Federico De Roberto – La messa di nozze

I

L’arrivo del “Senegal”

Alle tre, quando la campana annunziò la fine della lezione, il professore Domenico Perez non lasciò liberi, come avrebbe dovuto, i suoi discepoli. Spiegava da due ore un atto dell’Edipo Re e non voleva interromperlo. Dominando con la voce ferma e severa i moti d’impazienza della classe, andò avanti per un’altra diecina di minuti, sino alla fine; poi pronunziò la frase sacramentale:
- Basterà per oggi.
Appena uscito nel corridoio, in compagnia degli alunni più diligenti che gli rivolgevano ancora domande intorno alle cose udite, si vide accostare da Baldassare, il bidello.
- Signor professore, c’è un signore che lo aspetta.
- Chi è? Continue reading

Grazia Deledda – L’Edera

I.

Era un sabato sera, la vigilia della festa di San Basilio, patrono del paese di Barunèi. In lontananza risonavano confusi rumori; qualche scoppio di razzo, un rullo di tamburo, grida di fanciulli; ma nella straducola in pendio, selciata di grossi ciottoli, ancora illuminata dal crepuscolo roseo, s’udiva solo la voce nasale di don Simone Decherchi. Continue reading

Vincenzo Danti – Trattato delle perfette proporzioni

Firenze, 1567

ALL’ILLUSTRISSIMO ET ECCELLENTISSIMO
SIGNOR COSIMO DE’ MEDICI
DUCA DI FIORENZA E DI SIENA
VINCENZIO DANTI.

Tutte le regole e precetti, illustrissimo Signor mio, come benissimo so esservi manifesto, furono ritrovate dagli uomini mediante la pratica e esperienza delle cose. E essendo che dai più giudiciosi e intendenti, particolarmente nell’arte del disegno, molt’opere antiche e moderne da essi state sono approvate di singolare eccellenza e perfezzione, sì come di quelle di Michelagnolo Buonarroti è intervenuto, che fra l’altre senza alcuna contradizione, per universale consenso di ciascuno, di maravigliosa bellezza e artifizio sono state giudicate; Continue reading

Gabriele D’Annunzio – Il piacere

A Francesco Paolo Michetti

Questo libro, composto nella tua casa dall’ospite bene accetto, viene a te come un rendimento di grazie, come un ex-voto.
Nella stanchezza della lunga e grave fatica, la tua presenza m’era fortificante e consolante come il mare. Nei disgusti che seguivano il doloroso e capzioso artifizio dello stile, la limpida semplicità del tuo ragionamento m’era esempio ed emendazione. Ne’ dubbii che seguivano lo sforzo dell’analisi, non di rado una tua sentenza profonda m’era di lume.
A te che studii tutte le forme e tutte le mutazioni dello spirito come studii tutte le forme e tutte le mutazioni delle cose, a te che intendi le leggi Continue reading

Gabriele D’Annunzio – Favola sentimentale

I.

Galatea levò dalle carte que’ suoi freddi occhi verdognoli, ergendosi al fine su la vita esile e lunga, facendo crepitare le dita esili e bianche. Disse, con un respiro:
– Ho finito.
– Grazie, Galatea. Siete stanca? – sussurrò Cesare con quella sua voce fioca, seguitando a voltar le pagine di un gran libro su ‘l leggìo.
– Un poco. Mi riposerò.
Ella s’immergeva così nel silenzio: sul fondo di cuoio scuro della spalliera la capellatura cinerea posava dolcemente e un’ombra attenuava la nitida marmoreità Continue reading

Gabriele D’Annunzio – Ad altare Dei

I.

Dolce nella memoria. Quando le campane cominciarono a squillare e cominciarono le onde del suono a dilatarsi intorno su le terre benedette, noi ci fermammo nel mezzo del sentiero.
- È la Purificazione – disse Giacinta.
Ave, Maria!
Io ricordo: ella era tutta bianca, in una veste di lana quasi monacale. Le pieghe abondavano su ‘l petto, le si stringevano fitte alla vita, le ricadevano libere fino ai piedi. Ella aveva nella pelle del collo, della nuca, delle tempie, sparso un colore dolce di oro, qualche cosa d’indefinibilmente aureo e trasparente, sotto la peluria a pena visibile. Su ‘l pallore delle guancie le perle pendenti dalla conchiglia rosea dell’orecchio stillavano uno splendore vago, talvolta leggermente opaco. Era scoperta una parte della nuca, su cui fioriva una nebbia meravigliosa di capelli: il resto del collo era coperto dalla cravatta Continue reading

Gabriele D’Annunzio – L’assenza di Lanciotto

I.

– Oh, Donna Clara, salute!
All’augurio ella sorrise tristemente; poiché sentiva che la buona salute a poco a poco la abbandonava, forse per sempre.
Tentava di rimanere ancora in piedi, di tenere in piedi quella grande sua macchina ossuta contro l’affievolimento crescente: pareva così forte, malgrado una fitta irradiazione di rughe, malgrado una bella colorazione di nevi senili. E poi allora principiavano li allettamenti della primavera, così dolci nella campagna ove ella viveva da tanti anni, principiavano allora quei buoni tepori aspettati che l’avrebbero fatta guarire, Continue reading

Gabriele D’Annunzio – Le vergini

I.

Il viatico uscì dalla porta della chiesa a mezzogiorno. Su tutte le strade era la primizia della neve, su tutte le case era la neve. Ma in alto grandi isole azzurre apparivano tra le nuvole nevose, si dilatavano su ‘l palazzo di Brina lentamente, s’illuminavano verso la Bandiera. E nell’aria bianca, sul paese bianco appariva ora subitamente letificante il miracolo del sole. Continue reading

Gabriele D’Annunzio – L’innocente

Beati immaculati…

Andare davanti al giudice, dirgli: “Ho commesso un delitto. Quella povera creatura non sarebbe morta se io non l’avessi uccisa. Io Tullio Hermil, io stesso l’ho uccisa. Ho premeditato l’assassinio, nella mia casa. L’ho compiuto con una perfetta lucidità di conscienza, esattamente, nella massima sicurezza. Poi ho seguitato a vivere col mio segreto nella mia casa, un anno intero, fino ad oggi. Oggi è l’anniversario. Eccomi nelle vostre mani. Ascoltatemi. Giudicatemi”. Posso andare davanti al giudice, posso parlargli così? Continue reading

Gabriele D’Annunzio – Giovanni Episcopo

A Matilde Serao.

Illustre signora, mia cara amica, questo piccolo libro che io vi dedico non ha per me importanza di arte; ma è un semplice documento letterario publicato a indicare il primo sforzo istintivo di un artefice inquieto verso una finale rinnovazione.
Fu scritto a Roma nel gennaio del 1891, dopo quindici mesi di completo riposo intellettuale trascorsi in gran parte fra ozii torpidi ed esercizii violenti dentro una caserma di cavalleria. La persona di Giovanni Episcopo era già stata da me osservata e studiata con intensa curiosità, due anni innanzi. Il filosofo Angelo Conti l’aveva conosciuta per la prima volta nel gabinetto d’un medico, all’ospedale di San Giacomo. Io, quel nobile filosofo e il pittore simbolico Marius de Maria avevamo poi frequentato una mortuaria taverna della via Alessandrina per incontrarci col doloroso bevitore. Alcune circostanze bizzarre avevano favorito il nostro studio. (Angelo Conti appunto aveva provveduto la siringa e la morfina pel povero Battista!) Ma il raro materiale, raccolto con la maggior possibile esattezza, era rimasto grezzo in alcune pagine di note.
Voi, così costante e così fiera lavoratrice, non conoscete forse i gravi turbamenti che porta nella conscienza dell’artefice una lunga interruzione del lavoro. Uscito dalla servitù militare, io durai fatica a riprendere le antiche consuetudini dello spirito, ad acquistare una nozione precisa del mio nuovo stato interiore, a raccogliermi, quasi direi a ripossedermi. Compresi allora come sia profonda e inevitabile su noi l’azione pur degli estranei da cui tante diversità ci separano, e come sia più difficile preservare la nostra persona morale che il nostro corpo dai rudi contatti delle moltitudini per mezzo a cui viviamo o passiamo. Nulla, mia cara amica, nulla di quanto crediamo nostro ci appartiene.
Il cavalleggere abituato a restare in sella dieci ore di séguito e a sciabolare in corsa il vento aveva una specie di ripugnanza fisica contro l’immobilità della sedia, contro l’irritante esercizio della scrittura. Alcune settimane plumbee passarono su un malessere indefinibile nel quale spuntavano e si dissolvevano di continuo piccole energie fatue, come le piccole bolle nell’acqua mantenuta in un bollore leggero ma costante da un lento fuoco.
Mi pareva che tutte le mie facoltà di scrittore si fossero oscurate, indebolite, disperse. Mi sentivo in certe ore così profondamente distaccato dall’Arte, così estraneo al mondo ideale in cui un tempo avevo vissuto, così arido, che nessuna instigazione valeva a scuotermi dall’inerzia pesante e triste in cui mi distendevo. Qualunque tentativo riescì vano: nessuna lettura valse a fecondarmi. Le pagine predilette, che un tempo avevano provocato nel mio cervello le più alte ebrezze, ora mi lasciavano freddo. Di tutta la mia opera passata provavo quasi disgusto, come d’una compagine senza vitalità, la quale non avesse più alcun legame col mio spirito e pure mi premesse d’un intollerabile peso. Certi brani di stile, in qualche mio libro di prosa, mi facevano ira e vergogna. Mi parevano vacue e false le più lucide forme verbali in cui m’ero compiaciuto.
Mai artefice ripudiò la sua opera passata con maggior sincerità di disdegno, pur non avendo ancóra in sé l’agitazione dell’opera futura né la conscienza del nuovo potere.
Ma in noi esseri d’intelletto un lavorio occulto si compie, le cui fasi lente non sono percettibili talvolta neppure in parte dai più vigili e dai più perspicaci. Se sul nostro intelletto pende di continuo la minaccia spaventevole o d’una improvvisa lesione o d’una progressiva degenerazione degli organi, in compenso questi medesimi fragili mutevoli organi sono mossi al servizio dell’Arte da attività misteriose e prodigiose che a poco a poco elaborano la materia quasi amorfa ricevuta dall’esterno e la riducono a una forma e a una vita superiori. E l’una e l’altra possibilità, la tragica e la felice, hanno comune il campo oscuro ed immensurabile della nostra inconscienza bruta.
Una sera di gennaio, stando solo in una grande stanza un poco lugubre, io sfogliavo alcune raccolte di note: materiale narrativo in parte già adoperato e in parte ancóra vergine. Una singolare inquietudine mi teneva. Se bene io fossi occupato alla lettura, la mia sensibilità era straordinariamente vigilante nel silenzio; e io potei osservare, nel corso della lettura, che il mio cervello aveva una facilità insolita alla formazione e alla associazione delle imagini più diverse. Non era quella la prima volta che accadeva in me il fenomeno, ma mi pareva che mai avesse raggiunto un tal grado d’intensità. Incominciavo a vedere, in sensazione visiva reale, le apparenze imaginate. E l’inquietudine si faceva, di minuto in minuto, più forte.
Quando lessi sul frontespizio di un fascicolo il nome di Giovanni Episcopo, in un attimo, come nel bagliore d’un lampo, vidi la figura dell’uomo: non la figura corporea soltanto ma quella morale, prima di aver sotto gli occhi le note, per non so qual comprensiva intuizione che non mi parve promossa soltanto dal risveglio repentino d’uno strato della memoria ma dal segreto concorso di elementi psichici non riconoscibili ad alcun lume d’analisi immediata.
Allora quell’uomo dolce e miserabile, quel Continue reading

Alexandre Dumas – L’avvelenatrice

I.

Verso la fine dell’anno 1665, in una bella sera d’autunno, molta gente accalcavasi sulla parte del Ponte Nuovo che scende verso la via Delfino.
L’oggetto che attirava la pubblica attenzione, era una carrozza ermeticamente chiusa, della quale un Commissario sforzavasi d’aprire lo sportello, mentre, delle quattro guardie formanti il suo seguito, due fermavano i cavalli, e le altre due trattenevano il cocchiere, il quale, sordo alle intimazioni ricevute, non aveva risposto se non cercando di mettere i suoi cavalli al galoppo.
Questa specie di lotta durava già da qualche tempo, quando d’improvviso, uno degli sportelli s’aprì con violenza, ed un giovane ufficiale, in divisa di capitano di cavalleria, balzò a terra, chiudendo nello stesso tempo lo sportello per cui era uscito, ma non abbastanza svelto perchè i più vicini non avessero avuto agio di distinguere nel fondo della carrozza, avvolta in una mantiglia e coperta d’un velo, una donna che, dalle precauzioni prese per nascondere il volto a tutti gli sguardi, pareva avere il maggiore interesse a rimanere incognita.
– Signore – disse il giovane, rivolgendosi con piglio altero ed imperioso al Commissario – siccome io presumo, se non erro, che voi abbiate da fare con me solo, vi pregherei di farmi conoscere i poteri in virtù dei quali voi arrestaste questa carrozza nella quale io ero; ed ora che io non ci sono più, vi impongo di ordinare ai vostri uomini di lasciarle continuare la sua strada.
– E primieramente – rispose il Commissario, senza lasciarsi intimorire da quel tono arrogante, e facendo segno alle guardie di non lasciar andare nè il cocchiere, nè i cavalli – abbiate la bontà di rispondere alle mie domande.
– Ascolto – disse il giovane, facendosi visibilmente forza per conservare la calma.
– Siete voi il cavaliere Gaudin di Santa-Croce?
– Io stesso. Continue reading

Punishment for errors

The captain of the Korean ferry that sank faces several
criminal
charges
.

I don’t know enough about ferry operations to judge how serious
his alleged wrongs were. But it would be unjust to punish him
more for these actions than they would punish another captain
who did the same things without causing any loss of life.

Disasters happen when several errors and failures combine. Each
of the individual errors happens often but
usually
does not cause a disaster
. The error is equally culpable whether
it leads to a disaster or not.

If we want crews to change practices and thus reduce the errors that
could contribute to future disasters, we should take measures that are
effective.

Work less, reduce global heating

Advice: people in the advanced countries could reduce global heating
substantially and be happier by
working
less
.

In terms of sheer production, we would still have plenty of the things
we want if the decrease in production is taken out of the income of
the rich.

However, most people can’t simply decide to work less. They may be
working two or three jobs just to get by, or they may be professionals
who won’t be hired at all unless they agree to work 60 hours a week.
If we want to reduce working hours, we will have to organize
politically
and take from the rich.

Sports events and surveillance

Big sports events nowadays leave a permanent
legacy of
surveillance
. Boston has installed cameras across the city that
are monitored constantly by an AI system, set up to report anything
“unusual” to human thugs.

We can have fun with this. How many unusual things can you do on the
street each day? Why not back up to the entrance of 10 parking lots
just for fun?

But that won’t get rid of the surveillance.

It might be more useful to walk around in Boston with a sign saying,
“Surveillance of all threatens all”, and hand out printed copies of
that page.

Live internet camera feeds pointing at public places, if they are good
enough to identify people,
should
be banned to preserve privacy
. Security cameras should be
required to store their recordings locally, so that access to the
recordings requires physically visiting the site.

Firefox Australis: come ripristinare la precedente interfaccia grafica con Classic Theme Restorer

Se non ci piace la nuova UI Astralis di Firefox possiamo ripristinarla facilmente grazie all'add-on Classic Theme Restorer

Con Firefox 29 approda ufficialmente la nuova interfaccia grafica Australis in grado di offrire al browser open source di Mozilla un look più moderno e minimale grazie alla nuova barra delle schede rivisitata con le varie tab arrotondate, sviluppate per migliorare la ricerca e soprattutto la visualizzazione della scheda attiva semplicemente offuscando le altre tab. Novità anche per il tasto Menu completamente rivisitato e personalizzabile conferme le nostre preferenze e molto altro ancora. Firefox Australis può piacere o meno agli utenti, per questo motivo è già disponibile un'add-on denominato Classic Theme Restorer che ci consente di ripristinare / personalizzare l'interfaccia grafica di Firefox.

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