Seduta n. 453 Giovedì 02

Seguito della discussione ed

approvazione del disegno di legge: Delega al Governo per il

recepimento delle direttive europee e l’attuazione di

altri atti dell’Unione europea – Legge di

delegazione europea 2014 (Approvato dal Senato)

(A.C. 3123) (Esame articoli da 14 a 21; esame ordini

del giorno; dichiarazioni di voto; votazione finale).

– Seguito della discussione della relazione consuntiva

sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea per

l’anno 2013 (Doc. LXXXVII, n. 2) e Relazione consuntiva

sulla partecipazione dell’Italia all’Unione

europea per l’anno 2014 (Doc. LXXXVII, n. 3)

(Parere del Governo; dichiarazioni di voto;

votazioni).
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Seduta n. 452 Mercoledì 01

Seguito della discussione ed

approvazione del Disegno di legge di conversione del

decreto-legge n. 65 del 2015: Disposizioni urgenti in

materia di pensioni, di ammortizzatori sociali e di

garanzie TFR (A.C. 3134-A) (Ripresa esame articolo ;

esame ordini del giorno; dichiarazioni di voto finale;

coordinamento formale; votazione finale ed

approvazione). – Seguito della discussione del

Disegno di legge: Delega al Governo per il recepimento

delle direttive europee e l’attuazione di altri atti

dell’Unione europea – Legge di delegazione

europea 2014 (Approvato dal Senato) (A.C. 3123) (esame

articoli; esame articoli da 1 a 13). –

Svolgimento di interrogazioni  a risposta immediata

(Iniziative normative in materia di sequestro cautelare

in relazione all’ipotesi in cui tale misura comporti il

blocco della produzione industriale, alla luce del recente

sequestro preventivo di alcune aree del cantiere

Fincantieri di Monfalcone (Gorizia); iniziative di

competenza per l’applicazione del principio di

territorialità della pena e per la presenza del

Garante di detenuti in tutte le regioni italiane; misure a

favore della prosecuzione dei tirocini formativi presso gli

uffici giudiziari; misure per sopperire alle gravi carenze

di organico presso le direzioni distrettuali antimafia di

Bologna, Brescia e Catanzaro e per garantire uno spazio

attrezzato ed idoneo per lo svolgimento del cosiddetto

processo Aemilia; iniziative in materia di semplificazione

fiscale volte all’unificazione degli adempimenti e

dei modelli fiscali, nonché ad una riorganizzazione

del calendario fiscale e del sistema impositivo, anche con

riferimento alla presentazione del modello 770 ;

intendimenti per la riapertura in sede europea di un tavolo

di confronto con il Governo greco improntato agli obiettivi

dello sviluppo e della crescita; valutazioni sugli sviluppi

della situazione relativa al debito della Grecia;

chiarimenti in ordine al prospettato cambio dei vertici

della Cassa depositi e prestiti, alle modifiche statutarie

ipotizzate e alle correlate garanzie per i risparmiatori;

iniziative per la riduzione della pressione fiscale sulle

imprese e sulle famiglie, con particolare riferimento alla

tassazione sulla casa a carico delle famiglie; chiarimenti

in ordine alla vendita all’INAIL di alcuni palazzi

storici di proprietà della società Eur

spa). 
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Decreto-legge rilancio settore agricolo: approvato definitivamente in Assemblea

Giovedì 2 7 2015

Il Senato, nella seduta di giovedì 2 luglio, ha approvato definitivamente il ddl n. 1971 di conversione in legge, con modificazioni, del decreto n. 51, in materia di rilancio dei settori agricoli in crisi, di sostegno alle imprese agricole colpite da eventi di carattere eccezionale e di razionalizzazione delle strutture ministeriali.

Come si legge nel comunicato di seduta di giovedì 2 luglio, nella seduta pomeridiana di martedì 30 giugno la relatrice, sen. Bertuzzi, ha illustrato il provvedimento, che introduce norme per governare il passaggio graduale dal regime delle quote latte a quello della liberalizzazione; prevede un piano di interventi per il settore olivicolo; contiene misure a sostegno delle imprese colpite da emergenze alluvionali e sanitarie. L’articolo 1 disciplina la possibilità di rateizzare, in tre rate annuali senza interessi, il prelievo dovuto per la campagna di produzione lattiera 2014-2015. L’articolo 2 contiene norme per il superamento del regime delle quote latte e il riordino di relazioni commerciali in materia di cessione di prodotti agricoli e agroalimentari. L’articolo 3 introduce una nuova disciplina delle organizzazioni interprofessionali, che sono autorizzate a chiedere contributi obbligatori. L’articolo 4 istituisce il Fondo per la realizzazione del piano di interventi nel settore olivicolo-oleario, con una dotazione di 4 milioni di euro per il 2015. L’articolo 5 autorizza le aziende agricole, non coperte da polizze assicurative agevolate, a richiedere contributi compensativi a carico del Fondo di solidarietà nazionale in agricoltura. Le aziende interessate sono quelle colpite da eventi alluvionali e da avversità atmosferiche, verificatesi tra il 2014 e la data di emanazione del decreto, e le aziende colpite da infezioni di organismi nocivi ai vegetali negli anni 2013-2015. L’articolo 6 sopprime la gestione commissariale delle attività ex Agensud e trasferisce le relative funzioni, con particolare riguardo alle gestione dei servizi idrici, ai competenti Dipartimenti e alle Direzioni del Ministero delle politiche agricole. L’articolo 7 prevede per le filiere più rappresentative l’istituzione di commissioni uniche nazionali chiamate a determinare quotazioni di prezzo cui far riferimento nei contratti di compravendita e cessione dei prodotti agricoli.

Dossier di documentazione »

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Senato: sabato 4 luglio 2015 aperto al pubblico<br>Prossimo appuntamento 12 settembre 2015

Giovedì 2 7 2015

Sabato 4 luglio 2015, Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica, sarà aperto al pubblico dalle ore 10.00 alle ore 18.00. L’ingresso è in Piazza Madama.

Le visite, gratuite e della durata di circa 40 minuti, sono curate da personale del Senato. Durante il percorso sarà possibile conoscere non solo la storia del Palazzo risalente alla fine del XV secolo, ma soprattutto apprezzare il suo valore storico-artistico e comprenderne le sue trasformazioni.

Per i diversamente abili sarà disponibile un apposito servizio di accompagnamento.

Per poter accedere a Palazzo Madama è necessario ritirare il biglietto presentandosi all’ingresso il giorno stesso dell’apertura al pubblico, dalle ore 8.30 in poi (non è possibile riservare i biglietti anticipatamente). Ciascun visitatore può richiedere al massimo quattro biglietti se adulto e un biglietto se minorenne, scegliendo un orario compreso tra le 10 e le 18 con intervalli di venti minuti.

Dall’ingresso principale di Palazzo Madama, i visitatori raggiungono la Sala Caduti di Nassirya. In questo spazio, prima dell’inizio della visita, verrà proiettato un filmato che illustra composizione, articolazione e compiti del Senato della Repubblica nella sua funzione di Assemblea legislativa.

La prossima apertura è prevista per sabato 12 settembre 2015.

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USA, la strategia della guerra

di Michele Paris

Il Dipartimento della Difesa americano ha pubblicato questa settimana la nuova Strategia Militare per fronteggiare le “minacce” presenti e future con cui gli Stati Uniti sono chiamati a confrontarsi su scala globale. Il documento di 24 pagine è stato redatto dal capo di Stato Maggiore uscente, generale Martin Dempsey, e prospetta il possibile utilizzo di tutto il potenziale distruttivo a disposizione dei militari USA per contrastare qualsiasi resistenza alla propria egemonia nel pianeta.

Già dall’introduzione al rapporto appare evidente il cambiamento di prospettiva adottato dal Pentagono e dalla classe dirigente americana, dopo oltre un decennio speso a propagandare l’integralismo islamico come principale nemico da combattere. Il documento strategico diffuso mercoledì, pur continuando a riconoscere la minaccia rappresentata dalle cosiddette “organizzazioni estremiste violente”, individua rischi ancora maggiori derivanti da “stati potenzialmente avversari”.

Il rapporto propone un’assurda suddivisione del mondo tra quegli stati, che costituiscono la maggioranza, “sostenitori delle istituzioni costituite e dei processi dedicati alla prevenzione dei conflitti, che rispettano la sovranità e promuovono i diritti umani”, e gli altri che, al contrario, “cercano di modificare aspetti chiave dell’ordine internazionale e agiscono in modo tale da minacciare gli interessi della nostra sicurezza nazionale”.

Contrariamente a quanto suggeriscono la logica e la realtà storica, gli Stati Uniti si auto-includono nella prima delle due categorie. Washington calpesta infatti regolarmente ogni norma del diritto internazionale, viola la sovranità di vari paesi e agisce nel totale disprezzo dei diritti umani se ciò è necessario per il perseguimento dei propri interessi.

Anche se non sono impegnati in occupazioni o guerre, a finire nella seconda categoria sono invece altri paesi, come Russia, Iran, Corea del Nord e Cina, il cui crimine è soltanto quello di non piegarsi al volere e agli interessi della prima potenza mondiale.

Leggendo le colpe di cui si sarebbero macchiati questi quattro paesi è impossibile mancare l’ironia involontaria del Pentagono, il quale assegna a ognuno dei suoi principali rivali comportamenti illegali o da condannare attribuibili in misura ben maggiore proprio agli Stati Uniti.

Così, ad esempio, i vertici militari di un paese che ha operato un lunghissimo elenco di invasioni illegali, sostengono che la Russia “non rispetta la sovranità dei suoi vicini ed è disposta a ricorrere all’uso della forza per raggiungere i propri obiettivi”. Washington, ovvero di gran lunga la prima forza destabilizzatrice del pianeta, condanna inoltre Mosca per avere “compromesso la sicurezza regionale” e “violato numerosi trattati… internazionali”.

Il paese che detiene il maggior numero di armi nucleari e da tre decenni utilizza il fondamentalismo jihadista come prolungamento della propria politica estera critica poi l’Iran per avere condotto ricerche su armi atomiche in violazione di risoluzioni ONU e sponsorizzato gruppi terroristi in vari paesi.

L’accusa di avere lavorato alla costruzione di ordigni nucleari è rivolta anche alla Corea del Nord, paese costantemente sotto la minaccia militare americana, mentre in relazione alla Cina l’approccio del Pentagono è parzialmente diverso. Nonostante gli USA sostengano di incoraggiarne la crescita e di volerne fare un “partner per la sicurezza internazionale”, la Cina è colpevole di creare tensioni in Estremo Oriente. Il riferimento americano è in particolare alle rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale, dove la stessa amministrazione Obama sta manovrando con vari paesi alleati per alzare il livello dello scontro con Pechino.

Il documento strategico del Pentagono ammette in ogni caso che nessuno di questi quattro paesi intende cercare un conflitto militare con gli Stati Uniti o i loro alleati, anche se “ognuno di essi pone serie preoccupazioni per la sicurezza” della comunità internazionale.

Ben lontani dal nutrire inquietudini per la stabilità della comunità internazionale, gli USA temono in realtà per la propria declinante superiorità militare ed economica. Più avanti, il documento del Pentagono asserisce che “gli Stati Uniti sono il paese più potente del pianeta, godono di vantaggi unici nell’ambito della tecnologia, dell’energia, delle alleanze e in quello demografico”. Oggi, però, “questi vantaggi sono minacciati”.

In sostanza, per gli Stati Uniti la stabilità, il rispetto della democrazia, dei diritti umani e del diritto internazionale sono concetti che servono a garantire un ordine planetario in cui è Washington a dettare le regole, mentre qualsiasi entità che non intende sottomettersi a esso viene identificata come una “minaccia” alla sicurezza mondiale e quindi esposta al rischio di trasformarsi in un bersaglio militare.

Sempre da questa prospettiva deriva poi la strategia delle alleanze, perseguita in funzione di accerchiamento di paesi come Cina e Russia. Nell’area “Asia-Pacifico”, in particolare, il Pentagono sanziona la cosiddetta “svolta” asiatica promossa da Obama, fondata tra l’altro sul ridispiegamento qui della maggior parte delle forze navali americane e sul “rafforzamento” dell’alleanza con Australia, Giappone, Corea del Sud, Filippine e Thailandia, ma anche sulla partnership con Nuova Zelanda, Singapore, Indonesia, Malaysia, Vietnam e Bangladesh e sul consolidamento delle relazioni con l’India.

Scenari relativamente secondari, almeno in prospettiva, sembrano dover diventare quelli di Europa e Medio Oriente. Nel primo caso, comunque, il pilastro della strategia USA rimane “il fermo impegno nei confronti degli alleati NATO”, alla luce della “recente aggressione della Russia” contro l’Ucraina. In Medio Oriente, invece, il riferimento è sempre Israele e la garanzia della sua superiorità militare sui vicini. “Partner vitali” restano anche varie dittature arabe, come Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi e Qatar.

Per il Pentagono, ad ogni modo, “a tutt’oggi le probabilità di un coinvolgimento degli Stati Uniti in una guerra con un’altra potenza planetaria sono poche sebbene in crescita”. Se ciò dovesse però accadere, “le conseguenze sarebbero immense”. Gli USA sono cioè pronti a scatenare anche una guerra nucleare per cercare di annientare i propri rivali.

Nel documento si legge infatti che, “in caso di attacco, le forze armate americane risponderebbero infliggendo un tale danno da costringere l’avversario a cessare le ostilità o impedire un’ulteriore aggressione”. Per questa ragione, e forse anche per il motivo non detto che paesi come Cina e soprattutto Russia dispongono sempre più di capacità belliche in grado di competere con quelle americane, “una guerra contro un avversario potente richiederebbe la mobilitazione totale di tutti gli strumenti della sicurezza nazionale”.

La Strategia Militare elaborata dal Pentagono quest’anno, a fronte dell’ostentazione di forza in essa contenuta, conferma l’inesorabile declino della posizione internazionale degli Stati Uniti, minacciata precisamente dalla crescita di alcuni dei paesi individuati come “pericoli” per la sicurezza globale.

La decadenza dell’impero, riflesso inevitabile della perdita di influenza del capitalismo a stelle e strisce, non comporta tuttavia un minore rischio di guerra nelle aree più calde del pianeta. Anzi, come conferma il documento appena diffuso dal Dipartimento della Difesa, gli USA sono pronti a mettere a repentaglio la stessa esistenza dell’umanità per cercare di difendere la propria posizione dominante in un mondo che tende sempre più al multipolarismo.

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Cooperazione, missione trascurata

di Tania Careddu

Centotredici i Paesi a cui l’Italia destina fondi. Tremiladuecentottantasette le iniziative e i progetti nel mondo. 2.980.351,00 di euro il totale dei soldi impegnati nel 2013. Per la cooperazione allo sviluppo. Riassunta nel decreto Missioni. Che stanzia, su base annuale o semestrale, parte delle risorse dedicate alle missioni militari e alle iniziative di cooperazione. Negli ultimi dieci anni sono stati approvati fondi pari, in media, a 1,3 miliardi di euro: diminuita progressivamente la spesa per le missioni militari, sensibilmente cresciuta, anche se inferiore alla prima, quella per la cooperazione, passando dal 9,4 al 12,7 per cento.

Annualmente, l’ammontare approvato rappresenta poco più del 4 per cento dell’investimento totale dell’Italia per le forze armate e per la cooperazione allo sviluppo: se per le missioni militari, con il provvedimento, si eroga circa un 1,3 miliardi di euro, la spesa militare totale è di ventitre miliardi. Stesso funzionamento per la cooperazione: per una spesa totale poco sotto i tre miliardi di euro, il decreto in oggetto ne stanzia solo centotrentasei milioni, cioè il 4,57 per cento.

Oltre il 76 per cento degli sforzi di cooperazione allo sviluppo da parte del nostro Paese vengono fatti per via indiretta, ossia attraverso il trasferimento di fondi a organizzazioni sovranazionali, per un ammontare, nel 2013, di più di 2,2 miliardi di euro. Ripartiti fra le organizzazioni internazionali di cui il Belpaese fa parte, che si occupano di impiegarli per svolgere attività a favore dei Paesi in via di sviluppo. Quindi, un miliardo e mezzo – pari al 68 per cento – è andato all’Unione europea, oltre trecento milioni all’Agenzia internazionale per lo sviluppo e centosettantadue alle Banche regionali di sviluppo.

I restanti spiccioli di quei quasi tre miliardi, pari a poco più di seicentonovanta milioni, cioè il 23 per cento, rimane sotto la gestione diretta delle nostre istituzioni. Di questi, il 43 per cento non ha mai varcato i confini nazionali per far fronte all’emergenza rifugiati politici dentro lo Stivale. E’ la tipologia d’aiuto più corposa: le risorse (queste) vengono altresì destinate alle infrastrutture e servizi sociali e agli aiuti per i settori produttivi, le altre (quelle oltralpe) per l’azzeramento del debito, gli aiuti umanitari e la costruzione di infrastrutture per attività economiche destinati a quei centotredici paesi sopracitati, dei quali i più sostenuti sono l’Albania con oltre ventotto milioni, l’Afghanistan con quasi ventotto milioni e l’Etiopia con circa diciotto.

Ma lo spostamento di tutti questi euro nonché l’importanza della questione, non trova un’adeguata risonanza nelle aule delle Camere. In nessuna pagina dell’agenda degli ultimi quattro esecutivi. Derubricato a una semplice prassi, al decreto Missioni è stato, da sempre, riservato l’iter di conversione più veloce. Solo ventitre ore di discussione e quaranta giorni di dibattito, viaggiando in una corsia preferenziale, raggiungendo tempi record di approvazione.

Sarà perché il suo consenso è sempre stato bipartisan – durante l’ultimo Berlusconi il PD ha votato a favore pur stando all’opposizione, e sotto il Governo Renzi, FI non ha votato contro il provvedimento – sarà (o forse proprio perché) non è più così centrale nella definizione della politica estera italiana.

Tanto che nella classifica delle priorità dei Governi ha sempre navigato in posizioni molto basse: ventisettesima nel Governo Berlusconi IV, quarantanovesima nel Governo Monti, quarantasettesima in quello Letta, e, finalmente, quattordicesima nell’esecutivo Renzi. Ad maiora.

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Echinococcosis: An Economic Evaluation of a Veterinary Public Health Intervention in Rural Canada

by Janna M. Schurer, Ellen Rafferty, Marwa Farag, Wu Zeng, Emily J. Jenkins

Echinococcosis is a rare but endemic condition in people in Canada, caused by a zoonotic cestode for which the source of human infection is ingestion of parasite eggs shed by canids. The objectives of this study were to identify risk factors associated with infection and to measure the cost-utility of introducing an echinococcosis prevention program in a rural area. We analyzed human case reports submitted to the Canadian Institutes for Health Information between 2002 and 2011. Over this 10 year period, there were 48 cases associated with E. granulosus/E. canadensis, 16 with E. multilocularis, and 251 cases of echinococcosis for which species was not identified (total 315 cases). Nationally, annual incidence of echinococcosis was 0.14 cases per 100 000 people, which is likely an underestimate due to under-diagnosis and under-reporting. Risk factors for echinococcosis included female gender, age (>65 years), and residing in one of the northern territories (Nunavut, Yukon, or Northwest Territories). The average cost of treating a case of cystic echinococcosis in Canada was $8,842 CAD. Cost-utility analysis revealed that dosing dogs with praziquantel (a cestocide) at six week intervals to control cystic echinococcosis is not currently cost-effective at a threshold of $20,000-100,000 per Quality Adjusted Life Year (QALY) gained, even in a health region with the highest incidence rate in Canada ($666,978 -755,051 per QALY gained). However, threshold analysis demonstrated that the program may become cost-saving at an echinococcosis incidence of 13-85 cases per 100,000 people and therefore, even one additional CE case in a community of 9000 people could result in the monetary benefits of the program outweighing costs.
Tratto da: www.plos.org.
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We are not Charlie and we will never be.