Lightsquared non ce l’ha fatta a sostenere il braccio di ferro con l’autorità federale che amministra una delle risorsa più preziose per l’economia della conoscenza: lo spettro delle frequenze radio. La società che aveva ereditato il progetto di una infrastruttura di comunicazioni satellitari e voleva trasformarla in una rete nazionale ibrida (quindi anche terrestre) per servizi wholesale di
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gio, maggio 17 2012 » Radio » No Comments
di Michele Paris
A poche settimane dall’avvio ufficiale della campagna elettorale per le presidenziali negli Stati Uniti, i due principali candidati alla Casa Bianca si stanno scontrando in questi giorni sulla delicata questione delle responsabilità del settore finanziario d’oltreoceano nella crisi economica e sulla sua regolamentazione. I toni populisti di Obama si scontrano con la difesa pressoché totale di Wall Street da parte di Mitt Romney, anche se la retorica elettorale nasconde una realtà ben diversa, cioè il completo asservimento di entrambi i partiti all’oligarchia finanziaria americana.
Questa settimana, il presidente democratico ha lanciato una nuova campagna televisiva e sul web volta a screditare il rivale repubblicano, accusato di aver agito senza scrupoli durante gli anni trascorsi alla guida della compagnia operante nel private equity, Bain Capital. In particolare, il video prodotto dal team di Obama racconta di come la compagnia di Romney fece fallire un’acciaieria del Missouri nel 2001 dopo averla acquisita nel 1993, provocando la perdita del posto di lavoro per tutti e 750 i dipendenti, pur incassando dall’operazione qualcosa come 12 milioni di dollari.
Se la vicenda descritta dimostra efficacemente i disastri compiuti da simili compagnie e la condotta del miliardario mormone mentre operava nel private equity, quest’ultimo settore rappresenta tuttavia una consistente fonte di finanziamenti per lo stesso Obama.
Poco dopo la presentazione del video elettorale anti-Romney, infatti, il presidente ha partecipato ad una raccolta fondi esclusiva presso l’abitazione di Manhattan di Hamilton “Tony” James, presidente di Blackstone Group, la più importante compagnia statunitense del private equity. I partecipanti all’evento newyorchese con Obama hanno sborsato 35.880 dollari ciascuno per essere presenti, consentendo alla campagna elettorale del presidente di raccogliere più di due milioni di dollari in un colpo solo.
La doppiezza di Obama, il quale nel recente passato aveva più volte indicato Blackstone Group come uno degli esempi degli eccessi di Wall Street, ha costretto uno dei suoi portavoce a spiegare ai giornalisti che le critiche della Casa Bianca sono sempre state rivolte agli individui e non all’industria finanziaria in quanto tale. Come se non bastasse, da Bain Capital la campagna per la rielezione di Obama ha già ottenuto finanziamenti tra i 100 e i 200 mila dollari grazie agli sforzi nella raccolta fondi di Jonathan Lavine, uno dei top manager della compagnia che fu di Mitt Romney.
Gli attacchi di Obama all’ex governatore del Massachusetts e al mondo della finanza sono iniziati qualche giorno dopo la diffusione della notizia della perdita di 2 miliardi di dollari subita dalla banca d’affari JPMorgan Chase in seguito ad operazioni speculative condotte dall’ufficio di Londra.
Oltre a dimostrare che dopo quasi quattro anni dal crollo di Lehman Brothers, che innescò una rovinosa crisi planetaria, non sono state adottate misure efficaci per regolamentare il settore finanziario, la debacle di JPMorgan rappresenta un imbarazzo per entrambi i candidati alla Casa Bianca.
Solo per la campagna elettorale in corso, i dati del Center for Responsive Politics indicano che Barack Obama ha ottenuto finora 76.675 dollari dai dipendenti JPMorgan. Decisamente più alta è la cifra andata invece a Romney, di gran lunga il maggior beneficiario delle donazioni JPMorgan quest’anno con 373.650 dollari. Il CEO, Jamie Dimon, pur contribuendo solitamente per entrambi i partiti, ha peraltro prediletto quelli democratici, ai quali ha personalmente donato oltre 150 mila dollari dal 2007 ad oggi. Secondo i dati resi pubblici martedì, infine, la famiglia Obama dispone di un conto presso JPMorgan per una cifra compresa tra i 500 mila e il milione di dollari.
Sulla vicenda JPMorgan, nel corso di una recente intervista Obama ha sostenuto che simili esempi dimostrano come sia necessaria una più incisiva regolamentazione del settore finanziario, mentre Romney chiede addirittura l’abrogazione della già debole riforma approvata dai democratici nel luglio 2010 (Dodd-Frank Act). Tuttavia, ben consapevole dell’importanza del denaro di Wall Street per le sue possibilità di rielezione, il presidente ha avuto parole di elogio per JPMorgan, definita “una delle banche meglio gestite”, e per Jamie Dimon, a suo dire “uno dei banchieri più capaci”.
L’indulgenza di Obama è d’altra parte in sintonia con le rassicurazioni offerte più volte da egli stesso e dai membri del suo staff agli ambienti finanziari, come ha fatto lo scorso febbraio, secondo quanto riportato l’altro giorno da Bloomberg News, il responsabile della campagna elettorale del presidente, Jim Messina, il quale nel corso di un incontro con facoltosi donatori del Partito Democratico ha garantito che il presidente non intende in nessun modo demonizzare Wall Street.
Le uscite di Obama contro le élite economiche e finanziarie degli Stati Uniti sono dunque pure trovate propagandistiche che fanno leva sulla profonda avversione comprensibilmente diffusa nel paese verso i responsabili della crisi in corso.
Con un’economia che mostra solo debolissimi segnali di miglioramento, l’inquilino della Casa Bianca si ritrova perciò costretto a puntare su appelli populisti, accusando Wall Street per la precaria situazione interna. Tanto più che i sondaggi di questi giorni indicano una certa ripresa di Mitt Romney e ancora maggiori difficoltà in vista per il presidente se il quadro economico dovesse peggiorare nei prossimi mesi. Una recente indagine di USA Today e Gallup, ad esempio, indica come il 55% degli americani ritenga che l’economia migliorerebbe con Romney presidente, contro appena il 46% nel caso Obama dovesse riuscire a conquistare la rielezione il prossimo novembre.
Tratto da: altrenotizie.org
mer, maggio 16 2012 » News » No Comments
di Bianca Cerri
Il DeWeese Carter Center è un carcere minorile di Baltimora dove negli ultimi mesi la violenza nei confronti dei giovani reclusi è aumentata del 25%. In cifre: ottocento ragazzi con meno di diciotto anni sono stati sottoposti a punizioni che non è esagerato definire disumane. In altri centri di detenzione giovanile del Maryland, i minori vengono incarcerati per mesi prima di essere ascoltati dal giudice o trasferiti in strutture che potrebbero agevolarne il recupero. Nella contea di Prince George la situazione è più grave che altrove.
Ragazzi che potrebbero facilmente essere aiutati vengono invece rinchiusi in cella con altri accusati di crimini di primo grado. “Molti di questi giovani avrebbero bisogno unicamente di trattamenti disintossicanti”, dice Sam Abed, che ha lavorato due anni presso il segretariato ai servizi riservati ai minori. Purtroppo, il dipartimento di Stato pare si disinteressi completamente del problema. La situazione è resa ancora più grave dal sovraffollamento.
Rodney Stallworth, che oggi ha 18 anni, ha trascorso cinque mesi nel DeWeese Carter Center. “Le guardie non esitavano a picchiarci”, dice Stallworth. “Ogni giorno non facevano che gettare altro sale sulle nostre piaghe”, aggiunge. “Per recuperare questi ragazzi non c’è altro metodo che l’uso della forza”, ribattono i responsabili del Centro. Eppure, i dati dimostrano che il 45% per cento dei minori attualmente rinchiusi al DeWeese non aveva commesso reati violenti.
Secondo la legge, i ragazzi di età inferiore a 18 anni dovrebbero essere trattenuti nei riformatori solo il tempo necessario per permettere al giudice di trovare loro un posto in un centro di riabilitazione. Secondo le associazioni che si occupano di minori in difficoltà invece molti vengono trattenuti per mesi e mesi in attesa che un giudice si ricordi di loro.
“Servirebbero trattamenti e programmi sportivi che aiutino i ragazzi a recuperare la stima in sé stessi”, dice Terry Hickey, direttore esecutivo della Community Law in Action, un’organizzazione che ha sede presso la Scuola di Legge del Maryland. “Un anno fa, un ragazzo è morto soffocato dalle corde che le guardie del riformatorio di Bowling Brook gli avevano stretto attorno al corpo”, racconta Hickey. Le guardie accusate di aver causato la morte del ragazzo sono state assolte da ogni accusa il 28 marzo, a meno di dieci giorni dalla tragedia.
I vari tentativi fatti dalla Community Law Action per cambiare le cose non sono serviti a molto. Appena due mesi fa, il 19 marzo 2012, il Parlamento ha bocciato una proposta di legge che avrebbe vietato la detenzione nei riformatori di stato per i minori di 14 anni. Jim Brochin, senatore del Maryland eletto nella fila dei democratici e autore della proposta di legge, è molto deluso.
“Nessuno intende fare nulla per risolvere la crisi della giustizia minorile” ha detto Brochin al Baltimore Sun. “Io credo anzi che si disinteressino completamente del problema”. E che volete riabilitare? dicono”, ha aggiunto. Inutile dire che fra i ragazzi rinchiusi nei riformatori del Maryland almeno l’85% proviene da famiglie economicamente disagiate. La conferma arriva dal dottor Peter Leone, che da anni si occupa di giustizia minorile negli Stati Uniti. “Per le famiglie monoreddito, la vita è una lotta quotidiana e i figli ne risentono.
Poi ha aggiunto: “Molti genitori vorrebbero poter dare ai loro ragazzi le stesse cose dei coetanei più abbienti ma lo stipendio basta a malapena per acquistare generi alimentari. Secondo le scuole però si tratta di casi che riguardano solo uno sporadico numero di famiglie. D’altra parte, gli insegnanti sono spesso persone che non hanno mai fatto i conti con la miseria. In genere appartengono alla classe media, che non ha problemi economici e può permettersi di mandare i figli all’università “.
David Churra, che per 25 anni ha insegnato nei riformatori, condivide questa teoria. “La maggior parte dei miei colleghi non dimostrano nessuna sensibilità verso i ragazzi che provengono dai quartieri più poveri, dove prosperano droghe, abusi e razzismo”, dice Churra, aggiungendo che le politiche didattiche nei riformatori americani sono tra le più vergognose al mondo.
Lo stesso rapporto pubblicato dall’Ufficio del Procuratore Generale il 26 aprile scorso ammette che la giustizia minorile negli Stati Uniti presenta dei vuoti incolmabili. Non è raro che i ragazzi rinchiusi nei riformatori non riescano neppure a trovare un avvocato disposto ad assumerne la difesa come prevede la legge. “Sono le autorità che dovrebbero vergognarsi di quello che fanno e non io” ha scritto Alfred E. Perez, un sedicenne arrestato per spaccio di pochi grammi di droga. “Io non mi vergogno affatto di ciò che sono. Io sono io ed è bene che le autorità se lo ficchino bene in testa. E adesso che ho fatto il mio discorsetto sono pronto a fare quel giretto”. Poi ha tagliato una striscia di stoffa da un lenzuolo e si impiccato senza che le guardie facessero nulla per impedirlo.
Tratto da: altrenotizie.org
mer, maggio 16 2012 » News » No Comments
Il servizio radiotelevisivo pubblico elvetico è stato storicamente uno dei primi a rinunciare alla diffusione all’estero in onde corte (l’ultima trasmissione via radio e via satellite di Radio Svizzera Internazionale risale al 30 ottobre 2004). Con l’occasione è stata varata l’iniziativa del portale Web Swissinfo, che oltre alle informazioni grafiche e testuali, maggioritarie, ospita anche
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mer, maggio 16 2012 » Radio » No Comments
di Michele Paris
Nel vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo Persico (GCC), andato in scena lunedì a Riyadh, i rappresentanti delle monarchie assolute alleate degli Stati Uniti non sono riusciti a raggiungere un accordo condiviso sulla proposta di creare una federazione tra i rispettivi governi per coordinare le principali questioni economiche, militari e di politica estera. Il progetto di unione era stato promosso dall’Arabia Saudita ed è volto a contenere più efficacemente i rigurgiti di rivolta nella regione e a creare un fronte di resistenza unito contro l’Iran.
L’incontro nella capitale saudita ha visto il ministro degli Esteri locale, Saud al-Faisal, cercare di convincere dell’opportunità di un’unione soprattutto i paesi più piccoli compresi nel GCC , i quali appaiono tutt’altro che entusiasti.
Ad annunciare il sostanziale fallimento del summit è stato lo stesso ministro saudita che, nella conferenza stampa di lunedì sera, ha però affermato che “i leader GCC hanno approvato la formazione di una commissione per continuare a studiare il progetto”. La commissione dovrà presentare le proprie conclusioni nel prossimo vertice dei paesi del Golfo, in programma a dicembre nella capitale del Bahrain, Manama.
L’idea di una federazione tra i regimi sunniti del Golfo Persico era stata lanciata per la prima volta nel dicembre 2011 dal sovrano saudita, Abdullah, nel corso di un appello ai vicini per unire le forze contro i pericoli che nella regione minaccerebbero la sicurezza di ogni singolo stato GCC, a cominciare dall’Iran sciita.
La riunione di lunedì era stata preceduta dalle voci di un imminente accordo per la creazione di un’unione tra Arabia Saudita e Bahrain come passo preliminare per il coinvolgimento degli altri paesi (Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar).
L’unione tra Arabia Saudita e Bahrain, alla luce delle sproporzioni tra i due paesi, si risolverebbe di fatto nella trasformazione di quest’ultimo paese in un protettorato di Riyadh e, inevitabilmente, nell’abbandono di qualsiasi timido progetto di riforma della casa regnante.
Tanto più che il Bahrain dipende già in buona parte dall’Arabia Saudita, dal momento che, secondo un accordo decennale, riceve dal potente vicino le entrate provenienti da un giacimento petrolifero saudita e che per il regime rappresentano circa il 70% dei proventi derivanti dal settore energetico.
Al contrario di quanto era stato annunciato, in ogni caso, dal vertice di lunedì non è uscito nemmeno l’accordo di federazione tra Arabia Saudita e Bahrain, messo da parte, secondo Saud al-Faisal, perché l’obiettivo unico di Riyadh sarebbe quello di unire tutti e sei i paesi aderenti al GCC.
Secondo quanto rivelato al Wall Street Journal dal Royal United Services Institute, un think tank con sede in Qatar, i diplomatici giunti a Riyadh per il summit avrebbero in realtà condotto frenetici negoziati fino alla vigilia dell’incontro, ma non sarebbero riusciti a trovare un’intesa perché alcuni paesi hanno chiesto più tempo per valutare approfonditamente tutti i dettagli della proposta saudita.
La decisione finale di mettere da parte anche il progetto di unione tra Arabia Saudita e Bahrain rivela comunque le divisioni all’interno degli stessi gruppi di potere dei due paesi, nonostante gli entusiasmi proclamati a livello ufficiale da Riyadh e Manama. Secondo alcuni giornali occidentali, per alcuni membri delle famiglie reali di Arabia Saudita e Bahrain una federazione sarebbe controproducente, in quanto provocherebbe un’ulteriore radicalizzazione degli oppositori, mentre a promuoverla sarebbero esclusivamente gli esponenti della linea dura nella gestione dei rapporti con l’Iran e del dissenso interno.
A spingere l’Arabia Saudita verso la promozione di rapporti più stretti con i propri vicini ha contribuito senza dubbio l’ondata di proteste esplose lo scorso anno nel mondo arabo. Tra i più autoritari del pianeta, il regime saudita è stato scosso dalla rapidità con cui la rivolta si è diffusa in Medio Oriente nel 2011, portando al crollo, ad esempio, di un alleato di ferro come Hosni Mubarak in Egitto. Toccata marginalmente dalle manifestazioni, l’Arabia Saudita ha risposto con l’adozione di limitati programmi pubblici per ammorbidire la popolazione e, soprattutto, con il pugno di ferro, intensificando la repressione allo spuntare di ogni minino segnale di malcontento.
Proprio il Bahrain rappresenta un punto fermo per la stabilità saudita. Da qui, infatti, la rivolta a maggioranza sciita scatenata lo scorso anno contro la monarchia sunnita al-Khalifa aveva parzialmente contagiato le regioni orientali dell’Arabia Saudita, ugualmente abitate da una significativa minoranza sciita.
Su richiesta del regime e con il via libera di Washington, nel marzo 2011 Riyadh inviò così un proprio contingente militare nel Bahrain per reprimere la protesta nel sangue, proprio mentre scoppiava la crisi siriana, nella quale i sauditi hanno da subito cercato di presentarsi come i difensori dell’opposizione democratica.
Per il regime del Bahrain, a sua volta, l’ipotesi di un’unione con l’Arabia Saudita è vista, almeno tra certe fazioni della casa regnante, come un potente strumento per garantire la stabilità di un paese che continua ad essere minacciato dal vento della rivolta. Al contrario, paesi come Kuwait, Oman e Qatar vedono invece con sospetto l’ingresso in una federazione che comprometterebbe la propria sovranità a tutto vantaggio del potente vicino.
Contro il progetto di federazione si sono ovviamente espressi gli esponenti dell’opposizione in Bahrain, alcuni dei quali hanno però messo in risalto come la disponibilità della famiglia al-Khalifa a cedere parte della propria sovranità all’Arabia Saudita riveli la debolezza del regime dopo oltre un anno di proteste popolari. L’unione, d’altro canto, potrebbe produrre un certo coordinamento anche tra le forze di opposizione (sciite) di entrambi i paesi, verosimilmente risvegliando la combattività di quelle saudite.
La condanna dei progetti discussi lunedì a Riyadh, in particolare quelli relativi al Bahrain, è arrivata puntualmente anche dall’Iran, contro la cui espansione era nato il Consiglio di Cooperazione del Golfo Persico nel 1981. A Teheran, infatti, 190 parlamentari l’altro giorno hanno messo la loro firma su una dichiarazione nella quale si afferma che, con un’eventuale unione tra i due paesi, “la crisi in Bahrain verrebbe spostata all’Arabia Saudita, spingendo la regione verso una maggiore instabilità”.
Tratto da: altrenotizie.org
mar, maggio 15 2012 » News » No Comments
di Vincenzo Maddaloni
È morto a 79 anni Horst Faas, grande fotografo dell’Associated Press, due volte premio Pulitzer, noto soprattutto per le sue foto durante la guerra in Vietnam come quella che mostra il generale della polizia di Saigon, Nguyen Ngoc Loan, sparare alla testa di un prigioniero vietcong, e quella altrettanto famosa della bambina nuda che scappa dopo un bombardamento col napalm.
Faas era nato a Berlino, in Germania, nel 1933, e cominciò a lavorare con l’agenzia Keystone da giovanissimo. A 23 anni entrò in Associated Press, e cominciò ad andare nei posti dove pochi volevano andare: Vietnam, Laos, Congo, Algeria, Cambogia, Bangladesh. Personalmente ricordo Horst Faas anche come fotografo del Congo, a quel tempo, come oggi del resto, un Paese dilaniato dalle guerre, tra le quali quella dello Shaba restò nella storia.
Infatti, l’elevato debito estero, l’alto livello di corruzione e la gestione economica poco oculata del governo dello Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo, causarono il 13 maggio del 1978 un tentativo di secessione da parte della provincia dello Shaba (ex Katanga). Esso si concluse il 22 maggio dopo l’intervento, con il supporto logistico dell’Aeronautica militare degli Stati Uniti, di 700 francesi della Legione Straniera e di 1.700 soldati del Belgio, che evacuarono dalla provincia duemila cittadini europei e “liberarono” la città di Kolwezi occupata dai secessionisti, dopo due giorni di combattimenti casa per casa. Malgrado alcune difficoltà nei collegamenti fra i comandi delle forze francesi, belghe e zairesi e la cattiva pianificazione delle operazioni di aviolancio, l’intervento dei Legionari fu considerato un brillante esempio di operazione di soccorso. Ma davvero di soccorso si trattò?
«Gli europei uccisi a Kolwezi dai ribelli katanghesi potrebbero essere oltre duecento, ma per molto tempo sarà impossibile avere un preciso bilancio della tragedia. Le difficoltà sono di vario genere: il mancato censimento delle persone evacuate; l’impossibilità di identificare i molti cadaveri. I legionari francesi si sono ritirati. Nella cittadina mineraria è tornato l’ordine: vigilino i marocchini e gli egiziani». Giovedì 25 maggio 1978, la guerra nello Shaba (ex Katanga), provincia dello Zaire (ex Congo Belga), cominciata dodici giorni prima, era già nelle pagine interne dei quotidiani, in fondo ai titoli dei Telegiornali. Esauriti i racconti degli scampati, le panoramiche sulla città disseminata di corpi massacrati, sui negozi e le case svaligiate e incendiate, l’invasione alimentava ormai soltanto le polemiche internazionali.
Il Washington Post chiedeva all’amministrazione americana di decidersi a intraprendere “operazioni di aiuto militare” nei paesi africani «amici» (e lo Zaire che, ripeto, ora si chiama Repubblica Democratica del Congo è a tutt’oggi uno di questi ) che si trovino in «si trovino in situazione critica». L’ex segretario di Stato Kissinger che all’epoca imperava, denunciò una «perdita di coraggio» della leadership di Carter. Il presidente dello Zaire, Mobutu Sese Seiko, dichiarò che la ribellione era stata appoggiata da Unione Sovietica, Cuba, Germania Orientale, e sottolineò la «rinuncia totale dell’Occidente davanti alle aggressioni totalitarie in Africa».
Castro convocò il più importante rappresentante americano all’Avana per negare che nel massacro di Kolwezi ci fosse stato lo zampino cubano. Giscard d’Estaing giustificò l’intervento dei parà della Legione con l’esigenza di difendere l’integrità dei residenti europei. Il premier belga Tindemans propose che le frontiere dell’Angola e dello Zambia (da dove erano arrivati gli uomini del “Fronte di liberazione nazionale del Congo”) fossero sorvegliate da truppe africane con l’appoggio logistico della Cee, sebbene Claude Cheysson, commissario della Cee, avvertisse che la logica dei parà non conveniva all’Europa.
Il 25 maggio di 34 anni fa, Kolwezi era pattugliata dai marocchini, i parà francesi si erano attestati a trecento chilometri, a Lubumbashi, capitale dello Shaba. La zona sembrava tornata alla calma. Ma bastava un niente: troppi interrogativi erano ancora senza risposta. Dietro ai katanghesi c’erano davvero i sovietici, i cubani e i tedesco-orientali? E quelli cosa volevano: la secessione dello Shaba, la paralisi economica dello Zaire, il rovesciamento di Mobutu? E fino a che punto l’Occidente era disposto a sostenere il regime del dittatore africano? Trentaquattro anni dopo, la risposta ancora non c’è, sull’argomento gli storici non si sbilanciano.
Lo Shaba è la più ricca regione mineraria dell’Africa. Qualcuno la definì uno “scandalo ecologico”: cobalto, diamanti industriali, rame, zinco. Tecnici stranieri a migliaia per sfruttare i vasti giacimenti. E quasi un secolo di soprusi e di violenze. Prima la brutale conquista belga, il saccheggio delle ricchezze, poi i l’indipendenza nazionale raggiunta dopo anni di terrore. Lotte tribali, ingerenze straniere, carneficine con la regione dello Shaba sempre in primo piano. Allora si chiamava Katanga, lo Zaire era il Congo Belga, Kinshasa e Lubumbashi erano Léopoldville ed Elizabethville. La secessione del Katanga arriva pochi giorni dopo l’indipendenza del Congo (30 giugno 1960).
Le motivazioni tribali e anche personali (Ciombé contro Lumumba), abilmente manovrate dai potenti interessi stranieri padroni del rame katanghese, incoraggiarono la sfida. Arrivarono i mercenari bianchi del “colonnello” Schramme; il presidente Kasavubu consegnò a Ciombé il suo primo ministro Lumumba. Poi l’assassinio di Lumumba, il nuovo capo del Governo Adula che chiese l’intervento dell’Onu. Ciombé allontanato e poi riproposto come primo ministro. Altro sangue: tra i tanti, morì il segretario generale dell’Onu Hammarskjöld e morirono tredici aviatori italiani a Kindu.
La guerra durò cinque anni. Il 24 novembre 1965 il giovane generale Joseph Desiré Mobutu, comandante dell’Esercito, con un colpo di Stato incruento destituì Kasavubu e s’ impossessò del potere. Nel suo primo discorso disse: «Bisogna finirla con i tribalismi, con i regionalismi e i discorsi sterili dei politici. Rimbocchiamoci le maniche e mettiamoci saggiamente al lavoro. Io vi chiedo cinque anni di fiducia per ricostruire il Paese e ricreare l’unità». Il migliori scatti di quel discorso sono del fotografo Horst Faas che all’epoca era appena trentenne, ma già professionista noto.
Mobutu mise fuori legge le 230 organizzazioni politiche, sciolse il Parlamento e fondò un partito unico a cui « tutti devono essere iscritti fin dalla nascita». Impose il culto della personalità, il mobutismo, mentre predicava la autenticità: «Noi – spiegava – dobbiamo agire come avrebbero agito i nostri padri se non fossero stati vincolati dalle pastoie del colonialismo. Torniamo alle origini, bagniamoci nel fiume della nostra storia e della nostra natura, recuperiamo il senso intatto della nostra cultura».
Cambiati i nomi alle città, proibiti gli abiti occidentali, sostituiti i nomi cristiani con quelli autoctoni: Joseph Desiré Mobutu diventò Sese Seko Kuku N’bendu Wa Za Banga che significano la “Terra”, “pepe ardente”, “il guerriero onnipotente che lascia fuoco sulla sua scia e va via di conquista in conquista”. La rivoluzione toccò anche i libri di scuola: Stanley e Livingstone non sono più gli “esploratori di un continente sconosciuto”, ma “l’avanguardia della penetrazione della conquista coloniale”.
Il prezzo del rame alle stelle (a Kolwezi c’è il giacimento più vasto) incoraggiò altre iniziative. Nel 1973 si varò la nazionalizzazione delle imprese commerciali industriali e minerarie. L’Union Minière scomparve assorbita dalla Gécamines, un ente minerario di proprietà statale sostenuto con i finanziamenti e l’assistenza stranieri. Allontanati dalle stanze dei bottoni gli occidentali, comparirono i manager zairesi.
Ma non ci furono dei benefici per la popolazione, i salari non subirono aumenti. Il gruppo manageriale zairese, seguendo l’esempio dei loro predecessori stranieri, gestiva il Paese come un affare personale. Corruzione altissima, ma efficienza zero. L’agricoltura languiva, le città si gonfiavano, la disoccupazione cresceva. Il crollo del prezzo rame aggravò la crisi. Nel 1965 l’indice dei prezzi del minerale era di 160, 163 nel 1974: in dieci anni era rimasto pressoché immutato. Soltanto tra la fine del 1973 e nei primi mesi del 1974, dopo il golpe militare in Cile (il maggior produttore del mondo), il prezzo toccò il punto più alto, 150 sterline la tonnellata. In quell’anno lo Zaire introitò con l’esportazione di rame 858 milioni di dollari.
Durò poco: nei paesi industrializzati, dopo l’aumento del costo dell’energia, soffiava il vento della recessione ( anche allora!), che travolse per primi i paesi produttori di materie prime. L’indice dei prezzi del rame crollò a 80, lo Zaire incassò 532 milioni di dollari nel 1975, per scendere a 300 milioni di dollari un anno dopo. Il passivo della bilancia dei pagamenti passò in due anni da 86 a 135 milioni di dollari. E tuttavia si continuò a spendere.
Una politica economica dissennata, incoraggiata dagli imprenditori stranieri, dirottò gli investimenti su costruzioni di “prestigio”, costose e altrettanto inutili: il palazzo delle Comunicazioni, il grattacielo tutto vetro e cemento del World Trade Center (un centro import-export) il terzo del mondo: ce n’é uno a New York, l’altro è a Londra. Nessun investimento per incrementare la produzione nelle miniere, dove mancavano i pezzi di ricambio per i macchinari e persino il combustibile.
La decolonizzazione portoghese darà un duro colpo alle esportazioni. Lo Shaba s’incunea tra frontiere di Paesi a quel tempo ostili al regime di Mobutu: lo Zambia di Kennet Kaunda; l’Angola di Agostinho Neto. La linea ferroviaria del Benguela, che collega Lubumbashi al porto atlantico di Lobito, lunga duemila chilometri, di cui milletrecento in territorio angolano, era bloccata. Per far uscire il rame dallo Shaba bisognava attraversare lo Zambia, la Rhodesia fino al porto di East London, nel Sud Africa. Con il permesso dei regimi razzisti di Pretoria e di Johannesburg si riuscivano ad esportare soltanto 25 mila tonnellate di minerale al mese. Troppo poche per un’economia che si reggeva quasi soltanto sul rame.
L’inflazione raggiunse l’80 per cento, scarseggiavano i generi di prima necessità, gli investimenti (nonostante l’invito agli stranieri di ritornare nel Paese) ridotti a zero. Le condizioni poste dalle banche occidentali per fornire nuovi crediti erano pesanti. Si accettò l’offerta di una società tedesca, l’Otrag, costruttrice di missili, che affittò centomila chilometri quadrati nello Shaba settentrionale per costruire un razzo per il lancio dei satelliti. Satelliti di che tipo? Angola, Tanzania, Zambia protestarono poiché temevano che gli scopi dell’Otrag fossero militari; l’Unione Sovietica rincarava: «Gli esperimenti rientrano in un complotto della Nato per stabilire una base missilistica nella regione». E Io Shaba ancora una volta era in primo piano.
Ancora oggi c’è chi sostiene che dietro al generale Nathaniel M’Bumnba, comandante dei katanghesi, ci fossero i tedesco-orientali desiderosi di mandare a monte i progetti dell’Otrag. Ma non è questa la sola ragione: bloccare la produzione di rame e cobalto voleva dire mettere in crisi il regime di Mobutu. Non era una impresa difficile. Si poteva però pur sempre far leva sulle rivalità tribali, soffiare sul fuoco di antichi rancori mai sopiti.
Le tribù Lunda che popolano questa zona nemmeno oggi sono rassegnate a dividere con i Bakongo (che vivono intorno a Kinshasa) le risorse della loro ricchissima regione. Hanno sempre seguito chi potesse favorirne la secessione senza guardare il colore politico. Prima, con Ciombé, hanno difeso gli interessi delle grandi compagnie minerarie e del colonialismo portoghese in Angola. Poi, negli anni Settanta hanno seguito i russi, i cubani, i tedesco-orientali e gli angolani di Agostinho Nieto. Da «ex agenti dell’imperialismo e della Cia» a fomentatori di una rivolta che il sudafricano Vorster definì “marxista” e la Cina “socialimperialista”. Cambiavano le alleanze, ma, come sottolineava con non poco acume Il New York Times, «l’ideologia Lunda rimane solo Lunda».
Negli ultimi quattordici mesi si tentarono due invasioni. La prima nel marzo del 1977 ebbe scarsi risultati. Conquistarono Mutshatsha sulla linea ferroviaria Benguela-Lobito, puntando su Kolwezi. Con ingenti aiuti internazionali e le truppe marocchine Mobutu riuscì a bloccare l’avanzata. Era una strana guerra. Non si precisò il numero dei morti, due soltanto furono i prigionieri katanghesi. Ricordo le testimonianze che raccolsi in quelle giornate a Kolwezi: molti soldati governativi erano stati colpiti dagli stessi commilitoni; l’aviazione mobutista aveva sbagliato diversi obiettivi; e, come sempre, si erano consumate vendette: un militare aveva sterminato una intera famiglia (Lunda) perché gli aveva rifiutato una coperta. Nei quattordici mesi successivi la repressione nella provincia “infedele” aumentò: fucilazioni di “traditori”, vessazioni, operai fermati all’uscita delle fabbriche e costretti a consegnare il salario. Scarseggiavano i viveri, mancavano i medicinali.
Il 13 maggio, quando i cinquemila soldati ex katanghesi si lanciarono all’attacco potevano contare sull’aiuto di una popolazione esasperata. Dirà il comandante dei legionari francesi, il colonnello Erulin: «L’azione era stata preparata con gran cura e coordinata da una quinta colonna che si trovava all’interno della città». L’operazione si iniziò alle sei: in poche ore conquistarono l’aeroporto, la stazione radio, l’ufficio postale, e alcuni soldati “regolari” furono uccisi nel sonno. Molti abbandonarono armi e divise, e fuggirono. Felice Zambetti, Rino Brighenti e Cesare Bottani, tre operai bergamaschi scampati all’eccidio, mi raccontarono: «In un primo momento scambiammo i colpi d’arma da fuoco per esercitazioni. Poi ci accorgemmo che il bersaglio eravamo noi europei».
L’attacco colse tutti di sorpresa. Nessun segno nella notte precedente. Ricordava Rino Brighenti: «Quella sera ero andato a cena da amici. Alle due avevo attraversato la città per tornare a casa. Tutto era tranquillo». Ma c’era un particolare strano in tutta la vicenda: i quaranta tecnici americani che lavoravano alla costruzione della linea elettrica di Inga Shaba riuscirono a mettersi in salvo poco prima dell’attacco. Mi diceva Zambetti: «Qualcuno deve averli avvertiti, saranno venuti a prenderli con gli elicotteri:c’erano la sera prima, alle sei erano già spariti». Aggiungeva Bottani: «Per noi, invece, sono stati sei giorni di inferno, tappati in casa con mia moglie e la figlioletta Mara. Hanno scritto che i bianchi sfruttano i negri. Io ero a Kolwezi perché in Italia non trovavo lavoro».
Raccontava Brighenti: «Un’ora e mezzo dopo l’inizio dell’attacco sono stato fatto prigioniero. Mi hanno fatto togliere le scarpe, trasportato assieme ad altri europei all’aeroporto. Trentasei ore in piedi sotto il sole e nella notte gelida. Ci tenevano svegli con la minaccia dei fucili, poi mi hanno riaccompagnato a casa, mi hanno legato a un albero e hanno cominciato a sparare. Forse volevano farmi morire di paura, non so. Restai in quella posizione una ventina di minuti, e ogni minuto sembrava un secolo. Infine, mi hanno spinto in casa e hanno ricominciato a sparare. Mi sono salvato non so ancora come».
L’eccidio degenerò in un’ orgia di sangue mercoledì sera «quando attraverso la radio vengono a sapere che arriveranno i paracadutisti francesi». Negozi incendiati, uomini, donne e bambini massacrati. Poi, il silenzio. «Alle quindici e cinquanta di venerdì, quando cominciano a scendere i parà, non si sente più un colpo di fucile». Fuggiti tutti, perché? «L’uomo bianco armato fa ancora paura». Chi erano gli invasori? «Non erano di certo i katanghesi dei tempi di Ciombé. C’erano moltissimi giovani, con gli occhi stralunati, dovevano essere drogati». Avete visto i cubani? «No, non se ne sono visti ».
Il fatto che gli uomini di M ‘Bumba fossero stati costretti a ripiegare non significò la vittoria di Mobutu, le miniere restarono bloccate. Senza l’aiuto europeo lo Shaba non marciava, e la crisi economica si aggravava. Ma chi era disposto ad aiutare il regime di Mobutu? Cuba, trentaquattro anni fa, aveva in Africa dai 30 ai 40 mila uomini, quanti erano gli americani in Indocina all’inizio del conflitto in Vietnam, e li manovrava secondo le direttive di Mosca. Se una guerra serviva agli interessi del Cremlino la si appoggiava, come in Angola e poi nello Zaire, altrimenti no. Non era una questione ideologica, ma di conquista di nuovi domini. Il Corno d’Africa ne era all’epoca, un altro esempio. I sovietici non volevano che il Mar Rosso diventasse un mare arabo in cui difficilmente avrebbero trovato basi di appoggio, e pertanto i cubani si schierarono al fianco dei marxisti etiopici contro i marxisti eritrei che combattevano per l’indipendenza.
Gli americani se ne stettero a guardare, salvarono “in tempo” i loro connazionali, ma non avevano alcun desiderio di crearsi in Africa un altro Vietnam gli orrori del quale il fotografo Horst Faas aveva contribuito a eternare. I francesi volevano riempire il “vuoto americano”, ma erano già impegnati in “guerre di liberazione” nel Sahara occidentale e nel Ciad: fino a quando avrebbero potuto sostenere il regime di Mobutu, sebbene vi si parlasse il francese?
Sicché Cheysson, commissario Cee sentenziò: «Quello che temo di più è che gli occidentali comincino a solidarizzare con i bianchi contro i negri, magari in nome della razza e persino della religione cristiana. Ora io trovo orribile il massacro dei bianchi nello Shaba. Ma non trovo meno orribile il fatto che seicento neri siano stati uccisi dai sudafricani nell’Angola meridionale, o che cinquanta neri siano stati massacrati nello Zimbabwe dagli uomini di Smith. Tutto questo non può essere dimenticato, perché in questo modo daremmo a Vorster un formidabile atout per perpetuare l’apartheid in Sud Africa. E permetteremmo che l’Urss si arroghi da sola il diritto di presentarsi di fronte al mondo intero nelle vesti di unico difensore delle libertà africane».
Fin qui la storia che ho avuto l’opportunità di poter seguire da vicino. Malauguratamente,dopo 75 anni di colonialismo, 52 anni di dittatura neo-coloniale sempre percorsi dalle guerre, il popolo congolese continua a vivere come uno dei popoli più poveri del mondo in un Paese tra i più ricchi di giacimenti del mondo. Quelli che sembrano o che vengono spiegati dai media come conflitti tribali, o di matrice religiosa ed etnica continuano ad essere dei massacri pilotati, per acquisire o mantenere il dominio delle risorse energetiche e quindi strategiche, da potenze estranee all’area dove essi si svolgono. Così l’Africa e la Repubblica popolare del Congo, più di chiunque altra nazione che ne fa parte, pagano con la guerra perpetua il loro contributo alla globalizzazione.
Tratto da: altrenotizie.org
mar, maggio 15 2012 » News » No Comments
di Fabrizio Casari
La Domenica dell’addio di tanti campioni ha sbattuto con violenza mediatica la carta d’identità del nostro campionato mediocre. Lacrime, applausi, dichiarazioni e lettere d’addio sono state la scenografia obbligata per la fine di un torneo che per molti aspetti ha segnato la fine di un ciclo storico del calcio italiano.
Si è concluso con l’addio di tanti giocatori che hanno in parte rappresentato il mondo delle all stars di questi ultimi quindici anni: Del Piero, Inzaghi, Gattuso, Nesta, Zambrotta, Cordoba ed altri hanno rappresentato una parte non secondaria della qualità del calcio italico nei campionati e nelle competizioni internazionali.
L’abbandono più doloroso è stato proprio quello di Del Piero; ma mentre Gattuso e Nesta, Zambrotta e Inzaghi scelgono volontariamente di farsi da parte, Del Piero é stato cacciato dalla dirigenza juventina. Non é una differenza irrilevante e qualifica in senso negativo le scelte di casa Agnelli dove una dirigenza incapace di essere grande nel momento del trionfo non ha voluto e saputo offrire un altro anno da capitano al suo giocatore più rappresentativo.
Del Piero, infatti, oltre a rappresentare insieme a pochi altri la cifra tecnica italiana migliore per tanti anni e ad aver offerto prove di fedeltà assoluta ai colori della Juventus, è uno dei calciatori italiani più corretti e tra i pochissimi in grado di declinare una frase in italiano. Davvero meritava un altro anno a Torino e chissà che quella che ormai a Milanello chiamano sindrome Pirlo il prossimo anno non venga affiancata a Vinovo dalla sindrome Del Piero.
E’ comunque stato l’anno che ha visto la Juventus tornare alla vittoria, dopo il lungo purgatorio post-calciopoli. Una vittoria meritata che ha nella infinita querelle legale da parte del rampollo di casa Agnelli l’elemento più penoso, anche perché mai si è sentita, da parte della famiglia, la necessità di chiedere scusa per quello che i vertici dei bianconeri condannati in ogni grado di giudizio fino ad ora celebrato hanno inflitto al calcio italiano.
Altro che stelle e stelline: qualcuno, causa Moggi, Giraudo e altri, proprio sul campo si è visto privare di vittorie e, prima ancora, di giustizia, quest’ultima essenza stessa di ogni competizione. Proprio sul campo quella macchina indegna gestita da Juventus e Milan ha impedito per diversi anni la regolarità della competizione sportiva.
L’ultima giornata doveva comunque emettere due verdetti: quello per la zona Champions e Europa League e quello per la retrocessione. La lotta per l’ingresso in Europa ha visto prevalere l’Udinese e, in fondo, per quanto visto nel corso della stagione, il verdetto é giusto.
Quello appena finito è stato un anno di scarso valore tecnico, caratterizzato da polemiche arbitrali e panchine saltate, che ha visto la Juventus imbattuta ma anche con un numero di vittorie (e di punti) minore degli anni scorsi. La stagione appena finita, poi, ha le sue riconferme (l’Udinese, che migliora la sua classifica rispetto all’anno precedente pur avendo venduto i suoi pezzi migliori) e le sue delusioni: Milan, Inter, Roma e Fiorentina sono le squadre cui è possibile intestarle.
Ha significato la fine del ciclo interista; la squadra di Moratti non mancava la partecipazione alla Champions da undici anni. L’Inter ricomincerà da quello di buono che si è visto da quando Stramaccioni è arrivato sulla panchina. Si trova di fronte alla necessità di dover rinnovare in profondità ma senza avere le risorse economiche per innestare grandi campioni. Per Moratti si apre una strada che forse varrebbe la pena percorrere: nei dieci livelli di calcio regolamentari, dai pulcini alla Primavera, l’Inter è la prima squadra ovunque; dunque in assenza di un portafoglio adatto all’ingaggio di grandi campioni sembrerebbe ovvio ricorrere ai giovani di talento che si hanno in casa, corroborandoli con tre o quattro acquisti di alto livello con cui ripartire.
Il Milan, che ha salutato tanti suoi giocatori famosi che molto hanno dato alla causa rossonera e al calcio italiano, dovrà sostanzialmente ricostruire grande parte dell’impianto di squadra e la capacità di dotarsi di giocatori all’altezza delle ambizioni è necessaria, anche per convincere Ibrahimovic a rimanere a Milano. La riconferma di Ibra, la capacità del club di Via Turati di reagire al canto delle sirene che viene dal Real Madrid ad insidiare il fuoriclasse svedese, sarà la prima dimostrazione pratica di come Galliani intenderà procedere. Ben altro che Montolivo serve al Milan.
Il Napoli, protagonista di un’annata con alti e bassi, ha comunque svolto un buon campionato, evidenziando semmai come il suo straordinario attacco ed un centrocampo di qualità e corsa abbiano risentito di una fase difensiva lacunosa, primo elemento da correggere in sede di mercato estivo. Se Lavezzi dovesse partire, il trio delle meraviglie verrebbe ridotto a duetto, non è certo il pur positivo Pandev a garantire un campionato ad alti livelli.
La Lazio, che pure ha fatto un buon campionato, ha pagato la mancanza di rinforzi a Gennaio, che l’hanno costretta a giocare senza titolari e prime alternative in diverse occasioni causa infortunio dei titolari. Il suo presidente è stato decisivo – in negativo – nel privare al momento giusto la squadra di Reja del carburante necessario a proseguire la corsa. Ciononostante, il piazzamento della Lazio non va disprezzato e Reja, nonostante i tira e molla con Lotito, dovrebbe poter essere riconfermato alla guida della squadra. Urgono però due rinforzi in attacco per sostituire Klose e Rocchi e uno almeno due centrocampo per sostituire Brocchi e Hernanes.
La Roma con Montella vedrà probabilmente un cambio di direzione rispetto al modello di gioco disegnato da Luis Enrique e la possibilità di correggere gli errori di mercato con tre o quattro elementi di spessore può disegnare una squadra di sicuro interesse. Sarà forse l’ultimo anno di livello assoluto di Francesco Totti e pensare fin da ora a come sostituirlo non sarà semplice. La querelle con Pulvirenti andrà sistemata con giocatori o soldi, mentre la via del ritorno dai prestiti di alcune scelte di Luis Enrique dovrà essere affollata. Molti dei Primavera della Roma sono decisamente migliori dei vari Josè Angel, Bojan o Cicinho.
La Fiorentina deve davvero ricostruire tutto e partire da Oriali sulla plancia di DG sarebbe cominciare con il piede giusto, mentre desta qualche perplessità l’arrivo di Ranieri, soprattutto se si vuole attingere dal vivaio una parte dei rinforzi. Lo scontro tra la famiglia Della Valle e la tifoseria dovrà però essere risolto, pena non vedere la luce fuori dal tunnel.
E’ stato anche l’anno che ha visto emergere nuovi giovani allenatori italiani di sicuro avvenire: da Conte a Sannino, da Montella a Pioli, da Stramaccioni a Colantuoni, il mestiere di allenatore sta diventando un fiore all’occhiello (forse l’unico) per il nostro calcio. Lo stress denunciato da Guidolin e Luis Enrique, però, è l’altra faccia della medaglia di un mestiere che ormai denuncia l’esasperata tensione con la quale si allena. Detto ciò, lo stress che ci preoccupa non è mai stato quello dei miliardari.
E’ finito poi un campionato infamato come mai dallo scandalo del calcio-scommesse che, per l’ampiezza numerica di squadre e giocatori coinvolti, sembra rappresentare la cifra esatta, o forse sottostimata, della dose di marcio che attraversa il calcio italiano.
La classifica finale, visibile da ieri, rischia però di venire in parte modificata dalla giustizia sportiva, chiamata a pronunciarsi a seguito della chiusura delle inchieste che da Cremona a Napoli entro la fine del mese verranno presentate agli organi federali. Sono decine i giocatori, le partite e le squadre oggetto delle diverse inchieste e tutto lascia pensare che quello che sta per avventarsi sull’Italia del pallone sarà un vero tsunami. La speranza é che la giustizia non faccia sconti a niente e a nessuno.
Si passa ora alla Nazionale. Prandelli ha diramato la lista dei primi 32 giocatori da portare all’europeo e sono poche le obiezioni che si possono muovere alle scelte del CT. Ci sarà modo e tempo per tornarci su, ma ci piace chiudere, oggi, salutando la fine di un torneo che non ci è piaciuto e dolendoci, ancora una volta, di aver dovuto assistere, tra tanta mediocrità, anche a una tragedia: quella della fine assurda e infame di Piermario Morosini.
Tratto da: altrenotizie.org
lun, maggio 14 2012 » News » No Comments
di Mariavittoria Orsolato
Secondo il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri la questione della TAV è “la madre di tutte le preoccupazioni”. Lo ha detto ieri, a margine di una conferenza stampa sulle misure d’emergenza che l’esecutivo starebbe approntando dopo il ferimento del dirigente Ansaldo Roberto Adinolfi. Una nota del Viminale, qualche ora dopo, spiegava che la “preoccupazione” riguarda solo le problematiche delle opere da realizzare per la Torino-Lione ma, dal momento che si parlava di terrorismo, la rettifica del ministro sembra davvero una foglia di fico.
Se non altro, grazie alla gaffe del ministro Cancellieri abbiamo scoperto quali sono le vere priorità del Governo. Non è lo spread, non è nemmeno il fatto che a marzo il debito pubblico ha sfiorato i 2.000 miliardi di euro. A non fare dormire la notte i nostri tecnici sono i No Tav e le pericolose infiltrazioni terroristiche che, secondo la Digos, il movimento attirerebbe come le api col miele.
Certo in questi giorni il tema “terrorismo” è un must delle testate nostrane, ma basterebbe un po’ di memoria storica e di buonsenso per liquidare gli episodi di questi giorni come gesti di disperati o di millantatori. Invece, soprattutto se si tratta della Valsusa, la tendenza delle maggiori istituzioni – stampa, governo e magistratura – è sempre quella di etichettare il dissenso come eversione, di ridurre la resistenza a becera violenza.
Ma se davvero le ansie del ministro Cancellieri riguardano solo la grande opera in se, allora fa bene a preoccuparsi di quello che succede sulla tratta Torino-Lione. Il suo problema – come quello di molti altri irriducibili Si Tav – è quello di correggere la miopia di sguardo e di riconoscere che le uniche infiltrazioni in Valsusa non sono quelle terroristiche, ma quelle mafiose.
Non è un mistero, infatti, che per la ‘ndragheta il progetto dell’Alta Velocità sia un ghiottissimo boccone: i valsusini lo gridano da decenni e l’operazione Minotauro dello scorso giugno l’ha confermato con 142 arresti. Le indagini sono partite dalle dichiarazioni del pentito Rocco Varacalli, e per il procuratore di Torino Giancarlo Caselli – lo stesso che ha tacciato i No Tav di squadrismo e che a gennaio ne ha fatti arrestare 26 – il quadro emerso ha dimostrato chiaramente “risvolti inquietanti”.
I risvolti inquietanti sono i contatti con la politica e gli appalti delle aziende delle ‘ndrine nella Pubblica Amministrazione. Pratiche che già Roccuzzo Lo Presti, organico al clan Mazzaferro aveva importato nel freddo Piemonte negli anni ’60. Lo Presti aprì proprio a Bardonecchia un negozio di abbigliamento, per poi prosperare in altri settori come edilizia, autotrasporti, bar, le immancabili sale da gioco e la ristorazione. Per i giudici è proprio Lo Presti a portare la mafia a Bardonecchia, e non a caso si era accasato con i Mazzaferro, già “attenzionati” nel 1976 dopo l’ottenimento di appalti per la costruzione del traforo stradale del Frejus, inaugurato poi nel 1980.
Il matrimonio tra ‘ndrangheta e Piemonte è quindi di lunga data, letteralmente delle nozze d’oro. Altre due inchieste, la prima nel 1984 e la seconda verso la fine del 1994, descrivono infatti le ‘ndrine infiltrarsi negli appalti pubblici nell’alta Valsusa, fino allo scioglimento del comune di Bardonecchia il 28 aprile del 1995, primo comune del nord Italia ad essere commissariato per infiltrazioni mafiose. E anche all’interno della relazione della Commissione Parlamentare Antimafia del 1994, si censivano le presenze persistenti di ‘ndrangheta, cosa nostra e camorra in Piemonte, confermando tutta una serie di situazioni sospette nel settore finanziario.
Già nel 1994 emergeva quindi chiaramente quella “zona grigia” fatta di professionisti, politici e funzionari pubblici su cui la mafia da sempre si appoggia per trasformare l’illecito in apparentemente lecito. Ciò nonostante, negli ultimi vent’anni la criminalità organizzata ha tranquillamente continuato a fare ottimi affari, grazie anche alle ghiotte occasioni degli appalti – e in particolare dei subappalti – per le Olimpiadi invernali di Torino 2006 e per l’Alta Velocità Torino-Lione.
Arriviamo così all’operazione Minotauro, in cui 191 persone sono state indagate – 142 delle quali incarcerate – e in cui viene sciolto per mafia il comune di Leinì, il secondo nella provincia di Torino. All’interno dei faldoni elaborati dalla procura di Torino, si fa chiaramente riferimento agli illeciti presenti nell’aggiudicazione della commessa per la recinzione del cantiere di Chiomonte, l’area dove sorgeva il presidio permanente dei No Tav e che è stata dichiarata di “interesse strategico nazionale” dall’ordinanza del Cipe.
Nell’ultima delle 604 pagine del dossier il colonnello Domenico Mascoli inserisce uno schema dei lavori aggiudicatisi da Foglia Costruzioni e condivisi con Italcoge spa della famiglia Lazzaro, vincitrice dell’appalto per la recinzione del non-cantiere della Maddalena: i carabinieri sottolineano uno snodo societario a loro dire cruciale, ovvero l’acquisto della fallita Foglia Costruzioni da parte di Finteco, altra società che riconducono al controllo occulto di Giovanni Iaria, arrestato con il blitz di giugno e personaggio di spicco della ‘ndrangheta.
Lo schema finanziario utilizzato sino ad ora negli appalti Tav è un meccanismo noto: il meccanismo della concessione, che sostituisce la normale gara d’appalto in virtù della presunta urgenza dell’opera, e fa sì che la spesa finale sia determinata sulla base della fatturazione complessiva prodotta in corso d’opera, permettendo di fatto di gonfiare i costi e creare fondi neri per migliaia di miliardi. La Direzione nazionale Antimafia, nella sua relazione annuale per il 2011, ha dato al Piemonte il terzo posto sul podio della penetrazione della criminalità organizzata calabrese e il flusso di denaro destinato alla TAV rischia di diventare linfa per il suo potenziamento, aumentandone la capacità di investimento, di controllo del territorio, accrescendone il potere economico e, di conseguenza, politico.
La storia della TAV in Italia è la storia infinita di accumulazione di capitali da parte dei cartelli mafiosi e questa, se non è “la madre di tutte le preoccupazioni”, è certamente una problema di cui il Viminale dovrebbe occuparsi con urgenza.
Tratto da: altrenotizie.org
lun, maggio 14 2012 » News » No Comments
di Emanuela Pessina
BERLINO. Nuova sconfitta elettorale per la Cancelliera Angela Merkel (CDU), che in Nord Reno Vestfalia ha toccato domenica il punteggio più basso mai raggiunto dai cristianodemocratici da oltre sessant’anni. Dopo aver lasciato sul campo l’ex-presidente francese Nicolas Sarkozy, il partner europeo a lei più vicino nella politica fiscale di austerità per la salvezza della moneta unica, la Merkel sembra essere arrivata alla resa dei conti anche in casa, deludendo in uno degli appuntamenti elettorali più importanti a soli 16 mesi dalle generali.
La Cancelliera appare tuttavia ancora tranquilla e mantiene una certa sicura di sé: perché sa, probabilmente, di essere il perno attorno cui ruota il partito cristianodemocratico tedesco ed è cosciente di essere la figura politica più amata nel suo Paese. Se questo basterà a garantirle il potere, in Germania così come in Europa, rimane comunque tutto da vedere.
Ma i risultati elettorali nel Land nord-occidentale non lasciano spazio a dubbi o sfumature di nessun tipo: a vincere sono socialdemocratici (SPD) e Verdi, che si vedono riconfermare la maggioranza con il 51% dei voti, mentre l’Unione cristianodemocratica di Angela Merkel perde quasi 10 punti percentuali con il 26% dei consensi. Il Nord Reno Vestfalia è uno dei Laender più popolosi (un quarto dell’intera popolazione tedesca) e industrializzati di Germania e il suo peso politico è enorme: in molti lo considerano un banco di prova più che affidabile per le prossime elezioni generali, che si terranno a settembre 2013. Ne è consapevole anche la Cancelliera che, a questo proposito, aveva candidato a Governatore del Land l’attuale ministro dell’Ambiente, Norbert Roettgen, sacrificando uno dei suoi uomini migliori. Alla luce dell’esito negativo delle regionali, Roettgen rischia ora di perdere anche la poltrona a Berlino.
A essere premiata dai cittadini è stata invece Hannelore Kraft, la candidata socialdemocratica, che, con l’SPD, ottiene il 39% dei consensi rivendicando crescita economica, allentamento del rigore monetario, solidarietà e occupazione. Sono in molti, tra le fila dell’opposizione, a vederla come possibile candidata anti-Merkel per il 2013: una sfida tutta al femminile, quindi.
Tra i partner di coalizione più probabili per l’SPD nel Nord Reno Vestfalia ci sono i Verdi, con il 12% dei voti. Rimontano anche i liberali (FDP) con l’8% dei consensi, un piccolo traguardo che non basta comunque a cambiare le sorti dell’Unione. Tengono duro i Pirati, che ottengono il 7% dei seggi.
Dopo le recenti presidenziali in Francia, che hanno “ghigliottinato” Nicolas Sarkozy, il partner di Angela Merkel nelle questioni fiscali europee, ora anche la Germania stessa sembra voltare le spalle alla Cancelliera: la sua solitaria posizione nella questione fiscale dell’Eurozona sta creando impopolarità ovunque. La sconfitta storica dei cristianodemocratici in Nord Reno Vestfalia da’ maggior sicurezza ai leader socialdemocratici di opposizione, più decisi che mai a combattere contro le misure che la Cancelliera considera indispensabili per una soluzione della crisi del debito dell’Eurozona.
Il risultato potrebbe inoltre incoraggiare il neo presidente francese Francois Hollande a convincere la Merkel ad allentare le sue posizioni sui tagli al bilancio e le riforme strutturali in funzione della crescita. Per Hollande, tra l’altro, è previsto in questi giorni un incontro con la Cancelliera a Berlino.
Eppure Angela Merkel appare tranquilla, sicura di sé e sempre poco disposta ad accettare compromessi, tanto a livello europeo quanto nazionale. Forse perché i sondaggi tedeschi le attribuiscono il 70% dei consensi dei suoi cittadini. Alla Merkel, probabilmente, il rischio di perdere la poltrona di Berlino, insieme all’autorità nell’Unione europea, appare lontano.
I più maligni notano però che l’Unione cristianodemocratica punta troppo sulla sua Cancelliera, tanto che dietro la sua imponente figura non ci sarebbe nulla, accusa qualcuno. Programma e proposte di poco spessore e un’indecisione generale che deriva dalla debolezza dei partner liberali, così come un continuo susseguirsi di personalità politiche poco rilevanti o addirittura discusse, da von Guttemberg. a Wulff e a Roettgen.
Che un gran carisma basti a garantirle il successo nella sua crociata solitaria per la salvezza della politica di rigore è poco probabile: il primo test in questo senso si avrà dall’esito dell’incontro con Hollande. E il rischio è che, più che misurarsi con l’inversione di rotta che chiedono Usa e una parte dell’Europa, debba misurarsi con ancora minori possibilità di successo contro gli stessi tedeschi, che vedono già le prime nubi della crisi addensarsi sula Germania.
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Tratto da: altrenotizie.org
lun, maggio 14 2012 » News » No Comments
Il fatto che ancora oggi continuino a uscire ricevitori per onde corte per uso fisso e di tipo analogico costituisce di per sé una notizia. Alinco, storico marchio giapponese normalmente associato a scanner e ricetrasmettitori palmari per uso nautico e radioamatoriale, propone un "communication receiver" all-modes (AM/SSB/FM) che copre da 150 kHz (e qualcosa anche sotto) a 35 MHz. Il modello
Tratto da: Radiopassioni.it, a cura di Andrea Lawendel – Licenza Creative Commons
dom, maggio 13 2012 » Radio » No Comments