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Adolphe Ganot – Trattato elementare di fisica sperimentale ed applicata e di meteorologia con una numerosa raccolta di problemi – PDF

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Vicente Martín y Soler – Una cosa rara – Libretto – PDF

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Avancinio Avancini – Una vittima

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I due fratelli, ciechi di rabbia, dichiararono un’altra volta che non se ne volevano impicciare. Essere già abbastanza compromessi; aver già perduto l’onore in causa di Giulia: credersi fin troppo indulgenti a permettere ch’ella rimanesse in casa e che in casa compiesse l’ultima imfamia cui l’aveva condotta la sua colpa. Non poterle perdonare; far le pratiche opportune per separarsene sùbito: apparecchiarsi anzi a interdirle una porzione del patrimonio ereditato. Giulia su le prime sperò ancora che i fratelli, così crudeli in apparenza, non avrebbero avuto coraggio di abbandonarla nel punto estremo; sperò che si sarebbero mossi a pietà, per essere stata sempre affettuosa con loro ed anche credersi molto innocente nel fallo in cui era precipitata. Quando comprese che la risoluzione minacciata era proprio irremovibile, quando s’accorse che la sfuggivano e che a vederle i fianchi grossi le gittavano parolaccie di sprezzo o di insulto, allora si rivolse completamente al suo Vittorio, al solo Vittorio, pensando che era meglio così, perchè d’ora innanzi forse non sarebbero più divisi; le carezze dell’amante, uniche per lei su la terra, le sembrerebbero più care ed ammorzerebbero anche il rimorso d’una imprudenza inesorabilmente punita.
Con tal fede Giulia, molti giorni prima di mettersi a letto, scrisse una pagina passionata all’amico e gliela fece pervenire per mezzo di Lorenzo, il vecchio servo stato complice principale di quell’amore ma che adesso, lagrimoso, pallido, strappavasi i capelli bianchi, pentito di non aver interrotta a tempo una simile tresca apportatrice di tanti guai alla sua padroncina, alla sua figliola. Passarono due settimane interminabili, mestissime, senza che giungesse nè pure una risposta di Vittorio; il terribile istante s’avvicinava: Giulia ignorava ancora che sarebbe di sè. – Finalmente, un venerdì mattina, Lorenzo entrato nella camera della poveretta la svegliò per consegnarle una lettera che aveva ricevuto dal giovane con grande mistero, con grandi precauzioni. Giulia si fece aprire le griglie; ringraziò il buon servo e, lacerata trepidando la busta, lesse avidamente. Ma non era ancora arrivata alla fine che le si oscurò la vista, il sangue le affluì al cuore e dalle dita tremanti il foglio le cadde al suolo. Vittorio confessava di non poterla aiutare; compiangeva la sua condizione; avrebbe voluto chiederla in moglie; – ma gli mancavano due anni alla laurea; – la scongiurava a non perdersi d’animo, a lasciar passare la burrasca e a confidare nella provvidenza; – giovane, bella e ricca avrebbe poi sempre trovato da collocarsi meglio che con un miserabile avvocatuzzo; conservasse buona memoria di lui che, alla sua volta, non dimenticherebbe le dolci ore godute insieme ed un affetto così gentile.
Allora soltanto Giulia aperse gli occhi. L’animo di quel traditore le apparve in tutta la sua viltà; percossa in poco tempo da tanti colpi, non ebbe nè anche la forza di illudersi maggiormente e di lenire il proprio cordoglio con altre lusinghe: il disinganno era completo. Perciò, dispersa rabbiosamente quella pagina brutale dopo averla ridotta in brani, si distese, bianca, dissanguata, immobile, su le coltri deserte: e, senza dare un gemito, senza versare una lagrima, aspettò la notte intanto che il servo, imaginando l’accaduto, s’affaticava indarno a consolarla, a baciarla, a supplicarla, balbettando, singhiozzando, inginocchiandosi a terra, chiamandola coi nomi più affettuosi. La fanciulla aveva preso una risoluzione anch’ella: tacere, languire e morire in un’agonia degna della sua disgrazia, in un’agonia d’inferno che ricadesse tutta sul capo di chi l’aveva provocata.
Quando, verso sera, l’assalsero improvvisamente le prime doglie! l’affanno, l’ira, il raccapriccio avevano precipitato il parto. Ma, invece di atterrirsene, Giulia, a quel doloroso annuncio della maternità, d’un tratto sentì rinascersi a vita; una promessa nuova per l’avvenire le brillò nella mente: i nuovi doveri che si sarebbero richiesti da lei la persuasero che i suoi giorni potrebbero essere utili ancora nel mondo per qualcheduno. E già, colorandosi le guancie, con la fantasia esaltata per la febbre si vedeva ignota, lontana, in altro paese, tranquilla e felice al fianco d’un pargoletto, che sbocciasse come un fiore sul tradito seno materno, che imparasse dalla sua bocca a pronunciare i primi accenti, che crescesse simile a lei nell’occhio, nel viso, nella pietà. Allora per la sventurata si replicherebbe l’esistenza solitaria e serena trascorsa nel decrepito castello dai saloni vasti e vuoti, dalle umide muraglie, dalle finestre altissime, dove, orfana, era sorta semplice ed ignara del mondo in mezzo ai fratelli ruvidi e interessàti presso i quali, unica donna della casa, aveva fatto le veci d’una madre o d’una schiava, amandoli, obbedendoli, sopportandoli, servendoli. Il suo bambino le rammenterebbe i tempi soavi perduti; ella farebbe ancora da madre: amerebbe, obbedirebbe, servirebbe alle tenere voglie di lui: una seconda vita di pazienza, di lavoro, di abnegazione, di sacrificio sarebbe il guidernone d’ogni antico dolore; i baci del suo fanciullo ben la delizierebbero più che baci di quell’infame, al quale potrebbe for’anco augurare gioie non meritate e l’oblio d’un rimorso inevitabile.
Però sul vespro le doglie diventarono così violente che, malgrado i continui sforzi per celarle, Giulia dovette confessarsi col vecchio servitore. Questi, all’inattesa notizia, si turbò tutto; ma, parendogli che non fosse ancora tempo, le raccomandava riposo e le chiedeva se non s’ingannasse alle volte su la natura del male; – tuttavia, dopo averla assistita per alcune ore, visto insomma che non c’era più dubbio, manifestò la sua intenzione d’avvertirne i fratelli. Giulia, quantunque resa pazza dai tormenti, si rizzò sul letto con gli occhi di fiamma e afferrando i polsi di Lorenzo: “tu” gli disse, “tu andrai a cercare la levatrice; nessun altro, intendi? i miei parenti non devono saper nulla!” Così il vecchio, a testa curva, ingoiando il pianto che lo soffocava, si recò in fretta a casa della levatrice; e non osò destare le donne, avendo Giulia dichiarato che non voleva nessuno in camera affinchè il segreto non si diffondesse, affinchè i fratelli non avessero a rampognarle poi l’ultima vergogna della famiglia. Non bisognava opporsele. Quella giovanetta sensibile, nervosa, esasperata dalla persecuzione, era capace di ogni follia.
Appena arrivata, la levatrice, messa già al corrente da Lorenzo lungo la via, interrogò Giulia sovra i soliti particolari, senza mostrare alcuna meraviglia, trattandola con la massima dolcezza. Ma Giulia cominciò ben tosto a scuotersi; la fronte le si bagnò di sudore; le sue membra tremavano forte; dalla strozza involontariamente le sfuggivano gemiti compressi; morsicavasi le pugna in silenzio, delirando: allontanava le coltri con impeto, come se le bruciassero la carne, come se la schiacciassero. Bisognò adagiarla; si discostò la candela; si apparecchiarono pannolini e vasi d’acqua, la si tenne ferma, la si calmò con mille sommessi rimproveri, con mille carezzevoli minaccie: e, tra gli spasimi, verso mezzanotte, ella diede finalmente alla luce un bambino.
Da principio la puerpera stette alquanto quasi persona stanca per lunga fatica; aveva la bocca serrata, le nari tumide; i suoi muscoli s’agitavano ancora sotto l’impressione del male e si lasciò rivolgere ed accomodare senza resistere, come se non s’accorgesse di nulla. Poi adagio adagio riprese i sensi; ebbe sussulti di vomito; sospirò: si mosse. Lorenzo pendeva su la sua testa; gli sorrise. E, accomodandosi per istinto con la mano diafana i capelli sparsi, risollevò il collo sul guanciale, girò intorno le pupille come in cerca di qualcosa che le mancasse, mentre dalla sue labbra smorte partivano voci interrotte. La levatrice indovinò; si fece vicina: e mormorando frasi inintelligibili, con gesto imbarazzato, le sporse il bambino. A quella vista il corpo della giovane madre parve infiammarsi; un’ultima vampa di sangue le salì alle gote: diede un rauco accento di gioia suprema e, sbarrando gli occhi, stese le braccia per trascinarsi al petto quella piccola creatura delle sue viscere…
La piccola creatura era fredda ghiacciata.
Giulia la lasciò cadere di piombo sul letto ed ella stessa, prorompendo in un acuto grido, si gettò all’indietro, col seno scoperto, con la faccia immersa come un giglio nel volume delle treccie nere.
Lorenzo dovè tornarsene in paese per il medico. Egli camminava a grandi passi tra le siepi, sul sentiero campestre; intorno, il piano immensurato, rugiadoso, coi filari di roveri e di pioppi, con le acque terse e fredde, accoglieva una tenue luce suffondendola di lieve nebbia azzurrognola; non un alito di vento: non una foglia che stormisse e intanto, su dall’erbe, tra le biade, nei tronchi s’udivano le fioche voci diverse di mille insetti, come se fossero i fremiti della terra.
Era nella stessa campagna, in una simile notte, che la fanciulla aveva peccato vinta dal fascino della natura, vinta dalla pace del silenzio, vinta dalla poesia della solitudine. E Lorenzo, riflettendovi, avrebbe voluto lanciarsi in quell’acque sì tranquille che sorridevano al suo dolore, che schernivano il suo pentimento. Perocchè, troppo cieco, troppo semplice, era stato egli ad aprirgli ogni volta il cancello dell’orto: egli che non aveva mai fatto male, che non credeva si potesse far male; – e vedendo Giulia dileguarsi tra gli alberi, leggiera e silenziosa come un’ombra della notte, invece di raggiungerla, di arrestarla, di rinserrarla senza pietà, sentivasi tutto lieto al pensiero delle gioie che la attendevano, refrigerio solenne ai giorni monotoni(1) del castello.
Nulla giovò il medico alla puerpera. Egli, desolato, disse che non c’erano più speranze e, dopo aver tentato invano di richiamarla ai sentimenti, se ne andò avvertendo che avrebbe mandato il prete. Infatti, di lì a qualche ora, il curato, solo, sinistro, con un involto sotto il braccio, arrivò nel momento che Giulia aveva dischiuso un poco gli occhi e domandato da bere. Lorenzo e la levatrice lasciarono la camera: e il prete, volendo approfittare di quel breve intervallo, staccò dalla muraglia un crocifisso di legno impolverato, s’accoccolò sovra la poltrona, cominciò per confessare la moribonda. “Com’è stato, dunque, poverina?” diceva. E Giulia, sgranandogli in faccia gli occhi, lo guardava curiosamente, come se non l’avesse mai visto, come se non l’avesse compreso. Il prete allora, senza scomporsi, proseguiva: “Sicuro: a questo fine si precipita quando non si rispetta Dio… tu non sei venuta mai alla messa, me ne rammento…” – Ma era inutile; Giulia non rispondeva; si rivolse dall’altra banda: fiatò penosamente, entrò in agonia. – Il curato richiamò i due che stavano su la porta; cavò dall’involto le ampolle; rialzò le coltri; le diede gli olî santi; s’inginocchiò sul tappeto e, col libro in mano, sbadigliando tratto tratto, recitò le ultime preghiere: – Lorenzo, tenendo le palme congiunte, era in piedi silenzioso, fermo come una pietra.
Così spuntò l’alba. E quando, lenta, lontana, dal campanile vibrò l’avemaria, la levatrice, svegliatasi di soprassalto col rosario ancora tra le dita, si levò dalla sedia, si chinò sul letto e vi scorse Giulia già cadavere.
Al dopopranzo di quel sabato ricomparve il medico, per constatarne la morte. In casa non trovò alcuno; soltanto Lorenzo aspettava su la panca del cortile e s’incaricò di condurlo attraverso i cameroni scuri e freschi, dai mobili vecchi, dai soffitti a travi scolpite. La scala, co’ suoi gradini larghi e bassi di marmo bianco, anch’essa era sepolta nell’ombra; i balaustri a colonnette rigonfie salivano in pendìo, impolverati; all’ingiro, mezzo occulte da strati di calce, figuravano dipinte gigantesche femmine, lanciate in una danza vaporosa e tacita da forse due secoli; – su, in cima, nelle sale a vòlta, si vedevano mille screpolature, sentivasi un tanfo d’antichità: e i passi dei due uomini, risonando sul pavimento, echeggiavano di camera in camera maestosi. D’un tratto Lorenzo, sempre taciturno, tirò un catenaccio, aperse i battenti d’una porta stretta, fregiata di pitture guaste, poi, scopertosi il capo, entrò nella stanza funeraria e ne socchiuse le imposte, avanzandosi diritto, simile ad un uomo sordo che non ode nulla, che non s’occupa di nulla. Un raggio di luce rosea, scivolando tra le aperture, si fermò in un angolo; il lumicino posto al suolo mandò sprazzi fumosi e la fiamma ondulò, scossa ai piccoli colpi dell’aria che perveniva dal corridoio. Pareva dimenticata ad accompagnar quel corpicino, tutto giallo come una statua di cera, che giaceva sul materasso coi piedi riuniti, con la testa enorme, con le coscie larghe, quasichè fosse ancora nel grembo della madre: la quale, nell’angolo rischiarato lungo il muro, sovra quattro seggiole messe vicine col dorso all’infuori, distendevasi inerte, nascosta da un lenzuolo. Il medico sollevò quel drappo della morte; sotto gli apparve la persona sottile di Giulia, avvolta in vesti candide, con le caviglie e coi polsi legàti da corone; il suo volto livido s’incorniciava in un fazzoletto da cui sfuggivano poche ciocche di capelli arruffàti; il collo aveva un colore terreo, una rotondità floscia: gli occhi vitrei, fissi, chiedevano ancora vendetta, maledicevano ancora a qualcuno.
I due uomini si distaccarono; le imposte furono riappressate: cigolò di nuovo il catenaccio e di nuovo echeggiarono i passi, quasi inviando l’ultimo saluto all’estinta, piccina, deserta in quelle tenebre, in quello spazio.

Antonio Alamanni – Vidi una ragna che vendeva il Panno

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Vidi una ragna che vendeva il Panno
Ch’un fiasco si volea fare una vesta;
Non uscì sangue, e roppegli la testa,
Hor pensa tu come le cose vanno.
Quà ci si parla senza il Turcimanno,
E volentier s’ascolta ogni richiesta
Ma la natura mia tu sai ch’è questa
Ch’io non lo so, se non due volte l’anno,
Sognando in carnesecca a questi dì
In Roma esser con lui nel Culiseo
A morte lo ferì fra l’N, e ‘l P.
E rompendogli il segno del Giudeo,
Parlò Franzese, e disse ohi, ohi;
E con la testa fece . . . . . . . . . . . .
Intendi Galileo,
Ne più per questa . . . . . . . non ci giuro
Se non la so con man prima nel muro.

Antonio Alamanni – Centun, centun, cinquantuno, e un’A

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Centun, centun, cinquantuno, e un’A
Compare e la cagion ch’io mi disperi;
Fo cinquantuno in mezzo di due zeri
Mettendo Z, & O, innanzi al K.
Poi che le donne che ci son di quà
Pongono altri la forma del Taglieri
Chi beve del vin tondo volentieri
Lasci quel fiore andar dove gli và.
Il mio si dorme come fa il mugnaio;
Non alza il capo a riveder le Stelle
Anzi lo china come l’erbolaio.
I’ ho cose da voi, mille novelle,
Che non ha barba, e radesi lo staio:
E come ho io, molti granchi han la pelle
E mille altre frittelle
Ch’io credo certamente infin da Pisa
Voi doviate sentir le nostre risa.

Antonio Alamanni – Se vuoi saper se una femmina è schietta

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Se vuoi saper se una femmina è schietta:
Piglia le carte, e recala boccone:
Gietta una spada, una coppa, e un bastone
E poi le da’ nella quarta arietta:
E s’ella fa la ua cuina netta,
Sta’ forte, e non aver dubitazione:
Ma sai tu quando vien confusione?
S’ei pigne, & esce fuor con la berretta.
Lascia la quarta lettera vocale;
Leva l’O, e poni A, sopra quel frutto
Ch’è cagion . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Toccal con mano, e se ti pare asciutto,
Intignivi tre volte . . . . . . . . . . . . . .
E guarda ben che lo riponga tutto.
Se l’uno, e l’altro o brutto
Dice il Maestro nostro Durlindana
Che tu puoi dir che costei sia . . . . .

Italo Svevo – Una burla riuscita – Lettura di Sandra Marini – MP3

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Capitolo I (formato MP3)
Capitolo II (formato MP3)
Capitolo III (formato MP3)
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da: www.liberliber.it

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Feuillet, Octave – Historia de una parisiense

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EText-No. 27100
Title: Historia de una parisiense
Author: Feuillet, Octave, 1821-1890
Language: Spanish
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EText-No. 27100
Title: Historia de una parisiense
Author: Feuillet, Octave, 1821-1890
Language: Spanish
Link: 2/7/1/0/27100/27100-h/27100-h.htm

EText-No. 27100
Title: Historia de una parisiense
Author: Feuillet, Octave, 1821-1890
Language: Spanish
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EText-No. 27100
Title: Historia de una parisiense
Author: Feuillet, Octave, 1821-1890
Language: Spanish
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EText-No. 27100
Title: Historia de una parisiense
Author: Feuillet, Octave, 1821-1890
Language: Spanish
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EText-No. 27100
Title: Historia de una parisiense
Author: Feuillet, Octave, 1821-1890
Language: Spanish
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R. A. Porati – Una notte fatale – ovvero il racconto dell’esiliato / bozzetti milanesi

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EText-No. 18046
Title: Una notte fatale – ovvero il racconto dell’esiliato / bozzetti milanesi
Author: Porati, R. A.
Language: Italian
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EText-No. 18046
Title: Una notte fatale – ovvero il racconto dell’esiliato / bozzetti milanesi
Author: Porati, R. A.
Language: Italian
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EText-No. 18046
Title: Una notte fatale – ovvero il racconto dell’esiliato / bozzetti milanesi
Author: Porati, R. A.
Language: Italian
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EText-No. 18046
Title: Una notte fatale – ovvero il racconto dell’esiliato / bozzetti milanesi
Author: Porati, R. A.
Language: Italian
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EText-No. 18046
Title: Una notte fatale – ovvero il racconto dell’esiliato / bozzetti milanesi
Author: Porati, R. A.
Language: Italian
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Nocturno Napolitano – Opera nova amorosa, vol. 1 – Strambotti, sonetti, capitoli, epistole et una disperata

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EText-No. 30738
Title: Opera nova amorosa, vol. 1 – Strambotti, sonetti, capitoli, epistole et una disperata
Author: Nocturno, Napolitano;Napolitano, Notturno;Nocturno, Neapolitano;Notturno, Napolitano;Notturno, Napoletano
Language: Italian
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EText-No. 30738
Title: Opera nova amorosa, vol. 1 – Strambotti, sonetti, capitoli, epistole et una disperata
Author: Nocturno, Napolitano;Napolitano, Notturno;Nocturno, Neapolitano;Notturno, Napolitano;Notturno, Napoletano
Language: Italian
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EText-No. 30738
Title: Opera nova amorosa, vol. 1 – Strambotti, sonetti, capitoli, epistole et una disperata
Author: Nocturno, Napolitano;Napolitano, Notturno;Nocturno, Neapolitano;Notturno, Napolitano;Notturno, Napoletano
Language: Italian
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EText-No. 30738
Title: Opera nova amorosa, vol. 1 – Strambotti, sonetti, capitoli, epistole et una disperata
Author: Nocturno, Napolitano;Napolitano, Notturno;Nocturno, Neapolitano;Notturno, Napolitano;Notturno, Napoletano
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EText-No. 30738
Title: Opera nova amorosa, vol. 1 – Strambotti, sonetti, capitoli, epistole et una disperata
Author: Nocturno, Napolitano;Napolitano, Notturno;Nocturno, Neapolitano;Notturno, Napolitano;Notturno, Napoletano
Language: Italian
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EText-No. 30738
Title: Opera nova amorosa, vol. 1 – Strambotti, sonetti, capitoli, epistole et una disperata
Author: Nocturno, Napolitano;Napolitano, Notturno;Nocturno, Neapolitano;Notturno, Napolitano;Notturno, Napoletano
Language: Italian
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EText-No. 31285
Title: Opera nova amorosa, vol. 2 – Traggedia
Author: Notturno, Napoletano;Nocturno, Neapolitano;Napolitano, Notturno;Notturno, Napolitano;Nocturno, Napolitano
Language: Italian
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EText-No. 31285
Title: Opera nova amorosa, vol. 2 – Traggedia
Author: Notturno, Napoletano;Nocturno, Neapolitano;Napolitano, Notturno;Notturno, Napolitano;Nocturno, Napolitano
Language: Italian
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EText-No. 31285
Title: Opera nova amorosa, vol. 2 – Traggedia
Author: Notturno, Napoletano;Nocturno, Neapolitano;Napolitano, Notturno;Notturno, Napolitano;Nocturno, Napolitano
Language: Italian
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EText-No. 31285
Title: Opera nova amorosa, vol. 2 – Traggedia
Author: Notturno, Napoletano;Nocturno, Neapolitano;Napolitano, Notturno;Notturno, Napolitano;Nocturno, Napolitano
Language: Italian
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EText-No. 31285
Title: Opera nova amorosa, vol. 2 – Traggedia
Author: Notturno, Napoletano;Nocturno, Neapolitano;Napolitano, Notturno;Notturno, Napolitano;Nocturno, Napolitano
Language: Italian
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EText-No. 31285
Title: Opera nova amorosa, vol. 2 – Traggedia
Author: Notturno, Napoletano;Nocturno, Neapolitano;Napolitano, Notturno;Notturno, Napolitano;Nocturno, Napolitano
Language: Italian
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Miguel de Unamuno – A una Gazmoña

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Coqueteas, hipócrita gazmoña,
con Cristo, a quien llamándote su sierva,
le tienes como a novio de reserva
por si el otro marrase. Ya bisoña

no eres en estas lides, la ponzoña
sabes sacar de la embrujada hierba
del amor y ponértela en conserva,
por si a su toque mocedad retoña.

Con todo tu recato y tu misterio
no andas sino detrás de matrimonio,
pero no espiritual y de salterio;

mas por mucho que al pobre San Antonio
le sobes con ofrenda y sahumerio
te tendrás que cargar con el demonio.

Fray Luis de León – Oda XVII – En una esperanza que salió vana

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Huid, contentos, de mi triste pecho;
¿qué engaño os vuelve a do nunca pudistes
tener reposo ni hacer provecho?

Tened en la memoria cuando fuistes
con público pregón, ¡ay!, desterrados
de toda mi comarca y reinos tristes,

a do ya no veréis sino nublados,
y viento, y torbellino, y lluvia fiera,
suspiros encendidos y cuidados.

No pinta el prado aquí la primavera,
ni nuevo sol jamás las nubes dora,
ni canta el ruiseñor lo que antes era.

La noche aquí se vela, aquí se llora
el dia miserable sin consuelo
y vence el mal de ayer el mal de agora.

Guardad vuestro destierro, que ya el suelo
no puede dar contento al alma mía,
si ya mil vueltas diere andando el cielo.

Guardad vuestro destierro, si alegría,
si gozo, y si descanso andáis sembrando,
que aqueste campo abrojos solo cría.

Guardad vuestro destierro, si tornando
de nuevo no queréis ser castigados
con crudo azote y con infame bando.

Guardad vuestro destierro que, olvidados
de vuestro ser, en mí seréis dolores:
¡tal es la fuerza de mis duros hados!

Los bienes más queridos y mayores
se mudan, y en mi daño se conjuran,
y son, por ofenderme, a sí traidores.

Mancíllanse mis manos, si se apuran;
la paz y la amistad, que es cruda guerra;
las culpas faltan, más las penas duran.

Quien mis cadenas más estrecha y cierra
es la inocencia mía y la pureza;
cuando ella sube, entonces vengo a tierra.

Mudó su ley en mí naturaleza,
y pudo en mí el dolor lo que no entiende
ni seso humano ni mayor viveza.

Cuanto desenlazarse más pretende
el pájaro captivo, más se enliga,
y la defensa mía más me ofende.

En mí la culpa ajena se castiga
y soy del malhechor, ¡ay!, prisionero,
y quieren que de mí la Fama diga:

«Dichoso el que jamás ni ley ni fuero,
ni el alto tribunal, ni las ciudades,
ni conoció del mundo el trato fiero.

Que por las inocentes soledades,
recoge el pobre cuerpo en vil cabaña,
y el ánimo enriquece con verdades.

Cuando la luz el aire y tierras baña,
levanta al puro sol las manos puras,
sin que se las aplomen odio y saña.

Sus noches son sabrosas y seguras,
la mesa le bastece alegremente
el campo, que no rompen rejas duras.

Lo justo le acompaña, y la luciente
verdad, la sencillez en pechos de oro,
la fee no colorada falsamente.

De ricas esperanzas almo coro,
y paz con su descuido le rodean,
y el gozo, cuyos ojos huye el lloro.»

Allí, contento, tus moradas sean;
allí te lograrás, y a cada uno
de aquellos que de mi saber desean,
les di que no me viste en tiempo alguno.

Luigi Capuana – C’era una volta… (fiabe) – PDF

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Rubén Darío – Abrojos

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A un tal que asesinó a diez
y era la imagen del vicio,
muerto, el Soberano Juez
le salvó del sacrificio
sólo porque amó una vez.

Ruben Dario – Para una cubana

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Poesía dulce y mística
busca a la blanca cubana
que se asomó a la ventana
como una visión artística.

Misteriosa y cabalística,
puede dar celos a Diana,
con su faz de porcelana
de una blancura eucarística.

Llena de un prestigio asiático,
roja, en el rostro enigmático,
su boca púrpura finge,

Y al sonreírse vi en ella
el resplandor de una estrella
que fuese alma de una esfinge.

Compagnetto da Prato, L’amor fa una donna amare

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L’amor fa una donna amare.
Dice: «Lassa, com faragio?
Quelli a cui mi voglio dare
non so se m’à ‘n suo coragio.
Sire Dio, che lo savesse
ch’io per lui sono al morire,
o c’a donna s’avenesse:
manderia a lui a dire
che lo suo amor mi desse.
Dio d’amor, quel per cui m’ài
conquisa, di lui m’aiuta;
non t’è onor s’a lui non vai,
combatti per la renduta.
Dio! l’avessero in usanza
l’altre di ‘nchieder d’amare!
ch’io inchiedesse lui d’amanza,
chè m’à tolto lo posare;
per lui moro for fallanza.
Donne, no ‘l tenete a male,
s’io danneo il vostro onore,
chè ‘l pensier m’à messa a tale
convenmi inchieder d’amore.
Manderò per l’amor mio,
saprò se d’amor mi ‘nvita;
se non, gliela dirabo io
la mia angosciosa vita.
Lo mio aunore non disio».
«Madonna, a vostre belleze
non era ardito di ‘ntendre;
non credea che vostre alteze
ver me degnassero iscendre.
A voi mi do, donna mia,
vostro son, mio non mi tegno,
mio amor coral in voi sia;
fra tut[t]o, senza ritegno
met[t]omi in vostra balìa».
«Deo! como mi fa morire
l’omo a cui mandai il mes[s]agio!
Domandomi che vuol dire.
Quando in zambra meco l’agio
non me ne de’ domandare.
Drudo mio, aulente più c’ambra,
ben ti dovresti pensare
perch’i’ òti co meco in zambra;
sola son, non dubitare».
«Dim[m]i s’è ver l’abraz[z]are
che mi fai, donna avenente,
chè sì gran cosa mi pare,
creder no ‘l posso neiente».
«Drudo mio, se Dio mi vaglia
ch’io del tuo amor mi disfaccio,
merzè, non mi dar travaglia!
Poi che m’ài ignuda in braccio,
meo sir, tenemi in tua baglia!».

Antonio Gramsci – Una lettera a Trotskij sul futurismo

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Ecco le risposte alle domande sul movimento futurista italiano che lei mi ha rivolto.
Dopo la guerra, il movimento futurista in Italia ha perduto interamente i suoi tratti caratteristici. Marinetti si dedica molto poco al movimento. Si è sposato e preferisce dedicare le sue energie alla moglie. Al movimento futurista partecipano attualmente monarchici, comunisti, repubblicani e fascisti. A Milano poco tempo fa è stato fondato un settimanale politico, Il principe, che rappresenta o cerca di rappresentare le stesse teorie che Machiavelli predicava per l’Italia del Cinquecento, cioè la lotta tra i partiti locali che conducano la nazione verso il caos, dovrebbe essere accantonata per opera di un monarca assoluto, un nuovo Cesare Borgia, che si ponga alla testa di tutti i partiti che si combattono. Il foglio è diretto da due futuristi: Bruno Corra ed Enrico Settimelli. Benché Marinetti, nel 1920, durante una manifestazione patriottica a Roma sia stato arrestato per un energico discorso contro il re, ora collabora a questo settimanale.
I piú importanti esponenti del futurismo d’anteguerra sono diventati fascisti, a eccezione di Giovanni Papini, che è divenuto cattolico e ha scritto una Storia di Cristo. Durante la guerra i futuristi sono stati i piú tenaci fautori della «guerra sino in fondo» e dell’imperialismo. Solo un futurista: Aldo Palazzeschi, era contro la guerra. Egli ha rotto con il movimento e, benché fosse uno degli scrittori piú interessanti, finí col tacere come letterato. Marinetti, che sempre aveva elogiato in lungo e in largo la guerra, ha pubblicato un manifesto in cui dimostrava che la guerra era il solo mezzo igienico per il mondo. Ha preso parte alla guerra come capitano di un battaglione di carri armati e il suo ultimo libro, L’alcova di acciaio, costituisce un inno entusiasta ai carri armati in guerra. Marinetti ha composto un opuscolo In disparte dal comunismo, in cui sviluppa le sue dottrine politiche, se si possono in genere definire come dottrine le fantasie di quest’uomo, che a volte è spiritoso e sempre è notevole. Prima della mia partenza dall’Italia la sezione di Torino del Proletkult aveva chiesto a Marinetti, in occasione dell’apertura di una mostra di quadri di lavoratori membri dell’organizzazione, di illustrarne il significato. Marinetti ha accettato volentieri l’invito, ha visitato la mostra insieme con i lavoratori e ha espresso quindi la sua soddisfazione per essersi convinto che i lavoratori avevano per le questioni del futurismo molta piú sensibilità che non i borghesi. Prima della guerra i futuristi erano molto popolari tra i lavoratori. La rivista Lacerba, che aveva una tiratura di ventimila esemplari, era diffusa per i quattro quinti tra i lavoratori. Durante le molte manifestazioni dell’arte futurista nei teatri delle grandi città italiane capitò che i lavoratori difendessero i futuristi contro i giovani semi-aristocratici o borghesi, che si picchiavano con i futuristi.
Il gruppo futurista di Marinetti non esiste piú. La vecchia rivista di Marinetti Poesia è ora diretta da un certo Mario Dessi, un uomo senza la minima capacità intellettuale e organizzativa. Nel Sud, specie in Sicilia, compaiono molti fogli futuristi, in cui Marinetti scrive degli articoli: ma questi foglietti vengono pubblicati da studenti che scambiano per futurismo l’ignoranza della grammatica italiana. Il gruppo piú forte tra i futuristi sono i pittori. A Roma c’è una mostra stabile di pittura futurista, che è stata organizzata da un fotografo fallito, un certo Anton Giulio Bragaglia, un agente per il cinema e per gli artisti. Dei pittori futuristi, il piú noto è Giacomo Balla. D’Annunzio non ha mai preso ufficialmente posizione sul futurismo. Bisogna accennare che al suo sorgere il futurismo assunse un espresso carattere antidannunziano. Uno dei primi libri di Marinetti si intitola Les Dieux s’en vont, D’Annunzio reste. Benché durante la guerra i programmi politici di Marinetti e di D’Annunzio concordassero su molti punti, i futuristi restano antidannunziani. Non si sono quasi interessati al movimento fiumano, benché piú tardi abbiano preso parte alle dimostrazioni.
Si può dire che dopo la conclusione della pace il movimento futurista ha perduto interamente il suo carattere e si è dissolto in correnti diverse, che si sono formate in conseguenza della guerra. I giovani intellettuali erano in genere assai reazionari. I lavoratori, che vedevano nel futurismo gli elementi di una lotta contro la vecchia cultura accademica italiana, ossificata, estranea al popolo, devono oggi lottare le armi alla mano per la loro libertà e hanno scarso interesse per le vecchie dispute. Nelle grandi città industriali il programma del Proletkult, che tende al risveglio dello spirito creativo dei lavoratori nella letteratura e nell’arte, assorbe l’energia di coloro che hanno ancora tempo e voglia di occuparsi di simili questioni.

Gonella degli Anterminelli, Una rason, qual eo non saccio, chero

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Una rason, qual eo non sac[c]io, chero:
ond’è che ferro per ferro si lima?
natura di vena o di tempero,
o mollezza di quel che si dicima?
Cresce e dicresce, corrompe e sta ‘ntero
per sua natura, si com’ fue di prima?
Parlara più latin, se non ch’eo spero
che tutto sa chi è dottor di rima.
Sentenza aspetto, e, di ciò mi confido,
per essa provarò per argomento
che senno e natural rasion non falla.
D’ogn’arte de l’alchima mi disfido
e d’om che muta parlar per ac[c]ento:
non trae per senno al foco la farfalla.

Pietro Antonio Caracciolo – Farsa dove se introduce una Cita, lo Cito, una Vecchia, uno Notaro, lo Prèite con lo Yacono, et uno Terzo – PDF

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Olindo Guerrini – Era una notte come questa e il vento

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Era una notte come questa e il vento
Scuoteva urlando la mia porta invano:
Lunga come un lamento
Mezzanotte battea lontan lontano,
Cadea la pioggia a rivi
Dalle gronde sonore e tu partivi.

Tu partivi per sempre ed io sul letto,
Col viso in giù, la còltrice mordea:
Mi strideva nel petto
Il singhiozzo del pianto e non piangea.
Così tu m’hai lasciato
E il bacio dell’addio non me l’hai dato.

Da quella notte non t’ho più veduta
E più nulla di te non seppi mai.
Forse tu sei caduta
Nel vitupero ed aspettando stai,
Seduta sulla porta,
Chi compri il bacio tuo; forse sei morta.

Forse, e questo pensier più mi tormenta,
Non ti ricordi più del tuo passato,
E godendo contenta
La casta pace d’un imen beato,
Baci col labbro pio
I figli d’un amor che non fu il mio.

Nel tempo anch’io sperai che pur conforta,
Che spegne pure ogni dolor più greve.
Ti volli creder morta
Perchè scordarsi degli estinti è lieve,
E dissi al cor mio gramo,
Dissi all’anima mia: dimentichiamo.

Invan. Da quella notte io porto in core
Come una piaga che guarir non vuole;
Chiuso nel mio dolore
Odio la terra, maledico il sole,
Maledico la vita,
Perchè non spero più; tu sei partita.

E partita per sempre! e pur se sento
La piova ancor che dalle gronde scroscia
E a mezza notte il vento
Sonar come un lontano urlo d’angoscia,
Dal mio guanciale il volto
Levo e le voci della notte ascolto.

Così mal desto le tue bianche forme,
Velate come in sogno, io veggo in mente:
Tace per poco e dorme
Il tarlo roditor che lentamente
La mia vita divora,
E mi par quasi d’aspettarti ancora.

Può la mente scordar tutto un passato,
Ma la mia carne non li scorda mai
I baci che m’hai dato,
I misteri d’amor che t’insegnai,
Le notti mie più liete,
E le tue voluttà le più segrete.

Ahi, ma dal mio sopor tosto destato,
L’atroce verità riveggo intera!
Ignudo e forsennato
Levo le braccia nella notte nera
E sulla coltre sola
Spasimo e il pianto mi s’annoda in gola.

Pianger non posso. Maledetto Iddio,
Se favola non è come l’amore,
Egli che il pianto mio
Come una pietra mi saldò nel core,
Egli che ci ha diviso
E che il pianto mi nega e il tuo sorriso!

Oh, se pianger la morte mi facesse,
Se una lagrima sola, un’ora sola
De’ gaudi tuoi mi desse,
Ricada sovra me la mia parola
Se la casa di grida
Non risonasse già pel suicida!

Jacopo Alighieri – Chiose alla cantica dell’Inferno di Dante Alighieri – pubblicate per la prima volta in corretta lezione con riscontri e fac-simili di codici, e precedute da una indagine critica

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EText-No. 30766
Title: Chiose alla cantica dell’Inferno di Dante Alighieri – pubblicate per la prima volta in corretta lezione con riscontri e fac-simili di codici, e precedute da una indagine critica
Author: Alighieri, Jacopo di Dante;Alighieri, Iacopo;Alighieri, Jacopo, 14th cent.
Language: Italian
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Author: Alighieri, Jacopo di Dante;Alighieri, Iacopo;Alighieri, Jacopo, 14th cent.
Language: Italian
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Author: Alighieri, Jacopo di Dante;Alighieri, Iacopo;Alighieri, Jacopo, 14th cent.
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Author: Alighieri, Jacopo di Dante;Alighieri, Iacopo;Alighieri, Jacopo, 14th cent.
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Roberto Bracco – Una donna

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EText-No. 37935
Title: Una donna
Author: 1943;Bracco, Roberto;1861
Language: Italian
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EText-No. 37935
Title: Una donna
Author: 1943;Bracco, Roberto;1861
Language: Italian
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EText-No. 37935
Title: Una donna
Author: 1943;Bracco, Roberto;1861
Language: Italian
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Title: Una donna
Author: 1943;Bracco, Roberto;1861
Language: Italian
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EText-No. 37935
Title: Una donna
Author: 1943;Bracco, Roberto;1861
Language: Italian
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Title: Una donna
Author: 1943;Bracco, Roberto;1861
Language: Italian
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Title: Una donna
Author: 1943;Bracco, Roberto;1861
Language: Italian
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Francesco Petrarca – Una donna piú bella assai che ‘l sole

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Una donna piú bella assai che ‘l sole,
et piú lucente, et d’altrettanta etade,
con famosa beltade,
acerbo anchor mi trasse a la sua schiera.
Questa in penseri, in opre et in parole
(però ch’è de le cose al mondo rade),
questa per mille strade
sempre inanzi mi fu leggiadra altera.
Solo per lei tornai da quel ch’i’ era,
poi ch’i’ soffersi gli occhi suoi da presso;
per suo amor m’er’io messo
a faticosa impresa assai per tempo:
tal che, s’i’arrivo al disïato Read More »

Dino Campana – Una strana zingarella – Tu sentirai le rime scivolare

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Tu sentirai le rime scivolare
In cadenza nel caldo della stanza
Sopra al guanciale pallida a sognare
Ti volgerai, di questa lenta danza
Magnetica il sussurro a respirare.
La luna stanca è andata a riposare
Gli ulivi taccion, solo un ubriaco
Che si stanca a cantare e ricantare:
Tu magra e sola con i tuoi capelli
Sei restata. Nel cielo a respirare
Stanno i tuoi sogni. Volgiti ed ascolta
Nella notte gelata il mio cantare
Sulle tue spalle magroline e gialle
I capelli vorrei Read More »

Pietro Aretino – E saria pur una coglioneria

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E saria pur una coglioneria
sendo in voglia mia fottervi adesso,
avervi col cazzo nella potta messo,
del cul non mi facendo carestia.

Finisca in me la mia genealogia!
Ch’io vo’ fottervi dietro, spesso, spesso,
poiché gli è più differente il tondo dal fesso
che l’acquata dalla malvasia.

– Fottimi e fa di me ciò che tu vuoi,
in potta, in cul, ch’io me ne curo poco
dove che tu ci facci i fatti tuoi.

Ch’io per me nella potta, in culo Read More »

Guido Cavalcanti, Una figura della Donna mia

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Una figura della Donna mia
s’adora, Guido, a San Michele in Orto,
che, di bella sembianza, onesta e pia,
de’ peccatori è gran rifugio e porto.
E qual con devozion lei s’umilìa,
chi più languisce, più n’ha di conforto:
li ‘nfermi sana e’ domon’ caccia via
e gli occhi orbati fa vedere scorto.
Sana’n publico loco gran langori;
con reverenza la gente la ‘nchina;
d[i] luminara l’adornan di fòri.
La voce va per lontane camina,
ma dicon ch’è idolatra i Fra’ Minori,
per invidia che non è lor vicina.

William Shakespeare – Sogno di una notte di mezza estate – Audiolibro – Edizione Liber Liber

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Alterio,Marco (ruolo: voce)
Balduzzi, Serafino (ruolo: voce)
Boffa, Carlo Giovanni (ruolo: voce)
Capoano, Emanuele (ruolo: voce)
Cecchini, Silvia (ruolo: voce)
Coletti, Luca (ruolo: voce)
Daviddi, Manuela (ruolo: voce)
Fasol, Riccardo, (ruolo: voce e musicista)
Genesio, Ivan (ruolo: voce e musicista)
Maschio, Enrica (ruolo: voce)
Neri, Michele (ruolo: voce)
Pieri, Daniela (ruolo: voce)
Shakespeare, William (ruolo: autore del testo)
Sinatora, Alfredo (ruolo: voce)
Sposato, Ezio (ruolo: voce)
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