siccome appar dalla correzion fatta del Segneri, mostra lui aver ciò fatto più ad intendimento di sollevarne lo stile che di render più toscana la lingua; del che si dichiara eziandio apertamente, riguardo a ciò che spetta alla diversa esposizion dell’esordio sopraccennato. Che s’egli ha avuto mente a ciò, farò in appresso vedere s’egli abbia conseguito il suo fine o se anzi all’apposito ne sia andato totalmente lontano. Facciam ritorno al caso narrato dal Segneri e diversamente esposto dal P. Bandiera. Ma egli è d’uopo ch’io vi rammemori dapprima ciò che Cicerone lasciò scritto nelle Partizioni; intorno a quella parte del nostro discorso che chiamasi narrazione. «Soave narrazion – dic’egli – è quella che ne fa meravigliare, aspettare e a non pensato fin riuscire; quella che di tanto in tanto ne muove gli animi; e colloquii di persone introduce, o doglianze, e sdegni, e paventi, e letizie, e cupidità». Ora cotale per lo appunto è l’insigne narrazione che ’l Segneri fa del caso al malvagio cavaliere accaduto. Quivi ne fa meravigliar egli alla prima e paventare a un tempo con quel «Sentite caso terribile, e inorridite», con oratoria sicurezza pronunziato dall’alto: aspettar ne fa il malato introdotto colla prontezza ch’ei dimostra alle persuasioni del frate; la quale noi speriamo doverlo a pentimento condurre, e che poi con esito inopinato riesce a così tristo fine. Opportuni, veri e naturali sono i colloquii tra l’infermo e ’l religioso che metton sottocchi la cosa e meravigliosamente servono a muover gli affetti. Or gioia, or tèma, or querele, or minacce si scorgono in colui che conforta, ed empio sdegno o scellerata cupidità finalmente nel moribondo. Questa narrazione è semplice, chiara, evidente; è abbigliata, ma senza invernicatura (sic] e senza affettazione: tale in somma da servir di modello, e da non esser tocca senza risico di guastarla. Ciò ch’io dico non ha bisogno di pruova, chè abbastanza è chiaro per se medesimo. Il sol P. Bandiera non n’è contento; anzi, credendosi di raffinarla, l’ha voluta toccare in molte parti, e principalmente in quelle ov’essa è, per così dir, più fragile e più dilicata. Toglie egli nel bel principio il «Sentite caso terribile, e inorridite!». La qual figura non è da dir quanto conduca al fin dell’oratore, cioè di richiamar l’attenzion degli uditori, come ad un importantissimo pento, e di spaventare i peccatori che indugiano; i quali col terrore si voglion vincere e gli sbigottimenti, non già con teneri e compassionevoli affetti. Ma il correttore, nulla badando alla forza delle parole, e che animate si debbono anche supporre dalla voce e dalla azion dell’oratore, le cangia in quel freddissimo «Ahi tristo e sparentevole caso!» Il che in quel luogo starebbe assai meglio in bocca d’una dolente femminella, che con una cotal fievole e sottil bocina il lasciasse scappar tra l’un labbro e l’altro, che ad uno evangelico banditore che con profetica energia dal pulpito fulmini e tuoni. Ridicoloso eziandio si è il posponimento che e’ fa de’ verbi, in quel luogo ove il Segneri narra l’entrar del medico nella stanza dello ammalato, cancellando quell’«entra in camera, s’avvicina al letto, il saluta.», e sostituendovi: «in camera n’entra, al letto s’appressa, il saluta», ecc. Non niego io già che la trasposizion de’ verbi non concilii all’orazione moltissima venustà ed ornamento; ma ciò con più riserbatezza usar si dee che il Bandiera non fa; e per acconcio modo e ad opportuno luogo, non già puerilmente e senza natura, com’egli in questa nobilissima narrazione. E non pure ha sovente il P. Bandiera lo stil del Segneri guasto; ma bene spesso ancora, per voglia di migliorar l’elocuzione, i pensieri stessi rivolti nel contrario senso, siccome egli ha fatto sostituendo a quel «ripigliò l’infermo animosamente», il «ripigliò il coraggioso infermo»; perocchè quivi egli fa dire al Segneri l’opposto di ciò ch’egli ebbe veramente nello animo. Ei volle dimostrar, con quel «ripigliò animosamente», che il malato, e con cenni e con parole, mostrò al di fuori quello animo e quella sicurezza ch’ei non aveva al di dentro, siccome dall’esito si comprende; e ’l P. Bandiera al contrario accenna, con quel «coraggioso», ch’ei fosse realmente coraggioso nella spirito e nella volontà. La qual diferenza [sic] sarà chiara ad ognuno, e specialmente a chi entri ben dentro a conoscer la forza di quell’«il» posto davanti al «coraggioso». Io lascio poi ch’altri giudichi se sia migliorato punto quell’«io son per ubbidirvi» del Segneri, col «sono tutto disposto ad ubbidire a’ vostri consigli» del Bandiera; ove parravvi d’udir ciò che noi udiam tutto giorno per via, di due, che, scontrandosi, l’un chiede: – Come state? e l’altro risponde : -Tutto disposto ad ubbidirvi. – Non si dee però tacer di quello «stomaco» tolto dopo il «cordoglio», ove con una sola parola un bellissimo pensier si perde dell’eccellente oratore. Intese egli di dir che ’l buon religioso, non pur sentiva rammarico e dolore nello estremo e vicin pericolo del prossimo suo, ma eziandio, per lo abito della virtù ch’ei nodriva nel seno, moveagli nausea, e stomaco gli faceva, il lezzo e lo schifo della medesima colpa. De’ qua’ pensieri amendue, comecchè il P. Bandiera non ne tocchi il primo, che forse gli sembrò il più necessario, ne toglie però via il secondo, che non è punto di coperchio, od è senza fallo il più squisito. Oltracciò chi dirà esser più elegantemente detto «acconciare» che «compor le partite?». Chi dirà esser posto a tempo quell’«il Padre soggiunse a tempo», con cui tutta l’evidenza si toglie al dialogizzare, e che niun buon gioco fa essendo letto, e malissimo poi lo farebbe ascoltato? E così «il malato risponde», «esclama il religioso», ecc.: perocchè quivi non si dee giudicar certamente come di pure cose scritte al leggitore, ma come di azioni rappresentate agli uditori, e rendute vive dal gesto, dalle pose e da’ varii tuoni di voce dell’oratore. Io m’avveggo ben io, e voi me ne potreste ripigliare, ch’io ora esco, ora entro, irregolarmente ne’ confini ora dell’invenzione ed ora della esposizione; ma ho io però a tenermi sì stretto tra gli scolastici cancelli, se il P. Bandiera mi fa travviar [sic] coll’inavvertenza del suo giudizio, quando dietro all’una e quando dietro all’altra delle disparate cose? e in oltre non si parrebbe egli forse ch’io volessi scriver, come dir, geometricamente, e con più arte ch’alla natura delle lettere non si confà? Oltre al fin qui detto, non ha avuto punto di avvertenza il P. Bandiera allo appassionato di quella bellissima enumerazione, ove il Segneri, faccendo [sic] come l’ultima scarica, contro all’inndurito cor dell’impenitente, va con meraviglioso accrescimento, siemi lecito di così dire, arietandone l’ostinata volontà. Il Padre Segneri introduce quivi a tale effetto e i santi e la Vergine e Cristo, e finalmente il paradiso tutto; i qua’ nomi essendo per avventura, paruti al Bandiera troppo comuni e volgari, giudicò di doverneli intralasciare, comecchè tutto il patetico e la forza ne andasse dell’eccellente congerie. Questo è forse un mio mal fondato sospetto; imperciocchè non parmi da creder che ad un onorato religioso, qual si è il valoroso P. Bandiera, dovessero putir que’ sagrosanti nomi, che così grati riescono e soavi a’ più perfetti serafini del cielo. Per altro, questo è il comune scoglio ov’urtan coloro i quali, troppo scrupolosamente scrivendo, non pensano che, per quanto aspra e volgare sia una voce, s’ingentilisce e nobile diventa per l’altezza del suo significato. Ma mi conferma nella prima oppinion mia il veder che ’l Bandiera s’è vergognato altresì d’usare i vocaboli di «scomunicato», di «bestia», di «letamaio»; invece de’ quali, a onta d’ogni rettorica energia, ha scritto «reprobo dichiarato», «animale», e finalmente quello affettatissimo «mondezzaio»: il che adoperando (si faccia qui così un pocolin da un lato il rispetto infinito ch’io porto al P. Bandiera, e ceda il luogo alla verità), egli ha mostrato assai poco quel giudizio e quel conoscimento ch’egli ha della forza e del valor delle italiane voci e dell’arte posta in uso da un non volgare oratore; perocchè, se così non fosse, ei non avrebbe levati quello «scomunicato», quel «bestia» e quel «Letamaio», che colla viltà loro tendono ottimamente allo scopo del religioso introdotto, che è d’ingenerare orrore, abborrimento, e che so io, nello animo del peccatore. Resterebbemi ora a dir qualcosa dello snerbato di quel «ruppe in queste precise parole, che di nulla sono da me alterate», invece del «proruppe in questa precise parole, alle quali io mi protesto che niuna aggiungo, niuna levo» del Segneri, e di altre frascherie men rilevanti: ma, perciocchè io ho a fare alcun motto anche intorno all’esordio, io toccherò soltanto una cosa che negli ultimi versi di questa narrazion si legge, ove scorgesi che il correttore, siccome fa pompa della boccaccevole elocuzione, così niun riguardo ha alla pudicizia delle parole e delle espressioni, le quali di leggieri, anzi di necessità, debbono esser tratte in cattivo senso anche da chi troppo scostumato non fosse. Così parla addunque [sic] il Segneri dello ammalato: «Indi, per forza stringendola ed abbracciandola (la donna), tra per la veemenza del male, per la violenza del moto, per l’agitazion dello affetto, esalò sulle sozze braccia lo spirito disperato». E ’l correttore in iscambio dice: «Quindi, recandosi addosso a lei e dandole amorosi amplessi, tra per la veemenza del male, per la violenza del moto e per l’agitazion dell’affetto, sulle sozze sue braccia il fiato estremo esalò, e lo spirito disperato». Dalle quali maniere di favellar del tutto aperte, o anche dalle soltanto equivoche, dee diligentemente guardarsi non pur lo accorto oratore, come il Segneri ha fatto, ma qualunque civile e costumato uomo negli stessi famigliari ragionamenti, siccome il P. Bandiera mostra di aver letto nel Galateo di monsignor Della Casa, ov’egli alcuni esempli cita, e quello spezialmente notissimo dello Alighieri. Ma egli è da perdonar non pertanto a un povero scrittore, che, tutto intento essendo al massiccio del ragionar suo, molte volte non bada allo esterior significato delle parole; siccome io stimo essere avvenuto al Bandiera, non pur qui, ma in più altri luoghi del suo libro, e singolarmente alla pagina quarantasettesima nel primo verso del paragrafo primo e in una voce da lui adottata e adoperata continuamente.

Or conviemmi finalmente passare a mostrarvi per qual guisa il P. Bandiera abbia emendato, o sia rifatto, l’esordio della prima predica segneriana, intorno allo stile. Egli si persuade, al creder mio, che ove periodica sia l’orazione e numerosa, non si abbia poscia a far caso se una parola o un modo di dire ci abbia luogo, oppure ci stia così, come dire, a pigione. Egli molte cose ha o aggiunte o trammezzate nell’esordio del Segneri, ad oggetto, cred’io, d’introdurvi l’armonia e quella musica ch’è propria dell’oratore. Io non starò punto a cercar s’egli abbia conseguito il suo intento intorno a ciò, conciosiachè, a dire il vero, io non ci ho troppo adatto l’orecchio; e, volendone giudicare, io ci farei la parte di Mida. Basterà solo ch’io mi fermi alquanto ad osservar ciò che si riferisce allo stile, e che degno è di maggior riflessione. Comincia pertanto l’esordio della prima sua predica il Segneri con quella gravità ed altezza di stile, che a sommo orator si conviene; semplicemente però e con que’ fregi soli che servono ad abbellir la verità, non già ad infrascarla: «Un funestissimo annunzio son qui a recarvi, o miei riveriti uditori»; il che così cangia il P. Bandiera: «Un funesto e fiero annunzio sono io questa mane quassù asceso ad arrecarvi, riveriti ascoltatori». Ora io sapre’ volentieri da esso Padre per qual ragione egli abbia giudicato di dover tôrre quel «funestissimo» per supporvi «funesto e fiero». Forse ch’egli dubitò non dover bastare allo «annunzio» quello aggiunto superlativo di «funestissimo», ch’e’ volle porvene altri due in quel cambio, comecchè men vigorosi del primo? «Fiera materia di ragionare n’ha oggi il nostre re data», disse il Boccaccio, e d’un solo epiteto s’accontentò; e ’l P. Bandiera, per imitarlo, volle pur dir quel «fiero»; ma, per non iscontentar po’ poi al tutto il Padre Segneri, rappiccinì il «funestissimo», acciocché un po’ di suo al boccaccevol «fiero» cedesse. Ma usciam delle baie. Assai chiaro voi comprendete come punto di forza non si sia aggiunto in tal guisa al pensier del Segneri; anzi quanto crudelmente indebolito si sia con quel «questa mane, quassù asceso», che gli uditori e veggono e sanno ottimamente; e che male sta in bocca di chi mostrar vuol premura e verità nel ragionar suo, e di non avere a perdersi in ciance; ma di voler parlare altrui da buon senno, siccome un sacro oratore, e spezialmente nel primo suo comparir, dee fare. Oltracciò inutilmente s’è mutato l’«uditori» nello «ascoltatori», perocchè amendue queste voci vengono a significare il medesimo nel comune uso degli scrittori, benchè tra’ due verbi, ond’esse son derivate, qualche diferenzia [sic] ci corra. Anzi nel Boccaccio, che ’l P. Bandiera tanto si studia d’imitare, noi troverem bene spesso «uditori» o «ascoltanti», ma «ascoltatori» assai di rado e non mai. Egli è precetto di color che l’arte insegnano del ben favellare; che non debba l’orator fare uso della circonlocuzione ovvero perifrasi, dove esplicar possa il suo pensiere con egual nobiltà e chiarezza, servendosi della propria e natural voce. Il P. Bandiera però, togliendo quel «pesandomi», leggiadrissimo, a1 Segneri, non s’è peritato di scriver: «conciossiacchè troppo grave all’animo mi riesca», che nulla più accresce all’orazione che ’l maggior numero delle parole. Ma così egli avesse pensato ad aggiugner solamente, piuttosto che a levar cosa alcuna dall’eccellente dettato del gesuita; perocchè men fosco per avventura sarebbe apparito il giudizio del correttore. Egli ci ha tolto quel robustissimo «fin dalla prima mattina ch’io vegga voi o che voi conosciate me». Ma Dio buono! Aveasi egli a tôrre una bellezza insigne ad un oratore e riporvi una  freddura, sol perché non s’udiva risonare agli orecchi un noioso e sempre eguale tintinno alla boccaccesca? Forse che il Boccaccio medesimo, e così tutti gli altri giudiziosi e toscani scrittori non sepper variare a tempo le cadenze de’ periodi loro? Leggansi i ragionamenti della Gismonda e di Tito nel Decamerone, i quali, siccome più d’ogni altra parte s’accostano all’orazione, così bastano a mostrare apertamente dove lo stil del Boccaccio s’abbia ad imitar dall’oratore e dove no. Questo medesimo non si dee dir forse del «ve lo dirò», rifiutato, e suppostovi «con tuono libero parlerò?» Troppo lungo io sarei, se io volessi andar dietro alle più minute cose; perlocchè mi convien lasciar dapparte ciò che dir si potrebbe intorno alla nobiltà delle voci adoperate dal Segneri, cioè: «o padroni o servi, o nobili o popolari», e dal Bandiera cangiate in «ricchi e poveri, plebei e nobili». Nulla io dico del «finalmente morire», in due sole voci esposto bastevolmente dal Segneri, e tirato in lungo dal P. Bandiera con questa stucchevole e niente opportuna, anzi contrariissima circuizion di parole: «dobbiam senza fallo pur finalmente una volta condurci all’ora estrema e morire»; nulla dico finalmente dello scriver «non v’ha tra voi» per «non ci ha tra voi », «non v’ha persona» per «non ci ha persona» ; e così di moltissimi altri più leggeri abbagli non degni d’esser considerati da voi. Avvertite così di passaggio alla debolezza di quell’«imperciocchè, ditemi », posto in luogo del «dite» assoluto; a quel forte accrescimento del Segneri «oh cecità! oh stupidezza! oh delirio! oh perversità!», ora monco e privato della voce «perversità» dal Bandiera; e ciò, cred’io, perchè a lui mancò un’altra particella esclamativa da antiporvi, siccome fatto ha al restante, dicendo: «ahi cecità! deh stupidezza! oh delirio!». Badate eziandio a quello «estremo infallibile fine», che in certa guisa ricopre o raddolcisce l’orridezza del vocabolo «morte», cui non isdegnò il Segneri di adoperare; come colui che ’l valor d’ogni menoma paroluzza esaminò, purch’ei giudicasse quella poterlo condurre al suo intendimento. Sovvienmi d’un’altra cosa che dovea essere accennata di sopra; cioè di que’ due aggiunti inutilissimi posti al «cadaveri» di «freddi» ed «esangui». I quali aggiunti mostra che assai piacciono al P. Bandiera, perocchè egli ne adopera a macca in ogni luogo dove non bisognano punto. Egli è il vero che gli aggiunti, secondo l’insegnamento di Cicerone intorno alle cose significanti il medesimo, acquistan vezzo al parlare; ma anche in ciò egli è d’uopo pôr mente che essi sono come gli abbigliamenti che sopra le vesti adornano la persona, i quali non debbono esser tanti quanti adopererebbe una meretrice, ma parchi e semplici, quali si convengono ad onesta matrona; e per tal guisa gli aggiunti da usar sono con questa matrona gravissima dell’orazione. E siccome gli ornamenti hanno a crescer, non a soffocare la bellezza del corpo, e così gli aggiunti non debbono soprafare e manco poi contrastare alla bellezza del nostro ragionamento. A me medesimo incresce, il dirò pure alla boccaccevole, andarmi tanto tra tante baiucole ravvolgendo: e perchè mi sembra che dalle poche cose insino ad ora accennatevi compreso avrete assai bastevolmente in quanto sconcio modo abbia il P. Bandiera corretto il dettato del P. Segneri, e quanto si sia mostrato però avventato oltremodo ed animoso, togliendosi a rifar ciò ch’egli ha così male eseguito, e ch’altri di più temperata natura non avrebbe sì di leggieri pensato, nonchè intrapreso; vi soggiugnerò brevemente alcune osservazioncelle ch’io ho fatte sopra lo stile del P. Bandiera, argomentando dalla presente opera sua quel che a giudicar s’abbia intorno ad altre delle passate. Se a creder s’avesse all’oppinion che questo autore mostra di aver delle opere sue, principalmente sul fatto della lingua, parrebbe che a chius’occhi, e senza disaminar punto cosa veruna, fossero da accettar per ottimi testi di lingua. Egli, oltre a’ magnifici titoli ch’el pon loro in fronte, ne ragiona spesse volte in maniera che par ch’ei si voglia la burla de’ leggitori; eppure ei ne dovrebbe parlar del miglior senno ch’egli abbia. Il Gerotricamerone, opera sua prediletta, nel bel frontespizio fa una maravigliosissima scena da capitan Trasone con quelle parole : «opera…. presentata a chi vago sia d’apprender prosa toscana», ec.; ed esso ancora vien proposto da studiarsi dopo il Decamerone in più luoghi della presente opera de’ Pregiudizii. Nè avvertì il P. Bandiera, proponendo così fatto libro agli scolari, che nè il Boccaccio nè il Petrarca nè tutti questi altri chiarissimi lumi della toscana lingua ardiron giammai di mostrar per maestre altrui le opere loro: anzi addivenne, che quelle medesime che parvero a que’ maravigliosi giudici esser le migliori, furon poi le meno apprezzate dalla posterità; tanto lo amor delle proprie cose torce le bilance del retto giudicio, e spesso fa veder torto anche ad un occhio che sia ben sano. Che se que’ valorosi spiriti non osarono tanto giammai, manco poi fare il doveva il P. Bandiera; il qual ne’ libri suoi nè la limpidezza agguaglia nè la bellezza dello scriver loro, anzi neppur sembra che a quello s’accosti per conto alcuno. Imperciocchè, se noi vogliamo stare alla presente opera de’ Pregiudizii, la qual sola io ora ho sotto agli occhi e sola mi sono ora tolto per qualche parte ad esaminare, voi vedrete che il P. Bandiera, o sia per la sintassi o sia per la scelta delle parole o sia finalmente per la grammatica medesima, non merita che le opere sue sien da proporsi alla gioventù immediatamente dopo il Decamerone, ovver dopo consimili libri.

La costruzion primieramente n’è in più luoghi oscura e intralciata; di modo che a gran pena alle volte può raccappezzarsene [sic] il sentimento siccome vi si presenterà subito agli occhi nel bel frontispizio di questo libro, ove, secondo la diritta maniera di leggere, intender si dovria che il conte Ercole Dandini traduttor fosse del suo proprio dialogo, non già il Bandiera, che per detto suo nel sappiamo aver volgarizzata cotale operetta; imperocchè egli così scrive: I pregiudizii delle umane lettere per argomenti apertissimi dimostrati, specialmente a buon indirizzo di chi le insegna, dal P. M. Alessandro M. Bandiera, ecc. con un Dialogo sullo stesso argomento del conte Ercole Francesco Dandini, ecc. dal latino in volgar toscano per l’autor recato, ecc. E moltissime altre così fatte maniere di spiegarsi e di costruire, da voi medesimo avrete osservate nel decorso del libro, le quali o abbuiano la sentenza o la rendono di cattivo suono e non proprio della bellissima lingua nostra.

Intorno alla scelta delle parole poi e delle maniere di dire, non brieve discorso da tener sarebbe, se tutti i vizi di cotale spezie s’avessero ad annoverare. Voi v’incontrerete spessissimo in frasi affatto nuove, le quali io non mi soglio pigliar briga di additarci particolarmente, perciocchè io stimerei di far torto a voi, che com’uom di finissimo naso traete tosto all’odor delle toscane cose, ed al contrario sfuggite quelle che non ne olezzano punto. Nel primo passo appena, cioè nella lettera dedicatoria, voi inciamperete in un «correre i volumi», che il P. Bandiera ha detto in quella maniera medesima ch’un viaggiatore direbbe il «correr le poste». Affettatissimo uso egli ha fatto poscia di mille vocaboli, de’ quali, comecchè ci abbia gli equivalenti, nondimeno non gli ha mai variati in conto alcuno, impoverendo in cotal guisa la nostra lingua, per quanto sta a lui, de’ molti e ricchi gioielli ond’ella in sì diverse fogge s’adorna e compone. Non ci sarà, verbigrazia, per lui al mondo niuna cosa che sia «torta» o «storta» ma solamente «distorta»; la qual voce egli ficca pressochè non dissi in ogni pagina. Egli è maestro, per esempio, della lingua nostra nè «dotto» nè «valoroso», nè «saggio», nè «celebre», nè «illustre», nè, «chiaro», ma puramente «solenne»; titolo ch’ei dà unicamente a quelle persone, a cui ciascun altro de’ sopradetti epiteti potrebbe convenire. Credete voi ch’egli scriva giammai «falso» «ingiusto» «non diritto», o tale altro così fatto aggiunto? Egli osa in quella vece «prepostero», voce che fu sovente di così infame valore presso a’ latini, e che da’ nostri buoni toscani fu o del tutto abborrita o da alcuno soltanto, cosa per isvogliataggine, e parcamente, adoperata. Non mai «scorrere» egli scrive, ma «discorrere», non mai «variato», ma «svariato», ecc.; ch’io non voglio ora farvi mia così inetta leggenda. Molte voci eziandio voi rinverrete nel suo libro di poco buon peso nella statera del mugnaio toscano, le quali però doveano essere ad ogni modo sfuggite da uno scrittore che le opere sue offerisce al pubblico per ammaestramento della gioventù: queste son, verbigrazia, «impegno», «incumbenza», « presidio», «massime» e «che però» avverbii, e simili altre, delle quali egli fa in ogni canto del libro suo uno spietato sciupinío.

Assai vocaboli per fine si lascia fuggir dalla penna il P. Bandiera, che in buona lingua non reggono assolutamente, quali sono « giammai» per « nonmai», «mentre» per «imperocchè»; e così fatti.

Che se della grammatica a parlar s’ha, affettato e pedantesco uso noi troverem fatto mai sempre del «cui» invece del «che» relativo paziente, che i buoni scrittori tuttavia amarono; e solo allora intralasciaronlo, che la chiarezza del lor discorso notabilmente a patir ne venisse: così della preposizione «su», posta invariabilmente col genitivo dappoi. Affettato uso fa altresì il Padre Bandiera d’alcuni articoli, che egli scrive senza bisogno, qual sarebbe, per esempio, nella dedicatoria quel «le» posto in fin di queste parole: «l’erudite studiate lingue, cui principalmente professo in questo libro piana maniera ed agevole d’insegnarle»; e così di alcune particelle, come nella dedicatoria medesima: «i favori onde vi siete degnato di colmarne me», e: «l’amorevole protezion vostra procacciato n’ha letterario ozio alle mie applicazioni»; e nel decorso del libro, spezialmente alla pagina trentunesima: «queste le son certissime verità»; la quale accennata particella, o, come questi grammatici la chiaman, ripieno, vien dalle buone scritture sbandita e soltanto lasciata a’ volgari e bassi ragionamenti. Ma dalle semplici affettazioni agli error trapassando, faravvisi innanzi «faccio» per «fo», che nelle purgate prose scriver si dee; e spesse volte anche il torto uso degli articoli, come alla pagina trentanovesima, ov’egli scrive: «alla repubblica ed imperio romano appartengono», che «alla repubblica ed all’imperio romano» dee dirsi, acciocchè l’articolo della femmina non serva al maschio eziandio; e così alla pagina medesima: «intelligenza de’ riti, leggi e fòro romano», ove da dir sarebbe: «intelligenza de’ riti, delle leggi e del fòro romano». Io vi parlerei ancora del mal uso ch’egli ha fatto de’ pronomi, siccome per esempio, alla pagina censessantottesima: «le quali spesso, come accade nel fòro, han le sue repliche»; che «le lor repliche» scriver si dee dirittamente; se a me non paresse di dover qui pôr fine oggimai a questa lunga infilzatura di parole, la quale, siccome ha recato noia a me che l’ho scritta, così stimo che avrà ristucco anche voi che letta l’avete. Voi avrete addunque compreso, dalle cose per me dette finora, siccome i difetti del P. Bandiera principalmente sien nati o dalla troppa estimazion ch’egli ha di se medesimo o, siccome io credo più volentieri, dal troppo zelo ch’egli ha dello avanzamento degli studii altrui; il quale zelo lo ha portato insino a riprendere in sì ardita foggia un così nobile ed accreditato scrittore, quale il Segneri fu, ed a presentare al pubblico gli scritti propri! come esemplari dello scriver bene, quantunque essi o per l’affettazione o per la poca purgatezza della lingua meritino d’esser letti con grandissima circospezione e cautela. Non crediate però che quel ch’io ho detto insino a qui sia quanto dir si possa intorno alla maniera di scriver del P. Bandiera; imperocchè moltissime altre cose dire si potrieno ove l’accortezza vostra non se ne offendesse, e le poche dette non bastassero a chiarire ogni persona di ciò che resterebbe a dire. Esse serviranno bastevolmente, per disingannare i giovani, i quali per avventura lasciandosi condurre alle parole del Bandiera, accetteran come buone certe maniere storte di ragionare o seguiran come limpido e purgato stile ciò che non è altro che pretta affettazione, lontana da ogni naturale e diritta ragion di favella. Ciò accaderà quando voi, servendovi di queste osservazioni mie, e loro accoppiando molt’altre vostre assai migliori, che si potrebbon fare intorno al pensar del Padre Bandiera nell’opera de’ Pregiudizii, vogliate farne parte agli amici nostri, e di mano in mano agli stranieri; i quali tutti, se così saranno, come esser debbon, discreti, giudicheranno che, siccome non è stato mio intento, col difendere il Segneri dalle ingiuste censure altrui, di recare autorità e franchigia a qualche suo vero e reale difetto, così nè manco di scemar punto del verace merito e della diritta estimazione al P. Bandiera col riprenderlo di alcune piccole cose, che da riprendermi parvero nelle opere sue. Intanto voi proseguite i lodevoli studii vostri, che io, aspettando da voi più rilevate cose che queste non sono, mi vi offero cordialmente e raccomando.

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