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Wu Ming – Manituana

I libri di Wu Ming sono stampati su carta ecosostenibile CyclusOffset, prodotta dalla cartiera danese Dalum Papir A/S con fibre riciclate e sbiancate senza uso di cloro. Nel caso si verifichino problemi o ritardi nelle forniture, si utilizzano comunque carte approvate dal Forest Stewardship Council, non ottenute dalla distruzione di foreste primarie. Per maggiori informazioni: www.greenpeace.it/scrittori

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Si consentono la riproduzione parziale o totale dell’opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.

A Piermario

A Maria

Un solitario sarà sobrio, pio, porterà un cilicio; ebbene, egli sarà santo: ma io non lo chiamerò virtuoso che quando avrà compiuto qualche atto di virtú da cui gli altri uomini avranno tratto beneficio. Fintanto che è solo, non agisce né bene né male; per noi non è niente.

VOLTAIRE, Dizionario filosofico.

Prologo

Lago George, colonia di New York, 8 settembre 1755.

I raggi del sole incalzavano il drappello, luce di sangue filtrava nel bosco.

L’uomo sulla barella strinse i denti, il fianco bruciava. Guardò in basso, gocce scarlatte stillavano dalla ferita.

Hendrick era morto e con lui molti guerrieri.

Rivide il vecchio capo bloccato sotto la mole del cavallo, i Caughnawaga che si avventavano su di lui.

Gli indiani non combattevano mai a cavallo, ma Hendrick non poteva piú correre né saltare. Avevano dovuto issarlo sull’arcione. Quanti anni aveva? Gesú santo, aveva incontrato la regina Anna. Era Noè, Matusalemme.

Era morto combattendo il nemico. Una fine nobile, persino invidiabile, se solo si fosse trovato il cadavere per dargli sepoltura cristiana.

William Johnson lasciava andare i pensieri, un volare di rondini, mentre i portatori marciavano lungo il sentiero. Non voleva chiudere gli occhi, il dolore lo aiutava a stare sveglio. Pensò a John, il primogenito, ancora troppo giovane per la guerra. Suo figlio avrebbe ereditato la pace.

Voci e schiamazzi segnalarono l’accampamento. Le donne strillavano e inveivano, domandavano di figli e mariti.

Lo deposero dentro la tenda.

– Come vi sentite?

Riconobbe il viso arcigno e gli occhi grigi del capitano Butler. Tentò di sorridere, ottenne solo una smorfia.

– Ho l’inferno nel fianco destro.

– Segno che siete vivo. Il dottore sarà qui a momenti.

– I guerrieri di Hendrick?

– Li ho incontrati mentre tornavo qui. Scalpavano cadaveri e feriti, senza distinzione.

William reclinò il capo sul giaciglio e prese fiato. Aveva dato la sua parola a Dieskau: nessuno avrebbe infierito sui prigionieri francesi. Hendrick aveva strappato la promessa ai guerrieri, ma Hendrick era morto.

Un uomo basso entrò nella tenda, paonazzo, chiazze di sudore sulla giacca.

William Johnson sollevò la testa.

– Dottore. Ho qui una rogna per voi.

Il medico gli sfilò la giubba, aiutato dal capitano Butler. Tagliò le brache con le forbici e prese a lavare e tamponare la ferita.

– Siete fortunato. La pallottola ha toccato l’osso ed è rimbalzata via.

– Sentito, Butler? Respingo i proiettili.

Il capitano borbottò un ringraziamento a Dio e offrí uno straccio a William, perché potesse morderlo mentre il medico cauterizzava la ferita.

– Non alzatevi. Avete perso molto sangue.

– Dottore… – William aveva il volto teso e slavato, la voce era un rantolo. – I nostri uomini stanno conducendo al campo i prigionieri francesi. Tra loro c’è un ufficiale, il generale Dieskau. È ferito, forse privo di sensi. Vorrei che gli prestaste le vostre cure. Capitano, accompagnate il dottore.

Butler e il medico fecero per dire qualcosa, ma William li anticipò: – Posso restare da solo. Non morirò, ve l’assicuro.

Butler annuí senza dire nulla. I due si congedarono. Per impedirsi di svenire, William tese le orecchie e concentrò il pensiero sui rumori.

Vento a scrollare i rami.

Richiami di corvi.

Grida lontane.

Grida piú vicine.

Grida di donne.

Un trambusto improvviso attraversò il campo. William pensò fosse Butler di ritorno con i prigionieri.

Guardò fuori dalla tenda. Un gruppo di guerrieri Mohawk: urlavano e piangevano, i tomahawk alti sopra le teste. Trascinavano i Caughnawaga con una corda al collo, le mani legate dietro la schiena. Le donne del campo li vessavano con calci, pugni e lanci di pietre.

Il drappello si fermò a non piú di trenta iarde. Nessuno dei guerrieri guardò verso la tenda: erano dimentichi di tutto, ogni senso teso alla vendetta. Il piú agitato si muoveva avanti e indietro.

– Non siete uomini. Siete cani, amici dei Francesi! Hendrick vi aveva detto di non alzare le armi contro i vostri fratelli! Vi aveva avvertiti!

Afferrò un prigioniero per i capelli, lo trascinò in ginocchio e recise lo scalpo. Quello cadde nella polvere, prese a urlare e contorcersi. Le donne lo finirono a bastonate.

William sentí il sudore gelare la pelle.

Un secondo prigioniero venne scotennato, le donne lo presero a calci prima di pugnalarlo a morte.

William pregò che tra i morituri non vi fossero bianchi. Finché rimaneva una questione tra indiani, poteva risparmiarsi di intervenire.

Hendrick era morto. Figli e fratelli erano morti. I Mohawk avevano diritto alla vendetta, purché non toccassero i Francesi: servivano per gli scambi di ostaggi.

Il terzo Caughnawaga crollò a terra con il cranio sfondato.

Al quartier generale di Albany i caporioni mandati dall’Inghilterra non volevano capire. Non si poteva combattere come in Europa. I Francesi scatenavano le tribú contro i coloni inglesi. Incursioni, incendi e saccheggi. Petíte guerre, la chiamavano. I Francesi avevano un nome per ogni cosa. All’alto comando britannico serviva lo stomaco di reagire con la stessa moneta. Era in gioco il dominio su un intero continente.

L’arrivo di nuovi prigionieri interruppe le riflessioni. Civili bianchi, furieri, maniscalchi e soldati con la divisa lacera. Uno dei guerrieri trascinò fuori dal gruppo un ragazzo. Indossava l’uniforme da tamburino del reggimento.

William era spossato. Coglieva a fatica le parole, ma la sorte del ragazzino era chiara. Un altro guerriero affrontò il primo, che già mostrava il coltello.

Con le penne sul capo e il corpo dipinto, ricordavano due galli in un’arena.

– Porta la divisa dei francesi. Non puoi prendere il suo scalpo!

– L’ho sentito parlare caughnawaga.

– Hendrick ha detto che i prigionieri bianchi spettano ai padri inglesi.

– Guardalo in faccia, ti sembra un bianco?

– Se Hendrick fosse qui ti scaccerebbe.

– Io voglio vendicarlo.

– Tu lo disonori.

– Vuoi aspettare che cresca e diventi un guerriero? Meglio ucciderlo subito, ora che i traditori Caughnawaga sono in fuga e ci temono.

– Stupido! Warraghiyagey si infurierà con te.

William Johnson sentí scandire il proprio nome indiano. Warraghiyagey, “Conduce Grandi Affari”. Fece leva sui gomiti, doveva intervenire.

Vide il coltello calare sulla chioma del tamburino. Riempí i polmoni per gridare.

Qualcosa colpí il guerriero al volto.

La pietra rimbalzò per terra. L’uomo lasciò la presa, portò la mano alla bocca, tossí, sputò sangue. Una sagoma piccola e veloce gli fu addosso e lo spinse via.

Un guizzo di pelle di cervo e capelli corvini. Ruggiva contro i guerrieri, che arretravano interdetti.

– Siete senza onore, – gridò la giovane donna. – Dite di voler vendicare Hendrick, ma è il denaro degli Inglesi che volete, dieci scellini per ogni scalpo indiano!

Si avvicinò al guerriero che ancora stringeva il pugnale e gli sputò addosso. L’uomo avrebbe voluto colpirla, ma lei lo incalzò.

– È poco piú di un bambino. Non ha sparato un colpo. Potrebbe avere l’età di mio fratello -. Indicò un ragazzo dall’aria attenta, al margine del cerchio di donne che si era radunato intorno alla scena. – Quando avrete incassato la paga, la spenderete per comprarvi il rum. Quelli che oggi si danno arie da grandi guerrieri, domani rotoleranno nel fango come porci.

Il guerriero le indirizzò un gesto di sdegno prima di ritirarsi.

La donna si rivolse agli altri. – Non pensate che agli scalpi, ma gli scalpi non vanno a caccia, non portano a casa il cibo, non coltivano gli orti. Siete tanto ubriachi di sangue da calpestare le nostre usanze? Oggi molte donne hanno perso figli e mariti. Vanno risarcite con nuove braccia -. Guardò il giovane tamburino dall’alto in basso. – Dobbiamo adottare i prigionieri come nuovi figli e fratelli, secondo la tradizione. La madre di mia madre fu adottata, veniva dai Grandi Laghi. Lo stesso Hendrick divenne un Mohawk in questo modo. Voi lo avreste ucciso!

Le donne si spostarono alle spalle della giovane. Insieme fronteggiarono i guerrieri. Gli uomini scambiarono occhiate incerte, poi si allontanarono con finta indifferenza e molti borbottii.

William Johnson si abbandonò sulla branda.

Conosceva quella furia, l’aveva vista bambina.

Molly, figlia del sachem Brant Canagaraduncka.

Da sola teneva testa ai guerrieri.

Decideva la sorte di un prigioniero.

Parlava come avrebbe fatto Hendrick.

Prima parte

Irochirlanda

1775

1.

Avevano portato anche i bambini, perché un giorno lo raccontassero a figli e nipoti. Dopo molti tentativi, l’asta finí per mettersi dritta. Il Palo della Libertà.

Un tronco di betulla, pulito e levigato alla buona. Un groviglio di corda. Un rettangolo di stoffa rossa tagliato da una coperta. La bandiera del Congresso continentale.

Il comitato di sicurezza di German Flatts approvava il suo primo documento: l’adesione alle rimostranze che l’Assemblea di Albany aveva inviato al Parlamento inglese. Il pastore Bauer ne diede lettura. Il testo si concludeva con l’impegno solenne a “stare uniti, nei valori della religione, dell’onore, della giustizia e dell’amore per la Patria, allo scopo di non essere mai schiavi e difendere la propria libertà a costo della vita”.

Il vessillo si preparava a salire, salutato da canti e preghiere, quando un rumore di zoccoli interruppe la cerimonia.

Una squadra di cavalieri apparve sul sagrato. Brandivano sciabole, fucili e pistole. Qualcuno sparò in aria, mentre la piccola folla cercava riparo tra le case. Restarono sullo spiazzo pochi coraggiosi. Teste impaurite facevano capolino da dietro i muri, negli spiragli delle porte e alle finestre della taverna. Un nome volò da una bocca all’altra, in un girotondo di voci.

Il nome dell’uomo che aveva fatto fuoco contro il cielo.

Sir John Johnson.

Intorno a lui, gli uomini del Dipartimento per gli Affari indiani. I suoi cognati Guy Johnson e Daniel Claus. Subito dietro, il capitano John Butler e Cormac McLeod, scherano dei Johnson e capo dei fittavoli scozzesi che lavoravano la terra del baronetto.

Mancava soltanto il vecchio patriarca del clan, Sir William, eroe della guerra contro i Francesi, signore della valle del Mohawk, morto l’anno prima.

Sir John montava un purosangue baio dal pelo lucido, fremente sotto la stretta del morso. Si sfilò dal gruppo e prese a cavalcare lungo il perimetro dello spiazzo, mentre fissava i membri del comitato con aria sprezzante, uno dopo l’altro.

Guy Johnson portò il cavallo a ridosso di una tettoia e si arrampicò là sopra con difficoltà, per via della stazza.

– Forza, siamo qui per discutere, – disse alle case. – È questo che volete, no?

Nessuno fiatava. Sir John diede uno strattone alle briglie, il cavallo arretrò e ruotò su se stesso, fino a cedere alla volontà del padrone.

Allora qualcuno si fece coraggio. Il gruppo che fronteggiava gli uomini a cavallo si infoltí.

Guy Johnson lanciò un’occhiata severa.

– Indirizzare una petizione al Parlamento è lecito, ma issare una bandiera che non sia quella del re è sedizione. Una cosa vi copre di ridicolo, l’altra manda sulla forca.

Ancora silenzio. I membri del comitato evitavano di guardarsi per timore di cogliere un cedimento negli occhi dei compagni.

– Volete seguire l’esempio dei Bostoniani? – riprese Guy Johnson. – Due fucilate all’esercito del re e si sono montati la testa. Sua Maestà possiede la flotta piú potente del mondo. È buon amico degli indiani. Controlla tutti i forti dal Canada alla Florida. Credete che i ribelli del Massachusetts otterranno molto piú di un cappio al collo?

Fece una pausa, quasi volesse sentire il sangue ribollire nelle vene dei tedeschi.

– La famiglia Johnson, – proseguí calmo, – possiede terra e commercia piú di tutti voi messi assieme. Saremmo i primi a stare dalla vostra parte, se davvero Sua Maestà minacciasse il diritto di fare affari.

Una voce risuonò forte: – I vostri affari non li minaccia di certo. Voi siete ricco e ammanicato. Le tasse del re strozzano noialtri.

Un coro d’assensi accolse quelle parole. Dalla cima della tettoia Guy Johnson individuò Paul Rynard, il bottaio. Una testa calda.

Lo stallone di Sir John scrollò il capo e sbuffò nervoso, rimediando un altro strattone.

Il frustino del baronetto colpí il cuoio dello stivale.

– Le tasse servono a mantenere l’esercito, – ribatté Guy Johnson. – L’esercito mantiene l’ordine nella colonia.

– L’esercito serve a voialtri per continuare a tenerci sotto! – sbottò Rynard.

Gli animi si accesero, qualcuno dei cavalieri alzò d’istinto le armi, ma un cenno di Sir John li trattenne.

– Non ancora, – sibilò il baronetto.

Guy Johnson, rosso in volto, strillò dall’alto: – Quando i Francesi e i loro indiani minacciavano le vostre terre, l’esercito lo chiedevate a gran voce! La pace vi ha reso arroganti e stupidi al punto da desiderare un’altra guerra. Fate molta attenzione, ai morti la libertà non serve.

– Ci state minacciando! – gridò Rynard.

– Tornatene in Irlanda dai tuoi amici papisti! – urlò qualcuno. Un sasso scagliato verso Guy Johnson lo mancò di poco.

Una smorfia di compiaciuto disprezzo segnò la faccia di Sir John: – Adesso.

I cavalli mossero in avanti, il comitato di sicurezza si sciolse seduta stante. Gli uomini corsero in tutte le direzioni.

Il cavallo di John Butler travolse Rynard e lo fece rotolare nel fango. Il bottaio si rialzò, cercò scampo verso la chiesa, ma Sir John gli sbarrò il passo. Il baronetto lo frustò con quanta forza aveva. Rynard si accucciò a terra, le mani sulla faccia. Tra le dita, vide McLeod sguainare la sciabola e partire al galoppo. Strisciò via, invocando la misericordia di Dio. Quando ricevette il colpo di piatto sul fondoschiena, urlò forte, tra le risate roche dei cavalieri.

Mentre Rynard si scopriva ancora vivo, gli uomini del Dipartimento si radunarono al centro dello spiazzo. Guy Johnson rimontò in sella e li raggiunse.

Un leggero colpo di speroni e Sir John fu sotto il Palo della Libertà.

Parlò in modo che tutti lo sentissero, dovunque fossero rintanati.

– Ascoltate bene! Chiunque in questa contea voglia sfidare l’autorità del re, dovrà vedersela con la mia famiglia e con il Dipartimento indiano -. I suoi occhi maligni parvero scovare gli abitanti uno a uno, oltre le finestre buie. – Lo giuro sul nome di mio padre, Sir William Johnson.

Sfilò un piede dalla staffa. Dopo un paio di calci, il Palo rovinò nel fango.

2.

Seduto in poltrona, Jonas Klug ridacchiava nella penombra. Una lama di bagliore lunare colpiva l’ingiunzione di sfratto che teneva tra le mani. Estasiato la rimirava, benché al buio non potesse leggerla né distinguere le righe. La accarezzava, passando i polpastrelli sulla grana del foglio, la annusava come la lettera di un’amante intrisa di profumo. Profumo di ricchezza, profumo di terra, di futuro.

Gli indiani, invece, puzzavano di passato.

Jonas Klug era alticcio, aveva festeggiato. La pendola del soggiorno segnava le undici meno cinque. La moglie già a letto e anche i domestici.

Ubriacare i Mohawk era stato facile. Scorrevano torrenti di rum in quella che chiamavano la Lunga Casa, la terra delle Sei Nazioni irochesi. Uomini e donne sguazzavano in pozzanghere d’alcol. Come e piú dei bianchi, i selvaggi ubriachi perdevano ogni ritegno, ridevano fino a slogare le mandibole, si piegavano in due perdendo l’equilibrio, cadevano e rotolavano nella polvere, oppure schiumavano di rabbia, attaccavano brighe che diventavano pestaggi che diventavano ammassi di corpi furenti. Uno dei loro capi era morto cosí, da sbronzo, cadendo nel fuoco.

Se il rum stava mandando in rovina le Sei Nazioni, perché non tirarne vantaggio? Klug era un uomo d’affari. Aveva visto una distesa di terra buona a est del villaggio, cinquemila acri di bosco e radure pianeggianti, con sparse baracche indiane e campicelli di fittavoli bianchi – irlandesi o scozzesi papisti, che pagavano i Mohawk in natura.

Klug era tedesco. Vent’anni prima era sbarcato a New York con le pezze al culo. Anni di servitú a contratto, a spalare la merda degli altri, poi il riscatto, la libertà, il viaggio verso l’interno, e infine la terra. Quanta non ne aveva mai immaginata. Si era spaccato la schiena, aveva dissodato e costruito, nella speranza di scacciare la miseria per sempre. Poi era venuta la guerra tra Inghilterra e Francia. Una stagione di terrore, barricati in casa per paura delle scorribande indiane. Alla fine pace e prosperità erano arrivate. Jonas Klug aveva persino acquistato una famiglia di schiavi che zappava la terra al posto suo.

Adesso anche quei cinquemila acri erano suoi. Coi soldi che aveva da parte poteva costruirci un mulino, una seconda fattoria, vendere il legname, seminare orzo e segale, produrre birra e whiskey, allevare bestiame. Oppure poteva rivenderla.

La legge – quel poco di legge che c’era – stava dalla sua parte. La parte giusta. Dio non proteggeva i selvaggi: Gesú era bianco, non indiano.

Gli indiani volevano solo altro rum. I sachem piú sobri si erano pronunciati spesso contro l’acqua del diavolo, e anche il Vecchio, prima di crepare, si era occupato del problema. Come dire che si erano pronunciati contro il respirare, e William Johnson, baronetto protettore degli indiani, s’era occupato dell’aria. Il rum era dappertutto ed era lí per rimanere.

Semplice come bere un cicchetto: tre anni addietro, Klug aveva fatto sbronzare l’indiano giusto, il piú stupido e sbruffone, Lemuel, Lemuel qualcosa, e altri suoi compari, idioti quanto lui. Mentre erano sbronzi, prima che vomitassero anche le tonsille, avevano firmato la cessione. Con una bella “X” da analfabeti, tanto valeva lo stesso. Non che Klug fosse uomo di lettere, ma sul poco che sapeva, molto aveva costruito.

Nel contratto, Lemuel e compagnia si dichiaravano rappresentanti legali degli abitanti di Canajoharie, proprietari della terra. Una specie di consiglio di tribú, roba da selvaggi. In virtú di questo, cedevano quattromila acri, per il controvalore di due casse di rum.

“X”, “X” e “X”, di fronte a testimoni.

Beneficiario: Jonas Klug.

Poco tempo dopo, in una notte di luna piena, aveva mandato un agrimensore amico suo, che era andato largo coi rilievi. Mille acri in piú rispetto al contratto. Quindi aveva spedito il tutto ad Albany e in capo a un anno era arrivato l’atto di proprietà.

Brutto risveglio per i selvaggi di Capo Sbornia.

I Mohawk avevano fatto ricorso, dicendo che Jonas Klug aveva agito in malafede, che solo i sachem potevano firmare un contratto del genere e che la trattativa s’era svolta senza un interprete ufficiale. Avevano smosso mari e monti, si erano appellati al loro baronetto, al governatore Tryon, alla Corona d’Inghilterra. E petizioni in tribunale, e altre proteste, e minacce di scendere sul sentiero di guerra. Figurarsi se un tribunale poteva dar torto a un onesto coltivatore contro una torma di pellerossa.

Klug non era solo, aveva chi poteva proteggerlo e gli indiani lo sapevano. Per questo parlavano e parlavano, presentavano appelli come tanti avvocaticchi unti di grasso d’orso, ma non passavano all’azione.

Molti coloni ammiravano Klug per quel che aveva fatto. C’era chi non vedeva l’ora di regolare i conti coi selvaggi, gentaglia fetida che quando aveva fame ti entrava nel granaio, o ti coglieva le mele dall’albero neanche fosse roba loro, e se non stavi attento, ti vomitava pure addosso. Dio non poteva aver concesso a primitivi miscredenti un diritto su quelle terre.

Klug li odiava. Ancor piú odiava chi li proteggeva: il Dipartimento indiano e il clan dei Johnson, con la loro corte di pizzi, merletti e porcellane. Soprattutto quella strega, Molly Brant, la puttana del vecchio Sir William, coi suoi figli mezzosangue: un giorno cipria e cappelli piumati, il giorno dopo conchiglie e pitture di guerra. I loro feudi si estendevano per centinaia di migliaia di acri, a Onondaga, Sacondaga, Schenectady, Kingsborough, Albany, Schoharie. In combutta con le Sei Nazioni e re Giorgio d’Inghilterra.

Klug conosceva bene i latifondisti arroganti e intrallazzoni. Suo padre aveva consumato la vita a coltivare i campi di signori come quelli. Klug era emigrato per non trovarseli piú sulla groppa, invece comparivano anche lí. Una maledizione in terra.

Lemuel e i suoi amici chissà dov’erano finiti, non li aveva piú incrociati. Probabile che i loro fratelli li avessero pestati a sangue, forse ammazzati, o cacciati dal villaggio. Chissà, magari erano scappati a ovest, erano diventati vagabondi, maledicevano ogni giorno la volta che s’erano sbronzati, e per dimenticare tornavano a bere.

La terra sarebbe stata sua per sempre, finché avesse voluto. La notifica di sfratto che teneva in mano, convalidata dalle autorità competenti, era l’ultimo passaggio, il piú atteso. Un calcio nel culo a Joseph Brant e all’anima di William Johnson che bruciava all’inferno.

Per questo Jonas Klug ridacchiava nella penombra.

Poi la pendola batté le undici.

Di nuovo silenzio. Klug sentí un rumore.

Joseph Brant l’aveva detto al governatore: la pazienza dei Mohawk era al limite. La sua, a dire il vero, era esaurita da un pezzo. C’era anche la sua tenuta, su quei cinquemila acri.

Al villaggio gli animi erano esasperati. Quello di Klug era soltanto l’ultimo di una lunga serie di raggiri messi in atto dai coloni per rubare le terre ai Mohawk.

Thayendanega, “Lega Due Bastoni”, battezzato col nome di Joseph Brant, non era di quelli che si lasciavano ubriacare. Era un reduce della guerra franco-indiana, un uomo rispettato, l’interprete del Dipartimento indiano.

Il governatore Tryon aveva promesso di fare il possibile, ma la situazione non era cambiata. Anzi, le cose volgevano al peggio, un avvenire orfano e nero colpiva alle spalle la nazione. I guerrieri scalpitavano, obbedivano ancora ai sachem ma li ritenevano troppo cauti. Non era roba da tribunali, quella. Sir William non c’era piú e molti volevano risolvere la faccenda alla vecchia maniera: esporre lo scalpo di Klug fra i trofei di guerra.

Joseph aveva proposto un’alternativa. Non voleva finire i propri giorni da povero, la terra e quello che c’era sopra appartenevano a lui e alla sua gente, da sempre alleata del re. Ma non voleva nemmeno che il colpevole passasse per vittima. Con la dovuta pressione, avrebbe ottenuto giustizia per sé e gli altri, nel rispetto della legge inglese.

Il concilio del villaggio gli aveva dato carta bianca.

Intorno alla casa di Jonas Klug erano una dozzina.

Joseph scivolò sul lato. I compagni, alle spalle, fremevano. Si erano avvicinati sottovento e avevano avvelenato i cani. Due guerrieri erano rimasti a tenere a bada gli schiavi africani che dormivano nella casupola in fondo alla tenuta. Una mezza dozzina di derelitti, che Klug teneva peggio delle bestie. Non avrebbero dato problemi.

Joseph guardò la propria immagine riflessa nel vetro della finestra. Due ore di marcia non sembravano aver compromesso l’effetto dell’abbigliamento: giacca da cacciatore con bottoni di corno, pantaloni di pelle e stivali da cavallerizzo. Alla luce della luna la figura non era piú di un instabile profilo tracciato nel vetro: un’ombra con il proprio seguito d’ombre. Sarebbe apparso di fronte al tedesco come uno spirito dei boschi.

Prima di mettersi in marcia, Joseph aveva passato in rassegna il drappello. David Royathakariyo e due giovani del clan dell’Orso si erano dipinti il volto. Joseph si era limitato a mormorare qualcosa a bassa voce, scuotendo il capo: impossibile capire cosa passasse per la testa dei giovani. Del resto, finché non combinava idiozie, ognuno aveva diritto di acconciarsi come credeva giusto. Certo le pitture testimoniavano una cosa: voglia di guerra.

Jacob Bowman Kanatawakhon, August Sakihenakenta e un altro paio del clan del Lupo erano i piú fidati.

Tutti sembravano abbastanza sobri, a parte l’ultimo convenuto, Johannes Tekarihoga. L’uomo piú nobile di Canajoharie si era presentato alticcio. Puzzava di rum e tirava lunghi sorsi dalla borraccia, offrendone anche agli altri. Joseph aveva impiegato un intero pomeriggio per convincerlo a partecipare. La presenza di un personaggio del suo rango dava legittimità alla spedizione. Se il vecchio sachem si fosse addormentato lungo la strada, l’avrebbero raccolto sulla via del ritorno.

Joseph si erse in tutta la figura, fece cenno alla fila di guerrieri di scostarsi dalla parete e a grandi passi coprí la distanza che lo separava dall’ingresso. Si fermò davanti alla porta, inspirò. L’aria notturna gli riempí i polmoni. Il petto si allargò sotto la giacca. Provò una sensazione fredda e profonda: compiacimento. Il suo aspetto era elegante e marziale.

All’interno, un lume acceso. Klug era sveglio. Meglio cosí. Joseph batté sulla porta con la testa d’avorio del bastone da passeggio, antico regalo di Sir William.

– Jonas Klug, apri la porta! Apri o la sfondiamo!

I guerrieri rumoreggiavano. Qualcuno emise grida di battaglia. Joseph immaginò il tedesco spalancare la porta e sparare alla cieca. Impossibile: Klug teneva alla pelle, avrebbe cercato di tergiversare.

La porta si socchiuse. Joseph spinse le assi di legno con la suola dello stivale. Klug, terreo, si offrí alla vista degli indiani.

– Che fate qui? Che volete?

Per tutta risposta, Royathakariyo scostò Joseph e si avventò sul tedesco digrignando i denti.

– Che facciamo qui, eh? Tu cosa credi?

Le mani dell’indiano serrarono la gola di Klug. Il tedesco annaspò. Emise un grido stentato, mentre Joseph cercava di liberarlo dalla stretta dell’aggressore. Quando ci riuscí, Klug si accasciò tra i colpi di tosse.

La moglie scese le scale con in braccio un fucile. Provò a puntarlo, ma Kanatawakhon afferrò la canna e la spinse in alto. Il colpo centrò il soffitto. La signora iniziò a urlare come un’ossessa, imitata dagli indiani. Per un momento sembrò che facessero a gara a chi lanciava le strida piú acute. Poi la donna si ritirò al piano di sopra, tra le braccia delle domestiche.

Klug intanto provava a sottrarsi al suo destino sgattaiolando via a quattro zampe. Gli indiani gli furono addosso.

– Non in testa! – ordinò Joseph.

Sulla schiena e sulle gambe del tedesco grandinarono colpi.

Quando ritenne che ne avesse prese a sufficienza, Joseph strattonò via i guerrieri.

– Basta cosí! Basta cosí, ho detto!

Si chinò su Klug e gli sventolò un foglio davanti al naso.

– Questa è una dichiarazione scritta in cui voi, signor Klug, ammettete di aver sottratto con l’inganno la terra alla mia gente -. Con l’altra mano agitò il bastone. – Questo è solo un assaggio. Vedrete cosa vi tocca se non firmate.

Si era preparato il discorso nei giorni precedenti. Suonava bene.

3.

Al mattino poteva sentire la terra respirare. A mezzogiorno, poteva sentire l’erba crescere. La sera, poteva vedere dove i venti andavano a riposare. Molte cose invisibili erano limpide per Molly Brant, chiare come una calligrafia, nitide come il profilo degli alberi in una giornata tersa. Dalla nonna materna aveva imparato a vedere dove altri occhi erano ciechi, a sentire dove altre orecchie erano sorde. Aveva imparato a cattivarsi gli oyaron, spiriti che guidano attraverso i sogni. E aveva appreso il modo corretto di svegliarsi. Aprire le palpebre, ringraziare il Padrone della Vita, contare tre respiri e alzarsi subito, prima che la pigrizia del corpo intorbidi i pensieri: cosí la testa rimane limpida, i sogni non sfuggono, i mali dell’anima possono essere curati.

La luce dalla finestra tagliò l’oscurità. La parte inferiore del letto rimase in penombra, ma dalla vita in su le lenzuola erano inondate di sole.

Molly si levò con scioltezza. I capelli neri ricaddero sulla veste di lino. Versò il contenuto di una brocca nella bacinella, lavò il volto. Si asciugò con una pezza di cotone e alzò il capo.

Nello specchio un reticolo di lievi cicatrici, pelle che il vaiolo aveva scalfito appena. Un’altra battaglia vinta al fianco di Sir William.

Il solletico dei tuoi capelli mi infiamma di passione, arrossa le mie guance.

La voce giunse su un alito di vento. Molly scrutò il riflesso delle pupille. Poteva sostenere lo sguardo di chiunque, anche quello di Molly Brant.

Arendiwanen, donna di potere. Ricca di roba, di terre, di figli. Capace di sognare con forza, come accadeva al tempo dei nonni, quando Hendrick era giovane e la nazione prosperava.

Nel sogno di quella notte la chiesa era gremita. Occhi e teste sfioravano il soffitto, come sacchi di mais ammucchiati per l’inverno. Proprietari irlandesi, fittavoli scozzesi, guerrieri mohawk. Orsi e lupi accovacciati sul pavimento di terra. Enormi tartarughe reggevano l’altare sul dorso.

Il pastore, in piedi sul pulpito, sfogliava il libro delle preghiere.

Peter si alzava in piedi. Imbracciava il violino: la vecchia marcia irlandese che suo padre faceva intonare alle cornamuse prima di dare battaglia. Due sachem in guanti neri e mantello da lutto si avvicinavano alla bara per calarla sotto l’altare, ma la fossa non era ancora scavata.

I fedeli si facevano avanti, uno per volta. Raccoglievano una vanga e provavano ad affondarla. Invano. La terra era piú dura del ferro. Il manico del badile si spezzava.

Joseph impugnava il tomahawk per usarlo come piccone. Un guerriero lo affiancava, il volto in ombra. Scavava con le unghie finché le dita non buttavano sangue.

Molly si accostò alla finestra. Capannelli di uomini e donne affollavano lo spiazzo davanti all’emporio.

Un cacciatore indiano carico di pellicce e un mercante di pentole volevano ingaggiarla come interprete e concludere i loro scambi. A un barcaiolo servivano provviste per il viaggio e la pece per rattoppare un battello. Coloni dalle fattorie vicine erano venuti per una proroga sui debiti di famiglia. C’erano due signore tedesche di Palatine, quelle che la chiamavano strega ma poi attraversavano il fiume fino al suo negozio, per via di un infuso miracoloso contro il mal di denti. C’erano cani e bambini, anziani e guerrieri, sachem e perdigiorno in attesa della dose di rum. Le donne, giovani e anziane, erano lí per scambiarsi i sogni, discutere le novità e con l’occasione comprare carne salata.

Anche oltre i vetri spessi, scuri e pieni di bolle, Molly percepí eccitazione. Il volume delle voci era piú alto del solito. Il tono concitato. Non la chiacchiera ordinaria che inganna l’attesa, ma una valanga di frasi.

Tutti parlavano, nessuno sembrava ascoltare.

4.

Ogni volta che Canajoharie si apriva alla vista, Joseph Brant pensava al destino della sua gente.

Ai piedi della collina, il fiume Mohawk faceva un’ansa e chiudeva i campi e le abitazioni di legno, costruite sul modello delle lunghe case.

Quando la nazione era ancora numerosa, le dimore tradizionali avevano tenuto fede al nome: potevano ospitare fino a trecento persone. Ora l’intero villaggio non ne contava altrettante.

Le dimensioni delle case si erano molto ridotte. Non c’erano uomini per riempirle e i Mohawk si erano abituati a vivere come i bianchi. Quelli di condizione piú elevata avevano i vetri alle finestre, e i coloni piú poveri li guardavano con invidia.

Solo il territorio delle Sei Nazioni continuava a essere una Lunga Casa, per quanto simbolica: i Seneca difendevano la porta occidentale, i Mohawk quella orientale. Al centro gli Onondaga custodivano il fuoco. Cayuga, Oneida e Tuscarora aiutavano i tre fratelli maggiori nei loro compiti ancestrali.

Sul sentiero che saliva dal villaggio, Joseph scorse una sagoma che gli correva incontro.

Dopo la visita alla tenuta dei Klug, mezza spedizione aveva sbagliato sentiero, persa nelle nebbie del rum. Le urla alcoliche avevano svegliato i cani nel raggio di un miglio. Braccati dalle bestie, i guerrieri s’erano sparpagliati nei dintorni. Qualcuno era crollato a terra, vinto dal sonno. C’erano volute ore per radunarli tutti e rimettersi in strada. Chi s’era dipinto il volto esibiva una maschera sfatta e poco dignitosa.

– Fort Ticonderoga! – urlò Peter Johnson appena lo zio fu a portata di voce.

Quando lo ebbe raggiunto, proseguí: – I ribelli. Hanno preso Fort Ticonderoga senza sparare un colpo.

Joseph guardò il nipote. Negli ultimi mesi si erano visti di rado. Dopo la morte del padre, Peter era tornato da Philadelphia solo un paio di volte.

– Li comanda un certo Ethan Allen, sai chi è, zio Joseph?

– È un bandito delle Green Mountains. Da anni combatte contro il governatore. Vieni, andiamo da tua madre.

Joseph sentí un brivido attraversare gli uomini dietro di sé. I guerrieri avrebbero preferito cento frustate, piuttosto che mostrarsi a Molly in quella condizione. Con diverse scuse, si dispersero ognuno per la sua strada.

Zio e nipote si incamminarono da soli.

Lungo il sentiero uomini e donne affrettavano il passo, come alle prime gocce di un temporale, poi si fermavano di colpo, risucchiati dal primo assembramento. Le porte delle case erano spalancate, per non sbarrare il passo alle notizie.

Non c’era ragazzo che non si improvvisasse messaggero, di corsa dalla chiesa al molo dei battelli fino alle fattorie piú distanti.

La stanza principale dell’emporio si sviluppava in lunghezza. Tra volute di polvere e fumo, le merci occupavano ogni anfratto, mensola o scaffale, quando non pendevano dalle travi del soffitto. Corde di canapa, scatole di legno per chiodi, stoppini, acciarini. Casse di pigmenti per guerrieri, marcate da ideogrammi cinesi. Specchi per dipingersi il volto, candele, attrezzi, pietre focaie, vernici; e poi coperte, incerate, pelli, vestiti di varia foggia e taglio; alimenti freschi e secchi, affumicati e sotto sale. Infine, dentro piccole botti, l’indiscusso sovrano di ogni emporio, spaccio o stazione di cambio nel raggio di centinaia di miglia: il rum.

Joseph salutò la sorella, intenta a convincere un cliente che i suoi scellini erano falsi, buoni giusto per un’elemosina da spilorci. Peter si offrí subito per una perizia, garantita e infallibile. La madre lo benedisse e con un cenno invitò Joseph a seguirla.

Dietro una tenda di lino grezzo si nascondeva un ambiente raccolto, riservato alle trattative e agli ospiti di riguardo. Il tavolino basso e le sedie a dondolo poggiavano su un tappeto di seta orientale. Sulla parete di fondo gradini di legno portavano agli appartamenti privati. Molly si affacciò sulla scala e ordinò che qualcuno portasse del tè. Poi sistemò un cuscino sulla poltrona, sedette e prese a scacciare le mosche con un ventaglio di pizzo.

Joseph la guardava. Era piú vecchia di lui di otto anni. Nella lunga treccia spiccavano capelli bianchi.

Una giovane serva nera scese nella stanza con un vassoio d’argento e porcellane cinesi. Joseph riconobbe il servizio. Arrivava dal salotto di Johnson Hall.

Ti manca ancora la vecchia casa? – le domandò. Molly scrollò appena le spalle.

– Mi mancano le mie cose, i mobili che avevo scelto, le stoviglie comprate con William ai magazzini di New York. La governante di Sir John mi ha detto che stanno fondendo l’argenteria, per paura che i ribelli possano requisirla.

L’atmosfera ovattata avvolgeva Joseph. Odore di cuoio, granaglie e zucchero di canna. Ogni cosa era a portata di mano. Chiarore filtrava dall’unico lucernario.

Soffiò l’aria tra i denti e deglutí il tè. – I coloni sono sempre piú arroganti. Da quando tuo marito è morto, la legge dei bianchi ci difende a stento.

– Per la legge dei bianchi, Sir William non era nemmeno mio marito.

Joseph sfilò da sotto la giacca un foglio ripiegato.

Questo non potranno ignorarlo -. Porse la carta a Molly, che la aprí e la scorse con gli occhi. – La firma di Klug è autentica, – precisò il fratello. – Bisogna mandare ad Albany una persona fidata. Va consegnato al tribunale della colonia.

Molly accennò un sorriso e ripose il documento sul vassoio.

– Il postale di questa mattina ha portato notizie dal Nord. I Bostoniani hanno preso Ticonderoga e puntano sul Canada.

– La ribellione si allarga, – annuí Joseph, – e la Lunga Casa deve scegliere la sua guerra, prima che la guerra scelga la Lunga Casa.

Seguí un silenzio sporcato solo dal vociare che giungeva da oltre la tenda. Molly si dondolava appena sulla sedia.

– Molti dicono che è una faccenda tra inglesi, ma la terra è nostra e i patti li abbiamo siglati con re Giorgio.

Joseph si alzò e scostò la tenda.

Peter aveva convinto il cliente e gli porgeva il libro dei crediti per una firma. Il ragazzo era in gamba. Viveva in una grande città, da solo e senza timori, fiero delle sue origini e del suo nuovo sapere. Parlava e scriveva in tre lingue: inglese, francese e mohawk. Leggeva la musica, suonava il violino, si impratichiva nel commercio. Presto avrebbe dimostrato ai guerrieri anche il suo coraggio. Sir William e Molly avevano immaginato un grande avvenire per il loro primogenito. Il ragazzo non li avrebbe delusi. A suo agio tra i bianchi e nella Lunga Casa, già a sedici anni incarnava il futuro della nazione.

Joseph fece un passo indietro, si voltò e riprese il filo dei pensieri.

– Che avrebbe fatto Sir William?

Molly scrutò la superficie scura nella tazza. Le parve di rivedere le acque del sogno e la canoa che navigava controcorrente verso la terra dove dorme il sole.

– Glielo chiederò nei sogni. Di sicuro avrebbe difeso la valle. Il mondo costruito insieme a Hendrick.

5.

Era ancora la fattoria piú bella della zona. Mura solide, vetri alle finestre, terreno fino al fiume. Margaret, la madre di Joseph, l’aveva ereditata dal terzo marito, il sachem Brant Canagaraduncka.

Sull’aia, una famiglia di fittavoli irlandesi sollevava un carro per rimettere sul perno una delle ruote. I cavalli da tiro si abbeveravano, accuditi da un ragazzino. Un paio di cacciatori mohawk rattoppava la chiglia di una canoa, mentre le mogli mercanteggiavano con le donne delle fattorie vicine, intorno a una pila di coperte.

Di solito Joseph si fermava a scambiare chiacchiere e commenti, ma non quel giorno.

Susanna lo accolse sull’uscio. Christina sbirciava da dietro la gonna. Quando riconobbe il padre gli indirizzò un sorriso timido. Lui le sfiorò la guancia col dito e la bimba tornò a nascondersi.

Prima di entrare, guardò negli occhi la moglie e lasciò che intuisse la sua preoccupazione.

Nella penombra scorse i commensali, che scattarono in piedi. Herr Lorenz, armaiolo di Albany, gli rivolse un saluto e presentò la guida indiana che mangiava alla sua destra. Gli altri due ospiti fecero un inchino. Il piú anziano poteva avere sedici anni, parlò a nome di entrambi. Erano maestri itineranti, di nazionalità Shawnee. Avevano studiato a Lebanon per portare Cristo e l’alfabeto nei villaggi di frontiera. Ogni notte facevano tappa da un vecchio allievo della scuola. Ringraziarono per l’ospitalità, avrebbero pregato per lui.

Joseph sedette insieme a loro, ma una sagoma nell’angolo attirò la sua attenzione. Piccoli occhi riflettevano i bagliori del fuoco.

– Isaac, vieni a salutare tuo padre.

Il ragazzino si avvicinò. Aveva nove anni, non abbastanza per combattere. Joseph non era certo che fosse un bene: in tempo di guerra i deboli soccombono. Gli strinse la spalla, come volesse saggiarne la robustezza e al contempo trasmettergli forza. Si accorse che aveva le guance dipinte di rosso e di nero. La presa si fece piú stretta, Isaac cercò di divincolarsi, ma dovette arrendersi alla forza dell’adulto.

– Questi sono colori di guerra, – disse Joseph mentre gli puliva il viso con gesti energici. – Non servono per giocare e non si portano in casa.

Lo liberò e il ragazzo sgattaiolò verso l’uscita. I figli non avevano piú rispetto per le cose importanti.

– Tuo figlio non ha colpa del peso che hai nella mente, – mormorò Susanna.

Joseph ignorò il rimprovero e allungò la mano verso la piccola Christina, ma la bimba si ritrasse e seguí il fratello fuori di casa.

Susanna gli serví il pranzo. Joseph mangiò senza alzare la faccia dal piatto, ogni rumore amplificato dal silenzio. Quando ebbe finito, sedette di fronte al camino a fumare la pipa, mentre i commensali si congedavano uno dopo l’altro.

L’ultimo fu Lorenz, che si avvicinò cauto, con l’evidente intenzione di dire qualcosa.

Ottenne un’occhiata indifferente.

– Mi chiedono fucili, signor Brant.

– Bene per i vostri affari.

Lorenz scosse la testa.

– Non capite. Mi chiedono fucili. Tanti fucili. Piú di quelli che posso fabbricare.

– Diventerete ricco.

– Da Albany a qui sono incappato in tre posti di blocco della Milizia. Mi hanno puntato le armi addosso, hanno frugato nel carro, rivoltato tutto. Che diavolo succede, signor Brant? Sono impazziti? Vogliono fare come a Boston?

Joseph lasciò che le fiamme catturassero il suo sguardo, mentre tirava ampie boccate dalla pipa.

– In quel caso, noi non ci faremo assediare.

L’armaiolo tentennò, poi capí che l’indiano non avrebbe aggiunto altro e si accomiatò.

Joseph continuò a fissare il fuoco.

Susanna chiamò i bambini.

Era sorella di Peggie, la prima moglie. Erano Oneida della Susquehannah Valley. Dopo essere rimasto vedovo, Joseph l’aveva sposata, come volevano le usanze. Isaac e Christina le si erano affezionati nel volgere di un’estate. Se le cose fossero precipitate, avrebbe dovuto pensare a lei e ai figli.

E a Margaret.

– Dov’è mia madre?

– A letto.

– È malata?

– No. A volte confonde il giorno con la notte.

La vecchia madre comparve attaccata al braccio di Susanna. Sedette di fronte a Joseph, su una poltroncina logora che sembrava tagliata su di lei come un vestito. Ossa, carne, legno e stoffa si erano modellati in un incastro perfetto.

– Come stai, Margaret?

La vecchia strinse gli occhi per riconoscerlo.

– Prima di coricarmi ho chiesto a Dio di prendermi con sé durante il sonno. Ora che mi avete svegliata non potrà piú esaudirmi.

Sarà per un’altra volta, allora.

– Già. Dammi da fumare.

Joseph le offrí la pipa.

– Ho visto Molly, giú all’emporio. Ti manda i suoi saluti.

– Dille di venire a trovarmi, prima che muoio. Devo dirle delle cose.

– Certo, Margaret.

La vecchia assaporò l’aroma del tabacco con soddisfazione.

– Ricordi quando William Johnson venne qui la prima volta?

– Sí.

– Tua sorella era bellissima. La ragazza piú bella della vallata.

Joseph conservava immagini nitide. Aveva undici anni quando il patrigno aveva ospitato quel gentiluomo irlandese dai capelli rossi. Molly era giovane e in età da marito. Joseph ricordava che gli adulti avevano discusso della guerra contro la Francia e i suoi alleati Huron, Abenaki e Caughnawaga.

Accarezzò i capelli candidi della madre.

– La guerra c’è ancora? – chiese lei.

– È finita dodici anni fa.

La vecchia scosse il capo tenendo la pipa tra le labbra grinzose.

– Joseph?

– Sí, Margaret.

– Quanti nipoti ho?

– Dieci. Hai dieci nipoti.

– Già.

Margaret annuí ai propri pensieri.

Joseph la osservò a lungo. Riveriva il passato contenuto in quel viso, memore di stagioni antiche trascorse una dopo l’altra, insieme alla corrente del fiume. Si chiese se un giorno Isaac e Christina lo avrebbero accudito come lui accudiva Margaret. Forse l’avrebbero guardato con la stessa compassione. Forse non sarebbe vissuto abbastanza.

La vecchia protese un dito ossuto verso il fuoco.

– Guarda. Le fiamme diventano verdi. Stanno arrivando.

– Chi?

Margaret sputò nel fuoco e non rispose. Susanna lo chiamò alla finestra. Lui sbirciò fuori. Una canoa avanzava sul sentiero, portata da tre uomini.

6.

Appoggiarono l’imbarcazione al muro del fienile e sedettero sotto la tettoia a riprendere fiato. Joseph riconobbe le facce sporche di molta strada. Corpi fasciati in strati di pelliccia, coltelli da caccia alla cintura, Kentucky Jaeger a canna allungata: fucili da orsi.

– Ricorda che tua madre non li vuole in casa, – disse Susanna.

Joseph uscí senza replicare.

Quando lo videro gli rivolsero secchi cenni di saluto. Masticavano tabacco, o carne salata.

Il piú anziano parlò per primo. Lo fece in lingua mohawk.

– Salute a te, Thayendanega.

La testa ossuta e calva, con le grandi orecchie a sventola, spuntava dalla pelliccia di castoro come quella di una tartaruga dal guscio. Da molti giorni non si radeva. Sul volto cotto dal sole e dalle intemperie la barba cresceva ispida e grigia.

– Benvenuto a casa mia, Henry Hough.

– Ricordi mio fratello John?

Il giovane grugní un saluto incomprensibile. Aveva un occhio strabico.

Henry Hough indicò l’altro uomo: – Anche Daniel Secord è dei nostri.

– Dio ti guardi, Joseph Brant, e protegga la tua casa.

Secord dimostrava la stessa età del piú giovane dei due fratelli, al massimo trent’anni. Gli amuleti seneca al collo e ai polsi erano segno di vanità e superstizione.

Hough sollevò un gancio di ferro, mostrando le pellicce che vi erano appese.

– Tua moglie potrà farti una giacca per l’inverno.

Joseph accettò il dono e sedette con loro.

– Cosa vi porta a Canajoharie?

– Daniel ha preso un lavoro. Una ricognizione delle sorgenti salate intorno al lago Onondaga. Per conto di un tizio che vuole farci i soldi. Noi lo accompagniamo.

Joseph passò una mano sulle pelli, soffici e lucide.

– Non avete scelto la via piú breve.

– Siamo passati per sentire le novità. Girano strane voci. Che la colonia è in subbuglio. Che i Bostoniani vogliono attaccare il Canada.

– Hanno preso Fort Ticonderoga.

Hough annuí senza mutare espressione. I due compari si limitarono a fissare l’indiano, gli sguardi neutri di chi riesce a dare poco peso alle sventure.

– La faccenda si fa seria, – commentò Hough. – Giú ad Albany che intenzioni hanno?

Joseph ebbe voglia di andarsene. Parlò a fatica.

– La Milizia si è messa agli ordini dei ribelli.

Hough sembrò studiare quelle parole come fossero uscite dalle Scritture.

– Potete dormire nel fienile, – disse Joseph. – Non fatevi vedere in casa o mia madre vi maledirà di nuovo.

Il piú giovane spalancò gli occhi.

– La vecchia campa ancora!

Il fratello maggiore gli rifilò una pedata che sollevò una nuvola di polvere. – Un po’ di rispetto, figlio di cane, – si rivolse a Joseph. – Sei un uomo generoso, Joseph Brant.

Tornò da loro al tramonto, con una lampada a olio, rum, birra e un tegame di carne stufata. Li osservò mangiare in silenzio, stravaccati sulla paglia, e bere a grandi sorsate, mentre gli occhi si arrossavano e l’alcol scaldava le viscere.

Henry Hough aveva indossato un tricorno consunto, per proteggere la pelata dal freddo della notte. Il lungo collo scarnito si protendeva verso il cibo. Aveva un’aria ridicola e nondimeno inquietante.

– I guerrieri cosa pensano?

– Sanno che i coloni vogliono la nostra terra, – rispose Joseph. – Se ci attaccano dovremo combattere.

– Bella gatta da pelare, per i tuoi amici del Dipartimento. Il fratello piú giovane ruttò, asciugando le gocce che colavano dalla bocca.

– Se c’è da fare secco un bifolco contate sul mio fucile.

Il maggiore gli lanciò un’occhiata truce.

– Johnny voleva dire che noi siamo fedeli sudditi di re Giorgio.

– Non sai nemmeno chi è, re Giorgio, – sbottò il fratello minore, cercando di issarsi dal pagliericcio. – Dici cosí solo perché quel bastardo di tuo cognato sta coi ribelli.

Ricevette una scodella in fronte e si accucciò come un cane bastonato.

– In un certo senso Johnny ha ragione, – intervenne Secord. Era rimasto in silenzio fino a quel momento. Aveva l’aria meno sbronza e piú compassata degli altri due. I ciondoli contro il malocchio tintinnarono quando accese il grosso sigaro che coccolava tra le dita.

– Con tutto il rispetto, il re chi l’ha mai visto? – riprese. – Se ne sta di là dall’oceano e ci lascia vivere. Invece i furbi, giú ad Albany, sono migliaia. Se si mettono a comandare vorranno prendersi tutta la terra. Prima quella dei Mohawk, poi quella dei Johnson, alla fine anche la nostra.

Henry Hough fece un gesto in direzione del socio e si rivolse a Joseph.

– Ecco una testa che funziona. C’è parecchia gente giú da noi che la pensa allo stesso modo. Tienilo a mente, Joseph Brant.

L’indiano rimase in silenzio. La notte era scesa sulla fattoria e sulla valle, un buio greve senza luna soffocava la terra degli antenati. Guardò oltre il fiume. Nuovi fuochi luccicavano in lontananza, avamposti del futuro imminente.

7.

Il volto di Johannes Tekarihoga, sachem del clan della Tartaruga, era roccia millenaria, le fessure degli occhi incise da uno scalpello sapiente. L’anziano guerriero procedeva impassibile lungo il sentiero nella foresta.

Joseph camminava al suo fianco alla volta di Johnson Hall. Senza farci caso passò il palmo su una guancia. Si chiese se il tempo avrebbe lavorato allo stesso modo sulla sua faccia.

A Joseph il vecchio sachem piaceva. Era stato un combattente di grande valore e un’autorità giusta e affidabile nelle controversie interne alla nazione Mohawk. Inoltre era tra i sostenitori piú convinti dell’alleanza con i Johnson e la Corona inglese. Uomo di poche parole, fargli da interprete era sciogliere un oracolo. Servivano immaginazione e intraprendenza, doti che a Joseph non facevano difetto.

Da mesi non tornava alla roccaforte dei Johnson. Quasi un anno era trascorso dal funerale di Sir William. Non era facile abituarsi all’assenza del commissario, il grande patriarca, Warraghiyagey. Piú che mai ora che i tempi si facevano difficili e le decisioni pesanti.

Il Dipartimento indiano aveva invitato Tekarihoga per discutere della ribellione. Sarebbe arrivato anche Piccolo Abramo, sachem dei Mohawk di Fort Hunter.

La mente tornò alla strada. Non mancava molto, poche miglia di cammino nella foresta. Dopo ore di silenzio Joseph sentí il bisogno di una voce umana.

Si rivolse al sachem: – Cosa dobbiamo aspettarci da questa convocazione?

Johannes Tekarihoga proseguí, passo ampio e cadenzato. Trascorsero minuti. La risposta arrivò con un soffio.

– Regali.

Joseph riuscí a scorgere un sorriso nell’immobilità del volto.

Il lungo viale d’accesso a Johnson Hall brulicava di attività. Servi e operai trasportavano terra, tronchi, sacchi. Indiani e Highlander montavano la guardia all’imbocco del viale. Piú avanti, gli alloggiamenti degli schiavi, inondati dal sole. Creature poco piú che neonate si rotolavano in mezzo a cani e pollame. Donne nere cucinavano cibo, inseguivano bambini, sgobbavano bucato. Verso il fondo del viale, altri indiani e scozzesi montavano una seconda e piú nutrita guardia, fino all’ingresso dell’edificio principale.

Dopo tanti anni, Joseph restava ancora impressionato dalla grande facciata, dal numero di finestre, dal colpo d’occhio del legno che sembrava pietra bianca. A lungo quella era stata la casa di sua sorella Molly, per quasi vent’anni governante e compagna di William Johnson, madre dei suoi ultimi otto figli. Nel testamento Sir William non li aveva dimenticati: aveva lasciato terra e beni in abbondanza.

Anche Joseph doveva molto al baronetto irlandese: si era occupato di lui fin da ragazzo, l’aveva fatto studiare, lo aveva assunto come interprete del Dipartimento.

Sulle scale dell’ingresso principale attendeva un nero, anziano, vestito di una vecchia livrea di panno. Con un cenno del capo indicò l’edificio adiacente, quello che Sir William, anni prima, aveva ribattezzato “l’Ufficio”.

Prima di entrare Joseph si voltò verso Tekarihoga, che ricambiò fissandolo, muto come durante il viaggio. Joseph pensò che la Tartaruga non poteva avere miglior rappresentante.

8.

La messe di regali era copiosa. Tekarihoga poteva ritenersi soddisfatto, a maggior ragione in un periodo difficile per scambi e commerci. Innanzitutto i colori per il volto e il corpo. Specchi di ogni foggia e misura, intarsiati o con pietre incastonate di varie tinte. Un barile di melassa e uno di carne secca, ché lo stomaco andava onorato altrettanto. Giacche di lana, calde, resistenti e di buon taglio, molto migliori di quelle di pelliccia. Tabacco da masticare di ottima qualità. Collane di wampum. Un grande corno di bue pieno di polvere da sparo.

La sala principale dell’ufficio era molto ampia. Arredamento sobrio: un grande camino centrale, panche e sedie a ridosso delle pareti, un imponente tavolo sul fondo dove era uso accomodarsi Sir William. Appesi al muro ritratti dei Johnson insieme a carte geografiche, antica passione del Vecchio.

Il Dipartimento era al completo.

Sir John Johnson, figlio della prima moglie di Sir William, stava appoggiato al lungo tavolo, senza occupare il posto del padre.

Alla sua sinistra, pancia che sporgeva da una sedia con larghi braccioli di legno, Guy Johnson, genero di Sir William e scelto da lui come successore alla carica di commissario per gli Affari indiani.

Pochi passi piú a destra Daniel Claus, aria corrucciata e braccia conserte. Il tedesco aveva fatto fortuna sposando anch’egli una figlia del patriarca e diventando commissario per gli Indiani del Canada.

Di fronte a loro sedeva il capitano Butler, concorrente dei Johnson nel commercio di pellicce, ma fedele alleato in politica. Vecchio compagno d’armi di Sir William, grande conoscitore dei territori del Nordovest. Un nodo importante nella ragnatela di potere che William Johnson aveva intessuto con pazienza e strategia.

Piccolo Abramo, sfinge seduta accanto alla propria catasta di doni, dava al quadro una pennellata diversa. Joseph e Tekarihoga presero posto al suo fianco, su comode sedie.

Con un gesto della mano Sir John invitò Guy Johnson a fare gli onori di casa. Il commissario si schiarí la voce.

– Fratelli, – disse rivolto ai sachem, – grazie di essere qui, in un momento cosí delicato per la nostra comunità. Quando le decisioni si fanno urgenti, il parere di uomini saggi ed esperti è come pioggia su un terreno riarso.

Lasciò che Joseph traducesse, poi riprese in tono piú concitato.

– Abbiamo notizie sicure che la Milizia coloniale intende sequestrarmi e chiedere in cambio concessioni, infliggendo a tutti noi un insopportabile smacco. Le strade della contea sono diventate pericolose, per noi che abbiamo sempre dichiarato lealtà a re Giorgio. Tutto ci dice che la ribellione non è piú soltanto una faccenda bostoniana. Dopo la presa di Fort Ticonderoga, le milizie whig controllano la navigazione interna da New York a Montreal. Rischiamo di rimanere isolati.

Joseph concluse la traduzione, mentre Piccolo Abramo e Tekarihoga scambiavano un’occhiata d’intesa. Il sachem di Fort Hunter era considerato uno dei migliori oratori della Lunga Casa e le sue parole erano molto attese. Anche perché, sulla faccenda della ribellione, non s’era ancora capito come la pensasse.

– Le preoccupazioni dei fratelli inglesi sono anche le nostre, – cominciò. – Nessuno può entrare nella Lunga Casa, minacciare un amico del mio popolo e uscire dalla porta come un ospite qualunque. Al mio arrivo qui, venti guerrieri del nostro villaggio mi hanno accolto mostrando i fucili. La dimora di Warraghiyagey è un luogo molto caro ai Mohawk, secondo soltanto al sacro fuoco di Onondaga, e come tale intendiamo difenderla. Altri venti guerrieri sono già in viaggio verso Guy Park, poiché Guy Johnson Uraghquadirah è il nostro commissario e abbiamo promesso di onorarlo sempre.

Finita la traduzione, tutti si aspettavano che Piccolo Abramo continuasse a parlare. Invece si lasciò andare sullo schienale, segno che aveva terminato, e toccò ancora a Guy Johnson spezzare il silenzio.

Ringraziò il sachem per le sue parole, per la stima e la fedeltà. Poi, con la dovuta cautela, cercò di fargli capire che non erano abbastanza.

– Le notizie che mi riguardano sono la foglia che brucia dentro una foresta in fiamme. Spruzzare acqua sulla foglia non spegnerà l’incendio. Se si trattasse soltanto di Guy Johnson, la sua famiglia basterebbe a difenderlo, senza bisogno di scomodare uomini come Tekarihoga e Piccolo Abramo.

Piccolo Abramo capiva l’inglese e intervenne senza aspettare l’interprete.

– Fratelli, noi parliamo di una foglia che brucia, ma nessuno ha visto le fiamme. Per questo ho domandato a Philip Schuyler di poterlo incontrare. È il nipote dell’uomo che portò a Londra Hendrick e la sua parola ha molto valore per il mio popolo. Se ci prometterà che nessuno intende nuocere al nostro commissario, quella promessa può essere vento che scaccia dalla valle l’odore del fuoco.

Le parole del sachem volevano rassicurare e Joseph cercò di tradurre l’intenzione, ma il vento che soffiava tra i bianchi sapeva di temporale. Un incontro tra Piccolo Abramo e il generale dei ribelli non era certo una buona notizia.

Il capitano Butler chiese la parola. Quando una discussione rischiava di perdere la bussola, era sempre lui a rimetterla in rotta.

– Piccolo Abramo ha ragione, – disse. – È sempre opportuno verificare le voci portate dal fiume e nessuno di noi avrebbe convocato qui i sachem senza prima averlo fatto. Allo stesso modo, nessuno dubitava che ci avreste aiutato a difendere Johnson Hall e il commissario Johnson. Tuttavia vi sono altri incendi. Piú lontani, ma non tanto da lasciarci tranquilli. Il fumo e le fiamme di Lexington e Boston sono ben visibili anche da qui. Le parole pronunciate da Ethan Allen alla presa di Ticonderoga corrono di bocca in bocca. Parlare con Philip Schuyler può essere una buona idea, ma le sue promesse non possono spegnere fuochi tanto grandi. Occorre che i Mohawk decidano come arginare la minaccia, prima che le fiamme arrivino a scottarli.

– In altre parole, fratelli, – intervenne brusco Sir John, che fino a quel momento aveva ascoltato in silenzio, – quello che vogliamo dirvi è che le guerre hanno il brutto vizio di costringere a scegliere da che parte stare.

Nella stanza calò il silenzio. Guy Johnson arrossí d’imbarazzo. Joseph non tradusse le parole di Sir John, consapevole che i due sachem avevano capito benissimo.

Senza muovere un muscolo, Tekarihoga cominciò a parlare nella lingua dei padri, con tono basso e cantilenante. Una manciata di secondi, poi si interruppe. Piccolo Abramo chiuse gli occhi. Era il cenno del suo assenso.

La stanza si riempí di silenzio, mentre tutti, uno dopo l’altro, rivolgevano a Joseph lo sguardo, in attesa della traduzione. Lasciò che il silenzio si facesse solido, materia frapposta a tenere uniti e dividere ciascuno di loro. Cosa aveva detto Tekarihoga? “Se la mia casa brucia, il mio vicino è in pericolo”. Troppo poco per i bianchi. Il significato era: se il mio problema rischia di coinvolgere anche altre persone, non è bene risolverlo da solo. Occorre consultare tutti, a partire dai piú vicini, informarli del pericolo, sentire il loro punto di vista. Capire se sono disposti ad aiutarti. Un carico notevole per poche parole.

Joseph parlò con voce grave e ferma.

– Fratelli, il nobile e saggio Tekarihoga saluta e ringrazia tutti voi. Egli condivide le preoccupazioni per le notizie raccolte e per le nubi che si vanno addensando. Le terre e i beni che condividiamo fanno gola a molti. Conosciamo per esperienza l’avidità di certi coloni. Il fatto che alcuni dei figli abbiano deciso di ribellarsi al padre inglese è una sventura. Quando i fratelli si minacciano con le armi e le puntano contro i padri ciò è sempre un male e va scongiurato. Per questo Johannes Tekarihoga dice che è molto importante avvertire gli Oneida, fratelli minori dei Mohawk, nostri vicini nel custodire la porta orientale della Lunga Casa, prima che il fuoco raggiunga tutti di sorpresa. Se la minaccia contro Guy Johnson è la foglia che brucia in una foresta in fiamme, allora quella minaccia non è soltanto affar nostro. Che le Sei Nazioni sappiano cosa sta rischiando il loro commissario.

Joseph lasciò galleggiare le parole nella stanza, mentre Piccolo Abramo e Tekarihoga sorridevano appena, mostrando di aver gradito la traduzione.

I bianchi si scambiarono occhiate. Joseph annusò diffidenza. Dall’inizio della ribellione, gli Oneida erano un enigma. Il loro predicatore, Samuel Kirkland, parteggiava per i whig. Joseph lo conosceva bene: avevano studiato insieme al collegio di Lebanon, quand’erano ragazzi. Sir William lo aveva sempre considerato un sobillatore.

Toccò a Guy Johnson fare buon viso a cattivo gioco.

– Le sagge parole dei sachem sono sempre benvenute presso di noi. Ciò che dice Tekarihoga è molto giusto, contatteremo le altre nazioni, per primi gli Oneida. Se mio fratello Joseph avrà cura di scrivere in mohawk il messaggio, gli onorevoli sachem potranno apporvi le firme.

Joseph si congratulò con se stesso. Di fronte ai bianchi anche il piú nobile dei sachem contava poco senza un buon interprete.

Scritto presso Guy Johnson nel maggio del 1775.

Questa lettera è per voi, o grandi uomini e sachem. Guy Johnson dice che sarà lieto se voi Oneida riceverete questo dispaccio sulla sua attuale condizione. Egli è sempre piú certo delle intenzioni dei ribelli. Guy Johnson ha grande paura che i Bostoniani lo facciano prigioniero. Noi Mohawk siamo costretti a una continua sorveglianza. Dunque vi mandiamo questo dispaccio, affinché ne siate informati. Guy Johnson confida che verrete a dargli assistenza, e si dice sicuro che anche voi, senza sbagliare, sarete di quell’idea. Egli ha fede che non consentirete a lasciarlo soffrire. Perciò vi aspettiamo. Per ora è tutto. Ci rivolgiamo solo a voi Oneida, ma piú avanti forse chiameremo tutte le altre nazioni. Concludiamo, e ci attendiamo che vi preoccuperete per la sorte del nostro amministratore, Guy Johnson, poiché siamo tutti una cosa sola.

Johannes Tekarihoga

Piccolo Abramo

Joseph Brant

(interprete di Guy Johnson)

Joseph lesse ad alta voce. Tradusse il testo della missiva, cercando di riprodurre formalità e convenevoli.

L’inglese era una lingua piú rozza e stringata: nel passaggio dagli occhi alla bocca le parole si accorciarono, persero risonanze, abbandonarono sul foglio parte del loro significato. Nella lingua dell’Impero, a ogni causa seguiva una conseguenza, a ogni azione corrispondeva un solo scopo, a ogni situazione la condotta piú adeguata. Al contrario, la lingua dei Mohawk era piena di dettagli, attraversata da dubbi, rifinita da continui aggiustamenti. Ciascuna parola si protendeva e allungava per catturare ogni possibile senso e tintinnare nelle orecchie nel modo piú consono.

Nella lettera, i sachem e Joseph si rivolgevano agli Oneida da fratelli maggiori; le parole erano scelte in modo da conciliare le posizioni dei Mohawk di Canajoharie e Fort Hunter; aspettative e certezze di Guy Johnson erano descritte in modo da ribadire l’amicizia tra lui e i Mohawk senza ingenerare dubbi sull’indipendenza di questi ultimi. Guy era chiamato soltanto col suo nome, senza aggiungere altro, nessuna frase benevola a ornare la sua reputazione. Benché Sir William non fosse mai menzionato, gli Oneida avrebbero capto che si chiedeva loro un favore in suo ricordo. Da qui l’ultima frase: Joseph l’aveva scritta e riscritta, fino a ottenere il tono giusto, gradito anche a Piccolo Abramo. I fratelli minori erano messi alla prova: cosa avrebbero deciso? Avrebbero seguito le inclinazioni del loro reverendo presbiteriano o prestato aiuto ai Mohawk che proteggevano l’erede di Warraghiyagey? Il richiamo all’unità delle Sei Nazioni stava in equilibrio su un’ordinata catasta di sfumature. L’inglese ne disperse otto su dieci. Quel che rimase convinse i bianchi. Venne chiamato un messaggero.

9.

Il Delaware si fermò e annusò l’aria.

– Il cane è vicino.

Il bianco sorrise. Fece un cenno agli altri e avanzò, gli occhi puntati nel fitto della foresta. Ora che ci faceva caso poteva avvertire l’odore di grasso d’orso. I selvaggi ne facevano una disgustosa pomata per proteggersi dagli insetti. La loro guida, invece, per non inquinare l’olfatto, aveva adottato il rimedio in voga tra i coloni: spalmarsi di fango.

Il bosco si aprí in una radura, la luce colpí il suolo. Gli uomini rimasero abbagliati.

Un’ombra sfrecciò attraverso le frasche, un centinaio di iarde avanti al gruppo di cacciatori. I bianchi la intravidero: il Delaware correva già in quella direzione.

Qualcuno urlò. Si gettarono all’inseguimento.

La preda scavalcò cespugli e rami abbattuti, lanciata attraverso la radura. Addentrarsi nel bosco era l’unico modo per salvare la pelle. Fendette la vegetazione con l’agilità del cervo, ma erba alta e terreno sconnesso disturbavano la corsa.

Il Delaware corse fin dove gli alberi diradavano, imbracciò il fucile e prese la mira. Un tuono percosse l’aria. Il selvaggio guizzò fuori dalla nuvola di fumo.

Il drappello di cacciatori lo vide sparire tra gli alberi. Avanzarono fin dove la foresta l’aveva inghiottito e lo trovarono in piedi, fermo accanto a un grosso tronco.

La guida alzò il fucile al cielo e lanciò un grido di trionfo. Alla base dell’albero giaceva la preda. Il Mohawk, nudo fino alla cintola, stringeva i denti. Comprimeva il polpaccio con mani rosse di sangue. Le membra sudate fremevano.

I bianchi esultarono e legarono l’indiano ferito. Il capocaccia lo perquisí e trovò quello che cercava: un foglio piegato dentro la fondina del coltello.

Dopo una rapida occhiata si rivolse agli altri.

– Dannazione, è scritto in mohawk!

Nathaniel Gordon scosse il capo. Ecco cosa accade a forza di educare i selvaggi, pensò. Si chiese quale sarebbe stata la prossima novità. Una scimmia che recita i Salmi?

Si accucciò e tenne il foglio davanti agli occhi del ferito. Tra le dita colava sangue fresco. Le mosche avevano preso a sciamare.

– Leggi che c’è scritto, cane!

Il Mohawk tacque.

Gordon fece un cenno al Delaware, che estrasse il coltello e praticò un taglio sul braccio del prigioniero. Sollevò un lembo di pelle, lo staccò, lo mise da parte.

Il Mohawk vibrò, scosso da tremiti, ma non emise un lamento. Il bianco ruggí di rabbia.

Sventolò ancora il foglio davanti al naso dell’indiano.

– È un ordine dei Johnson, lo sappiamo. Cosa c’è scritto?

Silenzio.

Il Delaware praticò un nuovo taglio. Un altro pezzo di pelle si staccò, stavolta dal petto. Lo ripose accanto al primo. Ne avrebbe ricavato un sacchetto per il tabacco.

Il Mohawk emise un sibilo tra i denti.

– Parla! – ringhiò il bianco.

Uno degli altri lo fermò, mano sulla spalla.

– Non c’è fretta, Nat. Lasciamo fare all’indiano.

I bianchi sedettero a poca distanza, per bere da una borraccia, mentre la guida completava il lavoro. Alla fine, Gordon si alzò con aria spazientita.

Tempo sprecato, per la miseria.

Fece un fischio al Delaware.

– Basta cosí. Quello che dovevamo fare l’abbiamo fatto.

Il Delaware si pulí le mani con una manciata di foglie e indicò il suppliziato.

– Grande uomo, – disse.

Il capo dei cacciatori guardò prima il Delaware, poi il Mohawk appeso per i piedi. Era ancora vivo. Rantolava, soffocato dal sangue che gli colava dentro le narici da ogni parte del corpo scuoiato. Non rimaneva piú un solo lembo di pelle. Il viso capovolto, gli occhi piú in basso del naso, era alieno quanto quello d’un animale.

– Grande uomo, eh?

Il bianco si avvicinò e sputò sul volto straziato.

10.

È lo stesso sogno, sempre. La chiesa, la bara. Peter suona il violino, Joseph impugna il tomahawk. Un guerriero lo aiuta a scavare.

Ora lo riconosco. Ronaterihonte.

La terra è dura. Le unghie spezzate buttano sangue, la terra si bagna. Ogni goccia è una foglia scarlatta.

La chiesa scompare. Al suo posto, una foresta d’aceri in pieno autunno. Seduto su un masso, William benedice con un sorriso gli sforzi di Joseph e del guerriero. Ha il volto dipinto e un sonaglio di tartaruga.

Mi avvicino, siedo sulle sue ginocchia, gli accarezzo le labbra.

– Chi c’è nella bara, William?

Lui risponde, ma è una lingua sconosciuta. Un vento di tramontana porta via le parole. Sul fiume appare una canoa. A bordo, una ragazza. William sale e mi porge la mano.

– Accompagnami nel Giardino, amore mio, al centro dell’Acqua.

Joseph e il guerriero caricano la bara, la canoa risale la corrente.

Di colpo, mi ritrovo nella casa di Canajoharie, sopra l’emporio.

Stringo la mano della ragazza. Gli occhi hanno il colore del fiume.

I figli dormono. Io mi sto per svegliare.

11.

Una preda rara, nella valle del Mohawk.

I cacciatori ringraziarono la buona sorte.

Il pelo rossastro brillava al sole, imperlato di gocce. La bestia, nell’acqua fino alle costole, sollevò il capo. Il muso grondò acqua. Orecchie enormi, narici cadenti: aveva l’espressione attonita di un gigantesco mulo. Sulla fronte si apriva un trofeo impressionante, largo quanto le braccia aperte di un uomo.

L’alce maschio si guardò attorno, fiutò l’aria. Uno dei cacciatori bagnò l’indice di saliva e saggiò il vento. La brezza aveva appena cambiato direzione.

L’animale si scosse, voltò le terga e fuggí.

Gli anziani dicevano che l’alce corre piú veloce di qualsiasi cacciatore, piú forte di un cavallo, ma l’uomo corre piú a lungo di qualsiasi animale. L’alce galoppa finché il cuore regge, ma ogni tanto deve fermarsi, riposare. L’istinto avverte che i cacciatori sono ancora sulla pista, e allora l’alce riprende a correre, ma deve fermarsi ancora, e poi ancora, sempre piú spesso. A ogni sosta i cacciatori si fanno da presso. Ogni volta che l’alce riprende la corsa, è sempre piú lento. Sempre piú incerto. Non è facile per un animale cosí grosso far perdere le tracce. L’uomo può tenere lo stesso passo per una giornata intera. L’alce, sfiancato, attenderà il coltello come una liberazione.

Nel pomeriggio le tracce divennero piú frequenti. L’alce cercava il fitto del sottobosco, lasciava segni visibili. I giovani lupi allungarono il passo.

Piú avanti, ancora nascosta alla vista, la preda arrestò la corsa. Sollevò il muso verso il cielo e mandò un cupo richiamo, pronta all’ultima battaglia.

I cacciatori si fermarono al limitare dello slargo. L’alce apparve a non piú di quaranta passi. Protetto dall’ombra, Paul Oronhyateka tirò il grilletto.

Oltre la nube di fumo, l’animale crollò.

I cacciatori corsero verso la preda. Circondarono il corpo, piccola folla che attende a un funerale.

– Ringraziamo il Signore che ha concesso una caccia fortunata. Diamo il sangue dell’alce, nostro fratello, agli spiriti della terra, cosí che il Padrone della Vita abbia sempre a compiacersi di noi. Lo spirito dell’alce sia placato: la sua carne terrà in vita la nostra gente. Amen.

Il guerriero piú anziano si chinò, il coltello in mano. Dalla gola recisa un fiotto di sangue bagnò la terra e le gambe degli uomini.

– Cerca un posto per macellare, Kanenonte, – disse al piú giovane del gruppo.

Gli altri si accucciarono, reggendosi ai lunghi fucili.

Qualcuno bevve sangue fresco. Qualcuno caricò la pipa. Passò del tempo. Oronhyateka si levò in piedi. In quel momento Kanenonte comparve al suo fianco.

Aveva gli occhi sbarrati. Schiumava rabbia. Tremava.

Nella stanza le donne formavano un cerchio. Al centro Molly Brant e una donna piú anziana, vestita di una gonna e una coperta rosso fuoco. Tra le due, un fascio di rametti di cedro bruciava su un vassoio. Ciò che era stato albero diveniva fumo, volute sottili si alzavano verso il soffitto senza incontrare correnti.

La donna vestita di rosso raccolse i ramoscelli, con la mano destra descrisse un cerchio, mormorò qualcosa. Molly diede voce alla domanda piú importante.

– Chi c’è dentro la bara?

Ti ripeto quel che ho già detto, Molly Brant. Credo che Warraghiyagey non sia soddisfatto del suo rito funebre. Risale la corrente per tornare all’isola dei padri. Ora è nel mondo vero, vede cose che noi non vediamo.

Molly si accorse che il fumo si rifletteva nello specchio. Portò gli occhi sul riflesso del vetro, poi sulla cima incandescente dei rametti. Il fumo oscillò, come investito da una folata di vento. La donna dei ramoscelli chiuse le palpebre. Molly annuí.

– Manda il tuo oyaron a interrogarlo, Molly Brant. I tuoi sogni sono forti, Warraghiyagey parlerà ancora.

Molly annuí. D’improvviso, un brusio montò dall’esterno. Sembrava il rumore di un fiume quando la corrente accelera e diviene rapida, poi cascata. Prima che Molly potesse rispondere, il mormorio era esploso in grida di rabbia e orrore.

Al centro della folla, giovani guerrieri pestavano i piedi, i muscoli tremavano, braccia si levavano al cielo brandendo asce e coltelli. Le gambe dei giovani erano nere di sangue rappreso. Attorno, uomini piú anziani facevano eco. Piangevano, gridavano, ruggivano imprecazioni. Le voci ferivano le orecchie.

La cosa ai piedi dei guerrieri offendeva gli occhi. La cosa ai piedi dei guerrieri aveva avuto sembianze umane. Il corpo di Samuel Waterbridge adesso era una preda scuoiata, lasciata a marcire per terra.

Molly conosceva la morte, sconcia e crudele, ma non l’aveva mai vista nel luogo dove si conserva la vita. Non trascinata in mezzo al villaggio, non ostentata perché giovani maschi potessero promettersi vendetta.

Molly entrò nel cerchio di corpi furibondi.

Attorno, le voci si placarono. Alle sue orecchie giunse l’ansimare dei guerrieri, il pianto di una donna.

– Questa uccisione chiama vendetta, ma le vostre azioni fanno sanguinare il cuore. Gioventú e rabbia non servono come scuse.

Fece una pausa. Nel tempo sospeso niente si muoveva, gli occhi mandavano lampi.

La donna proseguí l’arringa. – Un corpo scuoiato ferisce la vista. La morte è entrata nel villaggio senza che nessuna canzone fosse intonata, nessun rituale compiuto. La follia attraversa le menti dei giovani. La morte deve uscire da Canajoharie.

Gli uomini ammutolirono, anche i giovani che avevano raccolto il corpo. Le donne punteggiarono il discorso con cenni d’approvazione.

Molly guardò Tekarihoga. Il capo del clan della Tartaruga annuí.

– Chi ha portato il corpo nel villaggio lo riporti fuori, dunque, e si faccia ciò che è prescritto.

I giovani raccolsero il cadavere, ridotto a una crosta di sangue e polvere.

Mentre si allontanavano, Kanenonte parlò tra i denti ai compagni.

– Noi perdiamo tempo con la vecchia legge e intanto ci massacrano.

12.

Guy Johnson avvertiva scricchiolii tra nuca e spalle, o meglio, un rumore simile a un macinío, come quando si sminuzza il vetro o si cammina sul pietrisco. Sabbia tra le vertebre, qualcosa non andava, aveva dormito male. L’ansia lo portava in giro per casa, avanti e indietro, a metà tra una bestia condotta alla briglia e un recluso che tentasse di sgranchirsi le gambe.

Ogni mattina si svegliava e non trovava pace. Ogni giorno si sentiva piú basso e tarchiato, schiacciato come sotto una pressa. Di ora in ora le spalle un po’ piú curve, le gambe rattrappite. Il peso dell’eredità di Sir William. Il peso degli affari indiani.

Quel pomeriggio fece ruotare la testa tutt’intorno, destra, sinistra, poi mento in su, mento in giú, adesso inclina il capo, orecchio sinistro quasi a toccare la spalla, stessa operazione a destra, ma niente da fare: qualunque cosa fosse fuori posto, non si sistemava.

Passava frenetico da una stanza all’altra, scrutava dalle finestre, sedeva allo scrittoio, rovistava tra le carte, riprendeva la lettera del generale Gage, si alzava, tornava al tavolo da disegno. Cercava di quietare il proprio stato d’animo, rovesciando l’agitazione su uno dei grandi fogli bianchi. Tracciava e affastellava ghirigori, linee curve, fino ad abbozzare figure umane che subito gli apparivano sinistre, ominose, presaghe di cattivi accadimenti. Accartocciava i fogli, si alzava e li gettava nel camino.

Guy aveva sempre amato disegnare. Purtroppo, i disegni erano bruciati nell’incendio di due anni prima. Un fulmine aveva colpito la casa, le fiamme avevano divorato il legno, la collezione di mappe, i libri della biblioteca, importanti documenti su concessioni terriere. Aveva fatto ricostruire la casa in pietra, lui e la famiglia vi si erano ristabiliti da meno di un anno. Ora Guy Park era un edificio imponente. Dopo le minacce dei Bostoniani, erano in corso opere di rafforzamento.

Dal Massachusetts gli scontri si estendevano e aumentava il numero dei ribelli. Si temeva un attacco al Canada, sguarnita roccaforte della lealtà alla Corona. Da qui l’ordine di Gage appena giunto: mobilitarsi, partire. Attraversare il confine con uomini validi, indiani compresi.

Già. Ma come dire ai Mohawk che dovevano andare a combattere in Canada mentre la vallata era in subbuglio?

Guy era un ragazzo quando aveva lasciato County Meath e l’Irlanda. Aveva raggiunto in America Sir William, suo lontano parente, e ne aveva sposato la figlia Mary.

Gli anni trascorsi in America superavano ormai quelli vissuti nella madrepatria.

Eppure rimaneva un irlandese tra irlandesi, proprio come il Vecchio. Se inciampava in una radice o si tagliava col rasoio, imprecava ancora in gaedhilge. Quando, rimuginando su qualcosa, contava sulle dita, diceva: aon, dó, tri, ceathair. L’antica lingua.

E l’antica fede.

Come il Vecchio e tanti irlandesi delle ultime generazioni, Guy era fedele alla Chiesa d’Inghilterra. L’appartenenza alla fede anglicana era condizione necessaria per il cursus honorum nei ranghi dell’Impero: niente papisti, tra gli uomini di fiducia di Sua Maestà. I papisti erano Spagna e Francia, potenze nemiche di qua e di là dell’oceano. I papisti erano pluricentenaria sedizione, nella piú vicina e riottosa delle colonie: l’Irlanda.

Sir William era nato e cresciuto cattolico. Nell’Irlanda assoggettata, pochi tra i suoi parenti si erano convertiti al Dio inglese. Parte della famiglia Johnson aveva appoggiato la ribellione giacobita, per mettere sul trono un cattolico, Giacomo VII di Scozia.

Sotto il bitume che copriva la carena dell’anima, l’antica fede pompava sangue al cuore. Superstizioni, formule di buon augurio, raccomandazioni a un santo, frasi dal messale latino.

Dopo la sconfitta, l’esilio giacobita aveva toccato l’America. Nella valle del Mohawk, porta orientale della Lunga Casa, si era insediata una comunità di scozzesi delle Highlands. Che fossero cattolici non era un mistero per nessuno, men che meno per Sir William, che aveva accordato loro protezione. Erano divenuti parte della comunità, pronti a impugnare le armi per difenderla.

Da trent’anni, leggi intime e non scritte regolavano il mondo che Sir William chiamava “Irochirlanda”. Ciò che Guy temeva era il crollo degli equilibri tra indiani e bianchi, Corona e colonie, ribelli whig e lealisti tory. Il crollo avrebbe dato l’America alle fiamme. Nemmeno i piú solidi muri di pietra avrebbero protetto dall’incendio il suo mondo, la famiglia, le proprietà.

Per giunta Mary era di nuovo incinta e la nascita ormai prossima. Dopo le femmine, forse l’erede maschio, e proprio adesso bisognava partire. L’indecisione strozzava le viscere. Di fronte al peggiorare della situazione, soltanto una persona poteva aiutarlo.

– Padre? – disse una voce infantile.

Guy, assorto com’era, non ricordava in quale stanza si trovasse. Aveva vagato come un sonnambulo. Si guarintorno: era in biblioteca. Scaffali semivuoti, i dorsi dei pochi libri salvati dal fuoco. Sull’uscio c’era Esther, la primogenita, dodici anni di capelli biondi e occhi verdi.

– Tua madre ha bisogno di qualcosa? – le chiese.

– No, padre, la mamma sta bene. Ma è arrivato il signor Joseph Brant, chiede di essere ricevuto. Dice che è molto importante.

Lupus in fabula.

Joseph Brant non era mai venuto a Guy Park se non come accompagnatore e interprete. Non soltanto interprete, ma ponte tra le due comunità, unite dall’interesse e dalla fede anglicana: insieme al reverendo Stuart aveva tradotto in mohawk il Vangelo di Marco. Eppure se grattavi sotto il velo della Chiesa d’Inghilterra, su una sponda trovavi papisti, sull’altra pagani. Due tribú di uomini in maschera.

Joseph era uno dei figli dell’intesa costruita da Sir William, pianta cresciuta da un innesto. Guardato con sospetto dagli indiani meno a contatto coi bianchi, guardato con timore dai bianchi meno a contatto con gli indiani. Guardato con rispetto da chi, su entrambe le rive, si preoccupava di tenere saldo il legame.

Il messaggero era stato scoperto e scuoiato vivo. Per com’era la situazione, non erano nemmeno in grado di portare una notizia agli Oneida, la piú vicina delle tribú sorelle. Erano isolati. Quel che Joseph raccontava rendeva ancora piú impellente obbedire all’ordine ricevuto.

Sir John aveva già detto che non si sarebbe mosso da Johnson Hall. Che facesse come gli pareva giusto. Guy decise che sarebbe partito, portandosi dietro la famiglia.

– Joseph, fratello. Se questa ribellione diventasse guerra aperta che farebbero le Sei Nazioni? Combatterebbero per re Giorgio?

– I Mohawk sanno bene che i figli ribelli di re Giorgio sono gli stessi che commettono ingiustizia contro di loro. Gente come Jonas Klug.

– Quindi?

– Le Sei Nazioni non sono soggette alla Corona. Nelle nostre lingue la parola “suddito” non esiste. Sir William lo sapeva. Non ci ha mai trattati da sudditi, ma da alleati.

– Sir William ha fatto tutto quanto era possibile per proteggere i fratelli indiani dai coloni che minacciano le vostre terre. Lo ha fatto in nome del Re.

– La mia gente questo non lo dimenticherà mai. Tuttavia, Sir William non c’è piú.

Guy annuí con amarezza.

Joseph proseguí: – Per convincere la mia gente a disseppellire l’ascia, Warraghiyagey avrebbe chiesto un concilio. Avrebbe parlato in mohawk. Dopo lunghe discussioni, i sachem avrebbero accettato, nonostante le sofferenze causate alle Sei Nazioni dalla guerra di vent’anni fa. Perdemmo uomini valorosi, perdemmo Hendrick, e non ne avemmo granché in cambio. Avrebbero combattuto non per il re inglese, ma per William Johnson.

– Adesso il commissario sono io, – ribatté Guy. – Sono un Johnson. Mia moglie è la figlia di Sir William, attende un bambino che forse sarà maschio, erede in linea diretta di Warraghiyaghey. Non conosco il mohawk, ma posso parlare in un concilio, col tuo aiuto,

– Sono l’interprete del Dipartimento. Se a Johnson Hall si terrà un concilio, farò il mio lavoro.

– Non qui nella valle. Allarmerebbe i ribelli. Fornirebbe il pretesto per un colpo di mano. Dobbiamo riunire le Sei Nazioni a molte miglia di distanza. A Oswego.

Joseph aspettò prima di replicare. Guardò fuori dalla finestra.

– Sono molti giorni di viaggio.

Guy seguí lo sguardo dell’indiano. – Oswego è al centro della Lunga Casa. Le nazioni parteciperanno numerose. Tu sei un capo di guerra, convinci la tua gente a venire. Questa ribellione è la minaccia piú grave che i Mohawk e le Sei Nazioni abbiano mai affrontato.

Joseph parve meditare sull’ultima frase.

Guy tacque il vero motivo della scelta. Oswego era sulla via per Montreal. Il generale Gage chiedeva truppe per il Canada. Se il concilio fosse andato come auspicava, Guy avrebbe guidato un’armata indiana.

Questo a Joseph non poteva dirlo.

Il collo continuava a scricchiolare.

13.

Echi di martello, rintocchi di chiodi che bucano legno. Stridore di seghe, sbattere di travi. Sgorbie che intagliano e pialle che lisciano. Canti di lavoro, grida e imprecazioni.

Joseph scese al fiume. Piccoli falò spandevano odore di pece nell’aria di primavera. Raggiunse i giovani del suo clan e domandò a Kanenonte a che punto fossero i preparativi.

– Abbiamo riparato sette scafi. Gli altri cascano a pezzi.

Qualcuno accese una pipa e gliela offrí. Joseph tirò una boccata.

– Ce ne vorranno almeno una ventina. Di cosa avete bisogno?

– Assi, – rispose Oronhyateka. – Ne restano per tre battelli. Poi barattoli di vernice, almeno trenta. E scatole di chiodi, tutti i chiodi della valle.

Joseph lo rassicurò. Nella segheria di Canajoharie sfilava da giorni una colonna di tronchi: la materia prima non sarebbe mancata. Quanto al resto, Molly attendeva un carico da New York. Domandò se ci fosse altro, quindi si alzò e prese il sentiero che risaliva all’emporio. I rumori del lavoro lo inseguirono per la scarpata.

Da mesi non vedeva tanta attività attorno al molo. Da quando il porto di Boston era chiuso, l’aria cattiva che spirava dalla costa soffocava il commercio. Chi si guadagnava il pane come barcaiolo restava all’asciutto e i battelli marcivano sulle rive del Mohawk.

La novità si chiamava Oswego. Un concilio. L’occasione di ascoltare oratori illustri, incontrare amici e parenti lontani, rinsaldare alleanze, celebrare nascite e matrimoni. Feste, rum, gioco d’azzardo. Ancora piú importante: regali. Per il Dipartimento, radunare gli indiani significava mostrare i muscoli e, senza doni abbondanti, anche il genero di Sir William rischiava di apparire gracile. Il messaggio doveva giungere chiaro: la dispensa di Johnson Hall era sempre piena, a disposizione degli amici fedeli.

Concilio significava affari. Oswego era il porto piú importante dei Grandi Laghi, terra di latte e miele, di grano e salmoni, dove le navi inglesi non avevano mai smesso di attraccare.

A Canajoharie anche le famiglie piú ricche erano ormai alle scorte e il nuovo raccolto si annunciava scarso. Il fumo dei sacrifici non risvegliava le Tre Sorelle. Pannocchia, Fagiolo e Zucca erano stanche e anche san Giovanni sembrava sordo alle preghiere.

Mancavano attrezzi e sementi. Mancavano fucili e munizioni. Chi vendeva pellicce non guadagnava abbastanza, e se alzava il prezzo poteva tenersele e morire di fame al caldo.

Convincere la sua gente non era costato a Joseph troppa fatica. Molti avevano accolto la partenza come promessa di un inverno piú dolce.

Arrivato all’emporio, Joseph trovò la porta serrata. Bussò invano piú volte, poi sedette ad aspettare e l’ansia della partenza allagò i pensieri.

Un viaggio lungo e sfiancante. Centocinquanta miglia stretti sui battelli. La notte, coperte umide e nugoli di zanzare.

Sir John sarebbe rimasto con la famiglia a Johnson Hall. Guy Johnson portava a Oswego le figlie e la moglie incinta. Per i suoi, Joseph meditava un altro approdo. Non voleva averli con sé, ma neppure lasciarli alla fattoria. Senza tanti guerrieri, la valle era poco sicura. Potevano andare dai parenti Oneida, ottanta miglia piú a sud. A Oquaga, un villaggio ricco e ancora lontano dai disordini.

Il tocco di una mano interruppe le riflessioni. Joseph capí e si voltò senza un sussulto. Molly era piú silenziosa di un falco. Alcuni bianchi giuravano di averla vista mutarsi in picchio, prendere il volo e poi tornare donna poco piú in là. Impossibile, rispondeva Joseph, mia sorella ama camminare.

Certo non s’era allontanata dall’emporio per una passeggiata.

– Hanno sequestrato il carico da New York, – disse. – Ieri mattina, poco prima di Fort Hunter.

– Da chi l’hai saputo?

– Uno dei barcaioli. Ha trovato un cavallo ed è venuto fin qui. Se gli vuoi parlare, sta ancora alla locanda.

– Non serve. Raduno i guerrieri e andiamo a riprenderci la roba.

– Conosci Guy Johnson, – ribatté Molly. – Preferirà pagare un altro carico. Non vuole guai prima della partenza.

– Un altro carico può impiegare settimane, la ferramenta per i battelli serve adesso.

– Posso procurare qualcosa, per non fermare i lavori. Tu hai un compito piú importante.

Joseph rimase in silenzio.

– Il sogno si fa sempre piú chiaro, – disse Molly. – Il guerriero che scava con te è Ronaterihonte.

Joseph restò a bocca aperta. Non udiva quel nome da molto tempo.

– Devi andare a chiamarlo. Verrà con te a Oswego.

Joseph allargò le braccia incredulo: – Con tutto quello che c’è da fare? Ci vogliono giorni per raggiungere il suo capanno.

– E il sogno che lo chiede. Le donne sono concordi.

– Lui non obbedisce ai sogni.

– Ma mio fratello sí. Tu saprai convincerlo.

Molly slacciò dal polso destro un bracciale di wampum.

– Portagli questo, – disse. – Non potrà rifiutare.

14.

I contorni delle cose affiorarono, rischiarati dal sentore dell’alba. Un tavolo, due panche di legno, gli alari del camino, il baule. Il ritmo dei respiri era una placida risacca. Percepí l’odore dei corpi sotto la pelliccia d’orso, il calore della moglie e della figlia.

L’eco dei risvegli di un tempo. Nel rifugio di legno, l’uomo era solo. Moglie e figlia non c’erano piú, uccise dalla sete di sangue che aveva arso la frontiera molti anni prima.

Da allora dormiva poco e si svegliava sempre prima della luce del giorno. Si levò senza fare rumore. Lanciò un’occhiata di sbieco all’immagine della Vergine, ritagliata da un almanacco francese, dono del vecchio istitutore, padre Guillaume. L’artista aveva dato alla Madonna vaghe sembianze indiane.

Raccolse un libro dal tavolo, si avvolse in una coperta e uscí. Il cielo era rosa e azzurro. La nebbia saliva a banchi dalla terra, resa piú densa dalla mezza luce del mattino.

Il sole era a picco quando tre figure emersero dalla macchia in fondo al sentiero. L’uomo smise di affilare il coltello sulla cinghia di cuoio e prese il fucile. Negli ultimi tempi i boschi erano tornati pericolosi. Tra i coloni isolati, pochi si affidavano ancora alla mira per difendere se stessi e le proprietà. In molti avevano eretto palizzate, ma l’uomo non era un colono e aveva poco da difendere. Bastava il fucile.

Riconobbe i visitatori e abbassò l’arma.

– Ronaterihonte, io sono tuo fratello, – disse uno di loro.

L’uomo rispose al saluto.

– Anche io sono tuo fratello, Thayendanega.

Joseph Brant presentò gli altri.

– Ricordi Jacob Kanatawakhon e August Sakihenakenta.

I due guerrieri salutarono con brevi cenni del capo mentre appoggiavano i fucili.

– Viaggiamo da due giorni, – disse Joseph.

L’uomo spalancò l’uscio.

– Entrate. Ho del cervo stufato.

Joseph contemplò l’interno del capanno di tronchi: il legno annerito sembrava nascere dalla terra. Una trave carica di volumi attraversava la parete. Riconobbe L’ingenuo di Voltaire, gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio, la Bibbia e l’Emilio di Rousseau. Titoli che venivano da New York, barattati con pellicce pregiate.

Philip Lacroix Ronaterihonte non era un cacciatore stagionale: viveva nei boschi anche d’inverno. Da oltre dieci anni si costringeva a un ritiro inusuale per un indiano.

Joseph fissò il vecchio compagno d’armi. Da quando aveva compiuto quella scelta, poco dopo la fine della guerra, la loro amicizia giovanile era sfumata fino a sopravvivere nel ricordo. Si chiese cosa ne fosse rimasto: un filo sottile quanto un crine di cavallo. Ancora non capiva perché Lacroix fosse apparso nei sogni di sua sorella.

– È Molly che mi manda.

– Come sta?

– È in buona salute. Ha lasciato Johnson Hall e aperto un emporio al villaggio.

– I suoi figli?

– Crescono. Peter è un uomo, ormai. Lo porto già a caccia.

– I tuoi?

– Anche i miei crescono. Susanna è una buona madre.

Joseph raccolse una delle ciotole che Lacroix aveva riempito di carne. Jacob e August ringraziarono e presero a mangiare senza complimenti.

Lacroix rimase appoggiato alla mensola del camino. I capelli ricadevano sulle spalle come ali di corvo. Una croce di legno intagliato pendeva sul petto. Il volto non tradiva emozioni. I tratti decisi potevano appartenere a un indiano o a un mezzosangue, forse al figlio bastardo di un coureur de bois. L’età era difficile da definire, anche se Joseph sapeva che erano coetanei.

– Hai saputo del Massachusetts?

Lacroix non rispose.

Joseph fece un gesto a indicare il Nordest.

– Gli inglesi whig hanno messo assieme un’armata per combattere il loro re. La chiamano Esercito Volontario. Assediano Boston e muovono guerra al Canada.

August e Jacob si erano serviti di nuovo, senza dire una parola. Joseph li aveva scelti per quello, erano svegli e discreti. Poteva fidarsi di loro.

– I coloni di Albany appoggiano la ribellione. C’è il rischio che attacchino la valle. Spie e assassini battono le nostre piste. Un messaggero che abbiamo inviato agli Oneida è stato ucciso. Scorticato vivo.

Joseph aspettò la reazione del cacciatore.

– Perché sei venuto? – chiese Lacroix.

– Guy Johnson vuole convocare un concilio. Per chiedere alla Lunga Casa di schierarsi con il re.

Lacroix gettò un altro ramo secco nel fuoco.

– Hai detto che ti manda Molly.

– Sí. Ha fatto un sogno.

L’altro annuí, come si aspettasse di sentirselo dire.

Joseph gli porse il bracciale di wampum.

– Mi ha detto di restituirti questo.

Lacroix lo tenne tra le mani, fissandolo a lungo. Le conchiglie bianche e nere componevano rombi e lune intorno a una testa di lupo. Un bottone dorato spiccava nella trama. Proveniva da un’uniforme dell’esercito francese: l’uniforme di un tamburino.

Joseph sapeva che quell’oggetto era il pegno d’adozione nel clan del Lupo. Lo aveva intrecciato Molly, per il ragazzo che i preti francesi avevano battezzato Philippe Lacroix. I Mohawk gli avevano dato il nome di un caduto: Ronaterihonte, “Tiene Fede”, e una madre vedova da accudire. Il bracciale rappresentava la nuova vita, quella che Molly stessa gli aveva donato quando lo aveva sottratto alla vendetta dei guerrieri. Joseph ricordava bene quel giorno, anche se era un ragazzino. Il giorno della morte di Hendrick e della ferita al fianco di Warraghiyagey. La battaglia sul lago George era valsa a William Johnson il titolo di baronetto.

Philip aveva imparato la lingua in fretta: alla missione dove era cresciuto vivevano molti Caughnawaga, che parlavano un dialetto simile al mohawk. Insieme, lui e Joseph avevano ricevuto l’iniziazione guerriera e combattuto fianco a fianco fino al termine del conflitto, come giovani lupi. A guerra finita, Sir William aveva fatto studiare Joseph e si era unito a sua sorella. Philip invece aveva preso moglie, gli era nata una figlia. Una breve stagione di serenità.

Dopo la tragedia, aveva compiuto atti terribili. Da allora Huron e Abenaki lo chiamavano le Grand Diable.

Un giorno si era presentato da Molly e, senza una parola, le aveva consegnato il bracciale di wampum, rinunciando alla vita che gli era stata donata. Si era trasferito lí. Tornava a Canajoharie un paio di volte all’anno, per vendere pellicce, guardato con timore da chi aveva conosciuto la guerra e con reverenza dai giovani, attratti dalla leggenda.

– Molly dice che è tempo che torni alla nazione. Dice che il sogno significa questo.

Il cacciatore sedette su una vecchia sedia tarlata, continuando a fissare la cinta di conchiglie.

Quando Lacroix alzò lo sguardo, Joseph provò inquietudine. – Partiremo con la luna nuova. Il concilio si terrà a Oswego.

Aveva riferito il messaggio. Ora aveva fretta di mettersi sulla via del ritorno: mancavano pochi giorni alla partenza e c’era ancora molto da fare.

Fece segno a Jacob e August di alzarsi.

– Noi torniamo indietro. Grazie per il cibo.

Quando furono di nuovo sulla soglia di casa, Joseph si voltò.

– Molly vorrà sapere la tua risposta.

Lacroix annuí ancora.

– Dille che vorrei che i miei sogni fossero chiari come i suoi.

15.

– Abbiamo ricevuto il Gioco dal Padrone della Vita, all’inizio dei tempi. I nostri antenati lo giocarono cosí come Dio aveva prescritto e in quel modo noi continuiamo a giocarlo.

Johannes Tekarihoga fece un ampio gesto con la mano destra. Il braccio e la spalla, nudi, erano ancora vigorosi. Il corpo, avvolto in un manto azzurro cupo bordato di conchiglie, era alto sei piedi. I giocatori giunsero le mani all’altezza del cuore e chinarono il capo. Il vecchio riprese, seguito da tutti gli altri.

– Padre nostro che sei nei cieli…

L’anziano sachem concluse la preghiera, sollevò il capo, esortò i guerrieri con poche parole.

– Giocate duro, ma con lealtà. Non perdete la testa.

Il campo, l’unico incolto, digradava lento verso il fiume Mohawk, poco lontano dai gruppi di case che formavano il villaggio. Due fazioni lo occupavano, una trentina d’uomini per parte.

Peter Johnson pensò che un dettaglio contraddiceva le affermazioni del vecchio. Il Padrone della Vita, all’inizio dei tempi, aveva prescritto di giocare a baggataway nudi, dipinti dei colori di guerra. Tutti, invece, avevano le gambe coperte da gambali di cuoio, alcuni indossavano camicie.

All’inizio dei tempi, poi, nessuno avrebbe recitato il Padre nostro.

Tekarihoga socchiuse gli occhi, sussurrò alcune parole e lanciò in aria la palla, proprio in mezzo ai contendenti.

Una delle mazze la colpí in pieno. Il guerriero lanciò un lungo grido, una cacofonia di richiami invase il campo da gioco. Le fazioni si mischiarono, una sola massa vibrante, orda lanciata in corsa.

La palla ricadde veloce, presto raggiunta dalla torma dei giocatori. Si scatenò una mischia selvaggia. Legno contro legno. Legno contro osso. Infine l’oggetto del contendere fu snidato dal covo d’arti e sospinto a gran velocità verso la meta. Con una corsa forsennata, Peter raggiunse il fuggiasco, lo sgambettò e picchiò con tutta la forza il capo della mazza contro il globo di pelle di cervo. Il tiro fu spettacolare, benché male indirizzato. La palla raggiunse il limite del bosco con traiettoria tesa e lunga. I giocatori si gettarono in avanti urlando e agitando le mazze, ma si accorsero di una presenza al margine del campo da gioco. Il gruppo rallentò, le voci scemarono fino al silenzio.

L’uomo si chinò sulla palla rotolata ai suoi piedi e la rilanciò verso Tekarihoga. Tuttavia, la partita non riprese. I giocatori sembravano incantati.

Peter guardò il vecchio sachem: annuiva con aria solenne.

Molly attendeva a braccia conserte, in piedi sulla soglia dell’emporio. A poca distanza, donne curiose, con bambini in grembo o seduti in una fascia a tracolla.

Gli occhi della donna scintillarono. Lo stava aspettando.

– Salute a te, Degonwadonti.

– Salute a te, Ronaterihonte. Entra, l’acqua bolle sul; fuoco.

Molly ordinò alla serva di preparare il tè, poi fece accomodare Philip su una poltrona rivestita in cuoio nero, con alti braccioli, confortevole e lussuosa. Da molto tempo le terga e la schiena del cacciatore non poggiavano su niente di cosí soffice. La comodità aveva un che di sensuale, addirittura osceno. Lacroix si abbandonò a quell’abbraccio. Lasciò che le vertebre si aggiustassero, che gomiti cadessero inerti sul legno curvo e lucido, che natiche e cosce sprofondassero senza opporre tensione. Trascorse minuti vaghi e sognanti, finché il profumo del tè non lo ridestò. Si ritrovò tra le mani un piattino e una tazza fumante.

– Zucchero? – chiese la serva.

– Sí, grazie -. Zucchero. Chissà se la lingua ne serbava il ricordo.

La serva terminò il proprio compito e uscí.

L’uomo e la donna bevvero i primi sorsi. La punta della lingua di Philip diede il bentornato al sapore. Per lo zucchero liquefatto l’accoglienza fu festosa, l’intera bocca eseguí un’elaborata cerimonia. Philip non poté fare a meno di sospirare. Bestia indomita, il piacere.

Dopo alcuni minuti di silenzio, Molly parlò.

– Non sono stata io a convocarti, Ronaterihonte. È la nazione a chiamarti, lo dicono i sogni.

Philip bevve un altro sorso. La tazza scaldava le mani.

– La nazione ti ha adottato e restituito alla vita, – continuò Molly. – Ora ha bisogno di te. Nei sogni sei di nuovo al fianco di mio fratello.

– Come posso essere di aiuto alla nazione? – domandò l’uomo dei boschi.

– Il sogno non si è ancora dischiuso, qualcosa rimane nell’ombra. Posso solo dirti questo: devi andare a Oswego con Joseph e i guerrieri.

– Io non sono piú un guerriero, Molly Brant. Non sono piú niente.

– Tu sei un Mohawk, e i Mohawk stanno soffrendo.

Molly si fermò, convocò e radunò le parole, le passò in rassegna e infine le mise in marcia, una dopo l’altra: – Il nostro nome rischia di svanire, le fauci del tempo hanno già inghiottito interi lignaggi. La nostra terra viene invasa o rubata, un inverno di stenti cadrà su questa valle. Io rimarrò al villaggio, perché donne, vecchi e bambini hanno bisogno di me, ma il futuro della nazione dipende da quanto avverrà lontano da qui. Tu e Joseph ne siete parte -. Si interruppe e sorrise. – Devi fidarti dei sogni.

Philip si allungò sulla poltrona e portò la tazza alle labbra, mentre un sussurro si insinuava nelle orecchie.

Bentornato, Ronaterihonte. Il cerchio deve essere chiuso. Il viaggio deve avere inizio.

16.

– Donna del Cielo ebbe una figlia, che venne fecondata dal vento occidentale. Ancora nel ventre, i due nipoti di Donna del Cielo litigarono sul modo di nascere. Gemello Sinistro non voleva uscire nel modo normale. Si fece strada fino a spuntare dall’ascella della madre e cosí facendo la uccise.

Molly guardò il volto di Peter nello specchio e fece scorrere il rasoio sulla cute. Il ragazzo sedeva a gambe incrociate, immobile, la sorellina Ann avvinghiata a una gamba.

– I gemelli seppellirono la madre, – proseguí Molly, – che divenne Madre Mais, da cui hanno origine Zucca, Fagiolo e Pannocchia, le Tre Sorelle che sostengono la vita. Dal cuore nacque il tabacco, che si usa per mandare messaggi al Mondo del Cielo.

Finí di rasare i lati del cranio. Rimase un lungo ciuffo di capelli scuri tenuti insieme da un nastro rosso. Lo specchio rimandava l’immagine di un guerriero giovane, bello e forte. Le carni ben impastate, le ossa ben disposte. Gli occhi della nazione potevano compiacersi. Gli spiriti degli antenati lo avrebbero protetto.

– I gemelli continuarono a sfidarsi. Destro creò le belle colline, i laghi, i fiori e le creature gentili. Sinistro le gole scoscese e le rapide, le spine e i predatori. Destro era sincero, ragionevole, di buon cuore. Sinistro mentiva, amava combattere, aveva un carattere ribelle e percorreva sentieri intricati. Poiché Destro ha creato gli uomini, è conosciuto come il nostro Creatore e il Padrone della Vita. Non dimenticare mai di onorarlo con le preghiere, recita i Salmi ogni sera.

Tacque e contemplò il ragazzo. Sir William sarebbe stato contento. Suo figlio andava a Oswego, al suo primo concilio. I capelli acconciati nel modo tradizionale, cinture di wampum ad attestare il lignaggio. Un vero Mohawk, avrebbero detto tutti. Educato anche nelle lingue e nella scienza dei bianchi. Il vero erede di Warraghiyagey.

– Tuo padre sarebbe fiero di te come lo sono io.

Il ragazzo si rimirava nello specchio. Girò la testa, alzò il mento, abbassò la fronte per valutare l’effetto.

– Manca qualcosa, – disse.

Si alzò, scostando la bambina con una carezza, e prese il fucile. Si girò verso lo specchio piú grande, appeso alla parete. Con l’arma al piede, l’immagine era perfetta. Il ragazzo sorrise a se stesso.

– È un regalo di zio Joseph, – passò una mano sulla canna liscia e scura. – Bellissimo.

– Con quello caccerai i cervi, Peter? – chiese la sorellina.

– Sí, e difenderò anche la nostra valle -. Il ragazzo sembrò riflettere sulle parole appena pronunciate. – Chi ha inventato il fucile, madre? – domandò. – Gemello Destro o Gemello Sinistro?

– Chi è stato, mamma, chi è stato? – si inserí Ann con voce squillante.

Molly comparve alle spalle del figlio. Pose una mano sul capo della piccola.

Nulla di quel che ha fatto l’uno può esistere senza quel che ha fatto l’altro. Non puoi camminare al sole senza mandare ombra. E anche l’ombra serve, quando il sole è troppo forte.

– Quindi è stato Sinistro? – insistette Peter.

– Figlio ostinato, – sorrise Molly. – Lo sai benissimo che è stata l’abilità degli uomini bianchi a fare il fucile, i violini, i microscopi e le altre cose che ti piacciono -. Aggrottò la fronte. – Ma non so se nella testa del primo armaiolo il fucile ce l’abbia messo Dio o il diavolo.

– Il diavolo, padrona, il diavolo di sicuro.

Juba era entrata nella stanza, esile e silenziosa. Si fermò a guardare il ragazzo, che prendeva in braccio Ann. La bambina giocherellò con il ciuffo che ornava il cranio. Non sembrava interessata a nient’altro.

La serva nera cercò con gli occhi l’assenso di Molly, quindi impose le mani sulla testa del giovane e mormorò frasi di benedizione in una lingua sconosciuta. Quando ebbe finito tornò a guardare la matrona del clan del Lupo.

– Porta il regalo, – le ordinò Molly.

– Un regalo? – disse Peter, mentre si liberava dall’abbraccio di Ann.

– Il fucile che ti ha donato tuo zio Joseph non è l’unica cosa che ti può servire.

Quando Juba tornò con la scatola, Molly ne estrasse una custodia di violino.

Il ragazzo sobbalzò. Un violino nuovo. Avrebbe gettato le braccia al collo della madre, ma non era piú un bambino. Prese lo strumento con delicatezza e ne saggiò il peso, pizzicò le corde, annusò l’odore del legno lucido.

– La musica ti terrà compagnia durante il viaggio, – disse la madre. – Imparerai nuove canzoni e molte altre cose.

– Suona quella che mi piace, Peter! – lo supplicò Ann. – Dài, suonala!

Il fratello non si fece pregare. Mosse veloce l’archetto e la bimba iniziò a dondolare al tempo del reel.

Molly guardava la scena, celando la preoccupazione dietro un sorriso. Molti pensieri affollavano i suoi giorni, e i sogni le notti. William aveva dato a Peter l’educazione e la conoscenza, ma non aveva fatto in tempo a iniziarlo alla guerra. Adesso toccava a Joseph completare l’opera, fare di lui un guerriero. Il momento sarebbe venuto presto. Orgoglio e timore si sfidarono nell’animo della donna, promettendosi eterna battaglia.

Anche nel sogno Peter suonava il violino, mentre William diceva qualcosa nella lingua dei padri. Se solo fosse riuscita a capire quelle parole, avrebbe salutato il ragazzo con piú serenità.

Una piccola torma di bambini invase la stanza tra grida eccitate. Peter li accolse a braccia aperte e si lasciò gettare a terra.

Molly guardò i suoi figli fare la lotta e rotolarsi sul pavimento, ridere e scherzare. Il tempo dei giochi stava per finire, e non soltanto per Peter.

Un’ombra incombeva sulla valle, ne lambiva i margini. Il compito che toccava a Molly non sarebbe stato facile: custodire la terra degli avi, proteggere i figli della nazione come fossero tutti suoi.

17.

Joseph non vide chi fu a dare il segnale, ma la folla iniziò a scendere lenta verso il fiume, Guy Johnson in testa al gruppo, Daniel Claus al suo fianco. Joseph rimase discosto e lasciò scorrere la fila per controllare che non mancasse nessuno.

Centoventi persone di pelle bianca. I dipendenti del Dipartimento indiano e parte degli Highlander. Novanta guerrieri Mohawk. Johannes Tekarihoga. Famiglie con donne e bambini. Trenta battelli a pieno carico. Armi e attrezzi, barili di polvere, barre di piombo e stampi per pallottole. Provviste, sacchi di mais, carne di porco salata, rum.

In mezzo alla folla, un gruppo di donne accompagnava Mary Johnson, il ventre prominente, stretta al braccio della sorella Nancy. Le figlie piccole si tenevano alla gonna della madre, come dovessero reggere lo strascico fino all’altare. Esther, la maggiore, camminava due passi indietro. Le serve bianche e africane stringevano le cinghie degli zaini o attendevano in disparte. Guy non aveva voluto lasciare a casa la moglie gravida e le bambine. Le voleva accanto, dove poteva proteggerle.

Sir John era venuto a salutare la spedizione. Strinse per primo la mano al cognato.

– Buona fortuna. Dio vi guardi e accompagni il vostro cammino.

– E assista voi nel difendere le nostre terre, – rispose Guy.

Di fronte a molte case spiccavano bastoni piantati di traverso nel terreno, segno che l’abitazione era vuota e gli spiriti avrebbero punito chi avesse osato avvicinarsi.

Davanti all’emporio, Mary Johnson vide aprirsi un capannello di donne. Apparve Molly Brant, la piccola Ann in braccio. L’indiana alzò una mano in segno di saluto. Mary sentí muoversi la creatura che aveva nel grembo. Portò le mani al ventre.

Esther vide la scena. Gli occhi di quella donna sulla pancia della madre, il vago gesto con la mano. Si sentí davanti a un castello di carte nell’attimo prima del crollo. Si avvicinò alla mamma e strinse con forza un lembo della sottana. Avrebbe voluto supplicare il padre di fermarsi, di non lasciare che tutto precipitasse, invece rimase zitta.

Il corteo sfilò davanti a Molly, che dalla veranda osservava immobile. Quando Joseph salí gli scalini, Peter le comparve accanto. Il ragazzo era equipaggiato per il viaggio, giacca di cuoio, corno e fucile a tracolla. Molly guardò il figlio con rassegnazione, sfiorò il volto giovane, la carezza divenne una presa sul ciuffo di capelli. Peter strinse i denti. Molly lo lasciò e si rivolse a Joseph.

– Guidalo con saggezza.

Si abbracciarono.

Il ragazzo baciò la madre e scese per raggiungere gli altri. Gli occhi brillavano. Philadelphia e gli anni di studio erano niente di fronte all’avventura che lo attendeva.

L’ultimo a ricevere il saluto di Molly fu Philip Lacroix, in coda alla colonna. Ricambiò con un cenno del capo, senza bisogno di parole.

Joseph scorse tre figure immobili al margine della discesa. Susanna aveva portato i bambini a salutarlo.

Li toccò uno alla volta sulla fronte, una sorta di benedizione che li proteggesse dal male del mondo.

Isaac aveva gli occhi lucidi. Lacrime trattenute a stento, lo sguardo rabbioso.

– Voleva venire con te, – disse Susanna. – Alcuni portano la famiglia, – aggiunse subito.

Joseph capí la velata richiesta e indurí i tratti del viso.

– A Oquaga sarete al sicuro, – accarezzò Christina senza riuscire a sorriderle, poi guardò Susanna.

– Abbi cura di mia madre.

Si voltò e scese verso il greto, dove Butler e suo figlio dirigevano l’imbarco. Mano a mano che gli uomini salivano a bordo, i battelli lasciavano la riva. Sull’ultimo rimasero Joseph, Lacroix, i Butler e i fedeli del clan del Lupo. Tutti impugnarono pertiche e pagaie e portarono il barcone in mezzo al fiume. La via di Oswego iniziava controcorrente, risalendo il Mohawk. Settanta miglia fino a Fort Stanwix, prima grande tappa a metà del tragitto.

Joseph osservò la pigra scia del battello e pensò a chi partiva e chi restava. Il sole bucava le nubi. Ogni elemento del paesaggio era intriso di pioggia. Le membra degli uomini, il legno della Lunga Casa e dei capanni, i campi di segale e mais, gli orti di fagioli e zucche. Osservò scorrere i castagni sui lenti declivi che portavano alla prima ansa del fiume. Tuie frondose, larici svettanti. Tutto dileguava alla vista, dietro le spalle.

Il reverendo Stuart diceva che recitare il Padre nostro chiudeva ogni breccia alle tentazioni del demonio. Nulla di male poteva accadere se la preghiera che insegnò Nostro Signore occupava la mente; in caso contrario si sarebbe affrontata la malasorte in stato di grazia. Pochi prendevano alla lettera i consigli di Stuart, ma lí sull’acqua le parole del Padre affiorarono alle labbra di bianchi e indiani. Joseph chiuse gli occhi, alzò il capo verso il cielo. Raggi di sole lo investirono. Chiese a Dio di proteggere la sua famiglia.

Sulle sponde, i coloni assistevano all’esodo dei Mohawk di Canajoharie. I bambini salutavano con la mano, gli adulti osservavano compiaciuti. Joseph intuí che, per molti, vederli partire era un sollievo.

La flottiglia procedette spinta dalle pertiche e dai remi. Joseph ricordava bene il tragitto. L’aveva affrontato altre volte, insieme a Sir William. Prima per fare la guerra ai Francesi, poi quando il commissario era andato a firmare la pace tra la Corona e il grande capo Pontiac.

Dove gli affluenti sabbiosi si riversavano nel Mohawk, secche e scogli strozzavano la corrente, formando rapide impetuose. Piú volte avrebbero dovuto scaricare i battelli e procedere a terra, trainandoli da riva con spesse gomene. Per aggirare i precipizi rocciosi di Little Falls bisognava caricare in spalla le barche, risalire il bosco di mezzo miglio e ritrovare l’acqua.

Joseph non temeva per sé o per i compagni: molti di loro si erano guadagnati da vivere come barcaioli. Pensava alle donne e ai bambini, che non avevano mai lasciato casa nemmeno per un giorno.

Guy Johnson si volse a cercare la moglie e le figlie. Due battelli piú indietro, Mary si teneva salda al bordo del barcone, gli occhi puntati sulle bambine rannicchiate ai suoi piedi. Nancy e le serve l’affiancavano.

Guy rivolse un’occhiata a Daniel Claus, seduto accanto a lui, uno dei pochi a conoscere il vero motivo del viaggio. Portò una mano sulla tasca della giubba, dove custodiva la lettera del generale Gage. Una scommessa azzardata: prima incassare l’ovvia dichiarazione di fedeltà al re da parte dei sachem e solo a quel punto vincolarli al loro dovere di alleati. Avrebbe esibito l’ordine ricevuto dal piú alto rappresentante di re Giorgio in America e condotto in battaglia i guerrieri delle Sei Nazioni. Si sarebbe dimostrato all’altezza di Sir William.

Ascoltò il silenzio, rotto solo dal rumore dei remi e dai richiami di chi governava i battelli. Una cosa era certa: il fiume dell’esistenza si lasciava il vecchio letto alle spalle, per scorrere in una direzione nuova.

18.

Se ne andavano. I Johnson con servi, sgherri e amici selvaggi. Solo il diavolo sapeva dove, e comunque non era importante. Quello era in tutti i casi un grande momento. A giudicare dai preparativi, dovevano starsene via parecchio. Klug sentí aprirsi uno spazio nel petto, come se una pietra fosse stata sollevata dallo sterno. Bevve un sorso di birra e rum, si asciugò la bocca con la manica.

Guardò fuori dalla finestra, verso il fiume. La visuale era ostruita da un filare di pioppi. Dietro, le terre di scomodi vicini. Immaginò una valle senza indiani, senza ricconi papisti ammanicati coi nobilastri, solo gente onesta che lavorava. Gente come lui.

Braccia, schiena e gambe facevano ancora male. I lividi passavano dal blu intenso al rosso al giallastro. E anche i suoi sentimenti cambiavano colore: dal verde pallido della paura al viola acceso della rabbia. Aveva provveduto a denunciare Brant e gli altri selvaggi. L’avvocato l’aveva rassicurato: la firma era estorta, non valeva niente, i giudici si sarebbero pronunciati di certo a suo favore.

Klug ringraziò Dio. Gente ragionevole, i giudici, almeno nella colonia di New York. Mica come a Londra, laggiú ce n’era addirittura uno che si era messo in testa di liberare i negri. E i negri lo sapevano. La voce correva da una fattoria all’altra. Li sentivi biascicare parole senza senso, cantare le loro tiritere che forse erano messaggi nascosti. Si passavano informazioni, si mettevano d’accordo per scappare. Se mettevano piede in Inghilterra, diventavano uomini liberi. E loro ci provavano. Scappavano davvero. Era già successo a Windecker, a Deypert, al dottor Heyde. Tagliare la lingua a tutti, ecco come risolvere il problema dei negri, tanto dovevano spaccarsi la schiena, mica pronunciare sermoni.

Klug scosse il capo. E i tory? Come la mettevano? Ce li avevano pure loro, gli schiavi!

Klug sentí montare odio. Era ora di farla finita. Quella gente aveva passato il segno. L’esercito del re bloccava le navi nei porti, requisiva la roba, sbatteva in galera chi provava a metter bocca. I Bostoniani avevano ragione. I lealisti andavano presi a fucilate, ricacciati in mare.

I Johnson avrebbero comprato i selvaggi a forza di rum, e li avrebbero spinti contro altri bianchi, contro altri cristiani. No, non si poteva stare a guardare, stendere il tappeto rosso, dire accomodatevi, fate pure.

Klug prese la decisione. Alla prossima riunione del comitato sarebbe andato anche lui. Avrebbe raccontato cosa gli avevano fatto i selvaggi. La prossima volta che avessero provato a toccarlo, un bel po’ di gente avrebbe messo il fucile per Jonas Klug.

19.

Gli uomini del Dipartimento consumavano la cena seduti in semicerchio, troppo stanchi per parlare. Navigavano da dieci giorni e i segni del viaggio erano sui volti di tutti. Al calar del sole il convoglio si era accampato su una riva scoscesa. Avevano piantato le tende e acceso i fuochi. Un grappolo di calore e luce fioca, abbarbicato ad alberi e rocce.

Il cibo e il rum ridavano forza. Quando Cormac McLeod raggiunse il gruppo, il fumo di sigari e pipe si era già unito a quello del falò.

Lo scozzese aveva l’aria torva. Riempí un piatto e prese a mangiare. – Come sta vostra moglie, signor Johnson?

– Non troppo bene, – rispose Guy. – Questo viaggio ci sta sfiancando.

Mentre accendeva la pipa, Joseph Brant osservò il gentiluomo irlandese. La pinguedine che gonfiava gli abiti era meno pronunciata, il volto arrossato dal sole.

– Mi chiedo che posizione prenderanno gli Oneida, – aggiunse Guy Johnson, quasi volesse scacciare la preoccupazione per la moglie.

– Verranno al concilio, ma non si schiereranno, – commentò Claus in tono annoiato.

– Potete scommetterci, – aggiunse Butler. – Sono dei codardi. Facile che l’abbiano consegnato loro ai ribelli, il vostro messaggero, – fece un gesto brusco con la mano. – Faranno le verginelle, e cosí gli Onondaga e tutti gli altri. Ma se offrite piú rum di quei maledetti whig e regalate tutta la polvere da sparo che vogliono, vedrete come vi staranno dietro.

Johnson fece per replicare, ma McLeod intervenne brusco.

– Mi accontento che arriviamo sani e salvi al concilio.

– Che intendete dire?

Lo scozzese lanciò un’occhiata alla notte che ammantava gli alberi.

– Queste foreste non sono sicure. Un convoglio di barche è un bersaglio facile.

– Temete un’imboscata?

– I ribelli potrebbero aver comprato una tribú dei dintorni.

Guy Johnson si rivolse a Joseph.

– Cosa ne pensa il nostro interprete? L’indiano scosse il capo.

– Nessuno farà nulla prima del concilio.

– Sentito, vecchio mio? – intervenne Butler. – È presto per preoccuparsi dello scalpo.

Lo scozzese si ingobbí, avvolgendosi in una coperta.

– Mi sentirò piú sicuro quando avremo superato il Grande Trasbordo.

Joseph notò che Peter ascoltava con attenzione. Si alzò e fece segno al ragazzo di seguirlo. Avrebbero fatto insieme il primo turno di guardia.

Lo condusse al fuoco dei guerrieri anziani a ricevere la benedizione di Tekarihoga. Anche loro sedevano in circolo e fumavano. Alcuni, già vinti dal sonno o dal rum, russavano sotto le stelle. Il vecchio sachem era tra questi.

Proseguirono fino all’avamposto presidiato da Kanatawakhon e Sakihenakenta. Joseph disse loro di andare a riposare. Prima di andarsene, i due guerrieri indicarono una sagoma scura sotto un vecchio salice. Peter si mise all’erta, ma lo zio gli fece segno di occuparsi del fuoco. Lacroix era un’ombra che annusava l’aria.

– Cosa c’è? – chiese Joseph quando gli fu accanto.

– Non siamo i soli ad accendere fuochi.

Indicò le cime degli alberi. Joseph scorse un filo di fumo chiaro, appena distinguibile, a meno di un miglio.

Cacciatori?

– Forse.

Joseph tornò al falò. Peter aveva preparato del tè nero. Bevvero in silenzio, tenendo le tazze fumanti con due mani, per scaldarsi.

– Zio Joseph?

– Cosa?

Peter accennò all’ombra sotto l’albero.

– Avete combattuto insieme, vero?

– Tuo padre ci portò in guerra. Avevamo la tua età.

– E poi?

– La moglie e la figlia furono uccise dopo la guerra. Da allora si è ritirato nei boschi.

– Perché lo chiamano il Grande Diavolo?

Joseph sapeva che prima o poi avrebbe dovuto rispondere a quella domanda. Tutti i giovani guerrieri rimanevano colpiti da Lacroix.

– È un nome che gli hanno dato i nemici. Raccontano storie sul suo conto. Si è vendicato da solo.

Per un po’ il crepitare del fuoco fu l’unico rumore.

Poi Peter fece una domanda che Joseph non si aspettava. Rimase zitto, guardando il fondo della tazza, come se dovesse leggervi la risposta.

Infine disse: – Sí. È mio amico.

20.

Dopo tre settimane il convoglio fu in vista di Fort Stanwix. Joseph era passato da lí sette anni prima. Aveva accompagnato Sir William a firmare il trattato piú importante. I sachem e i rappresentanti della Corona avevano stabilito il confine oltre il quale i coloni bianchi non potevano insediarsi: il fiume Unadilla, da Fort Stanwix alla Pennsylvania.

Joseph ricordava la mole del forte in cima al terrapieno, i quattro bastioni e la palizzata intorno. Difficile immaginare una costruzione di tronchi altrettanto solida e imponente, ma la guarnigione britannica se ne era andata da tempo. Pochi inverni di abbandono avevano fiaccato l’orgoglio del luogo: gli spalti marcivano, le casematte crollavano, i baluardi franavano nel fossato.

Il convoglio avrebbe fatto tappa per alcuni giorni. I battelli imbarcavano acqua. Pigiare stoppa nelle giunture non bastava piú, servivano pece e vernice. Parte delle provviste era fradicia, bisognava darsi da fare con caccia e pesca. Occorreva ritemprare forze e spirito in vista del Grande Trasbordo, lungo la mulattiera fangosa che in quattro miglia conduceva sull’altro versante, dalle acque del Mohawk a quelle del Wood Creek.

Oltre la spianata si entrava in territorio Oneida. Una delegazione saliva al forte per dare il benvenuto a Guy Johnson e garantire una folta presenza al concilio di Oswego.

Guy organizzò in fretta un comitato d’accoglienza, composto da Daniel Claus, Joseph Brant e Peter Johnson.

Nel drappello che si avvicinava Joseph riconobbe il sachem che aveva celebrato il funerale indiano di Sir William. Shononses. La sua presenza era un evento inatteso. Dieci guerrieri lo scortavano. Portava abiti di gran pregio e piume d’uccello legate all’unica ciocca di capelli.

– Io sono tuo fratello, Uraghquadira, – disse.

Per accoglierlo come si deve, Guy Johnson aveva rispolverato l’uniforme rossa con gli alamari d’oro.

– Anch’io sono tuo fratello, Shononses. Siamo onorati della tua visita.

Joseph sfoggiava abiti eleganti e il bastone da passeggio. Ricevette il saluto dei guerrieri.

– Il fiume ha portato notizia del tuo arrivo, – riprese il capo indiano. – Prima di partire anche noi per il concilio, siamo venuti ad augurarti buon viaggio. Il fiume dice che con voi c’è le Grand Diable.

– Sí, – confermò Guy.

Un mormorio serpeggiò tra gli Oneida.

– Ricordi il figlio di Warraghiyagey, – aggiunse, – Peter Johnson. È il suo primo concilio.

Gli Oneida salutarono il ragazzo.

– Dov’è le Grand Diable? – chiese Shononses.

Joseph fece un cenno a Guy Johnson e scese in direzione del fiume.

Lacroix sedeva con i giovani guerrieri. Pulivano i fucili e riempivano i corni di polvere nera.

– Il sachem degli Oneida è venuto a salutarci. Vuole incontrarti.

Lacroix si alzò.

– Non sederti con gli Oneida, – sibilò Jethro Kanenonte.

– Non ti fidare di loro, – fece eco Oronhyateka. – Hanno paura di te e ti blandiscono come donnicciole. Non andare.

Joseph puntò il pomello del bastone.

Tieni a freno la lingua.

Il giovane non si scompose, assunse un tono provocatorio.

– Joseph Brant sa che gli Oneida sono infidi. L’hanno venduto loro Samuel Waterbridge ai ribelli, faranno lo stesso con noi. Non hanno onore.

– Taci, – ringhiò Joseph. – Mia moglie e i miei figli sono Oneida. Gli Oneida sono nostri fratelli. Non voglio problemi fino al concilio.

I guerrieri zittirono e ripresero a pulire le armi. Joseph e Lacroix si allontanarono.

Shononses attaccò un lungo panegirico del defunto Sir William, come se dovesse seppellirlo di nuovo. Vennero offerti cibo e bevande, mentre Claus improvvisava un discorso di benvenuto, che Joseph tradusse con fastidio. Non sopportava l’accento del tedesco, era come il frullo di una piuma nelle orecchie.

Gli Oneida avevano portato cinture di wampum, pelli di castoro e coperte variopinte. Guy Johnson ricambiò con polvere da sparo, coltelli e corda. Solo dopo lo scambio di doni affrontò la questione. Parlò dell’unità delle Sei Nazioni, dell’importanza del concilio, della necessità di un aiuto reciproco tra i Mohawk e i fratelli minori Oneida.

Joseph pensò che il discorso era buono, ma mancava qualcosa. Gli parve di cogliere un movimento, una sagoma nota. Il fantasma di Sir William sedeva con loro intorno al fuoco. Li ascoltava e li osservava curioso.

Shononses convenne sul bisogno di rimanere uniti ma professò la neutralità degli Oneida. Un conflitto tra inglesi non poteva riguardare il suo popolo. La risposta del sachem lasciò tutti scontenti.

Guy Johnson non sembrò colpito. – Anche all’epoca della guerra franco-indiana gli Oneida vennero qui e si dichiararono neutrali, – mormorò all’orecchio di Joseph. – Eppure Sir William ne convinse parecchi. Si fecero perfino battezzare.

Fu la volta dei racconti di guerra. Le storie si mescolavano al fumo che saliva fino a perdersi nella luce fioca del crepuscolo.

Joseph cercò ancora lo spettro seduto al margine del cerchio, oltre le fiamme, ma non vide nulla. Se Molly fosse stata lí avrebbe potuto interrogarlo, chiedergli consiglio.

Piú tardi, al tramonto, si ritrovò a passeggiare tra le rovine del forte. Nell’ultimo bagliore d’occidente i bastioni diroccati erano scheletri di animali giganteschi.

Tra i gruppi di uomini che bivaccavano scorse alcuni Oneida che barcollavano allegri. McLeod mesceva rum da un barilotto. Quando vide Joseph sorrise e si batté il petto.

– Sono già dei nostri.

Joseph passò oltre, soltanto per incappare nel capitano Butler.

L’irlandese indicò la mescita: – Alla fine chi ha piú rum vince la guerra. Il resto sono chiacchiere, – mimò uno svolazzo con la mano.

L’indiano accettò il sigaro che gli veniva offerto. Butler si piegò a raccogliere un tizzone dal falò piú vicino e glielo porse.

– Anche tu sei sicuro che andrà tutto per il verso giusto?

Joseph continuava a tacere. I bianchi usavano fare domande e rispondersi da soli, per il piacere di ascoltare le proprie parole. Butler tirò un paio di boccate e riprese.

– Se già gli Oneida si tirano indietro, convincere le altre Nazioni sarà un’impresa. Soprattutto i Seneca, io li conosco bene. Sono un osso duro, detestano gli Inglesi, ma soltanto loro possono schierare mille guerrieri.

Joseph pensò che il vecchio ufficiale aveva ragione. Oltre la cerchia esterna del forte, la morsa della notte si faceva impenetrabile.

21.

I guerrieri si fermarono sulla riva del torrente. Qualcuno pestò la terra melmosa sul fondo. Dalla montagna scendeva appena un rivolo d’acqua.

Joseph scambiò un’occhiata con Sakihenakenta. Si voltò verso Lacroix, che fissava il bosco sull’altra sponda.

– Che fine ha fatto il fiume? – chiese la voce di Peter dietro di loro.

Joseph tacque. Aveva bisogno di riflettere.

Erano andati in avanscoperta, per aprire la pista alla spedizione, che si apprestava ad attraversare il lembo di terra tra il Mohawk e il Wood Creek. Quel luogo era Deowainsta, il Grande Trasbordo di Canoe. Quattro miglia di boschi, gli averi sulle spalle, le barche trascinate su slitte di legno. Avrebbero impiegato almeno due giorni. E senza il fiume sarebbero rimasti bloccati.

– Possiamo scendere giú fino a che non troviamo l’acqua, – suggerí Sakihenakenta.

Joseph scosse la testa.

– Con il carico è troppa fatica.

Se fossero tornati indietro con la notizia che non c’era acqua per far navigare i battelli, parecchi avrebbero rinunciato al viaggio e sarebbero tornati a casa. Joseph non poteva permetterlo.

– Non è periodo di siccità. Un fiume non sparisce da un giorno all’altro.

Lacroix indicò la montagna.

– Ma tronchi e fango possono rapirlo per molto tempo. Peter prese a salire l’argine pietroso.

– Allora troviamolo, – disse.

La soluzione del mistero giunse un’ora piú tardi.

Un mulino. Le acque svogliate del fiume scivolavano nella vasca mezza piena.

Qualcuno spaccava legna su un ceppo, sul retro della costruzione. I guerrieri si avvicinarono cauti, senza fare rumore.

Era un uomo basso e tarchiato, folta barba, un curioso cappello di pelliccia pezzata, bianco e marrone. All’improvviso si fermò, posò l’ascia e si allungò a raccogliere il moschetto. Lo puntò sugli intrusi.

– Chi siete? Non siete Oneida.

Joseph alzò la mano in segno di saluto: – Siamo Mohawk di Canajoharie, andiamo a Oswego con un convoglio di barche.

L’uomo grugní e strizzò gli occhi senza abbassare l’arma.

– Allora siete qui per il fiume.

Accento olandese, sguardo miope.

Joseph annuí. – Il mulino è vostro?

Il mugnaio emise un grugnito d’assenso e lanciò occhiate storte agli altri guerrieri.

– Mi chiamo Jan Hoorn. Ci vuole ancora mezza giornata per riempire il bottaccio, a Dio piacendo. Dove siete accampati?

– Fort Stanwix.

– Allora potete stare tranquilli. Quando avrete finito il trasbordo, il fiume sarà di nuovo in piena da un pezzo. Ditelo a quelli laggiú -. Si appoggiò al ceppo senza abbassare il fucile. – Vi faccio un buon prezzo. Tre scellini a battello. Vanno bene anche polvere, carne salata, farina. Niente rum. Un barile di quella broda non vale un boccale della mia birra.

Jethro Kanenonte disse qualcosa in mohawk indicando la cisterna.

Joseph si rivolse di nuovo al mugnaio: – Dice che state derubando il fiume. E io penso che abbia ragione. L’olandese grugní ancora.

– L’acqua nel fiume è del fiume. L’acqua nel mio bottaccio è la mia acqua. Il padre di mio padre acquistò questa terra con regolare contratto, nell’anno di grazia 1701. La mia famiglia ha sempre vissuto in pace con gli Inglesi del forte e con gli indiani. Mio fratello ha sposato una Oneida. Non abbiamo mai avuto noie con nessuno, a Dio piacendo.

Peter intervenne d’impeto: – Cosa ci impedisce di aprire la diga senza il vostro permesso?

Il mugnaio scosse la testa: – Non vi servirebbe a niente. Quando il torrente è in secca bisogna accumulare abbastanza acqua per inondare il letto giú a valle. Noi la raccogliamo nel bottaccio, facciamo andare le macine e cerchiamo di dosarla quanto basta perché le barche possano navigare. Se aprite le paratie adesso, di colpo, riuscite a girare la prima ansa del fiume, ma poi vi ritrovate di nuovo in secca -. Indicò la vasca del mulino. – Troppo poca, vedete? – Abbassò il fucile e sedette sul ceppo. – Quanti battelli avete?

Joseph estrasse dalla bisaccia un pezzo di tabacco e ne offrí all’olandese.

– Trenta.

L’olandese azzannò il tabacco e parlò con la bocca piena. – Quattro sterline, un prezzo di favore. Quasi due corone di sconto.

– Affare fatto, signor Hoorn.

L’olandese storse la bocca in quello che voleva essere un sorriso.

– A Dio piacendo.

– Dovete firmare una ricevuta per il Dipartimento indiano.

Il mugnaio guardò il foglio e la piccola mina che Joseph gli porgeva come fossero oggetti stregati. Impugnò il lapis e tracciò una grossa X sul pezzo di carta.

– Molto bene.

Kanenonte rise indicando il berretto dell’uomo.

Cappello buffo, – disse in un inglese stentato. Il mugnaio se lo tolse e lo accarezzò con le mani.

– Eh, già, il vecchio Guus.

L’indiano offrí il suo coltello in cambio del cappello pezzato, ma l’olandese se lo calcò sul capo con aria risentita.

– Nossignore. Mi dovranno ammazzare per togliermelo dalla testa. Era il miglior cane da caccia che abbia mai avuto, sissignore, gli volevo bene.

Joseph lo scrutò, forse era piú vecchio di quanto sembrasse: mani nodose, pochi denti e vista scarsa.

– Vivete solo, quassú? – chiese. L’olandese annuí.

– Mio fratello e sua moglie se li è presi la febbre, fanno tre anni a settembre. Il vecchio Guus, invece, me l’ha ammazzato un orso l’inverno scorso -. Toccò ancora lo strano cappello, da cui sventolavano due orecchie flosce. – È un vero peccato, perché mi teneva compagnia ed era proprio come se capisse. Sissignore, capiva tutto quello che gli dicevo, a Dio piacendo. L’orso l’ha aperto da parte a parte, il povero Guus ha sparso le budella fino a casa. Dargli il colpo di grazia mi è costato, ma non c’era piú niente da fare. Prima di seppellirlo l’ho scuoiato e con la pellaccia ho fatto questo cappello, per ricordarmi di quanto era in gamba quel cane. Sissignore. E adesso sono rimasto solo a tenere dietro al mulino. L’uomo sembrò ricordarsi di qualcosa.

– È vero che c’è una rivolta?

Gli indiani si fecero silenziosi.

– Potrebbe scoppiare una guerra, – rispose Joseph.

– Un’altra? Spero che stavolta sia contro il Massachusetts. Peggio dei Francesi, quelli là. Sempre a parlare di Dio, ma se possono fregarti lo fanno piú che volentieri -. Sputò per terra. – Non che quelli di Albany facciano meno schifo. A Dio piacendo, mi tengo il mulino e si scannino pure quanto vogliono.

Joseph sorrise. Peter gli fece segno che l’olandese doveva essere matto.

Joseph si accorse che Lacroix fissava gli alberi attorno al mulino, il mento appena sollevato. Si avvicinò.

– Rientriamo, – disse Lacroix. – Il bosco non è sicuro.

Peter avvertí un brivido. Anche sua madre a volte parlava cosí. Frasi che lasciavano intuire una minaccia indistinta, quindi piú spaventosa. D’un tratto ebbe voglia di andarsene da lí.

Era stato il primo a salire, fu anche il primo a scendere.

22.

Due giorni dopo, Peter trasportava sacchi di farina al punto di raccolta.

Il bosco era una distesa di botti e otri, barche e uomini, moschetti e remi, sacchi di pietre focaie, corni da polvere, casse di chiodi, ferramenta. L’imbarco non era ancora iniziato e l’atmosfera era gravida di tensione. Peter poggiò il sacco per terra e si fermò a riprendere fiato. I portatori lo superarono silenziosi, ciascuno concentrato sulla propria fatica. Le ultime barche sarebbero tornate in acqua entro mezzogiorno. Zio Joseph era già sceso al Wood Creek, per controllare che scorresse di nuovo. Aveva portato con sé solo Lacroix. Le braccia dei guerrieri servivano al trasporto.

Peter si asciugò il sudore e osservò la radura che si apriva tra le querce. Era puntellata di pietre bianche che affioravano dall’erba e dal pantano. Vide che i portatori si facevano il segno della croce e ricordò una delle storie che gli raccontava suo padre, quella dei cinquecento battellieri del colonnello Bradstreet, morti di fatica durante il trasbordo in un giorno d’estate del 1758. Dopo l’ecatombe la Corona aveva stanziato sessantamila sterline perché John Stanwix costruisse il forte in appoggio a chi percorreva il sentiero.

Per un’oscura ragione, da quando Peter era sceso dal mulino l’inquietudine non l’aveva piú abbandonato. A questo si aggiunse il pensiero che dovunque, sotto i suoi piedi, dormivano i morti.

Raccolse il sacco e desiderò essere molto piú leggero.

Davanti al fiume ancora in secca non dissero nulla. Affrontarono la salita, silenziosi come spettri.

L’aria era afosa, pesante, le camicie impregnate di sudore.

In cima al sentiero il mulino apparve nel pieno sole di mezzogiorno. Non si avvicinarono subito, attesero a lungo, chini a scrutare i dintorni. Joseph passò in rassegna un dettaglio alla volta.

L’acqua non scrosciava piú.

Lacroix saltò sull’altra sponda. Salirono fino alla costruzione con cautela, i fucili spianati. Il bottaccio era colmo d’acqua, ma sulla chiusa erano accatastati alberi tagliati di fresco.

Attraverso il legname filtravano rivoli d’acqua torbida, che si perdevano a valle. Joseph aveva già visto il sangue macchiare i fiumi. Si avvicinò. L’olandese era a faccia sotto nel bottaccio. L’avevano scalpato.

Lacroix sbucò dall’altra parte. Lanciò un’occhiata in basso e si segnò.

Presero a spostare i tronchi in preda a un’ansia silenziosa. Joseph si sentiva esposto, un bersaglio facile, mentre faticava per liberare la chiusa. Si formò una cascatella che si tuffò nell’alveo asciutto. Ci sarebbero volute ore perché il livello del torrente si alzasse abbastanza. Avrebbero dovuto pernottare laggiú, tra serpenti e zanzare, con una banda di assassini nei dintorni.

Finito il lavoro non si voltarono. Avrebbero dovuto tirare fuori il corpo e seppellirlo da cristiano, ma l’istinto li spinse a raccogliere i fucili e scendere a passo di corsa.

I due guerrieri in testa al gruppo si chinarono sulle impronte nel fango. Gli altri restarono sul posto. Poi senza fiatare si disposero a raggiera, lungo la sponda del fiume.

Joseph si avvicinò a Lacroix e Royathakariyo, accucciati su una roccia muschiosa, il naso puntato a terra come segugi.

– Sono sbarcati qui e si sono inoltrati nel bosco, – Lacroix indicò la direzione di marcia. – Almeno quattro bianchi. Una guida indiana. Si spostano veloci.

La foresta era fitta e silenziosa. Solo un frullare d’ali. Gli occhi di tutti erano puntati nel verde.

Joseph aveva parlato con Guy Johnson e gli altri del Dipartimento. Se qualcuno li seguiva, bisognava scoprire di chi si trattava. Gli avevano affidato l’incarico di radunare i guerrieri migliori e battere le rive in cerca di tracce.

Roteò una mano sulla testa. Il gruppo si mosse evitando i tratti scoperti. Erano quindici, ma davanti a buoni tiratori appostati poteva non essere sufficiente.

Ogni tanto Joseph controllava che il nipote lo seguisse da vicino. Peter stava attaccato ai suoi passi, come da consegna. Il ragazzo fremeva, la compagnia dei guerrieri lo inebriava. Al suo fianco Walter, il figlio del capitano Butler, che a detta del padre era un ottimo tiratore.

Percorsero circa mezzo miglio. Royathakariyo e Lacroix si acquattarono dietro un masso, le schiene attraversate dalla tracolla dei fucili. Gli altri si ripararono sotto le felci. Joseph sentiva l’odore di Peter alle spalle e intravedeva la punta del suo fucile. Gli fece segno di rimanere dov’era e strisciò fino a raggiungere il macigno. Royathakariyo indicò giú, dove il terreno discendeva ripido.

Erano cinque, procedevano in fila. La guida era un Delaware. Portava il vistoso cappello pezzato di Jan Hoorn, con le orecchie flosce sui lati.

Joseph si voltò rapido verso i guerrieri e vide Kanenonte armare il fucile. Strisciò vicino a lui e afferrò la canna dell’arma appena in tempo. Guy Johnson era stato chiaro: non accettate provocazioni, non fornite pretesti per attaccarci. Non prima del concilio. Scoprite chi sono, quanti sono, e tornate al campo.

Joseph disse tutto senza parlare, ma gli uomini sotto di loro percepirono qualcosa, si scostarono uno dall’altro e spianarono i fucili. Gli occhi del Delaware percorsero il pendio. Joseph e Kanenonte rimasero immobili, ascoltando il proprio respiro. Il drappello riprese la marcia e sparí tra le fronde.

Kanenonte piantò gli occhi in faccia a Joseph.

– Devono morire.

– Possono essercene altri. Gli spari li richiamerebbero. Il giovane guerriero mise l’arma a tracolla e si preparò a seguire i bianchi.

– Che vengano. Prima del tramonto ci laveremo nel loro sangue.

Oronhyateka affiancò l’amico.

Joseph sapeva che se avesse lasciato andare i due giovani, gli altri li avrebbero seguiti.

– Non è il momento di combattere. Il giorno verrà, ma non è questo.

Kanenonte tratteneva a stento la collera.

– Vuoi aspettare che ci sorprendano nel sonno? Joseph guardò di nuovo le facce scure. Royathakariyo sembrava propenso a dare battaglia. Peter stava in mezzo, gli occhi guizzavano da un viso all’altro. Walter Butler osservava senza espressione. Era cresciuto alla scuola del padre e non si sarebbe tirato indietro. Aspettava la decisione del gruppo.

Joseph rimase fermo. Si immaginò saldo come un albero, avvinghiato alla terra con profonde radici. Scandí le parole in modo che tutti sentissero.

– Niente uccisioni prima del concilio. Oronhyateka prese a camminargli intorno a grandi passi, sibilandogli nelle orecchie. Joseph sentí il fiato sulla faccia.

– Chi è Thayendanega per impedircelo? Non è un sachem, non è nobile. È un capo di guerra che si rifiuta di farci combattere. Un capo inutile.

Joseph rimase impassibile: – Te l’ho già detto una volta, stai attento a come parli.

– Dovrei avere paura di te? Solo perché hai combattuto in guerra? Io dico che è passato troppo tempo e che hai perso il coraggio.

Il giovane afferrò il tomahawk. Joseph si preparò a colpirlo con il calcio del fucile, ma Oronhyateka scagliò l’arma ai piedi di Lacroix.

– Ronaterihonte ci guidi contro i nemici. Che sia lui il capo di guerra.

I sibili cessarono, i rumori della foresta ripresero il sopravvento. Tutti guardarono Lacroix, che fissava la scure piantata nel terreno. La scavalcò e fece pochi passi verso. Oronhyateka. Lanciò al giovane un’occhiata noncurante.

– Stiamo andando al concilio. Raccogli la tua ascia, seguiremo Thayendanega.

Nessuno disse piú una parola. La fila si riformò e prese la via del ritorno, Kanenonte e Oronhyateka per ultimi. Peter camminava come in sogno, certo di avere assistito a un evento cruciale, che continuò a ripercorrere nella mente fino all’accampamento. Davanti a lui, zio Joseph e il Grande Diavolo percorrevano il tragitto fianco a fianco. Osservò le loro ombre saettare sottili tra gli alberi. Immaginò fossero quelle di due ragazzi che tanti anni prima avevano seguito suo padre lungo gli stessi sentieri, come adesso lui seguiva loro. Si sentí fiero di quella compagnia. Fiero di essere un guerriero di Joseph Brant, orgoglioso di essere un Johnson.

23.

I battelli procedevano in linea tra le anse tortuose del Wood Creek. La corrente si era fatta insidiosa. Guy Johnson consultava la mappa, cercando di proteggerla dagli spruzzi. Appena dodici miglia in linea d’aria, ma ventotto via fiume. Da tempo la Corona avrebbe dovuto finanziare la costruzione di un canale.

Era metà pomeriggio. Guy pensò ai nugoli di zanzare che attendevano il buio per assalirli. Erano già ricorsi al grasso d’orso. L’odore impregnava pelle e vestiti, non andava piú via. Ora però il puzzo era meno pungente. Ci stava facendo l’abitudine.

Pensò ai misteriosi inseguitori. Tagliagole mandati da Albany. Bisognava raggiungere Oswego il prima possibile.

Guardò i volti pallidi e spossati di Mary e delle bambine. Quel viaggio era l’occasione di rinnovare le fortune di famiglia. Ripercorreva il cammino di Sir William, non poteva essere un errore.

Ricordava bene l’ultima volta che aveva affrontato quella via, l’accoglienza che gli indiani avevano riservato al Vecchio, come fosse il re in persona, il Grande Padre Bianco. Ora aveva con sé i migliori guerrieri, gli ultimi di una grande stirpe; il futuro della discendenza nel ventre della moglie; doni in abbondanza, rum, fucili, polvere da sparo, specchi.

La figlia piú piccola, Judith, domandò dove finiva il fiume. Guy rispose che sfociava nel lago Oneida dalle acque placide. Sulla superficie si trovavano particelle scure che la gente del posto chiamava “fiori di lago”. Nessuno ne conosceva la natura. Chi diceva fosse polline di castagno, chi alghe putride. Qualunque cosa fossero, se mangiate provocavano vomito, febbre e diarrea.

La bimba parve spaventata. Guy le accarezzò la guancia e disse che non avevano nulla da temere. Il lago era bellissimo, i pesci lo affollavano in ogni stagione. Bastava infilzare una piuma sull’amo per acchiappare lucci e trote in abbondanza. I salmoni pesavano venti libbre e i pesci volanti avevano ali da fare invidia a un falco.

Judith dedicò al padre uno sguardo luminoso. Guy proseguí il racconto.

Avrebbero attraversato il lago a vele spiegate, fino all’imbocco del fiume Onondaga.

– Un altro fiume?

Era la voce di Sarah, la secondogenita.

– E un altro lago. Grande come un mare. Tanto grande che non vedi la terra dall’altra parte.

Le bimbe rimasero a bocca aperta. Esther, invece, sedeva con le mani in grembo, la schiena dritta, come le avevano insegnato. La pelle aveva il colore di un giglio spuntato tra le rocce.

Sostarono in un anfratto del lago, pescatori Oneida offrirono a Mary Johnson una capanna accogliente.

Mentre il fuoco asciugava i vestiti, le donne aiutarono Mary a sdraiarsi e l’avvolsero nelle coperte.

Sua sorella Nancy mise a letto le nipoti.

– Quando arriviamo? – chiese Judith, mentre si sdraiava su una coltre di lana.

– Presto saremo al lago Ontario.

– E ci saranno tanti indiani? – chiese Sarah.

– Piú di quanti ne avete mai visti.

Esther non ascoltava, teneva gli occhi fissi sulla madre. Nancy percepí la paura della bambina, la accarezzò e la fece sdraiare accanto alle sorelle.

– Dormi.

La bambina aveva occhi verdi, acquosi.

– Ci uccideranno? – chiese senza enfasi.

– Ma cosa dici? Gli indiani sono nostri amici e rispettano vostro padre. Quando arriveremo faranno festa.

Esther si volse ancora verso la madre, sdraiata in fondo alla capanna.

– Ho dei pensieri, – appoggiò la testa sul cuscino di pelliccia. – Me li ha mandati quella donna, Molly Brant.

– Dormi, ho detto.

– Forse ci ha maledetti, – insistette.

La zia le strinse un braccio. – Smettila di dire sciocchezze, spaventi le tue sorelle. Pregate, piuttosto.

Un Padre nostro bisbigliato si confuse con il crepitio del fuoco.

24.

Spalle in fiamme, muscoli doloranti, vertebre a pezzi, il male al cervello di chi è rimasto concentrato troppo a lungo. Anche per i barcaioli piú esperti le ultime ventiquattro miglia del viaggio erano un incubo d’acqua e roccia. Le rapide non davano tregua. Tre Fiumi, Ferro di cavallo, Salto di Braddock, Rapida della Roccia Liscia, Corno del Diavolo, Salto delle Sei Miglia, Piccola Rapida della Roccia Liscia, Barre Storte del Demonio, Corsa dei Cavalli del Diavolo, Salto di Oswego. Per non parlare delle cascate a metà strada: dodici piedi di altezza e un rumore che era l’eco di cento tuoni.

Il convoglio le aveva aggirate, coi battelli di nuovo in spalla, carichi di vecchi, feriti, malati e una donna gravida.

Un pomeriggio di fine giugno, i tre forti di Oswego erano apparsi alla vista. Sullo sfondo, l’azzurro dell’acqua incontrava il cielo.

Fort George era uno scheletro annerito, dato alle fiamme durante la guerra.

Poco lontano, i ruderi di un altro forte, rifugio di strolaghe e oche. La piazza d’armi accoglieva le capanne degli indiani giunti per il concilio. Di fronte a ognuna campeggiavano armi, scalpi, trofei di guerra. Un clamore diffuso accompagnava il viavai di uomini e donne: richiami, abbaiare di cani, grida di bambini, mercanti vestiti di pelle strillavano le virtú delle merci. I fuochi si preparavano a rischiarare la notte.

Oswego significava “Scorre veloce”, ma i ricordi di Joseph erano troppo densi per scivolare via.

Sedici anni prima, dalla stessa spianata, era partita la spedizione contro i Francesi. Sir William aveva guidato l’assedio di Fort Niagara. La sua piú grande vittoria e il battesimo del fuoco per Joseph e Lacroix. La prima volta che le Sei Nazioni avevano combattuto unite a fianco degli Inglesi.

Fort Ontario era ancora in buono stato benché la guarnigione non lo abitasse piú da cinque anni. Joseph aveva lavorato lí come interprete. In una baracca del cortile aveva visto la moglie Peggy dare alla luce Isaac, il primogenito.

– Fratelli, – la voce di Piccolo Abramo tornò a risuonare nel cortile, dopo una breve pausa. – Le Sei Nazioni sono alleate del re inglese da molte stagioni. Sono amiche della famiglia Johnson, di Warraghiyagey e del suo successore Uraghquadirah, che ormai da un anno cura le nostre faccende e mai ci ha dato motivo di lamentela. Io credo però che non sempre un uomo debba occuparsi delle dispute dei suoi amici. Se tu vieni a dirmi che qualcuno ha bruciato la tua casa, io prendo il mio fucile e ti accompagno sul fiume, anche per molte miglia, per giorni interi, finché tu non avrai giustizia. Ma se litighi con tuo figlio perché la brocca dell’acqua è vuota e vieni da me a chiedere aiuto, io ti dirò: “Va’, torna da tuo figlio e risolvete l’affare tra voi”. Se ti seguissi fino a casa, non farei che aggravare il vostro litigio. Fratelli, io credo che il Grande Padre Inglese sia abbastanza autorevole per trattare da solo coi suoi figli ribelli. Non posso dimenticare che tra essi ci sono uomini come Nicholas Herkimer, Philip Schuyler e molti altri che hanno sempre rispettato il nostro popolo, i figli, le figlie, i padri, le madri della nazione, la Lunga Casa e il Sacro Fuoco. Due mesi fa, quando ci dissero che il nostro commissario correva il rischio di essere fatto prigioniero, mandammo subito i guerrieri a difendere la sua casa. Chiedemmo agli uomini piú onorevoli dell’assemblea coloniale di garantirci che nessuno avrebbe fatto del male a Guy Johnson. Solo allora scaricammo i fucili. Fratelli, se le terre del re fossero minacciate da un esercito straniero, le Sei Nazioni combatterebbero per difenderle, come hanno fatto in passato. Per ogni colpo alla Lunga Casa, le Sei Nazioni sono pronte a restituirne mille. Ma questo oggi non accade e l’amicizia tra le Sei Nazioni e l’Inghilterra rimane un’amicizia di pace, perché nessuna guerra è stata dichiarata. Fratelli, ho parlato.

Il discorso di Piccolo Abramo concluse il primo giro di consultazioni. Guy Johnson aveva chiesto di sentire subito i capi piú influenti di ogni nazione, oratori capaci di convincere centinaia di uomini. Nessuno aveva messo in discussione la lealtà alla Corona. Nessuno aveva preso posizione contro i coloni whig. Ridotto all’osso, era lo stesso discorso ripetuto sei volte. Le divergenze che attraversavano la Lunga Casa si celavano dietro sfumature di tono e parole, finezze che gli Inglesi non erano in grado di cogliere.

Gli Oneida erano stati i meno amichevoli. La predicazione di Kirkland lavorava in profondità.

I Seneca stavano a guardare, per riscuotere doni da entrambe le parti.

Tuscarora e Cayuga seguivano i Seneca come cuccioli di lupa.

Gli Onondaga, custodi del Sacro Fuoco, avevano rivendicato completa equidistanza.

Joseph attese un cenno di Guy Johnson. Il commissario sembrava tranquillo, l’espressione sicura. Si alzò in piedi e cominciò a parlare.

Per prima cosa ringraziò gli oratori per la loro schiettezza, poi ricordò Sir William, morto un anno prima proprio durante un concilio. Infine, recitò alcune frasi che suscitarono grande approvazione, cenni del capo e un echeggiare di oyeh da un angolo all’altro del piazzale. Joseph rabbrividí. Erano le parole usate da Sir William per convincere le Sei Nazioni ad assediare Fort Niagara. Facevano parte di Oswego come gli olmi dell’antica foresta e la brezza del lago. Guy Johnson evocava la forza del luogo. Quella che i Mohawk chiamavano orenda.

Joseph iniziò a tradurre. Sentí che il commissario aveva toccato le corde giuste e si sforzò di infondere alle parole l’energia di cui era capace.

In quel momento, Guy Johnson infilò una mano sotto la giubba ed estrasse un foglio ripiegato con cura.

– Fratelli, – riprese, – ho qui una lettera del generale Thomas Gage -. Sventolò il foglio e lo spiegò davanti agli occhi. – Il capo dell’esercito del re mi informa che i ribelli minacciano i territori del Canada. Tutti sapete della caduta di Fort Ticonderoga. Lo scopo dei traditori è soggiogare i possedimenti della Corona. Razzieranno le città, svuoteranno granai e polveriere, giacché essi possiedono a malapena cibo e munizioni, che voi avete ancora in abbondanza grazie alle navi di Sua Maestà.

Joseph pensò che l’argomento era buono, per quanto i Seneca non amassero sentirselo ricordare. Poco piú di dieci anni prima, ai tempi della ribellione di Pontiac, molti di loro avevano sperato di fare a meno dei bianchi, di tornare all’arco e alle frecce. Ridotti alla fame, s’erano dovuti ricredere. Joseph tradusse, cercando di rendere il concetto meno offensivo possibile. Conosceva fin troppo bene la suscettibilità dei suoi fratelli.

– Quelli che voi chiamate figli ribelli, – continuò il commissario, – non sono altro che nemici del re, come lo erano i Francesi. Ecco perché il generale Gage, – di nuovo mostrò la lettera, il braccio teso sopra la testa, – ordina di condurre in Canada una spedizione guerriera. Attaccare da nord e scendere fino ad Albany, per non trascinare oltre questo inutile conflitto. Chi si è appena dichiarato amico del re non può negargli il suo appoggio.

Un brusio nervoso serpeggiò tra le teste, a partire da quelli che capivano l’inglese, e subito Joseph si trovò addosso centinaia di occhi. Esitava, incapace di ripetere ciò che aveva ascoltato. L’orenda delle parole non conosce distinzioni di lingua. Tradurre un sortilegio può essere pericoloso quanto lanciarlo.

Cominciò a parlare, badando che le frasi uscissero dalla bocca come acqua cattiva da sputare via. Ma per quanti sforzi facesse, il sapore restava attaccato alla lingua.

Dalla folla si levarono grida di approvazione, voci troppo giovani per capire cosa stesse accadendo. I guerrieri adulti e gli anziani erano ammutoliti, come se qualcuno si fosse alzato e avesse spento con una pisciata le fiamme al centro del cortile. Il sorriso compiaciuto di Guy Johnson si dissolse.

In quel momento Joseph capí. La strategia del commissario era evidente. Incassare promesse e riscuoterle in un colpo solo, grazie a un ordine che pretendeva guerrieri, non parole. Ecco il vero motivo per radunare un concilio a centocinquanta miglia da casa. Difendere il Canada, non le Sei Nazioni.

Joseph studiò i volti induriti dei sachem e dei guerrieri anziani. Incontrò lo sguardo di Philip Lacroix. Il Gran Diavolo era impassibile.

Qualcuno gli toccò la gamba e indicò il commissario: Guy Johnson aveva ripreso a parlare.

– La Corona inglese, – stava dicendo, – non chiede il vostro appoggio senza nulla promettere in cambio. Al termine della campagna, prima dell’inverno, ciascun guerriero riceverà quattro sterline in valuta di New York. Inoltre, il generale Gage promette in modo solenne che, a guerra finita, tutte le terre oggetto di contesa tra voi e i coloni verranno restituite alla Lunga Casa. Qualunque perdita di terre o di beni verrà indennizzata in eguale misura.

Joseph finí di tradurre nel silenzio dell’assemblea. In altre circostanze, una promessa simile avrebbe sollevato boati di entusiasmo, ma in quel momento faceva parte di un gioco truccato. Era solo un altro azzardo, per bilanciare il precedente. I sachem si sentivano presi in giro.

Joseph masticava fiele. Come capo di guerra, aveva speso migliaia di parole per convincere la sua gente. Bisognava mostrare i muscoli delle Sei Nazioni, cosí i ribelli avrebbero smesso di ringhiare. Riunirsi lontano da casa, lontano da orecchie indiscrete, malintesi e provocazioni, per poi tornare in forza a difendere la valle. Aveva ricordato loro a ogni passo, a ogni colpo di remo, quanto solido e leale fosse il legame tra i Mohawk e la famiglia Johnson.

In cambio, Guy l’aveva reso complice di un trucco maldestro, per forzare la mano al concilio.

Joseph tornò al suo posto. Toccava di nuovo ai sachem e al loro interprete designato. Sapeva che i capi non si sarebbero scomposti. Prendere tempo era un’arte che conoscevano alla perfezione.

Mentre sedeva, un sussurro gli scivolò nell’orecchio. La voce di Kanenonte.

– Il giorno è arrivato, Thayendanega. Samuel Waterbridge avrà la sua vendetta. Noi tutti l’avremo.

Joseph sentí di non avere scelta.

Se non voleva perdere la faccia, doveva essere il primo a salire sui battelli per il Canada.

Doveva parlare agli indecisi, nonostante tutto.

Portare ancora acqua al mulino di Guy Johnson.

25.

Le lanterne dei pescatori sfilavano sul lago e contendevano il primato agli astri. Oltre le fiamme che ravvivavano l’accampamento, acqua e terra si scambiavano i ruoli. Era il lago a sembrare una cittadina e i villaggi costieri piccole flotte in viaggio.

Il concilio volgeva al termine. Una notte di festa e poi, all’alba, ogni guerriero avrebbe scelto per sé. La Lunga Casa non prendeva decisioni che non fossero unanimi e i sachem si erano trovati d’accordo su una cosa soltanto: accettare i regali della Corona e ringraziare per il pensiero.

Canti, danze, giochi d’azzardo, racconti di ubriachi, interpretazione di sogni e il cerimoniale comico degli sciamani Seneca.

Guy Johnson si sarebbe risparmiato volentieri tutta la trafila. Aveva già fatto i conti: duecento guerrieri era il massimo che potesse aspettarsi.

Seneca, nessuno. Mohawk, meno di un centinaio, gli uomini di Brant. Dalle altre nazioni, briciole. Parenti dei Mohawk, amici personali dei Johnson, uomini vincolati da antichi patti o da sogni recenti.

Sir William ne avrebbe convinti il triplo con una mezza frase.

Ecco perché non poteva andare da sua moglie. Non poteva disertare il rituale. Doveva mostrarsi cortese coi vivi e devoto agli antenati se non voleva arrivare a Montreal da solo.

Bisognava tenere caldo il cuore degli indiani.

E ancor piú le budella.

Ottanta galloni di rum, la santabarbara della serata. Vino di Madera, riserva speciale di Guy Park. Sperava di poterlo stappare, brindare alla nascita di un maschio. L’avrebbe chiamato William, per rafforzare l’immagine di una dinastia forte di vita e speranze.

Nancy Claus accolse la donna in anticamera.

– Dio sia lodato, siete la levatrice?

Lydia Devon strinse una mano ossuta, che le ricordò una zampa di uccello.

– Sono la sorella della signora Johnson. Venite. I dolori sono cominciati.

– Da quanto? – Lydia si tolse il pastrano e seguí Nancy nella stanza da letto.

– Un paio d’ore, – rispose quest’ultima tradendo l’ansia.

Mary era stesa sul letto, le mani avvinghiate al lenzuolo e il volto tirato. Un’indiana di bassa statura le tergeva il sudore dalla fronte con una pezza bagnata.

Nancy la presentò: – Questa è Tabby. Ci ha sempre assistito, in tutti i travagli.

Lydia annuí, sistemò borsa e cappotto e si guarintorno. Un intonaco d’argilla imbiancato a calce rivestiva le pareti di tronchi. L’arredamento era ridotto al minimo. Una stanza angusta e spartana, piú adatta al sonno di un mercante di passaggio che ai dolori di una partoriente. Accarezzò il volto di Mary.

– State tranquilla, cara. Ci siamo noi.

Si rivolse alle altre donne.

– Quando è stata visitata l’ultima volta?

– Prima che partissimo è venuta la levatrice, – rispose Nancy. – Ha detto che mancavano almeno tre mesi. Non dovevamo fidarci, non ha nemmeno il diploma.

Nancy parlava in fretta, mangiandosi le parole.

– Il mio diploma sono ottocentoquattordici neonati, – disse Lydia, – senza contare i quattro che ho messo al mondo io. E tu, Tabby, hai figli, vero?

L’indiana annuí.

– Quanti parti avete avuto finora, cara? – domandò a Mary.

– Tre. Tutte femmine, – rispose lei con il fiato che cominciava a spezzarsi.

Lydia Devon le allungò una mano sul ventre.

– Stavolta è un maschietto. Avete la pancia a punta.

La levatrice si inginocchiò sul pavimento, spalmò la mano con olio di lino ed esaminò la paziente. Mary trattenne il respiro. Le pareti della stanza si contraevano a ogni spasmo.

– Lo sento, – comunicò Lydia un attimo dopo. Sospiri e benedizioni accolsero la notizia. Mary alzò la testa dal petto e si limitò a gemere. – È bello grosso, vedrete, e siccome stava un po’ stretto s’è messo di traverso, cerca di uscire con la spalla, è per quello che fate tanta fatica -. Si tirò in piedi, prese la mano della paziente e la fissò negli occhi. – Ora, signora Johnson, vi facciamo sdraiare e cerchiamo di girarlo, d’accordo? Intanto Tabby ci prepara un impacco di lana nera, brandy e pepe, trovi tutto nella mia borsa, cara. E farei portare del tè, per rinvigorirci tutte. Ne avremo bisogno.

Gli uomini del concilio avevano dato fondo ad altre bevande. I piú erano già ubriachi, quando Guy Johnson si alzò, domandò scusa e montò in sella con l’uomo che gli aveva portato il messaggio. Il bambino non era ancora nato, la signora Claus domandava la sua presenza.

Appena messo piede a terra, entrò dalla porta secondaria e avanzò di slancio verso la stanza di Mary. Pochi passi e subito rallentò, disorientato. Gli impegni politici non gli avevano consentito di essere presente per la nascita delle figlie; si aspettava grida laceranti, che riempissero la stanza come l’aria una canna d’organo. Ora, davanti al silenzio, non sapeva che pensare.

Bussò alla porta, la serva aprí, poi si fece da parte e uscí la padrona.

– Come andiamo? – chiese lui. L’espressione sul volto magro di Nancy lo incupí.

– Non bene, Guy. Era meglio chiamare il dottore da subito, come l’altra volta.

Guy storse la bocca: – Lo sapete che Mary non vuole uomini attorno.

– Per questo vi ho fatto chiamare. Se lei sapesse che siete d’accordo, accetterebbe.

– Va bene, – sospirò. – Ditele pure che mi avete parlato. E mandatemi notizie. Devo far presenza ancora un poco.

Fece per andarsene, ma la voce della cognata lo trattenne.

– E del vostro parto non mi date notizie? Ci sarà guerra?

– La guerra c’è già. Ma i sachem preferiscono fare finta di niente.

In quel momento entrambi notarono tre sagome bianche in fondo alle scale. Le figlie di Guy e Mary erano lí, in piedi. Le lunghe camicie da notte strisciavano per terra. Si tenevano per mano, gli occhi luccicavano nella penombra.

– Che ci fate qui? – le sgridò Nancy. – Tornate subito a letto.

Le ragazzine non si mossero. Sarah era sull’orlo delle lacrime.

– La mamma sta male, – disse con un filo di voce. Guy incrociò lo sguardo vitreo di Esther ed ebbe un brivido. Non seppe cosa dire. Si voltò e lasciò la casa.

Nancy le spinse su per le scale, mentre la piú piccola iniziava a piangere.

– Se volete bene a vostra madre, pregate per lei con quanta fede avete.

Mancavano poche ore all’alba quando Guy riprese posto attorno al fuoco. I racconti di caccia e di sogni non finivano mai. Molti giacevano accasciati sull’erba. Scrutò il proprio volto riflesso sul vetro di una bottiglia e gli apparve deforme, mostruoso. Avrebbe voluto che il Vecchio fosse lí, con la sua saggezza, per aiutarlo a partorire il futuro. Avrebbe voluto che il tempo scorresse piú veloce.

Ora tanta gente sta in questo posto

hey nel luogo del nostro raduno

comincia quando due si guardano l’un l’altro

hey si salutano hey l’un l’altro

noi ci salutiamo l’un l’altro oyeh.

Heyyouheyyahheyahheyah

heyyouheyyahheyahheyah…

Figure spettrali danzavano intorno al fuoco, ombre arrossate, girandola di muscoli sudati e piedi battuti sul terreno. Incantato dalle fiamme, Guy respirava effluvi d’alcol che salivano da ogni parte. Al suo fianco, John Butler sussurrava parole incomprensibili. I canti proseguivano senza sosta, accompagnati dai violini di Peter Johnson e Daniel Claus.

Allora lui pensò: facciamo la Terra

che un po’ di persone ci cammineranno sopra

io li ho creati e ora è successo

noi ci camminiamo sopra oyeh

e in quest’ora del giorno hey

rendiamo grazie hey alla Terra.

Nei nostri pensieri dev’essere cosí

nei nostri pensieri dev’essere cosí.

Dall’altra parte del cerchio gli parve di vedere occhi scuri che lo fissavano. Joseph Brant, o forse ancora la sua stessa immagine deformata da un gioco di riflessi. Fu soltanto un attimo, poi il vortice dei danzatori riempí di nuovo la notte.

Heyyouheyyahheyahheyah,

heyyouheyyahheyahheyah…

La partoriente era accasciata su una seggiola, con un cuscino dietro la schiena e una donna Cayuga a sorreggerla per le ascelle. In piedi davanti a lei, Tabby le massaggiava i fianchi, mentre la levatrice per l’ennesima volta si sforzava di girare il bambino.

– State tranquilla, cara, – ripeteva di quando in quando. – Si è girato, è pronto a uscire. I dolori sono regolari, molto promettenti. Con l’aiuto di sant’Anna, la natura farà il suo dovere.

Mary Johnson non aveva piú forza per sorridere. Il viso gonfio, imperlato di sudore, era fisso in un’espressione di sofferenza e rassegnazione. La fronte scottava di febbre.

Intorno alla sedia, le donne si alternavano nell’offrire consigli, ricordi rassicuranti, brodo di pollo e rum.

– È arrivato il dottor Savage, signora, – disse una voce da dietro la porta.

La levatrice raccolse un asciugamano e andò a pulirsi al catino. Mary fece segno all’indiana di sospendere il massaggio, si abbassò la camicia da notte e pregò la serva di far entrare il nuovo arrivato.

Terminate le domande di rito, il dottor Savage chiese chi fosse la levatrice.

La donna si fece avanti.

– Molto bene, signora Devon. Vi sarei grato se voi e le altre donne voleste spostare la signora Johnson sul letto. Posso chiedervi cosa le è stato somministrato, finora?

La donna rispose che aveva applicato un impiastro sullo stomaco della partoriente e cipolle affettate sui piedi, aveva frizionato le tempie con aceto e fatto bere tè, brodo, mezzo bicchiere di rum e uno di sciroppo di verbasco.

Il dottore annuí: – Molto ben fatto, signora Devon. Ma temo che avremo bisogno di una terapia piú robusta.

Estrasse una boccetta dal suo armamentario, ne versò venti gocce su un cucchiaio e si avvicinò al letto.

– Ecco, signora Johnson. Questo vi darà sollievo. È laudano e in capo a pochi minuti eliminerà la tensione muscolare in eccesso, che è dovuta a false doglie.

– Permettetemi, dottore, – si inserí la levatrice. – Le doglie sono tutt’altro che false, ho toccato la mia paziente diverse volte e…

Mary Johnson arrossí.

– La prego, signora Devon, non ci mettete in imbarazzo. Anche se fossero vere doglie, come dite voi, è abbastanza chiaro che la mia paziente ha bisogno di recuperare le forze, altrimenti i muscoli saranno troppo deboli per sopportare la fatica. E anche voi, signora Devon, se volete riposarvi un paio d’ore e rimandare queste donne alle loro famiglie, fate pure. Avrò bisogno del vostro aiuto piú tardi, quando le doglie riprenderanno.

Cosí dicendo infilò la punta del cucchiaio in bocca alla partoriente e le porse un fazzoletto per asciugare le labbra.

Di lí a poco, Mary Johnson dormiva un sonno profondo.

Come ogni notte, Philip Lacroix incontrò moglie e figlia. Camminavano insieme, nell’erba alta, fino alla soglia di casa. Loro entravano, lui restava sulla porta a ripulire il fucile. Una volta dentro, si accorgeva che la donna non era sua moglie. Era Molly Brant. E la bimba non era sua figlia, ma una ragazzina bionda. Molly gli andava incontro, slacciava dal polso un bracciale di wampum e lo posava ai suoi piedi.

“Per dimenticare è necessario conoscere, – diceva. – Per rinnegare bisogna anche credere. Quando l’hai ricevuto, questo bracciale aveva un valore. Quando l’hai restituito, ne aveva un altro. Salda il conto o perderai l’equilibrio. Non tornare a mani vuote, Ronaterihonte”.

Detto questo, il bracciale sprofondava nel terreno, spalancando un abisso al centro del capanno.

Philip si svegliò madido di sudore e con una strana vertigine. Il sole era sorto e i guerrieri spartivano i doni degli Inglesi. Sulla riva del lago, una flotta di battelli attendeva il carico.

Mary si risvegliò alle quattro del mattino. I dolori erano tornati e un improvviso attacco di vomito sembrava dovesse rompere gli indugi facendo nascere il bambino dalla parte dei denti.

La donna che la vegliava si precipitò a sollevarle la testa, le infilò un altro cuscino dietro la schiena e chiamò rinforzi. Tabby si levò dalla sedia, seguita dalla levatrice che riposava su un paio di coperte. Subito infilò la cuffia, si unse le mani e controllò la situazione. Per la prima volta dall’inizio del travaglio Mary cominciò a gridare. Non urla vere e proprie, piuttosto un rosario di lamenti, modulati su note gravi e acute. Abbastanza penetranti da svegliare il dottor Savage, sdraiato su una delle panche nell’anticamera.

– I dolori sono molto frequenti, – spiegò la levatrice, – ma il bambino non ce la fa ancora. Forse ha il cordone attorcigliato al collo. Tabby, vuoi darmi una mano?

L’indiana si avvicinò, fece notare che la signora Johnson aveva una collana e che era meglio toglierla. Con braccia tremanti, la schiena inarcata dalla tensione, Mary infilò le mani dietro la nuca.

– Bando alle superstizioni, – le gelò il dottore. – Se c’è rischio di soffocamento occorre intervenire.

Con gesto sicuro estrasse il forcipe dalla borsa, ordinò alla levatrice di sistemare le ganasce, si piegò appena sulle ginocchia e cominciò a tirare.

Mary pregava, Tabby le asciugava la fronte con un fazzoletto bagnato d’aceto, Lydia Devon, a cavalcioni sul letto, di schiena alla paziente, premeva sulla pancia per aiutare l’espulsione.

Il dottore si rialzò, lasciando il ferro in posizione. Sudava. Chiese che gli portassero una pezza, la fece legare stretta allo snodo del forcipe e istruí la levatrice perché tirasse con quella, verso il basso, mentre lui continuava ad agire sulle branche del suo arnese.

Lydia accettò con riluttanza. Bevve un sorso dalla bottiglia di rum, si accovacciò e fece come le aveva detto il dottore. Una donna Seneca tracciava segni e simboli sulla pancia di Mary Johnson.

Nonostante gli odori che si mescolavano nella stanza alcol e sudore, febbre e miasmi del corpo, brodo e infusi di erbe – la levatrice distinse subito quello del sangue.

Si sollevò di scatto, recuperò la borsa, ci frugò dentro con le mani ancora sporche. Estrasse una grossa siringa e un’ampolla di vetro. La porse a Tabby. – Spalmale questo sui lombi, – ordinò, – bisogna fermare l’emorragia -. Quindi riempí la siringa da una piccola scodella d’acqua, l’unica rimasta pura, scostò il dottore, si inginocchiò di nuovo, estrasse il forcipe, puntò la siringa dentro la donna.

– Nel nome del Padre, – sussurrò pompando il primo schizzo d’acqua, – del Figlio e dello Spirito santo.

Appoggiò a terra la siringa e allungò una mano sul volto della paziente.

Mary Johnson respirava a fatica. La febbre saliva e altrettanto faceva il sole, lento e impacciato, incapace di sfuggire all’abbraccio delle paludi.

Joseph avvolse le sue cose in una coperta e la legò con una cinghia di cuoio. Percepí una presenza. Si voltò appena.

Lacroix era in piedi alle sue spalle.

– Torni a casa? – chiese Joseph.

– E tu?

– Non sapevo dell’ordine di Gage. Non sei tenuto a seguirci in Canada.

Lacroix sedette su una roccia e prese a caricare la pipa con grande flemma.

Joseph appoggiò il bagaglio e affiancò l’amico.

Nell’anticamera, Nancy Johnson piangeva senza rumore, solo lacrime e sussulti, una mano sulle labbra a frenare i singhiozzi, l’altra a stringere lo stomaco.

Appena lo vide, andò incontro al cognato e provò a trattenerlo.

– Non entrate, Guy. Non adesso.

Lui la scostò col braccio e afferrò la maniglia.

C’era soltanto la levatrice, dentro la stanza. Teneva in braccio il cadavere del bambino, avvolto in fasce. Sei piccoli amuleti pendevano dal collo livido e coprivano il minuscolo petto. Anche Lydia Devon piangeva: da quando aveva iniziato il mestiere, le erano morti solo quattro nascituri. Mai una simile disgrazia.

Mary era sdraiata nel sangue. Nuda, immobile, il taglio che squarciava la pancia.

Guy chiuse la porta di scatto, per scacciare l’orrore.

Strinse i pugni e respinse la mano di Nancy. Gli sembrò che il mondo vacillasse.

26.

Quando Joseph aveva perduto Peggie, il conforto di chi lo amava aveva attenuato la sofferenza. Molly e Sir William, Tekarihoga e gli anziani del villaggio, Margaret e le matrone del clan, gli amici Sakihenakenta e Kanatawakhon, il reverendo Stuart. Tutti avevano avuto le parole giuste per il guerriero rimasto vedovo.

Joseph aveva sognato forte, aveva affidato a Molly i bambini e la vecchia madre ed era partito per Oquaga. Era tornato con Susanna e la vita era ripresa.

A Oswego, invece, Guy aveva il burbero conforto di Daniel Claus, John Butler e Cormac McLeod, e un capitale di frasi di circostanza, dono di altri membri della spedizione, da investire nel tentativo di non cadere a pezzi.

Joseph pensò a Lacroix, anch’egli padre e marito straziato, reduce da una tragedia ancora peggiore, affrontata in totale solitudine. L’uomo dei boschi non aveva commentato la morte di Mary e del bambino, aveva trascorso ore seduto sulla riva del lago e adesso era lí, tra la folla. Il volto non tradiva emozioni, ma tra gola e sterno doveva avere una tempesta di ricordi.

Il funerale della sposa di Uraghquadirah univa le anime della Lunga Casa per un ultimo giorno. La morte di un bimbo destinato a chiamarsi William Johnson, nipote di Warraghiyagey, era un’incudine caduta dal cielo a schiacciare tutto il resto. La disgrazia aveva disperso sospetti e rancori, li aveva spinti da parte. Guy Johnson era solo un capofamiglia colpito da un fulmine, stordito, rimasto con tre figlie e un viaggio da compiere.

Joseph e John Butler scavarono e calarono la bara. Tekarihoga e Piccolo Abramo pregarono il Padrone della Vita. Le lacrime di Esther, Judith e Sarah infradiciarono la sottana della zia, Nancy Claus, che piangeva sulla spalla del marito. La levatrice, Lydia Devon, pregava a mani giunte. La fossa si riempiva di terra e Guy Johnson non riusciva ad alzare gli occhi dai propri stivali. Joseph lo guardò e provò pena per lui.

I cristiani recitarono il Padre nostro, in inglese, in latino, in mohawk, in oneida. Onwari teconnoronkwanions… Pater noster… ise tsiati ioainerenstakwa… qui es in caelis… Rawennio senikwekon…hallowed be Thy name… La Babele d’Irochirlanda salutò Mary Johnson, seppellita col suo bimbo tra le braccia.

Lacroix terminò la preghiera, et ne nos inducas in tentationem, sed libera nos a malo. Amen, e si segnò. Joseph lo vide avvicinarsi a Guy e appoggiargli una mano sulla spalla. Il commissario sollevò il capo, sorpreso, gli occhi lucidi. Lacroix non disse nulla, non c’era bisogno di parole. L’altro annuí. L’uomo dei boschi si allontanò.

Guy inspirò, scosse le spalle come percorso da un brivido, infine si mosse in direzione di Nancy e le bambine.

“Oggi le Grand Diable ha scaldato il cuore di un uomo”, pensò Joseph.

I battelli fendevano le acque placide a vele spiegate, ma il vento non era sufficiente. Bisognava impegnarsi sui remi. Il cielo era limpido, solcato da poche nuvole immobili e bianchissime, riflesse sullo specchio del lago. A bordo nessuno parlava.

Guy Johnson sedeva sulla barca di testa, lo sguardo perso nella scia dei remi. Dopo le esequie non aveva piú detto niente, nemmeno alle figlie, lasciate a Oswego con la zia Nancy. Sul pontile, Esther aveva guardato i battelli allontanarsi. Le sorelle dormivano, ma lei era sgusciata fuori dalle coperte per vederli partire. Guy le aveva rivolto a fatica un cenno di saluto, senza ottenere risposta. Il primo raggio di sole si era riflesso nei capelli d’oro della ragazzina, mossi appena dal vento. Era rimasta lí, immobile, mentre la nebbia del lago la cancellava piano alla vista. Guy aveva continuato a sentirne lo sguardo, al largo, quasi che gli occhi chiari della figlia potessero raggiungerlo anche lí, o fino in capo al mondo. Aveva pregato a bassa voce per la moglie, per il figlio nato morto e per se stesso. Aveva chiesto perdono a Dio, padre severo che sembrava averli abbandonati. Aveva chiesto perdono a Esther, sforzandosi di comprendere la propria colpa.

Si fece coraggio. Aveva una spedizione da guidare e battaglie da combattere. Il Canada era là ad aspettarlo. Doveva sopportare il dolore, il peso sulle spalle e gli scricchiolii del corpo. Andare avanti.

27.

Due tribú si contendevano la Terra. Una abitava a nord del San Lorenzo, l’altra a sud. Il Padrone della Vita, amareggiato per quella guerra, decise di scendere dal cielo con un misterioso bagaglio.

La notte era umida, il fumo teneva lontane le zanzare. Peter raccontava la leggenda di Manituana, il luogo dove erano accampati. Gliel’aveva raccontata sua madre, ma non la ricordava bene.

Con lui c’erano Walter Butler e tre giovani guerrieri di Canajoharie, venuti durante il turno di guardia con una bottiglia di whiskey trafugata chissà dove.

– Il Padrone della Vita srotolò la coperta e dentro c’era una terra di delizie, creata perché tutti vivessero nell’abbondanza e non ci fosse piú motivo di combattere. Appoggiò il regalo sulle acque del San Lorenzo, a distanza uguale dalle due sponde, e invitò gli uomini a trasferirsi lí. Per lunghi anni, il popolo del Sud e il popolo del Nord vissero in pace su Manituana. Per parlarsi, mescolarono le loro lingue, cosí che nessuna incomprensione potesse sorgere. Nacquero i primi figli e molti di essi avevano il padre di un popolo e la madre dell’altro. Ciascuna famiglia voleva che i discendenti imparassero anzitutto la lingua e le abitudini degli avi. Cosí, mentre i figli crescevano e parlavano la lingua bastarda che non era madre per nessuno, la gente del Nord e la gente del Sud ripresero a odiare. Quelli del Sud tornarono al Sud e quelli del Nord al Nord. Soltanto i figli che non erano di nessun popolo restarono su Manituana, mentre i loro parenti si preparavano a combattere, per decidere chi tra loro avrebbe tenuto l’isola. Le grida e i canti di guerra salirono in alto e spinsero il Padrone della Vita a scendere una seconda volta. Arrivato sulla terra, capí che gli uomini combattevano di nuovo per colpa del suo regalo. Allora raccolse la coperta e la portò via. Ma mentre scostava la tenda del cielo, la coperta si aprí e la terra precipitò nel fiume.

La voce di Peter si fece piú profonda, il ritmo delle parole rallentò.

– Si levarono onde altissime e i guerrieri schierati sulle sponde morirono tutti. Manituana si frantumò in pezzi, briciole, scogli. Le Mille Isole del San Lorenzo.

– E i figli rimasti sull’isola? – domandò uno dei giovani guerrieri. – Che ne fu di loro?

Peter guardò la tazza che aveva tra le mani ed elargí il finale a sorpresa.

– Quei figli siamo noi. Quando l’isola cadde dal cielo, molti annegarono, altri invece restarono avvinghiati a un brandello di terra e riuscirono a salvarsi. Ma ne avevano abbastanza delle guerre tra Nord e Sud, cosí cercarono un’altra patria e infine la trovarono, nella valle del Mohawk.

I ragazzi di Canajoharie scolarono la bottiglia alla salute di Peter.

Toccava a Walter Butler: – Io non conosco leggende indiane, ma posso raccontare la storia di Ethan Allen, il Golia delle Verdi Montagne, l’uomo che ha conquistato Fort Ticonderoga.

– La conosci davvero? – chiese Peter.

– Me l’ha raccontata mio padre. Conosceva Allen prima che diventasse un fuorilegge.

Walter, compiaciuto per aver attirato l’attenzione, attaccò la storia.

Ethan Allen era un brigante sanguinario, alto piú di sei piedi. Da anni spadroneggiava sulle Green Mountains, che un tempo facevano parte del New Hampshire. Poi quella terra l’aveva comprata la colonia di New York e ci aveva mandato i suoi coloni. Allen era un coltivatore che non voleva pagare le tasse a quelli di Albany, perché li odiava. Aveva sparato sui nuovi arrivati, aveva reclutato una banda di criminali, i Green Mountain Boys, e si era proclamato “colonnello”. Il re in persona aveva messo una taglia di trecento sterline sulla sua testa. Lui ne aveva offerte cinque per chi gli avesse consegnato il governatore. Il padre di Walter lo considerava il piú pericoloso bandito d’America. Quando i whig avevano sparato contro l’esercito a Lexington e Concord, e subito dopo avevano preso d’assedio Boston, Allen aveva capito che poteva allearsi con loro. Quelli ce l’avevano col governatore del Massachusetts, lui con quello di New York. Il suo scopo era proclamare le Green Mountains territorio indipendente, e con l’aiuto dei Bostoniani poteva riuscirci. Cosí era diventato whig anche lui.

Avevano preso Fort Ticonderoga mentre la guarnigione era ubriaca. Ethan Allen aveva gridato: “In nome del Grande Jehovah e del Congresso continentale, io prendo possesso di questo forte!” I Green Mountain Boys erano entrati puntando i fucili. Come quando i Greci erano entrati a Roma nascosti in un grande cavallo di legno, solo che il cavallo di legno non c’era.

I Greci a Roma? Peter stava per obiettare, quando udí un rumore di frasche.

– Hai sentito? – chiese Walter voltandosi di scatto verso la boscaglia.

Balzò in piedi con il fucile in pugno e la faccia pallida. La vista di una figura nota lo tranquillizzò.

– Signor McLeod, – disse.

Gli rivolsero un saluto discreto, mentre lo scozzese entrava nel cerchio di luce.

– Tre bastardelli hanno grattato una bottiglia dalla mia riserva. Li hanno visti che salivano da queste parti.

Peter si guarintorno con imbarazzo. I ragazzi indiani erano spariti.

– Da qui non sono passati, – si affrettò a dire Walter.

– Possiamo offrirvi del tè, – propose Peter. McLeod grugní un ringraziamento. Sedette e lanciò un’occhiata dietro le spalle.

– Non siete i soli a fare la guardia stanotte. C’è anche quell’indiano, – indicò il buio. – Lacroix.

Peter si voltò, come potesse vedere attraverso le tenebre.

– Dove? – chiese.

– Laggiú, seduto al buio.

– Impossibile, – commentò Walter. – Non l’abbiamo visto e nemmeno sentito.

– Già, – annuí McLeod afferrando la tazza, – come non avete visto quei tre ladruncoli, eh?

Walter fece per ribattere qualcosa, ma fu di nuovo lo scozzese a parlare.

– Ci ho quasi sbattuto contro. Immobile come il tronco di un albero.

– È un tipo strano, – si affrettò a dire Walter. – Com’è che lo chiamano?

– I nemici lo chiamano le Grand Diable, – rispose Peter. – Per via di una vendetta, ho sentito dire.

– E una storia di molti anni fa, – disse McLeod.

– La conoscete?

L’uomo rimestò il fuoco con un bastone.

– Tornato dalla guerra, si sposò e andò a ovest a cacciare, con moglie e figlia. Un giorno arrivò a casa e trovò la famiglia massacrata -. La voce di McLeod arrochí: – Indiani Huron, sbandati e ubriachi. Reietti che le tribú avevano allontanato -. Sputò per terra. – Le avevano scannate come bestie.

Tacque. Il crepitare delle fiamme era l’unico rumore netto, nel coro di fruscii degli animali notturni. Peter volle conoscere come finiva la storia.

– Stette via un inverno intero. Tornò a primavera con ventisette scalpi in un sacco.

Peter serrò la mascella.

– Li ho visti con i miei occhi, – disse l’altro, la voce ancora piú roca. – Sono sepolti vicino alla tomba delle sue donne.

McLeod si alzò. – Signori, grazie per il tè. Buona guardia.

L’uomo si allontanò, i due giovani restarono in silenzio. Walter disse che avrebbe fatto il secondo turno e si avvolse nella coperta.

Peter scrutò le tenebre. Immaginò la superficie del lago, mare nel cuore del continente. Le storie di quella notte parlavano tutte di guerra e gli ricordarono che presto avrebbe combattuto, al fianco di grandi guerrieri.

Mentre ripuliva il fucile, pregò di essere all’altezza.

28.

Dalle rive del San Lorenzo spiravano odori d’estate, l’aria aperta disperdeva i miasmi che provenivano dai battelli. Il sole offriva ancora luce e presto la rapida di La Chine avrebbe messo alla prova il convoglio.

Joseph scrutava il profilo delle sponde, cercando appigli per la memoria, visioni vecchie di quindici anni, quando aveva solcato quelle acque per la prima volta. Osservò il profilo d’ombra disegnato dallo scafo e notò che anche Philip faceva lo stesso. Il volto del cacciatore solitario fluttuava nella corrente.

La guerra contro la Francia era durata sette anni, ma la loro giovane età aveva consentito di prendere parte soltanto alle ultime imprese di Sir William. La cattura di Fort Niagara, dove avevano avuto il battesimo del fuoco, e la presa di Montreal, l’ultimo baluardo francese in America. I Francesi sapevano che ormai la guerra era perduta e la città si era arresa senza opporre resistenza. Eppure il pericolo piú grande lui e Philip l’avevano corso allora, mentre percorrevano quel fiume. Si erano salvati insieme ed era stato l’inizio della loro amicizia.

Joseph si accorse di stringere il remo piú del necessario. Una presa rigida, contratta, che la spalla cominciava ad accusare. Si sforzò di sciogliere i movimenti e continuare a remare. Immaginò che anche Philip stesse ripercorrendo il sentiero dei ricordi.

Avevano diciassette anni, ma quella volta non si era trattato di lanciare insulti e sparare da dietro un albero in attesa che i guerrieri risolvessero la questione. Quella volta l’odore della paura e della morte era entrato in profondità attraverso le narici, scendendo nella pancia e risalendo fino in gola.

Erano in avanscoperta insieme a due guerrieri esperti, gente che aveva combattuto sotto l’ala di Hendrick, uccisori d’uomini, rispettati da un capo all’altro della Lunga Casa. Il generale Amherst, che guidava la spedizione, temeva che le tribú alleate dei Francesi progettassero un attacco sulla rapida. Sir William si era offerto di mandare una canoa in perlustrazione.

Era un incarico importante, Joseph ricordava d’aver provato orgoglio. Dovevano sbarcare e pattugliare la riva, controllare se qualcuno avesse lasciato segni o tracce sul sentiero che costeggiava la sponda destra del fiume.

Quando la canoa si era avvicinata alle rocce, il guerriero a prua aveva fatto cenno di fermarsi. Silenzio, soltanto lo sciabordare dello scafo e il rombo della rapida piú a valle. Joseph aveva avuto solo il tempo di sfiorare il fucile, prima che tutto accadesse.

All’improvviso, demoni feroci erano sorti dal fiume, nascosti da ammassi di alghe. I guerrieri a prua e a poppa erano stati trascinati giú, in un abbraccio che non lasciava scampo.

Joseph aveva visto specchiata la propria paura nel volto dell’amico. Poi Philip s’era scagliato fuori dalla canoa con un grido di guerra. Lo aveva visto avanzare nell’acqua fino al ventre e sfidare gli Abenaki. Quelli avevano ghignato, non era che un ragazzo, trovavano la cosa ridicola, divertente. Nondimeno si apprestavano a ucciderlo.

Joseph aveva contato i fucili dei guerrieri rimasti sul fondo della canoa. Quattro con il suo. Poi aveva fatto lo stesso con i nemici. Non doveva sbagliare.

Aveva abbattuto il primo con un colpo in pieno petto, senza lasciargli il tempo di avvicinarsi a Philip. Il secondo era riuscito solo a ferirlo al fianco, ma ci aveva pensato Philip a finirlo col tomahawk. Il terzo e il quarto si erano scagliati contro il giovane Mohawk accecati di rabbia. Joseph ne aveva colpito soltanto uno, alla testa. La lotta tra Philip e l’ultimo avversario era durata pochi respiri, che a Joseph erano sembrati eterni. Poi l’amico era emerso dall’acqua brandendo il coltello. Aveva una vistosa ferita al costato. Un passo piú in là l’avversario cercava di rimettersi in piedi, mentre si tamponava un taglio al braccio, profondo fino all’osso. Mentre si ritirava verso il bosco, li aveva maledetti nella sua lingua e in francese, incredulo d’essere stato battuto da due ragazzi.

Ancora furente di paura, Philip si era gettato all’inseguimento.

A Joseph non restavano piú colpi in canna. Ricaricare avrebbe richiesto troppo tempo. Come in sogno, gli occhi della mente avevano osservato il corpo saltare nell’acqua e correre a ginocchia alte verso la riva.

Li aveva raggiunti tra gli alberi. Aveva dovuto strappare via Philip dall’avversario, che ancora si dibatteva sotto i colpi di coltello. Nonostante la ferita, Philip era un fascio di nervi e muscoli pronti a scattare, o a sciogliersi non appena le forze fossero mancate.

Senza pensare, Joseph aveva guardato il volto del guerriero moribondo e alzato il calcio del fucile. Il rumore delle ossa del cranio che si spaccavano gli era entrato nelle orecchie per non uscirne piú.

Quando erano tornati alla canoa, la piccola insenatura era rossa di sangue e la corrente cullava i corpi inerti dei caduti. I due superstiti si erano guardati senza parole. La ferita di Philip era profonda. Dovevano tornare in fretta al convoglio. Un solo paio di braccia per pagaiare, trasportare i corpi dei compagni, sperare che il grosso dei nemici fosse lontano. In quella situazione, sparare non era stato saggio.

Ma dai giovani non ci si aspetta saggezza.

Joseph aveva remato con la forza della disperazione, ansioso di vedere spuntare il profilo di scafi amici. Lo scontro era avvenuto nell’acqua, ma il sangue impregnava tutto. Anche il loro spirito.

La corrente dei ricordi lasciò spazio alle immagini del presente, un altro convoglio, un’altra guerra. Joseph guardò ancora Philip che remava. Pensò che doveva esserci un senso nel ripetersi di quel viaggio. Era come tornare dove tutto aveva avuto inizio.

29.

L’isola di Montreal apparve nel pieno sole di luglio. L’isola di Gesú, il secondo pilastro della porta del Canada, faceva capolino alle sue spalle. Le acque del San Lorenzo si dividevano su un triplo percorso, attraverso strettoie facili da difendere, per ricongiungersi piú a nord.

Peter Johnson aveva ascoltato i racconti di quel viaggio tante volte da riconoscere ogni particolare, come fosse già stato lí. Sulla sponda orientale, fili di fumo tra gli alberi rivelavano il villaggio dei Caughnawaga, che un tempo erano stati Mohawk rinnegati, alleati dei Francesi. Dalla spiaggia, donne e bambini osservavano i battelli.

Superata l’ansa del fiume, l’isola maggiore si dispiegò alla vista in tutta la lunghezza. La collina era disseminata di appezzamenti e orti che digradavano fino alla città, ben stretta tra i bastioni. Il campanile della chiesa di Notre-Dame svettava sull’abitato.

Peter avrebbe voluto dire qualcosa, condividere un commento che esprimesse l’entusiasmo per essere arrivati alla fine del viaggio, forse anche sparare in aria per annunciare il loro arrivo. Ma per molti l’avvicinarsi alla meta era tutt’altro che gioioso, a causa del lutto che si era abbattuto sulla spedizione e dei pochi guerrieri che li seguivano. Il silenzio dominava i cuori. Guy Johnson sedeva sul battello di testa, tetro e taciturno, insieme agli uomini del Dipartimento. Zio Joseph non aveva piú detto nulla da quando avevano lasciato Oswego. Gli altri guerrieri non consideravano Peter abbastanza adulto per concedergli di chiacchierare con loro. Inoltre aveva trascorso gli ultimi anni a Philadelphia, immerso negli studi, e condotto una vita troppo diversa. Nell’ultima tratta del viaggio, non fosse stato per Walter Butler, Peter non avrebbe avuto con chi scambiare due parole. Ma Walter vogava sul battello del Dipartimento, accanto al padre. Peter si rassegnò a tenere per sé l’emozione e pagaiò piú forte.

Una volta, a New York, Peter aveva visto le truppe di Sua Maestà schierate in parata. Adesso, a un passo dalla guerra, l’effetto era molto diverso. Sulla Place d’Armes, di fianco alla chiesa, la guarnigione cittadina li accoglieva al rullo dei tamburi. Peter era abbagliato dal rosso scarlatto delle uniformi, ripreso negli stendardi. Il governatore Carleton attese la delegazione al centro dello spiazzo e insieme salutarono la bandiera. Guy Johnson e Daniel Claus, rigidi davanti alla Union Jack, non tradirono la stanchezza. Seguirono il cerimoniale fino all’ultimo, quando venne dato l’ordine di rompere le righe e tornare ai compiti di presidio. I soldati si dispersero rapidi in piccoli gruppi.

– Combatteremo insieme a loro? – chiese Peter. Joseph gli toccò la spalla.

– Non solo, mi auguro. Siamo pochi per tenere la città. Il ragazzo notò l’ombra che attraversava lo sguardo dello zio. Non chiese altro.

Il governatore Carleton lesse il messaggio con attenzione, le pupille che guizzavano da una parola all’altra. Quindi ripiegò il foglio e con un gesto stanco lo restituí a Guy Johnson.

– Il generale Gage ha sempre un pensiero per tutti.

La voce era strascicata. Guy pensò che somigliava a quella di un malato. Scambiò un’occhiata con Daniel Claus, seduto accanto a lui, e attese.

Il governatore allungò le gambe sotto il tavolo, lasciando che il ventre premesse contro il bordo di legno. Riccioli grigi incorniciavano un volto glabro e sudato, rughe da pensatore increspavano la stempiatura incipiente. Con un gesto fece portare da bere.

– Fa molto caldo, non trovate?

Vuotò un bicchiere di liquido giallastro e nettò le labbra carnose con un fazzoletto di pizzo.

Johnson e Claus tacquero ancora. Era vero, nell’edificio dell’Intendenza c’era afa e puzzo di chiuso, la luce entrava da una sola finestra. Sudavano sotto le giubbe di lana.

– Vi manda qui per difendere il Canada. Certo -. Carleton annuí tra sé. – Che diavolo ne sa Gage del Canada? È barricato a Boston da tre mesi e pretende di dirigere le operazioni militari.

Batté il bicchiere sul tavolo e un attendente si affrettò a riempirlo di nuovo.

– Sapete, gli ho mandato i miei reparti migliori. Adesso sono costretto a tenere le posizioni con poche migliaia di uomini, su un territorio grande dieci volte l’Inghilterra, mentre lui se ne sta rintanato -. Le ultime parole furono mormorate tra i denti.

Con uno scatto della mano srotolò una mappa sul grande tavolo e fece cenno ai due di guardarla, cosa che lui non ebbe bisogno di fare. Johnson e Claus allungarono il collo. Il bacino del San Lorenzo era riprodotto in tutta la lunghezza, dal lago Ontario all’oceano.

Carleton stese di nuovo le gambe.

– A Londra non riescono a capire, – parlava a se stesso ora, sguardo in aria, mani incrociate sul ventre. – È chiaro che sfugge loro la natura del problema, – fece scorrere l’indice sul bordo della mappa. – Le dimensioni di questo continente.

Sospirò. Guardò i due gentiluomini come si accorgesse della loro presenza per la prima volta.

– Abbiamo un compito difficile. Civilizzare un immenso territorio selvaggio e ostile. Un fardello pesante da portare, sí. Eppure qualcuno deve farlo -. Asciugò il sudore che imperlava la fronte. – Fa molto caldo, vero?

Fece di nuovo riempire i bicchieri e sorseggiò la bibita con aria distratta, ascoltando i rumori indistinti che giungevano da fuori, mescolati al ticchettio della pendola in fondo alla stanza.

– Ho chiesto rinforzi dall’Inghilterra, ma finora niente. Ho anche provato a reclutare questi contadini francesi. Inutile, ci considerano ancora degli occupanti, non combatteranno mai per Giorgio III.

Fissò i due in silenzio, serio, in attesa della risposta a una domanda implicita.

– E adesso Thomas Gage manda voi, insieme a duecento indiani, – stirò un sorrisetto. – Che capolavoro. Forse pensa che dovrei fare come Leonida alle Termopili.

Johnson e Claus erano statue di sale inchiodate alle sedie. Guy sentí montare la rabbia, mista a una cupa frustrazione.

– Possiamo reclutarne un migliaio, – intervenne gelido – Se solo Vostra Eccellenza ce lo consente. Con un’armata indiana potremmo scendere incontro ai ribelli e bloccarli sul lago Champlain. Riconquistare Fort Ticonderoga. Ricacciarli da dove sono venuti.

Carleton ascoltava impassibile. Daniel Claus si protese in avanti.

– Con rispetto parlando, Eccellenza, svolgo il compito di commissario per gli indiani canadesi da molti anni. Lasciate che organizziamo un concilio anche qui. Ho buone ragioni di credere che le tribú di questi territori combatteranno dalla parte del re.

Il governatore forzò un colpo di tosse.

– Non mi risulta che voi, signor Claus, né voi, signor Johnson, abbiate alcun titolo per svolgere il compito di commissari del Dipartimento indiano.

Il tedesco ammutolí, Guy intervenne con un tono di voce appena piú alto di quanto l’etichetta richiedesse.

– Il defunto Sir William Johnson ci ha designati suoi successori.

– Come certo saprete, – ribatté freddo Carleton, – le nomine del Dipartimento sono prerogativa del ministro delle Colonie.

Guy si sentiva stanco, provato dal lutto recente e infastidito dalla testardaggine di quell’uomo. Ebbe la tentazione di mandare al diavolo tutto, alzarsi e tornare a casa, abbandonarsi agli eventi anziché accanirsi contro di essi. Scacciò la sensazione con un respiro profondo.

– Eccellenza, per vostra stessa ammissione, avete pochi soldati per difendere Montreal. E se Montreal cade, i ribelli avranno la strada libera fino a Québec…

Carleton lo interruppe ancora: – Se siete cosí convinto che gli indiani ci presterebbero ubbidienza, ditemi, cosa pretenderebbero in cambio?

– Regali. E la conferma di quanto abbiamo promesso a Oswego.

Carleton sollevò un sopracciglio che valse piú di un punto interrogativo tracciato sulla carta.

– Che i combattenti per la Corona verranno risarciti di ogni perdita territoriale.

– Ah, – disse il governatore. – Niente meno. Ondeggiò sulla sedia, ma non aggiunse altro. Guy intravide un varco e decise di sfruttarlo.

– Non vi chiederanno di metterlo per iscritto. Sarà sufficiente che Vostra Eccellenza lo dica davanti ai capi di guerra.

La pendola, lo scricchiolio dei carriaggi sulla piazza, il passo di marcia della ronda, schiamazzi di bambini. La luce calava, il sole indorava i contorni delle cose.

Carleton annuí, con movimenti del capo grevi e lenti.

– Ora vi dico cosa farò. Vi lascerò organizzare questo concilio. Radunate tutti i guerrieri che potete. I ribelli temono gli indiani almeno quanto li temo io. Avranno paura e forse non ci attaccheranno. Comunque ci farà guadagnare tempo. Tuttavia vi faccio obbligo di restare entro i confini canadesi. Non scenderete al di sotto del quarantacinquesimo parallelo, aspetterete che i ribelli lo oltrepassino per ingaggiarli in battaglia.

– Eccellenza… – tentò d’intervenire Guy Johnson, ma la mano alzata del governatore lo costrinse a tacere.

– Signori, io qui rappresento Sua Maestà. Sir Guy Carleton non entrerà negli annali per avere scatenato i selvaggi contro dei sudditi inglesi, anche se si tratta di traditori. Costoro dovranno pendere da una forca dopo un processo per alto tradimento, non essere sgozzati e scalpati in mezzo alla foresta -. Fissò entrambi a lungo negli occhi. – Questi sono i miei ordini. Attenetevi a essi senza eccezioni.

30.

Montreal, 5 settembre 1775

Onorato Sir John,

i messaggeri che ho inviato da Oswego vi avranno ormai dato notizia della morte di mia moglie e della creatura che portava in grembo. Una perdita incommensurabile per me e un segnale nefasto per la spedizione, che, ne sono convinto, da questa tragedia ha riportato un’indelebile aura di sventura. La malasorte infatti non ci ha piú abbandonati. Lasciate che illustri i fatti degli ultimi mesi e giudicate voi stesso.

Siamo giunti in Canada alla metà di luglio con soli duecento guerrieri, ricevendo un’accoglienza piuttosto fredda da parte del governatore, il generale Carleton. Della sua antipatia per la nostra famiglia eravamo già a conoscenza, ma non ci aspettavamo che scoraggiasse un’iniziativa atta a portargli soccorso. Si trova infatti sprovvisto di truppe, avendole inviate di rincalzo al generale Gage a Boston, e sotto minaccia di un’invasione da parte dei ribelli whig. Ho tentato di spiegare a Sua Eccellenza che il generale Gage ha pensato bene di ricambiare inviando noi, con gli irregolari indiani, in appoggio del Canada, ma l’argomento non ha ottenuto su di lui alcun effetto.

Tuttavia ha acconsentito a confermare agli indiani le promesse fatte a Oswego dal sottoscritto in cambio dell’appoggio alla nostra causa, vale a dire il risarcimento da parte della Corona di ogni territorio perduto in caso di conflitto con i whig. Abbiamo avuto premura di fargli contrarre l’impegno davanti a un concilio di tribú canadesi, indetto per l’occasione dal nostro fidato Daniel Claus. Tra i circa duemila convenuti le promesse di Carleton hanno suscitato grande impressione, ma si sa che l’entusiasmo degli indiani è di breve durata, se non trova sbocco in un agire rapido. Purtroppo la diffidente titubanza del governatore nei confronti degli indiani si è rivelata un ostacolo difficile da sormontare piú di qualsiasi rapida o stretto passaggio incontrato per arrivare qui. Non si fida degli indiani e non vuole che combattano da soli, per timore di perderne il controllo e di essere accusato d’efferatezza. È ferma volontà di Sua Eccellenza che i nostri guerrieri combattano insieme alle truppe regolari in reggimenti misti, sotto il comando di ufficiali britannici. L’ordine ricevuto è stato di tenere la posizione e attendere l’offensiva dei ribelli o l’arrivo di nuovi contingenti dalla madrepatria.

Le conseguenze sono presto dette. Una lunga estate di inattività è stata piú che sufficiente a fiaccare il morale e a fare ripartire per le proprie case la maggior parte dei guerrieri.

A questo bisogna aggiungere che i ribelli whig non hanno perso tempo nel tentare di corrompere le tribú, comprando a peso d’oro la loro neutralità.

I Caughnawaga si sono lasciati convincere per trecento sterline.

Piú grave ancora è che una settimana fa è giunta al nostro accampamento una delegazione Oneida, consigliando ai guerrieri di firmare la pace con i ribelli di Albany e riferendo che i Mohawk di Fort Hunter l’avrebbero già fatto. Se ciò corrispondesse a verità la nostra valle e i nostri possedimenti sarebbero esposti a un grave rischio, senza alcuna tribú indiana disposta a difenderli, e voi e la vostra famiglia sareste in pericolo.

Con il cuore greve per queste notizie stavamo risolvendo di tornare indietro in gran fretta, quando ci ha raggiunti la notizia che i ribelli hanno ripreso l’avanzata verso nord. Da Fort Ticonderoga risalgono il lago Champlain.

Li guida Montgomery, che ricorderete come ufficiale del generale Amherst nella guerra franco-indiana. È irlandese come noi, Sir William vostro padre lo conosceva bene e oggi sarebbe sorpreso di trovarsi a combattere contro un vecchio commilitone. Ancora non sappiamo quanti uomini Montgomery porti con sé, ma la notizia ha spinto il governatore Carleton a mobilitare gli indiani, purché sotto la responsabilità di un ufficiale. Si è offerto Butler. Mentre vi scrivo conduce i guerrieri oltre il San Lorenzo, fino all’avamposto di Fort St. Johns, il primo ostacolo che i ribelli troveranno sulla loro strada. I nostri Mohawk sono con lui.

Inutile dire che il morale dei membri del Dipartimento è piuttosto basso. I combattenti a nostra disposizione sono pochi, non si ha ancora notizia di rinforzi dall’Inghilterra, ed è fuor di dubbio che Montreal non resisterebbe a un attacco in forze. Il nostro apporto alla difesa del Canada è tutt’altro che determinante. Ho quindi intenzione di adoprarmi per organizzare il ritorno non appena sarà possibile.

Poiché l’incertezza per ciò che potrebbe accadere a casa ci lascia in balia di una profonda angoscia, vi prego di inviarmi notizie dalla colonia quanto prima.

Nella speranza di ricongiungerci presto e augurandovi ogni bene, rimango

il Vostro devoto cognato,

Guy Johnson

31.

Attorno al danzatore, bianchi e indiani battevano le mani. La melodia delle cornamuse e il ritmo serrato del tamburo parevano arrivare da sottoterra, sepolti dal frastuono e dalle grida d’incitamento. L’uomo al centro dell’attenzione saltellava alternando le gambe, ginocchia alte, mano destra sollevata sopra il capo, mano sinistra sul fianco. Indossava il cappello tradizionale della sua gente, quello che gli Inglesi chiamavano con disprezzo “merda-in-testa”. Il kilt e i calzettoni a losanghe erano rimasti a casa, in un piccolo podere di proprietà dei Johnson.

Fin dall’attacco, Peter aveva riconosciuto la musica, una marcia. I passi, invece, erano indecifrabili. Piú che danza era un gioco di gambe per disorientare l’avversario e sorprenderlo con un colpo di daga.

Stese sull’erba ingiallita dal sole, due spade formavano una croce. Peter conosceva la sfida, consisteva nel battere i piedi accanto alle lame, ora in un quadrante, ora nell’altro, senza mai pestarle. Non un semplice gioco, con il consueto corollario di scommesse: ballare sulle spade era uno dei tanti modi per ottenere auspici. I Mohawk ne erano entusiasti. Suo padre giurava che la Danza di Guerra delle Highlands, e non gli estenuanti concili, avevano persuaso le Sei Nazioni a combattere i Francesi.

“Non c’è da stupirsi, – diceva. – Gli Scozzesi sono i piú indiani tra i popoli d’Europa”.

Il tamburo divenne incalzante: i musicisti davano prova di entusiasmo guerriero. Le grida si unirono in coro. Peter guardò il danzatore: volava, sospeso a un pollice da terra, i piedi talmente veloci da galleggiare sulla polvere. Un guerriero capace di muoversi in quel modo doveva essere un bersaglio impossibile per chiunque.

Il cerchio di spettatori si strinse. Gli Highlander avanzavano con lunghe falcate sospese, a passo di danza. Gli altri si sforzavano di imitarli. Sembrava un esercito in marcia che accerchia minaccioso l’ultimo nemico rimasto in piedi. In realtà, si avvicinavano per controllare meglio che il campione non pestasse i ferri. Se ci fosse riuscito, l’indomani avrebbero respinto l’assalto dei ribelli e il battesimo del fuoco di Peter sarebbe culminato in una vittoria.

La polvere offuscava la vista delle spade.

Il crepuscolo estivo ammorbidiva linee e contrasti nella piazza d’armi di Fort St. Johns. Anche le sentinelle sui bastioni tendevano l’orecchio alla musica, che si spinse nell’ultimo, furioso galoppo. Ci fu un sussulto collettivo, poi le voci tacquero, le mani smisero di battere e indicarono la croce ai piedi del danzatore. Tutta la prima fila tremò di battibecchi e contestazioni, poi quella dietro e dietro ancora. Il cerchio d’uomini trattenne il fiato. Nel silenzio improvviso, Cormac McLeod avanzò verso il ballerino, che attendeva sull’attenti, di fronte alle spade.

Il gran capo degli Scozzesi si inginocchiò solenne di fronte alle lame incrociate, soffiò nella polvere, poi alzò lo sguardo sul guerriero. McLeod impugnò le armi, le sollevò alte in forma di croce e per tre volte batté le spade l’una contro l’altra.

– Bualidh mi u an sa chean, – urlò a pieni polmoni.

– Bualidh mi u an sa chean, – ripeterono gli Highlander in un boato d’esultanza, si gettarono sul loro campione e lo portarono in trionfo sopra le teste.

Sullo spiazzo rimasero gli indiani, ancora perplessi sul risultato della danza, della battaglia e delle scommesse. Vespero già riluceva accanto alla luna.

Peter respirò l’aria della notte. Non aveva mai veduto un edificio piú antico, nemmeno ad Albany, nemmeno a New York. In realtà il forte era stato ricostruito di recente, ma la palizzata, già ricoperta di muschio, sembrava sorgere dalla terra da prima dell’inizio dei tempi. La bandiera britannica sventolava pigra in mezzo al fumo dei fuochi, i colori spenti dalla notte la facevano apparire bianca e nera.

Il giorno addietro, una salva di hurra aveva salutato il loro arrivo dagli spalti del forte. La guarnigione era sparuta. L’84esimo reggimento, i Royal Higlander Emigrants, era in realtà poco piú che un battaglione. Reclutati a Boston, New York, Canada, Nuova Scozia. Gente appena arrivata sul suolo americano: pescatori di Terranova, coloni dalla Carolina, sbarcati con ben altre speranze, avevano deciso in fretta da che parte stare. Soldati nella divisa verde dei reggimenti canadesi: quella rossa con kilt, sciabola e pistola gli era stata promessa, ma non era ancora arrivata.

Ora il forte brulicava d’attività e preparativi. Si riempivano i corni di polvere, si pulivano i fucili. McLeod affilava la lama della spada sulla fresa. Nessuno avrebbe dormito prima della battaglia, solo poche ore di incoscienza, per raccogliere le forze e farsi trovare in piedi all’alba. Peter di certo non avrebbe chiuso occhio. Alla fine il momento era arrivato.

Quel pomeriggio zio Joseph e John Butler avevano studiato il piano di battaglia. I ribelli si aspettavano di trovare un piccolo contingente barricato dentro il forte, invece loro li avrebbero aspettati lungo il fiume. Le guide sostenevano che il posto migliore era una strettoia poche miglia a sud, dove la corrente avrebbe rallentato l’avanzata dei nemici.

– Gli Scozzesi hanno ballato le loro danze, – sentí la voce dello zio proprio dietro l’orecchio. – Tocca alle nostre.

Peter gli sedette accanto ed estrasse uno specchietto. Senza parlare, cominciò a dipingere il volto in larghi riquadri rossi e azzurri, mentre Joseph finiva di pulire la propria arma con lo stantuffo e uno straccio insaponato.

– Dicono che lo scalpo è l’essenza di un uomo. Ma io dico che l’essenza di un uomo è il fucile. La parte piú intima del fucile è cava, vuota. L’anima dell’uomo è inafferrabile, imprendibile. Senza il fucile, sei solo un altro animale in lotta per mangiare. Il fucile, Peter, è il dono di Dio agli uomini dei boschi, che li ha resi signori sopra le bestie -. Joseph si concesse una pausa. Rifletté per un po’ e concluse. – Certo, occorre essere signori giusti, non tiranni -. Appoggiò il fucile ed estrasse lo specchio e i colori dalla sacca di pelle.

Peter non aveva mai udito parole simili. Joseph prese a dipingersi le guance.

Li raggiunse Philip Lacroix. I capelli ricadevano folti sulle spalle, le pitture di guerra erano sobrie. Aveva utilizzato soltanto il nero per dipingere una striscia sugli occhi.

– Domani, durante l’attacco, resterai accanto a me e Philip, – disse Joseph.

Peter deglutí. Senza sapere cosa pensare, si limitò a fissare il calderone che bolliva sul grande fuoco al centro del campo. La carne dolce dell’orso cuoceva nel suo grasso.

Come il cacciatore estrae le viscere dal ventre della preda, i capi guerrieri avrebbero afferrato a mani nude la carne bollente. Peter e i guerrieri della sua età dovevano servirla ai piú anziani, insieme al liquore. Corpo e sangue dei nemici avrebbero dato forza agli uomini per la guerra.

Terminata la cena anche i Mohawk avrebbero danzato fino allo spasimo, fermandosi a rifiatare tra canti e racconti di imprese.

La luce guadagnava il cielo mentre una brezza fredda spargeva le braci e dissipava l’eco di balli e canzoni. Peter, equipaggiamento pronto da ore e faccia dipinta, osservò gli Highlander in piedi davanti al cappellano per la santa messa. In mezzo ai vapori dell’alba, con i fucili piantati a terra e le sciabole al fianco, ricordavano le illustrazioni di un libro nella biblioteca di Johnson Hall. Cavalieri, armati di lance e spade, pronti a combattere per il loro re. John Butler e il figlio erano in mezzo a loro. Si misero in fila davanti al sacerdote e si inginocchiarono uno dopo l’altro per ricevere il corpo di Cristo. Ognuno porgeva il fucile perché venisse benedetto.

Per ultimo Peter vide Lacroix rimettersi in piedi e farsi il segno della croce. Si diresse verso il gruppo dei guerrieri. Peter si affrettò, rendendosi conto di battere i denti a labbra chiuse, al ritmo della danza di guerra scozzese.

Bianchi e indiani presero a uscire dal fortilizio in due lunghe file parallele, che puntarono sul bosco. Non piú di cinquecento uomini.

Due ore dopo gli esploratori tornarono a riferire che l’armata ribelle avanzava lungo la sponda ovest del Richelieu. Almeno duemila uomini. Peter pensò che era cosí che si misurava il coraggio: affrontare un avversario compensando la disparità delle forze con l’astuzia e la sorpresa. Si sentí alle soglie di una prova memorabile.

32.

I ribelli comparvero lungo il sentiero che costeggiava la rapida. Perlustravano il terreno e il bosco attorno, mentre le barche accostavano alla riva.

A Peter ricordarono formiche sparse su un tronco d’albero. Non portavano uniforme, ognuno imbracciava un’arma diversa. Da lontano, l’Esercito continentale americano somigliava a una banda di cacciatori.

Peter inspirò a fondo per contenere l’agitazione. L’odore muscoso del sottobosco si mescolava alle zaffate dolciastre che salivano dal fiume. Lacroix, accucciato di fianco a lui, non muoveva un muscolo. L’intera linea di fuoco era immobile. Butler aveva disposto gli uomini sul crinale di un piccolo promontorio che sovrastava la strettoia del Richelieu. L’84simo e gli Highlander al centro, gli indiani sui lati. Li avrebbero colpiti dall’alto, al riparo degli alberi, mentre erano allo scoperto in mezzo al passaggio.

Joseph scivolò silenzioso fino a raggiungere il margine della fila, dove avrebbe guidato la fucileria dei Mohawk.

Lacroix guardò Peter e ne intuí lo stato d’animo.

– Custodisci la paura. Non lasciarla libera, – mormorò. – Quando tutto accade veloce, impara a essere lento.

I ribelli giú al fiume scaricavano le imbarcazioni per diminuirne il pescaggio e farle passare attraverso le rapide. A gruppi tendevano le gomene, e le rilasciavano quanto bastava a far scendere i battelli senza urti violenti. Affondavano e scivolavano nella melma fino alle ginocchia.

Peter si rese conto che era il momento. Il grido di guerra delle Highlands risuonò sul crinale, forte, ripreso da decine di voci. Lungo la riva del fiume si diffuse il panico, che mutò in terrore cieco quando i primi duecento fucili aprirono il fuoco dal bosco.

Peter non sapeva se aveva colpito il bersaglio. Quando il fumo diradò c’erano corpi a galla nell’acqua e altri che si dimenavano per non affogare. Butler ordinò la seconda salva. Le formiche corsero in tutte le direzioni, in cerca di riparo, sotto i sassi del greto o nei buchi della terra. Qualcuno tentava di raggiungere l’altra sponda, ma la corrente lo trascinava via.

Uno dei battelli si era incagliato tra le rocce, gli altri erano bloccati a riva.

Qualcuno rispose al fuoco, mirando alla cieca verso la macchia. La voce di Peter si uni all’urlo di esultanza dei Mohawk. Gli indiani erano bravi a far credere d’essere il doppio.

I colpi proseguirono disordinati, ognuno a caccia del proprio bersaglio nascosto.

Ormai li avevano in pugno.

Poi terra e cielo tremarono.

Peter fu investito da una pioggia di sassi e terriccio, un groviglio di rami spezzati precipitò dall’alto.

Butler corse dietro la linea dei fucilieri, verso Joseph, ma scivolò e cadde. Un secondo botto, e due corpi vennero sbalzati in aria, a brandelli.

Butler si rialzò lercio di fango, la faccia e la giubba spruzzate di sangue. Inveí, mentre raggiungeva Joseph.

– Quei figli di cane ci tirano addosso con un pezzo da otto.

Gridava, assordato dagli scoppi. Peter poteva sentire ogni cosa.

Joseph cercò di individuare il mortaio sotto di loro.

– Dov’è?

Butler indicò l’ansa del fiume.

– Dietro le rocce.

Il terzo colpo spaccò di netto il tronco di un albero, che rovinò sulla fila. Uno dei soldati gridò, la gamba trafitta da un ramo acuminato.

Peter sputava terra e cercava di respirare, l’aria era densa di fuliggine. Gli alberi e le felci trattenevano il fumo degli spari, che diventava una fitta nebbia.

– Come fanno a vederci da là sotto? – gridò Joseph incredulo.

– Non hanno bisogno di vederci, – rispose Butler. – Sparano a casaccio contro la collina. Con quell’aggeggio possono farci crollare addosso l’intero bosco, se vogliono.

A suggellare le parole dell’irlandese, una quarta cannonata piombò poche iarde sopra di loro, mandando in frantumi legno e piante.

Gli indiani erano terrorizzati, sul punto di disperdersi. Joseph corse lungo la fila, insieme a Butler, urlando con quanto fiato aveva.

– Fermi! Continuate a sparare!

Peter lo perse di vista in mezzo al fumo e al fogliame. Solo allora si accorse di premere sui palmi per alzarsi: le gambe volevano correre via da lí, ma la mano di Lacroix lo teneva a terra.

Il quinto colpo di mortaio aprí un corridoio tra gli alberi e rimbalzò fin quasi alla cima del pendio. La cascata di rami e foglie seppellí metà della fila, impedendo di fare fuoco.

McLeod urlava ordini ai suoi uomini, agitando la spada. Giurava su sant’Andrea e san Colombano che avrebbe sbudellato chiunque avesse voltato la schiena al nemico. L’aria era ormai irrespirabile e non si vedeva piú niente. Peter faticò a riconoscere Joseph e Butler negli uomini che gli si sdraiarono accanto. Il fango e le pitture di guerra si mescolavano sulla faccia dello zio, dandogli un’espressione mostruosa.

Butler urlò sopra il rumore della foresta che andava in pezzi.

– Dobbiamo sganciarci a piccoli gruppi e risalire fino al crinale.

Joseph scosse la testa.

– No. Lassú saremmo bersagli piú facili.

– Non c’è alternativa, – ringhiò l’irlandese.

Joseph guardò Lacroix. I due si fissarono. Aveva perso il conto delle cannonate, le orecchie gli ronzavano, tossiva e sputava.

– Andiamo noi, – disse Joseph.

Lanciò un verso acuto e dalla fila si staccarono Kanatawakhon e Sakihenakenta.

Oronhyateka e Kanenonte, i muscoli lucidi di sudore, affiancarono Lacroix.

Joseph guardò i guerrieri e si avvicinò a Peter fino ad alitargli in faccia.

– Risalire è pericoloso quanto restare qui. Perciò l’unica salvezza è scendere. Dobbiamo avvicinarci al mortaio, capisci? Dove non può colpirci. Farlo smettere.

Peter annuí trasognato.

– Stai un passo dietro di me, – disse Joseph. – Tieni giú la testa e quando te lo dico buttati a terra.

Guardò Butler in attesa del suo assenso.

– D’accordo. Prendete due fucili ciascuno. Vi darò tutta la copertura che posso. Che Dio vi guardi, maledetti pazzi.

Caricarono le armi e iniziarono a scendere al piccolo trotto, fendendo le felci e il fumo sempre piú fitto. Senza fare rumore raggiunsero il margine del bosco e si acquattarono dietro un grosso tronco abbattuto, a una trentina di iarde dai ripari dei ribelli.

Dopo lo sbandamento iniziale si stavano riorganizzando, cercavano di recuperare il materiale e radunare le forze. I colpi del mortaio volavano alti sulle loro teste, fischiando forte. Peter lo individuò dietro un gruppo di rocce dove l’ansa del fiume creava un piccolo avvallamento. Era discosto dal grosso della colonna, fuori tiro. Lo difendeva un gruppo di uomini appostati dentro una barca sprofondata nel fango fino a diventare una trincea. Il mortaio si trovava poche decine di iarde piú indietro. Quando il vento aprí un varco nella nebbia, Peter distinse gli artiglieri.

In quel momento vide Lacroix, coltello e mazza alla cinta, fucile a tracolla, tomahawk in pugno.

Joseph iniziò a sparare sulle postazioni ribelli, seguito dagli altri. Sopra di loro, dal fianco della collina, gli Highlander davano fondo alle munizioni, incitati dalle urla roche di Butler e McLeod.

Fu allora che Lacroix saltò fuori dal riparo.

Peter Johnson assistette incredulo a quel che seguí.

Piú tardi quella notte, tornato al forte, dovette scomporre e ricomporre il ricordo dei gesti, come un gioco a incastro, per renderlo plausibile alla propria stessa immaginazione. Raccontarlo sarebbe stato impossibile.

Lacroix aveva raggiunto le difese nemiche nascosto da un mantello di fumo. Senza correre, camminando spedito e silenzioso.

Qualcuno, forse un ufficiale, dall’altra parte aveva gridato: – Sparate! Sparate!

Troppo tardi. Il Diavolo era già in mezzo a loro.

Il capitano Jacobs si voltò, le mani sullo stomaco. Mentre vacillava ebbe il tempo di vedere l’indiano spaccare il cranio al secondo ufficiale con un solo colpo di tomahawk e piantare il coltello nelle costole del sergente maggiore. Erano movimenti fluidi, una danza. Dio mio. Sentí le ginocchia cedere, si accasciò, sputò il sangue che saliva in gola e cercò l’aria a bocca spalancata. Dio mio. Qualcuno dal battello diede l’allarme. Da dietro le rocce urlarono di tacere, ché i lealisti erano bloccati sulla collina, sotto il tiro del mortaio. Il capitano Jacobs chiuse gli occhi e li riaprí, tutto era offuscato. Il Signore è il mio pastore. Il tenente Bones si ritrovò la canna del fucile sotto il mento mentre cercava di imbracciare la propria arma. Il colpo gli staccò la testa di netto e la fece volare lontano. Su pascoli erbosi mi fa riposare e ad acque tranquille mi conduce. Donkers alzò il fucile, ma il panico gli impedí di sparare dritto e si ritrovò le budella tra i piedi, le mani che annaspavano nel tentativo di trattenerle. Mi rinfranca e mi guida per il giusto cammino. Abrahamson si avventò alla baionetta digrignando i denti. Quando il tomahawk gli spezzò il braccio con un rumore secco rimase immobile a contemplare l’arto che pendeva dalla spalla. Poi alzò il capo per ricevere il colpo di grazia in piena tempia. Per amore del Suo nome. Marteens scivolò sulla melma viscida mentre tentava di strisciare fuori. Una sola coltellata alla coscia gli recise l’arteria e lo lasciò morente sul fondo del battello, a urlare come un maiale scannato. Se dovessi camminare in una valle oscura non temerei alcun male, perché Tu sei con me. Gli artiglieri stavano aprendo il fuoco contro l’ombra che avanzava lenta verso di loro. Come fai a sparare a un’ombra? Il Tuo bastone e il Tuo vincastro mi dànno sicurezza. Fuggite, avrebbe voluto gridare il capitano Jacobs, se solo gli fosse rimasto fiato in gola. Vide Rodgers cadere per primo con l’ascia nel petto. Gli addetti al pezzo si scagliarono in avanti rabbiosi. L’ombra si abbassò, ne azzoppò uno mentre colpiva l’altro col calcio del fucile e già li finiva entrambi con il pugnale. Dio mio, pensò Jacobs appoggiando la fronte al terreno, le ginocchia raccolte sotto la pancia. Respirò l’odore umido dell’erba, misto a quello del proprio sangue. Vide l’ombra tornare indietro. Dio mio, pensò ancora, prima che l’ultimo conato gli facesse sputare l’anima.

I bastioni del forte li accolsero in un abbraccio protettivo. I combattenti si buttarono qua e là, rannicchiandosi sotto coperte e pellicce, accanto ai falò. Pochi ebbero la forza di attardarsi a raccontare e rivivere la giornata campale. Ci sarebbe stato tempo, l’indomani, quando il mondo fosse riapparso intorno a loro.

Peter sedette, troppo spossato anche per battere le palpebre. Le parole di zio Joseph e John Butler arrivavano a folate. Avevano respinto i ribelli, inflitto loro molte perdite, ma presto ne sarebbero giunti altri. Bisognava tenere duro. Dare tempo a Carleton di organizzare le difese della città.

Peter ascoltava, ma la mente era altrove.

Sentí la mano di Joseph sulla spalla.

– Oggi ti sei comportato bene. Molly potrà essere fiera di te. Adesso dormi.

Il ragazzo si stese, ma impiegò molto tempo a prendere sonno. Ogni volta che chiudeva gli occhi rivedeva l’attacco di Lacroix, e poi il guerriero che li attendeva sulla riva del fiume, coperto di sangue fino ai capelli. Oronhyateka e Kanenonte si scostavano al suo passaggio, timorosi e ammirati. E il volto di Lacroix: sotto il sangue che si rapprendeva, ogni muscolo si era fermato. Le labbra erano secche e piene di crepe, il letto di un fiume morto, battuto dal sole. Il Diavolo passava oltre. Lo avevano visto fermarsi, cinquanta iarde piú in là, e togliersi i vestiti, dimentico di tutto. Era entrato nell’acqua a passi pesanti. Si era lavato via il sangue dalla pelle, con grandi, ruvide manate. Peter aveva guardato suo zio. Joseph aveva fissato a lungo il vecchio compagno d’armi.

Peter si rigirò nella coperta.

Attraverso le palpebre, le fiamme guizzavano al ritmo del tamburo e della cornamusa.

Una danza di guerra e di morte.

33.

Il castello di Ramezay non era un vero castello. Niente merli e torrioni, solo i grandi comignoli sul tetto spiovente. Trasportata nella campagna irlandese, la dimora del governatore sarebbe sembrata una grossa fattoria. A Londra l’avrebbero scambiata per una caserma.

Per la terza volta da quando era in Canada, Guy Johnson si lasciò alle spalle il palazzo e attraversò il giardino. Raggi di sole tiepido impregnavano la foschia. Tre colloqui con Carleton, altrettante pugnalate alla schiena.

Quella mattina, un messaggero di Sir John aveva portato notizie all’accampamento dei Mohawk. I ribelli spadroneggiavano nella valle. Avevano arrestato due scozzesi, mentre montavano la guardia sulla strada di contea nei pressi di Johnson Hall. La situazione precipitava. Secondo le voci, gli uomini del Dipartimento erano prede ambite. Non si azzardavano a toccare Sir John, non ancora, ma per tutti gli altri tornare a casa era troppo rischioso. Nella prigione di Albany erano pronte le gabbie.

Il messaggero era appena arrivato e già McLeod domandava licenza di fare i bagagli. Gli Highlander erano rientrati da Fort St. Johns carichi di risentimento. Si erano battuti con valore, avevano respinto il nemico. Due giorni dopo, Carleton aveva inviato una compagnia per rimpiazzarli. Tante grazie, tornate pure in città, forse un giorno ci servirete ancora. Usati e messi da parte appena possibile. Carleton preferiva difendere il Canada da solo, o illudersi che i contadini francesi gli avrebbero dato una mano, piuttosto che concedere qualcosa ai Johnson e al Dipartimento indiano. Nessuno voleva piú combattere per il governatore. Anche gli indiani ardevano di delusione. La guerra mordi e fuggi era normale per loro, ma odiavano gli scontri senza bottino, senza scalpi, senza onori e regali a premiare i guerrieri.

La vostra dimestichezza con gli indiani ci sarebbe molto utile a Fort Niagara, colonnello Johnson.

Niagara, all’altro capo del lago Ontario. Il posto migliore dove andare a marcire, in mezzo ai Seneca, ai confini del mondo.

Guy varcò la cancellata e congedò la carrozza con un cenno. Aveva voglia di camminare, sgranchire le ossa. Forse il tepore della giornata avrebbe sciolto il nodo che bloccava il collo. Ogni giorno si sentiva piú basso, schiacciato come una biscia sotto un mattone, un mattone arroventato dal sole. Doveva uscire dallo stallo, fare la scelta giusta, tentare il tutto per tutto. Ma cosa?

A Fort Niagara non sarebbe andato, questo era certo. Un posto da soldati e mercanti di pellicce, dove l’unica diplomazia possibile era leccare i piedi a un pugno di sachem altezzosi e arroganti.

Tornare a Guy Park era troppo pericoloso.

E poi c’era la faccenda piú grave, la seconda pugnalata del governatore Carleton.

Colonnello Johnson, tenente Claus: vi presento il maggiore John Campbell, appena arrivato dall’Inghilterra con l’incarico di commissario per gli indiani canadesi.

John Campbell, l’uomo di Londra, ben introdotto nei salotti della capitale, irrompeva sulla scena da un giorno all’altro per spodestare Daniel Claus e ricordare a Guy che le sua posizione era appena piú solida di quella del tedesco. Non abbastanza per sentirsi tranquillo, immune da ulteriori infamie. Uscire di scena poteva significare sparire per sempre, rinunciare a essere il successore di Sir William.

Che fare?

Nemmeno il Vecchio s’era mai trovato in un simile labirinto. Piú ci pensava e piú se ne convinceva. Serviva a poco domandarsi cosa avrebbe fatto al suo posto. La risposta banale era che nessun Carleton Pallone Gonfiato si sarebbe permesso di trattare Sir William a quel modo. Il Vecchio a Montreal c’era venuto per conquistare la città, con settecento indiani, non per fare anticamera in un castello che pareva una fattoria.

Lungo la via di St. Paul sciamavano carri diretti al mercato. Gli ingressi dei negozi di tè, pellicce, spiriti e tessuti erano incorniciati da scritte, che si arrampicavano sulle facciate fino alle prime finestre, per decantare la varietà e il pregio delle merci. Dai retrobottega aperti si intravedevano le mura e un viavai di facchini che tradiva la vicinanza del fiume, col fronte del porto e gli alberi dei vascelli assiepati attorno ai moli.

Davanti alla cappella del Soccorso, un gruppo di Caughanawaga cantilenava il rosario per guadagnare l’elemosina dei passanti. Le donne che entravano in chiesa tenevano in mano piccoli modelli di navi. Doveva trattarsi di ex voto, simboli di preghiere esaudite per un marito in balia dei flutti. Guy desiderò inginocchiarsi davanti alla Vergine dei Marinai, per chiedere aiuto contro la burrasca degli ultimi mesi. Si avvicinò alla porta, ma l’uniforme rossa che indossava attirò subito l’attenzione e lo convinse a desistere.

Mentre tornava in strada, la mano stretta sul collo, una donna del popolo prese a camminargli a fianco.

– Escusé, mio signore, voi très mal. Vostra ombra è lorda.

– Come dite? – domandò Guy.

La donna parlava in fretta, un miscuglio di inglese e francese, ma nessuna delle due pareva essere la sua lingua. Era di una razza indefinibile: i tratti del volto europei, la pelle scura, gli occhi appena allungati, le labbra carnose delle africane.

– Vostra ombra è lorda, – indicò per terra, – lei va distaccarsi, capite? La morte vi segue. Di là du lac.

Guy trasalí e le afferrò un polso. – Mi state gettando il malocchio?

– No signore, Massoula non fa. La Vergine piange i vostri lutti.

A Guy parve che il cervello dovesse tracimare, che la strada fosse il ponte di una nave su un oceano in tempesta. Strinse i pugni, come quando aveva visto il taglio. Come davanti al bambino, immobile sotto le fasce.

– Bandoka ha fatto il nido ici, – la donna si toccò dietro la nuca. – Dentro vostro collo, e lui adesso fa très mal.

Come risvegliato da un negromante, Guy si ricordò di essere a Montreal, in un vicolo laterale della via di St. Paul, davanti a una fattucchiera di nome Massoula, che conosceva di lui molte cose, dalle disgrazie piú nere ai dolori cervicali.

Con uno sventolare di dita, la donna lo invitò a seguirla.

– Venez, un po’ di moneta soltanto, venite avec moi.

Guy esitò. Ci mancava il trucco di un borsaiolo francese per chiudere la giornata in bellezza. La donna fece un centinaio di iarde e sparí dentro una locanda a ridosso delle mura. Un attimo dopo si sporse e agitò il braccio per richiamarlo. Guy si incamminò, pensando che in un locale sulla strada non c’erano da temere imboscate.

Arrivato sulla soglia, dovette ricredersi. Sul muro campeggiava una stampa di re Giorgio appesa a testa in giú. Gli occhi degli avventori balzarono sull’estraneo in uniforme rossa come gatti affamati su un’aragosta rovesciata di schiena. Nessuno sembrava contento di vederlo, e a giudicare da imprecazioni e sputi a terra, nessuno voleva dimostrare il contrario.

La donna era seduta in un angolo e Guy si affrettò a raggiungerla. Appena si fu accomodato, la teppa francese tornò a scrutare carte e bicchieri. Gli parve di sentire il fruscio delle lame che scivolavano nei foderi.

– Voi avete bokú de bandoka, mio signore, vremàn bokú. Un uomo malvagio viene da très lontano, attraversa il mare, lui anche l’ha mandato bandoka. Bisogna togliere, Massoula vi dice come. Allora l’ombra è di nuovo leggera, il collo leggero, voi libero.

Un uomo malvagio, da molto lontano. Con gli occhi della mente, Guy vide il volto azzimato di Campbell, parrucca corta e incarnato pallido.

– Bandoka emporta via la magione, poi la famiglia, poi il travay, poi l’argento, poi la sanità. Alla fine emporta via l’ombra e siete perduto.

Guy rabbrividí e a stento si trattenne dall’ordinare un cognac. L’elenco dei malanni sembrava una formula rituale, ma era difficile non riconoscervi lo stillicidio degli ultimi mesi sciagurati.

– Ditemi dell’uomo che attraversa il mare.

– Sí, lui porta bandoka, ma porta anche soluzione. Dovete tagliare la radice du mal.

La donna sembrò sul punto di completare la frase, poi abbassò gli occhi sul tavolo, come in preda a un’improvvisa stanchezza.

– Quale soluzione? Avanti, parlate, ecco una mezza corona.

Questo è voi che sapete, no Massoula.

Guy bloccò sul tavolo la mano della donna, mentre allungava le dita per afferrare la moneta. Si sentí preso in giro, il solito trucco da strapazzo, azzeccano un dettaglio poi vanno avanti a filastrocche e indovinelli. Fece per alzarsi, ma prima che le natiche lasciassero la panca, rivide il volto di Campbell, sentí nelle orecchie le sue parole.

Il ministro delle Colonie mi prega di consegnarvi questa lettera e vi sollecita a inviare quanto prima un elenco di riprovazioni e doglianze da parte degli alleati indiani di Sua Maestà.

Campbell portava una lettera di Lord Dartmouth, il ministro delle Colonie. Un elenco di doglianze, ecco cosa chiedevano da Londra.

La presa di Guy si allentò e Massoula infilò la moneta sotto il vestito.

– Tenete sempre con voi questo, mio signore -. La fattucchiera allungò qualcosa sul tavolo. – Per tagliare la radice du mal, per affrontare le passage.

La donna si alzò in fretta e raggiunse l’uscita, prima che Guy potesse fermarla. Osservò il piccolo oggetto sul tavolo. Non era che un pendaglio, ricavato da una conchiglia forata. Scosse il capo, l’afferrò e lo fece sparire in tasca.

Uscí dalla locanda, stordito e stanco. Affrettò il passo, mentre il sole di mezzogiorno colava sui tetti riflessi di miele.

34.

C’è un orso nella foresta.

Ogni notte esce per sgozzare gli animali.

Le sue zampe lorde di sangue raspano alla porta.

Il pallore del viso, liscio come avorio, faceva risaltare il contorno degli occhi e delle labbra di Molly. Indicò a Joseph il limitare della macchia d’alberi, dove le frasche erano scosse con violenza. Joseph percepí la presenza della bestia ed ebbe paura.

Di’ a mio figlio che deve ricacciare il leviatano nell’abisso.

Nel profondo della foresta che l’ha partorito.

Là dove il sole non riesce a penetrare.

Joseph avrebbe voluto chiedere perché doveva essere Peter a rischiare l’impresa mortale.

Molly si erse immensa, lo sguardo era una fiamma nera.

La strada a ritroso ti porta a quello che eri, non a ciò che sarai.

Va’ e quello che devi fare fallo presto.

O non ci saranno arcobaleni, né buoni auspici, né raccolto.

Perché Peter?

Ciascun anello della catena si trova nel posto esatto.

Non puoi vedere l’inizio della catena e la sua fine.

Nemmeno io posso.

Nemmeno i morti.

Dalle colline giunse un ululato di avvertimento. Quando Joseph tornò a guardare la sorella, al suo posto una lupa correva in direzione del richiamo.

Gli animali selvatici si rintanarono.

La tartaruga scivolò piú a fondo nella melma dello stagno.

Il sole si eclissò, l’ultimo raggio di luce toccò le ali di un’aquila.

Dal fitto della vegetazione, l’orso, enorme e feroce, avanzava schiantando rami e piante.

Al risveglio, Joseph trovò i guerrieri pronti a partire. Molte coperte erano già arrotolate e i primi battelli solcavano il fiume.

Per i Mohawk la Campagna del Canada era finita. I larici ingiallivano, era tempo di cacciare e prepararsi all’inverno. A casa, mogli e figli subivano le angherie dei coloni. Qualcuno sarebbe tornato subito a Canajoharie. I piú saggi, o i piú compromessi, avrebbero svernato a Oswego.

Partivano anche Cormac McLeod e i suoi Highlander. Sir John era in pericolo, la guardia d’onore tornava a proteggerlo.

Joseph sentiva nostalgia di Susanna e dei bambini. Se fosse stato a casa, quella sera si sarebbe sdraiato a letto e avrebbe dimenticato ogni guaio, almeno per poche ore, ma non poteva tornare. Lui era Thayendanega, Lega Due Bastoni, destinato a unire Mohawk e bianchi. Il lascito di Sir William in punto di morte. In fondo che altro fa un interprete se non accoppiare le parole, gli uomini e le cose? Joseph era una creatura del Dipartimento, cresciuto sotto l’ala dei Johnson. Se il sole della famiglia si fosse oscurato, lui per primo sarebbe rimasto al freddo, e dopo di lui l’intera nazione.

Doveva decidere anche per Peter. Il ragazzo era un Johnson ed era un Mohawk. Aveva combattuto, era stato all’altezza, ma ora Molly voleva da lui qualcos’altro.

Avrebbe potuto parlare del sogno con i guerrieri piú anziani, ma anche Tekarihoga si stava congedando. La tartaruga tornava allo stagno, con formule d’augurio e secche parole d’auspicio per chi restava. Joseph non avrebbe saputo dire chi avesse piú bisogno dell’aiuto del cielo, se chi rimaneva o chi si accingeva a tornare. Vide Oronhyateka e Kanenonte, l’uno accanto all’altro. Fissavano il centro del fiume. Ai loro piedi, coperte, armi, due borracce. Si avvicinò per salutarli.

– Torna a casa anche tu, Thayendanega, – disse Kanenonte. – La guerra, qui, non è come la sognavamo.

– Combatteremo a Canajoharie, – aggiunse Oronhyateka. – Se resti qui, i ragni faranno la tela intorno al grilletto del tuo fucile.

– Quel che accadrà a casa dipende ancora da quel che accadrà qui, – rispose Joseph. – E questo dipende anche da me.

Oltre il fiume, Joseph sentí odore di pioggia e una fitta amara in mezzo al petto.

Oronhyateka si grattò il mento, pensoso.

– Tu sei mio fratello, Thayendanega, – disse Kanenonte. – Ma parli come uno di quei politici bianchi.

Joseph sorrise. – Le mie labbra torneranno a bagnarsi con l’acqua del Mohawk. Ma non ora.

35.

Quel che premeva al colonnello Ethan Allen: esser trattato da gentiluomo. Guai a chi si fosse permesso il contrario. Poteva rispondere con arguzia a chiunque lo provocasse, ricco o povero, amico o straniero. Non aveva potuto studiare tanto, tuttavia sapeva parlare e convincere. Le dita erano tozze, ma pizzicavano le corde giuste. Aveva reso memorabile la presa di Fort Ticonderoga, impresa ritenuta impossibile, pronunciando una frase perfetta. Si era fatto consegnare il forte “nel nome del grande Jehovah e del Congresso continentale”. Una grande frase, di quelle che rotolano oltre l’equivoco, forti di un solo significato: Ethan Allen camminava sospinto dal dito di Dio. La sua fama era appena uscita di casa, e dietro la collina già s’alzava luce di leggenda. Il colonnello Ethan Allen era un conquistatore e quella era la sua strategia.

Nel nome di Jehovah? Non proprio. Ethan non credeva al Dio degli anglicani né a quello dei papisti. Non credeva al Signore della Bibbia, irato vendicatore, mandante di stupri, carneficine e saccheggi. Il suo Dio era forza superiore che regola l’universo, e lo si pregava con la Ragione, non coi salmi o mangiando pane sciapo. Il Dio di Ethan era intelligenza che imbriglia e organizza la Natura. L’Ente illuminava l’Uomo e lo metteva in grado di affermare la Libertà.

Quel che premeva al colonnello Ethan Allen: esser trattato da gentiluomo. Subito dopo la presa di Ticonderoga si era recato a Philadelphia, dove il Congresso era in seduta permanente. Aveva preteso di essere ricevuto e intervenire di fronte ai rappresentanti. La nuova tappa della sua strategia: quei signori non potevano non accogliere l’uomo che combatteva in loro nome e in quello di Jehovah. Come fare un torto al Golia delle Verdi Montagne?

Ethan aveva fatto spargere la voce del suo arrivo, nelle vie di Philadelphia la folla si accalcava per vederlo. Nella sua orazione aveva chiesto il riconoscimento dei Green Mountain Boys come forza belligerante, alleata dell’esercito continentale. A quei banditi divenuti eroi spettava la medesima paga degli altri soldati. Aveva reclamato il loro diritto a scegliere sotto quale ufficiale servire. In cambio, avrebbero continuato a rischiare la vita per la causa della Libertà. Il Congresso si era consultato col generale Schuyler e aveva accolto ogni richiesta.

Il problema di Ethan Allen: la gamba era talvolta piú corta del passo, restava sospesa a mezz’aria, ricadeva e tirava con sé tutto il corpo. Ethan temeva quei momenti.

Ventitre di settembre del 1775. Una sera come nessun’altra, lungo la riva orientale del San Lorenzo. Le idee affollavano la testa. La piú ardita di tutte: prendere Montreal. Lo aveva convinto il maggiore John Brown: un colpo di mano, un’azione audace e piena di spirito. Prendere Montreal con le sole forze dei loro uomini. L’ultimo colpo di scalpello, aveva pensato Allen. Terminare il capolavoro iniziato a Ticonderoga cinque mesi prima. Prendere Montreal prima del generale Montgomery, battere sul tempo l’esercito continentale.

Non aveva ancora pronta la frase. Il verso, il distico in prosa guerriera, tondo, levigato, da dire al momento giusto, proiettile di sillabe sparato fino a Londra. Tutti avrebbero ripetuto quelle parole. Nondimeno, prima occorreva metterle in fila, e ogni sillaba contava, ogni brandello di immagine da soffiare verso il nemico. Quando si elabora un grande tema, è necessario curare anche i minimi dettagli.

Ethan Allen avrebbe attraversato il San Lorenzo a Longueil, in una notte senza luna, e raggiunto Montreal da nord. Brown avrebbe attraversato a La Prairie, per poi scendere da sud. Al primo affacciarsi del sole, premendo sui due lati, avrebbero stretto Montreal in una morsa. No, l’immagine non era quella giusta: tirando sui due lati, l’avrebbero schiusa di forza. Come i battenti di un armadio, strappati dai cardini a mani nude per impadronirsi della Storia. L’unica preoccupazione: che la gamba fosse tanto lunga da coprire il passo.

La notte era il fondo di un pozzo, nulla affiorava, la coltre d’aria fredda pesava sul collo e le spalle. Ethan sentiva sulle mani i piccoli morsi del vento.

Centodieci uomini, tra cui ottanta canadesi disposti a combattere coi patrioti. Le canoe erano poche e dovettero fare tre viaggi, col pericolo d’essere sorpresi a cavalcioni del fiume, un piede a Longueil e l’altro a mezz’aria.

La traversata del San Lorenzo impegnò tutta la notte. Di fronte a loro, lo sguardo non trovava appigli.

L’alba era ancora una bava di lumaca quando Allen mise sentinelle tutt’intorno al campo. Aveva attraversato il suo Rubicone. Chissà se Cesare l’aveva detta subito, la frase piú celebre. Era nata spiccando il volo dalle labbra o era stata pensata a lungo, modellata dal condottiero, la lingua a tirare di scherma coi denti? Il dado è tratto. Perfetta, lucente, immortale.

Allen si risolse ad attendere il segnale: tre grida a pieni polmoni sarebbero uscite dalle gole degli uomini di Brown, aprendo squarci nei vapori dell’alba.

Gli uccelli già facevano le prove d’orchestra. Allen tese le orecchie.

Due ore dopo, metà del cielo era bagnata di luce. La rugiada si dissolveva, abbandonava i campi e ancora non s’era alzato nessun grido. Dov’era finito Brown? L’idea era stata sua, il colpo di mano, l’azione audace. Allen si guardò attorno: negli uomini si andava perdendo la voglia di combattere, lanciarsi nel futuro imminente come orsi su un favo di miele. Una notte di traversata e ore di attesa fiaccano i nervi, inumidiscono la polvere pirica che accende il cuore. Era tutto un battere di piedi, scrollare le spalle, sfregarsi le mani e sbadigliare. Si guardavano di sottecchi, parlavano a mezzavoce, indicavano Allen con brevi cenni del capo.

Allen ne fu certo: Brown non sarebbe arrivato. Non potevano averlo scoperto: l’aria e il San Lorenzo avrebbero portato l’eco di scontri. Non aveva nemmeno attraversato il fiume. Non c’era e basta, inutile chiedersi come mai. Il Rubicone era alle spalle, ma il dado era tratto a metà. Il piede era pesante e, nel cadere, sbilanciava il corpo. Intanto l’azzurro conquistava il cielo.

Allen carezzò l’idea di tornare indietro, riattraversare il fiume ocra, rimettere piede a Longueil. Impossibile, sarebbero occorse ore, il nemico li avrebbe scoperti. L’unica cosa da fare era mantenere la posizione, ma fino a quando?

Ethan sospirò. La giornata dei misteri e delle scelte impossibili. Il nemico sarebbe arrivato.

Dare battaglia, dunque.

36.

La notizia giunse di corsa: i ribelli erano vicini, molto vicini, e si preparavano ad attaccare. Non era l’esercito continentale a minacciare Montreal: si trattava di irregolari, e li comandava Ethan Allen.

Occorreva uscire subito, con tutte le forze disponibili. Ingaggiare battaglia prima che il conquistatore di Ticonderoga fosse in vista della città.

Gli uomini del Dipartimento – Joseph, Philip, Peter, Guy Johnson, i Butler – si unirono all’improvvisata schiera che avrebbe sbarrato il passo al Golia delle Verdi Montagne. Appena una quarantina di soldati regolari, sciolti in una moltitudine di miliziani, giacche e cappelli di ogni foggia e colore. Volontari civili in tenuta da caccia, ranger, guerrieri delle nazioni del Canada, soprattutto Caughnawaga.

Peter fissava il guerriero accanto a sé. Le Grand Diable. Pensò: qualunque cosa accada, lo seguirò.

Pensò all’uomo che stavano per affrontare. Dicevano che la sua statura fosse gigantesca. Peter ricordò le storie intorno al fuoco, il volto di Walter Butler oltre le fiamme che guizzavano.

Seguire le Grand Diable. Peter scoprí che dietro la paura c’era dell’altro. Eccitazione e un sentimento nuovo, solido, inaspettato. Determinazione. Conosceva già la battaglia, il tuono dei cannoni nelle orecchie, la terra che tremava sotto i piedi. Aveva veduto la morte. L’unico modo di evitarla era vincere.

I due schieramenti presero contatto verso le due del pomeriggio. Scariche di fucileria scambiate alla distanza, da un capo all’altro di un’ampia radura. Eppure, il nemico cambiava forma, perdeva già compattezza, si sfilacciava in fughe scomposte.

Di colpo, Lacroix fece un cenno con la mano. Gli uomini si mossero.

Joseph, Lacroix e Peter avanzarono lenti, tenendo bassa la testa, con Walter Butler e un gruppetto di Caughnawaga, su un arco di una cinquantina di iarde. Si tenevano a pelo dei cespugli e scivolavano sul fianco dello schieramento nemico. I proiettili ronzavano sopra di loro, insetti pesanti e sgraziati.

Gli uomini presero posizione dietro grandi tronchi di pino sul margine della radura. I ribelli non si erano accorti di nulla.

Peter vide un uomo alto e corpulento che strillava ordini nel crepitare dei fucili. Percorreva a grandi falcate la fila dei ribelli, inginocchiati dietro i tronchi e nelle buche del terreno. L’andatura oscillante, nervosa, era quella di un animale in trappola. Ruggiva comandi con rabbia, artigliava l’aria con le mani, indicava dove sparare. Peter capí: Golia era di fronte a lui.

Il ragazzo avanzò di un passo. La paura stringeva le viscere. Forzò il corpo a muoversi ancora, fino a trovarsi di fianco a Lacroix. I due scambiarono una lunga occhiata.

La mente di Peter divenne chiara, leggera. La decisione irruppe in un batter di ciglia, un guizzo.

Peter uscí allo scoperto. Si mosse con scioltezza in direzione di una roccia che sembrava posta sul campo dalla mano di Dio.

Joseph e Lacroix lo seguirono. Una volta al riparo, Joseph rivolse a Peter un cenno di approvazione. Il ragazzo si lanciò in avanti. Joseph mandò un segnale ai Caughnawaga, che partirono all’assalto. Entrarono nel fianco dello schieramento ribelle.

I nemici indietreggiarono, sbandarono, si diedero alla fuga. Due si fermarono per sparare su Peter. Joseph prese la mira in corsa e ne ferí uno alla spalla. Prima che l’altro capisse da dov’era arrivato il colpo, Lacroix lo abbatté col calcio del fucile. Peter proseguí la caccia.

Ethan Allen aveva già corso un miglio. Ogni tanto incespicava. Ancora pochi passi e cadde, esausto. Peter gli fu sopra, ansimando. Puntò il fucile.

– Siete sconfitto. Arrendetevi.

Con voce rotta dalla fatica, Allen rispose: – I miei uomini non consegneranno le armi senza la garanzia di un trattamento leale. Esigo la vostra parola.

Peter, confuso, si guardò alle spalle. Zio Joseph e il Gran Diavolo si avvicinavano con calma.

– Ordinate ai selvaggi di starmi lontano, – disse Allen.

– Siete mio prigioniero. Avete la mia parola, – rispose Peter.

Allen consegnò la sciabola.

Peter la levò in alto, si voltò verso i guerrieri e lanciò il grido di guerra del clan del Lupo.

37.

La notte avvolgeva l’isola di Montreal, la città, l’accampamento fuori dalle mura. Una civetta lanciava richiami attraverso i vapori che salivano dal fiume. Dall’interno della tenda, Guy poteva scorgere un quarto di luna appena offuscata dalle nuvole.

Era seduto al tavolo da campo, alla luce fioca di una lampada, e si massaggiava il collo indolenzito. Osservò la propria ombra sulla tela incerata. Appariva storta e deforme.

Vostra ombra è lorda. Lei va distaccarsi.

Nella testa, il grido della civetta si mescolò alle parole della fattucchiera. Guy allungò una mano, come ad afferrare la propria sagoma. Senza pensare estrasse l’amuleto che la strega gli aveva venduto. Dal giorno di quell’incontro l’aveva portato sempre in tasca, per pura superstizione. Lo depose sul tavolo, sotto la luce spiovente del lume a olio, e a un tratto si sentí ridicolo. Con un mezzo sorriso pensò che un po’ di fortuna in fondo l’aveva portata: ora avevano un prigioniero famoso, il grande Ethan Allen, chiuso nel recinto e ben sorvegliato da guardiani fidati. Gli ultimi rimasti.

Guy sospirò e tornò serio. Se n’erano andati tutti, gli Scozzesi, i Mohawk. Era solo, davanti alla decisione da prendere. Significava scegliere per sé, ma questo non rendeva le cose piú facili.

Fort Niagara o la Mohawk Valley. O magari restare lí, aspettando che l’armata ribelle spuntasse sulla riva del fiume. Un’attesa senza senso, le intenzioni di Carleton erano evidenti: il governatore non aveva alcuna intenzione di difendere Montreal. Non l’aveva mai avuta, ogni decisione era servita soltanto a prendere tempo e a sbarazzarsi di loro. Si sarebbe ritirato a Québec, dove poteva contare sull’appoggio della flotta.

Guy sentí che non era piú un sasso a schiacciarlo, ma una valanga, un’intera montagna gli crollava addosso. Il collo era rigido e contratto. Riprese a massaggiarlo forte. Come l’aveva chiamato la fattucchiera? Il nido di bandoka. Certo, la sfortuna.

Scacciò il pensiero di quella donna e prese a rileggere la missiva per il ministro delle Colonie. Aveva elencato nel dettaglio le questioni territoriali in sospeso e le violazioni compiute dai nuovi coloni ai danni degli indiani. Scrivere gli riusciva bene, ma riguardando il foglio ebbe la sensazione che fosse la sua condanna all’oblio. L’aveva persino firmata.

Si mise in piedi e avanzò nella penombra, le spalle curve. Non bastava il torcicollo, c’erano anche i pidocchi a farlo impazzire. L’accampamento ne era infestato. Si affacciò all’uscio della tenda e scrutò ancora la notte.

Spedire quella missiva era un atto di abdicazione. Gli chiedevano di comunicare al governo le questioni aperte nella valle del Mohawk, perché altri potessero porvi rimedio. Per lui era in serbo la stessa sorpresa toccata a Claus. Messo da parte dopo anni di onorato servizio.

Il tedesco si era chiuso in un mutismo accanito, anche se qualcuno sosteneva di averlo sentito imprecare nella sua lingua durante il sonno. Maledizioni all’indirizzo di Carlon e di Campbell, con ogni probabilità.

Guy sedette sulla branda, la testa tra le mani. Avrebbe voluto la moglie accanto, sentire la sua mano calda sciogliere con un massaggio la tensione. Gli mancava. E gli mancavano le figlie. Doveva pensare anche a loro, rimaste a Oswego. Tra le labbra formulò una preghiera per l’anima di Mary e chiese a Dio di proteggere le bambine.

Tornò al tavolo: penna, calamaio, tampone. Il bastoncino di ceralacca e il sigillo di Sir William. Se l’avessero spodestato, l’avrebbe tenuto come ricordo. Lo rigirò tra le dita, rappresentava lo stemma del patriarca: due indiani reggevano uno scudo con tre conchiglie al centro. In basso, il motto del Vecchio. Deo Regique Debeo.

Sono debitore a Dio e al re.

Guy si bloccò. Gli occhi corsero al pendaglio della strega Massoula: una conchiglia. Non era la coincidenza a dargli la pelle d’oca, ma ancora l’eco delle sue parole.

L’uomo che attraversa il mare porta bandoka, ma porta anche soluzione.

Campbell veniva dall’Inghilterra. La soluzione che portava non era la richiesta del ministro. La soluzione era attraversare il mare.

Guy trasalí. L’idea si conficcò nella mente, tanto da cancellare il dolore al collo.

Tagliare la radice du mal.

Riprendersi le nomine.

Con l’aiuto di Dio e per volere del re.

– Volete portare la lettera a Lord Dartmouth di persona?

Daniel Claus formulò la domanda a occhi sgranati, le mani artigliate ai braccioli della sedia.

La reazione di John Butler fu piú compassata. Il vecchio capitano non mosse un muscolo, ma era evidente che teneva le orecchie tese.

Guy Johnson guardò prima uno poi l’altro. Aveva la faccia di chi non ha chiuso occhio, ma per la prima volta da settimane appariva determinato.

Si trovavano sotto la sua tenda. Guy aveva convocato gli altri due solo a metà mattina, per non allarmare nessuno, nemmeno i diretti interessati. Non voleva che una spia di Carleton venisse a conoscenza delle sue intenzioni. Faceva caldo e l’attività al campo languiva.

– Avete inteso bene, signor Claus, – disse Guy. – E in quell’occasione chiederò udienza a Sua Maestà. Per sollevare la sua attenzione sulla nostra famiglia. I Johnson lo servono con fedeltà da piú di trent’anni, e non può negare quello che ci spetta di diritto. Mi riferisco, è chiaro, alle nomine a commissari per gli Affari indiani.

Dopo giorni di umore nero e insulti biascicati tra i denti, il tedesco reagí.

– Sono tremila miglia di oceano e l’inverno incombe.

Guy annuí senza scomporsi.

– Non c’è tempo da perdere, infatti.

Butler guardò il fondo del cappello che teneva in grembo.

– Nessuno di noi conosce Londra, tanto meno i meandri di corte. La nostra fortuna è qui in America.

– Lo so bene, capitano Butler, – rispose Guy, – ma al momento sembra essersi esaurita. Senza nomine non possiamo piú amministrare gli indiani, nessuno ci difenderà, il nostro nome cadrà nell’oblio. Sir William non si sarebbe mai piegato a una fine cosí indegna. Io dico che bisogna tentare.

– Ci vogliono mesi, anni, per ottenere un’udienza dal re, – obiettò Claus.

– È vero. Ma noi porteremo a Sua Maestà un dono. E a chi porta doni è difficile negare accoglienza.

I due gentiluomini fissarono Guy perplessi.

– Il capo dei ribelli, signori. È l’uomo che ha preso Ticonderoga, e noi abbiamo preso lui. Lo trascineremo in catene ai piedi di Giorgio III.

Claus si profuse in un sorriso maligno: – Come Vercingetorige davanti a Cesare. Questo è un colpo di genio, signor Johnson.

– Con tutto il rispetto, – intervenne Butler, – ha piuttosto l’aria di una puntata alla cieca.

– Forse lo è, capitano, – rispose Guy, – ma non credo che abbiamo molto da perdere.

– Il commissario Johnson ha ragione, – disse Claus. -Tutte le strade sono sbarrate.

– È chiaro che dovremo portare con noi degli indiani, – riprese Guy. – Qualcuno che parli a nome di molti e possa impressionare la corte.

Il tedesco rifletté ad alta voce: – I nostri sachem se ne sono andati.

– Abbiamo Joseph Brant, – suggerí Guy. – L’unico che non ci abbia ancora abbandonati. È un capo di guerra, e parla inglese. E non dimenticate il piccolo Davide che ha abbattuto Golia. Peter Johnson sarà il nostro passepartout. Per il nome che porta.

Gli occhi di Claus si riaccesero.

– Abbiamo una delegazione indiana. Non resta che trovare una nave.

Si voltarono entrambi verso il vecchio irlandese.

– Mantenete le vostre riserve, capitano?

John Butler si alzò con un movimento energico e fece un passo verso Guy.

– Ascoltatemi bene, Johnson. Sarò molto sincero con voi. Io ho imparato una cosa da Sir William: senza gli indiani noi non siamo niente. Loro sono la nostra forza, la nostra garanzia. Gli indiani non guardano alle nomine, ma alle facce. A Londra non troverete la soluzione ai nostri guai.

– Non volete essere della partita, dunque.

Il tono di Guy era rammaricato e sincero.

– Mi dispiace, – rispose Butler. – Io e mio figlio abbiamo deciso di andare a Niagara. Questa guerra sta prendendo una brutta piega. I Seneca hanno piú guerrieri di ogni altra tribú ed è loro che bisogna convincere. Non qualche cicisbeo londinese, con rispetto parlando.

Seguí un momento di silenzio. Poi Butler calcò il cappello in testa e porse la mano agli altri.

– Buona fortuna, signori. Dio vi assista.

Lo guardarono allontanarsi nella piena luce del giorno. -. Non avete insistito molto per convincerlo, – disse Claus.

– Aveva già fatto la sua scelta. Forse è piú giusto cosí. Guy si risedette al tavolo e distese le gambe. Il tedesco lo incalzò: – Che facciamo adesso? Le nostre famiglie? Non avrete intenzione di lasciarle a Oswego.

– No di certo. Bisogna reclutare una scorta e andare a riprenderle. Vi affido questo incarico, signor Claus.

Il tedesco si lasciò cadere sulla branda. Le novità della mattinata l’avevano provato.

– E voi?

– Io andrò a Québec a spendere gli ultimi soldi del Dipartimento, – disse Guy. – Ci servono una nave, un capitano e un equipaggio affidabili. Farò in modo che al vostro ritorno troviate un trasporto rapido per raggiungermi.

– Vi serve qualcuno che vi copra le spalle, signore.

L’irlandese annuí tra sé, mentre versava liquore in un paio di bicchieri e ne passava uno a Claus.

– Ho un ottimo guardaspalle. Joseph Brant. E ne consiglio uno a voi: Philip Lacroix. Il suo nome incute rispetto lungo tutto il San Lorenzo.

Guy fece tintinnare il bicchiere contro quello del tedesco.

– A re Giorgio e al nostro viaggio.

Claus trangugiò senza dire nulla, stretto tra l’entusiasmo e l’apprensione.

38.

In piedi sul pontile, avvolto in una pesante coperta rossa, Joseph guardava battelli di pescatori mettere la prua verso nord, verso l’estuario e il mare aperto. Solo pochi risalivano la corrente. Tempo di migrazioni: il cielo era solcato da stormi di uccelli di passo. Quanto erano lontani da casa?

Sulle prime, Joseph aveva accolto la decisione con stupore. Suonava come il discorso di un folle: non Fort Niagara, ma Londra. Farsi ricevere dal ministro delle Colonie, se possibile da re Giorgio in persona.

Durante il passo degli uccelli migratori c’erano specie che andavano verso nord, in direzione inversa rispetto al flusso di ali e penne che solcava il cielo. Volatili figli dell’inverno, che si rifugiavano tra le sue fauci gelide e spalancate. Se il Signore aveva concesso tanto coraggio e resistenza a dei pennuti, tanto piú doveva averne concessa all’uomo, o almeno a certi uomini, pensò Joseph. Osare era diventato necessario, la tenaglia che stringeva il Popolo della Selce andava recisa dal manico.

La mossa disperata di Guy Johnson poteva tornare a vantaggio suo, dei Mohawk e delle Sei Nazioni. Il commissario aveva bisogno di lui e non lo nascondeva: se voleva mostrare di avere gli Irochesi dalla sua parte doveva portare con sé dei rappresentanti della Lega. Se fosse riuscito a farsi ricevere a corte, Joseph avrebbe potuto strappare impegni diretti, garanzie concrete sulle terre e i confini da rispettare. Hendrick c’era già riuscito molti anni prima. Portavano in dono il capo dei ribelli, scortato dal guerriero che lo aveva catturato, un giovane Mohawk figlio del grande William Johnson. Non era follia immaginare una buona accoglienza a Londra.

Risalire la corrente fino al cuore di ghiaccio dell’Impero era un atto di coraggio, non di stolta incoscienza.

Dal pontile, Joseph aveva osservato i barcaioli abenaki allestire due canoe. Scortavano Daniel Claus e Philip Lacroix alla volta di Oswego, per recuperare le donne della famiglia Johnson. Meno di vent’anni prima gli uomini di quella tribú combattevano al fianco dei Francesi contro i Mohawk. Oggi prendevano ordini da le Grand Diable, il piú temuto dei nemici di un tempo. La squadra era partita alla svelta e in sordina, meglio evitare che troppe voci solcassero il fiume piú in fretta di loro. I familiari dei Johnson erano merce preziosa.

Quando il piccolo convoglio aveva preso l’acqua Joseph e Lacroix si erano salutati con un cenno d’intesa, com’erano soliti fare anni addietro. Nelle ultime settimane il loro legame si era rinsaldato. Come sempre, le visioni di Molly si rivelavano di impressionante chiarezza.

Un rumore di passi ridestò l’attenzione di Joseph. La sagoma di John Butler si avvicinava.

Il vecchio soldato lo affiancò.

– A Fort Niagara tu e Lacroix mi sareste molto utili, – disse. – I Seneca ammirano il coraggio.

– Sono un uomo del Dipartimento, – rispose Joseph. – Ho dato la mia parola a Guy Johnson.

L’irlandese annuí.

– Spero che tu non debba pentirtene. Dio ti assista, Joseph Brant.

Joseph strinse la mano che Butler gli offriva. Gli stormi proseguivano la rotta.

39.

L’aria non sapeva ancora di sole quando Esther sentí la coperta scivolare via e una voce che diceva di alzarsi, in fretta, che bisognava andare. Scrollò di dosso la paglia e tentò di fare lo stesso col sonno, ma quello rimase attaccato agli occhi. Era stata una notte difficile. La soffitta dove le avevano ospitate era zeppa di pannocchie ed Esther si era ricordata cosa diceva mamma, di non giocare in granaio perché i serpenti sono ghiotti di mais. Ci fosse stata lei, non avrebbe mai accettato di farle dormire là dentro. Ma lei non c’era piú ed Esther non aveva dormito.

Prima di lasciare Oswego, zia Nancy aveva portato lei e le sorelle a deporre un mazzo di fiori sulla tomba. Dovevano andare lontano, raggiungere papà. Le aspettava nel porto in fondo al Grande Fiume, dove iniziava l’oceano.

Perché non fosse venuto a prenderle, Esther non riusciva a capirlo. Aveva mandato zio Daniel, con dei barcaioli indiani e l’uomo che chiamavano il Gran Diavolo. Stretti sulle canoe di corteccia, avevano attraversato il lago e imboccato il fiume.

Nella grande cucina, Judith e Sarah facevano colazione: latte e biscotti. Esther li odiava. Ascoltare quattro bocche mentre impastavano quella roba le dava già il voltastomaco. Chiese pane e miele, ma non ce n’era piú. Zia Nancy le offrí una galletta spalmata di grasso.

– Mangia qualcosa, oggi bisogna camminare.

Esther non fece domande, non era piú una bambina. Nei viaggi in barca si andava anche a piedi, questo ormai lo sapeva. Poco importava se il pericolo da evitare era una rapida, una secca o altro ancora.

Aprí la porta e respirò aria fredda. Un brontolio liquido tradiva la presenza del fiume, nascosto da una coltre di alberi e bruma. Esther gettò la galletta ai maiali e si guarintorno.

Sull’aia, il Diavolo parlava in francese al padrone di casa, un signore col codino, che puzzava d’aglio e tabacco. Gli indiani erano chinati sui resti del fuoco e mangiavano strisce di carne abbrustolita.

Zio Daniel e la domestica uscirono dalla fattoria in assoluto silenzio. Sulla schiena portavano Judith e una cugina, dentro le imbracature indiane che servono a trasportare i bambini. Si accodarono al barcaiolo che faceva da guida, mentre gli altri caricavano in spalla le canoe, per chiudere la fila insieme al Diavolo.

– Adieu. Bon courage, – li salutò il francese dalla soglia.

La strada non era di quelle larghe, per carri e cavalli. Si avanzava tra i rovi, in mezzo all’erba e alle zanzare. I piedi affondavano nel fango e non venivano piú su.

Sarah cominciò a lamentarsi dopo mezz’ora di marcia. Sembrava che un gatto le fosse saltato in faccia per affilare le unghie. Piangeva, le facevano male i piedi, aveva sete.

Mentre la domestica le passava la borraccia, il Diavolo si avvicinò e le offrí di caricarla su una canoa. Esther si aspettava che sua sorella iniziasse a urlare. Una sera, per farle paura, le aveva raccontato che quell’indiano era davvero Satana ed era venuto per portarle all’Inferno. Invece lei tirò su col naso e offrí le braccia al Diavolo, che la issò e la depose nella barca.

Dopo un pranzo rapido e immangiabile, carne secca e miele, anche la figlia maggiore di zia Nancy si arrese e finí a sedere nell’altra canoa. Esther riprese la marcia, fiera che nessuno la dovesse trasportare come le altre bambine.

Non durò molto. Presto la stanchezza incrinò l’orgoglio. Non toccava cibo dalla sera prima, aveva i vestiti strappati, la pelle bruciava sotto i graffi, grappoli di vesciche gonfiavano i piedi. Le gambe non rispondevano piú, erano tronchi da trascinare nel bosco e s’incagliavano a ogni inciampo.

Esther si lasciò cadere, la testa girava. Vide avvicinarsi il Diavolo e d’istinto si abbracciò le ginocchia, come per ripararsi da un vento gelido. D’un tratto, si sentí estranea alla scena. Osservava se stessa con la visuale di un uccello appollaiato su un ramo. Si guardò allungare una mano, afferrare la borraccia che le veniva offerta, portarla alle labbra.

Sciroppo d’acero e acqua. Anche meglio del miele.

Mentre beveva, sentí un braccio scivolare dietro la schiena, un altro sotto le cosce. In un attimo si ritrovò sulle sue spalle, con la gola stretta e i pensieri sottosopra.

Non l’aveva sollevata cosí, la piccola Sarah. L’aveva presa sotto le braccia, come si fa con una bambina che vuole giocare.

Esther non era piú una bambina, ma spesso i grandi non ci facevano caso.

Il Diavolo lo aveva capito.

Il fuoco sonnecchiava davanti al riparo. Il Diavolo stava seduto, per la prima volta da quando erano partiti, a tirare boccate da una pipa sottile. Aveva montato il ricovero insieme ai barcaioli, con bastoni e tela incerata. Aveva arrostito trote e scoiattoli ed Esther si era stupita che fossero buoni da mangiare. Zia Nancy e la domestica avevano messo a letto le bambine e s’erano buttate a dormire, troppo sfinite per dire buonanotte. Zio Daniel russava seduto, il mento sul petto. Nel suo giaciglio di coperte, Esther sentiva la stanchezza pesare sulle tempie e non riusciva a prendere sonno. Ripensò alla giornata, ai graffi e ai piedi gonfi, al sorriso delle bambine sopra le canoe, all’abbraccio del Diavolo.

Un singhiozzare sommesso si aggiunse ai richiami di ghiri e civette. Rintanata nelle coperte, Judith piangeva. Esther si voltò verso zia Nancy, per controllare che avesse sentito, ma le donne russavano, sprofondate in un mondo distante. Fece per alzarsi, ma vide il Diavolo venire verso di loro e preferí restare giú, fingere di dormire.

Dietro le ciglia socchiuse, lo guardò inginocchiarsi e passare una mano sui capelli di sua sorella. Lo sentí sussurrare qualcosa, mentre i singhiozzi si facevano piú radi. Doveva essere una canzone per dormire, di quelle che conosceva la mamma e che anche Esther avrebbe voluto ascoltare.

La voce del Diavolo si spense. Fece ancora una carezza, poi raccolse la pipa e tornò verso il fuoco.

Esther non fu sicura di vedere bene, le parve di intuire un gesto, le dita di una mano che sfioravano l’occhio.

Si sentí confusa.

Che il Diavolo fosse forte lo aveva sempre saputo.

Poteva anche essere bello e gentile, per lusingare gli uomini.

Ma che potesse piangere, questo davvero non lo aveva mai sentito.

40.

Québec era una grande città scolpita sulle rocce. Un castello da favole dominava il fiume, le guglie di Nostra Signora, le case massicce nel recinto delle mura.

Esther lesse il nome, scritto a caratteri d’oro sulla prua della nave.

A-DA-MANT.

A confronto di quel vascello enorme, gigante con la pancia in acqua, il brigantino che le aveva raccolte a Montreal era un folletto del fiume.

Erano arrivate il giorno prima, sane e salve, anche se zia Nancy era un’altra persona: le guance scavate, gli occhi gonfi, il viso intrappolato in una rete di graffi. Le bambine parevano animali sfuggiti a una trappola dopo giorni di lotta.

Il padre le aveva accolte lodando Dio, eppure era il Diavolo che doveva ringraziare.

Esther ignorava il proprio aspetto. Non aveva trovato uno specchio dove guardarsi: il tempo di fare un bagno caldo, mangiare, dormire poche ore e già urgeva la nuova partenza.

S’era aspettato fin troppo, dicevano i cambusieri al porto di Québec. Bisognava spicciarsi, evitare che ghiaccio e tempeste bloccassero il fiume. Parlavano di Londra e intanto caricavano. Rispondevano “Londra” ai passanti curiosi. Il nome della capitale affollava i discorsi, ronzava sulle teste, era il ritornello di qualunque faccenda.

Londra? Impossibile, pensava Esther. Londra era di là dell’oceano. Si impiegavano mesi per arrivarci, uno di quei viaggi che si affrontavano una volta nella vita, per cercare fortuna.

ADAMANT.

Impresse il nome nella memoria, mentre saliva a bordo sui passi del padre, che conduceva per mano le due sorelle. Si girò. Il Gran Diavolo era ai piedi della rampa, con un sacco caricato sulla schiena, e le rivolse un’occhiata. Esther si girò di scatto per nascondere il viso. Le guance avvamparono.

41.

L’estuario del San Lorenzo era un sanguemisto. Ibrido d’acque diverse, piú salato di un fiume, piú dolce dell’oceano. Campo di battaglia per opposte correnti, ondate di piena e maree che influenzavano la navigazione fino ai laghi, nel cuore del continente. Peter pensò a se stesso, estuario tra due popoli, via d’uscita e porta d’ingresso.

– È come la canna di un fucile, – disse indicando la mappa.

– Un fucile? – domandò Daniel Claus perplesso.

– Di quelli che si allargano in fondo.

– E noi allora saremmo il proiettile?

– Sicuro. Un proiettile di legno, tela e carne.

– Ma cosí, ragazzo mio, spariamo all’Inghilterra, – obiettò Claus.

Il giovane Johnson alzò le spalle. Il gioco non gli sembrava poi cosí importante.

– Meglio un corno da caccia, – intervenne l’altro.

– E noi? – domandò Peter per non essere da meno.

– Noi siamo il richiamo. Il re non potrà fare a meno di ascoltarci.

L’estuario del San Lorenzo era il buio della stiva. Trenta uomini in una scatola di legno di sei passi per lato, un secchio d’acqua putrida, un catino per i bisogni, gli avanzi come unico pasto. Ethan Allen aveva provato a ribellarsi, a esigere che lo trattassero da gentiluomo, gli evitassero l’umiliazione dei ceppi, lo facessero parlare col signor Watson, il proprietario della nave.

– Sono un colonnello dell’Esercito continentale americano, – aveva protestato. – Questo è un trattamento da bestie, indegno di un ufficiale.

Grossi topi neri nuotavano nella sentina che arrivava alle caviglie. Allen ne aveva colpito uno con un calcio rabbioso, sollevando schizzi tutt’attorno. Dalla feritoia un paio di occhi giallastri lo fissavano, stagliati su pelle scura. Succedeva quando meno se l’aspettava. Alzava il capo e quegli occhi bovini erano lí, irritanti come le mosche attratte dalle feci nel bugliolo. Forse il negro non parlava nemmeno la sua lingua.

– Siamo uomini, non animali! – urlò Allen esasperato a quegli occhi spenti. – Il mondo saprà come re Giorgio tratta i prigionieri!

Scagliò la ciotola di metallo contro la feritoia e la mancò di poco.

Quando una voce cavernosa giunse da dietro la porta di legno, i prigionieri alzarono il capo dalla propria amarezza. Nessuno aveva ancora rivolto loro la parola, da quando li avevano tradotti là sotto.

– Sai chi sono io, colonnello?

Era difficile dire se la voce appartenesse a quel volto, perché la feritoia non inquadrava il viso intero. Allen, il fiato grosso per la rabbia, rimase zitto.

– Mio padre era figlio di un principe, – continuò la voce. Le parole avevano un timbro basso e vibrante. – Uomini bianchi lo caricarono su una nave come questa, insieme a tanti altri. Tanti che nella stiva non potevano nemmeno sedersi. Metà di loro morí nella traversata. Tu, colonnello, arriverai vivo. Sei fortunato.

– Io sono un uomo libero e sono un ufficiale! – tuonò Allen con espressione spiritata.

Gli occhi non risposero. La feritoia si richiuse.

L’estuario del San Lorenzo era un lento congedo.

Centinaia di miglia separavano Québec dall’oceano. Joseph guardò le creste innevate che l’Adamant si lasciava alle spalle. Parevano richiudersi al passaggio, come le acque del Mar Rosso sull’esercito del faraone.

Se non puoi tornare al punto di partenza, l’unica scelta è proseguire. Andare avanti, spingersi piú in là.

Joseph aveva tessuto arazzi di pensieri. A Londra, come Hendrick tanti anni prima. Quante volte aveva sentito quella storia? Hendrick alla corte della regina Anna. Con lui c’era il padre di Canagaraduncka, il patrigno di Joseph, conosciuto come “Brant”, da qui il cognome che Joseph portava.

Canagaraduncka aveva raccontato tante volte dei “quattro re indiani” accolti con tutti gli onori. A Londra, Hendrick aveva negoziato l’appoggio delle Sei Nazioni alla regina, nella prima delle guerre contro i Francesi. Aveva perorato un’alleanza tra pari. Lo avevano portato a teatro e ai ricevimenti di corte. Celebri pittori lo avevano ritratto. Tutti si inchinavano al suo passaggio.

Durante quel viaggio, Hendrick doveva avere l’età di Joseph.

L’estuario del San Lorenzo era una risposta inattesa.

Alle spalle di Guy, seduta sul pagliericcio, Nancy Claus intratteneva le bambine. Spiegava che il fiume, migliaia d’anni prima, s’era scavato una via verso il mare. Aveva eroso il granito, strappato terra alle sponde, abbattuto foreste.

Guy pensò che a raccontarla in quel modo, sembrava che il fiume avesse deciso dove passare.

In realtà, il San Lorenzo aveva eroso il granito che la corrente gli consentiva, non un granello di piú. Aveva abbattuto foreste fin dove le piene riuscivano a salire e strappato la terra che si lasciava strappare.

A ben guardare, pur con tutta la forza delle sue acque, il San Lorenzo s’era dovuto accontentare dell’unico letto possibile. La scelta era soltanto un modo di dire, un punto di vista ristretto, che non teneva conto di troppi dettagli. Allo stesso modo, pensò, gli uomini si convincono di scegliere, ma il cammino che percorrono è sempre l’unico che hanno a disposizione.

Guy era il fiume. Pensò di aver preso la decisione migliore, ma solo perché era l’unica possibile.

Il fiume doveva aprirsi la via fino al mare, per non finire in secca e morire.

Il passaggio

1775

Il ritmo delle oscillazioni era profondo e stringeva lo stomaco. L’aria entrava copiosa nelle narici, assecondando quel moto. Philip Lacroix si cimentava in un singolare faccia a faccia con i gabbiani, intenti in meravigliose acrobazie. La mente era una buona volta sgombra, liberata dai gravami, il corpo riacquistava vigore, dopo l’immobilità forzata e i giorni di tempesta vissuti sotto coperta. Gesti semplici, essenziali: respirare, percepire il battito e controllarlo, coordinare arti e cervello in movimenti fluidi, capaci di sciogliere la tensione accumulata.

Appena giunto in cima, Lacroix aveva rivolto lo sguardo verso il basso, al ponte dell’Adamant. Si notava una certa attività, andirivieni di figure minuscole, non prive di grazia. L’eco distorta di ordini e imprecazioni ovattate e mangiate dal vento. Povera cosa gli umani osservati dall’alto. Aveva rivolto l’attenzione altrove. L’oceano si allargava intorno, ovunque. Non provava terrore di fronte all’immensità. Sentiva il freddo rigido e tagliente. Sentiva la forza della massa d’acqua.

A un tratto avvertí una puntura di spillo, fitta leggera che saliva dai piedi. Guardò in basso. Scorse una figura molto piccola, sfocata. Cercò di individuarne i contorni, aiutato dalla luce maestosa del mattino. La figlia maggiore di Guy Johnson, Esther. La ragazza celava una forza singolare e primitiva. Il dolore e la ferita per la morte della madre la rendevano ancor piú sensibile e vicina agli spettri. Come Molly.

Percepí una nuova presenza, qualcuno saliva il grande albero.

Joseph raggiunse la vetta e prese posto accanto a lui. Riempí i polmoni d’aria fresca.

Lacroix seguitò a guardare l’oceano.

– Credi che il re vorrà incontrarci?

– La regina incontrò Hendrick, – rispose Joseph.

– Hendrick era un capo. Tu sei l’interprete di Guy Johnson.

– Non piú, – ribatté Joseph. – Sono l’ambasciatore della nazione Mohawk. Questa volta le parole che dirò saranno le mie. Le nostre.

Lacroix annuí, mentre i richiami dei marinai e dei gabbiani sostituivano le parole.

– Abbiamo bisogno di giustizia, – aggiunse Joseph a bruciapelo.

– Giustizia inglese?

– I coloni che ci rubano la terra sono nemici di re Giorgio. Questa ribellione è l’opportunità per ristabilire il nostro diritto -. Joseph strinse il pugno per dare piú forza all’idea. – I sachem non lo capiscono, pensano che le cose continueranno come sempre. Invece tutto sta cambiando.

Rimasero di nuovo zitti, questa volta piú a lungo, ad ascoltare il vento e guardare le vele che sporgevano panciute sotto di loro.

Philip Lacroix respirò ancora a fondo. Liberata dal puzzo degli uomini l’aria salmastra non era male. Accennò un sorriso.

Anche Joseph distese i tratti del volto. Per un attimo, fugace come la coda di un sogno, gli parve di essere di nuovo su una canoa, lungo il fiume che portava due giovani guerrieri verso l’età adulta.

I marinai si spostavano veloci, qualcuno le sorrideva, ma la maggior parte non la vedeva nemmeno. Un enorme uomo nero che arrotolava una corda sul gomito le mostrò i denti candidi. Uno luccicava di metallo. Esther ebbe paura e si allontanò verso il castello di poppa. Si fermò sotto la scaletta, dove il vento non poteva stanarla. Sedette su un barilotto che qualcuno doveva avere messo lí per quello scopo. Dall’alto provenivano voci, riconobbe quella di suo padre e dell’uomo con la gamba di legno, il signor Watson.

-… faranno un grande effetto, – stavano dicendo. – Ne andranno matti.

Erano sopra di lei. Poteva sentire il rumore del passo sciancato, il tump tump sulle assi del ponte.

Spinse il naso oltre il parapetto e guardò giú, nel blu profondo striato di schiuma. Immaginò i recessi tenebrosi che cullavano mostri.

Si alzò in piedi sul barilotto. Lo sguardo precipitò tra le onde. Sollevò un piede fino al bordo. La massa scura la chiamava a sé.

Esther.

Un sussurro nelle orecchie. Un battito di ciglia. Quanto bastò per vedere due occhi neri di donna specchiarsi nei suoi. Esitò.

Poi udí un grido, un urlo vibrante, dall’albero di trinchetto.

– Terra dritta di prua!

La ragazzina la vide: un’ombra scura che s’insinuava tra cielo e mare, interrompeva le onde e stabiliva una fine. L’Altro Mondo. Sul ponte l’agitazione contagiò tutti. Il capitano prese a strillare ordini.

Qualcuno afferrò Esther per il braccio e la trascinò fuori dal nascondiglio. Per essere una donna minuta zia Nancy aveva una presa forte.

– Ecco dove ti eri cacciata. Fila di sotto, c’è da badare alle tue sorelle.

Il colonnello Ethan Allen grattò le croste di sporcizia dall’avambraccio. Non sentiva piú il fetore dei corpi, l’olfatto aveva smesso di farci caso. Il trambusto in coperta l’aveva destato dal dormiveglia. Controllò le tacche incise sull’asse di legno. Sí, potevano essere in vista delle coste inglesi. Nella tana del lupo, pensò eccitato. Doveva escogitare qualcosa, spremersi le meningi. L’eroe di Ticonderoga non poteva certo sbarcare come un qualsiasi prigioniero. Serviva una frase memorabile, un discorso, qualcosa che potesse viaggiare di bocca in bocca, incendiare le polveri. Poteva appellarsi ai whig della madrepatria. Patria? Le Green Mountains erano la sua patria. Ecco, forse era questo che doveva dire. Ma no, che ne sapevano del suo paese gli abitanti dell’Inghilterra… Abbasso i tiranni. Era piuttosto questo il concetto. Quando l’avessero processato per tradimento, si sarebbe difeso pronunciando un discorso sulla libertà del popolo. Chi si ribella al tiranno non tradisce, ma serve la libertà. L’avrebbero trascritto e stampato in migliaia di copie. Ethan Allen, Della libertà. Un titolo che avrebbe fatto il giro del mondo.

Allen si grattò la testa, snidando pidocchi. Scostò la mole di uno dei suoi uomini accasciato sul pavimento e provò a sgranchirsi le gambe. Due passi avanti, due indietro, tanto era lo spazio a disposizione. “Un mondo nuovo avanza nel cammino della Storia”. Suonava bene. Ma i concetti astratti non potevano bastare, bisognava evocare qualcosa di tangibile, che tutti potessero capire. Pestò una mano, qualcuno protestò. Allen sferrò un paio di calci per guadagnare pollici e si appoggiò alla parete. Sopra la testa il trambusto continuava, l’Inghilterra era vicina. Rumore di paratie, vele ammainate, richiami.

Allen pensò al ragazzo a cui si era arreso. Un mezzosangue, niente meno. Aveva consegnato la spada a un bastardo. Strinse i denti per la rabbia e osservò la massa di teste chine. Eccoli lí, i patrioti. Un pensiero cominciò a prendere forma. Cos’era quell’insulsa isoletta, l’Inghilterra, al confronto dell’America? Il Nuovo Mondo, una grande nazione sorgeva dalle ceneri dell’Impero. Sorrise per l’emozione. La feritoia della cella si aprí e il guardiano sbirciò dentro.

– Allegro, colonnello, – dissero gli occhi gialli. – Siamo arrivati dove ti devono impiccare.

Le locande del porto avevano finito il gin prima di mezzogiorno. Era venerdí di mercato, a Falmouth, in piú era giunta la notizia che le vele dell’Adamant stavano per entrare nel porto. Ad annunciare l’arrivo era approdata di prima mattina una scialuppa. Ne erano scesi dei marinai e un ufficiale. Quest’ultimo era entrato nei locali dell’ammiragliato e aveva visitato le prigioni.

La voce si era sparsa. La nave portava con sé prigionieri, tra i quali Ethan Allen, il famigerato conquistatore di Fort Ticonderoga.

Risultato: per le strade la folla era divenuta calca vociante. Le vie fangose erano invase da venditori di brodaglie alcoliche, venditori di trippa e gamberoni, venditori di parrucche usate garantite senza pidocchi, bambini con mazzi di fiori, mendicanti, giocolieri, lustrascarpe di primo, secondo e terz’ordine. Richiami di strilloni di almanacchi si intrecciavano a cantilene di arrotini. I borseggiatori avrebbero guadagnato pane per un mese nell’arco di poche ore.

Quando si sparse la voce dell’approdo, la folla si mosse per accalcarsi sul molo: nobili giunti dalle ville nei dintorni, popolani scalzi, servi in libera uscita, mercanti, marinai, contadini scesi per il mercato.

Chi abitava le case che si affacciavano sul molo scese in strada a offrire posti d’eccezione per godersi lo spettacolo lontani da urti, spintoni e gomitate. Il padrone di una segheria provò in fretta e furia ad allestire una tribuna. L’opera rimase incompiuta: al primo rintocco del pomeriggio l’Adamant ammainava le vele ed entrava nel porto. Una doppia fila di soldati si fece largo a calci e spinte.

Quando il legno fu prossimo all’attracco, la folla ondeggiò. Molti sentivano che la posizione conquistata non era la migliore, i piú discreti si limitarono ad alzarsi sulle punte, ma la maggioranza prese a dar di gomito a destra e a manca, pestando piedi e cani da grembo scivolati alle padrone.

Dopo molto trambusto, la massa raggiunse un precario equilibrio e trattenne il respiro.

Eccoli. Sulla passerella avanzava un gruppo di uomini, sembravano inglesi, ma alcuni avevano la pelle piú scura. Al centro, piú alto di una spanna, un uomo in catene.

Ethan Allen.

La folla cominciò a gridare, insultare, inveire. Partí un primo lancio d’ortaggi, ma nessuno voleva rischiare la reazione degli uomini di scorta.

I soldati presentarono le armi. Il capitano che li comandava fece il saluto. Un uomo pingue e ben vestito uscí dal gruppo appena sbarcato e con accento irlandese proclamò:

Capitano, vi consegno trentatre prigionieri, nemici del re e dell’Inghilterra, e il loro capo Ethan Allen. Egli si è arreso a questo coraggioso giovane, Peter Johnson, figlio del defunto commissario per gli Affari indiani, Sir William Johnson. All’impresa hanno preso parte anche i capi irochesi qui presenti, fieri alleati del re, Joseph Brant Thayendanega e Philip Lacroix Ronaterihonte.

Ci fu un boato di stupore e approvazione. Il capitano avanzò per prendere in consegna il prigioniero. Prima che i soldati lo trascinassero via, Ethan Allen alzò la voce per sovrastare il rumore della folla.

– Io sono il fuoco che consuma Babilonia! A morte i tiranni!

Ethan Allen sfilò sotto una pioggia di insulti e ortaggi andati a male.

Seconda parte

Mohock Club

1775-76

1.

La carrozza scese lungo la strada, mentre i giganti di St. Dunstan battevano due rintocchi. Il vetturino lottava contro il sonno: un sorso di troppo alla bottiglia sotto il sedile. La nebbia era densa, doveva affidarsi all’istinto del cavallo, bussola puntata sulla stalla.

Un grido di bestia selvatica lacerò la notte. L’uomo tirò le redini e sussultò. Quando l’urlo si ripeté, proveniva da piú vicino. Il cocchiere avvertí una stretta alle budella.

Una parrucca bianco latte si sporse dal finestrino.

– Che diavolo succede, Giles?

– Non sono sicuro di volerlo sapere, signore.

Il vetturino colse un movimento con la coda dell’occhio, sull’altro lato della carrozza. Si girò di scatto: un’immagine fugace, poi solo nebbia.

– Forza, Giles, andiamo!

Il servo strinse le palpebre, il pensiero andò alla bottiglia sotto il sedile. Non poteva aver visto quel che gli era sembrato di vedere. Un uomo nudo?

Scrollò forte la testa e fece per frustare il cavallo, ma un tonfo secco scosse la carrozza. Il passeggero lanciò un grido di paura e stupore.

Non c’erano dubbi: nello sportello era piantata una freccia.

– Frusta quella dannata bestia, Giles, per l’amor del cielo!

Il servitore schioccò la frusta, ma il cavallo impennò con un nitrito, prima di accasciarsi sulle zampe anteriori, il capo disteso sui ciottoli. Alla luce fioca del lampione si vedevano due frecce, conficcate nel collo dell’animale.

Il gin non c’entrava, pensò Giles. Forse era giunta la sua ora.

Percepiva presenze, ombre striscianti.

– Che volete? – gridò per farsi forza. Intanto aveva raccolto la grossa pistola che teneva a fianco della bottiglia e la caricava con mano tremante. La puntò in faccia alla nebbia, dove sentiva i loro passi. Correvano intorno alla carrozza, qua e là intravedeva il biancheggiare di un corpo. – Chi si avvicina è morto, – ringhiò dalla cassetta.

Il passeggero si affacciò di nuovo.

– Diteci quanto volete e lasciateci tranquilli, – esclamò con voce stentorea.

In risposta, una seconda freccia raggiunse la fiancata. La testa si ritrasse nel guscio della carrozza.

– Non temete, signore, venderemo cara la pelle, – garantí Giles, ma fece appena in tempo a girarsi per ricevere un colpo alla testa. Mentre sentiva la forza di gravità avere la meglio e la vista cedere al buio dell’incoscienza, riuscí a strappare alla veglia un’ultima immagine. Una grossa mezzaluna turca, tatuata sulla fronte di un energumeno dalla faccia dipinta, con un solo ciuffo di capelli in mezzo alla testa. Gran brutta faccia, pensò Giles prima di piombare sul selciato e perdere i sensi.

Il gentiluomo chiamò il vetturino, ma capí d’essere rimasto solo in balía delle bestie. Vedeva sagome saettare davanti al finestrino, sentiva sussurri, versi di animali. Quando un’ombra si fermò minacciosa davanti all’apertura, brandí il bastone da passeggio e calò un fendente. Approfittò del trambusto per aprire lo sportello sull’altro lato e precipitarsi fuori. Provò a correre ma inciampò e, quando fu di nuovo in piedi, lo avevano accerchiato. Ne contò almeno cinque. Tutti con la testa rasata e a torso nudo. Un rivolo di sangue scendeva su una faccia. L’uomo vide armi lunghe, bastoni appuntiti, uno spiedo, perfino un forcone.

– Imperatore! – esclamò uno dei selvaggi alle sue spalle. – Costui mi offende mostrandomi il culo.

– Ignobile affronto! – gli fece eco quello con la mezzaluna sulla fronte. – Punitelo secondo la legge dei Mohock.

Il selvaggio rifilò una stoccata nel posteriore del gentiluomo. Quello si girò di scatto, ma cosí facendo mostrò le terga a un altro membro della banda, che subito gliene diede una seconda, costringendolo a un’altra giravolta; ma già arrivava un terzo colpo, poi un quarto, mentre tutti gridavano invasati: – Mo-hock! Mo-hock! Mo-hock! – dimenando le braccia, pestando i piedi e urtandosi l’un l’altro con poderose spallate.

All’improvviso, quello che chiamavano Imperatore alzò un braccio. I sottoposti si fermarono.

La vittima era piegata in due, mani sulle ginocchia, cercava aria a grandi boccate. A un secondo cenno del caporione, la sollevarono per i piedi finché ogni moneta non saltò fuori dalle tasche.

L’Imperatore incassò la refurtiva, poi si chinò sul malcapitato.

– Mi chiamo Taw Waw Eben Zan Kaladar II, Imperatore dei Mohock di Londra. Dopo il tramonto, questa è la mia riserva di caccia -. Trasse un respiro profondo e la mezzaluna si increspò di rughe. Quindi strappò la parrucca candida del gentiluomo e la legò alla cintura.

– Potete andarvene, – aggiunse. – Ma in fretta. Avete bisogno di un bagno.

Il disgraziato si sollevò a fatica, stringendo i denti, e iniziò a correre alla cieca, verso il fondo della strada. Con un movimento rapido il capobanda recuperò l’arco, prese la mira e scoccò una freccia nel posteriore dell’uomo in fuga. Quello riuscí a malapena a urlare, prima di perdere i sensi. Gli altri assalitori si scambiarono occhiate perplesse.

– E se tira la crepa? – lamentò uno di loro. – Metti che è un milordone.

L’energumeno lo degnò appena di un’occhiata, mentre infilava l’arco a tracolla.

– Diventiamo famosi.

Nessuno aggiunse altro. Preceduti dal capo, uno alla volta rientrarono nella nebbia, creature d’incubo prima del risveglio. L’ultimo lanciò di nuovo il grido di guerra animalesco, a sfidare la notte di Londra.

2.

Lungo la strada le case infittivano, la campagna lasciava il posto ai sobborghi. Philip Lacroix ripensò all’esodo che l’aveva condotto dai boschi di Canajoharie alla capitale dell’Impero, dalla valle del Mohawk a quella del Tamigi. Ripensò al fiume percorso controcorrente; ai torrenti impetuosi discesi a rotta di collo; alle cascate e ai crinali aggirati con l’imbarcazione in spalla; ai venti che soffiavano sul lago Ontario; alle Mille Isole del San Lorenzo e alle tempeste gelide dell’Atlantico settentrionale, capaci di inclinare i pennoni dell’Adamant fino a lambire le onde.

Eppure gli ultimi cinque giorni, quelle duecento miglia sulle strade sconnesse tra Falmouth e Londra, erano stati i piú faticosi. Forse era solo questione d’abitudine: Philip aveva poca dimestichezza coi veicoli a ruota. Forse il malessere aveva a che fare con la velocità: la diligenza si muoveva piú rapida dello spirito del passeggero e quest’ultimo era costretto a inseguirla. Si strinse nella pelliccia di castoro e guardò l’amico seduto accanto a lui.

Joseph Brant era assorto. Oltre il finestrino, edifici sempre piú imponenti. La luce del giorno si esauriva, la città appariva un ammasso scuro pronto a inghiottirli, un animale gigantesco, il fiato sospeso nell’aria, denso e visibile. Joseph era stato a New York, una volta, ma quella era tutt’altra cosa.

Si riscosse, sforzandosi di sorridere a Philip.

– Benvenuto a Babilonia, – mormorò.

Ombre di grandi costruzioni incombevano nella foschia. L’aria puzzava di bruciato, liquami e spazzatura, ma Peter respirava a pieni polmoni, mentre cercava di distinguere qualcosa. Avrebbe preferito arrivare in pieno giorno, il crepuscolo lasciava ostaggi dell’olfatto, troppo stanchi per riuscire a orientarsi e cavarsi d’impaccio. Desiderò energie fresche e luce a volontà, per esplorare ogni vicolo ai lati della strada.

Il convoglio di carrozze sostava, i cavalli ansimavano, i passeggeri stremati occhieggiavano dai finestrini. Qualcuno del Dipartimento, in testa alla colonna, era entrato nell’albergo per impegnare le stanze.

Peter vide un ragazzo della sua età che impugnava una lunga pertica con in cima una fiammella. Si accostava ai lampioni della strada e li accendeva uno a uno, facendo piovere luce giallastra sul selciato. Ombre scivolavano veloci sotto l’alone, emergendo dal nulla per subito svanire. Gli venne in mente una finestra affacciata su un mondo capovolto, da cui fosse possibile osservare le strane creature che lo popolavano. Non era cosí che aveva immaginato l’arrivo nella capitale. L’ordine era di non scendere dalle carrozze. Allungò il collo, ma non riuscí a vedere oltre la vettura successiva.

Joseph si pulí le dita dal tabacco sfregandole tra loro. Il sapore dolce mitigava il puzzo di Londra. Guy Johnson diceva che l’odore acre di bruciato era dovuto al carbone, e anche la foschia. Difficile immaginare che una roccia estratta dalla terra servisse a fare il fuoco.

Le carrozze attendevano da mezz’ora. L’elmo d’oro aveva due camere meno del previsto. Il personale dell’albergo stava facendo il possibile per trovare un’alternativa.

– A Québec stavamo tutti in una stanza, – osservò Peter tra gli sbadigli. – Qui non si usa?

– Qui siamo ambasciatori della nazione Mohawk, – gli rispose lo zio. – Gli inviati del re di Francia non accetterebbero di dividersi una stanza.

Peter chiuse gli occhi e si lasciò andare sul sedile. Joseph si voltò per offrire una presa anche a Philip, ma scoprí che era scivolato fuori dalla carrozza.

Aveva bisogno di stare in piedi, dritto sulle gambe, liberarsi dalla morsa del viaggio. Fece pochi passi fino al lampione, per osservarlo da vicino. Tra quello e il successivo rimaneva un tratto di buio pesto: il mondo appariva a pezzi scollegati, intermittenza luminosa che rendeva impossibile abituarsi alla notte. Oltre la debole cascata di luce non si vedeva nulla. Dal pozzo della memoria affiorò un ricordo opalescente, le dita scarne di padre Guillaume premute sul banco: “Ricorda, Philippe. Non c’è Luce senza Tenebra. Un solo principio e il suo opposto. Per affrontare le tenebre serve la fede, perché non vedrai mai oltre il passo che stai per compiere. È la nostra prova terrena”.

Un rumore lo riportò al presente, un cigolio sinistro si avvicinava, difficile dire da dove, la nebbia spandeva il suono tutt’attorno. All’improvviso percepí una presenza sotto di sé, trasalí. Un essere mostruoso gli toccava il ginocchio ed emetteva suoni incomprensibili. Era un uomo, o ciò che ne rimaneva. Il tronco poggiava su un piano di legno, spostato su piccole ruote grazie alla spinta delle mani. Uno strato compatto di croste e cenci incolori ricopriva il corpo, a stento si distinguevano occhi, bocca, alcune dita. Philip provò l’istinto di scacciare l’orrore, ma rimase immobile, catturato dall’immensità di tanta bruttura. “La nostra prova terrena”. L’essere puzzava e parlava, diceva qualcosa, una nenia oscura, eccetto due parole, “signore”, “eccellenza”. In fondo alle dita contorte sporgeva un piattino di latta. L’essere chiedeva la carità. Philip provò ribrezzo, repulsione, paura. Allontanò l’artiglio del mendicante e tornò alla carrozza.

Joseph lo vide rientrare, pallido e corrucciato.

– Cosa c’è?

Questo posto puzza, – disse Philip.

L’amico alzò le spalle.

– Anche il grasso d’orso. Ma senza che faresti? Rumore di zoccoli risuonò sul selciato, la sagoma di due cavalli trainò un veicolo nel cono di luce dei lampioni. L’uomo che sedeva a cassetta si tirò in piedi.

– Un attimo di attenzione, prego -. Parlava scandendo le parole, per esser certo di farsi capire. – Mi chiamo Jerome, per servirvi. Vengo dal Cigno a due colli, in Lad Lane. Il mio padrone mi chiede di riferirvi che siamo pronti ad accogliervi come meglio possiamo. La nostra locanda non si addice a lunghe permanenze, ma siamo riusciti a liberarvi due stanze tranquille. Il personale sarà a vostra disposizione.

Philip afferrò il bagaglio e scese in strada. – Una stanza è per me, – disse. – E credo che Peter la dividerà volentieri.

Il ragazzo si risvegliò dal torpore e affiancò il Gran Diavolo. A Joseph non rimase che seguirli.

Jerome si affrettò a trasferire le borse da viaggio. Prima di risalire a cassetta, si assicurò che i passeggeri fossero comodi.

– Signori, se permettete, anche se c’è nebbia, sciolgo la briglia a queste bestiacce. Le strade di Londra non sono tutte ben illuminate ed è rischioso, dopo l’imbrunire.

I due indiani non dissero nulla. Joseph si limitò a un cenno del capo.

Quando le ruote presero a muoversi, Philip guardò fuori. Gli sembrava di sentire ancora il cigolio, sempre piú debole e lontano.

3.

Almeno sessanta uomini, una dozzina di cavalli, cinque cani. Polli in abbondanza, stretti nella stessa gabbia. Quattro bambini inseguivano un grasso porcello. Gabbiani chiacchieravano in volo. La Creazione.

Voci e rumori salivano dal cortile come vapore da una zuppa bollente. Scalavano le balconate, bussavano a ogni porta, svegliavano i clienti uno dopo l’altro.

Il sonno di Philip era una rete a maglie larghe: la maggior parte dei suoni lo attraversava senza spezzarlo. Nel dormiveglia, era capace di dare un nome a ciascun rumore, di valutarne volume e distanza. Aveva imparato da bambino e ormai era un’abitudine. Alla missione lavoravano molti Caughnawaga. Era stato uno di loro a insegnare a Philippe i rudimenti della caccia. I padri non s’erano opposti, purché l’attività non sottraesse tempo allo studio e alla preghiera. Cosí, non potendo stare nei boschi da mattina a sera, erano nati una serie di esercizi per tener svegli riflessi, sensi e muscoli. “La Creazione” era uno di quelli. L’aveva soprannominato cosí padre Guillaume, sempre attento a rivestire di Dio qualunque cosa riguardasse un suo allievo.

Philip scivolò fuori dal letto. Peter dormiva ancora. Estrasse gli abiti dal baule e iniziò a vestirsi. Semplici ma di ottima stoffa. Infilò gli stivali, uscí e si affacciò dal ballatoio.

Il Cigno a due colli era un ampio edificio senza fronzoli, che chiudeva i tre lati di un cortile. Il corpo centrale ospitava le stanze, con accesso dall’esterno attraverso balconate di legno che rivestivano la facciata.

Traiettorie di uomini, veicoli e bestie s’incrociavano nel fango. Un ubriaco trascinava i piedi fuori dalla taverna. Facchini parevano soccombere sotto carichi impossibili. Un ragazzo correva sulle gambe sottili per consegnare lettere e pacchi. Carri e cavalli si urtavano per guadagnare il voltone d’uscita. I postiglioni chiedevano strada, mentre nugoli di bambini assediavano i passeggeri con offerte di pettini, spugne, rasoi, specchietti e frutti arancioni che Philip non aveva mai visto. Di fronte alle stalle, diligenze attendevano cavalli e riparazioni.

L’atmosfera del luogo aveva un che di familiare, pensò Philip. Nella valle del Mohawk, le case piú grandi erano sempre anche locande, stalle, uffici postali, spacci, rimesse per barche e armerie. La gente andava e veniva, le vite si sfioravano e questo bastava a conoscere piú cose di quante Canajoharie potesse contenere. Imboccò le scale e scese di sotto.

Neanche il tempo di guardarsi intorno e già era circondato dai venditori di cianfrusaglie, scandalizzati che un gentiluomo come lui affrontasse la giornata senza acquistare simili mercanzie. Pagò uno dei frutti sconosciuti, lo infilò in tasca e si smarcò. Fece pochi passi in direzione dell’ingresso ma un tizio dai vestiti logori e l’aria sussiegosa riuscí a mettergli in mano un foglio.

– Un’esibizione che non potete perdere, signore. Soltanto tre scellini -. La battuta sembrava recitata a memoria.

– L’uomo-istrice? – domandò l’indiano leggendo l’annuncio.

– Un uomo con gli aculei al posto della normale peluria, signore. Sensazionale. Mai visto in nessuna città del regno.

Le frasi uscivano come una cantilena.

– In cosa consiste l’esibizione? – chiese ancora Philip.

– L’uomo-istrice vi mostrerà il tronco e le gambe. Potrete toccarlo e notare che non c’è nulla di finto, solo uno scherzo di madre natura. Poi lo vedrete comportarsi come un istrice, camminare a quattro zampe, rizzare gli aculei, dare la caccia ai vermi.

– Quest’uomo mangia i vermi?

L’altro ammiccò: – Ma no, solo cosí, per intortare le babbole e sudarsi la stecca.

– Come dite?

Il tizio sgranò gli occhi, come colto sul fatto a commettere un crimine: – Niente, signore, niente. Sensazionale. Mai visto. L’uomo-istrice -. E cosí dicendo si allontanò col plico di fogli stretto sul cuore.

Nulla di che preoccuparsi, signore. È il mercato.

Philip si girò e vide un uomo elegante, sui trent’anni.

Un sorriso a bocca aperta si allargava verso le orecchie e tagliava il volto in due, tronco d’albero che attende l’ultimo colpo. L’uomo portava un grande cappello. Accanto a lui, un negro grande e grosso, altrettanto ben vestito, reggeva una borsa di cuoio.

– Permettete che mi presenti, signore. Mi chiamo Maugham. Frederic W. Maugham, e la “W” sta per Winslow. Questo è il mio segretario, il signor Cornelius Pigou. Voi siete straniero, si vede subito, signor…

– Philip Lacroix.

Francese, dunque.

– Sono cresciuto in Canada.

– Prima volta a Londra, nevvero?

– Sí, è esatto.

– Dovrete abituarvi a gente come quello straccione. Tolta l’invadenza di chi cerca di venderle, le merci di bassa qualità sono innocue. La moneta buona scaccia quella cattiva, se vi è libertà di scelta, e Londra è la capitale della libertà di scelta. In nessun’altra parte del mondo circolano tante merci -. Maugham allargò le braccia, come per afferrare la maggior quantità possibile di mondo. – In nessun’altra città il mercato si regola con tanto mirabile equilibrio!

Philip cercò invano di dare un senso a quelle parole. Maugham dovette capirlo, perché cambiò espressione, abbassò la voce e riattaccò il discorso con un tono piú calmo e paziente.

– Signor Lacroix, l’uomo vestito di cenci vi ha appena offerto una merce tra le piú ricercate: il divertimento, la distrazione, il brivido dell’inconsueto. Ogni giorno, persone dai gusti semplici si eccitano vedendo l’esibizione dell’uomo-istrice e di chissà quanti altri suoi colleghi, veri o presunti scherzi di Madre Natura: nani, giganti, ermafroditi, donne col becco d’anatra, uomini con quattro testicoli. Si tratta di imbrogli, di messinscene per creduloni. Prodotti di infimo livello, per giunta proposti in modo rozzo. Se chi vende questi spettacoli rimane in affari, è perché opera in condizioni particolari, limitando con artifici la libertà di scelta. Mi seguite?

– Seguirvi?

– Intendo dire: capite quel che sto dicendo? Quel genere di spettacoli viene proposto a persone come voi, di fronte ad alberghi e stazioni di posta. Gente di passaggio, che si trova a Londra per la prima volta, è a caccia di sensazioni forti, ma non conosce quel che la città offre né ha tempo di informarsi e scegliere l’offerta migliore al prezzo piú vantaggioso. Cosí si ritrova a vedere l’uomo-istrice, e magari prosegue la serata facendosi spennare in una bettola dove il cibo è avariato e il vino è acqua tinta, per concludere il proprio excursus in un vicolo, con una battona di bassa levatura. Sovente, dietro c’è un accordo, quando non un unico interesse: il padrone dell’uomo-istrice è anche proprietario della bettola, nonché protettore della battona. Il vostro excursus è stato pilotato fin dall’inizio, in modo da impedirvi di conoscere altre offerte. Cosí si chiude e blocca il mercato, si abbassa la qualità dei beni, si rende cattivo servigio alla città, all’Inghilterra, all’Impero. Ed ecco che arrivo io.

– Voi?

– Sí, io. Un suddito leale come Frederic W. Maugham non può permettere che un gentiluomo come voi torni in Francia o in Canada convinto che gli intrattenimenti di Londra siano dozzinali, che il cibo sia immangiabile e costoso, che le battone inglesi abbiano carni frolle e seni cadenti. La mia è una missione: assecondando le forze del mercato, contribuisco alla ricchezza della nazione. Il servizio che offro ai gentiluomini è, né piú né meno, la possibilità di esercitare il proprio libero arbitrio. Come vi dicevo dianzi: la moneta cattiva è scacciata dalla buona. Io metto in circolazione moneta buona.

Il lungo discorso aveva ubriacato Philip. Era combattuto tra il desiderio di rientrare in albergo e la curiosità di capire quale fosse il punto.

– Anche voi mi state offrendo qualcosa?

Maugham sorrise e fece un cenno al suo segretario.

– Pigou, apri la borsa.

Il negro eseguí.

La borsa era vuota.

– Ciò che io vendo, signor Lacroix, è informazione. Vedete cosa c’è in quella borsa?

– Non c’è niente, direi.

– Esatto, esatto! Niente. Ma immaginate… – e abbassò ancora la voce. -… immaginate che quella borsa sia piena di carta. Centinaia e centinaia di fogli. Nero su bianco, tutto quel che Londra è in grado di offrire a un uomo di mondo. Nomi, indirizzi, prezzi. Le puttane piú belle ai prezzi piú convenienti. Gli spettacoli piú bizzarri per clientele selezionate. L’oppio migliore da fumare nella piú totale discrezione. I ricevimenti particolari a cui accedere con parole d’ordine. Le persone a cui rivolgersi per soddisfare i gusti meno… usuali. Chi ha da offrire questi servizi si rivolge a me, e io metto in contatto la domanda e l’offerta. Si rivolgono a me perché sono il migliore, e lo sono diventato senza scorciatoie, sbaragliando i competitori grazie alla qualità del servizio. Mi seguite, signor Lacroix?

Philip non disse niente. Confusione e curiosità lasciarono spazio al disprezzo. Il negro chiuse la borsa. Maugham continuò.

– Si tratta di informazioni che fanno girare l’economia, signor Lacroix. Tuttavia, voi comprenderete, non sono cose che si possano gridare ai quattro venti. Io sono un patriota e un suddito che ama re Giorgio, ma devo dire che le autorità inglesi sono ancora molto arretrate. In nome di una morale vetusta, pongono inspiegabili freni al commercio e mantengono fuorilegge alcuni beni e servizi. Presto dovranno mutare atteggiamento, e lasciare il mercato libero di crescere. Finché quel giorno non verrà, ciò che dovrebbe stare in quella borsa sta tutto qui dentro! – Con la punta dell’indice destro si toccò la fronte. – Non avete che da chiedere, signor Lacroix. Vorreste intrattenervi con qualcuno? Posso proporvi donne giovani, donne vecchie, donne in carne, donne scheletrite, oppure uomini, fanciulli, e altre creature di Dio, se mi sono spiegato. Cosa vi piacerebbe vedere? Incontri di pugilato all’ultimo sangue? Vi piace scommettere? C’è un posto dove i negri si affrontano con coltello e bastone. Tutti negri liberi, ovvio. Anche Pigou è un uomo libero. Io sono contrario alla schiavitú: ciascuno ha il diritto di vendersi al prezzo che ritiene giusto. Ehi, ma dove andate? Signor Lacroix?

Philip si diresse verso l’albergo. Maugham e Pigou lo seguirono per una decina di iarde: – Signor Lacroix? Ho tante altre offerte da farvi. Badate, non troverete nessun altro in grado di dirvi…

Uno degli uscieri del Cigno a due colli vide i tormentatori, agitò il pugno e disse: – Ancora qui, schifosi depravati? Se importunate di nuovo un nostro cliente, vi faccio pestare a sangue!

I due si allontanarono. Philip entrò e si lasciò il mondo alle spalle. Respirò forte.

Dentro si aprivano due sale, una di seguito all’altra. Joseph gli fece cenno da un tavolo accanto alla finestra. Addentava una fetta di pancetta in compagnia di uno sconosciuto. Quest’ultimo vomitava parole in un dialetto incomprensibile, con l’aria di chi ne avrà per un pezzo. Philip afferrò una sedia e provò a rintracciare il bandolo del discorso. Guardò l’amico: ascoltava attento, annuiva, ogni tanto sollevava la tazza e mandava giú un sorso di brodo.

Capisci qualcosa? – sussurrò Philip in lingua mohawk.

– Nient’affatto, – fu la risposta. – Mi abituo all’accento di Londra.

La sagoma rotonda di Jerome avanzò a grandi passi verso di loro.

– Signori, – disse con voce piena di rammarico. – Non dovevate mangiare qui, vi avevo fatto riservare una stanza, cibo speciale…

– State tranquillo, Jerome, – lo interruppe Joseph. – Qui va benissimo.

– Come volete, signori. Il vostro albergo libera le stanze domattina e anche se ci dispiace vedervi partire…

– Noi non partiamo, – intervenne Joseph. – Qui stiamo bene. E voi, Jerome, siete un uomo premuroso.

– Come i signori desiderano. La vostra presenza ci fa onore -. Fece per voltarsi, ma si fermò, frugò le tasche del panciotto ed estrasse una busta. – Dimenticavo. Un biglietto per voi -. Con un leggero inchino lo consegnò nelle mani di Joseph. – Buona giornata, signori.

Philip guardò l’amico aprire la busta e leggere il messaggio. Lo interrogò con un’occhiata.

– Siamo invitati a un ricevimento a casa di un certo Warwick, – rispose Joseph. – Il conte di Warwick.

4.

Dal “Daily Courant”, 30 dicembre 1775.

UN RESOCONTO DELL’INTERVISTA CON IL COLONNELLO JOHNSON

COMMISSARIO DEL DIPARTIMENTO PER GLI AFFARI INDIANI

DELLE COLONIE AMERICANE

Il 28 dicembre scorso, all’ora del tè, mi sono recato a Westminster, all’albergo dell’Elmo d’oro, dove risiede il commissario del Dipartimento per gli Affari indiani delle colonie americane, colonnello GUY JOHNSON. Egli è un uomo robusto, di media statura. Porta i capelli corti sulla nuca, pettinati all’indietro, come per lasciar spazio al volto, onesto e minuto. Benché rivesta cariche importanti, il suo eloquio è conciso, laconico, con un accento irlandese assai marcato. Dopo un breve scambio epistolare, mi ha ricevuto con molta gentilezza e ha accettato volentieri di rispondere alle mie domande.

Circa le ragioni che hanno spinto la delegazione indiana ad attraversare l’oceano, ha affermato che le tribú nostre alleate sono estremamente confuse dagli eventi delle colonie. Ufficiali che combatterono al loro fianco nella guerra contro i Francesi sono diventati avversari gli uni degli altri. In un simile guazzabuglio, il popolo MOHAWK desidera ascoltare la viva voce di Sua Maestà e agire soltanto in ossequio alle Sue direttive.

Una visita del tutto simile avvenne nel 1710. Anche in quell’occasione si trattava di consolidare un’alleanza e lo splendore di Londra doveva servire da contrappeso alle fandonie dei gesuiti francesi, secondo le quali Cristo nacque a Parigi e venne crocifisso in Inghilterra.

La regina Anna ricevette a corte l’imperatore Tiyanoga, che i coloni chiamavano Hendrick, accompagnato dal re di Maquas, detto Brant. Si dice che costui fosse il nonno del principe Thayendanega, anch’egli noto col nome di Brant.

Ho chiesto al colonnello Johnson di darmi notizie sui nostri alleati indiani. Egli mi ha mostrato una mappa, disegnata di suo pugno per il ministro delle Colonie LORD GERMAIN. Qui le Sei Nazioni Irochesi occupano il territorio a ovest della colonia di New York, fino ai Grandi Laghi. Il popolo piú importante e autorevole è quello dei Mohawk, i cui territori si trovano entro i confini della colonia. Dai tempi della regina Anna, la nazione Mohawk è di molto progredita. Abitano villaggi di case robuste e dignitose, coltivano la terra con l’abilità di un contadino dell’Essex, sono tutti devoti cristiani e si assicurano molti agi e comodità grazie al commercio con i mercanti inglesi. Quanto alla consistenza militare, l’intera federazione può mettere in pochi giorni QUINDICIMILA UOMINI sul sentiero di guerra. Secondo il colonnello Johnson, una chiara e inequivocabile scelta di campo da parte di questi alleati basterebbe da sola per far desistere dall’impresa i Bostoniani che assediano Québec. “Non a caso, – ha detto, – sono stati sufficienti un centinaio di guerrieri per difendere Montreal e catturare il piú pericoloso dei nemici”, riferendosi a quell’ETHAN ALLEN che pochi mesi fa si era impadronito di Fort Ticonderoga.

Ho domandato allora come mai il Principe Thayendanega, giunto in Canada per difendere Montreal, sia partito alla volta di Londra proprio quando l’esercito continentale schierava le truppe sulla riva del San Lorenzo.

A questa domanda, il colonnello Johnson si è alzato, ha riposto la mappa e dopo un lungo silenzio mi ha spiegato che i quindicimila guerrieri delle Sei Nazioni attendevano solo un cenno per intervenire contro i ribelli e rincorrerli fino a New York. Egli guidava una piccola avanguardia, giunta in Canada come rinforzo per ordine del generale Gage. Purtroppo, tra il generale e il governatore di Québec sorse un dissidio circa l’utilizzo delle milizie Mohawk ed esse furono costrette a smobilitare.

“Molti ufficiali temono che le truppe indiane sfuggano al loro controllo, – ha chiarito il colonnello Johnson. – Questo non succede quando il comando è affidato a una persona di loro fiducia. Sir William Johnson, mio zio, si è occupato per due decenni degli affari indiani. Egli è morto da oltre un anno, ma le Sei Nazioni continuano ad avere grande confidenza nella nostra famiglia. Se tale fiducia verrà confermata anche da Sua Maestà, l’alleanza con gli indiani non potrà che portare benefici agli interessi della Corona”.

Con questa importante precisazione si è conclusa l’intervista e il colonnello Johnson mi ha dato appuntamento per un resoconto completo della sua udienza con Lord Germain.

PANIFEX

5.

Un maiale in abiti eleganti, con una pecora in testa.

La parrucca era troppo lunga, la posizione dell’uomo le faceva sfiorare il pavimento. Era grasso e certo non molto alto. Anche piuttosto in là con gli anni, si sarebbe detto. Le guance ricadevano flaccide ai lati del volto, come quelle di una scrofa. Nondimeno erano incipriate a dovere e uniformavano l’incarnato al colore della chioma. Labbra e gote ravvivate di rosso, punteggiate da un florilegio di nei. Il respiro gonfiava il panciotto, che sembrava sul punto di cedere, come il portale di una fortezza sotto i colpi di un ariete. Le scarpe toccavano appena il pavimento, mantenendo la sedia in bilico sulle gambe posteriori. Rimaneva cosí, appoggiato al muro, dondolando appena.

Philip si distolse dalla strana creatura e tornò a prestare attenzione al padrone di casa.

– Quanto invidio i Mohawk, altezza, – diceva il conte di Warwick rivolto a Joseph, mentre si tamponava il volto incipriato. – Un popolo che si dipinge la faccia solo per andare in battaglia.

Philip ricordò che all’ingresso del salone, un domestico con una giacca piena di bottoni aveva preso in consegna i loro cappelli e aveva fatto l’annuncio. “Sua altezza Joseph Brant Thayendanega, principe di Ganjahore, e il signor Philippe de la Croix”.

Philip era rimasto interdetto. Al confronto “il colonnello Guy Johnson e il tenente Daniel Claus” sembravano semplici membri del seguito; perfino Peter aveva ricevuto un’accoglienza piú calorosa, in qualità di “vittorioso campione del re”.

Vide Joseph schiudere le labbra per rispondere qualcosa, ma il conte aveva già riattaccato a parlare: – Voi siete il clou della serata, ma i miei ospiti sono a dir poco spaesati. Si immaginavano esotici guerrieri, scalzi, il volto dipinto, coperti di penne e piume. Sulle prime sono rimasti delusi nel vedervi tanto gentiluomo. Tuttavia, v’assicuro che non stanno nella pelle, – e col braccio fece un ampio gesto circolare, a indicare la vastità del salone.

Philip osservò gli invitati: difficile attribuire natura umana alla maggior parte di quegli esseri coperti di tessuti sgargianti, stretti negli abiti, in bilico su tacchi di dieci pollici, dita invisibili sotto grappoli di anelli, teste affossate nelle spalle sotto il peso di parrucche simili a uccelli impagliati. Erano intenti a ballare, bere, ruminare cibo, conversare.

Warwick parve capire cosa passava per la testa del guerriero, sorrise e spiegò: – Questa… fauna è molto diversa da quella dei vostri boschi, nevvero, monsieur Lacroix? Ma vi assicuro che dietro l’aspetto ridicolo ils sont ni plus ni moins que des bêtes féroces!

Joseph, che non capiva la lingua di Molière, aggrottò la fronte. Warwick venne in suo soccorso, senza guardarlo. I suoi occhi erano vuoti, ora. Era come se parlasse a se stesso, dimentico degli ospiti, in uno stato simile al sonnambulismo. – Belve feroci, principe. Mostri che lo stesso Linné, il grande naturalista, non sarebbe in grado di classificare. Dopo una buona occhiata li si direbbe primati, famiglia degli hominidae, ma alcuni di loro sono rapaci notturni, altri insetti simili alle termiti, altri ancora rettili dal sangue gelido. Tutti carnivori e cacciatori. Uccidono per mangiare, ma la loro fame si chiama noia, vivono nel perenne bisogno di trovare qualcosa di nuovo, qualcuno di nuovo, distrarsi, ghermire negli altri l’autentica vita, la jouissance che essi sono condannati a simulare. Quando trovano una preda la divorano, piluccano ogni ossicino, lo spezzano e ne suggono il midollo.

Philip e Joseph erano rimasti a bocca aperta. Il conte li guardò, si scosse dalla trance e proseguí su un altro registro: – Bene, stasera le prede siete voi. Avreste dovuto sentire le corbellerie dette sul vostro conto poco prima che giungeste qui. Circolano idee affatto bizzarre sugli indiani, tra la nobiltà inglese. Prendete, per esempio, il duca di Sorethumberland, là in fondo, – e distese l’indice. I due Mohawk seguirono la traiettoria e in mezzo alla calca variopinta individuarono il probabile oggetto del discorso, un uomo alto e magrissimo dall’età indefinibile, vestito di rosso fiammante. Conversava con una specie di donna-barile, molto piú bassa di lui, e teneva le spalle curve. La donna aveva in braccio un animaletto dal pelo lungo e il muso schiacciato.

– Che genere di bestia è quella? – chiese Joseph.

– Un cane da grembo. Un essere inutile con il quale trastullarsi. Pensate che a volte i miei ospiti arrivano con scimmie accovacciate sulla spalla, et les singes, vous le savez, ils chient, juste comme les hommes.

“Scimmie? – pensò Philip. – Scimmie che defecano sulle spalle?”

Warwick era già tornato al suo argomento.

– Il bravo duca era convinto che sulle vostre terre scorrazzassero i rinoceronti e che voi indiani ne riduceste in polvere il corno per trarne un afrodisiaco piú potente della cantaride.

Rinoceronti? Cantaride? Philip e Joseph erano attoniti.

– Come dicevo, – proseguí Warwick, – costoro non sanno nulla delle nostre colonie. Non hanno idea di dove siano e di chi le popoli. Siamo soliti descrivere Londra come “il cuore dell’Impero”, ma il cuore pompa il sangue al resto del corpo, mentre qui è vero il contrario: sono le colonie a pompare il sangue che tiene in vita Londra.

– Quindi la città del vostro re sarebbe la testa, – affermò Joseph.

Warwick sorrise: – Se cosí fosse dovrebbe contenere il cervello. Guardatevi intorno: in teoria, questo salone ospita il meglio dell’alta società del regno. Ebbene, dal momento che vi accingete a trascorrere la serata in questo posto, vi invito ad ascoltare le conversazioni. Vi assicuro che non rinverrete traccia di raziocinio. Io credo che queste strade e dimore siano le terga dell’Impero. Del deretano e del suo orifizio possiedono ogni caratteristica: qui si deietta ogni risorsa che l’Impero manda a noi. Solo che, per un capriccio di natura, tali terga si trovano davanti al corpo anziché dietro -. Il conte scoppiò a ridere.

– Avete una strana considerazione dei vostri invitati, conte, – disse Joseph. – Per quale ragione vi circondate di persone che non tenete in stima?

– Guardatemi bene, altezza. Io appartengo alla stessa specie. Anch’io vado in cerca di jouissance. Trovo il mio godimento nel disgusto. Assisto con autentico piacere a spettacoli ridicoli e rivoltanti. Allestisco serate come questa e osservo il decadere del mio tempo, un piede dentro e uno fuori lo spettacolo. Non è un segreto, tutti sanno qual è il mio scopo, e nondimeno accorrono a frotte, perché nessun ricevimento tiene il passo coi miei.

Philip non era certo di aver capito. Joseph era certo di non aver capito. Warwick lo sapeva e di nuovo rise.

– Voi ignorate la natura di chi regna sui vostri vicini bianchi, come noi non sappiamo nulla di loro e di voi. Certo, si sa che i coloniali sono in rivolta, al di là dell’oceano, ma la maggior parte di noi s’è fatta un’idea vaghissima. La domanda piú frequente, quando se ne parla, è: “Perché ci odiano?”

– Non odiano voi, – disse Joseph. – Dietro il velo delle parole, c’è la mia gente. Vogliono le nostre terre e la nostra dignità.

– Oh, di certo non vogliono la nostra, – replicò Warwick. – Ne siamo privi.

Philip vide un gatto sfrecciare sotto la sedia del grassone addormentato e fargli perdere l’equilibrio. L’uomo sbatté per terra con un tonfo e proruppe in un peto sonoro, che causò l’ilarità garrula della dama piú vicina. La bestiola, spaventata, si rifugiò sotto l’orlo della sottana, ma con fare deciso la signora sferrò un calcio e la proiettò lontano. Philip guardò la palla di pelo volare attraverso il salone e si accorse che non era un gatto, ma un opossum. Rimbalzò sulla schiena di uno dei danzatori, che fece finta di nulla, limitandosi a restituire un sorriso stolido mentre si spiava le spalle. Infine l’animale atterrò in mezzo alla sala, dove rischiò d’essere schiacciato da decine di tacchi che si muovevano in sincrono. In quel momento Philip lo vide meglio e capí. Non era nemmeno un opossum. Né un coniglio. Era il topo piú grande che avesse mai visto. Dopo un attimo di panico, il roditore puntò velocissimo nella sua direzione. Philip si spostò per farlo passare, ma un colpo secco inchiodò il ratto al pavimento. Fu come se qualcuno avesse fatto scoppiare un palloncino. Un nastro di budella schizzò dall’addome della bestia e raggiunse la schiena del duca di Sorethumberland, che si girò interdetto, credendosi vittima di uno scherzo. Qualcuno gli indicò le terga ed egli compí diverse piroette prima di capire cosa l’avesse colpito. La sua dama fece appena in tempo a stendere il ventaglio e vomitare in un vaso di fiori, mentre il cagnolino leccava le frattaglie sul pavimento. I servitori accorsero a ripulire. Qualcuno intanto aiutava l’uomo-maiale a rialzarsi. Philip fu certo di averlo sentito grugnire e dovette stringere i denti per non ridere.

Joseph Brant sollevò il bastone e contemplò il cadavere.

Il conte di Warwick si affrettò a richiamare l’attenzione del maggiordomo. L’uomo, un nero in livrea e guanti candidi, sollevò il topo per la coda e lo portò via tra i gridolini schifati delle dame.

I danzatori ripresero ad attraversare il salone a passi coordinati. Gli orchestrali erano maschere di sudore e cerone. Peter era stato reclutato con molte moine per esibirsi al violino insieme all’orchestra. Qualcuno prese a lodare il fatto che un eroico soldato nutrisse anche l’interesse per la musica e avesse un tocco cosí lieve. Joseph non riusciva a distendere i muscoli facciali, tanto era il puzzo che saturava la stanza: un misto di sudore rancido e fiori marci. Gli avevano detto che i nobili europei erano soliti profumarsi, ma quello che sentiva non era certo un odore gradevole.

Si voltò verso Philip, che si guardava intorno perplesso. – Forse anche qui devono tenere alla larga le zanzare.

Il maggiordomo annunciò l’arrivo di qualcuno e una donna deforme avanzò nella sala. I fianchi erano tanto larghi da sfiorare gli stipiti della porta. Una valletta doveva aiutarla a passare senza intoppi e seguirla dappresso per correggerne la rotta con piccole spinte sui lati. Una scalinata di boccoli coronava la testa. L’abito sbrilluccicava, come intessuto di frammenti di specchio, tanto che guardarla feriva gli occhi. Al collo pendeva una teoria di pietre intagliate che scendeva fino al seno massiccio.

Il maggiordomo declamò ad alta voce una cifra ragguardevole e la donna-baldacchino si guarintorno compiaciuta.

– È il prezzo del vestito e dei gioielli che indossa, – disse il conte rivolto a Joseph e Philip. – A fine serata proclamiamo sempre una vincitrice.

– Anche le nostre donne sono ottime trasportatrici, – commentò Joseph.

– A dire il vero, altezza, le nostre trasportano soltanto la propria vanità, – sogghignò Warwick. – Un peso enorme, in effetti. Permettete che ve lo dimostri.

Joseph osservò il conte avvicinarsi al donnone con noncuranza, baciarle la mano, vezzeggiarla, e intanto far scivolare la punta del bastone sotto l’orlo della sottana. Approfittando di un rumoroso applauso agli orchestrali, sollevò appena la stoffa. Una struttura di ferro reggeva il peso dell’abito, montata su piccole ruote.

6.

In piedi nella divisa militare, Guy Johnson assisteva alla scena, defilato rispetto all’alone di interesse e curiosità che circondava i Mohawk. Al suo fianco, sotto una parrucca bianca, Daniel Claus contemplava gli invitati di Lord Warwick.

Nonostante la fierezza della postura, Guy accusava il peso del viaggio e la fatica degli ultimi mesi. Lo stupore di fronte all’aristocrazia londinese lasciava il passo a considerazioni piú gravi circa la loro presenza nella capitale.

Londra era un calderone ribollente di umori e avvenimenti, il rischio di rimanere inghiottiti era serio. Le porte da aprire erano due: Lord Germain, nuovo ministro delle Colonie, e re Giorgio. Bisognava aprirle in fretta, ottenere le nomine.

Al momento l’attenzione volgeva tutta verso “il principe Thayendanega e i suoi valorosi guerrieri Mohawk”. Dalle premure di Lord Warwick e dalla curiosità morbosa dei convitati si capiva che la cosa era destinata a durare. Questo poteva andare bene: Guy si fidava di Joseph Brant, sapeva quanto avesse a cuore l’eredità di Sir William e l’unione di sangue con la famiglia Johnson. Sapeva che avrebbe fatto la sua parte per onorare la memoria e i precetti del Vecchio.

Anche al “monaco” Lacroix doveva essere riconoscente: difficile da capire, ma affidabile come pochi.

I Mohawk avrebbero fatto l’interesse del loro popolo e della famiglia Johnson.

Eppure, il rischio di rimanere oscurati era concreto. Forse bisognava insistere sui meriti militari ottenuti contro i ribelli, sulla cattura di quel pagliaccio esaltato di Allen.

Eppure, al fondo qualcosa era cambiato. Una gobba di stanchezza, la patina scura del dolore. Non era facile scrollarsi di dosso bandoka.

Mary e il figlio maschio. La responsabilità era sua, l’aveva voluta con sé. Da quella notte faticava a guardare in volto le figlie e aveva iniziato a temere il futuro. Forse era quello il senso dell’invecchiare. La paura come una zavorra sempre piú pesante. O forse era solo la durezza di un viaggio iniziato molti mesi prima.

Eppure, l’anno 1775 si chiudeva nella residenza sul Tamigi di un aristocratico nelle grazie di re Giorgio, tra baldracche di illustri casati e parassiti d’alto bordo. Lontano dalle terre e dai possedimenti, con la guerra alle porte. Per fortuna aveva le figlie con sé, al sicuro.

Difendere l’onore e gli averi dei Johnson. Ottenere gli incontri giusti, trattare buoni affari. Allontanare l’ombra cupa.

Guy destò i propri sensi e si accorse di avere in mano un bicchiere, ma non ricordava cosa contenesse. Vide Peter seguire al violino la musica dell’orchestra. Suonavano su una piccola pedana, sotto un enorme specchio dentro una cornice di legno dorato. Il ragazzo era a suo agio. Aveva studiato e ricevuto una buona educazione, parlava bene e aveva già fama di combattente. Poteva fare breccia nella considerazione della Corona. Tornò a guardare in direzione di Joseph Brant e del conte di Warwick, pochi passi piú avanti: l’indiano era impassibile, non mutava espressione né apriva bocca, calato nella parte in maniera impeccabile. A giudicare dalle moine del conte poteva chiedere qualsiasi cosa.

Meglio non farsi rodere dalla fretta, muoversi nei tempi giusti, saper aspettare. Si scosse di nuovo e si girò verso Daniel Claus.

– Pare che il nostro principe eserciti un’attrazione irresistibile sull’aristocrazia britannica -. Indicò con un cenno del capo in direzione del capannello animato dalla loquacità del conte. Il tedesco spostò il peso sull’altra gamba e il commento che proferí fu solo un rantolo. Guy Johnson guardò di nuovo il bicchiere che aveva tra le mani.

Il maestro cerimoniere interruppe musica e danze per annunciare che Lady Somersault, la strana architettura semovente di broccati e gioielli, era la vincitrice della serata, grazie alla considerevole opulenza del carico che trasportava, per un controvalore di migliaia di sterline. Alla notizia seguí un applauso, interrotto da nuove portate di cacciagione dirette al lunghissimo tavolo del banchetto.

Il trambusto fu immediato e irrefrenabile, i capannelli si scomposero, attraversati da un sussulto come di esercito in rotta. Non di fuga si trattava, ma di assalto, tanto che alcuni camerieri si sottrassero a stento all’arrembaggio. Grovigli di mani smembrarono il cibo. Rumori di masticazione riempirono la sala.

– Toglie appetito, vero?

Una voce disgustata. Passo incerto, gamba destra rigida, spalle storte come il sorriso. L’uomo accennò un inchino.

– Sir Theodore Leed. Onorato.

Guy Johnson e Daniel Claus ricambiarono il saluto. Leed ammiccò in direzione di Joseph Brant, che contemplava serafico il banchetto.

– Con tutto il rispetto, signori, a meno che da quando ho lasciato l’America le Sei Nazioni non siano diventate una monarchia, il vostro indiano non è principe piú di quanto io sia re di Svezia.

Aveva il tono brusco di un soldato e ne aveva anche l’aria. Guy e Daniel scambiarono un’occhiata eloquente.

– In effetti, Joseph Brant Thayendanega è un capo guerriero, non un principe, – ammise Guy.

– Lo immaginavo, – soggiunse lo sciancato. – Ero di stanza a Fort William Henry durante l’ultima guerra -. Sfiorò la gamba, poi la spalla, con la punta delle dita. – Mortaio francese, chirurgo scozzese. Abbinata infelice.

Si concesse un ghigno amaro.

Guy sentí l’ansia salire in gola. Deglutí un paio di volte, cercando di non pensare alla sua tenuta, alla valle e soprattutto all’abisso d’acqua che lo separava da casa.

Fu Claus a intervenire, forse accorgendosi della sua difficoltà.

– Da allora non siete piú tornato in America?

– Purtroppo no, sono in congedo definitivo. Nondimeno, mi tengo informato su quanto succede. So che avete avuto problemi col generale Carleton circa gli indiani.

Claus lo squadrò con malcelata diffidenza.

– Per caso appartenete anche voi al partito contrario al loro impiego in questa guerra?

Leed sorrise. La domanda era un modo esplicito di prendergli le misure. Osservò l’orda famelica che si allontanava dal tavolo con l’aria stanca e soddisfatta di chi ha faticato per guadagnare il pane. Il chiacchiericcio riprendeva a coppie e gruppetti, mentre l’orchestra cambiava gli spartiti.

– A suo tempo conobbi il commissario Johnson, – disse infine Leed. – Mi è dispiaciuto apprendere della sua morte. È raro trovare nella stessa persona un condottiero capace e un abile diplomatico.

– Non avete risposto alla mia domanda, – replicò Claus arrotando le erre. Quando si innervosiva, l’accento tedesco prendeva il sopravvento.

– Altroché, signore. Un uomo come Sir William sapeva utilizzare gli indiani contro i nemici della Corona, e allo stesso tempo tenerli sotto controllo. Datemi un altro William Johnson e sarò il primo a sostenere l’impiego degli irregolari indiani.

– È un modo elegante per dire che siete contrario, – intervenne Guy.

– Nient’affatto, – ribatté l’altro. – È un modo di dirvi che comprendo la delicatezza della vostra missione. Credo di essere l’unico in questa sala.

– Tuttavia, credete che gli indiani troppo indisciplinati per combattere dalla nostra parte.

– La disciplina, colonnello, serve a illudersi che la guerra sia una partita a scacchi tra gentiluomini -. Leed adesso parlava come se stesse commentando il sapore del vino, ma gli occhi erano offuscati da un malessere che sembrava marcire in fondo all’animo. – Un’idea con cui noi ufficiali amiamo baloccarci – Una smorfia gli storse di nuovo la bocca. – Ma chi, come noi, conosce l’America, sa che questa guerra sarà di un genere particolare. Senza regole e con scenari imprevedibili – Fissò i due interlocutori con fermezza, un’enorme forza mentale si dibatteva dentro un involucro fallato. – Guerra civile, la piú sanguinosa. Gli Inglesi la conoscono, già una volta un re ci ha rimesso la testa. È questo che spaventa i pavidi come Carleton -. Un lieve gesto bastò a esprimere la scarsa considerazione per il governatore del Canada. – Sanno che gli indiani sono i combattenti ideali per questo genere di conflitto, e ne hanno paura. Paura di quello che si può scatenare.

Guy Johnson avvertí un fastidioso sudore sotto il colletto. Ebbe la sensazione che qualcuno avesse rubato i rumori, che i suoni non si diffondessero piú. Le bocche si aprivano mute. L’archetto di Peter accarezzava le corde senza cavarne nota. Tacchi e suole battevano un pavimento d’ovatta. Ogni corpo, ogni movimento era assurdo e inumano. Gli sembrava di essere circondato da lastre di vetro. Le due iarde quadrate che comprendevano lui, Claus e Leed erano il frammento di un mondo alieno, sovrapposto a quello della festa, come una macchia d’olio sul pelo dell’acqua, che galleggia senza farsi assorbire.

– Le vostre parole sono affatto inconsuete, Sir Theodore.

Il reduce mosse il busto irrigidito e asimmetrico, come una marionetta. – Pensate che non siano adatte a un leale soldato di Sua Maestà? – Leed abbracciò la sala con un solo gesto della mano. – E se vi dicessi che davanti allo spettacolo di questa nobiltà, non posso non provare un briciolo di simpatia per chi è stanco di finanziarne i lussi con le proprie tasse? Pensereste che sono un traditore?

Guy scambiò un’occhiata con Claus, nervoso. Dove voleva arrivare? Forse il mortaio l’aveva colpito anche alla testa e sotto la parrucca il cranio era deformato, la mente offesa.

– Ebbene, sbagliereste. E di molto, – concluse Leed. – Io sarei disposto a tutto per salvaguardare l’unità dell’Impero -. Tornò a fissare Guy Johnson. – E voi?

– Non capisco cosa intendiate.

Il reduce fece un cenno in direzione di Brant, di nuovo in balia del padrone di casa e dei suoi ospiti.

– Aizzare i cani da guerra contro altri inglesi, ancorché nemici del re, – sentenziò Leed. – Ci vorrà fegato per farlo. Una grande fede in Dio e in Giorgio III -. Sbatté i tacchi. – Signori. È stato un onore -. Di nuovo un mezzo inchino, un sorriso, e si allontanò.

I due gentiluomini restarono a guardarlo trascinare la gamba, come un vecchio animale ferito. Il disagio che condividevano impediva a entrambi di aprire bocca.

– Allora è questo che fanno gli indiani. Osservano in disparte i nostri usi bizzarri.

Philip Lacroix si voltò di scatto. La donna era vestita d’azzurro, un filo di perle al collo. La pelle candida come un lenzuolo era percorsa da efelidi che si perdevano sotto l’abito. Era di corporatura solida, ben piantata. Sembrava apparsa dal nulla, viso adulto, tratti marcati appena ingentiliti dal trucco. I capelli dorati riflettevano la luce della sala. Philip rimase muto a osservarla. Poi parve ricordare qualcosa.

– Mi dispiace, signora, temo di non capire.

La donna sorrise. – Intendo dire che assomigliate a uno studioso di storia naturale che osserva illustrazioni di animali esotici.

Philip non sapeva cosa pensare. Le parole della donna erano celia o cos’altro?

La donna allungò una mano. – Lady Florence Mowbray.

– Philip Lacroix.

La donna ristette perplessa, attendendo il baciamano, poi aprí il ventaglio che portava appeso al polso e sorrise: – Non mi aspettavo certo Hercules Kerkabon.

– E voi non siete la signorina di Saint-Yves.

– Per fortuna! Avete davvero letto L’ingenuo? E come lo giudicate?

Fu il testo a offrire a Philip la risposta.

– Una buona favola. Mi piacciono le favole dei filosofi, rido a quelle dei bambini e odio quelle degli impostori.

Gli occhi di Lady Mowbray tradirono una sincera sorpresa.

– Nessun altro in questa sala saprebbe citarlo cosí a memoria. Ammesso che qualcuno lo abbia letto. Nelle foreste americane circolano contes philosophiques?

– Nelle foreste americane circolano molte cose europee, – rispose Philip.

Lady Mowbray schermò il volto con la ruota del ventaglio. Lo fece ondeggiare sul naso per impedire al sudore di sciogliere il trucco.

– Noialtri non sappiamo davvero nulla del vostro paese. Leggiamo Voltaire che con foga sconsiglia l’America.

– A lui piace l’Inghilterra, – commentò Philip.

– Forse. In realtà credo gli piaccia contrariare i suoi connazionali. Quell’uomo è un provocatore, il piú acuto d’Europa -. Fece una pausa, come dovesse decidere se azzardare ancora o fermarsi. Alla fine aggiunse: – Al suo confronto Rousseau non è che un grigio figuro, non trovate? Del resto, non è francese, ma svizzero, tutt’altra razza. Oh, scusate, non vi ho chiesto se conoscete…

– … gli Svizzeri? – la interruppe Philip. – No. Ma ho letto l’Emilio.

– Stupefacente, – disse la donna avvicinandosi di un mezzo passo. – E… – soppesò la domanda, -… da che parte state?

Philip la guardò perplesso.

– Tra i due campioni quale scegliete, per chi parteggiate? – precisò lei. – Oggi non si è nessuno se non si ha un’opinione in proposito.

– Quale proposito?

– Ebbene, voi, in un certo senso. Non mi lascerò sfuggire l’occasione di avere chiarimenti da un diretto interessato.

– Temo di non capire.

Lei gli sfiorò il braccio con la punta delle dita.

– Il selvaggio, l’ingenuo, l’uomo naturale. Pensate di essere il modello dell’uomo originario, virtuoso e incorrotto, o piuttosto un ritardatario che deve approdare alla civiltà?

Philip soppesò la domanda e decise di dire quello che pensava davvero.

– Appartengo al Popolo della Selce, custode della porta orientale della Lunga Casa. Sono figlio del clan del Lupo. Prego Dio alla maniera dei papisti francesi e ho combattuto per il re d’Inghilterra. I filosofi non hanno mai messo piede in America né hanno mai incontrato un indiano.

La donna elargí un sorriso di meraviglia: – Mon Dieu, ecco Alessandro che taglia il nodo gordiano. Avete ragione: pronunciarsi su tutto, e in special modo su ciò che si ignora, è una delle malattie del nostro tempo. Tipica dei Francesi, aggiungerei -. Compí un mezzo giro intorno a lui, lanciando occhiate alla sala e inclinando appena la testa in segno di saluto verso qualcuno degli ospiti. La donna proseguí.

– La vostra storia deve essere assai piú interessante di qualunque operetta morale. Discendete certo da un grande re.

– Non ho conosciuto i miei genitori, – rispose Philip. – I missionari del Canada mi hanno raccolto quando avevo due anni.

– Orfano, quindi, – commentò Lady Mowbray con aria piú greve. – Scapolo, anche?

– Ho avuto moglie e una figlia. Sono morte molti anni fa.

La donna si schiaffeggiò una mano.

– Pago pegno per la mia indiscrezione. Attorno, la sala era un brulicare di corpi e di voci.

– Voi siete sposata?

– Sí. Ho barattato la mia virtú per un bene maggiore, – le parole uscirono attraverso un sorriso forzato. – Una contea, per la precisione. Ma ho avuto la buona idea di pretendere un’istruzione, cosí da non vivere inconsapevole come un animale.

Philip non seppe cosa dire. Lei parve divertita dall’effetto delle proprie parole.

– Lord Mowbray esige massima discrezione, e che non lo si contraddica in pubblico. Una donna acculturata è piú di quanto queste persone riescano a sopportare. Come vede, monsieur Lacroix, noi inglesi siamo davvero civili. Mettiamo a contratto qualsiasi cosa. Ecco svelato perché molti filosofi ci prendono a modello.

Philip colse la figura di Joseph, scortato dal conte di Warwick fino a un capannello di dame sovreccitate.

– Ma adesso venite, – propose Lady Mowbray senza perdere tempo. – Soccorriamo il principe, lo spettacolo sta per cominciare.

7.

Gli Italiani avevano la mania della “macchina”.

Non come i Tedeschi. I Tedeschi, al piú, alzavano un obelisco o una statua – un putto, un angelo ad ali spiegate, un monumento equestre in omaggio al committente. Opere grezze di gesso e cartone, pochi giorni di sudore e il resto della fatica andava ai fuochi, miscelare le polveri, provare le micce. Al momento giusto, l’obelisco o la statua si aprivano o incendiavano, e da dentro partivano i razzi.

Gli Italiani no. Gli Italiani ergevano castelli da fiaba in legno, tela e cartapesta, alti cento piedi, con pareti scorrevoli o ripiegabili, tripudio di trompe l’œile false prospettive. Gli Italiani alzavano archi, cupoloni, facciate di cattedrali, i fuochi nascosti dentro gargoyle e altorilievi.

La macchina, questo importava. Senza la macchina, i fuochi erano “nudi”. Cosí aveva detto uno dei mastri artificieri, mischiando gli idiomi come polveri piriche: – Sans de machine, defires sont nud, compris? Nud. Let de Germans being de Germans, we do different, con l’argent of de Lord.

Perché Lord Warwick si fosse intestardito con la scuola italiana non era dato sapere. Il signor Abbott, l’esperto cerimoniere del conte, preferiva i Tedeschi. Piú scarni, ma precisi e affidabili. Eppure, in tutta Europa, erano i fuochisti italiani a godere della migliore reputazione. Gli Italiani costruivano la propria gloria sull’abbellimento di idee nate altrove, aggiungendo un tocco flamboyant e buffonesco.

Con loro c’era un architetto, tale Guidalberto Rizzi. Abbott aveva visto i suoi bozzetti: un edificio senza stile riconoscibile, facciata sontuosa sorretta da portici, si innalzava ed era interrotto due volte da nuovi spazi vuoti, foreste di pilastri e capitelli, e in cima si allungavano torri, cannoni verticali dal cui interno partivano i fuochi. Piú in alto ancora, su una piattaforma circolare giravano unicorni, draghi cinesi e leoni simili a quelli della Repubblica di Venezia. Dalle fauci uscivano fiamme, subito spente dai getti d’acqua delle proboscidi di due elefanti di legno, nascosti dietro gli alberi e poi sospesi in aria da un gioco di funi. Elefanti che, a loro volta, dovevano esplodere in un tripudio di lampi rossi, bianchi e blu.

Lord Warwick non era tipo da badare a spese e aveva acconsentito a ogni richiesta. Abbott aveva assunto gli artigiani e gli operai e procurato i materiali. Un mese di lavoro, i viali della residenza affollati di carri e maestranze a petto nudo. Impalcature si alzavano, ponteggi si allargavano, secchi viaggiavano su carrucole e ogni tanto cadevano sfiorando teste. Lord Warwick salutava gli incidenti con applausi dal terrazzo, Abbott non sapeva che pensare. Nel carro-officina, i pirotecnici miscelavano zinco, antimonio e arsenico rosso.

Abbott era preoccupato. Anche la scelta dell’accompagnamento gli sembrava azzardata. Musica per i Reali Fuochi d’Artificio. Lo ricordavano tutti, il grande tonfo del ’49. Anche quella volta s’era trattato di Italiani.

Un disastro: esplosioni premature, incendi, morti, feriti, risse e arresti. Il re e il suo seguito se n’erano andati, suggellando il memorabile fiasco.

Su scala minore, Abbott temeva di assistere a qualcosa di simile. Lo traversavano orribili presentimenti.

Il cielo era color blu di Prussia. L’unico elemento germanico del display.

Alla servitú occorsero parecchi minuti per spegnere tutti i lampadari e le candele del salone panoramico. Pian piano la grande vetrata cessò di riflettere le luci, i sorrisi e i colori sgargianti della calca, e si fece trasparente. Ciascuno vide svanire il suo doppio e si trovò in compagnia di un blu denso e pesante, di fronte alla volta del cielo.

Philip Lacroix Ronaterihonte non aveva mai visto fuochi d’artificio.

Joseph Brant Thayendanega non aveva mai visto fuochi d’artificio.

Peter Warren Johnson aveva visto i fuochi d’artificio, a Philadelphia, ma sospettava che quello spettacolo sarebbe stato un’esperienza ben piú ricca.

Con argani e pertiche, gli operai rimossero i teli dalla bizzarra costruzione al centro del parco, circondata da lunghe torce infisse al suolo e grandi lampade appese agli alberi.

Peter si guarintorno in cerca di suo zio e del Grande Diavolo, ma non riuscí a vederli.

Boom!

La folla trasalí e i vetri tremarono. Il cielo ancora non s’illuminava.

A breve distanza, una seconda esplosione:

Boom!

E poi:

Boom!

La terza salva era l’ultimo segnale. Un lampo illuminò il cielo senza fare alcun rumore. L’orchestra attaccò l’ouverture.

Da una cupola in cima al tempio si levò una muraglia di fuoco, che divenne una cascata di fiamme rosse, bianche e blu. La Union Jack.

Una sequenza di scoppi spaventosi cancellò la musica, accompagnata da scie verdissime che sembravano partire da ogni punto del palazzo, salivano in cielo e davano vita a effimere stelle.

Gli Italiani avevano la mania del rumore. Nei loro spettacoli inserivano il maggior numero possibile di “colpi scuri”, zeppi di polvere nera. – Abundance of grand noise, Mister Ebbott, is de ltalian style, ssssssssssss, ka-boom! Boom, boo-boom! Tutto scoppia, compris?

Abbott, in piedi su una collinetta, godeva di una buona vista sulla macchina e sull’intero display. Sulla sinistra vedeva il palazzo, quello vero, i fuochi riflessi nelle vetrate del salone panoramico. Un edificio di fronte all’altro, come se quello in pietra subisse l’arrembaggio di un suo doppio avvolto dalle fiamme e avesse rinunciato a difendersi, limitandosi a contemplare la violenza di cui era vittima.

In quel momento capí l’intento degli Italiani.

Anche Philip comprese. Appoggiato alla parete di fondo, accanto a Lady Mowbray, vedeva lo spettacolo al di sopra di parrucche e diademi.

Il palazzo di legno non era forse la caricatura del palazzo di Lord Warwick? Lo sfarzo inutile, le statue, gli orpelli, i colonnati sospesi. I pirotecnici mettevano la nobiltà inglese di fronte allo spettacolo di se stessa. La jouissance del padrone di casa trovava il proprio culmine nel falò delle vanità imperiali.

Un leone sbuffò un getto ardente, piú debole del previsto. Si risolse in una pioggia di lapilli che cadde sul prato, radente alla facciata del tempio.

Fu cosí che una colonna del portico prese fuoco.

Prima che qualcuno intervenisse, le fiamme si trasmisero a un’altra colonna.

Gli elefanti, intanto, restavano nascosti.

Da dietro una siepe sbucarono alcuni energumeni a petto nudo, ciascuno con un secchio d’acqua.

Nel mentre, il fuoco aveva intaccato una terza colonna.

Abbott si lanciò di corsa giú per la collinetta.

Il fuoco divorava la facciata. Continuavano a partire razzi, in un tripudio di astri artificiali. Sorgevano e subito calavano. Tramonti definitivi, rimpiazzati da nuove, rapide albe. Grappoli di scintille fluttuavano negli occhi degli astanti.

Abbott raggiunse la siepe dietro la quale operavano i tireurs. Vide gli Italiani e si avventò contro di loro.

– Incoscienti! Irresponsabili! Lo sapevo che avreste causato un disastro!

Gli Italiani lo guardarono come fosse un posseduto. Uno di essi gli mostrò i palmi delle mani, per placarlo o per tenerlo a distanza.

Calm, friend, tranquill!. C’est part du spectacle! Is de Italian style, maybe forget? – poi si girò verso gli operai a torso nudo e ordinò: – Tirez la corde, now!

Un altro pirotecnico, coperto di tatuaggi dal mento alle dita delle mani, indicò alle spalle di Abbott e gli fece segno di girarsi.

In quel momento l’intera facciata crollò.

Abbott rimase a bocca aperta.

Peter, Philip, Joseph e tutti gli altri rimasero a bocca aperta. I musici smisero di suonare. Un prolungato “ooohhh” di stupore riempí il salone.

Dietro la facciata distrutta dal fuoco era sorta una piramide. In cima alla piramide, un disco di fuoco, replica del sole, mandava intorno una luce bianca.

La piramide si alzò, sollevata da tiranti e verricelli. Alla base, si accesero decine di razzi. Era come se le fiamme variopinte la spingessero lontano da terra, verso il cielo. Cielo che si accese di stelle e si tinse, in un’ultima grande vampata, di rosso, bianco e blu.

L’applauso fu fragoroso. Tutti si girarono verso Lord Warwick, per congratularsi. Il padrone di casa sorrideva sardonico.

“E gli elefanti? Dove sono gli elefanti?” pensò Abbott.

– Non dovevano esserci gli elefanti? – chiese agli Italiani. – Come omaggio agli ospiti indiani?

Gli Italiani lo guardarono come fosse un verme spuntato da sotto un sasso, poi scoppiarono a ridere.

– Ils sont indiens d’Amerique. Elephants stay in India, imbezèl.

Notte. Peter tornava verso l’albergo e si sentiva alto dieci piedi. Il legno e le stoffe della carrozza faticavano a contenerlo. L’eccitazione della folla, la musica, i fuochi d’artificio continuavano a rumoreggiare, suonare, esplodere nella mente. Scorrevano nelle vene insieme al sangue, denso e forte. Il cuore batteva come un tamburo, sul volto era dipinto un sorriso. La carrozza sobbalzava, Peter non provava alcun disagio, come se le membra, pervase d’eccitazione, non percepissero disagio o stanchezza.

Era al centro del pianeta, in mezzo a un gruppo d’eroi che Londra aveva salutato con il cappello in mano. Era alticcio, i liquori e i rosoli e i vini avevano sapore di nettare, sapori ben diversi dal rum delle colonie. Le donne e le fanciulle – alcune lo avevano guardato, se n’era accorto – erano ninfe, la sala dove si era tenuto il ballo era un Parnaso. Gli uomini lo avevano trattato con il rispetto che si conviene a un giovane guerriero vittorioso.

Peter guardò fuori del finestrino. La notte era buia, in molti punti l’illuminazione pubblica era assente. Sentí la mole dei palazzi gravare sul veicolo. Londra era un’immensa fortezza, i suoi bastioni difendevano tutti i sudditi leali, giungevano ai quattro angoli del mondo, fino alla valle del Mohawk, fino a Canajoharie. Peter pensò che il futuro aveva i colori dell’arcobaleno.

8.

Una cantina umida, senza intonaco né pavimento. Nell’angolo piú scuro, un gatto morto saziava una banda di topi. Il calore della stufa era una goccia nel mare di gelo. Raggi di sole smorto e grida eccitate colavano giú dalle bocche di lupo.

L’orco col grembiule travasava il vino dalle damigiane alle bottiglie, senza riempirle. Lo sfregiato lavorava di lima su un vassoio di peltro. Il piú magro dei tre raccoglieva la polvere con un cucchiaino, la versava nel Bordeaux, aggiungeva acqua e contava ad alta voce:

– Centosette, centotto, centonove…

Dall’ingresso sul fondo, proruppero nella stanza due individui, eleganti come lord se paragonati agli altri. Sotto i pastrani, giacche di lino grezzo e calzoni di lana. Il piú alto aveva persino una parrucca, sfilacciata e sporca ma di buona fattura. In mano, un foglio sgualcito.

– Signori, – annunciò con enfasi. – Il “Daily Courant” ci fa l’onore di un articolo.

– Dannato cazzo! Leggi un po’.

– Zitti. Mi incasinate la conta. Dove stavo?

– C’è la lettera del merlo che abbiamo spennato l’altra notte. Dice che se qualcuno non gli crede, può andare dal dottor Flint, e chiedere a lui com’era bollito, dopo la cura degli indiani.

– La freccia nel culo. Chissà che ghigne, dottor Flint!

– Centotto. Eri arrivato a centotto.

– Macché, almeno centodieci. Tocca che ricomincio.

– Lascia perdere, – lo fermò il nuovo arrivato. – Si deve parlare.

– Qualche trucco per la serata? – domandò il contabile.

– Anche.

Lo sfregiato sorrise con l’occhio buono slavato dal gin. Non aveva progetti per l’ultima notte dell’anno, a eccezione di un ragazzino che gli doveva un favore.

– Porta il vino, – ordinò il lord a quello col grembiule. – Voglio sentirlo, prima che lo piombate.

Piegò il giornale e andò a sedersi su una cassa di legno abbandonata piú in là. Gli altri quattro ne trascinarono altrettante a formare un cerchio. Gli passarono la bottiglia. Tirò una sorsata, si sfilò la parrucca e prese a pettinarla con le dita. La testa scoperta rivelò il ciuffo da guerriero indiano e una mezzaluna turca tatuata in fronte. Con un gesto, invitò l’altro lord a prendere la parola.

Era un biondino pallido, aria sifilitica, pancia da birra. A prima vista, pochi gli avrebbero dato un penny.

– Dunque, – si schiarí la voce. – La storia è questa: qui a Soho, smazzano tutti in solitaria. Tagliaborse, scippatori, borsaioli, scassaporte. Qualche stradaro sulla via di Tottenham. Rape come le nostre, c’è solo uno che le sbafa. Si chiama Dread Jack, ha una ganga da sette e fa il gioco infame: ladra e acchiappa i ladri, gratta, piazza, si canta chi compra e intasca la mensa.

– A Covent Garden non ne avevamo di stronzi cosí, – commentò malinconico lo smilzo.

– Avevamo i bracchi del giudice Fielding, in compenso, e abbiam dovuto sgambare.

– Animo, sguanati, – tagliò corto l’Imperatore. – Magari il trasloco ci fa bene. Il Garden era troppo fitto, ormai. Qui niente cagnacci, solo bacucchi della Guardia, gli fai uh! e scappano in parrocchia. Mettiamo sotto Dead Jack e il gioco è fatto. I polli tutti per noi, le facce tutte con noi.

– La fai liscia, – sputacchiò lo sfregiato. – Quello mica è un poldo qualsiasi. La gnucca indiana gli fa una sega.

– Non dire stronzate, Cole. Noi siamo i Mohock di Londra, altro che ciuffo. Questa qui, – batté la mano sulla fronte, – non me la sono fatta ieri.

– Lo sappiamo, Dave, – l’orco recitò la filastrocca. – Tuo nonno era Hendrick, il re dei Mohock, che venne a Londra e si fece una scopata.

– Proprio cosí. Tutta la città sbava per gli indiani, come allora. Se eravamo la ganga del Signor Nessuno, quello manco la scriveva, la lettera sul “Courant”.

– E secondo te Dread Jack legge il giornale?

– A mala pena saprà scrivere il nome, ma che c’entra? Al gregge basterà sentire il nostro, di nome, per cagarsi in saccoccia.

– E a noi che ce ne viene? – Il contabile strizzò il naso in una smorfia da gatto.

– Se si cagano, pagano, – sentenziò l’Imperatore. – La paura è l’anima del commercio. I selvaggi della città non vedranno l’ora di mettersi con noi. I vecchi della Guardia pregheranno Dio, i bracchi di Fielding staranno a cuccia nel canile di Bow Street. Dead Jack ci penserà due volte, prima di fare la guerra ai Mohock di Londra.

Detto questo, estrasse dalla tasca una scatolina rivestita di velluto, ne cavò uno stuzzicadenti in penna d’oca e prese a conficcarlo tra carie e denti guasti.

– E il carico di vino che ci siamo fatti? – chiese l’orco indicando le damigiane. – Se lo stavano cucinando loro, quel colpo.

– Appunto. Sono passati tre giorni. Tu li hai sentiti lagnarsi?

– No, ma tempo al tempo

Tempo al cazzo. Mica è scacchi, che dobbiamo aspettare. Abbiamo fatto la prima mossa, adesso rilanciamo.

– Rilanciamo? E cosa?

L’Imperatore ripose lo stuzzicadenti, pescò una zolletta simile a zucchero e se la ficcò in bocca. Disgustato, diede fondo alla bottiglia, fece un gargarismo e sputò per terra l’intera mistura.

– Allume, – disse con l’indice puntato in gola. – Stanga i denti come niente. Un gentiluomo…

– Sí, Dave, – lo assecondò l’orco. – Un gentiluomo è come un cavallo. Che cazzo rilanciamo, allora?

L’altro arricciò le labbra sui denti. – Quando farai coftretto a parlare cofí e ti piglieranno tutti a ciondoli, come te la gagnerai, la ftecca? Fucchiando la fava?

Risate al catarro rimbalzarono per la cantina. L’orco replicò a gesti, invitando i compari a prendersi cura della sua, di fava.

– Cosa stavamo dicendo? Ah, già, semplice: andiamo, ci presentiamo, e se vogliono un risarcimento glielo diamo volentieri.

Silenzio, rotto solo dallo squittire dei topi. Lo sfregiato si alzò per raccattare una nuova bottiglia. Bevve un lungo sorso. Era di quelle già trattate, ma non parve accorgersi della differenza. Il contabile fu il primo a parlare.

– Per me ci sto. Quando?

L’Imperatore lanciò la parrucca e si alzò di scatto.

– Stasera. Non volevate festeggiare? Domani comincia l’anno mohock.

9.

Occhiosolo Fred locchiava le mignotte da dietro il banco della taverna. Era in un cortile di Tottenham Court Road, in mezzo a quello che chiamavano, con rispetto parlando, “l’isolato dei tagliagole” di Soho. Da vent’anni, pure se priva di insegne, portava il suo nome, Taverna Occhiosolo, cioè da quando Fred era sbarcato per sempre da gusci e legnacci sopra la terraferma, e con i quattro denghi che aveva gagnato tra paghe, ruberie e contrabbandi, s’era comprato quella stamberga per diventare un poldo bigio e ciucco in santa pace, e si fottesse l’acqua salata. L’affare era ganzo, il gagno sicuro, il truciolo in saccoccia allora non faltava, e la ciangotta ce l’aveva giusta per ispirare il rispetto. Il resto l’avevano fatto l’occhio guercio, ché uno buono era abbastanza per locchiare quello che si doveva locchiare, qualche sfregio a mescolare i tratti e l’espressione, la ghigna storta e i quattro zughi rimasti nel truglio, marci e affilati come quelli di un pescecane morto. S’era ritrovato oste.

Altri tempi. Poi l’età bigia, loffia, scannata e bastarda aveva irrancidito ossa e budella, costringendo Fred a mettersi sotto padrone, un malcico merdoso e lezzo che conosceva da quando era fringuello e si chiamava James, ora Dread Jack. Teneva una ganga di soma infami, truffa e zavagli. Tutto il giorno a glutare gin e a riempirsi le gaioffe e le palandre di denghi frutto di tagli, infamate e borseggi.

Finiva un anno di merda, ne cominciava un altro, tanto non cambiava mai una sega, e se cambiava era in peggio, questo pensava Occhiosolo. Cosí la sbronzeria era già tamagna assai: i soma di ganga di Jack biascicavano, palpavano e glutavano gin, glutavano, palpavano e scaracchiavano dai loro trugli immondi. Le mignotte, nonostante il freddo lisca infame, portavano corpetti di pelle, quasi tutte senza indossar altro di sotto, con le granfie e la schiena nude e le minne bene in v