Problematiche ambientali dei siti di interesse nazionale: chiesta assegnazione di un affare in 13a Commissione

Mercoledì 29 7 2015

La Commissione Ambiente, mercoledì 29 luglio, ha convenuto di richiedere alla Presidenza del Senato l’assegnazione di un affare sulle problematiche ambientali dei siti di interesse nazionale e di un affare sulle problematiche dell’ex Cava di Tufo Monti sita in Maddaloni, in provincia di Caserta.

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Presidente dell’Istituto superiore di sanità: parere favorevole su nomina in 12a Commissione

Mercoledì 29 7 2015

La Commissione Sanità, mercoledì 29 luglio, ha approvato la proposta di parere favorevole sulla nomina di Gualtiero Ricciardi a Presidente dell’Istituto superiore di sanità (Atto del Governo n. 49).

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La censura de internet como forma de combate contra la discriminación

En Argentina, el 14 de julio pasado, la Cámara de Diputados propuso la llamada “Ley Nacional Contra la Discriminación” cuyo objetivo es garantizar el derecho humano a la igualdad. Para ello, se busca castigar toda forma de discriminación, con el fin de erradicarla.

A pesar de estas buenas intenciones, la iniciativa genera incentivos que inhiben la crítica e impiden el libre flujo de ideas en internet. Por lo mismo, los derechos humanos a la privacidad, la libertad de expresión y la libertad de opinión podrían verse fácilmente vulnerados.

Primero, porque la definición de discriminación es demasiado amplia. Se define como cualquier acción u omisión que a través de estereotipos, insultos, ridiculizaciones, humillaciones, descalificaciones o mensajes, “transmita o reproduzca dominación o desigualdad en las relaciones sociales” (artículo 5, b). Bajo esta definición, incluso la crítica podría ser un acto de discriminación.

En segundo lugar, uno de los puntos más preocupantes de la iniciativa es que niega el derecho a la presunción de inocencia, es decir, que todos somos inocentes hasta que se pruebe lo contrario. El artículo 15 establece un principio de culpabilidad cuando dice que “la carga de demostrar que el acto no es discriminatorio recaerá sobre quien lo haya realizado”.

Ambas disposiciones son aún más graves cuando se conjugan con el artículo 21, que promociona la no discriminación por internet. En virtud del mismo, los medios, revistas o periódicos que admiten contenidos y comentarios de los usuarios debe cumplir obligaciones como publicar términos y condiciones que indiquen que los usuarios pueden ser sujetos de sanciones civiles o penales por hacer comentarios discriminatorios; hacer pública una vía de comunicación para denuncias y solicitudes para remover contenidos; y adoptar “las medidas necesarias” para evitar la difusión de contenidos discriminatorios.

En la práctica, esto implicaría un monitoreo de contenido por empresas privadas, con estándares muy poco claros sobre lo que debe prevalecer y lo que no. El resultado sería una sobrecensura de contenidos por temor de las empresas a ser responsabilizadas, de forma contraria a lo sostenido sistemáticamente en los informes de las Relatorías Especiales sobre Libertad de Expresión. Además, para poder establecer sanciones adecuadas, los medios, revistas o periódicos tendrían que tener los datos completos de las personas que comentan en sus plataformas en línea. Esto vulnera el derecho al anonimato, reconocido en el Sistema Interamericano de Derechos Humanos.

Cualquier restricción a la expresión en internet debe seguir estándares de respeto a los derechos humanos, como los Principios de Manila. No deben existir restricciones a la difusión de contenidos sin una orden judicial que respete los criterios de necesidad y proporcionalidad de la medida. Además, se debe respetar el debido proceso, incluida la presunción de inocencia. Ninguno de dichos estándares está presente en la iniciativa de ley argentina.

Las definiciones laxas de igualdad han servido históricamente para limitar las expresiones. América Latina no es la excepción. Sin embargo, ambos principios deben equilibrarse para ser capaces de disfrutar de una internet abierta, libre y democrática. La lucha contra la discriminación no debe conducirse mediante la obstrucción de internet como medio de expresión, ni servir como herramienta de censura.

Tratto da derechosdigitales.org

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GB, Corbyn spacca il Labour

di Michele Paris

La competizione per la leadership laburista in Gran Bretagna, dopo la sconfitta patita alle urne lo scorso mese di maggio, sta rapidamente gettando il partito in una grave crisi, provocata principalmente dal gigantesco divario esistente tra gli orientamenti dei suoi vertici e quelli della sua teorica base elettorale.

A scatenare una feroce polemica all’interno del “Labour” è stata la relativamente sorprendente ascesa del candidato della sinistra del partito, Jeremy Corbyn, a tutt’oggi il favorito nella corsa alla sostituzione di Ed Miliband. Il veterano deputato 66enne ha infatti superato nel gradimento dei possibili elettori i vari aspiranti segretari di tendenze più moderate o apertamente schierati con il “New Labour” e l’ex primo ministro, nonché potenziale criminale di guerra, Tony Blair.

Lo status di “front-runner” di Corbyn rappresenta una beffa per l’establishment laburista che teme la sua elezione a segretario, visto che la sua candidatura era stata sponsorizzata all’ultimo momento proprio da vari leader del partito contrari alle sue posizioni progressiste. Per un partito spostatosi nettamente a destra negli ultimi anni e punito severamente alle urne, molti all’interno di esso auspicavano la presenza di un candidato di “sinistra”, sia per dare l’impressione dell’apertura del Labour a tutti gli orientamenti sia, soprattutto, per dimostrare l’esiguità di un elettorato “radicale” in Gran Bretagna e giustificare perciò l’abbraccio delle politiche neo-liberiste.

Questa scommessa sembrava però poter andare a buon fine solo in caso di una candidatura debole di Corbyn e di un’inevitabile sonora sconfitta, come avevano agevolmente previsto i leader moderati del partito. L’agenda di Corbyn, fatta di misure volte a invertire le politiche di austerity degli ultimi governi laburisti e conservatori, ha al contrario suscitato una valanga di consensi e un numero inaspettato di nuovi aderenti al partito, pronti a sostenere il candidato di “sinistra” nelle prossime elezioni per la leadership.

A favorire il decollo della candidatura di Jeremy Corbyn è stata anche la modifica delle regole per l’elezione del leader del partito. A differenza del passato, in questa occasione chiunque potrà partecipare al voto, a patto che sia disposto a donare tre sterline al Partito Laburista.

Decine di migliaia di persone hanno così aderito al Labour o si sono registrate come “sostenitori” nelle ultime settimane, provocando non l’esultanza dei suoi leader ma suscitando bensì un’angoscia diffusa.

Secondo i sondaggi pubblicati in questi giorni dai media britannici, Corbyn avrebbe un margine sostanzioso sui suoi sfidanti, essendo attestato in media attorno al 40% dei consensi, contro circa il 20% degli ex membri del governo di Gordon Brown, Yvette Cooper e Andy Burnham, e poco più di un misero 10% della fedelissima di Tony Blair, Liz Kendall. Anche in un ipotetico testa a testa con Burnham o Cooper, Corbyn risulterebbe al momento il candidato vincente.

Questi sviluppi hanno trasformato la sfida interna al Partito Laburista in una vera e propria farsa. Svariati parlamentari laburisti hanno infatti manifestato reazioni tra il patetico e l’isteria, denunciando le modalità con cui si dovrà tenere il voto per il leader del partito. Le nuove regole avrebbero cioè consentito l’inflitrazione di elementi “socialisti” e “comunisti” che intendono appoggiare Corbyn.

Per il deputato John Mann, il voto è a rischio sabotaggio per opera di individui di “estrema sinistra” che si sono tradizionalmente opposti ai laburisti e che ora starebbero cercando “espressamente di distruggere” il partito. Lo stesso Mann ha invitato la leader ad interim del Labour, Harriet Harman, a controllare in maniera più scrupolosa il profilo dei nuovi aderenti al partito, visto che la maggior parte di essi sembra sostenere la candidatura di Corbyn.

Per altri, addirittura, la competizione per la leadership del partito dovrebbe essere sospesa, mentre il ministro-ombra per l’Energia, Caroline Flint, ha sostenuto che “a coloro che non condividono gli obiettivi o i valori del Labour dovrebbe essere negato il diritto di voto nelle elezioni” per il nuovo segretario.

Ancora, secondo il Daily Telegraph, se Corbyn dovesse diventare il prossimo segretario del partito, importanti parlamentari laburisti starebbero già complottando per la sua deposizione, subito dopo l’elezione, prevista per settembre, o “tra un anno o due”, verosimilmente in attesa degli effetti di una campagna politica e di stampa che prenderebbe di mira fin da subito la sua leadership.

Simili denunce e minacce fanno seguito alle numerose dichiarazioni rilasciate settimana scorsa da vari leader ed ex leader laburisti, tutti preoccupati per le possibili conseguenze di un’eventuale svolta a sinistra del partito in caso di elezione di Jeremy Corbyn. Liz Kendall e Yvette Cooper avevano ad esempio affermato di non essere disposte a prendere parte al governo-ombra sotto la leadership di Corbyn, prospettando secondo molti l’ipotesi di una futura scissione nel partito.

Anche Tony Blair, senza apparente imbarazzo, era intervenuto nel dibattito, esaltando i presunti successi nel passato del New Labour e mettendo in guardia dai pericoli che comporta l’adozione da parte del partito di una “vecchia piattaforma di sinistra”.

In generale, i leader laburisti che si oppongono a Corbyn e i giornali che sostengono il partito sono impegnati a spiegare come l’unico percorso per tornare al governo passi attraverso un ulteriore spostamento a destra. Il ritorno a politiche anche solo vagamente di ispirazione progressista assesterebbe invece un colpo mortale al Labour, destinandolo all’irrilevanza politica per decenni. Secondo questa interpretazione, la sconfitta del Partito Laburista alle elezioni di maggio sarebbe stata appunto causata dalle posizioni troppo a sinistra dell’ormai ex leader, Ed Miliband.

La candidatura di un politico non particolarmente radicale e che promuove più che altro iniziative tipiche delle socialdemocrazie europee del recente passato è bastata dunque a smascherare la vera natura del Partito Laburista odierno e la profonda crisi in cui versa.

Incapace da tempo di formulare una proposta politica alternativa che vada incontro alla diffusissima richiesta tra lavoratori e classe media di invertire le devastanti politiche anti-sociali dei conservatori – e degli stessi precedenti governi laburisti di Brown e Blair – il Labour rischia di implodere di fronte alla sola prospettiva di una leadership teoricamente disposta a fare una reale opposizione nel Parlamento britannico.

La popolarità di Jeremy Corbyn – al di là delle sue reali intenzioni e dell’effettiva disponibilità a sfidare l’establishment del partito – testimonia come un’ampia fetta della popolazione britannica sia attestata su posizioni molto più progressiste, se non “radicali”, di quanto ritengano o vogliano far credere i politici laburisti. Questi ultimi vivono in una realtà parallela a quella della maggioranza dei loro connazionali e i rapporti che li legano ai poteri forti della società impediscono loro di comprendere o ammettere come i presunti punti deboli di Corbyn siano i motivi stessi del suo inaspettato successo.

Mentre la leadership laburista solo pochi giorni fa ha ordinato ai propri deputati l’astensione in Parlamento durante il voto sull’ultima dose di austerity imposta dal governo Cameron, dopo averne sposato in gran parte i principi, la maggioranza dei britannici continua ad avere opinioni e a nutrire aspettative diametralmente opposte.

Mercoledì, ad esempio, il Belfast Telegraph ha opportunamente ricordato un sondaggio del mese di marzo condotto da YouGov, nel quale gli interpellati esprimevano opinioni favorevoli, e con maggioranze schiaccianti, al controllo pubblico di servizi in mano privata o in fase di privatizzazione, dagli ospedali alle carceri, dalle scuole alle ferrovie, dalla posta all’elettricità e all’acqua.

Proprio la ri-nazionalizzazione dei servizi privatizzati in questi anni è uno dei punti centrali della piattaforma con cui Corbyn si sta candidando alla guida del Partito Laburista. La sua proposta politica parte dal presupposto che il Labour rischia una crisi di consensi irreversibile se non sarà in grado di opporsi all’austerity dominante in Gran Bretagna e nel resto dell’Europa.

Gli altri punti cruciali della sua agenda includono infine l’aumento delle tasse per i redditi più alti, la riduzione delle agevolazioni fiscali per le grandi aziende e un piano di investimenti pubblici per la realizzazione di progetti di infrastrutture, tutte proposte viste con orrore dai suoi sfidanti nel partito.

Se la popolarità di queste e altre iniziative appare evidente dal gradimento raccolto finora da Corbyn, tutto un altro discorso è invece la possibilità che anche una sola di esse possa essere effettivamente implementata all’interno di un partito sclerotizzato e al servizio delle élite economico-finanziarie britanniche.

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La Chiesa e Internet – Recensione

MarchettiContinua la collaborazione con Marco Dal Pozzo. Questa volta Dal Pozzo recensisce il testo “La Chiesa in Internet. La sfida dei media digitali” di Rita Marchetti dell’Università di Perugia. Ne approfondiremo a #digit15 il prossimo ottobre.

 

 

La Chiesa ha saputo cogliere le nuove opportunità offerte dalla Rete, comprendendo bene che la reazione alla despazializzazione e relativa deistituzionalizzazione che hanno riguardato un po’ tutte le istituzioni sociali, non si poteva esplicitare se non con linguaggi e contenuti nuovi, senza però per questo snaturare il suo messaggio originario.

 

 

La Chiesa è quindi riuscita ad entrare in Rete affiancando alla scontata missione di rafforzare ciò che esisteva già offline (la Parrocchia), quella di scoprire e vivere i nuovi ambienti e le nuove anime dell’universo digitale.

 

 

È così che la Chiesa è riuscita a reistituzionalizzarsi, a conquistare cioè “il nuovo spazio” diventando altro o, forse meglio, aggiungendo altro a ciò che già era. A rendere possibile un simile passaggio sono stati i parroci con una azione concreta sui territori, allargati dalle Reti Sociali Online, e sulle persone. A fare gioco sono state tanto l’apertura delle gerarchie quanto una straordinaria propensione proprio dei parroci a guadagnare web reputation, una “nuova” autorità altrimenti destinata ad estinguersi.

 

Queste, in sintesi, le risultanze della ricerca di Rita Marchetti, docente di Teorie e tecniche dei media digitali dell’Università di Perugia, “La Chiesa in internet – La sfida dei media digitali”; un libro che presenta i dati di una indagine pluriennale e, con essi, delle chiavi di lettura e punti di vista che stimolano riflessioni anche su ambiti diversi da quelli specifici oggetti dello studio. La lettura di questo libro, infatti, può essere – per me è stato così – anche un interessante percorso di analisi comparativa tra ciò che è riuscita a mettere in atto la Chiesa (non dimentichiamoci delle zone d’ombra, però!) e ciò che, di contro, altre istituzioni non sono state ancora in grado nemmeno di capire. E’ con questo approccio che mi piace ripercorrere i passaggi salienti dell’opera.

 

 

La Chiesa e Marshal McLhuanIl percorso della Chiesa verso l’accettazione consapevole del mondo delle comunicazioni ha subito una evidente e scontata accelerazione con gli ultimi tre Papi. A fare scalpore è stata senza dubbio l’apertura del profilo Twitter del Papa nel pontificato di Benedetto XVI (Dicembre del 2012); ma è di venti anni prima, del 1990, la lettera enciclica Redemptoris Missio (siamo nell’era di Giovanni Paolo II), un documento di fondamentale apertura. In essa si legge: “Il primo aeropago del tempo moderno è il mondo della comunicazione, che sta unificando l’umanità intera rendendola – come si suol dire – “un villaggio globale”. Due anni più tardi, in Aetatis Novae, si dice che “i media hanno la capacità di pesare non solo sulle modalità, ma anche sui contenuti del pensiero”. E’ evidente, quindi, come la Chiesa – anche se con tempi di reazione non esattamente da centometrista; ma quali altre istituzioni sono state così solerti? Penso per esempio alle organizzazioni politiche e agli attori del mondo dell’informazione – abbia abbracciato l’analisi e gli approcci teorizzati e suggeriti da uno dei maggiori studiosi di mezzi di comunicazione, Marshal McLuhan (il “villaggio globale”, “il mezzo è il messaggio”).

 

 

La Chiesa: ascolto e conversazione online – “Quando si naviga in rete, le comunità fisiche con le loro tradizioni che preesistono al web non scompaiono ma, al contrario, rappresentano la chiave di lettura per la comprensione sociale e forniscono le pratiche mediante le quali si sviluppano le interazioni anche nel nuovo contesto mediato dal computer. Secondo Baym – continua Rita Marchetti nel capitolo Gerarchie e struttura ecclesiastiche alla prova della rete – il mondo offline influisce sugli argomenti, sui modi in cui vengono discussi, sull’etica che viene seguita nelle discussioni online […]”. La Chiesa, rispetto a tante altre istituzioni, aveva il “vantaggio competitivo” delle reti parrocchiali ma senza buoni interpreti e senza l’apertura – lenta, faticosa, ma alla fine efficace – dei vertici una integrazione così forte sarebbe stata impossibile. Stupisce, almeno dalla mia personale prospettiva, quanto naturale sia stato per i parroci stabilire contatti anche sulla base di argomenti non propriamente religiosi: un passaggio fondamentale per intercettare il target che l’analisi ha mostrato essere quello più problematico: quello dei giovani. Alcuni anni fa Mafe De Baggis parlava di Social Object, intendendo con ciò il fulcro di un interesse comune intorno al quale bisognava far ruotare la “conversazione sociale” tra chi aveva qualcosa da dare e chi, dall’altro lato, aveva qualcosa da chiedere: beh, i parroci stanno giocando benissimo questo ruolo. O almeno così sembra dai dati messi insieme dalla Professoressa Marchetti.
Anche qui viene facile la domanda: quali altre istituzioni l’hanno capito? Quali altre istituzioni sono scese dal pulpito dal quale hanno sempre parlato per ascoltare quello che vecchi e nuovi interlocutori avevano e hanno da dire? Non è forse vero che in tanti continuano a dare vecchie risposte a domande che si sono fatte più nuove? E, d’altra parte, non è forse un grosso imbroglio quello che vede le istituzioni disfarsi dei propri valori fondanti pur di accontentare una domanda tante volte non consapevole ma emotiva, fragile e figlia della disgregazione dei valori da cui quelle stesse istituzioni provengono?

 

 

La Chiesa nella Società Liquida – Non è stato sicuramente facile per gli interpreti del messaggio religioso recuperare la disgregazione di valori e di distanze prodottesi nella società e, di riflesso, in una delle sue tantissime sfaccettature, la Chiesa per l’appunto. D’altra parte, lo si è detto, la Chiesa è partita potendo contare su una organizzazione sufficientemente forte offline da poterne guidare la riorganizzazione (reistituzionalizzazione) di spazi e messaggi.
Quando Zygmunt Bauman (che Rita Marchetti richiama nel suo argomentare) parla di liquidità, fa riferimento alla disgregazione dei valori che hanno sempre tenuto ben saldi i rapporti tra le persone in una logica di comunità (intesa alla Tonnies, cioè dominata dalle parentele e da vincoli morali che producono una certa omogenieità di comportamento). L’analisi Baumiana, però, mi ha sempre lasciato perplessità sul ruolo della Rete. Se, da un lato, è inevitabile dare ragione al sociologo polacco quando dice che la mediazione tecnologica ha agevolato l’impostazione soggetto-oggetto delle relazioni (impostazione con cui si cerca di combattere la paura e l’incertezza che caratterizzano la società liquida; si veda ad esempio “Lo spirito e il clic. La società contemporanea tra frenesia e bisogno di speranza” di Zygmunt Bauman con l’introduzione di Riccardo Mazzeo); dall’altro non si può negare che la tecnologia abbia agito e stia agendo come tampone ad una deriva che, altrimenti, avrebbe potuto portare ad una completa rottura nelle comunità e delle comunità.
Questa rottura, se in gioco ci sono i valori della Chiesa, non sembra essere avvenuta e il merito degli attori ecclesiastici è stato quello di iniziare un percorso costitutivo di società in cui, cioè, continuando ad usare il formalismo di Tonnies, il valore fondante è diventato la relazione interpersonale, non più vissuta come soggetto-oggetto. Ecco, io vedo quello intrapreso dai parroci come un percorso verso la ricostituzione delle comunità fatte in un nuovo ambiente (i Social Network) e con nuove persone, quelle con cui si è saputo condividere anche nuovi Social Object, per evocare nuovamente Mafe De Baggis.

 

 

La Chiesa e il Filter Bubble – E’ un argomento da indagare. La questione che pongo è: quanto è forte, anche in ambito religioso, l’effetto Filter Bubble? Quali sono i pericoli che si corrono, insieme con quelli così ben descritti da Eli Pariser nel suo saggio, quando l’oggetto è di tipo religioso, è la spiritualità? Quanto può la logica dei filtri viziare il percorso spirituale di chi si ritrova a fare – magari non sempre per una scelta consapevole – questo viaggio lontano dalla “parrocchia fisica”? La richiesta di spiritualità, intesa come richiesta di tempi e modi per ragionare su quello che ci accade intorno, rischia seriamente di non trovare risposte in un mondo – quello vissuto online – che Pariser ci ha dimostrato essere molto meno vero di quello che noi crediamo (“renderci la vita comoda significa rinunciare alla realtà” dice infatti ancora Bauman nel libro precedentemente citato).
Ecco quindi che la figura del parroco tracciata da Rita Marchetti sembra essere una buona guida, un buon antidoto al filtro: egli è un operatore disinteressato e fermo nei suoi principi: siamo lontani quindi da Google, Amazon e Facebook, intesi come SpA.
Tornando ancora a considerazioni comparative, quanto disinteresse e quanta fermezza nei principi ci sono nei moderni “sacerdoti della politica e dell’informazione” che dovrebbero allontanarci dal filtro che ci autocostruiamo nel percorso, questa volta laico, di comprensione dei fatti? Quanto, invece, tali sacerdoti sono in qualche modo “complici” di quelle SpA o, almeno, a tali SpA affini in quanto all’uso di fraudolenti pratiche persuasive atte ad ottenere consenso (voti o click a seconda dei casi)?

 

 

La riflessione finale, che lascio aperta perché merita un approdonfimento, è – quindi – su quanto forti siano ancora i valori laici su cui dovrebbero fondarsi le istituzioni politiche e del sistema informativo. Se la Chiesa ha potuto fare il percorso che ha fatto è stato perchè i suoi valori erano forti e radicati (lo devo ripetere: non si trascurino le orribili storture!). Chiedo, quindi: cosa hanno perso per strada e perché le altre istituzioni? Io penso soprattutto a quelle della politica e dell’informazione ma è evidente che il ragionamento le riguarda un po’ tutte.

Tratto da: www.lsdi.it
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Mercoledì 29 Luglio 2015 – 493ª Seduta pubblica : Comunicato di seduta

Seduta Antimeridiana
Ora inizio: 09:31

Con votazione a scrutinio segreto, l’Assemblea ha respinto la domanda di autorizzazione all’esecuzione della misura cautelare degli arresti domiciliari emessa dal gip nei confronti del sen. Azzollini, nell’ambito di un procedimento penale per i reati di associazione a delinquere e concorso in bancarotta fraudolenta.

La Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari ha deliberato, a maggioranza, di proporre al Senato la concessione dell’autorizzazione. Il relatore di maggioranza, sen. Stefano (Misto-SEL), ha ricordato che la Giunta non è organo giurisdizionale e non può entrare nel merito del procedimento, confrontando ragioni dell’accusa e della difesa. Compito della Giunta è verificare se la dinamica giudiziaria sia viziata da persecuzione politica.

Il relatore di minoranza, sen. D’Ascola (AP), nell’illustrare la proposta di non concedere l’autorizzazione, ha rilevato che il fumus persecutionis oltre a fatti dolosi, è legato a modalità e tempi di esercizio dell’azione giudiziaria ovvero a infondatezza della pretesa punitiva per violazione di legge. A questo proposito, va considerato che l’ordinamento limita a pochissimi casi la misura cautelare che non può essere adottata per mera dichiarazione di gravità del fatto e, nel caso in esame, si lega a fatti risalenti ad un anno fa. La Corte costituzionale ha affermato inoltre che oggetto di valutazione del Parlamento non è solo il fumus persecutionis, ma anche l’indispensabilità dell’arresto, dovendosi bilanciare l’interesse punitivo con l’interesse collettivo a garantire l’integrità del plenum.

Nella discussione i sen. Di Maggio (GAL) e Buemi (Aut) hanno annunciato voto contrario: la misura cautelare è legata all’attività legislativa ed è ingiustificata, in mancanza del pericolo di reiterazione del reato. I sen. Barbara Lezzi, Buccarella e Giarrusso (M5S) hanno annunciato voto favorevole, richiamando la gravità indiziaria e l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. La sen Ricchiuti (PD), nell’annunciare voto favorevole, ha criticato il suo Gruppo che lascia libertà di voto. Il sen. Azzollini (AP) ha spiegato di essere stato iscritto nel registro degli indagati sulla base di ricostruzioni illogiche e di dichiarazioni testimoniali imprecise, discordanti, rese in tempi diversi.

L’Assemblea ha approvato il rendiconto delle entrate e delle spese del Senato per l’anno 2014 e il progetto di bilancio interno del Senato per l’anno 2015.

Il vice presidente della Commissione bilancio, sen. Sangalli (PD), ha evidenziato il trend di riduzione della spesa e di maggiore di efficienza, conseguito attraverso la riorganizzazione dell’amministrazione e la diminuzione del personale. Il sen. questore De Poli (AP), nel sottolineare il risparmio di 115 milioni conseguito in tre anni, ha richiamato l’esigenza di contenere la spesa e di innovare l’amministrazione, in linea con le riforme istituzionali ed economiche del Paese. Il bilancio consuntivo per il 2014 evidenzia un avanzo di esercizio di circa 40 milioni. Le misure principali che hanno concorso al contenimento della spesa sono la riduzione delle indennità e del rimborso spese dei senatori, il blocco del turn over e dell’adeguamento dei contratti del personale, i pensionamenti. Il bilancio preventivo per il 2015, che fissa la spesa in 540,5 milioni, prevede un’ulteriore riduzione di 39 milioni, conseguita attraverso il contributo di solidarietà e risparmi strutturali riguardanti tutti gli aggregati del bilancio. Il questore ha ricordato, infine, il risparmio energetico, l’innovazione informatica, l’integrazione delle amministrazioni parlamentari, la riorganizzazione dei servizi.

Nella discussione sono intervenuti i sen. Petrocelli, Cotti, Gaetti, Morra, Crimi, Santangelo, Vilma Moronese, Michela Montevecchi (M5S); Pegorer, Annamaria Parente, Angelica Saggese (PD); Buemi (Aut).

Dopo l’espressione del parere del sen. questore Malan (FI-PdL), l’Assemblea ha approvato l’ordine del giorno G1, a firma dei sen. Zanda (PD), Romani (FI-PdL), Schifani (AP), Ferrara (GAL), Zeller (Aut), Bonfrisco (CR), che impegna a proseguire l’integrazione funzionale di settori omogenei delle amministrazioni parlamentari e l’armonizzazione giuridica ed economica del personale delle Camere, a valutare le innovazioni del Jobs Act per regolare il rapporto con i collaboratori, a verificare l’utilizzo di piattaforme informatiche per l’affidamento di appalti. Accolti anche gli ordini del giorno, a prima firma della sen. Comaroli (LN), G3, che chiede nell’ambito della razionalizzazione di tener conto del diverso carico di lavoro delle Commissioni, e G39 sull’utilizzo dei parametri prezzo-qualità individuati da Consip Spa. Approvati gli ordini del giorno, a prima firma del sen. Castaldi (M5S), G18 (testo 2), sulla pubblicazione sul sito internet dei nomi di coloro che percepiscono il vitalizio, G29 (testo 2) sulla pubblicazione delle consulenze sul sito internet, e G49, riguardante iniziative contro lo spreco alimentare.

Sono stati respinti o dichiarati inammissibili ordini del giorno di M5S volti a dimezzare l’indennità e la diaria dei senatori, sopprimere le indennità di carica, disporre la cessazione dei vitalizi e dell’assegno di fine mandato, introdurre un limite di durata agli incarichi dei consiglieri dell’amministrazione.

Nelle dichiarazioni di voto il sen. Castaldi (M5S), dopo aver ricordato che i componenti del Gruppo rinunziano a metà dell’indennità, ha giudicato timida la diminuzione della spesa complessiva e ha annunciato voto contrario. La sen. Comaroli (LN) ha annunciato l’astensione, auspicando un’ulteriore contenimento dei costi e una maggiore informazione sul bilancio interno. La sen. Petraglia (SEL) ha evidenziato il contributo del personale al contenimento dei costi, ha auspicato una maggiore tutela dei collaboratori, ha rilevato che la riforma del bicameralismo, che scarica sui bilanci regionali l’indennità dei senatori, non comporta risparmi per la finanza pubblica. Hanno annunciato voto favorevole i sen. Buemi (Aut), che ha insistito sulla necessità di superare l’autodichia, D’Ambrosio Lettieri (FI-PdL), che ha posto l’accento sulla centrale unica di committenza, Mandelli (FI-PdL) e Del Barba (PD), che ha segnalato criticità sul trattamento del personale in quiescenza.

L’Assemblea ha ripreso l’esame del L’Assemblea ha ripreso l’esame del ddl n. 1880 e connessi, nel testo proposto dalla Commissione, recante Riforma della RAI e del servizio pubblico radiotelevisivo.

Nella seduta antimeridiana del 22 luglio si è conclusa la discussione generale e si sono svolte le repliche dei relatori e del rappresentante del Governo.

In relazione ad una missiva del Ministro dell’economia Padoan che annuncia la volontà di rinnovare entro la prossima settimana il consiglio di amministrazione della RAI in base alla vigente legge Gasparri, i sen. Crosio (LN) e Airola (M5S) hanno invitato l’Esecutivo a rispettare il lavoro parlamentare e a consentire alla Commissione di vigilanza di valutare i candidati. La sen. Anna Bonfrisco (CR) ha rilevato che il patto del Nazareno è ancora in auge. La sen. De Petris (SEL) ha espresso sconcerto per la condotta del Governo: l’esame del ddl di riforma della RAI è stato accelerato in vista del rinnovo del cda, non vi è più ragione per votare il testo entro il 31 luglio. Il sen. Gasparri (FI-PdL) ha ricordato che il suo Gruppo non ha fatto ostruzionismo ma ha avanzato proposte in piena trasparenza.

Il Vice Ministro dello sviluppo economico Giacomelli ha ricordato che il Governo ha rinunciato all’ipotesi di un decreto sulla governance della RAI, optando per un ddl aperto al confronto con il Parlamento. Se l’esame parlamentare si fosse concluso in tempi brevi, sarebbe stata possibile una breve proroga dei vertici scaduti, ma l’azienda non può rimanere per mesi in una situazione di immobilismo. Secondo il Vice Ministro il lavoro parlamentare può proseguire, mentre i tempi e le modalità del rinnovo del cda saranno oggetto di confronto tra il Governo e il Presidente della Commissione parlamentare di vigilanza.

La sen. De Petris (SEL) ha chiesto la convocazione della Conferenza dei Capigruppo. Secondo il sen. Airola (M5S) c’è già un accordo sui nuovi vertici, che affosserà la RAI. Per salvare l’azienda occorrerebbe un cda indipendente e snello, capace di superare il carattere generalista della televisione pubblica. Il sen. Romani (FI-PdL) ha negato l’esistenza di accordi sottobanco sulle nuove nomine; ritenendo che la legge vigente garantisca maggiormente le prerogative parlamentari, si è associato alla richiesta di rideterminare i tempi di esame della riforma.

La Conferenza dei Capigruppo ha confermato, a maggioranza, il calendario già approvato.

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