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Ida Baccini – Per tre soldi!

Enrico voleva un gran bene alla sua mamma e avrebbe dato qualunque cosa per non sentirla tossire a quel modo.
– Perchè non ti compri le pasticche? le diceva: Perchè non prendi un po’ di latte caldo, la sera, avanti di andare a letto? Perchè non cerchi di assuefarti all’olio di merluzzo? Anche la signora Maestra è guarita con l’olio di merluzzo. –
La mamma sorrideva e lo lasciava dire. Gli è che la povera donna, per la gran miseria, non aveva modo di curarsi, e se dopo aver pensato al pane e alla minestra, le rimaneva qualche centesimo, bisognava che lo serbasse per comprare i quaderni e i libri del bambino. Era tanto istruito quel ragazzo! Leggeva corrente in qualunque libro e perfino nello scritto era sempre il primo lui!
– È una tosse d’infreddatura, rispondeva la buona donna, passerà da sè. Io, intanto, non mi voglio intrugliare colle medicine. –
Enrico non era persuaso di quelle ragioni e cominciò a sospettare il vero. Già un bambino che legge in tutti i libri, sa anche leggere nel cuore della mamma, non vi pare?
Pensa e ripensa, gli venne un’idea, un’idea buona. La mamma gli dava tutte le mattine due centesimi per il companatico della merenda: se li mettesse da parte per sette o otto giorni, non sarebbe in grado di comprargliele lui le medicine? Con tre soldi si può scegliere!
Ecco perchè il nostro amico, dopo qualche giorno di questa risoluzione, uscì di casa tutto contento. Baciò la mamma e quando fu in fondo alla scala, le disse con una certa importanza: – Riguardati! –
Coi suoi tre soldi strinti nella manina destra, entrò nella farmacia più vicina e fattosi avanti con una tal qual dignità, disse allo speziale che era al banco:
– Vorrei una medicina per la mamma, che ha la tosse!
– Ce ne sono tante delle medicine! osservò il farmacista. Che cosa vuoi? polveri del Dower, pasticche di catrame, olio di merluzzo?
– Piglierò l’olio di merluzzo, rispose subito il bambino, pensando alla guarigione della maestra, Me ne dia una boccetta.

– La vuoi piccola o grande?
– Grande, molto grande!
– Eccotela. Una lira e cinquanta!
Il bambino guardò stupefatto prima il farmacista, poi l’olio di merluzzo, poi un dottore che stava lì accanto al banco leggendo il giornale; e aprendo timidamente la manina balbettò:
– Ci ho tre soldi, interi!
Tanto il dottore che lo speziale, dettero in uno scoppio di risa e quest’ultimo fece l’atto di ripigliar la boccetta. Ma Enrico, piangendo a calde lacrime:
– Mi faccia il piacere di lasciarmela, supplicò, gliela pagherò a un po’ per giorno, coi centesimi della merenda. Se sapesse quanto tosse la povera mamma! Sono un bambino per bene! –
Il farmacista gli pose tra le mani la boccetta e gli fece segna di andarsene, cosa che il ragazzo non si fece ripeter due volte: poi il degno uomo si chinò sotto il banco a raccattar della roba che non c’era. E il dottore? Oh il dottore aveva il viso interamente nascosto da quel suo gran giornalone.
Quei due uomini erano due babbi.

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Antonio Abati – Delle Frascherie di Antonio Abati fasci tre

L’ABATI
AL LIBRO

Già spunta la tua luce, o Libro. Sorgi homai, e stimola le sonnacchiose pigritie al camino. Affretta i passi; che se ‘l tuo Viaggio tende a gloriosa meta, potresti giugner di notte; perché alla Gloria non mai, che nell’Occidente s’arriva.
Non badare a raffazzonarti molto, per che il Pellegrinaggio non vuol pompe: e molto meno devi haverle tu, che premendo vie non segnate da humano vestigio, sei certo, che non ti mancheranno sterponi; che ti sferzino, pruni, che ti pungano. Oh quanti Libri son’hoggi, che peregrinano con la Giornea d’un bel titolo, fra gl’incassati arnesi, non hanno poi habito da mutar comparsa, e vestmento, che grossolano non sia.
Sù, che ameresti di haver teco Compagni, da confabulare in cammino; ma non ti verrà fatto. Molti però dormono; perché non hanno pellegrini gl’ingegni, altri usciranno tardi, perché il viaggio loro è più corto del tuo, & altri precorsero i tuoi movimenti al notturno raggio; perché si vergognano d’esser visti, e godono di peregrinare alla cieca. Non ti curar di questi: già che la luce delle loro Stampe è come quella d’una Prigione segreta a i Rei, che più vale a pigliar aria, ch’a farsi vedere.
Non saria gran fatto in questo tuo caminar solitario, che urtassi nei Malandrini non ti stupir dell’incontro: perché i Ladronecci hanno per lo più origine dalle carestie, e chi non ha robba, va a rubba. Preparati di haver a pagare chi ti fa ingiuria, e ti assicura intanto, che avverrà a i Ladri come alla Cornacchia di Esopo, che spogliata, dalle rapite pene, mosse il riso a i pennuti, o come quell’Asino, che sbraveggiando sotto la maschera di un Cuoio, che suo non era, fu deriso dalla volpe, che lo riconobbe al ragghiare.
Spero, che ti converrà far transito per molte Città, o in queste troverai, se ben cerchi qualche dotto, e nobil huomo, che che non povero di spirito t’offrirà patrocinij, & hospitij. I miei Padroni, & Amici son pochi; ma son tali, che per honorarmi, son sicuro, che ti raccoglieranno, pellegrino, ti compatiranno inesperto, ti ripareranno lacero, ti ristoreranno stanco.
Ti rammento, che tu hai gran sembianza di cattivo, perché hai teco un Mondo di cose, e nel Mondo è hoggi poco di buono, e però non t’insuperbire, s’alcuno t’inalzasse alle stelle, dicendoti, che l’intelligenza de’ tuoi versi è Phebo, o che nelle trafitture de’ Vitij ti porti da Marte, più tosto, se vuoi lode di celeste Natura, in queste tre cose professala. A quei Personaggi, che ponno compartirti splendore, balena i tuoi lumi. A quegli Amici, che sono trombatori del tuo honorato talento, tuona le loro glorie. A quei Giganti, che per soprafarti, ardiscono d’inalzarsi, che non è dato loro il giugnere, e fulmina le tue Satire.
Nel vagare fra ingegni stranieri, e barbari, compatisci quei molti, che non intenderanno i tuoi detti, soffri quei moltissimi, che diranno non haver tu l’intendimento loro, considera che non senza cagione t’ho fatto io ragionare a gli Efesij.
Se piacci ad uno in qualche cosa, dì, che per lui ti movesti, se gli dispiacci in molte, dì, che passi a veder altri, se lo stomichi in tutti, dì, coraggiosamente, che anch’egli in tutte le parti ti fa nausea. Sempre la tua Fede sarà più autentica della sua, perché è di scritto, e son teco Testimonij che la confermano.
Se tu conseguissi mai accoglienza sul benevolo labro di qualche Grande, fanne conto, perché,
principibus placuisse viris non ultima laus est. Hor.
Né temere, che alcuni d’essi habbia parentelle in Asia, per imprender a tuo danno la difesa di quegli Asiarchi, di cui mormorando vai. I nostri personaggi d’Europa; e d’Italia son veri, e di non mentite lodi son degni; onde non cureranno, che in Arte tu finga censure in quegli Asiatici, che non furono mai in Natura.
Ti sei sfigurato in Idea un Corpo fantastico di vitio, e come tale, ti ponesti a notomizarlo in tutt’i gradi di persone, per insegnar altrui a conoscer, da qual parte può contaminarsi il tutto di un Microcosmo.
Tu non isvisceri i corpi de’ viventi, perché questi non son capaci di taglio; e le Notomie si fanno sempre ne’ membri di sentimento privi; ond’è impossibile, che si maravigliano i Savij, che tu laceri in astratto i piccioli e mezzani, e’ grandi: mentre si sa, che i Notomisti non si fermano su l’osservationi d’un’anguinaglia, e di una milza, ma ricercano etiandio le vene che hanno connessione col capo, e col cuore, e più quelle alle volte, che i muscoli delle estremità s’incidono. I vitij censurati ne gli huomini son come FRASCHE recise in Campagna, che quanto più sono di legna grosse, più durano, lo sterpar i Fuscelli minuti, che poco s’ergono, è un far provisioni da plebeo, e un ammassar materia, atta solo a recar una luce momentanea al tuo camino.
Sarà alcuno, che vedendoti fra varie Sarcine di prose, e di versi con l’inscrittioni dirette ad altri, crederà, che tu sia più tosto il Vetturale, che il Padrone di essi; ma va pur sicuro; perch’io farò correr voce, ove passi, che le prose, e i versi Italiani, c’hai teco benché convoiati dai tuoi Dicitori; o condotti da Autori Anonimi, son però tutti tuoi Carriaggi, e Bagaglio.
Havrò anche cura, di far noto, che ti vengono dietro altri FASCI di robbe, già che in questa Condotta, in cui i Fagotti paion molti, le some son tre sole. È vero, ch’io non possiedo Stabili in questo Mondo; ma son però in concetto appresso gli Amici, d’haver del Mobile assai.
Preparati intanto per la Robba nuova, che trasporti hora, d’haver a pagare un buon Pedaggio a’ Censori; benché a dir il vero, potrebb’essere, che vi risparmiassi quest’interesse; poiché te le vedrai dai loro critici rimescolamenti lacerata in guisa, che havrà più cera di usata, e di logora.
Nel resto non ti mancheranno gravi sopracigli, copiati dalla fronte di Catone, che ti terranno in conto d’un Fantaccino, vedendoti viaggiare alle volte con lo stil pedestre. Deridili, e t’assicura, che s’essi di cavalacare professano, è forza c’habbiano dello Stivale più che tu non hai.
T’annuncio per ultimo, che a molti; finché sei giovane, sarai gradito, ma col tempo potresti esser esposto fra i Rivendugli delle Piazze, cioè morto, come tutto polve; od imbalsamato, come unto dalle mani del Vulgo; non ti rammaricare, perché questi mali, o simili pronosticò anche un Horatio al suo Libro.
Charus eris Romae, donec te deferat aetas,
Contrectatus ubi manibu sordescere vulgi
Caeperis, aut tineas paces taciturnus inertes,
Aut fugies Uticam, aut unctus mitteris Ilerdam.
Due cose puoi sperar di buono, che se non vivrai immortale, forse morrai incorruttibile, perché non ti mancano Sali; e se avverrà mai, ch’altri Libri compariscano più di te ornati alla luce, forse niuno d’essi sarà di te più necessario alla correttione d’un’Età corrotta.
Inchinati al merito di quel Personaggio, a cui sacrasti le tue speranze, prima di farti conoscere, e da cui traesti guiderdoni, prima d’offerirgli i tributi. In questo Secolo vanno anche al rovescio i Pianeti; onde potrebb’essere, che tu conseguissi un giorno dal suo Marte quelle beneficenze, che non assaggiasti mai da un Giove. Vanne in buon’hora. Vivi lieto, e già che sei parto d’una Testa, sforzati d’haver cervello.
Addio Figlio.

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TITIANO ABANO
AL LIBRO

Libro, tu nasci adesso,
Non ti lagnar, se in teneri Natali
Provi maligni i mali.
Fa Natura i Bambin nascer infermi,
Genera Invidia ai nati Libri i Vermi.

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IL SIGNOR
LUIGI FICIENI
Al Libro.

Bel Cantor de l’Età, Parto secondo,
Nasci con l’arco in man sott’al mio guardo,
Per combattere, e trar l’otio codardo,
Incatenato al tuo Valor facondo.

Ma di palme sicuro io non circondo
La penna tua già trasformata in dardo,
Ché quaggiù dominando Astro infingardo,
Letto in Pindo sarai più che nel mondo.

Hoggi non s’erge al Ver balza di Paro,
L’ombra si fugge di pungente Alloro;
Né plettro, ch’ammaestri al mondo è caro.

Grato fia solo il tuo ferir canoro,
Al cupo sen de l’assettato Avaro:
Poiché ogni stral, che vibri, ha punta d’oro.

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LETTORE.

In questo Libro di finta Critica non mi cadde in mente di peccare contra la vera humanità d’alcuno: e però molto meno nella Divinità di quei Religiosi precetti, de’ quali osservator fui sempre. Ti protesto dunque, che le voci di Fato, Destino, Fortuna, Sorte, Dei, Idoli, e simili sono in queste carte puri termini di Poeta, e non impuri motivi d’animo Ethico.

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§ §
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Vidit D. Mauritius Girebaldi
Cler. Reg. S. Pauli, Penit. in
Metrop. Bonon. Pro Emi-
nentiss. Ac Reverendiss.
Card. Archiepisc. & Principe.

Imprimatur.

Fr. Ioannes Baptista Brusa
Ord. Præd. Sac. Theologiæ
Lector, & S. Officij Bono-
niae Provicarius.

DELLE
FRASCHERIE
FASCIO PRIMO.

Penava l’Asia in un secolo, che facea dubbio, s’era il tirannico, in cui regnava Caligola, o ‘l calamitoso, in cui egli(1) anhelava d’essere. I flagelli del Cielo crescevano di pari grado con l’humane ingordigie, come ne’ corpi infermi con l’ardore d’una febre s’avanza anche la sete. E perché, a parer di Solone,(2) l’egualità non fa mai guerra, la disuguaglianza de gli humori havea cagionata sì bellicosa intemperie alla tranquillità dell’Asia, che parevano rinovare a’ suoi irreparabili esterminij le rivali oppressioni d’un Mitridate e d’un Silla. A molti grandi, a’ quali pareva tolto l’essere, perché mancava loro la potenza di fare, altri alimenti non rimanevano, che su i rimasugli de’ Sudditi. & a molti Sudditi, le cui faticose industrie erano cotidiani sacrificij a’ Padroni, non restava altra cagione di viver lieti, che il non haver più da perdere, né più da temere. In tanto, perch’è natura de’ mortali l’osservar con occhio torvo le prosperità imperiose, sembrava a prima fronte un refrigerio del travagliato Vulgo poter vantare co’ suoi maggiori una consimile proportione nelle disavventure: mentre la Fortuna avvezza a balestrar i privati qualificava con le percosse, da lei segnalate su i grandi, la vilipesa conditione de’ suoi colpi volgari. Era un solazzo de’ miseri, il veder depressi, ed avvallati, quei Monti, che poco dianzi nella penosa vallea degl’infimi aduggiavano con l’ombre loro tiranniche i semi delle virtù humane: e ponderavano i Savij, ch’essendo la fortuna una esecutrice dei divini decreti, non convenivale, il farsi vincere di gloria da quei tali, che delle Deità si fanno emuli: ma più tosto insegnar con colpi di maestrevole ferza questo gran dogma ai Principi: che non per altro si fè cieca Fortuna, che per non distinguere dal volgo l’imaginate franchigie dei Potenti, ferendo con ugual sinistra chi vive. E perché reputavasi comunemente, che i maggiori Tiranni dell’universo si fussero scelti per fato a disperder i Regni Asiatici, vivevano in dubbio i popoli, com’avveniva ai Romani ne le contese d’Othone, e di Vitellio(3), per qual d’essi dovevano ricorrere ai Tempij, sacrar le preci, o detestar i voti, mentr’era certo, che saria stato sempre il peggiore, chi havesse vinto.
Havevano antici, & onorati affari per l’Ionia alcuni ben agiati Patritij Europei, che per esser dei beni d’una straniera fortuna corredati, men de gl’altri i mali dell’intestine calamità sentivano. Eran costoro dimoranti in Efeso; e quantunque di famiglie distinti, uniti però di volere, ne menavano per lo più fra inseparabili consortij la vita.
Godeva fra questi un vanto di privilegiata Rinomea Stamperme Cavaliero d’alto legnaggio, il qual haveva in se stesso quelle due prerogative congiunte, che fra i nobili individui di quel secolo trovavansi malagevolmente divise, cioè a dire divino Ingegno nelle scienze, & humanissima Idea nei costumi.
S’erano a casa di Stamperme trasferiti in un giorno estivo alcuni de’ praticati Amici, per divertir quivi col sollievo di qualche esemplare ragionamento la noia d’un sonnacchioso meriggio, ma parendo all’hospite, che gl’animi loro fussero anche da un insolito stupore ingombrati, vago di scuotere dalla mesta taciturnità i loro vivaci talenti, prese a favellar ai medesimi in cotal guisa.
Amici. Non o se vi facciano più guerra i pensieri, o vi diano più pensieri le guerre. Di gratia ponderate alquanto, qual sia hoggi l’havere, e il saper vostro. I danni, che dalle militie, e dai Grandi si tragono, son communi per l’Asia; ma la natura ha fatto commune quel ch’è gravissimo; accioché l’egualità nella fierezza del fatto ci riconsoli. I Cieli sono inesorabili; né per ingiurie si placano; è però, se la volontà non termina il pianto col consiglio della ragione, non attendete, che le stelle ad istanza de’ nostri arbitrij dian fine. La volontà che a suo talento si sa alleviar gl’infortunij; ed architettar le letitie, ha forza di convertir ogni cosa, se non in oro, in quello almeno, che con l’oro non si compra. E maggior ventura questa di quella di Mida, che
In pena sol de l’avide preghiere
Tratte havea su le dita auree miniere.
Perdeste, è vero, una gran parte delle sostanze vostre; ma se ponderate, che la maggiore ancora ne ritenete, voi acquistate molto. Consistono solo le vostre perdite, in dimenticar quel che vi rimane, quel che il Cielo non vi tolse. La fortuna vi fe’ sobrij, ma non digiuni; anzi ha corpi digiuni l’Ionia, che si riempirebbono con le vostre reliquie. Ricordatevi ch’è satio quel volere, che ha quel che vuole, quando non vuole, se non quel che può. Avvampano di martiali incendij le Provincie d’Asia, nol nego; ma se la Terra non sa cessare gli alimenti alle fiamme, havrà ben humore da estinguirle il Cielo.
Non sempre gli Aquiloni
De l’aereo sentier volubil onde,
Squassan fremendo a l’ampia Hircinia i legni,
Bruma d’Olenij segni
Non mandan sempre i gelidi Trioni,
I tronchi adulti a vedovar di fronde,
Virtù, che il suolo asconde,
Spunta in aprico al variar d’un Cielo:
E a chi sofferse il gelo,
Da l’Arabiche vie
Porta un April l’Autumedon del Die.
Pitagora comandò a’ suoi discepoli, che né il cuore, né il cerebro divorassero, cioè che non fusse da loro con le fisse apprensioni distemperato il cervello, né il cuore con ismoderate cure trafitto.
Meglio è haver ne la sete Alma, che rida,
Ch’a rivo d’or mover Tantalee fauci,
Ne la lieta penuria è satia Bauci,
Ne la copia penosa è voto Mida.
È così natura dell’amicitie palesare i cuori, come delle mestitie l’asconderli: gli animi turbati son come l’acque torbide, le quali non fanno scernere ne’ fondi de’ Fiumi quelle arenne, che nelle limpidezze traspaiono. Nelle aperte chiarezze de’ discorsi nostri si scoprano da noi a vicenda i più occulti penetrali dell’anima, e si soffrano con lieta toleranza le meste trafitture del Cielo. La patienza è un Nume tutelare de’ miseri, un Custode della nostra conditione. Diceva un faceto ingegno.
Ho sempre intesa dir questa sentenza,
Borsa de’ Letterati è la Penuria,
Moneta de la borsa è la Patienza.
Qui sogghignarono in vicendevoli risposte gl’Amici, e Stamperme vedendoli alla letitia, & all’attentione avviati, così proseguì.
È vero, che la secura hilarità d’un fiorito secolo, come quello d’Augusto era, nudrisce gli ardori delle emulationi, e’ pruriti della Gloria(4). Certamen virtutis, & ambitio gloriae felicium hominum affectus, disse Tacito. Come in contrario i moti fatali de’ Regni scuotono ogni valorosa costanza de gl’ingegni humani; il che avvenne ne’ tempi della espeditione di Xerse contro la Grecia, ma che vogliamo far noi de’ talenti nostri, o Amici, mentre così girano i Cieli? Aspettiamo che ‘l Satirico ci sgridi, che(5) ne parata, quidem artes audemus cognoscere? Quell’ammassare in sé stesso senza uso le dottrine de’ libri, è un vitio tanto peggiore dell’Avaritia, quanto che un dotto Capo in morte non benefica i posteri come un Erario colmo. Sia dunque il mio Albergo in avvenire un’erudita Palestra delle vostre menti, e se le lettere furon parti in voi d’un’industriosa fatica non vi venga humore di dar loro entro un neghittoso otio la tomba. Non v’è il più povero d’un ricco avaro, né il più ignorante d’un dotto torpido; ma dirò meglio. È così vergognoso perdere il posseduto, quando si trascura, com’è difficile il ritinere quel che s’ha quando non esercita. I segreti studij non così vagliono a i profitti, come l’uso d’una palese reminiscenza(6), Plus si separes, usus sive doctrina, quam citra usum doctrina valet, disse Quintiliano. Se ‘l moto di ruinose guerre ci togli hoggi il concorso d’una compotenza emula, l’otio d’una privata pace non ci negherà almeno d’un compagnevole riscuotimento la mossa; né sarà poco a chi non può appagare i desiderij del sapere, il grattarne i pruriti. È vero che
(7)Tunc bene fortis equus reserando carcere currit,
Cum quos preatereat quosuè sequatur, habet:
Ma se l’esempio dell’altrui carriere non sarà sprone a’ progressi nostri, potrà ciascuno di noi conchiudere con Luciano, che(8) facillimum est iuxta proverbium solum currentem vincere.
Mentre con iscambievoli ragionamenti giva Stamperme disponendo a’ virtuosi passatempi gli animi de’ suoi Amici, & essi co’ loro voti concordi a’ suoi profitevoli consigli accorrevano, ecco d’improviso sopravegnendo Ticleue, il filo de’ loro cominciati discorsi interruppe.
Era costui per le agitationi d’una trascorsa vita sopranomato lo scherno di fortuna. Com’huomo di versatile natura, nel biasmo de’ pravi huomini, e nella emendatione de’ buoni.
Quel Satiro parea, che in doppia banda,
Si vantava saper con un sol fiato
Riscaldar, raffreddar mano, e vivanda.
Seguì un tempo le Corti, per guadagnarvi; ma le fuggì poi, per non perdersi. Le stelle l’havean formato miglior Poeta, che Corteggiano: perché appena sapeva più fingere conversando in carte, che traversando in Corte: e però era solito dire, che le nature Corteggiane ammorbano, od impoveriscono. Quelle Vergini Muse, le quali il vitioso secolo, o non ama, perché non può violarle, o non sa honorare, perché a vergogna furono con suo decoro traportate da lui una volta alla Reggia d’un imperiale Personaggio, la cui accreditata Pietà o tracciava miserie da soccorrere, o meritava facondie: che lo decantassero.
(9)Et spes, & rati studiorum in Caesare
Solus enim tristes hac tempestate Camoenas
Respexit, cum iam celebres, notique Poetae
Balneolum Gabijs, Romae conducere furnos
Tentarent.
Tratto al fine dal genio d’una placida speculativa ritolse alle attività cortegiane l’arbitrio: e diessi fra le contratte amicitie all’angenuo godimento d’una privata quiete. La vera Filosofia, diceva egli, tutte le cose insegna, fuor che il viver coi Prencipi: perché ella, nel trovar l’amore della verità, vuol riposo, e libertà di vita.
Entrò con ridente viso Ticleue nelle stanze di Stamperme: & a gli Amici, che della cagione delle sue improvise letitie il richiesero, così incontinente rispose.
Vengo, Amici di Corte, ove spettatore mi trovai d’un bell’atto. La Padrona i dì passati intimò a Cavalieri più ricchi della Città, che gissero a giocar seco in Palazzo: & hoggi appunto si è appiccata la mischia. Hor è un leggiadro spettacolo, il vedere da un lato un Donatore, che vuol esser rubato dalla Volontà, per obligar la Fortuna, e dall’altro un’Avara, che vuol doni dalla Fortuna, per non haver oblighi alla Volontà. Voi già intendeste la Cifra. I denari di quei Giocatori son come gli Animali, che visitarono il Leone infermo, niuno ne torna indietro. Si portano borsoni pieni, ma si fanno voti, perché i voti non si fanno, che per ricever gratie. Pensar di vincere è caso da processo, il vincere è corpo del delitto. Il Giuoco è di Primiera, ma le regole son disordinate; chi non fa sempre passo, non può far passata: chi non getta al monte, sta sempre basso, e mostra molta puntualità, chi mostra pochi punti. Insomma chi non asconde le Primiere, si fa veder fra gli ultimi: e chi vince col Flusso è tenuto in quel luogo, onde i flussi hanno esito. Hor che dite di questo secoletto, Amici? Dov’è quel tempo d’Augusto, il quale si vantò in una lettera a Tiberio, di non haver maggiore, e più comoda occasione di donare, che in giuoco? Hoggi il Giuoco vale d’occasione alle Dame nostre, per giustificare i lor furti. O sæcula, o mores!
Io ragionava poc’anzi, replicò Stamperme, dal modo da tranquillare i nostri animi nelle turbolenze belliche: e come il Boccaio, ne i rischi della Pestilenza, prese occasione da sollevar con novelle i cuori delle sue foresane: così parevami opportuno, già che a noi: – (10) Arte benigna, Et meliore luto finxit praecordia Titan. Che in questi giorni estivi, ne i quali le militie, per far lavori in campagna, danno serie a i quartieri, con varie FRASCHERIE, o sodi ragionamenti di lettere si ristorassero in gran parte gl’animi nostri da le militari calamità abbattuti.
Non meno de i già disposti Amici appagossi Ticleue del savio consiglio di Stamperme, e piacqueli sopra tutto l’esclusiva, che si diè in comune a passatempi di giuoco, per contraporsi ne i casi delle mestizie, non solo al costume d’idioti Cittadini di quei tempi, ma etiandio alla natura d’un certo Prencipe Italiano, che vedendosi astretto a celebrar con le ritiratezze il lutto cagionatoli dalla morte del Padre, non seppe trovar miglior mezo, per additare alla Corte la necessità, che haveva di temperare le sue cupe doglie con qualche honesto sollevamento, che ‘l trastullarsi fra i suoi confidenti al giuoco delle carte; onde poteva dirsi di lui, quel che d’un simil caso esagera Seneca. (11) Proh pudor Imperij, Principis Romani lugentis sororem Alea solacium animi fuit.
Si rinuntij il Palatino passatempo, disse Ticleue a quel Romanesco, a cui, perché era tutto il dì assiso a giuocare, & a vincere, solevano i curiosi di Corte addattare quell’antico detto Romanus sedendo vincit. Lascisi la dottrina di queste carte, a chi va indotto delle nostre; e particolarmente a quei Grandi, ne’ quali il mondo non fa vitio il giuoco, né l’adulterio, come ne’ mediocri farebbe.
(12)Alea turpis,
Turpe, & adulterium mediocribus, disse il Satirico.
Il giuoco è tra le cose honeste compreso, e ben savij possono additars coloro, che di lui honestamente, e con fine anche d’arrischiar venture si vagliono; ma dirò bene che in esso per lo più il miglior Artefice è il peggior huomo; e di quei buoni huomini, che ne i suoi esercitij consumano indiscretamente l’hore, eccovi le praticate sciocchezze. Logorare in mistiero da giuoco il suo senno, aspettare con le saviezze d’un’Arte le discrettioni d’una stolta fortuna, mercare da sé medesimo a prezzo di timori le fallacie d’una speranza, avventurare nell’incerto di frivola carta il sicuro de’ suoi tesori, rimettere a gli arbitrij d’un caso l’arte d’un arbitrio; invitare l’Avversario ai rischi, & al rischio d’un avversario invito attenersi; e finalmente per un punto in un punto impoverire, perder il tempo & in breve tempo quelle sostanze, che con longhezza di tempo s’adunano. Pur troppo è giuoco l’humana vita, senza che la vita ne i giuochi medesimi l’esperimenti. Diceva un faceto Poeta.
Gioco siamo noi di quest’avara etade,
Quanti provar vid’io dagli avversari
Infra Coppe di mensa arme di Spade,
Et a quanti i Baston tolser Denari,
E se ciò non vi basta, udite questo,
Quanti pochi in buon Punto han fatto Passo,
Quanti in mal Punto hanno perduto il Resto,
E quanti Re vidi restarne in Asso.
Passiamo dunque in più valevoli esercitij quest’hore; già che ad altri acquisti si indrizzano le industrie nostre. A passaggi dell’erudite Carte non assiste Fortuna; né sono ivi in arbitrio di Nume cieco i discapiti delle nostre vedute: non pugniamo noi con Avversarij ma godiamo fra concordie amichevoli, non ergiamo alle Deità spergiuri, ma sacrificij, consumiamo in somma con vantaggio il tempo, per disporci in un tempo a quei beni, che per opera di tempo non si dileguano.
Qui replicarono i loro uniformi voti gli astanti Amici, e Stamperme sentendo, che s’era tutti dell’anteposto partito confermati, ordinò a tre suoi Servi, i quali ne la bell’Arte del Canto sapevano così ben intonare, com’andar malamente intonati, che alcuna delle loro moderne, e più poetiche canzonette cantassero. Ponderò, che la Musica meglio di qualunque Arte poteva richiamar all’orecchio un animo profondato nelle mestitie; perché sollevato in tal parte, si rendesse poi più disposto al salutare ricevimento di quei discorsi, che all’Intelletto tramandansi. Assisi intanto gli Amici, posti i musicali insrumenti in assetto, indi a poco alzarono concordemente i Cantori all’armonia della seguente Canzonetta i concetti loro, e così cominciarono.
Parte il Verno, e già fioriscono
Colli, Prati,
Nuovi fiati
L’aria gelida addolciscono:
Tributari
De’ suoi liquidi Diamanti,
Sciolto il piè, sen vanno a i mari
D’un’immobile Madre i Figli erranti.
Ma, se torce il Verno il piede,
Tosto il riede,
Al rotar di poche Lune;
Se di Morte armi importune
Troncan al miser huom l’Alma, e la Pace,
Torna polve, ombre resta, un nulla giace.
Parte April, e più non spirano
Le fresch’aure,
Piagge Maure
Calda vampa al sen cospirano,
Verde Faggio
Secco langue a i soli estivi,
Che nel suol chinando il raggio
A la sete comun furano i rivi.
Ma, se torce Aprile il piede,
Tosto riede,
A rotar di poche Lune;
Se di morte armi importune
Troncan al miser huom l’Alma e la Pace
Torna polve, ombra resta, un nulla giace.
Parte il Luglio, e già s’infrondano
Secchi arbusti,
Prati adusti,
Piaggie nove homai fecondano;
Ecco abbonda
Di bei pomi il curvo legno;
E di prole hor nera, hor bionda
Già la sposa de l’Olmo il seno ha pregno.
Ma, se torce un Luglio il piede,
Tosto riede,
Al rotar di poche Lune;
Se di Morte armi importune
Troncan al miser huom l’Alma, e la Pace
Torna polve, ombra resta, un nulla giace.
Parte Autunno, e ‘l giorno adombrano
Nubi grevi,
Sparge nevi
L’erte cime a’ monti ingombrano:
Ecco fende
Tronchi alpini Africo fosco,
E se il foco i tronchi accende,
Del Verno reo vendicatore è il Bosco.
Ma, se torce Autunno il piede,
Tosto riede,
Al rotar di poche Lune;
Se di Morte armi importune
Troncan al miser huon l’Alma, e la Pace,
Torna polve, ombre resta, un nulla giace.
Grata al sommo riuscì la testura di questa Canzonetta, e gli uditori, ravvisandosi in essa i motivi, tratti dal Lirico in quei versi.
(13)Frigora mittescunt zephyris, ver proterit æstas
Interritura simul
Pomifer autumnus fruges essuderit, & mox
Bruma recurret iners.
Damna tamen celeres reparant cælestia Lunae;
Nos ubi decidimus,
Quo pius Æneas, quo Tudus dives, & Ancus
Pulvis, & umbra sumus.
Quantunque l’Intercalare della Canzone paresse per le rimembranze di morte più atto a concitar mestitia, ch’a dissiparla, disse però Stamperme, che miglior cominciamento non poteva darsi a’ loro arbitrarij esercitij, che con la ponderatione d’un sì necessario fine. Goderono tutti, oltre questo, di non veder quivi imitata l’inferma maniera de’ moderni Musici, che non d’altra morte cantano tutt’hora nelle loro Canzoni, che di quella d’Amore. non hanno tanti occhi le scuole de’ Pittori, né tanti ohimè gli Speciali, e quanti begli occhi, e quanti ohimè d’amorose agonie disegnano, & esalano hoggi nelle loro musicali Canzonette i Verseggiatori discepoli, e Poetastri storpiati, che servendo all’idiotismo d’una Musica, con la fanciullaggine de’ loro metri, son certi di non meritar ne’ medesimi altro nome, che d’Abbecedarij di Poesia. V’è di peggio, che le loro amorose cantilene, o destano ne gli uditori i sopiti rimorsi di libidine, o ne rinovano gl’irritamenti.
(14)Quod non excitas inguen
Vox blanda, cantò il Satirico. Ridicolo però parmi, che Agamennone trovasse colà un Citaredo che con un suono Dorico conservar sapesse Clitennestra in pudicitia. Se Clitennestra fusse hoggi, o vedrebbe cangiata l’arte ne’ Musici, od in sé stessa la natura.
Erano già tornati all’attentione gli Amici, quando un Musico, come che presago fusse de loro sentimenti, prese a cantar contra Amore le facetie di questa Canzonetta.
Amor vattene via:
Perché il Ciel m’ha concesso,
Che fuor di te mi stia,
Per non esser un dì fuor di me stesso,
Già mai non sarà vero,
Che m’alletti il seren di due pupille,
Naufragato Nocchiero
Fugge l’aspetto ancor d’acque tranquille.
Amor ferma la man, muovi il tuo piè,
Via, via, non fai per me.
Lo sguardo rilucente
Più non m’arde il cervello;
Non ho più chiodi in mente,
La tenaglia a la borsa, ò al cor martello,
Quest’animata cera
Al sol degl’occhi altrui più non consumo
A la bellezza altera
Più non porta il mio foco orma di fumo.
Amor ferma la man, muovi il tuo piè,
Via, via, non fai per me.
Vinco fuggendo un volto,
Sano fuggendo un guardo,
A mirar non mi volto,
Ch’a la nave d’amor remora un guardo,
Rete di belle chiome
L’amorosa mia fè più non allaccia,
De la femina il nome
Par che dica al mio cor LA FE’ MINAccia.
Amor ferma la man, muovi il tuo piè,
Via, via, non fai per me.
A pena havevano terminate gli Amici quelle lodi, che giudicarono alla canora Poesia convenirsi, che uno de’ Cantori con voce di Basso fè Pompa del seguente componimento, in persona d’Amante, il quale spinto da un’amorosa politica, s’arrollò alla militia; ma prima di far transito all’ire della morte, volle pretendere da una Donnicciuola, ch’egli amava come sua vita, i congedi estremi.
Un politico humore,
Nina mia, m’ha forzato,
A diventar Soldato.
E questa forza in me nacque d’Amore;
Che se la guerra, e Amore
Son due mali gemelli,
E se i mali novelli
Disacerban tal’hor vecchio dolore,
Per tua cagion gira alla terra deggio:
Perché d’Amore al tedio,
Ond’io meschin vaneggio,
L’incontrar di morir solo è rimedio.
Parto a la guerra, o Nina,
Corro a i rimedi ardito:
Ma pria che feritor, parto ferito.
Dal tuo leggiadro viso
Su questo fragil muro
Minacciano ruina
La scorreria del riso,
Lo stral del guardo, e del parlar la mina:
Onde, cor mio, ti giuro,
Che fin ad hor non mi son bene accorto
Se vo dietro a la Guerra, o se la porto.
Ma sia, che vuol la spada
M’ha posta a la cintura.
Giudica tu, Ben mio, dove mi vada,
Già che l’empia sciagura
Vuol che un Campo guerrier sia la mia strada,
Tu di campar nella Città procura.
Fatti pur buone spese;
E se in battaglia il mio valor compensa,
Qualche ferro inhumano,
O facendo difese,
In Trinciera di muro io resto morto,
Tu per vital conforto
Potrai col ferro in mano,
Fin che havrai provision nella Dispensa
Far trinciare la carne a la tua mensa.
Così da te lontano,
Mentre tu magni piano,
Et io forte combatto
Morrò di Punta, e tu vivrai di Piatto.
Ma s’egli avvien, ch’io viva,
O cada giù di Flegetonte a riva,
Giuro per lo tremendo
Spiritaccio d’Orlando,
Ch’io t’amerò marciando,
Ch’io t’amerò marcendo:
E s’avverrà, che in perigliosa squadra,
Io campi, amando te,
Questo mio Re, che di servir mi quadra,
Et ha quadrini assai,
Sarà de’ Quadri il Re,
E tu Donna de’ Fior, Nina, sarai:
Mentr’io per te ne l’arme, e ne l’amore
Sarò Fante di Picche, Asso di Core.
Già che il destino vuole,
Che sian di te le luci mie digiune,
Resta in pace, o mio Sole,
Ecco vado a veder le meze Lune.
I tuoi focosi guardi
Son cagion, Nina mia, ch’io cangi loco,
Parto, perché tu m’ardi,
Non disconviene il mio camino al foco.
Così diceva un dì Drudo assoldato,
Che da l’Idolo amato
Al fin si distaccò,
E nel sentir Tarapatà, marciò.
Misero, ma a che pro?
Tosto, ch’egli hebbe il piede
Da l’Idol suo diviso,
Comparve in guerra, e ne rimase ucciso.
Ahi, come ben si vede,
Che in martial tenzone
Ogni Amante è poltrone,
Nel mestiero d’Amore
Sempre si perde il core:
Et io mi son per questo esempio accorto,
Che in guerra ancor, chi non ha core, è morto.
Le facetie non insulse del cantato componimento allettarono non meno dell’altro l’orecchie de gli ascoltanti; ma perché diceva il Petrarca.
(15)Puossi in bel cantar esser molesto.
Stamperme diè congedo a’ Musici, come a quelli a chi poteva adattarsi quel moto del Spartano, intorno al Rusignuolo magro: Vox tu es: præterea nihil. Termini, disse all’hora l’ingenuo Ticleue, non dirò il concerto musico, perché dalle Muse hebbe nome; ma ben sì lo spettacolo de gli sconcertati musi di questi Artefici; Rammentiamoci, che Pallade, di cui siamo seguaci, per non vedersi in volto quella deformata enfiatura di gote, mentre sonava il flauto, lo franse. Più tosto, se dobbiamo talvolta aditarci de’ vitij, vagliamoci del suono, come far soleva(16) Tiberio Graco. Questi, quando in orare sentivasi soverchiamente concitato da sdegno, voleva che un suo Servo, che dietro la Bigoncia assistevali, sonasse un istromento musico, e con esso ammolisse l’asprezze della sua vocale alterigia. Ridevasi dell’erudita facetia di Ticleue; quando Stamperme voltosi a’ circostanti Uditori, favellò loro in tal guisa.
Hor dunque, Valorosi, poiché vaghi vi veggio di dar principio a qualche ingegnoso gareggiamento, godrei, che mi scioglieste un dubbio, natomi, che ha molto, dalla ponderatione del corrente secolo; ed è.
Chi dovrebbe imitarsi hoggi ne i sentimenti dell’animo, o Heraclito, col piangere le attioni humane, come miserie, o Democrito, col ridersi d’esse, come inettie.
Trovavasi qui Rorazalfe, soggetto per chiarezza d’Avi riguardevole, e per habiti acquistati, e naturali di commendabili prerogative; né meno eloquente nel difender i Rei nel Foro, che severo nel fare esuli dal Foro della propria coscienza le colpe. Fattosi questi in gioventù Settario di quell’Elvidio Prisco Protettore appresso Tacito, impiegò l’ingegno in Filosofia, non come i più, per viver disutile sotto questo nume ampio; ma per servir la Repubblica sicuro da’ colpi di Fortuna. Seguitò i Mastri, che tengono esser beni le sole cose honeste, e mali le brutte. Potenze, e nobiltà, e ciò ch’è fuor del nostro animo, né beni, né mali.
Rorazalfe fu il primo ad esser richiesto di parere sopra il proposto quesito, come quegli, che più di qualunque altro credevasi nell’Arte declamatoria versato; onde promosso più tosto da un impulso d’ingegnoso capriccio, che da un’arbitraria elettione di Natura; espose indi a poco alla difesa d’Heraclito i suoi eloquenti motivi in tal guisa.
In prigioniere fasce
Sgorga il Mortal, che nasce,
Lagrime elette a presagir tormenti,
E d’obortino dì piagne i momenti,
Così ne l’Oriente,
Perché ‘l suo Dì nascente
D’un folgor fuggitivo ha le facelle
Co’ mesti rai di moribonde Stelle.
Su l’aperte campagne
In rugiadoso duol l’Alba lo piagne.
Il Pianto è precursore dell’humana peregrinatione. La sua cura è d’appianare, e d’aditarci la via, menar suole alla Valle delle moderne miserie l’età ventura. Egli è il primo atto dell’humanità nostra espresso da bambini con virilità, impresso dalla natura con artificio. Lagrimiamo i danni prima, che ne avvengano, acciò, che improviso non ne sopprima il dolore. Piagniamo i falli prima di commetterli, perché non paia malagevole il pentimento. Così le lagrime in noi, come pravi humori, sono inditij de’ morbi, e come atti di penitenze, son pronostico de’ misfatti futuri. Hor ecco premuta l’Asia fra i Colpi del Cielo, fra le colpe dei Grandi; e sarà huomo sì barbaro in essa, che sotto le pressure di questo torchio non distilli una lagrimosa pietà da’ suoi lumi?
Flere iubet pietas, cantò il Poeta,
I giusti Giudici non condannano chi piagne; ma chi fa piangere, come i dotti non incolpano delle tempeste i Mari, ma i venti. Chi è savio, piagne i miseri, perché piangono i mali; non piagne i mali, perché siamo lagrimati da miseri, e così non lagrima l’ingiurie della Fortuna, ma l’infirmità humana.
Gran providenza di natura. Il pianto è un humore, amassato da piaga di miserie, che spremuto mitiga delle miserie la piaga, e quando pur talvolta sia inutile il suo sfogamento, si può dir con quel Savio. Piango perché nulla giova. E non è lagrimevole il vedere; che sul terreno d’un volto cada così infecondo un humore, di cui habbiamo sì prodighe cagioni?
Molti furono, che mai non risero; niuno che non piangesse mai. Democrito stesso, c’hebbe, disse Persio(17), sì petulante la milza nel ridere, è certo, che piangendo nacque; e se rise poi, fu ridicolo; perché il ridere dell’humane miserie è un imitare i mentecati, che i suoi obbrobrij non conoscono; è un deridere il Cielo stesso il quale, se impiaga i mortali, gode etiandio, che ne piangano; perché le lagrime de’ feriti son risi de’ feritori, e perché il pianto è il sangue delle nostre piaghe.
Il pianto, come più malagevole a simularsi del riso, porta seco più sembianza di veritiero, più attrattiva di compatimento. Piangendo, le passioni si sfogano, le necessità s’additano, i rimedij s’avventurano. Non v’è maggior argomento di stupidezza, che il non commuoversi a quei mali, in cui concorre la forza del dolor privato, e la ragione del compatimento commune.
Anche il riso s’ammanta alle volte di lagrime. Cesare perché era lieto in veder la testa di Pompeo, mascherò le vergognose letitie co’ pianti. Lo stesso fe’ anche Xerse in quel giorno, in cui mirando da un eminente poggio il transito della sua poderosa Armata, hebbe a dire a sé stesso.
Uno stuol furibondo,
Qual Vicario di Morte
Te segue, o Xerse, e par che seco porte
Di Grecia a i danni epilogato un Mondo.
A far satollo il seno
Di tante turbe al provido Bifolco
Manca spatij di glebe, e già vien meno
A la Cerere Greca esca di solco.
Credesi però da Savij, che Xerse fatto anch’esso imitatore d’Heraclito, lacrimasse nelle sue indomite potenze la caducità humana; ponderando, che in numero d’armati, che haver parevano d’innumerabili la sembianza, nel gir d’un Secolo, non ne sarebbe per reliquia del tempo, rimasto vivo un suol huomo. Nell’esempio dunque della ferità impietosita d’un Xerse.
Ponderate, o mortali,
Come di Morte a l’orrido pensiero,
In un volto guerriero,
Ove nati a fierezza arma i suoi vanti,
Forestiera pietà celebra i pianti.
Appagati haveva, e compunti gli animi de’suoi compagni il saggio discorso di Rorazalfe; quando ecco Stamperme si rivoltò con un piacevole ghigno ad Egideargo; come che ravvisasse nella sua lieta, e pratticata natura una ingegnosa dispositione di contraporsi con le difese del riso alle commendate lagrime di Rorazalfe.
Era Egideargo un Cavaliero di sì placidi, & amorosi costumi, di sì ameno, e disciplinato ingegno, che da chiunque conversava seco poteva ragionevolmente appellarsi con quell’attributo di Tito: La delitia dell’human genere. Il suo amico era alieno dal nudrir rancori, dal meditar vendette; e se pur un necessario risentimento ad una di queste passioni traheva, reputava; come quell’Agricola di Tacito(18), più honorato il vendicarsi, che il portar odio. Ambiva i beni di Fortuna, per occasioni da collocar in altrui i beneficij; stimava beneficio un’inchiesta da recar altrui le fortune. Era in somma una incomparabile Idea dell’Amicitia in quel secolo. Col giovare, sapeva obligar gl’ingrati; con l’amare, disciplinar i maligni; e con tutti il suo generoso animo non di fumosa, ma di chiara gloria era colmo.
Eletto al succedente Discorso Egideargo da gl’Inviti del giudicioso Stamperme, ornò i suoi avversarij sentimenti s’una scaltra, & aspettata eloquenza; e così a favellar s’espose.
È più atto d’humanità, a mio credere, il deridere le mondane miserie, che il deplorarle. Se niuna cosa è più convenevole ad un Savio d’un grand’animo, tale non può additarsi quello, che dalle mestitie è debilitato, e confuso. V’è forse alcuno fra noi, che ambitioso d’apparir sensitivo; nell’altrui duello, ami d’accompagnare i communi danni con la pompa delle sue fievolezze; Et in un tempo in cui non è meno necessario il patire, che immedicabile il male, tenti di palesare le sue privationi, e di solennizare la vanità de’ suoi voti con le lagrime? Troppo infermi havremo gli occhi, se alla vista dell’altrui lippitudine piangono; e mali interpreti saremo de’ beneficij del Cielo, se querelandoci d’esso, non compensiamo la presente perdita di quanto tolse col passato godimento di quanto diede. Contra Fortuna dobbiamo ridendo mostrar le fronti intrepide, e non additar la codardia co’ singhiozzi. Non può meglio il Savio dominar le stelle che in negar di sentir offese dall’influenze, che in disprezzar ridendo i suoi colpi. Se le vere lagrime non cagiono mai senza le fisse apprensioni di chi le sgorga, chi è quello, che piangendo non s’abbandoni, e meditando solo le sue perdite, non trascuri i ripari? E non dirassi stolto colui, che dal suo hospitio bandito, ami meglio di lagrime l’esiglio, che d’ire investigando i ricovri? I voleri del Cielo, i capricci de gli huomini ne scemarono gli agi, nol nego; ma soridendo possiamo sollevarci da quei mali, che in noi dalle concepute mestitie derivano, non saremo di noi stessi Tiranni a disanimarci, od a negare un salutifero coraggio alle nostr’alme? E s’egli è vero, che a’ mali porta per lo più il tempo le vicissitudini del miglioramento, chi n’assicura, ch’estenuati dalle nostre arbitrarie mestitie possiamo haver agio di riveder cambiate le scene, e migliorati gli atti alla Vita? È pur meglio licentiar vivendo il dolore, che nudrirci in seno alle sue licentiose frodi, perché n’uccidano. Il tempo del piangere termina ne’ suoi stessi principij, cioè nell’età di fanciullo. Chi ne i progressi della vita il ripiglia, altro non fa che rimbambire, per invecchiar più tosto. Non v’è cosa più nemica della natura ch’un dolor lungo; poiché per esso gli attributi di natura s’abbreviano.
Heraclito non meritò il titolo d’huomo, perché l’huomo ch’è ragionevole, hebbe di risibile il titolo. Quella cosa, ch’eccita il riso, pur ch’esso dal labro d’un mentecato non isgorgi, è per lo più in noi un giudicio dell’intelletto, che oltre il senso, che l’imaginatione commune conosce esser quella deforme, amirabile, o dilettevole. Ciò non è dato a’ Brutti, i quali non hanno attione di ridere, perché manca loro la potenza.
Son morbi di predominante Natura le lagrime dei fanciulli; e però Zoroastro, che nascendo rise, fè pronostico d’haver a riuscir un Mago, cioè un operante sopra le facultà di Natura. Ma ponderiamo i pianti dell’Età virile. Altro non son questi, che vergogna de gli spiriti humani, i quali restringendosi dentro per non farsi vedere infelici in qualche avvenuto male, mandan fuori l’acqua, che sopra la membrana del cerebro si genera da’ vapori, che non ponno esalare dalla calvaria; onde in contrario argomentando, se gli spiriti per l’accennato conoscimento s’allegrano, e per rifarsi della passata contritione, si dilatano, e ridono, sarà gloria dei medesimi nel corpo nostro, doppo haver capite le stravaganze dell’Asia, il giudicarle inettie, e ‘l dilatarsi in risate.
Il vero riso del moderno secolo è il finto; e questo può anche apparir sul volto di persona, che nasconda lo sdegno, e che ami di far piangere altrui. Tale fu quello(19) d’Ulisse, appresso Homero, che voleva uccidere i Proci, o quello di(20) Giove, appresso Hesiodo, ch’era irato con Prometeo.
È nudo invero quell’animo, che palesa in aperto le sue passioni, ma non si loda questo nel corrente secolo, che non distinguendo i corpi dall’animo, chiama vergognoso chi è nudo. Anibale, quando vidde farsi molesta Fortuna al suo Imperio anhelato, per isfogare i suoi cupi dispetti sorrise fra lagrimose turbe; onde soggiunse il Petrarca.
E così avvien, che l’animo ciascuna
Sua passion sotto il contrario manto
Ricopra con la vista hor chiara, hor bruna
Però s’alcuna volta io rido, o canto
Facciol perché non ho se non quest’una
Via da celare il mio angoscioso pianto.
Hor sentite, come i mondani disastri d’una ridente beffa sian degni.

§
§ §
§

I RIDICOLI
SATIRA.

Serse un giorno versò pianto ridicolo:
Perché penso, che in centinaio d’anni
Si corresse di morte un gran pericolo,
Desiderij di vita assai Tiranni
Nutria l’ingordo, imaginando, havesse
Un corso secolar rapidi i vanni.
Oh se i morbi moderni hoggi vedesse,
Diria ridendo. A gran ragion da’ Numi
Per purga de gli humor Morte s’elesse.
Chi per titolo alteri hebbe i costumi,
Hoggi l’entrate sue trova sotterra:
Ch’una cenere al fin fine è de’ fumi.
Lutta di Morte hoggi i superbi atterra:
Perch’a i mortal, che de l’Anteo non hanno:
Le fortezze natie toglie una Terra.
D’un’acqua Acherontea specchio si fanno
Vaneggianti Narcisi, e i Midi avari,
Drudi già di ricchezze, a Pluto vanno.
Quel che vivo chiudea morti denari,
Per traghettar là già l’onda che stagna
Soldi non ha da vedovili Erari.
Quel corpo, che vestia serica ragna,
Hoggi si mira ad altra ragna colto,
E s’un Verme il coprì, l’altro lo magna.
Così per tutto opre di morte ascolto,
Veggio ombrate chiarezze, ombre chiarite,
Avvallate eminenze, e regno tolto.
Santo citarsi al Tribunal di Dite
Le perfide Alme, e ne la Curia negra
Scriver sentenze a processate vite.
Chi dunque non havria l’anima allegra,
Se morte al fin d’humane piaghe è impiastro,
Se trasforma in pigmee l’arti di Flegra?
Spento fia l’egro Mondo, e influsso d’astro
Non gli addita il morir, ma la Natura
Perché di morte architettolo il Mastro.
Spento fia l’egro Mondo, e la fattura
D’un momento leggier si darà vanto,
Disfare a i prischi Secoli le mura.
La buccata del cor faccia fra tanto
Il lagrimoso Heraclito, e congiunga
Con cener di Cartago acqua di pianto.
Pria ch’a porto di gaudio il mesto giunga,
Havrà da fare un pezzo, e la corrente
De le lagrime sue molto fia lunga.
Mutin le Reggie pur sembianza, e mente,
Si trasformino in bestie i Re Nabuchi
Regga scettro, e corona Orso e Serpente
Ventosità di sotterranei buchi
Cagioni al sen de la gran Madre antica
Paralitichi morbi, e mal caduchi.
Cadan le Torri al piano, e la formica,
Fra le ruine altrui colonie s’erga,
E ‘l suol rivesta una spontanea ortica.
Gorgo Deucalioneo gli huomini immerga,
E con l’humor, che ‘l suo Padron non beve,
Il Coppier Giovial l’ale sommerga.
Una fame gravosa in messe lieve,
Tiranneggi i mortali, e sia di state,
Con penuria di Vin coppia di Neve.
Sian d’influssi pestiferi ammorbate
Le Cune d’Asia; e sian da Morte al fine
Co i parti feminil Tombe impregnate.
Non degg’io lagrimar l’altrui ruine,
Pur che ‘l Cielo da me colpi allontani,
Le fuggite letitie havrò vicine.
Qual di Strimonie Gru l’alate mani
Scrivon lettre ne l’aria, all’hor che vanno
Ad intimar pendula guerra a i Nani.
Tal su i Campi de l’Asia a nostro danno
S’intimin guerre, e de Campion schierati
Tendano i Corni un honorato inganno
S’intoni ancor da gli Avversari armati
L’horrida mischia, e le sonore Trombe,
Il foco martial soffin coi fiati.
Fra la Sorte, e ‘l coraggio il suon rimbombe
D’alterne morti, e a le cadute schiere
Neghin crudi Guerrier pace di tombe.
Trionfante ardimento alzi bandiere,
E ‘n città minacciata i ricchi Dari
Temano i giorni, e i Menelai le sere.
Contro irate incursion neghi i ripari,
Natura, e ‘l Ciel provino il buono, e ‘l reo,
Fochi Senoni, e Mariani acciari.
Pugni anco un Giove, e se da Inferno Etneo
Ergon scale su l’Etra Alme Giganti,
Faccian tomboli poi di Capaneo.
Dev’io pianger per questo? ohibò, sian franti
I Cardini del Cielo, & io sia vivo,
Piangono gl’altri, io riderò de i pianti.
Già che un mare è la Vita, in mar nocivo,
A che giova il sospiro? A crescer vento,
Che vale il pianto? A dar a l’onde un rivo.
Segua norme celesti human talento,
Sereno Ciel nega le nevi al suolo,
Sereno cor nega le nevi al mento.
Date, prego, l’orecchie a questo solo,
Per saper, se da l’Alma ancorché Madre,
Esser mai può legittimato un duolo.
Venne hieri un Corriero, e cose ladre
Contò di Lidia, il caso principale
Fu, ch’era morto a i Poveretti il Padre.
Era morto un Signor sì liberale,
Che la manco Virtù c’havesse adosso
Era il crescere i letti a lo Spedale.
Facea dar per un soldo un pane grosso
Di questa posta, anzi volea con pena,
Che dasse il Macellar carne senz’osso,
La Giustitia abondar, come un’arena
Facea per tutto ogni cantone urbano
Dispensava Ragione a Borsa piena.
Solea dir Vuoi Giustitia? Caccia mano,
Ma però intendiamoci a scritture:
E fia la tua Ragion fatta de plano.
Era colui ne le litterature,
Chi, un Plato? ohibò, più grande, un animato
Credenzone parea pien di scritture.
De le Muse il valor sempre ha stimato
Al par del sangue, e sento dir ch’a queste
Dava per ogni verso un Marchesato
E pur s’odon di lui nuove funeste:
E pur l’occhio di lui chiuso in oblio,
Più vigile non ha, non ha più feste.
Dunque, perch’huomo tal cadde, e morio
Per ragion di pietà pianger bisogna?
Né lagrimate voi? No, né men io.
Egli è morto, e non piagne, & io vergogna
Dirò, non lagrimar la sua ruina?
Ohibò, si gratti lui, s’egli ha la rogna.
Sian mesti quei, che per goder pedina,
Son scacchi matti, e passano con guai
Le lor Vitelle in carne di Vaccina.
Sian mesti quei, che per amar due rai
Non chiudon gli occhi; e con più strano fato
Vivon corrivi, e non arrivan mai.
Malinconico sia quell’affamato,
Che senza morbo haver fa la Dieta,
Senza merito haver ha digiunato.
Voi che del viver lieto havete l’arti,
E nel cervel, c’ha le lascivie escluse
Imprimete concetti, e fate parti.
Voi, che fate stupir l’empie Meduse
Con lo scudo di Palla, e che non siete
Qual Pireneo svergognator di Muse.
Date gli animi vostri a l’hore liete,
Se bramate la vita, e darà palma
A letitia di cor corsa di Lethe,
Procelloso dolor sempre d’un’Alma
Agita il legno, e poi lo tira al fondo;
Che in mar di vita un’allegrezza è calma.
Se bramate d’haver tempo giocondo,
Fate conto veder Turba di mesti,
Mover corsa di Palio in questo Mondo.
Fate conto, ch’un caschi, un dietro resti,
Un passi avanti, uno in sudor si stempre;
Chi vuol haver gusto maggior di questi
Lassi correr il Mondo, e rida sempre.
Sollevò al sommo gli animi de gli Uditori il giocondissimo componimento d’Egideargo; ma parendo a Stamperme non dover escludere dalle sue favorevoli decisioni i motivi di Rorazalfe, che haveva saputo, qual novello Simonide, favoreggiar le lagrime, decretò in sodisfattione d’ambidue, doversi con placido sentimento soffrire le calamità communi; né commoversi per esse a diletti di riso, né a dolori di lagrime. Il tormentarsi per gl’altrui mali è una humanità inutile; il dilettarne è un piacere inhumano(21). Tam mollis evadit, disse Platone, qui in lacrymas risu profusiore resolvitur, quam qui dolore lacrymare compellitur.
Terminata questa ingegnosa gara, varie cose si motivarono in giro, intorno alle cagioni delle correnti Guerre, & alle necessità, od a capricci de’ potenti nel suscitarle. Si fè da principio una riflessione di encomij, e di compatimento sopra gli Europei Monarchi, che contra l’uso de gli Asiatici, armando eserciti alle diffese de i loro Stati, anzi che alle rapine d’altrui si additavano non meno incorrotti nelle sozzure d’un pacifico lusso, che moderati nell’ambitione d’una potenza bellica. Si commendarono parimente i Grandi d’un Europeo Senato, che animati più da forza di non estorte divitie, che da soccorsi d’una pietà colleggata, contra l’ingiurie d’una poderosa barbarie, le ragioni della loro sfidata libertà gloriosamente schermivano.
D’altri Prencipi, le Chimere del cui capo empievano di mostri l’Asia, si borbottarono confusamente da i curiosi Dicitori i seguenti pensieri.
Alcun di loro, diceva Stamperme, difendeva con l’arme un popolo, con pretesto di sottrarlo da l’altrui Tirrannide; ma se gli veniva in acconcio di domari gl’offensori, di dominar gl’offesi, havrebbe anch’esso havuto il zelo di Silla, o di quel Lupo d’Esopo, che s’offerse per guardiano del parto alla Scrofa.
In altri, soggiungeva Ticleue, il lusso tirannico haveva quasi distrutte le proprie divitie, e gli agi de’ Sudditi, e perché i Signori di questa sciatta stimano più vergognosa la povertà dell’infamia, come che la povertà vieti l’essere a’ Grandi, e l’infamia non habbia in essi Tribunale che la giudichi, v’era alcuno, che con l’avanzo di pochi armati tentava la sorpresa di mura non custodite. La necessità, ch’è un gran patrocinio delle miserie humane, spezza ogni ritegno di legge; e come diceva Filopemene(22), a chi vuol lassare la robba d’altri, fa mistieri haver del suo.
Alcun’altro bisbigliava Egideargo, non contento delle naturali fortune, guerreggiava per cupidigia di potenze nuove. I desiderij son come i Numeri, ne’ quali all’uno succede l’altro. Con l’esempio della nascente ingordigia d’Alessandro credevasi, esser miseria ne’ Grandi haver molto da bramare, né ponderavasi esser più miserabile, haver cagione di temer molto, mentr’è più facile ad un povero fuggir il disprezzo, ch’ad un ricco l’invidia:
V’era alcuno, rammentava Rorazalfe, che accendevasi a’ martiali sdegni col vicino, per vendetta di ricevute offese, e forse anche per bestiali occasioni, come fu la guerra fra gl’Etoli, e gl’Arcadi, o fra i Rutuli, e Latini. I Prencipi(23), disse Euripide, non cangiano con facilità gli sdegni. Ritengono costantemente il primo impeto, per non parer concitati senza cagione. Era però curioso il vedere, chi per vendicarsi d’una lieve ingiuria, poneva a ripentaglio il suo Stato. Grandi sono alle volte come i fanciulli, che se di molte noci c’hanno in seno, una ne vien loro tolta, per isdegno, ne dispergono tutte l’altre. Non vogliono il tutto, quando si nega loro una parte.
Si ponderò in commune il fatto di qualche Potente, che tratto da ambitioso prurito di Gloria, univa armate, e dissipava leggi. Esortavalo l’ambitione ad esercitar più tosto le pene d’un ferro, che a vivere tra le colpe d’un otio. La vita humana, dicevano i Consiglieri catoni, al ferro è simile. Si esercita, si logora con suo splendore: se vive torpida, si consuma da rugine. Brama l’huomo talvolta le glorie della calamità; perché il male è spesso più noto del bene; & una cruda tempesta è più famosa d’una serenità tranquilla. Pur che apparecchi i titoli al suo cadavero, & al vulgo una favola, non cura, che l’impeto d’un cuore si diffonda in più mali.
Con riso della Brigata tutta motteggiavasi, che alcun altro non havendo regola di Governo, faceva i Latini per li Dassivi, perché non sapeva mantenersi fra i Neutri, ch’altri vendeva le sue adherenze per tema, altri vendevali per bisogno, ch’altri rivoltava casacca; perché dal lato apparente era frusta; & in questa poi, come incapace di rivolta nuova, riceveva il politico con sua vergogna inemendabili rotte dal tempo.
Molte riflessioni si fecero confusamente intorno alla meritata grandezza, & alla seditiosa potenza de’ Ministri, fra i quali alcuno, quasi ramo, s’inalzava drittamente sul Tronco; & altri, che di traverso si scorgeva carco di molti frutti, con danno del Tronco medesimo frangevasi. Le disuguaglianze loro rendevano mostruosi i membri di qualche Imperio, nella guisa, che in un corpo all’hora nasce il mostro; quando un membro trascende in grandezza la proportione dovutali. Parevano però da più parti rinovati gli esempi di Cecina, e di Valente(24) Ministri di Vitellio, ambo potenti, ambo emuli, ambo rapaci, ambo ruinosi(25). Il comodo privato, il consiglio de’ Giovani, e l’odio nascosto fè perder l’Imperio Romano.
Chi si faceva arbitro di qualche Regno, additava, che nel Monarca non regnasse l’arbitrio. Il Ministro vegghiava sul Re, mentre il Re dormiva sul Ministro. Il Re faceva lume al ministro, perché studiasse la sua causa, e questi dava la mano al Re, perché scrivesse la sentenza.
Nel ponderar le gravezze, si motteggiò che assai meglio odorasse l’oro, tratto da Vespasiano dall’orina, di quello ch’estorse Nerone dalle lagrime de’ Vassalli. S’attestò, che alcun Ufficiale imitasse(26) Temistocle, il quale volendo riscuoter denari in Andro, disse d’haver menati due Dei, la Forza, e la Persuasione: e poco valeva a’ Sudditi il rispondere d’haver due altre Dee, la Povertà, e l’Impossibilità. Almeno già che riscuotevansi doppiamente i tributi, havessero havuto arbitrio i Magnati, di far venir due volte l’anno la State, e l’Autunno, come disse l’Hibrea a Marcantonio. Ma il fatto era, che alcuni non esigevano per lo Re le Gabelle, che erano loro pagate, ma pagavano al Re le gabelle di quel ch’esigevano per essi.
Si narrò in ristretto, che da una parte un popolo teneva Consiglio, per tradir un Re, dall’altra un Re faceva consulte, per aggravar un Popolo.
Là era un seme di sepolta discordia, non facile a conoscersi; qui un germoglio di cresciuta congiura, difficile a sbarbicarsi. Le seditioni intestine, che per lo più; o dal bisogno, per tirannia cagionato, o dal tedio delle presenti cose derivano, sono appunto come la febbre ethica, che nel principio è difficile a conoscersi, facile a curarsi: ma se si trascura, col tempo si fa difficile a curarsi, facile a conoscersi.
Là vedevasi un pedestre popolo far testa contra le braccia lunghe de’ Nobili, qui le braccia dei Nobili haver cuore di porsi a i piedi una Regia testa.
Là udivasi una Follia tiranneggiar un Re, per dar inditio di senno; qui pareva, un Re aspettar il senno, per disciplinar la Follia.
Là tentò una imperiosa Fortuna d’elevare a premio di comando l’industrie di chi obediva; qui osò una servile invidia dannare a pena d’Ostracismo il merito di chi imperava.
E perché(27) in Civitate discordi, & ob crebras Principum mutationes inter libertatem, ac licentiam incerta parve quoque res magnis motibus agebatur, vedevasi una Natione, hor penosa di vivere in libertà da ribellarsi, hor in atto di tentar ribellioni per esser libera; mentre la stessa volubile ne’ consigli, impetuosa nelle risolutioni, falsa ne’ giuditij, facendo peggiori i rimedij de’ mali, pareva peccare, per pentirsi, e pentirsi per peccar di nuovo.
Esageravansi finalmente il pazzo abuso del secolo, in render gratie al Cielo delle stragi, fatte non de’ nemici di Dio, ma de gli huomini: mentre i Monarchi Asiatici dando titolo di predatore ad un Giove, sacrificavangli una portione de’ furti, come de ciechi Romani era l’uso.
(28) Ipsumque vocamus
In predam partemque Iovem. Cantò il Poeta. Motteggia(29) Tacito di Ga. Pisone, che all’udita della morte di Germanico ammazza vittime, e corre a’ Tempij, e detestando l’Historico i tempi di Nerone, ne’ quali si rendevan gratie al Cielo de gl’homicidij, si fa maraviglia che i sacrificij soliti a farsi anticamente per prosperità ricevute, s’offrissero all’hora per diletto di calamità lagrimevoli.
Si conchiude, che il maggior disordine per cui l’Asia era inferma, s’originava da Capi, in quali non alla Fama, ch’esser deve l’interesse de’ Grandi, ma all’interesse per cui tentano la Fama i Privati, con somma cura attendevano; e pur si sa, disse(30) Tiberio a Seiano: caeteris mortalibus in eo stare consilia, quod sibi conducere putent: Principum diversam esse sortem, quibus praecipua rerum ad Famam dirigenda.
E perché i corpi muoiono, o per interne indispositioni di qualità homogenee, o per estrinseche cagioni di sregolata vita, credevasi da alcuno, esser l’Asia ad un mortifero rischio vicina; mentr’è destino d’ogni Città, diceva Anibale(31), se non le nascono inimici fuor di casa, produrli di dentro.
Si decretò in somma, tutti i Regni haver gli Orti, i Meriggi, e gl’Occasi: e'(32) periodi d’ogni Imperio esser fatali, come disse Cratippo a Pompeo.
(33)Platone organizò con la sua Idea una ben ordinata Republica: e pur non seppe assicurarla dalle alterationi, e dal fine, conchiudendo: quod nihil in statu maneat; sed ambitu quoddam temporis mutaretur.
Ma perché ne gli estremi discorsi motivò Stan per me, che le corruttioni de’ Regni nascevano per lo più da’ Grandi, come che i pesci dal Capo a putrefar comincino, recitò a gli Amici una morale Oda a Capi de gli Eserciti Asiatici, in questo tenore.

A’
GUERRIERI
PRINCIPI
DELL’ASIA.

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§ §
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O D A.

Tantalo infido entro i martiri inferni
Move a cibo fugace orma di fame:
E al grave duol di flagellate brame
Negan dolce momento Arbitri eterni.
E voi, cui diede il Ciel gioia di pace,
Gite penando in bellica baldanza
E pascendo co’ rischi una speranza,
Pescate a l’hamo d’oro esca rapace.
Chiedon pace le stelle, e par che crei,
Per punir gli uccisor fulmini un Giove:
E voi superbi entro fulminee prove
Fate nuovi Salmonei onta a gli Dei.
Forse al cadaver d’Avversario esangue
Erger credete a vostra Fama i vanni:
Folle ardir vi lusinga, a gli altrui danni
Le potenze infierir, gloria è d’un Angue.
Già del Foro venal sopra la selce
Stride Penuria a l’affamate schiere,
Mentre i covil di fuggitive Fere
Sopra i campi negletti erge una felce.
Già, già di Morte a l’orrida licenza
Mesto rinuncia il Mietitor la falce;
Mentre, di Spica il suol voto, e di tralce,
Fertile appar d’una Cadmea semenza.
Scoppino pur, qual pria, Nubi tonanti
L’armi del giel, nudo Cultor non pave,
Manca al Nume la messe, e più non have
La riverita Enea l’are fumanti.
De le provide glebe a la coltura,
Gli empi Cacchi di Marte i Tauri ha tolti
E in van d’intorno i desti lumi ha volti
Contro stuol Briareo d’Argeo la cura.
D’ingorda man miseri avanzi estremi
Restan le marre a queruli Bifolchi.
Anzi immoti Cadaveri de’ Solchi
Giaccion gli Aratri, ov’hebber tomba i semi.
Gli heredi altier di terren culti, e vasti,
Nutre i confin di bassa Valle augusta;
E chi l’origin trahe d’Arbor vetusta.
In rozza Casa humiliati ha i fasti.
Quel ch’affisso in quadriga, e d’auro grave
Parv’il Sol ch’in suo carro esca dal lido
Hor sembra nudo il Giovane d’Abido,
Ch’a sé medesmo è rematore, e nave.
Misero honor degli Avi, Aure di Corte,
Indarno homai fasto di sangue attende,
Ch’ove Fortuna prospera non spende,
Lo splendor de’ Natali ombra è di morte.
Già de’ vostri Guerrier gli empi appetiti,
A i casti seni altrui tendon rapina;
Né più raccoglie homai l’aurea Lucina
Prole simile a i Genitor mariti,
E se indarno tentò l’egra Consorte,
Contra l’armi di Sesto, oprar gli schermi
In van tra i ferri hoggi le Spose inermi
D’un’inferma honestà fuggon la morte.
S’a fuga Martial chiusi ripari
Tesser di Fabro adamantini ordigni,
Temprano a Marte homai Fabri maligni
Per assalir le Veneri, gli acciari.
Oh, di legge natia nato al disprezzo,
Temerario piacer di Marte insano,
Movi a prede d’Amor forza di mano;
Mentre a merce d’Amor, Amor è prezzo.
M’udiste, o Duci, a l’Innocenze offese,
Son le colpe di voi sferze d’Aiaci.
Folli, ove gite? Ah che le vie rapaci
Sono a meta d’Honor rupi scoscese.
Ah, se ‘l dolor d’un popolo caduto
Pietà non v’erge, il vostro mal la mova,
Erme son le Cittadi, e che vi giova
Votarvi un Regno, e riempirlo a Pluto?
Habbiate pur su trionfali Sogli
D’una Delia corona i crin recinti,
A vostra man che i Vincitor ha vinti,
S’offra il ramo di Cuma, e vi germogli.
Pugni in pro di vostr’ire arte di Stelle,
Ampio il Regno a voi fia quanto circonda
Fra il sen d’Arabia, o d’Anian la sponda,
Fra l’Indica Malacca, e i flutti d’Helle.
D’Alcide i fini, e di Lieo le mete
Varcar faccia vostr’arme amico Cielo
Scithia, temendo voi, tremi di gelo,
Libia, bramando voi, ferva di sete.
Miseri, e che fia poi? di spatio molto
Crescerete a Fortuna il vostro Regno,
È cieca sì, ma vanno i dardi al segno,
E gran bersaglio anco da ciechi è colto.

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§ §
§

Qui terminò il suo nobile componimento lo Stamperme, al cui merito si bisbigliarono tosto encomij da gli Amici, come ad Ingegno, che nella moral Poesia godeva in quel tempo il Candidato della Gloria. Ticleue in tanto irritato dalla bellicosa Idea di Stamperme a più impatiente furore, trasse fuori una Satira contra le Guerre d’Asia, composta già da lui in Europa, in casa del generoso Egideargo in cui vantavasi di haver sempre havuto alle sue naufraghe forme, o il porto, o la merce: e dando saggio con la lettura di questa Satira di un nuovo, ma regolato stile in tal genere, così a dire incominciò.

§
§ §
§

LA
GUERRA.
SATIRA.

Tutt’Arme è il Mondo, Arma virumque cano,
Le Donne, i Cavalier, l’Arme e gl’Amori,
Canto l’Arme pietose e ‘l Capitano.
Ognun s’odia, ogn’un s’arma, ogn’un va fuori:
Ed indarno a i Campi buon Caton rimbomba,
Torna, torna poltron, fuggi i rumori.
Suona a morir più ch’a svegliar la Tromba
E al soldo di Pluton spirti arrollati
Mandan le salme a quartierarsi in tomba.
Son di barbara bile hoggi amalati
I Regij petti e de la bile i mali
Son hoggi da’ Re barbari purgati.
Agl’infiammati cor sangui venali
Ordina il Fato in bellica licenza,
E a pienezza d’humor purghe borsali
Già de’ lussi nativi in astinenza
Vivono i Grandi, e de gl’altrui metalli
Provan gl’egri svogliati un’appetenza.
Qui deliran le Corti; e perché i falli
Del pazzo Aiace addolorar l’ovile,
Son le Reggie follie doglie a i Vassalli.
Tutt’Arme è il Mondo, il Fantaccin più vile
Col famelico sdegno, e mercenario
Vuol far de’ Regni una frittata hostile.
Anco il Sol, che ne crea, par sanguinario:
Poiché fatto sensal d’Alme a Caronte,
Tutto l’anno si trova in Sagittario.
Nudo stuolo colà sul Thermedonte
Sviscera il ferro; e a fabricarne i dardi,
Sudano a gara, e Piracmone e Bronte.
Tutt’Arme è il Mondo, a incoraggiar codardi
Sudan le Muse, e de la gloria insana
Un prurito febril stimola i dardi.
Ogn’un vuol Brigliador, vuol Durindana,
E segue ogn’un ne l’attaccar tenzoni
L’esempio altier de l’Albagia Romana
E pur furo i Roman grandi, e poltroni,
Se la guerra di Canne uccise tanti,
Considerate s’era di Bastoni.
Tutt’Arme è il Mondo. Il Mar legni ha notanti,
Che se in bosco natio vissero immoti,
Mostran morti su l’onde i piè vaganti.
Questi a Navale Enio passan remoti,
E di sopita, e tacita tempesta
I sonni forestier turba co i moti.
Non fan classe avversarie orma men presta
Col piè de i remi, onde inalzar fa spume
Di flutti adulterati onda modesta.
Già la schiera di Phorco, e ‘l patrio Nume
Stanno a mirar su placida marina,
Qual foco estingua a tante vite il lume.
Tutt’Arme è il Mondo, a fabricar ruina
Contra il patricio stuolo armasi il Gracco
E la man contra i Capi ardon la mina
A stuol plebeo, che per gravezza è fiacco,
Negan pane i Ministri: ond’ei ribello
Dona a i ladron de la farina il sacco.
Così doppia le straggi un sol macello,
Che ‘l sangue altier di scorticato Gregge
Mostra contra i Pastor core, e cervello
Fassi intanto lo scettro a chi lo regge,
Sferza più, che sostegno, e più non s’ode
Fra i rumor de’ Tamburi un son di legge
E pur dansi hoggidì glorie a la frode:
E al nudo sen d’iniquità diverse
Forman le penne altrui manto di lode.
Canta il Poeta ogn’hor l’arme di Serse,
Che tinse in rosso mar di Salamina,
E ‘l mascherò sotto le navi Perse.
Che un varco aprì ne la durezza alpina,
E per passar su la Cecropia Terra
Erse oltraggio di ponti a la marina.
Canta quel, che Giugurta, e’ Cimbri atterra,
Quel che corse da Pella a l’Indiano
Per trionfar, più che portar la guerra.
Canta quel lusco ancor de l’Africano,
Che fe’ ne l’aria sua tanti castelli,
Né capì da l’Egitto al Mauritano.
Canta ch’a i Pirenei ruppe i cancelli,
E dove tien la nostra Europa Occaso
Un Orto soggiogò di Ravanelli.
Canta che per valor, più che per caso
Diè di morso a l’Italia, e mangiò poco,
Ch’anco non dasse il Culiseo di naso.
Canta chi diede a l’Anti Roma il foco,
Quel che sprezzò de l’Epirota i doni,
E ‘l nemico a Roman magno Antioco.
Canta color, che pisciano a i Cantoni,
E ‘l ferro, uso a far solchi, a franger glebe,
Cangiamo in Scimitarre, e ‘n Morioni.
Canta de’ Gothi, e Vandali la plebe,
Gli Umbri, i Volsci, i Sabin, gli Hetrusci e’ Marsi,
E Cartago, et Athene, e Sparta, e Thebe.
Contra popoli immensi, e popolarsi
Canta il Valor di Vinitiane Armate,
Per cui la Rinomea voli n’ha sparsi.
Canta colui, che da febril giornate
Sanò i Roman, quando il suo dito intinse
Dentro il rotto Vascel di Mitridate,
Quel, che ‘n malinconie Perseo costrinse,
Quel che i Sanniti in collera ha distrutti,
Quel, ch’a flemme Romane Africa vinse.
Canta colui che fece dar da i Putti
Un buon cavallo a l’Asino pedante,
E Horatio sol contra i Pi…tutti,
M’han rotto il capo hormai tant’arme, e tante
De la Schiatta Febea voci sonore,
Le cui piene Trombette alzano un Fante
Hanno lingua i Poeti, e non han core,
Core non han, da far morir chi vive,
Vita non han da ravvivar chi more.
Chiaman Palla una Dea grata a chi scrive,
E rimirano poi con sguardo bieco
Le Palle de i Cannon, come nocive.
Nel periglio guerrier Serse fu cieco,
Che s’asciugar tante sue Turbe i fiumi
Godè ne l’acque, e gli fe’ danno il Greco.
E quai del gran Pelleo furo i costumi?
Mancò nel mezo un ch’anhelava il tutto
E fu mortal, chi si ponea fra i Numi.
Qual de le guerre sue Cesare ha il frutto?
Che prima un huom, e poi fu Dio chiamato
Da un Bruto; o un brutto termin’è condutto.
Che fa Pompeo, quell’inclito Soldato?
In mano al fin del Traditor rimane
Mal capitato, e ben decapitato.
Che n’è di Mario? Entro palustre tane
Di Minturnia palude, ove ha paura,
Trombe de’ suoi disnor stridon le rane.
Mesto fin finalmente ha la bravura,
Chi la dura a la corte è vincitore:
Ma ne la guerra al fin perde chi dura.
Quel, che insegna a temer sol col rigore
D’Arme Tiranne i tradimenti insegna;
Che d’ossequio infedel, Mastro è ‘l timore.
Quel che visse homicida in van si sdegna
S’ucciso muore. Hoggi l’instabil Diva
Fa vicende servili anco in chi regna.
E pur s’armano i Mari, e pur l’Argiva,
Benché ‘n flutti d’Euboe Nave sdruscita
Gli urti arrischiar vuol di Capharea riva.
E pur s’armano i Campi, e la crinita
Discordia i dubbi Regni, agita, e turba
E l’altrui Morte a i Regi arme è di Vita.
Sotto il manto d’Astrea copron la furba
Collera i Grandi anzi col voto solo
D’un Feccial capriccio arma la Turba.
Ne’ manifesti lor piangono il duolo
Delle fiamme attaccate, e pur son tutti,
O l’acciaio, o la pietra, o ‘l solfaiolo.
L’haver più Stati in sua balia ridutti,
Chiaman novi Nembroti, arie da caccia,
E private letitie i comun lutti.
Hoggi il Mondo è comun, di Fera ha faccia
Ogn’un è Cacciator di sua ruina,
O con rete, o con ferro; o con la traccia.
S’empia d’oro la cassa, e sia rapina:
Ogn’un cerca se n’hai, ma non già donde,
Buon odore è il guadagno, e sia d’orina.
Così al Tiranno il reo pensier risponde,
E intanto il furto altrui più che Spartano
Perché lecito sia, non si nasconde.
Fa guerra hoggi a ragion forza di mano,
Pur che in Erario AURelian sia vivo,
Moia ne’ Tribunali GIUSTiniano.
Morbo de’ Regni un dominar furtivo,
Fine del Greco fu, Sete d’Imperio,
Fallo fu del Latino, un Ablativo.
L’human desio, per dirvela sul serio,
Sempre il Mondo sconvolse; e non sapete,
Quanto nocque a l’Italia un desiderio?
Formar leggi infernal, guastar divine,
Son de l’horrida Guerra atti leggiadri
E son fabriche sue l’altrui ruine,
Oh quanti, oh quanti in fra i coscritti Padri
Tentar con l’armi altrui farsi Padroni,
E del Trono Roman diventar Ladri!
Dimmi Cesare tu, per quai cagioni
La libertà che in tanti membri havesti,
Nel tuo capo Tirannico riponi?
E in guerra tu Vespasian che festi?
Quando il pelle di Volpe, e di Leone
Al porco d’un Vitel guerra movesti.
Tu, che armato ti specchi, al tuo ladrone
Valor, perché non guardi? Haver ti vanti
L’oro col ferro, e pur nascesti Ottone.
Ladri de’ Regni altrui fur tutti quanti,
Ladri fur gli stranier, ladri i Romani,
Ladri fur Capitan, ladri fur Fanti.
E se furano in guerra i Capitani,
Che faran gli altri in guerra capitati?
Se fura il Capo, hor che faran le mani?
Sono al Capo regal mano i Soldati,
Sono a l’Inferno altrui spirti infelici,
Sempre nati a dannar sempre dannati.
Rassomigliano il Gatto, il qual nemici
Topi combatte, e in caso d’appetito,
Più de’ Topi ladron, ruba a gl’Amici.
Oh Numa tu, che intento al sacro rito,
Ma per rubar, né per pugnar con l’Hoste
Da l’Hostia d’un Altar non sei partito.
Mira, com’hoggi a soggiogar disposte
Son le destre de l’Asia, e ne l’inganno
Le saluti, e le leggi altri ha riposte.
O Terzi, o Compagnie pagansi ogn’anno,
Perché continue a noi sian le Terzane,
Perché fra noi la compagnia sia danno.
Voglion d’Asia i Padron, che si dia pane
A chi squarta le carne, hoggi chi regna
Senza pelle intaccar, non tosa lane.
Con la scusa de l’armi hoggi s’assegna
Al Vassallo pacifico una tassa,
Ma ch’ella gabba, una Gabella insegna.
Per dar nervo a la Guerra, hoggi si lassa
Smagrato affatto il popolo d’un sangue
Che i lombi poi di porca Pace ingrassa.
Così contempla il Tributario esangue
Ricchi i Ministri, e ‘l popolo tradito,
Un nemico, che ride, un Re, che langue.
O buon secolo d’oro, ove sei gito?
Le tue colpe, i tuoi colpi eran di ciancie,
Marte stava prigione per Fuoruscito.
Reggeva Astrea con le due man Bilance,
Spada ancor non s’udia, né Capitano,
Eran tele di ragno infra le lance.
La Bottega di Lenno havea Vulcano
Sempre rinchiusa, e non leggeasi in carte,
Ch’aprisse uscio di guerra il vecchio Giano.
De le fortune altrui godea la parte
Senza risse il vicin, né parea nato
A dar martiri, a far Martini un Marte.
Dormia sotto un sol tetto un vicinato,
I Conti e i Contadini eran Cognati;
E in tutti apria spirti conformi un fiato.
Cauta Sobrietà tendea gli aguati
A chiusi morbi, e in faccia a Galateo
Facea da Trombe, e da Bombarde i flati.
Nessun fea da Procuste, o da Tifeo,
E s’usciva una brusca parolina,
Era il cenno d’un guardo un Caduceo.
La pace era una Serva, ella in cantina
Spillava i vasi, e fea le celle nette
Con la scopa d’olive ogni mattina.
Il capo non rompean tante Trombette,
Il braccio non movean tanti tamburi,
Il cor non accendean tante vendette.
Non si fea porta, o chiave agli habituri,
Meze Lune havea ‘l Cielo, e non la Terra
Le Fortezze eran d’alme, e non di muri.
Non reggea Pluto ancor Regni sotterra,
E non patia di terren pondo scarca
Ripresaglie di furie, anima ch’erra:
Forbici sfacendate havea la Parca,
Ne traheva Caronte alle sue rive
Reggimenti di spirti in su la barca.
Processi non facea d’opre furtive
Eaco su i Reggi, onde vestia l’Inferno
Senza i lavor penosi ombre festive.
Altra natura ha il secolo moderno,
Sol fra l’ire del ferro è l’amor d’oro,
Sol di sangue là giù nero è il quinterno.
Sol co’ furti sostiensi hoggi il decoro,
Che meglio è il dir, de l’altrui robba io vivo
Che ‘l dir altrui, senza mia robba io moro.
Vanti pur con beltà sangue atrattivo
Frine tra i Greci suoi, d’oro il sembiante
Più di Frine hoggidì volto ha lascivo.
Di man d’ingegno education cotante,
Dal nascer del Bigatto al far calzette
Non posa mai l’Italian Mercante.
Quanti in vivande, in habiti, in ricette;
Perch’habbia il figlio suo scola di culto
Scolamenti di borsa un Padre mette.
E pur l’affretta al tumulo un tumulto;
E per belliche vie movendo l’orma,
Stima la sera il suo meriggio adulto.
Porge al Fanciullo il Precettor la norma
Per trarlo da le man d’un’Ignoranza,
Che prima del saper l’Anime informa.
Ma in pochissimi dì torna a vacanza;
Che ‘l voto Padre suo pensa che sia
L’empir la testa, un crapular di panza.
Son le lettere in noi Pedanteria,
Beffe di Corte, e morbo de le menti,
Fatiche da poltron, mal di pazzia.
Un huomo Elementar sol gli Elementi
Basta che sappia, e perché stia fondato
Bastan sol de le Scole i fondamenti.
Sì dice il Padre; e ‘l figlio sregolato,
De le regole altrui lascia il precetto,
E col furto guerrier cangia il Donato
Hor brando impugna, hor s’impugnala il petto
Hor dà colpi a credenza, hor li riscote,
Guerriero in sestodecimo ristretto.
Al fin move a la Guerra armi idiote,
Più atto a rivoltar spalle a l’…
Ch’al nemico Guerrier mostrar le gote.
Là nel vitio rapace, & impudico
S’ammaestra il Garzon, finché flagella
Un colpo nuovo il suo col pare antico.
La guerra è un’arte, in cui la vita ancella.
Stassi in lezzo de’ vitij, e ‘n cui si desta
Più sentina di mal, che sentinella.
Ecco in carriera Anibale s’arresta
Su le Campane vie tanto è sfrenato,
Che in terra di lavor sonangli a festa
Tra i fomenti di Bacco effeminato,
A Roma, che ‘l desia, l’ebro non passa,
E l’opre d’una man vince un palato.
Seco si stringa un Marcantonio a lassa,
Che per tracciar Madonna Cleopatra
La Signora Vittoria a dietro lassa.
A la Lupa di Roma il reo non latra,
Perché corre d’Amor dietro una Troia
E pria, che Vincitor, fassi idolatra.
Fonda le gioie sue dentro una foia,
E pur mentre bevea, vide il lascivo,
Ch’altro non è, ch’un sol boccon la Gioia.
Per non parer ne l’ammazzar cattivo
Vuol far veder, ch’a generar è buono,
E che gradi di bene hoggi ha Gradivo.
Già fu cagion un bellicoso tuono
Il ratto di bellezza fulminante,
Hoggi effetti di guerra irati sono.
……………………………………………
Fa scolare i Bicchier, Bacco a la sete,
E di doppio Scolar Marte è il Pedante
Voi, che d’ira venal l’Alma accendete,
E con la man che doppio sangue fura,
Per dar le piaghe altrui piaghe volete
Voi ch’osate atterrar de la Natura
Vostra il vigor, per rinforzar con Arte
Di posticcio Padron l’armi, e le mura.
Voi ch’ad altri acquistate, e havete parte
Ne l’altrui danno, e di sembianti ignoti
Fate uccisor, pria che nemico un Marte.
Dite infelici voi, dite idioti,
Perché amate un rigor? Perché vi piace
Da i Penati a penar torcere i moti?
Quando parte a la Guerra un huom audace
Non credo già, che la sua Madre dica,
Hor sì Figliuolo mio vattene in pace.
Ma dirà bene. Il Ciel ti benedica,
E vuoi lasciar questa tua Madre nuova
Per gir nel sen de la tua Madre antica?
Hoggi Hippolito alcun non si rinova:
E a ravvivar quel che di vita è casso,
Altro vi vuol Fratel, che chiara d’ova
Movea l’Asino un dì mesto il suo passo
Portando invidia a un bel Destrier robusto
Ch’a l’occhio del Padron si facea grasso
Ma visto poi d’arme il Cavallo onusto,
Ch’a suon di trombe infra il Canon marciava
Sonò il Trombon, sparò il Canon di gusto,
O son pur io, dicea, viso di fava,
Hoggi han fortuna gli Asini par miei;
Et io sciocco Asinon mi lamentava.
Dir sanità l’Asinità potrei,
Non vuò a morir, perch’Asino son nato
E se v’andassi, Arcasino sarei.
A Guerre andrò quando non ho più fiato:
Che de la pelle mia fatto un Tamburo,
Darò morto poltron core al Soldato.
Meglio, Amici, è il campar ne l’habituro,
Che habitar campi, i cori human consola
Non la norma Pelea, ma d’Epicuro.
L’otio è Maestro del mal, la Pace è scola,
Ove imparano ogn’or le Turbe tenere
Il mal de la Lussuria, e de la Gola.
Meglio è Marte seguir, che star con Venere,
È valor ne la Guerra incenerire,
È viltà ne la Pace il covar cenere.
Le fortune a i meschin porta un ardire,
Le fortezze ne i cor crea la sciagura,
È dei nostri dolor gloria il soffrire.
Cede a Forza Ragione. Una bravura
Regge il Mondo, e coregge, e ‘n lui si gloria
Non gir soggetta l’ordin di Natura.
Hoggi in battaglia è un’opra meritoria,
Tolto honor, tolta vita, e Regno tolto
Quel ch’in pace è vergogna, in guerra è gloria.
Cercar venture al vento opra è da stolto
Di Marte al Venturier spesso il Destino
Dà col poco patire un goder molto.
Anzi questo è un pensier da Palladino,
Campar la vita, ove la Morte accampa,
E una botta arrischiar per un bottino.
Queste ragion ne la sua mente stampa,
Chi tra fere d’Esopo ha d’huom la lingua
Chi fatti di Leon, se non ha zampa.
Ma pria che voi fiamma del Cielo estingua
Bravi Tifei, deh non vi sia di sdegno,
Che contra voi le mie ragion distingua.
Per la Fe’, per la Patria, e per lo Regno
Son l’ire honeste, e voi mostrate ardire
Per una paga ohibò, vender lo sdegno.
Né sarebbe vergogna il vender l’ire,
Per comprare alla vita un’allegrezza;
Ma voi per soldi, ohibò, gite a morire.
Soffrir caso di morte è gran fortezza;
Ma il tracciar lei fuor de la patria tana
Al giudicio de’ Savi è debolezza.
Colui che tien fra la delitia urbana
Incrustati i suoi giorni, e muore poi,
Degno esser può di compassione humana
Ma di che lode siete degni voi,
Che v’offrite a un morire, il qual vi leva
Dal viver aspro, e dal peccare in noi?
Né state a dir, che il vostro honor riceva
Da caduta di membri una salita,
Quasi Pallon, cui l’atterrar solleva.
Perché il voler con perdita di vita
Perder senno maturo; o etade acerba,
Sol per haver Resurrettion mentita.
Seppellirsi morendo in tomba d’herba,
E sperar poi di quella Diva i ratti,
Che trahe l’huom dal sepolcro, e in vita il serba.
Morti immortali miei cosa è da matti,
Provaste Inferno, et anhelate a gloria
Sperate un nome, e disperaste i fatti.
Sapete voi quel che dirà l’Historia?
Ch’osaste haver la Volontà cattiva,
Sol per farvi chiamar, Buona Memoria.
Chi può viver in pace, in pace viva,
Non fa torbido inchiostro i nomi chiari
Con l’altrui pena in Ciel mai non s’arriva.
La Guerra al Gioco de le Carte è pari:
Dove si perde, e vincesi tal volta,
Dove assistono Re, Fanti, e Denari.
Ma più la Guerra de le Carte è stolta,
Che da Spada dipinta a Spada vera,
Da Punto a Punta è differenza molta.
Dove in van non si spara, in van si spera
Anzi del colpo, onde un Guerrier è morto
La colpa del morir spesso è Mogliera.
Non si tronchi da vuoi con spatio corto,
Lungo sperar: perché nel Campo andate
Non è mica la via d’andare a l’Horto.
Pur se in Campagna piacevi di stare,
E qui vibrar ne gli altrui membri il ferro
Huom fia tra voi, che dalle Fere impare
E quando mai, dove fa mensa il Cerro,
A l’obliquo ferir d’irto Cinghiale,
Sperar si vide in suo svantaggio il Verro?
Al più fiacco Leon colpo mortale
L’Herculeon Nemeo mai non avventa,
Né al compagno Rigor Tigra fa male
Sol di sua stirpe estirpator diventa
L’huom che a turbar tutt’i mondan conforti,
Varcar l’Alpe, e l’Atlante, e il Tauro tenta
Mira in un giorno suo Febo più morti,
Che in un anno non crea Turbe nascenti,
Né sembra pari i nostri Occasi a gli Orti.
Dal costume Ferin Pace imparate:
E udite me, se d’opere guerriere
Vera saper la quidità bramate.
Son le Guerre de l’Asia Hidre, e Chimere
Per delitto di Re son Cacciagioni,
Per inferno de’ Popoli Megere.
Lecite Mercantie son di Ladroni,
Che per tirar a sé corpi d’entrata,
Fan de l’Anime altrui cambio a i Demoni.
Ma che da voi soldati hoggi è formata
L’onta Infernal, la Mercantia, la Caccia
Fiamma nudrite voi, che in altri è nata
Voi d’un Capo regal siete le braccia,
Chi far guerra in persona il cor non have
Di farla poi con vostra mano ha faccia
Schiavi, e Remi voi siete a l’altrui Nave
Siete Vigilie voi de l’altrui Feste,
Voi d’altrui Porte, e sentinella, e Chiave
S’a pugnar per altrui voi non correste,
O i Re fra lor s’aggiusteriano i guai,
O i Re fra lor si romperian le teste.
Haver, senza pagar, debiti assai,
Perder, e sempre haver vitto, e vestito,
Far guerra ad altri, e non combatter mai.
Uso è de’ Grandi, ma il Soldato ardito
Stenta, se vive, serve, se ha comando;
Se perde, ha male; se deve, è spedito.
Non sa il meschin, perché maneggi un brando:
Corre incontro a la morte, e non sa dove,
Aspetta la Vittoria, e non sa quando.
Sotto il fervido Marte, e ‘l freddo Giove,
Dai Penati domestici lontano,
Vero timor, falsa speranza il muove.
Se fa Gradasso il piè, l’Astolfo ha in mano;
Vestito di Guidon, non di Zerbino;
E ‘n mezo a Ferraù sempr’è Tristano;
Sempre in facende sudagli Frontino;
È sempre un Rodomonte ne la fame;
È sempre al companatico un Sobrino.
E sapete perché vote ha le brame?
Se de la Fame la Guerra è sorella,
È dover ch’una Suora un’altra chiame.
Però disse in battaglia il Re di Pella,
Se d’Alessandro ho stabile il sembiante,
Manca il mobil di Magno a la mascella.
E che direm del riposar d’un Fante?
Ha il suol per piume, e ‘l molle Ciel per tetto,
Posa la testa, ove vagar le piante.
Marito de la Morte è stato detto,
Più che Fratello il Sonno de la Guerra;
Perc’han pari fra lor la Tromba, e ‘l Letto.
Anzi tal’hor chi per dormir s’atterra,
Gli aperti lumi suoi non serra mai:
O non gl’apre giamai quando li serra.
Dunque a i sonni sicuri i vostri rai
Ritorcete, o Compagni: e del Compagno
Sembrino al vostro mal medici i guai.
Achille infra i Guerrieri hebbe un guadagno
Che invulnerabil fe’ stigio Pantano,
Tutte le membra sue, fuor che il calcagno,
Passar volete Achille? E haver lontano
Ogni rischio guerrier da i membri vostri?
Date in fuga il calcagno, e anch’ei sia sano
Siate i più bravi voi de i Tempi nostri,
Più soldati dei Fabij, e dei Marcelli,
Più potenti di Dario, e di Sesostri.
Siate pur quei Smargiassi, o Farinelli,
Che spaccan Guglie, e spiccan Promontori,
Sbeffan Giganti, e sbuffan Mongibelli.
De i Decori la perdita, e dei cori
Un dì farete, e col cervello insano
Non sani havrete i radicali humori.
Al ferreo colpo ogni corpaccio humano
Divien crivello al fin, ma non da biade;
Ch’un bel morir non fa magnar più grano.
Rimettete ne i foderi le Spade;
E nel corso vital, che v’è rimaso
Posate il piè su le natie contrade.
E già che ‘l Verbo mio v’ha persuaso
Concordanza da huomo, e non da Putto
Concluderò, che de la Guerra il Caso
Sempre il Genere, e il Numero ha distrutto.
Vera, benché poetica, reputassi la descrittione dell’Asiatiche guerre, e di quei folli huomini, ch’alla malitia arrolati le fomentavano: e però fu così commendata la nuova forma del Satirico stile, che nel detestarle hebbe arte, come detestava l’antica barbarie de gli Asiarchi, che di commendarle hebbero natura.
Si ponderò, che i buoni Poeti di niuna cosa più agramente si risentono, che delle Guerre, le cui turbolenze struggono in essi quella serenità di mente, cotanto alla poetica facultà convenevole. Non piagneva così Ovidio le miserie della sua relegatione, come il vedersi fra belliche scorrerie mal sicuro; ond’hebbe a dire.
(34)Precor ut possim tutius esse miser, & altrove più chiaramente.
(35)Terra velim propior, nullique obnoxia bello
Detur, erit nostris pars bona dempta malis.
A tal propsito recitò Ticleue le seguenti facetie, composte già da lui in Europa, mentre vedevasi, con genio avversario all’Armata, costretto a seguire in essa d’un suo bellicoso, ma giustissimo Prencipe le vestigia.
Son chiamato alla Guerra, & ecco porto,
Pria ch’io giunga a ferire, una ferita;
L’Alma pria d’ammazzare è fuoruscita
E pria d’immortalar, faccia ho di morto.
Io non son huom di spirito sì grosso,
Che pensi un dì, fra gl’impeti di Marte,
Trar la pelle a’ nemici, e farne carte,
Far inchiostro di sangue, e penna d’osso.
Tuon di Bombarda, e fulmine di spada
Gelar farà ne la mia vena il sangue,
………………………………….
Forz’è che ‘l verso ancor languido cada
Né avverrà mai, che ‘l Martial lavoro
Gioviale Poesia mi faccia fare;
Anzi sempre farà l’intercalare
De la mia Canzonetta. Ohimè, ch’io moro.
De’ bronzi i Tuoni, e de le spade i Lampi
Cantan le Muse entro Castalie mura
Che sol conviensi a Femine la cura
Di domestico tetto, e non di Campi.
Aman quiete i versi, in solitari
Boschi il dì Filomena erge i suoi canti:
E stansi muti i popoli guizzanti,
Perch’è sua cuna il fremito de’ mari.
È ver, se il braccio mio gl’huomini atterra,
Che le Lettere, e l’Armi havran tenzone
Ma sento dir, che simile questione
Si decide alle Scole, e non in Guerra.
Da i perigli guerrier fuggir lontano
Sempre fui vago, e di combatter schivo;
Perché i miei versi, in cui versato io vivo
Son formati di piede, e non di mano.
Come dunque cantar le consonanze
Poss’io di Rime al rimenar de l’Armi?
E come uscir puon da la stanza i carmi,
S’ogni nostra Canzon fatta è di Stanze?

§
§ §
§
Era una Fame nella Provincia di Menteseli; sorda, ma che sentivasi; muta; ma che faceva favellar de’ suoi mali. Tornarono i Dicitori alla narrativa delle calamità Asiatiche, e giudicandosi, che la fame non doveva distinguersi col silenzio della bellicosa Sorella, di cui l’antecedente Satira haveva rumoreggiato tanto, Rorazalfe recitò la seguente Satira, in persona d’un Poeta, che provando nella Città di Side un’insolita penuria di pane, prende partito di licentiar da sé la sua Musa, per potere tra le fameliche gravezze, da cotidiani dispendij alleggerirsi.

§
§ §
§

LA FAME
SATIRA.

Torna, o Musa, di Phocide al Paese;
E su i Nomi avanzati al secol d’oro,
Filando Eternità, campa a tue spese.
Io mi pasco di spiche, e non d’alloro;
E mal potrei ne l’immortal tuo Chiostro
Viver di fama, hor che di fame io moro.
Non ammette due cure il petto nostro,
Ne la compra del pan spender moneta,
Nel crear poesie sparger inchiostro.
È legge inalterabil di Pianeta,
Che stia sempre sfornito il nostro Forno,
Fin che tu sei Zitella, & io Poeta,
Lessi già di Parnaso al Protocollo.
Che fra ‘l Poeta e ‘l Pan nata è disfida,
Perché fecer rumor Pane, & Apollo.
E dai Ricchi un poeta in van si fida
Trovar hoggi del Pan le cortesie
Tenea da Pane, e non da Febo un Mida.
V’è peggio ancor, l’antiche carestie
Di natura eran morbi, e le moderne
Posticcio mal son di rapaci Arpie.
Già la Figlia di Cerere da inferne
Forse fu tolta, e da infernali brame
Rapita hoggi una Cerere si scerne.
Drudi ladron con le sensali trame
Di Cerere i granar gravidi fanno;
E in casa altrui fan seminar la fame.
Già promiser penurie al tragic’Anno
Le Stelle: et hoggi a l’osservar dei patti
Quel che ‘l ciel ha promesso, i Ladri danno.
Dai Campi stessi hanno i frumenti estratti
Certi ingordi Campion; ladri da fune,
Degni d’haver più che le tratte, i tratti
Voglion costor, che le plebee fortune
Orfane sian d’argento, e per un pezzo
Adottive penurie habbia il Comune.
Al buon Mercato il mal Mercante avvezzo
Estrahe, per guadagnar, compri frumenti,
E fa salir nel pan calato il prezzo.
Quindi è che nasce poi Sicarie genti,
Perché giunte si vedono a l’estremo,
Ferman la man su i peregrini argenti.
Né sgomenta i Ladron la Forza, o il Remo
Che le panze de l’huom non han cervelli:
Né si pasce a consigli un ventre scemo.
Per gli altrui falli hoggi proviam flagelli,
Non vi è Farina, e Farinaccio è morto
Mancan Farine, e crescon Farinelli.
Se non vedo Trittolemo risorto,
Prestar semenze a Carestie Villane,
Veggio nei pianti ogni appetito assorto.
Hecate, & Iro in su le strade urbane
Chiedon piangendo a l’imbriaca sorte
Di un Mida avaro, un vomito di pane.
Ma quei non apre, a chi non porta porte:
E se pur getta un tozzo al Pellegrino,
Lunghe non son le Carità di Corte.
Muore intanto, anhelando un sol quattrino,
La Turba, e in Corte poi vive al perdente
De poveri palati il Palatino.
Musa mia così va. Se nel rodente
Digiun mordo gli Avari, ha gran ragione
Morder la lingua, hor che non rode il dente.
Habbi dunque di me compassione,
Se siam forzati in secolo perverso,
Io cangiar esercitio, e tu Padrone.
È ver, che il cibo è da Virtù diverso:
Ma per girar di Poesia lo spatio,
Non han forza digiuni i piè del verso.
Quando di Lira il Sonatore Horatio,
Canta Evohè d’Ottavian ne l’Horto,
Credemi Musa mia, che ‘l Ventre ha satio.
Non fa immortal la Povertà, fa morto,
La Vita è un navigar, porto la Gloria;
Ma non si va senza biscotti al porto.
Voler gran nome entro l’altrui memoria
Pria d’inalzar le sue sostanze nane,
È una vera follia di Vanagloria.
Son già da me le Poesie lontane,
E sol nei Panegirici ho concetti,
Perché Giro ogni giorno a trovar Pane.
S’Epicuro, che d’Atomi ristretti
Compose il Mondo nostro Pan guardasse
D’Atomi nol faria, ma di Panetti.
E s’Euclide fra noi Vita menasse,
Direi, che il Pan perché s’inghiotte intiero
Un Punto indivisibile chiamasse.
Vuoi tu sentir con attra frase il vero?
Pan significa tutto in parlar Greco,
Ma in lingua nostra hoggi ogni Pan è un zero.
Né vale il dir, ch’Eternitade hai teco,
I giorni tuoi fian da la Parca guasti,
Mentre la Mensa mia la Parca ha seco.
La mensa mia Siracusani ha i fasti,
Se di Pan, che non manchi, hoggi è composta,
Pan fu Dio de’ Pastor, hoggi è de’ Pasti.
S’al tempo antico una Pagnota tosta
D’una Fame dentata era il rifiuto,
Delitia da sdentati hoggi è la crosta.
Sparte molliche homai, rozzo caduto,
Non trascuran le mense, e non si vede
Con la muffa cerulea il Pan barbuto.
Muovi dunque da me, Musa, il tuo piede,
E credi ai detti miei, già che la bocca,
Se non s’apre a magnar, s’apre a la Fede.
Chi sdegno caricò, Satire scocca,
Anco l’Ocche affamate havean baldanza
A i Galli sbraveggiar dentro una Rôcca.
Mentre dunque è di Pan tanta mancanza,
Che sol ci resta in supplicar Fiorenza,
Che de la Crusca sua c’empia la panza.
Habbi Musa mia bella, habbi patienza,
La gran Penuria hoggi a penar t’esorta.
Hoggi, che manca il merto a l’astinenza
È il viver caro, e Caritade è morta.

Famosa, non meno che famelica riuscì communemente la Satira, recitata da Rorazalfe; e quasi che la Fame del Componimento havesse hauto vigore d’imprimere contagio della medesima ne gli stomachi de gli Uditori Amici, passarono tutti indi a poco alle lor Case, per adempirvene i voti. E qui parve alla curiosa Brigata d’havere impiegati in profitto d’opere gli esercitij delle sue solazzevoli parole in quel Giorno

Fine del primo Fascio.

§
§ §
§

DELLE
FRASCHERIE
FASCIO SECONDO.

§
§ §
§

Hermocle(36), richiesto da Pausania a dire, per qual via potevasi acquistar fama in un tratto, rispose. Con l’uccidere un Famoso. Onde Pausania, privando di vita Filippo, si diè vita nelle memorie de’ posteri. Da tal’esempio Stamperme estrasse alla curiosità de’ suoi ragunati Amici questa vaga propositione in quel giorno, cioè. Che il saper uccidere con colpi di Satira i famosi vitij d’un secolo, fusse hoggi il più efficace methodo, per eternarsi nelle commendationi, e ne i fogli. Aggiunse in prova de’ suoi argomenti più honorata esser la Fama del Satirico, di quella dell’homicida; perché all’attione di Pausania, come maligna, si devono le censure della Satira? Ma l’impresa del Satirico, come zelante, non merita di Pausania le pene. Così Pausania ha un dannevole nome, uccidendo chi per valore si facea noto; e ‘l Poeta ha una lodevole memoria, trafiggendo chi si fa palese per colpe. Ma perché è così malagevole il sapere uccidere con gloria, come il raffrenare un irritato sdegno da gl’impeti della vendetta, propose Stamperme un più strano, ma ingegnoso dubbio da risolvere; e fu.
Qual sia più difficile nel nostro secolo, il saper far una Satira, o ‘l non farla.
Trovavasi nella brigata Momarte, huomo nella Critica versatissimo, e dotto; ma nel resto più di buona, che di molta eruditione ornato, come non chi molto magna, e più sano di colui, che di poche, e di buon’esche si ciba; e sì erudito può dirsi, non chi lesse molto, ma chi lesse il buono.
Fu invitato Momarte da Stamperme, a rispondere all’anteposto quesito, & a dare alcuna maestrevole notitia sopra le Satiriche origini; ond’egli disposto a provare, che la maggior difficultà verteva nel fabricar bene una Satira, espose i suoi eruditi fondamenti in tal forma.
La poetica facultà ha due cagioni; una naturale, e l’altra aventitia. La naturale è la felicità dell’ingegno nel poetare, e l’impulso dell’Arte; e questo dalla constitutione de’ Pianeti deriva. Giulio Formico, ed altri giudiciarij Mathematici assegnano co i loro Afforismi alcuni stellati caratteri, che alla formatione d’un chiaro Poeta concorrono; & io so, che Gildermo celebre, & espertissimo Astrologo d’Europa nell’erigere la figura ad uno de’ noti Ingegni, che qui m’ascoltano, disse, che per haver esso in Prima Marcurio, la Luna, e Venere uniti con Giove in Sagittario al cuore dello Scorpione, giudicavalo un acuto, e qualificato Poeta; e sopra tutto l’essere Marte in Decima Casa di Mercurio, indicava in lui una famosa, e risentita inclinatione nel lacerar gli altrui vitij con Satire. La cagione avventitia è un Estassi, o Furore, per cui molte volte accade, che l’huomo sia fuor di sé rapito, e dimenticante sé stesso, si vesta d’altri. Così avveniva in Colofone al Sacerdote d’Appoline Clario, che(37) a detto di Tacito, non sapendo leggere, rendeva in versi i risponsi.
Platone nel Fedro(38) formò, come sapete, quattro generi di furori, da altretante Deità promossi, cioè il vaticinante da Apollo, il mistico di Bacco, il poetico dalle Muse, l’amatorio da Venere, e la superstitiosa Antichità porgendo a queste favole orecchie, vuole più tosto riconoscere direttamente il dono di questo poetico impeto dalle vane influenze d’imaginarie Deità, che da sé medesima.
Chi è sano di mente, prova hoggi, anche col parere de gli Eruditi, che l’avventitio furor poetico nasca dalle conseguenti cagioni. Dalla temperie naturale, overo acrimonia d’un’accesa malinconia, da gl’affetti interni, cioè dall’ira, o dall’amore, c’hanno facultà anch’essi di concitar facondia ne gli animi, dal vino, che scuote le torbidezze d’un ingegno, riaccendendolo, come in Ennio, & Anacreonte avveniva; e finalmente dalla lettura de’ Poeti migliori, per la quale concepiamo un furor simile.
Ristrette però queste cagioni alla più fondata, e nelle poetice nature più impressa, cioè, che ‘l Furore, come Aristotele insegna, derivi da un’accensione d’atra bile, affermo, che in niuno è più fissa, e più connaturale questa accesa commotione di spiriti; che nel Satirico, il quale non da altro affetto riceve il poetico eccitamento, che dall’ira, che pur furore hebbe nome.
(39)Facit indignatio versum. Cantò il Satirico.
L’origine de’ Poemi stessi, che per parer(40) di Plinio fu avanti la Guerra di Troia, dice un Autore, che dallo sdegno Satirico una donna nascesse. Narra questi, che una Vecchia villaneggiò un Giovane, perché da lui urtata nell’homero, mentre questi furiosamente passava per via; & esprimendo a caso la Donna nell’impeto dello sdegno un’ingiuria metrica, piacque al Garzone il numero; & indi poi si prese occasione di poetare.
Lo sdegno accende la bile flava; quella appicca il suo calore nell’atra, e la infiammatione d’esse, rompendo nelle labre della fantasia, i cui moti son sempre dalla facultà intellettiva secondati, fa muovere, e mischiare quelle imagini di cose che nella fantasia si custodiscono, e quindi nasce quella mentale concitazione, di cui si favella.
Giuvenale, che fu della Latina Satira l’Archetipo, non fu mai più ingegnosamente Satirico, che quando da maggiori impulsi di sdegno fu concitato. Volle mostrare, che i vitij di Roma gli fecero sprone al piede, perché gli davano sul naso; e con furore impetuoso comincia.
(41)Ultra Sauromatas fugere hinc libet, & glacialem.
Oaceanum, quoties aliquid demoribus audent.
Qui curios simulant, & Bacchanalia vivunt.
Mostrò parimente impressi i motivi d’un furioso sdegno in quelle parole pur contro Roma.
(42)Et quando uberior vitiorum copia? Quando
Maior avaritiae patuit sinus? Alea quando
Hos animos?
Ricevendo dunque la Satira più dallo sdegno, che altronde i suoi fondamenti, dirò hora, che questo genere nel suo scusabile, e necessario sregolamento è più di qualunque altro difficile; perché havendo, come disse Casaub.(43), qualche affinità con le favole de’ Drammatici, vien anche ad esser nelle agitationi de gl’affetti, e nella varietà delle cose perplesso, e versatile, è però capace di più stili.
Qui errano a tutto Cielo alcuni moderni Poeti, che fissatisi singolarmente nella testura, o d’una Canzonetta Lirica, o d’un’Oda, detta da essi Pindarica, o un puro Berniesco all’Antica, credono d’esser perfetti Maestri d’una poetica imitatione; nella guisa, che fra i Pittori, l’uno crede di dar buon’odore della sua Arte; perch’elegge nel campo della natura la sola imitatione d’un fiore; l’altro quasi educato negli Eremi vuol gloria, non di saper ritraere Figure humane; ma ben sì Paesi, com’erano nella prima Creatione del Mondo, in cui non era ancora formato l’Huomo per vagheggiarli: l’altro che ha solo imparato a dipingere huomini in prigione, perch’è solito di ritraerli in un campo oscuro di quadro, pretende di meritare nel titolo, ch’egli ha d’Antropografo, d’un perfettissimo Artefice, il nome.
Se la Poesie ha con la Pittura somiglianza, è necessario ch’un Poeta, che alle perfettioni aspira, sappia tutto; nella guisa ch’un Pittore deve ritraer tutto; perché imita ogni opera di Natura(44). Pictorem omnia necesse est scire, quoniam omnia imitatur, disse Caldano, & Horatio favellando parimente del Poeta, disse
(45)Argilla quiduis imitabitur uda.
La Satira, come piena d’imitatione di tutte le Machine, così di natura, come di arte, non altronde hebbe nome, che da Satura, cioè piena di varie cose; onde il suo vero Caratterismo, come il meno pratticato, può dirsi hoggi il più difficile, & in un tempo per doppiezza di stili, e di materie il più vago.
Per ragionare de’ suoi principij, vi rammento con l’autorità de gli Scrittori eruditi, che la prima maledicenza hebbe origine dalla Dithirambica; e che mentre gli huomini s’univano colà per sacrificar a Bacco, e cantar le sue lodi, cominciarono a poco, a poco, ad inserir tra esse il biasmo de’ vicini.
Un lume di questa Greca licenza rimane anche hoggidì in Napoli d’Italia ne’ tempi della Vindemia, ne’ quali è permesso a ciascuno de’ Vindemiatori il villaneggiar chi passa; così accenna Horatio di quei secoli.
(46)Expressa arbusto regerit onnuit a durus
Vindemiator, & invictus, cui sæpe viator Cessisset.
Scherzò tra le cerimonie di Bacco questa amabile libertà del censurar altrui: sinché più licentiosa rendendosi, rivoltò lo scherzo in isdegno, e lo sdegno trascorse poi a lacerar anche i buoni.
(47)Libertasque recurrentes accepta per annos
Lusit amabiliter; donec iam sævus apertam
In rabiem verti cœpit iocus, & per honestas
Ire donos impune minax.
disse Horatio.
Da sì licentioso aumento prese ordine la Vecchia Comedia, che fu di maledicenza cosparsa: e la maniera di questa si reputò non meno gioconda, che ragionevole dal popolo, il qual godeva di veder repressa in tal guisa l’odiosa insolenza de’ Patritij
(48)Si quis erat dignus describi, quod malus, aut fur,
Aut mœchus foret; aut sicarius, aut alioqui
Famosus, multa, cum libertate notabant.
Domate finalmente le forze popolari in Athene, e riduto il dominio all’autorità di pochi, ma di potenti huomini, raffrenarono in gran parte i Poeti la loro maledica temerità, sbiggottiti particolarmente dall’esempio d’Eupoli, fatto annegare da Alcibiade(49). Non est facile in eum scribere, cui potest proscribere, disse Pollione appresso Svetonio.
In questo fu promulgata una legge, che non ardisse alcuno d’esporre al publico Carmi infami contra i vivi.
(50)Sed in vitium libertas excidit, & vim
Dignam lege regi, lex est accepta, chorusque
Turpiter obticuit, sublato iure nocendi.
Ma perché i Poeti havendo nella detratione habituate le lingue; esclusi dal lacerare i vivi, tolsero dalla Scena il Choro, in cui soleva la principal maledicenza fondarsi, & inventando in sua vece alcune digressioni, cavillavano in essi i detti, e gli scritti de’ Poeti defunti; e qui motteggiavasi enigmaticamente i vitij de’ Cittadini.
Cessò anche in poco tempo la forma di questa Comedia(51), detta dal Mazzone la Mezzana, prendo a’ Potenti, che anche i molti enigmatici contra i lor vitij si riflettessero, e che fusse inhumanità biasmar le opere de gli Scrittori defunti.
Fra quei tempi della vecchia Comedia, e della Mezzana hebbe origine la Tragedia, la quale, benché dica alcuno Scrittore che più antica della Comedia fusse; tuttavolta sapendosi, che il Caratterismo Comico è più semplice del Tragico, è verisimile, com’anche è di parere lo Scaligero(52), che questo da quello trahesse l’origine. Certo però è, ch’etiandio nella prima Tragedia, che Satirotragedia si chiamò poi, si introducevano Satiri a morder co’ loro ridicoli sali l’humane taccherelle, acciò che lo Spettatore fra le severità Tragiche ricevesse qualche sollevamento da gli Scherzi; onde Horatio disse, favellando della Tragedia.
(53)Verum ita risores, ita commendare dicaces,
Conveniet Satyros, ita vertere seria ludo.
Fra la Vecchia Comedia, e la Mezzana, la Satirotragedia, & un genere di Componimento detto Sillo, a cui diè nome Sileno, uno de’ primi Satiri nutricij di Bacco, andò ne’ Greci, esercitandosi la poesia maledica; poiché dalla Comedia Nuova, che s’inventò poi, parve esiliata la maldicenza contenendo quella, contra l’uso dell’antica, argomenti finti, & una severa testura.
Da queste Greche origini trassero occasione i Latini di dar nome di Satira alla loro maledica Poesia, e quantunque credasi da alcuno, che la Satira da principio fusse anche Senica appresso i Romani, tutta volta attesta, Scaligero(54), Satyram a Latinis acceptam, & extra scenam excultam.
L’inventione della Romana Satira fuor di scena fu assegnata da Horatio a Lucilio; benché da altri Scrittori credesi esser più antica.
(55)Hinc omnis pendet Lucilius, hosce secutus,
Mutatis tantum pedibus, numerisque facetus
Emunctæ naris.
Lucilio ne meritò il primo vanto; e come che questo genere di Componimento havea perduta la forma Teatrica de gli Antichi, vi creò egli con le sue Machine un nuovo; & esemplare Caraterismo fuor di scena; onde Horatio, che n’emulò l’inventione, hebbe a dire.
(56)Haec ego ludo,
Quae nec in ade sonent certantia, iudice Tarpa,
Nec redeant iterum, atque iterum spectanda Teatris.
Questo nome di Satira; perché derivò anche da’ Satiri, soliti o a discoprire nella nudità le vergogne, od a palesar l’animo su le labra, come inclinati al vino, che(57) operta recludit, parve inventato da’ Romani, per discoprire, o de gli altrui vitij le vergogne, o del proprio cuore gli affetti.
Questa ingenua facultà di riprendere senza ritegno le colpe humane, sortì una fortunata, ma pericolosa licenza appresso Giuvenale, & Horatio, i quali si sentirono trarre da un intrepido instinto, a nominare specialmente i vitiosi nelle loro Satire; e benché Horatio, come in rischio di rimanerne ucciso da’ censurati, fusse da Trebatio persuaso, a tacere in quelle parole.
(58)Ut sis
Vitalis metuo, & maiorum quis amicus
Frigore te feriat.
tuttavolta non sepp’egli ritenersene; ma conchiuse.
(59)Quot capitum vivunt, totidem studiorum
Millia, me pedibus delectat claudere verba.
Lucili ritu
Ma forse, che anch’egli non publicava in quel tempo le Satire, perché Libelli infamatorij non si credessero; e ciò par che accenni in quei versi.
(60)Non recito cuiquam nisi amicis idque coactus.
Non ubivis, coramvè quibuslibet.
Comunque fusse, mercè di quel libero Secolo non ne ritrassero mai da’ nominati huomini rincontri di castigamento; onde poteva dirsi di quei tempi, quel che diceva Tacito d’altri.
(61)Rara temporum felicitate, ubi sentire quæ velis, & quæ sentias, dicere licet.
Persio, che non volle avventurarsi a questa aperta franchigia, con l’esempio del precursore Horatio, riformò con poco in sé stesso la licenza del dir Satirico; mentre col nome aperto pochi della sua Età tassò, e molte volte col supposito nome di Tirio, e di Mevio; e benché una volta un impetuoso sdegno lo concitasse a mormorar di Roma, cominciò però, ma non finì, perché dir volendo per forma d’interrogazione. Chi non è ignorante in Roma? Disse.
(62)Romae quis non?
Altri tempi, altre cure son hoggi. L’arte del censurar le colpe in iscritto, che di Satirica ha titolo, è divisa fra la pura Satira, e ‘l Libello infamatorio.
La pura Satira, com’è anche la poetica tutta, fu sempre permessa, e qualificata, dalla facultà civile; il che non avviene del Libello infamatorio, ch’è dannato dalle leggi: questo ha per fine la sola imfamia di chi si mentova, quella ha per oggetto il solo utile di chi ascolta.
La Satira è un’Arte da maestro, perché flagellando insegna; & alle volte co’ sollevamenti d’un faceto stile insinuando norme, imita, dice Horatio, i Maestri medesimi.
(63)Ut pueris olim dant crustula blandi
Doctores elementa velint ut discere prima.
Non richiede però mai dilettationi senza dogmi; perché in un Maestro l’insegnare è debito; il dilettare honorario; onde haver non devono il nome di vere Satire quelle, che non d’altro, che di scurilità ridicole son colme, quantunque il ridicolo sia una necessaria conditione di questo Componimento.
La prima intentione della Satira è di rodere i vitij, e sì come il Fisico applica alle volte ad un membro, o ferro, o cauterio, col quale, o le sopite forze s’eccitino, o le fugate si revochino: così gli Antichi diedero a curar gli animi humani a’ Satirici, i quali radrizzando i curvi costumi de gli huomini, con la loro tagliente mordacità recassero da’ medesimi gli humori contaminati, e’ semi delle interne perturbationi. S’è vero il detto di Tacito, che(64) Vitia erunt donec homines, è così legge di natura, che siano Satire, ove son vitij, come che nelle case, ove son cibi, sian topi, e ne’ corpi ov’è copia de’ pravi humori, sian febri, cioè alterationi di spiriti, recalcitranti col male.
La Satira è nata più a ferire i vitij dell’Huomo, che l’Huomo ne’ vitij: e però si gloria di palesar l’Arciero, non il bersaglio. Il Libello è fatto più per pungere l’Huomo ne’ vitij, che i vitij dell’Huomo: e però ardisce di publicare il bersaglio, non l’Arciero. Insomma la Satira deve fra le honeste cose annoverarsi, e chi l’esclude, o non sa, o merita nel Libello i ricovri.

La Satira.

Con le norme severe, e in un gioconde
Sempre il peccar dal peccator distingue
Scopre i peccati, e i peccatori asconde.
Se la publica Astrea col ferro estingue
Dannati Rei, contra l’oprar dannato
Son di privata Astrea ferri le lingue.
Huomo è da ben; chi contra i mali irato,
E d’emenda cagion pria che d’offesa:
Per questa ancor contra l’human peccato.
Son le Prediche altrui Satire in Chiesa.
Quel commendare, come alcuno usa i vitiosi, è più politica, che giustitia. Timone aborriva l’human genere, col pretesto della colpa: dicea d’odiare i pravi huomini, perch’eran tali; e gli altri, perché non odiavano i pravi, imputò a peccato, non disprezzare i peccatori.
Il Genere del Carme infamatorio è quello, che fu già vietato per la legge delle dodici Tavole; parendo a’ Romani, che le colpe d’un Cittadino alle sentenze de’ Giudici, e de’ Magistrati; anzi che alle censure de’ Poeti si rimettessero.
Variamente però gl’Imperatori antichi di sì fatti Libelli, o censure sentirono i versi di Bibaculo, e di Catullo, che gl’Imperatori mordevano, furono da Augusto sofferti, e lasciati leggere; è come dice Tacito(65). Non facile dixerim moderatione magis, an sapientia: namque sperta exolescunt: si ira ascare, adgnita videntur.
Le leggi di Teodosio, d’Arcadio, e d’Honorio durono anch’esse in tali materia piacevoli, né vollero che i Detrattori soggiacessero a pene. Quel Tiberio, che non lassò giorno religioso senza flagelli, non ne fece caso in principio; come che in una Città(66), in cui era libertà nell’oprare, non dovesse a gli huomini imporsi freno nel dire. Conobb’egli all’hora esser follia il credere(67), con l’auttorità presente poter estinguere la memoria dell’Età futura; mentr’è noto, che sempre più osservabile, e stimata si rende l’autorità de i castigati Ingegni; né altro mai riportò chi punilli, che vergogna a sé stesso, e gloria a gl’Autori. Quei Signori de l’Asia, che oprando male contra i Sudditi, danno loro materia di dir male, dovrebbono più de gli altri soffrirne le mormorationi. Un Re antico in Europa, sentendo che i popoli da lui gravati, ne mormoravano, hebbe a dire. È dovere, che co’ loro danari parlino a lor modo.
Nerone fu di vario sentimento nel giudicar i Libelli. Schiamazza al Senato(68) contra Antistio Pretore, c’haveva fatti Cartelli contra esso; e se Peto Trasea non lo difendeva, era ucciso, non rilegato, ma non è ingiusto che un Grande fulmini contra i suoi Detrattori le pene: Lo strano è, che in quel secolo furono anche sospette, e pericolose le lodi stesse(69). Cremutio Cordo al tempo di Tiberio fu accusato di aver lodato in publici annali Marco Bruto; E v’è di peggio, anche i sogni furono sospetti in quei tempi. Nell’Imperio di Claudio s’udì(70) accusato un Cavaliero, che haveva sognato di veder l’Imperatore con alcune spiche di grano, volte capopiede, e detto poi, ch’era significato di carestia: hor pensate, che avverrebbe hoggi a chi dicesse, che vere carestie, non sognate, siano promosse da’ Magnati Asiatici, non dalle stelle, al sicuro anch’esso sarebbe di carestia punito, perché non magnerebbe pane.
Comunque sia, l’Arte de gl’infamatorij Libelli è giustamente dannata; e molte volte i Prencipi ne puniscono gli Autori, per non dar forza alle passioni de’ maligni in danno dell’innocenza de’ Sudditi.
(71)Augusto medesimo fu il primo, che in progresso di tempo fe’ caso di stato i Cartelli, mosso dalla malignità di Cassio severo, che con essi haveva cavalieri, e Dame di conto infamati.
Molto meno poi devono gli huomini censurar la vita de’ Grandi, o sentir de i medesimi le censure, quantunque malvagi fussero. Marte appresso Luciano sparla di Giove con Mercurio, e Mercurio risponde.(72)Tace neque enim tutum est ista vel tibi dicere, vel audire mihi.
Horatio mostrò molto d’intendere, che i Libelli infamatorij fussero quelli, ch’erano fatti sopra le persone innocenti: ma che nel biasimo delle colpevoli non potesse il nome di Libello haver luogo.
(73)Si quis.
Opprobrijs dignum latraverit integer ipse
Solventur risu tabulæ tu missus abibis.
Ma se ad Horatio dovesse credersi, nasceria questione indissolubile, se a trovar s’havesse chi fusse a torto, e chi a ragione vituperato: anzi che (74)Svetonio nomina Libello famoso quello, che fu scritto contra Domitiano, benché sceleratissimo.
Il dotto Mazzone forma con questi requisiti il Libello(75). Il Libello famoso è una Scrittura, continente il biasimo altrui, fatta, e publicata da huomo maligno, solo per recare, o manifestare, o rinovare l’infamia d’altri. Dice scrittura, che ha luogo di cagion formale, per abbracciare anco la prosa, già che Horatio intese solamente de’ versi. La cagione materiale consiste in quelle parole, continente il biasmo altrui: perché il Libello famoso non ha altro oggetto. La cagione efficiente è dinotata da quella clausula, fatta da un huomo maligno: perché la malignità è sola, & adeguata cagione di queste cose. Il fine si scerne in quella circostanza, per recare, e manifestare, e rinovare l’infamia d’altri: perché il Libello ogni volta che imputa il delitto ad un Innocente, porta infamia; se scopre delitto segreto la manifesta; se parla di delitto, già scoperto la rinova.
Soggiunge anche il Mazzone, che quattro conditioni concorrono ad un Libello famoso. La prima è la Scrittura; perché le detrattioni sono a voce, non ponno haver nome di Libello. La seconda, che il biasmo altrui sia il proprio soggetto della Scrittura; perché quando in essa si trattassero le lode di molti, e tra esse fusse framezata l’infamia d’alcuno, non saria puro libello famoso. La terza è la publicatione; perché non publicandosi il Cartello, non haverebbe l’effetto suo proprio. La quarta è il fine dell’infamia; che però l’Historico, il quale biasma i costumi altrui, per palesare la verità del fatto, non fa Libello famoso; e tanto meno chi scrive delle male operationi d’alcuno, non con arte di disonorarlo; ma di correggerlo, o per altro amichevole fine, che sia differente dal recar infamia. Da queste permesse del Mazzone si deve trarre una necessaria, benché da lui non distinta consequenza, cioè, che per la formatione d’un libello sia un essentiale requisito il nome dell’infamato: quando però l’aperta descrittione del Personaggio, l’individuo singulare dell’infamia, od una provata confessione dello scrittore che non facesse senz’altra glosa discerner chi fusse.
La mancanza del nome dell’infamato toglie il nome di libello al componimento: e benché i Lettori interpreti per cognietture imaginate ve lo adattassero: ciò non basta, a condannarne l’Autore; poiché la Scrittura, se non distingue ella stessa il Personaggio, non può havere il suo necessario fine, ch’è il biasmo demostrativo di quello: e ‘n cotal guisa l’imaginato Scrittore saria così degno d’assolutione, o di scusa, come quel Cacciatore che scoccando all’aria un colpo, venisse con la caduta dello strale a percuotere impensatamente, & in remota parte chi passa.
Parve più ridicola la sentenza di un Italiano Prencipe, il quale ascrivendo a suo biasmo una maledica poesia, composta da un chiaro Ingegno, a puro esercitio di talento, e nella quale non esprimendosi il nome dell’infamato, poteva il predicato vitio applicarsi a molti, fe’ decretar in scritto, che il Poeta, come reo di lesa Maestà, gastigato fusse; ma non andò molto, che si vide affisso contra il Prencipe un Cartello in prosa, in cui contenevasi, che in vigore delle leggi non doveva punirsi il Poeta: ma il Prencipe, com’autore di due Cartelli infamatorij; l’uno contra il Poeta da lui infamato, per Autore di Libello, non essendo, né provandosi tale; l’altro contra sé stesso; perché s’era adossato un delitto, dannato dalle leggi con pena di morte, e di cui non s’era fatta in sua persona mentione alcuna nel Componimento.
Sotto la Tirannide non v’è minutia sicura. I detti, i sogni, le meditationi, i sospetti, son presi in delitto di lesa Maestà, e di Religion offesa. Così doppo i primi anni di Tiberio, e di Nerone avveniva; e quell’infame di Caligola, che pur soffrì una volta il mordace moto d’un Sarto, leggesi, ch’arder facesse un Poeta per puro equivoco.
Supposte le accenate conditioni, questo genere di maledica Poesia, che di libello infamatorio ha nome, è il più dannabile, e di qualunque altro è il più sconcio. Se è noto l’Autore ne ha pena dal Prencipe: s’è oscuro, ne perde l’aura dal publico. Fra due gran contrari contrasta, chi v’attende, tra il prurito del palesarsi, ch’è un impulso d’operante natura, per qualificarsi ne i parti: e tra la politica del tacere, ch’è un necessario effetto di senno, per evitar le pene della legge. Chi vuol vivere, e far professione di veridico, taccia in Asia i biasmi, e le lodi di mentovati Personaggi. Se si biasmano, si corre rischio, se si lodano, si mente.
Ma per venire ad una particolar distintione di quei Satirici componimenti, c’hebbero faccia di Cartelli; né furon tali in sostanza, io n’addurò alcuni, per additarvi così le argutie, cui tessuti sono, com’anche i giuditij di quelli, appresso i quali, o restarono impuniti gl’Autori, come innocenti, od approvate le Scritture come facetie.
Faceto, è più degno di riso, che di pena, reputò in Italia un Componimento.

Contra una attempata, e deforme Dama, laqual per comparir più vaga, soleva ogni mattina impiastrarsi di Rossetto il viso.

La Poesia è tale.

D’adulatori inganni
Lidia tracciando l’orme;
Nel volto suo deforme
Cerca emendar di vecchia etate i danni;
Ma in van l’arte affatica?
Che per vigor d’uno stillato Aprile,
Su la guancia senile
Non trahe d’Helena i fior Hecuba antica?
Con purpurei colori
Sparge finte fiammelle in su le gote;
E crede in noi di non mentiti ardori
Vampe vibrar da le sue frodi ignote?
E se le polpe estinte
D’impallidito labro
Col suo vivo cinabro
L’industre mani ha tinte,
Infra i liquor tenaci
Crede in amor tendere il visco a i baci;
Ma de vani artifici
Son le sue colpe ultrici;
E son sue colpe a l’atra notte uguali,
Ch’accresce più, quanto più cela i mali;
Già de i meriggi suoi spente ha l’offese;
E di porpore accese
Tingersi in darno suole,
Rosseggia il Ciel, quando in Occaso è il Sole.
Queste gravi parole,
Fatto un Peleo ne l’ira,
Cantai l’altr’hier su la Meonia Lira
Quando humor mi saltò
Del ridicolo stil toccar la chiave;
Che malamente può
Condannar leggierezze un verso grave,
Hor sentite in bravar rime più brave.
Una Dama, che d’Aletto
Rassomiglia a la figura,
Quando levasi da letto,
Ha diletto di Pittura,
Ma sì strano è il suo Ritratto,
Che dà spirto a la Natura.
E pur nasconde il naturale affatto:
E con stil pietoso, e ladro
Essa in un tempo è la Pittrice, e ‘l Quadro.
Fra i color non vuol bianchezza,
Perché andria col lordo unita,
Tinta oscura anco disprezza,
Per timor d’esser chiarita,
Sol con ostro il viso accende,
Che Beltà, quando è sparita,
Ne’ brutti avanzi una vergogna estende
Ond’io credo, affermar possa,
Che le vergogne sue, l’han fatta rossa.
Perché forse è fumosetta.
D’una fiamma il viso tinge,
Perché Venere sia detta,
D’un Vulcan foco dipinge,
Ma sovviemmi altra cagione,
Un color di carne finge
Perc’ha la guancia sua magro il boccone,
E in tener maschera tale,
La Quaresima sua fa Carnevale.
Piangeria più d’una fiata
Il tenor di sue brutture;
Ma del pianto la bucata
Scopriria maggior lordure,
In veder suo rosso impiastro
Pensai tosto a le figure,
C’ha di doppio color l’Anglico nastro,
Che in pochissimo intervallo,
Se incarnato è di fuori, è sotto giallo.
Gran vantaggio veramente
Questa Dama in volto porta,
Se le viene un accidente
Non può mai diventar smorta,
E se un giorno a l’improviso
Rimanesse in terra morta,
Haver potria tal Epitaffio al Viso,
Questa Femina è sì fiera,
Ch’a dispetto di Morte ha buona ciera.

Squaccherate risa fecero della narrata Poesia gl’Uditori, e perché di tintura trattavasi, Ticleue così replicò a Momarte. Simili facetie più di riso, che di censura degne spiegai anch’io una volta.

Sopra un Amico, che soleva tingersi di nero la canuta barba, per apparir più giovane.

Uditele vi prego.

Voi su la barba il Tintoretto siete,
Et io sono in correggervi il Correggio.
E con ragion la Corretion vi deggio;
Mentre sul mento una mentita havete.
Voi di pel mascherato esser volete,
Per celarvi da Morte, e fate peggio;
Estinto è il pel, se così nero il veggio,
Sepolto è il pel, se lui coperto havrete.
Sempre ho visto di notte in casa mia
Sopra il carbon le ceneri versate,
Ma no il Carbon, che su la cener sia.
Io vi consiglio, se vi confessate,
Non dite. Padre ho detta la bugia,
Gli altri dicon bugia; ma voi la fate.
Contra Donne di mala fama, ripigliò Momarte, e sopra Amici di lodata confidenza niun motto Satirico deve in grado di Libello interpretarsi, né dannarsi mai. Tale ancora è lo scherzo del seguente Madrigale, nel quale

Un amico rimprovera facetamente all’altro la frequente verbosità delle Lettere, e de’ Carmi, che inviar solevalli.

Tante Prose scrivete, e tanti Carmi,
Ch’emulator di Scipion voi siete;
Perch’ambidue Cartagine struggete,
Con le lettere voi, quegli con l’armi;
E perché questo è poco,
Concluderò, ch’hebbe Cartago il foco,
E la vostra Cartagine l’aspetta,
Quella hebbe Roma C…, la vostra il netta.
Minor caso poi deve farsi di quelle scritture, che per puro scherzo di chi scrisse contra Donnicciole di sospetta fama motteggiamo. Udite alcuni versi inviati già da me.

Ad una Giovanetta di Caria, che adduceva per argomento della sua pudicitia l’Età troppo tenera.

Che questa tua beltà,
Perché nuova rassembra, intata sia,
Bella Giovane mia,
Può esser: ma chi sa?
Che ‘l dubbio mio fia vero,
Con questo essempio il provo:
Una femina è simile al bicchiero,
Che adoprato da molti è sempre nuovo.
Già che ci siamo a simili digressioni introdotti, disse all’hora Egideargo, reciterò anch’io un Componimento, che assai più di quest’ultimo merita annoverarsi tra facetie, benché di censure sia sparso.

Una publica Femina risponde agramente ad uno Astrologo di lei invaghito, che le haveva fatto la Genitura. E dice così.

Ch’io vi stimi in amor, vi pretendete:
Perché dipinto havete
La mia sorte futura
Ne la vostra Astrologica figura:
Ma non posso stimarvi altro, che un matto.
Benché ‘l cervello aguzzo
Haveste de l’Astrologo d’Abruzzo,
Che conoscea tutte le spine al tatto.
Anzi dirò, che in furia
Entrar dovrei, perché mi fate ingiuria
S’egli è vero quel detto,
Che l’huomo savio domina le stelle,
Mentre habbiate concetto,
Ch’io stia soggetta al dominar di quelle,
Secondo il vostro cenno
In capo havrò più la pazzia che ‘l senno.
Voi mi significate,
Che in questo vostro Astrologante ufficio,
Havete fatto il Calcolo, e ‘l Giudicio.
Quando questo affermiate,
Fatta Astrologa anch’io de’ vostri guai
Dirò per quanto il mio cervel penetra,
Che state male assai,
Perché quei, che fan Calcoli, han la pietra.
Circa il Giudicio poi,
Voglio affermar, che ve n’è poco in voi
Voi m’assegnaste in vita
Dodici case: e darvi una mentita
Io potrei per la gola,
Che fu la casa mia sempre una sola.
Fussero Case almeno,
Ma son, vostra mercè, stanze da fieno.
Vi ponete un Leone,
Toro, Capra, Montone,
E le Reggie del Ciel converse in selve
Fatte gli Dei domesticar con belve:
Onde in essempio vostro
Anco molti Signor del secol nostro
D’inalzar certe Bestie hanno i costumi,
Perché con Bestie hoggi hanno hospitio i Numi.
Tutto ‘l dì voi cantate,
Che son quegli occhi miei luce stellate,
Se da stellanti rai
Piovano in noi buone fortune, e felle,
Dove s’intese mai,
Che si dasser venture anco a le stelle?
Mi promette di voi l’Astrologia,
Che in Ascendente ho Giove,
Et io vedo per prove,
Che fareste Ascendente in casa mia,
Ma di Giove il Pianeta
Non par, che in voi si trove,
Mentre in voi per Giovar non è moneta.
Altra robba vi vuole,
Per dirla in Astologiche parole,
Che parlar di Radice, e Direttione,
Se volete d’altrui la Congiuntione
Altro vi vuol, che infedeltà d’Amore
Essere il Can maggiore:
Altro vuol questo fusto,
Ch’un Pianeta combusto
Pongavi pur del Sole mio l’ardore
In Igneo segno il core,
Ne’ desiri di voi, benché infiammati
Sempre il mio cor fia crudo,
Né mai si quadreran vostri quadrati,
Se non havrò d’un Orion lo Scudo:
E in somma, se danar voi non havrete
Da casa mia Retrogrado sarete.
Se verran le monete,
V’amerò, bench’Esopo,
V’accoglierò benché in bruttezza un Mostro,
Quell’Oroscopo vostro
Vi significa sol, che l’Oro io scopo:
Anzi in prova vi mostro
Che ne’ termini errate,
Se in me Trino di Venere trovate:
Perch’in vece di Trino
Vuol la Venere mia sempre il Quattrino.
Se quattrin non mi date,
Prego il Ciel, quanto posso.
C’habbiate un dì mezo Zodiaco adosso.
Prego habbiate nel petto un Sagittario
E ne gli occhi un Aquario.
Che per Donna infedele habbiate un giorno.
Di dentro i Pesci, e fuora il Capricorno
E per fin de’ guadagni
Leone, al fianco, e ‘l Cancro, che vi magni.
Già che si favella di Femine, e di venali, dirò anch’io, disse Rorazalfe, quel che motteggiò una volta un Drudo Poeta.

Contra certa Donnicciuola, che ricercato haveva l’Amante d’una Veste di velluto, e soleva spesso rapirgli qualche Anello, che gli adocchiava in dito.
La mia Femina avara
M’ha consegnato in mano
Un contaggio crudel di robba cara,
Per una Veste di Velluto piano,
Velluto piano? Piano,
S’ella è di me più trista,
Vasta Veste però mai non ha vista:
Una Veste? E di quali?
Se mi lasciò mendico,
E come havrai pensieri
Di voler veste, io le dicea l’altr’ieri,
Mentre tu vivi in peccati mortali?
Non sai, ch’al tempo antico
Sol le Donne da ben eran Vestali?
Ma è poco mal se chiede,
Ch’è nel rubbar più brava,
Quando in mia man qualche Anelletto vede,
Con bel garbo mel cava,
E dice poi, quand’egli è fuori uscito,
Oh vediam, come va dentro il mio dito,
A pena ve l’ha posto,
Che mi risponde tosto,
Va ben l’Anello affè,
Va ben, replico anch’io, ma non per me.
Oh leggiadro motivo,
per correr la Quintana in fogge nuove,
Essa dà ne l’Anello, e non si muove,
Io non do ne l’Anello, e son corrivo.
Perch’è uso de’ famigliari ragionamenti, prese a dir Ticleue, che il discorso d’uno ecciti specie di festevoli materie al Compagno; già che d’un avaro Drudo motteggiò Rorazalfe, vien a me in taglio di riferirvi una faceta descrittione di

Uno liberal Francese, che cento anni fa, invaghitosi delle bellezze di una Romana, spendeva profusamente in essa.

Ma la censura non può haver titolo di Libello; perché il Poeta né vi lacera fama, né vi palesa il nome. Il Sonetto è tale.

Un Cavalier di Francia principale,
Una Moglie posticcia in casa tiene,
E perché in lui l’Original sta bene,
In Corpo Italian copia il suo male.
È liberato, e non ha liber l’ale,
È incatenato, e dona le catene,
Fra la carne del letto, e de le cene
L’oro in borsagli cala, e non gli cale.
Schernisce ogn’un de la sua borsa i falli,
Né si dice altro in Campidoglio, e in Banchi
Se non che sian troppo Piccioni i Galli.
Hor quando sia, che di voler si stanchi
Una Donna da noi gli aurei metalli
Se ne’ gusti d’Amor pagano i Franchi?
Che val, porre in dubbio, disse Stamperme, se le pure facetie, ancorché Satiriche, cagionino diletti, o risentimenti ne gli animi? Voi sapete, quanto ridesse Effeso di quel mio Sonetto.

Contra un Serbino, in cui fu versato da una finestra un vaso di acqua.

Odalo Momarte, a cui forse non sarà ancora pervenuto a notitia, per la sua lunga lontananza da Effeso.

Era una volta un giovane lascivo,
Poltron di cor: ma d’una spada brava,
Riccio il capel come Interrogativo,
E’ mustacci a Parentesi portava.
Sempre a Donne correa, ma non corrivo;
Sempre lascivo, un soldo non lasciava:
Così haveva nel piè l’argento vivo,
Mentre l’argento in borsa agonizava.
Fornicando fiestre un dì sen giva,
Quand’ecco ergendo ad un balcon la fronte
Lavogli il capo un vaso di lisciva.
Disse uno all’hor, che havea l’argutie pronte
Se la beltà di specchio non va priva,
Ecco Narciso ha ritrovato il Fonte.

Qui ridendo con gl’altri, Momarte riattaccò il suo interrotto ragionamento; così ricominciò a dire.
Un antico Poeta motteggia co’ seguenti versi della melensaggine di Claudio, in soffrire gli usurpati dominij della Moglie. E però ridicolo, per dar titolo di Libello ad un Historia di quei tempi, publicata anche da un Tacito.
Al Tempo antico in negotiar di stato
Un cece non valea nessuna Donna,
Hoggi ogn’una ha la fava in Magistrato.
D’Imperante imperito ecco t’indonna
In guisa tal la sua Mogliera vana,
Che la Clamide in lui cangiasi in Gonna.
Apre un Tacito il labro, e cosa strana
Sembra diss’egli a un popolo guerriero
Una Donna imparar classe Romana.
La torta maneggiar vuol de l’impero
Monna Agrippina, e Mastro Claudio intanto,
Non sembra Imperator, ma Pasticciere.
Nel suo fasto rapito è altera tanto,
Che piagne Roma al suo famoso orgoglio,
Com’è proprio da fumo il nascer pianto
Profanato ha in Carrozza il Campidoglio;
E se ‘l morale Anneo non la sconsiglia
Vuol la Natica sua metter nel Soglio
Roma intanto si turba, e maraviglia:
E pur costei d’Imperator Romani
E Madre, e Moglie, e fu Sorella, e Figlia
Hor come mai ponno i maneggi humani
Buon fine haver, se feminil Medea
Hoggi al Capo viril tronche ha le mani?
Come da un sesso tal, Roma dicea,
Nascerà gran saper, se in Poesia
Madre non ha chi del sapere è Dea?
Che un gran principio di Filosofia
Haver possan le Donne, io ben lo scerno
Perché di Filo san, non di Sofia.
Ma chi crede, che sia buona al Governo
Una Femina vana, assai vaneggia,
Non è buona al Governo, è buona al Verno.
Veramente, disse all’hora Ticleue, per lo più le Donne furon sempre alle scienze, & a’ Governi poco atte. In Effeso stesso son così zotiche, che di tutto il libro di Nasone, quale dovria pur piacere ad esse; mentre insegnò i rimedij d’Amore, non sanno altra favola che quella della figlia d’Inaco perché se chiederete loro. Appresso Ovidio chi è Vacca? Tutte vi risponderanno(76). Io.
In Africa, ripigliò Momarte, venne in mente al Prencipe di Fessa, di andar visitando alcune Fortezze nel suo Stato; e perché i Popoli appresero, che la visita fusse più diretta a speranza di carpir tributo da sudditi, che a timore di patir sorprese da’ nemici: un bell’humore lasciò vagar per la Città i seguenti versi, ne’ quali però i Savij della Corte più dannarono il giudicio dei Glosatori, che l’artificio dell’incognito Poeta; poiché oltre il tacervesi il nome, la doppiezza dell’equivoco bastava a difenderlo.
Perché sia forte un seno,
Lo Scolar di Galeno
Suol visitar le debolezze altrui;
Ma son hoggi in costui
L’arte del medicar di varie sorti,
Per far deboli altrui, visita i Forti.

L’Adulatione, che non favella mai a gli huomini, ma alla fortuna d’essi, eresse già ad un Monarca della Morea una Statua di marmo, mentr’egli era ancora vivo. Stupivano i Savij di questo honore; non meno di quel che fecero i Romani(77) nell’erettione, del Tempio sacrato al vivo Nerone, non essendo in uso far pompe divine al Prencipe, se non doppo morte. Aggiugnevasi, che ‘l Governo di quel Monarca sapeva di Tirannico; onde solean dire alcuni con escandescenza, che dovea più tosto lo scalpello infiggere nel suo vivo capo un sol colpo, per darli merito di morto, che percuoterne tanti nel suo simulacro, per darli sembianza di vivo. E perch’era sotto la Statua una Inscrittione d’Encomij sì adulterini, che pareva contener più menzogne, che note, un Poeta non oscuro di colà passando, mormorò alcune poetiche censure, le quali apprese tosto dalla rapace memoria d’un Amico, che seco era, furono da quello immantinente registrate in carta, & alla mia notitia trasmesse; ma non potrei dar loro traccia di Libello, né condannarne l’Autore; perché non fece egli precorrere publicatione di Scrittura, che le sue offensive intentioni esponesse.
Eccovi la poesia di costui.

Oh più de’ Marmi adulation massicce,
Su Cortegiani carmi
Dansi a l’infamie tue glorie posticce.
Per poter dir: c’han faccia tosta i Marmi,
Mille note scolpite
Ti fan d’encomij un complimento horrendo:
Oh menzogne impetrite,
Il complimento in voi comple mentendo,
Non di man, ma di passi
Dovrian le Pietre esercitarti offitio,
E dovresti al servitio
Staffieri haver, non Segretari i Sassi.
Non v’è cosa più della Giustitia nemica, disse qui Rorazalfe, come oprar male, e voler esser commendato per buono. Il desiderio della Gloria, in chi non la merita, è un prurito da infermo ch’è sempre solito d’appetire quel che devono negargli i sani. Non così fece(78) Pescennio Negro, che volendo uno recitarli un Panegirico a sua lode tessuto, così disseli: scrivi, le lodi di Mario, o d’Annibale; accioché imitarli possiamo. Lodare i viventi è beffa, massime Imperatore, da cui si spera, i quali si temono, e ch’errar possono. Io desidero di piacer vivo; ma d’esser lodato morto.
Tiberio, tornò a dire Momarte, che fu un Imperatore di sospeso, e d’irresoluto giudicio, lasciava marcire i Cittadini ne’ Governi, o ne fusse cagione il tedio, d’haver a premutarli, o l’invidia di veder pochi huomini ricchi de i furti delle Provincie. Un oscuro ingegno, spinto da indiscreto zelo, rinfacciò all’Imperatore sotto sigillo di lettera le sue lentezze, e’ pregiuditij che da quelle ne’ Sudditi risultano; ma non hebbe luogo il Componimento fra i Cartelli, perché il Prencipe non ne publicò la missione, e si valse del motivo, quantunque temerario per un giovevole riscuotimento di Natura. I sensi dello Scrittore furono tali.
Tiberio mio, per tante flemme, c’hai,
Merti d’un Nume i Titoli superni;
Che se gli Dei nel Ciel vivono eterni,
Tu eterno ancor non la finisci mai.
Perché largo di mano esser non sai,
Lungo ti mostri in permutar Governi;
Per questo avvien, ch’a i nostri humori interni
Con tante flemme tue bile tu fai.
I tuoi Governator vivon d’inganno,
Fra Venere comprata, e Astrea venduta
O ne ruban la Lana, o Corna danno.
Per la tua Naturaccia irresoluta,
Che non li muta mai, sporchi si fanno,
Sempre fa porcherie, chi non si muta.
Questi, e simili Componimenti, benché di Cartelli, non meritino le condannagioni; non devono meritar né meno il lodevole titolo di Satire, ancorché Satirici siano: nella guisa, che un membro, non deve appellarsi huomo, benché d’humano busto si spicchi. Per dar saggi compiuti di un’Arte sono necessarie le ampiezze. L’arte è come la fiamma, se ha pastura si dilatta. È però anche certo, che la vera Satira non è organizata di tai membri, che l’Autore sappia in qual guisa debba generarli, e distinguerli(79). Partes in Satyrae nullae, quarum legibus ad certum numerum certamve dispositionem deducaris, disse lo Scaligero. Si sa bene, che la Satira è un corpo nelle sue confusioni ordinato: e benché habbia in uso alle volte di svolazzare oltre i suoi Territorij, tornano però sempre al centro i suoi giri; e come dello stile Pindarico avviene, dilattando il campo alle sue prodezze, adita sempre con lo svagamento l’ampiezza delle facultà ingegnose(80). Abrupta omnia, non tamen, non cohaerentia, disse favellando di lei lo Scaligero. In queste parti intricate per la integrità d’un ordine, consiste la difficultà, e la bellezza della Satira. Politiano favellando de’ suoi compositori disse(81), Summa illis inaequalitas, nunc stricti, & castigati, nunc vagi, & effusi.
Due sono gl’Idiomi della Satira, riprendere, e scherzare.
(82)Pallentes radere mores
Docuts, & ingenuo culpa defigere ludo, disse Persio. Richiede però per trattamento di questi due mistieri una pronta esperienza di due stili, grave, e faceto; e chi questi non sa ugualmente, e con felicità maneggiare: non si poggia a far Satire, perché meriterà la sferza di chi sa farle.
Le Satire dell’Aretino, dell’Ariosto, e d’altri Antichi, benché d’huomini per altro ingegnosi, e di grido in quel secolo, non devono a’ moderni servir di nome, per delinearle bene: son lodevoli: come nate a fecondar quei tempi, non come educate a disciplinar i nostri. Chi le difende hoggi, ha l’ingegno così rancido, come quel secolo era. I loro stili son più garruli, che sensati; perché poche vaghezze vi si osservano, c’habbiano forza d’incarnare in noi la cantonata d’un ciglio. Anche il moderno Secolo va producendo tal’hora di queste Anticaglie, ma il commendarle rimettesi a’ partiali del Bernia; il quale in quei tempi insegnò a poetare più ne’ Mercati, che nelle Accademie.
La purità semplice de’ versi non basta a costituire un buon Poeta: e precisamente Satirico.
(83) Non satis est puris versum conscribere verbis.
diceva Horatio; Anzi ch’egli medesimo credeva esser tolto dal numero de’ Maestri Satirici; perché intese di favellar puramente. Conobbe non bastare la purità alle Satire; ma doversi il titolo di gran Poeta in tal genere, a chi valeva etiandio nelle testura di locutioni più sonore.
(84) Primum ego me illorum dederim, quibus esse Poetas.
Exceptam numero; neque enim concludere versum
Dixeris esse satis; neque si quis scribat, uti nos,
Sermoni propiora, putes hinc esse Poetam,
Ingenium, cui sit, cui mens divinior, atque os,
Magna sonaturum, des nominis huius honorem.
Non deve però la Satira sollevare tant’alto con la nobiltà dello stile, che non sappia per lo più studiosamente abbassarsi con la caduta d’una popular facetia. Questa inegualità, che in altri stili puramente morali, ed Heroici è vitio, nel Satirico è conditione di raddoppiata virtù.
La Satira è un gioco di Palla, che inalzata ricade al basso, caduta rimbalza in alto, con questi cangiamenti tien desto l’Uditore, allettandolo con le dolcezze all’intelligenza di più severi ammaestramenti. Horatio, il qual seppe nella Satira più consigliare, che oprare, diè norma di queste differenze, quando disse.
(85) Et sermone opus est, modo tristi, sæpe iocoso.
Deve il Satirico nella riprensione de i vitij far l’ufficio hor di Rettore, hor di Poeta.
(86) Defendente vicem modo Rethoris, atque Poetae:
Interdum urbani parcentis viribus, atque
Extenuantis eas consulto.
Ma però è convenevole, che prevaglia più frequentemente nella poetica piacevolezza, come in lui nativa, che nella severità d’Avvocato, come a lui straniera, oltre che non fa ostacolo al credito d’una veridica riprensione il ridicolo.
(87) ridentem dicere verum,
Quis vetat? Soggiunse Horatio.
Alcuni abozzati Poeti, ne’ quali le dolcezze fanno bile, si persuadono, le facetie d’una Poesia repugnare alle saviezze de i Compositori; come che i parti dell’ingegno richiedano sempre quella seria gravità, che per lo più a’ costumi dell’animo è convenevole, non fanno i melensi, che il far ridere con maraviglia non è ordinaria fattura; ma come insegnò Horatio ne’ Ridicoli.
(88) Est quædam tamen hic quoque virtus.
I Poeti si rassomigliano a’ Pittori, perché questi, come imitatori di Natura, non restringono la loro Arte più nel disegno d’un Prencipe, che d’un Paltoniere, e però quei Poeti, i quali, scrivendo in grave, abborrono in altrui quelle argute facetie, di cui inesperti si palesano, può sanamento dirsi, c’habbiano di quel, che non fanno, cioè del Ridicolo.
I due stili, grave, e faceto in due fogge s’adattano alla satira, o divisi, o congiunti. Diviso il faceto leggesi in Giuvenale in quei versi,
(89) Incipe Calliope, licet hinc considerare non est
Cantandum: res vera agitur, narrate puellæ.
Pierides prosit mihi vos dixisse puellas
Divisa poi con catena il satirico a questi versi una Virgiliana gravità, mentre dice.
(90) Cum iam semianimum laceraret Flavius orbem
Ultimos, & clavo serviret Roma Neroni
Riattacca di nuovo a questi versi una inaspettata, e cadente facetia, dicendo.
(91) Incidit Adriaci spacium admirabile Rhombi
Ante domum Veneris.
Comincia Giuvenale una grave satira di questo tenore.
(92) Quamvis digressu veteris confusus amici
Laudo tamen vacuis, quod sedem figere Cumis
Destinet, atque unum Civem donare Sybilla.
Termina poi la medesima con un faceto sentimento in tal guisa.
(93) Sed iumenta vocant, & sol inclinat, eundum est,
Nam mihi commota, iam dudum multo virga
Innuit.
Congiungesi parimente in una frase medesima il faceto, e ‘l grave, e questa è la più convenenvole, e pratticata maniera della satira, e di Giuvenale precisamente, che più d’ogni altro seppe formarne l’Idea. Qui è necessario sapere, che le gravità satiriche, di cui hoggi pochi possiedono intelligenza, sono differenti affatto dalle Pindariche; e molte ridicole ampolle ammette la nostra satira, che ‘l severo stile de le loro Odi condanna.
Tutt’i versi di Giuvenale son portati per lo più con gioconda amplificatione, e con tutto che riconoscesse egli per grand’Huomo Horatio in quel verso.
(94) Venusina digna Lucerna.
Non volle però imitarlo nelle satire, ma lassò frasi, e norme più di lui esemplari in quel genere.
Vuol esprimere Giuvenale l’attione di uno, che russa fingendo di dormire, e dice.
(95) Vigilanti stertere naso.
Chi dicesse hoggi fuor di satira in granve Vegghianti nari, daroa sul naso al sicuro, non havendo a fare con questo membro, più la vigilia, che il sonno; e pur quivi è vagamente detto.
Vuole descrivere una commotione di collera, in cui si stringono i denti, stridendo; e dice con evidenza d’una grave piacevolezza.
(96)Per lacrymas effundere bilem
Cogaris, pressoque diu stridere molari.
Chiama il Tempio della Dea Iside Ruffiano, perché in esso solevano alcuni traficar adulterj.
(97) Isiacae sacraria Lenae.
Hoggi non saria ammesso nella grave descrittione de’ nostri Tempij sì temerario titolo.
Udite com’egli accoppia il grave, e il ridicolo in questi versi.
(98) Vertigine rectum,
Ambulat, & geminis exsurgit mensa lucernis.
Questa è descrittione satirica d’un imbriaco, che tradotta in frase di pura gravità non suonerebbe così acconcia.
Chi dicesse hoggi in un’Oda, discese in Cielo, sentirebbe da’ Censori metter sossopra il Cielo, e la Terra: e pur in Satira, nella quale i sentimenti sono più ristretti, fu acconciatamente detto da Giuvenale.
(99) Discendere iussit . . . in Celum.
Favellando di Caludio volle dire il Poeta, che trasferito iN Cielo, fusse di nuovo da gli Dei superiori fatto discendere a gl’Inferi. Anche Seneca scherzando satiricamente di esso, disse:(100) Postquam Claudius in Celum descendit.
Disse altrove Giuvenale.
(101) surda nihil gemeret grave buccina.
Non si passerebbe forse da un Pindarico il titolo di sordo ad un Istromento, e pur il satirico chiama sordo chi non sente, e chi non fa sentirsi, altrove ancora disse.
(102) surdo verbere cædit.
Più dura parrebbe la traslatione di Persio, il quale traporta il vocabolo sordo dall’udito all’odorato.
(103) spirent cinamma surdum;
Et Horatio l’adatta al sentimento del gusto.
(104) Exurdant vina palatum.
Qui ancora si strepiteria da Critici.
(105) Algentem rapiat coenatio solem.
Per sole freddo intende Giuvenale una stanza, che habbia il sole di Verno. Chi adattasse questa forma, e le antecedenti ad un verso grave; e le recitasse, poi avverrebbeli quel che d’un Poeta Italiano si racconta, il qual vantavasi d’haver fatto porre in purga un Censore con certa metafora, poiché stomacato quegli in sentirla, si perturbò, e contorse sì fattamente il collo che fu forzato a medicarsene.
Varie, licentiose, & imitabili sono le frasi de’ Poeti Latini satirici; ma però non devonsi traportare altrove, che nelle satire; e non sempre dobbiamo tracciare, come lecite, le arditezze, e valersi delle eccettioni per regole, come alcuni fanno. Dirò solo, che la satira è capace di queste doppiezze ingegnose, con le quali rendendo più malagevole la sua testura, vien anche a meritare(106) dal Casaubono titolo, non di plebeo Poema, ma di carme erudito.
È difficile in questo secolo la riprensione de’ vitij, perch’è in uso l’adularli.
(107) Adulandigens prudentissima laudat Sermonem indocti, faciem deformis amici. Miratur vocem angustam, qua deterius nec ille sonat, quo mordetur gallina marito.
È difficile la satira in questo secolo, in cui la libertà del dire è perduta.
(108) Unde illa priorum
Scribendi quodcumque animo flagrante liberet,
Simplicitas: E la satira, disse lo Scaligero
(109)Est poema liberum, simileque Satiricæ naturae, omnia susque deque habens, modo aliquid dicat.
È più difficile di tutti i generi la satira; perch’ha per fine due cose in un certo modo contrarie, cioè lo sdegnarsi, e ridere; che vuol dire mischiar l’utile delle riprensioni col dolce delle argutie.
(110) Iucunda, & idonea dicere vitæ.
È difficile la satira, perché i vitij, come inserti anche nelle depravate nature de’ Poeti, malagevolmente ponno esser dannati da medesmi in altrui, e per lo più le colpe, che nel nemico si rinfacciano, non si possiedono dall’Avversario, che le acusa. È così penuria d’huomini, che pravi non siano, come di Poeti, che si sdegnino delle pravità humane. Se questi Poeti fussero, sarebbero anche le satire. Chi si sdegna d’un male, se ne duole? Chi se ne duole schiamazza.
Quei tali, che più vagliono a tesser su’ vitij i Panegirici, che le satire, son più Cortegiani, che Poeti; benché Poeti ancora ponno esser quelli, che Cortegiani sono, cioè quei tali, che non essendo huomini da bene, paiono essere.
Essendo doppia l’eloquenza, una oratoria, una poetica, è certo, che difficilmente persuaderebbe , chi reputato fusse cattivo, e malamente saria persuaso un Uditore, che attendesse buon consiglio da colui, in cui è sospetta la fraude. Il satirico deve o parere, od esser mondo del delitto, che danna in altri, perché altrimente i Lettori rideriansi d’esso, come rise (111) Xenocrate, vedendo andar un Ladro al Patibolo: perché imaginò, che i maggiori ladri havessero dannato il minore.
La difficultà della satira si fa maggiore in questo secolo, in cui oltre la cresciuta gravità dello stile, e l’inserimento dell’eruditioni più folte, s’è trovata anche da’ buoni Poeti una più ingegnosa maniera nel Ridicolo, mediante le forme, gli equivoci, ne’ quali gli Antichi della nostra lingua non hebbero, né talento, né lume.
Non esclude la satira le lodi, quantunque di pochi, e parcamente: né perdona talvolta le censure a lo stesso Autore, per farsi lecito l’avventarle in altrui: e la destrezza, che in tai requisiti è necessaria, le sue difficultà aumenta.
Richiede generalmente i sali, che più di qualunque altra cosa fanno risplender le satire, nella guisa, che le Lucerne, se v’è sale dentro, ardon meglio.
Ammette alle volte i Dialoghi, i quali rendono etiandio più difficile la testura satirica per la oppositione de’ sensi; ma non devono in ciò imitarsi gl’antichi, che non facendo distintione d’interlocutori, cagionarono ne’ versi sentimenti confusi.
(112) Ex perturbata ratione personarum, disse Casaubono, in questo peccò più di tutti Horatio.
Ama la satira particolarmente l’Idiotismo; ma vi vuol’Arte in usarlo, (113) Idiotissimum praecipue adamant, rem, quæ inter oratorias, & poeticas virtutes rarò procedit, magnoque indiget temperamento.
Non esclude qualche oscurità, od ambiguità; perch’è naturale una indistinta implicanza in chi ha sdegno, o teme di lacerar apertamente un vitioso. (114) Plerumque obscuri, & implicati, multa ambigue dicunt, & subdole.
Insomma i satirici, conchiuse Politiano, in argomento delle loro elaborate industrie: (115) Reprehendunt, acriter insultant impotenter, vafre cavillantur, austè obrepunt; effluunt lubrice, tergiversantur, illudunt, dissimulant, ardent, versan, suspendunt, feriunt, pungunt, provocant, titillant, stomacantur, attonant ceu fulmine omnia, & concutiunt.
Fra i Latini Satirici più renomati, e letti sono Giuvenale, Horatio, e Persio, tutti come Maestri imitar si possono; ma non in tutto, (116) Che nuoce, dice Cicerone, alla venustà d’Apelle giunger in alcuni luoghi l’audacia di Zeusi, la diligenza di Protogene, l’ingegno di Timante, la gravità di Nicofane? Queste qualità miste, & unite alla novità de i proprij artificij, formano così nel Pittore, come nel Poeta una tal maniera, che non altronde, poiché dalla propria miniera può vantar l’origine. Non sortì mai grido di grand’huomo in quest’Arti, chi non hebbe Arte di fabricarsi la proprietà d’uno stile. È atto servile, non saper mover passi, che su l’impressioni dell’altrui vestigia.
(117) O imitatores servum pecus, ut mihi sæpe.
Bilem, sæpe iocum vestri movere tumultus,
disse Horatio.
Chi si contentasse della sola imitatione non inventerebbe mai, (118) nihil enim crescit sola imitatione, disse Seneca. Nello scrivere si devono seguir le vestigia de’ buoni, ma nella guisa, che fa il Pedante, il quale seguita il discepolo, e pur si dice guidarlo.
Chi è commosso a far Satire da una naturale concitatione d’animo, o libidine d’Arte, pongasi ad imitar i migliori, ma avverta, disse Quintiliano, (119) Ne quod facilius est, deteriora imitetur, ac se abunde similem putet, si vitia maximorum artificum consequatur.
Né tassare, a nome di vitiosi, niuno de’ sopranomati Poeti imitar si deve; e particolarmente Horatio, che non la perdonò a gl’amici stessi.
(120) Omne vafer vitium ridenti Flaccus amico.
Tangit.
disse Persio; e Scaligero lo chiama ingrato, e barbaro; perché (121) non s’astenne dal riprendere etiandio Mecenate sotto nome di Malchino.
In Horatio oltre una pronta acutezza nel colpir tutti i vitij, si può anche imitare la gran felicità nello spiegamento, ma non sempre la sua triviale, e prosaica locutione. Non ha egli mai cosa elevata: ma è occupato sempre intorno a’ precetti più vulgati de’ costumi, (122) Passim in aliena transit castra non tanquam explorator, sed tamquam transfuga, disse Casaubono. Spesso è Stoico, spesso Epicureo, spesso della razza d’Aristofane. Disdice a sé stesso in molti luoghi, e per tutto mostra l’incostanze della sua natura. Accennò di non pretender vanto di Poeta Satirico per la sola purità; ma si lasciò poi trascorrere a credere, che le Satire dovessero scriversi nello stille d’un famigliar Sermone; che però di Sermone diè loro il nome. Ecetto, che quel grande ingegno sapeva altrimente scrivere, come diede a divedere nell’Odi; ma volle nelle Satire esser familiare, o per faticar meno, o perché credesse, che la negligenza nel numero, e nella frase alla sola Satira si convenisse.
(123) Horatius modo pure diceret, nihil pensi habuit, disse lo Scaligero. S’ingannò in questo di lunga mano, e ‘l Vossio più di lui che prese a difenderlo, assegnando più tosto ad esso, che a Giuvenale il Principato della Satira, e pur, (124) Iuvenalis versus, longè meliores, quam Horatiani sententia acriores, phrasis apertior. Sempre fu opera di maggior industria lo scriver sollevato, e turgido, che pedestre, e smunto; né il Satirico, che ha l’ufficio di Maestro, deve, come un Servo fusse, estenuar sempre la dicitura.
Persio può anche imitarsi in qualche tratto di magnifica dittione, e di giuditioso insultamento; ma non deve nella secca maniera del suo fraseggiare e nella eruditione astrusa costituirne esempio. (125) Persij stillus morosus; & ille ineptus, qui cum legi vellet, quae scripsisset, intelligi noluit, quae legerentur, disse lo Scaligero, & altrove, (126) Principio est educendum, ne quod fecit Persius, abstrusam ostentes eruditionem.
Fu amico della brevità, che peccò nell’oscuro: onde il Casaubono, che in questa parte s’ingannò col difenderlo, s’acquistò più il titolo di Reo, che di gloria di Avvocato.
Il Carattere Satirico di Giuvenale è, a credere de’ savij huomini, il più qualidicato, & esemplare di tutti: e come disse lo Scaligero, ferneticarono alcuni, dicendo, che la venustà Satirica in essa sia aspra, e temeraria. (127) Iuvenalis stiles candidus, ac Satyricorum facile Princeps. Imitar non devesi nelle oscenità licentiose; ma nel resto la sua dittione è epica, il suo metro numeroso, i suoi motivi peregrini, i suoi enthimemi forti, e le sue riprensioni dolcemente con la purità Romana congiunte. Egli solo fra i Latini formò l’Idea della Satira. Seguì i precursori, ma calcò sentiero distinto da’ medesimi; e più acconcio a precorrerli. Scrisse ultimo, ma fu il primo nello scriver meglio. E meglio insomma di Horatio poteva dire in quei versi.
(128) Libera per vacuum posui vestigia Princeps.
Non aliena meo pressi pede, qui sibi fidis
Dux, regite examen.
Nella Satira Italiana così avvene. L’Aretino, e l’Ariosto ne aprirono la via; ma non vi passeggiarono bene; l’appianarono, ma non seppero isbarbicarvene l’herbe. Il loro sentiero è fangoso, non lastricato.
Un valent’huomo fu tra’ moderni, che ne compose una, nella cui testura mostrò gran sentimenti, e superò di gran lunga gli Antichi nella nostra lingua: ma, perché a mio credere, poca felicità mostrò ne’ Ridicoli, ch’è si necessaria conditione della Satira, lassò anch’egli, che desiderare in essa, e che aggiungervi.
(129) ridiculum acri
Fortius, & metius magna plerumque secares disse Horatio.
Io sono un di quelli, diceva il più giovane Plinio, che amirano gl’Antichi: non però disprezzo, come alcuni, gl’Ingegni de’ tempi nostri: (130) neque enim lassa, effæta Natura, vi nihil tam laudabile, pariat; è vitio dell’humana malignità, haver sempre in istima gli Antichi, & in fastidio i moderni, e come disse Tacito (131) Dum vetera extolimus recentium in curiosi.
(132) Nihul est inventum, & perfectum, disse Cicerone. La forma della satira Italiana ponderata la imperfettione de gl’Inventori in quest’Arte, può conseguir senza fallo gradi più vantaggiosi de’ passati, in ordine a’ precetti d’Horatio, & a gli esemplari di Giuvenale, non bene sillogizati fin hora da alcuno; e perché questo avanzamento deve per necessità aggiungere difficultà nuove a chi lo intraprende, conchiuderò esser tanto più difficile far una Satira, che ‘l non farla: quanto più malagevole sarà sempre reputato il saper ben favellare, che il tacere.
Qui tacque Momarte, il cui maestrevol Discorso fu con particolar attentione sentito da gli Amici, parendo loro di fondata, e non di dozzinale eruditione ripieno. In tanto Ticleue, ch’era un huomo non meno curioso nell’osservar gli altrui vitij, che scaltramente maledico nel delinearli in Satira accettò, invitato da Stamperme la cura di rispondere in contraditorio a Momarte, quivi con più ragionevole curiosità attendevan tutti di sapere, come più difficile esser potesse, il non fare una Satira, che il farla.

Era la Casa di Stamperme su la via del Corso, per lo quale, essendo in quel dì una festività in Effeso, vedevansi da tutt’i lati trascorrere scioperate, e varie le Turbe. Ticleue a cui parve di poter trarre dalla circostanza del luogo, e delle persone una opportuna materia, per la prova del suo sentimento, alzossi tosto da sedere, prese per la mano Momarte, verso la finestra d’una contigua stanza il condusse. Respondeva la finestra sul Corso, e quel che più vaghezza crescevale, soprastava ad un’ampia piazza, nel cui giro, perché nel mezo d’essa in quell’hora un delitioso Fonte facea rezo, soleva più che altrove gir vagando al fresco il numero più qualificato de’ Patritij, e de’ Cittadini.
Quivi giunti, col resto della Brigata i due Competitori, Ticleue di primo tratto con un testo di Giuvenale la sua sentenza decidendo, con assoluto coraggio così a favellar s’introdusse,
Amico.
Difficilem est Satyram non scribere, nam quis iniquæ.
Tam patiens urbis; tam ferreus, ut teneat se?
Momarte, venuto poc’anzi d’Europa, non s’era ancor fatto conoscitore de gl’Effesij costumi: onde fra le curiose dimostrationi di Ticleue, e le confuse maraviglie di lui s’udì tra loro in Dialogo un Satirico Sermone di tal tenore.

§
§ §
§

IL CORSO
SATIRA.

Fra Ticleue, e Momarte.

Ticleue.

Mida ha d’Asin l’orecchie, e da qual pianta
Spuntò la nuova? da una canna, hor come
Potrà Bocca tacer, se Canna canta?
Non può tacere il Tosator di chiome
Questo Gener d’orecchie, onde sotterra
Ne pianta il Verbo, e poi ne spunta il Nome.
Ogni colpa mortal, che in noi si serra,
Qual Radice da suol, spunta i germogli;
È una pianta il Peccato, e noi siam terra.
Per publicar gli stupratori orgogli
Di Tereo infame, a muta Filomena,
È pena un Ago, e son le tele i fogli.
Io mi sento morir, crepar di pena,
Se col franco parlar non si disgrava
De le colpe non mie l’Alma ripiena.
Qui la mia libertà può far da brava,
Se colà sbraveggiar suole il Decoro,
Qui può farsi un Capello, e là si cava,
Qui poss’io mormorar: che se nel Foro
Voglio tal’hor cantar d’Orlando ai vivi,
Per man di Ferraù piango, e mi moro.
Io non son huom da mormorar de i Divi
Che non fer la finestra al petto humano
Per qui mirar gl’ingannator motivi.
Né men vo mormorar, c’habbiamo in vano
Dato a Mariti rei Corneo cimiero;
Mentre toccar nol possono con mano.
Sento nel seno mio moto più fiero,
Giudica tu se con ragione io possa
Mandar sequestri al libero pensiero.
Se per fetide colpe havrai commossa
La mente incolpa i Rei; mentre a la Rima
Fra le turbe del Corso io do la mossa.

Momarte.

Bocca, e Boccal son di contraria stima;
Che nel boccal sempre la feccia affonda
E nel dir mal sempre la feccia è prima.
Ma qual copia d’humori alza, & inonda
Su ‘l labro tuo le biliose spume:
E ti nega il frenar l’impeto a l’onda?

Ticleue.

Fissa colà su quel Palazzo il lume,
Se vuoi saper, come in un Trono s’erga
D’ambitiosa Avaritia un cieco Nume.
Stanze là son, dove il Padrone alberga,
Ch’in faccia a l’Austro, e d’Aquilone i fiati
A schernite stagion voltan le terga.
Vanne là giù d’imo Cortile a i lati;
E vedrai da Lisippo, e da Mirone
Con man Deucalionea Sassi humanati
Monta, e vedrai, come di Coa fintione
L’ampia sua Galleria dipinta fue,
Come a Colone Idee scorga il Balcone
Vuoi saper quel che sian le mura sue?
(O di fasto mondan meriti bassi!)
Tempio d’Egitto, ove s’adora un Bue:
Fastosi là muove un Tiranno i passi;
E perché il vanto suo s’erga più forte,
L’aborre in Carte, e lo sublima in Sassi
L’arme sua col suo Nome ha su le porte;
Quasi corra l’oblio l’Arme sian’armi:
E ‘l suo nome scolpito un nome porte.

Momarte.

Oh pazzo da baston, furbo da carmi,
Non famose fumose alzò le mura:
Stupidi son, non fan stupire i marmi.
Muoiono ancor le moli, una fessura
Segna linee a la tema, e cagion tosto
Cadavero a sé stesso, e sepoltura.

Ticleue.

Là del commercio human sempre discosto,
Forse perc’ha salvatica la faccia,
Per peccar più sicur, l’empio è nascosto.
Esce tal’hor, quando i Merlotti traccia:
E al suo odor de l’uccellate colpe
Vuol in lochi di Monti andar a caccia.
Ma, perché suol da facultose polpe
Levar penne maestre a’ suoi Vassalli,
Più che di Cacciator, cera ha di Volpe
S’altri ha morti sul Banco i suoi metalli,
Gli crea querele, e pur che paghi il reo
Pene a la Cassa, egli li cassa i falli.
Ha quest’huomo un figliol, ch’occhio ha Linceo
Nel far guadagni, è imitator del Padre
Non la cede in usure a Merdocheo.
Son concerti fra lor d’Arti leggiadre,
L’uno i Ricchi animò, l’altro gli afflisse
Un piglia i doni, & un le mani ha ladre.
Come di Sesto, e Cesare si scrisse,
L’uno non disse mai, quello che fece,
L’altro non fece mai quello che disse.
L’uno i Decreti autentici disfece,
L’altro ha leggi innovate, e condannando
Borsa troncar serve di Boia in vece.
Nutron ambi il delitto, e li dan bando;
E ogn’un di lor, quasi Hortolan congiunti
Spende in piantar, per guadagnar troncando.

Momarte.

Dunque nascon fra noi vitij defunti?
E sarà ver, che in questa Età si scerna
Ch’un Neron sotterrato i germi spunti?

Ticleue.

Oh pian; v’è peggio in quest’Età moderna
Per trovar un sol Huom netto di mano.
Altro vi vuol, che Cinica Lanterna.
S’a custodir ogni Porton Thebano,
Star vi dovesse un Galant’huomo assiso
Quante porte starian senza Guardiano!
Quell’Uscio là, dov’è un Editto affiso,
L’inferno è de’ Clienti: e a petto a questo
L’inferno de’ Poeti è…
Ivi il petto d’Astrea forma in Digesto,
Crudità di sentenze, e chi condanna
Versa leggi di testa, e non di testo.
Dove inclina il Padron, destra Tiranna,
Decisioni trabocca: e in consequena
Senza i voti di Pluto Eaco non danna.
Più forza di Verona ivi ha Piacenza,
Publica Verità mai non minaccia,
Un privato Piacer cita a sentenza.
La Carrozza, e ‘l Giurista han varia faccia
Vuol Carrozza un ontion, perché stia cheta,
Vuol Giurista un ontion, perché non taccia.
Colà s’unta è la man, tosto decreta
Le Ragioni la Lingua: e tosto arretra
Il corso de’ Processi una moneta.
Colà Sisifo segue un cor di pietra,
Aggirato da rota è un Isione,
Tocca Tantalo il giusto, e non l’impetra.
Che ti par d’esto Inferno? In quel Portone
Veggio appunto un di quei ch’in Tribunale
Con bilancia d’Astrea pesa il doblone.

Momarte.

Ohimè, nausea mi vien, mi si fa male,
Mi sento Tribular tutte le vene,
Solo al pensier d’un Tribunal Venale.

Ticleue.

Così va il mondo, e così si mantiene,
Se s’inghiotte un Boccon, buon ha sapore,
Se s’inghiotte un Riccone, huomo è da bene.

Momarte.

Lassa pur inghiottir. Dice un Scrittore
Che rade volte un Medico ben vive,
Che rade volte un Giudice ben more.

Ticleue.

Ma non terminan qui nostre invettive,
Vedi quel Cocchio? ivi è un Signor cortese,
Cui del Corpo Regal l’ombra s’ascrive.
Perch’anch’ei ne l’arar regole apprese
Dal bue maggior, chieder le gratie a lui,
È un tentar sacrilegij, un crimen læse.
Meglio sarebbe far come colui,
Che a le Statue tal’hor gratie chiedea
Per più soffrir le negative altrui.
Damigelle adobbate eran d’Astrea
Le Gratie un tempo, hoggi son nude tanto.
Che per veste comprar vanno in Giudea.
Fra quei due, che ragionano in quel canto
Se voi gustar, mira colui che in faccia
Sembra un Tersite, & un Isiaco al manto.
Quegli è un Sinon d’inganni, accorto taccia,
Questo, e quello al Padrone, e Relatore
Da miniera di colpe argenti caccia.
Ne la Corte è costui riggiratore,
In far vendere officij, è un Cortegiano,
Che per vita buscar, vende ogni honore
Apre bocca a colui, che gli unta mano,
Tratta, trotta, trattiene, e in far contratto
D’ongi gratia venal fassi il Ruffiano.

Momarte.

E non si scuote ancor lo stupefatto
Giove marmoreo? E a sì patente inditio
Non alza un braccio, e non islancia un Batto?

Ticleue.

Quel poi, ch’è seco, ha de l’ingrati il vitio,
Io l’ho fatt’huomo, & ei vuol esser bestia,
Perché tira de’ calci al benefitio.
Prese le norme mie con gran modestia:
Gettò l’obligo poi, come pesante,
Il peso d’una gratia hoggi è molestia.
Mostra in gran quantità fasto arrogante:
Né sa il meschin, ch’altera testa è vana,
Spiga eretta di fusto è vaneggiante.
Vedi là quella Cricca Corteggiana,
Che pallonando va ciarle in partita?
Parlan quei di Taverna, o di Puttana
Passan color fra ruginosa vita
Senza splendor natio giorni vitiosi:
Che ‘l nulla oprar sempre a mal’opre invita.
Mai non fecer cammino, e son fumosi,
Hanno un po’ di latin: ma son vulgari
Dan di naso a la gente, e son merdosi.
Han poche Compagnie, molti Avversari
Molte poltronerie, poche bravate,
Molte squarcionerie, pochi denari.
Son gente da due faccie, e son sfacciate,
Zerbini al volto, e Ganimedi al…
Portan labro spion, teste incornate.
Ma già che aceto in mescolanze aspergo
Spruzziam colà quel Gabbadeo Volpino.
Ch’esce hora fuor da quel dipinto albergo.
Mira come sen va grave in camino:
È de l’Hippocrisia quegli il modello:
Negro è di pelo, e furbo in chermosino.
Ne la scena del mondo il suo cervello
Fa il Personaggio de l’huomo da bene
E così natural, che sembra quello.
Ma Comedia Vital varie ha le Scene,
In palco ogn’atto suo sempr’è sagace:
In Casa poi son le sue Scene oscene.
Sembra il Dio del Silentio un huom di Pace,
Guardati, Amico mio, da l’acqua cheta.
Sempre fu verminosa acqua che tace.
Con quell’humile faccia, e mansueta,
Non sembra un Agno? E con quelli occhi bassi
Non par, che cerchi in via qualche moneta?
Dove credi, che mova i lenti passi?
A la visita andrà d’un moribondo:
Ma per tentar, ch’eredità gli lassi.
Qui sì, che fa da un Orator facondo,
Sempre mette d’avanti i ben del Cielo,
Sempre di dietro i gusti d’esto Mondo.
Ma s’a l’Imagin sua levasi il velo,
S’a la Cifra del cor s’apre il segreto,
De gl’interessi suoi maschera è il zelo
Il Tempio profanar teme col peto,
E dà sul naso poi tanto a la gente,
Che non bastano incensi a trarne fieto.
Pur che in Ciel Palatino Astro eminente
L’inalzasse a goder sorte tranquilla,
L’infamie prenderia per Ascendente.
Non cura in mar di Corte urti di Scilla
Soffre, simula, inganna: e in conclusione
Manto ha di Curia, e fodere di Silla.

Momarte.

M’arde il fegato sì, m’ansa il polmone
Per rabbia tal, che s’altri colpi tiri,
La vitrea bile mia frango in balcone.

Ticleue.

In quel Carro dorato io vo, che miri,
Se vuoi, che ‘l cor nel suo rabbioso duolo
Per diffetti minor manco s’adiri.
Siede colà certo patritio stuolo
Il qual somiglia un nuovo Libro impresso
Ch’altro non ha di buon, che ‘l Titol solo.
Tutti son Cavalier; ma ti confesso,
Che tutti han del Tosone: anzi ti dico,
Che del sangue l’honor, sangue è di Nesso
Quando parlano altrui, sempre un antico
Fregio di Nobiltà dando a Casate,
Vanton sangue Cecropio, o quel di Pico,
Pretendino man dritte, e sberettate,
Perc’hebber gli Avi lor pompe latine,
E qual Asin Cumano alzan ragghiate
I pregi lor son come quercie alpine,
Che pur hebber da Giove alte honoranze,
Ma sono i frutti poi ghiande porcine.
Non san parlar di praticate usanze,
Non ha l’ingegno lor letterature,
Non han senno, valor, non han creanze.

Momarte.

E non sanno le sconce Creature,
Ch’al Privilegio de la Nobiltade
Sempre i costumi rei fan cassature?
A Nobiltà senza Valore accade,
Quel che sempre accader suol a la vite,
Che s’Olmo non la regge a terra cade.
Negar già non poss’io, che riverite
Com’Idoli, non sian patritie genti,
Ma son gl’Idoli poi pietre stordite.
Chi è più nobil de’ Numi? E pur tu menti,
Nason, gli honor del sangue lor divino
Perch’hanno i numi tuoi furbi i talenti.
Cavalier senza garbo è contadino,
Senza valor Cavallo, ancorché nato
Sia da Thessala razza, e Vetturino.
Nel Patritio ch’è infame, è terminato
L’honor del sangue: e per contrario poi
Nel plebeo c’ha virtudi è incominciato.
E qual è quel melenso hoggi fra noi,
Che più non prezzi un Seneca Pedante
Che ‘l sangue di Nerone, e i fasti suoi?
E qual’hoggi è Colui, che trar si vante
Le paterne Virtù da i semi a i Rami?
Virtù vien da colture, e non da piante.
Non diviser le Parche i nostri stami,
Fu invention de i Potenti, accioché ‘n essi
Sian de gli error le Nobiltà velami.
Di materia distinta i corpi, e i sessi
Non fè Prometheo, anzi, che i limi suoi
Furon per Piatti, e cantari gli stessi.

Ticleue.

E pur questi son Idoli fra noi,
Mentre su i Cieli lor s’alzano a volo
Le Flore idolatrate, e gli Antinoi.
Vedi quei due, c’han l’habito di duolo?
Son due Lerne di mal, son due Cloache
Chi contento è qua giù d’un fallo solo?
L’uno ha le casse d’or sempre imbriache,
Ma non vomitan mai, l’altro ha talento,
Che la Moglie per lui porti le braghe.
L’uno è sottile in cumular argento:
Ma in tutto ‘l resto è il suo cervello ottuso
Sol fra conti, e contanti ha cor contento.
E sì ostinato in lui sembra l’abuso,
Che negli aperti, e leciti contratti
Non ha mai l’ Usurar raro il mal uso.
Vende honor, chiede pegni, e rompe patti,
Né prezzo di Virtù vanta da Stelle,
Che da costumi hebrei l’Alma riscatti
L’altro, ch’è seco, e le fattezze ha belle,
Ha deformi così l’opre, e i consigli:
C’ha macchie in cor, più che la Tigre in pelle:
Provido è più nel regalar scompigli,
Di Casa sua, ch’in educar chi nasce,
Coltiva i campi, e non dirozza i Figli:
Per un filo di Ragno entra in ambasce,
Brama, osserva, comanda, è un Argo in tutto
Ma in Ciclopica vita i figli pasce.
Se di sterco canin l’atrio sta brutto,
Strepita a i servi, e gode con la moglie,
Ch’i paterni puzzor spiri il suo putto.
Nessuno ha di Spurina oggi le voglie,
Che in sé vibrò, per flagellar de’ mali
L’innocente cagion, fregio di doglie.

Momarte.

A l’aperto vagar di Vitij tali
Mal può la lingua mia star a le mosse
Forz’è ch’in Corso anche i suoi fiati esali.

Ticleue.

Se puoi sentir, né sentirai più grosse,
Vedi colui, che scuote la sua testa,
Ch’io non so se stranuta, o pur se tosse?
La lettra di Pithagora s’inesta
Su ‘l capo suo, ma per parlar più chiaro,
Per donneschi lavor l’huomo fa festa.
E s’ancor non m’intendi, io mi dichiaro,
Molto ricco è Colui, la cui Mogliera
In Corno d’Amalthea sempr’ha denari
D’Astolfo il Corno al par del suo non era
Le turbe quei col mormorio cornuto
Fugava il dì, questi le chiama a sera.
Oh, gran Cippo, ove sei? tu che veduto
Nascer sul capo tuo Corno innocente,
Del gran Trono Roman festi il rifiuto.
Vieni, e vedrai nel secolo presente,
Da vergogna ad honor farsi un trapasso
Vedrai Cippi di testa, e non di mente.
Ma mi stupia, ch’anco non gisse a spasso
Fra tanti humor qualche ingrassata Idea
Mentre a gli humor sempre soprasta il grasso.
Vedi là quel Signor, la cui Livrea
Ha un musaico di trine? Hor quei rassembra
Un de’ Laidi, che amar Laide Ephirea
Perde honor, scema robba, ammorba membra
In farsi corteggiar da Corteggiane;
E ne’ commodi lor commodo sembra.
Sforzeria le Lucretie, e le Diane?
E per carne pagar di Concubine
A la Famiglia sua litigia il pane.
Ladro il direi di Vergini Latine;
Ma non veggio fra noi Donna che imiti
In caste ritrosie l’Alme Sabine.
Non voglion mai le nostre Donne inviti,
Violenze desian per iscusare
Con l’altrui forza i lubrici appetiti.
In somma il Reo crede su l’onde amare
Far de la vita sua dolce tragitto;
Né sa, ch’al fin porta un amare a mare
Pesca tal’hor, ma non gli giova al vitto,
Che, se ne’ mari altrui frigge chi pesca,
nel mar d’Amor l’huomo che pesca è fritto.

Momarte.

Forz’è pur, che la furia al labro m’esca,
Pazzo Garzon, se da sembianza maga
Accesa è l’alma tua, va che sta fresca.
Lussuria è un dolce mal, che i sensi appaga
Ma per colpa di lumi accieca gente;
E con arte Circea l’anime ammaga.
E d’un cor lagrimoso Arpia ridente,
Ch’entro un negotio reo l’otio fa domo:
Che da’ cardini suoi svelle una mente.

Ticleue.

Concludi hor tu, chi non faria da Momo,
Mentre s’apre al riverso hoggi il macello
Mentre Vacca d’amor scortica un huomo?
Ma il gran fetor de l’amoroso avello
Non cessa qui. Vide colui, che spalle
Volta a l’uscio del Tempio? osserva quello
Col ferro d’un man Mario o Aniballe
Non vanno mai per bellicose rotte
Tanti uccisi squadroni, alme Vassalle.
Quanti suole ogni dì l’Heroe da notte
Con la paga vantar d’un’eloquenza
Ciparissi abbrancati, Hersi corrotte.
Sol per gusto di dire ha compiacenza
Di far peccati. Hoggi a la turba oscena
È gusto il confessar, non penitenza.
Come fusse d’Egisto, o Polissena
Un soggetto ingegnoso, ogn’opra pazza
Su le complici labra hoggi ha la scena.
Il pretesto de l’Uso hoggi è corazza,
Contra i colpi del biasmo, e trionfanti
Suonan Tromba le colpe in su la Piazza.
Come Scrittor, ch’a i suoi notturni canti
Tesse luce d’honor, tesse il carnale
A i notturni disnor luce di vanti.
Onde a pensarvi ben, dubbio m’assale:
Se lingua in piazze, o pur se mano in celle
A scoprir le vergogne hoggi più vale.
Quali in Meroe d’Egitto appaion belle
Certe femine sconce, a cui Natura
Più grande del bambin feo le mammelle,
Tal per esser comun, l’opera impura
Non rassembra deforme, e perch’è uguale
La quantità le differenze oscura.
Ma non termina qui gloria di male,
Mira colà, se vuoi saper qual vanto
Da membrana d’Honor tragga un mortale
Vedi quel Carro? hor vuoi conoscer, quanto
Il mal habito altrui meriti foco?
Mira colui, ch’è Melibeo di manto.
Tutto il cervello suo lercia in quel gioco,
Che far Giulio solea con Nicomede:
Perché il vitio d’Orfeo gli parve poco.
Per le Camere sue, sai che si vede?
Un Giacinto non fior, ma deflorato,
Ratto no, ma rapace un Ganimede.
Reputa in vita sua meno honorato
Soprastar con decoro a stuol di Corte,
Che …
E pur costui, che ne l’età più forte
Fassi de i servi suoi curvo a i comandi
Fa de’ comandi suoi serva una sorte.
De la legge Scatinia i vecchi bandi
Non osserva il Signor, perc’ha dismesso
Il Tribunal de la Vergogna i Grandi.
Né potrian le Vergogne il suo processo
Giusto formar; mentre si sa ch’Amore
Corrotte ha già le sue Vergogne in esso.

Momarte.

Tanto a le nari mie cresce il puzzore,
Tanta nel petto mio bile s’ingrossa,
Quanto il lercio Signor grado ha maggiore.
Stilla d’olio caduto in veste rossa
Di Ebalio sangue, e più deforme assai,
Che su rozzo Gabban macchia più grossa.
Questi signor, di cui parlato m’hai,
Son sepolchri, che fuor hanno ornamento
E aperti poi turbano il naso, e i rai.
Amico, hai vinto. A l’anima è un tormento
Se le colpe non sue la lingua tace;
Ma se vuoto sei tu, pieno io mi sento.
Tanto in morder altrui sarò loquace,
Quanto in tacer fui dolce, anco un aceto
Quanto il vin fu più dolce, è più mordace
Già che i Giudici rei non fan decreto
Contra le colpe, in famigliari editti
Del publico fallir s’apra il segreto.
Troppo chiari in peccar fansi i profitti,
Copre l’infamia altrui veste honoranda,
E son mode de l’Alma hoggi i delitti.
Perché mena il Padron vita esecranda,
Ne’ Tributarij suoi non la coregge,
Chi non vieta il peccar, sempre il comanda.
Reggon d’Asia i Monarchi un fren di Legge
Ma sinistre son poi le lor maniere,
Perché in sinistra man freno si regge.
Dunque, Amico, è difficile il tacere.
Quando il peccato altrui l’alme commove
Chi può tacer, s’anco fra nubi Arciere
In mezo a’ tuoni suoi mormora un Giove?

Qui terminarono i colpi della faretra Satirica di Ticleue, il cui irreparabile impeto posto in bilancia con l’arciere accortezze, da Momarte insegnate, diè materia a Stamperme di conchiudere, che non minor peso portava seco la difficoltà del fare una Satira, che del non farla: ma perché il ben mormorare è dato a pochi, come opera di maestrevol Arte, e ‘l mormorare, ancorché male, è uso di molti, come impulso di risentita Natura, alla vista di alcun’altri passaggieri delitti, i quali benché in transitto paressero a’ riguardanti, non erano però moribondi, impatienti di silentio a gli Amici stuzzicarono tutti alle Satiriche detrationi i carmi, e le prose. Fra i maledici Periodi si formò da tutti una lodevole parentesi in encomio di alcuni Europei personaggi, ne’ quali la Toga e ‘l Sago erano all’hora della Virtù argomento, e mercede, ma poi Stamperme stomacato anch’esso alla ponderatione di quei Grandi Asiatici, in cui facevano macchia i vitij d’un illustrato sangue, proruppe furiosamente in quel verso di Giuvenale.
(133) Ad scelus, atque nefas quodcumque est purpura ducis.
Soggiunse poi, che i medesimi potevano degnamente rassomigliarsi a quei libri di Luciano, (134) quorum aurei quidem umblici, verum intus, aut Thyestes est, liberos in convivio comedens, aut Oedipus matris maritus, aut Tereus cum duabus pariter sororibus rem habens.
Intanto Egideargo, come Cavaliero d’ingenua, e di gioconda Natura, vedendo passar per la via un GOLOSO Parasito di quei tempi, che pareva far esercitio, o per evacuare le ripienezze de’ cibi, o per cercar manicaretti da riempirsene; Additatolo a gli Amici, così sogghignando il descrisse.

Una Curtia Voragine è colui,
Quando incontra una mensa, e ‘l dente v’urta
Benché la sua voragine non Curta
Vuol altro affè, ch’un Animale, o dui,
Spende tutta in magnar la sua moneta;
E in Vivande ingegnose ha gran misterio,
Un pranso non daria per un Imperio,
Perché sa, ch’Imperio ha la Dieta.
Se in mensa havrà tutto un Pollaio arrosto,
Dicasi pur Duca d’Ossona il Gatto,
Ogni Boccon, che capita nel piatto
Ne la Boccona sua s’appiatta tosto.
Non frange mai ne la posata il pane,
Perché tutto s’affanna a franger carne,
Onde i Guanti vuol far di Frangicarne,
S’altri Guanti trovò di Frangipane.
E perché l’invention vuol ricompensa,
Che sarà Cavalier, corre una voce,
Io per la parte mia gli fo la Croce,
Perché prova ogni Quarto a la sua Mensa.
Rorazalfe, che per sobrietà di natura, e per ragion di praticata speculativa, era fra i Compagni ne’ trabochevoli sregolamenti d’una mensa il più continente, e guardingo, si risentì in guisa della descritta voracità del Passaggiero Guathone, che non potè contenersi di non esagerare anch’esso alcuni fregmenti Satirici, contro la Gola, di questo tenore.

Di ben poche bifolche un verde suolo
Satolla un Tauro, e l’esca sua dispensa
A squadron d’Elefanti un Bosco solo.
Del corpo human sol la vorago immensa
Divorati ha i voraci, a lui sol piacque
Spopular gli Elementi in una mensa.
Stuol, ch’in monti correa, per mensa giacque.
Questa ammutir fè i musici de l’aria,
Cantar ne l’olio i mutoli de l’acque.
Schivo l’ingordo homai d’esca ordinaria,
Fai boccon peregrin peregrinare:
E in vivande penate i gusti varia
Chiama l’esche plebee, se non son rare:
Anzi prodigo d’or mostra che quelle
S’accostan care al sen, che costan care.
Hoggi han vile sapor, tinche, e sardelle,
E a le medesme hoggi negato, e quasi
Tutto l’honor d’Epicuree padelle,
Sono i son de le frondi homai rimasi
Senza i Cantor penuti; e ‘n tempo corto
S’è spogliata d’Augel l’onda di Phasi.
De la Dorica ancona il curvo porto.
In ventre Italian l’ostriche vota,
Perché di fame in lui nasca un aborto:
Fin da l’onda nativa a l’onda ignota
Peregrin prigioniero il Pesce passa;
E in Assil di Peschiere a morte nuota.
Qui si fa del Ghiotton grave a la nassa:
Qui divien esca ad ingrassar mortali:
Qui fra l’esche mortifere s’ingrassa.
E se mai naufragr sibili Australi
La squamosa Vivanda in gonfi mari,
Nel vivaio d’un porto ella ha i natali.
A gli Apicij ghiottoni alzin gli Altari
Sibaritiche mense, e in Siracusa
A i Parasiti sol sito si pari.
Spenda in conviti pur borsa profusa
L’Egittia Dea, sfoggi in banchetti Elisa,
Che ‘l vagante Amator tolse a Creusa.
Non sian le mense a noi laute in tal guisa:
Più liete sì, perché tal hor la Vita
Per non parco boccon Parca recisa,
Quel che vol far la Digestion compita,
Alimenti con Legge al Corpo dia:
Già che la Legge è col Digesto unita.
Sapete voi quel che la Gola sia?
È un lago, udir ne desiate il come?
La sillaba seconda innanzi stia.
E vedrem, ch’una Gola è un Lago al nome.
Eran già le lingue alla maldicenza avviate, né poteva contenersene alcuna; quand’ecco traversando il Corso fra gli altri un Historico di quei tempi, che nel descriver le guerre d’Asia, dicevasi esser Pittore più di maniera, che del naturale, diè materie a Stamperme di motteggiar CONTRA GL’HISTORICI DELL’IONIA i seguenti motivi.
Gl’Ingegno dell’Ionia, Amici, niente meno de gli Animi son degni hoggi delle nostre Satiriche detrattioni. Hor che diremo delle moderne Historie, e di quelle in particolare, che va stampacciando quel tale, da voi poc’anzi additatomi; volumi delle sue tralunate Verità son libri di Ovidiane Metamorfosi, in cui non altro di vero, che la certezza dell’esser favolosi. E come mai può diri gloriosa quest’Arte del nostro secolo, se l’Historia ch’esser deve uno specchio, atto a render gli oggetti, come li riceve, è forzata hoggi a diventar Occhiale da ingrossarli? E che vanto si può mai trarre da un mestiero nel quale chi esser deve veritiero per necessità, si fa bugiardo per politica?
Il genio di commendare l’attion d’un pravo Principe, o perché s’ama, o perché se ne teme, è indispositione inseparabile da chi scrive hoggi, a un alterante della Historica natura. Meglio sarebbe narrare a’ nostri l’Historia del Prete Ianni, quantunque di sue sceleraggini colma; mentr’è certo, esser quel Principe remotissimo da ogni intendimento. Se le narrate pravità de’ potenti son vere, piagne chi le scrive; e se le scritte virtù de’ medesimi son false, ride chi le legge. (135) Nerone recitò le lodi di Claudio in un’Oratione fatta da Seneca; e ‘l Senato in sentir lodarlo di prudenza, e di saviezza, non si poté contener le risa.
I lumi dell’Historia, che per lo più è di belliche relationi guernita, son questi veder oprare, e sapere ben scrivere, al primo acquisto fa guida la Fortuna, al secondo l’Ingegno. Hor chi è colui, che vanti da un Mercurio due beneficij in un tempo, ali, per giungere a notitia di Nuncio, & eloquenza, per distendere una verità d’Historico? (136) Polibio, o si trovò presente alle maggiori Guerre che scrisse, o seppe il vero da chi v’intervenne: e questo lume pur basterebbe quando il riflesso fusse di Sole, non di Luna; ma hoggi o nelle infingardaggini d’una Cittadina Pace si dipingono le Guerre, o lo Scrittore va mendicando l’elemosina d’una notitia da chi pensa haver merito nelle sue carte, benché sta certo di non poter estrarne altro, che un tozzo muffo, non bastevole a satiare in esso il vacuo d’una curiosità affamata.
L’altro lume è saper scrivere; e questo è quasi più importante dell’haver veduto, per avventurarsi alla Gloria; ma come possono hoggi accreditarsi i fatti, se non ha credito il nome di chi li narra? In Europa son chiari gl’Historici, veridiche le relationi, onde avviene colà a i Lettori, come qui a’ Medici, che all’hora s’accertano della verità de’ mali, quando è loro nota la natura del temperamento. In Asia non va così. Non son noti gl’Historici nelle notitie; e pensano di notificare le notitie in essi. Se la casa ha i puntelli deboli, o rumole le strutture, mal può accertarsi di stabilità chi v’habita. In bocca d’un Catone Uticense anche le menzogne si sarebbono accreditate in Roma; perché il testimonio era classico. (137) Un Tacito, che da Tertulliano hebbe di bugiardissimo il titolo quante penne fa parlar di sé, & a quanti fa citare i suoi Testi, come sogli di Sibilla? Non v’è chi reputi intieramente veridico Livio, e pur l’Arte della sua penna fè parer veritiere le menzogne, immortale l’Artefice. Fin dall’estrema Gade vennero huomini, più a veder l’imagine dello Scrittore, ch’ad investigare la verità dello scritto.
Niuna cosa si cita hoggi ne’ fogli de’ letterati con maggior fondamento; che un evento Historico; perché non hanno gl’huomini la più facil via, per governar la vita, che la cognitione delle cose seguite, ma con che fronte potremo noi citar alla luce un fatto; se il Dicitore nella luce stessa delle stampe è oscuro; e se pur vi risplende è moribondo il suo lume? Conclude dunque esser non meno ridicolo attestar hoggi la vile autorità d’uno di questi (138) Proletarij Scrittori, di quel che farebbe in caso di Toscano Vocabolo addurre l’esempio d’un cotal ser Luca da Panzano, o ‘l trattato di Fra Iacopone da Todi, con un profluvio di Volgarizatori, che non havendo né nome, né fatti, può esser dubbio appresso molti: se siano stati huomini. Insomma mal potrebbe nelle conversazioni conseguir titolo di Civile, chi citasse l’Autore d’un’Historia, che non fu mai Canonico.
A pena s’era taciuto Stamperme, che Rorazalfe addocchiando dalla finestra due Romanzieri di quei tempi, proruppe impetuosamente così.

E che dicemo Amici, DE’ ROMANZIERI DELL’ASIA? Una volta in Grecia rumoreggiava una ventosa, e loquace dicitura, che d’Asia derivar si disse. (139) Nuper ventosa ist haec & enormis loquacitas Athenas ex Asia commigravit, animosque iuvenum ad magna surgentes veluti pestilenti quodam sidere afflavit, disse Petronio.
L’ambitiosa turgidezza di quello stile non fu lodata in Marcantonio, che usavala: perché, come Plutarco disse. (140) imitava i suoi costumi, ch’eran gonfi, lascivi, e pien’ di boria. Fu osservato all’hora da’ Savij, che la lettura di quelle Asiatiche frasi stancava, e confondeva i Lettori, e ch’eran simili quei periodi a certi viaggi lunghi, che dall’un luogo all’altro si fanno, senza trovarvisi interpositione d’Albergo, ond’è necessario, per non istancarsi, far posata in campagna.
Si vede hora, che gl’ingegni hanno anch’essi le loro mode, nelle quali la nuova fa odiar la vecchia, lo stile Asiatico, e lungo de gl’Antichi era una Toga con lo strascio, che più valea ad intricare i piedi, ch’a far vedere le simmetrie della vita. Lo stile conciso de’ moderni è un habito succinto co’ trinci, migliore per pigliar aria, che per accostarsi al busto: insomma (141) nil medium est.
In questo solo direi più accettabile l’antico habito del moderno. Nell’antico, come copioso, poteva il Mastro ristringer la forma; ma nel moderno, come manchevole, non havrebbe campo di dilatarla; così anche l’huomo, ch’è usato a far lunghi passi; saprà accorciali in un tratto: ma chi non mosse mai pedate, se non tra’ ferri, non saprà di subito adattarsi al corso s’è libero.
Seneca hebbe opinione, che nella diversità de gli stili più, o meno contratti si dovesse servir al genio delle Nationi, & egli fu uno di quelli, che per piacer a Roma (142) interpungere consuevit, e soggiunge. Oratio proferatur malo, quam profluat. Gli appetiti del secolo non devono esser di febricitante ma di sano; perché (143) docti rationem artis intelligunt, indocti voluptatem, disse Quintiliano: né concludendo, che lo stile impuntato de’ Moderni possa spuntar l’applauso de’ Savij, mentre incontra per l’appunto il genio di molti; perché talvolta (144) multis placere, est sapientibus displicere, disse Plutarco.
Le dolci dissipitezze de’ nostri Asiatici Romanzi d’argomentano dalle forme, usate dalla più parte de gli Scrittori, i quali non imitando in quest’Arte il merito d’alcuni Romanzieri Europei, ch’esemplari sono hoggi nelle memorie nostre, d’altre Idee non riempiono tutt’hora le loro carte, che di sconce descrittioni, ed inverisimili eventi.
Chi dice, che fra ‘l Popolo dell’herbe i Fiori son Consoli, che gli Dei, per vedere, e non esser visti, s’affacciano a i forami de le Stelle, come a buchi di Gelosia celeste, Che il Mare è tempestato dell’amorose lagrime, perché in lui la Dea de gli Amori ha barcheggiante la Cuna. Chi soggiunge, che la sua Donna è un Arcipelago di bellezze Che le Ciglia son due Navi Turche, perc’hanno forma di meze Lune, che il Viso è il Visir; che gli sguardi, come turbatori della quiete amorosa portan seco i Turbanti. Si ponno udire in sentimento di civili forme più barbare diffinitioni di queste? Ma torniamo alle loro spezzature.
(145) Plutarco s’ingegnò difenderli, quando disse l’oratione esser come le monete, che tanto più vagliono, quanto in minor materia abbracciano gran prezzo: ma non pensò quel grand’huomo, che le monete, c’hanno un gran valore costretto, non facilmente in corti denari si cambiano; oltre che le moderne prose Asiatiche son come quei danari Alchimistici di Caracalla, che altro mostravano di fuori, altro rinchiudevano.
Sapete com’io chiamerei i loro stili concisi? Udite. Panni d’arazzi piegati, perché non vi si scerne estensione di Figure; ma direbbe un altro, ch’è meglio chiamarli Stili a musaico: perché le parti non son commesse, e le congiuntioni non vi fanno legatura. Potrebbono dirsi ancora, Vestiti coperti di trine; perché il fondo non v’apparisce, né vi scerne altro che Punti; ma per conchiudere con la miglior diffinitione, dirò che lo Stille sì fattamente conciso è una carne rotta di piccatiglio commoda a mastigare, ma non già per distinguervi buona qualità di carne, se pur non dicessi, che per esser trista è buona per chi non ha denti da mormorarne; o che più tosto fa stomaco; mentre la sua polpa è sì minuta, che par più evacuata, che da assaggiarsi.
Egideargo alla vista d’alcuni matricolati Ingegni, che givano rimenando rime sul Corso, si commosse anch’egli in tal guisa CONTRA I POETASTRI D’EPHESO: che non potendo più contenerne le Censure; prese così a dire.
(146) Secli incommoda Pessimi Poetæ, cantò Catullo.
Varij sono i temperamenti de’ nostri Effesij verseggiatori. Alcuni che di Diarrea patiscono, vogliono d’Improvisatori il titolo; né sanno, che l’acque impetuose menano arena, o loti.
(147) in hora sæpe ducentos,
Ut magnum, versus dictabat stans pede uno,
Cum flueret lutulentus.
Disse d’uno di questi cotali Horatio. Un certo Crispino Poeta verboso sfida Horatio, non a far versi migliori, ma di piùnumero.
(148) Detur nobil locus, hora,
Custodes, videamus, uter plus scribere possit.
Cede Horatio alla disfida, ma così rispondeli.
(149) Di bene fecerunt, inopis me, quodque pusilli
Finxerunt animi, raro, & per pauca loquentis;
At tu conclusas hircinis follibus auras,
Usque laborantes, dum ferrum molliat ignis,
Ut mavis, imitare.
La prestezza non giova, che in saper prender l’occasione, la qual s’offre, e fugge in un punto, nelle Arti la prestezza è cieca, e manca di senno. La Natura più tempo pone in produrre gli Animali di lunga vita, che quelli di corta; così fa anche nelle piante, e però la fragil Bieta presto nasce, & il durevole Busso cresce a lungo tempo. (150) Citò faciendo non fit, ut bene faciamus? bene faciendo fit ut cito, disse Quintiliano.
Nella Poesia, quegli huomini, che sanno poco, amano il molto, benché non buono. Quei che sanno molto, s’appagano del poco, pur che non sia malo. Nerone che volendo improvisar una volta disse quello sconcio verso, citato da Persio.
(151) Terna Mimallonis implerunt cornua bombis.
Fra le inettie de’ suoi passatempi, disse Tacito, (152) si dilettò anche l’improvisatori, i quali supplivano alla parole, da lui proferite, per farne il verso,
Sono anche hoggi fra noi alcuni secchi Cervelli, le cui Poesie paiono scheletri; perché non v’è né imagine, né polpa. Dicono di seguir lo stile del Petrarca, ma o non sanno imitarlo, o non devono.
Non sanno imitarlo; perché ne prendono la purità, non i candori; la natura, non l’artificio, la materia, non la forma, & imparano nel suo passeggiar poetico l’andamento de’ piedi, non l’aria del volto. Non devono imitarlo, perché la virilità del nostro secolo, non più discepolo in quest’arte, come quello era, appetisce forme più maestose, e più scaltre. Se ‘l Petrarca fra noi si trovasse, credetemi, che o resecherebbe molto da quelle antiche maniere, o giugnerebbe grado, con le inventioni moderne, alla gloria, ch’egli acquistò singolarmente in quel rozzo secolo con le sue ingegnose colture. Potria dirsi di lui quel che Horatio soleva dir di Lucilio.
(153) Si foret hoc nostrum fato delatus in aevum,
Detereret sibi multa, recideret omne, quod ultra
Perfectum traheretur.
E perché troveria hoggi in comporre assai maggiore la fatica di quel che si trovasse all’hora, anch’egli
(154) In versu faciendo
Saepe caput scaberet, vivos & rederet ungues.
Insomma di queste antiche rozzezze, a cui mancano delle moderne maniere i culti, può dirsi quel che rispose ad un Poetaccio Teocrito, cioè, ch’altro non può piacere ne’ lor versi, se non quel che manca. Chiamano arditezze le forme nostre, e modestie le loro; né s’avvedono, che per deformità di volto son forzati a difender la purità del loro stile; nella guisa, che le Donne all’hora son più honeste, quando son più deformi; e però avviene anche alle loro poesie, come a Donne tali, che se son buone, son per sé; se son brutte, non son per altri.
Queste accennate maniere di verseggiare, prosequì impatientemente Stamperme come da pochi accettate, s’odono hoggi in poco numero; ma il ridicolo consiste nello stile più praticato de’ moderni, che com’herba inutile, va spontaneamente germogliando ogni dì da’ cervelli inculti dell’Asia. Scemerò io in gran parte la fatica, intrapresa da Egideargo di motteggiarne.
Son certi Ingegni hoggi fra noi, che per non dir dietro alla maniera de gl’Italiani Poeti, ne’ quali ha grado di eccellenza quest’Arte, vogliono in tal guisa co’ loro aerei trapassi precorrerli, che son forzati i lor metri a divenir oggetti invisibili delle curiosità ingegnose. Affannano tutt’hora le loro poetiche industrie in descrittioni frivoli, come quei Scultori, che perdono tempo in iscolpir capeli, a cui fa pelarella il Tempo.
(155) Æmilium circa ludum faber imus, & ungues
Exprimet, & molles imitabitur aere capillos,
Infelix operis summa.
Nello loro publiche radunanze non di altro cinguettano, che di minutie: com’eran quelle, in cui soleva Tiberio esercitar i Grammatici. Qual fusse la Madre d’Hecuba, e qual nome hebbe Achille, quando fu ascoso in habito di Donna, o pur patiscono di quel morbo, conosciuto ne’ Greci da Seneca, ch’era di sapere, (156) qual numero di Remiganti havesse Ulisse, e se prima fusse scritta l’Iliade, o l’Odissea.
Hanno questi tali uno stile così arrischiato, che fa compassione a vederlo. Paiono coloro, che su la corda caminano, son cotanto nelle arditezze intrepidi, che fanno inhorridir chi li vede; anzi inducono nello spettatore quella tema, che dovrebbono haver essi. Chiamano più mirabili, quelle frasi, che son manco sperate, e più degno di lode quel concetto, ch’è più ardimentoso. Persio havrebbe chiamate le lor forme.
(157) robusti carminis ossas
o pur detto havrebbe, che
Scloppo tumidas intendunt rumpere buccas. I loro versi, tra’ quali (158) ne carmen quidem sani colori enituit, direbbe Petronio, hanno più belletti, che bellezze; e le parole crestute, che usano, sono oltre la conditione humana temerarie: perché, o son create, o risuscitate, diceva Lipsio. (159) Pigmenta quaerunt, & adscititios fucos: & ab Ennio usque, Paccuvioque de mortua verba; si può dir loro, come disse Apelle ad un Scolare, c’haveva dipinta Helena più ornata d’oro, che di buon disegno, non sapendo ritraerla bella, la facesti ricca. In fatti le lor opre tutte son parti senza concetto, pesi fuor di bilancia, fabriche senza archipenzolo; e come disse Caligula di Seneca, arena senza calce.
Descrive l’ignoranze di costoro un Poeta di moderna Moda in una sua Ottava quadrimetra, e dice così.

Una razza arcipazza in piazza gira,
Di stralunati Vati, e nati bassi,
Ch’irne avanti co’ canti a tanti aspira:
E col tetro suo metro a dietro stassi,
Tirar genti saccenti, intenti han mira,
E sol tira lor lira ira di sassi;
E a l’hor, che fuor canti han d’amor produtti
Il suon d’un buon grugnon chiamano tutti.
Ridevasi apertamente della bislacca ottava, quando Egideardo, per terminare de’ citati Poeti il giudicio, così ricominciò a ragionare.
Volete udir delineate per l’appunto le turgide ampolle de’ Poeti nostri, & mellitos verborum globulos, come di quei suoi Scrittori motteggiò Petronio? Non vi spiaccia sentire questa nova Satiretta contra essi.

§
§ §
§

IL
PEGASINO
SATIRA.

Sopra il Groppon d’un Asinin Pegaso
Giunser l’altr’hier con rimenate some
Certe bestie Poetiche in Parnaso.
Febo pregai, che m’accennasse, come
Si chiamavan costor, ma disse irato,
Non sai tu, che non han gli Asini il nome?
Sembran questi un somar, c’habbia inchinato
Il Capo al rio, ch’apena poi vi tiene
L’ombroso labro suo l’orlo ammollato.
Nessun di lor ne le Castalie vene
S’è tuffato giamai; ma bevon solo
Col preputio di un labro in Hippocrene.
Tutti in luce di Stampe amano il volo,
Per non parer a l’Asina simili,
Ch’ama ne’ parti suoi l’ombre di un suolo:
Fondan l’honor de gl’Hiperbolei stili
Ne’ versi molti, e veramente suole
Contar il pover huom bestie in ovili.
Bagnar dentro il Ruscelli ogn’uno vuole
Le sue rime Stivali, e nel viaggio
L’Elucidario sol serve di sole.
Vanta la frase lor, vanta il linguaggio
Bombardante frago, turgido bombo,
Voci sesquipedal, tuoni di Maggio.
S’io chiamo il verso lor rotto di lombo,
Se contra i piedi suoi Satire impugno,
Di queste in onta mia sento il rimbombo.
S’io dasse lor per ogni error un pugno,
Non saprei giudicar, chi stasse peggio,
O man indolita, o il pesto grugno.
Quando a qualche Guerrier muovon corteggio
D’armate lodi, in su gli Etherei palchi
Con traslati cotal fanno un passeggio.
Il tuo merto guerrier l’Etra cavalchi,
Né provi mai, col raggirarsi a tondo
De la Dea Libitina i Catafalchi.
Se scopia il labro tuo tuon furibondo,
Terremoto di tema Africa n’habbia;
E a’ bronzi tuoi serva di palla il Mondo.
Catenata sia l’Asia, e pien di rabbia
Fra i suoi Trionfi Baiazetto hostile
Chiuso ti segua in Tamburlana gabbia.
Scorrano l’Arme tue da Battro a Thile;
E ‘l suo cretoso, ove approbaste antenne
Mandi a Roma a donar some di Pile.
L’Inventario de’ merti in dì solenne
Legga tua Fama; e spenacchiando l’ali,
Doni a i dotti Scrittor mazzi di penne.
E se vede, che chiudi i rai vitali,
Sterpi da sé le piume sue più fine,
E per requie tua formi i guanciali.
Hor non mertan costor Cavoli al crine?
O de’ Cavoli almen suggere i brodi,
Fetido honor de le Febee cucine?
Ma udite ancor questi arrischiati modi,
Quando co’ lor poetici furori,
Di Beltà feminil stupran le lodi.
Latti rose bellezze, a i vostri honori
Su queste vie, dove il bel piè sen varca,
Polvere sia d’inceneriti cuori.
I bei crini di voi filò la Parca,
Di pel di Frisso, o i vostri crini ha tocchi
Per donarvi un Perù, Frigio Monarca.
Se battaglia è un Amor, forz’è che scocchi
Fieri colpi di Sagro il guardo vostro,
Perché polver è l’huom, foco i vostr’occhi
O pur dirò con più lodato inchiostro
Che del Carro di voi Fetonte Auriga
Sdrucciola scorrerie sul petto nostro.
N’andreste in Ciel su l’Apollinea biga;
Ma farebbe litigi il vostro seno
Fra i suoi candori, e fra la lattea riga.
Anzi al vostro apparir tosto sia pieno
L’invulnerabil Ciel d’alme ammalate,
E le cure del Ciel nega un Galeno.
Havreste colà su regie pedate;
Ma di voi vergognosa andria Ciprigna
Ch’ella a rete fu presa, e voi pigliate.
Udiste vena mai così benigna?
E non deve a costoro esser permesso
Nel Permesso Febeo serto di Vigna?
Ma già che i Versi lor lodano il sesso
Di Citherea n’habbia il Marito cura;
E sia foco, e Vulcano oggi uno stesso.
Non perché sia Pindarica fattura,
Ne’ versi lor: ma perché sono i rei
Pindari nel morir, provino arsura.
Qui conchiudete voi spirti Febei,
Che questi Autor di metriche moleste
Son bestie, da tirar risa d’Orfei.
Son Orfei, da tirar morsi di Bestie.
Parve a gli Uditori della Satira, ch’Egideargo l’havesse molto ben sonata a i Cantori Pegasini; ond’hebber tutti un insolito compiacimento della meritata censura; ma perché i Soggetti della maldicenza crescevano al sommo, parendo a’ Dicitori più numerose le follie humane di quel che si fussero l’hore, che a raccontarle porgevan agio, Stamperme spiegò nelle sue diffinitive decisioni i Processi universali delle moderne stoltitie, e così conchiuse.
Son tanti gli Argomenti per le nostre Satire, Amici, che ben poss’io nell’Epilogo d’una sola restringendoli tutti, conchiudere questa sera con Horatio quel detto,
(160) Huc propius me,
Dum doceo insanire omnes, nos ordine audite.
Su la prova di questa Horatiana propositione ho in mente una nuova, e non insulsa Satira d’un Italiano Poeta, ma perché l’hora è tarda; e l’ombre della sera c’invitano a goder quei refrigerij, che ci negò il giorno, usciamo alquanto verso la spiaggia del Mare: che se la memoria non mi manca, farrovvene una ridicola narrativa in camino.
Uscì con la Brigata Stamperme, & a pena della sua Magione era fuori, che stimolato al racconto della promessa Satira, ne fè tosto a piano passo un disteso spiegamento di tal tenore.

LA
PAZZIA
SATIRA.

Huc proprius me, dum doceo insanire,
Omnes, mondani Popoli vi chiamo,
Cantò già in Roma un Sonator di Lire
Che tutti habbiam del pazzo tronco un ramo
Cantar vo anch’io su la Follia mondana.
State attenti, Signori: e incominciamo.
Canterò d’uno stuol, ch’a la fiumana
Crede andar in Cesena, e par che guazzi
Del Frigio Gallo entro corrente insana.
Punta da l’Estro Inachio, alza schiamazzi
Musa, in cantar pazzie; che ben conviene
Furor di vena entro il furor de’ Pazzi.
Sian de’ fusti d’Anticira ripiene
Spetial Botteghe, e Machaone dia
Con gli Ellebori suoi purga a le vene.
Com’appunto sen va gente per via,
Chi sù, chi già, chi va a sinistra, o a destra,
Così ne’ morbi suoi varia è pazzia.
Altro è pazzo in Cortile, altri in finestra
Chi per angusti vicoli si perde:
Chi s’impantana in su la via maestra.
Molti rami à Pazzia, suo tronco verde
Ha frutti sì; ma non maturan mai:
Né per freddo, o calor la foglia perde.
Né tanti Corvi hanno i German Febrai
Né là fra gl’Indi in tanta copia stanno
Remora de’ Navilij, i Baccalai.
Quante carche di seta, o rozzo panno
Manda a noi nel meriggio, e ne la sera
Flotte di Mattutin l’India de l’Anno.
Matto al lume son io, matto a la cera:
Ma quanti esser dicean Bellerofonte,
Che poi la testa lor tutta è Chimera?
De l’humane stoltezze il primo Fonte
Vo che tu, Musa mia, con l’indovina
Facondia di Cassandra, altrui racconte.
Né star a dir, ch’ad esser matto inclina
Ciascun; perché ciascun figlio è del Sole
C’ha l’origini sue da una Mattina.
Altro saper, ch’equivoci vi vuole,
L’ingegno tuo, ch’anco ne’ Ciel penetra
Più fondata Ragion tolga a le Scole.
Di Iapeto il figliuol, che Geometra,
Fu del fango humanato, e a dargli vita
Fe’ del natio color furto ne l’Etra.
Perché Natura ancor, ch’a senno unita,
Ne gli affetti comun Bestie pareggia,
Fe’ con l’esempio suo l’opra fornita.
Far vuole un Re, che di ragion la Reggia
Quasi Bruto abbandoni; e con rapine
Segreto appaia ingoiator di Greggia.
E vicino a l’Ovile, in cui ferine,
L’orme talvolta un Licaone imprime
L’arti ritrae d’inclination Lupine.
Far vuole un huom, che con dentate rime,
Perché dorme il Pastor, latra a chi fura
E d’accorto Mastin gl’empiti esprime:
Far vuole un huom, che libertà non cura
Bench’a giogo servil trovisi avvinto,
E da Toro arator flemme procura.
Far vuole un Huom, che per Cugino estinto
Sul cadavero d’or faccia un Macello
E da Corvo Neron copia un istinto.
Far vuole un Huom di stupido cervello,
Che di Scettro Baston nato è Vassallo,
E d’Asinina Idea stampa il modello.
Far vuole un Huom, che per soave fallo
Corteggia i rai d’un mercenario Ciglio,
E ‘l cor gli dà d’effeminato Gallo.
Far vuole un Huom, ch’a un minimo bisbiglio
Fa de la tema sua sprone al calcagno,
E la vil codardia toglie al Coniglio.
Far vuole un Huom, che per tirar guadagno
Spesso dal naso suo mosche si scaccia,
E gl’imprime in natura arte di Ragno
Supposto homai, che bestiale traccia
Segua chi nasce, in prova mia rispondo,
Che chi bestia imitò, matto si spaccia.
Homero anch’ei stese da l’alto al fondo
Catena indissolubile, e fatale,
Perché merta catena un matto Mondo
O vecchio è il Mondo, o infirmità l’assale,
Se vecchio egli è, qual rimbambito è insano
Se infermo egli è, fa delirarlo il male.
È ver, che alcun di questa insania è sano,
Ma è sol Colui, ne la cui statua un Giove
Diè con lo spirto suo l’ultima mano.
Che s’a pena potean di savie prove
Sette in Grecia vantarsi, imaginate,
Quanti s’udian sciocchi Margiti altrove
Ma già ch’io vi contai le più probate
Ragion, c’havesse mai Secol vetusto,
Di nuove teste homai resti restate.
Dove nacque Pazzia, non si sa giusto,
Ma benché sia d’origine ferina,
Molte Città d’esserle Patria han gusto.
Molte fur quelle ancor, che a la divina
Musa del Greco Homer parria sì fero
E tutte in litigar giro in ruina.
E perché nel poetico mestiero
Senno non è senza pazzia, ch’ancora
Non è senza bugia Poeta vero.
Racconta un certo Autor d’arte canora,
Che la Pazzia com’a una Savia avvenne
Dal Ventre di una Testa è uscita fuora
Narra Costui, che la pazzia sen venne
Di una Donna in balia, Corte chiamata
Che in officio di Balia la mantenne.
Soggiunge poi, che la Pazzia sia nata
Dal Capo di un Poeta sì meschino,
Ch’a pena havea d’uno Spedal l’entrata
Qui manca il Testo intiero del Lambino;
Però ch’un certo Sorcio maledetto
Fece il vero carattere rosino
In questo Foglio si legge imperfetto
Un nome d’Alessandra, e se non sbaglia
Dice, Alessandra a lui diè Casa, e letto
Ma par, ch’un altro Interprete prevaglia,
E per la casa, e letto del Poeta
Intenda un’Alessandria de la Paglia
Qui comprender si può, perc’han moneta
Più de’ Poeti i Pazzi, e perché resti
Fra Poeta, e Pazzia vario il Pianeta.
E qui concludon de’ moderni i Testi,
Che mancano a i Poeti i Mecenati,
Ma non mancano i Piladi a gli Oresti.
Narra un dotto però, fra i più lodati,
Che la prima Pazzia nacque da’ Numi
Perché fatuo in latin nome ha da’ Fati.
Febo fu il primo pazzo egli i costumi
Mostrò primier d’infuriato Amante,
Quando in Dafne corrivi hebbe i suoi lumi.
Dopo il diluvio il Sol le pazze piante
Mover s’udì, perc’havea d’oro il raggio
Al ratto altier d’un feminil sembiante.
Così d’Amor dentro il focoso oltraggio
Fu la prima stoltezza, e ‘l Sol che crea
N’accese poi tutto l’human legnaggio.
De la prima Follia, qual da una Idea,
Naquer ne l’huom molti insensati istinti,
Che non van le Pazzie tutte a livrea.
Da radice cotal nacquer distinti
Nel tronco d’un cervel rami di mali,
Morbi, usanze, delitti, e laberinti.
Per accennar le pazze Usanze, e quali
Più ridicole mai s’udir di queste
Nate per non morir, manco natali?
Sorelle son di Saturnali feste,
Ch’anco in Decembre il Popol di Quirino
Serve de’ piedi suoi facea le teste.
A le mance volgar, disse un Latino,
Diè nome un Huom, che in maneggiar l’Impero
Di Roma, riuscì molto mancino.
(161)Questi a i Roman quasi novel Staffiero,
Ordinò che le mance, e ne fe’ bando,
Gli portasser de l’Anno il dì primiero.
S’è convertito poi l’uso in comando;
Però vediamo i Natalitij argenti
Ne le nuove Calende andar calando
Ma se i grandi passati, havean presenti,
Hoggi turba servil ne fa rapine,
Sì nel mar Cortegian girano i Venti.
Come le Nevi che su cime alpine
Da nube di Gennar scarica l’Anno,
Su le basse Valee scorrono al fine.
Così l’alte venture hoggi si danno,
Eminente Padron pria le possiede,
Poi su feccia di merti a posar vanno.
Una volta un Signor a un Pazzo diede
Certa untione odorifera da testa;
E ‘l pazzo humor tosto se n’unse il piede.
Perché, dicea, se ne i capelli ho questa
Untion, l’odor va in sù: se a basso m’unto
S’erge al naso il Profumo: e al piè mi resta.
Così dirò di queste mance appunto,
Son fatte al capo, è ver, ma il fiato loro
Sul naso dà perché pedestri han l’unto
Ecco un’altra Pazzia, c’hoggi è Decoro
Chi fa il mestier de la Segretaria
Dà buone Feste altrui col suo lavoro.
Dona quel, che non ha per cortesia,
Fa cortesia, per esser importuno,
E pronostica altrui, per dir bugia.
Di tutti i ben fa pieni i voti ad uno,
Mentre il meschin di simili presenti
Più del voto Signor sempr’è digiuno.
Fa la rimessa di mille contenti,
Quasi fusser le Stelle, un matto disse,
Del gran bancon del Ciel Zecchini ardenti.
E perch’a forza i vani auguri scrisse,
Fede non scrisse mai, pari al desio,
Ma profetò quel ben, che maledisse.
Ecco un’altra sciocchezza un Padre, un Zio
Mi muore, e vuol l’usanza delle Corti,
Ch’io vesta di Cottone il dolor mio.
Vorrei saper perché convien, che porti
Vestimento da Morte un vivo herede,
Se si spogliar la viva veste i Morti?
E già che il Morto i beni suoi mi cede,
Perché dee scorrucciarsi il mio vestire
Se cagion d’allegrezze altri mi diede?
E perché deggio in sacrificio offrire
La comprata baietta ad huom che mora
Mentre so, che non è baia il morire?
Dirammi alcun, che compra tal s’honora
La perdita del sangue, e non pon mente,
Che i miei denar sono il mio sangue ancora.
La maggior parte de l’humana gente
Più lagrima le spese, che la morte,
E perduto denar più che parente.
Ma udite una pazzia di un’altra sorte
Consegnar al Barbier mento barbato,
Per comparir, qual Galeotto, in Corte.
La Natura col pel senno ci ha dato;
E par che l’Huom di barba si quereli;
Quasi un gran Barbarismo in lui sia nato.
Furono già sotto gl’Ausonij Cieli
Trecent’anni le Barbe, e finalmente
Venne Sicilia a muover guerra a peli.
Per guadagnar denari, acciar radente
La Sicilia portò; che tanto è dire,
Buscar denar, come spelar la gente.
Benché, con barba il Becco hoggi si mire,
Non mi dite, che possan gli ammogliati,
Se gran barba han sul mento, honor mentire.
Perch’io dirò, che senza barba nati
Son anco i Becchi, anzi i bambin Caproni
Nascon prima cornuti, e poi barbati.
Dite pur ch’è pazzia farsi Garzoni
Non d’età, ma di peli, e doppio danno
Pagar Barbieri, e far di Lana i doni.
Vivon meglio le Pecore, ch’ogn’anno
Solo in Calende tepide son tose;
E per premio al Barbier la lana danno
Si potrebbon portar barbe pelose;
Ma da’ Censor si chiameriano oscene,
Già che fra i pel son le Vergogne ascose.
Solim Imperator dicea. Fo bene
A portar fra i Ministri il mento raso,
Perch’altri per la barba non mi mene
E pur hoggi fra noi vivono a caso
Sì polite politiche, che ancora
Chi non ha barba, menasi pel naso.
Una certa Pazzia Nasi innamora,
Che nome ha di tabacco, e a mio giuditio
Già da l’urna dei mal trasse Pandora.
È medicina, e non fa mai servitio,
Non fa servitio, e a chi la piglia è grata,
Grata è per uso, & usasi per vitio.
A lordar Nasi, e fazzolletti è nata,
Però scerner non so se più conviene
A i Nasi, o ai fazzoletti una bucata.
Come in suol polveroso ondose vene
Piovon dal Ciel, così dal naso esclusa
Su la polvere sua la pioggia viene.
S’a sgravar il cervello un huomo l’usa,
Ragione non havrà, mentre si lagna,
Che leggier di cervello altri l’accusa.
Sempre cola un humor, che il labro bagna;
Ond’io non so, se magni, o cachi il Naso,
O faccia colation Naso, che magna.
Ecco un altro morbin, ch’esce dal vaso,
Vi son certi hoggidì, vaghi di Nuove.
Che de le cose altrui fanno un gran caso.
Sentir vorrian vittoriose prove
In chi non usa lor mai cortesia,
E in chi non l’odia mai, perdite nuove.
Mai non vider Monarchi, e benché sia
Da sconosciuti Principi negletta,
Li regalano ogn’hor di simpatia.
Quando giunge il Corrier vedesi in fretta
A bocca aperta un flusso di persone,
Correr quasi Gazzotti a la Gazzetta
Se la nuova è conforme a l’intentione,
Crescendo il polso a le Vittorie fiacche
D’una Chiavica fanno un Torrione.
Altre verrà con le sue Nuove stracche,
Che ‘l Maresciallo à prese mille picche
Con sei Cornette, o Corno, che l’ammacche.
Altri dirà, che il Duca d’Ostericche
Ha rotti i Fanti, e la Cavalleria
Col Capo, o la capezza, che l’impicche
Se fusse verità tanta bugia
Di rotti Fanti, & huomini da sella,
Sarebbe ne’ Braghier la carestia.
Ma se per sorte è infausta la Novella,
Quel Poeta somigliano romito,
C’ha robba in capo, e vota la scarsella.
Meritan tutti insomma il ben servito,
Che ad Olindo già diè Mastro Torquato
O non visto, o mal noto, o mal gradito.
Chi si mostra amator d’altri, o sdegnato
Senza ragione è matto, e molto più
Ha di Fera, che d’Huom senso impastato.
Il Politico è come la Virtù,
Che secondo il parer d’ huomo, che sa,
Di due cose contrarie fatta fu.
Verbigratia la Liberalità,
Che più non s’usa al mondo d’hoggidì,
Fra lo Spilorcio, e ‘l Prodigo si fa.
Il politico ancor fatto è così,
Fra due contrari il Genio suo discreto
Fassi mirabilmente un terzo chi.
Un esempio vo dar, benché faceto,
Liquida nemicitia è sempre stata
Fra l’Olio tardo, e ‘l furioso Aceto;
E pur si vede, ch’a la mescolata
Di questi humor, che mai non sono uniti
Si concia de l’Italia l’Insalata.
Ma già che a dir d’altri cervelli i riti
Vi vuol gran tempo, in pochi verbi io narro
L’infinite Pazzie ne gl’infiniti.
Sentir gran freddo, e sberrettare un Carro
Di Cavalier, che passano per via;
E pigliar per creanza un buon cattarro.
Nel gir per strada, pretender ch’io dia
Precedenza di Muro a le persone,
Mentr’è d’altri la Casa; non la mia.
Né ponderar, che questa conditione
Di preso muro il Passaggier non merta
Mentre d’huomo, che piscia, è pretensione.
Non esser nato, & anhelar l’offerta
D’un Signor Illustrissimo sul Piego;
E ‘l Titolo voler, su la coperta.
Farei distintion sopra il sussiego,
Coperta a un Pazzo, concedo, a un oscuro
Assegnar l’Illustrissimo lo nego.
Senza mai studiar tempo futuro
Goder tempo presente, e solo amare
Con l’optativo i modi d’Epicuro.
Fra l’infinito al verbo consumare,
E non saper, che si Declina il mondo,
Quando non v’è da ber, né da magnare
Tutto haver ne’ piacer l’animo immondo:
Né ponderar, che in dolce humor di sciamo
S’attinge un dito, e non si tuffa al fondo.
Emular per honor Cabbalo infame
Entro un tuffo ghiotton, ch’oro disperda
Nel gusto altier d’ambitiosa fame.
Né saper, ch’ogni cibo al fin si perde
Dentro i Letami; e s’ha da Rege i fasti
Il Rege è quel, che si chiamava Smerde.
Dare a la fame sua sordidi pasti:
Per non far col rumor d’un pagamento
A Moneta, che dorme, i sonni guasti.
Crescer guadagni, e haver canuto il mento
Qual Pellegrin, che su la meta voglia
Proveder di viatici il momento.
In volontario laccio Huom, che s’ammoglia,
Imprigionar la libertade; e fare
Di Consorte Galea schiava una voglia
Montar Pegaso un Huom, che maneggiare
Non sa la briglia: e creder fra i Poeti
Gir in Parnaso: e poi per naso andare.
Consumar di sua vita i giorni lieti
Fra le guerre amorose, e haver sepolti
In Tromba feminil tutti i segreti.
Spender tempo, cervello, e soldi molti
Di meretrici Arpie dietro gli amori,
C’han mani occhiute, & acciecati i volti.
Con affetti affettati haver humori
D’invaghir Dame; e in far da Ganimede
Puzzar d’Hircania, e haver d’Arabia odori.
Haver gran Libreria, né porvi piede
Per rivedervi a suo profitto un foglio:
Come quel, c’ha la Gobba, e non la vede.
Comprar speranze a prezzo di cordoglio:
Perch’habbia poi tra i Cortegiani affronti
Imbarcata Ambitione urti di Scoglio.
Merto Pigmeo, che in gran fortuna monti,
Andar superbo, e non saper che i Nani
Non ponno esser Giganti sopra i Monti.
Haver Seneca tutto per le mani?
Né saper poi, quando una lingua abbaia
Che mordon sol gli sconosciuti i Cani.
Certe parole di tela Cambraia
Mostrar ne le promesse, e tosto vario
Far opre di Puzzol, voci di Baia.
Cinque officij voler per un salario;
E per vestir la pelle d’un Padrone;
Starsi dishumanato un Segretario.
Bandir fiasco da mensa, e a discrettione
Star d’un Coppier flemmatico, e volere
Patir di sete per riputatione.
Ma son pur pazzo anch’io, meglio è tacere,
Parlar poco del molto è una follia;
E i capi human son di follie miniere.
Fra le Turbe che passano per via,
Poche danno hoggidì saggio di sagge,
E chi fa da Sennucio, hoggi è Mattia.
O fortunate voi Fere selvagge,
Che sotto i Padiglioni de le Stelle
Premete i Matarazzi de le piagge.
Voi fortunate Pecore, & Agnelle,
Senza che la misura vi pigliate,
Nascete con le gonne de la pelle.
Se ‘l Ciel vi giardi d’esser scorticate,
Ditemi in cortesia, s’Esopo vuole,
Qual perdita è cagion, che guadagnate?
Chi non vi fa seguir dogmi di scole,
O stil di Corte? e chi fu in voi cagione,
Che d’errar, di penar cor non si duole?
Chi v’ha levata tanta soggettione
D’aprir lo Scatolin de le Creanze?
Buon dì, buon anno, e servitor Padrone.
Chi vi donò, fra le Cittadinanze,
A la barba di tanti Galatei
Il passaporto de le petulanze?
E chi dievvi licenza, o Bruti miei,
Che per la via, quando vi vien il bello,
Senza tante creanze ogn’uno crei?
So, che voi mi direte: e questo, e quello:
Ma vi so dir, che ‘l vostro benefitio
È la bella penuria del cervello.
Che de l’huom criminal Fisco è il Giuditio.
Qui prorompendo in strabocchevole riso gli Amici, concordemente da Stamperme si separarono; e ciascuno di loro incaminossi in un tratto dalla sua non lontana Magione a i ricoveri.

Fine del Secondo Fascio.

§
§ §
§

DELLE
FRASCHERIE
FASCIO TERZO.

§
§ §
§

Un Italiano Poeta sopranomato Teledapo; bramoso di vagar da Ulisse per meglio verseggiar da Homero, haveva dopo il Romitaggio di tre anni, fatto ritorno in Effeso, ove per lo spatio di molti altri precorsi nell’hospitio dell’humanissimo Egideargo vissuto s’era.
S’imbarcò da un Italico lido Teledapo; e come riferto haveva, per l’imboccatura dell’Adriatico seno approdò di Corfù alle spiagge. Quivi giunto, volle osservare i riti, ove patì naufragi Ulisse, & hebe gli horti il Re Pheaco, e tosto valicò verso Epiro, paese de’ decantati Molossi, e c’hebbe de’ generosi Cavalli la Palma. Quindi curioso di veder gl’andamenti della Macedonica Corte peregrinò a quella volta, e pervenuto a Salonichi, vi dimorò un gran tempo. Ma poi de’ corrotti costumi della medesima nauseato, se ne calò in Thessaglia, vago di vedervi il posto de’ Pharsalici Campi, in cui tuonarono i fulmini delle due Romane battaglie; e di vagheggiarvi etiandio l’amene rive di Peneo, la cui figlia, direbbe un Romanziero, parve in quei primi secoli un’Aurora, nel precorrere con la sua fuga l’orme seguaci d’un Sole. Al fine su i lidi d’Armiro imbarcatosi, se ne venne radendo di Negroponte le rive, e ne’ confini dell’Isola adocchiate le cime del Caphareo monte, rammentossi delle fiaccola di Nauplo, che fu già un insidioso Faro al naufragio dell’armata Greca. Quindi poi trascorso l’Egeo, e penetrato il mare, che dal temerario Icaro hebbe il nome, approdò alle piagge di Effeso.
Era Teledapo un huono d’amenissima letteratura, e vago non meno di veder mondo, che di profittarsi vagando. Perché haveva una versatile natura, nell’aderire a i genij di chiunque praticava seco, solea dire, che gli huomini di Mercuriale eloquenza dotati, doveano rassomigliarsi all’Hermafrodito Pianeta di Mercurio, che come gli Astrologi dissero, è co’ buoni buono, cattivo co’ cattivi.
Non somigliava già costui ad alcuni svagati Scioperoni d’Italia, che dopo haver Taverne, e Città varie trascorse, altra curiosità non riportano in Patria, che la notitia di quei luoghi, in cui goderono con pari delettatione, o buoni vini, o male femine. Né simile poteva dirsi a quel tale, che dopo haver havuto grand’agio di veder maraviglie in una Città di miracoli, in un miracolo delle Città, fatto finalmente ritorno a sua Patria, altro non portò di nuovo, che la copia d’un Madrigale, che trovò col carbone delineato sul muro di una montuosa Taverna, mentre forse il Compositore del medesimo s’abbattè a passar di là su in tempo d’una folta nebbia. Il Madrigale, se mal non mi rammento, tal è:
Sapete, Ser Christofano,
Perché de l’alto monte,
Chiamato il Re di Cofano;
Spesso nebbia fumosa arma la fronte?
La causa è manifesta,
Chi sta su le grandezze, ha fumo in testa.
La vista di Teledapo fu grata così ad Egideargo, che nella sua Casa d’Effeso attendevalo, come a Rorazalfe, che l’haveva ne suo Italiano hospitio fraternamente raccolto un gran tempo. Professava Teledapo un rispettoso, & immutabile genio verso la Virtù di Stamperme; onde anch’egli trasferitosi in uno di quei giorni alla Casa, ove gli amici si convenivano diè materia d’intraprendere sopra le sue trascorse agitationi varij ragionamenti. Fra gli altri la relatione ch’ei diede, non meno delle vedute novità, che de i provati disagi, suscitò in commune un quesito di tal tenore. S’ERA UTILE IL PEREGRINARE, O NO.
Rorazalfe, che la dimora nella Patria difendeva, contra il parere di Teledapo, che il contrario sentiva, espose i suoi eloquenti sillogismi in tal guisa.
(162) Quid brevi fortes iaculamur ævo
Multa? Quid terras alio calentes
Sole mutamus, patriae qui exul
Se quoque fugit?
Cantò il Lirico.
Bramano di gir vagando i mortali; né si avvedono, ch’anzi d’esporsi ad un finito peregrinaggio, infinitamente peregrinano. Il desiderio, che solo si pasce di quel che mancali, non è altro in noi, ch’un viaggio senza termine; onde i pensieri humani assai più fremono di quei mari, che di valicare s’anhelano. (163) Scandit aeratas vitiosa naves cura, soggiunse Horatio.
Che giova all’huomo da l’un Clima all’altro la fuga, se il desiderio, che l’accompagna, non è vehicolo, da alleviare alle sue agitationi a noia; ma una Sarcina, che quanto più il grava, più veloce lo sprona, più curioso l’inoltra? S’ama egli da pungolo sì importuno liberars, non fa di mestieri, che altrove sia; ma un altro. (164) Nusquam est, qui ubique est. L’astinenza d’un multiplice desiderio è così salute d’una volontà inferma, come (165) fastidientis stomachi est multa degustare, quæ ubi varia sunt, & diversa coinquinant, non alunt. I mentali, e corporali esercitij sono, è vero, le armature d’un Huomo contra i colpi dell’Ignoranza, e del Morbo. Ma nel distretto d’una Patria non manca suolo da scorrere per la digestiva de’ pravi humori, non mancano motivi ad un’anima, che immobilmente contemplando s’inalza.
Qual maggior maraviglia potrà mai veder altrove un curioso peregrino, che tra le fessure d’un domestico pavimento l’opere d’una industriosa Formica? Questa, che può dirsi con Horatio (166) exemplum magni laboris, & non incauta futuri, trascina seco infaticabilmente quelle parte di riunita messe, che pur sono maggiori del suo tutto. Fatta in un tempo Architettrice, & Economa, forma del suo granaio la cava; e quivi raccolte a suo pro le raccolte altrui, ne fa conserva al futuro. Mentre (167) turbano i rigori d’Aquario il nuov’Anno, (168) o raggio di vecchia Luna non riluce, contra l’uso de i non satiabili Avari, cessando dall’investigar prebende, s’intana; e con l’esca che dinanzi custodita haveva, scaltramente nutricasi.
Erga gli occhi il curioso a tetto di rustico Tugurio, e vedrà maraviglie, che fanno tacere i miracoli de’ suoi Obelischi ad una Menfi. Qual mendico usato a limosinar cantando, con preci di cantilene la Rondine chiede sul mattino nell’estrema tegola d’una grand’aia l’adito ad una cella hospitale. Quivi introdottasi, consegna all’arbitrio delle humane domestichezze il pentimento delle sue ritrosie straniere. Poscia senza archipenzolo edificando, e sospendendo senza puntelli una mole, che sembra haver l’aria per fondamento, forma col rostro alla sua volubile posterità la fermezza d’un pensile, ma pensato edificio. Hor non son questi al curioso investigatore argomenti bastevoli per filosofar della Natura, e del Cielo?
Che rilieva a noi il vagare, per haver notitie; se le carte più ne insegnano in un giorno, che il Peregrinaio in un anno: anzi il Peregrinaggio d’un giorno vieta spesso la lettura di quelle cose, che bastano a disciplinar per anni. L’investigare quel che gli Autori scrissero, s’è vero, è superfluo; s’è falso, è ridicolo. Che vantaggio è a noi il riconoscere, (169) se il Nilo nell’estivo escremento si gonfi, se il Tigri sotterraneo sen passi, e poi in estrema ampiezza si dilatti; se il Meandro con frequenti tortuosità s’implichi? Che profitta a gli humani Ingegni il provare, (170) se l’aria della Regione Attica è buona a formar talenti ingegnosi: e se ‘l (171) crasso aere di Boetia fa stolidi: e per non tediarvi con le credute relationi de gli Autori, che importa a noi l’investigare, s’è favoloso o no (172) che appresso il Fiume Indo siano collocati due Monti, in uno de’ quali, perché ha costume di rigettar il ferro, è necessario, che ferrati destrieri velocemente trascorrano: e nell’altro, perc’ha natura di trarlo a sé, è forza che immobilmente si frenino. Vergognosa curiosità fu di colui, a cui, cavalcando per questo Monte, fu necessario il correre, per riferir novella così leggiera, o ‘l discendere, per riportar avviso così pedestre.
Qual bene può trarsi mai del Peregrinaggio, se le peregrinate cose insegnarono i lussi a’ mortali?
(173) Prima peregrinos obscena pecunia mores
Inutilis, & turpi fregerunt saecula luxu
Divitia molles
Cantò il Satirico.
Da i Pirenei peregrinò a l’Avaritie Romane l’oro da l’Indie a gl’incentivi delle lussurie, & a’ condimenti delle Gole gl’aromati. I Frigi co’ ricami, gli Attalici con la testura d’oro, i Babilonici con la colorata Sidone con l’ostro, il Perù co’ Rubini il Golfo Persico con le Perle, fomentarono le vanità, e l’alterigie. Fin Palamede non havria colà appreso il modo di metter in ordinanze le schiere, & additatolo a noi, per porre in disordine il mondo, se le Gru non peregrinavano in aria.
Prima che Roma dall’influsso delle Greche nationi s’effeminasse, fu Republica in Grecia, che per non far contagio tra’ suoi de gli stranieri costumi, o perché il curioso i suoi segreti non investigasse, vietò il peregrinaggio, e l’hospitio. Sotto intendevano però gli Atheniesi la nobiltà delle loro schiatte nella figura d’una Cicala, che come dicevan essi, nel Territorio ov’è nata, mena, e compie sua vita. (174) Adduce Aristotile l’esempio di molte Città, alle quali recò il Peregrinaggio infortunij; ma senza ricercarlo in esso, sappiamo ben noi quanti popoli invaghitisi delle Europee delitie, per testimonio de’ peregrini relatori, peregrinando poi da remota parte a’ saccomani delle medesime, flagellarono con l’ire de i militari incendij l’innocenze di molti Regni.
Il fumo della Patria è più lucido del fuoco de gl’altri Paesi; e nel godimento di questa consiste la vitalità, e la tranquillità humana. Interrogato Stratonico, che navigli eran più sicuri, rispose, quegli che stanno in secco. (175) Il Re Ugige chiese all’oracolo d’Apolline, qual fusse il più fortunato del mondo, rispose, l’oracolo, esser un huomo detto Aglaone, che si viveva in Arcadia, & in sessantadue anni non s’era mai dal suo horto allontanato una lega. Gli Visi, o Zingani son proverbiati col nome di non leali, perché dimorando poche hore in un luogo vi lasciano toppe, non amicitie.
Quanti furono, che per curiosità di vedere, chiusero le luci, e per riportare le notitie degli stranieri al luogo, ov’hebbero la cuna, trovarono fra gl’ignoti stranieri la tomba? (176) quel Granchio appresso Esopo, che volle traghettar dell’acque al lido, cadde in preda d’una Volpe; onde diceva morendo, Ben mi sta, er’io marino, e volli divenir terrestre. Terrestre per contrario è l’huomo: ma come fusse d’ambigua natura come il Cocodrillo, e ‘l Fribo, osa etiandio di fidar sé stesso a i rischi delle infedeltà marine, onde può dirsi di lui, mentre naviga, che soleva dir (177) Biante dei Marinari, che annoverar non si devono fra’ vivi, né fra’ morti.
Per istimolo al viaggiare, il giro de i celesti orbi non è esemplare a gli huomini. Possiam dire in tal fatto con Socrate, quel ch’è sopra noi, non appartiensi a noi. Lascisi all’operation del Cielo il movimento, & imitiamo noi in gran parte come nostra cuna, e madre la Terra, c’haver suole per sua vitale attione la quiete; e se pur vagando, vogliamo imitar tal’hora le girevoli inquietudini del Sole, rammentiamoci, disse un faceto Ingegno, che il suo Peregrinaggio non può dirsi lungo; mentre distesosi dall’Orto all’Occaso, altro non è, ch’esercitio d’un sol giorno.
La vaghezza del vagare è una folia di Romanzi, un errore da Cavalieri erranti, & un prurito (178) da Orlando, che al fine, per far pieni i suoi desiderij, divenne scemo.
Le Stelle fisse furon sempre più dell’erranti beate; e la Luna, come il più volubile, & inquieto Pianeta, fu sempre il Hieroglifico dello stolto. Mutansi gli stolti Peregrini di sito, come la Luna si muta; e col giro di quest’orbe sogliono i medesimi calcular i venti, e le pioggie alle loro navigationi. Altra differenza non verte fra i moti della Luna, e di quei tali, che per genio di peregrinare, lasciano in abbandono le case e le mogli; se non ch’essa, quando torna a rinovellarsi a noi, porta seco le corna, e quegli quando alle loro case fanno ritorno, le trovano.
Qui con le risa, ma con le commendationi di tutti, terminò Rorazalfe delle sue opinioni il racconto; quando Teledapo, che al contrario partito appligliato s’era, così cominciò a ragionare.
Prenderò io, Amici, la difesa del Peregrinaggio, già che, sua mercè, m’abbatto oggi in hospitio, agiatissimo per li profitti del mio talento; e perché ne i vostri peregrini Ingegni i miei Ragionamenti faranno anche peregrinanti di piedi, mentre dall’una orecchia valicandovi all’altra, v’additeranno, che non sono degni di trovar meta hospitale nella vostra mente. Dirò dunque in tal guisa.
Il desiderio di sapere è il più ragionevole carattere, che imprimesse in noi la Natura; e poco rilieverebbe il senno; quando da gl’impulsi del desiderio la potenza dell’apprendere non si riducesse all’atto. Non è altrimente quest’appetito un Tiranno della nostra humanità, a cui debba valere di vendetta la privatione; ma bensì un Architetto, che forma d’un rationale edificio il disegno, acciocchè i sensi delle operationi aderendoli, la struttura d’un compiuto huomo compongano, & istabiliscano. Se l’apparecchiar quelle cose; che a’ vitali vantaggi son necessarie, è non meno effetto, che cagione del saper nostro(179) & a questo provedimento il senso della vita più attamente ci conduce, sarà un pronostico in noi dell’haver a sapere desiderare di vedere con grande argomento, disse Seneca, dell’haver a risanarsi; e l’appetir rimedij.
La curiosità d’imparar leggendo, non è vehicolo a ben apprendere, perché la Scienza, che da’ libri si trahe, è acqua di conserva; quella, che dall’esperienza deriva, è Fonte. (180) Le vedute cose sempre più francamente s’imprimono nell’animo, che le lette, che le sentite; né s’imparerebbero tal volta gli huomini da quel ch’è scritto: se gli Scrittori non havessero peregrinato per ascrivere quel che noi impariamo. È così certo, che dall’essere alla cognitione si vada, come che dalla cognitione all’essere.
Gli oggetti, che tutt’hora n’appresenti l’apparato d’una Patria, non destano a filosofar di Natura le nostre menti; perché niuna cosa è così mirabile, ch’ogni momento rimirata, non iscemi a poco a poco in noi quella maraviglia, che come disse Platone, dalla Filosofia nacque, nella guisa, che (181) Iride vollero gli Antichi, che di Taumante, cioè dell’Ammiratione fusse figlia. A ben conoscere tal volta le vedute maraviglie d’un forastiero contorno, o li provati agi d’un paterno distretto, fa di mistieri allontanarsene; perché il bene non mai compiutamente si scerne, se non quando perduto si specula: e la forza della cognitione così nella divisione consiste, come quella di Amore nel congiungimento. (182) Maiora credit de abscentibus, disse Tacito.
Non ha dubbio, che l’osservar l’industrie d’una domestica Formica, sarà valevole mezo per dottrinarci nella notitia dell’ammiranda facitrice Natura; ma ben sapremo negare a scorno delle inettie nostre che questo piccolo Animale quantunque non vigoroso, & inetto a i trapassi di lontano Clima, pur a’ ripari delle necessità future, non d’altra guisa, che peregrinando ammaestrarsi.
Non si nega, che il ponderare l’edificio d’una famigliare Rondine, non c’inalzi parimente a specular l’opere d’una provida Natura; ma chi sa, onde questo Animale si partì, e dove ritorna, havrà campo di conchiudere, che ‘l solo Peregrinaggio rese la Rondine faconda, ardita, sofferente, domestica, industriosa, discreta, e memorevole.
I talenti humani son come le piante, che traslatate da un suolo all’altro migliorano. A tal fine da Persia si trasmise a noi il Pesco, da Soria il Cedro, d’Armenia il Meliaco, da Cidone il Cotogno, da Cartagine il Granato. Non s’inesterebbono hora ne’ nostri horti queste piante, se non peregrinavano da gli altrui le piante humane.
Qual vago di sapere è fra noi, che non benedica (183) il passaggio delle lettere dalla Phenica? Chi amareggiate ha le labra, che non lodi il primiero tragitto (184) de’ zuccari dall’Indiche cannamele? Qual bilioso infermo è, che non commendi dalla (185) Tartara Tangut del pietoso Reobarbaro il trasportamento.
Povero Mondo,se i providi huomini non avventurassero co’ trabalzi delle merci l’aumento delle facultà humane, Barbaro Mondo: se i mortali nelle patrie tane inselvati reputassero ornamento della specie nostra il farci esuli dalle società forestiere. Inesperto Mondo, se nella sola pagina d’una campagna paterna credessero i curiosi d’haver ben inteso il contenuto del libro della Natura. Scarse glorie si darebbono da noi al Fattore, se non d’altro, che de’ nostri acquisti se gli intonassero le lodi; se nel trovamento delle occulte cose non si ravvisassero così industri le sue creature; se da testimonij de’ trovatori Nocchieri non s’udissero l’antiche creationi di nuovi Mondi.
È vergognoso il rannicchiarsi, per così dire, in un angolo di muro, a chi è nato per veder il Sole, ch’a gli habitatori di qualunque Clima instabilmente s’espone. E poi, come può dirsi vivere chi non peregrina, s’un Peregrinaggio è la Vita? Non si nega, che ponderato il transito d’un’anima, non sia parimente un peregrinare il morire; ma non si negherà oltre questo, che un’Anima ben peregrinante non habbia in hospitio il Cielo; anzi quella insatiabile incostanza della nostra humanità, che altro è ella, diceva un Re savio, ch’un Peregrinaggio della nostr’anima immortale? La quale, come sorta di là sù, cerca, sempre, e nuove vie appetisce; né prima si racchetta, ch’alla sua patria non ritorni. I cadaveri soli non peregrinano; ma per gli honori, che danno loro i Tempij, e per lo propugnacolo d’una corruttibile materia non disdegnano fra le condotte de’ vivi di peregrinar i balsami della Giudea, e gl’incensi da Saba.
Il viaggiare compone gli animi, desta i membri, instruisce le menti, avventura le fortune.
(186) Fin un cieco Poeta, che di peregrinare con frutto incapace, per formar la vera Idea d’un prudente, in agitatione di Peregrino lo finse. Si devono, in ammassar vantaggi di Virtù, imitar le Api, che vagando anch’esse tra’ fiori, per succhiare i più atti alla compositione de’ loro liquori, e di sporli ne’ Favi, si può dire, disse Seneca, (187) che non habbiano la scienza da far il mele, ma di raccorlo. È politica da Moscovita non permettere, che i suoi peregrinino, acciò che allettati dal diletto d’una libertà esterna, non si scuotano de’ suoi dimonij tirannici il giogo.
Son Palestre tal volta di rincrescevoli agitationi le vie de’ Peregrini: ma se gli huomini non havessero materia di dolersi, onde nasceria la Fortezza; Se la Natura ci apparecchiasse il tutto, che ci preparerebbe il senno? più aggrada alla Natura, & al senso un riposo, che alla fiacchezza succeda un’esca, ch’al famelico s’appresenti un calore, ch’all’assiderato si prepari, di quel che facciano le piume agiate, per adescarvi la ritrosia d’uno sonno, un cibo lauto, per destarvi i pruriti d’una addormentata fame, un acceso focolare, per farsi scudo contro le trafitture d’un rigore avventicio. O quanti satia l’apparecchio d’una mensa Siracusana, a’ quali imprime appetenza da parsimonia d’una cena d’Hecate. Il patire impassibili ci rende: e così l’inopio scuote le torbidezze, come la Povertà erudisce le menti. Anche Alessandro peregrinò in guerra; e con l’haver dilatati i suoi dominij fin alla cuna del Sole patì alcuna volta di gelo. È un gran male; disse Bione, non poter soffrire un male.
Quell’Asiatiche Città hanno hoggi del Monte, e dello Scoglio, i cui Popoli più si mostrano col Forestiero incivili, e ruvidi né basta loro il dire, che per talento di mercature in varij confini s’aggitino; perché sì fatte industrie ad altro non tendono, che a bilanciare di che valore siano le monete, non gli huomini: ond’avvien poi, che simili trafficanti fanno conti non di conto, sottrare numeri, non sottrarsi dal numero. Devonsi cortesemente raccogliere i Forestieri; perché l’uso della Hospitalità non solo contrahevasi a vicenda fra i nostri Antichi; ma non disdegnarono etiandio gli Dei di farsi presidi de’ commerci hospitali, e di trarne i nomi.
Giocò molto all’aumento del Romano Imperio, che Roma fusse aperta a gli stranieri, & a’ nemici. Le buone Arte furono per lo più da’ peregrini infuse; e molte volte, per l’insegnamento d’esse, i vinti furono del vincitore i Maestri.
(188) Grecia capta ferum Victorem cœpit, & artes
Intulit agresti Latio.
Cantò il Lirico.
Insomma, ove libero si vive, ivi è la Patria, diceva Pompeo; e chiunque della propria, o per motivo d’elettione, o per colpo di rea fortuna divenne privo, havrà l’arbitrio di sciegliere fra l’altrui la medesima; perché al Savio vale d’habitanza ogni suolo. Pochi furono in sua patria graditi, e pochi s’udirono che navigando all’altrui, non trovassero l’aura, o la merce.
Interrogato un Marinaio da un Principe, s’egli haveva buon Padre, rispose, che s’era annegato in Mare. Chieseli dell’Avo, e replicò il medesimo; de’ fratelli, e soggiunse che s’erano parimente sommersi; del che maravigliatosi il Prencipe, col tenore del seguente rimprovero il Barcaiuolo riprese. E voi siete così incauto nell’esempio de gli altrui rischi, che pur seguite costantemente le navigationi d’un pelago, alle cui ingordigie corre, come tributaria a dar esca la prosapia vostra? Ritorcendo l’argomento il Marinaresco Idiota, con la savieza di cotai detti il Prencipe Maestro convinse. Ditemi Signore. Vostro Padre, vostro Avo, e Fratelli vostri, ove morirono? Il Prencipe sorridendo rispose. Ciascuno a suo capezzale morì; E voi, conchiuse il Marinaio; perché non gite a proveder le membra vostre d’Alberghi stranieri, cessando homai di premere quelle piume domestiche, in cui sapete c’hanno fatto l’estremo sonno i vostri Antenati? Sottointendeva in cotali parole quel rozzo, che la Morte con uguale piede picchia i Palagi, e Tuguri, e che nulla rilieva, il non varcar l’onde su i Navigli; mentre co’ moti delle mondane aure è pur forza, che dal mare di questa vita alle riviere d’Occidente approdiamo. Quando Morte vuol assalirne, anco in mezzo a i Tivoli è la Sardegna, diceva un Poeta della Spagna.
Peregrinino i liberi huomini, i forti, i miseri, i dovitiosi, e le sole Donne, a cui il magisterio della casa appartiensi, siano quando a pregrinar se n’escano, proverbiate di stolte, & al sesso loro, conforme della Luna rassomiglinsi. La Donna non è mai più honestamente segreta, che mentre al suo sposo è congiunta; né mai più vergognosamente è palese, che quando a peregrinar s’incamina; onde poss’io ragionevolmente conchiudere, la Donna esser simile alla Luna, la quale, fin ch’è ritirata col Sole, è invisibile, e quando a vagar comincia, ha le corna.
Qui Teledapo al suo ragionamento diè fine, e non meno a lui, che a Rorazalfe, si bisbigliarono concordemente i plausi, e le commendationi, ma richiesto Teledapo, a narrare qualche giocondo accidente de i suoi Peregrinaggi trascorsi, pregò Egideargo, che recitar volesse una Satira, datali poc’anzi a leggere, in cui Teledapo, mentre in Italia trovavasi, gl’incomodi di un suo diurno viaggio da Roma intrapreso, haveva giocosamente ritratti; intendendo forse, di emular con essa Horatio in quella insulsa Satira del suo cammino da Roma a Brindisi; o Lucilio in quell’altra sua, pur da Roma al Faro di Messina. Onde Egideargo, dato di piglio allo scritto Componimento, che traheva seco, ne fa a i curiosi Amici una grata espressione di questa forma.

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§ §
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IL
VIAGGIO
SATIRA.

Altro piacer, che viaggiar, non trovo,
Che se fortuna ha instabili le piante,
Non la posso arrivar, se non mi muovo.
Sol moti ha il Mondo. Il Ciel sempr’è vagante,
Il vago Ciel stimola i Venti al moto,
A moto d’Aura il Mar fasi incostante.
Un incostante Mar tragge il Piloto,
Seco il Piloto trahe Remo, e Timone,
Remo, e Timon muove una Barca al nuoto.
Chi vuol farsi cantar, lassi il Cantone,
Né s’intani a cantar d’Orco le fole;
Già che de l’Alma è in noi l’occhio il Balcone.
Che giova in casa haver norma di scole,
Se in Gener feminin nostri scolari
Scolano il sen, per generar la prole?
Trottano in sul natio solo i Somari,
Provido è sol, chi le Provincie ha scorte,
E sale ha sol, chi navigati ha i Mari.
Chi fuor non esce, e debole di sorte,
Che in sentir mentovar Golfo lanciato,
Esser dirà Golfo lanciato un Forte.
Parrà colui, ch’udendo nominato,
Doncherche in occasion di certa Guerra,
Disse. Affè, che Don Cherche è un gran Soldato.
Geografo di carta, e non di terra,
Affermerà, ch’un palmo di Campagna
Da Polonia lontana è l’Inghilterra.
Fiume dunque varcar, scender montagna
Risolve, e uscir dal Cittadin confino,
Già che inalza i puzzor l’acqua che stagna.
Non è micca mestier da Paladino,
Star con la Pala a stuzzicar Carboni,
E non è camminar starsi al cammino.
Cotai furono in Roma i miei sermoni,
Quando humor di vagar fittomi in testa,
M’affazzionai di Compagnuol calzoni.
Qui mi feci un vestito in Feria sesta;
Perché ‘l setimo dì di settimana
Tutt’i Mercanti miei guardan la Festa.
Fei tra seta frustata, e vecchia lana
Un fagottin di provision Vestali:
E Abram vi scrisse. Franco di Dogana?
Poi qual Corrier de’ miei finiti mali,
Mi stivalai, per haver sorte in selle,
Già c’han sorte hoggidì sol gli Stivali.
Se lo stellato spron regge la pelle
D’uno Stival, non saran cose strane,
Che d’un Stival fian provide le stelle.
Veder già non pensai d’Africa tane,
Sapend’io ben, quante in Italia stanno
D’inesto adulterin Bestie Africane.
Né per Francia, o Castiglia errar qualch’anno:
Mentr’hoggi per le vie Femine io scerno,
Che perdendo Castiglia, in Francia vanno.
Non di veder s’un Fiume esito ha Inferno,
S’altri dal Paradiso ha la caduta,
S’Egitio Nil scorga di state un Verno.
Se chi beve il Clitorio, il vin rifiuta,
O se rosica ferri il Ciprio Topo,
Se Rana serisea sempre sta muta.
Non di veder del Teranneo Canopo
Il suol lascivo, o in Abissini siti,
Oltre Avana, e Quiloa, Congo Etiopo.
Non curai di veder Nubi, e Nigriti,
O là di Libia a la deserta banda
Gli arsicci Garamanti, e i Trogloditi;
Non d’osservar la mercantile Olanda,
O trascorso il suol Anglo, e lo Scozzese
Gronnia, e Finnia veder, girne a l’Islanda.
Non curai di mirar tutto il paese
Da la Tartarea piaggia a l’Indiana.
Da l’Atlantico mare, al mar Chinese
Non Cataio veder, né Mangiana,
Né col Quinsai l’Imavo, e i seri,
Né gli scithi Hiperborei o l’onda Hircana.
Non di calcar de’ Sarmati i sentieri,
O qual Ruggier sopra l’areo calle
Passar fra i Russi, e trapassar Pomeri.
Io non sono Hippografo, e non ho stalle;
Se volo in carte, in su le vie vo tardo,
Perc’ho penne a la man, non su le spalle
Al Poeta il Frontin manca, e ‘l Baiardo
E se ‘l Carro ha Febeo gli assi son guasti
Perché la fame sua vi magna il lardo
In borsa io non havea spirti sì vasti,
Che trar potessi a spinta di monete
Una pista di poste a tanti pasti.
Mi bastava d’haver piante inquiete,
Quanto haver suole il Sol lungo il camino
Quando verso Torin marcia d’A Riete.
Visto havrei quel paese, il qual supino
Si slonga in mare, e l’Appenin gli forma
Bottoneria al Gabban, l’Alpe un Cuscino.
Qui può stampar peregrinante un’orma,
Chi haver professa Italiane impronte,
Già che l’Italia ha d’un Stival la forma.
Quando le mie bazzecole fur pronte,
Presi un Destrier, nel cui devoto collo
Era una corda, e una campana in fronte.
Invoco hor te Cavallerizzo Apollo,
Ch’usato sei là per l’Aonio vallo,
Sopra il Pegaso mio far caracollo.
Fatto conto, c’hor, hor monti a cavallo;
E a la partita sua sproni il Ronzino,
Narra per me di sua partita il fallo.
Questo Ronzin; videlicet Ronzino,
Giusto non è, ma sette volte intoppa:
E pur nome han di Giusto buon latino.
Non ha di lingua intelligenza troppa,
Intende sol, quel che vuol dir, Sta lì,
Ma non sa poi quel che vuol dir, Galoppa.
Tratta di trotto tutto quanto il dì,
E s’io scuoto la briglia, e dico no,
Mi balza il capo, e mi fa dir di sì.
Fra diverse mutanze io ben non so,
S’egli è Mortaio, o fa ‘l Pistone a me.
S’io son Pistone, o pisto me ne vo.
Un beneficio sol fammi il suo piè:
Che per lungo agitarmi in sù, e in giù,
Ne lo stomaco mio flemma non è.
Ma se in corpo la flemma io non ho più,
La bile, il bell’humor sempre ricorda:
Né fra Zara peggiore il mio Cor fù.
Equo è in latin; ma d’equità si scorda,
È destriero in volgar ma non è destro
Parente a Brigliador Briglia ha di corda
Se ‘l punzecchia tal’hor la mosca, o l’estro,
Non temendo la man che lo ripiglia,
Con coda di Scolar sferza il Maestro
Non val prego d’Amor, forza di briglia
Se nel diletto mio, ch’è transitorio,
Un retrogrado Granchio il piè gli piglia
A Letargo di sen Vessicatorio
Non giova mai di sanguinario Sprone,
E Collirio di Frusta è frustatorio.
S’a la Rota de l’Olio un Issione
Ei fusse mai, Demostene Lucerne
Havria per lucubrar, tarda l’untione
Se in lui Satan da le spelonche inferne
Venisse, assalteria tardi ogn’Infermo
Di reggie Torri, e di plebee Taverne.
Io s’ho da dire quel che mi sembra, affermo
Ch’egli è Fratel de Romanzier moderni
Ch’ogni quattro parole han punto fermo.
Terni punti non ha, ma punti esterni,
Non varca stilla in rio, che non vi stalli,
Non s’intaverna, che non s’incaverni.
Per mostrar che ‘l suo pié male ha di calli
Muover non osa mai passo con fretta:
E con ragion: perché le vie son calli.
Se piscia un’hora il Vetturin l’aspetta,
Perch’a ragione di Diminutivo
Tanto è un’orina al fin, quanto un’oretta.
Chi ha mal di pietra, è in orinar tardivo,
Però tardi sen va; perch’avversaria
Fassi ogni pietra al suo pedestre arrivo
E in ver di Pietre esperienza ha varia,
C’hor mi dona di aspro; hor far gli aggrada,
Giàcinto in terra, e Calcedonia in aria
Non muove piè, ch’ad intopar non vada;
Né intoppa mai, che sdruccioli non faccia
Né fa sdruccioli mai, che non ne cada.
Non cade mai, ch’io sotto lui non giaccia
Non giaccio sotto lui, ch’io non m’ammacchi:
(189) E pur direi, mè il ver di falso ha faccia:
Pregoti, Apollo mio, che non ti stracchi,
Che se ben volontier prestoti orecchi,
Non mancherà fra noi lingua che gracchi.
Non basta no, che nel cantar non pecchi,
Mentre al mondo veggiam Turba d’alocchi
Che per tutt’i Canton fiaccano i becchi.
Diratti alcuni, che i tuoi pensier son sciocchi;
E daratti cagion, che in sen gli ficchi
(190) Materia da coturni, e non da Socchi.
Lasciali con la forza, che l’impicchi:
Che da questi cervel dramma di succhi
Non caveresti mai co’ tuoi lambicchi.
Meglio è, ch’in Pindo tuo, tu t’abbalucchi
E ch’a finir questo Viaggio strano,
Col saper di mia Palla Apollo io trucchi
Mentre hora fermo, et hor col passo piano
Restringendo me stesso entro il mantello,
Sul dorso io già del mio Caval Seiano
D’uno pioggia sottil, come il capello,
Sopra il mio Caporal vena stillava,
Ma poi fassi Marino anco il Ruscello.
Feci sdrucciolo tal dentro una cava,
Che ‘l capitolo ancor ne sta dolente,
E guai a me, se vi facea l’ottava.
Mentre cade il Cavallo, & io repente
I soccorsi del Ciel chiamo anhelante,
Biastemma il Vetturin, che non ha niente
Rompicolli al Ronzin prega Forfante,
Né considera poi la consequenza,
Che se muore il Cavallo, io resto Fante
Così, mentre vegg’io la mia patienza
A confusione ad infusion condotta,
Ne la mollitie altrui fo penitenza.
Si spezzar due Corregge in una botta
Su ‘l Valigin, ma quando un c… è franto,
Stupor non è, se la Correggia è rotta.
Pur gridando, & oprando io feci tanto,
Ch’a le miserie mie trovai soccorso,
Mentre i molli Calzon stillavan pianto.
Al fin tornai del mio Cavallo al dorso,
Non di passo Chinea, ma di ginocchio,
Barbaro di costumi, e non di corso.
E quando il Sol dentro il suo rancio cocchio
Si ritirava in camere da basso,
Perché sentia certo descenso a l’occhio
Bisogno hebb’io, tanto era infermo, e lasso
Trovar Guarino, e Dante altrui moneta
Da Boccaccio magnar, dormir da Tasso
Pur come piacque al Ciel, giunsi a la meta
E con filosofia povera, e nuda
Trovò gli Historiografi il Poeta.
Non havea tal piacer l’Orca d’Hebuda,
Quando al confin de la marina Grotta
Un macello vedea di carne cruda.
Quando n’hebb’io, ne l’arrivare a un’hotta
Ne la qual mio sentia pronto a pagare,
Per far pago un desio di carne cotta.
Mi fe’ gran cortesia ne lo smontare
L’Hoste contra l’usanza del …
Ove sol cortesia fassi …
E perché un Hoste entro l’hostile hostello
Suole l’obligo suo far Camerario,
Posto in Camera mia stese il mantello.
Questa si fe’, quando era Silla, e Mario,
Tanto in vista era antica, e sul Cantone
Se ‘l superfluo non fu, fu il Necessario.
Era una cella in ver da devotione,
Che fin dal tetto una ventosa voce
Mi mandava del Ciel l’ispiratione.
L’havria fuggita il Diavolo, che coce,
Perché nuda di tela ogn’impannata
Su i legni de i telar scopria la Croce.
Farmi in tanto io voleva un’asciugata;
Onde l’Hostier mi ricondusse in Sala,
Che la Crusca diria la Camminata.
Quivi un Putto vid’io su per la scala,
C’havea di secchi Allori una gran massa
E un acceso carnon dentro una Pala.
A tal vista io gridai (mentre s’abassa
L’hoste, e gli allori miei d’arder presume)
La pena de’ Poeti a i Lauri passa.
Sù, sù Lauro immortal cangia costume;
E già che vuol così Secol vitioso,
Se già l’ombra mi dasti, hor dammi il lume.
S’apria da basso un Campidoglio untoso
Ove suol trionfar sera, e mattina
De le flemme digeste un Huom famoso.
Per assalto di Luccio, o di Vaccina
Qui trionfa un Campione, e opime spoglie
Son del rotto Digiun l’osso, e la spina.
Qui la fame campestre un Hoste toglie.
Mentre di Samo, e di Temese in olle
Per le Viscere altrui Viscere accoglie.
Qui fra’ cibi di mar, d’aria, e di colle,
In più fogge, in più bande, in un sol punto
Sacrificij di Gola un foco bolle.
Stava intorno a le fiamme un huom bisunto,
Ch’arso indarno sarebbe, o imbalsamato
Cotanto in vista era infocato, & unto.
Quest’unto Piracmon, Bronte abbruggiato
Su l’incude d’un Banco havea le dita;
Perc’havesse il martel qualche affamato.
Questi hor facea col Sal l’acqua scaltrita
Hor di spetie condia carne di morti,
Per balsamar de’ Magnator la vita.
Hor dal bollor visti i carboni assorti,
Facea reflusso a tumida marina,
Ove l’Occaso havea l’herbe de gl’Orti.
Hor, se udia del cenar l’hora vicina,
Tirar facea di Sposo Gallo il collo,
A cucinar ponea Madre Gallina.
Questi tal’hor move un bel ballo al bello,
Et hor lassa l’alesso, e l’osso gitta,
Raschia pelle, fa spalle, arroste pello.
Hor fatta ha fetta, e a lo Schidon l’ha fitta,
Hor tiene pala, augel pela, e in pila il caccia,
Hor de’ pesci una frotta in fretta ha fritta.
Sotto il Camin, s’altri a l’insù s’affaccia
Vede invention, da raggirar Schidone,
Senza un aiuto minimo di braccia.
Mentre a la sua paterna ragione
Il fumo sale atro vapor cocente
Fa una lastra, che incontra, andar girone
Muove questa di par ferro pendente,
E al ferro al piede lo schidone eretto,
Volve in rota dentata esca di dente.
Oh de l’human saper parto negletto,
Per cuocer l’esca a i forastier budelli,
Del fumoso vapor fassi un Valetto.
Hoggi effetto, e cagion sembran fratelli;
Né fia stupor,ch’al fumo esca si volti,
Se fumo d’esca ancor volta i cervelli.
L’Hoste intanto trahea cibi non molti
Su mensa angusta: e d’ogn’intorno havea
Su dura Panca i Passaggier raccolti.
Di Nasturcia, di Malva, e Dragontea
Comparve un’Insalata purgativa,
Buona da entrar, donde scappar dovea.
Questa un cert’Olio torbido condiva,
Che s’era Oliva, o no, stetti dubbioso;
Ma poi sentì che veramente oliva.
Comparve poi certo Cibreo brodoso,
Dove il Sal, dove il Fumo ivan del paro
Perch’ogn’huomo, c’ha Sal, sempr’è fumoso.
Tutt’i segni del grasso in fumo andaro:
E ‘l brodo suo potea servir di specchio.
Che se ben fumo havea, tutto era chiaro.
Poscia un Pollo adornò l’alto apparecchio
Ma ben tosto conobbi a l’imbroccare,
Ch’era morto di nuovo, et era vecchio
Era più duro assai de l’aspettare:
E volendol tener per vittovaglia,
Mai nol potei teneramente amare.
Quindi imparai, quanto esser tristo vaglia,
Per non cader de la giustitia in mano:
S’a un tristo anch’io non potei far la taglia.
Certo arrostetto in stil da Cortegiano
Comparve poi: ma mentre io fea da Boia
Trovai ne l’inforcar sangue Troiano
Onde gli occhi m’empiè di cruda noia
Crudo boccon; perché parea gran cosa,
Che non fusse abbruggiato, e fusse Troia.
Basta però, che in arrabbiata prosa,
Pria d’accostar legge Manilia al gozzo
Far volsi in Verre un’Oration famosa
Su principio di mensa in Mezo sozzo
Venne un putente vin, più che potente
A l’armonia d’un Strozzator singhiozzo.
Questi orina parea de le Giumente;
Ma, benché fusse alquanto torbidetto,
Mi finì di chiarire intieramente.
L’Hoste l’havea per generoso eletto,
Ma in nuova frase era gagliardo il vino;
Perché il gagliardo ancor forte vien detto.
In conclusion, per mio crudel destino,
In carne in vin su l’affamata guerra
Non fei Trinciera: e non toccai Fortino
La Notte homai de’ neri passi, ond’era,
Fatti havea quatro, e di papaver cinta
Trahea Morfeo da la Cimeria Terra.
Quando aperto il Giubbon la Calza scinta,
L’infame ardir de la mia cena trista
A Dormitorio rio diemmi una spinta.
Volea l’Hoste portar lesta la lista,
Ma quand’un huom vuol gl’occhi suoi serrare,
Conto non val per contentar la vista.
E a chi per tempo assai si vuol levare,
Svegliator de la borsa è il Creditore,
Svegliator de la testa è haver da dare.
Onde i Conti lassai contai quatr’hore,
Quando le membra mie furon condotte
In nero letto a ritrovar l’albore,
Dissi allhor fra me stesso: Oh quanto dotte
Persone son, che tutto ‘l giorno han letto,
E non ha Letto poi di mezza notte.
D’una dura cervice era il mio Letto,
Havea di pel caprin scorza lanosa,
Paglia avanzata al’Asinin banchetto:
Qui tra’ fiori di spigo, e fior di rosa
Fu del lenzuol la biancheria condutta,
Ma più tosto sapean d’herba scabbiosa.
La tela loro era sì stretta, e strutta
Che di buccata uscir tosto io pensai,
Perché la tela era buccata tutta.
Pur soffrì, chiusi l’uscio, al letto andai,
Mi scalzai, mi sbraccai, soffiai nel lume,
Mi tuffai rannicchiai, serrai miei rai;
Ch’a stanco seno anco i Matton son piume.
Rise non poco la Brigata della faceta Satira, letta da Egideargo: e parendo pur a Stamperme, che Teledapo recar potesse altra pastura alla comune curiosità, con la narrativa de’ riti di qualche Provincia Europea, l’ivitò di nuovo a dar alcuna notitia delle Corti da lui praticate in cammino.
All’inchiesta di Stamperme, sorridendo Teledapo, così incominciò a dire.
Tutte le Corti, benché di temperamento varie son sorelle: (191) e Luciano, come ben osservato havrete, sotto una sola imagine n’appresentò i perfetti delineamenti d’ogn’una. Le Gran Corti però della nostra Italia sono così atte a dar altrui buon esempio, come a trarre in sé le commendationi di quei curiosi, che le mirano: e sopra tutte quella di Roma, alla quale, come a Capo esemplaro per virtù, equità, e culto, par che muova hoggi i suoi piedi peregrini un votivo Mondo; ma già che havete più di me un’antica, e distinta contezza dell’Italia tutta, & io vi vedo hoggi curiosi d’udir novelle di paesi più stranieri, e che di derisioni sian degni, contentatevi, che solo della Macedonica Reggia, io vi narri confusamente quel poco, che mi rammento, per attestarvi, quanto basta.
La Corte di Salonichi è un Mare; perché molti Fiumi, che dinanzi nelle loro patrie origini erano famosi, quivi intrusi perdono la natura, e ‘l nome.
Chi v’entra humile, è forza vi cresca orgoglioso; e chi non s’altera per propria natura, cambiasi per l’altrui esempio, (192) Non ego ambitiosum; sed nemo aliter potest vivere, disse Seneca di un’altra Corte.
La Città, ove risiede il Prencipe, par c’habbia il Carnevale tutto l’anno: perché gli animi vi stanno sempre mascherati; ma dirò meglio. Tutto l’anno v’è la State; perché ogn’uno usa di trinciar i panni adosso al Compagno. Sirio vi latra sempre; e gli huomini pur che habbiano ombra da ripararsi, poco curano, che sia di Torre, o d’arbore; anzi avviene tal’hora, che vi si litiga (193) l’ombra d’un Asino, come disse Luciano di colui, che d’Athene passava a Megara.
La Fortuna è la più adorata Deità di quella Corte. Ha Tempi varij, secondo i tempi, & in essi è anche varia di Titoli, come anticamente era. Hor si chiama Primigenia, hor Viscatrice, hor Privata, hor Maschia, hor Vergine, & hor altra. Colà però molt’Idoli di fortuna da contrarie razze derivano. Alcuno credesi disceso dal Cielo, come gli Scudi Ancili, & alcun altro si stima sorto da basse origini, come avenne a quel Simulacro, che fe’ fondere Amasi Re d’Egitto.
Non v’è Idolo senza Oracoli, non v’è Oracolo, a cui non si versino doni, non v’è dono, che dall’Adulatione non si sacrifichi. L’Adulatione in somma, se non è scala da salire, è strada da premere. Vi sono huomini, che chiamarebbono (194) occupationi divine quelle d’un Tiberio, quantunque brutali fussero.
Il Re si crea per voti d’urna, non per ragione di retaggio; e perché nella contrarietà, che ha il Soggetto emulato con gli Emuli, son varie le passioni de’ Fattionarij, il più vago Spettacolo della Corte è la mutatione, in cui i Pretendenti rovesciando gli odij nel Re caduto, trasferiscono gli ossequij nell’inalzato, quindi avviene, che la Fede colà è volubile in tutti, come usata a vaccillar sempre nella devotione de’ Numi; e gl’effetti de’ Tributarij per lo più son meretrici, perché son posticci. Chi vuol vivere in quella Corte, è forzato così ad haver passione di non esser libero, come a trasportare in varij oggetti la libertà delle passioni humane, perché habbiamo i Cortegiani a sentir rimproverata da Seneca la loro miseria in quei detti. (195) Eorum miserrima conditio, est qui ne fuis quidem occupationibus laborat, ad alienum dormiunt somnum, ad alienum ambulant gradum, ad alienum comedunt appetitum & amare, & odisse, res omnium liberrimas, iubentur.
In più guise s’ottengono prosperità in quella Corte, ad alcuni nascono spontanee le venture, come avveniva delle piante nella prima Creatione del Mondo, in altri ogni frutto nasce dai semi; e però chi vuol raccorre oro, lo sparge. Comunemente il bene più s’acquista per genio fatale di chi lo dà, che per sagace industria di chi lo pretende; onde, se fusse Tacito in Macedonia, non porrebbe in dubbio, se la gratia coi Principi dipenda da fato, o da prudenza humana. (196) Dubitare cogor fato, & sorte nascendi, ut cætera, ita Principum inclinatio in hos, offesio in illos; an sit aliquid in nostris consilijs, &c.
Nel rovescio dei mali variamente, come nel dritto dei beni, procedessi: ma per lo più non vi domina Astrea, senza l’Astro; poiché alcuni, non perché amino, ma perché son amati, s’inalzano; & altri, non perché odijno, ma perché sono odiati, s’abassano.
Nelle impressioni delle Lettere, i dotti, e le Carte son quasi il medesimo in Salonichi: perché le Carte da gli Stracci nacquero, e i Dotti fra Stracci vivono. Molte volte è Giudice del merito d’un Letterato più la Vista, che l’Udito: ond’io direi, che le nostre Donne hanno più senno di quei Satrapi; perch’essi nello scegliere un Huomo al loro servitio, s’appagano dell’apparenza: e queste nel comprare una pentola, la provano col tintinno.
Formano però anche là un’ottima eccettione alla cativa Regola alcuni Personaggi per Ingegno, Natali, e Virtù d’animo esemplari, e di stima degni, e questi non disdegnano di riconoscer gl’inchini d’un Letterato, e di specchiarsi in esso, sapendo, che i Promontorij specchiano le loro gigantee alterigie in quell’onde, che lambiscono i loro piedi; ma perché i Buoni si contano hoggidì, come le Bocche del Nilo, vi sono anche molti per contrario, che chiamano la Poesia Lamina d’Orpello; perché ha splendore nell’apparrenza, ma non vale, che ad ingannare, & a stridere, & altri sono, che commendano i Poeti, per trarne lodi; non amano di comandarli, per dar loro mercedi; e così può dirsi della Poesia, come cantò della Bontà Giuvenale, (197) Laudatur, & alget.
Si vide colà ne gli andati Secoli qualche erudito huomo inalzato, e tenuto in pregio; ma per maraviglia si strepitò col Satirico. Exemplum novorum fatorum, come si disse di Quintiliano arricchito.
Né mancano anche hoggi letterati huomini, ch’entrano colà a i servigij di quei Primati; ma è certo, che ogn’altro mestiero vi fanno fuor, che il loro, chi sarà più degno di un altro, di dar da bere al Padrone, non havrà però dal Padrone più da magnare di quel che un altro si habbia, anzi, quando il Letterato muoia in servitio, sarà forza, che lasci herede il Padrone, non di quello che hebbe per mercede: ma di quel che avanza per merito.
In somma trattiene quei pochi, che vi distinsi, gli altri, molti vogliono, che le lettere di un Huomo sian prezzo, da comprare il servitio, non pompa da adornare la padronanza. Quindi è, che fra i Sudditi ancora è più scorza di letteratura, che midolla; perché poco frutto se ne tragge; e poche Arti da gli honori son coltivate: e però non avanzandosi gl’huomini per sentiero di scienze a i gradi, non curano gl’ingegni giovanili di trapassare in esse da i Novitiati alle Professioni. Una sola Filosofia si studia in quella Corte, & in essa la maggior parte de i Padroni son Maestri; ed è, che l’Anima di chi regna, non habbia fede nel Cervello, ma nel Sangue.
Questa appunto è la succinta Historia della Macedonica Corte, in sermoni disciolte. Se bramate hora di sentire i meriti della medesima, legati in Versi, eccovi scritta in questo seguente Foglio un’acconcia Satiretta, che ne composi in cammino. Rorazalfe, che era vicino a Teledapo, pregollo tosto, che ne rimettesse a lui la Lettura; onde havutono il Foglio, n’espresse immantinente alla curiosità degli Uditori il contenuto con tal ordine.

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LA
CORTE
SATIRA.

Che vuoi, Musa, da Corte? Io non so come
Qui potrai mantener casto il Decoro;
Se la Donna ha da Corte hoggi un mal nome.
Viver qui tu non puoi d’altro lavoro,
Che di far la bucata a i panni brutti;
Già che abondan lordure hoggi in costoro.
Cavar anco potresti utili frutti
Dal culcire i Calzoni a i Cortegian,
Che le Vergogne lor mostrano a tutti.
Ma i consigli per te tutti son vani;
Perché la Corte a l’Anime tranquille
L’Inferno è della Testa, o de le mani.
Un Inferno è la Corte, alberga mille
Enigmatiche Sfingi, Hidre rinate,
Qui s’inventan Chimere, e latran Scille.
Qui si veggiono Arpie d’oro affamate,
E per rapir la Gratia d’un Padrone,
Da Centimani Gigi Armi impugnate.
Qui vedresti talvolta un Issione,
Di sorte amica a gli anhelanti casi,
Stringer le nubi, e imaginar Giunone.
De le Fortune altrui pianger gli occasi,
Qui vedrai Coccodrilli; e in fare scherni
Spesso allongar rinoceroti i nasi.
Ma per meglio indagar muscoli interni
Di Corte, amica Musa, ecco da parte,
Lascio Bestie di terra, Alme d’Inferni.
Per la prima, ogni Honor posto in disparte.
Hora Giano Bifronte, hora sfrontato
Trasforma ogn’un la sua Natura in arte.
E perché rivestir corpo spogliato,
Opra è pietosa, ha da bugiardi cori
La nuda verità manto adombrato.
Copron colpa carogna adulatori
Mantelli, e vuol l’affrontator Bifronte,
Ch’un bel mentir la sua Vitaccia honori.
Di segrete calunnie ha sempre pronte
L’armi sul labro, e in Giostrator rivale,
Fin che ‘l piè gli scavalca, urta con l’onte.
Venga un Tullio a la Corte, e in ampie Sale
Di salata eloquenza un mar derivi,
Se non sa mormorarvi, ha poco sale
Venga un Numa a la Corte, honor votivi
Porga a’ suoi Dei, forza sarà, che avanti
V’adori un Huom; e poi, s’ha Tempo, i Divi.
L’altrui Livor rinoverà sembianti
A’ suoi candor, candida agresta apprende
Dal suo bruno Granel lividi amanti.
Né giova il dir, pria d’imparar l’horrende
Norme di Corte, eleggerei stoccate:
Ch’al fin tu cangierai stanza, o vicende
Vuoi da Numa incocciarvi? Havrai risate;
Vuoi parlarvi da Tullio? Havrai maligni.
Vuoi dar frutti, qual Noce; havrai sassate.
Vieni, vieni a la Corte, i più benigni
Volti vedrai degenerar costumi,
Corvi vedrai pennelleggiati in Cigni.
Di curioso ardire arma i tuoi lumi,
Se vuoi veder, come i Pianeti pazzi
De’ miracoli suoi fanno i Volumi.
Qui Dionisi vedrai fuor de’ Palazzi,
Deposto il piè da i lubrici Governi,
Insegnar Deponenti ai suoi Ragazzi.
Vedrai bassi Agatocli a i più superni
Gradi inalzarsi, e in tributarie Terre
Empir d’oro non suo gl’Orci paterni.
Qui tu vedrai Cortegiane Guerre
Hasta una lingua, e scrupoloso farsi
Di stupro un Clodio, e di rapine un Verre.
Vedrai servo Pallon d’aure gonfiarsi,
Erger al Ciel, per forza d’altri, il moto
E per natura sua precipitarsi.
Vedrai de’ Venti un Venturier mal noto
Entrar ne’ Golfi, e fra marini dubi
Di sicura Galea farsi un Piloto.
Vedrai tal hor le tempestose nubi
Tuonar naufragi, e per sacrarne un voto,
Spesso adorar qualche latrante Anube.
A Corrente guidona un cor devoto
Sacrificar vedrai preghi esecrandi,
Né torcer mai contra il Torrente il nuoto,
Gl’huomin da ben hoggi han da Corte i bandi;
E se mai per disgratia uno ha ventura,
D’inalzato Briccon serve i comandi.
L’oro c’hoggi un Padron spender procura
Somiglia i Fichi d’una rupe alpestre,
Che son nati de’ Corvi a la pastura.
Sul vitioso Bagoa da le finestre
Si versan gratie; e a l’ingegnoso Plauto
Si dispensano i pan con le balestre.
A la Smorfia d’un canto, al suon d’un flauto
S’apron tanto d’orecchi, e un Letterato
Sul naso dà, più ch’in Germania un Crauto.
E pur bisogna esser di flemme armato
Più, che in foco di bile armar le furie;
E con targa di cor vincer il Fato.
Regole son di Cortegiane Curie,
Chinarsi al Reo, ch’è Giudice del Buono
Render le gratie, a chi decreta ingiurie.
Vuoi qualche esempio? Eccolo. A regio trono
D’un Can barbone, hoggi i mordaci impieghi,
Più d’un Servo, che tace, accetti sono.
Se muore un Huom fra i Cortegian Colleghi,
Cent’altri, che vorrian vitto, e prigione,
Porgono al Re memoriali, e preghi.
Ma se muore per sorte un Can barbone
Subitamente il Re l’altro domanda,
Bestia non v’è, che supplichi il Padrone
Guarda in somma chi serve, e chi comanda,
Guarda bene il Pastor, guarda la lana
Che diffetti vedrai per ogni banda.
Tanto Croco Cilicia, Hibla Sicana
Non spuntò tanti fior, quant’hoggi esala
Noiosi odor Cortegianesca tana.
Giostra è la Corte, ov’è Bugia la gala,
Premia una Gratia, è Saraceno un Merto,
In cui di tradigion Lancia si cala.
È la Corte di Musica un concerto,
Ove ogni bocca a dar Motetti è nata,
Ove un Falsetto cor sempr’è coperto.
Qui fa Passaggio ogn’hor Turba incantata
Qui Soprano ufficial lacera un Basso,
E qui merta Battuta Alma Intonata.
La Corte è un mar di scoglio, nato sasso,
Peggior di quel, che la falange Argiva
Ne l’onde Cafaree misi in conquasso.
Mar che mostra al Nocchier calma attrativa
Ma tosto inganna; e inferocita l’onda
Di tolta Libertà nega la riva.
Mare, ov’hanno i Pirati aura seconda,
Ove i liberi arbitrij al remo stanno,
E dove al fin merce di senno affonda.
Mare, ove molti a ricercar si danno
L’Isole Fortunate; al fin che giova?
Sol di Buona Speranza al Capo vanno.
Mar, che costa salato a chi lo prova,
Ove son Cappe lunghe, e Pesce Spada,
Ov’un Porpore pesca: e un Granchio trova
Vuoi veder come in Corte, al mar si vada?
Osserva in lei, che de le leggi i Venti
Fanno a giunti Nocchier perder la strada.
Spesso a riva li balzano i Ponenti:
Ma se cangiano humor gli Dei marini
Mandan tosto a Levante i Pretendenti.
Così di Corte i Liberi Destini,
Servon del Garbo altrui spesso a i motivi
Perché di Corte il Mar vanta i Garbini
Scola è la Corte, ov’ha principij attivi,
Per le fortune sue Servo, che mente,
Ma, se il vero vuol dir studia i passivi.
Qui Virtù Declinata impara a mente,
Senza che mai provi il Donato al tatto
Che vive a caso un Numero di Gente.
La Corte ha di Comedia anco il ritratto
Perché Favola è spesso un Cortegiano,
E spesso ancor v’è l’oscenario in Atto.
Ove brava, non fere il Capitano,
Ove un Servo tal’hor parte ha di Zanni
Ove fa da Dottor spesso un Gratiano.
Musa, da Corte rea fuggi i tuoi danni,
Son le Novelle sue di questa sorte:
Perché pari saranno in tutti gli anni
In dar Nuove di Bestie Africa, e Corte.

Il lodevole talento di Teledapo, che fu da Rorazalfe nella letta Satira rappresentato, diè materia a gl’Amici tutti di biasimare in varie forme i vitij delle corrotte Corti, e le pazze infirmità di chi le corteggia. A tal proposito Ticleue citò un Madrigaletto, scritto già da lui in Europa ad un togato Corteggiano, in occasion di certo Tabacco, inviatoli. Il Madrigale era tale.

Mando polvere a voi da far stranuti
Ch’essendo un Cortegian di lunga vesta,
È forza al fin c’habbiate fumo in testa
E gran necessità, che Dio v’aiuti.

Egideargo, il quale soleva con pari energia detestare bene spesso i compagnevoli costumi delle Corti d’Asia, prese licenza di recitar anch’egli il seguente componimento SOPRA UNO SPELATO CORTEGIANO, il quale incarognito nelle marce Speranze della Corte, risolve un giorno di ritirarsi in Campagna, e di cantar ivi una grave Canzonetta in lode della Speranza.

Nel mondano Spedale
Giacea con mal di Cortegiane flemme
Certo Mattusalemme,
Disperato era il male:
Ma con sperar vivacchiando ad hore;
Perch’ a l’uomo che more
In Cortegiana stanza,
Macinato Giacinto è la Speranza.
Se volete un estratto
De la Camera sua, de le sue forme,
Vi fo saper, ch’ell’era nuda affatto;
Perché nuda è Colei, con cui si dorme.
Non havea questa ella
Altro Quadro di stima,
Ch’una Conclusioncella,
Che discorrea de la materia prima;
E ciò con gran ragione,
Perché la conclusione
Sopra quel muro bianco
Era prima materia, e l’ultim’anco.
Ne la Camera haveva
Uno scabello schietto,
Ch’era d’un piede zoppo:
Né poco era in effetto:
Perché il Padron diceva,
Questo Scabello è troppo,
Se vuol meglio seder, seda sul letto.
Gli servia di Buffetto
De la larga finestra il Tenitorio,
Gli servia di scrittorio
Un certo repertorio
Che più caro tenea de le pupille,
Dove il filo chiudea, l’Ago, e le spille.
Con quest’armi emendava
Cento rotture, e mille,
Che fra ‘l tempo, e i calzon nascer mirava
Onde l’Ago chiamava
La bell’Asta d’Achille,
Che feria le Calzette, e le sanava.
Ma per tornar del mio discorso al punto
Già che d’Argo si parla, e di cucire,
Volse un giorno costui, pria di morire,
Con la Turba compagna
Traspiantar il suo mal ne la campagna,
Per avverar questa sentenza nuova,
Chi l’entrate non ha, l’uscite prova.
Questi dice, qual Cigno,
Che canta a l’hor quando la Morte il preme,
Sopra l’humana speme
Tessuto a l’aria un musicale ordigno,
Così cantò col suo tenor soave,
Benché d’oro leggiero, in verso grave.

Rasciugate, o mortali,
L’humida gota,
Il Fato rota,
E seco porta il suo contrario a i mali,
Sfrondato legno antico
Rinverde al fin la chioma;
E in membra adulte è genitor di poma,
Nel suo racemo aprico
Troppo breve dimora
L’acerbo è dolce: e ‘l pallido s’indora,
Manca di Fè,
Chi sempre geme,
Chi non ha speme,
Huomo non è.
Non fia, che ‘n pianto il vostro cor si stempre.
Sperate sempre.
Speme di frutto aurato
Sfera i tormenti
Ne i mal presenti
Le sofferenze sol stancano il Fato.
Temerario Destriero
A duro pondo il dorso
Col tempo adatta, e ‘l sordo labro al morso,
E con servile impero
Addannato Bifolco
Fa domo il Tauro, e l’innamora al solco.
Manca di Fè,
Chi sempre geme,
Chi non ha speme,
Huomo non è.
Non fia, che ‘n pianto il vostro cor si stempre.
Sperate sempre.
Così cantava un Cortegiano un dì
Sotto l’ombra d’un Faggio;
E se ben mi ricordo, in dì di Maggio,
Quando da presso un Asino l’udì,
Fece, ragghiando, un strillo,
Quasi volesse argomentar così,
Se di quest’herba la verde sembianza
Simbolo è di speranza,
Se pasto d’herba a l’Asino s’ascrive,
Asino è ben, chi di speranza vive.
Proruppero in una risata gli Amici all’udita di questo Componimento; e Momarte, che volle anch’esso tra le censure della Corte annoverar la sua, così repigliò indi a poco.
Veramente le Leggi della Corte son come i tuoni delle Chitarre, che ad arbitrio di chi suona s’abbassano, e s’ergono; e però i Cortegiani sono anch’eglino, come i (198) caratteri d’abaco, che variano secondo l’arbitrio di chi calcola, perché hora vagliono un migliaio, hora un zero. Io però ho calculato, che per lo più sian zeri tutti; perché in quanto ad essi non vaglion nulla, & uniti con numero: uno del Padrone hanno forza di multiplicarti le comodità centinaia. In somma è così periglioso l’entrar in Corte, come difficile il guadagnarvi entrate. Ogn’uno spera d’inalzarvisi, ma non si pensa, che gli urti di una speranza sono anche atti a far cadere.

Eccovi i miei consigli,
Tre sono i gran perigli,
In cui sempre ciascun dee consigliarsi,
Gir in Corte, alla Guerra, e Maritarsi.
Altro vantaggio non so io scernere in Corte disse all’hora Ticleue, se non quest’uno. Conseguendo colà più fortune, chi ha meno ingegno; è gran beneficio d’un Galant’huomo, poter ivi raccoglier messe di buona sorte senza briga di rivangare nella mente lo studio d’una faticosa coltura. Chi è Asino fatica molto; ma per parer Asino, si fatica poco.
Anzi è tutto il rovescio, soggiunse Stamperme. In Corte il Galant’huomo, per parer Asino, faticherà molto; perché vi sforzerà la natura; ma se sarà Asino, faticherà poco; perché v’incontrerà la fortuna. Saper volete, onde nasce, che gl’Asini hanno comunemente buona Sorte nel Mondo? Udite, se v’aggrada, questa breve Favoletta.

Contendendo una volta nella maggioranza del Regno un Leone, & un Asino, si sfidano ambidue al Corso da un Molino, ove si trovano, fin alla meta di certo Fonte, ch’era di là da un Colle. Nello spiccar delle Mosse il Leone s’avanza: e l’Asino stimando vana la sua Corsa, s’arresta poco lungi da quelle. Haveva già scorsa la collina il Leone: quando nella Valle adocchia un Asino vicino alla meta: e credendo sia l’Aversario, che precorso l’habbia, si protesta in arrivando, di non cederli, se non si riccore all’indietro. Era quell’Asino ignorante del fatto; ma per promuovere d’un sì temuto Avversario la fuga, cede al detto de’ suoi partiti; e spicca la carriera con esso. Non andò molto, che anche quest’Asino arrestò la sua non durevole carriera; e ‘l Leone intanto, che crede haver a lato il Competitore, giunse frettoloso alla Mola. Era quivi quell’Asino, con cui il Leone havea la primiera volta corso? Onde il Leone credendo, che fusse anche della seconda il precorsore, stanco di più cimentarsi, risolve di concederli il palio dello scomesso Regno. Da all’hora in qua fu deciso, che per tutti i versi: Summa rerum penes Asinos maneat: e che gl’Asini più di qualunque altro habbiano non faticate le fortune nelle Corti, e nel Mondo.
Bizzara parve a gli Amici la decisione di Stamperme: e nelle hodierne allegorie praticata molto: ma perché lo stesso ad altri quesiti trapassando, non diede tempo di soggiunger di più tal fatto, rischiese Teledapo a dire, in qual Natione d’Europa havess’egli trovati diffetti, o virtù maggiori.
In quanto a ciò, rispose tosto Teledapo, havrei da dirvi molto, e credetemi, che per non offender me con le menzogne, & altrui con le censure, assai più lodevoli saranno sempre nella mia lingua le oscurità che le dichiarationi. Tuttavolta, s’ho da scoprirvi in semplici parole i miei sensi liberi, vi confesso, che il solo Italiano, quando è buono, non ha il megliore quando è pravo, non può il peggiore ritrovarsi, non è Virtù quando al bene si fissa, che perfettamente non imiti; non è sceleraggine, quando nel male acciecasi, che arditamente non intraprenda. La corruttione del suo ottimo è la pessima.
Nella indifferenza poi del genio verso gli stranieri, l’Italia è più scimunita Natione ch’io mi vedessi mai. Ne gli agibili del Mondo hanno ben poco fra loro gl’Italiani la (199) destrezza d’Alcibiade, col sapersi accomodare a diversità di Natura; ma con le forestiere Nationi pochi son gli Heterognathi, direbbono i Greci, che sappiano in un tempo magnare da una macella, e dall’altra. Appresso tutti il capricio val di ragione, per difendere hora la partialità vers’uno, hor l’antipatia verso l’altro; ma qui, che più li condanna, è che non curano di far le Scimie di quei tali, che farebbono volontieri con essi da Leoni infermi, per divorarseli. Vedete di gratia, come l’Italia ha copiati in me gli originali di quei popoli, che già furono le copie de i suoi Originali. Osservate la sconciatura del mio habito, la polvere di Cipro sul mio capo, la moda della barba raliccia, del Capello aguzzo, de i Nastri confusi, del Giubbone smilzo: de i Calzoni sfondati, e dello Stivale piegato a barca, e piantato a corna. Questa è una forestiera Moda, piaciuta all’Italia, perché altri l’usa: usata in Italia, perché altrove piacque.

A prima vista pare,
Che giovenil Brigate
Usino in capo lor mode Fornare,
Mentre portan le chiome infarinate,
Però direi, quando a la Donna bella
Il Giovane vuol bene,
Che mal non è, se ne la Testa tiene
Del pane i segni, un ch’a la carne uccella.
Stravagante pensiero,
Gl’altri con color nero
Tingono in sé la verità canuta,
E ne’ nostri paesi il Cavaliero
In bugiarda canitie il capo muta;
E rammentando, come
Da Vecchiezza a morir sia corsa corta,
Ne la cenere smorta
Porla sempre il … in su le chiome.
Del Cavaliero il volto
Manco del crin mi garba;
Poiché, qual Luna in mutar faccia è stolto,
Quel che cangia a la moda anco a la barba.
Una volta del Volto eran modello
Certi mustacci a punta di lancetta,
E certa barba torta a grimaldello;
Hor la moda è interdetta,
Che con model più brutto,
Radendo il viso tutto.
Del peloso ornamento
Fanno mentir novellamente il mento,
Ond’a fatica il labro lor barbuto.
Che ‘l barbiero Bifolco
Quasi tutto ha mietuto,
Per semenza di peli ha un picciol solco.
E pur cotanto in sua bellezza audaci
Han coloro i capricci,
Che in guisa tal rasicci
Credon rubar da le lor Donne i baci,
O quanto in ciò son Cavalieri erranti
Più tosto ogn’uno è degno
I baci haver da un Zoccolo di legno,
Mentr’hanno faccia assai da…
Quest’aguzzo Capello,
Che forse odora male,
Perch’è fatto a Pitale,
Già ritrovato fu,
Perché dovea quell’inventor Cervello
Schizzar in lui qualch’escremento in sù.
Se pur nol ritrovò,
Per poter dire io fo
Contro a l’uso comun lubrica l’opra,
… gli altri di sotto, & io di sopra.
Attaccato al Cordone
Gira d’intorno intorno
Di più colori adorno
Un Fondico di Nastri in processione.
Onde colui, ch’entro Venetia stasse,
E tal moda osservasse,
Senza dubbio diria,
Ch’un Rialto di testa è Merceria;
Ma con moto più bello,
Poiché di seta il laccio
Fa corona al cervello,
Chiamarei l’Inventore un Cervellaccio,
Ma il Giubbone un’usanza
Di rotonde faldiglie, e di minute,
Ch’aperte ne la panza
Forman punte cornute:
E rassembra la Luna, all’hor che torna
C’ha due dita di falde, e mostra corna.
Le Falde di costoro,
Forse, per farvi entrar l’aura di state,
Han d’occhiute Finestre un Corridoro
Ove non stanno mai stringhe affacciate:
Che le povere Stringhe esiliate
Nel giro de’ Calzoni
Se ne stan pendoloni,
E de’ puntali suoi decapitate:
Et altre poi contrite,
Per vedersi bandite
Da la primiera stanza;
Stanno in ginocchio a chieder perdonanza.
La moda del Calzone,
Perch’aperto nel fondo, e senza intrico
S’alza fin al bellico,
Chiamerei per guazzar buona intentione;
Ma con effetto è de la Brache il Foro
De’ miei Venti esalati un Sfiatatoro.
Quello, che poi da me
Con riso adulator sempre si loda,
E il caminar per strada anco la moda,
Ogn’un di noi per naturale affetto
Muove le gambe suo con moto retto;
E questa gente astuta,
Per non guastar la piega a lo Stivale,
Che in figura navale
Curva a l’indentro ha la sua prora acuta,
Muovere in via si vede
Con giro tondo, e a caracollo il piede.
Ma quel, che in fine adorna
Questa moda cotale,
È una forma di Scarpa, o di Stivale,
Con certe punte organizzate a corna,
Da queste s’antivede,
Che ‘l dominio cornuto hoggi s’avanza,
Di non passar la testa, e qui si vede,
Che son dal Capo anco ampliate al piede.
O pur lassano il capo, e al piè sen vanno;
Perch’ogn’un s’ammaestre,
Che i Capi principal corna non hanno,
Ma son proprie le corna a l’huom pedestre.
O pur direi, che un giorno
Cascar potria da l’human capo un corno:
Per questo il piè l’han confermato assai,
Che che sta sempre in piè, non casca mai.
Ma fia meglio, che ‘l piè la meta tocchi,
Questa c’hoggi i vostr’occhi
Mirano, Amici, in un paese instabile,
È l’efimera moda, e non durabile.
Gl’imitator cervelli
Da sé stessi rebelli,
Tosto, che vien un’altra Moda in stima
Abbandonan la prima,
E ogn’un si prenderà gioco
Il rinegar l’usanza, in che si trova,
Per credere a la nuova,
Che son sicur di rinegar fra poco.
Vi conclude però Moda di Musa,
Che, nel portar vestiti,
Hoggi in Italia s’usa
Quel che veggio di Donne a gli appetiti
Ne l’uso de gli Adulteri permesso,
(200) Molti haverne, un goderne, e cangiar spesso.

Sollazzevole, & inaspettata riuscì a gli Uditori amici la facete descrittione della Italiana Moda; ma perché l’habito di Teledapo appariva superbamente guarnito di dotati merletti, nacque curiosità a Stamperme, di sapere, come havess’egli potuto con l’adescamento di sì ricco arnese uscir franco in sì periglioso camino dalle rapine de’ Ladroni. Rispose alle interrogationi Teledapo, che pur troppo era egli caduto una volta in Italia in sì fatto rischio; ma che per miracolo ne sortì libero; e per narrare in disteso l’accidente, che curiosissimo era, ne riprese le narrative in tal guisa.

§
§ §
§

Io viaggiava, due anni sono, per l’Italia, con la Camerata di molti; quando una mattina, nel passar da un Bosco, urtai in sei mali huomini, benissimo armati, che tutti da uno in poi, erano camuffati nelle buffe. Sbigottiti alla prima vista i Compagni, si ritirarono alquanti passi indietro, in un lato della Spelonca: onde verso me, che volli intrepidamente non muovermi dalla via, tutti i Ladri in un subito con l’armi calate si spinsero. Il Caporale di essi, esercitando meco una furiosa violenza, mi fece tosto una confusa interrogatione del nome, del camino, e de i fuggitivi Compagni. Risposili al miglior modo, che seppi: & in quanto alla mia Comitiva, mi venne detto, che gli altri si eran forse ritirati, per sospetto, che esso con quei suoi Galant’huomini Malandrino non fusse; ma che io, perché mosso non mi era, reputavali tutti Guardiani di quelle Campagne e del Bosco. Fissatomi poi nel Caporale, che solo con imperio mi favellava, dissili, che il suo bell’aspetto m’indicava in lui più natura da imprendere le difese de i Passaggieri, che da far loro oltraggio. Intanto io mi era tratte dalle braghe alcune monete d’argento, e già le haveva offerte a quel Capo, come residui del mio camino; Ma il buon Ladro s’era così fattamente compiaciuto delle mie lodi, perché sue non erano, che cangiato da quel di prima, ricusò di accettare le monete. Uno della imbacuccata di Masnada, che udì questi insolenti rifiuti, lo instigò a prendere i denari: & il Caporale rivolgendo contr’esso l’Arme, disseli impetuosamente. Taci tu che io non voglio nulla da Costui. All’udire di così assassine cortesie, ricominciai ad incalzare troppi rettorici, & aggiunsi alle replicate lodi i miei oblighi. Ripregai tosto l’Amico, a prendere almeno in beveraggio una portione delle offerte monete; & egli tornò a replicarmene con virtuosa pertinacia i rifiuti; Qui si fece fra la mia restiva munificenza, e la prodiga capacità di Colui, la più curiosa gara di cerimonie, che mai fra due Segreterie s’udissero. Al fine, stimandomi honorato da quei boscherecci Penati, più nella licenza, che nell’hospitio, e trahendo meco il guadagno di cinquecento scudi, che divisi in collane, e monete ch’io teneva fra i nascondigli del Vestimento riposti, ripresi tosto con la mia ricuperata letitia, e senza necessità di sprone il cammino. Intanto i miei Compagni, che, come dissero non havrebbero cuore di fuggire all’indietro: perché parve loro, di esser posti in mezzo da altri della Squadra, che di sotto erano risolsero di sbuccar fuori, e di riporsi tutti nell’arbitrio della Fortuna; Onde gli Assassini, rovesciando ne i fuggiaschi huomini quella fame, che havevano poco anzi sostenuta nel volontario digiuno delle mie monete, svaligiarono ad uno, ad uno i Passeggieri tutti, di quanto puotè rapire la violenza; o sacrificare in dono la paura. Per lo beneficio dunque, che trassi io da i malefici influssi di quei Malandrini, esagerai fra me stesso questi sentimenti, quando in sicuro mi viddi.

Da sì strano accidente ogn’uno squadri,
Che in questo tempo a i poveri Poeti
Rubano a i Donator, donano i Ladri.

Maraviglioso oltre misura parve l’avvenimento, contato da Teledapo, e conchiusero tutti, non haver mai udito Ladro men degno di corda, o più cordiale di colui; ma perché nelle mondane cose, come cantò il Lirico.
(201) Nil est ab omni . . . Parte beatum.
Raccontò Teledapo, che nel suo ritorno ad Epheso gli era al rovescio avvenuto.
Disse, che in un luogo d’Epiro fu assalito, e spogliato da i Malandrini, e fra i Cittadini di quel Paese, non senza cagione; secondo di canine razze, più canità, che carità ritrovato havea. Conchiude poi, che in un sol Contado un rustico, ma civile Huomo, l’haveva fraternamente raccolto, e quivi trattenuto si era, finché da Corfù, ove attenenze di parentelle haveva, gli furono i necessarij viatici trasmessi, per lo proseguimento del suo cammino in Macedonia.
A pena Teledapo terminata questa sua narrativa, che Egideargo, anhelante oltre modo delle glorie dell’hospite amico, prese a favellar di lui alla Brigata in sì fatta guisa.
Narrò Teledapo in quest’ultimo accidente i danni della Fortuna, ma non ispiegò per modestia le vantaggiose speculationi dell’Intelletto, che per lo più fra le turbolenze della humana vita rischiarasi. Dall’empie repulse, che trovò egli nelle sue miserie fra quei Cittadini in Epiro, e dalle pietose accoglienze, fatteli in un rustico Huomo nel suo Tugurio, trasse materia in cammino di descrivere in ampia forma una Favola di Ovidio, nell’Ottavo delle Trasformationi, della quale: se non vi sarà noia l’intenderla, spiegherovvi io la sua alterazione ingegnosa, in questo vaghissimo Componimento di Ottava Rima, che si compiacque di comunicarmi sta mane. Qui parendo ad Egideargo; che Teledapo con un sorriso tacito; e che il resto de i mentovati Amici con le loro instanti preghiere a i suoi ragionamenti acconsentissero, doppo la lettura di un anteriore argomento, prese per lo filo a distendere della promessa inventione la tela; e così cominciò.

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§ §
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Risolutosi Giove di punire alcuni empi Habitatori della Frigia; si maschera da huomo in compagnia di Mercurio; e calato in Asia, in habito di mendicante, va chiedendo elemosine col Figlio. Molti li dileggiano, tutti li scacciano, né trovano chi soccorra loro di un minuzzolo. Finalmente fuori una Città della Frigia, s’abbattono nella sozza Capanna di Philemone, e di Baucide, Marito, e Moglie, che fin da i primi anni, sposatisi, s’erano concordemente in quel Tugurio invecchiati. Quivi giunti gli sconosciuti Dei, chiedono mercede; e Mercurio, che traheva seco la Lira, di cui fu inventore, canta, come de’ pezzenti è l’uso, una Canzonetta. I Vecchi impietositi li ricovrano, e preparano loro la mensa: e fra tanto Philemone descrive con eloquenza, infusali da Giove, la tranquillità del suo stato rustico. Doppo questo gli hospiti lavano i piedi a i Peregrini, e cortesemente imbandiscono il rozzo pranzo. Si pongono a mensa, nella quale Giove fa multiplicare il Vino. I Vecchi confusi dalla novità, ne ringratiano quel Giove de i Cieli, che era, non creduto fra essi, e gl’incogniti Numi, secondano fintamente la dispositione dei loro Voti. In tanto per far sacrificio a gli Dei hospitali, risolvono di uccidere un Papero: ma mentre Bauci traccia questo per Casa, l’Uccello svolacchiando si ricovra in seno a Giove. Giove all’hora, e Mercurio, riprese le loro lucide sembianze, si discoprono per Dei, & immantinente impingono a gli Alergatori, che con essi ne vadano verso il Monte. I vecchi pieni di stupore, lasciando in abbandono il Tugurio, seguono l’orme de’ Numi. Presso la cima del Monte, Philemone, e Bauci, rivolgendo gli occhi, vedono la Città vicina sommersa da un precipitio d’Acque. Indi a poco, mirano sopra un tranquillo Lago piantarsi su la base di un’Isola la loro Capanna, e questa indi a poco trasformarsi in un Tempio. Qui Giove distingue alli pietosissimi Vecchi i Flagelli, dati alla Città, e le grandissime Gratie fatte alle loro Mura Hospitali. Et ancora col dichiarare i detti Philemone, e Bauci Custodi di quel Tempio, ove molti Anni poi concordemente se ne vissero. Et alla per fine senz’alcun dolore di Morte, furono ambi in due sacre Querce convertiti.

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GLI DEI
PEZZENTI.

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Correa Secol briccone; e i cori humani
Eran putride tombe a morta Fede;
E fea ne’ Re, quasi in Ladron Spartani
Mascherata Ragion, giuste le prede,
Meretrice Amicitia apria le mani
Per vergogne venali a la mercede;
E con onta de’ Cieli eran gl’inganni
Fausti Pianeti a coronar Tiranni.
Fatta meta un guadagno, a spron battuto,
Falli adulti correan scoscese miglia;
Né mai solea con l’arbitrario aiuto
Arretrar la Sinderesi la briglia,
D’ogni Ricco il Mendico era il rifiuto,
Né da Borsa pietà trasse, o da Ciglia;
E sol la robba altrui per tutti i canti
Taide parea con quantità d’Amanti.
Mentre attendea vituperose sette
Nel suol de l’Asia a barbicar costumi,
Là sovra il Ciel, per decretar vendette,
Consiglio fean gli stomacati Numi,
Chi volea sopra i Rei piover Saette,
Chi versar sopra i Rei gorgo di Fiumi,
Al fin Giove del Cielo lassa i vestigi,
Chiama Mercurio, e cala seco a’ Frigi.
Mascherar da vil huomo il divin volto
A le persone lor parve opportuno,
Già che in Latin, di cui gli Dei san molto
La persona, e la maschera è tutt’uno,
Poscia in vil Saltambarco il corpo involto,
Scesero in Frigia a simular digiuno:
E qui gli Dei conclusero ab experto,
Ch’andar pezzendo hoggi è Destino al Merto.
Né parve a Giove, e al suo Cillentio strano
Prender forma d’un Huomo, e di un Guidone,
Se già, in fuggir dal gran Tifeo lontano
L’uno Augello si fe’, l’altro un Montone
Benché Giove, in pensar che la sua mano
Già per Danae gentil piovea doblone,
Fè maggior pitoccando il suo martiro,
Perch’allor era un Oro, hora era un Iro.
Giove un Vecchio si finse, e li reggea
La mentita Vecchiaia un Bastoncello,
Mercurio poi, che scaltro ingegno havea
Facea per eccellenza da Munello,
Chiedea mercede in versi, e li piovea
Da le luci un Rimario del Ruscello,
E in queste note a la raminga fame
Trar si credea l’alta pietà d’un Rame.
Mortali, o voi, che da le Stelle havete
D’alimenti fecondo un pingue suolo,
Ne le miserie altrui deh riflettete
Di dotata Fortuna un raggio solo,
Ne la fame, che n’ange, e ne la sete
Temprin vostre letitie il nostro duolo;
Che il Ben, versato in Povertà mendica
Seme farà multiplicato in Spica.
Ma che val l’Eloquenza? Un membro mozzo
Haver anco potea che era vano,
Con la muffa barbuta un secco tozzo,
Non v’era un Huom, che gli appettasse in mano,
Al arse sete humidità d’un Pozzo,
Né pur si offria, che veramente è strano
Altro mai non udian per ogni Terra
Che A la Forca Guidoni, ite a la Guerra.
Incocciava qual Rospo a le sassate
L’ostinato Mercurio a i fieri detti;
E perché i Ricchi in quell’avara Etate
Le Poesie chiamavano diffetti,
Chiedea mercede in prosa: e dicea. Date
L’elemosina a questi Poveretti;
Ma solo udia dal popolo rapace
Queste secche parole, Andate in pace.
Una Donna in Balcon le chiome aurate
Spandea d’Emulo Sole a i paragoni,
Fissò Mercurio in lei luci impensate,
E le disse così le sue ragioni;
Voi, ch’a pescare un cor, reti asciugate,
Cangiate omai le vostre prede in doni;
Ch’a voi più recherà glorie divine
L’argento d’una man, ch’oro d’un crine.
Qui la crudele Arpia, bench’auree masse
D’Alchimistico crin non caccian fame
Involto entro una carta a i Numi trasse
De gli ori suoi lo scardassato stame,
Ma si legge, ch’irato a l’hor cangiasse
Giove i suoi crin di Canape in legame,
Quasi volesse dirle. Hor che le ricche
Chiome non hai, la fune lor t’impicche.
Chiese Giove elemosina a un Zerbino;
Ma fe’ in guadagni il solito progresso,
Ch’Amor del foco suo sotto il camino;
Le monete di lui squagliava spesso.
Ogni servo d’Amor brama il quattrino
Perché Cupido, e cupido è lo stesso;
Né fia stupor, ch’al povero sia crudo,
Chi nega un Cencio a un cieco Dio, ch’è nudo.
Certo brodo ad un Hoste un giorno chiede
La lor Dovinità, ch’era già secca,
Un Piatto unto, ma voto all’hora diede
L’Hoste a Mercurio, e disseli. Tò lecca,
Rise Mercurio, e replicò. Si vede,
Che l’Hoste in noi d’hostilità non pecca
Vuol, che netti i suoi piatti un Dio digiuno,
Perché nettare, e Nettare è tutt’uno.
Ma fu caso ridicolo a gli Dei,
Mentre fean d’Elemosine richiesta,
Da una Finestra in lor certi Plebei
Versâro un vaso d’acqua in su la testa,
Piovano pur disse a l’hor Giove, i Rei,
Un dì fia lor la pioggia mia molesta;
Ma per quanto in quel dì disse un Lunario
Giove, e Mercurio stavano in Aquario.
Incontrando per strada un …
Che la Crusca direbbe un Barbassoro,
Me … tuæ, disse, commendo,
Mercurio, e nel latin chiese un ristoro.
Quei, saper di latin forse credendo,
… non habeo, disse loro,
Così volendo dir. Non ho un quattrino,
Disse ch’era empio, e non sapea Latino.
Mossero al fin da la Cittade i passi,
Tanti digiuni de l’humana aita,
Quanto satij de’ Vitij, e in rozzi sassi
L’orme trovar d’una Pietà bandita,
Spesso il Valor fede traspianta, e fassi
Civile il Bosco, e la Città romita,
E ad onta pur de la magion superbe
Germe d’alta Virtù spuntan fra l’herbe.
S’ergea fuori del Borgo in vicinanza
Roza magion d’Architettura scabra,
Che di mura infrascate havea la stanza,
E vil Necessità n’era la Fabra.
Qui compendio d’un Horto empia la panza:
Qui discorso d’un Rio bevean le labra,
E qui solea propagator Vassallo
Tributi dar di Pollutioni un Gallo.
Del selvaggio Tugurio havean governi
Baucide, e Philemon d’anni già grevi,
Pondo di Povertà regeano alterni:
Ma un bel soffrir tutt’i dolor fa lievi.
Vissero Amanti a Primavere, a Verni,
Finché un fior giovenil cadde le nevi,
E fatta poi l’accorta Età men scaltra,
De l’un Impero era un servaggio a l’altra.
Congiunti eran così che ne’ conviti
Sì congiunti non son le mense a i Sali:
Se non quanto fra lor da gli appetiti
Facean divorzi i fomiti carnali,
Due sarmenti parean di secche viti,
Pazzi parean d’infracidati pali,
Poco a pranso magnavano, ma quasi
Sempre traean la colation su i nasi.
Non si sapeva, se più consumate
Havessero le membra o ‘l Matrimonio,
Si sa ben che più antica havean l’Etate
Ch’anticaglie non ha scritte il …
Si ricordavan quando erano nate
Le gambe Serpentine ad Erittonio,
Anzi, c’havean disse un Notaio in Cirra
Da la Casa Sassonia Ava una Pirra.
Corta vista havean ambi; e haveano ancora
I fessi occhiali lor vista non sana;
Onde Giostra gentil vedeasi a l’hora,
Che la Vecchia cucia la sua Sottana,
Ne la cruna d’un Ago un quarto d’hora
Con la Lancia d’un fil correa Quintana
E se reggea dritta visiera il Naso,
Erano al fin l’imbroccatore il Caso.
Quando Bauci prendea, per far attorte
Le sputacchiate Canapi, la Rôcca,
Colei parea, che lunghe vite, o corte
Fila, o tronca al Mortal, quando gli tocca
È ben ver, che la Parca ha in man la Morte,
E haver Bauci parea la Morte in bocca,
E di nero cammin presso al calore,
Filar solea le corte vite a l’hore.
Hor quivi appunto, ove Innocenza ha sede
Smontar fero gli Dei la sua molestia,
Smontar, diss’io: perché non giano a piede,
Dei, che per ira eran saliti in bestia.
Qui Ser Giove il buon giorno a i Vecchi diede,
A la moda, con modo, e con modestia,
E mostrarono assisi in un istante
Mendicata stanchezza, e mendicante.
Perché spesso cantar Mercurio suole,
Com’uso è de’ pezzenti, una canzone,
Certa Lira, ch’à seco, e fu sua prole,
Stacca tosto dal fianco, e in man si pone,
Giove tacea, perché canore gole
Haver non dênno mai Regie persone.
Che spesso fa, come in Neron si mira.
Scordar gl’Imperi un’accordata Lira.
Col curvo Archetto, ond’ha la destra armata,
Va le corde a ferir da l’alte, a l’ime;
E forma in un con la sinistra alata
Belle fuge animose in su le cime,
Poscia per trar dal sen voce purgata,
Da le torbide fauci il visco esprime,
E apprese il tuon, ch’a le sue note ei mesce
Lenta al suono lo spirto, e al canto il cresce.

§
§ §
§

Sprigionatevi pensieri,
Che premete
D’una Reggia i nidi avari,
Qui vedrete
Senza foco i fumi alteri,
E procelle senza mari,
Mirerete
Dentro il velo
D’una Nube senza Cielo
Paventar Alma, che speri,
Sprigionatevi pensieri.

Trasferitevi speranze,
Che a tutt’hore
Siete a l’Anima un tormento;
Mentre un core
Pien d’inutili baldanze,
Per voi sole abbraccia un vento,
Per voi more,
Corta vita;
E ‘n chi brama hora gradita,
Breve dì non vuol tardanze,
Trasferitevi speranze.

Accoglietemi Campagne,
Voi mi aprite
Ciel sereno, & ombre grate.
Voi gradite,
Che letitie il cor guadagne
Da Speranze seminate,
Le romite
Vostre Selve
Campi son d’uccise Belve,
De’ pensier son le Compagne,
Accoglietemi Campagne.

D’una Cintia cortese urna stillante
Fecondi in voi del buon Cultor la speme;
E chino il Sol fra rugiadose piante
Covi a raggi temprati il vostro seme,
Passi armata la Nube, a voi davante.
E saluti col tuon Turba che teme,
Fermata poi sotto avversario Cielo,
Vibri in solco di Rei globi di gelo.

§
§ §
§

Qui fe’ posa Mercurio al dolce canto,
Poiché il varco vocal di sete ardea,
Onde a temprar l’ardor tolse da canto
Torto vaso ripien d’ambra Lenea,
Questo al labro sospese, e l’orlo intanto
Con bei gorgogli in Nettare piovea;
Fin che sparso d’humor l’Organo roco,
L’humido precipizio estinse il foco.

In ascoltar la Povertà canora
Un pietoso tintinno a i Vecchi suona;
E questi all’hor, senza interpor dimora,
Dentro chiamâr la Deità barona.
Sopra certi treppiè, che stavan fuora,
Li fe’ seder la rancida Padrona,
Havea zoppo un Treppiede il piè compagno,
Ma il pezzo d’un piattel gl’erse il calcagno.

Bauci un Pan fra lor due tolse a partire,
Crudo non già, benché Neron parea,
E diè lor certo Vin, che potean dire,
Un Vinitian, perché de l’acqua havea,
Magnâr poco gli Dei, perché venire
Ganimede ogni dì Giove facea,
Che trahea tanti gusti Ambrosiani,
Quanti haver ne potrian quattro Milani.

Chiesero intanto a’ Pitoccanti i Vecchi,
Dove han la casa, ove il lor piè cammini;
E Giove, perché aprian tanti d’orecchi,
Appettò gran carote a quei meschini,
Al fin quesiti fecero parecchi
A la Coppia Consorte i Pellegrini,
Poi Filemon lo stato suo descrisse
Con confusa eloquenza, e così disse.

In questo Albergo, ove mi trasse il Fato,
Del mio giorno vital godo il sereno;
E se vivendo huom fu giamai beato,
Qual custode d’Elisio i giorni meno,
Non fan tributi misero il mio stato,
Non fan pensieri lacero il mio seno,
Le Reggie sprezzo, e sol vedermi curo
Cittadino di Ciel, pria che di muro.
Tempo già fu quand’è l’huom meno accorto,
Che di mia libertà cangiai lo stato;
E fui nel mar de le Speranze assorto,
E fui palco d’Ambitione al fiato;
Hor che ne’ flutti miei trovato ho ‘l porto,
Lascio a tumide Turbe il mar turbato;
E godo io qui, come il veder soave
Sopra lido sicur naufraga Nave.
Qui di rozzo confin son Rege anch’io;
Forma la Reggia mia sterpo selvaggio,
Inostrano le Rose il manto mio;
M’indora il suolo il mattutino raggio,
Tapeto è l’herba, ove s’imperla il Rio,
È Trono un Monte, ove dà scetro il Faggio,
Son mie corone i fior, Bauci è compagna,
Tributario un Monton, tributo un’Agna.
Qui, dove un pian, s’avvalla, un rio gorgoglia,
Dove un colle s’inalza, un bosco ombreggia,
Hor colgo al verme serico la foglia,
Hor guido al verde pascolo la greggia,
Hor de la lana altrui rado la spoglia.
Hor la fiscella mia le mamme alleggia,
Recido hor l’herbe, hor le ghirlande ordisco;
Gli augelli hor odo, hor l’imprigiono al visco.
Hor ne l’anfore serbo il mel raccolto;
Hor divido dal mel glebe di cera,
Hor dal Tronco paterno il ramo tolto,
Adultero facc’io d’Arbor straniera,
Hor Susine appassite al Sol rivolto,
Verde Fico hora colgo, hor Gelsa nera;
E con palme annerite, e roche voci
Serbo tal’hor le lapidate Noci.
Qui, dove ogn’hor con mesto mormorio
De’ sassosi ripari un Rio si duole,
Sotto l’ombra immortal d’un lauro mio
Canto tal hor di Semele la prole,
E se l’onta d’un Sol Dafne fuggio,
Dafne qui mi rintuzza onta di Sole;
Finché nel sonno i rai l’aura fa spenti;
Perch’i lumi amorzar, prova è de’ venti.
Ne la bella Stagion, che ‘l gran Pianeta
Scorre da’ Pesci a l’animal Friseo,
Stringo l’olmo, e la vite in copia lieta,
E di lieta union sembro Himeneo.
Qui s’armato di ferro avvien ch’io mieta
L’inutil ramo al palmite Leneo,
Veggio al cader di vanità ferite
Sotto maestra man piagner la Vite.
Quando arde poi su la stellata mole
Di Leon Cleoneo Giuba crinita,
Vestesi il Campo mio d’un biondo Sole,
E del Sole i color l’arista imita;
A l’hor la falce mia mieter la suole,
In faccia a chi ne crea, l’esche di vita;
E pria che in man d’horrida Parca inciampi,
Sembro a’ sostegni miei Parca de’ Campi.
Qual’hor di State in fra gl’ardori estremi
Tempra Erigone pia fervide ambasce
Al nato humor de’ gravidi racemi
Con doglio prigionier formo le fasce.
Mentre de l’uve i crespi globi, e scemi
De la pioggia l’humor gonfia, e li pasce,
Miro quanto in un Bacco acqua contrasta,
Che in vite il crea, se ne’ cristalli il guasta.
Se il gran Pianeta il lucido governo
Da l’Arciero Centauro in Capra muta,
Di gelata stagion pronto a lo scherno
Fuggo tra’ Lari miei l’aura temuta.
Qui m’affido a le fiamme, in fin che il Verno
Ha per trimestre Età chioma canuta;
E un legno al fin, cui la mia Vita è peso,
Mi regge intiero, e mi ravviva acceso.
Questa vita mortal di Prato ha faccia,
Ove han molti Animai vario il talento.
In lui segue del Lepre il Can la traccia,
La Cicogna lacerte, herbe l’armento.
Là tra piume otiose altri sen giaccia,
Varchi le gole altrui stranio alimento,
Qui la fame, la sete, e ‘l sonno mio
Appaga un Prato, una Radice, un Rio.
Sprezzator studioso io qui non vivo
D’ogni diletto, ond’è Natura amante;
Né aborro il ben , perché del ben son privo?
Né mostro Hippocrisia tra queste piante,
Scars non sembra al buon Colono il rivo,
Che comparte al suo prato humor bastante;
E a far de l’Alma mia satie le brame,
Basta un lieve alimento a poca fame.
Pari a spatio di campo io serbo il seme,
Pari a l’esca, a la fame io vanto il merto;
Né da lungo digiun spinta la speme,
Anhela al fin d’un alimento incerto,
Così di Povertà duol non mi preme;
Né a cader vo, per rimirar tropp’erto,
Che Fortuna è de’ piè pari a la spoglia,
Tropp’ampia atterra, e tropp’angusta addoglia.
Chi mena i dì con legge di Natura,
Ne la parca magion l’anima acqueta,
Chi d’un avido spirto i moti cura,
Al suo lungo sentier non trova meta,
Alma non satia in povera misura,
Ha ne la copia sua fame inquieta;
E se ‘l ben, ch’anhelò, mai non raguna;
Delitto è di desio, non di sfortuna.
Forse avverà, ch’al ben oprar m’inspire
Solitario confin di chiuse Valli.
Langue hoggi il vezzo, ove non è ch’il mire,
Ch’anco la gloria sua tentano i falli.
Non vuol Boschi superbia; e human fallire
Specchio non vuol di liquidi cristalli,
Là su le vie d’adulator ripiene
Non favolose colpe hoggi han le scene.
Voleva pur dir, perché de’ Vecchi il petto
Naturalmente i Cicalecci esala:
E però de l’Aurora ancor il Vecchietto
Fu convertito in garrula cicala;
Ma da Bauci a tacer videsi astretto,
Ch’un’appesa caldaia a terra cala.
Per qui lavar con rusticani arredi
La non pedestre impurità de’ piedi.
Scalza i Numi il buon Vecchio, e in genocchione,
A non creduti Dei celebra honore,
Lei terge, asciuga, e in ristorarli pone
Grande humiltà, gran carità di core,
Mentre salia de la devota attione
Al Ciel de’ Nasi il sacrificio odore,
Queste insegnâr le Deità mendiche
Norme cortesi a le Rozzezze amiche.

Voi, che in aperto suol lieti ascondete
L’anhelato da pochi otio innocente
E da l’empia Città mai non trahete,
Qual da putrido humor, morbi a la mente,
In suon mormorator voi più godete
Fra’ sassi un rio, che fra le Corti un dente
E fate in voi con l’unità gradita,
Poveri di desio, ricca una vita.

Sprezza i fasti grand’Alma, e ‘l magistero
D’un senno difensor merti l’infonde,
Non vanta Nave mai scaltro Nocchiero
Che d’oro ha il rostro, e d’hebano le sponde.
Cara è la Nave ancorché tinta a nero,
Le cui ferme giunture escludon l’onde;
E per far le maree d’ira spumanti
Rende a’ colpi di prua gli urti refranti.

Di bella vanità schiva è Natura,
E sol contra i perigli arma il talento,
Così prode Guerrier spada non cura,
Chi trahe spoglia gemmata, else d’argento
Gradito è il ferro, in cui la tempra è dura
E in colpo emulator rompe ardimento;
Che i robusti ripari, e di repente
A punta pentrò, franse a fendente.

Quei Grandi là, cui le fortune diede
L’ostro d’un crin, cui la Fortuna inostra
Sembran colui, che in coturnato piede
Clamide favolosa al popol mostra;
Che se spoglia regal più non possiede,
Fa de l’orme plebee povera mostra;
Così qua giù ne l’ultima partita
Torna al nulla primier pompa di vita.

Bauci, che intenta a l’opra meritoria,
Poste in ordine havea diverse cose,
E di coglier ne l’horto hebbe in memoria
Una insalata d’herbette odorose,
Rucchetta, Indivia, Crispigno, Cicoria,
Pimpinelle, Borragine, Acetose;
Un Pagliariccio al fin; ma senza paglia,
Nobilitò col titol di Tovaglia.

Stesa già la tovaglia grossolana,
C’havea di grattacascio anche il modello,
Dispose i Piatti in lei di Porcellana,
Perch’usava mangiarvi anco il Porcello
Qui la Vecchia distese a carovana,
Noci, pere, Carote, e un Ravanello,
Ma per levar de la Radice il fieto,
Due Cipolle acconciar volle in aceto.

Comparve qui la Nespola brumale,
Al cui frutto gentil Giove s’agguaglia,
Perch’egli ancor qual Nespola regale,
La corona tenea, premea la paglia.
Certe Castagne ancor dieder segnale,
Quanto il lor frutto a’ Viandanti vaglia,
Che s’altri havrà di navigar talenti,
La castagna in un sen genera i Venti.

Sviscerato pendea certo Porchetto,
Che pur dianzi ingrassò ghianda di cerro,
Bauci da l’Animal tratto un lombetto,
Vi sparse il sale, & infilzollo a un ferro,
Mentre al foco il volgea, dentro un Panetto
Spremea l’humor, che distillava il Verro
Che s’ei tal’hor guastò le biade altrui,
Degno è ben, che le biade espriman lui.

V’era nel grasso un Cavolo torzuto,
Ambrosia de’ Ghiotton Napolitani,
A cui diede Mercuio il ben venuto,
Che anch’egli havea Napolitane mani
Questo, e ciò, che imbandir havean saputo
Posero in mensa i providi Villani;
E che vi fosse, Ovidio, e di parere,
Un par d’ova tostissime da bere.

Era in tavola un Pane, il qual havea
Gran pretension sopra la lingua Hetrusca,
Perch’a la cera sua nato parea
In mezo a l’Accademia de la Crusca.
Trovar Vino miglior poi non potea,
Chi d’un Vin Corso andar volesse in busca
Era un Corso leggier, che non s’adaqua.
Ma tanto corso havea, ch’era tutt’acqua.

Già lavate s’havevano i Romei
Le nette mani, e s’erano asciugati,
Contra l’uso ladrissimo di quei,
Che di man non son netti, e son lavati.
Già d’Assisi a la Magna eran gli Dei,
E da Vinetia a Brindisi passati:
E già rotta la carne in più bocconi,
Di fette havean, non affettati i doni.

Già si credea Filemone, che voto
Fusse il Boccale, onde traheano il Vino,
E già presolo in man, volea far moto
Verso il Baril, che stavali vicino;
Quando a l’atto d’alzarlo il Nume ignoto
Lo riempiè d’un Nettare divino,
Stupissi il Vecchio, e lo stupor a Bauci
Le parole attaccar fece a le fauci.

Pur grati al Ciel gli Albergator senili
Con humiltà di core alzan le ciglia;
E ogn’un di loro i sacrificij humili
A gli hospitali Numi erger bisbiglia,
Qui Giove anch’ei, per crescer core a’ vili,
De’ miracoli suoi fea maraviglia:
E l’oration con meritorio passo
Fea giro al Ciel per ritrovarlo a basso.

Era un Papero in casa, il qual vivea
Contra gli humani odor per sentinella,
E di lui capital già si facea,
Per darne al Ciel la vittima novella;
Ma mentre intorno al suol lassa correa
Per haverlo a le man, la Vecchiarella,
Verso i Numi l’Augello il volo muove
Et è di lui la Salvaguardia un Giove.

Giunto il Papero a Giove, immantinente
Lassar gli Dei l’adulterin sembiante;
E presa la natia forma splendente;
Instupidir de gli hospiti le piante.
Abbagliati adorâr quei di repente
Il Nume Caducifero, e ‘l Tonante,
E Giove a l’hor del suo baleno a i doni
Volle accoppiar di tai parole i tuoni.

Siam Numi. Al fin da’ nostri cenni havranno
Non creduti dolori l’Alme vicine,
N’andrete impuni voi ne l’altrui d’anno
Ma seguir mi convien l’orme divine.
Tosto in traccia de’ Numi i Vecchi vanno
A contemplar de la Tragedia il fine,
L’uscio aperto lassâr: ma dice il Testo,
Chi memoria ha di Ciel, scordasi il resto.

O belle a gl’occhi miei verde Campagne,
Care a l’orecchie mie Linfe sonore,
Valli, a cadente sen pronte Compagne,
Rivi algenti lavacri a l’arso core,
Già che amico destin vuol ch’io scompagne
Da l’herbe il fianco, e da l’humor l’ardore,
A Dio valli, a Dio rivi, ecco in congedo
Un fior al prato, un bacio a l’acque io chiedo.

Sì dicea Filemon, mentre il suo passo
Movea dal patrio suol timido, e tardo:
Finché in cima del colle al corpo lasso
Dier posa i Vecchi, e n’arretraro il guardo
Ahi vista amara. Un Rio mirar da un sasso
Spumante uscir, precipitar gagliardo:
E la dura Città d’acque cospersa
Entro il molle flagel videro immersa.

Liquefatta in palude eccola a pena,
Che d’un Isola in lei spunta l’oggetto:
E ‘n questa poi, qual Deitade in scena,
Il Tugurio fedel mirasi eretto.
La Capanna è già Tempio, in cui balena
Arsa face, aureo muro, argenteo tetto,
Nel fumante Camin cupula appare,
E la Mensa hospital s’erge in Altare.

Mirate là, disse a l’hor Giove a quelli,
Come forza di Ciel l’opre compensa:
Quali ad anime ree piove flagelli,
Quale ad anime pie premio dispensa.
Hogg’è de’ Pesci il sen tomba a Rubelli,
E Sacrario èdi Dei la vostra mensa,
N’havrete voi di Sacerdoti il zelo;
Fin ch’ambo a un punto estingua aura di Cielo.

Sparvero i Numi, e i Semidei Custodi
N’adoraro nel suol l’orma stampata,
E Nuncij al fin de le divine lodi
Torsero il piè ver la magion sacrata.
Qui si visser congiunti: in fin che i nodi
D’amor disciolse humanità cangiata,
E fatti rami i crin scorze le vesti,
Fero in due Tronchi a tronca Vita inesti.

Vi sia norma un Esempio. A l’altrui pene
Non siate voi di poche gratie avari,
Se bramate, che ‘l Ciel dal vostro bene
Farsi pietoso a’ vostri mali impari:
La Pietà, che qua giù gl’egri sovviene,
D’humido campo al vapor lieve è pari
Che dal suol dissetato in alto poggia,
E cade poi ricco d’usure in pioggia.

§
§ §
§

Qui diè fine Egideargo alla lettura delle ottave di Teledapo, alle quali per la varietà delle materie, e de gli stili, opportunamente frapostivi, fecero ben tosto una lodevole appendice Rorazalfe, e Stamperme, ma perché l’hore della sera invitavano gli Amici più faticati a’ refrigerij o dell’aria, o della mensa; Stamperme consigliò a tacere, attestando col parer d’Hippocrate, che il Silentio, a chi vuol astenersi dal bere, era un ottimo Antidoto contra il male della sete.

IL FINE.
(1) Svet. Tranqu.
(2) Plut.
(3) Tacit.
(4) Corn. Tacit.
(5) Petr. Arb.
(6) Quint.
(7) Ovid.
(8) Luc.
(9) Iuven.
(10) Iuven.
(11) Senec.
(12) Iuven.
(13) Horat.
(14) Iuven.
(15) Petr.
(16) Plut.
(17) Pers.
(18) Tacit.
(19) Hom.
(20) Hes.
(21) Plat.
(22) Plut.
(23) Eurip.
(24) Tacit.
(25) Polib.
(26) Plut.
(27) Tacit.
(28) Virg.
(29) Tacit.
(30) Corn. Tac.
(31) Liv.
(32) Plut.
(33) Plat.
(34) Ovid.
(35) Ovid.
(36) Valer. Max.
(37) Tacit.
(38) Plat.
(39) Iuven.
(40) Plin.
(41) Iuven.
(42) Iuven.
(43) Casaub.
(44) Card.
(45) Horat.
(46) Horat.
(47) Horat.
(48) Horat.
(49) Svet.
(50) Horat.
(51) Mazz.
(52) Scalig.
(53) Horat.
(54) Scalig.
(55) Horat.
(56) Horat.
(57) Horat.
(58) Horat.
(59) Horat.
(60) Horat.
(61) Tacit.
(62) Pers.
(63) Horat.
(64) Tacit.
(65) Tacit.
(66) Tacit.
(67) Tac.
(68) Tac.
(69) Tac.
(70) Tac.
(71) Tacit.
(72) Lucian.
(73) Horat.
(74) Svet.
(75) Maria.
(76) Ovid.
(77) Tacit.
(78) Elio. Spart.
(79) Scal.
(80) Scal.
(81) Polit.
(82) Pers.
(83) Horat.
(84) Horat.
(85) Horat.
(86) Horat.
(87) Horat.
(88) Horat.
(89) Iuven.
(90) Iuv.
(91) Iuv.
(92) Iuv.
(93) Iuv.
(94) Iuv.
(95) Iuv.
(96) Iuv.
(97) Iuv.
(98) Iuv.
(99) Iuv.
(100) Iuv.
(101) Iuv.
(102) Iuv.
(103) Pers.
(104) Horat.
(105) Iuven.
(106) Casa.
(107) Iuven.
(108) Iuven.
(109) Scalig.
(110) Hor.
(111) Plut.
(112) Casa.
(113) Polit.
(114) Polit.
(115) Polit.
(116) Cicer.
(117) Horat.
(118) Senec.
(119) Scal.
(120) Scal.
(121) Scal.
(122) Scal.
(123) Scal.
(124) Scal.
(125) Scal.
(126) Scal.
(127) Scalig.
(128) Horat.
(129) Horat.
(130) Plin. Iun.
(131) Tacit.
(132) Cicer.
(133) Iuven.
(134) Luc.
(135) Tacit.
(136) Polib.
(137) Tertul.
(138) Plaut.
(139) Petr.
(140) Plut.
(141) Horat.
(142) Senec.
(143) Quint.
(144) Plut.
(145) Plut.
(146) Catul.
(147) Hor.
(148) Hor.
(149) Hor.
(150) Quint.
(151) Pers.
(152) Tacit.
(153) Horat.
(154) Horat.
(155) Horat.
(156) Senec.
(157) Pers.
(158) Petr.
(159) Lips.
(160) Horat.
(161) Svet.
(162) Horat.
(163) Horat.
(164) Senec.
(165) Sen.
(166) Hor.
(167) Hor.
(168) Plin.
(169) Senec.
(170) Plut.
(171) Horat.
(172) Plin.
(173) Iuven.
(174) Arist.
(175) Plut.
(176) Esop.
(177) Plut.
(178) Arist.
(179) Arist.
(180) Plin. Iun.
(181) Plat.
(182) Tacit.
(183) Luc.
(184) Plin.
(185) Ortel.
(186) Hom.
(187) Senec.
(188) Horat.
(189) Tass.
(190) Petr.
(191) Luc.
(192) Senec.
(193) Luc.
(194) Tacit.
(195) Senec.
(196) Tacit.
(197) Iuven.
(198) Poli.
(199) Plut.
(200) Guar.
(201) Horat.

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Gaetano Sangiorgio – Le tre valli della Sicilia

EText-No. 22506
Title: Le tre valli della Sicilia
Author: Sangiorgio, Gaetano;1910;1843
Language: Italian
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EText-No. 22506
Title: Le tre valli della Sicilia
Author: Sangiorgio, Gaetano;1910;1843
Language: Italian
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EText-No. 22506
Title: Le tre valli della Sicilia
Author: Sangiorgio, Gaetano;1910;1843
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EText-No. 22506
Title: Le tre valli della Sicilia
Author: Sangiorgio, Gaetano;1910;1843
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EText-No. 22506
Title: Le tre valli della Sicilia
Author: Sangiorgio, Gaetano;1910;1843
Language: Italian
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Agostino Ricchi – I tre tiranni – Commedie del Cinquecento

EText-No. 34639
Title: I tre tiranni – Commedie del Cinquecento
Author: Ricchi, Agostino
Language: Italian
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EText-No. 34639
Title: I tre tiranni – Commedie del Cinquecento
Author: Ricchi, Agostino
Language: Italian
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EText-No. 34639
Title: I tre tiranni – Commedie del Cinquecento
Author: Ricchi, Agostino
Language: Italian
Link: 3/4/6/3/34639/34639-0.zip

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Emilio Praga – I tre amanti di Bella

I

La stanzuccia di Steno stava accosciata in alto
di un palazzo affittato da un ebreo di Rialto;
palazzo in cui da secoli i topi son signori,
e che allora un patrizio, roso dai creditori,
avea, dopo molto esitare, esitato,
dicendo: va la casa, ma mi resta il casato.

Però il dì della vendita l’aule antiche degli avi
cigolando gemettero dalle tarlate travi:
gemettero d’angoscia, giacché una legge arcana
affratella le cose alla famiglia umana.
Si ricordano, e serbano l’orror della mitraglia,
nel desolato aspetto, i campi di battaglia;
certi monti han profili beffardi e minaccianti
perché memori ancora del passo dei giganti;
sospira al re lontano il velluto dei troni,
e alle nonne defunte pensano i seggioloni;
sicché il vecchio palazzo di cui vi parlo adesso
sul torbido canale pianse il passato anch’esso.
E le quattro cariatidi curve sotto il balcone,
e i putti che coll’ali sostengono il blasone,
bassorilievi e fregi lombardi e bisantini,
d’antiche gesta memori e di antichi quattrini,
presero l’aria cupa di un popolo di sasso
che più non sappia illudersi su questo mondo basso;
e il Dio delle leggende, nella facciata nera,
profeta malinconico, piantò la sua bandiera.

Oh le feste di un tempo! Conviti e serenate
e variopinte gondole alla soglia affollate!
Quando dame e patrizi, fanciulle e cavalieri,
giungevano al palazzo con paggi e trombettieri,
a esilararsi l’animo dalle cure di Stato
tra mantellini serici e gonne di broccato;
a sfoggiar la ginnastica delle battaglie mute,
degli sguardi fatali, delle parole argute;
ad affrettar l’arrivo della gioconda bara,
tra una botte di Cipro e una sembianza cara!
Dove, più di una volta, il vecchio senatore,
per il giurato premio di una notte d’amore,
vendette alla bellezza il suo voto in Consiglio;
dove il capro e la volpe, la tigre ed il coniglio,
piume al cappello e spada al fianco, in giubba o in manto,
in toga o in armatura, riso celando o pianto,
le labbra tormentavansi e si rompean le mani
in proteste di affetto svanito all’indomani;
dove, bersaglio agli occhi, ai motti ed agli inchini,
era passato, bello di gloria, il Morosini;
dove intorno al damasco dei tavoli seduti
delle nuove d’allora cianciavano i canuti:
narravano Cromvello pensoso e turbolento,
e il papa Rospigliosi pacifico e contento;
come, amando una patria, cadeva il re Sobieschi,
e amando una regina, periva il Monaldeschi;
questo ed altro narravano, mentre in crocchi geniali
le matrone alla moda leggean le Provinciali.

II

Era il buon tempo. Il Fauno, guardia del porticato,
fu la più mesta vittima dello splendor passato;
egli che nel marmoreo malinconico cuore
una notte ricorda di gioia e di dolore,
in cui, fra il lieto stuolo per la soglia accorrente,
una vaga fanciulla, pallida, sorridente,
dal padre inosservata staccossi, che volgea
parlando a un Mocenigo, su per l’ampia scalea,
e accanto al piedestallo fermossi, curïosa
e tranquilla, a osservare la sua faccia rugosa.
I begli occhi profondi, le nudità seguendo,
di uno scultor di Rodi artifizio stupendo,
avean finito a spingere una mano affilata
a palpargli le vertebre della schiena curvata…
Mai, dopo i colpi arcani del divino scalpello,
gli avea concesso il mondo un istante più bello…
L’angelo sparve. All’alba ripassò, ma un piumato
cinquantenne patrizio le camminava al lato,
e, assorta nel colloquio, dimenticò la schiena
tutta per lei di elettriche scintille ancor ripiena.
Povero Fauno! e in estasi, già da due lustri, aspetta
che ripassi per l’atrio la bella giovinetta;
ed ogni notte, quando batte a San Marco l’ora
che la conobbe, ei freme sull’ampia base ancora,
dalle piante caprine fino all’irsuto mento,
come uno stel di mammola che si dimena al vento;
e intanto donna Bella, la fanciulla curiosa,
di messer Diego Alvaro già da due lustri è sposa.

III

Quando entrò nel palazzo l’Ebreo conquistatore
tutto mutò sembianza, tutto mutò colore,
e all’amante di sasso crebber le noie e il danno.
Tra le colonne, intorno al piedestallo, or stanno
casse di sego, mucchi di corde e chiodi usati,
arazzi e vecchi mobili ghermiti o sequestrati,
bottiglie senza tappo, vecchi stocchi sguarniti,
pelli e corna di buffalo e ermellini ammuffiti,
libri venduti all’alba da un notaio balzano,
e la sera mutati in vetri di Murano;
qui, ammonticchiati al prezzo di un bacio o di un ducato,
la gonna della vedova, l’assisa del soldato;
qui un po’ di tutto e un tutto di niente, a sbalzi, a caso
arraffato dall’ugna della miseria, e al naso
della beffarda Usura, fior della fame, offerto!

Quanto agli appartamenti per molti giorni incerto
fu il novello padrone circa modum tenendi:
eran tappezzerie, candelabri stupendi,
tele piene del genio di seppelliti artisti,
dei poveri antenati ambizïosi acquisti…
Rividero il sereno venduti al forastiero;
e quel giorno gli scheletri piansero in cimitero,
gli scheletri obliati dei divini pittori,
cui certo un dì non s’erano pagati che i colori,
mentre l’ebreo, felice dell’oro conquistato,
d’esserne debitore ai morti avea scordato,
né un pensier, né una lagrima, né un fiorellin soltanto
avea, passando a caso, gettato in camposanto.
Fatto il vuoto, divise l’aule immense e i saloni,
come se li allestisse per nidi di piccioni,
in camerette anguste, in stanzuccie pigmee;
lamentandosi molto che Bacchi e Citeree
e Silfidi ed Amori, sulle volte dipinti,
non si potesser vendere perché alla calce avvinti.
Si vendicò tagliandoli coi muri a centellini,
e dandone una parte a tutti gli inquilini.
E qui vedi una Venere che ha la bella sembianza,
le braccia e il seno eburneo nella vicina stanza;
qui il piè di una baccante e là sbuca una cetra,
poi del fanciul terribile un piede e la faretra,
poi Giunone che al laccio della parete appresa
ha l’ala azzurra e piangere ti sembra dell’offesa.
Un tal del primo piano cui toccò in sorte parte
di un’imagine nuda che non vo’ porre in carte,
lagnossi al proprietario e voleva andar via;
l’ebreo gli rispondeva: “Questa è un’allegoria,
l’ha pinta il Tintoretto, è un egregio disegno”
e l’altro a replicargli: “Fu un pittoraccio indegno!”.
Più di una vecchia cabale astruse avea cavate
numerando le membra sul capo suo librate,
e quando un mendicante che stava al quinto piano
vi fu trovato morto col suo rosario in mano,
“Io bene, io ben sapevalo – ronzava una donnetta –
quella nicchia portava la cifra maledetta,
tra braccia e gambe e piedi e dita bianche e scure,
le ho ben contate un giorno, son tredici pitture!”.
E più il povero Ebreo non l’avrebbe affittata,
se Steno, il giovinetto dall’aria sventurata,
dal crin lungo le spalle cadente in brune anella,
non l’avesse, bizzarro caso, trovata bella,
quando seppe che dentro v’era stato il becchino.
Steno vi prese alloggio quello stesso mattino.

IV

Puri amor che crescete nell’ombra e nel silenzio,
terrene ambrosie fatte di cicuta e di assenzio,
genuflessioni d’anime dall’idolo ignorate,
voti, carezze, amplessi, lagrime prodigate
all’idea d’una donna, amor senza speranze
eppure amor capaci di profonde esultanze;
che non chiedete l’obolo a Lei pur di un sorriso,
di uno sguardo che certo sarebbe il paradiso,
e taciti, rodendo il cor che vi contiene,
valicate con esso alle spiaggie serene;
puri amor che in silenzio e nell’ombra vivete,
oh non cosa mondana, amor d’angeli siete!
E certo in ciel si compie una giustizia: Iddio
premia le spente vittime del lutto e dell’oblio,
e ripara e punisce le cecità mortali,
e i rossor non veduti e i disprezzi fatali,
accoppiando le belle ignare ispiratrici
agli amanti che in terra fur timidi e infelici!
I castighi, là in cielo, son castighi d’amore.

V

Bella dama che uscite dal tempio del Signore,
cui sta ancor forse un’ave sulle labbra vagante,
bella dama, col viso pallido e l’occhio errante,
senza saperlo, adesso l’elemosina fate:
quell’occhio vagabondo due pupille ha scontrate,
quel pallor senza nome le innondava di cielo.
Oh non troppo correte, non abbassate il velo!
L’uomo ignoto che segue, come un povero cane,
i passi onde intrecciate le vostre corse strane,
che per baciar la terra dove l’orme ponete
salirebbe una croce e vi morrìa di sete,
che toglierebbe il serto di fronte alla doghessa
per deporvelo ai piedi quando siete alla messa,
è un timido poeta, né vuol né chiede nulla.
La Musa e la Sventura che l’han raccolto in culla
gli fur madri operose : giovane ancor, vent’anni!
Gli eran compagni i dubbii, le noie e i disinganni…
Oh i suoi canti! caligini cosparse di faville,
raggi erranti nel buio come fatue scintille…
Se voi li conosceste!…
Bella, pura, felice
gli appariste una sera, inconscia amaliatrice,
e rinnegò dolori e disinganni e noie,
e la vita gli apparve tutta piena di gioie!
Oh come attese il sole quella notte, vegliando!
Come accolse il suo primo raggio soave e blando!
O sol! punta spietata fitta alle nostre reni,
se chi è stanco di passi a risospinger vieni,
a gridargli: sei vivo, su la croce, cammina!..
Quando porti a un felice la candida mattina
apparenza di Dio verissima! Da un anno,
bella dama, i pensieri del giovinetto stanno
intorno a voi, dì e notte : la sua delizia è questa :
possedervi sarebbe, lo so, più allegra festa;
a lui basta vedervi qualche poco: la sposa
siete di un vecchio illustre e l’amica pietosa,
tale vi crede il mondo, e tal, nell’ombra, ei v’ama.
Ma lontana dal tempio è già la bella dama.

VI

– Di chi è quella casa? Dimmelo, vecchio.

– Quella ?
– Dove è entrata una donna. . .
– Affé, la è una storiella
che mi chiedete, o Steno, pericolosa alquanto;
ma se voi mi giurate. . .
– Parla per il tuo santo!
– Vi si è allogato un ricco cavalier di Ferrara,
e vi tien da più giorni gran tripudio e bambara,
fuorché nell’ore in cui quella dama…
– O Signore!
– Lo viene a visitare… è una storia d’amore.-

VII

Lettor, che bella notte! La luna è argento fino,
le nuvolette invece son zaffiro e rubino;
come tiepida è l’aura, come tutto riposa!
Oh l’antica repubblica come dorme! La sposa
dell’Oceano stanotte si rifiuta all’amplesso,
e il mar, senza rampogne, s’è addormentato anch’esso.
Però veglian gli amanti ; odi la serenata ?
Già sospirato ha il fiauto, la ghitarra è intonata,
e la gondola, nido d’affetto e di armonia,
lungo il buio canale lentamente s’avvia.
Senti il dolce motivo e le dolci parole:

“Io son come la zànzera
intorno al candelabro:
mi struggo a un vago raggio
di neve e di cinabro!”.

“Sporgi al veron la candida
faccia che m’innamora,
quelle due labbra rosee
fa’ ch’io le vegga ancora!”.

“Io son come la nuvola
che assorbe il sol d’estate:
dileguerò guardandoti,
e morirò di occhiate…”

Luna, vedi due lagrime cader silenti e sole?
Tu le illumini in cima di quel palazzo tetro,
e forse le supponi il scintillar di un vetro…

“Sporgi al veron le piccole
mani, una sola almeno,
e sembrerà un miracolo
di più nel ciel sereno”.

“E vincerà, bell’idolo,
le stelle del Signore
se mi farai, schiudendola,
la carità di un fiore!”

“Io son come il famelico
che muor sotto la reggia…”.

L’una, mentre la musica, sull’acqua che nereggia,
lenta lenta svanisce, il tuo raggio balzano
ha illuminato un fauno di sasso in modo strano;
forse è il vento che move dall’azzurro ove siedi…
si dirìa che la statua trema dal capo ai piedi.

VIII

– Chi scelse a battezzarti questo nome divìno,
mia piccola Contessa, fu un vate o un indovino?
– Il mio nome di Bella!… furon due tristi cose,
il tempo e l’abitudine…

– O viole, o gigli, o rose,
o piume di colibrì, raggi di sole e note
che i serafini cantano sul carro di Boote,
voi che, il dì delle Palme o il dì della Madonna,
vi congiungeste in cielo per crear questa donna,
perché stillar lasciaste sulle sue guancie altere
tanto pianto di notti, tanto rossor di sere ?. . .
Oh sorridimi… e serba questo volto allibito
per le ineresciose veglie del tuo vecchio marito:
ridi, canta, folleggia, perdio! l’amante io sono,
e voglio il lieto amore, la celia e l’abbandono!
– L’abbandono!… dicesti un’orrenda parola!
– Orrenda ?

– Dopo i nostri deliri, quando sola
resto, o Lionello, e ancora t’ho col pensiero accanto,
né ancor giunto è il rimorso, né ho ancor pregato e pianto,
lo sai tu che mi avvenga?… A lungo in queste braccia
bacio e ribacio e ammiro la tua superba faccia…
– Angeli del Signore!

– Ma è breve il dolce inganno:
le tue forme sciogliendo lentamente si vanno…
Pensa, questo palazzo è così buio e tetro!…
Tu Lionello allora, tu diventi uno spetro,
uno spetro che fugge, che mi fugge lontano,
ed io tento seguirti e ti richiamo…invano;
lo spetro è innamorato di un’altra donna!

– Effetto
di queste cupe stanze: da spetro a cataletto
il passo è breve! Il conte che qui ti ha seppellita
di questi vani incolpa terror della tua vita;
oh foss’egli uno spetro davver!
– Taci!

– Sul mare
conosco un’isoletta,e te la vo’ narrare:
è un giardino,vi cresce il banano e la palma,
la vita vi è delizia, lusso, sorriso e calma,
e non vi son mariti né consiglio dei Dieci;
L’amor libero e santo, e Iddio ne fan le veci…
Spira vento propizio, fidato ho il gondoliere,
qui le notti son buie, ed io son cavaliere…
Bella! –
E tacque. La dama guardava il giovinetto,
fissamente, e dai fregi del serico corsetto
la sua candida mano da un tremito agitata,
traeva una medaglia di gemme tempestata.
V’era pinta una veneta faccia, seria, canuta
che due grandi occhi apriva fra una carne sparuta,
e, in quel piccolo avello fatto d’oro e d’argento,
pareva dir: son morta, ma veggo ancora e sento.
– É mia madre…-

E la voce somigliava un sospiro,
e una lacrima cadde.
Oh anch’io piango,e vi ammiro,
povere creature, olocausti d’amore!
O lotte del pensiero, e vittorie del cuore!
Misterïosi lutti nell’anima celati,
mentre carezze e baci son dati e ricambiati,
mentre il delirio canta le magiche canzoni,
mentre il corpo tripudia nelle immense oblivioni!

Donna Bella a che pensa ?… Oh le forme divine!
E la è degna cornice quel suo profondo crine!
L’occhio è azzurro di cielo, il labbro è rosa viva…
Oh come in un baleno tutto il volto si avviva!…
– Lionello, Lionello!

E allor fu un’epopea.
Come se fosse d’angeli quella coppia splendea;
e Dio certo, vedendola dall’alto, perdonava…
Ma in terra era caduto il ritratto dell’ava.

IX

L’uscio tarlato e nero chiuse a doppia chiave,
e al chiodo che pendeva da una sconnessa trave
sorrise come al volto di una donna amorosa,
o alle socchiuse foglie di un bottoncin di rosa.
Poi da un angolo trasse una corda sottile,
milionesima parte d’una che in campanile
dimagrò stiracchiata da un monaco scortese,
ora saran tre secoli morto di mal francese.
L’attortigliò, la strinse, montò, l’avvinse al chiodo,
e poi la smunta faccia, muto, cacciò nel nodo…
Ma in quellistante il sole ruppe una nube in alto,
e un raggio immenso il mondo scese a baciar d’un salto.
Fu il cader di una maschera, cieca, stonata, abbietta,
che discopra una pura faccia di giovinetta;
tale il mondo sorrise e le faccie mortali,
chine ai libri o alla mota, confitte ai capezzali,
dal pianto affaticate, o róse dalla noia,
guardaron tutte in cielo e risero di gioia.
L’uomo che si appiccava gettò la corda e, come
chi, mentre altrove è assorto, sente chiamarsi a nome,
alla finestra corse, cacciò la testa fuori,
tra due piccoli vasi di sitibondi fiori,
e immobile restovvi.

Di nubi accavallate
scorrean cime e voragini, a trotto, a volo, a ondate,
e un passero, tranquillo sotto l’orrenda scena,
lieto osservava i piccoli figli seduti a cena
nel niduccio ravvolto alla vicina gronda;
e, se avesse cantato il caso di Ildegonda,
di più soavi trilli non avrebbe guaito,
tra i fumanti comignoli, la molle eco del sito.

X

Il ciel rasserenavasi: bella, superba e sola
la faccia del pianeta splendea da Chioggia a Pola;
una striscia d’argento che dal canale uscìa
e dritta, aguzza, immobile,in alto mar svanìa,
pareva una gran spada brandita da Cagliostro
contro l’ascoso ventre di qualche immenso mostro;
San Marco circondavano i voli dei colombi,
qualche gufo, fiutando, roteava sui Piombi,
e in aria si incontravano comandi di nocchieri,
urli di ciurme e strofe di allegri gondolieri,
canzoni della pesca e nenie del bucato:
tuttociò, lungamente rifuso e trasformato
a furia di sbadigli e di malinconie
dai poveri impiegati delle Procuratie,
arrivava sull’alta finestra al giovinetto
da quel sole improvviso rapito al cataletto.
Egli era sempre immobile fra i due vasi languenti,
non so se contemplando l’aspetto dei viventi,
come re Carlo Quinto dalla socchiusa bara,
o bevendo il viatico di una memoria cara.
Certo aveva la febbre, ché non udì la porta
cader sotto un gran calcio, e la sembianza smorta
non rivolse che all’urto di un cavalier piumato
che, chiamandolo a nome, gli sorrideva allato.

XI

– Tu, Lionello ?
– Steno!
– A Venezia, Lionello?
– Abbracciami, collega…
– Dammi un bacio, fratello!
– Ma chi ti disse…
– Il tetto dove attaccasti il nido?
Me l’ha insegnato un vecchio che tien bottega al lido;
fu caso: fra i suoi libri presi un Catullo in mano,
tu sai quant’io l’adoro quel peccator romano!
Lo tengo sempre meco; ma un ultimo esemplare
che avea comprato a Siena, lo diedi al mio compare;
or contrattando questo, perché oltremodo usato,
(Il libro è come il fiasco, mi piace impolverato)
v’è che vi leggo un nome…
– Il mio…
– Siam sempre al verde ?
– La vita…
– É un giocherello!
– Chi guadagna e chi perde!
– Via, ma vendere un libro che non costa un ducato…
– Erano quattro giorni ch’io non avea pranzato!
– Eppur Catullo in ghetto per desinar non vale;
o che gli hai dato a braccio Virgilio o Giovenale?
– Erano usciti prima,usciti in processione,
un dopo l’altro, tutti…
– Il tuo bel Cicerone ?…
– Eccolo –
E si toccava la giubba di velluto.
– Davver non lo ravviso, gli nego il saluto.
E le sante Pandette?
– Eccole –
E gli mostrava
due guanti in un cantuccio.E l’altro sghignazzava:
– Così calzano meglio…
– E quel tuo Quintiliano
legato a ghirigori ?
– É adesso il mio pastrano…
– Tu hai tutta quanta l’aurea latinità sul dosso!…
Ma, dimmi,è anch’esso un classico questo bel nastro rosso ?
– Ah! l’avevo scordato!…

E, toltolo dal collo,
dall’aperta finestra mestamente lanciollo.
– Povero mio, m’accorgo che tu sei sempre quello!..
– Ti mutasti tu forse? –

XII

Era un gaio cervello
già di togate zucche nella dotta Bologna,
e di dottori in fieri la gioia e la vergogna;
gran rompitor di ciotole, gran maestro d’imbrogli,
Satana dei mariti e Messia delle mogli,
gettando nell’azzurro degli inconsci trent’anni
la fortuna di Rolla e il cor di Don Giovanni,
vivea la vita come può viverla un uccello,
in aria, a caso, a voli dal fiore all’arboscello,
immemore del prima, del dopo indifferente,
pigro, annoiato, strano, volubile e innocente.
Solea dir d’esser nato alla vita mondana
dall’abbraccio di un diavolo con una Dea pagana;
però a far certo il prossimo d’essere un grande infame,
lo credereste? a volte patito avea la fame
per dar l’ultimo scudo a un cieco o a un saltimbanco
Vivaddio! colle piume in testa e il ferro al fianco,
in quel tempo di balde e facili avventure,
di follie malinconiche e di allegre paure,
vi giuro, o mie fanciulle, che, con vostro permesso,
diverso come or sono, stato sarei lo stesso!
Ora tutto è svanito! e ( perché nol direi? )
i nostri dì son tetri senz’essere men rei;
nel lenzuolo del Solito sepolta è l’avventura;
il bardo e il cavaliero davanti alla Questura
in ginocchio han deposto il brando e il colascione;
il motto erra sul lastrico del popolo padrone;
tolto è all’oro il tripudio delle superbe offese,
tolta al vulgo la gloria delle balzane imprese;
della Corte d’Assise Baiardo è un latitante,
e Fanfulla è un evaso dal medico curante;
si è sicuri e difesi, si è posati e dabbene,
parliam di colti allori e d’infrante catene,
ma interrogate il cuore di tutti, ad uno ad uno,
e troverete un viscere d’aria e d’amor digiuno!

XIII

I due colleghi a braccio camminavano; Steno
come un uom strascinato, l’altro franco e sereno.
– Dunque c’entra un rivale?- diceva il Ferrarese,-
firmagli il passaporto per un altro paese,
ammazzalo! la bella s’anco diggià non t’ama,
ti adorerà pel colpo della tua nota lama.
Le son fatte così; vesti un abito strano,
accoppa un galantuomo e, se sei bello e sano,
gli è più che basta, tutte ti apriran cuore e alcova!
Credi a me…
– Il tuo consiglio al caso mio non giova.
Fosse domani sola, libera e innamorata,
più non saprei svelarle la mia fiamma ignorata.
– Ti conoscea poeta, non ti credevo un pazzo…
– Io la donna sognai non creta e non sollazzo!
quella, il cui nome al labbro non mi verrà giammai,
era il simbolo puro dell’idea che sognai;
tu dubiti che m’ami?… forse ch’io mai le dissi
uno solo dei cieli, uno sol degli abissi
in cui per lei travota è la mia vita?

– E come
se di te non conosce che la faccia ed il nome…
– Veder la sua da lungi e lei nomar da solo,
perché i santi entusiasmi desse a’ miei versi e il volo,
ciò mi bastava! adesso… i miei versi morranno!
– No, perdio! finché io vivo vivranno e ben vivranno!
Senti, Steno, ho molto oro, noi siam vecchi all’usanza
di mettere in comune penuria ed abbondanza;
ci rifarem la cara gioventù di Bologna…
Tu ti sei rovinato, non averne vergogna,
sì, rovinato fino all’inedia, o poeta,
per seguir di cotesta tua fatua cometa
il corso fra le stelle che le girano intorno;
la cometa si è scelto un astro in Capricorno…
Disperarci per questo? Eh son tante le stelle,
che per una è da ciuco il perderci la pelle…
Ma, a proposito, diavolo! una or io ne scordava…-
Steno senza far motto l’amico seguitava.
– Volgiamo a manca.
– Dove mi conduci?
– A un negozio
cui ti potrai rivolgere ne’ tuoi momenti d’ozio-

XIV

L’occidente era in fiamme e Venezia imbruniva.
Qua e là per le finestre qualche face appariva,
errante, come in mezzo a una carta abbruciata,
dai pargoli ridenti sul focolar gettata,
quelle ultime, vaghe, fantastiche scintille
che sembrano una ridda di monachine brille.
L’acque oscure parevano assetate di foco,
e fiaccole e lanterne, accese a poco a poco,
vi prendevan la forma delle cose succhiate.
Le galere di Cipro e di Morea, poggiate
sull’ancore, dormivano sonno cupo e solenne;
e pei fitti cordami delle vetuste antenne,
qual per entro ai capelli di sognanti titani,
certo correan fantasmi di naufraghi ottomani,
col petto ancor squarciato dalla punta dei rostri.
Era l’ora che i bimbi han paura dei mostri,
e, a non vederli, il capo caccian sotto le coltri.

XV

– Che orrendo androne è questo per cui vuoi che m’inoltri?
– Seguimi.-
Proseguirono per l’aer pesante e buio.
Steno sentia qualcosa d’arcano intorno; il buio
gli impedìa di vedere. Ma cogli occhi dell’alma
vedeva. In quella tragica, misteriosa calma,
giacean creature umane al suolo; o addormentate
o speranti nel sonno; certo stanche e affamate.
si udivano respiri affannosi; talvolta
lo scoccare di un bacio ( qualche donna travolta
dalla miseria in mezzo a quello stuol di oppressi,
per mercarne le brame, o per morir con essi );
E forse tra le immonde capigliature, oh cosa
triste! stavano avvolte pur le guancie di rosa
di qualche bambinello, nato a far dolce il nido
della povera madre, e che doman sul lido
stenderà le manine alla folla ciarliera,
e comporrà le labbra alla prima preghiera
per cercar l’elemosina!

– È ben cotesto l’uscio;
ma, a quel che sembra, l’ostrica s’è già chiusa nel guscio.
Berenice! eh, la vecchia! È il cavalier Lionello
che vi chiede l’onore di entrar nel vostro ostello!
Vedrai, Steno, una reggia… ehi la grama vecchiaccia!
Non son uso ad attendere per veder la tua faccia;
apri o getto la porta! –
Pur nessuna risposta
Come al vento d’autunno una tarlata imposta,
sbadatamente chiusa da un mandriano in viaggio,
tal quella porta offerse a un urto sol passaggio.
Entrar, ma tosto colti da ribrezzo improvviso,
retrocessero. E Steno: – Santi del paradiso!
È una tomba cotesta che scoperchiasti!..
– Taci;
questa lanterna cieca val candelabri e faci,
ma non qui fuor. Rientriamo e chiudi ben la porta .
– Impossibile.. questo è odor di cosa morta…
– Avanti, avanti… –
L’altro lo seguì nello scuro.
– Una mano alle nari, tienti coll’altra al muro,
e non temere; è rnorto certo il gatto di casa.

XVI

Ed apre la lanterna. La luce che n’è evasa
saltellando si posa su quattro basse mura,
dove leggonsi cifre di magica scrittura,
e pendon croci e teschi e cappelli di preti;
pur nessun che respiri fra le strane pareti.
Ma Lionello ha nell’angolo scoperto un seggiolone:
– È là che dorme; andiamola a svegliar colle buone;
tien tu il lume. –
E accostatisi, la man del cavaliere
piano piano la testa scosse che, in bende nere
stretta, e china su un mazzo sparpagliato di carte,
parea sognar. Toccata, cadde dall’altra parte,
lugubramente. E un soffio esalò dalla salma.
La carogna turbata par che riacquisti un’alma;
il fetore che l’abita vuol la quiete profonda:
se lo tocchi, s’ingrossa, come il verme, e t’innonda.
– Deponi la lanterna e aiutami; la vesta
mi convien perquisirle…
– Ma chi è dessa?
– Cotesta
tu già un’allegra e vaga cortigiana spagnuola
esperta all’Ars amandi più di Ovidio; ora, sola
e vecchia, gironzava per le strade e le piazze
e stendeva la mano alle belle ragazze.
Queste per elemosina vi lasciavan cadere
un foglietto di carta… pel damo o il cavaliere,
e talor pel sicario. Questa vecchia, mio caro,
rinchiude più segreti che messer Diego Alvaro
Consigliere dei Dieci, te lo dice Lionello,
e fe’ più matrimoni che il Patriarca,
quello che li fa là in San Marco. Tienle un po’ il braccio alzato…
Ecco già un bigliettino… senti s’è profumato! –

Un mite odor di viola si diffuse.

– Leggiamo. –
“Se tu o vedi gli dirai che l’amo,
che l’amo ancora come ai primi dì;
che nei languidi sogni ancor lo chiamo,
lo chiamo ancor come se fosse qui.
“E gli dirai che colla fé tradita
tutto il gaudio d’allor non mi rapì;
e gli dirai che basta alla mia vita
l’ultimo bacio che l’addio finì!

“Nessun lo toglie dalla bocca mia
l’ultimo bacio che l’addio finì!…
Ma se vuoi dargli un altro in compagnia
digli che l’amo e che l’aspetto qui”. –
– Questa donna ti giuro che per me non farebbe:
la dev’essere un ninnolo di miele e di giulebbe;
amo le forti, e tu? Ecco un altro messaggio:

“Doman, Lenuccia mia, gli è dì di festa,
e il mio padrone è ammalato a palazzo.”
Nella sua gondola
vuoi che usciam bellamente in Canalazzo?

“Mi adatterò la sua parrucca in testa,
ne porterò la spada e il giustacuore,
le piume, i ciondoli,
e l’amante parrai di un senatore!

“L’anima ho piena di versi rimati,
e porterò con me la mia mandòla:
parole e musica ti alletteran come una cosa sola!
. . . . . . . “.

Leggiam quest’altro –
“Il bimbo
viaggia in fondo al mare
e l’alma sua nel limbo…”.

– Infamia!

– Oh Lionello, usciam da questo orrore!
Ho la testa che bolle, e mi si spezza il cuore;
certo un malor ci aspetta…
– Un malore! t’inganni.
Qui un biglietto mi attende per cui darei vent’anni
di sonno e di bagordi… eccolo!… affediddio,
viva la Berenice! è ben cotesto il mio!
Grazie, povera morta; che il ciel vi ricompensi,
né ai vostri peccatucci il buon Iddio ripensi. .
– Bada, un’ombra è passata sul muro… alcun ci spia.
– Oh fosse un sì che scrive la contessina mia!
– Bada, l’ombra si appressa.
E la lanterna cieca
drizzò alla porta. Videro corne una forma bieca
di cui gli occhi soltanto apparivan.
Lionello ha sguainata la spada.
– Spegni il lume, fratello –
Ma la strana figura s’era già dileguata.
Allor dall’atra stanza, di fogli seminata,
chetamente sortirono; ripassar per l’androne
in cui parea vagasse come un’alta visione
di mister, di delitti, di stanchezza e d’amore,
e rividero il cielo tutto calma e splendore.

XVII

Genti pie che pregate prima di porvi a letto,
non pregate pei morti che stan nel cataletto
non pregate per gli ospiti del tenebrore eterno,
che dal mondo partendo sono usciti d’inferno.
Stesi placidamente e colle braccia in croce,
della sacra Natura ascoltano la voce:
senton la vita immensa che si prepara al sole,
han nei capegli l’umide radici delle viole,
han nei pugni gli steli che diverranno abeti;
i morti nella terra son tranquilli e lieti.
Genti pie che pregate quando la notte cade,
non pregate pei morti che bevon le rugiade,
che si mutano in foglie, che si mutano in fiori;
non pregate pei giunti, pregate pei viatori,
per i vivi pregate quando cade la notte.
E allor che i Mali intorno scaraventansi a frotte,
e par che Iddio dimentichi le misere creature,
come s’Ei pur dormisse nelle sue regge oscure.
Pregate per le madri che aspettano; pregate
per le livide teste nel gioco ottenebrate;
per la donna che stende le braccia all’uomo ignoto,
pel povero poeta, altro prigion del loto,
che assalta il ciel coll’anima che lagrima e fa sangue;
pregate per la turba negli ospitali esangue,
sovra cui, col crepuscolo, peggior dell’agonia,
la memoria s’abbatte e la malinconia;
per gli amanti pregate, scongiurate il Signore,
che creò la Sventura quando creò l’Amore!

XVIII

Benché adorna di pelo molto canuto e raro
era bella la testa di messer Diego Alvaro;
quando uscia dal Consiglio nell’ampia toga bruna,
pareva in lui vivente la veneta fortuna.
Camminava securo, parlava ad alta voce,
era come il leone benevolo e feroce;
l’amor della repubblica, l’amor della sua Bella,
non aveva altre gioie, non aveva altra stella.
Or s’è mutato : attoniti se ne accorsero i servi ;
un tremito convulso, cupo, gli agita i nervi;
non parla più, ma sembra interrogar cogli occhi
chi gli sta intorno; a volte, come se un serpe il tocchi,
balza repente, e corre per le stanze, e si affaccia
agli specchi, e si scruta nella pallida faccia.
Ier prendendo commiato dalla sposa, la mano
così torvo le strinse, e un mormorìo sì strano
lasciò uscir dalle labbra che donna Bella pianse.
Staman, quasi ruggendo, l’anel di nozze infranse.

XIX

– É un sì! – gridò Lionello, e fu un grido sì forte
che rintronò per tutte le taciturne porte
del palazzo affittato dall’ebreo di Rialto.
Certo il Fauno guardava il cavalier dall’alto:
l’eco di quella voce, fra le sue forme desto,
errò nel peristilio, a lungo, oscuro e mesto.
Ma il cavalier, beato come un chierco in vacanza,
gli saltava d’intorno in forsennata danza.
– Stanotte! Ella acconsente… mi seguirà stanotte!
Ah messer Diego Alvaro! le Fondamenta Rotte
vedran sciogliere un legno a insaputa dei Dieci!
Ben n’era certo! e tutto a predispor ben feci:
a quest’ora Consalvo già appresta; donna Bella
finge di coricarsi e rimanda l’ancella…
Grazie! cortese lampada che a legger m’aiutasti.
Scriveremo un poema per narrare i tuoi fasti!
Insiem lo scriveremo, mio dolce Steno, insieme!
Perché a te pur l’amore, perché a te pur la speme
dee ricantar la bella canzon dei dì passati:
va’, raccogli i tuoi versi, saluta i tuoi penati,
e qui mi attendi; un fischio ti avviserà; d’un salto
nella gondola sei, e domattina in alto
mar, sulla mia galera che fugge in Orïente,
al suon della mandola, in faccia al dì nascente,
alla più vaga donna ti inchinerai del mondo!
Solo il vederne gli occhi ti rifarà giocondo;
e poi, giunti al paese là delle eterne rose,
ti sceglierai fra quelle giovanette amorose,
per viaggiar nei piaceri, qualche pietosa stella…
La mia, sappilo, è il sole… é la contessa Bella!-
Tutto ciò in un minuto fu detto, e senza pure
guardar l’altro nel viso, via per le strade oscure
Il cavalier disparve.

XX

Tutti abbiam nella vita
L’ora fatal che resta, come un negro stilita,
sul nostro capo, immobile, finché andiam sottoterra;
l’ora in cui l’uom s’accorge che la pugnata guerra,
le lagrime versate, le sciagure sofferte,
l’ostie fatte coi lembi del cuor, sull’are offerte
del suo triste cammino per questa scabra valle,
eran peso leggero alle sue scarne spalle,
eran foglie di rosa. Da quell’ora (deh! amici
di me non vi burlate perché siete felici!
Essa vi attende al varco, è il fato universale,
il lotto irrevocabile del sempiterno Male)
da quell’ora il suo sguardo è confitto alla mota,
e la tomba è vicina.
Dimmi, pupilla immota,
qual fu per te?… Fu l’ora che conoscesti l’Eva,
e ti impietrì una vipera che un angelo pareva.
E qual per te, fanciulla languente come un’ava?
Fu l’ora in cui la povera tua madre agoninava.
Qual per te, vecchio curvo come un tronco abbattuto?
L’ora che solo, attonito, coi mendichi caduto,
come in sogno fra i passi dei cittadini errante,
il primo obol sentisti nella mano tremante.
E per te, è questa, o Steno!

XXI

Egli è là steso al suolo.
il manto ha già le pieghe del funebre lenzuolo,
la faccia ha già composta, quasi, alla pace eterna;
e negli occhi che immobili affisan la lucerna,
palpitante di fievoli raggi e morente anch’essa,
sembra la arcana calma dell’infinito impressa.
Oh quel raggio di sole, perché giunse in quel punto ?
A quest’ora ei sarebbe un pallido defunto,
obliante e obliato; sarebbe all’ombre sceso
da men feroce strale in meno all’alma offeso!
Veder l’astro cadere dal suo cielo pudico,
perder l’idolo, e perderlo per la man di un amico
che lo strappa all’altare per gettarlo all’alcova!
Oh fu ignobile il gioco, fu d’inferno la prova,
raggio dal ciel caduto quand’ei forse presago,
già avea l’impronte al collo dell’imprecato spago!
E or l’orribile morte pur gli è presso, e nol vuole.
Come ad ebro sospinto in rapide carole,
tutto che ingombra il sordido peristilio traballa
intorno a Steno, orribile famíglia macra e gialla.
Son gli stocchi che guizzano come in mano a ribelli,
son gli arazzi che sembrano ali di pipistrelli;
son le gonne vendute dalle Circi del ghetto
che gli danzano in giro e gli sfiorano il petto;
son le coltri, lasciate dalle tremule vecchie,
che passano, gettandogli vaghe preci all’orecchie;
e in la cupa vertigine, fra le larve e il fetore
delle casse di sego, allo scoccar dell’ore,
oh meraviglia! è il marmo che si muove, è il macigno
da cui sembra svanito il cinico sogghigno,
è il Fauno che si abbassa sulla testa di Steno,
e par dica : – Per piangere, ora ho un compagno almeno!

XXII

Dio che misura il vento all’agnello tosato
perché all’uom non misura, quando il verno è arrivato
de’ suoi dì tempestosi, le bufere del cuore?
Perché, se su lo sterpo inaridisce il fiore,
l’amor non appassisce sotto i capelli bianchi?

Ah, piuttosto una serpe mi si configga ai fianchi
che alloggiarvi il bell’angelo dei celestiali affanni,
quando dal mio battesimo conterò sessant’anni!
Cavalier di ventura cerca castel fatato;
ed è triste ospitare in tugurio gelato
chi fu avvezzo alle fiamme dell’ampio focolare.
Sei vecchio, e chiedi amore, e ti ostini ad amare?
Sei vecchio, e dentro il pugno pur stringi il frutto sacro?
Vuoi che il prete ti trovi, all’ultimo lavacro,
dell’odor della donna tutto olezzante ancora:
Più misero del gufo quando spunta l’aurora!
É il crin biondo del giovane che te al buio rincaccia,
è la sua balda gioia che ti offusca la faccia.
Tu spronalo, dimentica, chiudi gli occhi, ti abbranca
alla maga illusione!… vestal sommessa e stanca,
vegli una figlia d’Eva l’imbiancata ara tua…
E doman, dietro quella, tu scoprirai la sua!

XXIII

Povero conte Alvaro!… ecco ci pensa la sera
(era già ben lontana da lui la primavera
e la volubil ridda delle ore serene)
in cui scoprì la blanda fanciulla, e nelle vene
gli rifluì l’antico nobil sangue, e gli parve
rivedersi d’intorno dell’infanzia le larve,
E che fosse il baleno di un attimo passato
dai lontani, beati dì che già aveva amato…
Ei passò fra i garzoni della fanciulla al fianco,
poscia sentì il profumo del suo bel seno bianco,
poscia baciò la cara paradisiaca faccia,
poi l’ideal creatura si sentì nelle braccia;
ma sempre, e nelle feste quando un altro venia
a invitarla alla danza e insieme a lei sparia;
o alla messa, se alzava dal sacro libro il volto,
e nell’aurata alcova quando, tra il crin disciolto,
vedea nel sonno immergersi la sua pupilla brana,
al chiaror di una lampada mite come la luna;
sempre, ovunque, all’orgoglio, alla dolcezza vaga
del possesso invidiato e della voglia paga,
nell’anima del vecchio mescevansi i pensieri
surti come fantasmi, il primo dì, fra i ceri
della chiesa auspicante alle sue nozze, quando,
dopo i motti latini, il prete venerando
avea detto al bell’angelo : “Voi beata tre volte,
o fanciulla, cui Dio, in un sol uomo accolte
le virtù riserbava di un padre e di uno sposo!…”
Padre!… Padre!… il più augusto dei nomi al vanitoso
vecchio suonò bestemmia e vituperio, e in cori
gli accoppiò, nodo orribile, lo spavento all’amore!…
Or quel prete è sepolto sotto le zolle mute,
e il conte Alvaro, a prezzo dell’eterna salute,
vede, ancor più beffarda, la sua disciolta creta,
e vorrebbe coll’ossa dell’infausto profeta
farsi una clava e correre per il mondo con quella,
inzuppata nel sangue della contessa Bella.

XXIV

Dimmi, santa memoria del mio più dolce amore,
dimmi come a Lionello battea frattanto il core!
Solo colla sua gondola, tacito, palpitante,
attendeva nell’ombra la sospirata amante…
O minuti divini di speranza e dubbiezza,
non vi valgono quelli della secura ebbrezza,
come non vince il sole del meriggio possente
il mite oro onde l’alba inghirlanda l’oriente!
Attendeva nell’ombra, presso la riva, a pochi
passi dal gran palazzo di Don Dïego. I fochi
n’erano spenti; solo da una rossa cortina
un barlume che andava e venìa, peregrina
facella, certamente in mano alla contessa.
S’apre una porticina… alcun ne scende, è dessa.
Un baleno, ed ei l’ebbe nelle braccia.
– Se t’amo!
– Angiol mio!… come fredda…
– Non è nulla, fuggiamo!
– Perché tremi ?…
– Scoperti… ah! è già tardi!-
E svenuta
rotolò dentro il felze.
Or Lionello, t’aiuta!
Tre gondolier stemmati guidano alla vendetta
l’uom tradito… t’ingolfa dove l’acqua è più stretta,
vola, devia, ti perdi nei laberinti oscuri,
cerca aiuto alle mille convessità dei muri,
alle volte dei ponti, ai trabaccoli vuoti;
che il nemico non senta ove il remo percoti,
e, ora a destra, ora a manca, come guizzo di lampo,
lo abbarbaglia!…
Sventura!… non più speme di scampo!

XXV

Un grido acuto, lungo, angoscioso, la oscura
squarciò calma notturna. Di livida paura
ansimante, l’Ebreo, signor di quel palazzo
da cui la mia leggenda prese il suo folle andazzo,
si gettò dalle coltri e lanciossi al verone.
In quel punto una gondola costeggiava il portone.
E il grido non finiva : – Steno! Steno!… fratello!-
Ritti in fronte i capegli, allor l’Ebreo, zimbello
spesso dei sogni, vide uscir sulla scalea
uno spetro.
La luna sul suo viso splendea
e splendea sulla gondola.
Il remator gli porse
la man; la sua lo spetro atterrito ritorse.
(- Se lo spetro ha paura, gli è che l’altro è Satàno-
pensò l’Ebreo).
Quand’ecco sull’acqua e non lontano
una face, e un sommesso vociar di gondolieri.
I due sotto il verone, fantasmi cupi e neri,
s’eran stretti a colloquio.
A un tratto, quello uscito
dal palazzo, come abbia terribil cosa udito,
si slancia nella immobile gondola, afferra il remo
e, col ringhio di un veltro cui tocchi il colpo estremo,
la sospinge…
È sparita.

XXVI

Lionello è solo. Il conte
l’ode, rivolta all’atrio del palazzo la fronte,
dir con voce secura e gentil: – Donna Bella,
volger piacciavi a manca; salite, e la mia cella
troverete dischiusa. Io vi raggiungo tosto.
Non finì : che Don Diego, con uno sbalzo, accosto
gli si era piantato. L’altro ha snudato il ferro,
e sta innanzi alla porta come un tronco di cerro.
Orribile minuto!
Quel vecchio dalle braccia
conserte al petto, immobile e taciturno, in faccia
non ha pinta la rabbia, non ha pinto il terrore,
ma un alto, inenarrabile, sterminato dolore.
Non trema, ma i suoi labri dalla febbre riarsi
somigliano a due belve che anelino a sbranarsi.
Ha stretti i pugni e stillano sangue. Oh pietà! Gli spunta
dalle ciglia una lagrima, e sul giovin le appunta.
– Dio del ciel! Come bello, come è giovane e bello!-
Ciò non disse, pensò ; poi proruppe :
– Lionello,
per la tua madre morta, per l’orror dell’inferno,
per l’angelo custode che ti amica l’Eterno,
giurami che fu un filtro che te la diè in balìa,
che un maleficio ha vinto la creatura mia,
ch’ella è innocente…
– Conte, rispose il giovinetto,
non conobbi mia madre, l’inferno ho in gran dispetto,
né posseggo, ch’io sappia, amici in paradiso.
Da onesto cavaliere la contessa ho conquiso,
e or vi prego osservare che m’ho un ferro snudato,
che il mio custode è questo, e che al rezzo gelato
potrebbe irruginire. Ciò mi dorrìa da senno.-
I gondolier stemmati partono a un muto cenno,
e già nell’aria tacita sfavilla un altro brando.

XXVII

Or tutto da quei petti, fuorché il furore, è in bando.
– Ferro e inferno! cotesta, e quest’altra ripara!
– Dalla man di un vegliardo tu a darle meglio impara!-

E non son più due spade, son due lampi che guizzano;
or volano, or s’abbassano, or rotano, or si drizzano,
or si arrestan di un tratto…
Allor potevi udire
i fiati ansanti, e credere che a sceglier chi colpire
l’invisibile Fato fosse in mezzo, indeciso.
– Tu fai sangue…
– Tu menti!
– Già la morte hai sul viso!
– Vecchio, son gioia e amore, e a te sembran la morte ? –
Non avesse proferta l’ingiuria!
Come sorte
il boato che annuncia la rabbia del vulcano,
dalle fauci del conte, un urlo uscì…
Di mano
sfugge il ferro a Lionello che china il capo e cade.
Pur, mentre il sonno eterno freddamente lo invade,
non lo lascia la balda fierezza indifferente.
– Fu un bellissimo colpo, messer – dice il morente -,
se non fossi obbligato a partir, giuro a Dio!
che darei mille scudi per impararlo anch’io.-
Poi con voce più fioca, riprese:
– Alla malora!
Facciamo un po’ di bene, almen nell’ultima ora…
Don Diego… non cercate madonna in questa casa…
quando mi raggiungeste… ella era già evasa…
Buona notte… alcun soffia davver sull’alma mia…

Non temete per Bella… è in buona compagnia. –
Così morì Lionello, cavalier ferrarese.

XXVIII

Quelle estreme parole non le ha don Diego intese?
O credere non vuole che Dio possa far tanto
per strappar dalle viscere di un uom l’ultimo pianto?
Perché nell’atrio oscuro s’inòltra, e brancicando
per l’ingombro cammino colla punta del brando,
al livido barlume dell’imminente aurora,
attonito, atterrito, l’aula squallida esplora?
Un’arcana potenza lo strascina; il suo passo
l’eco fievole sembra invitar: fra l’ammasso
lutulento s’innalzano, come in sogno, figure
che gli fan cenno, e sfumano. Egli vacilla, eppure
retroceder non vuole : non può, forse!
Repente
gli appare il Fauno.
Orrore!
Gli si schiara la mente,
riconosce il palazzo dove Bella ha incontrato
e chiesta al padre.
È questo il portico incantato
per cui passò, premendo il suo braccio di neve,
braccio di fata, ahi lasso! di una piuma men greve…
Scorser due lustri appena, ed era l’ora istessa!
Come splendean le faci! Con che fronte dimessa
qual per pudore inconscio, accanto alla sfacciata
nudità di quel Fauno era colei passata!…
Quel Fauno!. .
Ah! fuggi, fuggi, misero conte Alvaro!
A sollevar le nubi del tuo passato amaro
non sei solo qui dentro… fuggi… un mister qui regna…
di tremuli vapori l’aria fosca si impregna…
par profumi l’ambrosia!
Miracolo!
Che avvenne?
. . . . . . .

La leggenda s’arresta a un segreto solenne:
come cadder dall’alto di San Marco sei ore,
il palazzo fu scosso da un immenso fragore.

XXIX

La marina rifulge simile a terso argento;
non un fiocco di nube, non un filo di vento;
l’alcïon che coll’ali sferza l’acque tranquille
le increspa e, alzando il volo, vi fa cader scintille.
Libellule e farfalle i fiori hanno lasciati
e, attratte dalla calma, i deboli meati
cimentan per vedere negli azzurri cammini
rotear gaiamente la danza dei delfini…
Empie un alto riposo l’Universo ferace,
tutto il ciel dice : Amore! tutto il mar dice : Pace!

XXX

Poiché il lido è scomparso, poiché nulla ne appare
Steno lascia alla forcola il remo.
Il cielo e il mare
e il fatale amor suo!
Tutto il resto è caduto.
Bella è là dentro, ignara dello scambio avvenuto;
tanto terror la prese che ancor non mosse accento.
Il giovinetto trema come una foglia al vento,
e, offrendo in olocausto l’anima al suo buon santo,
rattenendo il respiro e rattenendo il pianto,
quasi aprisse la porta di una chiesa, la porta
del felze schiude.
Immobile, bianca come una morta,
Bella a lungo lo fisa, poi guarda intorno… sola!
Indietreggia, fa un cenno, ma al labro la parola
le si gela, e qual vinta da un affanno deliro,
si copre il viso e cade.
Non han pure un sospiro
i malor sterminati.
In ginocchio, con voce
che sembra uscir da un tumulo, e colle mani in croce,
così favella il misero:
– Madonna… non temete
se a voi davanti un povero sconosciuto vedete…
Fu Lionel, per salvarvi, che mi affidò quel remo…
O, forse, Iddio! –
La dama, con uno sforzo estremo,
solleva il capo e volge gli occhi sullo straniero
che segue:
– Perdonatemi… fui troppo ardito, è vero,
ma era grande il pericolo… e poi… benché la morte
già mi fosse vicina, sentìa che il braccio forte
abbastanza per trarvi in salvamento avrei…
I più felici istanti vissi dei giorni miei;
or Lïonello certo non tarderà a venire
col legno… e partirete… ora posso morire…

No, non è inganno: a Steno già già sfugge la vita,
e la contessa Bella, trepida, impietosita,
come attratta da un fascino dolce e misterïoso
gli solleva il bel crine che quasi ha il volto ascoso,
e,
– Vi conosco! – esclama – giovinetto, quel nastro
ch’io perdetti alla messa, l’anno scorso…-
Se un astro
fosse disceso sotto le pupille di Steno
dippiù non brillerebbero; ma l’ansia del suo seno
or si è fatta terribile.
– Fu raccolto da voi,
e da lontano sempre mi seguiste dippoi…
Perché ? –
Due grosse lagrime fur la risposta.

XXXI

Ignoro
ciò che farebbe quella ch’io senza speme adoro,
ove per l’amor suo me trapassar vedesse.
Non avrei meraviglia s’ella fra sé ridesse!
Molte ridere ho viste, mentre, in fondo all’oblio,
v’eran anime umane maledicenti Iddio,
e pugni che cercavano la pistola o il pugnale…
Ma digredisco ancora, e in questo punto è male.

XXXII

Che vide allor l’ascoso occhio dell’Infinito?
Piansero i cherubini, su in ciel, mostrando a dito
quella barca perduta sul lontano emisfero,
picciola tanto eppure contenente un mistero
più di una culla dolce, più buio di un avello ?…
Solo forse nell’aria qualche migrante augello
tentò un trillo di gioia, quando quelle due teste,
in così immensa calma gravide di tempeste,
mirò l’una ver l’altra chinarsi, e l’occhio ardente
cercar l’occhio di affanno e di languor fulgente;
e già stese le braccia, ed avida una bocca
del contatto supremo da cui l’amor trabocca,
pender da un’altra attratta dallo stesso desio!…
Miserere!… al poeta non concesso è l’oblio…
Come offusca lo specchio di un bambolo il respiro,
come sfoglia la rosa un placido zeffìro,
così l’ora, il minuto, l’attimo sciagurato
può nel cor che pel Bello e per il Giusto è nato
avvelenar la santa semenza del futuro!…
Quanti corron baleni dalla luce allo scuro?
Povero Steno!… è dessa, la blanda incantatrice,
quella che segui estatico da un anno, ed è infelice
come lo fosti, e è tua!…
Vedi se la Sventura,
questa provvida Erinne che per il ciel ci appura,
non affratella; vedi se non è premio il fine
di chi lieto sul cranio si conficcò le spine;
vedi, sol due parole, sol due lagrime, e tutto
che di smanie ti pesa sull’anima e di lutto
si svelò nel fatidico animo femminile!…
É ben dessa, la donna sopra tutte gentile,
è ben dessa, o poeta…
Ma quel vecchio ti disse
come occulta ai convegni di uno stranier venisse;
è la contessa Alvaro, ma sotto al suo balcone,
hai sentito alitare la tenera canzone;
è l’idol tuo, ma ruggono ancor nel tuo cervello
le sonore risate del povero Lionello!…

XXXIII

Oh sì beati i morti che bevon le rugiade…
Chi saprà dir se in mare ei si getta o vi cade?

XXXIV

Il mare è generoso come ogni cosa grande:
ama tanto la terra che gonfio in lei si espande;
della rondin che porta dall’uno all’altro lido
le querule speranze e la pietà del nido
l’ali cogli infallibili aliti suoi distende;
ciò che cade disprezza il mar che all’alto tende:
quando l’albero è infranto e sommersa è la stiva,
li rifiuta e, sdegnoso, li rimanda alla riva;
e vi getta le perle e le conchiglie, e, chino
come sul formidabile specchio del suo destino,
l’uom su quel glauco abisso, non sa, triste ed anelo,
s’esso mai non racchiuda più misteri che il cielo.
E il mar conosce l’uomo più che l’uom nol conosca;
ond’è che dal profondo della sua valle fosca
è risospinto il naufrago alla luce del sole.

XXXV

– Troppo tardi! –
Di Steno fur l’ultime parole.
E sparì. Mie signore dalla cera stravolta
perché, mai non avendo che un amante alla volta,
già m’aspettate al varco per gridar: “L’eroina
fino a qui perdonabile or del tutto rovina,
ché fra Steno e Lionello si appiglia all’uno e all’altro”.
V’ingannate, signore: la Dio mercé son scaltro,
né saprete che avvenne nel cor di Bella Alvaro.
Sol vi dirò che quando il freddo corpo ignaro
a fior d’acqua riapparve, sulla faccia spetrale
del morente poeta cadde un bacio…

XXXVI

Fatale
notte! notte di incanti e meraviglie!
Un grido
sommesso, dai canali più spopolati al lido,
corre di bocca in bocca nella folla atterrita.
Fu trovato Don Diego disteso e senza vita
sotto un Fauno di marmo dalla base travolto!
I pescator di Chioggia, collo stupor sul volto,
han portato un cadavere che gettò la marea,
e mirabile a dirsi! quel morto sorridea!
E sulla spiaggia è un premersi di mozzi e di nocchieri,
dai berretti turchini e dai capucci neri,
che non san per qual strana avventura di mare
una gondola errante sull’orizzonte appare.
E così ben si aggruppano le sussurranti tornie
e v’è tanta dovizia di colori e di forme,
da innebriar di gioia l’anima di un artista.
A mezzodì la gondola si perdette di vista.

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Franco Sacchetti – Uno giovene Sanese ha tre comandamenti alla morte del padre: in poco tempo disubbedisce, e quello che ne seguita.

Ora verrò a dire di una che s’era maritata per pulzella, e ‘l marito vidde la prova del contrario anzi che con lei giacesse, e rimandolla a casa sua, senza avere mai a fare di lei.
Fu a Siena già un ricco cittadino, il quale, venendo a morte, e avendo un figliuolo e non piú, che avea circa a venti anni, fra gli altri comandamenti che li fece, furono tre. Il primo, che non usasse mai tanto con uno che gli rincrescesse; il secondo, che quando elli avesse comprato una mercanzia, o altra cosa, ed elli ne potesse guadagnare, che elli pigliasse quello guadagno e lasciasse guadagnare ad un altro; il terzo, che quando venisse a tòr moglie, togliesse delle piú vicine, e se non potesse delle piú vicine, piú tosto di quelle della sua terra che dell’altre da lunge. Il figliuolo rimase con questi ammonimenti, e ‘l padre si morío.
Era usato buon tempo questo giovene con uno de’ Forteguerri, il quale era stato sempre prodigo, e avea parecchie figliuole da marito. Li parenti suoi ogni dí lo riprendevano delle spese, e niente giovava. Avvenne che un giorno il Forteguerra avea apparecchiato un bel desinare al giovene e a certi altri; di che li suoi parenti li furono addosso, dicendo:
– Che fai tu, sventurato? vuo’ tu spendere a prova col tale che è rimaso cosí ricco, e hai fatto e fai li corredi, e hai le figliuole da marito?
Tanto dissono che costui come disperato andò a casa, e rigovernò tutte le vivande che erano in cucina, e tolse una cipolla, e puosela su l’apparecchiata tavola, e lasciò che se ‘l cotal giovene venisse per desinare gli dicessono che mangiasse di quella cipolla, che altro non v’era, e che ‘l Forteguerra non vi desinava.
Venuta l’ora del mangiare, il giovene andò là dove era stato invitato, e giugnendo su la sala domandò la donna di lui: la donna rispose che non v’era, e non vi desinava; ma che elli avea lasciato, se esso venisse, che mangiasse quella cipolla, che altro non v’era. Avvidesi il giovene, su quella vivanda, del primo comandamento del padre, e come male l’avea osservato, e tolse la cipolla, e tornato a casa la legò con un spaghetto e appiccolla al palco sotto il quale sempre mangiava.
Avvenne da ivi a poco tempo che, avendo elli comprato un corsiere fiorini cinquanta, da indi a certi mesi, potendone avere fiorini novanta, non lo volle mai dare, dicendo ne volea pure fiorini cento; e stando fermo su questo, al cavallo una notte vennono li dolori, e scorticossi. Pensando a questo, il giovene conobbe ancora avere male atteso al secondo comandamento del padre e, tagliata la coda al cavallo, l’appiccoe al palco allato alla cipolla.
Avvenne poi per caso ancora, volendo elli pigliare moglie, non si potea trovar vicina, né in tutta Siena, giovene che li piacesse, e diési alla cerca in diverse terre, e alla fine pervenne a Pisa, là dove si scontrò in un notaio, il quale era stato in officio a Siena, ed era stato amico del padre, e conoscea lui.
Di che il notaio gli fece grande accoglienza, e domandollo che faccenda avea in Pisa. Il giovene li disse che andava cercando d’una bella sposa, però che in tutta Siena non ne trovava alcuna che li piacesse.
Il notaio disse:
– Se cotesto è, Dio ci t’ha mandato, e serai ben accivito; però che io ho per le mani una giovene de’ Lanfranchi, la piú bella che si vedesse mai, e dammi cuore di fare che ella sia tua.
Al giovene piacque, e parveli mill’anni di vederla, e cosí fece. Come la vide, s’accostò al mercato, fu fatto e dato l’ordine quando la dovesse menare a Siena. Era questo notaio una creatura de’ Lanfranchi, e la giovene essendo disonesta, e avendo avuto a fare con certi gioveni di Pisa, ella non s’era mai potuta maritare. Di che questo notaio guardò di levare costei da dosso a’ suoi parenti e appiccarla al Sanese. Dato l’ordine della cameriera, forse della ruffiana, la quale fu una femminetta sua vicina, chiamata monna Bartolomea, con la quale la donna novella s’andava spesso trastullando di quando in quando; e dato ogni ordine delle cose opportune e della compagnia, tra la quale era alcuno giovene di quelli che spesso d’amore l’avea conosciuta, si mosson tutti col marito e con lei ad andare verso Siena, e là si mandò innanzi a fare l’apparecchio.
E cosí andando per cammino, un giovene de’ suoi che la seguía parea che andasse alle forche, pensando che costei era maritata in luogo straniero, e che senza lei gli convenía tornare a Pisa; e tanto con pensieri e con sospiri fece che ‘l giovene quasi e di lei e di lui si fu accorto: perché ben dice il proverbio che l’amore e la tosse non si può celare mai. E con questo vedere, preso gran sospetto, tanto fece che seppe chi la giovene era e come il notaio l’avea tradito e ingannato. Di che giugnendo a Staggia, lo sposo usò questa malizia disse che volea cenare di buon’ora, però che la mattina innanzi dí volea andare a Siena, per fare acconciare ciò che bisognava; e disselo sí che ‘l valletto l’udisse.
Erano le camere dove dormirono quasi tutte d’assi l’una allato all’altra. Il marito ne avea una, la sposa e la cameriera un’altra, e in un’altra era il giovene e un altro, il quale non fu senza orecchi a notare il detto del Sanese; ma tutta la sera ebbe colloquio con la cameriera, aspettando l’alba del giorno, e cosí s’andorono al letto. E venendo la mattina, quasi un’ora innanzi a dí, e lo sposo si levò per andare a Siena come avea dato ad intendere. E sceso giuso, e salito a cavallo, cavalcò verso Siena quasi quattro balestrate, e poi diede la volta ritornando passo passo e cheto verso l’albergo donde si era partito; e appiccando il cavallo a una campanella, su per la scala n’andò; e giugnendo all’uscio della camera della donna, guardò pianamente e sentí il giovene essere dentro; e pontando l’uscio mal serrato, v’entrò dentro; e accostandosi alla cassa del letto pianamente, se alcun panno trovasse di colui che s’era colicato, per avventura trovò i suo’ panni di gamba, e quelli del letto, o che sentissono, e per la paura stessono cheti, o che non sentissono, questo buon uomo si mise le brache sotto, e uscito della camera, scese la scala, e salito a cavallo con le dette brache, camminò verso Siena.
E giunto a casa sua, l’appiccò al palco allato alla cipolla e alla coda.
Levatasi la donna e l’amante la mattina a Staggia, il valletto non trovando le brache, sanza esse salí a cavallo con l’altra brigata, e andorono a Siena. E giunti alla casa, dove doveano essere le nozze, smontorono. E postisi a uno leggiero desinare sotto le tre cose appiccate, fu domandato il giovane quello che quelle cose appiccate significavano. Ed elli rispose:
– Io vel dirò; e prego ognuno che mi ascolti. Egli è piccol tempo che mio padre morí, e lasciommi tre comandamenti: il primo sí e sí, e però tolsi quella cipolla e appicca’ la quivi; il secondo mi comandò cosí, e in questo il disubbidi’; morendo il cavallo, taglia’ li la coda e quivi l’appiccai; il terzo, che io togliesse moglie piú vicina che io potesse; e io, non che io l’abbia tolta dappresso, ma insino a Pisa andai, e tolsi questa giovene, credendo fosse come debbono essere quelle che si maritono per pulzelle. Venendo per cammino questo giovene, il quale siede qui, all’albergo giacque con lei, e io chetamente fui dove elli erano; e trovando le brache sue, io ne le recai e appicca’ le a quel palco: e se voi non mi credete, cercatelo, che non l’ha: – e cosí trovorono. – E però questa buona donna, levata la mensa, vi rimenate in drieto, che mai, non che io giaccia con lei, ma io non intendo di vederla mai. E al notaio, che mi consigliò e fece il parentado e la carta, dite che ne faccia una pergamena da rocca.
E cosí fu. Costoro con la donna si tornorono a piè zoppo col dito nell’occhio; e la donna si fece per li tempi con piú mariti, e ‘l marito con altre mogli.
In queste tre sciocchezze corse questo giovene contro a’ comandamenti del padre, che furono tutti utili, e molta gente non se ne guarda. Ma di questo ultimo, che è il piú forte, non si puote errare a fare li parentadi vicini, e facciamo tutto il contrario. E non che de’ matrimoni, ma avendo a comprare ronzini, quelli de’ vicini non vogliamo, che ci paiono pieni di difetti, e quelli de’ Tedeschi che vanno a Roma, in furia comperiamo. E cosí n’incontra spesse volte e dell’uno e dell’altro, come avete udito, e peggio.

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Salvatore di Giacomo – ‘O voto – Scene popolari napoletane in tre atti

EText-No. 35801
Title: ‘O voto – Scene popolari napoletane in tre atti
Author: 1934;Di Giacomo, Salvatore;Giacomo, Salvatore di;1860
Language: Italian
Link: cache/generated/35801/pg35801.epub

EText-No. 35801
Title: ‘O voto – Scene popolari napoletane in tre atti
Author: 1934;Di Giacomo, Salvatore;Giacomo, Salvatore di;1860
Language: Italian
Link: 3/5/8/0/35801/35801-h/35801-h.htm

EText-No. 35801
Title: ‘O voto – Scene popolari napoletane in tre atti
Author: 1934;Di Giacomo, Salvatore;Giacomo, Salvatore di;1860
Language: Italian
Link: cache/generated/35801/pg35801.mobi

EText-No. 35801
Title: ‘O voto – Scene popolari napoletane in tre atti
Author: 1934;Di Giacomo, Salvatore;Giacomo, Salvatore di;1860
Language: Italian
Link: cache/generated/35801/pg35801.txt.utf8

EText-No. 35801
Title: ‘O voto – Scene popolari napoletane in tre atti
Author: 1934;Di Giacomo, Salvatore;Giacomo, Salvatore di;1860
Language: Italian
Link: 3/5/8/0/35801/35801-h.zip

EText-No. 35801
Title: ‘O voto – Scene popolari napoletane in tre atti
Author: 1934;Di Giacomo, Salvatore;Giacomo, Salvatore di;1860
Language: Italian
Link: 3/5/8/0/35801/35801-8.zip

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Olindo Guerrini – Prefazione alle “Rime di tre gentildonne del secolo XVI”

Le rime delle tre poetesse italiane che nel loro secolo furono reputate e tuttora paiono le migliori, escono alla luce unite per la prima volta in volume di prezzo mitissimo. Del che, siamo certi, ci saranno grati, non solo i numerosi e benevoli che hanno dato sì buona fortuna a questa Collezione Classica, ma ancora le donne, l’educazione delle quali va oggi crescendo di coltura, e non isdegna ricordare, ammirare ed oramai seguire, gli illustri esempi del passato.

Vittoria Colonna, prima per fama tra le poetesse italiane, nacque nel 1490 dal celeberrimo Fabrizio e da Agnese di Montefeltro figlia di Federigo duca d’Urbino. Nulla dovea mancarle di quel che rende felici le donne di animo volgare. Nobiltà quasi regia di natali, bellezza rara, ingegno acuto, educazione squisita, omaggi, onori, ammirazioni ed adulazioni, tutto insomma quel che è tenuto degno d’invidia da chi nelle cose vede solo la scorza, tutto le abbondò, tutto le fu prodigato dalla fortuna. Ma la felicità del cuore, quella appunto che alle donne è prima, le dovea mancare. Non aveva ancor raggiunto il quinto anno che il padre, seguendo il costume signorile del tempo in cui le donne erano date ad uno sposo o a Dio senza il consenso loro e per diritto ferreo di patria potestà, la fidanzò a Ferrante Francesco figlio di Alfonso d’Avalos marchese di Pescara, spagnuolo male italianizzato e sostenitore valoroso e potente dell’armi e delle pretese spagnuole in Italia. Il Colonna, che aveva abbandonata la parte francese per darsi, corpo ed anima, alla spagnuola, stringeva così sempre più i vincoli che a questa parte lo legavano, sigillava col sangue de’ suoi i nuovi patti coll’Impero, senza nemmen pensare che da quegli infantili sponsali potesse venire un giorno l’infelicità della figlia, o, pensandolo, senza curarsene. La dea che presiedette alle nozze fu la Ragion di Stato, quella stessa che presiede alle nozze dei principi, e ai padri europei di quel secolo pareva dea buona e propizia abbastanza se prometteva loro buoni interessi. Di quel che potesse accader poi tra le due vittime, nel segreto de’ cuori mercanteggiati, nelle anime chiuse violentemente ad ogni più cara illusione, ad ogni dolcezza di affetto vivo e condiviso, nessuno se ne occupava allora tra i grandi, come nessuno oggi tra i prìncipi se ne occupa. In verità che all’amore più si convengono l’uguaglianza e le leggi della democrazia.
E Vittoria, così invidiabilmente felice al di fuori, non potè sfuggire alla infelicità del cuore. Se ella non avesse amato il marito, avrebbe forse sofferto meno; ma lo amò e fu peggio. Gli sponsali dell’infanzia divennero giuste nozze nel 1509 quando Vittoria ebbe raggiunto l’anno decimonono. Le feste splendide non le alleggerirono il dolore dell’abbandonare la casa paterna, ma ben presto le delizie di Napoli e d’Ischia, la pienezza dei gaudi con impazienza desiderati, valsero a consolarla. Fu questo il breve periodo della felicità sua che, se avesse durato, ci avrebbe tolto forse l’opera del suo ingegno; e dopo tre anni di quel paradiso convenne al marchese di Pescara seguir Fabrizio Colonna al campo della Lega.
Non è qui luogo da ricordare le guerre infelici di quel tempo, quando l’Italia, giunta oramai al sommo della coltura intellettuale, cadeva nel più basso dell’abiezione politica. Nicolò Machiavelli, poco men che solo, sognava una Italia una e forte, fosse pure, come aveva già fantasticato, sotto la ferrea mano di Valentino Borgia. Solo, precorrendo i tempi, raccomandava milizie italiane, levate, ordinate, istruite in casa per difendere la patria. E l’Italia, in tanta fioritura d’ingegni, in tanto splendore di coltura e di eleganza, lasciava solo col suo forte pensiero il gran Segretario, cercando un equilibrio precario tra i dominatori stranieri che la percorrevano tutta, opponendo un esercito spagnuolo ad un esercito francese, gli svizzeri a tedeschi, re Francesco all’imperator Carlo, senza mai pensare ad opporre sè stessa agli invasori. I principi cercavano salute e stabilità nelle armi forastiere, nelle alleanze presto fatte e più presto disfatte, odiandosi cordialmente tra loro, quando l’unirsi sarebbe stato dovere, fortuna, gloria. E il papa, questo assiduo e scellerato nemico d’Italia, soffiava nelle discordie, imbrogliava tutte le fila preparate a tesser le paci e nella ruina di tutti impinguava sè, la famiglia ed i bastardi.
E tanta fu la infelicità dell’Italia che la stessa coscienza de’ migliori fu pervertita. Certo non è da giudicare la storia italiana del secolo XVI coi criteri dominanti nel secolo XIX, e da vituperare gli uomini di quel tempo perchè non intesero la politica come noi e non ebbero chiara l’idea dell’unità come il Mazzini. Ma ad ogni modo le vergogne di quel secolo sono troppe per supporre che tutte dovessero essere indifferenti agli uomini retti e ingegnosi. Non tutti possono esser scusati come Vittoria, alla quale le bende dell’amore non lasciarono discernere le pecche del marito e della parte che difendeva un giorno col valore e l’altro col tradimento. Alla donna innamorata era lecito insuperbire delle gloriose ferite toccate dal marito nella giornata di Ravenna, ma è strano come nessuno s’avvedesse delle ferite toccate dall’Italia. Bisogna veramente che ogni idea italica fosse caduta dalla coscienza degli Italiani e che l’altezza degli animi fosse in ragione inversa dell’altezza degli intelletti.
Il cancelliere Morone, politico astuto e di poca fede come tutti i colleghi suoi di quel tempo, stretto dalla rovina prossima del ducato milanese, concepì e propose il disegno di una lega italica che assicurasse l’indipendenza de’ principi e quindi l’integrità del ducato a Francesco Sforza. Fidò il disegno al Pescara, salito in gran nome dopo la battaglia di Pavia e disgustato con Carlo V per non averne ottenuto compensi uguali alla propria superbia ed avarizia. Nel disegno del Morone al Pescara doveva toccare la corona di Napoli e pare che ci fosse un momento in cui l’ambizioso marchese prestasse davvero orecchio compiacente alla tentazione. L’idea era bella, grande, santa e per ciò doveva finire come finì. Mentre il Morone proponeva al Pescara questa congiura contro Carlo V, pare che ne desse sentore allo stesso Carlo per tenersi aperta una ritirata in caso di mala riuscita. Dall’altro canto il Pescara, ricevute le proposte, dopo breve esitazione, non ebbe altra premura che di tradire il Morone. Così la santa idea della indipendenza d’Italia non fu che il tranello in cui due traditori cercarono di assassinarsi a vicenda. È vero, ripetiamo, che i fatti di ieri non si giudicano bene coi criteri dell’oggi, ma quel mercato e quel tradimento a proposito di cosa sacra, furono infami allora, lo sono oggi e lo saranno finchè la virtù non sarà quel nome vano che il secondo Bruto pensò nella disperazione della sua causa.
Ma di questo che importava a Vittoria? Il marito suo aveva tutto quel che può rendere superba e felice una donna. Beltà, nobiltà, valore personale attestato da cicatrici onorande, coltura non mediocre, fama, potenza, tutto. I difetti che poteva avere non reggevano sulla bilancia dell’amore; forse l’innamorata appena li discerneva. Poteva ella posporre il marito alla utopia di una Italia secondo Petrarca? Ella si contentava di seguire quanto le fosse possibile il bello stile del cantore di Laura per celebrare le glorie del marito, ma non poteva certo levarsi sino a quegli ideali di indipendenza e di repubblicanesimo latino che vivificano l’opera pensata di messer Francesco. Non che debolezza di sesso le togliesse vigore per ciò, ma perchè amore glielo toglieva. E non sarebbe giusto il chiedere a gentildonna allevata in casa di Fabrizio Colonna l’acume politico di Nicolò Machiavelli. Se l’educazione e l’amore l’acciecarono sui pregi e sui difetti del marito, l’educazione e l’amore sono la sua scusa. Se oggi alla prima gentildonna d’Italia sarebbe colpa e peggio, il non odiare il nemico d’Italia, fosse pur il pontefice, allora alla prima gentildonna d’Italia non potè esser colpa il porre il marito sopra una patria della quale non conosceva che il nome per tradizione di retori. Ogni tempo ha le sue idee, ogni età i suoi errori, ed ogni tempo ed ogni età debbono trovare o l’assoluzione per ignoranza o la condanna per malvagità, nella giustizia della storia.
Ma il marchese di Pescara aveva appena compiuto il suo tradimento dal quale senza dubbio si riprometteva quei premi che dopo la battaglia di Pavia gli erano mancati, allorchè la morte lo raggiunse nel fiore della fortuna e nel trentesimoterzo anno di vita.
La sua morte fu un colpo terribile per la sposa innamorata, e da quel giorno non la vediamo più che ospite di monasteri che promettono la pace del cuore nelle contemplazioni ascetiche, e qualche rara volta ospite di principi o di pontefici che nella mesta vedova onorano la gentildonna colta, pia e virtuosa. Frequentava assiduamente le prediche, e le cronache bolognesi ce la mostrano prostrata innanzi a tutti i pergami e a tutti gli altari al suo ritorno da Ferrara. Sembra proprio che ella cercasse in buona fede l’anestesia del cuore nella religione.
Se non che a quel tempo non si poteva essere religiosi davvero senza sospetto di eresia. Vittoria fu anzi accusata da alcuni storici di essersi data segretamente alle opinioni della Riforma, benchè l’accusa non abbia che qualche debole fondamento di apparenza e sia smentita da tutte le rime sacre che abbiamo della poetessa e che sono in questo volume. Per rompere i confini del cattolicesimo le mancavano la educazione adatta e la forza dell’animo. Ella, nata in Roma da famiglia che contava parecchi papi nell’albero genealogico, avvezza alla fede cieca del romanesimo, non cercava nella religione la quiete del raziocinio, ma la quiete del cuore. Certo il lungo figgere la mente nelle meditazioni ascetiche l’avrà indotta a discutere seco stessa o con altri intorno ai problemi religiosi che affaticavano il suo tempo. Forse anche, sedotta dalla ragione e dalla ragionevolezza, avrà qualche volta approvato un discorso, una idea, una proposizione eterodossa; ma senza conoscere la eterodossia delle massime: o se pure qualche dubbio veramente si agitò in lei, se pure la sua fede per qualche ora vacillò, la tradizione, l’educazione, il bisogno del riposo interno, la ricondussero subito nel sentiero antico, nel tramite cattolico romano, troppo felice se l’intimo riposo compensava le legittime ripugnanze della ragione. E quanti ancora oggi non osano affrontare la discussione di certi problemi per tema di perdervi la pace dell’anima, la sonnolenza tranquilla della coscienza, e preferiscono credere alle stupidità di un miracolo che avventurarsi nelle lotte dolorose dell’esame!
Ma se l’educazione romana le tolse di rinnovare con maggior fortuna e seguito il tentativo riformista di Renata d’Este; se l’educazione stessa le faceva amare e cantare un uomo poco stimabile purchè in lui si personificasse quel certo ideale dell’eroe ariostesco caro alle donne d’allora, pronto a menar le mani, fedele alla dama, a Dio ed al buon Carlomano qualche volta, ma assolutamente ignorante del nome e dell’idea di patria; se questa educazione non solo le faceva vedere nel marito un eroe, ma in Fabrizio Maramaldo un uomo pieno di virtù, sincerità e fede, secondo scrisse al principe di Oranges; non si può però negare che, per quel che riguarda alla coltura, più virile che femminile come conveniva alle gentildonne di quel tempo, ella sia prima tra tutte ed esempio di raro uguagliato e meno ancora superato. E la consuetudine coi migliori ingegni del suo tempo dovette affinarle l’ingegno e il gusto, poichè mal si saprebbe pensare una mente che fosse rimasta serrata e ottusa presso il Bembo, il Sadoleto, il Molza, il Castiglione, l’Ariosto, l’Alamanni, Bernardo Tasso, il Dolce, il Guidiccioni, i cardinali Polo e Contarini e cento altri i cui nomi impallidiscono davanti a quello del divino Michelangelo.
Sino a qual grado d’intimità giungesse questa amicizia pura e platonica tra la illustre vedova e il divino artista, non è facile conoscere con precisione. Certo però tra le due anime era molta affinità, e le tendenze si rassomigliavano anche per quel misticismo, nato dal nuovo agitarsi delle quistioni religiose e cresciuto, nel Buonarroti, sotto l’influsso delle roventi prediche del Savonarola, e nella Colonna, per la frequentazione del Vermigli, del Carnesecchi e dell’Ochino. Ma si conobbero quando nessuno dei due poteva più abbandonare la via da lungo intrapresa e farne una via sola, se pure la disparità delle condizioni, i pregiudizi e la virtù forte in entrambi, avessero consentito che in mezzo al secolo XVI potesse aver conclusione un romanzo così meraviglioso.
Vittoria Colonna morì in Roma nel 1547, pianta e lodata senza fine. Allora ed oggi fu giustamente tenuta come il tipo della perfetta gentildonna dell’epoca, ed i giudizi di tutti concordano cogli entusiasmi de’ suoi numerosi biografi.

Ben diversa fu la vita di Gaspara Stampa. Nata in Padova nel 1523 da illustre famiglia milanese, fu anch’ella fornita di quella educazione intellettuale più da maschio che da femina cui dobbiamo le numerose scrittrici del secolo XVI. Da Padova andata a Venezia, si trovò in mezzo ad una società gaia, colta, spensierata e parecchio viziosa. Già i gaudenti di tutta Italia avevano cominciato a far di Venezia il Monaco splendido e libertino che durò sì lungo tempo nei vizi leggiadri e nella indifferenza di tutto quel che non era piacere, come la sospettosa oligarchia desiderava. Ivi la bella fanciulla, giunta all’anno vigesimosesto, innamorò perdutamente di Collaltino, conte di Collalto e signore di Treviso. Era costui giovane di belle forme, animoso, colto, perfetto cavaliere e rispondente insomma a quell’ideale dell’eroe ariostesco che, come dicemmo, fu lo spasimo delle donne di quella età. Per qualche anno gli amori procedettero abbastanza bene, tra le consuete alternative di gelosie e di paci, inseparabili da ogni amore giovanile e carnale. Ma il Collaltino, appunto perchè cavaliere ariostesco ed anche per tradizione famigliare e desiderio di fortuna, si recò in Francia a militare per Enrico II. L’amarissima partenza consigliò alla Gaspara questo canzoniere dove consegnò ai posteri le proprie pene, petrarcheggiando un poco, ma piangendo assai. Il bel cavaliere che aveva probabilmente giurato, come tutti gli amanti, fedeltà a tutta prova, distratto da nuove bellezze, diede una nuova sanzione al proverbio lontan dagli occhi, lontan dal cuore. Gaspara si sfogava in rime e in lettere che non ottenevano risposta, o le risposte erano troppo fredde per lei.
Finalmente Collaltino tornò e, per quanto ne fosse svogliato, una specie di dovere lo costringeva a non romperla in pubblico e subito con una amante così fedele. Gaspara però, assorta nelle dolcezze di questa rifioritura d’affetto, si abbandonò alle nuove delizie e dimenticò, non solo i dolori passati, ma perfino il convenzionale platonismo petrarchista e inneggiò apertamente alla notte fida ministra delle sue gioie, augurandosela lunga come quella che Giove raddoppiava per Alcmena (Sonetto CI). Ma l’inno della gioia durò poco. Cominciarono le gelosie vere o finte di Collaltino (Sonetto CIX), vennero i pettegolezzi, le malignità dei mettimale, gli sdegni, forse mentiti, dell’amante stanco (Sonetto CXXV e seguenti), insomma tutti quei segni, tutto quell’ingiallir di foglie che annunzia l’autunno di un amore.
Collaltino infatti ruppe il nodo e prese moglie. Egli aveva tolto alla povera Gaspara il fiore della gioventù, il vanto dell’innocenza, il cuore, la salute, tutto, ed ora l’abbandonava tranquillamente. Che potea fare l’abbandonata se non piangere? E pianse amaramente, brancolando cieca nel suo dolore, senza guida e senza speranza. Quel che sia avvenuto in lei non si sa bene, ma pare che stesse incerta tra novelli amori e tra la religione, solito rifugio delle amanti abbandonate. Verso il Sonetto CC e più innanzi, si veggono chiari gli accenni a nuovi amori. Più in là, nei Sonetti XXXVII, XXXVIII, LIII, ecc., delle Varie, respinge le proposte d’innamorati, e finalmente si volge a Dio e intuona le Rime Sacre, ma con una certa tiepidezza o almeno con ardore minore assai di quel che mise nelle rime amorose. Si vede chiaro che l’anima sua era veramente la navicella petrarchesca, abbandonata nel gran mare, senza sarte, senza timone, senza stelle, incerta tra la virtù e il vizio, tra il mondo e Dio. Ella si trovava in questo tristissimo stato e la bellezza sua oramai sfioriva, allorchè morte la colse, sui trentun anni, nel 1554. Si sospettò di veleno, si susurrò che Collaltino stesso fosse l’assassino, ma non è da credere. Ad ogni modo morì giovane, infelice, compianta da molti, lasciandoci nel canzoniere l’impronta di un ingegno vigoroso, di una coltura grande e di un sentire squisito.

La vita intima di Veronica Gàmbara è invece calma, e grigia, quanto luminosa e tormentata quella della povera Gaspara. Nacque nel 1485 in Pratalboino, feudo della famiglia sua nel bresciano. La madre fu una Pio dei principi di Carpi, e l’educazione di Veronica fu veramente principesca. Giunta alla età nubile sposò Giberto X, signor di Coreggio e principe di bella fama, non tutta immeritata, e n’ebbe due figli Ippolito e Girolamo. La Colonna ebbe sterili nozze, la Stampa non n’ebbe, ed ecco la sola tra le più celebri poetesse che abbia conosciuto le gioie ed i dolori di madre, ed ecco altresì una vita informata ad aspirazioni ben diverse. Mentre nella Colonna il sentimento, che a poco a poco traligna nella religiosità esagerata, tiene il primo posto; mentre nella Stampa predomina così violentemente la parte sensitiva, quasi dicemmo sensuale, dell’anima; mentre insomma nelle due poetesse che dell’amore conobbero le delizie e gli strazi, ma non i frutti, regna sovrano solo e incontrastato un ideale quasi romanzesco incarnato malamente in una persona viva, nella Gàmbara scorgiamo invece una tendenza più pratica, una maggior cura delle cose di questo mondo, una assenza più evidente, nella vita e nelle opere, del platonismo elegante e vacuo che enfiò le rime di quel secolo. Le altre scrivono per sfogo d’affetto e per ottenere un sorriso dall’amante; la Gàmbara scrive quasi con calcolo e per amicarsi i grandi e gli illustri a servigio dei figli. Vive tutta per questi, solo per questi, e la poesia non è per lei che un istrumento di più per fabbricare la felicità dei figli. Come aveva reso omaggio a Leon X ed a Francesco I di Francia in Bologna nel 1515, così quindici anni dopo rese omaggio a Carlo V e tanto fece, valendosi anche della lontana parentela tra i Coreggeschi e casa d’Austria, che lo condusse a Coreggio prodigandogli feste ed ottenendone privilegi ed onori. Vedova dopo dieci anni di matrimonio, fu insieme padre e madre ai figli: il resto per lei non fu più nulla.
Chiusa nel castello di Brescia aveva visto l’orribile saccheggio dato alla sua città natale dai soldati di Gastone di Foix e il Baiardo ferito sulla breccia. Non sbigottì dunque agli assalti di Galeotto Pico e da buona bresciana chiamò il suo popolo all’arme e respinse l’invasore. A una donna di simil tempra usa oramai alle furberie poco stoiche della politica de’ suoi tempi, nulla doveva calere di una consuetudine epistolare anche con Pietro Aretino, purchè il potente libellista non mettesse la penna temuta al servigio degli avversari. Ma i pietosi istinti della donna vincevano spesso le fierezze scaltre della principessa regnante, ed i suoi popoli, afflitti dalla peste o dalla carestia, trovarono in lei maggiore umanità che allora non usasse tra i principi. Non si contentava di scrivere al suo confidente De Rossi «mi risolvo, e per debito e per pietà, s’io dovessi impegnar me stessa, di soccorrere questi miei uomini» ma il soccorso non fu di sole parole.
Ebbe la fortuna di veder bene spese le sue cure materne. Girolamo era in via di diventar cardinale ed Ippolito era già illustre nelle armi quando ella, nel 1550, morì tranquillamente nel suo palazzo di Coreggio, circondata dall’amore del popolo e volgendo forse gli occhi ad una di quelle sublimi madonne che Antonio Allegri dipingeva per lei.

Le rime delle tre poetesse nostre hanno, come la vita delle autrici, caratteri assai diversi.
Veramente è da procedere con molta prudenza nel dire delle rime della Colonna. Non pare che ella vedesse volontieri le proprie cose date al pubblico, e le edizioni che, lei vivente, se ne fecero, non ebbero certo l’assistenza e le correzioni dell’autrice. Per ciò gli errori e le storpiature di senso e di lettera furono tali nelle prime edizioni, che spesso le rime non sono intelligibili, nemmeno a discrezione. Il Dolce, gran correttore delle cose altrui ed anche sfacciatamente di quelle dei grandi, mise le mani ancora nelle rime di Vittoria, senza però migliorarle e, certo, tradendo qua e là il concetto della poetessa. Gli stranieri ci rimproveravano d’incuria verso sì grande e ingegnosa gentildonna e le opere sue, quando nel 1840, andando a nozze la principessa Teresa Colonna col principe Alessandro Torlonia, il noto letterato ed archeologo P. E. Visconti curò l’edizione delle rime secondo manoscritti ed autografi romani. L’edizione di gran lusso, impressa su carta portante in trasparenza gli stemmi delle due case, a pochi esemplari e fuori di commercio, fu riprodotta nel 1860 dal Barbèra a Firenze e divenne così più universalmente conosciuta; ma ciò non toglie che, a parer nostro, molto sia da fare intorno queste rime, tuttavia in gran parte di non facile intelligenza. L’edizione romana non porta correzioni alle edizioni vecchie, ma le muta radicalmente, tanto che si può dire che le rime non sono più quelle. Basti riportare qui la prima quartina del primo sonetto, così impressa nelle edizioni vecchie:

Scrivo sol per sfogar l’interna doglia
Ch’al cor mandar le luci al mondo sola
E non per giunger luce al mio bel Sol
Al chiaro spirto, a l’onorata spoglia.

dove il secondo verso non è certo di facile intelligenza. L’edizione romana muta così:

Scrivo sol per sfogar l’interna doglia
Di che si pasce il cor, ch’altro non vuole,
E non per giunger lume al mio bel Sole
Che lasciò in terra sì onorata spoglia.

e così da per tutto. La quartina si capisce bene così mutata e gli editori (poichè il Visconti non fu solo, ma ebbe con sè un illustre purista che pizzicava di poesia) protestano che si deve legger così, perchè così è scritto nei manoscritti. E sia, benchè qua e là sorga spontaneo il sospetto di qualche rabberciatura modernissima, ma ad ogni modo anche nell’edizione romana sono delle oscurità, delle arruffature, degli indovinelli non così felicemente corretti come nella quartina qui sopra. Ci pare dunque che un lavoro accurato sul testo delle rime sia oramai necessario, e che lo si debba fare con maggior severità e diligenza che non si usasse quarant’anni addietro anche dai migliori. Intanto è forza contentarci di quel che abbiamo.
Le rime migliori della Colonna sono le sacre. Il petrarchismo è troppo sfoggiato e un po’ affettato nelle rime in morte del marito, mentre invece gli affetti religiosi fortemente e profondamente sentiti dalla poetessa sono resi con più caldo ed efficacia. A questi giorni pochi hanno il coraggio di legger seriamente una raccolta di rime spirituali, e davvero non sapremmo dar torto a chi cerca di meglio. Ma quando la religiosità non è di quella ipocrita o vigliacca che ora si maschera da cristianesimo senza esser altro che o romanismo retrogrado o superstizione imbecille; quando si tratta di cercare l’aspetto intero di un’anima come quella della Colonna o di un secolo come il XVI, si leggono anche rime spirituali. Così oltre ai pregi letterari dell’opera si discerne anche l’imagine vera dell’autrice e del suo secolo.
Gaspara Stampa ci spiega la sua poetica dicendo:

… se talvolta vo spiegando in carte
Oscure e basse qualche mio martire,
Amor che me lo dà, dammi anche l’arte.

parafrasi incosciente del dantesco io mi son un che quando, ecc., ed espressione vera dell’arte della nostra poetessa. L’imitazione petrarchesca non soffoca quasi mai il calore dell’affetto che troviamo vivace anche quando cambia il modello dell’imitazione, anche quando, nel capitolo III ad esempio, la poetessa ricorda le eroidi ovidiane. Gli è che l’amore della Stampa non era un platonismo trascendentale, ma carne della sua carne e sangue del suo sangue. Dice quel che sente, con poca arte, ma molta efficacia, e la naturalezza e la verità sono le sue doti maggiori. Qualche volta rade con le ali il suolo, di rado si leva a voli sublimi e lontani, ma si libra sicuramente nell’aere suo, che vibra di affetto e di passione. Alle volte i suoi sonetti paiono lettere amorose nelle quali si duole (Sonetto CXXXIX) di non ricevere risposta e null’altro; ma c’è sempre un palpito di vita che non hanno mai i frigidi petrarchisti suoi contemporanei. La stessa audacia del concetto del canzoniere è mirabile, e da Saffo a lei, nessuna giovanetta aveva osato cantare liberamente un amore privo della consacrazione sacramentale. La stessa fiacchezza delle poche rime sacre fa risaltare vie più il calore, la sincerità delle amorose; e crediamo di non andar molto lungi dal vero stimando che, in queste ultime, la Stampa superi d’assai le altre poetesse.
Della Gàmbara poche rime ci restano, ma sufficienti ad attestare del suo ingegno. Delle tre è forse quella che possedette meglio l’arte, nè mai procede involuta come la Colonna o bassa come la Stampa. Meno soggettiva delle altre, rende con facilità le impressioni esterne e con chiarezza le riflessioni di una filosofia piana e melanconica. Le sue migliori rime sono le ottave, dove veramente è qualche cosa della limpidezza cristallina dell’Ariosto, qualche alito della freschezza del Poliziano. Se nella sua vita ordinata ed intesa alle cure del principato e, più che tutto, alla fortuna de’ figli, fosse entrata qualcuna delle tempeste che agitarono il cuore della Stampa, se in lei più che la ragione avesse dominato la passione, forse nessuna poetessa e pochi poeti avrebbero potuto agguagliarla.
Tutte e tre queste autrici sono veramente eccellenti tra quelle del tempo loro e ben degne della fama che ottennero. Unite qui assieme, parlano ora alle nostre donne ammonendole che non è vero quel che si dice della inferiorità femminile. Il cattolicismo ebbe bisogno di un Concilio, quello di Macon ricordato da Gregorio di Tours, per riconoscere che la donna appartiene alla specie umana. La società moderna non avrà bisogno che d’ispirare alla donna la pertinacia e la tenacità al lavoro intellettuale per farne l’uguale del maschio anche nel sudato campo delle lettere.

Uniamo alle rime delle tre gentildonne anche quelle d’altri a loro dirette, o che, come quelle di Collaltino, di Vinciguerra da Collalto e di Baldassare Stampa, hanno stretta attinenza col contenuto del libro. Il quadro riesce così più completo e non dubitiamo che i lettori e le lettrici, alle quali specialmente ci dirigiamo con buona speranza, vorranno sapercene grado.

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