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Giosuè Carducci – Sicilia e la rivoluzione

Da le vette de l’Etna fumanti
Ben ti levi, o facella di guerra:
Su le tombe de’ vecchi giganti
Come bella e terribil sei tu!
Oh, trasvola! per l’itala terra
Corri, ed empi d’incendio ogni lido!
Uno il core, uno il patto, uno il grido:
Né stranier, né oppressori mai piú!

O seduti negli aulici scanni,
A che i patti mentite e la pace?
Solo è pace tra servi e tiranni
Quando morte la lite finí:
Ma il nemico su ‘l campo non giace,
Né lasciò da la man sanguinante
La catena che in saldo adamante
Nel silenzio de’ secoli ordí.

Come il turpe avvoltoio ripara,
Franto l’ali dal turbine, al covo,
E ne l’ozio inquïeto prepara
Pur li artigli la fame ed il vol;
Vergognando il pericolo novo
La barbarie le forze rintégra
Ne le insidie la speme rallegra,
Pria gli spirti, quindi occupa il suol.

Or su via! Fin che il truce signore
Tien sol una de l’itale glebe
E de’ regi custodi il terrore
Tra l’Italia e l’Italia interpon;
Fin che d’Austria e Boemia la plebe
Si disseta di Mincio e di Brenta,
E il cavallo de l’Istro s’avventa
Dove al passo confini non son;

Fino al dí, verdi retiche vette,
Che su voi splenda l’asta latina;
Sciagurato chi pace promette,
Chi la mano a la spada non ha!
Presto in armi! l’antica rapina
Ceda innanzi a l’eterno diritto!
Come Amazzoni ardenti al conflitto,
Presto in armi le cento città!

O Milan, la tua pingue pianura
Crebbe pur de le bianche lor ossa,
E i destrieri sferzò la paura
Quando inerme il tuo popol ruggí:
O Milano, a la terza riscossa
Gitta l’ultima sfida, e t’affretta;
Il drappel de la morte t’aspetta,
Ch’è risorto al novissimo dí.

Bello il sangue che ancor su la gonna
Tua ducale rosseggia e sfavilla!
Non forbirlo, o de’ Liguri donna;
Odi, a vespro Palermo sonò!
Pittamuli, Carbone, Balilla
Scalzi corran da Prè da Portoria,
Sotto il nobile segno de i Doria,
Dietro il sasso che i mille cacciò.

Dove sono, o Bologna, i possenti,
I guerrier de la tua Montagnola?
Quei che incontro a’ metalli roventi
Volan come fanciulle a danzar?
Non piú fren di levitica stola
Al furor de le sacre tenzoni!
Spingi in caccia i tuoi torvi leoni!
Senti il cenno per l’aure squillar!

O del Mella viragine forte,
Batti pur su le incudi sonanti,
Stringi pur in arnesi di morte
Del tuo ferro il domato rigor;
Ma rammenta i tuoi pargoli infranti
Su le soglie, i tuoi vecchi scannati,
Ed i petti materni frugati
Da le spade, e l’irriso dolor.

O Firenze, tua libera prole
Dorme tutta ne’ templi de’ padri
O su’ monti ove l’ultimo sole
Il tuo Decio cadendo attestò?
Odo un gemito lungo di madri
Volto al Mincio ed al memore piano
Gli occhi avvalla riscosso il Germano
Da le torri vegliate, e tremò:

Ché un clamor d’irrompente battaglia
Sorge ancor da la trista pianura,
E le azzurre sue luci abbarbaglia
D’incalzanti coorti il fulgor.
A la cinta de l’ispide mura
Su correte, o progenie di forti!
Qui la muta legione de’ morti
Qui vi chiama, ed il conscio furor.

Chi è costui che cavalca glorioso
In tra i lampi del ferro e del foco,
Bello come nel ciel procelloso
Il sereno Orïone compar?
Ei si noma, e a’ suoi cento diêr loco
Le migliaia da i re congiurate:
Ei si noma, e città folgorate
Su le ardenti ruine pugnâr.

Come tuono di nube disserra
Ei li sdegni che Italia raguna:
Ei percuote d’un piede la terra,
E la terra germoglia guerrier.
Garibaldi!… Da l’erma laguna
Leva il capo, o Venezia dolente:
Tu raccogli, o de l’itala gente
Madre Roma, lo scettro e l’imper.

Su, da’ monti Carpazi a la Drava,
Da la Bosnia a le tessale cime,
Dove geme la Vistola schiava,
Dove suona di pianti il Balcan!
Su, d’amore nel vampo sublime
Scoppin l’ire de l’alme segrete!
Genti oppresse, sorgete, sorgete!
Ne la pugna vi date la man!

Da li scogli che frangon l’Egeo,
Da le rupi ove l’aquile han covo,
O fratelli di Grecia, al Pireo!
Contro l’Asia Temistocle è qui.
Serbo, attendi! su ‘l pian di Cossovo
Grande l’ombra di Lazaro s’alza;
Marco prence da l’antro fuor balza,
E il pezzato destriero annitrí.

Strappa omai de’ Corvini la lancia
Da le sale paterne, o Magiaro;
Su ‘l tuo nero cavallo ti slancia
A le pugne de i liberi dí.
In fra ‘l gregge che misero e raro
L’asburghese predon t’ha lasciato,
Perché piangi, o fratello Croato,
Il figliuol che in Italia morí?

In quell’uno che tutti ci fiede,
Che si pasce del sangue di tutti,
Di giustizia d’amore di fede
Tutti armati leviamoci su.
E tu, fine de gli odii e de i lutti,
Ardi, o face di guerra, ogni lido!
Uno il cuore, uno il patto, uno il grido:
Né stranier né oppressori mai piú.

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Gaetano Sangiorgio – Le tre valli della Sicilia

EText-No. 22506
Title: Le tre valli della Sicilia
Author: Sangiorgio, Gaetano;1910;1843
Language: Italian
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EText-No. 22506
Title: Le tre valli della Sicilia
Author: Sangiorgio, Gaetano;1910;1843
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Title: Le tre valli della Sicilia
Author: Sangiorgio, Gaetano;1910;1843
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EText-No. 22506
Title: Le tre valli della Sicilia
Author: Sangiorgio, Gaetano;1910;1843
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EText-No. 22506
Title: Le tre valli della Sicilia
Author: Sangiorgio, Gaetano;1910;1843
Language: Italian
Link: 2/2/5/0/22506/22506-8.zip

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Napoleone Colajanni – Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause

EText-No. 30984
Title: Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause
Author: 1921;Colajanni, Napoleone;1847
Language: Italian
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EText-No. 30984
Title: Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause
Author: 1921;Colajanni, Napoleone;1847
Language: Italian
Link: 3/0/9/8/30984/30984-h/30984-h.htm

EText-No. 30984
Title: Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause
Author: 1921;Colajanni, Napoleone;1847
Language: Italian
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EText-No. 30984
Title: Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause
Author: 1921;Colajanni, Napoleone;1847
Language: Italian
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EText-No. 30984
Title: Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause
Author: 1921;Colajanni, Napoleone;1847
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EText-No. 30984
Title: Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause
Author: 1921;Colajanni, Napoleone;1847
Language: Italian
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Biografie e ritratti d’illustri siciliani Morti nel cholera L’anno 1837 – PDF

Questa parte di secolo che viviamo, ella è ben memoranda fra noi per sapienza, per virtù, per isventura. In niun’altra età Sicilia fu piena di più mirabili eventi o di guerra o di pace, strano ludibrio di fortuna, teatro di calamità orrende, di orrende scene. Ma in mezzo a tanti umani e divini flagelli, maraviglie ha prodotto d’arte e di scienza, che vivranno insiem colla fama della sua caduta grandezza. Ben essa poteva non ostante l’onta de’ secoli, e la malvagità degli uomini consolarsi al vedere fra tanti disastri qua e là sorgere lumi di sapienza.

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Torquato Tasso – Gerusalemme Liberata – Canto Primo

1

Canto l’arme pietose e ‘l capitano
che ‘l gran sepolcro liberò di Cristo.
Molto egli oprò co ‘l senno e con la mano,
molto soffrí nel glorioso acquisto;
e in van l’Inferno vi s’oppose, e in vano
s’armò d’Asia e di Libia il popol misto.
Il Ciel gli diè favore, e sotto a i santi
segni ridusse i suoi compagni erranti.

2

O Musa, tu che di caduchi allori
non circondi la fronte in Elicona,
ma su nel cielo infra i beati cori
hai di stelle immortali aurea corona,
tu spira al petto mio celesti ardori,
tu rischiara il mio canto, e tu perdona
s’intesso fregi al ver, s’adorno in parte
d’altri diletti, che de’ tuoi, le carte.

3

Sai che là corre il mondo ove piú versi
di sue dolcezze il lusinghier Parnaso,
e che ‘l vero, condito in molli versi,
i piú schivi allettando ha persuaso.
Cosí a l’egro fanciul porgiamo aspersi
di soavi licor gli orli del vaso:
succhi amari ingannato intanto ei beve,
e da l’inganno suo vita riceve.

4

Tu, magnanimo Alfonso, il quale ritogli
al furor di fortuna e guidi in porto
me peregrino errante, e fra gli scogli
e fra l’onde agitato e quasi absorto,
queste mie carte in lieta fronte accogli,
che quasi in voto a te sacrate i’ porto.
Forse un dí fia che la presaga penna
osi scriver di te quel ch’or n’accenna.

5

È ben ragion, s’egli averrà ch’in pace
il buon popol di Cristo unqua si veda,
e con navi e cavalli al fero Trace
cerchi ritòr la grande ingiusta preda,
ch’a te lo scettro in terra o, se ti piace,
l’alto imperio de’ mari a te conceda.
Emulo di Goffredo, i nostri carmi
intanto ascolta, e t’apparecchia a l’armi.

6

Già ‘l sesto anno volgea, ch’in oriente
passò il campo cristiano a l’alta impresa;
e Nicea per assalto, e la potente
Antiochia con arte avea già presa.
L’avea poscia in battaglia incontra gente
di Persia innumerabile difesa,
e Tortosa espugnata; indi a la rea
stagion diè loco, e ‘l novo anno attendea.

7

E ‘l fine omai di quel piovoso inverno,
che fea l’arme cessar, lunge non era;
quando da l’alto soglio il Padre eterno,
ch’è ne la parte piú del ciel sincera,
e quanto è da le stelle al basso inferno,
tanto è piú in su de la stellata spera,
gli occhi in giú volse, e in un sol punto e in una
vista mirò ciò ch’in sé il mondo aduna.

8

Mirò tutte le cose, ed in Soria
s’affisò poi ne’ principi cristiani;
e con quel guardo suo ch’a dentro spia
nel piú secreto lor gli affetti umani,
vide Goffredo che scacciar desia
de la santa città gli empi pagani,
e pien di fé, di zelo, ogni mortale
gloria, imperio, tesor mette in non cale.

9

Ma vede in Baldovin cupido ingegno,
ch’a l’umane grandezze intento aspira:
vede Tancredi aver la vita a sdegno,
tanto un suo vano amor l’ange e martira:
e fondar Boemondo al novo regno
suo d’Antiochia alti princípi mira,
e leggi imporre, ed introdur costume
ed arti e culto di verace nume;

10

e cotanto internarsi in tal pensiero,
ch’altra impresa non par che piú rammenti:
scorge in Rinaldo e animo guerriero
e spirti di riposo impazienti;
non cupidigia in lui d’oro o d’impero,
ma d’onor brame immoderate, ardenti:
scorge che da la bocca intento pende
di Guelfo, e i chiari antichi essempi apprende.

11

Ma poi ch’ebbe di questi e d’altri cori
scòrti gl’intimi sensi il Re del mondo,
chiama a sé da gli angelici splendori
Gabriel, che ne’ primi era secondo.
È tra Dio questi e l’anime migliori
interprete fedel, nunzio giocondo:
giú i decreti del Ciel porta, ed al Cielo
riporta de’ mortali i preghi e ‘l zelo.

12

Disse al suo nunzio Dio: “Goffredo trova,
e in mio nome di’ lui: perché si cessa?
perché la guerra omai non si rinova
a liberar Gierusalemme oppressa?
Chiami i duci a consiglio, e i tardi mova
a l’alta impresa: ei capitan fia d’essa.
Io qui l’eleggo; e ‘l faran gli altri in terra,
già suoi compagni, or suoi ministri in guerra.”

13

Cosí parlogli, e Gabriel s’accinse
veloce ad esseguir l’imposte cose:
la sua forma invisibil d’aria cinse
ed al senso mortal la sottopose.
Umane membra, aspetto uman si finse,
ma di celeste maestà il compose;
tra giovene e fanciullo età confine
prese, ed ornò di raggi il biondo crine.

14

Ali bianche vestí, c’han d’or le cime,
infaticabilmente agili e preste.
Fende i venti e le nubi, e va sublime
sovra la terra e sovra il mar con queste.
Cosí vestito, indirizzossi a l’ime
parti del mondo il messaggier celeste:
pria sul Libano monte ei si ritenne,
e si librò su l’adeguate penne;

15

e vèr le piagge di Tortosa poi
drizzò precipitando il volo in giuso.
Sorgeva il novo sol da i lidi eoi,
parte già fuor, ma ‘l piú ne l’onde chiuso;
e porgea matutini i preghi suoi
Goffredo a Dio, come egli avea per uso;
quando a paro co ‘l sol, ma piú lucente,
l’angelo gli apparí da l’oriente;

16

e gli disse: “Goffredo, ecco opportuna
già la stagion ch’al guerreggiar s’aspetta;
perché dunque trapor dimora alcuna
a liberar Gierusalem soggetta?
Tu i principi a consiglio omai raguna,
tu al fin de l’opra i neghittosi affretta.
Dio per lor duce già t’elegge, ed essi
sopporran volontari a te se stessi.

17

Dio messaggier mi manda: io ti rivelo
la sua mente in suo nome. Oh quanta spene
aver d’alta vittoria, oh quanto zelo
de l’oste a te commessa or ti conviene!”
Tacque; e, sparito, rivolò del cielo
a le parti piú eccelse e piú serene.
Resta Goffredo a i detti, a lo splendore,
d’occhi abbagliato, attonito di core.

18

Ma poi che si riscote, e che discorre
chi venne, chi mandò, che gli fu detto,
se già bramava, or tutto arde d’imporre
fine a la guerra ond’egli è duce eletto.
Non che ‘l vedersi a gli altri in Ciel preporre
d’aura d’ambizion gli gonfi il petto,
ma il suo voler piú nel voler s’infiamma
del suo Signor, come favilla in fiamma.

19

Dunque gli eroi compagni, i quai non lunge
erano sparsi, a ragunarsi invita;
lettere a lettre, e messi a messi aggiunge,
sempre al consiglio è la preghiera unita;
ciò ch’alma generosa alletta e punge,
ciò che può risvegliar virtù sopita,
tutto par che ritrovi, e in efficace
modo l’adorna sí che sforza e piace.

20

Vennero i duci, e gli altri anco seguiro,
e Boemondo sol qui non convenne.
Parte fuor s’attendò, parte nel giro
e tra gli alberghi suoi Tortosa tenne.
I grandi de l’essercito s’uniro
(glorioso senato) in dí solenne.
Qui il pio Goffredo incominciò tra loro,
augusto in volto ed in sermon sonoro:

21

“Guerrier di Dio, ch’a ristorar i danni
de la sua fede il Re del Cielo elesse,
e securi fra l’arme e fra gl’inganni
de la terra e del mar vi scòrse e resse,
sí ch’abbiam tante e tante in sí pochi anni
ribellanti provincie a lui sommesse,
e fra le genti debellate e dome
stese l’insegne sue vittrici e ‘l nome,

22

già non lasciammo i dolci pegni e ‘l nido
nativo noi (se ‘l creder mio non erra),
né la vita esponemmo al mare infido
ed a i perigli di lontana guerra,
per acquistar di breve suono un grido
vulgare e posseder barbara terra,
ché proposto ci avremmo angusto e scarso
premio, e in danno de l’alme il sangue sparso.

23

Ma fu de’ pensier nostri ultimo segno
espugnar di Sion le nobil mura,
e sottrarre i cristiani al giogo indegno
di servitù cosí spiacente e dura,
fondando in Palestina un novo regno,
ov’abbia la pietà sede secura;
né sia chi neghi al peregrin devoto
d’adorar la gran tomba e sciòrre il voto.

24

Dunque il fatto sin ora al rischio è molto,
piú che molto al travaglio, a l’onor poco,
nulla al disegno, ove o si fermi o vòlto
sia l’impeto de l’armi in altro loco.
Che gioverà l’aver d’Europa accolto
sí grande sforzo, e posto in Asia il foco,
quando sia poi di sí gran moti il fine
non fabbriche di regni, ma ruine?

25

Non edifica quei che vuol gl’imperi
su fondamenti fabricar mondani,
ove ha pochi di patria e fé stranieri
fra gl’infiniti popoli pagani,
ove ne’ Greci non conven che speri,
e i favor d’Occidente ha sí lontani;
ma ben move ruine, ond’egli oppresso
sol construtto un sepolcro abbia a se stesso.

26

Turchi, Persi, Antiochia (illustre suono
e di nome magnifico e di cose)
opre nostre non già, ma del Ciel dono
furo, e vittorie fur meravigliose.
Or se da noi rivolte e torte sono
contra quel fin che ‘l donator dispose,
temo ce ‘n privi, e favola a le genti
quel sí chiaro rimbombo al fin diventi.

27

Ah non sia alcun, per Dio, che sí graditi
doni in uso sí reo perda e diffonda!
A quei che sono alti princípi orditi
di tutta l’opra il filo e ‘l fin risponda.
Ora che i passi liberi e spediti,
ora che la stagione abbiam seconda,
ché non corriamo a la città ch’è mèta
d’ogni nostra vittoria? e che piú ‘l vieta?

28

Principi, io vi protesto (i miei protesti
udrà il mondo presente, udrà il futuro,
l’odono or su nel Cielo anco i Celesti):
il tempo de l’impresa è già maturo;
men diviene opportun piú che si resti,
incertissimo fia quel ch’è securo.
Presago son, s’è lento il nostro corso,
avrà d’Egitto il Palestin soccorso.”

29

Disse, e a i detti seguí breve bisbiglio;
ma sorse poscia il solitario Piero,
che privato fra’ principi a consiglio
sedea, del gran passaggio autor primiero:
“Ciò ch’essorta Goffredo, ed io consiglio,
né loco a dubbio v’ha, sí certo è il vero
e per sé noto: ei dimostrollo a lungo,
voi l’approvate, io questo sol v’aggiungo:

30

se ben raccolgo le discordie e l’onte
quasi a prova da voi fatte e patite,
i ritrosi pareri, e le non pronte
e in mezzo a l’esseguire opre impedite,
reco ad un’altra originaria fonte
la cagion d’ogni indugio e d’ogni lite,
a quella autorità che, in molti e vari
d’opinion quasi librata, è pari.

31

Ove un sol non impera, onde i giudíci
pendano poi de’ premi e de le pene,
onde sian compartite opre ed uffici,
ivi errante il governo esser conviene.
Deh! fate un corpo sol de’ membri amici,
fate un capo che gli altri indrizzi e frene,
date ad un sol lo scettro e la possanza,
e sostenga di re vece e sembianza.”

32

Qui tacque il veglio. Or quai pensier, quai petti
son chiusi a te, sant’Aura e divo Ardore?
Inspiri tu de l’Eremita i detti,
e tu gl’imprimi a i cavalier nel core;
sgombri gl’inserti, anzi gl’innati affetti
di sovrastar, di libertà, d’onore,
sí che Guglielmo e Guelfo, i piú sublimi,
chiamàr Goffredo per lor duce i primi.

33

L’approvàr gli altri: esser sue parti denno
deliberare e comandar altrui.
Imponga a i vinti legge egli a suo senno,
porti la guerra e quando vòle e a cui;
gli altri, già pari, ubidienti al cenno
siano or ministri de gl’imperii sui.
Concluso ciò, fama ne vola, e grande
per le lingue de gli uomini si spande.

34

Ei si mostra a i soldati, e ben lor pare
degno de l’alto grado ove l’han posto,
e riceve i saluti e ‘l militare
applauso, in volto placido e composto.
Poi ch’a le dimostranze umili e care
d’amor, d’ubidienza ebbe risposto,
impon che ‘l dí seguente in un gran campo
tutto si mostri a lui schierato il campo.

35

Facea ne l’oriente il sol ritorno,
sereno e luminoso oltre l’usato,
quando co’ raggi uscí del novo giorno
sotto l’insegne ogni guerriero armato,
e si mostrò quanto poté piú adorno
al pio Buglion, girando il largo prato.
S’era egli fermo, e si vedea davanti
passar distinti i cavalieri e i fanti.

36

Mente, de gli anni e de l’oblio nemica,
de le cose custode e dispensiera,
vagliami tua ragion, sí ch’io ridica
di quel campo ogni duce ed ogni schiera:
suoni e risplenda la lor fama antica,
fatta da gli anni omai tacita e nera;
tolto da’ tuoi tesori, orni mia lingua
ciò ch’ascolti ogni età, nulla l’estingua.

37

Prima i Franchi mostràrsi: il duce loro
Ugone esser solea, del re fratello.
Ne l’Isola di Francia eletti foro,
fra quattro fiumi, ampio paese e bello.
Poscia ch’Ugon morí, de’ gigli d’oro
seguí l’usata insegna il fer drapello
sotto Clotareo, capitano egregio,
a cui, se nulla manca, è il nome regio.

38

Mille son di gravissima armatura,
sono altrettanti i cavalier seguenti,
di disciplina a i primi e di natura
e d’arme e di sembianza indifferenti;
normandi tutti, e gli ha Roberto in cura,
che principe nativo è de le genti.
Poi duo pastor de’ popoli spiegaro
le squadre lor, Guglielmo ed Ademaro.

39

L’uno e l’altro di lor, che ne’ divini
uffici già trattò pio ministero,
sotto l’elmo premendo i lunghi crini,
essercita de l’arme or l’uso fero.
Da la città d’Orange e da i confini
quattrocento guerrier scelse il primiero;
ma guida quei di Poggio in guerra l’altro,
numero egual, né men ne l’arme scaltro.

40

Baldovin poscia in mostra addur si vede
co’ Bolognesi suoi quei del germano,
ché le sue genti il pio fratel gli cede
or ch’ei de’ capitani è capitano.
Il conte di Carnuti indi succede,
potente di consiglio e pro’ di mano;
van con lui quattrocento, e triplicati
conduce Baldovino in sella armati.

41

Occupa Guelfo il campo a lor vicino,
uom ch’a l’alta fortuna agguaglia il merto:
conta costui per genitor latino
de gli avi Estensi un lungo ordine e certo.
Ma german di cognome e di domino,
ne la gran casa de’ Guelfoni è inserto:
regge Carinzia, e presso l’Istro e ‘l Reno
ciò che i prischi Suevi e i Reti avièno.

42

A questo, che retaggio era materno,
acquisti ei giunse gloriosi e grandi.
Quindi gente traea che prende a scherno
d’andar contra la morte, ov’ei comandi:
usa a temprar ne’ caldi alberghi il verno,
e celebrar con lieti inviti i prandi.
Fur cinquemila a la partenza, e a pena
(de’ Persi avanzo) il terzo or qui ne mena.

43

Seguia la gente poi candida e bionda
che tra i Franchi e i Germani e ‘l mar si giace,
ove la Mosa ed ove il Reno inonda,
terra di biade e d’animai ferace;
e gl’insulani lor, che d’alta sponda
riparo fansi a l’ocean vorace:
l’ocean che non pur le merci e i legni,
ma intere inghiotte le cittadi e i regni.

44

Gli uni e gli altri son mille, e tutti vanno
sotto un altro Roberto insieme a stuolo.
Maggior alquanto è lo squadron britanno;
Guglielmo il regge, al re minor figliuolo.
Sono gl’Inglesi sagittari, ed hanno
gente con lor ch’è piú vicina al polo:
questi da l’alte selve irsuti manda
la divisa dal mondo ultima Irlanda.

45

Vien poi Tancredi, e non è alcun fra tanti
(tranne Rinaldo) o feritor maggiore,
o piú bel di maniere e di sembianti,
o piú eccelso ed intrepido di core.
S’alcun’ombra di colpa i suoi gran vanti
rende men chiari, è sol follia d’amore:
nato fra l’arme, amor di breve vista,
che si nutre d’affanni, e forza acquista.

46

È fama che quel dí che glorioso
fe’ la rotta de’ Persi il popol franco,
poi che Tancredi al fin vittorioso
i fuggitivi di seguir fu stanco,
cercò di refrigerio e di riposo
a l’arse labbia, al travagliato fianco,
e trasse ove invitollo al rezzo estivo
cinto di verdi seggi un fonte vivo.

47

Quivi a lui d’improviso una donzella
tutta, fuor che la fronte, armata apparse:
era pagana, e là venuta anch’ella
per l’istessa cagion di ristorarse.
Egli mirolla, ed ammirò la bella
sembianza, e d’essa si compiacque, e n’arse.
Oh meraviglia! Amor, ch’a pena è nato,
già grande vola, e già trionfa armato.

48

Ella d’elmo coprissi, e se non era
ch’altri quivi arrivàr, ben l’assaliva.
Partí dal vinto suo la donna altera,
ch’è per necessità sol fuggitiva;
ma l’imagine sua bella e guerriera
tale ei serbò nel cor, qual essa è viva;
e sempre ha nel pensiero e l’atto e ‘l loco
in che la vide, esca continua al foco.

49

E ben nel volto suo la gente accorta
legger potria: “Questi arde, e fuor di spene”;
cosí vien sospiroso, e cosí porta
basse le ciglia e di mestizia piene.
Gli ottocento a cavallo, a cui fa scorta,
lasciàr le piaggie di Campagna amene,
pompa maggior de la natura, e i colli
che vagheggia il Tirren fertili e molli.

50

Venian dietro ducento in Grecia nati,
che son quasi di ferro in tutto scarchi:
pendon spade ritorte a l’un de’ lati,
suonano al tergo lor faretre ed archi;
asciutti hanno i cavalli, al corso usati,
a la fatica invitti, al cibo parchi:
ne l’assalir son pronti e nel ritrarsi,
e combatton fuggendo erranti e sparsi.

51

Tatin regge la schiera, e sol fu questi
che, greco, accompagnò l’arme latine.
Oh vergogna! oh misfatto! or non avesti
tu, Grecia, quelle guerre a te vicine?
E pur quasi a spettacolo sedesti,
lenta aspettando de’ grand’atti il fine.
Or, se tu se’ vil serva, è il tuo servaggio
(non ti lagnar) giustizia, e non oltraggio.

52

Squadra d’ordine estrema ecco vien poi
ma d’onor prima e di valor e d’arte.
Son qui gli aventurieri, invitti eroi,
terror de l’Asia e folgori di Marte.
Taccia Argo i Mini, e taccia Artù que’ suoi
erranti, che di sogni empion le carte;
ch’ogni antica memoria appo costoro
perde: or qual duce fia degno di loro?

53

Dudon di Consa è il duce; e perché duro
fu il giudicar di sangue e di virtute,
gli altri sopporsi a lui concordi furo,
ch’avea piú cose fatte e piú vedute.
Ei di virilità grave e maturo,
mostra in fresco vigor chiome canute;
mostra, quasi d’onor vestigi degni,
di non brutte ferite impressi segni.

54

Eustazio è poi fra i primi; e i propri pregi
illustre il fanno, e piú il fratel Buglione.
Gernando v’è, nato di re norvegi,
che scettri vanta e titoli e corone.
Ruggier di Balnavilla infra gli egregi
la vecchia fama ed Engerlan ripone;
e celebrati son fra’ piú gagliardi
un Gentonio, un Rambaldo e due Gherardi.

55

Son fra’ lodati Ubaldo anco, e Rosmondo
del gran ducato di Lincastro erede;
non fia ch’Obizzo il Tosco aggravi al fondo
chi fa de le memorie avare prede,
né i tre frati lombardi al chiaro mondo
involi, Achille, Sforza e Palamede,
o ‘l forte Otton, che conquistò lo scudo
in cui da l’angue esce il fanciullo ignudo.

56

Né Guasco né Ridolfo a dietro lasso,
né l’un né l’altro Guido, ambo famosi,
non Eberardo e non Gernier trapasso
sotto silenzio ingratamente ascosi.
Ove voi me, di numerar già lasso,
Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi,
rapite? o ne la guerra anco consorti,
non sarete disgiunti ancor che morti!

57

Ne le scole d’Amor che non s’apprende?
Ivi si fe’ costei guerriera ardita:
va sempre affissa al caro fianco, e pende
da un fato solo l’una e l’altra vita.
Colpo che ad un sol noccia unqua non scende,
ma indiviso è il dolor d’ogni ferita;
e spesso è l’un ferito, e l’altro langue,
e versa l’alma quel, se questa il sangue.

58

Ma il fanciullo Rinaldo, e sovra questi
e sovra quanti in mostra eran condutti,
dolcemente feroce alzar vedresti
la regal fronte, e in lui mirar sol tutti.
L’età precorse e la speranza, e presti
pareano i fior quando n’usciro i frutti;
se ‘l miri fulminar ne l’arme avolto,
Marte lo stimi; Amor, se scopre il volto.

59

Lui ne la riva d’Adige produsse
a Bertoldo Sofia, Sofia la bella
a Bertoldo il possente; e pria che fusse
tolto quasi il bambin da la mammella,
Matilda il volse, e nutricollo, e instrusse
ne l’arti regie; e sempre ei fu con ella,
sin ch’invaghí la giovanetta mente
la tromba che s’udia da l’oriente.

60

Allor (né pur tre lustri avea forniti)
fuggí soletto, e corse strade ignote;
varcò l’Egeo, passò di Grecia i liti,
giunse nel campo in region remote.
Nobilissima fuga, e che l’imíti
ben degna alcun magnanimo nepote.
Tre anni son che è in guerra, e intempestiva
molle piuma del mento a pena usciva.

61

Passati i cavalieri, in mostra viene
la gente a piede, ed è Raimondo inanti.
Regea Tolosa, e scelse infra Pirene
e fra Garona e l’ocean suoi fanti.
Son quattromila, e ben armati e bene
instrutti, usi al disagio e toleranti;
buona è la gente, e non può da piú dotta
o da piú forte guida esser condotta.

62

Ma cinquemila Stefano d’Ambuosa
e di Blesse e di Turs in guerra adduce.
Non è gente robusta o faticosa,
se ben tutta di ferro ella riluce.
La terra molle, lieta e dilettosa,
simili a sé gli abitator produce.
Impeto fan ne le battaglie prime,
ma di leggier poi langue, e si reprime.

63

Alcasto il terzo vien, qual presso a Tebe
già Capaneo, con minaccioso volto:
seimila Elvezi, audace e fera plebe,
da gli alpini castelli avea raccolto,
che ‘l ferro uso a far solchi, a franger glebe,
in nove forme e in piú degne opre ha vòlto;
e con la man, che guardò rozzi armenti,
par ch’i regni sfidar nulla paventi.

64

Vedi appresso spiegar l’alto vessillo
co ‘l diadema di Piero e con le chiavi.
Qui settemila aduna il buon Camillo
pedoni, d’arme rilucenti e gravi,
lieto ch’a tanta impresa il Ciel sortillo,
ove rinovi il prisco onor de gli avi,
o mostri almen ch’a la virtú latina
o nulla manca, o sol la disciplina.

65

Ma già tutte le squadre eran con bella
mostra passate, e l’ultima fu questa,
quando Goffredo i maggior duci appella,
e la sua mente a lor fa manifesta:
“Come appaia diman l’alba novella
vuo’ che l’oste s’invii leggiera e presta,
sí ch’ella giunga a la città sacrata,
quanto è possibil piú, meno aspettata.

66

Preparatevi dunque ed al viaggio
ed a la pugna e a la vittoria ancora.”
Questo ardito parlar d’uom cosí saggio
sollecita ciascuno e l’avvalora.
Tutti d’andar son pronti al novo raggio,
e impazienti in aspettar l’aurora.
Ma ‘l provido Buglion senza ogni tema
non è però, benché nel cor la prema.

67

Perch’egli avea certe novelle intese
che s’è d’Egitto il re già posto in via
inverso Gaza, bello e forte arnese
da fronteggiare i regni di Soria.
Né creder può che l’uomo a fere imprese
avezzo sempre, or lento in ozio stia;
ma, d’averlo aspettando aspro nemico,
parla al fedel suo messeggiero Enrico:

68

“Sovra una lieve saettia tragitto
vuo’ che tu faccia ne la greca terra.
Ivi giunger dovea (cosí m’ha scritto
chi mai per uso in avisar non erra)
un giovene regal, d’animo invitto,
ch’a farsi vien nostro compagno in guerra:
prence è de’ Dani, e mena un grande stuolo
sin da i paesi sottoposti al polo.

69

Ma perché ‘l greco imperator fallace
seco forse userà le solite arti,
per far ch’o torni indietro o ‘l corso audace
torca in altre da noi lontane parti,
tu, nunzio mio, tu, consiglier verace,
in mio nome il disponi a ciò che parti
nostro e suo bene, e di’ che tosto vegna,
ché di lui fòra ogni tardanza indegna.

70

Non venir seco tu, ma resta appresso
al re de’ Greci a procurar l’aiuto,
che già piú d’una volta a noi promesso
e per ragion di patto anco è dovuto.”
Cosí parla e l’informa, e poi che ‘l messo
le lettre ha di credenza e di saluto,
toglie, affrettando il suo partir, congedo,
e tregua fa co’ suoi pensier Goffredo.

71

Il dí seguente, allor ch’aperte sono
del lucido oriente al sol le porte,
di trombe udissi e di tamburi un suono,
ond’al camino ogni guerrier s’essorte.
Non è sí grato a i caldi giorni il tuono
che speranza di pioggia al mondo apporte,
come fu caro a le feroci genti
l’altero suon de’ bellici instrumenti.

72

Tosto ciascun, da gran desio compunto,
veste le membra de l’usate spoglie,
e tosto appar di tutte l’arme in punto,
tosto sotto i suoi duci ogn’uom s’accoglie,
e l’ordinato essercito congiunto
tutte le sue bandiere al vento scioglie:
e nel vessillo imperiale e grande
la trionfante Croce al ciel si spande.

73

Intanto il sol, che de’ celesti campi
va piú sempre avanzando e in alto ascende,
l’arme percote e ne trae fiamme e lampi
tremuli e chiari, onde le viste offende.
L’aria par di faville intorno avampi,
e quasi d’alto incendio in forma splende,
e co’ feri nitriti il suono accorda
del ferro scosso e le campagne assorda.

74

Il capitan, che da’ nemici aguati
le schiere sue d’assecurar desia,
molti a cavallo leggiermente armati
a scoprire il paese intorno invia;
e inanzi i guastatori avea mandati,
da cui si debbe agevolar la via,
e i vòti luoghi empire e spianar gli erti,
e da cui siano i chiusi passi aperti.

75

Non è gente pagana insieme accolta,
non muro cinto di profondo fossa,
non gran torrente, o monte alpestre, o folta
selva, che ‘l lor viaggio arrestar possa.
Cosí de gli altri fiumi il re tal volta,
quando superbo oltra misura ingrossa,
sovra le sponde ruinoso scorre,
né cosa è mai che gli s’ardisca opporre.

76

Sol di Tripoli il re, che ‘n ben guardate
mura, genti, tesori ed arme serra,
forse le schiere franche avria tardate,
ma non osò di provocarle in guerra.
Lor con messi e con doni anco placate
ricettò volontario entro la terra,
e ricevé condizion di pace,
sí come imporle al pio Goffredo piace.

77

Qui del monte Seir, ch’alto e sovrano
da l’oriente a la cittade è presso,
gran turba scese de’ fedeli al piano
d’ogni età mescolata e d’ogni sesso:
portò suoi doni al vincitor cristiano,
godea in mirarlo e in ragionar con esso,
stupia de l’arme pellegrine; e guida
ebbe da lor Goffredo amica e fida.

78

Conduce ei sempre a le maritime onde
vicino il campo per diritte strade,
sapendo ben che le propinque sponde
l’amica armata costeggiando rade,
la qual può far che tutto il campo abonde
de’ necessari arnesi e che le biade
ogni isola de’ Greci a lui sol mieta,
e Scio pietrosa gli vendemmi e Creta.

79

Geme il vicino mar sotto l’incarco
de l’alte navi e de’ piú levi pini,
sí che non s’apre omai securo varco
nel mar Mediterraneo a i saracini;
ch’oltra quei c’ha Georgio armati e Marco
ne’ veneziani e liguri confini,
altri Inghilterra e Francia ed altri Olanda,
e la fertil Sicilia altri ne manda.

80

E questi, che son tutti insieme uniti
con saldissimi lacci in un volere,
s’eran carchi e provisti in vari liti
di ciò ch’è d’uopo a le terrestri schiere,
le quai, trovando liberi e sforniti
i passi de’ nemici a le frontiere,
in corso velocissimo se ‘n vanno
là ‘ve Cristo soffrí mortale affanno.

81

Ma precorsa è la fama, apportatrice
de’ veraci romori e de’ bugiardi,
ch’unito è il campo vincitor felice,
che già s’è mosso e che non è chi ‘l tardi;
quante e qual sian le squadre ella ridice,
narra il nome e ‘l valor de’ piú gagliardi,
narra i lor vanti, e con terribil faccia
gli usurpatori di Sion minaccia.

82

E l’aspettar del male è mal peggiore,
forse, che non parrebbe il mal presente;
pende ad ogn’aura incerta di romore
ogni orecchia sospesa ed ogni mente;
e un confuso bisbiglio entro e di fore
trascorre i campi e la città dolente.
Ma il vecchio re ne’ già vicin perigli
volge nel dubbio cor feri consigli.

83

Aladin detto è il re, che, di quel regno
novo signor, vive in continua cura:
uom già crudel, ma ‘l suo feroce ingegno
pur mitigato avea l’età matura.
Egli, che de’ Latini udí il disegno
c’han d’assalir di sua città le mura,
giunge al vecchio timor novi sospetti,
e de’ nemici pave e de’ soggetti.

84

Però che dentro a una città commisto
popolo alberga di contraria fede:
la debil parte e la minore in Cristo,
la grande e forte in Macometto crede.
Ma quando il re fe’ di Sion l’acquisto,
e vi cercò di stabilir la sede,
scemò i publici pesi a’ suoi pagani,
ma piú gravonne i miseri cristiani.

85

Questo pensier la ferità nativa,
che da gli anni sopita e fredda langue,
irritando inasprisce, e la ravviva
sí ch’assetata è piú che mai di sangue.
Tal fero torna a la stagione estiva
quel che parve nel gel piacevol angue,
cosí leon domestico riprende
l’innato suo furor, s’altri l’offende.

86

“Veggio” dicea “de la letizia nova
veraci segni in questa turba infida;
il danno universal solo a lei giova,
sol nel pianto comun par ch’ella rida;
e forse insidie e tradimenti or cova,
rivolgendo fra sé come m’uccida,
o come al mio nemico, e suo consorte
popolo, occultamente apra le porte.

87

Ma no ‘l farà: prevenirò questi empi
disegni loro, e sfogherommi a pieno.
Gli ucciderò, faronne acerbi scempi,
svenerò i figli a le lor madri in seno,
arderò loro alberghi e insieme i tèmpi,
questi i debiti roghi a i morti fièno;
e su quel lor sepolcro in mezzo a i voti
vittime pria farò de’ sacerdoti.”

88

Cosí l’iniquo fra suo cor ragiona,
pur non segue pensier sí mal concetto;
ma s’a quegli innocenti egli perdona,
è di viltà, non di pietade effetto,
ché s’un timor a incrudelir lo sprona,
il ritien piú potente altro sospetto:
troncar le vie d’accordo, e de’ nemici
troppo teme irritar l’arme vittrici.

89

Tempra dunque il fellon la rabbia insana,
anzi altrove pur cerca ove la sfoghi;
i rustici edifici abbatte e spiana,
e dà in preda a le fiamme i culti luoghi;
parte alcuna non lascia integra o sana
ove il Franco si pasca, ove s’alloghi;
turba le fonti e i rivi, e le pure onde
di veneni mortiferi confonde.

90

Spietatamente è cauto, e non oblia
di rinforzar Gierusalem fra tanto.
Da tre lati fortissima era pria,
sol verso Borea è men secura alquanto;
ma da’ primi sospetti ei le munia
d’alti ripari il suo men forte canto,
e v’accogliea gran quantitade in fretta
di gente mercenaria e di soggetta.

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La casa e la talpa – Il Fu Mattia Pascal – Luigi Pirandello – Cap. 3

Ho detto troppo presto, in principio, che ho conosciuto mio padre. Non l’ho conosciuto. Avevo quattr’anni e mezzo quand’egli morì. Andato con un suo trabaccolo in Corsica, per certi negozii che vi faceva, non torno più, ucciso da una perniciosa, in tre giorni, a trentotto anni. Lasciò tuttavia nell’agiatezza la moglie e i due figli: Mattia (che sarei io, e fui) e Roberto, maggiore di me di due anni.

Qualche vecchio del paese si compiace ancora di dare a credere che la ricchezza di mio padre (la quale pure non gli dovrebbe più dar ombra, passata com’è da un pezzo in altre mani) avesse origini – diciamo così – misteriose.

Vogliono che se la fosse procacciata giocando a carte, a Marsiglia, col capitano d’un vapore mercantile inglese, il quale, dopo aver perduto tutto il denaro che aveva seco, e non doveva esser poco, si era anche giocato un grosso carico di zolfo imbarcato nella lontana Sicilia per conto d’un negoziante di Liverpool (sanno anche questo! e il nome?), d’un negoziante di Liverpool, che aveva noleggiato il vapore; quindi, per disperazione, salpando, s’era annegato in alto mare. Così il vapore era approdato a Liverpool, alleggerito anche del peso del capitano. Fortuna che aveva per zavorra la malignità de’ miei compaesani.

Possedevamo terre e case. Sagace e avventuroso, mio padre non ebbe mai pe’ suoi commerci stabile sede: sempre in giro con quel suo trabaccolo, dove trovava meglio e più opportunamente comprava e subito rivendeva mercanzie d’ogni genere; e perché non fosse tentato a imprese troppo grandi e rischiose, investiva a mano a mano i guadagni in terre e case, qui, nel proprio paesello, dove presto forse contava di riposarsi negli agi faticosamente acquistati, contento e in pace tra la moglie e i figliuoli.

Così acquistò prima la terra delle Due Riviere ricca di olivi e di gelsi, poi il podere della Stìa anch’esso riccamente beneficato e con una bella sorgiva d’acqua, che fu presa quindi per il molino; poi tutta la poggiata dello Sperone ch’era il miglior vigneto della nostra contrada, e infine San Rocchino, ove edificò una villa deliziosa. In paese, oltre alla casa in cui abitavamo, acquistò due altre case e tutto quell’isolato, ora ridotto e acconciato ad arsenale.

La sua morte quasi improvvisa fu la nostra rovina. Mia madre, inetta al governo dell’eredità, dovette affidarlo a uno che, per aver ricevuto tanti beneficii da mio padre fino a cangiar di stato, stimo dovesse sentir l’obbligo di almeno un po’ di gratitudine, la quale, oltre lo zelo e l’onestà, non gli sarebbe costata sacrifizii d’alcuna sorta, poiché era lautamente remunerato,

Santa donna, mia madre! D’indole schiva e placidissima, aveva così scarsa esperienza della vita e degli uomini! A sentirla parlare, pareva una bambina. Parlava con accento nasale e rideva anche col naso, giacché ogni volta, come si vergognasse di ridere, stringeva le labbra. Gracilissima di complessione, fu, dopo la morte di mio padre, sempre malferma in salute; ma non si lagnò mai de’ suoi mali, né credo se ne infastidisse neppure con se stessa, accettandoli, rassegnata, come una conseguenza naturale della sua sciagura. Forse si aspettava di morire anch’essa, dal cordoglio, e doveva dunque ringraziare Iddio che la teneva in vita, pur così tapina e tribolata, per il bene dei figliuoli.

Aveva per noi una tenerezza addirittura morbosa, piena di palpiti e di sgomento: ci voleva sempre vicini, quasi temesse di perderci, e spesso mandava in giro le serve per la vasta casa, appena qualcuno di noi si fosse un po’ allontanato.

Come una cieca, s’era abbandonata alla guida del marito; rimastane senza, si sentì sperduta nel mondo. E non uscì più di casa, tranne le domeniche, di mattina per tempo, per andare a messa nella prossima chiesa, accompagnata dalle due vecchie serve, ch’ella trattava come parenti. Nella stessa casa, anzi, si restrinse a vivere in tre camere soltanto, abbandonando le molte altre alle scarse cure delle serve e alle nostre diavolerie.

Spirava, in quelle stanze, da tutti i mobili d’antica foggia, dalle tende scolorite, quel tanfo speciale delle cose antiche, quasi il respiro d’un altro tempo; e ricordo che più d’una volta io mi guardai attorno con una strana costernazione che mi veniva dalla immobilità silenziosa di quei vecchi oggetti da tanti anni lì senz’uso, senza vita.

Fra coloro che più spesso venivano a visitar la mamma era una sorella di mio padre, zitellona bisbetica, con un pajo d’occhi da furetto, bruna e fiera. Si chiamava Scolastica. Ma si tratteneva, ogni volta, pochissimo, perché tutt’a un tratto, discorrendo, s’infuriava, e scappava via senza salutare nessuno. Io, da ragazzo, ne avevo una gran paura. La guardavo con tanto d’occhi, specialmente quando la vedevo scattare in piedi su le furie e le sentivo gridare, rivolta a mia madre e pestando rabbiosamente un piede sul pavimento:

– Senti il vuoto? La talpa! la talpa!

Alludeva al Malagna, all’amministratore che ci scavava soppiatto la fossa sotto i piedi.

Zia Scolastica (l’ho saputo dipoi) voleva a tutti i costi che mia madre riprendesse marito. Di solito, le cognate non hanno di queste idee né dànno di questi consigli. Ma ella aveva un sentimento aspro e dispettoso della giustizia; e più per questo, certo, che per nostro amore, non sapeva tollerare che quell’uomo ci rubasse così, a man salva. Ora, data l’assoluta inettitudine e la cecità di mia madre, non ci vedeva altro rimedio, che un secondo marito. E lo designava anche in persona d’un pover’uomo, che si chiamava Gerolamo Pomino.

Costui era vedovo, con un figliuolo, che vive tuttora e si chiama Gerolamo come il padre: amicissimo mio, anzi più che amico, come dirò appresso. Fin da ragazzo veniva col padre in casa nostra, ed era la disperazione mia e di mio fratello Berto.

Il padre, da giovane, aveva aspirato lungamente alla mano di zia Scolastica, che non aveva voluto saperne, come non aveva voluto saperne, del resto, di alcun altro; e non già perché non si fosse sentita disposta ad amare, ma perché il più lontano sospetto che l’uomo da lei amato avesse potuto anche col solo pensiero tradirla, le avrebbe fatto commettere – diceva – un delitto. Tutti finti, per lei, gli uomini, birbanti e traditori. Anche Pomino? No, ecco: Pomino, no. Ma se n’era accorta troppo tardi. Di tutti gli uomini che avevano chiesto la sua mano, e che poi si erano ammogliati, ella era riuscita a scoprire qualche tradimento, e ne aveva ferocemente goduto. Solo di Pomino, niente; anzi il pover’uomo era stato un martire della moglie.

E perché dunque, ora, non lo sposava lei ? Oh bella, perché era vedovo! era appartenuto a un’altra donna, alla quale forse, qualche volta, avrebbe potuto pensare. E poi perché… via! si vedeva da cento miglia lontano, non ostante la timidezza: era innamorato, era innamorato… s’intende di chi, quel povero signor Pomino!

Figurarsi se mia madre avrebbe mai acconsentito. Le sarebbe parso un vero e proprio sacrilegio. Ma non credeva forse neppure, poverina, che zia Scolastica dicesse sul serio; e rideva in quel suo modo particolare alle sfuriate della cognata, alle esclamazioni del povero signor Pomino, che si trovava lì presente a quelle discussioni, e al quale la zitellona scaraventava le lodi più sperticate.

M’immagino quante volte egli avrà esclamato, dimenandosi su la seggiola, come su un arnese di tortura:

– Oh santo nome di Dio benedetto!

Omino lindo, aggiustato, dagli occhietti ceruli mansueti, credo che s’incipriasse e avesse anche la debolezza di passarsi un po’ di rossetto, appena appena, un velo, su le guance: certo si compiaceva d’aver conservato fino alla sua età i capelli, che si pettinava con grandissima cura, a farfalla, e si rassettava continuamente con le mani.

Io non so come sarebbero andati gli affari nostri, se mia madre, non certo per sé ma in considerazione dell’avvenire dei suoi figliuoli, avesse seguìto il consiglio di zia Scolastica e sposato il signor Pomino. E’ fuor di dubbio però che peggio di come andarono, affidati al Malagna (la talpa!), non sarebbero potuti andare.

Quando Berto e io fummo cresciuti, gran parte degli averi nostri, è vero, era andata in fumo; ma avremmo potuto almeno salvare dalle grinfie di quel ladro il resto che, se non più agiatamente, ci avrebbe certo permesso di vivere: senza bisogni. Fummo due scioperati; non ci volemmo dar pensiero di nulla, seguitando, da grandi, a vivere come nostra madre, da piccoli, ci aveva abituati.

Non aveva voluto nemmeno mandarci a scuola. Un tal Pinzone fu il nostro ajo e precettore. Il suo vero nome era Francesco, o Giovanni, Del Cinque; ma tutti lo chiamavano Pinzone, ed egli ci s’era già tanto abituato che si chiamava Pinzone da sé.

Era d’una magrezza che incuteva ribrezzo; altissimo di statura; e più alto, Dio mio, sarebbe stato, se il busto, tutt’a un tratto quasi stanco di tallir gracile in sù, non gli si fosse curvato sotto la nuca in una discreta gobbetta, da cui il collo pareva uscisse penosamente, come quel d’un pollo spennato, con un grosso nottolino protuberante, che gli andava sù e giù. Pinzone si sforzava spesso di tener tra i denti le labbra, come per mordere, castigare e nascondere un risolino tagliente, che gli era proprio; ma lo sforzo in parte era vano, perché questo risolino, non potendo per le labbra così imprigionate, gli scappava per gli occhi, più acuto e beffardo che mai.

Molte cose con quegli occhietti egli doveva vedere nella nostra casa, che né la mamma né noi vedevamo. Non parlava, forse perché non stimava dover suo parlare, o perché – com’io ritengo più probabile – ne godeva in segreto, velenosamente.

Noi facevamo di lui tutto quello che volevamo; egli ci lasciava fare; ma poi, come se volesse stare in pace con la propria coscienza, quando meno ce lo saremmo aspettato, ci tradiva.

Un giorno, per esempio, la mamma gli ordinò di condurci in chiesa; era prossima la Pasqua, e dovevamo confessarci. Dopo la confessione, una breve visitina alla moglie inferma del Malagna, e subito a casa. Figurarsi che divertimento! Ma, appena in istrada, noi due proponemmo a Pinzone una scappatella: gli avremmo pagato un buon litro di vino, purché lui, invece che in chiesa e dal Malagna, ci avesse lasciato andare alla Stìa in cerca di nidi. Pinzone accettò felicissimo, stropicciandosi le mani, con gli occhi sfavillanti. Bevve; andammo nel podere; fece il matto con noi per circa tre ore, ajutandoci ad arrampicarci su gli alberi, arrampicandocisi egli stesso. Ma alla sera, di ritorno a casa, appena la mamma gli domandò se avevamo fatto la nostra confessione e la visita al Malagna:

– Ecco, le dirò… – rispose, con la faccia più tosta del mondo; e le narrò per filo e per segno quanto avevamo fatto.

Non giovavano a nulla le vendette che di questi suoi tradimenti noi ci prendevamo. Eppure ricordo che non eran da burla. Una sera, per esempio, io e Berto, sapendo che egli soleva dormire, seduto su la cassapanca, nella saletta d’ingresso, in attesa della cena, saltammo furtivamente dal letto, in cui ci avevano messo per castigo prima dell’ora solita, riuscimmo a scovare una canna di stagno, da serviziale, lunga due palmi, la riempimmo d’acqua saponata nella vaschetta del bucato; e, così armati, andammo cautamente a lui, gli accostammo la canna alle nari – e zifff! -. Lo vedemmo balzare fin sotto al soffitto.

Quanto con un siffatto precettore dovessimo profittar nello studio, non sarà difficile immaginare. La colpa però non era tutta di Pinzone; ché egli anzi, pur di farci imparare qualche cosa, non badava a metodo né a disciplina, e ricorreva a mille espedienti per fermare in qualche modo la nostra attenzione. Spesso con me, ch’ero di natura molto impressionabile, ci riusciva. Ma egli aveva una erudizione tutta sua particolare, curiosa e bislacca. Era, per esempio, dottissimo in bisticci: conosceva la poesia fidenziana e la maccaronica, la burchiellesca e la leporeambica, e citava allitterazioni e annominazioni e versi correlativi e incatenati e retrogradi di tutti i poeti perdigiorni, e non poche rime balzane componeva egli stesso.

Ricordo a San Rocchino, un giorno, ci fece ripetere alla collina dirimpetto non so più quante volte questa sua Eco:

In cuor di donna quanto dura amore? – (Ore). Ed ella non mi amò quant’io l’amai? – (Mai). Or chi sei tu che sì ti lagni meco? – (Eco).

E ci dava a sciogliere tutti gli Enimmi in ottava rima di Giulio Cesare Croce, e quelli in sonetti del Moneti e gli altri, pure in sonetti, d’un altro scioperatissimo che aveva avuto il coraggio di nascondersi sotto il nome di Caton l’Uticense. Li aveva trascritti con inchiostro tabaccoso in un vecchio cartolare dalle pagine ingiallite.

– Udite, udite quest’altro dello Stigliani. Bello! Che sarà? Udite:

A un tempo stesso io mi son una, e due, E fo due ciò ch’era una primamente. Una mi adopra con le cinque sue Contra infiniti che in capo ha la gente. Tutta son bocca dalla cinta in sue, E più mordo sdentata che con dente. Ho due bellichi a contrapposti siti, Gli occhi ho ne’ piedi, e spesso a gli occhi i diti.

Mi pare di vederlo ancora, nell’atto di recitare, spirante delizia da tutto il volto, con gli occhi semichiusi, facendo con le dita il chiocciolino.

Mia madre era convinta che al bisogno nostro potesse bastare ciò che Pinzone c’insegnava; e credeva fors’anche, nel sentirci recitare gli enimmi del Croce o dello Stigliani, che ne avessimo già di avanzo. Non così zia Scolastica, la quale – non riuscendo ad appioppare a mia madre il suo prediletto Pomino – s’era messa a perseguitar Berto e me. Ma noi, forti della protezione della mamma, non le davamo retta, e lei si stizziva così fieramente che, se avesse potuto senza farsi vedere o sentire, ci avrebbe certo picchiato fino a levarci la pelle. Ricordo che una volta, scappando via al solito su le furie, s’imbatté in me per una delle stanze abbandonate; m’afferrò per il mento, me lo strinse forte forte con le dita, dicendomi: – Bellino! bellino! bellino! – e accostandomi, man mano che diceva, sempre più il volto al volto, con gli occhi negli occhi, finché poi emise una specie di grugnito e mi lasciò, ruggendo tra i denti:

– Muso di cane!

Ce l’aveva specialmente con me, che pure attendevo agli strampalati insegnamenti di Pinzone senza confronto più di Berto. Ma doveva esser la mia faccia placida e stizzosa e quei grossi occhiali rotondi che mi avevano imposto per raddrizzarmi un occhio, il quale, non so perché, tendeva a guardare per conto suo, altrove.

Erano per me, quegli occhiali, un vero martirio. A un certo punto, li buttai via e lasciai libero l’occhio di guardare dove gli piacesse meglio. Tanto, se dritto, quest’occhio non m’avrebbe fatto bello. Ero pieno di salute, e mi bastava.

A diciott’anni m’invase la faccia un barbone rossastro e ricciuto, a scàpito del naso piuttosto piccolo, che si trovò come sperduto tra esso e la fronte spaziosa e grave.

Forse, se fosse in facoltà dell’uomo la scelta d’un naso adatto alla propria faccia, o se noi, vedendo un pover’uomo oppresso da un naso troppo grosso per il suo viso smunto, potessimo dirgli: « Questo naso sta bene a me, e me lo piglio; » forse, dico, io avrei cambiato il mio volentieri, e così anche gli occhi e tante altre parti della mia persona. Ma sapendo bene che non si può, rassegnato alle mie fattezze, non me ne curavo più che tanto.

Berto, al contrario, bello di volto e di corpo (almeno paragonato con me), non sapeva staccarsi dallo specchio e si lisciava e si accarezzava e sprecava denari senza fine per le cravatte più nuove, per i profumi più squisiti e per la biancheria e il vestiario. Per fargli dispetto, un giorno, io presi dal suo guardaroba una marsina nuova fiammante, un panciotto elegantissimo di velluto nero, il gibus, e me ne andai a caccia così parato.

Batta Malagna, intanto, se ne veniva a piangere presso mia madre le mal’annate che lo costringevano a contrar debiti onerosissimi per provvedere alle nostre spese eccessive e ai molti lavori di riparazione di cui avevano continuamente bisogno le campagne.

– Abbiamo avuto un’altra bella bussata! – diceva ogni volta, entrando.

La nebbia aveva distrutto sul nascere le olive, a Due Riviere; oppure la fillossera i vigneti dello Sperone. Bisognava piantare vitigni americani, resistenti al male. E dunque, altri debiti. Poi il consiglio di vendere lo Sperone, per liberarsi dagli strozzini, che lo assediavano. E così prima fu venduto lo Sperone, poi Due Riviere, poi San Rocchino. Restavano le case e il podere della Stia, col molino. Mia madre s’aspettava ch’egli un giorno venisse a dire ch’era seccata la sorgiva.

Noi fummo, è vero, scioperati, e spendevamo senza misura; ma è anche vero che un ladro più ladro di Batta Malagna non nascerà mai più su la faccia della terra. E’ il meno che io possa dirgli, in considerazione della parentela che fui costretto a contrarre con lui.

Egli ebbe l’arte di non farci mancare mai nulla, finché visse mia madre. Ma quell’agiatezza, quella libertà fino al capriccio, di cui ci lasciava godere, serviva a nascondere l’abisso che poi, morta mia madre, ingojò me solo; giacché mio fratello ebbe la ventura di contrarre a tempo un matrimonio vantaggioso.

Il mio matrimonio, invece…

– Bisognerà pure che ne parli, eh, don Eligio, del mio matrimonio?

Arrampicato là, su la sua scala da lampionajo, don Eligio Pellegrinotto mi risponde:

– E come no? Sicuro. Pulitamente…

– Ma che pulitamente! Voi sapete bene che…

Don Eligio ride, e tutta la chiesetta sconsacrata con lui. Poi mi consiglia:

– S’io fossi in voi, signor Pascal, vorrei prima leggermi qualche novella del Boccaccio o del Bandello. Per il tono, per il tono…

Ce l’ha col tono, don Eligio. Auff! Io butto giù come vien viene.

Coraggio, dunque; avanti!

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Goffredo Mameli – Fratelli d’Italia

Fratelli d’Italia,
l’Italia s’è desta;
dell’elmo di Scipio
s’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma;
ché schiava di Roma
Iddio la creò.

Stringiamci a coorte!
Siam pronti alla morte;
Italia chiamò.

Noi siamo da secoli
calpesti, derisi,
perché non siam popolo,
perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
bandiera, una speme:
di fonderci insieme
già l’ora suonò.

Stringiamci a coorte!
Siam pronti alla morte;
Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci;
l’unione e l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore.
Giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti, per Dio,
chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte!
Siam pronti alla morte;
Italia chiamò.

Dall’Alpe a Sicilia,
dovunque è Legnano;
ogn’uom di Ferruccio
ha il core e la mano;
i bimbi d’Italia
si chiaman Balilla;
il suon d’ogni squilla
i Vespri suonò.

Stringiamci a coorte!
Siam pronti alla morte;
Italia chiamò.

Son giunchi che piegano
le spade vendute;
già l’aquila d’Austria
le penne ha perdute.

Il sangue d’Italia
e il sangue Polacco
bevé col Cosacco, ma il cor le bruciò.

Stringiamci a coorte!
Siam pronti alla morte;
Italia chiamò.

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