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Franco Sacchetti – Due frati minori passano dove nella Marca è morto uno; l’uno predica sopra il corpo per forma che tale avea voglia di piagnere che fece ridere

Non fu sí canonizzata la fama del Basso di piacevolezza dopo la sua morte, quanto fu canonizzata la fama d’uno ricco contadino falsamente in santità in questa novella. E’ non è gran tempo che nella Marca d’Ancona morí nella villa un ricco contadino, che avea nome Giovanni; ed essendo, innanzi che si sotterrasse, tutti gli suo’ parenti e uomeni e donne nel pianto e ne’ dolori, volendoli fare onore, non essendo ivi vicina alcuna regola di frati, per avventura passorono due frati minori, li quali da quelli che erano diputati a fare la spesa furono pregati che alcuna predicazione facessono a commendazione del morto.
Li frati, nuovi sí del paese, e sí d’avere conosciuto il morto, cominciorono tra loro a sorridere, e tiratisi da parte disse l’uno all’altro:
– Vuo’ tu predicar tu, o vuogli che io predichi io?
Disse l’altro:
– Di’ pur tu.
Ed egli seguí:
– Se io prédico, io voglio che tu mi prometta di non ridere.
Rispose di farlo.
Dato l’ordine e l’ora, e saputo il nome del morto, il valentre frate andò, come è d’usanza, dove era il morto e tutta l’altra brigata; e salito alquanto in alto, propose:
– Que, qui . Per que s’intende Janni, per qui s’intende Joanni dello Barbaianni; non ci dico cavelle, perché vola di notte. Signori e donne, io sento che questo Joanni è stato bon peccatore, e quando ha possuto fuggire li disagi, volentiera ce l’ha fatto; ed è ben vivuto secondo il mondo; hacci preso gran vantaggio nel servire altrui, ed ègli molto spiaciuto l’essere diservito: largo perdonatore è stato a ciascuno che bene gli abbia fatto, e in odio ha avuto chi gli abbia fatto male. Con gran diletto ha guardato li santi dí comandati; e secondo ho sentito, gli dí da lavorare s’è molto guardato da’ mali e dalle rie cose. Quando li suoi vicini hanno avuto bisogno, fuggendo le cose disutili, sempre gli ha serviti: è stato digiunatore quando ha aúto mal da mangiare: è vissuto casto, quando costato li fosse. Oratore m’è detto che è stato assai: ha detto molti paternostri, andandosi al letto, e l’Ave Maria almeno, quando sonava nel popul suo. Spesso ne’ dí fuor di settimana facea elemosine. Venendo alla conclusione, li costumi e le opere sue sono state tali e sí fatte che sono pochi mondani che non le commendassono. E chi mi dicesse: “O frate, credi tu che costui sia in Paradiso?” Non credo. “Credi tu che sia in Purgatorio?” Dio il volesse. “Credi tu che sia in Inferno?” Dio nel guardi. E però pigliate conforto, e lasciate stare li lamenti, e sperate di lui quel bene che si dee sperare, pregando Dio che ci dia grazia a noi, che rimagnamo vivi, stare lungo tempo con li vivi, e li morti co’ maglianni, da’ quali ci guardi qui vivit et regnat in secula seculorum. Fate la vostra confessione ecc.
La voce andò tra quella gente grossa e lacrimosa costui avere nobilmente predicato, e che elli avea affermato il morto per la sua santa vita essere salito in sommo cielo.
E’ frati se n’andorono con un buono desinare e con denari in borsa, ridendo di questo per tutto il loro cammino.
Forse fu piú vera e sustanzievole predica questa di questo fraticello che non sono quelle de’ gran teologhi, che metteranno con le loro parole li ricchi usurai in Paradiso, e sapranno che mentono per la gola; e sia chi vuole, che se un ricco è morto, abbia fatto tutti e’ mali che mai furno, niuna differenzia faranno dal predicare di lui al predicare di San Francesco; però che piagentano per empiersi di quello delli ignoranti che vivono.

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Franco Sacchetti – Basso della Penna nell’estremo della morte lascia con nuova forma ogni anno alle mosche un paniere di pere mézze, e la ragione, che ne rende, perché lo fa

Ora verrò a quella novella delle pere mézze, ed è l’ultima piacevolezza del Basso, però che fu mentre che moría. Costui venendo a morte, ed essendo di state, e la mortalità sí grande che la moglie non s’accostava al marito, e ‘l figliuolo fuggía dal padre, e ‘l fratello dal fratello, però che quella pestilenza, come sa chi l’ha veduto, s’appiccava forte, volle fare testamento; e veggendosi da tutti i suoi abbandonato, fece scrivere al notaio che lasciava ch’e’ suoi figliuoli ed eredi dovessino ogni anno il dí di San Jacopo di luglio dare un paniere di tenuta d’uno staio di pere mézze alle mosche, in certo luogo per lui deputato. E dicendo il notaio: “Basso, tu motteggi sempremai”; disse Basso:
– Scrivete come io dico; però che in questa mia malattia io non ho aúto né amico né parente che non mi abbia abbandonato, altro che le mosche. E però essendo a loro tanto tenuto, non crederrei che Dio avesse misericordia di me, se io non ne rendesse loro merito. E perché voi siate certo che io non motteggio, e dico da dovero, scrivete che se questo non si facesse ogni anno, io lascio diredati li miei figliuoli, e che il mio pervenga alla tale religione.
Finalmente al notaio convenne cosí scrivere per questa volta; e cosí fu discreto il Basso a questo piccolo animaluzzo.
Non istante molto, e venendosi nelli stremi, che poco avea di conoscimento, andò a lui una sua vicina, come tutte fanno, la quale avea nome Donna Buona, e disse:
– Basso, Dio ti facci sano; io sono la tua vicina monna Buona.
E quelli con gran fatica guata costei, e disse che appena si potea intendere:
– Oggimai, perché io muoia, me ne vo contento, ché ottanta anni che io sono vissuto mai non ne trovai alcuna buona.
Della qual parola niuno era d’attorno che le risa potesse tenere, e in queste risa poco stante morí.
Della cui morte io scrittore, e molti altri che erano per lo mondo, ne portorono dolore, però che egli era uno elemento a chi in Ferrara capitava. E non fu grande discrezione la sua verso le mosche? Sanza che fu una grande reprensione a tutta sua famiglia; ché sono assai che abbandonano in cosí fatti casi quelli che doverrebbono mettere mille morti per la loro vita, e tale è il nostro amore che non che li figliuoli mettessino la vita per li loro padri, ma gran parte desiderano la morte loro, per essere piú liberi.

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Franco Sacchetti – Basso della Penna fa un convito, là dove, non mescendosi vino, quelli convitati si maravigliono, ed egli gli chiarisce con ragione, e non con vino

Questo Basso (ed è la seconda novella di quelle che io proposi in queste di sopra) in questi due mesi di sopra contati, ne’ quali era già febbricoso del male che poi morío, parve che volesse fare la cena come fece Cristo co’ discepoli suoi; e fece invitare molti suoi amici, che la tal sera venissono a mangiare con lui. La brigata tutta accettoe; e giunti la sera ordinata, essendo molto bene apparecchiate le vivande, postisi a tavola, e cominciando a mangiare, gli bicchieri si stavono, che nessuno famiglio metteva vino.
Quando quelli che erano a mensa furono stati quanto poteano, dicono a’ famigli:
– Metteteci del vino.
Gli famigli, come aombrati, guardano qua e là, e rispondono:
– E’ non c’è vino.
Di che dicono che ‘l dicano al Basso, e cosí fanno; onde il Basso si fa innanzi, e dice:
– Signori, io credo che voi vi dovete ricordare dell’invito che vi fu fatto per mia parte: io vi feci invitare a mangiare meco, e non a bere, però che io non ho vino che io vi desse, né che fosse buono da voi, e però chi vuol bere, si mandi per lo vino a casa sua, o dove piú li piace.
Costoro con gran risa dissono che ‘l Basso dicea il vero, mandando ciascuno per lo vino, se vollono bere.
Il Basso fu loico anco qui, ma questa non fu loica con utile, se non che risparmiò il vino a questo convito; ma se volea risparmiare in tutto, era migliore loica a non gli avere convitati, che arebbe risparmiato anco le vivande; ma e’ fu tanta la sua piacevolezza che volle e fu contento che gli costasse per usare questo atto.

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Franco Sacchetti – Basso della Penna a certi forestieri, che domandorono lenzuola bianche, le dà loro sucide, ed eglino dolendosi, prova loro che l’ha date bianche

Questa pera mézza, con la quale il Basso fece cosí bene i fatti suoi, mi reduce a memoria un’altra novella di pere mézze, fatta già per lo detto Basso, nella quale si dimostra apertamente che insino nell’ultimo della sua morte fu piacevolissimo. Ma innanzi che venisse a questo, io dirò due novellette, che fece in meno di due mesi anzi che morisse, avendo continuo o terzana o quartana, che poi lo indusse a morte.
A Ferrara arrivorono alcuni Fiorentini all’albergo suo una sera, e cenato che ebbono, dissono:
– Basso, noi ti preghiamo che tu ci dia istasera lenzuola bianche.
Basso risponde tosto, e dice:
– Non dite piú, egli è fatto.
Venendo la sera, andandosi al letto, sentivano le lenzuola non essere odorose, ed essere sucide. La mattina si levavono, e diceano:
– Di che ci servisti, Basso, che tanto ti pregammo iersera che ci dessi lenzuola bianche, e tu ci hai dato tutto il contrario?
Disse il Basso:
– O questa è ben bella novella; andiamole a vedere.
E giunto in camera caccia in giú il copertoio, e volgesi a costoro e dice:
– Che son queste? son elle rosse? son elle azzurre? son elle nere? non son elle bianche? Qual dipintore direbbe ch’elle fossono altro che bianche?
L’uno de’ mercatanti guatava l’altro, e cominciava a ridere dicendo che ‘l Basso avea ragione, e che non era notaio che avesse scritto quelle lenzuola essere d’altro colore che bianche. E con queste piacevolezze tirò gran tempo tanto a sé la gente che non si curavono di letto né di vivande.
E questa è una loica piacevole, che sta bene a tutti gli artieri, e massimamente agli albergatori, a’ quali molti e di diversi luoghi vengono alle mani. Questa novelletta ha fatti molti, che l’hanno udita, savii; e io scrittore sono uno di quelli che giugnendo a uno albergo, volendo lenzuola nette, addomando che mi dea lenzuola di bucato.

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Franco Sacchetti – Basso della Penna inganna certi Genovesi arcatori, e a un nuovo giuoco vince loro quello ch’egli avevano

Come questo giovene acquistò puramente, e con grande simplicità, le lire cinquanta, cosí con grande astuzia il piacevol uomo Basso della Penna, raccontato a drieto, in questa novella vinse a un nuovo giuoco piú di lire cinquanta di bolognini. A questo Basso capitorono all’albergo suo a Ferrara certi Genovesi che andavano arcando con certi loro giuochi; e ‘l Basso, avendo compresa la loro maniera, un giorno innanzi desinare si mise allato lire venti di bolognini d’ariento e una pera mézza, ché era di luglio, considerando che dopo desinare, lavate le mani, in su la sparecchiata tavola d’arcare loro, e cosí fece. Ché avendo desinato, ed essendo con loro ragionamenti alla mensa sparecchiata, disse il Basso:
– Io voglio fare con voi a un giuoco che non ci potrà avere malizia alcuna.
E mettesi mano in borsa, e trae fuori bolognini, e dice:
– Io porrò a ciascun di noi uno bolognino innanzi su questa tavola, e colui, a cui sul suo bolognino si porrà prima la mosca, tiri a sé i bolognini che gli altri averanno innanzi.
Costoro cominciorono con gran festa ad essere contenti di questo giuoco, e parea loro mill’anni che ‘l Basso cominciasse. Il Basso, come reo, si mette il bolognino sotto con le mani tra gambe sotto la tavola, dove elli avea una pera mézza: e venendo a porre a ciascuno il bolognino innanzi, quello che dovea porre a sé ficcava nella pera mézza, onde la mosca continuo si ponea sul suo bolognino, salvo che delle quattro volte l’una ponea quello della pera dinanzi a uno di loro, acciò che vincendo qualche volta non si avvedesseno della malizia.
E pur cosí continuando, cominciorono a pigliare sospetto, parendo loro troppo perdere, e dissono:
– Messer Basso, noi vogliamo mettere i bolognini uno di noi.
Disse il Basso:
– Io sono molto contento, acciò che non prendiate sospetto.
Allora uno di loro co’ suoi bolognini asciutti e aridi, che non aveano forse mai tocca pera mézza, cominciò mettere a ciascuno il suo bolognino. Il Basso lasciava andare sanza malizia alcuna volta che vincessino; quando volea vincere elli, e ‘l bolognino gli era posto innanzi, spesse volte il polpastrello del dito toccava il mézzo della pera, e mostrando di acconciare il bolognino che gli era messo innanzi, lo toccava con quel dito, onde la mosca subito vi si ponea, benché gli bisognava durare poca fatica, però che le hanno naso di bracchetto e volavano tutte verso il Basso, sentendo la pera mézza, e ancora il luogo su la tavola dinanzi da lui, dove di prima il bolognino unto del Basso avea lasciato qualche sustanzia; e cosí provando or l’uno or l’altro dei Genovesi, non poterono tanto fare che ‘l Basso non vincesse loro lire cinquanta di bolognini con una fracida pera, onde gli arcatori furono arcati, come avete udito.
E molte volte interviene che son molti che con certe loro maliziose arti stanno sempre avvisati d’ingannare, e di tirare l’altrui a loro, e hanno tanto l’animo a quello che non credono che alcun altro possa loro ingannare, e non vi pongono cura.
Se facessono la ragione del compagno, il quale molte volte non è cieco, non interverrebbe loro quello che intervenne a costoro; però che spesse volte l’ingannatore rimane a piede dell’ingannato.

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Franco Sacchetti – Piero Brandani da Firenze piatisce, e dà certe carte al figliuolo; ed elli, perdendole, si fugge, e capita dove nuovamente piglia un lupo, e di quello aúto lire cinquanta a Pistoia, torna e ricompera le carte

Nella città di Firenze fu già un Piero Brandani cittadino che sempre il tempo suo consumò in piatire. Avea un suo figliuolo d’etade di diciotto anni, e dovendo fra l’altre una mattina andare al Palagio del Podestà per opporre a un piato, e avendo dato a questo suo figliuolo certe carte, e che andasse innanzi con esse, e aspettasselo da lato della Badía di Firenze; il quale, ubbidendo al padre, come detto gli avea, andò nel detto luogo, e là con le carte si mise ad aspettare il padre, e questo fu del mese di maggio.
Avvenne che, aspettando il garzone, cominciò a piovere una grandissima acqua: e passando una forese, o trecca, con un paniere di ciriege in capo, il detto paniere cadde; del che le ciriege s’andarono spargendo per tutta la via; il rigagnolo della qual via ognora che piove cresce che pare un fiumicello. Il garzone, volonteroso, come sono, con altri insieme, alla ruffa alla raffa si dierono a ricogliere delle dette ciriege, e infino nel rigagnolo dell’acqua correano per esse. Avvenne che, quando le ciriege furono consumate, il garzone, tornando al luogo suo, non si trovò le carte sotto il braccio però che gli erano cadute nella dett’acqua, la quale tostamente l’avea condotte verso Arno, ed elli di ciò non s’era avveduto; e correndo or giú, or su, domanda qua, domanda là, elle furono parole, ché le carte navicavano già verso Pisa. Rimaso il garzone assai doloroso, pensò di dileguarsi per paura del padre: e la prima giornata, dove li piú disviati o fuggitivi di Firenze sogliono fare, fu a Prato; e giunse ad uno albergo, là dove dopo il tramontare del sole arrivorono certi mercatanti, non per istare la sera quivi, ma per acquistare piú oltre il cammino verso il ponte Agliana. Veggendo questi mercatanti stare questo garzone molto tapino, domandarono quello ch’egli avea e donde era: risposto alla domanda, dissono se volea stare e andare con loro.
Al garzone parve mill’anni, e missonsi in cammino, e giunsono a due ore di notte al pont’Agliana; e picchiando a uno albergo, l’albergatore, che era ito a dormire, si fece alla finestra:
– Chi è là?
– Àprici, ché vogliamo albergare.
L’albergatore rampognando disse:
– O non sapete voi che questo paese è tutto pieno di malandrini? io mi fo gran maraviglia che non sete stati presi.
E l’albergatore dicea il vero, ché una gran brigata di sbanditi tormentavono quel paese.
Pregorono tanto che l’albergatore aperse; ed entrati dentro e governati li cavalli, dissono che voleano cenare; e l’oste disse:
– Io non ci ho boccone di pane.
Risposono i mercatanti:
– O come facciamo?
Disse l’oste:
– Io non ci veggio se non un modo, che questo vostro garzone si metta qualche straccio indosso, sí che paia gaglioffo, e vada quassú da questa piaggia, dove troverrà una chiesa: chiami ser Cione, che è là prete, e da mia parte dica mi presti dodici pani: questo dico perché, se questi che fanno questi mali troverrano un garzoncello malvestito, non gli diranno alcuna cosa.
Mostrato la via al garzone, v’andò malvolentieri, però che era di notte, e mal si vedea. Pauroso, come si dee credere, si mosse, andandosi avviluppando or qua or là, sanza trovare questa chiesa mai; ed essendo intrato in uno boschetto, ebbe veduto dall’una parte un poco d’albore che dava in uno muro. Avvisossi d’andare verso quello, credendo fosse la chiesa; e giunto là su una grande aia, s’avvisò quella essere la piazza; e ‘l vero era che quella era casa di lavoratore: andossene là, e cominciò a bussare l’uscio. Il lavoratore, sentendo, grida:
– Chi è là?
E ‘l garzone dice:
– Apritemi, ser Cione, ché il tal oste dal ponte Agliana mi manda a voi, che gli prestiate dodici pani.
Dice il lavoratore:
– Che pani? ladroncello che tu se’, che vai appostando per cotesti malandrini. Se io esco fuori, io te ne manderò preso a Pistoia, e farotti impiccare.
Il garzone, udendo questo, non sapea che si fare; e stando cosí come fuor di sé, e volgendosi se vedesse via che ‘l potesse conducere a migliore porto, sentí urlare un lupo ivi presso alla proda del bosco, e guardandosi attorno vide su l’aia una botte dall’uno de’ lati, tutta sfondata di sopra, ed era ritta; alla quale subito ricorse, ed entrovvi dentro, aspettando con gran paura quello che la fortuna di lui disponesse.
E cosí stando, ecco questo lupo, come quello che era forse per la vecchiezza stizzoso, e accostandosi alla botte, a quella si cominciò a grattare; e cosí fregandosi, alzando la coda, la detta coda entrò per lo cocchiume. Come il garzone sentí toccarsi dentro con la coda, ebbe gran paura; ma pur veggendo quello che era, per la gran temenza si misse a pigliar la coda, e di non lasciarla mai giusto il suo podere, insino a tanto che vedesse quello che dovesse essere di lui. Il lupo, sentendosi preso per la coda, cominciò a tirare: il garzone tien forte, e tira anco elli; e cosí ciascuno tirando, e la botte cade, e cominciasi a voltolare. Il garzone tien forte, e lo lupo tira; e quanto piú tirava, piú colpi gli dava la botte addosso. Questo voltolamento durò ben due ore; e tanto, e con tante percosse dando la botte addosso al lupo, che ‘l lupo si morí. E non fu però che ‘l giovane non rimanesse mezzo lacero; ma pur la fortuna l’aiutò, ché quanto piú avea tenuto forte la coda, piú avea difeso sé stesso, e offeso il lupo. Avendo costui morto il lupo, non ardí però in tutta la notte d’uscire della botte, né di lasciare la coda.
In sul mattino, levandosi il lavoratore, a cui il giovene avea picchiata la porta, e andando provveggendo le sue terre, ebbe veduto appiè d’un burrato questa botte: cominciò a pensare, e dire fra sé medesimo: “Questi diavoli che vanno la notte non fanno se non male, ché non che altro, ma la botte mia, che era in su l’aia, m’hanno voltolata infino colaggiú”; e accostandosi, vide il lupo giacere allato la botte, che non parea morto. Comincia a gridare: – Al lupo, al lupo, al lupo -; e accostandosi, e correndo gli uomini del paese al romore, viddono il lupo morto e ‘l garzone nella botte.
Chi si segnò di qua e chi di là, domandando il giovene:
– Chi se’ tu? che vuol dire questo?
Il garzone, piú morto che vivo, che appena potea ricogliere il fiato, disse:
– Io mi vi raccomando per l’amore di Dio, che voi mi ascoltiate e non mi fate male.
Li contadini l’ascoltarono, per udire di sí nuova cosa la cagione, il quale disse, dalla perdita delle carte insino a quel punto, ciò che incontrato gli era. A’ contadini venne grandissima pietà di costui, e dissono:
– Figliuolo, tu hai aúta grandissima sventura, ma la cosa non t’anderà male come tu credi: a Pistoia è uno ordine che chiunque uccide alcun lupo, e presentalo al Comune, ha da quello cinquanta lire.
Un poco tornò la smarrita vita al giovene, essendoli profferto da loro e compagnia e aiuto a portare il detto lupo; e cosí accettoe. E insieme alquanti con lui, portando il lupo, pervennono all’albergo al pont’Agliana, donde si era partito, e l’albergatore della detta cosa si maraviglioe, come si dee immaginare, e disse che e’ mercatanti se ne erano iti, e che egli ed eglino, veggendo non era tornato, credeano lui essere da’ lupi devorato, o essere da’ malandrini preso. In fine il garzone appresentò il lupo al Comune di Pistoia, dal quale, udita la cosa come stava, ebbe lire cinquanta; e di queste spese lire cinque in fare onore alla brigata, e con le quarantacinque, preso da loro commiato, tornò al padre; e addomandando misericordia, gli contò ciò che gli era intervenuto, e diegli le lire quarantacinque. Il qual padre, come povero uomo, gli tolse volentieri, e perdonògli; e con li detti denari fece copiare le carte, e dell’avanzo piatío gagliardamente.
E perciò non si dee mai alcuno disperare, però che spesse volte, come la fortuna toglie, cosí dà; e come ella dà, cosí toglie. Chi averebbe immaginato che le perdute carte giú per l’acqua fossono state rifatte per un lupo che mettesse la coda per uno cocchiume d’una botte, e sí nuovamente fosse stato preso? Per certo questo è un caso e uno esemplo, non che da non disperarsi, ma di cosa che venga non pigliare né sconforto né malinconia.

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Franco Sacchetti – Uno giovene Sanese ha tre comandamenti alla morte del padre: in poco tempo disubbedisce, e quello che ne seguita.

Ora verrò a dire di una che s’era maritata per pulzella, e ‘l marito vidde la prova del contrario anzi che con lei giacesse, e rimandolla a casa sua, senza avere mai a fare di lei.
Fu a Siena già un ricco cittadino, il quale, venendo a morte, e avendo un figliuolo e non piú, che avea circa a venti anni, fra gli altri comandamenti che li fece, furono tre. Il primo, che non usasse mai tanto con uno che gli rincrescesse; il secondo, che quando elli avesse comprato una mercanzia, o altra cosa, ed elli ne potesse guadagnare, che elli pigliasse quello guadagno e lasciasse guadagnare ad un altro; il terzo, che quando venisse a tòr moglie, togliesse delle piú vicine, e se non potesse delle piú vicine, piú tosto di quelle della sua terra che dell’altre da lunge. Il figliuolo rimase con questi ammonimenti, e ‘l padre si morío.
Era usato buon tempo questo giovene con uno de’ Forteguerri, il quale era stato sempre prodigo, e avea parecchie figliuole da marito. Li parenti suoi ogni dí lo riprendevano delle spese, e niente giovava. Avvenne che un giorno il Forteguerra avea apparecchiato un bel desinare al giovene e a certi altri; di che li suoi parenti li furono addosso, dicendo:
– Che fai tu, sventurato? vuo’ tu spendere a prova col tale che è rimaso cosí ricco, e hai fatto e fai li corredi, e hai le figliuole da marito?
Tanto dissono che costui come disperato andò a casa, e rigovernò tutte le vivande che erano in cucina, e tolse una cipolla, e puosela su l’apparecchiata tavola, e lasciò che se ‘l cotal giovene venisse per desinare gli dicessono che mangiasse di quella cipolla, che altro non v’era, e che ‘l Forteguerra non vi desinava.
Venuta l’ora del mangiare, il giovene andò là dove era stato invitato, e giugnendo su la sala domandò la donna di lui: la donna rispose che non v’era, e non vi desinava; ma che elli avea lasciato, se esso venisse, che mangiasse quella cipolla, che altro non v’era. Avvidesi il giovene, su quella vivanda, del primo comandamento del padre, e come male l’avea osservato, e tolse la cipolla, e tornato a casa la legò con un spaghetto e appiccolla al palco sotto il quale sempre mangiava.
Avvenne da ivi a poco tempo che, avendo elli comprato un corsiere fiorini cinquanta, da indi a certi mesi, potendone avere fiorini novanta, non lo volle mai dare, dicendo ne volea pure fiorini cento; e stando fermo su questo, al cavallo una notte vennono li dolori, e scorticossi. Pensando a questo, il giovene conobbe ancora avere male atteso al secondo comandamento del padre e, tagliata la coda al cavallo, l’appiccoe al palco allato alla cipolla.
Avvenne poi per caso ancora, volendo elli pigliare moglie, non si potea trovar vicina, né in tutta Siena, giovene che li piacesse, e diési alla cerca in diverse terre, e alla fine pervenne a Pisa, là dove si scontrò in un notaio, il quale era stato in officio a Siena, ed era stato amico del padre, e conoscea lui.
Di che il notaio gli fece grande accoglienza, e domandollo che faccenda avea in Pisa. Il giovene li disse che andava cercando d’una bella sposa, però che in tutta Siena non ne trovava alcuna che li piacesse.
Il notaio disse:
– Se cotesto è, Dio ci t’ha mandato, e serai ben accivito; però che io ho per le mani una giovene de’ Lanfranchi, la piú bella che si vedesse mai, e dammi cuore di fare che ella sia tua.
Al giovene piacque, e parveli mill’anni di vederla, e cosí fece. Come la vide, s’accostò al mercato, fu fatto e dato l’ordine quando la dovesse menare a Siena. Era questo notaio una creatura de’ Lanfranchi, e la giovene essendo disonesta, e avendo avuto a fare con certi gioveni di Pisa, ella non s’era mai potuta maritare. Di che questo notaio guardò di levare costei da dosso a’ suoi parenti e appiccarla al Sanese. Dato l’ordine della cameriera, forse della ruffiana, la quale fu una femminetta sua vicina, chiamata monna Bartolomea, con la quale la donna novella s’andava spesso trastullando di quando in quando; e dato ogni ordine delle cose opportune e della compagnia, tra la quale era alcuno giovene di quelli che spesso d’amore l’avea conosciuta, si mosson tutti col marito e con lei ad andare verso Siena, e là si mandò innanzi a fare l’apparecchio.
E cosí andando per cammino, un giovene de’ suoi che la seguía parea che andasse alle forche, pensando che costei era maritata in luogo straniero, e che senza lei gli convenía tornare a Pisa; e tanto con pensieri e con sospiri fece che ‘l giovene quasi e di lei e di lui si fu accorto: perché ben dice il proverbio che l’amore e la tosse non si può celare mai. E con questo vedere, preso gran sospetto, tanto fece che seppe chi la giovene era e come il notaio l’avea tradito e ingannato. Di che giugnendo a Staggia, lo sposo usò questa malizia disse che volea cenare di buon’ora, però che la mattina innanzi dí volea andare a Siena, per fare acconciare ciò che bisognava; e disselo sí che ‘l valletto l’udisse.
Erano le camere dove dormirono quasi tutte d’assi l’una allato all’altra. Il marito ne avea una, la sposa e la cameriera un’altra, e in un’altra era il giovene e un altro, il quale non fu senza orecchi a notare il detto del Sanese; ma tutta la sera ebbe colloquio con la cameriera, aspettando l’alba del giorno, e cosí s’andorono al letto. E venendo la mattina, quasi un’ora innanzi a dí, e lo sposo si levò per andare a Siena come avea dato ad intendere. E sceso giuso, e salito a cavallo, cavalcò verso Siena quasi quattro balestrate, e poi diede la volta ritornando passo passo e cheto verso l’albergo donde si era partito; e appiccando il cavallo a una campanella, su per la scala n’andò; e giugnendo all’uscio della camera della donna, guardò pianamente e sentí il giovene essere dentro; e pontando l’uscio mal serrato, v’entrò dentro; e accostandosi alla cassa del letto pianamente, se alcun panno trovasse di colui che s’era colicato, per avventura trovò i suo’ panni di gamba, e quelli del letto, o che sentissono, e per la paura stessono cheti, o che non sentissono, questo buon uomo si mise le brache sotto, e uscito della camera, scese la scala, e salito a cavallo con le dette brache, camminò verso Siena.
E giunto a casa sua, l’appiccò al palco allato alla cipolla e alla coda.
Levatasi la donna e l’amante la mattina a Staggia, il valletto non trovando le brache, sanza esse salí a cavallo con l’altra brigata, e andorono a Siena. E giunti alla casa, dove doveano essere le nozze, smontorono. E postisi a uno leggiero desinare sotto le tre cose appiccate, fu domandato il giovane quello che quelle cose appiccate significavano. Ed elli rispose:
– Io vel dirò; e prego ognuno che mi ascolti. Egli è piccol tempo che mio padre morí, e lasciommi tre comandamenti: il primo sí e sí, e però tolsi quella cipolla e appicca’ la quivi; il secondo mi comandò cosí, e in questo il disubbidi’; morendo il cavallo, taglia’ li la coda e quivi l’appiccai; il terzo, che io togliesse moglie piú vicina che io potesse; e io, non che io l’abbia tolta dappresso, ma insino a Pisa andai, e tolsi questa giovene, credendo fosse come debbono essere quelle che si maritono per pulzelle. Venendo per cammino questo giovene, il quale siede qui, all’albergo giacque con lei, e io chetamente fui dove elli erano; e trovando le brache sue, io ne le recai e appicca’ le a quel palco: e se voi non mi credete, cercatelo, che non l’ha: – e cosí trovorono. – E però questa buona donna, levata la mensa, vi rimenate in drieto, che mai, non che io giaccia con lei, ma io non intendo di vederla mai. E al notaio, che mi consigliò e fece il parentado e la carta, dite che ne faccia una pergamena da rocca.
E cosí fu. Costoro con la donna si tornorono a piè zoppo col dito nell’occhio; e la donna si fece per li tempi con piú mariti, e ‘l marito con altre mogli.
In queste tre sciocchezze corse questo giovene contro a’ comandamenti del padre, che furono tutti utili, e molta gente non se ne guarda. Ma di questo ultimo, che è il piú forte, non si puote errare a fare li parentadi vicini, e facciamo tutto il contrario. E non che de’ matrimoni, ma avendo a comprare ronzini, quelli de’ vicini non vogliamo, che ci paiono pieni di difetti, e quelli de’ Tedeschi che vanno a Roma, in furia comperiamo. E cosí n’incontra spesse volte e dell’uno e dell’altro, come avete udito, e peggio.

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Franco Sacchetti – La sorella del marchese Azzo, essendo andata a marito al giudice di Gallura, in capo di cinque anni torna vedova a casa. Il frate non la vuol vedere, perché non ha fatto figliuoli, ed essa con un motto il fa contento.

Il marchese Azzo da Esti andò cercando il contrario d’una sua sorocchia. Questo marchese credo fosse figliuolo del marchese Obizzo, e avendo una sua sorocchia da marito che, salvo il vero, ebbe nome madonna Alda, la quale maritò al giudice di Gallura; e la cagione di questo matrimonio fu che ‘l detto judice era vecchio e non avea alcun erede, né a chi legittimamente succedesse il suo; onde il marchese, credendo che madonna Alda, o madonna Beatrice come certi hanno detto avesse nome, facesse di lui figliuoli che rimanessono signori del judicato di Gallura, fece queto parentado volentieri: e la donna Continua la lettura di Franco Sacchetti – La sorella del marchese Azzo, essendo andata a marito al giudice di Gallura, in capo di cinque anni torna vedova a casa. Il frate non la vuol vedere, perché non ha fatto figliuoli, ed essa con un motto il fa contento.

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Franco Sacchetti – Come Alberto, avendo a far con la matrigna, essendo dal padre trovato, allega con nuove ragioni piacevolmente.

Non voglio lasciare la quarta novella d’Alberto, di quelle che già udi’ di lui, come che molte altre ne facesse. Avea il detto Alberto una matrigna assai giovane e complessa e atticciata, il quale in nessun modo, come spesso interviene, potea avere pace con lei; e di questo suo caso dolendosi spesse volte con alcuni suoi compagni, da loro gli fu dato questo consiglio, dicendo:
– Alberto, se tu non trovi modo d’avere a far di lei, non isperar mai di star con lei se non in battaglia e in mala ventura.
Dice Alberto:
– Credete voi cotesto?
Coloro rispondono:
– Noi l’abbiamo per lo fermo.
Dice Continua la lettura di Franco Sacchetti – Come Alberto, avendo a far con la matrigna, essendo dal padre trovato, allega con nuove ragioni piacevolmente.

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Franco Sacchetti – Come Alberto, essendo per combattere con li Sanesi, si mette il cavallo innanzi, ed elli, smontato, li sta di dietro a piede, e la ragione che elli assegna quello esser il meglio.

Similmente questo Alberto in questa sua terza novella, che segue, non mi pare molto sciocco; però che essendo li Sanesi, per certa guerra che aveano co’ Perugini, assembrati per combattere, e ‘l detto Alberto essendo a cavallo tra la brigata sanese, e bene armato, scese da cavallo, e misesi il cavallo dinanzi, ed egli stava di drieto a piede. Veggendo gli altri che v’erano Alberto stare per questa forma, diceano:
– Che fai tu, Alberto? sali a cavallo, però che noi siamo subito per combattere.
A’ quali Alberto rispose:
– Io voglio stare cosí, ché, se ‘l cavallo mio fosse morto, serà fatto la Continua la lettura di Franco Sacchetti – Come Alberto, essendo per combattere con li Sanesi, si mette il cavallo innanzi, ed elli, smontato, li sta di dietro a piede, e la ragione che elli assegna quello esser il meglio.

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