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Folcacchiero da Siena, Tutto lo mondo vive sanza guerra

Tutto lo mondo vive sanza guerra
ed io pace non posso aver neiente.
O Deo, como faragio?
O Deo, como sostenemi la terra?
E’ par ch’io viva i[n] noia de la gente,
ogn’omo m’è salvagio.
Non paiono li fiori
per me, com’ già soleano,
e gli ausei per amori
dolzi versi faceano – a gli albori.
E quand’eo vegio gli altri cavalieri
arme portare e d’amore parlando,
ed io tut[t]o mi doglio;
sol[l]azo m’è tornato in pensieri.
La gente mi riguardano, parlando
s’io son quel ch’es[s]er soglio.
Non so ciò ch’io mi sia,
nè so per che m’avene:
tornato m’è lo bene – in dolori.
Ben credo che ò fenita e non comenza;
e lo meo male non por[r]ia contare,
nè le pene ch’io sento.
Li drappi di vestir non mi s’agenza,
nè bono non mi sa lo manicare,
così vivo in tormento.
Non so onde fugire,
nè a cui m’acomandare;
convenemi sofrire
tut[t]e le pene amare – in dolzori.
Eo credo bene che l’Amore sia:
altro deo non m’à già a giudicare
così crudelemente;
chè l’Amor è di tale segnoria,
che le due parti a sè vole tirare
e ‘l terzo è de la gente.
Ed io per ben servire,
s’io ragione trovasse,
non doveria fallire
An a lui così ch’i’ amasse – [lei] per cori.
Dolce madonna, poi ch’eo mi moragio,
non troverai chi sa ben te servire
tut[t]’a tua volontate,
ch’unque non volli, nè vo’, nè voragio
se non di tut[t]o af[f]are a piacire
a la vostra amistate.
Merzè di me vi prenda,
che non mi sfidi amando;
vostra graz[i]a discenda,
però ch’eo ardo e ‘ncendo – de[ntro] e fori.

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Guittone d’Arezzo, Ahi, bona donna, or, tutto ch’eo sia

Ahi, bona donna, or, tutto ch’eo sia
nemico voi, com’è vostra credenza,
già v’enprometto esta nemistà mia
cortesemente e con omil parvenza;
e voi me, lasso, pur con villania
e con orgoglio mostrate malvoglienza.
Ma certo en nimistà val cortesia,
e li sta bene alsì co ‘n benvoglienza.
Ch’usando cortesia po l’om dar morte,
e render vita assai villanamente:
or siate donque me nemica forte,
e m’auzidete, amor, cortesemente!
E piacemi non men, che se me sorte
a vita amistà vil desconoscente.

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Guittone d’Arezzo, Amor m’ha priso ed incarnato tutto

Amor m’ha priso ed incarnato tutto,
ed a lo core di sé posanza
e di ciascuno membro trae frutto,
da poi che priso ha tanto di possanza.
Doglia onta e danno hame condutto,
e del mal meo mi fa aver disianza,
e del ben di lei spietat’ème ‘n tutto,
sì meve e ciascun’alma ha ‘n disdegnanza.
Spessamente lo chiamo e dico: Amore,
chi t’ha dato di me tal segnoraggio,
ch’hai conquiso meo senno e meo valore?
Eo prego che ti facie meo messaggio
e che vade davante al tuo segnore
e d’esto convenente il facie saggio.

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Guittone d’Arezzo, Poi male tutto è nulla inver peccato

Poi male tutto è nulla inver peccato,
e peccato onne parvo inver d’errore,
e onne error leggero, al viso meo,
ver non creder sia Deo,
né vita, appresso d’esta, a pena o merto;
come di peccati altri aggio parlato,
dispregiando e lungiando essi d’amore,
mi soduce disio, e punge or manto,
in male tale e tanto
metter consiglio alcun leale e certo,
a dimostrare aperto
lo grande errore a chi vis’ha, ché veggia
per ragion chiara e nova
e per decevel prova
dei soi stormenti e testimon ver molti.
Ma non del mio saver dico già farlo,
ma del suo, per cui parlo;
ché la sua gran mercé sper mi proveggia
ed amaestri e reggia
la lingua mia in assennando stolti.
Dio demostrando, mostrarò primamente
che libri tutti quasi in tutte scienze,
provando lui, son soie carte, quando
parlan de lui, laudando;
e testimon son soi populi totti,
Onni lingua, onni schiatta, e onni gente
conferman lui, destrutte altre credenze;
e non sol nescienti omin selvaggi,
ma li più molto e maggi
dei filosofi tutti e altri dotti.
E ciò ch’afferman totti,
come Tulio dice, è necessaro;
perché, sì com’el dice,
non saggio alcun Dio isdice;
e santi apresso, en cui non quasi conto,
o filosofi manti e saggi fuoro,
che con parole loro
non solo già, ma per vita el testaro.
Come donque omo chiaro
e saggio alcun contra parlar po ponto?
Dico anco a ciò che non visibil cosa
di nulla venne e non fece se stessa;
e se l’una da l’altra esser dicemo,
la prima unde diremo?
E, se principio dir volem non fusse,
tale opinion dico odiosa
a filosofi manti e saggi adessa;
e impossibele è che figlio sia
se non padre fu pria;
e se nullo pria, chi segondo adusse?
E se da omo om mosse,
fera da fera; e ciel da cui,
in cui orden, bellore
tale e tanto è valore?
Ô da om? No; né d’om vedem già maggio.
Chi sente bene e pensa e non stima
che padre un fusse prima,
che fu da nullo e cosa onne da loi,
el qual nei fatti soi
possente, bono, sommo si prova e saggio?
Cosa una pria mostrata, unde cos’è onne,
ch’è de necessità Dio dir dovemo,
mostramo apresso ciò: com’om poi morte
mal porta u ben forte.
Aristotel, Boezio e altri manti,
Senaca, Tulio ad un testimon sonne;
e per ragion, m’è viso, anche ‘l vedemo.
Da poi non pagaria
lo minor cor che sia
tutt’esto mondo, come tali e tanti
pagar potene, quanti
hane intra sé? Ma tutti altri animali
in bisogno e ‘n talento
hano qui pagamento.
Donque è fera d’om maggio e Dio più piace,
u loco è altro ove pagar om dea?
E non Dio bon serea,
se non loco altro; qui ricchi son mali,
miseri boni e penali;
giustizia, là parlando, in parte or tace.
Che sia loco altro appar, me pare, espresso,
e sto mondo esser ricco e sì bello,
ché ricche, care e dolze ed amorose
tante contene cose,
a pagando cor d’om son quasi nente.
Qual, tanti e tali pagando, esser dea esso?
Dico ch’è ‘n esto amanca, e ch’ello
ha d’alcun male onne suo ben laidito;
e ben, che ci è fenito
di grandezza, di tempo è pur sovente.
E se mal parvo om sente
tra grandi e molti beni, con può pagare?
Eh, no alma eternale
paga ben temporale,
né ben finito non finita voglia!
De necessità donque convene
che, for mal, tutto bene
nel loco sia, lo qual possa bastare
a cor d’om pago fare.
E tal è esso, u’ sperian Dio n’acoglia.
Loco approvato, ove pagar dea bono,
diremo degian rei loco abitare?
No esser può già mai gauda malizia,
u’ ben regge giustizia,
né bonità, u’ malizi’ha podere.
Non con malvagi mai gauder bon pono:
sol dei bon donque esso bon loco appare.
E se per loro boni loco bono hano,
senza loco serano
malvagi? No, che pur den loco avere.
Ma qual dovem savere,
giustizia e l’orden nostro anche servando.
Com boni l’han bon tale
longe da onni male,
for d’ogni bon l’han rei, reo del tutto.
Lochi approvati e quali, u’ son diremo;
el bono in ciel credemo,
a convito om con Dio e angeli stando;
e malvagi abitando
con demon tutti là sotterra e brutto.
Vescovo d’Arezzo e Conte magno,
in vostr’amenda metto
esto e mio tutto detto,
e mi vi dono apresso, in quanto vaglio
di fedel fede e amoroso amore,
fedel bon servidore;
e s’io la segnoria vostra guadagno,
en che manco remagno,
non mal torname bono e gioi travaglio.

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Guittone d’Arezzo, Tutto ch’eo poco vaglia

Tutto ch’eo poco vaglia,
forzerommi a valere,
perch’eo vorrea plagere
a l’amorosa, cui servo mi dono.
E de la mia travaglia
terraggio esto savere,
che non farò parere
ch’amor m’aggia gravato com’eo sono.
Ché validor valente
pregio e cortesia
non falla, né dismente;
non dich’eo, che ciò sia,
ma vorria similmente
valer, s’unque poria.
D’amar lei non mi doglio;
ma che mi fa dolere
lo meo folle volere,
che m’ave addutto a amar sì alt’amanza.
Sovente ne cordoglio,
no sperando potere
lo meo disio compiere,
né pervenire en sì grand’allegranza.
Ma che mi dà conforto
ch’ave nochier talora
contra fortuna porto:
così di mia ‘nnamora
non prendo disconforto,
né mi dispero ancora.
Omo che ‘n disperanza
si getta per doglienza,
disperde conoscenza
e prende loco e stato di follia.
Allor face mostranza
secondo mia parvenza,
che poca di valenza
ritegna ed aggia sua vil segnoria;
ma quelli è da pregiare
che d’un greve dannaggio
si sa ben confortare;
ed eo simil usaggio
terrò: del meo penare
già non dispereraggio.
Aggio visto mant’ore
magn’omo e poderoso
cader basso e, coitoso,
partir da gioco e d’ogne dilettanza;
e visto aggi’om di core
irato e consiroso
venir gaio, e gioioso
in gioi poggiare e ‘n tutta beninanza.
Tale vista ed usato
mi fa sperar d’avere
di ben loco ed istato:
ch’eo non deggio temere
(tanto sono avallato)
di più basso cadere.
Conforto el meo coraggio,
né ciò non ho, né tegno:
ma a tal spera m’attegno,
che mi fa far miracola e vertute.
Ché, quando più ira aggio
o più doglia sostegno,
ad un pensier m’avegno,
lo qual m’allegra e stringe mie ferute:
così mi fa allegrare
la gran gioia, ch’attende
lo meo cor per amare;
d’altra parte m’offende
ch’audii pover nomare
chi in gran riccore intende.

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Guittone d’Arezzo, Tutto ‘l dolor, ch’eo mai portai, fu gioia

Tutto ‘l dolor, ch’eo mai portai, fu gioia,
e la gioia neente apo ‘l dolore
del meo cor, lasso, a cui morte socorga,
ch’altro non vegio ormai sia validore.
Ché, prima del piacer, poco po noia,
ma poi, po forte troppo om dar tristore:
maggio conven che povertà si porga
a lo ritornador, ch’a l’entradore.
Adonqua eo, lasso, in povertà tornato
del più ricco acquistato
che mai facesse alcun del meo paraggio,
sofferrà Deo ch’eo pur viva ad oltraggio
di tutta gente e del meo for sennato?
NOn credo già, se non vol meo dannaggio.
Ahi, lasso, co mal vidi, amaro amore,
la sovra natoral vostra bellezza
e l’onorato piacenter piacere
e tutto ben ch’è ‘n voi somma grandezza!
E vidi peggio il dibonaire core
ch’umiliò la vostra altera altezza
a far noi due d’un core e d’un volere,
perch’eo più ch’omo mai portai ricchezza.
Ch’a lo riccor d’amor null’altro è pare,
né raina po fare
ricco re, como né quanto omo basso,
né vostra par raina amor è passo.
Donqua chi ‘l meo dolor po pareggiare?
Ché qual più perde acquista in ver me, lasso.
Ahi, con pot’om, che non ha vita fiore,
durar contra di mal tutto for grato,
sì com eo, lasso, ostal d’ogne tormento?
Ché se ‘n lo più fort’om fosse amassato
sì forte e sì coralmente dolzore,
com’è dolore in me, già trapassato
fora de vita, contra ogne argumento.
Come, lasso, viv’eo de vita fore?
Ahi morte, villania fai e peccato,
che si m’hai desdegnato,
perché vedi morir opo mi fora
e perch’io piò sovente e forte mora!
Ma mal tuo grato eo pur morrò forzato,
de le mie man, se mei non posso ancora.
Mal ho più ch’altro, e men, lasso, conforto:
ché s’eo perdesse onor tutto ed avere
e tutti amici e de le membra parte,
sì mi conforteria per vita avere;
ma qui non posso, poi ho di me torto
e ritornato in voi forzo e savere,
che non fue, amor meo, già d’altra parte,
Donqua di confortar com’ho podere?
E poi saver non m’aiuta, e dolore
me pur istringe il core,
pur conven ch’eo matteggi; e sì facci’eo;
perch’om mi mostra a dito e del mal meo
se gabba; ed eo pur vivo a disinore,
credo, a mal grado del mondo e di Deo.
Ahi, bella gioia, noia e dolor meo,
e punto fortunal, lasso, fue quello
de vostro dipartir, crudel mia morte,
che doblo mal tornò tutto meo bello!
Sì del meo mal mi dol; ma più per Deo
ème lo vostro, amor, crudele e fello;
ca s’eo tormento d’una parte forte,
e voi da l’altra più strigne ‘l chiavello,
como la più distretta enamorata
che mai fosse aprovata;
ché ben fa forza dimession d’avere
talor bass’omo in donn’alta capere;
ma ciò non v’agradìo già né v’agrata:
donque d’amor coral fu ‘l ben volere.
Amor, merzé, per Deo, vi confortate,
ed a me non guardate,
ché picciol è per mia morte dannaggio
ma per la vostra, amor, senza paraggio.
E forse anche però mi ritornate,
se mai tornare deggio, in allegraggio.
Amore, Amor, più che veneno amaro,
non già ben vede chiaro
chi se mette in poder tuo volontero:
che ‘l primo e ‘l mezzo n’è gravoso e fero
e la fine di ben tutto ‘l contraro,
o’ prende laude e blasmo onne mistero.

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Meo di Bugno – Tutto el tempo del mondo m’ è avenuto

Tutto el tempo del mondo m’ è avenuto,
e sempre me n’andro con questa norma,
che là ‘ve non pongo ‘l piè, faccio l’orma,
non so qual de’demòni m’ha veduto,
che, sendo santo, non serò creduto,
anzi me sgrideria la gente a torma.
Unde el conven ch’eo vegli e poco dorma,
da tante parte me veggio asseduto.
Ma non mi muto per altrui parlare:
ben è vertà ch’ io ne son pur dolente,
e come bestia lasso ogn’om belare.
Om che si sente iusto ed innocente,
a faccia aperta pò securo andare,
e non curar farneticar di gente.

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Lippo Pasci de’ Barbi – Compar, che tutto tempo esser mi sòli

Compar, che tutto tempo esser mi sòli
sì ubbidente come a tuo maestro,
a·ffede mando a·tte (perké al destro
mi tengo in faticarti, e so ke vuoli
ch’i’ ‘l faccia, ké d’amico non ti duoli
possilo tu servir) che a·sSalvestro
ricordi che d’aver contento ne strò
cinquanta [o] cento di que’ suoi magliuoli.
E saver puoli – mi fann’ uopo tosto,
però ch’al fatto mio il tempo passa,
onde ti priego che ‘n ciò ti fatichi,
intanto ke da mia parte sì dichi
il centinaio assai verebbe massa
per acconciare e abellir mi’ mosto.

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