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Jacopo Mostacci, A pena pare ch’io saccia cantare

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A pena pare ch’io saccia cantare
nè gioi mostrare ch’eo degia placire,
c’a me medesmo credo esser furato
considerando lo breve partire;
e se non fosse ch’è più da laudare
quell’om che sa sua voglia coverire,
quando gli avene cosa oltra suo grato,
non canteria nè faria gioi parire.
E però canto, donna mia valenti,
ch’eo so veracementi
c’assai vi gravaria di mia pesanza;
però, cantando, vi mando allegranza,
chè crederete di me certamenti,
poi la vi mando, ch’eo n’agio abondanza.
Abondanza non n’ò, ma dimostrare
vogliol’a voi, da cui mi sol venire,
ch’eo non fui allegro mai nè confortato
se da voi non venisse, a lo ver dire.
E sì come candela si rischiare
prendendo foco e dona a altrui vedire,
di questo son per voi adottrinato
ch’eo canto e fac[c]io ad altrui gioi sentire.
Ma però canto sì amorosamenti
a ciò che sia gaudenti
lo meo coragio di bona speranza,
ca s’eo son sofretoso d’abondanza
sarò, madonna da voi mantenenti
ricco a manente di gioi e di bombanza.
Di bombanza e di gio[ia] sol[l]azare
averia plenamente meo volire;
ma un disio mi tene occupato:
quale aver soglio lo pogo cherire.
E sì com’eu son dutto ad aquistare
così son dutto, donna, a mantenire,
che dentr’al cor sta sì imaginato
c’altro non penso nè mi par vedire.
E so c’avete fatto drittamenti
s’io non sento tormenti,
sì ne sent’eu gran gioi e allegranza;
però quando risento la gravanza,
[che] contene la gioi che fue presenti,
parte da pena la mia rimembranza.
La rimembranza mi fa disiare
e lo disio mi face languire
[per] ch’eo non sono da voi confortato.
ca per voi l’aio e per voi penso avire
tosto por[r]ia di banda pria tornare.
Como di Pelio non por[r]ia guarire
quell’om che di sua lancia l’à piagato
se non [ri]fina poi di riferire,
così, madon[n]a mia, similementi
mi conven brevementi
ac[c]ostarme di vostra vicinanza,
ch’è la gio[i] là ‘nde colsemi la lanza.
Con quella credo tosto e brevementi
vincere pena e stutar disïanza.
La disïanza non si pò astutare
senza di quel che nd’ave lo podire
di ritenere e di darmi cumiato
como la cosa si possa compire.
Donqua, meglio conven merzè chiamare
che ci provegia e no lassi perire
lo suo servente di gioi prolungato,
c’a fino amore faria displacire.
Ed io son certo che nd’è benvoglienti,
c’Amor gioi li consenti
ch’ell’è gioioso e di gioi con crianza;
ond’eo [n]di spero aver con sicuranza
quello che gli adomando alegramenti,
poi ch’ell’è criator di ‘namoranza.

Rinaldo d’Aquino, In gioi mi tegno tutta la mia pena

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In gioi mi tegno tut[t]a la mia pena
e contolami in gran bonaventura;
come Parisi quando amav’ Alena,
così fac[c]io, membrando per ogn’ura.
Non cura – lo meo cor s’à pene,
membrando gioi che vene,
quanto più dole ed ell’a[ve] più dura.
Null’omo credo c’ami lealmente
che tema pene inver sua donna c’ama:
amante è che ama falsamente
quandunque vede un poco e che più brama,
e chiama – tut[t]avia mercede,
e già mai non si crede
c’Amor conosca il male c’altrui inflama.
Però la tegno grande scanoscenza
chi rimprocc[i]a a l’Amore i suo’ tormenti,
chè non è gioi che si venda in credenza
nè per forza di pene c’altrui senti.
Non menti – a quelli che son suoi,
anti li dona gioi,
come fa buon segnore a suo serventi.
Dunque, madonna, ben facc[i]o ragione
s’io vi conto le pene ch’io patia.
Ancora chi agia avuto guiderdone
de la più ric[c]a gioia che ‘n voi sia,
vor[r]ia, – bella, a poco a poco
con voi rintrare in gioco,
com’io son vostro e voi, madonna mia.
Or ti rimembri, bella, a quello punto
ched io ti presi ad amare [a] coragio:
da poi che gravemente m’agie punto,
tut[t]a la pena ben mi pare chi agio.
Ben agio, – amore, e vo’ serviri,
e tragendo martiri,
e non cangio per nulla gioia c’agio.

Guido delle Colonne, La mia gran pena e lo gravoso affanno

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La mia gran pena e lo gravoso af[f]anno,
c’ò lungiamente per amor patuto,
madonna lo m’à ‘n gioia ritornato;
pensando l’avenente di mio danno,
in sua merze[de] m’ave riceputo
e lo sofrire mal m’à meritato:
ch’ella m’à dato – tanto bene avire,
che lo sofrire – molta malenanza
agi’ ubriato, e vivo in allegranza.
Allegro son ca tale segnoria
agio acquistata, per mal soferire,
in quella che d’amar non vao cessando.
Certo a gran torto lo mal blasmeria,
chè per un male agio visto avenire
poco di bene andare amegliorando,
ed atardando – per molto adastiare
un grand’af[f]are – tornare a neiente.
Chi vole amar, dev’ essere ubidente.
Ubidente son stato tut[t]avia,
ed ò servuto adesso co leanza
a la sovrana di conoscimento,
quella che lo meo core distringìa
ed ora in gioia d’amore mi ‘navanza.
Soferendo agio avuto compimento,
e per un cento – m’ave più di savore
lo ben c’Amore – mi face sentire
per lo gran mal che m’à fatto sofrire.
Se madona m’à fatto sof[e]rire
per gioia d’amore avere compimento,
pene e travaglia ben m’à meritato;
poi ch’a lei piace, a me ben de’ piacire,
che nd’agio avuto tanto valimento:
sovr’ogne amante m’ave più ‘norato,
c’agio aquistato – d’amar la più sovrana:
chè, se Morgana – fosse infra la gente,
inver madonna non par[r]ia neiente.
Neiente vale amor sanza penare:
chi vole amar, conviene mal patire,
onde mille mercè n’agia lo male
che m’a[ve] fatto in tanto ben montare,
ch’io non agio infra la gente ardire
di dir la gioia ove il mi’ core sale.
Or dunque vale – meglio poco avire,
che ben sentire – troppo a la stagione:
per troppo ben diventa omo fellone.

Guittone d’Arezzo, Fero dolore e crudel pena e dura

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Fero dolore e crudel pena e dura,
ched eo soffersi en coralmente amare,
menòmi assai sovente in dismisura,
e mi fece de voi, donna, sparlare.
Or che meo senno regna ‘n sua natura
sì, che dal ver so la menzogna strare,
conosco che non ment’om ni pergiura
più ch’eo feci onni fiata ‘n voi biasmare.
Ché non vive alcun che tanto vaglia,
dicesse che ‘n voi manchi alcuna cosa.
ch’eo vincer nond’el credesse in battaglia.
Non fo natura in voi poderosa,
ma Deo pensatamente, u’ non è faglia,
vi fe’, com fece Adamo e sua sposa.

Luis de Camoes – Se tanta pena tenho merecida

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Se tanta pena tenho merecida
Em pago de soffrer tantas durezas;
Provai, Senhora, em mi vossas cruezas,
Que aqui tendes huma alma offerecida.
Nella experimentai, se sois servida,
Desprezos, desfavores e asperezas;
Que móres soffrimentos e firmezas
Sustentarei na guerra desta vida.
Mas contra vossos olhos quaes serão?
He preciso que tudo se lhes renda;
Mas porei por escudo o coração.
Porque em tão dura e aspera contenda
He bem que, pois não acho defensão,
Com meter-me nas lanças me defenda.

Dante Alighieri – Non v’accorgete voi d’un che si smore

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Non v’accorgete voi d’un che si smore
e va piangendo, sì si disconforta?
Io prego voi, se non vi sete accorta,
che lo miriate per lo vostro onore.
E’ si va sbigottito, in un colore
che ‘l fa parere una persona morta
con tanta pena che ne li occhi porta,
che di levarli già non ha valore.
E quando alcun pietosamente ‘l mira,
lo cor di pianger tutto li si strugge,
e l’anima sen dol sì che ne stride:
e se non fosse ch’elli allor si fugge,
sì alto chiama voi quand’ei sospira
ch’altri direbbe: «Or sappiam chi l’ancide».

Cecco Angiolieri – Or non è gran pistolenza la mia

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Or non è gran pistolenza la mia
ch’i’ non mi posso partir dad amare
quella che m’odia e nïente degnare
vuol pur vedere ond’i’ passo la via?
E dammi tanta pena, notte e dia,
che de l’angoscia mi fa sì sudare,
che m’arde l’anima, e niente non pare;
certo non credo ch’altro ‘nferno sia.
Assa’ potrebb’uom dirm’: – A nulla giova! –
Ch’ell’è di tale schiatta nata, ‘ntendo,
che tutte son di così mala pruova.
Ma per ch’i’ la trasamo, pur attendo
ch’Amor alcuna cosa la rimova:
ch’è sì possente, che ‘l può far correndo.