Utopia oppure la strada per

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Parafrasando un capolavoro del rock degli anni ’70 che si chiamava proprio “Road to utopia” di Todd Rundgren, proviamo a proseguire nella nostra ricerca sulle parole più o meno usate nei “discorsi” dei contemporanei, e sul loro senso odierno e moderno, iniziata la scorsa settimana. Certamente utopia e’ oggi un termine piuttosto raro, desueto, quasi del tutto scomparso dai nostri scritti e dal nostro eloquio. Un tema ricorrente anni fa, e molto presente in documenti, articoli e libri, sin dall’antichità. La ricerca dell’Arcadia, luogo utopico e perfetto, ha riempito tomi su tomi e  rappresenta molto bene il concetto da cui traiamo ispirazione oggi. Fra le numerosissime opere letterarie che la raccontano al meglio, citiamo, una su tutte, il capolavoro di Marquez: “Cent’anni di solitudine”, dove il luogo utopico si chiama Macondo e dove a chiamarsi Arcadia – Arcady –  è il protagonista  del romanzo,  che di cognome fa Buendia. Di racconto in racconto, di rappresentazione in rappresentazione, negli ultimi decenni, il termine,  e soprattutto la tensione sociale che ci spingeva – da sempre –   a metterci alla ricerca delle “nostre utopie”, sono sparite dalle nostre priorità, risucchiate da tecnicismi e neologismi che hanno invece nel frattempo “inzeppato”, e  infarcito all’inverosimile la nostra lingua parlata e scritta. E non solo la nostra. Ma soprattutto il nostro agire. I nostri intenti. Spazio dunque ad una breve riflessione per  cercare di trovare  nuovi stimoli che ci spingano a riprendere il viaggio, la ricerca del  “paradiso” – non perduto – ma forse, oramai,  abbandonato per sempre.  Prima che questo sogno “magnifico e tremendo”,  scompaia del tutto,  dalle prerogative della nostra specie. E come al solito iniziamo,  vocabolario alla mano,  con la definizione estratta dalla Treccani  del termine in oggetto:

 

 

 

utopìa s. f. [dal nome fittizio di un paese ideale, coniato da Tommaso Moro nel suo famoso libro Libellus … de optimo reipublicae statu deque nova Insula Utopia (1516), con le voci greche οὐ «non» e τόπος «luogo»; quindi «luogo che non esiste»]. – 1. Formulazione di un assetto politico, sociale, religioso che non trova riscontro nella realtà ma che viene proposto come ideale e come modello; il termine è talvolta assunto con valore fortemente limitativo (modello non realizzabile, astratto), altre volte invece se ne sottolinea la forza critica verso situazioni esistenti e la positiva capacità di orientare forme di rinnovamento sociale (in questo senso utopia è stata contrapposta a ideologia). 2. estens. Ideale, speranza, progetto, aspirazione che non può avere attuazione: la perfetta uguaglianza fra gli uomini è un’u.; la pace universale è sempre stata considerata un’u.; queste sono utopie!

 

 

 

Chiarito dunque il significato di questa parola, andiamo a spiegare meglio l’intento del nostro scritto di oggi.

Mentre il senso delle cose va via via scomparendo. Diviene una massa indistinta ed evanescente. Si perde nell’intento. Fino a sparire del tutto venendo completamente sostituito dall’involucro. L’incarto prende il posto della sostanza, la rimuove e la rimpiazza facendoci dimenticare mano a mano il motivo, la ragione di quel comportamento. Di quella scelta. Di quell’agire. Ricordate avere o essere? Rimodulato poi in essere o apparire? E infine ora divenuto sola apparenza che qualcuno furbescamente ha ribattezzato narrazione o anche in quell’altro modo così pacchiano e grossolanamente “marketingaro”: storytelling? Avete presente l’effetto Dunning-Krueger: “una distorsione cognitiva ipotetica, a causa della quale individui poco esperti in un campo tendono a sopravvalutare le proprie abilità. Da quelle parti.

Come al solito prendiamo a prestito dagli scritti di alcuni “illustri” compagni di traversata, qualche esempio o citazione, e  utile riflessione per arricchire i nostri appunti e orientare al meglio il nostro intento. E grazie a loro proviamo anche a  rispondere a questa domanda.

Nel mezzo di questo cammino della nostra vita, per dirla col Poeta, dove abbiamo messo le idee? Dove gli ideali? Dove le utopie?

A seguire tre esempi, di tre diverse utopie – non tutte positive –  come vedrete, e non tutte rassicuranti,  ne particolarmente esaltanti. Ma tutte molto significative, a nostro avviso. Intanto grazie dell’attenzione e alla prossima ;)

 

 

Nietzsche aveva acquistato da poco la sua Writing Ball, quando uno zelante giovanotto di nome Frederick Winslow Taylor portò un cronografo nell’acciaieria Midvale a Filadelfia e cominciò una storica serie di esperimenti per aumentare l’efficienza degli operai. Con la riluttante autorizzazione dei proprietari della Midvale, Taylor reclutò un gruppo di manovali, li mise al lavoro su varie macchine metallurgiche, registrò e cronometrò ogni loro movimento. Suddividendo il lavoro in una sequenza di fasi diverse e poi verificando i diversi modi di svolgerle, creò una serie di precise istruzioni – un “algoritmo”, diremmo oggi – su come ogni operaio avrebbe dovuto lavorare. I dipendenti della Midvale si lamentarono per il nuovo rigido regime, sostenendo che li rendeva poco più che automi, ma la produttività della fabbrica spiccò il volo.

Più di un secolo dopo l’invenzione del motore a vapore, la Rivoluzione industriale aveva finalmente trovato la sua filosofia e il suo teorico. La rigida coreografia industriale di Taylor – il suo “sistema”, come gli piaceva chiamarlo – fu adottato da industriali di tutto il Paese e, col tempo, di tutto il mondo. Alla ricerca della massima velocità, della massima efficienza e del massimo rendimento, i proprietari di fabbriche usavano studi su tempo e movimento per organizzare il lavoro e configurare quello dei loro operai. Lo scopo, come Taylor spiegò nel suo celebre trattato del 1911 L’organizzazione scientifica del lavoro, era identificare e adottare “il metodo migliore” per ogni lavoro e quindi effettuare “la sostituzione graduale della scienza ai metodi empirici nelle arti meccaniche”. Una volta che il suo sistema fosse stato applicato a tutte le azioni che costituiscono il lavoro umano – assicurava Taylor ai suoi seguaci -, esso avrebbe portato a una ristrutturazione non soltanto dell’industria ma della società, creando un’utopia di efficienza perfetta. “In passato l’uomo veniva per primo”, dichiarò. “In futuro dovrà venire per primo il sistema.”

Il sistema di Taylor per misurare e ottimizzare fa ancora parte della nostra cultura, e resta anzi uno dei pilastri della produzione industriale. Adesso, grazie al crescente potere che esercitano gli ingegneri elettronici e i programmatori sulla nostra vita intellettuale e sociale, l’etica di Taylor sta cominciando anche a governare il regno della mente. Internet è una macchina progettata per la raccolta, la trasmissione e la manipolazione automatizzata ed efficiente dell’informazione, e schiere di programmatori sono intente a cercare il “modo migliore” – l’algoritmo perfetto — per compiere i movimenti mentali di quello che abbiamo descritto come lavoro della conoscenza.

Il quartier generale di Google a Silicon Valley, Googleplex, è la chiesa di Internet, e la religione praticata fra le sue mura è il taylorismo.

(Nicholas Carr Internet ci rende stupidi come la rete sta cambiando il nostro cervello)

 

 

 

Alla luce dei risultati della scienza della complessità, la difesa di una diversità culturale nella nostra società può anche perdere il tradizionale alone di utopia e di richiamo ai valori morali, per trasformarsi in una efficace e documentata strategia a lungo termine per la sopravvivenza e il miglioramento sociale. Alexander King, cofondatore del celebre Club di Roma (Club che fece scalpore negli anni settanta pubblicando il discusso rapporto I limiti dello sviluppo) afferma che “per il futuro della nostra specie la diversità culturale può rivelarsi altrettanto importante della diversità genetica”.

Questa logica vale anche per la produzione industriale. Molte regioni negli scorsi decenni si sono specializzate in specifici settori industriali, per poi accorgersi dello sbaglio quando il settore entrava in crisi. Le regioni svizzere specializzate nella produzione di orologeria ne hanno fatto l’amara esperienza negli anni settanta, con l’invasione del mercato da parte degli orologi digitali giapponesi. E la lezione vale anche per le monocolture agricole tipiche dei paesi industrializzati. La loro bassa diversità biologica ne fa vittime predestinate per disastrose invasioni di parassiti specializzati, che trovano pochissime piante con una resistenza naturale.

Se portiamo l’esempio a livello psicologico, eccoci di nuovo al concetto di Parallel Thinking di De Bono e allo sfruttamento creativo e progettuale degli “errori” logici.

L’errore, la variazione, la diversità rappresentano il serbatoio di soluzioni creative per rispondere all’imprevedibilità dell’ambiente che ci circonda.

(Formicai imperi, cervelli Alberto Gandolfi)

 

 

 

Un mondo senza disagi sarebbe un’utopia, ma sarebbe anche statico. Un mondo totalmente corretto per alcuni aspetti potrebbe essere terribilmente scorretto sotto altri: un’utopia non ha problemi da risolvere, ma non ha nemmeno opportunità.

Nessuno di noi deve però preoccuparsi di questi paradossi utopistici, perché non funzionano mai. Ogni scenario utopistico contiene delle imperfezioni interne che lo corromperanno, ma la mia avversione per le utopie è ancora più radicata: devo ancora trovare una speculazione utopica in cui vorrei vivere; sarei terribilmente annoiato. Le distopie, l’esatto opposto, sono invece molto più interessanti e più facili da immaginare: chi non riuscirebbe a concepire un futuro apocalittico da ultima persona sulla faccia della Terra, o un mondo governato da robot supremi, o una mega città-pianeta che un lento degrado trasforma in baraccopoli, oppure, il più semplice di tutti, un armageddon nucleare? Ci sono infinite possibilità per il collasso della civiltà moderna, ma il semplice fatto che le distopie siano più drammatiche, scenografiche e facili da immaginare non le rende più probabili.

 

In ogni caso, né la distopia né l’utopia sono il nostro obiettivo. Piuttosto, la tecnologia ci sta portando verso la protopia; per l’esattezza, ci siamo già arrivati.

La protopia è una condizione del divenire piuttosto che una vera destinazione, è un processo; nello stato protopico l’oggi è migliore di ieri, anche se solo in minima misura. È un miglioramento incrementale o un lieve progresso; il suffisso “pro” deriva appunto dalle nozioni di processo e progresso. Si tratta di un avanzamento non eclatante né sconvolgente, che passa facilmente inosservato perché genera tanti nuovi benefici quasi quanti nuovi problemi: il successo delle tecnologie passate ha creato le problematiche attuali, e le soluzioni tecnologiche ai problemi di oggi creeranno quelli del futuro. È un’espansione ciclica sia delle problematiche sia delle soluzioni, che può mascherare l’accumulo continuo di piccoli benefici netti nel lungo periodo. A partire dall’Illuminismo e dall’invenzione della scienza, siamo sempre riusciti a creare qualcosa di più di quello che distruggevamo ogni anno. Ma questa piccola differenza percentuale positiva è stata capitalizzata, nel corso dei decenni, in ciò che potremmo chiamare civiltà.

 

È difficile accorgersi della protopia perché è un divenire: è un processo che cambia costantemente al variare di tutto il resto, e che contemporaneamente muta se stesso, crescendo ed evolvendosi. È difficile gioire per un processo graduale che cambia forma, ma è importante riconoscerne la presenza.

(Kevin Kelly L’inevitabile)

 

 

 

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