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Antonio Salieri – Prima la musica e poi le parole – Libretto – PDF

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Inghilfredi, Poi la noiosa erranza m’à sorpriso

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Poi la noiosa erranza m’à sorpriso
e sagiato di sì crudel conforto,
voglio mostrare qual è ‘l mio coragio,
ch’eo sono in parte di tal logo miso
ch’eo son disceso e non son giunto a porto;
in gran bonaccia greve fortun’agio
e son dimiso da la signoria,
da regimento là ‘nde son signore,
tant’è l’af[f]anno che porta ‘l meo core
ove allegranza vince tuttavia.
Vinco e ò vinciuto e tuttor[a] perdo,
là u’ son riceputo istò cacciato,
in isperanza amarisco mia spene,
di gran gio[i] mi consumo e mi disperdo;
sì mi distringe là u’ sono alargato,
in allegreza pianger mi convene.
Adonqua [è] Amor che la vita m’acresce,
poi sono amante di ciò che disamo
e vo negando ciò che voglio e bramo
e vivo in gio[i] come nell’aigua il pesce.
Però, madonna, senza dir parlate,
poi no l’avete datelmi, c’Amore
non vol che donna quel c’à degia dare,
e fate vista di scura cartate.
La caccia è presa là v’è ‘l cacciatore;
non trovo d’aigua e vo per essa in mare,
a tal son miso che fugendo caccio
e sono arieto com’ più vado anante,
se non m’accore di voi lo sembiante,
che l’om disciolto ten legato a lac[c]io.

Neri Poponi, Poi l’Amor vuol ch’io dica

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Poi l’Amor vuol ch’io dica
quanto d’onor m’à fatto
più ch’io non ò servito,
no ‘l vo’ celare mica,
poi ch’io mi credo matto
donar ciascun partito
a chi contra vuol díre
c’Amor senza servire
non facc[i]a altrui gioioso.
E s’alcun v’à tormento
e non vuol fallimento
fare, istea amoroso.
C’Amore à segnoria
tal che ciascun no ‘l penza,
di donar gioie e pene;
e chi lo contraria
o ver lui move intenza,
ispesso lo convene
d’affanno far diporto,
Sì che pegio è che morto
qual non è soferente.
Chi di pena e di noia
vuol pervenire in gioia
sia tut[t]ora ubidente.
Ubidir vince forza,
e l’agechir servendo
fa l’orgoglio bassare,
e di tal guisa amorza
la lor vertù afondendo,
che in sù non pò tornare.
Ed io per ubidenza
son montato in valenza
di ciò c’ò disïato
isperando, c’Amore
mi n’à fat[t]o segnore,
poi ch’io no gli ò fallato,
Fallir non vo’ neiente
a l’Amor, ma star servo
al suo comandamento
a tut[t]o il mio vivente;
ma di bon core aservo
il vostro piagimento,
gentil mia donna, meglio
che l’asessino al Veglio,
che si mette a la morte
per lui ubidire, e crede
ch’è dio per sua fede;
di voi spero io più forte.
Sì forte mio dio siete
che d’altro paradiso
già mai non metto cura;
ovrana mi parete,
quando voi miro in viso,
d’ogn’altra criatura.
Co l’altere fat[t]eze
portate più adorneze,
che non è meraviglia
se la gente vi sguarda;
ma che ciascun no imbarda,
poi maestà somiglia.

Federico II, Poi ch’a voi piace, amore

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Poi ch’a voi piace, amore,
che eo degia trovare,
faronde mia possanza
ch’io vegna a compimento.
Dat’ agio lo meo core
in voi, madonna, amare,
e tutta mia speranza
in vostro piacimento;
e non mi partiragio
da voi, donna valente,
ch’eo v’amo dolzemente,
e piace a voi ch’eo agia intendimento.
Valimento – mi date, donna fina,
chè lo meo core adesso a voi si ‘nchina.
S’io inchino, rason agio
di sì amoroso bene,
ca spero e vo sperando
c’ancora deio avire
allegro meo coragio;
e tutta la mia spene,
fu data in voi amando
ed in vostro piacire;
e veio li sembianti
di voi, chiarita spera,
ca spero gioia intera
ed ò fidanza ne lo meo servire
a piacire – di voi che siete fiore
sor l’altre donn’ e avete più valore.
Valor sor l’altre avete
e tutta caunoscenza,
ca null’omo por[r]ia
vostro pregio contare,
che tanto bella sete!
Secondo mia credenza
non è donna che sia
alta, sì bella, pare,
nè c’agia insegnamento
‘nver voi, donna sovrana.
La vostra ciera umana
mi dà conforto e facemi alegrare:
s’eo pregiare – vi posso, donna mia,
più conto mi ne tegno tuttavia.
A tutt[t]or vegio e sento,
ed ònne gra[n] ragione,
ch’Amore mi consenti
voi, gentil criatura.
Già mai non n’ò abento,
vostra bella fazone
cotant’ à valimenti.
Per vo’ son fresco ognura;
a l[o] sole riguardo
lo vostro bello viso,
che m’à d’amore priso,
e tegnol[o]mi in gran bonaventura.
Preio à tuttura – chi al buon segnore crede
però son dato a la vostra merzede.
Merzè pietosa agiate
di meve, gentil cosa,
chè tut[t]o il mio disio
[ . . . . -ente];
e certo ben sacc[i]ate,
alente più che rosa,
che ciò ch’io più golio
è voi veder sovente,
la vostra dolze vista,
a cui sono ublicato,
core e corp’ ò donato.
A[l]ora ch’io vi vidi primamente,
mantenente – fui in vostro podere,
che altra donna mai non voglio avere.

Rinaldo d’Aquino, Poi li piace c’avanzi suo valore

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Poi li piace c’avanzi suo valore
di novello cantare,
ònd’alegranza di gio[i] con paura,
per ch’io non son sì sapio laudatore
ch’io sapesse avanzare
lo suo gran pregio infino oltra misura;
e la grande abondanza
e lo gran bene, ch’eo ne trovo a dire,
mi me fa sofretoso;
o così son dubitoso,
quando vegno a ciauzire.
chi nde perdo savere e rimembranza.
Grand’abondanza mi leva savere
a ciò che più mi tene,
perchè già lungiamente è stato ditto
che de lo ben de’ l’omo meg[i]o avere
e de lo mal non bene:
perch’eo mi peno a laudar so diritto;
e, tanto la ‘navanza
in ogne guisa suo presio e l’onura,
sì, come dea tuttore
laudar ben per megliore
secondo dirittura,
di lei vorria ritrager meglioranza.
Belleze ed adorneze in lei è miso
caunoscenza e savire
adesso fanno co lei dimoranza;
e son di lei sì innamorato e priso
che già de lo partire
non ò podere e non faccio semblanza.
Altresì finamente
come Narciso in sua spera vedire
per sè si ‘nnamorao
quando in l’aigua isguardao,
così posso io ben dire
che eo son preso de la più avenente.

Guittone d’Arezzo, Poi male tutto è nulla inver peccato

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Poi male tutto è nulla inver peccato,
e peccato onne parvo inver d’errore,
e onne error leggero, al viso meo,
ver non creder sia Deo,
né vita, appresso d’esta, a pena o merto;
come di peccati altri aggio parlato,
dispregiando e lungiando essi d’amore,
mi soduce disio, e punge or manto,
in male tale e tanto
metter consiglio alcun leale e certo,
a dimostrare aperto
lo grande errore a chi vis’ha, ché veggia
per ragion chiara e nova
e per decevel prova
dei soi stormenti e testimon ver molti.
Ma non del mio saver dico già farlo,
ma del suo, per cui parlo;
ché la sua gran mercé sper mi proveggia
ed amaestri e reggia
la lingua mia in assennando stolti.
Dio demostrando, mostrarò primamente
che libri tutti quasi in tutte scienze,
provando lui, son soie carte, quando
parlan de lui, laudando;
e testimon son soi populi totti,
Onni lingua, onni schiatta, e onni gente
conferman lui, destrutte altre credenze;
e non sol nescienti omin selvaggi,
ma li più molto e maggi
dei filosofi tutti e altri dotti.
E ciò ch’afferman totti,
come Tulio dice, è necessaro;
perché, sì com’el dice,
non saggio alcun Dio isdice;
e santi apresso, en cui non quasi conto,
o filosofi manti e saggi fuoro,
che con parole loro
non solo già, ma per vita el testaro.
Come donque omo chiaro
e saggio alcun contra parlar po ponto?
Dico anco a ciò che non visibil cosa
di nulla venne e non fece se stessa;
e se l’una da l’altra esser dicemo,
la prima unde diremo?
E, se principio dir volem non fusse,
tale opinion dico odiosa
a filosofi manti e saggi adessa;
e impossibele è che figlio sia
se non padre fu pria;
e se nullo pria, chi segondo adusse?
E se da omo om mosse,
fera da fera; e ciel da cui,
in cui orden, bellore
tale e tanto è valore?
Ô da om? No; né d’om vedem già maggio.
Chi sente bene e pensa e non stima
che padre un fusse prima,
che fu da nullo e cosa onne da loi,
el qual nei fatti soi
possente, bono, sommo si prova e saggio?
Cosa una pria mostrata, unde cos’è onne,
ch’è de necessità Dio dir dovemo,
mostramo apresso ciò: com’om poi morte
mal porta u ben forte.
Aristotel, Boezio e altri manti,
Senaca, Tulio ad un testimon sonne;
e per ragion, m’è viso, anche ‘l vedemo.
Da poi non pagaria
lo minor cor che sia
tutt’esto mondo, come tali e tanti
pagar potene, quanti
hane intra sé? Ma tutti altri animali
in bisogno e ‘n talento
hano qui pagamento.
Donque è fera d’om maggio e Dio più piace,
u loco è altro ove pagar om dea?
E non Dio bon serea,
se non loco altro; qui ricchi son mali,
miseri boni e penali;
giustizia, là parlando, in parte or tace.
Che sia loco altro appar, me pare, espresso,
e sto mondo esser ricco e sì bello,
ché ricche, care e dolze ed amorose
tante contene cose,
a pagando cor d’om son quasi nente.
Qual, tanti e tali pagando, esser dea esso?
Dico ch’è ‘n esto amanca, e ch’ello
ha d’alcun male onne suo ben laidito;
e ben, che ci è fenito
di grandezza, di tempo è pur sovente.
E se mal parvo om sente
tra grandi e molti beni, con può pagare?
Eh, no alma eternale
paga ben temporale,
né ben finito non finita voglia!
De necessità donque convene
che, for mal, tutto bene
nel loco sia, lo qual possa bastare
a cor d’om pago fare.
E tal è esso, u’ sperian Dio n’acoglia.
Loco approvato, ove pagar dea bono,
diremo degian rei loco abitare?
No esser può già mai gauda malizia,
u’ ben regge giustizia,
né bonità, u’ malizi’ha podere.
Non con malvagi mai gauder bon pono:
sol dei bon donque esso bon loco appare.
E se per loro boni loco bono hano,
senza loco serano
malvagi? No, che pur den loco avere.
Ma qual dovem savere,
giustizia e l’orden nostro anche servando.
Com boni l’han bon tale
longe da onni male,
for d’ogni bon l’han rei, reo del tutto.
Lochi approvati e quali, u’ son diremo;
el bono in ciel credemo,
a convito om con Dio e angeli stando;
e malvagi abitando
con demon tutti là sotterra e brutto.
Vescovo d’Arezzo e Conte magno,
in vostr’amenda metto
esto e mio tutto detto,
e mi vi dono apresso, in quanto vaglio
di fedel fede e amoroso amore,
fedel bon servidore;
e s’io la segnoria vostra guadagno,
en che manco remagno,
non mal torname bono e gioi travaglio.

Lorenzo de’ Medici – Poi che a Fortuna, a’ miei prieghi inimica

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Poi che a Fortuna, a’ miei prieghi inimica,
non piacque, che potea, felice farmi,
né parve dell’umana schiera trarmi,
perché beato alcun non vuol si dica;
colei, natura in cui tanta fatica
durò per chiaramente dimostrarmi
quella, la qual mortale al veder parmi,
nelle cose terrene non s’intrica.
Qual più propria ha potuto il magistero
trar della viva e natural sua forma,
tal ora è qui: sol manca ch’ella anele.
Ma, se colui ch’espresse il volto vero,
mostrassi la virtù che in lei s’informa,
che Fidia, Policleto e Prassitèle?

Lorenzo de’ Medici – Occhi, poi che privati in sempiterno

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Occhi, poi che privati in sempiterno
siate veder quel Sol che alluminava
vostro oscuro cammino, e confortava
la vista vostra, or piangete in eterno.
La lieta primavera in crudo verno
or s’è rivolta, e ‘l tempo ch’io aspettava
esser felice più, e disiava,
m’è piú molesto: or quel ch’è Amor, discerno.
E se dolce mi parve il primo strale,
e se soave la prima percossa,
e se in prima milizia ebbi assai bene,
ogni allegrezza or s’è rivolta in male,
e per piacevol via in cieca fossa
caduto son, ove arder mi conviene.

Francesco Petrarca – Poi che ‘l camin m’è chiuso di Mercede

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Poi che ‘l camin m’è chiuso di Mercede,
per desperata via son dilungato
da gli occhi ov’era, i’ non so per qual fato,
riposto il guidardon d’ogni mia fede.

Pasco ‘l cor di sospir’, ch’altro non chiede,
e di lagrime vivo a pianger nato:
né di ciò duolmi, perché in tale stato
è dolce il pianto piú ch’altri non crede.

Et sol ad una imagine m’attegno,
che fe’ non Zeusi, o Prasitele, o Fidia,
ma miglior mastro, et di piú alto Read More »