Alfredo Panzini – Il primo viaggio d’amore

Per capire questa storia, bisogna sapere che una volta c’era uno scolaro di liceo, il quale era stato allevato in collegio dove avea imparato poco e male il libro della vita, ma in compenso avea scritto dei versi e avea letto una quantità grande di romanzi sui quali avea sparso una non minore quantità di lagrime e di sospiri.

Grave errore, in verità, buttar via per vani fantasmi un umore così prezioso e che ha tanto peso nelle bilance della vita!

Ma a diciassette anni le sventure sembrano un’invenzione dei filosofi; e anche la morte sembra una parola retorica, fatta per tesservi intorno di bei melanconici ed eroici concetti.

Soltanto dopo avere camminato molto nella vita si vedono distintamente i contorni di queste supreme realtà!

A diciassette anni Furio non vedeva che la faccia pallida e gli occhioni dell’Ida – una signorina sedicenne, la quale con la mamma e con la sorella maggiore abitava, per la stagione dei bagni, l’appartamento di fronte a quello di Furio.

La vedeva quando c’era (un fotografo amico delle signore aveva arrischiato dopo molte suppliche la presentazione del giovanetto), ma più specialmente quando non c’era.

Nei pomeriggi lunghi estivi partiva dall’appartamento di fronte una voce da mezzo soprano che cantava con la titubanza di chi teme di far soffrir l’aria:

Alfredo, Alfredo,

Di questo core

Non puoi comprendere

Tutto l’amore.

Ma verrà giorno

In che il saprai….

Com’io t’amassi

Confesserai….

La ripresa «Ma verrà giorno» era così straziante che Furio non poteva più star fermo; si cacciava le unghie nella carne, poi correva su all’ultimo piano e bussava alla porta di Cecco.

– Oh, Cecco, Cecco, per carità suonami quella romanza del Guarany!

Cecco era un suonatore di contrabbasso, randagio e beone, il quale a quell’ora pomeridiana smaltiva il vino del desinare in placidissimi sonni.

Destato a quel modo, è facile pensare come accogliesse l’importuno innamorato; le frasi più gentili erano:

– Va a morir d’accidente te e quella spuzzetta.

– Non dire: è così ideale! – e pur con molte preghiere e promesse che la sera gli avrebbe pagato da bere, lo induceva a levarsi su e prendere il suo stromento.

Allora la voce del contrabbasso cominciava dopo un zum zum profondo:

Sento una forza indomita

Che ognor mi tragge a te,

con quel che segue e con tanta passione che vibravano i cuori e anche i vetri delle finestre.

Finì l’estate: l’Ida parti.

Oh, piccola Ida, tu portavi con te tutto il cuore di Furio, e avevi anche con te i fiori e la verdura, il mare e il cielo, perchè quando tu partisti tutto si ottenebrò intorno a Furio.

Ma anche l’Ida dovea essere ben grave di tanta ricchezza o dovea aver rimorso di averla rubata, perchè quando si trovò sola nella sua stanzetta, al suo paese che non rivedeva da due mesi, pregò tanto la Madonna e pianse anche lei tanto, come Furio.

Furio le mandò la Storia di una Capinera, Paolo e Virginia, La Capanna dello Zio Tom, le tragedie dello Shakespeare con molti indici convergenti verso Giulietta e Romeo: libri onesti, come ognuno può vedere, ma che avrebbero fatto molto piangere; anzi erano segnati i passi dove l’Ida presumibilmente si sarebbe dovuta commovere.

Ma questa comunione di anime lontane per mezzo della posta e del pensiero altrui non bastò più a Furio e la passione gli montò così al cervello che diceva fra sè: «Vederla ancora una volta e poi morire!» Anche i suoi genitori ne erano impensieriti.

L’Ida non abitava lontana: un’ora di treno e un’ora o due di carrozza: a Montiano, un nome pieno di fascino, che agli orecchi di Furio suonava come dovea suonare il nome di Provenza a un rimatore del trecento.

Non abitava lontana, ma la lontananza è in relazione con la facilità dell’andarvi.

Come allontanarsi da casa sua? come presentarsi a casa di lei specialmente se c’era il babbo? Il quale era un uomo nero, che avea visto solo una volta su la rotonda dello stabilimento, e non gli avea rivolto una parola in tutto il tempo che erano stati in circolo. È anche vero che Furio pure non avea detto allora una parola e le guance dell’Ida impallidivano ed arrossivano ad ogni momento.

Come affrontare, dico, quell’uomo così severo e che pareva avesse letto tutto nell’animo dell’adolescente e della figliuola? con quale ragionevole pretesto?

Il pretesto venne, ma era tanto sottile che era ben audace cosa l’affidarvisi!

Cecco, il sonatore di contrabbasso, un bel giorno gli disse:

– Uhi! poeta! la sai la nuova? sabato andiamo a Longiano per la festa del Cristo: siamo in dieci sonatori, se vieni anche tu c’è il viaggio gratis fin lassù, ti faccio passare per il fattorino dell’orchestra.

Furio a tale notizia fu preso dalle vertigini, perchè bisogna saper, due cose: che Longiano è un castello su di un bel colle che è vicino ad un altro colle ove è Montiano: ove dimorava la sognata fanciulla.

Secondo: bisogna sapere che per un giovanetto che dai suoi genitori ha per i minuti piaceri un franco la settimana, non è facile trovarne dieci per fare un viaggio. I genitori di Furio erano gente da bene, ma povera gente, v’erano degli altri fratellini, e il babbo, che era medico, faceva anche troppo a mantenerlo in collegio: nè Furio, benchè avesse letto molti romanzi, avea imparato a metter le mani nel portafogli del babbo o far cattive azioni. Dunque anche il denaro, che è cosa tanto volgare rispetto all’amore per l’Ida, costituiva una difficoltà.

Le parole di Cecco fecero sparire la tetraggine dal cervello di Furio, per la quale andava curvo e pensoso come un filosofo: la mente lampeggiò: si risovvenne che le signorine prima di partire si erano fatte il ritratto da quel fotografo amico.

Furio balzò in casa del fotografo: parlò, pregò, si disperò affinchè gli consegnasse i ritratti che li avrebbe portati lui. Quegli nicchiava.

– Ma dove mai vuoi trovare un pretesto più ragionevole? – fremeva Furio, mentre colui riponeva, ancor incerto, nella busta le dodici fotografie, sei dell’Ida e sei di Elvira, la sorella maggiore, – io vado alla festa del Cristo, e siccome sono tuo amico, così tu mi hai detto: «senti, Furio, giacchè vai a Longiano, fa una scappatina a Montiano, così mi risparmi la posta e mi saluti le signore», non ti pare?

Il fotografo crollava la testa:

– Tu hai perso il cervello dietro quella signorina; ma a me vuoi far perdere la clientela, il mio ragazzo! – e pur tuttavia gli consegnò la busta.

Poi Furio saltò in casa di Cecco e disse:

– Vengo, vengo, sai! ma lo trovo poi un posto?

– Se te l’ho detto che ci penso io!

– Quand’è così, basta, Cecco: vengo, oh, se ci vengo! ma non dirlo agli altri il segreto…., non svelare a nessuno….

Tutte le trombe dell’avvenire suonavano agli orecchi di Furio una fanfara gloriosa di assalto alla baionetta.

– Mamà, mi attacchi i bottoni alle ghette? mamà, avresti una borsetta da viaggio? mamà, avresti un ombrello?… mi dai la catena d’oro del babbo?

– Ma dove vuoi andare, figliuolo?

Furio esitò, poi confessò la sua passione che era anche troppo nota.

– Non spendo niente però, mamma, vado gratis con Cecco e con i bandisti.

– Non far sciocchezze, figliuolo, lo sai che tu adesso devi badar a studiare, a farti un avvenire. Se lo sa il babbo!…

– Già, che cosa dirai al babbo se questa sera non mi vede a cena?

– Dirò…. che sei andato via a trovare la nonna.

Così rispose la mamma, la quale per Furio rappresentava (oh, povere mamme!) qualche cosa di eterno, di eterna e immancabile difesa, sempre e per qualunque male; mentre l’Ida era cosa fuggevole e tanto divina che tutti, in suo pensiero, gliela doveano contendere.

Ora bisognava pensare a vestirsi in modo da far bella figura, ma pur troppo la volontà di Furio non era pari ai mezzi, ed è facile capire perchè. Egli aveva bensì la sua assisa di collegiale, ma non corredo di abiti borghesi. Ben si sa che per un collegiale è grande ambizione nelle vacanze pavoneggiarsi con un bel vestito civile. I genitori di Furio in quell’estate, cedendo alle preghiere e alle promesse, avevano accondisceso a fargli fare un abituccio da estate. Era di una lanetta chiara e leggera che per l’agosto poteva andar bene, e aveva fatto buon servizio per tutta la stagione, fedel compagno sì al mattino come alla sera in cui la più parte della gente galante vestiva di scuro. Ma verso i primi di ottobre con quell’arietta fresca che odorava di pioggia vicina, il servizievole abito era troppo eloquente testimonio di onorata povertà! La catena del babbo, la borsetta da viaggiatore, le uose, il colletto e la cravatta nuova furono ammennicoli che non valsero a rimediare il difetto dell’abito. «Avessi almeno un soprabito da mezza stagione!» gemeva il giovinetto, e fu per un istante in procinto di prender con sè il grave cappotto nero del collegio. Ma bisognava staccare alamari, filettatura, e invece urgeva l’ora della partenza. Convenne dunque far di necessità virtù e così vestito come meglio potè, Furio, poco dopo, era pronto per la partenza.

– Mamà, mi dai un po’ di soldi? – chiese timidamente, e avutili, scappò di casa facendo le scale a quattro gradini per volta, e quando fu in istrada diede un’occhiata a quelle finestre da cui poche settimane innanzi al raggio delle stelle e della luna la bianca, la cara fanciulla cantava: «Spirto gentil de’ sogni miei» e «Alfredo, Alfredo, di questo core» con quella voce innamorata che gli faceva venire i brividi come squillo di tromba e destriero di battaglia.

Povera finestrella! era chiusa! Ma si aprirà un altr’anno quando verrà l’estate e lei tornerà al mare. Ma fra quest’anno e quello venturo c’era un abisso: l’ultimo anno di collegio. Il terribile professore di matematica, il rettore prete del collegio, il preside, i prefetti crudeli passarono alla mente di Furio come una visione terrorizzante.

Ohimè, nel vasto mondo dove c’era l’Ida, c’era anche il preside e c’era il collegio: combinazioni inverosimili e pur vere!

Ci faceva una magra figura Furio nel carrozzone di terza classe fra quei sonatori che strepitavano come indemoniati, mentre egli, guardando il cielo grigio da cui gemeva la pioggia, pensava, come a un sogno, che quella sera avrebbe veduto l’Ida: forse avrebbe potuto sfiorare con un bacio le labbra di lei. Cose da impazzire!

Scesero a Savignano che piovigginava.

Montarono tutti in una giardiniera scoperta, tirata da due cavalli magri. Pioveva ora davvero e tutti si erano stretti sotto l’ombrello di Furio, cantando a squarciagola.

Uno a cassetta suonava imperterrito l’inno di Garibaldi con la cornetta e spaventava i cavalli che, per la pioggia, per lo spavento delle grida, per il gran peso, non volevano andar più avanti.

– Ferma! ferma!

C’era una casa di contadini.

– Ma non ce l’abbiamo più il vino! – dicevano i villani.

– Ma sì che l’avete il vino novo in quel botticino là; to’, si sente! – e con quella libertà che si concede in Romagna, erano scesi, avevano invaso la tinaia e batteano con le nocche i tini e le botti.

– Ma quello è del padrone!

– Oh, che credete che i suonatori che vanno a sonare a Longiano non abbian da pagar da bere?

E bevvero, bevvero tanto che la pioggia cessò e dopo i cavalli, spaventati al suono delle trombette che squillavano tutte, presero la corsa per la salita, e così fu l’ingresso trionfale a Longiano.

Verso ponente nereggiava da lungi un colle e sul colle un castello.

– Ecco là Montiano! – disse Cecco piano a Furio; e a Furio balzò il cuore come se in quel punto avesse veduto l’Ida.

Come scesero, Furio domandò piano e segretamente ad una donna quanto c’era da Longiano a Montiano.

– Tre miglia e più e strada cattiva, – rispose quella stupida e parlava forte e indicava, così che tutti potevano udire, una viottola che calava giù nella valle e riappariva poi in un’erta tutta di petto vicino a Montiano.

Adesso tutti sapevano che andava a Montiano.

– Oh, che va a Montiano che è notte? Ma a che fare? Come? Non sta qui a cena con noi? Vi sono le lasagne e i galletti in padella! E il formaggio fresco, olà! Ehi, ehi, a Montiano non c’è mica osterie e poi vien giù ora un acquazzone! – così dicevano i suonatori a gran sconforto di Furio: ma lo videro precipitar giù per la viottola senza ombrello e col cappello di paglia in mano affinchè il vento non lo portasse via. – Bel matto! Ehi, l’ombrello! – gli gridarono dietro. Ma Furio era scomparso.

– Ma ci ha la morosa a Montiano, – avvertì Cecco.

– Contane tante! – e levarono il braccio, come a dire: «se ci ha la morosa, si posson ben lasciare le lasagne ed i galletti e pigliar la pioggia».

Mentre le gambe di Furio correvano, il cervello farneticava. Per la valle non c’era nessuno; certi bagliori di sangue sopra il castello di Montiano rompeano le nubi livide e gravide, da cui scendeva la pioggia all’insaputa di Furio.

«…. Bisognerà ben domandare dove stanno di casa, perchè io non lo so. E allora tutti si imagineranno che io vado a trovar l’Ida, e chi sa quante altre malignità penseranno mentre il nostro amore è così puro! Domattina tutto il paese saprà che è arrivato un giovane che non era del luogo e ha chiesto della famiglia X***; ma si leggeva negli occhi che invece domandava dell’Ida.» A Furio anche pareva che tutti gli abitanti, anche i monelli, ad un gran circuito da Montiano, dovessero sapere chi era l’Ida e la ragione per cui egli correva sotto la pioggia.

Poi c’era un altro pensiero: «Io busso. Apre il babbo e mi domanda: Chi è lei? cosa vuole? Sono venuto a portare i ritratti. Ma di notte? in campagna? non c’era la posta? C’era, ma siccome i suonatori, etc., etc.; così il fotografo mi ha detto: Senti, caro Furio, giacchè vai a Longiano, fammi il piacere, porta questi ritratti, etc.; è una passeggiatina ed eccomi qui….»

Indubbiamente c’era la concatenazione logica in tutto questo discorso, ma ci voleva un po’ di tempo per farlo capir bene anche perchè era una cosa complicata; e sopratutto ci voleva molta buona fede per credervi.

Oh se ci fosse stata solo la mamma, la signora Sofia! lei sì che era una gentilissima signora, e avrebbe subito compreso la ragione della sua venuta! Però sopra di ogni altro dubitoso e molesto pensiero aleggiava un’idea ridente, ineffabilmente gioiosa. L’Ida gli avea detto: «Addio per sempre!»

Dunque non lo amava! sì che lo amava, ma non glielo avea mai detto e non avea risposto niente alla sua lettera d’amore, una lettera molto lunga ove si conteneva il più genuino stillato di una giovanetta anima sensibile ed inesperta come quella di Furio. La avea però accettata quella lettera e tenendola con le dita tremanti, pareva che la poverina paventasse tutto l’ardore, tutta la passione, tutto il pericolo che si sprigionava da quella busta. Ma che stenti…., ma che preghiere disperate perchè l’accettasse! Questo era avvenuto lungo il viale che conduce al mare; e Furio, correndo sotto la pioggia, raccontava a sè stesso quell’episodio del suo dolce amore: «andavamo avanti noi due pel viale: io dicevo tremando che accettasse la lettera, lei tremando diceva di no. Diceva senza voltarsi: «La mamma, signore, ci guarda!» Io diceva: «Ida, si fermi!» Lei si fermava ed io diceva due paroline alla mamma che ci avea raggiunti, per farle capire che noi si parlava di cose indifferenti, non di amore, anzi che non ci amavamo: poi dicevo piano: «Ida, andiamo» e lei si moveva. Non potevamo andar piano. Tutto il viale ci passò in un momento: se fosse stato lungo dieci volte tanto non ce ne saremmo accorti. Io parlai tanto che lei prese la lettera e la nascose nel seno. Dopo non parlò più: anch’io non dissi più niente…. La sola risposta dell’Ida è stata questa: «Addio per sempre!» Perchè? quale mistero?

No addio per sempre, anima mia, no, ecco io torno, ecco io vengo: oggi tu deciderai della vita mia, del mio avvenire: mi dirai se mi ami! Sì tu mi ami, perchè io ti amo senza fine. Tu sei la felicità e sei passata vicina alla mia anima, e la mia anima ti vuole….»

Furio si asciugò il sudore perchè era giunto nel paese e cercava come Renzo una persona di buon augurio per fare anche lui la sua domanda, e com’ebbe scorto un vecchietto che gli veniva incontro con un grande ombrello, se gli fece dappresso rammentandosi involontariamente delle lezioni di storia greca dove avea imparato che gli Spartani aveano un gran rispetto per i vecchi, e gli disse:

– Di grazia, signore, dove starebbe la famiglia del signor X***?

Furio si accorse che ci si guadagna sempre ad esser gentili, perchè il vecchierello non solo indicò la via, ma volle anche accompagnare il giovanetto su di un’altura da cui si poteva vedere la villa.

– Stanno un po’ discosti dal paese, vede? eccola là la casa: vede che c’è la vigna intorno? oh! una bella vigna tutta di uva albana; e anche loro sono buona gente, anche le ragazze: stanno un tantino su la loro, ma vanno alla messa…. Oh, ma lei ha preso un bel riscaldo e una bell’acqua a venir fin quassù!…

– Già, ho dimenticato l’ombrello! – e Furio ringraziò e giù per il sentieruolo indicato. Alcune ragazze venivano su, lente lente, cogli orci sul capo che sopravanzavano i rami delle acacie, una mano sull’anca e l’altra lungo la persona.

Furio le paragonò fuggevolmente alle ancelle ateniesi, alle Danaidi, alle Canefore, ma esse volsero verso di lui con fatica il bianco delle pupille con uno sguardo lungo, inquisitorio: parvero accennarsi sorridendo l’una all’altra la villa dove abitava l’Ida.

La villa si elevò sopra il naso di Furio. Lì c’era l’Ida: in una casa di mattoni come tutte le altre case c’era la sola creatura divina che vi fosse nel mondo; cosa che pareva impossibile.

Si fermò premendo con una mano i battiti disperati del cuore, perchè sentiva che non avrebbe potuto parlare, e con l’altra stringeva i ritratti che dovevano illustrare il discorso.

Fece cadere il martello sul portone, che suonò tutto. Queste parole ballavano davanti alla mente di Furio:

«Signore mie, avendo udito che c’era una festa quassù, ho pensato di fare una giterella fin qui….»

Ma la porta si socchiuse e Furio vide il volto ben noto della servetta. Essa non ebbe nemmeno il tempo di domandare «chi è?» che riconobbe il giovinetto; mandò un «oh!» lungo lungo, poi dentro in casa.

Rimase sul limitare della porta socchiusa, e sentiva dentro un gran barattar di voci, un affrettarsi di passi come se la sua venuta avesse messo tutta la casa a rumore. Quale animo fosse il suo può ognuno di leggieri pensare: le fiamme gli salivano sul volto, ed era un incendio che avvampava dal cuore, quand’ecco comparvero le signore, cioè la mamma e la sorella maggiore. Furio non si ricordò più di quello che disse, ma avea consegnato i ritratti e se ne voleva andare.

Ce ne volle per farlo entrare e farlo sedere.

E l’Ida? L’aveva veduta un momento solo, sul limitare, alta, immobile, sbalordita con i grand’occhi aperti: vestiva di rosa e di bianco; qualche cosa di impossibile al tatto, da suicidarvisi vicino, subito. Ella non si mosse per dargli la mano, non disse una parola: poi andò via.

– È stato il fotografo che mi ha pregato tanto di venire a portare questi ritratti…. – diceva Furio alla sorella maggiore che era rimasta nel salotto, perchè la signora se ne era andata per un momento. – Un bravo artista che non ritocca i ritratti….

Furio parlava così quando risuonò una grossa voce d’uomo che veniva giù dalle scale e parlava con la signora.

Era la voce di lui, del babbo. Furio se ne era dimenticato. A quella voce sentì un rimescolamento dentro e si levò in piedi: qualche cosa di simile come agli esami di matematica. Poco dopo Furio vide entrare il babbo e udì quella voce baritonale che fra le altre cose diceva:

«…. ma le pare che io lasci andar via a quest’ora, con quest’acqua, il figlio di un collega? Uhm! Uhm! Venga, venga con me; lei è giovane, ma si fa in un momento a prendere un malanno…, che diamine! Gina, quando la limonata è ben calda, portala su: e il fuoco è acceso? Bene, venga con me…., ma che albergo!… fra le altre cose qui alberghi non ce ne sono….» e prese per mano Furio che a tutti i costi voleva andare all’albergo, e lo condusse in una stanza dove in un camino avevano buttato una gran fascina che faceva un’alta fiamma rossa e crepitava tutta.

– …. è stato il mio amico Cecco – proseguiva il collegiale che certo non avea previsto quell’a solo col babbo – che quando siamo stati lassù a Longiano, mi ha detto: «quello là è Montiano, in due salti ci arrivi;» allora mi sono ricordato di loro, della sua signora, e ho detto: «già che c’è un’ora di giorno, voglio fare una passeggiatina e andare a trovare….;» sono così belle queste colline!

«….sì, va bene, va bene – gli andava ripetendo il babbo con quella sua voce grossa e burbera che ricordava le voci dei prefetti in collegio – ma si cambi: tutto, sa? anche la camicia, si strofini forte forte: ecco le pantofole: questa camicia di flanella sarà un po’ grande per lei, ma meglio che niente; poi si metta questo mio soprabito…. Non faccia complimenti e con tutto suo comodo….»

E Furio fu lasciato solo fra i sarmenti che ardevano e la limonata calda. «Ma quello è matto a volere che mi metta i suoi abiti!» gli disse addietro Furio con un atto di sprezzo. Per sua sventura nella stanza c’era un grande specchio: vi si guardò, si vide dalla testa ai piedi, vi si riconobbe e rabbrividì. Era un mostro di fango, l’acqua ed il sudore grondavano dai capelli su le gote infiammate: le mutande gli si irrigidivano su le gambe. Il povero abituccio chiaro d’estate, cura dell’ago della dolce mamma, già testimone fido e segreto di tante ore di contemplazione beata, aveva finito eroicamente i suoi giorni in quella corsa disperata d’amore! Che fare?

Bisognò, per forza, mettersi le calze, le mutande, le pantofole, la camicia del babbo dell’Ida! Il soprabitone no: era troppo: gli arrivava sino al polpaccio.

Si lasciò cadere su la sedia mormorando: sono rovinato! Il ridicolo gli cadeva addosso come poco prima la pioggia. Per buona ventura bussò discretamente alla porta la signora Sofia, alla quale pur convenne sorridere vedendo come all’esile giovanetto mal si convenisse il gran soprabito del marito. Andò in cerca di un giacchetto, lo trovò; e così vestito, ma vergognoso e confuso come può ognuno pensare, Furio dovette comparire davanti all’Ida. Ma poi furono tutti, fuor che l’Ida, tanto espansivi e cordiali con lui! accesero un altro camino, accesero le lampade, portarono a tavola una bella minestra fumante e stapparono delle bottiglie di vino buono.

Furio a tavola potè vedere che anche l’Ida mangiava come tutte le altre donne.

Poi fecero conversazione; gli domandarono della vita del collegio, del suo papà che il babbo dell’Ida dovea aver conosciuto; furono insomma tanto gentili, fuor che l’Ida, la quale non volle suonare al piano; anche il suo babbo la pregò, ma non ci fu verso.

– Suona sempre e questa sera non vuole! – disse Elvira, la sorella.

– Ah, è un po’ capricciosetta la signorina! ha il nervoso questa sera, allora la cureremo! Vuol far la romantica, legge i romanzi, le poesie sentimentali, Romeo e Giulietta, Paolo e Virginia! Io vorrei sapere chi glieli procura quei libri! Bistecche e vin buono, se no si prende quel bel colore di pappina fredda. I romanzi li leggerai quando sarai nonna e avrai tempo da perdere, cara figliuola. Che ne dice lei, signor studente? – Così parlò il padre dell’Ida e che cosa ne provasse Furio io non lo dirò perchè ognuno può imaginarlo. Fremeva freddo contro quel padre il quale ignorava i più semplici diritti dell’anima e dileggiava quella santa creatura ne’ suoi sentimenti più puri.

Ma oimè, chi intenderà, chi difenderà la giovinezza sublime dalla sterile sapienza dell’età virile e dalla lugubre tirannia dei vecchi? Gli uni e gli altri hanno l’anima che già è morta a metà, e non lo sanno! La loro sapienza aiuta a morire, non a vivere; e la gioventù ha una sua sapienza innata di ben altro valore perchè in essa si contengono le leggi della vita! Chi difenderà la nostra giovinezza? Così Furio pensava, e contemplando il pallido e muto volto dell’Ida, fissando quegli occhi in cui si leggevano mirabili istorie d’amore e parevano domandare a lui soccorso, il giovinetto inghiottiva lagrime amare di ribellione e di sdegno.

Più tardi lo accompagnarono nella stanza che avevano allestito per lui, dove avevano messo tutto ben in ordine e la servetta che era entrata poi per portar l’acqua, disse segretamente e con grande significazione:

– Quello lì è l’altarino della signorina. Sapesse come prega!… Non le mandi più quei libri: la vuol far morire? La poverina prega e piange per dimenticarsi di lei, e lei invece è venuto fin quassù! Ah, l’ha fatta bella! Lo so poi io sola quello che dovrà patire quando sarà andato via lei! – Così disse la graziosa servetta, alla quale l’essere villana, non toglieva di essere esperta e confidente dei segreti d’amore.

Sopra un tavolo c’era un altarino con quattro candelieri, la madonna dell’Addolorata, la corona e due abitini e, sul piano coperto di bianco e di pizzi, il libro da messa.

Furio contemplò a lungo quasi piangendo, e si addormentò col libro delle preghiere che leggeva l’Ida, come se in esso si fossero contenute le immortali storie di Ofelia e di Giulietta.

Venne la mattina: nella notte durante il sonno degli innamorati la luna avea cacciato le nubi: risplendeva per i rossi pampini il sole e cantavano le allodole.

Furio prima di partire ebbe la buona ventura di trovarsi solo per un momento con l’Ida nel giardino, dove le foglie delle rosette di ogni mese cadevano sull’erba bagnata delle aiuole.

– Quello che io ho bisogno di sapere per il mio avvenire è se tu mi ami! – così disse Furio dando audacemente del tu per la prima volta, e l’Ida non rispose.

– Per tutto il mio avvenire, odi bene, e anche per l’eternità, mi ami? – replicò Furio.

– Sì, – sospirò allora l’Ida e si appoggiò ad un albero come se quella parola che le era sfuggita dalle labbra, le avesse smagate le forze.

Gli occhi di Furio a quel monosillabo meraviglioso lampeggiarono, afferrò, strinse la mano dell’Ida, la quale cadeva inerte sotto il suo tatto, e con una voce che consacrava tutto, il passato ed il futuro, disse:

– Allora eternamente!

L’Ida lasciò cadere in giù quella sua primaveril testa chiomata e si scostò come adorando la magica parola che la sua vita per la prima volta udiva dall’uomo, e parve anch’ella dire: «eternamente!»

Eternamente?

Furio quando uscì dal collegio e si buttò ebbro nella vita, trovò che oltre all’Ida divina, c’era anche la fatale Emma più divina, e l’orgogliosa e culta Olimpia, divinissima. Poi passarono gli anni, e si racconta che Furio prendesse anche moglie, ma da allora smarrì il concetto della divinità femminile.

E dell’Ida?

Tutto è silenzio, ma io credo che abbia sparso molte e amare lagrime e mi fu raccontato che la sua cara giovinezza sfiorì per solitari anni senza nozze, ma fedele a un ineffabile fantasma antico d’amore: e poichè questa è una storia che non si rinnova come la placida luna, così è ben degna di essere tramandata alla memoria per esaltazione ed onore delle piacenti donne, le quali troppo acerbamente e spesso da’ novellatori e filosofi sono biasimate per il facile oblio e per l’incostanza negli affetti d’amore.

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