Luigi Pirandello – Nel gorgo

Al Circolo della racchetta non si parlò d’altro tutta la sera.

Il primo a darne l’annunzio fu Respi, Nicolino Respi che n’era profondamente addolorato. Al solito, però, non riusciva a impedire che la commozione gli s’arricciasse sulle labbra in quel sorrisino nervoso che nelle discussioni piú gravi, come nei momenti piú difficili del giuoco, gli rendeva cosí caratteristico il visetto pallido, itterico, dai tratti taglienti.

Gli amici gli si fecero intorno, ansiosi e costernati:

– Impazzito davvero?

– No, per ischerzo.

Traldi, sprofondato sul divano con tutto il peso del corpaccio da pachiderma, fece piú volte leva con le mani per tirarsi sú a sedere piú in punta, spalancando nello sforzo gli occhi bovini, venati di sangue, schizzanti dalle orbite. Domandò:

– Ma scusa, lo dici… (ohi ohi…) lo dici, perché ha guardato anche te?

– Anche me? guardato? che vuoi dire? – domandò a sua volta, stordito, Nicolino Respi, rivolto agli amici. – Io sono arrivato questa mattina da Milano, e trovo qua questa bella notizia. Non so nulla, e non riesco ancora a comprendere come Romeo Daddi, perdio, il piú placido, il piú sereno, il piú savio di tutti noi…

– L’hanno chiuso?

– Ma sí, vi dico! Oggi alle tre. Nella casa di salute a Monte Mario.

– O povero Daddi!

– E donna Bicetta? Ma come… Sarà stata lei, donna Bicetta?

– No! Lei, no! Lei, anzi, non voleva assolutamente! È accorso il padre, jeri l’altro, da Firenze.

– Ah, per questo…

– Già, e l’ha forzata a prender questo partito, anche per lui… Ma ditemi il fatto com’è! Tu, Traldi, perché m’hai domandato se Daddi aveva guardato anche me?

Carlo Traldi s’era riaffondato beatamente nel divano, col capo buttato indietro, la pappagorgia esposta, paonazza, sudaticcia. Dimenando le gambette esili di ranocchia, che il pancione esorbitante gli faceva tener sempre oscenamente discoste, e umettandosi di continuo le labbra non meno oscenamente, rispose, astratto:

– Ah, già… Perché credevo che lo dicessi impazzito per questo.

– Come per questo?

– Ma sí! La pazzia gli s’è palesata cosí. Guardava tutti in un certo modo, caro mio… Ragazzi, non mi fate parlare: diteglielo voi come guardava il povero Daddi.

Gli amici, allora, raccontarono a Nicolino Respi, che il Daddi, ritornato dalla villeggiatura, era apparso a tutti com’intronato, come assente da sé, con un sorriso vano su le labbra e gli occhi opachi, senza sguardo, appena qualcuno lo chiamava. Poi quello stordimento era sparito, s’era cangiato in una fissità acuta, strana. Fissava prima da lontano, obliquo; poi, a mano a mano, come attirato da certi segni che credeva di scoprire in questo e in quello degli amici piú intimi, specie in coloro che frequentavano piú assiduamente la sua casa (segni naturalissimi, perché tutti infatti erano costernati di quel cangiamento improvviso e straordinario, cosí in contrasto con la tranquillità serena del suo carattere), a mano a mano s’era messo a spiare piú da vicino, e negli ultimi giorni era divenuto addirittura insopportabile. Si parava di fronte ora all’uno ora all’altro, posava le mani su le spalle e mirava negli occhi, affitto affitto.

– Corpo, che spavento! – esclamò a questo punto il Traldi, tirandosi di nuovo sú, a sedere piú in punta.

– Ma perché? – domandò, nervoso, il Respi.

– Senti questo, che vuol sapere il perché! – tornò a esclamare il Traldi. – Ah, dici il perché dello spavento? Caro mio, avrei voluto vederti alle prese con quello sguardo! Tu ti cangi la camicia ogni giorno, suppongo; sei sicuro d’avere i piedi puliti e i calzini non spuntati. Ma sei ugualmente sicuro di non aver nulla di sudicio dentro, nella coscienza?

– Oh Dio, direi…

– Va’ là, che non sei sincero!

– E tu sí?

– Io sí, ne sono sicurissimo! E credi che avviene a tutti, piú o meno, di scoprirci majali in qualche momento di lucido intervallo! Da un pezzo in qua, quasi ogni sera, quando spengo la candela, prima di prender sonno…

– Tu invecchi, caro! tu invecchi! – gli gridarono a coro gli amici.

– Sarà perché invecchio, – ammise il Traldi. – Tanto peggio! Non è uno spasso prevedere che, alla fine, mi costituirò cosí, in questa stima di me stesso, di vecchio majale. Del resto, aspetta. Ora che t’ho detto questo, vogliamo fare una prova? Silenzio tutti, vojaltri!

E Carlo Traldi si levò faticosamente in piedi; posò le mani su le spalle di Nicolino Respi, e gli gridò:

– Guardami bene negli occhi. No, non ridere, caro! Guardami bene negli occhi… Aspetta! Aspettate… Silenzio…

Tacquero tutti, intorno, sospesi e intenti a quello strano esperimento.

Il Traldi coi grossi occhi ovali, venati di sangue, schizzanti dalle orbite, fissava acutissimamente quelli di Nicolino Respi e pareva col lustro maligno dello sguardo, a mano a mano piú aguzzo e piú intenso, gli frugasse nella coscienza e vi scoprisse nei piú intimi nascondigli le cose piú turpi e piú atroci. A poco a poco, gli occhi di Nicolino Respi – quantunque, sotto, le labbra col solito risolino dicessero: “Via, mi presto a uno scherzo” – cominciarono a smorire, a intorbidarsi, a sfuggire, mentre, tra il silenzio degli amici, il Traldi con voce strana, senza smettere di fissare, senz’allentare d’un punto l’intensità dello sguardo, diceva vittoriosamente:

– Ecco… vedi?… vedi?…

– Ma va’ là! – proruppe il Respi, non resistendo piú e scrollandosi tutto.

– Va’ là tu, che ci siamo capiti! – gridò il Traldi. – Tu sei piú porco di me!

E scoppiò a ridere. Risero anche gli altri, con un senso d’inatteso sollievo. E Traldi riprese:

– Ora questo è stato uno scherzo. Soltanto per uno scherzo uno di noi può mettersi a guardare un altro cosí. Perché tanto io quanto tu abbiamo in regola finora, dentro di noi, la macchinetta della civiltà, e lasciamo che la feccia di tutte le nostre azioni, di tutti i nostri pensieri, di tutti i nostri sentimenti ci si posi zitta zitta, di nascosto, in fondo alla coscienza. Ma fa’ che uno, a cui la macchinetta si sia guastata, si metta a guardarti come t’ho guardato io, non piú per uno scherzo, ma sul serio, e ti rimuova, senza che te l’aspetti, dal fondo della coscienza tutta la posatura di quella feccia che hai dentro, e sappimi dire se non ti spaventi!

Carlo Traldi, cosí dicendo, si mosse di furia per andar via. Tornò indietro e aggiunse:

– E sai come mormorava, sotto sotto, il povero Daddi, mirandoti negli occhi? Diteglielo voi, come mormorava! Io debbo scappare.

– “Che abisso… che abisso…”

– Cosí?

– Sí… che abisso… che abisso…

Il crocchio, andato via il Traldi, si sciolse, e Nicolino Respi rimase turbato, in compagnia di due soli amici che seguitarono ancora per un pezzo a parlare della sciagura del povero Daddi.

Circa due mesi fa, egli era andato a visitarlo nella sua villa presso Perugia. Lo aveva trovato tranquillo e sereno come sempre, insieme con la moglie e con un’amica di questa, Gabriella Vanzi, antica compagna di collegio, da poco tempo maritata a un ufficiale di marina, allora in crociera. Si era trattenuto tre giorni in villa, e in quei tre giorni, no, neppure una volta Romeo Daddi lo aveva guardato nel modo che il Traldi aveva detto.

Se lo avesse guardato…

Nicolino Respi fu colto da uno smarrimento, come di vertigine, e per appoggiarsi – sorridendo, pallidissimo – finse di volere introdurre confidenzialmente un braccio sotto il braccio d’uno di quei due amici.

Che era stato? Che dicevano? La tortura? Che tortura? Ah, quella a cui il Daddi aveva sottoposto la moglie…

– Dopo eh? gli scappò detto.

E i due si voltarono a guardarlo.

– Come dopo?

– Ah… no, dicevo… dopo, quando gli si guastò la… la macchinetta.

– E sfido! Prima, no di certo!

– Perdio, erano un miracolo di concordia coniugale, di pace domestica! Certo qualcosa deve essergli accaduto, in villeggiatura.

– Ma sí, per lo meno qualche sospetto gli deve esser nato.

– Ma fate il piacere! Su la moglie? – scattò Nicolino Respi. – Questo, se mai, ha potuto essere effetto, non causa della pazzia! Soltanto un pazzo…

– D’accordo! d’accordo! – gli gridarono gli amici. – Una moglie come donna Bicetta!

– Insospettabile! Ma, d’altra parte

Nicolino Respi non poté piú prestare ascolto a quei due. Soffocava. Aveva bisogno d’aria, di camminare all’aperto, solo. Prese un pretesto; andò via.

Un dubbio angoscioso gli s’era insinuato nell’animo e glielo metteva in subbuglio.

Nessuno meglio di lui poteva sapere che donna Bicetta Daddi era insospettabile. Da piú d’un anno egli le aveva dichiarato il suo amore, l’aveva assediata con la sua corte, senza ottenere mai altro che un sorriso dolcissimo di compatimento per le sue pene perdute. Con quella serenità che viene dalla piú ferma sicurezza di sé, senza né offendersi né ribellarsi, ella gli aveva dimostrato che sarebbe stata inutile ogni sua insistenza, poiché lei era innamorata tal quale, come lui, forse piú di lui, ma di suo marito. Cosí essendo, se egli veramente la amava, doveva intendere che ella non avrebbe potuto in alcun modo venir meno al suo amore. Se questo non intendeva, era segno che non la amava. E allora?

Ha talvolta l’acqua marina, in certi lidi solinghi, una limpidità cosí tersa e trasparente che, per quanto desiderio si abbia di immergersi in essa per averne il ristoro piú delizioso, si prova quasi un sacro ritegno a intorbidarla.

Questa impressione di limpidità e questo ritegno aveva provato sempre Nicolino Respi, accostandosi all’anima di donna Bicetta Daddi. Amava la vita, questa donna, d’un cosí quieto, attento e dolce amore! Solo in quei tre giorni trascorsi nella villa di lei presso Perugia, sopraffatto dal desiderio ardentissimo, aveva sforzato quel ritegno, aveva intorbidato quella limpidità, ed era stato duramente respinto.

Ora il dubbio angoscioso era questo: che forse il turbamento, ch’egli le aveva cagionato in quei tre giorni, non s’era sedato dopo la sua partenza; era forse cresciuto cosí, che il marito se n’era accorto. Certamente, all’arrivo di lui nella villa, Romeo Daddi era sereno; e, dopo la partenza, in pochi giorni, era impazzito.

Dunque, per lui? Dunque ella era rimasta profondamente turbata e vinta dalla sua aggressione amorosa?

Ma sí, ma sí, come dubitarne?

Tutta la notte Nicolino Respi si dibatté, si torse tra fiere smanie, ora strappato al rimorso da una maligna gioja impetuosa, ora strappato a questa gioja dal rimorso.

La mattina seguente, appena gli parve l’ora opportuna, corse alla casa di donna Bicetta Daddi. Bisognava che la vedesse; bisognava che chiarisse subito, comunque, quel suo dubbio. Forse ella non lo avrebbe ricevuto; ma, a ogni modo, egli voleva presentarsi alla casa di lei, pronto ad affrontare o a subire tutte le conseguenze di quella situazione.

Donna Bicetta Daddi non era in casa.

Da un’ora, senza volerlo, senza saperlo, ella infliggeva il piú crudele dei martirii alla sua amica Gabriella Vanzi, a colei che era stata per tre mesi sua ospite in villa.

Era andata da lei per cercare insieme, non la ragione, ahimè, ma il pretesto, l’incentivo almeno, di quella sua sciagura, là, nel tempo in cui s’era dapprima manifestata, durante quella villeggiatura, negli ultimi giorni di essa. Ella, per quanto avesse cercato, non riusciva a scoprir nulla.

Da un’ora si ostinava a rievocare, a ricostruire, minuto per minuto, quegli ultimi giorni.

– Ti ricordi questo? Ti ricordi ch’egli la mattina scese in giardino senza prendere il suo cappellaccio di tela, e che chiamò per averlo buttato dalla finestra, e poi risalí, ridendo, con quel fascio di rose? Ti ricordi che volle ne portassi due con me; che poi m’accompagnò fino al cancello e m’ajutò a salire su l’automobile e mi disse che gli portassi da Perugia quei libri… aspetta… uno era… non so… trattava di sementi… ti ricordi? ti ricordi?

Smarrita nell’affanno di quella rievocazione di tanti minuziosi particolari senza valore, non s’accorgeva dell’angoscia, dell’agitazione a mano a mano crescenti dell’amica.

Già aveva rievocato, senza il minimo segno di turbamento, i tre giorni passati in villa da Nicolino Respi, e non s’era fermata neanche un minuto a considerare che il marito avesse potuto trovare un incentivo alla sua pazzia nella corte innocua di colui. Non era ammissibile. Era stato argomento di riso, fra loro tre, quella corte, dopo la partenza del Respi per Milano. Come supporlo? E poi, dopo quella partenza, egli, il marito, non era forse rimasto per piú di quindici giorni tranquillo, sereno come prima?

No, mai, neppure il minimo accenno del piú lontano sospetto! In sette anni di matrimonio, mai! Come, dove avrebbe potuto trovare il pretesto? Ed ecco che, tutt’a un tratto, lí, nella pace di quella campagna, senza che nulla fosse accaduto…

– Ah, Gabriella, Gabriella mia, credi, impazzisco, impazzisco anch’io.

All’improvviso, riavendosi da questa crisi di disperazione, donna Bicetta Daddi, nel rialzare gli occhi lacrimosi in volto all’amica, scoprí che questa s’era lividamente indurita, come un cadavere, per resistere a uno spasimo insopportabile, e ansava con le nari dilatate, e la guatava con occhi cattivi. Oh Dio! Quasi con gli stessi occhi, con cui negli ultimi giorni s’era messo a guardarla suo marito.

Si sentí raggelare, ne provò quasi terrore.

– Perché… anche tu… perché… – balbettò tremante, – perché mi guardi anche tu… cosí?

Gabriella Vanzi fece uno sforzo atroce per scomporre l’espressione, assunta a sua insaputa, in un sorriso benigno, di compatimento:

– Io… ti guardo?… No… pensavo… Ecco, volevo dirti… sí, lo so, tu sei sicura di te… non hai nulla… tu… proprio nulla… nulla da rimproverarti?

Donna Bicetta Daddi trasecolò: con gli occhi sbarrati, le mani su le guance, gridò:

– Ma come?… ma tu mi dici adesso… anche le sue parole?… Come?… come puoi?…

Il volto di Gabriella Vanzi si contraffece, gli occhi le s’invetrarono:

– Io?

– Tu, sí. Oh Dio… e ti smarrisci come lui… Che vuol dire? che vuol dire?

Non aveva finito di gemere cosí, sentendosi come sprofondare a poco a poco, che si trovò tra le braccia, sul petto, l’amica.

– Bice… Bice… tu sospetti di me?… tu sei venuta qua, perché hai sospettato di me, è vero?

– No… no… ti giuro, Gabriella… no… Solo ora…

– Ora, è vero? sí… Ma hai torto, hai torto, Bice… perché tu non puoi capire…

– Che è stato?… Gabriella, sú, dimmi, che è stato?

– Non puoi capire… non puoi capire… Io so la ragione perché tuo marito è impazzito… la so!

– La ragione? Che ragione?

– La so, perché è in me, anche in me, questa ragione d’impazzire… per quello che è avvenuto a noi due!

– A voi due?

– Sí… sí… a me e a tuo marito.

– Ah, dunque?

– No, no! Non come tu immagini! Tu non puoi capire… Senz’inganno, senza pensarlo né volerlo… in un attimo… Una cosa orribile, di cui nessuno può farsi colpa. Vedi come te ne parlo? come te lo posso dire? Perché io non ho colpa! E neanche lui! Ma appunto per questo… Senti, senti; e quando avrai saputo tutto, forse impazzirai anche tu, come sto per impazzire io, com’è impazzito lui… Senti! Tu hai rievocato il giorno che andasti a Perugia, in automobile, dalla villa, è vero? ch’egli ti diede due rose e ti disse dei libri

– Sí.

– Ebbene: fu quella mattina!

– Che cosa?

– Tutto quello che è accaduto. Tutto e nulla… Lasciami dire, per carità! Faceva gran caldo, ti ricordi? Dopo averti veduta partire, io e lui riattraversammo il giardino… Il sole bruciava e lo stridío delle cicale stordiva… Rientrammo in villa: ci ponemmo a sedere nel salottino, accanto alla sala da pranzo. Le persiane erano serrate; gli scuri, accostati: era quasi bujo, là dentro; e la frescura immobile… (ti dico adesso la mia impressione, l’unica che potei avere, di cui mi ricordi, e mi ricorderò sempre; ma l’ebbe forse anche lui, identica… dovette averla, perché altrimenti non mi spiegherei piú nulla!); fu quella frescura immobile, dopo tutto quel sole e quello stordimento delle cicale… In un attimo, senza pensarci, te lo giuro! mai, mai, né io né lui, certo… come per un’attrazione irresistibile di quel vuoto attonito, della frescura deliziosa di quella semioscurità… Bice, Bice… cosí, te lo giuro, in un attimo…

Donna Bicetta Daddi scattò in piedi, sospinta da un impeto d’odio e di sdegno:

– Ah, per questo? – fischiò fra i denti, addietrando felinamente.

– No! non per questo! – le gridò Gabriella Vanzi, protendendo verso di lei le braccia in atto supplice e disperato. – Non per questo, non per questo, Bice! Tuo marito è impazzito per te, per te, non per me!

– È impazzito per me? Che vuoi dire? Per rimorso?

– No! Che rimorso? Non c’è da aver rimorsi, quando non s’è voluta la colpa… Tu non puoi intendere! Come non avrei potuto intenderlo io se, considerando quel che è avvenuto a tuo marito, non avessi pensato al mio! Sí, sí, io comprendo ora la pazzia di tuo marito, perché penso al mio, che impazzirebbe allo stesso modo, se gli accadesse quel che è accaduto al tuo, con me! Senza rimorso! Senza rimorso! E appunto perché senza rimorso… Capisci? È questa la cosa orribile. Non so come fartela intendere! Io la intendo, ripeto, soltanto se penso a mio marito e vedo me, cosí senza rimorso d’una colpa che non ho voluto commettere. Vedi come posso parlartene, senza arrossire? Perché io non so, Bice, non so proprio come sia tuo marito; com’egli certo non sa, non può sapere come sia io… È stato come un gorgo, capisci? come un gorgo, che si è aperto tra noi all’improvviso senz’alcun sospetto, e ci ha afferrati e travolti in un attimo, e subito s’è richiuso, senza lasciar di sé la minima traccia! Subito dopo, la coscienza nostra è tornata limpida e uguale. Noi non abbiamo pensato piú, neppure per un istante, a ciò ch’era accaduto tra noi; il nostro turbamento è stato momentaneo; siamo scappati uno di qua, uno di là; ma appena soli, niente, come se nulla fosse stato: non solo innanzi a te, quando poco dopo sei ritornata in villa, ma anche innanzi a noi stessi. Ci siamo potuti guardare negli occhi e parlarci, come prima, tal quale, perché non era piú in noi, ti giuro, alcun vestigio di ciò ch’era stato; nulla, nulla, neppure un’ombra di ricordo, neppure un’ombra di desiderio, nulla! Finito tutto. Sparito. Il segreto d’un attimo, sepolto per sempre. Ebbene, questo ha fatto impazzire tuo marito. Non la colpa, che nessuno di noi due ha pensato di commettere! Ma questo: il poter pensare che questo può accadere: che una donna onesta, innamorata di suo marito, in un attimo, senza volerlo, per un improvviso agguato dei sensi, per la complicità misteriosa dell’ora, del luogo, cada nelle braccia d’un uomo; e, un minuto dopo, sia tutto finito, per sempre; richiuso il gorgo; sepolto il segreto; nessun rimorso; nessun turbamento; nessuno sforzo per mentire di fronte agli altri, di fronte a noi stessi. Ha aspettato un giorno, due, tre; non s’è sentito rimuover nulla dentro, né in tua presenza, né alla presenza mia; ha visto me, ritornata qual ero prima, tal quale, con te, con lui; ha veduto poco dopo, ti ricordi? arrivare in villa mio marito; ha veduto com’io l’ho accolto, con quale ansia, con quale amore… e allora l’abisso, in cui il nostro segreto era sprofondato per sempre, senza lasciar la minima traccia, lo ha attratto a poco a poco e gli ha travolto la ragione. Ha pensato a te; ha pensato che forse anche tu…

– Anch’io?

– Ah, Bice, non ti sarà mai accaduto, ti credo, Bice mia! Ma noi, io e lui, sappiamo per prova che può accadere, e che, come è stato possibile a noi, senza volerlo, può essere a chiunque! Avrà pensato che qualche volta, ritornando a casa, ti avrà trovata sola, in salotto, con qualche suo amico, e che in un attimo sarà potuto accadere a te, e a quel suo amico, ciò ch’era potuto accadere a me e a lui, allo stesso modo; che tu potessi chiudere in te, senz’alcuna traccia, e nascondere senza mentire quello stesso segreto, ch’io chiudevo in me e nascondevo senza mentire a mio marito. E appena questo pensiero gli è entrato in mente, un bruciore sottile, acuto, ha cominciato a mordergli il cervello, nel vederti aliena, lieta, amorosa, con lui, com’io ero con mio marito; con mio marito che amo, ti giuro, piú di me stessa, piú di tutto al mondo! S’è messo a pensare: “Eppure, ecco questa donna, che è cosí con suo marito, è stata per un momento tra le mie braccia! E forse anche mia moglie, dunque, in un momento… chi sa?… chi potrà mai sapere?…”. Ed è impazzito. Ah! Zitta, Bice, zitta per carità

Gabriella Vanzi s’alzò, pallidissima, tremante.

Aveva sentito schiudere di là, nella saletta d’ingresso, la porta. Suo marito rincasava.

Donna Bicetta Daddi, nel vedere la sua amica d’un tratto ricomporsi, diventar rosea, con gli occhi limpidi, e sorridere, movendo incontro al marito, restò quasi annichilita.

Nulla, ecco, era vero: nessun turbamento piú, nessun rimorso, nessuna traccia…

E donna Bicetta comprese perfettamente perché suo marito, Romeo Daddi, era impazzito.

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Luigi Pirandello – Jeri e oggi

La guerra era scoppiata da pochi giorni.

Marino Lerna, volontario del primo corso accelerato di allievi ufficiali, avuta la nomina a sottotenente di fanteria, dopo una licenza di otto giorni trascorsa in famiglia, partí per Macerata, ov’era il deposito del reggimento a cui era stato assegnato: il 12.mo, brigata Casale.

Contava di passar lí qualche mese per l’istruzione delle reclute, prima d’esser mandato al fronte. Invece tre giorni dopo, mentre si trovava nel cortile della caserma, fu improvvisamente chiamato, non seppe da chi; e sú per le scale si trovò insieme con gli altri undici sottotenenti arrivati con lui a Macerata dai diversi plotoni.

– Ma dove? Perché?

Sú, in sala. Dal colonnello.

Rigido sull’attenti, coi compagni, davanti una tavola massiccia, ingombra d’incartamenti, fin dalle prime parole di quel colonnello dei carabinieri, che teneva in sostituzione il comando della caserma, comprese poco dopo che doveva esser giunto un ordine di partenza per loro.

Con gli occhi ancora abbagliati dal sole di giugno che splendeva giú nell’ampio cortile, non riuscí in prima a discernere, nel bujo di quella tetra sala, se non l’argento della montura al collo della divisa del signor colonnello, il roseo d’una lunga faccia cavallina tagliato da un grosso paio di baffi, e il biancheggiar delle carte sulla tavola.

Per un tratto, smarrí nello scompiglio tumultuoso dei pensieri e dei sentimenti il senso delle parole proferite con voce dura e urtante. Si sforzò di prestar attenzione e, sissignori, era proprio cosí: l’ordine di partenza era per la sera del giorno appresso.

Già al deposito si sapeva che il 12.mo occupava al fronte una tra le piú aspre e difficili posizioni, sul Podgora; e che i piú giovani ufficiali vi erano stati mietuti in parecchi assalti infruttuosi. Bisognava, dunque, correr subito a colmare quei vuoti.

La tensione dell’animo, appena il colonnello licenziò quei dodici giovani, si sciolse in ciascuno di loro, per un istante, in un curioso stordimento, quasi di delusa ebbrezza. Subito se ne distolsero per abbandonarsi a un eccesso di disinvoltura rumorosa; da cui però, un momento dopo, tornarono a riprendersi con uno studio di mostrare l’uno all’altro che quella loro disinvoltura non era punto affettata.

Si trovarono, a ogni modo, tutti d’accordo nella decisione di correre al telegrafo per annunziare ai parenti con parole animose la partenza.

Tutti, meno uno. Proprio quell’uno tra gli ottanta del plotone allievi ufficiali che da Roma era stato assegnato con Marino Lerna al 12.mo reggimento: un tal Sarri; proprio quel tal Sarri che a Marino Lerna era tanto dispiaciuto di avere a compagno, quasi che la sorte avesse voluto tra gli ottanta camerati del plotone romano scegliergli quello appunto che gli era piú antipatico.

Ma veramente quel Sarri non aveva nessuno, a cui telegrafare la sua partenza. In quei tre giorni passati insieme a Macerata, Marino Lerna, pur non riuscendo a mutare in fondo l’opinione che n’aveva, s’era sentito tuttavia un po’ meglio disposto verso di lui, forse perché da solo a solo il Sarri aveva smesso quell’aria sprezzante che lo aveva reso a Roma inviso a tutti i compagni del plotone. Marino Lerna aveva creduto di capire che lo sprezzo del Sarri derivava da un proposito, ch’era in lui quasi bisogno istintivo, di non confonder mai il suo sentimento con quello degli altri, dimostrando in tutti i modi ch’egli sentiva, non pur diversamente, ma l’opposto, senza punto curarsi dell’altrui stima. Era forse, insomma, antipatico piú per professione che per natura, e aveva l’orgoglio delle antipatie che suscitava. Poteva permetterselo, perché molto ricco e solo al mondo.

Da Roma s’era portata a Macerata una donnina allegra, che manteneva da circa tre mesi, ben nota ai compagni del plotone. Contava anche lui di rimanere al deposito forse piú d’un mese e voleva in questo tempo cavarsi del tutto – diceva – almeno il gusto piú facile, quello bestiale dell’altro sesso, sicuro com’era che non sarebbe certamente mancato per lui di morire in guerra, tanto l’idea di seguitare a vivere, dopo la guerra, nell’enfasi d’una patria piena d’eroi, gli era intollerabile.

Marino Lerna, mentre con gli altri si dirigeva al telegrafo, vedendolo restare indietro, si trattenne.

– Tu non vieni?

Il Sarri scrollò le spalle.

– No… volevo dire… – riprese il Lerna per riparare, un po’ imbarazzato, alla sciocca domanda. – Volevo chiederti un consiglio.

– Proprio a me?

– Non so… guarda: tre giorni fa, partendo da Roma, assicurai mio padre e mia madre…

– Tu sei figlio unico?

– Sí, perché?

– Ti compiango.

– Eh, lo so, per i miei. Li assicurai che non sarei partito per il fronte se non tra qualche mese, e che prima di partire sarei andato a salutarli per…

Stava per dire “per l’ultima volta”. S’interruppe. Il Sarri lo capí; sorrise.

– Ma dillo pure, per l’ultima volta.

– No, ecco, speriamo di no; faccio le corna. A salutarli, diciamo, ancora una volta, prima di partire.

– Bene. E poi?

– Aspetta. Mio padre si fece promettere, che se per caso m’avessero negato la licenza, lo avrei avvertito a tempo perché potesse venir lui con la mamma a salutarmi qui. Ora, noi partiamo domani sera alle cinque.

– Se prendono questa sera il treno delle dieci, – seguitò il Sarri, – domattina alle sette possono essere qua per passare con te quasi tutta la giornata.

– Dunque, me lo consigli? – domandò Marino Lerna.

– Ma no! – esclamò il Sarri, senza esitare. – Scusa, hai avuto la fortuna di partire senza pianti…

– No, per questo, la mamma ha pianto!

– E non ne sei contento? Vorresti vederla piangere ancora? Ma di’ che parti stasera e salutali da qui! Sarà meglio per te e per loro.

Poi, vedendo che il Lerna restava lí incerto e perplesso:

– Ciao, eh – gli disse. – Vado ad annunziarla a Niní, io, la partenza. Sarà da ridere. Mi ama! Ma quella, se piange, la scazzotto.

E se n’andò.

Marino Lerna s’avviò al telegrafo ancora perplesso se seguire o no quel consiglio. Al telegrafo ritrovò i compagni che avevano tutti telegrafato gli addii, senz’altro; e fece come loro; ma poi, ripensandoci e parendogli d’aver fatto un tradimento alla povera mamma, al babbo, spedí un nuovo telegramma d’urgenza, nel quale li avvertiva che se prendevano il treno delle dieci di sera, avrebbero fatto in tempo a salutarlo prima della partenza.

La mamma di Marino Lerna era una dura donnetta all’antica, come ne conserva ancora la provincia.

Eretta sul busto armato di grosse stecche, ossuta, un po’ legnosa, pur senz’esser magra; in un’ansia continua, tra sospetti e diffidenze, voltava di qua e di là gli occhietti aguzzi di topo, irrequieti.

Adorava tanto quel suo unico figliuolo, che per lui, per non staccarsi da lui già studente d’Università, aveva lasciato gli agi della sua casa antica, le abitudini patriarcali della sua vita in un villaggio degli Abruzzi; e da due anni era andata a stabilirsi nella Capitale ove si sentiva sperduta.

Arrivò la mattina del giorno appresso a Macerata in tale stato, che subito il figlio si pentí d’averla fatta venire. Ma lei protestava di no, appena scesa dal treno: di no, di no; senza poter piú staccare le braccia dal collo del figlio, piangendogli sul petto:

– Non me lo dire, Rinuccio… non me lo dire…

Il padre le batteva intanto, serio serio, una mano sulla spalla. Perché era uomo, lui. E non piangeva, lui.

A Roma, poco prima di partire, aveva avuto un certo discorso con un signore sconosciuto, il quale aveva anch’esso un figliuolo al campo fin dal primo giorno della guerra e due altri piú piccoli in casa. Un certo discorso, sí. Niente. Un discorso tra due padri, ecco.

– Senza piangere…

Però, nello sforzo di trattenere il pianto a ogni costo (sforzo che gli appariva evidentissimo dagli occhietti lustri, febbrili), la sua magra personcina molto curata aveva ora una ridicola solennità artificiosa che faceva pena, forse piú di quell’abbandonato cordoglio della madre.

Era senza dubbio esaltato; accennava a quel suo misterioso discorso con quel signore sconosciuto, come per nascondervi un proposito che aveva intanto un ben curioso effetto: quello di fargliela vedere, come da fuori, a lui stesso, la sua esaltazione mascherata di calma, e di fargliene forse provare ora rimorso, ora fastidio, di fronte alla nuda schiettezza, alla commozione forte e muta del figlio che soffriva del pianto della sua mamma e le faceva coraggio piú con le carezze che con le parole.

Fu purtroppo, come il Sarri aveva previsto, uno strazio inutile.

Accompagnati i genitori all’albergo, Marino Lerna dovette scappare subito in caserma, dove fu trattenuto fin quasi a mezzogiorno. E appena finito lí, nella stessa camera dell’albergo, il desinare (perché la mamma con quegli occhi disfatti dal pianto non fu possibile portarla al ristorante; e poi non si reggeva piú sulle gambe), appena finito il desinare, dovette di nuovo ritornare in fretta in furia alla caserma per le ultime istruzioni. Cosicché il padre e la madre non poterono rivederlo che pochi momenti appena, prima della partenza.

Ma un bel discorso, un bel discorso lungo e ragionato si provò a fare il padre alla moglie, come rimasero soli. Cose peregrine le disse in quel discorso, provandosi spesso a ingollare e passandosi la manina tremicchiante sulle labbra: che non si doveva piangere cosí, perché non era mica detto che Rinuccio… Dio liberi… i casi potevano esser tanti… il reggimento, per ora, poteva anche esser mandato in seconda linea, se si trovava agli avamposti, come dicevano, fin dal primo giorno della guerra… e poi, se tutti i soldati che andavano al fronte fossero morti, addio… piú facile era che fossero feriti… qualche feritina lieve… a un braccio, per esempio… Dio lo avrebbe assistito, il loro figliuolo… perché fargli cosí la jettatura con quel pianto? Eh… eh… a vederla piangere cosí, Rinuccio si sarebbe impressionato; certo che si sarebbe impressionato…

Ma la madre diceva che non era lei. Gli occhi… gli occhi… che poteva farci? Per il senso che le facevano tutte le parole, tutti gli atti del suo figliuolo: un senso strano e crudele, di ricordo.

– Ogni parola, capisci? mi fa l’effetto che non me la dica ora, ma che me la diceva… Cosí! Mi resta impressa, come se lui già non ci fosse piú… Che posso farci?… DioDio

– E non è jettatura, questa?

– No! che dici!

– Dico che è jettatura! E io mi metterò a ridere, vedrai che io mi metterò a ridere, quando partirà.

Se avessero seguitato ancora un poco, avrebbero litigato. C’era già acuta, fustigante l’impazienza per il ritardo del figliuolo. Ma Dio, come non capivano i superiori che quegli ultimi momenti dovevano essere riserbati a una povera mamma, a un povero padre?

L’impazienza diventò smania insopportabile, allorché tutti i compagni di Marino cominciarono a venire alla spicciolata e in gran fretta all’albergo, con le carrozze che si fermavano lí davanti ad aspettare il bagaglio per ripartir subito verso la stazione. Ecco, l’attendente dell’uno portava già la cassetta; l’attendente dell’altro, lo zaino, il cappotto, la sciabola; e via tutti a precipizio, in carrozza, di gran trotto.

Marino, uscito per ultimo dalla caserma, era corso a ritirate un pajo di scarpe imbullettate, da campagna, ordinate il giorno avanti; e aveva fatto tardi.

Piú che un distacco, fu uno strappo, una furia, un precipizio. C’era il rischio di perdere il treno. Difatti, arrivò col padre e la madre alla stazione, che già chiudevano gli sportelli delle vetture: si cacciò in una, da cui i compagni si sbracciavano a chiamarlo; e subito il treno partí fra un tumulto di gridi, di pianti, d’augurii, tra uno svolazzío di fazzoletti e cenni di mani e di cappelli.

Quando il signor Lerna, che aveva agitato il suo fino all’ultimo, ma senza nessuna convinzione, quasi stizzito che non gli avessero dato il tempo di farlo bene, si voltò, ancora mezzo intronato, a cercarsi accanto la moglie, non la trovò piú: l’avevano trasportata, svenuta, nella sala d’aspetto.

Una gran quiete, ora, nella stazione. Non c’era piú nessuno. Solo, nel vano abbagliante del lungo e stanco pomeriggio estivo, i binarii lucidi, e un lontano ininterrotto stridío di cicale.

Tutte le carrozze avevano già ricondotto in città la gente venuta a salutare i partenti; e non se ne trovò piú nessuna davanti la stazione, allorché la mamma di Marino Lerna, alla fine rinvenuta, fu in condizione d’esser trasportata all’albergo.

Il guardasala, impietosito, si profferse d’andare al prossimo garage per far venire l’omnibus automobile, che doveva esser già di ritorno.

All’ultimo momento, quando la signora, sorretta, quasi portata di peso, vi aveva già preso posto, e l’omnibus stava per avviarsi, venne di furia a montarvi una giovine bionda, sbucata chi sa da dove, con una gran paglia fiorita di rose in capo, molto scollata e vestita alla bizzarra; occhi e labbra dipinti; ma che piangeva anche lei perdutamente.

Una bella giovine.

Aveva, raccolto in una mano, un minuscolo fazzolettino di filo azzurro, ricamato; teneva l’altra, sfavillante d’anelli, su la guancia destra, come per nascondere il rossore e il bruciore d’un terribile schiaffo.

La Niní, che il sottotenente Sarri s’era portata da Roma, tre giorni addietro.

Il padre di Marino Lerna capí subito di che genere fosse quella biondina lí. Non capí la madre che, vedendosi di faccia un’altra donna che piangeva come lei, non seppe tenersi da domandarle:

– È moglie la signora?

Quella, col suo fazzolettino da bambola sugli occhi, fece subito di no col capo.

– Sorella? – insistette la madre.

Ma a questo punto il marito intervenne col gomito a fare, sotto sotto, un segno alla moglie.

La giovine notò forse quel segno: comprese, a ogni modo, che l’inganno di quella vecchia signora sul suo conto non poteva durare a lungo, e non rispose.

Ma un’altra cosa, anche piú triste, comprese, mentre seguitava a piangere. Comprese che lei ora impediva a quella vecchia mamma di piangere, perché quella vecchia mamma, ora, provava onta a confondere le sue lagrime con quelle di lei.

Erano lagrime, per tanto, anche le sue; e lagrime d’una pena piú rara assai di quella cosí comune e naturale d’una mamma.

Non era stata soltanto del Sarri ultimamente, a Roma, la Niní; era stata anche di altri compagni di lui in quel plotone allievi ufficiali; e chi sa, fors’anche di colui, per cui quella vecchia mamma ora piangeva.

A mezzogiorno, era stata a tavola con loro, con dieci di loro. Una tavolata di diavoli. Glien’avevano fatte di tutti i colori, e lei li aveva lasciati fare, perché si stordissero come tanti matti, quei poveri ragazzi in procinto di partire per la guerra. Avevano voluto finanche scoprirle il seno, là, alla vista di tutti, in trattoria, perché era famoso tra loro quel suo piccolo seno, quasi ancora virgineo, dai tuberi eretti; e gliel’avevano voluto battezzare, matti, con lo champagne; e lei li aveva lasciati fare e toccare, baciare, premere, stringere, strappare, perché se lo portassero, sí, vivo lassú, quell’ultimo ricordo della sua carne d’amore; lassú dove forse a uno a uno tutti que’ bei giovani di vent’anni sarebbero morti domani. Aveva tanto riso con loro, e poi, sí, Dio mio… poi, baciandoli per l’ultima volta… Ma le era arrivato da parte del Sarri quel terribile schiaffo sulla guancia destra. E no, no: non se n’era avuta per male…

Via, avrebbe potuto dunque lasciarla piangere senz’offendersene, quella povera vecchia mamma. La lasciava piangere, certo; ma non piangeva piú lei, ora, povera vecchia mamma, che n’aveva chi sa quanto bisogno.

E allora, ecco che lei si sforzò di trattener le sue lagrime, per lasciare scorrere quelle della madre. Ma invano. Quanto piú si sforzava di trattenerle, tanto piú impetuose esse le rompevano dagli occhi, premute anche dalla ragione crudele per cui cercava d’impedirsi lo sfogo. E alla fine, trangosciata, non potendone piú, scoprí il volto, proruppe in singhiozzi, gemendo:

– Per carità… per carità… non posso farne a meno, signora… Questo mio pianto… Posso piangere anch’io, signora… Lei, per suo figlio;… e io… non per suo figlio propriamente… per uno ch’è partito con lui, e che mi ha anche percossa, perché piangevo… Lei per uno solo… io per tutti… posso per tutti… anche per suo figlio, signora… per tutti… per tutti…

E tornò a nascondersi la faccia, non resistendo al duro cipiglio di quella madre, che stava ora a guardarla col rancore geloso che hanno tutte le mamme per le donne come lei.

Troppo schianto aveva provato la madre alla partenza del figlio. E ora troppo bisogno aveva d’un po’ di tregua e di silenzio. Colei glielo turbava non solo, ma anche gliel’offendeva. Il pensiero che il figliuolo non sarebbe stato esposto al pericolo prima di due giorni le concedeva quella tregua. Ella poteva dunque esser dura; e fu dura. Per fortuna, il tragitto dalla stazione alla città era breve. Appena giunta, scese dall’omnibus senza neanche volgere uno sguardo a quella là.

Il giorno appresso, durante il viaggio di ritorno, alla stazione di Fabriano, la signora Lerna, mentre col marito se ne stava affacciata al finestrino d’una vettura di prima classe, rivide la giovane, che cercava di corsa un posto nel treno. Era in compagnia d’un giovanotto; recava tra le braccia un fascio di fiori, e rideva.

La signora Lerna si volse al marito e disse forte, in modo da farglielo sentire:

– Oh, guarda là, quella che piangeva per tutti!

La giovine si voltò, senz’ira, senza sdegno.

– Povera mamma buona e stupida, – le disse con quello sguardo. – E non capisci che la vita è cosí? Jeri ho pianto per uno. Bisogna che oggi rida per quest’altro.

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Luigi Pirandello – La corona

Il dottor Cima si fermò all’entrata della villetta comunale, che sorgeva sul poggio all’uscita del paese; stette un pezzo a guardare il rustico cancello a una sola banda, sorretto da due pilastri non meno rustici, dietro ai quali si levavano tristi due cipressetti (tristi, quantunque attorno a loro ridessero in ghirlande qua e là, tra il cupo verde, alcune roselline rampicanti); guardò l’erto viale che dal cancello saliva al poggio, alla cui vetta stava tra gli alberi un chiosco che voleva sembrare una pagoda; e aspettò che il desiderio di farsi una giratina per sollievo in quella vecchia villetta quasi abbandonata riuscisse a vincere in lui la rilassatezza delle membra, che il tepore inebriante del primo sole gli aveva cagionato.

Il fresco d’ombra di quella poggiata a bacio era saturo di fragranze selvatiche amare, di prugnole; dense e acute, di mentastri e di salvie. Veniva dagli alberi, come un invito, il cinguettío continuo degli uccellini festanti per il ritorno della dolce primavera. E il dottor Francesco Cima si mise a salire a lenti passi alla villetta, respirando con voluttà quell’aria satura di fragranze, rapito, stordito, quasi vaneggiante in una ebbrezza deliziosa.

La vista di quelle piante rinverdite, che si beavano smemorate nel sole, lo svolare delle farfalle bianche su i fiori dell’ajuole, davano ai pensieri del dottore, che non potevano esser lieti, un contorno quasi vaporoso, di sogno.

Com’era bella quella villetta quieta, in cui nessuno veniva a passeggiare!

– Se fosse mia…

Ecco: il desiderio, non potendo la mano rapace, allungava un sospiro. E chi sa quanti e quanti non venivano lí a passeggiare appunto per questo, per non sospirare come lui adesso: Se fosse mia!

Perché è destino delle cose che sono di tutti di non essere poi propriamente di nessuno.

A ogni passo un palo e una tabella: “Proibito di entrare nelle ajuole”; “Proibito di danneggiare le piante”; “Proibito di cogliere i fiori”.

Si era insomma padroni soltanto di guardare, passando. Ora la proprietà vuol dire “io”, non vuol dire “noi”. E lí dentro uno solo poteva dir “io”: il giardiniere, che era dunque il padrone vero, e per giunta pagato per esserlo, e vi aveva casa e stato e vendeva per conto suo i fiori, ch’eran di tutti e di nessuno.

Un trillo, fra tanti, piú acuto, ridestò chiara a un tratto nel dottore la memoria d’una villeggiatura lontana, in una vecchia cascina perduta tra gli alberi dell’aperta campagna, lieta della vicinanza del mare. Ah! era ragazzo allora: un ragazzaccio che aveva la passione della caccia. Quanti poveri uccellini aveva uccisi!

Le amarezze, le costernazioni, i fastidii che gli venivano dalla sua professione di medico, gli s’erano quasi addormentati in fondo all’anima. Non cosí il rammarico d’aver compiuto da qualche mese quarant’anni. Il piú bel tempo della vita era già finito per lui, e purtroppo senza ch’egli potesse dire d’aver goduto mai veramente della giovinezza. E c’era forse da godere nella vita! Oh, sí, poteva, poteva esser bella la vita; poteva una mattinata serena come quella compensare di tante afflizioni e di tante noie.

Il dottore si fermò, a un pensiero sortogli improvviso: quello di tornare indietro, di correre a casa a prendere la giovane moglie (era sposo da sette mesi), per far godere anche a lei l’incanto di quella passeggiata. Rimase un tratto perplesso, poi riprese ad andare lentamente per il viale.

No. Quell’incanto era per lui solo. Sarebbe stato anche per la moglie, forse, se lei fosse venuta senza il suo invito, a passeggiare da sola. Insieme, l’incanto sarebbe svanito, per tutt’e due. Ecco, era già svanito anche per lui, solamente a pensarci. L’amaro di quella sottile malinconia, dianzi avvertito appena, gli saliva ora alla gola.

Non che avesse da ridire minimamente su la moglie. Tanto buona, poverina! Ma aveva circa diciotto anni meno di lui; appena ventidue; ed egli, già coi capelli grigi su le tempie e la barba brizzolata.

Sette mesi addietro, sposando, aveva sperato che la stima affettuosa, dimostratagli durante il breve fidanzamento, avrebbe potuto cangiarsi presto in amore, facilmente. Bastava che ella si accorgesse appena che, nonostante quella canizie su le tempie, egli la amava come un fanciullo. Non aveva amato mai, prima di lei, alcun’altra donna.

Sogni! L’amore, il vero amore (egli lo sentiva bene) in sua moglie non era ancor nato, non sarebbe forse mai nato. Gli sorrideva, gli dimostrava in tanti modi di volergli bene, ma cosí, come per dovere.

Ora, non sarebbe stato forse tanto aspro per lui il cordoglio, se un certo puntiglio non glie l’avesse segretamente esacerbato, impedendogli di fare anche su la sua giovane compagna quelle riflessioni un po’ amare ma piene di bonaria indulgenza, con le quali era pur solito di scusare e compatire tant’altre cose nella vita.

Da ragazza, sua moglie, s’era innamorata, col fervore dei diciott’anni, d’un giovanetto, studente di liceo, morto di tifo. Lo sapeva, perché era stato chiamato come medico, allora, proprio lui al letto di quel giovane. E sapeva ch’ella era stata lí lí per impazzire dal dolore; che s’era chiusa in una camera, al bujo, per molte settimane, senza voler vedere nessuno; che non era piú uscita di casa; che avrebbe voluto farsi monaca. Uh, se n’erano dette tante, in paese! L’intera cittadinanza s’era commossa al caso crudele di quell’amore di due giovani spezzato dalla morte, perché egli, il povero morto, era nelle grazie di tutti per la vivacità dell’ingegno, per le gentili fattezze, per i modi gioviali e garbati; e lei, lei che lo piangeva disperatamente, era ritenuta con ragione una delle piú belle ragazze del paese.

Quando, dopo circa un anno, forzata dai parenti, s’era presentata in qualche radunanza, la sua vista, il suo contegno, l’aria mesta del volto, i mesti sorrisi avevano destato in tutti, e specialmente nei giovani, una fervida ammirazione, una vivissima tenerezza. Essere amato da lei, scuoterla da quel fascino doloroso, richiamarla alla vita, all’amore, alla giovinezza, era diventato il sogno, l’ambizione d’ogni giovanotto.

Ma lei si era ostinata in quel suo lutto. Ostentazione, no; ma, a poco a poco, qualcuno aveva cominciato a susurrare malignamente che ella, pur cosí umile e modesta, doveva provare un certo compiacimento del proprio cordoglio, essendosi accorta ch’esso la rendeva a tutti piú cara, piú ammirevole. Forse chi diceva cosí, parlava per dispetto o per gelosia. La prova ch’ella non intendeva, con quelle gramaglie, d’essere maggiormente desiderata, era nel fatto che in pochi mesi aveva rifiutato quattro o cinque profferte di matrimonio, serie profferte dei migliori giovani del paese.

Erano passati quasi due anni dalla sciagura, e nessuno piú ormai, dopo quei rifiuti cosí recisi, s’attentava a chiederla in isposa, quando s’era fatto avanti lui, il dottor Cima, quantunque sconsigliato dagli amici; e – sissignori – era stato accolto, lui, subito.

Passata la prima sorpresa però, tutti s’erano spiegata la ragione di quella vittoria. Ella aveva detto di sí, perché il dottore non era piú giovane, e nessuno dunque avrebbe potuto supporre ch’ella lo sposasse per amore, per vero amore: aveva detto di sí, perché egli stesso non avrebbe certamente preteso d’essere amato come un giovanotto, e si sarebbe contentato di quell’affetto quieto e tepido, fatto di stima, di gratitudine e di devozione.

Che cosí fosse veramente, non aveva tardato a comprenderlo anche lui. Ne aveva tanto sofferto; ne soffriva tanto tuttora; doveva fare piú volte al giorno sforzi violenti su se stesso, ora per frenare uno scatto, ora per non tradire il rammarico acerbo. Era una vera tortura sentirsi tuttavia giovane nel cuore, e non poterlo dire, non poterlo dimostrare, per paura di perdere anche la stima e la gratitudine di lei, accordate solo a questo patto: reprimere ogni impulso di quell’amore che per lui era il primo e sarebbe stato l’ultimo.

Mah! giovane ancora, anzi bambino, per una sola donna egli avrebbe potuto essere ormai: per la sua vecchia mamma, se non fosse morta da tre anni! Lei, sí, avrebbe sentito bene con lui l’incanto di quella mattinata deliziosa; e, senza pensarci due volte, egli sarebbe corso a prenderla a casa, la sua santa vecchierella, per farla ristorare al tepore di quel primo sole. L’avrebbe trovata certamente rannicchiata in un cantuccio, col rosario in mano, a pregare per tutti i malati ch’egli aveva in cura.

Sorrise con dolce mestizia il dottor Cima a questa immagine, scrollando lievemente il capo, mentre saliva al vialetto piú alto della villa sul poggio. Pregando per tutti i malati ch’egli aveva in cura, la sua santa vecchierella non dimostrava molta fiducia in lui e nella sua scienza. Glielo aveva domandato scherzosamente una volta, ed ella gli aveva subito risposto che non pregava per questo, ma perché Dio lo ajutasse a salvare i suoi malati.

– E dunque tu credi, che senza l’ajuto di Dio

Non lo aveva lasciato finire.

– Che dici? L’ajuto di Dio ci vuol sempre, figliuolo!

E pregava, pregava da mane a sera; tanto che egli, quasi quasi, avrebbe desiderato di non aver molti clienti, per non stancare troppo le labbra di lei.

Tornò a sorridere. Col ricordo della madre, i suoi pensieri avevano ripreso i contorni vaporosi del sogno; l’incanto gli s’era rifatto.

Glielo ruppe improvvisamente il nuovo giardiniere, che si trovava lassú a sarchiare in un pratello.

– Oh, eccomi qua, signor dottore! M’ha cercato a lungo?

– Io no, veramente…

– È pronta, sa? bell’e pronta fin dalle otto.

E, cosí dicendo, gli si fece avanti col berretto in mano e la fronte imperlata di sudore.

– Se vuol vederla, è qua, nella pagoda. Andiamo subito.

– Veder che cosa? – domandò il dottore, restando. – Io non so…

– Come, signor dottore! La corona.

– La corona?

Il giardiniere lo guardò, restando anche lui, non meno stupito.

– Scusi, non ne abbiamo 12, oggi?

– Ebbene?

– Non mi ha mandato la serva l’altro jeri, a ordinarmi per oggi una corona?

– Io?… per il 12?… Ah, già… – disse allora il dottore, fingendo di ricordarsi. – Ho mandato… già… ho mandato la serva…

– Rose e violette, non si ricorda? – e il giardiniere tornò a sorridere della smemorataggine del signor dottore. – È pronta da stamani alle otto! Venga a vederla.

Per fortuna si mosse avanti e cosí non poté notare l’alterazione improvvisa del volto del dottore, che lo seguí come un automa, con gli occhi attoniti, foschi, la bocca aperta, aperte le mani.

Una corona? La moglie, di nascosto, aveva ordinato una corona? Sí, il giorno 12 appunto cadeva l’anniversario della morte di quel ragazzo. Ancora, dopo tre anni? Pur essendo adesso sua moglie? Gli mandava di nascosto una corona… Moglie già d’un altro! Lei, cosí timida; lei, cosí modesta, tanto ardire! Tanto dunque lo amava? tanto viva era ancora la memoria di lui nel suo cuore? E perché aveva sposato un altro, allora? Se il suo cuore era ancora di quello, e sempre di quello sarebbe stato? Perché? perché?

Cosí tra sé farneticando, il dottore seguitava ad andar dietro al giardiniere. Voleva vederla, quella corona; sí, vederla per accertarsi bene, con gli occhi suoi, che sua moglie era capace di un tale inganno, d’un tal tradimento.

Quando la vide, là nella pagoda, in un angolo, ritta su una tavola di ferro, appoggiata alla parete, gli parve che fosse per lui, e restò a mirarla a lungo.

Il giardiniere, interpretando a suo modo quell’ammirazione:

– Bella, eh? – domandò. – E tutte rose e violette fresche, sa? colte all’alba. Pochine, cento lire, signor dottore! Sa che fatica metterle insieme a una a una tutte queste violette? E le rose? D’inverno, perché rare; quand’è stagione, perché le vogliono tutti… pochine cento lire! Me ne deve dare almeno altre venti.

Il dottore si provò a parlare, ma sentí che gli mancava la voce; aprí le labbra a uno squallido sorriso, e si sforzò a dire:

– Io… pagartela, eh? Poche, cento lire… Rose e violette, già… cento venti? Eccole qua.

– Grazie, signor dottore, – s’affrettò a rispondere il giardiniere, prendendo il denaro. – Creda che le merita…

– Tienla qua, – troncò il dottore, rimettendo in tasca il portafogli. – Se viene la serva, non gliela dare. Verrò a prenderla io.

E uscí dalla pagoda; scese per il viale; svoltò; appena si vide solo, nascosto, si fermò, strinse le pugna e contrasse tutto il volto in uno spasimo di riso:

– Gliel’ho pagata io…

Che doveva fare adesso? Prendere la moglie, senza farle male, e ricondurla alla casa del padre: ecco, sí, questo si meritava! E che andasse a piangere lontano quel suo ragazzo morto, senza rubar cosí l’amore d’un galantuomo, ch’ella aveva, se non altro, il dovere di rispettare. Né amore, né rispetto? Ah, ella aveva rifiutato i giovani e s’era preso uno, per lei vecchio, perché costui l’amore, via!, non si sarebbe neppur sognato di pretenderlo, coi capelli già grigi, con la barba già brizzolata; ma avrebbe anche chiuso un occhio, e anche tutti e due, su la sua pena antica; non si sarebbe avuto a male di nulla, il vecchio! Però di soppiatto gliela mandava, la corona! Meno male! Eh già, moglie d’un altro, non aveva stimato conveniente andar lei, di persona. Per quanto vecchio il marito, via, sarebbe stato un po’ troppo! Aveva mandato la serva a ordinar la corona, in prova del costante amore; e la avrebbe fatta appendere dalla serva alla tomba di quel suo povero amore.

Ah, com’era stata ingiusta veramente la morte di quel ragazzo! Se fosse vissuto, quel ragazzo, se avesse avuto il tempo di divenire uomo, di divenire esperto e istrutto anche lui di tutte le sagge perfidie della vita, e la avesse sposata lui, la sua cara fanciulla innamorata; si sarebbe accorta bene costei, che altro è fare all’amore dalla finestra, a diciott’anni, altro è vivere nella dura realtà quotidiana, quando già le prime fiamme si sono ammorzate e comincia il tedio dei giorni uguali, e la stanchezza, e nascono i primi dissapori, e il giovane marito comincia a esser sazio e stufo della moglie e pensa già di tradirla… Ah, come avrebbe desiderato ch’ella avesse potuto fare per qualche tempo, con quel ragazzo là, una siffatta esperienza! Allora sí, questo vecchio…

Serrò piú volte le pugna fino ad affondarsi le unghie nelle palme; poi si guardò le mani che gli tremolavano, e alla fine si riscosse traendo un lungo sospiro.

L’impeto della prima impressione era caduto. Stette un pezzo a guardare innanzi a sé, vide poco discosto un sediletto e andò a sedervisi meccanicamente.

Ebbene, e questo vecchio, – seguitò a pensare, – non intendeva forse di regolarsi anche lui come un ragazzaccio? fare una scenata? uno scandalo? Oh, allora tutti quelli che avevano indovinato cosí facilmente la ragione per cui egli era stato subito accolto: – Uno scandalo? – avrebbero esclamato. – Eh, via, in fin dei conti perché? Per una corona da morto… Certo ogni anno la poverina, per il giorno 12, aveva mandato una corona al camposanto. Il nuovo giardiniere non lo sapeva. Quell’anno, anche quell’anno ella, naturalmente, se n’era ricordata… Naturalmente, sí, perché il povero dottore, via, non aveva potuto farglielo dimenticare. Se n’era ricordata, e non aveva saputo resistere alla tentazione. Certo, oh, certo aveva fatto male… Ma il sentimento non ragiona! Si trattava d’un morto, alla fin fine!

Cosí tutti avrebbero pensato.

E allora che doveva far lui? Lasciar correre? fingere di non saper nulla? ritornar sú, dal giardiniere, a dirgli che desse alla serva quella corona, trattenuta lí perché gli servisse da prova?

Ah, no, questo no! Avrebbe dovuto anche farsi restituire il danaro pagato, raccomandare a colui di star zitto…

E allora? andare a casa, a domandare inutili spiegazioni alla moglie? rinfacciarle il sotterfugio, l’inganno, e punirla?

Come sarebbe stato meschino! Piú meschino ancora che a far lo scandalo…

Era grave, il fatto, ma per il suo cuore che n’era rimasto ferito; grave anche per il ridicolo che gliene sarebbe potuto venire, se il caso si fosse risaputo, perché provava il poco rispetto che sua moglie aveva per lui. Egli doveva vincere il proprio cuore, dirgli che aveva un bel sentirsi giovane, quando tutti lo credevano vecchio. Un giovanotto, sí, avrebbe potuto anche fare uno scandalo; lui, vecchio, no; doveva mostrarsi superiore, lui, e imporre altrimenti alla moglie il rispetto.

Si alzò, con gran calma, ma con un senso d’indolenzimento in tutte le membra. Gli uccelletti della villa seguitavano a cinguettare, festanti. Dov’era piú l’incanto di poco prima?

Il dottore lasciò la villa e s’avviò per ritornare a casa. Quando giunse al portone, però, addio calma! Aveva un affanno da cavallo; e non sapeva come avrebbe fatto a salir la scala, con quelle gambe che gli tremavano. L’idea di riveder la moglie, adesso… Doveva esser piú triste del solito, ella, in quel giorno… Ma forse avrebbe saputo dissimular bene la tristezza: era già abituata, rassegnata. Ed egli la amava, oh miseria! la amava tanto, tanto… e sentiva, in fondo, ch’ella meritava d’essere amata; sí, perché era buona anche, buona come appariva da quelle pure fattezze delicate, da quei profondi occhi neri, vellutati, nel pallor bruno del volto.

Venne ad aprirgli la serva. La vista di costei lo sconcertò. Era a parte del segreto, quella vecchia, complice dell’inganno. Stava da tanti anni a servizio nella casa paterna della moglie, era affezionatissima a questa; e forse non avrebbe parlato; certo però non avrebbe saputo apprezzare né fors’anche comprendere ciò che egli aveva già divisato di fare. Sarebbe stata a ogni modo una testimonia volgare. Ed egli voleva che quanto stava per fare rimanesse segreto tra lui e la moglie.

Entrò diviato alla camera di lei.

La moglie era davanti la specchiera a pettinarsi. Di tra le braccia alzate sul capo, le scorse nello specchio il volto, incontrò lo sguardo di lei, che esprimeva sorpresa di vederlo in casa a quell’ora insolita.

– Sono ritornato, – disse, – per invitarti a uscire con me.

– Ora? – domandò lei, voltandosi, senz’abbassare le braccia che reggevano sul capo il volume dei bellissimi capelli neri, ancora sciolti; e gli sorrise languidamente.

Egli si turbò, quasi fino alle lagrime a quel pallido sorriso, come se vi avesse scorto una profonda pietà di lui, dell’amore che le portava, del dolore ch’ella ancora non indovinava, ma che tra poco avrebbe saputo.

– Sí, ora, – rispose. – È tanto bello, fuori… Sbrígati. Andremo alla villetta, anche piú lontano, in campagna… Prenderemo una vettura…

– Perché? – domandò lei, quasi senza volerlo. – Giusto oggi?

Egli temette, a questa domanda, che lo sguardo lo tradisse. Stentava già tanto a mantenere calma la voce.

– Non ti andrebbe, oggi? – disse. – Ma ti farà bene, vedrai. Sbrígati, sbrígati. Voglio cosí.

Si mosse per uscire dalla camera. Sulla soglia si voltò:

– T’aspetto nello studio.

Poco dopo, ella era pronta. Ah, per questo, lo ubbidiva sempre, buona buona; faceva sempre ciò che egli voleva e com’egli voleva: soltanto sul cuore di lei, eh, lí no, egli non aveva alcun potere. Una timida opposizione aveva tentato appena: – Giusto oggi? – ma pure, ecco, con tutta l’angoscia che in quel giorno doveva aver dentro, aveva ubbidito, era pronta ad andare a passeggio, in campagna, dove lui voleva.

Uscirono; attraversarono per un tratto a piedi il paese, poi egli prese a nolo una vettura, e ordinò al vetturino di fermarsi davanti la villetta comunale. Qua, smontò lui solo, pregando la moglie d’attenderlo un poco.

Quando, dopo circa un quarto d’ora, ella, già turbata e costernata, lo vide ridiscendere dalla villetta, seguito dal giardiniere che reggeva su le braccia la corona, fu per mancare. Ma egli la sostenne con lo sguardo.

– Al camposanto! – ordinò al vetturino, rimontando subito in carrozza.

Appena questa si mosse, ella ruppe in un pianto irrefrenabile, recandosi il fazzoletto sugli occhi e sulla bocca.

– Non piangere, – diss’egli allora, piano. – Non ho voluto dirti nulla a casa; non vorrei dirti nulla neanche adesso. Ti prego, non piangere. L’ho saputo per caso. M’ero recato là alla villetta a passeggiare; e il giardiniere me l’ha detto, credendo che l’avessi ordinata io, questa corona. Non piangere, sú! Andiamo a deporla insieme, vedi?

Ella stette con gli occhi nascosti nel fazzoletto, finché la vettura non si fermò davanti al cancello del camposanto.

Egli la ajutò a scendere, poi prese la corona ed entrò con lei nel recinto.

– Sai, dov’è?

Ella fe’ cenno di no, col capo.

– Vieni! – diss’egli, incamminandosi per il primo viale a manca, e guardando a una a una tutte le tombe, che vi erano allineate.

Era la penultima di quel viale. Egli allora si scoprí il capo, depose la corona su la pietra tombale, si ritrasse pian piano e, senza farsi scorgere da lei, s’allontanò, come per darle tempo di recitare una preghiera. Ma ella restò lí, muta, senza poter nemmeno staccare il fazzoletto dagli occhi. Non un pensiero, non una lagrima per il morto. Come smarrita, si voltò a un tratto a cercare il marito, lo chiamò, come finora non l’aveva mai chiamato; gli s’appese al braccio, convulsa:

– Perdonami! Perdonami! Portami via!

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Luigi Pirandello – Nel dubbio

Nella sala terrena del grazioso villino in cima al poggio, gaja di luce e del tenero verde dei bambú sorgenti da un antico sarcofago, gaja dello sprillo d’una fontanella di marmo, la vecchia minuscola marchesa donna Angeletta Dinelli, seduta presso una piccola lucida scrivania di ghisa nichelata, sonò per la terza volta il campanello, tenendo tuttavia sul naso gli occhiali e in mano la lettera della figliuola, che scriveva da Roma.

La testolina incuffiata della marchesa tremolava quella mattina piú del solito con tutti i riccioli argentei che le pendevano intorno alla fronte, e anche le piccole mani deformate miseramente dall’artritide e riparate da mezzi guanti di lana.

– Ma il commendatore? – domandò con vocetta agra di stizza alla cameriera che si presentò su la soglia.

– Avvertito, signora marchesa. Finiva di vestirsi. Ha detto che sarebbe venuto giú subito.

– Subito? Come i vecchi, doveva dire.

– Se crede…

– No, lascia, verrà.

E donna Angeletta tornò a rileggere per la quarta volta la lettera, mentre una voce cornea dietro la tenda della finestra ripeteva:

– Verrà… Federico, Federico… Povero Cocò… verrà… Com-men-da-to-re…

La stupidissima bestia sul trespolo pareva volesse canzonare la marchesa, imitandone i tre toni di voce, con cui ella soleva chiamare il commendator Morozzi: quello frettoloso, confidenziale (Federico, Federico), quello di commiserazione un po’ derisoria (Povero Cocò) e l’ultimo, grave, e per cosí dire, di parata (Com-men-da-to-re).

Pareva; perché il pappagallo poi aveva questo di buono, che non capiva nulla; e non si sognava dunque neppure di canzonar la padrona. Che sugo, del resto, ci sarebbe stato, anche per un pappagallo, a canzonare una vecchina già presso ai sessant’anni, che se un tempo aveva dato pretesto a ciarle non al tutto maligne in società, da tanti anni ormai viveva ritirata e tranquilla come una tartarughina in quella sua amena e solitaria villetta umbra?

Veramente donna Angeletta Dinelli, da tanto tempo vedova, avrebbe potuto sposare il commendator Federico Morozzi. Non l’aveva fatto, perché in realtà viveva con lui senza troppo scandalo quasi maritalmente anche quando era in vita il marchese, il quale, dopo la nascita dell’unica figliuola, se n’era scappato a prender aria a Parigi: tant’aria che n’era scoppiato quattr’anni dopo; e non ci sarebbe stato niente, proprio niente di male, se in questi quattr’anni non avesse dato fondo alle sue rendite e a buona parte di quelle di lei.

Donna Angeletta era come una bambola, allora: e se non avesse avuto accanto il Morozzi, senza dubbio si sarebbe ridotta all’elemosina, con la figliuola. L’affetto, lo zelo, la protezione del commendatore per la minuscola marchesa erano stati molto apprezzati in Roma; e quasi quasi, era sembrato non solamente scusabile, ma logico e inevitabile che qualcuno lí, in quella casa, si fosse messo a far da uomo sul serio, perché tanto lei, la marchesa, quanto lui, il marchesino, nel presentarsi la prima volta in società, avevano fatto la figura d’una coppia di ragazzetti parati per ischerzo a far da sposini, per una graziosa mascherata carnevalesca.

Senza l’intervento del commendatore, uomo serio, chi sa come sarebbero andati a finire quei due bambocci! Già s’era veduto: il marchesino, quando a un certo punto aveva voluto far l’uomo, era andato a rompersi il collo a Parigi.

Ammirabile era adesso per tutti l’esempio che quei due vecchi, il commendatore e la marchesa, offrivano d’una cosí lunga e perfetta fedeltà d’amore, della compagnia piena di squisite attenzioni che entrambi a quell’età si tenevano ancora, in quel loro dolce ritiro.

Egli si dava tuttavia amorosissima cura della persona e voleva che anche lei se ne desse, in difesa, anzi a dispetto del tempo. Voleva che questo non gliela guastasse troppo, la sua povera bambola vecchierella, non approfittasse troppo dell’estrema gracilità di lei. Quelle povere manine! Se avesse potuto riparargliele, come già aveva fatto coi capelli! Perché non erano mica veri quei ricciolini argentei sotto la cuffia… Ma il cuore, il cuore sopra ogni altra cosa, avrebbe voluto ripararle, il cuore che le s’avvizziva troppo. Si offendeva tanto il commendator Morozzi, se donna Angeletta s’insaccava nelle spalle e, socchiudendo gli occhi, sospirava:

– Ormai, caro, ormai…

Che ormai! che ormai! Come un giovane innamorato, nelle tepide sere di primavera, egli voleva passeggiare a braccetto con lei, sotto la luna, pei viali inghiajati del giardino davanti la villa. Alto e robusto, doveva chinarsi un po’ da una parte per dar braccio a lei cosí piccina. Pareva che davvero credesse, che ancora la luna dal cielo facesse lume per loro e per loro odorassero le rose del giardino e scampanellassero i grilli lontani.

La vecchiaja a poco a poco rilascia tutto ciò che la giovinezza si era preso del mondo. Giovani, crediamo infatti che sia nostra ogni cosa, nostro o fatto per noi tutto il mondo. Vecchi, lasciamo che il mondo se lo prendano gli altri o credano di prenderselo; e ridiamo di questo inganno, d’un riso che non può non essere amaro, considerando che fu anche nostro e che ne fummo felici.

Cosí pensava ormai donna Angeletta che, se non questa, molte cose aveva già imparato dal suo vecchio amico, oltre a quelle altre che gli anni e i malanni le avevano fatto entrare a poco a poco nella testolina incuffiata, mentre negli ozii invernali si carezzava i mezzi guanti di lana protettori delle povere mani. E perciò spesso sospirava:

– Povero Cocò!

Tanto spesso, che il pappagallo aveva già imparato a ripeterlo cosí bene per conto suo.

Finalmente il Morozzi entrò nella sala, stropicciandosi le grosse mani pelose:

– Eccomi qua, eccomi qua…

Dopo il bagno, una passeggiatina svelta svelta in giardino… No? Perché no, quella mattina?

E il commendator Morozzi tese gl’indici e, con un gesto che gli era solito, li accostò pian pianino fino a toccarsi le punte insegate dei maschi baffoni grigi, come per accertarsi se stessero a posto.

Non poteva star fermo un minuto; a costringerlo, alzava una gamba, o spingeva un gomito, o stirava una spalla, o storceva la bocca, o contraeva una guancia, e poi dàlli con gl’indici a toccarsi le punte dei baffi, facendo il bocchino.

– Nudo, nudo, nudo, cara mia; carissima mia, nudo! Potevo venir giú? – rispose frettolosamente al rimprovero di donna Angeletta.

Le si accostò, si chinò su lei, le tolse dal naso gli occhiali, come se volesse baciarla senza farglielo vedere, e:

– Che abbiamo? che è avvenuto?

– Nelda, – disse donna Angeletta, ponendogli una mano sul petto per tenerlo discosto. – Guarda che letterona…

– A me? a te?

– A me, confidenziale. Da’, da’ gli occhiali… Dove li hai messi?

Il Morozzi glieli porse; donna Angeletta tornò a inforcarseli, e…

– Mammina mia bella, – cominciò a leggere, – promettimi prima di tutto che non farai leggere questa lettera al commendatore…

– Brava! – esclamò questi, accigliandosi.

– Scrivo a te solamente, – seguitò ella, – e voglio che tu laceri la lettera appena avrai finito di leggerla. Si tratta…

Donna Angeletta s’interruppe; guardò di su gli occhiali il Morozzi, e:

– Non te la leggo, per ubbidire, – disse. – Si tratta che io dovrei fingere di non aver ricevuto questa lettera, e che, discorrendo cosí… tra noi, mi venisse a un tratto la curiosità di sapere se Giulio…

– Ah, – esclamò egli aggrondato, offeso, – si tratta di suo marito?

– Già… Ma non ci capisco nulla, – disse donna Angeletta.

– Brava! Nulla ci capisci tu; nulla voglio saperne io, – soggiunse il Morozzi, – me ne vado subito in giardino!

– Aspetta! – esclamò donna Angeletta, accennando di levarsi. – Nelda scrive a me, non perché non si voglia confidare con te, ma per non darti un dispiacere: me lo dice in fondo alla lettera espressamente. Sempre furie! sempre furie!

– Che dispiacere? – domandò il Morozzi, voltandosi, di nuovo con gl’indici tesi su le punte dei baffi. – Le solite sciocchezze!

– Già! Perché tu sempre hai protetto Giulio, – rispose la marchesa.

– Protetto? io? – esclamò il commendatore. – Perché se lo merita, se mai… Sta’ pur sicura, bella mia, che non ha fatto nulla di male, Giulio; perché, se qualcosa avesse fatto di male, Nelda, la signora baronessa, avrebbe scritto a me, a me, a me, non a te, per farmi un piacere!

– E se non fosse cosa d’ora? – disse donna Angeletta. – Se si trattasse d’un vecchio peccataccio, che tu sai?

– La Zena? – domandò allora il Morozzi. – Si tratta di quella povera diavola?

– Ecco! – fece la Dinelli.

– Ma se è tutto finito, strafinito, arcifinito! Ancora? Perbacco! Se tutto era già finito due anni prima, due, due anni prima che Giulio sposasse la Nelda! A quella povera diavola avevo dato marito io…

– E il figlio? – domandò donna Angeletta, con un tono che lasciava intendere che qui lo aspettava.

Il figlio? – disse il Morozzi, restando. – Che figlio? il figlio che Giulio ebbe da…?

– L’ebbe di sicuro? – tornò a domandare donna Angeletta. – Ecco il punto! Nelda vuol sapere proprio questo.

– Se Giulio ebbe un figlio? E perché?

– Perché… il perché non lo dice. Ma io temo che vogliano giocargli qualche tiro. Sapessi come insiste Nelda, perché tu prenda esattissime informazioni, fino ad acquistar la certezza assoluta che il figlio sia stato proprio di Giulio. Capirai che, avendo avuto da fare con una donna come…

– Che! che! che! – proruppe a questo punto il commendator Morozzi. – La Zena? Ma fammi il piacere! Quella povera figliuola? Diciassette anni aveva… figlia d’onesti contadini! Incapace! E poi, se il bambino è morto…

– Morto?

– Morí dopo due mesi.

– E allora? – disse donna Angeletta, non sapendo piú che pensare.

– Da’ qua la lettera, – riprese con fare sbrigativo il commendatore. – Andiamo per le spicce.

S’accostò alla finestra per legger meglio. Doveva leggere a distanza, a braccio teso, perché – prèsbite – s’ostinava a credere di non aver punto bisogno degli occhiali. S’impostò lí in un atteggiamento eroico; ma a un tratto diede un balzo. Il pappagallo, dietro la cortina, per fargli a suo modo una carezza, gli aveva pinzato la mano con cui reggeva la lettera.

– Brutta bestiaccia! – gridò. – Parola d’onore, le tiro il collo qualche volta..

Tutti e due, donna Angeletta e il pappagallo, gli risposero con lo stesso tono:

– Povero Cocò!

– Permetti? – disse allora il Morozzi su le furie. – Vado a leggere in giardino.

E uscí a passi concitati.

Rideva ancora, rideva forte, quando, di lí a mezz’oretta, rientrò in sala, agitando la lettera.

– Ma non hai capito nulla? proprio nulla?

Donna Angeletta lo guardò un pezzetto, un po’ urtata da quel riso, perplessa, ma già inchinevole a sorridere anche lei della propria costernazione.

– Tu hai capito?

– Io? Ma perfettamente! – esclamò il commendatore. – È cosí chiara la ragione della lettera… Si capisce dal tono, scusa! Di’ un po’, quanti anni sono che Nelda è maritata?

– Quattro, a ottobre.

– E niente figliuoli! – soggiunse subito il Morozzi. – Nelda non somiglia mica a te! Nelda, dico… se non mi passa, è alta quanto me, e… dico, florida, robusta come me… Non si persuade, che possa mancare per lei. Capisci adesso?

– D’aver figliuoli?

Il Morozzi le rispose con un gesto espressivo delle mani, e aggiunse:

– Ma s’è ricordata, com’ella dice, che da ragazza “colse a volo” qualche discorso tra me e te, sul conto di Giulio, qualche accenno a quel trascorso giovanile di lui, alla nascita di quel bambino… Vedi che ne parla cosí, senza darci alcun peso, mentre insiste molto invece su le ricerche scrupolose da fare per venir bene in chiaro se il figlio fosse proprio di Giulio… Ne dubita, è evidente! E perché ne dubita?

Tornò a rider forte il commendator Morozzi e concluse:

– Sciocchezze! sciocchezze! sciocchezze!

– Risponderò allora… – prese a dire donna Angeletta.

E il commendatore:

– Risponderai cosí: Sciocchezze, dice Federico; dice che… già no! non dico nulla, io, poiché la signora baronessa s’è vergognata di rivolgersi a me: ma glielo puoi dire tu, da te, forte, che è una sciocchissima creatura! Non sono ancora quattr’anni! Godete finché siete giovani, senza pensieri! I figliuoli verranno… S’è dato il caso d’aver figliuoli anche dopo quindici anni. E quanto a Giulio dille che non mi faccia il torto di dubitare d’un marito che le ho scelto io! Il figliuolo era proprio suo e ci posso metter le mani sul fuoco, perché quella Zena, povera figliuola… ma figurarsi! So io quel che mi ci volle per rimediare… Suo, suo, suo; si metta il cuore in pace la signora Nelda e aspetti…

– Paziente e fiduciosa…

– Ecco, benissimo, cosí! Paziente e fiduciosa.

Quattro giorni dopo, arrivò da Roma a donna Angeletta Dinelli, quest’altra letterina breve breve della figliuola:

Mammina mia bella,

Due paroline in fretta e furia per non tenerti in pensiero.

Che predicone m’hai fatto, tu mammina mia piccola e cara! E fuor di luogo, sai?

Non tenere piú in alcun conto la mia lettera precedente, che tu avrai lacerata. Te l’ho scritta… non so piú neanch’io bene perchè. Fisime!

Sappi che già… non vorrei dirtelo ancora; ma temo, temo fortemente, che da due mesi, tu abbia cominciato a esser nonnina, ecco!

Aspetta ancora un po’ per annunziarlo al Commendatore.

Un bacio in fretta dalla tua

NELDA

– E allora? – domandò il commendator Morozzi, sgranando tanto d’occhi, appena donna Angeletta ebbe finito di leggere. – Tutto quell’impegno di sapere se Giulio aveva proprio avuto un figliuolo?

Donna Angeletta si portò alla fronte una di quelle sue povere mani; poi, sotto lo sguardo di lui ancor pieno di stupore, disse:

– Chi sa che storie, pazzerella…

E non disse altro.

Ma questa volta aveva capito lei, invece.

Che cosa? Non volle dirlo; se lo chiuse in cuore, per non amareggiare invano dopo tanti anni il suo povero Cocò.

Era sicurissimo infatti, il povero Cocò, che la Nelda fosse sua figlia; e lei non aveva mai detto una sillaba per toglierlo da questa sicurezza. Ma ne era ugualmente sicura lei?

Conviveva allora anche col marito, col marchesino…

Che senso di smanioso tormento, quali fitte di rimorso le aveva cagionato il non sapere, il non poter dire neanche a se stessa a chi appartenesse veramente il nuovo essere che cominciava a viverle in grembo; a chi dovesse lei stessa le ansie trepide, i dolori della maternità, da cui, pur caduta, quantunque in peccato, si sentiva dinanzi a sé stessa nobilitata; a chi avrebbe dovuto domani le gioje che dal frutto delle proprie viscere le sarebbero venute! E che strazio anche dipoi, nel vedere, nel sentire la propria creatura ignara tendere le manine e dir babbo a chi forse non era tale!

Ah, per perversa che sia una moglie, e quantunque nemica, a torto o a ragione, del proprio marito, vorrebbe aver sempre la certezza che appartiene a questo il frutto delle proprie viscere, non foss’altro per non sentir lo strazio della menzogna incosciente su le tenere e pure labbra della propria creaturina!

Ora Nelda…

Ma poteva confidar queste cose donna Angeletta Dinelli al commendator Federico Morozzi?

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Luigi Pirandello – Superior stabat lupus

Corrado Tranzi, fino a ventiquattr’anni disprezzatore implacabile di tutte le donne, implacabile derisore di tutti gli uomini che se n’innamoravano, appena presa la laurea di dottore in medicina, chiamato per un caso d’urgenza mentre di buon mattino stava a concertare una partita di caccia nella farmacia d’un amico – (il bel cielo? il tepore della primavera imminente? qualche sogno della notte?) – s’innamorò anche lui tutt’a un tratto, proprio in quella sua prima visita di medico.

Che pregi straordinarii e doti scoprisse in quella fanciulla che venne ad aprirgli la porta, spettinata, mezzo discinta, tutta affannata tra le lagrime, l’avrà saputo lui che li scoperse. Certo è che, fin dal primo vederla, restò abbagliato a guardarla in bocca, mentr’ella affollatamente gli parlava della zia trovata a letto, un quarto d’ora addietro, rantolante e senza conoscenza.

Introdotto nella camera della colpita, vide accanto al letto un giovinotto che forse, anzi certo, era il figlio, e un uomo e una donna che forse erano il padre e la madre della fanciulla. Il Tranzi notò subito che questa, mentr’egli dichiarava il male (caso indubbio e irrimediabile d’embolia cerebrale), s’era messa a carezzare i capelli del giovinotto, del cuginetto che piangeva con la faccia affondata nel guanciale proprio accanto al capo della madre agonizzante, e se ne stizzí tanto, che improvvisamente s’interruppe per ordinare che, perdio, quel figliuolo se ne poteva andare a piangere di là. Aria! aria! un po’ d’aria attorno al letto!

L’inferma morí tre giorni dopo. In quei tre giorni Corrado Tranzi riuscí a sapere tante cose: che la fanciulla si chiamava Ebe; che era figliuola d’un tal De Vitti, professore di fisica al Collegio Nautico; che la defunta era cognata del professore, vedova da tanti anni e accolta in casa col figliuolo che si chiamava Marco Perla; che questi, già impiegato modestamente alla Dogana, aveva chiesto col piacere dei parenti la mano della cuginetta, la quale però aveva rifiutato con molto dolore, confessando candidamente che le sarebbe stato impossibile sposarlo, perché, fin da bambina cresciuta con lui, lo amava come fratello, e solamente come tale e non altrimenti avrebbe potuto amarlo.

Sapute queste cose, Corrado Tranzi si fece avanti, senza perder tempo. Tra pochi mesi si sarebbe deciso il concorso a tre posti di assistente nell’ospedale maggiore della città, a cui egli aveva preso parte: era sicuro di vincere; sicurissimo; aveva poi qualcosa di suo e la professione di medico: poteva sposare.

Il professor De Vitti rimase dapprima costernato di tanta furia e della stranezza dei modi e del dire del giovine medico, ricciuto e barbuto, tutto scatti e schizzi tra sprezzature sbrigative; esitò; si provò a prender tempo con la scusa del lutto recentissimo; ma Corrado Tranzi, che giusto per questo lutto recentissimo temeva che l’amor fraterno della fanciulla per il cugino potesse da un momento all’altro cangiar natura col lievito della pietà, or che lo sapeva orfano anche di madre e bisognoso di conforto, tenne duro: o sí o no, subito! Ebe accettò e in pochissimo tempo si fecero le nozze.

Fu una furia, una frenesia d’amore, che durò appena un anno. Ebe morí di parto. La sera stessa della sciagura, Corrado Tranzi, senza voler neanche vedere la bambina che, nascendo, aveva ucciso la madre, scappò via di casa come un pazzo; scomparve. Si venne poi a sapere che, incontrato per caso un giovane collega, il quale quella sera stessa doveva imbarcarsi come medico di bordo su un transatlantico, ne aveva preso il posto col piacere di lui, ed era rimasto in America, senza lasciar tracce di sé.

La bambina, orfana di madre e abbandonata cosí dal padre, crebbe in casa dei nonni, che la chiamarono Ebe come la loro figliuola. E sembrò ad essi che veramente la loro Ebe ricominciasse a vivere in quella bimba, dapprima tra le loro braccia, custodita con l’anima e col fiato, poi tra le loro cure piene di palpiti e di sgomenti.

A mano a mano, crescendo, Bebè somigliò sempre piú alla mamma: ne ripeté tutte le grazie infantili, le mosse, i sorrisi, i primi giuochi, tra lo stupore accorato de’ due vecchi che credevano d’assistere a una prodigiosa resurrezione.

Il nipote, Marco Perla, nel vederla anche lui crescere cosí simile in tutto alla cuginetta ch’egli avrebbe voluto far sua, cominciò a provare di tratto in tratto, o per il guizzo di uno sguardo o per il suono d’una risata o d’una parola o per un capriccetto o una bizza della piccina, l’impressione curiosa quasi d’un arresto in sé, d’un ritorno misterioso a tante cose, non già riviventi, ma ancor vive dentro di lui; non già ai ricordi della sua infanzia trascorsa insieme con un’altra bimba, di cui questa era il ritratto preciso, ma agli stessi sentimenti onde quei ricordi erano animati e che si rifacevan vivi, della vita stessa della piccina.

La quale, ecco, come quell’altra, voleva giocare con lui; voleva – senza saperlo – far ripetere a lui quegli stessi giuochi già fatti con quell’altra se stessa, ch’era stata la sua mamma piccina.

E lui ripeteva quei giuochi.

Di ritorno dall’ufficio, si nascondeva dietro l’uscio dello stanzino bujo, ov’erano due vecchi armadi. L’odore che covava in quel luogo attufato, senz’aria, senza luce, era come il respiro stesso dell’infanzia lontana. Gridava con la voce d’allora cu-cu, e stava ad aspettare che quella, quell’altra, ma viva, viva ancora in questa piccina, venisse a scoprirlo, a scovar lui anche piccino lí dietro quell’uscio; e, appena dallo spiraglio la intravedeva tutta ansiosa e vibrante e perplessa, ecco, come allora, tratteneva il fiato e trepidava e, potendo, scappava via da quel nascondiglio e si metteva a correre, a girare per non farsi prendere, attorno alla tavola apparecchiata, e si cacciava tra le seggiole sotto la tavola per riuscir dall’altra parte, finché, caduto a sedere per terra, non si lasciava acchiappare dalla bimba accesa in volto e inferocita.

Ma per dove lo acchiappava? Oh! per i baffi ch’egli allora non aveva; o gli ghermiva le lenti, ch’egli allora non portava. E di questo improvviso ripiombare su se stesso restava in prima sbalordito, a lisciarsi sul labbro i baffi scomposti, a stropicciarsi gli occhi miopi smarriti. Qualche volta la zia lo sorprendeva ancor lí seduto per terra e gli domandava che facesse.

– Niente, – le rispondeva con un sorriso vano. – Giuoco con Bebè.

Tra tutti i ricordi, piú vivo e piú preciso aveva quello del giorno e dell’ora che per la prima volta in un bacio della cuginetta aveva sentito d’improvviso, lui solo, il sapore e il calore d’un amor nuovo, diverso dal solito, per cui s’era tutto turbato e acceso, quasi che da quelle rosee e fresche labbra ignare gli fosse venuto un fuoco delizioso per tutte le vene. Ebe aveva dodici anni; lui quindici; ed era stato un giorno d’aprile, nelle prime ore del mattino. Lei si era accorta subito, allora, che egli in quel bacio aveva colto per la prima volta un sapor nuovo, e se n’era avuta per male e non aveva piú voluto che lui la baciasse a quel modo.

Ma non s’accorgeva, non si poteva accorgere di nulla, ora, questa piccola Bebè già pervenuta a quell’età della madre, e ogni giorno, nel vederlo ritornare dall’ufficio, gli buttava le braccia al collo e lo baciava con ardente furia infantile.

Lui si restringeva tutto in sé e strizzava gli occhi e serrava i denti sotto quella furia per impedire con tutte le forze che anche da queste rosee e fresche labbra ignare, le quali per lui ancor piú che per i vecchi nonni erano pur quelle medesime della prima Ebe, gli venisse lo stesso fuoco per tutte le vene.

– Non mi baci? Oh, come sei buffo! Che hai? – gli domandò una volta Bebè, dopo averlo baciato, guardandolo in faccia e scoppiando a ridere. – Perché ti fai cosí brutto? Perché non mi baci?

Lui scappò via e, davanti allo specchio, si mise a piangere.

La morte quasi improvvisa del professor De Vitti venne a strappare violentemente Marco Perla da quell’ibrido e atterrito stato d’animo.

Il professore, entrato tardi nell’insegnamento, non aveva compiuto gli anni di servizio per la pensione, sicché alla vedova toccavano poche migliaja di lire: circa otto, che furono messe da parte per la nipotina.

Restò lui, ora, Marco Perla, unico sostegno della famigliuola. Ne fu lieto, da un canto; ma dall’altro, l’idea che Bebè cominciasse a vedere in lui un altro, il capo di casa, quasi il padre, e a considerarlo come tale, lo sconcertò profondamente.

Da un pezzo la zia notava in lui curiose assenze di memoria, strane smanie, improvvise tristezze; e lo vedeva dimagrire e fissarsi sempre piú in una ispida e squallida bruttezza. Sospettava che fosse innamorato; che quella morte dello zio gli avesse troncata la speranza di farsi una casa; che gli pesasse il debito di gratitudine per i benefizii ricevuti da bambino.

Marco Perla invece, nel vedere Bebè di giorno in giorno sbocciare come un fiore, era invasato dalla paura che un altro d’un tratto venisse a strappargliela, come già gli era stata strappata la madre di lei, senza ch’egli potesse opporsi in alcun modo, pur sentendosi amato. Ma sí! una volta da fratello; ora forse da padre.

E presto venne infatti il giorno che la zia, tutta esultante, credendo di dargli un gran piacere, gli confidò che quella mattina stessa aveva ricevuto una lettera da un giovane, che si vedeva spesso passare per istrada, bello come un angiolo, diceva, biondo, coi capelli lunghi; un giovine pittore che presto sarebbe partito per Roma pensionato, e che… Non poté proseguire, la zia; tanto il volto del nipote s’era alterato.

– Ah, questo per Roma? come quell’altro per l’America? – sghignò orribilmente. – Ma non vi basta una? Due eh? volete buttarne via due, cosí, al primo che capita?

Diceva: volete, come se fosse ancor vivo lo zio e volesse anche lui infliggergli il supplizio dell’altra volta. Delirando, confondendo il primo strazio con questo d’ora, il primo amore per la cugina con questo per la figliuola di lei, ch’era per lui lo stesso amore superstite, lo stesso amore due volte vivo, egli gridò alla zia tutta la sua passione.

La zia, dapprima sbalordita, poi quasi atterrita, cercò di calmarlo. Gli disse che mai e poi mai non avrebbe sospettato ch’egli avesse potuto prendersi cosí d’amore per quella piccina. Sí, la ragione c’era; ma difficile farla intendere a Bebè che non sapeva nulla. Come dirle: “Tu, cara, hai creduto di vivere per te tutti questi anni, e invece no: tu hai vissuto per rinnovare a me, nel mio cuore, la passione che io ebbi per tua madre!”.

Oh, lei, la zia, sarebbe stata felice d’affidare a lui quella piccina sua; proprio felice. Ma Bebè? Promise ajuto: ma non bisognava aver fretta. Prima si doveva levar via dal cuore di Bebè quell’amoretto fatuo per il giovine pittore, dimostrandole che costui per l’età, per la professione, per tant’altre cose, non dava alcun serio affidamento; poi, a poco a poco… chi sa?

Furono per Marco Perla mesi d’angoscia e di disperazione.

Forse la zia non aveva saputo parlare. Lo argomentava dal contegno di Bebè verso di lui. Ma la zia lo assicurava che non le aveva ancor mosso alcun discorso di lui, neppure un cenno, e che Bebè era cosí, perché, indotta da lei, aveva troncato ogni corrispondenza con quel giovine già partito per Roma. Bisogna ancora aspettare, lasciarla quietare.

Aspettare? fino a quando? Piú tempo passava, e piú profondamente vedeva egli radicati nel cuore di lei il ricordo e il rimpianto di quel giovine già partito per Roma. O forse la zia non trovava il coraggio di parlare? Deperiva di giorno in giorno, povera vecchia, quasi rósa da quel segreto che egli le aveva confidato.

Lo trovò poco prima di morire, il coraggio di parlare a Bebè, la povera zia. Se la chiamò accanto al letto, e cominciò a domandarle se ella si rendesse conto della condizione in cui tra poco si sarebbe trovata: sola in casa, giovinetta, con un uomo che non le era né padre, né fratello, anche lui quasi giovane ancora, senz’alcun obbligo veramente verso di lei. Che cosa era egli per lei? Figlio d’una sorella della nonna. Ed ella per lui? Figlia d’un uomo, che un giorno era irrotto come una bufera in casa e l’aveva schiantata. Una pianticella quasi senza radici, era: la madre, morta; il padre, sparito. Non le restava altro sostegno che lui, Marco, il quale si era sacrificato per loro. Bisognava dargli un compenso, un premio per i tanti sacrifizii. Egli era buono e l’amava: le sarebbe stato padre e marito insieme. Se Bebè voleva ch’ella morisse tranquilla, le doveva dir sí.

Stupore, dolore, orrore, vergogna assaltarono e sconvolsero Bebè, a questa rivelazione inattesa. Si aggrappò al collo della nonna e, rompendo in singhiozzi, la scongiurò di non morire, per carità di lei. No no; ecco: la avrebbe tenuta stretta cosí, per sempre, e non le avrebbe permesso di morire, ecco, non glielo avrebbe permesso! Ora che sapeva questa cosa orribile, sola con zio Marco non voleva, non poteva piú restare. Per carità! per carità! Sarebbe morta lei, piuttosto.

Bebè non aveva mai pensato al padre scomparso; non aveva mai avuto per lui alcun sentimento, né rancore né curiosità: esso per lei non esisteva, non era mai esistito. Cominciò a esistere il giorno della morte della nonna, allorché, ritornata in casa dal camposanto, si vide insieme con Marco Perla: insieme e divisa, insieme e nemica, conoscendo in lui un sentimento al quale non sapeva e non voleva rispondere.

Un odio cupo e feroce s’impossessò di lei per il padre sconosciuto che l’aveva messa al mondo e abbandonata senza neppure vederla; che dopo averle dato la vita, le aveva negato ogni diritto di esistere per lui, solo perché lei, senza sua colpa, nascendo, aveva ucciso la madre; come se questa non fosse stata una sciagura anche per lei, e anziché odio e orrore, la sua vista, la vista della figliuola orfana appena nata, non avrebbe dovuto suscitare in lui una maggiore pietà, il sentimento d’un doppio dovere! Era fuggito, scomparso, per orrore di lei, sottraendosi a ogni responsabilità per la vita che le aveva dato, e rovesciando questa responsabilità addosso ai due poveri vecchi, a cui aveva tolto la figlia, e ora addosso a uno, che non aveva alcun dovere di assumersela.

Bebè ignorava che anche a costui il padre aveva tolto qualche cosa; ignorava ch’egli aveva lasciato a costui il peso della figlia dopo avergli tolto l’amore della madre.

Dov’era il padre adesso? Viveva ancora? E come non pensava che, dopo tanti anni, potevano esser morti, com’erano difatti, i due vecchi, nelle cui mani aveva abbandonato la figliuola? Come non pensava a tutto ciò che sarebbe potuto accadere e che già accadeva a lei, cosí sola e senza ajuto? Forse egli aveva ora laggiú un’altra famiglia, altri figli, e pensando a questi che da vicino attendevano da lui amore e cure, si toglieva il rimorso di non aver mai pensato a lei lontana.

Ed ecco, uno adesso la raccoglieva, che di quanto aveva fatto per lei voleva esser pagato e in pagamento esigeva tutta lei stessa, tutta la sua vita che gli apparteneva, poiché colui, quell’altro, glien’aveva lasciato il peso.

Per la violenza di questi pensieri e di questi sentimenti, Bebè, affogata di tristezza, con lo spirito sconvolto dalla iniquità della sua sorte, ammalò subito e cosí gravemente, che per parecchi giorni fu in pericolo di vita.

Lottarono a lungo e senza tregua la sua volontà di morire e l’amore di Marco Perla, che le si espandeva attorno, vigile, fervido a trattenerla, a sostenerla, con insistenti, ininterrotte premure, pronto sempre a darle il proprio alito per ogni respiro che ella non volesse piú trarre, e la propria vita per nutrire quell’atroce volontà di morte.

E alla fine vinse l’amore di lui; ed ella nel languido intenerimento e nell’abbandono della convalescenza, per gratitudine e per pietà, alla fine cedette e s’indusse a sposarlo.

Guarita, già donna, mirandosi il corpo fiorente, le carni ancor quasi acerbe e già offese e condannate a rimanere per sempre ignare d’ogni gioja d’amore, non poté sottrarsi alla riflessione che la misera, magra bruttezza di lui, già quasi vecchio, dava un valore inestimabile a quel suo corpo, e che perciò il pagamento che di esso egli aveva voluto farsi, rappresentava quasi un patto d’usura, solo in parte mitigato dall’adorazione di cui la circondava.

Sarebbe stata quest’adorazione simile in tutto a quella dell’avaro per il suo tesoro, se egli non si fosse poi dimostrato tanto ingordo di lei; oh sí, come se su lei volesse saziare una lunghissima fame, di cui ella sentiva orrore, ripensando ai baci che le aveva dato da bambina. E in quell’ingordigia s’imbruttiva sempre piú, diventava di giorno in giorno piú giallo, piú ispido e magro. E anche s’accaniva a lavorare per migliorare le non laute condizioni finanziarie. Pochi mesi dopo il matrimonio, volle prender parte a un concorso interno tra gli ufficiali di dogana, e riuscí tra i vincitori. Doveva ora recarsi a Roma per un corso biennale di perfezionamento all’Istituto superiore di merceologia. Sperava, dopo i due anni, di poter rimanere a Roma, al Ministero delle finanze.

Se non che, durante lo sgombero della casa per la partenza, avvenne a Bebè di scoprire in un vecchio stipetto della nonna, relegato in soffitta, un fascio di lettere di quel giovane pittore partito per Roma circa due anni addietro per il pensionato artistico, lettere che la nonna aveva intercettate e nascoste intatte, forse perché non aveva osato distruggerle o forse perché fino all’ultimo s’era ripromessa di darle alla nipote, se Marco si fosse convinto ch’era vano sperare d’indurla a cedere.

A questa scoperta, Bebè sentí strapparsi le viscere e il cuore. Allibí dapprima, poi l’ira, lo sdegno le fecero un tale impeto nello spirito ch’ella, con le mani tra i capelli e gli occhi sbarrati e ferocemente fissi, si vide quasi impazzita nello specchio di quello stipetto.

Come, con quelle lettere sottratte, aveva potuto la nonna assicurarla che quel giovine, appena arrivato a Roma, s’era dimenticato di lei? Quelle lettere riboccavano di passione, gridavano e piangevano e scongiuravano. Ed ella aveva creduto alla nonna! E quel giovine aveva potuto pensar di lei tutto il male che ella aveva pensato di lui! Ma sí, ecco, nell’ultima lettera disperata, la dichiarava indegna del suo amore, e fatua e spergiura e civetta e senza cuore.

Ah, che infamia! che infamia! Si erano messi dunque d’accordo la nonna e Marco; d’accordo avevano commesso un tradimento cosí vile? Ma già! Non doveva pagare? Il sacrifizio della sua persona non bastava; anche col sacrifizio di quell’amore doveva pagare le cure, il mantenimento che le avevano dato. Oh, Dio, Dio, che cosa… oh Dio, che cosa…

Ma a Roma – ah! a Roma, adesso, si sarebbe vendicata. Avrebbe rintracciato quell’altro, a ogni costo. Anche a costo di perdersi, si sarebbe vendicata.

A Roma, tre mesi dopo, una sera d’inverno, alla porta del vecchio quartierino preso a pigione da Marco Perla in un lugubre casone del viale solitario di Castro Pretorio al Macao, bussava un vecchietto ferrigno dalla barba crespa, già molto brizzolata, che si confondeva col grigio bavero della pelliccia. Corrado Tranzi.

Attendendo che venissero ad aprirgli, col capo chino, le ciglia aggrottate e gli occhi torvi che palesavano un’ansia spasimosa, s’affondava le unghie nel palmo delle mani e stropicciava convulsamente i pollici sul dorso delle altre dita serrate.

Quando alla fine la serva venne ad aprirgli, alla vista della casa in cui stava per introdursi, sentí mancarsi il respiro.

Il signor Perla?

La serva lo guardò costernata, e disse esitante:

– Ma non so se il signore, in questo momento, possa ricevere. Non sta bene, e…

– La signora?

– Anche lei.

– Malata?

– Ha avuto… non so… aspetti: vado a sentire il padrone.

E la serva scappò via lasciandolo lí, davanti l’entrata, senza neppure invitarlo a varcare la soglia. Ritornò poco dopo a rispondere che il signor Perla si scusava, ma proprio non poteva riceverlo perché ammalato e che anche la signora era indisposta.

– Io sono medico, – disse allora il visitatore. – Per tutti e due.

Ed entrò.

– Ma signore…

– Dite al signor Perla che c’è il dottor Corrado Tranzi. Andate.

Marco Perla stava buttato, dalla sera precedente, su una poltrona in uno stanzino che voleva essere salotto e studiolo; vi aveva passata la notte; non se n’era levato neppure per prendere un po’ di cibo a mezzogiorno. Solo dalla serva, piú tardi, aveva accettato una tazza di caffè con dentro una buccia di limone. Al nome di Tranzi restò come esterrefatto. E due volte tentò di balzare in piedi, ricascando ogni volta su la poltrona. Ajutato dalla serva, poté alla fine mettersi in piedi e accorrere nella saletta.

– Corrado?

Restarono per un momento entrambi, di fronte, come precipitati l’uno verso l’altro a guardarsi dal tempo remoto, in cui per l’ultima volta si erano veduti. In un attimo, con tutte le memorie balenanti di quanto era loro accaduto, dovevano colmare il vuoto di tutto quel tempo per riconoscersi cosí cangiati.

Oppresso di stupore, ansimante, Marco Perla credette di scorgere negli occhi del Tranzi l’animo con cui questi gli si rifaceva incontro. Non doveva pensare il Tranzi ch’egli avesse voluto prendersi una rivincita sposando sua figlia, poiché da lui aveva avuto tolta la madre? E non doveva a un tal pensiero essere pieno d’odio e d’orrore?

Si sentí mancare, sprofondare.

Ma si ritrovò invece tra le braccia di lui, sorretto premurosamente; udí invece la voce di lui che gli diceva:

– Tu… cosí… Ma stai male davvero! Qua… che hai?… Ma tu scotti! Non ti reggi! Hai la febbre…

E provò un sollievo, un refrigerio, un conforto, tanto piú vivo e dolce, quanto piú inatteso e insperato. Prese a singhiozzare, a gemere tra singhiozzi, mentre quegli, insieme con la serva, lo riconduceva alla poltrona nello stanzino:

– Ti manda Iddio! ti manda Iddio!

– Qua… qua… – riprese il Tranzi adagiandolo su la poltrona. – Che cos’è? Guardami… guardami bene in faccia… Vengo da Palermo… Sono sbarcato a Genova. Corro a Palermo, domando, mi informano di tutto… Tu… tu hai sposato mia figlia? Dov’è? dov’è?

Il Perla, accasciato, curvo, con le mani su la faccia, gridò rabbiosamente:

– Non l’avessi mai fatto!

– Non dovevi farlo, Marco! – rispose pronto il Tranzi, con una voce strana, che voleva parer di rimprovero e di rammarico soltanto, ma in cui vibrava un furore a stento contenuto. – Come, come hai potuto farlo?

– Te la puoi riprendere, ora! te la puoi riprendere… – disse allora affrettatamente il Perla, senza togliersi le mani dal volto. – Te la puoi portar via… via… via…

– Perché? dov’è, insomma? – domandò il Tranzi guardandosi attorno.

– Di là… S’è chiusa in camera… – rispose il Perla. – Aspetta… Aspetta…

Si voltò alla serva:

– Voi! andate ad avvertire la signora…

Poi, brancicando, si portò una mano nella tasca interna della giacca: ne trasse un logoro portafogli, ne cavò una lettera e la porse al Tranzi:

– Leggi prima… leggi…

– Che cos’è?

– Leggi… È del suo amante.

Corrado Tranzi serrò le pugna con la lettera e, come una belva ferita, s’avventò su la poltrona, sopra il Perla, ruggendo:

– Ma tu…

– Io? – gridò allora quello reagendo, e in un furibondo prorompimento di ribellione, buttò in faccia all’antico rivale tutto il male che da lui aveva sofferto, tutto il bene che in cambio aveva fatto per riceverne poi in premio questo tradimento.

Alle grida, si fece davanti all’uscio, sgomenta, la serva. Appena il Tranzi la scorse, le gridò:

– Mia figlia?

E a un cenno accorse.

Ebe, su la soglia della camera in cui s’era chiusa, lo accolse spettinata, mezzo discinta, tutta affannata tra le lagrime, come già sua madre la prima volta lo aveva accolto in quel lontano mattino di primavera, quando lui, giovane medico, era stato chiamato per caso in una farmacia.

Era lei! Era lei! la sua Ebe che lo riaccoglieva cosí come si può accogliere un estraneo in un momento d’improvviso, supremo bisogno! E ben chiaramente nello sguardo ostile le si leggeva, che se ella non si fosse trovata in quel tremendo frangente, non lo avrebbe accolto, non avrebbe voluto vederlo.

– Ebe mia! Ebe mia!

Conoscendola in sua madre, egli non poteva comprendere ch’ella, con quegli occhi stessi di sua madre, non potesse riconoscer lui. Si sentí con una mano respinto al petto dall’abbraccio.

– Non m’abbracci?… Oh, figlia mia! Lasciati almeno baciare sui capelli… Tu hai ragione. Ma tutto il male, tutto il male lo fece tua madre, con la sua morte!

– E chi l’ha scontato? – disse Ebe, guardandolo con dura freddezza negli occhi.

– Non tu sola! non tu sola! – replicò egli subito. – Che ne sai tu? Sí, sono stato colpevole verso di te… Ma non credevo… non credevo… Ora che ti vedo, comprendo tutto!

Ebe vide il volto del padre, nel proferir queste ultime parole, scomporsi d’improvviso in una espressione tra di stupore e d’orrore; gli udí soggiungere a bassa voce:

– Comprendo… comprendo perché lui t’ha sposata… Tu non sai, tu non puoi sapere…

Rabbrividí; comprese; domandò anche lei a bassa voce, inorridita:

– La mamma… Lui?

– Sí, sí…

E in questo riconoscimento provarono, l’uno, una rabbia feroce, come per un tradimento infame che colui, profittando vigliaccamente della sua assenza, gli avesse fatto con la madre; l’altra, il ribrezzo, l’abominazione come per un incesto che quegli avesse perpetrato su lei.

Si ritrassero tutti e due nella camera; ne serrarono l’uscio e parlarono a lungo tra loro. Egli le disse anche tutti gli stenti, tutte le lotte che aveva dovuto sostenere laggiú, pur disperato, divorato dal cordoglio. Il pensiero di lei, sí, gli era stato dapprima odioso, perché non riusciva a staccarlo da quello della morte della madre; gl’inacerbiva la piaga e lo rendeva feroce. Poi, quando poté cominciare a sentir pietà di lei abbandonata – (non rimorso veramente, mai, perché mai non immaginò che avessero potuto mancarle cure e affetto da parte dei nonni che supponeva ancora in vita) – pensò che, avendola abbandonata cosí, non essendosi fatto piú vivo con lei, avrebbe dovuto almeno farla ricca, per ricompensarla del lungo abbandono. E ricco difatti ritornava.

– Troppo tardi?

Troppo tardi, sí. Il tradimento – gli spiegò Ebe – non lo aveva commesso lei, lo avevano commesso la nonna e Marco, prima.

Egli aveva ancora in mano, appallottolata, la lettera che il Perla gli aveva dato da leggere.

– L’hai letta? – gli domandò Ebe.

– No, non ancora…

– Neanche io; ma ci dev’esser certamente la prova ch’egli non ha ancor nulla da rimproverarmi! Non ho ingannato né tradito. Non ho fatto altro che giustificarmi con questo… con questo giovine che mi ha scritto la lettera… Leggila… leggila pure…

E prese a parlargli di quel suo amore ingenuo, quando si credeva libera di disporre di sé, del suo cuore: delle lettere sottratte dalla nonna e scoperte per caso alla vigilia della partenza per Roma.

Ma nel mezzo del racconto, la serva venne a picchiare all’uscio per avvertire che diil padrone stava molto male, pareva soffocato.

Corrado Tranzi accorse. Perché, gli venne di domandare in prima, se non fosse stato già chiamato il medico?

– No, nessun medico ancora, – rispose la serva.

Con l’ajuto di questa, egli trasportò sul letto Marco Perla che, tra le vampe della febbre, delirava. Lo spogliò; prese a esaminarlo; gli ascoltò il cuore, a lungo, poi i polmoni, picchiando sul petto, su le terga. Marco Perla, sorretto dalla serva a sedere sul letto, col capo ciondoloni gemeva, rugliava, mormorava parole sconnesse. Finito l’esame, il Tranzi fe’ cenno alla serva di riadagiare sul letto l’infermo sotto le coperte, e si mise a passeggiare per la camera, assorto.

Non era provvidenziale, che lui, fin da quella sera, appena arrivato, si potesse avvalere della sua qualità di medico?

Un brivido gli corse per la schiena. Si raddrizzò sul busto, dolorosamente, si passò le mani tremanti sui capelli; poi si portò un dito tra i denti e stette un pezzo a guardar fisso innanzi a sé. Movendo gli occhi, scorse la serva, si voltò a guardar l’infermo; andò a sedere presso un tavolinetto, su cui appoggiò i gomiti, stringendosi la testa tra le mani.

– È grave? – domandò allora la serva.

Egli si riscosse e la mirò, come se non avesse inteso.

– Grave, sí, – poi disse. – Ma non c’è da dargli per ora alcun rimedio. Va’: nel caso chiamerò.

Rimasto solo, si levò da sedere, si rimise a passeggiare per la camera, schivando di guardare l’infermo.

Da anni e anni gli erano abituali certi terribili dialoghi con se stesso, che non potevano avere altra conclusione che in un atto estremo. Conosceva il ribrezzo per questo atto, il tumulto di tutte le energie vitali insorgenti a impedirlo, la volontà che le domava, lo sfogo che allora si davano quelle, nell’immaginare la vita che sarebbe rimasta per gli altri, dopo la sua morte. Ma qui l’atto violento da compiere non era piú contro se stesso; e la vita che sarebbe rimasta per gli altri, non gli si rappresentava piú come in una triste inutile successione di casi press’a poco invariabili. Qui, gli altri non erano piú estranei indifferenti. Egli vedeva sua figlia; e la vita che gli si rappresentava, dopo l’atto violento da compiere, era quella di lei. Non avrebbe esitato un momento, se avesse dovuto agire contro se stesso. Ma agire contro un altro, e a tradimento, gli rendeva il ribrezzo invincibile.

Tutta la notte, dibattendosi in quella veglia spaventosa nella camera dell’infermo, cercò di radicarsi nell’orrenda decisione, che gli appariva di punto in punto sempre piú necessaria e quasi fatale.

Altri aveva allevato sua figlia, altri la aveva finora mantenuta, per altri ella era ancora in vita. Egli non aveva mai fatto nulla per lei.

Doveva far questo, ora. Non aveva piú altro da fare.

Le aveva portato la ricchezza; ma a che poteva valere per lei, ormai legata com’era a quel vecchio, dopo il sacrifizio del suo amore? Perché avesse valore per lei quella ricchezza, perché ella potesse dire di dover veramente la vita a suo padre, bisognava recidere, annientare quella che ella doveva agli altri; e il debito che aveva pagato con la propria persona. Sí, senza esitare, poiché cosí provvidenzialmente il caso lo favoriva, egli doveva sopprimere chi aveva fatto per la figlia tutto quello che avrebbe dovuto far lui; sopprimere chi aveva voluto in tutto sostituirlo, ripigliandosi anche la madre nella figlia. A questo solo patto poteva dirsi padre. Liberandola da tutti i legami contratti dal tempo in cui egli per lei non era esistito, le avrebbe ridato, con questa libertà e con la ricchezza, la vita.

Balenò a Ebe il sospetto della truce decisione del padre, nel vederlo la mattina dopo tutt’intento e premuroso nella cura del malato, dopo quanto tra loro era stato detto, la sera avanti? Forse sí; ma si vietò d’assumerne coscienza.

Troppo chiaramente però, infine, parlò lo sguardo di lui, quando, disfatto, curvo sul letto a spiare l’ultimo respiro del moribondo, si rialzò e si volse verso di lei, che gli stava accanto convulsa, atterrita.

Le diceva con quello sguardo di non aver paura perché egli doveva fare cosí.

Se la strinse al petto; le sussurrò tra i capelli:

– Sei libera. Puoi vivere ora.

Ma ella sentí che non poteva piú, ora, sapendo. E s’appoggiò a quel petto per non scorgere sul letto la vittima.

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Luigi Pirandello – Lo storno e l’angelo centauno

Ci eravamo levati a bujo e camminavamo da tre ore con una fame da lupi, per certe scorciatoje scellerate che, a dire di Stefano Traína, ci avrebbero fatto risparmiare un terzo di cammino: ma già tre o quattro volte ci era toccato di tornare indietro, non trovando l’uscita, e non so quanto tempo avevamo perduto a scavalcar muricce, e cercare il passo tra fitte siepi di àgavi e di rovi, a traversar rigagnoli sui ciottoli: fatiche da bestie, che ci avevano tolto l’unico compenso al sonno perduto: quello di godere, camminando per vie piane, l’ilare freschezza dell’aria mattutina in campagna. E gli scarponi e le munizioni da caccia ci pesavano e la cinghia del fucile ci segava le spalle.

Chi di noi tre, in tali condizioni, poteva aver animo da contraddire Stefano Traína e da difendere gli storni ch’egli ci dipingeva come una vera calamità per le campagne, peggio assai delle cavallette, vero flagello di Dio?

Ma Stefano Traína era fatto cosí: parlando aveva bisogno di credere che qualcuno lo contraddicesse; e accalorandosi sempre piú, volle far sapere a noi tre poveri innocenti, che gli storni vanno a nugoli cosí fitti che, se passano davanti al sole, l’oscurano; se calano su un bosco d’olivi, in un batter d’occhio lo stèrminano. Perché ogni storno si porta via con sé nientemeno che tre ulive, una per zampa e una nel becco; e questa del becco se la ingoja sana sana e la digerisce come niente.

– Con tutto l’osso? – domandò Bartolino Gaglio, sgomento.

– Con tutto l’osso.

E Sebastiano Terilli esclamò:

– All’anima del ventricolo!

– Gli storni? Ma se vi dico… – seguitò Stefano Traína.

Per concludere che se da un canto noi dovevamo ringraziare Celestino Calandra – il piú giovane e il piú bello dei canonici di Montelusa – per averci invitati a passare una settimana nelle sue terre di Cumbo, dall’altro Celestino Calandra doveva restar grato a noi del segnalato servizio che gli avremmo reso, salvandogli il raccolto delle ulive con la nostra caccia agli storni.

È vero che non eravamo mai stati a caccia, né io né Sebastiano Terilli né Bartolino Gaglio, come si poteva vedere dai nostri fucili nuovi fiammanti, comperati il giorno avanti. Ma questo non voleva dir nulla. Agli storni – sosteneva Stefano Traína – si spara anche con gli occhi chiusi.

Ecco, forse fu perché sparammo con un occhio chiuso e l’altro aperto, ma il fatto è che, dopo quattro giorni di caccia accanita nell’oliveto di Cumbo, non uno storno, che si dice uno, riuscimmo a far cadere, neppure per combinazione; ulive sí, invece, oh, a ogni scarica, giú come grandinare; tanto che il buon Celestino Calandra (giovane e santo) cominciò a dire tra bellissime risate che una consolazione cosí non gliela poteva mandare altri che Dio.

Lo sterminio ci fu, ma nel pollajo di Cumbo. Una fame pantagruelica si sviluppò in tutti noi quattro giovani cacciatori. Ma era forse la rabbia che ci divorava per tutti gli storni falliti, che se ne volavano via pian pianino, senza fretta, come se volessero dirci: “Uh, come siete nojosi, con codeste schioppettate!”.

La vecchia donna Gesa, casiera di Celestino Calandra (vecchia e santa), con due mazzi di pollastrelli, uno per mano, dai colli tirati e ciondolanti, ci fulminava con gli occhi ogni mattina al ritorno dalla caccia; fulminava piú di tutti Sebastiano Terilli, il quale, non contento dello sterminio delle ulive e dei polli, faceva poi, a tavola, arrabbiare Monsignore con certe discussioni che non stavano né in cielo né in terra.

Quel buon odore di casa campestre perduta in mezzo agli olivi e ai mandorli, quelle camere patriarcali, nude ampie sonore, dai pavimenti avvallati, che sapevano di antiche granaglie e di mosto e del sudore di chi fatica al sole e del fumo che esalano la paglia e la legna dei rozzi focolari, non erano riusciti a disarmare l’acre spirito di Sebastiano, filosofo dilettante e materialista convinto. È vero ch’egli ficcava l’anima in tutte le sue esclamazioni molto frequenti: – “All’anima di questo! all’anima di quello!” – ma quell’anima non era un’anima: era un modo d’intercalare.

Le discussioni piú calorose avvenivano la sera, dopo cena, e disturbavano donna Gesa, la casiera, la quale prima d’andare a letto si rincantucciava, tutta raffagottata, in un angolo a recitare il rosario di quindici poste. La disturbavano, perché di continuo ella si sentiva tentata a interloquire e rintuzzare, come si scorgeva chiaramente dagli atti che faceva, dalle smusate che dava, da quel dito che di tratto in tratto si passava rapidamente due o tre volte sotto il naso arricciato.

Era una donnetta piccola magra e viva, sempre un po’ irritata. Tra le lunghe labbra sottili la saliva le friggeva. Batteva di continuo le palpebre su gli occhietti neri e furbi, da furetto. Giú dalle tempie, per le gote, fino al naso, le si allungava a fior di pelle un’intricata diramazione d’esilissime venicciuole violette.

Una mattina finalmente, dopo colazione, non poté piú reggere. Si parlava di donne e di prender moglie e di suocere e di nuore. Stefano Traína, che aveva in casa una suocera demonio, s’era scagliato in una invettiva furibonda contro tutte le suocere.

– Ma tante volte, – uscí allora a dire donna Gesa, con le mani levate e le narici frementi, – sono vipere le nuore! Vipere, sí, vipere, vipere! E voce di cattive intanto hanno sempre le suocere.

Stefano Traína la guardò un tratto come basito; balzò in piedi, corse in camera a prendere il fucile, e scappò via.

Rompemmo tutti in una risata fragorosa. Donna Gesa aggrottò le ciglia, e aspettò che finissimo di ridere; poi si volse verso Monsignore e, tentennando il capo in segno di commiserazione, domandò:

– Era buona la Poponè? Vossignoria lo sa: quella del miracolo dell’Angelo Centuno.

– Raccontate! raccontate! – le gridammo io e Bartolino Gaglio.

Ma Sebastiano Terilli, facendo campana:

– Un momento! Aspettate! Come avete detto? Centuno? C’è l’angelo cento e l’angelo centuno?

– Mi pare! – gli gridò subito in faccia Bartolino Gaglio, temendo che l’interruzione indignasse la vecchia e le facesse passar la voglia di raccontare. – Centuno, centodue, centotré… Che maraviglia? Ci sono gli angeli e Dio assegna il numero a ciascuno.

Celestino Calandra (giovane e santo) sorrise bonariamente e ci spiegò che quel centuno, non era, a dir proprio, un numero progressivo; ma che si trattava invece di un angelo particolare, per cui la gente del paese aveva una special divozione, come quello che aveva in custodia cento anime del purgatorio e le guidava ogni notte a sante imprese.

– Un angelo centurione? – fece il Terilli.

– Dunque… dunque, la Poponè? – domandai io, infastidito, rivolto a donna Gesa.

Questa si sedette e prese a narrare:

“Si chiamava veramente Maragrazia Ajello. Di soprannome, Poponè. Tutti gli Ajello, di padre in figlio, sono intesi cosí, chi sa perché.

Buona come il pane, sempre con gli occhi a terra, poverina, e con le labbra cucite. Il suo non era suo. S’era spogliata di tutto per il figlio, e stava dove la mettevano, senza dar fastidio neanche all’aria.

La nuora, invece, che si chiamava Maricchia, dispetti sopra dispetti, dalla mattina alla sera. Facciaccia tosta, che non arrossiva di nulla, linguacciuta e cimentosa poi!

Non c’è peggio delle donne cimentose.

Non voleva portare la mantellina come tutte le villane, perché diceva che il padre era della maestranza: portava il manto di lana, a pizzo e con la frangia, e voleva esser chiamata ‘gnora e non comare.

La Poponè, zitta, per amore del figliuolo che abbozzava anche lui. Un po’ bestialotto era. Se fosse stato figlio mio! Basta.

Quante ne patí, povera creatura di Dio, la Poponè!

A sessant’anni – bisognava vederla – non un pelo bianco. Pareva una madonnina di cera, linda linda, coi capelli gremiti e fresca nelle carni piú di una ragazza di quindici. Vestiva, come tutte le poverette, di baracane; ma ogni casacchina addosso a lei pareva di seta: tanto bel portamento aveva, con un che di civile. Tutti le davano passo appena la vedevano. Mi ricordo le mani, che finezza! Parevano un velo di cipolla. E sí che avevano faticato quelle mani!

Non c’era neanche da dire che la nuora si dispendiasse per lei, che pure aveva ceduto in vita al figliuolo tutto quanto possedeva: la casetta e una piccola chiusa, sotto le Fornaci. Campava ancora sul suo, facendo novene e recitando rosarii per conto dei divoti che venivano a trovarla fino a casa da miglia e miglia lontano, e la compensavano delle grazie che riusciva a impetrare dalle anime sante del Purgatorio, con le quali durante la notte era in comunione.

Se ne vedevano le prove ogni giorno.

Una volta – consta a me – una povera madre venne a trovarla per un figliuolo ch’era in America e non le scriveva piú da tre mesi.

– Ritornate domani, – le disse la Poponè.

E il giorno appresso le annunciò che il figliuolo non le aveva piú scritto perché era in viaggio di ritorno, e che già era arrivato a Genova e tra pochi giorni lo avrebbe riabbracciato.

Cosí fu. Guardate: lo dico, e mi s’aggricciano ancora le carni. Santa! santa! era proprio una santa la Poponè!

– Ma questo miracolo dell’Angelo Centuno? – le domandò Sebastiano Terilli.

– Ecco, ci vengo adesso, – rispose donna Gesa. – Per avere un po’ di requie dai continui dispetti della nuora, un giorno la Poponè pensò di recarsi per qualche settimana al vicino paese di Favara, dove aveva una sorella, vedova come lei.

Ne chiese licenza al figliuolo e, avutala, andò da un compare del vicinato, che si chiamava zi’ Lisi, per chiedergli in prestito una vecchia asinella ch’egli aveva, un po’ tignosa, ma tranquilla come una tartaruga.

Sapeva bene la Poponè, che a lei, zi’ Lisi, non l’avrebbe negata, quantunque per quella sua asina avesse tanto amore che non aveva piú pace per tutto un giorno se essa la mattina non beveva intero il suo solito bugliolo d’acqua. Era un vecchio curioso, questo zi’ Lisi. Tutti sparlavano di lui, nel vicinato, per via di quella sua asina. Ogni mattina, le reggeva con le mani davanti al muso il bugliolo, invitandola col fischio a bere per una o due ore, tante volte; e guaj se le vicine, infastidite da quel fischio lamentoso, persistente, gli gridavano che la smettesse!

Vedovo come la Poponè, da tanti anni le stava attorno desideroso di mettersi con lei.

– Statevi zitto, santo cristiano! – gli dava sempre su la voce la Poponè; e si faceva il segno della croce, ché le pareva una tentazione del diavolo.

Quel giorno ella aspettò davanti al cortile acciottolato, dove zi’ Lisi aveva la casa e la stalla; aspettò un bel pezzo che il vecchio finisse di fischiare, tra gli sbuffi di tutte le vicine che la spingevano ad entrare, dicendole: “Sú, sú, se entrate voi, la smette!”.

Alla fine il vecchio la smise, ed ella entrò nel cortile.

L’asina? Ma subito! Anche per un mese l’avrebbe prestata a lei, anche per un anno, e magari gliel’avrebbe donata, e tutto le avrebbe donato, tutto quanto possedeva, se…

– Daccapo, vecchio stolido? statevi zitto! Mi bisogna per una settimana. Debbo andare da mia sorella, alla Favara.

Com’egli intese proferire quel nome di Favara, spiritò, e cominciò a dire che mai e poi mai avrebbe consentito ch’ella andasse sola a quel paese d’assassini, dove ammazzare un uomo era come ammazzare una mosca. E le raccontò che un favarese, una volta, per provare se la carabina era ben parata, fattosi all’uscio di strada, la aveva scaricata sul primo che aveva veduto passare; e che un carrettiere di Favara, un’altra volta, dopo aver fatto montare sul carretto un ragazzino di dodici anni incontrato di notte lungo lo stradone, lo aveva ucciso nel sonno, perché aveva inteso che gli sonavano in tasca tre soldi; lo aveva sgozzato come un agnello, povero piccino; s’era messi in tasca i tre soldi per comperarsene tabacco; aveva buttato il cadaverino dietro la siepe, e arrí! a passo a passo, cantando, aveva seguitato ad andare, sotto le stelle del cielo, sotto gli occhi di Dio che lo guardavano. Ma l’animuccia del povero ucciso aveva gridato vendetta, e Dio aveva disposto che lui stesso, il carrettiere, arrivato all’alba alla Favara, invece di recarsi alla carretteria del padrone, si fermasse davanti al posto di guardia e coi tre soldi nella mano insanguinata si denunziasse da sé, come se parlasse un altro per bocca sua.

– Vedete che può Dio? – gli disse allora la Poponè. – E perciò io non ho paura!

Zi’ Lisi insistette per accompagnarla; ma lei tenne duro; gli disse che avrebbe preso in affitto l’asino da qualche altro; e allora egli cedette e le promise che il giorno appresso, all’alba, l’asinella sarebbe stata davanti alla porta di lei, con la bardella e tutto.

Ora avvenne, che di notte zi’ Lisi, col pensiero dell’asina da approntare per l’alba, si svegliò. C’era un gran chiaro di luna, e gli parve giorno. Saltò dal letto, sellò l’asina in un amen e la condusse alla casa della Poponè. Bussò alla porta e disse:

– L’asina è qua, gna’ Poponè. L’ho legata all’anello. Il Signore e la bella Madre vi accompagnino.

La Poponè, zitta zitta, per non svegliare la nuora, il figliuolo e i nipotini, prese a vestirsi. Ma solita di levarsi alla punta dell’alba, non si capacitava, col silenzio che regnava tutt’intorno, che quella fosse l’ora di partire.

– Sarà! – disse. – M’avrà gabbata il sonno.

E uscí col fagottello sotto la mantellina. S’accorse subito, guardando il cielo, che quella non era alba, ma chiaro di luna. Tutto il paesello dormiva tranquillo; dormiva anche l’asinella in piedi, legata lí, all’anello accanto alla porta.

– O Gesú mio, – disse la Poponè. – Che stolido, quello zi’ Lisi! Debbo mettermi in cammino, di notte? Mah! Sono vecchia, c’è la luna; e non ho niente da perdere. Le animucce sante del Purgatorio mi accompagneranno.

Montò su l’asinella, si fece il segno della croce e s’incamminò.

Quando fu un buon tratto lontana dal paese, nello stradone, tra le campagne sotto la luna, andando lentamente su l’asinella, si mise a pensare a quel ragazzino sgozzato e buttato lí, dietro la siepe polverosa, povera creaturina di Dio; a tanti altri ammazzamenti e male vendette pensò, che si raccontavano della Favara, e intanto proseguiva con la mantellina in capo tirata fin su gli occhi per impedirsi di guardare le ombre paurose della campagna di qua e di là dello stradone, ove la polvere era cosí alta, che non faceva neanche sentire il rumore degli zoccoli dell’asinella.

Tutto quel silenzio e quel suo andare, e la luna e quella via lunga e bianca le parevano un sogno.

– O Animucce sante del Purgatorio, – diceva tra sé, – a voi mi raccomando!

E non smetteva un momento di pregare.

Ma, o fosse la lentezza del cammino, o la sua debolezza, o che, o come, a un certo punto, forse la vinse il sonno. La Poponè non lo seppe mai dire; ma il fatto è che ai due lati dello stradone, a un certo punto, svegliandosi, si trovò due lunghe file di soldati. In testa, nel mezzo dello stradone, andava a cavallo il capitano.

La Poponè, appena li vide, si sentí riconfortare, e ringraziò Dio, che proprio in quella notte del suo viaggio aveva disposto che quei militari dovessero recarsi anch’essi alla Favara. Le faceva però una certa meraviglia che tanti giovinotti di vent’anni non dicessero nulla vedendo in mezzo a loro una vecchia come lei, su un’asina vecchia piú di lei, che non doveva fare certamente una bella figura, per lo stradone a quell’ora.

Perché cosí in silenzio, tutti quei soldati?

Non si sentivano nemmeno camminare e non sollevavano neanche un po’ di polvere. La Poponè ora li mirava sbigottita, non sapendo che pensarne. Le parevano ombre, sotto la luna; eppure erano veri, soldati veri, sí, col loro capitano là, a cavallo. Ma perché cosí silenziosi?

Il perché lo seppe, quando fu in vista del paese, sul primo albeggiare. Il capitano a un certo punto fermò il cavallo e aspettò ch’ella lo raggiungesse.

– Maragrazia Ajello, – le disse allora, – io sono l’Angelo Centuno, di cui sei tanto divota, e queste che ti hanno scortata fin qui sono anime del Purgatorio. Appena arrivata, mettiti in regola con Dio, ché prima di mezzogiorno tu morrai.

Disse e scomparve con la santa scorta.

Quando la sorella, alla Favara, si vide arrivare in casa la Poponè, bianca, come di cera, e stralunata:

– Maragrà, che hai? – le gridò.

E lei con un filo di voce:

– Chiamami un confessore.

– Ti senti male?

– Devo farmi le cose di Dio. Prima di mezzogiorno morirò.

E cosí fu, difatti. Prima di mezzogiorno morí. E tutto il popolo di Favara scasò a vedere la santa che l’Angelo Centuno e le anime del Purgatorio avevano scortata quella notte fino alle porte del paese”.

Donna Gesa tacque. Tacemmo, ammirati, io e il Gaglio e Monsignore, suo padrone. Ma Sebastiano Terilli, scrollandosi, esclamò:

– All’anima del miracolo! È questo il miracolo? E che miracolo è questo? Ma scusate… Miracolo? Perché miracolo? Ammettiamo tutto: ammettiamo che la poveretta non sia morta veramente di paura, e che quella non sia stata un’allucinazione spiegabilissima in una che credeva di parlare ogni notte con le anime del Purgatorio e con quest’Angelo Centuno; ammettiamo che l’angelo le sia apparso per davvero e le abbia parlato. Ebbene? Altro che miracolo! Questa è crudeltà feroce. Annunziare imminente la morte a una poverina! Ma noi tutti, scusate, noi tutti possiamo vivere solo a patto che…

Celestino Calandra protese le mani per rispondergli, e l’eterna discussione si riaccese piú calorosa che mai.

Ma la fede, la fede! non si doveva tener conto della fede, di cui si nutre e s’appaga la povera gente? Gli uomini cosí detti intellettuali non vedono, non sanno veder altro che la vita, e non pensano mai alla morte. La scienza, le scoperte, la gloria, il dominio! E si domandano come faccia a vivere senza tutte queste belle e grandi cose la gente del popolo, quella che zappa la terra e che appare loro condannata alle piú dure e umili fatiche; come faccia a vivere e perché viva; e la stimano bruta, perché non pensano che una ben piú grande idealità, di fronte alla quale diventano vane e ridicole miserie tutte le scoperte della scienza e il dominio del mondo e la gloria delle arti, vive come certezza irrefragabile in quelle povere anime e rende loro desiderabile come un giusto premio la morte.

Chi sa quanto si sarebbe protratta quella discussione sul miracolo dell’Angelo Centuno, se un altro miracolo, e questo vero, autentico, indiscutibile, non la avesse a un tratto troncata.

Stefano Traína, col fucile da caccia in pugno, si precipitò nella sala da pranzo tutto ansante, esultante, col volto paonazzo, congestionato, sgraffiato, affumicato.

Era riuscito finalmente a uccidere uno storno!

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