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Gaetano Sangiorgio – Le tre valli della Sicilia

EText-No. 22506
Title: Le tre valli della Sicilia
Author: Sangiorgio, Gaetano;1910;1843
Language: Italian
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EText-No. 22506
Title: Le tre valli della Sicilia
Author: Sangiorgio, Gaetano;1910;1843
Language: Italian
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EText-No. 22506
Title: Le tre valli della Sicilia
Author: Sangiorgio, Gaetano;1910;1843
Language: Italian
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EText-No. 22506
Title: Le tre valli della Sicilia
Author: Sangiorgio, Gaetano;1910;1843
Language: Italian
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EText-No. 22506
Title: Le tre valli della Sicilia
Author: Sangiorgio, Gaetano;1910;1843
Language: Italian
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Agostino Ricchi – I tre tiranni – Commedie del Cinquecento

EText-No. 34639
Title: I tre tiranni – Commedie del Cinquecento
Author: Ricchi, Agostino
Language: Italian
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EText-No. 34639
Title: I tre tiranni – Commedie del Cinquecento
Author: Ricchi, Agostino
Language: Italian
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EText-No. 34639
Title: I tre tiranni – Commedie del Cinquecento
Author: Ricchi, Agostino
Language: Italian
Link: 3/4/6/3/34639/34639-0.zip

Emilio Praga – I tre amanti di Bella

I

La stanzuccia di Steno stava accosciata in alto
di un palazzo affittato da un ebreo di Rialto;
palazzo in cui da secoli i topi son signori,
e che allora un patrizio, roso dai creditori,
avea, dopo molto esitare, esitato,
dicendo: va la casa, ma mi resta il casato.

Però il dì della vendita l’aule antiche degli avi
cigolando gemettero dalle tarlate travi:
gemettero d’angoscia, giacché una legge arcana
affratella le cose alla famiglia umana.
Si ricordano, e serbano l’orror della mitraglia,
nel desolato aspetto, i campi di battaglia;
certi monti han profili beffardi e minaccianti
perché memori ancora del passo dei giganti;
sospira al re lontano il velluto dei troni,
e alle nonne defunte pensano i seggioloni;
sicché il vecchio palazzo di cui vi parlo adesso
sul torbido canale pianse il passato anch’esso.
E le quattro cariatidi curve sotto il balcone,
e i putti che coll’ali sostengono il blasone,
bassorilievi e fregi lombardi e bisantini,
d’antiche gesta memori e di antichi quattrini,
presero l’aria cupa di un popolo di sasso
che più non sappia illudersi su questo mondo basso;
e il Dio delle leggende, nella facciata nera,
profeta malinconico, piantò la sua bandiera.

Oh le feste di un tempo! Conviti e serenate
e variopinte gondole alla soglia affollate!
Quando dame e patrizi, fanciulle e cavalieri,
giungevano al palazzo con paggi e trombettieri,
a esilararsi l’animo dalle cure di Stato
tra mantellini serici e gonne di broccato;
a sfoggiar la ginnastica delle battaglie mute,
degli sguardi fatali, delle parole argute;
ad affrettar l’arrivo della gioconda bara,
tra una botte di Cipro e una sembianza cara!
Dove, più di una volta, il vecchio senatore,
per il giurato premio di una notte d’amore,
vendette alla bellezza il suo voto in Consiglio;
dove il capro e la volpe, la tigre ed il coniglio,
piume al cappello e spada al fianco, in giubba o in manto,
in toga o in armatura, riso celando o pianto,
le labbra tormentavansi e si rompean le mani
in proteste di affetto svanito all’indomani;
dove, bersaglio agli occhi, ai motti ed agli inchini,
era passato, bello di gloria, il Morosini;
dove intorno al damasco dei tavoli seduti
delle nuove d’allora cianciavano i canuti:
narravano Cromvello pensoso e turbolento,
e il papa Rospigliosi pacifico e contento;
come, amando una patria, cadeva il re Sobieschi,
e amando una regina, periva il Monaldeschi;
questo ed altro narravano, mentre in crocchi geniali
le matrone alla moda leggean le Provinciali.

II

Era il buon tempo. Il Fauno, guardia del porticato,
fu la più mesta vittima dello splendor passato;
egli che nel marmoreo malinconico cuore
una notte ricorda di gioia e di dolore,
in cui, fra il lieto stuolo per la soglia accorrente,
una vaga fanciulla, pallida, sorridente,
dal padre inosservata staccossi, che volgea
parlando a un Mocenigo, su per l’ampia scalea,
e accanto al piedestallo fermossi, curïosa
e tranquilla, a osservare la sua faccia rugosa.
I begli occhi profondi, le nudità seguendo,
di uno scultor di Rodi artifizio stupendo,
avean finito a spingere una mano affilata
a palpargli le vertebre della schiena curvata…
Mai, dopo i colpi arcani del divino scalpello,
gli avea concesso il mondo un istante più bello…
L’angelo sparve. All’alba ripassò, ma un piumato
cinquantenne patrizio le camminava al lato,
e, assorta nel colloquio, dimenticò la schiena
tutta per lei di elettriche scintille ancor ripiena.
Povero Fauno! e in estasi, già da due lustri, aspetta
che ripassi per l’atrio la bella giovinetta;
ed ogni notte, quando batte a San Marco l’ora
che la conobbe, ei freme sull’ampia base ancora,
dalle piante caprine fino all’irsuto mento,
come uno stel di mammola che si dimena al vento;
e intanto donna Bella, la fanciulla curiosa,
di messer Diego Alvaro già da due lustri è sposa.

III

Quando entrò nel palazzo l’Ebreo conquistatore
tutto mutò sembianza, tutto mutò colore,
e all’amante di sasso crebber le noie e il danno.
Tra le colonne, intorno al piedestallo, or stanno
casse di sego, mucchi di corde e chiodi usati,
arazzi e vecchi mobili ghermiti o sequestrati,
bottiglie senza tappo, vecchi stocchi sguarniti,
pelli e corna di buffalo e ermellini ammuffiti,
libri venduti all’alba da un notaio balzano,
e la sera mutati in vetri di Murano;
qui, ammonticchiati al prezzo di un bacio o di un ducato,
la gonna della vedova, l’assisa del soldato;
qui un po’ di tutto e un tutto di niente, a sbalzi, a caso
arraffato dall’ugna della miseria, e al naso
della beffarda Usura, fior della fame, offerto!

Quanto agli appartamenti per molti giorni incerto
fu il novello padrone circa modum tenendi:
eran tappezzerie, candelabri stupendi,
tele piene del genio di seppelliti artisti,
dei poveri antenati ambizïosi acquisti…
Rividero il sereno venduti al forastiero;
e quel giorno gli scheletri piansero in cimitero,
gli scheletri obliati dei divini pittori,
cui certo un dì non s’erano pagati che i colori,
mentre l’ebreo, felice dell’oro conquistato,
d’esserne debitore ai morti avea scordato,
né un pensier, né una lagrima, né un fiorellin soltanto
avea, passando a caso, gettato in camposanto.
Fatto il vuoto, divise l’aule immense e i saloni,
come se li allestisse per nidi di piccioni,
in camerette anguste, in stanzuccie pigmee;
lamentandosi molto che Bacchi e Citeree
e Silfidi ed Amori, sulle volte dipinti,
non si potesser vendere perché alla calce avvinti.
Si vendicò tagliandoli coi muri a centellini,
e dandone una parte a tutti gli inquilini.
E qui vedi una Venere che ha la bella sembianza,
le braccia e il seno eburneo nella vicina stanza;
qui il piè di una baccante e là sbuca una cetra,
poi del fanciul terribile un piede e la faretra,
poi Giunone che al laccio della parete appresa
ha l’ala azzurra e piangere ti sembra dell’offesa.
Un tal del primo piano cui toccò in sorte parte
di un’imagine nuda che non vo’ porre in carte,
lagnossi al proprietario e voleva andar via;
l’ebreo gli rispondeva: “Questa è un’allegoria,
l’ha pinta il Tintoretto, è un egregio disegno”
e l’altro a replicargli: “Fu un pittoraccio indegno!”.
Più di una vecchia cabale astruse avea cavate
numerando le membra sul capo suo librate,
e quando un mendicante che stava al quinto piano
vi fu trovato morto col suo rosario in mano,
“Io bene, io ben sapevalo – ronzava una donnetta –
quella nicchia portava la cifra maledetta,
tra braccia e gambe e piedi e dita bianche e scure,
le ho ben contate un giorno, son tredici pitture!”.
E più il povero Ebreo non l’avrebbe affittata,
se Steno, il giovinetto dall’aria sventurata,
dal crin lungo le spalle cadente in brune anella,
non l’avesse, bizzarro caso, trovata bella,
quando seppe che dentro v’era stato il becchino.
Steno vi prese alloggio quello stesso mattino.

IV

Puri amor che crescete nell’ombra e nel silenzio,
terrene ambrosie fatte di cicuta e di assenzio,
genuflessioni d’anime dall’idolo ignorate,
voti, carezze, amplessi, lagrime prodigate
all’idea d’una donna, amor senza speranze
eppure amor capaci di profonde esultanze;
che non chiedete l’obolo a Lei pur di un sorriso,
di uno sguardo che certo sarebbe il paradiso,
e taciti, rodendo il cor che vi contiene,
valicate con esso alle spiaggie serene;
puri amor che in silenzio e nell’ombra vivete,
oh non cosa mondana, amor d’angeli siete!
E certo in ciel si compie una giustizia: Iddio
premia le spente vittime del lutto e dell’oblio,
e ripara e punisce le cecità mortali,
e i rossor non veduti e i disprezzi fatali,
accoppiando le belle ignare ispiratrici
agli amanti che in terra fur timidi e infelici!
I castighi, là in cielo, son castighi d’amore.

V

Bella dama che uscite dal tempio del Signore,
cui sta ancor forse un’ave sulle labbra vagante,
bella dama, col viso pallido e l’occhio errante,
senza saperlo, adesso l’elemosina fate:
quell’occhio vagabondo due pupille ha scontrate,
quel pallor senza nome le innondava di cielo.
Oh non troppo correte, non abbassate il velo!
L’uomo ignoto che segue, come un povero cane,
i passi onde intrecciate le vostre corse strane,
che per baciar la terra dove l’orme ponete
salirebbe una croce e vi morrìa di sete,
che toglierebbe il serto di fronte alla doghessa
per deporvelo ai piedi quando siete alla messa,
è un timido poeta, né vuol né chiede nulla.
La Musa e la Sventura che l’han raccolto in culla
gli fur madri operose : giovane ancor, vent’anni!
Gli eran compagni i dubbii, le noie e i disinganni…
Oh i suoi canti! caligini cosparse di faville,
raggi erranti nel buio come fatue scintille…
Se voi li conosceste!…
Bella, pura, felice
gli appariste una sera, inconscia amaliatrice,
e rinnegò dolori e disinganni e noie,
e la vita gli apparve tutta piena di gioie!
Oh come attese il sole quella notte, vegliando!
Come accolse il suo primo raggio soave e blando!
O sol! punta spietata fitta alle nostre reni,
se chi è stanco di passi a risospinger vieni,
a gridargli: sei vivo, su la croce, cammina!..
Quando porti a un felice la candida mattina
apparenza di Dio verissima! Da un anno,
bella dama, i pensieri del giovinetto stanno
intorno a voi, dì e notte : la sua delizia è questa :
possedervi sarebbe, lo so, più allegra festa;
a lui basta vedervi qualche poco: la sposa
siete di un vecchio illustre e l’amica pietosa,
tale vi crede il mondo, e tal, nell’ombra, ei v’ama.
Ma lontana dal tempio è già la bella dama.

VI

– Di chi è quella casa? Dimmelo, vecchio.

– Quella ?
– Dove è entrata una donna. . .
– Affé, la è una storiella
che mi chiedete, o Steno, pericolosa alquanto;
ma se voi mi giurate. . .
– Parla per il tuo santo!
– Vi si è allogato un ricco cavalier di Ferrara,
e vi tien da più giorni gran tripudio e bambara,
fuorché nell’ore in cui quella dama…
– O Signore!
– Lo viene a visitare… è una storia d’amore.-

VII

Lettor, che bella notte! La luna è argento fino,
le nuvolette invece son zaffiro e rubino;
come tiepida è l’aura, come tutto riposa!
Oh l’antica repubblica come dorme! La sposa
dell’Oceano stanotte si rifiuta all’amplesso,
e il mar, senza rampogne, s’è addormentato anch’esso.
Però veglian gli amanti ; odi la serenata ?
Già sospirato ha il fiauto, la ghitarra è intonata,
e la gondola, nido d’affetto e di armonia,
lungo il buio canale lentamente s’avvia.
Senti il dolce motivo e le dolci parole:

“Io son come la zànzera
intorno al candelabro:
mi struggo a un vago raggio
di neve e di cinabro!”.

“Sporgi al veron la candida
faccia che m’innamora,
quelle due labbra rosee
fa’ ch’io le vegga ancora!”.

“Io son come la nuvola
che assorbe il sol d’estate:
dileguerò guardandoti,
e morirò di occhiate…”

Luna, vedi due lagrime cader silenti e sole?
Tu le illumini in cima di quel palazzo tetro,
e forse le supponi il scintillar di un vetro…

“Sporgi al veron le piccole
mani, una sola almeno,
e sembrerà un miracolo
di più nel ciel sereno”.

“E vincerà, bell’idolo,
le stelle del Signore
se mi farai, schiudendola,
la carità di un fiore!”

“Io son come il famelico
che muor sotto la reggia…”.

L’una, mentre la musica, sull’acqua che nereggia,
lenta lenta svanisce, il tuo raggio balzano
ha illuminato un fauno di sasso in modo strano;
forse è il vento che move dall’azzurro ove siedi…
si dirìa che la statua trema dal capo ai piedi.

VIII

– Chi scelse a battezzarti questo nome divìno,
mia piccola Contessa, fu un vate o un indovino?
– Il mio nome di Bella!… furon due tristi cose,
il tempo e l’abitudine…

– O viole, o gigli, o rose,
o piume di colibrì, raggi di sole e note
che i serafini cantano sul carro di Boote,
voi che, il dì delle Palme o il dì della Madonna,
vi congiungeste in cielo per crear questa donna,
perché stillar lasciaste sulle sue guancie altere
tanto pianto di notti, tanto rossor di sere ?. . .
Oh sorridimi… e serba questo volto allibito
per le ineresciose veglie del tuo vecchio marito:
ridi, canta, folleggia, perdio! l’amante io sono,
e voglio il lieto amore, la celia e l’abbandono!
– L’abbandono!… dicesti un’orrenda parola!
– Orrenda ?

– Dopo i nostri deliri, quando sola
resto, o Lionello, e ancora t’ho col pensiero accanto,
né ancor giunto è il rimorso, né ho ancor pregato e pianto,
lo sai tu che mi avvenga?… A lungo in queste braccia
bacio e ribacio e ammiro la tua superba faccia…
– Angeli del Signore!

– Ma è breve il dolce inganno:
le tue forme sciogliendo lentamente si vanno…
Pensa, questo palazzo è così buio e tetro!…
Tu Lionello allora, tu diventi uno spetro,
uno spetro che fugge, che mi fugge lontano,
ed io tento seguirti e ti richiamo…invano;
lo spetro è innamorato di un’altra donna!

– Effetto
di queste cupe stanze: da spetro a cataletto
il passo è breve! Il conte che qui ti ha seppellita
di questi vani incolpa terror della tua vita;
oh foss’egli uno spetro davver!
– Taci!

– Sul mare
conosco un’isoletta,e te la vo’ narrare:
è un giardino,vi cresce il banano e la palma,
la vita vi è delizia, lusso, sorriso e calma,
e non vi son mariti né consiglio dei Dieci;
L’amor libero e santo, e Iddio ne fan le veci…
Spira vento propizio, fidato ho il gondoliere,
qui le notti son buie, ed io son cavaliere…
Bella! –
E tacque. La dama guardava il giovinetto,
fissamente, e dai fregi del serico corsetto
la sua candida mano da un tremito agitata,
traeva una medaglia di gemme tempestata.
V’era pinta una veneta faccia, seria, canuta
che due grandi occhi apriva fra una carne sparuta,
e, in quel piccolo avello fatto d’oro e d’argento,
pareva dir: son morta, ma veggo ancora e sento.
– É mia madre…-

E la voce somigliava un sospiro,
e una lacrima cadde.
Oh anch’io piango,e vi ammiro,
povere creature, olocausti d’amore!
O lotte del pensiero, e vittorie del cuore!
Misterïosi lutti nell’anima celati,
mentre carezze e baci son dati e ricambiati,
mentre il delirio canta le magiche canzoni,
mentre il corpo tripudia nelle immense oblivioni!

Donna Bella a che pensa ?… Oh le forme divine!
E la è degna cornice quel suo profondo crine!
L’occhio è azzurro di cielo, il labbro è rosa viva…
Oh come in un baleno tutto il volto si avviva!…
– Lionello, Lionello!

E allor fu un’epopea.
Come se fosse d’angeli quella coppia splendea;
e Dio certo, vedendola dall’alto, perdonava…
Ma in terra era caduto il ritratto dell’ava.

IX

L’uscio tarlato e nero chiuse a doppia chiave,
e al chiodo che pendeva da una sconnessa trave
sorrise come al volto di una donna amorosa,
o alle socchiuse foglie di un bottoncin di rosa.
Poi da un angolo trasse una corda sottile,
milionesima parte d’una che in campanile
dimagrò stiracchiata da un monaco scortese,
ora saran tre secoli morto di mal francese.
L’attortigliò, la strinse, montò, l’avvinse al chiodo,
e poi la smunta faccia, muto, cacciò nel nodo…
Ma in quellistante il sole ruppe una nube in alto,
e un raggio immenso il mondo scese a baciar d’un salto.
Fu il cader di una maschera, cieca, stonata, abbietta,
che discopra una pura faccia di giovinetta;
tale il mondo sorrise e le faccie mortali,
chine ai libri o alla mota, confitte ai capezzali,
dal pianto affaticate, o róse dalla noia,
guardaron tutte in cielo e risero di gioia.
L’uomo che si appiccava gettò la corda e, come
chi, mentre altrove è assorto, sente chiamarsi a nome,
alla finestra corse, cacciò la testa fuori,
tra due piccoli vasi di sitibondi fiori,
e immobile restovvi.

Di nubi accavallate
scorrean cime e voragini, a trotto, a volo, a ondate,
e un passero, tranquillo sotto l’orrenda scena,
lieto osservava i piccoli figli seduti a cena
nel niduccio ravvolto alla vicina gronda;
e, se avesse cantato il caso di Ildegonda,
di più soavi trilli non avrebbe guaito,
tra i fumanti comignoli, la molle eco del sito.

X

Il ciel rasserenavasi: bella, superba e sola
la faccia del pianeta splendea da Chioggia a Pola;
una striscia d’argento che dal canale uscìa
e dritta, aguzza, immobile,in alto mar svanìa,
pareva una gran spada brandita da Cagliostro
contro l’ascoso ventre di qualche immenso mostro;
San Marco circondavano i voli dei colombi,
qualche gufo, fiutando, roteava sui Piombi,
e in aria si incontravano comandi di nocchieri,
urli di ciurme e strofe di allegri gondolieri,
canzoni della pesca e nenie del bucato:
tuttociò, lungamente rifuso e trasformato
a furia di sbadigli e di malinconie
dai poveri impiegati delle Procuratie,
arrivava sull’alta finestra al giovinetto
da quel sole improvviso rapito al cataletto.
Egli era sempre immobile fra i due vasi languenti,
non so se contemplando l’aspetto dei viventi,
come re Carlo Quinto dalla socchiusa bara,
o bevendo il viatico di una memoria cara.
Certo aveva la febbre, ché non udì la porta
cader sotto un gran calcio, e la sembianza smorta
non rivolse che all’urto di un cavalier piumato
che, chiamandolo a nome, gli sorrideva allato.

XI

– Tu, Lionello ?
– Steno!
– A Venezia, Lionello?
– Abbracciami, collega…
– Dammi un bacio, fratello!
– Ma chi ti disse…
– Il tetto dove attaccasti il nido?
Me l’ha insegnato un vecchio che tien bottega al lido;
fu caso: fra i suoi libri presi un Catullo in mano,
tu sai quant’io l’adoro quel peccator romano!
Lo tengo sempre meco; ma un ultimo esemplare
che avea comprato a Siena, lo diedi al mio compare;
or contrattando questo, perché oltremodo usato,
(Il libro è come il fiasco, mi piace impolverato)
v’è che vi leggo un nome…
– Il mio…
– Siam sempre al verde ?
– La vita…
– É un giocherello!
– Chi guadagna e chi perde!
– Via, ma vendere un libro che non costa un ducato…
– Erano quattro giorni ch’io non avea pranzato!
– Eppur Catullo in ghetto per desinar non vale;
o che gli hai dato a braccio Virgilio o Giovenale?
– Erano usciti prima,usciti in processione,
un dopo l’altro, tutti…
– Il tuo bel Cicerone ?…
– Eccolo –
E si toccava la giubba di velluto.
– Davver non lo ravviso, gli nego il saluto.
E le sante Pandette?
– Eccole –
E gli mostrava
due guanti in un cantuccio.E l’altro sghignazzava:
– Così calzano meglio…
– E quel tuo Quintiliano
legato a ghirigori ?
– É adesso il mio pastrano…
– Tu hai tutta quanta l’aurea latinità sul dosso!…
Ma, dimmi,è anch’esso un classico questo bel nastro rosso ?
– Ah! l’avevo scordato!…

E, toltolo dal collo,
dall’aperta finestra mestamente lanciollo.
– Povero mio, m’accorgo che tu sei sempre quello!..
– Ti mutasti tu forse? –

XII

Era un gaio cervello
già di togate zucche nella dotta Bologna,
e di dottori in fieri la gioia e la vergogna;
gran rompitor di ciotole, gran maestro d’imbrogli,
Satana dei mariti e Messia delle mogli,
gettando nell’azzurro degli inconsci trent’anni
la fortuna di Rolla e il cor di Don Giovanni,
vivea la vita come può viverla un uccello,
in aria, a caso, a voli dal fiore all’arboscello,
immemore del prima, del dopo indifferente,
pigro, annoiato, strano, volubile e innocente.
Solea dir d’esser nato alla vita mondana
dall’abbraccio di un diavolo con una Dea pagana;
però a far certo il prossimo d’essere un grande infame,
lo credereste? a volte patito avea la fame
per dar l’ultimo scudo a un cieco o a un saltimbanco
Vivaddio! colle piume in testa e il ferro al fianco,
in quel tempo di balde e facili avventure,
di follie malinconiche e di allegre paure,
vi giuro, o mie fanciulle, che, con vostro permesso,
diverso come or sono, stato sarei lo stesso!
Ora tutto è svanito! e ( perché nol direi? )
i nostri dì son tetri senz’essere men rei;
nel lenzuolo del Solito sepolta è l’avventura;
il bardo e il cavaliero davanti alla Questura
in ginocchio han deposto il brando e il colascione;
il motto erra sul lastrico del popolo padrone;
tolto è all’oro il tripudio delle superbe offese,
tolta al vulgo la gloria delle balzane imprese;
della Corte d’Assise Baiardo è un latitante,
e Fanfulla è un evaso dal medico curante;
si è sicuri e difesi, si è posati e dabbene,
parliam di colti allori e d’infrante catene,
ma interrogate il cuore di tutti, ad uno ad uno,
e troverete un viscere d’aria e d’amor digiuno!

XIII

I due colleghi a braccio camminavano; Steno
come un uom strascinato, l’altro franco e sereno.
– Dunque c’entra un rivale?- diceva il Ferrarese,-
firmagli il passaporto per un altro paese,
ammazzalo! la bella s’anco diggià non t’ama,
ti adorerà pel colpo della tua nota lama.
Le son fatte così; vesti un abito strano,
accoppa un galantuomo e, se sei bello e sano,
gli è più che basta, tutte ti apriran cuore e alcova!
Credi a me…
– Il tuo consiglio al caso mio non giova.
Fosse domani sola, libera e innamorata,
più non saprei svelarle la mia fiamma ignorata.
– Ti conoscea poeta, non ti credevo un pazzo…
– Io la donna sognai non creta e non sollazzo!
quella, il cui nome al labbro non mi verrà giammai,
era il simbolo puro dell’idea che sognai;
tu dubiti che m’ami?… forse ch’io mai le dissi
uno solo dei cieli, uno sol degli abissi
in cui per lei travota è la mia vita?

– E come
se di te non conosce che la faccia ed il nome…
– Veder la sua da lungi e lei nomar da solo,
perché i santi entusiasmi desse a’ miei versi e il volo,
ciò mi bastava! adesso… i miei versi morranno!
– No, perdio! finché io vivo vivranno e ben vivranno!
Senti, Steno, ho molto oro, noi siam vecchi all’usanza
di mettere in comune penuria ed abbondanza;
ci rifarem la cara gioventù di Bologna…
Tu ti sei rovinato, non averne vergogna,
sì, rovinato fino all’inedia, o poeta,
per seguir di cotesta tua fatua cometa
il corso fra le stelle che le girano intorno;
la cometa si è scelto un astro in Capricorno…
Disperarci per questo? Eh son tante le stelle,
che per una è da ciuco il perderci la pelle…
Ma, a proposito, diavolo! una or io ne scordava…-
Steno senza far motto l’amico seguitava.
– Volgiamo a manca.
– Dove mi conduci?
– A un negozio
cui ti potrai rivolgere ne’ tuoi momenti d’ozio-

XIV

L’occidente era in fiamme e Venezia imbruniva.
Qua e là per le finestre qualche face appariva,
errante, come in mezzo a una carta abbruciata,
dai pargoli ridenti sul focolar gettata,
quelle ultime, vaghe, fantastiche scintille
che sembrano una ridda di monachine brille.
L’acque oscure parevano assetate di foco,
e fiaccole e lanterne, accese a poco a poco,
vi prendevan la forma delle cose succhiate.
Le galere di Cipro e di Morea, poggiate
sull’ancore, dormivano sonno cupo e solenne;
e pei fitti cordami delle vetuste antenne,
qual per entro ai capelli di sognanti titani,
certo correan fantasmi di naufraghi ottomani,
col petto ancor squarciato dalla punta dei rostri.
Era l’ora che i bimbi han paura dei mostri,
e, a non vederli, il capo caccian sotto le coltri.

XV

– Che orrendo androne è questo per cui vuoi che m’inoltri?
– Seguimi.-
Proseguirono per l’aer pesante e buio.
Steno sentia qualcosa d’arcano intorno; il buio
gli impedìa di vedere. Ma cogli occhi dell’alma
vedeva. In quella tragica, misteriosa calma,
giacean creature umane al suolo; o addormentate
o speranti nel sonno; certo stanche e affamate.
si udivano respiri affannosi; talvolta
lo scoccare di un bacio ( qualche donna travolta
dalla miseria in mezzo a quello stuol di oppressi,
per mercarne le brame, o per morir con essi );
E forse tra le immonde capigliature, oh cosa
triste! stavano avvolte pur le guancie di rosa
di qualche bambinello, nato a far dolce il nido
della povera madre, e che doman sul lido
stenderà le manine alla folla ciarliera,
e comporrà le labbra alla prima preghiera
per cercar l’elemosina!

– È ben cotesto l’uscio;
ma, a quel che sembra, l’ostrica s’è già chiusa nel guscio.
Berenice! eh, la vecchia! È il cavalier Lionello
che vi chiede l’onore di entrar nel vostro ostello!
Vedrai, Steno, una reggia… ehi la grama vecchiaccia!
Non son uso ad attendere per veder la tua faccia;
apri o getto la porta! –
Pur nessuna risposta
Come al vento d’autunno una tarlata imposta,
sbadatamente chiusa da un mandriano in viaggio,
tal quella porta offerse a un urto sol passaggio.
Entrar, ma tosto colti da ribrezzo improvviso,
retrocessero. E Steno: – Santi del paradiso!
È una tomba cotesta che scoperchiasti!..
– Taci;
questa lanterna cieca val candelabri e faci,
ma non qui fuor. Rientriamo e chiudi ben la porta .
– Impossibile.. questo è odor di cosa morta…
– Avanti, avanti… –
L’altro lo seguì nello scuro.
– Una mano alle nari, tienti coll’altra al muro,
e non temere; è rnorto certo il gatto di casa.

XVI

Ed apre la lanterna. La luce che n’è evasa
saltellando si posa su quattro basse mura,
dove leggonsi cifre di magica scrittura,
e pendon croci e teschi e cappelli di preti;
pur nessun che respiri fra le strane pareti.
Ma Lionello ha nell’angolo scoperto un seggiolone:
– È là che dorme; andiamola a svegliar colle buone;
tien tu il lume. –
E accostatisi, la man del cavaliere
piano piano la testa scosse che, in bende nere
stretta, e china su un mazzo sparpagliato di carte,
parea sognar. Toccata, cadde dall’altra parte,
lugubramente. E un soffio esalò dalla salma.
La carogna turbata par che riacquisti un’alma;
il fetore che l’abita vuol la quiete profonda:
se lo tocchi, s’ingrossa, come il verme, e t’innonda.
– Deponi la lanterna e aiutami; la vesta
mi convien perquisirle…
– Ma chi è dessa?
– Cotesta
tu già un’allegra e vaga cortigiana spagnuola
esperta all’Ars amandi più di Ovidio; ora, sola
e vecchia, gironzava per le strade e le piazze
e stendeva la mano alle belle ragazze.
Queste per elemosina vi lasciavan cadere
un foglietto di carta… pel damo o il cavaliere,
e talor pel sicario. Questa vecchia, mio caro,
rinchiude più segreti che messer Diego Alvaro
Consigliere dei Dieci, te lo dice Lionello,
e fe’ più matrimoni che il Patriarca,
quello che li fa là in San Marco. Tienle un po’ il braccio alzato…
Ecco già un bigliettino… senti s’è profumato! –

Un mite odor di viola si diffuse.

– Leggiamo. –
“Se tu o vedi gli dirai che l’amo,
che l’amo ancora come ai primi dì;
che nei languidi sogni ancor lo chiamo,
lo chiamo ancor come se fosse qui.
“E gli dirai che colla fé tradita
tutto il gaudio d’allor non mi rapì;
e gli dirai che basta alla mia vita
l’ultimo bacio che l’addio finì!

“Nessun lo toglie dalla bocca mia
l’ultimo bacio che l’addio finì!…
Ma se vuoi dargli un altro in compagnia
digli che l’amo e che l’aspetto qui”. –
– Questa donna ti giuro che per me non farebbe:
la dev’essere un ninnolo di miele e di giulebbe;
amo le forti, e tu? Ecco un altro messaggio:

“Doman, Lenuccia mia, gli è dì di festa,
e il mio padrone è ammalato a palazzo.”
Nella sua gondola
vuoi che usciam bellamente in Canalazzo?

“Mi adatterò la sua parrucca in testa,
ne porterò la spada e il giustacuore,
le piume, i ciondoli,
e l’amante parrai di un senatore!

“L’anima ho piena di versi rimati,
e porterò con me la mia mandòla:
parole e musica ti alletteran come una cosa sola!
. . . . . . . “.

Leggiam quest’altro –
“Il bimbo
viaggia in fondo al mare
e l’alma sua nel limbo…”.

– Infamia!

– Oh Lionello, usciam da questo orrore!
Ho la testa che bolle, e mi si spezza il cuore;
certo un malor ci aspetta…
– Un malore! t’inganni.
Qui un biglietto mi attende per cui darei vent’anni
di sonno e di bagordi… eccolo!… affediddio,
viva la Berenice! è ben cotesto il mio!
Grazie, povera morta; che il ciel vi ricompensi,
né ai vostri peccatucci il buon Iddio ripensi. .
– Bada, un’ombra è passata sul muro… alcun ci spia.
– Oh fosse un sì che scrive la contessina mia!
– Bada, l’ombra si appressa.
E la lanterna cieca
drizzò alla porta. Videro corne una forma bieca
di cui gli occhi soltanto apparivan.
Lionello ha sguainata la spada.
– Spegni il lume, fratello –
Ma la strana figura s’era già dileguata.
Allor dall’atra stanza, di fogli seminata,
chetamente sortirono; ripassar per l’androne
in cui parea vagasse come un’alta visione
di mister, di delitti, di stanchezza e d’amore,
e rividero il cielo tutto calma e splendore.

XVII

Genti pie che pregate prima di porvi a letto,
non pregate pei morti che stan nel cataletto
non pregate per gli ospiti del tenebrore eterno,
che dal mondo partendo sono usciti d’inferno.
Stesi placidamente e colle braccia in croce,
della sacra Natura ascoltano la voce:
senton la vita immensa che si prepara al sole,
han nei capegli l’umide radici delle viole,
han nei pugni gli steli che diverranno abeti;
i morti nella terra son tranquilli e lieti.
Genti pie che pregate quando la notte cade,
non pregate pei morti che bevon le rugiade,
che si mutano in foglie, che si mutano in fiori;
non pregate pei giunti, pregate pei viatori,
per i vivi pregate quando cade la notte.
E allor che i Mali intorno scaraventansi a frotte,
e par che Iddio dimentichi le misere creature,
come s’Ei pur dormisse nelle sue regge oscure.
Pregate per le madri che aspettano; pregate
per le livide teste nel gioco ottenebrate;
per la donna che stende le braccia all’uomo ignoto,
pel povero poeta, altro prigion del loto,
che assalta il ciel coll’anima che lagrima e fa sangue;
pregate per la turba negli ospitali esangue,
sovra cui, col crepuscolo, peggior dell’agonia,
la memoria s’abbatte e la malinconia;
per gli amanti pregate, scongiurate il Signore,
che creò la Sventura quando creò l’Amore!

XVIII

Benché adorna di pelo molto canuto e raro
era bella la testa di messer Diego Alvaro;
quando uscia dal Consiglio nell’ampia toga bruna,
pareva in lui vivente la veneta fortuna.
Camminava securo, parlava ad alta voce,
era come il leone benevolo e feroce;
l’amor della repubblica, l’amor della sua Bella,
non aveva altre gioie, non aveva altra stella.
Or s’è mutato : attoniti se ne accorsero i servi ;
un tremito convulso, cupo, gli agita i nervi;
non parla più, ma sembra interrogar cogli occhi
chi gli sta intorno; a volte, come se un serpe il tocchi,
balza repente, e corre per le stanze, e si affaccia
agli specchi, e si scruta nella pallida faccia.
Ier prendendo commiato dalla sposa, la mano
così torvo le strinse, e un mormorìo sì strano
lasciò uscir dalle labbra che donna Bella pianse.
Staman, quasi ruggendo, l’anel di nozze infranse.

XIX

– É un sì! – gridò Lionello, e fu un grido sì forte
che rintronò per tutte le taciturne porte
del palazzo affittato dall’ebreo di Rialto.
Certo il Fauno guardava il cavalier dall’alto:
l’eco di quella voce, fra le sue forme desto,
errò nel peristilio, a lungo, oscuro e mesto.
Ma il cavalier, beato come un chierco in vacanza,
gli saltava d’intorno in forsennata danza.
– Stanotte! Ella acconsente… mi seguirà stanotte!
Ah messer Diego Alvaro! le Fondamenta Rotte
vedran sciogliere un legno a insaputa dei Dieci!
Ben n’era certo! e tutto a predispor ben feci:
a quest’ora Consalvo già appresta; donna Bella
finge di coricarsi e rimanda l’ancella…
Grazie! cortese lampada che a legger m’aiutasti.
Scriveremo un poema per narrare i tuoi fasti!
Insiem lo scriveremo, mio dolce Steno, insieme!
Perché a te pur l’amore, perché a te pur la speme
dee ricantar la bella canzon dei dì passati:
va’, raccogli i tuoi versi, saluta i tuoi penati,
e qui mi attendi; un fischio ti avviserà; d’un salto
nella gondola sei, e domattina in alto
mar, sulla mia galera che fugge in Orïente,
al suon della mandola, in faccia al dì nascente,
alla più vaga donna ti inchinerai del mondo!
Solo il vederne gli occhi ti rifarà giocondo;
e poi, giunti al paese là delle eterne rose,
ti sceglierai fra quelle giovanette amorose,
per viaggiar nei piaceri, qualche pietosa stella…
La mia, sappilo, è il sole… é la contessa Bella!-
Tutto ciò in un minuto fu detto, e senza pure
guardar l’altro nel viso, via per le strade oscure
Il cavalier disparve.

XX

Tutti abbiam nella vita
L’ora fatal che resta, come un negro stilita,
sul nostro capo, immobile, finché andiam sottoterra;
l’ora in cui l’uom s’accorge che la pugnata guerra,
le lagrime versate, le sciagure sofferte,
l’ostie fatte coi lembi del cuor, sull’are offerte
del suo triste cammino per questa scabra valle,
eran peso leggero alle sue scarne spalle,
eran foglie di rosa. Da quell’ora (deh! amici
di me non vi burlate perché siete felici!
Essa vi attende al varco, è il fato universale,
il lotto irrevocabile del sempiterno Male)
da quell’ora il suo sguardo è confitto alla mota,
e la tomba è vicina.
Dimmi, pupilla immota,
qual fu per te?… Fu l’ora che conoscesti l’Eva,
e ti impietrì una vipera che un angelo pareva.
E qual per te, fanciulla languente come un’ava?
Fu l’ora in cui la povera tua madre agoninava.
Qual per te, vecchio curvo come un tronco abbattuto?
L’ora che solo, attonito, coi mendichi caduto,
come in sogno fra i passi dei cittadini errante,
il primo obol sentisti nella mano tremante.
E per te, è questa, o Steno!

XXI

Egli è là steso al suolo.
il manto ha già le pieghe del funebre lenzuolo,
la faccia ha già composta, quasi, alla pace eterna;
e negli occhi che immobili affisan la lucerna,
palpitante di fievoli raggi e morente anch’essa,
sembra la arcana calma dell’infinito impressa.
Oh quel raggio di sole, perché giunse in quel punto ?
A quest’ora ei sarebbe un pallido defunto,
obliante e obliato; sarebbe all’ombre sceso
da men feroce strale in meno all’alma offeso!
Veder l’astro cadere dal suo cielo pudico,
perder l’idolo, e perderlo per la man di un amico
che lo strappa all’altare per gettarlo all’alcova!
Oh fu ignobile il gioco, fu d’inferno la prova,
raggio dal ciel caduto quand’ei forse presago,
già avea l’impronte al collo dell’imprecato spago!
E or l’orribile morte pur gli è presso, e nol vuole.
Come ad ebro sospinto in rapide carole,
tutto che ingombra il sordido peristilio traballa
intorno a Steno, orribile famíglia macra e gialla.
Son gli stocchi che guizzano come in mano a ribelli,
son gli arazzi che sembrano ali di pipistrelli;
son le gonne vendute dalle Circi del ghetto
che gli danzano in giro e gli sfiorano il petto;
son le coltri, lasciate dalle tremule vecchie,
che passano, gettandogli vaghe preci all’orecchie;
e in la cupa vertigine, fra le larve e il fetore
delle casse di sego, allo scoccar dell’ore,
oh meraviglia! è il marmo che si muove, è il macigno
da cui sembra svanito il cinico sogghigno,
è il Fauno che si abbassa sulla testa di Steno,
e par dica : – Per piangere, ora ho un compagno almeno!

XXII

Dio che misura il vento all’agnello tosato
perché all’uom non misura, quando il verno è arrivato
de’ suoi dì tempestosi, le bufere del cuore?
Perché, se su lo sterpo inaridisce il fiore,
l’amor non appassisce sotto i capelli bianchi?

Ah, piuttosto una serpe mi si configga ai fianchi
che alloggiarvi il bell’angelo dei celestiali affanni,
quando dal mio battesimo conterò sessant’anni!
Cavalier di ventura cerca castel fatato;
ed è triste ospitare in tugurio gelato
chi fu avvezzo alle fiamme dell’ampio focolare.
Sei vecchio, e chiedi amore, e ti ostini ad amare?
Sei vecchio, e dentro il pugno pur stringi il frutto sacro?
Vuoi che il prete ti trovi, all’ultimo lavacro,
dell’odor della donna tutto olezzante ancora:
Più misero del gufo quando spunta l’aurora!
É il crin biondo del giovane che te al buio rincaccia,
è la sua balda gioia che ti offusca la faccia.
Tu spronalo, dimentica, chiudi gli occhi, ti abbranca
alla maga illusione!… vestal sommessa e stanca,
vegli una figlia d’Eva l’imbiancata ara tua…
E doman, dietro quella, tu scoprirai la sua!

XXIII

Povero conte Alvaro!… ecco ci pensa la sera
(era già ben lontana da lui la primavera
e la volubil ridda delle ore serene)
in cui scoprì la blanda fanciulla, e nelle vene
gli rifluì l’antico nobil sangue, e gli parve
rivedersi d’intorno dell’infanzia le larve,
E che fosse il baleno di un attimo passato
dai lontani, beati dì che già aveva amato…
Ei passò fra i garzoni della fanciulla al fianco,
poscia sentì il profumo del suo bel seno bianco,
poscia baciò la cara paradisiaca faccia,
poi l’ideal creatura si sentì nelle braccia;
ma sempre, e nelle feste quando un altro venia
a invitarla alla danza e insieme a lei sparia;
o alla messa, se alzava dal sacro libro il volto,
e nell’aurata alcova quando, tra il crin disciolto,
vedea nel sonno immergersi la sua pupilla brana,
al chiaror di una lampada mite come la luna;
sempre, ovunque, all’orgoglio, alla dolcezza vaga
del possesso invidiato e della voglia paga,
nell’anima del vecchio mescevansi i pensieri
surti come fantasmi, il primo dì, fra i ceri
della chiesa auspicante alle sue nozze, quando,
dopo i motti latini, il prete venerando
avea detto al bell’angelo : “Voi beata tre volte,
o fanciulla, cui Dio, in un sol uomo accolte
le virtù riserbava di un padre e di uno sposo!…”
Padre!… Padre!… il più augusto dei nomi al vanitoso
vecchio suonò bestemmia e vituperio, e in cori
gli accoppiò, nodo orribile, lo spavento all’amore!…
Or quel prete è sepolto sotto le zolle mute,
e il conte Alvaro, a prezzo dell’eterna salute,
vede, ancor più beffarda, la sua disciolta creta,
e vorrebbe coll’ossa dell’infausto profeta
farsi una clava e correre per il mondo con quella,
inzuppata nel sangue della contessa Bella.

XXIV

Dimmi, santa memoria del mio più dolce amore,
dimmi come a Lionello battea frattanto il core!
Solo colla sua gondola, tacito, palpitante,
attendeva nell’ombra la sospirata amante…
O minuti divini di speranza e dubbiezza,
non vi valgono quelli della secura ebbrezza,
come non vince il sole del meriggio possente
il mite oro onde l’alba inghirlanda l’oriente!
Attendeva nell’ombra, presso la riva, a pochi
passi dal gran palazzo di Don Dïego. I fochi
n’erano spenti; solo da una rossa cortina
un barlume che andava e venìa, peregrina
facella, certamente in mano alla contessa.
S’apre una porticina… alcun ne scende, è dessa.
Un baleno, ed ei l’ebbe nelle braccia.
– Se t’amo!
– Angiol mio!… come fredda…
– Non è nulla, fuggiamo!
– Perché tremi ?…
– Scoperti… ah! è già tardi!-
E svenuta
rotolò dentro il felze.
Or Lionello, t’aiuta!
Tre gondolier stemmati guidano alla vendetta
l’uom tradito… t’ingolfa dove l’acqua è più stretta,
vola, devia, ti perdi nei laberinti oscuri,
cerca aiuto alle mille convessità dei muri,
alle volte dei ponti, ai trabaccoli vuoti;
che il nemico non senta ove il remo percoti,
e, ora a destra, ora a manca, come guizzo di lampo,
lo abbarbaglia!…
Sventura!… non più speme di scampo!

XXV

Un grido acuto, lungo, angoscioso, la oscura
squarciò calma notturna. Di livida paura
ansimante, l’Ebreo, signor di quel palazzo
da cui la mia leggenda prese il suo folle andazzo,
si gettò dalle coltri e lanciossi al verone.
In quel punto una gondola costeggiava il portone.
E il grido non finiva : – Steno! Steno!… fratello!-
Ritti in fronte i capegli, allor l’Ebreo, zimbello
spesso dei sogni, vide uscir sulla scalea
uno spetro.
La luna sul suo viso splendea
e splendea sulla gondola.
Il remator gli porse
la man; la sua lo spetro atterrito ritorse.
(- Se lo spetro ha paura, gli è che l’altro è Satàno-
pensò l’Ebreo).
Quand’ecco sull’acqua e non lontano
una face, e un sommesso vociar di gondolieri.
I due sotto il verone, fantasmi cupi e neri,
s’eran stretti a colloquio.
A un tratto, quello uscito
dal palazzo, come abbia terribil cosa udito,
si slancia nella immobile gondola, afferra il remo
e, col ringhio di un veltro cui tocchi il colpo estremo,
la sospinge…
È sparita.

XXVI

Lionello è solo. Il conte
l’ode, rivolta all’atrio del palazzo la fronte,
dir con voce secura e gentil: – Donna Bella,
volger piacciavi a manca; salite, e la mia cella
troverete dischiusa. Io vi raggiungo tosto.
Non finì : che Don Diego, con uno sbalzo, accosto
gli si era piantato. L’altro ha snudato il ferro,
e sta innanzi alla porta come un tronco di cerro.
Orribile minuto!
Quel vecchio dalle braccia
conserte al petto, immobile e taciturno, in faccia
non ha pinta la rabbia, non ha pinto il terrore,
ma un alto, inenarrabile, sterminato dolore.
Non trema, ma i suoi labri dalla febbre riarsi
somigliano a due belve che anelino a sbranarsi.
Ha stretti i pugni e stillano sangue. Oh pietà! Gli spunta
dalle ciglia una lagrima, e sul giovin le appunta.
– Dio del ciel! Come bello, come è giovane e bello!-
Ciò non disse, pensò ; poi proruppe :
– Lionello,
per la tua madre morta, per l’orror dell’inferno,
per l’angelo custode che ti amica l’Eterno,
giurami che fu un filtro che te la diè in balìa,
che un maleficio ha vinto la creatura mia,
ch’ella è innocente…
– Conte, rispose il giovinetto,
non conobbi mia madre, l’inferno ho in gran dispetto,
né posseggo, ch’io sappia, amici in paradiso.
Da onesto cavaliere la contessa ho conquiso,
e or vi prego osservare che m’ho un ferro snudato,
che il mio custode è questo, e che al rezzo gelato
potrebbe irruginire. Ciò mi dorrìa da senno.-
I gondolier stemmati partono a un muto cenno,
e già nell’aria tacita sfavilla un altro brando.

XXVII

Or tutto da quei petti, fuorché il furore, è in bando.
– Ferro e inferno! cotesta, e quest’altra ripara!
– Dalla man di un vegliardo tu a darle meglio impara!-

E non son più due spade, son due lampi che guizzano;
or volano, or s’abbassano, or rotano, or si drizzano,
or si arrestan di un tratto…
Allor potevi udire
i fiati ansanti, e credere che a sceglier chi colpire
l’invisibile Fato fosse in mezzo, indeciso.
– Tu fai sangue…
– Tu menti!
– Già la morte hai sul viso!
– Vecchio, son gioia e amore, e a te sembran la morte ? –
Non avesse proferta l’ingiuria!
Come sorte
il boato che annuncia la rabbia del vulcano,
dalle fauci del conte, un urlo uscì…
Di mano
sfugge il ferro a Lionello che china il capo e cade.
Pur, mentre il sonno eterno freddamente lo invade,
non lo lascia la balda fierezza indifferente.
– Fu un bellissimo colpo, messer – dice il morente -,
se non fossi obbligato a partir, giuro a Dio!
che darei mille scudi per impararlo anch’io.-
Poi con voce più fioca, riprese:
– Alla malora!
Facciamo un po’ di bene, almen nell’ultima ora…
Don Diego… non cercate madonna in questa casa…
quando mi raggiungeste… ella era già evasa…
Buona notte… alcun soffia davver sull’alma mia…

Non temete per Bella… è in buona compagnia. –
Così morì Lionello, cavalier ferrarese.

XXVIII

Quelle estreme parole non le ha don Diego intese?
O credere non vuole che Dio possa far tanto
per strappar dalle viscere di un uom l’ultimo pianto?
Perché nell’atrio oscuro s’inòltra, e brancicando
per l’ingombro cammino colla punta del brando,
al livido barlume dell’imminente aurora,
attonito, atterrito, l’aula squallida esplora?
Un’arcana potenza lo strascina; il suo passo
l’eco fievole sembra invitar: fra l’ammasso
lutulento s’innalzano, come in sogno, figure
che gli fan cenno, e sfumano. Egli vacilla, eppure
retroceder non vuole : non può, forse!
Repente
gli appare il Fauno.
Orrore!
Gli si schiara la mente,
riconosce il palazzo dove Bella ha incontrato
e chiesta al padre.
È questo il portico incantato
per cui passò, premendo il suo braccio di neve,
braccio di fata, ahi lasso! di una piuma men greve…
Scorser due lustri appena, ed era l’ora istessa!
Come splendean le faci! Con che fronte dimessa
qual per pudore inconscio, accanto alla sfacciata
nudità di quel Fauno era colei passata!…
Quel Fauno!. .
Ah! fuggi, fuggi, misero conte Alvaro!
A sollevar le nubi del tuo passato amaro
non sei solo qui dentro… fuggi… un mister qui regna…
di tremuli vapori l’aria fosca si impregna…
par profumi l’ambrosia!
Miracolo!
Che avvenne?
. . . . . . .

La leggenda s’arresta a un segreto solenne:
come cadder dall’alto di San Marco sei ore,
il palazzo fu scosso da un immenso fragore.

XXIX

La marina rifulge simile a terso argento;
non un fiocco di nube, non un filo di vento;
l’alcïon che coll’ali sferza l’acque tranquille
le increspa e, alzando il volo, vi fa cader scintille.
Libellule e farfalle i fiori hanno lasciati
e, attratte dalla calma, i deboli meati
cimentan per vedere negli azzurri cammini
rotear gaiamente la danza dei delfini…
Empie un alto riposo l’Universo ferace,
tutto il ciel dice : Amore! tutto il mar dice : Pace!

XXX

Poiché il lido è scomparso, poiché nulla ne appare
Steno lascia alla forcola il remo.
Il cielo e il mare
e il fatale amor suo!
Tutto il resto è caduto.
Bella è là dentro, ignara dello scambio avvenuto;
tanto terror la prese che ancor non mosse accento.
Il giovinetto trema come una foglia al vento,
e, offrendo in olocausto l’anima al suo buon santo,
rattenendo il respiro e rattenendo il pianto,
quasi aprisse la porta di una chiesa, la porta
del felze schiude.
Immobile, bianca come una morta,
Bella a lungo lo fisa, poi guarda intorno… sola!
Indietreggia, fa un cenno, ma al labro la parola
le si gela, e qual vinta da un affanno deliro,
si copre il viso e cade.
Non han pure un sospiro
i malor sterminati.
In ginocchio, con voce
che sembra uscir da un tumulo, e colle mani in croce,
così favella il misero:
– Madonna… non temete
se a voi davanti un povero sconosciuto vedete…
Fu Lionel, per salvarvi, che mi affidò quel remo…
O, forse, Iddio! –
La dama, con uno sforzo estremo,
solleva il capo e volge gli occhi sullo straniero
che segue:
– Perdonatemi… fui troppo ardito, è vero,
ma era grande il pericolo… e poi… benché la morte
già mi fosse vicina, sentìa che il braccio forte
abbastanza per trarvi in salvamento avrei…
I più felici istanti vissi dei giorni miei;
or Lïonello certo non tarderà a venire
col legno… e partirete… ora posso morire…

No, non è inganno: a Steno già già sfugge la vita,
e la contessa Bella, trepida, impietosita,
come attratta da un fascino dolce e misterïoso
gli solleva il bel crine che quasi ha il volto ascoso,
e,
– Vi conosco! – esclama – giovinetto, quel nastro
ch’io perdetti alla messa, l’anno scorso…-
Se un astro
fosse disceso sotto le pupille di Steno
dippiù non brillerebbero; ma l’ansia del suo seno
or si è fatta terribile.
– Fu raccolto da voi,
e da lontano sempre mi seguiste dippoi…
Perché ? –
Due grosse lagrime fur la risposta.

XXXI

Ignoro
ciò che farebbe quella ch’io senza speme adoro,
ove per l’amor suo me trapassar vedesse.
Non avrei meraviglia s’ella fra sé ridesse!
Molte ridere ho viste, mentre, in fondo all’oblio,
v’eran anime umane maledicenti Iddio,
e pugni che cercavano la pistola o il pugnale…
Ma digredisco ancora, e in questo punto è male.

XXXII

Che vide allor l’ascoso occhio dell’Infinito?
Piansero i cherubini, su in ciel, mostrando a dito
quella barca perduta sul lontano emisfero,
picciola tanto eppure contenente un mistero
più di una culla dolce, più buio di un avello ?…
Solo forse nell’aria qualche migrante augello
tentò un trillo di gioia, quando quelle due teste,
in così immensa calma gravide di tempeste,
mirò l’una ver l’altra chinarsi, e l’occhio ardente
cercar l’occhio di affanno e di languor fulgente;
e già stese le braccia, ed avida una bocca
del contatto supremo da cui l’amor trabocca,
pender da un’altra attratta dallo stesso desio!…
Miserere!… al poeta non concesso è l’oblio…
Come offusca lo specchio di un bambolo il respiro,
come sfoglia la rosa un placido zeffìro,
così l’ora, il minuto, l’attimo sciagurato
può nel cor che pel Bello e per il Giusto è nato
avvelenar la santa semenza del futuro!…
Quanti corron baleni dalla luce allo scuro?
Povero Steno!… è dessa, la blanda incantatrice,
quella che segui estatico da un anno, ed è infelice
come lo fosti, e è tua!…
Vedi se la Sventura,
questa provvida Erinne che per il ciel ci appura,
non affratella; vedi se non è premio il fine
di chi lieto sul cranio si conficcò le spine;
vedi, sol due parole, sol due lagrime, e tutto
che di smanie ti pesa sull’anima e di lutto
si svelò nel fatidico animo femminile!…
É ben dessa, la donna sopra tutte gentile,
è ben dessa, o poeta…
Ma quel vecchio ti disse
come occulta ai convegni di uno stranier venisse;
è la contessa Alvaro, ma sotto al suo balcone,
hai sentito alitare la tenera canzone;
è l’idol tuo, ma ruggono ancor nel tuo cervello
le sonore risate del povero Lionello!…

XXXIII

Oh sì beati i morti che bevon le rugiade…
Chi saprà dir se in mare ei si getta o vi cade?

XXXIV

Il mare è generoso come ogni cosa grande:
ama tanto la terra che gonfio in lei si espande;
della rondin che porta dall’uno all’altro lido
le querule speranze e la pietà del nido
l’ali cogli infallibili aliti suoi distende;
ciò che cade disprezza il mar che all’alto tende:
quando l’albero è infranto e sommersa è la stiva,
li rifiuta e, sdegnoso, li rimanda alla riva;
e vi getta le perle e le conchiglie, e, chino
come sul formidabile specchio del suo destino,
l’uom su quel glauco abisso, non sa, triste ed anelo,
s’esso mai non racchiuda più misteri che il cielo.
E il mar conosce l’uomo più che l’uom nol conosca;
ond’è che dal profondo della sua valle fosca
è risospinto il naufrago alla luce del sole.

XXXV

– Troppo tardi! –
Di Steno fur l’ultime parole.
E sparì. Mie signore dalla cera stravolta
perché, mai non avendo che un amante alla volta,
già m’aspettate al varco per gridar: “L’eroina
fino a qui perdonabile or del tutto rovina,
ché fra Steno e Lionello si appiglia all’uno e all’altro”.
V’ingannate, signore: la Dio mercé son scaltro,
né saprete che avvenne nel cor di Bella Alvaro.
Sol vi dirò che quando il freddo corpo ignaro
a fior d’acqua riapparve, sulla faccia spetrale
del morente poeta cadde un bacio…

XXXVI

Fatale
notte! notte di incanti e meraviglie!
Un grido
sommesso, dai canali più spopolati al lido,
corre di bocca in bocca nella folla atterrita.
Fu trovato Don Diego disteso e senza vita
sotto un Fauno di marmo dalla base travolto!
I pescator di Chioggia, collo stupor sul volto,
han portato un cadavere che gettò la marea,
e mirabile a dirsi! quel morto sorridea!
E sulla spiaggia è un premersi di mozzi e di nocchieri,
dai berretti turchini e dai capucci neri,
che non san per qual strana avventura di mare
una gondola errante sull’orizzonte appare.
E così ben si aggruppano le sussurranti tornie
e v’è tanta dovizia di colori e di forme,
da innebriar di gioia l’anima di un artista.
A mezzodì la gondola si perdette di vista.

Franco Sacchetti – Uno giovene Sanese ha tre comandamenti alla morte del padre: in poco tempo disubbedisce, e quello che ne seguita.

Ora verrò a dire di una che s’era maritata per pulzella, e ‘l marito vidde la prova del contrario anzi che con lei giacesse, e rimandolla a casa sua, senza avere mai a fare di lei.
Fu a Siena già un ricco cittadino, il quale, venendo a morte, e avendo un figliuolo e non piú, che avea circa a venti anni, fra gli altri comandamenti che li fece, furono tre. Il primo, che non usasse mai tanto con uno che gli rincrescesse; il secondo, che quando elli avesse comprato una mercanzia, o altra cosa, ed elli ne potesse guadagnare, che elli pigliasse quello guadagno e lasciasse guadagnare ad un altro; il terzo, che quando venisse a tòr moglie, togliesse delle piú vicine, e se non potesse delle piú vicine, piú tosto di quelle della sua terra che dell’altre da lunge. Il figliuolo rimase con questi ammonimenti, e ‘l padre si morío.
Era usato buon tempo questo giovene con uno de’ Forteguerri, il quale era stato sempre prodigo, e avea parecchie figliuole da marito. Li parenti suoi ogni dí lo riprendevano delle spese, e niente giovava. Avvenne che un giorno il Forteguerra avea apparecchiato un bel desinare al giovene e a certi altri; di che li suoi parenti li furono addosso, dicendo:
– Che fai tu, sventurato? vuo’ tu spendere a prova col tale che è rimaso cosí ricco, e hai fatto e fai li corredi, e hai le figliuole da marito?
Tanto dissono che costui come disperato andò a casa, e rigovernò tutte le vivande che erano in cucina, e tolse una cipolla, e puosela su l’apparecchiata tavola, e lasciò che se ‘l cotal giovene venisse per desinare gli dicessono che mangiasse di quella cipolla, che altro non v’era, e che ‘l Forteguerra non vi desinava.
Venuta l’ora del mangiare, il giovene andò là dove era stato invitato, e giugnendo su la sala domandò la donna di lui: la donna rispose che non v’era, e non vi desinava; ma che elli avea lasciato, se esso venisse, che mangiasse quella cipolla, che altro non v’era. Avvidesi il giovene, su quella vivanda, del primo comandamento del padre, e come male l’avea osservato, e tolse la cipolla, e tornato a casa la legò con un spaghetto e appiccolla al palco sotto il quale sempre mangiava.
Avvenne da ivi a poco tempo che, avendo elli comprato un corsiere fiorini cinquanta, da indi a certi mesi, potendone avere fiorini novanta, non lo volle mai dare, dicendo ne volea pure fiorini cento; e stando fermo su questo, al cavallo una notte vennono li dolori, e scorticossi. Pensando a questo, il giovene conobbe ancora avere male atteso al secondo comandamento del padre e, tagliata la coda al cavallo, l’appiccoe al palco allato alla cipolla.
Avvenne poi per caso ancora, volendo elli pigliare moglie, non si potea trovar vicina, né in tutta Siena, giovene che li piacesse, e diési alla cerca in diverse terre, e alla fine pervenne a Pisa, là dove si scontrò in un notaio, il quale era stato in officio a Siena, ed era stato amico del padre, e conoscea lui.
Di che il notaio gli fece grande accoglienza, e domandollo che faccenda avea in Pisa. Il giovene li disse che andava cercando d’una bella sposa, però che in tutta Siena non ne trovava alcuna che li piacesse.
Il notaio disse:
– Se cotesto è, Dio ci t’ha mandato, e serai ben accivito; però che io ho per le mani una giovene de’ Lanfranchi, la piú bella che si vedesse mai, e dammi cuore di fare che ella sia tua.
Al giovene piacque, e parveli mill’anni di vederla, e cosí fece. Come la vide, s’accostò al mercato, fu fatto e dato l’ordine quando la dovesse menare a Siena. Era questo notaio una creatura de’ Lanfranchi, e la giovene essendo disonesta, e avendo avuto a fare con certi gioveni di Pisa, ella non s’era mai potuta maritare. Di che questo notaio guardò di levare costei da dosso a’ suoi parenti e appiccarla al Sanese. Dato l’ordine della cameriera, forse della ruffiana, la quale fu una femminetta sua vicina, chiamata monna Bartolomea, con la quale la donna novella s’andava spesso trastullando di quando in quando; e dato ogni ordine delle cose opportune e della compagnia, tra la quale era alcuno giovene di quelli che spesso d’amore l’avea conosciuta, si mosson tutti col marito e con lei ad andare verso Siena, e là si mandò innanzi a fare l’apparecchio.
E cosí andando per cammino, un giovene de’ suoi che la seguía parea che andasse alle forche, pensando che costei era maritata in luogo straniero, e che senza lei gli convenía tornare a Pisa; e tanto con pensieri e con sospiri fece che ‘l giovene quasi e di lei e di lui si fu accorto: perché ben dice il proverbio che l’amore e la tosse non si può celare mai. E con questo vedere, preso gran sospetto, tanto fece che seppe chi la giovene era e come il notaio l’avea tradito e ingannato. Di che giugnendo a Staggia, lo sposo usò questa malizia disse che volea cenare di buon’ora, però che la mattina innanzi dí volea andare a Siena, per fare acconciare ciò che bisognava; e disselo sí che ‘l valletto l’udisse.
Erano le camere dove dormirono quasi tutte d’assi l’una allato all’altra. Il marito ne avea una, la sposa e la cameriera un’altra, e in un’altra era il giovene e un altro, il quale non fu senza orecchi a notare il detto del Sanese; ma tutta la sera ebbe colloquio con la cameriera, aspettando l’alba del giorno, e cosí s’andorono al letto. E venendo la mattina, quasi un’ora innanzi a dí, e lo sposo si levò per andare a Siena come avea dato ad intendere. E sceso giuso, e salito a cavallo, cavalcò verso Siena quasi quattro balestrate, e poi diede la volta ritornando passo passo e cheto verso l’albergo donde si era partito; e appiccando il cavallo a una campanella, su per la scala n’andò; e giugnendo all’uscio della camera della donna, guardò pianamente e sentí il giovene essere dentro; e pontando l’uscio mal serrato, v’entrò dentro; e accostandosi alla cassa del letto pianamente, se alcun panno trovasse di colui che s’era colicato, per avventura trovò i suo’ panni di gamba, e quelli del letto, o che sentissono, e per la paura stessono cheti, o che non sentissono, questo buon uomo si mise le brache sotto, e uscito della camera, scese la scala, e salito a cavallo con le dette brache, camminò verso Siena.
E giunto a casa sua, l’appiccò al palco allato alla cipolla e alla coda.
Levatasi la donna e l’amante la mattina a Staggia, il valletto non trovando le brache, sanza esse salí a cavallo con l’altra brigata, e andorono a Siena. E giunti alla casa, dove doveano essere le nozze, smontorono. E postisi a uno leggiero desinare sotto le tre cose appiccate, fu domandato il giovane quello che quelle cose appiccate significavano. Ed elli rispose:
– Io vel dirò; e prego ognuno che mi ascolti. Egli è piccol tempo che mio padre morí, e lasciommi tre comandamenti: il primo sí e sí, e però tolsi quella cipolla e appicca’ la quivi; il secondo mi comandò cosí, e in questo il disubbidi’; morendo il cavallo, taglia’ li la coda e quivi l’appiccai; il terzo, che io togliesse moglie piú vicina che io potesse; e io, non che io l’abbia tolta dappresso, ma insino a Pisa andai, e tolsi questa giovene, credendo fosse come debbono essere quelle che si maritono per pulzelle. Venendo per cammino questo giovene, il quale siede qui, all’albergo giacque con lei, e io chetamente fui dove elli erano; e trovando le brache sue, io ne le recai e appicca’ le a quel palco: e se voi non mi credete, cercatelo, che non l’ha: – e cosí trovorono. – E però questa buona donna, levata la mensa, vi rimenate in drieto, che mai, non che io giaccia con lei, ma io non intendo di vederla mai. E al notaio, che mi consigliò e fece il parentado e la carta, dite che ne faccia una pergamena da rocca.
E cosí fu. Costoro con la donna si tornorono a piè zoppo col dito nell’occhio; e la donna si fece per li tempi con piú mariti, e ‘l marito con altre mogli.
In queste tre sciocchezze corse questo giovene contro a’ comandamenti del padre, che furono tutti utili, e molta gente non se ne guarda. Ma di questo ultimo, che è il piú forte, non si puote errare a fare li parentadi vicini, e facciamo tutto il contrario. E non che de’ matrimoni, ma avendo a comprare ronzini, quelli de’ vicini non vogliamo, che ci paiono pieni di difetti, e quelli de’ Tedeschi che vanno a Roma, in furia comperiamo. E cosí n’incontra spesse volte e dell’uno e dell’altro, come avete udito, e peggio.

Salvatore di Giacomo – ‘O voto – Scene popolari napoletane in tre atti

EText-No. 35801
Title: ‘O voto – Scene popolari napoletane in tre atti
Author: 1934;Di Giacomo, Salvatore;Giacomo, Salvatore di;1860
Language: Italian
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EText-No. 35801
Title: ‘O voto – Scene popolari napoletane in tre atti
Author: 1934;Di Giacomo, Salvatore;Giacomo, Salvatore di;1860
Language: Italian
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EText-No. 35801
Title: ‘O voto – Scene popolari napoletane in tre atti
Author: 1934;Di Giacomo, Salvatore;Giacomo, Salvatore di;1860
Language: Italian
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EText-No. 35801
Title: ‘O voto – Scene popolari napoletane in tre atti
Author: 1934;Di Giacomo, Salvatore;Giacomo, Salvatore di;1860
Language: Italian
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EText-No. 35801
Title: ‘O voto – Scene popolari napoletane in tre atti
Author: 1934;Di Giacomo, Salvatore;Giacomo, Salvatore di;1860
Language: Italian
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EText-No. 35801
Title: ‘O voto – Scene popolari napoletane in tre atti
Author: 1934;Di Giacomo, Salvatore;Giacomo, Salvatore di;1860
Language: Italian
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Olindo Guerrini – Prefazione alle “Rime di tre gentildonne del secolo XVI”

Le rime delle tre poetesse italiane che nel loro secolo furono reputate e tuttora paiono le migliori, escono alla luce unite per la prima volta in volume di prezzo mitissimo. Del che, siamo certi, ci saranno grati, non solo i numerosi e benevoli che hanno dato sì buona fortuna a questa Collezione Classica, ma ancora le donne, l’educazione delle quali va oggi crescendo di coltura, e non isdegna ricordare, ammirare ed oramai seguire, gli illustri esempi del passato.

Vittoria Colonna, prima per fama tra le poetesse italiane, nacque nel 1490 dal celeberrimo Fabrizio e da Agnese di Montefeltro figlia di Federigo duca d’Urbino. Nulla dovea mancarle di quel che rende felici le donne di animo volgare. Nobiltà quasi regia di natali, bellezza rara, ingegno acuto, educazione squisita, omaggi, onori, ammirazioni ed adulazioni, tutto insomma quel che è tenuto degno d’invidia da chi nelle cose vede solo la scorza, tutto le abbondò, tutto le fu prodigato dalla fortuna. Ma la felicità del cuore, quella appunto che alle donne è prima, le dovea mancare. Non aveva ancor raggiunto il quinto anno che il padre, seguendo il costume signorile del tempo in cui le donne erano date ad uno sposo o a Dio senza il consenso loro e per diritto ferreo di patria potestà, la fidanzò a Ferrante Francesco figlio di Alfonso d’Avalos marchese di Pescara, spagnuolo male italianizzato e sostenitore valoroso e potente dell’armi e delle pretese spagnuole in Italia. Il Colonna, che aveva abbandonata la parte francese per darsi, corpo ed anima, alla spagnuola, stringeva così sempre più i vincoli che a questa parte lo legavano, sigillava col sangue de’ suoi i nuovi patti coll’Impero, senza nemmen pensare che da quegli infantili sponsali potesse venire un giorno l’infelicità della figlia, o, pensandolo, senza curarsene. La dea che presiedette alle nozze fu la Ragion di Stato, quella stessa che presiede alle nozze dei principi, e ai padri europei di quel secolo pareva dea buona e propizia abbastanza se prometteva loro buoni interessi. Di quel che potesse accader poi tra le due vittime, nel segreto de’ cuori mercanteggiati, nelle anime chiuse violentemente ad ogni più cara illusione, ad ogni dolcezza di affetto vivo e condiviso, nessuno se ne occupava allora tra i grandi, come nessuno oggi tra i prìncipi se ne occupa. In verità che all’amore più si convengono l’uguaglianza e le leggi della democrazia.
E Vittoria, così invidiabilmente felice al di fuori, non potè sfuggire alla infelicità del cuore. Se ella non avesse amato il marito, avrebbe forse sofferto meno; ma lo amò e fu peggio. Gli sponsali dell’infanzia divennero giuste nozze nel 1509 quando Vittoria ebbe raggiunto l’anno decimonono. Le feste splendide non le alleggerirono il dolore dell’abbandonare la casa paterna, ma ben presto le delizie di Napoli e d’Ischia, la pienezza dei gaudi con impazienza desiderati, valsero a consolarla. Fu questo il breve periodo della felicità sua che, se avesse durato, ci avrebbe tolto forse l’opera del suo ingegno; e dopo tre anni di quel paradiso convenne al marchese di Pescara seguir Fabrizio Colonna al campo della Lega.
Non è qui luogo da ricordare le guerre infelici di quel tempo, quando l’Italia, giunta oramai al sommo della coltura intellettuale, cadeva nel più basso dell’abiezione politica. Nicolò Machiavelli, poco men che solo, sognava una Italia una e forte, fosse pure, come aveva già fantasticato, sotto la ferrea mano di Valentino Borgia. Solo, precorrendo i tempi, raccomandava milizie italiane, levate, ordinate, istruite in casa per difendere la patria. E l’Italia, in tanta fioritura d’ingegni, in tanto splendore di coltura e di eleganza, lasciava solo col suo forte pensiero il gran Segretario, cercando un equilibrio precario tra i dominatori stranieri che la percorrevano tutta, opponendo un esercito spagnuolo ad un esercito francese, gli svizzeri a tedeschi, re Francesco all’imperator Carlo, senza mai pensare ad opporre sè stessa agli invasori. I principi cercavano salute e stabilità nelle armi forastiere, nelle alleanze presto fatte e più presto disfatte, odiandosi cordialmente tra loro, quando l’unirsi sarebbe stato dovere, fortuna, gloria. E il papa, questo assiduo e scellerato nemico d’Italia, soffiava nelle discordie, imbrogliava tutte le fila preparate a tesser le paci e nella ruina di tutti impinguava sè, la famiglia ed i bastardi.
E tanta fu la infelicità dell’Italia che la stessa coscienza de’ migliori fu pervertita. Certo non è da giudicare la storia italiana del secolo XVI coi criteri dominanti nel secolo XIX, e da vituperare gli uomini di quel tempo perchè non intesero la politica come noi e non ebbero chiara l’idea dell’unità come il Mazzini. Ma ad ogni modo le vergogne di quel secolo sono troppe per supporre che tutte dovessero essere indifferenti agli uomini retti e ingegnosi. Non tutti possono esser scusati come Vittoria, alla quale le bende dell’amore non lasciarono discernere le pecche del marito e della parte che difendeva un giorno col valore e l’altro col tradimento. Alla donna innamorata era lecito insuperbire delle gloriose ferite toccate dal marito nella giornata di Ravenna, ma è strano come nessuno s’avvedesse delle ferite toccate dall’Italia. Bisogna veramente che ogni idea italica fosse caduta dalla coscienza degli Italiani e che l’altezza degli animi fosse in ragione inversa dell’altezza degli intelletti.
Il cancelliere Morone, politico astuto e di poca fede come tutti i colleghi suoi di quel tempo, stretto dalla rovina prossima del ducato milanese, concepì e propose il disegno di una lega italica che assicurasse l’indipendenza de’ principi e quindi l’integrità del ducato a Francesco Sforza. Fidò il disegno al Pescara, salito in gran nome dopo la battaglia di Pavia e disgustato con Carlo V per non averne ottenuto compensi uguali alla propria superbia ed avarizia. Nel disegno del Morone al Pescara doveva toccare la corona di Napoli e pare che ci fosse un momento in cui l’ambizioso marchese prestasse davvero orecchio compiacente alla tentazione. L’idea era bella, grande, santa e per ciò doveva finire come finì. Mentre il Morone proponeva al Pescara questa congiura contro Carlo V, pare che ne desse sentore allo stesso Carlo per tenersi aperta una ritirata in caso di mala riuscita. Dall’altro canto il Pescara, ricevute le proposte, dopo breve esitazione, non ebbe altra premura che di tradire il Morone. Così la santa idea della indipendenza d’Italia non fu che il tranello in cui due traditori cercarono di assassinarsi a vicenda. È vero, ripetiamo, che i fatti di ieri non si giudicano bene coi criteri dell’oggi, ma quel mercato e quel tradimento a proposito di cosa sacra, furono infami allora, lo sono oggi e lo saranno finchè la virtù non sarà quel nome vano che il secondo Bruto pensò nella disperazione della sua causa.
Ma di questo che importava a Vittoria? Il marito suo aveva tutto quel che può rendere superba e felice una donna. Beltà, nobiltà, valore personale attestato da cicatrici onorande, coltura non mediocre, fama, potenza, tutto. I difetti che poteva avere non reggevano sulla bilancia dell’amore; forse l’innamorata appena li discerneva. Poteva ella posporre il marito alla utopia di una Italia secondo Petrarca? Ella si contentava di seguire quanto le fosse possibile il bello stile del cantore di Laura per celebrare le glorie del marito, ma non poteva certo levarsi sino a quegli ideali di indipendenza e di repubblicanesimo latino che vivificano l’opera pensata di messer Francesco. Non che debolezza di sesso le togliesse vigore per ciò, ma perchè amore glielo toglieva. E non sarebbe giusto il chiedere a gentildonna allevata in casa di Fabrizio Colonna l’acume politico di Nicolò Machiavelli. Se l’educazione e l’amore l’acciecarono sui pregi e sui difetti del marito, l’educazione e l’amore sono la sua scusa. Se oggi alla prima gentildonna d’Italia sarebbe colpa e peggio, il non odiare il nemico d’Italia, fosse pur il pontefice, allora alla prima gentildonna d’Italia non potè esser colpa il porre il marito sopra una patria della quale non conosceva che il nome per tradizione di retori. Ogni tempo ha le sue idee, ogni età i suoi errori, ed ogni tempo ed ogni età debbono trovare o l’assoluzione per ignoranza o la condanna per malvagità, nella giustizia della storia.
Ma il marchese di Pescara aveva appena compiuto il suo tradimento dal quale senza dubbio si riprometteva quei premi che dopo la battaglia di Pavia gli erano mancati, allorchè la morte lo raggiunse nel fiore della fortuna e nel trentesimoterzo anno di vita.
La sua morte fu un colpo terribile per la sposa innamorata, e da quel giorno non la vediamo più che ospite di monasteri che promettono la pace del cuore nelle contemplazioni ascetiche, e qualche rara volta ospite di principi o di pontefici che nella mesta vedova onorano la gentildonna colta, pia e virtuosa. Frequentava assiduamente le prediche, e le cronache bolognesi ce la mostrano prostrata innanzi a tutti i pergami e a tutti gli altari al suo ritorno da Ferrara. Sembra proprio che ella cercasse in buona fede l’anestesia del cuore nella religione.
Se non che a quel tempo non si poteva essere religiosi davvero senza sospetto di eresia. Vittoria fu anzi accusata da alcuni storici di essersi data segretamente alle opinioni della Riforma, benchè l’accusa non abbia che qualche debole fondamento di apparenza e sia smentita da tutte le rime sacre che abbiamo della poetessa e che sono in questo volume. Per rompere i confini del cattolicesimo le mancavano la educazione adatta e la forza dell’animo. Ella, nata in Roma da famiglia che contava parecchi papi nell’albero genealogico, avvezza alla fede cieca del romanesimo, non cercava nella religione la quiete del raziocinio, ma la quiete del cuore. Certo il lungo figgere la mente nelle meditazioni ascetiche l’avrà indotta a discutere seco stessa o con altri intorno ai problemi religiosi che affaticavano il suo tempo. Forse anche, sedotta dalla ragione e dalla ragionevolezza, avrà qualche volta approvato un discorso, una idea, una proposizione eterodossa; ma senza conoscere la eterodossia delle massime: o se pure qualche dubbio veramente si agitò in lei, se pure la sua fede per qualche ora vacillò, la tradizione, l’educazione, il bisogno del riposo interno, la ricondussero subito nel sentiero antico, nel tramite cattolico romano, troppo felice se l’intimo riposo compensava le legittime ripugnanze della ragione. E quanti ancora oggi non osano affrontare la discussione di certi problemi per tema di perdervi la pace dell’anima, la sonnolenza tranquilla della coscienza, e preferiscono credere alle stupidità di un miracolo che avventurarsi nelle lotte dolorose dell’esame!
Ma se l’educazione romana le tolse di rinnovare con maggior fortuna e seguito il tentativo riformista di Renata d’Este; se l’educazione stessa le faceva amare e cantare un uomo poco stimabile purchè in lui si personificasse quel certo ideale dell’eroe ariostesco caro alle donne d’allora, pronto a menar le mani, fedele alla dama, a Dio ed al buon Carlomano qualche volta, ma assolutamente ignorante del nome e dell’idea di patria; se questa educazione non solo le faceva vedere nel marito un eroe, ma in Fabrizio Maramaldo un uomo pieno di virtù, sincerità e fede, secondo scrisse al principe di Oranges; non si può però negare che, per quel che riguarda alla coltura, più virile che femminile come conveniva alle gentildonne di quel tempo, ella sia prima tra tutte ed esempio di raro uguagliato e meno ancora superato. E la consuetudine coi migliori ingegni del suo tempo dovette affinarle l’ingegno e il gusto, poichè mal si saprebbe pensare una mente che fosse rimasta serrata e ottusa presso il Bembo, il Sadoleto, il Molza, il Castiglione, l’Ariosto, l’Alamanni, Bernardo Tasso, il Dolce, il Guidiccioni, i cardinali Polo e Contarini e cento altri i cui nomi impallidiscono davanti a quello del divino Michelangelo.
Sino a qual grado d’intimità giungesse questa amicizia pura e platonica tra la illustre vedova e il divino artista, non è facile conoscere con precisione. Certo però tra le due anime era molta affinità, e le tendenze si rassomigliavano anche per quel misticismo, nato dal nuovo agitarsi delle quistioni religiose e cresciuto, nel Buonarroti, sotto l’influsso delle roventi prediche del Savonarola, e nella Colonna, per la frequentazione del Vermigli, del Carnesecchi e dell’Ochino. Ma si conobbero quando nessuno dei due poteva più abbandonare la via da lungo intrapresa e farne una via sola, se pure la disparità delle condizioni, i pregiudizi e la virtù forte in entrambi, avessero consentito che in mezzo al secolo XVI potesse aver conclusione un romanzo così meraviglioso.
Vittoria Colonna morì in Roma nel 1547, pianta e lodata senza fine. Allora ed oggi fu giustamente tenuta come il tipo della perfetta gentildonna dell’epoca, ed i giudizi di tutti concordano cogli entusiasmi de’ suoi numerosi biografi.

Ben diversa fu la vita di Gaspara Stampa. Nata in Padova nel 1523 da illustre famiglia milanese, fu anch’ella fornita di quella educazione intellettuale più da maschio che da femina cui dobbiamo le numerose scrittrici del secolo XVI. Da Padova andata a Venezia, si trovò in mezzo ad una società gaia, colta, spensierata e parecchio viziosa. Già i gaudenti di tutta Italia avevano cominciato a far di Venezia il Monaco splendido e libertino che durò sì lungo tempo nei vizi leggiadri e nella indifferenza di tutto quel che non era piacere, come la sospettosa oligarchia desiderava. Ivi la bella fanciulla, giunta all’anno vigesimosesto, innamorò perdutamente di Collaltino, conte di Collalto e signore di Treviso. Era costui giovane di belle forme, animoso, colto, perfetto cavaliere e rispondente insomma a quell’ideale dell’eroe ariostesco che, come dicemmo, fu lo spasimo delle donne di quella età. Per qualche anno gli amori procedettero abbastanza bene, tra le consuete alternative di gelosie e di paci, inseparabili da ogni amore giovanile e carnale. Ma il Collaltino, appunto perchè cavaliere ariostesco ed anche per tradizione famigliare e desiderio di fortuna, si recò in Francia a militare per Enrico II. L’amarissima partenza consigliò alla Gaspara questo canzoniere dove consegnò ai posteri le proprie pene, petrarcheggiando un poco, ma piangendo assai. Il bel cavaliere che aveva probabilmente giurato, come tutti gli amanti, fedeltà a tutta prova, distratto da nuove bellezze, diede una nuova sanzione al proverbio lontan dagli occhi, lontan dal cuore. Gaspara si sfogava in rime e in lettere che non ottenevano risposta, o le risposte erano troppo fredde per lei.
Finalmente Collaltino tornò e, per quanto ne fosse svogliato, una specie di dovere lo costringeva a non romperla in pubblico e subito con una amante così fedele. Gaspara però, assorta nelle dolcezze di questa rifioritura d’affetto, si abbandonò alle nuove delizie e dimenticò, non solo i dolori passati, ma perfino il convenzionale platonismo petrarchista e inneggiò apertamente alla notte fida ministra delle sue gioie, augurandosela lunga come quella che Giove raddoppiava per Alcmena (Sonetto CI). Ma l’inno della gioia durò poco. Cominciarono le gelosie vere o finte di Collaltino (Sonetto CIX), vennero i pettegolezzi, le malignità dei mettimale, gli sdegni, forse mentiti, dell’amante stanco (Sonetto CXXV e seguenti), insomma tutti quei segni, tutto quell’ingiallir di foglie che annunzia l’autunno di un amore.
Collaltino infatti ruppe il nodo e prese moglie. Egli aveva tolto alla povera Gaspara il fiore della gioventù, il vanto dell’innocenza, il cuore, la salute, tutto, ed ora l’abbandonava tranquillamente. Che potea fare l’abbandonata se non piangere? E pianse amaramente, brancolando cieca nel suo dolore, senza guida e senza speranza. Quel che sia avvenuto in lei non si sa bene, ma pare che stesse incerta tra novelli amori e tra la religione, solito rifugio delle amanti abbandonate. Verso il Sonetto CC e più innanzi, si veggono chiari gli accenni a nuovi amori. Più in là, nei Sonetti XXXVII, XXXVIII, LIII, ecc., delle Varie, respinge le proposte d’innamorati, e finalmente si volge a Dio e intuona le Rime Sacre, ma con una certa tiepidezza o almeno con ardore minore assai di quel che mise nelle rime amorose. Si vede chiaro che l’anima sua era veramente la navicella petrarchesca, abbandonata nel gran mare, senza sarte, senza timone, senza stelle, incerta tra la virtù e il vizio, tra il mondo e Dio. Ella si trovava in questo tristissimo stato e la bellezza sua oramai sfioriva, allorchè morte la colse, sui trentun anni, nel 1554. Si sospettò di veleno, si susurrò che Collaltino stesso fosse l’assassino, ma non è da credere. Ad ogni modo morì giovane, infelice, compianta da molti, lasciandoci nel canzoniere l’impronta di un ingegno vigoroso, di una coltura grande e di un sentire squisito.

La vita intima di Veronica Gàmbara è invece calma, e grigia, quanto luminosa e tormentata quella della povera Gaspara. Nacque nel 1485 in Pratalboino, feudo della famiglia sua nel bresciano. La madre fu una Pio dei principi di Carpi, e l’educazione di Veronica fu veramente principesca. Giunta alla età nubile sposò Giberto X, signor di Coreggio e principe di bella fama, non tutta immeritata, e n’ebbe due figli Ippolito e Girolamo. La Colonna ebbe sterili nozze, la Stampa non n’ebbe, ed ecco la sola tra le più celebri poetesse che abbia conosciuto le gioie ed i dolori di madre, ed ecco altresì una vita informata ad aspirazioni ben diverse. Mentre nella Colonna il sentimento, che a poco a poco traligna nella religiosità esagerata, tiene il primo posto; mentre nella Stampa predomina così violentemente la parte sensitiva, quasi dicemmo sensuale, dell’anima; mentre insomma nelle due poetesse che dell’amore conobbero le delizie e gli strazi, ma non i frutti, regna sovrano solo e incontrastato un ideale quasi romanzesco incarnato malamente in una persona viva, nella Gàmbara scorgiamo invece una tendenza più pratica, una maggior cura delle cose di questo mondo, una assenza più evidente, nella vita e nelle opere, del platonismo elegante e vacuo che enfiò le rime di quel secolo. Le altre scrivono per sfogo d’affetto e per ottenere un sorriso dall’amante; la Gàmbara scrive quasi con calcolo e per amicarsi i grandi e gli illustri a servigio dei figli. Vive tutta per questi, solo per questi, e la poesia non è per lei che un istrumento di più per fabbricare la felicità dei figli. Come aveva reso omaggio a Leon X ed a Francesco I di Francia in Bologna nel 1515, così quindici anni dopo rese omaggio a Carlo V e tanto fece, valendosi anche della lontana parentela tra i Coreggeschi e casa d’Austria, che lo condusse a Coreggio prodigandogli feste ed ottenendone privilegi ed onori. Vedova dopo dieci anni di matrimonio, fu insieme padre e madre ai figli: il resto per lei non fu più nulla.
Chiusa nel castello di Brescia aveva visto l’orribile saccheggio dato alla sua città natale dai soldati di Gastone di Foix e il Baiardo ferito sulla breccia. Non sbigottì dunque agli assalti di Galeotto Pico e da buona bresciana chiamò il suo popolo all’arme e respinse l’invasore. A una donna di simil tempra usa oramai alle furberie poco stoiche della politica de’ suoi tempi, nulla doveva calere di una consuetudine epistolare anche con Pietro Aretino, purchè il potente libellista non mettesse la penna temuta al servigio degli avversari. Ma i pietosi istinti della donna vincevano spesso le fierezze scaltre della principessa regnante, ed i suoi popoli, afflitti dalla peste o dalla carestia, trovarono in lei maggiore umanità che allora non usasse tra i principi. Non si contentava di scrivere al suo confidente De Rossi «mi risolvo, e per debito e per pietà, s’io dovessi impegnar me stessa, di soccorrere questi miei uomini» ma il soccorso non fu di sole parole.
Ebbe la fortuna di veder bene spese le sue cure materne. Girolamo era in via di diventar cardinale ed Ippolito era già illustre nelle armi quando ella, nel 1550, morì tranquillamente nel suo palazzo di Coreggio, circondata dall’amore del popolo e volgendo forse gli occhi ad una di quelle sublimi madonne che Antonio Allegri dipingeva per lei.

Le rime delle tre poetesse nostre hanno, come la vita delle autrici, caratteri assai diversi.
Veramente è da procedere con molta prudenza nel dire delle rime della Colonna. Non pare che ella vedesse volontieri le proprie cose date al pubblico, e le edizioni che, lei vivente, se ne fecero, non ebbero certo l’assistenza e le correzioni dell’autrice. Per ciò gli errori e le storpiature di senso e di lettera furono tali nelle prime edizioni, che spesso le rime non sono intelligibili, nemmeno a discrezione. Il Dolce, gran correttore delle cose altrui ed anche sfacciatamente di quelle dei grandi, mise le mani ancora nelle rime di Vittoria, senza però migliorarle e, certo, tradendo qua e là il concetto della poetessa. Gli stranieri ci rimproveravano d’incuria verso sì grande e ingegnosa gentildonna e le opere sue, quando nel 1840, andando a nozze la principessa Teresa Colonna col principe Alessandro Torlonia, il noto letterato ed archeologo P. E. Visconti curò l’edizione delle rime secondo manoscritti ed autografi romani. L’edizione di gran lusso, impressa su carta portante in trasparenza gli stemmi delle due case, a pochi esemplari e fuori di commercio, fu riprodotta nel 1860 dal Barbèra a Firenze e divenne così più universalmente conosciuta; ma ciò non toglie che, a parer nostro, molto sia da fare intorno queste rime, tuttavia in gran parte di non facile intelligenza. L’edizione romana non porta correzioni alle edizioni vecchie, ma le muta radicalmente, tanto che si può dire che le rime non sono più quelle. Basti riportare qui la prima quartina del primo sonetto, così impressa nelle edizioni vecchie:

Scrivo sol per sfogar l’interna doglia
Ch’al cor mandar le luci al mondo sola
E non per giunger luce al mio bel Sol
Al chiaro spirto, a l’onorata spoglia.

dove il secondo verso non è certo di facile intelligenza. L’edizione romana muta così:

Scrivo sol per sfogar l’interna doglia
Di che si pasce il cor, ch’altro non vuole,
E non per giunger lume al mio bel Sole
Che lasciò in terra sì onorata spoglia.

e così da per tutto. La quartina si capisce bene così mutata e gli editori (poichè il Visconti non fu solo, ma ebbe con sè un illustre purista che pizzicava di poesia) protestano che si deve legger così, perchè così è scritto nei manoscritti. E sia, benchè qua e là sorga spontaneo il sospetto di qualche rabberciatura modernissima, ma ad ogni modo anche nell’edizione romana sono delle oscurità, delle arruffature, degli indovinelli non così felicemente corretti come nella quartina qui sopra. Ci pare dunque che un lavoro accurato sul testo delle rime sia oramai necessario, e che lo si debba fare con maggior severità e diligenza che non si usasse quarant’anni addietro anche dai migliori. Intanto è forza contentarci di quel che abbiamo.
Le rime migliori della Colonna sono le sacre. Il petrarchismo è troppo sfoggiato e un po’ affettato nelle rime in morte del marito, mentre invece gli affetti religiosi fortemente e profondamente sentiti dalla poetessa sono resi con più caldo ed efficacia. A questi giorni pochi hanno il coraggio di legger seriamente una raccolta di rime spirituali, e davvero non sapremmo dar torto a chi cerca di meglio. Ma quando la religiosità non è di quella ipocrita o vigliacca che ora si maschera da cristianesimo senza esser altro che o romanismo retrogrado o superstizione imbecille; quando si tratta di cercare l’aspetto intero di un’anima come quella della Colonna o di un secolo come il XVI, si leggono anche rime spirituali. Così oltre ai pregi letterari dell’opera si discerne anche l’imagine vera dell’autrice e del suo secolo.
Gaspara Stampa ci spiega la sua poetica dicendo:

… se talvolta vo spiegando in carte
Oscure e basse qualche mio martire,
Amor che me lo dà, dammi anche l’arte.

parafrasi incosciente del dantesco io mi son un che quando, ecc., ed espressione vera dell’arte della nostra poetessa. L’imitazione petrarchesca non soffoca quasi mai il calore dell’affetto che troviamo vivace anche quando cambia il modello dell’imitazione, anche quando, nel capitolo III ad esempio, la poetessa ricorda le eroidi ovidiane. Gli è che l’amore della Stampa non era un platonismo trascendentale, ma carne della sua carne e sangue del suo sangue. Dice quel che sente, con poca arte, ma molta efficacia, e la naturalezza e la verità sono le sue doti maggiori. Qualche volta rade con le ali il suolo, di rado si leva a voli sublimi e lontani, ma si libra sicuramente nell’aere suo, che vibra di affetto e di passione. Alle volte i suoi sonetti paiono lettere amorose nelle quali si duole (Sonetto CXXXIX) di non ricevere risposta e null’altro; ma c’è sempre un palpito di vita che non hanno mai i frigidi petrarchisti suoi contemporanei. La stessa audacia del concetto del canzoniere è mirabile, e da Saffo a lei, nessuna giovanetta aveva osato cantare liberamente un amore privo della consacrazione sacramentale. La stessa fiacchezza delle poche rime sacre fa risaltare vie più il calore, la sincerità delle amorose; e crediamo di non andar molto lungi dal vero stimando che, in queste ultime, la Stampa superi d’assai le altre poetesse.
Della Gàmbara poche rime ci restano, ma sufficienti ad attestare del suo ingegno. Delle tre è forse quella che possedette meglio l’arte, nè mai procede involuta come la Colonna o bassa come la Stampa. Meno soggettiva delle altre, rende con facilità le impressioni esterne e con chiarezza le riflessioni di una filosofia piana e melanconica. Le sue migliori rime sono le ottave, dove veramente è qualche cosa della limpidezza cristallina dell’Ariosto, qualche alito della freschezza del Poliziano. Se nella sua vita ordinata ed intesa alle cure del principato e, più che tutto, alla fortuna de’ figli, fosse entrata qualcuna delle tempeste che agitarono il cuore della Stampa, se in lei più che la ragione avesse dominato la passione, forse nessuna poetessa e pochi poeti avrebbero potuto agguagliarla.
Tutte e tre queste autrici sono veramente eccellenti tra quelle del tempo loro e ben degne della fama che ottennero. Unite qui assieme, parlano ora alle nostre donne ammonendole che non è vero quel che si dice della inferiorità femminile. Il cattolicismo ebbe bisogno di un Concilio, quello di Macon ricordato da Gregorio di Tours, per riconoscere che la donna appartiene alla specie umana. La società moderna non avrà bisogno che d’ispirare alla donna la pertinacia e la tenacità al lavoro intellettuale per farne l’uguale del maschio anche nel sudato campo delle lettere.

Uniamo alle rime delle tre gentildonne anche quelle d’altri a loro dirette, o che, come quelle di Collaltino, di Vinciguerra da Collalto e di Baldassare Stampa, hanno stretta attinenza col contenuto del libro. Il quadro riesce così più completo e non dubitiamo che i lettori e le lettrici, alle quali specialmente ci dirigiamo con buona speranza, vorranno sapercene grado.

Luigi Capuana – I tre anelli

C’era una volta un sarto, che aveva tre figliuole, una più bella dell’altra. Sua moglie era morta da un pezzo, e lui si stillava il cervello per riuscire a maritarle. Le ragazze non avevano dote, e senza dote un marito è un po’ difficile a trovarsi.
Un giorno questo povero padre pensò d’andarsene in una pianura e chiamare la Sorte:
– Sorte, o Sorte!
Gli apparve una vecchia, colla conocchia e col fuso:
– Perché Continua la lettura di Luigi Capuana – I tre anelli