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Adolphe Ganot – Trattato elementare di fisica sperimentale ed applicata e di meteorologia con una numerosa raccolta di problemi – PDF

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Avancinio Avancini – Una vittima

I due fratelli, ciechi di rabbia, dichiararono un’altra volta che non se ne volevano impicciare. Essere già abbastanza compromessi; aver già perduto l’onore in causa di Giulia: credersi fin troppo indulgenti a permettere ch’ella rimanesse in casa e che in casa compiesse l’ultima imfamia cui l’aveva condotta la sua colpa. Non poterle perdonare; far le pratiche opportune per separarsene sùbito: apparecchiarsi anzi a interdirle una porzione del patrimonio ereditato. Giulia su le prime sperò ancora che i fratelli, così crudeli in apparenza, non avrebbero avuto coraggio di abbandonarla nel punto estremo; sperò che si sarebbero mossi a pietà, per essere stata sempre affettuosa con loro ed anche credersi molto innocente nel fallo in cui era precipitata. Quando comprese che la risoluzione minacciata era proprio irremovibile, quando s’accorse che la sfuggivano e che a vederle i fianchi grossi le gittavano parolaccie di sprezzo o di insulto, allora si rivolse completamente al suo Vittorio, al solo Vittorio, pensando che era meglio così, perchè d’ora innanzi forse non sarebbero più divisi; le carezze dell’amante, uniche per lei su la terra, le sembrerebbero più care ed ammorzerebbero anche il rimorso d’una imprudenza inesorabilmente punita.
Con tal fede Giulia, molti giorni prima di mettersi a letto, scrisse una pagina passionata all’amico e gliela fece pervenire per mezzo di Lorenzo, il vecchio servo stato complice principale di quell’amore ma che adesso, lagrimoso, pallido, strappavasi i capelli bianchi, pentito di non aver interrotta a tempo una simile tresca apportatrice di tanti guai alla sua padroncina, alla sua figliola. Passarono due settimane interminabili, mestissime, senza che giungesse nè pure una risposta di Vittorio; il terribile istante s’avvicinava: Giulia ignorava ancora che sarebbe di sè. – Finalmente, un venerdì mattina, Lorenzo entrato nella camera della poveretta la svegliò per consegnarle una lettera che aveva ricevuto dal giovane con grande mistero, con grandi precauzioni. Giulia si fece aprire le griglie; ringraziò il buon servo e, lacerata trepidando la busta, lesse avidamente. Ma non era ancora arrivata alla fine che le si oscurò la vista, il sangue le affluì al cuore e dalle dita tremanti il foglio le cadde al suolo. Vittorio confessava di non poterla aiutare; compiangeva la sua condizione; avrebbe voluto chiederla in moglie; – ma gli mancavano due anni alla laurea; – la scongiurava a non perdersi d’animo, a lasciar passare la burrasca e a confidare nella provvidenza; – giovane, bella e ricca avrebbe poi sempre trovato da collocarsi meglio che con un miserabile avvocatuzzo; conservasse buona memoria di lui che, alla sua volta, non dimenticherebbe le dolci ore godute insieme ed un affetto così gentile.
Allora soltanto Giulia aperse gli occhi. L’animo di quel traditore le apparve in tutta la sua viltà; percossa in poco tempo da tanti colpi, non ebbe nè anche la forza di illudersi maggiormente e di lenire il proprio cordoglio con altre lusinghe: il disinganno era completo. Perciò, dispersa rabbiosamente quella pagina brutale dopo averla ridotta in brani, si distese, bianca, dissanguata, immobile, su le coltri deserte: e, senza dare un gemito, senza versare una lagrima, aspettò la notte intanto che il servo, imaginando l’accaduto, s’affaticava indarno a consolarla, a baciarla, a supplicarla, balbettando, singhiozzando, inginocchiandosi a terra, chiamandola coi nomi più affettuosi. La fanciulla aveva preso una risoluzione anch’ella: tacere, languire e morire in un’agonia degna della sua disgrazia, in un’agonia d’inferno che ricadesse tutta sul capo di chi l’aveva provocata.
Quando, verso sera, l’assalsero improvvisamente le prime doglie! l’affanno, l’ira, il raccapriccio avevano precipitato il parto. Ma, invece di atterrirsene, Giulia, a quel doloroso annuncio della maternità, d’un tratto sentì rinascersi a vita; una promessa nuova per l’avvenire le brillò nella mente: i nuovi doveri che si sarebbero richiesti da lei la persuasero che i suoi giorni potrebbero essere utili ancora nel mondo per qualcheduno. E già, colorandosi le guancie, con la fantasia esaltata per la febbre si vedeva ignota, lontana, in altro paese, tranquilla e felice al fianco d’un pargoletto, che sbocciasse come un fiore sul tradito seno materno, che imparasse dalla sua bocca a pronunciare i primi accenti, che crescesse simile a lei nell’occhio, nel viso, nella pietà. Allora per la sventurata si replicherebbe l’esistenza solitaria e serena trascorsa nel decrepito castello dai saloni vasti e vuoti, dalle umide muraglie, dalle finestre altissime, dove, orfana, era sorta semplice ed ignara del mondo in mezzo ai fratelli ruvidi e interessàti presso i quali, unica donna della casa, aveva fatto le veci d’una madre o d’una schiava, amandoli, obbedendoli, sopportandoli, servendoli. Il suo bambino le rammenterebbe i tempi soavi perduti; ella farebbe ancora da madre: amerebbe, obbedirebbe, servirebbe alle tenere voglie di lui: una seconda vita di pazienza, di lavoro, di abnegazione, di sacrificio sarebbe il guidernone d’ogni antico dolore; i baci del suo fanciullo ben la delizierebbero più che baci di quell’infame, al quale potrebbe for’anco augurare gioie non meritate e l’oblio d’un rimorso inevitabile.
Però sul vespro le doglie diventarono così violente che, malgrado i continui sforzi per celarle, Giulia dovette confessarsi col vecchio servitore. Questi, all’inattesa notizia, si turbò tutto; ma, parendogli che non fosse ancora tempo, le raccomandava riposo e le chiedeva se non s’ingannasse alle volte su la natura del male; – tuttavia, dopo averla assistita per alcune ore, visto insomma che non c’era più dubbio, manifestò la sua intenzione d’avvertirne i fratelli. Giulia, quantunque resa pazza dai tormenti, si rizzò sul letto con gli occhi di fiamma e afferrando i polsi di Lorenzo: “tu” gli disse, “tu andrai a cercare la levatrice; nessun altro, intendi? i miei parenti non devono saper nulla!” Così il vecchio, a testa curva, ingoiando il pianto che lo soffocava, si recò in fretta a casa della levatrice; e non osò destare le donne, avendo Giulia dichiarato che non voleva nessuno in camera affinchè il segreto non si diffondesse, affinchè i fratelli non avessero a rampognarle poi l’ultima vergogna della famiglia. Non bisognava opporsele. Quella giovanetta sensibile, nervosa, esasperata dalla persecuzione, era capace di ogni follia.
Appena arrivata, la levatrice, messa già al corrente da Lorenzo lungo la via, interrogò Giulia sovra i soliti particolari, senza mostrare alcuna meraviglia, trattandola con la massima dolcezza. Ma Giulia cominciò ben tosto a scuotersi; la fronte le si bagnò di sudore; le sue membra tremavano forte; dalla strozza involontariamente le sfuggivano gemiti compressi; morsicavasi le pugna in silenzio, delirando: allontanava le coltri con impeto, come se le bruciassero la carne, come se la schiacciassero. Bisognò adagiarla; si discostò la candela; si apparecchiarono pannolini e vasi d’acqua, la si tenne ferma, la si calmò con mille sommessi rimproveri, con mille carezzevoli minaccie: e, tra gli spasimi, verso mezzanotte, ella diede finalmente alla luce un bambino.
Da principio la puerpera stette alquanto quasi persona stanca per lunga fatica; aveva la bocca serrata, le nari tumide; i suoi muscoli s’agitavano ancora sotto l’impressione del male e si lasciò rivolgere ed accomodare senza resistere, come se non s’accorgesse di nulla. Poi adagio adagio riprese i sensi; ebbe sussulti di vomito; sospirò: si mosse. Lorenzo pendeva su la sua testa; gli sorrise. E, accomodandosi per istinto con la mano diafana i capelli sparsi, risollevò il collo sul guanciale, girò intorno le pupille come in cerca di qualcosa che le mancasse, mentre dalla sue labbra smorte partivano voci interrotte. La levatrice indovinò; si fece vicina: e mormorando frasi inintelligibili, con gesto imbarazzato, le sporse il bambino. A quella vista il corpo della giovane madre parve infiammarsi; un’ultima vampa di sangue le salì alle gote: diede un rauco accento di gioia suprema e, sbarrando gli occhi, stese le braccia per trascinarsi al petto quella piccola creatura delle sue viscere…
La piccola creatura era fredda ghiacciata.
Giulia la lasciò cadere di piombo sul letto ed ella stessa, prorompendo in un acuto grido, si gettò all’indietro, col seno scoperto, con la faccia immersa come un giglio nel volume delle treccie nere.
Lorenzo dovè tornarsene in paese per il medico. Egli camminava a grandi passi tra le siepi, sul sentiero campestre; intorno, il piano immensurato, rugiadoso, coi filari di roveri e di pioppi, con le acque terse e fredde, accoglieva una tenue luce suffondendola di lieve nebbia azzurrognola; non un alito di vento: non una foglia che stormisse e intanto, su dall’erbe, tra le biade, nei tronchi s’udivano le fioche voci diverse di mille insetti, come se fossero i fremiti della terra.
Era nella stessa campagna, in una simile notte, che la fanciulla aveva peccato vinta dal fascino della natura, vinta dalla pace del silenzio, vinta dalla poesia della solitudine. E Lorenzo, riflettendovi, avrebbe voluto lanciarsi in quell’acque sì tranquille che sorridevano al suo dolore, che schernivano il suo pentimento. Perocchè, troppo cieco, troppo semplice, era stato egli ad aprirgli ogni volta il cancello dell’orto: egli che non aveva mai fatto male, che non credeva si potesse far male; – e vedendo Giulia dileguarsi tra gli alberi, leggiera e silenziosa come un’ombra della notte, invece di raggiungerla, di arrestarla, di rinserrarla senza pietà, sentivasi tutto lieto al pensiero delle gioie che la attendevano, refrigerio solenne ai giorni monotoni(1) del castello.
Nulla giovò il medico alla puerpera. Egli, desolato, disse che non c’erano più speranze e, dopo aver tentato invano di richiamarla ai sentimenti, se ne andò avvertendo che avrebbe mandato il prete. Infatti, di lì a qualche ora, il curato, solo, sinistro, con un involto sotto il braccio, arrivò nel momento che Giulia aveva dischiuso un poco gli occhi e domandato da bere. Lorenzo e la levatrice lasciarono la camera: e il prete, volendo approfittare di quel breve intervallo, staccò dalla muraglia un crocifisso di legno impolverato, s’accoccolò sovra la poltrona, cominciò per confessare la moribonda. “Com’è stato, dunque, poverina?” diceva. E Giulia, sgranandogli in faccia gli occhi, lo guardava curiosamente, come se non l’avesse mai visto, come se non l’avesse compreso. Il prete allora, senza scomporsi, proseguiva: “Sicuro: a questo fine si precipita quando non si rispetta Dio… tu non sei venuta mai alla messa, me ne rammento…” – Ma era inutile; Giulia non rispondeva; si rivolse dall’altra banda: fiatò penosamente, entrò in agonia. – Il curato richiamò i due che stavano su la porta; cavò dall’involto le ampolle; rialzò le coltri; le diede gli olî santi; s’inginocchiò sul tappeto e, col libro in mano, sbadigliando tratto tratto, recitò le ultime preghiere: – Lorenzo, tenendo le palme congiunte, era in piedi silenzioso, fermo come una pietra.
Così spuntò l’alba. E quando, lenta, lontana, dal campanile vibrò l’avemaria, la levatrice, svegliatasi di soprassalto col rosario ancora tra le dita, si levò dalla sedia, si chinò sul letto e vi scorse Giulia già cadavere.
Al dopopranzo di quel sabato ricomparve il medico, per constatarne la morte. In casa non trovò alcuno; soltanto Lorenzo aspettava su la panca del cortile e s’incaricò di condurlo attraverso i cameroni scuri e freschi, dai mobili vecchi, dai soffitti a travi scolpite. La scala, co’ suoi gradini larghi e bassi di marmo bianco, anch’essa era sepolta nell’ombra; i balaustri a colonnette rigonfie salivano in pendìo, impolverati; all’ingiro, mezzo occulte da strati di calce, figuravano dipinte gigantesche femmine, lanciate in una danza vaporosa e tacita da forse due secoli; – su, in cima, nelle sale a vòlta, si vedevano mille screpolature, sentivasi un tanfo d’antichità: e i passi dei due uomini, risonando sul pavimento, echeggiavano di camera in camera maestosi. D’un tratto Lorenzo, sempre taciturno, tirò un catenaccio, aperse i battenti d’una porta stretta, fregiata di pitture guaste, poi, scopertosi il capo, entrò nella stanza funeraria e ne socchiuse le imposte, avanzandosi diritto, simile ad un uomo sordo che non ode nulla, che non s’occupa di nulla. Un raggio di luce rosea, scivolando tra le aperture, si fermò in un angolo; il lumicino posto al suolo mandò sprazzi fumosi e la fiamma ondulò, scossa ai piccoli colpi dell’aria che perveniva dal corridoio. Pareva dimenticata ad accompagnar quel corpicino, tutto giallo come una statua di cera, che giaceva sul materasso coi piedi riuniti, con la testa enorme, con le coscie larghe, quasichè fosse ancora nel grembo della madre: la quale, nell’angolo rischiarato lungo il muro, sovra quattro seggiole messe vicine col dorso all’infuori, distendevasi inerte, nascosta da un lenzuolo. Il medico sollevò quel drappo della morte; sotto gli apparve la persona sottile di Giulia, avvolta in vesti candide, con le caviglie e coi polsi legàti da corone; il suo volto livido s’incorniciava in un fazzoletto da cui sfuggivano poche ciocche di capelli arruffàti; il collo aveva un colore terreo, una rotondità floscia: gli occhi vitrei, fissi, chiedevano ancora vendetta, maledicevano ancora a qualcuno.
I due uomini si distaccarono; le imposte furono riappressate: cigolò di nuovo il catenaccio e di nuovo echeggiarono i passi, quasi inviando l’ultimo saluto all’estinta, piccina, deserta in quelle tenebre, in quello spazio.

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Antonio Alamanni – Vidi una ragna che vendeva il Panno

Vidi una ragna che vendeva il Panno
Ch’un fiasco si volea fare una vesta;
Non uscì sangue, e roppegli la testa,
Hor pensa tu come le cose vanno.
Quà ci si parla senza il Turcimanno,
E volentier s’ascolta ogni richiesta
Ma la natura mia tu sai ch’è questa
Ch’io non lo so, se non due volte l’anno,
Sognando in carnesecca a questi dì
In Roma esser con lui nel Culiseo
A morte lo ferì fra l’N, e ‘l P.
E rompendogli il segno del Giudeo,
Parlò Franzese, e disse ohi, ohi;
E con la testa fece . . . . . . . . . . . .
Intendi Galileo,
Ne più per questa . . . . . . . non ci giuro
Se non la so con man prima nel muro.

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Antonio Alamanni – Centun, centun, cinquantuno, e un’A

Centun, centun, cinquantuno, e un’A
Compare e la cagion ch’io mi disperi;
Fo cinquantuno in mezzo di due zeri
Mettendo Z, & O, innanzi al K.
Poi che le donne che ci son di quà
Pongono altri la forma del Taglieri
Chi beve del vin tondo volentieri
Lasci quel fiore andar dove gli và.
Il mio si dorme come fa il mugnaio;
Non alza il capo a riveder le Stelle
Anzi lo china come l’erbolaio.
I’ ho cose da voi, mille novelle,
Che non ha barba, e radesi lo staio:
E come ho io, molti granchi han la pelle
E mille altre frittelle
Ch’io credo certamente infin da Pisa
Voi doviate sentir le nostre risa.

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Antonio Alamanni – Se vuoi saper se una femmina è schietta

Se vuoi saper se una femmina è schietta:
Piglia le carte, e recala boccone:
Gietta una spada, una coppa, e un bastone
E poi le da’ nella quarta arietta:
E s’ella fa la ua cuina netta,
Sta’ forte, e non aver dubitazione:
Ma sai tu quando vien confusione?
S’ei pigne, & esce fuor con la berretta.
Lascia la quarta lettera vocale;
Leva l’O, e poni A, sopra quel frutto
Ch’è cagion . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Toccal con mano, e se ti pare asciutto,
Intignivi tre volte . . . . . . . . . . . . . .
E guarda ben che lo riponga tutto.
Se l’uno, e l’altro o brutto
Dice il Maestro nostro Durlindana
Che tu puoi dir che costei sia . . . . .

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Italo Svevo – Una burla riuscita – Lettura di Sandra Marini – MP3

Copertina (formato MP3)
Capitolo I (formato MP3)
Capitolo II (formato MP3)
Capitolo III (formato MP3)
Capitolo IV (formato MP3)
Capitolo V (formato MP3)
Capitolo VI (formato MP3)
Capitolo VII (formato MP3)
Capitolo VIII (formato MP3)

da: www.liberliber.it

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Feuillet, Octave – Historia de una parisiense

EText-No. 27100
Title: Historia de una parisiense
Author: Feuillet, Octave, 1821-1890
Language: Spanish
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EText-No. 27100
Title: Historia de una parisiense
Author: Feuillet, Octave, 1821-1890
Language: Spanish
Link: 2/7/1/0/27100/27100-h/27100-h.htm

EText-No. 27100
Title: Historia de una parisiense
Author: Feuillet, Octave, 1821-1890
Language: Spanish
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EText-No. 27100
Title: Historia de una parisiense
Author: Feuillet, Octave, 1821-1890
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EText-No. 27100
Title: Historia de una parisiense
Author: Feuillet, Octave, 1821-1890
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Title: Historia de una parisiense
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R. A. Porati – Una notte fatale – ovvero il racconto dell’esiliato / bozzetti milanesi

EText-No. 18046
Title: Una notte fatale – ovvero il racconto dell’esiliato / bozzetti milanesi
Author: Porati, R. A.
Language: Italian
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EText-No. 18046
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Author: Porati, R. A.
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Title: Una notte fatale – ovvero il racconto dell’esiliato / bozzetti milanesi
Author: Porati, R. A.
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Title: Una notte fatale – ovvero il racconto dell’esiliato / bozzetti milanesi
Author: Porati, R. A.
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Title: Una notte fatale – ovvero il racconto dell’esiliato / bozzetti milanesi
Author: Porati, R. A.
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Nocturno Napolitano – Opera nova amorosa, vol. 1 – Strambotti, sonetti, capitoli, epistole et una disperata

EText-No. 30738
Title: Opera nova amorosa, vol. 1 – Strambotti, sonetti, capitoli, epistole et una disperata
Author: Nocturno, Napolitano;Napolitano, Notturno;Nocturno, Neapolitano;Notturno, Napolitano;Notturno, Napoletano
Language: Italian
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EText-No. 30738
Title: Opera nova amorosa, vol. 1 – Strambotti, sonetti, capitoli, epistole et una disperata
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EText-No. 31285
Title: Opera nova amorosa, vol. 2 – Traggedia
Author: Notturno, Napoletano;Nocturno, Neapolitano;Napolitano, Notturno;Notturno, Napolitano;Nocturno, Napolitano
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Title: Opera nova amorosa, vol. 2 – Traggedia
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