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“Storia dello stupro e di donne ribelli”: Enzo Ciconte racconta in un libro vite al femminile (e al maschile) contro la violenza

30-set-14

Storia dello stupro e di donne ribelliEnzo Ciconte, già importante studioso del fenomeno ‘ndranghetista, sta per uscire con un nuovo libro, pubblicato da Rubbettino Editore. Il volume, 388 pagine, si intitola Storia dello stupro e di donne ribelli:

Lo stupro non esiste. L’hanno detto in tanti; una folla di tutte le età e condizioni sociali, vecchi e giovani, ignoranti e colti. Dicevano: se la donna non vuole, l’uomo non riesce a violarla. La violenza? È la donna che la cerca. Tutto ciò non è vero. L’autore, con l’aiuto delle carte di migliaia di processi, ci fa incontrare donne che hanno avuto il coraggio di portare in giudizio gli stupratori che non hanno accettato di ritirare la denuncia in cambio di denaro o del matrimonio riparatore; ci descrive uomini violenti e padri incestuosi, ma ci fa scoprire altri uomini – i parenti delle vittime – che non si vendicano uccidendo, ma ricorrono alla giustizia; ci presenta giudici – tutti uomini – che emettono sentenze sorprendenti. Pagine dense e scorrevoli che delineano una nuova storia di donne e di uomini: francesi, inglesi, sammarinesi, settentrionali, meridionali, calabresi. Una storia in gran parte sconosciuta.

La data d’uscita del libro è fissata per il prossimo 8 ottobre.

Xaaraan - Il blog di Antonella Beccaria I contenuti di questo blog, laddove non diversamente specificato, sono rilasciati con Licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 2.5 Italia

Terramagnino Pisano, Poi dal mastro Guitton latte tenete

30-set-14

Poi dal mastro Guitton latte tenete,
assai mi par dovete
di vera canoscensa aver effetto;
e defettar da voi onni defetto,
che non bon ag[g]ia, espetto,
se di tal mastro bon saver avete.
Oh quanto, quanto e quanto esser dovete,
se bene il possedete,
glorïoso di tutto bono essetto,
e com’ dovria il dir vostr’esser retto
e del contraro netto!
Se pensate, che dico cernerete.
Ché la vertù si mostra indel parlare;
simel visio v’appare:
unde parlando l’omo paragona
la sua propia persona,
per che quardar neun troppo si po.
Or intendete ben il meo dir, mo
c’a scoverta vo do,
né scherm’ alcun poteteci pigliare;
dico: «Bon è pensare
ansi la cosa ditta chi ragiona».

Betto Mettefuoco da Pisa, Amore, perché m’hai

30-set-14

Amore, perché m’hai
distretto in tal misura,
ch’eo non posso contare
ben le mie pen’ a chi mi fora ‘n grado?
Ardir non poss’ ormai,
di dir tant’ ho paura:
cusì mi fa dottare
di perder quell’ und’eo allegro vado.
Molt’ ho grand’ allegressa
de la dolse cointessa
ch’aggio co l’avenente,
che par che·i sia piagente – mi’ acontansa;
però ‘nde temo forte,
e paur’ ho di morte,
c’a lei non dispiacesse
s’eo più su li dicesse – c’aggio usansa.
Ordunqua com’ faraggio,
poi la mia malatia
non oso adimostrare
a chi mi può guerir e far gioioso?
Ben so che ne morraggio
di corto qualche dia:
no ‘nde porò campare
se no m’aiuta ‘l viso grazïoso,
per cui piangh’ e sospiro
tuttor quando la smiro.
E dico ‘nver’ di mei
«Lasso, perché colei – eo amai tanto
Possa riprendo ‘l dire
c’ho fatto, e dico:«Sire,
o Deo, cotal fenita
facesse la mia vita, – fora santo
S’eo vegno e non veg[g]o
lo splendïente viso
che sguarda con pietansa
e parla dolsamente con placire,
tuttor con voi mi reggo,
e non ne son diviso:
vivendo in isperansa,
son gai’ e fresch’ e raffino ‘n servire.
Né lo meo pensamento
non può ‘scir di tormento,
pensando a farv’ onore,
donna di gran valore, – pienamente:
ca per lo vostro bene
mi pare iscir di pene,
cusì forte mi piace
pió che lo meo non face – fermamente.
Madonna, penso forte
de la mïa natura
che passa l’assessino
del Veglio de la Montagna disperato,
che per met[t]ersi a morte
passa in aventura;
ègli così latino,
no gli è gravosa, ch’egli è ingannato:
ché ‘l Veglio a lo ‘mprimero
lo tene indel verdero
e fa·i parer che sia
quel che fa, notte e dia; – di bono core;
ma io, ched ho veduto
lo mondo e conosciuto,
ag[g]io ferma credensa
che la vostra potensa – sia mag[g]iore.
S’eo sono inamorato
così in dismisuransa,
credo fare aquisto
due cose, quelle ond’io fallo e son sag[g]io.
Sag[g]io son, ché fermato
son sensa dubitansa
laove compose Cristo
bellesse tante, c’altrui fanno oltrag[g]io:
ché son sì splendïente,
ch’io non posso neiente
contarle bene e dire,
ché fa muto avenire – a chi la guarda.
Fallo, c’amo l’altessa
somma di gentilessa,
al mio parer, che sia,
in cui tut[t]o m’avia – arimembrando.

Galletto Pisano, Credeam’ essere, lasso

30-set-14

Credeam’ essere, lasso,
come quei che si parte
da ciò che pió gli è danno.
Or son caduto, ohi lasso!,
loc’ o’ non ebbi parte,
trapassat’ è pió d’anno,
com’ ho ad esser servo
de voi, donna, cui servo
de bon cor, ciò m’e viso:
sì siete adorna e gente,
faite stordir la gente,
quando vo mira ‘n viso.
Ed eo ponendo mente
la vostra fresca cera,
ch’è bianca più che riso,
feristemi la mente,
und’ardo como cera:
levastemi lo riso.
Le man vostre e la gola
cogli occhi mi dàn gola
tanto a veder, s’i’ miro:
mostran che l’autre membra
vaglian pió, ciò mi membra;
pur de tanto mi smiro.
Volea veder; non pare
nessuna donna roma
quanto voi bella sia:
non trovai vostra pare;
cercat’ ho infin a Roma;
grasi’ e mercé vo sia.
Le vostre beltà sole,
che lucen pió che sole,
m’hano d’amore punto:
ch’eo n’era sordo e muto;
or me ne vesto e muto,
e càntone ogni punto.
Lo meo cor non fa fallo
se da me si diparte
e saglisce in voi al pè;
mai mi confort’ a fallo:
non v’ho loco né parte;
e pió c’arcione in alpe
m’ha ‘l piè legato e serra,
e poi mi stringe e serra
e non vol ch’eo sormonte,
lo vostro amor, che colpa
a meve sensa colpa:
fam’ esser pian di monte.
Lo vostro amor mi cura:
di vano amor m’ha mondo,
e son piò fermo e saggio,
poi che ‘n voi misi cura,
sovrana d’esto mondo
che d’amor siete saggio.
S’al vostro amor m’aresto,
a assai pió sottil resto
si lega saggio e matto.
Di bella donna gallo,
ch’amo; ben dico Gallo
ch’a ciascun ne do matto.

Galletto Pisano, In alta donna ho miso mia ‘ntendansa

30-set-14

In alta donna ho miso mia ‘ntendansa:
in quella c’ha ‘n bailia
gioi’ e solasso e tutto insegnamento.
Lo meo core in altessa s’avansa
pió ch’ïo non solia;
conforteraggio lo mio ‘ntendimento,
ché ben conosco, e aggiolo provato,
che ogne bon servire è meritato,
chi serve a bon signore a piagimento.
A piagimento, con fina leanza,
lo mio cor s’umelìa,
e servo là ‘v’è tutto adornamento.
Li amadori lo sacciano ‘n certansa,
ch’i'ho ciò che golìa,
ch’io servo l’alta donna a suo talento:
a dir lo me mandao per suo celato,
c’ogni meo bon servir li è tanto in grato,
ca prodessa verrà’nde a perdimento.
A perdimento perdei mi’ allegransa:
per ciò ch’io mi dolia
mi fa sbaudir, poi So’ a comandamento
di quella che mi tiene ‘n sua possansa.
Sens’ella non valia;
or vivo ‘n bona spen’ e gioia sento.
Tal fors’ ha l’alta donna dal su’ lato,
che lo vil omo fa esser pregiato
e lo mutulo torna in parlamento.
In parlamento e ‘n gioco e ‘n allegransa
più ch’eo non solia
viviamo insembre sensa partimento.
Li mai parlier che metteno scordansa,
in mar di Seccelìa
poss’ anegare, u viver a tormento;
ca per li fini amanti è giudicato,
launqu’è mal parlier, sia frustato:
a l’alta donna piace esto convento.
Convento mi donao di su’ amansa
un giorno ch’io sallia
a lo giardino in suo difendimento.
Una rosa mandao per simigliansa:
più c’altro fiore aulia,
und’io lo tegno bon cominciamento.
Dall’alta donna che m’ha sigurato
col su’ aulente flor che m’ha donato,
bon cominciare aspetta compimento.

Natuccio Cinquino, Poi sono stato – convitato – a corte

30-set-14

Poi sono stato – convitato – a corte
da quei che port’è – di chiarir errore,
e ha mostrato – per suo dittato – forte
ch’entr’a le porte – tene lui l’angore;
ed è peccato – ch’è dannato – in torte,
si che isport’è – d’onni gran tristore.
Piò se’ pregiato, – e maggior grato – e sorte,
e più onor t’è – con vero sprendore.
Da gradire – è chi ‘n dire – fassi clero,
ed a l’altero – sommo umilianza
con pietanza – magna ver’ lui chede,
che ‘l faccia gire – ov’è piacire – intero;
possa lumero – con tutta bastanza
ed allegranza – somma tosto vede.
Comporto – a torto – lo dolore che ho
da possa veo – al mondo nulla dura,
dunque rancura – non deggio portar eo.

Natuccio Cinquino, Aldendo dire l’altero valore

30-set-14

Aldendo dire l’altero valore
che ‘n vostro core – regna a compimento,
distringemi d’averne acontamento
per dicimento – o per altro labore.
E conoscensa aggio che ‘n me fiore
no è locore – d’aver ciò talento,
ma volontà mi dona movimento
c’apparimento – faccia all’alto fiore.
Unde dimando vo’: perché ‘l peccato
è pió amato – che ‘l ben fare o dire,
poiché di gir – savemo a perdissione?
E ciò credo sia sensa questïone:
qual è cagione – che ciascun ch’è nato
par c’obbriato – aggia ‘l sommo Sire?

Natuccio Cinquino, A cui prudenza porge alta lumera

30-set-14

A cui prudenza porge alta lumera
di ver sentire in de l’occulte cose,
dar al nescente pò vera mainera
e chiarir fermo de le più dubbiose.
Ed eo da voi discreto ho ferma spera
di chiar savere ciò ch’è ‘n me ascose:
ch’ i’ aldo a saggi dire in voce vera
che ciò ch’aven piacente over dogliose,
cioè cose nel mondo a l’om che regna,
sia per miglior di lui senz’alcun fallo;
e come sia, non viso è per mia ‘ntenza:
ché s’alcun om’ resede in vita degna,
fôra lui vita mei’ che morte stallo:
se da ciò poi si parte, e’ va a perdenza.

Lotto di Ser Dato, De la fera infertà e angosciosa

30-set-14

De la fera infertà e angosciosa
radicata in diverse e forte pene,
la qual dentro e dintorn’ al meo cor sento,
cura tal voi’ pigliar per dilettosa,
qual fa lo ‘nfermo, quando ‘l gran mal mene,
che si compiange del suo sentimento,
e par ch’ alleggiannento
alcun li sia, ed eo simil voi’ fare;
le doglie dimostrare,
ch’ eo soffero con grande compagnia,
in compianto vorria,
sì che, per gran pietà, chi ha potenza
di darne guerigion, vegna in voglienza.
Savem de certo ched alcuna cosa
tanto gentil nostro Signor non fene
quanto l’omo, ne si siali piacimento,
che poi l’ee fatto, fuli sì amoroso,
che li dé libertà di male e bene,
operar, quanto vole a suo talento.
E si nond’è contento.
Noi sottoposti ci convene stare,
veder, né operare
cosa potem che diletto ne sia,
né avem signoria
di parlar a nessun che conoscenza
aggia con noi, e ciò n’è gran doglienza.
Ed anco maggior doglia e più gravosa
aggiam che non di sovra si contene.
Conforto aremmo a ciò trapassamento;
ma, sperando d’aver nova gioiosa,
la contrara di gioia adesso vene
tal ch’al cor par voglia dar lungiamento:
tant’ha confondimento,
che contenti seremmo al trapassare,
anzi che dimorare
in esta vita sì crudele e ria,
non fusse che tal via
saven’ nostr’ alme terrèn ch’ a perdenza
gireno senz’ aver giammai redenza.
Più greve pena assai e dolorosa
haven’, ciò sono este fere catene,
che altra, und’io fatt’ aggia mostramento;
ch’ell’è tanto crudele e sì noiosa,
che, se consolazion nulla ci vene,
tosto da noi li fa far partimento,
e lo grande tormento,
c’haven’ tuttor, ci fa rinovellare,
la noi’ multiplicare,
c’h’ al corpo darci nullo non poria,
e a l’alma bailìa
ha tolto: ché del mal far penitenza
non pònno aver, ben c’è gran cordoglienza.
E siam sotto signoria sì spietosa,
che già nulla pietà di lor non vene
for’ con di gente d’altro intendimento:
s’alcun l’avesse in cor, mostrar non l’osa;
ma quell’è leal detto che mantene
suo dire e opra a nostro increscimento.
Molto piò spiacimento
aven che lingua non porea contare,
e vedenci fallare
parenti, amici e mettere ‘n obria.
Est’è la malatia,
di che fatt’ho compianto: gran fallenza
fan quei che ‘n ciò potreno dar guirenza.
A Pisa, meo lamento,
nostri tormenti deggi divisare:
per volere acquistare
e mantenere onore e signoria
aven’ tal cortesia.
Consiglio ben chi di servirla ha ‘ntenza,
guardisi non cadere a tal perdenza.

Lotto di Ser Dato, Fior di beltà e d’ogni cosa bona

30-set-14

Fior di beltà e d’ogni cosa bona,
sì forte lo mio cor immaginat’ ha
l’alte vertù che fan dimora e stata
indela vostr’ onorata persona,
che ardente mi dona
desiderio a farne mostramento,
senn’ e conoscimento
quanto obbrio e seguo volontate.
E certo in veritate
so, nente dir poriane a simigliansa,
ver’ che grand’ abondansa
in voi soggiorno fanno, e per ragione.
Tanta bellessa manten lo suo viso
con sì lucente chiarità innaurato,
che la sua chaira par d’angel provato:
no è donna né om sì fermo assiso
a ovrar, che deviso
no’nd’ aggia sua ‘ntension per riguardare,
u’ sente ch’ell’ appare,
tanto i simiglia nobel creatura;
tutt’altra sua fattura,
di che parlarsi pote onestamente,
è sì adorna e gente,
non vi si porea apponer mancagione.
Lo parlar e l’andar e ‘l far dimora
e li atti e li costumi e i reggimenti
umìli son, cortesi e sì piacenti,
e di tanta onestà fan covertora,
non guarderà un’ora
né punto in parte o’ senta gente sia;
quando passa per via,
la ruga per miraglio al viso porta;
se saluta li è porta,
soavemente la rende, e ispande
per u’ passa sì grande
odor, non si porea dir per sermone.
Di senno tanto assiso ha ‘l suo coraggio
con canoscensa e con valore intero,
con cortesia e con fin pregio altero,
alcun om no’nde poteria far saggio:
per che d’uman lignaggio
non sembra sia, ma d’angelicale,
e tante bontà e tale
e sì sottil’ lo suo intendiment’ ave,
nulla cos’ e sì grave
ad aprender, no l’apprenda ‘l suo core;
d’ogni cosa ‘l Signore
onora e serve sensa falligione.
A voi, madonna, cui ‘fior’ conto e chiamo,
mercé dimando che ‘l vostro perdono
concediate, se ‘l meo dir no è bono,
a me che voi più molto che me amo.
Lo senno ch’ebbe Adamo,
conosco ben non poteria fornire,
volendo tutte dire
le vertù c’han vostro cor[e] fornito:
però molt’ ho fallito
a cominciar, poi non so far finita;
ma par che mi dia aita
che ‘l saggio contra voglia o passione.
Fior d’ogni ben, come conto di sovra,
poi v’adorna di tante vertù Deo,
che tutt’ altre passate al parer meo,
pietà aggiate, che per meil s’approva,
e mettetela in ovra
ver’ me, che tuttor so’ stato gecchito
di voi servir, né quito
di ciò cred’esser mai, vivo né morto:
unde ‘l vostro conforto
dimando che spandiate sovra mene,
ché alcuno altro bene
non m’ha savor per nessuna cagione.