La censura de internet como forma de combate contra la discriminación

En Argentina, el 14 de julio pasado, la Cámara de Diputados propuso la llamada “Ley Nacional Contra la Discriminación” cuyo objetivo es garantizar el derecho humano a la igualdad. Para ello, se busca castigar toda forma de discriminación, con el fin de erradicarla.

A pesar de estas buenas intenciones, la iniciativa genera incentivos que inhiben la crítica e impiden el libre flujo de ideas en internet. Por lo mismo, los derechos humanos a la privacidad, la libertad de expresión y la libertad de opinión podrían verse fácilmente vulnerados.

Primero, porque la definición de discriminación es demasiado amplia. Se define como cualquier acción u omisión que a través de estereotipos, insultos, ridiculizaciones, humillaciones, descalificaciones o mensajes, “transmita o reproduzca dominación o desigualdad en las relaciones sociales” (artículo 5, b). Bajo esta definición, incluso la crítica podría ser un acto de discriminación.

En segundo lugar, uno de los puntos más preocupantes de la iniciativa es que niega el derecho a la presunción de inocencia, es decir, que todos somos inocentes hasta que se pruebe lo contrario. El artículo 15 establece un principio de culpabilidad cuando dice que “la carga de demostrar que el acto no es discriminatorio recaerá sobre quien lo haya realizado”.

Ambas disposiciones son aún más graves cuando se conjugan con el artículo 21, que promociona la no discriminación por internet. En virtud del mismo, los medios, revistas o periódicos que admiten contenidos y comentarios de los usuarios debe cumplir obligaciones como publicar términos y condiciones que indiquen que los usuarios pueden ser sujetos de sanciones civiles o penales por hacer comentarios discriminatorios; hacer pública una vía de comunicación para denuncias y solicitudes para remover contenidos; y adoptar “las medidas necesarias” para evitar la difusión de contenidos discriminatorios.

En la práctica, esto implicaría un monitoreo de contenido por empresas privadas, con estándares muy poco claros sobre lo que debe prevalecer y lo que no. El resultado sería una sobrecensura de contenidos por temor de las empresas a ser responsabilizadas, de forma contraria a lo sostenido sistemáticamente en los informes de las Relatorías Especiales sobre Libertad de Expresión. Además, para poder establecer sanciones adecuadas, los medios, revistas o periódicos tendrían que tener los datos completos de las personas que comentan en sus plataformas en línea. Esto vulnera el derecho al anonimato, reconocido en el Sistema Interamericano de Derechos Humanos.

Cualquier restricción a la expresión en internet debe seguir estándares de respeto a los derechos humanos, como los Principios de Manila. No deben existir restricciones a la difusión de contenidos sin una orden judicial que respete los criterios de necesidad y proporcionalidad de la medida. Además, se debe respetar el debido proceso, incluida la presunción de inocencia. Ninguno de dichos estándares está presente en la iniciativa de ley argentina.

Las definiciones laxas de igualdad han servido históricamente para limitar las expresiones. América Latina no es la excepción. Sin embargo, ambos principios deben equilibrarse para ser capaces de disfrutar de una internet abierta, libre y democrática. La lucha contra la discriminación no debe conducirse mediante la obstrucción de internet como medio de expresión, ni servir como herramienta de censura.

Tratto da derechosdigitales.org

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AFRICA/ERITREA – Indagine delle Nazioni Unite sul traffico di esseri umani

Asmara – Gli eritrei, insieme ai siriani, sono il secondo gruppo più considerevole di rifugiati che rischiano la vita attraversando il Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa. E’ recente un rapporto delle Nazioni Unite che denuncia sistematiche violazioni ad ampio raggio dei diritti umani da parte dell’Eritrea. Il Paese africano ha chiesto all’Onu di avviare una indagine sul traffico abietto di esseri umani, esodo attribuito generalmente alle violazioni dei diritti umani. Dall’inizio dell’anno, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni , sono arrivati via mare in Europa oltre 150 mila migranti. In questi viaggi pericolosi sono morte già oltre 1900 persone.
Tratto da: www.fides.org.
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AFRICA/CAMERUN – Per le donne kamikaze è più facile nascondere i detonatori

Maroua – Continuano gli attacchi suicida nella regione settentrionale del Camerun e nello Stato di Yobe in Nigeria. Sembra che in entrambi i Paesi da un po’ di tempo i kamikaze siano prevalentemente donne di qualsiasi età. Infatti, stando alle ultime notizie locali, nella città di Maroua una bambina di 12 anni e una donna di mezza età si sono fatte esplodere in un bar molto affollato causando morti e feriti. Nessun gruppo ha ancora rivendicato l’episodio anche se il sospetto ricade tutto su Boko Haram . A Maroua solo pochi giorni prima c’erano stati altri attentati suicida scatenati da ragazzine. Pochi giorni fa, intanto, altre due donne si sono fatte esplodere nella città di Fotokol, nella regione settentrionale. Il governo regionale ha vietato l’uso del burka, che Boko Haram spesso utilizza per mascherare i suoi kamikaze. In Nigeria, un’altra donna, apparentemente mentalmente instabile, si è fatta esplodere in un mercato affollato nella città di Damaturu, altre ancora solo poche settimane prima si erano fatte esplodere in un mercato e in una zona di preghiera a Maiduguri, capitale dello Stato di Borno. Dal mese di giugno 2014, Boko Haram ha schierato almeno 35 donne suicida in Nigeria e Camerun. L’uso delle donne facilita i gruppi jihadisti a condurre attacchi suicida visto che gli esplosivi sono più facili da nascondere. Nonostante una offensiva militare coordinata da Nigeria, Ciad, Camerun che ha preso di mira le roccaforti ISWA nella regione del lago Ciad, il gruppo jihadista ha mantenuto i suoi ritmi negli attacchi suicida oltre che militari.
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AMERICA/STATI UNITI – La chiesa plaude l’ordine di rilasciare le famiglie centroamericani detenute

Washington – La sentenza del 24 luglio dal giudice Dolly Gee della Federal District Court della California dove ordina l’amministrazione Obama di liberare le famiglie fermate in fuga dalle violenze in America Centrale, è stata applaudita da Sua Ecc. Mons. Eusebio Elizondo, vescovo ausiliare di Seattle e presidente della commissione per le Migrazioni della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti .
L’amministrazione aveva avviato una politica di detenzione per queste famiglie come un mezzo per scoraggiare altre famiglie di migrare verso gli Stati Uniti.
“Accolgo con favore la decisione della corte ed esorto l’amministrazione ad agire rapidamente”, ha detto il vescovo Elizondo il 27 luglio. “Accolgo la decisione, che senza, non farebbe che prolungare una politica sbagliata e ingiusta di trattamento di questa popolazione vulnerabile come criminali.”
Durante i primi mesi dell’anno, l’Arcivescovo Gustavo Garcia-Siller di San Antonio; Mons. James Tamayo di Laredo, in Texas; e Mons. Elizondo hanno visitato le famiglie al centro di detenzione a Dilley, Texas, per chiedere la fine alla detenzione delle famiglie e l’uso di forme alternative alla detenzione .
Tratto da: www.fides.org.
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AMERICA/BOLIVIA – Inizia dialogo fra governo e popolazione per una soluzione definitiva

Potosì – Il giorno 27 luglio è iniziato il dialogo fra il comitato civico di Potosì e diversi rappresentanti del governo. Benché c’è la disponibilità a risolvere la situazione di conflitto che dura da più di venti giorni , non c’è stato accordo sui principali punti da definire come prima cosa nell’incontro.
La chiesa nella persona di Sua Ecc. Mons. Ricardo Ernesto Centellas Guzmán, Vescovo della diocesi di Potosì, ha fatto sentire, ancora una volta, la sua voce, chiamando al dialogo sincero: “Siamo convinti che l’unica soluzione possibile per cercare un accordo con il popolo è quello di instaurare un dialogo sincero e immediato, così esorto per amore a Bolivia e a Potosì d’ascoltare la richiesta che promuove l’incontro tra il governo e il popolo, nel contesto del rispetto e della libertà in quanto è sempre possibile in uno stato di diritto”, conclude il comunicato della diocesi pervenuto a Fides.
Tratto da: www.fides.org.
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Decreto-legge in materia fallimentare: avviato esame e termine emendamenti in 2a Commissione

Martedì 28 7 2015

Il ddl n. 2021, di conversione in legge del decreto n. 83/2015 in materia fallimentare, civile di amministrazione della giustizia, già approvato dalla Camera, ha iniziato il suo iter in Commissione Giustizia con la relazione del sen. Casson, nella seduta del 28 luglio. Il termine per la presentazione degli emendamenti è stato fissato alle ore 12 di mercoledì 29 luglio.

Nota breve del Servizio studi »

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Obama in Africa: sfida alla Cina

di Mario Lombardo

Con un discorso al quartier generale dell’Unione Africana nella capitale dell’Etiopia, Addis Abeba, martedì si è chiuso il viaggo in Africa orientale del presidente americano, Barack Obama. Prima dell’intervento che ha chiuso l’attesa trasferta, l’inquilino della Casa Bianca aveva visitato il Kenya, paese natale del padre, e successivamente incontrato il primo ministro etiope, Hailemariam Desalegn.

Il punto centrale dell’intervento di martedì è stato l’invito ai leader africani a rispettare le norme costituzionali dei loro paesi e a farsi da parte una volta esaurito il mandato assegnato dagli elettori. Il riferimento immediato è stato il caso del Burundi, dove una grave crisi politica è scoppiata lo scorso mese di aprile in seguito alla decisione del presidente, Pierre Nkurunziza, di candidarsi alla guida del paese per la terza volta.

La mossa di Nkurunziza aveva provocato accese proteste popolari e un tentativo di colpo di stato da parte di una sezione delle forze armate, dal momento che la Costituzione del Burundi prevede un massimo di due mandati. Nonostante le pressioni internazionali, il presidente ha però partecipato al voto di settimana scorsa, conquistando un nuovo mandato.

Nel discorso di Obama non sono inoltre mancati i riferimenti ai diritti umani, alla corruzione che pervade i sistemi di governo africani e alla necessità di combatterla, principalmente per creare un clima favorevole agli investimenti internazionali.

Nelle ore precedenti l’apparizione alla sede dell’Unione Africana, invece, il presidente USA aveva visitato una fabbrica etiope che opera nel settore alimentare, dove ha presentato una serie di iniziative del suo governo destinate teoricamente ad alleviare la fame nel continente.

Piuttosto controverso era stato poi l’incontro con il premier etiope, il cui governo – definito da Obama come “democraticamente eletto” – il presidente USA ha ringraziato per essere un partner fidato nella “guerra al terrore”. Le parole di Obama hanno suscitato parecchie critiche anche tra gli stessi sostenitori della sua amministrazione.

Il partito al potere in Etiopia – Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo (EPRDF) – nel mese di maggio aveva conquistato ogni singolo seggio in palio nelle elezioni parlamentari, universalmente considerate irregolari. Ben poco democratico è anche il sistema politico e la società dell’Etiopia, caratterizzati dalla regolare repressione degli oppositori e dalla censura dei mezzi di informazione indipendenti.

Obama ha comunque provato a lanciare qualche critica benevola a Desalegn, esortando il suo regime a tollerare il dissenso, ammettendo che in Etiopia resta ancora “parecchio lavoro da fare” sul fronte democratico ma riconoscendo le sfide e le difficoltà che questo paese deve affrontare dopo un lungo periodo di dittatura.

Al di là delle diatribe sulle questioni dei diritti umani e delle pressioni che Obama ha fatto o avrebbe potuto fare ai leader di Kenya ed Etiopia, entrambi i paesi visitati in questi giorni rappresentano partner strategici importanti degli Stati Uniti in un’area cruciale del continente africano.

I temi della sicurezza e della lotta al terrorismo islamista sono stati ampiamente discussi sui media di tutto il mondo, con al centro l’impegno dell’amministrazione Obama a sostenere lo sforzo di Kenya ed Etiopia soprattutto contro le milizie di al-Shabaab in Somalia.

Un’altra questione sull’agenda di Obama nel corso della visita di cinque giorni in Africa è stata poi la guerra civile che da oltre un anno sta insanguinando il Sudan del Sud, paese creato pochi anni fa su iniziativa degli Stati Uniti per indebolire il Sudan, importante produttore di petrolio il cui regime ha stabilito profondi legami con la Cina.

Il conflitto in corso ha provocato una vera catastrofe umanitaria e Obama ha cercato di rinvigorire gli sforzi diplomatici per una soluzione pacifica, mettendo però in guardia fin dall’inizio circa l’improbabilità di giungere a risultati concreti durante la sua presenza in Africa.

Se la visita dei giorni scorsi è stata promossa sui giornali ufficiali come una sorta di ritorno a casa per Obama o, tutt’al più, un tentativo disinteressato di consolidare la guerra al terrorismo, quest’ultimo aspetto nasconde in realtà ancora una volta la volontà americana di mantenere ed espandere il controllo su un’area strategicamente importante del globo.

I paesi dell’Africa orientale rappresentano infatti il punto d’incontro tra una vasta area ricca di risorse del sottosuolo e vie d’acqua attraversate da rotte commerciali vitali per l’economia mondiale, in particolare sul fronte delle forniture petrolifere.

Sia in questa regione che, più in generale, nell’intera Africa, gli Stati Uniti stanno cercando infine di contrastare l’espansione della Cina, la quale ha da tempo abbondantemente superato gli USA come primo partner commerciale del continente. I segni della presenza cinese in Africa sono ormai ovunque, inclusa la stessa Etiopia, e dal punto di vista economico è difficile pensare che Washington possa scalzare Pechino nel breve o medio periodo.

Per questa ragione, in Africa come altrove, gli Stati Uniti cercano di compensare l’influenza e il peso economico perduti a favore della Cina incrementando la propria presenza militare, giustificata da necessità di “stabilizzazione” e dall’infinita “guerra al terrore”.

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