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Alessandro Verri – La vita di Erostrato

22-ago-14

PROEMIO

Io Dinarco, cittadino di Epidauro, ho lungamente dubitato di scrivere quanto a mia notizia è pervenuto della vita e costumi di quel tristo, il quale stese la falce sacrilega al Santuario di Efeso, perché quella opinione prevale che egli sia stato furente, e da tale sembra in vero quella disperata risoluzione. Ma sendo io giovane quando il caso avvenne, ne intesi il romore in Atene, ove allora io soggiornava nel foro; e prima di ridurmi in patria negli anni maturi, a’ quali son giunto, fui vago di raccorre per la Grecia le tradizioni di così illustre malvagio. Ragionai specialmente in Efeso con taluni, i quali lo aveano conosciuto ed udito quando aspettava in carcere il giudizio. In quella città non solo, ma da remote e molte vennero curiosi a vederlo e favellare seco, mossi dalla stranezza del suo proponimento. Ed egli, siccome in tutto ansioso di fama, si compiaceva di narrare intrepido non tanto quella sua prova estrema, quanto le antecedenti avventure della sua vita. Appariva da quelle che, sdegnando costui sempre il tenore della vita comune, dovea surgere ad una eccellente o cadere in pessima. Io per fine non presumo di togliere al delitto la deformità sua, ma d’insinuare gran dubbio se uno smisurato e costante desiderio di fama possa infiammare l’animo di uno stolto. Disposero i Fati che in quella medesima notte in cui Erostrato arse il tempio, nascesse il Macedone Alessandro. Questi per divenir grande sconvolse l’Asia, empiè l’Orco di anime irate, lasciò i campi coperti di scheletri avanzi de’ corvi. L’altro con danni minori si procurò la fama. In ambi fu la stessa passione: in uno col sangue e il pianto di molte genti non saziata, nell’altro paga della fiamma di un tempio. E però se la smania di rinomanza è pazzia, converrà stimare dagli effetti maggiore quella di Alessandro, come esempio incomparabile di quanto giunga a beffarsi di noi un audace usurpatore.

CAPITOLO I

PORTENTI E NASCITA

Quello che si narra di Ecuba, quando avea Paride in grembo, avvenne ad Ippodamia madre di Erostrato. Perché sognavasi continuamente di produrre faci, le quali incendessero or palagi, or templi, ond’ella spesso dal terrore destata invocava gli Dei e si querelava col suo consorte. Ma Cleante, che tale era il suo nome, anziché sfogare in lamenti infruttuosi, interrogava gl’indovini, consultava gli oracoli, offeriva vittime per investigare la mente de’ Numi e placarli se fossero sdegnati. Le risposte di quelli minacciavano in sensi ambigui che il fato destinava quel parto a far dolente la vita de’ genitori, che quelle visioni indicavano fuoco profanatore, che gli Dei già miravano con torvi sguardi quel tristo germe, e che le tenebre avrebbero ingombrata la sua fronte quand’egli avesse rivolte orgogliose le pupille al cielo. Per le quali formidabili, benché oscure sentenze, prevalendo in lui il terrore agli affetti, deliberò evitare così fieri presagi, entro la nebbia de’ quali gli sembrava vaticinarsi che la prole sarebbe perfino parricida. Per la qual cosa quand’essa uscì alla vita, la consegnò incontinente ad un servo fidato, e postolo in mare nel porto di Corinto sua patria e soggiorno, gli impose di esporla a quel lido a cui il vento lo recasse. Avea dedicato il fanciullo vittima a Nettuno, cingendogli al collo una catena d’oro, da cui pendeva la immagine di quel Nume, e il motto: A Te sacro. Oltre il qual segno la natura avea distinto il parto con una striscia bruna al collo. La traversia fu varia diversi giorni, errando la nave per le isole dell’Egeo, ma in fine approdò a Lemno con tempesta. Era quella parte dell’isola, siccome alpestre e selvosa, priva di abitatori. La sua spiaggia si incurvava in ampio golfo, nel mezzo di cui sboccava un fiumicello. L’impeto del mare superava quello della corrente, la quale retrograda trasse entro l’alveo lungo tratto la nave all’ingresso di una spelonca. Ivi parve al servo luogo acconcio a collocare il fanciullo sull’erbe e, calmata la procella, uscì della foce e volse la prua al ritorno.

Solevano i giovani più valenti dell’isola cacciare, adunati in bande, per quelle foreste. Avvenne pertanto che la luna seguente sendo alcuni principali di Lemno a tale diporto, risonavano le selve di latrati e di trombe, scorreano cervi palpitanti, fischiavano dardi. All’improvviso un nembo turbò l’aere, i fulmini squarciavano in serpeggiante fuoco le nubi, rimbombava il tuono fra le rupi, sopravvenne pioggia dirotta. I cacciatori o sotto alberi o negli antri si procuravano ricovero, nel quale tumulto Menalippo, giovane d’alto lignaggio, pervenne ad una cavità non rimota dallo speco ov’era il fanciullo. Da quella vide entrare una cerva. Poiché fu placido l’aere, si avvicinò allo speco, e vide con maraviglia la cerva che pur timida palpitava, ma la ratteneva un bambino, il quale stringendo le sue poppe come le materne avidamente succhiava. Si trasse cautamente in disparte onde non turbare quell’officio pietoso. Saziato il fanciullo, la cerva nodrice uscì dell’antro. Menalippo raccolse il fanciullo, seco recandolo sollecitamente, gl’implorava dagli Dei fausta vita, poiché con tanta provvida cura l’aveano serbata.

Intanto ad Ippodamia in Corinto, veggendo la culla vota, la nodrice sconsolata, sparito il fanciullo, di cui niuno dava contezza, sendo Cleante nel foro occupato negli offizi civili, una oscura angoscia ottenebrò gli occhi. Scompose i crini, le bende, percuoteva il petto, e il grembo ov’era generata prole così infelice, poi tacea immota qual tomba che chiude la morte. Sopravvenne Cleante. Ella già sospettosa che per terrore dei portenti divini si fosse indotto a qualche trista risoluzione, lanciandosegli incontro, con disperate grida gli chiedea il suo Erostrato, lo incolpava di atrocità, di superstizione, d’insania, e chiamava fatale quel giorno in cui gli si era congiunta a generare un figliuolo dal cielo e dal padre a gara maledetto. Cleante intanto lasciava ch’ella sfogasse il suo cruccio in lamenti. Ma quando fu stanca la sua favella e diè luogo alla altrui, egli, con simulazione già preparata col servo, le narrò che avea spedito il fanciullo al tempio di Giove in Dodone e consegnato a que’ sacerdoti, perché sconosciuto a sé medesimo vi fosse educato nel ministerio di quell’oracolo: diviso dalla patria da lungo tragitto, dedicato a placare il suo fiero destino, potea forse evitarlo, e non sentire desiderio di altra condizione di vita. Lo che udendo ella, incominciò a moderare lo sdegno suo e consolarsi. Erano però entrambi ansiosi del ritorno della nave, e vie più quanto ella indugiava apparire, talché di continuo volgeano al mare gli occhi, e ogni vela speravan quella. Giunse perfine; e il servo, conforme l’ordinato inganno, espose avere consegnato il figliuolo sano a’ sacerdoti, affettuosamente da loro accolto, affermando essi ne avrebbero tal cura da supplire quella de’ più teneri genitori. Ippodamia fe’ pausa a’ garrimenti.

Intanto Menalippo nella selva di Lemno poich’ebbe raccolto il fanciullo, s’inoltrava per essa, quando fu assalito da una famelica orsa improvvisamente. Rade volte quelle fiere scendevano dalle alpestri lor tane, rattenute dalle continue insidie de’ cacciatori; ma i nembi aveano così sconvolte le foreste, che gli animali stessi vi erravano atterriti. Il giovane valoroso vie più strinse nel braccio sinistro il fanciullo e trasse con la destra un dardo dalla faretra ed animosamente lo conficcò in un occhio dell’orsa. Ella dolente si contorceva urlando e tentava co’ piedi anteriori, usandone a guisa di mani, svellere la freccia; ma quello sforzo lacerava l’occhio di più, sendo la punta oncinata. La fiera perciò incollerita di spasimo, rizzandosi su’ piè posteriori e spalancata la vorace gola, si spinse contro di lui, il quale con altra freccia la trafisse nel petto e la prostrò supina. Pur ella agonizzando si avventò di nuovo, e nell’occhio non spento ardeva doppia ira; ma cadde nello sforzo estremo. Quindi coll’avventuroso carico uscito della foresta venne ove i suoi seguaci e famigli lo aspettavano, a’ quali consegnatolo, ed egli salito il suo palafreno, con quelli ritornò al suo soggiorno. Era questi non remoto da Lemno trenta stadj, marmoreo, lieto, circondato da orti, fra’ quali scorrea un rivo. Non lungi un boschetto invitava a silenzj tranquilli. Agarista, sorella di Menalippo, fattasegli incontro, come solea al ritorno di cacciare, con lieta fronte, quando vide il fanciullo e udì il caso, n’ebbe tenera pietà. Ella era giovane vedova, facoltosa, senza figliuoli: prese di quello una materna cura e incontanente lo ricoverò nelle sue stanze. Ivi nell’avvolgerlo in nuovi e candidi lini osservò la collana e il motto, e fece congettura che fosse quel parto abbandonato non per miseria, ma come furto d’amore o per tristi presentimenti. Quindi bene incominciando la vedova illustre così benefica impresa, ordinò solenne pompa di sagrifizj a implorare al bambino la providenza de’ Numi. Fra’ quali ivi sendo specialmente venerato Vulcano, ella celebrò nel tempio di lui una ecatombe. Ma quando il sacerdote all’ara alzava con le braccia il fanciullo in atto di consegnarne la difesa al Dio, e insieme lo accompagnavano cori di fanciulle e giovanetti incoronati, e flauti e timpani e fumo d’incensi, una fiamma fugace lambì la fronte del bambino senza offesa. Si turbò da prima il sacerdote; gli spettatori anelarono temendo il fulmine di Giove. Ma poiché niuno tremendo indizio apparve, confortati anzi gli animi, giudicarono quel prodigio come segno di benevolenza del Nume del fuoco. Prevalendo il fausto augurio nella moltitudine, fu da quella accompagnato il fanciullo al palagio di Agarista. Spargeansi per la via sovr’esso fiori, e le donne pietose invocavano gli Dei ed esaltavano la ricettatrice. Questa non trovando indizio del nome, gl’impose quello di Possideo, sendo sacro a Nettuno, come dalla collana era manifesto.

CAPITOLO II

PUERIZIA E ADOLESCENZA

Intanto Possideo, allevato e nodrito con materna diligenza, cresceva con maravigliosa aspettazione. Fu notato che il riso e il pianto, i quali con rapida vicenda in quell’età rendon lieti o tristi i volti umani, non apparivano nel suo. Dominava nella sua fronte una intrepida calma e nelle sue labbra quasi immagine di costanza virile. E quando incominciava a reggersi in piè, non come gli altri fanciulli, diffidando di quella imbecille postura, chiedeva asilo in grembo della nodrice, ma ardito movea i nuovi passi; né lo atterrivano le frequenti cadute, anzi risorgendo parea sdegnato più che dolente per quelle. Incontrandosi in veltri o destrieri o tori o altri animali, che sembrano terribili e mostruosi a’ bambini, egli si avvicinava loro senza temerli. Né quando fosse il vento impetuoso, né quando rimbombasse il tuono alle percosse dello scettro di Giove irato nelle sfere, né quando fremesse il mare tempestoso, non mai all’aspetto di questi segni della potenza de’ Numi si commosse. Avvenne per lo contrario che giunto appena al decimo anno, spaziandosi in un campo ove si era alquanto sottratto alla vigilanza de’ suoi, si abbatté in un serpe, il quale già premuto da un piè gli si avvolgeva. Ed egli, senza chiedere soccorso, lo strinse alle sue estremità, impedendogli il ritorcersi, e l’uccise. E non molto di poi fattosegli incontro in aperto campo un toro che vi pascea, non si mosse, anzi cogliendo una pietra la scagliò fra le corna di lui già vicino a cozzare, e quello vinto da tale intrepidezza fuggì.

Ma poiché entrato nella adolescenza incominciò ad essere educato negli esercizi della persona e dell’animo, dimostrava in tutti una violenta brama di superare i condiscepoli suoi. Quindi nello scoccar frecce, nel trar d’aste, nel cavalcare, nella lotta, al corso, al disco, alla caccia aspirava sempre a’ primi onori, ed era mesto di non conseguirli. Parimenti nella disciplina letteraria egli procurava di avere pronti alla memoria i luoghi più illustri de’ poeti, degli storici e degli oratori; si accendeva di nobil fierezza al suono della tromba di Omero e leggendo i fatti delle nazioni nello stile soave e aperto di Erodoto, lo giudicava felice, perché nella adunanza olimpica da tutta la Grecia acclamato. In questa guisa incominciava egli a sentire virilmente: e quanto era stato il suo volto inalterabile da prima, siccome indifferente agli oggetti della età sua, tanto ora esprimeva i nuovi e forti moti dell’animo e negli occhi ardenti e nello aggrottare delle ciglia e nella severità delle labbra.

Le quali dimostrazioni d’indole straordinaria quanto recavano diletto a’ suoi ospiti, altrettanto sembravano sospette a Panfilo suo institutore. Imperocché egli considerava il suo alunno, quasi non più adolescente, affatto alieno dalla consueta esultanza, leggerezza, da’ garrimenti propri di quel tempo. Scopriva pure in lui una mente nuova e mostruosa, perché talvolta la memoria agevolmente rammentava i suoi acquisti, e ne facea pur agevolmente de’ nuovi, talvolta parea coperta da un velo. E parimenti con la medesima vicenda lo intelletto ora aperto ad ogni disciplina or chiuso mostrava, quasi due contrari nella medesima persona.

Costumava la gioventù di Lemno esercitarsi, nelle principali celebrità dell’anno, nella lotta, nel corso, nel disco, ne’ salti, nella musica, nelle declamazioni, e prepararsi a concorrere alle palme de’ giuochi Olimpici. In queste gare assiduo il giovanetto avea quell’indole, che non s’intiepidiva in lui la brama di vincere per esser stato vinto, ma vie più si confermava nel suo proponimento. Quindi ne avveniva che incominciasse a non essere più emulo indifferente, ma temuto, e specialmente nella lira, per la quale avea un senso maraviglioso. E ormai non più come discepolo si mostrava imitatore dello stile del maestro, ma incominciando a dominare le corde con un suo istinto, imprendeva uno stile ardito, grande e insieme variato con molle dolcezza. Si compiaceva di sonare all’aere aperto nelle notti estive in luoghi solitarj; e quel silenzio, padre dell’armonia, gl’inspirava note felici, spontanee ed improvvise. Che se lenta allora surgesse la luna dal sereno orizzonte, sembrava che quel soave splendore empiendogli il petto di amorosa delizia, la trasmettesse alle corde. Ma se qualche nube oscurasse que’ raggi, egli, quasi ingombrato da nuova tristezza, rendeva cupo, dolente, pietoso il suono, seguace degli impulsi di natura. Esprimeva anco all’improvviso gli amori, lo sdegno, il lutto, la giocondità, il furore, la calma, secondo gli argomenti che gli fossero proposti. E però egli otteneva lode non che da’ suoi, dalla moltitudine, la quale procurava udirlo singolarmente nelle sue veglie notturne, quando si abbandonava all’estro rapitore. La quale eccellenza in questa arte animandolo a conseguirla in altre, affaticava assiduamente e l’anima e le membra a renderle migliori. Ma la palestra di Lemno era angusta alle sue brame, le quali aspiravano alla fama di giuochi solenni. Non poteva quindi nascondere quanto egli si dolesse di udire da lontano quelle imprese illustri, e chiedea spesso ad Agarista di tentare in quelle il suo destino. Ella non sofferendo averlo disgiunto, ed anco timida per gli pericoli di que’ cimenti, ben consapevole con quanto ardore il giovanetto li avrebbe intrapresi, ripugnava alle sue instanze. S’interpose anco Panfilo, mostrandogli quanto fosse indegna sconoscenza l’affliggere quel seno materno in cui avea trovato così dolce ricovero nelle sue sciagure. Ma il giovanetto omai evitava il colloquio, e col silenzio rendea incerta la investigazione de’ suoi pensieri.

Ma già risuonava per la Grecia la tromba de’ giuochi della centesima seconda Olimpiade, e da ogni città e lido concorrea la fiorente gioventù bramosa delle corone. Tanto romore toglieva il sonno alle palpebre di Erostrato, e vie più gli rendeano moleste le domestiche ammonizioni. Aquila già vestita di penne sdegna il nido e si lancia alle nubi. Il giovane pertanto dissimulando il suo disegno quanto era più vicino ad eseguirlo, patteggiò una nave, e fatto consapevole soltanto Glauco suo fedel servo, con buoni arredi e moneta, la quale solea liberalmente somministrargli Agarista, di notte s’imbarcò al porto di Lemno, e sendo propizio il vento, salpò. Nell’abbandonare le sue stanze vi avea lasciata questa lettera.

“Ad Agarista sua tenera madre Possideo non sconoscente figliuolo invia salute. Quando tu hai fise le pupille, forse dolenti, a questo scritto, io solco l’Egeo per condurmi in Olimpia, e farvi, se Giove mi è benigno, sperimenti non indegni delle tue cure. Io ti chieggo mercé, o eccelsa ed amata benefattrice, se ardisco sciogliere per poco i dolci legami della domestica sommissione. Ma una voce imperiosa mi suona in petto, e quasi tiranna di ogni mio pensiero, tutti li rivolge a spingermi fuori dagli ozj delicati e risplendere in qualche virtù. Che se tanto mi saranno propizj gli Dei ch’io ritorni al tuo amato grembo vincitore di Olimpia, spero che per la gioia, la quale ti produrrà la gloria mia, dimenticherai quella tristezza di cui ora ti sono cagione.”

Intanto l’aure seconde increspavano il mare, sulla cui superficie spandea i suoi raggi la nascente luna. Giacea il giovanetto fuggitivo sulla prua, tacendo, coi sguardi fisi a Lemno. Sorgea nel palagio di Agarista una torre eccelsa, mirando la quale sentiva mescersi una filiale pietà al suo audace proponimento. Ma le palpebre di Agarista non declinavano che a sonni interrotti da che Erostrato avea manifestata la spiacevole ansietà di svellersi dalle braccia sue. Surse quindi con l’aurora e fu sollecita di sapere se i sonni del giovanetto fossero più tranquilli de’ suoi. Ecco le apparve smarrita una ancella apportatrice di tristo messaggio. Avea per l’affanno impedita nelle fauci la voce. “Ahimè” sclamò Agarista “il tuo dolore ti vieta di favellare, ma il mio fa che l’intenda! Oh figliuolo, per l’addietro dolce conforto, sei tu divenuto il mio tiranno!” Così dicendo corse smaniosa alle stanze di lui, le quali trovò spalancate, e sopra una mensa aperto il foglio. Leggendo il quale rimase da prima tacita e immota, poscia con lagrime e lamenti percuoteva il petto, implorava gli Dei pietosi. Accorse Panfilo, e sé chiamava infelice per la insufficienza delle sue esortazioni. Sopravvennero al pianto i servi e ripetevano quello della angosciosa loro Signora. Ed ella tutti rimproverava di negligente custodia. Ma pur con estreme perturbazioni sfogati alquanto i primi impeti di dolore, Agarista ordinò che immantinente fosse celebrato un sacrifizio a Nettuno, ed ella sospirosa andò nel tempio ad offerirlo. Quindi spedì messaggero in Olimpia a quanti ella vi aveva congiunti con ospitale amicizia, raccomandando loro il suo Possideo qual più amato figliuolo.

CAPITOLO III

PROVE IN OLIMPIA

Intanto il giovane entrato nel Golfo Meliaco, venne alle Termopile, donde alla Focide, ove nel tempio di Delfo ammirò il seggio sul quale Pindaro cantava i celesti suoi inni. “Te felice” disse egli “per la tua fama perenne e per quella che per te hanno gli Eroi da’ tuoi versi celebrati!” Continuò il suo viaggio per Corinto donde trapassando l’Acaja giunse nella contigua Elide e perfine in Olimpia. Era la città piena di concorrenti e di festa, e quindi appena ristorato del viaggio fa sollecito a presentarsi a’ cimenti. Il primo giorno si collocò negli atri del tempio di Giove, dove si adunavano i Poeti e gli Oratori. Eglino fra gl’intervalli delle splendide colonne declamavano versi ed orazioni, e la moltitudine giudicava de’ meriti loro. Rimanea frequente e silenziosa a’ versi dell’uno, si dileguava saziata alle declamazioni di un altro; animava questo con gli applausi, atterriva quello co’ sibili e col bisbiglio; e molti de’ concorrenti si sottraevano umiliati, pochi rimanendo in presenza degli uditori per la speranza della corona. Erostrato rimase alquanto spettatore di quelli sperimenti, al vario successo dei quali anelava, palpitava, bramando applauso, temendo la libera moltitudine. Pur vinto dal suo fato si mosse, e salendo una base fe’ cenno di implorare benigna udienza. La gioventù lanuginosa, i modi composti, lo sguardo magnifico convocarono uditori e conciliarono silenzio. Incominciò a declamare con lentezza una esortazione alla Grecia per difendere la sua libertà contro le tirannidi e vie più confermare la sua unione. Descrisse quindi i mali della servitù, gli oltraggi de’ despoti dell’Asia, l’avvilimento delle nazioni percosse dallo scettro loro. Nel quale argomento cresceva il suo discorso come da ruscello a torrente. Erano le sue parole da Spartano più tendenti al vero che al diletto. Sdegnava il dire comune di cose comuni, e splendeva di sentenze brevi. Erano però impedite da una sopravvegnente oscurità, per la quale taluno poi somigliò il suo ragionare a baleno di notte. Fu pur notato che in lui dominavan i pensieri forti, grandiosi, profondi, ma non del pari il suono e la proprietà delle voci, donde avveniva che quelli non mostrassero l’intrinseco valore. Ma pure i difetti non prevalevano a segno di superare i pregi, perocché quasi fuggitive nubi non davan tempo all’uditore di giudicare se la colpa di non intendere fosse propria o di chi favellava. Fu quindi stimato un oratore composto da natura con modi straordinari che invitavano ad udirlo. Poiché tacque gli si affollò intorno una corona, la quale insieme lo lodava e ammoniva, rimanendogli speranze di ottenere con lo studio e col tempo una perfetta facondia, giacché di gran parte di essa era già stimato posseditore. E già le ombre vespertine coprivano il tempio, e fu sciolta l’adunanza. Egli recatosi alle sue stanze, vi rimase desto tutta la notte, declamando altre sue orazioni, studiandosi porgerle con dignità nel gesto e con grata modulazione nella voce. Surse quindi l’alba, e sollecito di nuovo esperimento, prese la lira, e copertosi di una splendida veste, lavoro dell’Asia molle, nel teatro si collocò, luogo delle gare musicali. Era già pieno, e incominciò un giovane Ateniese col flauto, ma non sembrò ch’egli meritasse dar principio, perché in nulla trapassava il valor comune. Suonò poscia la lira un Tebano, e questi faceva già palpitare Erostrato per alcune eccellenti note, ma poi sopravvenne il difetto di una scarsa varietà, per cui ricadeva negli stessi modi, e dal promettere delizie scendeva alla sazietà. Si presentò quindi Erostrato, il cui stile spontaneo, verace dono di natura, destò maraviglia. Ma il nuovo aspetto di tanta e sì riguardevole moltitudine impediva il libero impeto dell’istinto, e i dubbi dell’arte frenavano le dita. Non si riconobbe mai con più manifesto esempio quanto una soverchia ansietà di perfezione renda l’opera imperfetta, e quanto l’abbandonarsi agli inviti di felice ardimento produca effetti maravigliosi. Fu però comune sentenza che il giovane di Lemno, benché non ottenesse la corona quel giorno, potea cingerla in qualche altro in cui la modestia non impedisse il suo valore. In quella gara fu coronato Eufronimo di Delo, il quale da prima col flauto mosse gli animi a quanti effetti volle, onde in tanta moltitudine sembrava vuoto il teatro per lo silenzio; brevi esclamazioni di maraviglia universale lo interrompevano talvolta. Poscia cantò accompagnandosi con la lira. Ciascuno rimase incerto se nella voce o nel suono fosse più eccellente, ma tutti consentivano non avere altro emulo che Apollo. A costui veggiamo eretta la statua non solo in Olimpia, ma in Delfo e in Corinto, perché egualmente ammirato in quelle celebrità. Erostrato comprese bensì tutta la maestria di tanto rivale, ma non disperò di se medesimo. Anzi gli sembrò aprirsi nuova imitazione di concenti onde ampliare il suo stile. E però si disponea a nuovo cimento, non senza speranza di corona, il susseguente giorno. Ma avvenne che Neoclito di Argo il quale era ivi giunto per correre con la biga, ricevesse improvviso messaggio della morte del padre; e però tralasciando que’ cimenti, deliberò partire, vendere la biga e il giogo de’ suoi destrieri. Questi erano Tessali, celebrati per molte vittorie, ma impazienti di freno, il quale conveniva destramente moderare. Erostrato per tale occasione, bramoso di quella palma a tutte superiore, comperò la biga e subitamente per li campi volteggiando ne divenne esperto condottiere. Già in Lemno egli avea perizia di quest’arte, e perciò divenuto in breve consapevole della indole de’ corsieri, il susseguente giorno si presentò con gli altri all’aringo. Trenta bighe aspettavano il segno: i destrieri invocavano co’ nitriti il suono della tromba motrice. Ella suonò: si lanciarono le bighe veloci quanto il pensiero. Le avvolse un nembo di polvere, che il vento, quasi sollecito di rendere visibili i casi della fortuna, sgombrò da esse. Ecco già ruote uscite degli assi pur continuano volgersi per l’impeto ricevuto: in esse inciampando le bighe seguaci ne cadono prostrati i corsieri; accanto a’ quali trapassando altro emulo trascende sovr’essi, e con violento inciampo è rovesciato. Corsieri sciolti imperversano: ruine di bighe infrante sono sparse nella vasta arena; condottieri errano in quella gettati dal seggio. Or avresti detto ch’ella fosse deserta, perocché tutta ingombra di silenzio, or che tutta la Grecia vi fosse adunata. Rimbombava il cielo, tremava la terra. Il fischiare de’ flagelli, le grida de’ condottieri, il battere delle ugne, il fremere delle ruote si udiva quando la moltitudine tacea; quand’ella acclamasse, il rumore simile a tempesta superava. Ma già venti bighe per casi diversi rimanevano nell’arena: i condottieri loro o feriti o percossi o sdegnati si sottraevano. Correa Erostrato fra le rimanenti: i suoi destrieri anelavano alla vittoria quant’esso. Egli si avvolge alla meta, la stringe, la rade quasi, perché sia minore il giro di trapassarla: ma altra biga spinge la sua contro la meta, le fracassa la ruota a cui urta, ed Erostrato ne è rovesciato. Procurando egli con le braccia stese di riparare il danno della caduta, percosse con tanto impeto le palme d’ambe le mani che rimasero intorpidite. Accorse il servo Glauco e lo trasse dall’arena, pietoso del suo signore, quanto questo adirato per gli oltraggi della fortuna. Intanto volgea spesso gli occhi dietro a mirare gli eventi degli emuli più felici. Giunse languido alle sue stanze, ove giacendo non si doleva che della palma rapitagli dal fato persecutore. Reso incapace di nuovi cimenti per allora, dopo alquanti giorni, sendo già sciolta quella celebrità, restaurato di forze quanto bastava al ritorno, per la medesima via si diresse a Lemno, ove giunse con espedito viaggio.

L’affettuosa Agarista correva spesso al lido, implorava gli Dei; già le sembrava eterna la sua assenza, già il cuore palpitava conscio de’ rischi delle corone olimpiche. Approdò per fine il tanto desiderato giovane, pallido per la recente infermità. Languiva d’allegrezza Agarista nello abbracciarlo, ma insieme una angoscia le stringea il cuore veggendolo abbattuto. E prestamente ricondottolo al palagio e d’ogni ristoro provvedutolo, volle da lui contezza de’ casi di Olimpia, ma con discreta benevolenza senza rampogne; ad altro non attese che a porre in dimenticanza la inconsiderata fuga e renderlo pago della presente fortuna. Ma per quante fossero le cure, egli non poté ricuperare che imperfetto il movimento di alcune dita, le quali rimasero incapaci di quella snodata velocità richiesta nelle percosse della lira. Del quale difetto oltre modo sofferiva intollerabile molestia, sforzandosi in vano di trasmettere alle corde, fino allora tanto obbedienti, l’armonioso pensiero.

CAPITOLO IV

AMORE

Gli agi domestici, le molli cure di Agarista e di Panfilo per moderare nell’animo di Erostrato i desideri tumultuosi non erano omai inefficaci. Già prendea alquanto diletto o nel cacciare o nel domare corsieri o a scoccar frecce al bersaglio o a lanciare il disco, a’ quali esercizi non era impedito come nel delicato moto della lira. Il decimonono anno, siccome primavera di vita, fioriva nelle sue guance: già folto il crine, rilevato il petto, le membra tutte piene di audace vigore. Serpeggiava in esse alternando or una fiamma insidiosa or un dolce ribrezzo, precursori dell’imminente imperio di amore. Gli occhi suoi, fino allora tranquilli nelle adunanze, incominciavano a volgersi ansiosi alla bellezza, ammirandola con ciglio sospeso. Corrispondea il cuore co’ suoi palpiti, ed esalava alle guance il rossore. Ma come ape che era su’ fiori, gli sguardi del giovane ancora si spaziavano liberi spettatori della bellezza, non vinti da lei.

Era la stagione in cui la terra dopo gli ardori estivi, ristorata dalle acque autunnali, invita ad ammirare i suoi doni. Possedea Agarista a pochi stadj dalla città, in un colle sovrastante al mare, una delizia campestre.

L’Egeo dirimpetto si apriva in ampio seno, la cui spiaggia era sparsa di ville frequenti. Ivi continue insidie dell’arco e delle reti, delle frecce e de’ lacciuoli, lungo il lido o frai boschi, dall’aurora alle ore meridiane ricreavano le urbana gioventù concorsa a quegli ozj. Poscia volgendo il sole con ombre maggiori, succedeano ne’ prati, negli orti, al margine de’ ruscelli i canti, i suoni, i balli, fra’ quali erano misti i nuziali desii, le querele amorose, i dolci sorrisi, le tristezze d’amore. Non lungi dominava sopra un promontorio un tempio a Teti. Il simulacro di quella stava nel mezzo dell’edifizio. Quasi pur allora uscisse da conca marina, era vestita della sola sua bellezza. Declinava molle il prezioso volto da un lato: le palpebre socchiuse rendeano languidi gli occhi, incurvava il grembo ritrosa, la manca piegava al seno, la destra si porgeva ad accogliere benigna i voti e gl’incensi. Sembrava prossimo il labbro a favellare. Oh mirabil dono del cielo l’arte di Fidia e di Policleto! Per te congetturiamo la immagine de’ Numi e serbiamo quella degli eroi!

A dieci tratti d’arco di questo soggiorno di Agarista era altro non men delizioso di un provetto guerriero. Testoride, nella sua giovinezza chiliarco sotto Senofonte, era partecipe di quell’esperimento memorabile di disciplina, quando dieci mila Greci, perseguitati da un milione di Persiani, per lo spazio di mille e cinquecento miglia si ricondussero salvi da Babilonia alla patria. Sette anni di poi era egli con Agesilao re di Sparta quando sconfisse i Tebani nella pianura di Coronea, ed altrettanti ne trascorsero a quando fu fatta la pace ignominiosa fra’ Persiani ed i Greci con la mediazione dello spartano Antalcide. Già pieno di cicatrici e di età passava Testoride in quel ricovero di estremi anni in cure familiari. Scesa da lungo tempo la consorte alla tomba, gli avea lasciata una consolante immagine di sé nella figliuola nominata Glicistoma. Ella giunta allora al sedicesimo anno, bellissima nella persona ed ornata di leggiadri costumi, custodita dalle ancelle trapassava i suoi giorni, oltre i lavori muliebri più delicati, nel canto e nelle istruzioni delle migliori discipline. Venne pertanto Glicistoma al tempio di Teti. Era quel giorno turbato il mare e percuoteva sdegnato i scogli che lo respingevano. In alto con libero furore gonfiava gli orgogliosi flutti, fra’ quali appariva agitarsi non lungi una nave. L’atrio del tempio era affollato da spettatori del pericolo di quella: l’interno rimanea quasi vôto. Poiché la fanciulla vide alquanto quel doloroso aspetto, ritornò alla Dea e con fervide preci implorava ch’ella fosse propizia a quegli infelici naviganti. Erano gli atteggiamenti suoi umili e pietosi, tanto che in loro traspariva quel candore che placa gli Dei. Erostrato era pur nel tempio: la vide, l’ammirò. Il velo scendevale dalla fronte fino oltre il fianco. La grata proporzione delle membra eccitava il desiderio di rimirarne il volto. Ma la fanciulla assorta nel pietoso raccoglimento non avea frai suoi pensieri o la sua bellezza o che alcuno la contemplasse. Anzi per indole sembrava che non mai di tal pregio si fosse avveduta. I suoi modi erano perciò ingenui, ed aveano sugli animi forza maggiore di ogni artifizio più scaltro. Erostrato guardava lei, già tutto in lei. Non così nocchiere in tempesta è intento alla sua stella. Egli appoggiava il fianco ad una colonna ed il mento al braccio: pensieroso, immoto, con alito sospeso. Cessò dalle sue preci la fanciulla e si mosse verso la porta del tempio lentamente fra le due ancelle seguaci. Il vento licenzioso sgombrò il velo dalla fronte di lei, e tutto apparve quel volto divino come cielo dissipate le nubi. Splendevano con dolce lume gli occhi sotto l’arco delle nere ciglia; le guance rosee, la fronte serena, le labbra serie, il portamento onesto lanciarono al cuore di Erostrato il primo dardo. Una candida veste le scendea a’ piedi stretta da fascia purpurea. Le pendea al collo monile di perle vinte dal candore di lui. Vera e prima ferita di amore quanto più duole tanto più si nasconde. Il giovane restò compreso da timida verecondia, e tacito seguì le orme di lei, finché la vide entrare nella soglia di Testoride, ove ne intese piena contezza. Non ebbe quindi maggior sollecitudine quanto di cogliere onesta opportunità di alcuna dimestichezza con lui. Né gli fu in questo contraria la fortuna. Glicistoma, fino allora custodita dalle ancelle, incominciava a mostrarsi nelle adunanze festive. Il padre stesso la condusse ad Agarista, qual venerata matrona, compiacendosi di produrre alla costumata adunanza sua i pregi della figliuola. Ella si tratteneva conversando con delicata urbanità, sobria ne’ discorsi più che favellatrice. Una placida modestia ornava i modi suoi senza ritrosia, talché niun labbro dissoluto ardiva aprirsi, frenato da quel dolce costume. Il suo discreto genitore, benché nodrito fra l’armi, ora negli ozj di pace gustava i trastulli giovanili. E la saggia Agarista del pari convocava nel suo splendido albergo la età festiva a’ più lieti diporti. Risonavano gli atrj del canto delle fanciulle incoronate di fiori: le cetre dei giovani corrispondevano a quel concerto sommesse. Intanto le danze mosse da tanta armonia empievano di tripudio e di allegrezza le sale. I sistri, i crotali, i cembali stimolavano a carolare. Fumavano gl’indici profumi con deliziosa fragranza, e i servi officiosi distribuivano vini di Lesbo e di Chio e vivande ristoratrici.

La piacevole ospite, e Testoride accanto lei, e quanti di anni maturi gustavano la calma, sedeano compiacendosi nelle immagini della età loro trascorsa. Lodavano i più snelli, stimolavano i pigri e stanchi, e con gioconda autorità governavano la festa. Erostrato in que’ tumulti avea sempre gli sguardi alla fanciulla, né ardiva esalare con parole la sua fiamma divoratrice. Pure, sollecitandolo amore, s’intromise nelle danze e si accompagnò alla fanciulla. Essa talora con l’estremità delle dita raccoglieva la gonna, onde meglio apparivano avvolti nel coturno i piè carnosi; talora, lasciandola in arbitrio dell’aure, muovea le braccia in leggiadri atteggiamenti. La florida capellatura raccolta da un velo sulla fronte svolazzava insieme. Declinava mollemente il viso or all’una or all’altra parte con amabile compostezza, né mancava il sorriso alle anelanti labbra. Erostrato, quasi punto da dolce estro, con lieto impeto corrispondea a quegli inviti. Né erano in lui scortesi le Grazie, perocché ben composto di membra temperava il vigore con la mollezza loro, e la fanciulla si compiaceva di gareggiare con sì snello danzatore. Intanto Amore tesseva lacci furtivi, e le interne simpatie rimaneano a lui solo note. In questa guisa continuando la scambievole ospitalità, ora si adunava la brigata da Testoride, ora da Agarista; e già Erostrato si era studiato di insinuarsi nella benevolenza di quello. Amore facendolo sagace, ragionava sovente col provetto guerriero degli illustri capitani del suo tempo, delle vittorie de’ Greci e delle memorabili imprese. E già senza avvedersene, Glicistoma anteponea l’ospite di Lemno agli altri, scegliendolo fra’ danzatori; ed egli traeva con lei dal mare le reti, s’industriava cogliere co’ dardi o augelli a volo o lepri fuggenti innanzi agli occhi di lei per farseli più benigni. Ella talvolta all’ombra dei platani cantava ne’ suoi orti gli amori dei Numi e le imprese degli Eroi. La voce di lei scendeva al cuore per la ingenuità sua: ed Erostrato in udirla prendeva la lira, e quanto concedeano le dita offese, supplendo coll’arte, facea colloquio di armonia. L’aura sospendeva gli aliti suoi, cessavano i garrimenti degli augelli, il silenzio accoglieva così deliziosa gara di suono e di canto. Ma cresceva in cuore del giovane la fiamma a segno che i consueti piaceri non solo gli erano divenuti insipidi, ma il desiderio stesso di fama sofferiva il formidabile predominio di Amore.

Avvenne pertanto che il seguente giorno sedesse Glicistoma nell’atrio, intenta a ornare coll’artifizio dell’ago un manto. Una fanciulla a lei grata fra molte le sedeva accanto leggendole un volume. Erostrato veggendola in tale raccoglimento, si tenea in disparte, e vide alcune stille di pianto caderle dagli occhi sul lavoro. Oh rugiada che ammollisce ogni cuore! Non resse il tacito amante a quella prova, ma inoltrandosi disse animoso: “Quello stile è invero felice, il quale spreme alcune lagrime dagli occhi tuoi. Essi recano la gioia dove volgono”. Ella alzò il viso verso lui e terse col velo le umide palpebre. Si turbò alquanto nello udire la prima volta così tenere dichiarazioni e timida rispose: “Mi sembri ora in nuovo modo più cortese che verace: pur si concede ad animo gentile qualche urbana lusinga. Leggo, se brami saperlo, la morte di Leandro, di Piramo, di Adone compianta da Ero, da Tisbe, da Venere, ne’ teneri versi di Mimnermo e di Simonide”. “Ben puoi” aggiunse egli “come per tragica illusione piangere le antiche sventure degli amanti; non avverrà però mai che questi occhi tuoi sieno lagrimosi per le tue”. Sorrise ella soave, trasse il lembo del velo sul volto e tacque.

Intanto i servi trascorrendo la magione avvisavano gli ospiti ch’erano imbandite le mense, ed entrambi vi si recarono. Quando Glicistoma entrò la soglia, tutti gli occhi si volsero a lei, e ciscuno si rallegrava col genitore che ogni dì crescesse la bellezza della figliuola. La grata perturbazione del recente colloquio rendea più fresche le rose delle guance e come scintillante il fuoco delle pupille. Testoride gustava queste lodi. La fanciulla avvezza a udirle porgea loro negligente orecchio. La sua verecondia era sempre confortata dalle paterne ammonizioni. Testoride solea inculcarle che tali lusinghe si usavano con prodigalità da tutti con tutte: doversi pertanto né gustare come vere né spregiare come finte, ma ammettere cortesemente come sociale costumanza. Considerasse la bellezza un fiore che presto languisce e attendesse a ornar l’animo per conforto degli anni maturi. Ella sedeva a mensa ascoltando placida gli altrui ragionamenti. Fra delicate vivande e fragranti vini si confondeano con vivace tumulto le parole in uno strepito congiunte.

CAPITOLO V

NOZZE FESTOSE

Credeva la coppia amorosa celata nel profondo del cuore la scambievole fiamma, quand’ella tralucea ne’ volti, negli occhi, nelle operazioni. Perocché, senza avvedersene, tratti dal Nume insidioso, bramavano trovarsi, ragionare insieme, insieme coglievano fiori, lieti quando conversavano e mesti quando erano disgiunti. Agarista e Testoride esperti delle umane perturbazioni, agevolmente riconobbero ciò che ormai era tanto manifesto quanto mal dissimulato. Sembrando loro che senza onesto fine non dovesse procedere quella aperta inclinazione, Testoride in tal guisa incominciò: “Tu conosci, Agarista, da saggia qual sei, quanta sia la forza di quell’affetto, il quale ha vinto i nostri figliuoli. Madre io ti chiamo di Possideo, perocché tutti gli offizj materni hai compiutamente adempiuti ed adempi. Pur madre non sei. Quindi ne avviene che una spiacevole oscurità si stenda sulla culla del tuo Possideo. I Numi, soltanto consapevoli di sua condizione, la nascondono a’ mortali. Quindi foss’egli di stirpe eroica e di patria illustre, per suo tristo fato non può né l’una né l’altra vantare, e solo rimane esposto a’ licenziosi giudizj del volgo. Ora in tale incertezza ben conosci quanto le opinioni ed i costumi si oppongono a soddisfare gli umani desiderj”. Quella discreta rispose: “Ben so quanto saresti biasimato, se congiungessi una fanciulla illustre con uno sposo, il quale non può mostrare altra culla che il margine di un fiume, né altro patrimonio che le sue sventure. Ma parmi che gli oltraggi della fortuna possa correggere quell’affetto col quale, non senza volontà de’ Numi, lo raccolsi fanciullo, e crebbe con esso. Quello medesimo ora m’induce a compiere l’opera degnamente, e però io son pronta ad essergli madre non solo di nome, ma al cospetto delle leggi, e come figliuolo, di ogni mia facoltà lasciarlo erede. In tal guisa tu vedi scancellata ogni macchia di sua condizione, e reso degno di nozze generose”. Testoride consentì a così onesta profferta, e conchiusero di appagare sollecitamente gli scambievoli desideri degli amanti.

Lo spegnere gli odj bellicosi è malagevole opera anche per la più eloquente lingua: ma per congiungere in amore due cuori già per lui palpitanti, bastano comuni e poche sentenze. E però accomodate le condizioni delle nozze, preparato il corredo alla sposa di monili, anella, vasi di argento, vesti splendide, anelavano i giovanetti di stendere le destre all’ara. Né minore sollecitudine stimolava i genitori di congiungerli, perché omai Possideo in ogni suo affetto sempre violento si struggeva nella fiamma vorace: e Glicistoma, non più lieta, anzi mesta e taciturna, si manifestava già serva d’Imeneo. E distante da Lemno breve tragitto l’altra isola Samotracia, asilo inviolabile e sacra agli Dei. Agarista per lieto augurio delle nozze desiderò ch’elle fossero ivi celebrate nel tempio di Giunone. Quindi preparata una nave coperta di velame purpureo, sotto cui furono stese morbide coltrici, la comitiva nuziale vi giacque. Era la poppa coronata di edera mista a fiori. Alla prua un coro di cetre e lire e flauti e cantori, appena sciolte le vele all’aure, quelle empieva di lieta armonia. La sposa con salto leggiadro si era lanciata nella nave per la gioia che le inondava il petto. Un candido e sottile peplo velava le sue membra come nebbia i gigli. Lo sposo in saio succinto ornato di oro e di gemme, non curando la dolcezza di que’ concenti, altra ne traeva migliore dagli occhi della fanciulla giacendole accanto. Il fiato di zefiro spingea la poppa; il mare increspava a quel favorevole impulso. L’aurora stendeva appena il suo roseo manto: gli alcioni uscivano da’ scogli e sorvolavano a’ placidi flutti; delfini tripudiando lanciavano zampilli dalle nari. Il sole non avea ancora tersa la rugiada ch’ellino approdarono. Accorsero i servi di Agarista, i quali già il precedente giorno erano giunti a preparare festiva accoglienza, e tutti condussero ad un poggio vicino soprastante al mare. Ivi in stanze amene fumavano sulle mense cibi delicati, né mancavano frutti e vini squisiti. Poco ne gustarono gli sposi, intenti a pascer l’animo dei pensieri d’amorose dolcezze. Lampeggiavano gli occhi bramosi, le sorridenti labbra manifestavano le delizie del cuore. Il rimanente della comitiva attendeva a confortarsi nel convito preparato. Ma quando si alzarono da mensa e si avviarono verso la soglia, ivi una schiera di fanciulle coronate di fiori accolse gli sposi con piacevoli motti, invitandoli a giurarsi fede nel tempio. Concorreano gli abitanti alla pompa, e con ospitale giocondità alcuni lodavano in versi estemporanei la bellezza della sposa e il valore del giovanetto; altri spargevano fiori nella via e sovr’essi; taluni invocavano gli Dei ed Imene con inni devoti: usciva talvolta dalla turba alcun detto baldanzoso conceduto dalla nuziale giocondità. Le madri chiamavano felici i genitori di coppia così bella. Fra questi applausi precedeva Glicistoma con ciglio dimesso, a lento passo. Erostrato animoso nella comune allegrezza sentiva crescere la sua. Un drappello di garzoni in succinte vesti danzava intorno alla pompa; altri esprimevano il tripudio nuziale con lanci di meravigliosa destrezza. Una schiera di matrone veniva presso gli sposi, avvolte in ampio manto, in modesti atti contegnose. Arrivò così il trionfo amoroso all’atrio del tempio, al cui ingresso risonarono timpani e trombe. Stavano i gravi sacerdoti all’ara in splendide vesti: rilucevano i gemmati diademi sulle fronti loro. Un fanciullo spargeva incenso sulle brage. Il capo de’ sacerdoti stese le braccia agli sposi, invitandoli ad avvicinarsi: ellino obbedirono con fronte china e le mani accolte in grembo. Quegli volgendosi al simulacro della Dea, pregò ad alta voce in tal sentenza: “Alma consorte del supremo Fulminatore, volgi un propizio sguardo a questi sposi qui approdati ad implorarti pietosa. Un tuo celeste sorriso renda fausti per sempre i nodi ch’ora li congiungeranno. Concedi loro obbediente, bella e illustre prole, da cui sieno confortati all’occaso della vita”. Mentre così dicea il sacerdote, la moltitudine tacea riverente: grondarono alcune stille da’ begli occhi di Glicistoma; Erostrato serbava un decoroso atteggiamento. Quindi il sacerdote pose alla fronte d’entrambi una corona di fiori, li profumò d’incenso, e sull’ara sparse il vino. Lo sposo allora collocò nelle dita di lei l’anello, pegno di eterna fede, mentre già il toro mugghiava con la fronte sommessa alla bipenne, la quale scese in quel punto, e la vittima giacque. Risuonò il tempio d’inni alla Dea, supplicandola accettare l’olocausto, ed i sagrificatori lo divisero co’ riti consueti. Compiuti i quali, fu sollecita la coppia amorosa di salpare, congetturando la tenera impazienza dei genitori. Gli isolani accomiatavano i naviganti con felici auguri, ed invocavano agli sposi benigno il mare. Intanto sciolte le vele, fu spinta la nave dal lido, sul quale pur con cenni confermavano quelle genti pietose i loro voti benigni. L’aura settentrionale muovea propizia: il sereno del cielo facea specchio al mare; sembrava che gli Dei celesti e marini sorridessero all’avventuroso imeneo. Sorridea pur Glicistoma, e co’ lucenti occhi mirava l’aspetto così placido degli elementi. Erostrato, fiso nel volto di lei, dimenticava il cielo, il mare e se stesso.

CAPITOLO VI

VOLUBILITÀ DELLA FORTUNA

Era ormai giunta la nave alla metà del suo tragitto. L’orizzonte fino allora sereno incominciò ad ingombrarsi da caligine improvvisa. Ella in breve si condensava in nubi tetre, e Borea fremeva in quelle. Già gorgogliavano i flutti da lontano, e i turbini sdegnati avvicinavano la tempesta alla nave, e già l’impeto loro oltraggiava le vele. L’esperto comito guardava con occhi sospettosi la imminente procella, la quale in breve tanto crebbe che l’aere tutta divenne tenebrosa. Sparve ogni lido, gonfiò il vento l’onda: raccolte le vele, fu la nave abbandonata alla fortuna. Oh Teti lusinghiera, quando con ridente volto induci a solcarti il grembo insidioso! Ecco monti e abissi d’acque: sorge e si avvalla con essi la nave; ogni sua scossa pare la estrema: mugge il flutto divoratore, e il tuono sovr’esso rimbomba. Il solo baleno frequente scopre il formidabile aspetto della morte. Una mano tremante mal regge il timone: i nocchieri già nudi si preparano al nuoto. Il pianto, i gemiti si confondevano col vento, col tuono, co’ flutti. Erostrato con intrepida voce confortava gli smarriti naviganti, e stringendo Glicistoma fra le braccia dissimulava il pericolo, promettea già prossima Lemno. Ella oppressa dal terrore, svenuta in quegli amplessi, era in quel punto meno infelice degli altri. Ecco percuote la catena agli scogli, la scossa tremenda annunzia la morte, l’onda scioglie lo sconquassato navilio, errano su quelle tavole, antenne, vele. Taluno implora il cielo, ma il flutto gli chiude le fauci per sempre. Altri a nuoto cerca salvezza, e in breve stanco si sommerge. Glicistoma, divelta dalle braccia che in vano la stringevano, fu spinta nel mare; ed Erostrato a nuoto afferrò il timone che gli si offerse, e su quello ondeggiando rimase all’arbritrio della fortuna. La fanciulla semiviva per maravigliosa avventura galleggiava in parte della poppa avanzata salva dal naufragio. Un’onda altera come il Caucaso lanciò quel frammento nelle dirupi della spiaggia, ove confitto rimase. Non lungi approdarono a nuoto alquanti nocchieri, i quali per l’aere cielo volgendo invano le pupille, afferravano con stanche mani gli scogli e le alghe: taluni venivano divelti in quello sforzo da nuove onde e tratti a sommergersi; taluni salivano carpone e giacevano grondanti sulle rupi. Erostrato fu ivi spinto, e le prime sue voci furono di chiedere all’onde, al cielo, agli scogli la sua Glicistoma. I turbini dissipavano i suoi lamenti.

Apparve intanto l’aurora, verso la quale ognuno rivolse gli occhi atterriti: alla dubbiosa luce scoperta la scena funesta empieva così gli animi di spavento, che resi muti da quello, taciti si ritrassero verso le più alte pendici. Ivi contemplavano gli estinti gettati sul lido, ed altri ancora ludibrio delle onde. Scorreano dalle guance loro le lagrime insieme alle stille del mare. Al più misero fra tutti Erostrato sembravano un sogno i suoi incredibili disastri. Egli mosso dallo spasimo del cuore balzando fra questi aspri macigni, andava in traccia della naufraga compagna. Bramava insieme e temeva di scontrarla. Omai una mortale ambascia occupandogli il cuore, deliberava di gettarsi nelle onde, e qual vittima placarle. Ma gli si offerse la fanciulla prostrata sull’avanzo della nave. Vederla, lanciarsi a lei, stringerla, baciarla, fu un lampo. Quella, scolorita, molle, oltraggiata dal pelago tiranno, rimanea gelida a quegli impeti affettuosi. Ella serbava le sue forme leggiadre, perché non sommersa, ma spenta dal terrore. Ecco quella poc’anzi delizia degli occhi ora oggetto di pianto!

Intanto i genitori in Lemno, allorché videro il mare sconvolto, soffrivano una trista sollecitudine. Speravano che i prudenti nocchieri avrebbero aspettata la calma; pur temevano anco che non fossero partiti per la impazienza degli sposi. Per la quale perplessità contemplavano i flutti burrascosi finché splendeva il giorno; quando poi il velo della notte si distese su quelli, l’uno vegliava dolente ragionando co’ suoi della temuta sciagura, e l’altra gemendo con le ancelle sue ardeva incensi a’ Penati, supplicandoli a rattenere il tridente scotitore di Nettuno. Volevano pur entrambi sciogliere incontanente molte navi per diversi lidi, ma ricusava ogni nocchiere di solcare onde così feroci. Elle però incominciarono a placarsi quando il sole usciva dal grembo loro. Ben venti navigli salparono incontanente in traccia, uno de’ quali trapassando la spiaggia di Imbro, si avvide che in quella taluni con disperati movimenti delle braccia imploravano soccorso. Vi approdarono pertanto, e riconobbero ch’essi erano i naufraghi di Lemno, e da loro intesero la perversa fortuna. Giace fra Lemno e Samotracia la isoletta di Imbro, la quale è cinta all’occidente da scogli detestati da’ nocchieri. Su quelli si erano ridotti i tristi avanzi della pompa d’Imene. Ivi la sposa scesa alla tomba quando era in procinto di salire il talamo; ivi lo sposo in lagrime vedovili appena coronato di rose nuziali. Questi, immobile e muto al pari dello scoglio ove sedea, con gli occhi fisi alle misere spoglie di Glicistoma, non udiva lo invito pietoso de’ nocchieri di Lemno a salpare con essi; ma quasi l’anima sua fosse trapassata in lei; non se ne poteva svellere, con gemiti feroci vie più contemplandola. Per la qual cosa eglino con afflitto contegno raccolsero la estinta e la deposero il più acconciamente che potevano entro la nave. Quegli allora, come ombra seguace del corpo, si gettò sospirando nella poppa, e seco gli altri naufraghi gli si collocarono d’intorno. Immantenente i remiganti percorsero le onde ormai tranquille; splendea sovr’esse il sole. Alla cui vampa Erostrato, come desto da letargo di morte, esclamò: “Vivo io forse o è un sogno funesto? Come respiro, se a questa, per cui io vivea, è negata l’aura? Come non partì con la sua l’anima mia in eterno amore congiunta? Ahi ch’io pur troppo qui rimasi vedovo inconsolabile, e me ne fa testimonianza il mio cuore squarciato. Tu sei pur quella che dovea col volgere d’un ciglio placare Nettuno, come ora giaci rifiuto delle sue onde? Come non ti raccolse Teti nella sua conca, perché le Nereidi non ti recarono festose al lido? Oh belle membra albergo di anima più bella di voi, occhi arbitri del mio cuore, voce soave, molli braccia, candido seno, quali or mi mostrate oltraggi della morte! E tu mare perfido, perché ora, quasi deridendo la mia angoscia, placido contempli il tristo effetto della tua atrocità”. Così gemendo cadde vinto dall’affanno sulla vergine deplorata. Si affaticavano intanto i nocchieri nell’officio loro per giugnere a Lemno. Ivi sulla spiaggia erravano i genitori con ansiose pupille intente al mare. Nel quale poiché videro la nave, scesero al porto ove ella in breve approdò. Svenne Agarista quando riconobbe quant’erano sventurate le nozze. Poscia vinto dal dolore il contegno matronale, scomposte le chiome e le bende, chiamava sé medesima stolta consigliera di quella spedizione, e barbara la Dea sotto gli auspicj della quale fu intrapresa. Testoride, fatto immobile simulacro di angoscia, tenea le pupille come di smalto fitte nella figliuola. Non il talamo, anzi il feretro la raccolse; presso il quale con fronte china e le mani in grembo traeva i lenti passi il sospiroso genitore. Agarista con le braccia al collo dell’afflitto figliuolo gli tergea pietosa le molte lagrime col velo. Quegli avea lo sguardo come di chi dorme ad occhi aperti, e la morte gli sedea sul ciglio. Risuonarono le vie di Lemno di modesto susurro, narrandosi la sventura negli atrii de’ templi, nelle adunanze del foro; e udendola ciascuno diveniva pietoso.

CAPITOLO VII

PIANTO FUNEREO

Niuno chieda ch’io narri compiutamente quant’erano percossi gli animi de’ genitori, perocché non si può descrivere un’estrema costernazione. Testoride avea perduto il solo conforto della sua età, e vedea spenta la sua stirpe. Rimanea la sua mensa priva di figliuoli, di consorte, e sé chiamava il più misero di tutti, siccome il primo a sofferire la vita e l’ultimo a lasciarla. Ma in ciò miserrimo, che non già per gradi gli era sopravvenuta così grave sciagura, anzi con subita mutazione dalla allegrezza al dolore profondo. Egli pertanto chiuso nelle sue stanze ricusava gli amichevoli conforti, di niun altro capace, fuorché d’immergersi nel silenzio e nella solitudine quasi in pelago di lutto. I servi suoi in questo mentre correggevano gli oltraggi della tempesta nelle membra della disanimata vergine con lavande fragranti ed aromi preziosi, avvolgendola in monde e delicate vesti e componendole i capelli con serto di fiori. E quando fu notte, si avviarono con pompa lugubre taciti e lagrimosi alla domestica tomba. Lo splendore delle faci illuminava il feretro. Un coro di tibie con flebili note richiamava il pianto sulle ciglia. Non più che uno stadio remoti dalla città erano gli avelli in edifizio marmoreo, fra cipressi maestosi, la mole del quale si vedea ornata nel circuito dalle immagini de’ trapassati, nella cui sommità dominava il simulacro del Tempo in atto di muovere la falce distruggitrice. Una porta ferrea stridendo si aprì e diede accesso allo interno. Ivi in sotterranea cavità erano le tombe. Altre con antica semplicità, senza ornamenti, in modeste parole rammentavano i meriti del defunto; altre con elegante scoltura e con fastose ricordanze mostravano quanto le ossa ivi chiuse fossero desiderose di eterna fama. In avello nuovo fu deposta la fanciulla al mesto canto di morte. Le sue ancelle spargeano fiori sovr’esso, e rammentavano, lagrimando, la sua bellezza, i dolci suoi costumi, l’amabil voce, la sua pietà verso gli Dei, e quanto le era stato funesto il giorno nuziale. La moltitudine concorsa invocava in preci sommesse gli Dei sotterranei ad accogliere pietosi quello spirito, e gli concedessero quella pace nell’Eliso, la quale gli aveano negata in questa vita gli abitatori del cielo. Si chiusero per fine le porte, e fu disciolta l’adunanza.

Mentre si compievano questi riti, Agarista, insufficiente a confortare se stessa, era costretta frenare gl’impeti del figliuolo. Il quale poiché lungamente quasi marmoreo simulacro di sé, immobile, muto, avea gli occhi dimessi, trapassando alle smanie, percuoteva il petto e i fianchi, oltraggiava le belle chiome, squarciava le vesti, prorompea in grida, e trascorrendo per le stanze vi spandea il lutto, lo spavento e la commiserazione. Già le pupille oscurate dal dolore odiavano la luce. Fuggiva da loro il sonno, non più vi sgorgava il pianto; già n’era esausta la fonte nel cuore impietrato. Mirava sovente i lini delicati, i veli, le armille, le collane preziose, le ornate vesti preparate alla sposa, e sospirando le baciava. Veggendo poi il talamo deserto non mai intiepidito da Imene, cadeva su quelle piume abbattuto, invocando la compagna per sempre disgiunta. Ivi non già in sonno delizioso languiva, ma in funesto letargo, dal quale poi destato ritornava a imperversare nell’albergo lagrimoso. La madre, i servi, le ancelle seguendolo, ora con dolci offizi si studiavano calmare così fiera ambascia, ora discrete lasciavano che ella sfogando veemente gli uscisse alquanto dal petto.

Glicistoma gli avea il giorno precedente alle nozze cinta di sua mano una fascia di porpora ed oro, da lei tessuta maestrevolmente, e insieme postogli al fianco un pugnale coll’elsa gemmata, nel cui splendido acciaro era incisa tale sentenza: Ti renda invitto Amore. Pendevano e l’una e l’altro quasi trofeo nuziale all’ara de’ Penati. Alla quale Erostrato nel suo trascorrere avendo rivolti gli occhi, gli s’infiammò il petto di angosciosa disperazione. E però lanciandosi a quel ferro, con risoluto silenzio già l’immergeva nel cuore, se i vigili seguaci accorrendo non l’avessero impedito. Ma appena bastava la forza loro perché il furore suo rattenuto diveniva più tremendo. Come vento chiuso freme, così egli rombava con voci inarticolate. Né cessava con lotta vigorosa di chiedere la funesta libertà di manomettere se medesimo. In quel punto Agarista gettandogli affettuosamente le braccia sugli omeri, e declinata sul di lui petto, “Come rimango” diss’ella “se tu di questa vita ne vai? Queste son pur quelle braccia le quali ti accolsero bambino; questo è quel seno in cui ti ricoverasti dalla culla abbandonato. Deh lo stesso ora ti sia di conforto, né fa ch’io debba dolermi di averti nodrito! Questa solo riconoscenza ti chiedo, che siccome ebbi cura del principio di tua vita, così tu l’abbi della fine della mia. Deh ti calga di me: serbati per sodisfarmi questo debito. Con quella pietà con la quale ascoltai i tuoi vagiti, ora tu ascolta questa mia voce dolorosa. Ma se tu ingrato mi abbandoni, che altro mi rimane se non di scendere alla tomba?”. Mentre ella così dicea, stillavano le sue lagrime sul petto di lui, il quale ammollito da quelle cadde fra gli amplessi de’ servi. Poi con voce repressa diceva: “Perché, donna pietosa, m’hai tu serbato a vita così dolente? Quant’era meglio che io, anzi conoscerla, cadessi nel mare profondo! Eccomi già due fiate salvo dalle sue tempeste, ma in preda a più infauste”. Voleva proseguire, ma l’affanno gli chiuse le fauci. Agarista con sospiri tergeva gli occhi, e continuava gli amorevoli conforti. Gli astanti rispettavano in silenzio l’ambascia della venerevole lor donna.

Testoride intanto, di non altro pasciuto che del suo dolore, meditava solingo come onorare la memoria della perduta figliuola. Prima di consegnarla al talamo, ne avea serbata la immagine scolpita da artefice valente, per vederla di continuo nelle sue stanze. Ora gli divenne cagione di tristezza, alla cui vista gli si ottenebravano gli sguardi. E però la trasmise al monumento fra quelle degli antenati disposte nel portico ond’era circondato quell’edifizio. Vi fu incisa nella base la funesta avventura di sua morte con flebili sentenze. Erostrato, non meno sommerso nel dolore inconsolabile, trapassava i giorni per lui tenebrosi, visitando que’ luoghi, ne’ quali aveva conversato con la deplorata fanciulla. “Qui” dicea sospiroso “ella sedea sull’erbe fiorenti, mentre zefiro le scuotea molle i dorati capelli. Questo faggio stese le fresche sue ombre a difenderci dagli ardori del meriggio; questo sasso fu il trono in cui Amore ci promise le sue delizie fallaci.” Il nome di lei inciso nelle pareti e nelle piante da lui stesso, e il suo medesimo da lei scolpito nella buccia di molte, erano spine al suo cuore, in cui già stava indelebile quel nome. Oppresso omai da così prepotenti angosce, cadeva in sopore profondo, ma in quello pure l’amata sembianza dominatrice d’ogni suo pensiero gli si offeriva or luttuosa or lusinghiera, talvolta non come viva soltanto, ma di bellezza celeste. Si lanciava egli per stringerla fra le braccia, e quella sorridendo con grazia divina mostrava dolce pietà nel vederlo deluso. Dalla perturbazione dei quali sogni destato, riconoscea se stesso vie più infelice, perocché ove il sonno concede altrui la obblivione de’ mali, esso ne ritraeva o cruccio maggiore o ingannevoli conforti. Meditava anco sovente il vasto imperio di Amore. Il cielo, il mare, il mondo ne fanno continua testimonianza. Il mormorio de’ ruscelli, l’aura che lieve scuote da’ fiori la fragranza, le colombe che gemono nelle torri superbe de’ magnati, il mugghio degli armenti, sembrano un inno concorde di natura a quel Nume. Il vedovo infelice, in cotanta gioia dell’universo, altro non ritraeva in contemplarla fuorché un odioso paragone di sé con quella. Onde compreso da smania: “Tristo cielo” sclamava “magione di tristi Dei, a che ne giova empierti d’incensi e di voti, quando su noi altro non versi che un nembo di pianto? E voi Numi, che magnificate aver cura di noi, come rimanete beati, veggendo noi sempre e tanto miseri? Dove è la pietà vostra, se niun de’ mali impedite? Dove la sapienza, se governate da stolti? I malvagi vi deridono, voi tacete; i devoti v’implorano, voi siete sordi. In che vi offese la innocente Glicistoma? Ella ha invano invocato Giunone alle sue nozze: Nettuno la sommerse. Templi fastosi onde è sparso ogni regno, meglio arderne taluno in vendetta de’ vostri oracoli menzogneri”.

CAPITOLO VIII

DUBBJ SULLA GLORIA MILITARE

La dura Sparta, schiava di sé stessa, non godeva miglior libertà che quella di turbare l’altrui. Tutte le greche città obbedienti si chinavano da lungo tempo agli orgogliosi imperj di lei. Per la continua prosperità avvezza alla soddisfazione dei suoi disegni, non si proponea altra norma che questi. I quali crescendo con la fortuna, sprezzavano la ragione e schernivano le genti. Niuna disciplina è convenevole a correggere una estrema superbia se non quella delle sciagure. La preparavano omai i Fati alla violenza di Sparta. Non più ella come ne’ suoi principi sdegnava l’utile disgiunto dall’onesto, ma, deposto ogni rossore, chiedea come proprio l’altrui. Né contenta di usare la forza manifesta dell’armi, vi aggiungea ora gli artifizj ignominiosi di occulta seduzione. Con la quale avea allora indotto Leontide, capitano di Tebe, a tradire la patria, sommettendola al giogo spartano. Ma Tebe possedea due cittadini i quali con l’altezza dell’animo loro doveano redimerla non solo da quella oppressione, ma esaltarla a inopinata potenza. Suonano in ogni parte della nostra Grecia, non che in Sicilia e presso i re dell’Asia i nomi di Pelopida e di Epaminonda formidabili a Sparta, ad Atene, a’ tiranni Dionigi ed Artaserse, e cari a Tebe, ove ancora le madri narrano a’ loro fanciulli alteramente le battaglie di Leuctre e di Mantinea. Avendo pertanto que’ due illustri cittadini spento per congiura il tiranno, la soverchiante Sparta con baldanza invereconda si dispose a combattere apertamente quella ricuperata libertà.

Correa l’anno secondo della centesima seconda olimpiade, quando la Grecia tutta mossa dal furore spartano si lanciava alla distruzione di Tebe. Questa, non più come per l’addietro abbagliata dallo splendore di Atene e di Sparta, sofferse le ingiurie; ma quant’elle erano maggiori, tanto si commosse a più strepitosa vendetta. In così violenta fortuna ardì opporsi con minori e sprezzante squadre alle formidabili e superiori. Sparta movea ventiquattro mila fanti e mille seicento cavalieri. Tebe pose contr’essi in campo seimila fanti e quattrocento cavalieri. Il romore di così alte vicende, le quali aprivano spazioso cammino alla gloria, già temperava il dolore del vedovo Erostrato, e gli accendea l’animo con nuovi desiderj di avventarsi a sublimi esperimenti di fortuna. Né aveva aspettato che suonasse la tromba in campo, ma appena fu in moto la Grecia per così grave contesa, ch’egli odiando la tirannide spartana e quel ferreo giogo col quale teneva curva la Grecia, si compiacque di quella virtù con cui Tebe ardiva sottrarsene generosa. E quanto era dispari il cimento, altrettanto stimandolo maraviglioso, sollevando i pensieri della tomba a’ trofei, non più smaniava di notte in veglia sulle vedove piume. Anzi talora si aggirava sdegnato ne’ silenzi notturni maledicendo la violenza di Sparta: or ne’ volumi delle storie ammirava solingo le imprese di coloro i quali aveano opposto l’intrepido petto a’ tiranni. E quando alla vampa del sole impallidiva la sua lucerna, egli chiudendo i volumi favellava altero e co’ suoi e nelle adunanze, già deliberato a darsi in preda a bellica fortuna. Agarista dolente si studiava con materne esortazioni a rattenerlo. Panfilo gli proponea continuamente la consolazione della filosofia e la dolcezza delle muse. Egli usava talvolta intrattenersi col suo alunno negli orti del palagio, deliziosi per gli ornamenti de’ simulacri di fontane e di piante che con grata ombra invitavano a sedervi in placidi ragionamenti. Avvenne che in tale diporto si offerisse loro una fonte composta del simulacro della Fama, la quale soffiava dalla tromba un impetuoso zampillo: “Ecco” disse Panfilo “la tiranna delle nostre opinioni, la instigatrice di brame ardenti, la nemica di ogni calma, l’aculeo velenoso de’ cuori. Idolo pernizioso, tu sei muta per la vita onesta de’ saggi, per le utili invenzioni, e stridente per le smisurate malvagità”. Si attristava il giovane a quelle sentenze, e interruppe: “Ohimè! Sarà dunque biasimevole il desiderio di lode?”. “Non mai” rispose quegli, “anzi necessario. Ma per conseguirla non si richieggono imprese violente, o pericoli desolatori, bensì una pratica inalterabile delle civili e familiari virtù.” Soggiunse l’alunno: “Questa lode universale è difficile ad ottenersi, perocché gli uomini sono ingrati nel cuore e incerti nelle menti, onde niuna città ha mai tutta consentito a lodare la virtù di qualche eminente suo cittadino. I serpi della invidia fischiano sempre fra gli applausi universali. Una sola via rimane per soggiogare il comune consenso, e questa è l’ammirazione. La quale non si ottiene se non con estraordinarie imprese, le quali come fulmine percuotano le attonite fronti e le rendano chine”. “Tu” disse Panfilo “inclini a svellere per estorsione degli uomini quella lode che il saggio acquista col meritarla. La fama violenta o artificiosa vien meno quando cessino i mezzi co’ quali fu procacciata; ma quella che si fonda in consenso volontario si conferma di generazione in generazione. Quindi la eccellenza della storia e de’ poemi vince le ingiurie del tempo, quando tante ambiziose signorie e imperj tremendi co’ loro monumenti sparvero dalla faccia della terra, né sai dire: qui furono.” Esclamò alquanto cruccioso l’alunno: “Certo se tu fai pompa di così molli dottrine, che restringi la fama all’angusto spazio della vita, cadranno di mano alle intere falangi le spade”. “Non lo temere” soggiunse l’altro prontamente “comunque la filosofia tenti scuotere la base di questo idolo colossale di gloria, che ha i piè nell’abisso e la fronte nel cielo, trionferà sempre il suo culto affannoso ed universale, contro cui saranno, come furono, inefficaci gli sforzi de’ sapienti. Ma tu, il quale or brami con le disastrose fatiche dell’armi che sia mostrato il tuo avello a’ peregrini, spiegami che vi sia di reale in questo pensiero.” “Per Giove” sclamò il giovinetto ardente “v’è di reale il nobile conforto di cui gode or l’animo nodrito da così lieta speranza.” “Chiamala” soggiunse l’altro “meglio illusione, perocché al certo prezzo della tranquillità presente ella compra la lusinga di lodi quando non avremo orecchie per gustarle. Né intendo come ti prema tanto che i posteri parlino di te, quando non curi che ne abbiano parlato gli antenati.” Come rovente acciaio scroscia immerso nell’acqua, così il giovane fremea a quelle placide sentenze; quindi proruppe: “Felice quegli a cui la patria alza una tomba, sulla quale spargono le vergini i fiori, qualche lagrima i cittadini, i passeggieri si soffermano ad ammirarla: il nome, le gesta impresse in quel marmo non temono gli oltraggi delle Parche. La speranza di tali onori conforta l’animo a soffrire l’inesorabile decreto di quelle figliuole dell’Erebo. Certo colui il quale non abbia senso alcuno di oneste brame, è degno di rimanere insepolto esca agli avoltoi”. “Tu mi destini” disse Panfilo discretamente “allo strazio degli eroi ne’ campi di Troia, quindi potrò anch’io sopportarlo senza ignominia. Pure instando col pungolo di questa mia plebea dialettica, chieggo se tu or odi o vedi questi riti alla tua tomba, o se altro non sieno che larve in sogno.” “Sieno pur tali” soggiunse quegli; “ma elle destano valore nel petto, e sono la disciplina d’ogni eccellente impresa. Le nazioni senz’armi sono alberi frondosi privi di radici, esposti al turbine. È pertanto necessario che i cittadini sprezzino ogni pericolo, anzi che soffrire le ingiurie de’ nemici. E con qual modo conseguire da loro di morire in patria, dare a lei ciò che tanto natura insegna di conservare, e tanto abborrisce di scemare anche di un sol giorno? Proporremo noi forse, in premio, oro, gemme, conviti, bellezza verginale, amori felici, mentre il desiderio di queste sodisfazioni accresce per lo contrario, affine di goderle, più diligente cura della vita? Conviene pertanto ergere l’animo ad eroica dignità, giunto alla cui altezza, vincitore degli appetiti corporei, anteponga la gloria a tutto.” “Più convenevolmente diresti alla patria” aggiunse Panfilo. “Il difenderla e conservarla è una moderata e saggia consolazione. Chiudiamo, ti prego, le storie ove si serbano i fasti delle imprese marziali. Allo aprirne i volumi adulatori ne esala funesto vapore di carneficine. La tomba della vittoria come suono magico instupidisce le menti, e senza persuaderne alcuna le soggioga col terrore. Il furente conquistatore calpesta le nazioni, e anela insieme di conseguire gli encomj da esse. In tal guisa per una strana incoerenza stima nell’universale gli uomini, e partitamente li dispregia. Siede costui in trono d’ossa, e mira sogghignando la Giustizia che gli piange a’ piedi. Questo è quel sanguinolento fantasma perpetuo nemico della tranquillità umana. Le ruine, i deserti sono gli effetti delle sue illustri devastazioni. Deplorabile ammirazione in vero quella con la quale si esalta chi spinge un branco di maniaci alla strage. Ma infine ogni più vasta celebrità di nome altro non è che il garrire di pochi uomini, per breve tempo, in angusto spazio della terra. Imperocché la fama de’ nostri più celebri eroi ristretta ne’ confini della Grecia non suona oltre il Caucaso o il Gange, né trapassa agli Sciti Nomadi, agli Androfagi, agli Arimaspi, e molto meno agli Iperborei. Che se fosse vera la congettura della abitazione dei pianeti, quanto scarso non diverrebbe ognor più quello spazio della terra dove sia celebrato il nome di alcuno? E se questo spazio si paragoni alla immensità delle sfere, chi non sente una umile vergogna della vanità della fama? Che se quantunque angusta foss’ella perpetua, sarebbe consolante aspettazione di ricordanza immortale. Ma le vicissitudini delle nazioni, le perturbazioni degli elementi, i diluvj, le combustioni, i tremuoti cambiano l’aspetto della terra, distruggono imperj, genti, città, e con esse ogni fama.” Tacea il giovane per lo rispetto del suo institutore, più che per essere persuaso nella contesa. Quella fiamma che gli accendea il petto non potea estinguersi con sedati ragionamenti. Si avviarono quindi tacendo al palagio, e Panfilo per quel silenzio rimase incerto delli effetti di sue parole; nel quale perseverando il suo alunno, egli con discreto modo si partì, lasciandolo ne’ suoi pensieri.

CAPITOLO IX

LE IMPRESE MILITARI

Ma Erostrato vie più noiato di vita così molle, si ricoverava spesso negli orti di Testoride, ove si ragionava alternamente della violenza di Sparta e della magnanimità di Tebe con diverse opinioni. Temeano gli uomini provetti il destino di Sparta, come quella che per costante fortuna divenuta arbitra di tutta la Grecia, prometteva gli eventi futuri simili a’ trascorsi. I giovani per lo contrario, bramosi di vicende inopinate, esaltavano Tebe; e quant’erano maggiori i pericoli di quella, tanto più ne erano caldi ammiratori. Erano però tutti concordi che fosse da valoroso il farsi partecipe di così grande emulazione. Ma quantunque la maggior parte della Grecia stimasse iniqua la impresa di Sparta, pure la sua fortuna soverchiante confondeva gli intelletti; perocché una straordinaria perversità favorita dagli avventurosi successi opprime non che la libertà della lingua, quella de’ pensieri. Pur non così in quegli orti asilo di franchi ragionamenti. Rimaneano più calmati che spenti nel petto senile di Testoride gli sdegni marziali. In quella commozione riaccesi, impugnava l’antica asta, vibrava frecce dall’arco poderoso, invitando con prove tarde ma generose la gioventù ad imitarle. La quale con finti abbattimenti faceva risonare gli scudi, gli elmi e le corazze percosse, e rombare l’aere co’ dardi e con le fionde. Stavano intanto i veterani a contemplare lieti quell’apparecchio di vittorie. Le fanciulle palpitavano di gioia quando gli amanti coglievano il bersaglio, ed alle madri grondavano le ciglia per tenera compiacenza. Testoride considerando con quale destrezza ed animo anelava Erostrato in quella palestra, vie più si dolea della fortuna invidiosa, la quale non gli avea conceduto un tal genero che un giorno solo di tutta la sua vita insieme il più lieto e il più funesto.

Omai la gioventù di Lemno a drappelli navigava in Grecia, schierandosi molti nella parte più forte e pochi nella più giusta. Fra questi deliberato Erostrato d’annoverarsi, lasciando a Testoride la cura di consolare con offizj pietosi Agarista, egli cheto navigò a Tebe. Ivi presentandosi ad Epaminonda, allora in procinto di muovere i suoi, favellò con sì grande animo, che quell’eccelso uomo ne sentì maraviglia. Perché non solo si mostrò consapevole delle ragioni di Tebe e le espose con forza e verità, ma quasi gli sonasse in petto una sacra voce presaga del futuro, affermava che gl’Iddii stanchi dell’orgoglio spartano, non voleano essere più partecipi della ignominia di quello. Chiedeva anco animosamente di non stare fra la turba de’ combattenti, ma in quella banda allora denominata sacra di trecento sceltissimi giovani, i quali avean giurato di non sopravvivere alla sconfitta. Pelopida loro capitano mosso da così nobile richiesta dello straniero, lo avrebbe ascritto fra quelli, se già non ne fosse stato il novero compiuto. Pure lodandolo altamente per quella generosa brama, e per non lasciare senza esperimento una occulta virtù che aspirava a manifestarsi, lo prepose a cento fanti di leggera armatura. Di che lieto il giovane fece di sé voto agli Dei infernali al cospetto de’ capitani, giurando non ritornare vinto. Ma già d’ambe le parti s’inoltravano a scontrarsi gli eserciti, i quali giunti a poco intervallo nella vasta pianura di Leuctre in Beozia, fra Platea e Tespi, si preparavano al combattimento. Era notte, e un cupo silenzio dominava così nell’uno e nell’altro campo che sembravano deserti. Forbivano gli usberghi, le celate, gli scudi; altri affilavano le spade e le aste: tutti erano bramosi dell’aurora, a’ primi albori della quale diedero il segno le trombe. Il nitrito de’ corsieri gareggiava col suono di quelle ad annunziare lo scontro. Il calpestio delle ferrate ugne manifestava la impazienza di cimentarsi. Il rombo delle frecce diè principio al combattimento. Elle quasi nembo produceano ombra sul campo. Traforavano gli scudi: si conficcavano nelle corazze e ne’ corpi con tormentose ferite. Per alleviare le quali se taluno procurava svellere il dardo, la punta oncinata vie più inaspriva lo spasimo opponendosi alla uscita. Né le faretre soltanto somministravano i dardi, ma ciascuno ne coglieva de’ lanciati, finché si venne a’ corpi. Già il sole era testimonio di così illustre contesa: al suo raggio splendevano le armi e le armature quasi specchi abbaglianti. Usciva dalla mischia uno strepito simile a mare tempestoso. Giove tenne in bilancia la sorte fino al meriggio. Allora declinò quella de’ Spartani, i quali oppressi da Fato si volsero in fuga superati dall’impeto de’ Tebani. Questi alzarono trofei nel campo, e incontanente giovandosi della vittoria invasero il Peloponneso: Elide, Argo, l’Arcadia tutta la Laconia si sollevarono contro i vinti. Gli Spartani da sei secoli in poi non avevano veduto entrare nelle terre loro il nemico, ed ora sofferivano così umiliante ammaestramento di bellica fortuna. Erostrato in quel conflitto con la sua banda di cento eletti avea combattuto più con fierezza che con arte. L’ira marziale impadronendosi dell’animo suo al suono delle trombe, all’aspetto de’ nemici, alla vista della strage, produsse nel petto suo una ebbrezza di sangue. Sterminava, dimentico di sé e della centuria sua, i nemici che lo circondavano. E però quando si riconobbe il suo feroce valore, tanto apparve non atto a guidare l’altrui. Uscì illeso dalle disperate sue prove, nel che soltanto gli fu propizia la fortuna. Nel rimanente fu accolto da Epaminonda con freddo contegno; e però deluso nelle concepute sue speranze, sottentrò a queste uno sdegno vie più tormentoso, allorché videsi defraudato di onori militari, quando ne ottenevano molti altri intervenuti a quella giornata.

CAPITOLO X

RITIRO DI CONSOLAZIONE

Omai stanco delle ingiurie della fortuna e prostrato l’animo suo da’ continui e varj sforzi per superarle, Erostrato, come disingannato della tempestosa vita, sperava nella solitudine qualche riposo. Ivi nel tacito ozio, rimosse le cagioni e gli oggetti de’ commovimenti dell’animo, si proponea di godere alquanto di sé e non più vivere fuori di sé medesimo. Ottenuto pertanto il congedo militare, scelse al divisato fine intento una villa nell’istmo di Corinto sovra colle imminente al mare, dalla cui vetta si spaziavano gli occhi, nell’uno e nell’altro seno che lo circondavano: ampia e deliziosa vista piena d’isole feraci, fra le quali era continuo lo scorrere delle vele. A pochi stadj surgea entro una selva di platani un tempio marmoreo agli eroi dell’Eliso, ove soggiornavan per antico rito alcuni sacerdoti dediti a vita contemplativa. Erano sparsi per quelle sacre ombre monumenti con flebili memorie de’ trapassati. Ivi pertanto ne’ suoi diporti speculativi sendo pervenuto il solitario novello, ne gustò l’instituto e il luogo, siccome in tutto conformi all’animo suo. Né andò guari che mediante la sua, quando occorresse, patetica e moltiforme eloquenza ottenne la dimestichezza di que’ solitarj. E però solea con loro al declinare del giorno sedere in adunanza nel prossimo lido del mare. Talvolta negli ardori estivi si dilungavano i gravi colloquj a notte. In una delle quali, dopo alte discussioni, la calma del silenzio ne preparava di nuove. Splendea la luna, e i flutti s’increspavano tremuli alla sua candida luce. Gli astri nell’empireo palpitavano come facelle. Glicerio di Tenedo, giovane sacerdote ascritto poc’anzi in quel consorzio, contemplava con tenera maraviglia il doppio spettacolo del cielo e del mare, dal quale commosso proruppe: “Son pur dolci questi silenzj pensatori al paragone delle urbane garrulità!”. Eusevaste, custode del tempio, a tale esclamazione soggiunse: “Certo diviene muta ogni favella, quando ci sta davanti gli occhi così eloquente spettacolo come l’universo. Ecco spazio infinito di sfere sparso d’innumerevoli meraviglie del supremo fattore: l’intelletto soccombe a questa immensità; consente ch’ella sia tale; comprendere non la può. Non altra è quindi la nostra scienza fuorché uno smarrimento nella incomprensibile verità”. Mentre egli così ragionava, i rosignoli con notturne querele gorgheggiavano, conciliando vie più soave contemplazione. Mormorava l’onda spinta con lento moto alle arene. “Deh” soggiunse Glicerio “ben vorrei mi fosse conceduto gustare l’armonia delle sfere, perocché delizia ineffabile dee esser quella di tanto suprema lira, quando Orfeo poté con la sua vincere l’Averno ed Apollo con la sua spesso mitiga le tristezze umane. Non ha il cuore nel petto chi non vede nel cielo quella provida mano la quale gettò i pianeti tutti nella stessa via del sole e contenne gli altri al centro del polo.” Mentre egli dicea, già le stelle impallidite cedevano il dominio del cielo al padre della luce. Erostrato avea fino allora udite quelle sclamazioni a labbra chiuse, né parea commosso da così nobile argomento. Lo che osservando Eusevaste incominciò: “Vorrei togliermi dall’animo un dubbio molesto, il quale alla benevolenza che per te nutro scema non mediocremente la dolcezza sua. Perocché l’indole tua leale inclinata a sentire ed accogliere eccelsi disegni, l’ardore che ti strugge della gloria, sono pregi che in te ammiro ed amo sinceramente. Ma non so per quale inesplicabile opposizione sendo tu in ogni tema di favellare rapito a trasporti sublimi di sentimento, ove poi ci occorre di ragionare dell’ordine dell’universo, intrepido spettatore di sue maraviglie mi fai palpitare di terrore che in questo argomento maggiore di tutti non sieno come negli altri condegne le sentenze tue”. Quegli benevolmente guardando rispose. “Ecco pascono gli armenti le rugiadose erbe alla aurora, lieto canta il bifolco mentre stimola i buoi nel solco ferace, guizzano festosi i pesci, spaziano tripudiando gli augelli per l’aere tranquillo; e noi spregiatori del volgo, divoratori d’ogni animale, ingolfati nella investigazione dell’impenetrabile vero, stanchi in fine più che persuasi, rimanghiamo ignari quanto la plebe e più miseri de’ bruti”. Così dicendo chinò la fronte e tacque. Surgea intanto il sole dal mare con lento progresso, e spandea nel mondo la sua luce maestosa: “Mira” disse Eusevaste “con quale obbedienza costante alle supreme leggi si rivolga così gran mole nell’eterno ordine prescritto. Con le medesime vicende riconduce le stagioni, e penetra le vegetabili fibre co’ suoi raggi animatori. Certo egli è quotidiano ministro a noi del governo divino. Né fia ch’io tanto mi sdegni contro li suoi adoratori, quanto contro quelli che possono ripugnare alla maraviglia che tanto astro infonde. La sua presenza eccita ogni mente ad innalzarsi alla eterna cagione”. “Non credo errare” interruppe Erostrato “sospettando che tal motto sia dardo per me scoccato. Sappi adunque, di niuna cosa io dolermi quanto di una trista perplessità, la quale mi conturba in tali investigazioni. Imperocché ora l’aspetto del cielo, del mare, delle fertili spiagge empie in vero l’animo di quiete deliziosa, e infonde nell’intelletto il senso di benigno e ordinato governo. Ma se il funesto eclisse ottenebra il sole, se le tempeste confondono e cielo e mare, sembra allora che un genio tiranno abbia usurpato l’imperio del mondo. Il pastore incenerito dal fulmine, la nave franta ne’ scogli, i lamenti dell’agricoltore sulla desolata ricolta oscurano l’intelletto nel comprendere la giustizia di Giove. E vie più s’intrica quando si avvallano popolose città ingoiate dagli abissi della terra crollante, quando i monti si squarciano per interne fucine, quando le pestilenze mietono le generazioni, quando fiere voraci e rettili velenosi c’insidiano per istinto nostri persecutori, quando noi stessi con tirannidi e con guerre sovvertiamo il sempre minacciato ordine sociale, quando le infermità ognor più rattristano il momento infelice di nostra vita, quando la morte incalza ogni vivente alla tomba, quando natura chiama a divorarsi gli animali fra loro e l’uomo a saziarsi di tutti, quando taluni bruti perfino ingordi de’ loro parti recenti li consumano. Che più? Quando io veggo la farfalla ardersi nella fiamma della mia lucerna, invitata da quel lume a consumarsi, mi dolgo del suo fatale istinto.” “O supremo reggitore” sclamò sollevando le mani Eusevaste al cielo “ti muova a pietà l’infermo intelletto dei mortali! Eccone uno fra’ molti avveduto, eppure vedilo innanzi te cieco e barcollante.” Quindi rivolto a lui continuò: “Concedi tu che non si possono governare gli uomini senza castighi? O hai tu veduto o sai che vi fosse mai in ogni tempo compreso nella storia alcuna città mantenuta in ordine e giustizia senza quelli?”. “Non vorrei al certo” rispose l’altro “vivere né pure un sol giorno, ove non fosse tal freno agli umani appetiti.” “Or dimmi” instava quegli “come neghi tu al rettore dell’universo quel diritto che pur concedi agli Efori ed agli Arconti, anzi a chiunque pretore di villa? Il quale diritto ben riconosci derivare dalla necessità di opporsi all’impeto delle brame perniciose. Se pertanto il Nume governa pur egli non altri Numi, bensì uomini quali noi siamo, come presumi che nel governarli non debba tenere que’ modi che per consenso di ogni legislatore e per esperienza universale sono da noi stessi riconosciuti per giusti! E per qual discordanza ne’ tuoi pensieri pretendi che l’uomo può essere colpevole al cospetto dell’Areopago e non del cielo? Ma pur quanto non sono miti i rigori suoi in paragone de’ suoi benefizj? Vedi il pelago immenso percuotere il confine a lui prescritto dal dito superno, né ardire di trapassarlo. Mira nelle eccelse rupi vapori condensati in nubi, in nevi, in nembi, e scendere in fiumi fecondatori. Germogliano le piante, le erbe, i fiori; generano gli animali infiniti nella varietà, ma costanti nella specie loro, nelle forme, nei colori, negli istinti, nel canto, nelle grida. Questa è quella maravigliosa concordia la quale fa risuonare ne’ nostri petti la voce eterna e divina.” “Misero chi non la ode” sclamò Glicerio; “perocché non è già questo un vero che si dimostri con sottilità di argomenti, ma è celeste persuasione; ha il suo trono nel cuore; si sente più che non si esprime; muove l’animo, lo convince più con maraviglia di opere che con artifizj di eloquenza; svelle il consenso dell’attonito intelletto, fa umide le palpebre, palpitante il cuore…” “E muta la lingua” disse Erostrato prontamente “perocché l’intelletto, smarrito nella vastità di queste contemplazioni, cerca in vano alcun modo atto ad esprimersi nella favella umana, e gli è negata la divina. Pertanto in così eccelse meditazioni concedetemi che io segua la disciplina de’ Pitagorici alunni, i quali soleano udire con lunga perseveranza nel silenzio i ragionamenti de’ loro institutori.” “Con modo cortese” disse Glicerio “tu declini la presente discussione, nella quale però niuno di noi presume ergersi in maestro, anzi tutti ci professiamo alunni del cielo.” Allora Eusevaste con autorevole benignità: “Se fossero” disse “due sentenze eguali nella probabilità, l’una che attribuisce l’imperio dell’universo e mente provvida e sapientissima, e l’altra che lo abbandona al caso, certa la prima sarebbe consolante e luttuosa la seconda; e però in pari valore da evitarsi l’una e l’altra da seguirsi. Ma che il sublime canto di Omero, la commovente lira di Terpandro, e quella mirabile eloquenza ch’or suona in Atene nelle labbra di Eschine, di Lisia e di Demostene, e il divino ingegno di Platone, e l’animo composto di cento anime di Alcibiade, e Sofocle lagrimoso, e i portenti di Fidia e di Apelle sieno effetti di atomi adunati alla ventura, è sentenza vergognosa. E però se delle illustri opere di nostra mente niun’altra che sublime ed incorporea cagione ascrivere se ne può, come ardiremo assegnare a tanto ordine dell’universo il disordinato capriccio del caso? Or via sarà abbandonato il mondo alla malvagità, alle sciagure, dominato da Nume crudele. Vanne pur con questa orrenda conclusione, disperato lacera le chiome, percuoti il petto anelante, immergivi lo stile, agonizza nelle tue funeste angosce. Noi, allo aspetto dello stellato empireo e della terra ferace, lieti e sommessi adoriamo la suprema Intelligenza, e dal suo grembo usciti, in quello speriamo di tornare.” Mentre egli così dicea, qualche stilla grondava dagli occhi suoi. Strinse la mano di Erostrato e si avviò all’eremo tranquillo. Glicerio lo seguì, perocché il lungo vegghiare già invitava le palpebre al sonno. Erostrato con onesto modo si accomiatava, ma con labbra taciturne. E mentre quelli si dilungavano per la selvosa via, ragionavano dolenti che indole tanto straordinaria e spinta a grandi mete fosse poi rattenuta al basso da così infauste dubitazioni. Perocché tal animo non pago di sé mai, e scontento dell’universo, quando non fosse moderato dalla speranza dell’Eliso e da’ terrori dell’Erebo, dovea qual torrente sanz’argini trascorrere in violente operazioni. Mentre questi così ragionavano, Erostrato, già ritornato alle sue stanze, giacea nel sonno in cui avea sommersi quei turbati pensieri.

CAPITOLO XI

RICONOSCENZA DEL PADRE E SUA PRETENSIONE

Non lungi dal tempio de’ solitarj entro le maggiori ombre della selva era una grotta in cui sgorgava una fonte sacra alle Ninfe, limpida, fresca, diletto a vederla, ristoro a gustarla. Ivi solea nelle ore meridiane talvolta trapassarne alcuna Cleante. In lui qual spina confitta rimanea pur sempre nel cuore la ricordanza del figliuolo. E sfogandola alcuna fiata in querele, ivi alla fonte dicea: “Scendi placida mormorando, o sacra onda, da queste rupi. Te videro quelle generazioni, delle quali tace ogni più antica memoria. Sparvero i regni superbi, le bellicose imprese giacciono nella oblivione, e tu puro lavacro delle candide Ninfe sgorghi perenne. In te si refrigerò l’anelante guerriero: qui giacque il pastore nell’ardente meriggio; gemé quasi teco a questo placido tuo gorgogliare qualche amante, e n’ebbe conforto nella somiglianza del pianto. Deh calma queste cure ch’io ti reco, e cacciale nello Averno donde mi furono sospinte”. A tali lamenti sottentrava la stanchezza del dolore, dal quale oppresso giacea sulle molli erbe sopito. Avea Cleante in officio di magistratura per giustizia condannato a multe pecuniali uno sciagurato di Corinto, giovane dissoluto, audace, perduto di costumi e di fortune. Ora costui, bramoso di vendetta, insidiava Cleante, e scelse questo luogo a sfogarla, consapevole di quel suo divoto ritiro. Languiva appunto nel sonno Cleante, quando il tristo nemico entrò nella grotta chino, tacito, cauto, e riconobbe offerirglisi pronta occasione. Impugnò l’arco, appoggiò la manca ad un tronco per assestare il colpo, e incoccata la freccia già tendeva a vibrarla. Il fato allora trasse a quello speco Erostrato, il quale pur lo frequentava da poco per asilo delle sue contemplazioni. Vide l’agguato e in procinto la offesa: sguainò la spada, percosse il dardo e lo troncò. L’insidiatore soprappreso gettò l’arco e fuggì confuso. Erostrato incalzava il fuggitivo, ma il delitto gli avea messo l’ali a’ piedi. Né potendolo raggiungere, ritornato alla grotta, ritrovò Cleante mal desto e incerto se caso vero o illusione di sogno gli fosse avvenuto. Ma l’arco, la freccia ivi rimasti, la narrazione del giovane trassero Cleante di perplessità. E mentre egli avea tutto l’animo occupato a riconoscere così improvviso benefizio, tacque in un subito, come impedito nella favella. Vide nel candido petto del giovane una striscia bruna, e insieme pendergli dal collo un monile d’oro. Balbettando gli chiese donde e da quando avesse tale ornamento. Egli rispose: “Da che nacqui”. Pregollo Cleante mostrassegli quale insegna ne pendesse. Vide la immagine di Nettuno, lesse il motto: A te sacro. Chiarito omai con chi parlasse, contemplava il florido aspetto del giovane, considerava che il recente caso distruggeva i timori di parricidio, sottentrava a questi la diffidenza alle predizioni degli indovini riuscite spesso fallaci. Dalle quali interne discussioni al fine trasportato gettò le braccia sovra il figliuolo, il quale di questo improvviso impeto sentì gran maraviglia. Aperse quindi Cleante la fonte degli affetti paterni, e con affannose interrogazioni trasse da lui contezza della precedente sua vita. Né si contenne in quella violenta commozione di manifestargli schiettamente a che lo avesse indotto il terrore di presagj divini. Parve al giovane acerba quella deliberazione; pure dissimulando, onestamente si astenne di turbare con alcuna doglianza tanta allegrezza. Volea quindi Cleante incontanente condurre seco il giovane, nell’animo del quale, benché a segni manifesti lo riconoscesse per padre, prevaleva l’affetto della benigna Agarista. Con riverenti parole chiese pertanto gli fosse conceduto scriverle questo avvenimento. Espose che l’abbandonare senza che lo consentisse così gran benefattrice, sarebbe giudicato universalmente un esempio di estrema sconoscenza. Non ripugnò Cleante a tale sospensione. Spedito quindi messaggero a Lemno, fu percossa Agarista dalla improvvisa novella. Non cessava di esclamare, appartenere a lei ospite affettuosa il giovane da lei raccolto: acquisto legittimo per le sue cure, per li benefizj suoi rinato e vivo, e derelitto alle fiere da un genitore snaturato. Quindi ella spedì a Corinto senza indugio uno de’ più esperti oratori di Lemno ad impugnare la richiesta di Cleante in solenne giudizio. Questi pur commosso da tale ripugnanza, scelse un difensore delle ragioni paterne. Si eccitò romor grande nella città per tale avventura, e le genti s’intrattenevano nel Foro disputando con diverse opinioni. Venne quindi il giorno assegnato a discutere la causa avanti i Pritani di Corinto con somma frequenza di uditori. Il primo a declamare fu l’oratore di Cleante in tale sentenza:

“Quando gli atleti si sentono inferiori a contendere con la forza la palma contro l’antagonista, ricorrono alla supplantazione. Non mai più manifestamente ciò apparve quanto nella contesa presente. Una insidiosa eloquenza degli avversarj si sparge nel Foro, e tenta di preoccupare le menti vostre, giudici venerandi. Ma voi accorti non meno del sagace Re d’Itaca, saprete quant’esso deludere il canto lusinghiero delle Sirene. Al quale paragonando io le garrulità de’ miei contrarj, le esalto in vero più che non comportano i meriti loro. Imperocché empiono i trivi e le piazze non essere ben provato il principio della presente azione di Cleante, cioè ch’egli sia padre del giovane da lui richiesto come suo. E certo è maravigliosa la intrepidezza di costoro i quali disprezzano la evidenza. Eccovi i familiari di quel tempo consapevoli del caso. Attestano concordi che l’aureo monile e il motto in lui inciso, e allora e poi udirono sovente che fu appeso al collo del bambino quando fu spedito alla nave. Ecco pur vive la nutrice, la quale riconosce la striscia bruna al collo. Dovrebbe pure a così manifesti contrassegni impallidire la calunnia. E qual mai sarebbe stoltezza di Cleante nel chiedere ciò che la natura non gli avesse conceduto, cioè un giovane straniero, il bramarlo per figliuolo, gravarsi di sostentarlo, e farlo erede? Niuna utilità in vero può indurre un saggio a tanto nuova pretensione. Per l’opposito al più degli uomini riescono pur troppo così di noia i figliuoli, siccome sconoscenti o insensati o dissoluti, che ben volentieri li cederebbero ad altrui. Vi sarà in Cleante solo questa semplicità inaudita per cui vada cercando venturieri fanciulli come da lui generati, e li ami, li voglia nodrire e beneficare del suo? O accorti sospetti dell’avversario!

Il fondamento dell’azione di Cleante è la natura. Ella diede, e tutti i legislatori confermano al genitore la patria potestà. Questa è il principio, il legame della società civile: per lei si conserva l’umano consorzio, per lei si sostengono i gravi pesi dei coniugj, per lei gli uomini sicuri dell’obbedienza e rispetto de’ figliuoli, e della sacra monarchia di famiglia, vi sperano vivere in pace fino agli estremi. Senza queste autorità sarebbero i talami freddi, il genitore esposto alla caparbietà de’ figliuoli, spregiato nella età virile, abbandonato in vecchiezza. Né già or Cleante richiama podestà severa o correggitrice, ma una benigna per amare, per accogliere, per beneficare. Avesse pur egli per inaudita ferocia, o per qualunque disperato consiglio, abbandonato ne’ deserti la sua prole, se la richiede respinto a’ sentimenti di natura, ogni onesto animo aspetterà da così bella ammenda gli effetti più benigni. Ma tanto è suprema questa autorità, che non già gli Antropofagi, anzi gli Spartani, gente illustre fra noi, sogliono per legge abbandonare alla ventura i parti difettosi. Cleante però non si pente, perché senza colpa: commise il fanciullo alla cura de’ Numi, i quali con terribili segni gli denotavano la infausta sorte a cui era nato. Niun’altra voce che la divina, manifestata in tanti modi e così uniformi, fu quella che penetrò nell’afflitto animo paterno. Ella vi insinuava per fino l’orrendo sospetto di parricidio. Alla voce divina obbediscono le sfere e gli elementi: è una vana quanto esecrabile arroganza il repugnarvi. Solo un empio schernitore de’ Numi può biasimare chi l’ha seguita. I Tirii, i Fenicj, i Cartaginesi, nazioni celebrate con giusta fama, sogliono sagrificare a Saturno i loro bambini in alcune gravi calamità, affine di placarlo. Tutti sappiamo che Ifigenia fu conceduta dal magnanimo condottiero de’ Greci vittima loro. Tanto è l’imperio di natura e di religione, il quale non è soggetto a prescrizione per qualunque avvenimento. Sempre è intero quanto sacro il diritto paterno, al quale non vi è consuetudine, legge, autorità alcuna superiore. Or chi fia che biasimi Cleante di avere non già sottoposto il figliuolo alla bipenne sacerdotale, ma di avere sperato anzi di sottrarlo al suo tristo fato? E che altro fece il provido genitore, se non porre in tutela de’ Numi quella prole che sembrava generata nell’ira loro? Ma poiché essi hanno preservato Erostrato, e riposto nelle braccia paterne con tali vicende che ben dimostrano placato lo sdegno loro, ecco il seno di Cleante ansioso di amplessi lungo tempo desiderati. Egli non altro brama che di cancellare con ogni prova di affetto, per tutto il rimanente di sua vita, la memoria di un sol giorno crudele. Sempre dolente da che sciolse dal lido la prua fatale, già da molti anni deplorava come spento il suo figliuolo. Ora che i Numi pietosi alle sue lagrime perenni inviano a tergerle la sua adulta prole, ora che l’obblio e il silenzio degli oracoli minacciosi invita a sperare destino migliore, chi è quel barbaro fra gli uomini, e quell’empio verso i Numi, il quale si opponga a così giusta consolazione? Brama il padre che gli sieno chiusi gli occhi dal ben trovato figliuolo, il quale poi declini la guancia lagrimosa sulla tomba paterna. Oh sublime natura, oh soavi affetti, oh venerevoli desiderj! Questi sensi divini sollevano la dignità di nostra mente alla celeste origine sua.

“Come pietra si spicca da rupe eccelsa, e ne discende rapida, né può rattenersi tratta dall’impeto suo, così il cicaleccio degli avversari poiché si è abbandonato a’ cavilli, quasi non più consapevole del valore della umana favella, si lancia alle calunnie insieme più vili e più strane. Eccovi l’illusione e sogno febbrile esposto senza rossore nelle terme, negli atrj, ne’ portici, ne’ teatri, ne’ circhi: cioè che il benigno, lo sconsolato Cleante covi nel petto il velenoso desiderio di recuperare con lusinghe questo figliuolo per farne scempio. Se questa causa fosse discussa dalle tigri, sembrerebbe anco ad esse orrenda una tal congettura. Ma tralasciando le voci del cuore, alle quali è sordo chi propone e sostiene così nefandi sospetti, sarebbe in vero uno stolto quel padre il quale o teme o abborre un suo figliuolo tanto di averlo esposto a morte; poscia scopertolo vivo, sia così smemorato degli infausti presagi, che non tema or più questo giovane vigoroso il quale tanto egli paventava bambino. Anzi invece di nascondere nelle tenebre del tempo così trista avventura di paterna atrocità, la espone con pompa allo strepito del Foro. Se tacea Cleante, rimaneva il giovane in Lemno come per lui non nato e come già nella tomba. Se questo era il desiderio del padre, egli lo avea, dissimulando ora, pienamente soddisfatto. Ora com’egli si presenta a voi e svela questo ignominioso arcano? Che dico a voi? A tutta la Grecia contro ogni sua propria utilità. Ma vince natura, e trionfa delle calunnie. Ben vi è noto in qual modo avvenne il tenero incontro; quanto manifesti sieno stati i segni, anzi i prodigj dell’affetto paterno, i quali soli basterebbero a soffogare i latrati della impostura. Stendete pertanto omai le incorruttibili destre, o uomini venerandi, e imponetele silenzio eterno. Chi può infatti udire senza un gelido ribrezzo trasformarsi così la causa della natura in quella della perfidia?

Il padre vi chiede il suo figliuolo; non vuol cedere altrui il diritto consolante di nodrirlo ove nacque. Brama che nelle stanze degli avi divenga il sostegno della sua inferma età; di compensare i tristi eventi passati e l’antico dolore con altrettanti conforti di scambievoli affetti. Contro una tale istanza, la quale altro non è che una sacra ed eterna ragione, alza or qui la fronte audace una estranea usurpatrice del nome di madre. Intimerà ella che sieno chiuse le porte della patria e del padre al cittadino, al figliuolo, perché rimanga esule ed orfano in terra straniera? Se la matrona è sincera nel suo affetto come or vanta, divenga emula del paterno. Invece di contendere al padre quel dolce possesso contro cui non v’è prescrizione, accumuli pur essa da madre gli effetti di sua benevolenza nel suo adottivo restituito al genitore. E tu Giove, e voi patrj Numi, dalla cui provvidenza tante acerbe avventure furono condotte ad esito così maraviglioso, reggete, siccome è vostra cura, le sagge menti di questi sacerdoti della giustizia: siate omai benigni verso il figliuolo, il quale con tanti disastri ha espiato il suo dubbioso destino, e cortesi verso un padre, il quale commise a voi stessi la sua prole; né mai avvenga ch’egli per angoscia inesorabili vi appelli.”

CAPITOLO XII

RISPOSTA DELLA MADRE ADOTTIVA E SENTENZA DEL MAGISTRATO

Nuova, io credo, è la controversia presente, o sapientissimo magistrato; perocché dove si suole contendere dello acquisto di facoltà e di campi, e di oro e di gemme ereditarie, le quali cose tutte sono ministre a sodisfare gli umani appetiti, ora invece qui si gareggia di possedere un figliuolo il quale non produca utilità alcuna o ricchezza a chi lo pretenda suo, ma anzi dispendio, cure e sollecitudini quotidiane. Nel quale inaudito e maraviglioso litigio sembrano emulare i sentimenti più nobili e delicati del cuore umano con tanta ostinazione, con quanta in altra causa non cavillò forse mai l’avarizia più tenace. Tale è il benigno aspetto della presente contesa, con benigne parole esposta. Mi duole però che l’officio mio mi costringa a trattarla con acerbe redarguzioni. Tu dunque, o Cleante, sei padre? Ma quali prove ne adduci? Opere da tale non hai; solo una collana, ov’è inciso un motto ambiguo, le asserzioni de’ tuoi servi incalliti alle verghe, il garrire delle ancelle tue. Oh gravi testimonianze in gravissima causa! E chi è mai costui il quale nel santuario di Temi invoca ed alza con sì intrepida voce le ragioni di natura, se non quegli che le ha sì maravigliosamente oltraggiate? E certo questa natura ch’egli oggi in mal punto implora, non conobbe quando era tempo di osservare le sue sante leggi. Ella non concesse già un dominio arbitrario e tirannico a’ genitori sulla prole: non la posseggono come giuramento; sì dolce autorità deriva da quelle sollecitudini affettuose con le quali la natura medesima c’inspira di nodrirla, difenderla, educarla, ammaestrarla nella vita civile. Né l’oggetto di questa disciplina è lo sfogo de’ capricci dell’antenato, bensì la utilità del postero. Per lo che un tal soave impero fonda le ragioni nell’uomo non tanto nello avere generata la sua prole, opera comune a’ bruti, quanto dall’averla preservata e mantenuta. Quindi ovunque sia venerata la ragione umana, i magistrati svellerebbero dalle mani del padre il fanciullo da lui travagliato. E presso ogni gente è punito l’infanticidio benché d’illegittima prole, al quale sia indotta la non più vergine per occultare la sua ignominia.

“Ma nelle cose tutte le quali si posseggono dagli uomini, ritrovi tu più solenne atto e più valido a trasmetterne la proprietà nel primo occupante quanto l’abbandonarla, il gettarla in guisa che sia manifesto l’animo per sempre alieno dal ricuperarla? Lo so che non potea Cleante dichiarare più espressamente: confessa pur egli di averlo consagrato a Nettuno, avventurandolo al tempestoso Egeo, in preda a’ venti che lo trasportassero all’arbitrio loro. Approdò la navicella a Lemno; fu deposto alla spiaggia più deserta di quell’isola, ivi derelitto qual rifiuto di paterna maledizione. Il famelico bambino chiedea col pianto le poppe della nodrice: una cerva glie le porse più umana di quel padre il quale or tardi fa qui pompa de’ suoi teneri affetti. Ora con qual titolo ti presenti, o Cleante, se non con tale di cui dovresti arrossire? Con che fronte richiami tu ora come servo fuggitivo questo giovane adulto non per le tue cure, vivo non per te, ma per quella pietosa matrona alla quale ora presumi rapirlo? L’audacia tua presente gareggia con l’antica tua atrocità. Tante declamazioni tue, ponderate con severo giudizio, altro non divengono che una testura di sfrontate menzogne. Nella copia loro io stimo che rimanga la mente vostra perplessa, illustri cittadini, se l’arroganza di affermarle sia maggiore della sofferenza vostra di udirle. Quella clientela naturale, di cui non furono rispettate le ragioni quando la imploravano i vagiti, proviene dalla fievolezza della prole e dalla necessità di sostenerla. Queste due condizioni più non sussistono verso un adulto e libero uomo. Invano richiama sopra lui dominio un preteso genitore; invano tenta egli usurparsi per fino il nome, alterandolo a sua voglia. Qual sia la verità delle tue asserzioni, lo sanno gli Dei che tanto invocavi quando sponesti a morte quello ch’or chiami figliuolo. Ripugna invece ad ogni senso di equità che sia divelto dal grembo affettuoso quegli che lui trovò scampo dal furore parricida. Sì, non mi atterriscono le declamazioni dell’avversario contro il sospetto di una perversa intenzione. Certo colui il quale tradì il misero da bambino, non può chiedere che gli sia ora affidato bonariamente. Quel tristo petto in cui non entrava allora pietà, come si è reso poi così molle a’ dolci inviti di quella? I vani sogni, i vaticinj dubbiosi, i quali furono le alte cagioni per cui divenne Cleante sordo alle voci di natura, possono turbare di nuovo la sua mente co’ terrori della superstizione. Chi fra voi, sapienti giudici, si fa mallevadore che sia salvo in quelle braccia un figliuolo dalle quali ne fu respinto come parricida? Non fia per lo contrario se non prudente il sospetto che ora costui, mascherando paterni amori, insidii la preda infelice uscitagli dalle branche per calmare i suoi terrori, compiendo il sagrificio sospeso dalla fortuna. E certo per qual cagione richiede oggi costui che ritorni sommessa all’ara domestica questa vittima fuggita al suo pugnale? Che altro ne otterrebbe egli, fuorché di privare il suo figliuolo della somma utilità di liberale adozione? Perché invece gareggiando in cortesia con sì eccelsa donna, riconosce bensì il figliuolo, lo integra ne’ diritti familiari, prova con opere, e non con declamazioni forensi, il pentimento dell’antico eccesso? Perché grato ammiratore della madre adottiva, invece di attristarla togliendole l’oggetto di tante sollecitudini, non le fa ora comuni con lei? Forse i benefizj di quella si oppongono a’ diritti paterni? Potrebbe il giovane rimanere in Lemno a consolare gli estremi giorni di Agarista; potrebbe Cleante accumulare in lui, benché assente, i benefizj della paterna liberalità. Risplenderebbe così la sincerità del suo cuore nel compiacersi che si raddoppi la fortuna della sua prole.

“Considerate adunque da saggi, o venerevoli cittadini, che quello infante fu gettato alle onde ed a’ venti da colui il quale ora fa risonare quest’aula di giustizia col sacro nome di padre. Egli si scusa con la riverenza alle voci divine. La vera voce divina è quella innata ne’ nostri cuori, la quale ci esorta sempre ad amare, accarezzare, nodrire i nostri parti. Questa è l’eterna volontà degli Dei, la eterna legge da loro prescritta alla natura, contro la quale non debbono né possono mai prevalere i vati, gl’indovini, le notturne larve, i pronostici luttuosi. Che più? Sforzandosi di giustificare il suo misfatto, non si vergogna addurre esempi di barbari i quali sagrificavano agli Dei i proprj pargoletti: superstizione crudele e abborrita da ogni nazione civile. Propone anco gli Spartani, i quali sogliono abbandonare i bambini di membra impediti. Ma quella illustre e severa gente con lo splendore delle sue virtù non ci permette di biasimare alcuno de’ suoi terribili instituti. Però le basti che di questo si taccia. Temete pertanto uno ipocrita: lasciate il mio cliente in grembo così generoso, nel quale con avvenimenti così straordinarj hanno manifestato gli Dei che rimanga secondo la benigna volontà loro. Imperocché queste vicende maravigliose certo non accaddero senza i decreti della Provvidenza dominatrice.”

Poiché tacque l’oratore, gli araldi intimarono che fosse sgombrata l’aula, affinché i giudici discutessero la causa a porte chiuse. La frequenza degli uditori si trasferì negli atrj della curia aspettando il decreto. Né andò guari che, spalancate le imposte, uscì il banditore, ed a suono di tromba con ferrea voce pubblicò il decreto in questa forma concetto.

DECRETO

I magnifici Pritani di Corinto adunati nella Neomenia di Boedromione a giudicare sulla istanza di Cleante di Corinto, il quale asserendosi padre del giovane pubblicamente nominato Possideo, e da lui Erostrato, ora figliuolo adottivo di Agarista di Lemno, lo richiama a sé per le ragioni della paterna potestà, hanno considerato:

Che queste ragioni derivano dal nodrimento, dalla tutela e dalla instituzione della prole;

Che non debbono prodursi in tale argomento leggi straniere dalle nostre;

Che avendo Cleante abbandonata la prole, ne ha perduto il dominio e lo ha trasmesso al primo occupante;

Che non per questo il figliuolo ha perduti i diritti di legittima successione alle paterne facoltà;

Che Agarista col ricovero dell’esposto fanciullo è surrogata alle ragioni paterne, né dee rapirsele un affettuoso possesso da lei così liberalmente acquistato.

E però hanno decretato che il nominato Possideo, quando il voglia, rimanga presso la madre adottiva e goda la sua legittima sopravvivendo al padre naturale.

Così piacque a’ Pritani; lo che pure sia a grado agli Dei.

CAPITOLO XIII

SEDIZIONI IN GRECIA ED ULTIMA DISPERATA IMPRESA

Fu lodata la sentenza dalla maggior parte della città. Cleante uscì mesto della curia; Possideo ne evitò l’incontro. Giunta la novella ad Agarista col ritorno del suo oratore, ne fu maravigliosamente consolata. Ella però ansiosa di trarre da lui precisa contezza di Possideo, lo interrogava frequente sul costume e vicende sue. Intese pertanto con materna compiacenza, che noiato della milizia, e non contento dei premj suoi, ricercasse nella solitudine quel riposo del quale era stato fino allora così nemico, ponendo anzi ogni sua felicità nel vivere tumultuoso. Sofferiva ben ella gravi molestie per l’assenza di lui, qual madre abbandonata; ma all’opposito riconoscea che al suo ritorno a Lemno sarebbesi alla presenza de’ luoghi del suo amore infelice vie più irritata la tormentosa ferita del cuore. Per la qual cosa nodrendosi con la speranza che il tempo, come suole, mitigasse gli affanni, paga in allora che Possideo gustasse alcuna quiete, si proponea di ricuperarlo in calma virile. Mentre però ella si confortava in così grati pensieri, già Possideo saziato di quella calma movea l’animo a straordinarj disegni. Molte provincie del vasto impero di Persia si erano poc’anzi sottratte al ferreo scettro di Artaserse. Tebe pur allora, e Chio e Cos e Rodi stringeano le armi contro la orgogliosa Atene. Tutta la Grecia ondeggiava in questa gara di oppressi e di oppressori. Il giovane solitario non resse a tale spettacolo, ma desta in lui la sopita audacia, abbandonò i silenzj dell’eremo per ingolfarsi in quelle perturbazioni. Ov’egli scorgea alcuno indizio di tumulto popolare, tentava in prima gli animi cautamente con segrete seduzioni; ove sperava maggiori progressi, da queste passava ad aperti ragionamenti nelle adunanze. Sclamava che gran parte delle nazioni gemono sotto il giogo de’ tiranni per la loro stoltezza. Rammentava gli esempi di quelle le quali felicemente vivevano libere perché sprezzatrici di morte, e di altre che temendola sospiravano in vile servitù più trista della tomba. Esaltava il principio che ogni uomo nasce libero con le medesime ragioni di natura a ciascuno compartite; la violenza averle occupate; mantenere la usurpazione la ignoranza del volgo, la scaltrezza de’ magnati, il terrore della superstizione; esser giunto il tempo nel quale il cielo mosso a pietà de’ nostri mali, c’invita alle sacre ragioni della origine prisca della società civile. Ella instituita per la comune utilità, vedeasi ridotta a quella di pochi, anzi, per ludibrio del genere umano, a quella di un solo. Il quale foss’egli pure d’indole moderata, impazzava poi di certo per la sfrenata potenza vie più adulata quanto n’erano maggiori gli eccessi. Declamava tali e somiglianti dottrine ne’ fori, ne’ portici, negli atrj, con perturbazione del volgo e sdegno de’ buoni. Questi opponevano a così triste seduzioni, ch’elle in aspetto di sapiente riforma conteneano la corruttela d’ogni ordine civile, il disprezzo della opera di secoli, della prudenza de’ legislatori, della sacra tutela di religione, della esperienza universale, per attendere a’ garrimenti di un ribaldo perduto. Di questa audace impresa non raccolse miglior frutto che delle anteriori; perché ove scacciato con tumulto popolare, ove condannato ad esilio da’ magistrati, ove alla morte, se ne sottrasse a stento con la fuga.

Cresceva però in lui con gli anni omai virili e con tante prove infruttuose l’ardore della fama. Già osservavano i suoi familiari divenuti foschi gli occhi, le ciglia minacciose, le labbra severe, turbata la fronte, e tutto il volto oscurato da una caligine funesta. Sdegnato contro il destino persecutore d’ogni suo desiderio, deliberò vincerlo, e quasi insultarlo. Scese pertanto alla spiaggia di Corinto con Glauco, solo consueto compagno di ogni sua ventura, senza far consapevole alcuno né della partenza, né dell’oggetto di quella. Pattuita la miglior nave, salpò verso l’Asia, dirigendo ad Efeso il suo tragitto. Gli fu ora così propizio il vento, quanto gli era stato fatale alle nozze. Entrato in Efeso, vi rimase cautamente sconosciuto. Era suo quotidiano studio contemplare il tempio di Diana, considerarne la struttura e la materia, ov’elle offrissero comodità al suo pensiero. Benché magnifico ornato di avorio, di argento, d’oro, di gemme in offerte inestimabili, pure gran parte dell’edifizio reggevano colonne di cedro, e travi enormi di esso la vasta compage del tetto. Era costante memoria degli antenati che l’architetto Ctesifonte ne avea stivate le fondamenta con lana e carbone per correggere la umidità del luogo. Entrava spesso nel tempio quando vi fosse celebrità: vedea prostrati gli adoratori alla immagine della Dea, pomposi riti, splendide vesti sacerdotali; udiva i cori di inni armoniosi; odorava la fragranza de’ sacri profumi, e con empia ira si compiaceva distruggere in breve così antica opera di superstizione. Ne’ taciti pensieri dicea: “Troverò ben io il modo di farvi attoniti, o stolti; dovrete ripetere in perpetuo il mio nome. Se per oneste imprese mi ricusaste la fama, vi sforzerò darmela per sempre con una trista”. In questa guisa trapassava i giorni, vie più diligentemente investigando i modi per eseguire il suo terribile disegno. Tanto perciò era egli sempre alieno da ogni calma, che oltre le perturbazioni continue de’ sogni sofferiva la infermità di sonnambolo. Per la quale si aggirava talvolta la notte intorno al tempio; ed a chi lo vide nelle ombre dubbiose, parve una larva del trapassato. Per confermarsi poi nella audacia d’insultare gli Dei, quando più mugghiava il pelago tempestoso, di notte sovra scoglio scosceso esposto al furore di Borea sclamava: “Oh mostro insaziabile di morte, con quanto orgoglio le tue maestose onde la minacciano! Teti lusinghiera, meretrice Galatea, or non già festose trascorrete nelle conche perlate i placidi flutti, invitando i nocchieri col sorriso fallace, ma vi tuffate nel profondo per non udirne i lamenti. Tu almeno scuoti i lidi col tridente, palese tiranno, Nettuno, superbo di tua possanza. Godi pur di questa, crudele persecutore di spose innocenti, mentre scorrono impuniti nel tuo regno immenso tanti ladroni corsali”. Da quello spettacolo passava alla foresta vicina nel cupo della notte, quando i turbini più fieri la scuotessero, e vi si inoltrava sfidando i venti, i fulmini, i Numi della selva ad atterrirlo. Diverse fiate avea con deliberato animo stretta la face, ed altrettante la enormità del misfatto e la celeste potenza, da lui con sforzi combattuta ma sentita, lo umiliò col terrore. Giunse alfine quella funesta e fra quante mai furono tenebrosa notte in cui prevalsero gli Dei infernali. Era tutta la città immersa nel silenzio e nel sonno, ma in breve fu desta e in romore. Fremea il mare tempestoso. Da prima si udiva un cupo bisbiglio, poscia crescere in lamento, quindi scoppiare in grida per le vie, con istrepito di folla e calpestio di frequenza. Incontanente fu la intera Efeso in iscompiglio, riconosciuta la vampa del tempio. Ciascuno si affrettava di recarvi acqua in conche, in orci, in brocche, in quanti vasi gli offeriva la sua masserizia. Ondeggiava in questi movimenti la calca: urtandosi, premendosi, cadeano a mucchi affastellati i corpi sovra li corpi. Quindi il gemito per le membra frante, l’ambascia del respiro, le urla mortali. Piangeano le donne entro le case, e disperate sconvolgeano le chiome. Cadeano supplichevoli alle are de’ Penati le matrone; temeano gli uomini provetti che Diana abbandonasse per isdegno la patria loro. Intanto splendea tutta la città al riverbero della immensa combustione, il fumo della quale offuscava gli occhi ed affannava il respirare. Sembrava liquido fuoco il mare sottoposto, donde i naviganti rimiravano attoniti il caso. Nulla valse a frenare l’incendio vorace: il vento impetuoso lo favoriva. È anco fama che Erostrato possedesse qualche straordinario artifizio di fuoco inestinguibile, perché arse così gran mole in un subito irreparabilmente. I custodi e ministri del tempio ne trasportarono i tesori e gli ornamenti quanto permise loro il tempo. Il simulacro della Dea solo in tanta distruzione fu illeso, quasi non ardissero le fiamme di avvicinarsigli: fu tratto del mezzo di quelle né pure abbronzato. Intanto rimanea estatico lo incenditore, compiacendosi dell’opera sua, tanto che fu da molti osservato. Né egli si curava di nascondersi, dissimulando; anzi a quello spettacolo vie più ebbro di celebrità si abbandonava ad una stolta allegrezza. Quindi preso dalla turba sdegnata fu condotto a’ Pritani, e stretto in catene. Udite poi le testimonianze, discusse le prove, dopo alquanti giorni fu interrogato. Ma egli con maraviglia del magistrato non che tentasse di coprire il suo delitto, vantandosene per lo contrario, alteramente declamò in presenza de’ giudici e della moltitudine una memorabile orazione.

CAPITOLO ULTIMO

APOLOGIA E MORTE

Ma prima che io la esponga, debbo apertamente confutare quella tradizione comune, ch’egli posto alle torture confessasse averlo spinto a tale eccesso un insaziabile desiderio di fama: imperocché ad ottenerla era anzi necessario il vantarsene autore. Era poi del tutto incongrua la violenza de’ tormenti con chi non altro dovea bramare che lo strepito del suo misfatto. Stimo pertanto vera quella sua apologia a noi trasmessa nelle memorie di quel tempo nella seguente forma:

“Io mi sono sempre maravigliato per la ingiustizia degli uomini nel giudicare le imprese illustri, e di quella dei legislatori nel prescrivere le pene. Perché sottoposti alla tirannide delle opinioni, condannano, vituperano, esaltano, applaudiscono azioni dello stesso merito e natura con manifesta incoerenza. Eccovi Possideo fra’ ceppi, il quale alza a voi intrepido lo sguardo, or tratto alla presenza vostra dal carcere tenebroso come reo di sacrilego incendio. Ma primieramente la cagione motrice del mio eccelso disegno non fu già quella per cui tanti capitani e conquistatori, esultando per le vittorie, depredarono i più ricchi templi. Sovvengavi di quello di Mileto consegnato alle fiamme da Serse dopo averne rapiti i tesori, e di quello di Delfo saccheggiato più volte per la sua opulenza. Né giovò loro la celebrità degli oracoli a preservarli da tanta profanazione. Io non fui spinto da abbietta ingordigia di furto, ma dal solo e generoso desiderio della fama. Ora con qual proporzione di giustizia furono e saranno impuniti gl’illustri depredatori, ed io severamente castigato? Qual altra gloria, siccome quella a cui anelo, fu mai acquistata con minori sciagure degli uomini? Distrussi, è vero, in una notte l’opera di secoli, una maraviglia del mondo, il santuario delle nazioni, il più splendido culto, il tesoro delle arti e delle offerte pietose. Ma per me non pianse la vedova sul campo sanguinoso, non strinse la madre al seno palpitante il pargoletto al suono delle mie trombe, non rimboccarono di sangue i fiumi, non sospirarono gli orfani sull’avello del padre, non questi dilacerò il saio per la morte del figliuolo. Regioni desolate da trionfi marziali non risurgono già più floride in breve, ma rimangono lungamente spettacolo di ammirazione a’ posteri avviliti. Dalle ceneri del vostro tempio risurgerà per lo contrario qual Fenice un altro alla Dea più adorno e più maraviglioso. Le reggie de’ grandi per alcuno accidente distrutte rinascono dalla ruina più superbe. La Dea non meno si pregerà di riparare i vani oltraggi miei con manifestare la sua potenza. Fu pur consunto da fortuito incendio alla età de’ nostri avi il tempio di Delfo, e tutte le nazioni e greche e barbare concorsero a riedificarlo più grandioso. L’incendio mio, denominato sacrilego, or chiude i petti ad ogni misericordia, ma in breve aprirà gli scrigni anco degli avari. Le nazioni a gara comprese da sacro orrore verseranno tesori a placare la Dea ed a vendicarne l’ingiuria. Avrà su questi fumanti residui ara più splendida per oro e gemme, nuovo culto più fastoso, nuovo delubro, eterno e trionfale. Io fra poco scendo sotterra; ma non rimarrà con me sepolto il nome, né potrà oscurarlo il tempo, né la vostra sentenza, né quella del volgo. Con questa audace mano io mi vanto d’aver fatta più illustre Efeso, e me stesso immortale. Né alcuno mi opponga che sia vile questa mia impresa; perché senza pericoli insidiosa. Io stesso mi sono esposto allo strepito del giudizio, al rigore delle menti vostre; sdegnai la fuga e l’impune segreto; accusatore di me stesso, denudai il collo alla vostra mannaia ultrice. Né la Dea guarda con dolenti occhi queste ruine. La sua eterna magione è il cielo. Che se ella si compiace della nostra venerazione in ergerle alcuna stanza in terra, molte ne ha in diversi popoli offertele del pari. Ma se nel prescrivere le pene dee l’equità vostra perdonare i danni della colpa, quali son questi? Chi ho offeso io negli averi o nella persona? Chi se ne duole? Il tempio era da voi dedicato alla Dea; è dunque suo. Or s’ella è da me offesa, lasciatene la vendetta a lei. Né certo sarebbe ardimento minore il vostro di arrogarvela che non fu il mio di provocarla quando mossi la face alle sue sante mura. Ella ha potenza, virtù celeste e sovraumana; non le mancano le frecce del germano, i fulmini del padre, il tridente del zio a trafiggermi, incenerirmi, sobissarmi. Pur la spero clemente, perché la sua grandezza è superiore a tutte le cose umane. La mia impresa non ha origine da sacrilego disprezzo o da empia avversione al suo culto, ma da una disperata ebbrezza di gloria, affinché si scuotesse la indifferenza umana e si destasse anco la stupidità percossa con un modo inopinato. Né credo che il trascorso di un mortale giunga a turbare le delizie dell’Olimpo.

“Rimane forse che taluno ascriva a demenza la mia straordinaria deliberazione. Ma se la sublimità sua abbaglia a tal segno i vili occhi del volgo, deh non vogliate voi, sapienti giudici, scendere con esso a così infima sentenza. Pur se io debbo essere annoverato fra’ privi di senno, me ne rimane però a sufficienza per maravigliarmi come tante nazioni acclamino da più di un secolo il nome di Serse, il quale in alcune opere manifestò una incomparabile stoltezza. Sa l’Asia e la Europa la sua deliberazione di traforare da banda a banda il petroso monte Atos, e sa che gli scrisse una lettera in cui lo minacciava di rovesciarlo in mare se ardiva ripugnare con la durezza delle sue roccie alla regale intenzione. E poco di poi avendo una procella distrutto il varco di navi da lui gettato sull’Ellesponto, fe’ lanciare ne’ suoi flutti molte catene a batterlo co’ flagelli, mentre egli stesso con irati clamori minacciava dal lido quell’indomito elemento. Eccovi almeno due esempi d’incredibile follia in così celebre monarca assai maggiore della mia, quando tale vi sembri. Ma se dopo un discorso non privo di senno, come udite, pur taluno me ne giudica scemo, egli mi discolpa con la miglior difesa, perché nella stoltezza non vi è pena. E forse gli animi vostri non spregiano le mie giustificazioni, ma li rattiene il pericolo dell’esempio. Aprite dunque le storie; io vi sfido a ritrovare in esse altro esempio simile al mio. Sendo pertanto il caso inaudito, mirabile, unico, non ne temete un secondo. In fine vi aspettate forse che secondo la consuetudine degli oratori io mi studii perorando di eccitare pietà ne’ cuori e lagrime sul ciglio; ma non è questa la mercede che io mi sono proposta ragionando con voi. Gloria immortale è la meta di ogni mio pensiero. Questa è quell’ambrosia di cui si pasce la mente mia. Ecco queste fragili membra ricetto d’anima grande ed immortale: queste sieno pur vittime dei vostri giudizj rigorosi, quella ritornerà alla sua sorgente, e fra l’armonia delle sfere godrà, spaziandovisi, udire il suono eterno della fama.”

Mentre così favellava, rimaneano gli uditori percossi da maraviglia per l’audacia del suo disegno e per l’intrepidezza in sostenerlo. Balenavano gli occhi suoi più dell’usato; le ciglia irsute, le guancie ardenti, le vene turgide, il fremito di tutte le sue membra facevano terribile il suo aspetto. Più volte i giudici sdegnati nell’udire un ragionamento così alieno da rimorsi, già stendeano la destra per imporgli il silenzio; ma li rattenne la libertà conceduta nel foro nelle difese, e molto più di se stesso. Taluni impallidivano a quella sacrilega eloquenza; altri ad ogni istante aspettavano a fronte china i fulmini vendicatori. Quand’ecco si scosse il simulacro di Diana eretto in quell’aula: sdegnata parve a molti scoccare; altri sentì il rombo dell’arco, il fischio del dardo, il muoversi della faretra sull’omero. Tremò insieme la terra in guisa che traballarono i seggi del magistrato, e ondeggiò la calca spettatrice. Cadde in quel punto stesso a terra spento il reo, il quale già verso la fine del suo discorso incominciava quasi impedito nella lingua a balbutire. Si confusero smarriti i giudici con gli uditori, e tutti si prostravano alla Dea. Cessò il tremuoto; e ricomposti gli animi, in quella morte repentina riconosceano la vendetta divina, il terrore della quale in sacra nebbia avvolgendo l’intelletto della moltitudine, produsse e conservò la fama di quel portento. Né alcuni, i quali presenti al caso opinarono essere quello un effetto di veleno a sé poc’anzi propinato dall’incenditore, ardirono manifestare quella congettura, ben ricordevoli quanto sia pericoloso cimento l’opporsi alle accuse popolari di violata religione. Di che rimangono dolorose testimonianze gli esempi di Pittagora, di Prodico di Ceo, di Anassagora, di Alcibiade e di Socrate, ora tardi compianto. Parve in ogni tempo, siccome a luoghi convenevoli di questa narrazione ho esposto, che Erostrato fosse come da fato inevitabile sospinto a tale impresa. Perché i sogni della madre indicavano sempre fuoco, poi il mare lo spinse a Lemno, isola sacra a Vulcano, e in quel tempio apparvero al fanciullo alcune fiamme alla fronte.

Le città dell’Asia inorridite per l’empia distruzione, concordi pubblicarono decreto che il nome dell’incenditore fosse abolito in guisa che niuno lo rammentasse né in favella, né in scrittura. Il qual divieto sparse vie più lo strepito del caso e del suo autore. Onde a Timeo ed Egesia e Teopompo ed altri nelle storie ne fecero menzione. Imperocché la fama è il più indomito de’ mostri: non basta a vincerlo né potenza né fortuna, anzi entrambe le sono sottomesse. Perciò vedemmo i più superbi conquistatori temere lei sola, e implorare il favore delle Muse adulatrici. Quel decreto adunque mostrò non darsi stoltezza, per quanto sia giudicata la estrema, la quale non ne abbia altra superiore. Perché Erostrato si propose di eternare il suo nome, fu tal fine in sé lodevole, benché ne fosse il mezzo scellerato. Le città dell’Asia invece ebbero in comune un insensato proponimento, e con più insensata deliberazione sperarono di conseguirlo. Avvenne per fine, a rendere più memorabile quella notte, il nascimento di Alessandro cognominato il Magno dal terrore delle sue gesta. La mattina seguente predissero i Maghi ch’era nata la ruina del mondo. Il desiderio insaziabile di gloria non fu al certo nel Macedone inferiore a quello di Erostrato, ma nodrito con più vasti incendi e con più gravi sciagure di immense nazioni.

Iacopone da Todi, La bontade se lamenta

22-ago-14

La Bontate se lamenta
che l’Affetto non l’à amata;
la Iustizia à appellata
ché i ne deia rason fare.
La Bontate à congregate
seco tutte creature
e denante al iusto Deo
sì fa molto gran remore:
che sia preso el malfattore,
siane fatta gran vendetta,
ché à offesa la diletta
nel suo falso delettare.
La Iustizia enn estante
l’Affetto sì à pigliato
e con tutta sua famiglia
en preson l’à ‘ncarcerato,
ché dé’ esser condennato
de la ‘niuria c’à fatta;
tràlisse fore una carta,
qual non pò contradiare.
L’Affetto pensa ensanire,
po’ che sse sent’en presone,
ché solìa aver libertate,
or soiace a la Rasone;
la Bontà n’à compassione,
succurre che non peresca,
de grazia li dà una lesca,
ennel senno el fa artornare.
L’Affetto, po’ gusta el cibo
de la grazia gratis data,
(lo ‘Ntelletto êla memoria
tutta en sé ll’à renovata)
êla voluntà mutata
plagne con gran discidranza
la preterita offensanza;
e nullo consol se vòl dare!
·n’empreso novo lenguaio,
che non sa dir se none «Amore».
Plagne, ride, dole e gaude,
securato con temore;
e tal’ signi fa de fore
che pagono d’omo stolto;
dentro sta tutt’aracolto,
non se sente de for que fare.
La Bontate se comporta
questo amore furioso,
ché con isso se sconfige
questo mondo tenebroso;
el corpo lussurioso
sì remette a la fucina;
perde tutta la sentina,
che ‘l facìa detoperare.
La Bontà suttrã a l’Affetto
lo gusto del sentimento;
lo ‘Ntelletto, ch’è ‘n presone,
esce en so contemplamento:
l’Affetto viv’en tormento,
de lo ‘Ntenner se lamenta
ch’el tempo l’empedementa
de corrotto che vòl fare.
Lo ‘Ntelletto, po’ che gusta
lo sapor de Sapienza,
lo sapor sì llo asorbisce
ne la sua gran complacenza;
l’occhi de la Entelligenza
ostopesco del vedere,
non voglio altro mai sentire,
se non questo delettare.
L’Affetto non se cci acorda,
ché vòl altro ca vedere!
Cà ‘l so stomaco se more,
se no i porge que paidire;
le a le prese venire,
sì à fervido appitito,
lo Sentir, che i ss’è fugito,
plagne senza consolare.
Lo ‘Ntelletto dice: «Tace!
con me dare plu molesta,
la gloria che eo veio
sì m’è gaudiosa vesta:
non me turbar questa festa;
deveri’ esser contento
contentar lo to talento
en questo meo delettare».
«Oi me lascio, que me dice?
Par che me tenghi en parole,
cà tutto ‘l to vedemento
sì mme pago che sian fole,
ché consumo le mee mole,
che non n’ò mo macenato;
e aio tanto deiunato
e tu me ‘n sta’ mo a gabare».
«Non te turbar, s’eo me veio
beneficia create;
cà per esse sì conosco
la divina bonetate;
siram reputat’engrate
a non volerle vedere,
però te deverìa placere
tutto esto meo fatigare».
«Tu cci ofendi qui la fede
de gir tanto speculando,
de la sua emmensitate
de girla sì abreviando;
e vai tanto asuttigliando
che rumpi la legatura,
e tòllim’el tempo e l’ora
del meo danno arcoverare».
Lo ‘Ntelletto dice: «Amore,
ch’è condito de sapere,
pareme plu glorioso
ca questo che vòi tenere;
s’eo m’esforzo a vedere
chi, a cui e quanto è dato,
sirà l’amor plu levato
a poterne plu abracciare».
«A me par che Sapienzia
en questo fatto è eniurata;
de la sua emmensitate
averla sì abreviata!
Per veder cosa creata,
nulla cosa n’ài compreso
e tènme sempre sospeso
en morirm’en aspettare».
La Bontate n’à cordoglio
de l’Affetto tribulato;
poneli una nova mensa,
ché à tanto deiunato.
Lo ‘Ntelletto ammirato,
l’Affetto entr’a la tenuta;
la lor lite si è fenuta,
per questo ponto passare.
Lo ‘Ntelletto sì è menato
a lo gusto del sapore,
l’Affetto trita co li denti
et egnotte con fervore;
po’ lo coce con l’amore,
trann’el frutto del paidato:
a le membra à despensato
dónne vita pozzan trare.

Il marito confessore della moglie, Il marito confessore della moglie

22-ago-14

«Doman, a Pasqua Rosata, andarmene voy al Santo
con donna Anesa, dona bionda, dona apresiata tanto
[ . . . . . . ]
«Làseme andare, marito fino
a confesarme un poco col meo padrino.»
«Oy de! lass’a me dolento! Se e’ te ge laso andare
forse, per aventura, starave troppo a tornare.
[ . . . . . . ]
A confessarte al preyto? Lo losengasse,
elle soe companie se a la mess’i anasse!»
«O padrino meo zentile, prestame una cappa un poco,
ch’eo vorria star zelato [ . . . . ]»
[ . . . . . . ]
E favelava col mercadante:
«Eco la cappa te reco dinante!»
E lla cappa ch’el prendia tostament al indossava;
lo zelloso a la fenestra mansueto se n’andava;
e lla donna sì llo vide a l’andar lo figurava:
«Ben zurave qu’ello è ‘l meo marito;
ancò ye donarò lo zorno mal compito!»
Lo zeloso a la fanestra strettament incapuzato,
Ch’el no tenia ol volto ad essa, domandò il so pecato.
[ . . . . . . ]
E lla dona si disiva, ello so cor ridando:
«Ancò te daròlo zorno che tu vé zircando!»
«Volse meyo a un albergero che non volse a tuto el mondo;
Zasì con un mercadante; el meo peccato non te l’ascondo;
[ . . . . . . ]
Ma dirte voye tute li me peche:
ch’e’ sont inamorata d’un bel preyto.
Con quel preyto e’ son zazuta mille volt sot un lenzolo,
penzò ll’amo e ll’ò amato più ca la matre lo fiolo;
S’e meo marito lo savesse, el morirave del dolo!
E’ te llo digo, preyto, ella gran credenza;
dé, ténime zellata la mia penitenza!»

Anonimo del Contrasto della Zerbitana, Contrasto della Zerbitana

22-ago-14

E·lla Zerbitana retica! il parlar ch’ella mi dicea:
«Per tutto l[o] mondo fendoto, i barrà fuor casa mia!»
«Oi [la] Zerbitana retica, come ti voler parlare?
Se per li capelli prendoto, come ti voler conciare!
Cadalzi e pugne moscoto: quanti ti voler donare!
e così voler conciare – tutte le votre ginoie».
«[E] ardire, ardir? minacciami? Per le partu del giustizero,
va’ ed escimi fuor di casama, el malvagio, lo barattero!
C’alzasti la gamba a filama e festiglil volentero,
e non volesti guardare – alle notre cortesoie.
E ardire, ardir? minacciami? Non aver di te paura!
E’ mantenemi l’amiralia, che me ne star ben sigura.
E ardire, ardire? tocomo, e guardar delle malventura;
ch’io ti far[aggi]o pigliare – e metter nelle prigionoie».

Castra Fiorentino, Una fermana iscoppai da Cascioli

22-ago-14

Una fermana iscoppai da Cascioli:
cetto cetto sa gia in grand’ aina
e cocino portava in pignoli
saïmato di buona saina.
Disse: «A te dare’ rossi trec[c]ioli
e operata cinta samartina
se comeco ti dài ne la cab[b]a;
se mi viva, mai e boni scarponi».
«Soca i è, mal [lo] fai [ l'om ] che cab[b]a
la fantilla di Cencio Guidoni.
K’ad onto meo me l’ài comannato,
ca là ile ne vada a le rote,
i[n] qual so’, co lo vitto ferato
a li scotitori, che non me’n cote,
e con un truffo di vin misticato,
e non mi scordassero le gote
li scat[t]oni per ben minestrare
la farfiata de lo bono farfione.
Leva ‘nt’esso, non m’avicinare,
ou tu semplo, milenso, mamone!»
Ed io tut[t]o mi fui spaventato
per timiccio, che non asatanai.
Quando la fermana tansi ‘n costato,
quella mi diede e disse: «Ai!
O tu cret[t]o, dogl[i]uto, crepato,
per lo volto di Dio, mal lo fai,
che di me non puoi aver pur una cica,
se [già] non mi prend[ess]i a noscella.
Escion[n]a, non gire per la spica,
sì ti veio arlucare la mascella!»
«[O] fermana, se mi t’aconsenchi,
duròti panari di profici
e morici per fare bianchi denchi:
tu·lli à tôrte, se quisso no ‘rdici.
Se Dio mi lasci passare a lo Clenchi,
giungeròtti colori in tralici».
«E io più non ti faccio rubusto,
poi cotanto m’ài [a]sucotata:
vienci ancoi, né sia Pirino rusto,
ed adoc[c]hia non sia stimulata».
A bor[r]ito ne gìo a l’ater[r]ato,
ch’era alvato senza follena;
lo battisac[c]o trovai be·llavato,
e da capo mi pose la scena;
e tut[t]o quanto mi foi consolato,
ca sopra mi git[t]ò buona lena;
e conesso mi fui apat[t]ovito
e unqua me’ non vi’ [quando] altr’ei.
«Mai [lo] fai [tu] com’omo iscionito:
be’ mi pare che tu mastro èi».