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Guido Cavalcanti, Una figura della Donna mia

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Una figura della Donna mia
s’adora, Guido, a San Michele in Orto,
che, di bella sembianza, onesta e pia,
de’ peccatori è gran rifugio e porto.
E qual con devozion lei s’umilìa,
chi più languisce, più n’ha di conforto:
li ‘nfermi sana e’ domon’ caccia via
e gli occhi orbati fa vedere scorto.
Sana’n publico loco gran langori;
con reverenza la gente la ‘nchina;
d[i] luminara l’adornan di fòri.
La voce va per lontane camina,
ma dicon ch’è idolatra i Fra’ Minori,
per invidia che non è lor vicina.

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lun, maggio 4 2015 » Senza categoria » Commenti disabilitati

Guido Cavalcanti, La bella donna dove Amor si mostra

La bella donna dove Amor si mostra,
ch’è tanto di valor pieno ed adorno,
tragge lo cor della persona vostra:
e’ prende vita in far co·llei soggiorno,
perc’ ha si dolce guardia la sua chiostra,
che ‘l sente in India ciascun lunicorno,
e la vertude l’arma a fera giostra;
vizio pos’ dir no i fa crudel ritorno,
ch’ell’ è per certo di sì gran valenza,
che già non manca i·llei cosa da bene,
ma’ che Natura la creò mortale.
Poi mostra che ‘n ciò mise provedenza:
ch’al vostro intendimento si convene
far, per conoscer, quel ch’a lu’ sia tale.

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lun, maggio 4 2015 » Senza categoria » Commenti disabilitati

Guido Cavalcanti, Di vil matera mi conven parlare

Di vil matera mi conven parlare
[e] perder rime, silabe e sonetto,
sì ch’a me ste[sso] giuro ed imprometto
a tal voler per modo legge dare.
Perché sacciate balestra legare
e coglier con isquadra archile in tetto
e certe fiate aggiate Ovidio letto
e trar quadrelli e false rime usare,
non pò venire per la vostra mente
là dove insegna Amor, sottile e piano,
di sua manera dire e di su’ stato.
Già non e cosa che si porti in mano:
qual che voi siate, egli è d’un’altra gente
sol al parlar si vede chi v’è stato.
Già non vi toccò lo sonetto primo:
Amore ha fabricato ciò ch’io limo.

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lun, maggio 4 2015 » Senza categoria » Commenti disabilitati

Guido Cavalcanti, Guata, Manetto, quella scrignutuzza

Guata, Manetto, quella scrignutuzza,
e pon’ ben mente com’ è divisata
e com’ è drittamente sfigurata
e quel che pare quand’ ella s’agruzza!
Or, s’ella fosse vestita d’un’uzza
con cappellin’ e di vel soggolata
ed apparisse di dìe accompagnata
d’alcuna bella donna gentiluzza,
tu non avresti niquità sì forte
né saresti angoscioso sì d’amore
né sì involto di malinconia,
che tu non fossi a rischio de la morte
di tanto rider che farebbe ‘l core:
o tu morresti, o fuggiresti via.

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Guido Cavalcanti, Novelle ti so dire, odi, Nerone

Novelle ti so dire, odi, Nerone:
che’ Bondelmonti trieman di paura,
e tutti Fiorentin’ no li assicura,
udendo dir che tu ha’ cuor di leone:
e’ più trieman di te che d’un dragone,
veggendo la tua faccia, ch’è sì dura
che no la riterria ponte né mura,
se non la tomba del re Pharaone.
Deh, con’ tu fai grandissimo peccato:
sì alto sangue voler discacciare,
che tutti vanno via sanza ritegno!
Ma ben è ver che ti largãr lo pegno
di che pot[e]rai l’anima salvare:
sì fosti paziente del mercato!

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Binduccio da Firenze – Solo per acquistar vostra contia

Solo per acquistar vostra contia
porgo salute a voi, sagio omo e franco,
tant’è che sono già di senno manco,
pensare più né dir non ne porria.
A voi mi doglio che l’Amor m’oblia,
servendo Amor, sì ch’io sovente stanco:
da poi ch’Amor ripar’ al vostro banco,
perché m’avien, da voi saver vorria.
Però che siete d’Amor sì secreto,
fra gli amanti cavalcate la rota,
più che no fe’ tra’ pittor Pollicreto;
né ‘l bon Tristan non seppe d’arpa nota,
né sì non seppe David l’alfabeto,
com’ voi sapete me’ cui l’Amor dota.

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Lippo Pasci de’ Barbi – Io mi credeva ke ragione e fede

Io mi credeva ke ragione e fede
m’avesse luogo, in domandarti dono,
amico cu’ di cuore e voler sono,
di quanto facci prender[e] mercede;
né, se tua canoscenza non provede
in ciò, faccendo ciò ked io propono,
né già però riman, ch’i’ pur ragiono
servirti, e ‘l mi’ voler lo mi concede.
Lo qual non chiede – tuttor né dimanda,
che che fatto li sia, fuor che fermarsi
di vendicarsi di ki forte il serve.
Sì che, amico, perké tu diserve,
sermenti, onde pori’ omo abeverarsi,
salvi[n] mia veggia, né non vo’ che ispanda.

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Lippo Pasci de’ Barbi – Così fostù acconcia di donarmi

Così fostù acconcia di donarmi
quel ch’io ti chieggio, pulzella gentile,
come tu·sse’ di dir con voce umìle:
«Tòllete, sanza più dispiacer farmi!»
Ch’allor porei allegro in gioia starmi,
contandomi tra gli altri signorile;
ma ciò che tu mi gabbi e tieni a vile,
sì è la cosa ke farà finarmi.
Ché rallegrarmi – punto non mi posso,
né poterò già mai, infin a tanto
che ‘l viso, dolce a l’atto ond’ on la sente,
e quella bella bocca dolcemente
ti basci con tua voglia; e po’ mi vanto
d’esser di pena e di dolore scosso.

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Lippo Pasci de’ Barbi – Compar, che tutto tempo esser mi sòli

Compar, che tutto tempo esser mi sòli
sì ubbidente come a tuo maestro,
a·ffede mando a·tte (perké al destro
mi tengo in faticarti, e so ke vuoli
ch’i’ ‘l faccia, ké d’amico non ti duoli
possilo tu servir) che a·sSalvestro
ricordi che d’aver contento ne strò
cinquanta [o] cento di que’ suoi magliuoli.
E saver puoli – mi fann’ uopo tosto,
però ch’al fatto mio il tempo passa,
onde ti priego che ‘n ciò ti fatichi,
intanto ke da mia parte sì dichi
il centinaio assai verebbe massa
per acconciare e abellir mi’ mosto.

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Lippo Pasci de’ Barbi – Io sì vorrei k’un segno avelenato

Io sì vorrei k’un segno avelenato
venisse incontanente nel vedere
a ciaschedun che dimora assetato
e mostr’ a dito que’ ke vanno a bere;
ed a colui ke biasima il mercato
ched e’ fort’ ama e ch’ e’ vorebbe avere,
vo’ che per me allui sia confermato:
ben quello e peggio Dio li lasci avere.
Ma que’ [ke] fanno ogn’ altra riprensione,
potrebbe om dire, o che color dirai?
Vorrei ciascuno andasse in perdizione
incontanente, e non tornasse mai;
ma chi si sta cortese e vòl ragione,
Cristo l’onnori e deali bene assai.

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