Risolvere il problema nascosto del giornalismo

Le metriche sulle quali sudiamo, delle quali discutiamo e soprattutto sulle quali è basato il modello di business attuale (e per sempre?) dell’editoria, in realtà non forniscono informazioni davvero utili per il giornalismo. Convenzioni, che fanno comodo a molti, che portano sempre più lontano da un giornalismo di qualità e da se stesso o meglio dalla funzione che dovrebbe assolvere.

“Il cammino verso un giornalismo sostenibile, già  in lotta con un perturbato  modello di business pubblicitario, è anche minato da qualcosa di inaspettato: i dati terribili” . Esordisce così il documento conclusivo  dello studio di Tom Rosenstiel che suggerisce una nuova visione ed utilizzo delle metriche. La ricerca è del Center for Effective Public Management di Brookings.

Le analisi dei dati devono servire per capire i lettori ad un livello più profondo.

Le attuali metriche offrono poche informazioni davvero utili per giornalisti ed editori, la maggior parte misura “cose” sbagliate che risultano false o illusorie.

Questa la tesi enunciata da Rosenstiel.
Dunque tendere verso un giornalismo (davvero) sostenibile è possibile, secondo Tom Rosenstiel, partendo dalla comprensione che le metriche utilizzate non vanno bene. I dati utilizzati sostiene Rosenstiel sono stati progettati per altri scopi. Un esempio su tutti: il numero di pagine viste informa su quante volte un singolo contenuto è stato visualizzato ma non perché. E questo perchè è una delle chiavi per risolvere il problema nascosto.

 

Un altro esempio: “il visitatore unico”, dice ancora Rosenstiel :

… non è ciò che sembra. I visitatori unici non sono persone differenti. Questa metrica misura i device (pc, portatile, smartphone, tablet), la stessa persona che visita una testata su smartphone, attraverso un tablet o sul pc, viene contata come 3 visitatori unici. … il traffico della maggior parte dei siti è sovrastimato di più del doppio e a volte addirittura del triplo.

Allo stesso modo la misura del tempo speso su un singolo contenuto può significare un interesse profondo. Ma potrebbe anche essere che l’utente abbia smesso di leggere e si sia allontanato dallo schermo, mentre la sua macchina rimaneva bloccata su quello stesso contenuto.

Rosenstiel insieme al suo team, dell’ American Press Institute (API), ha ideato una app che aiutasse a trasformare i dati a disposizione in dati utili. Lo studio ha coinvolto 55 testate statunitensi, principalmente locali, e si è basato su un unico dataset di più di 400.000 notizie.

Rosenstiel e il suo team hanno sviluppato un nuovo sistema di etichettatura (tagging) che consente di ottenere dati utili grazie all’assegnazione al singolo contenuto di un tag appropriato e non decine di etichette destinate (almeno in teoria) ad attirare i lettori. Il segreto sembra essere racchiuso nel dare il giusto nome a queste etichette per ottenere, così, un dato realmente indicativo.

…i media devono guardare ai numeri e applicarvi valori giornalistici per comprenderli. Non ogni cosa che si conta è importante e non tutto ciò che importa è misurabile.

Il primo passo è trovare un modo di comprendere ogni singolo pezzo di contenuto in rapporto al suo fattore chiave giornalistico. Che tradotto significa: rispondere a domande “banali” per un giornalista del tipo: “di cosa tratta la notizia, quante forze vanno impiegate, perchè i lettori dovrebbero leggerla?”…

ognuno di questi elementi basici, di questi tag, comprende già l’idea che i giornalisti dovrebbero avere già chiara in mente riguardo i contenuti che realizzano, questi, una volta convertiti in dati strutturati – e visionati in seguito –  permetteranno poi di comprendere di che cosa si deve occupare il medium e come, e anche come il pubblico interagisca con quei contenuti.

In generale un giornalista pensa al proprio lavoro in ordine a quanto impegno sarà necessario, e questo varia a seconda che si tratti di una notizia breve, di un servizio video e così via. Allo stesso modo i giornalisti classificano le loro storie in base a quanto queste potrebbero essere d’aiuto per i propri lettori.  Le tassonomie, le categorie nelle quali ciascuna  pubblicazione tagga i propri pezzi sono create per aiutare le persone  a trovare le notizie, dopo la loro pubblicazione.

Spesso una notizia è identificata in più di 9 differenti categorie, queste però non aiutano il media a comprendere quanto quella testata si occupi di determinati argomenti e vi investa risorse e denaro.

Il sistema di Rosenstiel suggerisce invece di:

taggare i contenuti attraverso il proprio significato, non per essere trovati in seguito.

il tagging è fatto da chi ha editato il contenuto per la pubblicazione non dai singoli giornalisti che l’hanno creato.

questo sistema permette alle pubblicazioni di apprendere cose su loro stessi che non conoscevano prima.

 

I risultati dello studio variano a seconda della singola testata, ma alcuni elementi emersi sono comuni:

In generale l’insegnamento numero uno dello studio è che raccontare i fatti  “è meglio se fatto in diverse maniere, non in maggiore quantità”.

  • il formato long form journalism sembra essere quello più ingaggiante per il pubblico

long form ( almeno 1200 parole) portano il 23% in più di engagement nell’indice della ricerca insieme ai numeri di pagine viste (11% in più), di condivisioni (45% in più) e di tempo di lettura (11% in più). Le persone dunque mostrano di apprezzare qualità e approfondimento.

che poi significa mettere in pratica il proprio mestiere di giornalista e andare a fondo, scavare, osservare, indagare. Questo tipo di inchieste suscitano maggior interesse da parte del pubblico.

  • più initiative stories

possiamo tradurle come inchieste, storie spontanee, cioè innescate da un’idea, un angolo inesplorato di una storia, qualcosa di collegato alla notizia uscita, un’idea del giornalista

  • fatti e opinioni funzionano per diversi temi
  • il potere di foto, video e audio

Tutto il ragionamento pensato da R. e dal suo team dovrebbe portare a un nuovo modello:

quello che sul documento è definito: > franchise topics:

per gli editori è necessario costruire il proprio marchio grazie a contenuti esclusivi che il lettore possa trovare solo su quel medium,  dovrebbe scattare il meccanismo per cui per determinati argomenti sia quella l’unica testata a cui pensare

è necessario comprendere su quali temi si può eccellere e renderli “argomenti-calamita” per i lettori che , a quel punto, possono scoprire altri contenuti.

il sistema di tag incoraggia questo sistema di “franchise topics” perchè permette agli editori di vedere più a fondo in cosa lavora con differenti ritmi

i giornalisti possono rendere i loro contenuti più coinvolgenti diventando più consapevoli anche nelle quantità e nella qualità dei dati, a loro conoscienza, che riguardano le notizie stesse

In generale, leggiamo in conclusione del documento, in media, le testate che hanno partecipato e hanno compreso l’importanza di fare e valutare cambiamenti basati sui dati hanno avuto in cambio maggiore coinvolgimento da parte del lettore.

Così si chiude – e così vogliamo chiudere anche noi-  il rapporto Rosenstiel:

E’ il pubblico ora responsabile del futuro delle notizie. Gli editori che prospereranno in futuro saranno quelli in grado di comprendere il proprio  pubblico a un livello più profondo.

Aggiungiamo una sola nota, quello che ci pareva importante riportare di questo studio non sono tanto i risultati che a ben vedere dicono che il buon giornalismo messo in atto ripaga, ma il fatto che si è partiti da un punto di vista diverso, si è deciso di sperimentare.

Il secondo punto molto importante, secondo noi, è quello di voler conoscere meglio il proprio lettore e il perchè delle sue azioni, ma non (come si fa oggi) in funzione di una – tentata – vendita, o peggio, di una profilazione,  ma per rispondere meglio alle sue specifiche esigenze informative.

 

Per chi volesse approfondire qui il documento completo.

Leggi anche:

Tratto da: www.lsdi.it
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Constitution of the Athenians, The by ARISTOTLE

Η Αθηναίων Πολιτεία του Αριστοτέλη γράφτηκε μεταξύ 328 και 322 πΧ. Περιέχει πολλές πληροφορίες για την πολιτειακή εξέλιξη των Αθηναίων αλλά και για το Αστικό και για το Δημόσιο Αττικό Δίκαιο.
Το σύγγραμμα διαιρείται σε δυο μέρη: το Ιστορικό και το Περιγραφικό μέρος.Το ιστορικό μέρος είναι ελλιπές στην αρχή του επειδή δεν υπάρχει η ιστορία των Αθηνών εως τη συνωμοσία του Κύλωνα. Το περιγραφικό μέρος είναι ελλιπές γιατί λόγω της φθοράς του παπύρου λείπει η περιγραφή του οργανισμού και των δικονομικών τύπων των Αθηναϊκών δικαστηρίων.
Ο Αριστοτέλης πήρε πληροφορίες απο τους: Ηρόδοτο, Σόλωνα, Θουκιδίδη, Θεόπομπο, αλλά και από τους Ατθιδογράφους, Κλεόδημο, Φανόδημο και Ανδροτίωνα. Πολλές πληροφορίες επίσης πήρε από τα διατάγματα και τα επίσημα έγγραφα του Κρατερού του Μακεδόνα απο επιγραφές, τα ποιήματα, τα μνημεία του Σόλωνα, τα λαϊκά άσματα και παροιμίες.
Στο δεύτερο μέρος του έργου, ο Αριστοτέλης δεν αναφέρεται σε ιστορικές πηγές γιατί περιγράφεται το σύγχρονό του πολιτειακό σύστημα, αντιλαμβανόμενος και πληροφορούμενος ο ίδιος τα πράγματα.
Από ιστορική αλλά και από φιλολογική άποψη, η Αθηναίων Πολιτεία είναι ένα από τα πολυτιμότερα κειμήλια που κληροδοτήθηκαν σε εμάς από την κλασσική Ελληνική αρχαιότητα. (Summary by karampas1968)
This title is avalable for free download at: www.librivox.org.

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Milano cade

di redazione

Con un tuffo sincronizzato, Inter e Milan perdono tre punti su tutte le concorrenti per la corsa all’Europa. La grande sorpresa di questa 33esima giornata arriva da San Siro, dove i rossoneri riescono nell’impresa di farsi battere per 2-1 dall’Empoli. Gli eroi di giornata per i toscani sono Mchedlidze e Thiam, a segno con un gol per tempo. I padroni di casa riaprono la partita con Lapadula, ma non è destino: Skorupski para tutto, compreso un rigore di Suso. In questo modo il Milan scivola a -5 dall’Atalanta e a -6 dalla Lazio, ma grazie alla sconfitta dell’Inter conserva comunque il sesto posto, l’ultimo buono per il treno europeo.

Da parte sua, la squadra di Pioli può continuare a sperare. Dopo il tonfo dei cugini, i nerazzurri rimangono a -2 dalla sesta posizione malgrado la débacle di sabato sera al Franchi. Il 5-4 subito dalla Fiorentina, però, non è certo indolore: primo perché ora i viola sono a un solo punto di distanza, secondo perché questo risultato sancisce probabilmente il divorzio fra società e allenatore. Per non essere considerato un semplice traghettatore Pioli avrebbe avuto bisogno di un posizionamento di prestigio a fine anno, come un terzo o un quarto posto. E il sogno ormai sembra svanito.

Un altro passo falso di giornata è quello del Napoli, che sul campo del Sassuolo non riesce ad andare oltre il pareggio. Il 2-2 finale in realtà è addirittura un punto guadagnato dagli azzurri, che si salvano dalla sconfitta solo grazie a una zampata vincente del redivivo Milik. Ma il pari può significare l’addio definitivo al sogno di agguantare il sesto posto, che significa qualificazione in Champions diretta, senza preliminari.

La Roma, infatti, stasera gioca contro il debolissimo Pescara e ha l’occasione di scappare a +4 sui partenopei. In caso di mancato successo dei giallorossi, invece, lo scudetto aritmetico della Juventus sarebbe sempre più vicino, visto che nel posticipo di giornata i bianconeri hanno liquidato il Genoa con un poker in scioltezza (sul tabellino un autogol di Munoz, poi le reti di Dybala, Mandzukic e Bonucci).

Ai gradini successivi della classifica, Lazio e Atalanta consolidano rispettivamente il quarto e quinto posto sfruttando la caduta delle milansesi. La vittoria dei bergamaschi arriva nella partita delle 12 con un emozionante 3-2 in rimonta sul Bologna (gol di Conti, Freuler, Destro, Di Francesco e Caldara).

Con questo risultato la squadra di Gasperini scavalca per qualche ora in classifica la Lazio, che però alle 15 risponde disintegrando il Palermo. È vero, i biancocelesti attaccano con energia e velocità, ma la difesa dei siciliani non è proponibile a questi livelli. A metà del primo tempo il risultato è di 5-0 per i capitolini, a segno due volte con Immobile e tre volte con Keità. Prima di ieri, l’unica squadra che in A aveva segnato 5 gol nei primi 26 minuti era stata la Juventus (contro la Fiorentina) nel 1938. Alla fine il risultato è un set di tennis con doppio break: 6-2.

In zona retrocessione il Crotone non molla e trova i 3 punti sul campo della Sampdoria (le reti di Falcinelli e Simy rimontano il vantaggio iniziale dei blucerchiati con Schick, autore di un altro gioiello). I calabresi però sono davvero sfortunati, perché l’imprevedibile vittoria dell’Empoli a San siro li mantiene a -5 dalla salvezza.

In mezzo alla classifica, fra quelle squadre che ormai non hanno più nulla da chiedere a questo Campionato, completano il quadro della giornata il 3-1 del Torino sul campo del Chievo (gol di Ljajic, Zappacosta, Pellissier e Iago Falque) e il 2-1 interno dell’Udinese sul Cagliari (in rete Perica dalla panchina, poi Angella e Borriello).

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La derIVA di Padoan

di Antonio Rei

C’è un’idea fissa di cui Pier Carlo Padoan non si riesce a liberare. Da anni una vocina sussurra nell’orecchio del ministro dell’Economia lo stesso ritornello: “Devi alzare l’Iva”. Il numero uno del Tesoro cerca di resistere, ma poi, ciclicamente, le sue difese crollano e quell’idea torna a circolare. Nei suoi conti di tecnico, chissà per quale modello o proiezione, questa prospettiva un senso ce l’ha. Il problema è che, da ministro, Padoan dovrebbe anche preoccuparsi delle ragioni della politica.

E la politica non va tanto per il sottile: al di là di tutti i calcoli fiscali o economici possibili, alzare la tassa più odiata e più evasa d’Italia a pochi mesi dalle elezioni sarebbe come impugnare la katana del samurai e prodursi nel più clamoroso degli harakiri. È una considerazione elementare, ma il buon Pier Carlo non riesce a farsene una ragione.

E così, poco prima del Def, ecco che quell’idea rispunta. In un’improvvida intervista al Messaggero, il ministro torna a parlare dell’ipotesi di alzare l’imposta sul valore aggiunto per ridurre il peso delle tasse sulle buste paga. “Lo scambio tra Iva e cuneo fiscale suggerito dall’Ocse – spiega Padoan – è una forma di svalutazione interna che va a beneficio delle imprese esportatrici, che sono anche le più competitive”. Peccato che in Italia ci sia anche qualche milione di consumatori: persone che ogni giorno fanno la spesa e che, prima o poi, torneranno a votare.

Di questo si rende conto benissimo Matteo Renzi, che da anni, in modo speculare rispetto a Padoan, ha una crisi di nervi ogni volta che a qualcuno viene in mente di parlare di Iva. Infatti anche stavolta il premier-ombra/segretario-Pd-in-pectore (locuzioni roboanti per non rilevare che, al momento, si tratta di un privato cittadino senza incarichi ufficiali) dopo aver letto le parole del ministro scatena subito la contraerea.

Prima lascia che a sparare il colpo d’apertura sia il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, con un tweet: “L’aumento Iva non è nel programma del Pd né può essere nelle intenzioni del governo”. Poi l’ex capo del governo scende in prima persona sul campo di battaglia per impallinare l’uomo che lui stesso, controvoglia, ha portato alla guida del Tesoro: “L’Iva non si tocca e non si toccherà – dice Renzi dal salottino di Matrix – Secondo Padoan e altri professori porterebbe benefici. Non sono d’accordo. C’è una crescita più alta del previsto e spazio per ulteriori iniziative. Dobbiamo fare come in questi anni: andare in Europa a gomiti larghi”.

A quel punto il duello da far west sembra inevitabile. Invece no. Padoan abbassa lo sguardo e batte in ritirata. In audizione davanti alle Commissioni bilancio di Camera e Senato per parlare di Def, il ministro rassicura i parlamentari Pd: “Il governo non intende aumentare l’Iva nel 2018: il rialzo sarà sostituito con altre misure”.

Qui serve una precisazione. L’aumento delle aliquote Iva non è un’idea estemporanea, ma una spada di Damocle che pende su ogni manovra finanziaria. Si tratta di una clausola di salvaguardia, ovvero di una misura che scatta automaticamente a meno che il governo non trovi le risorse per disinnescarla. E costa molto: nella manovra varata lo scorso dicembre sono stati stanziati 15,1 miliardi a questo scopo, cioè più della metà dell’intera legge di bilancio, che in tutto valeva 26,5 miliardi. Nel 2018 il conto sarà ancora più salato: serviranno 19 miliardi e mezzo, altrimenti le aliquote Iva saliranno dal 10% al 13% e dal 22% al 25%.

Da dove tireremo fuori, stavolta, questa montagna di soldi? “Non sono in grado di dirlo… Non se ne è ancora parlato”, ammette Padoan. Forse sogna di lasciare che l’Iva salga proprio perché le alternative sono difficili da trovare nelle pieghe del bilancio pubblico e c’è il rischio che la medicina si riveli peggiore della malattia. Ma tant’è: ci sono le elezioni e l’Iva non può salire. Questa è una certezza.

Il vero mistero è per quale ragione Padoan continui a tirare fuori la questione, visto che poi gli manca sempre il coraggio di sostenere lo scontro con Renzi. Del resto, parlare di aumento dell’Iva rovina la reputazione un po’ a tutti, perché smentisce il dogma governativo secondo cui le grandi riforme renziane sono state un successone. Non lo sono state: abbiamo speso una fortuna in mance e mancette che non hanno riattivato la crescita, né riacceso i consumi, né abbattuto la disoccupazione, né rilanciato gli investimenti. Siamo sempre allo stesso punto, sempre qui a cercare disperatamente di far quadrare i conti, ad avvelenarci sui decimali con Bruxelles per poi alzare le accise su sigarette e benzina, senza nemmeno la speranza di mettere in campo una manovra economica che segni un punto di svolta per il Paese. E nella testa quella vocina che ripete: “Prima o poi l’Iva salirà”.

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Consumo di suolo, c’è chi dice no

di Tania Careddu

Negato, alterato nelle sue fisiologiche funzioni chimico-fisiche e biologiche, il suolo italiano è pressoché consumato. Da un’urbanizzazione selvaggia, con usi e coperture del territorio, principalmente insediativi e infrastrutturali, che arrivano a configurare un’irreversibile ‘sigillatura’ della crosta terrestre. Fino al 2015, stando ai dati riportati nel dossier “Suolo minacciato, ancora cemento oltre la crisi”, redatto da Legambiente, l’urbanizzazione del territorio del Belpaese ha compromesso circa più di due milioni di ettari, il 7 per cento del suolo nazionale – soprattutto nel quadrante nord-ovest, Lombardia in testa per la caratteristica pianeggiante della sua area – e, principalmente, per dotare le costruzioni private di spazi e pavimentazioni (le cosiddette infrastrutture di mobilità).

Dal dopoguerra a oggi, l’urbanizzazione espansiva come risposta all’uscita dalla crisi, affastellando investimenti infrastrutturali di dubbia utilità, sostenuti oltretutto dalla mancanza di regole nazionali e comunitarie, ha generato uno spreco esagerato del territorio nelle regioni italiane.

Lungi dal fare letteratura, però, negli ultimi due anni, si nota un rallentamento della pressione della trasformazione immobiliare: la crisi del settore delle costruzioni, sentendo il peso della zavorra di tanti edifici in cerca di compratori, ha (forse) innescato nuovi e più salubri meccanismi, riconducibili a meno concessioni edilizie e a uno stand by di piani attuativi. E c’è chi, da oltre un decennio, dice no al cemento selvaggio e al movimento indisciplinato delle ruspe.

Una su tutte, esempio isolato, la Sardegna che, consapevole dell’enorme potenziale economico dei suoi paesaggi, ha scelto di fermarne la dissipazione. Per la prima volta nello scenario delle regioni della Penisola, nel 2016, ha approvato un Piano Paesaggistico Regionale (PPR) finalizzato al recupero e alla riqualificazione integrale del territorio secondo un modello di sviluppo sostenibile, basato sulla programmazione di obiettivi di qualità paesaggistica, che tenga insieme gli insediamenti urbani, agricoli, produttivi e turistici.

Con la finalità strategica, i cui risultati saranno visibili a lungo termine versus il mordi e fuggi dell’uso speculativo dagli effetti immediati, di rafforzare l’identità culturale del paesaggio storico sardo, recuperandone il patrimonio (anche) architettonico e proporzionando le crescite residenziali ai reali fabbisogni.

Nell’immediato, ciò ha permesso l’annullamento di una lunga sequenza di maxi progetti immobiliari: dai trecentomila metri cubi di Cagliari Tuvixeddu ai due milioni e mezzo di metri cubi del Master Plan Costa Smeralda, dai cinquecentomila metri cubi di Arzachena per gli investimenti dell’emiro del Qatar ai duecentoventimila di lottizzazione annessa a un campo da golf a Is Arenas.

Con buona pace di chi sostiene che la protezione del territorio, coste comprese, sia un limite allo sviluppo sociale ed economico, l’identità culturale sarda, tutelandone il paesaggio, attraverso il PPR, è ripensata continuamente nel confronto con la contemporaneità capace di coniugare la conservazione con l’innovazione e la tutela con la ricostruzione. All’orizzonte, un nuovo panorama.

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Seduta n. 783 Venerdì 21

- Discussione del disegno di

legge: Delega al Governo in materia di amministrazione

straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza

(Già articolo 15 del disegno di legge n. 3671,

stralciato con deliberazione dall’Assemblea il 18 maggio

2016) (A.C. 3671-ter-A); e dell’abbinata proposta di legge:

Abrignani ed altri (A.C. 865) (Discussione sulle linee

generali).
- Discussione delle mozioni Brescia ed

altri n. 1-01439, Palese ed altri n. 1-01603, Binetti ed

altri n. 1-01606, Andrea Maestri ed altri n. 1-01611,

Carnevali ed altri n. 1-01612 e Rondini ed altri n. 1-01613

relative al funzionamento dei cosiddetti centri

hotspot per i migranti (Discussione sulle

linee generali).   
Tratto da www.camera.it.
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Messaggio del Presidente Mattarella in occasione dell’Assemblea Generale di Amnesty Intenational italia

C o m u n i c a t o

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato al Presidente di Amnesty International Italia, Antonio Marchesi, il seguente messaggio:

« Rivolgo un caloroso saluto all’Assemblea Generale dei soci di Amnesty International Italia ed esprimo il mio apprezzamento per l’azione che l’Associazione conduce a tutela delle libertà fondamentali, con attività di informazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica.

Il rispetto e la promozione dei diritti umani sono condizioni necessarie per promuovere la dignità di ogni persona e di ogni comunità, ovunque e in ogni circostanza.

Un’adeguata e costante attenzione ai diritti umani risponde, infatti, non solo a un imperativo etico, ma anche ad una piena adesione a principi di diritto internazionale oramai consolidati.

A questo riguardo, vorrei ricordare l’azione svolta dall’Italia con tenacia, pazienza e costanza per sensibilizzare la comunità internazionale su due questioni, tra le altre, particolarmente importanti: la lotta contro le mutilazioni genitali femminili e la moratoria delle esecuzioni in vista dell’auspicata abolizione universale della pena di morte.

Nuove sfide ci stanno interpellando, come testimonia la drammatica teoria di profughi e rifugiati dalle guerre che stanno insanguinando il vicino Oriente e l’Africa: è un banco di prova della civiltà europea che deve saper rispondere in coerenza con i suoi valori fondanti.

I difensori dei diritti umani operano con gravi rischi su diversi terreni e ferma deve essere l’azione condotta a livello istituzionale e dalla società civile in loro favore. Molto resta ancora da fare affinché sia pienamente riconosciuto che la convivenza tra popoli parte dal rispetto delle sensibilità altrui e non può, dunque, prescindere dal pluralismo delle idee e dalla possibilità di esprimerle liberamente.

L’azione in materia di tutela e promozione dei diritti umani deve essere ispirata al principio della loro universalità, indivisibilità e interdipendenza.

Auguro buon lavoro ai partecipanti e ad Amnesty International Italia una proficua continuazione della sua impegnativa attività».

Roma, 23 aprile 2017

Tratto da www.quirinale.it.
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We are not Charlie and we will never be.