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Giovanni Pascoli – Minerva oscura – Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante

EText-No. 42577
Title: Minerva oscura – Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante
Author: Pascoli, Giovanni
Language: Italian
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EText-No. 42577
Title: Minerva oscura – Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante
Author: Pascoli, Giovanni
Language: Italian
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EText-No. 42577
Title: Minerva oscura – Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante
Author: Pascoli, Giovanni
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EText-No. 42577
Title: Minerva oscura – Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante
Author: Pascoli, Giovanni
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EText-No. 42577
Title: Minerva oscura – Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante
Author: Pascoli, Giovanni
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Giovanni Pascoli – Giacomo Leopardi (1798-1837) – La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l’Impero

EText-No. 43178
Title: Giacomo Leopardi (1798-1837) – La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l’Impero
Author: Pascoli, Giovanni
Language: Italian
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EText-No. 43178
Title: Giacomo Leopardi (1798-1837) – La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l’Impero
Author: Pascoli, Giovanni
Language: Italian
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EText-No. 43178
Title: Giacomo Leopardi (1798-1837) – La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l’Impero
Author: Pascoli, Giovanni
Language: Italian
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EText-No. 43178
Title: Giacomo Leopardi (1798-1837) – La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l’Impero
Author: Pascoli, Giovanni
Language: Italian
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EText-No. 43178
Title: Giacomo Leopardi (1798-1837) – La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l’Impero
Author: Pascoli, Giovanni
Language: Italian
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Giovanni Pascoli – I filugelli

CANTO PRIMO

I

Con chi partisci quell’esigua messe?
La deve qualche luccioletta avere,
che ti fa lume? o il ragno, che ti tesse?

o la formica? Le formiche nere
t’han fatto il mucchio, che somiglia un poggio?
E mezzo devi il grano del podere,

e lo misuri: e il tuo ditale è il moggio.

II

T’han fatto, o Rosa, le formiche il mucchio.
Ora partisci, benché sia d’aprile;
San Marco, appunto; quando il gelso è in succhio.

E il tuo grano è una polvere sottile
e sembra nato tutto in una zolla…
Lo tribbiò il grillo dentro il suo cortile,

e la vanessa ventilò la lolla.

III

Te lo tribbiò le lunghe sere il grillo
trillando acuto… Oppur codesto grano
tu l’hai mietuto al regamo e al serpillo?

O scosso t’hai nel cavo della mano
l’urna del fiore dell’oblio, del fiore
del dolce sonno? Vi s’udiva un vano

scrosciar di pioggia in un lontano albore…

IV

E tu vuoi dunque seminare il sogno
del rosso fiore? Non è tardi? È molto
che cadde il fiore al melo ed al cotogno.

Fiorisce il grano già da te sepolto.
Pendono ai rami i pomi verdi e lazzi.
Fiorisce l’uva; e dal ciliegio folto

pendono bianche le ciliege a mazzi.

V

Ma tu ti sganci il candido corsetto,
o bionda Rosa. Fuori è chiaro il sole,
e due colombi tubano sul tetto

Ti slacci il busto. Odore di vïole
bianche è nell’orto. Oh! lascia come prima.
Bello è come è. Non altro fior ci vuole.

Ci son due bocci ch’hanno il rosso in cima.

VI

Non chiudere entro il bianco petto, o Rosa,
il fior del sonno. Non la notte e il giorno
costì si veglia e mai non si riposa?

Ma senti a un tratto scalpicciare intorno
alla tua casa… Ora le lievi trine
tu lieve agganci, ed il corsetto adorno

richiudi, a un grido delle tue vicine.

VII

Chiamano: Rosa! A doppio le campane
suonano. Andate! Va con l’altre a schiera:
prega da Dio la cara pace e il pane.

Peregrinando suoni la preghiera
per campi e selve, e per le vigne e gli orti.
Ristate, o litanie di primavera,

avanti a croci, qua e là, di morti!

VIII

Appiedi, o Rosa, delle vecchie croci
prega anche tu: che venga alle su’ ore
il grano e l’uva, e le gioconde noci

e le castagne; per il dolce amore
tuo, per quei morti, che non sai chi sono…
Prega! Pregate che sfiorisca il fiore,

che il bello passi ma che lasci il buono.

IX

Ai morti ignoti hanno pensato, ed anche
al seme chiuso che lor è sul cuore,
covato già da due lievi ale bianche…

E vanno via le vergini canore
e il canto lor si perde nella valle.
Cantano lontanando: Non si muore!

E poi: Lo sanno insino le farfalle!…

CANTO SECONDO

I

Nati! Son nati nel tuo petto i semi!
Ah! che son bruchi, squallidi di pelo,
neri, infiniti! Ma tu già non temi.

Tu cauta e pia nel piccolo suo telo,
in un paniere, adagi il tuo tesoro;
e su vi spargi lievemente un velo

di foglie trite e di germogli d’oro.

II

Ché savio il gelso come se c’intenda,
ha messo a tempo. Ed ora ogni quattro ore
tu recherai la piccola profenda,

al lor presepe, nell’ugual tepore
della tua stanza; ed essi pasceranno.
Ma ecco, un dì, non toccano più fiore:

noia li prende; alzano il capo, e stanno.

III

Dormono. Or tu non romperai quel sogno
che forse fanno. Non portar più frasca;
ché non d’altro che d’aria hanno bisogno.

Un giorno; e par che il gregge tuo rinasca.
Par nuovo. E tu gli porgi qualche cima
fresca a cui salga il nuovo gregge, e pasca;

e lo tramuti dal panier di prima.

IV

Cerca tre volte tanta una canestra:
prendi i germogli con sur ogni foglia
appeso un branco, e ponili giù destra.

Tre volte tanto mangiano. E tu spoglia
per loro i rami e spicca verdi i germi.
Mangino. In capo de’ sei dì la voglia

del cibo è queta: alzano il capo, e fermi!

V

Dormono. Il corpo a qualche cosa attorno
hanno legato con sottili bave
come di seta; e dormono un gran giorno.

Alfine ecco si svolgono dal grave
sonno, rifatti. Ed ecco a cento a cento
li cogli a un ramo, poni giù soave

in una stuoia il tuo cresciuto armento.

VI

Tre volte tanto brucano foraggio
così cresciuti. Ma tre volte tanto
verdeggia il gelso al puro sol di maggio.

Due rose aperte tu porrai da un canto.
Sognino nella stanza solitaria
d’essere in Cina, i bachi, e per incanto

errar sui gelsi tra il color dell’aria!

VII

Dormono… Ebbene: tristo sogno è il loro.
Ma no: vegliano, e sembrano, all’aspetto,
in doglia grande od a crudel lavoro.

Non vedi come il torvo capo eretto
per tutto un giorno dondolano stanchi?
Póntano i pie’ di dietro, alzano il petto,

e di sé stessi escono puri e bianchi.

VIII

Ora in tre stuoie li porrai, né ora
più dalle rame sgrapperai le fronde.
Porgi la rama florida, che odora.

Non le hai deposte ancora, eccole monde.
Ma tu gli alunni muterai dal primo
letto, più volte, o almeno all’ultimo, onde

l’ultimo sonno non s’invii sul fimo.

IX

Dormono… O Rosa, siediti; ché giova.
Dormono alfin la grossa i filugelli
che tu tenesti, nel tuo seno, in cova.

Ma tu mondi olivagnoli, e fastelli
scuoti, di cesti; vieni e vai; ti spicci,
ti studi, entri, esci, apri, alzi, e sui castelli

tacita e grave stendi altri cannicci…

CANTO TERZO

I

Or sì, conviene ai gelsi bianchi, ai mori,
dare il pennato e portar foglia a fasci,
con fruscìo grande e il fresco odor di fuori!

Ma su le prime indugi un po’; né lasci
che il gregge impingui, e se ne perda il frutto:
attenta, accorta, a man a man li pasci

più largamente, fin che indulgi il tutto.

II

Ed ecco allora, nell’opaca loggia
piena di verde, uno scrosciare uguale,
un grosso allegro strepito di pioggia.

Sembra l’oscurità d’un temporale
che fa fuggire con le falci in pugno
le villanelle… Invece le cicale

cantano al sole, al nuovo sol di giugno.

III

Canta, nel sole immersa, la calandra
che inebbria il cielo. Tu tra i tuoi castelli
nella fresca ombra vegli sulla mandra.

Di quando in quando vengono i fratelli
portando rami striduli a bracciate:
entra con loro il canto degli uccelli,

entra con loro il soffio dell’estate.

IV

Ma sazi alfine i tuoi voraci allievi,
or l’uno or l’altro, lasciano la foglia.
Erano pigri, agili sono e lievi.

Vagano spinti da non so qual voglia.
Talvolta alcuno qua e là s’arresta.
Sembrano ciechi che da soglia a soglia

vadano tentennando con la testa.

V

Tu sai, tu vegli: a tempo tu facesti
nella tua selva, o Rosa, quando c’eri
pei primi funghi, irsute stipe e cesti.

Rami d’ulivi, anche di meli e peri,
anche di viti, tu serbasti insieme,
e, quali alberi, piccoli ma veri,

gambi di rape, dopo colto il seme.

VI

Di questi rami ed alberi minori
alzi in un tiepido angolo tranquillo
un bosco secco senza foglie e fiori.

– Che rifiorisca? – par che rida il grillo.
Non ride il ragno: egli fa pur le tele!
Né l’ape ch’ama il regamo e il serpillo:

tutto può darsi; ella fa pure il miele!

VII

Vanno inquïeti, contro lor costume.
Qual monta i ritti, qual s’appende al muro.
Traspare il corpo se si spera al lume.

Più nulla è in loro, che non sia futuro.
Par che la bocca un fil di luce aneli.
Il verme è mondo, il verme è tutto puro…

O Rosa, è puro, e cerca ove si celi.

VIII

Prendili, o Rosa, con le rosee dita:
portali al bosco. Dentro pochi giorni
l’arida selva rivedrai fiorita.

Vai dal castello al bosco, poi ritorni
dal bosco lieta al tuo castello: lieta,
che l’un si vuoti e l’altro già s’adorni

di biondi grandi bozzoli di seta.

IX

Non più castelli, o Rosa: altro non resta
che il bosco brullo. Or tu siedi romita,
pensi all’amore, un po’ lieta un po’ mesta.

Dal bosco morto viene un’infinita
romba nel gran silenzio sonnolento.
Tra le sue rame odi un ansar di vita…

le già sue foglie odi stormire al vento.

Giovanni Pascoli – Il prigioniero

Prendi, infelice, il tuo dolore in pace!
“Perché?” Tu, perché gridi, urti la porta?
“Perché dolore è più dolor, se tace”.

Se lo nascondi, frutterà. Sopporta,
attendi, spera… “O vanità! Non spero.
Non credo”. Eppure… “Dio non è!” Che importa?

C’è del mistero intorno a te… “Mistero?
Io non lo vedo”. Ciò che tu non vedi,
o prigioniero, è un altro prigioniero;

e un altro e un altro. Hanno nei ceppi i piedi…
“Anch’io”. Presto la morte, ora catene!
“Anch’io”. Dunque tu sai, dunque tu credi.

Non li destare! “Io, dormo forse?” Ebbene?
Se vuoi parlare, parla sì, ma piano;
canta, se vuoi, ciò che dal cuor ti viene:

canta, ma un dolce canto, esile, vano,
che su la piuma delle sue parole
li porti in collo al loro amor lontano:

cantalo quello che nel cuor ti duole!
piangano anch’essi, ma dormendo ancora!
Chi piange in sogno, è giunto a ciò che vuole,

è giunto alfine a tutto ciò che implora
invano. Canta: e l’anima pugnace
tua placherai. Ritroverà l’aurora

anche te forse addormentato in pace.

Giovanni Pascoli – La vertigine

Si racconta di un fanciullo che aveva
perduto il senso della gravità…

I

Uomini, se in voi guardo, il mio spavento
cresce nel cuore. Io senza voce e moto
voi vedo immersi nell’eterno vento;

voi vedo, fermi i brevi piedi al loto,
ai sassi, all’erbe dell’aerea terra,
abbandonarvi e pender giù nel vuoto.

Oh! voi non siete il bosco, che s’afferra
con le radici, e non si getta in aria
se d’altrettanto non va su, sotterra!

Oh! voi non siete il mare, cui contraria
regge una forza, un soffio che s’effonde,
laggiù, dal cielo, e che giammai non varia.

Eternamente il mar selvaggio l’onde
protende al cupo; e un alito incessante
piano al suo rauco rantolar risponde.

Ma voi… Chi ferma a voi quassù le piante?
Vero è che andate, gli occhi e il cuore stretti
a questa informe oscurità volante;

che fisso il mento a gli anelanti petti,
andate, ingombri dell’oblio che nega,
penduli, o voi che vi credete eretti!

Ma quando il capo e l’occhio vi si piega
giù per l’abisso in cui lontan lontano
in fondo in fondo è il luccichìo di Vega…?

Allora io, sempre, io l’una e l’altra mano
getto a una rupe, a un albero, a uno stelo,
a un filo d’erba, per l’orror del vano!

a un nulla, qui, per non cadere in cielo!

II

Oh! se la notte, almeno lei, non fosse!
Qual freddo orrore pendere su quelle
lontane, fredde, bianche azzurre e rosse,

su quell’immenso baratro di stelle,
sopra quei gruppi, sopra quelli ammassi,
quel seminìo, quel polverìo di stelle!

Su quell’immenso baratro tu passi
correndo, o Terra, e non sei mai trascorsa,
con noi pendenti, in grande oblìo, dai sassi.

Io veglio. In cuor mi venta la tua corsa.
Veglio. Mi fissa di laggiù coi tondi
occhi, tutta la notte, la Grande Orsa:

se mi si svella, se mi si sprofondi
l’essere, tutto l’essere, in quel mare
d’astri, in quel cupo vortice di mondi!

veder d’attimo in attimo più chiare
le costellazïoni, il firmamento
crescere sotto il mio precipitare!

precipitare languido, sgomento,
nullo, senza più peso e senza senso.
sprofondar d’un millennio ogni momento!

di là da ciò che vedo e ciò che penso,
non trovar fondo, non trovar mai posa,
da spazio immenso ad altro spazio immenso;

forse, giù giù, via via, sperar… che cosa?
La sosta! Il fine! Il termine ultimo! Io,
io te, di nebulosa in nebulosa,

di cielo in cielo, in vano e sempre, Dio!

Giovanni Pascoli – La pecorella smarrita

I

“Frate,” una voce gli diceva: “è l’ora
che tu ti svegli. Alzati! La rugiada
è sulle foglie, e viene già l’aurora”.

Egli si alzava. “L’ombra si dirada
nel cielo. Il cielo scende a goccia a goccia.
Biancica, in terra, qua e là, la strada”.

S’incamminava. “Spunta dalla roccia
un lungo stelo. In cima dello stelo,
grave di guazza pende il fiore in boccia”.

S’inginocchiava. “Si dirompe il cielo!
Albeggia Dio! Plaudite con le mani,
pini de l’Hermon, cedri del Carmelo!”

Tre volte il gallo battea l’ali. I cani
squittìano in sogno. Le sei ali in croce
egli vedea di seraphim lontani.

Sentiva in cuore il rombo della voce.
Su lui, con le infinite stelle, lento,
fluiva il cielo verso la sua foce.

Era il dì del Signore, era l’avvento.
Spariva sotto i baratri profondi
colmi di stelle il tacito convento.

– Mucchi di stelle, grappoli di mondi,
nebbie di cosmi. Il frate disse: “O duce
di nostra casa, vieni! Eccoci mondi”.

In quella immensa polvere di luce
splendeano, occhi di draghi e di leoni,
Vega, Deneb, Aldebaran, Polluce…

E il frate udì, fissando i milïoni
d’astri, il vagito d’un agnello sperso
là tra le grandi costellazïoni

nella profondità dell’Universo…

II

E il dubbio entrò nel cuore tristo e pio.
“Che sei tu, Terra, perché in te si sveli
tutto il mistero, e vi s’incarni Dio?

O Terra, l’uno tu non sei, che i Cieli
sian l’altro! Non, del tuo Signor, sei l’orto
con astri a fiori, e lunghi sguardi a steli!

Noi ti sappiamo. Non sei, Terra, il porto
del mare in cui gli eterni astri si cullano…
un astro sei, senza più luce, morto:

foglia secca d’un gruppo cui trastulla
il vento eterno in mezzo all’infinito:
scheggia, grano, favilla, atomo, nulla!”

Così pensava: al sommo del suo dito
giungeva allora da una stella il raggio
che da più di mille anni era partito.

E vide una fiammella in un villaggio
lontano, a quelle di lassù confusa:
udì lontano un dolce suon selvaggio.

Laggiù da una capanna semichiusa
veniva il suono per la notte pura,
il dolce suono d’una cornamusa.

E risonava tutta la pianura
d’uno scalpiccio verso la capanna:
forse pastori dalla lor pastura.

E il frate al suono dell’agreste canna
ripensò quelle tante pecorelle
che il pastor buono non di lor s’affanna:

tra i fuochi accesi stanno in pace, quelle,
sicure là su la montagna bruna;
e il pastor buono al lume delle stelle

quaggiù ne cerca intanto una, sol una…

III

“Sei tu quell’una, tu quell’una, o Terra!
Sola, del santo monte, ove s’uccida,
dove sia l’odio, dove sia la guerra;

dove di tristi lagrime s’intrida
il pan di vita! Tu non sei che pianto
versato in vano! Sangue sei, che grida!

E tu volesti Dio per te soltanto:
volesti che scendesse sconosciuto
nell’alta notte dal suo monte santo.

Tu lo volesti in forma d’un tuo bruto
dal mal pensiero: e in una croce infame
l’alzasti in vista del suo cielo muto”.

In cielo e in terra tremulo uno sciame
era di luci. Andavano al lamento
della zampogna, e fasci avean di strame.

Ma il frate, andando, con un pio sgomento
toccava appena la rea terra, appena
guardava il folgorìo del firmamento:

quella nebbia di mondi, quella rena
di Soli sparsi intorno alla Polare
dentro la solitudine serena.

Ognun dei Soli nel tranquillo andare
traeva seco i placidi pianeti
come famiglie intorno al focolare:

oh! tutti savi, tutti buoni, queti,
persino ignari, colassù, del male,
che no, non s’ama, anche se niun lo vieti.

Sonava la zampogna pastorale.
E Dio scendea la cerula pendice
cercando in fondo dell’abisso astrale

la Terra, sola rea, sola infelice.

Giovanni Pascoli – Bellis Perennis

I

Chi vede mai le pratelline in boccia?
Ed un bel dì le pratelline in fiore
empiono il prato e stellano la roccia.

Chi ti sapeva, o bianco fior d’amore
chiuso nel cuore? E tutta, all’improvviso,
la nera terra ecco mutò colore.

Sono pensieri, ignoti già, che in viso
rimiran ora, ove si resti o vada;
nati così, nell’ombra, d’un sorriso

di stella e d’una goccia di rugiada…

O mezzo aperta come chi non osa,
o pratellina pallida e confusa,

che sei dovunque l’occhio mio si posa,
e chini il capo, all’occhio altrui non usa;

bianca, ma i lievi sommoli, di rosa;
tanto più rosa quanto più sei chiusa:

ti chiudi a sera, chi sa mai per cosa,
sei chiusa all’alba, ed il perché sai tu;

o primo amore, o giovinetta sposa.
o prima e sola cara gioventù!

II

È il verno, e tutti i fiori arse la brina
nei prati e tutte strinò l’erbe il gelo:
ma te vedo fiorir, primaverina.

Tu persuasa dal fiorir del cielo,
fioristi; ed ora, quasi più non voglia
perché sei sola, appena alzi lo stelo.

O fior d’amore su la trita soglia!
Tu tingi al sommo i petali d’argento
d’un rosso lieve. Una raminga foglia

ti copre un poco, e passa via col vento…

O fior d’amore su la soglia trita!
o, quando tutto se ne va, venuta!

che vivi quando è per finir la vita!
e che non muti anche se il ciel si muta!

Hai visto i fiori nella lor fiorita:
vedi le foglie nella lor caduta.

Ti coglierà passando Margherita
col cuore assorto nell’amor che fu.

Ti lascerà cadere dalle dita…
– Egli non t’ama, egli non t’ama più! –

Giovanni Pascoli – Nannetto

Su qualche tetto erano forse al sole
o in qualche prato, simili a vedere
a bianche pietre, in tanto verde, sole.

Io le cercava, una di queste sere,
guardando certe novità dell’orto
suo: peri nani con enormi pere.

Andavo su e giù come a diporto
col babbo suo, mentre cercavo intorno
le due colombe del fanciullo morto.

Le avea portate da Zurigo un giorno
e qui lasciate per tenergli il posto
nella sua casa fino al suo ritorno;

per aspettarlo fino al nuovo agosto;
no, per restare anch’esso tra i suoi monti
e veder tutto, dentro lor nascosto:

girare i boschi, bere ai puri fonti
della sua terra, e te godere ancora,
sole, che così bello oggi tramonti,

e, dopo ancor l’Avemaria, quest’ora
chiara e la sera che s’addorme e pare
sognar, sui monti, d’essere l’aurora.

A lui parrebbe d’esserci, e di fare
qualcosa anch’esso e d’aiutare un poco
i suoi compagni e lor sorelle care:

roncare insieme, ma così per gioco,
tirar la piena stridula carretta,
mettere al mucchio dell’erbacce il fuoco;

a un primo lampo, a un primo tuono, in fretta
correre tutti ad ammucchiare il fieno;
condurre a mano la vacca soletta;

e per la strada, sotto un ciel sereno
come ora, con qualcuno che s’arresta,
parlar di forivia, del più, del meno;

andare ad ogni sagra, ad ogni festa
de’ suoi villaggi, semplice e fedele,
con lo straniero berrettino in testa;

e contemplare il nuovo San Michele,
venuto insin d’America ad Albiano,
tra quel vapor d’incenso e di candele.

Oh! ci sarebbe, pur così lontano!
vedrebbe qui, sull’ali del suo paio
di colombelle, viti ulivi e grano:

e le ceragie prime, e il primo staio
delle castagne, e i primi fichi d’oro
vedrebbe, e il primo grispolletto vaio!

Dove son elle? Il cielo in vano esploro.
Dov’è il ricordo del fanciullo buono?
Ed ecco il padre un fischio dà sonoro.

Ed ecco un altro suono dietro il suono;
un lieve moto, un fischio, un volo, un rombo.
Ei non c’è più; ma elle ancor ci sono.

Vien la colomba accanto al suo colombo,
e tutti e due si posano su ‘n ramo,
snodando il collo del color di piombo.

Scattano il collo a rimirar chi siamo,
a lungo a lungo. Esse beveano al fiume,
quando le scosse il solito richiamo.

– Dov’è? – Guardano guardano nel lume
roseo. – Non c’è! – Riguardano. E non vanno.
Col becco intanto lisciano le piume.

No, che non c’è. Non tornerà quest’anno!
È il babbo solo… e tanto in cuor gli spiace
d’avervi fatto questo breve inganno.

Non c’è, per ora. Ite a dormire in pace.
Nannetto vostro è sempre via pel mondo,
ed, a quest’ora, anch’esso dorme, e tace.

Non più, colombe, ora a Zurigo, in fondo
di Magnusstrasse, ritto dietro il banco,
vede chi passa, il bel fanciullo biondo.

Vede bensì l’Eichhörnchen suo, che stanco
è d’aspettare, e siede sullo staggio
mostrando tutto il folto petto bianco.

Né prende i semi d’acero e di faggio
tra le zampine, e pensa che l’estate
finisce, ed ei non torna dal vïaggio

fatto in cercar le due compagne alate.

Giovanni Pascoli – Zi Meo

Guardava ognuno, per un po’, la vigna
tua lì rimpetto, nell’uscir di chiesa.
Oh! c’era sempre qualche bella pigna!

“Non ha finito!” E in dir così, sospesa
con l’acquasanta ancora avea la mano:
l’altra reggeva una candela accesa.

“Tutti vizzati buoni: colombano
e capobugio”. E discendean le soglie,
a due a due, salmodïando piano.

O tra la lieve nebbia che si scioglie,
sole d’ottobre! o come lunghe aurore
giornate pure! o rosseggiar di foglie

presso a cadere! o limpide ultime ore!
Un pesco, tra le viti sciolte, rosso
era così come quand’era in fiore:

si ricordava! In faccia a lui, sul fosso,
grandi castagni con i cardi a ciocche
in tutti i rami; e i cardi avean già mosso.

Erano a bocca aperta, e dalle bocche
già si vedea la bella buccia bionda.
Oh! il bel tempo del fuoco e delle rócche!

quando le genti siedono alla tonda
avanti al fuoco, e quelle donne, quale
fa le mondine e quale poi le monda:

quando l’annata sia pur ita male,
ma il fuoco scalda! ma rallegra il vino!
e il vino è poco? Meno è, più vale.

Andavano pensando a San Martino,
sotto i castagni, e c’eri, su la bara,
coi panni buoni, tu, mio buon vicino!

Dal Rio mandava la sua voce chiara
interrogando, l’usignol dei Morti,
ch’è il pettirosso, e più l’alzava a gara.

Usignol della nebbia, che i nostri orti
visiti quando non c’è più che bruchi,
tu che ci lodi il verno che ci porti;

e ti fai cuore, e vieni e vai, t’imbuchi
t’infraschi, e cerchi e fai sentire un canto
appena trovi sanguini o sambuchi:

un uomo noi portiamo al camposanto
che, come te, dimestico e silvano,
godea del poco e non sapea del tanto.

I figli avea nell’oltremar lontano,
e quasi solo vivucchiava in pace
contento del suo vino e del suo grano.

Covava il fuoco avendo nelle brace
poche castagne, e già vecchietto stanco
pensava all’aspra giovinezza audace;

allor che in vetta all’alto pioppo bianco
non scendea; no: gli dava l’onda e in aria
prendeva a volo l’altro pioppo a fianco:

alla sua giovinezza aspra di paria,
allor che dentro il suo metato in monte
dovea passar la notte solitaria;

ma, per il fumo, tenea fuor la fronte
e la lasciava al vento ed al nevischio
sino al primo baglior dell’orizzonte:

ché allora a casa discendea tra il fischio
del tramontano, la crinella in collo,
zeppa di fronde, ed ogni passo un rischio.

Era di ceppa vecchia egli rampollo!
Seguiva il cenno della madre austera
imperïosa sotto il suo corollo!

Che vita, allora! il pane allor non c’era
che per le Pasque! Ora godeva il verno
egli che non godé la primavera.

In vece qui con un saluto eterno
noi ti lasciamo. Addio, Zi Meo! Le zolle
che abbiam gettate sul tuo cuor fraterno!

E questa croce sul terreno molle
non reggerà! Verranno poi le acquate.
Poi, bianco il monte e sarà bianco il colle.

Poi, torneranno i figli nell’estate
a prender l’aria. Addio, Zi Meo! La vita
è così fatta. Andiamo, dunque. – Andate

alla vendemmia non ancor finita! –

Giovanni Pascoli – La morte del papa

I

“Oh! nonna! il Papa” uno gridò “sta male!”
un seggiolaio che da Montebono
salìa lungo Corsonna: “è sul giornale”.

Andava all’Alpe, dove più non sono
che greggi erranti, e dove non si sente,
fuor che di foglie al vento, altro frastuono;

o il solitario scroscio del torrente
dopo un’acquata, o il conversar tranquillo,
presso le bianche nuvole, di gente,

che non si vede, intorno cui lo squillo
de’ campanacci va per le pratina
odorate di menta e di serpillo.

La vecchietta filava. A lei vicina
una sua pecorella da guadagno
strappava ciuffi d’erba pannocchina.

Essa filava all’ombra d’un castagno
centenario, e parlava alla sua recchia.
Infilato nel braccio era il cavagno.

E tra ch’ell’era dura un po’ d’orecchia,
e che il cielo echeggiava di cicale,
aspre dal sole, a mezzodì; la vecchia

“Chi?” disse. “Il Papa”. “Il Papa, che?” “Sta male”.

II

Alzò le braccia col cavagno e il fuso,
al cielo azzurro, e mormorò: “Madonna
del Carmine!” La recchia levò il muso.

“Siete d’età,” l’uomo riprese: “eh nonna?
Ma voi siete altra tiglia! A voi fa prode
l’aria di monte e l’acqua di Corsonna”.

Ma la vecchina non sentì la lode.
Smerlucciò tra i castagni, quasi intorno
fosse, a qualch’ombra, l’angiolo custode.

Ell’era nata lo stesso anno e giorno!
E da vent’anni le diceva il cuore
che farebbero insieme anche il ritorno.

“O dunque c’è la diceria, che muore?”
“Più troppo!” Dunque non vedrebbe il rosso
delle fragole e il nero delle more!

“Addio ‘n salute!” “Addio”. “L’uno pel fosso,
e l’altra prese per uno sgaruglio.
Avea le gambe flosce, il fiato grosso.

Tornava a casa. O Vergine di luglio!
o bianca nuviletta del Carmelo!
La recchia dietro lei qualche cespuglio

brucava, e poi stradava con un belo.

III

“Ta ta, Nina, ta ta”. Come gagliardi
eran quei tre castagni suoi! Che mèsse!
che cimi! E la chioccetta era nei cardi!

Il suo figliolo quando vi cogliesse,
nella sera che accecano il metato,
sì, penserebbe a farle dir due mésse.

Buttar due lire uguanno non fa stato.
Uguanno è annata, se non è lo strino
che c’entri prima ch’abbiano animato.

La vecchietta era giunta al casalino;
ma non l’antico suo paiòl di rame
appese alla catena del camino.

Era avvilita, e non le facea fame!
Mise un lenzuolo bianco al sacconcello,
ma prima un poco ne rumò lo strame.

Poi si portò su l’uscio uno sgabello.
Sedé movendo ad or ad or la bocca.
Aspettò che venisse il suo gemello.

Sgranava qualche rappa nella cocca
del pannello, e chiamava Curre! Curre!
Poi, rinfilata nel pensier la rócca,

filava in mezzo alle montagne azzurre.

IV

Dan dan… dan dan… Passava un carbonaio
col suo muletto. “O Chiozza, se vedete
il Ciampa, il mi’ figliolo di Renaio,

ditegli, se non è per le faggete,
che non l’ho visto da non so mai quanto,
e che cammini. E ditel anco al prete.

Venga di quella via con l’olio santo”.
“Servirò. Ma che avete? O che vi sente?”
“O Chiozza, è l’ora che par poco il tanto!”

“Che dite, nonna?” “Anzi non par più niente!”
“Coraggio!” “Più che vecchi, non si campa.
Da Roma il Papa ha da venire…” “O gente!”

“E voi sapete leggere?” “La stampa”.
“Che scrivono?” “Che muore”. “Ecco, tra poco
andrò con lui. Se lo vedete, il Ciampa,

il mi’ figliolo…” Ella parlava fioco,
l’altro ripiva. Le montagne in faccia
brillavano d’un grande orlo di fuoco.

Dan dan… Sul petto ella piegò le braccia.
Dovean sonare Avemarie dintorno.
Dan dan… dan dan… Era finita l’accia,

e pieno il fuso, e terminato il giorno.

V

Il giorno dopo il Ciampa (era ai vincigli
poco lontano) entrò senza picchiare
col più piccino dei suoi sottofigli.

La trovò che sfaceva col cucchiare
nel laveggino nero una brancata
di farina, in ginocchio al focolare.

“Ch’ha detto il Chiozza, ch’érite malata?”
“Oh! Gigi! Ahimè che tremo ho fatto! Provo
se mi fa bono un po’ di farinata”.

“Più bono, o mamma, vi farebbe un ovo”.
“Con l’ova abbiamo da comprare il sale”.
“O dunque, mamma, cosa c’è di novo?”

“Forse, figliolo, c’è più ben che male”.
“Dio v’ascolti”. “O codesto rapacchiotto?”
“È il Gigino del mi’ pover Natale”.

“Dio lo riposi. E in quanti sono?” “In otto”.
“Polenta vi ci vuole ora e coraggio!”
“Su dunque, Nini: porgigli il ricotto”.

Nelle sue frasche e’ lo tenea, di faggio,
verdi, col cimo in dentro e fuori il calcio:
un fardelletto bello come un maggio,

legato con un torchiettin di salcio.

VI

Ella guardò, mestando. “O che gli porti,
Nini, alla nonna? O che tu l’hai saputo
ch’io vado in pace, a ritrovare i morti?

Che glielo faccio a babbo, omo, un saluto?
Che gli dico del bimbo? Eh! gli vuol detto
ch’è savio, che dà retta, ch’è d’aiuto;

ch’ha il grembialino, ch’ha il rastellinetto,
che va colle sue genti alle faccende,
anco alla ruspa dopo fatto appietto;

e ch’abbada alle pecore, e contende
se vanno al danno, e poi che fa in Corsonna
le vetrici e le monda e le rivende.

Va colassù, va colassù la nonna,
con uno che ci sa; che può, se vuole,
anco portarla avanti alla Madonna.

Da lui si farà dire le parole
per benedire i figli de’ suoi figli
coi lor figlioli e colle lor figliole;

perché Dio vi protegga e vi consigli,
e abbiate ogni anno lo stabbiato e il frutto,
e lana e legna, e le fronde e i vincigli,

e la polenta d’ogni giorno, e tutto.”

VII

La fronte e gli occhi si spazzò col dosso
della mano. S’alzò. Prese in un godo
del soppianello due cucchiai di bosso.

Prese anche il suo ch’era attaccato al chiodo.
Staccò il laveggio, a stento, dall’uncino:
riempì tre pianette: il tutto a modo.

Poi prese il fior di latte: anche, a modino,
aprì le frasche, e giù, per non lo sfare,
lo sbacchiò sopra un borracciòl di lino.

E mangiarono avanti il focolare
in pace e amore, con di tanto in tanto
quattro parole, a cucchiaiate rare.

Il bimbo in terra era seduto accanto
alla bisnonna, e spesso dalle dita
di lei pigliava un suo bocconcin santo.

L’uscio era aperto. I fior di margherita
non aprivano ancora le corolle
di su le crepe della soglia erbita.

Brillava al sole ogni albero, ogni colle;
ma la casuccia si godeva ancora
l’ombra sua propria, piccola, ancor molle

della guazza caduta in su l’aurora.

VIII

“Sentite, Gigi. La recchietta voglio
che la meniate ora con voi nel branco.
È avvezza a qualche filo di trifoglio…

Un po’ di tela c’è tavìa nel banco.
Ho due lenzuola nove; anco un rotello,
da tanto tempo, ch’ha riperso il bianco.

Ci troverete qualche buon guarnello,
persino una sottana con la gala,
che mi son fatte, là per là, bel bello.

Faccio per dire che non son cicala
ch’ha un sol vestito, e quando è liso, muore.
Ma poi, sentite: penso a quella scala…

Ditelo, Gigi, con le vostre nuore,
che quell’andare su la scala in chiesa,
così legata, m’è una spina al cuore!

Almeno almeno, senza vostra spesa,
vuo’ per amor di Dio che mi mettiate
quella camicia nova ch’è lì stesa.

Io l’ho cucita, al sole della state;
io l’ho sbiancata, al lume della luna;
io l’ho tessuta, per le gran nevate;

filata, presso qualche vostra cuna”.

IX

Il bimbo era lì fuori. Ella più presso
si fece al vecchio. “A Dio non si nasconde
quello che al prete, ed anche a voi confesso.

Ho fatto a volte un carico di fronde
in quel del Maso”. “Un carichello!” “Ho colte
nel suo, prima dell’alba, le sue gronde”.

“Altro che gronde, il pover Maso!” “A volte,
per due fagioli, m’allungavo all’orto.
Menavo a bere le mie bestie sciolte…”

“Ma il pover Maso…” “Il pover Maso è morto!
Fatemi dir due messe, una per Maso,
una per me…” “Si fanno dire accòrto”.

Erano usciti. “Siete persuaso?”
“Sì”. “La recchietta vuol menata a mano
su le prime”. “Si sa”. “Fatene caso”.

“Addio, madre”. “Addio Gigi… State sano.
Addio, Nina. O che beli? Io mi contento
d’ire con lui che sta così lontano!”

Ai monti sparsi d’un vapor d’argento
ella accennava con la mano arsita,
e foglie secche, mosse un po’ dal vento,

parean in aria le sue cinque dita.

X

Quel giorno un tuono rimbombò che scosse
l’alta montagna, e, terminato il tuono,
invïò l’acqua a gocce rade e grosse.

Ed un’acquata venne giù col suono
d’un gran passaggio con un grande struscio.
A sera il tempo era tornato al buono.

Il cielo aveva l’iridi del guscio
di madreperla. Stava lì tranquilla
nel suo lettino, con aperto l’uscio,

la vecchina, se udisse ora la squilla
del sagrestano, si vedesse alfine
venir l’ombrella color bianco e lilla,

salir di qua di là tante stelline,
salir cantando, con in mano un cero,
una fila di donne e di bambine.

E già scuriva. E sì, vedeva, in vero,
splender ora più fitte ora più rare
le luccioline avanti l’uscio nero.

Quante candele c’erano al sogliare!
Udiva, sì, cantare; ma lontane
erano ancora, colaggiù; cantare

cantare le ranelle con le rane.

XI

E levò gli occhi, e ravvisò la strada,
nel cielo azzurro, tra le stelle ardenti
bianca ma quasi molle di rugiada,

la tacita sul sonno delle genti
strada di Roma. Un tratto ne lucea
nel breve spazio in mezzo ai due battenti:

un sentieròlo con una macea,
lassù nel cielo: un pallido biancore
presso le stelle di Cassiopea.

Al capo della via, forse a quell’ore
prendea con le due mani il pastorale,
e si levava su forse il pastore.

Forse veniva tra un sussurro d’ale
d’angeli per l’azzurro cielo, e un coro
d’anime nel silenzio siderale.

E passando cantavano, V’adoro
ogni momento… sopra gli alti monti.
Ed egli aveva la sua mitria d’oro.

Splendean le selve, risplendean le fonti,
al suo passaggio, d’un baglior fugace
che ancor passava su le bianche fronti

d’uomini e donne addormentati in pace.

XII

Per quella via… Ma quella era la via
dell’Universo, l’alta sui burroni
dell’Infinito ignota Galaxia:

e prima d’essa Cani Idre Leoni,
raggianti nelle tenebre celesti,
gelide: stelle, costellazïoni:

Soli: sciami di Soli, anzi, con mesti
pianeti ognuno, dove il fuoco primo
par che si spenga e che l’amor si desti;

dove marcisce il puro fuoco in limo
di vita, impuro, su cui vola forse
l’uomo con l’ali, o sguazza il fauno simo.

Le costellazïoni indi trascorse,
dalla fulgida Lira alla Carena,
dalla fulgida Croce alle grandi Orse;

ecco la fitta polvere, la rena
ogni cui grano è Mondo che sfavilla
nella sua solitudine serena;

dove pare un pulviscolo, una stilla,
il nostro cielo dalla volta immensa…
se pur là c’è la notte, una pupilla

nell’ombra, uno che veglia, uno che pensa!

XIII

E la vecchietta, dietro il suo pensiero,
guardando il cielo, ora vedea sé stessa,
non così vecchia, su per un sentiero.

Andava col su’ omo, era ben messa,
incignava quel giorno anzi un guarnello:
andava a su per ascoltar la messa.

Lo conosceva quel vïotterello:
era pieno di fragole e di more.
Quasi quasi n’empiva il suo pannello.

Ma poi ben altro le diceva il cuore,
perché sentiva scampanare a festa:
era la festa delle Quarant’ore.

Ella saliva i poggi lesta lesta,
cantarellando, fresca come brina;
ma in fondo al cuore era tra lieta e mesta.

E si trovava povera bambina:
frignava, dicea Pappa, dicea Bombo:
un’altra voce ripetea: Cammina!

Tremava in aria più vicino il rombo
del doppio. Lesta, ché non è lontano!
Sì, ma le sue gambette erano un piombo.

Allor sua mamma la pigliò per mano.

XIV

Una sua nuora, lì con la sua rócca,
c’era a vegliarla. Ad or ad or lo sputo
dava alle dita e due prilli alla cocca.

Svagellava, la nonna. Ogni minuto
parea l’ultimo. All’ultimo ecco a stento
aperse gli occhi. Essa lo avea veduto!

Il Papa! Era per l’Alpe, era tra il vento
gelido, anch’esso, era piccino e stanco,
sfinito morto, ma parea contento.

Come accaldato! Aveva corso in branco
co’ suoi compagni: aveva il capo in fiamma.
Ora sudava freddo; e con un bianco

lino la fronte gli tergea sua mamma.