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Folgore da San Gimignano – Cosí faceste voi o guerra o pace

Cosí faceste voi o guerra o pace,
guelfi, sí come siete in devisione,
ché in voi non regna ponto di ragione,
lo mal pur cresce e ‘l ben s’ammorta e tace.

E l’uno contra l’altro isguarda e spiace
lo suo essere e stato e condizione;
fra voi regna il pugliese e ‘l Ganellone,
e ciascun soffia nel fuoco penace.

Non vi ricorda di Montecatini,
come le mogli e le madri dolenti
fan vedovaggio per gli ghibellini?

E babbi, frati, figliuoli e parenti,
e chi amasse bene i suoi vicini,
combatterebbe ancora a stretti denti.

Veronica Franco – A voi la colpa, a me, donna, s’ascrive

A voi la colpa, a me, donna, s’ascrive
il danno e ‘l duol di quelle pene tante,
che ‘l mio cor sente e ‘l vostro stil descrive.
L’alto splendor di quelle luci sante
recando altrove, e ‘l lor soave ardore,
ai colpi del mio amor foste un diamante.
Io vi pregai, dagli occhi il pianto fore
sparsi largo, e sospir gravi del petto:
non m’aiutò pietà, non valse amore.
Valse, via piú che ‘l mio, l’altrui rispetto;
e benché umil mercé v’addimandai,
pur sol rimasi in solitario tetto.
D’ir altrove eleggeste, io sol restai,
com’a voi piacque ed a mia dura sorte
sí che invidia ai piú miseri portai.
E s’or avvien che a voi pentita apporte
alcun dolore ‘l mio grave tormento,
in ciò degno è ch’amando io mi conforte.
Dunque per me del tutto non è spento
quel foco di pietà, ch’ove dimora
fa d’animo gentil chiaro argomento
Di voi, cui ‘l ciel tanto ama e ‘l mondo onora,
di bellezza e virtute unico vanto,
in cui le Grazie fan dolce dimora,
gran prezzo è ancor se nel corporeo manto,
dove star con Amor Venere suole,
virtú chiudete in ciel gradita tanto.
Se ‘l vostro cor del mio dolor si duole,
s’egualmente risponde a’ miei desiri,
oh vostre doti e mie venture sole!
Tra quanto Amor le penne aurate giri,
E non ha chi, com’io, dolce arda e sospire,
né tra quanto del sol la vista miri.
Dolc’è, quant’è piú grave, il mio languire,
se, qual nel vostro dir pietoso appare,
sentite del mio mal pena e martíre.
Che poi non mi cediate nell’amare,
esser non può, ché la mia fiamma ardente
nel gran regno amoroso non ha pare.
Troppo benigno a’ miei desir consente
il ciel, se dal mio cor la fiamma mossa
vi scalda il ghiaccio della fredda mente.
In voi non cerco affetto d’egual possa,
quel ch’a far di duo uno, un di duo, viene,
e duo traffigge di una sol percossa.
Troppo del viver mio l’ore serene
forano, e tanto piú il mio ben intero,
quanto piú raro questo amando avviene:
quanto Amor men sostien sotto ‘l suo impero
che ‘n duo cor sia una fiamma egual partita,
tanto piú andrei de la mia sorte altero.
Sí come troppo è la mia speme ardita,
che sí audaci pensieri al cor m’invia,
per strada dal discorso non seguita:
da l’un canto il pensar sí com’io sia,
verso ‘l vostro valor, di merto poco,
dal soverchio sperar l’alma desvía;
da l’altro Amor gentil ch’adegui invoco
la mia tanta con voi disagguaglianza,
e gridando mercé son fatto roco.
D’Amor, ch’a nullo amato per usanza
perdona amar, dove un bel petto serra
pensier cortesi, invoco la possanza:
quella, onde ‘l ciel ei sol chiude e disserra,
e perch’a lui la terra è poco bassa,
gli spirti fuor de l’imo centro sferra,
prego che l’alma travagliata e lassa
sostenga; e se non ciò, vaglia pietate
là dove ‘l vostro orgoglio non s’abbassa.
Di mercé sotto aspetto non mi date
lusingando martír, tanto piú ch’io
v’adoro; e quanto prima ritornate,
ch’al lato starvi ognor bramo e desío.

Gaspara Stampa – Se voi poteste, o sol degli occhi miei

Se voi poteste, o sol degli occhi miei,
qual sète dentro donno del mio core,
veder coi vostri apertamente fuore,
oh me beata quattro volte e sei!
Voi più sicuro, e queta io più sarei:
voi senza gelosia, senza timore;
io di due sarei scema d’un dolore,
e più felicemente ardendo andrei.
Anzi aperto per voi, lassa, si vede,
più che ‘l lume del sol lucido e chiaro,
che dentro e fuori io spiro amor e fede.
Ma vi mostrate di credenza avaro,
per tormi ogni speranza di mercede,
e far il dolce mio viver amaro.

Gaspara Stampa – Voi, voci, voi, sospir, voi le tempeste

Voi, voci, voi, sospir, voi le tempeste
sète, voi sète i graziosi venti,
che dimostrate poi sì dolce il porto,
quando il sol arde e quando ardon le stelle;
voi sète la sicura e dritta via,
che ci guidate de’ diletti al mare.
Qual d’eloquenzia fia sì largo mare,
e sì scarco di nubi e di tempeste,
che possa dir senza arrestar fra via,
mentre stan quete le procelle e i venti,
la gioia che mi dan le mie due stelle,
or c’hanno il mio signor ridotto in porto?
Dolce sicuro e grazioso porto,
che del mio pianto l’infinito mare
m’hai acquetato al raggio de le stelle,
ch’ovunque splendon fugan le tempeste,
sì ch’io non posso più temer ch’i venti
turbin sì cara e dilettosa via!
Menami, Amor, omai per questa via,
fin che quest’alma giunga a l’altro porto,
ch’io non vo’ navigar con altri venti,
né di questo cercar più largo mare,
né nel viaggio mio vo’ ch’altre stelle
mi sieno scorte, e sgombrin le tempeste.
Aspre tempeste ed importuni venti
non m’impediran più del mar la via,
or che le stelle mie m’han mostro il porto.

Giacomino Pugliese, Donna, di voi mi lamento

«Donna, di voi mi lamento,
bella di voi mi richiamo
di sì grande fallimento:
donastemi auro co ramo.
Vostro amor pensai tenere
fermo, senza sospecione;
or sembra d’altro volere,
truovolo in falsa cascione,
amore».
«Meo sir, se tu ti lamenti,
tu nó ài dritto, nè ragione;
per te sono in gran tormenti.
Dovresti guardar stagione,
ancor ti sforzi la voglia
d’amore e la gelosia;
con senno porta la doglia,
non perder per tua fol[l]ìa
amore».
«Madonna, s’io pene porto,
a voi non scresce baldanza,
di voi non agio conforto
e fals’e la tua leanza,
quella che voi mi mostraste
là, ov’avea tre persone,
la sera che mi ser[r]aste
in vostra dolze pregione,
amore».
«Meo sir, se tu ti compiangi,
ed io mi sento la doglia;
lo nostro amor falsi e cangi,
ancor che mostri tua voglia.
Non sai che parte mi tegna
di voi, onde son smaruta;
tu mi falsi di convegna
e morta m’à la partuta,
amore».
«Donna, non ti pesa fare
fallimento o villania?
Quando mi vedi passare
sospirando per la via,
asconditi per mostranza:
tut[t]a gente ti rampogna,
a voi ne torna bassanza
e a me ne cresce vergogna,
amore».
«Meo sire, a forza m’aviene
ch’io m’apiatti od asconda,
ca sì distretta mi tene
quelli cui Cristo confonda,
non m’auso fare a la porta;
sono confusa, in fidanza,
ed io mi giudico morta,
tu non n’ài nulla pietanza,
amore».
«Madonna, non n’ò pietanza
di voi, chè troppo mi ‘ncanni:
sempre vivi in allegranza
e ti diletti in mie’ danni;
l’amor non à i[n]ver voi forza,
[per]chè tu non ài fermagio,
d’amor non ài se non scorza,
ond’io di voi son salvagio,
amore».
«Meo sir, se ti lamenti, a[h] me!
tu ti nde prendi ragione,
ch’io vegno là ove mi chiame
e no nde guardo persone.
Poi che m’ài al tuo dimino,
piglia di me tal ve[n]gianza,
che ‘l libro di Giacomino
lo dica per rimembranza,
amore».
«Madonna, in vostra intendenza
niente mi posso fidare,
chè molte fiate in perdenza
trovomi di voi amare.
Ma, s’eo sapesse in certanza
es[s]er da voi meritato,
non averei rimembranza
di nes[s]un fallo pas[s]ato,
amore».

Federico II, Poi ch’a voi piace, amore

Poi ch’a voi piace, amore,
che eo degia trovare,
faronde mia possanza
ch’io vegna a compimento.
Dat’ agio lo meo core
in voi, madonna, amare,
e tutta mia speranza
in vostro piacimento;
e non mi partiragio
da voi, donna valente,
ch’eo v’amo dolzemente,
e piace a voi ch’eo agia intendimento.
Valimento – mi date, donna fina,
chè lo meo core adesso a voi si ‘nchina.
S’io inchino, rason agio
di sì amoroso bene,
ca spero e vo sperando
c’ancora deio avire
allegro meo coragio;
e tutta la mia spene,
fu data in voi amando
ed in vostro piacire;
e veio li sembianti
di voi, chiarita spera,
ca spero gioia intera
ed ò fidanza ne lo meo servire
a piacire – di voi che siete fiore
sor l’altre donn’ e avete più valore.
Valor sor l’altre avete
e tutta caunoscenza,
ca null’omo por[r]ia
vostro pregio contare,
che tanto bella sete!
Secondo mia credenza
non è donna che sia
alta, sì bella, pare,
nè c’agia insegnamento
‘nver voi, donna sovrana.
La vostra ciera umana
mi dà conforto e facemi alegrare:
s’eo pregiare – vi posso, donna mia,
più conto mi ne tegno tuttavia.
A tutt[t]or vegio e sento,
ed ònne gra[n] ragione,
ch’Amore mi consenti
voi, gentil criatura.
Già mai non n’ò abento,
vostra bella fazone
cotant’ à valimenti.
Per vo’ son fresco ognura;
a l[o] sole riguardo
lo vostro bello viso,
che m’à d’amore priso,
e tegnol[o]mi in gran bonaventura.
Preio à tuttura – chi al buon segnore crede
però son dato a la vostra merzede.
Merzè pietosa agiate
di meve, gentil cosa,
chè tut[t]o il mio disio
[ . . . . -ente];
e certo ben sacc[i]ate,
alente più che rosa,
che ciò ch’io più golio
è voi veder sovente,
la vostra dolze vista,
a cui sono ublicato,
core e corp’ ò donato.
A[l]ora ch’io vi vidi primamente,
mantenente – fui in vostro podere,
che altra donna mai non voglio avere.

Guittone d’Arezzo, Se de voi, donna gente

Se de voi, donna gente,
m’ha preso amor, no è già meraviglia,
ma miracol somiglia
come a ciascun no ha l’anima presa;
ché de cosa piacente
savemo de vertà ch’è nato amore.
Or da voi, che del fiore
del piacer d’esto mondo sete appresa,
com po l’om far defesa?
Ché la natura entesa
fo di formare voi, co ‘l bon pintore
Policreto fo de la sua pentura;
che non po cor pensare,
né lingua devisare,
che cosa in voi potesse esser piò bella.
Ahi, Deo, co sì novella
pote a esto mondo dimorar figura,
ch’è de sovra natura?
Ché ciò che l’om de voi conosce e vede,
semiglia, per mia fede,
mirabel cosa a bon conoscidore.
Quale donque esser deo,
poi tale donna intende il meo preghero,
e merta volontero
a cento dobli sempre el meo servire?
Cert’ho miracol, ch’eo
non morto son de gioia e de dolzore;
ché, como per dolore,
po l’om per gioia morte sofferire.
Ma che? Lo meo guerire
è stato con schermire,
ver zo mettendo tutta mia possanza;
ché quando troppo la sento abondare,
mantenente m’acorgo
e con dolor socorgo,
quale me credo che maggiore sia.
Ché de troppa grassia
guerisce om per se stesso consumare,
e cose molto amare
gueriscon zo che dolze aucidereno:
de troppo bene è freno
male, e de male troppo è benenanza.
Tantosto, donna mia,
com eo vo vidi, foi d’amor sorpriso,
né già mai lo meo viso
altra cosa che voi non devisoe.
E sì m’è bon ch’eo sia
fedele voi, che ‘n me non trovo cosa
ver ciò contrariosa,
che l’alma e lo saver deletta cioe.
Per che tutto me doe
voi, cui più che meo soe.
Meo non son già, ch’a far vostro piacere;
ché volonter isfareime in persona,
per far cosa di mene,
che piò stesse vo bene:
ché già non m’osa unqu’altro esser a voglia,
ch’ubedir vostra voglia;
e s’eo de voi disio cosa alcona,
sento che savi bona
e che valor v’accresce in allegranza.
De tale disianza
non piaccia a Deo ch’io mai possa movere.
Per tutto ciò non servo,
né porea mai servir, l’onor né ‘l bene,
che per voi fatto m’ène;
ché troppo è segno d’amoroso amore
far lo signor del servo
su’ par; ed è ben cosa che non mai
pot’om mertare assai.
Donque como de merto avrò onore?
Ché sì como l’Autore
pon, ch’amistà di core
è voler de concordia e desvolere,
faite voi me, ché zo volete ch’eo.
Ma bon conforto m’ène
che, con più alto tene
segnor suo servo, più li po valere;
ché non po l’om capere
sol per servire en la magion de Deo,
sì como sento e veo;
ma bona fede e gran voglia en piò fare
l’aiuta e ‘l fa poggiare,
ché voglia e fe tal Di’ ha fatto valere.
Eo non posso apagare
a dir, donna, de voi l’animo meo;
ché, se m’aiuti Deo,
quanto più dico, più talento dire;
e non po dimostrare
la lingua mea com’è vostro lo core:
per poco non ven fore
a direve lo so coral desire.
Ed a ciò che ‘n servire
potesse devenire
en quale loco piò fosse maggiore,
vorrea che l’amistà nostra de fatto
ormai, donna, s’usasse;
ché, se per me s’osasse
dir, troppo tarda enver ciò dimorate.
Ché de fare amistate
certo lo tardare pareme matto;
e comperato accatto
non sa sì bon, como quel ch’è ‘n don priso;
e sì como m’è viso,
endugio a grande ben tolle savore.
Currado da Sterleto, mea canzone
vo mando e vo presento,
ché vostro pregio vento
m’ha voi fedele e om de ciò ch’eo vaglio;
e se non mi travaglio
de vostro regio dir, quest’è cagione,
che bene en sua ragione
non crederea già mai poter finare:
non dea l’om comenzare
la cosa, onde no è bon fenidore.

Lorenzo de’ Medici – Felici ville, campi e voi silvestri

Felici ville, campi e voi silvestri
boschi e’ fruttiferi arbori e gl’incolti,
erbette, arbusti, e voi, dumi aspri e folti,
e voi, ridenti prati al mio amor destri;
piagge, colli, alti monti ombrosi, alpestri,
e fiumi, ove i be’ fonti son raccolti;
voi, animal domestici e voi, sciolti
ninfe, satiri, fauni e dii terrestri;
omai finite d’onorar Diana,
perché altra dea ne’ vostri regni è giunta,
che ancor ella ha suo arco e sua faretra.
Piglia le fère ove non regna Pana:
e quella che una volta è da lei punta,
come Medusa, la converte in pietra.

Vittoria Colonna – Mentre io qui vissi in voi, lume beato

Mentre io qui vissi in voi, lume beato,
E meco voi, vostra mercede, unita
Teneste l’alma, era la nostra vita
Morta in noi stessi e viva nell’amato,
Poichè per l’alto e divin vostro stato
Non son più a tanto ben qua giù gradita,
Non manchi al cor fedel la vostra aita
Contro il mondo vêr noi nemico armato,
Sgombri le spesse nebbie d’ogn’intorno
Sì ch’io provi a volar spedite l’ali
Nel già preso da voi destro sentiero.
Vostro onor fia, ch’io chiuda ai piacer frali
Gli occhi in questo mortal fallace giorno,
Per aprirgli nell’altro eterno e vero.

Giosuè Carducci – E voi, se fia che l’imminente possa

E voi, se fia che l’imminente possa
Deprechiate e del fato empio le guerre,
Voi non avrete a cui regger si possa
Vostra vecchiezza quando orba si atterre.

Soli del figliuol vostro in su la fossa
Quel dí che i dolorosi occhi vi serre
Aspetterete. O forse no. Son l’ossa
Sparse de’ nostri per diverse terre.

Oh, che il dí vostro d’atre nubi pieno
Non tramonti in procella! oh, che il diletto
Capo si posi ad un fidato seno!

Io chiamo invano Continua la lettura di Giosuè Carducci – E voi, se fia che l’imminente possa