Tommaso Campanella – Lettere di Tommaso Campanella raccolte ed annotate da Michele Baldacchini

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LETTERE DI TOMMASO CAMPANELLA RACCOLTE ED ANNOTATE DA MICHELE BALDACCHINI

AL SIGNOR STANISLAO GATTI.

Mio caro Stanislao,

Ecco quante più lettere del mio Autore ho potuto raccogliere: scritte dal 1621 insino al 1638, un anno prima ch’ei morisse in Parigi. Entrano in alcuni particolari reconditi della sua Vita, che or tanto si vogliono de’ personaggi illustri conoscere, ed in alcune parti della sua Dottrina. Parecchie di esse (lo dico a suo luogo) furono da me stampate come Appendice alla Vita e Filosofia del Campanella. Ma vi corsero errori che vorrei vedere emendati. Le mando per il Museo. Poco parlo io in brevissime noticine. Lascio parlar al mio Autore, a cui sarebbe ormai tempo che si desse più fede che agli altri, trattandosi di cose sue. A Dio.

Il tuo amico
M. Baldacchini.

LETTERA DEL CAMPANELLA.

Se ne conserva l’originale autografo nella Biblioteca de’ PP. dell’Oratorio di Napoli nello Scaffale segnato al N°. XV. Fu da me pubblicata nel 1843 nell’Appendice al secondo Volume della Vita e Filosofia del Campanella.

Ill.mo et Ecc.mo Sig.re,

Viene Favilla, suo servo, per negotiare la libertà mia e stampa de’ libri, hora che sto senza causa, e senza processo, e Domeneddio va mutando alcune cose in favor nostro. Non starò a supplicar a V. Ecce.za che sia a lui per me favorevole, sapendo quanto per se stessa è inchinata all’opere virtuose e magnanime. Se potrà fare che venga in Roma, com’hor è agevolissimo, mi sarà singolar piacere per poter servir dopo tanti obblighi a V. E. in qualche cosella. Prego il Signor Dio per la sua salute in benefizio de’ Virtuosi. Amen. Napoli, 31 di Marzo 1621 di V. E.
Principe Cesi
Servo Devotiss.mo
Fra Tommaso Campanella.

NOVE LETTERE DEL CAMPANELLA.

Il MS. autografo di queste nove lettere si conserva nell’Albaniana di Roma, e stanno in alcuni volumi che contengono cose spettanti a Cassiano Del Pozzo. Furono da me pubblicate appresso della Vita del Campanella (Napoli 1840). Il Principe B. Buoncompagni di Roma le riscontrò di nuovo sull’originale, e mi mandò in giugno del 1843 importanti lezioni varianti e correzioni, in buon dato, le quali ho sott’occhio nel dar fuori per le stampe dette lettere la seconda volta.

I.

Molto Illustre Signore Osservandissimo,

Viene il presente D. Gio. Carlo Coppola della mia scola a trattar le cose mio con S. B. La supplico che non manchi per l’audienza di N. S. e dell’Illustrissimo Barberino, quando farà bisogno, e che l’incamini al negoziare. Credo che V. S. haverà molto gusto della sua conversazione, perchè è di vita santa, e di virtù non volgare dotato; e spero essere in Roma a servirla, e non invano: perchè è speranza fondata in Dio, e ben riconosciuta nelle seconde cause. Resto al suo comando, e le prego dal Signore tanto che possa sollevar tutte le oppresse virtù d’Italia. Amen.
Napoli, 18 Novembre 1622.
D. V. S. M. I.
Aff.mo
Fra Tommaso Campanella.

II.

Molto illustre Signor mio Osservandissimo,

Non so se V. S. ha ricevuto un’altra mia dentro il piego di Tommaso de Franchis, dove la ringraziavo dell’affezione verso la virtù, e cortesia verso me; e pregavo che s’adoprasse che il padre generale, o il protettor Illustrissimo del mio ordine mandasse un memoriale in nome della religione al re Cattolico cercandogli la persona mia, perchè mi viene avvisato da’ Consiglieri di Stato che questo si desidera per concedermi ai miei Superiori, giacchè sono stanchi e san che non mi possono tenere in coscienza per il Breve surrettizio che impetraro da Clemente ottavo (1), e nè anco l’osservaro, mentre vuole che si proceda usque ad sententiam inclusive; e perchè non hanno su che sentenziarmi (2). . . nè vonno espedirmi. . . . . .
Di più la prego che ottenga dal P. generale e dall’Illustrissimo Protettor Borghese una licenza in persona di fra Dionigi di Castelvetere, mio discepolo, lettore in Teologia, che possa venir in Roma e negoziare le cose mie, e son certo che ci vedremo nell’anno santo, s’io arrivo a questi favori. Potrà avvalersi del signor segretario Ciampoli e del signor Ascanio Filomarino, e dell’autorità dell’Illustrissimo suo Cardinale. Non dico più a chi è ben affetto per natura e per virtù, a cui fa ingiuria la preghiera. Dio la conservi a sua gloria. Amen.
Napoli, 25 di Giugno 1624.
Di V. S. Molto Illustre
Aff.mo
Fra Tommaso Campanella.

III.

Molto illustre signore Osservandissimo,

Non vide poco con l’occhio dell’intelletto V. S. molto illustre, poichè è andata bussando per tutto quello che il senno divino per me, suo vile strumento, suggerisce al Mondo: e dentro le fosse e luoghi di tormenti ha penetrato con la tranquillità d’animo vittorioso. Sto trattando la causa del senno eterno a beneficio del Mondo, qual io richiamo alla Scola sua, e non degli uomini (3): che (4) per tal causa mi farà guerra: come il secolo seguente conoscerà. La ringrazio di questo studio, e la supplico che s’adopri che vengano in abbondanza libri assai, e quanti sono stampati, e perchè Favilla tiene la lista di tutte le Opere che ho fatte, e già finii l’ultimo e trentesimo libro della Teologia ch’è de saeculis saeculorum, potrà ella col Signor Scioppio ed altri amici trattare la stampa di questi ch’io dedico a N. S. Papa, e così di quelli (5) che sono in Roma, animando la pusillanimità di chi m’aiuta, in particolare di Favilla nostro, che quando non arriva subito al suo disegno si dispera e s’arresta, etc. Io assai desidero trovarmi in Roma nell’anno santo per cose molto giovevoli a Santa Chiesa: e però replico a V. S. che non aspetti Favilla, né altri; ma che subito e continuamente negozii di aver lettera dal Padre Generale, o dal Cardinal Borghese, protettore del mio Ordine che possa venire in Roma fra Dionigi di Castelvetere, mio discepolo in ogni scienza, e massime in Teologia, di cui V. S. haverà gran gusto, etc, perchè lui negotierà meglio che un secolare, e di più haver (6) la licenza del padre Reverendissimo Generale al Re Cattolico che mi dimandi a nome della religione, e questo sia subito avanti che si partino gli aiuti che tengo in Ispagna. Resto al suo comando di tutto core, e allegro della benignità sua verso me, e del buono sentimento che ha delle virtù e scienze non volgari. M’avvisi che libri tiene de’ miei, e come sono bene stampati, e se c’è annotazione. A Dio, che sia tra noi. Amen.
Napoli, 20 di Luglio 1624.
Di V. S. M. I.
S.re Aff.mo
Fra Tommaso Campanella.

IIII.

Molto Illustre Signore mio Osservandissimo,

Supplico di novo V. S. M. I. che s’adopri in maniera che il Padre Generale, o il mio Protettore faccino quel memoriale di parte la religione al Re Cattolico, perchè di novo mi viene scritto che solo questo s’aspetta per dar licenza ch’io sia spedito, e se passan due mesi, quel che sta negoziando questo si ritorna da Spagna e perdo quanto ho fatto; e benchè il Padre Generale repugni con iscuse vane, come suole, non vuol riconoscere il suo gregge tutto, se non dov’è comodo, anzi mi vorrebbe nocente, perchè non havesse briga di difender la innocenza; non però lasci V. E. l’impresa tanto più che s’è stampata la Monarchia di Spagna due volte, e sto bene cogli Spagnuoli di là.
Di più tratti la licenza per fra Dionisio di Castelvetere che venga in Roma per li miei negozii, perchè lui presenterà al Santo Papa quel libretto mio eminentissimo (e dicolo senz’arroganza) ed altre cose che Favilla per codardia, non vol darle, e fa male a sè ed a me, e tratteria la stampa del Reminiscetur ed altre cose a me necessarie. Vede V. S. che cose dormono a tempo d’un Papa tanto savio ed animoso! Dispiacemi che io gli scrivo, e non ha le mie lettere. V. S. mi vol favorire a farcele avere, o come mi consiglierà.
Sappia che in Napoli dui Agostiniani ed un Gesuita han la copia del Reminiscetur, e ciascun l’aggradisce, e son venuti da Roma, e per questo anche sto disgustato con Favilla. V. S. non aspetti se altri mi faccia queste due grazie: ma lei s’adopri e me le mandi, s’è possibile. Nè creda alle difficoltà che ci mettono. Dispiacemi che Favilla dice che l’Illustrissimo Barberino rispose a Scioppio ch’io non stava bene nella religione per l’invidia, e che sto meglio qua. V. S. li dica che se io sarò in Roma, comunque sia, cesserà l’invidia, quando sarò conosciuto da’ Superiori, e parlerò a S. B., e che tutto il mio male è l’esser lontano, ed in man della parte con gelosia, etc. Dio conservi V. S. M. I. ed a me doni libertà per poterla servire. Dicami de’ libri che ha, e qual più li piace de’ miei, e che desidera (7).
Napoli, 10 d’Agosto 1624.
Di V. S. M. I.
S.re Aff.mo
Fra Tommaso Campanella.

V.

Molto Illustre Signore mio Osservandissimo,

Di novo supplico a V. S. M. I. che tratti quelli due negotii miei, l`uno è la licenza per fra Dionisio di Castelvetere che possa venir in Roma a trattar le cose mie, l’altra è il memoriale del Padre Generale al Re Cattolico che mi domandi da parte la religione, perchè rispondesse duramente alla proposta dell’Illustrissimo Barberino, e mi finge nocente per non obligarsi a difender l’innocenza a tutto il mondo nota, e da’ nemici confessata; per tanto supplico a V. S. che spinga il Signor Scioppio a dirne una parola a S. B. e che li presenti il libro mio del Governo Ecclesiastico: che Favilla, perchè è sventurato d’animo, non vol farlo dopo un anno: e po’ non aspetti che lui solleciti, ma V. S. faccia questo favore con caldezza, insieme col Cavaliere Del Pozzo (8). Resto al suo comando, e li prego dal Signore quello ch’è meglio sempre. Amen.
Potrà V. S. altrimenti operare per questi effetti, secondo la sua prudenza. Mi doglio che del Reminiscetur son venute le copie a Napoli, e va per tutto, e corrono come di cosa propria. Favilla non vol trattar per la stampa. Però è necessario venga fra Dionigio.
Napoli, 13 d’Agosto 1624.
S.re Aff.mo
Fra Tommaso Campanella.

VI.

Illustrissimo Signor mio Osservandissimo,

Come proemio sa V. S. Illustrissima che per fuggir le persecuzioni e tradimenti ordinati in Roma ed in Napoli son venuto al Re Cristianissimo, dove trovai tanta humanità, ingenuità, valore, abbondanza, sicurtà, riposo che bene intendo che Domeneddio ha voluto consolar la mia vecchiezza. Non dico che non ci sia qualche vizio da temere, e guardarsi, ma respettive alla Maestà Cristianissima mi ha usato tal modo di favori in preferenza di tanti principi che mai a nessun principe secolare e ecclesiastico ha fatto tanto honore: il tutto scrivo all’eccellenza di Novaglia, mio liberatore, da cui potrà saperlo minutamente, e le stanze che mi fur date, e li donativi, e la pensione annua del Re. Lo scrivo a V. S. Illustrissima ch’è mio padrone; ma perchè del secol’aureo scrive Virgilio: pauca tamen suberunt priscae vestigia fraudis etc. sappia che fin qua scrissero da Roma contra me, ma quanto li satelliti dell’Achitofellisti han fatto contra risultò in loro danno e biasmo etc. Laus Deo. Quando fui in Aix dopo la gran memoria fatta di S. B. e dall’Eminentissimo Barberino con testimonianze vere in casa di Monsignore de Peiresc, degnissimo di perpetue laudi e di onorare la Romana Purpura, se li padroni volessero pensarvici punto, si ragionò di V. S. con molto onore, e qui (9) trovai un foglio stampato della mia Medicina, e ciò fu a’ 30 quasi di Ottobre. Poi venuto in Lugduno (10) trovai ch’erano stampati 4 libri. E perchè stavo in abito strano ed incognito, vidi e non dissi altro, se non che Campanella vorrebbe questo libro più acconcio. Poscia al primo di Decembre giunsi in Parigi; e sono stato 20 giorni senza uscire, in casa di Monsignor di Sanfloro, persona d’incomparabile bontà, religiosità, officiosità, carità non finta, di poche parole ma di molti fatti, a cui doveva me stesso rispetto a suo fratello, mio liberatore, ma adesso mi ha raddoppiato l’obbligo questo Signore. Scrissi a Monsignor Nunzio Bolognetti, e quando fui quasi sano e rivestito, quasi a’ 20 di Dicembre l’andai a visitare, e sottoposi me e tutte cose mie all’obbedienza, come Nunzio di N. S. Mi fece accoglienze, e m’impose ch’io non stampassi qualche libro senza lui. Io dissi quel ch’era vero che havevo d’Aix scritto a N. S. che mi dia per giudice il Cardinale Riscelieu, o la Sorbona, e così scrissi poi all’Eminentissimo Barberino, e che non farò mai cosa senza lor gusto per obbligo religioso, e per la gran beneficenza di S. B. verso me. Adesso è uscita fuori la Predestinazione. Il Nunzio si lagna di me, come s’io l’havessi gabbato, e fatta stampare; cercò d’impedire il privilegio. Il guarda sigilli lo donò senza ch’io. li dicessi una parola, perchè questo negozio è del Signor Gaffarello, che portò il libro da Venezia, e N. S. e il Santo Officio sa ch’io donai tutti libri miei a Scioppio, altri a D. Virginio Cesarini, e a tutto il Mondo. Ora mi scrive Favilla, delli 20 di Decembre, che V. S. li fece vedere li 4 libri di detta Predestinazione, onde si vede ch’è venuta a V. S. in Novembre avanti ch’io fossi in Parigi non che parlato col Nunzio. Però supplico a V. S. Io dica al Signor Cardinal Padrone, perchè sappia ch’io son puntuale come sempre, e che non farò cosa in suo disgusto per la vita. Se scrivesse il Nunzio etc. ma ci ha poco guadagnato, perchè questi Signori lo hanno per Spagnolo, e mi dicon che lui disse che io dico nel libro mal di Spagna, ed io nè scrivendo nè parlando dico mal di questa gente: son venuto per quiete, non per litigi etc. Aspetto la licenza del Signor Cardinale, e li scritti fatti sopra i poemi di N. S. per memoria delli benefici, e clemenza dì S. B., la cui grazia mi fu tanto insidiata che ricorsero a Spagna ed incominciaro per atteggiare al murmur d’astrologizzare insieme per appiattarmi, ed adesso mi privano d’Italia, e tutto questo per una superba invidia di Due. Dio li perdoni ed apra gli occhi a quelli Signori verso lo vero. Resto al suo comando desideroso di servirla, e prego Dio etc. Amen. A Parigi 14 marzo 1635.
Di V. S. Ill. Serv. affez.
Fra Tommaso Campanella.
All’Ill. Signor Cassiono Del Pozzo,
Cavalier e filosofo, p. Oss.
Roma,
Appresso l’Emin.mo Barberino.

VII. (11)

Illustrissimo Signore e padrone Osservandissimo,

Mi è stata carissima la sua risposta considerando da chi viene, e con che animo ed a che fine: la ringrazio soprammodo, massime dell’officio con l’Eminentissimo Barberino, a cui devo, come parte ottima di N. S. due volte la vita. Però desidero che resti persuasa S. E. ch’io non voglio far cosa alcuna in suo disgusto, ma servirla se apre. E si sa, e presto si vedrà meglio quant’io mi adopro per servitio di tutta la casa. Mandai a N. S. dopo Pasqua subito alcune cose di quel che fo per ben comune: credo S. E. l’averà visto. Ed un’altra cosa all’ambasciator mio conservatore. Qua non si dorme. Non scrivo per non far torto a’ Signori Nuncii. A’ quali non cedo di veracità senza disegno, ed avanzo di affettione per obbligo ed elezione. Desidero nelle cose mie con questi Signori V. S. Illu. sia mio avvocato e curatore. E vedo ben che non posso appigliarmi a più sicura guida. È necessario che stampi la Theologia, che son 30 libri dedicati al Card. Duca, e 15 di Metafisica al Re Cristianissimo, e molte altre opere, in particolar le disputazioni sopra la fisiologia, etica, politica, economica, e Città del Sole ed altri opuscoli, li quali tutti tutti son passati ultra montes in Francia e Germania più volte, come sa Favilla, e il Conte mio, e sempre ho scritto che non si stampassero perchè li ho migliorati. Adesso non ho più scusa. Mi vengono richiesti da Inghilterra, da Germania, e da’ miei Francesi. Però è necessario che l’Eminentissimo Barberino si contenti sian rivisti qua da chi comanderà il Sig. Card. Duca: e che sian visti da’ miei frati dottissimi di San Iacobo (12) ancora: altrimenti si daranno a luce con farli rivedere alla Sorbona ed a questi padri. Ma non quelli che porto approvati da Roma.
E vero quel che V. S. Illu. dice che. doveva stampare qualche libro teologico sul. . . . (13). Ma in verità io non fui autor di questo medicinale che si stampasse, e restai ammirato quando lo vidi. È vero ch’io ho dato a rivedere un centone Tomistico contra pseudotomisti de Praedistinatione, et Reprobatione assai necessario per scavallar l’Ateismo e Calvinismo, provato con l’autorità di S. Tommaso da’ Teologastri; e, visto, lo stamperò.
E questo comunicai più volte a N. S. in Roma dicendoli, che nè Principi laici, nè i Teologi ecclesiastici, particolarmente i nostri, ponno obbedire a S. B. ed alle leggi per coscienza, ma solo per forza, perchè dicono: o Dio è, o non c’è. Se non c’è, viviamo, regniamo, facciam quel che ci piace per forza, per sofismi, per ipocrisia. S’egli è, o ci ha predestinati o reprobati ab eterno, come dicono li pseudotomisti de mente di San Tommaso, e ci spinge in tempore ad ogni atto pio e peccaminoso in modo che non possiamo fare se non quello a che Dio ci move: dunque semo nati giudicati e non giudicandi, faccia ognun quel che li piace: perchè nè il Signore può crescer la gloria e diminuir la pena, non che soddisfarla; nè il male può torci la gloria, nè diminuirla, nè la pena aggravare. Però S. B. mi disse che io ci provvedessi a questo, e l’ho fatto in questo libro. Di grazia V. S. procuri che il padre Mostro ed il padre Grioli, perpetui miei persecutori, gratis, non persuadano a questi Signori che sia impedito. Di più scrivo al padre Mostro l’inclusa cartella. V. S. ce la dia lei, o la faccia dar da Favilla o dal Conte e mi procuri questo libro, che mi tiene ingiustamente (14), approbato da quelli a chi fu da lui e dal Padre Generale commesso. Scrissi al Signor Cardinale Antonio e a S. B. ed all’ambasciatore Cristianissimo ed al padre Marini, segretario dell’indice, che mi sian disbrigati i libri stampati, e ritenuti ingiustamente, a persuasion del Mostro, non per teologia, ma per politica. Il libro contra Ateisti qua fa gran frutto: giacchè tutti gli eretici son fatti Ateisti, e la scola eretta contra loro non li cerca. Se lo vol ristampare non ci è cosa che osta, se non due versi che spiaceno a N. S. pensando fossero contro la sua bulla; perchè quelli altri che il Mostro notò contro la bulla son notati falsamente, come sa Favilla e il Padre Maestro Marini. Però supplico a V. S. che aiuti l’opera del signor Ambasciatore che gli dimanderà mi sian rilassati. Di più la Monarchia, stampata in Jesi, qui è necessaria, perchè sendo approbata dal Mostro, dalla religione è ritenuta sol perchè dicono che dispiacerà a’ Principi, mentre difendo la ragion della Santa Chiesa, e questo è falso pretesto del Mostro, come V. S. vede: perchè questo libro accorda i Principi col Papa: com’è il libro del Santarello. Però supplico a V. S. sia propizio in ciò, se come scrisse a molti il Cardinal Verospi ed altri promettessero aiutarmi, e perchè Mon. Peresc mi cerca con istanza questo libro di Jesi, la supplico ce ne mandi uno (15), e se lo faccia dar dal padre Commissario del Santo Officio che n’ha: o scriva all’Inquisitor d’Ancona, mio amico, e subito l’haverà. Di grazia per amor di Mons. Peresc, che merita corone, e mi ha dato nel passaggio 40 dobble spagnuole, oltre i meriti ed officiosità, V. S. si sforzi mandar un esemplare. Io gli scrivo che ciò commetto a V. S. Illu. Le due vittorie della Maestà Cristianissima, e li progressi contra la Fiandra può saperle da’ Nuncii, e le conseguenze dal proprio giudizio di V. S. Illu. stimato da me sopra innumerabili altri. Io lavoro cose sottili per servizio del mio Re a gusto di N. S. Il tempo lo mostrerà. Le grazie che mi si fanno e gli onori altri lo diranno. Resto al suo comando mentre le fo humil reverenza, e le prego da Dio ogni contento.
Parigi, 4 Giugno 1635.
Di V. S. Illu.
Ser. Obbl. e Cordialis.
Fra Tommaso Campanella.

VIII.

Ringrazio V. S. Illu. del pensiero che tiene di me, servo suo, e, più di quel che fa per Mons. Peresc, degno d’eterna gloria.
Io seguito la stampa dedicata al Re ed al Cardinal Duca con gusto di tutti ed approbazione di tutti. Potea far di meno il Padre Mostro e il padre Provinciale di metter zizzanie tra casa Barberina e questi Signori, mentre scrive a’ Nuncii che quantunque la Sorbona e il Card. Duca, miei giudici, approbino i libri miei, approbati in Roma, non li lascino correre, e vol essere tenuto per francese, e mette li Nuncii in sospetto contra questi Signori per essere ignoranti o eretici che non conoscono gli errori, nè san correggere. Doveriano omai veder li padroni che i libri miei mai non fecero scandali, ma frutto grande; come lo scrivo adesso alla Sacra Congregazione de propaganda, e che quelli de’ persecutori svergognano la Cristianità, e presto lo vedrà in istampa. Di grazia V. S. Illu. procuri che questi Signori tacciano e non credano a’ miei emoli, e che il Padre Mostro mi mandi il mio libro: lui non m’ha scritto, nè risposto. Io mi difenderò con poco suo gusto se questa volta non lo manda: la prego a quanto posso che faccia questo officio giuntamente al Conte Castelvillano, perchè non abbia più scusa. Resto al suo comando.

Parigi, 9 Ottobre 1635.
Di V. S. Illu.
S.re divotissimo
Fra Tommaso Campanella.

IX.

Ill. Signore e Padrone onorandissimo,

Si sono stampati finora 4 volumi delle opere del vostro servo: in questa simana (16) si finiscono rerum Metaphisicarum Lib. 18 e vedrà che questo libro è la Bibbia de’ filosofi (17), vorrei mi donasse comodità di mandarli a V. S. Ill. che sempre si è degnata di onorar le cose mie. Quel che ho fatto qua contra gli eretici ed adesso per l’onor di N. S. il signor contestabile, il signor Conte di Castelvillano e il nostro Favilla lo sanno; non lo scrivo a’ Padroni, perchè le lettere non entrano a Sua Santità, e questi Padroni ammaliati da’ miei Persecutori se rideno e sprezzano tutto quel ch’essi con li loro instrumenti non ponno fare; presto piangeranno il disprezzo degli avvisi miei. Supplico V. S. Ill. con ogni instanza si sforzi farmi haver le censure, fatte son due anni contra il mio centone de Praedistinatione, poi che il padre Generale e il Mostro con li reggenti spagnoli della Minerva non si curano per far male a me metter la fede e la Chiesa in bisbiglio e turbolenza, e con tutto che non hanno potuto ottener dal Santo Officio che li proibisca, il Mostro ne fa represaglia, e mi vol cancellar il nome dal mondo, havendo vietato a Monsignor Brugiardo di nominarmi nell’Orazione funebre di Monsur Pereche b. m. e le sue zannate mostruose ed inette dicerie ogni giorno recano nuovi scandali alla Chiesa Romana, e già li dottori di questo paese ne faranno risentimento. Lhutero vinse il primo punto contra la Chiesa che non dovria tener beni temporali (18), e per questo Carlo V fece il decreto dell’Interim, perchè occupando li protestanti le ricchezze del Clero germano, lui con bona faccia potesse occupar Roma, come lo fece, e la tenne 7 mesi. Ma perchè nel secondo punto che Lhutero mosse contra la Chiesa restò scornato, parendo a tutti impossibile che le indulgenze e le opere buone non valessero, nè le male, a conseguir bene o male, ma solo ad eseguire quel che Dio ha destinato ab eterno, assolutamente, senza condizione se saremo buoni o mali, ma per suo gusto di mandar pochi al paradiso ed innumerabili all’inferno; onde ne seguita che nascimur judicati ex decreto et non judicandi ex operibus, benchè promette a tutti salvare se osserveranno la legge, et in corde suo dice il contrario, perchè non si salveranno se non quelli che ha destinato. Il quale dogma fa li Principi tiranni, li popoli sediziosi, e li teologi traditori, come Dio, che con la speranza delli beni eterni, li quali ha risoluto di non darcili, ci priva ancora delli beni temporali: dunque sendo questo contro la politica di tutt’i principi, come Arist., Platon., Cicer., Seneca, Plutarco; chè side futuris contingentibus est praedeterminata veritas, perit lex, philosophia, politica, exortatio, Imperium, obedientia. . . Per questo, dico, cessarono li Principi d’occupare il Papato, pensando che la vera fede si conserva in quello, e Carlo V se ne fe’ conscienza, e gli altri Principi Italiani dissentiro. Ma hoggi che il padre Bannes e il padre Alvarez, maestro del General e del Mostro, hanno scritto che tutto fu predestinato da Dio ante praevisionem meritorum et demeritorum absolute et non conditionate per electione reprobanda indiscreta (sic), tutti li pseudo Theologi non che li eretici con scritti et parole et prediche van insinuando nella mente de’ Principi che difender il Papato non è difender la vera fede, sendo la medesima fede quella de’ Papisti e de’ Calvinisti (et come scrive la Miletiere che va persuadendo la scissura del Papato, li Dominicani, Tomisti, e quelli dell’Oratorio son della setta loro: e capo n’è San Tommaso) (19), dunque difender il Papato non è altro che innalzar la tirannide del Papa sopra i Vescovi e Principi. Veda V. S. Illu. in quanto precipizio hanno spinto questi miei persecutori lo Stato Ecclesiastico, ed io perchè mostrai S. Tommaso contrario a questa loro opinione, perchè lui espressamente scrive che Dio non ha predeterminato li futuri contingenti e liberi, nè li conosce nel decreto, nè anche nelle cause indeterminate e mutabili, ma solo nella coesistenza presenziale delle cose future nell’eternità, come pure il Capreolo ed altri meco affermano. Però Dio ha tutti in voluntate antecedente predestinati, come Padre, tutti fatti all’imagine e similitudine, e non del diavolo ante praevisionem meritorum et demeritorum: ma post praevisionem come giudice ha reprobati solo quelli che moreno ostinati nel peccato, ed eletti e confirmato quelli che satagunt per bona opera certam facere vocationem suam, dice S. Pietro. E li fanciulli che non hanno opere si salvano per l’opere di Cristo ad bona supernat qui conformantur Christo per sacramenta in supernaturalibus et ad bona Dei naturalia. E con questa dottrina ho tirato molti alla Chiesa, e mentre gli Oltramontani stavano resipiscendo, perchè fin hora da 100 anni in qua nissun ha saputo rispondere con satisfatione agli eretici ed io che mostro le risposte vere e senza scrupolo in S. Tomaso che si ponno predicare in tectis (come dice Christo) e la loro opinione, proibita da’ Papi, smascararla, perchè non è quella aurea che Christo vole sia mostrata a tutti; vedete, come son trattato! Però supplico V. S. Illu. mi faccia havere le censure, e se io non monstrarò che la loro opinion è heretica, e la mia Catholica, condannarò tutt’i miei libri al fuoco. Consideri V. S. col suo zelo e prudenza quanto importa questo negozio, e mi favorischi, secondo Dio l’inspirerà. Finisco facciendole humil riverenza, pregando Dio per la sua esaltazione, la quale forse è ritenuta dal troppo splendor de’ suoi meriti.
Parigi, 27 Luglio 1638 (20).
Ser. humil. e dev.
T. Campanella.

ALTRE SETTE LETTERE DEL CAMPANELLA

Queste altre 7 Lettere possedute dal Profes. G. Libri, mi furono dallo stesso Chiaris. Profes. cortesemente fatte copiare e mandate; furono esse già per la prima volta da me stampate nella Vita del Campanella. Queste lettere mancano d’indirizzo, ma è chiaro che vanno tutte indiritte a Mons. Peiresch in Aix.

I.

Monsig. Padrone osservandissimo,

Urgentibus magni momenti negotiis, sub mentito habitu, Galliam ab urbe (21) petii, literis commendatitiis et praeceptoriis D. Card. Barb. ut ubique suae dictionis et aliorum principum me adjuvent quicumque obvii gubernatores, bene munitus: ac simul Comitis de Novalla, Oratoris Christianissimi apud S. Pontificem, mandato ac commendatione, regio nomine, ad cujus servitium accedo, pariter datis: quemadmodum, D. Burdeletus ad tuam praestantiam inclytam scribit, et ego cum accessero demonstrabo, vestimenta mei ordinis propria, et scripta scientiarum hic Massiliae praestolari vellem, qua via per Nauclerum quendam vir de Novallia transmittenda curat ipse; nam et improvviso nec salutatis amicis discedere ab urbe coactus sum, atque ad Moecenatem bonorum virorum missus, qui nostris . . . necessitatibus. Sententiam meam de libello Baronis Romae prohibito, me non adnuente, vel scribam velcum tecum fuero, quemadmodum postulasti, dictabo. Egeo hic quidem, pecuniarum. . . sed Parisiis nihil deerit. Vellem potius apud te, vir inter sapientes ac prudentes clarissime, expectare, quam Massiliae, et habitum induere proprium, verum absque tuo judicio discernere volui. Cupio igitur atque rogo etiam atque etiam ut statim tuam voluntatem philosophiae propendeas, mittas que aut currum aut lecticam, ascendere nam equum vix prae senio et labore valeo. Hospes meus puteo me esse de ordine Minimorum, qui, ut scis, sum Praedicatorum et tintinnabulum tuum ad quem scripsisti, et saepe salutasti. Nemini nomina mea aperire nisi tibi volo, debeoque. Vale. Massiliae ex aedibus D. Gastoni die 29 octobris 1634 – Vel scribe hospiti meo, tuo ut me nomini juvet, sicut Comes de Novalla dictus scribit nomine regio. Cum ad te pervenero audies mirifica. Vale.

II.

Ill. Rev. Sig. P. Osser.

Alli 9 di Febbrajo parlai al re Cristianissimo con tanto suo gusto e mio che non si può credere. Ammirai in tanta maestà una somma umiltà con mansuetudine. Mi si fece incontro alcuni passi. Non si mise mai in testa il bonetto, mi abbracciò due volte, e quando io parlavo mi dava grande air, e mostrava saper quello che feci per S. M. Io credo averli parlato bene, e lui interpetrava e ridea d’allegrezza, e insieme mostrava compassione de’ miei guai, e si commovea con decoro regio, sempre in piedi Sua Maestà ed io e tutti gli astanti. Mi disse: très bien venu etc. non li farò mancar cosa alcuna etc. lo ricevo in mia protezione. Stia allegro e sicuro. – S’è fatto il brevetto di quello mi dà, e non l’ho avuto nè so quanto. Per questo tardai di scrivere a V. S. Ill. L’altra volta l’avvisai come delle dobble, che mi donò il Buttiglieri (22) da parte del Re, mandai cento e cinque scudi in Roma a quelli che son. . . . . in Napoli miei parenti per falsa. . . però io non mandai a Monsignor Rossi. . . . Resto al suo comando. Mandai a Roma per la cassa. Verrà a Mons. Gastines in Marsiglia. V. S. Ill. pur li scriverà. Ci vengon per lei le medaglie e ‘l . . . e ‘l telescopio di Stigliola. Scrivo in fretta. Resto al suo comando.
Parigi, 9 di Marzo 1635.
Di V. S. Ill.
Serv. Obbligatis. e devotis.
T. Campanella.

III.

Ill. et R. Sig. e Pad. Osseq.

Ho scritto più lettere a V. S. per via di Lione raccomandate al Signor Roberto Galilei, ed un’altra finalmente per mezzo de’ Signori Puteani, e non ho risposta, e come impaziente sono, l’avviso di novo li gran favori ed onori che mi fè la Maestà Cristianissima, e come venne poi Mons. Buttiglier a portarmi un brevetto di 150 lire al mese, che sono 600 scudi francesi e 720 Romani (23). Ringrazio Dio e la liberalità del Re che pur disse volermi raddoppiare (24). Ma io sto contento del poco con la quiete per me assai. . . . di più mandai una cartella al Sig. Gastines e Lamberti che mi pigliassero il baullo che mi verrà da Italia con la Galera di Mons. de Pilos, e l’inviassero a V. S. Ill. e li dissi che non era più fra Lucio Berardi minimo, ma T. C. de’ predicatori, perchè sapessero chi è la persona a loro obbligata per le molte accoglienze che m’han fatto. Se per avventura non fosse capitata in man di V. S. questa cartella, potrà avvisarli e dirli tutto quanto loro scrissi, e l’obbligo che professo portar loro. Mi scrive Mons. Burdilot da Roma che manderà il Conte di Novaglia ogni cosa etc. e lui anche a V. S. le cose che ordinai per gusto della sua curiosità. Hier sera leggendo il mio servo la Novella di Boccaccio di quel Saladino che fu alloggiato da Rovello in Pavia e delle gran cortesie che li furo usate, venne in pensiero che non è persona equivalente al tempo nostro a quelle mirabili persone, se non V. S. Ill.; e mi sono rallegrato che il tempo nostro non è meno valente dell’antico valore. Scrissi di ciò a Roma al Cav. Pozzi, il quale havea ricevuti 4 libri dalla man me desima avanti ch’io arrivassi a Parigi, e questo Nuncio Bolognetti vole che li havessi dato io al libraro, a cui fu scritto ed insieme a Mons. Mazzarini di parte di N. S. Papa che mi facessero tutti li favori che potessero, e segnatamente mi donassero quel che mi dava in Roma; ma che io non stampassi cosa senza saputa loro, e questo io scrissi da quando ero appresso V. S. Ill. a N. S. e vi professo obbligo infinito, e più che quel del Saladino (25), e dimandai per giudici il Card. Duca e la Sorbona. Il Sig. Gaffarelli sono 6 giorni ch’è partito per Roma, forse passerà per Aix, e le narrarà la historia tutta. Scrissi al Sig. Galilei che m’avvisasse per che via ho da restituir le 20 pistole (26) a de Rossi, e non ho ancora risposta, ed a V. S. significai che in Napoli sta carcerato mio nipote, ed in Roma fuggitivo mio fratello con perdita di quanto c’era in casa, e mandai loro danari quanto ho potuto, e per questo non subito ho soddisfatto. Mi bisognerà progredire, e vedo che Domeneddio non mi manca. Io sto più sano che prima e fra gente buona caritativa che non consente alli mali ufficii che loro sono suggeriti dal mio Caino. . . . di Roma, anzi m’avvisano e stimano più che non merito con continui e cordiali buoni ufficii. Resto al suo comando, e le prego da Dio ogni felicità della terra e del Cielo. Saluto caramente al Sig. Gassendo, e l’aspetto, e a tutta la casa, ospizio di virtù.
Parigi, 16 marzo 1635
Ser. Obbligat. e divot.
T. Campanella.

IV.

Ill. e R. Sig. Oss.

Dopo scritta l’ultima nel vegnente giorno mi giunse la gratissima di V. S. Ill. e R. dove m’avvisava che quando le scrisse il Sig. Deodato delle opere del Cremonino io l’ho scritto de’ favori che questi Signori mi fanno. Vorrei che fosse persuasa ch’io più stimo ed amo una virtù vera che tutt’i beni del mondo, quali la necessità naturale e non l’elezione razionale mi fa amabili, dei quali pur da lei a quella partecipo (27). In verità le risposi subito il medesimo giorno, e perchè ci era il Sig. Deodato, e li comunicai quel che mi scriveva, si pigliò il carico di rispondere di quei duoi libri, de’ quali egli haveva più notizia che io. Scrissi d’una Metafisica che ancora non s’era ricuperata da quello Stampatore che la prese dal Favilla per istamparla. Adesso le dico che s’è ricuperata con pagarli 50 scudi. Pazienza, e mi viene con gli altri nel baullo che capiterà in man di V. S. Ill. Io scrissi una cartella all’. . . . al Signor Gastines e Lambenti, e dentro quella di V. S. perchè pensavo fossero più sollecite le galere al viaggio, o quella di V. S. Ill. era intra un’altra del Sig. Roberto Galilei, e lui mi scrive che non l’ha ricevuta, e di ciò m’accuso me stesso (28), che quella volta non mandai le lettere a Mons. di Sanfloro, nè alli Sig. de Pay, o Isau, ma al Procaccio per man del sagrestano del convento, sendo una sola (29). M’ammiro poscia che V. S. dice volermi mandare quelle poche curiosità, mentre io a V. S. le donai, a cui devo per le cortesie assai gran cose, e per la virtù ciò ch’io vaglio, e spero in Dio testificarlo presto al mondo, come adesso lo fo in Parigi con onorarmi del suo nome. Or questo fu causa ch’io rescrivessi al Sig. Gastines havendo havuto nova del Sig. Galilei che non aveva ricevuto la mia; quanto a quel che dice delle pistole (30) io ne resto mortificato, perchè scrissi al Sig. Rob. Galilei che questo lo trattasse col Sig. Rossi senza dir altro a V. S. immaginandomi quel che del suo genio poteva succedere, e perchè non havevo risposta, che non ci andò, lo scrissi poi a V. S. pensando ch’ella avesse rescritto al Galilei che di ciò non mi desse risposta, e non fu così, ma in vero egli non ebbe la mia, e fin alla Semana Santa (31) non me ne accertai. Gli avvisi che mi dà, mi saran più sacri (32) d’ogni pitagoreo (33), e la ringrazio assai e così fo. Il Re parte domani per Piccardia, il Principe di Condè per Lotaringia (34). Roano è già in trattato in Valtellina. Cricchi mi chiamò ieri e ragionammo, va in Italia. Il Sassonia scrive al Re sottoponendosi a S. M. se vorrà aiutarli. Io sto bene al suo comando, e comincio a godere, consolazione novella, le delizie di Parigi. Credo sarà tornato il Signor Gassendo: lo saluto caramente. V. S. ha fatto da quel che è col Galileo Galilei, ed io scrissi al Novaglia mio Signore ed a qualch’altro che secondino le filosofiche ragioni di V. S. Ill. È finita la stampa della traduzione dei dialoghi, e verranno altri libri. Mi spiace che il Sig. Gaffarelli passando in Lione non abbia mandato a nessuno il libro delle medicine, e per mio rispetto hebbe il privilegio senza cui non haveria havuto il frutto suo dal libraro, e più mi spiace che non mandò a V. S. Ill. un esemplare. Forse lo farà al ritorno di Roma. Resto al suo comando e tutti qua si parla (35) della magnificenza grande di V. S. al Sig. Card. di Lione, e ciò dona a me occasione di parlare più. A D.
Parigi, 15 di Aprile, 1635.
Serv. obb. e Div.
T. Campanella.

Il Sig. Ruffi che viene alli servizii di V. S. mi fa scrivere per lui, s’è passato assai bene in Parigi.

V.

Ill. e Rev. sig. e p. oss.

Hieri due di maggio sendo uscito dalla semblea (36) de’ Signori Sorbonisti, dalli quali fui introdotto a parlare e salutare tutti con molta loro creanza ed honor che mi han fatto, e per la cortesia mi ringraziaro che io gli avessi stimati tanto che l’anno 1625 ebbero da me una lettera, dove sottoponeva a loro censura tutt’i libri miei, e li pregava pigliassero fastidio di correggerli, ed ho pure la risposta di tutta l’Accademia assai cortese, e di novo ho fatto il medesimo con le parole che ho saputo, e perchè il guardasigilli del Re mi donò licenza e privilegio per tutt’i libri miei, io risposi che l’accetto, se la Sorbona, Accademia regia, gli approverà. Piacque ciò a tutti, talchè uscendo da questo colloquio assai allegro ricevei dai Signori Puteani lettera del p. f. Cristoforo, e questa di V. S. dove per complemento nella sopraccarta avvisa che il baule sia giunto in sua mano ben condizionato a 24 Aprile. L’allegrezza fu assai, perchè fu colmata dalla grata di V. S. Ill.; nè si potea desiar miglior ricapito. Ma non mi dice che ha ricevuto lei quel che mi scrisse il Sig. Bordaleto, di cui ho lettere scritte alli 13 p. Aprile che 12 giorni avanti havea posto su le galere il baullo. Nè so s’è sigillato dal. . . . . che a V. S. han mandato la chiave, come io desiderava, perchè vedesse i pensieri di me servo suo, e sarà soprascritto al vescovo di Sanforo. Io stamperò quelli che da Roma fur approbati, e poi gli altri sendo revisti dalla Sorbona. La qual adesso son 15 giorni tiene il libro de praedestinatione. . . . necessario a questo secolo in particolare, e le mando lo specimen dello Stigliola. Io credo che V. S. Ill. l’habbia subito inviato, e che sia vano scriverle che faccia quel che a lei piace. Desidero che il Sig. Gassendo mi scriva qualche cosa della sua famiglia, perchè voglio honorarmi in alcuno di questi libri col suo nome, e per memoria di quel che devo a tanta generosità. Mi par soverchio insinuare a V. S. Ill. quel che deve fare e come mandarlo sicuro, perchè non si dica Sus Minervam docet. Lo sto aspettando con avidità. Le farò parte d’alcuni pensieri dati a questi Padroni quando si potran pubblicare. Con Mons. Rossi io le scrissi a lungo, e come già li tesorieri mi davano danari per tre mesi: oltre quelli che da principio mi mandò S. M. Cristianissima per accomodarmi. Tutte le cose per grazia di Dio van prosperamente, eccetto quella di mio nepote che ancora sta carcerato, e tutti li altri fur liberati: ma lui disse ch’era clerico, com’è vero, ed ha la bolla del Papa di poter medicare. Ma spero che uscirà, perchè la falsità è manifesta. Potrebbe nuocerli la mia venuta (37), e per questo io non l’ho fatto manifesto ad altri, che pur si converrebbe a scoprir e fare punir la malvagità di chi lo perseguita. Ho visto quel che V. S. filosoficamente scrive al buon Galileo nostro, degno scritto di chi ed a chi lo manda.
Non ho cessato di fare quel che devo per l’amico, e scriverei a N. S. (38), a cui sempre scrivo, e da cui ricevo favori e danari, (ciò si taccia) ma sarò ripreso da S. B. di molta imprudenza, come suol fare (39). Scriverò al Card. Colonna ch’è tornato in Roma e mi scrive e mi si offerisce. Io resto a V. E. obbligatissimo sempre e prego Dio la mantenga molto tempo in vita ed in grado maggiore per beneficio de’ buoni ed ornamento del nostro secolo. Mando l’inclusa al Signor Lamberto e Gastines. Saluto cordialmente il Signor Barone, e tutti di casa, e il Sig. Gassendo se pur è tornato. A Dio.
Parigi, a ‘ 3 di maggio, 1635.

Serv. obblig. e Divot.
T. Campanella.

La mia Metafisica viene in baullo: pagai per ricuperarla 30 scudi. L’opera di Avicenna non trovai cercandola sempre, se non nella libreria del Card. Riscelieu, e non vol darla, nè stamparla. Se le pare, lo tenterò. Io stamperò subito e tutto manderò a V. S. Ill.

VI.

Ill. Sig. e P. Oss.

Adesso proprio 25 maggio hore 4 post. merid. è venuto il Sig. Deodato con un avviso di V. S. Ill. e Rev. giustamente lamentevole che io abbia sparlato del sig. Gassendo, suo carissimo, e mio onorevole padrone: mi dispiace del suo disgusto più che d’altro: perchè sendo questa una mera bugia e di persona sfacciata ed impudente non fa caso. Sappia che scrissero anche a Roma ch’io dissi, e dico a chi mi viene a visitare, che Voi havete qualche dubbio e ch’io poi non lo risolvo. Per il che il Papa che mi ama di cuore ne sentì disgusto e me lo fe’ scrivere, ed all’incontro hebbe Roma lettere di persone assai segnalate del modesto modo come io mi porto, e che mai sono restato di soddisfare a tutti, e che la Sorbona e tutti li altri fan conto di me (40), ed anzi io mi vergogno a dire quanto soverchiamente mi stimano, lodano e con epigrammi etc. persone gravi. Quanto poi al Sig. Gassendi io ho testificato a tutti che lui è persona di costumi ottimi e veramente filosofici, il che è fondamento di sapienza, e che sia gran matematico ed astronomo ed osservatore mirabile, e quanto gusto io ebbi di conoscerlo presenzialmente. Quanto poi alla filosofia epicurea che consiste in atomi e in vano, dissi domandato da persone che con ischerzo parlavan del signor Gassendo in questa materia, ch’io ho questa filosofia per insufficiente a render causa di tutte le cose, e che il signor Gassendo non la tiene se non forse quanto alla materia e che lui tiene il senso delle cose (41): e per segno parlando meco delle comete, disse che sentono in tra l’etere e vanno in simpathia, ed han causa finale. . . non mi ricordo se ho detto questo, ma tra me e ‘l Signor Gassendo è passato questo discorso: però non può essere che io abbia detto che tiene una filosofia vana e deficiente.
Anzi con tutti ho detto che mi pareva mille anni che fosse arrivato in Parigi per gustare delle sue virtù, e sempre che s’è parlato di comete e d’ecclissi ho anteposto le sue virtù ed osservazioni a quante ne ho viste. Ma se non fosse altro sendo cosa cara di V. S. Ill. di cui sa il mondo com’io parlo, e che le dedico un libro, e che al nostro secolo non nasce pari, e pregai che mandi i vostri titoli, non poteva essere che io ne parlassi se non con reputazione grande.
Di grazia V. E. si levi questo scrupolo e mi tenga per vero suo servo egregio filosofico e non cortigiano nè. . . . e mi scriva donde ha saputo questo; perchè lo farò disdire in presenza de’ buoni. Questi ben veggiono quanto io stimo V. E. Ill. e come ne parlo, e m’invidiano la sua grazia, nè può essere buono chi questo scrive, e dubito di persona che dice e scrive mal di tutti e del Galileo e di Telesio, e di Copernico, e di Stigliola. Sto aspettando il baullo: poi le scriverò a lungo. Non so se Rossi le ha portato la mia, e se ha avuto le altre. Scrivo correndo. A Dio.
Parigi, 25 Maggio 1635.
Di V. S. Ill. e. Rev.
Serv. Obbligat. e fedele.
T. Campanella.

Fo riverenza al Sig. Gassendo e la prego che li faccia parte di questa verità, perchè io più stimo un monte d’oro com’è lui, che mille di pietra come sono questi ciarloni rapportatori. Scrivo in fretta ed in collera, e non ho voluto differire. Però scusi lo scrivere intricato (42).

VII.

Hieri giunsi a Lione: questa mane andai alle stampe. La medicina è mezzo stampata. Si aspetta il privilegio del Re. Per questo non la mando. Va bene. La metafisica che il libraro Brugiotti Romano dice aver mandata qua fino dal mese di marzo non si trova in nulla stamperia. Anzi il Proost e ‘l Cardan, coi quali esso tiene corrispondenza, mi dicono gran male di lui e di sua infedeltà.
Scrivo a Roma agli amici ed all’eccellentissimo ambasciatore che se lo faccia rendere a forza o a buona voglia. Tengan caro gli originali si forte etc.
Il mastro delle poste mi ha fatto assai carezze, e più Mons. Rossi e ‘l Galileo, e mi offersero quanti danari mi bisognano a suo nome. Io fatto il conto con Mons. Borrema (il quale mi ha fatto carezze per amor di V. E. Ill. e del Barone, et Gogge ha interceduto col suo amico che mi conduca in carrozza fin a Ruan, dove tutti ci metteremo in barca, e forse in Orleans parlerò al p. Gioseffo e col Buttiglier e 4 Sorbonisti venuti a Molins che pur si ricorda di quello che li scrissi intra e fuor del dialogo) e mi dice che per fino a Paris mi bisognano 35 scudi. Io vi ho delle doppie, che 25 mi ha dato, nove solamente; perchè pagai li cavalli ed altre coselle, e sempre pranzai e cenai con l’Arcivescovo pagando per rata quanto tutti di sua tavola e lui etc. per tanto ho pigliato dal Signor Rossi doppie 20 d’Italia per l’occorrente viaggio, e far un vestito ad comparendum etc. V. S. Ill. mi perdoni che non è audacia, ma bisogno, e certezza che donde ho ricevute tante grazie, non dà monete (43), come vedrà. Resto perpetuamente obbligatissimo a V. S. Ill. e le prego da Dio ogni bene. Saluto caramente il sig. nepote e tutti di casa insieme al valente astronomo Gassendi. Quel che mi dissero i viandanti del suo studio non lo dico, né quel che risposi io. A Dio, 16 novembre 1636.
Ho scritto in Roma a tutti.

Serv. et obbl.
T. C.

Dalle Lettere inedite di uomini illustri per servire d’appendice all’opera intitolata: Vitae italorum doctrina excellentium, Firenze 1773, nella stamperia di Francesco Moücke – con licenza de’ superiori – con lettera dedicatoria al conte di Firmian di Angelo Fabbroni che ha pubblicato tai lettere; è tratta la presente

Al gran Duca Ferdinando III.

Da che io cominciai a gustar non volgarmente qualche verità del nostro mondo, e del suo autore, onde mi vidi obbligato a richiamare la gente dalle scuole umane alla scuola del primo senno divino, stimai ancora che io ed ogni ingegno egregio portammo grande obbligo ai Principi Medicei, che facendo comparire i libri Platonici in Italia non visti da’ nostri antichi fur cagione di levarci dalle spalle il giogo d’Aristotele, e per conseguenza poi di tutt’i Sofisti; e cominciò l’Italia ad esaminar la Filosofia delle Nazioni con ragione ed esperienza nella natura, e non nelle parole degli uomini. Io con questo favore fatto al secolo nostro ho riformato tutte le scienze, secondo la natura, e la scrittura de’ codici di Dio. Il secolo futuro giudicherà di noi; perchè il presente sempre crocifigge i suoi benefattori; ma poi resuscitano al terzo giorno del terzo secolo. Pertanto avendo stampato molte opere in questo paese (ove Dio mi ha mandato e credo per questo fine, e non per quel che gli uomini ignari del segreto fatale van dicendo) ho ardir d’inviare a V. A. S. il secondo tomo, dove si tratta la Filosofia naturale con nuovo testo chiaro, breve e forzoso, con le dispute aggiunte contro tutt’i settari del mondo, e stabilimento della Filosofia Cristiana idest veramente razionale. Gli va ancora aggiunto la filosofia morale, la Politica, ed economica col loro testo nuovo, e quistioni come di sopra. Ci aggiunsi la Città del Sole, idea d’ottima repubblica, e di ottima città inespugnabile, e tanto riguardevole che mirandola solamente s’imparano tutte le scienze istoricamente (44). Ci aggiunsi anche un trattato del Governo ecclesiastico. Nella prima quistione che io fo: an sit cudenda nova philosophia, vedrà la testimonianza del debito de’ Filosofi alla casa Medicea, e di me in particolare per le grazie che mi ha fatte il gran Duca Ferdinando I. l’anno 1593, come credo che Laurenzio Osimbardi e Baccio Valori e Ferrante de Rossi ne abbiano lasciato qualche memoria; e per che causa non venni alla lezione in Pisa, come S. A. mi comandava ed il P. Medici ne sa l’istoria da chi mi dispiace che sia passato tanto presto all’altra vita. Vedrà in questo libro V. A. che in alcune cose io non accordo col mirabile Galileo suo filosofo, e mio caro amico e padrone da quando in Padova mi portò una lettera del gran Duca Ferdinando: può star la discordia degl’intelletti con la concordia della volontà di ambidue, e so ch’è uomo tanto sincero e perfetto che avrà più a piacere le opposizioni mie (del che tra me e lui ci è scambievole licenza) che non dell’approvazione d’altri. Al medesimo gran Duca io aveva dedicato il libro de sensu rerum e per la persecuzione sopraggiuntami, che il mondo sa, non ebbe effetto, ed oggi è ristampato. Se V. A. ne avrà gusto lo consegnerò al Signor Conte Bardi suo residente, il quale, come dedicato alla virtù, mi suole favorire spesso, e nel trattare si fa conoscer per persona dedita alle scienze, alla politica, all’officiosità, e fa onore alla Patria ed a chi lo mandò in queste parti. Io resto al comandamento di V. A. e le prego da Dio sempre maggior felicità a ben de’ Virtuosi e della patria comune Italia che ha sempre ricevuto benefizi, e più ne spera, dalla prudenza e valor della Casa Medicea.
Di V. A. S. Parigi, 6 di Luglio 1638.
Servitore Divotis. ed Umilis.
Fra Tommaso Campanella.

Il Libri, nella sua Histoire des Sciences Mathématiques en Italie t. IV, 456 Nota XII, riferisce la seguente lettera:

R. P. Campanella (45).

Molto Ill.re, e M..to R.do p. mio Col.mo

Ha mostrato vostra Paternità tanti segni del suo buon volere verso la somma virtù del Chiaris.o Sig. Gassendi nostro e tanto dispiacere della sinistra interpetrazione che s’era data alli discorsi ch’ella v’aveva tenuti che ne siamo rimasti appagati, conforme al desiderio di V.a P.a ed alle istanze che ce ne ha fatte il s.r Diodati colla sua lettera e il s.r Henrico Dorvalio di viva voce che mi disse questi giorni la mortificatione che ne haveva havuto Vostra Paternità. Hor per non dissimulare quello che importa più, è cosa verissima che sin dal principio ch’Ella fu arrivata in Parigi, mi fu scritto ch’ella aveva sparlato della Fisica del s.r Gassendi, et non venne l’avviso da chi s’immaginò V. P.a ma io non lo volsi credere e m’immaginai che fosse più tosto sinistra interpetrazione di qualche parola detta a caso che biasimo ex proposito, nè volsi farne motto; ma quando scrissi poi al s.r Diodati m’era stato dato un secondo avviso, da altra parte, che non solo andava a disavvantaggio del s.r Gassendo, ma ad un vituperio intollerabile. A tal che non mi potei più contenere e gliene scrissi alla libera, né son mancati altri avvisi poi d’altrove non solo della poca stima che V.a P.a faceva di quel personaggio, ma di tutti gl’ingegni di Francia che gli eran passati per le mani. Anzi si diceva ch’Ella non perdonava neppure al povero s.r Naudeo tanto appassionato e partiale di V.a P.a Il che mi pareva durissimo, e di perniciosissima conseguenza. Io non credo veramente tutto quello che si può dire in questo genere, anzi non farò difficoltà di credere che si possino fabbricare diverse calunnie per levar V. P. all’invidia. Ma è pur difficile che non vi sia qualche fondamento di parole ambigue et soggette a indutioni contrarie. E sarà bene che per l’avvenire V. P. consideri bene li termini ch’ella vorrà adoperare parlando delli litterati di Francia, e specialmente di quelli che vi possono avere acquistato qualche merito. Altrimenti non credo che le riuscirà, sendo notissimo che l’humor della natione porti una grandissima libertà di far scelta chi d’un’opinione e chi d’un’altra, quando si (vi) concorrano ragioni uguali o probabili (46). Né per tal varietà di sensi bisogna subito condannarsi l’un l’altro, portando la spesa di pensarvi maturamente prima di passare alla condannatione. Anzi di lasciare ognuno nel suo libero arbitrio, mentre le cose siano di natura tale che non vi sia necessità assoluta di prendere partito. Già che talvolta le opinioni che paiono ridicole ad altri con la benigna interpetrazione che vi può occorrere passano per negotii gravissimi et di somma importanza. Così in materie filosofiche se si esaminano gli vari concetti degli antichi filosofi greci, poche ve ne sono che non abbiano qualche cosa del mirabile mentre si guardano con carità umana, e che vi si considera ciò che vi può esser degno di lode, lasciando ciò che non par tanto comportabile, et riducendo le cose alli termini dell’ignoranza de’ tempi loro. Io son d’un umore che non gusto troppo le fatiche di que’ che attendono a confutationi dell’altrui opinioni giudicandone il tempo assai mal impiegato come di chi volesse rifiutare gli spropositi di qualsivoglia persona che può errare così nella proprietà della lingua volgare come nella bassezza dei concetti. Il che sarebbe senza fine, la brevità della vita umana non comportando queste cose senza grave necessità. Et mi par molto più nobile di stabilire ciascheduno li suoi fondamenti con le migliori ragioni che ci può somministrare il proprio ingegno, senza rifiutar altro che ciò che non si può vietare (che) di necessità (47). Et così lasciando al Pittore la lode che può occorrere alla sua Arte, et al Cantore quella della sua musica, ed all’Architetto quella delle sue fabbriche, et così degli altri, quando s’è assecuto (trovato) un soggetto degno d’esercitar l’ingegno, mi par che l’opera sua può passar in più degne mani, quando s’attende solo al suo scopo, e ad insegnar ciò che i lumi naturali ci hanno potuto chiarire senza far digressioni contra quello e quell’altro che avevano altra mira. La grossezza delli volumi non potendo poi comportare che le persone di conditione vi si applichino, il che fa rimaner tali fatiche senza le rimunerazioni condegne, et le fa star sepolte e senza che i librai vogliano fare la spesa tanto grande. Non mi appartiene di darle consigli in questa cosa, dove toccherebbe a lei di darmeli, ma ella scuserà l’abbondanza del cuore che mi fa parlare così alla libera, poichè ella mi ci ha invitato in certa maniera co’ suoi complimenti assicurandola ch’ella manterrà molto meglio il suo gran credito che se ella si disturba dal suo cammino per nettare la strada per dove havrà da passare, massime in paesi pieni di tanto fango e di tante spine, benchè si avesse da desiderare che fossero più netti. Giacchè ella può attendere a più utili fatiche d’insegnare cose ignorate dagli altri. Scusimi di grazia V. P. e stabilisca la sua fisica senza dimorare a persuadere che sia ridicola quella fisica d’Epicuro, mentre se ne veggono pochissime risoluzioni sparse di qua e di là senza ordine; giacché s’ella le avesse vedute ordinate, non le parrebbero forse tanto strane. Benché la dottrina degli atomi non le piace, siccome nè anco a molti altri, non par conveniente di dire subito DI NO, CHE NON MI PIACE: massime quando non è conosciuta, e quando si veggono persone gravi che stanno in sospeso, senza ridere e senza biasimare la rosa, non ostante che nasca fuori la spina. Giacchè da principii ridicoli in apparenza si viene in cognizione talvolta di cose gravissime e squisitissime. Fu stimata altre volte ridicola l’opinione degli antipodi e poi s’è trovata verissima e che non si può più rivocare in dubbio. La debolezza dell’ingegno umano è troppo grande per potere in un tratto penetrare ogni segreto della natura. Vi vuole una gradazione che per diversi mezzi conduca allo scopo, e la brevità della vita umana non comporta che una sola persona basti. Fa bisogno adoperare l’osservazione di buon numero di altri de’ secoli passati e futuri per chiarirsi di ciò che conviene meglio, e fa bisogno un certo amore e venerazione dell’uno all’altro per cavare l’ottato frutto, e più tosto l’interpetrazione benigna che la sinistra. – Del resto m’è carissimo che le sia finalmente capitato il libro, maravigliandomi che abbia stentato tanto per la strada. Ho poi ricevuto da Roma in certo fagotto del Signor Menestier, la figurina di bronzo del pecorello, che V. P. mi aveva accennato, consegnatogli dal Signor Burdeletio, e trovo ch’è antica veramente e ben conservata, ma non ho potuto ancora capire a qual uso potesse essere stata destinata. Se non forse per assistere a qualche statua di Mercurio che si soleva accompagnare da simili animali e la manderò a V. P. colla prima occasione d’amico, giacchè pesa troppo con la Posta, acciò la possa mostrare costì ai suoi amici, rimanendole sempre obbligatissimo del buon volere, e pregandola di scusare la mia debolezza di spirito e continuarmi la sua grazia. Pel libro de Titulis non occorre farlo copiare, poi che ella lo vuol mettere a stampa. Ma che ella lasci indietro tanti grandi uomini di costà e d’Italia, ai quali ella può essere in obbligo di fare la dedicazione della sua opera per anteporre un nome tanto indegno quanto è (il) mio di comparire tra persone di merito. . . . . . ! Non cerco questo vanto e mi basta il nome d’amico senza tanto fasto. E senza altro le prego da Dio, Nostro Signore, ogni maggiore contento e quietudine d’animo, e le fo umilissima reverenza.
Di Aix, alli 3 Luglio, 1635.
Di V. P. M. I. e M. R.
Servitore obligatissimo e fedelissimo
De Peiresc.

LETTERA DI FRA TOMMASO CAMPANELLA

DALL’ARCHIVIO STORICO ITALIANO TOM. IX pag. 428.

Serenissimo Gran Duca,
Si tratta in Padova di darmisi una lezione di metafisica nello Studio da alcuni gentiluomini: a’ quali dissi che avevo promesso di servir Vostra Altezza, e per sua grazia gli era obbligato. E risolvendomi di finirla, perchè veggo la cosa fredda (come da Firenze mi si scrive) mi parve non far altro senza farcilene motto. Tanto più che mi parrebbe digradar dal mio pensiero, mostrandomisi confermar generosamente da V. A., mentre essendo con essa mi disse non solo volermi favorire, ma mi persuase con giusti consigli lasciar i frati (donde dipende la forza della mala fortuna mia) con apportarmi esempio di molti virtuosi da loro perseguitati, e da se rilevati. Anzi mi giovò con danari; e scrisse al P. Generale che mi desse licenza di venire a servirla, e di stampare altresì. Sicché sapendo io che le parole de’ principi sono eterne e non devono mai aver fatto errore, nè in fatti e in parole, dove la cosa, particolarmente di stato, non ricercasse altro; abbisogna credere ch’io perda assai d’onore, cascando da quel prudente consiglio che aveva, sotto l’ale di Principe sì grande schivar la fortuna alle muse nemicissima; nè sarò mai che m’immagini ch’ella mutasse parere (a detto d’altri), non essendo proprio di Signori: benchè mi si scrive che alcuni gonfi di quella vana sorte che suole apportare la ipocrisia abbian proposto a V. A. (per la mutazion che avverrà da le nuove mie dottrine) che non doveva ricevermi: e questo, il medesimo dì ch’io mi partii da lei. Pure so ben io che le mutazion di nuovi ordini, d’onori e di viver appo i sudditi è nocevole al Principe; ma le dottrine nuove senza interesse giovano, perchè rendono il Principe ammirabile e riguardevole. Onde Alessandro diceva ad Aristotile, che quella nuova scienza che a lui comunicava non la facesse ire in man d’altri, perchè egli solo volea esser ammirato per quella. Le scienze poi vecchie e comuni rendono l’uomo men venerando. E perciò i legislatori proposero cose nuove e maravigliose a’ popoli.
Io ancora so stare in quelle dottrine (48) che la volesse ordinare; e forse più ben degli altri: che saper me più dell’aristotelica le platoniche (da’ suoi avi amate) e le pittagoriche et altre moderne non deve diminuirmi grazia e favore appo lei, come non mi scema la scienza, con la quale si governano gli Stati. Dunque la supplico resti servita farmi scrivere s’io deggio ricever questa lezione, ovver aspettar quando mi comanderà che venga a servirla. Al che resto prontissimo, e dal genio molto inclinato. Le dia il Cielo maggior felicità. Di Padova, 13 Agosto 1593.

Dal Vol. VI. delle Opere de Gassendi p. 407, e 408.

(E più innanzi nello stesso vol. a p. 48, 54, 56, 75 sono 4 lettere del Gassendi al Campanella.
Nella prima Observationis suae de Mercurio in Sole viso excusum mittit exemplar. 48
Nella seconda Epicuri peccata purgaturum se dicit 54.
Nella terza Galilei gratiam cum Patre Scheineirio reconciliet, orat. 56
Nella quarta Illius ad oras Massilienses appulsum gratulatur et ad Peireskii fores accedat, avet. 75

I.
Doctissimo Philosopho ac Astronomo D. Petro Gassendo S.

Vir omnino bonus Gabriel Naudaeus, idemq. singularis utriusque Amicus, ostendit mihi nuperas tuas observationes, quibus, ut video, non parum Astronomicae rei profuturus appares. Gavisus sum valde, quod temporibus nostris, quae priscis difficillima erant, obvia fiunt arcana Coeli, et quidem luminare maius surrexerat Copernicus, luminare minus Tycho Brahe, additur Galilaeus Coelestium occultissima nostro supponens ingenio, ostiumq. pandens per quod extra flammantia maenia mundi longe procedamus ad inexplorata systemata conspiciunda. Adiungeris tu, Vir Doctissime, sternens viam ac tutiores faciens semitas ne animus immensa pervadens spazia aliquo vel puncto aberraret. Doleo tamen è contra saeculi vices, quod cum felicissimum sit inventione novarum rerum, in scholas tamen inventores introire non sinit: occuparunt enim illarum Cathedas olim qui nugaciter philosophati sunt, non duce natura, sed proprio arbitratu cuncta metientes, tantisq. praestigiis animos hominum occupaverunt, eaque obnubilaverunt caligine, ut in somnum adeo profundum, suavemq. obtusis mentibus ita adegerint, ut quicumque vel veritatis voce vel facie telisq. diei perlucidis intrare velit ad istas, statim ira indignationeque perciti contra dulcis somni impedimenta consurgant armati, explosaque luce iterum ad infamem quietem revertantur. Quapropter vagemur extra oportet, donec Deus systema nostrum purget tenebris, habitandumq. suis reddat asseclis. Observationes tuas laudo, caeterisq. commendo, ut alias et ipsi capessant. Sic enim fiet ut res literaria tandem ita refulgeat, quod vel clausos sponte oculos recludat, ac Pastores hominum ad meliora pascula ducere divinum gregem armentumque compellant. Tu interea macte virtutis esto, et cum plura alia rimatus fueris, nos participes facito. Gaudeo iterum quod nebulas Aristotelis excusseris, sed quod Epicureas veluti Caecias ad te traxeris, non satis placet: si enim eas rationes amplecteris, et tu a te ipso non es, rationem habet et Mundus, unde et tua est; ergo non casa regitur: ergo non sine prima sapientia: ergo non sine Deo, si absque ratione fidem non mereris. Caetera Atheïsmus triumphatus nuper editus ostentabit. Vale 7. Maij 1632.
Tuus F. Th. Campanella Ord. Praed.

II.
Clarissimo Viro Sapientiae Cultori Petro Gassendo S. P.

Legeram pridem, D. Naudaeo facultatem faciente, observationes tuas circa duos Solis asseclas. Et quantum placuerint, tibi etiam significaram: cum D. Gaffarellus abs te mihi idem munus, aliudq. de quatuor fictis solibus Romae observatis, me inspectante, mihi obtulit. In utroque diligentiam, exactas descriptiones Mathematicas et utilitates ex eis provenientes laudo: aliisq. bonis veritatis amatoribus imitationem earum cupidissimus instaurationis scientiarum ipse commendo. Verum quoniam iudicium completum a me requiris, respondeo, non mihi placere quod asseris, huiusmodi apparitiones casu temerario prorsus fieri, nullo iubente auctore universitatis, nec operante per eas quidpiam nec adnuntiante. Si enim tu absque ratione hoc doces, stultum qui tibi credat putabis, credo. Si ratione profecto, et Mundus ratione regatur longe potentiori quam tu, et ratione significet, et operetur quidquid in eo videmus, oportet. Neque enim nos corpora nostra tanto artificio aedificavimus quantum vix capere et admirari post diutinas omnium eorum perscrutationes Philosophi potuerunt. Sed meus longe nostra praestantior. Puderet quidem te, si in domo tua quippiam te nesciente, displiceret etiam si te nolente, fieret. Cometas ergo et Phaenomena tantae molis frustra fieri ex se Deo nullo auctore, quomodo concipere potes, o Vir Doctissime? An putas quaedam curari ab opifice rerum, quaedam vero negligi? Nec enim volens negliget; sed non volens. Ergo in tanta mole versatus, ut ait Plinius, non potest omnia curare. Sed furoris plenum arbitror eum esse qui existimat se posse Deum concipere, meliorem, ac sapientiorem, aut potentiorem illo quem cogitare mens omnis auctorem rerum cogitur invictissimis rationibus; et illo qui naturae praeest, ante nos et ante cogitatus nostros ab aeterno. Quasi pars, quae sumus nos ac mens nostra, possit capere nedum totum sed supra totum. Nos infinitum apprehendimus: Et quod omnibus supereminet finitum dicemus? Quomodo enim apprehendimus infinitum aut cogitamus, nisi vere sit? Cogitatio autem non est Atomorum corpusculorum vix Atomum alterum unum tangentium; extendetur enim extra moenia multorum Mundorum si qui essent, haec est vacuum spatii immobilis nil discurrentis; sed mentalis Mundi qui corporeum et Mathematicum penetrat interius et ambit exterius absque fine. Quapropter mentem primam effugere posse nihil video. Et ideo quidquid accidit, ratione mentali accidere, quam si ignorem, non propterea non extat. Nec enim propterea quod mus et culex nescit scribere et sensum scripturae, propterea non extiterit qui scripsit. Praeterea Mundi constructio et animalium et plantarum et partium usus et vis et notio satis superque declarant virtutem hanc primam, quam vocamus Deum. Et nulla res est quae non maximum ipsum manifestet, quod si latet ratio multorum nos, haud propterea non sit qui officinam ferrariam intrantes stupemus pueri, donec usum ferramentorum et Organorum eius didicerimus Si natura arte regitur, igitur et Politica. Igitur illi Soles aliquid portendunt, si sine auctore casu quodam non fiunt, longe verius ac certius quam huius Scripturae caracteres, quanto a meliori artifice mei et illorum facti sunt. Vale, Vir Optime. Vide si quid non recte dixi in Triumphato Atheïsmo: ac corrige. Vel mecum fatere Soles non casu fieri, nisi respectu eorum, qui usum ipsorum ignorant. Recte enim Paulus dixit, ignorantia facit casum. Vale. Caetera D. Diodato et Moraco, die 4 Julii, 1632
T. Campanella.

– —
NOTE:

1 Di questo Breve surrettizio si parla anche ne’ documenti pubblicati dal Capialbi, a p. 37.

2 Manca.

3 Questo pensiero ricorre sovente nelle scritture del Campanella. Nelle Poesie:
Fuggite, amici, le seconde scuole.
E in altro luogo:
Non può eloquenza di mondane scuole…

4 Cioè il Mondo.

5 Libri.

6 Possa aver.

7 Cassiano Del Pozzo perchè raccoglieva con somma diligenza quanto usciva dalla penna del Campanella, ha potuto raccogliere anche le lettere a lui non indiritte.

8 Da ciò si pare che non tutte queste Lettere sieno scritte a Cassiano Del Pozzo; anzi alcuna di esse, come questa, io credo che siano scritte a D. Virginio Cesarini, altro amico del Campanella.

9 In Francia.

10 Lione.

11 Pare scritta allo stesso Cass. Del Pozzo.

12 Vi era un convento di religiosi Domenicani nella strada di San Iacobo, cioè dans la rue Saint Iacques diverso da quello ch’era nella strada di Santo Onorato – Vedi Aubin-Louis Millin, Antiquités nationales, tom. I. Paris 1770.

13 Manca nella copia.

14 Il Mostro.

15 Esemplare.

16 Settimana. Simana si trova anche adoperato dal Campanella nei documenti pubblicati dal Capialbi, a p. 19.

17 Bella, ma non modesta espressione.

18 Non per verità della cosa, ma perchè li principi d’Alemagna agognarono a’ beni del Clero Germano, come dice appresso l’autore ec.

19 Vedi più appresso, dove spiega meglio la sua proposizione.

20 La presente non è di carattere del Campanella ma soltanto la sottoscrizione. – Nota della Copia di Roma – Questa fu scritta meno di un anno prima della Morte dell’autore, avvenuta a’ 21 maggio 1639.

21 Da Roma.

22 Claudio Buttiglier era soprantendente delle entrate regie – Hennautt, Abregé de l’Histoire de France, tom. 2. pag. 631.

23 All’anno.

24 La somma.

25 E professo avervi obbligo infinito più che quel dei Saladino – Allude alla Novella del Boccaccio sopra citata.

26 Pistoles franc. doppie.

27 Per mezzo de’ quali pure mercé di lei a quella (vera virtù) partecipo.

28 Moi même, franc.

29 Cioè, essendo una sola lettera.

30 Vedi la nota (26) alla precedente lettera.

31 Vedi la Nota (16) alla lettera ottava delle lettere tratto dall’Albaniana di Roma.

32 Parole aggiunte in grazia del senso.
33 Li riceverò più che se mi venissero da un Pitagoreo, da uno della scuola di Pitagora – forse – Pitagora consigliava il silenzio.

34 Lotaringia, Lorena.

35 Tutti parliamo qua.

36 Assemblea.

37 Cioè, potrebbe nuocergli se fosse noto che io sono venuto in Francia.

38 Urbano VIII.

39 Era naturale. Il nostro autore aveva di che pensare di sé senza impacciarsi de’ fatti altrui. Pure questi sentimenti onorano il Campanella.

40 Parole aggiunte pel senso.

41 Sic. Nota della Copia di Parigi.

42 La risposta a questa lettera pubblicata dal celebre Profes. Libri si riporta intera qui appresso a pagina 120.

43 Donde ho ricevuto tante grazie, non ho ricevuto moneta.

44 Storicamente, cioè esteriormente, non in modo puramente razionale, o mentale che s’abbia a dire.

45 Cette lettre se trouve à la biblioteque de Carpentras dans la correspondancede de Peiresc. C’est évidemment la reponse à la lettre publiée par M. Baldacchini, à la page 165 de sa biographie de Campanella. L. (La lettera del Campanella a cui Peiresc con questa qua risponde è stampata avanti a p. 115).

46 Ammonisce il Campanella che la Francia non è terra nella quale possa allignare un dommatismo filosofico, a cui pur troppo inchinava l’humore del Campanella.

47 Osservò Tenneman che la dottrina dei Campanella ha più merito negativo che valor positivo: il che con ciò che nota il Peiresc meravigliosamente consuona.

48 Intende le dottrine peripatetiche e le scolastiche, alle quali virilmente Campanella s’oppose.