Milano cade

di redazione

Con un tuffo sincronizzato, Inter e Milan perdono tre punti su tutte le concorrenti per la corsa all’Europa. La grande sorpresa di questa 33esima giornata arriva da San Siro, dove i rossoneri riescono nell’impresa di farsi battere per 2-1 dall’Empoli. Gli eroi di giornata per i toscani sono Mchedlidze e Thiam, a segno con un gol per tempo. I padroni di casa riaprono la partita con Lapadula, ma non è destino: Skorupski para tutto, compreso un rigore di Suso. In questo modo il Milan scivola a -5 dall’Atalanta e a -6 dalla Lazio, ma grazie alla sconfitta dell’Inter conserva comunque il sesto posto, l’ultimo buono per il treno europeo.

Da parte sua, la squadra di Pioli può continuare a sperare. Dopo il tonfo dei cugini, i nerazzurri rimangono a -2 dalla sesta posizione malgrado la débacle di sabato sera al Franchi. Il 5-4 subito dalla Fiorentina, però, non è certo indolore: primo perché ora i viola sono a un solo punto di distanza, secondo perché questo risultato sancisce probabilmente il divorzio fra società e allenatore. Per non essere considerato un semplice traghettatore Pioli avrebbe avuto bisogno di un posizionamento di prestigio a fine anno, come un terzo o un quarto posto. E il sogno ormai sembra svanito.

Un altro passo falso di giornata è quello del Napoli, che sul campo del Sassuolo non riesce ad andare oltre il pareggio. Il 2-2 finale in realtà è addirittura un punto guadagnato dagli azzurri, che si salvano dalla sconfitta solo grazie a una zampata vincente del redivivo Milik. Ma il pari può significare l’addio definitivo al sogno di agguantare il sesto posto, che significa qualificazione in Champions diretta, senza preliminari.

La Roma, infatti, stasera gioca contro il debolissimo Pescara e ha l’occasione di scappare a +4 sui partenopei. In caso di mancato successo dei giallorossi, invece, lo scudetto aritmetico della Juventus sarebbe sempre più vicino, visto che nel posticipo di giornata i bianconeri hanno liquidato il Genoa con un poker in scioltezza (sul tabellino un autogol di Munoz, poi le reti di Dybala, Mandzukic e Bonucci).

Ai gradini successivi della classifica, Lazio e Atalanta consolidano rispettivamente il quarto e quinto posto sfruttando la caduta delle milansesi. La vittoria dei bergamaschi arriva nella partita delle 12 con un emozionante 3-2 in rimonta sul Bologna (gol di Conti, Freuler, Destro, Di Francesco e Caldara).

Con questo risultato la squadra di Gasperini scavalca per qualche ora in classifica la Lazio, che però alle 15 risponde disintegrando il Palermo. È vero, i biancocelesti attaccano con energia e velocità, ma la difesa dei siciliani non è proponibile a questi livelli. A metà del primo tempo il risultato è di 5-0 per i capitolini, a segno due volte con Immobile e tre volte con Keità. Prima di ieri, l’unica squadra che in A aveva segnato 5 gol nei primi 26 minuti era stata la Juventus (contro la Fiorentina) nel 1938. Alla fine il risultato è un set di tennis con doppio break: 6-2.

In zona retrocessione il Crotone non molla e trova i 3 punti sul campo della Sampdoria (le reti di Falcinelli e Simy rimontano il vantaggio iniziale dei blucerchiati con Schick, autore di un altro gioiello). I calabresi però sono davvero sfortunati, perché l’imprevedibile vittoria dell’Empoli a San siro li mantiene a -5 dalla salvezza.

In mezzo alla classifica, fra quelle squadre che ormai non hanno più nulla da chiedere a questo Campionato, completano il quadro della giornata il 3-1 del Torino sul campo del Chievo (gol di Ljajic, Zappacosta, Pellissier e Iago Falque) e il 2-1 interno dell’Udinese sul Cagliari (in rete Perica dalla panchina, poi Angella e Borriello).

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La derIVA di Padoan

di Antonio Rei

C’è un’idea fissa di cui Pier Carlo Padoan non si riesce a liberare. Da anni una vocina sussurra nell’orecchio del ministro dell’Economia lo stesso ritornello: “Devi alzare l’Iva”. Il numero uno del Tesoro cerca di resistere, ma poi, ciclicamente, le sue difese crollano e quell’idea torna a circolare. Nei suoi conti di tecnico, chissà per quale modello o proiezione, questa prospettiva un senso ce l’ha. Il problema è che, da ministro, Padoan dovrebbe anche preoccuparsi delle ragioni della politica.

E la politica non va tanto per il sottile: al di là di tutti i calcoli fiscali o economici possibili, alzare la tassa più odiata e più evasa d’Italia a pochi mesi dalle elezioni sarebbe come impugnare la katana del samurai e prodursi nel più clamoroso degli harakiri. È una considerazione elementare, ma il buon Pier Carlo non riesce a farsene una ragione.

E così, poco prima del Def, ecco che quell’idea rispunta. In un’improvvida intervista al Messaggero, il ministro torna a parlare dell’ipotesi di alzare l’imposta sul valore aggiunto per ridurre il peso delle tasse sulle buste paga. “Lo scambio tra Iva e cuneo fiscale suggerito dall’Ocse – spiega Padoan – è una forma di svalutazione interna che va a beneficio delle imprese esportatrici, che sono anche le più competitive”. Peccato che in Italia ci sia anche qualche milione di consumatori: persone che ogni giorno fanno la spesa e che, prima o poi, torneranno a votare.

Di questo si rende conto benissimo Matteo Renzi, che da anni, in modo speculare rispetto a Padoan, ha una crisi di nervi ogni volta che a qualcuno viene in mente di parlare di Iva. Infatti anche stavolta il premier-ombra/segretario-Pd-in-pectore (locuzioni roboanti per non rilevare che, al momento, si tratta di un privato cittadino senza incarichi ufficiali) dopo aver letto le parole del ministro scatena subito la contraerea.

Prima lascia che a sparare il colpo d’apertura sia il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, con un tweet: “L’aumento Iva non è nel programma del Pd né può essere nelle intenzioni del governo”. Poi l’ex capo del governo scende in prima persona sul campo di battaglia per impallinare l’uomo che lui stesso, controvoglia, ha portato alla guida del Tesoro: “L’Iva non si tocca e non si toccherà – dice Renzi dal salottino di Matrix – Secondo Padoan e altri professori porterebbe benefici. Non sono d’accordo. C’è una crescita più alta del previsto e spazio per ulteriori iniziative. Dobbiamo fare come in questi anni: andare in Europa a gomiti larghi”.

A quel punto il duello da far west sembra inevitabile. Invece no. Padoan abbassa lo sguardo e batte in ritirata. In audizione davanti alle Commissioni bilancio di Camera e Senato per parlare di Def, il ministro rassicura i parlamentari Pd: “Il governo non intende aumentare l’Iva nel 2018: il rialzo sarà sostituito con altre misure”.

Qui serve una precisazione. L’aumento delle aliquote Iva non è un’idea estemporanea, ma una spada di Damocle che pende su ogni manovra finanziaria. Si tratta di una clausola di salvaguardia, ovvero di una misura che scatta automaticamente a meno che il governo non trovi le risorse per disinnescarla. E costa molto: nella manovra varata lo scorso dicembre sono stati stanziati 15,1 miliardi a questo scopo, cioè più della metà dell’intera legge di bilancio, che in tutto valeva 26,5 miliardi. Nel 2018 il conto sarà ancora più salato: serviranno 19 miliardi e mezzo, altrimenti le aliquote Iva saliranno dal 10% al 13% e dal 22% al 25%.

Da dove tireremo fuori, stavolta, questa montagna di soldi? “Non sono in grado di dirlo… Non se ne è ancora parlato”, ammette Padoan. Forse sogna di lasciare che l’Iva salga proprio perché le alternative sono difficili da trovare nelle pieghe del bilancio pubblico e c’è il rischio che la medicina si riveli peggiore della malattia. Ma tant’è: ci sono le elezioni e l’Iva non può salire. Questa è una certezza.

Il vero mistero è per quale ragione Padoan continui a tirare fuori la questione, visto che poi gli manca sempre il coraggio di sostenere lo scontro con Renzi. Del resto, parlare di aumento dell’Iva rovina la reputazione un po’ a tutti, perché smentisce il dogma governativo secondo cui le grandi riforme renziane sono state un successone. Non lo sono state: abbiamo speso una fortuna in mance e mancette che non hanno riattivato la crescita, né riacceso i consumi, né abbattuto la disoccupazione, né rilanciato gli investimenti. Siamo sempre allo stesso punto, sempre qui a cercare disperatamente di far quadrare i conti, ad avvelenarci sui decimali con Bruxelles per poi alzare le accise su sigarette e benzina, senza nemmeno la speranza di mettere in campo una manovra economica che segni un punto di svolta per il Paese. E nella testa quella vocina che ripete: “Prima o poi l’Iva salirà”.

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Consumo di suolo, c’è chi dice no

di Tania Careddu

Negato, alterato nelle sue fisiologiche funzioni chimico-fisiche e biologiche, il suolo italiano è pressoché consumato. Da un’urbanizzazione selvaggia, con usi e coperture del territorio, principalmente insediativi e infrastrutturali, che arrivano a configurare un’irreversibile ‘sigillatura’ della crosta terrestre. Fino al 2015, stando ai dati riportati nel dossier “Suolo minacciato, ancora cemento oltre la crisi”, redatto da Legambiente, l’urbanizzazione del territorio del Belpaese ha compromesso circa più di due milioni di ettari, il 7 per cento del suolo nazionale – soprattutto nel quadrante nord-ovest, Lombardia in testa per la caratteristica pianeggiante della sua area – e, principalmente, per dotare le costruzioni private di spazi e pavimentazioni (le cosiddette infrastrutture di mobilità).

Dal dopoguerra a oggi, l’urbanizzazione espansiva come risposta all’uscita dalla crisi, affastellando investimenti infrastrutturali di dubbia utilità, sostenuti oltretutto dalla mancanza di regole nazionali e comunitarie, ha generato uno spreco esagerato del territorio nelle regioni italiane.

Lungi dal fare letteratura, però, negli ultimi due anni, si nota un rallentamento della pressione della trasformazione immobiliare: la crisi del settore delle costruzioni, sentendo il peso della zavorra di tanti edifici in cerca di compratori, ha (forse) innescato nuovi e più salubri meccanismi, riconducibili a meno concessioni edilizie e a uno stand by di piani attuativi. E c’è chi, da oltre un decennio, dice no al cemento selvaggio e al movimento indisciplinato delle ruspe.

Una su tutte, esempio isolato, la Sardegna che, consapevole dell’enorme potenziale economico dei suoi paesaggi, ha scelto di fermarne la dissipazione. Per la prima volta nello scenario delle regioni della Penisola, nel 2016, ha approvato un Piano Paesaggistico Regionale (PPR) finalizzato al recupero e alla riqualificazione integrale del territorio secondo un modello di sviluppo sostenibile, basato sulla programmazione di obiettivi di qualità paesaggistica, che tenga insieme gli insediamenti urbani, agricoli, produttivi e turistici.

Con la finalità strategica, i cui risultati saranno visibili a lungo termine versus il mordi e fuggi dell’uso speculativo dagli effetti immediati, di rafforzare l’identità culturale del paesaggio storico sardo, recuperandone il patrimonio (anche) architettonico e proporzionando le crescite residenziali ai reali fabbisogni.

Nell’immediato, ciò ha permesso l’annullamento di una lunga sequenza di maxi progetti immobiliari: dai trecentomila metri cubi di Cagliari Tuvixeddu ai due milioni e mezzo di metri cubi del Master Plan Costa Smeralda, dai cinquecentomila metri cubi di Arzachena per gli investimenti dell’emiro del Qatar ai duecentoventimila di lottizzazione annessa a un campo da golf a Is Arenas.

Con buona pace di chi sostiene che la protezione del territorio, coste comprese, sia un limite allo sviluppo sociale ed economico, l’identità culturale sarda, tutelandone il paesaggio, attraverso il PPR, è ripensata continuamente nel confronto con la contemporaneità capace di coniugare la conservazione con l’innovazione e la tutela con la ricostruzione. All’orizzonte, un nuovo panorama.

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Seduta n. 783 Venerdì 21

- Discussione del disegno di

legge: Delega al Governo in materia di amministrazione

straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza

(Già articolo 15 del disegno di legge n. 3671,

stralciato con deliberazione dall’Assemblea il 18 maggio

2016) (A.C. 3671-ter-A); e dell’abbinata proposta di legge:

Abrignani ed altri (A.C. 865) (Discussione sulle linee

generali).
- Discussione delle mozioni Brescia ed

altri n. 1-01439, Palese ed altri n. 1-01603, Binetti ed

altri n. 1-01606, Andrea Maestri ed altri n. 1-01611,

Carnevali ed altri n. 1-01612 e Rondini ed altri n. 1-01613

relative al funzionamento dei cosiddetti centri

hotspot per i migranti (Discussione sulle

linee generali).   
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Messaggio del Presidente Mattarella in occasione dell’Assemblea Generale di Amnesty Intenational italia

C o m u n i c a t o

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato al Presidente di Amnesty International Italia, Antonio Marchesi, il seguente messaggio:

« Rivolgo un caloroso saluto all’Assemblea Generale dei soci di Amnesty International Italia ed esprimo il mio apprezzamento per l’azione che l’Associazione conduce a tutela delle libertà fondamentali, con attività di informazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica.

Il rispetto e la promozione dei diritti umani sono condizioni necessarie per promuovere la dignità di ogni persona e di ogni comunità, ovunque e in ogni circostanza.

Un’adeguata e costante attenzione ai diritti umani risponde, infatti, non solo a un imperativo etico, ma anche ad una piena adesione a principi di diritto internazionale oramai consolidati.

A questo riguardo, vorrei ricordare l’azione svolta dall’Italia con tenacia, pazienza e costanza per sensibilizzare la comunità internazionale su due questioni, tra le altre, particolarmente importanti: la lotta contro le mutilazioni genitali femminili e la moratoria delle esecuzioni in vista dell’auspicata abolizione universale della pena di morte.

Nuove sfide ci stanno interpellando, come testimonia la drammatica teoria di profughi e rifugiati dalle guerre che stanno insanguinando il vicino Oriente e l’Africa: è un banco di prova della civiltà europea che deve saper rispondere in coerenza con i suoi valori fondanti.

I difensori dei diritti umani operano con gravi rischi su diversi terreni e ferma deve essere l’azione condotta a livello istituzionale e dalla società civile in loro favore. Molto resta ancora da fare affinché sia pienamente riconosciuto che la convivenza tra popoli parte dal rispetto delle sensibilità altrui e non può, dunque, prescindere dal pluralismo delle idee e dalla possibilità di esprimerle liberamente.

L’azione in materia di tutela e promozione dei diritti umani deve essere ispirata al principio della loro universalità, indivisibilità e interdipendenza.

Auguro buon lavoro ai partecipanti e ad Amnesty International Italia una proficua continuazione della sua impegnativa attività».

Roma, 23 aprile 2017

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Esame del documento di economia e finanza 2017, mercoledì in Aula

I lavori in Aula riprendono mercoledì 26 aprile con la discussione del Documento di economia e finanza 2017 (Doc. LVII, n. 5).

A seguire la discussione delle mozioni Vezzali ed altri n. 1-01511, Di Vita ed altri n. 1-00293, Lenzi ed altri n. 1-01437, Cimbro ed altri n. 1-01494, Rondini ed altri n. 1-01567, Gregori ed altri n. 1-01568, Palese ed altri n. 1-01570, Vargiu ed altri n. 1-01572, Calabrò e Bosco n. 1-01573, Gigli ed altri n. 1-01574, Rampelli ed altri n. 1-01575 e Centemero e Occhiuto n. 1-01576 concernenti iniziative volte alla prevenzione dell’HIV/AIDS e delle malattie sessualmente trasmissibili; il seguito dell’esame della proposta di legge: Misure per la prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento di matrice jihadista (C. 3558-A).

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AFRICA/EGITTO – C’è che punta su Papa Francesco per rilanciare i pellegrinaggi lungo il “Cammino della Sacra Famiglia”

Il Cairo – La visita imminente di Papa Francesco in Egitto costituisce un’occasione per proporre il grande Paese nordafricano come meta di pellegrinaggi a tutti i cristiani del mondo, sulle orme della Sacra Famiglia, che secondo il racconto evangelico proprio lì si rifugiò per salvare Gesù Bambino dalla violenza di Erode. Ne sono convinti i responsabili delle politiche egiziane per il turismo, che da tempo cercano di far entrare l’Egitto nei circuiti del turismo religioso cristiano, nel tentativo di controbilanciare almeno in parte le ingenti perdite dell’industria turistica egiziana provocate dal terrorismo e dall’instabilità che domina l’intera regione. L’ultimo, in ordine di tempo, a valorizzare in questa chiave la prossima visita di Papa Francesco è stato Nader Guirguis, membro della Commissione ministeriale per il riliancio del Cammino della Sacra Famiglia, che nei giorni scorsi, intervenendo sulla questione, ha fatto anche riferimento a ipotesi storiche basate sul racconto dei Vangeli, secondo le quali la permanenza in Egitto di Gesù e della Sacra Famiglia potrebbe essersi protratta per alcuni anni.
Gli attentati contro le chiese non hanno evidentemente cancellato l’impulso a proporre l’Egitto a tutti i cristiani del mondo come meta di pellegrinaggio, alla scoperta di luoghi legati al passaggio di Gesù e della Sacra Famiglia, alla prima predicazione dei tempi apostolici e alle prime esperienze di monachesimo cristiano. Soprattutto il rilancio del “Cammino della Sacra Famiglia” – itinerario per pellegrinaggi da compiere nei luoghi che, secondo tradizioni locali millenarie, sono stati attraversati dalla Sacra Famiglia durante il suo esilio in Egitto – è da tempo al centro di proposte e vivaci dibattiti che coinvolgono politici e operatori egiziani del turismo. All’inizio del 2017 Al Abdel Aal, Presidente della Camera dei rappresentanti egiziana, durante una visita agli uffici del Patriarcato copto, ha ribadito che la valorizzazione del progetto turistico da delineare seguendo i percorsi compiuti in Egitto da Giuseppe, Maria e Gesù Bambino, interessa e coinvolge tutti gli egiziani, e non solo i cristiani.
Le prime proposte di valorizzazione, anche in chiave turistica, del “Cammino della Sacra Famiglia” risalgono addirittura a vent’anni fa. Alla fine del 2016 – hanno riferito fonti locali consultate dall’Agenzia Fides – la Commissione per il rilancio del Cammino della Sacra Famiglia è stata costituita proprio presso il Ministero egiziano per il turismo, sotto la presidenza di Hisham el Demeiri. Più di due anni fa era stato individuato il percorso ideale del pellegrinaggio sulle orme della Sacra Famglia in Egitto, che dovrebbe partire da Al-Arish – proprio la città nel nord del Sinai divenuta di recente teatro di violenze mirate contro i copti da parte di gruppi jihadisti – per poi dirigersi verso il delta e Wadi Natrun, e raggiungere Assiut e il Monastero della Vergine Maria, conosciuto come Monastero di Al-Muharraq. .
Tratto da: www.fides.org.
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We are not Charlie and we will never be.