Grecia, la regola dell’elefante

di Carlo Musilli

Fiumi d’inchiostro continuano a scorrere in Grecia e sulla Grecia, ma l’unico argomento davvero cruciale per il destino del Paese – la necessità di ristrutturare il debito pubblico – rimane ancora sullo sfondo. “C’è un elefante nel salotto buono”, recita un detto inglese dedicato alle verità scomode note a tutti e da tutti ignorate.  

Intanto, mentre il pachiderma si destreggia fra porcellane e cristalli, Atene cerca di tornare a una parvenza di normalità. Oggi riapre la Borsa, la settimana scorsa il Governo ha alzato il limite ai prelievi sul conto corrente, portandolo a 420 euro in tre giorni anziché in una settimana. Nel frattempo, i tecnici della Troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) sono tornati vittoriosi nella capitale greca, dove hanno ricominciato a lavorare indisturbati.

In ballo c’è il nuovo Memorandum che dovrà essere siglato entro la metà del mese, così da permettere il versamento della prima rata del nuovo piano di aiuti entro il 20 agosto, quando Atene dovrà rimborsare alla Bce più di 3 miliardi di euro. Oltre all’innalzamento dell’età pensionabile e alla cancellazione delle baby-pensioni, il pacchetto di riforme imposto dai creditori prevede altri due interventi particolarmente dolorosi, la reintroduzione dei licenziamenti collettivi e lo stop alla contrattazione collettiva.

Sul versante finanziario, invece, la Grecia deve fare i conti con la recente direttiva europea sulle risoluzioni bancarie, un nuovo meccanismo di salvataggio che prevede in prima istanza il contributo di correntisti, azionisti e obbligazionisti degli istituti, anche ricorrendo a prelievi forzosi sui depositi oltre i 100mila euro, come già avvenuto a Cipro. Tra le banche greche e la Bce sono in corso colloqui proprio per allontanare il fantasma dell’haircut in caso di ristrutturazioni.

Quanto all’elefante in salotto, mentre tutti si sforzano di non guardarlo, l’unica istituzione con gli occhi fissi sul pachiderma è il Fmi, che stavolta punta i piedi e fa sul serio: non parteciperà al salvataggio di Atene finché il Paese non darà il via libera a nuove riforme e soprattutto finché i creditori europei non prenderanno un impegno concreto sul fronte della ristrutturazione del debito.

La divergenza fra Bruxelles e Fondo monetario su questo punto è tutta politica. I Paesi europei non intendono ridurre il peso del debito ellenico perché significherebbe ammettere di aver sprecato i soldi dei propri contribuenti. In realtà non c’è stato alcuno spreco, il punto è che l’obiettivo non è mai stato la salvezza della Grecia: quelle risorse sono servite in massima parte a ripulire i bilanci delle banche francesi e tedesche, spostando sui conti pubblici nazionali l’esposizione al debito greco.

Il denaro in questione non tornerà mai indietro, anche perché nel frattempo stiamo infliggendo al Pil della Grecia l’ennesima bordata d’austerità. In queste condizioni, immaginare che un giorno Atene riuscirà a tornare sul mercato, finanziare da sola tutto il proprio debito pubblico e ripagare per intero i prestiti ricevuti significa credere nella versione finanziaria di Babbo Natale. Lo sanno tutti benissimo, ma piuttosto che ammetterlo e scontarne il prezzo politico preferiscono continuare ad alimentare il perverso schema Ponzi che tiene artificialmente in vita i conti di Atene: debiti nuovi per ripagare i debiti vecchi.

Un circolo vizioso che il Fmi vuole interrompere non per buon cuore, ma perché subisce pressioni da più parti: alcuni lamentano mancanza di equità nel trattamento riservato ai diversi Paesi del globo, altri sono contrari all’accanimento terapeutico incapace di guarire la malattia greco-europea. A capeggiare il secondo gruppo sono gli Stati Uniti, che da qualche tempo vanno a caccia di elefanti nei salotti europei.

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La paghetta di Renzi ai pensionati

di Antonio Rei

Il governo Renzi deve sperare che agosto porti con sé la solita distrazione di massa, perché quello che accade oggi rischia d’infliggere un colpo mortale alla popolarità del Pd fra i pensionati. In queste ore scattano i rimborsi per la mancata indicizzazione delle pensioni superiori a tre volte il minimo Inps nel biennio 2012-2013, una misura varata a fine 2011 dall’esecutivo di Mario Monti con l’ormai famigerato “decreto Salva-Italia” e giudicata incostituzionale pochi mesi fa dalla Consulta. 

In sostanza, per rimediare a uno dei tanti erroracci dei professori, il governo ha partorito una soluzione che somiglia molto a uno scherno. Secondo calcoli diffusi questo fine settimana dalla Cgia di Mestre, il blocco è costato ai pensionati 17,6 miliardi di euro, ma i tecnici di Padoan hanno deciso di rimborsare “solo 2,1 miliardi “: pertanto, “ai circa 4,5 milioni di pensionati interessati, l’Inps erogherà solo il 12,4% di quanto dovuto”.

L’Inca, il patronato della Cgil, spiega che gli arretrati “saranno calcolati per fascia, e non saranno per tutti”: in particolare, “i pensionati italiani che nel 2011 e nel 2012 hanno percepito trattamenti pensionistici compresi fra 3 e 6 volte il minimo, riceveranno automaticamente dall’Inps i rimborsi per gli arretrati e otterranno la rivalutazione della loro pensione mensile a partire dalla rata in pagamento ad agosto 2015 e infine un’ulteriore rivalutazione dell’importo mensile a partire dal 1 gennaio 2016″.

In sintesi, i destinatari “sono coloro che hanno percepito nel 2011 pensioni comprese tra 1.405,05 euro e 2.810,10 euro lordi – prosegue l’Inca – e nel 2012 tra 1.443,00 euro e 2.886,00 euro lordi; coloro che hanno avuto importi inferiori non hanno diritto a nulla perché le loro pensioni non hanno subito il blocco”.

Ciò accade perché il governo Renzi ha deciso di rispettare la sentenza della Corte Costituzionale “rivalutando parzialmente le pensioni comprese tra 3 e 6 volte il minimo ed escludendo tutte quelle di importo superiore”, il che riduce “in maniera drastica l’onere finanziario a carico dello Stato che sarebbe derivato dall’applicazione integrale della sentenza”. La percentuale della rivalutazione, inoltre, scende all’aumentare della pensione, a seconda che sia fra 3 e 4 volte il minimo, fra 4 e 5 volte il minimo o tra 5 e 6 volte il minimo.

Questo meccanismo tutela maggiormente i redditi più bassi e al contempo evita di far saltare i conti pubblici. Rimborsare tutti e subito, infatti, avrebbe costretto l’Italia a sforare il parametro europeo del 3% per il rapporto deficit-Pil, inducendo Bruxelles ad aprire una nuova procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo nei confronti del nostro Paese.

Tutto ciò è innegabile, ma non spiega affatto perché il governo Renzi abbia deciso di chiudere subito la partita. Oggi non ci possiamo permettere di restituire a tutti i pensionati i soldi che lo Stato a sottratto loro in modo illegittimo? Benissimo, iniziamo con le fasce di reddito più basse e rinviamo il problema per gli altri.

Lo Stato potrebbe benissimo restituire il maltolto nel corso di vari anni, rimediando a tutte le ingiustizie prodotte dai tecnici. Eppure sceglie di non farlo, perché a quanto pare le soluzioni ragionate e di ampio respiro non sono alla portata di questo governo decisionista, che pretende di affrontare tutto e subito, a qualsiasi costo. Stavolta però l’ingiustizia è troppo evidente per pretendere che svanisca fra gli ombrelloni.  

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Messaggio del Presidente Mattarella nel 35° anniversario della strage alla stazione di Bologna

C o m u n i c a t o

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato al Presidente della Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna, Paolo Bolognesi, il seguente messaggio:

"Sono passati 35 anni da quando una terribile esplosione alla stazione di Bologna provocò la morte di ottantacinque persone e il ferimento di altre duecento, distruggendo affetti, progetti e speranze. L’attentato del 2 agosto del 1980 fu il culmine sanguinoso di una strategia stragista, mirante a scardinare la democrazia e le conquiste sociali dell’Italia repubblicana. La reazione degli italiani, a partire dalla città di Bologna, fu decisa e compatta, con grande forza e dignità. E rappresentò, ancora una volta, l’argine più robusto contro ogni tentativo di destabilizzazione. Dopo lunghi anni di indagini difficili, contrassegnate da reticenze e tentativi di depistaggio, la magistratura, sostenuta dall’impegno e la tenacia dell’Associazione dei familiari delle vittime, ha concluso il suo iter processuale, pronunciando una sentenza definitiva. Su quella tragica vicenda permangono però ancora angoli bui, specie per quanto riguarda mandanti ed eventuali complici. L’auspicio è che la verità possa emergere nella sua interezza: la vostra battaglia, che riguarda anche l’introduzione del reato di depistaggio, costituisce un’importante risorsa.
L’Italia ha il dovere di non dimenticare quella strage e quelle vittime innocenti che fanno ormai parte integrante della memoria nazionale. In questo giorno di ricordo e di raccoglimento per l’Italia intera, desidero far giungere la solidarietà alla città di Bologna, saldo presidio di democrazia. Ai familiari delle vittime va la mia sincera partecipazione a un dolore immenso, che il trascorrere degli anni non può cancellare".

Roma, 2 agosto 2015

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Seduta n. 473 Venerdì 31

Svolgimento di interpellanze

urgenti (Iniziative di competenza per assicurare la

continuità territoriale da e per la Sardegna e per

promuovere la concorrenza e la riduzione delle tariffe,

anche in considerazione della privatizzazione della

Compagnia italiana di navigazione –Tirrenia;

iniziative per salvaguardare la funzionalità e

l’operatività degli uffici giudiziari di

Forlì; elementi in merito al mancato pagamento di

crediti di numerose imprese per attività svolte in

occasione dei mondiali di ciclismo che hanno avuto luogo in

Toscana nel 2013; iniziative, anche normative, a favore di

un equo trattamento delle scuole paritarie in materia

fiscale, anche alla luce di recenti sentenze della Corte di

cassazione).
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Seduta n. 472 Giovedì 30

Discussione ed approvazione del

disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 99 del

2015: Partecipazione italiana alla missione EUNAVFOR MED

(Approvato dal Senato) (A.C. 3249)

(Discussione sulle linee generali; repliche dei

relatori e del Governo; esame articolo unico; esame ordini

del giorno; dichiarazioni di voto; votazione

finale).
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Ha chiuso il Corriere Mercantile di Genova nato nel 1824

corriere-mercantileIl 27 luglio 2015 è andato in edicola l’ultimo numero della “Gazzetta del lunedì” che sancisce anche la chiusura del “Corriere Mercantile” testata storica genovese nata nel 1824  edita da una cooperativa. Quindici giornalisti, due fotografi, tre poligrafici e due amministrativi restano senza lavoro. Nicola Tranfaglia ricorda le sue esperienze al Corriere Mercantile riflettendo sul silenzio sul futuro dei nostri quotidiani

La chiusura, appena annunciata, delle pubblicazioni del Corriere Mercantile e della Gazzetta del Lunedì che a Genova uscivano dal 1824 mi spingono a ritornare ancora una volta sul problema dell’informazione, un bene di cui il nostro Paese ha un  bisogno molto forte e che, negli ultimi anni, invece di diminuire è diventato più centrale all’Italia che non ha più grandi partiti (se in parte si escludono il partito democratico di Renzi e Forza Italia dell’uomo di Arcore)e che anche in campo televisivo è caratterizzato da un duopolio Rai-Mediaset che tarda pericolosamente ad accettare una terza voce come quella della 7, gestita dall’imprenditore piemontese Cairo.

C’è per me prima di tutto un lontano ricordo di cui non ho mai parlato: negli ultimi anni Cinquanta,ancora impegnato a Napoli negli studi universitari di Diritto e di Storia, ricevetti dal proprietario genovese del giornale, l’armatore Fassio, l’invito a raggiungere la capitale ligure e a lavorare nella redazione del Corriere Mercantile per alcuni mesi. Accettai l’offerta complice il direttore di quel giornale allora che si riferiva al partito liberale e così imparai alcuni fondamenti del mestiere giornalistico, i titoli, l’impaginazione del giornale e la stesura delle cronache, proprio in quella città. E ricordo con quasi commozione e una certa nostalgia la cura che il capo della redazione e il direttore misero nel rendermi partecipe di un mestiere che allora aveva accentuate caratteristiche di forte individualismo e di pronunciata artigianalità.  La considerazione che segue ricorda i destini dell’informazione nel nostro Paese di fronte a classi dirigenti che, anche in questo periodo, ed essendo composte in maggioranza da esponenti politici che pure vengono da tradizioni democratiche o addirittura socialiste, sembrano non rendersi conto del fatto che la morte di testate come quelle che abbiamo citato e che arrivano dopo la fine di un numero complessivo assai alto che è avvenuto negli anni scorsi e con la situazione televisiva a cui abbiamo accennato  non può che rendere più precario il pluralismo voluto dalla nostra Costituzione e il necessario dibattito sui problemi sempre nuovi della repubblica.

Tratto da: www.lsdi.it
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We are not Charlie and we will never be.