Luis de Gongora – En la verde orilla

Los rayos le cuenta al Sol
Con un peine de marfil
La bella Jacinta un día
Que por mi dicha la vi
En la verde orilla
De Guadalquivir.

La mano oscurece al peine;
Mas qué mucho, si el abril
La vio oscurecer los lilios
Que blancos suelen salir
En la verde orilla
De Guadalquivir.

Los pájaros la saludan,
Porque piensa (y es así)
Que el Sol que sale en oriente
Vuelve otra vez a salir
En la verde orilla
De Guadalquivir.

Por sólo un cabello el Sol
De sus rayos diera mil,
Solicitando invidioso
El que se quedaba allí
En la verde orilla
De Guadalquivir.

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Luis de Gongora – Déjame en paz, Amor tirano

Ciego que apuntas y atinas,
Caduco dios, y rapaz,
Vendado que me has vendido,
Y niño mayor de edad,
Por el alma de tu madre
—Que murió, siendo inmortal,
De envidia de mi señora—,
Que no me persigas más.
Déjame en paz, Amor tirano,
Déjame en paz.

Baste el tiempo mal gastado
Que he seguido a mi pesar
Tus inquïetas banderas,
Forajido capitán.
Perdóname, Amor, aquí,
Pues yo te perdono allá
Cuatro escudos de paciencia,
Diez de ventaja en amar.
Déjame en paz, Amor tirano,
Déjame en paz.

Amadores desdichados,
Que seguís milicia tal,
Decidme, ¿qué buena guía
Podéis de un ciego sacar?
De un pájaro ¿qué firmeza?
¿Qué esperanza de un rapaz?
¿Qué galardón de un desnudo?
De un tirano, ¿qué piedad?
Déjame en paz, Amor tirano,
Déjame en paz.

Diez años desperdicié,
Los mejores de mi edad,
En ser labrador de Amor
A costa de mi caudal.
Como aré y sembré, cogí;
Aré un alterado mar,
Sembré una estéril arena,
Cogí vergüenza y afán.
Déjame en paz, Amor tirano,
Déjame en paz.

Una torre fabriqué
Del viento en la raridad,
Mayor que la de Nembrot,
Y de confusión igual.
Gloria llamaba a la pena,
A la cárcel libertad,
Miel dulce al amargo acíbar,
Principio al fin, bien al mal.
Déjame en paz, Amor tirano,
Déjame en paz.

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Luis de Gongora – Dejadme llorar

La más bella niña
De nuestro lugar,
Hoy viuda y sola
Y ayer por casar,
Viendo que sus ojos
A la guerra van,
A su madre dice,
Que escucha su mal:

Dejadme llorar
Orillas del mar.

Pues me distes, madre,
En tan tierna edad
Tan corto el placer,
Tan largo el pesar,
Y me cautivastes
De quien hoy se va
Y lleva las llaves
De mi libertad,

Dejadme llorar
Orillas del mar.

En llorar conviertan
Mis ojos, de hoy más,
El sabroso oficio
Del dulce mirar,
Pues que no se pueden
Mejor ocupar,
Yéndose a la guerra
Quien era mi paz,

Dejadme llorar
Orillas del mar.

No me pongáis freno
Ni queráis culpar,
Que lo uno es justo,
Lo otro por demás.
Si me queréis bien,
No me hagáis mal;
Harto peor fuera
Morir y callar,

Dejadme llorar
Orillas del mar.

Dulce madre mía,
¿Quién no llorará,
Aunque tenga el pecho
Como un pedernal,
Y no dará voces
Viendo marchitar
Los más verdes años
De mi mocedad?

Dejadme llorar
Orillas del mar.

Váyanse las noches,
Pues ido se han
Los ojos que hacían
Los míos velar;
Váyanse, y no vean
Tanta soledad,
Después que en mi lecho
Sobra la mitad.

Dejadme llorar
Orillas del mar.

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Luis de Gongora – De unos papeles que una dama le habia escrito, restituyéndoselos

Yacen aquí los huesos sepultados
De una amistad que al mundo será una,
O ya para experiencia de fortuna
O ya para escarmiento de cuidados.

Nació entre pensamientos, aunque honrados,
Grave al amor, a muchos importuna;
Tanto que la mataron en la cuna
Ojos de invidia y de ponzoña armados.

Breve urna los sella como huesos,
Al fin, de malograda criatura,
Pero versos los honran inmortales,

Que vivirán en el sepulcro impresos,
Siendo la piedra Felixmena dura,
Daliso el escultor, cincel sus males.

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Luis de Gongora – De San Lorenzo el Real del Escorial

Sacros, altos, dorados capiteles,
Que a las nubes borráis sus arreboles,
Febo os teme por más lucientes soles
Y el cielo por gigantes más crueles.

Depón tus rayos, Júpiter; no celes
Los tuyos, Sol; de un templo son faroles
Que al mayor mártir de los españoles
Erigió el mayor rey de los fieles.

Religiosa grandeza del Monarca
Cuya diestra real al Nuevo Mundo
Abrevia, y el Oriente se le humilla.

Perdone el tiempo, lisonjee la Parca
La beldad desta Octava Maravilla,
Los años deste Salomón Segundo.

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Giovanni Pascoli – Il castagno (a Francesco Pellegrini)

I

Quando sfioriva e rinverdiva il melo,

quando s’apriva il fiore del cotogno,

il greppo, azzurro, somigliava un cielo

visto nel sogno;

brullo io te vidi; e già per ogni ripa

erano colte tutte le vïole,

e tu lasciavi ai cesti ed alla stipa

tutto il tuo sole;

e, pio castagno, i rami dalla bruma

ancora appena e dal nevischio vivi,

a mano a mano d’una lieve spuma

verde coprivi.

Ma poi, vedendo sotto il fascio greve

le montanine tergersi la fronte,

tu che le sai da quando per la neve

scendono il monte,

ecco, pietoso tu di lor, tessesti

lungo i torrenti, all’orlo dei burroni,

una fredda ombra, che gemé di mesti

cannareccioni.

II

E qualche cosa già nell’aspro cardo

chiuso ascondevi, come l’avo buono

che nell’irsuta mano cela un tardo

facile dono.

Ai primi freddi, quando il buon villano

rinumerò tutti i suoi bimbi al fuoco;

e con lui lungamente il tramontano

brontolò roco;

e tu quei cardi, in mezzo alle procelle,

spargesti sopra l’erica ingiallita,

e li schiudevi per pietà di quelle

povere dita

Tutti spargesti i cardi irti e le fronde

fragili, e tutto portò via festante

la grama turba. Nudo con le monde

rame, o gigante,

stavi, e vedevi tu la vite e il melo

vestiti d’oro e porpora al riflesso

già delle nevi, e per lo scialbo cielo

nero il cipresso.

III

Per te i tuguri sentono il tumulto

or del paiolo che inquïeto oscilla;

per te la fiamma sotto quel singulto

crepita e brilla:

tu, pio castagno, solo tu, l’assai

doni al villano che non ha che il sole;

tu solo il chicco, il buon di più, tu dai

alla sua prole;

ha da te la sua bruna vaccherella

tiepido il letto e non desìa la stoppia;

ha da te l’avo tremulo la bella

fiamma che scoppia.

Scoppia con gioia stridula la scorza

de’ rami tuoi, co’ frutti tuoi la grata

pentola brontola. Il vento fa forza

nell’impannata.

Nevica su le candide montagne,

nevica ancora. Lieto è l’avo, e breve

augura, e dice: Tante più castagne,

quanta più neve.

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Giovanni Pascoli – Il Pesco (A Adolfo Cipriani)

Penso a Livorno, a un vecchio cimitero

di vecchi morti; ove a dormir con essi

niuno più scende; sempre chiuso; nero

d’alti cipressi.

Tra i loro tronchi che mai niuno vede,

di là dell’erto muro e delle porte

ch’hanno obliato i cardini, si crede

morta la Morte,

anch’essa. Eppure, in un bel dì d’Aprile,

sopra quel nero vidi, roseo, fresco,

vivo, dal muro sporgere un sottile

ramo di pesco.

Figlio d’ignoto nòcciolo, d’allora

sei tu cresciuto tra gli ignoti morti?

ed ora invidii i mandorli che indora

l’alba negli orti?

od i cipressi, gracile e selvaggio,

dimenticàti, col tuo riso allieti,

tu trovatello in un eremitaggio

d’anacoreti?

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Giovanni Pascoli – Canzone di nozze ad Enrico Bemporad

Guardi la vostra casa sopra un rivo,

sopra le stipe, sopra le ginestre;

ed entri l’eco d’un gorgheggio estivo

dalle finestre.

Dolce dormire con nel sogno il canto

dell’usignuolo! E sian sotto la gronda

rondini nere. Dolce avere accanto

chi vi risponda,

sul far dell’alba, quando voi direte

pian piano: È vero che non s’è più soli?

Sì: si, diranno, vero ver… Che liete

grida! che voli!

sul far dell’alba, quando tutto ancora

sembra dormir dietro le imposte unite!

Sembra, e non è.Voi sì, forse, in quell’ora,

madri, dormite.

Sognate biondo: nelle vostre teste

non un fil bianco: bianche, nel giardino,

sono, sì, quelle ch’ora vi tendeste,

fascie di lino.

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Giovanni Pascoli – I gigli

Nel mio villaggio, dietro la Madonna

dell’acqua, presso a molti pii bisbigli,

sorgono sopra l’esile colonna

verde i miei gigli:

miei, ché a deporne i tuberi in quel canto

del suo giardino fu mia madre mesta.

D’altri è il giardino: di mia madre (è tanto!…)

nulla piú resta.

Sono tanti anni!… Ma quei gigli ogni anno

escono ancora a biancheggiar tra folti

cesti d’ortica; ed ora… ora saranno

forse già còlti.

Forse già sono su l’altar, lì presso,

a chieder acqua, or ch’è mietuto il grano,

per il granturco: e nel pregar sommesso

meridïano,

guardando i gigli, alcuna ebbe un fugace

ricordo; e chiede che Maria mi porti

nella mia casa, per morirvi in pace

presso i miei morti

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Giovanni Pascoli – Colloquio

I

Brulli i pioppi nell’aria di vïola

sorgono sopra i lecci, sfavillando

come oro: sopra il tetto della scuola

si sfrangia un orlo a fiocchi rosei; quando,

lieve come un sospiro, entra; poi sola,

bianca, le mani al cuore, ristà, ansando;

gira gli occhi – dov’è la famigliuola? -

e ha sui labbri il suo sorriso blando;

ma piange. Oh: sì: son quello: il tuo Giovanni…

un po’ mutato. O madre seppellita,

che gli altri lasci, oggi, per me; parliamo.

Io devo dirti cosa da molti anni

chiusa dentro. E non piangere. La vita

che tu mi desti – o madre, tu ! – non l’amo.

II

Non piangere. È uno sforzo così mesto

viverla senza te questa tua vita!

ad ogni gioia è tanto dolor questo

subito ricordar te, seppellita!

Dai sogni, oh! brevi, della gioia desto

io mi ritrovo a piangere infinita-

mente con te: morire! così presto!

partire, o madre, come sei partita!

Tu non dovevi. Con quelli occhi in pianto!

con quella bimba che parlava appena!

Dovevi, o madre pia, dirlo a Dio padre,

che non potevi; e ti lasciasse; e in tanto

te la guarisse Dio quella tua vena

che ci si ruppe nel tuo cuore, o madre!

III

Non piangere. . . Sarebbe così bello

questo mondo odorato di mistero!

sarebbe la tua via come un sentiero

con l’erba intatta, all’ombra dell’ornello.

E nuova tu saresti anche all’amello,

anche al frullo d’un passero ciarliero!

Ma rasentando il muto cimitero,

ti fermeresti pallida al cancello . . .

E io direi del sonno delle larve

che sognano ali, e delle siepi tetre

ch’hanno nel sonno grappoli di fiori.

Pianger ti lascierei di ciò che sparve;

indi sorrideremmo anche alle pietre

bianche, là, tra cipressi e sicomori.

IV

Ma . . . ma tu piangi come non ti vidi

piangere mai, nel dolce viso attento.

Ma se lo so, con che dolce lamento

chiedevi al cielo e con che fiochi gridi

che ti lasciasse! Quali madri i nidi

lasciano soli pigolare al vento ?

S’era per mamma, t’avrei qui; lo sento:

viva; lo so: perdonami; sorridi.

Ma se lo so: fioccava senza fine;

e tu, tra i ceri, con la morte accanto,

sentendo gli urli della tramontana,

parlavi, ancora, delle due bambine

cui non potevi, non potevi, in tanto,

cucire i piccoli abiti di lana.

V

Ma sì: la vita mia (non piangere!) ora

non è poi tanto sola e tanto nera:

cantò la cingallegra in su l’aurora,

cantava a mezzodì la capinera.

I canarini cantano la sera

per la mia cena piccola e canora:

poi nell’orto vedessi a primavera

come il ciclame e l’ulivella odora!

I gerani vedrai, messi al coperto

dal gelo: qualche foglia ha la cedrina,

ricordi ? l’erba che piaceva a te . . .

Sorridi? a questo sbatter d’usci ? È certo

Ida tua che sfaccenda, oggi, in cucina.

E Maria? Maria prega, oggi, per me.

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