Cordoglio del Presidente Mattarella per la morte del Capitano Gabriele Orlandi

C o m u n i c a t o

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato al Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Claudio Graziano, il seguente messaggio:

«Il tragico incidente aereo in cui ha perso la vita il Capitano Gabriele Orlandi, durante un air show a Terracina, ha destato profonda commozione in tutto il Paese.

In questa triste circostanza, voglia rendersi interprete presso l’Aeronautica Militare e la famiglia dell’Ufficiale, dei miei sentimenti di cordoglio, solidarietà e intensa partecipazione al dolore dei congiunti».

 

Roma, 25 settembre 2017

Tratto da www.quirinale.it.
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Resistenza Inter, disastro Milan

di redazione

Fa fatica, ma rimane attaccata al tandem di testa. Con l’ottavo gol segnato in questa stagione negli ultimi 15 minuti di gioco, l’Inter riesce ad avere la meglio anche del Genoa. Una vittoria sporca, arrivata al termine di una partita giocata in sofferenza. Ma vale comunque il 16esimo punto in sei partite. A dire la verità, i rossoblù avrebbero meritato almeno il pari, ma la squadra di Spalletti – abbonata alla zona Cesarini – trova il gol partita all’87esimo con un colpo di testa del goleador più improbabile: D’Ambrosio. I nerazzurri evitano così in extremis di ripetere lo stop di Bologna e rimangono a -2 dall’accoppiata invincibile Juventus-Napoli, ancora a punteggio pieno.

Nelle partite del sabato, infatti, i bianconeri travolgono 4-0 un Torino azzoppato dall’espulsione al 24esimo di Baselli (doppietta di Dybala, gol di Pjanic e Alex Sandro). Gli azzurri invece superano 3-2 una combattiva Spal con le reti di Insigne, Callejon e Ghoulam, che regala a Sarri la vittoria all’83esimo. Più facile il compito della Roma, che nell’altro anticipo di giornata passeggia 3-1 su un’Udinese sciagurata in difesa.

I giallorossi salgono a 12 punti e – in attesa di recuperare la partita contro la Sampdoria – vengono scavalcati di una lunghezza in classifica dai cugini della Lazio. I biancocelesti riscattano la sfortunata (e pesante) sconfitta di mercoledì contro il Napoli con una vittoria più che facile sul campo del Verona. Protagonista ancora una volta Immobile, che segna una doppietta e offre a Marusic l’assist per il definitivo 3-0. Inzaghi riesce a rabberciare la difesa falcidiata dagli infortuni, ma stavolta il test è poco probante: questo Verona di Pecchia (appena 2 punti, 14 gol subiti e uno solo all’attivo, per giunta su rigore) non sembra attrezzato per competere dignitosamente in Serie A.

Tornando a Milano, per un’Inter che ride c’è un Milan che piange. Ancora. Nella partita-ore-pasti, i rossoneri incassano un bruciante 0-2 per mano della Sampdoria, che passa prima con Duvan Zapata (su assist involontario di suo cugino Cristian, difensore milanista) e poi con Ricky Alvarez (ex interista). La squadra di Montella non riesce ancora a offrire continuità di prestazione: subisce la pressione e il ritmo dei blucerchiati fin dal primo tempo e cade nella ripresa senza più reagire.

A metà classifica fa un passo avanti il Chievoverona, che batte 2-0 il Cagliari con i gol di Inglese e Stepinski, portandosi così a quota 8. Stessi punti per il Bologna, che nella partita delle 18 vince di misura contro il Sassuolo. Il gol partita è di Okwonkwo. 

La partita più carica d’agonismo della giornata è stata probabilmente quella fra Crotone e Benevento, i due underdog di questa stagione insieme al Verona e al Genoa (anche se i liguri sembrano avere le potenzialità per staccarsi nel medio periodo dal terzetto di coda). Ad aggiudicarsi lo scontro diretto sono i calabresi, vittoriosi per 2-0 grazie alle reti di Mandragora e Rohden (il secondo su grande assist di tacco da parte di Trotta). La squadra d Nicola si rilancia arrivando a 4 punti, mentre i campani rimangono ancora, sconsolatamente a quota zero. Con un solo gol fatto e 16 subiti.

A completare il quadro della giornata, l’1-1 del posticipo tra Fiorentina e Atalanta. Dopo un gran gol di Chiesa, Sportiello para un rigore a Gomez e fa altri interventi decisivi. Ma non basta ai viola: la squadra di Gasperini trova il gol del pareggio con lo svizzero Freuler al 94esimo.

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Sognando la web tax

di Carlo Musilli

La web tax si avvicina. Forse. Dopo anni passati a eludere il fisco europeo per cifre miliardarie, dal 2018 i Golia di internet come Facebook, Google e Amazon potrebbero essere costretti a pagare cifre meno ridicole di quelle che sborsano oggi. Bruxelles ha finalmente preso un’iniziativa per affrontare il problema, ma la strada è ancora lunga e piena di ostacoli.

Le proposte sul tavolo sono tre. La prima prevede d’imporre una flat tax sul fatturato di queste multinazionali anziché sugli utili, assai più difficili da determinare. L’aliquota ipotizzata oscillerebbe tra il 2 e il 5%: un livello minimo, ma, visti i volumi, in grado di generare entrate pesanti. A lanciare l’idea sono stati i ministri dell’Economia di Italia, Francia, Spagna e Germania, ma all’Ecofin di Tallin si sono schierati a favore anche Grecia, Austria, Bulgaria, Portogallo, Slovenia e Romania. In tutto, 10 paesi.

Fra i critici c’è chi solleva dubbi sulla compatibilità di questa tassa con gli accordi internazionali di libero scambio sottoscritti a livello di Organizzazione mondiale del commercio.

Le altre due soluzioni di cui si discute sono una ritenuta alla fonte sulle transazioni digitali e un’imposta da applicare alle attività sul web (ad esempio il numero di articoli venduti da Amazon o i contratti pubblicitari stipulati da Facebook). Quest’ultima proposta è stata avanzata dal governo estone, presidente di turno dell’Ue. La Danimarca però ha messo in guardia: “C’è il rischio di tassare i prodotti, facendo ricadere il costo sui consumatori”.

Tutte queste iniziative puntano a smontare il meccanismo che oggi permette ai giganti del web di pagare le tasse dove preferiscono. In sostanza, le società sono libere di spostare i propri utili imponibili dai paesi in cui questi vengono prodotti ad altri che garantiscono aliquote minime.

Google, ad esempio, in Europa paga un’imposta tra lo 0,36 e lo 0,82% dei profitti, mentre Facebook versa appena lo 0,10% e Apple se la cava con uno 0,2% all’erario irlandese. Secondo la Commissione Bilancio della Camera, questo sistema sottrae ogni anno 5-6 miliardi di euro solo al Fisco italiano. Per intenderci, circa un terzo della prossima legge di Bilancio.

Com’è possibile che scorrettezze simili siano legali? Semplice: i codici internazionali del fisco prevedono che una multinazionale debba pagare le tasse sugli utili in un determinato paese solo se in quel territorio ha una “stabile organizzazione” (uffici, dipendenti, linee di produzione). Altrimenti può continuarle a pagare nella propria sede legale e fiscale, che quasi sempre è collocata in Irlanda, vero paradiso fiscale all’interno dell’Ue.

Questa normativa è evidentemente pensata per realtà di tipo industriale e non per aziende che producono montagne di fatturato in Paesi dove hanno solo un server e una segreteria. Per questo la proposta di Italia, Germania, Francia e Spagna vuole fare in modo che gli obblighi fiscali scattino anche se l’azienda non è presente fisicamente nel paese in cui produce utili: basterebbe una “presenza digitale significativa”, una sorta di “residenza virtuale”. Sulla carta sembra un concetto semplice, ma tradurlo in realtà sarà un’impresa.

In primo luogo per ragioni tecniche: come si identifica una “presenza digitale significativa”? Quali sono i criteri? Chi dovrà controllare? Sono tutti interrogativi cui bisognerà trovare una risposta entro i prossimi mesi.

Il problema principale è però un altro. In Europa le decisioni sul fisco vanno prese all’unanimità ed è ovvio che l’Irlanda non darà mai il via libera a un progetto che la priverebbe della sua rendita di posizione. Dublino può contare anche sull’appoggio di Olanda e Lussemburgo, che operano come paradisi fiscali in settori diversi dall’economia digitale, ma temono che la web tax aprirebbe una breccia in grado d’intaccare anche i loro privilegi. In altri termini, un accordo a livello Ue è quasi impossibile a causa del conflitto d’interesse fra i paesi più popolosi e quelli che prosperano sottraendo entrate fiscali agli altri.

Da sempre Dublino & Co. cercano di allontanare la questione sostenendo che una web tax avrebbe senso solo se strutturata a livello globale. Dopo anni di inerzia, la Commissione europea ha finalmente trovato il modo di replicare: ora Bruxelles riconosce che la soluzione ideale sarebbe un’iniziativa da parte dell’Ocse (che a inizio 2018 avanzerà le sue proposte al G20), ma afferma anche che in attesa dei difficili negoziati internazionali si può partire subito con soluzioni ponte nell’Ue.

Una bozza di cronoprogramma c’è già. Entro fine settembre la Commissione pubblicherà una prima comunicazione con le diverse opzioni per tassare le multinazionali digitali. A dicembre i ministri finanziari sceglieranno fra le varie ipotesi e il primavera l’esecutivo comunitario presenterà un progetto legislativo.

Se alla fine, com’è probabile, l’Europa non riuscirà a parlare con una sola voce, i principali membri dell’Unione potrebbero scegliere la strada della “cooperazione rafforzata”. Significa che solo una decina di paesi porterebbe avanti il progetto web tax, mentre tutti gli altri resterebbero indietro. Una soluzione tecnicamente possibile, ma fortemente sconsigliata da molti, perché danneggerebbe la competitività di alcuni paesi, dirottando investimenti e risorse dell’economia digitale verso i soliti furbetti del fisco. E a quel punto sarebbe pacifico che – per Google, Facebook, Apple, Amazon e compagnia eludente – l’Unione europea non andrà mai oltre l’Irlanda.

In ogni caso una soluzione va trovata. La web economy vale oggi il 10% del Pil dell’area Ue e tra una decina d’anni arriverà al 30-40%. Senza web tax, il mancato gettito fiscale diventerà così alto da mettere a rischio la sovranità fiscale dei paesi. E, in alcuni casi, anche i conti pubblici.

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Violenza ostetrica, questa sconosciuta

di Tania Careddu

Esiste una violenza ai danni delle donne che non fa (quasi mai) notizia e che non è neppure un reato. Trattasi di quella che quattro mamme su dieci hanno subìto durante la loro prima esperienza di maternità: il 21 per cento delle mamme italiane, secondo quanto è emerso dalla prima indagine sul fenomeno in Italia, le Donne e il parto, condotta da Doxa, è stata vittima di maltrattamenti fisici o verbali, subendo azioni lesive della dignità personale durante il parto.

L’appropriazione dei processi riproduttivi della donna da parte del personale medico, alias violenza ostetrica, ha spinto il 6 per cento delle mamme a non affrontare una seconda gravidanza, stimando a ventimila i bambini non nati ogni anno. Oltre al fatto che una donna su tre si è sentita, in qualche modo, tagliata fuori dalle decisioni e da scelte fondamentali che hanno riguardato il suo parto, la violenza ostetrica si esplica anche in prassi più lesive: separare ingiustificatamente la donna dal neonato, umiliarla verbalmente, esporla nuda davanti a una molteplicità di soggetti, costringerla a subire un parto cesareo non necessario o un’episiotomia inutile.

Questa pratica, applicata ancora nel 54 per cento dei casi e un tempo considerata un aiuto alla donna, a oggi è ritenuta dall’Oms “dannosa, tranne in rari casi” per i lunghi tempi di recupero che impone e per i rischi di emorragia. Ma di peggio c’è che tre partorienti su dieci, il 61 per cento di coloro che l’hanno subìta, negli ultimi quattordici anni, dichiarano di non aver dato il consenso informato per autorizzare l’intervento e il 27 per cento di loro afferma di essere stata assistita solo in parte dall’equipe medica (per non parlare di quel 6 per cento che sostiene di aver vissuto l’intero parto in totale solitudine). A registrare il più alto numero di episiotomie, il Sud e le Isole con il 58 per cento, seguite dal Centro e dal Nord Est con il 55 per cento e ultimo il Nord Ovest con il 49 per cento.

A parte i cesarei d’urgenza, pari al 15 per cento, nella restante parte dei casi si è trattato di un cesareo programmato su indicazione del medico, rivelandosi una pratica di routine e non tutta d’urgenza. Circa quattordicimila donne all’anno hanno vissuto una qualche sorta di trascuratezza nell’assistenza con insorgenza di complicazioni ed esposizione a pericolo di vita.

Tanto che l’Istituto Superiore di Sanità stima che in Italia, ogni anno, ci siano oltre mille e duecento casi di ‘near miss’ ostetrici documentati (condizione di una donna che sarebbe deceduta ma che è sopravvissuta alle complicazioni) e le morti materne sono sottostimate del 60 per cento.

Altre inappropriatezze: il 27 per cento delle madri lamenta una carenza di sostegno e informazioni sull’avvio dell’allattamento, il 19 per cento la mancanza di riservatezza in varie fasi della loro permanenza in ospedale, al 12 pe cento è stata negata la possibilità di avere vicino una persona di fiducia durante il travaglio, e al 13 per cento non è stata concessa un’adeguata terapia per il dolore. In attesa che la proposta di legge Zaccagnini faccia il suo corso.

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Il razzismo italiano

di Fabrizio Casari

L’abbandono dello Ius Soli da parte del Partito Democratico certifica l’esaurirsi di ogni più piccolo ruolo di barriera culturale e politica alla barbarie montante. Dimostra la definitiva subalternità di un partito incapace di difendere principi e sostenere interessi che non siano quelli delle banche e delle grandi imprese e consegna con ciò il suo ruolo di collante sociale alla più dannosa inutilità.

Oltre che giusto, approvare lo Ius Soli sarebbe stato un segnale forte ad un paese ormai bersagliato da un odio maniacale iniettato via politica e mediatica nelle sue vene. Vittima silente del sonno della ragione, l’Italia non è invasa dagli stranieri ma da trasmissioni televisive che fingono di esercitare il diritto di cronaca per dare voce a criminali travestiti da giustizieri, ad articoli di giornale che accarezzano gli istinti più bassi, con i social media ormai divenuti palestra dei webeti e degli odiatori a tempo indeterminato.

L’Italia ha in buona parte perso il senso comune del civismo e della solidarietà, del buon senso e della ragione. E’ sommersa da razzismo, qualunquismo, spaccio d’odio gratuito e a volte inconsapevole, istintivo spesso, ma in diversi casi voluto e pianificato. Ormai sembra inarrestabile la furia iconoclasta degli ignoranti. Uno stato di simbiosi al servizio di una operazione sociopolitica è in corso.

Ci campano sopra una messe di politicanti ignobili che speculano sulle paure per prendere voti, sospinti dai giornali di destra eccitati dal fascismo che lanciano bufale per vendere copie. E’ così che l’intera vicenda delle migrazioni ha assunto il carattere generale delle fake news.

Le bugie, grossolane e continue, hanno sostituito completamente la verità dei fatti, persino il racconto della cronaca. I numeri vengono artatamente gonfiati a dismisura e alcuni sondaggi inventati servono a cavalcare l’onda, che porta alla totale dicotomia di giudizio nei confronti – persino – della violenza sessuale: la vittima e il carnefice non sono distinguibili per quanto fatto ma dal colore che hanno. L’Italia, dove fino a pochi decenni orsono vigeva il delitto d’onore nel codice penale, è il paese con il più alto numero di femminicidi d’Europa. Sei stupri su dieci sono ad opera di italiani, spesso fidanzati, conviventi o parenti delle vittime, ma solo se è un extracomunitario si fa cenno con aggiunta di rabbia alla nazionalità del carnefice. Il colpevole, insomma, non è una storia di odio verso le donne ed ignoranza, ma è il colore.

Nulla risponde al vero di quanto viene spacciato nella propaganda razzista: solo per citare un esempio, le case ai clandestini non esistono: per il semplice fatto che sono clandestini non possono essere soggetti riconoscibili e destinatari di qualunque diritto. Ovvero: se non sappiamo chi sono e dove sono, come facciamo a dar loro alloggi?

Migranti che ci tolgono il lavoro, dicono, ma anche questo è falso. Semmai ci permettono di non mandare l’Inps al collasso con i loro contributi. Precario, con paghe ignobili e orari indegni, il lavoro è ridotto a schiavitù, ma piuttosto che chiedere il ripristino della civiltà del lavoro, la sue centralità nella vita quotidiana, ce la prendiamo con chi è più schiavo di noi. Basta essere padri o figli adulti per sapere che i ragazzi italiani non vengono assunti nel commercio: si preferiscono gli extracomunitari, ricattabili e soggiogabili, cui assegnare ruoli, orari, paghe e inquadramenti (quando ci sono) da schiavi moderni, tenendosi al riparo da vertenze e altro. Ma noi, invece di accusare e colpire i commercianti evasori e assetati di profitti illegittimi, accusiamo i migranti di toglierci il lavoro.

Allora si passa alla criminalità, come se la nazione che ha dato vita a mafia, ndrangheta, camorra, sacra corona unita, mafia del Brenta e banda della Magliana, prima dell’arrivo dell’immigrazione fosse stata un’oasi di legalità. Poi c’è il denaro: ci si riferisce ai famosi 35 euro giornalieri in carico all’amministrazione dello Stato per ogni migrante dei CIE. Ma che arrivino ai migranti è totalmente falso: i migranti non vedono un euro e quei 35 (quando ci sono) vanno nelle tasche delle strutture che stipulano contratti che poi si guardano bene dall’onorare.

Sarebbe naturale chiedere l’arresto dei titolari di quelle strutture, ma dato che spesso sono legate ai politici di turno, se ne fa a meno, preferendo incolpare i migranti delle ruberie delle italianissime cooperative o società di servizi. L’importante è spararla grossa, trasformare l’informazione in disinformazione, costruire consenso su bugie conclamate che servono all’innesco di un clima da fascismo sociale che tornerà utile sul terreno elettorale.

Del resto i partiti che dovrebbero contrastare sul piano politico la diffusione del morbo razzista, si guardano bene dal farlo per interessi elettorali. Piuttosto che svolgere la funzione pedagogica che gli è propria, preferiscono accarezzare il pelo al clima in voga, rinunciando al sacrosanto Ius soli, appunto. La scusa è la mancanza di consenso parlamentare, che invece risulta abbondante per salvare le banche, benché di consenso popolare a questo davvero non c’è ombra.

L’Italia è un paese di tradizione razzista. Lo è per storia, visto che i nazisti appresero dal fascismo le leggi razziali. Lo stesso colonialismo italiano fu tra i più feroci ed inutili, non lasciò tracce di nulla se non di sangue e venne cacciato a calci dall’Africa, tanto era ridicola la sua aspirazione di conquista. Quella, per capirci, che spinse un fascista travestito da benpensante, come Indro Montanelli, a comprarsi una bambina africana di 13 anni per soddisfare le sue porche voglie.

Fu la rincorsa alla “quarta sponda” di una nazione che, colonizzata da tutti, volle improvvisarsi colonizzatrice, è rimasto un desiderio latente del cialtronismo nazionale, esperto in “armiamoci e partite”. Toccò ai partigiani antifascisti riscattare l’onore dell’Italia ma la vergogna non venne sufficientemente sepolta e, come un fiume carsico, riaffiora sotto le spoglie di personaggi da operetta, più ridicoli che tragici ma non per questo meno pericolosi.

A completare il quadro di un malinteso senso della nazione arriva la follia della rinuncia allo Ius soli. Pensare che sia “il sangue” a determinare il diritto è follia razzista. Come se il sangue di un essere umano avesse bandiere, come se il diritto a nascere fosse riconoscibile solo a chi ha generazioni di parentela locali. Pensare che ci sia un diritto basato sulle discendenze familiari o sul colore della pelle è un’interpretazione etnica del diritto di cittadinanza, dunque razzismo. Questo è lo Ius sanguinis: sottoprodotto ideologico dell’idea di una superiorità della razza, culla consolidata del peggior orrore conosciuto nel 900.

Ma ora l’Italia, oltre 70 anni dopo la liberazione dall’orrore fascista, sembra voler rimettere indietro le lancette della sua follia ideologica, che ha nel razzismo una precondizione e una conseguenza al tempo stesso. Riproponiamo un diritto distorto, che ha nella consanguineità l’elemento premiante. Un esempio? Abbiamo concesso il voto agli italiani all’estero, molti dei quali in Italia non sono mai venuti nemmeno in vacanza, forse avevano un bisnonno partito negli anni 30 per le Americhe.

Sono cittadini statunitensi che ormai non hanno nessun interesse verso il nostro paese,  non parlano la nostra lingua, non hanno idea della nostra Costituzione e dell’impianto giuridico sul quale lo stato si sostiene. Non lavorano qui, non contribuiscono al nostro PIL, né alla nostra fiscalità, eppure eleggono deputati nel nostro Parlamento.  A chi invece è nato qui, figlio di immigrati che vivono e lavorano qui, che pagano contributi e imposte e che partecipano al nostro PIL, non viene riconosciuto il diritto di potersi dire cittadino italiano.

Gli applausi, la generale percezione dei migranti come pericolo apre il cerchio della rappresentazione che si chiude con l’odio e la rabbia distillati sapientemente. Ovvero, la rimozione della ragione in favore degli impulsi, che più bassi sono e più legittimi sembrano. E’ la più grande vittoria del capitalismo sul piano sociologico: l’assenza di lavoro, la fine delle prospettive di crescita di intere generazioni, il rapido declino di ogni idea di pensionamento, lo sfascio della sanità pubblica, la fine del welfare, la precarietà del lavoro, l’inutilità di fatto dei percorsi accademici, la morte della scuola e insicurezza sociale, la disperazione dei giovani, non sono il risultato del modello capitalista in vigore dal 1989, ma sono invece colpa dei migranti.

Per impedirci di rivolgere la rabbia verso i centri di potere interni ed internazionali ci viene proposta la ricetta più semplice: pensare che sia quello più povero e con meno diritti di te il destinatario della tua ribellione. E’ davvero la chiusura del cerchio di una società smarrita e priva di riferimenti, instupidita e affetta da sindrome di Stoccolma.

C’è un clima di odio che va contrastato con ogni sforzo. Le strategie elettorali non possono e non devono negare alla radice il senso più profondo della politica: quello di educare al civismo un popolo ancora preda del suo egoismo dai tratti criminali, di legittimare il progresso con la civiltà. Per questo allo Ius Soli non si deve rinunciare. In fondo, a questo serve la politica e l’idea di comunità che gli appartiene: a dedicare il tempo della propria vita per lasciare un paese migliore di quello in cui si è nati.

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Arts and Crafts Essays by VARIOUS

A series of essays by Members of the Arts and Crafts Exhibition Society with a preface by William Morris who writes “It is this conscious cultivation of art and the attempt to interest the public in it which the Arts and Crafts Exhibition Society has set itself to help, by calling special attention to that really most important side of art, the decoration of utilities by furnishing them with genuine artistic finish in place of trade finish.” The Arts and Crafts Exhibition Society was formed in London in 1887 to promote the exhibition of decorative arts alongside fine arts. – Summary by J. M. Smallheer
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leven van Johannes Wouter Blommesteyn – deel 3, Het by LOOSJES PZN., Adriaan

Na de beschrijving van de ideale Nederlandse man uit de 17de eeuw (Maurits Lijnslager) en de ideale Nederlandse vrouw uit het midden van de 17de eeuw (Hillegonda Buisman) nu de beschrijving van de slappe en mislukte Nederlander uit de 18de eeuw. – Summary by Marcel Coenders


Link naar deel 1


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We are not Charlie and we will never be.