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Robert Guliver – Crates Mallotes ou Critica Dialogistica dos Grammaticos Defuntos contra a pedantaria do tempo

EText-No. 34287
Title: Crates Mallotes ou Critica Dialogistica dos Grammaticos Defuntos contra a pedantaria do tempo
Author: Guliver, Robert
Language: Portuguese
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EText-No. 34287
Title: Crates Mallotes ou Critica Dialogistica dos Grammaticos Defuntos contra a pedantaria do tempo
Author: Guliver, Robert
Language: Portuguese
Link: 3/4/2/8/34287/34287-h/34287-h.htm

EText-No. 34287
Title: Crates Mallotes ou Critica Dialogistica dos Grammaticos Defuntos contra a pedantaria do tempo
Author: Guliver, Robert
Language: Portuguese
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EText-No. 34287
Title: Crates Mallotes ou Critica Dialogistica dos Grammaticos Defuntos contra a pedantaria do tempo
Author: Guliver, Robert
Language: Portuguese
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EText-No. 34287
Title: Crates Mallotes ou Critica Dialogistica dos Grammaticos Defuntos contra a pedantaria do tempo
Author: Guliver, Robert
Language: Portuguese
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EText-No. 34287
Title: Crates Mallotes ou Critica Dialogistica dos Grammaticos Defuntos contra a pedantaria do tempo
Author: Guliver, Robert
Language: Portuguese
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Carvalho, Maria Amália Vaz de – Alguns homens do meu tempo – impressões litterarias

EText-No. 26338
Title: Alguns homens do meu tempo – impressões litterarias
Author: Carvalho, Maria Amália Vaz de, 1847-1921
Language: Portuguese
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EText-No. 26338
Title: Alguns homens do meu tempo – impressões litterarias
Author: Carvalho, Maria Amália Vaz de, 1847-1921
Language: Portuguese
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EText-No. 26338
Title: Alguns homens do meu tempo – impressões litterarias
Author: Carvalho, Maria Amália Vaz de, 1847-1921
Language: Portuguese
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EText-No. 26338
Title: Alguns homens do meu tempo – impressões litterarias
Author: Carvalho, Maria Amália Vaz de, 1847-1921
Language: Portuguese
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EText-No. 26338
Title: Alguns homens do meu tempo – impressões litterarias
Author: Carvalho, Maria Amália Vaz de, 1847-1921
Language: Portuguese
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EText-No. 26338
Title: Alguns homens do meu tempo – impressões litterarias
Author: Carvalho, Maria Amália Vaz de, 1847-1921
Language: Portuguese
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Federico De Roberto – Il colore del tempo

EText-No. 32441
Title: Il colore del tempo
Author: Roberto, Federico de;De Roberto, Federigo;De Roberto, Federico;1927;1861
Language: Italian
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EText-No. 32441
Title: Il colore del tempo
Author: Roberto, Federico de;De Roberto, Federigo;De Roberto, Federico;1927;1861
Language: Italian
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EText-No. 32441
Title: Il colore del tempo
Author: Roberto, Federico de;De Roberto, Federigo;De Roberto, Federico;1927;1861
Language: Italian
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EText-No. 32441
Title: Il colore del tempo
Author: Roberto, Federico de;De Roberto, Federigo;De Roberto, Federico;1927;1861
Language: Italian
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EText-No. 32441
Title: Il colore del tempo
Author: Roberto, Federico de;De Roberto, Federigo;De Roberto, Federico;1927;1861
Language: Italian
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Vittoria Colonna – Sì largo vi fu ‘l ciel che ‘l tempo avaro

Sì largo vi fu ‘l ciel che ‘l tempo avaro
Quanto s’affretta più, meno divora
Signor la fama vostra, e d’ora in ora
Scopre cagion di farvi eterno e raro.
Fanno il vostro valor sempre più chiaro
Quei che agguagliarsi a voi speran forse ora,
Come veggiam paragonarsi ancora
Color contrari posti insieme a paro.
Si scorge un error quasi in ogni effetto
Di forza o ingegno d’altri, che raccende
Nei saggi petti ognor la vostra gloria.
Per proprio onor ciascuno alto intelletto
Farà dell’opre vostre eterna istoria;
Perchè chi men le loda, men l’intende.

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Meo di Bugno – Tutto el tempo del mondo m’ è avenuto

Tutto el tempo del mondo m’ è avenuto,
e sempre me n’andro con questa norma,
che là ‘ve non pongo ‘l piè, faccio l’orma,
non so qual de’demòni m’ha veduto,
che, sendo santo, non serò creduto,
anzi me sgrideria la gente a torma.
Unde el conven ch’eo vegli e poco dorma,
da tante parte me veggio asseduto.
Ma non mi muto per altrui parlare:
ben è vertà ch’ io ne son pur dolente,
e come bestia lasso ogn’om belare.
Om che si sente iusto ed innocente,
a faccia aperta pò securo andare,
e non curar farneticar di gente.

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Lorenzo de’ Medici – Era nel tempo bel, quando Titano

Era nel tempo bel, quando Titano
dell’annual fatica il terzo avea
giá fatto, e co’ sua raggi un po’ pugnea
d’un tal calor, che ancor non è villano;
vedeasi verde ciascun monte e piano,
e ogni prato pe’ fiori rilucea,
ogni arbuscel sue fronde ancor tenea,
e piange Filomena e duolsi invano;
quando io, che pria temuto non avria,
se Hercole tornato fussi in vita,
fu’ preso d’un leggiadro e bello sguardo.
Facile e dolce all’entrar fu la via;
or non ha questo laberinto uscita,
e sono in loco dove sempre io ardo.

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Franco Sacchetti – Uno giovene Sanese ha tre comandamenti alla morte del padre: in poco tempo disubbedisce, e quello che ne seguita.

Ora verrò a dire di una che s’era maritata per pulzella, e ‘l marito vidde la prova del contrario anzi che con lei giacesse, e rimandolla a casa sua, senza avere mai a fare di lei.
Fu a Siena già un ricco cittadino, il quale, venendo a morte, e avendo un figliuolo e non piú, che avea circa a venti anni, fra gli altri comandamenti che li fece, furono tre. Il primo, che non usasse mai tanto con uno che gli rincrescesse; il secondo, che quando elli avesse comprato una mercanzia, o altra cosa, ed elli ne potesse guadagnare, che elli pigliasse quello guadagno e lasciasse guadagnare ad un altro; il terzo, che quando venisse a tòr moglie, togliesse delle piú vicine, e se non potesse delle piú vicine, piú tosto di quelle della sua terra che dell’altre da lunge. Il figliuolo rimase con questi ammonimenti, e ‘l padre si morío.
Era usato buon tempo questo giovene con uno de’ Forteguerri, il quale era stato sempre prodigo, e avea parecchie figliuole da marito. Li parenti suoi ogni dí lo riprendevano delle spese, e niente giovava. Avvenne che un giorno il Forteguerra avea apparecchiato un bel desinare al giovene e a certi altri; di che li suoi parenti li furono addosso, dicendo:
– Che fai tu, sventurato? vuo’ tu spendere a prova col tale che è rimaso cosí ricco, e hai fatto e fai li corredi, e hai le figliuole da marito?
Tanto dissono che costui come disperato andò a casa, e rigovernò tutte le vivande che erano in cucina, e tolse una cipolla, e puosela su l’apparecchiata tavola, e lasciò che se ‘l cotal giovene venisse per desinare gli dicessono che mangiasse di quella cipolla, che altro non v’era, e che ‘l Forteguerra non vi desinava.
Venuta l’ora del mangiare, il giovene andò là dove era stato invitato, e giugnendo su la sala domandò la donna di lui: la donna rispose che non v’era, e non vi desinava; ma che elli avea lasciato, se esso venisse, che mangiasse quella cipolla, che altro non v’era. Avvidesi il giovene, su quella vivanda, del primo comandamento del padre, e come male l’avea osservato, e tolse la cipolla, e tornato a casa la legò con un spaghetto e appiccolla al palco sotto il quale sempre mangiava.
Avvenne da ivi a poco tempo che, avendo elli comprato un corsiere fiorini cinquanta, da indi a certi mesi, potendone avere fiorini novanta, non lo volle mai dare, dicendo ne volea pure fiorini cento; e stando fermo su questo, al cavallo una notte vennono li dolori, e scorticossi. Pensando a questo, il giovene conobbe ancora avere male atteso al secondo comandamento del padre e, tagliata la coda al cavallo, l’appiccoe al palco allato alla cipolla.
Avvenne poi per caso ancora, volendo elli pigliare moglie, non si potea trovar vicina, né in tutta Siena, giovene che li piacesse, e diési alla cerca in diverse terre, e alla fine pervenne a Pisa, là dove si scontrò in un notaio, il quale era stato in officio a Siena, ed era stato amico del padre, e conoscea lui.
Di che il notaio gli fece grande accoglienza, e domandollo che faccenda avea in Pisa. Il giovene li disse che andava cercando d’una bella sposa, però che in tutta Siena non ne trovava alcuna che li piacesse.
Il notaio disse:
– Se cotesto è, Dio ci t’ha mandato, e serai ben accivito; però che io ho per le mani una giovene de’ Lanfranchi, la piú bella che si vedesse mai, e dammi cuore di fare che ella sia tua.
Al giovene piacque, e parveli mill’anni di vederla, e cosí fece. Come la vide, s’accostò al mercato, fu fatto e dato l’ordine quando la dovesse menare a Siena. Era questo notaio una creatura de’ Lanfranchi, e la giovene essendo disonesta, e avendo avuto a fare con certi gioveni di Pisa, ella non s’era mai potuta maritare. Di che questo notaio guardò di levare costei da dosso a’ suoi parenti e appiccarla al Sanese. Dato l’ordine della cameriera, forse della ruffiana, la quale fu una femminetta sua vicina, chiamata monna Bartolomea, con la quale la donna novella s’andava spesso trastullando di quando in quando; e dato ogni ordine delle cose opportune e della compagnia, tra la quale era alcuno giovene di quelli che spesso d’amore l’avea conosciuta, si mosson tutti col marito e con lei ad andare verso Siena, e là si mandò innanzi a fare l’apparecchio.
E cosí andando per cammino, un giovene de’ suoi che la seguía parea che andasse alle forche, pensando che costei era maritata in luogo straniero, e che senza lei gli convenía tornare a Pisa; e tanto con pensieri e con sospiri fece che ‘l giovene quasi e di lei e di lui si fu accorto: perché ben dice il proverbio che l’amore e la tosse non si può celare mai. E con questo vedere, preso gran sospetto, tanto fece che seppe chi la giovene era e come il notaio l’avea tradito e ingannato. Di che giugnendo a Staggia, lo sposo usò questa malizia disse che volea cenare di buon’ora, però che la mattina innanzi dí volea andare a Siena, per fare acconciare ciò che bisognava; e disselo sí che ‘l valletto l’udisse.
Erano le camere dove dormirono quasi tutte d’assi l’una allato all’altra. Il marito ne avea una, la sposa e la cameriera un’altra, e in un’altra era il giovene e un altro, il quale non fu senza orecchi a notare il detto del Sanese; ma tutta la sera ebbe colloquio con la cameriera, aspettando l’alba del giorno, e cosí s’andorono al letto. E venendo la mattina, quasi un’ora innanzi a dí, e lo sposo si levò per andare a Siena come avea dato ad intendere. E sceso giuso, e salito a cavallo, cavalcò verso Siena quasi quattro balestrate, e poi diede la volta ritornando passo passo e cheto verso l’albergo donde si era partito; e appiccando il cavallo a una campanella, su per la scala n’andò; e giugnendo all’uscio della camera della donna, guardò pianamente e sentí il giovene essere dentro; e pontando l’uscio mal serrato, v’entrò dentro; e accostandosi alla cassa del letto pianamente, se alcun panno trovasse di colui che s’era colicato, per avventura trovò i suo’ panni di gamba, e quelli del letto, o che sentissono, e per la paura stessono cheti, o che non sentissono, questo buon uomo si mise le brache sotto, e uscito della camera, scese la scala, e salito a cavallo con le dette brache, camminò verso Siena.
E giunto a casa sua, l’appiccò al palco allato alla cipolla e alla coda.
Levatasi la donna e l’amante la mattina a Staggia, il valletto non trovando le brache, sanza esse salí a cavallo con l’altra brigata, e andorono a Siena. E giunti alla casa, dove doveano essere le nozze, smontorono. E postisi a uno leggiero desinare sotto le tre cose appiccate, fu domandato il giovane quello che quelle cose appiccate significavano. Ed elli rispose:
– Io vel dirò; e prego ognuno che mi ascolti. Egli è piccol tempo che mio padre morí, e lasciommi tre comandamenti: il primo sí e sí, e però tolsi quella cipolla e appicca’ la quivi; il secondo mi comandò cosí, e in questo il disubbidi’; morendo il cavallo, taglia’ li la coda e quivi l’appiccai; il terzo, che io togliesse moglie piú vicina che io potesse; e io, non che io l’abbia tolta dappresso, ma insino a Pisa andai, e tolsi questa giovene, credendo fosse come debbono essere quelle che si maritono per pulzelle. Venendo per cammino questo giovene, il quale siede qui, all’albergo giacque con lei, e io chetamente fui dove elli erano; e trovando le brache sue, io ne le recai e appicca’ le a quel palco: e se voi non mi credete, cercatelo, che non l’ha: – e cosí trovorono. – E però questa buona donna, levata la mensa, vi rimenate in drieto, che mai, non che io giaccia con lei, ma io non intendo di vederla mai. E al notaio, che mi consigliò e fece il parentado e la carta, dite che ne faccia una pergamena da rocca.
E cosí fu. Costoro con la donna si tornorono a piè zoppo col dito nell’occhio; e la donna si fece per li tempi con piú mariti, e ‘l marito con altre mogli.
In queste tre sciocchezze corse questo giovene contro a’ comandamenti del padre, che furono tutti utili, e molta gente non se ne guarda. Ma di questo ultimo, che è il piú forte, non si puote errare a fare li parentadi vicini, e facciamo tutto il contrario. E non che de’ matrimoni, ma avendo a comprare ronzini, quelli de’ vicini non vogliamo, che ci paiono pieni di difetti, e quelli de’ Tedeschi che vanno a Roma, in furia comperiamo. E cosí n’incontra spesse volte e dell’uno e dell’altro, come avete udito, e peggio.

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Vittoria Colonna – La ragion, ch’assai tempo prima volse

La ragion, ch’assai tempo prima volse
All’amata mia luce i miei pensieri,
Dovrebbe or di fallaci in certi e veri
Ridurli, e me nel grado onde mi tolse.
Ella fu che ne’ bei lacci m’avvolse
Non mica i sensi semplici e leggieri;
Chè non sarebber or quei nodi intieri
Che a lor simíl giammai morte non sciolse.
Ella mi fe seguir gli ardenti lumi,
Spregiando libertate, e ‘n quel bel stato
Passar con dolce speme i giorni amari.
Ma or che vede come io mi consumi,
È tempo ormai, se non è pur passato,
Che ‘l desir freni e la mente rischiari.

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Luis de Camoes – Ja he tempo, ja, que minha confiança

Ja he tempo, ja, que minha confiança
Se desça de huma falsa opinião:
Mas Amor não se rege por razão;
Não posso perder, logo, a esperança.
A vida si; que huma aspera mudança
Não deixa viver tanto hum coração,
E eu só na morte tenho a salvação:
Si: mas quem a deseja não a alcança.
Forçado he logo que eu espere e viva.
Ali dura lei de Amor, que não consente
Quietação n’hum’alma que he captiva!
Se hei de viver, em fim, forçadamente,
Para que quero a gloria fugitiva
De huma esperança vãa que me atormente?

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Luis de Camoes – Grão tempo ha ja que soube da Ventura

Grão tempo ha ja que soube da Ventura
A vida que me tinha destinada;
Que a longa experiencia da passada
Me dava claro indicio da futura.
Amor fero e cruel, Fortuna escura,
Bem tendes vossa fôrça exprimentada:
Assolai, destrui, não fique nada;
Vingai-vos desta vida, que inda dura.
Soube Amor da Ventura, que a não tinha,
E porque mais sentisse a falta della,
De imagens impossiveis me mantinha.
Mas vós, Senhora, pois que minha estrella
Não foi melhor, vivei nesta alma minha;
Que não t~ee a Fortuna poder nella.

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