Arrigo Baldonasco, Ben è rason che la troppo argoglianza

Ben è rason che la troppo argoglianza
non agia lungo tempo gran fermessa,
anzi conven che torni a umilianza
e pata pene chi stat’à con essa;
però mi movo e di voi vo[glio] dire
che lungo tempo andate orgogliando,
e ‘l vostro canto vae ralegrando
la gente a cui faceste mal patire.
[I]stando in gioia e[d] in solaz[z]o, poco
era in voi ‘di ben[e] caunoscenza,
poi che regnar vi credeste in quel loco
lo quale a Deo non era ben piacenza.
Però mi (altro…)

Arrigo Baldonasco, Lo fino amor piacente

Lo fino amor piacente,
ch’eo agio, a sè mi serra
sì che d’ogn’altro s’er[r]a
[ . . . . . -ento]
[ . . . . . -ente]
[ . . . . . -erra]
[ . . . . . -erra]
da me dae partimento.
Chè quello amor mantene
solac[c]io e tutto bene,
e[d] in cui sempre regna
parmi ch’el[l]i n’avegna
in tal valore,
che già mai perditore
non fie di sua intendanza.
L’usato intendimento
che la gente à ‘n fallire,
à ciascuno fallire
in loco caunoscianza;
dolen, cognoscimento
àno (altro…)

Inghilfredi, Dogliosamente e con gran malenanza

Dogliosamente e con gran malenanza
conven chio canti e mostri mia grameza,
ca per servire sono in disperanza:
la mia fede m’à tolta l’allegreza.
Però di canto non posso partire,
poi c’a la morte mi vado ap[p]ressando,
sì come il ciecen, che more in cantando,
la mia vita si parte e vo morire.
Partomi da sollazo e d’ogne gioco
e ciascun altro faccia a mia parvenza,
ca dentro l’aigua m’à abrusciato il foco,
mia sicurtate m’à dato spavenza.
Fui miso in gioco e (altro…)

Inghilfredi, Sì alto intendimento

Sì alto intendimento
m’ave donato Amore,
ch’eo non sac[c]io invenire
in che guisa possa merzè trovare.
Però lo mio talento
m’a[ve] miso in errore,
ca non volse soffrire
di non voler sì altamente amare.
Ma poi che piacere
à l’Arnore, che tant’è poderoso,
ciò è lo mio volere;
m’à miso il core in af[f]anno gravoso,
non saccio loco che n’agia ragione.
Penso se narramento
è fatto [a] alcun signore
per dover diffinire
al qual de’ dui s’ac[c]orda più, ‘ver pare.
Non è gran fallimento
d’amar, poi che ‘l meo (altro…)

Inghilfredi, Poi la noiosa erranza m’à sorpriso

Poi la noiosa erranza m’à sorpriso
e sagiato di sì crudel conforto,
voglio mostrare qual è ‘l mio coragio,
ch’eo sono in parte di tal logo miso
ch’eo son disceso e non son giunto a porto;
in gran bonaccia greve fortun’agio
e son dimiso da la signoria,
da regimento là ‘nde son signore,
tant’è l’af[f]anno che porta ‘l meo core
ove allegranza vince tuttavia.
Vinco e ò vinciuto e tuttor[a] perdo,
là u’ son riceputo istò cacciato,
in isperanza amarisco mia spene,
di gran (altro…)

Inghilfredi, Greve puot’om piacere a tutta gente

Greve puot’om piacere a tutta gente,
perch’eo parlo dottoso
e sì come om che vive in grande erranza,
poi veo saglire inganno malamente
di tal guisa odioso,
cui no ‘l com[]m]ise è data pesanza;
eo veo saglir lo non sagio in montanza
e sovrastar li savi adottrinati,
e li argomenti veduti, apensati
mette[r] paz[z]ia per folle oltracuitanza.
Chi non è sagio non de’ amaestrare
e chi folle comenza
mal po finir ca sagio si’ aprovato;
per che ‘l meo cor sovente de’ penare,
poi mala (altro…)

Inghilfredi, Del meo voler dir l’ombra

Del meo voler dir l’ombra
cominzo scura rima.
Como di dui congiunti Amor mi ‘nungla,
sì natural m’adombra
in lavoreo e rima,
essendo due, semo un com’ carne ed ungla.
Ed è rason, poi membra
la Scriptura le membra
che di tal guisa tale Amor congiunge,
sì che, quando l’agiunge,
tal dritto amor v’aiunge,
chi lo manten, null’altra gioi li membra.
Ed eo, c’a provar miro
sono, salvando sperdo,
sì che concriomi ‘n amare spunza;
doglio quando più miro
lo guadagno che perdo,
che più mi pura ca (altro…)

Inghilfredi, Caunoscenza penosa e angosciosa

Caunoscenza penosa e angosciosa
as[s]ai se[i] più che morte naturale,
al mio parire;
fus[s]i gioiosa tanto e amorosa,
cum cui tu gissi, mai sentiria male
senza fallire;
seria gaio e giocondo,
aver[i]a gioi e tutta beninanza,
nulla già mai vedria contar lianza,
[ c’a la sua fosse ] a pare in onne loco.
Li qual deriano honor[e] mantener[e]
e fermi stare in alto paragio
son più sfallenti;
regensi in servitute per avere
auro e argento e non gentil coragio
d’esser piacenti.
Grandeza si consuma;
l’erbe derian granire e (altro…)

Inghilfredi, Audite forte cosa che m’avene

Audite forte cosa che m’avene:
eo vivo in pene stando in allegranza,
saccio ch’io amo e sono amato bene
da quella che mi tene in disïanza.
Da lei neente vogliomi celare:
lo meo tormentar [cresce],
como pien è, dicresce,
e vivo in foco como salamandra.
Sua caunoscenza e lo dolze parlare
e le belleze e l’amoroso viso,
di ciò pensando fami travagliare.
Iesù Cristo [creolla] in paradiso
e, poi la fece angelo incarnata,
tanto di lei mi ‘mbardo,
che mi consumo e ardo,
ch’eo rinovello com’ (altro…)

Ugo da Massa Conte di Santafiora, Eo maladico l’ora che ‘n promero

Eo maladico l’ora che ‘n promero
amai, che fue per mia disaventura,
ca sì coralemente ch’io ne pero
innamorai, tanto ci misi cura.
E nullo amante trovo, assai lo chero,
che s’asimigli de la mia natura,
c’Amore è ‘n meve tutto, e ò pensero
che s’altri n’à neente, che mi ‘l fura.
Amore ed eo sen tutt’una parte
ed avemo un volero e[d] un[o] core
e, s’eo non fosse, Amore non seria.
E non pensate ch’eo ‘l dica per arte,
ma certamente è (altro…)

Ugo da Massa Conte di Santafiora, Amore fue invisibole criato

Amore fue invisibole criato,
però invisibol ven la ‘namoranza,
chè null’omo lo sente prim’è nato,
quando s’aprende tutt’à sot[t]iglianza
chè ‘n meve sede e ven dissimulato.
Mas ciò ch’è detto, c’ave in sè pos[s]anza,
natura li consente, ed ègli dato
come lociore, così esicuranza.
O Deo, che invisibol lo facesti,
di tanto meno li piacesse in grato
che quando of[f]ende of[f]ender si potisse,
di sì grande segnoria che li desti,
ca di ‘[n]visibol tornasse incarnato,
che s’omo lo colpisse, che sentisse.

Ugo da Massa Conte di Santafiora, In ogne membro un spirito m’è nato

In ogne membro un spirito m’è nato
ed intelletto i[n] ‘namorato core,
e sentome d’amor tutto inflam[m]ato,
un punto sol di carne non è fore;
e d’ogne parte amor più divisato
intrao me, ca non fo lo colore:
chè lo spirito meo, quando lo fiato,
eo sento ben che va piangendo amore.
Amore è in meve tanto combenuto,
ched à fatto uno spero ond’ello vae,
ch’è sì stretto non pò partire stando:
a parte a parte for va per aiuto
e gittande l’angoscia (altro…)

Folcacchiero da Siena, Tutto lo mondo vive sanza guerra

Tutto lo mondo vive sanza guerra
ed io pace non posso aver neiente.
O Deo, como faragio?
O Deo, como sostenemi la terra?
E’ par ch’io viva i[n] noia de la gente,
ogn’omo m’è salvagio.
Non paiono li fiori
per me, com’ già soleano,
e gli ausei per amori
dolzi versi faceano – a gli albori.
E quand’eo vegio gli altri cavalieri
arme portare e d’amore parlando,
ed io tut[t]o mi doglio;
sol[l]azo m’è tornato in pensieri.
La gente mi riguardano, parlando
s’io son quel ch’es[s]er (altro…)

Guglielmo Beroardi, Gravosa dimoranza

Gravosa dimoranza
ch’eo faccio lungiamente,
mi fa sovente – lo core dolere,
ed aggione pesanza,
ca lo viso piagente
de l’avenente – non posso vedere.
Gioia par mi s’asconda,
temo non mi confonda – lo pensare,
und’a gli occhi m’abonda
le lagrime com’onda – de lo mare.
Piangendo gli occhi mei
mi bagnano lo viso,
perch’io diviso – son da l’amorosa;
lasso, tornar vorrei
ov’è il meo core assiso
e ‘n pena miso, – sì che mai non posa
s’eo non ritorno al loco,
là ove in sollazzo (altro…)

Neri Poponi, Poi l’Amor vuol ch’io dica

Poi l’Amor vuol ch’io dica
quanto d’onor m’à fatto
più ch’io non ò servito,
no ‘l vo’ celare mica,
poi ch’io mi credo matto
donar ciascun partito
a chi contra vuol díre
c’Amor senza servire
non facc[i]a altrui gioioso.
E s’alcun v’à tormento
e non vuol fallimento
fare, istea amoroso.
C’Amore à segnoria
tal che ciascun no ‘l penza,
di donar gioie e pene;
e chi lo contraria
o ver lui move intenza,
ispesso lo convene
d’affanno far diporto,
Sì che pegio è che morto
qual non è soferente.
Chi di pena (altro…)

Folco di Calavra, D’Amor distretto vivo doloroso

D’Amor distretto vivo doloroso;
com’om che sta lontano
e vedesi alungare
da cosa c’ama, vedesi noioso,
languisce stando sano,
perchè non pote usare
la cosa che li piace,
per zo vado morendo;
dunqua non mi dispiace
tal morte soferendo,
ma vivere mi pare.
Cui ben sente, bel gli è, contro al morire,
languir disiderando,
at[t]endendo [‘n] speranza
sua voglia, dolze gioia, [di] compire,
e non sa merzè quando
li compia disianza;
ma vive confortato,
ch’à senno e volontate
di quella cui s’è dato
per fedele amistate,
e blasmando tardanza.
Son ben morto, chè (altro…)

Filippo da Messina, Oi Siri Deo, con forte fu lo punto

[O]i Siri Deo, con forte fu lo punto
che gli oc[c]hi tuoi, madonna, isguardai, lasso!
chè sì son preso e da vostr’amor punto,
ch’amor d’ogn’altra donna per voi lasso.
Non fino di penare uno [sol] punto,
per omo morto a voi, donna, mi lasso,
non sono meo quanto d’un ago punto:
se mi disdegni, be[n] moragio, lasso!
Poi non son meo ma vostro, amor meo fino,
preso m’avete como Alena Pari,
e non amò Tristano tanto Isolda
quant’amo voi, per cui penar (altro…)

Compagnetto da Prato, L’amor fa una donna amare

L’amor fa una donna amare.
Dice: «Lassa, com faragio?
Quelli a cui mi voglio dare
non so se m’à ‘n suo coragio.
Sire Dio, che lo savesse
ch’io per lui sono al morire,
o c’a donna s’avenesse:
manderia a lui a dire
che lo suo amor mi desse.
Dio d’amor, quel per cui m’ài
conquisa, di lui m’aiuta;
non t’è onor s’a lui non vai,
combatti per la renduta.
Dio! l’avessero in usanza
l’altre di ‘nchieder d’amare!
ch’io inchiedesse lui d’amanza,
chè m’à tolto lo posare;
per lui (altro…)

Compagnetto da Prato, Per lo marito c’ò rio

«Per lo marito c’ò rio
l’amor m’è ‘ntrato in coragio;
sollazo e gran bene ag’io
per lo mal che con lui agio:
ca per lo suo lacerare
tal penser’ò [e]o no l’avia,
chè sono presa d’amare,
fin’amante agio in balia,
che ‘n gran gioia mi fa stare.
Geloso, bat[t]uta m’ài,
piaceti di darmi doglia,
ma quanto più mal mi fai,
tanto il mi metti più in voglia.
Di tal uom mm’acagionasti,
c’amanza no avea intra nui,
ma da che ‘l mi ricordasti
l’amor mi prese di lui;
lo (altro…)

Perzival Doria, Amore m’ave priso

Amore m’a[ve] priso
e miso m’à ‘n balìa
d’alto mare salvagio;
posso ben, ciò m’è aviso,
blasmar la segnoria,
che già m’à fatto oltragio,
chè m’à dato a servire
tal donna, che vedire,
nè parlar non mi vole,
onde mi grava e dole
si duramente – ca, s’io troppo tardo,
consumerò ne lo doglioso sguardo.
Pec[c]ato fece e torto
Amor, quando sguardare
mi fece la più bella,
che mi dona sconforto
quando degio alegrare,
tanto m’è dura e fella.
Ed io per ciò non lasso
d’amarla, oi me lasso;
tale mi (altro…)

We are not Charlie and we will never be.