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We are not Charlie and we will never be.

Francesco Petrarca – O passi sparsi, o pensier’ vaghi et pronti

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O passi sparsi, o pensier’ vaghi et pronti,
o tenace memoria, o fero ardore,
o possente desire, o debil core,
oi occhi miei, occhi non già, ma fonti!

O fronde, honor de le famose fronti,
o sola insegna al gemino valore!
O faticosa vita, o dolce errore,
che mi fate ir cercando piagge et monti!

O bel viso ove Amor inseme pose
gli sproni e ‘l fren ond’el mi punge et volve,
come a lui piace, et calcitrar non vale!

O anime (more…)

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gio, maggio 28 2015 » Senza categoria » Commenti disabilitati

Francesco Petrarca – Amor et io sí pien’ di meraviglia

Amor et io sí pien’ di meraviglia
come chi mai cosa incredibil vide,
miriam costei quand’ella parla o ride
che sol se stessa, et nulla altra, simiglia.

Dal bel seren de le tranquille ciglia
sfavillan sí le mie due stelle fide,
ch’altro lume non è ch’infiammi et guide
chi d’amar altamente si consiglia.

Qual miracolo è quel, quando tra l’erba
quasi un fior siede, over quand’ella preme
col suo candido seno un verde cespo!

Qual dolcezza è ne la stagione acerba
vederla ir (more…)

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gio, maggio 28 2015 » Senza categoria » Commenti disabilitati

Francesco Petrarca – In qual parte del ciel, in quale ydea

In qual parte del ciel, in quale ydea
era l’exempio, onde Natura tolse
quel bel viso leggiadro, in ch’ella volse
mostrar qua giú quanto lassú potea?

Qual nimpha in fonti, in selve mai qual dea,
chiome d’oro sí fino a l’aura sciolse?
quando un cor tante in sé vertuti accolse?
benché la somma è di mia morte rea.

Per divina bellezza indarno mira
chi gli occhi de costei già mai non vide
come soavemente ella gli gira;

non sa come Amor sana, (more…)

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gio, maggio 28 2015 » Senza categoria » Commenti disabilitati

Francesco Petrarca – Ove ch’i’ posi gli occhi lassi o giri

Ove ch’i’ posi gli occhi lassi o giri
per quetar la vaghezza che gli spinge,
trovo chi bella donna ivi depinge
per far sempre mai verdi i miei desiri.

Con leggiadro dolor par ch’ella spiri
alta pietà che gentil core stringe:
oltra la vista, agli orecchi orna e ‘nfinge
sue voci vive et suoi sancti sospiri.

Amor e ‘l ver fur meco a dir che quelle
ch’i’ vidi, eran bellezze al mondo sole,
mai non vedute piú sotto le stelle.

Né sí (more…)

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gio, maggio 28 2015 » Senza categoria » Commenti disabilitati

Mar Cinese, Washington sfida Pechino

di Michele Paris

Le attività della Cina in un’area contesa del Mar Cinese Meridionale continuano a incoraggiare aperte provocazioni da parte degli Stati Uniti, con il risultato di far salire pericolosamente le tensioni tra le prime due potenze economiche del pianeta. A Washington è in corso infatti un’incessante campagna di denunce nei confronti del regime di Pechino, accusato di voler mettere a rischio la stabilità dell’Asia sud-orientale a fronte dei presunti sforzi americani per mantenere intatta la libertà di navigazione e favorire una risoluzione pacifica dei conflitti territoriali.

Tutte le azioni intraprese dall’amministrazione Obama rispondono in realtà a una logica provocatoria nei confronti della Cina, le cui iniziative in un’area strategicamente cruciale per i propri interessi vengono sfruttate per accelerare i piani di militarizzazione e accerchiamento del gigante asiatico nell’ambito del confronto in atto per l’egemonia sull’intero continente.

Da qualche settimana, la Cina sta costruendo una serie di isole artificiali nei pressi dell’arcipelago delle Spratly che il suo governo controlla pur essendo rivendicato da vari paesi, tra cui le Filippine e il Vietnam. Sui nuovi terreni strappati alle acque, Pechino sta realizzando opere civili e militari che hanno provocato non solo la condanna degli USA e dei loro alleati ma anche azioni eclatanti che rischiano di creare episodi in grado di innescare un conflitto di ampia portata.

Settimana scorsa, ad esempio, il Pentagono aveva inviato un aereo militare da ricognizione non lontano da un atollo delle Spratly, dove erano in corso lavori da parte cinese. Anche se il velivolo non era entrato nelle acque territoriali della Cina, l’azione aveva un chiaro intento provocatorio e così è stato interpretato da Pechino.

Le forze armate cinesi avevano ripetutamente ordinato all’aereo americano di lasciare l’area e, successivamente, un portavoce del ministero degli Esteri ha avuto parole molto dure nei confronti del governo USA, bollando l’iniziativa come “pericolosa e irresponsabile”.

L’amministrazione Obama, tuttavia, tramite il segretario alla Difesa, Ashton Carter, aveva fatto sapere di essere sul punto di andare oltre, annunciando come sia già allo studio il possibile stazionamento di navi da guerra nelle vicinanze delle Spratly, con un aumento sensibile delle possibilità di una risposta concreta da parte cinese.

Lunedì, in ogni caso, Pechino ha presentato una protesta formale nei confronti degli USA per avere inviato un aereo da ricognizione nel Mar Cinese Meridionale, ma il malcontento espresso dal regime non ha fatto altro che gettare benzina sul fuoco del dibattito negli ambienti di potere e sui giornali ufficiali negli Stati Uniti.

A ciò ha contribuito poi anche la notizia, diffusa martedì, che la Cina starebbe costruendo sulle Spratly altri edifici a uso civile, come ad esempio due fari, ufficialmente per favorire future operazioni di salvataggio in mare.

Ogni annuncio o rivelazione di una nuova iniziativa cinese nelle isole contese serve in definitiva agli Stati Uniti per alimentare la propria campagna di propaganda, finalizzata a dipingere Pechino come una minaccia senza precedenti alla stabilità dei paesi dell’Asia sud-orientale e delle importanti rotte commerciali che vi transitano.

La Cina, da parte sua, continua a rispondere in maniera ferma alle denunce americane. Un portavoce delle forze armate di Pechino ha ad esempio puntato il dito contro “potenze straniere” che cercano di “infangare la reputazione dei militari cinesi e di creare un’atmosfera fatta di tensioni spropositate”.

Altri esponenti del governo hanno inoltre ricordato come le provocazioni USA possano “causare equivoci e incidenti problematici in mare e nello spazio aereo”. Ancora più esplicito è stato infine un recente editoriale della testata governativa Global Times, secondo la quale “se l’obiettivo degli Stati Uniti è convincere la Cina a fermare le proprie attività” nelle isole Spratly, “allora una guerra tra USA e Cina nel Mar Cinese Meridionale appare inevitabile”.

In risposta al clima creatosi alle proprie frontiere, il governo cinese questa settimana ha presentato un nuovo “Libro Bianco” relativo alle strategie di difesa nazionale. Significativamente, con un chiaro riferimento agli Stati Uniti, il documento mette in guardia dalle minacce rappresentate dalle politiche egemoniche e “neo-interventiste”, in parallelo con l’intensificarsi della “competizione internazionale per la redistribuzione del potere, dei diritti e degli interessi”.

I pericoli principali per Pechino sono identificati nell’escalation militare e diplomatica americana nel continente asiatico e nel nuovo impulso al militarismo giapponese registrato con l’ascesa al potere a Tokyo del primo ministro ultra-conservatore, Shinzo Abe.

La sezione del “Libro Bianco” più discussa dai media e commentatori americani è stata quella riguardante le strategie di difesa navale, soprattutto alla luce dell’impegno cinese di aumentare le “protezioni in mare aperto” e di passare dalle predisposizioni per la sola “difesa” aerea a quelle per “difesa e attacco”.

Questi nuovi obiettivi, come evidenzia lo stesso documento diffuso dal governo – o Consiglio di Stato – cinese, sono in gran parte la conseguenza delle tensioni crescenti nel Mar Cinese Meridionale, provocate dalle iniziative di paesi vicini – a cominciare dalle Filippine – su istigazione americana. Per fronteggiare efficacemente le sfide attuali, dunque, sarebbe “necessario per la Cina sviluppare una moderna forza militare marittima commisurata ai propri interessi di sicurezza nazionale e di sviluppo”.

In Occidente e nei paesi alleati di Washington, il documento strategico cinese ha sollevato un coro di commenti allarmati, poiché esso indicherebbe la chiara volontà da parte di Pechino di ricorrere a politiche egemoniche a discapito dell’indipendenza e della sicurezza dei propri vicini e, soprattutto, degli interessi degli Stati Uniti.

A ben vedere, però, l’atteggiamento cinese non è che un riflesso di quello tenuto in questi anni dagli USA, nel tentativo di impedire un accerchiamento che, in caso di conflitto, comporterebbe un blocco rovinoso delle rotte commerciali marittime vitali per Pechino. La Cina, d’altra parte, dipende ancora in larga misura da queste vie d’acque contese ed esposte alla minaccia statunitense per gli approvvigionamenti di energia e materie prime, nonché per le proprie esportazioni.

La strategia americana è invece precisamente quella di esercitare pressioni crescenti sulla Cina, così da provocare risposte sempre più aggressive e disporre della giustificazione per proseguire con i propri piani militari e diplomatici in Asia sud-orientale, anche a rischio di far precipitare la situazione in uno scenario di guerra aperta tra potenze nucleari.

Per il momento, il conflitto tra Washington e Pechino dovrebbe continuare a svolgersi sul piano retorico. Il prossimo teatro dei rimproveri americani alla Cina sarà con ogni probabilità l’appuntamento di venerdì a Singapore, dove andrà in scena l’annuale conferenza sulla sicurezza in Asia (“Dialogo Shangri-La”), a cui parteciperanno, tra gli altri, il numero uno del Pentagono e una delegazione di alti ufficiali delle forze armate di Pechino.

Tratto da altrenotizie.orgTutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l’autore e la fonte.

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mer, maggio 27 2015 » Altre Notizie » No Comments

La diversità tedesca che spaventa

di Vincenzo Maddaloni

BERLINO. Per celebrare i loro fasti coloniali, l’approccio degli inglesi sicuramente non sarebbe stato lo stesso. Avrebbero rispolverato le cornamuse, i pifferi, tra un grande sbattere di tacchi e l’arroganza che li contraddistingue., Diverso infatti è il tono usato dei tedeschi. Discreto, sommesso, quasi pretesco ma non per questo meno pervaso di orgogliosa solennità.

Ne è una riprova la mostra “Dance of the Ancestors Art from the Sepik of Papua New Guinea” (resterà aperta fino al 15 di giugno al Martin-Gropius-Bau di Berlino), che offre lo spunto per ricordare che è esistito pure l’Impero coloniale tedesco il Deutsche Kolonien und Schutzgebietee che durò soltanto 35 anni.

Infatti, la Nuova Guinea è stata dal 1884 un protettorato tedesco che comprendeva il territorio della parte nord-orientale del Paese e  alcuni arcipelaghi vicini, che rimasero appunto sotto il controllo coloniale germanico fino al 1919 quando, a seguito della sconfitta della Germania nella Prima guerra mondiale, furono ceduti con il Trattato di Versailles all’Australia.

E così il defilé di sculture e di antiche immagini nella mostra al Martin-Gropius-Bau di Berlino fa tornare in mente Christa Wolf quando scrive che “il passato non e? morto; e non e? nemmeno passato”, sebbene, “noi ci stacchiamo da esso fingendoci estranei”.

Beninteso la memoria del passato – tra rimozione ed eterno ritorno – non ci guadagna in profondità e in complessità, piuttosto in semplificazione, superficialità, e sempre più spesso in manipolazione. Non parlo qui della ricerca storica, bensì della memoria pubblica, collettiva e politica, costituita da moltissimi elementi a loro volta condizionati dalla volgarizzazione della cultura di base realizzata con le forme moderne di retorica e di populismo, messe in atto con i mass-media e la televisione in particolare. Sicché i potenti non possono che esserne soddisfatti.

A loro modo lo facevano anche gli antichi romani: panem et circenses (letteralmente «pane e giochi [del circo]» e, quindi, dando a tutti la percezione di condividere un’idea di civiltà, di bene comune. E’ l’universalismo, la globalizzazione che ha dato vita a queste società che, come diceva Federico Caffè, hanno abbondanza del superfluo, ma sono prive delle cose essenziali alla vita delle famiglie e delle persone. Pertanto la partecipazione civile si limita sempre di più a funzioni che permettono di raccomandare un contenuto, una memoria storica, un gesto politico con il fatidico e il semplice “mi piace”.

I tedeschi – finché possono – mantengono le distanze da questo universalismo dirompente che tanto piace agli anglosassoni che lo impongono. Ai tedeschi viene naturale prima evidenziare le differenze e poi, eventualmente, unirsi. Poiché è l’insicurezza cosmica che da sempre li guida nelle cose del mondo. È quella che li ha indotti a riformare la loro economia quando gli altri, America in testa, folleggiavano. Un segno di avvedutezza che li legittima nella guida d’Europa. Ne vanno fieri.

E’una consuetudine di governo che ha radici antiche. Infatti la bandiera tedesca fu piantata nel Pacifico non dalle armate del sovrano, bensì da Herr Adolf von Hansemann, direttore della Disconto-Gesellschaft, una delle più importanti banche tedesche dell’epoca e fondatore della Compagnia della Nuova Guinea Tedesca, la Deutsche Neuguinea-Kompagnie creata il 26 maggio 1884 con lo scopo di fondare una nuova colonia commerciale nella regione della Nuova Guinea non ancora occupata dalle altre potenze coloniali.

Il governo tedesco però vi giunse due anni dopo, poiché l’intraprendente direttore, sommerso dalle difficoltà, fu costretto a “girare” allo Stato il mandato della Deutsche Neuguinea-Kompagnie.

Raccontano i libri di storia che soltanto il 1º aprile 1899 la Germania prese ufficialmente il controllo del territorio e il 30 luglio di quello stesso anno, a seguito di un trattato con la Spagna, acquisì dei nuovi territori, diventando una potenza coloniale da tutti paesi riconosciuta.

Come tale durò poco poiché, come detto, allo scoppio della prima guerra mondiale le forze australiane occuparono Kaiser-Wilhelmsland mentre il resto dei possedimenti coloniali della Nuova Guinea Tedesca vennero invasi dal Giappone. Dopodiché con il Trattato di Versailles l’avventura coloniale germanica si estinse.

Di questo e di altro se ne fa cenno nel catalogo della mostra  al Martin-Gropius-Bau, ma soltanto per ricordare che la Grande Guerra  bloccò l’opera degli esploratori tedeschi i quali avevano scoperto le foci del fiume Sepik dopo aver per primi navigato quelle acque sulla nave tedesca Ottilie. E chissà quant’altro avrebbero scoperto ancora se non ci fosse stato il conflitto, lascia intendere la breve nota della mostra.

Naturalmente essa ricorda pure che la spedizione (1912-1913) del Königliches Museum für Völkerkunde (Museo Reale di Etnologia) di Berlino è bastata per far capire al mondo che la zona intorno al fiume Sepik è una delle regioni più importanti per la ricerca etnografica e scientifica nei mari del Sud. La conclusione è – anche se non è scritto in modo esplicito – che da quando il mandato della Società delle Nazioni è stato affidato all’Australia con il nome di Territorio della Nuova Guinea, si è fatto ben poco, quasi niente.

Ricordo che quando negli anni Settanta attraversai per la prima volta l’ex Kaiser-Wilhelmsland diventato Papua Nuova Guinea; dalla capitale Port Moresby a Mount Hagen, da Angoram sul fiume Sepik fino a Wewak che si affaccia sul Mare di Bismarck, di tedesco oltre il nome del mare era rimasto ben poco, almeno così sembrava al primo impatto.

Invece, per essere nel vero, erano rimaste le parrocchie luterane e cattoliche, più numerose le prime delle seconde, sebbene le cattoliche siano ancora oggi le più “fortunate”  per numero di fedeli, poiché i loro riti ecclesiali meglio si conciliano col folclore dei culti dei nativi. Inoltre, ancora si parlava e si parla tuttora una sorta di lingua locale mescolata alla lingua germanica denominata Unserdeutsch oppure il Creolo tedesco di Rabaul, la città che fu per oltre un ventennio il quartier generale della Nuova Guinea Tedesca.

Insomma, se si tiene a mente che il 30 per cento della popolazione pratica culti tradizionali, per lo più combinandoli con il Cristianesimo e il restante 69 per cento degli abitanti dichiara di praticare esclusivamente la religione cristiana, ben si capisce che i tedeschi hanno lasciato un segno indelebile. E quel risultato non l’hanno gridato, anzi non l’hanno nemmeno celebrato nemmeno adesso, con la mostra.

Un altro segnale di avvedutezza che rientra nelle abitudini tedesche. Non vi è Paese in Europa dove il dibattito politico sia così attutito dal bisogno di non spaventare gli elettori e i vicini. Non vi è mai nulla di gridato. Decisamente l’opposto di quanto accade in Italia. La differenza si vede. Il Paese è competitivo, stabile come mai lo è stato e il governo di Angela Merkel è inattaccabile per chiunque voglia criticarne i risultati.

Eppure George Friedman, americano di origini ungheresi, presidente del think-tank Stratfor, “un’autorità” in materia di intelligence tattica e strategica globale,come lo ha definito il NYTimes, parlando della Germania ha usato parole pesanti come pietre: “Per gli Stati Uniti la paura fondamentale è che il capitale finanziario e la tecnologia tedeschi si saldino con le risorse naturali e la mano d’opera russe”. Ha aggiunto che è “l’unica alleanza che fa paura agli Stati Uniti, cerchiamo di impedirla da un secolo”.

E ancora: “Mentre gli Stati Uniti stendono il loro cordone sanitario fra Europa e Russia, e la Russia cerca di tirare l’Ucraina dalla sua parte, non conosciamo la posizione della Germania che con la Russia ha relazioni particolari”.(per esempio l’ex Cancelliere Schoeder oltre a presiedere il consorzio NorthStream è nel cda di Gazprom).

Friedman parlava al Chicago Council of Global Affairs, una sorta di sede distaccata dell’influente Council of Foreign Relations  nel cui board figura anche Michelle Obama.

Eppure il presidente del think-tank Stratfor non s’è posto complessi quando ha concluso ribadendo con veemenza:  “La Germania è la nostra incognita. Cosa farà? Non lo sanno nemmeno loro, i tedeschi”. Insomma per Friedman la Germania “gigante economico, ma fragile a livello geopolitico è l’eterno problema. Dal 1871 la questione europea è questione tedesca”.

Non v’è stato un cenno ai comportamenti dell’Italia, per non dire della Francia e di tutto il resto dell’Europa. Dopotutto, “io sono il primo servitore dello Stato”, lo disse Federico, re di Prussia, mica altri.

Se lo si confronta con l’irrefutabile “L’Etat c’est moi” di Luigi XIV rifulge in tutta la sua dimensione la diversità tedesca. Essa offre sempre nuovi pretesti agli americani per erigersi a dominatori del mondo; innervosisce gli inglesi, mette in crisi di identità i francesi, mentre i polacchi e i baltici si affannano riverenti a sostenere le mire americane, gli italiani titubano e quel che resta dell’Unione balbetta.

Quanto basta perché l’Europa si ritrovi di nuovo in guerra per colpa dei tedeschi? E’ il post martellante che i neoconservatori americani diffondono. Attendendosi il “mi piace”.

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mar, maggio 26 2015 » Altre Notizie » No Comments

Giosuè Carducci – E voi, se fia che l’imminente possa

E voi, se fia che l’imminente possa
Deprechiate e del fato empio le guerre,
Voi non avrete a cui regger si possa
Vostra vecchiezza quando orba si atterre.

Soli del figliuol vostro in su la fossa
Quel dí che i dolorosi occhi vi serre
Aspetterete. O forse no. Son l’ossa
Sparse de’ nostri per diverse terre.

Oh, che il dí vostro d’atre nubi pieno
Non tramonti in procella! oh, che il diletto
Capo si posi ad un fidato seno!

Io chiamo invano (more…)

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mar, maggio 26 2015 » Senza categoria » Commenti disabilitati

Giosuè Carducci – Te gridi vil quei che piegò la scema

Te gridi vil quei che piegò la scema
Alma sotto ogni danno ed a l’ostile
Possa adulò, pago a cessar l’estrema
Liberatrice d’ogni cor gentile:

Te gridi vile il mondo, il mondo vile
Che muor di febbre su le piume, e trema,
Pur franto da la lunga età senile,
In conspetto a la sacra ora suprema.

Ben te, o fratel, di ricordanza pia
Proseguirà qual cor senta i funesti
Regni del fato e il viver nostro orrendo,

Te che di sangue spazïosa (more…)

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mar, maggio 26 2015 » Senza categoria » Commenti disabilitati

Giosuè Carducci – E tu, venuto a’ belli anni ridenti

E tu, venuto a’ belli anni ridenti
Quando a la vita il cor piú si disserra.
Contendi al fato il prode animo, e in terra
Poni le membra di vigor fiorenti.

Ahi, ahi fratello mio! Deh, quanta guerra
Di mesti affetti e di pensier frementi
Te su gli occhi de’ tuoi dolci parenti
Spingeva ad affrettar pace sotterra!

Or teco posa il tuo dolor. Né il viso
Piú de la madre e non la donna cara
O il fratel giovinetto o (more…)

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mar, maggio 26 2015 » Senza categoria » Commenti disabilitati

Giosuè Carducci – Cara benda che in van mi contendesti

Cara benda che in van mi contendesti
Nera il candido sen d’Egeria mia,
Spoglia già glorïosa, or ne’ dí mesti
De le gioie che fûr memoria pia:

Tu sol di tanto amore oggi mi resti,
E l’inganno mio dolce anche pería;
Ond’io te stringo al nudo petto, e questi
Freddi baci t’imprimo. Ahi, ma la ria

Fiamma pur vive e pur divampa orrenda
E tu su ‘l cor, tu su ‘l mio cor ti stai
Quasi face d’inferno, o lieve benda.

Deh, (more…)

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mar, maggio 26 2015 » Senza categoria » Commenti disabilitati