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Elegia di Tommaso Gray poeta inglese da esso scritta in un cimitero campestre tradotta in versi italiani/ traduzione di Giuseppe Torelli.

Segna la squilla il dì, che già vien manco;
Mugghia l’armento, e via lento erra e sgombra;
Torna a casa il bifolco inchino e stanco,
Et a me lascia il mondo e a la fosc’ombra.

Già fugge il piano al guardo, e gli s’invola,
E de l’aere un silenzio alto s’indonna,
Fuor ‘ve lo scarabeo ronzando vola,
E un cupo tintinnir gli ovili assonna;

E d’erma torre il gufo ognor pensoso
Si duole, al raggio de la luna amico
Di chi, girando il suo ricetto ombroso,
Gli turba il regno solitario antico.

Di que’ duri olmi a l’ombra, e di quel tasso,
Ve s’alzan molte polverose glebe,
Dorme per sempre, in loco angusto e basso,
De la villa la rozza antica plebe.

L’aura soave del nascente giorno,
Di rondine il garrir su rozzo tetto,
Del gallo il canto, o il rauco suon del corno
Più non gli desterà da l’umil letto.

Per lor non più arde il foco, o attenta madre
A le sue cure vespertine attende:
La balba famigliuola in grembo al padre
Non repe, e baci invidiati prende.

Spesso a la falce lor cesse il ricolto,
Spesso domar le dure zolle i ferri.
Come lieti lor tiro al campo han volto!
Com’ piegar sotto a’ gravi colpi i cerri!

Non beffi l’opre lor fasto superbo,
L’oscura sorte, i rustici diletti,
E non ascolti con sorriso acerbo
De’ poverelli i brevi annali e schietti.

Qual per sangue, e real pompa s’onora,
Quanto mai l’or, quanto beltà dar possa,
L’istessa aspetta inevitabil’ora.
Anco la via d’onor guida a la fossa.

Nè tu sprezzar, o altier, cotesta tomba,
Se non orna trofeo l’ossa sepolte,
Nè bell’inno di lode alto rimbomba
Per lunghe logge, e istoriate volte.

Puote forse opra di scarpello arguto
Richiamar l’alma a la sua spoglia ignuda?
O può canto eccitare il cener muto,
E allettar morte inesorabil cruda?

Forse in questo negletto angolo alberga
Spirto già pieno d’un ardor celeste;
O man degna che tratti real verga,
E vocal cetra a nobil canto deste.

Ma lor Sofìa non svolse il gran volume,
Che ‘l tempo di sue spoglie ornò e distinse,
Tarpò al bell’estro povertà le piume,
E ‘l corso a l’alme con suo gelo strinse.

Chiare vie più che bel raggio sereno
Chiude il mar gemme entro a’ suoi cupi orrori;
E non veduti fior tingono il seno,
E per solingo ciel spargon gli odori.

Forse un rustico Ambdèno ha qui l’avello,
Che al tiran de’ suoi campi oppose il petto,
Un oscuro Miltone, od un Cromuello,
Non mai del sangue de la Patria infetto.

Tener grave Senato intento e fiso,
Di duolo e danni non temer minaccia,
Sparger su regni con la copia il riso,
E la sua vita altrui leggere in faccia,

Vietò lor sorte: pur se non concede
Che Virtù emerga, fa che ‘l vizio langue.
Quindi nessun la via chiuse a mercede,
Empio, nè al trono unqua, nuotò pel sangue.

Nessun di coscienza il verme rio
Compresse, o spense un candido rossore;
Nè incensi al lusso, e a la superbia offrio,
Arsi a la fiamma de le sacre Suore.

Lunge dal popolar tumulto insano
Non mai torsero il piè dal dritto calle,
Seguendo il corso lor tranquillo e piano,
Per l’erma de la vita opaca valle.

Pur a difender da villano insulto
Quest’ossa, eretto alcun sasso vicino,
D’incolte rime, e rozze forme sculto,
Qualche sospir richiede al peregrino.

I nomi e gli anni, senza studio ed arte,
Di carmi in vece, indotta man vi segna,
E con sacre sentenze intorno sparte,
Al buon cultore di morire insegna.

Chi mai, chi del l’oblio nel fosco velo
Questa affannosa amabil vita avvolse,
E lasciò le contrade alme del cielo,
Nè un sospiroso sguardo indietro volse?

Posa, spirando, in grembo amico e fido
L’alma, e chiede di pianto alcuna stilla.
Da la tomba anco alza natura il grido,
E sotto il cener freddo amor sfavilla.

Ma se di te, che in semplice favella
Narri storia di gente oscura umìle,
Fia che brami saper qualche novella
Quà giunto a sorte spirto ermo e gentile;

Spesso, forse dirà Pastor canuto,
La rugiada crollar giù da l’erbetta,
Frettoloso in su l’alba i’ l’ho veduto,
Per incontrare il Sol su l’alta vetta.

Sotto quell’ondeggiante antico faggio,
Che radici ha bizzarre e sì profonde,
Prosteso e lento, al più cocente raggio,
Fiso ascoltava il mormorar de l’onde.

Ora ridente di schernevol riso
Movea presso quel bosco il passo errante,
Mormorando sue fole, or mesto in viso,
O pien di cure, o disperato amante.

Una mattina in su l’usato monte
Io più nol vidi al caro arbore appresso:
Venne poi l’altra, e pur in quella al fonte
Non si mostrò, nè al poggio, o al bosco istesso.

La terza al fin con lenta pompa e tetra
Portar si vide al tempio: or t’avvicina,
E leggi tu, che ‘l sai, scolpito in pietra
Lo scritto, sotto quell’antica spina.

Giovane a fama ignoto et a fortuna
Qui vien che in grembo de la terra dorma.
Sofìa non isdegnò sua bassa cuna,
E tristezza il segnò de la sua forma.

Sincero era il suo cuore, e di pietate
(E, dal ciel n’ebbe ampia mercede) ardea.
Un sospir, quanto avea, diè a povertate,
E un amico impetrò, quanto chiedea.

Più oltre non cercar, nè d’ir scoprendo
Ti studia le sue buone, e le triste opre.
Fra la speme e ‘l timor, nel sen tremendo
Di Dio si stanno, e denso vel le cuopre.

IL FINE.

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Walter Scott – I puritani di Scozia – Traduzione di Gaetano Barbieri

EText-No. 43458
Title: I Puritani di Scozia, vol. 1
Author: 1832;Scott, Sir Walter;1771;Scott, Walter;Cleishbotham, Jedediah;Templeton, Laurence;Malagrowther, Malachi
Language: Italian
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EText-No. 43458
Title: I Puritani di Scozia, vol. 1
Author: 1832;Scott, Sir Walter;1771;Scott, Walter;Cleishbotham, Jedediah;Templeton, Laurence;Malagrowther, Malachi
Language: Italian
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EText-No. 43458
Title: I Puritani di Scozia, vol. 1
Author: 1832;Scott, Sir Walter;1771;Scott, Walter;Cleishbotham, Jedediah;Templeton, Laurence;Malagrowther, Malachi
Language: Italian
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EText-No. 43458
Title: I Puritani di Scozia, vol. 1
Author: 1832;Scott, Sir Walter;1771;Scott, Walter;Cleishbotham, Jedediah;Templeton, Laurence;Malagrowther, Malachi
Language: Italian
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EText-No. 43458
Title: I Puritani di Scozia, vol. 1
Author: 1832;Scott, Sir Walter;1771;Scott, Walter;Cleishbotham, Jedediah;Templeton, Laurence;Malagrowther, Malachi
Language: Italian
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Walter Scott – La sposa di Lammermoor – Traduzione di Gaetano Barbieri

EText-No. 42881
Title: La promessa sposa di Lammermoor, Tomo I (of 3)
Author: 1771;Scott, Walter;Cleishbotham, Jedediah;Scott, Sir Walter;Malagrowther, Malachi;Templeton, Laurence;1832
Language: Italian
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EText-No. 42881
Title: La promessa sposa di Lammermoor, Tomo I (of 3)
Author: 1771;Scott, Walter;Cleishbotham, Jedediah;Scott, Sir Walter;Malagrowther, Malachi;Templeton, Laurence;1832
Language: Italian
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EText-No. 42881
Title: La promessa sposa di Lammermoor, Tomo I (of 3)
Author: 1771;Scott, Walter;Cleishbotham, Jedediah;Scott, Sir Walter;Malagrowther, Malachi;Templeton, Laurence;1832
Language: Italian
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EText-No. 42881
Title: La promessa sposa di Lammermoor, Tomo I (of 3)
Author: 1771;Scott, Walter;Cleishbotham, Jedediah;Scott, Sir Walter;Malagrowther, Malachi;Templeton, Laurence;1832
Language: Italian
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EText-No. 42881
Title: La promessa sposa di Lammermoor, Tomo I (of 3)
Author: 1771;Scott, Walter;Cleishbotham, Jedediah;Scott, Sir Walter;Malagrowther, Malachi;Templeton, Laurence;1832
Language: Italian
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EText-No. 42883
Title: La promessa sposa di Lammermoor, Tomo III (of 3)
Author: 1771;Templeton, Laurence;1832;Malagrowther, Malachi;Cleishbotham, Jedediah;Scott, Sir Walter;Scott, Walter
Language: Italian
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EText-No. 42883
Title: La promessa sposa di Lammermoor, Tomo III (of 3)
Author: 1771;Templeton, Laurence;1832;Malagrowther, Malachi;Cleishbotham, Jedediah;Scott, Sir Walter;Scott, Walter
Language: Italian
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EText-No. 42883
Title: La promessa sposa di Lammermoor, Tomo III (of 3)
Author: 1771;Templeton, Laurence;1832;Malagrowther, Malachi;Cleishbotham, Jedediah;Scott, Sir Walter;Scott, Walter
Language: Italian
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EText-No. 42883
Title: La promessa sposa di Lammermoor, Tomo III (of 3)
Author: 1771;Templeton, Laurence;1832;Malagrowther, Malachi;Cleishbotham, Jedediah;Scott, Sir Walter;Scott, Walter
Language: Italian
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EText-No. 42883
Title: La promessa sposa di Lammermoor, Tomo III (of 3)
Author: 1771;Templeton, Laurence;1832;Malagrowther, Malachi;Cleishbotham, Jedediah;Scott, Sir Walter;Scott, Walter
Language: Italian
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William Shakespeare – La Tempesta – Traduzione di Diego Angeli

C’è stata un’epoca della mia vita in cui sono stato innamorato di Titania. Io ero allora un ragazzetto appena settenne e vivevo in una vecchia villa toscana, fra le giogaie petrose della Gonfolina e i lecci medicei di Artimino. Ma appunto fra quelle pietre, nelle cui fessure crescevano le linarie gialle e dentro i cui ginepri arsicci zirlavano i tordi nei mattini di novembre, o sotto le ombre cupe dell’antico parco dove s’intravedevano ancora gli avanzi dello splendore d’altri tempi io ho ricercato invano la piccola regina delle Fate con tutto il suo minuscolo corteggio di genietti invisibili. Avevo imparato a conoscerla in un vecchio volume illustrato da uno di quelli artisti che con lo Stoddart e col William Blake furono i precursori di tutto l’idealismo letterario della pittura inglese. Avevo imparato a conoscerla in quelle grandi illustrazioni, un poco primitive, dove essa compariva sempre all’ombra dei tassobarbassi vellosi o delle fragole gigantesche, mentre sopra ogni stelo d’erba si cullava maliziosamente il piccolo «Cobweb» o l’inafferrabile «Pea’s Blossom», mentre Puck dall’alto di un cespuglio vigilava se Oberon non si avvicinasse. Nella grande stanza deserta, il sole d’agosto entrava a fiotti dalle vetrate senza tende, e gli armadii intorno sapevano di resina, e i mosconi ronzavano contro i cristalli mentre lo stridio non interrotto delle cicale sembrava arrecare su dalla valle il saluto trionfale della terra feconda. Nella calma di quei pomeriggi estivi, mentre tutta la casa dormiva nella siesta quotidiana, io sfogliavo il vecchio volume trovato nella biblioteca paterna e imparavo a conoscere Caliban, punzecchiato dagli spiriti maligni di Prospero, e il cane bizzarro di Speed, e i cervi che scendevano ad abbeverarsi lungo il ruscello nella foresta delle Ardenne dove il vecchio duca esiliato ascoltava le bizzarrie filosofiche di messer Giacomo e i sospiri amorosi di Rosalinda. Ma sopra tutti era Titania quella che attirava il mio spirito infantile, Titania con le sue chiome disciolte, coi suoi occhi attoniti, con le sue collane di corolle fiorite e con la sua tenerezza per il bel somarello dalle lunghe orecchie pelose. Così che molte volte io mi son ritrovato, su per gli scopeti odorosi di funghi di Artimino o fra i pinastri di Villa Campi, a cercare timorosamente in ogni campanella d’oro di tassobarbasso e in ogni calice azzurro di fanciullaccia se non si nascondesse una di quelle fate misteriose che andavano di notte ad appendere goccie di rugiada sui fiori della loro regina.

Questa è stata la mia prima visione del mondo shekspiriano e se più tardi ho cercato altre cose nei suoi volumi e ho trovato altre emozioni fra i suoi eroi, nessuna certo è stata così pura e così spontanea come quella di un amore infantile, nato nel tedio delle ore di studio, dentro una grande villa toscana sui colli di Signa, arsi dall’estate. E forse è in quel ricordo lontano che debbo ricercare il senso quasi religioso che io ho avuto sempre per il grande poeta inglese. Col crescere degli anni e degli studii la prima sensazione puramente fantastica si è naturalmente modificata, ma anche oggi non posso rileggere i versi divini del «Midsummer night’s dream» senza provare un poco l’antica nostalgia e ritrovare come in un angolo riposto del mio cuore qualcosa dell’amore di altri tempi. Per questo quando il Gaffuri di Bergamo mi propose di tradurgli quella divina fantasia per una edizione italiana delle illustrazioni di Arturo Rackham io accettai con gioia e mi accinsi al lavoro con tale un impeto di entusiasmo che i versi della traduzione mi vennero quasi naturalmente come in un accesso del «brevis furor» oraziano.

Pubblicato il volume io non pensavo certo a farlo seguire da altri, quando sopravvennero due fatti nuovi che fecero nascere in me una idea—ancora indeterminata—dell’opera a cui mi sono accinto. Il primo fu un articolo di G. S. Gargano, sul «Marzocco» di Firenze, articolo che oltre a parole fin troppo lusinghiere per la mia versione, conteneva come un ringraziamento per avere con essa fatto conoscere ai lettori italiani il capolavoro della fantasia shekspiriana nella sua integrità; e in secondo luogo venne la rappresentazione che di essa fu fatta dalla compagnia stabile all’Argentina di Roma, rappresentazione che ebbe esito trionfale e che mi procurò l’onore di una lettera dell’ambasciatore inglese sir Rennel Rodd—che è poeta tanto nobile, quanto è sagace diplomatico—nella quale dopo di avermi detto il suo piacere nell’aver assistito a quel trionfo del poema inglese che non credeva possibile d’innanzi a un pubblico latino, m’incoraggiava a proseguire e a dare agli italiani una intiera versione dell’opera shekspiriana.

Debbo confessare che da principio l’impresa mi parve così ardua che non osai concepirla. Ma le due voci diverse mi risuonavano continuamente nel pensiero e mi spronavano a tentarla. L’Italia, in fatti, non ha una vera e propria traduzione del Teatro di Guglielmo Shakespeare. Sia in prosa che in versi i traduttori italiani, per quanto valenti, non hanno mai avuto il coraggio di osare la semplicità e spesso la ruvidezza shekspiriana: costretti dalla moda del tempo a quella artificiosità ridondante che era propria della letteratura italiana, essi hanno travisato il testo, travestendolo in uno stile che non è lo stile del poeta inglese e spesso allontanandosene totalmente, quando un passo oscuro e audace sembrava loro che fosse insopportabile al pensiero italiano. D’altra parte, da che la poesia nostra si è felicemente liberata da quelle pastoie accademiche, nessun poeta aveva tentato di accingersi all’impresa non facile e non breve. Il Gargano, alcuni anni or sono, aveva tentato di costituire una società shekspiriana fra i varii letterati italiani, che si accingessero alla desiderata versione, la quale—tra parentesi—doveva essere in prosa e più documento letterario che lavoro d’arte. Ma il tentativo fallì e non fu danno—io credo. Perchè un’opera di tal genere deve essere compiuta da un unico individuo, che le dia quell’unità e quella armonia di intendimenti e di stile senza la quale non potrebbe riuscire degna dell’altissimo soggetto. D’altra parte, altre nazioni avevano già risoluto il problema per opera di uno solo, perchè non si sarebbe tentato di fare lo stesso in Italia? L’impresa è ardua, ma lusinghiera, e a poco a poco divenne così prepotente in me l’idea di attuarla, che decisi di accingermi al lavoro.

Nel qual lavoro io ho tentato sopra tutto la più scrupolosa fedeltà, rispettando i metri e le rime, rispettando i concetti e le espressioni anche là dove esse potevano sembrare meno tollerabili ad orecchi latini. Ma Guglielmo Shakespeare è con Dante Alighieri una di quelle forze vive della natura, da cui dobbiamo accettare tutto. D’altra, parte, per quello che riguarda la struttura metrica dei suoi drammi o delle sue commedie, essa ha una così profonda relazione con l’anima dei suoi personaggi che non potrebbe esserne divisa senza grave danno. Per questo, non solo ho lasciato la doppia forma prosastica e poetica—come era naturale—ma nei versi ho voluto rispettare per fino gli emistichi e quei distici rimati che quasi sempre chiudono il lungo discorso in versi sciolti di un personaggio. E anche questa fedeltà credo sia necessaria per rendere il pensiero shekspiriano, a punto perchè egli è di quei poeti in cui nulla è trascurabile e in cui ogni parola ha un significato profondo e immutabile.

Certo, ai primi passi di un’opera a cui dedicherò quanto oramai mi resta di vita, io non mi dissimulo le difficoltà e spesso mi dimando se veramente mi potrà bastare la forza per condurla a fine. Ma ricordando gli esempi di altri popoli e le parole buone di chi volle incoraggiarmi, so ritrovare la fiducia primitiva, confidando anche nei lettori i quali vorranno perdonare le possibili manchevolezze e incoraggiare anch’essi questo sforzo inteso a dare agl’italiani una visione il più possibilmente precisa di quel mondo creato da uno dei genii più alti che mai abbia onorato il pensiero umano.

Roma, Marzo 1911.

DIEGO ANGELI.

 

EText-No. 26169
Title: La Tempesta
Author: 1616;1564;Shakspere, William;Shakespeare, William;Shakspeare, William
Language: Italian
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EText-No. 26169
Title: La Tempesta
Author: 1616;1564;Shakspere, William;Shakespeare, William;Shakspeare, William
Language: Italian
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EText-No. 26169
Title: La Tempesta
Author: 1616;1564;Shakspere, William;Shakespeare, William;Shakspeare, William
Language: Italian
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EText-No. 26169
Title: La Tempesta
Author: 1616;1564;Shakspere, William;Shakespeare, William;Shakspeare, William
Language: Italian
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EText-No. 26169
Title: La Tempesta
Author: 1616;1564;Shakspere, William;Shakespeare, William;Shakspeare, William
Language: Italian
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Jean de La Fontaine – La cicala e la formica – Traduzione di Emilio De Marchi

La Cicala che imprudente
tutto estate al sol cantò,
provveduta di niente
nell’inverno si trovò,
senza più un granello e senza
una mosca in la credenza.

Affamata e piagnolosa
va a cercar della Formica
e le chiede qualche cosa,
qualche cosa in cortesia,
per poter fino alla prossima
primavera tirar via:
promettendo per l’agosto,
in coscienza d’animale,
interessi e capitale.

La Formica che ha il difetto
di prestar malvolentieri,
le dimanda chiaro e netto:
– Che hai tu fatto fino a ieri?
– Cara amica, a dire il giusto
non ho fatto che cantare
tutto il tempo. – Brava ho gusto;
balla adesso, se ti pare.

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Charles Perrault (F.lli Grimm) – I regali degli gnomi – Traduzione di Federigo Verdinois

Viaggiavano insieme un sarto e un fabbro ferraio. Una sera, mentre il sole tramontava dietro i monti, udirono di lontano il suono d’una musica che via via si faceva più chiaro. Era un suono straordinario, ma così delizioso da far loro dimenticare la stanchezza e da spingerli quasi di corsa verso la parte dond’esso veniva. Era già sorta la luna, quando arrivarono ad una collina sulla quale videro una folla di omiciattoli e di donnettine che allegramente ballavano in tondo, tenendosi per mano. Cantavano anche melodiosamente, e questa era la musica che i viaggiatori avevano udito. Stava nel mezzo un vecchio, un po’ più alto dei compagni, con indosso una veste screziata e con una barba bianca che gli scendeva sul petto. I due amici stettero a guardare a bocca aperta. Il vecchio fece lor cenno di avanzarsi, e i piccoli ballerini fecero largo. Il fabbro ferraio entrò nel cerchio senza esitare un momento; aveva la schiena alquanto curva ed era temerario come tutti i gobbi. Il sarto invece, spaurito alla bella prima, si tenne indietro, ma quando vide che tutti rideano e si spassavano, si fece coraggio ed entrò anche lui. Di botto, rinchiusosi il cerchio, gli omicciattoli ripresero a cantare e a ballare, spiccando salti prodigiosi, ma il vecchio, afferrato un coltellaccio che aveva alla cintola, si diè ad affilarlo e poi si voltò verso i due nuovi venuti. Figurarsi la loro paura! In un lampo il vecchio agguantò il fabbro ferraio e con due o tre botte gli tagliò interamente barba e capelli; poi, senza perder tempo, fece lo stesso al sarto. Finito che ebbe, battè loro amichevolmente sulla spalla, come per dire che aveano fatto benissimo a lasciarsi radere senza opporre resistenza. Indicò poi col dito un mucchio di carboni che sorgeva poco discosto, e fece intendere a segni che se ne empissero le tasche. Obbedirono tutti e due, senza sapere che ne avrebbero fatto di quel carbone, e si rimisero in cammino cercando un qualunque ricovero per la notte. Arrivando nella valle, sentirono la campana d’un convento battere la mezzanotte: nel punto stesso, tacque il canto, tutto disparve, ed essi non altro videro che la collina deserta rischiarata dalla luna.
I due viaggiatori trovarono un albergo e si coricarono bell’e vestiti sulla paglia, scordandosi per la grande stanchezza di sbarazzarsi dei carboni. Se non che, un peso insolito che gli schiacciava li fece svegliare a punta di giorno. Si toccarono le tasche, e non credettero agli occhi propri quando le trovarono piene, non già di carboni ma di verghe di oro vergine. Anche la barba e i capelli erano ricresciuti a meraviglia. Erano ricchi oramai; soltanto il fabbro ferraio, che per avidità avea più del sarto rimpinzato le tasche, possedeva il doppio della ricchezza.
Ma un uomo avido vuol sempre aver di più. Il fabbro propose dunque al compagno di trattenersi ancora un giorno e di andar la sera dal vecchio per guadagnare altri tesori. “No, rispose il sarto, per me, son contento; aprirò bottega da me, sposerò la mia cara e sarò felice”. Nondimeno, per far piacere all’amico consentì a trattenersi un giorno di più.
Venuta la sera, il fabbro si caricò di due sacchi e si mise in cammino verso la collina. Come la notte precedente, trovò gli omicciattoli che cantavano e ballavano. Il vecchio lo rase e gli accennò di prendere i carboni, nè quegli se lo fece dir due volte, anzi riempì i sacchi quanto più poteva, scappò all’albergo e si ficcò tutto vestito in letto. “Quando l’oro, disse fra sè, comincerà a pesare, lo sentirò”, e si addormentò nella dolce speranza di svegliarsi più ricco d’un Creso.
Appena aperti gli occhi, suo primo pensiero fu di cacciarsi le mani in tasca; ma per quanto frugasse, non vi trovò che carboni. “Almeno, pensò, mi resta l’oro che ho guadagnato l’altra notte.” Andò subito a vedere; ma anche quello, ahimè! era ridiventato carbone. Si diè con la mano tinta un colpo alla fronte e sentì di aver la testa calva e rasa come il mento. Eppure, non conosceva ancora tutta la sua disgrazia; e di lì a poco si avvide che alla gobba che aveva di dietro se n’era aggiunta un’altra davanti.
Sentì che quello era il castigo della sua ingordigia e si diè a lamentarsi ed a piangere. Il buon sarto, svegliato da quel piagnisteo, si svegliò e cercò di consolarlo. “Noi, disse, siamo compagni, abbiamo insieme fatto il viaggio; resta con me e la ricchezza mia basterà a farci campare tutti e due.”
Mantenne la promessa, ma il fabbro dovette pur troppo portar tutta la vita le due gobbe e nascondere sotto un berretto la testa pelata.

Fratelli Grimm

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Charles Perrault – L’accorta principessa – Traduzione di Federigo Verdinois

A tempo delle prime crociate, un re di non so che regno di Europa deliberò di andarsene in Palestina per far la guerra agli infedeli. Prima di avventurarsi al lungo viaggio, aggiustò così bene le cose del regno e ne affidò la reggenza a un così bravo ministro, che da questo lato stava tranquillo. Più d’ogni cosa, la famiglia lo teneva in pensiero. Da poco tempo gli era morta la moglie, senza lasciargli che tre giovani principesse da marito. Come si chiamassero, non so; ma secondo la semplicità dei tempi che dava dei soprannomi a tutte le persone eminenti in armonia delle virtù loro o dei difetti, la prima era detta la Sciattona, la seconda la Ciarliera e la terza Finetta.
Di sciattone come Sciattona non ce n’era un’altra. Tutti i giorni, al tocco, non era ancora sveglia; la trascinavano in chiesa così come usciva dal letto, arruffata, discinta, senza cintura, e spesso con una pantofola diversa dall’altra. Si rimediava a ciò durante la giornata; ma non si riusciva mai a farle smettere le pantofole, visto che gli stivalini le parevano insopportabili. Dopo desinare, Sciattona si dava ad acconciarsi fino alla sera; poi, fino a mezzanotte, giocava e cenava; poi ancora ci voleva tanto a spogliarla quanto s’era messo a vestirla; e finalmente entrava in letto che già faceva giorno.
Altra vita menava la Ciarliera. Era una principessa vivace, che poco tempo dedicava a sè stessa; ma tanta e tanta voglia avea di discorrere, che da mattina a sera non chiudeva bocca. Sapeva la storia delle famiglie male organizzate, degli amoretti, delle galanterie, non solo della corte ma di ogni infimo borghese. Tenea registro di tutte le donne leste di mano pur di sfoggiare un bel vestito, ed era informata a puntino di quanto guadagnava la cameriera della contessa Tale e il maestro di casa del marchese Talaltro. Per appurare tante inezie, se ne stava a sentire la nudrice o la sarta più volentieri che non avrebbe ascoltato un ambasciadore; e poi intronava con le sue storielle dal re fino all’ultimo staffiere, perchè chiunque fosse l’ascoltatore, bastava a lei di ciarlare.
Il prurito della chiacchiera fu anche motivo di un altro guaio. A dispetto del grado, quel fare troppo confidenziale, troppo alla carlona in una principessa, dettero animo a più d’un bellimbusto di spifferarle delle galanterie. La principessa dava retta, tanto per avere il gusto di rispondere. Naturalmente, a simiglianza della Sciattona, la Ciarliera non si dava mai pensiero di pensare, di riflettere, di leggere, di badare alle faccende di casa, di svagarsi con l’ago o col fuso. Insomma le due sorelle, eternamente in ozio, non facevano mai agire nè il cervello nè le mani.
Ben diversa era la sorella minore. Sempre vigile e pronta di mente e di persona, mirabilmente vivace, badava a far buon uso di ogni sua dote. Ballava, cantava, suonava stupendamente; era maestra in tutti quei lavoretti che tanto son cari alle donne; metteva l’ordine in casa e impediva i furti della gente di servizio, ai quali fin da quei tempi i principi erano esposti.
E non basta. Avea giudizio da vendere, e tanta prontezza che subito trovava i mezzi per cavarsi da un qualunque impaccio. Avea scoperto, con la sua scaltrezza, un pericoloso trabocchetto teso da un ambasciadore al re suo padre in un trattato che questi stava per firmare. Per punire la perfidia dell’ambasciadore e di chi l’avea mandato, il re mutò l’articolo del trattato, sostituendolo con le parole suggeritegli dalla figlia, e così ingannò a sua volta l’ingannatore. Un altro giorno, la giovane principessa scoprì un certo tiro che un ministro volea giocare al re, e fece in modo, con un suo consiglio, che la perfidia macchinata venisse a colpire lo stesso ministro. Più e più volte, la principessa diè prova di sagacia e finezza di spirito, tanto che per consenso di tutto il popolo, fu chiamata Finetta. Il re le voleva un gran bene, e tanto la stimava giudiziosa che se avesse avuto quell’unica figlia sarebbe partito senza un pensiero al mondo. Ma le altre due, pur troppo, lo tenevano sulle spine. Sicchè, per esser sicuro della propria famiglia come credeva esser sicuro dei sudditi, adottò le misure seguenti.
Se n’andò a trovare una Fata, della quale era amico intrinseco, e le espose schietto tutta la pena che lo tormentava.
– Non già, disse, che le due figliuole più grandi abbiano mai mancato al loro dovere; ma son così grulle, imprudenti, disoccupate, da farmi temere che, durante la mia assenza, non s’abbiano a cacciare in qualche ginepraio col pretesto di svagarsi. Quanto a Finetta, non ci penso nemmeno; ma, per non far parzialità, la tratterò come le altre. Epperò, mia buona Fata, io vi prego di farmi per queste ragazze tre conocchie di vetro, così congegnate che si rompano di botto non appena chi le possiede abbia commesso qualche cosa di men che onorevole.
La Fata che era abilissima diè al principe tre conocchie incantate e lavorate con ogni cura per il disegno da lui ideato. Ma di ciò non contento, egli menò le tre principesse in un’alta torre, fabbricata in un posto deserto. In quella torre doveano rimanere tutto il tempo della sua assenza, con assoluto divieto di ricevere chiunque si fosse. Tolse loro ogni sorta di servi dell’uno e dell’altro sesso; e dopo averle fornite delle conocchie incantate di cui spiegò loro le qualità, abbracciò le figlie, chiuse le porte della torre, ne prese con sè le chiavi e partì.
Si penserà forse che le principesse corressero pericolo di morir di fame. Niente affatto. A una finestra della torre una carrucola era stata attaccata con una corda cui le prigioniere sospendevano un cestino. Nel cestino mettevasi la provvista del giorno, e dopo tiratolo su anche la corda era deposta in camera.
La Sciattona e la Ciarliera menavano nella torre una vita disperata; si annoiavano a morte; ma bisognava aver pazienza, per dato e fatto della conocchia che alla minima mancanza sarebbe andata in frantumi.
Quanto a Finetta non si annoiava: il fuso, l’ago, gli strumenti, bastavano a svagarla; senza dire che, per ordine del ministro che governava lo Stato, si metteva ogni giorno nel cestino delle principesse una lettera che le informava di quanto accadeva fuori e dentro del regno. Così il re avea voluto, e il ministro eseguiva gli ordini appuntino. Finetta leggeva con avidità tutte quelle notizie e ci trovava gusto. Non così le sorelle, tanto erano afflitte da non potersi divertire a codeste inezie; avessero almeno avuto delle carte per ammazzare il tempo durante l’assenza del padre!
Passavano così tristamente i giorni, mormorando contro il destino; e forse ebbero anche a dire che meglio è nascer felici che figlio di re. Spesso si mettevano alla finestra della torre, per vedere almeno quel che accadeva in campagna. Un giorno, mentre Finetta era occupata in camera a qualche bel lavoro, le sorelle videro a piè della torre una povera donna cenciosa, che si lamentava della sua miseria e le pregava a mani giunte di lasciarla entrare. Era, diceva, una infelice forestiera che sapeva mille e mille cose e che avrebbe loro reso ogni sorta di servigio. Sulle prime, pensarono le principesse all’ordine dato dal re di non lasciare entrare anima viva nella torre; ma la Sciattona era così stanca di servirsi da sè, e la Ciarliera così annoiata di poter solo discorrere con le sorelle, che l’una per farsi pettinare, l’altra per chiacchierare, si decisero entrambe a far entrare la vecchia.
– Credi tu, disse la Ciarliera alla sorella, che il divieto del re comprenda anche una infelice come questa? Per me, mi pare che nulla ci sia di male a riceverla.
– Fa come vuoi, rispose la Sciattona.
La Ciarliera non se lo fece dir due volte, calò il cestino, fece cenno alla vecchia di entrarvi, e le due sorelle la tirarono su con la carrucola.
Quando la videro da vicino, furono disgustate dalla sudiceria dei suoi vestiti, e voleano subito dargliene degli altri; ma la vecchia rispose che se ne sarebbe parlato il giorno appresso, e che pel momento non volea che servirle. Mentre così parlava, apparve Finetta e molto stupì di veder quella intrusa; le sorelle le spiegarono perchè l’aveano fatta entrare; e Finetta, visto che non c’era più rimedio, dissimulò il dispiacere che quella imprudenza le cagionava.
La nuova cameriera girava intanto e rigirava per la torre, col pretesto di voler servire le principesse, ma in realtà per osservare la disposizione delle camere; poichè la pretesa mendicante era altrettanto pericolosa nel castello quanto il conte Ory nel convento dove s’insinuò travestito da badessa fuggitiva. In due parole, la vecchia cenciosa era il figlio di un gran re, vicino del padre delle principesse. Questo principe, malizioso quanto mai, governava a suo talento il re suo padre, il quale aveva un carattere così dolce ed agevole, che lo si chiamava per soprannome Molto-Benigno. Il principe invece che agiva sempre per artifizi e stratagemmi, era detto dal popolo il Furbo.
Aveva egli un fratello minore così ricco di virtù per quanto egli era ricco di vizi, eppure, a malgrado dell’indole diversa, regnava tra i due fratelli un così perfetto accordo che tutti ne stupivano. Oltre le doti dell’anima, il principe più giovane aveva un così bello aspetto che gli si era dato il nome di Belvedere. Era il principe Furbo che aveva inspirato all’ambasciadore del re suo padre quel tiro di malafede che poi l’accortezza di Finetta avea ritorto a loro danno. Da ciò era cresciuto l’odio che Furbo già nudriva per il padre delle principesse. Epperò, quando a lui giunse notizia delle precauzioni prese a riguardo delle tre ragazze, una voglia maligna lo prese d’ingannar la prudenza d’un padre così sospettoso. Trovato un qualunque pretesto, Furbo ottenne il permesso di mettersi in viaggio, ed escogitò i mezzi per insinuarsi nella torre.
Esaminando il castello, vide il principe che era facile alle principesse farsi udire da chi passava di fuori, e ne concluse che gli conveniva conservare il travestimento durante tutto il giorno, per evitare che quelle chiamassero gente e lo facessero punire per la temeraria impresa. Seguitò dunque a fingersi mendicante; ma la sera, dopo che le tre sorelle ebbero cenato, gettò via i cenci e si mostrò in tutto lo splendore degli abiti di cavaliere, ricamati d’oro e di gemme. Le povere principesse, atterrite a quella vista, scapparono più che di corsa. Finetta e la Ciarliera, più svelte, ripararono subito alle camere loro; ma la Sciattona, che a fatica metteva il passo, fu subito raggiunta dal principe.
Gettatosi ai piedi di lei, questi le dichiarò l’esser suo, dicendole che la fama di bellezza da lei goduta e i ritratti l’avevano spinto a lasciare una corte deliziosa per offrirle i suoi voti e la sua fede. Smarrita sulle prime, la Sciattona non trovò parole da rispondere al principe genuflesso: ma noi. incalzata dalle calde proteste e dalla preghiera di divenir subito sua sposa, nè avendo la voglia o la forza di discutere, disse senza pensarci sopra che credeva alla sincerità di quelle dichiarazioni e le accettava. Queste, e non altre furono le formalità da lei osservate per conchiudere le nozze; ma, in compenso, la conocchia fu perduta e si ruppe in mille frantumi.
Finetta intanto e la Ciarliera, chiuse ciascuna in camera sua, stavano sulle spine. Le due camere erano lontane l’una dall’altra; epperò, ignorando la sorte delle sorelle, le povere principesse passarono la notte senza chiuder occhio. Il giorno appresso, il maligno principe menò la Sciattona in un appartamento a terreno in fondo al giardino. La principessa non celò a Furbo di essere molto inquieta per le sorelle, benchè non osasse mostrarsi a loro per paura di esserne rimproverata. Il principe la rassicurò, dicendole che avrebbe ottenuto il loro consenso alle nozze; e dopo pochi altri discorsi, uscì, chiuse a chiave la Sciattona, senza ch’ella se n’avvedesse, e se n’andò alla ricerca delle altre due sorelle.
Stette un bel pezzo prima di trovar le camere dove stavano rinchiuse. Ma poichè la Ciarliera, sempre smaniosa di parlare, si lamentava da sola a sola della sorta toccatale, il principe si accostò all’uscio della camera e la vide dal buco della serratura. Come già avea fatto con la sorella, Furbo le disse attraverso la porta di essersi insinuato nella torre per offrir proprio a lei il cuore e la fede di sposo.
Esaltò la bellezza e lo spirito della Ciarliera; e costei, che era persuasissima dei propri meriti, ebbe la balordaggine di aggiustar fede alle parole del principe e rispose di dentro con un torrente di amabili parole. E dire che era abbattuta e che non avea nemmeno preso un boccone! In camera non avea provviste, tanto le pesava perfino il pensarvi; se di qualche cosa abbisognava, ricorreva a Finetta; e questa cara principessa, sempre laboriosa e preveggente, avea sempre in camera un’infinità di paste, marzapani, confetture secche e liquide fatte con le proprie mani. La Ciarliera dunque, stretta dalla fame e dalle tenere proteste del principe, aprì la porta al seduttore, il quale seguitò abilmente a recitar la sua parte.
Usciti insieme dalla camera, se n’andarono in cucina, dove trovarono ogni sorta di rinfreschi; perchè la cesta ne forniva sempre con anticipazione. Sulle prime, la Ciarliera era in pensiero per le sorelle; ma poi si figurò, chi sa come e perchè, che fossero tutt’e due nella camera di Finetta, dove di nulla mancavano. Furbo si sforzò, di confermarla in questa idea, assicurandola che la sera stessa sarebbero andati a trovarle. La Ciarliera non fu dello stesso parere, e rispose che bisognava cercarle subito dopo aver mangiato.
Finalmente, il principe e la principessa mangiarono insieme e d’accordo. Dopo di che, Furbo domandò di visitare il bell’appartamento del castello, e data la mano alla sua compagna, vi fu da lei condotto. Riprese qui a parlarle del suo amore e della felicità delle nozze. Le disse, come già alla Sciattona, che bisognava sposar subito, per evitare che le sorelle vi si opponessero, allegando che un così gran principe era miglior partito per la sorella maggiore. La Ciarliera, dopo molti discorsi che non avean senso, fu così stravagante come la sorella era stata: accettò il principe in isposo, e della conocchia non si ricordò che dopo averla vista rotta in cento pezzi.
Verso sera, la Ciarliera tornò in camera sua col principe, e fu allora che, per prima cosa, vide la conocchia di vetro in frantumi. Si turbò a quella vista, e il principe le domandò che cosa avesse. Incapace di tacere, smaniosa di chiacchierare, la Ciarliera svelò a Furbo il mistero delle conocchie; e il principe malvagio gongolò di gioia, pensando che il padre della principessa avrebbe avuto la prova della mala condotta delle figlie.
La Ciarliera intanto non avea più voglia di cercar le sorelle; temeva i loro rimproveri; ma il principe si offrì di andar lui invece e di persuaderle ad approvar le nozze. Dopo questa assicurazione, la principessa, che tutta notte non avea chiuso occhio, si addormentò; e Furbo profittando di quel sonno, la chiuse a chiave come aveva fatto con la Sciattona.
Chiusa che l’ebbe, andò per tutte le camere del castello, e trovandole tutte aperte, ne arguì che l’unica chiusa era quella dove Finetta erasi ritirata. Avendo preparata una arringa circolare, se n’andò a spifferare davanti alla camera di Finetta le stesse fandonie dette alle sorelle. Ma la principessa, più giudiziosa delle altre due, lo ascoltò a lungo senza rispondere. Finalmente, vistasi scoperta, gli disse che se davvero nudriva per lei tanto calore di affetto, scendesse in giardino, e che ella gli avrebbe parlato dalla finestra.
Furbo non accettò la proposta; e poichè la principessa si ostinava a non aprire, egli, preso un tronco nocchieruto, sfondò la porta. Trovò Finetta armata d’un grosso martello che per caso era stato lasciato in una guardaroba attigua alla camera. L’emozione la facea divampare; e per furibondi che fossero gli occhi, le conferivano una straordinaria bellezza. Furbo tentò di gettarlesi ai piedi, ma ella, tirandosi indietro, gli disse altera:
– Se vi accostate, principe, vi spacco la testa con questo martello.
– Come, bella principessa! esclamò Furbo ipocritamente, l’amore che vi si porta è meritevole di tanta vendetta?
Tornò a protestarle, trascinandosi per la camera, l’amore ardente inspiratogli dalla fama di tanta bellezza e di tanto spirito. Soggiunse di essersi travestito proprio per venirle ad offrire il cuore e la mano, e domandò perdono, in grazia della passione, di averle sfondato la porta. Conchiuse che, nell’interesse di lei, bisognava sposar subito. Disse ancora di non sapere dove le sorelle eransi ritirate, non avendole nemmeno cercate, tanto di lei era infatuato. L’accorta principessa, fingendo di rabbonirsi, gli disse che bisognava cercar le sorelle, e che poi tutti insieme si sarebbe preso un partito; ma Furbo allegò di non poter cercare le principesse, finchè ella non avesse consentito alle nozze, poichè certo le sorelle vi si sarebbero opposte, accampando la primogenitura.
Finetta, già sospettosa delle proteste del principe, pensò tremando alla sorte delle sorelle, e risolvette vendicarle con lo stesso colpo che le farebbe evitare una disgrazia simile a quella che avea colpito loro. Disse dunque a Furbo che consentiva a sposarlo, ma che era persuasa esser sempre infelici i matrimoni fatti di sera. Rimandasse dunque la cerimonia nuziale al giorno appresso; assicurò che non avrebbe avvertito le principesse, e pregò di rimaner sola un momento per pensare al cielo; che lo menerebbe poi in una camera dove troverebbe un letto eccellente, e che poi, fino al mattino, sarebbe tornata a chiudersi in camera propria.
Furbo, che non era mica un prode e che vedeva Finetta scherzar col martello come avrebbe fatto d’una penna, consentì alla proposta e si ritirò. Vistolo partito, Finetta corse a far un letto sulla buca d’una fogna che era in una camera del castello. La camera era pulita come le altre; ma nella buca si soleva gettare tutte le spazzature del castello. Due bastoni incrociati pose Finetta sulla buca, ma molto deboli, poi vi fece sopra un letto, e se ne tornò in camera.
Il principe, senza spogliarsi, si gettò sul letto. Il peso del corpo fece spezzare i bastoni, ed egli precipitò in fondo alla fogna, senza poter afferrarsi, facendosi venti bolle alla testa e fracassandosi le costole. La caduta fece un fracasso del diavolo, e poichè non era lontano dalla camera di Finetta, questa capì subito che lo stratagemma era riuscito e ne risentì una gioia che le fu di vero sollievo. Impossibile dire il piacere da lei provato a sentirlo sguazzar nella fogna. Il castigo era meritato, e la principessa aveva ragione di rallegrarsene. Ma non per questo dimenticava le sorelle. Prima sua cura fu di cercarle. Le fu agevole trovar la Ciarliera. La chiave era di fuori nella serratura. Finetta aprì, entrò di furia, svegliò la sorella, la quale restò confusa e smarrita. Finetta le narrò il come erasi sbarazzata del principe Furbo, venuto per oltraggiarle. La Ciarliera sbigottì, come colpita dalla folgore. Per ciarliera che fosse, avea bonariamente creduto a tutte le fandonie spifferatele dal principe. Ce n’è sempre al mondo di queste balorde.
Soffocando il dolore, la Ciarliera se n’andò con Finetta a cercar la Sciattona. Gira di qua, gira di là, la scovarono finalmente nel quartierino a terreno. Era più morta che viva dal dispiacere e dalla fiacchezza, perchè da ventiquattr’ore non prendeva cibo. Le sorelle le apprestarono ogni soccorso; dopo di che, entrarono in certe spiegazioni che straziarono a morte la Sciattona e la Ciarliera; poi tutte e tre se n’andarono a letto.
Furbo intanto passò assai male la notte, nè si trovò meglio a giorno chiaro. Era precipitato in certe caverne orrende, dove la luce non penetrava mai. Pure, dalli e dalli, trovò l’uscita della fogna che dava sopra un fiume assai lontano dal castello. Riuscì a farsi udire da certi pescatori, e da costoro fu tratto fuori in uno stato compassionevole. Si fece trasportare in corte del padre, per curarsi a comodo; e la disgrazia toccatagli gli mise addosso tant’odio contro Finetta, che pensò meno a guarire che a vendicarsi.
Finetta passava delle ore assai tristi; più della vita le stava a cuore la gloria, e la vergognosa debolezza delle sorelle la metteva in una disperazione invincibile. Pure la cattiva salute delle due sorelle, effetto dell’indegno matrimonio, mise ancora alla prova la costanza di Finetta. Furbo, dopo il guaio capitatogli, divenne più furbo che mai. La fogna e le ammaccature non gli davano tanto cruccio quanto l’aver trovato chi era più astuto di lui. Presentì le conseguenze dei due matrimoni; e per tentare le due principesse inferme, fece portare sotto le loro finestre certi cassoni con entro tanti alberi carichi di frutti. La Sciattona e la Ciarliera, sempre spenzolate alle finestre, li videro; e tanta voglia ebbero di assaggiarli, che costrinsero Finetta a scendere nella cesta per coglierli. Finetta, sempre compiacente, si lasciò calare, portò i frutti e le sorelle se li mangiarono con avidità.
Il giorno appresso, altri frutti apparvero. Da capo la voglia, da capo la compiacenza di Finetta; ma gli sgherri di Furbo nascosti, cui la prima volta era fallito il colpo, si scagliarono su Finetta e la portaron via sotto gli occhi delle sorelle che si strappavano disperate i capelli.
Fu trasportata Finetta in una casa di campagna, dov’era il principe convalescente. Furibondo contro la principessa, questi la caricò d’ingiurie, cui ella rispose con una fermezza e una magnanimità da quella eroina che era. Finalmente, dopo tenutala prigione alquanti giorni, ei la fece trascinare in cima a un’alta montagna, dove egli stesso arrivò poco dopo, e le annunziò che una morte terribile l’aspettava perchè scontasse i brutti tiri che gli avea giocato. Così dicendo, mostrò a Finetta una botte irta all’interno di temperini, rasoi, uncini, e le dichiarò che per punirla come si meritava l’avrebbero prima ficcata in quella botte e poi rotolata dall’alto al basso della montagna.
Benchè non Romana, Finetta non fu atterrita dal supplizio imminente, più che Regolo non fosse stato. Serbò tutta la sua fermezza e la presenza di spirito. Furbo, invece di ammirare l’eroismo di lei, ne fu più che mai inviperito e pensò ad affrettare il supplizio. Si chinò verso l’orifizio della botte, per assicurarsi se questa fosse ben fornita delle armi omicide. Finetta, vistolo così intento a guardare, non perdette tempo; con un urto lo spinse dentro, e fece subito rotolar la botte giù per la montagna, senza dar tempo al principe di fiatare. Fatto il colpo, fuggì; e gli ufficiali del principe, che avevan visto con gran dolore con quanta crudeltà voleva egli trattare la bella principessa, non si curarono di correrle dietro. D’altra parte, erano così spaventati dell’accaduto, che solo pensarono ad arrestar la botte; ma ogni sforzo fu inutile: la botte rotolò fino in fondo, e il principe ne fu tirato fuori tutto coperto di piaghe.
L’accidente di Furbo fu un colpo terribile per il re Molto-Benigno e per il principe Belvedere. In quanto al popolo, nessuno se ne curò. Furbo ne era odiato, anzi la gente stupiva che il principe più giovane, così nobile e generoso, potesse tanto amare l’indegno fratello. Ma Belvedere era di così buon indole da volere un gran bene a tutti della famiglia; e Furbo avea sempre avuto l’arte di mostrargli tanta affezione, che il principe generoso non si sarebbe mai perdonato di non corrispondergli allo stesso modo.
Belvedere ebbe dunque gran cordoglio delle ferite del fratello, e tutto mise in opera per vederlo subito guarito. Ma, checchè si facesse, nulla giovava. Le piaghe di Furbo s’inasprivano sempre più e lo facevano soffrire orribilmente.
Scampato il gran pericolo della botte, Finetta era tornata alla torre. Ma non a lungo vi stette, che nuove sventure le piombarono addosso. Le due principesse dettero alla luce un bimbo ciascuna. Finetta ne fu imbarazzatissima, ma non si smarrì; il desiderio di nascondere la vergogna delle sorelle la spinse ad affrontare altri rischi. Per riuscire nel piano escogitato, prese tutte le misure che la prudenza può suggerire; si travestì da uomo, chiuse i bimbi in due scatole, facendo a queste tanti buchi perchè quelli respirassero, prese un cavallo, vi caricò quelle ed altre scatole, e con questo bagaglio arrivò alla capitale del re Molto-Benigno.
Seppe di primo acchito che la larghezza del principe Belvedere nel compensare i rimedi apprestati al fratello, aveva attirato alla corte tutti i ciarlatani di Europa; poichè in quei tempi, c’erano molti avventurieri senza impiego, senza ingegno, che si spacciavano per portenti dotati di facoltà soprannaturali per guarire ogni sorta di mali. Costoro, unica scienza dei quali era l’impostura più sfrontata, trovavano sempre molti credenzoni. Un po’ con l’aspetto, un po’ coi nomi bizzarri che assumevano. gettavano la polvere negli occhi. Cosiffatti medici non restano mai dove son nati; e la qualità di stranieri è per loro altrettanto merito agli occhi del volgo.
L’ingegnosa principessa, bene informata di tutto ciò, assunse un nome forestiero e si chiamò Sanatio; poi fece annunziare da ogni parte che il cavalier Sanatio era arrivato con mirabili segreti per guarire ogni sorta di ferite per gravi e maligne che fossero. Subito Belvedere mandò a chiamare il preteso dottore. Finetta arrivò, fece a perfezione il medico empirico, spifferò cinque o sei parole d’arte: niente ci mancava. Il bello aspetto e i modi amabili di Belvedere la colpirono; e dopo aver con lui ragionato delle ferite del principe Furbo, disse di voler portare una bottiglia di acqua miracolosa, e che intanto lasciava lì due scatole, che contenevano unguenti di prima qualità adatti al principe ferito.
Ciò detto, il preteso dottore uscì; ma non tornava più, e molto s’impazientivano di non vederlo tornare. Finalmente, quando si stava già per mandarlo a premurare, si udirono delle grida infantili in camera di Furbo. Grande fu lo stupore in tutti, perchè di bambini non se ne vedevano. Qualcuno prestò ascolto, e così scoprirono che le grida venivano dalle scatole dell’empirico.
Erano infatti i nipotini di Finetta. La principessa gli avea fatti ben nudrire prima di portarli a palazzo; ma poichè parecchio tempo era passato, i piccini volevano altro nutrimento, epperò si dolevano. Aperte le scatole vi si trovarono con sorpresa due marmocchi bellissimi. Furbo indovinò all’istante essere questo un altro tiro di Finetta; e tanta rabbia ne prese, che le ferite s’inacerbirono e lo ridussero per davvero agli estremi.
Belvedere ne fu addoloratissimo; e Furbo, perfido fino all’ultimo, volle abusare dello affetto del fratello.
– Tu sempre m’amasti, disse, e piangi ora la mia perdita. Non ho più bisogno di altre prove di devozione, visto che muoio. Ma se davvero ti fui caro, promettimi di accordarmi il favore che ti chiederò.
Belvedere, incapace di negargli alcunchè in momenti come quelli, promise coi più terribili giuramenti che tutto avrebbe fatto.
– Ebbene, esclamò Furbo abbracciandolo; io muoio contento, poichè sarò vendicato. Unica mia preghiera è questa che tu, appena morto io, domandi la mano di Finetta. Senza dubbio, ti sarà concessa; e non sì tosto la avrai in tuo potere, conficcale un pugnale nel cuore.
A tali parole Belvedere ebbe un tremito di orrore; si pentì delle imprudenti promesse, ma non era più tempo di disdirsi, nè egli diè a vedere il suo pentimento al fratello, che poco dopo morì. Il re Molto-Benigno ne provò un vivo dolore. Quanto al popolo, tutti si rallegrarono che la morte di Furbo assicurasse la successione del regno a Belvedere, il cui merito era riconosciuto e universalmente stimato.
Finetta, tornata ancora una volta dalle sorelle, fu informata della morte di Furbo, e poco dopo ebbe l’avviso del ritorno del padre. Arrivò questi nella torre, e suo primo pensiero furono le conocchie. La Sciattona corse a prendere la conocchia di Finetta, e la mostrò al re; poi, fatta una profonda riverenza, la riportò a posto. La Ciarliera fece lo stesso; e finalmente Finetta portò la sua. Ma il re, che era sospettoso, volle veder le tre conocchie in una volta. Solo Finetta potè rispondere all’invito; e il re montò in tanta furia contro le figlie maggiori, che subito le mandò dalla Fata che gli avea fornito le conocchie, pregandola di tenerle sempre con sè e di castigarle come si meritavano.
Per cominciare, la Fata le menò in una galleria del suo castello incantato, dov’era dipinta la storia di moltissime donne, illustri per virtù e per vita laboriosa. Per mirabile fatagione, tutte le figure aveano movimento ed erano in azione da mane a sera. Si vedevano in ogni parte trofei e motti in onore di codeste donne virtuose; nè fu poca mortificazione per le due sorelle paragonare il trionfo di quelle eroine con la situazione abbietta in cui l’imprudenza aveale ridotte. Per colmo di dolore, disse gravemente la Fata che se si fossero occupate come quelle di cui vedevano i ritratti, non sarebbero piombate negli indegni traviamenti che le avean perdute; ma che l’ozio era il padre d’ogni vizio e la sorgente di tutte le loro sventure.
Soggiunse la Fata che per evitare una ricaduta e per riparare al tempo perso, bisognava occuparsi. Obbligò dunque le principesse alle fatiche più grossolane e vili; e senza riguardo per la loro carnagione, le mandò a cogliere ceci e a strappar le male erbe nei suoi giardini. La Sciattona non resse a lungo, e morì di dolore e di stanchezza. La Ciarliera, che trovò mezzo di scappar nottetempo dal castello della Fata, si ruppe la testa contro un albero e morì dalla ferita fra le mani dei contadini.
Buona com’era, Finetta si afflisse della sorte misera delle sorelle. Seppe intanto che il principe Belvedere l’avea fatta domandare in isposa e che il re suo padre avea consentito senza avvertirla: poichè fin da quel tempo l’inclinazione era l’ultima cosa che si consultasse nei matrimoni. Alla notizia, Finetta si atterrì; temeva, con ragione, che l’odio di Furbo non fosse passato nel cuore del fratello, il quale forse e senza forse meditava la vendetta. Piena di questa inquietitudine, la principessa corse dalla Fata, la quale tanto stimava lei per quanto disprezzava la Ciarliera e la Sciattona.
La Fata nulla volle svelare a Finetta. Disse solo:
– Principessa, voi siete giudiziosa e prudente; le misure adottate finora son figlie di questa verità che prudenza è madre di sicurezza. Non dimenticate l’importanza di questa massima, e riuscirete ad esser felice senza il soccorso dell’arte mia.
Non avendo potuto cavare altri chiarimenti, Finetta se ne tornò a palazzo estremamente conturbata.
Pochi giorni dopo, un ambasciadore la sposò in nome di Belvedere e la menò dallo sposo in un magnifico equipaggio. Fu accolta in gran pompa alle prime due città di frontiera, e nella terza trovò il principe Belvedere, venutole incontro per ordine del padre. Tutti stupivano in veder la tristezza del principe alla vigilia di un matrimonio tanto sospirato; il re stesso ne lo sgridava e lo avea mandato, mal suo grado, a ricever la principessa.
Vistala appena, Belvedere fu abbagliato da tanta bellezza, e gliene fece i suoi complimenti, ma con tanta confusione da far temere alle due corti che il grande amore gli avesse fatto perdere il cervello. Tutta la città rintronava di grida gioconde, di concerti, di fuochi. Finalmente, dopo una magnifica cena, gli sposi si ritirarono.
Finetta, ricordando sempre le massime della Fata, avea fatto il suo progetto. Comprata una delle donne che avea la chiave dell’appartamento destinatole, le aveva ordinato di portar là una vescica, della paglia, del sangue di montone, e le interiora di vari animali mangiati a cena. Entrata con un pretesto nel gabinetto, la principessa fece una figura di paglia e vi ficcò dentro le interiora e la vescica di sangue. Aggiustò poi in capo a quella figura una bella cuffia. Ciò fatto, raggiunse la brigata, e poco dopo principe e principessa furon condotti in camera loro. Fatti i dovuti preparativi di toletta, la dama d’onore prese i candelabri e si ritirò. Subito Finetta gettò sul letto la donna di paglia e si ritirò in un angolo.
Dopo aver sospirato due o tre volte il principe afferrò la spada e passò da parte a parte il corpo della pretesa Finetta. Sentì subito scorrere il sangue da tutte le parti e trovò la donna di paglia senza movimento.
– Che feci? esclamò Belvedere – Come! dopo tante crudeli agitazioni, dopo aver tanto esitato a serbare il giuramento a costo d’un delitto, ho tolto la vita a un’amabile principessa che ero nato per adorare! Le sue grazie mi rapirono dal primo istante che la vidi; ma non ebbi la forza di tradire un giuramento strappatomi da un fratello furibondo, avido di vendetta! Oh cielo! ed è mai possibile che si voglia punire una donna, sol perchè virtuosa? Ebbene! ecco compiuta, o fratello, la tua vendetta; ma ora mi tocca vendicar Finetta con la mia morte. Sì, bella principessa, la stessa spada…
Capì Finetta che il principe, cui la spada era sfuggita di mano, la cercava ora per trafiggersi; e subito gli gridò:
– Principe, io non son morta. Il vostro buon cuore m’ha fatto indovinare il vostro pentimento; e con un’astuzia innocente vi ho risparmiato un delitto.
E qui Finetta narrò al principe lo stratagemma della donna di paglia. Il principe, fuor di sè dalla gioia, ammirò la prudenza di lei, e le fu gratissimo di avergli impedito di commettere un orrendo misfatto. Non capiva ora come mai avesse avuto la debolezza di non vedere la nullità dei giuramenti strappatigli con un perfido artifizio.
Eppure se non fosse stata ben persuasa che prudenza è madre di sicurezza, Finetta sarebbe stata uccisa, e la sua morte avrebbe portato per conseguenza quella di Belvedere; e poi ogni sorta di ragionamenti si sarebbero fatti sulla bizzarria dei sentimenti di cotesto principe. Evviva la prudenza con la presenza di spirito! I due sposi ne furono preservati dalla sventura e consacrati alla sorte più dolce. Si amarono sempre con grande affetto, e trascorsero molti e molti giorni in una gloria e una felicità che sarebbe difficile descrivere.

Morale

Cento volte la mia balia, invece delle solite favole di animali mi ha contato questa mirabile storia. Vi si vede un principe malvagio, carico di guai, trascinato nel vizio dalla perfida indole. Vi si vede come due principesse imprudenti, che passarono i giorni in vuote mollezze e miseramente si perdettero, furono prontamente e giustamente punite. Ma, di contro al vizio punito, si vede qui la virtù trionfante e coperta di gloria. Dopo mille incidenti imprevedibili, la saggia Finetta ed il generoso Belvedere, arrivano a godere una perfetta beatitudine. Sì, queste storie fanno più colpo che non le gesta della bertuccia o del lupo, ed io, come tutti i ragazzi, mi divertivo un mondo. Ma piaceranno queste favole anche agli spiriti colti ed eletti. Si rievochino le ingenue narrazioni dei trovatori e si vedrà che non valgono meno delle fantasie di Esopo.

M.ma Lhèritier

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Charles Perrault – Cenerentola, ovvero la pianellina di vetro – Traduzione di Federigo Verdinois

C’era una volta un gentiluomo il quale in seconde nozze si pigliò una moglie che la più superba non s’era mai vista. Aveva costei due figlie che in tutto e per tutto la somigliavano. Dal canto suo, il marito aveva una ragazza, ma così dolce e buona che non si può dire: doveva queste qualità alla mamma, che era stata la più brava donna di questo mondo.
Subito dopo fatte le nozze, la madrigna diè sfogo al suo malanimo. Non potea soffrire le doti della giovanetta, che rendevano ancor più odiose le figlie sue. La incaricò dei più bassi servizi della casa: toccava a lei lavare i piatti e spazzar le scale, stropicciare l’impiantito in camera della signora e delle signorine figlie; dormiva in cima alla casa, in un granaio, sopra un misero pagliericcio, mentre alle sorelle erano assegnate camere con pavimenti intarsiati, letti di ultima moda, e specchi in cui si miravano da capo a piedi. La povera ragazza soffriva tutto con pazienza, nè osava lamentarsi col padre, perchè questi l’avrebbe sgridata, visto che dalla moglie si facea comandare a bacchetta.
Finito il suo lavoro, mettevasi accanto al camino e si sedeva nella cenere, epperò in casa la si chiamava comunemente Cucciolona; la minore delle due sorelle, non tanto sgarbata quanto l’altra, la chiamava Cenerentola. Eppure Cenerentola, infagottata com’era nei suoi cenci, era cento volte più bella delle sorelle sfarzosamente vestite.
Accadde che il figlio del Re diede un ballo, invitandovi tutte le persone di conto. Anche le nostre due signorine ebbero l’invito, perchè faceano gran figura nel paese. Eccole tutte contente e affaccendate per scegliere gli abiti e le acconciature che stessero lor meglio: novella fatica per Cenerentola, perchè doveva lei stirar la biancheria delle sorelle e pieghettarne i manichini. Non si parlava che dei vestiti da mettersi. “Io, disse la maggiore mi metterò l’abito di velluto rosso e i pizzi d’Inghilterra. – Per me, disse l’altra, non avrò che la veste solita; ma in compenso mi metterò il mantello fiorato d’oro e la collana di diamanti, che non è mica una cosa da niente”. Si mandò a chiamare la crestaia perchè aggiustasse le cuffiette a doppia gala e si comprarono dei nei dalla profumiera. A Cenerentola anche domandarono un parere, perchè la sapevano di buongusto. Cenerentola le consigliò che meglio non si poteva e si offrì perfino di pettinarle, al che le due sorelle si degnarono di accettare.
Mentre si facevano pettinare, le dicevano: “Ti piacerebbe di andare al ballo, Cenerentola? – Ahimè! signorine, voi vi burlate di me; non è cosa per me. – Hai ragione; sarebbe un gran ridere, se si vedesse al ballo una Cucciolona.”
Un’altra le avrebbe pettinate alla diavola; ma Cenerentola era buona e le pettinò a perfezione. Stettero quasi due giorni senza mangiare, tanto erano fuor di sè dalla gioia; più di dodici laccetti si spezzarono, a furia di stringere i busti per far loro la vita sottile; e tutti i momenti si miravano allo specchio.
Spuntò finalmente il giorno felice. Le due sorelle andarono, e Cenerentola le seguì con gli occhi finchè potette. Quando non le vide più, si mise a piangere. La comare che la vide tutta in lagrime, le domandò che avesse. “Vorrei… vorrei tanto…” Piangeva così forte che non potette finire. La comare, che era Fata, le disse: “Vorresti andare al ballo, non è così? – Oh, sì! sospirò Cenerentola, – Ebbene, dice l’altra, se sarai buona, ti faccio andare”. Se la menò in camera e le disse: “Va in giardino e portami una zucca.” Cenerentola subito andò a cogliere la più bella che le riuscì di trovare, e la portò alla comare, senza capire come mai quella zucca l’avrebbe fatta andare al ballo. La comare la vuotò, e quando non fu rimasta che la sola scorza, la percosse con la sua bacchetta, e la zucca fu subito mutata in una bella carrozza tutta dorata.
Andò poi a guardar nella trappola, e trovativi sei topolini ancora vivi, disse a Cenerentola di alzare un tantino il caditoio. I topolini ne uscirono ad uno ad uno; ed ella subito un colpo di bacchetta, e il topolino mutavasi di botto in un bel cavallo; in meno di niente si ebbe così un magnifico attacco di sei cavalli d’un bel grigio sorcio pomellato.
Vistala poi in pena da che cosa dovesse fare un cocchiere, disse Cenerentola: “Vado a vedere chi sa mai ci fosse qualche sorcione nella trappola grande; ne faremo un cocchiere. – Hai ragione, approvò la comare, va a vedere”. Cenerentola le portò la trappola, e c’erano infatti tre sorcioni: la Fata ne prese uno, che avea tanto di barbigi, e toccatolo appena, lo trasformò in un grosso cocchiere, che aveva un par di baffi i più belli che si sian mai visti.
Poi le disse: “Va in giardino, troverai dietro l’innaffiatoio sei lucertole, portale qui.” Avutele appena, le mutò in sei lacchè, che montarono subito dietro la carrozza coi loro abiti gallonati, e vi si tennero attaccati come se non avessero fatto altro per tutta la vita.
La Fata disse allora a Cenerentola: “Ecco fatto, adesso puoi andare al ballo: sei contenta? – Sì, ma come fo ad andarci, con questi miei cenci indosso?” La comare non fece che toccarla con la bacchetta, e nel punto stesso gli abiti cenciosi diventarono d’oro e d’argento, tempestati di pietre preziose. Le diè poi un par di pantofole di vetro, le più belle del mondo. Così adornata, Cenerentola montò in carrozza; ma la comare le raccomandò, sopra ogni cosa, di non passar mezzanotte; un momento di più che rimanesse al ballo, la carrozza sarebbe ridiventata zucca, i cavalli sarebbero tornati topolini, i lacchè lucertole e gli abiti sfoggiati più cenciosi che mai.
Promise Cenerentola alla comare di lasciare il ballo prima di mezzanotte, e partì, fuor di sè dalla contentezza. Il figlio del re, avvertito dell’arrivo d’una grande principessa, che nessuno conosceva, le corse incontro. Le porse la mano per farla smontar di carrozza, e la menò nella sala dove gl’invitati erano raccolti. Un gran silenzio si fece; cessò il ballo, tacquero i violini, tanto si era intenti a contemplare le grandi bellezze dell’incognita. Udivasi solo un confuso vocio: “Ah! com’è bella!” Anche il re, tuttochè vecchio, non si stancava di guardarla, ripetendo sommesso alla regina che da un gran pezzo non gli capitava di vedere una persona così bella ed amabile. Tutte le dame osservavano con grande attenzione l’acconciatura e gli abiti di lei, per averne il giorno appresso dei simili, dato che si trovassero così belle stoffe ed operai abbastanza bravi.
Il figlio del re la fece sedere al posto d’onore, e poi la prese per mano, invitandola a ballare; e Cenerentola ballò con tanta grazia da suscitare una sempre più viva ammirazione. Si portò poi una bellissima refezione, che il giovane principe non toccò nemmeno, tanto era occupato a contemplar la fanciulla. Questa andò a sedere accanto alle sorelle e le colmò di gentilezze, offrendo loro perfino delle arance e dei limoni datile dal principe: il che le maravigliò assai, perchè non la conoscevano.
Mentre così discorrevano, Cenerentola sentì battere le undici e tre quarti; fece subito una grande riverenza alla brigata e scappò via più che di fretta. Arrivata a casa, corse dalla comare, la ringraziò, le disse che con tanto piacere sarebbe tornata al ballo la sera appresso, perchè il figlio del re ne l’aveva pregata. Prese poi a narrarle tutto ciò che era accaduto, e in quel mentre le due sorelle bussarono alla porta. Cenerentola andò ad aprire. “Come arrivate tardi!” esclamò sbadigliando, fregandosi gli occhi e stirando le braccia come se allora allora si fosse svegliata; eppure, da che s’erano lasciate, non l’era mai venuto voglia di dormire. “Se tu fossi venuta al ballo, disse una delle sorelle, non ti saresti annoiata: ci è venuta una bella principessa, la più bella che si possa mai vedere. Mille finezze ci ha fatto; ci ha dato delle arance e dei limoni.”
Cenerentola era fuor di sè dalla gioia; domandò come si chiamasse quella principessa, ma le sorelle risposero che nessuno la conosceva, che il figlio del re non trovava più pace, e che tutto avrebbe dato per saper chi fosse. Cenerentola sorrise e disse: “Era proprio bella assai? Beate voi! Oh, se potessi anch’io vederla… Sentite, signorina Javotte, prestatemi l’abito giallo che voi indossate tutti i giorni. – Davvero! esclamò la signorina Javotte; prestare il mio bell’abito a una sudicia Cucciolona come te! Fossi matta!” Cenerentola si aspettava questo rifiuto, e ne fu contentissima, perchè si sarebbe trovata molto imbarazzata se la sorella avesse consentito a prestarle il vestito.
La sera appresso, le due sorelle andarono al ballo, e Cenerentola pure, ma molto più ornata dell’altra volta. Il figlio del re le stette sempre a fianco, susurrandole ogni sorta di galanterie; la fanciulla non s’annoiava e dimenticò quel che la comare le aveva raccomandato; sicchè sentì sonare il primo colpo di mezzanotte, quando si figurava che non fossero ancora le undici. Si alzò e scappò via leggiera come una cerva; il principe le corse dietro, ma non riuscì a raggiungerla. Nella fuga, una pantofola di vetro le cadde, e il principe la raccolse con gran cura. Tornò a casa Cenerentola affannando, senza carrozza, senza lacchè, e con indosso le sue vesti cenciose: di tutta la sua magnificenza non avanzava che una pantofolina, la compagna di quella cadutale dal piede. Fu domandato alle guardie di palazzo se avessero visto uscire una principessa; dissero di aver visto uscire solo una ragazza assai mal vestita, che sembrava più che altro una contadina.
Quando le sorelle tornarono dal ballo, Cenerentola domandò loro se si fossero divertite anche stavolta, e se la bella signora c’era stata; risposero di sì, ma che se n’era scappata al tocco di mezzanotte, e con tanta furia da lasciarsi cadere una delle sue pantofoline di vetro, la più bella del mondo; che il figlio del re l’avea raccolta, che per tutto il resto del ballo non avea fatto che guardarla, e che certamente era innamorato pazzo della bella creatura a cui la pantoffolina apparteneva.
Ed era proprio vero; perchè, pochi giorni dopo, il figlio del re fece bandire a suon di tromba ch’egli avrebbe sposato colei al cui piede quella pantofola fosse di misura. Si cominciò prima a provarla alle principesse, poi alle duchesse, poi a tutta la corte, ma inutilmente. La si portò dalle due sorelle, che fecero tutto il possibile per farvi entrare il piede, ma non vi riuscirono. Cenerentola, che le guardava e avea riconosciuto la sua pantofola, disse ridendo: “Vediamo un po’ se mi va a me!” Le sorelle si misero a ridere e a motteggiarla. Il gentiluomo, incaricato di provar la pantofola, guardò fiso a Cenerentola, e avendola trovata assai bella, disse che la cosa era giusta e ch’egli aveva ordine di provarla a tutte le ragazze. Fatta sedere Cenerentola e accostatale la pantofola al piedino, vide che la si calzava senza fatica e vi si adattava come se fosse di cera. Grande fu lo stupore delle due sorelle, ma anche maggiore, quando videro che Cenerentola cavava di tasca la pantofolina compagna e se la calzava. Arrivò a questo punto la comare, e con un colpo di bacchetta fece diventare gli abiti di Cenerentola ancor più sfarzosi di tutti gli altri.
Allora le due sorelle riconobbero in lei la bella principessa del ballo. Le si gettarono ai piedi, e le domandarono perdono di tutti i mali trattamenti che le avean fatto soffrire. Cenerentola le fece alzare, le abbracciò perdonò loro di tutto cuore, e le pregò di volerla sempre bene. Tutta adorna com’era, la si condusse dal giovane principe, questi la trovò più bella che mai, e pochi giorni dopo la sposò. Cenerentola che era non meno buona che bella, fece alloggiare le due sorelle a palazzo reale, e le maritò, lo stesso giorno, a due gran signori della Corte.

Morale

La bellezza è per la donna un gran tesoro, nè mai ci si stanca di ammirarla; ma assai più vale la buona grazia. Questa diè a Cenerentola la comare, educandola, istruendola fino a farne una regina. Questo dono, o belle, ha più potere di una ricca acconciatura per avvincere un cuore e farlo proprio. La buona grazia è il vero dono delle Fate; senza di essa, nulla si può; con essa, tutto.

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Charles Perrault – Cappuccetto rosso – Traduzione di Federigo Verdinois

C’era una volta una bambina di villaggio, la più carina che si potesse vedere; la mamma ne farneticava, e la nonna anche più. Questa buona donna le fece fare un cappuccetto rosso così aggraziato ed acconcio, che dapertutto la si chiamava Cappuccetto rosso.
Un giorno, dopo aver fatto e cotto certe ciambelle, la mamma le disse: “Va a vedere come sta la nonna, perchè m’han detto che è ammalata. Portale una ciambella e questo barattolino di burro.” Cappuccetto rosso partì subito per andar dalla nonna, che abitava in un altro villaggio. Traversando un bosco, s’imbattè in compare Lupo, e questi fu preso da una gran voglia di mangiarsela, ma non osò, a motivo di certi taglialegna che trovavansi non lontano. Le domandò dove andasse. La povera bambina, che non sapeva esser pericoloso fermarsi per dar retta ad un Lupo, gli rispose: “Vado dalla nonna e le porto una ciambella con un barattolino di burro, mandatole dalla mamma. – Abita lontano? s’informò il Lupo. – Oh, sì, disse Cappuccetto rosso; di là da quel mulino, laggiù, laggiù, nella prima casa del villaggio. – Ebbene, disse il Lupo, voglio anch’io venirla a vedere; io piglio di qua, e tu di là: vediamo chi arriva prima.”
Il Lupo si diè a correre alla disperata per la via più corta, e la bambina se n’andò per la via più lunga, divertendosi a coglier nocciuole, a rincorrere le farfalle, a far mazzolini di fiori.
Il Lupo non ci mise gran che ad arrivare a casa della nonna. Bussa: toc, toc. – “Chi è? – La piccina vostra, Cappuccetto rosso, dice il Lupo contraffacendo la voce, che vi porta da parte della mamma una ciambella e un barattolino di burro.” La buona nonna, che era a letto, perchè un po’ indisposta, gridò: “Tira il cavicchio, il rocchetto scorrerà.” Il Lupo tirò il cavicchio, e la porta si aprì. Si scagliò sulla buona donna, e ne fece un boccone; perchè eran più di tre giorni che non mangiava. Chiuse poi la porta, e andò a coricarsi nel letto della nonna, aspettando Cappuccetto rosso. Poco dopo arrivò Cappuccetto: toc, toc. – “Chi è?” Cappuccetto rosso, che udì la voce grossa del Lupo, ebbe paura a bella prima, ma figurandosi che la nonna fosse infreddata, rispose: “La piccina vostra, Cappuccetto rosso, che vi porta da parte della mamma una ciambella e un barattolino di burro.” Il Lupo le gridò, addolcendo un po’ la voce – “Tira il cavicchio, il rocchetto scorrerà.” Cappuccetto rosso tirò il cavicchio, e la porta s’aprì.
Vedendola entrare, il Lupo le disse nascondendosi sotto la coperta: “Posa la ciambella e il barattolino di burro sulla legna e vieni a coricarti con me.” Cappuccetto rosso si spoglia, ed entra nel letto, dove fu molto sorpresa di veder com’era fatta la nonna svestita. “Nonna, le disse, che lunghe braccia che avete! – Gli è per meglio abbracciarti, figliuola mia! – Nonna, che grosse gambe che avete! – Gli è per correr meglio, bambina mia! – Nonna, che orecchie lunghe che avete! – Gli è per sentir meglio, piccina mia! – Nonna, che occhioni che avete! – Gli è per meglio vederti, bambina mia! – Nonna, che denti lunghi che avete! – Gli è per mangiarti! – E così dicendo, il Lupo cattivo si avventò a Cappuccetto rosso e ne fece un boccone.

Morale

Si vede qui che i bambini, e soprattutto le bambine ben fatte e aggraziate, fanno male a dar retta a ogni sorta di gente, e che non è mica strano di vederne tante mangiate dal Lupo. Dico il Lupo; perchè non tutti i Lupi son compagni; ce n’è dei furbi, tutti miele e carezze, i quali vanno dietro le ragazze fin nelle case, fino alle cortine del letto. Ma ahimè! chi non sa che questi lupi melliflui sono i più pericolosi di tutti i lupi!

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Charles Perrault – Pollicino – Traduzione di Federigo Verdinois

C’era una volta uno spaccalegna e una spaccalegna, che avevano sette bimbi, tutti maschietti. Il maggiore avea solo dieci anni e il più piccolo sette. Come mai, direte, tanti figli in così poco tempo? Gli è che la moglie andava di buon passo e non ne faceva meno di due alla volta.
Era poverissima, e i sette bimbi gl’incomodavano assai, visto che nessuno di essi era in grado di buscarsi da vivere. Per giunta di cordoglio, il più piccino era molto delicato e non apriva mai bocca, sicchè si scambiava per grulleria quello che era un segno di bontà di cuore. Era piccolissimo, e quando venne al mondo non era mica più grosso del pollice, ed è però che lo chiamarono Pollicino.
Questo povero bimbo era il bersaglio della casa, e sempre a lui si dava il torto. Era però il più sennato e fine di tutti i fratelli, e se poco parlava, ascoltava molto.
Venne una gran brutta annata, e tanta fu la carestia, che quella povera gente decise di sbarazzarsi dei piccini. Una sera che questi erano a letto, lo spaccalegna disse tutto afflitto alla moglie, seduta con lui davanti al fuoco: “Tu vedi che non possiamo più dar da mangiare ai piccini; vedermeli morir di fame sotto gli occhi non mi dà l’animo, e ho deciso di menarli domani al bosco perchè vi si sperdano. La cosa sarà facile; quando li vedremo occupati a far fascinotti, tu ed io ce la svigneremo. – Ah! esclamò la moglie, e avrai proprio cuore di far smarrir i figli tuoi?” Aveva un bel parlare di miseria il marito, la poveretta non si faceva capace; era povera sì, ma era la loro mamma.
Se non che, considerando quanto avrebbe sofferto a vederli morir di fame, finì per acconsentire e se ne andò a letto, piangendo.
Pollicino aveva intanto udito ogni cosa, perchè essendosi accorto che discorrevano di affari, era sgusciato fuori dal suo letticciuolo e s’era insinuato sotto lo sgabello del padre. Andò subito a ricoricarsi, nè chiuse più occhio, pensando a quel che avesse da fare. Si alzò di buon mattino e se n’andò sulle rive d’un ruscello, dove s’empì le tasche di pietruzze bianche, e poi se ne tornò a casa. Si misero in cammino, e Pollicino non disse niente ai fratelli di quanto sapeva.
Entrarono in un bosco foltissimo, dove a dieci passi di distanza non si vedevano l’un l’altro. Il padre si mise a spaccar legna, e i piccini a raccoglier frasche per farne fascinotti. Vedendoli così occupati, il babbo e la mamma si allontanarono a poco a poco e poi, per una straducola di traverso, via di corsa.
Quando si videro soli, i bambini si dettero a gridare e a piangere il più che potevano. Pollicino li lasciava gridare, ben sapendo per che via ritornare a casa; poichè cammin facendo, avea lasciato cader per terra le pietruzze portate in saccoccia. “Non abbiate paura, disse, fratelli miei; il babbo e la mamma ci han lasciati qui, ma io vi ricondurrò fino a casa: seguitemi.”
Lo seguirono, e per lo stesso cammino, guidati da lui, traversarono il bosco e tornarono a casa. A bella prima, non osarono entrare, ma si fermarono davanti alla porta, per sentire quel che la mamma e il babbo dicevano.
Arrivati a casa dal bosco, lo spaccalegna e la moglie ricevettero dieci scudi, che da un pezzo doveano riscuotere dal signore del villaggio e sui quali non contavano più. Si sentirono rinascere, tanta era la fame che li tormentava. Il marito mandò subito la moglie dal beccaio. E poichè da molto tempo si stava digiuni, la donna comprò tanta carne che poteva bastar per sei persone non che per due. Saziati che furono, disse la poveretta: “Ahimè, dove saranno ora quei poveri piccini! Che festa farebbero di questi avanzi. Colpa tua, Guglielmo, che volesti perderli; io te lo dissi che ci saremmo pentiti. Che faranno ora nel bosco? O Dio! chi sa che i lupi non gli abbiano mangiati! Sei proprio cattivo tu di aver così perduto i figli tuoi!” Lo spaccalegna, dalli e dalli, gli scappò la pazienza, e minacciò di batterla, se non si stava zitta. Non già che non fosse più addolorato di lei; ma la moglie ciarliera gli rompeva la testa ripetendogli che l’avea detto, ed egli era come tanti altri, cui piacciono le donne che dicono bene, ma che non possono soffrire quelle che hanno sempre ben detto.
La moglie si struggeva sempre in lagrime e badava a ripetere: “Ahimè! dove saranno i miei figli, i miei poveri figli!” E così forte disse queste parole, che i piccini gridarono di fuori: “Siamo qui! siamo qui!” Subito corse ad aprir la porta ed esclamò abbracciandoli: “Come son contenta di rivedervi, anime mie! Dovete essere stanchi ed affamati; e tu, Pietruccio, come sei inzaccherato! Vien qui, che ti lavi”.
Pietruccio era il maggiore dei figli, il beniamino suo, perchè era rosso di capelli come lei!
Si misero a tavola, e mangiarono con una fame che facea piacere al babbo e alla mamma, ai quali raccontarono la paura che aveano avuto nel bosco, parlando quasi sempre a coro. La contentezza dei genitori fu grande, ma durò solo fino a che durarono i dieci scudi; finiti questi, ricaddero i poveretti nella disperazione di prima, e da capo decisero di perdere i figli, portandoli, per non mancare il colpo, molto più lontano della prima volta.
Per segreto che fosse il complotto, Pollicino ne afferrò qualche parola, e subito contò di cavarsi d’impaccio come la prima volta; ma, benchè si alzasse di buon mattino per raccoglier pietruzze, non riuscì nell’intento, perchè trovò chiusa a doppia mandata la porta di casa. Non sapea che fare, quando, avendo la mamma dato a ciascuno un pezzo di pane per la colazione, ei pensò di servirsi del pane invece che delle pietruzze, sbricciolandone la mollica lungo la strada che avrebbero fatto; epperò se la cacciò bene in saccoccia.
Il babbo e la mamma li menarono nel punto più fitto e scuro del bosco, e poi, infilata una scorciatoia, li piantarono soli. Pollicino non se n’afflisse gran che, credendo di poter ritrovare la via di casa per mezzo del pane sbricciolato cammin facendo; ma fu molto sorpreso, quando non riuscì a trovarne nemmeno una briciola: gli uccelli erano venuti e aveano mangiato ogni cosa.
Figurarsi la loro afflizione! Più camminavano, più si sperdevano e si sprofondavano nel bosco. Venne la notte, e un gran vento si levò, che faceva loro una paura terribile. Da tutte le parti parea loro di sentire gli urli dei lupi che venivano per mangiarli. Non osavano quasi parlare nè voltar la testa. Sopravvenne un acquazzone, che li bagnò fino all’osso; sdrucciolavano ad ogni passo, ruzzolavano nella mota e si rialzavano tutti inzaccherati, non sapendo che fare delle loro mani.
Pollicino si arrampicò in cima ad un albero, per vedere se gli riuscisse di scoprir qualche cosa; voltò la testa di qua e di là, e scorse alla fine un piccolo chiarore come d’una candela, ma lontano assai, di là dal bosco. Discese dall’albero, e quando fu a terra non vide più niente, purtroppo. Nondimeno, dopo aver camminato ancora, un po’ coi fratelli verso la parte del chiarore, lo rivide uscendo dal bosco.
Arrivarono finalmente alla casa dov’era la candela, non senza molta paura; perchè spesso la perdevano di vista, quando scendevano in qualche sentiero più basso. Bussarono alla porta. Una buona donna venne ad aprire, e domandò che cosa volessero. Rispose Pollicino che erano dei poveri bambini sperdutisi nel bosco, e che domandavano per carità un posticino per dormire. La donna, vedendoli tutti così bellini, si mise a piangere. “Ahimè! disse, poveri piccini, dove siete capitati! Sapete voi che questa è la casa d’un Orco, che si mangia i bimbi? – Ahimè! signora, rispose Pollicino, che tremava tutto come i fratelli, e che faremo noi? Se non ci date ricovero, non può mancare che stanotte stessa non ci mangino vivi i lupi del bosco. Se così dev’essere, meglio è che ci mangi il signor Orco; può anche darsi che abbia pietà di noi, se voi vi compiacerete di pregarlo”.
La moglie dell’Orco, credendo di poterli nascondere al marito fino alla mattina, li lasciò entrare e li fece scaldare davanti a un bel fuoco; perchè c’era un montone intiero allo spiedo per la cena dell’Orco.
Cominciarono a scaldarsi, quando udirono tre o quattro colpi bussati forte alla porta: era l’Orco che tornava. Subito la donna li fece nascondere sotto il letto, e corse ad aprire. L’Orco domandò prima se la cena era pronta e se il vino era spillato, e senz’altro si mise a tavola. Il montone era ancora sanguinolento, ma egli lo trovò squisito. Fiutava intanto a dritta e a sinistra, dicendo che sentiva odore di carne fresca. “Dev’essere, disse la moglie, quel vitello, che or ora ho apparecchiato per cucinarlo domani. – Io sento la carne fresca, ti ripeto, riprese l’Orco guardando di sbieco alla moglie. Gatta ci cova! E così dicendo, si alzò dalla tavola e andò diritto al letto.
“Ah! esclamò, ecco come mi vuoi infinocchiare, strega maledetta! Non so chi mi tenga dal mangiar te per la prima. Fortuna per te che sei una bestia vecchia. Ecco della caccia che mi arriva a proposito per trattare tre Orchi amici miei, che verranno fra giorni a farmi visita”.
Li tirò uno dopo l’altro di sotto al letto. I poveri piccini si gettarono in ginocchio, domandando pietà: ma pur troppo avean da fare col più feroce di tutti gli Orchi, il quale, non che impietosirsi, li divorava già con gli occhi, e diceva alla moglie che sarebbero stati con una buona salsa manipolata da lei altrettanti bocconi appetitosi.
Andò a prendere un coltellaccio, e avvicinandosi ai bimbi, lo andava affilando sopra una lunga pietra che teneva nella mano sinistra. Ne avea già agguantato uno, quando la moglie gli disse: “Che volete fare a quest’ora? Non avrete forse tempo domani? – Zitto là! le gridò l’Orco, saranno così più teneri. – Ma ne avete tanta della carne, ribattè la moglie: ecco qua un vitello, due montoni e mezzo maiale! – Hai ragione, disse l’Orco; dà loro una buona cena, perchè non dimagrino, e mettili a letto”.
La buona donna, tutta contenta, portò loro da cena; ma nessuno di loro potè mangiare tanta era la paura. L’Orco intanto si rimise a bere, felice di aver sotto mano un bel pasto pei suoi amici. Tracannò una dozzina di bicchieri più del solito, il che gli diè un poco alla testa e lo costrinse a mettersi a letto.
L’Orco avea sette figlie, tutte piccine. Queste piccole orche aveano tutte una bella carnagione, perchè mangiavano carne fresca come il padre; ma aveano degli occhietti grigi e tondi, il naso ad uncino e una boccaccia fornita di denti lunghi, puntuti e slargati. Molto cattive non erano ancora; ma davano di sè belle speranze, perché già mordevano i bimbi per succhiarne il sangue.
Di buon’ora le avean mandate a dormire e tutte e sette erano distese in un gran letto, ciascuna con in capo una corona d’oro. Nella stessa camera c’era un altro letto, egualmente grande; e fu in questo che la moglie dell’Orco fece coricare i sette bambini; dopo di che, se n’andò a pigliar posto nel letto del marito.
Pollicino aveva intanto notato che le figlie dell’Orco aveano in capo delle corone d’oro; e poichè temeva che l’Orco s’avesse a pentire di non averli scannati la sera stessa, si alzò verso la mezzanotte, prese il berretto proprio e quelli dei fratellini, e piano piano li andò a mettere in capo alle figlie dell’Orco, dopo aver loro tolto le corone d’oro. Queste qui poi se le misero lui e i fratelli, affinchè l’Orco scambiasse loro per le figlie, e le figlie pei ragazzi che volea scannare. La cosa andò per l’appunto come l’avea pensata; perchè l’Orco, svegliatosi sulla mezzanotte, si rammaricò di aver rimandato al domani quel che potea fare il giorno prima. Saltò dunque dal letto e, afferrato il coltellaccio: “Orsù, disse, andiamo a vedere come stanno quei biricchini: non ci pensiamo su due volte”.
Salì a tentoni nella camera delle figlie, e si accostò al letto dov’erano i ragazzi, i quali tutti dormivano, meno Pollicino che ebbe una paura terribile quando si sentì toccare la testa dalla mano dell’Orco, che gíà avea toccato la testa dei fratelli. L’Orco che sentì le corone d’oro: “Stavo per farla grossa, brontolò; si vede che ho bevuto troppo iersera. Si accostò poi al letto delle figlie, e quando ebbe palpato i berretti: “Ah! eccoli, disse, i bricconcelli! Lavoriamo da bravi!” Così dicendo, e senza esitare un momento, tagliò la gola alle sue sette figlie, e tutto contento della bravura, se ne tornò da basso accanto alla moglie.
Non appena udì russare l’Orco, Pollicino destò i fratelli e disse loro che si vestissero presto e lo seguissero. Discesero in punta di piedi in giardino e saltarono di sopra al muro. Corsero quasi tutta la notte, tremando sempre e senza sapere dove andassero.
Svegliatosi l’Orco, disse alla moglie: “Va di sopra e apparecchiami quei furfantelli di iersera.” L’Orca si maravigliò di tanta bontà nel marito, e subito montò di sopra, dove ebbe un colpo quando vide le sette figlie scannate che nuotavano in un mare di sangue.
Cominciò per venir meno, perchè questo è il primo espediente che le donne trovano in casi simili. L’Orco, vedendola tardare, andò anche lui di sopra ed ebbe a trasecolare davanti all’orribile spettacolo. “Che ho fatto! esclamò. Me la pagheranno quegli sforcati, e subito!”
Gettò una pentola d’acqua nel naso della moglie, e quando la vide tornare in sè: “Dammi presto, disse, i miei stivaloni dl trenta miglia, affinchè li raggiunga”. Detto fatto, si mise in cammino, e dopo aver corso lontano di qua e di là, entrò finalmente nel sentiero dove camminavano i poveri ragazzi, che erano solo a cento passi dalla casa del babbo. Videro l’Orco che andava di montagna in montagna e traversava i fiumi come se fossero ruscelletti. Pollicino, visto non lontano una roccia scavata, vi si nascose coi fratelli, guardando sempre a quel che l’Orco faceva. L’Orco, che si sentiva spossato dal lungo cammino, perchè gli stivaloni di trenta miglia stancano maledettamente chi li porta, volle riposarsi e andò a sedere, per caso, proprio sulla roccia dove i piccini stavano nascosti.
Siccome non ne poteva più, pigliò sonno dopo un poco, e cominciò a russare con tanto fracasso che i poveri bambini ebbero la stessa paura di quando l’avean visto col coltellaccio in mano, pronto a scannarli. Pollicino ebbe meno paura degli altri, e disse ai fratelli che subito scappassero a casa mentre l’Orco dormiva sodo, e che di lui non si dessero pensiero. Quelli seguirono il consiglio e in meno di niente furono a casa loro.
Pollicino si accostò all’Orco, gli cavò pian pianino gli stivaloni e se li mise. Gli stivaloni erano molto grandi e larghi; ma siccome erano anche fatati, aveano il dono di allargarsi o di stringersi secondo la gamba di chi li calzava; sicchè a Pollicino andarono a pennello, come se per lui fossero stati fatti a misura.
Se n’andò difilato alla casa dell’Orco, dove trovò la moglie di lui che piangeva sempre accanto alle figlie scannate. “Vostro marito, le disse Pollicino, è in gran pericolo; è incappato in una banda di ladri, e questi hanno giurato di ammazzarlo se egli non dà loro tutto il suo danaro. Nel punto che gli tenevano il pugnale alla gola, egli mi ha visto e mi ha pregato di correre ad avvertirvi e di dirvi che mi consegniate tutti i valori, nessuno escluso, se no lo scannano senza misericordia. Siccome la cosa è urgente, ha voluto anche che prendessi i suoi stivaloni di trenta miglia, sì per far presto sì perchè non m’aveste a pigliare per un imbroglione”.
La buona donna, più impaurita che mai, gli diè subito quanto aveva; perchè l’Orco era un marito eccellente, con tutto che mangiasse i bimbi. Pollicino, carico di tutte le ricchezze dell’Orco, se ne tornò alla casa paterna, dove fu accolto a braccia aperte.
A questo particolare molti non credono. Pollicino, dicono costoro, non ha mai fatto questo furto all’Orco; e se gli prese gli stivaloni, lo fece perchè l’Orco se ne serviva per correre dietro i bambini: questo essi sanno di sicuro, avendo anche mangiato e bevuto in casa del taglialegna. Affermano poi che quando ebbe calzato gli stivaloni dell’Orco, Pollicino se n’andò alla corte, dove sapeva che si stava in gran pensiero per un esercito che si trovava lontano 700 miglia e che avea dato battaglia chi sa con quale esito. Si presentò, dicono, al re, e gli disse che se voleva notizie gliene avrebbe portato prima di sera. Il re gli promise, dato che riuscisse, una grossa somma. Pollicino portò la notizia la sera stessa; e così, fattosi un nome per questa prima bravura, guadagnava quel che voleva; perchè il re lo pagava profumatamente per portar gli ordini ai soldati e moltissime dame gli davano quanto più volesse per aver notizie dei loro amanti, anzi fu questo il suo guadagno più grosso. C’erano anche di quelle che lo incaricavano di portar le lettere ai mariti; ma lo pagavano così male ch’ei non si degnava mettere a conto quel che guadagnava per questa mano.
Dopo aver fatto un certo tempo il corriere, ammassando una bella fortuna, Pollicino tornò dal padre, dove non si può figurarsi quanto si fu contenti di rivederlo. La famiglia nuotò nell’abbondanza. Pollicino comprò altrettanti impieghi pel babbo e pei fratelli, e quando gli ebbe tutti ben collocati seguitò egli stesso a vivere in corte da gran signore.

Morale

Nessuno si lamenta di aver molto figliuoli, se questi sono belli, grossi e vistosi; ma se ce n’è un solo debolino, questi è disprezzato, deriso, maltrattato; eppure qualche volta toccherà proprio al marmocchio di far la fortuna di tutta la famiglia.

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